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Full text of "Il fu Mattia Pascal : romanzo"

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IL FU MATTIA PASCAL. 



Ofbbb di. Luigi Pibandbllo 
(Edizioni Treves). 

Erma bifronte^ novelle L. 6 — 

La vita nuda, novelle 6 — 

Terzetti, novelle. Ck)n coperta a colori . . . .6 — 

La trappola, novelle ....*. 5 — 

E domani, lunedì,..., novelle 5 — 

n turno; Lontano, novelle ........ 8 — 

L'Esclusa, romanzo 6 — 

H fu Mattia Pascal, romanzo. Nuova ediz. riveduta . 6 — 

I vecchi e i giovani, romanzo. 2 volumi . . . . 6 60 

8i gira ,..., romanzo 6 — 

Un cavallo nella luna, novelle ....... 8 — 

QuandWo matto, novelle 8 — 

Bianche e Nere, novelle 3 — 

8e non cosi, commedia 4 — 

Maschere nude, commedie 6 — 

Pensaci, Giaoomino ! - Cosi è (se vi pare). - H 
piacere dell'onestà. 

II giuoco delle ^arti; Ma non è una cosa seria, commedie 

(in preparazione). 



LUIGI PIRANDELLO 



Il fu Mattia Pascal 



ROMANZO 



NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA 






VFTE.- 



MILANO 



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Fratelli Treves, Editot^i. A 
Settimo miglialo. 



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PBOPBIBTÀ LBTTBBABIÀ. 

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati 
per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. 



Milano - Tip. Trevea - 1919. 






FU MATTIA PASCAL 



I 1. — Premessaé 

Una delle poche cose,. anzi forse la sola ch*io 
sapessi di certo era questa: che mi cliiamayo 
Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual 
volta qualcuno de' miei amici o conoscenti di- 
mostrava d'aver perduto il senno fino al punto 
di venire da me per qualche consiglio o sug- 
gerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiu- 
devo gli occhi e gli rispondevo: 

— Io mi chianio Mattia Pascal. 

— Grazie, càror.' Questo lo so. 

— E ti par poco? 

Non pareva molto, per dir la verità, neanche 
a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire 
il non sapere neppur questo, il non poter più 
rispondere,' cioè, come prima, all'occorrenza: 

— Io mi chiamo Mattia Pascal. 
Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa 

così poco), immaginando l'atroce cordoglio d'un 
disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a 
un tratto che.... sì, niente, insomma: né pa- 
dre, ne madre, né come fu o come non fu; e 
vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) 
della corruzione dei costumi), e de' vizii, e della 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. ' 1 



— » — 

» 

tristezza dei tempi, che di tanto male possono 
esser cagione a un povero innocente. 

Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere av- 
vertirlo che 'non si tratta propriamente di qtie- 
sto. Potrei qui espon^e, di fatti, in un albero 
genealogico, l'origine e la discendenza della mia 
famiglia e dimosti'are come qualmente non solo 
ho conosciuto mio padre e mia madi'e, ma e 
gli antenati m,iei e le loro azioni^ in un lungo 
decorso tempo, non tutte veramente lodevoli. 
,^ E allora? 

V Ecco: il mio caso è assai più strano e di- 
verso; tanto diverso e strano che mi faccio a 
narrarlo. 

Fui, per circa due anni, non so se più cac- 
ciatore di topi che guardiano di libri nella 
biblioteca che un Monsignor Boccamazza, nel 
1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. 
È ben chiai'o che questo Monsignore dovette co- 
noscer poco l'indole e le abitudini de' suoi con- 
cittadini; o forse sperò che il suo lascito do- 
vesse col tempo e con la comodità accendere 
nel loro animo l'amore per lo studio. Finora, 
ne posso rendere testimonianza, non si è ac- 
ceso: e questo dico in lode de' miei concittadini. 
Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco 
grato al Boccamazza, che non volle neppure 
erigergli un mezzobusto pur che 'fosse, e i libri 
lasciò per mol^ e molti anni accatastati in un 
vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, 
pensate voi in quale stato, per allogarli nella 
chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, 
non so per qual ragione sconsacrata. Qua li 
affidò, senz'alcun discernimento, a titolo di be- 
neficio, e come sinecura, a qualche sfaccendalo 
ben protetto il quale, per due lire al giorno, 



- 3 - 

stando a guardarli, o anche senza guardarli 
affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il 
tanfo della muffa e del vecchiume. 
,kral sorte toccò anche a me; e fin dal primo 
giorno io concepii così misera stima dei libri, 
siano essi a stampa o manoscritti (come alcuni 
antichissimi della nostra biblioteca), che ora 
non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, 
se, come ho detto, non stimassi davvero strano 
il mio caso e tale da poter servire d'ammaestra- 
mento a qualche curioso lettore., che per av- 
ventura, ri ducendosi finalmente a effetto l'an- 
tica speranza della iDuon'anima di Monsignor 
Boccamazza, capitasse in questa biblioteca, a 
cui io lascio questo mio manoscritto, con l'ob- 
bligo però che nessuno possn^^àprirlo se non 
cinquant'anni dopo la mia terza^ ultima e de- 
finitiva morte. 

Giacché, per il momento (e Dio sa quanto 
me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, 
ma la prima per errore, e la seconda.... sen- 
tirete. 



§ 2. — PremeiBa seconda (filosofioa) 
a mo' di scusa. 

L'idea, o piuttosto, il consiglio di scrivere 
mi è venuto dal mio reverendo amico don Eli- 
gio Pcllegrinotto, che al presente Ha in custodia 
i libri della Boccamazza, e al quale io affido 
il manoscritto appena sarà terminato, se mai 
sarà. 

Lo scrivo qua, nella chiesetta sconsacrata, 
al lume che mi viene dalla lanterna lassù, 
della cupola; qua, nell'abside riservata al bi- 
bliotecario e chiusa da una bassa cancellata ^ di 
legno a pilastrini, mentre don Eligio sbuffa 
sotto rincarico che si è eroicamente assunto 
di mettere un po' d'ordine in questa vera babi- 
lonia di libri. Temo che non ne verrà mal a 
capo. Nessuno prima di lui s'era curato di 
sapere, almeno all'ingrosso, dando di sfuggita 
un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel 
Monsignore avesse donato al Comune: si rite- 
neva che tutti o quasi dovessero trattare di ma- 
terie religiose. Ora il Pellegrino tlb ha scoper- 
to, per maggior sua consolazione, una varietà 
grandissima di materie nella biblioteca di Mon- 
signore; e siccome i libri furon presi di qua 



- 5 — 

e di là nel magazzino e accozzati così come 
venivano sotto mano, la confusione è indescri- 
vibile. Si sono strette per la vicinanza fra que- 
sti libri amicizie oltre ogni dire speciose: don 
Eligio Pellegrinotto mi ha detto, ad esempio, che 
ha stentato non poco a staccare da un trattato 
molto licenzioso DelVarte di amar le dotine, 
libri tre di Anton Muzio Porro, dell'anno 1571, 
una Vita e morte di Faustino Materuccì, Be- 
nedettino di Poìirone , che taluni chiamano 
beato, biografia edita a Mantova nel 1625. Per 
l'umidità, le legature de' due volumi si erano 
fraternamente appiccicate. Notare che nel libro 
secondo di quel trattato licenzioso si discorre 
a lungo della vita e delle avventure monacali. 

Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eli- 
gio Pellegrinotto, arrampicato tutto il giorno 
su una scala da lampionaio, ha pescato negli 
scaffali della biblioteca. Ogni qutil volta ne 
trova , uno, lo lancia dall'alto, con garbo, sul 
tavolone che sta in mezzo; la chiesetta ne rin- 
trona; un nugolo di polvere si leva, da cui 
due o tre ragni scappano via spaventati: io 
accorro dall'abside, scavalcando la cancellata; 
dò prima col libro stesso la caccia ai ragni su 
pe '1 tavolone polveroso; poi apro il libro © 
mi metto a leggiucchiarlo. 

Così, a poco a poco, ho fatto il gusto a sif- 
fatte letture. Ora don Eligio mi dice che il 
mio libro dovrebbe esser condotto sul modeUo 
di questi ch'egli va scovando nella biblioteca, 
avere cioè il loro p articolar sapore. Io scrollo le 
spalle e gli rispondo che non è fatica per me. E 
poi altro mi trattiene. 

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scen- 
de dalla scala e viene a prendere una boccata 



~ 6 ~ 

id'aria nell'orticello che ha trovato modo di 
far sorgere qui dietro l'abside, riparato giro 
giro da steoclii e spuntoni. 

— Eli, mio reverendo amico, — gli dico io, 
seduto sul murello, col mento appoggiato al 
poiuo del bastone, mentr'egli attende alle sue 
lattughe. — Non mi par più tempo, questo, 
di scriver libri, neppure per ischerzo. In con- 
siderazione anche della letteratura, come per 
tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ri- 
tornello: Maledetto sia Copernico! 

— Oh oh oh, che c'entra Copernico! — escla- 
ma don Eligic, levandosi su la vita, col volto 
infocato sotto il cappellaccio di paglia. 

— C'entra, don Eligio. Perchè, quando la Ter- 
ra non girava.... 

— E dalli! Ma se ha sempre girato! 

— Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e 
dunque era come se non girasse. Per tanti, 
anche adesso, non gira. L'ho dettò l'altro gior- 
no a un vecchio contadino, e sapete come jn'ha 
risposto? ch'era una buona scusa per gli ubria- 
chi. Del resto, anche voi, scusate, non potete 
mettere in dubbio che Giosuè fermò il sole. Ma 
lasciaiuo star questo, lo dico che quando la 
Terra non girava, e l'uomo, vestito da greco o 
da romano, vi faceva così bella figura e così 
altamente sentiva di sé © tanto si compiaceva 
della propria dignità, credo bene che potesse 
rhiscire accetta una nan-azlone minuta e piena 
d'oziosi particolari. Si legge o non si legge in 
Quintiliano^ come voi m'avete insegnato, che 
la storia doveva esser fatta per raccontare e 
non per provare? 

— Non nego, — risponde don Eligio, — ma 
è vero altresì che non si sono mai scritti libri 



— 7 — 

così minuti, anzi minuziosi in tutti i più ri- 
posti paxticolaii, come dacché, a vostro dire, 
la Terra s'è messa a girare. 

— E va bene! // signor conte si levò per- 
tempo j alle ore otto e mezzo precise.... La si- 
gnora contessa indossò un abito lilla con una 
ricca fioritura di merletti alla gola.... T eresina 
si moriva di fame.... Lucrezia spasimava d'a- 
more.... Oh, santo Dio! e che volete che me 
n'importi! Siamo % non siamo su un'invisibile 
trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un 
granellino di sabbia impazzito che gira e gira e 
gira, senza saper perchè, senza pervenir mai 
a destino, come se ci provasse gusto a girar così, 
per farci sentire ora un po' più di caldo, ora un 
po' più di freddo, e per farci morire — spesso 
con la coscienza d'aver commesso una sequela 
di piccole sciocchezze — dopo cinquanta o ses- 
santa giri? Copernico, Copernico, don Eligio 
mio, ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. 
Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati 
alla nuova concezione dell'infinita nostra picco-, 
lezza, a considerarci anzi men che niente nel- 
l'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e 
invenzioni; e che valore dunque volete che ab- 
biano le notizie, non dico delle nostre miserie 
particolari, ma anche delle generali calamità? 
Storie di vermucci, ormai, le nostre. Avete letto 
di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. 
La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole 
quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un 
piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato im po' 
di fuoco per una delle tante sue' bocche. Chi 
sa che cosa le aveva mosso quella specie di 
bile. Forse la stupidità degli uomini che non 
sono stati mai così nojosi come adesso. Basta* 



— 8 - 

Parecchie miglia] a di vermucci abbrustoliti. E 
tiriaiiio innanzi! Chi ne parla più? 

Don Eiigio Pellegrinotto mi fa però osservare 
che, per quanti sforzi facciamo nel crudele in- 
tento di strappare, di distruggere le illusioni 
che la provvida natura ci aveva create a fin di 
bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l'uòmo si 
distrae facilmente. 

Questo. è vero. Il nostro Comune, in certe 
notti segnate nel calendario, non fa accendere 
i lampioni, e spesso — se è nuvolo — ci lascia 
al bujo. 

Il che vuol dire, in fondo, che noi anche 
oggi crediamo che la luna non stia per altro nel 
cielo, che per faaxi lume di notte, come il sole 
di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico 
spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e 
volentieri di essere atomi infinitesimali per ri- 
aspettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci 
di azzuffarci per un pezzettino di terra o di do- 
lerci di certe cose, che, ove fossimo veramente 
compenetrati di quello che siamo, dovrebbero 
parerci miserie incalcolabili. 

Ebbene, in grazia di questa distrazione prov- 
videnziale, oltre che per la stranezza del mio 
caso, io parlerò di me, ma quanto più breve- 
mente mi sarà possibile, dando cioè soltanto 
quelle notizie che stimerò necessarie. 

Alcune di esse, certo, non mi faranno molto 
onore; ma io mi trovo ora in una condizione 
così eccezionale, che posso considerarmi come 
già fuori della vita; e dunque senza obblighi 
e senza scrupoli di sorta. 

Cominciamo. 



i 3. — £Ad. casa e la talpa. 

Ho detto troppo presto, in principio, che ho ^ 
conosciuto mio padre. Non i'ho conosciuto. Ave- 
vo quattr'anni e mezzo quand'egli morì. An- 
dato con un suo trabaccolo in Corsica, per certi 
negozii che vi faceva, non tornò più, ucciso da 
una perniciosa, in tre giorni, a trentotto anni. 
Lasciò tuttavia nell'agiatezza la moglie e i due 
figli: Mattia (che sarei io, e fui) e Roberto, mag- 
giore di me di due anni. 

Qualche vecchio del paese si compiace an- 
cora di dare a credere cTie la ricchezza di mio " 
padre (la quale pure non gli dovrebbe più dar 
ombra, passata com'è da un pezzo in altre 
mani) avesse origini — diciamo così — miste- 
riose. 

Vogliono cne se la fosse procacciata giocan- 
do a carte, a Marsiglia, col capitano d'un va- 
pore mercantile inglese, il quale, dopo aver per- 
duto tutto il denaro che aveva seco, e non do- 
veva esser poco, si era anche giocato un grosso 
carico di zolfo imbarcato nella lontana Sicilia 
per conto d'un negoziante di LiverpoÒI (sanno 
anche questo! e il nome?), d'un negoziante di 
Liverpool, che aveva noleggiato il vapore; quin- 



-io- 
di, per disperazione, salpando, s'era annegato in 
alto mare. Così il vapore era approdato a Li- 
verpool, alleggerito anche del peso del capitano. 
Fortuna che aveva per zavorra la malignità de' 
miei compaesani.... 

Possedevamo terre e case. Sagace e avven- 
turoso, mio padre non ebbe mai pe' suoi com- 
merci stabile sede: sempre in giro con quel suo 
trabaccolo. dove trovava meglio e più opportu- 
namente comprava e subito rivendeva mercanzie 
d'ogni genere; e perchè non fosse tentato a im- 
prese troppo grandi e rischiose, investiva a 
mano a mano i guadagni in terre e case, qui, 
nel proprio paesello, dove presto forse contava 
di riposarsi negli agi faticosamente acquistati, 
contento e in pace tra la moglie e i figliuoli. 

Così acquistò prima la terra delle Due Ri- 
viere, ricca di olivi e di gelsi, poi il podere 
della Stia, anch'esso riccamente beneficato e 
con una bella sorgiva d'acqua, che fu presa 
quindi per il molino; poi tutta la poggiata dello 
Sperone, ch'era il miglior vigneto della nostra 
contrada, ^ e infine San Rocchino, ove edificò 
una villa deliziosa. In paese, oltre alla casa in 
cui abitavamo, acquistò due altre case e tutto 
quell'isolato, ora ridotto e acconciato ad arse- 
nale. 

La sua morte quasi improwisa#fu la nostra 
rovina. Mia imadre, inetta al governo dell'eredità, 
dovette affidarlo a uno che, per aver ricevuto 
tanti benefici da mio padre fino a cangiar di 
stato, stimò dovesse sentir l'obbligo di almeno 
un po' di gratitudine, la quale, oltre lo zelo e 
l'onestà, non gli sarebbe costata sacrifizii d'al- 
cuna sorta, poiché era lautamente remunerato. 

Santa donna, mia madre! D'indole schiva e 



— 11 -~ 

placidissima, aveva così scarsa esperienza della 
vita e degli uomini! A sentirla parlare, pareva 
una bambina. Parlava con accento nasale e 
rideva anche col naso, giacché ogni volta, come 
si vergognasse di ridere, stringeva le labbra. 
Gracilissima di complessione, fu, dopo la morte 
di mio padre, sempre malferma in salute; ma 
non si lagnò mai de' suoi mali, né credo se ne 
infastidisse neppure con sé stessa, accettandoli, 
rassegnata, come una conseguenza naturale 
della sua sciagura. Forse si aspettava di mo- 
rire anch'essa, dal cordoglio, e doveva dunque 
ringraziare Iddio che la teneva in vita, pur così 
tapina e tribolata, per il bene dei figliuoli. 

Aveva per noi una tenerezza addirittura mor- 
bosa, piena di palpiti e di sgomento: ci voleva 
sempre vicini, quasi temesse di perderci, e 
spesso mandava in giro le serve per la vasta 
casa, appena qualcuno di noi si fosse un po' 
allontanato. 

Come una cieca, s'era abbandonata alla gui- 
da del marito; rimastane senza, si sentì sper- 
duta nel mondo. E non uscì più di casa, tranne 
le domeniche, di mattina per tempo, per an- 
dare a messa nella prossima cTiiesa, accom- 
pagnata dalle due vecchie serve, ch'ella trattava 
come parenti. Nella stessa casa, anzi, si restrin- 
se a vivere in tre camere soltanto, abbando- 
nando le molte altre alle scarse cure delle 
serve e alle nostre diavolerie. 

Spirava, in quelle stanze, da tutti i mobili 
d'antica foggia, dalle tende scolorite, quel tanfo 
speciale delle cose antiche, quasi il respiro d'un 
altro tempo;' e ricordo che piìi d'una volta io 
mi guardai attorno con una strana costernazione 
che mi veniva dalla immobilità silenziosa di 



- 12 - 

quei vecchi oggetti da tanti anni lì senz'uso, sen- 
za vita. 

Fra coloro che più spesso venivano a visi- 
tar la mamma era una sorella di mio padre, 
zitellona bisbeLica, con un pajo d'occhi da fu- 
retto, bi-una e fiera. Si chiamava Scolastica. Ma 
si tratteneva, ogni volta, pochissimo, perchè 
Uitt'a un tratto, discorrendo, s'infuriava, e scap- 
pava via senza salutare nessuno. Io, da ragazzo, 
ne avevo una gran paura. La guardavo ^on 
tanto d'occhi, specialmente quando la vedevo 
scattare in piedi su le furie e la sentivo gri- 
dare, rivolta a mia madre e pestando rabbiosa- 
mente un piede sul pavimento: 

— Senti il vuolo? La talpa! la talpa! 

Alludeva al Malagna, all'amministratore che 
ci scavava soppiatto la fossa sotto i piedi. 

Zia Scolastica (l'ho saputo dipoi) voleva a 
tutti i costi che mia madre riprèndesse marito. 
Di solito, le cognate non hanno di queste idee 
né danno di questi consigli. Ma ella aveva un 
sentimento aspro e dispettos.o della giu^tiaift-: e 
più per questo, certo, che per nostro amore, 
non sapeva tollerare che quell'uomo ci rubas- 
se così^ a man salva. Ora, data l'assoluta inet- 
titudine e la cecità di mia madre, non ci vedeva 
altro rimedio, che un secondo marito. E lo de- 
signava anche in persona d'un pover'uomo, che 
si chiamava Gerolamo Pomino. 

Costui era vedovo, ,con un figliuolo, che vive 
tuttora e si Chiama Gerolamo come il padre: 
amicissimo mio, anzi più che amico, come dirò 
appresso. Fin da ragazzo veniva col padre in 
casa nostra, ed ei*a la disperazione mia e di 
mio fratello Berto. 

Il padre, da giovane, aveva aspirato lunga- 



- 18 - 

mente alla mano di zia Scolastica, die non 
aveva voluto saperne, come non aveva voluto 
sapere, del resto, di alcun altro; e non già per- 
chè non si fosse sentita disposta ad amare, ma 
perchè il più lontano sospetto che l'uomo da 
lei amato avesse potuto anche col solo pen- 
siero tradirla, le avrebbe fatto commettere — 
diceva — .un delitto. Tutti finti, per lei, gli uo- 
mini, birbanti e traditori. Anche Pomino? No, 
ecco: Pomino, no. IMa se n'era accorta troppo 
tardi. Di tutti gli uomini che avevano chiesto 
la sua mano, e che poi si erano ammogliati, 
ella era riuscita a scoprire qualche tradimento, 
e ne aveva ferocemente goduto. Solo di Pomino, 
niente; anzi il pover'uomo era stato un martire 
della moglie. 

E perchè dunque, ora, non lo sposava lei? 
Oh bella, perchè era vedovo! era appartenuto 
a un'altra donna, alla quale forse, qualche vol- 
ta, avrebbe potuto pensare. E poi perchè.... via! 
si vedeva da cento miglia lontano, non ostante 
la timidezza: era innamorato, era innamorato.... 
s'intende di chi, quel povero signor Pomino ! ' 

Figurarsi se mia madre avrebbe mai ac- 
j consentito. Le sarebbe parso un vero e proprio 
'sacrilegio. Ma non credeva forse neppure, pove- 
.rina, che zia Scolastica dicesse sul serio; e 
j rideva in quel suo modo particolare alle sfu- 
riate della cognata, alle esclamazioni del povero 
signor Pomino^ che si trovava lì presente a 
quelle discussioni, e al quale la zitellona sca- 
raventava le lodi più sperticate. 

M'immagino quante volte egli avrà esclama- 
to, dimenandosi su la seggiola, come su un 
arnese di tortura: 

— Oh santo nome di Dio benedetto! 



— 14 — 

Omino lindo, aggiustato, dagli occhietti cernii 
mansueti, credo che s'incipriasse e avesse an- 
che' la debolezza dì passarsi un po' di rossetto, 
appena appena, un velo, su le guance: certo 
si compiaceva d'aver conservato fino alla sua 
età i capelli, che si pettinava con grandissima 
cura, a farfalla, e si rassettava continuamente 
con le mani. 

Io non so come sarebbero andati gli affari 
nostri, se mia madre, non certo per sé ma in 
considerazione dell'avvenire dei suoi figliuoli, 
avesse seguito il consiglio di zia Scolastica e 
sposato il signor Pomino. È fuor di dubbio 
però che peggio di come andarono, affidati al 
Malagna (la talpa!), non sarebbero potuti an- 
dare. 

Quando Berto e io fummo cresciuti, gran 
parte degH"^ averi nostri, è vero, era andata in 
fumo; ma avremmo potuto almeno salvare dalle 
grinfe di quel ladro il resto che, se non più 
agiatamente, ci avrebbe certo permesso di vi- 
vere senza bisogni. Fummo due scioperati; non 
ci volemmo dar pensiero di nulla, seguitando, 
da grandi, a vivere come nostra madre, da 
piccoli, ci aveva abituati. 

Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuo- 
la. Un tal 'Pinzone fu il nostro 34Q e precettore. 
Il suo vero nome era Francesco, o Giovanni, 
Del Cinque; ma tutti lo chiamavano Pinzone, 
ed egli ci s'era già tanto abituato che si chiah 
mava Pinzone da sé. 

Era d^iìa' magrezza che incuteva ribrezzo; 
altissimo di statura; e più alto. Dio mio, sa- 
rebbe stato, se il busto, tutt'a un tratto, quasi 
stanco di tallir gracile in su, non gli si fosse 
curvato sotto la nuca, in una discreta gobbet- 



— Iò- 
ta, da cui il collo pareva uscisse penosamente, 
come quel d'un pollo spennato, con un grosso 
nottolino protuberante, che gli andava su e giù. 
Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti 
le labbra, come per mordere, castigare e nascon- 
dere un risolino tagliente, che gli era proprio; 
ma lo sforzo in parte era vano, perchè questo 
risolino, non potendo per le labbra così impri- 
gionate, gli scappava per gli occhi, pm acuto 
e beffardo che mai. 

Molte cose con quegli occhietti egli doveva 
vedere nella nostra casa, che né la mamma né 
noi vedevamo. Non parlava, forse perchè non 
stimava dover suo parlare, o perchè — com'io 
ritengo più probabile — ne godeva in segreto, 
velenosamente. * 

Noi facevamo di lui tutto quello che vole- 
vamo; egli ci lasciava fare; ma poi, come se 
volesse stare in pace con là propria coscienza, 
quando meno ce lo saremmo aspettato, ci tra- 
diva. 

Un giorno, per esempio, la mamma gli ordi- 
nò di condurci in chiesa; era prossima la Pa- 
squa, e dovevamo confessarci. Dopo la confes;- 
sione, una breve visitina alla moglie inferma 
del Malagna, e subito a casa. Figurarsi che di- 
vertimento! Ma, appena in istrada, noi due 
proponemmo a Pinzone una scappatella: gli 
avremmo pagato un buon litro di vino, purché 
lui, invece che in chiesa e dal Malagna, ci 
avesse lasciato andare alla Stia in cerca di 
nidi. Pinzone accettò, felicissimo, stropicciandosi 
le mani, con gli occhi sfavillanti. Bevve; an- 
dammo nel podere; fece il matto con noi per 
circa tre ore, ajutandoci ad arrampicarci su 
gli alberi, arrampicandovisi egli stesso. Ma alla 



— 16 ~ 

sera, di ritorno a casa, appena la mamma gli 
domandò se avevamo fatto la nostra confessio- 
ne e la visita al Malagna: 

— Ecco, le dirò.... — rispose, con la faccia 
^iù tosta del mondo; e le narrò per filo e per 
-segno quanto avevamo fatto. 

Non giovavano a nulla le vendette che di 
questi suoi tradimenti noi ci prendevamo. Ep- 
pure ricordo che non eran da burla. Una sera, 
per esempio, io e Berto, sapendo che egli soleva 
dormire, seduto su la cassapanca, nella saletta 
d'ingresso, in attesa della cena, saltammo fur- 
tivamente dal letto, in cui ci avevano messo 
per castigo prima deirora solita, riuscimmo a 
scovare una canna di stagno, da serviziale, lun- 
ga due palmi, la riempimmo d'acqua saponata 
nella vaschetta del bucato; e, così armati, an- 
dammo .cautamente a lui, gli accostammo la 
canna alle nari — e zifff! — Lo vedemmo bal- 
zare fin sotto al soffitto. 

Quanto con un siffatto precettore dovessimo 
profittar nello studio, non sarà difficile imma- 
ginare. La colpa però non era tutta di Pinzone: 
che egli anzi, pur di farci imparare qualche 
cosa, non badava a tmetodo né a disciplina, e ri- 
correva a mille espedienti per fermare in qual- 
che modo la nostra attenzione. Spesso con me, 
ch'ero di natura molto impressionabile, ci riu- 
sciva. Ma egli aveva una erudizione tutta su^ 
particolare, curiosa e bislacca. Era, per esem- 
pio, dottissimo in bisticci: conosceva la poesia 
fidenziana e la maccaronica, la burchiellesca 
e la leporeambica, e citava allitterazioni e an- 
nominazioni e versi correlativi e incatenati e 
retrogradi di tutti i poeti perdigiorni, e non 
poche rime balzane componeva egli stesso. 



- 17 - 

Ricordo a San Roccliino, un giorno, ci fece 
ripetere alla collina dirimpetto non so più 
quante volte questa sua Eco: 

In cuor di donna quanto dura amore? 

— (Ore). 
Ed ella non mi amò quant'io l'amai? 

— (Mai). 
Or chi sei tu che sì ti lagni meco? 

— (Eco). 

E ci dava a sciogliere tutti gli Enìmmì in 
ottava rima di Giulio Cesare Croce, e quelli in 
sonetti del Moneti e gli altri, pure in sonetti, 
d'un altro scioperatissimo che aveva avuto il 
coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton 
rUticense. Li aveva trascritti con inchiostro 
tabaccoso in un vecchio cartolare dalle pagine 
ingiallite. 

— Udite, udite quest' altro dello Sti^liani. 
Bello! Che sarà? Udite: 

A un tempo stesso io mi son una, e due, 

E fo due ciò ch'era uno primamente. 

Una mi adopra con le cinque sue 

Contra infiniti, che in capo ha la gente. 

Tutta son bocca dalla cinta in sue, 

E più mordo sdentata che con dente. 

Ho due bellichi a contrapposti siti, 

Gli occhi ho ne' piedi, e spesso a gli occhi i diti. 

Mi pare di vederlo ancora, nell'atto di reci- 
tare, spirante delizia da tutto il volto, con gli 
occhi semichiusi, facendo con le dita il chioc- 
ciolino. 

Mia madre era convinta che al bisogno no- 
stro potesse basitare ciò che Pinzone c'insegnava, 
e credeva fors' anche, nel sentirci recitare gli 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 2 



-18- 

enimtni del Croce o dello Stigliarli, che ne 
avessimo già d'avanzo. Non così zia Scolastica, 
la quale — non riuscendo ad appioppare a 
mia madre il suo prediletto Pomino — s'era 
messa a perseguitar Berto e me. Ma noi, forti 
della protezione della mamma, non le davamo 
retta, e lei si stizziva così fieramente che, se 
avesse potuto senza farsi vedere o sentire, ci 
avrebbe certo picchiato fino a levarci la pelle. 
Ricordo che una volta, scappando via al solito 
su le furie, s'imbattè in me per una delle stan- 
ze abbandonate; m'afferrò per il mento, me 
lo strinse forte forte con le dita, dicendomi: — 
Bellino! bellino! bellino! — e accostandomi, 
man mano che diceva, sempre piìi il volto al 
volto, con gli occhi negli occhi, finché poi 
emise una specie di grugnito e mi lasciò, rug- 
gendo tra i denti: 

— Muso di cane! 

Ce l'aveva specialmente con me, che pure 
attendevo agli strampalati insegnamenti di Pin- 
zone senza confronto più di Berto. Ma doveva 
esser la mia faccia placida e stizzosa e quei 
grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto 
per raddrizzarmi un occhio^ il quale, non so 
perchè, tendeva a guardare per conto suo, al- 
trove. 

Erano per me, quegli occhiali, un vero mai- 
lirjo. A un certo punto, li buttai via e lasciai 
libero l'occhio di guardare dove ^li piacesse me- 
glio. Tanto, se dritto, quest'occhio non m'avreb- 
be fatto bello. Ero pieno di salute^ e mi bastava, 

A diciott'anni m'invase la faccia un barbone 
rossastro e ricciuto, a scàpito del naso piutto- 
sto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso 
e la fronte spaziosa e grave. 



~ 19 - 

Forse, se fosse in facoltà deiruomo la scelta 
d'un naso adatto alla propria faccia, o se noi, 
vedendo un pover'uomo oppresso da un naso 
troppo grosso per la sua faccia smunta, potes- 
simo dirgli: — Questo naso sta bene a me, e 
me lo piglio; — forse, dico, io avrei cam- 
biato il mio volentieri, e così anche gli oc- 
chi e tante altre parti della mia persona. Ma 
sapendo bene che non si può, io, rassegnato alle 
mie fattezze, non me ne curavo più che tanto. 

Berto, al contrario, bello di volto e di corpo 
(almeno paragonato con me), non sapeva stac- 
carsi dallo specchio e si lisciava e sì accarez- 
zava e sprecava denari senza fine per le cra- 
vatte più nuove, per i profumi più squisiti e 
per la biancheria e il vestiario. Per fargli di- 
spetto, un giorno, io presi dal suo guardaroba 
una marsina nuova fiammante, un panciotto 
elegantissimo di velluto nero, il gibus, e me ne 
andai a caccia, così parato. 

Batta Malagna, intanto, se ne veniva a pian- 
gere presso mia madre le mal'annate che lo 
costringevano a contrar debiti onerosissimi per 
provvedere alle nostre spese eccessive e ai molti 
lavori di riparazione di cui avevano continua- 
mente bisogno ìe campagne. 

— Abbiamo avuto un^altra bella bussata! — 
diceva ogni volta, entrando. 

La nebbia aveva distrutto sul nascere le oli- 
ve, a Due Riviere; oppure la fillossera i vigneti 
dello Sperone. Bisognava piantare vitigni ame- 
ricani, resistenti al male. E dunque, altri de- 
biti. Poi il consiglio di vendere lo Sperone, 
per liberarsi dagli strozzini, che lo assediavano. 
E così prima fu venduto lo Sperone, poi Due 
Riviere, poi San Rocchino, Restavano le case e 



- 20 — 

il podere della Stia, col molino. Mia madre 
s'aspettava. clLleglL...uii giorno venisse a "dirle 
clilera seccata la sorgiva. 

Noi fummo, è veix>, scioperati, e spendevamo 
senza mism*a; ma e anche vero che im ladro più 
ladro di Batta Malagna non nascerà mai piij 
su la faccia della terra. È il meno che io possa 
dirgli, in considerazione della parentela che 
fui costretto a contrarre con lui. 

Egli ebbe l'arte di non farci mancare mai 
nulla, finché visse mia madre. Ma quell'agia- 
tezza, quella libertà fino al capriccio, di cui ci 
lasciava godere, sei^viva a nascondere Fabisso 
che poi, morta mia madre, ingojò me solo; 
giacché mio fratello ebbe la ventura di oonti-arre 
a tempo un matrimonio vantaggioso. 

Il mio matrimonio, invece.... 

— Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eli- 
gio,..del mio^ matrimonio? 

Arrampicafò'Tar'ST^ la sua scala da lampio- 
najo. don Eligio Pellegrinotto mi risponde: 

— E come no? Sicuro. Pulitamente.... 

— Ma che pulitamente! Voi sapete bene che... 
Don Eligio ride, e tutta là chiesetta vscon- 

sacrata con lui. Poi mi consiglia: 

— S'io fossi in voi, signor Pascal, vorrei 
prima leggermi qualche novella del Boccac- 
cio o del Bandello. Per il tono, per il tono.... 

Ce l'ha col tono, don Eligio. Auff! Io butto 
giù come vien viene. 

Coraggio, dunque; avanti! 



i 4. — Fu così. 

Un giorno, a caccia, mi fermai, stranamente 
'impressionato, innanzi a un pagliajo nano e 
panciuto, che aveva un pentolino in cima a lo 
stollo. 

— Ti conosco, — gli dicevo, — ti conosco.... 
Poi, a un tratto, esclamai: 

— To' ! Batta Malagna. 

Presi un tridente, ch'era lì per terra, e glielo 
infissi nel pancione con tanta voluttà, che il 
pentolino in cima a lo stollo per poco non cad- 
de. Ed ecco Batta Malagna, quando, sudato e 
sbuffante, portava il cappello su le ventitré. 

Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo fac- 
cione, di qua e di là, le sopracciglia e gli oc- 
chi; gli scivolava il naso su i baffi melensi e sul 
uzzo; gli scivolavano dall'attaccatura del collo 
e spalle; gli scivolava il pancione languido, 
norme, quasi fino a terra, peixhè, data l'im- 
ninenza di esso su le gambette tozze, il sarto, 
)er vestirgli queste gambette, era costretto a 
agliargli quanto mai agiati i calzoni; cosicché, 
a lontano, pareva che indossasse invece, bas- 
a bassa, una veste, e che la pancia gli arri- 
asse fino a terra. 

Ora come, con una faccia e con un corpo 
3SÌ fatti, Malagna potesse estser tanto ladro, io 



— 2'^ — 

non so. Anche i ladri, m'immagino, debbono 
avere una certa impostatura, ch'egli mi pare- 
va non avesse. Andava piano, con quella sua 
pancia pendente, sempre con le mani dietro 
la schiena, e tirava fuori con tanta fatica quella 
sua voce molle, miagolante! Mi piacerebbe sa- 
pere com'egli li ragionasse con la sua propria 
coscienza i furti che di continuo perpetrava a 
nostro danno. Non "avendone, come ho detto, 
alcun bisogno, una 'ragione a sé stesso, una 
scusa, doveva pur darla. Forse, io dico, rubava- 
per distrarsi in qualche modo, pover'uomo. 

Doveva essere infatti, entro di sé, tremen- 
damente afflitto da una di quelle mogli che 
si fanno rispettare. 

Aveva commesso l'errore di scegliersi la mo- 
glie d'un paraggio superiore al ^uo, ch'era molto 
basso. Or questa donna, sposata a un uomo di 
condizione pari alla sua, non sarebbe stala forse 
così fastidiósa com'era con lui, a cui natural- 
mente doveva dimostrare, a ogni minima occa- 
sione, ch'ella nasceva bene e che a casa sua 
si faceva così e così. Ed ecco il Malagna, ob- 
bediente, far così e così, come diceva lei — 
— per parere un signore anche lui. Ma gli 
costava tanto! Sudava sempre, sudava. 

Per giunta, la signora Guendalina, poco dopo 
il niatrimonio, si ammalò d'un male di cui non 
potè più guarire, giacché, per guarirne, avreb- 
be dovuto fare un sacrifizio superiore alle sue- 
forze: pri3^:axsi..jÙ£fìÌ£Sl£nxi.-d^^ pasticcini 
^oi^artufi, che le piacevano tanto, e di simili 
altre golerìe, e anche, anzi sopratutto, del vìit 
Non che ne bevesse molto: sfido! nasceva ben; 
ma non avrebbe dovuto berne neppure un dito, 
•eco. 



~ 23 - 

Io e Berto, giovinetti, eravamo qualche volta 
invitati a pranzo dal Malagna. Era uno spasso 
sentirgli fare, coi dovuti riguardi, una predica 
alla moglie su la continenza, mentre lui man- 
giava, divorava con tanta voluttà i cibi più suc- 
culenti : 

— Non ammetto, — diceva, — che per il 
momentaneo piacere che prova la gola al pas- 
saggio d'un boccone, per esempio, come questo 
— (e giù il boccone) — si debba poi star male 
un'intera giornata. Che sugo c'è? Io son certo 
che me ne sentirei, dopo, profondamente av- 
vilito. Rosina! — (chiamava la serva) — Dam- 
mene ancora un po'. Buona, questa salsa majo- 
nese ! 

— Majalese! — scattava allora la moglie in- 
viperita. — Basta così! Guarda, il Signore do- 
vrebbe farti provare che cosa vuol dire star 
male di stomaco. Impareresti ad aver conside- 
razione per tua moglie. 

— Come, Guendalina! Non ne ho^ — escla- 
mava Malagna, mentre si versava un po' di 
vino. 

La moglie, per tutta risposta, si levava da 
sedere^^ gli toglieva dalle mani il bicchiere e 
andava a buttare il vino dalla finestra. 

— E perchè? — gemeva quello, restando. 
E la moglie: 

— Perchè per me è veleno! Me ne vedi ver- 
sare un dito nel bicchiere? Toglimelo, e va' a 
bruttarlo dalla finestra, come ho fatto io, ca- 
pisci? 

Malagna guardava, mortificato, sorridente, un 
po' Berto, un po' me, un po' la finestra, un 
po' il bicchiere; poi diceva: 

^— Oh Dio, e che sei forse una bambina? 



— 24 — 

Io, con la violenza? Ma no, cara: tu, da te, 
con la ragione, dovresti importelo il freno.... 

— E come? ~ gridava la moglie. — Con la 
tentazione sotto gli occhi? vedendo te che ne 
bevi tanto e te l'assapori fe te lo guardi contro- 
lume, per farmi dispetto? Va' là, ti dico! Se 
fossi un altro marito, per non farmi soffrire.... 

Ebbene, Malagna arrivò fino a questo: non 
bevve più vino, per dare esempio di continenza 
alla moglie, e per non farla soffrire. 

Poi — rubava.... Eh sfido! Qualche còsa bi- 
sognava pur che facesse. 

Se non che, poco dopo, venne a sapere che 
la signora Guendalina se lo beveva di nascosto, 
lei, il vino. Come se, per non farle male, potes- 
se bastare che il marito non se ne accorgesse. 
E allora anche lui, Malagna, riprese a bere, 
ma fuor di casa, per non mortificare la moglie. 

Seguitò tuttavia a rubare, è vero. Ma io so 
ch'egli desiderava con tutto il cuoi'e dalla mo- 
glie un certo compenso alle afflizioni senza fine 
che gli procurava; desiderava cioè che ella un 
bel giorno si fosse risoluta a mettergli al mondo 
un figliuolo. Ecco! Il furto allora avrebbe avuto 
uno scopo, una scusa. Che non si fa per il 
bene dei figliuoli? 

La moglie però deperiva di giorno in giorno, 
e Malagna non osava neppure di esprimerle 
questo suo ardentissimo desiderio. Forse ella 
era anche sterile, di natura. Bisognava aver 
tanti riguardi per quel suo male. Che se poi 
fosse morta di parto. Dio liberi?... E poi c'era 
anche il rischio che non portasse a compimento 
il figliuolo. 

Così si rassegnava. 

Era sincero? Non lo dimostrò abbastanza 



- 25 — 

alla morte della signora Guendalina. La pianse, 
oh la pianse molto, e sempre la ricordò con 
una devozione così rispettosa che, al posto di 
lei, non volle più mettere un'altra signora — 
che! che! — e lo avrebbe potuto, bene, ricco 
come già s'era fatto; ma prese la figlia d'un 
fattore di campagna, sana, florida, robusta e 
allegra; e così unicamente perchè non potesse 
esser dubbio che ne avrebbe avuto la prole de- 
siderata. Se si affrettò un po' troppo, via.... bi- 
sogna pur considerare che non era più un 
giovanotto e tempo da perdere non ne aveva. 



Oliva, figlia di Pietro Salvoni, nostro fattore 
a Due Riviere^ io la conoscevo belle, da ragazza. 

Per cagion sua, quante speranze non feci 
concepire alla mamma: ch'io stèssi cioè per 
metter senno e prender gusto alla campagna. 
Non capiva più nei panni, dalla consolazione, 
poveretta! Ma un giorno la terribile zia Scola- 
stica le aprì (gli locciii : 

~ E non vedi, sciocca, che va sempre a 
Due Riviere? 

— Sì, per il raccolto delle olive. 

— D'un'oliva, d'un'oliva, d'un'oliva sola, bie- 
tolona ! 

La mamma allora mi fece una ì'anianzina 
coi fiocchi: che mi guardassi bene dal com- 
mettere il peccato mortale d'indurre in tenta- 
zione e^di perdere per sempre una povera ra- 
gazza, ecc., ecc. 

Ma non c'era pericolo. Oliva era onesta, di 
un'onestà incrollabile, perchè radicata nella co- 



- 26 - 

scienza del male che si sai'ebbe fatto, cedendo. 
Questa coscienza appunto le toglieva tutte quelle 
insulse timidezze de' finti pudori, e la rendeva 
ardita e sciolta. 

Come rideva! Due ciriege, le labbra. E che 
denti! 

Ma, da quelle labbra, neppm'e un bacio; dai 
denti, sì, qualche morso, per castigo, quand'io 
la afferravo per le braccia e non volevo lasciarla 
se prima non le allungavo un bacio almeno su 
i capelli. 

Nient'altro. 

Ora, così bella, cosi giovane e fresca, moglie 
di Batta Malagna.... Mah! chi ha il coraggio 
di voltar le spalle a certe fortune? Eppure 
Oliva sapeva bene come il Malagna fosse di- 
ventato ricco! Me ne diceva tanto male, un gior- 
no; poi, per questa ricchezza appunto, lo sposò. 

Passa intanto un anno dalle nozze; ne pas- 
sano due; e niente figliuoli. 

Malagna, entrato da tanto tempo nella con- 
vinzione che non ne aveva avuti dalla prima 
moglie solo per la sterilità o per la infermità 
continua di questa, non concepiva ora nejppur 
lontanamente il sospetto che potesse dipender 
da lui. E cominciò a mostrare il broncio a 
Oliva. 

— Niente? 

— Niente. 

^spettò ancora un anno, il terzo: invano. 
Allora prese a rimbrottarla apertamente; e in 
fine, dopo. un altro anno, ormai disperando per 
sempre, al colmo dell'esasperazione, si mise 
a malmenarla senza alcun ritegno, gridandole 
in faccia che con quella apparente floridezza 
ella lo aveva ingannato, ingannato, inganna- 



— 27 — 

to; che soltanto per aver da lei un figliuolo 
egli l'aveva innalzata fino a quel posto, già 
tenuto da una signora, da una vera signora, alla 
cui memoria, se non fosse stato per .questo, 
non avrebbe fatto mai un tal torto. 

La povera Oliva non rispondeva, non sapeva 
che dire; veniva spesso a casa nostra per sfo- 
garsi con mia madre, che la confortava con 
buone parole a sperare ancora, poiché infine 
era giovine, tanto giovine: 

— Ventanni? 

— Yentidue.... 

E dunque, via! S'era dato più d'un caso 
d'aver figliuoli anche dopo dieci, anche dopo 
quindici anni dal giorno delle nozze. Quindici? 
Ma, e lui? Lui era già vecchio; e se.... 

A Oliva era nato fin dal primo anno il 
sospetto, che, via, tra lui e lei — come dire? — 
la mancanza potesse più esser di lui che sua, 
non ostante che egli si ostinasse a dir di no. 
Ma se ne poteva far la prova? Oliva, sposando, 
aveva giurato a se stessa di mantenersi onesta, e 
non joleva, neanche per riacquistar la pace, 
venir meno al giuramento. 

Come le so io queste cose? Oh bella, come 
le sol... Ho pur detto che ella veniva a sfo- 
garsi a casa nostra; ho detto che la conoscevo 
da ragazza; ora la vedevo piangeì*e per l'in- 
degno modo 4'agire e la stupida e provocante 
presunzione di quel laido vecchiaccio, e.... deb- 
bo proprio dir tutto? Del resto, fu no; e dun- 
que basta. 

Me ne consolai presto. Avevo allora, o cre- 
devo d'avere (ch'è lo stesso) tante cose per il 
capo. Aveyo anche quattrini, che — oltre al re- 
sto — forniscono pure certe idee, le quali senza 



— 28 - 

di essi non si avrebbero. Mi ajutava però ma- 
ledettamente a spenderli Gerolamo II Pomino, 
che non ne era mai pro\^isto a suffitìenza, per 
la saggia parsimonia paterna. 

Mino era come Toml^ra nostra; a tm'no, mia 
e di Berto; e cangiava con meravigliosa facoltà 
scimmiesca, secondo che praticava con Berto 
o con me. Quando ^'appiccicava a Berto, di- 
ventava subito un damerino; e il padre allora, 
che aveva anche lui velleità d'eleganza, apriva 
un po' la bocca al sacchetto. Ma con Berto 
ci durava poco. Nel vedersi imitato finanche, 
nel modo di camminare, mio fratello perdeva 
subito la pazienza, forse per paura del ridi- 
colo, e lo bisti^attava fino a cavarselo di torno. 
Mino allora tornava ad appiccicarsi a me; e 
il padre a stringer la bocca al sacchetto. 

Io avevo con lui più pazienza, perchè volen- 
tieri pigliavo a godermelo. Poi me ne pentivo. 
Riconoscevo d'aver exceduto per causa sua in 
qualche impresa, o sforzato la mia natura o 
esagerato la dimostrazione de' miei sentimenti 
per il gusto di stordirlo o di cacciarlo in qual- 
che impiccio, di cui naturalmente soffrivo an- 
ch'io le conseguenze. 

Ora Mino, un giorno, a caccia, a proposito 
del Malagna, di cui gli avevo raccontato le pro- 
dezze con la moglie, mi disse che aveva adoc- 
chiato una ragazza, figlia d'una cugina del Ma- 
lagna appunto, per la quale avrebbe commesso 
volentieri qualche grossa bestialità. Ne era ca- 
pace; tanto più che la ragazza non pareva re- 
stìa; ma egli non aveva avuto modo finora nep- 
pur di parlarle. 

— Non ne avrai avuto il coraggio, va' là! — 
dissi io, ridendo. 



- 29 *- 

Mino negò; ma arrossì troppo, negando. 

— Ho parlato però con la serva, — s'affrettò 
a soggiungermi. — 'E n'ho saputo di belle, sai? 
M'ha detto che il tuo Malanno lo han lì sempre 
per casa, e che, così all'aria, le sembra che 
mediti qualche brutto tiro, d'accordo con la 
cugina, che è una vecchia sti'ega. 

— Che tiro? 

— Mah, dice che va lì a piangere la sua 
sciagura, di non aver figliuoli. La vecchia, dura, 
arcigna, gli risponde che gli sta bene. Pare che 
essa, alla rhorte della prima moglie del Malagna, 
si fosse messo in capo di fargli sposare la 
propria figliuola e si fosse adoperata in tutti 
i modi per riuscirvi; che poi, rimasta delusa, 
n'abbia detto di tutti i colori all'indirizzo di 
quel bestione, nemico dei parenti, tr'aditore del 
proprio sangue, ecc., ecc., e che se la sia 
presa anche con la .figliuola che non aveva sa- 
puto attirare a se. lo zio. Ora, infine, che il vec- 
chio ^i dimostra tanto pentito di non aver fatto 
lieta la nipote, chi sa quaFaltra perfida idea 
quella strega può aver concepito. 

Mi turai gli oreccni con le mani, gridando 
a Mino: 

— Sta' zitto! 

Apparentemente, no; ma in fondo ero pur 
tanto ingenuo, in quel tempo. Tuttavia — aven- 
do notizia delle scene ch'erano avvenute e av- 
venivano in casa Malagna — pensai che il 
sospetto Idi iquella sarva potesse in qualche anodo 
esser fondato; e volli tentare, per il bene d'Oli- 
va, se mi fosse riuscito d'appurare qualche 
cosa. Mi feci dare da Mino il recapito di quel- 
la strega. Mino mi si raccomandò per la ra- 
gazza. 



- 30 - 

^ Non dubitare, — gli risposi. — La lascio 
a te, che diamine! 

E il giorno dopo, con la scusa d'una cambiale, 
di cui per combinazione quella mattina stessa 
avevo saputo dalla rtiamma la scadenza in gior- 
nata, andai a scovar Malagna in casa della 
vedova Pescatore. 

Avevo corso apposta, e mi precipitai dentro 
tutto accaldato e in sudore. 

— Malagna, la cambiale! 

Se già non avessi saputo elisegli .non aveva la 
coscienza pulita, me ne sarei accorto senza 
dubbio quel giorno vedendolo balzare in piedi 
pallido, scontraffatto, balbettando: 

— Che.... che cam..., che cambiale? 

— La cambiale così e così, che scade oggi.... 
Mi manda la mamma, che n'è tanto impensie- 
rita: 

Batta Malagna cadde a sedere, esalando in 
un ah interminabile tutto lo spavento che per 
un istante lo aveva oppresso. 

— Ma fatto!... tutto fatto!... Per bacco, che 
soprassalto.... L'ho rinnovata, eh? a tre mesi, 
pagando i frutti, s'intende. Ti sei davvero fatta 
codesta corsa per così poco? 

E rise, rise, facendo sobbalzare il pancione; 
m'invitò a sedere; mi presentò alle donne. 

— Mattia Pascal. Marianna Dondì, vedova 
Pescatore, mia cugina. Romilda, mia nipote. 

Volle che, per rassettarmi dalla corsa, be- 
vessi qualcosa. 

— Romilda, se non ti dispiace.... 
Come se fosse a casa sua. 

Romilda si alzò, guardando la madre, per 
consigliarsi con gli occhi di lei, e ix)co dopo, 
non ostanti le mie proteste, tornò con un pie- 



— 31 — 

colo vassojo su cui era un bicchiere e una bot- 
tiglia di vermouth. 'Subito, a quella vista, la 
madre si alzò indispettita, dicendo alla figlia: 

— Ma no! ma no! Da' qua! 

Le tolse il vassojo dalle mani e uscì per 
rientrare poco dopo con un altro vassojo di 
lacca, nuovo fiammante, che reggeva una ma- 
gnifica rosoliera: un elefante inargentato, con 
una botte di vetro sul groppone,, e tanti bic- 
chierini appesi tutt'intorno, che tintinnivano. 

Avrei preferito il vermouth. Bevvi il rosolio. 
Ne bevvero anche il Malagna e la madre. Ro- 
milda, no. 

Mi trattenni poco, quella prima volta, per 
avere una scusa a tornare: dissi che mi pre- 
meva di rassicurar la mamma intorno a quella 
cambiale, e che sarei venuto di lì a qualche 
giorno a goder con più agio della compagnia 
delle signore. 

Non mi parve, dall'aria con cui mi salutò, 
che Marianna Dondi, vedova Pescatore, acco- 
gliesse con molto piacere Tannunzio d'una mia 
seconda visita: mi porse appena la mano: geli- 
da mano, secca, nodosa, gialliccia; e abbassò 
gli occhi e strinse le labbra. Mi compensò la 
figlia con un simpatico sorriso che prometteva 
cordiale accoglienza, e con uno sguardo, dolce e 
mesto a un tempo, di quegli occhi che mi fecero 
fin dal primo vederla una cosi forte impres- 
sione: occhi d'uno strano color verde, cupi, 
intensi, ombreggiati da lunghissime ciglia; oc- 
chi notturni, tra due bande di capelli neri 
come Tebano, ondulati, che le scendevano su 
la fronte e su le tempie, quasi a far meglio 
risaltare la viva bianchezza de la pelle. 

La caisa era modesta; ma già tra i vecchi 



- 32 - 

mobili si notavano parecchi nuovi venuti, pre- 
tensiosi e goffi nell'ostentazione della loro no- 
vità tix)ppo appariscente: due grandi lumi di 
majolica, per esempio, ancora intatti, dai globi 
di vetro smerigliato, di s tisana foggia, su un'u- 
milissima mensola dal piano di marmo ingial- 
lito, che reggeva uno specchio tetro in una 
cornice tonda, qua e là scrostata, la quale pa- 
reva si aprisse nella stanza come uno sbadiglio 
d'affamato. C'era poi, davanti al divanuccio 
sgangherato, un taYolinelto con le quattro zam- 
pe dorate e il piano di porcellana dipinto di 
vivacissimi colori; poi uno stipetto a muro, di 
lacca giapponese, ecc., ecc., e su questi oggetti 
nuovi gii occhi di Malagna si fermavano con 
evidente compiacenza, come già su la rosoliera 
recata in trionfo dalla cugina vedova Pescai ore. 

Le pareti della stanza eran quasi tutte tap- 
pezzate di vecchie e non brutte stampe, di cui 
il Malagna volle farmi ammirare qualcuna, di- 
cendomi ch'erano opera di Francesco Antonio 
Pescatore, suo cugino, valentissimo incisore 
(morto pazzo, a Torino, — aggiunse piano), 
del quale volle anche mostrai'mi il ritratto. 

— Eseguito con le proprie mani, da sé, da- 
vanti allo specchio. 

Ora io, guardando Romilda e poi la madre, 
avevo poc'anzi pensato: — Somiglierà al pa- 
dre! — Adesso, di fronte al ritratto di questo, 
non sapevo più che pensare. 

Non voglio arrischiare supposizioni oltrag- 
giose. Stimo, è vero, Marianna Dondi, vedova 
Pescatore, capace di tutto; ma come immaginare 
un uomo, e per giunta bello, capace d'essersi 
innamorato di lei? Tranne che non fosse stato 
un pazzo più pazzo del marito. 



— 33 - 

Riferii a Mino le Impressioni di quella pri- 
ma visita. Gli parlai di Romilda con tal calore 
d'ammirazione, ch'egli subito se ne accese, fe- 
licissimo che anche a me fosse tanto piaciuta 
e d'aver la mia approvazione. 

Io allora gli domandai che intenzioni avesse: 
la madre, sì, aveva tutta l'aria d'essere una 
strega; ma la figliuola, ci avrei giurato, era 
onesta. Nessun dubbio su le . mire odiose del 
Malagna; bisognava dunque, a ogni costo, al più 
presto, salvare la ragazza. 

— E come? — mi domandò Pomino, che 
pendeva affascinato dalle mie labbra. 

— Come? Vedremo. Bisognerà prima di tutto 
accertarsi di tante cose; andare in fondo; stu- 
diar bene. Capirai, non si può mica prendere 
una risoluzione così su due piedi. Lascia fare 
a me: t'ajuterò. Codesta avventura mi piace. 

— Eh.... ma.... — 'obbiettò allora Pomino, 
timidamente, cominciando a sentirsi su le spine 
nel vedermi così infatuato. — Tu diresti forse.... 
sposarla? 

— Non dico nulla, io, per adesso. Hai paura, 
forse? 

— No, perchè? 

— Ti vedo correre troppo. Piano piano, e 
rifletti. Se veniamo a conoscere ch'ella è dav- 
vero come dovrebbe essere: buona, saggia, vir- 
tuosa (bella è, non c'è dubbio, e ti piace, è 
vero?) — oh! poniamo ora che veramente ella 
sia esposta, per la nequizia della madre e di 
quell'altra canaglia, a un pericolo gravissimo, 
a uno scempio, a un mercato infame: proveresti 
tu ritegno innanzi a un atto meritorio, a un'o- 
pera santa, di salvazione? 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 9 



— 34 - 

— Io no.... no! — fece Pomino. — Ma.... 
mio padre? 

— S'opporrebbe? Per qual ragione? Per la 
dote, è vero? Non per altro! Perchè ella, sai? 
è figlia d'un artista, d'un valentissimo incisoj\ , 
morto.... sì, morto bene, insomma, a Torino.... 
Ma tuo padre è ricco, e non ha che te solo: ti 
può dunque contentare, senza badoxe alla dote! 
Che se poi, con le buone, non riesci a vincerlo, 
niente paura: un bel volo dal nido, e s'aggiusta 
ogni cosa. Pomino, hai il cuore di stoppa? 

Pomino rise, e io allora gli dimostrai quat- 
tro e quattr'otto ch'egli era nato marito, come 
si nasce poeta. Gli descrissi a vivi colori, sedu- 
centissimi, la felicità della vita conjugale con 
la sua Romilda; l'affetto, le cure, la gratitudine 
ch'ella avrebbe avuto per lui, suo salvatore. 
E, per concludere: 

— Tu ora, — gli dissi, — devi trovare il modo 
e la maniera di farti notare da lei e di parlarle 
o di scriverle. Vedi, in questo momento, forse, 
una tua lettera potrebbe essere per lei, asse- 
diata da quel ragno, un'ancora di salvezza. Io 
intanto frequenterò la casa; starò a vedere; 
cercherò di cogliere l'occasione di presentarti. 
Siamo intesi? 

— Intesi. 

Perchè mostravo tanta smania di maritar 
Romilda? — Per niente. Ripeto: per il gusto di 
stordire Pomino. Parlavo e parlavo , e tutte 
le difficoltà sparivano. Ero impetuoso, e pren- 
devo tutto alla leggera. Forse per questo, al- 
lora, le donne mi amavano, non ostante quel 
mio occhio un po' sbalestrato e il mio corpo 
da pezzo da catasta. Questa, volta, però, — 
debbo dirlo — la mia foga proveniva anche dal 



desiderio di sfondare la trista ragna ordita da 
quel laido vecchio, e farlo restare con un palmo 
di naso; dal pensiero della povera Oliva; e 
anche — perchè no? — dalla speranza di fare 
un bene a quella ragazza che veramente mi 
aveva fatto una grande impressione. 

Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa 
timidezza le mie prescrizioni? che colpa ho io 
se Romilda, invece d'innamorarsi di Pomino, 
s'innamorò di me, che pur le parlavo sempre 
di lui? che colpa, infine, se la perfidia di 
Marianna Dondi, vedova Pescatore, giunse l'ino 
a farmi credere ch'io con la mia arte, in poco 
tempo, fossi riuscito a vincere la diffidenza di 
lei e a fare anche un miracolo: quello di farla 
ridere più d'una volta, con le mie uscite bal- 
zane? Le vidi a poco a poco ceder le armi; mi 
vidi accolto bene; pensai che, con un giovanotto 
lì per casa, ricco (io mi credevo ancora ricco) 
e che dava non dubbii segni d'essersi inna- 
morato della figlia, ella avesse finalmente smes- 
so la sua iniqua idea, se pure le fosse mai 
passata per il capo. Ecco: ero giunto finanche 
a dubitarne! 

Avrei dovuto, è vero, badare al fatto che non 
m'era più avvenuto d'incontrarmi col Malagna 
in casa di lei, e che poteva non esser senza ra- 
gione ch'ella mi ricevesse soltanto di mattina. 
Ma chi ci badava? Era, del resto, naturale, poi- 
ché io ogni volta, per avere maggior libertà, 
proponevo gite in campagna, che si fanno più 
volentieri di mattina. Mi ero poi innamorato 
anch'io di Romilda, pur seguitando sempre a 
parlarle dell'amore di Pomino; innamorate^ 
come un matto di quegli occhi belli, di quel 
nasino, di quella bocca, di tutto, finanche d'un 



— 30 - 

piccolo porro ch'ella aveva sulla nuca, ma fi- 
nanche d'una cicatrice quasi invisibile in una 
mano, che le baciavo e le baciavo e le baciavo.... 
per conto di Pomino, perdutamente. 

Eppure, forse, non sarebbe accaduto nulla di 
grave, se una mattina Romilda (eravamo alla 
Stia e avevamo lasciato la madre ad ammirare 
j il molino), tutt'a un tratto, smettendo lo scherzo 
troppo ormai prolungato sul suo timido amanle 
lontano, non avesse avuto un'improvvisa convul- 
sione di pianto e non m'avesse buttato le brac- 
cia al collo, scongiurandomi tutta tremante che 
avessi pietà di lei; me la togliessi comunque, 
purché via lontano, lontano dalla sua casa, lon- 
tano da quella sua madraccia, da tutti, subito, 
subito, subito.... 

Lontano? Come potevo così subito condurla 
via, lontano? 

Dopo, sì, per parecchi giorni, ancora ebbro 
di lei, cercai il modo, risoluto a tutto, ones la- 
mente. E già cominciavo a predisporre mia ma- 
dre alla notizia del mio prossimo matrimonio, 
ormai inevitabile, per debito di coscienza, quan- 
do, senza saper perchè, mi' vidi arrivare una 
lettera secca secca di Romilda, che mi diceva 
di non occuparmi piìi di lei in alcun modo e 
di non recarmi mai più in casa sua, consideran- 
do come finita per sempre la nostra relazione. 

Ah sì? E come? Che era avvenuto? 

Lo stesso giorno Oliva corse piangendo in 
casa nostra ad annunziare alla mamma ch'ella 
era la donna pili infelice di questo mondo, che la 
pace della sua casa era per sempre distrutta. 
Il suo uomo era riuscito a far la prova che non 
mancava per. lui aver figliuoli; era venuto ad 
annunziai'glielo, Irionrante. 



Ero presente a questa scena. Come abbia 
fatto a frenarmi lì per lì, non so. Mi trattenne 
il rispetto per la mamma. Soffocato dall'ira, 
dalla nausea, scappai a chiudermi /in camera, 
e solo, con le mani tra i capelli, • cominciai 
a domandarmi come mai Romilda, dopo quanto 
era avvenuto fra noi, si fosse potuta prestare 
a tanta ignominia! Ah, degna figlia della ma- 
dre! Non il vecchio soltanto avevano entram- 
be vilissimamente ingannato, ma anche me, an- 
che me! E, come la madre, anche lei dunque 
si era servita di me, vituperosamente, per il 
suo fine infame, per la sua ladra voglia! E 
quella povera Oliva, intanto! Rovinata, rovi- 
nata.... 

Prima di sera uscii, ancor tutto fremente, 
diretto alla casa d'Oliva. Avevo con me, in 
tasca, la lettera di Romilda. 

Oliva, in lagrime, raocogheva le sue robe: 
voleva tornare dal suo baJjbo, a cui finora, per 
prudenza, non aveva fatto neppure un cenno di 
quanto le era toccato a soffrire. 

— Ma, ormai, che sto più a farci? — mi 
disse. — È finita! Se si fosse almeno messo con 
qualche altra,^ forse.... 

— Ah tu sai dunque, — le domandai, — 
con chi s'è messo? 

Chinò più volte il capo, tra i singhiozzi, e 
si nascose la faccia tra le mani. 

— Una ragazza! — esclamò poi, levando le 
braccia. — E la madre! la madre! la madre! 
D'accordo, capisci? La propria madre! 

— Lo dici a me? — feci io. — Tieni: leggi. 
E le porsi la lettera. 

Oliva la guardò, come stordita; la prese e 
mi domandò: 



- 38 - 

— Che vuol dire? 

Sapeva leggere appena. Con lo sguai'do mi 
chiese se fosse proprio necessario ch'ella faces- 
se quello sforzo, in quel momento. 

— Leggi, — insisLetti io. 

E allora ella si asciugò gli occhi, spiegò 
il foglio e si mise a interpretar la scrittura, 
pian piano, sillabando. Dopo le prime parole, 
corse con gli occhi alla firma, e mi guardò, 
sgranando gli occhi: 

— Tu? 

-- Da' qua, — le dissi, — te la leggo io, 
per intero. 

Ma ella si strinse la carta contro il seno: 

— No! — gridò. — Non te la do più! Que- 
sta ora mi serve! 

— E a che potrebbe servirti? — le doman- 
dai, sorridendo amaramente. — Vorresti mo- 
strargliela? Ma in tutta codesta lettera non c'è 
una parola per cui tuo' marito potrebbe non 
credere più a ciò che egli invece è felicissimo 
di credere. Te l'hanno accalappiato bene, va' là ! 

— Ah, è vero! è vero! — gemette Oliva. 
— Mi è venuto con le mani in faccia, gri- 
dandomi che mi fossi guardata bene dal mettere 
in dubbio l'onorabilità di sua nipote! 

— E dunque? — dissi io, ridendo acre. — 
Vedi? Tu non puoi più ottener nulla negan- 
do. Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli 
di sì, che è vero, verissimo ch'egli può aver fi- 
gliuoli.... comprendi? 



— 30 



Ora perchè mai, circa un mese dopo, Mala- 
gna picchiò, furibondo, la moglie, e, con la 
schiuma ancora alla bocca, si precipitò in casa 
mia, gridando che esigeva subito una riparazio- 
ne perchè io gli avevo disonorata, rovinata una 
nipote, una povera orfana? Soggiunse che, per 
non fare uno scandalo, egli avrebbe voluto ta- 
cere. Per pietà di quella poveretta, non aven- 
do egli figliuoli, aveva anzi risoluto di tenersi 
quella creatura, quando sarebbe nata, come sua. 
Ma ora che Dio finalmente gli aveva voluto 
dare la consolazione d'avere un figliuolo legit- 
timo, lui, dalla propria moglie, non poteva, 
non poteva più, in coscienza, fare anche da 
padre a quelPalti'o che sarebbe nato da sua 
nipote. 

— Mattia provveda! Mattia ripari! — con- 
cluse, congestionato dal furore. — E subito! Mi 
si obbedisca subito! E non mi si costringa a 
dire^ di più, o a fare qualche sproposito! 

