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Full text of "Il tratto degli animali domestici, inedito / a cura di Alberto Bacchi della Lega"

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COLLEZIONE 

DI 

OPERE INEDITE O RARE 

• DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 

PUBBLICATA PKK CURA 

DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 

NELLE PROVINCIE DI BOLOGNA 
: ' X ' : 



LE OPERE 



DI 



GIO. YETTORIO SODERAI 



VOLUME IV. 



IL TRATTATO 



DEGLI 



ANIMALI DOMESTICI 



DI 



GIOVANYETTORIO SODERINI 

INEDITO 



A CURA DI 



ALBERTO BACCHI DELLA LEGA 



-X>C=^i^^>0< 



BOLOGNA 

ROMAGNOLI DALL'ACQUA 
1907 




Proprietà Letteraria 



77 

Sé 
907 



Bologna 1907 — Coop. Tip. Mareggiarli 



PRELIMINARI 



LA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 

E I SUOI PRESIDENTI 

FRANCESCO ZAMBRINI E GIOSUÈ CARDUCCI 



Della via Toschi, di quella via celebrata dal 
Guerrini nelle Memone di Bologna: 

ma il rigagnolo mio com' è più bello 

che passa per via Toschi ! 

di quella via già polverosa nell'estate, fangosa nel- 
r inverno, senza riparo di portici, mal selciata e 
peggio tenuta in tutto 1' anno, non rimane ora in 
piedi che la metà meno brutta fino ai vecchi pa- 
lazzi Pepoli, la metà che guarda colle sue finestre 
e colle sue porte il sol levante. Il giardino Minghetti 
prima, il palazzo delle Poste adesso, furono i demo- 
litori dell' altra metà. Dove era scarso transito di 
cittadini a giorno, dolce susurro di innamorati a 
vespro, canto di ebbri o fretta di ritardanti a notte, 
ivi picchia il martello, cigola l'argano, gira la car- 
pinola, risuonano le voci e l'opere di cento muratori. 
Ma vent' anni or sono e ancor meno, a mezzo 
di quella via Toschi, allora nella sua meschina inte- 
rezza, si vedeva una modesta bottega, aperta da 



XII 

mattina a sera in ogni stagione, sormontata da una 
modesta insegna, su cui leggevasi: Gaetano Roma- 
gnoli libraio - editore della R. Commissione pe' Testi 
di Lingua. 

In quella modesta bottega, dopo la rivoluzione 
del 1859, germogliò, crebbe e si allargò per molti 
anni una pianta robusta della vita intellettuale emi- 
liana; dal 1863 e da quella modesta bottega usci- 
rono in luce tanti volumi, che soli basterebbero a 
formare una doviziosa biblioteca ; da quella modesta 
bottega cominciò a spargersi per il mondo dei dotti, 
patrocinata dal governo, la Collezione di Opere ine- 
dite rare dei primi tre secoli della lingua; poi, 
come corredo o appendice, la Scélta di Curiosità let- 
terarie inedite o rare dal secolo Xlii al xvii; poi, 
come illustrazione di entrambe, il Propugnatore^ gior- 
nale di studi filologici, storici e bibliografici; morte 
adesso e appendice e illustrazione ; ma viva e florida 
ancora, nella sua veste ufficiale, la Collezione, della 
quale soltanto intendo parlare. 

Gaetano Romagnoli fu figliuolo delle proprie 
opere e delle proprie fatiche. Per lui, come per 
tanti altri, furono duri i principi, quando dall'arte 
laboriosa e poco profìcua del legatore da libri passò 
all' arte migliore di libraio antiquario, cumulandovi 
più tardi il carico di libraio editore. Dodici ore al 
giorno di assiduo lavoro, un' onestà a tutta prova, 
sotto ruvide apparenze un carattere aperto e leale, 
gli cattivarono la fiducia dei corrispondenti, gli 



XIII 
moltiplicarono le ordinazioni, gli spianarono in- 
nanzi la via ad imprese maggiori ; si legò frattanto 
in intimità con un galantuomo ed un -valentuomo, 
Francesco Zambrini, il quale studiosissimo dei clas- 
sici, anelante a grandi letterarie speculazioni, in 
quel primo fervore del Risorgimento riusci a per- 
suadere il dittatore Luigi Carlo Farini di fondare 
a Bologna una R. Commissione pe' Testi di Lingua 
coli' incarico di studiare e pubblicare i Codici Emi- 
liani dei secoli XIV e XV; fondata, vi chiamò edi- 
tore Gaetano Romagnoli; ed uniti insieme comin- 
ciarono, con veste e dotazione ufficiali, la prima delle 
tre collezioni mentovate ; alla quale ben presto ag- 
giunsero, di loro propria iniziativa, le altre due, 
quasi compimento e corredo. 

Vista quella buona e rubiconda faccia di vero 
petroniano, conosciuta quella pacifica natura di Gae- 
tano R-omagnoli, pare a me oggi ancora impossibile 
che egli sia potuto andare d'accordo per tanti anni 
con queir uomo tutto nervi, tutta fretta, tutto fuoco 
ed impeto giovanile, che fu Francesco Zambrini. 
Eppure accadde cosi: la vecchia lega ed amicizia ebbe 
radici tanto tenaci e profonde quanto quelle di una 
robusta quercia. Non che ad essi non capitasse mai 
di bisticciarsi : anzi spesso. Ma le loro liti, originate 
da zelo diverso o da diversa intenzione or per questa 
or per quella nuova impresa letteraria, erano come 
i temporali di estate : con molto ed innocuo rumore 
finivano in brevissimo tempo. E l'ufficiosità di co- 



XIV 

muni amici, che talvolta correvano ad interporsi, 
non trovava mai nulla da fare; gli avversari, data 
giù la collera, s' erano stretta la mano, avevano 
concordate le idee, e amici più di prima. 

Intanto dalla modesta bottega usciva in luce un 
fiore trecentistico di roba; Francesco Zambrini, rac- 
colti intorno a sé parecchi letterati e filologi d'ogni 
parte d' Italia , assunta la presidenza della nuova 
istituzione per decreto di Luigi Carlo Farini, Fran- 
cesco Zambrini si era subito accinto al lavoro. Dopo 
due esigui volumi stampati come saggio a Torino, 
abbandonata quella stamperia, quella forma, quella 
direzione, presidente ed editore formarono definitivi 
accordi colle tipografìe di Bologna. Vanto della 
modesta bottega, nella Collezione di Opere inedite o 
rare dei primi tre secoli della lingua, Leone Del Prete, 
Luigi Filippo Polidori, Luciano Banchi, Carlo Mi- 
nutoli pubblicavano rinomati romanzi di cavalleria, 
Aiolfo del Barhicone, la Tavola Ritonda, la Storia 
di Rinaldino da Montalhano; Pio Rajna stampava 
le sue Ricerche sui Reali di Francia; Pietro Fan- 
fani il Commento d'Anonimo Fiorentino alla Divina 
Commedia, uno dei migliori conosciuti, originale 
per r Inferno e per quasi mezzo il Purgatorio^ cui 
intanto, servendosi delle stesse forme tipografiche, 
ma fuori della Collezione, Luciano Scarabelli, come 
geloso, contrapponeva una seconda edizione del Lanéo. 
Carlo Bandi di Vesme risanava dalle pecche della 
edizione romana del Manzi il Reggimento e Costumi 



XV 

di Donna di Francesco da Barberino; e mentre Ales- 
sandro D'Ancona e Domenico Comparetti attende- 
vano alla stampa delle Antiche Rime Volgari secondo 
il Codice Vuticano 3793, Griacomo Manzoni rimetteva 
in essere le Donne famose di Giovanni Boccacci tra- 
dotte da Donato degli Albanzani, dal monaco cassi- 
nese Luigi Tosti straziate ; Luigi Gaiter s' aiFaticava 
intorno al Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da 
Bono Giamboni ; V illustre Luigi Calori, deposto per 
un poco il coltello anatomico, trattava le Guerre 
Giudaiche di Giuseppe Ebreo; Francesco Selmi, il 
chimico di fama europea, ridonava al pubblico i 
Trattati morali di Albertano da Brescia. E chiudeva 
questo primo periodo di utile ed incessante lavoro 
la grande impresa della Bibbia Volgare, secondo la 
edizione Jensoniana del 1471, col testo latino a 
piedi, in dieci grossi volumi, cominciata e condotta 
a fine da Carlo Negroni. 

Oh le dotte e vivaci conversazioni tenute in 
quella bottega, oh la frequenza di tanti valentuo- 
mini, sui quali oggi pesano il gelo del sepolcro e 
dell'oblio! Oh quante memorie di quei signori dei 
punti e virgole, come li chiamava l'arguto libraio 
Ramazzotti, di coloro che per rotondare un periodo 
non badano a lanciare un' insolenza, come diceva il 
prefetto Bardesono ; ma che in realtà resero belli e 
buoni servigi alla lingua e alla letteratura nazio- 
nale ! Accanto a Francesco Zambrini, a G-iosué Car- 
ducci, il primo segretario della E. Commissione Teo- 



XVI 

dorico Landoni, tanto dotto quanto poltrone ; Anicio 
Bonucci, che sé stesso chiamava il letterataccio, edi- 
tore di certe Delizie dei Bibliofili Toscani, che diedero 
idea più tardi della Scelta di Curiosità; il maggior 
conoscitore di libri che abbia avuto d' ogni tempo 
l' Italia, Giacomo Manzoni, mordace e cinico ; Amico 
Ricci , storico dell' architettura italiana ; finissimi 
bibliofili e cercatori di libri rari e creatori di biblio- 
teche famose, Giovanni Ghinassi, Giuliano Vanzolini, 
Leone Del Prete, Francesco Pianesani, Giulio Cesare 
Battaglini, Carlo Negroni ; scienziati di fama mon- 
diale, Francesco Selmi, Giovanni Battista Ercolani, 
Luigi Calori, Alfonso Corradi, venuti a riposarsi 
della chimica, della veterinaria, dell' anatomia, della 
medicina, fra libri, librai e letterati; da Firenze 
Pietro Fanfani, cercante invano di farsi perdonare 
dal Carducci le acerbe e dissennate critiche della 
gioventù ; da Pisa Alessandro D' Ancona, ospite 
gradito egualmente a Valscura dallo Zambrini, a 
via Toschi dal Romagnoli ; da Padova Emilio Teza, 
assiduo indagatore di novità poliglotte; ed altri 
tanti ancora, dei quali mi sfuggono i nomi. 

Ma sul finire del 1884 moriva Gaetano Roma- 
gnoli e la ditta passava immutata nella discendenza 
di lui ; soltanto da via Toschi si trasferiva poi nella 
via del Luzzo. Ancora, a mezzo del 1887, Francesco 
Zambrini cedeva al fato comune. Allora il Ministro 
della Pubblica Istruzione chiamava a reggere la 
, R. Commissione il prof. Giosuè Carducci, il quale 



XVII 
dei soci residenti in Bologna era il più anziano, 
nominato con lettera ministeriale del 24 ottobre 1862. 
E mi piace, ritornando indietro, di recare qui la 
preziosa lettera di ringraziamento, che, traendo mo- 
tivo dalla sua nomina, il prof. Carducci indirizzava 
in quella occasione al cav. Zambrini. 

« Chiariss. Sig. Cav. Presidente 

» Quanto inaspettata, pel difetto eh' io conosco 
» in me d' ogni merito, altrettanto gradita per la 
» illustre compagnia dalla quale non posso se non 
» acquistare di pregio, mi giunse, con la gentilissima 
» sua del quattordici, la notizia dell' onore che ha 
» voluto farmi il Signor Ministro dell' Istruzione 
» pubblica, aggregandomi in qualità di socio corri- 
» spondente alla R. Commissione per la pubblica- 
» zione dei testi di lingua. E ne rendo le debite 
»• grazie cosi al Signor Ministro come alla Signoria 
» Vostra, dalla quale mi penso che venisse la graziosa 
» e onorevol proposta. Poco sono e nulla valgo : ma 
» sotto la direzione di Lei mi adoprerò quanto è da 
» me per questi studi, dei quali tanto è benemerita 
» la Commissione e il suo Presidente singolarmente. 

» E con pienissima stima mi profferisco alla 

» Signoria Vostra Ill.ma 

» Dev.mo Obb.mo servitore 

» GriosuÉ Carducci ». 

Alle promesse del nuovo socio eran seguite ben 
tosto le opere. E le Illustrazioni della Scelta di 



XVIII 

Curiosità Letterarie, raccolte di sui giornali ove prima 
erano impresse, e riunite in un elegante opuscolo 
da Gaetano Romagnoli nel 1863, meglio quindi lette 
e ponderate, apparvero subito un modello di critica, 
non solo per l' erudizione profonda , per 1' ampia 
dottrina filologica , ma anche per 1' urbanità , mo- 
destia e cortesia poste nel rilevare le mende degli 
editori: né finora ricomparvero nelle ristampe Car- 
ducciane. Ma torniamo alla E,. Commissione. 

Il nuovo, presidente volle con sé a segretario lo 
scrivente, nel posto tenuto già da Teodorico Lan- 
doni ; e subito, per riguardo all' impegno preso dal 
suo predecessore, tollerò la ristampa dell'ostico Libro 
d'Amore di Carità del B. Giovanni Dominici ad un 
socio, ma nel tempo istesso si oppose a che un altro 
collega aggiungesse un suo voluminoso studio delle 
lingue e letterature romanze alle Storie Nerhonesi; 
e della opposizione die conto al Ministro della Pub- 
blica Istruzione con una lettera magistrale, le cui 
considerazioni dovrebbero tenersi sempre innanzi 
dagli editori di testi antichi. 

« Eccellenza — egli scriveva — la Commissione 
» pei Testi di Lingua, fino dalla sua fondazione, e 
» per il corso di una lunga prospera e non inglo- 
» riosa esistenza, ebbe per ufficio d' indagare nelle 
» biblioteche pubbliche dell' Emilia e di cercare dalle 
» private i codici e le edizioni rare dei testi di lingua 
» spettanti ai due secoli A/r e xv, procurare la 
» collazione con manoscritti e stampe dì altre biblio- 



XIX 

» teche fuori delle nostre provlncie e promuoverne 
» la stampa, cui il Governo avrebbe sovvenuto a 
» norma del bisogno. Questo si rileva, cominciando 
» dal decreto che le die vita, del 16 marzo 1860, 
» di cui sono le parole sopra riferite, arrivando fino 
» alle circolari e agli avvisi a stampa con cui il 
» benemerito presidente Zambrini volta per volta 
» sollecitava la collaborazione dei colleghi o annun- 
» ziava al pubblico la comparsa di nuovi lavori. 
» Né mai si permise ad alcuno dei soci della R. Com- 

> missione, per quanto dotto e famoso, di alternare 
» agli antichi testi che si andavano mettendo in 
» luce, volumi intieri di opere proprie, i quali, per 
» la natura e per il fine medesimo della istituzione, 
» non potevano farne parte. 

» Fu dunque un atto di condiscendenza, forse 
» soverchia, del benemerito presidente d' allora, 

» quello di permettere al signor di unire alla 

» Collezione dei Testi di Lingua, e precisamente ai 
» libri delle Storie Nerbonesi un suo voluminoso 
» studio sulla storia delle lingue e letterature ro- 
» manze, di cui fu già pubblicato il primo volume; 
» ma forse lo Zambrini fu tratto ad ammetterlo dal 

> titolo con cui il gli presentò il suo lavoro, di 

» una generale illustrazione, cioè, dei volumi pubblicati 
» dalla Commissione: titolo che non si può più assolu- 
» tamente sostenere, tanto diverso è riuscito nel suo 

» insieme il lavoro del da quello che dovrebbe 

» essere una vera e generale illustrazione.... ». 



XX 

Intanto, per il vigoroso impulso del nuovo pre- 
sidente, i volumi che a mano a mano uscivano in 
luce dal 1889 al 1896, mantenevano, se non accre- 
scevano, tutto l'antico lustro della Collezione. E sotto 
la pristina copertina gialla, Lodovico Frati ripub- 
blicava di su un codice della nostra biblioteca uni- 
versitaria le Vite di uomini illustri di Vespasiano 
da Bisticci; Giuseppe Vandelli faceva seguire il 
testo critico dei Reali di Francia al classico libro 
dal Rajna già messo in luce; Mario Pelaez traeva 
un bel volume di Rime Italiane da due codici 
Casanatense e Vaticano, ed Angelo Solerti, testé 
mancato ai vivi, riuniva in un solo corpo le Poesie 
volgari e latine di Matteo Maria Boiardo. 

Ma nel marzo del 1896 il ministro della pubblica 
istruzione rimoveva dall' ufficio di segretario lo scri- 
vente, per asserita incompatibilità; e la piccola 
questione, portata avanti la Corte dei Conti, forniva 
motivo al presidente di dettare nel maggio succes- 
sivo una magnifica lettera e di vincere con ragioni 
filologiche (che in fondo, egli scriveva, sono le più 
vere) le argomentazioni ministeriali. Non riporto 
quella lettera, perché è già stampata nel voi. unde- 
cime delle Opere Carducciane ; né richiamo la parte 
filologica di essa, alla quale fu attribuita la vittoria, 
perché non fu sola a vincere; ma ricordo come a 
me, turbato di quel contrasto, non tanto per il danno 
materiale, quanto per il timore di perdere la dolce 
intimità quotidiana col Maestro, ricordo come egli 



XXI 

con infinita bontà si degnasse di far coraggio; e 
nel dettarmi la famosa lettera, di su la mala copia 
che conservai gran tempo fra le mie cose più care, 
e nel vedermi commosso fino alle lagrime per la 
calorosa difesa dell' opera mia, mi dicesse : « e se 
» questa non basterà, minaccerò le dimissioni e 
» finalmente le darò: e anderemo via tutti due 
» insieme »; e le dimissioni in verità minacciate 
valsero quanto la eloquente lettera. La Corte dei 
Conti diede ragione in tutto e per tutto al presidente, 
e le cose si ricomposero nell' assetto di prima. 

Dopo questa scaramuccia un' altra. Pur nello 
stesso 1896, del mese di luglio, il ministro della 
pubblica istruzione rimandava a Bologna i conti 
non approvati, con diverse osservazioni minute e 
fiscali, alle quali il professore, finalmente e vera- 
mente seccato, restituendo a Roma il resoconto rive- 
duto e corretto secondo le norme ministeriali, rispon- 
deva, sul finir del medesimo luglio, una abbondante 
giustificazione, e finiva così: 

« Io che fui sollecitato più volte da un 

» antecessore dell' E. V. di accettare V ufficio che 
» tengo gratuito, mi son dato e mi do ogni pen- 
» siero per rinnovarlo e farlo rispondente a ciò che 
» si richiede oggi giorno in questi studi. Capisco 
» le esigenze della burocrazia, ma le sue osserva- 
» zioni vengono a cadere in faccia al reale. Stia 
» certa V. E. che non una lira dello Stato anderà 
^ male in questa Commissione, finché ci sarò io », 



XXII 

Ma queste piccole miserie non rallentavano in- 
tanto i lavori della R. Commissione, e la stampa 
di nuovi volumi, ai quali il programma tacitamente 
allargato fino al secolo decimosesto e la nuova coper- 
tina azzurra davano aspetto e realtà di seconda serie. 
E il programma ampliato permise di aggiungere al 
Tristano Riccardiano di E. G. Parodi, alle Rime di 
Serafino Aquilano curate dal Menghini, alV Amabile 
di Continentia dato dal Cesari, al Canzoniere Lauren- 
ziano Rediano 9 ripubblicato dal Casini, alla conti- 
nuazione dei Reali di Francia, al primo volume 
del Canzoniere Guittoniano sudato vittoriosamente 
da Flaminio Pellegrini, di aggiungere, dico, a tutti 
questi volumi, la edizione compiuta delle Rime di 
Torquato Tasso condotta dal Solerti, le Piacevoli 
Notti dello Straparola presentate dal Rua, le Lettere 
di Alessandro Tassoni riunite da Giorgio Rossi, e 
r Agricoltura di Gio, Vittorio Soderini pubblicata dallo 
scrivente ; a proposito della quale il prof. Carducci 
ebbe a scrivergli la seguente lettera da Firenze, 
che attesta una volta di più la sua fede immutata, 
i suoi vigorosi propositi e la sua vigilanza: 

« Firenze, 31 ottobre 1899. 

» Caro dottor Bacchi Lega 

» Ho inteso tutto e tutto va bene, ma ciò su 
» cui mi preme spiegarmi è questo. 

» Che la tipografìa Garagnani sia passata ad 



XXIII 

» una società intieramente ecclesiastica, lo sapevo ; 
» e volevo appunto interrogare il consiglio diret- 
» tivo su quello che fosse da farsi per conto nostro, 
» perché insomma a me ripugna che il denaro 
» dello Stato vada, per quanto per piccoli rivi, a 
» ingrassare quelli che fanno e che sono contro lo 
» Stato. Sentito il parere del consiglio, avrei ope- 
» rato in proposito. Lasciar compiere i lavori finora 
» impresi è necessario ; ma darne di nuovi, no ; 
» onde il mio avviso è che ella ritiri il manoscritto 
» del Soderini, e se non si può affidare ad altri, stia 
» per ora in sospeso. Per ciò la prego a provvedere 
» in proposito ». 

E in proposito fu provveduto. Il manoscritto 
del Soderini, tolto alla tipografia Fava e Garagnani, 
fu affidato alla Cooperativa Tipografica Mareggiani, 
che ne ha condotto e compito con questo quarto 
volume, sempre alacremente e accuratamente, la 
stampa. 

Correva il luglio del 1900; ed egli, il presidente 
nostro, salito a Madesimo in cerca di quella vigoria 
che sentiva mancarsi ad oncia ad oncia per il male 
ond' era frescamente invaso, ebbe lassù, dolorosa 
quanto a nessuno mai, la notizia del regicidio di 
Monza. Io che fui testimonio delle collere, degli 
scatti, degli sconforti provocati in lui dai tristi fatti 
del maggio 1898, quando pareva che metà d' Italia 
si precipitasse alla guerra civile, io immagino facil- 
mente quale dovesse egli trovarsi nella prima 



XXIV 

impressione dell' infame attentato ; e la stupenda 
lettera che trascrivo è lo specchio rifulgente del- 
l' anima sua di quei giorni. 

« Madesimo 2 agosto 1900. 
» Caro Bacchi Lega 
» Ho pensato di scrivere alla Regina, come 
» presidente della Commissione dei Testi di Lingua, 
» la lettera che ti acchiudo. 

» Trascrivila e mandala subito. Salve. 

» GriosuÉ Carducci ». 

1^ A S. E. la Marchesa di Villamarina 
» Dama d' Onore di S. M. la Regina. 

» Signora Marchesa 

» Non volevo turbare il santo dolore della Re- 
» gina con recarle innanzi i miei sentimenti parti- 
» colari ; ma il silenzio poteva parere ingratitudine, 
» e dovendo pure, come officiale pubblico, prender 
» parte nella manifestazione del lutto nazionale, 
» prego la E. V. di far presenti all' Augusta dolo- 
» rosa questi miei sensi. 

» — Maestà! È vero, fu il più grande e atroce 
» delitto del secolo. Il Principe che nel fiore degli 
» anni, avvolto dal nembo di guerra e assorto in 
» quella che allora era poesia della patria, sostenne 
» V urto dei battaglioni stranieri : il Re che sempre 
» osservò con fedeltà cavalleresca la volontà nazio- 
» naie, e affrontò intrepido i freddi pericoli della 



XXV 

» morte dovunque il suo popolo pativa, e volle essere 
» re del popolo e ahhracciare nel provvido pensiero 
» gli umili: il Re forte semplice e buono, esser Vi 
» condotto fra le braccia morto come un tiranno da 
» mano italiana, da mano di popolo: Maestà, che 
» orrore, che pietà, che desolazione ! I conforti, che 
> non possono venirLe da oziose parole, voglia Ella 
» attingerli negli alti ideali a cui è usato aprirsi il 
» Suo cuore magnanimo: e voglia anche pregare a 
» Dio giorni migliori per questa povera Italia. — 

» Signora Marchesa, sia buona di dir questo a 
» Sua Maestà da parte mia, e presentarle da parte 
» di questa modesta società di studiosi le significa- 
» zioni di profondo cordoglio e le proteste di devo- 
» zione e fede. 

» Ossequiosissimo 

» Giosuè Carducci ». 

Fu, per il presidente della R. Commissione, 
questo il canto del cigno : benché l' uomo grande 
durasse ancora alcuni anni, genio tutelare e simbolo 
insieme della patria. Ma fino al luttuoso febbraio 
del 1907, l' esistenza e i lavori della R. Commis- 
sione, sempre da lui gelosamente invigilati, progre- 
dirono tranquilli e regolari, né diedero altro motivo 
a dispute o a richiami. 

Cosi, fino all' ultimo di sua vita, nonostante il 
progressivo decadimento della salute, nonostante la 
volontaria rinuncia quasi ad ognuna delle cariche 



XXVI 

e cure che furono la sua gloria, Giosuè Carducci 
ritenne ed esercitò la presidenza della R. Commis- 
sione. E pochi giorni ancora prima di morire, egli 
si compiaceva di farmi ripetere i titoli dei volunii 
nuovamente stampati, di quelli in corso di stampa, 
di quelli teste citati dall'Accademia della Crusca nel 
suo Vocabolario. E se ne mostrava contento, anzi 
orgoglioso, ripetendo spesso, durante la mia enume- 
razione : « vedranno che non abbiamo lavorato inu- 
tilmente! ». 

ALBERTO BACCHI DELLA LEGA 



-;— ^^S4=i- 



PREFAZIONE 



Ecco la descrizione del codice donde questo 
volume, quarto ed ultimo dell' Agricoltura So- 
deriniana e tutto inedito, è tratto. 

In fol., rilegatura moderna in cuoio e assi- 
celle odorose di cipresso ; nella prima guardia 
interna è la collocazione di biblioteca, in un 
biglietto incollatovi col timbro della Nazionale 
di Firenze : //. iv. 77. Provenienza Strozzi fin /.° 
n. 1179J. Vecchia Collocazione Magliai), xiv, 
n. 45, 1896. L' antico manoscritto è numerato 
da 1 a 265 sul retto di oa^ni carta da mano 
recente, e preceduto da tre carte non num., la 
prima scrittovi sul ì^tto il n. 1179 antico 
Strozziano, e la collocazione Strozziana D. 4. 5., 
poi a matita: xiv. Soderini v. 4.; la seconda 
bianca, la terza più piccola, sul cui retto è il 
num. 934 corretto in 1179 e il timbro della 
Nazionale. Ma la numerazione tutta comples- 
siva è poco regolare, giacché si salta dal 



XXVIII 

num. 119 al num. 130, vi sono le carte 151 his, 
220 his: perciò le carte dell' antico manoscritto 
da 265 discendono a 259. Il testo originale del 
Soderini comincia a car. 4 retto, termina a 
car. 263 verso. Le carte 1-3 sono occupate da 
un rifacimento pur antico di altra mano, la 
stessa che ricostruì l' introduzione del voi. primo, 
per buona fortuna fermatisi entrambi sul prin- 
cipio. Le carte 264-265 contengono due lettere 
dirette al Sederini: la prima di Antonio Sol- 
dani, la seconda di Benedetto Mozzi. 1 singoli 
trattati degli animali domestici sono divisi 
da carte bianche, fin due o tre alla volta, ma 
comprese sempre nella numerazione. Quanto 
alle due lettere, la prima è scritta in un foglio 
di carta della grandezza e somiglianza del ms. 
Soderiniano, la seconda in un piccolo biglietto 
inquadrato in un foglio di carta più grande e 
simile agli altri. Eccole nella loro integrità, 
quantunque non abbiano alcuna importanza. 

I. « Molto Ill.^« Sig.'^^ mio. 

» Non ò mancato di non legere la lettera 
» a dua bombardieri alla presenzia del servi- 
» tore di Y. 8., e loro mandono i loro conti, e 
» dice delle lenzuola, dice che detono tutte le 
» polizie a voi con la camiciuola e calsini di 
» seta, e la camiciuola perché 1' hanno portate 
» a di lungo che vengono a essere logre, e io 



XXlX 

» non ò voluto riscuoterli altrimenti ; e d' uno 
» paio di calsini che restano a Mantino dice 
» che ve li pagherà, ma dice avere speso mezzo 
» scudo in riscuoterli, però a apagare quest' altri 
» a V. S. potrete mandare aviso che ve li pa- 
» gherà, e vi si manda uno paio di calsini e 
» tre coltelli; e la ringrazio delli sparagi e 
» delle cose mandatemi di nuovo, e le raco- 
» mandazione l' ho fatte al Busino ; e bcA'ete 
» del vino, ma anaquatelo un poco ; e l' arbrello 
» a fatto guarire Ilario a vederlo; e bacio le 
» mane di V. S. 

» Di Castello di Volterra 

» il di 27 di Aprile 1593. 

» Di V. S. Ill/« S/« 

» Ant.° Soldani 

» e i danari li riporta il servitore tutti che 
» non gì' ò toclii ». 

[A tergo:] 
« Al Molto Ill.^« Sig.'"^ mio 

» Il Sìg.^^ GlOVANVETTORIO 

» SoDERiNi. A Celleri ». 

II. « 111."»° Sig.'« mio. 

» Arivato qui ò trovato dna poponi venuti 
» da Pisa, li altri sino a n.° cinque sono di 
» qui, che ne mando uno alla padrona di casa, 
» tanto diligente et amorevole; V. S. acetti il 



XXX 

» buono animo, se non sono cosa degna de lei, 
» e per ogni suo comodo mandi per essi; et 
» volendo conservare detti, metteteli nel pozzo 
» rasente l' aqua subito, che vano in là dua 
» giorni più. 

» Aff."^" per servirla 
» Benedetto Mozzi ». 
[A tergo:] 
« All' 111/- Sig. Gio. V. 
» 80DERIN1 Sig/® mio. 
» A Cedri ». 

Mano recente aggiunse davanti all' antico 
manoscritto sei carte non numerate. 

Sul retto della prima, in alto: iv \ Soderini 
CGio. VettorioJ \ Agricoltura 1 T. 7F. | E in basso: 
Cod. 77. Nel verso è bianca. 

Sul retto della seconda, in alto : Ex Bihlio- 
theca Stroctiana Cod. 1179., Petri Leo-\ poldi 
M. E. D. mnnificeìitia nonis Jalii \ 1786. \ 
Catalogus M. 8. Codd. Stroctian. &c. nostrae \ 
Bihliothecae Ferdinandi Fossii. \ 11 verso è bianco. 

Sul retto della terza, in alto: In Catalogo 
primo nostrae Bihliothecae deside- \ ratur, quod 
ipso iam ahsoluto Bihliothe-\cae-additiis sit. In 
Catalogo Codd. Stro- \ ctian. &c. nostrae Bihlio- 
thecae Ferdinandi \ Fossii et Indice gener. Codd. 
CI. XIV. P. 3. I Cod. 45. Soderini CGio. VettorioJ 
Agricoltu-\ra Voi. iv. \ lì verso è bianco. 



XXXI 

Sul retto della quarta carta : Soderini fGio. 
VettorioJ Agricoltura T. iv. \ Cod. in fol. chart. 
autogr. Saec. xvi. foli. 264 \ scriptus in Cedria 
Villa uhi et T. I. IL et in. \ qiios vide. Haec 
pars omnino inedita. Tria \ priora /olia eiusdem 
manus sunt quae duo \ priora T. i. exaravit. Id 
postremtcm continet \ epistolam autogr. Antonii 
Soldani ad Jo. Vi-\ctorium Soderiìiium diei 
27. Aprilis 1593. ex \ Castro Volaterrano missam 
A Celleri (^sic prò \ Cedri vulgo loci nomen 
expressum.J Alia \ item sequitur Benedicti Mozzii 
ad eumdem. \ Fuit | Joannis Victorii Soderinii 
Auctoris et Scriptoris. \ Philippi Junctae Typo- 
graphi Fiorentini ex dono Auctoris. v. Cod. 74. 
P. IV. I Caroli Strozzae Senatoris Thomae fili 
qui Num. 1 1179. proprio calamo Codici praeno- 
tavit. I II verso è bianco. 

Sul retto della quinta carta, in alto: Ope- 
rum Series | Alphabetica. | Soderini (^Gio. 
VettorioJ Agricoltura \ T. iv. Num. unic. \ Sol- 
dani (^AntonioJ Lettera a Gio. Vet-\torio Sode- 
rini. N. unic. I Mozzi fBenedettoJ Lettera a 
Gio. Vet-\ torio Soderini. N.° unic. \ Il ve7'S0 è 
bianco. 

Sul retto della sesta carta: Soderini fGio. 
VettorioJ I Agricoltura | T. zf. | Il verso è bianco. 

Questo quarto volume è in condizione mi- 
gliore di tutti i precedenti; la lettura e la 
interpretazione non mi hanno presentato serie 



XXXII 

difficoltà, eccetto che in pochi punti, nonostante 
che carta ed inchiostro fossero pessimi e fre- 
quentissime le abbreviazioni. La materia stessa, 
più varia e più dilettevole a mio gusto che nei 
precedenti volumi, mi ha fatto parer brevi le 
ore altrimenti noiose della trascrizione. 

E perché nulla manchi, ho posto qui 
appresso, in principio del volume come è in 
principio del codice, quel saggio di rifacimento, 
subito tralasciato, del capitolo delle pecore; 
saggio tentativo di colui medesimo, chiunque 
fosse, che incominciò, ma ruppe tosto ancora il 
proemio dell' opera, del quale ci manca 1' ori- 
ginale dettato soderiniano, nella grande lacuna 
del primo volume. 

ALBERTO BACCHI DELLA LEGA 



-*h- 



Della Pecora cap. 



Si divisa il frutto che in buona quantità e qualità si 
può trarre dalle pecore et del modo del ben governarle; si 
dà certa regola per condurre i parti e sostentare gli allievi 
loro, con alcuni medicamenti proporzionati alle infermità 
degl' animali. 

Oltre alla mansuetudine delle pecore et fruwo che si 
agevol governo loro, se ne cavano diversi prò- JJ°ore."* 
fitti et utilità; et primieramente il latte, quale 
producersi nero rasente il fiume Astace in Ponto 
si trova scritto. Del latte si fanno caci, che del 
puro latte loro son buoni, et mescolato con- 
tempera tutti gì' altri, facendogli diventar mi- 
gliori; a canto a questo se ne cava la carne 
degl' agnelli generati da loro et de' castrati, 
commendata per sanità e buon sapore sopra la 
carne di tutti gì' altri quadrupedi ; di poi se 
ne trae la lana, et talora con la lana la pelle, 
che ben concia ripara dal freddo et è sanissima 
a portare ; dilicata è quella delli agnelli lattenti, 
et delicatissima riesce quella delli agnelli non 



Lane fini di 
varie regioni. 



Gross'zza e 
grandezza delle 
pecore secondo 
i paesi. 



Varie spezie 
di pecore. 



XXXIV 

nati usciti di corpo alle lor madri, con un pelo 
gentilissimo nero lustrante come velluto. Finis- 
sima lana di pecore è quella dell' Indie, di 
Spagna, d' Inghilterra, di Sardigna, di Sicilia, 
di Corsica et quasi tutte l' isolane et quelle 
che si pascolano intorno alle marine, per la 
commodità di farle bagnare nel mare, del quale 
l'acqua le abbonisce oltre a modo; come che 
d' egual bontà diverrà la lana, se dove non sia 
commodezza della marina, avanti che le pecore 
si tosino, si strofineranno col sugo del lupin 
cotto et con la feccia del vino vecchio, mesco- 
lata con morchia di pari misura, e dopo l' averle 
bene stropicciate per tutto, lavarle con l'acqua 
salata piovana ; et cosi governandole si manter- 
ranno sane, e se ne trarrà la lana più fine e 
delicata. Molti hanno auto per opinione che 
per lo medesimo rispetto le pecore tosate unte 
d' olio d' oliva si debbano tenere tre giorni al 
sole. Di finissima lana naturalmente sono le 
pecore d'Alemagna intorno al Reno e le Fran- 
zesi per tutto '1 paese di Francia; son buone 
le lane Milesie, le Pugliesi et le Calavresi, e 
tra queste ottime son quelle di Taranto^ ancora 
le Modenesi e Parmigiane s'apprezzano, et in 
Asia lodatissime sono a Laodicea. Il campo 
grasso et alla pianura nutrisce le pecore più 
grandi e più grosse: le spiaggie, i colli e le 
colline le nutricano gracili e quadrate; l'Alpe, 
i monti aspri e salvatichi, piccolette, ma di 
più sottil lana. 

Cosi come si ritruovano montoni di quattro 
corna, cosi si ritruovano ancora delle pecore, 
delle quali sono più spezie fra le nostrali 



montoni. 



XXXV 

senza corna, chiamate Mosine, Bastarde e Gen- 
tili. In alcuni paesi, dove lo stato del cielo è 
umido e ventoso, si desiderano i montoni e 
becchi con ampissime corna et coda, con la 
quale distesa si difendano dall' acqua rovinosa 
e con tempesta. In Arabia hanno la coda lunga 
e larga a smisura ; e di coda altrettale si legge 
essersi trovati montoni in Egitto. I montoni 
che hanno le corna piegate verso il muso et 
ritorte (ancor che quelli che son senza non sien Qualità dei 
cattivi) son tenuti migliori, come ancora quelli 
che hanno le corna bene svolte, anzi che diritte, 
s' accettano ove sia l' invernata aspra, che reg- 
gono meglio i ben cornuti, ma nelF aere più 
benigno senza corna i maschi. De' non cornuti 
ne segue questo inconveniente, che questi si 
stanno più pacifichi e quieti; quelli, sentendosi 
armati, son parati sempre ad urtarsi e sono più 
pronti a investire le femmine; assalta e perse- 
guita il rivale, e se ben solo non può bastare 
a coprir tutte, con tutto ciò non permette che 
un altro ammonti, finché non ne sia stracco 
egli. Volendo i pastori accorti rimediare a 
questa lor tanta furia e smania, legangli alla 
testa una tavola, che per gì' aguti confittivi, 
cavanti fuor le punte, volendo urtare ferischino 
la lor testa medesima. Alcuni scrivono, che 
bucate le corna nel torto da banda a banda 
con un succhiello, si mitighi questa lor vio- 
lente furia et s' ammansino. 

Le pecore nostrali ordinarie fan più grossa Peccra nastrali 
lana, se si tosano di marzo la prima volta, poi 
al giugno et all' ottobre : queste, non essendo 
la terra coperta di neve, si cavan fuori d' ogni 



ordinarie. 



Pecore Moslne. 



XXXVI 

tempo a pascere; ne' luoghi caldi durano a 
mugnersi ben sei e sette mesi, et ne' freddi e 
gelati ben quattro o cinque. Quelle che sono 
senza corna, dette Mosine, pur che non sia la 
neve stesa in terra, si mandano a pascere tutto 
r anno : fanno lana assai, tosandole di marzo e 
settembre, et perché son buone le femmine per 
razza et i maschi per castrati, si sogliono alle- 
vare tutti i lor parti; mungonsi solamente il 
giugno et il luglio, et cosi 1' altre, delle quali 

Pecore Bastarde, si scrbano gl'allievi. Le Bastarde si tosano due 
volte, ma nella tosatura variano i tempi, con- 
ciossiaché non sia in tutti i lati la medesima 
temperatura del cielo, ne l' istessa ragione di 
pascolare. Perché merita il pregio dell' opera 
considerare lo stato del cielo in che clima si 
truovi, acciò per lo freddo tose et per lo caldo 
non tose, elle non restino offese. In alcuni luoghi 
elle si tosano due volte, al principio di maggio 
et al fine d' aprile, e di nuovo al principio di 
settembre, nel qual tempo quelli che tosano 
due volte le pecore, tosano anche gì' agnelli. 

Pecore Pontili. Lc pecorc Gentili si tosano una volta 1' anno, 
nel solstizio di state, per lasciar crescere la 
delicatezza e morbidezza della lana loro: et 
queste son quelle che gì' antichi tenevano co- 
perte ne' freddi con pelli concie delle loro, per 
mantenerle, conservarne la razza, et cavar più 
valuta della lana et de' loro allievi. Non si 
deono mugner mai et lasciar loro tutti i figliuoli, 
et se bene elle comportano d' esser mandate a 
pascere d'ogni stagione, tuttavolta, perché elle 
ne potriano divenire inferme, è loro salutifero 
il riguardarle da' tempi tristi d'umido e d'acqua. 



XXXVII 

Ma quando si conosce voler nevicare et far 
burrasca, si deono rimenare al coperto per difen- 
derle: a tal che è meglio tenerle il più del 
tempo alle stanze delle loro stalle, le quali per staiis delie 
ogni sorte di pecore deono esser fabbricate in JJJ,°g"'j°^Jgj! 
lato asciutto, basse da terra, ben copertate, bano edificare. 
lunghe anzi che larghe, perché siano calde nel 
verno, et urtandosi nou ammazzino gì' agnelli, 
per essere scarse e strette. Sieno volte più verso 
oriente che verso mezzodì, benché ancora verso 
mezzodì giusto stanno bene. Avanti alle loro 
stalle dee essere un andito da potere intratte- 
nersi ; et affine che elle possino esalare e pigliare 
recreazione, secondo la qualità dell' aere per li 
tempi, starà bene che abbino una porta da 
oriente et da mezzogiorno un' altra; et è da 
procurare che dovunche elle stien ferme vi sia 
sotto il suolo spianato, pari e pulito et un poco 
pendente per poterlo più facilmente nettare, e 
possa scorrere l'orina, perciocché quella mol- 
liccia umidezza non solamente danneggia l'ugne, 
ma ancora guasta la lana, e Je rende ruvide. 
Per questo si stendano di asciutto strame et 
siano graticci nettissimi, perché quanto più 
pulitamente si riposano, più di buona voglia 
pascono. Tengonsi sotto delle frasche che spesso 
si mutano, acciocché giacciano soffici, morbide 
et non molli, et massimamente le gravide e 
quelle che han partorito; et la pastura si dia 
loro abbondantemente, perché un picciol nu- 
mero con la pastura larga si sazia, et più è di 
rendita al padrone, che un grandissimo gregge 
che talor patendo sia mal nutricato. Deonsi 
dalla larga campagna di pianure e valli richia- 



XXXVIII 

mare agli stabbii all' otta del muguere, et quivi 
procurare il latte; e dentro a quelli in alcuni 
luoghi al benigno aere la notte si riducano, et 
vi stanno la state, come anche in Germania e 
Polonia. 

Ma le pecore Greche, Asiane et le Taren- 
tine che chiamano nere, che son ben coperte 
di lana, si tenghino dentro alle stalle; et 
deonsi fare i chiusi separati l' uno dall' altro, 
per poter dividere le gagliarde e sane dalle 
deboli e scadute; ma tuttavia siano volte a 
mezzogiorno, come s' è detto, perché se bene 
questo animale è ben- vestito, con tutto ciò 
teme il freddo e '1 caldo, et perciò ama la state 
la montagna, 1' Alpe e' lati freschi, e '1 verno 
sta bene causato a' luoghi di maremma et alle 
campagne calde. Perciò ne' cortili avanti le 
stalle staran bene piantati olmi, platani, lecci, 
querele et simili, per soggiornarvi a meriggiare, 
tenendo sotto più asciutto e spazzato che si 
possa. Ma conciossiacosaché e' si trovino di 
tutte le sopradette sorti di pecore et d' altre 
fatte ancora, et che elle sieno tutte d' assai 
sicura sanità per lor natura, tuttavia si deono 
eleggere conforme alla natura del luogo, et 
secondo la considerazione di questo introdurlo 
ne' paesi più d' una che d' un' altra razza ; et 
Fattezze per le loro più lodate fattezze hanno a essere di 
conoscere le pe- q^^gg^Q prarbo : cho elle sieno di buona e feconda 

core di miglior ^ o ±- ± r ■ 

qualità. razza, che producano belli, vegnenti et lazio- 

nati agnelli di gran corporatura e ventre, 
• co' velli delicati per tutto '1 corpo, et maggior- 
mente in su la collottola et sotto '1 collo, sa- 
pendo che la lana bianca e sottile più s' apprezza, 



XXXIX 

la bigia meno, et manco la pezzata ; cosi avviene 
delle pecore che la fanno. 

[// rifacimento è qui, in fine della car. 3.^ 
verso, bruscamente interrotto; e a car. 4^ recto, 
senz'altro, si rifa da capo il testo autografo del 
Soderini.] 



TRATTATO 



DEGLI 



ANIMALI DOMESTICI 



|l||lllllll|lllll|lllllllllltllllllllllfflllll|MIIIIIIIMIIIIIMIIIIIIM MIIIIIMIIIIIIIMIIIIIIIIIIIIIIII 



Le Pecore. 

Oltre alla mansuetudine, quiete et piacevo- 
lezza delle pecore et agevol governo loro, se 
ne cavano diversi profitti et utilità; et prima- 
mente il latte, quale prodursi nero rasente il 
fiume Astace in Ponto si truova scritto. Del 
latte si fanno i caci, che del puro latte loro 
son buoni, et mescolato contempera tutti gli 
altri, facendogli diventar migliori. Accanto a 
questo se ne cava la carne degF agnelli gene- 
rati da loro et dei castrati, commendata per 
sanità et buon sapore sopra tutti gì' altri dome- 
stichi quadrupedi. Di poi se ne trae la lana et 
con essa la pelle ben concia che ripara dal 
freddo, sanissima a portare ; la quale è delicata 
degl' agnelli lattanti ne' primi di, ben concia, et 
delicatissima riesce degl'agnelli non nati usciti 
di corpo alle lor madri, con un pelo gentilissimo 
nero lustrante come velluto. Finissima lana di 
pecore è quella delle Indie, di Spagna, d' Inghil- 
terra, di Sardigna, Sicilia et Corsica et quasi 
tutte r isolane, et quelle che si pascolano intorno 



alle marine, per la comodità di farle bagnare 
nel mare, del quale l' aqqua le abbonisce oltr' a 
modo, cosi che, avanti che le si tosino, strofinarle 
co '1 sugo del lupin cotto et con la feccia del 
vin vecchio, mescolata con morchia di pari mi- 
sura, et fatto tutto un corpo stropicciar forte 
tutta persona, poi lavarle con l' acqua salata 
piovana, se non vi sia comodezza della marina. 
Di questa maniera governandole si manterranno 
sane tutto l' anno, per lo spazio del quale si 
facci sempre questa operazione che elle si tosano, 
et sarà la lana più sottile, morbida et delicata. 
Molti tengono per openione che le pecore to- 
sate si debbino per tre di unte d' olio d' oliva 
tenere al sole. Di finissima lana naturalmente 
sono le pecore d' Alemagna intorno al Reno, 
et le Franzesi per tutto '1 paese di Francia; 
sono buone lane le Milesie, le Pugliesi et le 
Calavresi, et tra queste ottime quelle di Taranto. 
Ancora le Modonesi et Parmigiane s' apprezzano. 
In Asia sono lodatissime a Laodicea. 

11 campo grasso et alla pianura nutrisce le 
pecore più grandi et più grosse, le spiaggie, i 
colli e le colline le nutricano gracili et qua- 
drate, r alpe, i monti aspri et salvatichi picco- 
lette, ma di più sottil lana. Cosi come si ritruo- 
vano montoni di quattro corna, cosi si ritruo- 
vano ancora delle pecore; delle quali sono 
più spezie tra le nostrali senza corna, chiamate 
Mosine, Bastarde e Gentili. In alcuni paesi dove 
lo stato del cielo è umido (*) et ventoso si desi- 



(ij Sopi'a umido è scritto livido della stessa mano autografa; 
che vale quanto umido e manca ai vocabolari. 



derano i becclii et i montoni con ampissime 
corna et coda, con la quale distesa si difendono 
dall' aqqua rovinosa et con tempesta. In Arabia 
hanno le code lunghe un cubito et tre talvolta, 
et larghe assai, et talora di tanta lunghezza, che 
i pastori le tengono legate loro sopra la schiena, 
poi che strascinandole per terra riceverebbono 
dei tagli che gii farebbero gran danno. Leggesi 
che in Egitto si sono ritrovati montoni (') a 
cui pendono venti libbre di coda. I montoni 
che hanno le corna piegate vers' il muso et 
ritorte, ancor che quelli che son senza non sieno 
cattivi, sono tenuti migliori; come quelli che 
hanno le corna bene svolte anzi che diritte 
s' accettano ove sia l' invernata aspra, che reg- 
gono meglio i ben cornuti ; et nell' aere più 
benigno senza come i maschi. Dei non cornuti 
ne segue questo inconveniente, che questi si 
stanno più pacifichi et quieti; quelli, sentendosi 
armati, stanno sempre parati a urtarsi, et sono 
più pronti a investir le femmine; et assalta et 
perseguita il rivale, se ben solo non può bastare 
a coprir tutte, né permette che un altro am- 
monti, sin che sia stracco egli del tropjio am- 
montare. I pastori accorti (^), volendo rimediare 
a questa lor tanta furia e smania, legangli alla 
testa una tavola che per gì' aguti confittivi, 
cavate fuor le punte, volendo urtare ferischino 
la lor testa medesima. Alcuni scrivono che bu- 
cate le corna nel torto da banda a banda con 
un succhiello, si mitighi lor questa violenta lor 



(1) vervex, scritto sopra montoni. — (2) petulci, scritto sopra 
accorti. 



6 

furia et s' ammansino. Ora le nostrali ordinarie 
fan più grossa lana; et si tosano di marzo la 
prima volta, poi a giugno et all' ottobre ; et 
non essendo la terra coperta di neve, si cavan 
fuori d' ogni tempo a pascere ; et nei luoghi 
caldi durano a mugnersi ben sei e sette mesi, 
et nei freddi et gelati ben quattro o cinque. 
Quelle che sono senza corna, dette Mosine, pur 
che non sia la neve stesa per terra, si mandono 
a pascere tutto l'anno, fanno lana assai, tosan- 
dole di marzo et settembre; et perché sono 
buone le femmine per razza et i maschi per 
castrati, allievano tutti i lor parti. Mungonsi 
solamente il giugno et il luglio; et tanto si 
può fare alle altre delle quali si desidera ser- 
virsi della loro [lana], femmine e maschi, si come 
delle Bastarde, che si tosano due volte et si 
menano a pascer fuori, eccetto che quando la 
neve cuopre il terreno. 

Ma della tosatura variano i tempi, perché 
non è in tutti i lati la medesima temperatura 
del cielo, né l' istessa ragione di pascolare. 
Imperciò merita il pregio dell' opera conside- 
rare lo stato del cielo in che clima si truovi, 
ove per il freddo tosa e per il caldo non tosa 
elle restino offese. In alcuni luoghi elle si tosano 
due volte, al principio di maggio o al fine 
d' aprile, et di nuovo al principio di settembre, 
nel qual tempo quelli che tosono due volte le 
pecore, tosono anco gì' agnelli. Le pecore Gen- 
tili si tosano una volta 1' anno nel solstizio di 
state, per far crescere et lasciare abbondante 
la delicatezza della lana e la lor morbidezza; 
et queste sono quelle che gì' antichi tenevono 



coperte nei freddi con pelli concie delle loro 
per conservarle; et per conservarne la razza 
et cavarne più valuta della lana e del loro 
allievamento, non si deono mugner mai et 
lasciar loro tutti i figliuoli. Et se bene le com- 
portano d' essere mandate a pascere d' ogni 
stagione, pur che non sia di neve coperta la 
terra, tuttavolta, perché elle potrian divenire 
inferme, è lor salutifero il riguardarle dai 
tempi tristi, d' umido et aqqua ; et non solo 
quando si vede intorbidare il tempo per l' aqqua, 
ma quando si cognosce voler nevicare et far 
burrasca, si deono ritornare al coperto per di- 
fendernele. A tal che è meglio tenerle il più 
del tempo alle stanze delle loro stalle, le quali 
non pur per queste sorte di pecore, ma per 
tutte r altre deono essere fabbricate in lato 
asciutto, basse da terra, copertate di giunco o 
paglia tegole o lastre, secondo porti il com- 
modo del paese, lunghe anzi che larghe, perché 
siano calde nel verno, né urtandosi ammazzino 
gì' agnelli, per essere scarse et strette ; et siano 
volte più verso oriente che verso mezzodì, 
benché ancora a mezzodì giusto stanno bene; 
et dee essere avanti alle loro stalle uno andito 
da poter trattenersi; et affinché quivi le pos- 
sine esalare et pigliare ricreazione secondo la 
qualità dell' aere per i tempi, starà bene che 
abbino una porta da oriente et da mezzogiorno 
un' altra. Et è da procurare che dovunche elle 
stieno ferme vi sia sotto il suolo spianato pari 
et pulito et un poco pendente, per poterlo pili 
facilmente nettare et farsi spazzato et scevero; 
pt di modo sia il calo, che l' orina scorra et 



non si possi fermare in lato alcuno; perciocché 
quella molliccia umidezza non solamente dan- 
neggia r ugne, ma ancora guasta la lana et le 
rende ruvide ('); per questo si stendano d'a- 
sciutto strame et siano graticci nettissimi, per- 
chè quanto più pulitamente si riposano, più di 
buona voglia pascono. Tenghinsi sotto delle 
frasche che spesso si mutino, perché giacino 
soffici, morbide et non molli, et massime le 
gravide et le che han partorito ; et la pastura 
si dia loro abbondantemente, perché un piccol 
numero con la pastura larga si sazia et più è 
di rendita al padrone, che un grandissimo 
gregge che talora patendo sia mal nutricato. 
Deonsi dalla larga campagna di pianure e valli 
richiamare agli stalli al tempo (^) del mugnersi, 
et quivi proccurare il latte; et dentro a quelli 
in alcuni luoghi al benigno aere la notte si 
riducono et stanno la estate, come anche in 
Germania et Polonia. Ma le pecore Greche 
Asiane et le Tarentine che chiamono Nere, che 
sono ben coperte di lana, si tenghino dentro 
alle stalle. Et si deono farvi i chiusi separati 
r un dall' altro per potere dividere le gagliarde 
pecore et sane dalle deboli et dalle scadute; et 
tuttavia più che altro siano volte a mezzo 
.giorno come s'è detto; perché, se ben questo 
animale è ben vestito, tuttavia teme il freddo 
e '1 caldo : imperciò ama la estate la montagna 
e r alpe e i lati freschi, e '1 verno sta bene 
causato ai luoghi di maremma et alle campa- 
gne calde. Perciò nei cortili avanti le stalle 



(') scabre, sopra ruvide. — {^) otta, sopra tempo. 



y 

staranno bene piantati olmi, platani, lecci, 
querce et simili per soggiornarvi a meriggiare, 
tenendo sotto più asciutto, spazzato, pulito et 
netto che si può. 

Ma con ciò sia cosa che e' si truovino di 
tutte le sopradette sorte di pecore et d' altre 
fatte ancora, et che le sieno tutte d' assai 
sicura sanità per lor natura, tuttavia elle 
deono eleggersi conformi alla natura del luogo, 
et secondo la considerazione di questo intro- 
duce nei paesi più d' una che d' un' altra 
razza. Et le loro più lodate fattezze hanno a 
essere di questo garbo, che elle si elegghino di 
buona et feconda razza, che produchino belle, 
vegnenti et fazionate agnelle di gran corpora- 
tura et ventre, di folta e fine lana, massime 
intorno alla pancia d' un colore unito ; con i 
villi delicati per tutto il corpo, et maggior- 
mente in su la collottola et sotto il collo; sa- 
pendo che la [lana] bianca et sottile più di 
tutte le altre s' apprezza, la bigia meno et 
manco la pezzata; et cosi avviene delle pecore 
che la fanno; basse di gambe et di gran coda 
vogliono essere ; et se la tepidità dell' aere le 
patisca et sia il paese caldo, s' elegghino senza 
corna, che fan meglior razza, et cosi i montoni ; 
et se il paese sia freddo, con le come ritorte, 
erte et larghe; perché queste dai cattivi tem- 
porali et tempeste si difendono più acconcia- 
mente. Hannosi a comperare di marzo, et quelle 
che all' invernata abbino fatta resistenza, le 
quali si cognoscono per pratica da' pastori. E 
superstizione, come di molte altre cose, de' Gen- 
tili, voler tenere il numero delle pecore in caffo. 



10 

Ciascheduno anno s' ha a far la scelta, et in 
luogo delle morte o malate s' ha a mettere 
altrettante delle buone et sane; né si dee far 
si che '1 gregge invecchiato da 1' età lasci ab- 
bandonato il padrone. Spesse volte 1' asprezza 
del verno inganna il pastore et ammazza tutte 
quelle pecore che egli si credeva che fossero 
da comportarsi nell' autunno, né perciò aveva 
rimosse ; per il che non è bene darle al montone 
di meno che di quattro anni, né si deono cam- 
biare prima che ne abbino otto, per rifar la 
razza et metter lor sotto gì' allievi, si perché 
né r una né l' altra età è sufficiente ad allevarle, 
si ancora perché quella che si genera di vecchia 
materia rattiene sempre il vecchio germe del 
padre e diviene o sterile o debole; benché di 
vero dai due anni in là si possono le femmine 
metter sott' il montone. Hannosi per gioveni 
quelle di cinque anni; et doppo sette anni so- 
gliono dare a dietro (') et allentare. 

S' è conosciuto per esperienza che molte 
han durato a generare dai due anni sin a nove, 
cosi le femmine come i maschi; et se ben d'un 
anno possono comportare il montone et gene- 
rare, tuttavia baston più a cominciare a darlo 
loro da due anni in là et fanno gli allievi 
maggiori. Si sbigottisce il montone dal coprir 
le pecore, se intoppi alla natura in fuscelli 
o giunchi altra cosa che vi sia legata; ma 
meglio si conservano, facendole pascere scevere 
al segreto, ma talora si lasciono ammontare 
alla rinfusa. Et da poi che tutti li fatti delle 



(•) fatescioìt scritto sopra dare a dietro. 



11 

pecore si ristringono a queste due sorte, o che 
elle fanno lana grossa, folta, soda et serrata, o 
che elle la fan fine, delegine, serrata o sottile, 
queJle si tenghino per i luoghi freddi et queste 
per i temperati et più caldi. Cosi si segue con 
le senza corna, come con esse; et le Bastarde 
si proccuri di avvezzarle con l' altre et stare 
per tutto. Delle Indie, ove le sono pelosissime, 
vengono lunghissime lane. Non si comprine 
mai che lavate et non tose, perché cosi appa- 
risce più r unità del lor colore. 

I montoni buoni per far simili allievi 
s' hanno a eleggere di lunga fronte che sia 
ben folta di lana, occhi ben neri et laidi (^), 
gì' orecchi grandi, di petto, spalle (-) e natiche 
larghe, di grandi et grossi granelli con molta 
lana attorno sottile e fine, grossi di persona, 
di ventre folto di lana, larghi di corpo, di 
gambe alti, ampli di lombi, di coda lunga et 
larga; le come sieno ritorte all' insù, perché 
le lunghe, volte con la punta in giù vers' il 
muso, impedendo loro il pascere, gli fa star 
deboli et magri: conviene o lor segarle, o am- 
mazzargli per cavarle. Avvertiscasi ancora, ca- 
vata lor fuori la lingua, scorgere se sia pezzata 
di varie macchie, pt^rché cosi farà gì' allievi ; 
né dee essere nera, ma colorita d' unito colore, 
et non sbiancato e smorto. Sia sopratutto 
grande, grosso et bene informato di persona; et 
di questa fatta s' elegghino ancora quelli che 
sono senza corna, i quali sempre sono più pla- 



(1) ravis scritto sopra laidi: color tanè o lionato. — (*) scapulis 
scritto sopra spalle. 



12 

cidi, come s' è detto, mansueti e temperati. 8e 
aprendo ben gli occhi ai montoni et alle pe- 
core gli ritroverai le vene rosse et sottili, ti 
sarà segno di sanità, et se le saranno bianche, 
rossiccie e grosse, saranno inferme; et se prese 
con mano strignendo o aggravando press' al- 
l' anche su le schiene, con fatica si tireranno 
indi innanzi, saranno sane e forti; et tali sa- 
ranno, se prese nella pelle del collo e stirac- 
chiatala innanzi, a pena si potrà smuovere, 
stando soda et attaccata forte ; cosi se ande- 
ranno arditamente per la via; ma se cammine- 
ranno co '1 capo basso et chinato, e se si lascie- 
ranno tirare innanzi agevolmente, saranno mal 
disposte et inferme. Talvolta cosi fatta qualità 
di lor mala abitudine procede dall' aver dentro 
il fegato guasto, il che si chiarirà con 1' am- 
mazzarne una o due, et se si riscontra, ingras- 
sinsi per ammazzare, o si contrattino in altro 
maschio; che con quello guasto non possono 
durare a vivere più che tanto, et questo mal 
in essere ; ma sopra tutto facendo elle gì' allievi 
vigorosi, daranno manifesto segno di buona 
sanità. La piccola fazione degl' allievi per lo 
più vien causata da ammettere il montone 
d' un anno alle pecore di meno che di due. I 
montoni vecchi che abbino otto anni si possono 
ingrassare per carne ; et quando non s' ammet- 
tono alla monta, si tenghino di per sé dalle 
pecore tra i castrati o tra le sterili o tra le 
pregne che non l' accettano più, che altramente 
continuerebbe, stando fra esse, di far nuova 
razza: il che si dee concedere ne' paesi caldi 
ove grandemente si ricerchino et abbino spac- 



18 

ciò gì' agnelli, che è dove le lor carne sono 
buone come de' capretti, come avviene nell' isola 
di Malta et nei simili a quella; et se prima a 
caso per straccuraggine avvenisse loro, vendinsi 
quelli agnelli, né mai s' allevino per farne razza 
le femmine della prima partoritura loro, per- 
ché saranno fievoli ; et nell' età approvata di 
sopra et nei tempi debiti sopradetti si man- 
terranno sempre gagliarde et robuste. 

I denti delle pecore si mutano doppo un 
anno et mezzo, ciò è i due dinanzi, et poi 
doppo sei mesi si mutano i due prossimi, et 
poi tutti gì' altri, a tal che in tre anni pareg- 
giano o in quattro al più; allora son fatti; poi 
quando se gli discalzono, cascono; et quando 
si guastano, sono vecchie, et diventano di muso 
basso e grosso. Con buon governo dureranno 
sane et senza alcun patimento otto o dieci 
anni. Legando ai montoni i testicoli avviene 
come si dirà de' cavalli, se bene questa tal 
regola è più tosto per gì' animali di grande 
[corporatura] che di piccola. Nei tempi che i 
montoni sogliono montare le pecore, se i vecchi 
cominciono a saltare loro addosso, è segno di 
dover essere buono annuale, rimostrando che 
multiplicheranno assai. Ma se i gioveni saranno 
i primi loro a far questo tal segno, avverrà 
per contrario, et saran sempre infermati tra 
loro. Et chi avesse fantasia di impiccinire la 
razza, più di quello che sieno le pecore et i 
montoni, et che tuttavia s' impregnino di 
maschio, facci la monta in di sereno et che tiri 
vento tramontano ('), poscia mandi a pascerle 



(1) aquila, scritto sopra tramovtano. 



14 

volte al medesimo vento; et bramandole fem- 
mine, operi che le sieno congiunte a vento caldo, 
come ostro o austro, et che vadin pascendo 
verso mezzodì. Sono ancora certi, che per due 
mesi innanzi alla monta tengono i montoni 
serrati et ristretti in modo, che non abbin 
comodità di poter montare, sendo egli poi 
ammessi alle pecore, per aver più possa, valore 
et vigore. Altri gli lasciono andar tuttavia con 
le pecore insieme. Ma più utile è contenergli i 
due mesi riguardati, et massime verso l' in- 
verno, che sono poche l' erbe, et si deono pascere 
di cibo buono et gagliardo, come ottimo orzo, 
perché dà più ferma et soda forza alla monta. 
S' impaurisce dalla monta il montone, se si 
leghi qualche fuscello o giunco intorno alla 
natura delle pecore, et va più a rilento, come 
s' è detto di sopra, perchè gli faccin più ga- 
gliardi i figliuoli; et massime se a' lor pascoli 
si mescoli cipolla trita con le sue foglie, et si 
mescoli il poligono: et però volentieri ande- 
ranno addosso alle vecchie et alle gioveni, et 
loro vecchi son megliori et più utili. Et le 
pecore, in quel tempo che elle vengono a mon- 
tone, deono essere tutte condotte a bere una 
medesima aqqua, perché la varietà dell' aqqua 
fa lor male al ventre et fa variare il colore 
alla lana; la quale anche nascerà di diverso 
colore nelle pecore che saran state coperte da 
montone quantunche bianchissimo, se essendo 
cosi averà qualche sprazzo di macchia nera 
sotto la lingua o nel palato, o nera tutta la 
bocca attorno, o '1 muso, facendo gì' agnelli o 
pezzati o bigi o neri; ma se averà tutto '1 



15 

ceffo bianco et senza macchie, gli genererà 
tutti bianchi ; et essendo il montone nero tutto, 
per certo che o non mai o di raro farà gì' agnelli 
altro che neri. 

Appresso questo, si truova scritto appresso 
gì' antichi che un montone ben qualificato 
[basta] a cento pecore; altri di loro ha detto 
a cinquanta. Conviene far differenza da paese 
a paese, et sapere che nei freddi potrà sempre 
meno: et si vede che in Lombardia, che è la 
più fredda regione d' Italia, non passa da ven- 
ticinque a trenta o quaranta; et quando nei 
luoghi dolci temperati et buoni gì' arrivi a 
venti, sarà assai. Di più, non portando le pecore 
il lor parto più di cinque mesi, partorendo per 
il più dentro al termine di centocinquanta di, 
si deono tenere tutto l' anno i montoni in 
compagnia de' castrati, ma in altre pasture e 
sterpi, eccetto che il mese di luglio et d' agosto, 
che è il tempo commodo che le s' accompagnino, 
per far poi che partorendo al gennaio e al 
febbraio elle truovino 1' erbe stagionate e rigo- 
gliose (^), per trarne assai latte per nutricare 
abbondantemente gì' agiielli, o sia per ammaz- 
zargli o per allevargli; perché eglino si man- 
tengono et vanno innanzi benissimo con le 
fresche e tenere erbe, sin che vadino poi ai 
monti et all' alpi al fin di maggio. Et facendo 
accompagnarli anco al principio d' aprile e 
tutto maggio, nasceranno gì' agnelli innanzi 
che venga il freddo dell' inverno ; et saranno 
assai grandi per ammazzare o allevare, come 



(•) floride, scritto sopra rigogliose. 



16 

più facci a proposito. Et dando loro il montone 
d'ottobre, nasceranno di primavera, per trovar 
ben da pascere; et ciò è bene nei paesi dove 
nevica assai, se non si dia loro da mangiare 
dentro nelle stalle, che vengono a partorire 
quando è abbondanza d' erba. Ma se sia luogo 
ove possino avere ben da mangiare nell' inverno, 
e per questo dare assai latte agi' agnelli, et 
ancora esse possin pascere alquanto, aràn gran 
vantaggio quelle da maschi, nell' autunno in- 
torno all' ultimo di settembre o principio di 
ottobre; et sono megliori et più sani. Ma come 
si sia, non s' impregnino mai dopp' il mese di 
maggio, perché nascendo poi nel verno, come 
s' è detto, saran deboli et minuti gì' allievi per 
il poco latte; ma nel paese caldo si van com- 
portando [cosi], che vengon bene innanzi. 

Se le pecore per alquanti di innanzi alla 
monta abbino beuta acqua cotta con sale, di 
poi raffreddata, s' impregneranno più agevol- 
mente: et questa farà buono anco ai montoni; 
né si dia poi, preso che abbin da bere, acqua 
salata ma ordinaria tanto alle pecore quanto 
al montone, il quale in tre o quattro volte al 
più che egli la cuopre la farà restar pregna. I 
tuoni, quando l' armento è sparso et sono le 
pecore a pascere separate 1' una dall' altra, son 
causa di farle sperdere; perciò bisogna rimet- 
terle et accozzarle insieme, affinché con la 
compagnia piglin ardire, scacciando da lor la 
paura. Avvengono loro ancora gì' aborti per la 
pioggia et gran freddi, al che si ripara con 
tenergli in luoghi caldi et asciutti. Temono 
ancora i tuoni i piccoli agnelli, il clie avve- 



17 
nendo, stringliinsi insieme et tenghinsi come le 
pecore fra loro serrati et ristretti. Ancora man- 
giando ghiande mentre son gravide (') portan 
pericolo di sconciarsi, ma daranno latte in 
abbondanza. [Le più] volte partoriscono un 
solo, talora due et tre, se abbino [cibo] in 
abbondanza, ove sieno ben satolle; et s' è tro- 
vato ne' , cinque averne fatti venticinque. 

Al partorire dee il pastoi*e [usar] gran dili- 
genza, che non s' attraversi dentro la creatura ; 
et se alcuna s' intraversasse, si che si cognosca 
che da per sé non possi rep[arare], taglisi la 
natura; et non si potendo cavar salvo il parto, 
minuzzisi dentro con i ferri taglienti, et si 
tragghi fuori in pezzi, si che non muoino le 
madri, le quali hanno la partoritura simile 
all' umana et con gì' istessi dolori. Le ferite si 
sanano con cenere calda et olio appiastratovi 
sopra. Facci usi in questo tempo camminar poco, 
et paschinsi in corto spazio; et dee il pastore 
seguitar lor dietro con diligenza, avvertendo 
di raccogliere subito tutti quelli che di mano 
in mano nascono, proccurando che non sieno 
scalpicciati dal branco; et tosto nato, si dee 
fare star ritto in piedi et accostarlo alle poppe 
delle madri, et pigliata lor la poppa, far colar 
loro il latte in bocca; ma prima se ne sprema 
un poco quel primo, che si chiama colostra, et 
gettisi via, perché nuoce agl'agnelli; et se la 
madre morisse, se gli dia d' un' altra latte, 
e s' allievi facendoglielo colare in gola per 



(1) Le carte 13.' e 14.% offese uel margine esterno, furono 
racconciate, ma con qualche perdita di scrittura. 



18 

un corno bucato in punta; et se non vadi da 
per sé alle poppe della madre, bisogna acco- 
starvelo, et untare le labbra dell' agnello col 
burro o col grasso di porco, et dare a fiutare 
a questi parti minori le labbra di quella che 
sia stata la prima a partorire; et sappian di 
latte, avendole spruzzate d' esso d' ogni intorno. 
Et quando han passato dieci di, alcuni ficcano 
certi pali in terra, et con qualche cosa mor- 
bida et dilicata destramente ve gli legano, 
perché non si sbuccin le membra, scorticando 
la pelle nel strofinarvisi o stropicciarvisi ; et 
perché troppo scherzando et saltellando non si 
smagrischino, sono ancora da essi spartati i più 
gagliardi dai più teneri, perché non restino 
scalpicciati et morti da quelli; et la mattina 
di buon' ora, avanti eschino in pastura, s' acco- 
stino a' capezzoli delle madri ad allattarsi; et 
fatti alquanto più forzosi, si dia loro dentro 
alle stalle del trifoglio et dell' erba tenera et 
della crusca, poi rassodati un po' meglio et 
rinvigoriti, si conduchino ne' pascoli che sien 
volti a solatio intorno al mezzodì con le madri ; 
et cosi faran più begli allievi. Et gì' agnelli 
che dal pastore son raccolti quando nel cammi- 
nare al pascolo le pecore gli fanno (nel qual 
cammino, quando da luogo a luogo le si van 
tramutando, non s' hanno mai a far andar ratte, 
ma adagio secondo la lor natura), tenghinsi nei 
primi due di rinserrati e ristretti con le 
madri, affinché meglio cognoscendole più sicuri 
vadin con esse a pascere; et assai più grassetti 
si fanno et ancora più sani, se son tenuti nelle 
loro stalle; et la mattina et al tardi la sera si 



19 
tornerà a rimetterli dentro, et ciò affinché le 
pecore non gV affoghino. Et perché il correr 
fa lor gran danno, stieno in Inogo stretto caldo 
et oscuro, et in di chiaro o sole a qualche volta 
si cavano fuori; et mentre stan cosi serrati, 
diasi fra settimana loro un po' di sale et qualche 
erba teneretta, come foglie di gramigna et di 
citiso, d' avena, semola e saggina o veramente 
un poco di farina d' orzo ; poi si mandino a 
pasturare ai prati. Et se a sorte elle partori- 
ranno in luoghi dove elle non si possino lasciare 
andare a pascere, o che sia in tempo del gran 
freddo, per il che occorri far loro il parto 
dentro alle stalle, conviene tenerle ben chiuse 
et serrate, et non mancare alle madri di dar 
loro del meglior fieno che si ritruovi, o paglia 
minuzzata trita et tagliata in pezzuoli con la 
falce; et affinché la mangino, vi sidee mesco- 
lare un po' di sale, che fa che non venghino a 
questi animali a noia i pascoli frequentati da 
loro, et che non invecchino l' erbe o gì' infasti- 
dischino ; et ponsi nei canali dell' aqqua dove 
eir hanno a bere 1' estate, quando le ritornano 
da pasturarsi di fuori ; et quivi leccando, sa lor 
megliore il bere et il mangiare; benché '1 vero 
pascolo delle pecore è 1' erba, che dà fuori dai 
solchi ove primamente si rompano le terre 
ne' campi con 1' aratro, poi nei prati ove non 
manchi 1' umidità ; 1' erbe palustri sono oltre a 
modo da esse rifuggite, perché l' infermano, et 
massime quelle che nascono oltre agli stagni 
et paludi. 1 luoghi alpestri salvatichi pieni di 
pruni, perché questi strappano la lana, son 
cattivi. I campi grassi et di pianura fan le 



20 

pecore grandi et coperte di lana, di colli qua- 
drati; il silvestre et montuoso, piccole. Ne' prati 
ordinarli et nelle terre che si riposano all'anno 
a venire per seminare, fanno benissimo et s' em- 
piono di lana ; et ciò non solo giova alle madri, 
ma a colorir la lana ancora ; insomma dovunche 
sia gramigna è megliore il pascolo per loro. 

Fa il bere in abbondanza ingrassare le 
pecore; perciò il sale è lor conveniente, a ogni 
cento uno staio, ciò è cinquanta libbre ogni di ; 
cosi si manterranno più grasse et faranno più 
copia di latte ; et d' inverno si soccorre loro con 
le frasche trite che sieno passe, et con le vitalbe 
et teneri sarmenti minuzzati, con il che si man- 
tengono ancora i cavalli ove sia carestia di 
strame; et con paglia di grano, di vecciuoli 
secchi, piselli et favaruli scossi et frastagli di 
cime di legni, mezzi rami d' ulivi, sambuchi, 
foglie di pioppo et d' olmo, farina d' orzo et 
semola di grano mesticato sempre con sale; 
non le lasciando uscire, come s' è detto, dal di 
del pasto per dieci giorni; et si porti lor da 
bere dentro alle stalle 1' aqqua che sia tiepida 
dal fuoco ; et mettendovi dentro un po' di farina 
di miglio con alquanto di sale, sarà loro un 
beverone in sanità d' ottimo benefizio. 

Né si dee risparmiare l' accarezzarle, e mas- 
sime allora che elle sono come malate ; imperciò 
non si manchi, tosto che è seguito il parto di 
esse, di spremer le lor poppe et gettar via quella 
colostra, che cosi si chiama il primo latte che 
elle spruzzan fuori, come di sopra s' è detto; 
et avvezze ad accostarsi alle mammelle, lasciar 
lor tutto r altro succiare dai capezzoli a 



21 

dilungo. Et se per sorte nei di buoni le madri 
mandate fuori a pascere in ritornando non 
ricognosceranno gT allievi loro, restinsi questi 
fra tavole con esse per tre o quattro di, che 
di questa maniera ripiglieranno la cognoscenza 
loro. Ma ciò si dee fare quando avviene che le 
partorischino nel mese di marzo, perché le 
possono pascolare in campagna; et mentre che 
gì' agnelli stan cosi riserbati fra le tavole, diasi 
loro del fieno tritissimo, che quello che non 
averanno mangiato, al ritorno delle madri ser- 
virà per esse. Hanno a seguir di allattarsi 
quattro mesi, et perché talora di quel tempo 
si sogliono empiere di pidocchi, s' hanno a 
tranquillare con condurgli qualche volta fuori 
sin a primavera, che cosi si spegneranno. Vivono 
questi animali di lor natura volentieri, si come 
le pulci, tra i lor velli; ond' è che mandati in 
una stanza ove ne sia copia, tutti in un istante 
gli raccogliono et se gli recoverano addosso. 
Per svezzargli poi appar4insi dalle madri et 
mantenghinsi con quelle che non son pregne, 
con i montoni et con i castrati, con i quali 
vivono et vanno volentieri, credendosi che sieno 
le loro istesse madri, le quali poi se gli sdimen- 
ticheranno affatto in breve t^mpo, crescendo 
et amandosi fra loro. Hannosi ad allevare i più 
belli o per castrati o per montoni, gì' altri dar 
via, avvertendo quelli che sono i più grossi et 
fatticci ripieni di folta lana sottile fine et 
bianca, trattenendone pur fra ogni quattro o 
cinque uno de' neri, che serve poi la lana me- 
scolata per fare i panni meschi. Cosi si facci 
la cappata dell' agnelle per la razza, alle quali 



22 

sono poi molto dannosi i pascoli oltre a modo 
montuosi et folti di macchie, perché si strappa 
la lana: dove sono colline spaziose et spiaggie 
aperte fan meglio quelle della lana fine. Et è 
ottima per loro 1' erba ben netta et massime 
di polvere et arena, che nuoce loro assai ; come 
il luogo che sia fangoso, motoso et aquidrinoso, 
quantunque fosse pieno d' erba, si dee in tutti 
i modi fuggire. Nei luoghi larghi si lascin 
pascere insieme con le madri nel branco del 
gregge ; et lasciandogli allora poppare le madri 
sin a che si mieta, gii mandono via et gli 
dismettono da per loro. Di poi restano a pasco- 
larsi fra le stoppie, rifacendosi assai delle spighe 
che vi sieno rimaste nel segare il grano. Il lor 
dormire, massime a l' aere, sia in luogo asciutto 
esposto al sole d' ogn' intorno, ciò è scoperto 
et non uggioso, et in modo serrato et difeso, 
che non le possino danneggiare i lupi. 

Non deono essere i lor pascoli troppo mor- 
bidi et umidi et ripieni di trista erbaccia grossa 
et palustre, si ben di delicato palèo et sermol- 
lino ; et se pur occorra servirsi ancora di quelli, 
intrattenghinvinsi poco, scorringli et ritornino 
a' buoni. Non conversino ne' pascoli dell' oche, 
perchè queste con il loro sterco abbrucion 
1' erbe, et mangiate fanno infermare le pecore 
o dimagrare. Se i luoghi sien temperati, s' in- 
tratterranno nei pascoli ordinarli il verno e 
r estate ; se sian gran freddi, se gli procaccino 
alla campagna a questi contrarli, o vero si 
tenghino racchiuse dentro alle stalle, ove sia 
buona provvisione di fieni et foglie secche, dette 
di sopra, in abbondanza, come di lupini et altri 



23 

legumi; e tengliinsi a miti spruzzali di sale, 
il che fa il latte in maggior quantità et più 
saporito. Et se nelF autunno, quando non hanno 
da pascere, si pigliano assai zucche verdi ta- 
gliate minutamente et saleggiate, gli faranno 
profitto al latte et alla vita. D' inverno è utile 
talora abbruciare dentro alle stalle rosmarino, 
timo e foglie di cedro et di ginepro, capelli 
di donne, corna di cervio et nepitella et ori- 
gano; cosi saranno i latti sicuri dal pigliare 
veleno, et esse ancora si sanificheranno. Nei 
luoghi temperati et caldi si cavino ben da 
mattino a pascere ogni di quando sia cascata 
la rugiada o vi sia l' erba fresca di sua natura ; 
et perchè le pecore sono tenere di capo e '1 
sole fa lor danno, avvertiscasi ai di canicolari, 
che sono quaranta fra '1 luglio e 1' agosto, che 
le si paschino la mattina per tempo, avanti 
che '1 sole abbi presa forza a poter loro offen- 
dere il capo o la fronte ; et paschinsi ancora 
innanzi al mezzodì vers' 11 tramontar del sole, 
nella sferza del caldo al meriggio, sotto arbori 
ombrosi, valli coperte et grotte cupe ; et paschi- 
nosi doppo mezzogiorno verso oriente. Et ciò 
si dee osservare dalla levata delle Yergilie et 
della Canicola all' equinozio autunnale ; et tanto 
pili ciò si dee osservare in quelle di lana grossa, 
che sono più tenere di testa di tutte 1' altre ; 
et se vi sia grandissimo caldo, sarà convene- 
vole il pascolarle di notte ; et del tempo d' in- 
verno et dell' autunno et di primavera nei 
luoghi freddi non si cavano mai fuori, se non 
sono disfatte le gelate et sia scolato dall' erbe 
tutto '1 destrutto ghiaccio et rasciutta la bri- 



24: 

nata et la guazza ; et quando si vegghino pregne 
d' aqqua le tele degl' aragni, non si cavin fuori. 
Che se sia grandissimo caldo, senza lasciarle 
giacere le conduca il pastore ai monti più 
alti, dove tiri vento buono, abile a rinfre- 
scarle, come ancora a qualche collina che sboc- 
chi alla frescura. Ma di maggio, giugno, luglio 
et agosto non si lascino molto pascere, che le 
non si faccin troppo grasse; et di settembre, 
ottobre et novembre, doppo passata un po' terza, 
si lascin tutto '1 giorno nella pastura, si che il 
verno le truovi ben grasse da resistere al freddo ; 
il quale, dove sia grandissimo, costringerà tutto 
il tempo a tenerle nelle stalle. Ma se sieno 
alcuni giorni quieti et sereni, cavinsi fuori in 
essi a pascere a ore debite, et a queste si ritor- 
nino alle stalle, che non patischino; et nei 
tempi umidi et freddi una volta sola il giorno 
s' ha a far loro podestà dell' aqqua. 

Et allora è conveniente che '1 pastore sia 
circunspetto et considerato a dar loro tutti 
gì' aiuti et conforti, et usi ogni rispetto di 
benignità verso loro, trastullandole con i suoni 
et i canti di zufoli et zampegne et cornamuse 
et scacciapensieri, et cosi vadi moderandosi, 
che nel farle andare innanzi o voltare e farle 
ritornare in dietro, senza adoprare il bastone, 
solo con alzar la mazza minacciando, co '1 
gridare et far romore et con l' esclamare et 
fischiare si facci del tutto obbedire. Non si 
parta mai da esse troppo lontano, né per dor- 
mire, né per sedere, o altro fare; et non facendo 
camminare il gregge, dee stare in piedi, perciò 
che r armento, come un altissimo specchio et 



(la ogni parte rilevato, desidera V officio del 
suo pastore, che scorga in esso attorno attorno 
il tutto, perché provvegga che le più •infin- 
garde, gravi et tarde, et le gravide mentre si 
sforzano Q) camminare, né le adatte et leggiere 
e le che han partorito quattro metri scorrono 
innanzi, consentisca che le sieno spartite et 
separate dall' altre ; et affinché né qualche ani- 
male o ladro inganni il pastore, che sia balocco 
e smemorato. Deonsi d'inverno ridurre a casa 
d' avanti un' ora che sia per andar sotto il 
sole, et la mattina cavarsi fuori come sia sco- 
lato dall' erbe ogni nocente umore, come la 
guazza, rugiada, brinata e nevischio [i quali] 
r inducono a incorrere nel male detto morhi- 
dino. Portino i diligenti pastori con loro le 
trabacche, .le tende, i graticci et altre stoviglie 
che loro possiUo occorrere ovunque voglino 
stabbiare et posarsi, secondo che ritruovino 
più deboli o gagliardi i loro armenti a poter 
camminare et andare innanzi. 

Grl' agnelli né minori di cinque mesi né 
innanzi che i caldi et i freddi dien fuori si 
deono castrare, avendo l' esperienza rimostro 
che i di minore età si castran sicuri et gì' attem- 
pati con pericolo grande. Fassi questa opera- 
zione dal dicembre al gennaio sin al principio 
di marzo ; cosi gì' altri che sieno in altro tempo 
nati si castrone sempre dopjjo la nascita di due 
o tre mesi et non più; et la maniera vera è, 
con una corda rinforzata strignere, serrare et 
arrandellare i tendini che reggono attaccati i 



(') dum enictabunt è scritto sopra di farle, cancellato. 



26 

testicoli, et ancora avendo fatto di fuori un 
cappio scorsoio avvolto alle sommità dei testi- 
coli Ove è l'attaccatura et legatura loro, et 
presolo il castratore con la schiena riverscio 
sopr' il petto di sé stesso, et posto di quel 
laccio fatto scorsoio un capo sott' il piede, 
avendo l' altro capo in mano, tirandolo bene 
in alto, et facendo le corde viviradici dei testi- 
coli crepar solamente; et ciò si fa con agevo- 
lezza, senza staccarglieli loro. Di questo modo 
rimangono impotenti alla generazione ; ma 
bisogna ugner bene l'ammaccatura con la 
sugna vecchia scaldata che coli di porco 
maschio. I castrati poi che e' voglion metter 
sotto, gì' elegghino da quelle madri che ne 
sogliono far due a un parto: et volendo i 
castrati in eccellente sovranità, che rieschino 
buoni come nei lodatissimi piani di Pistoia 
et per le pasture di quel paese (et non per 
altra cagione sono per tutta la Toscana predi- 
cati) conviene come quelli allogargli in grasse 
et folte pasture di vantaggiatissima erba, et 
dar loro in quel mezzo tempo della crusca 
tiepidata con acqua et un po' di sale et farina 
di miglio, et riguardare che non paschino o 
assenzio o malva o ruta, perché sanno sempre 
le carni l' odore dell' erbe che e' mangiono. 
Alcuni altri tagliano con rasoio rasente il corpo 
del castrato le corde a che sono attaccati i 
testicoli e la pelle che gli fascia all'intorno; 
et legato con spago serrato sopra la tagliatura, 
et datogli fuoco con paletta rovente, strofina- 
tovi della cenere spenta con olio caldo, et lega- 
tavela sopra senza pericolo et con guadagno 



27 
de' testicoli, che fritti con grasso, tagliati in 
pezzi minuti et infarinati nella padella, son cibo 
ottimo, si castrono; et senza tanta pena del 
camminare, privi di quel peso tra le coscie di 
dentro van camminando et s' ingrassono più 
facilmente ne' pascoli. 

Il tosar la lana che si fa alle pecore, a' mon- 
toni, agi' agnelli et ai castrati giova loro alla 
vita per la politezza, et se ne cava la lana, fatto 
che si sia a luna scema, nei paesi caldi di aprile 
et al fine di marzo, nei lati rigorosi et abbrivi- 
dati di maggio et giugno, et in alcuni paesi 
temperati et un po' freddi quando ritornano di 
montagna all' agosto, avvertendo sempre di non 
intaccare in tosando la carne ; et se avviene, è 
remedio presentaneo impiastrare quell' intacca- 
ture con cenere intinta in olio caldo o filiggine 
di fabbro ; la sugna ancora e 1' olio puro ripara 
da questo e dalle mosche. Et perché sono diversi 
i paesi, sarà assai che quel di che si destina a 
questo affare, ove che si sia, s' elegga chiaro, 
quieto, placido e sereno, et sopratutto caldo et 
senza vento, doppo mezzogiorno, sfogato '1 ca- 
lore. Le pecore di lana grossa si tosano più tardi 
che non quelle di lana fine, et si possono nei 
lati di temperie tosar d' aprile et di settembre, 
et nei freddi una sol volta per il solstizio: nel 
qual tempo, quelli che costumano tosar due 
volte, tosano ancora gli agnelli. Avanti di tre 
di s' hanno a lavar bene, poscia rasciugate 
s' hanno a tosare. Ma non in tutti i luoghi si 
tosano le pecore; perché in alcuni tirando si 
sbarbicono lor d' addosso i lor velli, pigliandone 
pochi per volta et sbarbandogli: et cosi non 



tosano, ma svellono la lana. Tosate che elle sono, 
abbiasi aqqua che vi sien cotti dentro i lupini 
et feccia di buon vino et altrettanto di morchia 
d' olio et zolfo pesto et crusca mescolati insieme, 
et con essa si freghin bene le pecore ; et doppo 
tre o quattro di che eli' abbino ben succiato 
questo liquore impiastrato, si conduchino a la- 
vare neir aqqua marina, se non sia lontana; se 
non, in aqqua piovana o che sia fatta artificio- 
samente salata; et lavinsi in di caldo di modo 
che le restino nette et pulite per tutta la per- 
sona in giorno tiepido. Di questa maniera fa- 
cendo più fine et lunga la lana, si manterranno 
sane tutto l' anno, senza pidocchi, pulci o altra 
noia. 

Il tempo del lavar le pecore è quando le 
viti si sfrondano; et nei luoghi caldi si tosano 
sempre più d' una volta 1' anno. La rogna per 
lo più nasce loro da patir freddo o fame, o se 
doppo r averle tosate non sieno con diligenza 
state lavate, o per lo stare a pascere in luoghi 
lotosi et sporchi et dove sieno luoghi aspri con 
spini pungenti et pruni, o veramente essendo 
state in stalle ove conversino muli, cavalli o 
asini; ma sopratutto il poco mangiare et lo 
stento generano la scabbia. Et si cognosce che 
elle ne patiscono, se le si scarpellino et grattino 
con r ugna per la vita, et si pestino et s' instri- 
ghino co '1 corno, et si sofi"reghino, strofinino et 
stropiccino agi' arbori o ai muri. 11 che avendo 
scorto proverrai a tosarle, et ti si scoprirà sotto 
una pelle ruvida et aspra et alcune bollicole, 
che daranno segnale espresso di continuo pizzi- 
core. Il rimedio è questo : che quelle che 1' hanno, 



29 
che son li che si grattono spesso, sieno tosto 
appartate dall' altre, perché non s' appicchi quel 
malore a tutte Y altre ; et poscia lavate, come 
di sopra si disse, s' aggiunga belimio et elleboro 
bianco et mina buona, tutto mesticato insieme 
e fatto impiastro. È buono ancora il sugo della 
morchia che cola, quando la sta ammonticata, 
bollita al fuoco sin che sia scemata i due terzi, 
e r orina statavi dentro pece stemperata, o pezzi 
di creta nell' aqqua calda, fatta liquida, con 
zolfo trito incorporato insieme al fuoco ; 1' erba 
della cicuta, avanti gitti la semenza di prima- 
vera, pestisi et si cavi il sugo, mescolandovi sai 
duro in copia; et posto in vaso di terra inve- 
triato si conserva per a tempo un anno intiero 
et si cuopre sotto un monte di letame marcio; 
ungasi con questo la rogna et guarirà, adoprato 
caldo. I diligenti et avveduti pastori, quando 
veggono una pecora che si soffrega et si gratta, 
toson la lana ove sia il luogo affetto, et con pece 
liquida lo medicano sicuramente; et se la fosse 
in alcuna parte aspra et ronchiosa, soffreghisi 
tanto che n' esca quel sanguaccio, poi s' unga 
con olio caldo. Al morbo loro et pestilenza, et 
massime quando battono spesso le palpebre 
degl'occhi, si remedia con l'appartarle; et a 
quelle che non 1' han presa, si dia del sale me- 
scolato con la quarta parte di zolfo, il che 
le purga et sana. Pascendole in cattivo pascolo 
et dove sia erba molle et d' aqquitrini, o sia 
stata aqqua morta, viene lor la gocciola: non 
v' è altro remedio che avvertire innanzi a questi 
pascoli. Quando vien lor la febbre (e quando 
cresce loro il fegato F acqua del bagno a aqqua, 



30 

come s' è detto, le sanerà d' aprile et d' altro 
tempo) cavisi sangue dalla vena dell' occhio 
destro o dall' ugne o da quella delle ciglia, né 
si lascino immollare, et si dia loro a mangiare 
foglie di salcio, di pioppi, d'olmo, di frassino et 
di pampani, et trasmutarle in luogo più fresco : 
et ancora si cava lor sangue sotto '1 tallone 
fra le due ugne prime. L' intertrigo si cava con 
allume, zolfo, pece liquida et aceto mesticato 
insieme o con la ruggine del bronzo. Per gras- 
sezza et caldo intorno ai rognoni si muoiono 
soffocandosi, et massime i castrati, di giugno et 
di luglio; et mutinsi ai luoghi freschi e si 
rattenghino chiuse a mangiar poco; come a 
settembre poi et d' agosto rinfreschi il tempo, 
si ritornino a pasturare al solito. Il tuberculo 
è da esse risegato intorno con diligenza, si che 
il vermicello che vi alloggia vi sia ferito et 
tratto fuori, perché fa generarvi marcia che 
r offende, si che fa insanabili le ferite. Se per 
il gran caldo elle strafelino et caschino a terra, 
faccisi lor mangiare delle bietole salvatiche, ciò 
è piantaggine detta petacciuola, et diasigli del 
sugo d' esse ; et se ella rifiati diffìcilmente, se gli 
taglino r orecchie con ferro. Quanto all' allu- 
pato, il meglio è ammazzare tutte quelle che 
han questo male, prima che l' attacchino a l' altre. 
Alla loro idropisia, ciò è al ritropico, che altro 
non è che aqqua generata tra la cotica della 
prima et seconda tunica et interiore, se gli cavi 
sangue del naso per di dentro et sotto la lingua 
con un ferro puntato et tagliente. Se fa schiuma 
grande alla bocca et gì' enfia il ventre et si 
scontorce, è segnale d' aver mangiato l' erba 



31 
sanguinaria: cavisegli sangue sotto la coda. Si 
fa giudizio che talora per aver mangiate can- 
neggie o erbe velenose, possin perire; faccisi 
loro tracannare, per un corno bucato, stemperata 
con vino la terra lemnia. Se per aver troppo 
calpestato il lor proprio sterco, se gì' inteneris- 
sero r ugne, si che andassero zoppe, taglinsi con 
prestezza tutti i cerchi, ponendovi sopra calcina 
viva secca fasciatavi con un cencio ; poi si ten- 
ghino a stare sopra il pacciame verde. 

Presentaneo rimedio è et approvatissimo per 
mantenere in continua sanità le pecore, di dar 
loro a mangiare delle coccole di ginepro pestate 
minutissimamente et sparse d' aqqua, cottavi 
dentro della vena, con la vena istessa, insalata, 
tre o quattro volte 1' anno ; et se bene elle ricu- 
seranno di mangiare il ginepro da per sé, con 
la leccornia et del sale et dell' ingordigia della 
vena divoreranno tutto '1 mescuglio non punto 
gravatamente. Pestinsi le radici dell' acero, et 
trite et peste, cotto nell' aqqua, levata via la 
lana, si sparghino sopra il luogo affetto delle 
pecore dai pidocchi et ricini ('), et sia quel 
liquore tiepido, et di modo sparso, che coli dal 
fil della schiena per tutta la persona. Alcuni 
acconciono le barbe della mandragora in quella 
medesima maniera et 1' adoprono a questo, av- 
vertendo che non la sorbischino. Se una pecora 
abbi inghiottita una sanguisuga, gettagli giù 
per la gola aceto forte mesticato con olio. E 



(1) pedicelli scritto sopra ricini. Ma veramente è la zecca, come 
risulta da questo esempio del Redi, Oss. Vip. « Ricino stomacoso e 
sordido animale, livido e pieno di nero sangue, che noi chiamiamo 
zecca, il quale veggiamo spesso addosso a' cani ». 



32 

superstizione a credere, se alla guida dell' ar- 
mento sia legata una cipolla squilla, che egli 
si difenda da' lupi: più sicuro è essere fornito 
di mordaci e buoni cani. Se per disgrazia se 
gli troverrà rotta una gamba, ungasi con ragia 
mollificata con sputo, acconcia sopra un fardel- 
letto di lana, che succiato et sia zuppo d' olio 
et vino, ponendolo in sul male, dentro alle 
stecche che tengon la gamba a suo luogo; et 
così andrà a pascere et guarirà. Accade loro 
ancora il cimurro et l' infreddatura et la tosse, 
et a tutto si soccorre come si fa a' cavalli e 
buoi, et ancora con pestar delle mandorle et 
mescolate co '1 vino, questo liquore con un cor- 
netto infonderlo nelle narici che passi dentro. 
Et per mantenere in ordine le pecore, se gli 
diano dei frutti secchi di lauro co '1 gambo, da 
quando han partorito a che si rida loro il mon- 
tone, che ciò le farà essere grasse, sane et con 
latte assai ; ma quando son pregne si resti di darli 
loro, perché agevolmente le farebbero sperdere. 
Patiscono ancora del male della mentigine 
gì' agnelli mandati fuori a pascere et l' altre 
pecore nei lati d' erbe rugiadose, et la bocca 
et le labbra si scalficcano di piaghe et d' ulceri 
s' empiono : una mestura fatta d' isopo et di sale 
trito per ugual porzione, avendo untate le ferite 
di aceto et pece liquida, contemperata con 
sugna di porco, con che se gli freghino le 
labbra, la bocca et il palato, le sanerà. Et di 
nuovo, se per aver mangiato erba velenosa o 
qualche verme simile gì' enfi il ventre, fatte 
pugnere sopra le labbra le vene et sotto la 
coda intorno al sesso, gì' infonderai dell' orina 



33 
dell' uomo. Per ultimo dirò quello che ho tro- 
vato scritto: la ferocità dei montoni mitigarsi 
co '1 bucar loro il corno rasente 1' orecchio. 

