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Full text of "Traduit Du Polonais"

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1.1'VrEAJ 

’i: 





MEMÔBIE BIOiâ^TE DA SÜOI SCfiITTI 

B COORDW\TB 

dalPArr, ÉNRICO TATÂLLINI 


VOLUME] II 



TORINO-ROMA 

CASA EDITRICE NAZ||>NALE 
Roux E VlARENOO H ^ 












SANTINIKETAN 

VISWABHARATI 

LIBRARY 


?45 T/r 


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XK. 


Il Conoilio Eoamenioo — Sorveglianza au Garibaldi ad àrresto di Mazzini — I 
Franoesi .abbandonano lo Stato pontificio e si ritorna alla GouTenzioue del 16 
settembre — La questloua dl Roma alla Cameri^ ~ Sella e la Sinistra ~ 
Lanza al Senato Lanza 'ed il principe Napoleone Gerolamo — Soonfitta di 
Sédan — Missione del conte Ponza di San Martino al Papa La diplomazia 
— L'eseroito iiallano entra in Roma. 


Pio IX aveva indetto un Goncilio ecumenico m Borna e 
683 vescoTÎ, oltre-i cardinaK, Vesuti â’^ni parte del mondo, 
si trovarodo àdunati, nel principio de^870, intorno al Papa. 

Da quelle di TreatOj iacoaûaciato,.,nel 1545 e finito nel 
1563, più nessun altro GoncUio ecudienico era stato mai 
tenuto; e fu quello un evento d’altissima importanza e 
:4i grande solennità per la Ghiesa, che destè pure una 
viva agitazione fra'^ le poteaze, per il quesito che si deveva 
Hsolvere sull’infallibilità del Pontefice. 

'îi’annunzio di questa tes! aveva fatto temere che quél; 
l’attributo potesse convertirsi in un’arffia troppo poteajfo 
pel Papa, quando avesse voluto introinettérsi negli af^ 
d’ordine polltico negli Stati. , 

Anche Lanza partecipô a taie agitf|||^. spécialmeoie 
per la tema che daU’iBfattl|iiit| 4i peiid degma 

1 — Lanza, Memom, Vol. IL 


àel potere tempp*|ë î 

ésatte infomazàto ^^ei i«i|li^|ppini che si recavano al 
Concilio, e delta; pwre a ri“* 

francare i timidi îll* già bene disposti, 

perché badassero une scisnaa cou pro- 

clamazioni di ass^taÉ^jilib esà|^ato, ma vedessero se non 


vi fosse modo di getti^b i^ quel consesso i primi germi 
di trattative fra il ÎPontefice e Tltalia, che rendessero 
compatibile, con l’indipendenza di quello, il compimento 
deir unité di questa. ^ 

Vittorio Emanuele, informato a Torino dei disegni di 
Lanza e delle disposizioni prese, suggeriva d’inviare a 
Borna persona che sapesse porsi a contatto con i prelati 
e che tenesse informato minutamente il Governo di tutto 
ciô che vi accadeva. Lanza già vi aveva un suo incaricato 
spéciale, ma trovô tuttavia opportune il suggerimento, pef ^ 
l’ottiina occasione che gli si offriva di valersi dell’opera 
di Berti, il quale si recava a Borna per suoi studi sto- 
rici. Al Be egli rispondeva subito per telegramma il 27 
gennaio : « Accettato suggerimento, invio persona di fi/ ‘ 
ducia, probabilmente deputato Berti, se scelta aggrada 
V. M. Egli conosce molti personaggi ed è dotto nella 
materia ». 

Ed all’amico Berti scriveva il 1* febbraio. 


Caro amico, 

Giacchè hai deciso di recarti a Borna per i tnoi studi storici, ; 
mi approfltto di questa buona occasione, per pregarti di volere in- 
dagare atteutamente le cose del ConciUo ecnmenico, onde conoscere 
16 qnestioni più importanti che vi si vogliono trattare, la loro 
relazione cogli interessi morali e politici d’italia, la discrepanza 
delle opinion! ihi l’episcopato convocato colà, e massime il modo 
di. pensare sopra di esse da parte dei prelati italiani. 