Ragioniamo un po', arrivati a questo punto. 
Io n'ho viste di tutti i colori. Passare anche 
per imbecille o per.... peggio, non sarebbe, in 
fondo, per me, un gran guajo. -Già — ripeto 
— són come fuori della vita, e non m'importa 
più di nulla. Se dunque, airrivato a questo 
punto, voglio ragionare, è soltanto per la lo- 
gica. 

Mi sembra evidente che Romilda non ha 
dovuto far nulla di male, almeno per indurre 
in inganno lo zio. Altrimenti, perchè Malagna 



- 40 - 

avrebbe sùbito a suon di busse rinfacciato alla 
moglie il tradimento e incolpato me presso 
mia madre d'aver recato oltraggio alla nipote? 

Romilda infatti sostiene che, poco dopo quella 
nostra gita alla Stia, sua madre, avendo ricevuto 
da lei la confessione dell'amore che ormai la 
legava a me indissolubilmente, montata su tutte 
le furie, le aveva gridato in faccia che mai e 
poi mai avrebbe acconsentito a farle sposare 
uno scioperato, già quasi all'orlo del precipizio. 
Ora, poiché da se, ella, aveva recato a se stessa 
il peggior male che a una fanciulla possa oc- 
correre, non restava più a lei, madre previ- 
dente, che di trarre da questo male il miglior 
partito. Quale fosse, era facile intendere. Ve- 
nuto, all'ora solita, il Malagna, ella andò via, 
con una scusa, e la lasciò sola con lo zio. E 
allora, lei, Romilda, piangendo — dice — a 
calde lagrime, si gittò ai piedi di lui, gli fece 
intendere la sua sciagura e ciò che la madre 
avrebbe preteso da lei; lo pregò d'interporsi^, 
d'induiTe la madre a più onesti consigli, poiché 
ella era già d'un altro, a cui voleva serbarsi 
fedele. 

Malagna s'intenerì — ma fino a un certo 
segno. Le disse che ella era ancor minorenne, 
e perciò sotto la potestà della madre, la quale, 
volendo, avrebbe potuto dnche agire contro di 
me, giudiziariamente; che anche lui, in co- 
scienza, non avrebbe saputo approvare un ma- 
trimonio con un discolo della mia forza, sciu- 
pone e senza cervello, e che non avrebl)e po- 
tuto perciò consigliarlo alla madre; le disse che 
al giusto e naturale sdegno materno bisognava 
che lei sacrificasse pure qualche cosa, che sa- 
rebbe poi stata, del resto, la sua fortuna; e 



— 41 — 

concluse che egli non avrebbe potuto infine far 
altro che provvedere — a patto però che si 
fosse serbato con tutti il massimo segreto -— 
provvedere al nascituro, fargli da padre, ecco, 
giacché egli non aveva figliuoli e ne desiderava 
tanto e da tanto tempo uno. 

Si può essere — domando io — più onesti 
di così? 

Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al 
padre egli lo avrebbe rimesso al figliuolo na- 
scituro. 

Che colpa ha lui, se io, — poi, — ingrato 
e sconoscente, andai a guastargli le uova nel 
paniere? 

Due, no! eh, due, no, perbacco! 

Gli parvero troppi, forse perchè avendo già 
Roberto, com'ho detto, contratto un matrimo- 
nio vantaggioso, stimò che non lo avesse dan- 
neggiato tanto, da dover rendere anche per lui. 

In conclusione, si vede che — capitato in 
mezzo a così brava gente — tutto il male lo 
avevo fatto io. E dovevo dunque scontarlo. "^ 

Mi ricusai dapprima, sdegnosamente. Poi, per 
le preghiere di mia madre, che già vedeva la 
rovina della nostra casa e sperava ch'io potessi 
in qualche modo salvarmi, sposando la nipote 
di quel suo nemico, cedetti e sposai. 

Mi pendeva, tremenda, sul capo l'ira di Ma* 
rianna Dondi, vedova Pescatore, 



i 5. — Maturacicne. 

La strega non si sapeva capacitare. 

— Che hai concluso? — mi domandava. — 
Non t'era bastato, di', esserti introdotto in casa 
mia come un ladro per insidiarmi la figliuola e 
rovinarmela? Non t'era bastato? 

— Eh no, cara suocera! — le rispondevo. 
—■ Perchè, se mi fossi arrestato lì, vi avrei fatto 
un piacere, reso un servizio.... 

— Lo senti? — strillava allora alla figUa. 
— Si vanta, osa vantarsi per giunta de la bella 
prodezza che è andato a commettere con quel- 
la.... — e qui una filza di laide parole all'in- 
dirizzo di Oliva; poi, arrovesciando le mani su 
i fianchi, appuntando le gomita davanti: — 
Ma che hai concluso? Non hai rovinato anche 
tuo figlio, così? Ma già, a lui, che glien'imporla? 
È suo anche quello, è suo 

Non mancava mai di schizzare in fine que- 
sto veleno, sapendo la virtù ch'esso aveva sul- 
l'animo di Romilda, gelosa di quel figlio che 
sarebbe nato a Oliva, tra gli agi e in letizia; 
mentre il suo, nell'angustia, nell'incertezza del 
domani, e fra tutta quella guerra. Le facevano 
crescei'e questa gelosia anche le notizie che 
qualche buona donna^ fingendo di non saper 
nulla, veniva a recarle della zia Malagna, ch'era 
così contenta, così felice della grazia che Dio 



-_ 43 ' 

finalmente aveva voluto concederle: ah, si era 
fatta un fiore; non era stata mai così bella 
e prosperosa! 

E lei, intanto, ecco: buttata lì su una pol- 
trona, trivoltata da continue nausee; pallida, di- 
sfatta, imbruttita, senza più un momento di 
bene, senza più voglia neanche di parlare o 
d'aprir gli occhi. 

Colpa mia anche questa? Pareva di sì. Non 
mi poteva più nò vedere né sentire. E fu peg- 
gio, quando per salvare il podere della Stia, 
col molino, si dovettero vendere le case, e la 
povera mamma fu costretta a entrar nell'infer- 
no di casa mia. 

Già, quella vendita non giovò a nulla. Il 
Malagna, con quel figlio nascituro, che lo abi- 
litava ormai a non aver più né ritegno né 
scrupolo, fece l'ultima: si mise d'accordo con 
gli strozzini, e comprò lui, senza figurare, le 
case, per pochi bajocchi. I debiti che gravavano 
su la Stia restarono così per la maggior parte 
scoperti; e il potere insieme col molino fu 
messo dai creditori sotto amministrazione giu- 
diziaria. E fummo liquidati. 

Che fare ormai? Mi misi, ma quasi senza 
speranza, in cerca di un'occupazione qual si 
fosse, per provvedere ai bisogni più "urgenti 
della famiglia. Ero inetto a tutto; e la fama che 
m'ero fatta con le mie imprese giovanili e 
con la mia scioperataggine non invogliava certo 
alcuno a darmi da lavorare. Le scene poi, a 
cui giornalmente mi toccava d'assistere e di 
prender parte in casa mia, mi toglievano quella 
calma che mi abbisognava per raccogliermi un 
po' a considerare ciò che avrei potuto e saputo 
fare. 



- 44 - 

Mi cagionava un vero e proprio ribrezzo 
il veder mia madre, là, in contatto con la ve- 
dova Pescatore. La santa vecchietta mia, non 
più ignara, mia a gli occhi miei ii'responsabile 
de' suoi torti, dipesi dal non aver saputo cre- 
dere fino a tanto alla nequizia degli uomini, 
se ne stava tutta ristretta in sé, con le mani 
in grembo, gli occhi bassi, seduta in un cantuc- 
cio, ma come se non fosse ben sicura di poterci 
stare, lì a quel posto, come se fosse sempre 
in attesa di partire, di partire fra poco — se 
Dio voleva! E non dava fastidio neanche all'a- 
ria. Sorrideva ogni tanto a Romilda, pietosa- 
mente; non osava più di accostarsele; perchè, 
una volta, pochi giorni dopo la sua entrata in 
casa nostra, essendo accorsa a prestarle ajuto, 
era stata sgarbatamente allontanata da quella 
strega: 

— Faccio io, faccio io; so quel che debbo fare. 

Per prudenza, avendo Romilda veramente bi- 
sogno d'ajuto in quel momento, m'ero stato 
zitto; ma spiavo perchè nessuno le mancasse di 
x^spetto. 

M'accorgevo intanto che questa guai^dia ch'io 
facevo a mia madre irritava sordamente la stre- 
ga e anche mia moglie, e temevo che, quand'io 
non fossi in ' casa, esse, per sfogar la stizza e 
votarsi il cuore della bile, la maltrattassero. 
Sapevo di certo che la mamma non mi avreb- 
be detto mai nulla. E questo pensiero mi tor- 
turava. Quante, quante volte non le guardai gli 
occhi per vedere se avesse pianto! Ella mi 
sorrideva, mi carezzava con lo sguardo, poi 
mi domandava: 

— Perchè mi gUtU'di così? 

— Stai bene, niaiuma? 



- 45 - 

Mi faceva un atto appena appena con la 
mano e mi rispondeva: 

— Bene: non vedi? Va' da tua moglie, va'; 
soffre, poverina. 

Pensai di scrivere a Roberto, a Oneglia, per 
dirgli che si prendesse lui in casa la mamma, 
non per togliermi un peso che avrei tanto 
volentieri sopportato anche nelle ristrettezze in 
cui mi trovavo, ma per il bene di lei unica- 
mente. 

Berto mi rispose che non poteva; non poteva 
])erchè la sua condizione di fronte alla famiglia 
della moglie e alla moglie stessa era penosis- 
sima, dopo il nostro rovescio: egli viveva or- 
mai su la dote della moglie, e non avrebbe dun- 
que potuto imporre a questa anche il peso 
della suocera. Del resto, la mamma — diceva 
— si sarebbe forse trovata male allo stesso 
modo in casa sua, perchè anche egli conviveva 
con la madre della moglie, buona donna, sì, 
ma che poteva diventar cattiva per le inevita- 
bili gelosie e gli attriti che nascono tra suo- 
cere. Era dunque meglio che la mamma ri- 
manesse a casa mia; Se non altro, non si sa- 
rebbe così allontanata negli ultimi anni dal 
suo paese e non sarebbe stata costretta a can- 
giar vita e abitudini. Si dichiarava infine do- 
lentissimo di non potere, per tutte le con- 
siderazioni esposte più su, prestarmi un an- 
che menomo soccorso pecuniario, come con tutto 
il cuore avrebbe voluto. 

Io nascosi questa lettera alla mamma. Forse 
se l'animo esasperato in quel momento non 
mi avesse offuscato il giudizio, non me ne sarei 
tanto indignato; avrei considerato, per esem- 
pio, secondo la naturai disposizione del mio 



— 46 — 

spirito, che se un usignuolo dà via le penne 
della coda, può dire: mi resta il dono del canto; 
ma se le fate dar via a un pavone, le penne 
della coda, che gli resta? Rompere anche per 
poco l'equilibrio che forse gli costava tanto 
studio, l'equilibrio per cui poteva vivere puli- 
tamente e fors'anche con una certa aria di di- 
gnità a le spalle de la moglie, sarebbe stato 
per Berto sacrifizio enorme, una perdita ir- 
repai'abile. Oltre a la bella presenza, alle gar- 
bate maniere, a quella sua impostatura d'ele- 
gante signore, non aveva più nulla, lui, da dare 
alla moglie; neppure un briciolo di cuore, che 
forse la avrebbe compensata del fastidio che 
avrebbe potuto recarle la povera mamma mia. 
Mah! Dio l'aveva fatto così; gliene aveva dato 
pochino pochino, di cuore. Che poteva farci, 
povero Berto? 

Intanto le angustie crescevano; e io non tro- 
vavo da porvi riparo. Furon venduti gli ori 
della mamma, cari ricordi. La vedova Pescato- 
re, temendo che io e mia madre fra poco do- 
vessimo anche vivere sulla sua rendituccia do- 
tale di quarantadue lire mensili, diventava di 
giorno in giorno più cupa e di più fosche ma- 
niere. Prevedevo da un momento all'altro un 
prorompimento del suo furore, contenuto ormai 
da troppo tempo, forse per la presenza e per il 
contegno della mamma. Nel vedermi aggirar per 
casa come una mosca senza capo, quella bu- 
fera di femmina mi lanciava certe occhiatacce, 
lampi forieri di tempesta. Uscivo per levar la 
corrente e impedire la scarica. Ma poi temevo 
per la mamma, e rincasavo. 

Un giorno, però, non feci a tempo.' La tem- 
pesta, finalmente, era scoppiata, e per un fu- 



— 47 — 

tilissimo pretesto: per una visita delle due vec- 
chie serve alla mamma. 

Una di esse, non avendo potuto metter nulla 
da parte, perchè aveva dovuto mantenere una 
figlia rimasta vedova con tre bambini, s'era su- 
bito allogata altrove a servire; ma l'altra. Mar- 
gherita, sola al mondo, più fortunata, poteva 
ora riposar la sua vecchiaja, col gruzzoletto rac- 
colto in tanti anni di servizio in casa nostra. 
Ora pare che con queste due buone donne, 
già ìidate compagne di tanti anni, la mamma 
si fosse pian piano rammaricata di quel suo 
misero e amarissimo stato. Subito allora Mar- 
gherita, la buona vecchierella che già Taveva so- 
spettato e non osava dirglielo, le aveva profferto 
d'andar via con lei, a casa sua: aveva due ca- 
merette pulite, con un terrazzino che guardava 
il mare, pieno di fiori: sarebbero state insieme, 
in pace: oh, ella sarebbe stata felice di poterla 
ancora servire, di poterle dimostrare così l'af- 
fetto e la devozione che sentiva per lei. 

Ma poteva accettar mia madre la profferta 
dì quella povera vecchia? Donde l'ira della 
vedova Pescatore. 

Io la trovai, rincasando, con le pugna pro- 
tese contro Margherita, la quale pur le teneva 
testa coraggiosamente, mentre la mamma, spa- 
ventata, con le lagrime agli occhi, tutta tre- 
mante, si teneva aggrappata con ambo le mani 
all'altra vecchietta, come per ripararsi. 

Veder mia madre in quest'atteggiamento e 
perdere il lume degli ocelli fu tutt'uno. Afferrai 
per un braccio la vedova I^escatore e la mandai 
a ruzzolar lontano. Ella si rizzò in un lampo e 
mi venne incontro, per saltarmi addosso; ma 
s'arrestò di fronte a me. 



^ 48 — 

-- Fuori! — mi gridò. — Tu e tua madre, 
via! Fuori di casa mia! 

— Senti, — le dissi io allora, con la voce 
che mi tremava dal violento sforzo che facevo 
su me stesso, per contenermi. — Senti: vattene 
via tu, or ora, con le tue gambe, e non ci- 
mentarmi più. Vattene, per il tuo bene! Vat- 
tene! 

Romilda, piangendo e gridando, si levò dalla 
poltrona e venne a buttarsi tra le braccia della 
madre: 

— No! Tu con me, mamma! Non mi la- 
sciare, non mi lasciare qua sola! 

Ma quella degna madide la respinse, furi- 
bonda: 

— L'hai voluto? tientelo ora, codesto mal la- 
drone! Io vado sola! 

Ma non se ne andò, s'intende. 

Due giorni dopo, mandata — suppongo — 
da Margherita, venne in gran furia, al solito, 
zia Scolastica, per portarsi via con sé la 
mamma. 

Questa scena merita "di essere rappresentata. 

La vedova Pescatore stava, quella mattina, 
a fare il pane, sbracciata, con la gonnella li- 
rata su e arrotolata intorno alla vita, per non 
sporcarsela. Si voltò appena, vedendo entrare 
la zia, e seguitò ad alDburattare, come se nulla 
fosse. La zia non ci fece caso; del resto, ella 
era entrala senza salutai' nessuno; diviata a 
mia madre, come se in quella casa non ci 
fosse altri che lei. 

— Subito, via, vestiti! Verrai con me. Mi 
fu sonata non so che campana. Eccomi qua. 
Via, presto! il fagottino! 

Parlava a scatti. Il naso adunco, fiero, nella 



•^ 49 - 

faccia bruna, itterica, le fremeva, le si àrrio- 
ciava di tratto in tratto, e gli occhi le sfa- 
villavano. 

La vedova Pescatore, zitta. 
/ Finito di abburattare, intrisa la farina e coa- 
gulata in pasta, ora essa la brandiva alta e la 
sbatteva forte apposta, su la madia: rispondeva 
così a quel che diceva la zia. Questa, allora, 
rincarò la dose. E quella, sbattendo man mano 
più forte: — «Ma sì! — ma certo! — ma come 
no? — ma sicuramente!» — poi, come se non 
bastasse, andò a prendere il matterello e se 
lo pose lì, accanto, su la madia, come per dire: 
ci ho anche questo. 

Non l'avesse mai fatto! Zia Scolastica scattò 
in piedi, si tolse furiosamente uno scialletto che 
teneva su le spalle e lo lanciò a mia madre: 

— Eccoti! la;Scia tutto. Via subito! 

E andò a piantarsi di faccia alla vedova 
Pescatore. Questa, per non averla così dinanzi 
a petto, si tirò un passo indietro, minacciosa, 
come volesse brandire il matterello; e allora 
zia Scolastica, preso a due mani dalla madia 
il grosso batuffolo della pasta, gliel'appiastrò 
sul capo, glielo tirò giù su la faccia e, a pugni 
chiusi, là, là, là, sul naso, sugli occhi, in bocca, 
dove coglieva coglieva. Quindi afferrò per un 
braccio mia madre e se la trascinò via. 

Quel che seguì, fu per me solo. La vedova Pe- 
scatore, ruggendo dalla rabbia, si strappò la pa- 
sta dalla faccia, dai capelli tutti appiastricciati, 
e venne a buttarla in faccia a me, che ridevo, 
ridevo in una specie di convulsione; m'afferrò 
la barba, mi sgraffiò tutto; poi, come impazzita, 
bì buttò per terra e cominciò a strapparsi le 
vesti addosso, a rotolarsi, a rotolarsi, frenetica, 

FiiUNDULLO. Il fu Mattia Pascal. i 



- 50 - 

sul pavimento; mia moglie intanto (sit venia 
verbo) receva di là, tra acutissime strida, men- 
tr'io : ' 

— Le gambe! le gambe! — gridavo alla ve- 
dova Pescatore per terra. — Non mi mostrate 
le gambe, per carità! 



Posso dire che da allora ho fatto il gusto 
a ridere di tutte le mie sciagure e d'ogni mio 
tormento. Mi Vidi, in quell'istante, attore d'una 
tragedia che più buffa non si sarebbe potuta 
immaginare: mia madre, scappata via, così, 
con quella matta; mia moglie, di là, che.... la- 
sciamola stare!; Marianna Pescatore lì per ter- 
ra; e io, io che non avevo più pane, quel che 
si dice pane, per il giorno appresso, io con la 
barba tutta impastocchiata, il viso sgraffiato, 
grondante non sapevo ancora se di sangue o 
di lagrime per il troppo ridere. Andai ad ac- 
certarmene allo specchio. Erano lagrime; ma 
ero anche sgraffiato bene. Ah quel mio occhio, 
in quel momento, quanto mi piacque ! Per dispe- 
rato, mi s'era messo a guardare più che mai 
altrove, altrove per conto suo. E scappai via, 
risoluto a non rientrare in casa, se prima non 
avessi trovato comunque da mantenere, anche 
miseramente, mia moglie e me. 

Dal dispetto rabbioso che sentivo in quel 
momento per la sventatezza mia di tanti anni, 
argomentavo però facilmente che la mia scia- 
gura non poteva ispirare ad alcuno, non che 
compatimento, ma neppur considerazione. Me 
l'ero ben meritata. Uno solo avrebbe potuto 
averne pietà: colui che aveva fatto man bassa 



-- 51 — 

d'ogni nostro avere; ma figurarsi se Malagna 
poteva più sentir l'obbligo di venirmi in soc- 
corso dopo quanto era avvenuto tra me e lui. 

Il soccorso, invece, mi venne da chi meno 
avrei potuto aspettarmelo. 

Rimasto tutto quel giorno fuori di casa, verso 
sera, m'imbattei per combinazione in Pomino, 
che,- fingendo di non accorgersi di me, voleva 
tirar via di lungo. 

— Pomino! 

Si volse, torbido in faccia, e si fermò, con 
gli occhi bassi: 

— Che vuoi? 

— Pomino! — ripetei io più forte, scoten- 
dolo per una spalla e ridendo di quella sua 
mutria. — Dici sul serio? 

Oh, ingratitudine umana! Me ne voleva, per 
giunta, me ne voleva, Pomino, del tradimento 
che, a suo credere, gli avevo fatto. Né mi riuscì 
di convincerlo che il tradimento invece lo ave- 
va fatto lui a mcj e che avrebbe dovuto non 
solo ringraziarmi, ma buttarsi anche a faccia 
per terra, a baciare dove io ponevo i piedi. 

Ero ancora oom'ebbro di quella gajezza mala 
che si era impadronita di me da quando m'ero 
guardato allo specchio. 

— Vedi questi sgraffii? — gli dissi, a }xn 
certo punto. — Lei me li ha fatti! 

— Ro.... cioè, tua moglie? 

— Sua madre! 

E gli narrai come e perchè. Sorrise, ma 
parcamente. Forse pensò che a lui non li avreb- 
be fatti, quegli sgraffii, la vedova Pescatore- 
era in ben altra condizione dalla mia, e aveva 
altra indole e altro cuore, lui. 

Mi venne' allora la tentazione di domandar- 



— 52 — 

gli perchè dunque, se veramente n^era così ad- 
dogliato, non la aveva sposata lui, Romilda, 
a tempo, magari prendendo il volo con lei, co- 
m'io gli avevo consigliato, prima che, per la 
sua ridicola timidezza o per la sua indecisione, 
fosse capitata a me la disgrazia d'innamorar- 
mene; e altro, ben altro avrei voluto dirgli, 
nell'orgasmo in cui mi ti'ovavo; ma mi trat- 
tenni. Gli domandai, invece, porgendogli la 
mano, con chi se la facesse, di quei giorni, 

— Con nessuno ! — sospirò egli allora. — 
Con nessuno! Mi annojo, mi ànnojo mortal- 
mente! 

Dall'esasperazione con cui proferì queste pa- 
role mi parve d'intendere a un tratto la vera 
ragione per cui Pomino era così addogliato. 
Ecco qua: non tanto Romilda egli forse rim- 
piangeva, quanto la compagnia che gli era ve- 
nuta a mancare: Berto non c'era più; con me 
non poteva più praticare, perchè c'era Romilda 
di mezzo, e che restava più dunque da fare al 
povero Pomino? 

— Ammogliati, caro! — gli dissv — Vedrai 
come si sta allegri! 

Ma egli scosse il capo, seriamente, con gli 
occhi chiusi; alzò una mano: 

— Mai! mai più! 

— Bravo, Pomino: persevera! Se desideri 
compagnia, sono a tua disposizione, anche per 
tutta la notte, se vuoi. 

E gli manifestai il proponimento che avevo 
fatto, uscendo di casa, e gli esposi anche le 
disperate condizioni in cui mi trovavo. Pomino 
si commosse, da vero amico, e mi profferse 
quel po' di denaro che aveva con sé. Lo rin- 
graziai di cuore, e gli dissi che quell'ajuto non 



— 53 — 

m'avrebbe giovato a nulla: il giorno appresso 
sarei stato da capo. Un collocamento m'abbi- 
sognava. 

— Aspetta! — esclamò allora Pomino. — Sai 
che mio padre è ora al Municipio? 

— No. Ma me l'immagino. 

— Assessore comunale per la pubblica istru- 
zione. 

— Questo non me lo sarei immaginato. 

— lersera, a cena.... Aspetta! Conosci Ro- 
mitelli? 

— No. 

— Come no! Quello che sta laggiù, alla bi- 
blioteca Boccamazza. È sordo, quasi cieco, rim- 
becillito, e non si regge più sulle gambe. lersera, 
a cena, mio padre mi diceva che la bibliote- 
ca è ridotta in uno stato miserevole e che bi- 
sogna provvedere con la massima siollecitudi- 
ne. Ecco il posto per te! 

— Bibliotecario? — esclamai. — Ma io.... 

— Perchè no? — disse Pomino. — Se l'ha 
fatto Romitelli.... 

Questa ragione mi convinse. 

Pomino mi consigliò di farne parlare a suo 
padre da zia Scolastica. Sai'ebbe stato meglio. 

Il giorno appresso, io mi recai a visitar la 
mamma e ne parlai a lei, poiché zia Scolasti- 
ca, da me, non volle farsi vedere. E così, quattro 
giorni dopo, diventai bibliotecario. Sessanta lire 
al mese. Più ricco della vedova Pescatore ! Po- 
tevo cantar vittoria. 

Nei primi mesi fu quasi un divertimento, 
con quel Romitelli, a cui non ci fu verso di fare 
intendere che era stato giubilato dal Comune e 
che per ciò non doveva più venire alla biblio- 
teca. Ogni mattina, alla stess'ora, né un minuto 



~ 54 — 

prima né un minuto dopo, me lo vedevo spun- 
tare a quatb'o piedi (compresi i due bastoni, 
uno per mano, che gli servivano meglio dei 
piedi). Appena arrivato, si toglieva dal taschino 
del panciotto un vecchio cipollone di rame, 
e lo appendeva a muro con tutta la formida- 
bile catena; sedeva, coi due bastoni fra le gam- 
be, traeva di tasca la papalina, la tabacchiera 
e un p^zolone a dadi rossi e neri; s'infrociava 
una grossa presa di tabacco, si «puliva, poi 
apriva il cassetto del tavolino e ne traeva un 
libraccio che apparteneva alla biblioteca: Dizio- 
nario storico dei musicisti, artisti e amatori, 
morti e viventi, stampato a Venezia nel 1758. 

— Signor Romitelli! — gli gridavo, veden- 
dogli fare tutte queste operazioni tranquillis- 
simamente, senza dare il minimo segno d'accor- 
gersi di me. 

Ma a chi dicevo? Non sentiva neanche le 
cannonate. Lo scotevo pen.un braccio, ed egli 
allora si voltava, strizzava gli occhi, contraeva 
tutta la faccia per sbirciarmi, poi mi mostrava 
i denti gialli, forse intendendo di sorridermi, 
così; quindi abbassava il capo sul libro, come 
se volesse farsene guanciale; ma che! leggeva 
a quel modo, a due centimetri di distanza, con 
un occhio solo; e leggeva forte: 

Birnbaum, Giovanni Abramo.... Birnbaum, 
Giovanni Abramo, fece stampare.... Birnbaum 
Giovanni Abramo, fece stampare a Lipsia, nel 
1738.... a Lipsia net 1738.... un opuscolo in-8.... 
in-8: Osservazioni imparziali su un passo de- 
licato del Musicista critico. Mitzler.... Mitzler 
inserì.... Mitzler inserì questo scritto nel pri- 
mo volume della sua Biblioteca musicale. Nel 
1739,.., 



— 55 — 

E seguitava così, ripetendo due o tre volte 
nomi e date, come per cacciatasele a memoria. 
Perchè leggesse così forte, non saprei. Ripeto, 
non sentiva neanche le cannonate. 

Io stavo a guardarlo, stupito. O che poteva 
importai'e a quell'uomo, ridotto in quello stato, 
a due passi ormai dalla tomba (morì difatti 
quattro mesi dopo la mia nomina a bibliote- 
cario), che poteva importargli che Birnbaum 
Giovanni Abramo avesse fatto stampare a Lip- 
sia nel 1738 un opuscolo in-8? E non gli fosse 
almeno costata tutto quello stento la lettura! 
Bisognava proprio convenire che non potesse 
farne a meno di quelle date lì e di quelle no- 
tizie di musicisti (lui, così sordo!) e artisti e 
amatori, morti e viventi fino al 1758. O credeva 
forse che un bibliotecario, essendo la biblioteca 
fatta per leggervi, fosse obbligato a legger lui, 
posto che non aveva veduto mai apparirvi ani- 
ma viva, e aveva preso quel libro, come avreb- 
be potuto prenderne un altro? Era tanto im- 
becillito, che anche questa supposizione è pos- 
sibile, e anzi molto più probabile della prima. 

Intanto, sul tavolone lì in mezzo, c'era uno 
strato di polvere alto per lo meno un dito; 
tanto che io — per riparare in certo qual 
modo alla nera ingratitudine de' miei concitta- 
dini — potei tracciarvi a grosse lettere questa 
iscrizione : 

A 

MONSIGNOR BOCOAMAZZA 

MUNIFICENTISSIMO DONATORE 

m PERENNE ATTESTATO DI GRATITUDINE 

I CONCITTADÌNI 

QUESTA LAPIDE POSERO. 



~ 66 - 

Precipitavano poi, a quando a quando, da- 
gli scallali due o tre libri, seguiti da certi 
topi grossi quanto un coniglio. 

Furono per me come la mela di Newton. 

— Ho trovato! — esclamai, tutto contento. 
— Ecco l'occupazione per me, mentre Romitellj 
legge il suo Birnbaum. 

E, per cominciare, scrissi una el^boratissi- 
ma istanza, d'ufficio, all'esimio cav. Gerolamo 
Pomino, assessore comunale per la pubblica 
istruzione, affinchè la biblioteca Boccamazza o 
di Santa Maria Liberale fosse con la maggior 
sollecitudine provveduta di un pajo di gatU 
per lo meno, il cui mantenimento non avrebbe 
importato quasi alcuna spesa al Comune, at- 
teso che i suddetti animali avrebbero a\Tito da 
nutrirsi in abbondanza col provento della loro 
caccia. Soggiungevo che non sai'ebbe stato male 
provvedere altresì la biblioteca d'una mezza 
dozzina di trappole e dell'esca necessaria, per 
non dire cacio, parola volgare, che — da su- 
balterno — non stimai conveniente sottoporre 
a gli occhi d'un assessore comunale per la 
pubblica istruzione. 

Mi mandarono dapprima due gattini così mi- 
seri che si spaventarono subito di quegli enormi 
topi, e — per non morir di fame — si ficcavano 
loro nelle trappole, a mangiarsi il cacio. Lj 
trovavo ogni mattina là, imprigionati, magri, 
brutti, e così afflitti che pareva non avessero 
più né forza né volontà di miagolare. 

Reclamai, e vennero allora due bei gattoni 
lesti e serii, che senza perder tempo si misero 
a fare il loro dovere. Anche le trappole servi- 
vano: e queste me li davan vivi, i topi. Ora, 
una sera, indispettito che di quelle mie fatiche 



— 57 — 

e di quelle mie vitLorie il Romitelli non si vo- 
lesse minimamente dar per inteso, come se lui 
avesse soltanto l'obbligo di leggere e i topi 
quello di mangiarsi i libri della biblioteca, volli, 
prima d'andarmene, cacciarne due, vivi, entro 
il cassetto del suo tavolino. Speravo di sconcer- 
targli, almeno per la mattina seguente, la con- 
sueta noiosissima lettura. Ma che! Come aprì 
il cassetto e si sentì sguisciare sotto il naso 
quelle due bestie, si voltò verso me, che già 
non mi potevo più reggere e davo in uno scop- 
pio di risa, e mi domandò: 

— Che è stator 

— Due topi, signor Romitelli! 

— Ah, topi.... — fece lui tranquillamente. 
Erano di casa; c'era avvezzo; e riprese, come 

se nulla fosse stato, la lettura del suo libraccio. 



In un Trattato degli Arbori di Giovan Vitto- 
rio Soderini si legge che i frutti maturano « par- 
te per caldezza e parte per freddezza; per- 
ciocché il calore, come in tutti è manifesto, 
ottiene la forza del concuocere, ed è la semplice 
cagione della maturezza». Ignorava dunque Gio- 
van Vittorio Soderini che, oltre al calore, i frut- 
tivendoli hanno sperimentato Un'altra cagione 
della maturezza. Per portare la primizia al 
mercato e venderla più cara, essi colgono i 
frutti, mele e pesche e pere, prima che sian 
venuti a quella condizione che li rende sani e 
piacevoli, e li maturano loro a furia d'ammac- 
cature. 

Ora così venne a maturazione l'anima mia, 
ancora acerba. 



- 58 - 

In poco tempo, divenni un altro da quel 
che ero prima. Morto il Romitelli, mi trovai 
qui solo, mangiato dalla noja, in questa chie- 
setta fuori mano, fra tutti questi libri; tremen- 
damente solo, e pur senza voglia di compagnia. 
Avrei potuto trattenermici soltanto poche ore 
al giorno; ma per le strade del paese mi ver- 
gognavo di farmi vedere, così ridotto in mise- 
ria; da casa mia rifuggivo come da una pri- 
gione; e dunque, meglio qua, mi ripetevo. Ma 
che fare? La caccia ai topi, sì; ma poteva 
bastarmi? 

La prima volta che mi avvenne di trovarmi 
con un libro tra le mani, tolto così a caso, senza 
saperlo, da uno degli scaffali, provai un bri- 
vido d'orrore. Mi Sarei io dunque ridotto come 
il Romitelli, a sentir l'obbligo di leggere, io bi- 
bliotecario, per tutti ^ quelli che non venivano 
alla biblioteca? E scaraventai il Libro a terra. 
Ma poi lo ripresi; e ~ sissignori — mi misi a 
leggere anch'io, e anch'io con un occhio solo, 
perchè quell'altro non voleva saperne. 

Lessi così, di tutto un po', disordinatamente; 
ma libri, in ispecie, di filosofia. Pesano tanto; 
eppure, chi se ne ciba e se li mette in corpo, 
vive tra le nuvole. Mi sconcertarono peggio il 
cervello, già di per se balzano. Quando la testa 
mi fumava, chiudevo la biblioteca e mi recavo 
per un sentieruolo scoscesio, a un lembo di 
spiaggia solitaria. 

La vista del mare mi faceva cadere in uno 
sgomento attonito, che diveniva man mano op- 
pressione intollerabile. Sedevo su la spiaggia 
e m'impedivo di guardai'Io, abbassando il capo: 
ma ne sentivo per tutta la riviera il frago- 
rìo, mentile lentamente, lentamente, mi lasciavo 



- 59 — 

scivolar di tra le dita la sabbia densa e greve, 
mormorando : 

— Così, sempre, fino .alla morte, senz'alcun 
mutamento, mai.... 

L'immobilità della condizione di quella mia 
esistenza mi suggeriva allora pensieri sùbiti, 
strani, quasi lampi di follia. Balzavo in piedi, 
come per scuotermela d'addosso, e mi mettevo a 
passeggiare lungo la riva; ma vedevo allora il 
mare mandar senza requie, là, alla sponda, le 
sue stracche ondate sonnolente; vedevo quelle 
sabbie lì abbandonate; gridavo con rabbia, sco- 
tendo le pugna: 

— Ma percliè? ma perchè? 
E mi bagnavo i piedi. 

Il mare allungava forse un po' più qualche 
ondata, per ammonirmi: 

— «Vedi, caro, che si guadagna a chieder 
certi perchè? Ti bagni i piedi. Torna alla tua 
biblioteca! L'acqua salata infradicia le scarpe; 
e quattrini da buttar via non ne hai. Torna alla 
biblioteca, e lascia i libri di filosofia: va', va' 
piuttosto a leggere anche tu che Birnbaum Gio- 
vanni Abramo fece stampare a Lipsia nel 1738 
un opuscolo in-S^: ne trarrai senza dubbio mag- 
gior profitto». 

Ma un giorno finalmente vennero a dirmi 
che mia moglie era stata assalita dalle doglie, 
e che corressi subito a casa. Scappai come un 
dàino: ma più per sfuggire a me stesso, per non 
rimanere neanche un minuto a tu per tu con 
me, a pensare che io stavo per avere un fi- 
gliuolo, io, in quelle condizioni, un figliuolo! 

Appena arrivato alla porta di casa, mia suo- 
cera m'afferrò per le spalle e mi fece girar su 
me stesso; 



~ 60 - 

— Un medico! Scappa! Romilda muore! 
Viene da restare, no? a una siffatta notizia a 

bruciapelo. E invece, «Correte!» Non mi sentivo 
più le gambe; non sapevo più da qual paiate 
pigliare; e menh'e correvo, non so come, «Un 
medico! un medico!» andavo dicendo; e la gen- 
te si fermava per via, e pretendeva che mi 
fermassi anch'io a spiegare che cosa mi fosse 
accaduto; mi sentivo tirar per iV maniche, mi 
vedevo di fronte facce pallide, costernate; scan- 
savo, scansavo tutti: «Un medico: un medico!» 
E il medico intanto era là, già a casa mia. 
Quando,' trafelato, in uno stato miserando, dopo 
aver girato tutte le farmacie, rincasai, dispe- 
rato e furibondo, la prima bambina era già 
nata; si stentava a far venire l'altra alla luce. 

— Due! 

Mi pare di vederle ancora, lì, nella cuna, 
l'una accanto all'altra: si sgraffiavano fra loro 
con quelle manine così gracili eppur quasi 
artigliate da un selvaggio istinto, che incuteva 
ribrezzo e pietà: misere, misere, misere, piìj 
dì quei due gattini che ritrovavo ogni mattina 
dentro le h'appole; e anch'esse non avevano 
forza di vagire, come quelli di miagolare; v 
intanto, ecco, si sgraffiavano! 

Le scostai, e al primo contatto di quelle car- 
nucce tènere e fredde, ebbi un brivido nuovo, 
un tremor di tenerezza, ineffabile: — erano mie! 

Una mi morì pochi giorni dopo; l' altra 
volle darmi il tempo, invece, di affezionai'mi a 
lei, con tutto l'ardore di un padre che, non 
avendo più altro, faccia della propria creatu- 
rina lo scopo unico della sua vita; volle aver la 
crudeltà di morirmi, quando aveva già quasi un 
anno, e s'era fatta tanto bellina, tanto, con 



- 61 - 

quei riccioli d'oro ch'io m'avvolgevo attorno 
le dita e le baciavo senza saziarmene mai; mi 
chiamava papà, e io le rispondevo subito: — 
Figlia — ; e lei di nuovo: — Papà.... — ; così, 
senza ragione, come si chiamano gli uccelli 
tra loro. 

Mi morì contemporaneamente alla mamma 
mia, nello stesso giorno e quasi alla stess'ora. 
Non sapevo più come spartire le mie cure e la 
mia pena. Lasciavo la piccina mia che riposava, 
e scappavo dalla mamma, che non si curava di 
sé, della sua morte, e mi domandava di lei, 
della nipotina, struggendosi di non poterla più 
rivedere, baciare per l'ultima volta. E durò 
nove giorni, questo strazio! Ebbene, dopo nove 
giorni e nove notti di veglia assidua, senza 
chiuder occhio neanche per un minuto.... deb- 
bo dirlo? — molti forse avrebbero ritegno a 
confessarlo; ma è pure umano, umano, umano 
— io non sentii pena, no, sul momento: rimasi 
un pezzo in una tetraggine attonita, spavente- 
vole, e mi addormentai. Sicuro. Dovetti prima 
dormire. Poi, sì, quando mi destai, il dolore 
m'assalì rabbioso, feroce, per la 'figlietta mia, 
per la mamma mia, che non erano più.... E 
fui quasi per impazzire. Un'intera notte vagai 
per il paese e per le campagne; non so con 
che idee per la mente; so che, alla fine, mi 
ritrovai nel podere della Stia, presso alla gora 
del molino, e che un tal Filippo, vecchio mu- 
gnajo, lì di guardia, mi pl-ese con sé, mi fece 
sedere più là, sotto gli alberi, e mi parlò a lun- 
go, a lungo della mamma e anche di mio pa- 
dre e de' bei tempi lontani; e mi disse che non 
dovevo piangere e disperarmi così, perchè per 
attendere alla figlioletta mia, nel mondo di là, 



- 62 - 

era accorsa la nonna, la nonnina buona, che la 
avrebbe tenuta sui ginocchi e le avreblje par- 
lato di me sempre e non me la a\Trebbe lasciata 
mai sola, mai. 

Tre giorni dopo Roberto, come se avesse vo- 
luto pagarmi le lagrime, mi mandò cinquecento 
lire. Voleva che provvedessi a una degna se- 
poltura della mamma, — diceva. Ma ci aveva 
[ià pensato zia Scolastica. 
I Quelle cinquecento lire rimasero un pezzo 
/ tra le pagine di un libraccio nella biblioteca,. 
Poi servirono per me; e furono — come 
dirò — la cagione della mia prima morte. 



già 



I 6^ — Tac tac tac„„ 

Lei sola, là dentro, quella pallottola d'avo- 
rio, correndo, graziosa nella roulette^ in senso 
inverso al quadrante, pareva giocasse: 

— Tac tac tac... 

Lei sola: nan certo quelli che la guardavano, 
sospesi nel supplizio che cagionava loro il ca- 
priccio di essa, a cui — ecco — sotto, su i 
quadrati gialli del tavoliere, tante mani ave- 
vano recato, come in offerta votiva, oro, oro e 
oro, tante mani che tremavano adesso nell'at- 
tesa angosciosa, palpando inconsciamente altro 
oro, quello della prossima posta, mentre gli 
occhi supplici pareva dicessero: — Dove a te 
piaccia, dove a te piaccia di cadere, graziosa 
pallottola d'avorio, nostra dea crudele! 

Ero capitato là, a Montecarlo, per caso. 

Dopo una delle solite scene con mia suocera 
e mia moglie, che ora, oppresso e fiaccato co- 
m'ero dalla doppia recente sciagura, mi cagio- 
navano un disgusto intollerabile; non sapendo 
più resistere alla noja, anzi allo schifo di vi- 
vere a quel modo; miserabile, senza né proba- 
bilità né speranza di miglioramento, senza più 
il conforto che mi veniva dalla mia dolce bam- 
bina, senza alcun compenso, anche minimo, 
all'amarezza, allo squallore, all'orribile desola- 
zione in cui ero piombato; per una risoluzione 



_ 64 - 

i^uasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi, 
con le cinquecento lire di Berto in tasca. ^ 

Avevo pensato, via facendo, di recarmi a 
Marsiglia, dalla stazione ferroviaria del paese 
vicino, a cui m'ero diretto: giunto a Marsiglia, 
mi sarei imbarcato, magari con un biglietto 
di terza classe, per l'America, così alla ven- 
tura. 

Che avrebbe potuto capitarmi di peggio, alla 
fin fine, di ciò che avevo sofferto e soffrivo a 
casa mia? Sarei andato incontro, sì, ad altre ca- 
tene, ma più gravi di quella che già stavo 
per strapparmi dal piede non mi sarebbero 
certo sembrate. E poi avrei veduto altri paesi, 
altre genti, altra vita, e mi sarei sottratto al- 
meno all'oppressione che mi soffocava e mi 
schiacciava. 

Se non che, giunto a Nizza, m'ero sentito 
cader l'animo. Gl'impeti miei giovanili erano 
abbattuti da un pezzo: troppo ormai la noja 
mi aveva tarlato dentro, e svigorito il cordogUo. 
L'avvilimento maggiore m'era venuto dalla scar- 
sezza del denaro con cui avrei dovuto avventu- 
rarmi nel bujo della sorte, così lontano, incontro 
a una vita affatto ignota, e senz'alcuna prepa- 
razione. 

Ora, sceso a Nizza, non ben risoluto ancora 
di ritornare a casa, girando per la città, m'era 
avvenuto di fermarmi innanzi a una grande 
bottega su VAvenue de la Gare, che recava 
questa insegna a grosse lettere dorate: 

DÉPÒT DE ROULETTES DE PRÉCISION. 

Ve n'erano esposte d'ogni dimensione, con 
altri attrezzi del giuoco e varii opuscoli che 
avevano su la copertina il disegno della roulette. 



-.es- 
si sa che gl'infelici facilmente diventano su- 
perstiziosi, per quanto poi deridano l'altrui cre- 
dulità e le speranze che a loro stessi la super- 
stizione certe volte fa d'improvviso concepire e 
che non vengono mai a effetto, s'intende. 

Ricordo che io, dopo aver letto il titolo d'uno 
di quegli opuscoli: Méthode pour gagner à la 
roulette, mi allontanai dalia bottega con un sor- 
riso sdegnoso e di commiserazione. Ma, fatti 
pochi passi, tornai indietro, e (per curiosità, 
via, non per altro!) con quello stesso sorriso 
sdegnoso e di commiserazione su le labbra, en- 
trai nella bottega e comprai quell'opuscolo. 

Non sapevo affatto di che si trattasse, in 
che consistesse il giuoco e come fosse conge- 
gnato. Mi misi a leggere; ma ne compresi ben 
poco. 

— Forse dipende, — pensai, — perchè non 
ne so molto, io, di francese. 

Nessuno me l'aveva insegnato; avevo impa- 
rato da me qualche cosa, così, leggiucchiando 
nella biblioteca; non ero poi per nulla sicuro 
della pronunzia e temevo di far ridere, par- 
lando. 

Questo timore appunto mi rese dapprima 
perplesso se andare o no, ma poi pensai che 
m'ero partito per avventurarmi fino in Ame- 
rica, sprovvisto di tutto e senza conoscere nep- 
pur di vista l'inglese e lo spagnuolo; dunque 
via, con quel po' di francese di cui potevo di- 
sporre e con la guida di quell'opuscolo, fino 
a Montecarlo, lì a due passi, avrei potuto bene 
avventurarmi. 

— Né mia suocera né mia moglie, — di- 
cevo fra me, in treno, — sanno di questo po' 
di denaro, che mi resta in portafogli. Andrò 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 5 



-68 ~ 

a buttarlo lì, per togliermi ogni tentazione. 
Spero che potrò conservarne tanto da pagarmi 
il ritorno a casa. E se no.... 

Avevo sentito dire che c'erano begli alberi 
— solidi — nel giardino attorno alla bisca. In 
fin de' conti, magari mi sarei appeso economi- 
camente a qualcuno di essi, con la cintola dei 
calzoni; e ci avrei fatto anche una bella figura. 
Avrebbero detto: 

— Chi sa quanto avrà perduto questo po- 
ver'uomo ! 

Mi aspettavo di meglio, dico la verità. L'in- 
gresso, sì, non c'è male; si vede che hanno avuto 
quasi l'intenzione d'innalzare uii tempio alla 
Fortuna, con quelle otto colonne di marmo. Un 
portone e due porte laterali. Su queste era 
scritto Tirez; e fin qui ci arrivavo; arrivai anche 
al Poussez del portone, che evidentemente vole- 
va dire il contrario; spinsi ed entrai. 

Pessimo gusto! E fa dispetto. Potrebbero al- 
meno offrire a tutti coloro che vanno a lasciar 
lì tanto denaro la soddisfazione di vedersi scor- 
ticati in un luogo men sontuoso e più bello. 
Tutte le grandi città si compiacciono adesso di 
avere un bel mattato jo per le povere bestie, 
le quali pure, prive come sono d'ogni educa- 
zione, non possono goderne. È vero tuttavia che 
la maggior parte della gente che va lì ha ben 
altra voglia che quella di badare al gusto della 
decorazione di quelle cinque sale, come coloro 
che seggono su quei divani, giro giro, non sono 
spesso in condizione di accorgersi della dub- 
bia eleganza dell'imbottitura. 

Vi seggono, di solito, certi disgraziati, cui 
la passione del guoco ha sconvolto il cervello 
nel modo più singolare: stanno li a studiiire il 



- 67 - 

così detto equilibrio delle probabilità, e medi- 
tano seriamente i colpi da tentare, tutta un'ar- 
chitettura di giuoco, consultando appunti su 
le vicende de' numeri: vogliono insomma estrar- 
re la logica dal caso, come dire il sangue 
dalle pietre; e son sicurissimi che, oggi o do- 
mani, vi riusciranno. 

Ma non bisogna meravigliarsi di nulla. 

— Ah, il 12! il 12! — mi diceva un signore 
di Lugano, pezzo d'omone, la cui vista avrebbe 
suggerito le più consolanti riflessioni su le re- 
sistenti energie della razza umana. — Il 12 è 
il re dei numeri; ed è il mio numero! Non mi 
tradisce mai! Si diverte, sì, a farmi dispetti, 
magari spesso; ma poi, alla fine, mi compensa, 
mi compensa sempre della mia fedeltà. 

Era innamorato del numero 12, quell'omone 
lì, e non sapeva più parlare d'altro. Mi rac- 
contò che il giorno precedente quel suo nu- 
mero non aveva voluto sortire neppure una 
volta; ma lui non s'era dato per vinto: volta 
per volta, ostinato, la sua posta sul 12; era 
rimasto su la breccia fino all'ultimo, fino al- 
l'ora in cui i croupiers annunziano: 

— Messieurs, aux trois derniers! 

Ebbene, al primo di quei tre ultimi colpi, 
niente; niente, neanche al secondo; al terzo e 
ultimo, pàifete: il 12. 

— M'ha parlato! — concluse, con gli occhi 
brillanti di gioja. — M'ha parlato! 

È vero che, avendo perduto tutta la giornata, 
non gli eran restati per quell'ultima posta che 
pochi scudi; dimodoché, alla fine, non aveva 
potuto rifarsi di nulla. Ma che gl'importava? II 
numero 12 gli aveva parlato! 

Sentendo questo discorso, mi vennero a mente 



- 68 - 

quattro versi del povero Pinzone, il cui carto- 
lare de' bisticci col seguito delle sue rime bal- 
zane, rinvenuto durante lo sgombero di casa, 
sta ora in biblioteca; e volli recitarli a quel 
signore: 

Ero già stanco di stare alla bada 
della Fortuna. La dea capricciosa 
dovea pure passar per la mia strada. 

E passò finalmente ; ma tignosa. 

E quel signore allora si prese la testa con 
ambo le mani e contrasse dolorosamente, a lun- 
go, tutta la l'accia. Lo guardai, prima sorpreso, 
poi costernato. 

— Che ha? 

— Niente. Rido, — mi rispose. 

Rideva così! Gli faceva tanto male, tanto 
male la testa, che non poteva soffrire lo sco- 
timento del riso. 

Andate a innamorarvi del numero 121 



Prima di tentare la sorte — benché sen- 
z'alcuna illusione — volli stare un pezzo a os- 
servare, per rendermi conto del modo con cui 
procedeva il giuoco. 

Non mi parve affatto complicato, come il 
mio opuscolo m'aveva lasciato immaginare. 

In mezzo al tavoliere, sul tappeto verde nu- 
merato, era incassata la roulette. Tutt'intorno, i 
giocatori, uomini e donne, vecchi e giovani, 
d'ogni paese e d'ogni condizione, parte seduti,, 
parte in piedi, s'affrettavano nervosamente a 
disporre mucchi e mucchietti di luigi e di 



- 69 - 

scudi e biglietti di banca, su i numeri gialli 
dei quadrati; quelli che non riuscivano ad ac- 
costarsi, o non volevano, dicevano al croupier 
i numeri e i colori su cui intendevano di gio^ 
care, e il croupier, subito, cpl rastrello dispo- 
neva le loro poste secondo l'indicazione, con 
meravigliosa desti'ezza; si faceva silenzio, un 
silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di 
frenate violenze, rotto di tratto in tratto dalla 
voce monotona sonnolenta dei croupiers: 

— Messieurs, faites uos jeux! 

Mentre di là, presso altri tavolieri, altre voci 
ugualmente monotone dicevano: 

— Le jeu est fait! Rien ne va plus! 

Alla fine, il croupier lanciava la pallottola 
sulla roulette: 

— Tac tac tac... 

E tutti gli occhi si volgevano a lei con va- 
ria espressione: d'ansia, di sfida, d'angoscia, 
di terrore. Qualcuno fra quelli rimasti in pie- 
di, dietro coloro che avevano avuto la fortuna 
di trovare una seggiola, si sospingeva per in- 
ti'avederc ancora la propria posta, prima che 
i rasti'elli dei croupiers si allungassero ad ar- 
raffarla. 

La houle, alla fine, cadeva sul quadrante, 
e il croupier ripeteva con la solita voce la 
formula d'uso e annunziava il numero sortito e 
il colore. 

Arrischiai la prima posta di pochi scudi sul 
tavoliere di sinistra nella prima sala, così, a 
casaccio, sul venticinque; e stetti anch'io a 
guardare la perfida pallottola, ma sorridendo, 
per una specie di vellicazione interna, curiosa, 
al ventre. 

Cade la houle sul quadrante, e: 



~ 70 - 

— Vingtcinq! — annunzia il croupier. —Rou- 
gè, impair et passe! 

Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio 
mucchietLo multiplicalo, quando un signore, al- 
tissimo di statura, da le spalle poderose troppo 
in su, che reggevano una piccola testa con 
gli occhiali d'oro sul naso rincagnato, la fronte 
sfuggente, i capelli lunghi e lisci su la nuca, 
tra biondi e grigi, come il pizzo e i baffi, me 
la scostò senza tante cerimonie e si prese lui 
il mio denaro. 

Nel mio povero e timidissimo francese, volli 
fargli notai-e che aveva sbagliato — oh, certo 
involontariamente ! 

Era un tedesco, e pai'lava il francese peg- 
gio di me, ma con un coraggio da leone: mi si 
scagliò addosso, sostenendo che lo sbaglio in- 
vece era mio, e che il denaro era suo. 

Mi guardai attorno, stupito: nessuno fiatava, 
neppure il mio vicino che pur mi aveva veduto 
posare quei pochi scudi sul venticinque. Guar- 
dai i croupiers: immobili, impassibili, come sta- 
tue! Ah sì? — dissi tra me e, quietamente, mi 
tirai su la mano gli altri scudi che avevo posato 
sul tavolino innanzi a me, e me la filai. 

— Ecco un metodo pour gagner à la roulette, 
— pensai, — che non è contemplato nel mio 
opuscolo. E chi sa che non sia l'unico, in fondo! 

Ma la fortuna, non so per quali suoi fini 
segreti, volle darmi una solenne e memorabile 
smentita. 

Appressatomi a un allro tavoliere, dove si 
giocava forte, stetti prima un buon pezzo a 
squadrar la gente che vi stava attorno: erano 
per la maggior parte signori in marsina; c'e- 
ran parecchie signore; più d'una mi parve 



— 7i — 

equìvoca; la vista d'un certo ometto biondo bion- 
do, dagli occhi grossi, cenili, venati di sangue 
e contornati da lunghe ciglia quasi bianche, 
non m'afRdò molto, in prima: era in marsina 
anche lui, ma si vedeva che non era solito di 
portarla: volli vederlo alla prova: puntò forte: 
perdette; non si scompose; ripuntò anche forte, 
al colpo seguente: via! non sarebbe andato ap- 
presso ai miei quattrinucci. Benché, di prima 
colta, avessi avuto quella scottatura, mi vergo- 
gnai del mio sospetto. C'era tanta gente là che 
buttava a manate oro e argento, come fossero 
rena, senza alcun timore, e dovevo temere io 
per la mia miseriola? 

Notai,, fra gli alili, un giovinetto, pallido 
come di cera, con un grosso monocolo all'occhio 
sinistro, il quale affettava un'aria di sonnolen- 
ta indifferenza; sedeva scompostamente; tirava 
fuori dalla tasca dei calzoni i suoi luigi; li 
posava a casaccio su un numero qualunque e, 
senza guardare, pinzandosi i peli dei baffetti 
nascenti aspettava che la houle cadesse; doman- 
dava allora al suo vicino se aveva perduto. 

Lo vidi perdere sempre. 

Quel suo vicino era un signore magro, ele- 
gantissimo, su i quarant'anni; ma aveva il collo 
troppo lungo e gracile, ed era quasi senza men- 
to, con un pajo d'occhietti neri, vivaci, e bei 
capelli corvini, abbondanti, rialzati sul capo. 
Godeva, evidentemente, nel risponder di sì al 
giovinetto. Egli, qualche volta, vinceva. 

Mi posi accanto a un grpsso signore, dalla 
carnagione così bruna, che le occhiaje e le 
palpebre gli apparivano come affumicate; ave- 
va i capelli grigi, ferruginei, e il pizzo ancor 
quasi tutto nero e ricciuto; spirava forza e 



— 72 - 

salute; eppure, come se la corsa della pallottola 
d'avorio gli promovesse l'asma, egli si metteva 
ogni volta ad arrangolare, forte, irresistibilmen- 
te. La gente si voltava a guardarlo; ma rara- 
mente egli se n'accorgeva: smetteva allora per 
un istante, si guardava attorno, con un sorriso 
nervoso, e tornava ad arrangolare, non po- 
tendo farne a meno, finché la boale non ca- 
deva sul quadrante. 

A poco a poco, guardando, la febbre del 
giuoco prese anche me. I primi colpi mi an- 
darono male. Poi cominciai a sentirmi come in 
uno stato d'ebbrezza estrosa, curiosissima: agi- 
vo quasi automaticamente, per improvvise, in- 
coscienti ispirazioni; puntavo, ogni volta, dopo 
gli altri, all'ultimo, là! e subito acquistavo la 
coscienza, la certezza che avrei vinto; e vin- 
cevo. Puntavo dapprima poco; poi, man mano, 
di pili, di più, senza contare. Quella specie 
di lucida ebbrezza cresceva intanto in me, né 
s'intorbidiva per qualche colpo fallito, perchè 
mi pareva d'averlo quasi preveduto; anzi, qual- 
che volta, dicevo tra me: «Ecco, questo lo per- 
derò; debbo perderlo». Ero come elettrizzato. 
A un certo punto, ebbi l'ispirazione di arrischiar 
tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ron- 
zavano; ero tutto in sudore, e gelato. Mi parve 
che imo dei croupiers, come sorpreso di quella 
mia tenace fortuna, mi osservasse. Nell'esagi- 
tazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo 
di quell'uomo come una sfida, e arrischiai tutto 
di nuovo, quel che avevo di mio e quel che 
avevo vinto, senza pensarci due volte: la mano 
mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; 
fui per ritrarla; ma no, lì, lì di nuovo, come 
se qualcuno me l'avesse comandato. 



— 73 — 

Chiusi gli occhi, dovevo essere pallidissimo. 
Si fece un gran silenzio, e mi parve che si 
facesse per me solo, come se tutti fossero sospesi 
nell'ansia mia terribile. La houle girò, girò 
un'eternità, con una lentezza che esasperava 
di punto in punto l'insostenibile tortura. Alfine 
cadde. 

M'aspettavo che il croupier, con la solita 
voce (mi parve lontanissima), dovesse annun- 
ziare: 

— Trenteclnq, noir, ìmpaìr et passe! 

Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come 
un ubriaco. Caddi a sedere sul divano, sfinito: 
appoggiai il capo alla spalliera, per un bisogno 
improvviso, irresistibile, di dormire, di ristorar- 
mi con un po' di sonno. E già quasi vi cedevo, 
quando mi sentii addosso un peso, un peso ma- 
teriale, che subito mi fece riscuotere: Quanto 
avevo vinto? Aprii gli occhi; ma dovetti richiu- 
derli immediatamente: mi girava la testa. Il 
caldo, là entro, era soffocante. Come! Era già 
sera? Avevo intraveduto i lumi accesi. E quanto 
tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian 
piano; uscii. 



Fuori, nell'atrio, era ancora giorno. La fre- 
schezza dell'aria mi rinfrancò. 

Parecchia gente passeggiava lì: alcuni me- 
ditabondi, solitarii; alti*i, a due, a tre, chiac- 
chierando e fumando. 

Io osservavo tutti. Nuovo del luogo, ancora 
impacciato, avrei voluto parere anch'io alme- 
no un po' come di casa; e studiavo quelli che 
mi parevano piìi disinvolti; se non che, quando 



- 74 — 

meno me l'aspettavo, qualcuno di questi, ecco, 
impallidiva, fissava gli occhi, ammutoliva, poi 
buttava via la sigaretta, e, tra le risa dei com- 
pagni, scappava via; rientrava nella sala da 
giuoco. Perchè ridevano i compagni? Sorridevo 
anch'io, istintivamente, guardando come uno 
scemo. 

— A toi^mon cliérii — sentii dirmi, piano, 
da una voce femminile, un po' rauca. 

Mi voltai, e vidi una di quelle donne che 
già sedevano con me attorno al tavoliere, por- 
germi, sorridendo, una rosa. Un'altra ne teneva 
per sé: le aveva comperate or ora al banco 
di fiori, là, nel vestibolo. 

Avevo dunque l'aria così goffa e da allocco? 

M'assalì una stizza violenta; rifiutai, senza 
ringraziare, e feci per scostarmi da lei; ma ella 
mi prese, ridendo, per un braccio, e — affettan- 
do con me, innanzi a gli altri, un tratto con- 
fidenziale — mi parlò piano, affrettatamente. 
Mi parve di comprendere che mi proponesse 
di giocare con lei, avendo assistito poc'anzi 
ai miei colpi fortunati: ella, secondo le mie 
indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei. 

Mi scrollai tutto; sdegnosamente, e la piantai 
lì in asso. 

Poco dopQj rientrando nella sala da giuo- 
co, la vidi che conversava con un signore bas- 
sotto, bruno, barbuto, con gli occhi un po' lo- 
schi, spagnuolo all'aspetto. Gli aveva dato la 
rosa poc'anzi offerta a me. A una certa mossa 
d'entrambi, m'accorsi che parlavano di me; 
e mi misi in guardia. 

Entrai in un'altra sala; m'accostai al primo 
tavoliere, ma senza intenzione di giocare; ed 
ecco, ivi a poco, quel signore, senza piti la 



— 75 — 

donna, accostarsi anche lui al tavoliere, ma 
facendo le viste di non accorgersi di me. Mi 
posi allora a guardarlo risolutamente, per far- 
gli intendere che m'ero bene accorto di tutto, 
e che con me, dunque, l'avrebbe sbagliata. 

Ma non aveva affatto l'apparenza d'un ma- 
riuolo, colui. Lo vidi giocare, e forte: perdette 
tre colpi consecutivi: batteva ripetutamente le 
pàlpebre, forse per lo sforzo che gli costava 
la volontà di nascondere il turbamento. Al terzo 
colpo fallito, mi guardò e sorrise. 

Lo lasciai lì, e ritornai nell'altra sala, al 
tavoliere dove dianzi avevo vinto. 

I crouplers s'erano dati il cambio. La donna 
era lì al posto dì prima. Mi tenni addietro, 
per non farmi scorgere, e vidi ch'ella giocava 
modestamente, e non tutte le partite. Mi feci 
innanzi; ella mi scorse: stava per giocare e si 
trattenne, aspettando evidentemente che giocassi 
io, per puntare dov'io puntavo. Ma aspettò 
invano. Quando il croupier disse: — Le jeu est 
fait! Rien ne va plus! la guardai, ed ella alzò 
un dito per minacci ai'mi scherzosamente. Per 
parecchi giri non giocai; poi, eccitatomi di 
nuovo alla vista degli altri giocatori, e sentendo 
che si raccendeva in me l'estro di prima, non 
badai più a lei e mi rimisi a giocare. 

Per qual misterioso suggerimento seguivo io 
\ così infallibilmente la variabilità imprevedibile 
' nei numeri e nei colori? Era solo prodigiosa 
divinazione nell'incoscienza, la mia? E come 
si spiegano allora certe ostinazioni pazze, ad- 
dirittura pazze, il cui ricordo mi desta brividi 
ancora, considerando ch'io cimentavo tutto, tut- 
to, la vita fors'anche, in quei colpi ch'eran 
vere e proprie sfide alla sorte? No, no: io ebbi 



— 79 — 

proprio il sentimento di una forza quasi dia- 
bolica in me, in quei momenti, per cui domavo, 
affascinavo la fortuna, legavo al mio il suo ca- 
priccio. E non era soltanto in me questa convin- 
zione; s'era anche propagata negli altri, rapida- 
mente; e ormai quasi tutti seguivano il mio 
giuoco rischiosissimo. Non so per quante volte 
passò il rosso, su cui mi ostinavo a puntai'e; 
puntavo su lo zero, e sortiva lo zero. Finanche 
quel giovinetto, che tirava i luigi dalla tasca 
dei calzoni, s'era scosso e infervorato; quel 
grosso signore bruno arrangolava più che mai. 
L'agitazione cresceva di momento in momento 
attorno al tavoliere; eran fremiti d'impazien- 
za, scatti di brevi gesti nervosi, un furor con- 
tenuto a stento, angoscioso e terribile. Gli stessi 
croiipiers avevano perduto la loro rigida impas- 
sibilità. 

A un tratto, di fronte a una puntata formi- 
dabile, ebbi come una vertigine. Sentii gravarmi 
addosso una responsabilità tremenda. Ero poco 
men che digiuno dalla mattina, e vibravo tutto, 
tremavo dalla lunga violenta emozione. Non 
potei più resistervi e, dopo quel colpo, mi ri- 
trassi, vacillante. Sentii all'errarmi per un brac- 
cio. Concitatissimo, con gli occhi che gli scliiz- 
zavano fiamme, quello spagnoletto barbuto e 
atticciato voleva a ogni costo trattenermi: — 
Ecco; erano le undici^ e un quarto; ì crou- 
plers invitavano ai tre ultimi colpi: avremmo 
fatto saltare la banca! 

Mi parlava in un italiano bastardo, comi- 
cissimo; poiché io, che non connettevo già più, 
mi ostinavo a rispondergli nella mia lingua: 

— No, no, basta! non ne posso più! Mi 
lasci andare, cai'o signore' 



- 77 — 

Mi lasciò andare; ma mi venne appresso! 
salì con me nel treno di ritorno a Nizza, e volle 
assolutamente che cenassi con lui e prendessi 
poi alloggio nel suo stesso albergo. 

Non mi dispiacque molto dapprima l'ammi- 
razione quasi timorosa che quell'uomo pareva 
felicissimo di tributarmi, come a un taumaturgo. 
La vanità umana non ricusa talvolta di larsi 
piedistallo anche di certa stima che offende e 
l'incenso acre e pestifero di certi indegni e ^ 
meschini turiboli. Ero come un generale che 
avesse vinto un'asprissima e disperata battaglia, 
ma per caso, senza saper come. Già cominciavo 
a sentirlo, a rientrare in me, e man mano 
cresceva il fastidio che mi recava la compa- 
gnia di quell'uomo. 

Tuttavia, per quanto facessi, appena sceso 
a Nizza, non mi riuscì di liberarmene: dovetti 
andar con lui a cena. E allora egli mi confessò 
che me l'aveva mandata lui, là, nell'atrio del 
casino, quella donnetta alfegra, alla quale da 
tre giorni egli appiccicava le ali per farla 
volare, almeno terra terra; ali di biglietti di 
banca; dava cioè qualche centinajo di lire per 
farle tentar la sorte. La donnetta aveva dovuto 
vincer bene, quella sera, seguendo il mio giuoco, 
giacché, all'uscita, non s'era più fatta vedere. 

— Che podo far? La póvara avrà trovato 
de meglio. Sono viechio, io. E agradecio Dio, 
àntes, che me la son levada de sobre! 

Mi disse che era a Nizza da una settimana 
e che ogni mattina s'era recato a Montecarlo, 
dove aveva avuto sempre, fino a quella sera, 
una disdetta incredibile. Voleva sapere com'io 
facessi a vincere. DoveVo certo aver capito il 
giuoco o possedere qualche regola sicura- 



- 78 - 

Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla 
mattina di quello stesso giorno non avevo visto 
neppure dipinta una roulette, e che non solo 
non sapevo affatto come ci si giocasse, ma 
non sospettavo nemmen lontanamente che avrei 
giocato e vinto a quel modo. Ne ero stordito 
e abbagliato più di lui. 