11 meglior butiro è il fresco et dolcissimo ; 
et quello di pecora schietto è più lodato, e si 
cava dalle ricotte peste nel mortaio di marmo 
pulito con aqqua tiepida, et poi gittato da 
altr'aqqua fresca, et di sopra viene a galla il 
butiro, quale si mette ne' pampani, et tiensi a 
congelare in cantina; poi si conserva mutan- 
dogli r aqqua d'attorno ogni di. Fatta ribollir 
poi queir aqqua con che s' è rilavata et rime- 
stata con mestolini, che si gitta giù di mano 
in mano in un bigonciuolo, se ne ricava la 
ricotta, aggiugnendovi prima un poco di sale. 

[Cosi, lasciato imo spazio di circa tre righe 
bianco in fondo alla pagina, nel verso della carta 
21.^ finisce il capitolo delle Pecore. Le carte 22!" 
e 23.^ sono bianche., A car. 24."^ recto comincia il 
capitolo delle Capre.'] 



34 

Le Capre. 

Hanno le capre assai più che molta con- 
formità con le pecore, si come in molto più et 
assai cose elle se gli rassomigliono ; et le più 
belle fattezze loro et dei becchi (che becchi 
s' addomandano, perché tosto che hanno am- 
montata una capra, annasono gì' altri becchi 
per scoprirgli l' adultera et sé per becco, si 
come fu Vulcano fatto da Marte et gì' altri 
uguali a lui) si ritruovano in quelli che sono 
dall' Indie stati trasportati, di dove vengono 
più grandi di statura che i nostrali, et di ne- 
grissimo pelame, come velluto lustrante et netto; 
se bene ne hanno ancora essi delle pezzate, delle 
bigie e bianche lattate, come nelle parti del- 
l' Oriente, ove sono di corna grandi et d' un 
pelo lungo, lucido et risplendente più che la 
seta et candido più che la neve, traversati di 
vita et alti di gambe. Fannosene otri capacis- 
simi, si come delle nostrali se ne fanno cordo- 
vani et cuoi bonissimi, et dei capretti, secondo 
r età, cartapecore fine. Ma i corami eccellenti 
si conciano dei becchi di Lituania, i quali sono 
poco minori di quelli delle Indie, et gì' asset- 
tano in perfezione co '1 grasso di pesce in Mo- 
góra da riparare, non che alle continue pioggie, 
allo star nell' aqqua parecchi di alla fila, avendo 
d' essi stivali in gamba. Dei becchi non si fanno 
otri rispetto al cattivo fetente lor odore, ma 
se ne fanno perfetti somacchi in Spagna; et 
dei caproni di là finissime pelli da guanti da 
profumarsi o d' assettar con olio di fiori di 



35 

gensomino di Catalogna, ottimi a far stringhe, 
coprir libri, cuoi stampati da stendere per or- 
namento delle mure, dorati o innargentati, si 
come degl' agnelli et dei montoni. A fare un 
otro di capra conviene che ella sia giovine, 
perché delle vecchie fatti riescono oltre a modo 
sottili, et perciò deboli et inutili; tagliasi per 
farli comodi la testa dal collo et di tutti i piedi 
sin al secondo nodello, et poscia scorticato il 
resto dalle gambe sino alla natura si rovescia 
tutto r avanzo della pelle co '1 pelo di fuori, et 
poi si getta due libbre di sale di dentro, il 
quale fregatolo bene et stropicciatovelo tra 
nervo et nervo con le mani, si fa tutta la pelle 
in un rotoletto ben serrato insieme, lasciandola 
cosi per tre o quattro di. Poi si risala di nuovo 
per di dentro per sei o sette altri di, fregan- 
dola benissimo et rivolgendola similmente dal- 
l' altro lato in ruotolo bene stretto. Dipoi cosi 
lasciato per tre o quattro di si può legare con 
gli spaghi, con cappio a bómbere, come si dice ; 
et tiensi attaccato, gonfiato con 1' alito, in 
luogo dove non arrivi caldo di fuoco che lo 
farebbe aggrinzire et ritirare, et poi rompere 
et crepare; et in quella maniera si conserverà 
per portarvi dentro 1' olio a tutti i tempi. Sono 
ancora nei paesi di mezzogiorno bellissime 
capre et becchi uguali a quelli delle Indie et 
massime nella Natalia detta il regno del To- 
canto, di vello bianco, lungo, liscio, argentato, 
lustro et folto, delli quali si fa il ciambellotto, 
si come delle più elette di Calavria il cano- 
vaccio, et nelle parti di Levante il dimito; si 
che questi animali rendon guadagno per la 



36 

carne, per il latte et per il cacio, per le pelli 
et per il pelo; perciò che tosata rasente '1 car- 
nezzo se n' attorce funi et se ne fanno sacchi 
et gabbie et sarte grosse et agumene per la 
marinaresca, avendo due particolarità buone, 
che non marciscono per 1' umido et difficilmente 
il fuoco vi s' appiglia. Coni' io dissi, hanno le 
capre molte cose comuni con le pecore, perché 
le si fanno ammontare ai medesimi tempi, et 
portano il parto tanti mesi quanto le pecore; 
solo mangiono sterpi et pruni et pastura aspra, 
et in luoghi più foresti et alpestri si nutricano 
che non le pecore, vegliano di notte come di 
giorno, giaciono a rovescio (') e nel pasturare 
non si guardano fra loro. Fa nocimento loro il 
freddo, massime alle pregne ; nuoce loro ancora 
il caldo. La sottigliezza dell' acume naturale 
delle capre si vidde in due, le quali incontra- 
tesi in un ponte strettissimo, et urtatesi 1' una 
con r altra co '1 capo, et cognosciuto di non 
poter passare, non avendo spazio di far lato 
1' una all' altra, si prostese una spianata bene in 
su lo stretto del ponte et 1' altra passò di sopra. 
E cosa miracolosa et stupenda delle capre, che 
tutti gì' altri animali raccogliono et attraggono 
r aere spiritale con la bocca, et queste sole si 
pigliano il fiato con 1' orecchie. 

Nel comprar le capre non si può osservare 
la regola che nelle pecore, delle quali si può 
stare et far patto della lor sanità; a queste 
bisogna dir solo che le mangiono et beono 
questo di di questo giorno d' oggi, perché le 



(1) aversi è scintto sopra rovescio. 



37 

capre non si ritruovano mai senza febbre. Ma 
più utile è comperare un gregge intera che 
di parecchi branchi farne uno: et di meglior 
razza sono quelle che partoriscono due volte, 
et di queste s' ha a cercare d' avere et far 
coprire. Non dee passar il gregge cento capi, 
perché quanto è maggiore, tanto è peggio 
rispetto al ben governarle et guidarle; sendo 
più giovevole avere un picciolo armento ben 
custodito, che un grande che patisce mal in 
assetto. Pende a tutte, cosi femmine come ai 
maschi, una barba lunga di velli al mento, per 
la quale se uno 1' afferri et la tiri in alcuna 
parte, tutte l' altre stupide la guardano, et mo- 
vendola, gli vanno dietro seguitandola. Cosi 
avviene del becco, il quale o per istinto natu- 
rale o per la fidanza che egli ha più bella et 
lunga barba o che perciò si tenga da più che 
le femmine, tuttavia vuole andare innanzi al 
gregge. Grl' antichi sacrificavano a Bacco le 
capre et i becchi, perché il lor morso è mor- 
tale alle viti, e tutto quello che scapezza non 
rimette a dove 1' ha morso con i denti, et diffi- 
cilmente et per un pezzo non rinvigorisce, 
risurgendo li accanto. 

Sono le capre di due ragioni, con corna 
et senza, salvatiche et domestiche ; et con 
quelle mescolati i domestichi becchi fanno 
mesticata la razza, il che si può fare per 
pruova, ma non per utile. I becchi simil- 
mente sono senza corna alcuni, alcuni con 
esse, et di questi sono i migliori senza corna, 
men sazievoli et fastidiosi degl' altri, ma tutti 
con un lezzo fetido et puzzolente; quelli si 



38 

deono fare ammontare ne' giorni sereni, Incidi 
et quieti, questi nei torbidi, foschi et tempestosi, 
come che il bestiame di questi regge nei luoghi 
freddosi et più aspri, et ancora nei sottoposti 
all' aqqua, et quelli nei caldi profittano et nei 
temperati, come anco le capre fan sempre più 
in copia latte. Cosi s' andrà altrui fornendo 
di quelle che s' affaccino al suo paese, perché 
le straniere non campan bene nelle nostre parti : 
et i becchi eletti sono, ai quali pendono al collo 
dalle mascelle due barbette. Deono avere testa 
piccola, nera di pelo spesso e lungo, le gambe 
grosse e non troppo alte, il collo grosso et 
corto, il gorgozzule largo et lungo, le orecchie 
grandi floscie (') et pendenti, la barba lunga et 
folta, il corpo tondo et largo et traversato 
tutto; né sia egli troppo grande di statura. 
Deesi talvolta tosare loro il pelo, massime nei 
tempi del caldo. I becchi senza corna sono più 
comportabili fra le capre che han le corna; et 
siano tutti i becchi d' un pelame unito et non 
variato, folto, lungo, liscio et chiaro, o sia bianco, 
bigio o nero. Delle capre il colore più appro- 
vato è il bianco, cosi ancora dei maschi i 
bianchi sono i più lodati. Et alle capre ancora 
r avere pendente assai dal collo quelle barbette 
è buon segnale, et massime che abbino sotto '1 
mento sommessa carne pendente in particelle 
minute, divisa come poppette, perché danno 
indizio d' avere a essere più feconde, et tanto 
più avendo le poppe grandi et il latte grasso, 
et che a quel ragguaglio ne rendino buon dato. 



(1) flaccide scritto sopra floscie. 



39 

Sono alcune capre piene di peli et alcune co '1 
pel rado et quasi senza ('); 1' une et l'altre nel 
lor genere s' hanno per buone, pur che abbino 
le lor fattezze simili ai becchi, di ben largo 
ventre et discoste le gambe di dietro sotto la 
coda, se il paese è freddo con assai pelo, se è 
temperato o caldo tutte vi s' affanno. Le capre 
tutte bianche rendono copia maggiore di latte, 
ma le rossiccie sono più gagliarde et robuste ; 
et accompagnate dal buon pascolo et dal soUi- 
cito governo, che abbin tuttavia al lor ritorno 
dal bosco delle frasche d' ogni sorte alla stanza, 
faranno sempre i parti doppi; si che faccisi 
procaccio d' aver di queste, et massime che una 
capra fa sempre ordinariamente latte d'avanzo 
per un capretto ; imperciò, volendo un capretto 
oltre a modo grasso et grosso, faccisi allattare 
da due capre. 

Il becco di sette mesi è abile a generare, 
perché è di natura lussuriosissimo, et mentre 
che la madre 1' allatta si crede che ammontan- 
dola gli renda il latte: et perciò presto et in- 
nanzi ai sei anni diventa vecchio, perché egli 
si consuma troppo et distrugge, montando cosi 
da giovane ; et perciò quando egli è arrivato ai 
cinque anni si tiene che sia poco atto a ingra- 
vidare le femmine, le quali non si deono am- 
mettere al becco prima che elle abbino un anno 
finito, et esso anco sia sopr' anno ; et si cambii 
ogni quattro anni. Possonsi in quel tempo ca- 
strare et s' ingrassano per mangiare, et è carne 
ragionevole secondo i luoghi de' pascoli, buona 



(') glabre scritto sopra quasi senza. 



40 

come neir Elba, dove e perché, essendo '1 pascolo 
simile. Si castrono i capretti quando sono di- 
vezzi dall' allattarsi, e diventano castrabecchi ; 
si fanno grassissimi, et freschi et salati si man- 
giono dagl' uomini che s' affaticano et stanno 
nei continui lavori. Le capre anch' esse deono 
doppo sei anni o al più sette rinnovarsi, et 
anch' esse si mangiono dalle persone montanare, 
ma è carne non punto lodevole et che ristucca ; 
et la razza che s' ha a conservare sia del parto 
di quelle di due anni o tre. Deono essere le 
capre tutte d' una sorte, che chi 1' ha mescolate 
di più razze mal volentisi 1' accompagna et mal 
volentieri camminano insieme. Se la pastura sia 
abbondante, si potrà lasciare due capretti alla 
capra che gì' abbi fatti, se non, faccisi aiutare 
da chi non ne ha, o s'ammazzi o si dia lor da 
succiare del latte munto, benché ancora facil- 
mente r altre capre l' aiuteranno et ammette- 
ranno, poiché da per loro ai caprettini sono ih 
tenerezza, et massime sentendogli belare e pia- 
gnere dan la poppa. 

Le capre quando sono ben grasse non s' im- 
pregnano cosi attamente, come quelle che sono 
tra magre e grasse, et per il soverchio man- 
giare talora fatte troppo corpulente et carnac- 
ciute s' infermano ; et mentre che elle son gra- 
vide, abbisi a mente che non si lascino azzuffare 
insieme, che talvolta urtandosi nel ventre si 
disperdono, né si lascino mangiare in quel 
tempo ghiande, che nuoce a loro come alle 
pecore, né manco si dia loro in quel tempo del 
sale, o se pur per aumentare il latte se ne vogli 
dar loro, se gli porga temperatamente; et da che 



41 
elle sieno state col becco per quindici o venti di, 
et perché elle fanno i capretti alla campagna et 
in andando da luogo a luogo, mentre camminano 
ancora nei luoghi aspri et erti, conviene secondo 
la quantità loro avere il numero de' pastori 
che gli possin raccogliere et portino alle capanne 
o stalle secondo i tempi, consegnandoli poi alle 
madri, secondo che si disse degl' agnelli, avvez- 
zandoli da piccoli, affinché più s' ingrassino e 
creschino, dando loro da mangiare della saggina, 
crusca et fogliame di ellera et rame di olivi et 
•altre frasche verdi, dolci e saporite, facendogli 
ancora uscire in lati di semente di buon' erbe 
e prati simili; et a quel tempo bisogna aver 
più cura che mai da tutti gì' animali rapaci et 
dalle volpi, che più che in altro tempo seguon 
gì' armenti, come i lupi, per divorare i lor 
teneri parti. Dove sia la commodezza di ricom- 
perare nuove capre, o gravide o no, basta d' un 
anno, è meglio et più utile vendere cosi le fem- 
mine come i maschi, et se pur elle si voglin 
salvare per razza, tirinsi innanzi quelle del se- 
condo parto et delle megliori et più belle madri, 
et si faccino allattare per tre mesi; ma come 
possino camminare dietro le madri, se bene 
ancor poppano, mandinsi con esso loro, perché 
s' avvezzino a pascere come quelle et accompa- 
gnarsi pur tuttavia, se sia il paese tiepido, riti- 
randole alle loro stalle et capanne, le quali 
siano fatte alla foggia né più né meno in tutto 
di quelle delle pecore, nei tempi nevosi, pascen- 
dole r estate all' Alpi et ai luoghi freschi et 
ombrosi, et il verno alle marine in lati caldii; 
et volendo multiplicare per vendergli poi 



42 

grandi et castrati, gì' allattino sin in tre mesi, 
poi avvezzi a pascere si stiano con le capre, 
come anco i becchi quando han finito di mon- 
tare. 11 primo di della monta non restan gra- 
vide, il secondo più efficace, il terzo concepisce. 
Et volendo castrargli, castrati che sono, tornisi 
loro a dare il latte munto, che tanto più poi 
s' ingrasseranno e diventeranno più grossi. 

Deesi far quest' opera quando sono di cinque 
o sei mesi, onde si potranno castrare di marzo 
quelli che son nati di settembre, et nel mese 
d'aprile et maggio quelli che sien nati di di- 
cembre et quelli che sien nati di marzo. Nel 
fine di settembre et ottobre, se il paese sia caldo 
et caldo assai, o che si vadi lor cambiando la 
pastura di tempo in tempo, secondo i luoghi 
appropriati continuamente, si potrà fra loro 
lasciare stare i becchi, per aver giornalmente 
dei capretti; et anco di tutte le stagioni ca- 
strargli, pur che s' osservi che la giornata sia 
fresca nello scemar della luna, et che non abbin 
mangiato il di innanzi. Puossi dare una stretta 
ai testicoli, come si disse degl'agnelli, con una 
corda rafforzata sottile, et ciò dà lor men do- 
lore, avendogli perciò rivoltati a rovescio et 
dato loro una storta senza tagliargli; altri 
legan bene i nervi o tendini ove stanno attac- 
cati, et serrati et stretti bene aprono la borsa 
et tagliano, et in questo modo è miglior carne ; 
et si rettificherà ancora quello dei becchi; al- 
cuni, quando son piccoli, strappato loro il ner- 
vetto da che pendono et strappato con essi, gli 
castrono, medicando la percossa come li agnelli ; 
altri gli schiacciano con un legno ammaccan- 



43 

dogli, et questo modo dà lor più dolore, et gli 
fanno smagrire; altri gli taglion rasente ogni 
cosa par pari, avendo legato stretto e forte, 
dando fuoco alla ferita, poi ugnendo con sugna 
et butiro. Tenghinsi allora per qualche di fermi 
alle loro stalle o portici o cortili, et dall' ope- 
razione fatta non si dia loro da mangiare sin 
a sera. Le caprette femmine si castrano come 
le troie. In questa maniera saranno i capretti 
grassi et massime i castrati da piccolini. Il più 
comodo tempo di dare il becco si è di novembre, 
un poco avanti dicembre, perché portando [le 
capre] quanto le pecore, nasce il capretto a 
marzo per allevarsi alla nuova buon' erba ; solo 
si guardino dal freddo che non gì' offenda, che 
ne patiscono grandemente ; et se è luogo caldo, 
si dia loro da mezzo settembre a mezzo ottobre, 
et dove sono abbondanti pascoli di li a sei mesi 
si dia loro un' altra volta. Né mai si dia fieno 
alle capre, perché sien buone et delicate; ma 
quando se gì' è dato il becco, massime la prima 
volta, subito se gli dia non solamente del fieno, 
ma della semmola ; et presi che n' abbi otto o 
dieci bocconi, si facci ritornare a dar su un' al- 
tra volta alla medesima capra: et anche, se- 
guendo r ordine di ristorarlo con fieno trito et 
semmola, si può tornare a farlo ammontare la 
terza volta, et di poi non più, anzi si lega su- 
bito, affinché non si sfacesse con danno anco 
di quelle che fossero state ingravidate da lui, 
slegandolo poi et pascendolo di fieno et semmola, 
dandogline più et meno secondo che egl' avesse 
anco a servire nei medesimi giorni, mentre che 
elle sono disposte a riceverlo, perché possi essere 



44 

forte et gagliardo, bisognando affaticarlo di 
nuovo; poiché egli è allora con questo governo 
talmente valevole, che in quelli mesi supplirebbe 
a cento et anco a centocinquanta. Et finita la 
monta, si cavino i becchi dal gregge et si ten- 
ghino nei caprili, dove egli non patisca et vi 
sia netto dal suo proprio sterco che gli nuoce 
assai. Alle capre non occorre altro refrigerio 
doppo il parto, né meno importa che s' osservi 
cosi come alle pecore che le venghino a fare il 
parto nelle stalle; et levando poi lor via i ca- 
pretti ai tempi, si potrà durare a mugnerle 
quattro o cinque mesi a dilungo ciaschedun 
giorno con tre o quattro libbre di latte. 

Dilettansi et amano le capre più tosto di 
pascere nei boschi salvatichi et nei greppi, nei 
monti alpestri, nelle grotte, ne' dirupi et lati 
scoscesi et sassosi, per le prode, coste, ripe, balze, 
greti, botri, luoghi scoscesi et inarpicabili et 
inaccessibili, onde é che dai monti di Narsinga, 
ove sono nelle maggiori asprezze loro impermea- 
bili all' uomo con carichi addosso, le capre por- 
tono al piano due mattoni d' argento da cave 
copiosissime di questo preziosissimo metallo, 
condotto che egli é coppellato a perfezione. 
Quivi in somma piii volentieri si pascono, anzi 
che nelle pianure, prati et domestici luoghi, et 
per lor pascolo appropriato e fresco dove sono 
zahoUeres, che ne sono ghiotte oltr' a modo et 
ne mangiono assai et le nettano dalla rogna; 
et tanto fa alle pecore, alle bufole et alle vacche. 
Mangiono ancora senza nocimento ogn' erba ve- 
lenosa, come aconito, nappello, cicuta, gichero, 
solatro et simili, et ogni cattivo et pungente 



45 

spino ; imperciò ancora esse fanno miglior latte 
delle buone et delle cattive pasture, et nelF in- 
verno rifrustano le cime delle novelle piante 
et di tutti gli arbori selvaggi, a tal che bene 
è vero che ninna d' esse s' è veduta mai morir 
di fame. Pasconsi volentieri di citiso, di susini 
salvatichi et di tutte le sorte di foglie et cime 
di pruni et tutti sterpi. Si cacciono il più delle 
volte a pascere nel far del giorno quando è 
tempo che caschi la rugiada, perciò che pascendo 
r erba con quella, ritornano a casa all' ora di 
terza con le poppe pinze di latte. Rimandinsi 
poi fuori doppo vespro et segnino di pascere 
sino a sera et anco sino a quinta ora di notte, 
di estate et primavera; et mentre di estate et 
quando cascono le brinate si mandono a pascere 
dopo terza et si fanno ritornare a casa la sera 
tardi doppo il tramontar del sole. Il sale gusta 
loro assai et le mantiene nette et grasse et fa 
lor crescere il latte, dandolo loro in tempo che 
non piova, quando elle escono a pascere; ma 
diasegli loro quando han cominciato a pascere 
alquanto; né nel finir di bere, ma doppo che 
eir hanno mangiato il sale si rimettino a pascere 
prima che beino, a tal che sia sempre un poco 
di spazio di tempo da che hanno mangiato sale 
et che beano, pascendo in quel mezzo ; et sia 
tuttavia avanti al bere, afiinché pasciuto poi 
un poco, abbino a bere di meglior voglia; et 
se ben non fosse 1' aqqua molto buona, è assai 
che ella non sia fetida et marcia, et non farà 
lor male, tanto sono di gagliarda et valida 
natura; tuttavia la limpida, chiara e netta è 
lor salutifera, et massime la corrente, che la 



46 

beono più volentieri et le mantiene meglio. Se 
siano in luogo dove di varo possino cavarsi 
fuori di inverno, facciasi provvisione di strame 
di lupini, veccie et lenti et d' ogni sorta frasche 
secche per darle loro nelle stalle. Le quali sieno 
basse come quelle delle pecore, e cosi le capanne, 
lastricate di pietre o ammattonati con un po' di 
scolo o tufo acconcio pendente, si che stieno 
asciutte, pulite et nette, spazzandole et rascian- 
dole ogni di dallo sterco et altre brutture che 
vi concorressino ; né si facci lor sotto altro letto, 
se non se quando alloggiono fuori, che allora 
si dee far di vermene, perché dentro amano di 
dormire in sul sodo, et più tosto in strane atti- 
tudini che riposatamente; e perciò di qui son 
detti i capricciosi. 

Non ricerca il latte di capra quel quaglio 
o agra che quel di vacca, bufale o pecore, se 
bene ancora con quello si rappiglia ; ma per far 
d' esso schietto formaggio, raviggiuolo, giuncata 
et ricotta buona, s' adopra il presame di cardo 
a rappigliarlo o il quaglio di capretto, et si fa 
aggiugnendo altrettanta aqqua et rimestando 
insieme, come si farla d' agra, mettendovelo cosi 
in freddo come in tiepido. Ma per fare buon 
formaggio é di bisogno mesticare il latte di 
pecora per metà o almeno un terzo, che schietto 
riesce asciutto, né si tien bene insieme, né s' usa 
far altramente che per qualche accidente di 
male. Ma la giuncata fatta di solo latte di capra 
si tien meglio insieme che non d' altro latte. 
Salando la giuncata et tenuta sospesa ne' giun- 
chi in lato asciutto et rivoltandola ogjii giorno 
due volte, piglierà il savor di raveggiuolo o di 



47 
formaggio a mangiar piacevole; imperciò sono 
buoni ancora i raviggiuoli fatti interamente di 
latte di capra. Alle capre talora si suzzano tal- 
mente le poppe, che non rendono più una sol 
gocciola di latte, seccandosi et diventando sode, 
come se elle fossero d' osso ; o procede dal- 
l' eccessivo caldo, o che il caprimulgo, passero 
o altro uccello o le lucertole 1' abbin succiate : 
si rimedia con lo strofinarvi intorno et le poppe 
istesse con la panna di latte, et s' ungano con 
r olio comune più volte il di, si che ritornino 
nella loro delicatezza et morbidezza primiera. 
Soffocandosi per grassezza di pascolo, tosto 
avvedutosene si sovviene co '1 cavar lor sangue 
dell' orecchie o di qualche vena dalle gambe 
dinanzi o fra 1' ugne, lasciandole mangiare poco 
la mattina et meno al tardi. Sendovene dell' in- 
ferme per rogna o altro lor male, tenghinsi 
separate l' una dall' altra, perché non s' infettino 
tutte, et si curino Come si disse delle pecore; 
et anco guariscono della rogna ugnendola con 
aqqua di sommacco, sugo di cipolle, et lavando 
con acqua di torresca; et sendo rogna secca et 
asciutta, lavisi due volte il di con aqqua che 
vi si cuoca dentro malva, feccia di vino et 
morchia d' olio ; tenghinsi in lato caldo et calde ; 
et se co '1 coprirle di qualche coperta di lana 
sudassero, saria meglio. Scoprendosi loro apo- 
steme o lupata, cavisegli sangue, come di sopra. 
Mutando loro le stanze da dormire, le allegge- 
rirà da quella continua febbre che hanno et da 
molti lor mali; et avendo male di ripienezza, 
sale datogli con pece liquida una volta la setti- 
mana le purgherà et ritornerà sane. 



48 

Quando le capre o capretti si mandono 
fuori a pascere avanti che '1 sole abbi rasciutta 
la guazza, diventano ritropiche, multiplicando 
lor r aqqua fra carne e pelle : piglisi un po' di 
cardoneMo et sugna ben mescolati insieme, et 
s' unga con esso los heros. Alcuni prese le frondi 
dell' arcipresso et bollite in aqqua gli lavan la 
vita ('); et è bene ancora con essa lavargli le 
piaghe et appresso con sugo di madreselva. Per 
r iterizia diasi loro il sale, che sempre le purga. 
Sogliono r estate, causato dalla collera, patir 
del mal caduco (^) ; diasegli da bere dell' orina 
con un corno ; et a berla senz' altro da piccole, 
et anco i capretti, s' avvezzeranno, oltr' a che 
è salata, di nuovo insaleggiandola. Se per per- 
cossa ne' sassi restan ferite, fascivisi sopra olio 
con lana sudicia; et se sia morsa dal lupo, che 
non sia mortale, perché allora conviene finirla, 
medichisi con aqqua o vino, et poi vi si ponga 
una tasta con mele, lavandovi tuttavia che ella 
si medica, mettendovi sopra calcina viva; et 
se ella avesse generati vermi, pongavisi dentro 
foglie di persico pestate leggermente, o olio di 
mallo verde di noci. Il grano mollificato con 
r olio et di poi asciutto, dato lor bere due volte 
la settimana, le sanerà dai vermi che elle aves- 
sero in corpo. Quando elle hanno gì' occhi rossi 
et sanguinosi, pungendole con una j3unta di 
giunco, o cavando lor sangue quivi intorno, 
ne guariscono; et si può anco loro levare con 
gettarvi dentro allume di rocca spolverizzato. 



(1) bocca è scritto sopra vita. 

(^) regio scritto sopra mal caduco. 



49 

Hanno alcuna volta una vescica piena d'aqqua 
sopra la testa a dirittura del cervello, aprendo 
loro il male, che è segno di modo che van 
pazze, inserrate et balorde ; a questo non e' è 
remedio che causare 1' altre, perché questo 
male non s' attacchi loro, conducendole in pa- 
scoli più sani et più asciutti. Se talora d' in- 
verno elle restino senza latte per il freddo o 
come si sia, accanto all' averle fatte ben man- 
giare punghinsi bene con l' ortica le lor poppe, 
strofinandovisi con essa che vi concotti il 
sangue ; et la prima volta getteranno un 
po' d' aqqua, la seconda tornisi a ripugnerle 
et spremasi il sangue, et ritornerà loro il latte. 
Quando si gonfiano et infermano i membri ge- 
nitali della capra che ha partorito, o vero per- 
ché non ne sia uscita la secondina, che suole 
co '1 parto o immediate doppo venirne, lavisi 
quivi con sapa calda e con un poco di buon 
vino, empiendo i membri genitali con una 
supposta intinta in esso. Quando la peste co- 
mincia a far gran fiacco di loro, è necessario 
di separarle, et veggendosi morire è da cavare 
lor sangue, né si dia loro da mangiare per 
tutto '1 di, ma di quattro ore in quattro ore 
s' hanno a racchiudere. Et assaltandole altra 
malattia, medichinsi co '1 dar loro da mangiare 
o bere radice di canna trita bene o pesta con 
mazza di ferro, et di spina bianca mescolatavi 
aqqua di pioggia ; et non servando ciò, vendinsi 
o s' ammazzino, insalandole o facendone otri, i 
quali ancor essi s' insalano, poi si legono rivol- 
tandogli ; et se 1' annuale sia di morbo o d' altra 
malattia fra loro, vadisi temporeggiando et 



50 

rifaccisi alla fine il gregge, o mutisi dall' au- 
tunno in primavera, o dall' inverno nell' estate, 
per cambiare et mutare ancora L' influenza loro. 
E chi dice che tritandosi il ventriglio della 
cicogna fra l'acqua et dandone loro una cuc- 
chiaiata a bere, cosi le capre come le pecore 
non si moriranno di peste; et all'idropico di 
più taglisi lor la pelle destramente sotto le 
spalle et manderassi fuori quell' aqqua, curando 
le ferite con pece strutta. In somma nei mali 
particolari medichinsi come le pecore, che sani- 
ficheranno. 

Sono i latti diflJ'erenziati tra loro secondo 
la diversità degli animali che lo fanno, et 
secondo questo ancora varia la qualità della 
loro natura. L' umano che grandissimamente 
nutrisce, tiene, come è di dovere, il primo 
luogo ; accanto a questo s' annovera quello delle 
camele, che è dolcissimo, si come efficacissimo 
et di perfetto grande 1' asinino et più d'ogn' altro 
medicinale, poiché continuato a bersi guarisce 
del tisico ; et 1' asine pregne tuttavia han latte, 
et le vacche non hanno latte, se non doppo 
r aver partorito. Grandissimamente s' affa allo 
stomaco nostro il caprino; et appresso il peco- 
rino, si come r umano predetto è nutritivo. Ma 
quel della capra ancora è valido et più sapo- 
rito, perché si nutricano di fronde, foglie d' ar- 
bori et sterpi più che d' erbe. Quello di pecora 
per la sua grassezza è molto utile allo stomaco 
et è più dolce et più da nutrimento di quello 
di capra; et ogni latte di primavera è più 
aqquoso che di estate et delle bestie gioveni ('); 



(1) pare che dica molles sopi-a gioveni. 



51 

et cosi generalmente ogni latte è di buon suc- 
chio, se ben dà fastidio allo stomaco per la sua 
ventosità et enfiagione. Di primavera è più 
dilavato, et rinfresca et umetta più il ventre. 
Prende ancora differenza e si varia il latte dalla 
diversa qualità delle pasture et dalla comples- 
sione delle pecore et dalla maniera del mugnerle. 
Quello che vien generato dell' aversi cibato 
d' orzo et di stipule, et al tutto di cosa secca 
et di sodo cibo essendosi cibata la pecora, è 
più nutritivo, et a ben purgare quello è megliore 
che vien prodotto da verde pastura, et più 
muove, se sia cibata di quell' erbe con le quali 
noi siamo soliti purgarci l' anno. GÌ' animali 
da latte usato, pasciuti della corteccia del salcio 
rendono il latte più acerbo ('), ma più buono, 
et tanto più se si siano satollati di citiso. I 
Todeschi appruovano quello che sia prodotto 
dalla sporia et dal trifoglio, et di pastura 
che abbondi di fiori di color di loto. Il latte 
delle pecore di ragionevole o mezzana età è 
più approvato, et delle sane et gagliarde che 
non delle deboli et inferme, et cosi di tutte; 
et dal mugnere si piglia per ottimo quello che 
non molto è discosto dal mulso (■) quando è 
munto, ne tosto preso che abbi partorito, come 
è la colostra, che è quella prima scolatura doppo 
che ha partorito, ciò è quella spugnosa spes- 
sezza {') del latte. Se tuffato un giunco nel latte 
et scolata la punta in sur un' ugna, se subito 



(1) sopra acerbo è scritto crudo. 

(2) siele scritto sopra mulso. 

(3) densitas scritto sopra spessezza. 



52 

casca e scorre, è segno che è aqquoso assai; se 
stia saldo et fermo senza scolare su l' ugna, 
dimostra che sia puro e semplice latte. Si fa 
una sorte di latte detto schiston^ dividendolo 
dal latte rappreso et aggiungendovi una goc- 
ciola di mulso d' aceto. Il grasso del latte, 
detto capo di latte, che viene da per sé in cima 
del latte nel vaso pieno di quel di vacca, del 
quale si fa il butiro, come d' ogni ricotta si può 
cavare, mescolata prima con l' aqqua tiepida, 
di poi continuamente fredda, dimenandola col 
pestello, girandolo attorno, aggravandolo nel 
vaso di legno concavo cupo, ove si fa simil- 
mente, dibattendo il latte conquagliato, il bu- 
tiro; l'uso del quale è a proposito per cacciar 
la fame et per conservar le forze. 

Si costuma di fare il butiro a dove sia 
grande abbondanza di vacche, et il modo è 
questo: prendesi buona quantità di latte ca- 
vato subito che è munto dalle biconce dove 
si raugne, et raddotto insieme in conche o 
vasi grandi, ma meglio sono di terra cotta 
et larghi anzi che profondi; quivi si riposi; 
poscia il secondo di o terzo riposatosi, quel 
grasso detto cremore che nuota nella sommità 
del latte et lo cuopre, cavatolo raccogliendolo 
insieme si mette in un vaso più tosto lungo 
et cupo che largo, in forma di un curro (') 
(et alcuni sono che lo pongono in vasi piani et 
che s' allargano a giacere in terra) et quivi con 
uno spesso dimenare con un legno tornito in 
tondo di sopra et di sotto et attorno attorno 



(') c'jlindrus scritto §opi*a curro. 



53 
dibattendolo lo raggirano tanto, che si separi 
quel più grasso et denso da quel più liquido 
et sparso. Primamente si ristringa in minuzzoli ; 
di poi con la continua agitazione se ne facci 
una massa ; di poi cavato di li o fresco si man- 
gia o salato si ripone. Ma quel sottile del latte, 
diviso dal butiro come lo schiston, o si dà alla 
famiglia in cibo, o ai porci o ai vitelli: et a 
tutti non riuscirà né malsano, né ingrato al 
gusto. E '1 butiro si conserva cocendolo et poi 
insalandolo et riponendolo in vasi invetriati di 
terra cotta, tenendolo in luogo asciutto et fresco, 
perché non riscaldi ; et avanti vi si metta sia 
ben rimescolato et se gii levi il grasso et co '1 
grasso consumisi presto, mentre manda fuori 
certe gocciole che par aqqua, il che mostra sia 
fresco, et allora è megliore al cibo ; et nei me- 
desimi vasi postovi dentro, tagliato in fette 
come di pane sottili, prima tenuti spianati due 
di sopra panni lini bianchi et sottili, ricoprendo 
et asciugando con i medesimi, et compostovi 
dentro, si finisce d' empiere il vaso d' olio puro, 
o si vi facci un suolo sino in cima di zucchero 
liquefatto o di giulebbo fresco, et basterà sei 
mesi. Ma posto il butiro in qualunche forma 
in un vaso impeciato di sopra et cacciato nel 
fondo del pozzo, si conserverà meglio che in 
altro modo. Ancora, mettendolo in un vaso pu- 
lito invetriato, tagliato in varii pezzi un po' 
grossetti, pieno d' aqqua fresca, si che vi sia 
dall' aqqua ricoperto dentro, mutando 1' aqqua 
due volte il di, si conserverà buono più d' un 
mese d' ogni tempo. L' inverno non accade fargli 
diligenza alcuna, perché '1 freddo lo mantiene 



54 

da per sé. Quando anco il butiro lasciato stare 
da per sé, senza alcuna diligenza o cura di 
conservarlo, invieti, lavato poi a più aqque 
incandidisce et è medicinale. 

A fare il formaggio si pone nella caldaia 
o grande o piccola, secondo la quantità che se 
ne ha, il latte più fresco che si possi mettere 
insieme, tanto che la sia piena, et si scalda 
alquanto, non 1' avvicinando perciò troppo alla 
fiamma; basta che temperatamente senta il 
calore. Cosi, postovi sopra il presame a discre- 
zione, si rappiglia, et tosto che è rassodato si 
preme anco con le mani rivoltolandolo et rime- 
sticandolo forte, cavandone il siele, et con le 
mani, sendo piccoli, o con la forma se son 
grandi, se gli dia quella figura che l' uomo 
vuole ; e se sia schiacciata si metta fra i cerchi 
sopr' una asse pulita e ben netta a scolare; se 
tonda, o abbi preso altra forma, pongasi dentro 
a un cestino di vimini a far il medesimo; et 
all' uno et all' altro si dia il sale che faccia 
sudare quell' acre umore che vi è attorno 
attorno, et si seguiti a darne ogni quattro di 
tanto che l' inzuppi, et sopra le formette ponen- 
dovi tavole, vi si caccino sopra pesi gravi; et 
ogni due di si rivolti sotto e sopra saleggian- 
dolo, et mentre che '1 sale ancora l' indurisce 
si segui di premere di nuovo, et con sale arro- 
stito al fuoco o brustolato si rinsala. Cosi non 
sarà sbucheracchiato né secco; le quali cose 
sogliono avvenire dall' essere salati poco et 
manco premuti. Tiensi, mentre si fa, in lato 
ombroso et fresco, sopra pulitissima tavola ; 
di poi nove giorni lavisi con aqqua dolce et si 



55 
ponga sopra graticci ad asciugare et suzzare; 
più appresso secco s' unga con olio, bene rivol- 
tandolo ogni tanti di ; et cosi si conserva negli 
orci, pur mattina et sera .rivoltolando gì' orci, 
et si ripone in lato non umido, ma fresco et 
asciutto; ma quello che s' ha a mangiare di 
subito non accade che sia premuto più che 
tanto, basta che un poco con le mani sia sop- 
pressato ; et presa la forma che ha ad avere, 
vi si ponga sopra un po' di sale, messo dentro 
a panieri di vimini sospesi da terra a scolare. 
Fassi il cacio d' ogni sorte latte di animali 
quadrupedi: et quanto è più fresco il latte et 
puro et schietto, tanto fa il cacio migliore et 
più saporito ; perché del latte mescolato, al 
quale sia stato tolto via il. grasso, in poco tempo 
inforza, diventa duro, né può conservarsi molle ; 
imperciò si dee dar via o mangiare presta- 
mente. Del latte che è fresco et grasso si fa il 
cacio da bastar assai, et rattiene la tenerezza, 
la morbidezza et la sugosa grassezza tempo 
assai; due o tre ore da che sia messo il presame 
nel latte, rigonfia et cresce insieme, et il più 
grosso et più denso si mette nelle cestelle fatte 
di vimini, spremuto nelle stamegne (^) ; et se 
siano i caci piccoletti, spremisi colle mani, se 
grandi, come s' è detto, pongavisi sopra del 
peso assai; ma importa assai scolare tutto '1 
siele, che cosi si chiama quella materia grassa 
liquida che da per sé gitta fuori, il che si dee 
separare dalla rappigliata materia, a fin che 
da per sé scorra via quel pigro umore ; et cacio 



(') Tyrocneste, scritto sopra stamegne. 



56 

ottimo riesce quello che ha avuto poco caglio 
o presame. Di grandissimo pasto è il cacio di 
vacca et di bufola: accanto a questo, di pe- 
cora passa più presto et si digerisce più age- 
volmente, come di capra, di cavallo et di bu- 
fole s' affanno insieme ; fannosi et di cammello 
et d'asino assai delicati. Scrivono che degl'ani- 
mali che hanno dente sotto et sopra, non si 
rappiglia il latte, né si può far cacio ; imperciò 
delle cavalle si mescola con quel di vacca o 
di bufola. Ancora dicono non potersi far cacio 
di quegli animali che abbino più di quattro 
poppe, perché questo ancora non rappiglia et 
è inutile a far cacio. I caci teneri et morbidi 
son più di nutrimento che non i secchi et 
bucherati, et allo stomaco sono più utili, né 
tanto stanno a smaltirsi nel ventre come i caci 
vecchi : e '1 cacio tutto si tiene per cattivo che 
non sia fresco. 1 caci che invecchiano, tenuti a 
macerare nel vino, e che vi sia del timo nel- 
r aceto, ritornano al sapore di mosto. Se per 
la vecchiezza il cacio diventi sodo et amaro, 
tenghisi a inzuppare nella farina d' orzo non 
abbrustolato, di poi si cacci nell' aqqua, et indi 
quello che scorre in cima si cavi et sarà guste- 
vole. È cosa provata che i caci un po' duretti 
rinvolti in un panno lino inzuppato nell' aceto 
o nel vino, et spesso spruzzati con esso et 
bagnati per il tessuto d' esso, ammorbidiranno, 
ripigliando grato sapore; alcuni vi aggiungono 
un po' di lievito, et con quello chiudono il 
luogo aperto dove si mette, poi cavatolo dicono 
diventare megliore del fresco. Torvaste visse 
venti anni co '1 cacio, temperato di modo che 



57 
non sentiva vecchiezza. Sono commendati oltre 
a modo in Lombardia e per tutta Italia i caci 
Piacentini et di Parma, che jDer esservi gran 
copia di bestiame vaccino tenuto in gran nu- 
mero insieme, talora han passato di peso cento- 
cinquanta libbre, et ne van mandati in pregio 
per tutte le provincie ancora fuor d' Italia. I 
caci Inghilesi, d'Overnia, di Maiorica et Mino- 
rica sono apprezzati: già erano tali i Testini, 
i Tribolesi, i Velabrensi et Tribolani ; e in Ale- 
magna i Batavici passano tutti gì' altri di 
bontà. Ma i marzolini in Toscana sono traspor- 
tati per tutto, tenuti d'ottimo gusto et sapore, 
et massime quelli che sono fatti in Valdelsa et 
accanto al paese di Lucardo, per le pasture 
che vi [sono di sermollino, timo, selbastrella, 
nepitella et altre erbe d' odore acuto et sapo- 
rite. Passi come l' altro formaggio, solamente 
si gli dà quella forma del cucuzzolo da una 
delle bande con Un legno incavato; tutto il 
rimanente mantiene la forma aovata. 

Di latte di pecora ancora come di capra si 
fanno ricotte delicate al modo che quelle delle 
vacche, et dibattendole con aqqua in un vaso 
cupo stretto^et tondo, con un bastone medesi- 
mamente rotondo, se ne cava gentilissimo butiro 
che viene a galla, et ripremuto quello che esce 
del latte,'si fa la ricotta a non troppo lento 
fuoco riscaldandolo, per fino a che la grassezza 
del cacio venga a galla ; et la fiorita si cava dal 
fiore di latte di vacca che viene a galla, cavatone 
pur prima il butiro; et il capo di latte che da 
per sé viene come la schiuma in cima al latte 
d'una gran quantità d'esso, et si raccoglie con 



58 

mestola bucata di legno per scolarlo, et è cibo 
deliziosissimo, come anco non è da dispiacere 
la melica: et fassi mettendo in un vaso di 
terra nuovo dell' aceto a fuoco a scaldare et 
bollire tanto lentamente che sia succiato dal 
vaso r aceto, et in quel vaso metterai il latte 
et lo riporrai in un luogo dove stia saldo et 
fermo, et di li a poco averai la melica fatta, 
divenuta ecpellente. Le giuncate si sogliono fare 
di due solte, o grosse o sottili : volendo di 
queste, si pone il latte fresco rappreso, schiac- 
ciatovelo a uso di cofaccia tra le foglie della 
felce et dentro un panno lino bianco sottile, 
netto et pulito, facendo di mano in mano un 
suolo di felce et un suolo di latte, acconcian- 
dolo in un vaso che scoli, o sospeso in aere che 
goccioli il siele; et avendo caro di farne tut- 
tavia una et che sia grossa e lunga, poni la.... (') 
del latte fresco et rappreso tutto insieme fra le 
foglie stese et rametti di faggio, et messo che 
vi è, ristrigni il fascetto delle foglie et rametti 
che era spianato et aperto, insieme 1' un lato 
con r altro ; legalo un poco et attaccalo si che 
scoli; et assodato che sia, componi a modo et 
portalo a dove lo vuoi, per mangiarlo presto 
perchè inforza; et volendo farne cacio che 
sappi di raviggiuolo, insalalo sotto e sopra et 
rivoltalo ogni di, tenendolo pur in quelle foglie 
et rametti, ma aperto ; et vuole essere ogni di 
due fiate rivolto et insaleggiato. Impiccolisce e 
prende quel sapore e meglio verrà fatta che 
nelle frasche d' olmo, di faggio, carpine o ontano, 



(i) lina parola cancellata che non sono riuscito a leggere. 



59 
nei giunchi grossi cuciti insieme stesi l' uno 
presso all' altro, et dentro a questi si pone il 
latte pur rappreso per fare i raviggiuoli, dando 
lor quella forma lunga et sottile et un poco 
larghetta che s' usa, o vero altra forma ; et si 
fanno doppo le prime aqque nell' ultimo del- 
l' estate, et al principio dell' autunno sin al 
verno, cominciato d' un mese et più secondo i 
paesi; perciocché quel sapore procede dalle 
pasture buone in quella stagione, mediante le 
pioggie; et si fanno di pecora schietta et di 
capra et mescolati come l' uomo vuole ; et è 
opinione che aqquistino quel gusto dalla nuova 
messa dell' erbe, causata dalla nuova pioggia. 
In Toscana sono eccellenti nel Chianti et in 
Arezzo. Fatti che sono, il che è quando sono 
assodati ne' giunchi, o nella paglia di grano 
cucita al medesimo modo che i giunchi, con- 
viene rivoltargli almeno una volta il di tanto 
che fermentino, il che si cognosce quando sono 
soffici et rilevati, che sotto la corteccia fanno 
com' un latteficcio o capo di latte, et quando 
generano certi verminetti bianchi grati al gusto, 
generati dell' istessa materia del raviggiuolo 
co '1 quale si mangiono ; et questo bisogna fare 
per tempo, perché riseccano, lasciati nascon- 
dere. Quella generazione di vermini nasce da 
grassezza et butirosità untuosa, come avviene 
nei formaggi oltramontani : et la buona pastura 
et aqque gli fanno buoni. Sonoci le presenzinole 
Genovesi, con le quali fanno le gattafue (*); 
queste si fanno co '1 latte di vacche rosse Tren- 



(1) Non sono certo d' aver letto bene questa parola. 



60 

tine, delle quali ne nutriscono quantità per 
cavarne ricotte et cavi di latte et queste pre- 
senzinole, che sono cacetti piccoli fatti alla 
foggia del cacio, schiacciati, ma senza salarli. 

Quanto poi al rappigliare il latte, sono molti 
i quali avanti che si acconcino a mugnere met- 
tono nelle secchie da latte i pinocchi freschi 
pestati a discrezione et incorporati co '1 latte 
che vi mungono dentro, [i quali] lo rappigliano ; 
et i pinocchi vecchi, pur che non siano si stantii 
che siano vieti, tenuti nell' aqqua mutata ogni 
di per due o tre di, poi rasciutti et pestati, 
serviranno a questo uso medesimo; et alcuni, 
tritando minutamente il timo, stacciandolo, cosi 
spolverezzandolo, messo fra '1 latte spesse volte, 
freddo lo rappigliano. Il latte ancora si rap- 
piglia con li fili di fiore di cardo salvatico 
postovi un po' dentro, intiepidendolo al fuoco; 
seccasi quel fiore all' uggia et serbasi a quel- 
r uso. Il latteficcio rappiglia il latte, et dà 
gentilissimo sapore al cacio ; raccogliesi il lat- 
teficcio con lana fresca et con una spugna, si 
come la rugiada, dai rametti di fico fresco 
tagliati di estate quando è ben in umore, o 
vero dai rametti ove è attaccato il fico acerbo, 
staccandolo et raccogliendolo al modo mede- 
simo; di poi si conserva a questo affare in un 
vaso invetriato, ponendone tra '1 latte riscal- 
dato lentamente al fuoco una picciola porzione. 
Altri lavano con latte il fico pien di latteficcio, 
mettendolo in quel latte che s' ha a rappigliare. 
Rappigliando il latte co '1 quaglio degl' ani- 
mali, s' averà più cacio, ma non di cosi buon 
sapore, come quello dell' erbe, et massime co '1 



61 

cardo, che è di tutti il migliore. I quagli ca- 
vati dai cervi piccoli (i cervi non nati sono 
bocconi da re et similmente le zampe dell' orso) 
et dai capretti son molto buoni; in Alemagna 
gì' usano assai di vitelli. Alcuni aggiungono il 
latteficcio et dell' aceto, altri si servono di 
quelle pellicine che sono attaccate ai ventri 
degl' uccelli; ancora le pellicine attaccate ai 
ventri dei polli fanno questo effetto medesimo. 
Ora quella porzione di quaglio o pellicino che 
si giudichi che sia per bastare a rappigliare il 
latte che tu vuoi, che sarà secondo la quantità 
d' esso, si lega in un cencio bianco pulito et si 
pone a macerare per un poco in un bicchiere 
del latte medesimo ; et quando si sente che è 
zuppo bene, si spreme quel legato in quel bic- 
chiere di latte, di poi questo latte si getta in 
quello che s' ha a rappigliare. Altri senza ma- 
cerarlo lo mettono nel latte al fuoco, et quivi 
senz' altro lo rappigliano. I fiori di cardo si 
possono lasciare andar nel latte sparsi, che vi 
si perdono e rappiglionlo ; ma meglio è met- 
terlo a inzuppare, legato come di sopra, nel 
latte in vaso piccolo; di poi spremuto che sia 
quivi, tutto porlo nel latte tiepidato al fuoco. 
11 lattificcio del fico raccolto con lana bianca, 
con r istessa lana si pone nel latte tiepidato et 
si ben rappiglia. Pigliansi otto o dieci ricotte 
di capra et pecora, o schiette dell' una et del- 
l' altra, et cacciate in un mortaio di pietra 
pulita, girando il pestello intorno, si disfanno; 
disfatte, liquide che elle sono, vi si mette dentro 
aqqua tiepida a proporzione, et si torna a 
liquefare tutto insieme co '1 pestello, et squaq- 



62 

querate che elle sono, si scola tutto in un gran 
vaso pulito, che vi sia dentro aqqua chiara 
fresca a proporzione, et fra questa con esso 
s' ammacca et si radduce insieme tutto quello 
che si sparpaglia, rimenandolo bene; et muta- 
tavi r aqqua, rimenando sempre con quello, 
tanto che resta chiara, s' ammassa il burro che 
n' esce, che si conserva coperto d' acqua in 
catino; et cosi si fa alle ricotte di vacche, et 
n' esce assai. 

[// capitolo delle Capre termina in fondo al 
verso della carta 39."' Le carte 40."' e 41." sono 
bianche. Il capitolo dei Porci comincia sul recto 
della carta 42."'] 



63 



I Porci. 



Sono i porci di tre sorte, o domestichi, o sal- 
vatichi, o domestichi che a questi si assomi- 
gliano, come in Boemia dove appariscono et 
alle setole et alla fazione tutti salvatichi, di 
carne megliore di tutti gì' altri, manco umida 
et più suzza et asciutta degl' interamente dome- 
stichi, uguale a quella degl' interamente bosche- 
recci et salvatichi. Mangiono i Boemi in Praga 
et per tutta la provincia tutto l'anno la carne 
del porco, et tanto fanno nelle Indie, dove 
porci sono, nascendovi alquanto maggiori dei 
nostri; se bene dei maiali in Parma se ne vedde 
uno che passò di peso novecento libbre, tanto 
grasso et grosso, che ricoprendogli le zampe la 
sterminata sua pancia, a fatica calpestava la 
terra con 1' ugne scoperte dei suoi piedi. È age- 
volissima cosa introdurre la razza dei porci sal- 
vatichi là dove non sonò, et alla campagna 
u' abbondi la pastura, con lasciare andare per 
le selve una troia salvatica gravida d' un verro 
domesticò, e una troia domestica gravida di 
un verro salvatico. Di cosi fatta maniera sono 
stati introdotti in Toscana a caso per la guerra 
di Fiorenza, essendosi impacciati i domestichi 
verri con le troie salvatiche o per contrario. 

Sono i porci domestici di più fatte di pe- 
lame, perchè o son neri tutti, o neri pezzati di 
bianco, o rossi tutti, o rossi pezzati di bianco 
et nero, o neri brizzolati di bianco; e talora 
candidi tutti. Et a questi si dee provvedere di 
stalla calda et di letto cosi alto di paglia, che 



64 

vi si possine seppellire dentro ; et se sieno porci 
maschi castrati, abbiasi per loro nelle stalle 
diversi appartamenti, affinché ristringendosi 
insieme et ammontandosi non si soffochino 1' un 
l'altro; et siano provvisti bene da cibarsi, per- 
ché sono i più famelici di tutti gì' altri. Si ha 
per meglior carne quella dei neri, massime che 
sieno nutricati di ghianda o castagne ; appresso 
i rossi, satollati del medesimo; et tale s'elegga 
il verro, o nero o rosso, et non mai divisato, 
che abbia sopratutto le poppe grandi come il 
becco; deono essere più tosto grandi e quadrati 
che rotondi o lunghi, se ben questi che sono 
lunghi producono la razza anch' essi grande, et 
n' escano eccellenti prosciutti ; sia di muso corto 
et largo; il collo lungo et grosso si richiede et 
che sia pien di noccioli tra la cotica ; di ventre 
sia largo e basso, ampia groppa e distesa et 
cosi i fianchi, gambe lunghe et ugne co '1 no- 
dello corto del piede, la coda larga et nodosa; 
siano di gran vita e per tutta di unito colore; 
le setole spesse, dure et ben nere se sia in paese 
freddo, se in temperato rosse ('); le setole che 
s' arricciano a contrario, com' avviene ne' ci- 
gnali feriti, si fugghino. Molti non dislodano i 
bianchi et gì' appruovano per fare maggiori figli 
et di meglior carne, né daranno altro disturbo 
che r essere fastidiosi et noiosi agi' altri verri, 
per riuscire eglino tanto bizzarri et bravi che 
s' azzuffano per poco, né lasciono assaltare da- 
gl' altri le troie. Tali adunque deono eleggersi 
le fattezze d' un verro buono, o più accosto 



(') glabre è scritto sopra rosse. 



65 

che sia possibile; et guidando cosi questo come 
gì' altri verri con i porci sanati, in quel tempo 
che e' non hanno a montare, si manterrà il sal- 
vatico domestico et pacifico, raffrenando assai 
il suo natio furore, maggiormente [se] avvezzo 
con essi da piccolo et allattato da domestiche 
troie. Alcuni tengono di continuo i verri con 
le troie, e se siano di lor natura salaci et lus- 
suriosi, non hanno più che tanto risguardo ad 
altra lor fazione. In questa maniera hanno con- 
tinuamente razza nuova ; et ciò si dee osservare 
nei paesi temperati o più caldi che non nei 
freddi, si come in questi s' hanno a scerre di 
folto pelo, et in quelli non importa come che 
ne siano rossi o bianchi. 

Deono per tutto le troie essere di colore 
uguale ai maschi et dell' istessa fazione, perciò 
che le si deono eleggere lunghissime ne' fianchi 
et in tutta la corporatura, di ventre largo e 
lungo da distendersi agevolmente ('), di ampia 
schiena, gran natiche, corte gambe et ugne, di 
poppe grandi e lunghe, d' ampio et noccioloso 
collo, muso corto et rivoltato in su (■), et la 
coda ben ritorta ; sieno numerose di poppe, delle 
quali le buone sono fornite sino in dodici, et 
sogliono sempre partorire altrettanti allievi, 
ciascheduno dei quali cognosce la sua poppa, 
secondo l'ordine con che è generato, né vuole 
nutrirsi con altra; et mancando dell'allievo si 
secca, né più rende latte. Et si cognosce la lor 



{') dopo agevolmente vi è uno spazio bianco e sopra di esso 
sta scritto : sitcerdias longas patiens. 

l^) resupiiio è scritto sopra rivoltato in su. 



fertilità nel primo parto, poscia che nei susse- 
quenti arrivano a partorire la medesima quan- 
tità, partorendone tuttavia quante ha poppe: 
se non, ella non s'appruova per buona et reci- 
piente. E ben vero che quanto eli' è più fertile, 
tanto più presto invecchia, et quanto più presto 
comincia a far figli, tanto più fa la sua razza 
minuta et di men vigore. Imperciò non si dee 
ammettere il verro alle femmine che siano di 
meno d' un anno, se bene d' otto mesi sono abili 
a montare i verri, et anco di sei, et questi son 
detti maiali. Ma cominciando d' uno anno, egli 
durerà buono sin in tre o quattro anni, massime 
ove non stringa la necessità di dargliene più 
di dieci; che dove n'abbi ad ammontare quin- 
dici, basterà meno ; et passato quel tempo torna 
indietro la lor lussuria, tanto che s' ammorza 
et diventa impotente: ma perché smagriscono 
è bene castrargli, et rifatti con il satollargli di 
cibo vendergli, cercando di spacciargli in ogni 
modo, tutto che la lor carne di gran lunga è 
inferiore a quella dei castrati da piccoli che 
non hanno montato. Cavinsi i verri di paesi 
dove ne faccino assai e grandi. Le troie anco 
deono aver finito l'anno, et di venti mesi sa- 
ranno i parti megliori et più vegnenti, et di 
due anni ottimi gli partoriranno, come che 
siano per essere più gagliardi et fermi: se ben 
la prima volta gli farà più piccoli ; ond' è che 
per serbare sarà meglio la seconda. Manten- 
gonsi buone a partorire sino in sette anni, et 
quanto più saranno feconde, tanto più presto 
invecchieranno ; dopo quel tempo non è più 
buona razza, quando bene si fossero mantenute 



67 
fiere et vigorose; deonsi castrare, rifare et dar 
via ; et perché le partoriscono due volte l' anno, 
che quattro mesi stan pregne e due allattano, 
è bene ordinar si che ambedue le volte le figlino 
a modo (sapendosi che quelli a chi tocca a 
nascer di maggio n' han sempre il meglio). Diasi 
loro il verro al principio di febbraio et anco 
un mese prima, affinché truovino poi oppor- 
tuna pastura dei residui ricascati dei legumi 
sparsi et delle spighe per le stoppie; cosi rin- 
gagliardite, potranno di nuovo coperte sotto 
r autunno ripartorire. Si dà loro il verro otti- 
mamente dal febbraio sino a mezzo marzo, et 
dalla bruma sino all' equinozio di primavera, 
dalla quale anco passati due mesi si possono 
mettere sotto il verro, et se ben partoriranno 
d' inverno e più minuti, tuttavia si può usare 
dove per natura sia larga pascioiia o vicino alla 
città, di dove se gli possi procacciare conve- 
niente ristoro. Non si lascino fuor delle stalle 
le troie quando hanno partorito per dieci di 
se [non] per beverare, perché troppo ne pati- 
scono, si come tutti i porci più della sete che 
d' altro, onde sono sempre amati da loro i rivi, 
le pozzanghere, i fiumi, i paduli, i laghi, il 
fango, la mota et la belletta. Nella campagna 
per far buone razze diasi loro il verro di feb- 
braio, poi si lasci allattare et pascere; et mas- 
sime che neir inverno partorendo, dogliono lor 
le poppe per il frequente allattare, cagionato 
anco dal freddo; onde è che i paesi temperati 
si comportono meglio pur che vi sia da cibarsi. 
Ancora quelli che nascono d' inverno riescono 
sempre più piccoli et minuti, si per la freddura 



68 * 

che fa patirgli, come per le madri che gli com- 
battono per il poco latte che hanno, et perché 
eglino con i denti feriscono i capezzoli delle 
lor poppe. Di qui nasce che talora instizzite 
divorano i lor proprii parti, et ancora talvolta 
perché sono impazientissime della fame, che 
perciò bezzicano ancora a morte i polli i suoi. 
Ora, come altrui s' avvegga di tal difetto, le- 
vinsegli tutti d' attorno, et portinsi cosi tene- 
retti a vendere alla città, per arrostirgli con 
buono ordine, sendo cibo appetitoso et fuor di 
modo saporito. 

Ammettasi la troia sott' il verro quando 
averà l' orecchie ben calde, molto penzoloni, 
vizze et passe; et per potere aver cosi fatto 
segnale, non si taglino né sfendino gì' orecchi 
alle troie di razza; che per fin che ella non 
rimostri essere cosi, ammontandola si stanca 
et non concepisce, perché la non rattiene; o se 
pur afferra, è la razza fievole e minuta. Ora, 
quando s' accosta il tempo d' essere coperta 
enfia lor la natura et vengono in gelosia, et 
sendo mezz' arrabbiate et infuriate, è di pericolo 
andar lor attorno. Nei tempi che son pregne le 
troie si separino dai verri, i quali si daranno 
loi^o per due volte, porgendo loro fra l' una 
volta e r altra un pugno di fave mescolato con 
ghiande ; et quando averanno partorito, le troie 
governinsi bene con orzo cotto o tenuto in 
molle r una volta per l' altra, dalla mattina 
alla sera, et del rimanente del suo mangiare 
abbi abbondanza, et diasi loro da bere due 
volte il di per cagion del latte, il quale se gli 
scemasse, si dia loro del grano cotto e simil- 



69 

mente dell' orzo bagnato, sin eh' egli abbino tre 
mesi; o veramente si diano ad allattare ad 
un' altra che n' abbondi. Cibinsi la mattina 
avanti il levar del sole o innanzi al caldo 
d' esso et in lato ombroso abbondante d' aqqua, 
et poi si cavin fuori a pascere in compagnia; 
sostenghinsi con i viveri riposti, perché non si 
smuova loro il corpo con la frescura et tene- 
rezza dell' erbe nuove verdi et immature, sendo 
ciò cagione di farle smagrire; doppo mezzo 
giorno, passato '1 caldo, da capo si dia lor da 
mangiare. Et d' inverno, a qual ora sia disfatta la 
rugiada et rintenerito il ghiaccio, si dia loro il 
cibo, il quale si dee dar loro da lontano, perché 
ne vadi men male, et perché i minori abbin 
tempo di non essere oppressati dai maggiori. Si 
risentono al suono del corno, et van dietro secon- 
dando quello; tanto che quelli che furono già 
rubati da certi corsali, sentito il lor corno, fe- 
cero traboccar la nave, movendosi verso il carico 
d' essa più grave ; se bene è dai porci sicuro il 
barchereccio, aggravandosi sempre et volgendosi 
sempre verso quella parte dove è di bisogno con- 
trappcsarla. Avvertiscasi ancora, che quando le 
troie hanno a partorire, le non siano troppo 
gravi et piene di carne, perché mancano di latte; 
et come s' è detto, in questo tempo si deono ap- 
j)artare Y une dall' altre. Lascinsi alla troia che 
ha partorito ( ') da principio tutti i figli per otto 



(1) Qui a fin di pagina (della 44 verso) si legge come nota, nello 
stesso carattere del testo, ma rimpiccolito: « Dicono una troia 
d'Enea Lavino aver partoriti trenta porcelli Vjianchi, ma prodigiosa- 
mente, come naturalmente il porcellino fiorentino, parò cosi detto, 
ebbe sette figli tra maschi e femmine ». 



70 

o dieci di, passati questi se gli ne rattenghino 
solamente otto; altri hanno openione di sei; 
non che ella non sia bastante a nutrirne più, 
ma perché troppo presto allatta et cosi vien 
meno affaticata et più fiate può oltre condurre 
i suoi parti; ma se la pastura sia gagliarda, può 
anco per due mesi intrattenergli tutti, et da 
qui in là allogar si deono a' particolari che 
gì' ingrassino in casa ; et ciò si potrà comoda- 
mente fare, dandogli orzo cotto o bagnato. 
Osservi il guardiano tutti quelli che egli pasce, 
et giovani et vecchie madri, et le gravide da 
partorire 1' une dall' altre da per sé racchiugga, 
perché nella sua casella partorisca; et allora 
ponga mente ai porcellini, quali et di che se- 
gnale sien nati, affinché ninno d' essi sia da 
altra troia allattato, perché se i porchetti tra- 
passando la propria casella si mescolino, le 
troie daranno il latte ai loro et agi' altri, et pati- 
ranno. Di questa maniera mettendogli fra essi 
si possono allevare i salvatichi; segnansi per 
ricognoscergli con pece distrutta o con un 
marchio di ferro affocato, imprimendolo leg- 
germente. Ora, lasciandone solamente sei alle 
madri, queste patiranno manco, et i figliuoli 
saranno più gagliardi ; et sendo le madri deboli, 
non s' aggravino più che di quattro. 

Ai porcellini sin che venghino grandi diasi 
da mangiare gran cotto con aqqua bollita, 
che '1 freddo fa lor male et ingenera loro flusso 
et dolori; saggina ancora et le castagne secche 
similmente cotte sono lor buone, come la crusca 
impastata con aqqua calda ; et sendo 1^, stagione 
accomodata, cavinsi a pascere con le madri in 



71 
pascoli buoni et a proposito, et contrassegninsi 
per non scambiargli ; et come siano alquanto più 
grandi et di tre mesi finiti, appartinsi da esse, 
pascolando et reggendosi da per loro ; che a chi 
lasciasse fare, come si dice, alla natura, popole- 
rebbero sino in sei mesi ; et a quel modo si asciu- 
gheranno le madri e torneranno a impregnarsi. 
Ma di primavera tuttavia, avanti che e' vadino 
a pascere, diasi loro qualche cosa di casa, e 
tanto più quanto sia molle 1' erba dalla guazza, 
dalla quale ricevono nocumento grande come 
r inverno dalla brinata, che fa loro la milza 
grossa, et s' infermano. È lor buona la poltiglia 
fatta di saggina cotta o di farina di fava o 
fava cotta; et il lor guardiano che gli guida 
co '1 corno o altro instrumento o con la propria 
voce, neir uscio della stalla o mandra si lasci 
cascare a giumelle a giumelle di mano o gra- 
nelle d' orzo o ghiande, perché poi a quel lecco 
tutti lo seguiranno in pastura. Si possono di 
state lasciar pascere di notte per le stoppie et 
la mattina per il fresco, ma nella sferza del 
caldo meninsi agi' ombrìi et a spassarsi intorno 
alle ripe dei fiumi o laghi o fonti o fossi, si che 
possino abbeverarsi et rivoltolarsi per la mota 
et per il fango; et dove non sono alberi, si 
guidino in pasture aqquidrinose per poter con- 
tinuamente bere et rimenare nella fanghiglia, 
cavare i vermi, grufolare a lor voglia, trar 
fuori radici d' erbe et sguazzare nello più tempo 
neir aqqua, che cosi come i cignali van volto- 
landosi nel loto; ma questi ove sia belletta si 
rivoltolano di maniera tante e tante volte, che 
fan crosta co '1 loto soda et forte contro al- 



72 

r arme dei cacciatori. Similmente i domestici 
presi dal lupo corrono sempre all' aqqiie, riscal- 
dati dalla ferita, per rinfrescarsi. Doppo che 
sia vendemmiato, si può lasciargli entrare nelle 
vigne, sin a presso a che le vogli muovere, 
perché van rimuginando tutto quel terreno che 
è attorno alle viti, cavandone le barbe dell' erbe 
triste co '1 grifo; sotto selve di castagni, quer- 
cie, farnie, cerri et lecci sguazzano, se sia 
tempo del cadere o sieno cascati i lor frutti; 
ove sieno peri et meli d' ogni sorte, ulivi sal- 
vatichi e faggi, si godono assai, come in quei 
lati ove sieno corili, spine bianche, carrobbi, 
ginepri, sugheri, loti, cornioli, corbezzoli, paliuri 
et roghi di more nere, che hanno per proprietà 
di difendergli dalla squinanzia, difetto loro 
solito. La ghianda fa la carne redutta e leg- 
giera (') et più facile a digerirsi; la di quercia 
et castagne dura et grave, et gì' altri arbori 
vicino a questa la rendono, et più sempre che 
non la crusca, brodi e poltiglie, se bene ques|;e 
ingrassono assai. I porci satollati di ghiande 
di quercia riusciranno sani, non cosi grossi, ma 
di buon sapore; et di cattivo saran quelli che 
siano pasturati da quelle di rovero (^) [ma] 
saran grandi et d'assai peso. Quando si comincia 
a dar loro la ghianda, faccisi a poco a poco, 
né se ne sazino affatto la prima volta. È lor 
cosa utile mutar pascoli, et i verdi fan lor 
male, se non si sia dato loro prima qualche 
cosa di cotto o di biade o d' erbe per aiutar la 



(M frola è scritto sopra leggiera. 
(2) cervo è scritto sopra rovero. 



7B 

digestione ; et quando di verno manchi che dar 
fuori, diasi loro dentro delle ghiande o castagne 
conservate a questo uso nelle cisterne fresche 
o al fummo seccate, o orzo cotto o in beverone 
di farina; et nel colmo del verno et forze del 
freddo fan lor bene i vinacciuoli triti et lavati, 
perciò che co '1 guscio generano loro la squi- 
nanzia et il guscio ammostato gì' imbriaca. 

Castrinsi i porci tuttavia nello scemare della 
luna, che cosi meglio s' ingrasseranno, con carne 
di bontà maggiore, in giorno chiaro, quieto et 
sereno, di primavera o nel fine di settembre. 
Quanto più piccoli si castrano, miglior carne 
fanno, né sono tanto pericolosi; da grandi cre- 
scono ben più, ma con men buona carne; da 
otto di in là né temono né sentono la pena del 
taglio della castratura. Né perciò s' indugi vo- 
lendogli grandi et grandi di qua dall' anno, che 
non lo passino se v' arrivino, che d' otto mesi 
posson montare; et avendo a sorte montato o 
altramente, s' incattivisce la carne, si come dei 
verri et domestici et salvatichi, o salata o fresca, 
la carne tristissima è ; et s' osservi loro la luna 
et il di asciutto, et che non siano a troia, né 
abbin mangiato, ma digiuni. Et in questa ope- 
razione non va altra manifattura che tirar lor 
la pelle dei testicoli, tagliargli et cavargli et 
poscia cucire il taglio con refe ed ago ordinario, 
et ungere con olio d' ulivi caldo, ponendovi 
similmente sopra impiastrata con esso cenere 
calda. Ancora si può tagliare a dirittura per 
traverso la pelle che cUopre il testicolo, et 
cavatolo, se è d' otto di, rompere quella pelle 
con le dita che è fra 1' un granello et 1' altro, 



74 

et cavar 1' altro; et se è di sei mesi, tagliarlo 
con uno scalpello et cavar 1' altro per la me- 
desima ferita con i diti, avendo rotto per 
quella pellicina che 1' uno dall' altro testicolo 
intramezza; et la ferita si proccura et sana 
come s' è detto. Se sono piccoli, di poi che ca- 
strati sieno si tengono dentro a poppare nella 
stalla, perché all' aere scoperto talora si mor- 
rebbero ; et ancora se sieno grandi, mantenghinsi 
per un poco fermi, dando loro beveroni con 
aqqua calda et farina, rifacendosi spesso a 
ridarli ; et se sieno grandi, stiano separati dalle 
femmine, perchè da loro stando, 1' appetito del 
montare travaglierebbe lor di modo la persona, 
che strappata la ferita si morrebbero : e questo 
maggiormente si de' osservare ne' verri che per 
natura et per uso sono all' atto venereo più 
volonterosi et proclivi. Le femmine non si ca- 
strono acconciamente se non arrivino all' età 
da potersi impregnare non solo, ma che abbino 
partorito due volte, et si devono sempre ca- 
strare che non vi sia rimasto pascolo da pastu- 
rare le troie fatte, avanzando di numero i ma- 
schi, et avendole tenute due di interi prima 
senza mangiare e bere, che ciò causerà briga 
a castrarle e fatica ancora. E buono castrarle 
tre o quattro volte, e un poco più difficile a 
castrarle giovini; e riescon minori con miglior 
carne, della quale s' empiono presto quelle che 
si castrono grandi. Alle femmine le lor matrici 
si feriscono con ferro, et si ricongiungono le 
lor cicatrici, perché ingrassin meglio et s' assi- 
curino di non ingravidare ; et ricucite s' unghino 
con burro fresco. Tenendole ritte con i pie 



75 
dinanzi si castreranno più accomodatamente, 
tagliandoli le matrici; et di nove mesi si ca- 
strano sicure, pur che a tutte, castrate che elle 
sono, si facci far lor dieta. Il tempo atto a ca- 
strare è da aprile fino a settembre, di fresco 
montate, che subito si spediranno, o spregnate 
di quindici di ; cosi gì' alleveranno bene et du- 
rerà loro più tempo il latte ; in quelF altro 
modo ingrasseranno più tosto con meglior carne. 
Quando s' hanno a castrare non siano né grasse 
né magre; et si può ancora, appese per le 
gambe. Quivi, dove hanno i maschi i testi- 
coli, ritroverannosi certi bottacciuoli che sono 
come piccole uova insieme : cavisi ujio di questi 
et ricuciasi la ferita, ugnendo come ai maschi, 
tenendole in luogo caldo ; et si fa accora apren- 
dole per il fianco, et di quel taglio si cava uno 
di quegl' uovi, poi si ricuce con ferro affocato, 
et unto bene si pone sopra cenere di sarmento : 
accanto se gli dà da mangiare per ^-infrescarle. 
1 porci che si scegliono per ingrassare ab- 
bino la fattezza dei verri, et sopratutto co '1 
muso et niffolo spianato et non mai aguzzo; 
dando loro dovizia di mangiare s' ingrasseranno 
in sessanta di, et maggiormente, [se] avanti che 
si mettino per ingrassare siano stati tenuti tre 
di senza mangiare et bere; poi si cominci a 
dar loro orzo o grano cotto o legumi, interi o 
macinati. Ingrassano assai più le ghiande di 
quercia che non quelle di farnia, di faggio, 
Cerro, o le castagne; et meglio ingrassano 
di due anni et di tre, come s' è detto, perché 
i più gioveni, che non sieno condotti a pieno 
aumento nel cascare della foglia, ritardono 



7G 

r ingrassare. Il grano et la crivellatura d' esso 
fa bonissima carne; con beveroni di farina 
fanno molta carne et ingrassano assai, ma con 
manco sugna : et se quando si mettono a ingras- 
sare sono deboli, si cacciono a mangiare con 
più voglia, et fa loro più profitto, riempien- 
dosi di carne migliore: et se talora si ristuc- 
chino, cavinsi fuori del chiuso per un poco, et 
si muti loro variato cibo. Gli avanzi dei brodi 
della cucina et altre regaglie agevolissimamente 
gì' ingrassano, et cosi i frutti mezzi dei giar- 
dini et marci ; tutte le sorte d' erbe, rape cotte, 
et sopratutto il riso cotto fa loro impor carne 
a maraviglia, dato a misura di di in di; tanto 
fa la crusca cotta con le rape et senza, la farina 
della saggina, il farinaccio dei pellicciai, ma 
non già quello dei mulinari, che questo fa ab- 
bondare di schiuma la carne nel cuocersi. Né 
è ogni porco buono ad ingrassare, venendo ciò 
dalla buona o cattiva razza loro. Vogliono essere 
nati a luna nuova, et a questa si comincino a 
ingrassare, perché cosi più agevolmente cresce- 
ranno et si cocerà la lor carne meglio : siano 
sempre maschi et non mai femmine, delle quali 
la carne sminuisce tuttavia a cuocersi, per non 
essere cosi soda e densa come quella del maschio, 
il callo del quale si condensa et constipa, indu- 
risce r altra et ingrossa di modo, che diviene 
quasi un quarto di braccio italiano; et ciò si 
fa alla foggia d' Inghilterra, dove si chiama 
bravofie. Ficcansi in terra quattro legni alti un 
braccio et sette ottavi, sopr' essi si compone un 
piano di tavole un po' rade, et a uso d' aguglie 
et comignolo s' attestano le bande augnate, et 



77 
il parapetto dinanzi si fa aperto tanto, che egli 
possi cavar fuori tutta la testa per mangiare 
et bere, et di dietro si lascia una luce per 
gì' escrementi ; il tutto sia fatto a misura del 
porco, et le tavole tanto accosto, che ogni 
po' che si muova vi percuota dentro con le 
spalle e schiena da ogni banda, nel maneggiarsi 
a mangiare assai copia di grano cotto o crudo, 
per sei o otto mesi, racchiudendovelo dentro 
di settembre et a maggio cavandolo ; et ammaz- 
zato insalandolo si conserva. Condisce cotto in 
pezzetti r altra carne e da per sé lesso è van- 
taggiato buono. 

Per insalare la carne, ammazzisi il porco a 
luna nuova, ferendolo con un punteruolo dalla 
banda a dirittura del core, cosi si salverà il 
sangue a far migliacci et biroldi; et ciò si dee 
osservare nell' ammazzare le porche gioveni 
quando le son pregne la prima volta, per fare 
soppressate o sommate, come si costuma a Napoli 
in perfezione. Ammazzansi in quel tempo che 
elle sono abbondanti et copiose di latte le j^oppe 
loro, avanti che le partorischino ; tagliasi per 
questo aifare tutta quella parte un po' rilevata 
che è attorno alle poppe in tondo, battesi bene, 
poi s' insala ; et è perfettissimo cibo, come le 
poppe delle porche gioveni, fresche arrostite. 
Et a voler far di quella parte che si può insa- 
lare tutte sommate, conviene farle morire tenen- 
dole legate, con le bacchette percotendole tanto, 
che venuto il sangue in pelle, abbandonando 
per la maggior parte il di dentro, manchino di 
vita. Medesimamente, perché la carne mantenga 
il peso, insalisi a luna crescente, che cosi talora 



78 

anco ricresceranno, ma saranno più facili a 
corrompersi dai vermini o tarme et a invietare ; 
et facendosi insalare a luna scema, diminuiranno 
di peso, ma saranno più durabili per le fortezze : 
ma per queste ancora è meglio rinnovarle ogni 
anno. Come si sia, d' un di innanzi che e' s' am- 
mazzino, tenghinsi interamente senza mangiare 
e bere, che cosi sarà la carne più suzza et pi- 
glierà meglio il sale, perché beendo averà più 
umore ; et peggiorerà anco la salsiccia, che non 
asciugherà si bene né nel fornello né al fummo. 
Avvertiscasi che mai siano quando s' ammazzano 
per ciò in amore. Facciasi 1' opra dell' insalare 
in di asciutto, chiaro et sereno, ma che non facci 
punto caldo, più tosto tiri tramontana et sia 
freddo, di dicembre se non sia aqquoso, se non 
di gennaio et sino a mezzo febbraio, più innanzi 
o dietro secondo i paesi. Ammazzato il porco 
nella sopradetta maniera, spelisi con l' aqqua 
bollita, o s' abbruci il pelo con paglia et pac- 
ciame, appiccatovi fuoco sotto, poi raschisi bene 
con il coltello la cotica et si strofini con una 
pietra spugna, et lavato bene s' appicchi sospeso 
da terra quanto basti a entrarvi sotto un catino 
per ricevere l' interiore, le quali tutte si cavino, 
sparandolo per il diritto del ventre ; et riposato 
due o tre giorni, sfendasi in due parti, levandone 
la testa et 1' ariste dal filo della schiena, la quale 
si può anco insalare da per sé, o attaccata al 
pezzo, senza cavarne gì' ossi; ma conviene poi 
consumarla presto, che non basta a un pezzo 
quanto l'altra carne salata senz' osso. Più ap- 
presso, cavatone con un coltello, staccando ra- 
sente la carne tutti gì' ossi principali et mezzani 



79 
et minuti et anco le costole, lasciandovi solo 
dal ginocchio in su le gambe con 1' ossa, et alla 
carne senza ossa facendo alcuni tagli che pene- 
trino dentro per ricevervi il sale, piglisi del 
sale ben pestato minuto, ma prima grosso bru- 
stolato al fuoco, a ragione di dieci libbre di 
sale per cento libbre di carne, si cacci sotto e 
sopra e nei luoghi voti d' essa. ; cosi da ogni 
banda bene insaleggiato il pezzo, si componga 
spianato in sur un desco asperso di sale ; poi si 
soprapponghino di modo insieme, che la cotica 
tocchi la carne 1' uno dell' altro ; et avanti che 
s' insalino tali pezzi, spreminsi bene da ogni 
sanguaccio o bruttura che vi fosse, si che resti 
suzzo et asciutto ; et avvertiscasi che mai tocchi 
la carne la carne, ma si bene la cotenna. Cosi 
ne sopporrai sette, otto o dieci pezzi al più 
r un sopra 1' altro, et quando sarà fatta la ca- 
tasta, pongavisi sopra delle tavole, et queste si 
carichino di gravi et grossi sassi, che le ten- 
ghino aggravate et strette insieme; et passati 
dieci di, si rivoltino i pezzi et rinfreschisi il 
sale fra l' uno et l' altro, avvertendo che non 
stiano più ammontati 1' uno sopra 1' altro, ma 
stesi su spazio più largo di tavole, che non 
riscaldino. Rivegghinsi ogni giorno, rimettendo 
sale a dove egli mancasse et stropicciando in 
quei lati forte con le mani; et se vadi tempo 
asciutto et sereno, lascinsi stare distesi per molti 
di co '1 sale in su quelle tavole ; ma se andasse 
il temporale umido e piovoso, perché la carne 
si guasta dal sale inumidito, disfacendosi egli 
in aqqua, passati venti di che siano stati in 
sale, scuotinsi bene da quello ; alcuni gli lavano 



80 

da esso nelF aqqua corrente in di sereno et che 
tiri tramontana ; tenghinsi all' aere per due di, 
et indi s' attacchino con una corda legata al 
palco in una stanza vicina al fummo, o vero 
affummicata et fammosa sempre, come il fondo 
Volterrano dove consumai quindici mesi della 
mia vita, solo per la ragione del sic volo (^) ; cosi 
piglierà color dentro bello et rosso. E ben vero 
che '1 grasso piglia più presto il rancido al fondo, 
che in stanza aerosa et fredda al gelo ; imperciò, 
per vietar questo et perché la carnesecca salata 
non invieti, intarmi o si corrompa, preso che 
ella averà il fummo et sia assodata bene, la 
mettono in bottini d' olio, né si guasta per ciò ; 
ove, volendola conservare per tempo assai, si 
lascia stare; altramente, come ella vi sia stata 
in molle o ben unta per due di, s' appicchi al 
palco d' inverno in lato asciutto, di state si 
cambi in luogo fresco, ma non umido. Si può 
ancora porre in molle per due di in olio mesti- 
cato con r aceto, [o] per sei di, poi appiccate si 
difenderanno da tutte le corruzioni. Ancora, 
senz' altra manifattura, semplicemente appiccata, 
pur che sia netta, asciutta et stagionata, in stanze 
volte a Borea et ad Austro: et diventa carne 
megliore et più suave, se attorno alla carne 
metterai della neve, ponendovi sopra della pa- 
glia ; sono buoni per conservarla i coppi da olio 



(1) È noto come per la lettera mordacissima da lui scritta in 
occasione della morte di Francesco I de' Medici e di Bianca Cap- 
pello, Fautore nostro incorresse nella condanna capitale e confisca 
dei beni, commutate per grazia sovrana prima nella prigionia del 
fondo Volterrano (nella torre di Volterra), poi nella perpetua 
relegazione in una villa del contado medesimo. La lettera fu stam- 
pata compiutamente neU' Arch. Stor. Ital., v. s., voi. XVIII. 



81 
et quelli ancora d' aceto. Et questo che s' è detto 
è il vero modo di salare i porci dimezzati o 
interi; ma ancora ottimamente s' insalano in 
conconi di terra, ponendo un suolo di sale et 
uno di carne; et dove è copia di sale, non è 
meglio che accatastato 1' un pezzo sopra 1' altro 
a suolo a suolo sotterrargli nel sale ammonto- 
nato, ponendo tra 1' uno et 1' altro quantità di 
sale, senza numero et misura, perché la carne 
piglia quel sale che se le richiede et non punto 
più; e quel sale serve bene a risalarla per cen- 
toventi anni alla fila. In questa maniera tornerà 
meglio spartire il porco in sei pezzi soli ; et 
volendo servirsi della testa, ancora questa spar- 
tita per il mezzo, trattone il cervello, si può 
insalare ; ma bisogna poi, preso il sale, pigliarne 
partito presto, come dell' arista, perché 1' ossa 
la guastano; et a quelle conviene cavare dili- 
gentemente r ossa, et le buche che e' lasciono 
riempiere tutte di sale; et si dee ne' vasi di 
legno o tinozze aggravar sbpra con pietre, che 
la piglierà cosi meglio il sale. Appresso a questo 
tornerà ancora bene insalare la carne del porco, 
et manterrassi, minuzzandola in pezzi d' una 
libbra 1' uno, senz' alcun osso, et in un vaso di 
legno in terra cotta, composto 1' un pezzo sopra 
r altro, intramezzato di sale et coperto bene, 
acconciandolo si che 1' un pezzetto non tocchi 
r altro, et quando il vaso è in sommo, finiscasi 
d' empiere tutto di sale ; et di mano in mano 
che ella si vuol mangiare, cavisi, lasciando il 
resto copertato di sale. Finalmente si può ancora 
fare la salamoia d' aqqua, mettendo dodici 
libbre di sale per cento libbre d' aqqua, et get- 



82 

tarvi dentro la carne che vi stia sempre sotto 
r aqqua, et quivi tuttavia lasciarla stare ; et in 
questa foggia s' insalano bene le lingue, avver- 
tendo che la salamoia si lasci freddare avanti 
che vi si cacci la carne, e nella salamoia co '1 far 
bollire bene l' aqqua sia incorporato il sale. La 
carne di vacca giovine et di bue, di castrato, di 
capra, di porco, di cervo et cignale, che s' insala 
ancora co '1 pelo, copertandolo doviziosamente 
di sale, doppo due di si insala nei modi detti 
del porco domestico. 

Per fare la salsiccia, tutti i pezzetti et 
regaglie che si staccono dai pezzi grossi che 
s' insalano, et rimasugli et ancora di tutte le 
parti del porco, eccetto che delle troppo lardose 
et grasse, s' ammontano in sur un desco sodo, 
et con coltello grande et pesante si battono, sin 
che venghino tritati minutissimamente; et po- 
nendovi dentro sette libbre per cento di sale, 
con un imbuto si mette nelle budelle del porco 
salate, legandola fresca a rocchio a rocchio, et 
incorporandovi bene, mentre si batte et trita, 
gran quantità di cannella, garofani et pepe et 
tutte sorte spezierie, per ogni dieci libbre tante 
dramme d' essi ; di poi in un fornello fatto a 
posta per ciò si pone pendente dalle mazze, 
che la non si jjossi toccare insieme, si pone ad 
asciugare a lentissimo fuoco di fiamma sotto. 
Et con la medesima carne trita, ponendovi 
dentro mescolato il cervello di porco, si fa la 
cervellata, mettendola in budelli salati un po' 
più grossi et dando loro un po' di color giallo 
co '1 zafferano, et facendo i rocchi più grossi 
et lunghi della salsiccia; la quale jjoi si con- 



83 

serva ricoperta nel lardo e nell' olio, ma meglio 
nel lardo. Per far poi salami et mortadelle alla 
Bolognese si batte ben la carne, et fatta ben 
trita, minuta et sottilizzata, fatta una caldaia 
di perfetta salamoia vi si caccia dentro senza 
lasciarvela punto stare, et imbudellata nei più 
grossi budelli pur salati et tenuti in molle, 
legati i salami et spartiti 1' un dall' altro, si dà 
loro un tuffo in quella medesima salamoia, et 
di poi s' appiccono all' aere, et doppo dieci o 
dodici giorni al fummo, et tanto si fa a' salsic- 
cioni; et i medesimi si possono fare in qua- 
lunche tempo et di qualunche carne, purché 
sia ben battuta et minuzzata et bene assodata 
dentro ai budelli ; et faccinsi i più' piccoli della 
più trita et minuzzata, et i più grossi della men 
trita et minuzzata, ponendo nell' una et nel- 
r altra la miglior parte del porco, come gote, 
lingue et ceppi dell' orecchio, et questi non 
molto minuzzandogli et talora ponendovegli 
interi, con le spezierie sopradette et aglio pesto 
bene, incorporatovi dentro. Cosifatti salami con- 
viene riporgli in stanze ove non arrivi spiraglio 
alcuno della luna, perché penetrandovi gli 
guasta, et tanto di danno fa alla carne salata; 
la quale appresso a questo ottimamente si con- 
serva, ben sotterrata in monte di cenere. Tutta 
quella salamoia bollendola con aqqua si ritorna 
puro sale a tutti gli usi di casa. 

Si fa della carne del porco più di cinquanta 
conditure et si cuoce in più modi, come che 
sia ottima, massime 1' arista, cotta in stufa in 
utia pignatta con aggiugnervi in voltando di 
molti centellini di vin greco; et le polpette, 



84 

fatte di carne di porco battute bene, o crude o 
Cotte prima, ciò è di carne prima cotta et poi 
battuta, riescono eccellentissime più che di qual 
altra carne si sia. E la carne di porco di tal 
profitto et bontà et condizione che non solo 
ella da per se è vantaggiata a mangiare, ma 
mescolata, ancora che con picciola porzione, con 
tutte r altre carni, gì' accresce bontà et sapore, 
facendo ancora il brodo più di sustanza et 
grazioso al gusto, ponendovi della salata con 
debita discrezione ; et d' essa la più pregiata 
parte et buona a ciò sono le gote et le coscie. 
I piedi soli non s' insalano ; et il budello maestro, 
ripieno di budello istesse tagliate in pezzi et 
trite con certi pezzetti di lingue salate, bene 
fanno con le carni buone cotte lesse grazioso 
condimento, et essi ancora si mangiono con 
buon gusto. La sugna del porco diventata 
vieta è medicinale. Il lardo, perché duri tutto 
1' anno, strugghisi a lento fuoco, tritando i lar- 
doni del porco in pezzi minuti dentro un vaso 
di terra cotta invetriata nuova, et di mano in 
mano che egli disfa, abbisi posto un pannolino 
sopra un altro vaso simile et colivisi dentro, 
facendolo passare per quel pannolino. Alcuni 
vi pongono un po' di sale, ma questo lo fa 
diventar vieto presto; altri lo lasciano stare 
Come è; et cosi si conserverà più tempo et 
megliore. Basta tutto 1' anno, appendendo que- 
sto vaso da terra all' altezza d' un uomo, in 
stanza asciutta ove sia aere assai d' inverno, et 
di state al fresco di cantina ; et quando si passa 
per quel pannolino, avvertiscasi che non vadi 
giù parte alcuna d' esso che non sia ben distrutta 



85 

liquefatta. Turando un vaso di lardo con pece 
et ponendolo nel fondo del pozzo si manterrà 
come fresco, et il simile farà la sugna et ì\ 
lardone. Ancora si taglia il lardone o il sugnac- 
cio del porco in pezzetti piccoli come castagne, 
et entrovi un poco di sale si pesti in un mor- 
taio con un poco d' acqua ; tengasi cosi per un 
giorno, poi a fuoco lento distrutto si coli con 
un pannolino sopra un altro vaso, et quello che 
starà a galla si serbi posto in un vaso invetriato, 
turato bene, posto in lato fresco, ma non umido. 

1 ciccioli sono quelli rimasugli che si cavano 
dalla scolatura del lardo; si possono mangiare 
rifritti co '1 pane, ma impastati nella schiacciata 
sono migliori, insiememente mangiati. 

Ora, tuttoché i porci comportino di stare 
in tutti i luoghi, et campino in capanne di poca 
manifattura, fatte alla foresta con poca spesa, 
nulladimeno per defendergli dalle malattie in 
che spesso per stare in cattive stanze et allo 
scoperto incorrono, è bene fabbricare loro di 
muraglia le stalle, le quali, o riducendosi a 
portici a capanne sostenute da muri, diano 
lor capacità di starvi dentro agiatamente ; 1' al- 
tezza sarà assai di due braccia et mezzo; ma 
vi siano divisati dentro tanti spartamenti di 
picciole stanzette quante saranno le troie, ove 
esse con i lor porchetti standovi agiatamente 
abbino da poter coricarsi et voltolarsi; et da 
una banda vi sia l' uscita per la troia sola, tanto 
alta che non vi possino arrivare gì' allievi, 
quando partorito che eli' abbi eschi a pascere, 
perché quelli patiscono nel camminare, et più 
si rifanno dell' aspettarla dentro, che lo fa ben 



86 

presto per amor dei figliuoli. Queste tali stanze, 
et qualunche stalle s' ordinino per i porci, deono 
avere in sul piano della terra gran travi di 
castagno o quercia o cipresso; conficcliivisi 
sopra con tavole del medesimo legname un 
tavolato piano, si che 1' una tavola con 1' aitila 
non si tocchi a un dito, et sotto non vi sia il 
terreno appresso a un braccio, affinché la loro 
orina scoli per quei fessi, et stiano maggior- 
mente asciutte ; et dove non si possi o far que- 
sta spesa o aver questa comodezza, sia il suolo 
d' arena tanto alta che l' inzuppi, o vero lastri- 
chisi con pietre a pendio, o si spiani la terra 
soda ben battuta con le mazzeranghe, simil- 
mente pendente, et si netti poi et spazzi og^i 
settimana; et di estate non importa che siano 
queste stanze coperte ; et siano volte a mezzo4i, 
facendo loro in quel tempo il letto di paglia 
pulita, et cosi di verno ancora. Perciocché que- 
sto animale, per altro lordo et sporco, ama la 
stanza netta et pulita, altramente incorre ^n 
varie malattie, et talora di sua natura è incli- 
nato a certi mali, tra i quali è sua peculiare 
la rogna, o per fame patita o per freddo; a 
questa si rimedia col dar loro abbondantemente 
da mangiare et tenergli caldi. Se gì' ingrossa 
la milza o '1 fegato per cagione di seguir troppo 
la dolcezza del pascolo, essendo egli insaziabile, 
r aqque dei bagni, che agli uomini in questo 
giovano, ancora i porci saneranno, beendone, 
come r aqqua del bagno a aqqua la quale guari 
i castroni che la bevvero. Avendo la milza 
grossa, o faccisi bere in vaso di legno scavato 
di tamarigia, et non avendo questa infezione 



87 
et seguitando di bervi un anno a dilungo, si 
scemerà lor la milza per affatto ; et si saneranno 
della grossezza della milza, continuando per 
alquanto di bere aqqua nella quale siano stati 
spenti i carboni accesi di tamarigia, et in quella 
dove il ferro rovente sia stato messo, mesco- 
landovi dello aceto et dandola a bere. Quando 
portano torto '1 collo et la testa piegata, et 
che correndo gì' assale il capogirlo et cascono, 
et barcollando da' lati danno innanzi, avverti- 
scasi a cavar loro sangue dalla parte opposta 
ove si piegano, dalla vena auricolare, et anco 
si tagli la coda sotto due diti dalla groppa 
lontana che V' è più larga^ avendola prima 
battuta destramente con una bacchetta di san- 
guine, eh' uscirà meglio, indi si leghi con 
salcio o buccia d' olmo ; et dee essere cavato 
di quivi il sangue a discrezione, anzi che no 
piegando nel più; tengasi poi tre o quattro di 
a riguardo con beveroni caldi di farina d' orzo. 
La coda del porco bene attortigliata dà indizio 
di sanità, cosi per contrario. Se hanno inghiot- 
tite molte pietre, come spesso loro avviene, si 
soccorrerà con aver legato loro un randello di 
noce a traverso alla bocca, et fatta lor cavar 
fuor la lingua, cavar lor sangue sotto in buona 
quantità, stropicciato con sale il taglio, mesco- 
latavi farina d' orzo ; et se patiranno di scrofole 
o bottacciuoli emfiati, diasi loro a bere tre 
bicchieri di garo, dipoi se gli leghino al collo 
parecchi pezzi di mazze, si che lo tocchino. 
Venendo loro le vertigini, che si gettono in 
terra come balordi addormentandosi al sole, 
facendosi per ciò magri et senza fame, tenuti 



88 

in casa a dieta per un di, si dia loro a man- 
giare barbe di cocomero asinino peste nel- 
r aqqua, ben dibattute et stemperatevi dentro, 
che moveranno tutte le collere, et risolverà 
loro il male; seguasi poi di cibargli con fave 
et cicerchie condite con la salamoia. Gli ren^e 
infermi oltr' a modo la sete di state: imperò 
provveggasi con pozzanghere fatte a mano, o 
aqqua condottavi per canali, si che non i\e 
patischino, tenendogli intorno ai fiumi o paduli 
o laghi o lati pantanosi ove sia del fango, non 
si contentando dell' aqqua sola, se non vi sia 
belletta, fango o poltiglia. E buona alla nausea 
la limatura dell' avorio mescolata con sale arro- 
stito et fava infranta minutamente, dandola a 
digiuno, ciò è avanti eschino a pascolare. Alle 
vivole, taglinsi gì' orecchi si che sanguinino, o 
forinsi con ferro, poi si tenghino a soggiornarci 
in luogo caldo. A' lupacciuoli, diasigli fuoco 
fregando prima bene; et non si ponghino a 
giacere sopra viva calce, che consuma la trista 
carne et fa lor danno. Se fra loro entra la peste, 
appartinsi i sani dagl' infermi, et questi s' am- 
mazzino. Le mignatte beute da loro se gì' in- 
carnono dentro et nel capo: deesi soccorrere 
loro co '1 remedio detto de' buoi, et non va- 
lendo, con stile di ferro s' ammazzino. Non si 
bastoni alcun porco, né se gli diano picchiate 
con grave mazza, perché le loro carni sono 
fuor di modo tenere, et massime dei piccioli, 
et più tosto guariscono delle ferite che del- 
l' infranto. Diasi la terra Lemnia loro quando 
sono arrabbiati, et quando hanno alcuna apo- 
stema taglisi con ferro ; alcuni vi pongono sopra 



89 

senz' altro 1' erba detta lupata ; et non valendo 
né questa né il taglio, si deono ammazzare. Le 
more nere dei pruni, quando sono malati che 
non possono inghiottire, gli guariscono: et ba- 
gnisi spesso la gola con aqqua calda, cavando 
loro sangue sotto la lingua. È openione che i 
porci rimasti con un occhio solo si muoino 
presto ; in altra maniera per quindici anni 
durar lor la vita. Ancora è vero che '1 porco, 
per altro sano, grasso et gagliardo, diventa con 
la carne piena di gangole minute et dentro di 
bollicole minute come panico, onde panicato si 
domanda. Credesi che sia lor morbo naturale, 
et è rimedio che non s' infetti e guasti di cosi 
fatto male, se posta nel fondo del truogolo o 
vaso dove bee si conficchi spianata una lama 
di piombo, et massime se doppo si dia lor bere 
la radice della brionia spolverezzata. Generale 
rimedio et ottimo è loro, se preso del zolfo, 
dell' allume et delle coccole d' alloro per ugual 
porzione, aggiuntovi un pugno di filiggine et 
pesto tutto insieme et colato in un sacchetto, 
si mescoli con il lor bere, et che due volte 
r anno si rinuovi loro cosifatta bevanda ; et ai 
malati di questo male si dia loro a bere del- 
l' aqqua ove sia stato dentro quel sacchetto 
con che si sono colate quelle materia. La botta 
spolverizzata et mescolata con ciò che si li dia 
a bere lo sana del male che ha. Diventano i 
porci co '1 polmone guasto, se non abbino aqqua 
lotosa a sufficienza ; et si cureranno con 1' aver 
bucate lor 1' orecchie da banda a banda con 
una lesina, et ancora dando loro nell' aqqua 
che e' beono elleboro nero spolverizzato. E 



90 

segno di porco non sano, se svegliendoli le se- 
tole, n' eschi fuore il sangue da ciascheduna 
setola. 