Lo schéma deBâ infiUlibilità pare sia quelle che predomini sopra 
ogni altra questlMâ e 4tae sia anqïe l’argomento su! quale siàsi 



paleiâ^to' ir*'mag^fore 
verni civili^ non ^poasono 

di '^nella qnestione, pesr il «ni r^KPC^ ^ ptà, 

ilPfl!.pafco e lo_Stato, '" 

Qoalora venisse .i respon^ ^ 

in materia di fede e ' verrèM^ero ' pro« 

nunciaj^ da colni, che per essere ooâ^li^iièaménte 
Chiesfa e Principe temporale, potmbe lar eervire a qnesïô diipUée 
interdise le sue décision!, e creare gravi conflittî tra la CSiesa e 
lo Stato. r 

H regno îtaliano sarebbe per certo il primo a sentire i %olpi di 
questa naova possanza data al Papa. 

Non sarebbe a maravigliarsi se alla proclamazione del nnovo 
dogma, si volesse pore associare la necessità del potere temporale, 
corne condizione indispensabile airesercizio sicnro di quel nnovo 
attribnto, e cosi portare al colmo T antagonisme tra Tltalia ed il 
papato, e tra il clero e gli italiani. 

La costituzione stessa délia Chiesa Cattolica verrebbe profonda- 
mente vulnerata, giacchè essa è fondata snlla indipendenza e libertà 
de’ suoi rappresentanti rinniti nel Sinodo e le sue decision! sono ap- 
punto reputate dai credentî corne verij perché si snppone che sîano 
prese ed accettate da tutti i fedeli in segnito ad un esame coscien- 
ziqso, profonde, libero. Somme interesse degli Stati e de! Govemi 
è derto quelle di custodire questa forma costitutiva délia Chiesa. 

'Qneste considerazioni e moite altre, che sarebbe inutile ram- 
mentarti, dette corne sei nella materia, ti avranno già fatto persuaso 
délia utilità di adoperarsi, per quanto sia possibile, acciocchè venga 
rimosBo il pericolo délia proclamazione délia infallibilità e percié 
d’incoraggiare quella parte deirepiscopato italiano, non sistemati- 
camente |iwersa aU’Italia, a respingerla. 

HPri Tlûl O 'PAma rmfvAofl AAnf«*{Knîi.A Ti4-41mAM4>A a 

intente, mettendoti in relazione con queî Vescovi che stimerai più 
adatti, per la loro inâaenza e per le loro convinzioni, à promue- 
vere questa crociata contro le pretese esorbîtantl de! partito gesuitico 
ed ultra cattolico. l 

Âncorchè la tua misdone andasse fallîta, ayr^%uliam^o 
un segnakto servizio al Govemo ed aU’ltaliSÿ taélando ^ 
giurare un avvenimento che pué aiîecalf serle e^^ 



Berti seppe dimostrare- che Lanza non avrebbe potuto 
fare scelta migliore.Se nulla potè influire sulle decisioni del 
Concilie, egli seppe tuttavia tenere minutamente informato 
il Ministère di tutto ciô che vi' Si faceva e delle opinioni 
dei principali prelati intervenutivi e seppe, cosa ben più 
importante, preparare gli animi di molti ail’ éventualité, 
che allora non si supponeva cosl vicina, di un’occupazione 
di Roma per parte dell’Italia. 1 prelati più concilianti e 
più libéral! si raggrupparono attorno a lui, e messi in 
relazione col Governo italiano, furono più tardi i saggi e 
raiti consiglieri, che temperarono moite asprezze e scon- 
giurarono, nel période più acuto dell’ occupazione, moite 
risoluzioni avventate, a cui gl’ intransigenti tentavano di 
trascinare il Papa. 

Tutto quell’affannarsi delle potenze europee, presse il 
Papa ed il Concilie Ecumenico, non impedi che l’infallibi- 
lità del Pontefice venisse proclamata, destando fra quelle 
un generale malcontehto, che contribul, pochi mesi dopo, 
ad appianare aU’Italia la via di Roma. 