Non si convinse. Tanto vero che, girando 
abilmente il discorso (credeva senza dubbio 
d'aver da fare con una birba matricolata) e 
parlando con meravigliosa disinvoltura in quella 
sua lingua mezzo spagnuola *e mezzo Dio sa 
che cosa, venne a farmi la stessa proposta a cui 
aveva tentato di tirarmi, nella mattinata, col 
gancio di quella donnetta allegra. 

— Ma no, scusi! —, esclamai io, cercando 
tuttavia d'attenuare con un sorriso il risenti- 
mento. — Può ella sul serio ostinai'si a credere 
che per quel giuoco là ci possano esser regole 
o si possa aver qualche segreto? Ci vuol for- 
tuna! ne ho avuta oggi; potrò non averne do- 
mani, o potrò anche averla di nuovo; spero 
di sì! 

— Ma porqué lei, — mi domandò, — non 
ha voludo occi aproveciarse de la sua fortuna? 

— Io, apro ve.... 

— Sì, come puedo decir? avantaciarse, voilà! 

— Ma secondo i miei mezzi, caro signore! 

— Bien! — disse lui. — Podo io por lei. 
Lei, la fortuna, io metarò el dinero. 

— E allora forse perderemo! — conclusi io, 
sorridendo. — no no.... Guardi! Se lei mi crede 
davvero così fortunato, — sarò tale al giuoco; 
in tutto il resto, no di certo — facciamo così: 
senza patti fra noi e senza alcuna responsabilità 
da parte mia, che non voglio averne, lei punti il 



-ro- 
silo molto dov'io il mio poco, come ha fatlo 
oggi; e, se andrà bene.... 

Non mi lasciò finire: scoppiò in una ri- 
sata strana, che voleva parer maliziosa, e disse: 

— Eh no, segnore mio! no! Occi, sì, l'ho 
fatto: no lo fado domani seguramente! Si lei 
punta forte con migo, bien! si no, no lo fado 
seguramente! Gracie tante! 

Lo guardai, sforzandomi di comprendere che 
cosa volesse dire: c'era senza dubbio in quel 
suo riso e in quelle sue parole un sospetto 
ingiurioso per me. Mi turbai, e gli domandai 
una spiegazione. 

Smise di ridere; ma gli rimase sul volto come 
l'impronta svanente di quel riso. 

— Digo che no, che non lo fado, — ripetè, 
— No digo altro! 

Battei forte una mano su la tavola e, con 
voce alterata, incalzai: 

— Nient'affatto! Bisogna invece che dica, 
spieghi che cosa ha inteso di significare con 
le sue parole e col suo riso imbecille! Io non 
comprendo! 

Lo vidi, man mano che parlavo, impallidire 
p quasi rimpiccolirsi; evidentemente stava per 
^chiedermi scusa. Mi alzai, sdegnato, dando una 
[spallata. 

— Bah! Io disprezzo lei e il suo sospetto, 
tche non arrivo neanche a immaginare I 

Pagai il mio conto e uscii. 



Ho conosciuto un uomo venerando e degno 
anche, per le singolarissime doti dell'intelli- 
genza, d'essere grandemente ammirato: non lo 



- 80 - 

era, né poco né molto, per un pajo di calzoncini, 
io credo, chiari, a quadretti, troppo aderenti 
alle gambe misere, ch'egli si ostinava a portare. 
Gli abiti che indossiamo, il loro taglio, il loro 
colore, possono far pensare di noi le più strane 
cose. 

Ma io sentivo ora un dispetto tanto maggiore, 
in quanto mi pareva di non esser vestito male. 
Non ero in marsina, è vero, ma avevo un abito 
nero, da lutto, decentissimo. li poi, se — ve- 
stito di questi stessi panni — quel tedescaccio 
in prima aveva potuto prendermi per un bab- 
beo, tanto che s'era arraffatto come niente il 
mio denaro; come mai adesso costui mi pren- 
deva per un mariuolo? 

— Sarà forse per questo barbone, — pen- 
savo, andando, — o per questi capelli troppo 
corti.... 

' Cercavo intanto un albergo qualunque, per 
chiudermi a vedere quanto avevo vinto. Mi 
pareva d'esser pieno di denari: ne avevo un 
po' da per tutto, nelle tasche della giacca e dei 
calzoni e in quelle del panciotto: oro, ai'gento, 
biglietti di banca, dovevano esser molti, molti! 

Sentii sonare le due. Le vie erano deserte. 
Passò una vettura vuota; vi montai. 

Con niente avevo fatto circa undici mila lire! 
Non ne vedevo da un pezzo, e mi parvero in 
prima una gran somma. Ma poi, pensando alla 
mia vita d'un tempo, provai un grande avvi- 
limento per me stesso. Eh che! Due anni di 
biblioteca, col contorno di tutte le altre scia- 
gure, m'avevan dunque immiserito fino a tal 
segno il cuore? 

Presi a mòrdermi col mio nuovo veleno, guar- 
dando il denaro lì sul letto: 



- 81 — 

— Va', uomo virtuoso, mansueto biblioteca- 
rio, va', ritorna a casa a placare con questo 
tesoro la vedova Pescatore. Ella crederà che tu 
l'abbia rubato e acquisterà subito per te una 
grandissima stima. O va' piuttosto in America, 
come avevi prima deliberato, se questo non 
ti par premio degno alla tua grossa fatica. Ora 
potresti, così munito. Undici mila lire! Che 
ricchezza ! 

' Raccolsi il denaro; lo buttai nel cassetto 
del comodino, e mi coricai. Ma non potei pren- 
der sonno. Che dovevo fare, insomma? Ritor- 
nare a Montecarlo, a restituir quella vincita 
straordinaria? ^ contentarmi di essa e goder- 
mela modestamente? ma come? avevo io forse 
più animo e modo di godere, con quella fa- 
miglia che mi ero formata? Avrei vestito un 
po' meno poveramente mia moglie, che non 
solo non si curavi più di piacermi, ma pareva 
facesse anzi di tutto per riuscirmi incresciosa, 
rimanendo spettinata tutto il giorno, senza bu- 
sto, in ciabatte, e con le vesti che le cascavano 
da tutte le parti. Riteneva forse che, per un ma- 
rito come me, non valesse più la pena di fai'si 
bella? Del resto, dopo il grave rischio corso nel 
parto, non s'era più ben rimessa in salute. 
Quanto all'animo, di giorno in giorno s'era 
fatta più aspra, non solo contro me, ma con- 
tro tutti! E questo rancore e la mancanza d'un 
affetto vivo e vero s'eran messi come a nutrire 
in lei un'accidiosa pigrizia. Non s'era neppure 
affezionata alla bambina, la cui nascita insieme 
con quell'altra, morta dì pochi giorni, era stata 
per lei una sconfitta di fronte al bel figlio 
maschio d'Oliva, nato circa un mese dopo, flo- 
rido e senza stento, dopo una gravidanza fe- 

PiRANDELLO. Il fu Mattia Pascal. 6 



— 82 — 

lice. Tulli quei disgusti poi e quegli attriti che 
sorgono, quando il bisogno, come un gattaccio 
ispido e nero s'accovaccia su la cenere d'un 
focolare spento, avevano reso ormai odiosa a 
entrambi la convivenza. Con undici mila lire 
avrei potuto rimetter la pace in casa e far ri- 
nascere l'amore già iniquamente ucciso in sul 
nascere dalla vedova Pescatore? Follie! E dun- 
que? Partire per l'America? Ma perchè sarei 
andato a cercar tanto lontano la Fortuna, quan- 
d'essa pareva proprio che avesse voluto fer- 
marmi qua, a Nizza, senza ch'io ci pensassi, 
davanti a quella bottega d'attrezzi di giuoco? 
Ora bisognava ch'io mi mosti-assi degno di lei, 
dei suoi favori, se veramente, come sembrava, 
essa voleva accordarmeli. Via, via! O tutto o 
niente. In fin de' conti, sarei ritornato com'ero 
prima. Che cosa erano mai undici mila lire? 

Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci 
tornai per dodici giorni di fila. Non ebbi più 
né modo né tempo di stupii-mi allora del fa- 
vore, più favoloso che straordinario, della for- 
tuna: ero fuori di me, matto addirittura; non 
ne provo stupore neanche adesso, sapendo pur 
troppo che tiro essa m'apparecchiava, favoren- 
domi in quella maniera o in quella misura. In 
nove giorni arrivai a metter su una somma 
veramente enorme, giocando alla disperata: 
dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu 
un precipizio. L'estro prodigioso, come se non 
avesse più trovato alimento nella mia già esau- 
sta energia nervosa, venne a mancarmi. Non 
seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo. 
Mi arrestai, mi riscossi, non per mia virtù, 
ma per la violenza d'uno spettacolo orrendo, 
non infrequente, pare, in quel luogo. 



- 83 - 

Entravo nelle sale da giuoco, la mattina del 
dodicesimo giorno, quando quel signore di Lu- 
gano, innamorato del numero 12, mi raggiunse, 
sconvolto e ansante, per annunziarmi, più col 
cenno che con le parole, che uno s'era poc'anzi 
ucciso là, nel giardino. Pensai subito che fosse 
quel mio spagnuolo, e ne provai rimorso. Ero 
sicuro ch'egli m'aveva ajutato a vincere. Nel 
primo giorno, dopo quella nostra lite, non ave- 
va voluto puntare dov'io puntavo, e aveva per- 
duto sempre; nei giorni seguenti, vedendomi 
vincere con tanta persistenza, aveva tentato 
di fare il mio giuoco; ma non avevo voluto più 
io, allora: come guidato per mano della stessa 
Fortuna, presente e invisibile, mi ero messo 
a girare da un tavoliere all'altro. Da due gior- 
ni non lo avevo più veduto, proprio dacché 
m'ero messo a perdere, e forse perchè lui non 
mi aveva più dato la caccia. 

Ero certissimo, accorrendo al luogo indica- 
tomi, di trovarlo lì, steso per terra, morto. Ma 
vi trovai invece quel giovinetto pallido che af- 
fettava un'aria di sonnolenta indifferenza, ti- 
rando fuori ì luigi dalla tasca dei calzoni per 
puntarli senza nemmeno guardare. 

Pareva più piccolo, lì in mezzo al viale: 
stava composto, coi piedi uniti, come se si 
fosse messo a giacere prima, per non farsi 
male, cadendo; un braccio era aderente al cor- 
po; l'altro, un po' sospeso, con la mano rag- 
grinchiata e un dito, l'indice, ancora nell'atto 
di tirare. Era presso a questa mano la ri- 
voltella; più là, il cappello. Mi parve dappri- 
ma che la palla gli fosse uscita dall'occhio si- 
nistro, donde tanto sangue, ora rappreso, gli 
era colato su la faccia. Ma no: quel sangue era 



- ii4 - 

ScliizzaLo di lì, come un po' dalle narici e 
dagli orecchi; alb'o, in gran copia, n'era poi 
sgorgato dal forellino alla tempia destra, su 
la rena gialla del viale, tutto raggrumato. Una 
dozzina di vespe vi ronzavano attorno; qualcu- 
na andava a posarsi anche lì, vorace, su l'oc- 
chio. Fra tanti che guardavano, nessuno aveva 
pensato a cacciarle via. Trassi dalla tasca un 
fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orri- 
bilmente sfigurato. Nessuno me ne seppe gra- 
do: avevo tolto il meglio dello spettacolo. 

Scappai via; ritornai a Nizza per partirne 
quel giorno stesso. 

Avevo con me circa joitaiitadug, mila lire. 

Tutto potevo immaginare, tranne che, nella 
sera di quello stesso giorno, dovesse accadere 
anche a me qualcosa di simile. 



i 7. ~ Cambio n-reno. 

Pensavo: 

— «Riscatterò la Stia, e mi ritirerò là, in 
campagna, a fare il mugnajo. Si sta meglio vi- 
cini alla terra; e — sotto — fors^anche meglio. 

«Ogni mestiere, in fondo, ha qualche sua 
consolazione. Ne ha finanche quello del bec- 
chino. Il mugnajo può consolarsi col frastuono 
delle macine e con lo spolveix) che vola per 
aria e lo veste' di farina. 

«Son sicuro che, per ora, non si rompe 
nemmeno un sacco, là, nel molino. Ma appena 
lo riavrò io: 

«— Signor Mattia, la nottola del palo! Si- 
gnor Mattia, s'è rotta la bronzina! Signor Mat- 
tia, i denti del lubecchio! 

« Come quando c'era la buon' anima della 
mamma, e Malagna amministrava. 

«E mentr'io attenderò al molino, il fattore 
mi ruberà i frutti della campagna; e se mi 
porrò invece a badare a questa, il mugnajo mi 
ruberà la molenda. E di qua il mugnajo e di 
là il fattore faranno l'altalena, e io nel mezzo 
a godere. 

«Sarebbe forse meglio che cavassi dalla ve- 



— m - 

nerancla cassapanca di mia suocera uno dei vec- 
chi abiti di Francesco Antonio Pescatore, che 
la vedova custodisce con la canfora e col pepe 
come sante reliquie, e ne vestissi Marianna 
Dondi e mandassi lei a fare il mugnajo e a 
star sopra al fattore. 

«L'aria di campagna farebbe certamente bene 
a mia moglie. Forse a qualche albero cadranno 
le foglie, vedendola; gli uccelletti ammutoli- 
ranno; speriamo che non secchi la sorgiva. 
E io rimarrò bibliotecario, solo soletto, a Santa 
Maria Liberale». 

Così pensavo, e il treno intanto correva. Non 
potevo chiudere gli occhi, che subito m'appa- 
riva con terribile precisione il cadavere di quel 
giovinetto, là, nel viale, piccolo e composto! 
sotto i grandi alberi immobili nella fresca mat- 
tina. Dovevo perciò consolarmi così, con un 
altro incubo, non tanto sanguinoso, almeno ma- 
terialmente: quello di mia suocera e di mia 
moglie. E godevo nel rappresentarmi la scena 
dell'arrivo, dopo quei tredici giorni di scom- 
parsa misteriosa. 

Ero certo (mi pareva di vederle!), che avreb- 
bero affettato entrambe, al mio entrare, la più 
sdegnosa indifferenza. Appena un'occhiata, co- 
me per dire: 

— To', qua di nuovo? Non t'eri rotto l'osso 
del collo? 

Zitte loro, zitto io. 

Ma poco dopo, senza dubbio, la vedova Pe- 
scatore avrebbe cominciato a sputar bile, ri- 
facendosi dall'impiego che forse avevo perduto. 

M'ero infatti portata via la chiave della bi- 
blioteca: alla notizia della mia sparizione, ave- 
vano dovuto certo scassinai'e la porta, per or- 



— 87 — 

dine della questura: e, non trovandomi là entro, 
morto, né avendosi d'altra parte tracce o noti- 
zie (di me, quelli del Municipio avevano foi^e 
aspettato, tre, quattro, cinque giorni, una set- 
timana, il mio ritorno; poi avevano dato a 
qualche altro sfaccendato il mio posto. 

Dunque, che stavo a far lì, seduto? M'ero 
buttato di nuovo, da me, in mezzo a una stra- 
da? Ci stèssi! Due povere donne non potevano 
aver l'obbligo di mantenere un fannullone, un 
pezzaccio da galera, che scappava via così, chi 
sa per quali altre prodezze, ecc., ecc. 

— Io, zitto. 

Man mano, la bile di Marianna Dondi cre- 
sceva, per quel mio silenzio dispettoso, cresceva, 
ribolliva, scoppiava: — e io, ancora li, zitto! 

A un certo punto, avrei tratto dalla tasca 
in petto il portafogli e mi sarei messo a con- 
tare sul tavolino i miei biglietti da mille: là, 
là, là e là.... 

Spalancamento d'occhi e di bocca di Ma- 
rianna Dondi e anche di mia moglie. 

Poi: 

— Dove li hai rubati? 

— .... settantasette, settantotto, settantanove, 
ottanta, ottantuno; cinquecento, seicento, sette- 
cento; dieci, venti, venticinque; ottantunraila 
settecento venticinque lire, e quaranta cente- 
simi in tasca. 

Quietamente avrei raccolto i biglietti, li avrei 
rimessi nel portafogli, e mi sarei alzato. 

— Non mi volete più in casa? Ebbene, tante 
grazie! Me ne vado, e salute a voi. 

Ridevo, così pensando. 

I miei compagni di viaggio mi osservavano 
e sorridevano anch'essi, sotto sotto. 



— 88 — 

Allora, per assumere un contegno più serio, 
mi mettevo a pensare a' miei creditori, fra cui 
avrei dovuto dividere quei biglietti di banca. 
Nasconderli, non potevo. E poi, à che m'avreb- 
bero servito, nascosti? 

Godermeli, certo quei cani non me li avreb- 
bero lasciati godere. Per rifarsi lì, col molino 
della Stia e coi frutti del podere, dovendo pa- 
gare anche l'amministrazione, che si mangia- 
va poi tutto a due palmenti (a due palmenti 
era anche il molino), chi sa quant'anni ancora 
avrebbero dovuto aspettare. Ora, forse, con 
un'offerta in contanti, me li sarei levati d'ad- 
dosso a buon patto. E facevo il conto: 

— Tanto a quella mosca canina del Recchio- 
ni; tanto, a Filippo Brìsigo, e mi piacerebbe 
che gli servissero per pagarsi il funerale: non 
caverebbe pili sangue ai poverelli!; tanto a 
Cichln Lunaro, il torinese; tanto, alla vedova 
Lippani.... Chi altro c'è? Ih! hai vogha! Il 
Della Piana, Bossi e Margottini.... Ecco tutta 
la mia vincita! 

Avevo vinto per loro a Montecarlo, in fin dei 
conti! Che rabbia per que' due giorni di per- 
dita! Sarei stato ricco di nuovo.... ricco! 

Mettevo ora certi sospironi, che facevano vol- 
tare più dei sorrisi di prima i miei compagni 
di viaggio. Ma io non trovavo requie. Era im- 
minente la sera: l'aria pareva di cenere; e 
l'uggia del viaggio era insopportabile. 

Alla prima stazione italiana comprai un gior- 
nale, con la speranza che mi facesse addormen- 
tare. Lo spiegai, e al lume del lampadino elet- 
trico, mi misi a leggere. Ebbi così la consolazio- 
ne di sapere che il castèllo di Valencay, messo 
all'incanto per la seconda volta, era stato aggiu- 



dicalo al signor conte De Castellane per la som- 
ma di due milioni e trecento mila franchi. Lg 
tenuta attorno al castello era di duemila otto- 
cento ettari: la più vasta di Francia. 

— Press'a poco, come la Stia.... 

Lessi che l'imperatore di Germania aveva 
ricevuto a Potsdam, a mezzodì, l'ambasciata 
marocchina, e che al ricevimento aveva assi- 
stito il segretario di Stato, barone de Richtofen. 
La missione, presentata poi all'imperatrice, era 
stata trattenuta a colazione, e chi sa come ave- 
va divorato! 

Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano 
ricevuto a Peterhof una speciale missione ti- 
betana, che aveva presentato alle LL. MM. i 
doni del Lama. 

— I doni del Lama? — domandai a me 
stesso, chiudendo gli occhi, cogitabondo. — Che 
saranno? 

Papaveri: perchè io mi addormentai. Ma pa- 
paveri di scai'sa virtù: mi ridestai, infatti, pre- 
sto, a un urto del treno che si fermava a 
un'altra stazione. 

Guardai Torologio: eran le otto e un quarto. 
Fra un'oretta, dunque, sarei arrivato. 

Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai 
per cercare in seconda pagina qualche dono 
migliore di quelli del Lama. Gli occhi mi an- 
darono su un 

Snicidio * 

così, in grassetto. 

Pensai subito che potesse esser quello di 
Montecarlo, e m'affrettai a leggere. Ma mi ar- 
restai, sorpreso, al primo rigo, stampato di 



minutissimo carattere: Ci telegrafano da Mi- 
ragno. 

— Miragno? Chi si sarà suicidato njel mio 
paese? 

Lessi: 

«/er/, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora 
d'un mulino un cadavere in istato d'avanzata 
putrefazione.... 

A un tratto, la vista mi s'annebbiò, sem- 
brandomi di scorgere nel rigo seguente il nome 
del mio podere; e, siccome stentavo a leggere, 
con un occhio solo, quella stampa minuscola, 
m'alzai in piedi, per essere più vicino al lume. 

«i.... putrefazione. Il molino è sito in un po- 
dere detto della Stia, a circa due chilometri 
dalla nostra città. Accorsa sopra luogo P autorità 
giudiziaria con altra gente, il cadavere fu 
estratto dalla gora per le constatazioni di leg- 
ge e piantonato. Più tardi esso fu riconosciuto 
per quello del nostro.... 

Il cuore mi balzò in gola e guardai, spiritato, 
i miei compagni di viaggio che dormivano tutti. 

(^Accorsa sopra luogo.... estratto dalla gora.... 
e piantonato.... fu riconosciuto per quello del 
nostro bibliotecario.... 

— Io? 

<i: Accorsa sopra luogo.... più tardi.... per 
quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal, 
scomparso da parecchi giorni. Causa del sui- 
cidio: dis scisti finanziarne. 

— Io?... Scomparso.... ^ riconosciuto.... Mat- 
tia Pascal.... 

Rilessi con piglio feroce e col cuore in tu- 
multo non so pili quante volte quelle poche 
righe. Nel primo impeto, tutte le mie energie 
vitali insorsero violentemente per protestare: 



— 91- 

come se quella notìzia, così irritante nella sua 
impassìbile laconicità, potesse anche per me 
esser vera. Ma, se non per me, era pur vera 
per gli altri; e la certezza che questi altri ave- 
vano fin da jeri della mia morte era su me 
come una odiosa sopraffazione, permanente, 
schiacciante, intollerabile. Guardai di nuovo i 
miei compagni di viaggio e, quasi anch'essi, 
li, sotto gli occhi miei, riposassero in quella 
certezza, ebbi la tentazione di scuoterli da quei 
loro scomodi e penosi atteggiamenti, scuoterli, 
svegliarli, per gridar loro che non era vero. 

— Possibile? 

E rilessi ancora una volta la notizia sbalor- 
di toj a. 

Non potevo più stare alle mosse. Avrei vo- 
luto che il treno s'arrestasse, avrei voluto che 
corresse a precipizio: quel suo andar monotono, 
da automa duro, sordo e greve, mi faceva cre- 
scere di punto in punto l'orgasmo. Aprivo e 
chiudevo le mani continuamente, affondando- 
mi le unghie nelle palme; spiegazzavo il gior- 
nale; lo rimettevo in sesto per rilegger la no- 
tizia che già sapevo a memoria, parola per 
parola. 

— Riconosciuto! Ma possibile che m'abbiano 
riconosciuto?.... In istato di avanzata putrefa- 
zione.... puah! 

Mi vidi per un momento, lì, nell'acqua ver- 
dastra della gora, fradicio, gonfio, orribile, gal- 
leggiante.... Nel raccapriccio istintivo, mi incro- 
ciai le braccia sul petto e con le mani mi pal- 
pai, mi strinsi: 

— Io, no; io, no.... 'Chi sarà stato?... mi 
somigliava, certo.... Avrà forse avuto la barba 
anche lui, come la mia.... la mia stessa corpo- 



— 92 — 

ratura.... E m/han riconosciuto!... Scomparso da 
parecchi giorni... Eli già! Ma io vorrei sapere, 
vorrei sapere chi si è affrettato così a ricono- 
scermi. Possibile *clie quel disgraziato là fosse 
tanto simile a me? vestito come me? tal quale? 
Ma sarà stata lei, forse, lei, Marianna Dondi, 
la vedova Pescatore: oh! m'ha pescato subito, 
m'ha riconosciuto subito! Non le sarà parso 
vero, figuriamoci! «È lui! è lui! mio genero! 
ah, povero Mattia! ah, povero figliuolo mio!» 
E si sarà messa a piangere fors'anche; si sarà 
pure inginocchiata accanto al cadavere di quel 
poveretto, che non ha potuto tirarle un calcio 
e gridarle: «Ma levati di qua: non ti conosco». 

Fremevo. Finalmente il treno s' arrestò a 
un'altra stazione. Aprii lo sportello e mi preci- 
pìtaì giìi, con l'idea confusa di fare qualche 
cosa, subito: un telegramma d'urgenza per 
smentire quella notizia. 

Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: 
come se mi avesse scosso dal cervello quella 
stupida fissazione, io intravidi in un baleno.... 
Ma sì! la mia liberazione, la libertà, una vita 
nuova! 

Avevo con me ottantaduemila lire, e non 
avrei piìi dovuto darle a nessuno! Ero morto, 
ero morto: non avevo piiì debiti, non avevo più 
moglie, non avevo piiì suocera: nessuno! libero! 
libero! libero! Che cercavo di più? 

Pensando così, dovevo esker rimasto in un 
atteggiamento stranissimo, là, su la banchina 
di quella stazione. Avevo lasciato aperto lo 
sportello del vagone. Mi vidi attorno parec- 
chia gente, che mi gridava non so che cosa; 
uno, infine, mi scosse e mi spinse, gridandomi 
più forte: 



- 93 ~ 

— Il treno riparte! 

— Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro si- 
gnore! — gli gridai io, a mia volta. — Cambio 
treno! 

Mi aveva ora assalito un dubbio: il dubbio 
se quella notizia fosse già slata smentita; se 
già si fosse riconosciuto Terrore, a Miragno; se 
fossero saltati fuori i parenti del vero morto a 
correggere la falsa identificazione. 

Prima di rallegrarmi così, dovevo bene accer- 
tarmi, aver notizie precise e particolareggiate. 
Ma come proemiarmele? 

Mi cercai nelle tasche il giornale. Lo avevo 
lasciato in h-eno. Mi voltai a guardare il bina- 
rio deserto, che si snodava lucido per un tratto 
nella notte silenziosa, e mi sentii come smarrito, 
nel vuoto, in quella misera stazionuccia di pas- 
saggio. Un dubbio più forte mi assalì, allora; 
che io avessi sognato? 

Ma no: 

— Ci telegrafano da Miragno. Ieri, sa- 
bato 28.... 

Ecco: potevo ripetere a memoria, parola per 
parola, il telegi'amma. Non c'era dubbio! Tut- 
tavia, sì, era troppo poco; non poteva bastarmi 

Guardai la stazione; lessi il nome: ALENGA. 

Avrei trovato in quer paese altri giornali? 
Mi sovvenne ch'era domenica. A Miragno, dun- 
que, quella mattina, era uscito // Foglietto, 
runico giornale che vi si stampasse. A tutti i 
costi dovevo procurarmene una copia. Lì avrei 
trovato tutte le notizie particolareggiate che 
m'abbisognavano. Ma come sperare di trova- 
re ad Alenga // Foglietto? Ebbene: avrei tele- 
grafato sotto un falso nome alla redazione del 
gior Conoscevo il direttore. Miro Colzi, Lo- 



- 94 -. 

doletta come tutti io chiamavano a Miragno, 
da quando, giovinetto, avìsva pubblicato con que- 
sto titolo gentile il suo primo e ultimo volume 
di versi. 

Per Lodoletta però non sarebbe stato un 
avvenimento quella richiesta di copie del suo 
giornale da Alenga? Certo la notizia piti «in- 
teressante» di quella settimana, e perciò il 
pezzo più forte di quel numero, doveva essere 
il mio suicidio. E non mi sarei dunque esposto 
al rischio che la richiesta insolita facesse na- 
scere in lui qualche sospetto? 

— Ma che! — pensai poi. — A Lodoletta 
non può venire in mente ch'io non mi sia 
affogato davvero. Cercherà la ragione della ri- 
chiesta in qualche altro pezzo forte del suo 
numero d'oggi. Da tempo combatte strenua- 
mente contro il Municipio per la conduttura 
dell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà 
piuttosto che sia per questa sua «campagna». 

Entrai nella stazione. 

Per fortuna, il vetturino dell'unico legnetto, 
quello de la posta, stava ancora lì a chiacchie- 
rare con gl'impiegati ferroviarii: il paesello era 
a circa tre quarti d'ora di carrozza dalla sta- 
zione, e la via era tutta in salita. 

Montai su quel decrepito calessino sganghe- 
rato, senza fanali; e via nel bujo. 

Avevo da pensare a tante cose, pure, di 
tratto in tratto, la violenta impressione rice- 
vuta alla lettura di quella notizia che mi riguar- 
dava così da vicino mi si ridestava in quella 
nera, ignota solitudine, e mi sentivo allora, per 
un attimo, nel vuoto, come poc'anzi alla vista 
del ÌDinario deserto, mi sentivo paurosamente 
sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sper- 



— 95 — 

duto, in attesa di vivere oltre la morte, senza 
intravedere ancora in qual modo. 

Domandai, per disti'armi, al vettmino se ci 
fosse ad Alenga un'agenzia giornalistica: 

— Come dice? Nossignore! 

— Non si vendono giornali ad Alenga? 

— Ah! sissignore. Li vende il farmacista, 
Grottanelli. 

— C'è un albergo? 

— C'è la locanda del Palmentino. 

Era smontato da cassetta per alleggerire un 
po' la vecchia rozza che soffiava con le froge 
a terra. Lo discernevo appena. A un certo 
punto accese la pipa e lo vidi, allora, come 
a sbalzi, e pensai: — Se legli sapesse chi porta.... 

Ma ritorsi subito a me stesso la domanda: 

— Chi porta? Non lo so più nemmeno io. 
Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi. Un nome, 
almeno, un nome, bisogna che me lo dia su- 
bito, per firmare il telegramma e per non tro- 
varmi poi imbarazzato se, alla locanda, me lo 
domandano. Basterà che pensi soltanto al nome, 
per adesso. Vediamo un po'! Come mi chiamo? 

Non avrei mai supposto che dovesse costarmi 
tanto stento e destarmi tanta smania la scelta 
d'un nome e d'un cognome. Il cognome, spe- 
cialmente! Accozzavo sillabe, così, senza pen- 
sare: venivano fuori certi cognomi, come: Stroz- 
zarti, Parhetta, Marfonì, Barfusi^ che m'ir- 
ritavano peggio i nervi. Non vi trovavo alcuna 
proprietà, alcun senso. Come se, in fondo, i 
cognomi dovessero averne.... Eh, via! uno qua- 
lunque.... Martoni, per esempio, perchè no? 
Carlo Martoni.... Uh, ecco fatto! Ma, poco dopo, 
davo una spallata: — Sì! Carlo Martello.... — 
E la smania ricominciava. 



Giunsi al paese, senza averne fissato alcuno. 
Fortunatamente, là, dal farmacista, ch'era an- 
che ufficiale telegrafico e postale, droghiere, 
cartolajo, giornalajo, bestia e non so che altro, 
non ce ne fu bisogno. Comprai una copia dei 
pochi giornali che gli arrivavano: giornali di 
Genova: // Caffaro e 11 Secolo XIX; gli doman- 
dai poi se potevo avere // Foglietto di Miragno. 

Aveva una faccia da civetta questo Grotta- 
nelli, con un pajo d'occhi tondi tondi, come di 
vetro, su cui abbassava, di tratto in tratto, 
quasi con pena, certe palpebre cartilaginose. 

— Il Foglietto? Non lo conosco. 

— È un giornaluccio di provincia, settima- 
nale, — gli spiegai. — Vorrei averlo. Il numero 
d'oggi, s'intende. 

— // Foglietto? Non lo conosco, — badava a 
ripetere. 

— E va bene! Non importa che lei non lo 
conosca: io le pago le spese per un vaglia tele- 
grafico alla redazione. Ne vorrei avere dieci, 
venti copie, domani o al più presto. Si può? 

Non rispondeva: con gli occhi fissi, senza 
sguardo, ripeteva ancora: «Il Foglietto?... Non 
lo conosco». Finalmente si risolse a fare il va- 
glia telegrafico sotto la mia dettatura, indicando 
per il recapito la sua farmacia. 

E il giorno appresso, dopo una notte inson- 
ne, sconvolta da un tempestoso mareggiamento 
di pensieri, là, nella Locanda del Palmentino, 
ricevetti quindici copie del Foglietto. 

Nei due giornali di Genova clie, appena ri- 
masto solo, m'ero affrettato a leggere, non avevo 
trovato alcun cenno. Mi tremavano le mani 
nello spiegare // Foglietto. In prima pagina, 
nulla. Cercai nelle due interne, e subito mi saltò 



— 97 — 

a gli occhi im segno di lutto in capo alla terza 
pagina e, sotto, a grosse lettere, il mio nome. 
Così : 



MATTIA PASCAL 

Non si avevano notìzie di lui da alquanti 
giorni: giorni di tremenda costernazione e d'ì- 
nenarrabile angoscia per la desolata famiglia; 
costernazione e angoscia condivise dalla miglior 
parte della nostra cittadinanza, che lo amava 
e lo stimava per la bontà delVanimo, per la 
giovialità del carattere e per quella naturai mo- 
destia, che gli aveva permesso, insieme con le 
altre doti, di sopportare senza avvilimento e 
con rassegnazione gli avversi fati, onde dalla 
spensierata agiatezza si era in questi ultimi 
tempi ridotto in umile stato. 

Quando, dopo il primo giorno delV inesplica- 
bile assenza, la famiglia impressionta si recò 
alla Biblioteca Boccamazza, dove egli, zelan- 
tissimo del suo ufficio, si tratteneva quasi tutto 
il giorno ad arricchire con dotte letture la sua 
vivace intelligenza, trovò chiusa la porta; subito, 
innanti a questa porta chiusa, sorse nero e 
trepidante il sospetto, sospetto tosto fugato dalla 
lusinga che durò parecchi dì, man mano però 
raffievolendosi, ch'egli sì fosse allontanato dal 
paese per qualche sua segreta ragione. 

Ma ahimè! la verità doveva purtroppo esser 
quella! 

La perdita recente della madre adorafissi- 

Pirandello. H fu Mattia Pascal. 7 



- 98 - 

ma e, a un tempo, dell unica figlioletta^ dopo 
la perdita degli aviti beni, aveva profondamente 
sconvolto Vanimo del povero amico nostro. Tan- 
to che, circa tre mesi addietro, già una prima 
volta, di notte tempo, egli aveva tentato di 
por fine a' suoi miseri giorni, là, nella gora 
appunto di quel molino, che gli ricordava i pas- 
sati splendori della sua casa ed il suo tempo 
felice. 

.... Nes s un maggior dolore 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria.... 

Con le lacrime agli occhi e singhiozzando 
cel narrava, innanzi al grondante e disfatto ca- 
davere, un vecchio mugnaio, fedele e devoto alla 
(amiglia degli antichi padroni. Era calata la 
notte, lugubre; una lucerna rossa era stata de- 
posta lì per terra, presso al cadavere vigilato 
da due Reali Carabinieri, e il vecchio Filifj- 
po Brina (lo segnaliamo air ammirazione dei 
buoni) parlava e lagrimava con noi. Egli era 
riuscito in quella triste notte a impedire che 
Vinfelice riducesse ad effetto il violento propo- 
sito; ma non si trovò pia là Filippo Brina 
pronto ad impedirlo, questa seconda volta. E 
Mattia Pascal giacque, forse tutta una notte 
e metà del giorno appresso, nella gora di quel 
molino. 

Non tentiamo nemmeno di descrivere la stra- 
ziante scena che seguì sul luogo, quando Val- 
irò ieri, in sul far della sera, la vedova sconso- 
lata si trovò innanzi alla miseranda spoglia ir- 
riconoscibile del diletto compagno, che era an- 
dato a raggiungere la figlioletta sua. 



- 99 - 

Tutto il paese ha preso parte al cordoglio 
di lei e ha voluto dimostrarlo accompagnando 
alVestrema dimora il cadavere, a cui rivolse 
brevi e commosse parole d'addio il nostro as- 
sessore comunale cav. Pomino. 

Noi inviamo alla povera famiglia immerso 
in tanto lutto, al fratello Roberto lontano da 
Miragno, le nostre più sentite condoglianze, e 
col cuore lacerato diciamo per V ultima volta 
al nostro buon Mattia: — Vale, diletto amico, 
vale! 

M. C. 



Anche senza queste due iniziali avrei rico- 
nosciuto Lodolelta come autore della necro- 
logia. 

Ma debbo innanzi tutto confessare che la 
vista del mio nome stampato lì, sotto quella 
striscia nera, per quanto me l'aspettassi, non 
solo non mi rallegrò affatto, ma mi accelerò tal- 
mente i battiti del cuore, che, dopo alcune ri- 
ghe, dovetti inten:*ompere la lettura. La «tre- 
menda costernazione e l'inenai'rabile angoscia» 
della mia famiglia non mi fecero ridere, né l'a- 
more e la stima dei mìei concittadini per le 
mie belle virtù, nò il mio zelo per l'ufficio. Il 
ricordo di quella mia tristissima notte alla Stia, 
dopo la morte della mamma e della mia pic- 
cina, ch'era stato come una prova, e forse la 
più forte, del mio suicidio, mi sorprese dappri- 
ma, quale una impreveduta e sinistra parteci- 
pazione del caso; poi niì cagionò rimorso e 
av\^ilimento. 

Eh, no! non mi ero ucciso, io, per la morte 



- 1(^0 - 

della mammane della figlietta mia, per quanto 
forse, quella notte, ne avessi a\Tito l'idea! Me 
n'ero fuggito, è vero, disperatamente; ma, ecco, 
ritornavo ora da una casa di giuoco, dove la 
Fortuna nel modo più strano mi aveva arriso 
e continuava ad arridermi; e un allro, invece, 
s'era ucciso per me, un altro, un forestiere certo, 
cui io rubavo il compianto dei parenti lontani 
e degli amici, e condannavo — oh suprema ir- 
risione! — a subir quello che non gli apparte- 
neva, falso compianto, e finanche l'elogio fu- 
nebre dell'incipriato cavalier Pomino! 

Questa fu la prima impressione alla lettura 
di quella mia necrologia sul Foglietto. 

Ma poi pensai che quel pover'uomo era mor- 
to non certo per causa mia, e che io, facen- 
domi vivo, non avrei potuto far rivivere anche 
lui; pensai che, approfittandomi della sua mor- 
te, io non solo non frodavo affatto i suoi parenti, 
ma anzi venivo a render loro un bene: per 
essi, infatti, il morto ero io non lui, ed essi 
potevano crederlo scomparso e sperare ancora, 
sperare di vederlo un giorno o l'altro ricompa- 
rire. 

Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo 
proprio credere alla loro pena per la mia 
morte, a tutta quella «inenarrabile angoscia», 
a quel «cordoglio sti'aziante» del funebre pezzo 
jorte di Lodoletta? Bastava, perbacco, aprir 
pian piano un occhio a quel povero morto, 
per accorgersi che non ero io; e, anche ammesso 
che gli occhi fossero rimasti in fondo alla gora, 
via! una moglie, che veramente non voglia, non 
può scambiare così facilmente un altro uomo 
per il proprio marito. 

Esse si erano affrettate a riconoscermi in 



- 101 - 

quel morto? La vedova Pescatore sperava ora 
che Malagna, commosso e forse non" esente di ri- 
morso per quel mio barbaro suicidio, venisse 
in ajuto della povera nipote vedova? Ebbene; 
contente loro, contentissimo io! 

— Morto? affogato? Una croce, e non se ne 
parli pili! 

Mi levai, stirai le braccia e trassi un lun- 
ghissimo respiro dì sollievo. 



18. — Adriano Meis. 



Subito, non tanto per ingannare gli altri, 
che avevano voluto ingannarsi da sé, con una 
leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, 
ma certamente non degna d'encomio, quanto 
per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio 
proprio bisogno, mi posi a far di me un al- 
tr'uomo. 

P<xjo o nulla avevo da lodarmi di quel disgra- 
ziato che per forza avevano voluto far finire mi- 
seramente nella gora d'un molino. Dopo tante 
sciocchezze commesse, egli non meritava forse 
sorte migliore. 

Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo este- 
riormente, ma anche nell'intimo, non rimanesse 
più in me alcuna traccia di lui. 

Ero solo ormai, e più solo di com'ero non 
_avrei potuto essere su la terra, sciolto nel pre- 
sente d'ogni legame e d'ogni obbligo, libero, 
nuovo e assolutamente padi-one di me, senza 
più il fardello del mio passato, e con l'avvenire 
dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a pia- 
cer mio. 

Ah, im pajo d'ali! Come mi sentivo leg- 
gero! 

Il sentimento che le passate vicende mi ave- 



— 103 — 

vano dato della vita non doveva aver più per 
me, ormai, ragion d'essere. Io dovevo acquistare 
un nuovo sentimento della vita, senza avva- 
lermi ncppur minimamente della sciagurata 
esperienza del fu Mattia Pascal. 

Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice 
del mio nuovo destino, nella misura che la 
Fortuna aveva voluto concedermi. 

— E innanzi tutto, — dicevo a me stesso, 
— avrò cura di questa mia libertà: me la con- 
durrò a spasso per vie piane e sempre nuove, 
né le farò mai portare alcuna veste gravosa. 
Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo 
spettacolo della vita in qualche punto mi sì 
presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più 
tosto con le cose che si sogliono chiamare ina- 
nimate, e andrò in cerca di belle vedute, di 
ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco 
una nuova educazione; mi trasformerò con amo- 
roso e paziente studio, sicc hé, aj la_f ine, io possa 
-dire no^ soìq dì ììvpr vissuto due vite, m a 
d'essere stato dup ì^nmini . 

Già ad Alenga, per cominciai'e, ero entrato, 
poche ore prima di partire, da un barbiere, 
per farmi accorciar la barba: avrei voluto le- 
varmela tutta, lì stesso, insieme coi baffi; ma 
il timore di far nascere qualche sospetto in 
quel piccolo paese mi aveva trattenuto. 

Il barbiere era anche sartore, vecchio, con 
le reni quasi ingommate dalla lunga abitudine 
di star curvo, sempre in una stessa positura, e 
portava gli occhiali su la punta del naso. Piìi 
che barbiere doveva esser sartore. Calò come 
un flagello di Dio su quella barbaccia che non 
m'apparteneva più, armato di certi forbicioni 
da maestro di lana, che avevan bisogno d'esser 



— 104 — 

sorretti in punta con Paltra mano. Non m'ar- 
rischiai neppure a fiatare: chiusi gli occhi, e 
non li riaprii, se non quar.do mi sentii scuotere 
pian piano. 

Il brav'uomo, tutto sudato, mi porgeva uno 
specchietto perchè gli sapessi dire se era stato 
bravo. 

Mi parve ti'oppo! 

— No, grazie, — mi schermii. — Lo ri- 
ponga. Non vorrei fargli paura. 

Sbarrò tanto d'occhi, e: 

— A chi? — mi domandò. 

— Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev'es- 
sere antico.... 

Era tondo, col manico d'osso intarsiato: chi 
sa che storia aveva e doncfe e come era ca- 
pitato lì, in quella sarto-barbieria. Ma infine, 
per non dai' dispiacere al padrone, che segui- 
tava a guai'darmi stupito, me lo posi sotto gli 
occhi. 

Se era stato bravo! 

Intravidi da quel primo scempio qual mo- 
stro fra breve sarebbe scappato fuori dalla ne- 
cessaria e radicale alterazione dei connotati dj 
Mattia Pascal. Ed ecco una nuova ragione d'odio 
per lui! Il mento piccolissimo, puntuto e rien- 
trato, ch'egli aveva nascosto per tanti e tanti 
anni sotto quel barbone, mi pai^e un tradi- 
mento. Ora avrei do\aito portarlo scoperto, quel 
cosino ridicolo! E che naso mi aveva lasciato 
in eredità! E quell'occhio! 

— Ah, quest'occhio, — pensai, — così in esta- 
si da un lato, riman-à sempre suo nella mia 
nuova faccia! Io non potrò far altro clie nascon- 
derlo alla meglio dietro un pajo d'occhiali co- 
lorati, che coopereranno, figuriamoci, a render- 



~ 105 — 

mi più amabile l'aspetto. Mi farò crescere j 
capelli e, con questa bella fronte spaziosa, con 
gli occhiali e tutto raso, sembrerò un filosofo 
tedesco. Finanziera e cappellaccio a larghe tese. 

Non c'era via di mezzo: filosofo dovevo es- 
sere per forza con quella razza d'aspetto. Eb- 
bene, pazienza: mi sarei armato d'una discreta 
filosofia sorridente per passare in mezzo a que- 
sta povera umanità, la quale, per quanto avessi 
in animo di sforzarmi, mi pareva difficile che 
non dovesse più parermi un po' ridicola e me- 
schina. 

Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito 
da poche ore da Alenga per^Torino. 

Viaggiavo con due signori che discutevano 
animatamente d'iconografia cristiana, in cui si 
dimostravano entrambi molto eruditi, per un 
ignorante come me. 

Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, op- 
pressa da una folta e ruvida barba nera, pa- 
reva provasse una grande e particolar soddi- 
sfazione neirenunciar la notizia ch'egli diceva 
antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da 
Tertulliano e da non so chi altri, secondo la 
quale Cristo sarebbe stato bruttissimo. 

Parlava con un vocione cavernoso, che con- 
trastava stranamente con la sua aria da ispirato. 

— Ma sì, ma sì, bruttissimo! bruttissimo! 
Ma anche Cirillo d'Alessandria! Sicuro, Cirillo 
d'Alessandria arriva finanche ad affermare che 
Cristo fu il più brutto degli uomini! 

L'altro, ch'era un vecchietto magro magro, 
tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur 
con una piega a gli angoli della bocca che tra- 
diva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena, 
col collo lungo proteso come sotto un giogo, 



- 106 - 

sosteneva invece che non c'era da fidarsi delle 
più antiche testimonianze. 

— Perchè la Chiesa, nei primi secoli, tutta 
volta a consustanziarsi la dottrina e lo spirito 
del suo ispiratore, si dava poco pensiero, ecco, 
poco pensiero delle sembianze corporee di lui. 

A un certo punto vennero a parlare della 
Veronica e di due statue nella città di Paneadc, 
credute immagini di Cristo e della emorroissa. 

— Ma sì! — scattò il giovane barbuto. — 
Ma se non c'è più dubbio ormai! Quelle due 
statue rappresentano l'imperatore Adriano con 
la città inginocchiata ai piedi. 

Il vecchietto seguitava a sostener pacifica- 
mente la sua opinione, che 'doveva esser con- 
traila, perchè quell'altro, incrollabile, guardan- 
do me, s'ostinava a ripetere: 

— Adriano! 

— .... Beronike, in greco. Da Beronike poi: 
Veronica. . . . 

— Adriano! (a me). 

— Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura 
probabilissima.... 

— Adriano! (a me). 

— Perchè la Beronike degli Atti di Pilato.... 

— Adriano! 

Ripetè così Adriano! non so più quante volte, 
sempre con gli occhi rivolti a me. 

Quando scesero entrambi a una stazione e 
mi lasciarono solo nello scompartimento, m'af- 
facciai al finestrino, per seguirli con gli occhi: 
discutevano ancora, allontanandosi. A un certo 
punto però il vecchietto perdette la pazienza e 
prese la corsa. 

— Chi lo dice? —- gli domandò forte il gio- 
vane, fermo, con aria di sfida. 



- 107 - 

Quegli allora si voltò per gridargli: 

— Camillo De Meis! 

Mi parve che anche liii gridasse a me .quel 
nome, a me che stavo intanto a ripetere mecca- 
nicamente: — Adriano.... — Buttai subito via 
quei de e ritenni il Meis. 

— Adriano Meis! Sì.... Adriano Meis: suona 
bene.... 

Mi parve anche che questo nome quadrasse 
bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai 
capelli lunghi, al cappellaccio e alla finanziera 
che avrei dovuto portare. 

— Adriano Meis. Benone! M'hanno battez- 
zato. 

Recisa di nello ogni memoria in me della 
vita precedente, fermato l'animo alla delibera- 
zione di ricominciare da quel punto una nuova 
vita, io ero invaso e sollevato come da una fre- 
sca letizia infantile; mi sentivo come rifatta 
vergine e trasparénte la coscienza, e lo spirito 
vigile e pronto a trar profitto di tutto per la 
costruzione del mio nuovo io. Intanto l'anima 
mi tumultuava nella gioja di quella nuova li- 
bertà. Non avevo mai veduto così uomini e 
cose; l'aria tra essi e me s'era d'un tratto quasi 
snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le 
nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, 
poiché ben poco oraiai io avrei avuto bisogno di 
chieder loro per il mio intimo compiacimento. 
Oh levità deliziosa dell'anima; serena, ineffabile 
ebbrezza! La fortuna mi aveva sciolto di ogni 
intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla 
vita comune, reso spettatore estraneo della briga 
in cui gli altri si dibattevano ancora, e mi am- 
moniva dentro: 

— Vedrai, vedrai com'essa t'apparirà curio- 



- 1('8 -- 

sa, ora, a guardarla così da fuori 1 Ecco là uno 
che si guasta il fegato e fa arrabbiare un po- 
vero vecchietto per sostener che Cristo fu il 
più brutto degli uomini.... 

Sorridevo. Mi veniva di sorridere così di lut- 
to e a ogni cosa: a gli alberi della campagna, 
per esempio, che mi correv^ano incontro con 
stranissimi atteggiamenti • nella loro fuga illu- 
soria; a le ville sparse qua e là, dove mi pia- 
ceva d'immaginar coloni con le gote gonfie 
per sbuffare contro la nebbia nemica degli 
olivi o con le braccia levate a pugni chiusi 
contro il cielo che non voleva mandar acqua; 
e sorridevo a gli uccelletti che si sbandavano, 
spaventati da quel coso nero che correva per 
la campagna, fragoroso; all'ondeggiar dei fili 
telegrafici, per cui passavano certe notizie ai 
giornali, come quella da Miragno del mio sui- 
cidio nel molino della Stia; alle povere mogli 
dei cantonieri che presentavan la bandieruola 
arrotolata, gravide e col cappello del marito 
in capo. 

~' Se non che, a un certo punto, mi cadde lo 
sguardo su ranellino di fede che mi stringeva 
ancora l'anulare della mano sinistra. Ne ri- 
cevetti una scossa violentissima: strizzai gli oc- 
chi e mi strinsi la mano con l'altra mano, ten- 
tando di strapparmi quel cerchietto d'oro, così, 
di nascosto, pei^ non vederlo più. Pensai ch'es- 
so si apriva e che, internamente, vi erano in- 
cisi due nomi: Maiiia-Romilda^ e la data de] 
matrimonio. Che dovevo farne ? 

Aprii gli occhi e rimasi un pezzo, acciglialo, 
a contemplarlo nella palma della mano. 

Tutto, attorno, mi s'era rifatto nero..^ii ^^ 

Ecco angora un resto della catena che mi 



— 109 - 

legava al passato! Piccolo anello, lieve per sé, 
eppur così pesante! Ma la catena era già spez- 
zata, e dunque via anche quell'ultimo anello! 

Feci per buttarlo dal finestrino, ma mi trat- 
tenni. Favorito così eccezionalmente dal caso, 
io non potevo più fidarmi di (esso; tutto ormai 
dovevo creder possibile, finanche questo: che 
un anellino buttato nell'aperta campagna, tro- 
vato per combinazione da un contadino, pas- 
sando di mano in mano, con quei due iiomi 
incisi internamente e la data, facesse scoprir 
la verilà, che l'annegato della Stia cioè non 
era il bibliotecario Mattia Pascal. 

— No, no, — pensai, — in luogo più sicu- 
ro.... Ma dove ? 

Il treno, in quella, si fermò a un'altra sta- 
zione. Guardai, e subito mi sorse un pensiero, 
per la cui attuazione provai dapprima un certo 
ritegno. Lo dico,, perchè mi serva jdi scusa pres- 
so coloro che amano il bel gesto, gente poco ri- 
flessiva, alla quale piace di non ricordarsi, che 
r umanità è pure oppressa da certi bisogni, a 
cui purtroppo deve obbedire anche chi sig 
compreso da un profondo cordoglio. Cesare, 
Napoleone e, per quanto possa parere inde- 
gno, anche la donna più bella.... Basta. Dg 
una parte c'era scritto t/o/n^'/i/ e dall'altra Don- 
ne; e lì intombai il mio anellino di fede. 

Quindi, non tanto per distrarmi, quanto per 
cercar di dare una certa consistenza a quella 
mia nuova vita campata nel vuoto, mi misi a 
pensare ad Adriano Meis, a immaginargli uq 
passato, a domandarmi chi fu mio padre, do- 
v'ero nato, ecc. — posatamente, sforzandomi 
di vedere e di fissar bene tutto, nelle più mi- 
nute particolarità. 



- 110 - 

Ero figlio unico: su questo mi pareva che 
non ci fosse da discutere. 

— Più unico di così.... Eppure no! Chi sa 
quanti sono come me, nella mia stessa condi- 
zione, fratelli miei. Si lascia il cappello e la 
giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto 
d'un ponte, su un fiume; e 'poi, invece di but- 
tarsi giù, si va via tranquillamente, in Ame- 
rica o altrove. Si pesca dopo jalcu ni giorni un 
cadavere irriconoscibile: sarà quello de la let- 
tera lasciata sul parapetto del ponte. iE non se 
ne parla più! È vero che io non ci ho messo 
la mia volontà: né lettera, né giacca, né cap- 
pello.... Ma son pure come loro, con questo di 
più: che posso godermi senza alcun rimorso la 
mia libertà. Ilan voluto regalarmela, e dun- 
que.... 

Dunque diciamo figlio unico. Nato.... —^sa- 
rebbe prudente non precisare alcun luogo di 
nascila. Come si fa ? Non si può nascer mica 
su le nuvole, levatrice la luna, quantunque in 
biblioteca abbia letto che gli antichi, fra tanti 
altri mestieri, le facessero esercitare anche que- 
sto, e le donne incinte la chiamassero in soc- 
corso col nome di Lucina. 

Su le nuvole, no; ma su un piroscafo, sì, 
per esempio, si può nascere. Ecco, benone! naio 
in viaggio. I miei genilori viaggiavano.... per 
farmi nascere su un piroscafo. Via, via, sul 
serio! Una ragionò plausibile per mettere in 
viaggio una donna incinta, prossima a parto- 
rire.... Oh che fossero andati in America j 
miei genitori? Perchè no? Ci vanno tanti.... 
Anche Mattia Pascal, poveretto, voleva andar- 
ci. E allora queste ottantadue mila lire dicia- 
mo che le guadagnò mio padre, là in Ameri- 



— Ili - 

ca? Ma che! Con ottanladue mila lire in tasca, 
avrebbe aspettato, prima, cìie la moglie mettes- 
se al mondo il figliuolo, comodamente, in ter- 
raferma. E pioi, baje! Ottantadiie mila lire un 
emigrato non le guadagna più così facilmente 
in America. Mio padre.... — a proposito, come 
si chiamava? Paolo. Sì: Paolo Meis. Mio pa- 
dre. Paolo Meis, s'era illuso, come tanti altri. 
Aveva stentato tre, quattr'anni; poi, avvilito, 
aveva scritto da Buenos -Aires una lettera al 
nonno.... 

Ah, un nonno, un nonno io volevo proprio 
averlo conosciuto, un caro vecchietto, per esem- 
pio, come quello ch'era sceso testé dal treno, 
studioso d'iconografia cristiana. 

Misteriosi capHcci della fantasia! Per quale 
inesplicabile bisogno e donde mi veniva 'd'im- 
maginare in quel momento mio padre, quel 
Paolo Meis, come uno scavezzacollo? Ecco, sì, 
egli aveva dato tanti dispiaceri al nonno: ave- 
va sposato contro la volontà di lui e se n'era 
scappato in America. Doveva forse sostenere 
anche lui che Cristo era bruttissimo. E brutto 
davvero e sdegnato l'aveva veduto là, in Ame- 
rica, se con la moglie lì lì per partorire, ap- 
pena ricevuto il soccorso dal nonno, se n'era 1 
venuto via. ; 

Ma perchè proprio in viaggio dovevo esser 
nato io ? Non sarebbe stato meglio nascere ad- 
dirittura in America, nell'Argentina, pochi me- 
si prima del ritorno in patria de' miei genitori ? 
Ma sì! Anzi il nonno s'era intenerito per il 
nipotino innocente; per me, unicamente per me 
aveva perdonato il figliuolo. Così io, piccino pic- 
cino, avevo traversato l'Oceano, e forse in terza 
classe, e durante il viaggio avevo preso una 



- 112 — 

bronchite e per miracolo non ero morto. Be- 
none! Me lo diceva sempre il nonno. Io però 
non dovevo rimpiangere come comunemente ^ 
suol fare, di non esser morto, (allora di pochi 
mesi. No: perchè, in fondo, che dolori avevo 
sofferto io, in vita mia ? Uno solo, per dire la 
verità: quello, de la morte del povero nonno, 
col quale ero cresciuto. Mio padre^EaDÌQ_.MeiSj 
^ scapato e insofferente di giogo, era._fu^it2_YÌ^ 
di nuovo ih America, dopo alcuni mesi^ lascian- 
do la moglie e me col nonno; e là era morto 
di febbre gialla. A tre anni, io ero rimasto or- 
fano anche dì madre, e senza memoria perciò 
de' miei genitori; solo con queste scarse no- 
tizie. jdLJ.QrO;_J\Ia__Cj^^ evo 
neppm'e. conjrecisiqn£_il mjo_ hiogo^'di'nna'- 
scit^i*- - - Nell!ArgenìTri.aI_ya _ bene! Ma doveT^ 
nonno lo ignorava, perchè mio padre non 
glie!' aveva mai detto o perchè se n'era di- 
menticato, e io non potevo certamente ricor- 
darmelo. 
"^ Riassumendo: 

«) figlio unico di Paolo Meis; b) nato in 
America nell'Argentina, senz'altra designazio- 
ne; e) venuto in Italia di pochi mesi (bronchi- 
te); d) senza memoria jiè quasi notizia dei ge- 
nitori; e) cresciuto col nonno. 

Dove? Un po' da per tutto. Prima a Nizza. 
Memorie confuse: Piazza Massena, la Prome- 
nade; Avenue de la Gare.... Poi, a Torino. 

Ecco, ci andavo adesso, e mi proponevo tante 
cose: mi proponevo di scegliere una via e una 
casa, dove il nonno mi aveva lasciato fino al- 
l'età di dieci anni, affidato alle cure di una fa- 
miglia che avrei immaginato lì, sul posto, per- 
chè avesse tutti i caratteri del luogo; mi prò- 



- 113 - 

ponevo di vivere, o meglio ,d'insegiiire con la 
fantasia, lì, su la realtà, la vita d'Adriaco Meis 
piccino. 



^ 



% 



Qtiesto inseguimento, questa costruzione fan- 
tastica d'una vita non realmente vissuta, ma 
colta man mano negli ajtri e nei luoghi e fatta 
e sentita mia, mi procurò una gioja strana e 
nuova, non priva d'uria certa mestizia, [nei j)ri- 
mi tempi del mio vagabondaggio. Me ne feci 
un'occupazione. Vivevo non nel presente sol- 
tanto, ma anche per il mio passato, cioè per 
gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti. 

Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo 
prima fantasticato. Nulla s'inventa, è vero, che 
^: non abbia una qualche radice, più o men pro- 
fonda, nella realtà; e anche le cose più strane 
ossono esser vere, anzi nessuna fantasia arriva 

concepire certe follie, certe inverosimili av- 
enture che si scatenano e scoppiano dal seno 
umultuoso della vita; ma pure, come e quanto 
appare diversa dalle invenzioni che noi possia- 
mo trarne la realtà viva e spirante! Di quante 
Icose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha 
isogno la nostra invenzione per ridiventare 
nella stessa realtà da cui fu tratta, di quante 
fila che la riallaccino nel complicatissimo ìn- 

ico della vita, fila che noi abbiamo recise per 
farla diventare una cosa a sé! 

Or che cos'ero io se non un uomo inventato? 
Una invenzione ambulante che voleva e, del re- 
sto, doveva forzatamente stare per sé, pur ca- 
lata nella realtà. 

Assistendo alla vita degli altri e osservandola 

Ptkandelt.o. Il fu Mattia Pascal. 8 



- 114 - 

minuziosamente, ne vedevo gl'infiniti legami e, 
al tempo stesso, vedevo le tante mie fila spez- 
V,\zate. Potevo io rannodarle, ora, queste fila con 
^lla realtà ? Chi sa dove mi avrebbero trascina- 
no; sarebbero forse diventate subito redini di 
cavalli scappati, che avrebbero condotto a pre- 
cipizio la povera biga della mia necessaria in- 
venzione. No. Io dovevo rannodar queste fila 
soltanto con la fantasia. 

E seguivo per le vie e nei giardini i ragaz- 
zetti dai cinque ai dieci anni, e studiavo le lo- 
ro mosse, i loro giuochi, e raccoglievo le loro 
espressioni, per comporne a poco a poco Tin- 
fanzia di Adriano Meis. Vi riuscii così bene, 
che essa alla fine assunse nella mia mente una 
» consistenza quasi reale. 

Non volli immaginarmi una nuova mamma. 
Mi sarebbe parso di profanar la memoria viva 
e dolorosa della mia mamma vera. Ma un 
nonno, sì, il nonno del mio primo fantasticare, 
volli crearmelo. 

Oh, di quanti nonnini veri, di quanti vec- 
chietti inseguiti e studiati un po' a Torino, un 
po' a Milano, un po' a Venezia, un po' a Fi- 
renze, si compose quel nonnino mio! Toglievo 
a uno qua la tabacchiera d'osso e il pezzolone 
a dadi rossi e neri, a un altro là il bastoncino, 
a un terzo gli occhiali e la barba a collana, a 
un quarto il modo di camminare e di soffiarsi 
il naso, a un quinto il modo di parlare e di 
ridere; e ne venne fuori un vecchietto fino, 
un po' bizzoso, amante delle arti, un nonnino 
spregiudicato, che non mi volle far seguire un 
corso regolare di studii, preferendo d'istruirmi 
lui, con la viva conversazione e conducendomi 
con sé, di città in città, per musei e gallerie. 



- 115 - 

Visitando Milano, Padova, Venezia, Ravenna, 
Firenze, Perugia, lo ebbi sempre con me, co- 
me un'ombra, quel mio nonnino fantasticato, 
che più d'una volta mi parlò anche per bocca 
d'un vecchio cicerone. 

Ma io volevo vivere anche per me, nel pre- 
sente. M'assaliva di tratto in tratto l'idea di 
quella mia libertà sconfinata, unica, e provavo 
una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi 
ci smarrivo in un beato stupore; me la sen- 
tivo entrar nel petto con un respiro lunghissi- 
mo e largo, che mi sollevava tutto lo spirito. 
Solo! solo! solo ! padrone di me ! senza dover 
dar conto di nulla a nessuno! Ecco, potevo an- 
dare dove mi piaceva: a Venezia ? a Venezia! 
a Firenze ? a Firenze ! ; e quella mia felicità 
mi seguiva dovunque. Ah, *io ricordo un tra- 
monto, a Toriiw), nei primi mesi di quella mia 
nuova vita, sul Lungo Po, presso al ponte che 
ritiene per una pescaja l'impeto delle acque che 
vi fremono irose: l'aria era d'una trasparenza 
meravigliosa; tutte le cose in ombra parevano 
smaltate in quella limpidezza; ed io, guardando, 
mi sentii così ebro della mia libertà, che te- 
metti quasi d'impazzirne, di non potervi resi- 
stere a lungo. 

Avevo già effettuato da capo a piedi la mia 
trasformazione esteriore: tutto sbarbato, con un 
pajo di occhiali azzurri chiari e coi capelli 
lunghi, scomposti artisticamente: parevo pro- 
prio un altro ! Mi fermavo qualche volta a 
conversar con me stesso innanzi a uno spec- 
chio e mi mettevo a ridere. 

— Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che 
debba esser conciato così.... Ma, via, che te 
n'importa? Va benone! Se inon fosse per que- 



«- 116 -. 

st'occhio ifz lui, di quell'imbecille, non saresta 
poi, alla fin fine, tanto brutto, nella stranezza 
un po' spavalda della tua figura. Fai un po' ri- 
dere le donne, ecco. Ma la colpa, in fondo, non 
è tua. Se quell'altro non avesse portato i capelli 
così corti, tu non saresti ora obbligato a por- 
tarli così lunghi; e non certo per tuo gusto, lo 
so, vai ora sbarbato come un prete. Pazienza! 
Quando le donne ridono.... ridi anche tu: è il 
meglio che possa fare. 

Vivevo, per altro, con me e di me, quasi 
esclusivamente. Scambiavo appena qualche pa- 
rola con gli albergatori, coi camerieri, coi vi- 
cini di tavola, ma non mai per voglia d'attaccar 
discorso. Dal ritegno anzi che ne provavo, mi 
accorsi ch'io non avevo affatto il gusto della 
menzogna. Del resto, anche ^ gli altri mostra- 
van poca voglia di parlare con me: forse a 
causa del mio aspetto, mi prendevano per uno 
straniero. Ricordo che, visitando Venezia, non 
ci fu verso di levar dal capo a un vecchio gon- 
doliere ch'io fossi tedesco, austriaco. Ero nato, 
sì, jieir Argentina, ma da genitori italiani. La 
mia vera, diciamo così, «estraneità» era beq 
altra e la conoscevo io solo: non ero piìi niente 
io; nessuno stato civile mi registrava, tranne 
quello di Miragno, ma. come morto, con l'altro 
nome. 

Non me n'affliggevo; tuttavia per austriaco, 
no, per austriaco non mi piaceva di passare. 
Non avevo avuto mai occasione idi fissar la men- 
te su la parola «patria». Avevo da pensare a 
ben altro, un tempo! Ora, nell'ozio, cominciavo 
a prender l'abitudine di riflettere su tante cose 
che non avrei mai creduto potessero anche per 
poco interessarmi. Veramente, ci cascavo senzo 



► 



— 117 — 

volerlo, e spesso mi avveniva di scrollar le 
spalle, seccato. Ma di qualche cosa bisognava 
pure che mi occupassi, quando mi sentivo stan- 
co di girare, di vedere. Per sottrarmi alle ri- 
flessioni fastidiose e inutili, mi mettevo talvol- 
ta a riempire interi fogli di carta della mia 
nuova firma, provandomi a scrivere con altra 
grafia, tenendo la penna diversamente di co- 
me la tenevo prima. A un certo punto però 
I stracciavo la carta e buttavo via la penna, lo 
potevo benissimo essere anche analfabeta! A 
chi dovevo scrivere ? Non ricevevo né potevo 
più ricever lettere da nessuno. 

Questo pensiero, come tanti altri del resto, 
mi faceva dare un tuffo nel passato. Rivedevo 
allora la casa, la biblioteca, le vie di Miragno, 
la spiaggia; e mi demandavo: — «Sarà ancora 
vestita di nero Romilda ? Forse sì, per gli oc- 
chi del mondo. Che farà ?» — E me la imma- 
ginavo, come tante volte e tante l'avevo veduta 
là per casa; e m'immaginavo anche la vedova 
Pescatore, che imprecava certo alla mia me- 
moria. 