\A questo punto, in fondo alla carta 56."' 
recto, s' interrompe il testo, e seguono due pagine 
bianche, la carta 56. "■ verso e la carta 57."' recto. 
ìfiel verso di quésf ultima continua.'] 



91 
Scrive Plutarco che gì' antichi ammazza- 
vano il porco domestico con lo spillo rovente 
di fuoco, affinché il sangue facesse megliore 
effetto nel lor corpo; et alcuni altri infragne- 
vano la pancia d' una troia pregna di poco 
mentre era viva, a ciò a che mesticati i porcel- 
lini e '1 sangue facesse meglior manicaretto. 
Ma meglio è ammazzare una troia pregna con 
le bacchettate, et come si disse di sopra, far 
sommata napoletana. Et quando si mettono per 
ingrassare alla ghianda o altro, diasi loro prima 
un beverone con ranno, calce e crusca che 
gì' allarga le budelle. Per ultimo è da sapere 
che i porci che s' ingrassono con la ghianda, 
talora, o ristucchi o per desiderio di rufolare, 
la dismettono et non la mangiano. Dassi loro 
un taglio per traverso al niffolo et si lascia 
cosi la ferita, a tal che per il cociore che sen- 
tono rufolando lasciano stare questo et atten- 
dono a mangiare ('). Scrive Plutarco che i porci 
ammazzati con lo spillo affocato rovente, oltre 
a che non uscirà fuori punto di sangue, ne 
daranno inspremendolo copia maggiore a mi- 
gliacci, mortadelle et biroldi (^). 

I porcellini che sono stati trasportati nei 
nostri paesi dell' Indie vennero da principio, 
credo io per la novità, in credito et riputazione ; 
di poi, cognosciuta bene et venuta a noia la lor 



(1) Sostituisco mangiare a ntfolare del testo che non darebbe 
senso. 

(^) Cominciando dal capoverso e venendo finqui, tutti questi 
periodi sono scritti in giro alla pagina con carattere più piccolo e 
inchiostro diverso, come note buttate giù in fretta e a mano a mano 
che giungevano in mente allo scrittore. 



92 

carne, ristucclievole come quella del tasso et 
di ghiro, sono scemati di condizione. Tuttavia, 
per abbondare nella varietà degl' animali che 
si possono nutricare nella villa, è bene ancora 
di questi procacciare; et a entrarne in razza 
basta avere il maschio et la femmina, i quali, a 
dar loro da mangiare sufficientemente, multi- 
plicheranno in abbondanza, con partorire ogni 
tre mesi di nuovo, e da capo facendone conti- 
nuamente tre, cinque e sette. Non accade lor 
molta cura; vogliono stare a piana terra, se 
ben vivono ancora et si mantengono bene, poi- 
ché n^angiono tutte sorte erbaggi et ingrasson 
bene con cavolo trito cotto con crusca. Cuocesi 
arrosto et in stufa, né sono disgustevoli per 
una volta. Sono animaletti di colore et fattezze 
dei porci grandi, simili in tutto a questi, come 
i gatti a Lione. Se stieno alla campagna in lato 
chiuso, ove possino pascolare et bere aqqua cor- 
rente, produrranno più in lungo la vita loro, 
et meglio si manterranno et di meglior carne, 
meno untuosa e più saporita. 

[Finisce il capitolo dei Porci. Le carte 
ìtum. 58. "^ e 59."' sono bianche. A car. 60.'^ recto 
riprende il testo]. 



Il Cavallo. 

Io ho per constante et non mi fugge, che 
tra tutti gì' animali quadrupedi creati dalla Di- 
vina Bontà a servigio dell' uomo, niuno sia più 
utile e più accomodato a sollevarlo dalla fatica 
per tutti gì' usi di quello che gì' occorre, alla 
conservazione et diporto della vita et bisogno 
d'essa, che '1 cavallo, il quale in una cosa sola 
è al bue inferiore ; et questa è che la sua carne, 
per essere oltr' a modo molliccia, umida et dolce, 
è recusata in cibo da lui, se bene riesce di nu- 
trimento solo buono a cacciar la fame, per la 
qnale alle estreme necessità si richiede et s' a- 
dopra, et non altramente ; et il bue a tutti i 
tempi, oltre a' monti et in Italia, per lo più delle 
stagioni dell' anno continuamente si mangia, 
sendo in Francia, in Ungheria, in Alemagna et 
Inghilterra di perfettissimo gusto et sapore. Nel 
rimanente ninna cosa è che possa fare il bue 
che non anco il cavallo non facci, tuttoché egli 
non arrivi a quella possibilità di forza ; 1' avanza 
non di meno nella bellezza delle fattezze sue, 
et in fargli una commodità della quale non può 
essere la maggiore né con più grande et venustà 
et garbo, fatta da altro animale, et questo si è 
di portare sopra di sé obbedientissimamente 
r uomo, et con tale unione et conformità, che 
alla prima vista che alcuni Indiani veddero un 
uomo a cavallo, stupendo a maraviglia, ebbero 
openione et fecero giudizio, non si saziando 
di guardarlo, che fosse l' uomo attaccato con 
esso et tutto una istessa bestia; et dimorarono 



94 

in cosifatta credenza perfin a tanto che scen- 
dendo r uomo da cavallo et smontato in piana 
terra, cognobbero la disunione et la differenza 
dall' uno all' altro, causate dal considerare con 
quanta grazia et commodità, grandezza et gra- 
vità vi risegga su 1' uomo, et tanto condecen- 
temente, che vi pare inserto sopra, et veramente 
tutto d' un pezzo nel muoversi e nello star fermo, 
correre, saltare, voltarsi piano et forte ; et vera- 
mente che allora viene lodato il cavallerizzo 
di tutta provanza, quando si forte in su la sella 
si mantiene a tutti i movimenti del cavallo, 
che senza crollarsi punto o dimenarsi apparisce 
un corpo istesso d' una medesima persona. 

Ancora è cosa manifesta et non è dubbio 
che la natura amica dell' umane commodità et 
per lo più matre et non matrigna all' uomo, 
studiosa di compiacerlo, aggradirlo et dilettarlo 
in quelle cose tutte eh' ella ha solertissimamente 
compreso che egli era più di tutte 1' altre per 
appetire, ha voluto contentarlo per varie vie et 
diverse maniere in quello medesimo subbietto, 
con indicibile varietà et inespressibile diversità 
formandolo ; come che negl' istessi colori del 
verde, tanto differenti l'uno dall'altro in infi- 
nito, che niuno è che si confacci per appunto 
di pari; et ninna cosa dei colori è più vaga et 
dilettosa alla vista dell' uomo. In questi si com- 
puta quello delle lucidissime stelle, dello splen- 
dentissimo sole, il rarissimo azzurro del cielo, 
o turchino che si possi chiamare, se ben celeste 
colore a nome più di tutti altri se gì' addice. 
Appresso a questo, perché ninna cosa attrae più 
lo sguardo corporale et quello dell' animo del- 



95 
r uomo che la bellezza della donna, che se bene 
quella è sola perfetta bellezza che a sé sola 
s' assimiglia et nuli' altra ha che la pareggi, 
tuttavolta ha creato et crea in essa tutto di 
tante diverse maniere et tanto varie qualità di 
bellezza, che ciascheduno si può accappare et 
eleggere quella che più gli vadi a grado et gli 
piacci, et quella seguire, desiderare, amare et 
cercar di fruire ; ond' è che secondo gì' appetiti 
dei mortali ciascheduno s' accomoda a quella 
che più a gusto gli va, o più o meno o mezza- 
namente o in eccedente sovranità che bella ella 
si sia. 

Somigliantemente ancora, per soddisfare 
alle diverse volontà degl' uomini nei cavalli, 
quali ella ha preveduto che tanto grandemente 
dovevano aggradire agi' uomini, perché qua- 
lunche si sia, secondo '1 grado et poter suo se 
ne possi fornire et accomodare per i suoi biso- 
gni, o a utile a ornamento; perché '1 cavallo 
neir uno et nell' altro sopra modo è atto e vale ; 
n' ha con il suo infallibile ordine creati et crea 
di tante varie et diverse sorti, puossi quasi dire, 
quante sono le varietà et diversità delle regioni. 
Niente di meno alcuni di questi ha dotati di 
maggior perfezione. Sono i cavalli Indiani in 
alcune parti delle Indie sopra modo belli et 
buoni; et la razza dei Giannetti et Villani di 
Spagna, introdotta nell' isola di San Domingo, 
è riuscita là di tanta eccellenza et v' ha fatto 
tanta vantaggiata pruova, che devono loro in 
molti canti ; gì' uni et gì' altri natii di Spagna. 
I cavalli poi Persiani, che di grandezza di corpo 
agguagliono i maggiori Corsieri di Regno, et 



96 

di bellezza di persona et fattezze pareggiano i 
Ginetti più pronti di Spagna, et di sostenimento 
di fatica son pari a' Turchi, et di velocità ai 
Barbari, et di docilità superano i più assetiti 
et spiritosi che si ritruovino, sono estremamente 
lodati et tengono sovr' a tutti gì' altri dell' uni- 
verso il primo grado di perfezione, di bellezza 
et bontà. I cavalli di Regno di Napoli et di 
Spagna non hanno pari: in questa sono van- 
taggiatissimi i Villani et i Ginetti, et in quello 
questi et i Corsieri di Calavria. Sono i cavalli 
Turchi pazientissimi della fatica et come i so- 
pradetti accomodatissimi alla guerra. Cammi- 
nano appresso a questi per questo medesimo 
esercizio et per tirare gravissimi traini et car- 
rette i cavalli Franzesi et d'Alemagna; et a 
questo uso non cedono a troppi gì' Ungheri et 
i Transilvani, di Frisia et di Croazia, et i Pol- 
lacchi et di Danismarca della maggiore statura ; 
et in queste due parti per cavalcare sono Acchi- 
nee elettissime come in Inghilterra, et per ca- 
valli andanti gì' Ubini d' Irlanda (i quali per 
lo più si mantengono interi et non come gl'altri 
di portante, che son quelli tutti castrati et per 
questo ombrosi et talvolta restii ; et gli castrano 
perché gli tengono insieme con le cavalle a 
pascere in tutti i loro pascoli) non hanno para- 
gone, dei quali si mantiene la razza a Ferrara 
et non traligna, come a Mantova i Turchi et i 
Barbari, et questi per correre non hanno pari 
come gì' Alarbi et i Tartari, i quali sono tanto 
sofferenti dei disagi, che senza fermarsi faranno 
un cammino e speditamente di ottanta o cento 
miglia. Sono accanto a questi i Ronzini di 



97 
Samoizia, piccoli ma di tutta bontà, ma andanti 
fuor di modo con naturale portante, come i 
Pollacchi, gì' Inghilesi et in Irlanda. Ma Y Ac- 
chinee di Brettagna per questo affare et di bontà 
et bellezza ottengono il primo grado, come di 
varietà di colori et di varie pezze i cavalli di 
Prusia et della Svezia maggiore et minore, nella 
Norvegia et in Engrovelath et in Polonia me- 
desima, ma non cosi frequentemente, e si addo- 
mandono Pie ; et tutte queste come quelle sono 
divisate di pezze bianche et baie o nere. Na- 
scono alcuni cavalli di color topino, che è più 
raro che buono, et a Napoli a questi anni pas- 
sati ne fu veduto uno che era quasi di color 
turchino, con meraviglia et stupore di tutti 
quelli che s' incontrarono a vederlo, de' quali 
uno r ha a me relazionato. Sono ancora i cavalli 
Valacchi, all' uso del tirar carrette e pesi acco- 
modatissimi; et similemente a carri et carrozze 
molto utili sono i cavalli dell' Epiro et d' Alba- 
nia, ma questi più atti al corso et alla guerra 
che non quelli sono; e i cavalli Turchi di Na- 
tòlia superano et di bontà et di bellezza gì' altri 
tutti di quei paesi, come di fortezza et di fat- 
tezze d' andare a cammino in luoghi inaccessi- 
bili quelli delle montagne dell' Adulia. Sono 
ancora simili a questi in ciò quelli del Carso 
in Italia, I cavalli Arabi sono assai più di stima 
che non gl'Armeni, accostandosi quegli alla 
fazione dei Turchi più che non questi. 

Ha dotato ancora la Natura di supremo 
onore di cavalli i luoghi dell' isole, tra le quali 
il primo grado tiene quella d' Inghilterra, detta 
di sopra, come l' Irlanda ; ancora di Scozia se 



98 ■ 

ne cavano buoni cavalli, et essi guerreggiano 
con essi, et riescono forti alla fatica. In 8ar- 
dignia è riuspita bene la razza dei Giannetti 
condottavi di Spagna, oltre a che i cavalli 
Sardi, di velocità d' andare et di fazione di 
vita vaga, sono molto vantaggiati, come in 
Corsica atti ad ogni sorte di fatica. Né meno 
quelli di Sicilia sono da essere apprezzati, et 
sopratutto della razza Belbonese. Ma per ca- 
valli piccoli isolani sono da essere accettati 
quelli dell' Elba, et più di questi quelli di 
Malta, che per essere cosi sassosa hanno il 
piede destrissimo. Et ordinariamente tutti i ca- 
valli isolani riescono per lo più minori di quelli 
di terra ferma, si come in Italia fuor delli di 
Regno riescono meglio et durano più le cavalle 
che non i maschi, come per sperienza si vede 
nelle razze che vi sono; et nel Regno sono di 
uguale bontà, per quello che occorre far loro, 
ai maschi; ma cosi questi come quelle per lo 
più sono di grande statura, si come nelle cam- 
pagne di Roma, di dove riescono Corsieri d'al- 
tezza et traversati come nel Regno, dove ancora 
se ne ritruova di razza di mezzana statura, i 
quali per essere sempre cavalli foggiati ben 
fatti et quadrati, s' usa tagliar loro 1' orecchie, 
e si chiamano Bertoni e Cortaldi, perchè rie- 
scono più raccolti et annodati, quasi cortaldi, 
della vita accortati. Di questa qualità si ritruo- 
vano in Batavia et in Moravia, atti a sofferire 
la fatica più che non quelli di Polonia, i quali 
per lo più non sono di vita grande, se ben di 
natura quasi tutti portanti. 

Sono, come s' è detto, in Svezia et ancora 



99 
in tutte le provincie volte a tramontana molti 
cavalli et cavalle pezzati, i quali per causa 
di questo colore disunito sono* tenuti meno 
forti ; et è openione d' alcuni che questo tal 
colore si possi far loro aqquistare da nascita, 
facendo montare allo stallone le cavalle tutte 
capovolte a fonti, intorno alle quali siano 
salci o altri arbori variati, 1' ombra dei quali 
risponda nell' aqqua, et essi ancora si contrag- 
guardino di vario colore diventati nell' aqqua, 
valendo in ciò la forza dell' immaginazione ; 
come quella donna, che avendo a capo del letto 
[un quadro] con un moro dipintovi dentro, che 
spesso lo guardava, quivi in concependo par- 
tori un moro ('), sendo ella e '1 marito di car- 
nato bianco; benché ai cavalli ancora secondo 
i climi si van mutando i pelami, se vero è quello 
che raccontano i geografi, che i cavalli di Cel- 
tiberia, provincia di Spagna che è tra i regni 
di Mursia e di Toledo, nascono biancheggianti, 
ma trasportati nelle parti più di fuori che sono 
in essa Spagna, diventano d' altro colore, benché 
talora lo cambia l' età et i mali, et talvolta 
gì' impensati accidenti agi' uomini, come a Ja- 
copo settimo di Piombino che per un suo pro- 
fondissimo et penosissimo pensiero, essendo in 
fresca età, si ritruovò dalla sera alla mattina 
fatto canuto. Questa mutazione avviene ancora 
per grandissimo sospetto di temenza di paura, 
come a '1 Mori di Fiorenza, che per simil causa 



(1) Per un intralcio di carte fatto dal numeratore e non riordi- 
nato dal rilegatore, il seguito del testo a questo punto dalla presante 
carta 63.» si deve andar a cercare nel codice alle parte 70.* e 71, 



100 

incanutì la barba e '1 capo di tratto. Si sono 
ritrovati dei cani et cavalli che per la vecchiezza 
sono diventati canuti, come talora nascono i 
cigni neri, et corbi et i tordi et merli bianchi; 
di questi se ne sono veduti in Toscana, et quello 
fu conservato et visse per un pezzo a Eneth in 
Francia. L' India tutti gì' animali produce più 
grandi di qual si sia altro paese, eccetto che i 
cavalli che sono avanzati da quei di Media, et 
mossi a salto et a corso se non da un bene 
addisciplinato maestro : et appo gli Pselli Indiani 
nascono cavalli che sono non punto maggiori 
dei Corseschi castroni. I cavalli Tartareschi 
sono soiferentissimi delle fatiche, stenti et fame, 
et si maneggiono senza briglia con una sem- 
plice bacchetta paratagli alla fronte ; tiene il 
lor re in grandissimo pregio i cavalli bianchi, 
come che ne tenghi razza di diecimila, et ogni 
capo d' anno gli ne sono donati dai suoi vassalli 
cento, pur tutti bianchi, e a loro sono tenuti 
più durabili et men suggetti ai mali; altri gli 
tengono per più fievoli. Il gran Can del Cattaio, 
al quale parla ciascheduno inginocchiato, né 
mai risponde ad altrui che per mezza bocca (*), 
et s' intitola nel suo sigillo cosi : « Iddio in cielo 



(1) Dalle parole I cavalli Tartareschi fin qui, è scritto nel codice 
fra le linee, a guisa di aggiunta o nota, questo brano: « Intorno al 
» casal di Alcaro in Asia e di Calactel in quelle campagne nascono 
» cavalli verdi di colore et pelo, et con gl'occhi gialli. Ma nella selva 
» d' Ardenna in Francia si nutricano assai razze di cavalli che sotto 
» quegl' arbori selvaggi nelle praterie copiosissime d'erbe si pastu- 
» rano. Quivi avviene talora che vagando le mandre una cavalla 
» smarrisce il puledro, il quale va da per sé pascendosi alla foresta 
> senza guida della madre, diventando molto ferrigno et rubesto, tanto 
» che questa sorte di puledri smarriti fanno buonissima riuscita 



101 

et Caicut Can in terra, fortezza d' Iddio et im- 
perador di tutti gì' uomini », tiene diecimila 
cavalle del cui latte si nutrisce egli con i suoi 
prossimani, avendo nei suoi paesi cavalli innu- 
merabili et di si poco pregio che vagliono poco 
più che le pecore, ma ve ne sono di tal lena 
che fanno venti leghe in un di. I Turchi ancora 
sono quasi tutti leardi per la proprietà del 
clima, bai et sauri talora ; et perché la lor razza 
derivò di Scizia, dove fanno cavalli ferocissimi, 
ma di vita minore, per avergli più mansueti 
per lo più sempre gli castrono. I Ginetti di- 
cono essere cosi derivati da una parola greca 
simile che denota leggerezza, essendo loro al 
corso veloci; altri affermano essere cosi detti 
perché bisogna valersi delle ginocchia a fer- 
margli, se ben non corrono quanto i cavalli 
Moreschi, i quali sono velocissimi et pazientis- 
simi della fatica et della sete: quelli di gentil 
fazione si assomigliono alla donnola, questi alle 
serpi o lucciole. 

11 durare della vita dei cavalli non è in 
tutti i luoghi simile; i Persiani, i Turchi et 
tutti gì' oltramontani più dei nostrali producono 
l'età. Dormono i cavalli di Regno sino in sette 
anni; poi si risveglia et sta in vigore sino in 
quattordici et sedici; poi invecchiato trapassa 
gli anni sin oltre ai venti ; l' altre razze d' Italia 
sono di minor durata come bontà. Generalmente 
et per lo più arrivano a venti anni, alcuni a 



» robusta, et si pigliano con le reti, poi si domano e addisciplinano 
» come gli altri. Ne ha uno il signor Curzio Lanfranco, gentiluomo 
» pisano, che è cosi bello et ben fatto quanto si possi vedere, et 
* ottimo et forte ». 



102 

trenta et quaranta et sino in cinquanta; si 
truova scritto che uno vivesse settantun anni; 
et settantun anni visse il cavallo famosissimo 
di Solimano, nato il di natale di lui, et cosi 
mori. Gli stalloni vivono meno dei cavalli 
che ordinariamente s' adoprano ; i castrati tra 
questi baston più; le cavalle di tutte le sorti 
meno dei maschi. Questi finiscono di crescere 
et ammontarsi di sei anni in sette, quelle di 
cinque; et in alcuni paesi si muovono tanto 
a lussuria, che immaginandosi d' essere al fatto 
si come le galline ('), per quella intensa voglia 
talora concepiscono di vento; ma questo parto 
non passa sette anni. E chi scrive che tosan- 
dogli la crinatura non avverrà tanta furia di 
libidine, la quale, proibita d' estinguersi et nega- 
tali, fa un veleno detto ippomane, che agi' uo- 
mini accende una furia d' amore simile a quella 
delle cavalle. Ciò è una escrescenza di carne 
quanto un fico secco, il quale gli nasce in fronte 
al figliuolo di color nero, che subito la madre 
gli stacca con i denti ; et se si cavi prima, o la 
non ama '1 parto o non lo lascia che poppi. 
Nascono alcuni cavalli ancora, che delle naturali 
razze sien generati, anfibii, o vogliamo dire 
ermafroditi, con due nature, l' una del maschio, 
r altra della femmina, ma restano impotenti a 
poter rigenerare. 

Sono addunque per certo le sorti de' ca- 
valli quante i paesi, né di loro avviene come 
degli uomini, perciocché questi, nati in una 
regione et trasportati in un' altra, non dege- 



(') cohortantur scritto sopra galline. 



103 

nerano per un pezzo, et assai si mantengono 
simili a lor medesimi, come saria a dire uno 
Spagnuolo et una Spagnuola, venendo a generare 
in Francia o in Italia, ivi faranno sempre simili 
Spagnuoli come nell' istessa Spagna et di fazione 
di vita, colore et costumi. Ma se si cavi di Spa- 
gna un cavallo Ginetto et una cavalla Ginetta, 
et si conduca in Italia o in Francia, quantunche 
si eleggesse un luogo eguale a quello di dove 
s'è cavata, o per l'aere differente, o disegualità 
del pascolo, o come si sia, non ne nascerà già 
mai cavalli come quelli natii a un pezzo, né di 
valore, né di bontà, se per altro se gli assomi- 
gliasse; et se talora riusciranno in qualche 
bontà, come avviene in Sardigna et nell' isola 
di San Domingo, saranno tuttavia differenti in 
qualche parte e di gran lunga avanzati da 
quegli. Addunque degenerando le razze natie, 
dai proprii paesi trasmutate negF altrui, si dee 
procurar di ben governare et trattare le proprie, 
assuefatte a essere nel paese che elle si truovano 
et che r uomo ha ; et se bene per alquanto di 
similitudine del paese, dei luoghi particolari o 
delle pasture, rappresentano la bontà dei cavalli 
di Regno di Napoli, i tenuti di questi nelle 
largure delle campagne di Roma non vi fanno 
pruova poi tutti, et in qualche parte non va- 
riando da quelli; come quelli di Mantova non 
rifanno o rare volte la generosità dei loro stal- 
loni ; dove la bontà et rara elezione di quelli et 
delle cavalle operano il tutto in bonificar quella 
razza. Ma non è pur questo quivi, ma in tutte le 
altre razze di cavalli oltramontani condotti in 
Italia ; et il bonificamento non è tanto per quella 



104 

scelta, che i Turchi et i Barberi agguaglino la 
bontà dei Turchi et Barberi di Turchia et di Bar- 
beria ; et se pur talora sia, è diviso a sorte. Somi- 
gliantemente avviene degi'Ubini (la cui naturai 
razza, come s' è detto, è in Irlanda) a Ferrara ; 
et cosi avviene a chiunque cerchi di alterare la 
razza del suo paese. E ben la verità, che talvolta 
facendo la razza bastarda, purché si consideri 
che vi sia quella conformità del padre con la 
madre, come saria a dire cavalle Todesche con 
stalloni Franzesi, et cosi per contrario Acchinee 
d' Inghilterra con quelli di Brettagna o d' Ir- 
landa, facendo cosi razza mista simile, faranno 
buona riuscita d' allievi, pigliando forza, valore 
et vigore dalla bontà dell' uno et dell' altro, 
et massime se siano aggiovati et fomentati da 
pascoli buoni che non siano troppo umidi et 
aqquidrinosi, il che causa loro le gambe sottili 
et cattive ugne; perciò si deono far pascolare 
in luoghi erbosi, ma pieni di sassi ; ond' è che 
quelli del Carso, dell' isola dell' Elba, della 
Corsica et simili hanno si buon piede, per 
esser questi, et massime quello, luoghi sasso- 
sissimi, né perciò mancar d' erba. Per queste 
sopradette ragioni adunque è assai meglio 
proccurare le proprie natie razze del suo paese, 
che essere curioso d' addurvene delle nuove ; 
et se pur alcuno sia vago di questo, sia ancora 
studioso di cavare dai luoghi proprii et cavalle 
et cavalli perfettissimi tanto di bellezza quanto 
di bontà, come sono quelli reservati, che dicono 
essere più di quattrocento, per la persona pro- 
pria del Signore, volendoli Turchi, che tutti 
arrivano uno per uno al pregio di mille zec- 



105 
chini et di passo, come i Persiani, che non sono 
meno, per la persona d' Ismael. Et nei paesi di 
qua, primieramente il Re Cattolico n' ha copia 
per tutto d' elettissimi, et quello di Francia Cri- 
stianissimo quando era in florido, e il Duca di 
Sassonia che è il pili denaroso principe che sia, 
come quello che ha ne' suoi tesori tuttavia più 
di sessanta milioni di talari, et preme più eh' al- 
tro in bellezza et bontà di cavalli, de' quali è 
abbondante copia nel suo paese, et egli ne pos- 
siede un numero completo dei megliori che si 
ritruovino d' ogni sorte. In somma i ben trascelti 
et perfettamente eletti et cavalli et cavalle sem- 
pre nella lor discendenza raffermeranno in ogni 
tempo, se non in tutto, in parte, del valore et 
fattezze dei padri; et appresso questo, siti et 
qualità di pascoli simili il più si può a dove 
essi si cavino, perciò che cosi facendo, anco per 
due tre discendenze dureranno di generarsi 
buoni; di poi, non rinnovando quel primi capi 
di dove prima vennero, degenereranno et imba- 
stardiranno, et di quanto più lontano si procac- 
cino tanto più presto traligneranno, et massime 
se tanto meno si confacci a di dove si partino 
la natura et qualità del paese ove si destini a 
stare. Hassi relazione che per la bontà dell' aere, 
benignità et amenità del paese et conguaglianza 
del cielo et perfezione delle pasture, la razza 
dei Ginetti di Spagna trasportata nell' Indie et 
sopratutto nell' isola Spagnuola, che è di cir- 
cuito ben quattromila miglia, profitta meglio 
che quivi; et stata trasmessa in Sardigna, ove 
sono i cavalli per natura focosi et presti a ogni 
movimento, aggiugnendosi loro per questo una 



106 

certa vivacità, da cosi fatto luogo gì' agguaglia 
et talora supera in megliore. La diligenza, la 
cura, lo studio e '1 buon governo et vigilanza 
possono assai, come si vede in quella di Mantova, 
quando vi s' attende con tutte queste cose, con 
le quali avendo la pastura appropriata, non è 
da sbigottirsi di poter introdurre d' altronde nei 
suoi paesi qual si vogli nuova razza et oltra- 
montana, tutto che sia malagevolissimo poter 
torre con l' arte i privilegii della natura, et 
massime in questo affare dei cavalli. I quali 
anco, desiderandosi d' avergli piccioli e quasi 
nani (quali a' tempi nostri fu uno chiamato 
Strappacatina del signor Principe di Massa, prin- 
cipe di massa di virtù et creanze buone, questo 
nelle sue. fattezze tutte ritratte in sé a perfe- 
zione di perfettissimo corsiero, tale lo rappre- 
sentava nella sua picciolissima persona come che 
non fosse più alto di sei ottavi, quadrato, ben 
fatto et forte), elegghinsi addunque in tutta 
perfezione di piccolezza ben fatti cosi le madri 
come i padri, che tali saranno i figliuoli; et 
scegliendogli similmente che vadino di portante 
naturale, non degenereranno; et se ben l'asino, 
che naturalmente va di portante, mescolato con 
cavalli non fa allievi che vadino di portante 
come va lui, nasce che son bastardi; ma nella 
razza dei cavalli et cavalle uguali non trali- 
gneranno, et se uno abbi il portante naturale 
et r altro no, il più delle volte averanno il 
portante i figli più tosto che ne manchino, 
somigliando sempre tra gì' animali bruti i figli 
i padri, et i padri i figli ; il che avviene a con- 
trario degl' uomini, che il più delle volte vanno 



107 
i figli deteriorando dai padri, et talora i padri 
dai figli. Ma che maraviglia è, se tutte 1' altre 
cose create nell' universo mondo tutte riescono 
sempre al peso, al numero et alla misura, 
r uomo solo a tutte queste medesime cose riesce 
sempre meno? Quindi occorre che si pruovi, 
talora anche riesce a tutto, ma quello s' in- 
tende per il più. 

Ma r eletta et buona razza di cavalli, padri 
et madri, per lo più, anzi quasi sempre, farà 
i figli somiglianti di loro; imperciò, a voler 
avere perfetta razza di cavalli et cavalle, fa 
di bisogno di possedere largura grande di 
pastura in monte et in piano, et da principio 
più in monte che in piano, per far lor buon 
piede et forte et sana gamba: imperciò siano 
anco un po' sassosi, et i piani asciutti con l' arte 
o da natura. Et affinché sia forte, gagliarda 
et soda 1' ugna, converrebbe che da prima na- 
scessero nel monte, et quivi avessero da pascere 
per un anno, nel tempo che si può, alla cam- 
pagna, et fosse anco, come s' è detto, pietroso 
per assodare il piede et far la lena dello scen- 
dere et salire con facilità, et per snodare et 
disciorre le spalle et alleggerirsi dinanzi, che 
non s' aggraverebbero poi si tosto alla fatica, et 
massime se vi potessero soggiornare due anni 
con le madri, con le quali possono stare insieme 
a pascere; sendo che questo animale da natura 
si crede che abbi la conoscenza del parentado, 
poiché con i calci le madri scacciono i figliuoli 
da loro per non essere ammontate da quelli, i 
quali difficilmente anch' essi si ridurranno a 
ammontare le madre: et si truova scritto, che 



108 

uno con inganno di aver copertogli il capo 
avendo addotto il figliuolo ad ammontare la 
madre, levato '1 sacco, con i morsi ammazzò il 
cavallerizzo, che in ciò gì' aveva fatto fare 
cosifatto fallo. Con tutto ciò perché in ogni 
modo vengono i maschi incitati, veggendo le 
femmine, a lussuria, sarà meglio tenere gì' uni 
e l'altre spartiti a pascere in quei luoghi che 
sieno copiosi di buon' erbe et a proposito per 
loro, avvertendo di ritirargli l' invernata alle 
stalle, con dar loro buon fieno et abbondan- 
temente ; et avendo modo d' intrattenergli con 
questa comodezza, si dee cercare d' eleggere la 
razza che si desidera, la quale riuscirà sempre 
meglio, et più buona pruova sempre farà, che 
ella sia conforme et s' affacci alla qualità del 
paese natio più che straniero ; et cappare cavalli 
et cavalle dei più belli, buoni et meglio fatti 
che si ritruovino. 

Dell' età del generare i cavalli et cavalle 
sono varie le opinioni; alcuni affermano che i 
maschi sono ordinariamente atti a poter gene- 
rare di due anni, ma di tre è più saldo et 
ferino da poter durare sino in venti anni; et 
scrivono essersene trovati di quelli che bastono 
ad ammontare sino in quaranta anni, ma essendo 
stati aiutati dinanzi a salire addosso alle ca- 
valle, sendo che 1' ingegno et non il tempo 
toglie ai cavalli l' ammontare. Alcuni altri ten- 
gono per meglio assai lasciare fortificare i 
cavalli che hanno ad ammontare, con aver finiti 
di fare et perfezionati tutti i lor membri, perché 
cosi faranno più fermi et forti gì' allievi, et in 
altra maniera più deboli; il che sarà quando 



109 

averanno compiuti i quattro anni et sieno en- 
trati nei cinque, che cosi saranno più gagliardi 
a queir effetto, et dureranno sino in sedici, et 
ancora venti; ma più lodata cosa è che da 
sedici in là dismettino. Le femmine ancor Joro, 
se ben possino di due anni concepire, sono da 
eleggere a ciò di non meno che tre anni finiti, 
et più presto di quattro, perché di questo tempo 
alleverà i figliuoli con più gagliardia et potrà 
meglio comportargli. Né sono da essere adope- 
rate a ciò più che sino in dieci anni o undici, 
perché le madri vecchie fanno gT allievi dap- 
pochi, deboli et pigri ; et i nati di bestie vecchie 
si cognoscono che hanno sopra '1 ciglio nel cranio 
della testa una gran concavità; et in tutti i 
denti dimostrano 1' età certa sino in sette o otto 
anni, ma come hanno pareggiato, è difficile il 
poter cognoscerla; et conviene con una certa 
discrezione di giudizio osservare la lunghezza 
dei denti, i quali anco molte volte sono stati 
segati et non si cognoscono; cascano loro 
all' ultimo, arrivati alla decrepità, et allora non 
sono più buoni a cosa alcuna, che a conciar la 
pelle per varii usi, come la groppa per sagri, 
e '1 resto a coprire valigie e forzieri. Hanno 
i cavalli secondo alcuni da trenta in quaranta 
denti, dei quali quattro in capo a trenta mesi 
si mutano, due di sotto et due di sopra, et 
entrando nel principio del quarto anno ne get- 
tano similmente due altri dalla parte della ma- 
scella di sotto et due da quella di sopra, et 
venendo nel quint' anno mandan fuore (*) tutto 



(•) eicit è scritto sopi'a mandan fiiore. 



no 

il resto de' denti di sotto et di sopra; et quelli 
che nascono tutti sono concavi, entrati poi nel 
sest' anno quelli primi scavati si riempiono, nel 
settimo tutti gì' han ripieni, et perciò si dice 
eh' han pareggiato ; né vi resta in essi alcuna 
concavità ; ond' è che sendo tutti equali, non 
si può trarre cognizione alcuna più della sua 
età da' denti, et bisogna comprendere dalle 
giunture de' nodi della coda. Ma ai cavalli più 
attempati diventano concave et infossate le tem- 
pie, i denti lunghi et che molte volte si dime- 
nano et radi, et i sopraccigli diventano canuti, 
et i denti scalzi danno in fuori. Ancora è segno 
espresso di fresca età, quando tirata la pelle 
in qualunche luogo forte con la mano et che 
staccatasi quasi dall' osso, lasciata ritorna al 
suo luogo, et cosi per contrario; et massime 
quando è grinzosa è indizio d' anni assai. Le 
cavalle vivono manco che i maschi, et di questi 
meno gli stalloni, rispetto all' ammontare ; le 
femmine finiscono di crescere all' ultimo di 
cinque anni, i maschi del sesto et del settimo, 
nel quale si suole dire che 1 cavalli del Regno 
si risvegliano, che sino a quel di dormono. 

11 tempo della monta è buono dall' equinozio 
di primavera durando un mese intero ; nel resto 
del tempo dell' anno non è da lasciargli montare, 
perchè non si faccin danno alla vita; et le 
cavalle, quando si senton piene, accostandoseli 
il maschio, lo scacciono con i calci. Ma in molti 
luoghi si lascia andare nei pascoli alla rinfusa 
gli stalloni con le cavalle per tutta la state, 
che cosi son pronti sempre alle cavalle, mentre 
vengono in caldo, benché non sogliono mai 



Ili 

essere pronte a ciò prima che ad agosto; et 
quelli che nascono d' agosto fanno buona riu- 
scita, se non che hanno per natura, nati in "quel 
mese, al passare dell' aqqua di gittarvisi volen- 
tieri dentro. Ma quelli che sono nati di prima- 
vera par che sieno più da desiderare, poiché 
tutta r estate possono andar fuori a pascere 
con le madri nelle campagne copiose d' erbe, 
et le madri in questi, dall' anno in che han 
conceputo manderanno fuori il parto più facil- 
mente et con manco fatica, perché elleno in 
capo ai dodici mesi partoriscono; et sempre è 
da osservare che quando vengono in caldo le 
possino essere montate, perché cosi non entre- 
ranno in furia, né patiranno dell' ippomane, 
che tanto è a dire quanto pazzia di cavalli; e 
se alcuna cavalla non vogli aspettare lo stallone, 
se gli ne farà venir voglia con strofinare et 
fregare intorno alle parti della lor natura con 
la squilla, con l' ortica o con l' erba eritonia, et 
r ornarla con tutti i suoi palafreni, et farla 
vedere allo stallone, poi trovarlo in stalla, poi 
dargliela. Talora una cavalla di poco pregio 
ignobile et brutta 1' ecciterà a libidine ; perché, 
quando cavato fuor lo stallone comincierà a 
fargli carezze et a voler montare, se gli leva 
di sotto la femmina, et a quella che è più 
paziente si dà un più generoso stallone; et se 
il maschio sia pigro et tardo et renitente al 
salire, si commoverà prendendo una spugna, 
soffregare alla natura della cavalla, et con essa 
si strofinerà il naso del cavallo; al quale, desi- 
derando che s' ingeneri maschio, conviene con 
una cordicella legargli il sinistro testicolo, et 



112 

volendo femmina, il destro. Non restano gravide 
sempre alla prima volta che sono coperte, ma 
qualche volta a due et talvolta a più; ma non 
comporta la cavalla d' essere montata più che 
quindici volte in un anno, spesse fiate conten- 
tandosi di quattro o cinque et in manco. Si 
dee dar loro lo stallone due volte il di, la 
mattina di buon' ora e la sera innanzi al tra- 
montar del sole. Affermano la cavalla sola tra 
tutti gì' animali, doppo che la sia stata coperta 
et abbi preso correre verso Aquilone o Austro, 
secondo che eli' abbi concepito maschio o fem- 
mina, mutare il colore subito in più rosso pe- 
lame o qualunche sia più pieno; et con questo 
segnale si ferma di dargli lo stallone. Se si 
generi il cavallo ermafrodito, è cosi defetto, 
come opera varia della natura: nascono di rado, 
et sono a cavalcare più mansueti degl' altri, 
ma inabili in tutto alla generazione. Talora 
nascono cavalli detti Jeroftalmi, che sono quelli 
che hanno un occhio dissimile all' altro, come 
saria a dire unito all' altro con alcuni cerchi 
bianchi et la luce simile attorno ; s' addoman- 
dono Agazzini, veggono meglio lume di notte, 
ma per lo più riescono viziosi et di lor testa, 
ma animosi et bizzarri; tale dicono che fosse 
Bucefalo d'Alessandro Magno. 

Hanno le cavalle questo di più dei cavalli, 
che nel tempo della monta elle si radducono 
et restringono insieme, s' allegrano et giostrano, 
più della campagna et della compagnia che 
prima dilettandosi e di star ben serrate nel 
branco, dimenano la coda più spesso et mu- 
tano la voce del rigno, orinano più spesso 



113 

del solito et fra loro scherzano, saltano et si 
fan festa l' una con l' altra ; infia lor la na- 
tura et cola; et in guisa delle donne sogliono 
molto insuperbire et arricciare le chiome et 
la coda, di modo che per niente patiscono 
che r asino le monti ; et è cosa esperimentata 
che subito tagliatogli i crini et le setole della 
coda et condotta alla fonte d'onde la possi 
scorgere la sua bruttezza, la non recuserà 
d' essere coperta dall' asino, dal quale et dalla 
cavalla si genera il mulo, et cosi per contra, 
si come anco scrivono che dal mulo et dalla 
cavalla, ma di raro appigliano, nascono quelli 
ronzini che si chiamano Inni. Le cavalle è 
openione che, come le donne, tutto 1' anno e a 
tutte r ore appetischino il coito. Dicono ancora 
alcuni che se una cavalla gravida sia tocca da 
una donna che abbi i suoi mesi, si disperderà; 
et è chi scrive che se sieno i suoi primi parti, 
alla vista sola di lei farà aborto, si come se 
porrà, andando, i piedi nelle pedate del lupo. 
Tosto che sia stata la cavalla coperta, si dee 
dargli leggermente dodici o tredici vincastrate 
in su la groppa, perché si rintuzzerà e si ran- 
nicchierà insieme, rientrando il seme. E propria 
natura delle cavalle inghiottirsi dopo il parto 
le secondine, le quali sono le membrane con 
che sta involto il parto; et le cavalle gravide 
è meglio leggermente affaticarle et destramente 
muovere, anzi che tenerle ferme et oziose; et 
gli Sciti usano cavalcarle, et come prima sen- 
tono nel ventre muoversi il parto, allentano il 
cavalcarle cosi spesso, pensando di questa ma- 
niera facilitare loro il partorire; et volendo 



114 

seguir quest' usanza, faccisi con destrezza, né 
se gli stringa il ventre o aggravi. Nei più dei 
luoghi la grande avarizia dei padroni delle 
razze è causa di deteriorare in cambio di boni- 
ficare et megliorare gì' allievi ; perciocché per 
farne maggior guadagno danno lo stallone 
ogn' anno alle cavalle, le quali fortificheranno 
et faranno più gagliardi gì' allievi, sendo dato 
loro un anno si et l'altro no. Si truova scritto 
che le cavalle d' Affrica e Misie, per andare 
co '1 suono alla monta, generavano i puledri 
più mansueti et domestichi, i quali seguitavano 
il canto dei lor pastori; cosi è da secondare nel 
tempo della monta le cavalle et gli stalloni con 
qualche melodia di canto et suoni, come s' ac- 
costuma nell'Abruzzo et in Puglia et Calabria, 
qui per i Corsieri, quivi per i G-inetti, co '1 suono 
della cornamusa et zampogna. Di questa ma- 
niera e loro et gì' allievi s' ammanseranno, diven- 
tando più agevoli a maneggiarsi. Saranno ancora 
più facili a essere insegnati, nel che io gli ho 
veduti a' miei tempi, tanto fatti docili et addi- 
sciplinati, a obbedire alla mano del cavalcatore 
et all' intelletto d' esso, che quattro Ginetti di 
Regno da una banda et quattro di Spagna dal- 
l' altra, uniti poi insieme, ballarono al suono 
dei pifferi et tromboni quattro o cinque danze 
romanesche et napolitane, concordando mira- 
bilmente al tuono musicale il movimento del 
saltellare dei lor piedi, ora più ratti ora più 
adagio, camminando secondo la qualità del moto 
dei balli ; et di qui è che s' insegna loro l' in- 
ginocchiarsi con i piedi dinanzi, et il battere 
una porta con i piedi di dietro, tirando calci 



115 

a voglia del cavallerizzo o padrone, dei quali 
hanno tal cognoscimento talora et paura, che 
r intendono al grido et cognoscono al fiuto et 
gli vanno dietro alla seconda imbrigliati et 
senza freno, andando egli piano o ratto come 
gli pare; et camminando in cerchio fra molti, 
annasando et senza, ritroverrà il cavallerizzo, 
il padrone, o chi lo governa. 

Ma non è questa poco men che umana ac- 
cortezza nei cavalli di vile et abbietta razza, 
ma si bene dei più nobili et generosi et meglio 
fatti; et di cosi fatta condizione et qualità si 
deono eleggere gli stalloni per cavarne di loro 
somigliante la razza. Dee addunque essere, in 
quel genere del quale egli si trasceglie, grande, 
grosso, pieno d' ossa, et buon mantello, baio 
castagno o leardo scuro o ben segnato morello, 
che abbi 1' ugne nere morate, piane, delicate, 
liscie e scavate, grandi, rotonde, concave, ben 
aperte, alte et rilevate ne' calcagni, et di maniera 
scodellate che quel voto che l' hanno non si 
ficchi, quando va, in terra né resti offeso, et 
che '1 segno della bontà del piede lo dimostri 
con il rimbombo et suono di esse in ribattendo 
la terra, perché quelli che hanno 1' ugne piene 
et carnose, che si chiamano con le casse piene, 
sono dislodati. Imperciò quelle dell' asino, sode 
et dure come deono essere queste, sono appro- 
vate. L' ossa sopra 1' ugne non sieno smisurate 
come quelle delle capre, perché quelle con lo 
scuotere molte volte travagliano il cavalcatore, 
et le gambe di questi tali facilmente s' enfiano; 
né sieno troppo spianate, perché nei luoghi 



116 

sassosi non si fé rischino. Le gambe (') e gli 
stinchi, perché reggono et vi si posa su tutto 
il corpo, sieno asciutte, nervose, non grosse né 
sottili, ma proporzionate alla sua statura ; siano 
uguali, diritte, spaccate (*), senz' enfiagione o 
grassezza o pienezza di carne, perché cosi nei 
viaggi enfiano et di facile van zoppicando. 
Dicono che le gambe del sodo dei piedi, tosto 
che nasce '1 parto, nascono con la debita lor 
misura che hanno ad avere, tuttavia sporgendosi 
sempre più tosto in fuori et ingrossando che 
crescendo : onde è che volendosi cognoscere 
innanzi da piccolo quanto abbi da essere grande 
in altezza poledro, si misura dai pie dinanzi 
lo spazio che è dal nodello alla punta dell' at- 
taccatura della gamba sott' il petto ; et di quivi 
misurando all' insù tanto s' alzerà il cavallo, 
quanto quella misura avanza sopra la croce 
della spalla rasente il collo. Sia il nodello et 
tallone tondo e ben fatto, le giunte corte et 
diritte et non lunghe che s' incalchino et pie- 
ghino a terra, facili all' incastellarsi et cadere ; 
per il che s' osservi che abbi le gambe ben 
compartite 1' una dall' altra che non si cuopri, 
ciò è in andando le soprapponga l' una all' altra, 
che è difetto grande inremediabile ; le ginocchia 
pari, uguali, arrendevoli, pieghevoli, nodose, ro- 
tonde (^), piccole che rientrino in dentro, che 
fa r andatura buina ; et l' intirizzate sono da 
fuggire; i lombi sotto le spalle siano grossi et 



(') grosse et corte come quelle del bue è scritto sopra gambe. 

(') scisse è scritto sopra spaccate. 

(3) un j)o' s}nanate sta scritto sopra rotonde. 



117 
rotondi, il petto abbi assai iiiusculi rilevati, et 
sia largo et ampio rilevato, il che lo renderà 
più bello et più atto a distendere i passi lunghi; 
sia carnoso et pien di nervi; il collo lungo, 
inarcato, et che sia sottile verso 1' attaccatura 
del capo, come quel del gallo: sia delicato e 
morbido, non tanto volto verso terra come al 
becco, ma in guisa di gallo ardito et a voltarsi 
in qua et in là agevole. I crini siano pochi et 
quasi crespi et piegati alla destra mano: altri 
amono alla sinistra; benché con attaccarvi del 
piombo a' crini in cima si piegono da ogni 
banda che altrui si vogli. Il capo piccolo, asciutto, 
magro et secco, con sottil pelle appiccatavi al- 
l' osso, et rappresentante quella fazione che sia 
la propria naturale più bella che ritrovar si 
possi del suo natio paese; il capo grande et 
grosso deforme denota pigrizia et tardità, il 
breve può far riuscir più tosto buono che cat- 
tivo ; la bocca ugualmente da ogni banda squar- 
ciata et sfessa, grande, lacera, fresca, et che come 
mangiando si ravvolga il morso in bocca et 
mandi fuori di molta schiuma; i cavalli che 
hanno la bocca asciutta et secca sono da essere 
rifuggiti. Le mascelle siano uguali et piccole, 
sottili et asciutte ; et se le sieno diseguali et di- 
stanti r una dall' altra daranno difficultà all' in- 
frenarlo ; et similmente l' inegualità delle bocche 
dei labbri fanno che contrastano al morso et 
di lor capo, né rimetton bene il collo sotto, 
ma sozzamente distendono il capo. GÌ' occhi 
sono da essere desiderati grandi, posti in fuori 
co '1 sopracciglio pari, pien di carne et non 
ben incavato, che ciò è indizio d' essere nato 



118 

di bestia vecchia, che non tanto s'appruova; 
siano sanguigni che schizzin fuoco et guardin 
fieramente, svegliati, desti et allegri (') et spor- 
genti in fuori : i piccoli che s' addomandano 
porcini son disprovati, et massime quando son 
concavi et fuor di modo minuti, si come ancora 
le stelle negl' occhi nere et pallide si sfuggano; 
alcuni lodano gì' occhi ben morati et neri, et 
ancora gì' agazzini non sono che lodati ; tanto 
più sarà animoso et migliore, quanto sarà minor 
spazio tra 1' uno e l' altro (^) ; et abbi l' orecchie 
corte, diritte che brillino, aguzze e ristrette 
insieme ; perciocché 1' orecchie danno indizio 
dello spirito del cavallo, et le basse, aperte et 
grandi sono da essere rifiutate. Le narici aperte, 
sfogate, gonfie et grandi et larghe, perché cosi 
sono più accomodate che quelle strette a poter 
respirare, et danno significazione dello spirito 
et della ferocità del cavallo. GÌ' armi grandi 
et diritti, i fianchi piegati, la spina, ciò è il 
fil della schiena sopra gì' armi, più alzata et 
rilevata, dà commodità maggiore a chi lo ca- 
valca di starvi su più accomodatamente a se- 
dere; et gì' armi et tutto '1 rimanente del corpo 
più saldamente s' aggavignano, se sia il fil della 
schiena doppio. I fianchi siano più profondi et 
bassi et ritirati vers' il ventre ; et un poco gon- 
fiatetti riceveranno meglio chi lo cavalca; et 



(') Qui fra le linee in carattere minuto e a modo di nota si 
legge : « Questi difetti degl' occhi si scorgono meglio di notte al lume 
della lucerna, vedendoli. » 

(2) Sta scritto di traverso in una linea sola a cart. 73.^ verso : 
« Le labbra sottili et rivolte in fuori, che cosi non sono sboccati ; 
come certe labbra grosse sconcertate. » 



119 

cosifatti si stimano dover riuscire di forza 
maggiore ; cosi la schiena con la spina che 
abbi i nodi doppii, corta e larga, rilevata al- 
l' insù et piana, è da essere commendata. I lombi, 
quanto più saranno ampii et larghi, tanto più 
agevolmente alzerà i piedi dinanzi et seguirà 
con quelli di dietro, et le coscie appariranno 
minori; le quali con la sconcia grandezza loro 
fanno il cavallo brutto et lo rendon debole et 
che s' aggravi dinanzi. 11 ventre sia raccolto et 
ritirato e stretto, con che s' allarghi in qualche 
parte che mostri d' aver buon budello ; le na- 
tiche sieno ampie et piene di carne, di maniera 
che elle corrispondine al petto et ai fianchi; 
perciocché se gi' averà le coscie et i fianchi 
spaziosi et larghi di maniera che egl' appari- 
schino di svariare (') poco da quelli di dietro, 
averanno il passo più saldo, più forte et più 
fermo ; la qual cosa si comprenderà quando 
raccogliamo qualche cosa di terra, che con le 
gambe aperte (^) et non ristrette et aggravate 
insieme più fermamente et con maggior ga- 
gliardia l'alziamo. I testicoli sieno piccoli, ro- 
tondi et pari. La coda dee essere piena di setole 
et lunghe, et il carnezzo, dove stanno attaccate 
et nascon le setole, corto; et di qui nasce che 
essendo lungo, per fortificargli la schiena è 
bene tagliargliene un nodo o due, secondo che 
si truova più o men lungo, poi dargli fuoco et 
medicarlo con butiro che sia lavato; et la 
lunghezza delle setole della coda fa non solo 



(1) e aprirsi è scritto sopra svariare. 
(*J divaricatis è scritto sopra aperte. 



120 

bellezza al cavallo, ma fa che facilmente scacci 
le mosche cavalline et gì' altri animali infetti 
che lo noiano a' caldi ; et quell' essere corta di 
carnezzo gli dà anco a ciò più forza. Sono an- 
cora alcuni che si dilettono che le sien corte 
et le mozzano, et massime se abbino le mele 
sfossate (^) et minute. Le coscie sieno carnose 
et piene di musculi, si come le gambe asciutte, 
diritte, nerbose et nette. Et in somma si ri- 
cerca che sia tutta la sua fazione della vita 
talmente disposta, che sia grande, alto, diritto, 
levato et che dalla vista mostri d' essere agile 
et si cognosca arrendevole, et del lungo che 
gì' abbi da essere più rotondo che sia possi- 
bile, ciò è quanto la figura et fazione d' esso 
lo permette, ciò è traversato et quadrato, corto 
et raddoppiato, più pendente che in altra forma 
al rotondo. 

Sia sano et senza vizii et difetti, non pauroso, 
non restio, non ritroso, non lunatico, sciatico, 
sottoposto al cimurro o vero che si gitti volen- 
tieri neir aqqua, senza formelle, galle o schie- 
ùelle, giardoni, incordati, o da umori, granchi, 
cappelletti, traverse, dall' essere troppo corbi, 
coprirsi, toccarsi, bolsi, il mal dei vermo, inca- 
stellati, cerchi all' ugne, luschi, guerci, deboli 
di dietro, gambe troppo sottili, restii, caparbi, 
viziosi, di cattiva bocca; ne meno abbi vizii 
dell' animo ; ma che siano lieti et feroci, di 
placida et mansueta maniera, s' infuochino et 
si risentino all' ira volonterosi, et che doppo 
una fatica non gì' incresca affaticarsi di nuovo ; 



(1) obese è scritto sopra sfossate. 



121 
et i più valenti più profondamente si pin- 
gono sotto r acqua et cacciono sotto le na- 
rici bevendo; et se bene solo i quadrupedi 
eh' hanno l' ugne sfesse sanno per natura no- 
tare, tuttavia per la gagliardia co '1 pontare 
ristretti i piedi di dietro nell' aqqua, a lanci 
et salti et per via del forte spignere et non 
si sbigottire, i cavalli superono le profonde 
aqque e i correnti fiumi. Non importerà già 
che fosse stato ferito, o che abbi manco un 
occhio o altra stroppiatura che impedisca il 
montare: basta non abbi mali che passono ai 
figli ereditarli. Afi'ermano i pratichi dei ca- 
valli (') che il generoso stallone dee essere 
fatto di più parti di membri degl' altri animali, 
come che avere il capo et le gambe di cervio, 
la testa montanina, orecchi et coda di golpe, 
collo di cigno, petto di lione, natiche di donna 
et piedi d' asino, et in furore come il colombo, 
che cosi andrà più compartito et maggior passo. 
Quanto ai colori, molti detestano il bianco, 
ma i candidissimi per bellezza si sogliono lodare, 
et massime l'Acchinee di Brettagna, gli ermel- 
lini di Spagna, i lattati di Regno et d' altrove ; 
et perchè in ogni colore talora si può ritrovare 
anco la bontà, et oltr' alla bellezza vi può essere 
la virtù, se per altro questa per i segnali buoni 
risponda, non importerà più che tanto il colore, 
nel quale anco si richiede e '1 bello et il buono. 
Sono i principali colori quelli uguali al pome 
granato, baio scuro, baio chiaro e mezzano. 



(1) Sopra pratichi dei cavalli sta scritta una parola quasi 
illeggibile: forse equitiarius. 



122 

rossigno, biancheggiante, leardo scuro e chiaro, 
topino ('), cerviatto, falbo ("'), falago, sdonnino, 
lattato, ermellino, argentino, moscato (*), can- 
dido, nero, morello, sauro bruciato (*), lasano, 
cavezza di moro, pezzato et roano ; gì' altri rossi 
schietti o sbiadati, cangianti, et simili colori 
scoloriti non sono in pregio, e massime gì' asi- 
nini et di color cangiante o sbiadati; gli stor- 
nellini alcuna volta fanno men cattiva riuscita. 
Ma sopratutto è da attenersi a' bai scuri, bai 
castagna, leardi scuri et chiari, roani, cavezza 
di moro, sauri scuri et simili, che tutti sono 
buoni et approvati mantelli; i quali, con tutto 
che si sceglino d' una qualità et simili in tutto, 
la cavalla e '1 cavallo, la natura, che è tanto 
vaga di variare nelle sue operazioni, in ogni modo 
gli farà nascere d' altri colori et non tuttavia 
di quel manto medesimo ; ma sempre più nasce- 
ranno simili di questi eletti tali che non d' altri. 
Sono assai commendati i cavalli di mantello 
detto spadice et punicio, et questo i Francesi 
r hanno per un cavallo fidatissimo et di buona 
pruova ; et più da essere commendati sono quelli 
che hanno nella testa un segno di stella bianca, 
o nel sinistro pie, qual chiamano il pie della 
staffa, segnato in sul nodello del tallone di 
pezzetta bianca, o che n' abbi tre o che sia se- 
gnato di cinque, contandovi quella di testa, 
non mai da due sole o in pari, et si chiamano 
balzani; onde i balzani sfacciati in fronte non 



(1) murinus è scritto sopra topino. 

(2) gilvus è scritto sopra falbo. 

(3) guttatus é scritto sopra moscato. 
{*) pressus è scritto sopra sauro br, 



123 
sono da fuggire. Ancora sono in stima i leardi 
rotati (') o macchiati di goccie ('), i falaghi (3), 
i leardi moscati, i talasci et i bianchi grigi {*\ 
et tutti quelli che hanno i colori mescolati di 
questi, o con bianchezza, rossezza o negrezza o 
mucidi (^); i tutti morelli, i tutti bai castagna, 
e che non hanno segnale alcuno, anch' essi sono 
tutti lodati, quali domandono Taini; ma i mo- 
relli sono del tutto apprezzati, avendo una stella 
in fronte, un segno, una linea biancheggiante, 
o un dei due piedi segnato di segno bianco; 
alcuni sono ancora [che] tutti d' un colore, mo- 
relli o altri, gli biasimano. 1 brizzolati di bianco 
et nero anch' essi sono da essere lodati, et mas- 
sime quelli che sono sparsi per tutta la vita di 
mosche pendenti in color rosso o nero, i quali 
s' hanno per molto sopportanti la fatica et per 
gagliardi. I gilvi et di diverso colore son quelli 
che s'è detto si chiamano Pie («); son cavalli 
fiacchi, et fuor di quella bellezza che porta la 
varietà del colore, vaga et dilettevole alla vista, 
sono da essere rifiutati; ma talora anco se 
s' abbattino riescono buoni, massime se, essendo 
gilvi ('), abbino una linea nera che si distenda 
dal collo su per il fil delle rene sino alla coda 
diritta et apparente: et quelli di diverso colore, 
ai quali è maggiore che altra la pezza bianca, 



(1) pomata scutulati sta scritto sopra leardi rotati. 

(2) guttati è scritto sopra macchiati di goccie. 

(3) cerulos scritto sopra falaghi. 

(,*) canos scritto sopra bianchi grigi. 

(5) scoloriti scritto sopra mucidi. 

(6) picas scritto sopra Pie. 
(") falbi scritto sopra gilvi. 



124 

non sono da essere accettati per dover inai 
riuscir buoni. 

Et in tutti i modi gli stalloni sono da 
essere eletti tutti uniti d' un colore, se non 
se balzani in non pari da qualche parte et 
stellati in fronte, tutto '1 resto d' un mantello 
con le fattezze sopradette: et di questa mede-^ 
sima fatta s' hanno per la razza a trascierre le 
cavalle, et più simili di tutto '1 mantello et se- 
gnali a loro, chi desideri d' aver poi gì' allievi 
che di bontà et valore et pelame gli rappre- 
senti et rassomigli. Et quantunche nei buoni 
pascoli di per sé dalle cavalle si possino conti- 
nuamente intrattenere gli stalloni, tuttavia, per 
essere eglino nutriti in sul buono governo della 
biada et fieno o paglia, in sul medesimo et me- 
glio si deono mantenere, appresso all' essere stre- 
gliati et ben netti, tenuti puliti, come quando 
si cavalcavano ; che poi cavalcando essi, s' ha a 
restare di cavalcar loro. Et maggiormente nel 
tempo della monta s' hanno a ben trattare con 
buon fieno, orzo, ceci et paglia d' orzo trita et 
di grano; è lor buono il grano schietto, o ver 
ervo, brustolato insieme con 1' orzo ; ancora se 
gli rieleggono le spelde, l' avene et le veccie et 
robiglie, affinchè siano gagliardi a poter salire 
due volte il di. Non si dee cavar sangue allo 
stalloYie doppo la monta, ma nelF anno che egli 
non s' adopra a montare se gli dee far una buona 
purga et sanguinarlo a ragione ; et quando han 
montato, è bene dar loro beveroni di farina di 
grano mescolata con sale, et cosi s' ha a segui- 
tare per dieci di doppo la monta, per ristorarli ; 
et nei mesi che e' non montano, che e' si ten- 



125 

gono nelle stalle, vi stiano ben divisi con stan- 
ghe et palancati l'uno dall'altro; perché non 
impigrischino, sin al tempo vicino a quindici di 
o un mese, nel quale si deono tener benissimo 
pasciuti, la mattina innanzi bere s' hanno a ca- 
valcare et esercitare destramente, ma mentre 
operano nella monta si lascino in riposo, et mon- 
tato che hanno, rimessi nella stalla, si ricreino 
con fave et ceci inteneriti con 1' aqqua tiepida, 
di poi si dia lor bere aqqua non gelata. Et es- 
sendo pigri al salire, né risentendosi alla vista 
delle cavalle, strofinisi la natura a queste con 
cipolla rotta et quasi pesta ; et gì' uni e gì' altri 
si risveglieranno ; et allo stallone si dee con una 
mano alzare la coda et con 1' altra addirizzargli 
il membro, perché non stenti a ritrovare la 
congiuntura et non si consumi per la voglia di 
fuori. Ancora, è da avvertire che tuttoché le 
cavalle sieno somiglianti dello stallone, bisogna 
che le sieno di giusta grandezza, di buona et 
agiata grandezza nelle parti del ventre, et so- 
pratutto liete d' aspetto, et, come s' é detto, 
non mai minori ma sopra tre anni. Cosi fatte 
cavalle si deono di continuo lasciare in buone 
pasture, perciocché queste molto più alla cam- 
pagna appetiscono, che non i buon fieni o biade 
nelle stalle, dove quando i freddi stringhino et 
le nevi et ghiacci ricuoprino il pascolo, o sieno 
grosse pioggie, s' hanno a ritirare al buon fieno 
trito et stagionato; et la estate hanno a essere 
tenute in lati freschi et ombrosi, pieni di 
buon' erbe et bene accomodati di sane aqque 
limpide e chiare; et se nel parto ella patisca o 
stia per fare aborto, la silicula trita et con aqqua 



126 

tiepida datagli in beverone la raffermerà ; tenen- 
dola il verno in luoghi difesi dal vento et a 
ridosso dei freddi, non paludosi, né di cattive 
aqque, ma ripieni di buona pastura et sani; et 
cosi come elle deono essere quando si mettono 
sotto la monta, più tosto magre che grasse, per- 
ché meglio pigliano, et si deono mantenere di 
continuo in stato di mezzano essere, né troppo 
magre né troppo grasse, et che quella magrezza 
non sia causata da difetto di pascoli, ma proc- 
curata con la diligenza et con lo studio del- 
l' arti neir abbondanza d' essi. Né meno si ten- 
ghino in monti troppo aspri et troppo difficili 
a salire, perché o gravide non durino tanta 
fatica o non si spregnino; ma siano lati medio- 
cremente posti alti et situati non di meno ac- 
canto a luoghi più erti, per mandarvele doppo 
che eir abbin partorito. Nel qual tempo anch'esse 
siano ristorate nelle stalle con buon beveroni 
d' aqqua tiepida temperati con sale et con buona 
farina, dandogli loro sera et mattina per tre di 
continui, et appresso buon fieni et biade, tenen- 
dole ben nette sotto con bonissimo letto di 
strame, fieno o paglia, non le mandando nelle 
pasture né tenendovele che a' buoni tempi, et 
a' cattivi ritornandole alle stalle, cosi seguendo, 
mentre che siano gì' allievi allattati da loro, 
che non gì' abbandonino mai, sin che non sieno 
condotti dagl' altri alle mandrie, sin che abbino 
tre anni. 

Il medesimo ordine, et di trascorre gli stal- 
loni et le cavalle delli più belli et migliori 
che si truovino della lor razza, nel volere 
allevare cavalli portanti si dee tenere; ma in 



127 

quelli che giornalmente s' adoperano per por- 
tare la soma o a altri esercizi della villa, non 
fa di mestieri attendere a questi avvertimenti, 
né meno osservare più che tanto il tempo della 
monta di quelli ; et partoriranno et alleveranno 
et anderanno innanzi senza altra cura più che 
tanto. Ma nelle razze ordinate con i cavalli che 
sono di riguardo, o per cavalcare nelle città, 
o da maneggio o per la guerra o altro nobile 
esercizio, conviene osservare tutto 1' ordine so- 
pradetto precisamente, per fin che si manten- 
ghino le razze elette et buone et non abbin 
causa di tralignare, sopratutto avvertendo, 
come s' è detto, di reservarle per un anno in 
riposo, perché diano il latte più gagliardo et 
elle si mantenghino più forti; et similmente di 
non r ammettere allo stallone, che quando natu- 
ralmente si vede che elle venghino in caldo et 
n' abbin voglia ; perché osservato questo solo 
non saranno già mai per il più ammontate in 
fallo; et patendo vengono in tale smania, che 
pare che elle diventino furiose et ammattischino. 
Imperciò sfoghinsi in tempo che appiglieranno 
al sicuro, potendo tanto in questo atto la voglia 
che r immaginazione spesse volte far caso, si 
come è scritto che avvenne a una donna, che 
postasi in un bagno a sedere sopra certa por- 
zione che v' era stata sparsa di semenza umana, 
come con spugna succiandola con la natura, 
restò gravida senz' uomo, solo per il disio et 
immaginazione; cosi avviene alle cavalle, che 
per la medesima immaginazione, desio et voglia 
s' impregnano, secondo alcuni, al vento Aquilone. 
Ma queste sono favole i)oeticlie et narrazioni 



128 

vane, composte per aderire alle cose vere; et 
appropriano che sia nel sacro monte di Spagna, 
che si stende a occidente ver 1' Oceano, ciò av- 
venuto et vi si sia nutricato il poledro. Ma inu- 
tile ; et quando comincia a venir loro cosi fatta 
rabbia, oltr' a come s' è detto gonfiar lor la na- 
tura, gettano un umore fuori per essa con con- 
tinuo colo, stando accidiose et impenserite, man- 
giando meno ; et quando in tal termine recusas- 
sero anche lo stallone, stiasi dieci di a ridarglielo, 
doppo che si sia provato il primo et sequente 
giorno ; et se si cognosce che eli' abbino patito 
per partorire, gioverà lor la' felce trita mesco- 
lata con aqqua et datagli per un corno. Come 
è nato il poledro, non si tocchi con mano, per- 
ciocché si offende, toccandolo ancora legger- 
mente ; attendasi solamente che stia al largo et 
in caldo luogo, che non patischino, stando con 
le madri, con le quali deono stare due anni al 
più, senza passargli né finirgli d' un mese ap- 
presso, et allattati sempre da loro ; et ciò s' in- 
tende per gì' eletti; gl'altri, ignobili più et meno, 
allacciargli et adoperargli a' bisogni. Et quando 
si cognosce essere le cavalle a pochi di vicine 
al parto, si deono tirare alle stalle, usandogli 
meglior governo del solito, con far lor sotto 
un buon letto di paglia trita, fieno o strame ; di 
poi conduchinsi fuori a poco a poco [i figliuolil, 
avendo avvertenza che non s' abbrucino lor 
r ugne tenerissime, calpestando lo sterco della 
stalla; imperciò si tenghino netti sotto, sempre 
spazzati et puliti, avvertendo ancora che non 
vi si fermi l' orina, perché questa medesima- 
mente li rovinerebbe. 



129 

Ma a quelli che nascono di padri et madri 
naturali di portante, die cosi conviene eleg- 
gergli per avere i figli che gli sien somi- 
glianti, tosto che siano nati et rasciutti dal 
parto, per levare l' occasione che non abbino ad 
avere il portante dirotto, ma riposato et quieto 
et più andante, pigliando la punta dell' ugna 
della gamba di dietro, [si deve] tirarla in su ra- 
sente la pancia et spalla dinanzi, e farla arrivare 
con destrezza sopra '1 ceppo dell' orecchia prima 
da destra poi da sinistra, cosi l' una come l'altra, 
due o tre volte in altrettanti di, una volta il 
di ; alcuni si contentano d' una volta sola, pur 
che si tenga per alquanto spazio ferma sopra 
r orecchio quella gamba cosi distesa, tanto che 
si dirompa, come si accostuma di fare a' cani 
delle orecchie grandi perché le tenghino basse, 
[che] tirando si dirompe loro il ceppo dell' orec- 
chie all' ingiù. Di questa maniera allungheranno 
il portante; ma se non si sentino snodate in 
distendendo le gambe, bisogna rifarsi da capo a 
tirarle, pur senza loro offesa et discretamente. 
Dassi ancora il portante a quelli di mezzana 
taglia che non l'abbino, accomodando ai lor 
quattro piedi due corde che intraversino dal- 
l' un tallone all' altro nelle ultime giunture, con 
un nodo aperto in mezzo che le ripigli in an- 
dando, con allentarle o restrignerle, secondo che 
fa di bisogno per far maggiore o minore il 
passo et trapasso del portante. Alcuni ancora 
nascono naturalmente con una traina, che è un 
trapasso un poco minore del portante; et altri 
hanno naturale un gran passo, distendendosi 
con esso lungamente in sul terreno; et questi 



130 

reggono più a cammino degl' altri. Quelli ancora 
a chi si siano tirate le gambe nella maniera 
che s' è detto, fornita che sia questa operazione, 
la quale si dee fare dentro alle stalle tenendo- 
vegli a riposo, doppo quattro o cinque di man- 
dinsi con le madri nella pastura, dove stati due 
anni (tirandogli però sempre con esse a' tristi 
tempi alle stalle) o tre, se sieno massime di 
Regno (Barbarossa usava di quattro et non pri- 
ma, perché riuscissero più saldi et più fermi 
alle fatiche delle guerre et a correre), si possono, 
cosi in portante, come tutti, gì' allacciare, et 
allacciati condurgli alle stalle, et cominciare a 
adoperare quelli et queste esercitare, potendosi 
in questo tempo attamente domare. Ma quelli 
ignobili, cavati per uso delle case et per eser- 
cizii dell' altre occorrenze, di trenta mesi si pos- 
sono destramente cominciare a porgli sotto le 
fatiche del portare o tirare. 

Ma deesi sapere che tutte le sorti dei 
puledri, prima che egli sieno levati dalla cam- 
pagna et tradotti alla stalla, eh' egl' è da 
approvare di dar loro il fuoco alle gambe, 
facendo questa operazione con rame o argento, 
che cosi non si scorgerà '1 segno del fuoco ; et 
ciò si dee fare ancora che non si cognoscesse 
che n' avessero di bisogno, perché il fuoco, 
dato rovente in questo modo alle gambe, in 
tutte le carni lasse e molli e aperte astrigne, 
constipa, assoda et indura, 1' enfiate assottiglia, 
attenua e svanisce, le materie umide disecca, 
le ragunate et ammassate insieme risolve, le 
marcie et putrefatte ritaglia, sana le doglie 
vecchie et vieta che di nuovo non ne ven- 



131 
ghino, proibisce che non calino umori alle 
giunture, tiene le gambe asciutte, suzze et 
nette, guarisce le parti del corpo alienate o 
che han presa cattiva via o complessione, risana 
r ulceri et tutte le carni che son magagnate 
per qual si sia cagione, et le ritorna al suo 
essere di prima, et le cose cresciute dalla na- 
tura oltre al dovere leva via et le parti aduste 
non lascia di poi crescere. Diasi addunque '1 
fuoco, et di poi si lasci andare libero alla cam- 
pagna, acciò che la rugiada ('), che la fa meglio 
che tutt' altro, levi via il segno d' esso. Facciasi 
fare questa utilissima operazione dal più famoso 
maestro di mascalcia che si ritruovi, perito et 
bene esperimentato nell' arte, facendoli dar sem- 
pre un bottone. di fuoco vivo et un morto nel 
principio dell' autunno o di primavera tuttavia, 
nello scemar della luna, più basso che si possi 
dal nodello, et sanisi il luogo affetto con bituro 
lavato et con foglie di capperi peste bene in- 
trise in esso et fasciatovi su; et per far rina- 
scere il pelo, adoprisi aqqua lambiccata di mele, 
o olio di tartaro, stropicciando prima il luogo 
spelato ; et opererà anco quando non fosse stato 
per cagion del fuoco senza peli, bagnandovi con 
queir aqqua ; et rasciutto da per sé, s' unga con 
queir olio due o tre volte il di. 

Il puledro eletto si dee cominciare ad acca- 
rezzare et toccare, ligiandolo per la vita con 
la mano, et con essa se gli dia a leccare 
qualche poco di sale, insegnandogli di non 
s' adirare co '1 vezzeggiarlo, et amar non sola- 



(1) guazza è scritto sopra rugiada. 



132 

mente gì' uomini, ma desiderargli, facendogli 
vedere diverse vedute, et sentire varie sorti 
di romori et strepiti, et grandi; di questa ma- 
niera avendolo alquanto assicurato, se gli getti 
con destrezza il capresto al collo, poi al capo 
la cavezza di corda di lana, l' uno et l' altra 
che sia più morbida et delicata, ponendogli 
tutto et accomodando gentilmente, et quasi 
non se n' accorgendo fermarlo alla mangiatoia 
con due redini di canapa o di cuoio di soatto 
morbido et arrendevole, facendolo stare nella 
sua posta della stalla rasente ai poledri domati 
et legati, perché s' avvezzino a vedergli, et con 
le pastoie ai piedi, fatte di delicata lana o di 
buon lino, in stalla netta et pulita, con rifargli 
il di se occorra, ma ogni sera, il letto di 
paglia, quale si dee ogni mattina rassettare 
sotto '1 concavo della mangiatoia fatta sopra 
archetti di mattone, compartendo che ogni 
posta abbi il suo archetto voto dinanzi et tanto 
indentro che non si raspi; Deonsi subito, al 
primo entrar nelle stalle, da chi gì' ha a 
governo et poi dai cavallerizzi, piacevolmente 
soffregargli le mani per il dosso et per il 
capo, et alle volte sott' il corpo et in su la 
groppa sino alle gambe et piedi premergli 
dinanzi il petto, vezzeggiandolo et accarezzan- 
dolo con i più dolci modi che si possi, come 
alzandogli qualche volta i piedi, nettandogli et 
battendogli spesso, et in modo lusingandogli che 
cognoschino non pur chi li governa, ma il caval- 
catore. Devesegli parimenti con destrezza et a 
poco a poco porgli quivi sopra la schiena un 
fanciullo, perché s' avvezzi di mano in mano a 



133 

sostener poi l' uomo ; mettasi loro innanzi a man- 
giare buone erbe et fieni, all' ore debite et poco 
per volta, perché non facci loro afa et gli ristuc- 
chi; et non lo strazino et gittin per terra, per- 
ché il caduto et calpesto sempre poi aborri- 
scono et rifiutano. Di poi mangiatone alquanto 
in compagnia d' un puledro fatto, a pian passo 
si conduca all' aqqua a mano, et come abbi beuto 
et statovi alquanto di più (perché non è dubbio 
che r aqqua corrente dolce et la salata di 
marina, dando loro sotto la pancia per due 
o tre et anco quattro ore gli si diseccano, 
ristrignendo et consumando la calata degl' umori, 
et gli rimuove l' infermità, quella per la sua 
freddezza et questa per la sua secchezza) si 
ritorna al luogo suo ; cosi si vanno addestrando 
a lasciarsi governare et maneggiare. Ma quando 
si tiene a star nell' aqqua, il che gli confe- 
risce sempre nella state a' gran caldi, non si 
riponga nella stalla prima che gì' abbi rasciutte 
le gambe dall' aqqua, perché '1 caldo della stalla 
ribollendole gli nocerebbe; si deono ancora di 
poi sfregare forte et stropicciare con le mani a 
riverso del pelo in su la pelle mattina et sera; 
et tuttavia che i nobili tornino da cavalcarsi et 
gì' ignobili dal lavoro, si facci loro delle freghe, 
cominciando dal capo et venendo ingiù dal collo 
per tutta la vita et poi dalla coda all' insù, con 
aggravar forte la palma della mano in sul pelo ; 
saragli ancora di grande utilità fargli mangiare 
in terra, si che lo allunghi et distenda il collo 
per arrivare quello che se gli porge da mangiare, 
assottigliandosi per questa via et facendosi più 
bello, et in oltre s' alleggerirà et scaricherà 



134 

dinanzi. Deesi la mattina dargli due o tre bran- 
cate di fien buono secco et asciutto, fatto di 
buon' erbe secondo pur che si ritruova e s' usa 
nel paese, o paglia trita d' orzo, che ha più so- 
stanza et gusta loro più che di grano ; et tritisi 
con r instrumento alemanno, che la farà più 
minuzzata che la falce ferma ai fessi dell' uscio, 
et n' averà più profitto ; d' inverno dandogli 
biada di spelda o orzo, di state vena et a mez- 
zodì del fieno o paglia, secondo eh' egli sia av- 
vezzo et secondo '1 paese; perché in molti luoghi 
nuoce il fieno a' cavalli stallii, et massime il 
polveroso che gli fa bolsi ; et però si dee sempre 
scuotere che si dà loro. Di primavera poi se gli 
dia dell' erba per un mese, solamente un poco 
di crusca la mattina, et poi tutta erba fresca 
verde et buona, o d' orzo cresciuto et seminato 
per tempo, perciò che s' addomanda fraina ; et 
hassi a dare o dell' una o dell' altro, a quattro 
o sei menate per volta et non più, si che n' abbi 
sempre innanzi. Deesegli avanti cavar sangue 
per la vena maestra, et perché ben si purghi et 
s' assicuri dalle malattie, abbi da bere in quel 
tempo aqqua salata, o soavemente corrente et 
un po' turbata, tenendolo coperto con panno 
grosso di lana, che ciò mantiene il lustro del 
pelo, et fa che non infreddi et gli facci 1' erba 
maggior operazione; et ricondotti da bere, si 
ponga loro innanzi tant' erba che abbi da pastu- 
rarsi sino a mezza notte, et poi si rifacci tanto 
che duri sin all' altro bere della vegnente mat- 
tina, senza dar loro altra biada fuor di quel 
mese che s' è data lor 1' erba. Perciocché questi 
poledri è bene mantenergli non troppo grassi 



135 

né troppo magri, ma mezzanamente, che cosi 
dalla grassezza straordinaria non calando loro 
umori, staran più sani, più agili et più da ma- 
neggiarsi et atti a reggere nelle fatiche. 

In alcuni lati d' Inghilterra si fanno pani 
di legumi, come piselli, fave et fagiuoli, et li 
danno ai lor cavalli ; et d' inverno le fave cotte 
inofrassano come i vecciuli, massime mescolan- 
dovi olio o grasso o untume di carne ; i ceci 
ancora son buoni a questo effetto, ma più si 
conviene agli stalloni. Il bere che si dà al 
cavallo sia sempre netto, pulito e puro, che 
non renda mai alcun cattivo odore ; cosi il 
mangiare se gli dia pulitamente, et che non 
sappi mai d' alcun sito cattivo. In alcuni luoghi 
si dan loro le castagne secche; ma conviene 
vi sieno avvezzi da piccoli, che altramente 
nuoce. In caso di bisogno si son nutriti i 
cavalli di sermenti triti minuzzati, ben pesti. 
Il letto, che si fa loro o di fieno o di paglia, 
sia sempre alto sino a ginocchio, perché riposi 
comodamente la notte; et la mattina se gli 
levi di sotto, strigliandolo con streglia di ferro 
stagnato che abbi i denti corti et minuti spessi, 
poi si meni a bere. Dee essere ferrato con 
ferro leggiero et che vadi secondando 1' ugne, 
largo et agiato sempre di dietro et non mai 
stretto, perché non gli stringa i calcagni del- 
l' ugna, la quale si deve mantenere diritta et 
non piegata, ma tuttavia alquanto a sdrucciolo. 
Non mangi che finito di sudare, né anco stra- 
meggi, ma in quel mezzo tempo si facci passeg- 
giare lentamente in luogo fuor del vento, ben 
coperto di sue schiavine e coperte lane. Il disu- 



136 

sato cavalcar nella notte gli nuoce, la mattina 
per tempo è lodato. Di estate se gli tenga 
addosso una coperta lina. Et per conservare 
sani i cavalli, si dee trar lor sangue in ogni 
stagione dei quattro tempi dell' anno, et deono 
essere sempre con riguardo et riparatamente 
adoperati, sapendo che il maneggio ristretto 
è forzato et gli danneggia, si come 1' alto 
raddoppiato, et i ruppolotti et salti in aere 
et salto del montone gli dirompe la vita, come 
il raddoppiare basso et alto; et il rimettere 
moderatamente et non con furia, et usando 
discrezione, senza scalmanargli in questi eser- 
cizii, basteranno gli oltramontani sino in venti 
anni, benché di trentasei, di quaranta et di 
più di cinquanta n' ebbe il sig. Passero Y." Ma 
in Italia possono a qual si vogli fazione ser- 
vire, sendo di buona tempera et sani, sino in 
sedici et diciotto anni et venti, et quelli che 
passono sono rarissimi; et da quivi in là non 
sono mai di quel valore, possa et virtù. 

Il governo sopradetto si appartiene ai cavalli 
nobili et di rispetto, ai quali molti sono d' ope- 
nione di non dar loro il verde, con tutto che 
gli rinfreschi et ricrei per tempo alcuno, addu- 
cendo ragioni, che sempre 1' erbe sono genera- 
trici di varii umori, et che i cavalli da fazione 
si conservano meglio senz' esse, governandogli 
tuttavia con buono strame et biada. Con tutto 
ciò, quando son gioveni, sino in sette o otto anni, 
sempre si ricrieranno et rifaranno del fresco, 
né sarà loro in alcun modo di nocimento, et 
massime ai cavalli di complessione calda, il che 
si comprende dalla qualità dei mantelli et dal- 



137 
V osservare il suo mangiare et bere. Ma a quelli 
da carretta et da lavori va manco studio, et 
lor utile è che sieno sempre accoppiati con 
cavalli di forze uguali, perché non abbino a 
essere soffocati dai più potenti i più deboli: et 
sono da essere destramente da prima gridati et 
bravati et esercitati con leggier pesi, poi con 
più gravi, sentendo egli maggior pena del por- 
tare che del tirare; ma quanto maggior fatica 
durano, tanto più ricercano il governo esquisito 
del mangiare, se ben questi tali si mantengono 
solo con crusca et strame et erba verde, tuttavia 
che se ne truova; ma meglio sono le paglie, se 
ben pare che per la loro secchezza non se ne 
possi trar sugo o poco, ma dall' abbondanza et 
frequenza ne caveranno, et più del fieno, che è 
più sostanzievole et di più sugo, et con essi lun- 
gamente si manterranno. Ma quelli da cocchio 
nobile vogliono il governo de' migliori, et più 
et manco, secondo la fatica che si dia loro. 

Ma per prolungare a tutti la vita et tenergli 
conservati del continuo in buona tempera, si dee 
dare loro, come s' è detto, il fuoco ; et ancora 
castrargli ; et questo fuor d' Italia si costuma 
assai, si per defensargli dalle malattie, come 
perché gli mandano in campagna a pascere tut- 
tavia con le cavalle ; et in Inghilterra lo fanno 
non solo per questo, ma perché non cosi di facile 
possino essere trasportati via i maschi interi a 
rubar lor la razza; et cosi ancora per questo 
come per quello usano i Turchi per lo più di 
castrarli. Or questa operazione non si dee fare, 
come quella del fuoco a tutte quattro le gambe, 
prima che abbin compiuto 1' anno, perciò che 



158 

allora possono meglio resistere a questo dolore 
et mostrare benissimo i testicoli; et il tempo 
che si ricerca è di marzo, ancora nell' autunno 
et d' estate, di maggio et quando soffia Aqui- 
lone. Cavisi una fossa et quivi per forza di 
legami si facci distendere il puledro, avvertendo 
che nel dar giù non si direnasse, co '1 ventre 
in su, legatogli i piedi in modo che non si possi 
muovere ; et nel serrar dei testicoli abbiasi cura 
che non si stroppino le lor radici; empiasi la 
ferita subito di sale et s' alzi in pie ; e '1 secondo 
di, non si veggendo uscir più sangue, lavisi la 
ferita con vin caldo, et s' unghino le reni, la 
testa et le narici di pece et olio, non lo facendo . 
andar molto sin che egli sia sano; gli gioverà 
ancora doppo '1 terzo di ugnere la ferita con 
pece distrutta e cenere mescolata con olio caldo. 
Deesi tenere in luogo caldo con buona coperta, 
bagnandogli tutto '1 corpo con vino, infusovi 
dentro incenso in polvere, bollitavi dentro; et 
se la ferita ancora getti sangue, soccorrasi co '1 
sugo di marobbio, mescolatovi dentro sale am- 
moniaco infuso con mele. Ancora d' aprile sem- 
pre a luna scema si può castrare il cavallo, 
postolo senza fossa in terra a giacere, et lega- 
tigli bene i piedi, fattolo star rovescio, poi tolta 
una tavoletta piana, grossetta et forte, con i canti 
tondi e piani, et essa tanto larga che vi si possi 
distendere su la borsa dei testicoli, di modo che 
r uno d' essi rimanghi fuori della tavoletta, che 
è quanto una palma di mano; sia pertusata da 
ambi i capi, distante un palmo dall' un pertuso 
all' altro, et similmente sia pertusato un bastone 
ben tondo, quanto una lancia o pestello ; et passi 



139 

per i pertusi d' essa tavoletta et d' esso bastone 
una corda rinforzata di canapa o di seta, si che 
r una con 1' altro si venga a strignere ; et ben 
maneggiata et stesa la borsa dei testicoli, si met- 
terà quivi dentro, serrandogli con un tortolo o 
randello, et tosto si batta forte con un mazzuolo 
di legno, ma con annodar la cordella sott' il 
bastone, in modo che i nervi dei testicoli si 
rompino o tutti o parte ; di poi s' unga con olio 
ben caldo, et faccisi muovere con riguardo, sino 
a tanto che si cognosca che egli sia sanificato. 
Deonsi sopratutto castrare i cavalli Barberi 
et corridori et veloci, destinati a correre ai 
palli, af&nché non s' indurino [né] s' intirizzino 
loro i nervi, per il gran calore del rapido corso ; 
et se bene i cavalli castrati mantengono i denti, 
che non cosi tosto caschino, et fortificansi loro 
i nervi, tuttavia diventano timidi, spaventosi et 
più deboli. Adunque i cavalli da guerra, cocchi 
et carrette, non si deono castrare; né meno i 
corridori, et massime Sardi et Barberi ('), perché 
si tempera loro quella furia et fuoco che gli 
rende al correr precipitosamente più volonterosi 
et più forti. Deonsi bene, avanti dieci o quindici 
di che abbino a correre, ben imbarberescare con 
dar loro da mangiare orzo mondo, paglia trita, 
et ogni mattina spruzzar loro nel muso della 
malvagia o greco, et ogni di da mattina et da 
sera fargli lentamente passeggiare nel corso in 
che hanno a correre con il ragazzo addosso, et 
quelli che non portano, con la bastina sola o 
pimacciuolo ; et il di del corso attaccare alla 



(ij Ha detto poco prima il contrario. 



140 

bastina con certe cordicelle sottili una palla in 
cima di legno con punte di ferro, che correndo 
s' alzino et abbassino dai lati a percuotergli nei 
fianchi come se fosse lo sperone et quello che 
porta. Se gli ponga il ragazzo sopra con aver 
sotto un pimacciuolo piccolo cignato, et egli le 
sue calze di tela impeciate sul pelo del cavallo ; 
al quale si dia una zuppa di pane intinto in 
malvagia ; et cosi si procuri ben coperto et pas- 
seggiato, avanti si riponghi nella stalla, quando 
ritorna dal corso. Cosi si rinvigorirà per 1' altre 
volte, governandolo a modo, et dandogli sempre 
la biada a mezzana misura. 

Nei luoghi freddi di montagna et d' alpi, 
di maggio et settembre, et in luoghi caldi 
marittimi, d' aprile o di ottobre, pur a luna 
scema et che non tiri scirocco, leghisi il ca- 
vallo come le pecore quando si tosano con 
corda grossa di lana, et con un legno attra- 
verso fasciato di cuscini morbidi, et caccia- 
togli sotto il capo un fascio di paglia, se gli 
faccin stare senz' offesa le gambe aperte prese da 
due persone; prendasi poi un bastone di rosaio 
bianco salvatico tagliato di subito, lungo un 
palmo et mezzo et grosso quanto un pestello, et 
sfesso per il mezzo si leghi da una banda; di 
poi legati sotto i testicoli con una corda rinfor- 
zata stringasi la lor borsa co '1 detto bastone 
accosto al ventre, et distesa la pelle che non stia 
grinzosa dentro al bastone, et separando ancora 
i nervi di dentro dai quali pendono i testicoli, 
si che non si soprapponghino, si disleghi la corda 
rinforzata, et si stringa il bastone di verso i 
testicoli, in modo che tutto vadi steso, tirando 



141 
la pelle vers' il ventre, senza offendere i testi- 
coli, il più si può ; allora serrisi forte il bastone 
da ogni lato, ma si che non tagli la pelle. 
Faccisi appresso star ritto il cavallo et diasi 
un' altra stretta al bastone, se può compor- 
tarlo, et si metta in stalla calda ugnendo ac- 
canto le coscie e '1 ventre con olio di camomilla 
et rosato mescolati insieme, et sia tiepido ; levisi 
poi il bastone in capo a sedici o diciotto ore; 
cosi rimarrà castrato senza penzolargli i testi- 
coli o la borsa ; et volendo che si perdino, vi si 
lasci stare il bastone otto o dieci di, et a questo 
fine non si facci tondo, ma tagliente il lato da 
che si strigne del bastone. Ancora , stretti i 
testicoli con la corda, si conguagliono come 
hanno a stare, poi gentilmente si tagli la pelle, 
causando le vene et facendo piccola apertura, 
tanto che se ne cavino co '1 nervo; et legatovi 
destramente con un tricafilo da balestra, si tagli 
il nervo et si incenda con un ferro sottile ro- 
ventato ; et sciolto il tricafilo, si cavi l' altro per 
il medesimo taglio, et ritocco con ferro affocato, 
si riempia la buca della borsa loro con la cenere 
vagliata mescolata con olio; cavisigli poi san- 
gue et si governi con buona cura sino alla sanità. 
A me piace assai che per due di si ritenga il 
cavallo dal bere; et d' aprile o di maggio a luna 
scema (et è sicuro mezzo) attorcere i testicoli 
come si fa ai tori, rompendo loro tutti i nervi ; 
et chi volesse non castrarli affatto, potrebbe rom- 
perne un solo da una parte. Accanto poi s' unga 
bene con olio comune tiepido le cosce et i luo- 
ghi trassinati ogni di, si che si sgonfino, riguar- 
dandogli bene dal vento ; et cominciare ad ado- 



142 

perargli adagio. Ma questa operazione non fa 
effetto nell'età adulta: conviene dentro all'anno, 
che poi prima si romperebbe la pelle di fuori, 
che dentro alla borsa altra cosa. Gettato an- 
cora il cavallo in terra, legatigli i piedi, alcuni 
gli serrano con una cintura i testicoli, attorno 
ai quali fanno un taglio tanto grande o piccolo, 
secondo la qualità loro, che ne possano uscir 
r uova ; et i nervi dai quali esse pendono taglia- 
no con un coltello roventato, da quella parte 
onde stavano attaccati con quelle, tirando il 
coltello dalla parte di dietro innanzi, non al 
contrario; et tal coltello sia ben roventato, che 
cosi si rimoverà l' infiammazione ; poi affibbiata 
la piaga, vi mettono sopra fili di tela o bioccoli 
di lana intinti in olio di pece ; et il terzo di gli 
slegono, continuando ogni di di ugnere con una 
penna intinta in detto olio, tanto che si vi facci 
la cicatrice. Nel di che s' è castrat ) è da farlo 
stare senza mangiare et bere ; 1' altro di se gli 
dia un poco da bere et destramente mangiare, 
crescendo tutto a poco a poco, nell' ore fresche 
facendolo lentamente passeggiare, tenendolo nel 
caldo dentro alla stalla ; et se gì' enfiasse la ferita 
per infiammagione, pongavisi sopra disfatta con 
aceto la pietra Cimolia; et avvertiscasi che i 
cavalli che sono con un testicol solo, non si 
castrino da quello, perché porterebbero gran 
pericolo di perire. Et se '1 cavallo doppo l' essere 
castrato si mettesse ad anitrire, è mal segno 
per lui di non camparne, et conviene governarlo 
con tanto più cura. Dei poledrini è diffìcile a 
discernere i testicoli, ma è chi afferma che 
se '1 cavallo nel mettere dei secondi denti sarà 



143 

castrato, non metterà gì' altri et getterà i denti 
canini men lunghi dell' ordinario, né sarà sog- 
getto a discese o umori che gli calino nelle 
gambe. 

Ora, perchè il castrare lascia il cavallo 
in queir essere che egli lo truova, avvertiscasi 
che '1 cavallo da castrarsi sia ben fazionato di 
corpo, et ben informato di persona quando si 
castra. Le cavalle ancora si castrano, ma più 
di raro et con maggior pericolo, et è meglio 
ficcare ne' labbri della natura anelletti di rame 
dorato o d' argento, afferrandogli ambedui, 
non impedendo il serrare 1' orina, et con essi 
inanellarle. Ma volendo che i cavalli non ani- 
trischino, si tagli loro il filetto della lingua da 
piccolini ; cosi facevano i Sardi anticamente, et 
ancora legandogli la lingua non anitrivano, 
se per qualche effetto di stratagemma conve- 
nesse cosi fare ; et 1' anitrire acuto è indizio di 
valore nel cavallo, et il grave et grosso darà 
segno di non essere valoroso et agile, ma pol- 
trone e freddo. Sappiasi ancora che certi ca- 
valli feroci et furiosi che non si possono do- 
mare, volendo castrargli in qualunche maniera 
delle dette, et massime con levar loro affatto i 
testicoli, se ne muoiono di dolore ; più sicuro 
sarà attanagliargli che spiccargli interamente ; 
et ancora, perché cosi si conservano più vivaci 
et gagliardi, non si estinguendo loro tutta la 
libidine, per quella parte dei nervi o cordoni 
che gli reggono et altre reliquie che rimangon 
loro ; et in quegl' altri modi vien levata via 
tutta, et si indeboliscono. Ancora, lo sfendere 
loro ne' narici, quando si cognoscano stretti di 



144 

petto, gli fa meglio respirare et più resistere 
alle fatiche; et questo grandemente giova a 
quelli che sono diventati bolsi. Si può ancora, 
a chi ha piccola bocca, che è gran difetto et 
tristo segnale, sfendella et squarciarla con 
taglio, curando la ferita con cenere vagliata 
bollita neir olio. 