Il momento délia conquista di Roma, tanto sospirato 
dagli italiani, venne finalmente; ma non senza quelle diffi- 
coltà e quelle molestie che sono uno dei gravi inconvenienti 
del régime parlamentare nelle imminenze di fatti impor- 
tant!, in cui s’esige segretezza, calma, prudenza e comando 
di pochi, mentre tutti vogliono sapere quanto si fa e 
quanto si vuol fare, dirigera, comandare ed imporre gli 
atti più assurdi e pericolosi. 

Il Ministero aveva veduto che la gueiTa franco-germa- 
nica gli avrebbe aperte le porte di Roma. Il modo poi di 
andarvi non poteva fin d’allora essere previsto ; ma i pre- 
liminari che dovevano preparare quel fatto e la condotta 
che il Governo aveva a tenere, erano stati chiaramente 
discussi e decisi. La premessa che Lanza pose, col con- 
Bâoso unanime dei suoi colleghi, si fu che a Roma era 
il Governo italiano che doveva andare e non la rivolu- 



zione; meno poi che tutti Mazzini e Garibaldi, dei qnali 
a nessim costo egli voleva valersi. Non si trattava d’up 
reame di Napoli, del quale poco avevano potuto preoc- 
cuparsi le potenze europee, nulla gPindividui ; ma dt uno 
Stato e di un potere che aveva con sè milioni di cat- 
tolici; e solo un’occupazione ordinata e condotta colla 
massima prudenza avrebbe potuto renderla tollerabile e 
duratura. 

Di qui incominciô Lanza a prendere lemosse; e consa- 
pevole dell’agitarsi dei partiti mazziniano e garibaldino, i 
quali anelavano a prevenire il Governo neli’ occupazione 
di Roma, divisô di prémunirai contre quel tentative, fer- 
mandone i capi. 

Meritre pertanto provvedeva perché Garibaldi, ritirato 
a Caprera, vi fosse attentamente sorvegliato, risoluto ad 
arrestarlo se si muovesse, ordiiiava subito al Prefetto 
di Genova, dove gli constava trovarsi Mazzini, che lo si 
arrestasse, indicando pure corne si doveva procedere : 

Caso arresto, Mazzini dovrà essere subito condotto nel modo più 
flegreto che sia possibile Torino e di là a Fenestrelle. Occorrendo 
rinforzo trnppe cotesto Comando militare ne chiegga Comando 
Alessandria. Inutile raccomandarle massimo riguardo persona e 
débité precauzioni per evitare tumulti, 

G. Lanza. 

Il Prefetto titubava e temeva di commettere un atto 
illegale; ma Lanza insisteva col seguente telegramma, al 
quale aggiungeva maggiori spiegazioni con lettera : 

9 agosto 1870. 

Se il note agitatore si trova costi; importa per ragione di pub- 
blica sicurezza, ricercarlo ed arrestarlo a qualuaque costo. 

La sua venuta non pu6 avéré altro scopo che quelle di organiz- 
zare un moto sovversivo. Le sue lettere pubblicate ip vari pNerio- 
dici, indicano chiaramente quali siano i suoi disegte. ’Gonfido éttà 



avrà consenziente l’Antorità giüteiària, tanto nelle perquisizioni 
quanto neirarresto. In ognl caso ne assuma sopra di sè e sopra di 
me la responsabilità. 

Se stima utili i servigi délia persona da Lei segnalata, la ado- 
pei’i pure. 

G. Lanza. 

Firenze, 12 agosto 1870. 

IlLmo Signor Prefetto, 

Colla pregiata sua lettera privata Ella mi chiede con quai ti- 
tolo e con quai mandata si potrebbe arrestare il Mazzini! 

Lo chiegga airitalia od alFEuropa, che le risponderà essere il 
Mazzini il capo agitatore e Tispiratore di tutte le congiure repub- 
blicane che siansi tentate da 20 anni in qua. 

La sua complicità negli ultimi moti sovversivi e nella forma- 
zione di bande armate è posta fuori contestazione. Tutti lo hanno 
detto ed egli stesso lo ebbe implicitamente ad ammettere nelle sue 
lettere, starapate mWUnità d'italia. 

Se Mazzini è nascosto costi, la sua venuta non pu6 avéré altro 
scopo, che di organizzare un altro moto sovversivo, non solo in 
Genova, ma in altre parti dTtalia. 