— «Nessuna delle due, — pensavo, — si sa- 
rà recata neppure una volta a visitar nel ci- 
mitero quel pover'uomo, che pure è morto così 
barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppel- 
lito! Forse la zia Scolastica non avrà voluto 
fare per me la spesa che fece per la mamma; 
Roberto, tanto meno; avrà detto: Chi gliel'ha 
fatto fare ? Poteva vivere infine con due lire 
al giorno, bibliotecario». — Giacerò come un 
cane, nel campo dei poveri.... Via, via, non ci 
pensiamo ! Me ne dispiace per quel pover'uomo, 
il quale forse avrà avuto parenti più umani de' 
miei che lo avrebbero trattato meglio. — Ma, 



~ 118 - 

del resto, anche a lui, ormai, che glien'impor- 
ta? S'è levato il pensiero! 

Seguitai ancora per qualclie tempo a viaggia- 
re. Volli spingermi oltre l'Italia; visitai le belle 
contrade del Reno, fino a Colonia, seguendo il 
fiume, a bordo d'un piroscafo; mi trattenni 
nelle città principali: a Mannheim, a Worms, 
a Magonza, a Bingen, a Coblenza.... Avrei vo- 
luto andar più su di Colonia, più su della Ger- 
mania, almeno in Norvegia; ma poi pensai che 
io dovevo imporre un certo freno alla mia li- 
bertà. Il denaro che avevo meco doveva ser- 
virmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei 
potuto vivere ancora una trentina d'anni; e 
così fuori d'ogni legge, senza alcun documento 
tra le mani che comprovasse, non dico altro, 
la mia esistenza reale, ero nell'impossibilità 
di procacciarmi un qualche impiego; se non 
volevo dunque ridurmi a mal partito, bisognava 
che mi restringessi a vivere con poco. Fatti i 
conti, non avrei dovuto spendere più di due- 
cento lire al mese: pochine; ma già per ben due 
anni avevo anche vissuto con meno, e non io 
solo. Mi sarei dunque adattato. 

In fondo, ero già un po' stanco di quell'an- 
dar girovagando sempre solo e muto. Istinti- 
vamente cominciavo a sentir il bisogno di un 
po' di compagnia. Me ne accorsi in una triste 
giornata di novembre, a Milano, tornato da po- 
co dal mio giretto in Germania. 

Faceva freddo, ed era imrjiincnte la pioggia, 
con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio 
cerinajo, a cui la cassetta, che teneva dinanzi 
con una cinta a tracolla, impediva di ravvol- 
gersi bene in un logoro mantelletto che aveva 
su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette 



- 119 - 

sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chi- 
nai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce 
rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, 
che tremava tutto di fredda e gemeva continua- 
mente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Do- 
mandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di 
sì e che me l'avrebbe venduta anche per poco, 
benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un 
bel cane, un gran cane, quella bestiola: 

— Venticinque lire.... 

Seguitò a treniare il povero cucciolo, senza 
inorgoglirsi punto di quella stima: sapeva di 
certo che il padrone con quel prezzo non ave- 
va affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la im- 
becillità che aveva creduto di leggermi in faccia. 

Io intanto, avevo avuto il tempo di riflettere 
che, comprando quel cane, mi sarei fatto, sì, 
un amico fedele e discreto, il quale per amar- 
mi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai 
domandato chi fossi veramente e doride ve- 
nissi e se le mie carte fossero in regola; jna 
avrei dovuto anche mettermi a pagare una tas- 
sa: io che non ne pagavo più! Mi parve co- 
me una prima compromissione della mia li- 
bertà, un lieve intacco ch'io stessi per farle. 

— Venticinque lire ? Ti saluto ! — dissi al 
vecchio cerinajo. 

Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto 
la pioggerella fina fina che già il cielo comin- 
ciava a mandare, m'allontanai, considerando 
però, per la prima volta, che era beila, sì^, 
senza dubbio, quella mia libertà così sconfina- 
ta, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non 
mi consentiva neppure di comperarmi un ca- 
gnolino. 



I 9. — Un po' di nebbia. 

Del primo inverno, se rigido, piovoso, neb- 
bioso, quasi non m'ero accorto tra gli svaghi 
de' viaggi e nell'ebrezza della nuova libertà. 
Ora questo secondo mi sorprendeva già un po' 
stanco, come ho detto, del vagabondaggio e de- 
liberato a impormi un freno. E m'accorgevo 
che.... sì, c'era un po' di nebbia, c'era; e fa- 
ceva freddo; m'accorgevo che per quanto il mio 
animo si opponesse a prender qualità dal co- 
lore del tempo, pur ne soffriva. 

— Ma sta' a vedere^, — mi rampognavo, — 
che non debba più far nuvolo perchè tu possa 
ora godere serenamente della tua libertà! 

M'ero spassato abbastanza, correndo di qua 
e di là: Adriano Meis aveva avuto in quell'an- 
no la sua giovinezza spensierata; ora bisogna- 
va che diventasse uomo, si raccogliesse in sé, 
si formasse un abito di vita quieto e modesto. 
Oh, gli sarebbe stato facile, libero com'era e 
senz'obblighi di sorta. 

Così mi pareva; e mi misi a pensare in quale 
città mi sarebbe convenuto di fissar dimora, 
giacché come un uccello senza nido non 'pote- 
vo più oltre rimanere, se proprio dovevo com- 
pormi una regolare esistenza. Ma dove ? in 
una grande città o in una piccola ? No^n papevo 
risolvermi. 



— 121 — 

Chiudevo gli occhi e col pensiero volavo a 
quelle città che avevo già visitate, dall'una al- 
l'altra, indugiandomi in ciascuna fino a rive- 
dere con precisione quella tal via, quella tal 
piazza, quel tal luogo, insomma, di cui serbavo 
più viva memoria; e dicevo: 

— Ecco, io vi sono stato! Ora, quanta vitti 
mi sfugge, che seguita ad agitarsi qua e là va- 
riamente! Eppure, in quanti luoghi ho detto; 
«Qua vorrei aver casa! Come ci vivrei volen- 
tieri!» E ho invidiaLo gli abitanti che, quie- 
tamente, con le loro abitudini e le loro con- 
suete occupazioni, potevano dimorarvi, senza 
conoscere quel senso penoso di precarietà che 
tien sospeso l'animo di chi viaggia. 

Questo senso penoso di precarietà mi teneva 
ancora e non mi faceva amare il letto su cui 
mi ponevo a dormire, i varii oggetti che mi 
stavano intorno. 

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secon- 
do le immagini ch'esso evoca e aggruppa, per 
così dire, attorno a sé. Certo un oggetto può 
piacere anche per se stesso, per la diversità 
delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una 
percezione armoniosa; ma ben più spesso il 
piacere che un oggetto ci procura non si trova 
nell'oggetto per sé medesimo. La fantasia lo ab- 
bellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d'im- 
magini care.. Nò noi lo percepiamo più qual esso 
é, ma così, quasi animato dalle immagini che 
suscita in noi o che le nostre abitudini vi as- 
sociano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel 
che vi mettiamo di noi, l'accordo, l'armoniq 
che stabiliamo tra esso e noi, l'anima che esso 
acquista per noi solta,nto e che è formata dai 
nostri - ricordi. 



— 122 — 

Or come poteva avvenire per me tutto que- 
sto in una camera d'albergo? 

Ma una casa, una casa mia, tutta mia, avrei 
potuto averla io più ? I mici denari eran po- 
chini.... Ma una casettina modesta, di poche 
stanze? Piano: bisognava vedere, considerar 
bene prima, tante cosie. Certo, libero, liberissi- 
mo, io potevo esjsere soltanto così, con la va- 
ligia in mano: oggi qua, domani là. Fermo in 
un luogo, proprietario d'una ca^a^ eh, allora: 
registri e tasse subito! E non mi avrebbero 
iscritto all'anagrafe? Ma sicuramente! E co- 
n:e? con un nome falso? E allora, chi sa?, 
forse indagini segrete intorno a me da parte 
della polizia.... Insomma, impicci, imbrogli!... 
No, via: prevedevo di non poter più avere una 
casa mia, oggetti miei. Ma mi sarei allogato 
a pensione in qualche famiglia, in una camera 
mobiliata. Dovevo affliggermi per così poco ? 

L'inverno, l'inverno m'ispirava queste rifles- 
sioni malinconiche, la prossima festa di Natale 
che fa desiderare il tepore d'un cantuccio ca- 
ro, il raccoglimento, l'intimità della casa. 

Non avevo certo da rimpiangere quella di 
casa mia. L'altra, più antica, della casa pa- 
terna, l'unica ch'io potessi ricordare con rim- 
pianto, era già distrutta da un pezzo, e non 
da quel mio nuovo stato. Sicché dunque do- 
vevo contentarmi, pensando davvero che non 
sarei stato più lieto, se avessi passato a Mi- 
ragno, tra mia moglie e mia suocera — (rab- 
brividivo!) — quella festa ^ di Natale. 

Per ridere, per distrarmi, m'immaginavo in- 
tanto, con un buon panettone sotto il braccio, 
innanzi alla porta di casa mia. 

.«. — Permesso ? Stanno ancora qua le signore 



— 123 - 

Romilda Pescatore, vedova Pascal, e Marianna 
Dondi védova Pescatore? 

«— Sissignore. Ma chi è lei? 

«— Io sarei il defunto marito della, signora 
Pascal, quel povero galantuomo morto l' al- 
tr'anno, annegato. Ecco, vengo lesto lesto dal- 
l'altro mondo per passare le feste in famiglia, 
con licenza dei superiori. Me ne riparto su- 
bito ! » 

Rivedendomi così all'improvviso, sarebbe mor- 
ta dallo spavento la vedova Pescatore? Che! 
Lei ? Figuriamoci ! Avrebbe fatto rimorire me, 
dopo due giorni. 

La mia fortuna — dovevo convincermene — 
la mia fortuna consisteva appunto in questo: 
nell'essermi liberato della moglie, della suoce- 
ra, dei debiti, delle afflizioni umilianti della 
mia prima vita. Ora, ero libero del tutto. Non 
mi bastava ? Eh via, avevo ancora tutta una 
vita innanzi a me. Per il momento.... chi sa 
quanti erano soli com'ero io! 

— Sì, ma questi tali, — m'induceva a ri- 
flettere il cattivo tempo, quella nebbia male- 
detta, — o son forestieri e hanno altrove una 
casa, a cui un giorno o l'altro potranno far 
ritorno, o se non hanno casa come te, potran- 
no averla domani, e intanto avran quella ospi- 
tale di qualche amico. Tu invece, a volerla 
dire, sarai sempre e dovunque un forestiere: 
ecco la differenza. Forestiere della vita, Adria- 
no Meis. 

Mi scrollavo, seccato, esclamancfò: 

— E va bene! Meno impicci. Non ho amici? 
Potrò averne,... 

Già nella trattoria che frequentavo in quei 
giorni, un signore, mio vicino di tavola, s'erg 



— 124 — 

mostrato inchinevole a far amicizia con me. 
Poteva avere da quarant'anni: calvo sì e no, 
bruno, con occhiali d'oro, che non gli si regge- 
vano l3ene sul naso, forse per il peso de la ca- 
tenella pur d'oro. Ah, per questo un ometto 
tanto carino! Figurarsi che, quando si levava 
da sedere e si poneva il cappello in capo, pa- 
reva subito un altro: un ragazzino pareva. H 
difetto era nelle gambe, così piccole, che non 
gli arrivavano neanche a terra, se stava sedu- 
to: egli non si alzavi^ propriamente da sedere, 
ma scendeva piuttosto dalla sedia. Cercava di 
rimediare a questo difetto, portando i tacchi 
alti. Che c'è di male ? Sì, facevan troppo ru- 
more quei tacchi; ma gli rendevano intanto 
così graziosamente imperiosi i passettini da 
pernice. 

Era molto bravo poi, ingegnoso — forse un 
pochino bisbetico e volubile — ma con vedute 
sue, originali; ed era anche cavaliere. 

Ali aveva daio il suo biglietto da visita: — 
Cau. Tito Lenzi. 

A proposito di questa biglietto da visita, per 
poco non mi feci anche un motivo d'infelicità 
delia cattiva figura che mi pareva di aver fat- 
to, non potendo ricambiarglielo. Non avevo an- 
cora biglietti da visita: provavo un certo rite- 
gno a farmeli stampare col mio nuovo nome. 
Miserie! Non si può forse fare a meno de' bi- 
glietti da visita ? Si dà. a voce il proprio nome, 
e via. 

Così feci; ma, per dir la verità, il mio vero 
nome.... basta! 

Che bei discorsi sapeva tenere il cav. Tito 
Lenzi! Anche il latino conosceva; citava come 
niente Cicerone. 



— 125 — 

— La coscienza ? . Ma la coscienza non ser- 
ve, caro signore! La coscienza, come guida, 
non può bastare. Basterebbe forse, ma se essa 
fosse castello e non piazza, per così dire; se 
noi cioè potessimo riuscire a concepirci isola- 
tamente, ed essa non fosse per sua natura aper- 
ta agli altri. Nella coscienza, secondo me, in- 
somma, esiste una relazione essenziale.... si- 
curo, essenziale, tra me che penso e gli altri 
esseri che io penso. E dunque non è un asso- 
luto chG"'basti a sé stesso, mi spiego? Quando 
1 sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi al- 
tri che io penso o che lei pensa non si riflet- 
tono in me o in lei, noi non possiamo essere 
né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero che 
tutti noi lottiamo perchè i nostri sentimenti, i 
noslri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri 
gusti si riflettano nella coscienza degli altri. E 
se questo non avviene, perchè .**.. diciamo così, 
Farla del momento non si presta a trasportare 
e a far fiorire, caro signore, i germi.... i germ|i 
della sua idea nella mente altrui, lei non può 
dire che la sua coscienza le basta. A che le ba- 
ita ? Le basta per viver solo ? per isterilire nel- 
l'ombra ? Eh via! Eh via! Senta; io odio la 
'eterica. Vecchia bugiarda fanfarona, civetta con 
Ijgli occhiali. La retorica, sicuro, ha foggiato 
^questa bella frase con tanto di petto in fuori: 
:«//o la mia coscienza e mi basta». Già! Ci- 
Icerone prima aveva detto: Mea mihi conscien- 
liia pluris est quam hominum s!ermo. Cicerone 
)erò, diciamo la verità, eloquenza, eloquenza, 

la.... Dio ne scampi è liberi, caro signore! 
[Nojoso più d'un principiante di violino! 

Me lo sarei baciato. Se non che, questo mio 
[caro ometto non volle perseverare negli arguti 



- 126 — 

e concettosi discorsi, di cui ho voluto dare un 
saggio; cominciò a entrare in confidenza, e al- 
lora io, che già credevo facile e bene avviata 
la nostra amicizia, provai subito un certo im- 
paccio, sentii dentro me quasi una forza che 
mi obbligava a scostarmi, a ritrarmi. Finche 
parlò lui e la conversazione si aggirò su argo- 
menti vaghi, tutto andò bene; ma ora ilcav. Tito 
Lenzi voleva che parlassi io. 

— Lei non è di Milano, ò Vero? 

— No.... 

— Di passaggio ? 

— Sì.... 

— Bella città Milano? 

— Bella.... 

/^"Parevo un pappagallo ammaestrato. E più le 
; sue domande mi stringevano, e io con le mie 
risposte m'allontanavo. E presto fui in Ame- 
rica. Ma come l'ometto mio seppe ch'ero nato 
nell'Argentina, balzò dalla sedia e venne a 
stringermi calorosamente la mano: 

— Ah, mi felicito con lei, caro signore! La 
invidio! Ah, l'America.... Ci sono stato. 

C'era slato ? Scappa! 

— In questo caso, ~ m'affrettai a dirgli, — 
debbo io piuttosto felicitarmi con lei che c'è 
stato, perchè io posso quasi quasi dire di non 
esserci stato, tuttoché nativo di là; ma ne ven- 
ni via di pochi mesi, sicché dunque i miei piedi 
non han proprio toccato il suolo americano, 
ecco ! 

— Che peccato! ~ esclamò dolente ilcav. Ti- 
to Lenzi. — Ma lei ci avrà parenti, laggiù, mi 
immagino! 

— No, nessuno.... 

— Ah, dunque, è venuto in Italia con tutta 



— 127 — 

la famiglia, e vi si è stabilito? Dove lia preso 
stanza ? 
Mi strinsi ne le spalle: \ 

— Mah! — sospirai, tra le spine, — un po' 
qua, un pò* là.... Non ho famiglia e.... e giro! 

— Che piacere! Beato lei! Gira.... Non ha 
proprio nessuno ? ' ^.^ 

— Nessuno.... 

— Che piacere! beato lei! la invidio! 

— Lei dunque ha famiglia ? — volli doman- 
dargli, a mia volta, per deviare da me il di- 
scorso. 

— Eh no, purtroppo, — sospirò egli allora, -ac- 
cigliandosi. — Son solo e sono stato sempre solo! 

— E dunque, come me!... 

— Ma io mi annojo, caro signore! m'annojo! 
— scattò l'ometto. — Per me, la solitudine.... 
eh sì, infine, mi sono stancato. Ho tanti amici; 
ma, creda pure, non è una bella cosa, a ;una 
certa età, andare a casa e non trovar nessu- 
no. Mah! C'è chi comprende e chi non com- 
prende, caro signore. Sta molto peggio chi com- 
prende, perchè alla fine si ritrova senza ener- 
gia e senza volontà. Chi comprende, infatti, 
dice: — «Io non devo far questo, non devo 
far quest'altro, per non commettere questa o 
quella bestialità». — Benissimo! Ma a un cer- 
to punto s'accorge che la vita è tutta una be- 
stialità, e allora dica un po' lei che cosa signi- 
fica il non averne commessa alcuna: significa 
per lo meno non aver vissuto, caro signore. 

— Ma lei, — mi provai a confortarlo, — lei 
è ancora in tempo, fortunatamente.... 

— Di commettere bestialità? Ma ne ho già 
commesse tante, creda pure! — rispose con un 
gesto e un sorriso fatuo. — Ho viaggiato, ho 



— 128 — 

girato come lei e.... avventure, avventure.... 
anche molto curiose e piccanti.... sì, via, me 
ne son capitate. Guardi, per esempio, a Vienna, 
una sera.... 

Cascai dalle nuvole. Come! Avventure amo- 
rose, lui ? Tre, quattro, cinque, in Austria, in 
Francia, in Italia.... anche in Russia ? E che 
avventure! Una più ardita dell'altra.... Ecco 
qua, per dare un altro saggio, un brano di dia- 
logo tra lui e una donna maritata: 
Lui: — Eh, a pensarci, lo so, cara signora.... 
Tradire il marito, Dio mio! La fedeltà, l'o- 
nestà, ìd dignità.... tre grosse, sante parole, 
con tanto d'accento su Va. E poi: l'onore! al- 
tra parola enorme.... Ma, in pratica, crede- 
te, è un'altra cosa, cara signora: cosa di 
pochissimo momento! Domandatene alle vo- 
stre amiche che ci si sono avventurate. 
La donna maritata: — Sì ; e tutte quante han 

provato poi un grande disinganno! / 

Lui: — Ma sfido! ma si capisce! Perchè im- 
pedite, trattenute da quelle parolacce, hanno 
messo un anno, sei mesi, troppo tempo a 
risolversi. E il disinganno diviene appunto 
dalla sproporzione tra l'entità del fatto e i] 
troppo pensiero che se ne son date. Bisogna 
risolversi subito, cara signora! Lo penso. Io 
faccio. È così semplice! 

Bastava guardarlo, bastava considerare un 
po' quella sua minuscola ridicola complessio- 
ne, per accorgersi ch'egli mentiva, senza bi- 
sogno d'altre prove. 

Allo stupore seguì in me un profondo avvi- 
limento di vergogna per lui, che non si ren- 
deva conto del miserabile effetto che dovevano 
naturalmente produrre quelle sue panzane, e 



— 129 — 

anclie per me che vedevo mentire con tanta 
disinvoltura e tanto gusto, lui, lui che non ne 
avrebbe avuto alcun bisogno; mentre io, che 
non potevo farne a meno, io ci stentavo e ci 
soffrivo fino a sentirmi, ogni volta, torcer l'a- 
nima dentro. 

Avvilimento e stizza. Mi veniva d'afferrargli 
un braccio e di gridargli: 

— Ma scusi, cavaliere, perchè? perchè? 
Se però erano ragionevoli e naturali in me 

l'avvilimento e la stizza, mi accorsi, rifletten- 
doci bene, che sarebbe stata per lo meno scioc- 
ca quella domanda. Infatti, se il caro ometto 
imbizzarriva così a farmi credere a quelle sue 
avventure, la ragione era appunto nel non aver 
egli alcun bisogno di mentire; mentre io.... io 
vi ero obbligato dalla necessità. Ciò che per 
lui, insomma, poteva essere uno spasso e quasi 
l'esercizio d'un diritto, era per me, all'incon- 
tro, obbligo increscioso, condanna. 

E che seguiva da questa riflessione ? Ahimè, 
che io, condannato inevitabilmente a mentire 
dalla mia condizione, non avrei potuto avere 
mai più un amico, un vero amico, E dunque, 
uè casa, né amici.... Amicizia vuol dire con- 
fidenza; e come avrei potuto io confidare a 
qualcuno il segreto di quella mia vita senza 
nome e senza passato, sorta come un fungo dal 
suicidio di Mattia Pascal ? Io potevo aver so- 
lamente relazioni superficiali, permetteimi solo 
co' miei simili un breve scambio di parole 
aliene. 

Ebbene, erano gl'incv-^nven lenti della mia for- 
tuna. Pazienza! Mi sai'ei scoraggiato per questo ? 

— Vivrò con me e di me, come ho vissuto 
finora ! 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 9 



- VóO — 

Sì; ma ecco: per dir la verità, temevo che 
della mia compagnia non mi sarei tenuto ne 
contento né pago. E poi, toccandomi la faccia 
e scoprendomela sbarbata, passandomi una ma- 
no su quei capelli lunghi o rassettandomi gli 
occhiali sul naso, provavo una strana impres- 
sione: mi pareva quasi di non esser più io, di 
non toccare me stesso. 

Siamo giusti, io mi ero conciato a quel mo- 
do per gli altri, non per me. Dovevo ora star 
meco, così mascherato ? E se tutto ciò che ave- 
vo finto e immaginato di Adriano Meis non 
doveva servire per gli altri, per chi doveva 
servire? per me? Ma io, se mai, potevo cre- 
derci solo a patto che ci credessero gli altri. 

Ora, se questo Adriano Meis non aveva i] 
coraggio di dir bugie, di cacciarsi in mezzo 
alla vita, e si appartava e rientrava in alber- 
go, stanco di vedersi solo, in quelle tristi gior- 
nate d'inverno, per le vie di Milano, e si chiu- 
deva nella compagnia del morto Mattia Pascal, 
prevedevo che i fatti miei, eh, avrebbero co- 
niinciato a camminar male, che insomma non 
riii s'apparecchiava un divertimento, e che la 
mia bella fortuna, allora.... 

Ma la verità forse era questa: che nella mia 
libertà sconfinata, mi riusciva difficile comin- 
ciare a vivere in qualche modo. Sul punto di 
prendere una risoluzione, mi sentivo come trat- 
tenuto, mi pareva di vedere tanti impedimenti 
§ ombre e ostacoli. 

Ed ecco, mi cacciavo, di nuovo, fuori, per 
le strade; osservavo tutto, mi fermavo a ogni 
jipnnuUa, riflettevo a lungo su le minime co- 
§.ef stanco, entravo in un caffè, leggevo qualr 
Qb§ gÌ9¥Ml§j gUMià0Q là g§lite Qfe entrava e 



- 131 — 

usciva; alla fine, uscivo anch'io. Ma la vita, 
a considerarla così, da spettatore estraneo, mi 
pareva ora senza costrutto e senza scopo; mi 
sentivo sperduto tra quel rimescolìo di gente. 
E intanto il frastuono, il fermento continuo 
della città m'intronavano. 

— Oh perchè gli uomini, — domandavo a 
me stesso, smaniosamente, -^ si affannano cosi 
a rendere man mano più complicato il conge- 
gno della loro vita ? Perchè tutto questo stor- 
dimento di macchine ? E che farà l'uomo quan-"^\ 
do le macchine faranno tutto ? Si accorgerà al- \ 
lora che il cosi detto progresso non ha nulla j 
a che fare con la felicità ? Di tutte le inven- » 
zioni, con cui la scienza crede onestamente 
d'arricchire l'umanità (e la impoverisce, per- 
chè costano tanto care), che gioja in fondo 
proviamo noi, anche ammirandole ? 

In un tram elettrico, il giorno avanti, m'ero 
imbattuto in un p over' uomo, di quelli che non 
possono fare a meno di comunicare a gli altri 
tutto ciò, che passa loro per la mente. 

— Che bella invenzione! ~ mi aveva det- 
to. — Con due soldini, in pochi minuti, mi giro 
mezza Milano. 

Vedeva soltanto i due soldini della corsa, quej 
pover'uomo, e non pensava che il suo stipen- 
diuccio se n'andava tutto quanto e inon gli ba- 
stava per vivere intronato di quella vita fra- 
gorosa, col tram elettrico, con la luce elettri- 
ca, ecc., ecc. 

' Eppure la scienza, pensavo, ha l'illusione di 
render più facile e più comoda l'esistenza! Ma^. 
anche ammettendo che la renda veramente più 
facile, con tutte le sue macchine così difficili e 
cofuplicate, domando io: — E qual peggior 



— 132 — 

servizio a chi sia condannato a una briga va- 
na, che rendergliela facile e quasi meccanica? 

Rientravo in albergo. 

Là, in un corridojo, sospesa nel vano d'una 
linestra, c'era una gabbia con un canarino. Non 
polendo con gli alti'i e non sapendo che fare, 
mi mettevo a conversar con lui, col canarino: 
gli rifacevo il verso con le labbra, ed esso ve- 
ramente credeva che qualcuno gli parlasse e 
ascoltava e forse coglieva in quel mio pispis- 
sìo' care notizie di nidi, di foglie, di libertà.... 
Si agitava nella gabbia, si voltava, saltava, guar- 
dava di traverso, scotcndo la testina, poi mi ri- 
spondeva, chiedeva, ascoltava ancora. Povero 
uccellino! lui sì m'intendeva, mentre io non 
sapevo che cosa gli avessi detto.... 

Ebbene, a pensarci, non avviene anche a noi 
uomini qualcosa di simile ? Non crediamo an- 
che noi che la natura ci parli ? e non ci sem- 
bra di cogliere un senso nelle sue voci miste- 
riose, una risposta, secondo i nostri desiderìi, 
alle airannose domande che le rivolgiamo ? E 
intanto la natura, nella sua infinita grandezza, 
non ha forse il più fontano sentore di noi o 
della nostra vana illusione. 

Ma vedete un po' a quali conclusioni uno 
scherzo suggerito dall'ozio può condurre un uo- 
mo condannato a star solo con. se stesso! Mi 
veniva quasi di prendermi a schiafU. Ero io 
dunque sul punto di diventar^ sul serio un 
filosofo ? 

No, no, via, non era logica la mia condotta. 
Così, non aVrei potuto più oltre durarla. Biso- 
gnava ch'io vincessi ogni ritegno^ prendessi a 
ggni costo una risoluzione. 

Iq, iftSQmma, doYeyg yiyerep vivere, vivere. 



§ 10. — Acquasantiera e portacenere. 

Pochi giorni dopo ero a Roma, per prendervi 
dimora. 

Perchè a Roma e non altrove ? La ragione 
vera la vedo adesso, dopo tutto quello che m'è 
occorso, ma non la dirò per non guastare il 
mio racconto con riflessioni che, a questo pun- 
to, sarebbero inopportune. Scelsi allora Roma, 
prima di tutto perdio mi piacque sopra ogni 
altra città, e poi perchè mi parve più adatta 
a ospitar con indifferenza, tra tanti forestieri, 
un forestiere come me. 

La scelta della casa, cioè d'una cameretta 
decente, in qualche via tranquilla, presso una 
famiglia discreta, mi costò molta fatica. Final- 
mente la trovai in via Ripetta, alla vista del 
fiume. A dir vero, la prima impressione che 
ricevetti della famiglia che doveva ospitarmi 
fu poco favorevole; tanto che, tornato all'alber- 
go, rimasi a lungo perplesso se non mi conve- 
nisse di cercare ancora. 

Su la porta, al quarto piano, c'erano due 
targhette: Paleari di qua, Papiano di là; sotto 
a questa, un biglietto da visita, fissato con due 
bollette di rame, nel quale si leggeva: Silvia 
Caporale. 



- 134 -~ 

Venne ad aprirmi un vecchio su i sessantan- 
ni (Paleari? Papiano?), in mutande di tela, 
coi piedi scalzi entro un pajo di ciabatte roc- 
ciose, nudo il torso roseo, ciccioso, senza un 
pelo, le mani insaponate e con un fervido tur- 
bante di spuma in capo. 

— Oh scusi! — esclamò. — Credevo che fos- 
se la donna.... Abbia pazienza: mi trova così.... 
Adriana! Terenzio! E subito via! VecU che c'è 
qua un signore.... Abbia pazienza, un momen- 
tino; favorisca.... Che cosa desidera? 

— S'affitta qua una camera mobiliata? 

— Sissignore. Ecco mia figlia: parlerà con 
lei. Su, Adriana, la camera! 

Apparve, tutta confusa, una signorinetta pic- 
cola piccola, bionda, pallida, dagli occhi cernii, 
dolci e mesti, come tutto il volto. Adriana, 
come me! «Oh guai'da un po'! — pensai. — 
Neanche a farlo apposta!» 

— Ma Terenzio dov'è? — domandò l'uomo 
dal turbante di spuma. 

— Oh Dio, papà, sai bene che è a Napoli, 
da jeri. Ritirati! Se ti vedessi.... — gli rispose 
la signorinetta mortificata, con una vocina te- 
nera che, pur nella lieve irritazione, espri- 
meva la mitezza dell'indole. 

Quegli si ritirò, ripetendo: Ah già! ah giù!, 
strascicando le ciabatte e seguitando a insapo- 
narsi il capo calvo e anche il grigio barbone. 

Non potei fare a meno di sorridere, ma 
benevolmente, per non mortificare di più la 
figliuola. Ella socchiuse gli occhi, come per non 
vedere il mio sorriso. 

Mi parve dapprima una ragazzetta; poi, os- 
servando bene l'espressione del volto, m'accorsi 
ch'era già donna e che doveva perciò porta 



- 135 — 

se vogliamo, quella veste da camera che la 
rendeva un po' goffa, non adattandosi al corpo 
e alle fattezze di lei così piccolina. Vestiva di 
mezzo lutto. 

Parlando pianissimo e sfuggendo di guardar- 
mi (chi sa che impressione le feci in prima!), 
m'introdusse, attraverso un corridojo bujo, nella 
camera che dovevo prendere in affitto. Aperto 
l'uscio, mi sentii allargare il petto, all'aria ^ 
alla luce che entravano per due ampie finestre 
prospicienti il fiume. Si vedeva in fondo in fondo 
Monte Mario, Ponte Margherita e tutto il nuovo 
quartiere dei Prati fino a Castel Sant'Angelo; 
si dominava il vecchio ponte di Ripetta e il 
nuovo che vi si costruiva accanto; più là, il 
ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tor- 
dinona che seguivan la voluta ampia del fiume; 
in fondo, da quest'altra parte, si scorgevano 
le verdi alture del Gianicolo, col fontanone di 
San Pietro in Montorio e la statua equestre di 
Garibaldi. 

In grazia di questa spaziosa veduta presi 
in affitto la camera, che era per altro addob- 
bata con graziosa semplicità, di tappezzeria 
chiara, bianca e celeste. 

— Questo terrazzino qui accanto, — volle 
dirmi la ragazzetta in veste da camera, — 
appartiene pure a noi, almeno per ora. Lo but- 
teranno giù, dicono, perchè fa aggetto.... 

— Fa.... che cosa? 

— Aggetto: non si dice così? Ma ci vorrà 
tempo, prima che sia finito il Lungotevere. 

Sentendola parlare piano, con tanta serietà, 
vestita a quel modo, sorrisi e dissi: 

— Ah sì? 

Se ne offese. Chinò gli occhi e si strinsie 



~ 136 -- 

un po' il labbro tra i denti. Per farle piacere, 
allora, le parlai anch'io con gravità: 

— E.... scusi, signorina: non ci sono bara- 
bini, è vero, in casa? 

Scosse il capo senza aprir bocca. Forse nella 
mia domanda sentì ancora un sapor d'ironia, 
ch'io però non avevo voluto metterci. Avevo 
detto bambini e non bambine. Mi affrettai a ri- 
parare un'altra volta: 

— E.... dica, signorina: loro non affittano 
altre camere, è vero? 

— Questa è la migliore, ~ mi rispose, senza 
guardarmi. — - Se non le accomoda.... 

— No no.... Domandavo per sapere se.... 

— Ne affittiamo un'altra, — disse allora ella, 
alzando gli occhi con aria d'indifferenza for- 
zata. — Di là, posta sul davanti.... su la via. 
È occupata da una signorina che sta con noi 
ormai da due anni: dà lezioni di pianoforte.... 
non in casa. 

Accennò, così dicendo, un sorriso lieve lieve, 
e mesto. Aggiunse: 

— Siamo io, il babbo e mìo cognato.... 

— Paleari? 

— No: Paleari è il babbo; mio cognato si 
chiama Terenzio Papiano.... Deve però andar 
via, col fratello che per ora sta anche lui 
qua con noi. Mia sorella è morta. .^. da sei mesi. 

Per cangiar discorso, le domandai che pigione 
avrei dovuto pagare; ci accordammo subito; 
le domandai anche se bisognava lasciare una 
caparra. 

— Faccia lei, — mi rispose. — Se vuole 
piuttosto lasciare il nome.... 

Mi tastai il petto, sorridendo nervosamente, 
e dissi: 



— 137 — 

— Non ho.... non ho neppure un bìghctto 
da visita.... Mi chiamo Adriano, sì, appunto: 
ho sentito che si chiama Adriana anche lei, 
signorina. Forse le farà dispiacere.... 

— Ma no! Perchè? — fece lei, notando evi- 
dentemente il mio curioso imbarazzo e ridendo 
questa volta come una vera bambina. 

Risi anch'io e soggiunsi: 

— E allora, se non le dispiace, mi chiamo 
Adriano Meis: ecco fatto! Potrei alloggiare qua 
stasera stessa? O tornerò meglio domattina.... 

Ella mi rispose: «Come vuole» — ma io 
me ne andai con l'impressione che le avrei 
fatto im gran piacere se non fossi più tornato». 
Avevo osato nientemeno di non tenere nella 
debita considerazione quella sua veste da ca- 
mera. 

Potei vedere però e toccar con mano, pochi 
giorni dopo, che la povera fanciulla doveva pro- 
prio portarla, quella veste da camera, di cui 
ben volentieri, forse, avrebbe fatto a meno. 
Tutto il peso della casa era su le sue spalle, 
guai se non ci fosse stata lei! 
Il padre, Anselmo Paleari, quel vecchio che 
l'era venuto innanzi con un turbante di spu- 
la in capo, aveva pure così, come di spuma, il 
cervello. Lo stesso giorno che entrai in casa sua, 
li si presentò, non tanto — disse — per rifar- 
ni le scuse del modo poco decente in cui mj 
Ta apparso la prima volta, quanto per il pia- 
cere di far la mia conoscenza, avendo io Fa- 
jpetto d'uno studioso o d'un artista, forse: 

— Sbaglio? 

— Sbaglia. Artista.... per niente! studioso.... 
^così così.... Mi piace di leggere qualche libro. 

— Ohj ne ha di buoni! — fece lui, guardan- 



— 188 — 

do ì dorsi di quei pochi che avevo già disposti 
sul palchetto della scrivania. — Poi, qualche 
altro giorno, le mostrerò i miei, eh? Ne Jio 
di buoni anch'io. Mah! 

E scrollò le spalle e rimase lì, astratto, con 
gli occhi invagati, evidentemente senza ricor- 
darsi più di nulla, né dov'era nò con chi era: 
ripetè altre due volte: Mah!... Mah!, con gli 
angoli della bocca contratti in giù, e mi voltò le 
spalle per andarsene, senza salutarmi. 

Ne provai, lì per lì, una certa maraviglia; 
ma poi, quand'egli nella sua camera mi mostrò 
i libri, come aveva promesso, non solo quella 
piccola distrazione di mente mi spiegai, ma an- 
che tant'alti'e cose. Quei libri recavano titoli 
di questo genere: La Mort et Vau-delà — Uhoni' 
me et ses corps — Les sept prlncìpes de Vhom- 
mc — Karma — La clef de la Théosophie — 
A B C de la Théosophie — La doctrìne secreta 
— Le Pian Astrai — ecc., ecc. 

Era ascritto alla scuola teosofica il signor 
Anselmo Paleari. 

Lo avevano messo a riposo, da éaposezione 
in non so qual Ministero, prima del tempo, e lo 
avevano rovinato, non solo finanziariamente, ma 
anche perchè, libero e padrone del suo tempo, 
egli si era adesso sprofondato tutto ne' suoi fan- 
tastici studii e nelle sue nuvolose meditazioni, 
astraendosi più che mai dalla vita materiale. 
Per lo meno mezza la sua pensione doveva an- 
darsene nell'acquisto di quei libri. Già se n'era 
fatta una piccola biblioteca. La dottrina teoso- 
fica però non doveva soddisfarlo interamente. 
Certo il tarlo della ci'itica lo rodeva, perchè, 
accanto a quei libri di teosofia, aveva anche una 
ricca collezione di saggi, e di studii filosofici 



- 139 - 

antichi e moderni e libri d'indagine scienlifica. 
In questi ultimi tempi si era dato anche a 
gli esperimenti spiritici. 

Aveva scoperto nella signorina Silvia Capo- 
rale, maestra di pianoforte, sua inquilina, 
straordinarie facoltà medianiche, non ancor 
bene sviluppate, per dire la verità, ma che si 
sarebbero senza dubbio sviluppate, col tempo e 
con l'esercizio, fino a rivelarsi superiori a quel- 
le di tutti i medium piìi celebrati. 

Io, per conto mio, posso attestare di non 
aver mai veduto, in una faccia volgarmente 
brutta, da maschera carnevalesca, un pajo d'oc- 
chi più dolenti di quelli della signorina Silvia 
Caporale. Eran nerissimi, intensi, agglobati, e 
davan l'impressione che dovessero aver dentro 
un contrappeso di piombo, come quelli delle 
bambole automatiche. La signorina Silvia Ca- 
porale aveva più di quarant'anni e anche un 
bel pajo di baffi, sotto il naso a pallottola sem- 
pre rosso. 

Seppi di poi che questa povera donna era 
arrabbiata d'amore, e beveva; si sapeva bi-utta, 
ormai vecchia e, per disperazione, beveva. Certe 
sere si riduceva in casa in uno stato vera- 
mente deplorevole: col cappellino a sghimbescio, 
la pallottola del naso rossa come una carota e 
gli occhi semichiusi, più dolenti che mai. 

Si buttava sul letto, e subito tutto il vino 
bevuto le riveniva fuori trasformato in un infi- 
nito torrente di lagrime. Toccava allora alla 
povera piccola mammina in veste da camera 
vegliarla, confortarla fino a tarda notte: ne 
aveva pietà, pietà che vinceva la nausea: la 
sapeva sola al mondo e infelicissima, con quella 
rabbia in corpo che le faceva odiar la vita, a 



— 140 - 

cui già due volte aveva attentalo; la indiiceva 
pian piano a prometterle che sarebbe stata 
buona, che non l'avrebbe fatto più; e, sissignori. 
il giorno appresso se la vedeva comparire tutta 
infronzolata e con certe mossette da scimmia, 
trasformata di punto in bianco in bambina in- 
genua e capricciosa. 

Le poche lire che le a\^eniva di guadagnare 
di tanto in tanto facendo provar le canzonette 
a qualche attrice esordiente di caffè-concerto, se 
n'andavano così o per bere o per infronzolarsi, 
ed ella non pagava nò l'affìtto della camera ne 
quel po' che le davano da mangiare là in fa- 
miglia. Ma non si poteva mandar via. Come 
avrebbe fatto il signor Anselmo Paleari per i 
suoi esperimenti spiritici? 

C'era in fondo, però, un'altra ragione. La 
signorina Caporale, due anni avanti, alla morte 
della madre, aveva smesso casa e, venendo a 
viver lì dai Paleari, aveva affidato circa sci mila 
lire, ricavate dalla' vendita dei mobili, a Te- 
renzio Papiano, per un negozio che questi le 
aveva proposto, sicurissimo e lucroso: le sei 
mila lire erano sparite. 

Quando ella stèssa, la signorina Caporale, 
lagrimando, mi fece questa confessione, io po- 
tei scusai'e in qualche modo il signor Anselmo 
Paleari, il quale per quella sua foiba soltanto 
m'era parso dapprima che tenesse una don- 
na di tal risma a contatto della propria fi- 
gliuola. 

È vero che per la pìccola Adriana, che si 
dimostrava così istintivamente buona e anzi 
troppo savia, non v'era forse da temere: ella 
infatti più che d'altro si sentiva offesa nell'a- 
nima da quelle pratiche misteriose del padre, 



- 141 — 

da quell'evocazione di spiriti per mezzo della 
signorina Caporale. 

Era religiosa la piccola Adriana. Me ne ac- 
corsi fin dai primi giorni per via di un'acqua- 
santiera di vetro azzurro appesa a muro sopra 
il tavolino da notte, accanto al mio letto. M'ero 
coricato con la sigaretta in bocca, ancora ac- 
cesa, e m'ero messo a leggere uno di quei libri 
del Paleari; distratto, avevo poi posato il moz- 
zicone spento in quell'acquasantiera. Il giorno 
dopo, essa non c'era piìi. Sul tavolino da notte, 
invece, c'era un portacenere. Volli domandarle 
se la avesse tolta lei dal muro; ed ella, arros- 
sendo leggermente, mi rispose: 

— Scusi tanto, m'è parso che le bisognasse 
piuttosto un portacenere. 

— Ma c'era acqua benedetta nell'acquasan- 
tiera? 

— C'era. Abbiamo qui dirimpetto la chiesa 
di San Rocco.... 

E se n'andò. Mi voleva dunque santo quella 
minuscola mammina, se al fonte di San Rocco 
aveva attinto l'acqua benedetta anche per la 
mia acquasantiera? Per la mia e per la sua, 
certamente. Il padre non, doveva usarne. E nel- 
l'acquasantiera della signorina Caporale, sep- 
pure ne aveva, vin santo, piuttosto. 



Ogni minimo che — sospeso come già da 
im pezzo mi sentivo in un vuoto strano — mi 
faceva ora cadere in lunghe riflessioni. Questo 
dell'acquasantiera m'indusse a pensare che, fin 
da ragazzo, io non avevo più atteso d pratiche 



— 142 — 

religiose, né ero più entrato in alcuna chiesa 
pei' pregare, andato via Pinzone che mi vi con- 
duceva insieme con Berto, per ordine della 
mamma. Non avevo mai sentito alcun bisogno 
di domandare a me stesso se avessi veramente 
una fede. E Mattia Pascal era morto di mala 
morte senza conforti religiosi. 

Improvvisamente, mi vidi in una condizione 
assai speciosa. Per tutti quelli che mi conosce- 
vano, io m'ero tolto — bene o male — il pen- 
siero più fastidioso e più affliggente che si pos- 
sa avere, vivendo: quello della morte. Chi sa 
quanti, a Miragno, dicevano: 

— Beato lui, alla fine! Comunque sia, ha 
risolto il problema. 

E non avevo risolto nulla, io, intanto. Mj 
trovavo ora coi libri d'Anselmo Paleari tra le 
mani, e questi libri m'insegnavano che i morti, 
quelli veri, si h^ovavano nella mia indentica 
condizione, nei «gusci» del Kdmaloka, special- 
mente i suicidi, che il signor Leadbeater, autore 
del Pian Astrai (premier degré du monde in- 
visible, d'après la théosophie), raffigura come 
eccitati da ogni sorta d'appetiti umani, a cui 
non possono soddisfare, sprovvisti come sono 
del corpo carnale, ch'essi però ignorano d'aver 
perduto. 

— Oh guarda un po', — pensavo, — ch'io 
quasi quasi potrei credere che mi sia davvero 
affogato nel molino della Stia, e che intanto mi 
illuda di vivere ancora. 

Si sa che certe specie di pazzìa sono conta- 
giose. Quella del Paleari, per quanto in prima 
mi ribellassi, alla fine mi s'attaccò. Non che 
credessi veramente d'esser morto: non sarebbe 
stato un gran male, giacche il forte è morire, e, 



- 143 - . 

f appena morti, non credo che si possa avere il 
tristo desiderio di ritornare in vita. Mi accorsi 
tutt'a un ti'atto che dovevo proprio morire an- 
cora: ecco il male! Chi se ne ricordava più? 
Dopo il mio suicidio alla Stia, io naturalmente 
non avevo veduto più altro, innanzi a me, che la 
vita. Ed ecco qua, ora: il signor Anselmo Pa- 
leari mi metteva innanzi di continuo l'ombra 
della morte. 

Non sapeva più parlar d'altro, questo bene- 
dett'uomo! Ne parlava però con tanto fervore e 
gli scappavan fuori di tratto in tratto, nella 
foga del discorso, certe immagini e certe espres- 
sioni così singolari, che, ascoltandolo, mi pas- 
sava subito la voglia di cavarmelo d'attorno e 
d'andarmene ad abitare altrove. Del resto, la 
dottrina e la fede del signor Paleari, tuttoché 
mi sembrassero talvolta puerili, erano in fondo 
confortanti; e, poiché purtroppo mi s'era af- 
facciata l'idea che, un giorno o l'altro, io do- 
vevo pur morire sul serio, non mi dispiaceva 
di sentirne parlare a quel modo. 

— C'è logica? — mi domandò egli un giorno, 
dopo avermi letto un passo di un libro del Pi- 
not, pieno d'una filosofia così sentimentalmente 
macabra, che pareva il sogno d'un becchino 
morfinomane, su la vita nientemeno dei vermi 
nati dalla decomposizione del corpo umano. — 
C'è logica? Materia, sì, materia: ammettiamo 
che tutto sia materia. Ma c'è forma e forma, 
modo e modo, qualità e qualità: c'è iP sasso e 
l'etere imponderabile, perdio ! Nel mio stesso 
corpo, c*è l'unghia, il dente, il pelo, e c'è, per 
bacco, il finissimo tessuto oculare. Ora, sissi- 
gnore, chi vi dice di no? quella che chiamiamo 
anima sarà materia antTn'essa: ma vorrete ani- 



— 144 - 

mctlerml che non sarà materia come Tunghia, 
come il dente, come il pelo: sarà materia come 
l'etere, o che so io. L'etere, sì, l'ammettete come 
ipotesi, e l'anima jio? C'è logica? Materia, sis- 
signore. Segua il mio ragionamento, e veda un 
po' dove arrivo, concedendo tutto. Veniamo 
alla Natura. Noi consideriamo adesso l'uomo 
come l'erede di una serie innumerevole di ge- 
nerazioni, è vero? come il prodotto di una 
elaborazione ben lenta della natura. Lei, caro 
signor Meis, ritiene che sia una bestia anch'es- 
so, crudelissima bestia e, nel suo insieme, ben 
poco pregevole? Concedo anche questo, e dico: 
sta bene, l'uomo rappresenta nella scala degli 
esseri un gradino non molto elevato; dal verme 
all'uomo poniamo otto, poniamo sette, ponia- 
mo cinque gradini. Ma, perdiana !, la Natura 
ha faticato miglia j a, miglia] a e migliaja di se- 
coli per salire questi cinque gradini, dal verme 
all'uomo; s'è dovuta evolvere, è vero? questa 
materia per raggiungere come forma e come so- 
stanza questo quinto gradino, per diventare que- 
sta bestia che ruba, questa l3estia che uccide, 
questa bestia bugiarda, ma che pure è capace 
di scrivere la Divina Comedla, signor Meis, e 
di sacrificarsi come ha fatto sua madre e mia 
madre; e tutt'a un tratto, pàffete, torna a 
zero? C'è logica? Ma diventerà verme il mio 
naso, il mio piede, non l'anima mia, per bacco I 
materia anch'essa, sissignore, chi vi dice di 
no? ma non come il mio naso o come 11 mjo 
piede. C'è logica? 

— Scusi, signor Paleari, — gli obbietta! io, 
— un grand'uomo passeggia, cade, batte la te- 
sta, diventa scemo. Dov'è l'anima? 

Il signor Anselmo restò un tratto a guar- 



— 145 — 

dare, come se improvAàsamente gli fosse ca- 
duto un macigno innanzi ai piedi. 

— Dov'è l'anima? 

— Sì, Lei o io, io che non sono un gran- 
cTuomo, ma che pure.... via, ragiono: passeggio, 
cado, batto la testa, divento scemo. Dov'è l'a- 
nima? 

Il Paleari giunse le mani e, con espressione 
di benigno compatimento, mi rispose: 

— Ma, santo Dio, perchè vuol cadere e bat- 
ter la testa, caro signor Meis? 

— Per un'ipotesi.... 

— Ma nos^grioFé: passeggi pure tranquilla- 
mente. Prendiamo i vecchi che, senza bisogno 
di cadere e batter la testa, possono natural- 
mente diventar scemi. Ebbene, che vuol dire? 
Lei vorrebbe provare con questo che, fiaccan- 
dosi il corpo, si raffievolisca anche l'anima, 
per dimostrar così che l'estinzione dell'uno im- 
porti l'estinzione dell'altra? Ma scusi ! Immagini 
un po' il caso contrario: di corpi estremamen- 
te estenuati in cui pur brilla potentissima la 
luce délFanima: Giacomo Leopardi ! e tanti vec- 
chi, come per esempio Sua Santità Leone XIII ! 
E dunque? Ma immagini un pianoforte e un 
sonatore: a un certo punto, sonando, il piano- 
forte si scorda; un tasto non batte più; due, 
tre corde si spezzano; ebbene, sfido ! con uno 
strumento così ridotto, il sonatore, per forza, 
pur essendo bravissimo, dovrà sonar male. E 
se il pianoforte poi tace, non esiste più nean- 
che il sonatore? 

— Il cervello sarebbe il pianoforte; il sonato- 
re l'anima? 

— Appunto, signor Meis. Ora se il cervello 
si guasta, per forza l'anima s'appalesa scema, 

P1RA.NDELL0. TI fu Mattia Pascal. 10 



- 146 — 

o inatta, o che so io^ Vuol dire che, se il sonatore 
avrà rotto, non per disgrazia, ma per inavver- 
^tenza o per volontà Io strumento, pagherà: 
chi rompe paga: si paga tutto, si paga. Ma 
questa è un'altra questione. Scusi, non vorrà 
dir nulla per lei che tutta Tumanità, tutta, 
dacché se ne ha notizia, ha sempre avuto l'aspi- 
razione a un'altra vita, di là? È un fatto, que- 
sto, un fatto, una prova reale. 

— Dicono: l'istinto della conservazione.... 

— Ma nossignore, perchè me n'infischio io, 
sa? di questa vile pellaccia che mi ricopre ! 
Mi pesa, la sopporto perchè so che devo soppor- 
tarla; ma se mi provano, perdiana, che — 
dopo averla sopportata per altri cinque o sei 
o dieci anni — io non avrò pagato lo scotto in 
qualche modo, e che tutto finirà lì, ma io la 
butto via oggi stesso, in questo stesso momento: 
e dov'è allora l'istinto della conservazione? Mi 
conservo unicamente perchè sento che non può 
finire così ! Ma altro è l'uomo singolo, dicono, 
altro è l'umanità. L'individuo finisce, la spe- 
cie continua la sua evoluzione. Bel modo di 
ragionare, codesto! Ma guardi un po''! Come 
se l'umanità non fossi io, non fosse lei e, a 
uno a uno, tutti. E non abbiamo ciascuno lo# 
stesso sentimento, che sarebbe cioè la cosa più 
assurda e più atroce, se tutto dovesse consister 
qui, in questo miserabile soffio che è la nostra 
vita terrena: cinquanta, sessant'anni di noja, 
di miseria, di fatiche: perchè? per niente! per 
l'umanità? Ma se l'umanità anch'essa un gior- 
no dovrà finire? Pensi un po': e tutta questa 
vita, tutto questo progresso, tutta questa evo- 
luzione, perchè sarebbero stati? Per niente? 
E il niente, il puro niente, dicono intanto che 



- 147 - 

non esiste.:.. Guarigione dell'astro, è vero? come 
ha detto lei l'altro giorno. Va bene: guarigione; 
ma bisogna vedere in che senso. Il male della 
scienza, guardi, signor Meis, è tutto qui: che 
vuole occuparsi della vita soltanto. 

— Eh, — sospirai io, sorridendo, — - poiché 
dobbiamo vivere.... 

— Ma dobbiamo anche morire! — ribatta 
il Paleari. 

— Capisco; perchè però pensarci tanto? 

— Perchè? ma perchè non possiamo com- 
prendere la vita, se in qualche modo non ci 
spieghiamo la morte! Il criterio direttivo delle 
nostre azioni, il filo per uscir da questo .la- 
birinto, il lume insomma, signor Meis, il lume 
deve venirci di là, dalla morte. 

— Col bujo che vi fa? 

— Bujo? Bujo per lei! Provi ad accendervi 
una lampadina di fede, con l'olio puro del- 
l'anima. Se questa lampadina manca, noi ci ag- 
giriamo qua, nella vita, come tanti ciechi, con 
tutta la luce elettrica che abbiamo inventata! 
Sta bene, benissimo, per la vita, la lampadina 
elettrica; ma noi, cai'o signor Meis, abbiamo 
anche bisogno di quell'altra che ci faccia un 
po' di luce per la morte. Guardi, io provo an- 
che, certe sere, ad accendere un certo lanter- 
nino col vetro rosso; bisogna ingegnarsi in tutti 
i modi, tentar comunque di vedere. Per ora, 
mio genero Terenzio è a Napoli. Tornerà fra 
qualche mese, e allora io la inviterò ad assi- 
stere a qualche nostra modesta sedutina, se 
vuole. E chi sa che quel lanternino.... Basta, 
non voglio dirle altro. 

Come si vede, non era molto piacevole la 
compagnia di Anselmo Paleari. Ma, pensandoci 



- 148 — 

bene, potevo io senza rischio, o Ineglio, senza 
vedermi costrclto a mentire, aspirare a qual- 
che altra compagnia men lontana dalla vita? 
Mi ricordavo ancora del cav. Tito Lenzi. Il si- 
gnor Paleari invece non si curava di saper 
nulla di me, pago dell'attenzione ch'io prestavo 
a' suoi discorsi. Quasi ogr\i mattina, dopo la 
consueta abluzione di tutto il corpo, mi accom- 
pagnava nelle mie passeggiate; andavamo o sul 
Gianicolo o su l'Aventino o su Monte Mario, tal- 
volta sino a Ponte Nomentano, sempre parlando 
della morte. 

--- Ed ecco che bel guadagno ho fatto io, 
— pensavo, — a non esser morto davvero! 

Tentavo qualche volta di trarlo a parlar d'al- 
tro; ma pareva che il signor Paleari non aves- 
se occhi per Io spettacolo della vita intorno; 
camminava quasi sempre col cappello in mano; 
a un certo punto, lo alzava come per salutar 
qualche ombra ed esclamava; 

— Sciocchezze! 

Una sola volta mi rivolse, all'improvviso, una 
domanda particolare: 

— Perchè sta a Roma lei, signor Meis? 
Mi strinsi né le spalle e gli risposi: 

— Perchè mi piace di starci.... 

— Eppure è una città triste, — osservò egli, 
sedendo il capo. — Molti si meravigliano che 
nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea 
viva vi attecchisca. Ma questi tali si meraviglia- 
no perchè non vogliono riconoscere che Roma 
è morta. 

— Morta anche Roma? — • esclamai, coster- 
nato. 

— Da gran tempo, signor Meis! Ed è vano, 
creda, ogni sforzo per farla rivivere. Chiusa 



— 149 — 

nel sogno del suo grandioso passato, non ne 
vuol più sapere di questa vita meschina che si 
ostina a formicolarle intorno. Quando una città 
ha avuto una vita come quella di Roma, con 
caratteri così spiccati e particolari, non può 
diventare una città moderna, cioè una città 
come un'altra. Roma giace là, col suo gran 
cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio. 
Son forse di Roma queste nuove case? Guardi, 
signor Meis. Mia figlia Adriana mi ha detto 
dell'acquasantiera, che stava in camera sua, 
si ricorda? Adriana gliela tolse dalla camera, 
quell'acquasantiera; ma, l'altro giorno, le cadde 
di mano e si ruppe: ne rimase soltanto la con- 
chetta, e questa, ora, è in camera mia, su la 
mia scrivania, adibita all'uso che lei per primo, 
distrattamente, ne aveva fatto. Ebbene, signor 
Meis, il destino di Roma è l'identico. I papi ne 
avevano fatto — a modo loro, s'intende — 
un'acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto, 
a modo nostro, un portacenere. D'ogni paese 
siamo venuti qua a scuotervi la cenere del 
nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivo- 
lezza di questa miserrima vita nostra e del- 
l'amaro e velenoso piacere che essa ci dà. 



I 11. — Di sarà, guardando il fiume. 

Man mano che la familiarità cresceva per la 
considerazione e la benevolenza che mi dimo- 
strava il padron di casa, cresceva anche per 
me la diflìcdltà del trattare, il segreto impac- 
cio che già avevo provato e che spesso ora di- 
ventava acuto come un rimorso, nel vedermi 
lì, intruso in quella famiglia, con un nome fal- 
so, coi lineamenti alterati, con una esistenza 
fittizia e quasi inconsistente. E mi proponevo 
di trarmi in disparte quanto più mi fosse pos- 
sibile, ricordando di continuo a me stesso che 
non dovevo accostarmi troppo alla vita altrui, 
che dovevo sfuggire ogni intimità e contentar- 
mi di vivere così fuor fuori. 

— Libero! — dicevo ancora; ma già comin- 
ciavo a penetrare il senso e a misurare i confini 
di questa mia libertà. 

Ecco: essa, per esempio, voleva dire star- 
mene lì, di sera, affacciato a una finestra, a 
guardare il fiume che fluiva nero e silente tra 
gli argini nuovi e sotto i ponti che vi riflet- 
tevano i lumi dei loro fanali, tremolanti come 
serpentelli di fuoco; seguire con la fantasia il 
corso di quelle acque, dalla remola fonte apen- 
nina, via per tante campagne, ora attraverso 



— 151 — 

la città, poi per la campagna di nuoVò, fino 
alla foce; fingermi col pensiero il mare tene- 
broso e palpitante in cui quelle acque, dopo 
tanta corsa, andavano a perdersi, e aprire di 
tratto in tratto la bocca a uno sbadiglio. 

— Libertà.... libertà.... — mormoravo. — Ma 
pure, non sarebbe lo stesso anche altrove ? 

Vedevo qualche s^ra nel terrazzino lì accan- 
to la mammina di casa in veste da camera, 
intenta a innaffiare i vasi di fiori. — Ecco la 
vita! — pensavo. E seguivo con gli occhi la 
dolce fanciulla in quella sua cura gentile, aspet- 
tando di punto in punto ch'ella levasse lo sguar- 
do verso la mia finestra. Ma invano. Sapeva 
che stavo lì; ma, quand'era sola, fingeva di 
non accorgersene. Perchè ? effetto di timidezza 
soltanto, quel ritegno, o forse me ne voleva an- 
cora, in segreto, la cara mammina, della poca 
considerazione ch'io crudelmente mi ostinavo a 
dimostrarle ? 

Ecco, ella ora, posato l'annaffiatojo, si appog- 
giava al parapetto del terrazzino e si metteva 
a guardare il fiume anche lei, forse per dai-mi 
a vedere che non si curava né punto né poco di 
me, poiché aveva per proprio conto pensieri 
ben gravi da meditare, in quell'atteggiamento, 
e bisogno di solitudine. 

Sorridevo tra me, così pensando; ma poi, 
vedendola andar via dal terrazzino, riflettevo 
che quel mio giudizio poteva anche essere er- 
rato, frutto del dispetto istintivo che ciascuno 
prova nel vedersi non curato; e: — Perché, 
del resto, — mi domandavo, — dovrebbe ella 
curarsi di me, rivolgermi, senza bisogno, la 
parola ? Jo qui rappresento la disgrazia della 
{sua vita, la follia di suo padre; rappresento 



-- 15'^ — 

forse un'umiliazione per lei. Forse ella rim- 
piange ancora il tempo che suo padre era in 
servizio e non aveva bisogno d'afììttar camere " 
e d'avere estranei per casa. E poi un estraneo 
come me! Io le faccio forse paura, povera bam- 
bina, con quest'occhio e con questi occhiali.... 

Il rumore di qualche vettura sul prossimo 
ponte di legno mi scoteva da quelle riflessio- 
ni; sbuffavo, mi ritraevo dalla finestra ; guarda- 
vo il letto, guardavo i libri, restavo un po' per- 
plesso tra questi e quello, scrollavo infine le 
spalle, davo di piglio al cappellaccio e uscivo, 
sperando di liberarmi, fuori, da quella noja 
smaniosa. 

Andavo, secondo l'ispirazione del momento, 
o nelle vie più popolate o in luoghi solitarii. 
Ricordo, una notte, in piazza San Pietro, l'im- 
pressione di sogno, d'un sogno quasi lontano^, 
ch'io m'ebbi da quel mondo secolare, racchiu- 
so lì, tra le braccia del portico maestoso, nel 
silenzio che pareva accresciuto dal conthiuo 
fragore delle due fontane. M'accostai a una 
d'esse, e allora quell'acqua soltanto mi sem- 
brò viva, lì, e tutto il resto quasi spettrale fe 
profondamente malinconica nella silenziosa, im- 
mota solennità. ^ 

Ritornando per via Borgo Nuovo, m'imbattei 
a un certo punto in un ubriaco, il quale, pas- 
sandomi accanto e vedendomi cogitabondo, si 
chinò, sporse un po' il capo a guardarmi in 
volto da sotto in su, e mi disse, scotendomi leg- 
germente il braccio: 

— Allegro! 

Mi fermai di botto, ^ sorpreso, a squadrarlo 
da capo a piedi. 

— Allegro! — ripetè, accompagnando lesor- 



- 153 — 

tazione con un gesto della mano che signi- 
ficava: «Che fai? che pensi? non ti curar di 
nulla ! » 

E s'allontano, cempennante, reggendosi con 
una mano al muro. 

A quell'ora, per quella via deserta, lì vicino 
al gran tempio e coi pensieri ancora in men- 
te, ch'esso mi aveva suscitati, l'apparizione di 
questo ubriaco e il suo strano consiglio amo- 
revole e filosoficamente pietoso, m'intronarono: 
restai non so per quanto tempo a seguir con 
gli occhi quell'uomo, poi sentii quel mio sba- 
lordimento rompersi, quasi, in una folle ri- 
sata» 

— Allegro! Sì, caro. Ma io non posso andare 
in una taverna come te, a cercai' l'allegria, 
che tu mi consigli, in fondo a un bicchiere. 
Non ce la saprei trovare io lì, purtroppo! Né 
so trovarla altrove! Io vado al caffè, mio caro, 
tra gente per bene, che fuma e ciarla di pò- 
litica. Allegri tutti, anzi felici, noi potremmo 
essere a un sol patto, secondo un avvocatino 
imperialista che frequenta il mio caffè: a patto 
d'esser governati da un buon re assoluto. Tu 
non le sai, povero ubriaco filosofo, queste co- 
se; non ti passano neppure per la mente. Ma 
la causa Vera di tutti i nostri mali, di questa 
tristezza nostra, sai qual'è ? La democrazia, mio 
caro, la democrazia, cioè il governo della mag- 
^';:oranza. Perchè, quando il potere è in mano 
d'uno solo, quest'uno sa d'esser uno e di dover 
contentare molti; ma quando i molti governa- 
no, pensano soltanto a contentar sé stessi, e si 
ha allora la tirannia più balorda e più odiosa; 
la tirannia masch erata _da libertà. Ma sicura- 
mente! Oh'^perdrè creai oKé" soffra io? Io sof- 



— 154 - 

fro appunto per questa tirannia mascherata 
da libertà.... Torniamo a casa! 

Ma quella era la notte degl'incontri. 

Passando, poco dopo, per Tordinona quasi 
al bujo, intesi un forte grido, tra altri soffo- 
cati, in uno dei vicoli che sbucano in questa 
via. Improvvisamente mi vidi precipitare in- 
nanzi un groviglio di rissanti. Erah quattro 
miserabili, armati di nodosi bastoni, addosso a 
una donna da trivio. 

Accenno a quest'avventura, non per farmi 
bello d'un alto di coraggio, ma per dire anzi 
della paura che provai per le conseguenze di 
esso. Erano quattro quei mascalzoni, ma ave- 
vo anch'io un buon bastone ferrato. È vero 
che due di essi mi s'avventarono contro anche 
coi coltelli. Mi difesi alla meglio, facendo i] 
mulinello e saltando a tempo in qua e in là 
per non farmi prendere in mezzo; riuscii alla 
fine ad appoggiar sul capo al più accanito un 
colpo bene assestato, col pomo di ferro: lo vidi 
vacillare, poi prender la corsa; gli altri tre al- 
lora, forse temendo che qualcuno stesse ormai 
per accorrere agli strilli della donna, lo se- 
guirono. Non so come, mi trovai ferito alla 
fronte. Gridai alla donna, che non smetteva 
ancora di chiamai'e ajuto, che si stesse zitta; 
ma ella, vedendomi con la faccia rigata di san- 
gue, non seppe frenarsi e, piangendo, tutta 
scarmigliata, voleva soccorrermi, fasciarmi col 
fazzoletto di seta che portava sul seno, strac- 
ciato nella rissa. 

— No, no, grazie, — le dissi, schermendomi 
con ribrezzo. — Basta.... Non è nulla! Va', va' 
via subito.... Non ti far vedere. 

E mi recai alla fontanella, che è sotto Jq 



~ 155 -- 

rampa del ponte lì vicino, per bagnarmi la 
fronte. Ma, mentr'ero lì, ecco due guardie af- 
fannate, che vollero sapere che cosa fosse ac- 
caduto. Subito, la donna, ch'era di Napoli, pre- 
se a narrare il «guajo che aveva passato» con 
me, profondendo le frasi più affettuose e am- 
mirative del suo repertorio dialettale al mio 
indirizzo. Ci volle del bello e del buono, per 
liberarmi di quei due zelanti questurini, che 
volevano assolutamente condurmi con loro, per- 
chè denunziassi il fatto. Bravo! Non ci sareb- 
be mancato altro! Aver da fare con la questu- 
ra, adesso! comparire il giorno dopo nella cro- 
naca dei giornali come un quasi eroe, io che 
me ne dovevo star zitto, in ombra, ignorato 
da tutti.... 

Eroe, ecco, eroe non potevo più essere dav- 
vero. Se non a patto di morirci.... Ma se ero 
già morto! 