Ma la cura dei cavalli, tanto dei castrati 
come degl' altri di rispetto, si dee allogare 
a persone discrete, diligenti, fidate et amo- 
revoli, che con un tenore d' ordine consueto 
gli stiano continuamente d' attorno, si come i 
Turchi, che stanno quasi di continuo a vagheg- 
giargli et vezzeggiargli nelle stalle ; onde è trito 
il proverbio che 1' occhio del padrone ingrassa 
i cavalli e '1 campo ; et quell' ordine che si 
prende da principio bisogna che si seguiti, 
perché alterandolo non pigliassero qualche 
vizio, che malagevolmente si possi poi levare ; 
et perché meglio gli ricognoschino et amino, 
et più volentieri si lascin trassinare et palpeg- 
giare, stregliare, stropicciare et toccare et la- 
sciarsi mettere addosso le coperte cinte destra- 
mente, levar lor sotto il letto, con scerre la 
paglia o strame pulito et riporlo sotto la man- 
giatoia, la quale dee essere piuttosto bassa che 
alta, et tanto lunga, che senza rastelliera vi 
stia agiato lo strame, accomodandovi di per sé 
una cassetta di legname o murata per la biada. 
Et tenghinsi nette et bene spazzate tutte le 
stalle, che stieno fresche di estate et calde 
d' inverno, con le loro impannate d' aprire a' soli 
et serrare ai venti, accomodate con tramezze di 
colonne di pietra o di legname che tenghino 



145 
diviso r uno dall' altro, si che non possino 
azzuffarsi insieme o trarsi dei calci; et di tale 
spazio, che vi possi stare il cavallo capovolto 
co '1 filetto, con la testa alta, in quella medesima 
posta, a strigliarsi et ripulirsi la vita et tutte 
le gambe et nodelli con 1' appannatoi, line et 
lane come fa di bisogno ; et fatti certi strofi- 
naccioli di fieno o paglia bagnata et poi 
asciutta, non avendo dei girelli di sottili giun- 
chi di Levante, soffregargli per tutta la persona 
et ben nettargli dalla forfora o dal sucidume 
o polvere che avesse addosso, et similmente 
stropicciargli ben la testa et fra 1' orecchie, et 
quelle nettarli et il naso, et accanto con la 
spugna un po' bagnata ritrovarlo tutto, et pet- 
tinarlo con pettine di bossolo i crini, addiriz- 
zandogli et conguagliandogli, et la coda, avver- 
tendo di non strappar loro le setole che vi 
hanno; si stropiccino ancora ben le gambe, 
soffregando con un covone di paglia i ginocchi, 
gli stinchi, i nodelli et tutto. Et se bene si 
costuma dire che lo strigliar la groppa ai ca- 
valli gli fa belli et grassi con la biada, sap- 
piasi che ai cavalli la streglia è la seconda 
biada, et doppo '1 cibo non è cosa di che i 
cavalli piglino maggiore ricreazione o conforto, 
Imperciò non bisogna abborracciare questo go- 
verno et pensare di spedirsi in manco di due 
ore ; et si dimori assai intorno a' talloni et 
giunture de' piedi, che cosi non gli verranno i 
ricciuoli, la rogna et altri mali, lavandogli 
bene i piedi et stropicciando 1' ugne, le quali, 
asciutte che siano, si tenghino di continuo unte 
con la sugna vecchia. Tiransi sotto i portici a 

10 



146 

far questo, legati in luogo che chi gli governa 
se gli possi raggirare d' attorno, 1' estate per il 
fresco et l' inverno nelle stalle. 

Ordinati et spuliti i cavalli di questa ma- 
niera, ricondotti alla mangiatoia, dato loro un 
po' di fieno e paglia, mangiata che 1' abbino, si 
dia lor bere dentro o fuori, come si possi per il 
tempo, et si comparta lor la biada ben vagliata 
et netta, scossa dalla polvere, terra, o altre brut- 
ture che vi fossero. Allora da chi è sopra la 
stalla si vadi origliando chi maciulli bene et chi 
male, crescendolo a quelli, a questi diminuen- 
dolo, avendo per avvertenza che ciò non avve- 
nisse da alcuno impedimento che egl' avessero 
in bocca, il che si proccuri, che sendo ciò da 
complessione di cavallo cosi naturata, non v' è 
riparo. Né si combattino i poledri, ne si atter- 
rino co '1 gridare mentre che si governano, 
anzi s' ammansino con piacevolezza, ligiandogli 
con la destra mano per tutto '1 corpo; et con 
voce dolce et piacevole, chiamandolo per il 
nome che è piaciuto porgli, s' ammansi, piace- 
volmente appacificandolo, porgendogli o un 
tozzetto di pane o sale, o quello insalato, et 
sempre più pane che sale ; perciocché quello 
non solo rinvigorisce gì' uomini stanchi dalle 
fatiche aff"amati et indeboliti, come fé' a Bruto, 
ma ritorna anco le forze ai cavalli stracchi et 
scalmanati ; et quelli da basto si tiene che 
allora diventino fuor di modo lassi, quando 
accade [che portino o fichi o mele. Addun- 
que stricato bene il puledro, il valente cozzone 
con ogni destrezza gì' avventa il cavezzone 
senza catenella al muso dinanzi, lasciando- 



147 

glielo senza far altro, con le due redine rette 
in su la croce pur di corda, per due o tre ore 
nella sua posta della stalla ; poi levatoglilo, 
il giorno seguente per amorevolezza pur gli 
lo ritorni, et tengalo con esso al suo lato al- 
quanto più ; indi presolo per le redine lo con- 
duca quietamente sott' il portico, guardando a 
non spaventarlo in cosa alcuna, et secondo lo 
truova duro lo segue di passeggiare, prendendo 
le redine in mano un poco lunghette; et rimes- 
solo poi alla sua posta, il famiglio gliel leva 
destramente et gli mette la sua cavezza ordi- 
naria ; et all' ora solita, avendo prima strameg- 
giato, gli dà bere, et accanto la biada ordinata. 
Il terzo giorno, rimessogli il cavezzone, ma 
con la catenella dinanzi al ceffo, gentilmente il 
cozzone di soppiatto gli pone addosso la bar- 
della di tela ripiena di borra, fatta con gì' ar- 
cioni alti et ben stretti et serrati per starvi 
dentro ben forte, et ben cignata con larga cigna, 
ma da prima stretta leggermente ; et lo (^) con- 
duca senz' altro sotto '1 portico per il cavezzone ; 
et poi assecurato, gli conduce attorno ai luoghi 
piani et senza sassi agevolmente et nei campi 
arati, con una bacchetta pianamente avvezzan- 
dolo et percotendolo alquanto, che appena si 
tocchi con essa lo facci andare adagio, guidato 
a mano. Di poi lo sollicita che cammini un poco 
più ratto, ^t di prima giunta gì' insegna 1' an- 
dare innanzi con i passi et ritirarsi indietro, 



(1) Qui, dove termina la car. 88 recto, è scritto minutamente, 
come in nota : « Et se siano nibesti et miscredenti, conduchinsi a 
» far tutto, tenendo lor gì' occhiali, et poi cavandoli quando vi è su ». 



148 

talora gli fa veder la bacchetta, la quale sia di 
vincastri d' olmo o vette più che d' altro, et 
non mai canna o sanguine che son dannosi, 
tenendolo un poco fermo, et poi movendolo, et 
parecchie volte tornando a fare questo medesimo 
con piacevol voce, con la mano sempre stri- 
sciandolo et vezzeggiandolo con amorevolezza, 
lo rimetta nella (') stalla ; et consegnato al gar- 
zone, comandi che segua di governarlo al solito, 
levandogli da dosso la bardella destramente et 
il cavezzone, et porgli la cavezza ; rimettendogli 
poi quelli il quarto di, accarezzandolo sempre 
più et festeggiandolo, vi facci salir sopra un 
ardito ragazzo, et osservato che non facci mo- 
tivo alcuno, lo levi della posta et lo guidi nel 
portico a mano, guidato co '1 putto sopra; et 
stando quieto, lo facci dare a quel modo due 
passeggiate sotto. Di poi brancicandolo dinanzi 
al collo et petto con la mano, ligiandolo, maneg- 
giandolo, palpandolo, lo conduca al muricciuolo 
fatto di tre scalini, che serva a ogni età et 
grandezza o piccolezza di persona a scendere o 
montare da cavallo, fatto a posta; e fatto scen- 
dere il putto, sottentri il cozzone nella bardella, 
leggermente traendo le redini giuste e pari; et 
acconcisi i panni come vuole, perché s' avvezzi 
prima a essere quieto et fermo, fattasi porgere 
di dietro assentitamente una bacchetta, con la 
quale a pena 1' accenni in su '1 collo, lo muova 
a passeggiare sott' il portico, o quivi vicino. 
Ma se per sorte egli facci qualche atto contra- 
rio et non sia cosi manso, addomesticato et 



(1) verso la è scritto sopra nella. 



149 

obbediente, et si gitti o innalberi o salti a tra- 
verso et a diritto, fermilo co '1 cavezzone, et 
chiamilo con la voce mansueta et con gesti 
umani et piacevoli; et seguendo, se non vuole 
aqquietarsi et star riposato, muovalo di nuovo 
prima pian piano, poi crescendo tanto che formi 
il passo o trotto, et badatovi su a cosi fare per 
giusto spazio di tempo, lo ritorni alla stalla, 
et consegnilo al garzone, il quale dee coprirlo 
legato per la redine alla mangiatoia, tanto 
che s' asciughi ; et tenutolo con la coperta più 
d' un' ora, gli levi tutto et lo strofini co '1 batuf- 
folo di paglia attorto, massime essendo sudato, 
gli riponga accanto la coperta medesima, et 
freghigli le gambe con l' appannatoia, i nodelli 
et i piedi con canovaccio grosso lino, o con 
uno straccio di tela ruvida; et governilo a 
modo, facendogli buon letto. 

Il quinto giorno da mattina ben assettato 
lo presenti il garzone al cozzone, che gli 
metta il cavezzone et la bardella ben cignata, 
et montandovi sopra con l' aver salitovi dal 
muricciuolo, lo fa andare piano et forte per 
le vie vicine et campi et prati, et poi trottar 
gagliardo sin che cominci a riscaldarsi; et 
segua di fargli il simile ogni di, osservando 
di crescergli di giorno in giorno la fatica, mas- 
sime per alleggerirlo et scaricarlo dinanzi nei 
campi et per 1' uguali et ineguali vie, parandolo 
nelle chine et lati scoscesi, tirando forte quelle 
redine del cavezzone; et lo facci andare per le 
strade delle città per assicurarlo, che non aom- 
bri nella veduta delle cose nuove, poi lo ritorni 
ai campi arati et arenosi et quivi lo facci trot- 



150 

tare alla larga, volteggiandolo in sur ogni mano, 
et massime più volte alla sinistra, che vi sono 
male inclinati da natura ; et si duri tanto a far 
cosi che cominci a straccarsi, che cosi si alleg- 
gerirà et solleverassi alto con i piedi et snoderà 
et sciorrà le spalle. Di poi lo ritorni volto alia 
stalla per diritto, pian piano, ove arrivato si 
facci passeggiare con le redini in mano al fami- 
glio, tanto che resti asciutto ; cosi segua tuttavia 
di cavalcarlo quell' ora più ; et come sia fatto 
domestico et piacevole, lo facci ferrare da tutti 
quattro i piedi; et non volendo accomodarvisi 
agevolmente, caccisi nel travaglio, o fuori se 
gli leghi la gamba dinanzi lunga, perché stia 
fermo da quei di dietro, poi per contrario: e 
cosi starà fermo a ferrarsi, avvertendo poi sem- 
pre eh' egli abbi tutti i chiodi et che si man- 
tenghi sempre ben ferrato, riordinandogli et 
rassettandogli ogni diciotto o venti di, et ogni 
trenta rimutandogli o rimettendogli secondo il 
bisogno, con ferri leggieri da prima, poi cre- 
scendo la gravezza per fargli andare più volen- 
tieri per i luoghi montuosi et pietrosi con la 
sola bacchetta et cavezzone, per farlo andare 
piano et forte, secondo gli pare, a trottare, ga- 
loppare, pie giuntare et correre a tutta carriera 
e rattenuto, atteggiare, saltare, tirar calci, cor- 
vettare, rivoltare, urtare con la testa et spalle 
come esso vogli, opporlo ai mulini, fabbriche, 
carri, fucine, dove si battono biade di tutte 
sorte, da carri, carrette, botti, some, porci, vac- 
che, pecore, capre et tutti animali, facendolo 
loro passare innanzi, rasente, dai lati, franca- 
mente et senza paura et senza far segno alcuno 



151 

d' aombrare ; et talora correre a tutta briglia e 
passata, et in questo tenendo bassa la redine in 
su '1 collo rasente il dosso, si che chini il capo 
tanto che porti la bocca accanto al petto, per- 
ciocché a questo modo vede meglio il suo an- 
dare et tutto quello che egli fa, et cosi correrà 
più sicuro, saldo et diritto. Non sarebbe che 
bene ancora, che nel muro della mangiatoia 
avanti ai cavalli fossero dipinti degl' uomini 
armati a piedi et a cavallo, et non eh' altro dei 
folgori et archibaleni, se ben questi non hanno 
mai valuto a bene esprimere i pittori, per le 
varietà dei colori che non si possono cosi natu- 
ralmente figurare; et di poi assicurargli con 
r attaccarvi dei corsaletti, morioni, archibusi, 
picche, targhe, rotelle, padiglioni et altri arma- 
menti da guerra, et similmente dipignervi car- 
rette, ruote et carri, et avvezzarlo a guardare 
con ogni sicurtà maggiore tutto che sia bastante 
a potere impaurirlo et spaventarlo, perché non 
diventi vizioso et aombri. Et se egli facesse re- 
sistenza di non volere passare innanzi ai soprad- 
detti impedimenti, non si sforzi aspramente o 
con gli sproni o con lo scuriscio, ma si bene 
lusingandolo con percosse et battiture leggiere. 
Domato sin qui et con questa sopradetta 
regola il poledro, se gli dee porre in bocca un 
cannone semplice o una schiaccia, strofinandolo 
con mele et lasciandoglielo masticare sino al- 
l' ora solita del cavalcare ; et avendolo attaccato 
a testiera di cuoio, sopra vi metta il cavezzone 
et gli cinga quanto più si può serrata la bar- 
della, non mancando d' instruirlo et addirizzarlo 
a quella maniera di maneggio, alla quale lo 



152 

cognosce volto di essere per apprendere; per- 
ciocché altra disciplina ricercano i Ginetti, 
altra i Barberi, et altra i cavalli di Regno, et 
altra i cavalli riposati per cavalcare, et quelli 
da guerra et da diverse fazioni, dando loro 
quelli documenti che se gì' appartengono a poter 
bene essequirgli ; et principalmente con galoppo 
gagliardo, trottare sciolto, correr trito et veloce, 
saltare spiccato et animoso, aggruppato et rac- 
colto, il maneggio sicuro, leggieri alla mano, 
sollecito, presto et facile a volgersi da ogni 
banda, facendogli portar la testa diritta et 
ferma, senza sdegnarsi della briglia o sperone, 
né sbatterla o scuoterla o tenerla tropp' alta ; 
et insomma ridurlo obbediente ai cenni di chi 
gì' é sopra, il quale dee cognoscere la morbi- 
dezza della bocca del cavallo o durezza, et se- 
condo quella accomodargli il morso, essendone 
di più fatte; et cosi le selle et i fornimenti 
accomodargli alla forma et qualità dell' essere 
del cavallo : il quale da principio, quando é po- 
ledro in termini da poter cominciare a eserci- 
tarsi, si potrà cognoscere se sia da riuscire et 
fare onore alla fatica che ricerca la cura et di- 
ligenza sopradetta. 

Comprendesi addunque se sia da porvi 
certa speranza dall' aspetto della composizione 
del suo corpo, se abbi le parti corrispondenti 
a proporzione a quello, et quello alle parti, 
et che al primo affronto della vista riesca gra- 
zioso et ben fatto; et in ciò si deono atten- 
dere gì' occhi istessi più che altra cosa, perché 
gì' occhi sono le finestre del core, et da essi si 
cognosce l' affetto di tutto il corpo et anco 



153 
dell' animo. Ora quei cavalli che gì' hanno 
bianchi et di colore di gatto, che chiamano 
gazzuoli o agazzini, di di non veggono lume 
bene, ma di notte più degl' altri ; se ben talora 
riescono (*), non è da porvi molta fede, che 
sono segno di manifesta malizia. Vogliono 
addunque essere tutti d' un colore vivo, florido, 
lucido e splendente; et i concavi, scoloriti et 
squallidi non significano altro che forze de- 
boli et inferme, et quelli robustezza et animo 
grande ; se il color dell' occhio sarà glauco 
o cesio, et sarà d' onesta grandezza posto in 
fuori, sarà buon segnale; et quando averanno 
il color del fuoco o sanguigno, darà segno di 
furioso cavallo; et se saranno piccoli et belli 
et ben proporzionati all' altre parti, saranno 
lodevoli, ma non quanto i grandi ; et gì' occhi 
grossi non incassati dimostrano il cavallo do- 
vere essere valoroso e forte; simile indizio dà 
r avere poco spazio dall' un orecchio all' altro, 
et destro lo dimostreranno le più aguzze et 
corte; et quanto più si troverà aver la barba 
al mento piccola, asciutta e non piena d' osso, 
né dura né bassa, tanto più il barbazzale arri- 
verà il freno a far migliore effetto ; et le narici 
grandi et vermiglie e gonfie, che con esse 
sbuffi, sarà segno di gran vivezza di spirito et 
di larghi meati di fiato, et lo farà tuttavia ap- 
parire terribile. Guardisi ancora che l' appicca- 
tura del collo et la sua volta sia ascendente 
dal petto vers' il capo come quella del gallo. 



riescono 



(1) corron pronti et presti è scritto sopra talora, invece di 



154 

piegando perciò talmente che 1 capo venga a 
stare d' avanti al cavaliere, e. gì' occhi riguar- 
dino ai suoi piedi. Né sia troppo lungo né troppo 
corto, ma elevato, scarico di carne et incurvato, 
sendo che per contrario male sempre s' imbocca, 
et riesce duro di mascella; et che sia di petto 
largo, delicato et bene in fuori a guisa di co- 
lombo, perché andrà ben compartito et di mag- 
gior passo, avendo in questo stato poi le spalle 
lunghe et più forti; et lo stretto ha sempre 
tutto debole. Pongasi mente ancora alle ma- 
scelle che sieno sottili, scariche di carne et 
equali, perché sendone una tenera et l' altra 
dura, si potrà mal imbrigliare et far stare il 
morso al luogo suo. Cosi fatte avvertenze da- 
ranno il pronostico vero del futuro cavallo, il 
quale s' ha a condurre ai perfetti documenti di 
tutti gì' ammaestramenti dai principi o signori 
principali et re padroni delle razze eccellenti et 
elette. Gli altri che per incetta et per utilità 
le hanno et vogliono con profitto mantenere, 
non comporta il pregio dell' opera a volere del 
tutto perfezionare nella disciplina intera i ca- 
valli, ma condotti sin a un certo che, che mostri 
che possine riuscire totalmente buoni i poledri 
di nome di buona razza, dargli via, fattane la 
cappata; et la ragione è, che non è mai o di 
raro bene nell' imprese voler vedere l' ultimo 
guadagno. 

L' abitazioni delle stanze che si fabbricone 
per i cavalli s' addomandono stalle, perché vi 
stanno dentro al lor riposo e governo; et con- 
;viene che siano fatte con tutte 1' appartenenze 
et commodi che vi si ricercano, per fare che i 



155 

cavalli vi stieno con ordine pulito et netto 
agiatamente. Faccinsi addunque o piccole o 
grandi secondo che si cognosce dovere essere 
maggiore o minore il numero dei cavalli che 
v' hanno a stare ; et il sito dove elle si desti- 
nano, o sia attaccato alla casa della villa, o sia 
di per sé lontano, ma non troppo, da essa, 
perché conviene che '1 padrone abbi sempre in 
faccia la vista loro, ha a essere in luogo asciutto, 
volto a oriente et mezzo giorno; la pianta sia 
due filari di colonne o di pietra o di legname, 
o pilastri, lontane 1' una dall' altra braccia sei 
per il diritto della stalla ; et lo spazio del mezzo, 
che riscontra nella porta dell' entrata et va a 
trovare quella dell'uscita dalla banda di sotto, 
dee essere, tra 1' una colonna et l' altra, braccia 
otto. Sopra queste colonne gettisi una volta, 
che sarà sempre più sicura dal fuoco che non 
a tetto, che abbracci tutto lo spazio della stalla, 
sopra facendo stanze per i garzoni delle stalle, 
et per abitazione dei maestri et governatori 
d' esse ; benché dei garzoni sempre ne ha a stare 
qualcheduno nei letti, accomodativi pensili o 
in altra maniera da capo alle stalle, per tutte 
r occorrenze che possine accidentalmente inter- 
venire a' cavalli, et per ridar loro dello strame 
a tutte r otte, quando ne hanno bisogno ; et 
sopra quelle, con travamenti che arrivino dal- 
l' una cortina di muro all' altra, che ha a essere 
addirizzato di qua et di là dall' ordine delle 
colonne, lontane altre cinque braccia, s' ha a 
accomodare il tetto. Ora dentro fra le due 
colonne s' ha a ficcar forte in terra un legno 
diritto, riquadrato et acconcio, che regga una 



m 

stanga posta a giacere, alta da terra un braccio 
e un quarto, legata da una banda al primo 
legno et dall' altra alla mangiatoia ; et 1' altra 
stanga ha a stare attaccata alla colonna da 
una parte et dall' altra alla mangiatoia ; et 
queste stanghe s' hanno a legare con corde 
perché per comodità del cavallo et di chi gli 
governa possino agitarsi in qua et in là. Cosi 
tra r una colonna et 1' altra saranno divisate 
et compartite due poste di cavallo. La man- 
giatoia ha a murarsi rasente il muro sopra 
certi pilastretti che lascino sotto un archetto 
della volticciuola a ogni cavallo per riporre 
il letto dello strame dentro vi netto; et perché 
non percuota il cavallo le ginocchie dentrovi, 
essendo massiccio, ara a essere la mangiatoia 
alta da terra un braccio e mezzo, et larga un 
braccio et un ottavo; et le sponde di fuori si 
faccino o di muretto forte o di tavoloni di 
olmo o noce o altro legname buono, attaccando 
di qua et di là, lontana l' una dall' altra due 
braccia et due ottavi, due campanelle per le- 
garvi i capi delle cavezze del cavallo. La rastel- 
liera poi si dee far di legname, intramezzata 
un po' radetta di cerchi tagliati o d' altre mazze 
piegate in cerchio. Et sia la mangiatoia di 
dentro murata a truogolo, ammattonata di mat- 
toni spianati et commessi bene, tramezzando 
con un tramezzo il lato della biada, che stia 
a foggia di cassetta; il resto della mangiatoia 
stia libero et capace da ricevere lo strame che 
casca dalla rastelliera, la quale è sempre meglio 
che vi sia, che far senz' essa, mangiandosi cosi 
lo strame o paglia più pulita et netta, che a 



157 
tenerla nella mangiatoia. Sotto ai piedi poi 
dei cavalli sia ammattonato con mattoni per 
coltello o con lastre di pietra grandi murate 
che suggellin bene insieme. Altri tengono che 
stiano bene ciottoli tondi. Io tengo buoni, per 
assodar l' ugne et tener ben netto sotto, tavoloni 
grossi di quercia o d'olmo. Et in tutti i modi, 
diasi, da dove comincia la mangiatoia a dove 
tiene i piedi di dietro il cavallo, di pendio un 
quarto di braccio, perché scoli ben 1' orina et 
calin presto le fecce del cavallo; et starà bene 
un canale che secondi tutto '1 corso della stalla, 
et sendovi comodezza d' aqqua, farvela correre 
per nettare a' bisogni; se non, spazzisi spesso 
et si portin via le brutture con le barelle. La 
corsia poi, tra 1' una colonna d' un lato et del- 
l' altro, sia piana, ammattonata per coltello, 
o ver lastricata per tutta la stalla: la quale et 
dall' uscita et dall' entrata delle porte abbi gran 
portici innanzi, capaci et larghi, per ogni verso 
riquadrati, fatti sopra colonne in volta o a 
tetto come si possi, pur che sieno ampi et 
chiusi da ogni parte da muri, rispetto al freddo ; 
et da una parte si potrà lasciare aperto il muro 
o far loggie sfogate per l' estate. Le finestre, 
che hanno a essere accomodate di qua et di là 
alle mura della stalla, siano grandi per dar 
gran lume, et d' inverno vi si faccino da poter 
tener chiuse l' impannate di carta o tela o in- 
vetriate, rispetto ai venti et freddi che non 
noino, et di estate si levino et tenghinsi il di 
et la notte aperte. Et se vi sia comodezza d' aq- 
qua, siavi un condotto che la porti in testa 
alla stalla in un truogolo fattovi a posta per 



158 

abbeverarvi, se non si attinga il verno, et 
r estate, dal pozzo o cisterna che vi sia, 
subito che si vogli dar lor bere, che cosi sarà 
calda il verno et fresca 1' estate, se bene è più 
lor sempre sana la tiepida, né mai la ghiacciata. 
Faccinsi le capanne per tenere i fieni et le 
paglie et altri strami appartati dalla stalla, 
rispetto ai fuochi et altri inconvenienti che 
possino accadere, et rispetto a quelli si faccino 
murate d' ogni intorno, eccetto che dalla parte 
del comignolo su da alto rasente il tetto, che 
ha a essere retto da cavalietti, con la trave 
sotto che tenga la muraglia insieme ; et si facci 
nella capanna alto una debita altezza un palco 
che serva per tramezzare i fieni et dividere l'uno 
strame da l' altro ('), perché meglio si mantenghi 
et conservi. Sono ancora alcuni che lastricano 
a dove che ha a stare il cavallo sotto di ciot- 
toli non troppo s:randi, ben commessi insieme; 
altri amano che vi si facci un getto di ghiaia 
et calcina. Desiderano [i cavalli] stando in pie 
aver sotto cosi duro, et quando giaciono, mor- 
bido et delicato; et perché non abbacinino 
gì' occhi quando escon fuori all' aere [conviene] 
far le stalle alluminate. Et ancora è chi stima 
che e' si faccino più mansueti et pacifichi, et 
più lustranti et netti si strameggino, verso la 
levata del sole da mattino d' inverno, et l' estate 
allo scoperto dell' aere. Et il verno deono essere 
le stalle più tosto tiepide che calde; imperciò 
riguardino, come s' è detto, verso mezzodì, in 



(1) È scritto sopra a questo punto : « salandogli o spargendo i 
sali quivi ». 



159 

modo che abbino anco il lume da tramontana; 
et d' inverno si tenghino ben serrate, et l' estate 
tutte spalancate et aperte. Ancora è chi crede 
che assai profitti loro accomodare in modo le 
mangiatoie nelle stalle, che arrivino alla biada 
et allo strame con qualche difficultà, stimando 
che ciò giovi a fare che con più agevolezza 
ri stringhino et raggruppino insieme la persona, 
et che con questo esercizio cresca loro il collo 
e '1 capo, et più abili si rendine all' imbrigliare, 
et che diventino più robusti per il continuo 
muovere et picchiar dei piedi ; et perciò in 
alcuni luoghi si fanno le mangiatoie assai alte ; 
ma qualunche elle si sieno, mantenghinsi sempre 
pulite, spazzate bene e nette, avanti che si ponga 
loro innanzi il mangiare. 

Sono alcuni, che per fare i cavalli più ven- 
derecci, gli cibano di segala cotta o di farina 
di fave; ciò è buono per rifare i cavalli, ma 
cattivo per far durar loro fatica. Ottimo cibo, 
come s' è detto, per loro è la vena, dove non 
sia dell'orzo. È da guardarsi di non dar loro 
né segala, né grano, né legumi che sien secchi; 
et diasi lor lo strame sempre di quando in 
quando et poco per volta, che non s'infastidi- 
schino. Cinque volte sogliono alcuni cibargli il 
di, quando si rattengono nelle stalle, avendo 
scompartiti giusti gli spazii dell' ore. Quando 
duron fatica, cibinsi più di rado, ma più abbon- 
dantemente; et durando gran fatica a cammino, 
diasi loro assai da mangiare di notte. Dargli lo 
strame mentre è sudato non importa: ma la 
biada nuoce il dargliela prima che sia raffreddo 
bene. Vorrebbono i fieni essere odorati et bene 



160 

scossi et secchi et asciutti. Il cibo duro più diffi- 
cilmente si risolve, et è loro migliore quando' 
duron fatica. Se i cavalli pasceranno ove sia la 
gramigna et l'altre erbe corte, consumeranno più 
presto i denti dinanzi, et rimarranno senza denti 
avanti che invecchino ; ma essendo ogni animale 
per sua natura umido, il cavallo parimenti, o gio- 
vine o vecchio, si debbe nutrire d'erbe più umide, 
perché egli si conservi nel suo essere conforme 
alla sua natura. Molti sono d' openione che non 
si dieno a' cavalli ne l'erbe né la gramigna a 
tempo di primavera, ma nell'autunno con la sua 
guazza (') di giorno: di notte doversigli dare la 
vena o l'orzo e '1 fieno. Ma nei luoghi più freddi, 
come in Alemagna, Francia et Inghilterra, dove 
sono teneri i pascoli più eh' altrove, non è 
dubbio che si possono purgare i cavalli con il 
verde pascolo segato et con l'erbe de' prati, il 
che si fa con la fraina ne' luoghi più caldi. Al- 
cuni per purgargli dan loro dei pomi tritati et 
delle buccie di popone minuzzate, mescolate con 
la crusca. Generalmente, chi vuole mantenere i 
cavalli sani, minuzzato lo strame, lo dia loro 
mesticato con la crusca et vena, et crescendogli 
la fatica, se gli dia la biada pura d' avena o di 
orzo d'inverno, e spelda la estate. Il cavallo affa- 
ticato non è da menarlo subito a bere, perché è 
pericoloso di rappigliarsi; conviene addunque 
lasciarlo raffreddare prima et riposare, et poi 
non darglielo freddo, ma tiepido. Se '1 cavallo 
non vogli mangiare et paia che abbi a fastidio 
il cibo, gli si stropicciano i denti co '1 sale, et 



(1) rugiada è scritto sopra guazza. 



161 

diasegli dell' aglio pesto co '1 pepe, tanto che gli 
ritorni l'appetito del mangiare: alcuni gli cac- 
cion giù per la gola una pezza di panno lino 
tuffata nell'aqqua salmastra o a posta insalata. 
Ma se i denti che e' chiamono lupini gli daranno 
noia a mangiare, quando nascano, conviene ca- 
vargli fuori o segargli. Truovasi scritto che le 
bestie secondo che eli' hanno da bere si pascono, 
perché con più appetito o con più nausea et 
fastidio piglino il pascolo et si nutrischino; i 
cavalli et i cammelli con maggior bramosia et 
con più suavità beono l' aqqua torbida che non 
la chiara, et perciò con i lor piedi sbattendo 
r intorbidano ; i buoi per contra 1' amano che 
corra et limpida. È chi afferma i cavalli per 
quattro di comportare la sete pazientemente. 
Sono alcuni che d'estate pensono far bene a dar 
lor bere una volta avanti mezzogiorno et una 
altra doppo; ma d'inverno può essere assai il dar 
lor bere una volta sola. Il cavallo macilento si 
ricrierà con essere tenuto nell' aqqua a bagnarsi 
sino a ginocchio, et al grasso non nocerà che vi 
stia sino a mezzo della pancia et più. Alcuni 
altri affermano che non sieno da essere tenuti 
cosi sotto i cavalli, che si immollino i testicoli, et 
massime se sien giovini ; et il bagnarsi di marzo 
et di primavera nell' aqqua corrente, gli renderà 
più agili dei piedi et sarà lor buon esercizio, 
durandovi a stare, perché conferisca, tre ore al- 
meno et quattro al più, perché cosi l'aqqua rin- 
fresca dentro et di fuori disecca le gambe, rat- 
tenendo gl'umori che non calino abbasso alle 
gambe, et reprime le galle e l' enfiagione. Ridotti 
i cavalli dall'aqqua, si deono asciugar loro le 

11 



162 

gambe con fieno attorto o paglia, perché la fum- 
mosità delle stalle suole indurre alle gambe molli 
r infiammagione. L'aqqua è da essere approvata 
limpida e perenne; altri loda più che la sia 
aqqua lentamente corrente, delicata, morbida et 
torba, massimamente nata fra terra argigliosa, 
perciocché questa dicono per la sua grossezza 
maggiormente nutrire et rifare i cavalli, che 
i fiumi rapidi di velocissimo corso. Niente di 
manco i cavalli avvezzi all'aqque chiare, limpide 
et furiose et più dure, si fanno più afi'aticati et più 
robusti; imperciò bisogna considerare in qual 
parte sia nutricato il cavallo, et secondare la 
sua natura, sapendo che l'aqque, quanto son più 
fredde, minor nutrimento danno ai cavalli, et 
quanto più largamente s'abbevererà il cavallo, si 
farà più abile ('): et perché s'inciti a bere et a 
mangiar volentieri et con più appetito, si dee con 
sale bagnato nell' aqqua lavar lor la bocca et 
fregarla di sale; cosi ne verrà loro anco voglia 
et desiderio maggiore. 

Et perché egl' è assai di gran lunga più 
utile prevenire i mali et riparare innanzi che 
e' giunghino, che sopravvenuti cercare dei 
rimedii, per preservare la sanità et la buona 
temperatura a' cavalli, osservinsi infallante- 
mente nel lor governo della vita le regole 
sopradette nel bere et mangiare et nel resto 
della lor cura, circa alle stalle et gì' altri eser- 
cizio Et chi vuole eh' e' cavalli si mantenghino 
senza pericoli di malattie et trabocco d' influenze 
che sogliono avvenir loro, conviene che chi è 



(') habilior scritto sopra più abile. 



163 

padrone o n' ha la cura gli rivegga et guardi 
diligentemente ogni di, palpargli, maneggiargli 
et trassinargli tuttavia, che cosi s'ammanseranno, 
et si procaccerà antivedendo che non incorrino 
in male alcuno, stando cosi vicini che più presto 
possino soccorrerlo dei loro armadii, che non 
porgergli si tosto il fieno alla mangiatoia; perché 
chi dispregia et non tien conto del cavallo, 
disprezza et non tien conto di sé medesimo. 
Saragli cosa utile che ogni di moderatamente 
se gli dia fatica, se non sia cattivo tempo, per- 
ciocché il non durar fatica et essergli negato, 
nuoce cosi al cavallo come 1 dargli fatica straor- 
dinaria et immoderata ; et più utile è affaticarlo 
da mattina che non da sera; né di inverno né 
di estate è da dar fatica al cavallo oltre a modo, 
perciocché ne' sudori troppo agitato et com- 
mosso, raffreddando di j)oi agevolmente s' am- 
mala, come avendo precipitosamente corso et indi 
fermarsi; per il che dopp' il furioso correre si dee 
a pian passo fare andare, et non sforzarlo mai 
neir affaticarsi o correre o maneggiare o tirare 
o portar pesi più del dovere, il che si cognosce 
quando strafelano, mandon fuor la lingua penzo- 
lone ansando et non potendo raccorre il fiato; 
ond' è che i cavalli bolsi, sforzati a correre, 
cascón morti. Et in tutti i modi, quando si 
ritruovano i cavalli caldi scalmanati, cuopransi 
bene con buone coperte, si che raffreddi a poco 
a poco ; di poi, come s' è detto, si proccuri, che 
con queste osservazioni si preserverà lungamente 
da tutti i mali. Al cavallo stracco niun rimedio 
è migliore del riposo et della quiete; et del 
sudore, se sia gran caldo, un beverone d'aqqua 



164 

con semolello (') gli farà bene. Se sia d' inverno, 
sarà lor utile spruzzargli la bocca con la sala- 
moia. Spesse volte, non si apprezzando queste 
diligenze et straccurandosi questi ripari, vanno 
a male cavalli di pregio e di rispetto. Ancora 
il vino e l'olio mesticati insieme, cacciatigli giù 
per la gola con un corno, se non voglia da per 
sé altramente berlo, la state fresco et l' inverno 
caldo o tiepido, al cavallo affaticato ha rimostro 
l'esperienza che gli sia di gran giovamento a 
farlo del tutto rinvigorire; et se occorra far 
lungo cammino più del solito, et che si cognosca 
che si stanchi, et paia si ch'egli non possi alzare 
i piedi et andare strafelando et ansando più 
dell'ordinario, le zuppe di pane fatte co '1 vino 
o con la malvagia, e '1 vino istesso da lui beuto 
lo ricreerà, fortificandolo et assodandolo nelle 
sue primiere forze. Ma avvertiscasi che al cavallo 
riscaldato ne '1 viaggio o sudato non è da dar 
bere, ma se non sudi, et di poi si torni di nuovo 
a cavalcare, non gli sarà nocivo il dargli bere ; 
ma è meglio lasciargli patir la sete che dargli 
bere quando è strambasciato di caldo. Se '1 
cavallo sarà stallio di buon pezzo et sia stato 
tuttavia in riposo, non è da stimolarlo di subito a 
correre, né meno cosi subito da metterlo a lunghi 
cammini; ma a quello et a questo è a poco a poco 
da dare et crescere di mano in mano la fatica. 
Il cavallo grandemente affaticato maravi- 
gliosamente prenderà ricreazione, et di modo che 
apparirà fresco et non adoperato, se posto in 
lato pulito et fuori del vento o pioggia, gli sia 



(1) pasca scritto sopra aqqua con semolello. 



165 
data commodità che possa voltolarsi spontanea- 
mente et di sua propria fantasia ; et per questa 
cagione sarà ben fatto d' ordinare un luogo piano 
d' un debito spazio, copertato di terra leggieri 
et solla dinanzi alla stalla, che non si calpesti 
o guasti, ma serva per quel solo, da potersi per 
i cavalli subito dissellati rivoltolarsi, perciocché 
facendo di lor moto questo esercizio, dimostrano 
di star bene et del . tutto rinfrancarsi ; et è da 
far opera che la sera i cavalli si governin bene 
et si nettino dal sudore et dalla forfora che 
egl' hanno addosso, perché eglino si possino 
quietamente riposare la notte. È ancora da av- 
vertire che nei cammini più lunghi et fatiche 
di gran travaglio non si nieghi loro di potere 
a lor voglia orinare, ma poco più che da un' ora 
in là che si sia cominciato il cammino o la 
fatica, faccisi fermare, che possi scaricarsi del- 
l' orina, et di poi si seguiti il camminare ; et 
perché glie ne venghi voglia, conduchisi fuor 
della strada, et se si possi, sopr' il litameto, et 
massime sopra quel degl' ovili delle pecore ; che 
se e' si triboli per aver qualche impedimento di 
non poter orinare, bisogna fargli i medesimi 
fomenti che quando patiscono di freddo; et di 
più s' infonda dell' olio mescolato con vino caldo 
sopra le cosce (') et sopra le rene. Ancora è cosa 
esperimentata che giova cacciargli un pidocchio 
nel membro ; et mettergli una cura {^) neJ sesso, 
gli darà per farlo orinare grandissimo aiuto ; le 
quali cose se non gioveranno, si fa un collirio 



(') ilia è scritto sopra cosce. 
C^) smegma scritto sopra cura. 



166 

con sale et mele bollito insieme, liquido et sottile, 
et se li sospigne con lo schizzetto nella verga 
per i forami dei meati dell' orina, et cosi s' aiu- 
terà a mandar fuori l' urina ; causerà ancora 
questo effetto medesimo il dargli bere del ranno 
fatto con la cenere delle scope, ben colato et 
netto. Sono alcuni che hanno per buono a ciò 
il cacciargli una candela di cera sottile per i 
meati dell' orina nel membro ; et altri gli fanno 
un collirio di bitume inserto a' luoghi naturali ; 
et molti tengono che ferendo la faccia del 
cavallo con un colpo della cigna che egli 
porta (*), non più adoperata, se gli disciorrà 
r orina. 

La maggior cura che s' abbi ad avere al 
cavallo è di conservargli sani, netti et ben 
in ordine i piedi; questo primamente si farà 
con r aver lastricato sotto nella stalla, a dove 
egli gli tiene, con pietre di fiume rotonde o 
puntate (') diligentemente; accanto a questo, 
di chelidono, o se questo manchi, sterco di 
bue se gli cacci ai piedi o se gli metta del 
suo medesimo nelle piante, et gli stinchi delle 
gambe insieme se gli stropiccino con fieno 
et paglia attorta. Ma per far che 1' ugne che 
sien corte gli creschino, o magagnate se gli 
rassettino et gli ritornino al suo essere, pigliasi 
due oncie di capi d'agli, tre manipuli di ruta, 
d' allume pesto et vagliato due oncie, di sugna 
vecchia due libbre a peso (=*) et due menate di 



(1) virgozona scritto sopra cigna che egli porta. 

(2) aguzze è scritto sopra puntate, con un' altra pai'ola abbre- 
viata e inintelligibile. 

(3) pondere scritto sopra a peso. 



167 
sterco asinino, et tutto si mescola et cocendo 
s' incorpora insieme ; et con tal poltiglia s' im- 
piastrano r ugne continuamente. Avendo i ca- 
valli fatto viaggio, se gli deono ben nettare i 
piedi et in modo lavargli che e' non vi riman- 
gili loro attaccato loto né sporcizia alcuna; 
r ugne si rimettono et si rifanno con l' un- 
guento sopraddetto, le congiunture de' nervi (^) 
ancora, et l' incalcature (^) fatte dopp' il viaggio 
vadinsi fomentando co '1 vino che sia caldo; 
o veramente si ponga uno uovo o una coppia 
schiacciati nella pianta de' piedi, et gli stinchi 
et le gambe si gli confortino et fomentino 
con la cervosa calda, o con bagnuolo fatto con 
bollitura in aqqua di rosmarino, salvia, timo, 
nepitella, isopo et foglie di rose domestiche 
secche. Se '1 cavallo tenga uno de' due piedi 
steso all' innanzi, et non gli tenga fermi pari in 
terra, è segnale di qualche difetto o di malattia : 
conviene riparare co '1 medesimo bagnuolo, et 
se non giovi, pigliare barbe di malvalistio cotte 
et pestate con sugna vecchia, et appiastrarvele 
sopra. Accade il zoppicare a' cavalli o perché 
l'ugne per il viaggio si son logore, avendo du- 
rata soverchia fatica in esso, o veramente per 
essere stato ferrato male, o veramente per essere 
stato troppo stallio, ragunatevisi masse d' umori 
o generatevisi galle o per qualche altra offesa 
avvenutagli nelle gambe ; or se egli zoppichi per 
mancamento della ferratura, sbatti col martello 
et percuoti forte con esso tutti i chiodi a un 
per uno, et osservando tutti i colpi a chiodo 



(1) articuli è scritto sopra nervi. 

(2) suffragines è scritto sopra incalcatiire. 



168 

per chiodo, in quello clie egli scansa il piede et 
rifugge d' esser picchiatovi col martello, quivi 
prese le tanaglie cava '1 chiodo fuori; o vera- 
mente, senza cavarlo, infondivi dell' aqqua fredda 
o favvi stare il piede dentro, et il primo chiodo 
che tu vedi che rimanga asciutto, e quel tu cavi, 
che sarà segno espresso che gì' è la magagna 
quivi et che ivi è l' inchiodatura, et quivi con- 
vien medicare ; et se v' è concorsa marcia in 
quantità, spremasi forte et faccisi uscir fuori; 
et avendo fatto cuocere insieme con pece della 
sugna vecchia che sia ben calda, vi si coli 
dentro et vi si appiastri sopra; et sopratutto 
bisogna sovvenire prestamente et aprire con 
r incastro il suolo dell' ugna, afiinché per le 
parti di sotto, se vi sia apostema, si smaltisca 
et consumi, acciocché non facci rottura per le 
coronette del piede, la qual cosa poi ricerche- 
rebbe assai più lunga et piii difficil curazione. Et 
questo con un segnale si può comprendere, per- 
ciocché egli poserà forte in terra il piede di- 
nanzi; ma se egli lo terrà sospeso in alto, 
bisogna radere il pelo ; et premerrai et batterai 
co '1 dito il luogo che tu vedi essere più trito 
di tutti gì' altri ; et se vi si cognosca fermato 
il dolore, et sia maturatavi la marcia raccolta, 
tagliavi, dandovi una puntata con la lancetta, 
et spremi et manda fuora tutta la ribalderia 
concorsavi, poi cura et sana la piaga, ponendovi 
sopra, fasciata, cenere, sale et olio fatti bollire 
bene insieme; poi, come cicatrizzi, con butiro 
lavato ugnere intorno et sanarlo affatto. Se '1 
cavallo zoppichi dalla banda di dentro (') et 



(') in dentro è scritto sopra banda di dentro. 



169 
non s' aggravi se non in su V estremità, è segno 
che gì' ha male nell'ugna; ma se con tutt' il 
piede equalmente calchi la terra, è segno che 
egli ha male altrove che nell' ugna ; et zoppi- 
cando senza piegare le giunture, dimostra che 
e' vi sia r offesa intorno alle congiunture. Gene- 
ralmente, se '1 cavallo va zoppo, piglisi della 
canapa con l' albume dell' uovo et fascisi in- 
torno al piede, et di poi si ferri. Se '1 cavallo, 
in qualche modo percotendo o incontrando cosa 
che tagli, resti ferito, prendasi fuliggine bene 
abbrustolata, di quella che resta attaccata ai 
paiuoli di rame, posta a seccare et mescolata 
con polvere di scorza d'ostriche, et mettavisi 
sopra, che risanerà il taglio ; o veramente vi si 
ponga sopra dell' albume dell' uova con filiggine 
et aceto mescolato, et questo risalderà ogni ma- 
scalcia che vi resti. Alle crepature che vengono 
ai piedi dei cavalli, o per causa del freddo patito 
o per qual si vogli cagione e difetto, et è un 
vizio che accade tra le giunture e l' ugna, a 
similitudine della scabbia, e nasce per cagione 
del fummo dei litami della stalla e da umori 
che procedono dalle gambe bagnate, a questo 
s' appartiene la cura medesima che alle grappe, 
che quest' ancora è un vizio che rompe le carni 
nelle giunture dei piedi, generando marcia. 
Addunque sbarbati con le mollette dalla radice 
i peli, lavisi il luogo con la cervosa tiepida o 
bagnuolo fatto di buon' erbe, o aqqua semplice 
di decozione di malva, o la malva mescolata co '1 
zolfo et sepi (*) di castrato, bollita insieme la 



(') del sevo scritto sopra sepi. 



170 

qual sustanza, si leghi et fasci alle giunture 
mattina e sera; o veramente co '1 sepo (') di 
castrato o di becco, con della sugna e verde 
rame (') o zolfo vivo, bolo, sapone, o vero con 
lo smegmate cotti et incorporati, fatto un un- 
guento, si dee ugnere due volte il di, et lavare 
con il vino tiepido; di poi asciutto '1 luogo 
affetto bisogna untare di nuovo; et si tenga 
guardato che non tocchi l' aqqua. Ancora le 
feccie del vino si mettano a guarir le crepac- 
ciuole ; r enfiagioni delle galle e dei loro ingros- 
samenti nelle gambe con il taglio e con i cau- 
terii si curano ; alcuni sono che credono che se '1 
cavallo spesso si conduca et facci stare nel- 
r aqqua fredda et corrente, le si ristringhino o 
rientrino in dentro; ancora il lavare con sale, 
aceto, sugna e olio incorporati insieme, legan- 
dovi su questo impiastro, suole guarirle, o vera- 
mente avendovi tagliato con il raschiare (^) ; ma 
sopratutto co '1 dar loro il fuoco di faori con 
argento roventato o rame si curano. Se gì' averà 
fatto la sella un guidalesco o qualche enfiato, o 
che in qualunche modo se l' abbi offeso, piglinsi 
delle cipolle cotte nelF aqqua bollita, et cosi 
scottanti, quanto può sostenere il caldo quella 
pelle, si ponghino sopra T enfiato, et lascinvisi 
stare, che in una notte leverà quella enfiagione ; 
ancora lo stropicciare et strignervi sopra il rosso 
dell'uovo con sale stritolato et aceto le dissec- 
cheranno ; di più, r erba piperitide pestata, se ne 



(1) sevo scritto sopra sepo. 

(2) ere viridi scritto sopra verde di ratne. 

(3j scarificare scritto sopra tagliato con il raschiare. 



171 
trae il succkio et con essa impiastrando a dove 
è r enfiato, lo ritorna indietro al suo essere. 
La spalla che gì' abbi ferita, vi s' aggiunga al 
burro lavato della cervosa et si medichi, che 
guarirà; et se fosse stato morso dal lupo, il che 
è bonissimo segno per il cavallo, non andando 
egli mai al più tristo, vi s' aggiunga un poco 
di pelo del lupo et con quello si curi. Avviene 
ancora ai cavalli una malattia chiamata stena- 
coriasis, altri la chiamano sincopa, la quale se 
gì' avvenga, si gli strigne con una morsa 1' orec- 
chio, et dove finisce l' estremità dell' orecchio si 
taglia con la lancetta da cavar sangue o con 
uno scarpelletto accomodato a ciò; ma bisogna 
avvertire, in facendo questa operazione, che una 
vena che è un poco sopra, un po' grossetta, non 
si tagli. Se il cavallo sudato et riscaldato venga 
offeso dal bere et dal mangiare, si che divenghi 
rappreso (altri domandono questo male infusti- 
gazione o distensione), gli sarà a rimedio d' una 
donnola (') minutamente tagliuzzata la pelle, 
aggiungendovi b atiro fresco et un uovo guasto 
con aceto; et ogni cosa incorporata insieme se 
gli cacci in gola con un corno ; et poi gettargli 
addosso una coperta bagnata e lasciarvela stare 
tanto che si riscaldi. Credesi che ai cavalli et 
ai muli si sani il dolor del ventre et degli inte- 
stini con la sola veduta dell' anitra, et di veder 
che nuoti. In mezzo all' estate, quando fiocca 
il caldo et le mosche assediano i quadrupedi, 
bagnisi loro il pelo co '1 succhio delle foglie 
della zucca, et non gli daranno noia. 



(1) tnvstella scritto sopra donnola. 



172 

Sogliono i lombrichi affliggere V interiore 
dei cavalli; il segno manifesto di questo è, se 
scontorcendo il collo si guardino il ventre, et 
se spesso si scrollino et se lo mandino et git- 
tino in qua et in là; presentaneo riparo a 
questo sarà il corno del cervio trito o ver la 
Savina, et tutto mescolato con aceto mandargli 
con un corno in gola ; ancora gli gioverà fargli 
cacciare una mano nel sesso et cavarne fuor 
gì' escrementi, et appresso a questo lavargli il 
forame con 1' aqqua marina o con la salamoia. 
La reuma o '1 catarro fa '1 cavallo pigro, acci- 
dioso et languido, maninconoso et dolente; 
bisogna sovvenirlo (sebbene con questo malore 
sopporta d'essere cavalcato, e '1 durar fatica 
mediocremente gì' è più tosto d' utile che di 
danno) con dargli continuamente da bere aqqua 
calda mescolata con crusca, cavata dalla farina 
di grano ; et quanto più manderà fuori di quelli 
sornacchi et sputerà dei mocci, tanto più n' ara 
di meglio. 

Sono certi mali incurabili, eh' avendogli 
i cavalli et apparendo manifesti, le leggi han 
provvisto che la lor vendita storni; et questi 
sono : quando hanno l' asima, quando abbon- 
dano di fiato assai, rifiatando (') più del do- 
vere, quando sono lunatichi, quando hanno 
il male del verme ; et questo, quando ser- 
pendo arriva per fino ai testicoli, non può medi- 
carsi. Aggiungesi a questi quel della formica, 
le galle intrinseche et di dentro corse. Affer- 
mano molti, che non possi curarsi l' asmatico. 



(') halitando scritto sopra rifiatando. 



173 

per essere un male simile a quel del tisico che 
avviene all' uomo ; ma se da principio con tutto 
ciò altrui se n' accorga, se gli sovverrà, sapendo 
che nei malori che dependono da secchezza è 
cosa contraria il cavar sangue. Deesi addunque 
ugnere tutto 1 corpo co '1 vino et olio mescolato 
insieme ben caldo, et stropicciando al contrario 
il pelo si sfreghi per tutto, et dal primo di se 
gli dia da sorbire questa bevanda : succhio d' or- 
zata ('), grasso di porco rimesso et amido cavato 
di passo (') delicato; et cotto insieme tutto et 
incorporato se gli dia, spingendolo giù per le 
canne della gola per un corno, affinché dalle 
canne della gola et dalle mascelle quella massa 
collegata insieme si discioglia et dilati; il che 
fatto, si dia ordine di fermarlo in lato caldo, et 
quivi governandolo al solito, si potrà sperare 
che guarisca. Ancora gli gioverà 1' orzo in erba, 
et erba verde che contemperi la secchezza; et 
facendo una bevanda di passo et d' uova crude 
et burro, incenso et gruogo, et di cose dolci che 
mitighin 1' asprezza, gli gioverà assai ; in que- 
sto mezzo tempo ancora conviene ugnerlo, come 
si disse. Il lunatico si cava lor dalla testa, ca- 
vandogli sangue da una parte delle tempie, et 
a questo effetto ancora ciascheduno di si cura 
dalla banda di fuor 1' occhio con un fomento 
caldo; et per dentro curisi con un collirio ter- 
matico agrissimo {^\ ugnendovi per parecchi 
di. Alla scabbia et al pizzicore, si mescola delle 



(1) ptisana scritto sopra orzata. 

(') amilum (cosi per amythum) ex molli passo scritto sopra 
amido cavato di passo. 

(^) acerrimo scritto sopra agrissimo. 



174 

canterelle con la ruggine, et s' ugne ; più ap- 
presso, con un ferro roventato o padella si 
riscalda il corpo del cavallo. Altri due volte il 
di lo lavano con 1' aqqua calda, et poco doppo, 
avendo cotto con sale trito della sugna o grasso 
di porco o lardo, attendono a soffregare tanto 
che duri a uscirne la marcia ; ma nel principio 
gì' è di salutar rimedio untarlo co '1 grasso di 
vitel marino. Ma se la sia invecchiata, bisogna 
fargli rimedii assai più gagliardi ; et si compone 
insieme bitume, zolfo, pece liquida, sugna vec- 
chia, per ugual porzione, cocendo tutto et fa- 
cendo incorporare, si mette in su la rogna, la 
quale secca, vi si stroiina sopra pece liquida e 
olio; et dove sia fatta piaga, vi si soffrega con 
la filiggine cavata dal paiuolo. A molti più che 
assai mali dei cavalli e dei buoi porge salutar 
rimedio la radicula chiamata cosilegine et pul- 
monaria, inserta alla pelle del petto, avendovi 
fatto prima un pertuso con un punteruolo; et 
a tutti i mali dei cavalli fa approvatissima cura 
et remedio la centaurea, l' assenzio, il peuce- 
dano, il sermollino, il sagapino, la bettonica, la 
sassifragia, l' aristologia rotonda, di pari misura 
peste tutte insieme: et guarda se '1 cavallo ha 
febbre, e se ha febbre daglile con aqqua, se non 
ha febbre diasigli a bere con ottimo vino; et a 
ciascheduno se"n' ha a dare un boccale (') con 
aqqua o con vino, cocendo vele dentro, mesti- 
cando ne' maggior vasi di terra che s' abbino ; 
et si mescoli di nuovo bene, et se gli cacci con 
un corno per le canne della gola. 



(1) sextarius è scritto sopra boccale. 



175 

GÌ' antichi non appruovano che si cavi 
sangue (') agli animali quadrupedi senza ne- 
cessità, affinché la consuetudine di scemargli 
sangue, dimessa per un tratto, non gli facesse 
di subito venire qualche malattia. Più diritta- 
mente addunque agi' animali della minore età 
et che siano sani non è da essere cavato 
sangue, se non dal palato, e a quelli che 
sono di matura età non è cosa sconveniente 
cavarlo loro, quando si mandono fuora a 
pascere ne' lor pascoli; ma bisogna avvertire 
che nel fare questa operazione (') non s' aggravi 
troppo la mano et si sospinga la lancetta troppo 
profonda. Oraninamente ai cavalli castrati non 
si dee sminuire il sangue; ai cavalli barberi 
affermano non essere già mai da fare medicina 
alcuna. Al cimurro si rimedia con il fare una 
coperta al capo del cavallo che lo cuopra bene 
per tutto, lasciando apertura dagl' occhi et 
sfesso dalla bocca ; appresso a questo tengasi in 
lato caldo, dandogli a mangiare cose calde, et 
si lasci qualche volta pascere erbe corte, perché 
stando chinato con la testa gli scoli 1' umore 
per le narici ; ancora un suffumigio di bambagia 
per le narici gli gioverà. Aiutano questi rimedii 
a andare in là con meno molestia, ma non sa- 
nano dell' intero. Ai giardoni che vengono ai 
cavalli, cagionati da più occasioni, si rimedia 
co '1 dar lor fuoco, curando la scottatura con 
butiro lavato, et confortandolo con bagnuoli; 



(') deplere è scritto sopra si cavi sangue. 

(') Sauro bruciato chiaro scuro è scritto, senza nessuna relazione 
col testo, sopra le parole avvertire che nel fare questa ecc. 



176 

et subito inceso con rame o argento rovente, vi 
si ponga sopra della bovina mesticata con aglio 
pesto. Finalmente assai più che molti altri mali 
si ritruovano, dai quali sono infestati i cavalli, 
et in tanto numero, che alcuni sono che hanno 
scritto che ai cavalli vengono tanti mali quanti 
agi' uomini, eccetto che le gotte ; a tal che alla 
più parte d' essi si possono applicare i medesimi 
rimedii, triplicando sempre et qualche volta 
quadriplicando la dose, facendo buono il dettato 
commune, quando si dice: medicine da cavalli. 

[Cosi in fondo alla carta 103.^ verso sfinisce 
questo lungo capitolo dei Cavalli. Le carte 104.^ 
e 105^ sono bianche. Riprende il testo a car. 106.^ 
recto.] 



177 
Il Mulo. 

Quanto sia desiderosa et vaga la Natura di 
variare, oltre a infinite diversità di cose, lo di- 
mostra chiaramente la nascita che ella ha ordi- 
nato per i muli; et ancora nella loro generazione 
ha voluto vicendevolmente essere varia, quando 
che e' gì' è piaciuto che di cavalla et d'asino nasca 
il mulo ; et cosi per contra di cavallo et d' asina 
naschi il medesimo mulo ; et non pur d' asino 
domestico ordinario, ma di salvatico ancora; 
che nelle selve di Polonia se ne ritruova quan- 
tità, et per saporita carne si mangia, in caccia 
ammazzato; ammansato poi lascia quella fierezza, 
et i di lui nati muli mantengono quella fortezza 
et gagliardia et prestezza che hanno più dei 
domestichi. Quelli che son nati di cavallo et 
d' asina rappresentano più la somiglianza della 
madre che del padre; et quelli che nascono 
d' asino et cavalla, come che somiglino più nei 
costumi et valore la madre, sono più pregiati 
di quelli; et i dependenti dai salvatichi nella 
terza o quarta generazione s' aff'anno coi più 
lodati, et sempre sono più veloci dei nati dei 
domestichi, et massime per correre le mule, et 
tuttavia di più soda ugna et più dura, et d' a- 
nimo indomito, ma generoso. I muli poi et le 
mule congiunti insieme non generano, per la 
contrarietà del seme genitale, che non s' affa 
r uno a r altro ; se ben si truova scritto che 
in Siria et in Affrica le generano, come gì' altri 
animali fanno per tutto. Dicono altri che elle 
non partoriscono né tampoco possono partorire, 

12 



178 

perché gV animali razionali generati di due 
diverse spezie sono mostri : et questi participano 
della natura dell' asino et del cavallo, perché 
rassomigliano di fortezza il padre, di statura 
le madri, poiché è più largo di petto e di schiena 
et di groppa, et più grosso di collo, di gambe 
et di tutta 1' ossatura più dell' asino ; 1' orecchie 
dell' uno et dell' altro rattengono, che non l' han 
cosi lunghe come 1' asino, né si corte come la 
cavalla : dalla quale assomiglia in tutto agi' oc- 
chi tondi et rilevati, come all' asino che gì' ha 
altrettanti. 

Ora, per far buona et bella razza di muli 
et mule, è da eleggere il meglio fazionato 
asino che si ritruovi, di valore et forza appro- 
vato per molt' uso; et tale sarà quello che sarà 
di grande et foggiata statura, d' ampio corpo, 
di collo sodo, di, coste robuste e larghe, di petto 
pien di musculi et grande et traversato, di 
fianchi musculosi, di gambe diritte ben anno- 
date insieme, di giunte corte, pie rotondo, ugna 
soda et densa, di coda forte et salda, che a 
fatica volendo con la mano alzarla si possi, et 
di testa et occhi grandi, et di mantello nero 
et macchiato, perché '1 topino bigio è negl' a- 
sini troppo ordinario et più fiacco, et i muli 
di tal colore da tutti sono biasimati. Non man- 
cono chi dica, che voler averlo di quel colore 
che altrui desidera, si cuopra lo stallone con un 
mantello che se gli stenda addosso per tutto 
di quella fatta. L' asino, come si disegni che 
abbi a riuscir per stallone, tosto che sia nato 
conviene levarlo di sotto alla madre, et metterlo 
sotto a una cavalla che non lo cognoschi; et 



179 

la cavalla s' inganna in un lato scuro et buio, 
tolto via il proprio parto, et un altro, quasi 
che sia nato di quella, si nutrica; al quale di 
poi, quando di dieci di si sia avvezza la cavalla 
sin prima, da quivi innanzi a questo che gli 
sarà destinato darà la poppa. Di questa maniera 
nutricato lo stallone, s' avvezzerà a innamorarsi 
et voler bene alle cavalle. Talora, benché sia 
nutrito co '1 latte materno, può da piccolo, con- 
versato con le cavalle, pigliare familiarmente 
la pratica di quelle et appetirle. Ma gì' asini 
nostrali non hanno bisogno di questa manifat- 
tura, perché da loro istessi sono appetentissimi 
del coito, et volonterosi vanno ad ammontare 
le cavalle, avendo egli più parte del membro 
genitale che non si gli viene, alla proporzione 
della vita; ma non si mandi alla monta prima 
che abbi finiti tre anni; et ciò si dee fare alla 
primavera, quando si abbi a poter poi confer- 
marlo con la verde pasciona abbondante, ta- 
gliata d' orzo et di vena. Né s' ammetta alla 
tenera femmina, se prima la non si sia assue- 
fatta a cognoscer lo stallone, eh' altramente la 
lo ributta con i calci, et da sé scacciato ingiu- 
riosamente lo rende inimico all' altre cavalle ; 
et affinché questo non segua, se gli mette ac- 
canto un asino ordinario di poco pregio, che 
vadi a' versi della cavalla, et lo vezzeggi; et 
come si vede che e' se gì' accosti per ammon- 
tarla et lei stia ferma, subito levatolo, si pone 
in suo luogo il vero stallone, et si lasci ammon- 
tare, in luogo fabbricato a questo effetto. Fan- 
nosi due muri aperti dall' entrata et uscita 
quasi r un dall' altro, tanto stretti, quanto sia 



180 

la capacit-à degl' animali, perché non possine 
urtarsi insieme, e ritirarsi la femmina di sotto 
lo stallone, o rivoltarsi per rifuggirlo; il piano 
del terreno vi si fa a pendio, et dalla parte 
dinanzi più bassa si mettono certi traversi di 
legno, congegnativi di modo che non possi la 
femmina dare innanzi; et quivi incap restata si 
tiene la cavalla ferma et bassa, perché meglio 
riceva il seme genitale del maschio, et dia la 
salita più agevole dalla parte più bassa nella 
più alta allo stallone; benché in ogni luogo 
che cali, dove lo stallone abbi un po' di van- 
taggio, senza questo travaglio alla campagna 
si fa montare lo stallone, et fa bene. Da che è 
conceputo il parto, lo portano dodici mesi et 
talvolta sino in tredici, et si lascia il sequente 
anno vota, perché meglio possi allattare 1' al- 
lievo, sendo più utile questo che dargli ogn' anno 
lo stallone. 

11 mulo è più atto a portar la soma, la 
mula a questo è buona et più agile et più 
espedita a far cammino, et 1' uno et V altra va 
bene et tira l'arato, come i cavalli ove s'usi o non 
son buoi. Ma perché i muletti et mulette, passati 
sei mesi (altri tengono sia meglio in capo al- 
l' anno, non guardando a quello) per il dolore 
che danno alle madri nelle poppe non gli deono 
lasciare lattar più, è bene mandargli con esse 
sempre, affinché entrando in pastura 1' avvezzino 
a pascere come loro, et acciocché, veggendosi 
negare il latte, possino mangiare ben l' erbe. 
Mandinsi adunque cosi insieme a pascere in 
montagne sassose et erte, et maggiormente per- 
ché in questi luoghi, pur che vi sia pastura. 



' 181 

non temeranno 1* essere ritirati dal latte, et di- 
verranno più fatticci et gagliardi, mangieranno 
con appetito maggiore, et più tosto si potranno 
sottomettere alla fatica; alla quale, o sia per 
essere di cavalcare, di tirare o di portare, indu- 
gisi sin che sia finito il terzo anno, et poi si 
dia loro a poco a poco sin che passino i quattro, 
che cosi comportandogli si faranno migliori et 
più dureranno, e a quel tempo potranno, qualun- 
che ella sia, sostenere. Le mule sono più paci- 
fiche et più manse che non i muli, et men viziose 
et di noia, ma tutti sogliono serbare i calci al 
padrone doppo venti anni; perciò si dee loro 
star sempre avvertito d' attorno, senza mai assi- 
curarsi di dietro, comparendo tuttavia loro dai 
lati o dinanzi. Il difetto di tirar calci si leva 
loro, dicono, con il dar loro del vino a bere, 
che tanto è a dire, et cosi credo s' abbi a inten- 
dere, quanto far loro carezze; et ciò si dee 
fare da piccoli, et questo è il rimedio; come 
quando si domano si vadi con le buone, et si 
vezzeggino nel por loro il basto o sella, dando 
lor la fatica e 1 peso a poco a poco; et in 
mettendo loro il basto da prima o un sacco 
a traverso pieno, leghisi un pie dinanzi alla 
coscia di dietro, ma a contrario, come è legare 
il destro dinanzi al sinistro di dietro, et cosi 
r altro. 

Possonsi usare i muli et le mule in tutti 
i paesi, perché vanno bene per il piano et 
non rifuggono il monte, et a girare argani, 
come quella che [dà] tanto aiuto al palazzo 
de' Pitti ; et prima fu celebrata dagl' Ateniesi, 
che in loro onorate fabbriche tanto s' adoperò. 



182 

Visse, si truova scritto, un mulo ottanta anni; 
di settantacinque s' è veduta la mula di Papa 
Sisto HI portar con le coppelle l' aqqua del 
Tevere per Roma ; et in guerra si servi d' un 
mulo Pietro Farnese. Tirono il cocchio et s' a- 
dattano acconciamente a correr le poste. La 
statura della mula bella et buona conviene che 
s' assomigli al granchio, ciò è grossa et tonda 
di corpo, di gambe sottili, pie piccolo, groppa 
larga et piana, petto delicato et ampio ; di collo 
lungo et arcato, di testa asciutta et piccola ; 
gì' orecchi sieno proporzionati, la coda lunga, 
grossa et attaccata forte ; grande et alta di sta- 
tura ('), grossa et informata bene. Il mulo dee 
avere le gambe grosse et tonde, il corpo ristretto 
et sodo et la groppa che penda verso la coda; 
questa attaccata forte ; la schiena sia nel mezzo 
alta et arcata all' insù et non mai piegata in 
selletta. Il colore cosi di quella come di questo 
morello bene; ancora il castagno e '1 leardo 
scuro non si disloda. Desiderano quelli da ca- 
valcare il governo dei cavalli, et quelli da 
portare, come i cavalli, d' essere tenuti netti 
et puliti et qualche volta stregliati et sempre 
stropicciati. L' orzo et le fave si danno per cibo 
ai muli di fatica di viaggio, un^, volta il di, 
la sera, finito quello; et tuttavia buona paglia 
da strameggiare. L' ugne dei muli trite, poste 
ad abbruciare sopra ad un caldano di brace 
dove sien topi, con 1' odore gì' ammazzano, 
morendo mentre fuggono. Se 1' asino infuriato 



(1) Sopra statura è scritta una parola che non sono riuscito 
a leggere. 



Ì83 

si mettesse a mordere le cavalle quando 1' ha 
a montare, affatichisi alquanto et ammanse- 
rassi, fatto tosto piacevole per alla monta. 

Sono in Italia lodatissimi i muli del contado 
di Naro in Regno, et i Savoini ; degl' oltramon- 
tani i Franzesi ; et in Spagna sono vantaggiati i 
muli e le mule, et queste perfette in Sicilia, fuori 
che quelle che essi domandano Scafi iole. Sono 
in Piemonte et altrove muletti piccoli di gran 
forza, la quale razza si fa dalla piccolezza dei 
padri et madri del paese; i quali quando sa- 
ranno o grandi o piccoli eletti^ rati in bontà 
et fazione, per tutto riusciranno a far razza 
nobile et bella et buona. Non lascierò in dietro 
di dire, che facendo coprire a un toro ben fatto 
una cavalla o una asina, nascerà un mulo non 
di gran vita ma di gran forza, come il cane 
lupino. Ingannansi le madri sotto il toro con 
coprirle con una pelle di vacca fresca scorti- 
cata, congegnandovi anco dritte le corna; et 
talora senz' altro a cavalla che aspetti va il 
toro volonteroso a coprirla; et concependo, si 
chiama poi quello muletto torino, che di fat- 
tezze et forza riesce sempre più bello et migliore 
dei nati ordinariamente. 

[Finisce il capitolo dei Midi a cari. 109!' 
verso, in fondo. Le car. 110^ e 111.'' sono bian- 
che. Il testo riprende a car. 112.^ recto.] 



184 

Il Cammello. 

Non è dubbio che tutte le sorte degl'ani- 
mali sono state create da Dio a vario uso et 
coramodità dell' uomo, et il cammello fra questi, 
per servire a trasportarlo da luogo a luogo, con 
robe di gran peso, come avviene nelle parti d'O- 
riente, ove nascono et s' adoprano senza uguali, 
portando et loro et lor pesi et carichi estraordi- 
narii; et perché sono bene di lor natura dome- 
stichi et agevoli, ma che con la altezza della vita 
superano la statura dell'uomo, perchè a caricarsi 
et salirvi su sieno agevoli, ad un cenno s' inginoc- 
chiano, ripiegandosi sotto verso la parte dinanzi 
le ginocchie di dietro, le quali da questa banda 
hanno doppie, dove l'asino e '1 cavallo e gì' altri 
animali n' hanno solamente due ; et queste a uso 
dell' uomo le raccogliono et ritirano come le 
gambe umane. Per ricevere '1 peso del carico facil- 
mente, et per tenerlo da ogni banda eguale, [la 
Natura] ha generato nella vita dalla parte di 
sopra della schiena una gobba assai ben alta; 
hannone i Battriani due in su la schiena, et li 
d'Arabia un solo, et nel petto un rilevato, ove 
s' appoggiano, urtano et sospingono et s' aggra- 
vano, et gli uni et gì' altri con i denti soli 
di sopra come i buoi; et tutti in queste terre 
si servono delle spalle dei giumenti, et cosi 
ancora nel salirvi su a cavallo nelle guerre. 
La velocità è compartita secondo la sua mi- 
sura tra loro et i cavalli, si come la gagliardia 
delle forze; né camminan più spazio di quello 
che e' sono avvezzi, né più del solito vogliono 



' 185 

essere aggravati della soma. Portano a^ cavalli 
odio naturalmente. Per quattro giorni interi 
comportono la sete, et quando del bere hanno 
r occasione, beono per la sete del tempo pas- 
sato et di bere si forniscono per l' avvenire, 
avendo prima, co '1 calpestare il letto del- 
l' aqqua, intorbidatala ; in altra maniera non 
giova loro, né s' allegran del bere. Oltre a quello 
che dan loro le pasture et quello che traggono 
da' boschi, si satollono volentieri d'orzo et di vena 
mesticati co '1 sale. Usano il coito come i lio- 
fanti, tigri, leoni et conigli, voltandosi le natiche 
l'uno all'altro, avendo come loro i membri geni- 
tali volti al contrario. Cercano le foreste solinghe 
per ammontare, né ciò può vedersi senza peri- 
colo. Portano '1 parto dodici mesi, ingravidan- 
dosi non prima che di tre anni, et alla prima- 
vera dan fuori l'allievo, facendone un solo come 
tutti gì' animali della maggior statura, allat- 
tando mentre di nuovo son pregne. 

11 cammello, per instinto naturale, come 
i cavalli, né con la madre né con la sorella, 
quasi cognoscendo la strettezza del parentado, 
s' impaccia. Pascendo ne' monti Battriani in 
compagnia dei porci salvatichi, la cammella 
coperta da essi concepisce, et si genera il 
cammello che ha due gobbe in su la schiena. 
Cosi viene a crearsi una terza specie, come 
dei muli che nascono d' asina et cavallo, e 
cavalla et asino; ma il cammello nato di cignale 
rappresenta in molte fattezze la somiglianza 
del padre, come al pelame et alla gagliardia 
delle forze, et al non sdrucciolare cosi agevol- 
mente ne '1 loto, ma da per sé stesso con la 



186 

sua robustezza drizzarsi in pie; et a compa- 
razione dell'altre sorte cammelli.... sono doppio 
peso. Le cammelle che si disegnano per 1' uso 
della guerra si castrano, diventando più forti, 
levato che sia loro l'essere montate ; ma in qual- 
che modo sono sottoposte alla rabbia. Vivono 
cinquanta et cento anni, et in Italia comoda- 
mente si comportono, come le giraffe che di lor 
razza [sono]; e ancora il camelopardalo, con i 
piedi et gambe di dietro simili al bue, quelle 
dinanzi et il capo simili al cammello, il collo 
ha di cavallo, con bianche macchie divise da 
rosse (0; altri dicono ch'egli ha il color varie- 
gato come i poledri (^), con il pelo vergato briz- 
zolato, con il collo diritto che lo porta alto 
come lo struzzolo, co '1 cucuzzolo del capo un 
poco più alto del cammello. In Etiopia gì' Abis- 
sini con le lor moglie che seggono in su le 
ceste (3) et figliuoli, gli caricano a molto sconcio 
peso nei lor cammini, mutandosi da luogo a 
luogo. 

Il Bufalo. 

I bufoli, cosi i maschi come le femmine, 
tirano grandissimi pesi a par dei buoi, et d'av- 
vantaggio, ma non resistono a durar fatica come 
loro, et massime ne' caldi, perché si strafelano, 
et vien loro l'assillo come a quelli. Dilettansi 
di pascere in lati umidi et pantanosi, ove spesso 



(') rutilus, scritto sopra rosse. 

(2) hinnuli, scritto sopra poledri. 

(3) clitellas scritto sopra ceste. 



'187 
possine attuffarsi nelFaqque, per il die pare che 
tenghino della natura del porco. Grl' antichi gli 
addomandavano bisonti. Sono di color nero,, 
pelo rado e minuto, di gran corporatura, di 
gambe raccolte ('), robuste e corte, se si riguarda 
il resto della lor proporzione, gran come et scan- 
nellate per traverso; maneggiansi con l'aver 
passata loro una campanella di ferro per il naso; 
non possono patir la sete; temono i fuochi, si 
spaventano agli strepiti et rumori; partoriscono 
et si montano, come s' è detto delle vacche e 
tori, et similmente si castrono; son buoni et si 
affanno alle colline, spiaggie, luoghi bassi et 
piani più che al monte. La lor carne è umidis- 
sima, usasi mangiar arrosto et per lo più in 
polpette, dei gioveni, come a Yelletri, dove si 
condussero certi medici per i malati da questo 
cattivo cibo, pensando d'aver quivi a far bene 
i fatti loro; ma scorto che lo componevano et 
preparavano Con assai quantità d'aglio, dieder 
volta a dietro, dicendo che quegli abitatori 
avevano ritrovato la teriaca. Con tutto ciò è 
malissimo sana, generante cattivi umori. Com- 
porta nel governo la straccuratezza dell' asino. 
S'adoprano per Italia nei luoghi di mare et di 
là da' monti. 

Il Cane. 

Si come a tutte le fatiche dell'operazioni 
della villa conviene eleggere uomini assuefatti 
a quelle insin dai teneri anni, con esse indurati 



(1) compactis è scritto sopra raccolte. 



188 

nel crescere, et per esperienza cognosciuti buoni 
lavoranti, accostumandosi sopratutto di dire che 
s' hanno a pigliare i medici vecchi et l'opere 
gioveni, cosi per guidare alla pastura et gover- 
nare, ben guardare et tener difesa et sicura 
tutta la generazione delle mandrie, greggi et 
armenti grossi et minuti, vaccini, cavallini, 
pecorini et caprini, conviene similmente eleg- 
gere uomini ferrigni, possenti et gagliardi, indu- 
rati et assodati nelle fatiche et disagi, a guisa 
dei martalossi che dormono in su la neve, avvezzi 
notte et giorno, verno et estate, di dimorare alla 
campagna. 1 pastori Svizzeri et Alamanni sono 
di robustità et pazienza tali. Deono eleggere per 
lor vestito le pelli bianche et anco i cani bian- 
chi, essere gioveni anzi che vecchi; et quello 
rispetto alle nevate. Fassi la polenta per i pastori 
di farina di miglio, tre libbre insin in quattro 
per la mattina et altrettanto per la sera; di 
grano si digerisce più tosto et fa minore ope- 
razione. Ponsi nel calderotto che bolla con sei 
libbre di aqqua, facendovi tre tagli in croce 
con un bastone tondo, affinché più agevolmente 
passi in cima; et come per il bollore rigonfi et 
si distacchi dal fondo, levata dal fuoco si 
dimena intorno benissimo, sin che sia detta 
rotta et assonata; di poi cavatane si tagli in 
pezzi sottili com' il burro con un filo, poscia 
si mangi calda con cacio et ricotta salata. 

Accanto a questo, poi che i cani usciti di 
buona razza et paese fan più sicura la guardia 
della casa della villa et degl' armenti, sono da 
eleggersi di quelle parti dove son soliti gene- 
rarsi di questa maniera, et di cosi fatti tener 



189 
forniti i buoni et valenti pastori per difendere 
il lor bestiame dagl' insulti de' ladri et dall' af- 
fronto degl' orsi et dei lupi. Tali addunque sa- 
ranno di Corsica, d' Inghilterra, et gì' Alani et 
di simil luoghi di donde esca la spezie dei Ma- 
stini, i quali talora sono interamente di questa 
spezie et talora bastardi ; et quelli et questi pare 
che per guardia della villa et del bestiame et 
per più gagliarda difesa sieno da essere a tutti 
gì' altri anteposti, et massime quando sieno av- 
vezzi da piccoli a non si partire dall' armento, 
che sempre seguiranno le bestie et le guarde- 
ranno, si come i destinati alla guardia di casa 
et delle possessioni, instituiti dalla culla a questa 
cura (perché il cane d' ogni sorte è il più docile, 
obbediente et timoroso animale che sia) già mai 
non r abbandoneranno, et tutta notte vegliando 
et scorrendo faranno segno d' ogni minimo mo- 
tivo, perseguitando chi volesse offendere o assal- 
tare la casa o attraversare la possessione. 

Eleggasi addunque per questo affare della 
guardia della casa tutto di color nero, affinché 
possino offendere senz' essere offesi, il che av- 
viene, non essendo veduti per il colore del buio; 
sia di gran corpo, di forma quadrata anzi che 
lunga o corta, di bassissima voce et chiarissima, 
affinché con 1' abbaiar forte scuopra et con la 
vista atterrisca chi tenda insidie; perciò abbi 
gran capo con occhi infocati et sfavillanti ('), o 
ravi o gialli {^\ muso nero et che quel labbro 
di sotto sia coperto et soprapposto (^) da quel di 



(1) radiantes scritto sopra sfavillanti. 

P) glaucis scritto sopra gialli. 

(3) neque resime.t .luperi^is.^ è scritto sopra soprapposto, 



190 

sopra, né che si riversino pendendo all' ingiù ; 
palato nero, ricto ampio, mento schiacciato (') 
et da quello due denti nati dalla destra et sini- 
stra che eschino un poco infuori, et quei di sopra 
diritti più tosto che piegati (^), et aguzzi i corti 
ricoperti dal labbro; aspetto di lione; petto 
pieno di velli (^) et ampio, spalle larghe, gambe 
grosse et la zampa ampissima. I costumi suoi 
non sieno né di troppo crudele né di troppo 
benigno, affinché non sia adulatore a' ladri et 
morda quei di casa, massime quando è desto a 
vegliare; né vadi discostandosi dalla villa, ma 
circondando all' intorno ricerchi tutto senza 
partirsi da' confini; né sia temerario, ma cir- 
cumspetto, affinché non abbai vanamente et per 
niente. Né importa che sieno corridori i cani 
da villa, perché più d' appresso che da lontano 
hanno a far pruova et prevalersi delle lor forze ; 
et si deono tener nel lor ristretto, che con sa- 
gacia et con bravura assalti chi viene, et con 
r abbaiar fortemente gli scuopra et impaurisca. 
Mantengasi tuttavia in buono essere, né troppo 
vecchio né troppo giovine, maschio più che 
femmina, perché queste si perdono dietro la 
seguenza dei cani, et castrate son buone a 
legare di notte, et di di sciolte. Per le pecore 
poi et capre et altri armenti scegliasi di color 
bianco il Mastino, affinché di notte si scorga 
più agevolmente et facci differenza alle pecore 
del color del lupo, il quale, anco meglio cogno- 



(') suppresso scritto sopra schiacciato. 

(') brochis scritto sopra piegati. 

(3) villoso scritto sopra pieno di velli. 



191 

sciatolo di questo colore, più facilmente lo fug- 
girà o canserassi dal fargli offesa, sapendo che 
questi si lasciono sempre sciolti, et quelli di 
guardia di casa il di legati e la notte liberi. 
Siano i Mastini di gran capo et grosso, che col 
collo occupi quasi la terza parte di sua persona, 
gran bocca e larga, le ciglia grandi, arcate, 
pelose et arricciate, orecchie grandi et stiano 
penzoloni, gì' occhi rossi rilucenti et vivaci, di 
penetrevole et corruccioso abbaiare, largo petto 
et peloso et larghe spalle, il collo grosso, le 
giunture dei membri lunghe, i piedi e l'ugne 
larghe, grandi e dure, con li diti lunghi ben 
compartiti et che posin bene in terra; di corpo 
grosso et raccolto, ben disposto et conguagliato, 
quadro et non lungo, le gambe dinanzi grosse 
et pelose, le anche di dietro muscolose et spor- 
tanti in fuori, con larga groppa forte et diritta, 
schiena annodata, le gambe grosse; la coda 
grossa e corta è segno di gran forza, la sottile e 
lunga è segnale di più agile e leggiero. Le cagne 
abbino le fattezze uguali a' cani; ma le mam- 
melle in loro et i capezzoli sieno uguali et 
numerosi. 

GÌ' altri cani da pecorai che non sieno 
Mastini vogliono avere questa fazione, perché 
sia robusto et valente a combattere et anco al 
corso, per poter rincorrere et affrontare il lupo : 
che sia di corpo più tosto un poco lungo che 
quadrato, che abbi il capo grande, leggieri, ve- 
noso, con r orecchie grandi e larghe, lunghe et 
che pendino all' ingiù ; i nodelli delle giunture 
dall' uno all' altro lunghi, basso coi pie dinanzi, 
alto con quelli di dietro, ma tutti diritti et 



192 

grandi che entrando in un luogo si snodino ('); 
r ugna dura ; i talloni delicati, non troppo duri, 
né molto pieni di carne, in sommo dei membri 
genitali, co '1 corpo C^) ristretto, e '1 filo della 
schiena né troppo rilevata in alto né tropjjo 
bassa ; i fianchi non cosi concavi et sfossati, ma 
che si comt)acino per traverso (^); l'intervallo 
delle spalle lontano 1' uno dall' altro, le natiche 
rilevate {*) et sopra la coda larghe ; il resto delle 
fattezze abbi come il cane di guardia di casa. 
Il colore qual egli si sia, purché non sia pezzato, 
basta; i neri sono approvati, ancora i gii vi et 
giallicci (^) et rossicci o di ecfore di cenere o bigi 
non sono da dispiacere, se gì' altri segnali con 
la virtù corrispondino. Per fargli aspri et mor- 
daci, bisogna da piccoli aizzargli, tirando loro 
r orecchie, et con 1' allettargli et batter delle 
mani incitargli a combattere l' uno con 1' altro ; 
et quando son ferocemente attaccati insieme alla 
zuffa, si spartischino perché non s' ammazzino. 
Cosi non temeranno fatica, né cognosceranno 
paura et si faran più arditi. A star legati pri- 
mieramente s' avvezzano se un bastone (") o 
sferza con la briglia (') se gli leghi al collo, 
et che talora se gli lasci tirar dietro; di poi 
cbn questa regola si mena legato o si rattiene 



(1) displodati sciùtto sopi'a si snodino. 

(') a foeminis summis corpore suppressi è scritto sopra in 
sommo dei membri genitali. 

(3) coeuntia in obliquum, scritto sopra si combacino per tra- 
verso. 

(■<) obesis scritto sopra rilevate. 

(5) flavescentes (abbreviato) è scritto sopra giallicci. 

(S) fustis scritto sopra bastone. 

(7) Sopra briglia è scritto loro, che non trova posto nel discorso. 



Ì93 
in casa. Tenuti legati di di, diventono, sciolti 
la notte, più feroci; et facendo loro un collare 
con punte in fuori di ferro si faran più animosi. 
Sopratutto è da procurare d'aver cani di. buona 
razza, et se è possibile, quegli cani che s' hanno 
a tenere per questi effetti, eh' egli sieno tutti 
discendenti da una medesima progenie, perché 
cognoscendosi eglino d' essere tutti d' un seme, 
s' aiutano 1' un 1' altro, et sono per ferma difesa 
intra di loro le madri a' pupilli che sono eguali. 
L' età lor giusta da partorire è quando sono 
d' un anno, et possono partorire ciascheduno 
anno per fino a nove anni; né sono più utili 
doppo dieci anni, perché dei cani vecchi sono 
gì' allievi tardi et pigri. E cosa di miracolo 
quando arrivano a vivere sino a venti anni, et 
pur si truova scritto che sieno stati alcuni che 
vi sien giunti, ma diventati inutili et da niente. 
Di primavera cominciano a venire a cane : por- 
tano il parto nel ventre sessanta di o al più 
sessantatré, alcune tre mesi, et le Laconiche si 
truova scritto che doppo otto mesi mandono 
fuora gì' allievi. GÌ' altri cani ancora di sei mesi 
patiscono il coito. A una sola volta che siano co- 
perte le cagne pigliano. Partoriscono intorno al 
solstizio et gli fanno ciechi ; et quanto maggior- 
mente, poi che nati sono, è data loro abbondanza 
di latte, tanto più penano ad aprirli i lor occhi, 
ma non sogliono mai passare ventun di, né mai 
gì' aprono avanti al settimo. Alcuni dicono che 
se la cagna s' abbatte a farne un solo, che egli 
aprirà gì' occhi il nono giorno, et se la ne 
partorirà una coppia, il di decimo, et il mede- 
simo s' ha ad aggiugnere a ciascheduno più 

13 



194 

che ella ne facci, perché tanto sarà F indugio 
della tardanza ad aprire il coperchio degl' occhi ; 
et quella che sia generata della femmina che 
la prima volta abbi partorito, più presto essere 
veduta. Ottimo riesce quello che è il primo nel 
parto ad aver la vista, o quel primo che riporta 
nel covile la cagna spregnata. Subito che sono 
usciti fuori i cagnuoli, quelli che non sieno del hi 
razza buona si gettan via ; di sette se ne ratten- 
gon tre in quattro, di tre due. Nei primi mesi, 
sin tanto che le lor membra s' assodino, lascinsi 
stare con le madri a scherzare; poi sono da 
essere addottrinati all' esercizio loro, di di legati, 
di notte sciolti; né mai lascieremo allattargli 
da altre madri, volendo conservare la razza no- 
bile, generosa et buona, perché il latte materno 
giova a ben nutrire et a dar forza e 'ngegno 
all' allievo ; et se alla spregnata manchi il latte, 
sovvengasi sin in quattro mesi co '1 latte di 
capra. 11 cane patisce molto il freddo, et mas- 
sime tenero d' età ; imperciò se gli rifacci il 
letto spesso di strame soffice, perché dorma e 
riposi morbido et si riscaldi. Le code dei cagno- 
letti doppo quaranta di che son nati si deono 
castrare di questa maniera : egl' è un nervo che 
per i nodi della spina va secondando dentro la 
coda; questo, preso con i morsi o in qualche 
altro modo, si strappi; cosi avendo fatto, non 
crescerà la coda in lunghezza disordinata, et 
riparerassi, come vogliono alcuni, che non ar- 
rabbieranno per alcun tempo. 11 segno d' aver 
cresciuto abbastanza nelle lor forze è quando 
alzon la gamba per orinare, intorno ai sei mesi 
finiti; et nelle femmine il medesimo appare 



195 

quando si fermano a sedere. Il cibo del cane è 
queir istesso dell' uomo, o pane asciutto, o con 
qualche cosa ; et quello fatto di semola o semo- 
lello gli purga et mantiene sani et gagliardi, 
con un poco tuttavia d' untume che tragghin 
dalla cucina. Né si dee lasciar lor patir la fame, 
perché per questa cagione si sviano et dall' ovile 
et da casa a andare alla cerca per esso. Non si 
ammetta il inaschio alla femmina prima che 
egli abbi trapassato un anno et lei due, et sia 
a primavera quando vengono a cane et poi 
all' autunno quando vi ritornano. Portano, come 
s' è detto, tre mesi e '1 quarto partoriscono ; ora 
le gravide sieno benissimo trattate con dar loro 
da mangiare quanto vogliono, ma la prima lor 
partoritura non si lasci andare innanzi, gettinsi 
via tutti, perché non riusciranno di buona razza, 
né meno lei gli alleverà a modo, perdendo anco 
di forza et di crescer per 1' avvenire. Addunque 
s' accetti per buona et si tiri innanzi la seconda, 
nella quale si vadin decimando come s' è detto. 
Affermano che quegl' allievi riescano migliori, i 
quali, tirando lor gì' orecchi, faranno men ro- 
more. Quando sono un poco grandetti, diasi loro 
a rosicar delle ossa, perché cosi fortificheranno 
più le mascelle, ingagliardendo i denti e la 
bocca, avvertendo sopratutto di non mai dargli 
carne del bestiame che egli ha a guardia e 
custodisce, perché non vi s' avvezzino ; et per 
questo si dia lor da mangiare tre volte il di, 
la mattina, a mezzodì et dove dormano. Di 
questa maniera seguiranno sempre il bestiame. 
Et se convenghi pur di dar loro di cosifatte 
carni, siano scorticate con diligenza et tagliate 



196 

in pezzi minuti, perché sendo strafigurate non 
le ricognoschino. E buono per essi il pane d'orzo, 
o di saggina, o di semola di formento. I denti 
loro spuntati, neri e guasti sono segno chiaro 
della vecchiaia, come dell' esser giovini i bianchi, 
forti et aguzzi. Ugnendo loro con olio di noce 
caldo gì' orecchi et fra le dite, non gì' offende- 
ranno né le zecche, né le mosche. Tenendogli 
a dormire la notte sopra la camicia che si sia 
portata in dosso il di, preso quel seto, non 
t' abbandoneranno mai. Cosi fatta cura di nutri- 
carsi si deve osservare ai levrieri, ai bracchi et 
ai grossi cani, i quali per la caccia s' hanno a 
eleggere di paesi naturali a ciò, et di buonissima 
razza. 

La più cattiva e pericolosa malattia in che 
incorrino i cani sono i ricciuoli, le piaghe che 
fanno lor le mosche e la scabbia. Contro a queste 
cose, strofinerai intorno agi' orecchi et ai diti 
dei piedi i cagnolini che ne patischino, man- 
dorle amare con 1' aqqua trite ; et se 1' offesa 
abbi fatta piaga, sovverrai con la sugna instil- 
latavi, mescolata con la pece distrutta; con 
questo medicamento tocchi ancora i ricciuoli 
cascono, perché con mano non si deono strappare 
o svellere. Ai cani pien di pulci si rimedia con 
il comino, mescolato di pari co '1 veratro (') et 
con aqqua, strofinatovi, et vecchia morchia per 
tutt' il corpo impiastrata. Alla scabbia mesco- 
lisi altrettanto di citiso, sesamo et pece liquida, 
et ungasi; giova ancora questo alla rogna de- 
gl' uomini. Ancora si medica con lo strofinare 



(1) oritrum pav scritto iio\n'a, veratro. 



197 
la cotica con una grattugia (') o con un pun- 
teruolo, aprendo le bolle et ponendovi sopra 
polvere d' archibuso. La rabbia gì' infesta assai 
nella canicola, et tutto quello che egli morde 
arrabbia come lui, ma 1' uomo non sempre ; et 
tutti quelli animali che son morsi dal cane 
arrabbiato si muoiono, eccetto che l' uomo. 
Quando sono arrabbiati temono grandemente 
di bere dell' aqqua, per il che si continua a 
dar loro mesticato co '1 cibo sterco di gallina 
o gallo ; et si prevenga il male con l' orina. 
Un verme è detto lytta, il quale, cavato a' ca- 
gnolini dalla lingua ove nasce, non sentono 
rabbia. I cani arrabbiati aborriscono il cibo 
e '1 bere, mandando fuori gran quantità di bava 
et saliva spugnosa, guardano con occhio torvo, 
fanno il corpo stregoso et più raccorciato di 
prima, ritirando ancora la coda fra l' anche 
sotto le natiche; fanno festa ad altrui senza 
abbaiare, cosi a' cognoscenti come agi' ignoti, 
agi' uomini come alle bestie. Ugnendo bene con 
olio comune i cani infestati da pulci le si fa- 
ranno morire o tutte fuggire ; cosi farà 1' aqqua 
della Torvesca (^), ma subito si lavi con aqqua 
dolce, perché se s' arrivassero a leccarsi con la 
lingua si morrebbero. Ancora se ne libereranno, 
lavati con la cocitura delle sementi del belogno 
o del rame, cavatoli il sugo quando è '1 tempo. 
Le foglie di persico trite date loro con la be- 
vanda ammazzano i lor vermini. Se sono am- 
malati, il siero di capra gli purga; il medesimo 



(') grattugia poi grafia scritti sopra grattugia. 
(*) Leggo cosi, ma non so spiegare che acqua sia. 



198 

fa il brodo d' una testa disfatta al fuoco caldo, 
datoli a bere. Se si mantenghino bene netti et 
puliti et ben proccurati di buon governo, non 
saranno mai oppressi dalla rogna; è buono im- 
piastro per loro et per gì' uomini a questo, fatto 
di gesso, seme d' allegretto pesto bene insieme, 
incorporato con pece greca distrutta; ancora, 
impiastrati di sangue caldo e fresco di vitel 
vaccino et di latte di vacca lasciato lor seccare 
addosso, di poi lavati con liscia fatta di cenere 
di sermenti ; et ancora, gettati nei tinacci dove i 
conciatori di pelli tengono il sommacco, et quivi 
lavargli bene. Altri gli curano con la morchia. 
Et dai vermi ancora si guariranno, dando loro 
a mangiare il gengiovo con farina di lupini. 
Dalla squinanzia gli libera il taglio, dalle gotte 
il lavargli i piedi con la cottura di malvalischio. 
Co '1 verderame impiastrandogli tutti si sane- 
ranno dalla stizza; et guariti si lavino. 

Essendo le cagne a' cani, talora si lasciono 
coprirle da lupi, tigri et lioni, et nascono ferocis- 
simi, ma nimici ai padri loro. Hanno a essere i 
nomi dei cani cortissimi ; et se possibil fia, di due 
lettere sole. La sagacità et fedeltà del cane è 
incredibile ; in Inghilterra certi lazzerosi avendo 
ammazzato un principale di Londra et sotter- 
ratolo fondo, un cane amantissimo di quello lo 
scopri al seto, et fu causa del lor meritato ga- 
stigo. Hanno combattuto spesso per i padroni, 
et per il dolore della morte loro si sono lasciati 
morir di fame. Onde è che i prezzi dei cani 
sono stati in gran numero di danari, come che 
Alcibiade ne comprasse uno settemila dramme ; 
et quelli delicatissimi di Lione, piccioli, si sono 



199 
venduti a' nostri tempi sino in settanta scudi, 
apprezzati dai signori e principi Romani grandi. 

Il Gatto. 

Appresso ai cani sono utilissimi per le case 
non solo villereccie ma delle città i gatti, ani- 
male che sempre in sé rattiene alquanto del 
salvatico, né già mai affatto s' addomestica, 
come i polli. Questi non solo tengono netti i 
fieni, le biade et le frutte et ogni sorte di mas- 
serizie dai topi, lor capitali inimici dalla Natura 
ordinati, ma tutte le altre cose di casa, massime 
quelle che si tengono al largo et non serrate 
o racchiuse, alle quali rodendo con gì' acutis- 
simi denti i legnami et pertusandoli, non restano 
di fare offesa. Imperciò è da cercare con ogni 
studio di averne per casa di bonissime razze, 
tra le quali la migliore è tenuta la Soriana. 
Et di vero che si come questi appariscono più 
belli di vita, di manto, di pelo et grata disposi- 
zione et più grandi, cosi ancora riescono mi- 
gliori, più destri et più forti et avveduti a 
pigliare i topi. 