Dobbiamo attendere che il moto sia scopplato, chi sa con qnaj 
esito, e ch^egli sia colto colle armi alla mano per credere che sia 
reo? 

Pensi, sig. Prefetto, quale e quanta responsabilità peserebbe sul 
Governo e massime sopra di Lei, se ci6 accadesse ! 

L’arresto di Mazzini sarebbe accolto in tutta V Italia corne un 
atto di vigore non solo, ma di avvedutezza politica e getterebbe 
lo scompiglio nelle fila de’ suoi adepti; montre se, per scrupoli 
legali, lo si lasciasse consumare il suo disegno sovversivo, il Go- 
verno incorrerebbe nella taccia d’inettezza e d’ imprevidenza 
politica. 

A nessuno verrà mai in mente che, se Mazzini si trovava pré- 
sente a Genova durante V ultima sommossa, vi sia stato aôatto 
estraneo ; e Tarte somma colla quale ha cercato e cerca di nascon- 
dersi, basterebbe per giustificare Tatto dell’arresto. 

Perciô, con o senza mandate giudiziario, Ella deve fare ogni 
flforzo per împosséssarsi di lui, e questo suo atto energico non 



potrebbe che ritornarle a se sorgesse il saspetto che, 

per mancanza di risolutezza e di coraÿgio, si fosse trascurato di 
impadronirsi del principale fra i capi cospiratori, montre lo si sa- 
rebbe potnto fare. 

Gradisca, egregio signore, le espressioni délia sincera mia stima^ 
montre mi proferisco di Lei 

Devotissimo 

G.Lanza. 

A Genova non si veniva a capo di nulla ; e Lanza man- 
dava telegrammi ai prefetti di Napoli e di Palermo, per- 
ché il nota agitatore fosse arrestato se ponesse piede in 
quelle città. 

Corne quell’arresto fosse condotto ed eseguito, lo dicono 
i seguenti telegrammi : 


12 agosto 1870. 

Prefetto di Palermo, 

^ Nei giorni scorsi si riteneva che Mazzini fosse a Genova, dove 
fn inutilmente ricercato dalla polizia. Continnano ricerche. Non 
consta che sia passato a Napoli. Se mai giungesse costi approvo 
sno arresto. 


G. Lanza. 


Medici da Palermo, 


13 agosto 1870. 


Corne avvisai ieri, Mazzini ginnto questa mattina sul postale 
di Napoli; fatto tradurre a bordo fregata Ettore Fieramosca. 

Ad evitare probabili agitazioni in paese, faccîo partire fregata 
per Messina dove attenderà miei ordini in conseguenza disposizioni 
V. E. sarà per comunicarmi. Forse migliore partito sarebbe quelle 
imbarcarlo per Inghilterra. 



^ 8 — 


13 agosto 1870. 

Prefetto Pahrmo, 

In attesa decisione ConsigUo ministri faccia cnstodire Mazzini 
a bordo fregata Fieramosca. 

Domani riceverà risposta definitiva. 

Forse sarà accettato suo savio parère. 

G. Lanza. 


13 agosto 1870. 

Prefetto Palermo^ 

Faccia salpare fregata Fieramosca con Mazzini a bordo per il 
Golfo di Gaeta, dove si tratterrà sino a nuovo ordine. Raccomandi 
Capitano fregata usare verso prigioniero tutti i riguardi dovuti 
all’età ed alla qualità délia persona. 

G. Lanza. 


13 agosto 1870. 

Prefetto Napoli^ 

Mazzini partito da Napoli sul vapore postale, approdô oggi 
lermo, dove riconosciuto fu arrestato ed ora è custodito sulla^ÉB*» 
gata Fieramosca. Voglia dirmi se Ella ebbe notizia suo arriva , 
costi e sua partenza, ed informarmi di dove sia partito per recarai 
Napoli. 

G. Lanza. 


Da Napoli 


14 agosto 1870. 


leri (12) verso le undici ebbi lettera con cui mi si avvertiva 
da mio confidente dell’Alta Italia, che Mazzini il giorno 11 o 12 
doveva imbarcarsi a Genova per Napoli. 