— È vedovo lei, scusi, signor Meis ? 
Questa domanda mi fu rivolta a bruciapelo, 

una sera, dalla signorina Caporale nel terraz- 
zino, dov'ella si trovava con Adriana e dove 
mi avevano invitato a passare un po' di tempo 
in loro compagnia. 
Restai male, lì per lì; risposi: 

— Io 7 no; perchè ? 

— Perchè lei col pollice si stropiccia sem- 
pre l'anulare, come chi voglia far girare un 
anello attorno al dito. Così.... È vero, Adriana? 

Ma guarda un po' fin dove vanno a cac- 
ciarsi gli occhi delle donne, o meglio, di certe 



— 15(3 — 

'ilonne, poiché Adriana dichiarò di non esser- 
sene mai accorta. 

— Non ci avrai fatto attenzione! — esclamò 
la Caporale. 

Dovetti riconoscere die, per quanto nean- 
che io vi avessi fatto mai attenzione, poteva 
darsi che avessi quel vezzo. 

— Ho tenuto difatti, — mi vidi costretto ad 
aggiungere, — per molto tempo, qui, un anel- 
lino, die poi ho dovuto far tagliare da un ore- 
fice, perchè mi stringeva troppo il dito e mi 
faceva male. 

— Povero anellino! — gemette allora, storci- 
gnandosi, la quarantenne, in vena quella sera 
di lezii infantili. — Tanto stretto le stava? 
Non voleva uscirle più dal dito ? Sarà stato 
forse il ricordo d'un'.... 

— Silvia! — la interruppe la piccola Adria- 
na, in tono di rimprovero. 

— Che male c'è ? — riprese quella. — Vo- 
levo dire d'un primo amore.... Su, ci dica 
qualche cosa, signor Meis. Possibile, che lei 
non debba parlar mai ? 

— Ecco, — dissi io, — pensavo alla conse- 
guenza che lei ha tratto dal mio vezzo di stro- 
picciarmi il dito. Conseguenza arbitraria, ca- 
ra signorina. Perchè i vedovi, ch'io mi sappia, 
non sogliono levarsi l'anellino di fede. Pesa, se 
mai, la moglie, non l'anellino, quando la mo- 
glie non c'è più. Anzi, come ai veterani piace 
di fregiarsi delle loro medaglie, così al vedovo, 
credo, di portar l'anellino. 

— Eh sì! — esclamò la Caporale. — Lei 
storna abilmente il discorso. 

— Come! Se voglio anzi approfondirlo I 

— Che approfondire! Non approfondisco mai 



- 157 - 

nulla, io. Ho avuto questa impressione, e 
basta. 

— Che fossi vedovo? 

— Sissignore. Non pare anche a te, Adriana, 
che ne abbia l'aria, il signor Meis? 

Adriana si provò ad alzare gli occhi su me, 
ma li riabbassò subito, non sapendo — timida 
com'era — sostenere lo sguardò altrui; sorrise 
lievemente del suo solito sorriso dolce e mesto, 
e disse: 

— Che vuoi che sappia io dell'aria dei ve- 
dovi? Sei curiosai 

Un pensiero, un'immagine dovette balenarle 
in quel punto alla mente; si turbò, e si volse 
a guardare il fiume sottostante. Certo quell'al- 
tra comprese, perchè sospirò e si volse anch'e 
lei a guardare il fiume. 

Un quarto, invisibile, era venuto evidentemen- 
te a cacciarsi tra noi. Compresi alla fine an- 
ch'io, guardando la veste da camera di mezzo 
lutto di Adriana, e argomentai che Terenzio 
Papiano, il cognato che si trovava ancora a Na- 
poli, non doveva aver l'aria del vedovo com- 
punto, e che, per conseguenza, quest'aria, se- 
condo la signorina Caporale, la avevo io. 

Confesso che provai gusto che quella conver- 
sazione finisse così male. Il dolore cagionata 
ad Adriana col ricordo della sorella morta e 
di Papiano vedovo, era infatti per la Caporale 
il castigo della sua indiscrezione. 

Se non che, volendo esser giusti, questa che 
pareva a me indiscrezione, non era in fondo 
naturale curiosità scusabilissima, in quanto che 
per forza doveva nascere da quella specie di 
silenzio strano ch'era attorno alla mia perso- 
na ? E giacché la solitudine mi riusciva ormai 



— 158 — 

insopportabile e non sapevo resistere alla ten- 
tazione d'accostarmi a gli altri, bisognava pure 
che alle domande di questi altri, i quali ave- 
vano bene il diritto di sapere con chi avessero 
da fare, io soddisfacessi, rassegnato, nel mi- 
^glior modo possibile, cioè mentendo, inventan- 
- do: non c'era via di mezzo! La colpa non era 
degli altri,, era mia; adesso l'avrei aggravata, 
è vero, con la menzogna; ma se non volevo, se 
ci soffrivo, dovevo andar via, riprendere il mio 
vagabondaggio chiuso e solitai'io. 

Notavo che Adriana stessa, la quale non mi 
rivolgeva mai alcuna domanda men che di- 
screta, stava pure tutta orecchi ad ascoltare 
ciò che rispondevo a quelle della Caporale, che, 
per dir la verità, andavano spesso un po' trop- 
po oltre i limiti della curiosità naturale e scu- 
sabile. 

Una sera, per esempio, lì nel terrazzino, ove 
ora solitamente ci riunivamo quand'io tornavo 
da cena, mi domandò, ridendo e schermendosi 
da Adriana che le gridava eccitatissima: — «No, 
Silvia, te lo proibisco! Non t'arrischiare!» — 
mi domandò: 

— Scusi, signor Meis', Adriana vuol saper« 
perchè lei non si fa crescere almeno i baffi.... 

— Non è vero! — gridò Adriana. — Non ci 
creda, signor Meis! È stata lei, invece.... Io.... 

Scoppiò in lagrime, improvvisamente, la ca- 
ra mammina. Subito la Caporale cercò di con- 
fortarla, dicendole: 

— Ma no, via! che c'entra! che c'è di male? 
Adriana la respinse con un gomito: 

— C'è di male che tu hai mentito, e mi fai 
rabbia! Parlavamo degli attori di teatro che 
sono tutti.... così, e allora tu hai detto: «Co/ne 



— 150 — 

il signor Meis! Chi sa perchè non si fa crescere 
almeno ì baffi?... )>, e io ho ripetuto: — «Già, 
chi sa perchè....» 

— Ebbene, — riprese la Caporale, — chi 
dice: «Chi sa perchè.... », vuol dire che vuol 
saperlo ! 

— Ma r hai d'etto prima tu ! — protestò 
Adriana, al colmo della stizza. 

— Posso rispondere ? — domandai io per ri- 
metter la calma. 

— No, scusi, signor Meis: buona sera! —. 
disse Adriana, e si alzò per andar via.- 

Ma la Caporale la trattenne per un braccio: 

— Eh via, come sei sciocchina! Si fa per ri- 
dere.... Il signor Adriano è tanto buono, che 
ci compatisce. Non è vero, signor Adriano? 
Glielo. dica lei.... p^erchè non si fa crescere al- 
meno i baffi. 

Questa volta Adriana rise, con gli occhi an- 
cora lagrimosi. 

— Perchè c'è sotto un mistero, — risposi io 
allora, alterando burlescamente la voce. — So- 
no congiurato! 

— Non ci crediamo! — esclamò la Caporale 
con lo stesso tono; ma poi aggiunse: —.Però, 
senta: che è un sornione non si puoi mettere 
in dubbio. Che cosa è andato a fare, per esem- 
pio, oggi dopopranzo alla Posta? 

— Io alla Posta ? 

— Sissignore. Lo nega ? L'ho visto con gli 
occhi miei. Verso le quattro.... Passavo pei: 
piazza San Silvestr^o.... 

— Si sarà ingannata, signorina: non ero io. 

— Già, già, — fece la Caporale, incredul;a. 
— Corrispondenza segreta.... Perchè, è vero^. 
Adriana?, non riceve mai lettere in casa que- 



~ 160 - 

sto signore. Me Tlia detto la dojina di servizio, 
badiamo! 
Adriana s'agitò, seccata, su la seggiola. 

— Non le dia retta, — mi disse, rivolgendo- 
mi un rapido sguardo dolente e quasi carez- 
zevole. 

— Né in casa, né ferme in posta! — risposi 
io. — È vero purtroppo! Nessuno mi scrive, 
signorina, per la semplice ragione che non ho 
più nessuno che mi possa scrivere. 

— Nemmeno un amico ? Possibile ? Nessuno ? 

— Nessuno. Siamo io e l'ombra mia, su Ig 
terra. Me la son portata a spasso, quest'ombra, 
di qua e di là continuamente, e non mi sou 
mai fermato tanto, finora, in un luogo, da po- 
tervi contrarre un'amicizia duratura. 

— Beato lei, — esclamò la Caporale, sos'pi- 
rando, — che ha potuto viaggiare tutta la vita! 
Ci parli almeno de' suoi viaggi, via, se non vuol 
parlarci d'altro. 

A poco a poco, superati gli scogli delle pri- 
me domande imbarazzanti, scansandone alcuni 
coi remi della menzogna, che mi servivan da 
leva e da puntello, aggrappandomi, quasi con 
tutte e due le mani, a quelli che mi stringevan 
più da presso, per girarli pian piano, pruden- 
temente, la barchetta della mia finzione potè 
alla fine filare al largo e issar la vela delliai 
fantasia. 

E ora io, dopo un anno e più di forzato si- 
lenzio, provavo un gran piacere a parlare, a 
parlare, ogni sera, lì nel terrazzino, di quel 
che avevo veduto, delle osservazioni fatte,* de- 
gli incidenti che mi erano occorsi qua e là. Me- 
ravigliavo io stesso d'avere accolto, viaggiando, 
tante impressioni, che il silenzio aveva quasi 






- 161 — 

sepolte in me, e che ora, parlando, risuscita- 
vano, mi balzavan vive dalle labbra. Quest'inti- 
ma meraviglia coloriva straordinariamente la 
mia narrazione; dal piacere poi che le due 
donne, ascoltando, dimostravano di provarne, 
mi nasceva a mano a mano il rimpianto d'un 
bene che non avevo allora realmente goduto; 
e anche di questo rimpianto s'insaporiva ora 
la mia narrazioine. 

Dopo alcune sere, l'atteggiamento, il tratto 
della signorina Caporale erano radicalmente 
mutati a mio riguardo. Gli occhi dolenti le si 
appesantirono d'un languore così intenso, che 
richiamavan piii che mai l'immagine del con- 
trappeso di piombo internoi, e pii^i che mai bufTo 
apparve il contrasto fra ej^si e la faccia da ma- 
schera carnevalesca. Non e era dubbio: s'era 
innamorata di me la signorina Caporale! 

Dalla sorpresa ridicolissima che no provai, 
m'accorsi intanto che io, in tutte quelle sere, 
non avevo parlato affatto per lei, ma per quel- 
l'altra che se n'era stata sempre taciturna ad 
ascoltare. Evidentemente però quest'altra aveva 
anche sentito ch'io parlavo per lei sola, giac- 
ché subito tra noi si stabilì come una tacita 
intesa di pigliarci a godere insieme il comico e 
impreveduto effetto de' miei discorsi sulle sen- 
sibilissime corde sentimentali della quarantenne 
maestra di pianoforte. 



Ma, con questa scoperta, nessun pensiero men 
che puro entrò in me per Adriana: quella suqi 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 11 



— 162 — 

candida bontà soffusa di mestizia non poteva 
ispirarne; provavo però tanta letizia di quella 
prima confidenza ch'ella m'accordava: lieve e 
silenziosa confidenza, quale e quanta la deli- 
cata timidezza poteva consentirgliene. Era un 
fuggevole sguardo, come il lampo d'una grazia 
dolcissima; era un sorriso di commiserazione 
per la ridicola lusinga di quella povera don- 
na; era qualche benevolo richiamo ch'ella mi 
accennava con gli occhi e con un lieve movi- 
mento del capo, se io eccedevo un po', per il 
nostro spasso segreto, nel dar filo di speranza 
all'aquilone di colei che or si librava nei cicli 
della beatitudine, ora svariava per qualche mia 
stratta improvvisa e violenta. 

— Lei non deve aver molto cuore, — mi dis- 
se una volta la Caporale, — se è vero ciò che 
dice e che io non credo, d'esser passato finora 
incolume per la vita. 

_j — Incolume ? come ? 

— Sì, intendo senza contrarre passioni.. 

— Ah, mai, signorina, mai! 

— Non ci ha voluto dire, intanto, donde le 
fosse venuto quell'anellino che si fece tagliare 
da un orefice perchè le stringeva troppo il 
dito.... 

— E mi faceva male! Non gliel'ho detto? 
Ma sì! Era un ricordo djel nonno, signorina, 

— Bugia! 

— Come vuol lei; ma guardi, io posso finan- 
che dirle che il nonno m'aveva regalato quel- 
l'anellino a Firenze, uscendo dalla Galleria de^ 
gli Uffizii, e sa perchè ? perchè io, che avevo 
allora dodici anni, avevo scambiato un Peru- 
gino per un Raffaello. Proprio così. In premio 
di questo sbaglio m'ebbi l'anellino, comprato 



- 163 ~ 

ia una delle bacheche a Ponte Vecchio. Il non- 
no infatti riteneva fermamente, non so per quali 
sue ragioni, che quel quadro del Perugino do- 
vesse invece essere attribuito a Raffaello. Ecco 
spiegato il mistero! Capirà che tra la mano 
d'un giovinetto di dodici anni e questa manac- 
cia mia, ci corre. Vede ? Ora son tutto così^ 
come questa manaccia che non comporta anel- 
lini graziosi. Il cuore forse ce l'avrei; ma io 
sono anche giusto, signorina; mi guardo allo 
specchio, con questo bel pajo d'occhiali, che 
pure sono in parte pietosi, e mi sento cader le 
braccia: — «Come puoi tu pretendere, mio 
caro Adriano, — dico a me stesso, — che qual- 
che donna s'innamori di te ? » 

— Oh che idee! — esclamò la Caporale. — 
Ma lei crede d'esser giusto, dicendo così ? È in- 
giustissimo, invece, verso noi donne. Perchè la 
donna, caro signor Meis, lo sappia, è più gene- 
rosa dell'uomo, e non bada come questo alla 
bellezza esteriore soltanto. 

— Diciamo allora che la donna è anche più 
coraggiosa dell'uomo, signorina. Perchè rico- 
nosco che, oltre alla generosità, ci vorrebbe 
una buona dose di coraggio per amar veramente 
un uomo come me. 

— Ma vada via! Già lei prova gusto a dirsi 
e anche a farsi più brutto che non sia. 

— Questo è vero. E sa perchè ? Per non 
ispirare compassione a nessuno. Se cercassi, 
veda, d'acconciarmi in qualche modo, farei di- 
re: «Guarda un po' quel pover'uomo : si lu- 
singa d'apparir meno brutto con quel pajo di 
baffi!» Invece, così, no. .Sono brutto? E là: 
brutto bene, di cuore, senza misericordia. Che 
ne dice ? 



— 164 — 

La signorina Caporale trasse im profondo 
sospiro. 

— Dico che ha torto, — poi rispose. — Se 
provasse invece a farsi crescere un po' la bar- 
ba, per esempio, s'accorgerebbe subito di non 
essere quel mostro che lei dice. 

— E quest'occhio qui ? — le domandai. 

— Oh Dio, poiché lei ne parla con tanta 
disinvoltura, — fece la Caporale, — avrei vo- 
luto dirglielo da parecchi giorni: perchè non 
s'assoggetta, scusi, a una operazione ormai fa- 
cilissima ? Potrebbe, volendo, liberarsi in poco 
teripo anche di questo lieve difetto. 

— Vede, signorina ? — conclusi io. — Sarà 
che la donna è più generosa dell'uomo; ma le 
faccio noiare clie a poco a poco lei mi -ha con- 
sigliato di combinarmi un'altra faccia. 

Perchè avevo tanto insistito su, questo discor- 
so?, Volevo proprio che la maestra Caporale 
mi spiattellasse lì, in presenza d'Adriana, ch'el- 
la mi avrebbe amato, niizi mi amava, anche 
così, tutto raso, e con quell'occhio sbalestrato ? 
No. Avevo tanto parlato e avevo rivolto tutte 
quelle domande particolareggiate alla Caporale, 
perchè m'ero accorto del piacere forse inco- 
sciente che provava Adriana alle risposte vit- 
toriose che quella mi dava. 

Compresi così, che, non ostante quel mio 
strambo aspetto, ella avrebbe potuto amarmi. 
Non lo dissi neanche a me stesso; ma, da iquelLi 
sera in poi, mi sembrò più soffice il letto ch'io 
occupavo in quella casa, più gentili tutti gli 
oggetti che mi circondavano, più lieve l'aria 
che respiravo, più azzurro il cielo, più splen- 
dido il sole. Volli credere che questo muta- 
mento dipendesse ancora perchè Mattia Pa- 



— 165 — 

scal era finito lì, nel molino della Stia, © per- 
chè io, Adriano Meis, dopo avere errato un pez- 
zo sperduto in quella nuova libertà illimitata^, 
avevo finalmente acquistato l'equilibrio, rag- 
giunto l'ideale che m'ero prefisso, di far di me 
un altr'uomo, per vivere un'altra vita, ch.e ora, 
ecco, sentivo, sentivo piena in me. 

E il mio spirito ridiventò ilare, come nella 
prima giovinezza; perdette il veleno dell'espe- 
rienza. Finanche il signor Anselmo Paleari non 
mi sembrò più tanto noioso: l'ombra, la neb- 
bia, il fumo della sua filosofia erano svaniti aj 
sole di quella mia nuova gioja. Povero signor 
Anselmo! delle due cose, a cui si doveva, se- 
condo lui, pensare su la terra, egli non s'ac- 
corgeva che pensava ormai a una sola: ma 
forse, via! aveva anche pensato a vivere a' 
suoi bei dì! Era più degna di compassione la 
maestra Caporale, a cui neanche il vino riu- 
sciva a dar Vallegrla di quell'indimenticabile 
ubriaco di via Borgo Nuovo: voleva vivere, lei, 
poveretta, e stimava ingenerosi gli uomini che 
badano soltanto alla bellezza esteriore. Dun- 
que, intimamente, nell'anima, si sentiva bella; 
lei? Oh chi sa di quali e quanti sacrifizii sa- 
rebbe stata capace veramente, se avesse trovato 
un uomo «generoso»! Forse non avrebbe più 
bevuto neppure un dito di vino. 

— Se noi riconosciamo, — pensavo, — che 
errare è dell'uomo, non è crudeltà sovrumana 
la giustizia ? 

E mi proposi di non esser più crudele verso 
la povera signorina Caporale. Me lo proposi; 
ma, ahimè, fui crudele senza volerlo; e anzi 
tanto più, quanto meno volli essere. La mia a'- 
fabilità fu nuova esca al suo facile fuoco. I; 



^ 



intanto avveniva questo: che, alle mie parole, 
la povera donna impallidiva, mentre Adriana 
arrossiva. Non sapevo bene ciò che dicessi, 
ma sentivo che ogni parola, il suono, l'espres- 
sione di essa non spingeva mai tanto oltre ij 
turbamento di colei a cui veramente era diret- 
ta, da rompere la segreta .armonia, che giù 
— non so come — s'era tra noi stabilita. 

Le anime hanno un loro particolar modo 
d'intendersi, d'entrare in intimità, lino a darsi 
del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia 
impacciate nel commercio delle parole comuni, 
nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bi- 
sogni lor proprii e loro proprie aspirazioni le 
anime, di cui il corpo non si dà per inte- 
so, quando veda l' impossibilità di soddisfarli 
e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due 
che comunichino fra loro così, con le ani- 
me soltanto, si trovano soli in qualche luogo, 
provano un turbamento angoscioso e quasi una 
repulsione violenta d'ogni minimo contatto ma- 
teriale, una sofferenza che li allontana, e che 
cessa subito, non appena un terzo intervenga. 
Allora, passata l'angoscia, le due anime solle- 
vate si ricercano e tornano a sorridersi da lon- 
tano. 

Quante volte non Ine feci l'esperienza con 
Adriana! Ma l'impaccio ch'ella provava era al- 
lora per me effetto del naturai ritegno e della 
timidezza della sua indole, e il mio credevo 
derivasse dal rimorso che la finzione mi cagio- 
nava, la finzione del mio essere^ continua, a 
cui ero obbligato, di fronte al candore e albi 
ingenuità di quella dolce e mite creatura. 

La vedevo ormai con altri occhi. Ma non 
s'era ella veramente trasformata da un mese in 






— 167 — 

qua? Non s'accendevano ora d'una più vivg 
luce interiore i suoi sguardi fuggitivi ? e i suoj 
sorrisi non accusavano ora men penoso lo sfor- 
zo che le costava quel suo fare da savia mam- 
mina, il quale a me da, prima era apparso co- 
me un'ostentazione? 

Sì, forse anch' ella istintivamente obbediva 
al bisogno mio stesso, al bisogno di farsi l'il- 
lusione d'una nuova vita, senza voler sapere 
né quale nò come. Un desiderio vago, come 
un'aura dell'anima, aveva schiuso pian piano 
per lei, come per me, una finestra neiravve- 
nirc, donde un raggio dal tepore inebriante ve- 
niva a noi, che non sapevamo intanto appres- 
sarci a quella finestra né per richiuderl,a né 
per vedere che cosa ci fosse di là. 

Risentiva gli effetti di questa nostra pura 
soavissima ebrezza la povera signorina Ca- 
porale, 

— Oh sa, signorina, — diss'io a questa una 
sera, — che quasi quasi ho deciso di seguire 
il suo consiglio ? 

— Quale ? — mi domandò ella. 

— Di farmi operare da un oculista. 

La Caporale batté le mani, tutta contenta. 

— Ah! Benissimo! Il dottor Ambrosini! Chia- 
mi l'Ambrosini: é il più bravo: fece l'operazione 
della cateratta alla povera mamma mia. Vedi? 
vedi, Adriana, che lo specchio ha parlato? Che 
ti dicevo io? 

Adriana sorrise, e sorrisi anch'io. 

— Non lo specchio, signorina, — dissi però. 
— S'è fatto sentire il bisogno. Da un po' di 
tempo a questa parte, l'occhio mi fa male: 
non mi ha servito mai bene; tuttavia non vor- 
rei perderlo. 



— 168 -~ 

Non era vero: aveva ragione lei, la signo- 
rina Caporale: lo specchio, lo specchio aveva 
parlato e mi aveva detto che se un'operazione 
relativamente lieve poteva farmi sparire dal 
volto quello sconcio connotato così particolare 
di Mattia Pascal, Adriano Meis avrebbe potuto 
anche fare a meno degli occhiali azzurri, con- 
cedersi un pajo di baffi e accordarsi insomma, 
alla meglio, corporalmente, con le proprie mu- 
tate condizioni di spirito. 



Pochi giorni dopo, una scena notturna, a cui 
assistetti, nascosto dietro la persiana d'una delle 
mie finestre, venne a frastornarmi all'improv- 
viso. 

La scena si svolse nel terrazzino 11 accanto, 
dove mi ero trattenuto fin verso le dieci, in 
compagnia delle due donne. Ritiratomi in ca- 
mera, m'ero messo a leggere, distratto, uno dei 
libri prediletti del signor Anselmo, su la Rìncar- 
nazione. Mi parve, a un certo punto, di sentir 
parlare nel terrazzino: tesi l'orecchio per accer- 
tarmi se vi fosse Adriana. No. Due vi parla- 
van basso, concitatamente: sentivo una voce 
maschile, che non era quella del Paleari. Ma 
di uomini in casa non c'eravamo alU'i che lui 
e io. Incuriosito, m'appressai alla finestra per 
guardar dalle spie della persiana. Nel bujo 
mi parve discernere la signorina Caporale. Ma 
chi era quell'uomo con cui essa parlava? Che 
fosse arrivato da Napoh, improvvisamente, Te- 
renzio Papiano? 

Da una parola proferita un po' più forte 



— 169 - 

dalla Caporale compresi che parlavano di me. 
M'accostai di più alla persiana e tesi maggior- 
mente l'orecchio. Quell'uomo si mostrava ir- 
ritato delle notizie che certo la maestra di 
pianoforte gli aveva dato di me; ed ecco, ora 
essa cercava d'attenuar l'impressione che quelle 
notizie avevan prodotto nell'animo di colui. 

— Ricco? — domandò egli, a un certo punto. 
E la Caporale: 

— Non so.... Pare! Certo campa sul suo, 
senza far nulla.... 

— Sempre per casa? 

— Ma no! E poi domani lo vedrai... 

Disse proprio così: vedrai. Dunque gli dava 
del tu; dunque il Papiano (non c'era più dub- 
bio) era l'amante della signorina Caporale..., 
E come mai, allora, in tutti quei giorni, s'era 
ella dimostrata così condiscendente con me? 

La mia curiosità diventò più che mai viva; 
ma, quasi a farmelo apposta, quei due si mi- 
sero a parlare pianissimo. Non potendo più con 
gli orecchi, cercai d'ajutarmi con gli occhi. Ed 
ecco, vidi che la Caporale posava ima mano su 
la spalla di Papiano. Questi, poco dopo, la re- 
spinse sgarbatamente. 

— Ma come potevo io impedirlo? — disse 
quella, alzando un po' la voce con intensa esa- 
sperazione. — Chi sono io? che rappresento 
io in questa casa? 

— Chiamami Adriana! — le ordinò quegli 
allora, imperioso. 

Sentendo proferire il nome di Adriana con 
quel tono, strinsi le pugna e sentii frizz-armi 
il sangue per le vene. 

— Dorme, — disse la Caporale. 
E colui, fosco, minaccioso: 



— ITO — 

— Va' a svegliarla! subito! 

Non so come mi trattenni dallo spalancar di 
furia la persiana. 

Lo sforzo che feci per impormi quel freno, 
mi richiamò intanto in me stesso, per un mo- 
mento le medesime parole, che aveva or 
ora proferite con tanta' esasperazione quella 
povera donna, mi vennero alle labbra: «Chi 
sono io? che rappresento io in questa casa?» 

Mi ritrassi dalla finestra. Subito però mi 
sovvenne la scusa che io ero pure in ballo lì: 
parlavano di me, quei due, e quell'uomo vo- 
leva ancora parlarne con Adriana: dovevo sa- 
pere, conoscere i sentimenti di colui a mio ri- 
guai'do., 

La facilità però con cui accolsi questa scusa 
per la indelicatezza che commettevo spiando e 
origliando così nascosto, mi fece sentire^ intra- 
vedere ch'io ponevo innanzi il mio proprio in- 
teresse per impedirmi di assumer coscienza di 
quello ben piìi vivo che un'altra mi destava in 
quel momento. 

Tornai a guardare attraverso le stecche della 
persiana. 

La Caporale non era più nel terrazzino. L'al- 
tro, rimasto solo, s'era messo a guardare il 
fiume, appoggiato con tutti e due i gomiti sul 
parapetto e la testa tra le mani. 

In preda a un'ansia smaniosa, attesi, curvo, 
stringendomi forte con le mani i ginocchi, che 
Adriana si facesse al terrazzino. La lunga at- 
tesa non mi stancò affatto, anzi mi sollevò man 
mano, mi procurò una viva e crescente soddi- 
sfazione: supposi che Adriana, di là, non volesse 
arrendersi alla prepotenza di quel villano. For- 
se la Caporale la pregava a mani giunte. Ed 



~ 171 — 

ecco, intanto, colui, là nel terrazzino, si rodeva 
dal dispetto. Sperai, a un certo punto, che la 
maestra venisse a dire che Adriana non aveva 
voluto levarsi. Ma no: eccola! 
Papiano le andò subito incontro. 

— X.ei vada a letto! — intimò alla s'gno- 
rina Caporale. — r Mi lasci parlare con mia 
cognata. 

Quella iibbidì, e allora Papiano fece per 
chiudere le imposte tra la sala da pranzo e 
il terrazzino. 

— Nient'affatto! — disse Adriana, tendendo 
un braccio contro l'imposta. 

— Ma io ho da parlarti! — inveì il cognato, 
con fosca maniera, sforzandosi di parlar basso. 

— Parla così! Che vuoi dirmi? — riprese 
Adriana. — Avresti potuto aspettare fino a 
domani. 

— No! ora! — ribattè quegli, afferrandole 
un braccio e attirandola a sé. 

— Insomma! — gridò Adriana, svincolandosi 
fieramente. 

Non mi potei più reggere: aprii la persiana. 

— Oh! signor Meis! — chiamò ella subito, 
— Vuol venire un po' qua, se non le dispiace? 

— Eccomi, signorina! — m'affrettai a rispon- 
dere. 

Il cuore mi balzò in petto dalla gioja, dalla 
riconoscenza: d'un salto, fui nel corridojo: 
ma lì, presso l'uscio della mia camera, trovai 
quasi asserpolato su un baule un giovane smil- 
zo, biondissimo, dal volto lungo lungo, diafano, 
che apriva a malapena un pajo d'occhi azzurri, 
languidi, attoniti: m'arrestai un momento, sor- 
preso, a guardarlo; pensai che fosse il fratello 
di Papiano; corsi al terrazzino. 



- 172 - 

— Le presento, signor Meis, — disse Adria- 
na, — mio cognato Terenzio Papiano, arrivato 
or ora da Napoli. 

— Felicissimo! Fortunatissimo! — esclamò 
quegli, scoprendosi, strisciando una riverenza, 
e stringendomi calorosamente la mano. — Mi 
dispiace ch'io sia stato tutto ,,questo tempo as- 
sente da Roma; ma son sicuro che la mia co- 
gnatina avrà saputo provvedere a tutto, è vero? 
Se le mancasse qualche cosa, dica, dica tutto, 
sa.... Se le bisognasse, per esempio, una scri- 
vania pili ampia.... o qualche altro oggetto, dica 
senza cerimonie.... A noi piace d'accontentare 
gli ospiti che ci onorano. 

— Grazie, grazie, — dissi io. ~ Non mi 
manca proprio nulla. Grazie. 

— Ma dovere, che c'entra! E si av\^alga pure 
di me, sa, in tutte le sue opportunità, per quel 
poco che posso giovarle.... Adriana, figliuola 
mia, tu dormivi: ritorna pure a letto, se vuoi.... 

— Eh, tanto, — fece Adriana, sorridendo 
mestamente, — ora che mi son levata.... 

E s'appressò al parapetto, a guardare il 
fiume. 

Sentii ch'ella non voleva lasciarmi solo con 
colui. Di che temeva? Rimase lì, assorta, men- 
tre l'altro, col cappello ancora in mano, mi 
parlava di Napoli, dove aveva dovuto tratte- 
nersi più tempo che noii avesse preveduto, 
per copiare un gran numero di documenti del- 
l'archivio privato dell'eccellentissima duchessa 
donna Teresa Ravaschieri Fieschi: Mamma Du- 
chessa, come tutti la chiamavano. Mamma Ca- 
rità, com'egli avrebbe voluto chiamarla: docu- 
menti di straordinario valore, che avrebbero re- 
cato nuova luce su la fine del regno delle due 



— 173 — 

Sicilie e segnatamente su la figura di Gaetano 
Filangieri, principe di Satriano, che il mar- 
chese Giglio, don Ignazio Giglio d'Auletta, di 
cui egli, Papiano, era segretario, intendeva il- 
lustrare in una biografia minuta e sincera. Sin- 
cera almeno quanto la devozione e la fedeltà ai 
Borboni avrebbero al signor marchese con- 
sentito. 

Non la fini più. Godeva certo della propria 
loquela, dava alla voce, parlando, inflessioni da 
provetto filodrammatico, e qua appo «^gi ava una 
risatina e là un gesto espressivo. Ero rimasto 
intronato, là, come un ceppo d'incudine, e ap- 
provavo di tanto in tanto col capo e di tanto in 
tanto volgevo imo sguardo ad Adriana, che se 
ne stava ancora a guardare il fiumo. 

— Eh, purtroppo! — baritoneggiò, a mo' di 
conclusione, Papiano. — Borbonico e clericale, 
il marchese Giglio d'Auletta! E io, io che.... 
(devo guardarmi dal dirlo sottovoce, anche qui, 
in casa mia) io che ogni mattina, prima d'an- 
dar via, saluto con la mano la statua di Gari- 
baldi sul Gianicolo (ha veduto? di qua si scorge 
benissimo), io che griderei ogni momento: «Viva 
il XX Settembre!», io debbo fargli da segretario! 
Degnissimo uomo, badiamo ! ma borbonico e cle- 
ricale. Sissignore.... Pane! Le giuro che tante 
volte mi viene da sputarci sopra, perdoni! Mi 
resta qua in gola, m'affoga.... Ma che posso 
farci? Pane! pane! 

Scrollò due volte le spalle, alzò le braccia 
e si percosse le anche. 

— Su, su, Adrianuccia! — poi disse, accor- 
rendo alci e i^rendendole, lievemente, con ambo 
le mani la vita: — A letto! È tardi. Il signore 
avrà sonno. 



- 174 - 

Innanzi all'uscio della mia camera Adriana 
mi strinse forte la mano, come finora non 
aveva mai fatto. Bimasto solo, io tenni a lungo 
il pugno stretto, come per serbar la pressione 
della mano di lei. Tutta quella notte rimasi a 
pensare, dibattendomi tra continue smanie. La 
cerimoniosa ipocrisia, la servilità insinuante e 
loquace, il malanimo di quell'uomo mi avreb- 
bero certamente reso intollerabile la permanen- 
za in quella casa, su cui egli — non c'era dub- 
bio — voleva tiranneggiare, approfittando della 
dabbenaggine del suocero. Chi sa a quali arti 
sarebbe ricorso! Già me n'aveva dato un sag- 
gio, congiando di punto in bianco, al mio ap- 
parire. Ma perchè vedeva così di mal occhio 
ch'io alloggiassi in quella casa? perchè non 
ero io per lui un inquilino come un altro? Che 
gli aveva detto di me la Caporale? poteva egli 
sul serio esser geloso di costei? o era geloso 
di un'altra? Quel suo fare arrogante e sospet- 
toso; l'aver cacciato via la Caporale per icstar 
solo con Adriana, alla quale aveva preso a par- 
lare con tutta violenza; la ribellione di Adria- 
na; il non aver ella permesso ch'egli chiu- 
desse le imposte; il turbamento ond'era presa 
ogni qualvolta s'accennava al cognato assente, 
tutto, tutto ribadiva in me il sospetto odioso 
ch'egli avesse qualche mira su lei. 

Ebbene e perchè me n'arrovellavo io tanto? 
Non potevo alla fin fine andar via da quella 
casa, se colui anche per poco m'infastidiva? 
Che mi tratteneva? Niente. Ma con tenerissimo 
compiacimento ricordavo che ella dal terrazzino 
m'aveva chiamato, come per esser proletta da 
me, e che infine m'aveva stretto forte forte 
la mano.... 



^. 175 - 

'Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli 
scuri. A un certo punto, la luna, declinando, 
si mostrò nel vano della mia finestra, proprio 
come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora 
sveglio a letto, per dirmi: 

— Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? 
davvero? 



I 12. — L'occhio a Papiano. 

— La tragedia d'Oreste in un teatrino di 
marionette! — venne ad annunziarmi il signor 
Anselmo Paleari. — Marionette automatiche , 
di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e 
mezzo, in via dei Prefetti, n. 54. Sai'ebbe da 
andarci, signor Meis. 

— La tragedia d'Oreste? 

— Già! D'après Sophocle, dice il manifesti- 
no. Sarà VElettra. Ora senta un po' che bizzar- 
ria mi viene in mente! Se, nel momento culmi- 
nante, proprio quando la marionetta che rap- 
presenta Oreste è per vendicare la morte del 
padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno 
strappo nel cielo di carta del teatrino, che av- 
verrebbe? Dica lei. 

^ Non saprei, — risposi, stringendomi ne 
le spalle. 

— Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste ri- 
marrebbe terribilmente sconcertato da quel buco 
nel cielo. 

— E perchè? 

— Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora 
gl'impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con 
smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli 
andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni 



- 177 - 

sorta di mali influssi penetrerebbero nella sce- 
na, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, 
insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la dif- 
ferenza, signor Meis, fra la tragedia antica e 
la moderna consiste in ciò, creda pure: in un 
buco nel cielo di carta. 

E se ne andò, ciabattando. 

Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il 
signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, 
come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il 
nesso, l'opportunità di essi rimanevano lassù, 
tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo 
ascoltava riusciva di capirci qualche cosa. 

L'immagine della marionetta d'Oreste scon- 
certata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia 
un pezzo nella mente. A un certo punto — 
Beate le marionette, — sospirai, — su le cui 
teste di legno il finto cielo si conserva senza 
strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, 
né intoppi, né ombre, uè pietà: nulla! E possono 
attendere bravamente e prender gusto alla loro 
commedia e amare e tener sé stesse in consi- 
derazione e in pregio, senza soffrir mai verti- 
gini o capogiri, poiché per la loro statura e per 
le loro azioni quel cielo è un tetto proporzio- 
nato. 

E il prototipo di queste marionette, caro 
signor Anselmo, — seguitai a pensare, — voi 
l'avete in casa, ed è il' vostro indegno genero, 
Papiano. Chi più di lui pago del cielo di car- 
tapesta, basso basso, che gli sta sopra, comoda 
e tranquilla dimora di quel Dio proverbiale, 
di maniche larghe, pronto a chiuder gli occhi 
e ad alzare in remissione la mano; di quel 
Dio che ripete sonnacchioso a ogni marachella: 

PiRAJN'DELLO. Il fu Mattia Pascal. 12 



- 178 -^ 

tAjutati, ch'io Vajutoì>^. — E s'ajuta in tulli ì 
modi il vostro Papiano. La Vita per lui è quasi 
un giuoco d'abilità. E come gode a cacciarsi in 
ogni intrigo: àlacre, intraprendente, chiacchie- 
rone! 

Aveva circa quarant^anni, Papiano, ed era 
alto di statura e robusto di membra: un po' 
calvo, con un grosso pajo di baffi brizzolati ap- 
pena appena sotto il naso, un bel nasone dalle 
narici frementi; occhi grigi, acuti e irrequieti 
come le mani. Vedeva tutto e toccava tutto. 
Mentre, per esempio, stava a parlar con me, 
s'accorgeva — non so come — che Adriana, die- 
tro a lui, stentava a pulire e a rimettere a po- 
sto qualche oggetto nella camera, e subito, as- 
saettandosi : 

— Pardon! 

Correva a lei, le toglieva l'oggetto dalle mani: 

— No, figliuola mia, guarda: si fa così! 

E lo ripuliva lui, lo rimetteva a posto lui, e 
tornava a me. Oppure s'accorgeva che il fra- 
tello, il quale soffriva di convulsioni epiletti- 
che, «s'incantava», e correva a dargli schiaf- 
fetti su le guance, biscottini sul naso: 

— Scipione! Scipione! 

O gli soffiava in faccia, fino a farlo rinvenire. 

Chi sa quanto mi ci sarei divertito, se non 
avessi avuto quella maledetta coda di paglia! 

Certo egli se ne accorse fin dai primi giorni, 
o — per lo meno — me la intravide. Comin- 
ciò un ^assedio fitto fitto di cerimonie, ch'e- 
ran tutte uncini per tirarmi a parlare. Mi pa- 
reva che ogni sua parola, ogni sua domanda, 
fosse pur la più ovvia, nascondesse un'insidia. 
Non avrei voluto intanto mostrar diffidenza per 
non accrescere i suoi sospetti; ma l'irritazione 



-- 179 - 

ch'egli mi cagionava con quel suo tratto da 
vessatore servizievole m'impediva di dissimu- 
larla bene. 

L'irritazione mi proveniva anche da altre 
due cause interne e segrete. Una era questa: 
ch'io, senza aver commesso cattive azioni, sen- 
z'aver, fatto male ad alcuno, dovevo guardarmi 
così, davanti e dietro, timoroso e sospettoso, 
come se avessi perduto il diritto d'esser la- 
sciato in pace. L'altra, non avrei voluto confes- 
sarla a me stesso, e appunto perciò m'irritava 
più fortemente, sottp sotto. Avevo un bel dirmi: 

— Stupido! vattene via, levati dai piedi co- 
desto seccatore! 

Non me ne andavo; non potevo più andar- 
mene. 

La lotta che facevo contro me stesso, per 
non assumer coscienza di ciò che sentivo per 
Adriana, m'impediva intanto di riflettere alle 
conseguenze della mia anormalissima condizione 
d'esistenza rispetto a questo sentimento. E re- 
stavo lì, perplesso, smanioso nella mal conten- 
tezza di me, anzi in orgasmo continuo, eppur 
sorridente di fuori. 

Di ciò che m'era occorso di scoprire quella 
sera, nascosto dietro la persiana, non ero ancor 
venuto in chiaro. Pareva che la cattiva impres- 
sione che Papiano aveva ricevuto di me alle 
notizie della signorina Caporale, si fosse can- 
cellata subito alla presentazione. Egli mi tor- 
mentava, è vero, ma come se non potesse farne 
a meno, non certo col disegno segreto di farmi 
andar via; anzi, al contrario! Che macchinava^ 
Adriana, dopo il ritorno di lui, era diventata 
triste e schiva, come nei primi giorni. La si- 
gnorina Silvia Caporale dava del lei a Papiano, 



- 180 - 

almeno in presenza degli alti'i, ma queirarci- 
fanfano dava del tu a lei, apertamente; arri- 
vava finanche a chiamarla Rea Silvia; e io non 
sapevo come interpretare queste sue maniere 
confidenziali e burlesche. Certo quella disgra- 
ziata non meritava molto rispetto per il disor- 
dine della sua vita, ma neanche d'esser trattata 
a quel modo da un uomo che non aveva con 
lei né parentela né affinità. 

Una sera (c'era la luna piena, e pareva 
giorno), dalla mia finesti'a la vidi, sola e tri- 
ste, là, nel terrazzino, dove ora ci riunivamo 
raramente, e non più col piacere di prima, 
poiché v'interveniva anche Papiano che par- 
lava per tutti. Spinto dalla curiosità, pensai 
d'andarla a sorprendere in quel momento d'ab- 
bandono. 

Trovai, al solito, nel .corri do jo, presso al- 
l'uscio della mia camera, asserpolato sul baule, 
il fratello di Papiano, nello stesso atteggiamento 
in cui lo avevo veduto la prima volta. Aveva 
eletto domicilio lassù, o faceva la sentinella a 
me per ordine del fratello? 

La signorina Caporale, nel terrazzino, pian- 
geva. Non volle dirmi nulla, dapprima; si la- 
mentò soltanto d'un fierissimo mal di capo. 
Poi, come prendendo una risoluzione improv- 
visa, si voltò a guardarmi in faccia, mi porse 
una mano e mi domandò: ' 

— È mio amico lei? 

— Se vuol concedermi quest^onore.... ~ le 
risposi, inchinandomi. 

— Grazie. Non mi faccia complimenti, per 
carità! Se sapesse che bisogno ho io d'un ami- 
co, d'un vero amico, in questo momento! Lei 
dovrebbe comprenderlo, lei che è solo al mondo, 



- 181 - 

come me.... Ma lei è uomo! Se sapesse.... se 
sapesse.... 

Addentò il fazzolettino che teneva in mano, 
per impedirsi di piangere; non riuscendovi, lo 
strappò a più riprese, rabbiosamente. 

— Donna, brutta e vecchia, — esclamò: — 
tre disgrazie, a cui non c'è rimedio! Perchè 
vivo io? ' -"- ' 

— Si calmi, via, — la pregai, addolorato. — 
Perchè dice così, signorina? 

Non mi riuscì dir altro. 

— Perchè.... — proruppe lei, ma si fermò 
d'un tratto. 

~ Dica, — la incitai. — Se ha bisogno d'un 
amico.... 

Ella si portò agli occhi il fazzolettino lace- 
rato, e.... , 

— Io avrei piuttosto bisogno di morire! — 
gemette con accoramento così profondo e in- 
tenso, che mi sentii subito un nodo d'angoscia 
alla gola. 

Non dimenticherò mai più la piega dolorosa 
di quella bocca appassita e sgraziata nel pro- 
ferire quelle parole, né il fremito del mento su 
cui si torcevano alcuni peluzzi neri. 

— ^la neanche la morte mi vuole, — ripre- 
se. — Niente.... scusi, signor Meis! Che ajuto 
potrebbe darmi lei? Nessuno. Tutt'al più, di 
parole.... sì, un po' di compassione. Sono or- 
fana, e debbo star qua, trattata come.... forse 
lei se ne sarà accorto. E non ne avrebbero il 
diritto, sa! Perchè non mi fanno mica l'elemo- 
sina.... 

E qui la signorina Caporale mi parlò delle 
sei mila lire scroccatele da Papiano, a cui io 
ho già accennato altrove. 



— 182 - 

Per quanto il cordoglio di quell'infelice m'in- 
teressasse, non era certo quello che volevo sa- 
per da lei. Approfittandomi (lo confesso)' del- 
l'eccitazione in cui ella si trovava, fors'anche 
per aver bevuto qualche bicchierino di più, 
m'arrischiai a domandarle: 

— Ma, scusi, signorina, perchè lei glielo ha 
dato, quel danaro? 

— Perchè? -- e strinse le pugna. — Due 
I)erfidie, una più nera dell'altra! Gliel'ho dato 
per dimostrargli cìie avevo ben compreso che 
cosa egli volesse da me. Ha capito? Con la 
moglie ancora in vita, costui.... 

— Ho capito. 

— Si figuri, — riprese con foga. — La po- 
vera Rita.... 

— La moglie? 

— Sì, Rita, la sorella d'Adriana.... Due anni 
malata, tra la vita e la morte.... Si figuri, se 
io.... Ma già, qua lo sanno, com'io mi compor- 
tai; lo sa Adriana, e perciò mi vuol l)ene; lei 
sì, poverina. Ma come son rimasta io ora? Guar- 
di, per lui, ho dovuto anche dar via il piai- 
noforte, ch'era per me.... tutto, capirà! non 
per la mia professione soltanto: io parlavo col 
mio pianoforte! Da ragazza, all'Accademia, 
componevo; ho composto anche dopo, diplo- 
mata; poi ho lasciato andare, ivla quando ave- 
vo il pianoforte, io componevo ancora, per me 
sola, all'improvviso; mi sfogavo.... m'inebriavo 
fino a cader per terra, creda, svenuta, in certi 
momenti. Non so io stéssa che cosa m'uscisse 
dall'anima: diventavo una cosa sola col mio 
strumento, e le mie dita non vibravano più 
su utia tastiera: io facevo piangere e gridare 
Fanima mia. Posso dirle questo soltanto, che 



- 1S3 - 

una sera (stavamo, io e la mamma, in un 
mezzanino) si raccolse gente, -giù in istrada, che 
m'applaudì in fine, a lungo. E io ne ebbi quasi 
paura. 

— Scusi, signorina, — le proposi allora, per 
confortarla in qualche modo. — E non si po- 
trebbe prendere a nolo un pianoforte? Mi pia- 
cerebbe tanto, tanto, sentirla sonare; e se lei.... 

— No, — m'interruppe, — che vuole che 
suoni io più! È finita per me. Strimpello can- 
zoncine sguajate. Basta. È finita.... 

— Ma il signor Terenzio Papiano, — m'ar- 
rischiai di nuovo a domandare, — le ha pro- 
messo forse la restituzione di quel denaro? . 

— Lui? — fece subito, con un fremito d'ira, 
la signorina Caporale. — E chi gliel'ha chiesto 
mai! Ma sì, me lo promette adesso, se io lo 
ajuto.... Già! Vuol essere ajutato da me, proprio 
da me; ha avuto la sfrontatezza di propormelo, 
così, tranquillamente.... 

— Ajutarlo? In che cosa? 

— In una nuova perfidia! Comprende? Io 
vedo che lei ha compreso. 

— Adri.... la.... la signorina Adriana? — bal- 
bettai. 

— Appunto. Dovrei persuaderla io! Io, ca- 
pisce? 

— A sposar lui? 

— S'intende. Sa perchè? Ha, o piuttosto, do- 
vrebbe avere quattordici o quindici mila lire 
di dote quella povera disgraziata: la dote della 
sorella, ch'egli doveva subito restituire al signor 
Anselmo, poiché Rita è morta senza lasciar 
figliuoli. Non so che imbrogli abbia fatto. Ha 
chiesto im anno di tempo per questa restitu- 
zione. Ora spera che.... Zitto.... ecco Adriana! 



— 18-1 - , 

Chiusa in sé e piìi schiva del soUto, Adriana 
s'appressò a noi: cinse con un braccio la vita 
della signorina Caporale e accennò a me un 
lieve saluto col capo. Provai, dopo quelle con- 
fidenze, una stizza violenta nel vederla così 
sottomessa e quasi schiava dell'odiosa tirannia 
di quel Cagliostro. Poco dopo però, comp'arve 
nel terrazzino, come un'ombra, il fratello dj 
Papiano. 

— Eccolo, — *disse piano la Caporale ad 
Adriana. 

Questa socchiuse gli occhi, 5*orrise amara- 
mente, scosse il capo © si ritrasse dal terrazzino, 
dicendomi: 

— Scusi, signor Meis. Buona sera. 

— La spia, — mi susurrò la signorina Capo- 
rale, ammiccando. 

— Ma dì elle teme la signorina Adriana? — 
mi scappò detto, nella cresciuta irritazione. — 
Non capisce che, facendo così, dà più ansa a 
colui da insuperbire e da far peggio il tiranno? 
Senta, signorina, io le confesso che provo una 
grande invidia per tutti coloro che sanno pren- 
der gusto e interessarsi alla vita, e li ammiro. 
Tra chi si rassegna a far la parte della schiava 
e chi sì assume, sia pure con la prepotenza, 
quella del padrone, la mia simpatia è per que- 
st'ultimo. 

La Caporale notò l'animazione con cui avevo 
parlato e, con aria di sfida, mi disse: 

— E perchè allora non prova a ribellarsi 
lei per primo? 

— Io? 

— Lei, lei, — raffermò ella, guardandomi 
negli occhi, aizzosa. 

T— Ma che c'entro io? — risposi. — Io pò- 



— 185 



■^ 



trei ribellarmi in una sola maniera: andando- / 
mene. 

— Ebbene, — concluse maliziosamente la si- 
gnorina Caporale, — forse questo appunto non 
vuole Adriana. 

— Ch'io me ne vada? 
Quella fece girar per aria il fazzolettino 

sbrendolato e poi se lo raccolse intorno a un 
dito sospirando: 

— Chi sa! 
Scrollai le spalle. 

— A cena! a cena! — esclamai; e la lasciai 
lì in asso, nel terrazzino. 

Per cominciare da quella sera stessa, pas- 
sando per il corri do jo, mi fermai innanzi al 
baule, su cui Scipione Papiano era tornato ad 
accoccolarsi, er 

— Scusi, — gli dissi, — non avrebbe altro 
posto dove star seduto più comodamente? Qua 
lei m'impiccia. 

Quegli mi guardò balordìD, con gli occhi lan- 
guenti, senza scomporsi. 

— Ha capito? ~ incalzai, scotendolo per un 
braccio. 

Ma come se parlassi al muro! Si schiuse al- 
lora l'uscio in fondo al corri do jo; ed apparve 
Adriana. 

— La prego, signorina, — le dissi, — veda 
un po' di fare intender lei a questo poveretto 
che potrebbe andare a sedere altrove. 

— È malato, — cercò di scusarlo Adriana. 

— E però che è malato! — ribattei io. — Qua 
non sta bene: gli manca l'aria.... e poi, seduto 
su un baule Vuole che lo dica io al fratello? 

— No no, — s'affrettò a rispondermi lei. 
— Glielo dirò io, non dubiti. 



- 186 ~ 

— Capirà, — soggiunsi. — Non sono ancora 
re, da avere una sentinella alla porta. 

Perdetti, da quella sera in poi, il dominio 
di me stesso; cominciai a sforzare apertamente 
la timidezza di Adriana; chiusi gli occhj e m'ab- 
bandonai, senza più riflettere, al mio senti- 
mento. 

Povera cara mammina! Ella si mostrò dap- 
principio come tenuta tra due, tra la paura e 
la speranza. Non sapeva affidarsi a questa, in- 
dovinando che il dispetto mi spingeva, ma sen- 
tiva d'altra parte che la paura in lei era pur 
cagionata dalla speranza fino a quel momento 
segreta e quasi incosciente di non perdermi; e 
perciò, dando io ora a questa sua speranza ali- 
mento co' miei nuovi modi risoluti, non sapeva 
neanche cedere del tutto alla paura. 

Questa sua delicata perplessità, questo riser- 
bo onesto m'impedirono intanto di trovarmi 
subito a tu per tu con. me stesso e mi fecero 
impegnare sempre più nella sfida quasi sottin- 
tesa con Papiano. 

M'aspettavo che questi mi si piantasse di 
fronte fin dal primo giorno, smettendo i solili 
complimenti e le solite >cerimonie. Invece, no. 
Tolse il fratello dal posto di guardia, lì sul 
baule, come io volevo, e arrivò finanche a ce- 
liar su l'aria impacciata e smarrita d'Adriana 
alla mia presenza. 

— La compatisca, signor Meis: è vergognosa 
come una monacella la mia cognatina! 

Questa inattesa remissione, tanta disinvoltura 
m' impensierirono. Dove voleva andar a pa- 
rare ? 

Una sera me lo vidi arrivare in casa insie- 
me con un tale che entrò battendo forte il ba- 



- 187 — 

stone sul pavimento, come se, tenendo i piedi 
entro un pajo di scarpe di panno che non fa- 
cevan rumore, volesse sentire così, battendo il 
bastone, ch'egli camminava. 

— Dova ca Ve sto me car parent? — si mise 
a gridare con stretto accento ^torinese, senza to- 
gliersi dal capo il cappelluccio dalle tese rial- 
zate, calcato fin su gli occhi a sportello, ap- 
pannati dal vino, né la pipetta dalla bocca, 
con cui pareva stèsse a cuocersi il naso, più 
rosso di quello della signorina Caporale. — 
Dova ca Ve sto me car parent? 

— Eccolo, — disse Papiano, indicandomi; poi 
rivolto, a me: — Signor Adriano, una grata 
sorpresa! Il signor Francesco Meis, di Torino^ 
suo parente. 

— Mio parente ? — esclamai, trasecolando. 
Quegli chiuse gli occhi, alzò come un orso 

una zampa e la tenne un tratto sospesa, aspet- 
tando che io gliela stringessi. 

Lo lasciai lì, in quell'atteggiamento, per con- 
templarlo un pezzo; poi: 

— Che farsa è codesta ? — domandai. 

— No, scusi, perchè ? — fece Terenzio Pa- 
piano. — Il signor Francesco Meis mi ha pro- 
prio assicurato che è suo.... 

— Cusiiiy — appoggiò quegli, senza aprir gli 
occhi. — Tut i Meis i sòma parent. 

— Ma lo non ho il bene di conoscerla! — 
protestai. 

/^— Oh ma còsta caTè bela! — esclamò colui. 
— L'è propi per lon che mi 7 són unii a tróvè. 

— Meis? di Torino? — domandai io, fin- 
gendo di cercar nella memoria. — Ma io non 
son di Torino! 

— Come! Scusi, — interloquì Papiano. — Non 



- 188 - 

mi ha detto che fino a dieci anni lei stette a 
Torino ? 

— Ma sì! — riprese quegli allora, seccato 
che si mettesse in dubbio una cosa per lui cer- 
tissima. — Cusìn, cusiii! Questo signore qua... 
come si chiama? 

— Terenzio Papiano, a servirla. 

— Terenziano: a l'à dime che to pare a Ve 
andàit art America: cosa ch'a veni dV lon? a 
ueul dV che ti tses fieul 'd barba Antoni ca Tè 
andàit 'ntla America. E nui soma cusin. 

— Ma se mio padre si chiamava Paolo.... 

— Antoni! 

— Paolo, Paolo, Paolo. Vuol saperlo meglio 
di me ? 

Colui si strinse nelle spalle e stirò in su la 
bocca: 

— A m' ,smiava Antoni, — disse stropic- 
ciandosi il mento ispido d'una barba di quat- 
tro giorni almeno, quasi tutta grigia. — 7 veui 
nen cónlradite: sarà prò Paiòlo. I ricordo nen 
ben, perchè mi 'i l'hai nen conóssulo. 

Pover'uomo! Era in grado di saperlo meglio 
di me come si chiamasse quel suo zio andato 
in iVmerica; eppure si rimise, perchè a ogni 
costo volle esser mio parente. Mi disse che 
suo padre, il quale si chiamava Francesco co- 
me lui, ed era fratello di Antonio.... .cioè tìi 
Paolo, mio padre, era andato via da Torino, 
quand'egli era ancor masnà, di sette anni, e 
che — povero impiegato — aveva vissuto sem- 
pre lontano dalla famiglia, un po' qua, un po' 
là. Sapeva poco, dunque, dei parenti, sia pa- 
terni, sia materni: tuttavia, era certo^ certissi- 
mo d'esser mio cugino. 

Ma il nonno, almeno, il nonno, lo aveva co- 



wm 



189 



I 



nosciuto ? Volli domandarglielo. Ebbene, sì : lo 
aveva conosciuto, non ricordava con precisione 
se a Pavia o a Piacenza. 

— Ah sì ? proprio conosciulo ? é com'era ? 
Era.... non se ne ricordava lui, frane nen. 

— A són passa tranVani.... 

Non pareva affatto in mala fede; pareva piut- 
tosto uno sciagurato che avesse affogato la pro- 
pria anima nel vino, per non sentir troppo il 
peso della noja e della miseria. Chinava il ca- 
po, con gli occhi chiusi, approvando tutto ciò 
.ch'io dicevo per pigliarmelo a godere; son si- 
curo che se gli avessi detto che da bambini 
nói eravamo cresciuti insieme e che parecchie 
volte io gli avevo strappati i capelli, egli 
avrebbe approvato allo stesso modo. Non do- 
vevo mettere in dubbio soltanto una cosa, che 
noi cioè fossimo cugini: su questo non ipoteva 
transigere: era ormai stabilito, ci s'era fissato, 
e dunque basta. 

A un certo punto, però, guardando Papiano 
e vedendolo gongolante, mi passò la voglia di 
scherzare. Licenziai quel pover'uomo mezzo 
ubriaco, salutandolo: — Caro parente! —, e 
domandai a Papiano, con gli occhi fissi negli 
occhi, per fargli intender bene che non «ro 
pane pe' suoi denti. 

— Mi dica adesso dov'è andato a scovare 
quel bel tomo. 

— Scusi tanto, signor Adriano! — premise 
quell'imbroglione, a cui non posso fare a meno 
di riconoscere una grande genialità. — Mi ac- 
corgo di non. essere stato felice.... 

— Ma lei è felicissimo, sempre! — escla- 
mai io. 

— No, intendo: di non averle fatto piacere. 



- 190 - 

Ma creda pure che è stata una combinazione. 
Ecco qua: son dovuto andare questa mattina 
all'Agenzia delle imposte, per conto del mar- 
chese, mio principale. Mentr'ero là, ho sentito 
chiamar forte: — Signor Mels! signor Meis! — 
Mi volto subito, credendo che vi sia anche lei, 
per qualche affare, chi sa avesse, dico, biso- 
gno di me, sempre pronto a servirla. Ma che! 
chiamavano questo bel tomo, come lei ha detto 
giustamente; e allora, così.... per curiosità, mi 
avvicinai e gli domandai se si chiamasse pro- 
prio Meis e di che paese fosse, poiché io avevo 
l'onore e il piacere d'ospitare in casa un signor 
Meis.... Ecco com'è andata! Lui mi ha assicu- 
rato che lei doveva essere suo parente, ed è 
voluto venire a conoscerla.... 

.— All'Agenzia dell'imposte ? 
' — Sissignore, è impiegato là: ajuto-agente. 

Dovevo crederci ? Volli accertarmene. Ed era 
vero, sì; ma era vero del pari che Papiano, 
insospettito, mentre io volevo prenderlo di 
fronte, là, per contrastare nel presente a' suoi 
segreti amieggii, mi sfuggiva, mi sfuggiva per 
ricercare invece nel mio passato e assaltar- 
mi così quasi a le spalle. Conoscendolo bene, 
avevo pur troppo ragione di temere che egli, 
con quel fiuto nel naso, fosse bracco da non 
andare a lungo a veinto: guaj se fosse riu- 
scito ad aver sentore della minima traccia: 
l'avrebbe certo seguitata fino al molino della 
Stia. 

Figurarsi dunque il mio spavento, quando, 
indi a pochi giorni, mentre me ne stavo in ca- 
mera a leggere, mi giunse dal corride jo, come 
dall'altro mondo, una voce, una, voce ancor 
viva nella mia memoria: 



— 191 - 

— Agradecio Dio, dntes, che me la son le- 
vada de sobteì 

Lo Spagnuolo ? quel mio spagnoletto barbuto 
e atticciato di Montecarlo ? colui che voleva 
giocar con me e col quale m'ero bisticciato a 
Nizza?... Ah, perdio! Ècco la traccia! Era riu- 
scito a scoprirla Papiano! 

Balzai in piedi, redigendomi al tavolino per 
non cadere, neirimprovviso smarrimento an- 
goscioso : stupefatto, quasi atterrito, tesi l'o- 
recchio, con l'idea di fuggire non appena quei ' 
due — Papiano e lo Spagnuolo (era lui, non 
c'era dubbio: lo avevo veduto nella sua voce) — 
avessero attraversato il corridojo. Fuggire? E 
se Papiano, entrando, aveva domandato alla 
serva s'io fossi in casa ? Che avrebbe pensato 
della mia fuga ? Ma d'altra parte, se già sape- 
va ch'io non ero Adriano Meis? Piano! Che 
notizia poteva aver di me quello Spagnuolo? 
Mi aveva veduto a Montecarlo. Gli avevo io 
detto, allora, che mi chiamavo ^Mattia Pascal ? 
Forse! Non ricordavo.... 

Mi trovai, senza saperlo, diavanti allo spec- 
chio, come se qualcuno mi ci avesse condotto 
per mano. Mi guardai. Ah quell'occhio male- 
detto! Forse per esso colui mi avrebbe rico- 
nosciuto. Ma come mai, come mai Papiano era / 
potuto arrivare fin là, fino alla mia avventura / 
di Montecarlo? Questo più d'ogni altro mi stu- / 
piva. Che fare intanto? Niente. Aspettar lì che 
ciò che doveva avvenire avvenisse. 

Non avvenne nulla. E pur non di meno la 
paura non mi passò, neppure la sera di quello 
stesso giorno, allorché Papiano, spiegandomi 
il mistero per me insolubile e terribile di quella 
visita, mi dimostrò ch'egli non era affatto su la 



- 192 — 

traccia del mio passato, e die solo il caso, di 
cui da un pezzo godevo i favori, aveva voluto 
farmene un' altra, ^ rimettendomi tra i piedi 
quello Spagnuolo, che forse non si ricordava 
più di me né punto né poco. 

Secondo le notizie che Papiano mi diede di 
lui, io, andando a Montecarlo, non potevo non 
incontrars^elo, poich'egli era un giocatore di pro- 
fessione. Strano era che lo incontrassi ora a 
Roma, o piuttosto, che io, venendo a Roma, 
mi fossi intoppato in una casa, ove anch'egli 
poteva entrare. Certo, s'io non avessi avuto da 
temere, questo caso non mi sarebbe parso tan- 
to strano: quante volte infatti jnon ci avviene 
d'imbatterci inaspettatamente in qualcuno che 
abbiamo conosciuto altrove per combinazione ? 
Del resto, egli aveva o credeva d'avere le sue 
buone ragioni per venire a Roma e in casa idi 
Papiano. Il torto era .mio, o del caso che mi 
aveva fatto radere la barba e cangiare il nome. 

Circa vent'anni addietro, il marchese Giglio 
d'Auletta, di cui Papiano era il segretario, ave- 
va sposato l'unica sua figliuola a don Antonio 
Pantogada, addetto all'Ambasciata di Spagna 
presso la Santa Sede. Poco dopo il matrimonio, 
il Pantogada, scoperto una notte dalla polizia 
,in una bisca insieme con altri dell'aristocrazia 
romana, era stato richiamato a Madrid. Là 
aveva fatto il resto, e forse qualcos'altro di 
peggio, per cui era stato costretto a lasciar la 
diplomazia. D'allora in poi, il marchese d'Au- 
letta non aveva avuto più pace, forzato conti- 
nuamente a mandar danaro per pagare i de- 
biti di giuoco del genero incorreggibile. Quat- 
tr'anni fa, la moglie del Pantogada era morta, 
lasciando una giovinetta di circa sedici anni, 



— 193 — 

che il marchese aveva voluto prendere con sé, 
conoscendo pur troppo in quali mani altri- 
menti sarebbe rimasta. Il Pantogada iion avreb- 
be voluto lasciarsela scappare; ma poi, co- 
stretto da un'impellente necessità di denaro, 
aveva ceduto. Ora egli minacciava senza requie 
il suocero di riprendersi la figlia, e quel giorno 
appunto era venuto a Roma con (questo inten- 
to, per scroccare cioè altro danaro al povero 
marchese, sapendo bene che questi non avreb- 
be imai e poi mai abbandonato nelle mani di lui 
la sua cara nipote Pepita. 

Aveva parole di fuoco, lui, Papiano, per bol- 
lare questo indegno ricatto del Pantogada. Ed 
era veramente sincera quella sua collera gene- 
rosa. E mentr'egli parlava, io non potevo fare 
a meno di ammirare il privilegiato congegno 
della sua coscienza che, pur potendo indignarsi 
così, realmente, delle altrui nequizie, gli per- 
metteva poi di farne delle simili o quasi, tran- 
quiliissimamente, a dannò di quel buon uomo 
del I^aleari, suo suocero. 

Intanto il marchese Giglio quella volta vole- 
va tener duro. Ne seguiva che il Pantogada 
sarebbe rimasto a Roma parecchio tempo e sa- 
rebbe certo venuto a trovare in casa Terenzio 
Papiano, col quale doveva intendersi a meravi- 
glia. Un incontro .dunque fra me e quello Spa- 
gnuolo sarebbe stato forse inevitabile, da un 
giorno all'altro. Che fare ? 
. Non potendo con altri, mi consigliai di nuo- 
vo con lo specchio. In quella lastra l'immagine 
del fu Mattia Pascal, venendo a galla come dal 
fondo della gora, con quell'occhio che solamente 
m'era rimasto di lui, mi parlò così: 

— In che brutto impiccio ti sei cacciato, 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 13 




- 194 - 

Adriano Meis! Tu hai paura di Papiano, con- 
fessalo! e vorresti dare la colpa a me, ancora 
a me, sol perchè io a Nizza, mi bisticciai con 
lo Spagnuolo. Eppur-e ne avevo ragione, tu lo 
sai. Ti pare che possa bastare per il inomento 
il cancellarti dalla faccia l'ultima traccia di me ? 
Ebbene, segui il consiglio della signorina Capo- 
rale e chiama il dottor Ambrosini, che ;ti ri- 
metta l'occhio a posto. Poi.... vedrai! 



Il 



13. — Il lanternino. 



-Quaranta giorni al bujo. 