Si tiene per openione che quel gatto sia di 
lodata fattezza che più sia somigliante d' un 
picciolo lione, dal quale egli ritrae tutte le sem- 
bianze fuor che nella sottigliezza del collo et 
nelle jube. Addunque faremo eletta di cosifatti 
per cavarne buona stirpe, accompagnandoli 
quando vanno in amore, che è dalla bruma in là a 
febbraio. Portano tre mesi come i cani et simil- 
mente partoriscono, quando più e quando meno, 
insino in cinque o sette ; lascinsigline due in tre 



200 

ad allevare, et se gli dia allora in cibo carne 
assai, che possi sostentare i figli mentre gì' al- 
latta. Di poi se gli faccin cognoscere et guer- 
reggino coi topi, et ancora le serpi, le quali 
ammazza di pari naturalmente, si come con 
silenzio et con leggieri andatura et con occulto 
et sagace avvedimento ammazza, carpendogli 
pian piano, i piccioli uccelletti, lucertole et altri 
animaletti, dormendo fra giorno et di notte 
vegliando, vedendo con la sottil veduta degli 
occhi che ha lucidi e sfavillanti. Concepisce il 
più delle volte, stando in piedi il maschio et 
la femmina a giacere. Partoriscegli ciechi; né 
più va al maschio come abbi preso; ma il 
maschio per desiderio di montare infestandole, 
et resistendo loro, ammazza i parti; per il che 
ritornano per amor della razza a lasciarsi di 
nuovo montare. I maschi castrati con più av- 
vertenza custodiscono le case, non se ne par- 
tendo, come i non castrati che vanno in diliquo 
in gestro. Sotterrano i loro escrementi, perché 
non gli scuoprino; orinano dove è più netto. 
Impazzono o si sconturbano per l' odor del- 
l' unguento. Si dilettono assai i gatti dell'odore 
della valeriana et nepitella. 

Il Bue. 

Per la considerazione che esquisitamente si 
è potuta avere sopra i lavori della terra che 
fanno gi' uomini (il numero dei quali affermano 
mantenersi tuttavia il medesimo, poco dal più 
al meno, et essere circa a secento sessantasei 
milioni tra maschi et femine tuttavia) in quella 



201 

parte che ella s' esercita et coltiva per cavarne 
il frutto del vivere col sudore della fatica loro, 
non ponendo in questo conto quelle regioni 
dell' Indie, nelle quali è somministrato natural- 
mente da quella, per divina ordinazione, quello 
che basta per la vita, producendo da per sé 
frutti, erbe, radici et biade sufficienti a ciò ; né 
meno mettendoci quelli paesi pur di quelle 
bande, dove con poca fatica et in su la terra 
soda, con picciol foro fatto con un pinolo, semi- 
natovi il mahiz, in breve raccogliono quella 
barba che fa per entro '1 terreno, et postala 
a seccare la spolverizzano, et impastatala con 
aqqua, con poca et qualche volta ninna cottura 
ne fanno pane; né anco appresso questi com- 
putando quei luoghi dove fa quell' arbore che 
volgarmente si chiama noce d' India, il quale 
presta agi' uomini che quivi nascono tutte que- 
ste commodità entro un liquore di grandissimo 
nutrimento che serve per cibo e per bere, et 
di più fa vaso di sé stesso a questo effetto, 
inoltre come lino produce dentro di sé un filo 
stopposo atto a far tele, et 1' ultima scorza di 
fuori, del tutto densa et legnosa, serve loro per 
legne da abbruciare ; né anco ponendo in questo 
calculo coloro che avendo il sole per lor zenith 
et massime nelF ore del mezzogiorno, non po- 
tendo sofferire l' immoderato calore, strafelanti 
di caldo si stanno a giacere con la bocca su '1 
terreno per non essere soffocati da quello; et 
quando vogliono mangiare sedendo bassi, i più 
ricchi da' loro schiavi, i più poveri l' un l' altro 
si fanno gettare dell' aqqua addosso ignudi, per 
causare la grandissima afa, et mangiono et 



202 

beono a un tratto, sorbendo et succiando con 
una canna vota la vivanda che in un catino 
pongono in mezzo fra loro, fatta d' una com- 
posizione liquida di parecchio latte et farina di 
mahiz ; né meno quel luogo annoverandoci, dove 
la Natura ha provvisto di due miracoli, prima 
la copia dell' aqqua bisognevole a quella stanza, 
con una nuvola sopra a un arbore, che conti- 
nuamente pregna di quella la stilla giù per le 
foglie dell' arbore a sufficienza delle loro occor- 
renze, et l'altra seconda è, che seminando loro 
in su la terra ben anco poco lavorata una 
semente che è simile a un seme delle nostre 
zucche lunghe nostrali, ne nasce prima come 
un fungo, poi pigliando vigore cresce all' in- 
nanzi et diventa come un agnello, prendendo 
spirito et moto vivo, il quale si pasce 1' erba 
in giro che gì' ha d' attorno, non cercando punto 
altrove di pasturarsi, et non essendo mangiato 
da quei paesani, quivi si muore et marcisce, 
ritornando all' antica madre, come tutti i mor- 
tali; si che questi non si computando con i 
disopra detti tra gì' affaticantisi per il procaccio 
del vivere, cosi consueti a sostentarsi, non oc- 
correndo far sopra di loro il calculo, s' è fatto 
conto di tutto '1 rimanente, che per otto per- 
sone che si stieno oziose o in altri mestieri 
d' arti manuali occupate, s' affatica colui solo 
che la lavora: a tal che questo, che continua- 
mente maneggiandoci a trassinarla ne cava 
frutto, viene a far le spese a otto che si stieno 
a vedere. 

Ma conviene in questa sottile disamina- 
zione et coppellata discussione annoverare il 



203 

sudore et 1' esercitamento dei quadrupedi, che 
tirando l'aratro ne levano di fatica a quest'uno 
i tre quarti o forse i quattro quinti, arando 
tanto in un giorno con l' aiuto di questi, quanto 
non potriano lavorare da per sé soli venticinque 
o trenta uomini, destituti dell' aiuto loro. Per- 
ciocché anco si ritruova per esperienza che nove 
uomini reggono et comportano la fatica d' un 
cavai solo, ciò è che tirando un peso un cavallo 
dalla mattina alla sera, a tirar questo mede- 
simo peso reggeranno lo spazio medesimo et 
r istesso peso nove uomini ; et non punto di 
questi meno. Onde è che s' abbi in tanta stima 
il bestiame vaccino, et che e' bisogni per la 
coltivazione della terra con ogni diligenza et 
studio di procurarlo, fornirsi di quello, cercando 
insieme di mantenerlo non solo ma ampliarlo, 
non tanto per i lavori della terra, ma per gli 
altri usi che egli presta all' uomo, della carne 
di sé stesso, del formaggio, butiro e del latte. 
È stato lasciato scritto che una casa si addo- 
manda bene instituita, ordinata et finita, quando 
vi è il marito, la moglie e '1 bue, essendo di più 
commodo questo all' uomo, che non il cavallo 
qual si vogii altro quadrupede, come com- 
pagno di Cerere et ministro. Yaria la condi- 
zione dell' esser suo, nell' essere prima vitello, 
poi giovenco, appresso bue, et d' indi vecchio : 
et il padre toro, et vacca la madre. Sono da 
essere lodati i buoi più et meno, secondo la 
diversità dei paesi; gl'antichi commendavano 
assai gì' Epirotici, i di Campagna gli Etrusci, 
et oltr' ai monti i Pollacchi, i di Borgogna, 
d' Avernia, di Frisia, di Danimarca, di Cimbria ; 



204 

gì' Inghilesi et di Brettagna et d' Ungheria sono 
per carne eccellentissimi, come che non lavo- 
rano, rispetto a questo et alle buone pasture. 
Et per tutte le cose s' hanno a eleggere sempre 
gioveni, o per ingrassare o per lavorare, et cosi 
le vacche per questo et per mugnere; et più 
atte sono a portare il frutto le novelle vergini 
che le provate ('). 

Imperciò, volendo far razza di buoni buoi, 
conviene scierre i tori et le vacche con più 
avvertenza et di più lodata forma, che non 
per fare cascine et mandrie di vacche per ca- 
varne vitelli da mangiare et latte et butiro et 
formaggio; al che sogliono servire ancora le 
vacche minori, et alcuna volta in più d' un paese 
le rosse del paese di Trento, delle quali se ne 
scegliono le meglio fatte, alcune casalinghe, 
facendosi accarezzare una sola per casa di con- 
tadino, che come allevata a mano si fa dome- 
stica; et serve, ammazzato di corto che è nato 
il vitello per carne, a tener fornita la casa del 
padrone di latte, formaggio e butiro ; et queste 
in terra di Genova, tenute fuori la maggior 
parte dell' anno, provviste poi d' inverno dentro 
di fieni et erbe secche al bisogno, ne sogliono 
dar tanto, che a qual si voglia altra opera messe 
non fruttano a gran pezza; et di queste tali si 
formano le cascine ogn' anno, facendole ingra- 
vidare ai tori della sua razza; et in queste 
cascine si tengono, governano et custodiscono. 
Et deonsi a questo effetto eleggere luoghi piani 



(1) integrae potius quam expertae, è scritto sopra vergini 
che le provate. 



205 

o colline o spiaggie di buona pastura ripiene, 
et ancor montagne grasse et erbose, et talora 
anco in mezzo all' alpi, purché il verno si cam- 
bino loro i pascoli ai luoghi marittimi, et 
quivi a star la state si ritirino; et per tutto 
si tenghino sempre sicure, ove sia grandissima 
abbondanza d' aqqua et non manchi il pascersi. 
Ma se sarà in paese temperato, et che vi sia 
attorno larga pastura et spaziosi prati da jjoter 
ragunarvi gran copia di fieno nell' inverno, si 
potrà, voltandosi a. mezzogiorno in cosi fatta 
campagna, ove sia da poter avere più commo- 
dità d' aqqua o corrente o stagnante che non 
vi manchi, edificare loro stalle in foggia di 
capanne, non più alto di cinque braccia il comi- 
gnolo, et dalle bande tre et un quarto; lunghe 
quanto sia il numero delle vacche che bastino 
a nutrirvisi, et larghe quanto occorre, re- 
stando nel mezzo uno spazio di tre o quattro 
braccia, per far loro intorno i servigi che gli 
bisognino all' inverno ; et terminata una debita 
lunghezza, si rifacci un altro ordine di capanne 
rasente all' altro, del medesimo garbo. Siano 
queste tali capanne di sopra copertate di giun- 
chi, d' erba secca, di calami o di grossa paglia ; 
stia delle vacche una di qua et una di là di 
quello spazio; et dalle bande, non essendo il 
muro, come s' è detto, più alto di quattro bra- 
da, vi s' intessa a questa altezza un palco da 
sostenere il fieno sotto al tetto, che vi sia sopra 
fatto a comignolo, a cagione che ve ne stia 
maggior quantità et renda l' invernata caldo 
maggiore; et se non si possi ripor dentro tutto 
il fieno che possi bastiire, se ne facci fuori 



206 

dell' altra jjrovvisione, disposto in pagliai alla 
campagna, quali si manomettono passati i gran 
freddi, accostandosi la primavera; nella quale, 
finito il rigore della gelata stagione, si cavin 
fuori a pascere giorno e notte, rimanendo al 
sereno sino al primo di novembre in circa ; fac- 
ciansi in queste stalle larghi i serragli dall' una 
all' altra, perché 1' una non prema il figliuolo 
dall' altra, et la debole possa schivare i colpi 
della più gagliarda; siano lastricate sotto di 
buon gitto di ghiaia, o di lastre o mattoni con 
buon pendio, che le lordure scolino in un solco 
o canale fattovi nel basso, accomodati si che 
si possine tener netti et puliti con il calo di 
scorrer l'aqqua a lavargli; le mangiatoie sieno 
murate, o di buon legname di castagno, olmo, 
quercia o ontano, larghe et agiate da potervi 
star fieno assai; et sendovi aqqua corrente, si 
potrà dar loro bere a quei canali, se non si 
cavino ai truogoli murati di fuori a questo 
effetto; et vi si faccino anco da una parte di 
fuori peschiere grandi d' aqqua pulita et netta, 
ove le si possin lavare et rinfrescare nei di dei 
soli et tempi buoni. Siano ancora attaccate alle 
stalle, murate le case dei pastori et guardiani, 
con spaziose stanze a terreno da poter commo- 
damente maneggiarvisi per fare i formaggi, 
dispensare i latti, et più appresso, in luoghi di 
mezzana temperatura fra '1 caldo e '1 freddo, 
da conservare, tenere, scolare et rivoltare i for- 
maggi et i butiri. 

Nei luoghi per natura caldi non farà biso- 
gno di tali manifatture, et sarà assai che vi 
sieno alcune poche capanne da poter sotto 



207 
maneggiare i latti per tutti gì' usi et conser- 
varvegli per un poco; che del resto i bestiami 
potranno commodamente mantenersi alla cam- 
pagna, osservando con tutto ciò di tenerli l' in- 
verno nei luoghi caldi et la estate ai freddi, 
con il medesimo modo et ordine; et i tori po- 
tranno lasciarsi scorrere appartatamente, eccetto 
che nel tempo della monta, alla quale si richia- 
meranno; et alcuni gì' avvezzano a ritornare al 
suon del corno; ma meglio è mandare in volta 
delle vacche, che con più facilità sempre ove 
si vogli gli guideranno. Sono in alcune parti 
d' Europa, come nell' isola d' Irlanda et nel- 
r Indie, in quella di San Domingo et altrove, 
i pascoli di tanta abbondanza et tanta amenità 
d'aere, che tutto il bestiame vaccino vi si lascia 
stare senza cura alla rinfusa, et vi si tengono 
solo per cavarne le quoia, che è 1' ultima uti- 
lità che si cava da questi animali; oltre a che 
le cerne servono a molti usi di manichi di 
coltelli, ossi di lanterne, archi et le lor punte; 
a questi massimamente sono di grandissimo 
uso, et per ciò proibite d' uscire d' Inghilterra, 
per espressa pragmatica, per questo effetto; 
ove elle sono grandissime, si come le vacche 
et buoi più che in altra parte. La cura dei 
pascoli è di poca briga, perché basta ardergli 
nella fine dell' estate, affinché 1' erba esca poi 
più bella a primavera; et questo abbrucia- 
mento recria i più teneri pascoli; et arse le 
spine, non si lascia poi più ricrescere. 

Le vacche che si tengono per averne razza 
di vitelli da farne buoi atti al lavor della terra, 
si possono nei luoghi temperati tener di con- 



208 

tinuo in pastura alla campagna, et nelle istesse 
alpi et montagne cambiando i luoghi si man- 
tengono ; solo è assai che vi sieno capanne 
adattate per le stalle, che nei maggiori ghiadi 
dell' inverno le possine ricoverare. Né si tiene 
loro intorno il toro, perchè tuttavia le mole- 
sterebbe, se già non se n' avesse quantità grande ; 
et conviene, tenendolo fra esse, proibire che non 
si congiunga con esso loro, se non se nel tempo 
debito, con appartargli in luogo separato. Et 
dei tori s' aranno sempre per buoni quelli che 
saran corti di corpo, traversati et quadrati, con 
larga et spaziosa fronte folta di peli, di faccia 
spaventevole e aspetto torvo, di diritte orecchie 
et di dentro pelose, occhi neri et grandi, lunghi 
sopraccigli et morati, il corpo corto et grosso 
et più nero che d' altro manto, il collo che lo 
tenga altiero et elevato, superbo e grande; 
deono essere larghi di petto et spaziosi di lombi 

et di coda, corti di ('), le spalle ampie, le 

gambe grosse, nervose et ben fatte, con ginoc- 
chio rotondo et rilevato, la coda lunga, sottile 
et ben pelosa, la testa corta et la fronte larga, 
di corpo stretto et tondo, diritto e sdutto, 
abile a poter salire addosso alle femmine; non 
ventroso, che quelli che hanno grande trippa 
non possono comodamente montare le vacche; 
largo d'anche, non nano; largo petto, grinzoso 
e crespo ; sono ancora approvati quelli che sieno 
lunghi, ma non troppo alti. Il pelame sia pen- 
dente in rosso o oscuro, o che più s' appressi 
ad ambedue. 8e saranno mansueti et placidi, 



(') Qui una parola che non ho saputo leggere. 



209 

saranno più agevoli a andare alle vacche, et 
si lasceranno torre le femmine l' un l' altro : 
i bravi et feroci sempre fra loro per esse com- 
battono. Dei primi nascono i buoi un po' dap- 
pochi, ma forti ; et di questi sempre men pigri, 
e tuttavia gagliardi. Se bene il toro si può 
porre alla monta di quattordici mesi, più utile 
et migliore assai sarà che egli incominci a mon- 
tare di due anni finiti o tre, infino in sette, et 
poi si lasci; et facendolo principiare di quat- 
tordici mesi, faccisi durare sino in quattro anni, 
et farà con tutto ciò buona et forte razza; 
poi si dia via ; et facendo risoluzione di servirsi 
di buon' ora di quello dei quattordici mesi sino 
in quattro anni, se gli potrà far montare dalle 
trenta alle quaranta vacche: et a quello di 
tre anni o due, venticinque et non più. Diasi 
loro da mangiare avanti la monta della paglia 
et del fieno ben trito per fortificarlo, separan- 
dolo dalle femmine: né si dee ammettere alla 
monta avanti al solstizio. Alcuni gli tengono 
separati sin alla nascita della Lira; altri vo- 
gliono che i tori al tempo della lor monta 
paschino continuamente con i tori. Sono ancora 
certi che per meno briga, spesa, pericolo, et 
per più prestezza di possedere, amano di com- 
perare le vacche gravide; et a questo bisogna 
intendersi bene delle lor fattezze, perché se ne 
possi sperare razza buona. Ma queste gravide 
o quelle che si comperino per farle essere, 
sceglinsi che sieno nate et allevate in luoghi 
aprichi, aspri et foresti, anzi che vaghi et do- 
mestichi, perciocché si come in quelli elle rie- 
scono di tal fatta, che elle durano i dodici, 



210 

quattordici et sedici anni, cosi in questi reston 
deboli et durano poco tempo. Et in ciò si dee 
avvertire che quelle dei monti a solatio hanno 
la testa piccola, le come corte et i peli spessi, 
delicati, morbidi et lisci, et 1' altre delle valli 
o luoghi di verso tramontana hanno la testa 
grossa, le corna lunghe, i peli rari, duri e lun- 
ghi, che son buone vaccine per far carne più 
che da razza; et il tempo buono a capparle è 
quando elle patiscono più del vivere, che è 
quando sono consumati i fieni, tardando 1' erbe 
nuove, perché magre meglio si cognoscono a 
muoversi, et se sono gravide ; et 1' età a' denti 
meglio si discerne; et quando pur le sieno di 
testa lieta et corta, di occhi grandi e neri, le 
come non lunghe, ma graziose et delicate, le 
narici larghe, 1' orecchie piene di peli, la vita 
tutta lunga e grossa, le poppe ampie, distese 
et non raccolte; et questo è della maggior im- 
portanza del tutto; il pelame abbi morbido, 
corto et rosseggiante, o che penda in scuro; 
et tali sono da eleggersi le vacche, quando 
non si desideri di tenerne molta gran quantità. 
Ma volendo fame grande impresa, si deono 
eleggere che sieno altissime di persona e lunga, 
grandi e larghe di corpo, spaziose ne' fianchi, 
ampie di ventre, cosi la fronte e gì' occhi lar- 
ghissimi et ampissimi et neri, le come non 
ritorte, aggraziate e leggiere, né piccole né sot- 
tilette, ma di buona disposizione et fattura; et 
le ciglie inarcate et nere, l'orecchie pelose, di 
gran naso e bocca, collo grosso, larga groppa, 
simil corpo, feconde, sane et gagliarde; abbino 
due anni finiti o in su l' entrare dei tre, et 



211 
non manco ; et se prima le si ritruovin gravide, 
bisogna levar loro l' allievo, et per tre di durare 
a spremergli le poppe, e non le poi lasciar mu- 
gnere ('); che quanto più stanno che '1 toro 
non se gV accosti, più crescono ; et quando le 
passono dodici anni, sono inutili a partorire. 
Dureranno ben più quand' elle abbino la pastura 
in abbondanza, et non sieno inferme, ma sane. 
E ben vero che le vecchie danno più latte che 
le gioveni, approvandosi il proverbio che dice: 
le vacche vecchie il latte, et le galline gioveni 
r uova. 

Tengono alcuni che d' un anno elle sieno 
atte alla fecondità, ma cosi presto ingravidate 
non crescano, come interviene a tutti gì' ani- 
mali che presto s' ingravidano. Deesi fare ogni 
anno la scelta, per cansar via le vecchie non 
più atte a generare; et quelle vacche che 
occupano il luogo delle gravide sono da essere 
sequestrate, destinandole all' aratro o a tirare, 
non sendo elle manco dei buoi pazienti della 
fatica et del lavoro. In Alemagna et anco in 
altri luoghi si costuma di ingrassarle per carne. 
L' età loro si cognosce et si raccoglie dai nodi 
o cerchi che V hanno nelle come, come si scorge 
anco nelle capre. Alcuni a mezzo di primavera 
gli danno il toro, altri di luglio, che cosi verrà 
in dieci mesi il parto condotto a fine, onde si 
suol dire: le vacche et le regine hanno del 
parto un medesimo tempo; et innanzi si tiene 
per inutile ogni lor partoritura. In molti luoghi 
vogliono che s' ammonti tre o quattro di dopo 



(') mulctra è scritto sopra tnugnere. 



212 

il solstizio, si che al vegnente marzo poi o al- 
l' aprile mandino fuori il parto ; et quelli che 
vogliono il latte cosi dispensano la monta ('), 
affinché ogni tempo dell' anno avanzi la pa- 
sciona, et dalla primavera alla bruma l' ammet- 
tono. Con una monta sola si perfeziona (^) il 
concetto; che se per sorte fallisse (^), rifaccisi 
doppo venti di. Dicono che se i tori in coprendo 
la vacca s' aggravino su '1 destro lato, sarà 
maschio, se in sul sinistro, femmina; et è ope- 
nione che legando il sinistro testicolo al toro 
si generi maschio, et il destro femmina, et che 
di tratto cavati i testicoli, ammettendogli alla 
vacca, possin concepire. 

Il colore delle vacche dee essere come nel 
toro, sapendo che i negreggianti ,in alcuni luo- 
ghi, i negreggianti o i rossigni.... (^), perché i 
bianchi non son, di poi domati, di si buona carne 
et hanno il cuoio più tenero, come quelli altri 
più duro; et tanto avviene delle vacche, le quali 
essendo della fatta che s' è detto, saranno van- 
taggiate per la razza et ancora per tirare et 
lavorar la terra, per latte et per ogni affare, 
purché non si manchi loro del debito governo 
nei buoni pascoli. Et è da sapere che quanto 
più si dia loro del buon fieno, delle buone erbe, 
del panello di linosa et del sale, tanto più sa- 
ranno copiose di latte, et si mantengono bene a 
prepararsi al toro in termine di due mesi o 
poco più; et il far loro carestia di queste cose 



(1) fetum è scritto sopra movta. 

(2) appiglia scritto sopra perfeziona. 

(3) pererraret par scritto sopra fallisse. 

{■*) Manca qualche cosa a compir senso e discorso. 



213 
nuoce loro grandemente et le ritarda assai; 
et perché questo non segua loro, diasigli in 
abbondanza di quei viveri, et ogni giorno del 
sale. Et si dee ancora avvertire che quando le 
si fan rigenerare l'invernata, dopo che le sono 
state il maggio e '1 giugno et anco doppo San 
Lorenzo alla campagna, alle stalle delle cascine 
si dia sempre loro buon fieno asciutto e di 
buon' erba in quantità, si che n' avanzi sempre 
loro; né si racchiugghino di maniera al caldo 
in esse che ne patischino, ma sia mezzanamente 
lasciata sfogata, perché più mangeranno et vi 
staranno meglio. Et perché il freddo è molto 
lor nimico, conviene tenergli 1' inverno a pasco- 
lare in paesi caldi, et massime di monte, colline 
o coste di mare, dove siano pascoli d' erba verde, 
più che di fieno o paglia o altro cibo, et sieno 
luoghi spessi d' alberi che gli difendin dal 
freddo e vento, et l'estate si provvegghino di 
luoghi freschi di verdura, di piante di bassi pruni 
di roghi o altri, et di quelle pascono volentieri 
le foglie et le cime ; et cosi lieti s' intrattengono 
alle ripe dei fiumi che sieno erbose ; et meglio 
ancora si soggiorneranno dove 1' aqque piovane 
faccin paduli fermi, et maggiormente d' aqque 
che non sien fredde, perciocché con la beuta 
dell' aqque tiepide s'aiutano i lor parti; et se 
di inverno sia mancamento di viveri, facciasi 
provisione di foglie secche di quercia, d' olmo 
o d" altri ramacci soppassì. Mangiono volentieri, 
più eh' altro, di quelli d' olivo, perciò si deono 
riservare dei superflui et tagliare in quei tempi; 
et sopratutto piacciono alli vitelli teneri, che 
grandemente li ingrassono. Tra le paglie, fuor 



214 

del fieno, sono le migliori quelle di fave, del 
miglio, dell' orzo, di panico et lupini ; di men 
nutrimento è quella del grano, se già la non si 
tritasse minutissimamente; ancora i sagginali 
soppassì serviranno loro, i gambi di miglio et 
panico nelle necessità, et cosi tutte le sorte 
d' erbe che se gli secchino, purché quando si 
danno loro a mangiare si spruzzino ben di sale 
o d' aqqua calda. 

Nel tempo dell' autunno si può dar loro 
l'erbe che rimangono nei luoghi più caldi, et 
le frasche più verdi, di man in mano che elle 
cascono; le foglie de' sambuchi non sono rifiu- 
tate da loro, quelle di pioppo, albero et salcio 
fuor di modo gustan loro, frassino, olmo e 
pampani sopratutto gli pasce et nutrisce accon- 
ciamente. Et le vacche et buoi, quando hanno 
a durar fatica straordinaria, si fortificano con 
le ghiande mescolate con fieno et castagne, et 
con ogni sorta di farina di biade et di grano; 
vinacciuoli con i lor gusci, se vi s' avvezzino, 
gli gioveranno, cosi lavati come asciutti, pesti 
fra la paglia. Diasi loro il cibo in tre volte o 
quattro il di, et la notte lascinsi stare a riposo. 
Se gli possono anco per tempo seminare i suoi 
-viveri di vena, orzo, grano et sagginella dal 
gambo piccolo, di quella primaticcia, che semi- 
nata quando l' altra sempre viene innanzi et 
fa la pannocchietta prima; il cavolo fa lor 
male. Alle vacche o buoi che arano o tirano 
il carro, quando hanno il collo infranto dal 
giogo, spruzzisi con vin caldo et tirisi quella 
pelle che avanza loro in fuori, riposandogli un 
poco prima che mangino ; di poi si dia loro del 



215 

fieno et accanto da bere, et ricondotti alle stalle, 
cibo per tutta notte ; e se pur s' hanno a man- 
dare a pascere, abbin prima mangiato et beuto ; 
et quando beano il zufolare gì' aiuta. L' aqqua 
che hanno a bere sia chiara, netta, più tosto 
fredda che calda ; nelF inverno basta dar lor 
bere una volta, 1' estate due ; ma alle vacche è 
molto a proposito 1' aqqua de' paduli o di fossi 
fermi, sendo più calda; le fredde sono sempre 
da fuggire, perché impediscono loro l' impre- 
gnare; et son megli ori quelle dei gran fiumi 
che non quelle dei più piccoli, che s' augumen- 
tano per le nevi dalle montagne. 

I buoi di lavoro et le vacche hanno di 
bisogno d' essere tenuti ne' tempi freddi et 
tutta r invernata nelle stalle ben turate, ma 
dentro larghe et capaci, difese dai venti tra- 
montani, volte a mezzodì, situate in lato 
asciutto; o se non sia tale, faccisi con le 
ghiaie o pietre grosse o getto d' arena grossa 
et calcina ; et stia tutto a pendio nel mezzo, che 
vi scorrino et si possino ragunare le lor brut- 
ture con facilità ; con le finestre che non abbino 
bisogno di lume da oriente et tramontana, che 
d' inverno si tenghin chiuse, perché riscaldino, 
et di estate aperte perché rinfreschino: et più 
utile sarà assai ai buoi edificar loro le stalle 
doppie per il verno et estate. Accomodinsi in 
maniera che sieno volte a oriente e che possino 
vedere il fuoco che si fa, che cosi non saranno 
spiacevoli et grandemente s'addomesticheranno: 
oltre a che il fuoco fa lor consumare i cattivi 
umori, scacciare il freddo che hanno causato 
dalla fatica e dal mangiare, raccogliendo il 



21 () 

caldo della fiamma con il lor alito. Le stalle 
abbino distinte le lor mangiatoie, et tramezzate 
di modo r une dall' altre, che non possin torre 
lo strame che dalla sua, et tanto da terra alte, 
che bastino ad arrivarvi stando in piedi. Ten- 
gonsi legati con le funi di canapa, perché non 
s' oifendino, et quando tornano di fuori, lavinsi 
loro i piedi bene che non faccin l' ugna tenera 
o piaghe, et di estate non si sollecitino a fargli 
andare ratti, perché ne patiscono. Griova loro 
assai quando tornano dalla fatica stropicciargli 
forte e strofinargli con lo strame attrito, sin 
che si stacchi lor la pelle. Proccurinsi sopra- 
tutto di primavera, et massime le vacche gra- 
vide, che allora è tempo più facile a incorrere 
in malattie. Rimuo vinsi da dove egli stanno 
nelle stalle le galline et i porci; questi con 
i loro escrementi putrefatti sogliono ingenerar 
la peste, et quelli con questi et con lor penne 
cascate, inghiottite da loro, gli nuocono assai. 
Ancora le carogne et tutti i corpi morti fan 
loro con l' odor corrotto nocimento grande. 
Imperciò si tenghin loro le stalle sotto nette 
et pulite, et non v' essendo modo di lastri- 
carle, mutisi loro spesso la postavi sabbia o 
arena, facendo lor ogni sera il lor letto di 
paglia o fieno asciutto ; et nei tempi freddi non 
si lascin mai dormire al sereno, che fa lor troppo 
danno. Si possono ancora in queste stalle tenere 
i tori, in luoghi di esse che sieno dagl' altri 
separati da tramezzi et chiusi ben serrati. Se 
sieno buoi mansi da fatica o per ingrassare, o 
vacche, è bene condurgli alle stalle ai tempi 
crudi ancora di giorno, legandogli alle lor man- 



217 

ofiatoie, et cosi la estate in su la sferza del caldo, 
per causare i tafani e le mosche cavalline; et 
vi dimoreranno volentieri, mettendo del sale 
nelle lor mangiatoie. Piaceragli ancora assai, che 
la verzura che si dà loro si dia loro al coperto, 
et se le stalle sien lontane, diasi lor all' ombra ; 
et avvertiscasi a non dar loro bere quando sono 
grandemente sudati, scalmanati dal lavoro. 

Ma essendo che '1 toro ingrassato et pien di 
carne è più gagliardo et forte a montare, che 
magro et fiacco, si dee per due mesi avanti la 
monta dargli larga pasciona appartata dalle 
vacche, alle quali s'ha a fare il contrario; perché 
se elle sieno ben in carne et grasse, per due mesi 
innanzi che elle abbino a essere sotto al toro, 
si deono con lo scemargli cibo immagrire, affin- 
chè allentandogli la pasciona, alleggerite di 
carne et ridotte scarse et smunte, più agevol- 
mente s' impregnino; et il segnale che elle sieno 
disposte a ciò è che enfia lor la natura, et che 
elle istesse come infuriate vanno cercando dei 
tori, et incontrate non eh' altro ne' buoi saglion 
loro addosso. Questo cognosciutosi dal capo 
vaccaro, con cura et riguardo di non essere of- 
feso da loro, il che gì' avverrà fatto con qualche 
vacca delle manse, in compagnia dee introdurgli 
loro, et ad una ad una farle coprire due volte 
per una in due mattinate, avvertendo poi di 
cansarle in luogo appartato et tenerle legate, si 
che le non possin ritornare dal toro, e '1 toro 
ritrovar più quelle ; perché se ben resta gravida, 
la non si sazia si come lui, et si disfarebbe in 
poco spazio di tempo. E difficile a cognoscere 
se restan gravide, perché se ben sono restate, in 



218 

ogni modo ritornano ai tori ancora, come s' è 
detto, doppo venti di instantissimamente. Dove 
è grasso il pascolo possono ogni anno allevare 
un vitello, massime quando sia erba abbondante 
di prati ; et dove sia magro, uno si et l' altro no ; 
il che si dee fare ne' luoghi buoni a quelle che 
lavorano, et perché i vitelli lattino un anno, et 
non sia la gravida dalla fatica aggravata, anzi 
ben tenuta, pasciuta et munita di buon pascolo, 
lasciando loro il latte per ristoro anche quando 
han partorito. Giova loro il citiso, orzo abbru- 
stolato e robiglie messe in molle, o tenere erbe, 
mescolandovi miglio arrostito, macerato nel latte 
con sale assai, perché le fa bere et beendo cre- 
sce il latte; di ellera et viti songli buone le 
frondi, saggina, gramigna, vena verde, fave ba- 
gnate, fave trite molli. Et se le vacche non 
aspettino il toro, bisogna pestare la midolla 
della squilla, mescolando con aqqua, et soffre- 
ghisi con quella la natura; et se sieno i tori 
pigri et renitenti a questo atto, abbrustolisi una 
coda di cervio et tritisi stemperandola con vino, 
et strofininsi i testicoli del toro ; et questa ricetta 
non pur farà effetto ne' tori, ma in tutti gì' altri 
animali. Se ne fa anche lor venir voglia, stro- 
piccig-ndo loro intorno al naso e '1 naso istesso 
con un panno, con che prima si sieno soffregati 
i lor testicoli, di modo che rappresenti a essi 
r incorporato lor odore. Può il toro montare 
più di due volte il giorno, se ben è 1' uso non 
lo far montare più di due. In molti luoghi 
hanno i tori et i verri bannali, che cosi come 
egli a tutte le vacche sopperisce, cosi egli a 
tutte le troie. Scrivono che i tori pendenti in 



m 

rosso diventono al tutto tìeri et selvaggi, da non 
si potere in modo alcuno maneggiare o addo- 
mesticare, come i liofanti co 1 bianco et i lioni 
con gì' occhi limi avere il guardo ('). 

I vitelli nati alcuni gli lasciono poppar le 
madri; ma di poi si facci in modo che non 
restino a dormire con esse, perché si tritano 
et infrangono; altri gii levono dalla poppa 
delle madri, et in disparte sin che sieno da 
poter pascer l' erbe gli nutricano et allievano 
con il sielo del latte mescolato con la crusca 
o farina cacciatavi dentro; ma, o si ratten- 
ghino per arare et lavorare, o tirare o per 
razza, in tutti gì' affari è di bisogno di pascoli 
erbosi, perciocché ancor che sieno di bella et 
nobil razza, abbandonati dalle buone pasture 
non prenderanno giusta grandezza del crescere 
et augumentare, perché il buon pascolo fa tutte 
queste cose a perfezione. Conduchinsi poi i vi- 
telli nati alla campagna con le madri, ove sia 
erba fresca et tenera, in giorni quieti, sereni et 
senza vento. Fa lor bene qualche zuppa di miglio 
duro, trito nel latte ; la saggina cotta et la sem- 
mola pura anco gli giova, et fregargli la bocca 
co '1 sale; et fatti grandicelli, che non hanno 
più di bisogno di latte,, segnino le madri per i 
pascoli buoni di giorno et non di notte, sin che 
s' addrizzin senza esse a star con i maschi ; 
et le femmine allevate al medesimo modo si 
lascino star con esse; et anco quelli con i buoi 
fatti cavandogli a pascere, lascieranno il desi- 
derio del poppare; et se sia caldo di estate, è 



(*) Dice cosi, né so che cosa voglia dire. 



220 

bene che stiano in luogo sicuro et tutta la notte 
a pascere ; et i vitelli si tenghino racchiusi nelle 
stalle, affinché ritornando poi [le vacche] ben 
pasciute gli allattino più abbondantemente, né 
gli noino di ciò mentre pascono, et tanto più, 
se siano aiutati di latte da alcune che non siano 
restate gravide: et i cosi fatti sono i migliori 
che capitino ai beccai per mangiare. Et sono 
alcuni che a ciò gì' ammazzono di venticinque 
o trenta giorni ; ma sono più delicati et migliori, 
come di più sustanza, di cinquanta o sessanta, 
se durin cosi a essere tuttavia piene di latte 
[le madri]. Ingrassonsi anco, dando loro nel latte 
pane stritolato et sale in quantità: et aggiu- 
gnendovi zucchero saranno delicatissimi. Et le 
vacche vecchie ancora, dimesse dalla monta, s' in- 
grassano con questo latte, che vi siano intrisi 
dentro minuzzoli di pane et molto sale, dando 
poi loro delle fave et rape, tagliandogli la pelle 
per il fianco intercedendola, et fra pelle et 
carne 1' empiono, dandogli poi da mangiare in 
abbondanza, et bacchettandola ogni giorno o 
scamatandola in su la pelle da mattina, poi 
seguitare di nutricarla di latte, minuzzoli di 
pane et sale, farà la carne soffice, lattata et 
grassa, come si fa la sommata. 1 buoi come 
quelli d' Ungheria et d' Inghilterra et Polonia 
che non lavorano, affaticandosi per tutti questi 
luoghi i cavalli come gì' asini in Savoia, [s' in- 
grassano] con dar loro semmola in quantità 
mescolata con rape, navoni et poponi et cetriuoli 
minuzzati, sapendosi che il lavorar la terra 
rende la carne suzza et men saporita. I lupini 
cotti, prima fatti dolci, grandemente gì' ingras- 



221 

sano ; et cosi le vitelle et vitelli, dando loro con 
crusca tutte 1' erbe degl' orti mescolate, et lavan- 
dole con r aqqua calda al sole, poi mettendole 
calde a dar lor mangiare nelle loro stalle pur 
calde. 

Deonsi comperare i buoi distrutti, ciò è 
quando non sieno ancora ben pieni di carne, 
di marzo; et utile è comperargli dai luoghi 
vicini che da altri, perché quelli dei paesi vi- 
cini sono megliori dei forestieri, che non hanno 
a provare diverso cielo; et per tirare si com- 
perino conguagliati, perché superando T uno 
le forze dell' altro non abbatta il compagno. 
Cerchisi che sieno mansueti, arguti, et che 
temino le grida et le busse, et che non abbin 
•paura né dei ponti, né del passare dei fiumi, 
et che sieno appetitosi di molto cibo, ma nel 
trangugiarlo tardi e lenti, perché questi meglio 
digeriranno et da vecchi meglio s'ingrasseranno, 
et massimamente co '1 cavolo minuzzato mace- 
rato in aceto forte, di poi paglie scosse et trite 
mescolate con farina d' orzo o grano, per cinque 
o sei di, che dilati et allarghi il ventre et 
la pelle per ingrassare, et massime dandogli 
a bere aqqua tiepida, il che alle vacche fa 
ancora utile alla partoritura. Di poi se gli dia 
il suo mangiare solito, ampliandolo di per di, 
secondo che ne consumino. D' inverno al primo 
canto del gallo, poi all' alba, d' estate avanti 
il levar del sole, sia la prima prebenda, poi 
a mezzodì, et d' indi a sera, dando lor bere, 
come s' è detto agi' altri, una volta il di ; et 
se bene appetiscono 1' aqqua torbida, è meglio 
la netta et pulita, purché sia di fossi ferma. 



222 

Delle vacche vecchie la vendita è d' agosto o 
di settembre, et dar via si deono anco le ste- 
rili, le quali tutte ingrasseranno anco da per 
loro, nei grassi pascoli abbondanti di tutte 
sorte erbe. 

È la carne di tutto '1 bestiame vaccino et 
vitelle et vitelli sino ai tre anni molto di buon 
sapore, et stagionata più che in altra età sino 
ai tre anni, pur che non abbin faticato, che 
questo è sempre meglio, come si vede nei 
detti di sopra et ne' fenchi di Sicilia che non 
hanno lavorato, e sono bonissima carne, sani 
et delicati in quella giovinezza, poi diventano 
carne melancolica, ma al gusto sempre saporita ; 
come quelli d' Inghilterra, che ancora che sieno 
di bestie vecchie, sono eccellentissime per la 
bontà della pastura di quel paese et dell' aere 
che se li confà. E cosa certa che una vacca 
pasciuta bene, in buon paese, et di buon' erbe 
et fieni, darà più di duecento libbre di latte 
l'anno, che farà più di duecento di formaggio, 
capi di latte, fuor di questo, butiro, agre, ricotte 
et altre cose; et i formaggi fatti di vacca, che 
non passino cinquanta oncie, si tengono meglio 
insieme, riescono più pastosi et megliori di 
quelli che sono cento, centoventi, centoquaranta 
et più, pur che siano ben tenuti, il verno in 
luoghi caldi, ben unti con olio d' uliva, et in 
luogo fresco ma non umido la estate, et simil- 
mente ben unti, et non mai, perché non riscal- 
dino, r uno sopra l' altro, ma distesi, et non 
essendo tanto alti quanto quelli, che talvolta 
sono un palmo, et questi quattro o sei diti, 
ricevendo meglio di loro il sale e 1' unto. 



223 

Ma differenziatamente bisogna governare il 
latte nelle tre stagioni dell' anno, perché essendo 
r una fredda del verno, l' altra calda dell' estate, 
et temperata 1' altra dell' autunno che alla 
primavera corrisponde, si può cavare dalla 
prima butiro assai, il che non si dee fare nel- 
l' altre due, perché allora il latte s' appanna 
più facilmente, e non è tanto danno a smagrire 
quel formaggio, per non essere di molta stima 
quanto l' altro della primavera, estate et au- 
tunno, poiché questi sono i più delicati, butirosi 
et migliori. Lodasi adunque il cavar butiro 
assai nel tempo dell' inverno, perché quel for- 
maggio che si fa allora non è in conto et se 
ne fa poco, rispetto alle vacche che si truovan 
pregne o che lattano i loro vitelli; et anco 
perché, rispetto al freddo che non lascia infor- 
zarlo, si serba il latte di tre o quattro volte 
che le si mungono, perché nel caldo tenuto più 
d'un giorno si guasta; et ancora perché non 
si doverebbe mai cavare più di due libbre o 
due e mezza di butiro per libbre duecento 
di latte in circa. Ma meglio è ancora non ne 
cavar niente, perché il formaggio si fa più 
delicato et gentile et più acconciamente si man- 
tiene, et a ragguaglio 1' un dell' altro è di peso 
megliore. Sarebbe ben più pericoloso di guastarsi 
quando si mancasse di rompere la giuncata 
benissimo, ma chi è ben pratico, un solo la 
rompe co '1 bastone, di modo che non appa- 
risca d' esservi stata ; ma ancora, come eli' è 
ridotta al fondo, se gli dia un po' più di fuoco 
del solito, affinché quel formaggio non si gua- 
stasse, sendo si morbido; come farla se non 



224 

fosse perciò un poco più cotto dell'altro. Poste 
addunque cento libbre di latte nella caldaia, 
colate al fuoco finché è tanto caldo che si possi 
sofferire co '1 braccio ignudo, vi si pone anco 
dentro tanto zafi'erano pesto che stia sopr' una 
ugna; et come è ben rappreso illatte, si rompe 
co '1 bastone rotondo et ben bianco quanto si 
conosce bisogna; per il che sendo la giuncata 
ridotta al fondo della caldaia, co '1 braccio 
pulito si caccian le mani nette fino al fondo, 
volgendo et rivolgendo quella massa, finché si 
cognosce essere ugualmente cotta et alquanto 
soda et tonda, di modo che la levi fuori, cac- 
ciandovi sotto un panno ben bianco o un ma- 
stello, pala o mestolone, et la poni nella cer- 
chiatura sopra la tavola a premere carica di 
sassi, alquanto pendente perché esca fuori et 
scoli il brodo tutto del latte superfluo ; la quale, 
cinta e stretta quanto occorre alla grandezza 
del formaggio che si vede dover riuscire, cuo- 
presi appresso con un' asse rotonda, mettendovi 
sopra pietre di buon peso; et meglio sarà una 
pietra sola che arrivi a tutta; né vi si fa altro 
sino alla mattina seguente; la qual massa, per 
essersi ridotta in bel formaggio, si porta alle 
stanze della cascina fatte i^er ciò a terreno et 
ordinata a simili formaggi, con l'asse sopra le 
scalee di mano in mano, non facendovi altro 
che rivolgerlo ogni di, fin che '1 quarto o '1 
quinto cominci a fiorire come farina; et allora 
vi si dà un po' di sale minuto, et il simile si fa il 
seguente giorno dall' altra banda ; il terzo di si 
pone sopra 1' asse dove si tengono i formaggi, 
et levatagli la fascia uou se gli fa altro che 



225 

nettarlo, stropicciandolo con uno straccio; et 
cosi netto si lascia sino al seguente di, affinché 
egli asciughi et indurisca. Di poi rimessagli la 
cerchiatura et salatolo alquanto di più da quel 
lato dove fu prima salato, si ripone sotto a 
quattro o cinque formaggi fatti prima, che pur 
si salano; i quali un di si nettano senza fascia 
separati, et l' altro seguente di si salano con 
quella, ponendoli in fila sotto 1' uno a 1' altro, 
sino a cinque diritti a piombo; et vadasi cre- 
scendo '1 sale ogni terzo giorno, et negl' altri si 
mettano al modo detto, sin che pigliono del 
sale, levandogli et rimettendogli le fascie, sinché 
in venticinque o trenta di o poco più, si cogno- 
sca alcuno essere più duro et l' altro più tenero, 
come più fatto o men fatto o fatto; si come 
i sieli son diversi, i quali o per poco fuoco o 
per troppo restano ben disposti o male a rice- 
vere il sale; o secondo la differenza dei tempi 
variando, massime i settembrini, i quali vogliono 
sempre di volta in volta poco sale et minutis- 
simo; altramente si fa si duro, che non accet- 
tano poi il lor bisogno. Levati poi del sale, 
com' eglino non ne ricevono più, per quattro 
o sei di si segue di rivolgergli ogni di, sin che 
sieno asciutti, di poi si raspano et puliscono da 
tutti i lati et attorno, con il coltello fatto a posta 
co '1 taglio grosso, et allora portati nell' altra 
stanza della cascina, fatta per ciò in palco, pur 
fornita d'asse sopra scalee, si volgono ancora 
per quindici di o venti, et si nettono ogni 
volta con le mani o con una stamegna, et s' un- 
gono con olio di lin seme o d' ulivi, fregandogli 
benissimo con le mani, né proccurandogli altra- 

15 



226 

mente che con il rivolgergli ogni quattro o 
sei giorni sottosopra, stropicciandogli pur con 
le mani ogni volta, tenendo bene spazzate l' asse 
dove stan su, osservando tutto questo, sin che 
abbino passato sei o otto mesi, et anco risguar- 
dando se rimostrino qualche difetto di fessura, 
crepatura o schianto, o di tarlo che lo rodesse, 
o che si gonfiassero; et a questo non è meglio 
che dar loro espedizione et mangiarsegli ; et 
gettando fessura o tarlo, s' unga con olio quivi, 
perché si sanificheranno et conserverannosi in 
ogni modo, et anco con butiro marcio o olio 
di uliva, et con questo si ungono da principio; 
ma meglio è quel di lino o la sua morchia, la 
quale è meglio, per stare più tosto a matu- 
rargli; et questi due sono più a proposito per 
conservare simili formaggi et per dargli più 
bel colore, che pende alquanto nel vermiglio; 
et r oglio d' uliva et butiro gli fan pallidi e 
scoloriti. Et passato l' anno, trovandosi netti, 
non occorre loro altro che rivedergli ogni mese 
o due et rivoltargli, avendo lor cura da' topi, 
et a tener pulito et spazzato dove stanno. Et 
chi brama di lasciargli bene invecchiare et che 
bastino assai, gli cacci in un gran monte di 
miglio o nel seme del lino, bene unti ; et quello 
gli mantiene nel freddo caldi, et quello tut- 
tavia gli conserva freschi, et quello gli giova 
a fargli maturare ; ma nell' oglio d' uliva o di 
lino si conservano unicamente morbidi, grassi, 
buoni et teneri. Et chi gli desidera avere di 
prima qualità, tenga per ogni trentacinque o 
quaranta vacche cento pecore, et mescoli quel 
latte insieme, che riuscirà al certo più saporito 



227 

et delicato, et di miglior peso si manterrà; né 
v' è altra differenza se non che n' esce un poco 
bianco, ma dandogli quel poco di zafferano 
resta colorito. Ancora le ricotte salate che si 
fanno di questi due latti mescolatamente son 
megliori che di latte di vacca puro, et si ca- 
vano, fatto '1 formaggio, con la mestola di legno 
forata al fuoco, dandogli quella forma et gran- 
dezza che si vuole. 

Di quello appannamento che fa da per sé 
il latte in cima, o panna che vogliamo dire, 
oltre a che si può dire che sia capo di latte 
naturale, se ne può servire in più mesticanze 
di cibi, et quanto è più di latte fresco, tanto 
è megliore, et massime per fare della rosata 
con i rossi d' uovi freschi, et torte di latte ; 
et quelli vi si sbattono dentro al fuoco, et 
dimenando sin che appigli et assodi, con aqqua 
rosa et zucchero a fuoco lento, et a poco a poco. 
Fassene ancora diverse sorte di paste et ravioli; 
et messa questa panna in un bacile netto con 
aqqua rosa, si sbatti et si rivolga con un 
mazzo di bacchettine legate fitte dal manico 
et rade nel resto, riducendola in schiuma, la 
quale si va levando con una mestola forata di 
mano in mano secondo che si fa (ponendovi 
sopra del zucchero grattugiato) et si pone nei 
piatti, seguitando però di rivolgere, sin che 
tutta sia ridotta in schiuma; et cosi si fa il 
lattismelle, che par giusto schiuma di nevi. 
Et la panna raccolta con mestola di legno, 
et con le mani pulite diligentemente, si pone 
a fuoco in un caldarino ben netto, la quale, 
movendosi con un bastone bianco di continuo 



228 

fin che la si gonfia, et levata allora dal fuoco, 
et messevi due oncie di zucchero per libbra di 
quella, non mancando a muoverla col mede- 
simo bastone, finché vi si possi tener dentro il 
dito mignolo, facendola poi passare per lo stac- 
cio o pezza di lino rada; et fatto ciò, ponen- 
dovi il caglio distemperato con 1' aqqua fresca 
o rosa, et ponendo tutto in gran piatti o tazze 
a rafi'reddare et pigliar corpo, cosi si fa il capo 
di latte migliore di tutti gli altri ; et con questo 
mescolando i due terzi della ricotta, et facendo 
un corpo, rimestando bene, si fa la fiorita. Et 
per far l' agra, che ordinariamente s' adopra per 
fare che '1 fiorito divenga poina o ricotta, s' ha 
tuttavia un vassello, del quale ogni di si cava 
queir agra che ne bisogna, et altrettanto brodo 
vi ritorniamo, tolto subito dalla caldaia della 
ricotta, a ciò che non manchi mai. Della quale, 
di vacca et di pecora o capra, volendo estrarre 
il butiro che vi è dentro, fa che sia fresca et 
ponla in un mortaio di marmo bianco et co '1 
pestello di legno sfalla, girando intorno finché 
diventi liquidissima ; et tutta raccolta, gittala 
in una catinella pulita d' aqqua chiara, dove 
subito fra 1' aqqua si disbatta con una mestola 
o mestolone di legno, con prestezza frequentis- 
simamente; il che fatto un poco, raccogli la 
materia che viene a galla, et poni in un piatto 
di terra, et torna a sbatter come prima, finché 
di nuovo venga a galla, et metti in quel piatto, 
che sarà la metà butiro e '1 rimanente ricotta 
gentilissima et delicata. Ma volendo far del- 
l' agra nuova di nuovo, et in nuovo vassello, 
si piglia per l' ordinario d' una bigoncia di 



229 

latte, facendovi il buco di dove si cava 1' agra, 
non appresso al fondo, ma alto da quello quattro 
o cinque dita, affinché vi resti la feccia e si 
cavi solamente quella che fa di mestiero; et 
poi tolto il vasello, acconcio come s' è detto, et 
posto dentro il detto brodo puro semplice e 
netto, vi si mette un pane di lievito rotto in 
più parti et un pugno di sale et dell' ortica ; 
cosi si fa perfetta in tre o quattro giorni, che 
non si guasta mai. Il gaglio poi si piglia da- 
gl' interiori dei vitelli maschi et femmine, il 
quale è tanto megliore, quanto si cava da questi 
animali che sieno molto ben grassi; et subito 
che s' è spiccato dalle budella si sala et si ri- 
chiude con cucitura d' uno stecco aguzzo, come 
se fosse la borsa dei testicoli, et poi s' attacca 
a dove sia fummo, lontano dal fuoco, perché 
s' asciughi et secchisi. 

Quanto poi al tempo del far andare le vac- 
che alla monta dei tori, è idoneo del mese di 
maggio, giugno et luglio, perché vengono poi 
a partorire in tempo accomodato alle pascione, 
et per far molto latte, stando elle gravide nove 
mesi et partorendo nel decimo, si che l' impre- 
gnate di giugno vengono a partorire il vegnente 
aprile, di maggio al marzo, di luglio al maggio. 
Con tutto ciò è chi stima che il tempo solo di 
dar loro il toro sia del mese di febbraio et di 
marzo, et non d' altri mesi innanzi né doppo, 
ancora che elle fossero in amore (sendo che 
ordinariamente le ritornano al toro più volte 
r una doppo 1' altra nella primavera) perciocché 
elle partoriscono poi di novembre o dicembre 
a venire, onde sono appunto a tempo di dare 



230 

il latte ai loro allievi quando mangiono i fieni; 
il nutrimento che si cava dai quali non è cosi 
buono per far formaggio delicato, come quando 
si pascono l' erbe doppo mezzo febbraio sino 
a tutto ottobre; et questa si tiene la vera di 
tenere le vacche affilate, come si dice, et non 
fare come avviene agi' altri, che non tenendo 
questo ordine et dando il toro in diverse sta- 
gioni senz' ordine, variono i latti ; la qual cosa 
è cagione di fare i formaggi cattivi. Ancora, 
scelti i vitelli ben fatti et di buona sorte, si 
allattano poco più di sessanta di; imperciò si 
comincia a dar loro fien buono o ver dell' erba 
secondo i tempi, quando hanno passato quaranta 
giorni, affinchè a poco a poco s' avvezzino a 
mangiarne; et i vitelli che per il lavoro si 
trascegliono a castrare, et a tirare il carro et 
traini, et similmente fatti buoi, vogliono essere 
più appresso che si può alle fattezze del toro 
che altro ; et primamente sopratutto, che abbino 
ampio et spazioso ventre; et deono essere tolti 
di quel paese ove s' hanno ad adoprare, et quelli 
di piano eleggergli dei luoghi piani, et quelli 
del monte per il monte ; et se occorra pigliargli 
di luogo forestiero et assai lontano, sian più 
simili et si confaccino il più che si può al luogo 
dove eglino si conduchino a stare, et caccinsi 
sempre di paese freddo per stare nel caldo, 
anzi che di caldo per dimorare nel freddo; et 
quelli che si comperono si procaccino che sieno 
da' quattro agi' otto anni, siano agevoli, vivi, 
non brutti ne macilenti, che sempre si risve- 
glino et si risentino al grido, che a questo 
modo non occorrerà tanto il pungolo ; et quelli 



231 
elle lianno a ire in coppia a una carretta o 
aratro deono essere uguali di statura, di corpo, 
d' altezza et colore et fazione et di pareggiata 
forza ; cosi tireranno d' accordo et s' ameranno 
insieme; siano membruti, sani et scarichi, au- 
daci et animosi, che non abbiano paura né di 
fiumi, né di ponti, et che non aombrino in cosa 
alcuna, mangino bene et siano ben mantenuti, 
né troppo grassi né troppo magri, per poter 
ben reggere alla fatica, l'invernata come l' estate. 
Cosi, essendo presi dal paese proprio o vicino 
o somigliante, non temeranno la mutazione del- 
l' aere né dei terreni. Quelli di pelo nero son 
buoni ma un po' duri, i bianchi sono delicati 
et perciò deboli, i rossi sono forti et gagliardi 
et perciò da essere eletti. 

L' aqqua fangosa e sporca è lor molto 
nimica et nociva; imperciò diasi loro sempre 
chiara et limpida; et intorno alle loro stalle 
et mangiatoie non bazzichino mai né polli né 
porci, perché lo sterco di questi mescolatosi 
co '1 fieno nuoce loro alla vita, come le penne 
di quelli. Tenghinsi netti et si faccino ripo- 
sare sopra la paglia asciutta, fregandogli, come 
s' è detto, et anco mattina e sera streglian- 
doli, che ne piglieranno grandissimo gusto et 
conforto, et gioverà loro assai; et utile ave- 
ranno a non essere affaticati oltre alle lor forze, 
con lasciargli la notte riposare et ruminare 
agiatamente. Ancora s' ha a sapere, che si come 
i galli si castrano per ingrassare, et di questa 
maniera megliorano la lor carne, cosi i tori, 
per questo et per ammansargli a poter essere 
maneggiatigli, et rendergli più obbedienti al 



lavoro, si castrano, et castrandosi da piccoli la 
lor carne si fa megliore, et loro non son tanto 
pericolosi et fieri, ma riescon più deboli; a tal 
che, castrandogli di cinque o sei mesi, non riescon 
tanto, né han tanta forza. Imperciò per questo 
tempo sia per mangiargli gioveni; ma volen- 
dogli per questo et che rieschino di buona 
fatta, si castrano d' un anno ; et avendo a ser- 
virsene a tirare o al lavoro, perché riuscirà più 
forte et indurato, faccisi questa operazione 
quando egli ha due anni. 

Eleggasi, quando s' ha a fare ciò, la giornata 
quieta, che non sia né fredda né calda, ma queta 
et temperata, sia luna scema et nel tempo del- 
l' autunno ; se si castron piccoli et teneri, si 
possono anco castrar di primavera, tagliando 
loro i testicoli affatto et ugnendo la ferita ricu- 
cita co '1 butiro fresco, et cosi alle femmine, 
avendo tagliato le matrici loro. Puossi ancora 
adoperare a far ciò ai maschi una mazza di 
legno sfessa, et strette le corde dei testicoli con 
essa ben serrata insieme, vi si tenghi tanto che 
ammortischino et dirompinsi ; cosi in breve per- 
dono il senso et si seccono; et avverrà questo 
meglio fatto, strignendo con quel legno a poco 
a poco et non tutto in un tratto. Se sieno di 
due anni, et veglisi fare a questo modo, gettinsi 
in terra, legati loro tutti quattro i piedi, ma sia 
prima stesa sopra la terra qualche cosa morbida 
d' erbe o di fieno, o si cacci in quello instru- 
mento che si addomanda travaglio; et tenuto 
fermo si che non possi muoversi, si leghino 
strette le corde dei testicoli sopra loro con due 
bastoni, et come sien ferme, serrate bene insie- 



233 

me, Con prestezza si taglia sotto rasente il ba- 
stone la corda del testicolo, lasciando 1' ultima 
parte loro attaccata ai nervi; cosi non perico- 
lerà il vitello, né perderà in tutto la forza 
genitale, ma si ben di generare, et manterrà la 
forma del maschio ; et è cosa certa, che ammesso 
subito a montare, farebbe l' opera in ogni modo ; 
ma non è da lasciarlo far ciò, perché se gli 
diromperebbe il sangue et facilmente se ne 
morrebbe. Questo taglio di ferita si sana con 
cenere di sarmenti calda et schiuma d' argento, 
stemperate nell' olio d' uliva. Avvertiscasi d' un 
di innanzi a non dar lor bere, et poco cibo et 
bere doppo per tre di. Son lor buon cibo in 
questo termine le cime degl' alberi fresche et 
r erba tenera, sempre con parco bere. Ancora si 
può medicare quella piaga con pece distrutta, 
cenere et olio d' uliva tutto caldo, avvertendo 
che non la danneggi il succio delle mosche et 
che non si strofini. Oltre a questo, si può ancora 
pigliare la borsa del toro et ritorcergli le punte 
dei testicoli, si che si rivoltino sottosopra, et 
alzargli et stringerli dall' alto della borsa ; et si 
leghi la borsa dei testicoli di sotto con un buon 
nastro. Ma la più diritta et breve è strignere i 
testicoli con una morsa da maniscalco ben ser- 
rata, et tosto tagliargli affatto, et con un ferro 
affocato incendere il taglio; et anco si può ta- 
gliargli con un coltello affocato che tagli bene, 
et di poi ugnere con olio d' uliva caldo ; si 
può ancora fargli spiccare dal fuoco morto, 
posto di sotto a dove si stringono con la 
morsa, et medicare quel cauterio, bagnando 
con vino o con pece liquida mescolata con olio, 



234 

gettandovi sopra ancora cenere di sarmenti 

calda bene. 

Castrati che sono, è di mestieri trattargli 
bene del mangiare, con pascergli secondo le sta- 
gioni; ma non si lascino ber molto, giovando loro 
in questo stato patir la sete. Accarezzinsi talora, 
con il dargli alquanto di sale, stropicciando lor 
ben la testa, fregando loro il corpo, et tenen- 
dogli legati mentre stanno nelle stalle; et scelti 
poi i compagni d' altezza et fattezze uguali et 
forza, s' accoppino et si tenghino similmente 
legati alla mangiatoia, che sia sempre agiata et 
larga nelle stalle simili, accosto l' uno all' altro ; 
et cosi, quando si mettono a pascere, siano legati 
a due per due con una corda insieme, mostran- 
dogli alcuna volta quelli che arano o tirano il 
carro, conducendogli ancora qualche volta dove 
sia concorso di gente assai, romore di mulini, 
di pescaie, gualtiere, et di diversi animali. Et 
come s' approssima il tempo di farli trainare o 
arare, che sia quando hanno trenta mesi in tren- 
tasei, che non facci caldo o pioggia, si farà loro 
portare il giogo qualificato alla loro età, et dopo 
quattro o sei di vi s' attacchi un legnotto con 
la catena trasciconi, perché non si spaventino, 
et doppo altrettanti si attacchi a quella catena 
un peso maggiore di legno o altro; mettansegli 
innanzi i buoi che tirano il carro et l'aratro; 
pruovisi finalmente ancora a loro, et s' affatichino 
da prima con destrezza, et con ogni sorte di 
discrezione et avvertenza il primo anno. Giova 
ancora da prima ammansargli con mano, trassi- 
nandogli per tutta la vita, spruzzare loro del 
vino nel viso, et stropicciargli tutta la persona 



/ 



/ 



235 

di sotto et di sopra con la palma della mano, 
ligiandolo per tutto; et se entrassero a essere 
furiosi et fuggitivi, leghinsi a un forte palo nella 
stalla et quivi si lascino stare un di et una 
notte stretti, senza mangiare et bere, poi s' at- 
tacchino in compagnia d' un bue gagliardo pra- 
tico d'arare; et si facci prima tirare una pertica 
lunga, poi r aratro, provando in campo d' arena 
o terra sottile agevole, et poi di mano in mano 
più pura et soda, punzecchiandogli da principio 
con bacchetta et non con il pungolo, perché con 
esso da prima troppo s' esasperano et di poi non 
lo stimano. Et se qualche volta alcuno rieschi 
cosi spiacevole o caparbio che non vogli tirare, 
gettandosi per terra, facendo altre pazzie, fab- 
brichisi un giogo capace di tre buoi, et mettasi 
il miscredente in mezzo a quelli due pratichi 
et provati, et si ridurrà; et se pur segna di 
gettarsi in terra senz' altro, leghivisi forte 
da tutti i quattro piedi et vi si lasci stare per 
un di et per una notte senza cibo, et rinsavirà. 
Et chiunche l' indirizza all' ammaestramento, lo 
facci con piacevoli gridi et con le parole et 
destramente piaggiandogli con le mani, avver- 
tendo che non cozzi o calceggi; et a carro o 
aratro che si metta, mutisi sempre dall' una 
all' altra banda, che cosi comporton meglio né 
senton tanto la fatica; tenghinsi di poi sempre 
insieme che altramenti se ne scompiacciono et 
s' attristano. Et avendolo ammansato, conviene 
mettergli in bocca et strofinargli il palato co '1 
sale, et cacciargli in gola una cofaccia di lardo 
insalata bene d' una libbra, con infondergli per 
ciascheduno di un boccale di vino giù per un 



236 

corno, la qual cosa si durerà a fare per tre di, 

et leverassegli tutta la fierezza restatali. 

Se si possi dar del verde ai buoi, sempre 
che '1 paese lo comporti, è sempre meglio. Nei 
paesi magri et massime di verno si cibino den- 
tro alle stalle, et secondo che comporta il luogo 
gli si dia la pasciona. Dove è abbondanza di 
veccie, queste a manne se gli dieno, che saranno 
ottime. E buono il fieno de' prati ; la paglia, i 
gambali del cavolo, mescolati con paglia e fieno 
e strame (>), cotti nell'aqqua, se gli dieno d'in- 
verno. In alcuni luoghi si dà lor lo strame solo, 
scossone il grano, quando è fresco ; in più luoghi 
i lupini macerati nell' aqqua o le cicerchie o 
gli ervi mesticati con le paglie, che grandemente 
gli piacciono. Accanto a questi, i fiocini con le 
vinaccie et pampani, foglie d'olmo, di frassino, di 
pioppo, di leccio; et doppo l'estate, mancando 
r altre cose, si può dar loro delle foglie di fico, 
se ve ne sia abbondanza ; et di quercia et cerro 
faran lor bene. 

I buoi diventano grassi ne' pascoli erbosi 
et con dar loro del grano, delle rape, dei pomi, 
delle radici di più erbe; et le vacche et i buoi 
ottimamente si ingrassano, se manchino pascoli 
buoni, dando loro dentro nelle stalle farina 
mescolata con le rape et paglia minuzzata 
di grano ; et con gì' escrementi che avanzano 
della cervosa fatta gì' ingrassano in Alemagna. 
Scrivono ingrassarsi assai più presto, se tagliata 
la pelle si soffi con una canna dentro alle sue 
interiore; et se ritornando dai pascoli il primo 



(^) e stipule è scritto sopra e strame. 



237 
di, si dia loro del cavolo trito macerato Del- 
l' aceto forte, di poi seguitar di dar loro per 
quattro o sei di paglia di grano minuzzata con 
la crusca, seguendo poi di crescergli questo cibo 
ogni di ; ancora tutte V erbe degl' orti, ciò è 
gì' avanzumi d' esse mescolati con crusca, gran- 
demente et presto, aggiuntevi delle rape trite, 
gì' ingrassano ; ancora la saggina cotta e '1 miglio 
gì' ingrassano fuor di modo. I tori qualche volta 
s' ammalano per essere troppo satolli, [per aver] 
pasciuto et poppato troppo, né poter digerire, il 
che avviene quando cacciono l'indigesto sopra 
r indigesto ; la qual cosa si dee avvertire ; et 
seguendo, si faccin o pastelli di farina di lupini, 
o se gli dia qualche cibo ove sia mesticata del- 
l' erba sala, o sugo di porri et assenzio, o cosa 
che occida i vermini. È segno che i buoi sono 
sani quando sono allegri, leggieri, mangion bene 
e lustra loro '1 pelo ; quando stan male, segni 
per contrario ; et quando e' patiscono di vomito 
et non digeriscono, facciasegli inghiottire un 
uovo di gallina co '1 guscio, et il di sequente se 
gli cacci nel naso vino, entrovi macerati agli 
bianchi pesti ; porre del sale in tutto quello che 
e' mangiono serve a questo, et cosi dar loro assai 
sale schietto, pece trita, marrobbio con olio et 
vino, et mangiar porri. Alcuni gli danno delle 
granella d' incenso peste a bere in vino, caccian- 
dogliele in gola per un corno ; altri una spoglia 
di serpe pesta con vino, facendo ciò ogni tre di, 
due o tre volte, et in buona quantità sopratutto, 
perchè son grandi. Gioverà ancora il dar loro 
aqqua mesticata con morchia d' olive, dando- 
gliela poca per volta, et se bisogni, tanta l' aqqua 



238 

quanto morchia, spruzzando anco con essa il 

fieno paglia che mangiano. 

Non si deono né i buoi, né le vacche, né 
i vitelli far correre già mai molto, perché 
nuoce. Avendo mangiate erbe velenose, s' ap- 
partino prima da questa pastura, et a canto 
diasi loro con vino la terra Lemnia spolveriz- 
zata, detta di San Pagolo; faragli bene, non 
avendo questa, una gran beuta di aqqua fredda, 
una gran sorbita d' olio o di butiro. Dall' an- 
dare o stare in luoghi umidi, mangiare troppo 
fresche erbe et molli, bever molto et riposare, 
patiscono gravezza di testa et si muoiono; ma 
si soccorrono con cavargli sangue in quantità 
di sotto la lingua, et profumargli dentro alle 
narici con incenso o altro che gli facci star- 
nutire. Ai vermi cavallini o altro, che talora 
gì' entrano per il sesso, et s'incarnano nelle 
lor budelle, facendo lor renelle et conducendoli 
a morte, si rimedi con mettergli dentro al sesso 
unto il pugno con tutto il braccio, et aperta 
poi la mano cavargli tutti, avanti che s' incar- 
nino; et si provvederà che non avvenghi, pi- 
gliando grano ben netto et tenendolo in molle 
neir olio sin che se '1 succi, et diasegli a man- 
giare del mese una volta con il suo cibo solito, 
et gli getterà fuori, avendogli; et non gì' avendo, 
non gli rende. Avvenendo fra essi la jjeste, 
mutisi aere, luogo et pascolo, et se non sono 
tutti infermi, separinsi questi dai sani, et a 
questi et a quelli si cavi sangue dal ceppo 
degl' orecchi in copia. Giova dar loro qualche 
beveraggio di olio o di morchia, di qualche 
erba salvatica et lupini macerati; et se alcuno 



239 
ne morisse, levalo via che no '1 vegghino, che 
se n' attristono et se n' addolorano ; et si sot- 
terrino profondissimamente. La peste è un mal 
comune, ma n' è di più sorte : a alcuni distilla 
per la bocca e per le narici un continuo umore ; 
altri hanno la bocca e '1 naso asciutto et secco, 
si che di tratto imraagriscono ; è ancora arti- 
colare, quando zoppicano dinanzi o di dietro, 
quando è il male alle reni, che si crede ne 
patischino i lombi ; e dogliono, gì' inchinano, 
et si piegano nelle schiene. Pieni d' enfiagione (') 
sono, quando '1 corpo loro tutto è pieno di 
fignoli (^), et di nuovo, svenendo, dan fuori in 
un altro lato; fra pelle et pelle ancora cola 
fuor un umor acqueo. Patiscon di lebbra, quando 
per tutta la vita bollicole come lenticchie si 
scuopron fuori. Hanno una sorte di pazzia ('), 
quando non sentono né odono ne veggono come 
eran soliti, sebbene appariscano allegri et fe- 
stanti (*). Et tutti questi mali vanno insinuando 
la peste. Delle quali cose sentendo il gregge, 
subito è da spartirlo, perché non s' attacchi 
agi' altri ; allora sono da essere mescolate la 
panacea e '1 fringio (=>) al seme del finocchio, 
et con la sapa et farina di grano sparsi tutti 
neir aqqua calda ; et con questo medicamento 
si deono medicare («). Ancora è utile adoperare 
la lesina; et fatto prima un foro con una sub- 



(1) farcimenosi, scritto sopra pieni d' enfiagione. 

(2) tuberculi, scritto sopra fignoli. 

(3) mania, scritto sopra pazzìa. 

(') rilucenti, nitidi, scritto sopra festanti. 
(^) È la frigia, pianta del gen. Centaiirea. 
C) salinondum par scritto sopra *t deono medicare. 



240 

bia (') neir orecchie et cavato fuori tutto '1 
sangue, l' inseriscono, sin a tanto che la parte 
compresa dalla lesina caschi, che quando la 
fresca piaga la piglia, cosi la tiene, che la non 
può scappare ; di quivi si cava et n' esce tutta 
la forza del malore, et dà fuori tutto '1 veleno ; 
et quando s' è ragunato tutto 1' enfiato pien di 
marcia, si trae fuor con la lesina o da per sé 
si cava. I suffumigii ancora giovano, fatti co '1 
zolfo, co '1 bitume, con 1' aglio, origano, seme 
di coriandoli, messi sopra i carboni, et coperta 
messa sopra i buoi, che non esali et vadi per 
le narici et bocca del bue dal vaso ove si pon- 
gono, durando a far salire quel vapor del fumo 
per qualche spazio di tempo; cosi arriverà a 
purgare la testa, il cervello et l' intime parti, 
et sanerallo. Gioverà anco a far profumo a 
tutto '1 corpo con essi, per levar via la catti- 
vità, e a far che all' altre pecore non s' attacchi. 
Segni di crudità di stomaco sono gli spessi 
rutti, avere a noia il mangiare, tenere intiriz- 
zati i nervi et aver gì' occhi abbacinati, per il 
che il bue non-rumina, né si lecca con la lingua ; 
il rimedio sarà un mezzo barile C) d' aqqua 
calda, et più appresso trenta gambi di cavolo 
un poco cotti, datigli conditi in aceto, ma non 
se gli dia per un di mangiare altri cibi; et se 
si sia straccurata questa crudezza et enfiagione 
del ventre, che ne segua maggior dolore di 
ventre, et che mugli et non possi stare fermo, 
sarà buon remedio, legata forte quella parte 



(1) subula, scritto sopra subbia. 

(2) dimidium congii, scritto abbreviato sopra mezzo barile. 



241 
di coda che è press' alle natiche con un legame 
stretto, et dargli infusa, con di vino un boccale ('), 
una mezzetta (^) d' olio, et darglila a bere, fa- 
cendolo camminar forte tremila braccia (^); et 
se '1 dolore non si parte, segargli attorno at- 
torno r ugne, et con la mano unta cavargli lo 
sterco dal sesso et di nuovo farlo andar ratto. 
Alcuni gli cavon sangue dall' attaccatura della 
coda a quattro diti, et come ne sia uscito assai, 
con legarvi con un giunco si ferma. Hanno 
una malattia chiamata lupo, che è quando nella 
punta della coda se gli scuopre l' osso dalla 
carne; convien tagliarlo et sanar la piaga con 
filiggine e sale. Il dolore del ventre et degF in- 
teriori gli cesserà, facendogli veder notare anitre 
e oche. GÌ' escrementi suoi sanguinosi et pieni 
di muscilaggine daranno segno di bachi; bi- 
sogna tenere che non beino per tre di, e '1 primo 
di anco non mangino; ancora due libbre di 
vinacciuoli brustolati, et altrettanti boccali di 
vino forte {*) datogli a bere, rimedierà; né se 
gli dia altra cosa liquida, si bene delle cime 
di lentisco et d' olivo salvatico ; et se né 1' uno 
né r altro cessi, et gli lagrimin più del solito 
gì' occhi, et gi' esca dal naso materia assai, 
abbrucisigli il fronte sin all' ossa et si gli taglin 
r orecchie, sfendendole con ferro, et finché si 
sani la piaga, si bagni con orina dell' istesso 
bue. Ma meglio tutti i tagli del bue si sane- 
ranno con la pece et con l' olio. 



(1) sextarius, scritto sopra boccale,. 

(2) emina, scritto sopra mezzetta. 

(3) 1500 passus, scritto sopra tremila braccia. 
(*} austero, scritto sopra forte. 

16 



242 

Se abbin tossa di fresco, si rimedierà co '1 
dargli un boccale di farina d' orzo e un uovo 
crudo e una mezzetta di vin colato (*) per 
un corno, a stomaco digiuno; ancora, se gli 
cacci in gola per un corno granello pesto con 
la farina di fava infranta et semmola di lenti, 
mescolato tutto con un boccale d' aqqua calda, 
avendo tritato bene insieme il tutto; et la 
fava infranta con la gramigna trita gli gio- 
verà, et ancora le lenti monde, macinate 
minutamente et mescolate con l' aqqua. Tre 
boccali d' aqqua, entrovi macerate due libbre 
d' isopo, eh' infusovi si pesta con due terzi 
di farina, datigli a bevere, lo saneranno della 
tossa vecchia. Ancora l' ervo con l' orzata, 
mesticando con lo strame che se li dà con 
aqqua tiepida o melata, cacciato giù per la 
gola gli gioverà. Quando han guasto il pol- 
mone et che diventan tisichi, la radice del 
corilo (^) abbronzata se gli caccia nell'orecchie 
bucate, di poi se gli dà a bere per parecchi di 
sugo di porro con del vino mescolato, in tutto 
un boccale, di pari misura 1' un dell' altro. 11 
tenere aggravato '1 capo con grande influenza 
di lacrime dimostra febbre, et massime con 
molta bava alla bocca; bisogna tenerlo un di 
senza mangiare, 1' altro di cavargli sangue dalla 
coda, non però molto, et di quivi a un' ora 
pigliar trenta gambi di cavoli piccoletti, cotti 
nel garo et nell' olio, et cacciargli tutto giù 
per la gola; et per cinque di dargli questo sol 



(1) passi, scritto sopra vin colato. 
C) rtocciuolo, scritto sopra corilo. 



243 

cibo. Oltre a questo, le vette delle lenti et le 
cime dell' olivo et tutte 1' altre verdi et i para- 
pani gli gioveranno; et con una spugna se gli 
netti la bocca, et tre volte il di se gli dia 
aqqua fresca a bere. Il sangue che cala lor 
vers' i piedi gli fa zoppicare ; guardisi se ha 
calde r ugne, et toccando, non patirà che se 
gì' aggravino ; et se si ritruovi il sangue calato 
fermo sopra 1' ugna, co '1 fregarvi forte si soc- 
corre; et non valendo questo, si scarifichi il 
luogo affetto ; et sendo nell' ugne, aprasi con 
un coltello fra le due ugne dei piedi, et con 
fascie zuppe nel sale et nell' aceto vi medicherai, 
et vestirai il pie con una sporta di giunchi, 
avvertendo che non vi si bagni et che stia 
asciutto nella stalla. Quest' istesso sangue, se 
non sia cavato fuori, marcisce, et rottovi da 
per sé n' esce, et bisogna fasciarvi sopra, untovi 
prima con la sugna vecchia, un pannolino tenuto 
in molle nell' aceto, olio e sale ; et più appresso, 
sevo di becco e sugna cotta insieme vi si ponga, 
et sanerassi ; et se sia corso il sangue nell' estrema 
parte dell' ugna, quivi si taglia et si cura come 
di sopra, coprendo il pie con un pezzo di sporta; 
il mezzo dell' ugna non è bene di aprire, se 
già in quel lato non abbi fatto capo la marcia. 
Se per dolor dei nervi nelle giunture vadi zoppo, 
bisogna stropicciargli le gambe, le ginocchia 
e le polpe con olio e sale fin che si sani. Se 
abbi le ginocchia gonfie, con lin seme o miglio 
acciaccato e trito, nell' aqqua melata (') messo, 
si sovvenga ; le spugne ancora, piene d' aqqua 

(') musa {mulsa), scritto sopra aqqua melata. 



244 

calda, poi spremute et zuppe nel mele, fasciate 
alle ginocchie, è buon rimedio. Se a quel gonfio 
vi sia sotto marcia, vi si facci un impiastro 
di fermento o di farina d' orzo, cotto con passo 
aqqua melata, et come sia matura quella 
marcia taglisi con ferro, et spremuta bene vi 
si cacci sopra et tenga legato con fascie. 

Ogni dolor che abbi del corpo, se gì' è di 
fresco senza taglio, facilmente si cura con i 
fomenti. Al vecchio dolore si dà fuoco, et vi 
s' ugne co '1 butiro o vi si cola grasso di capra. 
Se abbi offeso il tallone o 1' ugna, tocchisi con 
ferro rovente, et sopra la ferita si fasci con pece 
soda, solfo et sugna et lana sucida ; cosi si sane- 
ranno le punture di spine, o d'uno stecco che gli 
sia entrato in qualche parte o altra cosa acuta 
o sasso o altra cosa che 1' abbia ferito. Se alle 
vacche enfino le poppe, 1' ellera cotta nella cer- 
vosa le aggioveranno, et fattovi un suffumigio 
di fave et camomilla. All' incalcamento dei piedi 
si sovviene con il lavargli con l' orina calda 
del bue ; di poi, abbruciato un fastelletto di sar- 
menti et quando il fuoco lo ritorna in faville, 
a quella cenere bollente s' accosti et si fermi, 
et con r assungia e olio si strofinano (') le sue 
come o cerchi dell' ugne. Manco zoppicheranno, 
se disgiunti dal lavoro gli laverai i piedi con 
r aqqua fredda; et di poi le suffragine della co- 
rona et la drizzatura ('') con che è divisa l' ugna 
del bue si soffreghi con la sugna vecchia et si 
stropicci forte. Con l' aglio trito fritto, messovi 



(1) lincti, scritto sopra strofinano 

(2) discrimen, scritto abbreviato s^ 



sopra dirizzatura. 



245 
sopra, s' assottiglia la scabbia, et con questo ri- 
medio se gli sana il morso del cane arrabbiato ; 
et postovi sopra salsume vecchio ancor si sana. 
Ancora la cunila con il zolfo, mescolato olio 
aqqua et aceto, cottavi dentro trita, et poi fatta 
tiepida, cacciatovi dentro dell' allume, cavandolo 
fuora al sol caldo, et impiastrato il bue, lo sana. 
La coriagine è un male quando la pelle sta 
attaccata di modo alle spalle (^), che presa con 
le mani non si può distaccare dalle coste; ciò 
avviene se sudando sia strafelato dalla fatica, 
o veramente se mentre sia nel lavoro gì' abbi 
piovuta r aqqua addosso, o se per essere stato 
mal trattato sia diventato magro ; le quali cose 
tutte, perché le sono oltre a modo dannevoli, 
bisogna avvertire, che quando ritornano da la- 
vorare et ancora stracchi et rifiatando, si spruz- 
zino di vino, et pallottole di lardo se gli caccin 
giù per la gola; et se questo difetto duri a 
seguire, gioverà cuocere 1' alloro et con quel- 
r aqqua fomentare le spalle, cacciandovi sopra 
molto olio et vino, et per tutte le parti del 
corpo pigliare la pelle, staccarla et tirarla; et 
ciò si fa bene all'aere, nella sferza del sole. Se 
tagliata la vena non si possi ristagnare il san- 
gue, sarà di rimedio appiastrarvi la sua bovina. 
A tutti i mali dei buoi è rimedio universale 
la radice della squilla, la barba del pioppo che 
si chiama ramno, et sai commune quanto basti; 
mettinsi a sfare nell' aqqua, et diasi da bere al 
bue sin che si sani; et questa bevanda, datagli 



(') spalle corregge coste cassato; e sopra spalle ancora è scritta 
una parola illeggibile. 



246 

per quattordici di dal comincio della primavera, 
gli terrà per tutto '1 tempo sani da ogni malore. 
Al dolore che viene lor talvolta nell' ugne et 
ne' piedi, è buon rimedio fregargli forte la co- 
rona dell' ugne con olio puro o pece disfatta 
con olio. Se per i dolori si gitti in terra, rav- 
viluppi et rattorchi la coda, né mai tenga salda 
la testa, legliisegli forte la coda presso all' anca, 
et se gli dia da bere un gran vaso di buon vino 
bianco con olio mescolato, pintogli in gola con 
un corno, et accanto si facci correre mezzo 
miglio senza posa ; ancora i fichi salvatichi, sec- 
chi pesti, se gli diano a bere con aqqua calda, 
et questa entrovi con vette di foglie di mortella 
nera gli gioverà, et le cipolle co '1 sale: et 
anco ciò gli farà bene quando abbi la peste. 
Alle carni (') che gitton sangue e si putrefanno, 
è buono dodici cavoli et cimette di cipresso 
peste bene insieme con buon vin nero, et dar- 
glili in quattro volte in quattro di, facendogli 
pigliare ancora rami di lentischio, cedro et 
mortella, et fuor di questo due libbre di pol- 
vere di vinacciuoli abbrustolati che sieno ben 
pesti, dati a bergli in vin bianco che non sia 
dolce, gli gioverà, tenendolo poi alquanto senza 
mangiare, et poi dargli cime di salci et d' altre 
piante calde. Sotto il palato, lingua, o in altra 
parte della bocca, vien loro un malore che 
gì' enfia tutto et ingrossa ; a ciò è buono tagliare 
nel luogo enfiato, tanto che n' esca sangue, et 
con aglio pesto et sale stropicciar la ferita 
lavata prima con vin buono, dandogli appresso 



(1) Sopra carni è scritta una parola illeggibile ; forse cattive. 



247 

da mangiare erba fresca tenera, o semola. Se 
non mangino talvolta, né si cognosca la causa, 
ficchisigli su per il naso assai sale con un corno, 
soffregandogline anco forte la bocca e la lingua. 
Se se gì' appannino gli occhi, il sai gemma gitta- 
tovi gli guarrà. S' ovvierà a molte loro infer- 
mità et si faran lustranti et belli, dando lor 
sempre di molto sale a mangiare. I sanguinacci 
generatigli negl' intestini, con una mano unta 
cavandogli gì' escrementi dal sesso, verranno 
fuori, et si sanificherà; et se non apparischi bene 
il male di questa qualità, faccisigli questo re- 
medio in ogni modo che gli gioverà, come anco 
alle gran ventosità, per le quali cose se gli fanno 
ancora clisteri che purghino, et si cava sangue 
per le vene gonfiate intorno al sesso o della 
coda. Se si spallasse o si rompesse un' anca, 
meglio è ammazzargli subito; et volendo pro- 
vare a rassettarla, cavisegli sangue dalla con- 
traria parte, et tengasi fermo in lato caldo. 
Alle volte, per sforzarsi a tirare qualche gran 
peso, si feriscono le corone rasente il pelo o si 
sbrana loro il collo; è bene lavarvi con aqqua 
salata et tenervi su una pezza bagnata della 
medesima ; cosi si segua per tre di, di poi s' ado- 
peri, ungendolo con sugna ammaccata, con pece 
trita et polvere di mortella; et se facesse mar- 
cia, mettavisi filiggine pesta di cammino; et 
cosi si facci, se sieno le ferite in fronte. Et se '1 
giogo gì' avesse scarificato '1 collo, et vi ricre- 
scesse la carne, sovvengasi con porvi sopra pol- 
vere d' allume di rocca abbruciato, et con tutte 
altre polveri corrosive, con calcina, con mele, 
et lavarvi con aqqua fredda; et con questa si 



248 

dee lavare, quando v' inverminasse ; et se ciò 
non giovasse, pongavisi sopra sugo di mar- 
robbio, foglie di persichi o succhio di porri, 
tutto con alquanto di sale; et cavati che ne 
sieno i vermini, medichisi con sugna vecchia 
et pece distrutta et olio, fasciando, et a causa 
delle mosche ugnendo bene con olio all' intorno. 
Quando i buoi e le vacche diventano rossi 
et infiammati nella lingua infocata, per superab- 
bondanza di sangue o di flemma, e gli diventa 
nera, sopravvenendogli male chiamato le harhe^ 
che è che certi pizzi che gì' hanno dalla banda 
di dentro in bocca se gì' ingrossano ; il che si 
scerne chiaro et viene da quello; et nascendo 
da sangue o da flemma, è bene tagliargli con le 
forbici, et riuscirà quel sangue ragunato; il 
quale uscito, lavivisi con aceto et sale. Al mal 
del vermo è ben tenerlo in riposo, et farlo pa- 
scere in lato asciutto et abbondante d' erba 
buona, gettandogli un poco di polvere d' elleboro 
con un cannello nel naso, o d' euforbio o senapa, 
et di questa verde fargli mangiare, o pesta bere; 
et sanificheranno. I beveroni d' aqqua tiepida, 
entro vi farina d' orzo o gramigna, con farina 
di fava o di lenticchie peste et sfarinate, datigli 
con un corno, gli saneranno dalla tossa nuova, 
et r aqqua d' isopo, con farina di feros (^) mesco- 
lata con farina d' orzo, datali in beveraggio, o 
dandogli a mangiare assai porri dalla vecchia. 
Alcuna volta si dà lor bere ove sono mignatte, 
che se gì' attaccano dentro, il che si vede, 
che filan sangue in cambio di bava ; il remedio 



(1) Cosi è scritto ; e se non è farro, non so che cosa sia. 



249 

è, non v' arrivando con mano avvolta a un 
panno ruvido grosso lino, colarvi con una canna 
olio caldo che le tocchi, che subito si staccherà; 
et ancora caderà, fregandola con stoppa avvolta 
a un bastone intinto in olio caldo, cosi farà 
r aceto forte, pigliare una noce abbronzata et 
profumarla; et se la sia penetrata in corpo, se 
gli farà scolare addosso aceto forte con un corno, 
che subito tocca morrà. Et se si scorga che 
gì' abbi succiato la mignatta, non se li dia né 
bere né mangiare, perché mangiando la penetra 
più a dentro ; tengasi addunque digiuno et fac- 
ciasigli aprire la bocca sopra la sponda d' un 
pozzo fresco, che subito vi cascherà, et sopra 
una caldaia d' aqqua fredda farà l' effetto mede- 
simo ; et questo giova a tutti gì' animali di 
quattro piedi. Et scoprendoseli alcuna piaga o 
morsicatura occulta, se gli sovviene, et massime 
se sia nel petto o nel ventre, con il tenergli in 
lato freddo et ove ne' rii d' aqqua gelata si possi 
lavare et vi dimori assai; cavisegli sangue et 
lavisi con aceto. Ancora punteggisi dentro tutto 
malore, et vi si ponga sopra solimato trito. 
Avviene assai ne' porci che '1 solimato gli gua- 
risce. Enfiandogli la bocca et il palato, taglisi 
con rasoio, et si strofini con sale et origano et 
aceto. Per cavargli le spine, taglisi gentilmente 
la pelle et cavisegli ; cavata, si fasci con lana 
sucida, et vi si stemperi sopra calda pece et 
lardo di porco incorporato. E loro utile lavar 
lor ben 1' ugne con 1' aqqua fredda sempre che 
si disgiungono; et se gli unghi le corone del- 
l' ugne con sugna vecchia. Avendo male negl' oc- 
chi, vi si cacci sopra del mele; et enfiandogli. 



250 

se gli metta sopra uno impiastro di farina di 
grano impastata d' aqqua melata calda et postavi 
sopra ; et avendo maglie sugi' occhi bene appan- 
nati, facciasi polvere di sale chiamato compasso, 
che usano i pelacani, o vero di coccie di nicchi 
marini, et se gli spolverizzi negli occhi su la 
luce, che roderà et le consumerà, ugnendo sopra 
gì' occhi di fuori con pece et olio. 

Truovasi qualche bue che fa molto più 
del dovere sterco, il che l' indebolisce fuor di 
modo: soccorresi con dargli a mangiare cime 
di olivastro, di lentisco, coccole di mortella 
et canne; poi si lasci bere. Et se gì' averà 
il pisciasangue, primamente non si lasci bere, 
cosi quando viene per troppa scalmatura, come 
per aver mangiate erbe cattive nella secchezza 
o con la rugiada; et si cognosce che non si 
quietano, scontorcendosi et avvoltolandosi, or 
ritti, ora coricandosi in terra. Pigliasi dramme 
tre di sementa di canapa, tre di miglio, peste 
insieme, et una di triaca con due boccali di 
vin bianco, et bollitevi queste cose insieme 
in un calderotto, et poi freddate, vi si mette 
dentro due oncie di zafferano, et si pigne tutto 
giù per la gola al bue. Ancora vale a questo 
un bicchiere di sugo di piantaggine, mezzo 
di aceto forte, mezzo di aceto commune, et 
quanto due noci di polvere di zucca salvatica et 
altrettanti gusci di uovi pesti et la metà pur di 
polvere di greppola ; et tutto incorporato insieme 
se gli facci inghiottire; et in oltre è buono 
dargli una scodella della propria orina, una et 
mezza d' olio, sei uovi freschi, et una mano piena 
di scaglia di ferro ; et incorporati insieme si 



'251 
danno al bue, cacciando giù per la gola con un 
corno. Air inchiodatura, si pone in sul luogo 
offeso trementina bollita con olio comune, poi 
postovi dentro un poco di sevo disfatto co '1 
mele, si ferra di nuovo, ponendo tra '1 ferro e 
r ugna del pelo del medesimo bue. Una dramma 
di trementina, una di mele, una di cera nuova, 
fa unguento perfetto per l' ugna caduta, ugnendo 
con esso per quindici di; poi lavata con vin 
tiepido bollito co '1 mele, si medica ancora con 
r aloè patico, mei rosato e mezz' oncia di allume 
di rocca polverizzato, sin che sia guarito, non 
gli dando in quel mezzo tempo fatica. Al flusso 
tengasi senza bere et mangiare erba un di, 
diasegli foglie d' olivastro et canne salvatiche 
per quattro di, poi semi di mortella, una libbra 
di origano tenero, una di abrotano domestico, 
cotte in due boccali d' acqua, et diasegli a bere ; 
et per mangiare cimette d' alloro tenere. L' altre 
malattie et le più di queste si guariscono al bue 
come a' cavalli. Per ultimo è da sapere che 
risciaqquandosi altrui la bocca con 1' orina del 
bue sano fatta allora, tenuta un j)OCO et rimu- 
tata spesso, sempre calda, guarisce all' uomo la 
tempestosa doglia dei denti. 

[Finisce il testo in fondo alla carta 157.^ 
verso. La carta 158.°' è bianca. Riprende a carta 
159." recto.l 



252 



Galli e Galline : 
Pavoni e Pavonesse d* India. 

Da poi che tra tutti i cibi di che si nutri- 
sce l'uomo, niuni sono d'alimento maggiore et 
di più utile al corpo et valevole sustanza di 
questi tre, la carne, l' uova, il cacio ; sendo 
gì' altri tutti, come pesce et erbaggi et civaie 
et frutte, di poco aiuto et di minima possa, 
come le radiche et i bulbi; e' merita '1 pregio 
dell' opera e s' appartiene, tener gran conto delle 
galline et galli, et ancora avere in considera- 
zione le sorti et maniere dell' uova, delle quali 
nascono i polli et le galline, avendo io per qui- 
stione risoluta quella triviale et abietta disputa, 
che volgare et ignobile tanto si tratta et agita 
nella bocca delle popolaresche vociferazioni et 
plebe, la quale è quella trita et ogni giorno 
replicata, chi nascesse prima o la gallina o 
r uovo : sopra '1 che nessuno dee dubitare, se ben 
anco fosse di meno che mediocre intelletto et 
discorso, che cominciando sempre la Natura le 
sue operazioni dalle cose più nobili, et per con- 
seguente dal generante e non dall'atto fatto da 
lei a rigenerare, sia stato prima creato il gallo 
et la gallina, fabbricatori et facitori dell' uova, 
delle quali nascono successivamente di poi essi, 
ma per virtù loro; nel che, doppo averli fatti, 
concorre il covarle, gallate che elle sieno, che 
altramente non nascerebbero, et più appresso 
covate et nate, l'allevarle; il che fanno le gal- 
line ; che r nove da per sé sole, senz' essere fo- 
mentate dal lor calore, non le potriano altri- 



253 

menti condursi al far nascimento. E ben vero 
che in Alessandria d' Egitto et in molti altri 
luoghi dell' Affrica si fan nascere dell' uova, a 
cento, duecento et trecento per volta, altrettanti 
pulcini; et questo si manda a effetto con l'aver 
fabbricato un forno, et in quello istesso dove 
cuocono il pane, tenendole per di sotto al suolo 
del suo piano, in una concavità fatta per ciò, 
pieno di legnetti che ardono con una medesima 
temperatura di fiamma appiccatavi, che ugual- 
mente dura in sin all' ultimo che dan fuori del 
guscio. Cosi nascono et s' allievano poi, cavato 
loro il guscio di capo, dando loro da beccare 
senza le chioccie facilissimamente ; ond' è che 
per la quantità del pollame di quel paese gli 
vendono a staia, empiendo lo staio d' essi, et 
radendolo di sopra, come si fa alle biade et al 
grano, la qual cosa pare et è grandissima stra- 
vaganza, si come il vendersi in Francia le cipolle 
a peso et la" carne a vista. Si contempera la 
qualità dell' aere di quelle regioni co' 1 caldo 
moderato del fuoco, che agguagliando la tepi- 
dità del calor naturale della chioccia, viene a 
fare il medesimo effetto di lei a far nascere 
i pulcini. Ma quelle uova, chi 1' averia potute 
procacciare et avere, se prima le galline con 
l'aiuto del gallo non l'avessero fatte? Certo 
ninno. Addunque è cosa chiara che fosse prima 
la gallina che 1' uovo. 

Questa maniera di far nascere 1' uova 
ne' forni è riuscita ancora a Malta, che ha 
qualche conformità con 1' aere affricano, si 
come eir è a confine nel mare di quella pro- 
vincia; ma noi che siamo privi di quella tera- 



25i 

peratura d' aere che si possi confare al calor 
moderato di quell' unita tiepidità naturale, de- 
viamo con ogni studio proccurare d' aver luoghi 
appropriati a ben governare i polli, state et verno, 
et mantenergli quivi, si che né del troppo caldo 
né del troppo freddo non patischino, et rice- 
vutone danno, non si possino conservare et lun- 
gamente vivere. Ora e' si disse che ogni casa 
di lavoratori et podere dee avere la capanna 
da riporre gli strami et i fieni appartata da 
quella un giusto spazio, in luogo accomo- 
dato, volto a mezzogiorno, per salvar meglio le 
paglie et quella et i fieni dall' umido, et rispiar- 
mare il tempo, la spesa et la fatica al conta- 
dino, et conservare et custodir meglio maggior 
quantità di quelli ; anzi, quando se n' abbino, 
perché ne' pagliai, o sieno rotondi fatti con lo 
stile in mezzo, o siano a capanna co '1 comi- 
gnolo nel mezzo a tettuccio, sempre ne va male 
assai, guasto dalla pioggia, et maggiore strazio 
se ne fa, similmente adunque ogni lavoratore 
abbi non rasente la sua casa, ma attaccato da 
una banda della capanna, che è quella che sia 
volta a mezzogiorno, il suo pollaio grande o 
piccolo secondo la qualità del podere, ricinto 
in quadro, se non si possi di muro, di folta e 
forte siepe di roghi o pruni bianchi o paliuri, 
piantati o tessutivi a mano come più si possi, 
d' una debita altezza, tanto che sia assai a non 
vi poter cosi agevolmente volar sopra i polli; 
fatto in simil luogo, con le stanze dentro da 
poter ricoverarsi chiusi di notte, e davanti a 
quelle con un portico volto a mezzogiorno, ca- 
pace, da star al sole ; massime l' inverno con 



255 
r aiuto del caldo che renderà la capanna vi sta- 
ranno più acconciamente; et fuggirassi lo star 
presso alle stalle de' buoi et altri animali, ai 
quali tutti sono nocentissime le loro inghiottite 
penne (*). 