Poco dopo mi arrivé telegramma prefetto Palermo con cui mi 
avvertiva che Mazzini stava per recarsi colâ da Napoli. Ordinai 
subito al questore di disporre un buon servizio per riceverlo a 
bordo e trattenerlo; ma i funzionari incaricati non avendolo ben 
riconosciuto esitarono e lo lasciarono partire. 



Saputosi il dubbio risultato, fu subito telegraMo a Palanno 
perché si procedesse a mîgliore esame che diede risultato. 

Vuolsi abbia dimorato qui in casa taie Pasquale per cui ho 

disposto perquisizionO; arresto. Qnanto alla mala esecuzione data 
qui agli ordini mîei Le scriverô per posta. 

D’Afflitto. 


14 agosto 1870. 

Prefetto Qenovaj 

leri Mazzini è stato arrestato a Palermo proveniente Napoli. 
So che parti da Genova tra il giorno 11 ed il 12 corrente, 
dopo aver ivi dimorato due settimane. 

Evidentemente costi non si seppe o non si voile arrestarlo. 

Attende suo rapporte che giustifichi condotta Autorità politiche. 

G. Lanza. 

15 agosto 1870. 

Prefetto Caserta, 

tà prevengo che fregata Ettore Fieramosca arriverà oggi nel 
gé^o di Gaeta con Mazzini a bordo. Si vorrebbe custodirlo in 
qualiche forte di Gaeta se si trova un locale sicuro ed abbastanza 
conveniente. Procuri di fare indagini e informare prontamente. 

G. Lanza. 


Prefetto Caserta, 


15 agosto 1870. 


Comunichi comandaute presidio e comandante fortezza Gaeta 
seguente ordine Ministère guerra: 

Faccia sgombrare prontamente locale Santa Maria dove ora sono 
ufldei artiglieria per destinare detenuto Mazzini, che resta affidato 
alla sorveglianza e custodia del comandante fortezza, sotto la sua 
responsabilità. 

Provveda d^accordo col direttore di artiglieria altro locale per 
uflSeio. 


Ministro Govonb. 



— 10 — 

Incarichi Sottoprefetto di fare arredare e mobilîare alloggio îa 
Santa Maria conveaientemente, e di raccomaadare che prigioniero 
politico sia trattato coa tutti i riguardi dovuti all'età ed alla 
qualitâ délia persoaa. 

G. Lanza. 


Da Caserta^ 


17 agosto 1870. 


Mazzini è stato consegnato al comandante fortezza ore 10 
Non accadde alcun incidente. Prigioniero sembra soddisfatto al- 
loggio. Sottoprefetto è tornato sua residenza. 

COLUCCI. 


Torino, 19 agosto 1870. 
Lettera anonima a Lanza. 

Signor MinistrOj 

Se a voi non preme di visitare al più presto il vostro amico 
pieraontese Escoffier (1), ordinate tosto Tescarcerazione di Mazzini. 


Frefetto Gaserta, 


19 agosto 1870. 


Accordi prigioniero Mazzini quanto cbiede in sigari, bevande e 
gelati, ma si ordini massime precauzioni per impedire relazioni sue 
con esterai, in qualsiasi modo. 

G. Lanza. 


- COMUNICAZIONB ÜEFIOIOSA. 

La Nazione, nel suo foglio d'oggi, si compîace di pubbblicare una 
lunga lettera di certo Adriano Lemmi, ove si racconta una storiella 
di trattative fra vari ministri e deputati di Sinistra, per ottenere 
che ad una signera arnica di Giuseppe Mazzini fosse acconsentito 


(1) Assassînato a Eavenna. 



^recarsi a coabitare seco lui xiella fortezza dî Gaeta, allô scopo 
di assisterlo in causa di malattla. In qnella lettera si fa parola. 
di promesse fatte da taluni Ministri e quindi dîsdette da altri, ecc. 

Tengono dietro, in fine alla lettera, le considerazîoni morali 
proprie délia direzione del giornale, la quale, ben inteso, ammôtte 
che tutto quello narrato nella lettera sia sacrosanto, e quindi si 
accusa il Ministero di duplicità, di mala fede e dlnettezza, ecc. 

Noi siamo autorizzati a dichiarare completamente inesatte ed 
erronee le notîzie date nella lettera, non ci curiamo punto delle 
considerazioni del giornale, siccome basate sul falso. 