Riuscita, oh, riuscita benissimo l'operazione. 
Solo che l'occhio mi sarebbe forse rimasto un 
pochino pochino più grosso dell'altro. Pazien- 
za! E intanto, sì, al bujo quaranta giorni — 
in camera mia., ^ 

■ Potei sperimentare che l'uomo, quando sof-"^ 
fre, si fa una particolare idea del bene e 'del i 
male, e cioè del beno che gli altri dovrebbero " \ 
fargli e a cui egli pretende, come se dalle prò- \ 
prie sofferenze gli derivasse un diritto al com- 
penso, e del male che egli può fare a gli altri, 
come se parimenti dalle proprie sofferenze vi 
fosse abilitato. E se gli altri non gli fannq il 
bene quasi per dovere, egli li accusa, e di tutto 
il male ch'egli fa quasi per diritto, facilmente 
si scusa. 

Dopo alcuni giorni di quella prigionia cieca, 
il desiderio, il bisogno d'esser confortato in 
qualche modo crebbe fino all'esasperazione. Sa-, 
pevo, sì, di trovarmi in una casa estranea; e 
che perciò dovevo anzi ringraziare i miei ospiti 
delle cure delicatissime che avevano ,per me. 
Ma non mi bastavano più, quelle cure; m'ir- 



— 198 - 

rilavano anzi, come se mi fossero usate per 
dispetto. Sicuro! Perchè indovinavo da clii mi 
venivano. Adriana mi dimostrava per mezzo di 
esse, ch'ella era col pensiero ,qLiasi tutto il 
giorno lì con me, in camera mia; e grazie della 
consolazione! Che mi valeva, se io intanto, col 
mio, la inseguivo di qua e di là per casa, 
tutto il giorno, smaniando? Lei sola poteva 
confortarmi: doveva; lei che più degli altri 
era in grado d'inlendere come e quanto dovesse 
pesarmi la noja, rodermi il desiderio di ve- 
derla o di sentirmela almeno vicina. 

E la smania e la noja erano accresciute an- 
che dalla rabbia che mi aveva suscitato la no- 
tizia della subitanea partenza da Roma del 
Pantogada. Mi sarei forse rintanato lì per qua- 
ranta giorni al bujo, se avessi saputo ch'egli 
doveva andar via così presto ? 

Per consolarmi, il signor Anselmo Paleari 
mi volle dimostrare con un lungo ragionamento 
che il bujo era immaginario. 

— Immaginario ? Questo ? — gli gridai. 

— Abbia pazienza; mi spiego. 

E mi svolse (fors'anche perchè fossi prepa- 
rato a gli esperimenti spiritici, che si sarebbe- 
ro fatti questa volta in ^camera mia, per pro- 
curarmi un divertimento) mi svolse, dico, una 
sua concezione filosofica, speciosissima, che si 
potrebbe forse chiamare lanterninosofia. 

Di tratto in tratto, il brav'uomo s'interrompe- 
va per domandarmi: 

— Dorme, signor Meis ? 

E io ero tentato di rispondergli: 

— Sì, grazie, dormo, signor Anselmo. 

Ma poiché l'intenzione in fondo era buona, 
di tenermi cioè compagnia, gli rispondevo che 



w 



— 197 — 



mi divertivo invece moltissimo e lo pregavo 
anzi di seguitare. 

E il signor Anselmo, seguitando, mi dimo- 
strava che, per nostra disgrazia, noi non sia- 
mo come l'albero che vive e non si sente^ a 
cui la terra, il sole, .l'aria, la pioggia, il vento,, 
non sembra che sieno cose ch'esso non sia: co- 
se amiche o nocive. A noi uomini, invece, na- 
scendo, è toccato un tristo privilegio: quello di 
sentirci vivere, con la bella allusione che ne 
risulta: di prendere cioè come una realtà fuori 
di noi questo nostro interno sentimento della 
vita, mutabile e vario, secondo 1 tempi, i casi 
e la fortuna. 

E questo sentimento della vita per il signor 
Anselmo era appunto come un lanternino che 
ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanter- 
nino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ici 
fa vedere il male e il bene; un lanternina che 
projetta tutt'intorno a noi un cerchio più o me- 
no ampio, di luce, di là dal quale è l'ombra 
nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe, se 
il lanternino non fosse acceso in noi, ma che 
noi dobbiamo pur troppo creder vera, fintanto 
ch'esso sì mantiene vivo in noi. Spento alla 
fine a un soffio, ci accoglierà davvero quel- 
l'ombra fittizia, ci accoglierà la notte perpetua 
dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o 
non rimarrenio noi piuttosto alla mercè dell'Es- 
sere, che avrà soltanto rotto le vane forme della 
nostra ragione ? 

— Dorme, signor Meis ? 

— Segua, segua pure, signor Anselmo: non 
dormo. Mi par quasi di vederlo, codesto suo 
lanternino. 

— Ah, bene.... Ma poiché lei ha l'occhio of- 



— 198 — 

feso, non ci addentriamo troppo nella filoso- 
fia, eh ? e cerchiariio piuttosto d'inseguire per 
ispasso le lucciole sperdute, che sarebbero i 
nostri lanternini, nel bujo della sorte umana. 
Io direi innanzi tutto che son di tanti colori; 
che ne dice lei ? secondo il vetro che ci fornisce 
l'illusione, gran mercantessa, gran mercantessa 
di vetri colorati. A me sembra però, signor 
Meis, che in certe età della storia, come in certe 
stagioni della vita individuale, si potrebbe de- 
terminare il predominio d'un dato colore, eh ? 
In ogni età, infatti, si suole stabilire tra gli uo- 
mini un certo accordo di sentimenti che dà lu- 
me e coloró à quei lanternoni che sono in ter- 
mini astratti: Verità^ Virtù, Bellezza, Onore, e 
che so io.... E non le pare che fo^se rosso, ad 
esempio, il lanternone della Virtù pagana? Di 
color violetto, color deprimente, quello della 
Virtù cristiana. Il lume d'una idea comune è 
alimentato dal sentimento collettivo; se questo 
sentimento però si scinde, rimane sì in piedi 
la lanterna del termine astratto, ma la fiamma 
dell'idea vi crepita dentro e vi guizza e vi sin- 
ghiozza, come suole avvenire in tutti i periodi 
che son detti di transizione. Non sono poi rare 
nella storia certe fiere ventate che spengono 
d'un tratto tutti quei lanternoni. Che piacere! 
Nell'improvviso bujo, allora e indescrivibile lo 
scompiglio delle singole lanternine: chi va di 
qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggi- 
ra; nessuna più trova la via: si urtano^ s'ag- 
gregano per un momento in dieci, in venti; 
ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a 
spai^D agitarsi in gran confusione, in furia an- 
gosciosa: come le formiche che non trovino più 
la bocca del formicajo, otturata per ispasso da 



- 199 — 

un bambino crudele. Mi pare, signor Adriano, 
che noi ci troviamo adesso in uno di questi mo- 
uienti. Gran bujo e gran confusione! Tutti i 
lanternoni, spenti. A chi dobbiamo rivolgerci ? 
Indietro, forse? Alle lucernette superstiti, a 
quelle che i grandi morti lasciarono accese su 
le loro tombe ? Ricordo una bella poesia di 
Niccolò Tommaseo: 

La piccola mia lampa 
Non, come sol, risplende, 
Né, come incendio, fuma; 
Non stride e non consuma, 
Ma con la cima tende 
Al ciel che me la die. 

Starà su me, sepolto. 
Viva; né pioggia o vento, 
Né in lei le età potranno; 
E quei che passeranno 
Erranti, a lume spento. 
Lo accenderan da me. 

Ma come, signor Meis, se alla lampa nostra 
manca l'olio sacro che alimentava quella^ del 
Poeta ? Molti ancora vanno nelle chiese per 
provvedere dell'alimento necessario le loro lan- 
ternucce. Sono, per lo più, poveri vecchi, po- 
vere donne, a cui mentì la vifea, e che yanno 
innanzi, nel bujo dell'esistenza, con quel loro 
sentimento acceso come una lampadina votiva, 
cui con trepida cura riparano dal gelido soffio 
degli ultimi disinganni, che duri almeno acce- 
sa fin là, fino all'orlo fatale, al quale s'affret- 
tano, tenendo gli occhi intenti alla fiamma e 
pensando di continuo: — Dio mi vede! — per 
non udire i ci aratori della ita intorno, che suo- 



— 200 - 

nano ai loro orecchi come tante bestemmie. — 
Dio mi vedfi..., — perchè lo vedono loro, non 
solamente in sé, ma in tutto, anche nella loro 
miseria, nelle loro sofferenze, che avranno un 
premio, alla fine. Il fioco, ma placido lume di 
queste lanternucce diesta certo invidia ango- 
sciosa in molti di noi; a certi altri, invece, che 
si credono armati, come tanti Giove, del fulmi- 
ne domato dalla scienza, e, in luogo di quelle 
lanternucce, recano in trionfo le lampadine 
elettriche, ispira una sdegnosa commiserazione. 
Ma domando io ora, signor Meis: E se tutto 
questo bujo, quest'enorme mistero, nel quale 
indarno i filosofi dapprima specularono, e che 
ora, pur rinunziando all'indagine di esso, la 
scienza non esclude, non fosse in fondo che un 
inganno come un altro, un inganno della no- 
stra mente, una fantasia che non si colora ? Se 
noi finalmente ci persuadessimo che tutto que- 
sto mistero non esiste fuori di noi, ma sol- 
tanto in noi, e necessariamente, per il famoso 
privilegio del sentimento che noi abbiamo della 
vita, del lanternino cioè, di cui le ho finora 
parlato ? Se la morte, insomma, che ci fa tan- 
ta paura, non esistesse e fosse Soltanto, non 
l'estinzione della vita, ma il soffio che spegne 
in noi questo lanternino, lo sciagurato senti- 
mento che noi abbiamo di essa, penoso, pau- 
roso, perchè limitato, d^efinito da questo cer- 
chio d'ombra fittizia, oltre il breve àmbito dello 
scarso lume, che noi, povere lucciole sperdute, 
ci projettiamo. attorno, e in cui la vita nostra 
rimane come imprigionata^ come esclusa per 
alcun tempo dulia vita universale, eterna, nella 
quale ci sembra che dpvremo un giorno rien- 
trare, mentre già ci siamo e sempre vi rimarre- 



— 201 -- 

mo, ma senza più questo sentimento d'esilio 
che ci angoscia ? Il limite è illusorio, è relativo 
al poco lume nostro, duella nostra individualità: 
nella realtà della natura non esiste. Noi — non 
so se questo possa farle piacere — noi abbia- 
mo sempre vissuto e sempre vivremo con l'u- 
niverso; anche ora, in questa forma nostra, par- 
tecipiamo a tutte le manifestazioni dell'universo, 
ma non lo sappiamo, non lo vediamo, perchè 
purtroppo questo maledetto lumicino piagnuco- 
loso ci fa vedere soltanto quel poco a cui esso 
arriva; e ce lo facesse vedere almeno com'esso 
è in realtà! Ma nossignore: ce lo colora a mo- 
do suo, e ci fa vedere certe tjose, chei noi dob- 
biamo veramente lamentare, perbacco, che for- 
se in un'altra forma df esistenza non avremo 
più una bocca, per poterne fare le matte ri- 
saie. Risate, signor Meis, di tutte le vane, stu- 
pide afflizioni ch'esso ci ha procurale, di tulle 
le ombre, dì tutti i fantasmi ambiziosi e strani 
che ci fece sorgere innanzi e intorno, della pau- 
ra che c'ispirò! — 

Oh perchè dunque il signor Anselmo Pa- 
leari, pur dicendo, e con ragione, tanto male 
del lanternino che ciascuno di noi porta in se 
acceso, ne voleva accendere ora un altro col 
vetro rosso, là in camera mia, pe' suoi esperi- 
menti spiritici? Non era già di troppo quél- 
1' uno ? 

Volli domandargl|ielo. 

— Correttivo! — mi rispose. — Un lanter- 
nino contro l'altro! Del resto a un certo punto 
questo si spegne, sa! 

— E le sembra che sia il miglior mezzo^ 
codesto, per vedere qualche cosa ? — m'arri- 
schiai a osservai'e. 



— 202 — 

— Ma la così detta luce, scusi, ■— ribattè 
pronto il signor Anselmo, — può servire per 
farci vedere ingannevolmente qua, nella così 
detta vita; per farci vedere di là da questa, inon 
serve affatto, creda, anzi nuoce. Sono stupide 
pretensioni d'i certi scienziati di cuor meschino 
e d'i più meschino intelletto, i quali vogliono 
credere per loro comodità che con questi espe- 
rimenti si faccia oltraggio alla scienza o alla 
natura. Ma nossignore! Noi vogliamo scoprire 
altre leggi, altre forze, altra vita nella natura, 
sempre nella natura, perbacco! oltre la scar- 
sissima esperienza normale; noi vogliamo sfor- 
zare l'angusta comprensione, che i nostri sensi 
limitati ce ne danno abitualmente. Ora, scusi, 
non pretendono gli scienziati per i primi am-{ 
biente e condizioni adatti per la buona riuscita 
dei loro esperimenti ? Si può fare a meno della 
camera oscura nella fotografia ? E dunque ? Ci 
sono poi tanti mezzi di controllo! 

Il signor Anselmo però, come potei vedere 
poche sere dopo, non ne usava alcuno. Ma era- 
no esperimenti in famiglia! Poteva mai sospet- 
tare che la signorina Caporale e Papiano si 
prendessero il gusto d'ingannarlo ? e perche, 
poi? che gusto? Egli era più che convinto, e 
non aveva affatto bisogno di quegli esperimenti 
per rafforzar la sua fede. Come uomo dabbe- 
nissimo che era, non arrivava a supporre che 
potessero ingannarlo per altro fine. Quanto alla 
meschinità affliggente e puerile dei resultati, 
la teosofia s'incaricava di dargliene una spiega- 
zione plausibilissima. Gli esseri superiori del 
Piano Mentctle, o di più su, non potevano di- 
scendere a comunicare con inoi per mezzo di 
un medium: bisognava dunque contentarsi delle: 



— 203 — 

manifestazioni gi'ossolane di anime di trapas- 
sati inferiori, del Piano' Astrale, cioè del più 
prossimo al nostro: ecco. 
E chi poteva dirgli di no?i) 



Io sapevo che Adriana s'era sempre ricusata 
d'assistere a questi esperimenti. Dacché me ne 
stavo tappato in camera, al bujo, ella non era 
entrata se non raramente, e no,n mai sola, a 
domandarmi come stèssi. Ógni volta quella do- 
manda pareva ed era infatti rivolta per pura 
convenienza. Lo sapeva, lo sapeva bene come 
stavo! Mi pareva, finanche di sentire un certo 
sapor d'ironia birichina nella voce di lei, per- 
chè già ella ignorava per qual ragione mi fossi 
così d'un tratto risoluto ad assoggettarmi al- 
l'operazione, e doveva perciò ritenere ch'io sof- 
frissi per vanità, per farmi cioè ,più bello o men 
brutto, con l'occhio accomodato secondo il con- 
siglio della Caporale. 

— Sto benone, signorina! — le rispondevo. 
— Non vedo niente.... 

— Eh, ma vedrà, vedrà meglio poi, — diceva 
allora Papiano. 

Approfittandomi del bujo, alzavo un pugno, 
come per scaraventarglielo in faccia. Me lo 
faceva apposta certamente, perch'io perdessi 
quel po' dì pazienza che mi restava ancora. 

^) " Fede, — scriveva Maestro Alberto, Fiorentino, — è 
snstanzia di cose da sperare, e argomento e pruova di non 
appariscenti. „ 

(Nota di don Eligio Fellegr inotto.) 



- 204 — 

Non era possibile ch'egli non s'accorgeSse del 
fastidio che mi recava: glielo dimostravo in 
tutti i modi, sbadigliando, sbuffando; eppure, 
eccolo là: seguitava a entrare in camera mia 
quasi ogni sera (ah lui, sì!) e vi si tratteneva 
per ore intere, chiacchierando senza fine. In 
quel bujo, la sua voce mi toglieva quasi il re- 
spiro, mi faceva torcere su la sedia, come su 
un aculeo, artigliar le dita: avrei voluto stroz- 
zarlo in certi momenti. Lo indovinava ? lo sen- 
tiva ? Proprio in quei momenti, ecco, la sua 
voce diventava più molle, quasi carezzevole. 

Noi abbiamo bisogno d'incolpar sempre qual- 
cuno dei nostri danni e delle nostre sciagure. 
Papiano, in fondo, faceva tutto per spingermi 
ad andar via da quella casa; e di questo, se 
la voce della ragione avesse potuto parlare in 
me, in quei giorni, io avi'ei dòvulo ringraziarlo 
con tutto il cuore. Ma come potevo ascoltarla, 
questa benedetta voce della ragione, se essa mi 
parlava appunto per la bocca di lui, di Pa- 
piano, il quale per me aveva torto, torto evi- 
dente, 'torto sfacciato? Non voleva egli man- 
darmi' via, infatti, per frodare il Paleari e 
rovinare Adriana ? Questo soltanto io potevo 
allora comprendere da tutti que' suoi discorsi. 
Oh possibile che la voce della ragione dovesse 
proprio scegliere la bocca di Papiano per farsi 
udire da me? Ma forse ero io che, per trovar- 
mi una scusa, la mettevo in bocca a lui, perchè 
mi paresse ingiusta, io che mi sentivo già preso 
nei lacci della vita e smaniavo, non per il bujó 
propriamente, nò per il fastidio che Papiano, 
parlando, mi recava. 

Di ,che mi parlava? Di Pepita Pantogada, 
sera per sera. 



- 205 — 

Benché io vivessi modestissimamente, s'era 
fitto in capo che fossi molto ricco. E ora, per 
deviare il mio pensiero da Adriana, forse va- 
gheggiava l'idea di farmi innamorare di quella 
nipote del marchese Giglio d'Auletta, e me la 
descriveva come una fanciulla saggia e fiera, 
piena d'ingegno e di volontà, recisa nei modi, 
franca e vivace; bella, poi: uh, tanto bella! 
bruna, esile e formosa a un tempo; tutta fuoco, 
con un pajo d'occhi fulminanti e una bocca che 
strappava i baci. Non diceva nulla della dote: 
— Vistosissima! — tutta la sostanza del mar- 
chese d'Auletta, nientemeno. Il quale, senza 
dubbio, sarebbe stato felicissimo di darle pre- 
sto marito, non solo per liberarsi del Panto- 
gada che lo vessava, ma anche perchè non an- 
davano tanto d'accordo nonno e nipote: ir mar- 
chese era debole di carattere, tutto chiuso in 
quel suo mondo morto; Pepita invece, forte, 
vibrante di vita. 

Non comprendeva che piìi egli elogiava que- 
sta Pepita, più cresceva in me l'antipatia per 
lei, prima ancora di conoscerla? La avrei co- 
nosciuta — diceva — fra qualche sera, perchè 
egli la av^'ebbe indotta a intervenire alle pros- 
sime sedute spiritiche. Anche il marchese Gi* 
glio d'Auletta avrei conosciuto, che lo desidera- 
va tanto per tutto ciò che egli, Papiano, gli 
aveva detto di me. Ma il marchese non usciva 
più di casa, e poi non avrebbe mai preso parte 
a una seduta spiritica, per le sue idee religiose. 

— E come? — domandai. — Lui,- no; e in- 
tanto permette che vi prenda parte la nipote? 

— Ma perchè sn in quali mani la affida! ~- 
esclamò alteramente Papiano. 

Non volli saper altro. Perchè Adriana si ri- 



- 206 - 

cusava d'assistere a quegli esperimenti ? Pe' suoi 
scrupoli religiosi. Ora, se la nipote del marche- 
se Giglio avrebbe preso parte a quelle sedute, 
col consenso del nonno clericale, non avrebbe 
potuto anch'ella parteciparvi ? Forte di questo 
argomento, io cercai di persuaderla, la vigilia 
della prima seduta. - 

Era entrata in camera mia col padre, il 
quale udita la mia proposta: 

— Ma siamo sempre lì, signor Meis!* — so- 
spirò. — La religione, di fronte a questo pro- 
blema, drizza orecchie d'asino e adombra, co- 
me la scienza. Eppure i nostri esperimenti, 
l'ho già detto e spiegato tante volte a mia fi- 
glia, non sono aifatto contrarli nò all'ujia né 
all'altra. Anzi, per la religione segnatamente, 
sono una prova delle verità che essa sostiene. 

— E se io avessi paura? — obbiettò Adriana, 

— Di che ? — ribattè il padre. — Della 
prova? 

— O del bujo ? — \aggiunsi io. — Siamo tutti 
qua, con lei, signorina! Vorrà mancare lei sola ? 

— Ma io.... — rispose, impacciata, Adriana, 
— io non ci credo, ecco... non possq crederci, 
e.... che so! 

Non potè aggiunger altro. Dal tono della 
voce, dall'imbarazzo, io però compresi che noq 
soltanto la religione vietava ad Adriana d'as- 
sistere a quegli esperimenti. La paura messa 
avanti da lei per iscusa poteva «avere altre 
cause, che il signor Anselmo non sospettava. 
O le doleva k)rse d'assistere allo spettacolo 
miserevole del padre puerilmente ingannato da 
Papiano e dalla signorina Caporale ? 
Non ebbi animo d'insistere più oltre, 
Ma ella, come se mi avesse letto in ^cuore 



~ 207 - 

il dispiacere che il suo rifiuto mi cagionava, si 
lasciò sfuggire nel bujo ,un: — Del resto.... — , 
ch'io colsi subito a volo: 

— Ah brava! L'avremo dunque con noi? 

— Per domani sera soltanto, — concesse ella, 
sorridendo. 

Il giorno appresso, sul tardi, Papiano venne 
a preparar la camera: v'introdusse un tavoli- 
no rettangolare, d'abete, senza cassetto, senza 
vernice, dozzinale; sgombrò un angolo 'della 
stanza; vi appese a una funicella un lenzuolo; 
poi recò una chitarra, un collaretto da cane 
con molti sonaglioli, e altri oggetti. Questi pre- 
parativi furono fatti al lume del famoso lan- 
ternino dal vetro rosso. Preparando, non smi- 
se — s'intende! — un solo istante di parlare. 

— Il lenzuolo serve, sa! serve.... non saprei, 
da.... da accumulatore, diciamo, di questa forza 
misteriosa: lei lo vedrà agitarsi, signor Meis., 
gonfiarsi come una vela, rischiararsi a volte 
d'un lume strano, quasi direi siderale. Sissi- 
gnore! Non siamo ancora riusciti a ottenere 
«materializzazioni», ma luci sì: ne vedrà, se 
la signorina Silvia questa sera si troverà in 
buone disposizioni. Comunica con lo spirito. di 
un suo antico compagno d'Accademia, morto, 
Dio ne scampi, di tisi, a diciott'anni. Era, di..., 
non so, di Basilea^ mi pare: ma stabilito a Ro- 
ma da un pezzo, con la famiglia. Un Igenio, sa, 
per la musica: reciso dalla morte crudele pri- 
ma che avesse potuto dare i suoi frutti. Così al- 
meno dice la signorina Caporale. Anche prima 
che ella sapesse d'aver questa facoltà media- 
nica, comunicava con lo spirito di Max. Sissi- 
gnore: si chiamava così. Max.... aspetti. Max 
Oliz, se non sbaglio. Sissignore! Invasata d^ 



- 208 - 

qiieslo spirito, improvvisava sul pianoforte, fi- 
no a cader per terra, svenuta, in certi mo- 
menti. Una sera si raccolse perfino gente, giìi 
in istrada, che poi la applaudì.... 

— E la signorina Caporale ne ebbe quasi 
paura, — aggiunsi io, placidamente. 

— Ah, lo sa ? — fece Papiano, restando. 

— Me l' ha detto lei stessa. Sicché dunque 
applaudirono la musica di Max sonata con le 
mani della signorina Caporale ? 

— Già, già! Peccato che non abbiamo in ca- 
sa un pianoforte. Dobbiamo contentarci di qual- 
che motivetto, di qualche spunto, accennato su 
la chitarra. Max s'arrabbia, sa! fino a strap- 
par le corde, certe volte.... Ma sentirà stasera. 
Mi pare che sia tutto in ordine, ormai. 

— E dica un po', signor Terenzio. Per cu- 
riosità, — volli domandargli, prima che an- 
dasse via, — lei ci crede ? ci crede proprio ? 

— Ecco, — mi rispose subito, come se aves- 
se preveduto la domanda. — Per dire la^ ve- 
rità, non riesco a vederci chiaro. 

— Eh sfido! 

— Ah, ma non perchè gli esperimenti si 
facciano al bujo, badiamo! I fenomeni, le ma- 
nifestazioni sono reali, non ce che, dire: inne- 
gabili. Noi non possiamo mica diffidare di noi 
stessi.... 

— E perchè no? Anzi! 

— Come ? Non capisco ! 

— C'inganniamo così facilmente! Massime 
quando ci piaccia di credere in qualche cosa.... 

— Ma a me, no, sa: non piace! — 'protestò 
Papiano. — Mio suocero, che è molto adden- 
tro in questi studii, ci crede. Io, fra l'altro, ye- 
da, non ho neanche il tempo di pensarci.... se 



- 209 - 

pure ne avessi voglia. Ho tanto da fare, tanto, 
con quei maledetti Borboni del marchese che 
mi tengono lì a chiodo! Perdo qui qualche 
serata. Dal canto mio, son d'avviso che noi, 
finché per grazia di Dio siamo vivi, non po- 
tremo saper nulla della morte; e dunque, non 
le pare inutile pensarci ? Ingegnamoci di vi- 
vere alla meglio, piuttosto, santo Diol.Eccq co- 
me io la penso, signor Meis. A rivederla, eh ? 
Ora scappo a prendere in via dei Pontefici la 
signorina Pantogada. 

Ritornò dopo circa mezz'ora, molto contra- 
riato: insieme con la Pantogada e la governante 
era venuto un certo pittore spagnuolo, che mi 
fu presentato a denti stretti come amico di ca- 
sa Giulio. Si chiamava Manuel Bernaldez e par- 
lava correttamente l!italiano; non ci fu verso 
però di fargli pronunciare l'esse del mio co- 
gnome: pareva che ogni volta, nell'atto di pro- 
ferirla, avesse paura che la lingua gliene re- 
stasse ferita. 

— Adriano Mej.^ — diceva, come se ' tutt'a 
un tratto fossimo diventati amiconi. 

— Adriano Twz, — mi veniva quasi di ri- 
spondergli. 

Entrarono le donne: Pepita,, la governante, 
la signorina Caporale, Adriana. 

— Anche tu ? Che novità ? — le disse Pa- 
piano con mal garbo. 

Non se l'aspettava, quest'altro tiro. Io intan- 
to, dal modo con cui era stato accolto il Ber- 
naldez, avevo capito che il marchese Giglio 
non doveva saper nulla dell'intervento di lui 
alla seduta, e che doveva esserci sotto quali- 
che intrighetto con la Pepita. 

Ma il gran Terenzio non rinunziò al suo di- 

PiRANDELLO. Il fu Mattia Pascal. 14 



- 210 - 

segno. Disponendo intorno al tavolino la catena 
medianica, si fece sedere accanto Adriana e 
pose accanto a me la Pantogada. 

Non ero contento ? No. E Pepita neppure. 
Parlando tal quale come il padre, ella si ri- 
bellò subito: 

— Gracie tanto, asi no puede ser! Io voglio 
estar enti^e el scgnor Paleari e la mia igoljer- 
nante, caro, segnor Tcrencio! 

La semioscurità rossastra permetteva appena 
di discernere i contorni; cosicché non potei ve- 
dere fino a qual punto rispondesse al vera il 
ritratto che della signorina Pantogada m'aveva 
abbozzato Papiano: il tratto però; la voce e 
quella sùbita ribellione s'accordavano perfetta- 
mente all'idea che m'ero fatta di lei, dopo ìquella 
descrizione. 

Certo, rifiutando così sdegnosamente il posto 
che Papiano le aveva assegnato accanto a me, 
la signorina Pantogada m'ollendeva; ma lo non 
solo non me n'ebbi a male, ma anzi me ne ral- 
legrai. 

— Giustissimo! — esclamò Papiano. — E 
allora, si può far così: accanto al signor Meis 
segga la signora Candida; poi prenda posto lei, 
signorina. Mio suocero rimanga dov'è: e 'noi al- 
tri tre pure così, come stiamo. Va bene ? 

E no! non andava bene neanche così: né per 
me, né per la signorina Caporale, uè per Adria- 
na e né — come si vide poco dopo — per la 
Pepita, la' quale stette molto meglio in una 
nuova catena disposta proprio dal genialissimo 
spirito di Max. 

Per il momento, io mi vidi accanto quasi un 
fantasima di donna, con una specie di colli- 
netta in capo (era cappello ? era cuffia ? par- 



- 211 - 

riicca ? che diavolo era?). Di sotto quel carico 
enorme uscivan di tratto in tratto certi sospiri 
terminati da un breve gemito. Nessuno aveva 
pensato a presentarnii a quella signora Can- 
dida: ora, per far la catena, dovevamo tenerci' 
per mano; e lei sospirava. Non le pareva ben 
fatto, ecco. Dio, che mano fredda! 

Con l'altra mano tenevo la sinistra della si- 
gnorina Caporale seduta a capo del tavolino, 
con le spalle contro il lenzuolo appeso all'an- 
golo; Papiano le teneva la destra. Accanto ad 
Adriana, dall'altra parte, sedeva il pittore; il 
signor Anselmo stava all'altro capo del tavolino, 
dirimpetto alla Caporale. 

Papiano disse: 

— Bisognerebbe spiegare innanzi tutto al si- 
gnor Meis e alla signorina Pantogada il lin-i 
guaggio.... come si chiama? 

— Tiptologico, — suggerì il signor Anselmo, 

— Prego, anche a me, — si rinzelò la signo- 
ra Candida, agitandosi su la seggiola. 

— Giustissimo! Anche alla signora Candida, 
si sa! 

— Ecco, — prese a spiegare il signor An- 
selmo. — Due colpi vogliono dir sì.... 

— Colpi ? — interruppe Pepita. — Che colpi ? 

— Colpi, — rispose Papiano, — o battuti 
sul tavolino o su le seggiole o altrove o anche 
fatti percepire per via di toccamenti. 

— Ah no-no-no-no-nò! — esclamò allora 
quella a precipizio, balzando in piedi. — Io 
no ne amo, tocamenti. De chi ? 

— Ma dello spirito di Max, signorina, — le 
spiegò Papiano. — Gliel'ho accennato, venen- 
do: non fanno mica male, si rassicuri. 

— Tittologichi, -^ aggiunse con aria di com- 



— 212 - 

da donna superiore, la signora 
Candida. 

— E dunque, — riprese il signor Anselmo, 
— due colpi, sì; ire colpi, no; quattro, bujo; 
/cinque, parlate; sei, luce. Basterà così. E ora 
concentriamoci, signori miei. 

Si fece silenzio. Ci concentrammo. 



i 



i 14. — Lo prodesae di Maz, 

Apprensione? No. Neanche per ombra. Ma 
luna viva curiosità mi teneva e anche un, certo 
timore che Papiano stèsse per fare una pessi- 
ma figura. Avrei dovuto goderne; e, invece, no. 
Ihi non prova pena, o piuttosto', un frigido 
avvilimento nell' assistere a una commedia mal 
rappresentata da comici inesperti ? 

«Tra due sta, — pensavo: — a jegli è molto 
abile, o l'ostinazione di tenersi accanto Adria- 
na non gli fa veder bene dove si mette, lascian- 
do il Bernaldez e Pepita, me e Adriana disil- 
lusi € perciò in grado d'accorgerci senza alcun 
gusto, senz'alcun compenso, della sua frode. 
Meglio di tutti se n'accorgerà Adriana che gli 
sta più vicina; ma lei già sospetta la frode e 
vi è preparata. Non potendo sfarini accanto, 
forse in questo momento ella domanda a se 
stessa perebbe rimanga lì ad assistere a una 
farsa per lei non solamente insulsa, ma anche 
indegna e sacrilega. E la stessa domanda certo, 
dal canto loro, si rivolgono il Bernaldez e Pe- 
pita. Come mai Papiano non se ne rende conto, 
or che s'è visto fallire il colpo -d'allogarmi ac- 
canto la Pantogada ? Si fida dunque tanto della 
propria abilità ? Stiamo a vedere ». 

Facendo queste riflessioni, io non pensavp 



— S14 - 

affatto alla signorina Caporale. A un tratto^, 
questa si mise a parlare, come in un leggero 
dormiveglia. 

— La catena, — disse, — la catena va mu- 
tata 

— Abbiamo già Max ? — domandò premuro- 
/samente quel buon uomo del signor Anselmo. 

La risposta della Caporale si fece attendere 
un bel po'. 

— Sì, — poi disse penosamente, quasi con 
affanno. — Ma siamo in tix)ppi, questa sera.... 

— È vero sì! — scattò Papiano. — Mi sem- 
bra però, che così stiamo benone. 

— Zitto! — ammonì il Paleari. — Sentiamo 
che dice Max. 

— La catena, — riprese la Caporale, — non 
gli par ben equilibrata. Qua, da questo lato 
(e sollevò la mìa mano), ci sono due donne ac- 
canto. Il signor Anselmo farebbe bene a pren- 
dere il posto della signorina Pantogada, e vi- 
ceversa. 

— Subito!' — sclamò il signor Anselmo, al- 
zandosi. — Ecco, signorina, segga qua! 

E Pepita, questa volta, non si ribellò. Era 
accanto al pittore. 

— Poi, — soggiunse la Caporale, — la si- 
gnora Candida.... 

Papiano la interruppe: 

— Al posto d'Adriana, è vero? Ci avevo pen- 
sato. Va benone ! 

Io strinsi forte, forte, forte, la mano di Adria- 
na, fino a farle male, appena ella venne a 
prender posto accanto a me. Contemporanea- 
mente la signorina Caporale mi stringeva l'altra 
mano, come per domandarmi: «È contei\to 
così?yf — «Ma sì, contentone!» — le risposi io 



~> 215 — 

con un'altra stretta, che significava anche: — 
«E ora fate pure, fate pure quel che vi piace !> 

— Silenzio! — intimò a questo punto il si- 
gnor Anselmo. 

E chi aveva parlato? Chi? il tavoUno! Quat- 
tro colpi: — Bujo! 

Giuro di non averli sentiti. 

Se non che, appena Spento il lanternino, av- 
venne tal cosa che scompigliò d'un tratto tutte 
le mie supposizioni. La signorina Caporale cac- 
ciò uno sti'illo acutissimo, che ci fece sobbalzar 
tutti quanti dalle seggiole. 

— Luce! Luce! 
Che era avvenuto? 

Un pugno! La signorina Caporale aveva ri- 
cevuto un pugno su la bocca, formidabile: le 
sanguinavano le gengive. 

Pepita e la signora Candida scattarono in 
piedi, spaventate. Anche Papiano s'alzò per 
riaccendere il lanternino. Subito Adriana ri- 
trasse dalla mia mano la sua. Il Bernaldez te- 
neva tra le dita im fiammifero e sorrideva, tra 
sorpreso e incredulo, mentre il signor Anselmo, 
costernatissimo, badava a ripetere: * 

— Un pugno! E come si spiega? 

Me lo domandavo anch'io, turbato. Un pu- 
gno? Dunque quel cambiamento di posti non 
era concertato avanti tra i due. Un pugno? 
Dunque la signorina Caporale s'era ribellata a 
Papiano. E ora? 

Ora, scostando la seggiola e premendosi un 
fazzoletto suila bocca, la Caporale protestava di 
non voler più saperne. E Pepita Pantogada 
strillava: 

— Gracie, segnori! gracie! Accjuì se dano 
cachetes I 



K 



— 216 - 

— Ma no! ma no! — esclamò il Paleari. — 
Signori miei, questo è un fatto nuovo, stranis- 
simo! Bisogna chiederne spiegazione. 

— A Max? — domandai io. 

— A Max, già! Che lei, cara Silvia, abbia 
male interpretato i suggerimenti di lui nella 
disposizione della catena? 

— È probabile! è probabile! — esclamò il 
Bernaldez, ridendo. 

— Lei, signor Meis, che ne pensa? — mi 
domandò il Paleari, a cui il Bernaldez non 
andava proprio a genio. 

— Eh, di sicuro, questo pare, — dissi io. 
Ma la Caporale negò recisamente col capo. 

— E allora? — riprese il signor Anselmo. 
— Come si spiega? Max violento! E quando 
mai? Che ne dici tu, Terenzio? 

Non diceva nulla, Terenzio, protetto dalla 
semioscurità: alzò le spalle, e ba&ta. 

— Via, — diss'io allora alla Caporale. — 
Vogliamo contentare il signor Anselmo, signo- 
rina? Domandiamo a Max una spiegazione: die 
se poi egli si dimostrerà di. nuovo spirito.... di 
poco spirito, lasceremo andare. Dico bene, si- 
gnor Papiano? 

— Benissimo! — rispose questi. — Doman- 
diamo, domandiamo pure. Io ci sto. 

— Ma non ci .sto Io, così! — rimbeccò la 
Caporale, rivolta proprio a lui. 

— Lo dice a me? — fece Papiano. — - Ma se 
lei vuol lasciare andare.... 

— Sì, sarebbe meglio, — arrischiò timida- 
mente Adriana. 

Ma subito il signor Anselmo le diede su la 
voce: 

— Ecco la paurosa! Son peurilità, perbac- 



— 217 — 

co! Scusi, lo dico anclie a lei, Silvia! Lei cono^ 
sce bene lo spirito che le è familiare, e sa 
che questa è la prima volta che.... Sarebbe un 
peccato, via! perchè, — spiacevole quanto si 
voglia quest'incidente — i fenomeni accenna- 
vano questa sera a manifestarsi con insolita 
energia. 

— Troppa! — esclamò il Bernaldez, sghignaz- 
zando e promovendo il riso degli altri. 

— E io, -- aggiunsi, — non vorrei buscarmi 
un pugno su quest'occhio qui.... 

— Ni tampoco io! — aggiunse Pepita. 

— A sedere! — ordinò allora Papiano, riso- 
lutamente. — Seguiamo il consiglio del signor 
Meis. Proviamoci a domandare una spiegazione. 
Se i fenomeni si rivelano di nuovo con troppa 
violenza, smetteremo. A sedere! 

E soffiò sul lanternino. 

Io cercai nel bujo la mano di Adriana, ch'era 
fredda e tremante. Per rispettare il suo timore, 
non gliela strinsi in prima; pian piano, gradata- 
mente, gliela premetti, come per infonderle ca- 
lore, e, col calore, la fiducia che tutto adesso 
sarebbe proceduto tranquillamente. Non pote- 
va esser dubbio, infatti, che Papiano, forse 
pentito della violenza a cid s'era lasciato an- 
dare, aveva cangiato > avviso. A ogni modo 
avremmo certo avuto un momento di tregua; 
poi, forse, io e Adriana, nel bujo, saremmo stati 
il bersaglio di Max. — « Ebbene, — dissi tra me, 
— se il giuoco diventerà troppo pesante, lo 
faremo durar poco. Non permetterò che Adria- 
na sia toi-mentata». 

Intanto il signor Anselmo s'era messo a par- 
lare con Max, proprio come si parla a qualcuno 
vero e reale, lì presente. 



— 218 — 

— Ci sei? 

Due colpi, lievi, sul tavolino. — C'era! 

— E come va, Max, — domandò il Paleari, 
in tono d'amorevole rimprovero, — che tu, tanto 
buono, tanto gentile, hai trattato così malamente 
la signorina Silvia? Ce lo vuoi dire? 

Questa volta il tavolino si agitò dapprima 
un poco, quindi tre colpi secchi e sodi riso- 
narono nel mezzo di esso. Tre colpi: dunque,' 
no: non ce lo voleva dire. 

— Non insistiamo! — si rimise il signor 
Anselmo. — Tu sei forse ancora un po' alte- 
rato, eh. Max? Lo sento, ti conosco.... ti cono- 
sco.... Vorresti dirci almeno se la catena così 
disposta ti accontenta? 

Non aveva il Paleari finito di far questa do- 
manda, ch'io sentii picchiarmi rapidamente due 
volte su la fronte, quasi con la punta di un 
dito. 

— Sì] — esclamai subito, denunciando il fe- 
nomeno; e* strinsi la mano d'Adriana. 

Debbo confessare che quel « toccamento » 
inatteso mi fece pure, lì per lì, una strana im- 
pressione. Ero sicuro che, se avessi levato a 
tempo la mano, avrei ghermito quella di Pa- 
piano, e tuttavia.... La delicata leggerezza del 
tocco e la precisione èrano state, a ogni modo, 
meravigliose. Poi, ripeto^ non me l'aspettavo. 
Ma perchè intanto Papiano aveva scelto me per 
manifestar la sua remissione? Aveva voluto con 
quel segno tranquillarmi, o era esso all'incon- 
tro una sfida e significava: — «Adesso vedrai 
se son contento y>'ì 

— Bravo, Max! — .esclamò il signor An- 
selmo. 

E io, tra me; 



— 219 - 

-— (Bravo, sì! Che fitta di scapaccioni ti 
darei!) 

— Óra, se non ti dispiace, — riprese il 
padron di casa, — vorresti darci un segno del 
tuo buon animo verso di noi? 

Cinque colpi sul tavolino intimarono: — Par- 
late! 

— Che significa? — domandò la signora Can- 
dida, impaurita. 

— Che bisogna parlare, — • spiegò Papiano, 
tranquillamente. 

E Pepita: 

— A chi? 

— Ma a chi vuol lei, signorina! Parli col 
suo vicino, per esempio. 

• — Forte? 

— Sì, — disse il signor Anselmo. — Questo 
vuol dire, signor Meis, che Max ci prepara in- 
tanto qualche bella manifestazione. ì^orse una 
luce.... chi sa! Parliamo, parliamo.... 

E che dire? Io già parlavo da un pezzo con 
la mano d'Adriana, e non pensavo, ahimè, non 
pensavo più a nulla! Tenevo a quella manina 
un lungo discorso intenso, stringente, e pur ca- 
rezzevole, che essa ascoltava tremante e ab- 
bandonata; già l'avevo costretta a cedermi le 
dita, a in trecci arie con le mie. Un^ar dente eb- 
brezza mi aveva preso, che godeva dello spa- 
simo che le costava lo sforzo di reprimer la 
sua foga smaniosa per esprimersi invece con 
le maniere d'unav dolce tenerezza, come voleva 
il candore di quella timida anima soave. 

Ora, in tempo che le nostre mani facevano 
questo discorso fitto fitto, io cominciai iad av- 
vertire come uno strofinìo alla traversa, tra le 
due gambe posteriori della seggiola; e mi tur- 



— 220 — 

bai. Papiano non poteva col piede arrivare 
fin là; e, quand'anche, la traversa fra le gam- 
be anterioiù gli ci' avrebbe impedito. Che si fosse 
alzato dal tavolino e fosse venuto dietro alla 
mia seggiola? Ma,* in. questo caso, la signora 
Candida, se non era proprio scema, avrebbe 
do\aito avvertirlo. Prima di comunicare a gli 
altri il fenomeno, avrei voluto in qualche modo 
spiegarmelo; ma poi pensai che, avendo otte- 
nuto ciò che mi premeva, ora, quasi per ob- 
bligo, mi conveniva secondar la frode, senz'altro 
indugio, per non irritare maggiormente Pa- 
piano. E arrivai a dire quel che sentivo. 

— Davvero? — esclamò Papiano, dal suo 
posto, con una meraviglia che mi pai've sincera. 

Né minor meraviglia dimostrò la signorina 
Caporale. 

Sentii rizzarmi i capelli su la fronte. Dun- 
que, quel fenomeno era vero? 

— Strofinìo? — domandò ansiosamente il si- 
gnor Anselmo. — Come sarebbe? come sarebbe? 

— Ma sì! — confermai, quasi stizzito. — E 
seguita! T^ome se ci fosse qua dietro un cagno- 
lino..... ecco! 

Un alto scoppio di risa accolse questa mia 
spiegazione. 

— Ma è Minerva! è Minerva! — gridò Pepita 
Pantogada. 

— Chi è Minerva? — domandai, mortificato. 

— Ma la mia cagneta! — riprese quella, ri- 
dendo ancora. — La viechia mia, segnore, che 
se grata asi soto tute le sedie! Con permisso! 
con peraiisso! 

Il Bernaldez accese un altro fiammifero, e 
Pepita s'alzò per prendere quella cagnetta, che 
si chiamava Minerva^ e apcucciarsela in grembo. 



— 221 — 

— Ora mi spiego, — disse conti'ariato il si- 
gnor Anselmo, — ora mi spiego la irritazione 
di Max. C'è poca serietà, questa sera, ecco! 



Per il signor Anselmo, forse, sì: ma — a dir 
vero — non ce ne fu molta di più per rioi 
nelle sere successive, rispetto allo spiritismo, 
s'intende. 

Chi potè più badare alle prodezze di Max nel 
bujo? 11 tavolino scricchiolava, si moveva, par- 
lava con picchi sodi o lievi; altri picchi s'udi- 
vano su le cartelle delle nostre seggiole e, or 
qua or là, su i mobili della camera, e raspa- 
menti, strascichii e altri rumori; strane luci 
fosforiche, come fuochi fatui, s'accendevano nel- 
l'aria per un tratto, vagolando, e anche ir len- 
zuolo si rischiarava e si gonfiava come una 
vela; e un tavolinetto porta-sigari si fece pa- 
recchie passeggiatine per la camera e una volta 
finanche balzò sul tavolino intorno al quale 
sedevamo' in catena; e la chitarra come se aves- 
se messo le ali, volò dal cassettone su cui era 
posata e venne a strimpellar su noi.... Mi parve 
però che 'Max manifestasse meglio le sue emi- 
nenti facoltà musicali coi sonaglioli del colla- 
retto del cane, che a un certo punto fu messo 
al collo della signorina Caporale; il che parve 
al signor Anselmo uno scherzo affettuoso e 
spiritosissimo di Max; ma la signorina Caporale 
non lo gradì molto. 

Era entrato evidentemente in iscena, pro- 
tetto dal Tdujo, Scipione, il fratello di Papiano, 
con istruzioni particolarissime. Costui era dav- 
vero epilettico, ma non così idiota come il fra- 



- 222 - 

tello Terenzio e lui stesso volevano dare a 
intendere. Con la lunga abitudine dell'oscurità, 
doveva aver fatto Poochio a vederci al bujo. 
In verità, non potrei dire fino a che punto egli 
si dim osti-asse destro in quelle frodi conge- 
gnate avanti col fratello e con la Caporale; per 
noi, cioè per me e per Adriana, per Pepita e 
il Bernaldez, poteva far quello che gli piaceva 
e tutto andava bene, comunque lo facesse: lì, 
egli non doveva contentare che il signor Ansel- 
mo e la signora Candida; e pareva vi riuscisse 
a meraviglia. È vero bensì, che né l'uno né l'al- 
tra erano di difficile contentatura. Oh, il si- 
gnor Anselmo gongolava di gioja; , pareva in 
certi momenti un ragazzetto al teatrino delle 
marionette; e a certe sue esclamazioni puerili 
io soffrivo, non solo per l'avvilimento che mi 
cagionava il vedere un uomo, non certamente 
sciocco, dimostrarsi tale fino all'inverosimile; 
ma anche perchè Adriana mi faceva compren- 
dere che provava rimorso di godere così, a scà- 
pito della serietà del padre, approfittandosi 
della ridicola dabbenaggine di lui. 

Questo solo turbava di tratto in tratto la no- 
stra gioja. Eppure, conoscendo Papiano, avreb- 
be dovuto nascermi il sospetto che, se egli sì 
rassegnava a lasciarmi accanto Adriana e, con- 
trariamente a' miei timori, non ci faceva mai 
disturbare dallo spirito di Max, anzi pareva 
che ci favorisse e ci protegf^esse, doveva aver 
fatto qualche altra pensata. Ma era tale in quei 
momenti la gioja che mi procurava la libertà 
indisturbata nel bujo, che questo sospetto non 
mi s'affacciò affatto. 

— No! — strillò a un certo punto la signo- 
rina Pantogada. 



— 228 -- 

E subito il signor Anselmo: 

— Dica, dica, signorina! che è stato? che 
ha sentito? 

Anche il Bernaldez la spinse a dire, premu- 
rosamente; e allora Pepita: 

— Aquì, su un lado, una careccia.... 

— Con la mano? — domandò il Paleari. — 
Delicata, è vero? Fredda, furtiva e delicata.... 
Oh, Max, se vuole, sa esser gentile con le 
donne! Vediamo un po'. Max, potresti rifar la 
carezza alla signorina? 

— Aquì està! aquì està! — si mise a gri- 
dare subito Pepita ridendo. 

— Che vuol dire? — domandò il signor An- 
selmo. 

— Rifa, rifa.... m'acareccia. 

— E un bacio, Max? — propose allora il 
Paleari. ^ 

— No! — strillò Pepita, di nuovo. 

Ma un bel bacione sonoro le fu scoccato su 
la guancia. 

Quasi involontariamente io mi recai allora 
la mano di Adriana alla bocca; poi, non con- 
tento, mi chinai a cercar la bocca di lei, e 
così il primo bacio, bacio lungo e muto, fu 
scambiato fra noi. 

Che seguì? ci volle un pezzo, prima ch'io, 
smarrito di confusione e di vergogna, potessi 
riavermi in queirimprov\dso disordine. S'erano 
accorti di quel nostix> bacio? Gridavano. Uno, 
due fiammiferi, accesi; poi anche la candela, 
quella stessa che stava entro il lanternino dal 
vetro rosso. E tutti in piedi! Perchè? Perchè? 
Un gran colpo, un colpo formidabile, come 
vibrato da un pugno di gigante invisibile, tonò 
sul tavolino, così, in piena luce. Allibimmo tutti 



— 224 — 

e, più di ogni altro, Papiano e la signorina Ca- 
porale. 

— Scipione! Scipione! — chiamò Terenzio. 
L'epilettico era caduto per terra e rantolava 

stranamente. 

— A sedere! — gridò il signor Anselmo. — 
È caduto in trance anche lui! Ecco, ecco, il 
tavolino si muove, si solleva, si solleva.... La 
levitazione! Bravo, Max! Evviva! 

E davvero il tavolino, senza che nessuno lo 
toccasse, si levò alto pu\ d'un palmo dal suolo 
e poi ricadde pesantemente. 

La Caporale, livida, tremante, atterrita, ven- 
ne a nascondere la faccia sul mio petto. La si- 
gnorina Pantogada e la governante scapparono 
via dalla camera, mentre il Paleari gridava 
irritatissimo: 

— No, qua, perbacco! Non rompete la ca- 
tena! Ora viene il meglio! Max! Max! 

— Ma che Maxi — esclamò Papiano, scrol- 
landosi alla fine dal terrore che lo teneva in- 
chiodato e accorrendo al fratello per scuoterlo 
e richiamarlo in sé. 

Il ricordo del bacio fu per il momento soffo- 
cato in me dallo stupore per quella rivelazio- 
ne veramente strana e inesplicalDile, a cui avevo 
assistito. Se, come sosteneva il Paleari, la forza 
misteriosa che aveva agito in quel momento, 
alla luce, sotto gli occhi miei, proveniva da uno 
spirito invisibile,, evidentemente, questo spirito 
non era quello di Max: bastava guardar l^a- 
piano e la signorina Caporale per convincer* 
sene. Quel Max, lo avevano inventato loro. Chi 
dunque aveva agito? clii aveva avventato sul 
tavolino quel pugno formidabile? 

Tante cose lette nei libri del Paleari mi 



balzarono in tumulto alla niente; e, con un 
brivido, pensai a quello sconosciuto che s'era 
annegato nella gora del molino alla Stia, sl cui 
io avevo tolto il compianto de' suoi e degli 
estranei. 

— Se fosse lui! — dissi tra me. — Se fosse 
venuto a trovarmi, qua, per vendicarsi, sve- 
lando ogni cosa.... 

Il Paleari intanto, che — solo — non aveva 
provato né meraviglia né sgomento, non riusci- 
va ancora a capacitarsi come un fenomeno 
così semplice e cornune, quale la levitazione 
del tavolino, ci avesse tanto impressionato, dopo 
quel po' po' di meraviglie a cui avevamo pre- 
cedentemente assistito. Per lui contava ben poco 
che il f-enomeno si fosse manifestato alla luce. 
Piuttosto non sapeva spiegarsi come mai Sci- 
pione si trovasse là, in camera mia, mentr'egli 
lo credeva a letto. 

— Mi fa specie, — diceva — perchè di so- 
lito questo poveretto non si cura di nulla. Ma 
si vede che queste nostre sedute misteriose gli 
han destato una certa curiosità: sarà venuto 
a spiare, sarà entrato furtivamente, e allora.... 
pàffete^ acchiappato! Perchè è innegabile, sa, 
signor Meis, che i fenomeni straordinarii della 
medianità traggono in gran parte origine dalla 
nevrosi epilettica, catalettica e isterica. Max 
prende da tutti, sottrae anche a noi buona parte 
d'energia nervosa, e se ne vale per la produ- 
zione dei fenomeni. È accertato! Non si sente 
anche lei, difatti, come se le avessero sottratto 
qualche cosa? 

— Ancora no, per dire la verità. 

Quasi fino all'alba mi rivoltai sul letto, fan- 
tasticando di quell'infelice, sepolto nel cimi!- 

P1UA.NDELL0, Il fu Mattia Pascal. 15 



— 226 - 

tero di Miragno, sotto il mio nome. Chi era 
egli? Donde veniva? Perchè si era ucciso? Forse 
voleva che quella sua triste fine si sapesse: 
era stata foi'se riparazione, espiazione.... e io 
me n'ero approfittato! Più d'una volta, nel 
bujo — lo confesso — gelai di paura. Quel 
pugno, lì, sul tavolino, in camera mia, non lo 
avevo udito io solo. Lo aveva scagliato lui? E 
non era egli ancor lì, nel silenzio, presente e 
invisibile, accanto a me? Stavo in orecchi, se 
m'avvenisse di cogliere qualche rumore nella 
camera. Poi m'addormentai e feci sogni paurosi. 
Il giorno appresso aprii le finestre alla luce. 



I 15. — Io e l'ombra mia. 

Mi e avvenuto più volte, svegliandomi nel cuor 
(Iella notte (la notte, in questo caso, non. dimo- 
stra veramente d'aver cuore), mi è avvenuto di 
provai'e al bujo, nel silenzio, una strana mera- 
viglia, uno strano impaccio al ricordo di qual- 
che cosa fatta du:ran te il giorno, alla luce, 
senz'abbadarci; e ho domandato allora a me 
stesso se, a determinar le nostre azioni, .non 
concorrano anche i colori, la vista delle cose 
circostanti, il vario frastuono della vita. Ma sì, 
senza dubbio; e chi sa quant' altre cose! Non 
viviamo noi, secondo il signor Anselmo, in re- 
lazione con l'universo? Ora sta a vedere quante 
sciocchezze questo maledetto universo ci fa com- 
mettere, di cui poi chiamiamo responsabile la 
misera coscienza nostra, tirata da forze esterne, 
abbagliata da una luce che è fuor di lei. E, al- 
l'incontro, quante deliberazioni prese, quanti 
disegni architettati, quanti espedienti macchi- 
nati durante la notte non appajono poi vani 
e non crollano e non sfumano alla luce del gior- 
no? Coni' altro è il giorno, altro la notte, cosi 
forse una cosa siamo noi 'di giorno, altra di 
notte: miserabilissima cosa, ahimè, così di notte 
come di giorno. 



— nn - 

So che, aprendo dopo qimrnnta giorni le fi- 
nestre della mia camera^ io non provai alcuna 
gioja nel riveder la luce. Il ricordo di ciò che 
avevo fatto in quei giorni ni bujo me la offuscò 
orribilmente. Tutte le ragioni e le scuse e le 
persuasioni che in quel bujo avevano avuto 
il loro peso e il loro valore, non ne ebbero piìi 
alcimo, appena spalancate le finestre, o ne 
ebbero un altro al tutto opposto. E invano 
quel povero me che per tanto tempo 'se n'era 
stato con le finestre chiuse e aveva fatto di 
tutto per alleviarsi la noja smaniosa della pri- 
gionia, ora — timido come un cane bastonato 

— andava appresso a quell'altro me che aveva 
aperte le finestre e si destava alla luce del 
giorno, accigliato, severo, impetuoso; invano cer- 
cava di stornarlo dai foschi pensieri, inducen- 
dolo a compiacersi piuttosto, dinanzi allo spec- 
chio, del buon esito dell'operazione e della bar- 
ba ricresciuta e anche del pallore che in qual- 
che modo m'ingentihva l'aspetto. 

— Imbecille, che hai fatto? che hai fatto? 
Che avevo fatto? Niente, siamo giusti! Avevo 
fatto all'amore. Al bujo — era colpa mia? 

— non avevo veduto pili ostacoli, e avevo per- 
duto il ritegno che m'ero imposto. Papiano vo- 
leva togliermi Adriana; la signorina Caporale 
me l'aveva data, me l'aveva Jatta sedei'e accan- 
to, e s'era buscalo un pugno sulla bocca, po- 
verina; io soffrivo, e — naturalmente — per 
quelle sofferenze credevo com'ogni altro sciagu- 
rato (leggi uomo) d^aver diritto a un compenso, 
e — poiché l'avevo allato — me l'ero preso; lì 
si facevano gli esperimenti della morte, e Adria- 
na, accanto a me, era la vita, la vita che aspetta 
un bacio per schiudersi alla gioja; ora Manuel 



- 229 - 

Bernaldez aveva badato al bujo la s^'a Pepita, 
e allora anch'io.... 

— Ah! 

Mi buttai su la poltrona, con le mani su la 
faccia. Mi sentivo fremere le labbra al ricordo 
di quel bacio. Adriana! Adriana! Che speranze 
le avevo acceso in cuore con quel bacio? Mia 
sposa, è vero? Aperte le finestre, festa per 
tutti!. 

Rimasi, non so per quanto tempo, li, su 
quella poltrona, a pensare, ora con gli occhi 
sbarrati, ora restringendomi tutto in me, rab- 
biosamente, come per schermirmi da un fitto 
spasimo interno. Vedevo finalmente, vedevo in 
tutta la sua crudezza la frode della mia illu- 
sione, che cos'era in fondo ciò che m'era sem- 
brata la più grande delle fortune, nella prima 
ebbrezza della mia liberazione. 

Avevo già sperimentato come la mia libertà, 
che a principio m'era parsa senza limiti, ne 
avesse purtroppo nella scarsezza del mio de- 
naro; poi m'ero anche accorto ch'essa più pro- 
priamente avrebbe potuto chiamarsi solitudi- 
ne e noja, e che mi condannava a una terribile 
pena: quella della compagnia di me stesso; mi 
ero allora accostato agli altri; ma il proponi- 
mento di guardarmi bene dal riallacciare, fos- 
s'anche debolissimamente, le fila recise, a che 
era valso? Ecco: s'erano riallacciate da sé, quel- 
le fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, 
mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, 
con la sua foga irresistibile: la vita che non 
era più per me. Ah, ora me n'accorgevo vera- 
mente, ora che non potevo più con vani prete- 
sti, con infingimenti quasi puerili, con pietose, 
meschinissime scuse impedirmi di assumer co 



— 230 — 

scienza del mio sentimeli lo per Adriana, atte- 
nuare il valore delle mie intenzioni, delle mie 
parole, de' miei atti. Troppe cose, senza parlare, 
le avevo detto, stringendole la mano, costrin- 
gendola a intrecciar con le mie le sue dita; e 
un bacio, un bacio infine aveva suggellato il 
nostro amore. Ora, come risponder coi fatti alla 
promessa? Potevo far mia Adriana? Ma nella 
gora del molino, là, alla Stia, ci avevano buttato 
me quelle due buone donne, Romilda e la vedo- 
va Pescatore; non ci s'erano mica buttate loro! 
E libera dunque era rimasta lei, mia moglie; 
non» io, che m'oro acconciato a fare il morto, 
lusingandomi di poter diventare un altro uomo, 
vivere un'altra vita. Un altr'uomo, sì, ma a 
patto di non far nulla! E che uomo dunque? 
Un'ombra d'uomo! E che vita? Finche .m'ero 
contentato di star chiuso in me e di veder Ai- 
vere gli altri, sì, avevo potuto bene o male 
salvar l'illusione ch'io stèssi vivendo un'altra 
vita; ma ora che a questa m'ero accostato fino 
a cogliere un bacio da due care labbra, ecco, 
mi toccava a ritrarmene inorridito, come se 
avessi baciato Adriana con le labbra d'un morto, 
d'un morto che non poteva rivivere per lei! 
Lajjbra mercenarie, sì, avrei potuto baciarne; 
ma che sapor di vita in quelle labbra? Oh, se 
Adriana, conoscendo il mio strano caso.... Lei? 
No.... no.... che! neanche a pensarci! Lei, così 
pura, così timida.... Ma se pur l'amore fosse 
stato in lei piìi forte di tutto, più forte d'ogni 
riguardo sociale.... ah povera Adriana, e come 
avrei potuto io chiuderla con me nel vuoto della 
mia sorte, farla cpmj^agna d'un uomo che non 
poteva in alcun modo dichiararsi e provarsi 
vivo? Che fare? che fare? 



- 231 - 

Due colpi all'uscio mi fecero balzar dalla 
poltrona. Era lei, Adriana. 

Per quanto, con uno sforzo violento, cercassi 
d'arrestare in me il tumulto dei sentimenti, 
non potei impedire che non le apparissi almeno 
turbato, Turbata era anche lei, ma dal pudore, 
che non le consentiva di mostrarsi lieta, -come 
avrebbe voluto, di rivedermi finalmente guarito, 
alla luce, e contento.... No? Perchè no?.... Alzò 
appena gli occhi a guardarmi; arrossì; mi por- 
se una busta: 

— Ecco, per lei... 

— Una lettera? 

— Non credo. Sarà la nota del dottor Am- 
brosini. Il servo vuol sapere se c'è risposta. 

Le tremava la voce. Sorrise. 

— Subito, — diss'io; ma un'improvvisa te- 
nerezza mi prese, comprendendo ch'ella era 
venuta con la scusa di quella nota per aver da 
me una parola che la raffermasse nelle sue spe- 
ranze; un'angosciosa, profonda pietà mi vinse, 
pietà di lei e di_me, pietà crudele, che mi spin- 
geva irresistibilmente a carezzarla, a carezzare 
in lei il mio dolore, il quale soltanto in lei, che 
pur ne era la causa, poteva trovar conforto. E 
pur sapendo che mi sarei compromesso ancor 
più, non seppi resistere: le porsi ambo le mani; 
ella, fiduciosa, ma col volto in fiamme, alzò 
pian piano le sue « le pose sulle mie. Mi attirai 
allora la sua testina bionda sul petto e le pas- 
sai lieve una mano su i capelli. 

— Povera Adriana! 

— Perchè? — mi domandò ella, sotto la ca- 
rezza. -— Non siamo contenti? 

— Sì.... 

— E allora perchè povera? 



- 282 — 

Ebbi in quel momento un impeto di ribel- 
lione, fui tentato di svelarle tutto, di risponder- 
le: — «Perchè? senti: io ti amo, e non posso, 
non debbo amarti! Se tu vuoi però.... » — Ma 
dalli! Che i>oteva voleixi quella mite creatura? 
Mi premetti forte sul petto la sua testina, e sen- 
tii che sarei stato molto più crudele se dalla 
gioja suprema a cui ella, ignara, si sentiva in 
quel punto inalzata dall'amore, io l'avessi fatta 
precipitare nell'abisso della disperazione ch'era 
in me. 

— Perchè, — dissi, lasciandola, — perchè so 
tante cose per cui lei non può esser contenta.... 

Ebbe come uno smarrimento penosissimo, nel 
vedersi, così d'un tratto, sciolta dalle mie brac- 
cia. Si aspettava forse, dopo quelle carezze, 
che io le dessi del tu? Mi guardò e, notando la 
mia agitazione, domandò esitante: 

— Cose.... che sa lei.... per sé, o qui.... di 
casa mia? 

Le risposi col gesto: — «Qui, qui» — jper 
togliermi la tentazione che di punto in punto 
mi vinceva, di parlare, di aprirmi con lei. 

L'avessi fatto! Cagionandole subito quell'u- 
nico, forte dolore, gliene avrei risparmiato al- 
tri, e io non mi sarei cacciato iiv nuovi e 
più aspri garbugli. Ma troppo recente era al- 
lora la mia triste scoperta, avevo ancor bisogno 
d'approfondirla bene, e l'amore e la pietà nn 
toglievano il coraggio d'infrangere così d'un 
tratto le speranze di lei e la mia vita stessa, 
cioè quell'ombra d'illusione che di essa, finché 
tacevo, poteva ancora restarmi. Sentivo poi, 
quanto odiosa sarebbe stata la dichiarazione 
che avrei do\n.ito farle, che io, cioè, avevo mo- 
glie ancora. Sì! sì! Svelandole che non ero 



— 238 — 

Adriano Meis, io tornavo ad essere Mattia Pa- 
scal, MORTO E ANGORA AMMOGLIATO! Come SÌ 

jDossono dire siffatte cose? Era il colmo, questo, 
della persecuzione che una moglie possa eser- 
citare sul proprio marito: liberarsene lei, ri- 
conoscendolo morto nel cadavere d'un povero 
annegate^ e pesare ancora, dopo la morte, su 
lui, addosso a lui, così. Io avrei potuto ribel- 
larmi, è vero, dichiararmi vivo, allora.,.. Ma 
chi, al posto mio, non si sarebbe regolato come 
me? Tutti, tutti, come me, in quél punto, nei 
panni miei, avrebbero stimato certo lina for- 
tuna potersi liberare in un modo così inatte- 
so, insperato, insperabile, della moglie, della 
suocera, dei debifi, d'un'egra e misera esisten- 
za come quella mia. Potevo mai pensare, al- 
lora, che neanche morto mi sarei liberato della 
moglie? lei, sì, di me, e io no di lei? e che 
la vita che m'ero veduta dinanzi libera libera 
libera, non fosse in fondo che una illusione, 
la quale non poteva ridursi in realtà, se non 
superficialissimamente, e piiì schiava che mai, 
schiava delle finzioni, delle menzogne che con 
tanto disgusto m'ero veduto costretto a usare, 
schiava del tihlore d'essere scoperto, pur sen- 
za aver io commesso alcun delitto? 

Adriana riconobbe che non aveva in casa, 
veramente, di che esser contenta; ma ora.... 
E con gli occhi e con un mesto sorriso mj 
domandò se mai per me potesse rappresentare 
un ostacolo ciò che per lei era cagione di do- 
lore. — «No, è vero?» — chiedeva quello sguar- 
do e quel mesto sorriso. 