Ma nelle case delle ville et palagi dei 
padroni si deono fabbricare i pollai, o accanto 
all' ultimo cortile d' essi, o veramente, et sarà 
meglio et più onorevole, separati da quelli et 
lontani dalla casa o palazzo principale; et 
si deono ancora avere spartati (^) et divisi i 
pollai delle galline e polli da quelli degl' altri 
animali che si multiplicano in villa, come anitre, 
oche, pavoni, polli d' India et simili, che si 
stanno meglio di per sé che insieme, amandosi 
più fra loro istessi et mantenendosi più volen- 
tieri tra loro che mescolati con altra sorte. Et 
quantunche non siamo più in quelle ricchezze 
et felicità dei Romani, con le quali alcuni di 
loro, i più ricchi et possenti, si fabbricavano 
le ville quadriplicate per le quattro stagioni 
dell' anno ; et come 1' Orsino, che non potendo 
fare un anfiteatro di pietra, lo fece di tavole 
di legname ; facciamo almeno d' avere i pollai 
doppi, ciò è uno per il verno, 1' altro per l' estate; 



(') Finqui, fra le righe, sono aggiunte di minutissimo carattere 
medesimo le seguenti notizie; « sono alcuni che appruovano che le 
» galline si tenghino racchiuse in un gran circuito, volto a levante; 
» ma quelle che si tengono per avere dell' uova et dei pulcini, si 
•» come elle sono più liete per la luce, cosi anco sono più feconde; 
» et r uova nate allo oscuro sono più sciocche et men saporite ». 

(2) E di nuovo finqui, fra le righe : « Altri gì' amano rasente 
» le case che s' abitano, da quella parte dove si facci fuoco et che 
» vi trascorra il fummo come accanto alle cucine et al forno, per 
» èssere il fummo loro utile ». 



256 

et cosi in piano come in poggio, monte o col- 
lina, eleggasi il sito per il pollaio di tutti i so- 
pradetti animali che sia opposto a '1 vento di 
tramontana 1' inverno ; sia addunque volto a 
mezzogiorno et 1' estate a tramontana ; tutte le 
finestrette dell' uscita dei polli siano a levante 
d' inverno ; e se vi sia copia d' aqque, a dove 
corrino o scaturischino quelle, per accomodarle 
poi a' diversi rii, canali et truogoli pieni d' esse ; 
et se siano oche et anitre, per poter far lor 
pelaghi et fosse da poter bagnarsi et sguazzar- 
sene dentro ; et se non s' abbino aqque vive, 
procaccinsi con 1' arte, da jjoter far questo me- 
desimo; et non volendo far due pollai, o non 
potendo, in due diversi lati, uno per 1' inverno, 
1' altro per 1' estate, facciasene un solo che abbi 
le stanze, come s' è detto, volte per il verno 
et per l' estate. Deesi fabbricare una casetta 
per il guardiano et governatore dei polli, et 
in quella o rasente essa far diverse stanze ter- 
rene asciutte et non umide, eccetto che per le 
oche et anitre, che cosi le ricercono per lor 
natura, solo per ricoverarle a dormire la notte, 
che '1 giorno a' cattivi tempi hanno a star sotto 
il portico, che ha a essere fabbricato avanti a 
queste stanze; et innanzi al portico, ha a es- 
sere un cortile chiuso con muri alti cinque 
braccia da ogni banda, nel quale s' hanno a pian- 
tare mori più che altro, perché le more che 
caschino servono loro in cibo, et hanno ombra 
sufficiente per il tempo che e' tengono et rin- 
nuovono la foglia, tanto i neri quanto i bianchi, 
et quelli di Spagna, che fanno le more come 
quelli bianchi di grandezza et qualità, ma rosse, 



257 
et crescono iu maggior ampiezza che gì' altri. 
Altri amano piantarvi fichi, oppii, olmi, peri 
cotogni et meli granati; et altri, volendo che 
abbino perpetua verdura, allori, agrifogli et gi- 
nepri et cipressi, et tutti fondi, che faccino loro 
ombra per il fresco et gli difendino da' nibbii, 
naturali persecutori dei pulcini. Nella state, poi 
che si ripongono per dormire la notte, siano 
accomodati certi pali pendenti verso i quattro 
muri della stanza, confitti in terra nel mezzo 
d' essa, che pontino nel muro ; et dall' uno all' al- 
tro a dove son fitti non vi sia più che due 
braccia, ma allargandosi poi verso il muro si 
aprano sino in quattro, et siano quattro traverse 
r una doppo 1' altra, da 1' uno all' altro, accomo- 
dandosi in modo, che standovi su non possino 
mandare gì' escrementi addosso l' un l' altro, che 
farebbe nocimento loro e gli generan le gotte, 
ma vadino in terra; insomma questi legni hanno 
a essere acconci di modo che rappresentino 
quel luogo ove si accostumono (^) far le notomie, 
o ver quelli di Londra dove stanno gì' Inghi- 
lesi a vedere, non si togliendo la vista né oc- 
cupandosi r un r altro, il circo dei galli, di 
quei galli che sono avvezzi 1' un 1' altro a bez- 
zicarsi come le quaglie et combattere si fero- 
cemente, che molte volte 1' uno degl' avversari 
resta abbattuto in terra dalle morsicature del 
becco et dai colpi dei loro speroni de' piedi ; et 



(1) Finqui fra le righe nel solito carattere minuto: « che sieno 
» rotondi, perché in su le tavole in legni quadri non stan bene a 
» dormire alcune sorte d' uccelli, rispetto allo sterco loro che vi si 
» ferma sopra. » 



17 



258 

giuocano in digrosso quelle genti che son giù 
basse in su '1 tavolino che è in terra fornito 
d' un tappeto, perché tenghino più fermi gì' ar- 
tigli et r ugne a combattere; et gl'altri circum- 
stanti più alti tengono ancora essi da questo 
o da quello di contraria parte, di molta somma. 
Danno loro, perché sien fieri a beccare, del pepe, 
et cosi [diventan] calidi, onde instizziti nel bat- 
tagliare alcuna volta si finiscono, et contendono 
a morte. Cosi fatta stanza addunque si dee as- 
settare per lor dormire, che abbi un' entrata 
di porta che si chiugga et serri bene, rispetto 
alle faine, golpi, topi et altri animali che gli 
perseguitano ; sia sopratutto all' intorno et dentro 
et sotto a quelle piante il paese asciutto ('), et 
vi si tenga spesso spazzato et netto. In questa 
stanza medesima sieno ordinati i loro nidii, 
fatti di mattoni nello spazio della grossezza 
del muro, distanti due braccia 1' uno dall' altro, 
alti da terra due altre; o si vero confitti nel 
muro cestini, entrovi della paglia trita o fieno 
che si rimuti qualche volta; et si tenghino netti 
dai pidocchi pollini o altre brutture ('); et que- 
sti ancora stieno alti da terra due braccia. Pos- 
sonsi ancora far rasente terra, o murari o cor- 



(J) Fra le ultime due righe sta scritto: « et perciò sarà bene 
» che i muri del pollaio et le stanze istesse de' polli sieno intonacate 
» di bianco, et quelli di dentro et di fuori intonacati et imbiancati. » 

(2) A questo punto fra le linee, del solito minutissimo carattere 
sta scritto: « o vero si faccino far vasi di terra cotta, dentro capaci 
» da potervi stare due galline, et in bocca tanto spazio che ve ne 
» entri una. Questi vasi si murino a giacere dentro alla grossezza 
» del muro, lontani due braccia, in ordine quincunce: et dallo sterco 
* loro [si nettino] ogni otto di, cosi si libereranno da' pidocchi 
» pollini. » 



259 
belli; et tanto ove dormono, quanto nell'altre 
stanze ('). 

Sono i polli di gran profìtto in tutti i paesi 
dove se n' abbi. Il re Muliasin, doppo l' aver 
perduto il regno di Tunisi, ritiratosi a vivere 
a Palermo, nutriva due o trecento polli d' India, 
dal provento dei quali, governandogli bene et 
tuttavia multiplicandogli, cavava il vitto (^). Il 
Cra del Nero {^) in Napoli con tremila galline 
diede principio a una grossa facultà, che e' lasciò 
poi ai suoi eredi ; e '1 primo fondamento fu quel 
gran numero di polli custodito per ordine suo. 
Perciocché da loro non pur si cava la carne 
che è ottima, ma v' è ancora il profitto del- 
l' uova et della penna ; et di loro stessi in di- 
versi tempi si cava guadagno, pulcini, capponi, 
galline et polli fatti; et proccurando d'aver 
pulcini d' ogni tempo, come con l' arte si 
può, se ne caverà guadagno continuo. Et sono 
luoghi appropriati a questi animali più degli 
altri, ma universalmente fanno per tutto et vi- 
vono in tutte r aere et paesi, et dove nascono 
più grandi, et dove più piccoli. Neil' isola di With 
et in Bruges in Fiandra sono polli maggiori 
assai di tutti gì' altri luoghi ; et anticamente 
possedevano i Romani l' isola Gallinaria piena 
di polli, la quale è vicina a Porto Venere, Ora 
in Sicilia a Mazzara et Marsalla n' è gran copia, 
come in tutti i paesi levantini et a Malta et 



(1) Fra le righe: « con certe tavolette o scale addrizzatevì da 
» poter salirvi commodamente. » 

(2) Sempre fra le righe: « uguale a Avidio Lurcone che del suo 
» pollaio cavava ranno sextertiùm sexaginta milita nummùm, » 

(3) Leggo cosi, ma io non so chi sia stato questo signore. 



260 

a Rodi, et insomma tutta l'Affrica è fornitissima 
di polli, la Spagna e '1 regno di Portogallo ; 
r Italia ancor essa communemente n' abbonda, 
et sopratutto il Regno n' è copioso et la Ro- 
magna, dove fanno le più feconde di tutti i 
luoghi, se ben di statura di vita più piccole 
dell' altre, si come i polli Padovani sono i più 
grossi et grandi che si ritruovino, ma non pro- 
fittevoli et manco profittevoli come fallaci. 
Quelli di Natòlia multiplicano grandemente et 
ve n' è grandissima quantità, come nel rima- 
nente della Turchia, dove in Costantinopoli son 
bellissimi di fattezze et di tutta la fazione della 
vita, con un collo tutti alto et rilevato, et con 
un andare et portatura d' esso con molta grazia, 
et massime i galli, arditi et oltre a modo lus- 
suriosi ; et la lor razza trasportata in Italia pro- 
fitta bene, massime pasciuta di quello che là 
gli pascono loro, che è con abbondanza di gra- 
nelli di frumento, oltr' a quello che buscano 
alla campagna. Ma dagl' antichi di quelF isola 
posta nel mar Ligustico, come di sopra si disse, 
detta Gallinaria, si poteva far gran procaccio 
di galline che erano in quelli tempi quivi natie, 
come ora in quella di With del mare Oceano 
d' Inghilterra. 

Imperciò sono i polli principalmente di 
due sorte, salvatichi et domestichi. Quelli 
abbondano in quantità nella selva d' Eudon, 
detta anticamente Ericinia, et in molte altre 
dell' Europa, nelle quali ancora, ma di raro, s' è 
veduto il basalisco, quale è di razza di gallo 
et fatto com' esso, con l' occhio mortale allo 
sguardo, se sia il primo esso a vedere 1' uomo 



261 
con queir infocato et sfavillante et velenoso che 
ha; et agl'anni passati fu trovato et veduto 
in alcuni boschi vicini a Arezzo, ove fece danno 
non piccolo a quelli che egli scoperse prima; 
et per contrario si scansa '1 danno e '1 pericolo. 
Questi polli salvatichi presi vivi non patiscono 
d' addomesticarsi, et cosi si mangiono, avendo 
la carne somigliante ai domestichi, ma con al- 
quanto di seto di sapor di salvatico, et tuttavia 
è carne più dura che mal volentieri infrollisce 
a essere tenera et delicata come quelli. Ma al- 
cune sorte vi sono, che prese alla foresta s' ad- 
domesticano, et sono quelle che gì' antichi addo- 
mandavano rusticane^ le quali non riescono poi 
punto differenti dall' ordinarie domestiche che 
essi dicevano di cortile ; le Numidiche che sono 
alle Meleagridi (sebbene a queste dicono altri 
essere simili i pavoni d' India), ciò è Affricane, 
simili ; et tutte quelle d' Affrica sono di bonis- 
sima stirpe, facendo uova in quantità, et i polli 
assai grandi, si come quelle di solito dette di 
Faraone, che sono bianche et nere brizzolate 
et picchierate tutte, con la groppa alta et rile- 
vata di forma rotonda, co '1 capo piccolo bellis- 
simo et grazioso alla vista, et in quel paQse 
sono copiosissime ; et trasportate nei paesi d' I- 
talia, tenute in luoghi caldii fanno, ma un poco 
meno, et richieggono il governo dell' altre, solo 
essere tenute ben difese dal freddo, conservan- 
dosi acconciamente l' inverno nelle stalle ove 
sieno stati o stieno molti cavalli, ripiene di li- 
tame, godendo di quel fummo che egli svapora. 
I più belli d' Italia di disposizione di vita et 
altezza rilevata sono quelli di Sicilia, in Mazzara 



262 

et Marsalla, con collo lungo et diritto ; accanto 
a questi i Padovani, che superano di grandezza 
et grossezza tutti gì' altri d' Italia et di Lom- 
bardia istessa, dove ordinariamente sono grandi, 
ma trasportati in altro paese né sono di tanta 
fertilità, né tampoco mantengono la disposizione 
della fattura della loro persona, si come quelli 
d' Ungheria dove n' è abbondanza, et di Spagna 
et di Brugges il simile, dove ne sono alcuni 
di maggior eccellenza degl' altri, di color bigio 
argentino, che fanno una piuma che è attissima 
a pescare a lenza. 

Sono le galline tutte nella lor qualità di 
natura di mirabilissima considerazione, prima 
perché per far l' uovi et mandarli fuori pati- 
scono con gran sofferenza gran dolore, né dubi- 
tano, appresso a questo, di mettere la lor vita 
a ogni ripentaglio per salvare i suoi allievi, 
straccurando il proprio bere et mangiare per 
amor della loro covatura, stando prima a' patti 
di voler morire, anzi che levarsi d' in su 1' uova ; 
ultimamente gì' ammalati raccogliono sotto le 
lor ali, fomentandogli et riscaldandogli, non 
tenendo conto di loro istesse per loro. 

. Volendo entrar in razze forestiere et di lontan 
paese, non potendo o non avendo commodità 
di trasportare nelle gabbie i polli vivi maschi 
et femmine, procurisi di aver dell' nove gallate ; 
et quelle, accomodate in una scatola, ponendo 
arena fra 1' una e l' altra, ovvero semola di 
grano, si trasporteranno a dove altrui vogli, et 
pur che non si sbattino per cammino, nasce- 
ranno sotto le chioccie naturali felicemente, 
rappresentando per tre o quattro descendenze 



263 
la medesima stirpe; di poi tralignano, et con- 
viene rifarsi da capo a rimandare al lor natio 
paese. Marco Lelio Strabone fu il primo tra 
i Romani che racchiudesse in Brindizi tutte le 
sorte d' animali, ai quali era il cielo per carcere 
assegnato, et gì' uccelli exotici et peregrini, i 
quali ne meno d' alcuna sorte conviene tener 
tarpati o vero marchiare su la giuntura del- 
l' ali con ferro affocato perché non volino, per- 
ché tutti si sdegnano d' essere cosi trattati, et 
non profittano, come quando han l' ali libere 
et piene di penna. Tengasi sparsa per il pollaio, 
in certe cantonate d' esso a dove batta '1 sole 
più che in altra parte, della polvere asciutta 
et della cenere, perché cosi come '1 porco si 
diletta del fango a tuffarvisi dentro et volto- 
larsi, questi amano di raspare nella polvere 
minuta et starnazzarvi, sbattendo l' ali et ri- 
criandosi con essa ; et se sotto all' aia dove hanno 
a spaziare vi fosse terreno sterile, faccisi sopra 
una rete di spago o altri spaventacchi o intrec- 
ciature di vitalbe, si che si spaventino i nibbi, 
quando volessino offendergli; né vi passi altra 
acqua che quella che si dà loro a bere, né vi 
si fermi o facci fango ; et sia tutta volta al sole 
et massime d' inverno, che niente più gli fa 
acchiocciare che '1 caldo et dischiocciare che '1 
freddo, et cosi smagrire et ingrassare. Questo 
medesimo effetto causeranno le stanze, che hanno 
a essere edificate in testa del covile, da quella 
banda che sia volta a oriente verso mezzogiorno, 
come s' è detto, due, una per dormirvi, 1' altra 
per farvi 1' nove ; tutte, come s' è detto, da poter 
chiudersi, et imbiancate con diligente intonaco. 



264 

che ne lucertole, ne donnole, né topi possin 
salire ai nidii et dar lor molestia, et con alcune 
fìnestrette per la banda che entra '1 sole, che 
s'aprino et serrino con facilità, più piccole dei 
polli ; et se sia in paese caldo, è assai che siano 
ingraticolate di ferro o di fil di rame. Fabbri- 
cano i Maltesi i pollai di grandissimo spazio 
et agiatissimi, et cosi per pruova si cognosco 
che vi profittano oltre a modo bene. Deonsi 
ancora tenere per le cantonate di queste stanze, 
cosi in quella del dormire come nell' altra da 
far r nove, alcuni cestini grandi in su la piana 
terra, per esperimentare le galline quando vo- 
gliono chiocciare, benché si scorgerà ancora ne- 
gl' altri nidii, ma non si facilmente. 

Il portico ancora che s' è detto sia capacis- 
simo et volto al levar del sole verso mezzo- 
giorno, da potervi stanziare quando piove et 
1' inverno, nel qual tempo è bene talora avanti 
giorno da mezzanotte in là tener loro acceso 
un lume, perché con questo beccano più volen- 
tieri; et se hanno gran largo, lascinsi stare a 
pascer tutto '1 di; se sia ristretto il chiuso et 
non molto da pascervi, si dee dar loro da bec- 
care la mattina al cominciar del giorno, a mez- 
zogiorno, et avanti la sera, perché più volentieri 
se ne tornino al letto ; et s' avvezzino a venire 
a beccare con viva voce, che cosi camminino 
verso il suono come la sentano,» aguzzando a 
quello il loro appetito da mangiare. L' entrate 
loro nelle stanze d' andare a dormire, di sotto 
le loggie o portico, deono essere da certe fine- 
strette, da terra alte un braccio, et con piuoli 
fitti nel muro o scaletta appoggiatavi, per faci- 



265 
litar loro la salita; o veramente si faccino alte 
da terra non più d' un palmo sott' il portico o 
loggia dalla banda di fuori, et dentro arrivino 
al piano della stanza, la quale ha a essere am- 
mattonata più che lastricata, per più sanità et 
pulitezza, et massime che tutti i polli amano '1 
secco et 1' asciutto, che cosi più volentieri vi si 
ritireranno, et le galline et i galli, i quali talora 
per essere assai non si comporteranno bene in- 
sieme, se il chiuso et portico non sia tanto 
grande, che e' possino ivi agiatamente appartati 
dagl' altri spaziare con alcune poche galline. Et 
sarà similmente utile che egl' abbino molti ap- 
partamenti che abbino molte uscite da un capo 
all' altro, et il medesimo sia nella stanza, come 
s' è detto, dove hanno a dormire, se ella non sia 
molto grande; et se il chiuso abbi qualche ap- 
partamento, se ne possono seminare alcuni, et 
seminarvi grano o orzo; et quando comincierà 
a nascere, che sia un po' fuor della terra gran- 
detto, si cavino quivi fuori a pascolare, et 
non pascendo si semini l' altro ; et questo si 
dee fare dove non è erba naturale e dove non 
hanno spazio da rivoltolarsi et spassarsi. D' in- 
verno fa lor bene, sotto al largo, letame secco 
et asciutto da raspare et stuzzicare et sollazzare 
et razzolare dentro ; et nell' estate se gli cavi la 
terra in luogo asciutto che sia stata adaqquata, 
ben zuppa d' aqqua, et cavisi la terra perché 
s' immollino ; et cosi si cavon loro dal dosso i 
jjidocchi, si rinfrescano e si baloccano più sua- 
vemente, bagnandosi volentieri, svolazzando so- 
pra r aqqua chiara et diguazzando et sbattendo 
1' ali, se vi sia qualche gora d' aqqua o rigoletto 
corrente. 



2m 

GÌ' abbeveratoi cosi di dentro come di fuori 
nelle loggie et per tutto allo scoperto, se 
non vi sia fonte naturale, vogliono essere di 
lame di piombo accomodati in foggia d' una 
cassetta quadra lunga che di sopra si possi em- 
piere, et poi mandato giù il coperto che v' ha a 
essere si chiugga ; et dai lati, alto dal fondo un 
palmo, per la lunghezza, vi siano certi pertusi 
rotondi, tanto che v' entri il capo del pollo con 
poter distendere il collo, affinché volendo bere 
possino distendergli là senza imbrattare l' aqqua, 
la quale se non sia d' aqqua viva si muti loro 
in ogni modo ogni quattro di ; et non si avendo 
piombo, facciasi di legno di castagno, cipresso, 
quercia o olmo, che tutti sono legnami che 
r aqqua non gli corrompe o infracida, in quella 
medesima foggia, perché ella vi si mantenga 
pulita et netta. Et la cassetta dei polli per bec- 
care sia ben lunga secondo la qualità dei polli, 
perché assai ve ne possino stare a beccare ad 
un tempo ; et perché non imbrattino il beccare, 
sianvi dallo scoperto di sopra confitti certi asse- 
reni, tanto distanti 1' uno dall' altro, che vi cap- 
pia il pollo il collo, senza introdursi con i piedi; 
puossi ancora porvi di sopra un' asse per lo 
lungo, tanto scoperta et sollevata dall' altre tre, 
che retta in su le teste et nei mezzi dia luogo 
al becco del pollo, che cosi non ne manderanno 
male tanta et si manterrà più pulita. 

Ora di qualunche sorte di polli si cerchi di 
far razza, eccetto che di quella di Soria di Fa- 
raone, nella quale è di mistiero eleggere della 
lor fatta i maggiori et i più belli e ben fatti, 
conviene primamente accappare il gallo che sia 



267 
di perfezione, importando sempre assai più un 
buon gallo che buone galline, perché il buon 
gallo fa buone galline et non esse lui. Sia addun- 
que il gallo che s' ha a eleggere perfin da pic- 
colo cognosciuto per cantatore (se ben fattogli 
un cerchio di sermenti al collo si tien che non 
cantino), salacissimo, orgoglioso, altiero et ardito 
et vivace e fiero, che si scorga che combatta 
con gì' altri ancora maggiori di lui che voglino 
montar le galline; abbi principalmente il capo 
che gli stia diritto, alto, elevato e feroce, con 
cresta rosata, diritta, bene increspata, con una 
corona; sia la cresta alta, elevata, et non mai 
torta o piegata o piana, che ciò lo denota d' ani- 
mo vile, et le parti di lui in questo deono essere 
di animoso, cortese et liberale; abbiala grande, 
grossa et patente, colorita, sanguigna, infocata, 
et la testa ancora, et il becco corto et grosso et 
a uncino et bene aguzzo, gì' orecchi grandi et 
bianchi, i pendagli sotto la gola, domandati 
bargigli, lunghi, traversati di bianco e rosso et 
rilucenti d' ambedue questi colori , et come 
attaccate a una bianca barba le sue crinature (') 
del collo, quale sia alto, orgoglioso, disteso et 
ben fondo di piume variate, o veramente ingial- 
late di color d' oro e rilucenti di verde, sparse 
per la collottola, collo et rene (') ; gì' occhi ne- 
greggianti et radi, ciò è con assai spazio dal- 
l' uno all' altro, sfavillanti et che buttin fuoco, 
con la luce infocata rossigna; il petto largo et 



(1) sopra crinature è scritto jubae. E in canam par scritto 
sopra bianca, della quale parola son poco sicuro, e propenderei a 
legger vecchia che mi sembra correttovi sopra. 

(2) spalle è scritto sopra rene. 



2m 

traversato et pien di muscoli, i fianchi (') robu- 
sti et gagliardi, l'ali piene di penne et grandi 
et spaziose ; la coda sia di doppio ordine di qua 
et di là, con le penne alte et rilucenti, piegata 
in dentro di sopra le schiene, et si lunga che 
la si gli rivolti sin al capo ; i lombi con le nati- 
che ruvide (^), con fonde piume, le gambe e gli 
stinchi robusti et gagliardi, armato di cattivi 
nocenti speroni. 1 costumi, sebben questi come 
quelli d' Inghilterra non si richieggano per 
combattere, tuttavia sien generosi, allegri, vigi- 
lanti et pronti a cantare spesso et a vegliare, 
né che di facile si spaventino o abbin paura, 
perché talvolta conviene che difendino le gal- 
line da animali velenosi, ammazzando et serpi 
et lucertole et altri animali che le volessino op- 
primere. Niente di manco i contenziosi et troppo 
vaghi di combattere et ferire gì' altri non s' ap- 
pruovano, perché vietan che gì' altri non cuo- 
prino le galline et gli perseguitano, avendo una 
lussuria da gareggiare. Et di fazione di vita sia 
piuttosto quadrato che lungo, raccolto bene in- 
sieme et traversato, d' appiccatura di coscie et 
gambe a proporzione, non gobbo, non nano, non 
punto malfatto o stroppiato, né piccolo sia né 
grande sconsertato; sia un poco più di mezzana 
statura rispetto agi' altri polli, et più alto et 
elevato delle galline; et se non si può trovare 
di color nero pendente in rossigno o rossigno 
focoso dorato (benché essendo cosi tali faranno 
gì' allievi maschi et le femmine nere) piglisi 



(1) lacertis è scritto sopra fianchi. 
(?) hirti è scritto sopra ruvide. 



269 
nero morato bene; altri appruovano che egli 
si confacci nel colore e fattezze delle galline 
et co '1 medesimo numero d' ugne nei piedi, et 
questo dee esser sempre caffo. Riesca innamo- 
rato delle sue galline, et quanto più canta a 
buon' ora, tanto più si può presumere che sia 
per riuscir megliore, purché non sia in sul farsi 
notte, ma verso la mezzanotte, che è quando 
canta un po' roco: et quanto più apparisce et 
s' approssima il di, tanto più se gì' assottiglia 
la voce, la diminuisce, et la fa più squillante 
et penetrativa. Ancora conviene osservare, vo- 
lendo far pruova della sua perfezione, quando 
ponendolo a combattere si rallegri vincendo, 
canti et si pavoneggi et si inglorii,, sarà segno 
di vantaggi al gallo ; et perdendo s' attristi, 
tacci et nascondi. Et quella rissosa libidine, che 
talora hanno, si raffrena et si modera con aver 
forato un cuoio in giro et fattivi mettere i 
piedi, quasi in pastoie come a' cavalli. 

Tutti i polli bianchi sono da essere fuggiti, 
come quelli che biancheggiano o che pur hanno 
una sol penna bianca, né sono da essere commen- 
dati i cosi grandi, perciocché tutti questi non 
fanno tant' uova, et i nati di loro non ingrassano 
tanto né ingrossano, vivono manco tempo, et più 
sono veduti dai nibbii et scoperti dall' aquile ; et 
sono di cattiva ragione, e '1 gallo di malissima 
condizione et dappoco. Et io agi' altri d' altro 
colore ho sperimentato in Malta [uno] che non 
fuggi al lione a rincontro del quale lo messi, né 
s' asterri punto; anzi fieramente risguardatolo, 
ristette alquanto un po' sospeso il lione, di poi 
acciuffatolo 1' ammazzò ; riserbando agi' altri a 



270 

far pruova in questo del bianco gallo, quale 
dicono essere quello solo che fa paura et fa 
ritornare indietro il lione ; ben è vero che questo 
regio animale s' arriccia et sente un certo che 
d' omore alla voce del cantante gallo. Le galline 
bianche ancora si dislodano per esser troppo 
delicate et più sore et addormentate. Le galline 
addunque più generose son quelle che hanno la 
piuma rosseggiante e le dite dei piedi dispari, 
o nere, o rosseggianti in nero, o brizzolate in 
nero e rosso, et è bene che tutte siano d' un 
colore et d' una razza, il che è agevole a conse- 
guire, avendo dei galli sopradetti. La statura 
dell' esser loro dee essere di mezzana grandezza, 
perché le gj^andi non sono tanto feconde, come 
si vede nelle Padovane ancora nel lor natio 
paese; quadrate et traversate, di buon corpo, 
gran testa et grossa, con cresta levata et ampia, 
ben colorita et rossa rilucente; il collo grosso, 
le dite sottili et che non concorrino 1' une sopra 
r altre, et siano cinque piuttosto che quattro ; 
orecchie bianche ; et di queste fattezze grandis- 
sime, riusciranno meglior chioccie et faran più 
nove. Deono aver le gambe che non vi siano 
per traverso gli sproni, perciocché queste avendo 
questo segno virile di gallo, repugnano all' atto 
venereo, conducendovisi mal volentieri, et an- 
cora quando covano percuotono con i calci 
r uova et le guastano ; hanno ad avere grand' ali, 
grandi penne et fonda piuma, e massime quelle 
che hanno a covare uova, foltissima; et ne sa- 
ranno vaghe, standovi sopra più volentieri. Le 
galline nane (^) non sono approvate, sebbene in 



(') pumiliones è sci'itto sopra galline nane. 



271 
molti luoghi, come in Romagna, fanno uova assai 
et sono feconde; i Romani le stimavano assai 
per più saporite in cibo d' inverno, ma sono 
sempre di poca carne et stanno magre. Le mez- 
zane son laudate, et le grandi si deono trascerre 
per ingrassare ; et per far dell' uova assai deono 
essere d' uno anno o di due, et cosi le chioccie 
per covar uova, perché attendono a star più 
pazienti in sul covo a covare che le vecchie, le 
quali s' hanno a tenere per allevare, et da quat- 
tro anni in là al più s' hanno a dar via, perché 
non faran poi più tant' uova, sebben sono più 
grandi, non covono più bene et son dure. Quelle 
che si mangiono 1' uova, quelle che cantano 
come i galli o uccelli, le nate tardi et di galline 
e gallo assai vecchi, non s' hanno a serbare o 
tenere, perché son più facili a morire 1' inver- 
nata seguente et perché non riescono bene. Il 
fummo sanifica le galline dalla ciecagione et 
dalla cispa, et tiene lor purgata la testa. Abbru- 
ciando intorno al pollaio corna di cervio, le 
terrà difese dagl' animali velenosi et opereranno 
che non s' accostino ; et non succedendo ciò , 
abbrucivisi ginepro, rosmarino, tignamica o pa- 
glia molle o qualche altra cosa che facci gran 
fummo, purché sia odorifera. 

I polli si lascino andar fuori dopo un' ora 
che '1 sole sia stato levato ; et se sia il tempo 
tristo, rattenghinsi dentro sin a che schiarischi, 
purché ogni giorno si lascino scorrere alquanto; 
et avanti che '1 sole vadi sotto, si mandino a 
letto. Scompartiscansi di modo i polli, che a 
ogni quindici galline et non più tocchi un gallo; 
altri hanno openione che cinque o sei galline 



272 

et non più s' alluoghino a un gallo. Niente di 
meno, secondo la valentigia et ferocità del gallo, 
se ne dia più numero o manco. Ma a una chioc- 
cia non si sottoponga già più che diciassette o 
diciannove uova. Se le galline chioccie fossero 
pavonesse Indiane, pongasene lor sotto delle 
nostrali sin in venticinque. Se le galline che si 
tengono non chiuse, ma alla campagna, scorres- 
sero all' uve, si dia loro mescolata la lambrusca, 
cioè il fiore della vite salvatica, et questa gli 
infastidirà che non ne mangieranno ; somiglian- 
temente, se elle perseverassero, si dia loro a bec- 
care del fior che caschi dall' uve di prima na- 
scita loro. Ma per continuo et buon cibo si dia 
loro da mangiare orzo cotto alquanto caldo o 
macinato, cicerchie vecchie, miglio, panico, 
loglio cotto, semola leggermente dalla farina 
separata, mescolata con farro ; le foglie del citiso 
et le sementi gli son buone, i minuzzoli del pane 
le recreano assai, et mangiono volentieri ogni 
pane stritolato, cosi tutte le mondature del 
grano et delle biade gì' intrattengono, et di 
qualunche di queste beccate che se gli dieno, 
siengli date in più volte et poco per volta, cosi 
farà più lor prò, non empiendo il gozzo con 
furia, et lo smaltiranno assai meglio; che tal- 
volta, avendo assai roba, si scalcheggiano 1' un 
r altro et s' ammazzano trangugiandolo, il che 
dà loro dolor di ventre, et molte fiate se ne 
muoiono, et massime i pulcini ; et sebbene i polli 
sono cosi abboccati che mangion tutto che è 
posto loro innanzi, non perciò è lor tutto sano ; 
per il che si dee attendere a dar loro i meglior 
cibi, i più caldi l' inverno, et 1' estate per con- 



273 

trarlo ; et il simile si facci del lato, d' inverno 
asciutto e caldo ; et d' estate se gli cuoca 
dell' orzo netto et spolverato nell' aqqua netta 
sin che si sfracelli, gettando via 1' aqqua della 
sua cocitura, et presane dell' altra, mettasi di 
nuovo a cuocere con un poco d' allume di rocca 
nella caldaia, accanto s' impoltigli con la crusca, 
et mesturati cosi insieme diasegli la mattina di 
buon' ora per il freddo, et faranno uova assai 
et chioccieranno per tempo ; et fra '1 di, poco per 
volta, panico, miglio o grano. Ancora un pu- 
gnello di ciccioli, di quelli che avanzano a far 
le candele di sevo, dato loro la mattina innanzi 
beccare, gli manterrà in buon essere et faranno 
il medesimo effetto : ma vivono meno. Con tutto 
ciò sono molti che gi' usono per cavarne in 
breve tempo maggior profitto, cosi per la gras- 
sezza, come per la quantità dell' nove che fanno ; 
et il miglio, grano et panico, dato in altra ma- 
niera che in quella, gì' ingrassa bensi, ma non 
gli lascia chiocciare, et nuoce loro. Non è da 
satollarli con i vinacciuoli, perché fanno far 
loro poche et piccole nove, et tanto più ne' freddi 
maggiori ; fugghinsi ancora per loro le ghiande 
trite et le castagne minuzzate, né si diano loro 
che per intrattenerle quando son vecchie, per 
ingrassarle ai tempi, nei quali poi ancora con i 
vinacciuoli si prepari lor tutti quei beccari, 
mescolando vene la terza parte ; et faccisi questo 
ne' maggior freddi. Co '1 miglio covon 1' uova 
molto, et è cibo per i pulcini et pollastri singu- 
lare, et ottimo nutrimento per loro di tutti i 
tempi; l'estate si può dargli l'orzo non cotto; 
et sia di erba o foglia, se non han dove pascer- 
la 



274 

ne, dovendosegli dare la verdura più per raffre- 
scare, che per cibo di nutrimento; ma per il 
caldo dell' estate chiocciano in ogni modo. Dove 
è quantità di poponi, minuzzinsi triti et mesticati 
con semola, similmente i cetrioli et i cocomeri ; 
di più neir autunno l' ortica fresca cruda o cotta, 
tagliuzzata bene, gioverà mescolata con crusca 
a darsi loro. A quelle che stanno al largo al 
campo et a' pascoli o intorno a' pagliai, basta 
il cibo ordinario due volte il di, la mattina a 
levata di sole et la sera un' ora avanti che le 
vadino a dormire; et dove elle non hanno que- 
sta commodezza, una volta più, che sia dopp' il 
mezzogiorno. Et dove van lontane a buscare, et 
massime d'inverno, [siano] avvezze a tornare a 
casa co '1 suono d' un campanello che dee star 
accomodato sopra alla porta del pollaio, et tor- 
nate che le sieno, gettisegli sopr' il letame qual- 
che cosa da beccare, et se gì' assetti quivi oltre 
della polvere asciutta o cenere o ceneracciolo 
non bagnato, perché vi scavino et lo rivoltino 
raspando; et la estate nella polvere di terra 
scavata se gli getti da mangiare ; profumandosi 
la notte co '1 zolfo a dove le stanno a dormire, 
quattro o sei volte il mese, faranno l' nove 
assai più grandi et si manterranno più sane. 
Tenghinsi sempre i polli sceveri da ogni altro 
animale, et massime oche o anitre, che imbratton 
loro il beccare et il bere, il che i polli amano 
tuttavia netto et pulito; et perché questo av- 
venga in meglior modo che non con le cassette 
dette di sopra, faccisi fare una gran campana 
di terra cotta, la quale abbi il fondo di sotto 
appiccato intorno all' orlo del giro di tutta la 



275 
campana, et quivi sopra a un sommesso siano 
certe fenestrelle di mezzo aovate che la rigirino 
intorno, et sia scommessa dalla parte di sopra, 
di dove si getti dentro il beccare ; et un' altra 
simile se ne facci fare per dar lor bere; cosi 
non potranno imporcare né 1' uno né 1' altro. La 
semola semplice nutrisce i polli, ma genera loro 
i pidocchi; imperciò sempre si mescoli, avver- 
tendo che tra essa o in altro modo non siano 
mai gusci d' uova, perché essendovene s' assue- 
faranno poi a beccar 1' nove. Le galline vecchie 
s' hanno a riserbare per covare et le gioveni 
per fare uova; et quelle hanno a essere di due 
anni sino in tre et che non passin quattro, sce- 
gliendole larghe di corpo, di grand' ali, piene 
di piume, brave et ardite per poter difendere 
i pulcini da cagnuoli, gatti et nibbi, lucertole 
et altri animali, senza speroni et con 1' ugne 
rintuzzate ; sappin chiamare, cantare et gridare 
sopra r nove quando le covano, si come 1' altre 
galline, quando fanno l'uove nel nidio, schiamaz- 
zare ; le mute et le nane non covan bene et non 
cuopron 1' nove et ne rompono assai. 

11 tempo di porre 1' nove sotto le chioccie 
nei paesi temperati o caldi sia di gennaio sin 
a mezzo febbraio, et nei ben caldi può comin- 
ciarsi sin di dicembre, et nei più freddi al fine 
di febbraio et di marzo, intendendosi ciò per 
i polli che s' hanno ad allevare a mantener la 
razza ; che per aver pollastri da mangiare, se ne 
possono continuamente porre cosi di estate come 
d' inverno, purché s' accomodi la stanza al tem- 
porale; perciocché nelle stufe faranno ancora 
ne' maggior freddi. Ma quelli che di quel tempo 



27G 

detto nasceranno, diverranno sempre più vigo- 
rosi et gagliardi, et come fortificati dal freddo 
sempre più sani, et negl' altri tempi saranno 
più sottoposti a pipite et ad altri mali. Ma le 
galline ordinariamente come elle finiscono a far 
dell' nove, cominciono a bramar di covare; ma 
non è da lasciare che tutte covino, imperocché 
neir inverno le son più atte che a covare, a far 
dell' nove; et si ferma lor quella voglia con 
cacciargli una penna travers' al naso. Le vecchie 
et attempate son meglio per covare. Alcune 
calpestando le sue nove le guastano, altre rom- 
pendole le divorano, molte hanno il becco troppo 
aguzzo e le forano, et ne sono di quelle che per 
aver 1' ugne troppo appuntate le bucano ; tutte 
queste tali si serbino a far nove, né mai s' ado- 
prino a covare. Puossi ancora provare con i cibi 
a proposito di procacciare più per tempo la 
fecondità, et a questo conviene di buon' ora 
cominciare a dar loro dell' orzo mezzo cotto, 
che farà loro aumento d' uova et i parti più 
facili et spessi, et tanto più condendolo con 
foglie di citiso e co '1 suo seme, le quali due 
cose le fanno più fertili ; et dove non sien queste, 
cosi suppliscasi con la sposina (*). Et gioverà 
nei luoghi freddi tener calde le chioccie, et nati 
i pulcini, operare che abbino i luoghi da dor- 
mire puliti et netti, distesi di paglia, la quale 
si rivolga loro et rimuti spesso, perché s' em- 
piono di pulci; et perciò sien pulite le stanze 
dove stan le chioccie a covare, perché le pulici 
et altri animali non le lasciono riposare, per 



(•) semmoUllo è scritto sopra sposina,. 



277 
il che l'uove dan fuori i jjulcini disegualmente, 
o invecchiano et guastandosi non fanno. Le 
quali nove per covare s' hanno a scerre delle 
più fresche, perché più presto mandan fuori il 
pulcino che le stantie; et perciò sien nove che 
non passino dieci di dalla nascita, et siano nate 
di galline ben satolle, et tutte sien d' una sorte 
et razza, perché quelle di due son meglio da 
mangiare che da serbare, et massime che di 
quelle talora [nascono] pulcini mostruosi con 
due capi o stroppiati, et di queste più forti 
e sani. A tal che, volendo far covare uova 
grandi, siano di gallina solita fargli cosi, né si 
mescolino, et per quelle si sceglia la chioccia 
maggiore. 

L' nove buone a essere covate primamente 
dimenate forte bisogna che non diguazzino, et 
sperate alla lucerna nel tralucere mostrino una 
nuvola appannata dentro oscura; si cognoscono 
a dimenarle nell' aqqiia, perché le piene vanno 
al fondo et le vane a galla; et quelle delle 
galline ove di continuo sia stato il gallo non 
sono da accettare, perché le non saranno né 
gallate né buone. Volendo assai galletti per 
capponare o pollastri ancora, si può innanzi 
preparare et sapere, osservandolo dal gallo, se 
sia solito far più maschi che femmine, o per 
contrario, et dalla fazione delle uova si scor- 
gerà che quando tira al tondo da ogni banda 
grossetto sarà femmina, et quando sarà lun- 
ghetto assottigliandosi dalle bande sarà maschio, 
come i lunghissimi et acutissimi; et questa re- 
gola vale a ciò, quando son nati tutti d' una 
gallina. Altri gli guardono al sole ponendogli 



278 

dritti sopra la palma della mano clie gV ad- 
dombri, et se una macchia che suole apparire 
verso la punta è ugualmente in mezzo alla 
punta, sarà di maschio, et se pende da uno 
dei lati, femmina. 

Trascelte l' uova, si dee accomodare il 
nidio in un cestino capace, fermo, di paglie 
trite minuzzate bene o di fieno sottile non 
impacciato d' altre erbaccie, netto et pulito, 
mescolato con foglie d' assenzio et di ruta 
secche ; stia '1 nidio non più alto da terra d' un 
palmo, affinché la chioccia non scommuova o 
spezzi uova, le quali non hanno mai a essere 
scrollate o smosse quando si cavano; et perché 
le galline che talora hanno mostro di voler 
covar bene non si svaghino, et partendosi dal 
nidio freddin 1' uova, assettisi il nidio in stanza 
appartata et che si serri, per levar loro 1' occa- 
sione di abbandonarle et che non s' abbino a 
levar d' in su 1' nove, se non per pigliare il cibo, 
et perché 1' altre galline non vadino a distur- 
barle per voler far quivi 1' uovo o bezzicarle ; 
et se avvenisse che non si potesse tenere a co- 
vare la chioccia in luogo chiuso, segninsi con 
un carbone quelle che si covono, et se più non 
sien buone si cavino. Et bisogna osservare quando 
si pongon r uova, che quelle che han dato fuori 
si raccoglino et si segnino quelle che di per di 
sien nate, affinché freschissime alle chioccianti (') 
si sopponghino in cambio, mentre che le non 
sieno più vecchie che di dieci di et riposate. 
Mettasi intorno al nidio dell' alloro et vi s' ab- 



(i) glocientibus è scritto sopra chioccianti. 



2ld 

bruci vicino delle corna di cervio o galbano o 
capelli di donna o peli di capra, per far fuggire 
gli animali velenosi o altri. Fatto questo et 
cognosciuta la chioccia, la quale si conosce 
all' andatura, che va chiocciando, et al non si 
saper partire dal suo nidio, standovi ferma fatto 
che ha 1' uovo, si deono accomodare a giacere 
nel nidio il numero dell' uovi detto di sopra, che 
si tocchino r un 1' altro, nel crescere della luna, 
nei dieci o quindici di della nuova, perché 
tocchi parte del crescere al principio e parte 
anco all' uscire ; et la luna nuova gì' aiuta a 
disarmargli meglio dal guscio et più presto. 
Altri affermano che pur sempre si ponghino in 
numero dispari, ma tuttavia il medesimo nu- 
mero, di gennaio, febbraio e marzo, ma non più 
di quindici, di poi tutta 1' estate sin a settembre 
il medesimo ; da quivi le muoiono per il freddo, 
se non si riscaldi la stanza o vi sieno stufe; 
et certi credono che i polli dal solstizio in là 
non diventino grandi, et che 1' ottima postura 
sia dall' equinozio di primavera. 

Del tempo del mandar fuori il pulcino non 
si riscontra di tutti 1' openione ; alcuni in quat- 
tordici di, altri in ventuno, et in venti sono 
vedutisi dar fuori i pulcini; è ben vero che di 
estate penon sempre manco a dar fuori che di 
inverno. Alle sue ore debite s'apparecchi quivi 
nella stanza il suo mangiare, et sia grano, perché 
in quel tempo hanno bisogno per il disagio di 
nutrimento gagliardo et riscaldarsi con esso ; et 
si rinnuovi ogni di in su mezzogiorno. Visitisi 
ancora ogni di il nidio, mentre che elle beccano, 
levando via le [uova] spezzate, et per i primi 



280 

quindici di, se paresse occorrere, si possono 
rivoltare ogni di una volta, affinché le sentino 
il caldo da ogni banda; benché la gallina gli 
circonda meglio tutti et gli gira da sé. Et se 
elle tardin troppo a mangiare et rientrare nel 
nidio, si ponga sopra l' uova una pelle calda, 
et massime se stringa il freddo ; et ne' primi 
quattro di si sperano tutti alla candela, et tro- 
vando che sien mossi, avendo sparpagliata la 
torbidezza, si lasciono stare, et i chiari et tralu- 
centi si levano via, perché non nascerebbero a 
tempo con gli altri. E openione d' alcuni che 
qualunche cosa di ferro posta nel nidio, o foglie 
d' alloro, o strame, o gramigna, operino che non 
gli noino le saette; altri vi pongono dei capi 
d' agli, fìttivi dentro dei chiodi ; similmente gio- 
verà far dei profumi di ramerino, et nel nidio 
fra la paglia por del puleggio secco per ovviare 
ai pidocchi. Nei calori grandissimi dell' estate 
è bene talvolta spruzzar l' uova con l' aqqua 
fresca destramente et con leggerezza, perché 
quelle non si disecchino : et massime s' osservi 
questo nei pavoni d' India e naturali. 

Se tu vorrai rivoltare et rifare et nettare il 
nidio, poni pian piano in una cassetta di legno 
con mano l' nove cavate dal nidio a una a una, 
et di poi rimettile nel nidio, rassettate come 
prima. Il lor mangiare si metta appresso al 
nidio. Et se bene le chioccie rivoltino l' uova 
da per loro, tuttavia è da voltarle con mano, 
perché ugualmente piglino il caldo a mandar 
fuori il pulcino ; et se ve ne sia delle rotte, se ne 
rimetta. Passati i ventun di, allo scorcio d'essi 
abbisi r occhio et avvertiscasi che nell' uscire 



281 
non aftbghino i pulcini, e si ponga V orecchio 
a sentire se con le rostelle abbino rotta la scorza 
del guscio et se pigolano, perché qualche volta 
per la durezza del guscio non possono romper 
fuori, et quando vi stan sodi bisogna cavargli 
fuori con le mani et mettergli sotto alle madri 
che gli covino; et ciò non è da fare che per 
tre di, perché dopo ventun di 1' uova che son 
salde (') non han pulcino dentro, et s' hanno 
a levar via perché non covino invano; perché 
il vigesimo giorno, se si muova 1' uovo, si sente 
dentro al coccio la voce del pulcino eh' è vivo ; 
et se gli mancasse caldo per difetto della gal- 
lina che non n' avesse quanto bisogna, mettinsi 
r uova in una caldaia co '1 nidio della paglia 
netto, et sotto se gli metta di quando in quando 
alquanto di bracie, si che la paglia lentamente 
riscaldi; o vero si riscaldi la paglia da per sé, 
et scaldata si ponga sotto et sopra all' uova 
non le movendo del nidio, che ciò aiuterà di 
farle nascere affatto et uscir fuori. In capo a 
tre di [il pulcino] mette la piuma, disposto di 
questa maniera, che tiene il capo sopr' il destro 
pie et r ala destra sopr' il capo, a poco a poco 
mancando il rosso dell'uovo. 

1 pulcini tosto che sien nati non si deono 
levare ad uno per uno come si truovino nati, 
ma si hanno a lasciare stare per un di sotto 
la madre, senza dar loro né mangiar né bere, 
per sin a tanto che tutti sien usciti fuori. È 
cosa di meraviglia a dire et pur si chiarisce 
essere cosi, che non s' ammazzano cascando da 



(1) silentia è scritto sopra salde. 



alto avanti die egl' abbino cominciato a beccal'é. 
L' altro di che tutti saranno fuor del guscio è 
bene mettergli in un graticcio o vaglio, et far 
lor fummo sotto con puleggio, o ver cacciatigli 
in un cofano appiccargli al fummo, proibendo 
ciò la pipita che gli suole far morire: di poi 
s' hanno a racchiudere nella stanza, et per un 
poco dar loro cotta in aqqua farina d' orzo, 
spruzzatovi sopra un poco di vino. Grandemente 
è da guardargli dalla crudità, et perciò si ten- 
ghino per tre di sotto la cesta con la madre, 
,et dando lor poi di nuovo cibo fresco da man- 
giare, avvertire che non abbino punto del crudo 
del di dinanzi; e perché se non hanno voto 
il gozzo è segno di crudezza, s' hanno a tenere 
senza mangiare tanto che smaltischino ; né si 
lascin discostare dalla cesta, dando lor tuttavia 
farina d' orzo, tanto che si fortifichino ; cavin- 
segli appresso le penne intorno al forame et sotto 
la coda, et se si riserri loro il sesso, aprasi con 
il sodo d' una penna unta : et se fossero troppo 
sviati di li a qualche giorno in andar raminghi, 
prillinsegli l'ali. E bene ancora i pulcini porre 
al sole, nati che sieno, in su '1 litame, affinché 
vi si rivoltolin sopra, che cosi crescon meglio 
et tengonsi caldi, se è d' inverno, con un pan- 
nolino steso sopra la cesta. Beccano volentieri 
minuzzoli di pane stritolati minutissimamente 
et semmolillo, e 'n sul terreno bagnato e molle, 
o vero che vi sia sparsa della polvere, perchè 
non si faccin male al tenero becco et ugna, 
panico et zuppa di pane in vino et pasta im- 
pastata con sementa di nasturcio, che gli difende 
dall' accecare, et carne tagliuzzata minuta non 



283 
salata et piccoli lombriclii della terra. Avver- 
tiscasi che per i primi venti di non s' immollino 
né dentro né fuori del nidio. Quando la chioccia 
avesse pidocchi, se gli metta nel nidio mar- 
robbio o nasturcio fra la paglia, et venendo 
innanzi unghisi con un poco d' olio sotto le ali, 
intinto caldo, sin che lo succi il luogo unto 
et asciughi prima che ritorni sopra i pulcini; 
et se la chioccia n' è piena, ungasi tutta et se 
gli muti la paglia, né si rimetta in sui pulcini 
che asciutta, et quando s' ugne avvertiscasi che 
non gì' entri 1' olio negl' orecchi ; i pulcini, se 
queir olio gli toccasse, prima si morrebbero che 
s' impidocchissero. Se ne siano assai d' una età 
di diverse chioccie, si posson mettere tutti in- 
sieme, che sien guardati da una o da un' altra 
gallina che vi s' avvezzi, perché quella torni 
a covare, o da un cappone, ma che sien tutti 
uguali, che altrimenti gli bezzicherebbono; come 
abbino quaranta o cinquanta di, possono andare 
da per loro con gl'altri polli, et ancora prima. 
Et volendo far multiplico di polli senza 
r aiuto del covare delle galline, scegliasi il paese 
caldo et caldo il sito, et quivi si faccino molti 
fornelli a uso dei nostri forni, ma con il cielo un 
poco più basso in volta et arcati ancora di sotto, 
con gì' archi alti da terra un braccio e mezzo ; 
et doppo che ei sieno asciugati et secchi, si 
stenda tutto 'i piano di piuma di collo di polli 
minuta, mettanvisi stesi per ordine tanti quanti 
vi cappiano uovi, et sarà assai capace di cento 
o duecento ; cuoprinsi poi l' uove d' un altro 
suolo di penne; sotto poi al forno con bracie 
si dia il fuoco temperatamente uguale continuo, 



284 

che sia tiepidamente unito et unitamente tie- 
pido, di quella qualità che è quello della chioc- 
cia. Cosi seguendo, in ventun di incirca nasce- 
ranno; et alcuni in cambio di penna pigliono 
litame trito minuto et netto et ben secco, con 
un suolo di sopra et sotto et 1' uova in mezzo ; 
et a questi che cosi son nati senza madre si 
possono dare per chioccia i capponi, i quali se 
non si muovono ad accarezzargli, piglisi la 
pecchaigas (') et pungansi con 1' ortica et met- 
tinsi in una cesta con i pulcini di sotto, che 
per la morbidezza delle lor piume sentendo 
conforto gì' adameranno. Diasegli largamente 
poi da mangiare perché possino averne per loro 
e sparnazzarne ai pulcini, i quali di poi ame- 
ranno cordialmente. E cosa esperimentata che 
dibattendosi le uove da porre, faranno i pulcini 
zoppi e stroppiati, et massime quando sien di 
già sotto la chioccia, scomponendoli le fibre 
vitali incominciate. Ancora è scritto che se si 
metterà nei ventricoli (^) dell' uova sottilmente 
vagliato lo sterco delle galline, et d' intorno 
a loro s' accomodino le piume delle galline, et 
sopra queste si disponghino l' uove messe per 
diritto, la parte più acuta rivoltata all' insù, 
et che sopra si riponga dell' altro sterco crivel- 
lato, tanto che da ogni banda elle sieno rico- 
perte ; il che fatto, i primi due di o tre si lascino 
stare, et di poi ogni di si rivoltino, con questa 
avvertenza che 1' uova tra loro non si percuo- 



ti) Questa pecchaigas non so dir che sia: ma è voce certo 
derivante dallo spagnolo, come ghalpitos, beruguello, ceguera ecc. 
che si leggono più avanti. 

(?) panni è scritto sopra ventricoli. 



285 
tino et ugualmente siano covate; doppo venti 
di si troveranno l' uova rotte ne' lor panni. 
Addunque il vigesimo di se gli lievi il coccio, 
et cavati fuori i pulcini, si diano al governo 
delle galline. Truovasi ancora scritto che una 
donna, che aveva grandissime poppe, avendo 
messo fra esse un uovo et tenutovelo senza 
mai cavarlo venti di, in capo a quelli naqque 
il pulcino ; né falsamente è scritto che Augusta, 
presone buono augurio, riuscisse gravida del- 
l' imperadore. Ancora è scritto, che mettendo 
spontaneamente dell'uova in un vaso tepido, 
nascerà il pulcino. 

Si truovano alcune galline, et massime delle 
pavonesse indiane, che stanno attaccate in su '1 
nidio senza saper finire di levarsene, né anco 
per andare a beccare, et se si levano con 
mano, subito vi ritornano, durando in questa 
pertinacia tre di interi et di passo; a cosi 
fatte bisogna spesso porgere da mangiare quivi 
dal nidio et andar mutando lor cibo, tanto 
che una volta si risolvino a beccare; et ancora 
si dee provare a invitarle co '1 verdume; se 
covato poi eh' eli' abbino le non veglino par- 
tirsi del nidio, è di mestiero bagnarle sotto con 
aqqua fredda spesso, levar via tutti i nidii, 
tenerle legate per un piede in altra parte; et 
alcuni per farle dischiocciare affatto gì' attra- 
versano una penna per mezzo il naso: cosi tor- 
nano a far uova, dismettendo il chiocciare. 

Ma il cappone che s' elegge a fare l' offizio 
della chioccia dee esser sano, forte et gagliardo ; 
et pelatolo tutto sotto '1 corpo et puntolo con 
ortica maschia, s' imbriaca con una zuppa di pane 



286 

in buon vino, et cosi ubbriaco si mette in un 
vaso coperto d' asse che fugga e possi sfiatare ; 
et fatto questo, per tre di continui si pone sotto 
a una cesta grande di vimini con un pulcino 
di venti di almeno, al quale per 1' amore che 
gli piglia se gli dà il di seguente quanti pul- 
cini si vogli, et gli procuran con maraviglia, 
vezzeggiandogli né abbandonandogli mai né di 
né notte, sin che le pollastre faccino uova et 
i galletti siano da essere capponati ; e in questo 
termine saranno quando averanno preso tanto 
augumento che cantino et grandemente alte- 
randosi fra loro combattine per amore, sapendo 
che quelli che riescono buoni capponi riescono 
buoni galli, che i ghalpitos non vaglion nulla 
né per capponi né per galli. Ve ne sono alcuni 
galletti mogi tiepidi addormentati et effemmi- 
nati, che non si risentono con le galline né 
fanno tra esse motivo alcuno; questi riescono 
eccellenti per capponi et per chioccie. Ma si 
dee cercare tra i galletti di quelli che abbin 
grossa la pelle del capo per capponare, perchè 
ingrassan più et diventan più grossi et pesanti, 
dilatandosi per la vita. 

Il galletto che ha a essere castrato tengasi 
per un di innanzi senza mangiare allo stretto, 
affinché essendo voto patisca del taglio meno, 
et meglio in quella magrezza se gli possino 
ritrovare i granelli, i quali tagliando in tra- 
verso quanto è grossa una costola di coltello, 
sotto verso terra, presso al sesso due dita, et 
un dito di taglio facendo, con li diti della 
mano sottili ben lavati che non abbino tocco 
né agli né cipolle, si cercheranno et trove- 



28T 

ranno ambedue i testicoli et si taglino con 
forbici arrotate taglienti; si ricucirà di poi 
la ferita con filo di refe et ago grosso tondo, 
et vi si ponga sopra cenere rovente et olio 
che scotti, o veramente delicato butiro vecchio 
lavato; et molti, cucita la ferita, vi strofinan 
su la palletta rovente affocata, et di poi ungono 
con olio caldo commune. Di poi si tenga due 
di senza bere racchiuso, più appresso ripo- 
sato di parecchi di se gli tagli la cresta, fer- 
mando il sangue con ferro affocato et ugnendo 
come s' è detto di sopra. Il segno che sia ben 
castrato il galletto si è quando resta di cantare 
et se gli ritira da per sé la cresta et i bargigli 
sott' il mento scoloriti et sbiancati in gialliccio, 
et quando non cerca più di montare le galline ; 
et a quelli che non si rintuzza né la barba 
né la cresta et segue di star loro intirizzata et 
colorita, per essere loro rimaste le corde dei 
testicoli gagliarde, se bene essi sono stati tratti 
fuori, è segno che non sono né ben castrati, 
né buoni capponi, et conviene mangiargli avanti 
che egli invecchino, che poi sarebbono troppo 
duri né ingrasserebbero. Piglionsi ancora i gal- 
letti et con un ferro roventato se gli abbru- 
ciono gli speroni, si che rasente la gamba se 
gli rompino et aprino i nervetti, et subito si 
impiastrano con creta stemperata di pentolai 
et si lascion stare. Alcuni gli fanno un rottorio 
nei lombi et vi pongono su di questa creta; 
ancora, abbruciando con un cauterio ben caldo 
un heruguello (') che han sopra la coda, tengono 

(') A Bologna vive ancora bruguel, che significa pustola o 
bollicina della pelle. Ma qui è detto per il coccige o codione dei 
volatili. 



•288 

che capponati sieno. Imperciò per far capponi 
s' lianno a trascerre polli della meglior razza 
che si ritruovi et s' hanno a capponare nello 
sminuir della luna» et in questo medesimo 
tempo si capponino ancora le femmine, et si 
scegliano pollastre della medesima qualità che 
i galletti, sapendo che le galline ingrassono 
meglio che non i capponi ; et il modo di 
capponarle non è altro che tagliando sotto al 
sesso metter dentro 1' indice e '1 medio et cavar 
lor fuori quella prima pelle et membrana che 
si ritruova là dentro, et trar fuori loro la sede 
dell' uove, ciò è 1' ovaia ; di poi s' incenda la 
ferita con appiastrarvi una paletta roventata, 
et ricucito il taglio si sani con cenere calda 
unta ; et capponate che elle sono, s' astenghino 
dal bere per un di, poi si dia loro zuppa di 
pane con vino, o del grano o della vena. 

Ma a volere che le galline faccino dell' uova 
assai, bisogna dar loro d' inverno del seme di 
canapa che le riscaldi ; et avanti che le sien 
grandi, pestisi un coccio di pentola greca o un 
pezzo di mattone ben cotto alla fornace, et 
mescolata quella polvere con crusca impastata 
co '1 vino, si dia loro a mangiare ; o veramente 
mescolare un orcioletto di quel coccio o matton 
pesto con due metadelle di crusca, et darlo lor 
per cibo. L' uova delle galline, dell' oche, del- 
l' anitre, dei pavoni, delle testuggini, delle lu- 
certole et dei colombi tutte son candide ; agi' a- 
nimali aquatici son verdrognole con certa pal- 
lidezza ; delle pavonesse d' India sono in tutto 
di color simile a quello dei pavoni ordinari, se 
non che hanno certe punte distinte minute, 



289 
come delle meleagridi ; a' fagiani et chascridi 
di color rosseggiante. Ogni uovo ha il tuorlo 
in mezzo circondato dall' albume, et questo è 
agli aquatici di color di loto, et il rosso più 
livido eh' agi' altri. I pesci gì' han dentro, tutto 
d' un colore, nel quale non vi è punto di bianco ; 
r uove degl' uccelli per il calore son fragili, 
dei serpenti per il freddo lente, dei pesci per 
il liquore tenere. Escono fuori l' uove dalla 
parte che in loro è più rotonda, accanto si par- 
toriscono con il coccio tenero, ma tosto tosto 
diventa dura di mano in mano quella porzione 
che esce fuori; 1' uove lunghe sono le migliori. 
Le galline alcuna volta le fanno con due tuorli, 
con il mezzo del guscio quasicinto da un cerchio, 
alcune gli fanno raddoppiati, et doppi nascono 
d' alcune. Tanta è la fertilità, che durano a 
farne sin in sessanta, et alcune ogni di uno ; 
et certe son tanto feconde, che avendo finito 
di partorirle si muoiono. Quella gocciola di 
sangue simile che in tutte si ritruova, dicono 
essere il core dell' uovo che è il primo a na- 
scere dentro. Il pulciaio prende il corpo dal- 
l' albume, il cibo lor dentro nel color che v' è 
di loto ; a tutti dentro è il capo maggiore di 
tutto '1 resto del corpo ; gì' occhi simili, chiusi, 
maggiori del capo ; nel crescer del pulcino il 
bianco si trasforma nel mezzo, e '1 color del 
loto si sparge intorno intorno; nei venti di, se 
si muove 1' uovo, si sente pigolare il pulcino 
dentro, nel medesimo tempo comincia ad aver 
la piuma, et dentro sta come di sopra si disse. 
L' uova vane si crede che sieno ingenerate dalla 
vicendevole immaginazione del coito delle gal- 

19 



290 

line. L' nove bastano gran tempo ricoperte nel 
grano, nella paglia, nella crusca. Alcuni le ten- 
gono prima quattro ore nel sale ben pesto, 
poi le lavano et cosi le cacciono nella paglia 
o nella crusca ; alcuni le mettono fra le fave 
dure et altri nelF infrante ; altri le cacciono 
nel sale interamente, ma questo cosi come non 
le lascia putrefare, cosi le consuma dentro et 
diminuisce. 

Quanto all' ingrassare i polli, i pulcini pri- 
mamente s' ingrassano con il dar loro a beccare 
in cambio di panico e miglio della pizzicata di 
Fuligno et della cannellina minuta coperta di 
zucchero, che questo gli fa diventare al gusto 
più suavi et delicati : si come le vitelle di latte, 
dando loro a ber il latte dove sian mesticati 
et intrisi minuzzoli di pane largamente, s' in- 
grassono bene et la carne è più pregiata. 1 
polli grandi poi et le galline et capponi, pol- 
lastre et galletti, tutti s' ingrassano bene con il 
cavol cotto condito con olio, tagliato minuto, 
et anco cotto semplicemente con l'aqqua, me- 
scolato con la crusca, et -con dar loro nel mede- 
simo tempo certi fardelletti di farina impastata, 
ficcandogli lor giù per la gola. Ma innanzi a 
tutte le cose, si dee accomodar un luogo fatto 
a proposito di ciò ; si dee addunque per ingras- 
sargli bene eleggere un luogo che sia caldis- 
simo et sopratutto di poco lume, et dove pos- 
sine star ristretti, fermi se non legati, che non 
possino andar troppo in qua et in là, perché il 
muoversi e '1 veder lume assai è nimico all' in- 
grassare ; et desiderando che aqquistino la gras- 
sezza in venticinque dì, conviene aver una cas- 



291 
setta fatta d'asserelli, che vi stia dentro un 
cappone o una gallina sola, castrata o intera, 
et che abbi due pertusi, uno dinanzi di dove 
possi cavar fuori il capo, et 1' altro di dietro 
da tener fuor la coda e '1 codrione, affinché 
possi pigliare il cibo et mandar via gì' escre- 
menti ; mettavisi sotto distesa della paglia o 
fieno duro (^), perché quanto più giaciono sodo, 
tanto più presto s' ingrasseranno ; et pelisi loro 
bene la testa, sotto le ali, et nelle chiappe 
di dietro, al sesso, perché non creino a star a 
quel modo pidocchi in quelle parti, et quivi 
perché non si riserri loro il forame. Queste cas- 
sette s' appicchino sospese al palco o tetto, alte 
da terra due braccia, ma ferminsi con un legno 
fitto in terra che non si scuotino; et diasi loro 
da mangiare farina d' orzo intrisa con l' aqqua 
o senza. Altri l' impastano e gli danno bocconi 
di quella, da prima poco, di mano in mano si 
cresce quanto si vede ne smaltischino, né se dia 
di nuovo, se non si vede digerita; altri con 
aqqua melata (^) intridono la farina, tre parti 
d' aqqua aggiugnendo al mele et una di vino, 
et tutto zuppo v' intingon del pane di grano e 
il dan loro ; altri con il latte, inzuppatovi dentro 
molliche di pane, delectissimamente gì' ingras- 
sano. Ma per ingrassare sono megliori i capponi 
che passono l' anno et similmente le galline ; et 
generalmente divengono grassi nella corte e 
pollaio, dove stanno senz' altra diligenza, solo 
con il dar loro da mangiare assai in processo 
di tempo. 



(') cordus scritto aopra duro. 

(2) mulsci scritto sopra aqqua melate^. 



292 

Ma volendo bene ingrassargli et più presto, 
facciasi una stia di asserelli di legno o tra- 
verse di bastoni tondi alti un braccio e mezzo, 
e la lunghezza sia braccia cinque, et stia alta 
da terra, retta in su le cantonate da quattro 
piedi di legno quadri, grandi et grossi a suffi- 
cienza; et stando rasente il muro da quella 
banda, non occorreranno né bastoni confìtti né 
asserelli, i quali hanno a essere tre dita et non 
più discosti r uno dall' altro, eccetto che quelli 
del fondo che hanno a essere un poco più ra- 
detti et tondi, perché s' imbrattino il meno che 
sia possibile con i loro escrementi; et di fuori 
a pie del fondo della stia s' accomodi una cas- 
setta lunga, alta un sommesso, che arrivi a tutta 
la stia ; et nelle teste s' accomodino due vasi da 
bere, tuttavia mantenuti pieni d' aqqua pulita 
et netta, mutata loro spesso, perché la beino 
non punto imbrattata et chiara. Questa stia, 
coperta di sopra con tavole, dee essere collocata 
in una stanza più tosto in palco che a terreno, 
che sia con poco lume et volta a mezzogiorno, 
rasente la cucina o in essa, che sentino il caldo 
e '1 fummo et vegghino il fuoco; et in questa 
stia, quanto più staranno stivati et fìtti, tanto 
meglio ingrasseranno, ponendo da beccar loro 
in quella cassetta cavoli triti mescolati con 
crusca, cotti più che crudi, et con i ciccioli che 
avanzano ai candelai a fare le candele mesco- 
lati con quella et tritati minuti; et megliori 
ancora sono quelli che avanzano ai pizzicagnoli 
a fare il lardo. Ancora si fanno grassi con dar 
loro pastelletti di farina d' orzo impastata et 
intrisa co '1 formento, perchè ' lievita opererà 



293 

più che altramente, et massimamente se con 
essa si mescolerà seme di lino cotto et crudo. 
Alle galline, tenendole di per sé in un' altra 
simile stia, pur nel medesimo lato, si dia loro 
per ingrassarle della saggina cotta, la quale 
le farà grasse et tanto più perché ella opererà 
che le non faccino uove ; et l' invernata, che per 
ordinario non ne fanno troppe, l' ingrasserà 
bene quando la sia mescolata con crusca; an- 
cora la crusca o semolello, intrisa con i brodi 
che avanzano alla cucina, et qualunche carne 
cotta trita, mescolata con essa, farà il medesimo ; 
et le galline per ingrassare, medesimamente si 
hanno a eleggere quelle che tastandole si truovi 
che abbino in su '1 collo la pelle grossa, et que- 
ste diventeranno grassissime, dando loro pane 
stritolato nel latte, dando loro a bere del siele 
che cola dall' istesso latte. Et cosi ai capponi 
che si tengono per ingrassare s' ha ad avvertirò 
di non dar loro il beccare tutto a un tratto, 
ma a poco a poco, e non mai il secondo, che 
avendo palpeggiato il gozzo, non si truovi abbino 
smaltito il datoli innanzi, et ciò si cognosce 
quando hanno il gozzo voto. 

Il bere ha a essere con moderazione, et il 
mangiare di quelli intrisi più presto sodetto 
che molto liquido; et la saggina macinata et 
di poi intrisa farà lor megliore operazione, et 
i cibi più i cotti che crudi. Ancora mettendo 
i capponi o galline in sporte agiate, ripiene 
sin a mezzo di buon fieno soffice et morbido, 
cucite di sopra et sparate dinanzi et di dietro, 
che possino cavar fuori il capo et il codrione, 
quale si tenghi spelato intorno al sesso, in 



294 

luogo al buio, tenendovi la lucerna accesa, et 
ponendo dinanzi a ciascheduna sporta un vaso 
da bere et un altro da beccare, rasente l'uno 
all' altro, sospesi da terra attaccati a chiodi 
fitti nel solaio, legati con una corda, et una nel 
fondo della sporta confitta in terra, che non 
ballino a beccare o a bere, dando loro dei cibi 
sopradetti ; et se si cognosce venir loro in fasti- 
dio lo star legati, si mutin loro i cibi con dar 
lor del grano, cavinsi di quivi et faccinsi cam- 
minare un poco, dipoi tornino all' usato, dando 
loro zuppa di pan di grano fatta in vino. Met- 
tinsi ancora in una gabbia grande trenta o 
quaranta galline o capponi, et dentro facciasi 
divisa da tavolette, si che ne stiano quattro 
per appartamento, da poterli cavare et rimet- 
tere a posta sua. Cosifatta gabbia, o sia di asse- 
reni composta o di vimini tessuta, s' appicchi 
alta da terra un braccio e mezzo, ponendosi in 
lato caldo non troppo alluminato, dipoi cavinsi 
fuori a quattro a quattro, et s' ingozzi lor con 
imbuto pastelli fatti di farina di panico, poi si 
dia lor bere aqqua chiara et pulita; cosi si fa 
a tutti, riponendoli di mano in mano al luogo 
loro, et come hanno smaltito si torna a fare il 
medesimo, et in quindici o venti di saranno 
ingrassati; ma in quelle sporte o gabbie acco- 
modate come di sopra ingrasseranno bene, ma 
un po' più tardi, ma faranno il grasso più sa- 
porito, durabile et sodo. 

Come di sopra si disse, le galline fanno 
talora 1' nove senza maschio, le quali sono mi- 
nori dell'altre et non generano; si dee sapere 
che elle non sono ancora cosi buone. Le buone- 



295 

a mangiare et da razza sono le nate di gallina 
et gallo neri: et si deono per le megliori di 
queste eleggere le lunghette et non le rotonde 
et nate di galline colorate o bianche, sendo 
quelle più saporite et di gusto megliori; et 
siano fresche; et non essendo, ponghinsi per 
due ore a star nell'aqqua fresca o fredda; et 
siano le nove di gallina grassa nutrita di cibo 
buono ; et queste si mangino o si mettino a ser- 
bare di estate nella farina di centino o nell'a- 
rena, et d' inverno come di sopra dissesi, o tut- 
tavia neir olio. Ma cavando dieci o dodici chiari 
et rossi d' uovo separati gF uni dagl' altri, et 
i tuorli mescolati in una vescica gli porrai leg- 
germente, et con il legarvegli dentro ne formerai 
una palla rotonda, la quale cosi acconcia met- 
terai in una pentola piena d'aqqua a fuoco; et 
quando tu vedi che ella comincia a bollire per 
modo che ella gonfi assai, che sarà segnale che 
ella sia assodata, cavala fuori et aggiugnivi 
attorno attorno le chiare, facendo che '1 giallo 
stia nel mezzo, et che la vescica accomodata a 
forma d' uovo la tenga insieme, per rimetterle 
a cuocere in una pignatta maggiore, ove, asso- 
date che sieno, leva la vescica et averai 1' uovo 
mondo. Accanto a questo gli farai il guscio in 
questa maniera : piglia delle guscie dell' nove 
bianche et pulite, et pestandole fanne polvere, 
ovvero falle macinare et vagliale a un vaglio 
fitto, come se se n' avesse a fare polvere da oro- 
logi ; lascia poi stare nelF aceto fortissimo, tanto 
che le diventino tenere come di pasta, et rime- 
nandole ben insieme, preso un pennello, impia- 
stra quella materia liquida su l' uovo mondo, 



296 

et bagnato con 1' aqqua chiara s' assodi et facci 

duro ; et sarà un uovo fatto come gì' altri, ma 

grossissimo. 

Ancora, il guscio dell' uovo intenerisce se 
tenuto neir aceto, che s' assottiglia un uovo 
a entrare per il collo d' un' inguistada ; et 
pigliando allume et aceto, pestando insieme, 
et con questo scrivendo nel guscio dell' uovo 
quello ti pare, poi asciuga 1' uovo al sole quando 
è ben caldo, mettilo appresso nella salamoia per 
tre o quattro di, et come di nuovo egli sia 
rasciutto cuocilo sinché s' assodi, poi mondalo 
con diligenza et troverai nella chiara assodata 
le lettere scritte. Ancora, cuopri 1' uovo di cera 
impiastrato per tutto ugualmente, più appresso 
con un bolinetto di acciaio incava sopra quella 
cera lettere che dichino a tuo senno, et riempi 
quelle canalette con aqqua arzente, ciò è aqqua 
da spartire, et lasciale stare per un giorno in 
infusione nell' aceto ; et quando tu leverai la 
cera, scorticherai quella prima scorza et leggerai 
nella chiara le lettere fatte. Di più, preso il 
guscio dell' uovo fatto far vuoto con un pertoso 
di sotto et di sopra soffiando, et del mese di 
maggio ripieno di rugiada, la quale si raccoglie 
dalle foglie dove ella casca con spugna o taf- 
fettà, spremendo in un vaso invetriato, et di 
qua empiendo 1' uovo con un imbutino et turan- 
dolo bene da ambe le bande et ponendolo al 
mezzodì al sole, si solleverà in aere da per sé, 
movendolo prima un po' da terra con la mano ; 
ma meglio farà su per un bastone scannellato, 
dandogli un po' d' atto all' insù. Ancora, presa 
una sanguisuga viva et cacciatala in un uovo. 



297 
turando bene il pertuso con cera stemperata 
con trementina, et postolo in terra su l' ammat- 
tonato, et in su lo spazio di terreno piano te- 
nendo lontano due picche un vaso pien d' aqqua 
et dibattendolo con un bastone, quella mignatta, 
sentendo il percuoterla dentro a quell' uovo, 
rivoltolandolo vi correrà. Nascerà una gallina 
con quattro ali, scegliendo un uovo che tu 
scorga che abbi due tuorli, il quale lo suol fare 
la più feconda gallina del pollaio, il che si co- 
gnosce dalla lor maggior grandezza; et speran- 
dolo al sole, porre questo fra gì' altri a covare, 
che lo farà di quattro ali e quattro piedi; ma 
conviene avvertire che fra un rosso e l'altro 
s' interponga una pellicina che spartisca Y un 
tuorlo dall' altro, et che la chiara sia tutta unita 
insieme, perché se si romperà la membrana, 
nasceranno due pulcini senza membra raddop- 
piate. E voce comune, ma falsa openione del 
volgo, che di certi ovettini piccoli che talora 
fa un gallo, per via di quell' immaginazione 
gagliarda che si disse di sopra ritrovarsi nelle 
galline, ponendogli sotto la chioccia a covare, 
ne naschi il basalisco. 

Sono per certo state trasportate dall' Indie, 
ritrovate dal poco men che divino ingegno di 
Cristofano Colombo cittadino della Repubblica 
Genovese, per celeste retta miracolo, assai più 
che molte cose utilissime all' umana generazione, 
non solo per l' uso de' bisogni medicinali, ma 
a ornamento della lautezza et delicato gusto 
degli splendidi banchetti et a ripieno della bontà 
dei cibi; tra le quali cose le più pregiate et di 
maggior stima et di più prezioso sapore sono 



298 

senza dubbio state le pavonesse et i pavoni In- 
diani, cosi veramente da essere chiamati, et non 
polli, facendo la ruota alla coda, alzando all' insù 
le penne come loro. Et sebbene alcuni conten- 
dono essere nel numero delle meleagride, perché 
eir abbino i bargigli et le creste di color ce- 
ruleo ('), ma r Indiane hanno solo i bargigli 
ma non le creste, et dal 1530 indietro non sono 
stati veduti ne' nostri paesi, et subito, come 
nei loro natii, spiegan la coda come i pavoni, 
incitati dalla voglia del coito, et hanno la polpa 
doppia nel petto ben carnacciuta, come i pavoni 
istessi et anitre d' India istesse. Il sapore della 
carne non è poi tanto saporito quanto dei polli 
nostrali, ma se gì' accosta, agguagliandosi più 
a quello dei pavoni quando sieno frolli con arte, 
la quale [giova] più di tutte le altre cose che 
si fanno per intenerire le carni tanto dei polli 
quanto di tutti gi' uccellami : come subito morti 
lasciargli penzoloni co '1 capo all' ingiù a un fico, 
cacciar subito loro in gola sale et aceto, morti 
che sono, o subito sotterrargli in fossa ricoperta 
di terra, torto loro il collo, o tenergli attaccati 
al cammino affocato, o morti racchiuderli in 
una pentola vota con le penne stufandogli, get- 
targli neir aqqua fredda, sommergergli nella 
cenere calda, romper lor subito gli stinchi, le 
ali, le coscie et dovunche abbino le osse intere ; 
cacciar loro una noce in bocca quando non sieno 
ancor bene affogati ; mozzar loro il collo di netto 
come i Giudei, perché la carne si mantenga, 
scolando di quivi il sangue, tutta bianca et 



(') gialliccio sta scritto sopra ceruleo. 



299 
infrolischi, tenuto di poi nell' aqqua fredda; 
pigliare il pollo o uccello che si sia per la vita 
sotto il braccio manco, tenendolo stretto fermo, 
et con ambedue le mani apertagli la bocca, 
cacciare la punta d' un coltello alle radici della 
lingua et sbarbargli la affatto, et tenerlo capo 
pie tanto quanto dura a sgocciolar sangue; o 
vero naturalmente infrolliti, con lasciargli star 
morti di estate un di et mezzo o due, et 1' in- 
verno sette o otto di al sereno. Ma come si sia, 
per la grandezza et grossezza loro compariscono 
più d' altra sorte d' animali di penna per vi- 
vanda onorevole et di tutta bontà, o se egli è 
arrosto o lesso o in pasticcio o in stufa, otti- 
mamente preparato ; et sono tanto piaciuti, cosi 
in universale come in particolare, che ogni 
paese, perché per tutto si nodriscono e vivono 
ancora nei freddissimi et nei loro oppositi, cia- 
scheduno che ha punto il modo se n' è voluto 
fornire et averne. 

Sono per lo più di piuma bianca o nera, 
et alcuno di color ceruleo (•) et nero mesticato 
insieme ; i piedi interamente di pavone, la coda 
corta, la quale i maschi l' aprono come loro, 
massime quando e' sono in appetito delle fem- 
mine ; hanno il capo e '1 collo senza piuma, con 
la pelle ronchiosa, et quasi ricoperto con un 
cappuccio, la qual pelle loro raccorciano et 
allungano in qua et in là, in giù et in su a 
loro arbitrio, et massime i maschi, quando vo- 
gliono beccare, quella del capo rincrespano. 
Sono al maschio quei bargigli più sparti et dal 



(i) gialliccio sta nuovamente scritto sopra ceruleo. 



300 

petto più quasi piene di crini le piume; il co- 
lore della ronchiosa pelle intorno al capo (la 
quale si come i bargigli calano in giù sopr' il 
becco et intorno al collo, somiglianti a bolle 
gonfie) di quando in quando in guisa del cama- 
leonte si va mutando, avendo imitati i colori 
dell' arcobaleno, or pallida, or sanguigna, or 
abbacinata (^), or bigia si dimostra, et in un 
tempo mutati tutti questi colori per miracol 
della natura in rosso carico, si fa vedere un 
volatile meraviglioso. 

Questa sorte di pavoni et pavonesse Indiani 
amano luoghi larghi, spaziosi et grandi, da 
poter abbondantemente pascersi dell' erbe nei 
prati, nei quali per questo et per andare a 
spasso grandemente si dilettano; et perché si 
sicurino dai nocenti animali et se n'abbi libero 
et sicuro il dominio, è bene circondare il luogo 
dove s' hanno a tenere tutto di muro, et che 
sia com' un verziere tutto ripieno di fruttiferi 
arbori, piantativi fitti rispetto all' ombra, et 
sotto, se non vi naschi naturalmente, seminare 
buon' erba. Et in qualunche modo bramano 
r aere libero et aperto, da poter talora pascersi 
d' animaletti et bachi che ritruovano entro al 
terreno, oltre a quello che si dia loro da bec- 
care continuamente, grano per il più et più 
appresso il medesimo che all' altre domestiche 
galline et galli, avvertendo che sono men pa- 
zienti dell' umido et del caldo ; però si godono 
dell' aere temperato, sebbene ancora in quelli 
allignino ; ma sopratutto vogliono di lor natura 



(1) casta è scritto sopra abbacinata. 



301 
luogo secco et asciutto, et per il lor dormire 
et riposo, in pertiche alte da terra otto piedi o 
dieci al più, accomodandovi certe scalinate di 
legno da poter salire, perché non volano molto, 
non si potendo da terra alzare più che tanto. 

I pavoni d' India et le pavonesse s' hanno 
a eleggere di penne più nere che sia possibile 
ritrovare, et le brizzolate sono da fuggire come 
le bianche; siano quelli grossi et grandi, ben 
fatti et informati, et cosi le femmine, et tanto 
più da covare, un po' lunghette et piene di 
piuma, et le lor creste et pelle del capo colo- 
rite di rosso sanguigno, non mai smorto né ce- 
nericcio, se non quando si fa di diversi colori, 
intendendosi di prima faccia quel primo; et di 
più sia il pavone gagliardo et ardito, et vuole 
aver più di uno anno; cosi le galline per far 
nove; e '1 pavone durerà buono a salir le fem- 
mine due anni. Covansi le uove sotto le lor 
pavonesse o sotto le nostre galline trentuno di, 
et nate si tengono in lato non freddo, né si 
lasciono ir fuori che le copertate di piuma, o 
che sia caldo. Nutrisconsi da principio di uove 
sode cotte, fredde, trite minuzzate, imbeccan- 
dogli d' esse con un imbutino ; puossi ancor dar 
loro pane inzuppato nell' aqqua o minuzzoli di 
pane stritolati; et poi si dia loro del semolello 
intriso con aqqua o erbe trite et cotte, o che 
le becchino da loro, o empiendogli il gozzo con 
mano et con l' imbutino, tanto che becchino 
da sé; poi di continuo si dà lor da beccare 
come a' polli nostrali, fuor di quello che stanno 
pascolando; si come all' enfiagione del capo, 
pipita e altri mali similmente si rimedia. 



302 

Vogliono i pavoni d' India la medesima 
cura de' pavoni nostrali et governo, se non se 
son manco pazienti dell' umido et del freddo 
et del caldo; più sono anche maliziosi et mor- 
daci. Partoriscono avanti che i nostri pavoni 
et molto prima cominciono a far l' nove, perché 
d' uno anno, o se tardi, di due partoriscono, 
cominciando a far l'uove di marzo; et nei luoghi 
caldi ancora prima. Assai nove si pongono, se 
si togline loro et diensi alle nostre galline a 
covare; et se non si levin loro, tosto le comin- 
ciono a covare, stando intensissime a ciò, tanto 
che cavando lor l' uove di sotto, covano una 
pietra o qual altra si sia cosa, né si parton 
chioccie dal nidio voto. Ma con il remedio di 
sopra detto delle galline si vieterà loro il co- 
vare, ovvero immollando loro il ventre con aqqua 
fredda. Si sottopongono loro l' uova come ai 
pavoni, covando dai ventisette di a trentuno 
il più; chi ne ha cura le rivolta, segnandole, 
et leggermente vi spruzza aqqua, guardando 
che '1 maschio non v' arrivi, che le disturba et 
guasta r uove. Le pavonesse alla campagna gli 
allievano da per loro con quelli che hanno da 
beccare. Dassi a ogni cinque un pavone; et se 
r uove sieno covate dalle pavonesse, mettinvisi 
venticinque uove, e sotto le galline ventidue. 
Pongonsi dagl' otto di della luna nata, perché 
nasceranno al detto tempo. Dicesi che le faine 
non ammazzano quelle pavonesse o galline o 
altre che abbin sotto 1' ali accomodato un maz- 
zetto di ruta salvatica. S' allievano ancora con 
il gran cotto et lombrichi tagliuzzati; et tenendo 
questi pavoni et pavonesse ferme, et in Iato che 



303 
elle si possin muovere, poco stretto, asciutto et 
sano, dando loro da mangiare gran cotto et 
da bere aqqua tiepida, s' ingrasseranno oltr' a 
modo, et talora i maschi arriveranno al peso 
di trenta libbre et di passo, et massime se siano 
capponati, il che si fa alla foggia sopradetta 
de' polli, et cosi le galline ; et in questa ma- 
niera diventerà miglior carne. Sono ancora 
buone l' Indiane pavonesse ad aver dei pulcini 
per tempo, ciò è a mezzo dicembre, ponendo 
lor sotto r nove dei polli nostrali, purché la 
abbi incominciato a chiocciare et sia sana; et 
si pone in luogo caldo con venticinque o ven- 
tisette nove sotto ; la quale, ^essendo ben trattata, 
li darà fuori in diciannove o ventun di; et 
nati pongonsi sott' essa per sei o otto di, non 
mancando di proccurargli di buon governo sin 
che vadin sotto la lor custodia, sotto la quale 
si possono finir d' allevare, o si vero sotto una 
nostrale. Et a fare che le galline et pavonesse 
di tutte le sorte faccino nove assai et spesso, 
piglisi saggina, vinacciuoli, poche fave, vaglia- 
tura di avanzumi di grano, ghiande acciaccate 
et fior di terra alta due diti, et faccisi a suolo 
a suolo un suolo di quelle materie mescolate 
insieme et uno di quella terra, tant' alta quanto 
r uomo la vuole, et sempre la terra spicinata 
per mezzo, et lasciarla stare ammontata tanto 
quanto altrui la vuole adoperare, purché prima 
l'abbi cominciato a in vermi nare, et poi darne 
loro a beccare, tagliandone per volta dalla 
massa quello che l' uomo vuole ; et la massa 
s' ha a tenere ammontata come il monte del 
letame, ma al coperto sempre. 



304 

Le principali malattie di questa sorte pa- 
voni et pavonesse et polli ordinari sono la 
pituita et la ceguera (•), e l'una et l'altra pro- 
cede da frigidità et umidità, et talora da siccità 
et dal bere aqqua calda et lorda, et s' attacca 
a tutti beendone ; viene ancora dal patir fame, 
dal fango et mota del luogo ove stanno, et dal- 
l' acqua corrotta e stantia ; assalta per fin ai 
grandi et più gagliardi, né rispiarma i gioveni 
dalle chioccie usciti, massime fra '1 tempo della 
vendemmia et ricolta ; et si cognosce che eli' è 
una pellicina bianca che cuopre e veste l' ul- 
tima parte della lingua. Questa, apertogli il 
becco e tiratagli fuor la lingua, si strappa con 
r ugne, et la ferita si tocca con cenere calda 
et con aglio trito mescolato insieme, spruzzatala 
bene. Questo male si sfugge con tenere i lor 
vasi da bere nettissimi et pulitissimi, et co '1 
tenere i pollai con questa medesima diligenza, 
et con farvi fummo, et che '1 covare sia in lato 
di fummo d' alloro e sabina. I più sogliono 
rimediarvi con una penna fitta loro a traverso 
al naso, mandandole in qui et in li ogni giorno, 
et fare che il lor cibo sia ruta strofinata co '1 
burro, o veramente aglio infuso con aqqua et 
farro, o finalmente con cacciar loro nella gola 
le spighe dell' aglio inzuppate nell' olio. Alcuni 
con r orina tiepida gli bagnano la bocca, te- 
nendola lor serrata tanto, che 1' amarezza gli 
costringhi a mandar fuori la pituita per il 
naso. Sono ancora alcuni che tagliati in pezzi 
gli spicchi dell' aglio et messigli nell' olio bol- 

(1) infreddatura è scritto sopra ceguera. 



305 

lito et lasciatolo raffreddare, gli lavon la bocca 
con esso. Proccurisi ancora, per ovviare a questo 
male, et massime ai gioveni che son più pronti 
a incontrarvi, che ove hanno a bere non vi 
siano oche o anitre che lo guastin loro, nulla 
sendo re medio megliore, che il lor bere sia netto, 
chiaro et mutato spesso, et che la estate abbin 
luogo fresco, netto e bene spazzato, et nell' in- 
verno asciutto et caldo. Ma se la pituita affron- 
terà gì' occhi, et di già rifìutin di voler man- 
giare, taglinsi le gote col ferro, et la marcia 
raccolta sotto gì' occhi si sprema fuori, et vi si 
strofini sai trito ; et questo suol accadere quando 
di estate beano 1' aqqua stagnante delle corti, 
quando d'inverno son tempestati dal freddo et 
talora patiscono del mangiare. 

Se taluno di questo male o d' altro s' am- 
malassi, et massime d' intera cecagione, appar- 
tisi dagl' altri et facciasi dormire ove sia forza 
di fummo; et agl'altri, perché s'assicurino, si 
facci la notte fummo d' alloro, di ginepro, di 
rosmarino, ruta, timo, isopo et spigo, et nel- 
r aqqua che le beano ponghinsi radici di tama- 
rici, o vi si cuochi con 1' aqqua et con questa 
s' intrida la crusca. Se abbino mangiati lupini, 
soglion dar fuori i grani d' essi sotto gì' occhi, 
et se con diligenza aperta loro quella pellicina 
e' si levon via, si muoiono di tratto. Avendo 
cispa, enfiagione, abbacinamento o altro male 
agi' occhi, si sovvengono con il succhio della 
porcellana spremutovi dentro, o con il latte di 
donna bagnando di fuore all' intorno, o con 
comino, mele et sale armoniaco. Enfia loro per 
umidezza presa o aitila cagione molte volte la 

20 



306 

testa; a questo si dee cavar lor sangue sotto 
gli occhi con destrezza et sottilmente, et a far 
uscir fuori quell' aqquaccia o con un ferro 
caldo se gli rompa la pelle sopra la nucca, 
attraversando con una penna i due fori del 
naso, nettandogli ogni di, ovvero si passi con 
un chiodo caldo due o tre volte, et se gli diano 
a mangiare agli minutissimamente tritati; et 
alcuni sono che gì' impinzano di foglie d' agli 
verdi tagliate, con olio, o di porro ; o impastare 
con orina la semmola, o dar 1' orina semplice ; 
ma sopratutto è loro utile il fummo. 

La pipita è proprio come una volatica 
bianca in sulla punta della lingua, la quale, 
levata via con V ugna, s' impiastra con aglio 
trito et cenere; se gli mette anco al gozzo 
aglio trito con olio, et giova la strafìzzaca pesta 
fra '1 loro mangiare ; giova ancora all' enfiagione 
degl' occhi et della testa sj)elargli la gota, et al 
basso del capo passare la punta d' uno stidione 
sottile infocato tra carne et pelle, et per questo 
buco fare un' allacciatura con un filo, ugner la 
piaga con cotica di porco, poi legata 1' allaccia- 
tura riguardarla dal freddo; et si può ancora 
fare questo pertuso con un ago grosso rovente ; 
et è remedio che servirà ancora ai pulcini grossi 
che lo possono comportare. Dicono anche gio- 
vare alla ceguera pungere loro alquanto certe 
vene che hanno sotto le ali, come per la pipita 
che facci tener loro la bocca aperta, enfiata che 
non possono inghiottire, et pare che non si saziin 
mai di pigliar aere in bocca. Patiscono talora 
di idropisia, alla qual remedia il dar loro a bere 
le radici di tamarici disfatte uell' aqqua con 



307 

essa. Da' pidocchi pollini si liberano interamente 
con pestare la vite salvatica (') con cornino 
brustolato di pari misura, inzuppato con vino 
dato loro a bere ; ancora, il lavargli con la deco- 
zione d' aqqua di lupini salvatichi. Ancora giova 
all' idropisia far loro ingozzare di molto olio 
perché li muova : ancora due o tre pillole d' aloè 
delle communi, un po' più piccole dell' ordinarie. 
8i può anco votargli lo stomaco, tagliando di 
fuori, et votato ricucire. Se le galline o pavo- 
nesse mangino le nove, cavato l' albume dal 
guscio, vi si cacci del gesso liquido o qualche 
altra materia liquida, che s' assodi come un 
coccio duro. Cogliendo dalle macchie 1' uva lam- 
brusca non matura et con granelli di grano 
cotto datagli a mangiare, le divertirà da toccar 
r nove, et cosi faranno, dandogli a mangiare 
del fior dell' uve. Se se gli attraversassino 
r uove in mandandole fuori, ammazzinsi, che 
non campano; ma prima si pruovi a ugnerli bene 
il sesso con olio come si fa alle pollastre da 
prima, et se convenghi, spacchi il sesso, per far 
grand' uove ; dianseli a mangiare vinacciuoli, et 
se gli lavi quivi con vino, cottovi dentro il 
sommacco, ramerino et coccole di arcipresso, et 
poi vi si ponga sopra polvere di mortine, fatta 
di foglie o di seme, lavandogli bene per tutto 
che penetri con succo di strafizzaca, con vino, 
o con aqqua di lupini o cocomeri salvatichi 
cottivi dentro. Se sieno i pidocchi ampliati per 
la stanza, abbrucinsi con scope secche. Si sparge 



(') tabe pidocchiosa, stafides (staphis) ayria, scritti sopra vite 
salvatica. 



308 

ancora alle galline il fiele, et diventano gialle, 
enfiando; è ben dar loro cosi asciutte, strojjic- 
ciandogli forte il codrione, tre prese di pil- 
lole d' aloè. Se avessero ingozzati serpi o taran- 
tole, scorpioni o simili, ungliinsegli le congiun- 
ture con utriaca, o si dia da bere loro dell' olio. 
Le cose calde date loro da mangiare le faran 
rimanere da fare 1' uove senza guscio. 1 pulcini 
patiscono qualche volta di trascicare l'ali, che 
si chiama portare i frasconi ; rimediasi con dar 
loro buon cibi, tenergli al sole, et che non pati- 
schino freddo. Ma sopratutto le terrà difese da 
qualunche infermità che possi lor sopravvenire 
il tener netto il pollaio, sempre spazzato et 
pulito, et aver avvertenza che non becchino il 
lor proprio sterco o qual si voglia altra sorte, 
che questo nuoce loro grandemente et causa 
loro quasi tutte le sopradette infermità, dalle 
quali ancora le preserverà nei luoghi temperati 
pelargli sotto le ali et le ali et il collo e '1 
codrione ; et nei freddi le ali solamente, et non 
mai tagliarle, che s' incrudiscono et sdegnano. 

Le uove delle galline, avanti che le si pon- 
ghino sotto la chioccia le gallate, unte tutte 
bene d'olio d' oliva, faran nascere i polli bianchi. 

[Cosi, in fine alla carta 187.^ verso, lasciato 
un piccolo spazio bianco, terminano polli e tac- 
chini. Le carte 188 J", 189.", 190:", sono bianche. 
Il testo riprende a car. 191.'' recto]. 



309 
I Colombi. 

Computando nel numero dei domestichi co- 
lombi (che terraioli si chiamono, perché hanno 
per natura di volare et stare terra terra, né mai 
curarsi di salire in arbori per lor riposo, se non 
necessitati per mancamento di tetti vicini o aie 
di campi, dove volentieri dimorano) i più dome- 
stichi colombi che grossi s' addomandano, per 
essere di fattezze di persona assai maggiori di 
quelli, si troverrà per esperienza che sono cosi 
di profitto et di supplimento al vivere le colom- 
baie ripiene di colombi, come i pollai ove non 
manchino polli, se ben questi vengono vantag- 
giati neir utilità dell' nove ; ma è tanto di gran 
lunga maggiore la quantità dei colombi, pi- 
gliando di tutte le sorti, ancora mettendoci i 
salvatichi, che non dei polli, che possono al 
sicuro supplire, et anco con avanzo, per 1' uove 
loro. Come si sia, egli sono d' un gran ripieno 
et fanno una gran superabbondanza di vivanda 
alla vita dell' uomo, poi che fanno rispiarmo alle 
carni degl'animali quadrupedi, servendo per esse 
et con meglior bontà ai servigli della cucina 
casalinga ; onde è che s' ha a tener conto 
d' averne buondati et di buona ragione ; il che 
s' otterrà con il cavargli di paese buono et dove 
faccino di loro stessi gran moltiplicazione, et 
operando che non solo alla casa principale della 
villa, se sia grande capace d' ogni intorno, s' ac- 
comodi una colombaia per ciascheduno angolo 
d' essa, ma a tutte le case delle particolari pos- 
sessioni, sopra il tetto, alta et eminente fabbri- 



310 

carne una. Ora, poiché tutti i colombi accop- 
piati colla lor consorte generano di loro istessi 
lor medesimi, più d' una volta l' anno i terraiuoli, 
et i grossi assai più volte rifacendosi a covare, 
si può credere indubitatamente che restino di 
numero ai polli superiori, le galline dei quali, 
se bene covando fanno nascere gran quantità 
di pulcini in un tratto solo, i colombi, non 
facendo più che due nove per volta, fanno na- 
scere quelle sole. Tuttavia ogni gallina non si 
serba a covare, né tampoco diventando chioccia 
multiplica la sua generazione, perciocché per 
diverse occasioni in più usi pollastre si consu- 
mano, et oltre a che per questo non arrivano a 
queir età di poter stare nel nidio a covare et 
far crescere tutta la razza sua; i galli ancora 
si castrano, et castrati diventati capponi, se bene 
un gallo solo può bastare a molte galline, danno 
occasione et causano di scemare assai il numero 
dei polli, i quali anco vogliono più cura et più 
spesa nel lor governo per il beccare et saturarsi 
che non i colombi, che fuori del tempo freddo 
dell' inverno si buscano il vivere di ratto nei 
campi et alla campagna ; et quelli bisogna tener 
provvisti del lor cibo tutto 1' anno, se ben per 
r estate al tempo delle ricolte ancora essi vivano 
di rapina. In qualunche modo, et 1' uno et l' altro 
germe è utilissimo al vivere umano, et se ne 
trae grandissima commodità. 

Sono addunque principalmente due sorte di 
colombi, domestichi et salvatichi, et questi sono 
alquanto più grossi dei domestichi terraiuoli et 
in tanto, che sono pari ai colombi grossi dome- 
stichi. Ma fra i salvatichi sono ancora di quelli 



311 

che appellati per nome co '1 diminutivo di co- 
lombelle, agguagliono 1' essere dei colombi do- 
mestichi ordinaria Ma qualunche si sia sorte 
dei salvatichi, appostando i loro nidii, che cosi 
come i domestichi nelle case covano, quelli 
negl' arbori fanno i lor nidii, et più senza com- 
parazione nelle piante come loro, et non o di 
raro in altre, et cavandogli d' essi in quel ter- 
mine eh' abbino mandato via le caluggini et 
anco con esse ridotti in casa, et dando loro da 
beccare quello che a' domestichi, se ben loro alla 
campagna si nutriscono ancora di ghiande, si 
possono addomesticare, tenendogli prima sotto 
una cesta et imbeccandogli con un imbuto o 
senza, sino a tanto che becchino da per loro, 
gettando sparso il beccare per terra (qual sia di 
grano, che lo beccheranno di miglior voglia et 
più con esso s' ammanseranno) manterrannosi 
poi in una stanza serrati lungamente, et insieme 
avvezzandogli con i domestichi a beccare. Ma 
se avanti che i pippioni salvatichi si cavin dal 
nidio, s' userà diligenza di far prigioni la madre 
e '1 padre, soliti a venire a portar da beccare 
ai loro allievi, o con aver teso loro un laccio, 
che tenutili ligati per i piedi, si piglin vivi, o 
con una rete sottile di seta accomodatavi di 
color bigio, in modo appannata, che vi riman- 
ghin dentro presi senza offesa, o con pania, 
spaniando di poi lor le penne con 1' olio, pur 
che altrui gì' abbi nelle mani sani et salvi, senza 
danno alcuno della lor vita; et appresso a 
questo senza perder tempo si piglino i figliuoli ; 
doppo non molti giorni che sia fatto lor imbec- 
care, con tutto lo sbattere et opporsi che da 



312 

principio faranno, assuefandosi ancor questi a 
beccar da per loro (quando contrastassero da 
prima, abbiasi pazienza né si percuotino) perciò 
anderanno loro istessi a portare il beccare ai 
lor medesimi figliuoli, imbeccandogli come alla 
foresta, et ponendo loro amore come se fossero 
fuori allo scoperto ; et questo tanto meglio verrà 
fatto, quanto più copia di loro si tenghino a 
stare di compagnia. Ma è di bisogno sempre 
cercare d' avere il maschio et la femmina, per- 
ché cosi questi salvatichi come tutta la gene- 
razione degl' altri colombi covano le loro uova 
vicendevolmente, quando il maschio et quando 
la femmina ('), et cosi si scambiono 1' un 1' altro 
a portar loro il cibo et imbeccargli; in questa 
medesima maniera s' accordono ancora a fare i 
nidii, portando la materia per ciò fare or 1' uno 
or r altro. Ora i primi che si sieno con questo 
modo d' allevargli nutriti et addomesticati in 
casa, lasciandogli volar fuore, s' andrebbon via : 
ma quelli che di questi saranno nati, tenendo 
a mente 1' alloggiamento loro, vi ritorneranno 
ogni sera et vi stanzieranno. A tal che chi fosse 
desideroso di aver razza in quantità di questi 
salvatichi, con lo studio della diligenza et del 
procaccio sopradetto lo potrà fare, avvertendo 
che le colombaie che si mureranno per i salva- 
tichi vogliono essere alte più il doppio delle 
colombaie per i domestichi, considerato che 
loro si dilettano continuamente di volar alti, et 
che nel più alto dell' albero alla foresta si po- 



(1) questa il giorno, quello la notte, è scritto sopra in carattere 
più piccolo. 



313 

sono sempre a dormire. Ma non volendo questa 
briga di far loro colombaie apparenti, et fuggir 
la noia con tanto studio di diligente jiazienza 
di allevarvegli, si può d' essi fare un serbatoio, 
che vi beccheranno, fatti un po' grandetti, da 
per loro; ma bisogna, cavati con le caluggini 
dai nidii, imbeccargli a mano, sin che becchino 
da per loro, tutti quelli tanti che si vogliono 
racchiudere insieme, i quali, di compagnia ve- 
nendo, beccheranno allegramente; et ancora, 
dando loro da beccare in abbondanza, et mas- 
sime grano, quivi s' ingrasseranno. Et questa sia 
la cura e '1 governo dei salvatichi colombi. 

I domestichi poi ricercano un altro modo di 
custodia, et massime i grossi, tra i quali gros- 
sissimi sono quelli di Candia et di Cipri che 
di grandezza et grossezza agguagliano un cap- 
pon mezzano ; i Turcheschi accanto a questi 
sono grossi quanto i nostrali grossi ordinarii, 
et son quasi tutti d' un color bigio, ma con gli 
occhi rossi infocati; et tra i nostrali grossi ne 
sono di più spezie, perché alcuni hanno i piedi 
pelosi, et altri alcune penne ne' piedi, giù basso 
a' nodelli ultimi vicini, o tra le dite istesse dei 
piedi ; et altri ne sono che hanno le gambe tutte 
pulite senza impaccio alcuno, et questi sono 
gì' ordinarii. Ne sono ancora stati trasportati 
dall' Indie di Portogallo alcuni, che per la mor- 
bidezza della penna et per la fazione della vita 
et portatura della persona si possono annove- 
rare tra i grossi, et massime che sono intera- 
mente domestichi come i grossi che s' allievono 
in casa, stanno per casa et per casa covano; et 
facendo loro una colombaia spartata per loro 



314 

in cima della casa della città o villa che si sia, 
non si allontanano mai troppo da quella ; et cosi 
fanno questi Indiani, i quali, come io ho detto, 
hanno tutto quel garbo, eccetto sono un poco 
più piccoli, ma tanto graziosi et belli che non 
si può vedere i piii gentili et amorevoli, che si 
lasciono toccare et trassinare. I domestichi an- 
cora grossi si mescolano talora con i terraiuoli 
domestichi et fanno una razza mescolata et si 
domandano bastardi. Ma meglio è mantenere 
tutta una razza, perché in ogni modo quelli 
degenerano, et questi si mantengono sempre in 
su r andare et in su la grandezza medesima. 

Ora per i domestichi terraiuoli conviene 
edificar le colombaie, volendole spartate da per 
sé alla campagna et spiccate dagl' altri edifizii 
della villa, non in piano, ma in cominciar di 
monte o spiaggia o collina, cosi a mezza costa 
[come] al rilevato. Cosi profitteranno bene et 
meglio che in alto lato poste et battute dai 
venti allo scoperto da ogni parte ; et siano alla 
vista dell' aqqua corrente o stagnante, et non 
si elevin troppo in alto; et siano lontane dalle 
strade pubbliche, fuori dello strepito et rumore 
delle genti et dalla frequenza degli alberi, in 
luoghi spaziosi, larghi et aperti, ma coltivati; 
et non siano mai in schietto piano né in altura 
di monte, ma, come s' è detto, nella calata delle 
colline et quasi al fine di esse, o nella schiena 
delle spiaggie. Questi sono i lati dove le pro- 
fittano unicamente; et in cosi fatti siti si dee 
fare un edifizio murato in foggia di torretta 
quadra, dirizzata da' fondamenti in tutti quattro 
i muri, o fondata sopra quattro colonne o pila- 



.^15 

stri, per poter riporvi sotto strami, et avanzarsi 
della muraglia; et se sia tutta piena, faccivisi 
stanze a commodezza della villa per riporvi 
robe diverse, o da abitare per garzoni o altri 
servigi, come accade; et avendo commodità di 
farne assai, si ponghino lontane l' una dal- 
l' altra un mezzo miglio, et massime sendo il 
paese copioso et abbondante. Et tutto l' edi- 
fizio d' altezza non passi quindici o sedici 
braccia, perché nelle torri et luoghi alti fanno 
poco bene et vi ritornano mal volentieri, et 
tanto più i grossi che hanno il volato diffi- 
cile et si dilettano assai d' essere nutricati nei 
primi solai delle case o al primo piano; et la 
larghezza sia secondo la quantità dei colombi 
che vi s' hanno a tenere; et l'ultima stanza a 
tetto si dedichi loro, quadrata et co '1 tetto sol- 
levato verso il sole al mezzodì l'inverno, per 
poterlo ricevere, sportante tanto in fuori, che 
sotto al coperto lo possino avere et starvi an- 
cora al mal tempo, et di quivi sotto sia nel 
muro, dal quale s' alza il tetto a uso d' una 
tromba o mostra di fondaco per infuori, un' a- 
pertura di finestra che possi con una corda et 
carrucola bisognando chiudersi, da potere en- 
trare nella stanza da covare et dormire, dovendo 
questa aver sopra questo tetto ; et dall' un muro 
all' altro sianovi fitte stanghe da riposarsi per 
quelli che non stieno a posare in sul tetto della 
stanza loro, che ha a giacere sotto quello. Et 
dove comincia il piano della colombaia di fuori 
si cinga il muro di lastre che avanzino in fuori 
un mezzo di braccio, a difesa dei nocenti ani- 
mali che salir non vi possino; et sia medesi- 



mamente da ogni banda di fuori, per questa 
medesima cagione, tutta intonacata, a impedire 
le donnole, i sorci, lucertole et simili ; et sopra 
quella fascia o andare di pietre siano buche 
piccole alla capacità d' un colombo, lontane 
r una dall' altra, da tutte quattro le facciate 
rigirando, mezzo braccio, per 1' entrare et uscire 
dei colombi a' buoni tempi et ai cattivi; et 
d' inverno si tenghin chiuse le volte a tramon- 
tana , r altre lasciando aperte , come quelle 
r estate. Et sotto a quel tetto, che ha a essere 
sollevato quattro o cinque braccia dalla parte di 
mezzodì, vi sia un altro gran finestrone che di 
fuori abbi certe scale a bastoni che servino a 
potersi sollazzare al sole; e '1 finestrone come 
r altra finestra con una corda dentro a una 
carrucola possi serrarsi et aprirsi con facilità 
per i tempi buoni et tristi, et ripararsi dagl' uc- 
celli rapaci et dalle gazzere marine, dalle mu- 
lacchie, faine, donnole, topi et altri animali, 
dai quali conviene tener difese le colombaie, 
perché sviano i colombi et gì' impauriscono, et 
massime il salvatico falco; ma del tinnuncolo 
chiamato in greco checrida (noi gheppio), s' han- 
no a pigliare i suoi figli piccoli et serrargli cia- 
scheduno in una pentola ben turata con gesso, 
et collocargli in qualunche angolo della colom- 
baia, sospesi e pendenti da un filo ; ciò concilia 
r amor dei colombi al luogo, che vi staranno 
più volentieri, si come egl' è animale defensore 
nelle colombaie dagl'altri uccelli dal becco torto. 
Ma contro a tutti i nocenti animali giova 
spargere all' entrata per terra frutici aspri senza 
foglie, ma con le spine, come pugnitopi o agri- 



317 

fogli, paliuri et pruni bianchi, dai quali rincal- 
ciati ritornino indietro; et i colombi spruzzati 
di sugo di ruta se ne difenderanno, o legato 
lor sotto r ali un poco di ruta salvatica. Di 
dentro ancora sia la stanza tutta liscia, pulita, 
intonacata, per impedire il medesimo. Et perché 
alcune colombe si dilettano di covare sopra le 
travi fra 1' uno travicello et 1' altro senza nidio, 
alcune in questo ordinato di vimini, alcune in 
ceste chiuse di sopra, altre in aperte, et altre 
nel concavo del muro, si faccino nidi d' ogni 
sorte, et cominciandogli a fare alti da terra un 
mezzo braccio, lontani 1' uno dall' altro un altro 
mezzo braccio e non più, et poi un altro ordine 
sopra questo discosto un braccio, et cosi seguire 
sin al tetto a un braccio, perché ancora sotto 
il tetto fra 1' uno e V altro travicello ne faranno ; 
et a tutti quelli che si faranno in murando la 
colombaia nella grossezza del muro, si muri 
innanzi alla buca un mattone per lo lungo che 
escili mezzo in fuori, per commodità del colombo 
all'entrare et uscire dal nidio ; et in quelli mezzi 
dell' altezza del muro a pinoli et in su stanghe se 
n'appicchin di tutte le sorte, mezzo braccio l'uno 
dall' altro distanti, et che non si riscontrino con 
quelli murati; i quali murati,, o siano condotti 
quadri dentro nel murare, o si vero si muri con 
calcina un vasetto a giacere, rotondo, largo 
dentro et stretto in bocca alla capacità d' un 
colombo; et cosi si faccino intessere quelli di 
vermene di castagno o vimini o di vetrice di 
forma rotonda, con una paletta che sporti in 
fuori quattro dita per ogni verso all' entrare 
della bocca, uno per paio et non più, et sempre 



318 

piuttosto di sopra coperti che scoperti, il che 
avverrà, facendogli, come s' è detto, rotondi et 
a giacere. 11 tetto vorrebbe essere di sotto di 
tavole imbiancate, perché han cara questa can- 
didezza per ogni banda. Et cosi, fermando dei 
nidi d' ogni sorte nel mezzo et per tutto il piano 
della colombaia, un poco più lontani 1' un dal- 
l' altro che i detti, et accomodandovene ancora 
di quelli fatti di terra a uso di vasi a giacere, 
affinché ritruovino da covare per tutto a gusto 
loro, nettando poi più volte quei nidi dallo 
sterco et altre brutture, et mutando loro il fieno 
o paglia trita minuta, che piacci talora di porvi 
dentro o stoppa o capecchio, et massime nel 
gran caldo, perché allora abbondano talmente 
di pidocchi, pulici et tarme, che gli conducono 
a morte ; oltre a che di nulla più si godono che 
della nettezza et pulitezza, sendosi trovato che 
per la sporchezza hanno abbandonato le colom- 
baie; et il tempo di ben forbire le colombaie 
et i nidii è di marzo et di novembre. Et il pa- 
vimento delle colombaie dee essere di creta et 
dee bagnarsi et ribagnarsi spesso con 1' orina 
dell' uomo. Et la ragione perché non s' hanno 
a fare le colombaie troppo alte, è che i colombi 
stracchi dal volare con 1' ali, scherzando lieti 
s' allegrino sdrucciolandovi a ali chiuse. 

Ma sono alcuni che affermano, le colombaie 
alla campagna quanto più fatica daranno ai 
colombi per ricoverarvisi et per portare il cibo 
ai lor figliuoli, tanto più gli faranno grossi: et 
ciò perché i semi portati nel gozzo per nutri- 
care i figliuoli, con lo starvi assai diventeranno 
mezzo cotti; et per questo pongono le colom- 



319 
baie in luoghi ardui ; et forse pensono che giovi 
assai che le colombaie sieno discoste dall' aqqua, 
affinché con i piedi molli non rendin freddo al- 
l' nove. Et nascondendo sopra la colombaia un 
capo di lupo, gettatovi sopra del cornino rac- 
chiuso in un orcio fesso, si che la puzza si 
senta fuori, vi multiplicheranno oltre a modo 
i colombi, i quali ancora multiplicheranno a mio 
giudizio molto più, se per entro la colombaia 
vi si terrà di continuo un teschio di cavallo 
pieno di veccie o ricoperto da esse; et accomo- 
dando del sale in qualche cosa posta di sopra 
che coli sopra l' imbeccatoio, mangeranno con 
tanta voracità, che bezzicheranno l' ammatto- 
nato. Il loro abbeveratoio si assetti come quello 
dei polli, et da beccare una tramoggia, la quale 
si fabbrica di tavole, di modo che senza andare 
in colombaia, sempre con una corda trillandola, 
si fa calare il cibo pulito et netto per il lor 
bisogno ; ma sia et 1' uno et 1' altro tanto più 
stretto che non vi possino distendere il collo, et 
solo vi cappia il capo a bere, in modo che non vi 
si possino bagnare. Mettasi il cibo rasente al muro 
ancora ; ma meglio è far quell' ordigno di le- 
gname che sta a uso della tramoggia del mu- 
lino, et tanto stretto da pie dove bevono, che 
non possino salirvi con i piedi a imbrattarvi ; poi 
s' acconcino dentro per tutto nel voto stanghe, 
da potervisi riposare et dimorar sopra. Et si dee 
avvertire di non entrare mai, ito sotto il sole, 
in colombaia, perché si spaventono, ricevendone 
gran patimento, non pigliando mai di quel pezzo 
quiete o posa; proccurisi ancora che non sen- 
tino romor d'archibusi o bombarde, che fa lor 



320 

gran danno et massime quando covano; et in 
questo tempo vadivisi il manco si può, et di 
giorno quando sono fuori al procaccio del bec- 
care; et se per qualche occasione facci di me- 
stiero r andarvi, vadivisi di mezzogiorno quando 
sono fuori, cosi di inverno come di estate. Et 
da che questa sorte di animali si spassa assai 
et si diletta di raspare et razzolare nel suo pro- 
prio sterco, si può tener netta, spazzata et pu- 
lita la stanza nel solaio da un canto, et da una 
banda lasciarvi una parte imbrattata, ma che 
sia minuzzato et ben trito; o veramente dira- 
dare il pulirla. 

Et volendo accomodare le colombaie alle 
piccole et non troppo alte case dei contadini, 
elevisi la muraglia per ciò spiccata sopra esse et 
isolata da ogni banda, opposta a tramontana, 
non s' alzando mai troppo, perché i colombi 
abbino facile discesa et salita in quanto all' aere ; 
ma le finestre delle colombaie o buche sien 
poste alte, perché abbino a calare dentro bene 
a basso, il che faccino per scale ; et i nidii sieno 
situati nel più basso della colombaia, che cosi 
più profitteranno, facendo più nove i colombi 
et più spesso, et massime bagnando spesso il 
solaio, che sia di smalto o ammattonato, di 
orina fetida d'uomo; per il che lasceranno le 
antiche loro abitazioni et verranno a ricrescere 
in questa senza fine. Alle finestre o buche che 
riescono fuori, faccisi che vi sieno risighinette 
di pietra o tavole d' arcipresso o castagno, che 
sportino in fuori un terzo di braccio, per le 
quali i colombi abbino da posarsi all' arrivare, 
et dalle quali abbino a pigliare il volo nel par- 



321 
tirsi. Conviene ancora all' intorno delle colom- 
baie aver circuito alquanto con siepi o muro 
di terreno, da gittargli quivi da mangiare et 
tenervi da bere. Le colombaie da colombi grossi 
s' hanno ad accomodare un poco più minori, 
tenendosi di questi sempre manco numero nella 
più remota ma alta parte della casa della città 
o della villa, perché possano spaziare sopra i 
soggetti tetti, nei quali si dilettano di stanziare ; 
et si possono lasciare scorrere et spassarsi per 
casa, perché non s' allontanano mai molto. Ma 
se la colombaia si sporgerà bene sopra il tetto, 
non sporcheranno la casa; et sia da tre bande 
scoperta, difesa solo da tramontana ; et sian date 
lor da beccare tuttavia veccie, et di primavera 
et d' autunno diasi loro matton pesto minuto a 
beccare avanti a tutto da mattino, per purgar- 
gli, et del sale ; et questo anco ai terraiuoli, che 
si vedono bezzicare volentieri le muraglie volte 
a vento marino, stuzzicando ancora co '1 becco 
i calcinacci che sono ne' conventi dei sassi o 
mattoni, et inghiottendone qualcheduno ; et di 
questa maniera se ne restono talora nella sta- 
gione più fredda, nella bruma, che è il core del 
verno. Fruttificheranno una volta il mese o 
almeno dieci volte 1' anno, et cosi di questi come 
degl' altri gì' agostini sono da essere allevati et 
tirati innanzi ; et le stanze per questi s' hanno 
a ordinare in quel modo medesimo che s'è detto 
de' terraiuoli et con le medesime commodità. 
Ma se si facci pensiero di non lasciargli andar 
fuori, bisogna che quell' apertura dell' altro tetto 
che si fa sopra il tetto della colombaia si chiuda 
dinanzi con una rete di corda o rame, si che 



322 

possine avere il sole et goder 1' aere ai buoni 
tempi in ogni modo: et massime se s'avesse di 
quelli di Cipro et di Candia che sono più grossi, 
dei grossissimi dell' Indie di Portogallo, che 
di grandezza agguagliono i nostrali, perché que- 
sti si governano meglio tutti rinserrati. Ma 
facciasi loro la stanza un po' pili larga et i nidii 
più capaci, alla salita dei quali si facci una 
scala con scalini bassi 1' un sopra 1' altro, coper- 
tati di panno grosso lano di color rosso più che 
altro, et i nidii stesi di bambagia o lana fine, 
accomodando sopra le loro uove certi fuscelli 
che pontino nel nidio di qua et di là a reg- 
gergli un po' sospesi, perché non s' aggravino 
troppo in covando a acciaccare l' uova. Cosi 
alligneranno nei nostri paesi, governandogli del 
continuo con veccie et favette piccole, et che 
non manchi loro da bere. Tanto si farà a quelli 
ricciuti grossi et ai piccoli di Cipri delicatis- 
simi et vezzosissimi. Ancora bisogna da piccoli 
avvertire di spazzare loro il nidio spesso, tenen- 
dolo pulito dal loro sterco, che non offenda i 
piccioncini nati, et sopratutto rassettargli nel 
nidio, se si vedessero sconvolti i mutari dell' es- 
sere loro. 

Ora, a volere fornire da principio la colom- 
baia et riempierla bene, cappinsi i pippioni di 
buona sorte, nati del mese d' agosto o di maggio, 
et tanto questi quanto le femmine di buona 
razza, che abbino gli uni et gì' altri gran corpo, 
formosi et ben fatti; et non volendo pippioni, 
elegghinsi colombi fatti pur agostini, né troppo 
vecchi né troppo giovini. I pippioni maschi et 
femmine si ponghino dentro alla colombaia, in 



323 

quel numero sia il sito capace, et quivi s' imbec- 
chino con r imbuto due volte il di, tanto che 
becchino da per loro, et cavando poi loro le 
penne maestre quando son da poter volare, 
affinché vi stiano cosi almeno per quaranta di 
o cinquanta; che uscendo allora, rimesse le 
penne, non manchino di ritornare et perseverare 
come se vi fossero allevati dai padri loro, pi- 
gliando sempre, come s' è detto, di quelli che 
son nati di maggio et d' agosto, perché non sono 
oifesi dal freddo et sono di più prosperità per 
crescere et per francarsi il vitto; et ancora si 
possono pigliare un po' maggioretti, et metter- 
vegli d' agosto et di settembre et ancora di 
luglio, perciò che allora troveranno meglio da 
mangiare per i campi vicini, che cosi non si 
dileguano et perdono ; et questi maggioretti che 
beccan da loro non vi si mettino né di marzo, 
né di aprile, né di maggio, perché avverrebbe, 
in contrario. Tenghinsi chiusi trenta o quaranta 
di, et diasi da beccare lor bene, perché più si 
ricorderanno del luogo ; di poi s' apra loro, o 
sia nuvolo o sereno, ma meglio è in di di piog- 
gia, perché non si dilegueranno lontano, et 
faran ritorno con prestezza. Et pigliando co- 
lombi fatti, pur agostini, tenghinvisi tanto rac- 
chiusi che vi covino una volta, et nati gì' allievi 
s' apra loro, tenendo pur sempre da beccare 
dentro, che tuttavia poi vi ritorneranno. Alcuni 
hanno openione che non s' abbino a cominciare 
le colombaie dai pippioni giovini, ma si bene 
dalle chioccie primaticcie, et è da procacciarne 
tanti de' maschi quanti delle femmine, affinché 
di questa maniera maritati non si separino 



324 

d' insieme et mandin fuori assai allievi, parto- 
rendo quasi tuttavia [in numero eguale] il ma- 
schio et la femminia. Di marzo in qualche parte 
fanno i pippioni; et se sia il cielo più tiepido, 
innanzi marzo. 

Ninno volatile è più fecondo di questo; in 
quaranta di concepisce, cova et manda fuori il 
parto et l' allieva ; et ciò seguono per tutto 
r anno, eccetto che nella bruma, intramezzando 
sino all' equinozio di primavera; partorisce due 
nove et talvolta tre, ma di raro; et quando ha 
fatto il primo uovo, perché di vero infraposto 
un di manda fuori il maschio, secondariamente 
quella che è femmina, et quel terzo il più delle 
volte è vano, gli uni et gli altri covano, la notte 
la femmina, il maschio il di. Mandon fuori i 
piccioncini in venti di. Partoriscono dal quinto 
coito. L' estate talvolta in sessanta di ne fan tre 
paia, perché mandon fuore dall' uovo il piccion- 
cino in diciannove di, et subito di nuovo con- 
cepiscono. Onde è che tra i pippioni sempre vi 
son delle uova, et altri cominciono a volare et 
altri rompono il guscio; et esse colombe mede- 
sime, se non vi sia il maschio, 1' una all' altra 
si sagliono addosso et si montano, ma l' nove 
riescon vane. Et perché i pippioni di cinque 
mesi cominciono a far frutto, si lasciono andar 
fuori a volare i parti del presente anno innanzi 
a partorire, a tal che quelli che lian dato fuori 
di marzo, fanno frutti di luglio o d'agosto. 
Ma quelli che si destinano per mangiare o per 
vendere si deono pigliare dall' ultime partori- 
ture, perché al verno riescono più deboli et son 
più pronti a essere assaltati da' rapaci animali ; 



325 

et è openione che in tutti i volatili domestichi 
sien megliori da serbare i nati di marzo. Ma 
per ampliare tutte le colombaie per 1' anno se- 
quente si lasciono andare tutti i pippioni che 
nascono da maggio sino a settembre, ma gV altri 
anni poi solo quelli di giugno, perché truovono 
da beccare sin a novembre; dicembre, gennaio, 
febbraio, marzo et aprile bisogna dar loro da 
beccare ; et si può dar loro dei vinacciuoli pieni 
posti nella corte o altro luogo vicino, a pie della 
colombaia, verso il sole ; et d' aprile et di maggio 
si dee dar loro del miglio et del panico o va- 
gliatura di grano e viglinolo, perché han sotto 
r nove et i piccioncelli con le caluggine ; perciò 
non se li dia a quel tempo né vena, né orzo, 
né spelda né saggina che non li potrebbono 
inghiottire, ma dando i vinaccioli, come s' è 
detto, non solo con poca briga et spesa si sosten- 
teranno, ma non coveranno sin passato marzo; 
a tal che, passato il gran freddo, tutti i pippioni 
poi camperanno ancora nei lati freddissimi. Et 
perciò all' ottobre si ponghino le vinaccie con 
i lor gusci vicino alle colombaie, non si tro- 
vando da beccare alla foresta; et se pili oltre 
nevasse, si scuoprino tanto, che e beccare et 
razzolare vi possino. 

È comodissimo cibo a loro 1' ervo, il grano, 
la robiglia, la veccia, le lenti e '1 loglio, perché 
con queste sementi piccole si vengono a muo- 
vere assai et scaldarsi ; se queste cose manchino, 
supplirà la spotia ; et tutto si dia d' inverno 
rasente il muro della colombaia, perché quivi è 
luogo netto non imbrattato dal loro sterco. Ma 
se si dia loro orzo abbrustolato o robiglia o 



326 

fava minuta, sapendo che non appetiscono più 
che r estate, nella quale molto s' ingrassano, et 
massime mangiando panico o miglio macerato 
in aqqua melata, et ogni altro granello acconcio 
cosi, dandolo a quelli che si tengono nel serba- 
toio ('); al che serve ogni stanza di poco lume 
volta a mezzogiorno che si possi aprire et ser- 
rare con facilità. Puossi dare ancora a quelli 
della colombaia, perché sendo acconcio il lor 
beccare, cosi non se ne partiranno, anzi vi sta- 
ranno volentieri, conducendovene a quel seto 
degl' altri ; et perciò il cibo cosi preparato si 
dia loro la sera al ritorno, perché il di si pro- 
cacciono alla campagna il vivere buona parte 
dell' anno. Cosi ne faranno sette o otto volte 
r anno dei pippioni, et più ne farebbero et 
diventerebbero assai più grossi, se si cambiassero 
loro le colombe grosse casalinghe con quelle 
terraiuole delle colombaie, come sono nati 
d' otto giorni, affinché le si congiungessero con 
i loro, ma fare con destro modo, che i padri et 
madri non se n' accorgessero, con quelli della 
lor sorte; et ritornerebbero di compagnia ad 
abitare da loro. Ancora, mettendo nelle colom- 
baie dei terraiuoli tutti maschi con le colombe 
femmine dei grossi a vivere insieme, s' imbastar- 
diranno, come faranno ancora le salvatiche co- 
lombe con i nostrali domestichi, et saranno tutti 
più foggiati et grossi, come ancora per contra- 
rio, dando i colombi grossi alle colombe ter- 



(M A questo punto fra le righe si trova scritto: « Et sopratutto 
gì' ingrassa bene il semnaolello del grano et bere ». 



327 

raiuole. Ma la diritta è tener divise et separate 
le razze di per sé. 

Sogliono i colombi nutricare i lor piccioli 
piccioncini con la roba che hanno lor portata in 
gozzo, mezzo digestita, porgendo becco a becco 
et con esso facendola ingozzar loro ; et per ogni 
dieci o dodici ore che covano le colombe, co- 
vano quattro i colombi maschi. Di questa ma- 
niera covando a vicenda, come s' è detto, non 
gV abbandonano mai. La qualità del colore dei 
colombi ha a essere unita e non varia, et la più 
eligibile è che sia tutta bigia, più pendente in 
oscuro che chiaro. 1 brizzolati, se ben son più 
vaghi, né son buoni per razza, et manco di que- 
sti i bianchi, et massime che sono evidente 
bersaglio ai rapaci uccelli et a essere appostati. 
1 grossi sono da eleggere con le penne più nere 
et anco bigie che sia possibile, et manco pez- 
zati che si può, et i bianchi tutti in questo 
genere s' accettano per assai buoni. 1 salvatichi 
sono tutti d' un colore, che è bigio scuro o bigio 
chiaro, et lo scuro è megliore. 

Si deono eleggere per ingrassare quei co- 
lombi che sieno sterili, et di sozza et goffa fa- 
zione et di proibiti colori, come i brizzolati, 
pezzati et bianchi; et riusciranno grassi gover- 
nandogli nella maniera che dissi delle galline. 
Tuttavia il modo particolare è questo : mettinsi 
in una stanza che sia volta a mezzogiorno, in 
luogo asciutto et caldo di verno, et di estate 
sia volta a tramontana fresca, senza vento et 
non umida ; et si ve ne tenghino molti insieme, 
secondo la capacità della stanza, non la spaz- 
zando in tutto '1 tempo che vi stanno a ingras- 



328 

sarsi più che due volte; et per questo affare 
ponghinvisi più tosto che vi stiano stretti insie- 
me che larghi; et diasi loro in due o tre volte 
et anco quattro volte il di abbondantemente 
delle veccie, secondo che si vede che le vadin 
consumando; et il bere similmente sia netto et 
pulito, il che si fa con far far loro un catino 
di terra a rovescio, che abbi il piano che si 
chiugghi con gì' orli, et tre dita da terra vi 
siano fatti certi semicircoli attorno attorno per 
la capacità della testa del colombo. Et quelli 
di prima penna meglio s' ingrassano sotto le 
colombe, cavandogli, poi che siano ben fermi, 
alquante penne, che paino loro ritornare di pri- 
ma penna, prima che volin fuori ; et perché non 
scorrino per la colombaia, ma stiano in su lo 
spazzo, si rompe loro le gambe, et questo duolo 
non gli molesta più di tre o quattro di, che 
durando impedirebbe l' ingrassare ; allora si dia 
alle colombe cibo a doppio dell' ordinario, con 
il quale sé beccando et loro imbeccando possino 
bene empiere. Alcuni in cambio di franger loro 
le gambe, rompon loro 1' ali in su la congiun- 
tura, ma cosi si sbattono et sdivincolano in ogni 
modo et vanno a pericolo di saltar dalle buche 
a terra della colombaia et perdersi. Altri gli 
tengono legati, ma questo non è bene fatto, 
perché mentre che e' si sforzano di disciogliersi 
dalla legatura si crollano et non ingrassono. 
Meglio di questo è tarpar loro 1' ali, mozzando 
le penne, ovvero in su la congiuntura dell' ali 
con ferro affocato marchiargli, et staran saldi 
poco più di quattro di o cinque, durando il 
dolore dello scottamento ; et quanto al cibo per 



329 

ingrassargli, fuor di modo il granello del grano 
e di veccia profitta loro. I pippioni che doman- 
dono di sotto banca, sono quelli che si cavano 
del nidio con le caluggini per mangiargli subito, 
et massime dei grossi, o arrosto o in stufa; o 
veramente, per fargli del tutto gustevoli, am- 
mazzati che sieno con tirare loro il collo, o 
tagliar loro la testa come ai polli et lasciare 
sgocciolar loro il sangue, perché siano più 
bianchi di carne, et subito mettergli nell'aceto 
et lasciarvegli stare ricoperti per ventiquattro 
ore ; poi cotti in qualunche si sia modo, soddi- 
sfaranno alla gola. 

Conviene ancora nelle colombaie tenere in 
vasi fatti fare a posta, lunghi un braccio e mezzo 
et due terzi larghi, di terra cotta, dell' aqqua 
che si possin bagnare, et massime di estate, ma 
è di bisogno mutarla spesso, perché la vi si 
mantenga netta, pulita et chiara come vi s' ha 
a mettere; et questo giova et recrea cosi i ter- 
raiuoli come gì' altri di tutte le sorte. Siavi poi 
una cassetta di legname, similmente larga et 
lunga, dove continuamente si tenga del mattone 
pesto intriso con 1' orina, la quale diasi loro da 
bere alcuna volta, che piace loro et gli purga; 
et quando da piccoli danno ai figliuoli il patito, 
faccivisi abbondare il mangiare. Piglisi ancora 
grasso di porco o lardo, matton pesto et orina, 
-et fattone pane co '1 cuocerlo, stritolisi di poi 
et diasi a beccare di questo a tutti i colombi; 
tutti gì' altri vi concorreranno di fuori, tanto 
i grossi quanto gì' altri. Se i colombi o pippioni 
siano infestati da' pidocchi, gettisi via il nidio 
et vi se ne ponghi un altro. Nascono talora 



330 

intorno agi' occhi de' colombi i varuoli che 
gì' acciecano, et massime d' agosto, né sono per 
questo peggio per sani, che si taglia loro il collo 
et si mangiano. I rami di ruta attaccati sospesi 
nei cantoni della colombaia gli confortano et 
difendon da' veleni. Quando rimangono i co- 
lombi giovani nelle colombaie a svernare me- 
scolatamente, per mangiare i vecchi soli, che 
vecchi sono doppo tre, quattro o cinque anni, 
per rinnovare le colombaie, che sempre è bene 
rinnovarle in quelli tempi, abbiasi tante ma- 
gliette aperte quanti i vecchi, et mettinsi loro 
ai piedi, et i nuovi si lascino senza. Cosi quelli 
presi di mano in mano si mangeranno, et i gio- 
vini vi rimarranno a far la razza nuova ('). 

[Finiscono i Colombi in fine della carta 202^ 
ver>so. Le carte 203.^ e 204.^ sono bianche. Ri- 
prende il testo coi Pavoni a carta 205.^ recto]. 



(i) Sta scritto fra le ultime quattro righe in carattere eguale, 
ma più minuto, quanto segue: « è da sapere ancora che alcuni mer- 
» canti che hanno corrispondenza da Balsara in Babillonia nuova, 
» si fanno, stando in Balsara, portare alcuni colombi di Babillonia 
» nuova, et cosi per contra, et tenendogli chiusi in gabbie turate 
» dair un luogo all'altro, legando loro lettere sotto l'ali, danno 
» avvisi del caso d' ambedue luoghi in un giorno, dando poi loro il 
> volo fuor di quelle gabbie, lontano dalla terra un miglio; et cosi 
» si fa da Ormus ». 



3B1 
1 Pavoni. 

Sono i pavoni et per bontà di carne et per 
bellezza della composizione della vita loro tra 
gl'animali volatili di cosi ingegnosa manifattura, 
che mal volentieri si può arrivare con 1' artificio 
umano il nobil lavoro della varietà delle penne 
et diversità dei colori che portano indosso, 
pavoneggiandosi continuamente nel loro andare 
et volare da luogo et luogo, con meraviglia e 
stupore dei risguardanti, et massime quando 
spargendo in alto la lor miracolosa coda fanno 
con essa un' ampissima ruota ; a tal che sendo 
ragguardevoli da ogni parte sopra tutti gì' altri 
dell' essere loro, s' hanno da apprezzare da tutti 
gì' amatori della villa, et dee ciascheduno d' essi 
essere studioso d' averne, et maggiormente dove 
sia campagna larga, la quale è da quelli amata 
sopra modo, se ben volentieri stanno tra le 
rovine delle muraglie et sopra i tetti dell' abi- 
tazioni, ma smuovono, scompongono et talvolta 
rompono i tegoli et gì' embrici con i piedi ; i 
quali soli dispareggiano la bellezza del rima- 
nente della lor persona, essendo brutti, mal fatti 
et sproporzionati, a comparazione della rarità 
di quella ; et con openione che s' attristino et 
prendino maninconoso regretto a tutta ora che 
torcendo il collo e '1 capo chinando a terra, con 
vergognosa stizza mirandogli se n' addolorano. 
Questo medesimo fanno avendo gettata la coda, 
la quale casca loro quando la foglia degl' arbori ; 
di poi comincia a rimettere quando la comincia 
a muovere, massime la primaticcia. 



332 

Vennero primamente questi animali traspor- 
tati dall' Indie Orientali, et M. Aufidio Lurcone 
fu il primo che ordinassi d' ingrassargli a Roma, 
et ne soleva cavar di profitto 1' anno sessanta- 
mila sesterzi ; il che avendo seguito molti, alzo- 
rono assai il prezzo dei pavoni, di maniera che 
r nove furono vendute cinque giuli l' una, et i 
pavoni cinquanta l' uno. È animale malevolo 
come r oca et vergognoso, come che avendo 
persa la coda, cerca di non esser veduto et riti- 
rarsi nei luoghi ascosi ; et quasi invidiando per 
la sua malignità all' utile dell' uomo, risorbisce 
il suo istesso sterco. Vivono da venticinque anni 
et più. Sono di due sorte pavoni, i bianchi et i 
Ifrizzolati che s' addomandon neri ; dei bianchi 
se ne truovono in Fiandra molti, et è openione 
che si possin generare del maschio et della fem- 
mina ordinaria, edificando una stanza che sia 
bianca sotto, dalle bande et sopra, et quivi 
lasciandogli stare a montare, a covare et far 
nascere le loro nove, le quali per virtù dell' im- 
maginazione vedendo tutto bianco, faranno i 
pavoncini bianchi. Cosi veramente si truova 
scritto. Io di certo posso affermare et afiermo, 
che avendo tenuti insieme in una stanza un 
pavone grigiolato con una pavonessa bianca, et 
per contra una pavonessa nera con un pavon 
bianco di per se in un' altra stanza, perché si 
congiungessero insieme, et avendolo fatto gì' uni 
et gì' altri, fra molte nove delle loro poste lor 
sotto, esserne nati tra esse due o tre dei bianchi ; 
i quali nati son più difficili a allevare degl' altri, 
se non s' abbi largura da lasciargli covare da 
loro alla campagna, perché sogliono far l'uova 



333 

in qualche riposto luogo, et da per loro fattele 
tutte insieme, in un lato medesimo covarle, et 
nate allevare i lor pavoncini senza altra briga ; 
basta dar loro da beccare abbondantemente 
grano o orzo. 

Ma volendo senza le madri allevargli da 
per sé, nati che sono bisogna diligentemente 
asciugargli dall' umidità che portin seco, usciti 
fuori dei lor gusci, et di poi dar loro a bec- 
care, senza maneggiargli o toccargli molto, che 
beccheranno subito da per loro, ponendogli 
innanzi semolello senza intriderlo, lombrichi 
triti o carne sminuzzata, et anco uova sode stri- 
tolate, non mancando loro del bere, usando 
questo governo per dieci o quindici di; di poi 
orzo acciaccato et grano; di poi altri dieci di 
intero 1' uno et 1' altro. Ma perché queste sorte 
di pavoni fanno l' nove per tutto ove le si 
ritruovono d' aver voglia di farle, occorre spesse 
volte che postesi a dormire in alto, come è 
r ordinario anco di tutti gì' altri, et non solo 
starvi loro, ma condurvi i loro pavoncini, tenen- 
dogli sotto le loro ali aperte, posandosi in sul 
medesimo ferro o stanga dove posan loro, di 
modo che di quivi facendo 1' nove et cascando 
in terra si rompano, conviene sotto a essi acco- 
modare lenzuola stese sospese da terra due 
braccia che senza offesa le ricevino, et in questa 
maniera si salveranno per metterle poi lor sotto 
tutte insieme a covare; et perché vengono 
meglio a farle nascere sotto galline, scegliasi a 
ciò la maggior chioccia che si possi avere, et 
mettinsi sotto nel nidio accomodate come si 
disse dei polli, dieci di innanzi l' nove dei pavoni 



334 

a quelle dei polli, affinché tutti a un tempo dien 
fuori ; né sono da essere poste sotto alle galline 
più di cinque uove di pavone o d' oche ancora, 
et il resto di galline. Sieno 1' uove freschissime : 
le quali se le covi la pavonessa sieno nove, et 
lo facci dal primo crescer della luna di febbraio 
o marzo, et ancora di gennaio, secondo che 
comincino di buon' ora a farne, perché sogliono 
fare uove tre volte l'anno, all'uscir dell'inverno, 
di primavera et un pezzo dell' estate ; et se sia 
gallina, cinque di pavone et quattro delle sue; 
et il decimo di levinsegli di sotto quelle di gal- 
lina che vi sono state, et in lor cambio vi se 
ne ponga dell' altre fresche quanto quelle, rivol- 
gendole tuttavia et segnandole da una banda; 
et attenda chi le mette in covo che non di- 
sponga r uove ad una per una con la mano nel 
nidio, ma preso tutto '1 numero dell' uove in un 
vaso di legno lo riversi con esso, dandogli la 
volta leggermente nel nidio dove hanno a stare ; 
et cosi si facci anco alle galline et alle pavo- 
nesse ; et essendo la gallina piccola, se gli pon- 
ghino sotto tre uove di pavone et sei di gallina. 
Naii che sieno i pavoncini, non si lievino 
via il primo di, come si fa a quelli di gallina, 
ma il di doppo nati ; s' asciughino con diligenza 
dall' umidità et sudore, et si portino con la 
chioccia sott' una cesta capace di salcio, et se 
gli diano a beccare granelle d' orzo spezzate et 
frante in tre o quattro parti, spargendole che 
siano alquanto state inzuppate nel vino; o vera- 
mente diasi loro semolello di grano impastricato 
col vino, o poltiglia di farina intrisa con aqqua 
calda cotta et di poi lasciata raffreddare ; 



335 

aggiungasi a questo cibo dei porri di Taranto 
o d' altrove minuzzati, ma in poca quantità, et 
trito minuto cacio fresco et spremuto, o latte 
sodo mescolato con minuzzoli di pane o ricotta, 
avvertendo a tutti i latticinii di cavar loro il 
siele, perché fa lor male; fatti un po' grandetti 
diasegli zuppa di pane con vino, o gamberi senza 
scorza, o grilli dimezzati, o carne cotta minuz- 
zata et stritolata sottilmente, un poco saleggiata; 
mangiono volentieri ancora perfino ai bruchi e 
locuste, cavati loro i piedi. Con questo governo 
si proccurano per un mese, da quivi in là si dà 
loro orzo o mondiglia di grano continuamente, 
et in capo a trentun di si possono lasciare an- 
dare in campagna dietro alla chioccia, con la 
quale se ne può guidare quindici, diciannove, 
sino in ventuno. Et prima nei di chiari si posson 
lasciare andare all' aere, al sole, a spasso nei 
prati, avendo lor cura dai nibbi, golpe et altri 
nocenti animali; et perché non gli dilegui la 
chioccia troppo lontani, si può legar la chioccia 
con una corda lunga quanto si vuole che si 
discostino all' intorno. Sotterrandosi ventri di 
vacche nel campo o pecore, come sono pieni a 
inverminare, et darli a beccare loro con i vermi 
et trippe et lombrichi, s'alleveranno con facilità; 
et finché siano grandi non si sforzino a cammi- 
nare troppo, che nuoce loro, né si lascino spa- 
ziare in parte dove ne siano dei maggiori di 
loro, che le chioccie per invidia s' azzufferebbero. 
Poi che abbin finito il sesto o settimo mese, 
racchiugghinsi con gì' altri, lasciate le chioccie, 
a dormire nelle loggie, capanne o stalle, dove 
s' avvezzino a alloggiare alti da terra, et massime 



336 

quelli che sono allevati dalle pavonesse, quali 
loro istesse sollevano (come s' è detto) da picco- 
lissimi in alto, tenendogli in su le stanghe sotto 
le loro ali, né patiscono che dormino in terra, 
perché fa lor male, et patiscon troppo dal freddo ; 
imperciò dove hanno a dormire vi s' accomodi 
delle pertiche che sien alte, perocché fatti mag- 
giori volentieri s'assettano a stare nei cam- 
mini et nei comignoli dei tetti, et i maschi 
vi sono buone sentinelle et cosi vigilanti come 
r oche. Con tutto ciò è più utile avvezzargli 
nei lor pollai ; et non si lascino pascere o si dia 
a beccare alle galline fra loro, perché le galline, 
veduta la razza delle pavonesse maggiore et più 
bella, disamano la loro, et abbandoneranno poi 
i loro pulcini senz' allevargli. I maschi per 
desiderio delle j3avonesse rompon lor le uova, 
perciò tion vi si lascino appressare et si ten- 
ghino segregati da quelle; onde è cosa utile 
che le Jjavonesse covino et partorischino nelle 
grotte, siepi riposte e lati occulti, cosi per se- 
guitare poi i loro pavoncini come forestieri, 
avanti che quella cresta di penne che han sopra 
il capo naschi loro, nella nascita della quale 
patiscono, come quando i bambini mettono i 
denti ; onde è necessario allora avergli riguardo 
grande et governargli bene. Se il pavone usasse 
spesso con una che sia gravida d' uove, a fatica 
concepute nel ventre, le guasta, né le lascia 
condurre a dar fuori. 

Vanno i pavoni volentieri attorno come i 
polli, stando sempre appassionati come si sen- 
tono mancare o cavare una penna, et massime 
della coda. Quando sono in amore, di che è 



337 
segno lo spesseggiar della ruota, pigliano gran- 
dissimi voli : però nelF isole s' allievon sicuri. Io 
ho veduto in Sicilia branchi d' essi di duecen- 
tocinquanta et trecento, solo co '1 pascolare 
nutricarsi bene. Nei luoghi caldi sogliono co- 
minciare a risentirsi dell' appetito venereo al 
principio et al mezzo di febbraio, quando sé 
medesimo mirando, si ricuopre con le penne 
della coda piena di gemme, rivesciata verso la 
persona di sé stesso arcata. Imperciò in questo 
tempo, incitandogli a libidine i cibi, è da dar 
loro da mangiare largamente, et massime con 
fava leggermente abbrustolata, con darla loro 
tiepida ogni cinque di. I pavoni che fra di loro 
volentieri combattono, sono da essere rattenuti 
o separati, affinché i più deboli non sien rimossi 
dall' ammontare et dal cibo. Dopp' il tempo 
della monta è da guardar spesso lor sotto la 
natura, attastando con li diti l'uova che ven- 
ghino in pelle, perchè non le faccino altrove che 
nelle loro aie. Non sono animali che con più 
studio, vigilanza et arte allievino i loro figliuoli, 
i quali mandono fuori in trenta di, et talora 
in ventidue in circa ; et come l' oca si ricomincia 
a far uove, se si ponghino sotto le galline, né 
patiamo che i primi dien fuori. Et perché ancora 
questi bigi, o neri o grigiolati che chiamar gli 
vogliamo, fanno talvolta l' uove da alto, et non 
vi sendo sotto alcun rattegno cascono in terra 
et si rompono, conviene stender sotto fieno trito 
o altre cose morbide, che dandovi su si conser- 
vino. Cominciono a far dell' uova le pavonesse 
quando sono sopra 1' anno, ma le migliori sono 

22 



338 

le nate da due anni. Diasi a ogni pavone cinque 

pavonesse in sette a montare. 

Sono molti che, perché i pavoni con i piedi 
andando tempestosamente disfanno, rovinano et 
guastano i tetti, rifuggono di volerne avere; 
et non sanno che alla campagna si nutriscono 
et fanno meglio che nei luoghi chiusi o al ri- 
stretto; et ancora ai tetti non faranno danno, 
se i tegoli et gì' embrici si conficcheranno con 
chiodi, o ben si fortificheranno con calcina. 
S' ingrassono i pavoni con dar loro a mangiare 
abbondantemente del gran cotto tiepido, et dar 
lor bere quanto vogliono ; et froli si fanno, per- 
ché è carne dura et suzza asciutta, con strappar 
lor la lingua di netto et lasciargli penzoloni 
scolare il sangue loro, più il doppio di loro. Le 
lor piume sono si buone et meglio a far colcitre 
che quelle delle galline, et le lor penne sono 
richieste a far roste tanto della coda quanto le 
altre; usasi ancora il sodo delle penne della 
coda adoperare a far cappelli, i quali resistono 
air aqqua, coperti di qualche drappo o densa 
materia; l' uove loro son buone per mangiare 
quanto quelle delle galline. I pavoni s'ammaz- 
zono bene per mangiargli senza cavar lor san- 
gue, ficcandogli un ago o altro ferro nel capo, 
et voltandoli di sotto co '1 capo all' ingiù che 
il sangue corra al basso; ma è meglio con un 
bastone rompergli all' improvviso la testa. I pa- 
voni cotti in stufa con assai lardo son megliori 
che in altro modo. 

Non è dubbio che il medesimo luogo * dei 
pollai, destinato con ordine alle galline et a' galli, 
può servire ancora alle pavonesse et ai pavoni. 



339 

stare et nutricarsi tra loro mescolatamente, man- 
giando del medesimo beccare che s' affa all' una 
et all' altra razza ; et come i polli ordinaria- 
mente amano di dormire al coperto, et questi 
all' aere et fuori, possono sollazzarsi sopra i tetti 
del pollaio et la notte stanziare nelle loggie 
loro, sopra stanghe postevi a posta per loro 
affare, avendo poi avvertenza di fare che dove 
e' fanno 1' uova, sparse fra loro né sempre in 
un lato, si rassettino per covarsi dalle galline 
ovvero dalle pavonesse acchiocciate in quel 
tempo, da accomodarsi in luogo separato da 
quelli. Ma disegnando di voler allevarne gran 
quantità, conviene far loro una stanza appar- 
tata ]a quale abbi dinanzi uno spazio grande 
proporzionato al numero di quelli, ove possino 
spaziare ne' prati, recinto di muro alto si che 
sopra non vi possin volare, et basterà che sia 
di diciassette o diciotto braccia; ma se sarà la 
largura spaziosa et grande, si potrà turare at- 
torno attorno con siepe, perché avendo loro 
agiato campo d' andare a spasso et da beccar 
bene, non cercheranno d'uscire di quei contorni; 
et dinanzi a questo muro o siepe volto a mez- 
zogiorno si facci murare una loggia grande, 
ficcando per i muri da ogni parte diverse stan- 
ghe alte da terra cinque o sei braccia ; et dietro 
alla loggia sia uno stanzone corrispondente alla 
grandezza della loggia, che abbi il tetto un 
poco più alto di quel della loggia, tanto che 
gli facci parapetto sopra, da poter quando tira 
vento star sopra la loggia, et quando sia quieto 
il tempo sopra quello del tetto. Dentro poi la 
stanza abbi accomodate le stanghe di maniera. 



340 

che non rincontrando 1' una sotto 1' altra, stando 
di sopra alcuni d' essi, non possino noiare quelli 
di sotto con i loro escrementi et imbrattargli. 
Spazzisi questa stanza sotto ogni mese una volta, 
perché non si empino di pidocchi anch' essi, et 
al tempo del covare vi sieno i nidii spazzati et 
puliti ; et se si vede a quel tempo che le pavo- 
nesse si piglin verso di covargli da per loro, 
lascisi fare a esse, che senza fare altra diligenza, 
co '1 dar loro abbondante beccare, gì' alleveranno 
da per sé. 1 mali de' pavoni son simili a quelli 
dei polli et ricercano 1' istessa cura, ma ordina- 
riamente sono più sani di tutti gì' altri volatili, 
et se abbino stanza asciutta et sana, da mante- 
nersi senza malattie continuamente. Lo sterco 
loro mescolato con quello de' colombi et polli 
è buono a' campi, purché bene smaltito et di- 
sfatto. S' addomesticano i pavoni con i minuz- 
zoli del pane intorno alle tavole; vengono et 
stanno familiarmente intorno altrui ; ma a poco 
a poco pigliono tanto ardire et presunzione, che 
a fatica co '1 bastone si fanno star discosto; 
et più sono presentuosi i bianchi che i briz- 
zolati. 

[Finiscono i Pavoni in fondo alla car. 210.^ 
recto; il verso della stessa, le carte 211.^ e 212.^ 
sono Manchi. A car. 213.'^ recto cominciano le 
Oche.] 



341 

Le Oche. 

L' oche sono animali impuri, lordi, sporchi, 
et d' inesplebile voracità, come che eli' abbino 
per entro la vita il budello diritto con una 
estrema calidità, che non prima inghiottito 
hanno smaltito, piombinando da basso et man- 
dando fuori; con tutto ciò, traendosene frutto 
et dalla piuma et dalla carne, è da fare opera 
di tenerne, et se sia il luogo accomodato, in 
quantità ; et massime che le sono vigilantissime, 
et servono la notte per sentinelle come i cani, 
avendo già campato il Campidoglio di Roma 
dall' agguato dei Franzesi. Ritruovansi oche di 
due fatte, alcune salvatiche et alcune dome- 
stiche. Le salvatiche vengono di lontani paesi, 
come del regno di Natòlia et delle montagne 
dell' Aladula, volando altissime et calando ai 
nostri contorni, dove s' assidono nei lati panta- 
nosi et paludosi, et in tutti gì' umidi luoghi et 
aqquidrinosi. Quivi si stanno, covano et sguaz- 
zano, et prese vive con lacci si traducono tra 
le domestiche et tarpate vivono fra esse, fanno 
dell' nove, le covano, et producono all' innanzi 
con profitto la razza, la quale, anco tenute a 
sola a sola, con quelle la mescolano, et cosi 
imbastardite meglio si risolvono a vivere in- 
sieme, rattenendo sempre un poco del sapore 
di salvaticina ; et le nove loro sono d' assai 
miglior gusto delle domestiche. Mangiano delli 
medesimi cibi et non rifiutano verdura alcuna 
che sia sopra la terra. Covano et allievano da 
per loro i paperini salvatichi come le dome- 



342 

sticlie, ma meglio è l' uove che da quelle si 
raccogliono sottoporre alle galline, che più 
sicuramente nasceranno in luogo appartato 
senza essere guaste da maschi. 

Et il luogo da tenere oche dee essere mu- 
rato alla foggia del pollaio, con le sue stanze 
appartate et il portico dinanzi, ma sia tutto a 
terra et non più alto d' un uomo e mezzo ; 
abbino nella stanza che le riceve altre stan- 
zette da dormire, o spazzi d' aie di tre braccia 
o quattro per ogni verso, dove elle possino 
ritirarsi a stare quattro o cinque insieme, et far 
r uova nei nidi accomodati alla guisa dei polli, 
ma un po' più grandi ; et questi spazii d' aie 
deono essere dentro alla corte al coperto, et 
essere senza umore o marciume distesi sotto 
strame o paglia dove le si ricoverino, et da 
potersi racchiudere contro ai nocenti animali; 
quivi abitino per lo più et vi stieno a poter 
covare. Et vogliono alcuni che da per sé cia- 
scheduna abbi la sua aia, altri tenerle in una 
piazza comune dove si mantenghino insieme 
tutte a potersi sollazzare, avvertendo di rac- 
corre 1' uove che le fanno ; o se da per sé in 
qualche cantonata o luogo riposto 1' accozzino, 
lasciarle covare. Alcuni amano che non si gli 
lascino fare nel lato dove stiano a commune, 
ma nelle loro stanzette divise 1' una dall' altra 
come s' è detto, et questo è meglio per assicu- 
. rare che le non vadino male, et più volentieri 
si disponghino a volerle covare. Sia dinanzi al 
portico o nel mezzo del loro chiuso d' aqqua 
viva un pelago spazioso et profondo, accomo- 
dato in modo che per una fossa sotto con zaffi 



343 

si possa chiudere et sturare, per dar la strada 
al puzzore, rinettarlo et rimettervi nuova aqqua ; 
et di poi fuori s' elegga un campo paludoso 
pieno d' erbe, et in alcune parti sia di modo 
sano, che vi si possi sementare veccie, trifoglio, 
fien greco et cicoria, et per i paperi piccoli da 
un cantone la lattuga; et questi amerebbero 
talora essere cavati fuori a lavarsi et sguazzare 
insieme, o in aqqua corrente o ferma, perché 
non meno amano questa che il pascere o bec- 
care; et questo sia di inverno di semola, di 
vagliatura di biade et grano et di saggina cotta, 
non si potendo condurre a pascolare; et se si 
cavono fuori a pasturarsi in prati, dividinsi in 
pili parti, una per volta, affinché si dia tempo 
di riposo alle pasciute, perchè dove tocca il 
becco dell' oca vuol tempo a rimettere, sendo 
il suo morso velenoso non meno di quello della 
capra; et il suo sterco ancora abbrucia il ver- 
dume et le nascenti erbe, et da per sé non è 
buono, ma digestito, mesticato con altri o con 
litame, è utile al campo. Amano il cibo umido, 
et rifuggono et nuocon loro le foglie del rodo- 
dendro et dell' alloro. 

Eleggansi da far razza oche grandissime cosi 
femmine come maschi, et tutte d' uno unito 
color bianco lattato candido ; le bianche et nere 
per essere di somiglianza pari alle salvatiche 
si deono riserbare a far razza mista per con- 
giungersi con esso loro. Montano per la bruma, 
ciò è al solstizio del verno, a far uova, et co- 
vano da calen di marzo al solstizio dell' estate 
sin al fine di giugno; né, le lasciando covare, 
si rimettono a far uove; et cosi ne fanno tre 



344 

volte in dodici mesi, nella bruma, di mezza 
state et all' autunno ; et è meglio vietare loro 
il covare, perché le loro nove fanno meglio 
sotto le galline nostrali. Partoriscono la prima 
volta cinque uova, la seconda quattro, la terza 
tre, le quali molti lasciono covare alle madri, 
perché da quella volta in là non ne fanno più, 
et quando le madri covano all' ultimo parto, 
riescono bene. Né importa al far l' nove più 
che tanto che abbino nidio, perché basta che 
truovin sotto il terreno soUo e smosso. Addun- 
que, quando parrà che le voglino fermarsi et 
accoccolarsi a terra per far 1' nove, smuovinsi 
et racconcinsi, cercando con un dito dell'uovo, 
et sentendosi, pinghinsi alle loro stanze ; et fatto 
cosi una o due volte, vi s' avvezzeranno da per 
loro a irvi sempre. 

Ma quando si vuole che elle covino, nel- 
r ultimo del far 1' nove s' acconci loro un gran- 
dissimo nidio in una cesta con fieno buono 
o paglia trita sotto; e perché le non amano 
covar r uove fatte dall' altre oche, segninsi le 
sue proprie, et cosi di tutte con caratteri si 
contrassegnino, et ponghinsi sopra quelle, met- 
tendogli accosto il mangiare, perché elle co- 
vano con tanto amore, che più tosto si lascie- 
riano morir di fame che abbandonare il covo. 
Osservisi la luna come a' polli, et alle galline 
se ne metta cinque almeno et sette al più; 
all' oche istesse undici in quindici. Nelle ceste 
de' loro nidii si pongano radici d' ortiche, il 
che opererà che poi nati non noceran loro le 
punture dell' ortiche, che alcuna volta ammaz- 
zono i paj)erini. Covano ventun di quando è 



345 

freddo; al caldo escon fuor del guscio in ven- 
ticinque et ventisette; et è chi dà loro mentre 
che elle covano orzo tenuto in macero. I pape- 
rini nati si paschino nelle loro aie nei primi 
dieci di, et si nutrischino di ortiche tenere 
tagliuzzate minutamente et mescolate con fa- 
rina di miglio; allora si lascino pascere lattu- 
ghe, maicole o simili; et cresciuti si dia loro 
dentro dell' orzo, il quale beccano volentieri. 
Non si mescolino i paperi piccoli con i grandi, 
perché questi non sopraffaccino quelli, che 
s' azzuffano et sviano. Avvertiscasi che lo sterco 
secco non s' attacchi loro ai piedi o altrove, 
che nuoce loro et massime alle tenere et deli- 
cate piume. Alle chioccie giova ancora 1' orzo 
macerato nell'aqqua, et ai paperini farina impa- 
stata o farro macinato con aqqua. Alcuni dan 
loro il nasturzio minuzzato nell' aqqua. Come 
poi sono di quattro mesi, in luogo chiuso et 
buio che non possin troppo stendersi, con 
r andar dando lor semmola o farina intrisa 
s' ingrassino, dando lor da bere copiosissima- 
mente; in venti di, et i paperi teneri in qua- 
ranta, s' ingrassano. 

Ma le oche, fatte che sieno d' un anno in 
circa, s' ingrassano con il conficcar loro i piedi 
in terra (') o in sur una tavola ferma sopra terra, 
in luogo chiuso caldo e buio, con due buchette, 
et si che di dietro caschi lo sterco in terra, et 
dinanzi vi si possi porgere il beccare e '1 bere ; 
il che sia prima di orzo cotto, poi di fichi 
secchi tritati misti con semmola. Ma le oche 



(') A questo punto fra le righe è scritto: « con una buca di 
dietro per lo sterco. » 



giovani più agevolmente s' ingrassano con dar 
loro della polenta, della crusca, et largamente 
da bere in luogo caldo et tenebroso; et siano 
due parti di polenta, quattro di crusca, tempe- 
rate con aqqua calda, tanto dandone, quanto 
ne voglino a saziarsi, dando lor da bere tre 
volte il di et una a mezzanotte; et perché le 
faccino il fegato grande et tenero, si faccino 
alcune schiacciatette o pallottole di fichi secchi 
triti con aqqua macerati, et si caccino loro in 
gola per diciassette o venti di continui. I Griudei 
che sono maestri di ingrassarle et far gran fegati, 
fascian le oche, cavati le gambe, il collo e la 
coda fuori, et 1' attaccono alte due braccia da 
terra in luogo buio, turando lor gì' orecchi con 
pece o piselli, e gì' occhi cuoprono, perchè né 
per udire né per vedere si muovino o scuotin 
punto, dando loro schiacciatine inzuppate nel- 
r aqqua di farina d' orzo tre volte il di, et po- 
stogli accanto da bere et del sabbione, in pochi 
di fanno un fegato di quattro o cinque libbre, 
et subito cavato di corpo all' oca et posto nel 
latte, crescerà un' altra libbra. Ma ordinaria- 
mente poste in un luogo stretto e oscuro, posto 
loro innanzi orzo o gran faggino, messo loro 
un po' discosto 1' aqqua et del sabbione nei loro 
abbeveratoi ('), in quindici di si fanno grasse. 
Per la ricolta si fanno grasse con le spighe che 
cascono quando si portono dal campo. 

Ma volendosi porre in tavola un' oca cotta 
usuale, eleggasi un'oca maschia grande elevata 
di buon nerbo et vigorosa et vivace, questa 



(1) loculis è scritto sopra abbeveratoi. 



347 

si peli con diligenza per tutto eccetto che 
nella testa, di poi avendo fatto uno stanzino 
a posta di larghezza di due braccia et mezzo, 
et di lunghezza di quattro, ammattonato di 
sotto et a tetto di sopra, alto tre braccia, con 
una porta piccola da entrare, che alzi all' en- 
trarvi quanto è 1' altezza della persona dell' oca 
sino all' attaccatura del collo : et a quel pari, si 
ponghino attorno attorno dei carboni accesi et 
bene infocati, 1' un sopra l' altro di larghezza 
d' un sommesso : et visto che mantenga il fuoco 
et arda da ogni banda ugualmente, si pigli l'oca 
et se gì' acconci dalla banda del cuore una pit- 
tima d' impiastro stesa in sur un poco di panno 
lino o tela grossa, fatta della medesima mestura 
che si fa il frigidante di galline, et basta che 
la circondi quattro diti per ogni verso; il lato 
del core facciasi appiccare ben per tutto alla 
pelle di fuori; et da quella via posto di sotto 
et di sopra della stanzetta due vasi da bere, si 
lasci passeggiare là dentro a sua fantasia, si 
che fuggendo il fuoco da una banda v' incappi 
dall' altra ; berà F oca assai sfuggendo il fuoco, 
et tuttavia accostandovisi si scotterà et farà 
una crosta di fuori bene abbronzata; et mas- 
sime se da una fenestretta, che sia lasciata in 
pruova da una banda della stanza, distendendo 
il braccio per essa, la si possi pillottare et 
regolare per la stanza a modo, che non si 
fermando mai più in sur un lato che in su 
r altro, la venghi a sentire il calore ugual- 
mente ('); et quando poi bene arrostita portisi 



(•) Sta scritto fra le righe: « et se gli bagni il capo con spugna 
inzuppata nelT aqqua. » 



UH 

in tavola, allora tagliandola a pezzuoli si tro- 
verà penetrata dentro la cocitura, et si sen- 
tirà di mano in mano, smembrandone una par- 
ticella, gridare, sin che, toccando ella qualche 
colpo mortale, finirà di vivere l'oca cotta viva. 
Ancora, senza altra manifattura, si farà lor 
crescere il fegato fuor di modo con il dar loro 
solamente fichi secchi triti da mangiare, et da 
bere aqqua tiepida quanta ne voglino, mutan- 
dola loro qualche volta, perché la sia chiara, 
pulita et netta. Il grasso dell' oche si pigli 
intorno all' arnione et si cavi ancora quello 
che hanno intorno all' interiore, et fatto bollire 
adagio si coli con un panno lino fitto, et si 
ponga senza insalare in un vaso invetriato ben 
coperto, che senz' altro servirà ai medesimi usi 
di quello del porco, riuscendo più delicato; et 
delicatissimo oltre a modo sarà quello che sarà 
cavato d' attorno alle mole, conservandolo al 
medesimo modo. L' oche si pelano per il sol- 
stizio, levando lor tutta la piuma et le penne 
delle ali. 

[Finisce il testo alla fine della ca?\ 216." 
verso. Le carte 217.^ e 218^ sono bianche. Ri- 
prende a car. 219.^ recto.] 



349 



I Cigni, le Gru, gli Struzzi, le Cicogne, 
le Anitre, ecc. 

Le oche viveranno volentieri in compagnia 
dei cigni, i quali ancora essi faranno l' uova, 
le coveranno et daranno fuori del guscio, atten- 
dendogli con la medesima diligenza che loro, 
et dei medesimi cibi si pasceranno; ma più 
volentieri si ciberanno di erbe et bacherozzoli, 
pasturando ne' prati; imperciò faranno meglio 
ne' luoghi larghi et spaziosi, come nei varchi 
degi' animali salvatichi grossi, dove meglio si 
manterranno. Sono i cigni combattitori gagliardi, 
facendo contrasto con 1' aquile, et talora si fero- 
cemente attaccandosi et ferendosi, che alcuno 
d' essi si muore, et talora l' aquila perdente 
s' arrende et fa il simile. Amano ancora essi gli 
stagni et 1' aqqua che corre pianamente, et nei 
vivai pieni di pesci ancora si godono, vivendo 
dei pesci che vi sqno, tenendo sempre netto il 
vivaio da tutti i fuscelli o altra materia che 
imbratti o impedisca 1' aqqua. La lor piuma è 
pili gentile et delicata dell' oche, ma non tanto 
quanto quella degl' avvoltoi, che passa tutti. 
Sono alcuna sorta di cigni che si comportano 
nei fossi delle città pieni d' aqqua, et quivi si 
stanno, facendo la sentinella come 1' oche. Co- 
vano trenta di come loro, né più di sette o otto 
[uova] ne dan fuori, et di poi scemano, cinque 
qualche volta covandone, et alcuna volta sola- 
mente sette. Si fabbricano i nidii da per loro, 
ammassando insieme degli sterpi et del paccia- 
me ; allievano i figli nell' aqqua, la quale se nelle 



35U 

paludi o stagni ghiacci, si ritirino alle stalle. 
Vivono oltre a venti anni, et muoiono mentre 
maudan fuori un dolcissimo canto. La carne 
loro è saporita con molta polpa, et vogliono 
essi cotti arrostiti. Si conciono ancora per pelli 
come gì' avvoltori, per riparo dei freddi grandi 
et per tener su lo stomaco a far digerire, et 
più questo che quello. 

Le grughe ancora nel medesimo lato che 
r oche viveranno ; et avendo presi con lacci dei 
giovani, facilmente stando fra loro si addome- 
sticheranno, et avendo largamente da pascersi 
vi fruttificheranno, massime dando loro del 
grano assai, quale fuor di modo appetiscono. 

Ancora gli struzzoli ci s'avvezzeranno, con 
provveder loro alcuni monticelli di arena mi- 
nuta, ordinati lontani 1' un dall' altro a' caldii, 
affinché su per quella arena possino disporre 
r uova et quivi covarle, avendo di bisogno 
di gran riverberazione del sole et suo aiuto, 
perché si rompa il duro guscio che hanno a 
dar fuori i loro allievi, quali dati fuori, con 
r aiuto di chi gli governa, sono nutricati da 
lor medesimi, mangiando grano, orzo et tutte 
biade, et più volentieri pascendo, inghiottendo 
talora i chiodi ed altri ferri che se gli porgono 
alla bocca; i quali, se non smaltiscono affatto, 
per certo gli consumano in modo, che si co- 
gnosce chiaro che li digeriscono in parte, te- 
nendoli per qualche di nel lor ventriglio ; et io 
ho avuto degl' aguti stati nel loro stomaco, che 
per essere quasi mezzi patiti apparivano trasfi- 
gurati dalla gran lor caldezza che rosi gì' aveva. 
Gettano le penne da per loro ne' tempi del- 



351 

r estate ; et per il solstizio si possono cavare 
tutte le penne che hanno delle buone, lascian- 
dogli spelati a rimetterle, come fanno all' anno 
a venire. Et di primavera, levando le penne 
maestre a tutti tre questi, non potranno alzarsi 
molto né fuggiranno, si come ancora le cicogne, 
le quali erano tenute cibo eletto di buona carne 
appresso gì' antichi. Vengono volando altissime 
come le grughe di vers' oriente, et se ne pigliano 
di raro, perché è uccello vigilantissimo et sospet- 
toso, non si lasciando accostare né raggirare 
troppo d' intorno alcuno che vegghino o muo- 
versi o star fermo. Hanno un collo lungo et 
sottile, ma non tanto perciò lungo quanto i 
cigni ; pende il lor colore nel bigiccio ; et la lor 
piuma è buona a tutti gì' usi che s' adopra quella 
delle galline, per empier coltrici et fare mor- 
bidissimi coltroni, come quella del collo de' ci- 
ceri et dei cigni. Vivono anch' esse cibandosi 
di pesci volentieri in su 1' aqque. 

Da poi che la carne di qual si vogli sorte 
d'anitre è assai più eligibile che non dell'oche, 
per essere più asciutta et più saporita et al 
gusto megliore, si dee far procaccio d' averne 
di tutte le sorti; et se ne ritruovano di due, 
le nostrali et le mutole, trasportate dall' Indie 
quando i pavoni; et delle nostrali ne sono di 
due maniere, delle bianche et delle grigiolate. 
Queste talora nascono pezzate o nella vita o 
nel collo, ma tutte sono d' una fatta nel capo. 
Ma le bianche, che sono al tutto d' un colore 
candidissimo, hanno ancora la testa simile, et 
sono più gentili assai et più delicate dell' altre. 
Et più sono di tutte vaghe et belle a vedere 



352 

quelle d' India, mutole dette, perché non han 
voce alcuna, e stando sempre chete e tacite, 
son chiamate con quel nome; et sono alquanto 
più grosse delle nostrali, anzi senza compara- 
zione, et massime i maschi; et cosi queste come 
quelle, a modo dei pavoni et pavonesse d' India 
hanno le polpe doppie del petto, et vantaggiono 
alquanto di bontà di carne le nostrali, et con 
queste accozzate a vivere non si mescolano né 
s' accompagnano insieme a imbastardire la razza, 
perché non convengono di natura, se ben tutte 
ricercano l' istesso governo et lato. 

Per tutte queste due sorti addunque et per 
i germani (^), che tutte s' assimigliano, si dee 
ordinare un luogo in piano, murato attorno, 
ove sia dell' aqqua o artificiale o naturale, della 
quale, come della largura della campagna, si 
dilettano et si satollano ; et perché dalle sponde 
I3 non intridino 1' aqqua, cosi alla prima farà 
bene far certi scalini, che d' uno in uno pos- 
sino scendere et salire nel lor pelago; sarà 
anco utile far ciò all' oche che sono meno agili 
et più disadatte nel loro muoversi. Abbino 
prateria assai, et in mezzo d' essa si scavi il 
lago, et se non vi sia aqqua viva, procurisi 
di riempirlo con la piovana; et a questo vuole 
essere lastricato sotto, perché si mantenghi più 
pulito et netto, con far sotto da sturare un 
zaffo, per risciaqquare et mutarla; et se sarà 
tanto fondo quanto l'anitre attuffandosi possino 
toccare il terreno o '1 lastricato con i piedi, vi 
staranno più volentieri et più liete scherzeranno 



(1) querqueduli è scritto sopra germani. 



353 

et vezzeggieranno fra loro, et massime essen- 
dovi piantati giunchi assai, calami et erba sala, 
et sia fuor della ripa per venticinque o trenta 
braccia piantata tutta gramigna. Per lo spazio 
poi dei campi et prati corrino certi rivetti et 
ruscelli d' aqque vive o mendicate, per le quali 
si mandi giù et si facci notare il lor cibo, per- 
ciocché il proprio loro è di stare a notare et 
pascersi nell' aqqua, et massime nelle correnti 
et basse che siano fangose, et alle ripe erbose, 
intorno alle quali si getti il lor beccare, il quale 
sia panico, miglio o orzo, ghiande et vinaccie. 
Et non si potendo loro ordinare comodamente 
tutto '1 sopradetto, almeno dove elle si desti- 
nano a stare abbino una fossa larga più tosto 
che profonda et sempre piena, et dalla ritirata 
dei lor portici bassi abbino gran cortili, di dove 
possino discendere nei campi et prati, seminati 
di trifoglio, fien greco, radicchio e lattuga, et 
da questi nell' aqqua ; et quivi nel cortile, et 
per tutto ove si possi chiudere 1' uscita, si get- 
tino per terra da ogni lato et nel mezzo fra- 
scole et legnetti spezzati a monte per i lor 
nidii, ove faranno 1' uova et da per loro le co- 
veranno ; ovvero s' acconcino loro certi pianetti 
di tre piedi per ogni lato, con buona chiusura 
all' entrare, che si vi possi serrare. Ma, come 
ho detto, avvertiscasi di ordinargli ciò in luogo 
ove elle sieno proibite di poter calarsi nel lago, 
nella fossa o rigoletto loro, perché bagnandosi, 
bagnate danneggierebbero a nascere l' uova ; 
imperciò s' ordini lor da bere in vasi o canaletti 
piccoli, che elle non vi si possino attuifare o 
guazzar dentro ; et ad assicurarsi di ciò et potere 

23 



354 

lasciarle andare sempre libere, si mettine più 
tosto a covar le loro nove sotto le galline, quin- 
dici, diciannove o ventuno. Ma loro amano di 
fare i nidi di nascosto in qualche occulto et 
riposto luogo ; ma è bene vietarlo loro et intesser 
loro i nidi di vermene alla foresta o ne' portici, 
con un rigoletto d'aqqua che passi loro rasente, 
ponendovi dentro i lor cibi, si che v' arrivino 
con poco disconcio. Ai nati in trenta di con 
r aiuto delle galline si dia loro per un mese a 
beccare del semolello intriso nell' aqqua, poi si 
lascino scorrere senza la chioccia a vivere con 
r altre et scorrere per tutto. Si congiungono 
quando gì' altri uccelli, di marzo et d' aprile ; 
fanno uove assai, se non buone per i malati 
come dei polli, per i sani di gusto. Covando 
r uove loro le galline, lascieranno gì' anitrini 
nati assai di quel lor salvatico, et quelli che 
dall' anitre proprie sien covati, subito anderanno 
a star con le lor madri nell' aqqua, ove con esse 
viveranno senz' altra cura e spesa ; ma non sono 
da essere lasciate star fuori sempre, se ben tal- 
volta ritornano doppo molti di cariche di figliuoli 
a casa ; è meglio avvezzarle, et massime perchè 
le s' addomestichino, a ritornare a casa ogni 
sera, chiamate ad alta voce, qual ricognosce- 
ranno da chi 1' ha in custodia et governo. La 
piuma loro si spiuma {^) ài maggio et giugno, 
come all' oche, sendo meglior della loro. Et 
sendo 1' anitre cosi ben trattate et governate, 
assai più che i polli et con assai men briga 
multiplicheranno. 



(1) spela è scritto sopra spiuma. 



355 

Quelle anitre poi che dell' Indie state con- 
dotte sono, che di sopra si menzionorono, per lo 
più hanno la piuma et penne per tutta la vita 
nere, con un cerchio rosso che circonda loro 
gì' occhi ; et alcune fra esse si ritruovano che 
hanno nell' ali qualche- piuma o penna bianca 
et nella coda; et tutte sono più grosse assai 
delle nostrali, con polpe nel petto, come i pa- 
voni et pavonesse d' India, doppie. Non man- 
dono fuori voce alcuna, et perciò si chiamano 
anitre mutole ; covano 1' nove da per loro, fa- 
cendo i nidii alla foresta, ma più sicure daran 
fuori covate dalle galline nostrali, le quali con- 
viene che le covino più dieci di che le loro. 
Ai nati bisogna dar loro del semolello impa- 
stato con buona farina di grano et del pane 
stritolato o suoi minuzzoli, con aqqua assai li 
appresso ne' vasi, per quindici di ; di poi si cavin 
fuori a pascere con quelle della lor razza, affin- 
ché s' avvezzino a pascere con esse dell' erbe 
come r altre ; la lattuga et bietole trite è loro 
cibo conveniente quando son piccole. I maschi 
di queste, i quali sono sconciamente più grandi 
et grossi delle femmine, non sono atti a gene- 
rare se non passato l' anno, et le loro fem- 
mine son poco salaci ; ma a voler procacciarne 
copia grande et fornirsene in quantità, si può 
di loro et delle nostrali fare una razza mesco- 
lata; ma quelle che nasceranno non rigenere- 
ranno, come avviene dei muli et delle mule, 
ma nella prima generazione benissimo si man- 
terranno, et la prima volta faranno dell' nove 
in quantità, et gì' anitrini che nasceranno sa- 
ranno più grossi dei nostrali, et s' alleveranno 



356 

più agevolmente, ma non s' assomiglieranno a 
quegli Indiani, né meno ai nostri, et saranno 
in quel mezzo; et a ciò fare si dà a ogni ma- 
schio Indiano due anitre nostrali, delle quali 
cinque ne può coprire un anitrone nostrale. 
Pigliano i maschi Indiani talvolta, quando viene 
il tempo di montare le femmine, tanto gran 
volo che si perdono; imperciò bisogna in quel 
tempo o osservargli bene o levar loro le penne 
maestre con taglio o cavarle, et cosi in quel 
tempo tenergli tarpati ; et bisogna avvertire, se 
covano in campagna et qualche volta lascino 
r uove abbandonate, che le non sien guaste dalle 
cornacchie et dalle gazzere. 

S' ingrassano tutte le sorti dell' anitre con 
dar loro abbondantemente più del solito i lor 
cibi ordinarii, et le fanno ancora grasse le 
ghiande minuzzate mescolate con la crusca; et 
dando loro, come all' oche, dei fichi secchi triti 
a mangiare, et a bere dell' aqqua tiepida, si farà 
crescere il fegato a proporzione di quegli del- 
l' oche ; delle quali fu tanto amatore Lacide 
filosofo, che n' ebbe sempre appresso di sé una. 
A me, in una gita che feci già a veder l' In- 
ghilterra, sendo a desinare né mangiandosi a 
quella tavola altro che volatili, mi fu posta in- 
nanzi da ser Ani Nivel un' anitra nata d' un 
arbore che fa a pie del monte Clebiota, divisore 
dell' isola di Scozia da quella. Genera questo 
arbore, simile al salice, nelle punte dei rami 
come un fiore, che tosto diventa duro, pigliando 
la forma dei becco da prima di un' anitra, da 
quello in brevissimo tempo si genera il capo, 
poi il collo, et in un baleno tutta la vita con 



357 

le ali et piume d' una anitra, la quale, d' indi 
cascata nell'aqqua, vive ristandosi quivi intorno. 
Alcuni scrivono questo non in quel luo^o essere, 
ma intervenire nell' isola d' Ibernia, detta Irlanda, 
et che gì' è un arbore marittimo, il quale fa un 
frutto, che come egl' è maturo, cascando nel- 
r aqqua marina, tosto diventa un uccello come 
anitra. Aggiusta fede a questo che si trova 
scritto, appresso al Bosforo Cimmerio essere un 
fiume, che nel solstizio dell' estate porta certe 
bocce (') un po' maggiori d' un acino d' uva, 
delle quali escon fuora uccelli che hanno quattro 
piedi. 

Yi viveranno ancora et vi si nutricheranno, 
governandogli alla foggia medesima et insieme- 
mente tenendovegli, i germani non solo, come 
s' è detto, ma le folaghe ancora (purché vi sia 
abbondanza d' aqqua, se non altramente, in di- 
versi pelaghi grandi che raccoglino dal cielo 
con le calate vicine 1' aqqua piovana, disposti 
in diversi lati delle praterie, in piano o in colle 
o in vallate che situati si ritruovino) et tutti 
gì' altri volatili che aquatici sieno, da principio 
tarpandogli o veramente facendogli destra- 
mente un marchio afiocato in sulla congiuntura 
della commettitura del gomito delle loro ali, 
che cosi potranno andare et svolazzare quanto 
loro occorra al bisogno di prendere il cibo et 
di muoversi all' intorno. Quelli poi che di loro 
nasceranno, avvezzi a stare in quel luogo dalle 
madri, seguendole dietro da piccoli, da grandi 
faranno il medesimo, vivendovi insieme, né pi- 



(•) foUiculos è scritto sopra bocce. 



358 

gliando fuga. Cosi si facci ancora, volendovegli, 
ai leverzeni, alle pitane, et all' aolbe ('), ai ger- 
mani detti et folaghe et altri che si desiderano 
aquatici animali; tra i quali merrebbe la vita 
anco il castoro, che è mezzo pesce et mezzo 
quadrupede, avendo la testa et la coda di pesce, 
il rimanente con pelle rossiccia coperto, di gran- 
dezza un poco più d' una golpe nostrale, ma 
con i piedi più corti, poiché '1 di si sta nel- 
r aqqua et la notte uscendone va a pascer nei 
luoghi vicini, dentrovi ritornando all' alba del 
di; perciocché ne vivono altrove et golosi ne 
sono, non si tenghino vicini alle peschiere che 
s' hanno dei pesci. Et volendo tutte queste sorti 
d' animali sopradetti aver grassi, nulla è più a 
proposito che dar loro abbondantissimamente 
tutte quelle sorti cibi che loro naturalmente 
appetiscono. In simili luoghi, del medesimo 
garbo et maniera accomodati, si possono nutri- 
care le coturnici dal becco rosso, uccelli più 
tosto che volano a terra che per aere, beccano 
senza nocimento il veleno, et sopratutto la ci- 
cuta e '1 veretro, ma ordinariamente appetiscono 
il grano, et con questo ingrassano et si man- 
tengono ; ma da piccole s' allievano con dar loro 
delle formiche et molto più con le loro nove 
et con i grilli ; covano 1' nove da per loro, se 
bene ancora sotto le galline dan fuori bene in 
ventidue di ; et facilmente si pigliano alla cam- 
pagna con avere una di loro femmina, andando 
lor dietro 1' altre sentendo cantarla, che la sia 



(') Sono uccelli acquatici senza dubbio, ma difficili da ricono- 
scere, perché questi nomi soderiniani si sono perduti. 



359 

in gabbia addomesticata. Sono frequenti nel- 
r isola di Scio et domestichissime, come che le 
bazzichino per casa come gì' istessi polli ; et an- 
cora in queste parti al medesimo modo libere 
s' alleveranno, diventando domestiche, con il 
dar loro di mano il beccare et avvezzarle a 
mangiare nella frequenza delle genti, conver- 
sare, vivere et stare tuttavia tra le persone, et 
massime la sera per due o tre ore doppo il sole 
andato sotto, dando lor da beccare al lume di 
lucerna. S' ingrassano assai con il dar loro da 
beccare del grano assai; et quando si dà lor 
bere, sia 1' aqqua tiepida. 

[Termina il testo in calce della car. 223.^ 
verso. Seguono due carte, la 224.^ e la 225.^, 
bianche. Riprende a car. 226.^ recto.] 



360 



I Francolini, le Acceggie, le Starne, 
le Quaglie ecc. 

Si possono e deono giustamente computarsi 
nel numero delle starne, coturnici et fagiani i 
francolini, poi che alla fazione della vita si 
rassomigliano a quelli, se bene hanno la per- 
sona maggiore e di tal qualità che eli' è mezzana 
tra i fagiani, le coturnici et loro; hanno però 
la medesima piuma et penne et la medesima 
maniera di volare; la bontà poi della carne è 
tutta una beccana delle medesime cose, et si 
possono allevare et addomesticare al medesimo 
modo, come anco pigliare, che quelle. Questi 
cosi fatti volatili et cosi detti fanno bene et 
sono propriamente natii in Sicilia, dove, non 
ostante le prese che se ne fanno, moltiplicano 
senza numero, covando quattr' uova come le 
starne et ancora più (^). Sono stati chi gì' ha 
trasportati di qua dal mare, et lasciati i maschi 
et le femmine dilatarsi in campagna in compe- 
tente numero, et hanno allignato; ma per non 
essere poi stati attesi, proccurati et riguardati 
come conveniva, si sono spenti. Ma volendo 
averne razza et tenergli sicuri, sempre è meglio 
che nutricargli ristretti [mettergli] in un chiuso 
largo, copertato di sopra di rete di fil di rame, 
ma che dentro vi siano arbori piantati da ver- 
dura, come lauri, agrifogli, lecci, lecciastrelli 



(1) Come dal resto d' Italia, cosi pure dalla Sicilia i francolini 
sono spariti, per la caccia insensata e sfrenata fattane in ogni 
tempo e in ogni luogo. 



361 
o sliocini, scope et ginestre per rimpiattarsi, 
essendo di natnra foresti et amanti del salva- 
tico ; quivi faranno 1' nove et le coveranno ; ma 
avendo dell' nove loro trovate alla campagna, si 
possono far covare alle domestiche starne. 

L' acceggie sono di razza delle starne, somi- 
gliandole nel colore ; il becco è differente, sendo 
si lungo, che serve loro a pigliar bacherozzoli 
et lombrichi di dentro al terreno, oltre a quello 
che si dia loro da beccare ordinariamente, che 
sia grano, orzo, segala et crusca, mescolata con 
una di queste giomella ('). In questa maniera 
lascieranno assai del salvatico et s' addomesti- 
cheranno ragionevolmente, covando le lor uove 
come le coturnici; et tenendo sparsi degli stecchi 
et vermene su '1 terreno dove elle bazzicano, 
nidificheranno da per loro. In Francia, nel paese 
del Duca d' Eu et di Niversa vi è un passo 
generale che le riceve a torme, venendo elleno 
di Soria, et vi si pigliano con le pantere, che 
sono antenne che reggono una rete altissima, 
dentro alla quale appannata rimangono prese 
come le quaglie. Hanno la carne saporitissima 
et la polpa del petto doppia, come le pavonesse 
et anitre d' India : hanno il becco lunghissimo 
senza comparazione di quello dei picchi, con il 
quale razzolano la terra et rifrugandola con 
esso scavano bacherozzoli di più sorte, et di 
quelli volentieri si pascono. Di questo uccello 
solo si mangiono gli escrementi, i quali, cocen- 



(') Fra le linee, in carattere più piccolo, a questo punto si trova 
scritto: « Tengansi ove stanno diversi monti di letame, ove possino 
» razzolare et procacciarsi de' vermini ». 



362 

dola arrosto come s' usa, scolano nel voltargli 
al fuoco sur una fetta di pane, arrostita prima 
alle bracie. 

Le starne sono natie in Italia ; et in queste 
Provincie s' allefìcorono trasportate di Francia, 
se bene ancora in Spagna et in Portogallo n' è 
una qualità, ma più assai delle coturnici dal 
piede e becco rosso. E la starna di sua natura 
salvatico uccello; imperciò da principio prese 
alla campagna co '1 bucine o in altra maniera 
vive, racchiuse che elle sieno smagriscono fuor 
di modo, patendo della prigionia ; di poi avvezze 
co '1 dar loro da beccare del grano, si staranno 
quiete, posate et ferme, et si faranno ancora 
esse piene et grasse. Et volendo allevarle da 
piccole, che le stien per casa come le coturnici 
et i polli, conviene aver buono appostatore, che 
tosto che elle son fuori del guscio le raccoglia, 
perché le accostumano da natura di volar con 
esso in capo e correr via, di modo che le non 
si possono fuor della prima mossa più giugnere ; 
a tal che se elle non si carpiscono tosto che elle 
sono per uscir del guscio, non si lasciono ac- 
chiappare di poi. Bisogna addunque star lesto 
et corle in quel punto. Or cosi piccoli presi, gli 
starnottini si cacciono sotto una cesta di salci 
minutamente tessuta, sotto la quale di prima 
giunta si porge loro uova di formiche et grilli 
piccoli o locuste, ragnateli et mosche, et di 
cosi fatto cibo saturati si addomesticano tanto, 
che fatti grandicelli è bel vedere in una stanza, 
gettando per terra di molti grilli, combattere 
fra loro per carpirgli et con essi arrostarsi per 
beccargli, pigliandogli di rilancio per aere, 



363 

mentre saltano. Sotto la rete poi di rame, se sia 
gran luogo et largo spazio, et che quando si 
porge loro da beccare non vegghino chi lo dà 
loro, calandolo nell' imbeccatoio o cassetta per 
qualche condotto di canale o canna vota di 
rame, faranno dell' uova per qualche lato co- 
perto, si come fuora alla campagna libere, sotto 
qualche siepe o cespuglio o solco di campi. Sono 
le starne cibo delicatissimo, et nei conviti d' im- 
portanza tengono il primo luogo tra le vivande 
buone, arrostite nello spiedo o cotte in stufa 
con garofani, et d' indi marinate con aceto rosato 
et zucchero et succhio di limone premutovi. 
Ancora le nove delle starne prese alla cam- 
pagna, tolte alla starna madre et poste sotto 
una gallina chioccia nostrale, nasceranno in 
ventun di ; et dati fuori del guscio s' alleveranno 
et verranno innanzi alla foggia detta, et s' in- 
grasseranno, dando loro del grano a beccare in 
abbondanza. Le starne gioveni, che starnotti 
s' addomandono, si ricercano più che non le 
vecchie, le quali lesse, cotte nel lor brodo con 
cavolo, sono molto gustevoli. 

Le quaglie anch' esse fanno 1' anno di pri- 
mavera passaggio d' oltre al mare, venendo di 
Soria, trasportate come gli stornelli a branchi, 
et tanto fitti per aere, che al valico che si 
tende loro alla marina, con reti stese su altis- 
sime pertiche, talora vi dan dentro con tal 
furia che le rompono. In Regno di Napoli vi 
sono molti passi su '1 mare che vi giungono 
abbondantemente, et nel medesimo Regno v' è 
un vescovado che non ha altro provento che 
dal passo delle quaglie, delle quali trae una 



364 

rendita di più che mille scudi. Ora se bene elle 
vengano di lontano nelle nostre parti, cosi come 
restate alla campagna fanno dell'uova et allie- 
vano i lor quagliotti, cosi racchiuse nei luoghi 
ordinati per le starne vi vivono et vi fruttifi- 
cano grandemente, dando loro del grano, miglio 
et panico a beccare. Ma quando le s' hanno a 
ingrassare, è di bisogno racchiuderle in stanze 
serrate et strette o sotto ceste, raddoppiando 
loro il medesimo beccare et dando loro da bere 
aqqua che sia tiepida; et aqquisteranno assai 
in grassezza, dando loro del miglio che sia cotto 
disfatto, avvertendo che abbino smaltito 1' uno 
prima che si dia 1' altro. 

Gli stornelli ancora essi vengono fitti et 
ristretti insieme per aere, di modo che offu- 
scano in passando sotto la splendente luce del 
sole, scendendo ai nostri paesi dalle parti del- 
l' Affrica a depredar gì' ulivi et del lor frutto 
pascersi, con grandissimo danno dei possidenti. 
Piglionsi all' esca con le paratelle et con le 
reti a' passi, et racchiusi beccano et vivono, 
dando loro dell' olive massimamente mature et 
ogni biada; ma con quelle ingrassono; et è il 
lor brodo non insuave et la lor carne di molto 
sa];)ore ; ma non merita il pregio dell' opera ad 
alleficargli, che è assai presi dispensargli subito 
alla cucina, come tutti gì' uccelletti oltramon- 
tani che si pigliono al paretaio, come i frin- 
guelli, i zigoli, i capineri, i fanelli, i calderugi, 
le cutrettole, le pispole, i forasiepe e scriccioli, 
i lusignoli, i calenzuoli et simili, che per lo 
più son buoni a salvare in gabbie per cantare, 
come le passere di Canaria. Ma i frusoni che 



865 

si pigliano per lo più all' uccellare dei tordi, 
son buoni ancor essi a mangiarsi tosto che 
son presi, senza pigliarsene altra cura d'alle- 
vargli, che per pigliarne degl' altri, messi in 
gabbia. Et gì' uccelli tutti del becco torto son 
buoni a mangiare, che si pascono di buon cibi, 
né occorre che si perda a allevargli. 