— Oh, ma paghiamo il dottor Ambrosini! 
— • esclamai, fingendo di ricordarmi improvvi- 
samente della nota e del servo che attendeva di 



- 284 - 

là. Lacerai la busta e, senza por tempo in mez- 
zo, sforzandomi d'assumere un tono scherzoso: 
— Seicento lire! — dissi. — Guardi un pò*, 
Adriana: la Natm'a fa una delle sue solite 
stramberie; per tanti anni mi condanna a por- 
tare un occhio, diciamo così, disobbediente; io 
soffro dolori e prigionia per correggei;e lo sba- 
glio di lei, e ora per giunta mi tocca a pagare. 
Le sembra giusto? 

Adriana sorrise con pena. 

— Forse, — disse, — il "dottor Ambrosini 
non sarebbe contento se lei gli rispondesse di 
rivolgersi alla Natura per il pagamento. Cre- 
do che si aspetti anche d'essere ringraziato, 
perchè l'occhio.... 

— Le par che s'tia bene? 

Ella si forzò a guarxlarmi, e disse piano, 
riabbassando subito gli occhi: 

— Sì.... Pare un altro.... 

— Io o l'occhio? 

— Lei. 

— Forse con questa barbacela.... 

— No.... perchè? Le sta bene.... 

Me lo sarei cavato con lui dito, quell'occhio! 
Glie m'importava piìi d'averlo a posto? 

— Eppure, — dissi, — forse esso, per conto 
suo, era più contento prirpa. Ora mi dà un 
certo fastidio..;. Basta. Passerà! 

Mi recai allo stipetto a muro, in cui tenevo 
il denaro. Allora Adriana accennò di volersene 
andare; io stupido, la trattenni; ma, già, come 
potevo prevedere? In tutti gl'impicci miei, gran- 
di e piccini, sono stato, come s'è visto, soc- 
corso sempre dalla fortuna. Ora ecco com/essa, 
anche questa volta, mi venne in ajuto. 

Facendo per aprire Io stipetto, notài che la 



— 2m — 

chiave non girava entro la serratura: spinsi 
appena appena e, subito, lo sportellino cedette: 
era aperto! 

— Come! — esclamai. -^ Possibile ch'io l'ab- 
bia lasciato così? 

Notando il mio improv\1so turbamento, 
Adriana era diventata pallidissima.- La guar- 
dai, e: 

-- Ma qui... guardi, signorina, qui qualcuno 
ha dovuto metter le mani! 

C'era dentro lo stipetto un gran disordine: 
i miei biglietti di banca erano stati tratti dalla 
busta di cuojo, in cui li tenevo custoditi, ed 
erano 11 sul palchetto sparpagliati. Adriana si 
nascose il volto con le mani, inorridita. Io 
raccolsi febbrilmente quei biglietti e mi diedi 
a contarli. 

— Possibile?,— esclamai, 'dopo aver contato, 
passandomi le mani tremanti su la fronte ghiac- 
cia di siidore. 

Adriana fu per mancare, ma si sorresse a 
un tavolinetto lì presso e domandò con una 
voce che non mi parve piìi la sua: 

— Hanno rubato? 

— Aspetti.... aspetti.... Com'è possibile? — 
dissi io. 

E mi rimisi a contare, sforzando rabbiosa- 
mente le dita e la carta, come se, a furia di 
stropicci ai'e, potessero da quei biglietti venir 
fuori gli altri che mancavano. 

— Quanto? — mi domandò ella, scontraffatta 
dall'orrore, dal ribrezzo, appena io ebbi finito 
di contare. 

— Dodici.... dodici mila lire.... — balbettai. 
— Erano sessantacinque.... sono cinquantatre! 
Conti lei.... ^ 



~ 236 - 

Se non avessi fatto a tempo a sorreggerla, 
la povera Adriana sarebbe caduta per terra,, 
come sotto una mazzata. Tuttavia, con uno 
sforzo supremo, ella potè riaversi ancora* una 
volta, e singhiozzando, convulsa, cercò di scio- 
gliersi da me che volevo adagiarla su la poltro- 
na e fece per spingersi verso l'uscio: 

— Chiamo il babbo! chiamo il babbo! 

— No! — le gridai, ti^attenendola e costrin- 
gendola a sedere. — Non si agiti così, per ca- 
rità! Lei mi fa più male.... Io non voglio, non 
voglio! Che c'entra lei? Per carità, si calmi. 
Mi lasci prima accertare, perchè.... sì, lo sti- 
petto era aperto, ma io non posso, non voglio 
credere ancora a un furto cosi ingente.... Stia 
buona, via! 

E daccapo, per un. ultimo scrupolo, tornai 
a contare i biglietti; pur sapendo di certo che 
tutto il mio denaro stava lì, in quello stipetto, 
mi diedi a rovistare da per tutto, anche dove 
non era in alcun modo possibile ch'io avessi 
lasciato una tal somma, tranne che non fossi 
stato colto da un momento di pazzia. È per 
indurmi a quella ricerca che m'appariva a 
mano a mano sempre più sciocca e vana, mi 
sforzavo di credere inverosimile l'audacia del 
ladro. Ma Adriana, quasi farneticando, con le 
mani sul volto, con la voce rotta dai singhiozzi: 

— È inutile! è inutile! — gemeva. — Ladro.... 
ladro.... anche ladro!... Tutto congegnato avan- 
ti.... Ho sentito, nel bujo.... m'è nato il so- 
spetto.... ma non volli credere ch'egli potesse 
arrivare fino a tanto.... 

Papiano, sì: il ladro non poteva esser altri 
che lui; lui, ' per mezzo del fratello, durante 
quelle sedute spiritiche.... 



— 237 — 

— Ma come mai, — gemette ella, angosciata, 
— come mtii teneva lei tanto denai^o, così, in 
casa? 

Io mi volsi a guardarla, inebetito. Che rispon- 
derle? Potevo dirle che per forza, nella con- 
dizione mia, dovevo tener con me il "denaro? 
potevo dirle che mi era interdetto d'investirlo 
in qualche modo, d'affidarlo a qualcuno? che 
non avrei potuto neanche lasciarlo in deposito 
in qualche banca, giacché, se poi per caso 
fosse sorta qualche difficoltà non improbabile 
per • ritirarlo, non avrei più. a^aito modo di 
far riconoscere il mio diritto su esso? 

E, per non apparire stupito, fui crudele: 

— Potevo mai* supporre? — dissi. 

Adriana si coprì cU nuovo il volto cori le 
mani, gemendo, straziata: 

— Dio! Dio! Dio! 

Lo sgomento che avrebbe dovuto assalire il 
ladro nel commettere il furto, invase me, in- 
vece, al pensiero di ciò che sarebbe avvenuto. 
Papiano non poteva certo supporre ch'io 
incolpassi di quel furto il pittore spagnuolo 
o il signor Anselmo, la signorina Caporale o 
la serva di casa o lo spirito di Max: doveva 
esser certo che avrei incolpato lui, lui e il 
fratello: eppure, ecco, ci s'era messo, quasi 
sfidandomi. 

E io? che potevo far io? Denunziarlo? E 
come? Ma niente, niente, niente! io non potevo 
far niente! ancora una volta, niente! Mi sentii 
atterrato, annichilito. Era la seconda scoperta, 
in quel giorno ! Conoscevo il ladro, e non po- 
tevo denunziarlo. Che diritto avevo io alla prote- 
zione della legge? Io ero fuori d'ogni legge. 
Chi ero io? Nessuno! Non esistevo io, per la 



- 238 - 

legge. E chiunque, ormai, poteva rubarmi; e 
io, zitto! 

Ma, tutto questo, Papiano non poteva sa- 
perlo. E dunque? 

— Come ila potuto farlo? — dissi quasi tra 
me. ~ Donde ha potuto trarre tanto ardire? 

Adriana levò il volto dalle mani e mi guar- 
dò stupita, come -per dirmi: «E non lo sai?» 

— Ah, già! — feci, comprendendo a un tratto. 

— Ma lei lo denunzierà! — esclamò ella, 
levandosi in piedi. — Mi lasci, la prego, mi 
lasci chiamare il babbo.... Lo denunzierà subito! 

Feci in tempo a trattenerla ancora una volta. 
Non ci mancava altro, che ora, per giunta, 
Adriana mi costringesse a denunziare il furto! 
Non bastava che mi avessero rubato, come 
niente, dodici mila lire? Dovevo anche temere 
che il furto si conoscesse; pregare, scongiurare 
Adriana che non lo gridasse forte, non lo di- 
cesse a nessuno, per carità? Ma che! Adriana — 
e ora lo intendo bene — non poteva assoluta- 
mente permettere che io tacessi e obbligassi 
anche lei al silenzio, non poteva in verun modo 
accettare quella che pareva una mia generosità, 
per tante ragioni: prima per il suo amore, 
pòi per l'onorabilità della sua casa, e anche 
per me e per l'odio ch'ella portava al cognato. 

Ma in quel frangente, la sua giusta ribel- 
lione mi parve proprio di più: esasperato, le 
gridai: 

— Lei si starà zitta: gìierimpongo! Non dirà 
nulla a nessuno, ha capito? Vuole uno scan- 
dalo? 

— No! no! — s'affrettò a protestare, pian- 
gendo, la povera Adriana. — Voglio liberar Ij 
mia casa dall'ignominia di quell'uomo! 



- 239 - 

— Ma egli negherà! — incalzai io. — E 
allora, lei, tutti di casa innanzi al giudice.... 
Non capisce? 

— Sì, benissimo! — rispose Adi'iana con fuo- 
co, tutta vibrante di sdegno. — Neghi, neghi 
pure! Ma noi, per conto nostro, abbiamo altro, 
creda, da dire, contro di lui. Lei* lo denurizii, 
non abbia riguardo, non tema per noi.... Ci farà 
un bene, creda, un gran bene! Vendicherà la 
povera sorella mia.... Dovrebbe intenderlo, si- 
gnor Meis, che mi offenderebbe, se non lo fa- 
cesse. Io voglia, voglio che lei lo denunzii. Se 
non lo fa lei, lo farò io! Come vuole che io 
rimanga con' mio padre sotto quest'onta! No! 
no! no! E poi.... 

Me la strinsi fra le braccia: non pensai più 
al denaro rubato, vedendola Goffrire così, sma- 
niare, disperata: e le promisi che avrei fatto 
com'ella voleva, purché si calmasse. No, che 
onta? non c'era alcun'onta per lei, né per 
il suo babbo; io sapevo su chi ricadeva la colpa 
di quel furto; Papiano aveva stimato che il 
mio amore per lei valesse bene dodici mila lire, 
e io dovevo dimostrargli di no? Denunziarlo? 
Ebbene, sì, l'avrei fatto, non per me, ma per 
liberar la casa di lei da quel miserabile: sì, 
ma a un patto: che ella prima di tutto si cal- 
masse, non piangesse più così, via! via! e poi, 
che mi giurasse S41 quel che aveva di più caro ai 
mondo, che non avrebbe parlato a nessuno, a 
nessuno, di quel furto, se prima io non con- 
sultavo un avvocato per tutte le conseguenze 
che, in tanta sovreccitazione, né io né lei po- 
tevamo prevedere. 

— Me lo giura? Su ciò che ha di più caro? 
Me lo giurò, e con uno sguardo, tra le la- 



- 240 - 

grìme, mi fece intendere su che cosa me lo 
giurava, che cosa ella avesse di più caro. 

Povera Adriana! 

Rimasi lì, solo, in mezzo alla camera, sba- 
lordito, vuoto, annientato, come se tutto il mon- 
do per me si fosse fatto vano. Quanto tempo 
passò i)rima qh'io mi riavessi? E come mi 
riebbi? Scemo.... scemo!... Come uno scemo, 
andai a osservare lo sportello dello stipetto, 
per vedere se non ci fosse qualche traccia di 
violenza. No: nessuna traccia: era slato aperto 
puntamente, con uii grimaldello, menlr'io custo- 
divo con tanta cura in tasca la chiave. 

■ «— E non si sente lei, — mi aveva doman- 
dato il Paleari alla fine dell'ultima seduta, — 
non si sente lei come se le avessero sottratta 
qualche cosa? 

Dodici mila lire! 

Di nuovo il pensiero della mia assoluta im- 
potenza, della mia nullità mi assalì, mi schiac- 
ciò. Il caso che potessero rubarmi e che io 
fossi costretto a restar zitto, così, e finanche 
con la paura che il furto fosse scoperto, come 
se l'avessi commesso io e non un ladro a mio 
danno, non mi s'era da\^'ero affacciato alla 
mente. 

— Dodici mila lire? Ma poche! poche! pos- 
sono rubarmi tutto, levarmi fin la camicia di 
dosso; e io, "Zitto! Che diritto ho io di parlare? 
La prima cosa che mi domanderebbero, sa- 
rebbe questa: «E voi chi siete? Donde vi era 
venuto quel denaro?» Ma senza denunziai'lo.... 
vediamo un po'! se questa sera io lo afferro per 
il collo e gli grido: — «Qua subito il denaro 
che hai tolto di là, dallo stipetto, pezzo di la- 
dino!» — Egli strilla; nega> può forse dirmi: — 



- 241 — 

«Sissignore, eccolo qua, l'ho preso per isba- 
glio....»? — E allora? Ma c'è il caso che mi 
dia anche querela per diffamazione. Zitto, dun- 
que, zitto! M'è sembrata una fortuna l'esser 
creduto morto? Ebbene, e sono morto davvero. 
Morto? Peggio che morto; me l'ha ricordato 
il signor Anselmo : 1 morti non debbono più 
morire, e io sì: io sono ancora vivO' per la 
morte e morto per la vita. Che vita infatti può 
esser più la mia? La noja di prima, la soli- 
tudine, la compagnia di me stesso? 

Mi nascosi il volto con le mani; caddi ai 
sedere su la poltrona. 

Ah, fossi slato almeno _un mascalzone! avrei 
potuto forse adattarmi a restar così, sospeso 
nell'incertezza della sorte, abbandonato al caso, 
esposto a un rischio continuo, senza base, senza 
consistenza. Ma io? Io, no. E che fare, dunque? 
Andarmene via? E dove? E Adriana? Ma che 
potevo fare per lei? Nulla.... nulla.... Come 
andarmene però così, senz'alcuna spiegazione, 
dopo quanto era accaduto? Ella ne avrebbe 
cercato la causa in quel furto; avrebbe detto: 
— «E perchè ha voluto salvare il reo, e punir 
me innocente?» ~ Ah no, no, povera Adriana! 
Ma, d'altra parte, non potendo io far nulla, 
come sperare di rendere men trista la mia 
parte verso di lei? Per forza io dovevo dimo- 
strai'mi inconseguente e crudele. L'inconseguen- 
za, la crudeltà erano nella mia stessa sorte, e io 
per il primo ne soffrivo. Fin Papiano, il ladro, 
commettendo il furto, era stato più conseguente 
e men crudele di quel che pur troppo avrei 
dovuto dimostrarmi io. 

Egli voleva Adriana, per non restituire al 
suocero la dote della prima moglie: io avevo 

PiRAMìELLo. Il fu Mattia Pascal. IC 



voluto toglierc;li Adriana? e dunque la dote 
bisognava che la restituissi io, al Palcari. 

Per ladro, conseguentissimo! 

Ladro? Ma neanche ladro: perchè la sot- 
trazione, in fondo, sarebbe stata più apparente 
che reale: infatti, conoscendo egli l'onestà di 
Adriana, non poteva pensare ch'io volessi farne 
la mia amante: volevo certo farla mia moglie: 
ebbene allora avrei riavuto il mio denaro sotto 
forma di dote d'Adriana, e per di più avrei 
avuto una moglietUna saggia e buona: che cer- 
cavo di più? 

Oh, io ero sicuro che, potendo aspettare, 
e se Adriana avesse avuto la forza di serbare 
il segreto, a\Temmo veduto Papiano attener la 
promessa di restituire, anche prima dell'anno 
di comporto, la dote della defunta moglie. 

Quel denaro, è vero, non poteva più venire 
a me, perchè Adriana non poteva esser mia: 
ma sarebbe andato a lei, se ella ora avesse sa- 
puto tacere, seguendo il mio consiglio, e se io 
mi fossi potuto trattenere ancora per qualche 
po'" di tempo lì. Molta arte, molta arte avrei 
dovuto adoperare, e allora Adriana, se non 
altro, ci avrebbe forse guadagnato questo: la 
restituzione della dote. 

M'acquietai un po', almeno per lei, pensan- 
do così. Ahj non per me! Per me rimaneva 
la crudezza della frode scoperta, quella de la 
mia illusione, di fronte a cui era nulla il furto 
delle dodici mila lire, ei*a anzi un bene, se 
poteva risolversi in un vantaggio per Adriana.- 

Io mi vidi escluso per sempre dalla vita, 
senza possibilità di rientrarvi. Con quel lutto 
nel cuore, con quell'esperienza fatta, me ne 
sarei andato via, ora, da quella casa, a cui mi 



•-- 243 - 

ero già abituato, in cui avevo ti^ovato un po' 
di requie, in cui mi ero fatto quasi il nido; 
e di nuovo per le strade, senza meta, senza 
scopo, nel vuoto. La paura di ricader nei lacci 
della vita, mi avrebbe fatto tenere più lontano 
che mai dagli uomini, solo, solo, affatto solo, 
diffidente, ombroso; e il supplizio di Tantalo 
si sarebbe rinnovato per me. 

Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai 
dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a 
Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guar- 
dai attorno; poi gli occhi mi s'affisarono su 
l'ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a 
contemplarla, infine alzai un piede rabbiosa- 
mente su essa. Ma io no, io non potevo calpe- 
starla, l'ombra mia. 

Clii era più ombra di noi due? io o lei? 

Due ombre! 

Là, là per terra; e ciascuno poteva pas- 
sarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi 
il cuore: p io, zitto; l'ombra, zitta. 

— L'ombra d'un morto: ecco la mia vita.... 
Passò un carro, rimasi lì, fermo, apposta: 

prima il cavallo, . con le quajttro zampe, poi 
le ruote del carro. 

— Là, così! forte, sul collo! Oh, oh, anche 
tu, cagnolino? Su, da bravo, sì: alza un'anca! 
alza un'anca! 

Scoppiai fi ridere d'un maligno riso; il ca- 
gnolino scappò via, spaventato; il carrettiere si 
voltò a guardarmi. Allora mi mossi; e l'ombra, 
meco, dinanzi. Affrettai il passo per cacciarla 
sotto altri carri, sotto i piedi de' viandanti, vo- 
luttuosamente. Una smania mala mi aveva pre- 
so, quasi adunghiandomi il ventre; alla fine, 
non potei più vedermi davanti quella mia om- 



- 244 - 

bra; avrei voluto scuotermela dai piedi. Mi 
voltai; ma ecco; la avevo dietro, óra. 

E se mi metto a correre, — pensai, — mj 
seguirà ! 

Mi stropicciai forte la fronte, per paura che 
stessi per ammattire, per farmene una fis- 
sazione.. Ma s%\ così era! il simbolo, Io spettro 
della mia vita era quell'ombra: ero io, là per 
terra, esposto alla mercè dei piedi altrui. Ecco 
quello che restava di Mattia Pascal, morto alla 
Stia: la sua ombra per le vie di Roma. 

Ma aveva un cuore, quell'ombra, e non po- 
teva amare; aveva denari, quell'ombra e cia- 
scuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma 
per pensare e comprendere ch'era la testa di 
un'ombra, e non l'ombra d'una testa. Proprio 
così ! 

Allora la sentii come cosa viva,, e sentii dolore 
per essa, come se il cavallo e le ruote del 
carro e i piedi de' viandanti ne avessero vera- 
mente fatto strazio. E non volli lasciarla più 
lì, esposta, per terra. .Passò un tram, e vi 
montai. 

Rientrando in casa.... 



i 16 — Il ritratto di Minerva. 

Già prima che mi fosse aperta la porta, in- 
dovinai che qualcosa di grave doveva essere 
accaduto in casa: sentivo gridare Papiano e il 
Paleari. Mi venne inconti^o, tutta sconvolta, la 
Caporale: 

— È dunque vero? Dodici mila lire? 

M'arrestai, ansante, ^smarrito. Scipione Pa- 
piano, l'epilettico, attraversò in quel momento 
la salelta d'ingresso, scalzo, con le scarpe in 
mano, pallidissimo, sènza giacca; mentile il fra- 
tello strillava di là: 

— E ora denunzili denunzili 

Subito una fiera stizza m'assalì contro Adria- 
na che, non ostante il divieto, non ostante il 
giuramento, aveva parlato. 

— Chi l'ha detto? — gridai alla Caporale. 
— Non ò vero niente! Ho ritrovato I 

La Caporale mi guardò stupita: 

— Il denaro? Ritrovato? Davvero? Ah, Dio 
sia lodato! — esclamò, levando le braccia; e 
corse, seguita da me, ad annunziare esultante 
nel salotto da pranzo, dove Papiano e il Pa- 
leari gridavano e Adriana piangeva: — Ritro- 
vato! ritrovato! Ecco il signor Meis! Ha ri- 
trovato il denaro! 



— 246 — 

— Come! 

— Ritrovato? 

— Possibile? 

Restarono trasecolati tutti e tre; ma Adriana 
e il padre, col volto in fi^amme; Papiano, al- 
l'incontro, terreo, scontraffatto. 

Lo fissai per un istante. Dovevo essere più 
pallido di lui, e vibravo tutto. Egli abbassò gli 
occhi, come atterrito, e si lasciò cader dalle 
mani la giacca del fratello. Gli andai innanzi, 
quasi a petto, e gli tesi la mano. 

— Mi scusi tanto; lei, e tutti.... mi scusino, 
— dissi. 

— No! — gridò Adriana, indignata; ma su- 
bito si premè il fazzoletto su la bocca. 

Papiano la guardò, e non ardì di porgermi la 
mano. Allora io ripetei: 

— Mi scusi.... — e protesi ancor più la 
mano, per sentire la sua, come tremava. Pa- 
reva la mano d'un morto, e anche gli occhi, tor- 
bidi e quasi spenti, parevano d'un morto. 

— Sono proprio dolente, — soggiunsi, — dello 
scompiglio, del grave dispiacere che, senza vo- 
lerlo, ho cagionato.... 

— Ma no.... cioè, sì.... veramente, — balbettò 
il Paleari, — ecco, era una cosa che.... sì, 
non poteva essere, perbacco! Felicissimo, si- 
gnor Meis, sono proprio felicissimo che lei 
abbia ritrovato codesto denaro, perchè.... 

Papiano sbuffò, si passò ambo le mani su 
la fronte sudata e sul capo e, voltandoci le 
spalle, si pose a guardare verso il terrazzino. 

— Ho fatto come quel tale.... — ripresi, 
forzandomi a sorridere. — Cercavo l'asino e 
c'ero sopra. Avevo le dodici mila lire qua, 
nel portafogh, con me. 



- 247 — 

Ma Adriana, a questo punto, non potè più 
reggere: 

— Ma se lei, — disse, — lia guardato, me 
presente, dà per tutto; se lì, nello stipetto.... 

— Sì, signorina, — la interruppi, con fredda 
e severa fermezza. — Ma ho cercato male, 
evidentemente, dal punto che le ho ritrovate.... 
Chiedo anzi scusa a lei in special modo, che 
per la mia storditaggine, ha dovuto soffrire 
più degli altri. Ma spero che.... 

— No! no! no! — gridò Adriana, rompen- 
do in singhiozzi e uscendo precipitosamente 
dalla stanza, seguita dalla Caporale. 

— Non capisco.... — fece il Paleari, stordito. 
Papiano si voltò, irosamente: 

— Io me ne vado lo stesso, oggi.... Pare 
che, ormai, non ci sia più bisogno di.... di.... 

S'interruppe, come se si sentisse mancare 
il fiato; volle volgersi a me, ma non gli bastò 
l'animo di guardarmi in faccia: 

— Io.... io non ho potuto, creda, neanche dire 
di no.... quando mi hanno.... qua, preso in 
mezzo.... Mi son precipitato su mio fratello 
che.... nella sua incoscienza.... malato com'è.... 
irresponsabile, cioè, credo.... chi sa! si poteva 
immaginare, che.... L'ho trascinato qua.... Una 
scena selvaggia! Mi son veduto costretto a spo- 
gliarlo.... a frugargli addosso.... da per tutto.... 
negli abiti, fin nelle scarpe.... E lui.... ah! 

Il pianto, a questo punto, gli fece impeto 
alla gola; gli occhi gli si gonfiarono di la- 
grime; e, come strozzato dall'angoscia, ag- 
giunse : 

— Così hanno veduto che.... Ma già, se lei....j 
Dopo questo, io me ne vado! 

— Ma no! Nient'affatto! — diss'io allora. — 



— 248 — 

Per causa mia? Lei deve rimanere qua! Me 
n'andrò io piuttosto! 

— Che dice mai, signor Meis? — esclamò, 
dolente, il Paleari. 

Anche Papiano, impedito dal pianto che pur 
voleva soffocare, negò con la mano; poi disse: 

— Dovevo.... dovevo andai'mene; anzi, tutto 
questo è accaduto perchè io.... così, innocente- 
mente.... annunziai che volevo andarmene, per 
via di mio fratello che non si può piii tenere 
in casa.... Il marchese, anzi, mi ha dato.... 
— l'ho qua ■— una lettera per il direttore di 
una casa di salute a Napoli, dove devo recarmi 
anche per altri documenti che gli bisognano.... 
E mia cognata allora, che ha per lei.... merita- 
mente, tanto.... tanto riguardo...., è saltata su 
a dire che nessuno doveva muoversi di casa.... 
che tutti dovevamo rimanere qua.... perchè 
lei.... non so..-., aveva scoperto...; A me, que- 
sto! al proprio cognato!... l'ha detto proprio 
a me.... forse perchè io, miserabile ma ono- 
rato, debbo ancora restituire qua, a mìo suo- 
cero.... 

— Ma che vai pensando, adesso! — escla- 
mò, interrompendolo, il Paleari. 

— No! — raffermò fieramente Papiano. — 
Io ci penso! ci penso bene, non dubitate! E 
se me ne vado.... Povero, povero, povero Sci- 
pione! 

Non riuscendo piii a frenarsi, scoppiò in 
dirotto pianto. 

— Ebbene, — fece il Paleari, intontito e com- 
mosso. — E che c'entra più adesso? 

— Povero fratello mio! — seguitò Papiano, 
con tale schianto di sincerità, che anch'io mi 
sentii quasi agitare le viscere della misericordia. 



I 



- 249 — 

Intesi in quello schianto il rimorso ch'egli 
doveva provare in quel momento per il fratello, 
di cui si era servito, a cui avrebbe addossato la 
colpa del furto, se io lo avessi denunziato, e 
a cui poc'anzi aveva fatto patir l'affronto di 
quella perquisizione. 

Nessuno meglio di lui sapeva ch'io non pote- 
vo aver ritrovato il danaro ch'egli mi aveva 
rubato. Quella mìa inattesa dichiarazione, che 
lo salvava proprio nel punto in cui, vedendosi 
perduto, egli accusava il fratello o almeno la- 
sciava intendere — secondo il disegno che do- 
veva aver prima stabilito — che soltanto que- 
sti poteva essere l'autore del furto, lo aveva 
addirittura schiacciato. Ora piangeva per un 
bisogno irrefrenabile di dare uno sfogo all'ani- 
mo così tremendamente percosso, e for&'anche 
perchè sentiva che non poteva stare, se non 
così, piangente, di fronte a me. Con quel pianto 
egli mi si prostrava, mi s'inginocchiava quasi 
ai piedi, ma a patto ch'io mantenessi la mia 
affermazione, d'aver cioè ritrovato il denaro: 
che se io mi fossi approfittato di vederlo ora 
avvilito per tirarmi indietro, mi si sarebbe le- 
vato contro, furibondo. Egli — era già inteso 
— • non sapeva e non doveva saper niella di 
quel furto, e io, con quella mia affermazio- 
ne, non salvavo che suo fratello, il quale, in 
fin de' conti, ov'io l'avessi denunziato, non 
avrebbe avuto forse a patir nulla, data la sua 
infermità; dal canto suo, ecco, egli s'impegnava, 
come già aveva lasciato intravedere, di restituir 
la dote al Paleari. 

Tutto questo mi parve di comprendere da 
quel suo pianto. Esortato dal signor Anselmo 
e anche da me, alla fiae egli si quietò j diss^ 



— 250 — 

che sarebbe ritornato presto da Napoli, appena 
chiuso il fratello nella casa di salute, liquidate 
le sue competenze in un certo negozio che ul- 
timamente aveva avviato colà in società con un 
suo amico, e fatte le ricerche dei documenti che 
bisognavano al marchese. 

— Anzi, a proposito, — conchiuse, rivolgen- 
dosi a me. — Chi ci pensava più ? Il signor 
marchese mi aveva detto che, se non le dispia- 
ce, . oggi.... insieme con mio suocero e con 
Adriana.... 

— Ah, bravo, sì! — esclamò il signor An- 
selmo, senza lasciarlo finire. — Andremo 
tutti.... benissimo! Mi pare che ci sia ragione 
di stare allegri, ora, perbacco! Che ne dice, 
signor Adriano ? 

— Per me.... — feci io, aprendo le braccia. 

— E allora, verso le quattro.... Va bene? — 
propose Papiano, asciugandosi definitivamente 
gli occhi. 

Mi ritirai in camera. Il mio pensiero corse 
subito ad Adriana, che se n'era scappata sin- 
ghiozzando, dopo quella mia smentita. E se 
ora fosse venuta a domandarmi una spiegazio- 
ne ? Certo non poteva credere neanche lei, ch'io 
avessi davvero ritrovato il denaro. Che doveva 
ella dunque supporre ? Ch'io, negando a quel 
modo il furto, avevo voluto punirla del man- 
cato giuramento. Ma perchè ? Evidentemente 
perchè dall'avvocato, a cui le avevo detto di 
voler ricorrere per consiglio prima di denun- 
ziare il furto, avevo saputo che anche lei e tutti 
di casa sarebbero stati chiamati responsabili di 
esso. Ebbene, e .non mi aveva ella detto che 
volentieri avrebbe affrontato lo scandalo? Sì: 
ma io — era chiaro — io non iavevo voluto: 



— 251 — 

avevo preferito di sacrificar così dodici mila 
lire.... E dunque, doveva ella credere che fos- 
se generosità da parte mia, sacrifizio per amor/ 
di lei? Ecco a quale altra menzogna mi (co- 
stringeva la mia condizione: stomachevole men- 
zogna, che mi faceva bello di una squisita,: 
delicatissima prova d'amore, attribuendomi unal 
generosità tanto più grande, . quanto meno da 
lei richiesta e desiderata. 

Ma no! Ma no! ma no ! Che andavo fanta- 
sticando ? A ben altre conclusioni dovevo arri- 
vare, seguendo la logica di quella mia menzo- 
gna necessaria e inevitabile. Che generosità! 
che sacrifizio! che prova d'amore! Avrei po- 
tuto forse lusingare più oltre quella povera 
fanciulla ? Dovevo soffocarla, soffocarla, la mia 
passione; non rivolgere più ad Adriana né uno 
sguardo né una parola d'amore. E allora ? Co- 
me avrebbe potut(> ella mettere d'accordo quella 
mia apparente generosità col contegno che d'ora 
innanzi dovevo impormi di fronte a lei ? Io ero 
dunque tratto per forza a profittar di quel 
furto ch'ella aveva svelato contro la mia vo- 
lontà e che io avevo smentito, per troncare ogni 
relazione con lei. Ma che logica era questa? 
delle due l'una: o io avevo patito il furto, e al- 
lora per qual ragione, conoscendo il ladro, non 
Io denunziavo, e ritraevo invece da lei il mio 
amore, come se anch'ella ne fosse colpevole ? 
o io avevo realni etite ritrovato il.denaro, e al- 
lora perché non seguitavo ad amarla? 

Sentii soffocarmi dalla nausea, dall'ira, dal- 
Todio per me stesso. Avessi almeno potuto 
dirle che non era generosità la mia; che io 
non potevo, in alcun modo, denunziare il fur- 
to.... Ma dovevo i^ur, dargliene ima ragione.... 



- 252 — 

Eran forse denari rubati, i miei ? Ella avreb- 
be potuto supporre anche questo.... O dovevo 
dirle ch'ero un perseguitato, un fuggiasco com- 
promesso, che doveva viver nell'ombra e non 
poteva legare alla sua sorte quella d'una don- 
na? Altre menzogne alla povera fanciulla.,.. 
Ma, d'altra parte, la verità ch'ora appariva a 
me stesso incredibile, una favola assurda, un 
sogno insensato, la verità potevo io dirgliela? 
Per non mentire anche adesso, dovevo confes- 
sarle d'aver mentito sempre ? Ecco a che m'a- 
vrebbe condotto la rivelazione del mio stato. 
E a che prò? Non sarebbe stata né una scusa 
per me, né un rimedio per lei. 

Tuttavia, sdegnato, esasperalo com'ero in quel 
momento, avrei forse confessato tutto ad Adria- 
na, se lei, invece di mandare la Caporale, fosse 
entrata di persona in camera mia a spiegarmi 
perchè era venuta meno al giuramento. 

La ragione m'era già npta: Papiano stesso 
me l'aveva detta. La Caporale s,oggiunse che 
Adriana era inconsolabile. 

— E perchè? — domandai, con forzata in- 
differenza. 

— Perchè non credè, — mi rispose, — che 
lei abbia davvero ritrovato il danaro. 

Mi nacque lì per lì l'idea (che s'accordava, 
del resto, con le condizioni dell'animo mio, 

'con la nausea che provavo di me stesso) l'idea 
di far perdere ad Adriana ogni stima di me, 
perchè non mi amasse più, dimostrandomele 
falso, duro, volubile, interessato.... Mi sarei 
punito così del male che le avevo fatto. Sul 

* momento, sì, le avrei cagionato altro male, ma 
a fin di bene, per guarirla. 

— Non crede ?. Come no ? — dissi, con un 



— 253 — 

tristo riso, alla Caporale. — Dodici mila lire, 
signorina.... e che son rena? crede ella che 
sarei così tranquillo, se davvero me le avessero 
rubate ? 

— Ma Adriana mi ha detto.... — si provò ad 
aggiungere quella. 

— Sciocchezze! sciocchezze! — troncai io. — 
È vero, guardi.... sospettai per un momento.... 
Ma dissi pure alla signorina Adriana che non 
credevo possibile il furto.... E difatti, via! Che 
ragione, del resto, avrei io a dire che ho ri- 
trovato il denaro, se non l'avessi davvero ri- 
trovato? 

La signorina Caporale si strinse ne le spalle. 

— Forse Adriana crede che lei possa avere 
qualche ragione per.... 

— Ma no! ma no! — m'affrettai a interrom- 
perla. — Si tratta, ripeto, di dodici mila lire, 
signorina.... Fossero state trenta, quaranta li- 
re, eh via!... Non ho di queste idee generose, 
creda pure.... Che diamine! ci vorrebbe un 
eroe.... 

Quando la signorina Caporale andò via, per 
riferire ad Adriana le mie parole, mi torsi le 
mani, me le addentai. Dovevo regolarmi pro- 
prio così ? Approfittarmi di quel furto, come 
se con quel denaro rubato volessi pagarla, com- 
pensarla delle speranze deluse ? Ah, era vile 
questo mio modo d'agire! Avrebbe certo gri- 
dato di rabbia, ella, di là, e m'avrebbci idisprez- 
zato.... senza comprendere che il suo dolore 
era anche il mio. Ebbene, così doveva essere! 
Ella doveva odiarmi, disprezzarmi, com'io mi 
odiavo e mi disprezzavo. E anzi per inferocire 
di pili contro me stesso, per far crescere il suo 
disprezzo, mi sarei mostrato ora tenerisshno 



— 254 - 

verso Papiano, verso il suo nemico, come per 
compensarlo a gli occhi di lei del sospetto con- 
cepiLo a suo carico. Sì, sì, e avrei (stordito così 
anche il mio ladro, sì, lino a far credere a 
tutti ch'io fossi pazzo.... E ancora più, ancora 
più: non dovevamo or ora andare in casa del 
marchese Giglio ? ebbene, mi sarei messo, quel 
giorno stesso, a far la corte alla signorina Pan- 
togada.... 

— Mi disprezzerai ancor più, così, Adriana! 
— gemetti, rovesciandomi sul letto. — Che al- 
tro, che altro posso fare per te ? 

Poco dopo le quatti'o, venne a picchiare al- 
l'uscio delia mia camera il signor Anselmo. 

— Eccomi, — gli dissi, e mi recai addosso 
il pastrano. — Son pronto. 

— Viene così ? — mi domandò 11 Paleari, 
guardandomi meravigliato. 

— Perchè ? — feci io. 

Ma mi accorsi subito che avevo ancora in 
capo il berrettino da viaggio, che solevo por- 
tare per casa. Me lo cacciai in tasca e tolsi 
dall'attaccapanni il cappello, mentre il signor 
Anselmo rideva, rideva come se lui.... 

— Dove va, sigrfor Anselmo ? 

-r Ma guardi un po' come stavo per andare 
anch'io! — rispose tra le risa, additandomi le 
pantofole ai piedi. — Vada, vada di là; c'è 
Adriana.... 

— Viene anche lei ? — domandai. 

— Non voleva venire, -- disse, avviandosi 
per la sua camera, il Paleari. — Ma l'ho tper- 
suasa. Vada: è nel salotto da pranzo, già 
pronta.... 

Con che sguardo duro, di rampogna, m'ac- 
colse in quella stanza la signorina Caporale I 



— 255 — 

Ella, che aveva tanto sofferto per amore e che 
s'era sentita tante volte confortare dalla dolce 
fanciulla ignara, ora che Adriana sapeva, ora 
che Adriana era ferita, voleva confortarla lei a 
sua vòlta, grata, premurosa; e si ribellava con- 
tro di me, perchè le pareva ingiusto ch'io fa- 
cessi soffrire una così buona e bella creatura. 
Lei, sì, lei non era bella e non era buona^ e 
dunque se gli uomini con lei si mostravano 
cattivi, almeno un'ombra di scusa potevano 
averla. Ma perchè far soffrire così Adriana? 

Questo mi disse il suo sguardo, e m'invito a 
guardar colei ch'io facevo soffrire. 

Com'era pallida! Le si vedeva ancora negli 
occhi che aveva pianto. Chi sa che sforzo, nel- 
l'angoscia, le era costato il doversi abbigliare 
per uscire con me:... 



Non ostante Tanimo con cui mi recai a quella 
visita, la figura e la casa del marchese Giglio 
d'Auletta mi destarono una certa curiosità. 

Sapevo che egli stava a Roma perchè, ormai, 
per la restaurazione del Regno delle Due Si- 
cilie non vedeva altro espediente se non nella 
lotta per il trionfo del potere temporale: re- 
stituita Roma al pontefice, l'unità d'Italia si 
sarebbe sfasciata, e allora.... chi sa! Non vo- 
leva arrischiar profezie, il marchese. >^Per il 
momento, il suo compito era ben definito: lotta 
senza quartiere, là, nel campo clericale. E la 
sua casa era frequentata dai più intransigenti 
prelati della Curia, dai paladini più fervidi del 
partito nei^o. 



— 250 - 

Quel giorno, però, nel vasto salone splendi- 
damente arredato non trovammo nessuno. Cioè, 
no. C'era, nel mezzo, un cavalletto, che reggeva 
una tela a metà abbozzata, la quale voleva es- 
sere il ritratto di Mnerya, della cagnetta di 
Pepita, tutta nera, sdrajata su una poltrona 
tutta bianca, la, testa allungata su le due zam- 
pette davanti. 

•— Opera del pittore Bernaldez, — ci annun- 
ziò gravemente Papiano, come se facesse una 
presentazione, che da parte nostra richiedesse 
un profondissimo inchino. 

Entrarono dapprima Pepita Pantogada e la 
governante, signora Candida. 

Avevo veduto l'una e T altra nella semioscu- 
rità della mia camera: ora, alla luce, la si- 
gnorina Pantogada mi parve un'altra;, non in 
tutto veramente, ma nel naso.... Possibile che 
avesse quel naso in casa mia? Me l'ero figu- 
rata con un nasetto all'insù, ardito, e invece 
aquilino lo aveva, e robusto. Ma era pur bella 
così: bruna, sfavillante negli occhi, coi capelli 
lucidi, nerissimi e ondulati; le labbra fine, ta- 
glienti, accese. L'abito scuro, punteggiato di 
bianco, le stava dipinto sul corpo svelto e for- 
moso. La mite bellezza bionda d'Adriana, ac- 
canto a lei, impallidiva. 

E finalmente potei spiegarmi che cosa aves- 
se in capo la signora Candida! Una magnifica 
parrucca fulva, riccioluta, e — su la parruc- 
ca — un ampio fazzoletto di seta cilestrina, 
anzi uno scialle, annodato artisticamente sotto 
il mento. Quanto vivace la cornice, tanto squal- 
lida la faccina magra e floscia, tuttoché im- 
biaccata, lisciata, imbellettata. 

Minerva^ intanto, la vecchia cagnetta, co' suoi 



— '257 — 

sforzati rochi abbaj amenti, non lasciava fare 
i convenevoli. La povera bestiola però non ab- 
baj ava a noi,; abbaj ava al cavalletto, abbaj ava 
alla poltrona bianca, che dovevano esser per 
lei arnesi di tortura: protesta e sfogo (d'anima 
esasperata. Quel maledetto ordegno dalle tre 
lunghe zampe avrebbe voluto farlo fuggire dal 
salone; ma poiché esso rimaneva lì, immobile 
e minaccioso, si ritraeva lei, abbaj andò, e poi 
gli saltava contro, digrignando i denti, e tor- 
nava a ritrarsi, furibonda. 

Piccola, tozza, grassa su le quattro zampine 
troppo esili. Minerva era veramente sgraziata; 
gli occhi già appannati dalla vecchiaja e i peli 
della testa incanutiti; sul dorso poi, presso 
l'attaccatura della coda, era tutta sjpelata per 
l'abitudine di grattarsi furiosamente sotto gli 
sca*fTali, alle traverse delle seggiole, dovunque 
e comunque le venisse fatto. Ne sapevo qual- 
che cosa. 

Pepita tutt'a un tratto la afferrò pe'l collo 
e la gettò in braccio alla signora Candida, gri- 
dandole: 

- Cito! 

Entrò, in quella, di furia aon Ignazio Giglio 
d'Aulelta. Curvo, quasi spezzato in due, corse 
alla sua poltrona presso la finestra, e — ap- 
pena seduto — ponendosi il bastone tra le 
gambe, trasse un profondo respiro e sorrise 
alla sua stanchezza mortale. Il volto estenuato, 
solcato tutto di rughe verticali, raso, era d'un 
pallore cadaverico, ma gli occhi, all'incontro, 
eran vivacissimi, ardenti, quasi giovanili. Gli 
s'allungavano in giiisa strana su le gote, su le 
tempie, certe grosse ciocche di capelli, che pa- 
revan lingue di cenere bagnata. 

Pirandello. Il fu Mattia Pascal. 17 



— 258 — 

Ci accolse con molta cordialità, parlando con 
spiccato accento napoletano; pregò quindi il suo 
segretario di seguitare a mostrarmi i ricordi 
di cui era ^pieno il salone e che attestavano la 
sua fedeltà alla dinastia dei Borboni. Quando 
fummo innanzi a 'un quadretto coperto da un 
mantino verde, su icui era ricamata in oro que- 
sta leggenda : « Non ^naÉoiondo; riparo ; alzami 
e leggi »^ egli pregò Papiano di staccar dalla 
parete il quadretto e di recarglielo. C'era sot- 
to, riparata dal vetro e incorniciata, una let- 
tera di Pietro Ulloa che, nel settembre del 1860, 
cioè agli ultimi aneliti del regno, invitava il 
marchese Giglio d'Auletta a far parte del Mi- 
nistero che non si potè poi costituire: accanilo 
c'era la minuta della lettera d'accettazione del 
marchese: fiera lettera che bollava tutti cc^lo- 
ro che s'erano rifiutati di assumere la respon- 
sabilità del potere in quel momento di supre- 
mo pericolo e d'angoscioso scompiglio, di fron- 
te al nemico, al filibustiere Garibaldi già^ quasi 
alle porte di Napoli. 

Leggendo ad alta voce questo documento, il 
vecchio s'accese e si commosse tanto, che, seb- 
bene ciò ch'ei leggeva fosse affatto contrario 
al mio sentimento, pure mi destò ammirazione. 
Era stato anch' egli, dal canto suo, un eroe. 
N'ebbi un'altra prova, quando egli stesso mi 
volle narrar la storia di un certo giglio di le- 
gno indorato, ch'era pur lì, nel salone. La mat- 
tina del 5 settembre 1860 il Re usciva dalla 
Reggia di Napoli in un legnetto scoperto insie- 
me con la Regina e due gentiluomini di corte: 
arrivato il legnetto in via di Chiaja dovetti^ 
fermarsi per un intoppo di Carri e di vettun 
innanzi a una farmacia che aveva su l'insegna 




— 259 — 

i gigli d'oro. Una scala, appoggiata all'inse- 
gna, impediva il transito. Alcuni operaj, saliti 
su quella scala, staccavano dall'insegna i gi- 
gli. II Re se n'accorse e additò con la mano 
alla Regina quell'atto di vile prudenza del far- 
macista, che pure in altri tempi aveva solle- 
citato l'onore di fregiar la sua bottega di quel 
simbolo regale. Egli, il marchese d'Àuletta, si 
trovava in quel momento a passare di là: indi- 
gnato, furente, s'era precipitato entro la far- 
macia, aveva afferrato per il bavero della giac- 
ca quel vile, gli aveva mostrato il Re lì fuori, 
gli aveva poi sputato in faccia e, ijDrandendo 
uno di quei gigli staccati, s'era messo ;a gri- 
dare tra la ressa: «Viva il Re!» 

Questo giglio di legno gli ricordava ora, lì 
nel salotto, quella triste mattina di settembre, 
e una delle ultime passeggiate del suo Sovra- 
no, per le vie di Napoli; ed egli se ,he gloriava 
quasi quanto della chiave cVoro di gentiluomo 
di càmera e dell'insegna di cavaliere di San 
Gennaro e di tant'altre onorificenze che face- 
ano bella mostra di sé nel salone, sotto i due 

andi ritratti a olio di Ferdinando e di Fran- 

sco II. 

Poco dopo, per attuare il mio tristo disegno, 
io lasciai il marchese col Paleari ei Papiano, 
e m'accostai a Pepita. 

M'accorsi subito ch'ella era molto nervosa e 
impaziente. Volle per prima cosa saper l'ora 
da me. 

— Quattro e meccio ? Rene ! bene ! 

Che fossero però le quattro, e meccio non 
aveva certamente dovuto farle piacere: lo ar- 
gomentai da quel <Bene! bene! > a denti stretti 
€ dal volubile e quasi aggressivo discorso in 



- 200 - 

cui subito dopo si lanciò contro l'Italia e più 
contro Roma cq^ì gonfia di sé per il suo pas- 
sato. Mi disse, tra l'altro, che anche toro, in 
Ispagna, avevano tamblen un Colosseo come il 
nostro, della stessa antichità; ma non se jne 
curavano né punto né poco: 

— Piedra mucrla! 

Valeva senza fine di più, per loro, una Plaza 
des foros. Sì, e ger lei segnatamente, più di 
tutti i capolavori ^cleir arte antica, quel ritratto 
di Minerva del pittore Manuel Bernaldez che 
tardava a venire. L'impazienza di Pepita non 
proveniva da altro, ed era già al colmo. Fre- 
meva, parlando, si passava rapidissimamente, 
di tratto in tratto, un dito sul naso; si morde- 
va il labbro, apriva e chiudeva le mani, e gli 
occhi le andavano sempre lì, all'uscio. 

Finalmente il Bernaldez fu annunziato dal 
cameriere, e Si presentò accaldato, sudato, co- 
me se avesse corso. Subito Pepita gli voltò le 
spalle e si sforzò d'assumere un contegno fred- 
do e indifTerente; ma quando egli, dopo aver 
salutato il marchese, si' avvicinò a noi, o me- 
glio a lei e, parlandole nella sua lingua, chiese 
scusa del ritardo, ella non seppe contenersi più 
e gli rispose con vertiginosa rapidità: 

- Prima de luto lei parli taliano, porqué 
aqul siamo a Roma, dove ci sono aquesti.se- 
gnori- che nò comprendono lo espagnolo, e ino 
me par bona crianza che lei parli con migo 
espagnolo. Poi le digo che me ne jmporta 
niente del su' retardo e che podeva pasarse de 
la escusa. 

Quegli, mortificatissimo, sorrise nervosamente 
e s'inchinò; poi le cjiiese se poteva riprendere 
il ritratto, essendoci ancora un po' di luce. 



— Ma comodo! — gli rispose lei con la stes- 
s'aria e lo stesso tono. — Lei puede pintar 
senza de mi o tambien borrar lo pintado, co- 
me glie par. 

Manuel Bernaldez tornò a inchinarsi e si 
rivolse alla signora Candida che teneva ancora 
in braccio la cagnetta. 

Ricominciò allora per Minerva il supplizio. 
Ma a un supplizio ben più crudele fu sottopo- 
sto il suo carnefice: Pepita, per punirlo de] 
ritardo, prese a sfoggiar con me tanta civet- 
teria, che mi parve anche troppa per lo scopo 
a cui tendevo. Volgendo di sfuggita qualche 
sguardo ad Adriana, m'accorgevo di quant'ella 
solf risse. Il supplizio non era dunque soltanto 
per il Bernaldez e per Minerva; era anche per 
lei e per me. Mi sentivo il volto in fiamme, co- 
me se man mano mi ubriacasse il dispetto che 
sapevo di cagionare a quel povero giovane, il 
quale tuttavia non m'ispirava pietà: pietà, lì 
dentro, m'ispirava soltanto Adriana; e, poiché 
io dovevo farla soffrire, non m'importava che 
soffrisse anche lui della stessa pena: anzi quan- 
to più lui ne soffriva, tanto meno mi pareva 
che dovesse soffrirne Adriana. A poco a poco, 
la violenza che ciascuno di noi faceva .a sé 
stesso crebbe e si tese fino a tal punto, che per 
forza doveva in qualche modo scoppiare. 

Ne diede il pretesto Minerva. Non tenuta 
quel giorno in soggezione dallo sguardo della 
padroncina, essa, appena il pittore staccava gli 
occhi da lei per rivolgerli alla tela, zitta zitta, 
si levava dalla positura voluta, cacciava le 
zampine e il musetto nell'insenatura . tra la 
spalliera e il piano della poltrona, come se vo- 
lesse ficcarsi e nascondersi lì, e presentava, jal 



— 262 — 

pittore il di dietro, bello scoperto, come un o, 
scotendo quasi a dileggio la coda ritta. Già pa- 
recchie volte la signora Candida la aveva ri- 
messa a posto. Aspettando, il Bernaldez sbuffa- 
va, coglieva a volo qualche mia parola rivolta 
a Pepita e la commentava borbottando sotto 
sotto fra so. Piìi d'una volta, essendomene ac- 
corto, fui sul punto d'intimargli: — Parli forte! 
— Ma egli alla fine non ne potè più, e gridò 
a Pepita: 

— Prego: faccia almeno star ferma la bestia! 

— Vestia, vestia, vestia.... — scattò Pepita, 
agitando le mani per aria, eccitatissima. — Sa- 
rà vestia, ma non glie se dice! 

— Chi sa che capisce, poverina.... — mi 
venne da osservare a mo' di scusa, rivolto al 
Bernaldez. 

La frase poteva veramente prestarsi a una 
doppia interpretazione; me ne accorsi dopo 
averla proferita. Io volevo dire: — «Chi sa 
che cosa immagina che le si faccia». — Ma il 
Bernaldez prese in un altro senso le mie pa- 
role, e con estrema violenza, figgendomi gli 
occhi negli occhi, rimbeccò: 

— Ciò che dimostra di non capir lei! 
Sotto lo sguardo fermò e provocante di lui, 

nell'eccitazione in cui imi trovavo anch'io, non 
potei fare a meno di rispondergli: 
. — Ma io capisco, signor mio, che lei sarà 
magari un gran pittoi^.... 

— Che cos'è ? — domandò il marchese, no- 
tando il nostro fare aggressivo. 

Il Bernaldez, perdendo ogni dominio su st 
stesso, s'alzò e venne a piantarmisi di faccia: 

— Un gran pittore.... Finisca! 

— Un gran pittore, ecco.... ma di poco gar- 



- 263 — 

bo, mi pare; e fa paura alle cagnette, — gli 
dissi io allora, risoluto e sprezzante. 

— Sta bene, — fece lui. — iVedremo se alle 
cagnette soltanto! 

E si ritirò. 

Pepita improvvisamente ruppe in un pianto 
strano, convulso, e cadde svenuta tra le brac- 
cia della signora Candida e di Papian,o. 

Nella confusione sopravvenuta, mentr'io con 
gli altri mi facevo a guardar la Pantogada ada- 
giata sul canapè, mi sentii afferrar per ,un brac- 
cio e mi vidi sopra di nuovo il Bernaldez, ch'e- 
ra tornato indietro. Feci in tempo a^ ghermirgli 
la mano levata su me e lo respinsi con forza, 
ma egli mi si lanciò contro ancora |Una volta 
e mi sfiorò appena il viso con la mano. Io mi 
avventai, furibondo; ma Papiano e il Paleari 
accorsero a trattenermi, mentre il Bernaldez 
si ritraeva gridandomi: 

— Se l'abbia per dato! Ai suoi ordini!... Qua 
conoscono il mio indirizzo! 

11 marchese s'era levato a metà dalla pol- 
trona, tutto fremènte, e gridava contro l'aggres- 
sore; io mi dibattevo intanto fra il Paleari e 
Papiano, che mi impedivano di correre a rag- 
giungere colui. Tentò di calmarmi anche il 
marchese, dicendomi che, da gentiluomo, io 
dovevo mandar due amici per dare una buona 
lezione a quel villano, che aveva osato di mo- 
strar così poco rispetto per la sua casa. 

Fremente in tutto il corpo, senza più fiato, 
gli chiesi appena scusa per lo spiacevole inci- 
dente e scappai via, seguito dal Paleari e da 
Papiano. Adriana- rimase presso la svenuta, 
ch'era stata condotta di là. 

Mi toccava ora a pregare il mio ladro che 



— 264 — 

mi facesse da testimonio: lui e il Paleari : a 
chi altri avrei potuto rivolgermi ? 

— lo ? — esclamò, candido e stupito, il si- 
gnor Anselmo. — Ma che! Nossignore! Dice sul 
serio? — (e sorrideva). — Non m'intendo -di 
tali faccende, io, signor Meis.... Via, via, ra- 
gazzate, sciocchezze, scusi.... 

— Lei lo farà per me, — gli gridai energi- 
camente, non potendo entrare in quel momento 
in discussione con lui. — Andrà con ^uo ge- 
nero a trovare quel signore, e.... 

— Ma io non vado! Ma che dice! — m'inter- 
ruppe. — Mi domandi qualunque altro servi- 
zio: son pronto a servirla; ma questo, no": non 
e per me, prima di tutto; e poi, via, glie l'ho 
detto: ragazzate! Non bisogna dare importan- 
za.... Che c'entra.... 

— Questo, no! questo, no! — interloquì Pa- 
piano vedendomi smaniare. — C'entra benis- 
simo! Il signor Meis ha tutto il diritto d'esigere 
una soddisfazione; direi anzi che è in obbligo, 
sicuro! deve, deve.... 

— Andrà dunque lei con un suo amico, — 
dissi, non aspettandomi anche da lui un rifiuto. 

Ma Papiano aprì le braccia addoloratissimo. 

— Si figuri con che cXiore vorrei farlo! 

— E non lo fa ? — gli gridai forte, in mezzo 
alla strada. 

— Piano," signor Meis, — pregò egli, umile. 
— Guardi.... Senta: mi consideri.... consideri 
la mia infelicissima condizione di subalterno.... 
di miserabile segretario del marchese.... servo, 
servo, servo.... 

— Che ci ha da vedere ? Il marchese stes- 
so.... ha sentito? 

— Sissignore! Ma domani? Quel clericale.... 



- 265 — 

di fronlc al partito.... col segretario che s'im- 
piccia in questioni cavalleresche".... Ah, santo 
Dio, lei non sa che miserie! E poi, quella fra- 
schetta, ha veduto ? è innamorata, come una 
gatta, del pittore, di quel farabutto.... Domani 
fanno la pace, e allora io, scusi, come mi tro- 
vo ? Ci vado di mezzo ! Abbia pazienza, signor 
Mcis, mi consideri.... È proprio così. 

— Mi vogliono dunque lasciar solo in que- 
sto frangente ? — proruppi ancora una volta, 
esasperato. — Io non conosco nessuno, qua la 
Roma! 

— ....Ma c'è il rimedio! C'è il rimedio! — 
s'affrettò a consigliarmi Papiano. — Glielo vo- 
levo dir subito.... Tanto io, quanto mio suo- 
cero, creda, ci troveremmo imbrogliati; siamo 
disadatti.... Lei ha ragione, lei freme, lo vedo: 
il sangue non è acqua. Ebbene, si rivolga su- 
bito a due ufficiali del regio esercito: non pos- 
sono negarsi di rappresentare un gentiluomo 
come lei in una partita d'onore. Lei si pre- 
senta, espone loro il caso.... Non è Ja prima 
volta che capita loro di rendere questo servi- 
zio a un forestiere. 

Eravamo arrivati al portone di casa; dissi 
a Papiano: — Sta bene! — e lo piantai lì, 
col suocero, avviandomi solo, fosco, senza di- 
rezione. 

Mi s'era ancora una volta riaffacciato il pen- 
siero schiacciante della mia assoluta impoten- 
za. Potevo fare un duello nella condizione 'mia? 
Non volevo ancora capirlo ch'io^non potevo far 
più nulla? Due ufficiali! Sì! Ma avrebbero vo- 
luto prima sapere, e con fondamento, ch'io mi 
fossi. Ah pure in faccia potevano sputarmi, 
schiaffeggiarmi, bastonarmi: dovevo pregare che 



- 266 - 

picchiassero sodo, sì, quanto volevano, ma sen- 
za gridare, senza far troppo rumore.... Due uf- 
ficiali! E se per poco avessi loro scoperto il 
mio vero stato, ma prima di tutto inon m'avreb- 
bero creduto, chi sa che avrebbero sospettato; 
e poi sarebbe stato inutile, come per Adriana: 
pur credendomi, m'avrebbero consigliato di ri- 
farmi prima vivo, giacche un morto, via, Inon 
si .trova nelle debite condizioni di fronte al co- 
dice cavalleresco.... 

E dunque dovevo soffrirmi in pace l'affron- 
to, come già il furto ? Insultato, quasi schiaffeg- 
giato, sfidato, andarmene via come un vile, spa- 
rir così, nel bujo dell'intollerabile sorte che mi 
attendeva, spregevole, odioso a me stesso? 

No, no ! E come avrei potuto pili vivere ? 
cóme sopportar la mia vista? No, no, basta! ba- 
sta! Mi fermai. Mi vidi vacillar tutto all'in- 
torno; sentii mancarmi le gambe al sorgere 
improvviso d'un sentimento oscuro, che mi co- 
municò un brivido dal capo alle piante. 

— Ma, almeno prima, prima.... — dissi tro 
me, vaneggiando, — almeno prima tentare.... 
perchè no? se mi venisse fatto.... Almeno ten- 
tare.... per non rimaner di fronte a me stesso 
così vile.... Se mi venisse fatto...; avrei meno 
schifo di me.... Tanto, non ho più Inulta da 
perdere.... Perchè non tentare? 

Ero a due passi dal Caffè Aragno. «Là, là, 
allo sbaraglio!» E, nel cieco orgasmo che mi 
spronava, entrai. 

Nella prima sala, attorno a un tavolino, c'e- 
rano cinque o sei ufficiali d'artiglieria e, come 
uno d'essi, vedendomi arrestar lì presso tor- 
bido, esitante, si voltò a guardarmi, io gli ac- 
cennai un saluto, e con voce rotta daH'alfaano: 



— 267 — 

— Prego.... scusi.... — gli dissi. — Potrei 
dirle una parola ? 

Era un giovanottino senza bafìì, che doveva 
essere uscito quell'anno stesso dall'Accademia, 
tenente. Si alzò subito e mi s'appressò, con 
molta cortesia. 

— Dica pure, signore.... 

— Ecco, mi presento da me: Adriano Meis. 
Sono forestiere, e non conosco nessuno.... Ho 
avuto una.... una lite, sì.... Avrei bisogno di 
due padrini.... Non saprei a chi rivolgermi.... 
Se lei con un suo compagno volesse.... 

Sorpreso, perplesso, quegli stette un po' a 
squadrarmi, poi si voltò verso i compagni, 
chiamò: 

— Grigliotti! 

Questi, ch'era un tenente anziano, con un 
pajo di baffoni all'in su, la caramella inca- 
strata per forza in un occhio, lisciato, impo- 
matato, si levò, seguitando a parlare coi com- 
pagni (pronunziava Verre alla francese) e ci 
s'avvicinò, facendomi un lieve, compassato in- 
chino. Vedendolo alzare, fui sul punto di dire 
al tenentino: — «Quello, no, per carità! quel- 
lo, no!» — Ma certo nessun altro del crocchio, 
come riconobbi poi, poteva esser più designato 
di colui alla bisogna. Aveva su la punta 
delle dita tutti gli articoli del codice cavalle- 
resco. 

Non potrei qui riferire per filo e per segno 
tutto ciò che egli si compiacque di dirmi in- 
torno al mio caso, tutto ciò che pretendeva du 
me.... dovevo telegrafare, non so come, non so 
a chi, esporre, determinare, andare dal co- 
lonnello.... ga va sans dire.... come aveva fatto 
lui, quando non era ancora sotto le armi, e gli 



-cos- 
erà capitato a Pavia lo stesso mio caso.... Per- 
chè, in materia cavalleresca.... e giù, giù, ar- 
ticoli € precedenti e controvèrsie e giurì d'o- 
nore e che so io. 

Avevo cominciato a sentirmi tra le spine fin 
dal primo vederlo: figurarsi ora, sentendolo 
sproloquiare così! A .un certo punto, non me 
potei più: tutto il sangue m'era montato alla 
testa : prorup pi : 

— Ma sissignore! ma lo so! Sta bene.... lei 
dice bene; ma come vuole ch'io telegrafi, ades- 
so ? Io son solo! Io .voglio battermi, ecco! bat- 
termi subito, domani stesso, se è possibile.... 
senza tante storie! Che vuole ch'io ne sappia? 
Io mi son rivolto a loro con la speranza che 
non ci fosse bisogno di tante formalità, di 
tante inezie, di tante sciocchezze, mi scusi! 

Dopo questa sfuriata, la conversazione diven- 
tò quasi diverbio e terminò improvvisamente 
con uno scoppio di risa sguajatè di tutti que- 
gli ufficiali. Scappai via, fuori di me, avvam- 
pato in volto, come se mi avessero i^reso a scu- 
disciate. Mi recai le mani alla testa, quasi per 
arrestar la ragione che mi fuggiva; e, inseguito 
da quelle risa, m'allontanai di furia, per cac- 
ciarmi, per nascondermi in qualche posto.... 
Dove ? A casa ? Ne provai orrore. E andai, 
andai all'impazzata; poi, man mano rallentai 
il passo e alla fine, arrangolato, mi fermai, 
come se non potessi più trascinar l'anima, fru- 
stata da quel dileggio, fremebonda e piena d'u- 
na plumbea tetraggine angosciosa. Rimasi un 
pezzo attonito; poi mi mossi di nuov^o, senza 
più pensare, alleggerito d'un tratto, in modo 
strano, d'ogni ambascia, ,quasi istupidito; e ri- 
presi a vagare, non so per quanto tempo, fér- 



¥ 



. - 269 - 

mandomi qua e là a guardar nelle vetrine delle 
bolteghe, che man mano si serravano, e mi 
pareva che si serrassero per me, per sempre, 
e che le vie a poco a poco si spopolassero,, per- 
chè io restassi solo, nella notte, errabondo, tra 
case tacite^ buje, con tutte le porte, tutte le fi- 
nestre serrate, serrate per me, per sempre: 
tutta la vita si rinserrava, si spegneva, ammu- 
loliva con quella notte; e io già la vedevo come 
da lontano, come se essa non avesse più senso 
né scopo per me. Ed ecco, alla fine, senza vo- 
lerlo', quasi guidato dal sentimento oscuro che 
mi aveva invaso tutto, maturandomisi dentro 
man mano, mi ritrovai sul Ponte Margherita, 
appoggiato al parapetto, a guardare con occhi 
sbarrati il fiume nero nella notte. 

— Là? 

Un brivido mi colse, di sgomento; che fece 
d'un subito insorgere con impeto rabbioso tutte 
le mie vitali energie armate di un sentimento 
d'odio feroce contro coloro che, da lontano, 
m'obbligavano a finire, come avevan voluto, 
là, nel molino della Stict: Esse, Romilda e la 
madre, mi avevan gettato in questi frangenti: 
ah, io non avrei mai pensato di simulare un 
suicidio per liberarmi di loro. Ed ecco, ora, 
.dopo essermi aggirato due anni, come un'om- 
bra, in quella illusione di vita oltre la morte, 
mi vedevo costretto, forzato, trascinato pei ca- 
pelli a eseguire su me la loro condanna. Mi 
avevano ucciso davvero! Ed esse, esse sole isi 
erano liberate di me.;.. 

Un fremito di ribellione mi scosse. E non 
potevo io vendicarmi di loro, invece d'ucci- 
dermi ? Chi stavo io per uccidere ? Un mor- 
to.... nessuno.... 



- 270 - 

Restai, come abbagliato da ima strana luce 
improvvisa. Vendicarmi! Dunque, ritornar lì, 
a Miragno ? uscire ^cla quella menzogna che mi 
soffocava, divenuta ormai insostenibile; ritor- 
nar vivo per loro castigo, col mio vero nome, 
nelle mie vere condizioni, con le mie vere e 
proprie infelicità ? Ma le presenti ? Potevo scuo- 
termele di dosso, così, come un fardello esoso 
che si possa gettar via? No, no, no! Sentivo 
di non poterlo fare. E smaniavo lì, sul ponte, 
ancora incerto della mia sorte. 

Frattanto, ecco, nella tasca del mio pastrano 
palpavo, stringevo con ,le dita irrequiete qual- 
cosa che non riuscivo a capir che fosse. Alla 
fine, con uno scatto di rabbia, la trassi fuori. 
Era il mio berrettino da viaggio, quello che, 
uscendo di casa per far visita al marchese* Gi- 
glio, m'ero cacciato in tasca, senza badarci. 
Feci per gittarlo al fiume, ma — sul punto — 
un'idea mi balenò; una riflessione, fatta du- 
rante il viaggio ^da Alenga a Torino^ mi tornò 
chiara alla memoria. 

— Qua, — dissi, quasi inconsciamente, tra 
me, — su questo parapetto.... il cappello.... i] 
bastone.... Sì! Com'esse là, nella gora del imo- 
lino, Mattia Pascal; io, qua, ora, Adriano 
Meis.... Una volta per uno! Ritorno vivo; mi 
vendicherò ! 