Di questa maniera et in simili luoghi si 
possono et deono ingrassare i cuculi, se bene 
il più delle volte, quando sono riposati nei 
nostri paesi per un mese solo, si pigliono alla 
ragna o in altro modo, sempre molto grassi. 
Vengono di verso le parti orientali, et pochi 
passandone se ne ritruovano rari, et presi vivi, 
se ben di lor natura sono salvatichissimi, dando 
loro dei lombrichi triti et minuzzati s' avvezze- 
ranno a beccare da per loro, et in qualche parte 
s' addomesticheranno. Questi hanno una iniqua 
et ingiusta condizione, però che eglino vanno 
a far l' nove negl' altrui nidii et quivi le co- 
vano, et talora s' è trovato che sendo messisi a 
covare in un nidio d' altro uccello, come gaz- 
zera, ghiandaia et simili, hanno con i piedi 
fatto sbalzar l' uove che v' han trovato, et fatto 
covare le loro, facendo con i piedi et co '1 
becco quelle cascar a terra. Dà quest' uccello 
indizio del tempo buono, che ne viene la pri- 
mavera. 

Le allodole facilmente si mantengono rac- 
chiuse assai tempo vive, dando loro da beccare 
ogni sorte di biada. È la lor carne saporitis- 
sima; et è uccello terragnolo, se non se perse- 
guitato dallo smerlo fa bella caccia, ritirandosi 
in alto fuor della vista delle persone, vi fa 



366 

resistenza; et talora accapigliati insieme, lo 
smerlo con la lodola sotto se ne venne a Probo 
rotoloni in terra; et tanto fanno con lo spar- 
viere le mattoline. E la lor carne saporitissima 
come quella dei gheppii e degl'assiuoli, i quali 
cotti lessi fanno gustevolissimo brodo, et arro- 
stiti sono ancor buoni. 

I rigogoli vengono ancor essi di lontan 
paese al tempo della vendemmia, ingrassando 
a' fichi, et grassi tuttavia si pigliano, et racchiusi 
vivono et si mantengono, ma amano la largura. 

1 rondoni sono ancora loro spezie di rondini, 
se non che questi hanno cortissimi piedi, et dalla 
mattina alla sera girando per aere prendono 
mosche, moscherini et moscioni, di quegli in- 
grassandosi fuor di modo. Covano nell' altissime 
torri, alle buche che vi truovano, et quivi 
appostati, legando penzolone con corda che 
v' arrivi colui che va a pigliargli, s' hanno, et 
di subito arrostiti si mangiono, nidificando 
l'estate; et tanto i gioveni quanto i vecchi, 
presi in sul covo, si ritruovano raggiunti come 
i più gioveni ; il lor sapore agguaglia gì' in- 
grassati ortolani ; et nelle mure alte et terrazze 
similmente covan l' uova ; et bisogna appostargli 
osservando i giorni, per avergli quando spun- 
tano le caluggini fuori, che allora si ritruovano 
per eletto cibo in perfezione da mangiare. 

L' avelie sono quasi grosse quanto l' allo- 
dole, et hanno per natura di ingrassare più di 
loro; restano prese alla ragna, come quelle a 
frugnuolo, et come loro bazzicano nelle pianure 
et luoghi aperti, ma più nelle macchie delle 
colline et dei monti si ritruovano. 



367 

I pettirossi ancora essi compariscono nelle 
nostre parti di fuora via, né sono mai troppo 
grassi. Sono indicatori del freddo, et significano 
la partenza di tutti gì' altri uccelletti minori. 
Essi restano nell' inverno nelle nostre parti ; et 
sendo animale semplicissimo et pien di paura, 
alla vista della civetta facilmente restando in- 
gannato, si piglia co' panioni. 

Le passere solitarie amano di star sopra le 
muraglie delle fortezze et delle città, diportan- 
dosi volentieri, come i pavoni, sopra le rovi- 
nate. E cibo ristecchito, e sempre son magre. 
Servono per canto, come son buone le calandre 
et i capineri, che si pascono di uova sode trite, 
di farina di grano, di fichi secchi e freschi et 
di farina di castagne. Sono a proposito per 
allevare, per cantare o per vaghezza, come 
ancora i pappagalli, i quali beccano volentieri, 
vivono et si pascono di semi di canapa. Le 
passere di Canaria amano il medesimo cibo. 
Questi uccelletti per allevare vogliono essere 
cappati nidiaci per il canto, come i tordi et i 
merli, gli storni, le gazzere, ghiandaie, cornac- 
chie e corbi, dei quali ne veddi un bianco a 

Enith in sur 

Alle tortole, cosi per ingrassarle come per 
nutrirle, s' assetta loro un chiuso di muraglia 
o di rete di fil di rame, et quello con finestre 
pur graticolate di maglie minute di fil di rame 
dalla banda del sole da ogni lato, dentro con 
pinoli fitti nel muro che sportino in fuori due. 
terzi di braccio, che servino a appoUaiare di 
notte et a reggere i nidi delle tortole bianche, 
perché delle bigie o tanè non va la razza 



368 

innanzi o han di bisogno di gran largura da 
potere scorrazzare, volando in qua et in là, 
perché altramente non fanno nei luoghi stretti 
et serrati, si come le pernici, che al largo frut- 
tificano et al chiuso non allignano a multipli- 
care. Addunque le tortole sono da essere prese 
all'escato o in altro modo, intorno alla ricolta, 
quando han confermata la penna da poter vo- 
lare, perchè le vecchie non sono di proposito 
per ingrassarsi, come anco i colombi, che co '1 
semolello come queste et con aqqua fresca mu- 
tata s' ingrassono a meraviglia : et rinserrate 
nel luogo ordinato come s' è detto di sopra et 
in quel tempo, perché d' inverno diffìcilmente 
s' ingrassano et di estate pigliano la grassezza 
da per loro, pur che elle abbino il lor cibo in 
copia, che sia granello di grano asciutto et 
secco, et aqqua attinta di fresco et netta. Non 
sia più che tanto grande la stanza dove le 
s' ingrassano, perché non avendo occasione di 
volare, tanto più staran ferme ad ingrassarsi; 
et si dia loro fuor di quello, ma non mesco- 
lando, o dell' uno sempre o dell' altro, del miglio, 
ponendolo in cassette coperte alla foggia che 
si disse dei polli, perché eli' abbino, si come 
elle l'amano, il beccare pulito et netto, rinno- 
vandolo loro spesso; et quando si rinnuova, 
cavisi via tutto il vecchio restato di prima. 
Come le sieno poi fatte grasse, conviene pi- 
gliarne compensa, il che è quando le si veggano 
per tutto raggiunte et di grassezza coperte. Et 
questo è quanto all' osservazione che si dee 
avere alle bigie, perché le bianche men volen- 
tieri et più difficilmente ingrassano, et sono da 



369 
essere tenute più per bellezza che per altro et 
per delicatezza et delizia, et anco perché queste 
fruttificano covando le lor uove et allevando i 
tortolini: et queste per razza si conservano 
bene in luoghi, come s' è detto, accomodati con 
rete di fil di rame volta al sole, et se siano 
su '1 terreno, con rami dentro a loro piantati 
naturalmente, se non rami del medesimo rin- 
novati spesso, sospesi per la stanza. Tenghinvisi 
ordinati i loro nidii, parte in terra e parte alti 
sopra i pinoli, fatti di vitalbe o vimini, scoperti 
di sopra, dando loro aqqua chiara, et non sendo 
di fonte, mutandola spesso, ciò è di tre di 
r uno, pulendo la stanza dove stanno ; et se sia 
luogo scoperto, seminisi dentro, difendendole 
tanto che naschino, lattuga et simil erbe, che 
fra esse sguazzano et godonsi. Le tortole, cosi 
queste come quelle, avendo preso il primo ma- 
rito, non ne cercono più altro. 

I tordi fu costume degl' antichi Romani di 
conservare et ingrassare per 1' estate, poiché si 
legge che in questa stagione essendo Pompeo 
Magno aggravato di gran febbre, et attestandogli 
il medico che gli bisognava cibarsi di carne 
leggiera, della quale ninna è più agevole allo 
smaltirsi del tordo, et per questo gli conferiva 
averne, domandando ove in Roma ritrovar se 
ne potesse, gli fu detto: in casa di L. Lucullo; 
onde egli, sdegnato della burbanza di Lucullo, 
disse, ricusando di voler avergli da lui che 
gli concitava ira et faceva stomaco: adunque 
se Lucullo non fosse, Pompeo non viverebbe! 
Né gli volle in modo alcuno. Piglionsi quasi 
tutti d' inverno al principio d' esso ; né scatta 

24 



370 

mai che non passino in Italia, come in Germa- 
nia et altre provincie, venendo di Soria et di 
Schiavonia ai boschetti fatti per ciò, all' inganno 
del fischio et co '1 zimbello di lor medesimi, 
et a frugnolo et con le ragne et con gì' ar- 
chetti. Imperciò, volendo serbargli all' estate 
et che sieno grassi, conviene aver dei tordi 
vecchi allevati in gabbia, con questi che si 
pigliano mescolandogli, perché s'avvezzeranno, 
vedendo i domestichi cavati di gabbia beccare, 
a farlo ancor loro. Desiderano il luogo fabbri- 
cato ugualmente et esposto al sole, come dalla 
banda dinanzi il solatio delle colombaie; ma 
questo dee essere turato con reti di fìl di rame ; 
et dentro vi si ponghino pertiche per traverso 
sottili, fitte nelle mure dall' un lato all' altro, 
ma in modo che le non si riscontrino quelle 
che si pongono sopra V una all' altra, né siano 
più alte che 1' altezza d' un uomo, perché non 
s' affatichino a volarvi su, et vi si possino doppo 
il cibo preso con facilità riposare. Mettasi il lor 
mangiare sotto per terra fra 1' una pertica et 
r altra, perché non l' imbrattino d' in su le per- 
tiche, et in quello spazio si pone il bere in pic- 
coli catinetti, mutando loro spesso l' aqqua, 
chiara e netta. Altri gli mettono a ingrassare 
neir ultimo solaio della casa a tetti, disponen- 
dovi assai verzura fitta nelF ammattonato, come 
alloro, ginepri con le lor coccole, et l' ellere con 
i loro corimbi, et d' essi spicciolati per la stanza, 
et ben maturi neri, perché cosi gli beccano 
tanto più volentieri; et quelle piante verdi si 
mantenghino fresche co '1 mutarle - spesso, et 
assai ben fitte. In questa maniera, ma che sia 



371 
il palco grande et capace, parrà loro quasi d' es- 
sere alla campagna, vi staranno lieti et s' in- 
grasseranno, et ingrassati cosi per un pezzo si 
manterranno. Stannovi bene ancora dei corbez- 
zoli co '1 loro frutto attaccato ; et che vi siano 
i loro abbeveratoi acconci come quelli dei polli ; 
et le finestre sopratutto siano piccole et abba- 
cinate, perché versin poco lume. Come sieno 
avvezzi a mangiare da per loro, si ciberanno 
volentieri di coccole di mortella, d' ulivi, sal- 
vatiche et domestiche, et di quelle di lentischio ; 
ma da principio si dia loro dei fichi freschi 
non troppo maturi, pestati et mescolati con la 
crusca, et prima ancora (') masticati assai gli 
piaceranno; di poi si dia loro di quelli che 
gustano loro et se ne pascono quando son liberi, 
i quali ne' serbatoi saziano il lor desio et fan 
che non bramano più di volare. Et perché s' in- 
grassano più che altro con abbondanza di cibo, 
empiasegli i canaletti di miglio, che è sodis- 
simo et fermissimo pasto per loro, perché 
gì' altri si dan per condimento di questo ; ma 
r uve secche et gì' abrostini freschi o soppassì 
gli mantengono bene et ingrassono. Mangionsi 
i tordi interi, et gì' intestini si cuocono con 
essi senza sventrargli, perché trovandosi pieni 
di quello che e' vivono, morti ne sanno e son 
buoni, dicendo il poeta lirico : nil melius tiirdo, 
nil vulva pulcritis ampia. È stato guardato in 
Toscana per meraviglia un tordo bianco, si come 
un merlo, et in Francia un corbo, et non meno 
è stato meraviglioso il veder passare in Italia 



(') primitus è scritto sopra pritna ancora- 



372 

a' tempi nostri i picchi marini, uccello nuovo 
et vago quanto quel detto Santamaria, che 
morto rinnova le piume et tenuto fra' panni 
gli difende dalle tignuole ('). Sono anticamente 
appo i Romani valuti i tordi cinque giuli. Et 
dei serbatoi dei tordi, facendone gran procaccio, 
si cava grande utilità, avendo l' istesso buon 
sapore in ogni stagione. 

I merli et merle ancora essi talvolta per il 
più si pigliano grassi alle ragnaie, nelle siepi, 
macchie e boschi folti delle maremme, et nel 
domestico nelle ragnaie fatte però, o macchie 
naturali; et pigliandosi magri et volendo in- 
grassarli, elegghinsi merle femmine et non 
merli, perché questi difficilmente ingrassano et 
quelle agevolissimamente; et si cognoscono be- 
nissimo, perché [i maschi] son neri morati co '1 
becco ranciato, et quelle sono di piuma bigia 
co '1 becco scolorito. I merli per allevare in 
gabbia alla delicatezza del canto si deouo eleg- 
gere nidiaci, allevandogli con lombrichi, con 
fichi secchi triti et uve secche o fresche et 
bacherozzoli cavati di sottoterra. Si possono le 
merle racchiudere con i tordi medesimi, et quivi 
con la medesima regola del beccare et del go- 
verno loro ingrasseranno, et come sono grasse 
pigliandone partito, perché di quivi a poco di- 
magriranno ; et queste, di qualunche tempo prese 
et racchiuse, co '1 dar loro da mangiare gagliardo 
aqquisteranno in grassezza notabile, raggiu- 



(1) I picchi marini sono le bellissime ghiandaie marine (coracias 
garrulus) non cosi rare né cosi sconosciute oggi come ai tempi del 
Soderini; e il Santamaria è la notissima e pur bellissima alcedo 
ispida dei nostri fiumi, torrenti e canali. 



873 

gnendosi su' fianchi et nel codrione et dentro 
di maniera, che avendone quantità si potrà ca- 
varne il grasso per adoperarlo in cambio di 
lardo su le vivande de gì' arrosti più sottili, si 
come faceva il... (^). È la carne delle merle et 
dei tordi digestibilissima (^), ma quelle sono 
un poco più dure sempre al dente (*) et allo 
smaltire : ma volendo frolare bene l' une et 
gì' altri, riducendoli ambedui a un istesso sa- 
pore, bisogna mangiarli cotti in insalata, et in 
questa riescono massimamente i tordi. Piglia 
addunque i tordi et siano non meno che di- 
ciotto, infilzandogli nello stidione, ma senza 
salvia (^) ; et cosi cotti bene all' ordinario, fanne 
con prestezza quattro parti dell' uno, cavandone 
r osse et gli scamozzoli dell' alia, et cosi squar- 
tati caldi che scottino, pongli in un piatto 
grande cupo, nel quale sia un intinto di questa 
qualità (^): olio principalmente buono, aceto 
similmente perfetto, sale, spezierie d' ogni sorte, 
massime pepe, aqqua rosa debitamente et sugo 
di tre limoni («); et mesticati questi liquori 
insieme (^) et bene dibattendogli in una pignatta 
nuova con un mestolone bianco, avendolo pre- 
parato a questo modo avanti che si sfilzino 



(') Pare che dica : Gn.re detto Caneg.ni, ma non son certo. 

(') Qui sopra merle ecc. par scritto, in carattere minuto : « le 
aqquaiole non bastano punto » e poco più oltre « sottili et leggieri 
per natui-a ». 

(3) tiranti è scritto sopra al dente. 

(*) A questo punto fra le righe è scritto: « dà loro da prima 
un fuoco caldo et rovente, poi infondi sopra olio ». 

(5) Fra le righe è scritto : « eh" abbi bollito et bolla ». 

(6) Fra le righe al solito : « pulito cacciatovi da ultimo ». 
(') Fra le righe: » bolliti insieme a lento fuoco ». 



374 

dallo stidione, diguazzato bene, infondilo sopra 
quelli tordi spezzati in quel piatto cupo, et 
subito inzuccherando i. tordi sopra, di modo che 
apparischino come coperti di farina, coperti 
sopra con un altro piatto comune, si dimenino 
a scosse et sbattino forte fra quei due piatti 
parecchie volte. Fatto questo, metti sino all' ora 
di porre in tavola quei due piatti coperti con 
tovaglie in più doppii sotto '1 materasso et 
colcitra, che quivi si stagioneranno et confette- 
ranno. Sono chi spruzza loro, dato l' olio addosso 
mentre volgono, farina di grano o castagnaccio 
senz' altro. Altri pongono fra la salvia et tordi 
una fetta di pane scrostato. 

Quegl' uccelletti che sono più di tutti gl'altri 
che sieno atti a ingrassarsi (') si che non appa- 
risca un pelo di magrezza sopra la lor persona, 
et di modo che assai volte per mera grassezza 
raggiunti si muoiono, si pigliano alle paretelle 
et all' aiuole in molti lati d' Italia, et princi- 
palmente in Toscana; et per poter comoda- 
mente et senza fallo pigliargli, perché sono 
uccelletti anch' essi di passaggio et che vengono 
di fuora via, accomodando lo spazzato dell' aie 
nei luoghi convessi dei colli o nei colli istessi 
o pianure ove passano, di modo che con frasche 
posticcie si possi coprire 1' uccellatore, et indi 
stendere le gabbie, almeno otto, piene di lor 
medesimi, di quelli che sieno stati presi 1' anno 
dinanzi et mantenuti quivi dentro per questo 
effetto, or in quel luogo al canto d' essi si 



(1) Quantunque 1' autore non li nomini subito, qui tratta degli 
ortolani. 



575 
caleranno, et tirate le reti, rimarranno dentrovi 
presi. Et perché i passi di questi animaletti si 
vanno continuamente mutando, conviene andar 
osservando quei valichi dove la mattina di 
buon' ora si senta passarne più frequentemente ; 
et questi saranno in quei luoghi che intera- 
mente non sieno alla foresta et senza coltiva- 
zione, ma più tosto pieni di frutti et fra semi- 
nati di biade di più sorte; et la vera uccella- 
gione a questi animaletti si è nel fine di pri- 
mavera al principio dell' estate, et si può durare 
a tendere mentre durano a passare, che suol 
essere per tutto '1 mese d' agosto. La fazione di 
questi uccelletti è che sono del colore delle 
passere, della vita un po' più lunghetti et le 
penne di color più chiaro, quasi come le pispole, 
la coda un po' più lunga delle passere e '1 
becco e 1 capo più sottile. Pigliasene ancora 
di primavera et segato il grano, con retette, 
lacci et archetti, et presi si racchiuggono in 
una stanza grande, luminosa et tiepida, ma 
fuor d' ogni qualità d' umido. Quivi si ficcano 
dei rami di qualsisia che duri più verdura, 
come alloro, corbezzolo, agrifoglio, leccio e gi- 
nepro, et quanti più se ne vi tengono insieme, 
meglio vi stanno et si comportano. Dassi loro 
da beccare della spelda, che la beccano volen- 
tieri, et questa gì' intrattiene (che co '1 becco 
la van votando, lasciando la scorza sola) sino 
a che si voglino ingrassare affatto, il che quando 
si risolva, si dee levar via tutta la spelda, spaz- 
zare r ammattonato, et sopra spandervi del pa- 
nico, che questo gì' ingrassa per affatto ; avver- 
tendo di mutar loro spesso il bere, tenendo 



376 

puliti et netti i vasi dove si pone dentro V aqqua, 
sempre limpida et chiara, che è animaletto gen- 
tile et delicato et patisce delle brutture. Altri 
pigliandone quella parte che e' vogliono ingras- 
sare, gli pongono dentro a una stia di legno, 
larga per testa due braccia et tre et mezzo 
lunga, fatta di asserelli stretti di legno, fitti 
bene insieme che non possino uscire, et conviene 
porvene tanti che e' vi stien fitti et calcati in- 
sieme più tosto che radi. Cuopresi questa stia 
di tela, lasciandovi uno sportello da dar loro il 
beccare, et mettervi il bere in canaletti piccoli 
di terra cotta. Alcuni altri quella quantità che 
e' vogliono ingrassare pongono dentro a una 
gabbia grande fatta di vimini fitti, che di sopra 
abbi due tasche di tela che si chiugghino re- 
strignendo la bocca insieme; et questa gabbia 
di sotto non dee aver fondo, ponendosi il lor 
beccare et bere per quelle tasche, per le quali 
stendendo giù la mano si possono anco pigliare 
quando son grassi, et* per quelle senza alzare 
la gabbia si metta lor da beccare et da bere; 
et perché giova loro di beccare in su '1 sodo, 
perciò non si fa a queste gabbie il fondo, et 
ancora perché non imbrattino i fuscelli co '1 
loro sterco, ma possino aver netto sotto et pu- 
lito ogni cosa, spazzandovi spesso et pulendovi 
quando occorre, non lasciando mai mancar loro 
né r uno né 1' altro ; et qualche volta di notte 
acconciarvi una lucerna appresso, che dentro 
risplendendo facci loro apparire tal lume, che 
al lampo d' essa possino seguitar di mangiare, 
et questo sia sempre di panico et non d'altro, 
ben vagliato et scevero ; questo solo gì' ingrassa 



377 
a maraviglia. Temperando poi che son fatti 
grassi loro il beccare, si mantengono un certo 
che, di poi danno a dietro; et la loro stagione 
è per questo effetto nell' autunno sin a mezzo 
l'inverno. È grasso un po' ristucchevole più 
che dei beccafichi, ma in tutti i modi come il 
loro; et come essi fatti grassi, si possono insa- 
lare, mettendo un suolo di sale et un suolo di 
loro in un bariglione o altro vaso di legno, o 
veramente sparandogli, pelati che sono, et ad 
un per uno circondandogli di sale et di sale 
empiendo quel cavo, perché questa carne, come 
quella del porco, piglia tanto sale quanto 1' ha 
di bisogno, e non punto più. Conviene poi te- 
nergli in lato asciutto, et anco pigliarne com- 
pensa presto, perché diventano rancidi, si come 
anco le quaglie et tordi che s' assettano per 
conservar in questo modo. Altri i tordi, le qua- 
glie, i beccafichi et questi conservano nell' aceto 
et neir olio puro ; et alcuni, fatta loro una sala- 
moia; ma perché come del porco le parti più 
grasse si possono insalare et le più magre con- 
dire in salamoia, non facendo carestia di sale, 
si deono più presto insalare che mettergli in 
quella. Ma il vantaggio è di tutti mangiare le 
carni fresche, et questo si fa a' beccafichi, mas- 
sime ove n' è abbondanza, come in Candia, ma 
non sono buoni. Solo i pippioni, tenuti nell' aceto 
per un di o due et poi cotti all' ordinario, o 
lessi o arrosto, aqquistano un certo che, che dà 
lor grazia. Et se bene i beccafichi insalati fan 
r ossa tenere et trite, che si possono con age- 
volezza masticare, tuttavia avviene questo an- 
cora quando son freschi, et stantii non vagliono ; 



378 

pur morti li conservano alquanto con la pancia 
all' insù nella farina; et i sopradetti uccelletti, 
detti ortolani, similmente. 

Agl'ortolani (') vecchi di gabbia che si ser- 
bano per zimbello a pigliar j30Ì i nuovi, se li 
dà per lor vitto ordinariamente panico vecchio 
buono et mandorle nuove mesticate con pane 
in su la cassetta della gabbia, et non dentro; 
et ai nuovi presi si dà spelda, con la quale 
senz' altro ingrassano. Ma volendo fargli grassi 
più presto, fa di bisogno un gabbione, lungo 
tre braccia e largo uno e mezzo et alto mezzo 
braccio da terra, fatto di tavole attorno, et la 
parte di sopra copertata di tela grossa, solo 
lasciandovi due sacchetti o buche, uno di sotto 
et r altro di sopra sulle teste, che si possino 
serrare a modo di sacchetto o buche, un di sotto 
et r altro di sopra, come è detto, dalle quali si 
possino cavare et mettere tutta la quantità che 
volta per volta si vuole ingrassare. Dalla parte 
di sotto suir ammattonato vi dee essere due 
aperture, una per testa, la quale ha a essere 
capace dell' entratura d' una cassetta stretta 
lunga un braccio, da empiersi di panico per 
vitto loro, et 1' altra ha a essere per lo lungo 
del gabbione, di rame, per abbeverargli, mu- 
tando r aqqua due volte il giorno ; et tutte 
queste aperture hanno a venir serrate dalle 
medesime cassette. Et in questa cassa hanno a 



(•) Nel codice questa aggiunta al capitolo degli ortolani viene 
dopo il capitolo dei fagiani, ed occupa tre pagine, dal verso della 
carta 243.* a tutta compresa la carta 244.* Ma l'autore vi ha 
scritto in testa: < Questo tratta tetto va inserto a dove si fa men- 
zione degl'ortolani ». Ed io l'ho trasferito al suo posto. 



B79 

essere coiiQ-eornate certe bacchette a traverso 
per lor posatoio et per appollaiarsi, et vi deono 
essere ancora alcuni buchi, in detto gabbione 
o cassa, per veder lume. Pongasi in stanza am- 
mattonata, pari, luminosa ; et spazzisi sotto ogni 
di dalla lordura, tirandola in qua et in là, ri- 
mettendola nel pulito dell' ammattonato, che 
ciò giova loro, quanto a' cavalli la streglia per 
la biada; et più presto ingrasseranno, tenendo 
di notte il lume. La stanza dee essere di gran- 
dezza mediocre, bene alluminata, piena di fra- 
sche verdi et rami che spesso si cambino, d' al- 
bero, quercia, olmo et alloro, per dormirvi. In 
questa stanza si manterranno grassi per alquan- 
to; et ingrasseranno adagio, dando loro miglio 
o panico, bianco o ordinario non importa, pur- 
ché non abbi seto. Ma la vera è, volendogli 
grassi et bene et presto raggiunti, porgli nei 
gabbioni o cassetta detta; et saranno, quanto 
più si tenghino puliti, boffici et pacciardi, av- 
vertendo, quando si pigliano in campagna con 
r aiuto dei vecchi alla fraschetta, di aver una 
cassetta piccola coperta sopra di tela per por- 
targli da luogo a luogo, et poter tenervegli 
agiati dentro. 

Il chiuso che dee ristrignere et tener ser- 
rati i sopradetti uccelletti, et ancora della sorte 
alquanto maggiore innanzi a quelli detta, dee 
essere spazioso, largo et capace, secondo la mi- 
sura del poter di colui che 1' ordinerà. È ben 
vero che quanto più egli sia ampio, tanto più 
vi staranno volentieri, meglio vi si nutriche- 
ranno et viveranno. La forma dee essere di due 
quadri perfetti, et se possibile sia edificarlo in 



380 

lato dove sia sotto verde prateria, starà meglio, 
ma che vi siano piantati arbori non troppo 
fondi, di queste sorti, allori, lauri massimi, cor- 
bezzoli, ginepri, agrifogli, mortelle e lecci. An- 
cora conviene appostare il sito che vi sia aqqua 
corrente, o vero fonte viva ; questa si tenga del 
continuo pulita et netta, et quella si facci pas- 
sare per il mezzo con quanta più si possi lar- 
ghezza della copia che vi sia dell' aqqua, con 
le sue sponde erbose tenute nette. La foggia 
poi del sito sia disposta cosi: faccisi un muro 
attorno attorno, alto quattro braccia sole, et 
éopra quello siano a ogni cinque braccia elevati 
pilastri quadri con le sue basi et capitelli di 
mattone o di pietra, alti nove braccia, sopra i 
quali siano ferri quadrati che arrivino dall' un 
pilastro all' altro, fermati sopra i capitelli, et 
poi a traverso altrettanti dall' un lato all' altro, 
che regghino; et vi sia intessuta una rete di 
maglie minute che cuopra tutto lo spazio di 
sotto, et questa sia fatta di fil di rame un poco 
grossetto, perché possi tirarsi che stia ben teso, 
et distendersi ugualmente sopra tutto lo spazio 
del luogo. Per abbeveratoio servirà quell' aqqua 
viva che passi correndo per il mezzo, et se non 
vi sia quella, il pelago senz' altro, tenuto pulito 
et netto, o vero diversi vasi di terra sparsa- 
mente posti per il luogo; et ancora in vece 
loro potran servire trogoletti murati fra '1 ter- 
reno, che sorghino al pari d' esso, non molto 
grandi, ma in più luoghi posti, tenuti tuttavia 
pieni d' aqqua chiara, la quale si muti loro 
spesso, perché la non sia fetida mai o puzzo- 
lente. Degl' arbori che vi sono piantati dentro 



381 

bisogna avvertire che nel crescere non sfondas- 
sino la rete posta sopra di loro, imperciò ten- 
ghinsi truciolati a quel pari che non la possino 
rompere, ma che l' agguaglino. Siavi una porta 
che si tenga serrata o due, per le quali chi 
n' ha la custodia v' entri a governargli, o la 
mattina di buon' ora alla levata del sole, o la 
sera al tramontar d' esso ; et vi siano sul ter- 
reno disposti dei nidii per gì' uccelli più terra- 
gnoli et che a terra sogliono far l'uove; che 
gì' altri che volino a mezza o intera aere nidi- 
ficheranno su per gì' arbori, fabbricando i lor 
nidii di quei fuscelli o pacciame che ritrove- 
ranno sotto le piante che vi sono. Il beccare si 
ponga in diversi luoghi, sparso in terra 1' estate 
et il verno posto in cassette di tavole, che sieno 
disposte in maniera che stiano sotto tettucci, 
per cagione dell' aqqua che non le guasti et 
infradici. 

1 beccafichi sono anch' essi uccelli che nelle 
nostre parti vengono di paesi lontani, come di 
Soria, di Candia dove n' è grandissima quantità, 
et di Schiavonia; et comincia a vedersene a 
mezza estate, ma grassi non si pigliano che per 
r autunno, quando essi han commodità di bec- 
care et fichi et uve ; et da quelli sono beccafichi 
addomandati, benché per lo più si pascono, si 
nutriscono et ingrassono delle more di roghi, 
degi' aponi et altre more che truovano, bec- 
cando di queste assai più volentieri. Fermansi 
per le macchie, siepi et boschi, dove ne sieno, 
et si pigliano alla ragna nelle ragnaie fatte a 
posta per questo, et con gì' archetti, et come i 
pettirossi talvolta a' panioni; ma quelli son 



382 

tanto puri et semplici, che avendone uno ingab- 
biato et accanto alla gabbia avendo posta una 
bacchetta impaniata, senz' altro lecco di civetta 
vi si poson sopra. Cuoconsi i beccafichi nello 
spiede sottile, volgendogli a fuoco di fiamma 
lentamente, come gì' ortolani ; et questi et quelli 
si cuocono in un fiasco di vetro, rivoltandogli 
al fuoco destramente. Sono ancora chi postone 
uno o due al più in un bicchiere di vino besso, 
coperto sopra con carta, dando bracie sotto, 
quivi gli fan cuocere. Alcuni gli rinvolgono in 
una carta unta ad un per uno con olio com- 
mune, et poi infilzati nello stidione gì' arrosti- 
scono alla fiamma; et altri, rinvolgendogli in 
un pampano di vite, infilzati nello stidione 
gì' arrostiscono a quella foggia. 

I beccafichi, gl'ortolani, le quaglie, i rigo- 
goli, r acceggie, et la più parte degl' uccelletti 
piccoli detti di sopra se ne vanno al fine del- 
l' autunno, et i tordi ancora spariscono et si 
ritirano alle maremme, ove qualche volta, ma 
rari, vi dimorano anco in estate ; et nell' Alpi 
ancora alcuna volta fan nidio et conducono a 
buon porto gì' allievi. I beccafichi sono tanto 
gentili, che ristretti patiscono, né possono com- 
portare la prigionia et recusano il beccare 
stando serrati ; pur mettendone vivi assai insie- 
me, comincieranno a beccare dei lor cibi della 
campagna, ma vi camperanno poco et dimagre- 
ranno; il vantaggio è, presi che sieno, cosi 
freschi ammazzargli et mangiargli. GÌ' ortolani, 
quando è freddo, morti per la loro grassezza, si 
conservano per parecchi di: et volendo man- 
dargli in alcuna parte lontana, si mandono vivi 



383 

nelle gabbie coperte di pannolino, perché non si 
svaghino et badino a beccare per il cammino; 
et ghiacciati nei paesi freddi bastano come le 
starne due mesi interi. Le passere anch' esse si 
mangiono, ma i passerotti giovinetti, cavati con 
le caluggine dai nidii; sono oltr' a modo buoni, 
cotti in stufa in un pignatto co '1 lardo, man- 
giandosi a quel modo teneri tutti interi; di 
maniera che e' merita il pregio dell' opera, 
quando si murano le colombaie, lasciar su da 
alto sotto la cima le buche quadre dei travicelli 
con che si fanno i palchi da murare, o vero 
con certi orcioletti a giacere murare i lor nidii. 
I sopradetti uccelli per il più si pigliano 
alle pareti et paretelle, agi' escati et alle aiuole 
et alle fraschette, et cosi quelle come questi 
all' aperto s' assettano, ma più di tutti le fra- 
schette, le quali cosi" s' acconciano : o in un luogo 
di collina spazzata et aperta, o in un lato di 
piano scoperto et non impacciato da macchia o 
da arbore che sia, si piantano in quadro alcune 
piante di rami fronzuti ficcandogli in terra, 
sopra i quali s' assettano alcune pertichette 
da il lato di fuori, piene di fuscelli coperti di 
panie, et lontano venticinque braccia in circa 
si fa un capannello di frasche verdi, dentro il 
quale si sta aqquattato a sollecitare i zimbelli 
attaccati a' fili, et di quivi si tirano a far calare 
i passeggieri che tuttavia per 1' aere s' appre- 
sentano, incitati, invitati et allettati ancora dalle 
gabbie che attorno all' aia dei festoni piantati 
si tengono da frasche ricoperte, che gli fanno 
calare, restando in quelle panie attaccati; et 
cosi da quello che sta ascoso nel capannello si 



384 

pigliano; et ancora alle paniuzze accomodate 
su per le macchie rimangono presi. Et questi 
sono le passere , se ben più che ad altro 
negl' escati si giungano ; et queste ancora si 
pigliano, quando poste a dormire in aranci o 
altri arbori presenti alle case, lasciata aperta 
la finestra, lasciatavi accesa una lucerna, tutte 
concorrono a quel lume, et serrate reston prese. 

Ma i frusoni più che ad altro restan presi 
alle paniuzze dell' uccelliera, si come i pettirossi 
alla civetta et agi' archetti, et con aver dei 
pettirossi in una gabbia, alla quale impaniata 
corrano gì' altri et vi rimanghino presi ; et dei 
frusoni che di Frisia vengono si fa gran presa, 
con averne uno o due in gabbia i quali allet- 
tano gì' altri ; si come con il cigolar con la 
bocca, imitando il lor canto, si pigliano le cin- 
gallegre, i zigoli et i forasiepi et simili. Ma con 
r aver gì' uccelli in gabbia allevati da piccoli 
et tenuti in conserva al tempo dell' uccellare, si 
pigliano tutti i simili da quel canto allettati, 
et sopratutto alle buone ragnaie tutti riman- 
gono presi, et massime i tordi et merli, avendo 
sopra alla ragnaia lasciato andare un falcone 
di quella sorte che si chiamano da girare, i 
quali son di natura di stare su 1' ali, girando 
sopra la ragna et sopra tutta la ragnaia a tener 
sotto in paura tutti gì' uccelli che vi sono, i 
quali stando bassi danno nella ragna facilissi- 
mamente, impauriti da quello. 

Ma i beccafichi senz' altro alla ragna si 
pigliano, come gì' ortolani all' aiuole, et ancora 
alle fraschette, con le gabbie dei vecchi; et 
ingrassati che sieno con la regola detta, oltre 



385 
al modo raccontato di sopra, si posson cuocere 
ad un per uno in un bicchiere basso, rivol- 
tandoli spesso dentro a quello con lo scuo- 
terlo, et se il bicchiere per il gran calore 
scoppi, non importa quel fesso, basta si tenga 
insieme, che nel fondo il grasso che egli cola 
vi si manterrà, per poterne far cresccntine 
su '1 pane arrostito et mangiarlo suavemente. 
Ancora, messi nello stidione 1' uno per 1' altro, 
copertato di foglio bianco unto di lardo, voltato 
a lento fuoco non si perderà punto del suo 
grasso et stagionatamente si cocerà, come rin- 
voltandolo ancora dentro a un pampano di vite. 
Ancora in un pignatto invetriato, avendovi 
posto dentro prima grasso di merla, di cappone 
o di capretto, si cocerà et sarà ottimo et deli- 
cato. Stagionerassi ancora fra due teglie di 
terra, una di sopra affocata, l' altra di sotto 
con fuoco fatto adagio et poco cocente. Sono 
alcuni, che avendo fatto fare al loro cammino 
di cucina una fiamma di fuoco che si mantenga 
continua, con fascine o veramente con accesi 
carboni o viva brace, avendo attaccato un filo 
di spago alla risigh enetta del cammino et lega- 
tovi il beccafico per i piedi, passeggiano all' in- 
torno, et ad ogni passeggiata danno una strisciata 
al filo, con le palme della mano attorcendolo, 
et gira ; poi all' altra danno un' altra girata, et 
cosi di mano in mano, tanto che si cognoschi 
che cotti sieno. Gli cuocono alcuni altri, come 
si disse, in un fiasco, avendo congegnato nella 
bocca del fiasco un bastone di legno gentile, 
come nocciolo o albero, vetrice, salcio o tiglio, 
avvoltovi attorno attorno alquanto di stoppa 



386 

perché suggelli bene et tenga forte, rivoltandolo 
al fuoco si che tenga caldo temperato, et dentro 
senza perdersi vi coli 1' unto. Ma il più bello 
et sottil modo che sia, è di cuocere i beccafichi 
invetriati, il che si fa cosi: s'infilzano i becca- 
fichi in una cannuccia secca o fuscello sottile, 
il quale s' accomanda di qua et di là, da un 
capo all' altro, legato allo stidione, et si volta 
gentilmente al fuoco d' una baldoria continua 
temperata; et in cambio di ungergli con olio 
d' oliva, come accostumano molti, si infardano 
con un cencio attuffato in chiara d' uovo che 
sia stata prima bene sbattuta; questa fa un 
invetriamento di crosta sottile et rilucente sopra 
la pelle sua, che opera che non cola e non va 
male punto di untume d' esso, anzi tutto vi 
resta sopra, facendo quella crosta dilettevole, 
gioconda, vaga et saporita al gusto; et questo 
medesimo modo si può usare agi' ortolani et ai 
ghiri, alle grassissime merle, tordi et a' rondoni, 
perché non si getti via punto del lor grassume. 
Le tartarughe, bizzughe, botte scodellare et 
testuggini dette, in un chiuso di muraglia, prese 
nelle boscaglie delle maremme o altrove dove 
ne sia, si mantengono, vivono, s' alleficano, alli- 
gnano et vanno innanzi, facendovi 1' nove, quali 
covano, et nascono i testugginini al fine della 
primavera, vers' il principio dell' estate ; et le 
loro nove sono saporitissime quanto d' altro 
animale che si ritruovi sopra la terra, et buone. 
Pascono dell' erbe che vi truovono, et non ve 
ne essendo, si soccorrono con la crusca; né si 
curono, né hanno più che tanto di bisogno di 
bere, ma trovando aqqua, ne beono. La loro 



387 
carne è di buon gusto cotta in qualunche modo, 
ma arrostita riesce migliore. Le aquatiche che 
fanno ne' paduli riescono men buone delle bosca- 
reccie, et ancora quelle vivono fra terra, pur 
che vi sia qualche ri goletto d' aqqua, nel quale 
incontrino quando vanno attorno. Puossi a 
tutte por loro innanzi delle lattughe, cavoli et 
altre erbe dell' orto, che le rosicchieranno, nu- 
trendosi d' esse la primavera et 1' estate, date 
fuori dal terreno; il resto del tempo si stanno 
sotto terra, in forami scavati da loro, dove si 
mantengono con la lor propria flemma, come 
le lumache, dormendo la più parte. Le marine 
sono grandi fuor di modo, né cosi buone per 
cibo ; et nell' Indie sono di tal grandezza che ne 
cuopron le case, et della loro scorza si fanno a 
tornio bellissimi vasi et tazze sottili. 

I ricci spinosi sono della natura degl' istrici, 
che somigliantemente ancora essi spinosi sono; 
et alla lor carne somiglia quella del porco 
domestico. Pigliansi per i boschi et al tempo 
dell' uva, perché la mangiono ; et racchiusi nel 
lato delle testuggini vi vivono, dando loro da 
beccare di tutte le sorte erbe da mangiare et 
della crusca ; et se vi sia un po' di largura, ma 
che non possino uscir fuori, vi fruttificheranno 
multiplicandovi, et dandone fuori il più delle 
volte cinque infino in sette. 

I ghiri s' ingrassano di ghiande tanto che 
sono raggiunti di grassezza. Fanno per i boschi 
di querele et cerri, lecci et d' ogni ghiandifera 
arbore, standosi per le buche d' essi aqquattati 
il giorno, et la notte divorando le lor ghiande, 
saltando dall' un ramo all' altro destrissima- 



388 

mente, et questo nel tempo che non dormono, 
perché dormono sei mesi dell' anno, nasconden- 
dosi a dormire da mezzo ottobre in circa, et 
risvegliati doppo quello non dormono più, 
attendendo sempre a mangiare et ingrassare. 
Sono simili ai topi grossi, differenti solamente 
nel colore, et si pigliano con certi ferri sottili 
auncinati, cacciati dentro alle lor buche, et 
aspettandogli o facendogli uscire in cima alle 
bocche d' esse, percossi s' ammazzano. Son buoni 
a mangiare, arrostiti lentamente, et vogliono 
essere unti con la chiara dell' uove dibattute 
bene, perché non coli il lor grasso che è dilet- 
tevole et non molto ristucca, mangiato insieme 
con altra carne buona magra, et massime con 
quella che sia stata messa in addobbo, la quale 
si mette cosi : piglia carne di bue o d' altra 
sorte, et fanne fette, et insala queste fette, et 
lasciala star cosi ventiquattro ore, di poi scuoti 
quel sale et dagli un poco di bollore; accanto 
mettila in un vaso con aceto forte, salvia, 
ramerino et origano, tutto spolverizzato, et 
lasciala stare quanto vuoi; et quando la vuoi 
usare mettila a lavare in aqqua calda, di poi 
friggila nella padella con lardo et con guaz- 
zetto di zucchero et aceto, fanne fette et mettila 
nella pignatta; et cosi si può acconciare ogni 
carne ; et questa è buona semplicemente a man- 
giare con i ghiri. 

[Finisce il testo in calce della car. 239.^ 
verso. Le carte 240.^ e 241.^ sono bianche, 
Riprende in capo alla car, 242.^ recto.] 



389 



I Fagiani. 



Tra i salvatichi volanti tengono senza con- 
traddizione il primo luogo i fagiani, et di bel- 
lezza superano ancora i francolini, le coturnici 
et le starne, et di grandezza et grossezza sono 
da essere collocati in quel mezzo tra i francolini 
et i polli nostrali. Avanzano anco di bellezza 
tutte le tre sorti dette, et di vaghezza ancora 
vengono anteriori, sendo ornati di color rosso 
vivo in testa d' intorno ai destissimi occhi, et 
di color la persona taneiccio lustrante, pendente 
in chiaro sauro, con bella coda i maschi di 
lunghe penne, quali tengono diritte ristrette 
insieme. Nascono, si nutricano, vivono et si 
mantengono nelle più salvatiche macchie dei 
foltissimi boschi, et vivi con le reti, lacci et 
pania si pigliano. Le femmine sono quelle senza 
coda del color medesimo et con quel rosso ben 
colorito intorno agi' occhi : et al tempo di 
primavera con una di queste che ingabbiano, 
facilmente ingannate dalla voce, sendo fatte 
gridare il lor stridere, si pigliano. Truovasi dèi 
fagiani di due sorte, degl' ordinarli detti co- 
muni per tutta Italia, et dei neri fuor d' essa 
et in Savoia, della medesima grandezza et fa- 
zione, et come ho detto, neri, di colore piena- 
mente morato; et cosi questi come quelli na- 
scono alla foresta. Et è animale salvatico che 
mal volentieri s' addomestica, pauroso et temente 
r aspetto et presenza dell' uomo ; tuttavia ri- 



390 

dotto alle strette et in suo potere, francamente 
vive, perché dandogli da beccare in stanze se- 
parate dai polli et altri volatili, che abbino il 
terreno sotto per poter razzolare, si manten- 
gono acconciamente. Menano ancora la lor vita 
tra i polli non punto gravatamente, poiché in 
Francia si fa razza, di quella maniera che si 
è detto dell' anitre mutole, a un fagiano ma- 
schio sottoponendo due galline femmine, il che 
servirà ancora ad addomesticargli et amman- 
sarli, ma bisogna tenergli in stanze separate, 
di modo che ogni fagiano abbi le sue galline, 
quivi dando loro il beccare senza altri impacci. 
Tarassi ancora razza mischia fra lor medesimi, 
fra i neri et i grigiolati, et accompagnandoli 
insieme, poco o nulla, cosi gì' uni come gì' altri, 
smarriranno del natio colore, partecipando del- 
l' una et dell' altra razza ; alla qual fare d' am- 
bedue conviene eleggere i maschi che sieno 
nati dell' anno dinanzi, perché i vecchi non 
sono fecondi. È assai dare due femmine a un 
maschio ; una volta l' anno et non più fa i 
fagianini; et al pili si metton sotto le femmine 
diciannove uove, cominciando a covar d' aprile 
et in alcuni luoghi di marzo. Sotto le galline 
più felicemente vengono fuor del guscio, ac- 
conciandovi sotto r uove di modo che una 
chioccia (') ne covi solamente quindici, osser- 
vando r ordine della luna crescente nel porle 
sotto la chioccia, et segnandole et rivolgendole 
come alle galline, in trenta di dan fuori come 



(1) mater è scritto sopra chioccia. 



391 

i pavoni. Et per quindici di diasi lor da man- 
giare farro spezzato cotto et raffreddato, o fa- 
rina d' orzo, spruzzatovi entro un poco di vino, 
di poi diasi loro del grano acciaccato, de' grilli 
et uove di formica; riguardinsi che non zam- 
pettino per r aqqua, affinché non naschi loro 
la pipita ; et quando v' incorrino, si rimedia con 
strofinargli il becco con aglio pesto, mesticato 
con pece distrutta. S' ingrassono ristringendogli 
in lato chiuso con poco lume, dando loro pa- 
stelli di farina intrisa leggermente con 1' olio, 
et con tal destrezza se gli caccino giù per la 
gola, che non se gì' attacchino all' ultima parte 
della lingua, perché s' ammazzerebbero ; né si 
dia lor nuovo cibo, se non abbino digerito in- 
nanzi quel di prima. Vivono i fagiani quanto 
i pavoni. Et non volendo altra briga del fatto 
loro che metter loro da bere et da beccare, è 
necessario rimrar loro una stanza a posta che 
sia quadra et lunga di due quadri o più, se- 
condo la qualità che ne abbisi; et vi siano 
dentro degl' arbori di continua verzura, come 
lauro regio, ginepri, lauri ordinari, arcipressi 
scapezzati, agrifogli, ellera, lentaggine, mor- 
tella et simili; chiusa et riserrata di sopra 
et dalle bande fra l' un pilastro et l' altro 
con una rete di ferro o rame, o sia dalle 
bande tutta muraglia et di sopra la rete, perché 
si spaventano et hanno per male d' esser ve- 
duti; et sianovi dentro accomodati i suoi abbe- 
veratoi di rio corrente, o in vasi da potere 
spesso mutargli; et con alcuni portichetti da 
una banda, dei quali una parte ne siano liberi 
et una parte chiusi di per tutto, che faccino 



392 

caselletti riserrati, entrovi i lor nidii, ordi- 
nati come alle galline; et cosi la stanza da 
dormire. 

[Seguono tre pagine piene di scrittura^ la 
243."' verso e la carta 244^, recto e verso. Ma 
per riferirsi agli Ortolani e per la volontà 
espressa dell' autore si sono portate in coda al 
capitolo dei medesimi. Viene appresso la carta 
245.^, bianca. Riprende il testo sul recto della 
carta 246.''] 



393 
Le Chiocciole. 

Volendo ancora nella villa fare un luogo 
appartato da conservare le chiocciole, facciasi 
un muro a secco, o si vero murato a fresco 
attorno a uno spazio quadro o d' altra forma, 
della grandezza che si ricerchi al numero delle 
lumache che v' hanno a star dentro, avendo 
piantato in esso timo assai, nepitella, origano, 
sermollino et menta, per loro qualche volta 
pascolare et purgarsi; et sia nel mezzo un 
monte di sassi, ove le si possino talora attac- 
care et ricoverare ; et oltre a quell' erbe diasi 
loro della crusca et di tutte le sorte d' erbe 
mangiareccie che fanno negl' orti, rinfrescan- 
dole di quattro in quattro di di estate, et d' in- 
verno ogni quindici, perché consumano et si 
pasturano ai gran freddi della loro istessa 
flemma. Et il luogo sia in asciutto et non 
umido; e '1 muro dee essere alto un braccio et 
mezzo, avvertendo che quando si sia alto da 
terra un mezzo braccio dalla banda di dentro, 
s' inserischino nel muro embrici che sportino 
in fuori i due terzi di loro, poi si lasci il muro 
che va di sopra agi' embrici appena scoperto ; 
et rasente il muro a terra vi s' ammattoni un 
mezzo braccio, mettendovi sopra cenere o cal- 
cina viva che tocchi sparsa rasente il muro; 
questa le terrà che non eschino, più che se vi 
fosse attorno un corrente fiumicello che in isola 
le torniasse, che v' affogherebbero dentro, et in 
questo, arrivando al seto della cenere o calcina, 
ritorneranno indietro, et si staranno quivi, 



394 

mangiando di quello si darà loro, et vi ingras- 
seranno et vi si manterranno bene, cosi quelle 
di Alemagna che sono le più grosse et di più 
sustanza, et quelle di terra de' Grigioni et 
Svizzeri che son simili, et le minori che son 
del paese di Roma et le più saporite et mi- 
gliori, et le grandi di Lombardia, et le mediocri 
di Toscana ; tra le quali sono alcune tenute per 
maschi, dette martinoni, dure a smaltire et di 
assai men buon gusto. Ancora in questo lato 
viveranno comodamente i porcellini spinosi et 
le tartarughe, dando loro di quell' erbe o crusca 
a mangiare, perché non è vero che le vivino 
di mangiar terra come fanno le botte, che per 
questa cagione si figurano per l'avarizia ('). 

Sono r nove delle tartarughe eccellentissime, 
cotte in qualunche modo, gustose et saporite; 
né è vero che le covino con la vista, come è 
fuori la popolaresca vociferazione, ma si bene 
ai caldii, nella terra, con l' aiuto del sole et 
del caldo, come lo struzzolo. 

[Finisce in calce della car. 246.^ verso, 
lasciandone una piccola parte bianca. Seguono 
bianche le carte '247. \ 248.\ 249.^ Riprende a 
car. 250.^ recto.] 



(') Qui sta scritto fra le righe: « a cagione che dubitando che 
non gli ne manchi, tuttavia ne rispiarmano, non se ne cavando mai 
la fame, come l'avaro in ammassar del danaro ». 



395 
I Bachi da seta. 

L' opere et 1' operazioni della Natura sono 
tutte stupende et d' infinita meraviglia ripiene, 
et tuttoché r intelletto nostro intenda et di- 
scorra in infinito, avendo egli l' origine e '1 
fomento dall' anima che è immortale, niente di 
manco non apprende né ritruova la causa prin- 
cipale il più delle volte (') di quelle, restando 
perplesso et confuso nella considerazion loro; 
et maggiormente, che la parte di quelle cose 
che si sanno è la minima di quelle che non si 
sanno, tanto resta offuscata dalle tenebre del- 
l' ignoranza, in qi;iesta terrestre salma involta, 
la nostra mente; et perché non solo spesse 
volte, ma ogni di ci si parono innanzi agl'occhi 
miracolosissimi miracoli di quella, non gi' at- 
tendiamo per tali et senza badarvi ne par cosa 
troppo solita et ordinaria {^) il vedergli. Ma 
quando poi rivoltiamo l' intero, sano e puro et 
accorto sentimento verso la deità di {^) quella 
eterna mente del Supremo Motore, la quale è 
più tosto da essere con somma venerazione 
adorata et reverita con fede {") et con la certa, 
ferma e vera credenza, che da essere ricercata (°) 
et voluta intendere indarno, chente, dove et 



(') A questo punto fra le righe è scritto: « se non per altra 
ragione, perché ogni cosa si corrompe et vien meno dal suo con- 
trario; « l'anima non ha opposito alcuno che possi corromperla, 
addunque necessitatur che ella è immortale ». 

(2) familiare è scritto sopra ordinaria. 

(3) et consiglio è scritto sopra deità di quella. 

{*) et con silenzio è scritto sopra et con la certa. 

(5) con dispute et argumenti è scritto sopra et voluta intendere. 



396 

come ella si stia, risguardando, per dir cosi, 
l'onnipotentissima onnipotenza sua, con la quale 
di niente in un attimo creò tutte le cose che sono 
et r universo istesso, assoluto rettore, disponi- 
tore et comandatore di quella, con un ordine (^) 
che mai si vede mancare o venir meno, non 
deviamo più che tanto maravigliarci di quelle, 
ma ringraziandola del cumulo di tanti benefici, 
attendere a secondare in tutto et per tutto le 
sue ordinazioni, con il cognoscimento concessoci 
da quella, senza arrogare di ritrovare quello 
che rinvenir non si può; come avviene adesso 
nel voler trattare dei bachi che fanno la seta, 
animaletti collocati nel numero degl' insetti di 
oltre a modo stupendo et miracoloso effetto, i 
quali cosi fanno la seta come s' attragghi il 
ferro la calamita, essendo cosi statuita dall' ori- 
gine del mondo la lor natura, la quale chi ben 
speculando considererà et disaminerà, intenderà 
per certissima cosa che ninna fra le create è 
di più mirabile artifizio et più stupenda mani- 
fattura; et è ben di dovere, che poiché il lor 
nobilissimo magistero è tale, sia principalmente 
destinata la lor fatica in terra agi' ornamenti 



(') Da questo punto fino al termine della pagina (250 r.) si 
legge fra le righe del testo, in carattere minuto : « non essendo al- 
» cuna cosa più degna, per la sua forza et constanza, della dispen- 
» sazione celeste di tutte le cose, et ninna più oscura a compren- 
» dersi per la bassezza dell' umano ingegno, nondimeno per quanto 
» s' estende il nostro potere a considerare con la tardanza umana 
» solo dagl' eventi d' essa le cose che sono, la ragione della divina 
» provvidenza par che cosi proceda, che delle grandissime opei-e che 
» ella vuole effettuare, molto innanzi sotto i fondamenti, per occulte 
» cause et incrementi latenti, a poco a poco allo scoperto et all' al- 
» tezza conduce ». 



397 
delle cose sacre, degnamente intessuta con l' oro, 
et molte volte da esso copertata et guernita. 
Serve più appresso all' orrevolezza, splendidezza 
et lautezza dei mortali, se bene tra essi di lei 
è tanto trasandato l' abuso, che è passato in 
tritissimo proverbio che '1 baco che fa la seta 
a bella pruova si racchiude dentro al suo boz- 
zolo, morendo anco in esso, se ben risurge poi 
a far la sementa, per non veder talora chi la 
porta, et essere tanto avvilita la nobilezza sua. 
Sono addunque dei bachi che fanno la seta 
dei salvatichi et dei domestichi. Quelli si truo- 
vano rari ; et fanno da lor medesimi il bozzolo, 
con la medesima arte, industria et modo, ma 
alla campagna di, lor natura, fra le siepi, fra 
le ginestre, sui pruni et altre erbaccie, con sot- 
tile et morbido filo, ma inutile quanto al po- 
terlo trarre et cavarne la seta, se ben fanno il 
bozzolo simile et vi periscono dentro ancor essi. 
Con tutto ciò la Natura, che nulla cosa ha 
creato invano et a qualunche ha dato qualche 
virtù, lo straccio di questo ha dotato di rista- 
gnare il sangue, perché postone dentro al naso, 
quando non si possi altramente fermare, lo 
salda, et similmente fa, posto su '1 taglio d' una 
ferita. Questi sono frequentissimi in molti paesi, 
et se ne fa procaccio grandissimo et imprese in 
Regno di Napoli et fuori d' Italia in tutte le 
Provincie dove sia al tempo debito qualche 
moderata temperatura, amando questi anima- 
letti il caldo, r aere ameno, quieto et senza 
vento, più eh' altra cosa; a tal che in Aleppo, 
in Baruti et in Alessandria, dove è tale, ve n' è 
gran copia et gli pongono a pie dei mori a-Uo 



398 

scoperto, sui quali saliti et mangiata la foglia 
che vi è nelle vette et punte dei rami, creano 
il bozzolo ; tanta è la benignità dell' aere et 
morbidezz^a in quelle parti ; et nell' Indie et 
massimamente nel Giapan fanno il medesimo, 
dove i lor bozzoli sono grandi quanto un uovo 
d' oca, et n' esce materia et hanno i bachi più 
grossi a proporzione. Ma in quelli paesi del- 
l' Indie et massime nella costa della China ove 
si è abbondanza senza pari, è stata la Natura 
cosi larga et liberale della seta et vaga, che vi 
generano erbe che fanno un filo con che si 
tessono drappi di seta molto simile al taffettà 
cangiante de' nostri paesi, et un poco più gros- 
setto dei veli sottili che si fanno a Milano et 
a Bologna di seta, talora tanto sottili, che con 
lo spartimento d' un sottilissimo ago diviso lo 
stesso filo, si conducono; et senza questo, sce- 
gliendo sottilissimo filo, si come si cava da' boz- 
zoli, nel trarli a sottilissima sottigliezza. Ma 
quali lavori sono, che miracolosi non sieno 
quelli che si fanno con la seta? Poiché si come 
nelle Indie quella gente, trascelte le più mi- 
nute (') morbide et lustranti penne et le meglio 
colorite di vivo colore che si ritruovino nei più 
vaghi et rari uccelli del paese, attestandole e 
unendole insieme, secondo che occorra loro per 
rappresentare le figure che e' vogliono pittu- 
rare, le divisano in modo, annestando l' una con 
r altra con fine colla, in su legname o tela, 
che imitano qual si sia buona pittura con orna- 
menti varii di festoni et fregi attorno, et di 



(1) corte è sqrittx) sopra più minute, 



399 
più r intessono per coperte di letti o altri guer- 
nimenti di stanze, di vario o d" un sol colore. 
Somigliantemente di seta con l' ago si fanno 
esquisite figure d' animali et d' uomini, et s' in- 
tessono panni d' arazzo, quelle col ricamo et 
trapunto, questi al telaio, minute 1' une et 
grandi 1' altri, tutti rappresentati in perfezione 
di pittura, accomodando i varii colori d' essa, 
la vivacità naturale dei moti che bisognano per 
esprimere ogni minuzia che si vogli fare, non 
punto meno che si facesse o si potesse fare con 
r istessa pittura libera di colori. 

Ora di questo grazioso et mirabile et utile 
animaletto, conservato, per le mani degl' uomini 
con il suo solito cibo dal principio del mondo 
in qua, non è stata tuttavia negl' antichi tempi 
appresso agi' uomini in uso et in pregio la 
sua operazione, né meno tuttavia continuata 
appresso tutti la sua notizia, perciò che fu 
ammirata come cosa di miracolo una vesta di 
seta che fu addotta a Caligula imperadore. Ma 
conviene che da quella cognoscenza in questo 
si cominciasse a studiare di servirsi dell' artifizio 
suo, et massime che poco innanzi all' età mia 
fu ritrovata in Roma la sepultura di Teodosia 
moglie di Onorio imperadore, co '1 quale anco 
era sepolto Arcadio suo fratello, et lei vestita 
d' una veste di broccato tessuto con filo di seta 
coperto d' oro ; oltre a che quelli antichi et 
santi profeti avevano i lor vestimenti da sacri- 
ficare et esercitare i divini offizii nel tempio 
fatti di seta et d' oro ; et nella chiesa di Prato 
di Toscana si conserva la cintura della celeste 
Genitrice Santissima, che espeditissimamente si 



400 

vede essere di seta vellutata; il che manifesta 
che non solo i popoli se n' avessero la seta et 
i bachi che la fanno, ma che fossero ancora 
appo molte altre nazioni. Si ritruovano in 
assaissimi luoghi del cristianismo antichissimi 
paramenti di seta et d' oro et di più intes- 
suti ancora di perle minutissime orientali, ve- 
nuti d' Etiopia, come si vede nella sacrestia 
della Madonna del Popolo in Roma; ma in 
quelli regni degl' Abissini, si come nell' isole 
Filippine, è frequentissimo 1' uso della seta, et 
in quelli della Cina, come s' è detto, d' anti- ^ 
chissimo tempo più che più. Io dissi conservato 
per mano degT uomini, perché questo anima- 
letto maschio non genera, nemmeno la femmina 
concepisce, ma ha sempre vita seco, quando in 
uova, quando in vermi et quando in farfalla, 
dalla quale si raccogliono i suoi semi, et è 
tanto utile che di lui ninna cosa si getta via; 
perché perfino quei vermini che si ritruovono 
dentro al bozzolo, svoltone la seta, ingrassono 
gì' animali impuri che gli mangiono, come oche, 
anitre, polli et simili, et posti intorno alle 
piante fan lor giovamento et buon grassume. 
Scrivono alcuni che Panfìla figlia di Flati, 
donna greca, fosse la prima inventrice della 
seta, raccogliendola dagl' alberi et poi filandola ; 
et molti vogliono che quel bombice di che fa 
menzione Plinio sia il baco che fa la seta, se 
bene non conviene al modo et manifattura 
d' oggi accostumata per tutta Italia ; dove è 
chi scrive che il primo che la conducesse fosse 
Sero di Scizia nel paese di Sericana, ond' è 
detta sericum U s^ta, Altri tengono per ope- 



401 
nione che la seta et il modo del farla fosse 
trasportata in Italia a' tempi di Giustiniano ; 
et fosse Sero o altri che la recasse dal paese 
dei Seri o di Sericana, per certo addotta fu; 
dove con tanta agevolezza la fanno i bachi, 
che seminando per l' anno a venire l' anno 
dinanzi 1© more ne' solchi de' campi, strofinando 
la sementa alle corde sottili fatte di giunchi 
et leggermente ricoperte di terreno stritolato, 
ne nascono i polloni dei mori, a pie dei quali 
posto il baco, comincia salendo a mangiare le 
prime foglie, seguitando sino alla cima, alla 
quale arrivato, non gli sendo bastato per intero 
cibo sino al tempo di fare il bozzolo un virgulto 
solo, si pone a pie d^ un altro, tanto che satollo 
et maturo in cima della vermena lo fa et di 
quivi fatto si stacca ; et sendovi 1' aere benigno 
comportono di stare al sereno, come in Baruti ; 
et ancora nella Puglia et Calavria non si guar- 
don tanto dall' aere, come nei luoghi meno 
tiepidi d' Italia, nella quale fa grandissime im- 
prese il Regno di Napoli, dove si cavono danari 
assai di tal mercanzia, rendendo le gabelle sole 
allo stato di Bisignano più di centomila ducati ; 
et poi per altri paesi d' esso si esercita con 
frequenza il cercar di condurre a bene i bachi 
della seta. I quali per lo j)iù fanno i bozzoli 
gialli, bianchi, ranciati et verdi chiari; et 
alcuna volta s' accozzano due bacili a fare un 
bozzolo solo, et questi si chiamono doppi, che 
sono men buoni degl' altri ; et di tutti si cavano 
primamente filacci, filaticci, stracci et seta. Gli 
animaletti poi che nascono di fuori dei bozzoli, 
rompendoli di sopra o di sotto co '1 farvi un 

26 



402 

foro, s' addomandono farfalle, che in queste si 
trasmuta naturalmente il baco della seta per 
far poi rimanere attaccato, d' onde e' si rac- 
coglie r uove con la loro semente per conti- 
nuare la loro generazione, la quale in niun 
altro modo si mantiene, si come e' non si 
nutricano d' altra Verdura che della foglia dei 
mori o bianchi o neri o vermigli di Spagna, 
se bene per una necessità et anco per breve 
tempo si posson cibare di foglie tenere di 
roghi ('). Mangiarebbero ancora qual si vogli 
altra sorte di foglie d' arbori et d' erbe per 
vivere; ma il moro solo è stato dalla Divina 
Bontà dotato di questa qualità di natura, che 
nuli' altro che esso può dar sostanza et virtù di 
generare la seta, et quasi incorporandosi di quei 
fili o fibre simili alla seta, di che si veggono 
essere state composte le foglie dei mori, che 
squarciandole si veggono sfilaccicare. Et questo 
si vede in tutte le sorti dei mori, et massima- 
mente in quelli che si domandono mori neri, 
che hanno la foglia più grande degl' altri, et 
è più gagliarda et di maggior nutrimento di 
quella dei mori bianchi o di quelli vermigli di 
Spagna, et si dà loro quando son . vicini all' an- 
dare alla frasca per fare il bozzolo, aftinché 
siano più forti; et non avendo di questa, si 
dà loro perfino all' ultimo continuamente della 
bianca o di quella vermiglia di Spagna, di 
dove anco viene la sementa dei bachi di gran 
perfezione. Ma la buona sementa dei bachi 



(1) Fra le righe, in carattere più piccolo: « et avvezzi da prima 
alle foglie d'ortica, conducono il lavoro, ^ebbene noq cosi ftno », 



403 
approvata si cava tuttavia dai luoghi circum- 
vicini, et di quella sorte che si cognosce per 
esperienza aver in paese fatta buona pruova; 
et è cosa sperimentata, che la sementa dei 
bachi da seta buona in un luogo, trasportata 
in un altro, mantiene la finezza che hanno in 
quel luogo di dove sono stati tolti. Le sementi 
cavate dal Regno di Napoli s'addicono in tutti 
gì' altri paesi d' Italia et di altrove, che siano 
più simili si può alla temperatura di quella; 
et perciò quelli che si fanno venir di Sicilia 
hanno la medesima proprietà, pur che si con- 
formi quanto è possibile la qualità del paese, 
perché allora profitteranno come nel proprio 
natio luogo, facendo più del quinto che non i 
nostrali, per essere di vita et fazione assai 
maggiori. È ben vero che in capo di tre anni 
tralignano et diventano come i paesani: imperciò 
bisogna rifarsi da capo a mandare per essi. 

Quando s' hanno a porre 1' uove ovver 
sementi dei bachi, è di mestiero avere avver- 
tenza se i mori han cominciato a muovere et 
date fuori le punte delle foglie piccole, perché 
il moro rimostra la stagione vera del porre la 
sementa a covare; perché senza questa avver- 
tenza sendo nati, converrebbe cibargli di foglie 
di roghi, ortica, lattuga o simili. Né si deono 
porre in covo queste semenze, se la luna non 
abbi almeno almeno cinque o sei di crescente, 
che gli farà venire innanzi secondo il suo am- 
pliare ; et s' è osservato ancora questo , che 
quanto più s' indugia a porgli, tanto riescono i 
bachi più forti et megiiori, accostandosi tanto 
più al caldo, essendo loro freddissimi, come a 



404 

palpargli si chiarisce; che fa che fan meglio 
sempre nei paesi caldi, come Spagna, Soria, 
Damasco, Puglia, Calabria et Sicilia. Le sementi 
che s' hanno a adoperare conviene tenerle fuor 
del caldio del sole et fuoco, in casse pur di 
lato asciutto, messe in ogni altra compagnia 
che di panni lini, che tirano troppo a sé et 
fanno lor danno; ma le farfalle uscite dai boz- 
zoli, avendogli stesi a un muro o tavolato 
asciutto per diritto, vi fanno bene sopra le loro 
uova o semenze; et megliori ancora sono a ciò 
le carte azzurre et più che le bianche ('), per 
potere spiccarle con un coltello, raschiando nel 
tempo che si pongono. Le sementi vecchie non 
son buone e ne nascono vermi senza altra cal- 
dura. Le sementi appiccate al panno lino si 
staccano co '1 bagnare co '1 vino a dove elle non 
sono, et accostandole a intiepidire al fuoco len- 
tamente, et fregandole con scopetta di setole o 
saggina destramente; spiccate lentamente, pon- 
gonsi in un bicchiere pieno di malvagia, se non 
di vin bianco buono, trebbiano o vernaccia; 
quivi le si rimestan bene, et quelle che stanno 
a galla si gittan via et le rimaste al fondo si 
gittano sopra a un panno lino bianco pulito, 
allarganosi sopra et mettonsi al sole, stesevi con 
un altro mantile postovi sopra alto un palmo, 
che non l'offenda, sin che s'asciughino; di poi 
se ne faccino gruppi di pannolino, ma non di 
donne ; o di ermisino doppio d' ogni colore, 
eccetto che nero. Non deono stare nel vino più 



(1) Sta scritto fra le righe, in carattere minuto: « fatte di pan- 
nolino tinto cosi di guado », 



405 
d' un credo, che ciò basta a ingagliardirgli ; 
il che giova ancora ai putti, nati che sieno, 
come dargli vino tosto che possin gustarlo, 
contro all' openione antica ; che gli fa forti, né 
nuoce poi loro. Può ancora tanto il vino dar 
forza ai bachi della seta, che mezza dramma di 
sementa genererà sei libbre di seta et più. Le 
sementi poi si pongono a covare o fra due 
guanciali di piuma fine, fatti caldi temperata- 
mente al fuoco, tenendogli il giorno cosi, et poi 
la notte sotto il capo o nel seno delle donne 
fra le mammelle, ma donne che siano pure et 
nette dei ritorni dei mesi loro, perché le me- 
struate gì' uccidono o mal conducono ; addunque 
vergini sicuramente le coveranno; et i bachi 
che naturalmente nascono in altro modo in due 
giorni, in questo nasceranno dieci ore prima. 
Et come s' avvegghi che naschino o tutti o 
parte, aperto il gruppo, si ponghiho i nati sopra 
una tavoletta asciutta, strofinata di erba odori- 
fera, come maggiorana, finocchio, abrotano et 
nepitella scaldata un poco, et tenendogli in 
stanza calda, dando lor sopra quella foglia 
tenera di moro. Altri, secondo che si veggono 
nascere, gli mettono in una scatola che sia bene 
asciutta et tiepidata ; et faccisi una carta bianca 
grande che entri nella scatola appunto, forando 
la carta con un puntale di stringa o spillettone 
grosso di Spagna, che facci buco che vi passi 
agevolmente un granello di miglio, si che i 
bachi sentino le foglie dei mori poste nel fondo 
sopra le carte, perché loro passeranno per detti 
buchi netti et sen2;a scorze, et allora con le 
medesime carte si riponghino come s' è detto. 



406 

Compartischinsi poi di mano in mano in tavole 
maggiori, sapendo che quanto più stan larghi, 
n' hanno di meglio, pregando sempre il Creatore 
d' essi che gli ben conduca et secondi, guardan- 
dogli dai caldi eccessivi et freddi, attaccando 
al tempio lor primizie. 

Le stanze dove s' hanno a tenere siano 
all' ultimo palco et non mai a terreno, siano 
volte a tramontana, et abbino le finestre da 
mezzogiorno; et tirando ostro o garbino, venti 
caldi lor malsani, si chiugghino, tenendo allora 
aperte quelle di tramontana, la quale quando 
tira, stieno chiuse queste, e aperte quelle di 
mezzogiorno; siano invetriate o incartate di 
carta o panno lino, né siano nelle muraglie 
buchi o aperture per dove facci offesa il sole, 
quale ancora per riflesso da uno specchio 
gì' offende et ammazza. Et per riparare ai sorci, 
topi, formiche, grilli et lucertole, non siano 
ne' muri fessure alcune, et perciò s' acconcino 
le tavole in modo che stiano lontane dal muro, 
ritte in su bastoni fittivi dentro, ovvero si fac- 
cino graticci di canne monde, ritti in su castelli 
fatti a posta, perciò in mezzo alle stanze, 1' uno 
ponendo sopra 1' altro di distanza di due terzi 
di braccio, movendoli et poi riponendoli ai 
luoghi loro quando si governano et son gover- 
nati; le tavole sien nette, secche, cosi i graticci 
o stuoie, fatti di modo che i bachi non possino 
cadere ne '1 lor rado, ma si bene i loro escre- 
menti, desiderando di star puliti et senza fetore ; 
et stiano rasente il solaio un braccio, facendo 
di mano in mano le tavole più strette, perché 
cascando caschino nelle più larghe, avanzando 



407 

di mano in mano V una 1' altra. Quando sono i 
bachi piccoli, dianseli le foglie tenere dei mori 
che siano bene asciutte; et di mano in mano 
che loro crescono, s' augumenti loro il cibo ; et 
quando saranno cresciuti et fatti grandi, il che 
sarà la quinta settimana o al suo principio, 
diasi loro da mangiare da mattino, da mezzo- 
giorno et da sera, cavando lor di sotto la 
foglia rosa, cambiandola nella nuova. Quando 
saranno poi condotti alla lor giusta crescenza, 
porghinsi loro le foglie la mattina, a ora di 
desinare a mezzodì, et la sera, et ancora più 
una volta, ma non tanta quantità, ma secondo 
che si vede che divorandola la digerischino ; et 
quando sono in procinto di andare alla frasca, 
conviene dar loro la foglia con parsimonia. 

Naturalmente i bachi si mutano quattro 
volte, avanti vadino a fare la seta; nelle quali 
mute conviene essere accorto et diligente, per- 
ché dopo la muta ovver sonno, perché dormendo 
come la serpe mutano lo scoglio, lasciandolo 
con dolore, si che rimangono fiacchi et deboli; 
et mentre stanno in tal travaglio non s' hanno 
a cibare, che non possono la vita ('), cognoscen- 
dosi chiaramente che questi bachi stanno am- 
malati o dormono due giorni; et si denotano, 
per essere allora d' un certo color livido che 
pende in bigio scolorito fuor del lor solito, et 
dal mezzo in su stanno diritti co '1 capo elevato 
senza muoversi punto, et dimostrano di star 
stupidi ed attoniti; allora non conviene accre- 
scer lor molestia co '1 trassinargli. Passato 



(I) Leggo cosi, ma deve mancar qualche parola. 



408 

questo termine, pruovisi a gettar fra essi delle 
foglie, et se gareggiano a mangiarle, è segnale 
che sono guariti ; et si segua di dar loro il vitto 
usato, che si sentirà un mormorio di rosicare 
alla distesa. 11 primo di doppo la muta si dia 
della foglia manco del solito, di di in di accre- 
scendo sempre un poco più. Doppo la quarta 
muta, che è 1' ultima, vanno affrettando il man- 
giare, sollecitandosene sette o otto giorni, poi 
van mancando, badando solo co '1 poco cibo a 
purgarsi per lavorare, mandando fuori ogni lor 
corruzione, cavalcando or questo or quello, et 
cercando luogo ove riporre 1' opere sue pulite 
et nette, non si ritrovando mai o di raro escre- 
mento nei lor bozzoli. Di questo modo o novero 
di mutargli non si dà regola alcuna, perché '1 
discreto giudizio fa palese quanto ciò fa lor di 
bisogno, per il molto sterco che han sotto et 
foglie rose ; et quando si muta loro il letto, 
ristropiccinsi le tavole di foglie di finocchio o 
d' assenzio o d' abrotano o menta o nepitella ; 
et se siano stuoie o graticci di canne sottili, 
soffreghinsi con le medesime erbe; l'abrotano 
dee essere di quello nato alla campagna et non 
dell' addomesticato negl' orti. Farà ancora lor 
bene et gioverà loro spruzzargli con la bocca 
stretta greco o malvagia sparsa, sottile come 
la rugiada ; ancora l' aceto gli conforta, bagnan- 
doli nel medesimo modo ('). Et si deono in 
mutandogli toccare destra- et discretamente, 



(1) Fra le righe, in carattere più piccolo, è scritto a questo 
punto : « et veggenrlosi travagliati, ai spruzzi la foglia d' un bianco 
buono. » 



m 

restando offesi dall'essere maneggiati co '1 tocco : 
et s' ovvierà a questo, pigliando tante reti quante 
tavole s' hanno di bachi, all' istessa misura et 
con le maglie si rade, che vi possi trapassare 
il dito grosso, che i bachi facilmente vi vadino, 
ma ve ne sia sempre una di più per tutti i casi ; 
et cosi senza trassinargli con le mani si mutino, 
quando sieno del tempo d' un mese ; et ciò si 
facci ponendo sopra i bachi la rete di fil di 
spago sottile, mettendovi sopra le foglie, alle 
quali passeranno per le maglie della rete; et 
quando sono saliti sopr' esse, portinsi sopra un 
letto netto, ovvero si tenghin sospesi per ritor- 
nargli nel medesimo lato ; et cascandone, si rac- 
cogiino con una carta sopra quella rete che 
s' ha a avere d' avanzo. 

Le foglie di quei mori son più condizionate 
megliori, che sono d' arbori piantati lontani da 
fossi o fiumi, et di terreni piuttosto mediocri 
che grassi, perché questi generano gran foglie 
et di poca sustanza; quando sieno anco di lato 
magro, sassoso et sterile, saranno più giovevoli, 
et più di monte che di piano, di colle che di 
spiaggia; et siano mori fatti et non giovinetti. 
Le foglie dei mori neri sono più grosse et 
grandi et più nervose, et perciò di più sustanza 
et nutrimento megliore; imperciò chi n' ha dia 
sempre di queste, che faran più seta et più 
forte ; quelle de' mori bianchi sono più aqqui- 
drinose et di succhio men buono, fanno più la 
seta bianca, ma più delegine; quelle dei mori 
vermigli di Spagna sono assai megliori di queste 
bianche ordinarie. Diasi sempre d' una sorte 
foglia, non la mutando loro di nera in bianca; 



410 

et per essere questa la prima a spuntare, se 
glie ne può dare da principio per tre o quattro 
o sei giorni, poi nera, et nera si può dare anco 
da ultimo, come s' è detto, per altri quattro 
o sei di, quando vogliono salire alla frasca. 
Non si facci cogliere la foglia che doppo tre 
ore di sole, et quando è piovuto si lasci stare, 
se la necessità non astringa, all' altro di doppo 
mezzogiorno. Avvertiscasi ancora a non torre 
i picciuoli in cogliendola, o le cime, che tutto 
gli danneggia; imperciò nettisi bene, et levinsi 
via quei tenerumi che fan crepare i bachi, tanto 
se n' empiono ; cosi se vi fossero le more attac- 
cate. I mori vecchi intarlati sono da fuggire, 
sendo pieni di formiche che gì' ammazzano, ma 
le si possono spegnere con far sotto fummo 
senza fuoco che non guasti la foglia, o fargli 
un cerchio di pania da pie che circondi tutto 
il tronco, o sbatterle in terra con straccio o gra- 
nata. Colta che sia la foglia, ripongasi in stanza 
fresca ma asciutta, come in cantine o terreni 
non umidi, dove non penetri il sole, et tengasi 
stesa e sparsa sopra tavole secche, perchè la 
non riscaldi o ribolla, come farebbe se la fosse 
ammontata et stretta insieme. Questa servirà 
ai tempi piovosi, quando non si può ire a co- 
glierla; et allora conviene star vigilante et 
accorto a scuotere i rami dei mori, se non si 
abbi conserva d' essa ; et sendo pur ancor molli, 
si sventoli sur un lenzuolo bianco scaldato, 
tanto che la s' asciughi, et se ciò non basti, 
asciughisi rasente il fuoco di fiamma et con 
altri panni lini ; et questa o altra che sia asciutta 
si dia loro sempre 1' altro di da che sia colta. 



411 
che cosi sarà più stagionata et migliore; o al- 
meno sia stata colta da dodici o quattordici ore; 
et di quella asciutta con artifizio, perché non 
sarà mai cosi naturale, se ne dia lor meno del 
solito, per causare il nocumento che la molta 
potria apportar loro. Ancora sarà bene adoprar 
la foglia dei mori lontani da prima, et consu- 
mata questa, servirsi della commoda et vicina, 
coprendo et stivando da ogni lato et sopra 
con panni ò tele a tettacelo, in luogo tiepido 
et temperato. 1 mori vi si possono 23orre sopra 
i rami quanti possin sostener bachi, che da 
per loro senz' altra briga di governargli si pa- 
sceranno et vi faranno poi da ultimo i bozzoli 
sopra ; cosi si fa in Damasco senza coprirgli, et 
in Baruti et molti altri luoghi caldi. 

Questi bachi da seta non s' addormentano 
tutti a un tratto in quei due giorni sopradetti ; 
imperciò bisogna [stare] avvertendo all' essere 
di tutti: et quando una parte di loro dormono 
et sono per mutarsi, et ve ne sono altri che 
non dormono et mangiono tra loro, come si 
vede che abbino mangiato una volta o due 
al più, separinsi da quelli che dormono senza 
dar loro più da mangiare, sin che ancora quelli 
venghino alla sua muta, perché altramente tutti 
morirebbero; imperciò mutinsi presto di luogo, 
et ciò s' intende quando son cresciuti quello che 
hanno a crescere; et se fra quelli che dormono 
ve ne siano ancora dei piccoli ('), levinsi quelli, 
dando lor poca foglia. 11 troppo freddo o di 



(') Fra le l'ighe, in carattere più piccolo: « causati che non 
devettero star nel vino ». 



412 

vento o d^ aere passato per finestra o altra 
apertura gli fa ammalare, la foglia troppo te- 
nera fa lor danno et causa malore, cosi l' umida ; 
il cattivo fetore, le stanze imbrattate, il troppo 
sole et repentina mutazione del tempo sono lor 
cagione di malattia, si che quando si cognosce 
che sono infermati per 1' umido o pioggia et 
freddo, chiugghinsi le finestre et faccivisi da un 
canto, se non v' è cammino, fuoco di ginepro, 
pino et cipresso, et se ciò non giovi, faccinsi 
d' un caldano di brace profummi d' incenso, ov- 
vero vi si ponghino sopra ossa di prosciutti, 
cotenne di porco, salsicciotti, laldano, bengioi, 
storace et mirra, et tutto si facci senz' altro 
fummo che di queste cose; spruzzivisi ancora 
sopra di loro dell' aqquavite; et quando venghi 
lor male da soverchio caldo, allora si spruzzi 
loro addosso aqqua rosa o di viole mammole ('). 
Avendo color giallo, o che fossero scoloriti et 
umidicci, bagnati come se orinassero, questi 
cosi infetti si sequestrino dagl' altri, et portinsi 
la mattina fuori all' aere per il buon tempo, 
per spazio di un quinto d' ora fuor del sole, 
stropicciando le tavole dell' erbe dette, dove 
s' hanno a rimettere ; né gli potendo portar fuori, 
aprinsi le finestre da tramontana, senza che '1 
sole gli tocchi mai. 

Mangiano più dell' usato doppo la quarta 
muta, avvedendosi che hanno a lasciare il cibo 
et entrare nel chiuso; imperciò, avanti che 
mostrino la seta per la bocca, che speran- 
dogli tralucono, et di quivi ne pende un filo, 



(1) Zotte, scritto sopra mammole. 



413 

et cominciono da per loro a lavorare, mezzo 
dimenandosi, stando a capo alto, purgandosi 
per raffinare la seta che han dentro, rilucono 
dal mezzo innanzi nel ventre, mostrandolo come 
d'oro quelli che hanno a far la seta gialla, 
et d' argento quelli della bianca, et cosi d' altro 
colore, traversando sopra gì' altri, è segnale tutto 
espresso che sono in perfezione di volere an- 
dare alla frasca. La quale, perché abbino a poter 
fare 1' opera loro, dee esaere conforme a quello 
desidera la lor natura, compresa dalla lunga 
esperienza che ha rimostro che gli stanno bene 
et operano volentieri sulla tignamica, ginestre, 
scope, felci, sarmenti, rametti di querele et 
di castagni, et questi due rendono i bozzoli 
senz' intrigo et ve gli fanno su acconciamente, 
come sulle schiavine pelose et in sugi' abrotani, 
se bene si spiccano poi mal volentieri, rispetto 
a quella sua foglia intagliuzzata. Tutta questa 
qualità di frasche non pur doverria essere secca 
d' allora, ma colta perfin dall' anno passato et 
conservata a questo effetto. Accostinsi allora 
le tavole o graticci o stuoie rasente ai muri 
che sieno spazzati da ogni bruttura, che v' an- 
deranno a lavorare da per sé, come a salir sulle 
frasche, accomodandole accosto a loro ; et quelli 
che non v' arrivassero cosi commodi, presi de- 
stramente con mano, quando si vede che abbino 
la bava di seta, la quale van vomitando a poco 
a poco, raggrovigliandovela su, ma con tale 
ordine, che ritrovato poi il capo, mediante l' aq- 
qua calda in che si pongono a trarre, si disfanno 
come un gomitol di refe. Et cosi come con di- 
screta mano si posson metter sulle frasche lon- 



414 

tane, cosi ancora, quando eglino sono a questo 
termine, si possono trasportare in una altra 
stanza vicina, non esseudo quella dove sono 
stati capace al lavoro ; et ancora quando i bachi 
sono rimasti radi in sui lor letti, ponghinsi a 
questi, destramente appoggiandovele, le frasche 
sopra, che senza scomodo possino adagiarsi a 
farvi i bozzoli ; et quanto più stanno radi sulle 
frasche, meglio vi lavorano ; imperciò, riuscendo 
troppo* spesse, diradinsi subito, spiccandogli pia- 
namente. 

Né s' abbandonino mentre lavorano, ma 
- s' aiutino di quello che può loro occorrere, 
come che cascando raccoglierli et raccattargli, 
et andando temporale, freddo o di piova, aiu- 
tinsi con profummi, et si procacci loro senza 
fummo temperato calore, nulla più amando loro 
che '1 caldo, massime essendo di natura freddi; 
et allora diventati freddissimi, per avere spur- 
gati tutti gì' escrementi et senza cibo, pare 
che per lor riparo di schermirsi dal freddo, per 
non essere da quello offesi, si racchiugghino 
nel bozzolo, mutandovi poi dentro natura et 
diventandovi bachi d' un' altra sorte con le ali 
per conservar la razza, forandolo in capo a dieci 
giorni in circa, lasciando nel bozzolo una certa 
scorza sottile e negra. Et la farfalla è bianchis- 
sima, pelosa, con ali doppie, con due corna so- 
lamente, ritenendo le tre gambe dinanzi; la 
quale bagnando prima il bozzolo lo va rodendo, 
et esce fuori da quella cartilagine fortissima, 
vario da sé medesimo ; et se 1' è femmina fa 
subito r uova senza il maschio vane, si che non 
ne nascono poi i bachi, per non v' esser la virtù 



415 

generativa. Per V osservazione che s' è anta, che 
giornalmente si può comprendere et vedere, 
eglino penano due giorni interi, più o meno, 
secondo passa la stagione di troppo caldo o 
freddo, che ritarda loro o sollecita il lavorare; 
et quando di dentro et per tutto gì' han forniti, 
si cognosce a sperargli alla lucerna, che sendo 
diafani si vedrà il baco star fermo, come tes- 
sere, non avendo terminato il lavoro. Et l' in- 
dugiare poi più o meno dei dieci giorni detti 
a dar fuora le lor farfalle, viene dalla fievolezza 
o gagliardia del baco, cagionatagli in prò o 
contra dalla stagione che corre. 

Deonsi lasciare stare sulle frasche i bozzoli, 
da che si cognosce che abbin finito, quattro o 
sei giorni, per assicurarsi di spiccarnegli fatti, 
non essendo ragionevole a credere che gì' ab- 
bino condotti tutti a un tratto. Nello staccargli 
ponghinsi da parte i meglio fatti più grandi, 
forti, sodi, gialli et ranciati; et togliendo dei 
doppi, si saperrà di certezza doverne nascere 
due farfalle maschio et femmina, cosi compor- 
tando r amor coniugale fra loro, di racchiudersi 
insiememente ; ma la seta che si cava di questi 
non è in stima a gran pezza quanto degli scempi; 
et di tutti si può separare i più bianchi, che 
essendo di seta debole e floscia serviranno a 
far dei veli. Quelli che si vogliono per seme, 
infilinsi con l' ago in una gugliata di refe, guar- 
dando nel passargli per diritto o per traverso 
di non offendere bucando il baco che v' è den- 
tro; et ponghinsi in lato fresco ove non batta 
il sole gli scaldi il fuoco: et simile stanza 
s' elegga per quelli che si conservano a far la 



416 

seta. Ma prima che vi si riponghiiio, si tengliino 
stesi su lenzuoli al sole per quattro o cinque 
di; et quando fosse per pioggia o altro tempo- 
rale contrario, in su graticci o sacchi ponghinsi 
dentro al forno che sia scaldato tiepidamente, 
et rimescolinsi qualche volta, perché sentendo 
tutti il caldo, senza offesa del bozzolo v' abbino 
a morire dentro tutti. Vivono i bachi della seta 
venticinque di avanti si mettino a fare il boz- 
zolo, nel quale stan due giorni a farlo; et doppo 
dieci o quindici diventano nelF uscirne, foran- 
dolo, farfalle, le quali vivono da nove o dieci 
giorni et non più ; et subito nati, congiungen- 
dosi il maschio con la femmina, usando visibil- 
mente il coito, nel termine d' un giorno o poco 
spazio più, manda fuori 1' nove. Ma tosto che 
elle sono nate, pigliandole co '1 toccarle legger- 
mente s' hanno a porre sopra panni lini netti, 
puliti et bianchi, o su carte di colore azzurro, 
in luogo fresco come quello dove si sono tenuti 
i bozzoli bucati attaccati a chiodi in quella 
stanza penzolone, sapendo che in quella carta 
azzurra daranno sempre più sementa ; et cogno- 
scendo che di numero sieno avanzati i maschi 
dalle femmine, accozzinsi i maschi a mano con 
esse, avvertendo che un solo basta a due et 
non più. Cognosconsi che il maschio è più 
piccolo et più sgarzo et magro della femmina; 
et avendo operato, diventano di colore scuro 
et in otto di si muoiono. 

I bozzoli tenuti al sole accanto si deono 
spelare di quella lanuia che hanno addosso, sti- 
randola forte con le mani, che è materia buona, 
pettinata et acconcia ricardata, a far tele di 



417 

fìlaticcio et bozzima, per riempire altri drappi 
che si fanno di sete ; et spogliati s' hanno a dare 
a buone et perfette maestre di trame, avver- 
tendo che elle non sieno nuove nell' arte et poco 
pratiche, et che le adoprino per trarla aqqua 
di fonte, fiumi o rii che corrino, et non di pozzo 
et cisterna, facendo 1' aqque ferme et stagnanti 
non mai la seta tanto fine et buona, quanto 
quella. Le legne ancora che s' ardono nel for- 
nello sotto la caldaia di ,rame sottile et non 
molto grande, muratavi sopra con lo sfiatatoio 
di doccioni fuori della stanza, che dee essere a 
terreno et luminosa, siano secche. Queste sono 
tutte osservazioni necessarie, né è da farsi me- 
raviglia dell' aqqua che si ricerchi dovere essere 
della qualità sopradetta, poiché è cosa manife- 
sta et che s' ha ad avere per constante, che 
r aqqua dei fiumi che volta le ruote dei mulini, 
sendo torbida et fangosa, fa il pane più nero 
assai dell' aqqua limpida et chiara. La seta tratta, 
riavuta dalle maestre, si dee legare a guindolata 
per guindolata in matasse, ben stretta e ser- 
rata, et riporre in lato dove non sia polvere, 
che questa 1' offende et abbruttisce fuor di modo, 
si come la danneggia assai il tenerla in luogo 
umido et che sia sporco et mal netto. Nelle 
casse addunque di legname asciutto si conser- 
verà al giusto peso benissimo, sino a che la si 
vogii o vendere, ovvero per si adoperare. 

Et della seta che si può cavare dai bachi 
della seta sia detto a bastanza, come del go- 
verno, custodia et riparo dei lor malori. Adesso 
mi sovviene di dire si come si ritruova scritto 
appresso alcuni, che gì' antichi cavavano la seta 

27 



418 

dalle foglie d' arbori particolari della Sera o 
Sericana, della Scizia, dell'Asia maggiore, et 
cosi dell' Etiopia, dalle f rondi del nardo, petti- 
nandola et riducendola da potersi filare et poi 
tessere, cosi d' uniti come di variati colori, nella 
maniera che continuamente se ne vesti Elioga- 
balo. È ben da credere che la non fosse di quella 
bontà che fanno i bachi d' essa, per essere le 
foglie piccole et corte, et cosi la lor seta dover 
riuscire grossa, snervata et di tristo colore et 
ancor disuguale et senza comparazione non 
tanto lunga, sendo che pigliando un bozzolo 
solo et trovato il capo, svolgendolo sopr' il guin- 
dolo dalla caldaia, tirerà più centocinquanta 
braccia, se sia punto bozzolo da vedere; et 
quella cavata dalle foglie conviene che la sia 
spezzata et rotta et più mal comoda a lavorare. 
Con tutto ciò gì' antichi avevano espressa co- 
gnizione del bombice, che è il baco della seta, 
sebbene si truova descritto un poco differen- 
ziato dal nostro in Plinio che dice cosi: « Il 
bombice è un verme peloso che lo colgono nel- 
r isola di Coo da cipressi, trementini, frassini 
et querele di quel paese, i quali cadendo dal- 
l' alito della terra sono animati ; et prima di- 
ventano farfalle piccole e nude, di poi, non 
potendo patire il freddo, si vestono contro l' in- 
verno; imperciò con i piedi, quali hanno aspri, 
radono la lana dalle foglie et ne fanno quasi 
velli, et con le ugnie la scardassono et petti- 
nano, di poi la tirano fra' rami et l' assotti- 
gliano con pettinarla, e dopo molti doppii si 
rivolgono dentro ; allora gì' uomini gli pigliano 
et tengono caldi in vasi di terra, nutricandogli 



419 
di crusca, tanto che nasca iu loro nuova et 
naturai piuma, della quale vestiti si rimandano 
a far nuovi velli; et le lane che da questi si 
tolgono diventano morbide con 1' umido, et più 
appresso si filano con un fuso di giunco ». Sin 
qui Plinio ; et Pausania scrive cosi : « Nasce 
nella terra di Sera un verme che è due volte 
maggiore dello scarafaggio, nel resto somiglian- 
tissimo del ragnatelo ; quivi i Seri lo nutricano 
con gran cura, fabbricandogli stanze cosi per 
r inverno come per l' estate. Ha otto piedi come 
il ragnatelo ; fa l' opra sua da tessere sotto 
gì' arbori ; vive quattro anni di panico, et il 
quinto, che è 1' ultimo della sua età, avanti che 
egli muoia, gli pongono innanzi una canna verde, 
della quale si ciba volentieri; et sazio se gli 
rompe il ventre, et gli cavono fuori un batuf- 
folo di seta ». Strabone, trattando della fecon- 
dità dell' Indie, scrive esservi alcuni arbori pie- 
ghevoli, nei quali però nasce una certa lana, 
della quale dice Nearco tessersi vesti, et i Ma- 
cedoni, usando quella per filare, farne vesti di 
seta. Et Virgilio ancora disse i Seri pettinar la 
seta dalle foglie d' arbori. Però il nostro baco 
non è di questi (^). 



^^-^ 



(1) Trasversalmente, sul margine di quest' ultima pagina che è 
la car. 263 verso, si trova scritto in carattere più piccolo : « Tratta 
» la seta dal bozzolo quanta se ne può, si pone il resto a infradi- 
» ciare al sole, poi si lava cavandone il baco et si straccia per 
» filaticcio fino ». 



Oggi 28 agosto 1907 ho finito di rivedere le 
stampe di questo bel testo: dolente al sommo che non 
abbia potuto con me vederne la fine Quegli che mi 
incoraggiò e diresse nel lungo lavoro della pubbli- 
cazione. 

A. B. 



INDICK 



Preliminari 

La E. Commissione pe' Testi di Lingua e i suoi 
presidenti Francesco Zambrini e Giosuè Car- 
ducci pag. XI 

Prefazione ... ; » xxvii 

Della Pecora cap... [Frammento del Rifacimento] . »xxxiii 



Trattato degli animali domestici 

Le Pecore pag. 3 

Le Capre » 34 

I Porci » 63 

II Cavallo » 93 

n Mulo , » 177 

Il Cammello » 184 

Il Bufalo • • . • » 186 

Il Cane > 187 

Il Gatto » 199 

Il Bue » 200 



422 

Galli e Galline ; Pavoni e Pavonesse d' India . . . pag. 252 

I Colombi » 309 

I Pavoni » 331 

Le Oche » 341 

I Cigni, le Gru, gli Struzzi, le Cicogne, le Anitre, ecc. » 349 

I Francolini, le Acceggie, le Starne, le Quaglie, ecc. » 360 

I Fagiani » 389 

Le Chiocciole » 393 

I Bachi da seta • » 395 

Conclusione » 420 



SF 


Sederini , Giovanvettorio 


77 


Il trattato degli animali 


S6 


domestici 


1907 




Biological 




A( Medicai 






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r. 


•»