Un sussulto di gioja, anzi un impeto di paz- 
zia m'investì, mi sollevò. Ma sì! ma sì! Io non 
dovevo uccider me, im morto, io dovevo uc- 
cidere quella folle, assurda finzione che m'a- 
veva torturato, straziato due anni, quell'Adria- 
no Meis, condannato a essere un vile, un bu- 
giardo, un miserabile; quell'Adriano Meis do- 
vevo uccidere, che essendo, com'era, un nome 



— 271 - 

falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa 11^ 
cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le 
vene, nelle quali un po' d'acqua tinta avreb- 
be dovuto scorrere, invece di sangue: allora sì! 
Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! 
Annegato, là, come Mattia Pascali Una volta 
per uno! Quell'ombrati vita, sorta dà una men- 
zogna macabra, si sarebbe chiusa degnamente, 
cosi, con una menzogna macabra! E ripa- 
ravo tutto! Che altra soddisfazione avrei po- 
tuto dare ad Adriana per il male che le avevo 
fatto ? Ma l'affronto di quel farabutto dovevo 
tenermelo ? Mi aveva investito a tradimento, il 
vigliacco! Oh, io ero ben sicuro di non aver 
paura di lui. Non io, non io, 'ma Adriano Meis 
aveva ricevuto l'insulto, pd ora, ecco, Adriano 
Meis s'uccideva. 

Non c'era altra via di scampo per me! 

Un tremore^ intanto, mi aveva- preso, come 
se io dovessi veramente uccidere qualcuno. Ma 
il cervello mi s'era d'un tratto snebbiato^ il 
cuore alleggerito, e godevo d'una quasi ilare 
lucidità di spirito. 

Mi guardai attorno. Sospettai che di là, sul 
Lungotevere, ci potesse essere qualcuno, qual- 
che guardia, che — vedendomi da un pezzg 
sul ponte — si fos^e fermata a ispiarmi. Volli 
accertarmene: andai, guardai prima nella Piaz- 
za della Libertà, poi per il Lungotevere dei 
Mellini. Nessuno! Tornai allora indietro; ma, 
prima di rifarmi sul ponte, mi fermai tra gli 
alberi, sotto un fanale: strappai un foglietto 
dal taccuino e vi scrissi col lapis: Adriano 
Meis. Che altro? Nulla. L'indirizzo e la data. 
Bastava così. Era tutto lì, Adriano Meis, in 
quel cappello, in quel bastone. Avrei lasciato 



— 272 — 

iutlo, là, a casa, abili, libri.... Il denaro,, dopo 
il furio, l'avevo con me. 

Ritornai sul ponte, cheto, chinato. Mi tre- 
mavano le gambe, e il cuore mi tempestava in 
pelto. Scelsi il posto meno illuminato dai fa- 
nali, e subito mi tolsi il cappello, infissi nel 
nastro il biglietto ripiegato, poi lo posai sul 
parapetto, col bastone accanto; mi cacciai in 
capo il provvidenziale berrettino da viaggio 
che m'aveva salvato, e via, cercando l'ombra, 
come un ladro, senza volgermi addietro. 



i 17. — Einoara&zione. 



Arrivai alla stazione in tempo per il treno 
delle 12 e 10 per Pisa. 

Preso il biglietto, mi rincantucciai in mi va- 
gone di seconda classe, con la visiera del ber- 
rettino calcata fin sul naso, non tanfo per na- 
scondermi, quanto per non vedere. Ma vedevo 
lo stesso, col pensiero: avevo l'incubo di quel 
cappellaccio e di quel bastone, lasciati li, sul 
parapetto del ponte. Ecco, forse qualcuno, in 
quel momento, passando di là, li scorgeva.... 
o forse già qualche guardia notturna era corsa 
in questura a dar l'avviso.... E io ero a-ncora 
a Roma! Che s'aspettava? Non tiravo più 
fiato.... ' 

Finalmente il convoglio si scrollò. Per for- 
tuna ero rimasto solo nello scompartimento. 
Balzai in piedi, levai le braccia, trassi un in- 
terminabile respiro di sollievo, come se mi 
fossi tolto un macigno di sul petto. Ah! tor- 
navo a esser vivo, a esser io, io, Mattia Pascal. 
Lo avrei gridato forte a tutti, ora: — io, io, 
Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Ec- 
comi qua! — E non dover più mentire, inon 
dover più temere d'essere scoperto! Ancora no, 
veramente: finché non arrivavo a Miragno.... 

PiEANDELLO. Il fu Mattia Pascal. 18 



- !?74 — 

Là, prima, dovevo dichiararmi, farmi ricono- 
scer vivo, riunestarmi alle mie radici sepol- 
te.... Folle! Come mi ero illuso che potesse 
vivere un tronco reciso dalle sue radici? Ep- 
pure, eppure, ecco, ricordavo l'altro viaggio, 
quello da Alenga a Torino: m'ero stimato fe- 
lice, allo stesso modo, allora. Folle! La libe- 
razione! dicevo.... M'era parsa quella la libe- 
razione! Sì, con la cappa di piombo- della 
menzogna addosso! Una cappia di piombo ad- 
dosso a un'ombra....' Ora avrei avuto di nuo- 
vo la moglie addosso, è Vero, e quella suoce- 
ra.... Ma non le avevo forse avute addosso 
anche da morto? Ora almeno ero vivo e ag- 
guerrito. Ah, Ce la saremmo veduta! 

Mi pareva, a ripensarci, addirittura invero- 
simile la leggerezza con cui, due anni addieb'o, 
m'ero gettato fuori d'ogni legge, alla ventura. 
E mi rivedevo nei primi giorni, beato nell'in- 
coscienza, o piuttosto, nella follia, a Torino, e 
poi maa mano nelle altre città, in pellegrinag- 
gio, muto, sólo, chiuso in me^ nel sentimento 
di ciò che mi pareva allora la mia felicità; 
ed eccomi in Germania, lungo il Reno, su un 
piroscafo: era un sogno? riO, c'ero stato dav- 
vero! ah, se avessi potuto durar sempre in 
quelle condizioni; viaggiare, forestiere della vi- 
ta.... Ma a Milano, poi.... quel povero cuc- 
ciolotto che volevo comperare da un vecchio 
cerinajo.... Cominciavo già ad accorgermi.... 
E poi.... ah poi! 

Ripiombai col pensiero a Roma; entrai come 
un'ombra nella casa abbandonata. Dormivano 
tutti? Adriana, forse, no.... m'aspetta ancora, 
aspetta che io rincasi; le avranno detto che 
sono andato in cerca di due padrini, per bat- 



- 275 — 

termi col Bernaldez; non mi sente ancora rin- 
casare, e teme e piange.... 

Mi premetti forte le ma li sul volto, sen- 
tendomi stringere il cuore d'angoscia. 

— Ma se io per te non potevo esser vivo, 
Adriana, — gemetti, — meglio che tu ora mj 
sappia morto! morte le labbra che colsero un 
bacio dalla tua bocca, povera Adriana.... Di- 
mentica! Dimentica! 

Ah, che sarebbe avvenuto in quella casa, 
nella prossima mattina, quando qualcuno della 
questura si sarebbe presentato a dar l'annun- 
zio ? A qual ragione, passato il primo sbalor- 
dimento, avrebbero attribuito il mio suicidio ? 
Al duello imminente? Ma no! Sarebbe stato, 
per lo meno, molto strano che un uomo, il 
quale non aveva mai dato prova d'essere un 
codardo, si fosse ucciso per paura di un duel- 
lo.... E allora? Perchè non potevo trovar pa- 
drini? Futile pretesto! O forse.... chi sa! era 
possibile che ci fosse sotto, in quella mia stra- 
na esistenza, qualche mistero.... 

Oh, sì: l'avrebbero senza dubbio pensato! 
M'uccidevo così, senz'alcuna ragione apparen- 
te, senza averne prima dimostrato in qualche 
modo l'intenzione. Sì: qualche stranezza, più 
d'una, l'avevo commessa in quegli ultimi gior- 
ni: quel pasticcio del furto, prima sospettato, 
poi improvvisamente smentito.... Oli che forse 
quei denari non erano miei ? dovevo forse re- 
stituirli a qualcuno? m'ero indebitamente ap- 
propriato d'una parte di essi e avevo tentatio 
di farmi credere vittima d'un furto, poi m'ero 
pentito, e, in fine, ucciso? Chi sa! Certo ero 
stato un uomo misteriosissimo: non un amico, 
non una lettera, mai, da nessuna parte.... 



- 276 - 

Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualche 
cosa in quel bigliettino, oltre il nome, la data 
e l'indirizzo: una ragione qualunque del sui- 
cidio. Ma in quel momento.... E poi, che ra- 
gione ? 

— Chi sa come e quanto, — pensai, sma- 
1 niando, — strilleranno adesso i giornali di que- 
' sto Adriano Meis misterioso.... Salterà certo 
fuori quel mio famoso cugino, quel tal Fran- 
cesco Meis torinese, ajuto-agente, a dar le sue 
informazioni alla questura: si faranno ricer- 
che, su la traccia di queste informazioni, e 
chi sa che cosa ne verrà fuori. Sì, ma i da- 
nari ? l'eredità ? Adriana li ha veduti, tutti gue* 
miei biglietti di banca.,.. Figuriamoci Papia- 
no! Assalto allo stipetto! Ma lo troverà vuoto.... 
E allora, perduti ? in fondo al fiume ? Peccato! 
peccato! Che rabbia non averli rubati tutti a 
tempo! La questura sequestrerà i miei abiti, i 
miei libri.... A chi andranno? Oh! almeno un 
ricordo alla povera Adriana ! Con che occhi 
guarderà ella, ormai, quella mia camera de- 
serta ? 
'-"""" Così, domande, supposizioni, pensieri, sen- 
timenti tumultuavano in me, mentre il treno 
rombava nella notte. Non mi davano requie. 

Stimai prudente fermarmi qualche giorno a 
Pisa per non stabilire una relazione tra la 
ricomparsa di Mattia 'Pascal a Miragno e la 
scomparsa di Adriano Meis a Roma, relazio- 
ne che avrebbe potuto facilmente saltare a gli 
occhi, specie se 1 giornali di Roma avessero 
troppo parlato di questo suicidio. Avrei aspet- 
tato a Pisa i giornali di Roniaj quelli de 1 
sera e quelli del mattino; poi, se non si fossi. 
fatto troppo chiasso, prima che a Miragno, 



— 277 — 

mi sarei recato a Oneglia, da mio fratello Ro- 
^ bérto, a sperimentare su lui rimpressione che- 
[ avrebbe fatto la mia resurrezione. Ma dovevo . 
I assolutamente vietarmi 9i fare il minimo ac- f 
^ cenno alla mia permanenza in Roma, alle av- 
venture, ai casi che m'erano occorsi. Di quei 
due anni e mesi d'assenza avrei dato fanta- 
, stiche notizie, di lontani viaggi!.... Ah, ora, ri- 
tornando vivo, avrei potuto anch'io prendermi il 
gusto di dire bugie, tante, tante,, tante, anche 
della forza di quelle del cav. Tito Lenzi, e piìi 
grosse ancora! Ah! 

Mi restavano più di cinquantadue mila lire. 
I creditori, sapendomi morto da due anni, s'e- 
rano certo contentati del podere della Stia col 
molino. Venduto l'uno e l'altro, s'erano forse 
aggiustati alla meglio: non mi avrebbero più 
molestato. Avrei pensato io, se mai, a non 
farmi più molestare. Con cinquantadue mila 
lire, a Miragno, via, non dico . grasso, avrei 
• potuto vivere discretamente. 

Lasciato il treno a Pisa, prima di tutlo mi 
recai a. coniperare un cappello, della forma 
e della dimensione di quelli che Mattia Pascal 
ai suoi dì soleva portare; subito dopo mi feci 
tagliar la chioma di quell'imbecille d'Adriano 
Meis. 

— Corti, belli corti, eh? — dissi al barbiere. 
M'era già un po' ricresciuta la barba, e ora, 
coi capelli corti, ecco che cominciai a riprendere 
il mio primo aspetto, ma di molto migliorato, 
più fino, già.... ma sì, .rigentilito. L'occhio non 
era più storto, eh! non era più quello carath 
teristico di Mattia Pascal. 

Ecco, qualche cosa d'Adriano Meis mi sa- 
rebbe tuttavia rimasta in faccia. Ma somigliavo 



— 27S — 

pur tanto a Roberto, ora; oh, quanto non avrei 
mai supposto. 

Il guajo fu, quando -- dopo essermi liberato 
di tutti quei capellacci — mi rimisi in capo 
il cappello comperato poc'anzi: mi sprofondò 
fin su la nuca! Dovetti rimediare, con l'ajuLo 
del barbiere, ponendo un giro di carta sotto 
la fodera. 

Per non entrare così, con le mani vuote, in 
un albergo, comperai una valigia: ci avrei messo 
dentro, per il momento, l'abito che indossavo, 
e il pastrano. Mi toccava a rifornirmi di tutto, 
non potendo sperare che, dopo tanto tempo, 
là a Miragno, mia moglie avesse conser\^ato 
qualche mio vestito e la biancheria. Comperai 
l'abito bell'e fatto, in un negozio, e me lo lasciai 
addosso; con la valigia nuova, scesi aìV Hotel 
Nettuno. 

Ero già stato a Pisa quand'ero Adriano Meis. 
ed ero sceso allora a.lV Albergo di Londra. Ave- 
vo già ammirato' tutte le meraviglie d'arte della 
città; ora, stremato di forze per le emozioni 
violente, digiuno, dalla mattina del giorno avani 
cascavo di fame e di sonno. Presi qualche cib 
e quindi dormii quasi fino a sera. 

Appena sveglio, però, caddi in preda a un 
fosca, smania crescente. Quella giornata qua 
non avvertita da me, ti*a le prime faccene! 
e poi in quel sonno di piombo in cui ero caduta 
chi sa intanto com'era passala, lì, in casa Vi 
leai'i! Rimescolìo, sbalordimento, curiosità mor 
bosa di estranei, indagini frettolose, sospetiì. 
strampalate ipotesi, insinuazioni, vane ricci 
che; e i miei abiti e 1 miei libri, là, guardati ce 
quella costernazione che ispirano gli oggc! 
appartenuti a qualcuno tragicamente morto. 



— 279 ~ 

E io avevo dormito! E ora, in questa impa- 
zienza angosciosa, avrei dovuto aspettare fino 
alla mattina del giorno seguente, per saper 
qualche cosa dai giornali di Roma. 

Frattanto, non potendo correre a Miragno, 
o almeno a Oneglia, mi toccava a rimanere in 
una bella condizione, dentro una specie di pa- 
rentesi di due, di tre giorni e iors'anche più: 
morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; 
morto di .qua, a Roma, come Adriano Meis. 

Non sapendo che fare, sperando di distrar- 
mi un po' da tante costernazioni, portai questi 
due morti a spasso per Pisa. 

Oh, fu una piacevolissima passeggiata! Adria- 
no Meis, che c'era stato, voleva quasi quasi 
far da guida e da cicerone a Mattia' Pascal; ma 
questi oppresso da tante cose che andava ri- 
volgendo in mente, si scrollava con fosche ma- 
niere, scoteva un braccio come per levarsi di 
[orno quell'ombra esosa, capelluta, in abito lun- 
go, col cappellaccio a larghe tese e con ^gli 
occhiali. i 

— Va' via! va'! Tornatene al fiume, affogato! 

]\Ia ricordavo che anche Adriano Meis, pas- 
seggiando due anni addietro per le vie di Pisa, 
s'era sentito importunato, infastidito allo stesso 
modo dall'ombra, ugualmente esosa, di Mattia 
Pascal, e avrebbe voluto con lo stesso gesto 
cavarsela dai piedi, ricacciandola nella gora 
del molino, là, alla Stia. Il meglio era noii dar 
confidenza a nessuno dei due. O bianco cam- 
panile, tu potevi pendere da una parte; io, tra 
quei due, né di qua ne di là. 

Come Dio volle, arrivai finalmente a supe- 
rare quella nuova interminabile nottata d'am- 
bascia e ad avere in mano i giornali di Roma, 



~ 280 - ^ 

Non dirò che, alla lettura, mi tranquillassi: 
non potevo. La costernazione che mi teneva, fu 
però presto ovviata dal vedere che alla notizia 
del mio suicidio i giornali avevano dato le pro- 
porzioni d'uno dei soliti fatti di cronaca. Di- 
cevano tutti, su per giù, la stessa cosa: del 
cappello, del bastone trovati sul Ponte Marghe- 
rita, col laconico bigliettino; ch'ero torinese, 
uomo alquanto singolare, e che s'ignoravano le 
ragioni che mi avcA^ano spinto al triste passo. 
Uno però avanzava la supposizione che ci fosse 
di mezzo una «ragione intima», fondandosi sul 
«diverbio con un giovane pittore spagnuolo, in 
casa di. un nòtissimo personaggio del mondo cle- 
ricale». 

Un altro diceva «probabilmente per dissesti 
finanzi:;^ri». Notizie vaghe, insomma, e brevi. 
Solo un giornale del mattino, solito di narrar 
diffusamente i fatti del giorno,, accennava «alla 
sorpresa e al dolore della famiglia del cav. An- 
selmo Paleari, capo-sezione al Ministero della 
pubblica istruzione, ora a riposo, , presso cui 
il Meis. abitava, molto stimato per il suo ri- 
serbo e pe' suoi modi cortesi». — Grazie! — 
Anche questo giornale, riferendo la sfida corsa 
col pittore spagnolo M. B., lasciava intendere 
che la ragione del suicidio dovesse cercarsi in 
una segreta passione amorosa. 

M'ero ucciso per Pepita Pantogada, insomma. 
Ma, alla fine, meglio così. Il nome d'Adriana 
non era venuto fuori, né s'era fatto alcun cen- 
no de' miei biglietti di banca. La questura, 
dunque, avrebbe indagato nascostamente. Ma 
su quali tracce? 

Potevo partire per Oneglia. 



281 — 



Trovai Roberto in villa, per la vendemmia. 
Quel ch'io provassi nel rivedere la mia bella 
riviera, in cui credevo di non dover più met- 
ter piede, sarà facile intendere. Ma la gioja 
m'era turbala dall'ansia d'arrivare,, dall'appren- 
sione d'esser rioonosciuto per via da qualche 
estraneo prima che dai parenti, dall'emozione 
di punto in punto crescente che mi cagionava il 
pensiero di ciò che avrebbero essi provato nel 
rivedermi vivo, d'un tratto, innanzi a loro. Mi 
s'annebbiava la vista, a pensarci, mi s'oscura- 
vano il cielo e il raare, il sangue mi frizzava per 
le vene, il cuore mi batteva in tumulto. E mj 
pareva di non arrivar mai! 

Quando, finalmente, il servo venne ad aprire 
il cancello della graziosa villa, recata in dote a 
Berto dalla moglie, mi sembrò, attraversando il 
viale, ch'io tornassi veramente dall'altro mondo. 

— Favorisca, — mi disse il servo, cedendomi 
il passo su l'entrata della villa. — Chi debbo 
annunziare? 

Non mi trovai più in gola la voce per ri- 
spondergli. Nascondendo lo sforzo con un sor- 
riso, balbettai: 

— Di.... dite.... ditegli che.... sì, c'è.... 
c'è.... un suo amico.... intimo, che.... che viene 
da lontano.... Così.... 

Per lo meno quel servo dovette credermi 
balbuziente. Depose la mia valigia accanto al- 
l'attaccapanni e m'invitò a entrare nel salotto 
lì press^o. 

Fremevo nell'attesa, ridevo, sbuffavo, mi 



~ 2S2 — 

guardavo attorno, in quel salottino chiaro, ben 
messo, arredato di mobili nuovi di lacca verdina. 
Vidi a un tra-tto, su la soglia dell'uscio per cui 
ero entrato, un bel bimbetto, di circa quat- 
tr'anni, con un piccolo annaffiatojo in una mano 
e un rasti'ellino nell'altra. Mi guardava con 
tanto d'occhi. 

Provai una tenerezza indicibile: doveva es- 
sere un mio nipotino, il figlio maggiore di 
Berto; mi chinai^ gli accennai con la mano 
di farsi avanti; ma gli feci paura; scappò via. 

Sentii in quel punto schiudere l'altro uscio 
del salotto. Mi rizzai, gli occhi mi s'intorbida- 
rono dalla commozione, una specie di riso con- 
vulso mi gorgogliò in gola. 

Roberto era rimasto innanzi a me, turbato, 
quasi stordito. 

— Con chi...? — fece. 

— Berto! — gli ' gridai, aprendo le braccia. 
— Non mi riconosci? 

Diventò pallidissimo, al suono della mia voce, 
si passò rapidamente una mano su la fronte 
e su gli occhi, vacillò, balbettando: 

— Com'è.... com'è.... com'è? 

Ma io fui pronto a sorreggerlo, quantunque 
egli si traesse indietro, quasi per paura. 

— Son io! Mattia! non aver paiu*a! Non sono 
morto.... Mi vedi? Toccami! Sono io, Roberto. 
Non sono mai stato più vivo d'adesso! Su, 
su, su.... 

— Mattia! Mattia! Mattia! — prese a dire 
il povero Berto, non credendo ancora agli oc- 
chi suoi. — Ma com'è? Tu? Oh Dio.... com'è? 
Fratello mio! Caro Mattia! 

E m'abbracciò forte, forte, forte. Mi misi 
piangere come un bambino. 



- 283 - 

— Com'è? — riprese a domandar Berto che 
piangeva anche lui. — Com'è? com'è? 

^ Eccomi qua....; Vedi? Son tornato.... non 
dall'altro mondo, no.... sono ^tato sempre in 
questo mondacelo.... Su.... Ora ti dirò.... 

Tenendomi forte per le braccia, col volto 
pieno di^ lagrime, Roberto mi guardava ancora 
trasecolato: 
, — Ma come.... se là...? 

— Non ero io.... Ti dirò. M'hanno scam- 
biato.... Io ero lontano da Miragno e ho saputo, 
come l'hai saputo foi;se tu, da un giornale, il 
mio suicidio alla Stia. 

— Non eri dunque tu? — esclamò Berto. 

— E che hai fatto? 

— n morto. Sta' zitto. Ti racconterò tutto. 
Per ora non posso. Ti dico questo soltanto, che 
sono andato di qua e di là, credendomi felice, 
dapprima, sai?: poi, per.... per tante vicissitu- 
dini, mi sono accorto che avevo sbagliato, che 
fare il morto non è una bella professione: ed 
eccomi qua: mi rifaccio vivo. 

— Mattia, l'ho sempre detto io, Mattia, mat- 
to.... Matto! matto! matto! — esclamò Berto. 

— Ah che gioja m'hai dato! Chi poieva aspet- 
tarsela? Mattia vivo.... qua! Ma sai che non ci 
so credere ancora? Lasciati guardare.... Mi sem- 
bri un altro! 

— Vedi che mi sono aggiustato anche l'oc- 
chio? 

— Ah già, sì.... per questo mi pareva.... 
non so.... ti guardavo, ti guardavo.... Benone! 
Su, andiamo di là, da mia moglie.... Oh! Ma 
aspetta.... tu.... 

Si fermò improvvisamente e mi guardò, scon- 
volto: 



— 284 - 

— Tu vuoi tornare a Miragno? 

— Certamente, stasera. 

— Dunque non sai nulla? 

Si coprì il volto con le rtiani e gemette: 

— Disgraziato! Che hai fatto.... che hai fat- 
to...? Ma non sai. che tua moglie...? 

— Morta? — esclamai, restando. 

— No! Peggio! Ha... ha ripreso marito! 
Trasecolai. 

— Marito? 

— Sì, Pomino! Ho ricevuto la partecipazio- 
ne. Sarà più d'un anno. 

— Pomino? Pomino, marito di.... — balbet- 
tai; ma subito un riso amaro, come un rigur- 
gito di bile, mi àaltò alla gola, e risi, risi fra- 
gorosamente. 

Roberto mi guardava sbalordito, forse temen- 
do che fossi leva^to di cervello. 

— Ridi? 

— Ma sì! ma sì! ma si! — gli gridai, sco- 
tendolo per le braccia. — Tanto meglio! Questo 
è il colmo della mia fortuna! 

— Che dici? — scattò Roberto, quasi rab- 
biosamente. — Fortuna? Ma se tu ora vai lì.... 

— Subito ci corro, figurati ! . 

— Ma non sai dunque che ti tocca a jri- 
prendertela? 

— Io,? Come! 

— Ma certo! — raffermò Berto, mentre sba- 
lordito lo guardavo io, ora, a mia volta. — Il 
secondo matrimonio s'annulla, e tu sei obbli- 
gato a riprendertela. 

Sentii sconvolgermi tutto. 

— Come! Che legge è questa? — gridai. — 
Mia moglie si rimarita, ed io.... Ma che! Sta' 
zitto! Non è possibile! 



- 285 - 

— E io ti dico invece che è proprio cosi! 

— sostenne Berto. — Aspetta: c'è di là mio co- 
gnato. Te lo spiegherà meglio lui, che è dottore 
in legge. Vieni.... o meglio, no: attendi un po^ 
qua: mia moglie è incinta; non vorrei che, 
per quanto ti conosca poco, le potesse far male 
un'impressione troppo forte.... Vado a preve- 
nirla.... Attendi, eh? 

E mi tenne la mano fin su la soglia del- 
l'uscio, come se temesse ancora, che — lascian- 
domi per un momento — io potessi spainr di 
nuovo. 

Kimasto solo, m'i misi a fare in quel salot- 
tino le volte del leone. — Rimaritata! con Po- 
mino! Ma sicuro.... Anche la stessa moglie. Lui 

— eh già! — la aveva amata prima. Non gli 
sarà parso vero! E anche lei.... figuriamoci! 
Ricca, moglie di Pomino.... E mentre lei qua 
s'era rimaritata, io là a Roma.... E ora devo 
riprendermela! Ma possibile? 

Poco dopo, Roberto venne a chiamarmi tutto 
esultante. Ero ormai però tanto scombussolato 
da questa notizia inattesa, che non potei ri- 
spondere alla festa che mi fecero mia cognata 
e la madre e il fratello di lei. Berto se n'ac- 
corse, e interpellò subito il cognato su ciò che 
mi premeva sopratutto di sapere. 

— Ma che legge è questa? — proruppi an- 
cora una volta. — Scusi! Questa è legge turca! 

Il giovane avvocato sorrise, rassettandosi le 
lenti sul naso, con aria di superiorità. ' 

— Ma pure è così, — mi rispose. — Roberto 
ha ragione. Non rammento con precisione l'ar- 
ticolo, ma il caso è previsto dal codice: il se- 
condo matrimonio diventa nullo, alla ricompar- 
sa del primo conjuge. 



- 286 - 

— E io devo riprendermi, — esclamai iro- 
sam.ente, — ima donna che, a saputa di tutti, 
è stata per un anno intero in funzione di mo- 
glie con un altr'uomo, il quale.... 

— Ma per colpa sua, scusi, caro signor Pa- 
scal! — m'inteiTuppe Pavvocatino, sempre sor- 
ridente. 

— Per colpa mia? Come! — feci io. — 
Quella buona donna sbaglia, prima di tut- 
to, riconoscendomi nel cadavere d'un disgra- 
ziato che s'annega, poi s'affretta a ripren- 
der marito, e la colpa è mia? e io devo ripren- 
dermela? 

— Certo, — replicò quegli, — dal momento 
che lei, signor Pascal, non volle ct^reggere a 
tempo, prima cioè del termine prescritto dalla 
legge per conti'arre un secondo matrimonio, lo 
sbaglio di sua moglie, sbaglio che potò anche 
— non nego — essere iu mala fede. Lei lo 
accettò, quel falso riconoscimento, e se ne av- 
valse.... Oh, badi: io la lodo di questo: per 
me ha fatto benissimo. Mi fa specie, anzi, che 
lei ritorni a ingarbugliarsi nell'intrico di queste 
nostre stupide leggi sociali. Io, ne' panni suoi, 
non mi sarei fatto più vivo. 

La calma, la saccenteria spavalda di questo 
gìovanottino laureato di fresco m'irritarono. 

— Ma perchè lei non sa che cosa voglia 
dire! — gli risposi, scrollando le spalle. 

— Come! — riprese lui. — Si può dare mag- 
gior fortuna, maggior felicità di questa? 

— Sì, la provi! la provi! — esclamai, vol- 
tandomi verso Berto, per piantarlo lì, con la 
sua presunzione. 

Ma anche da questo lato trovai spine 

— Oh, a proposito, — mi domandò mio fra- 



I 



- 287 - 

tello, — e come hai fatto, in tutto questo tem- 
po, per...? 

E stropicciò il pollice e l'indice, per signifi- 
care quattrini. 

— Come ho fatto? — gli risposi. — Storia 
lunga! Non sono adesso in condizione di nar- 
rartela. Ma ne ho avuti, sai? quattrini, e ne ho 
ancora: non credere dùnque ch'io ritorni ora a 
Miragno perchè ne sia a corto! 

— Ah, ti ostini a tornarci? — insistette Berto, 
— anche dopo queste notizie? 

— Ma si sa che ci torno! — esclamai. — 
Ti pare che, dopo quello che ho sperimentato 
e sofferto, voglia fare ancora il morto? No, caro 
mio: là, là; voglio le mie carte in regola, voglio 
risentirmi vivo, ben vivo, anche a costo di 
riprendermi la moglie. Di'^un po', è ancora 
viva la madre.... la vedova Pescatore? 

— Oh, non so, — mi rispose Berto. — Com- 
prenderai che, dopo il secondo matrimonio.... 
Ma credo di sì, che sia viva.... 

— Mi sento meglio! — esclamai. — Ma non 
importa! Mi vendicherò! Non son più quello di 
prima, sai? Soltanto mi tiispiace che sarà una 
fortuna per quell'imbecille di Pomino! 

Risero tutti. Il servo venne intanto ad annun- 
ziare ch'era in tavola. Dovetti fermarmi a de- 
sinare; ma fremevo di tanta impazienza, che 
non m'accorsi nemmeno di. mangiare; sentii 
però infine che avevo divorato. La fiera, in 
me, s'era' rifocillata, per prepararsi all'immj- 
nente assalto. 

'Berto mi propose di trattenermi almeno per 
quella sera in villa: la mattina seguente sa- 
remmo andati insieme a Miragno. Voleva go- 
dersi, la scena del mio ritorno impreveduto alla 



— 28b — 

vita, q\icl mio piombar come un nibbio là sui 
nido di Pomino. Ma io non tenevo più alle 
mosse, e non volli saperne: lo pregai di la- 
sciarmi andar solo, e quella sera stessa, sen- 
z'altro indugio. 

iPartii col treno delle otto: fra mezz'ora, a 
Miragno. 



i 18. — n f u Mattia Pasoal. 



Tra Tansia e la rabbia (non sapevo che mi 
agitasse di più, ma eran forse una cosa sola: 
ansiosa rabbia, rabbiosa ansia) non mi curai 
più se altri mi riconoscesse prima di scendere 
o appena sceso a Miragno. 

M'ero cacciato in un vagone di prima classe, 
per unica precauzione, ^ra sera; e del resto, 
l'esperimento fatto su Berto mi rassicurava: 
radicata com'era in tutti la certezza della mia 
trista morte, ormai di due anni lontana, nes- 
suno avrebbe più potuto pensare ch'io fossi 
Mattia Pascal. 

Mi provai a sporgere il capo dal finestrino, 
sperando "che la vista dei noti luoghi mi de- 
stasse qualche altra emozione meno violenta; 
ma non valse che a farmi crescer Tansia e la 
rabbia. Sotto la luna, intravidi da lontano il 
clivo della Stia. 

— Assassine! — fischiai tra i denti. — Là.... 
Ma ora.... 

Quante cose, sbalordito dall'inattesa notizia, 
m'ero dimenticato di domandare a Roberto! Il 
podere, il molino erano stati davvero venduti? 
o eran tuttora, per comune accordo dei credi- 

PiRANDELLO. Il fu Mattia Pascal, 19 



tori, sotto un' amministrazione provvisoria? E 
Malagna era morto? E zia Scolastica? 

Non mi pareva che fossero passati soltanto 
due anni e mesi; un'eternità mi pareva, e che 
— com'erano accaduti a me casi straordinarii — 
dovessero parimenti esserne accaduti a Miragno. 
Eppure niente, forse, vi era accaduto, oltre quel 
matrimonio di Romilda con Pomino, normalis- 
simo in se, e che solo adesso, per la mia 
ricomparsa, sarebbe diventato straordinario. 

Dove mi sarei diretto, appena sceso a Mira-^ 
gno? Dove s'era composto il nido la nuova 
coppia? 

Troppo umile per Pomino, ricco e figlio uni- 
co, la casa in cui io, poveretto, avevo abitato. 
E poi Pomino, tenero di cuore, ci si sarebbe 
trovato certo a disagio, lì, con l'inevitabile ri- 
cordo di me. Forse s'era accasato col padre, 
nel palazzo. Figurarsi la vedova Pescatore, che 
arie da matrona, adesso! e quel povero cavalier 
'Pomino, Gerolamo I, delicato, gentile, mansue- 
to, tra le granfie della megera! Che scene! Né 
il padre, certo, né il figlio avevano avuto il 
coraggio di levarsela dai piedi. E ora, ecco — 
lah che rabbia! — li avrei liberati io.... 

Sì, là, a casa Pomino, dovevo indirizzarmi: 
che se anche non ce li avessi trovati, avrei po- 
tuto sapere dalla portinaja dove andarli a sco- 
vare. 

Oh paesello mio addormentato, che scompi- 
glio dimani, alla notizia della mia resurrezione! 

C'era la luna, quella sera, e però tutti i lam- 
pioncini erano spenti, al solito, per le vie quasi 
deserte, essendo l'ora della cena pei più. 

Avevo quasi perduto, per la estrema eccita- 
tone nervosa, la sensibilità delle gambe: an- 



- 291 - 

davo, come se non toccassi terra coi piedìV 
Non saprei ridire in che animo fossi: ho sol- 
tanto l'impressione come d'una enorme, ome- 
rica risata che, nell'orgasmo violento, mi scon- 
volgeva tutte le viscere, senza poter scoppiare: 
se fosse scoppiata, avrebbe fatto balzar fuori^ 
come denti, i selci della via, e vacillar le 
case. 

Giunsi in un attimo a casa Pomino; ma in 
quella specie di bacheca che è nell'androne non 
trovai la vecchia portinaja; fremendo, atten- 
devo da qualche minuto, quando su un battente 
del portone scorsi una fascia di lutto stinta 
e polverosa, inchiodata lì, evidentemente, da 
parecchi mesi. Chi era morto? La vedova Pe- 
scatore? II cavalier Pomino? Uno dei due, 
certamente. Forse il cavaliere .... In questa 
caso, i miei due colombi, li avrei trovati su, 
senz'altro, insediati nel Palazzo. Non potei 
aspettar più oltre: mi lanciai a balzi su per 
la scala. Alla seconda branca, ecco la porti- 
naja. 

— Il cavalier Pomino? 

ODallo stupore con cui quella vecchia tar- 
taruga mi guardò, compresi che proprio il po- 
vero cavaliere doveva esser morto. 

— Il figlio! il figlio! — mi corressi subito,, 
riprendendo a salire. 

Non so che cosa borbottasse tra sé la vec- 
chia per le scale. A pie dell'ultima branca 
dovetti fermarmi: non tiravo più fiato! guardai 
la porta; pensai: — «Forse cenano ancora, tutti 
e tre a tavola.... senz' alcun sospetto. Fra po- 
chi istanti, appena avrò bussato a quella porta, 
la loro vita sarà sconvolta.... Ecco, è in mia 
mano ancora la sorte che pende loro sul capo»* 



— 292 — 

Salii gli ultimi scalinL Col cordoncino del 
campanello in imano, mentre il cuore mi balzava 
in gola, tesi l'orecchio. Nessun rumore. E in 
quel silenzio ascoltai il tln-tin. lento del campar 
nello, tirato appena, pian piano. 

Tutto il sangue m'affluì alla testa, e gli orec- 
chi presero a ronzarmi, come se quel lieve 
tintinno che s'era spento nel silenzio, m'avesse 
invece squillato dentro furiosamente e intro^ 
nato. 

Poco dopo, riconobbi con un sussulto, tìi 
là dalla porta, la voce della vedova Pescatore: 

— Chi è? 

Non potei, lì per lì, rispondere: mi strinsi 
le pugna al petto, come per impedir che il 
cuore mi balzasse fuori. Poi, con voce cupa, 
guasi sillabando, dissi: 

— Mattia Pascal. 

— Chi?! — strillò la voce di dentro. 

— - Mattia Pascal, — ripetei, incavernando an-^ 
cor più la voce. 

Sentii scappare la vecchia strega, certo at- 
territa, e subito immaginai che cosa in quel 
momento accadeva di là. Sarebbe venuto l'uomo, 
adesso: Pomino: il coraggioso! 

Ma prima bisognò ch'io risonassi, come dian- 
Sei, pian piano. 

Appena Pomino, spalancata di furia la porta, 
Ini vide — erto — col petto in fuori — innanzi 
a sé — retrocesse esterrefatto. M'avanzai, gri- 
dando: 

— Mattia Pascali Dall'altro mondo, 
Pomino cadde a sedere per terra, con un 

gran tonfo, le braccia puntate indietro, gli oc- 
chi sbarrati: 

— Mattia! Tu?I 



- 293 - 

La vedova Pescatore, accorsa col lume in 
mano, cacciò uno strillo acutissimo, da par- 
toriente. Io richiusi la porta con una pedata, 
e d'un balzo ie tolsi il lume, che già le cadeva 
di mano. 

— Zitta! — le gridai sul muso. — Mi pren- 
dete per un fantasima davvero? 

— Vivo?! — fece lei, allibita, con le mani 
tra i capelli. 

— Vivo! vivo! vivo! — seguitai io, con gioja 
feroce. — Mi riconosceste morto, è vero? affo- 
gato là? 

— E di dove vieni? — mi chiese con ter- 
rore. 

— Dal molino, strega! -— le urlai. — Tieni 
qua il lume, guardami bene! Sono io? mi ri- 
conosci? o ti sembro ancora quel disgraziata 
che s'affogò alla Stia?. 

— Non eri tu? 

— Crepa, megera! Io sono qua, vivo! Su,- 
alzati tu, bel tomo! Dov'è Romilda? 

— Per carità.... — gemette Pomino, levandosi 
In fretta. — La piccina.... ho paura.... il latte...*, 

Lo afferrai per un braccio, restando io, orsa 
a mia volta: 

— Che piccina? 

— Mia.... mia figlia.... — balbettò Pomino*, 

— Ah che assassinio! — gridò la Pescatore* 
Non potei rispondere, ancora sotto l'impres-* 

sione di questa nuova notizia. 

— Tua figlia?... — mormoravo. — Una fi-^ 
glia, per giunta?... E questa, ora.... 

— Mamma, da Romilda, per carità'.... — ^ 
scongiurò Pomino. 

Ma troppo tardi. Romilda, col busto slac-» 
dato, la poppante al seno, tutta in disordine,^ 



— 294 — 

come se — alle grida — si fosse levata di letto in 
fretta in furia, si fece innanzi, m'intravide: 

— Mattia! — ^e cadde tra le braccia di Pomino 
e della madre, che la trascinarono via, lascian- 
do, nello scompiglio, la piccina in braccio a me, 
accorso con loro. 

Restai al bujo, là, nella sala d'ingresso, con 
quella gracile bimbetta in braccio, che vagiva 
con la vocina agra di latte. Costernato, scon- 
volto, sentivo ancora negli orecchi il grido delia 
donna ch'era stata mia, e che ora, ecco, era 
madre di questa bimba non mia, non mia! 
mentre la mia, ah, non la aveva amata, lei, 
allora! E dunque, no, io ora, no, perdio! non 
dovevo aver pietà di questa, né di loro. S'era 
rimaritata? E io ora.... — Ma seguitava a va- 
gire quella piccina, a vagire; e allora.... che 
fare? per quietarla, me l'adagiai sul petto e 
cominciai a batterle piati pianino una mano 
su le spallucce e a dondolarla passeggianda 
L'odio mi sbollì, l'impeto cedette. E a poco 
a poco la bimba si tacque. 

Pomino chiamò nel bujo con sgomento: 

'— Mattia!... La piccina!... 

— Sta' zitto! L'ho qua, — gli risposi. 
~ E che fai? 

— Me la mangio.... Che faccio! L'avete but- 
tata in braccio a me.... Ora lasciamela stare! 
S'è quietata. Dov'è Romilda? 

Accostandomisi, tutto tremante e sospeso, 
come una cagna che veda in mano al pa- 
drone la sua cuccìola: 

— Romilda? Perchè? — mi domandò. 

— Perchè voglio parlarle! — gli risposi ru- 
vidamente. 

■— È svenuta, sai? 



— 295 — 

^- Svenuta? La faremo rinvenire. 

Pomino mi si parò davanti, supplichevole: 

1— Per carità.... senti.... ho paura.... come 

mai, tu.... vivo!... Dove sei stato?... Ah, Dio...; 

Senti.... Non potresti parlare con me? 

— No! — gli gridai. — Con lei devo parlare* 
Tu, qua, non rappresenti piìi nulla. 

— Come! io? 

— Il tuo matrimonio s'annulla. 

— Come.... che dici? E la piccina? 

— La piccina.... la piccina.... — masticai»; 
— Svergognati! In due anni, marito e moglie, 
e una figliuola! Zitta, carina, zitta! Andiamo 
dalla mamma.... "Su, conducimi! Di dove si 
prende? 

Appena entrai nella camera da letto con la: 
bimba in braccio, la vedova Pescatore fece per 
saltarmi addosso, come una Jena. 

La respinsi con una furiosa bracciata: 

— Andate là, voi! Qua c'è vostro genero: 
se avete da strillare, strillate con lui.' Io non: 
yi conosco! 

Mi chinai verso Romilda, che piangeva dispe^ 
ratamente, e le porsi la figliuola: 

— Su, tieni.... Piangi? Che piangi? Piangi 
perchè son vivo? Mi volevi morto? Guardami....; 
su, guardami in faccia! Vivo o morto? 

Ella si provò, tra le lagrime, ad alzar ^li 
occhi su me, e con voce rotta dai singhiozzi, 
balbettò: 

— Ma.... come.... tu? che.... che hai fatto? 

— Io, che ho fatto? — sogghignai. — Lo do- 
mandi a me, che ho fatto? Tu hai ripreso ma- 
rito.... quello sciocco là!... tu hai messo al 
mondo una figliuola, e hai il coraggio di do^ 
mandare a me che ho fatto? 



- 296 — 

— E ora? — gemette Pomino, coprendosi 
il volto con le mani. 

— Ma tu, tu.... dove sei stato? Se ti sei 
finto morto e te ne sei scappato.... — prese a 
strillar la Pescatore, facendosi avanti con le 
braccia levate. 

Glien' afferrai uno, glielo storsi e le urlai: 

— Zitta, vi ripeto! Statevene zitta, voi, per- 
chè, se vi sento fiatare, perdo la pietà che 
m'ispira codesto imbecille di vostro genero e 
quella creaturina là, e faccio valer la legge t 
Sapete che dice la legge? Ch'io ora devo ri- 
prendermi Romilda.... 

-- Mia figlia? tu? Tu sei pazzo 1 — inveì, im- 
perterrita, colei. 

Ma Pomino, sotto la mia minaccia, le si 
accostò subito a scongiurarla di tacere, di cal- 
marsi, per amor di Dio, 

La megera allora lasciò me, e prese a in- 
veire contro di lui, melenso, sciocco, buono a 
nulla e che non sapeva far altro che piangere e 
disperarsi come una femminuccia.... 

Scoppiai a ridere, fino ad averne male ai 
fianchi. 

— Finitela! — gridai, quando potei frenar- 
mi. — Gliela lascio! la lascio a lui volentieri! 
Mi credete sul serio così pazzo da ridiventar 
vostro genero? Ah, povero Pomino! Povero ami- 
co mio, scusami, sai? se t'ho detto imbecille; 
ma hai sentito? te l'ha detto anche lei, tua suo- 
cera, e ti posso giurare che, anche prima, me 
l'aveva detto Romilda, nostra moglie.... sì, pro- 
prio lei, che le parevi imbecille, stupido, in- 
sipido.... e non so che altro. È vero, Romilda? 
di' la verità.... Su, su, smetti di piangere, cara: 
rassettati: guarda, puoi far male alla tua pie- 



' — 207 — 

Cina, così.... Io ora sono vivo — vedi? — e 
voglio stare allegro.... Allegro! come diceva uni 
certo ubriaco amico mio.... Allegro, Pomino! 
Ti pare che voglia lasciare una figliuola sen- 
za mamma? Ohibò! Ho già un figliuolo sen- 
za babbo.... Vedi, Romilda? Abbiamo fatto pari 
e patta: io ho un figlio, che è figlio di Malagna» 
e tu ora hai una figlia, che è figlia di Pomino. 
Se Dio vuole, li mariteremo insieme, un giorno! 
Ormai quel figliuolo là non ti deve far più 
dispetto.... Parliamo di cose allegre.... Ditemi 
come tu e tua madre avete fatto a riconoscermi 
morto, là, alla Stia.... 

— Ma anch'io! — esclamò Pomino, esaspe** 
rato. — Ma tutto il paese! Non esse sole! 

— Bravi! bravi! Tanto dunque mi somi« 
gli ava? 

— La tua stessa statura.... la" tua barba... « 
vestito come te, di nero.... e poi, scomparso da 
tanti giorni.... 

— E già, me n^ero scappato, hai sentito? 
Come se non m'avessero fatto scappar loro.... 
Costei, costei.... Eppure stavo per ritornare, sai? 
Ma sì, carico d'oro! Quando.... che è, che non 
è, morto, affogato, putrefatto.... e riconosciuto, 
per giunta! Grazie a Dio, mi sono scialato, 
due anni; mentre voi, qua: fidanzamento, noz- 
ze, luna di miele, feste, gioje, la figliuola.... chi 
muore giace, eh? e chi vive si dà pace.... 

— E ora? come si fa ora? — ripetè Pomino, 
gemendo, tra le spine. — Questo dico io! 

Romilda s'alzò per adagiar la l)imba nella 
cuna. 

— Andiamo, andiamo di là, — diss'io. — 
La piccina s'è riaddormentata. Discuteremo 
di là. 



— 298 - 

Ci recammo nella sala da pranzo, dove, sullaC 
tavola ancora apparecchiata, erano i resti della 
cena. Tutto tremante, stralunato, scontraffatto 
nel pallore cadaverico, battendo di continuo le 
pàlpebre su gli occhietti diventati scialbi, fo- 
rati in mezzo da due punti neri, acuti di spa- 
simo, Pomino si grattava la fronte e diceva, 
guasi vaneggiando: 

— Vivo.... vivo.... Come si fa? come si fa? 

— Non mi seccare! — gli grìdaL — Adesso 
vedremo, ti dico. 

Romilda, indossata la veste da camera, ven- 
ne a raggiungerci. Io rimasi a guardarla alla 
luce, ammirato: era ridivenuta bella come un 
jtempo, anzi più formosa. 

— Fàmmiti vedere.... — le dissi. — Permetti, 
Pomino? Non c'è niente di male: sono marito 
anch'io, anzi primia e piìi di te. Non ti vergogna- 
re, via, Romilda! Guarda, guarda come si torce 
Mino! Ma che ti posso fare se non son morto 
davvero? 

— Così non e possibile! — sbuffò Pomino, 
livido. 

— S'inquieta! — feci, ammiccando, a Ro- 
milda. — No, via, calmati, Mino.... Ti ho detto 
che te la lascio, e mantengo la parola, Solo^ 
aspetta.... con permesso! 

Mi accostai a Romilda e le scoccai un bel 
bacione su la guancia. 

— Mattia! — gridò Pomino, fremente. 
Scoppiai a ridere di nuovo. 

— Geloso? di me? Va' là! Ho il diritto della 
precedenza. Del resto, su, Romilda, cancella, 
cancella.... Guarda, venendo, Supponevo (scu- 
sami, sai, Romilda), supponevo, caro Mino, che 
t'avrei fatto un gran piacere, a liberartene, e 



— 299 - 

ti confesso che questo pensiero m'affliggeva: 
moltissimo, perchè volevo vendicarmi, e vor- 
rei ancora, non credere, togliendoti adesso Ro- 
milda, adesso che vedo che le vuoi bene e che 
lei.... sì, mi pare un sogno, mi pare quella 
di tant'anni fa.... ricordi, eh, Romilda?... Non 
piangere! ti rimetti a piangere? Ah, bei tempi..., 
sì, non tornano più!... Via, via: voi ora avete 
una figliuola, e dunque non se ne parli piùl 
Vi lascio in pace, che diamine! 

— Ma il matrimonio s'annulla? — gridò Po- 
mino. 

— E tu lascialo annullare! — gli dissi. — Si 
annullerà prò forma^ se mai: non farò va- 
lere i miei diritti e non mi farò neppure ri- 
conoscer vivo ufficialmente, se proprio non mi 
costringono. Mi basta che tutti mi rivedano e 
mi risappiano vivo di fatto, per uscir da questa 
morte, che è morte vera, credetelo! Già lo 
vedi: Romilda, qua, ha potuto divenir tua mo- 
glie.... il resto non m'importa! Tu hai con- 
tratto pubblicamente il matrimonio; è noto a 
tutti che lei è, da un anno, tua moglie, e tale 
rimarrà. Chi vuoi che si curi più del valor 
legale del suo primo matrimonio? Acqua pas- 
sata.... l^omilda fu. mia moglie; ora, da un 
anno, è tua^ madre d'una tua bambina. Dopo 
un mese non se ne parlerà più. Dico bene, 
doppia suocera? 

La Pescatore, cupa, aggrondata, approvò col 
capo. Ma Pomino, nel crescente orgasmo, do- 
mandò . 

— E tu rimarrai qua, a Miragno? 

— Sì, e verrò qualche sera a prendermi in; 
<jasa tua una tazza di caffè o a bere un bic- 
chier di vino alla vostra salute. 



-- 300 — 

— Questo, noi — scattò la: Pescatore, bal- 
zando in piedi. 

— Ma se scherza!... — osservò Romilda, eoa 
gli occhi bassi. 

Io li: ero messo a ridere come dianzi. 

— Vedi, Romilda? — le dissi. — Hanno pau- 
ra che riprendiamo a fare all'amore.... Sarebbe 
pur carina 1 No, no: non tormentiamo Pomino.... 
Vuol dire che se lui non mi vuole più in casa,, 
mi metterò a passeggiare giù per la strada, 
sotto le tue finestre. Va bene? E ti farò tante 
b€;lle serenate. 

Pomino, pallido, vibrante, passeggiava per 
la stanza, brontolando: 

— Non è possibile.... non è possibile...., 
!A un cerio punto s'arrestò e disse: 

— Sta di fatto che lei.... con te, qua, vivo^ 
non sarà più mia moglie.... 

— E tu fa' conto che io sia morto! — gli 
risposi tranquillamente. 

Riprese a passeggiare: 

— Questo conto non posso più farlo! 

— E tu non lo fare^ Ma, via, credi davvero^ 
— soggiunsi, — che vorrò darti fastidio, se 
Romilda non vuole? Deve dirlo lei.... Su, di',, 
Romilda, chi è più bello? io o lui? 

— Ma io dico di fronte alla» legge! di fronte 
^lla legge! — gridò egli, arrestandosi di nuovo. 

Romilda lo guardava, angustiata e sospesa. 

— In questo caso, — gli feci osservare, — mi 
sembra che più di tutti, scusa, dovrei risentirmi 
io, che vedrò d'ora innanzi la mia bella quon- 
dam metà convivere maritalmente con te. 

— Ma anche lei, — rimbeccò Pomino, — 
non essendo più mia moglie.... 

— Oh, insomma, — sbuffai, — volevo vendi* 



-sol- 
carmi e non mi vendico; ti lascio la moglie, li 
lascio in pace, e non ti contenti? Su, Romilda, 
alzati 1 andiamocene via, noi due! Ti propongo 
un bel viaggetto di nozze... 'Ci divertiremo I 
Lascia questo pedante seccatore. Yedi? Pre- 
tende ch'io vada a buttarmi davvero nella gora 
del molino, alla Stia. 

— Non pretendo questo! — proruppe Pomino 
al colmo dell'esasperazione. — Ma vattene, al- 
meno! Vattene via, poiché ti piacque di farti 
creder morto! .Vattene subito, lontano, senza 
farti vedere da nessuno. Perchè io qua.... con 
te.... vivo.... 

Mi alzai; gli battei una mano su la spalla 
per calmarlo e gli risposi, prima di tutto, ch'ero 
già stato a Oneglia, da mio fratello, e che per- 
ciò tutti, là, a quest'ora, mi sapevano vivo, 
e che domani, inevitabilmente, la notizia sa- 
rebbe arrivata a Miragno; poi: 

— Morto di nuovo? lontano da Miragno? Tu 
scherzi, mio caro! — esclamai. — Va' là: fa 
il marito in pace, senza soggezione.... Il tuo ma- 
trimonio, comunque sia, s'è celebrato. Tutti ap- 
proveranno, considerando che c'è di mezzo una 
creaturina. Ti prometto e giuro che non verrò 
mai a importunarti, neanche per una miser- 
rima tazza di caffè, neanche per godere del 
dolce, esilarante spettacolo del vostro amoi^, 
della vostra concordia, della vostra felicità edi- 
ficata su la mia morte.... Ingrati! Scommetto 
che nessuno, neanche tu, sviscerato amico, nes- 
suno di voi è andato ad appendere una corona, 
a lasciare un fiore su la tomba mia, là nel 
camposanto.... Di', è vero? Rispondi! 

— Ti va di scherzare!... — fece Pomino, 
scrollandosi. 



-- 302 — 

-— Scherzare? Ma nient' affatto! Là c*è dav- 
vero il cadavere di un uomo, e non si scherzai 
Ci sei stato? 

— No.... non.... non ne ho avuto il corag- 
gio.... — borbottò Pomino. 

— Ma di prendermi la moglie, sì, birbac- 
cione I 

— E tu a me? —- diss'egli allora, pronto. 

— Tu a me non l'avevi tolta, prima, da vivo? 

— Io? — esclamai. — E dalli! Ma se non 
ti volle lei! Lo vuoi dunque ripetuto che le 
sembravi proprio uno sciocco? Diglielo tu, 
Romilda, per favore: vedi, m'accusa di tradi- 
mento.... Ora, che c'entra! è tuo marito, e 
non se ne parla più; ma io non ci ho colpa.... 
su, su. Ci andrò io domani da quel povero mor- 
to, abbandonato là, senza un fiore, senza una 
lacrima.... Di', c'è almeno una lapide su la 
fossa? 

— Sì, — s'affrettò a rispondermi Pomino. 

— A spese del Municipio.... Il povero babbo.... 

— Mi lesse l'elogio funebre, lo so! Se quel 
pover'uomo sentiva.... Che c'è scritto su la la- 
pide? 

— Non so.... La dettò Lodoletta. 

— Figuriamoci! — sospirai. — Basta. La- 
sciamo anche questo discorso. Raccontami, rac- 
contami piuttosto come vi siete sposati così 
presto.... Ah, come poco mi piangesti, vedo- 
vella mia.... forse niente, eh? di' su, possibile 
ch'io non debba sentir la tua voce? Guarda: è 
già notte avanzata.... appena spunterà il gior- 
no, io andrò via, e sarà come non ci avessimo 
mai conosciuto.... Approfittiamoci di queste po- 
che ore. Su, dimmi.... 

Romilda si strinse nelle spalle, guardò Po- 



I 



- 303 - 

mino, sorrise nervosamente: poi, riabbassando 
gli occhi e guardandosi le mani: 

— Che posso dire?... Certo che piansi.... 

— E non te lo meritavi! — brontolò la Pe- 
scatore. 

— - Grazie!. Ma infine, via.... fu poco, è vero? 
— ripresi. — Codesti begli occhi, che pur s'in- 
gannarono così facilmente, non ebbero a sciu- 
parsi molto, di certo. 

— Rimanemmo assai male, — disse, a mo* 
di scusa, Romilda. — E se non fosse stato 
per lui.... 

— Bravo Pomino 1 — esclamai. — Ma quella 
canaglia di Malagna, niente? 

— Niente, — rispose, dura, asciutta, la Pe- 
scatore. — Tutto fece lui.... 

E additò Pomino. 

— Cioè.... cioè.... — corresse questi, — il 
povero babbo.... Sai ch'era al Municipio? Bene, 
fece prima accordare una pensioncina, data 
la sciagura.... e poi.... 

— Poi accondiscese alle nozze'? 

— Felicissimo! E ci volle qua, tutti, con sè...^ 
Mah! Da due mesi.... 

E prese a narrarmi la malattia e la morte 
idei padre, Tamore di lui per Romilda e ;per 
la nipotina, il compianto che la sua morte ave- 
va raccolto in tutto il paese. Io domandai al- 
lora notizie delU zia Scolastica, tanto amica 
del cavalier Pomino. La vedova Pescatore, che 
si ricordava ancora del batuffolo di pasta ap- 
piastratole in faccia dalla terribile vecchia, si 
agitò sulla sedia. Pomino mi rispose che non 
la vedeva più da d'ue anni, ma che era viva; 
poi, a sua volta, mi domandò che avevo fatto 
io, dov'ero stato, ecc. Dissi quel tanto che pQ- 



— 304 -- 

levo, senza far nomi né di luoghi aie di per- 
sone, per dimostrare che non m*ero affatto 
spassato in quei due anni. E così, conver- 
sando insieme, aspettammo l'alba del giorno 
in cui doveva pubblicamente affermarsi la mia 
resurrezione. 

Eravamo stanchi della veglia e delle forti 
emozioni provate; eravamo anche infreddoliti. 
Per riscaldarci un po', Romilda volle prepa- 
rare con le sue mani il caffè. Nel porgermi la 
tazza, mi guardò, con su le labbra un lieve, 
mesto sorriso, quasi lontano, e disse: 

— Tu, al solito, senza zucchero, è vero? 
Che lesse in quell'attimo negli occhi miei? 

Abbassò subito lo sguardo. 

In quella livida luce dell'alba, sentii strin- 
germi la gola da un nodo di Spianto inatteso, e 
guardai Pomino odiosamente. Ma il caffè mi 
fumava sotto il naso, inebriandomi del suo 
aroma e cominciai a sorbirlo lentamente. Do- 
mandai quindi a Pomino il permesso di la- 
sciare a casa sua la valigia, fino a tanto che 
non avessi trovato un alloggio: avrei poi man- 
dato qualcuno a ritirarla. 

— Ma sì! ma sì! — mi rispose egli, premu- 
roso. — Anzi non te ne curare: penserò io a 
fartela portare.... 

— Oh, — dissi, — tanto è vuota, sai ?. . . A 
proposito, Romilda: avresti ancora, per caso, 
qualcosa di mio.... abiti, biancheria? 

— No, nulla.... — mi rispose, dolente, apren- 
do le mani. — Capirai.... dopo la disgrazia.... 

— Chi poteva immaginarselo ? — esclamò Po- 
mino. 

Ma giurerei ch'egli, l'avaro Pomino, aveva 
ai collo un mio antico fazzoletto di seta. 



- 805 - 

— Basla. Addio, eh! Buona fortuna! — iiis- 
s'io, salutando, con gli occhi fermi su Romilda, 
che non volle guardarmi. Ma la mano le tre- 
mò, nel ricambiarmi il saluto. — Addio! Addio.! 

Sceso giù in istrada, mi trovai ancora una 
volta sperduto, pur qui, nel mio stesso pae- 
sello nativo: solo, senza casa, senza meta. 

— E ora ? — domandai a me stesso. — Do- 
ve vado ? 

Mi avviai, guardando la gente che passava. 
Ma che! Nessuno mi riconosceva? Eppure ero 
ormai tal quale: tutti, vedendomi, avrebbero 
potuto almeno pensare: — «Ma guarda quel 
forestiere là, come somiglia al povero Mattia 
Pascal! Se avesse l'occhio un po' storto, si 
direbbe proprio lui». — Ma che! Nessuno |mi 
riconosceva, perchè nessuno pensava più a me. 
Non destavo neppure curiosità, la minima sor- 
presa.... E io che m'ero immaginato uno scop- 
pio, uno scompiglio, appena mi fossi mostrato 
per le vie! Nel disinganno profondo, provai Un 
avvilimento, un dispetto, un'amarezza che non 
saprei ridire; e il dispetto e l' avvilimento mi 
trattenevano dallo stuzzicar l'attenzione di co- 
loro che io, dal canto mio, riconoscevo bene: 
sfido! dopo due anni.... Ah, che vuol dir mo*- 
rire! Nessuno, nessuno si ricordava più di ime, 
come se non fossi mai esistito.... 

Due volte percorsi da un capo all'altro il 
paese, senza che nessuno mi fermasse. Al col- 
mo dell'irritazione, pensai di ritornar da Po- 
mino, per dichiarargli che i patti non mi con- 
venivano e vendicarmi sopra lui dell'affronto 
che mi pareva tutto il paese mi facesse non 
riconoscendomi più. Ma né Romilda con le 

PiKiLiiJuiiLLo. Il fu Mattia Pascal. 20 



- 306 - 

buone mi avrebbe seguilo, né io per il momen- 
to avrei saputo dove condurla. Dovevo almeno 
prima cercarmi una casa. Pensai d'andiu-e al 
Municipio, airufficio dello stato civile, per farmi 
subito cancellare dal registro dei morti; ma, 
via facendo, mutai pensiero e mi ridussi in- 
vece a questa biblioteca di Santa Maria Libe- 
rale, dove trovai al mio posto il revei-endo 
amico don Eligio Pellegrinotto, il quale non 
mi riconobbe neanche lui, lì per lì. Don Eligio 
veramente sostiene che mi riconobbe subito e 
che soltanto aspettò ch'io pronunziassi il mio 
nome per buttarmi le braccia al collo, paren- 
dogli impossibile che fossi io, e non polendo 
abbracciar subito uno che gli pareva Mattia 
Pascal. Sarà pm*e così! Le prime feste me le 
ebbi da lui, calorosissime; poi egli volle per 
forza ricondurmi seco in paese per cancellar- 
mi dall'animo la cattiva impressione che la 
dimenticanza dei " miei concittadini mi aveva 
fatto. 

Ma io ora, per ripicco, non voglio descrivere 
quel che seguì alla farmacia del Brisigo pri- 
ma, poi al Caffè delVUmo,ne, quando don Eli- 
gio, ancor tutto esultante, mi presentò redivivo. 
Si sparse in un baleno la notizia^ e tutti accor- 
sero a vedermi e a tempestarmi di domande. 
Volevano sapere da me chi fosse allora colui 
che s'era annegato alla Stia, come se non mi 
avessero riconosciuto loro: tutti, a uno a uno. 
E dunque ero io, proplrio io: donde tornavo? 
dall'altro mondo ! che avevo fatto ? il morto ! 
Presi il partito di non rimuovermi da queste 
due risposte, e lanciar tutti stizziti nell'orgasmo 
della ciu'iosità, che durò pai^ecchi e parecchi 
giorni. Né più fortunato degli altri fu l'amico 



- 307 ~ 

Lodoletta che venne a «intervistarmi» per il 
Foglietto. Invano, per commuovermi, per ti- 
rarmi a parlare mi portò una copia del suo 
giornale di due anni avanti, con la mia ne- 
crologia. Gli dissi che la sapevo a memoria, 
perchè all'Inferno // Foglietto era molto dif- 
fuso. 

— Eh, altro! Grazie caro! Anche della la- 
pide.... Andrò a vederla, sai? 

Ri nunzio a trascrivere il suo nuovo pezzo 
forte della domenica seguente che recava a 
grosse lettere il titolo: Mattia Pascal è vivoJ 

Tra i i)ochi che non vollero farsi vedere, 
oltre ai miei creditori, fu Batta Malagna, che 
pure — mi dissero — aveva due anni avanti 
mostrato una gran pena per il mio barbaro 
suicidio. Ci credo. Tanta pena allora, sapen- 
domi sparito per sempre, quanto dispiacere 
adesso, sapendomi ritornato alla vita. Vedo il 
perchè di quella e di questo. 

E Oliva? L*ho incontrata per via, qualche 
domenica, all'uscita della messa, col suo bam- 
bino di cinque anni per mano, florido e bello 
come lei: — mio figlio! Ella mi ha guardato 
con occhi affettuosi e ridenti, che m'han idetto 
in un baleno tante cose.... 

Basta. Io ora vivo in pace, insieme con la 
mia veccliia zia Scolastica, che mi ha voluto 
offrir ricetto in casa sua. La mia bislacca av- 
ventura m'ha rialzato d'un tratto nella stima 
di lei. Dormo nello stesso letto in cui morì la 
povera mamma mia, e passo gran parte del 
giorno qua, in biblioteca, in compagnia di don 
Eligio, che è ancora ben lontano dal dare as- 
setto e ordine ai vecchi libri polverosi. 

Ho messo circa sei mesi a scrivere questa 



mia strana storia, ajutato da lui. Di quanto 
è scritto qui egli serberà il segreto, come se 
l'avesse saputo sotto il sigillo della confes- 
sione. 

Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi 
miei, e spesso io gli ho dichiarato di non sa- 
per vedere che frutto se ne possa cavare. 

— Intanto, questo, — egli mi dice: — che 
fuori della legge e fuori di quelle particolarità, 
liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, 
caro signor Pascal, non è possibile vivere. 

Ma io gli faccio osservare che non sono af- 
fatto rientrato né nella legge, né nelle mie par- 
ticolarità. Mia moglie é moglie di Pomino, e 
io non saprei proprio dire ch'io mi sia. 

Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel 
povero ignoto che s'uccise alla Stia, c'è ancora 
la lapide dettata da Lodoletta: 

COLPITO DA AVVERSI FATI 

MATTIA PASCAL 

BIBLIOTECARIO 

CVOR GENEROSO ANIMA APERTA 

QVI VOLONTARIO 

RIPOSA 

LA PIETJL dei CONCITTADINI 
QVESTA LAPIDE POSE 

Io vi ho portato la corona di fiori promessa 
e ogni tanto mi reco a vedermi morto e se- 
polto là. Qualche curioso mi segue da lontano; 
poi, al ritorno, s'accompagna con me, sorride, 



- 309 - 

e — considerando la mia condizione — mi do- 
manda: 

— Ma voi, insomma, si può sapere chi siete ? 
Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi 

e gli rispondo: 

— Eh, caro mio.... Io sono il fu Mattia 
Pascal. 



FINE. 



INDICE. 

§ 1. Premessa Pag. 1 

I 2. Premessa seconda (filosofica) a mo' di 

scusa 4 

I 3. La casa e la talpa 9 

I 4. Fu così. .."......... 21 

I 5. Maturazione 42 

I 6. Tao tao tao 63 

I 7. Cambio treno •. . . 85 

I 8. Adriano Meis 102 

I 9. Un po' di nebbia . 120 

I 10. Acquasantiera e portacenere . . . . 133 
I 11. Di sera, guardando il fiume . . . .150 

I 12. L'occhio a Papiano 176 

I 18. Il lanternino 195 

I 14. Le prodezze di Max 213 

I 15. Io e rombra mia 227 

I 16. Il ritratto di Minerva ...... 245 

I 17. Rinoarnazione 273 

I 18. 11 fu Mattia Pascal . 289 



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