Sappiamo bensi che una signera, per nome Carlotta Benettini, di 
Genova, ricorse al Ministro deirinterno per ottenere il permesso di 
tenere compagnia e prestare assistenza a Giuseppe Mazzini in caso 
di malattia. Le si rispose che prima di acconsentire al suo desi- 
derio, il Ministro avrebbe scritto al Prefetto di Caserta ed al co- 
mandante délia fortezza di Gaeta, per conoscere se nulla vi ostava 
e d’interrogare pure il Giuseppe Mazzini se gli sarebbe tornata gra- 
dita taie compagnia. 

Ora si attende la risposta, in seguito alla qualq il Ministero 
deciderà sulla demanda. 

Bertani, noto amico di Mazzini, nella seduta del IG 
agosto interpellô il Ministro deirinterno su quell’arresto, 
dicendolo illegale, ma Lanza seppe addurgli ben altri mo- 
tivi di legalità, senza uopo di svelare quale fosse quello 
che più raveva mosso; e cosi gli rispose: 


lo non dubito punto che Tonorevole Bertani conoscesse dove 
Mazzini abitava, e corne si portasse da una città all’altra. Questo 
non lo posso contestare, anzi sono inclinatissimo a credere aile sue 
parole; (si ride) ma che poi Mazzini passeggia^se liberaraente, 
sotto il proprio nome e senza mentite spoglie, questo assolutamente 
lo nego. So che Mazzini è transitato per diverse città dltalia, 
ma mentendo nome e sotto simulate apparenze. (No ! no ! a sini- 
stra, SU si! a destra) 

Basta il fattb che Giuseppe Mazzini, a bordo del vapore postale, 
ha dichiarato un nome conforme a quello che aveva sul passaporto 
e che non era il suo; basta, dico, questo fatto per distruggere 



— 12 — 


completamente Tasserzione delUonorevole Bertani, che Mazzini, cioè, 
passeggîasse corne un cîttadîno qualunque, senza in nessun modo 
cercare di sottrarsi agli sguardi altrui 

Bbbtani — A Genova. 

Ministko per l’interno — Nemmeno a Genova. 

Bertani — Noi lo sapevamo. 

Ministro per l’interno — Lo credo, anzi sono informato che 
ella lo sapeva. (Eisa) 

Del reste, o signori, chî pu6 dnbitare un mbmento che Mazzini 
non si sia trovato compreso in tutte le cospirazioni italiane? 

Ê forse l’onorevole Bertani che vorrà difendere Mazzini a questo 
riguardo ? 

Bertani — Anzi gliene faccio un elogio. (Interruzioni a si- 
nistra) 

Ministro per l’interno — lo credo che, se il Governo avesse, 
per un riguardo qualunque, tralasciato di arrestare Mazzini, quando 
lo vide sbarcare in un punto, dove pur troppo esistono non po- 
che materie vulcaniche (Ilarità, rumori) e facili ad esplodere, 
avrebbe commesso un atto di somma imprevidenza. Ora sta ai 
tribunali a decidere se il Governo abbia agite corne era suo di- 
ritto, e se queirarresto fosse da lui eseguito fondandosi su suffi- 
cienti motivi. 

Del rimanente, o signori, l’atto dell’arresto è perfettamente re- 
golare, poichè quando un individuo simula il suo nome e ne prende 
un altro, per questo solo egli è sospetto ; ed essendo preso in 
flagrante, l’Autorità politica non ha bisogno di avéré preventiva- 
mente un mandate daU’Autorità giudiziaria per procedere alFar- 
resto; (Movimenti in varia senso) basta che nel termine volute 
dalla legge lo consegni alla stessa Autorità giudiziaria, onde re- 
golarizzi il mandate ; ciô è stato fatto, e TAutorità giudiziaria, 
corne dissi, ha rilasciato il mandate d'arresto. Ora sta ai tribu- 
nali a decidere flno a quai punto il Mazzini si trovi colpevole 
dellô imputazioni che gli sono State fatte. 

Un altro fatto ancora di non minore importanza era 
necessario che si compisse, perché l’occupazione di Roma 
divenisse possibile ; ed era lo sgombro délia guarnigione 
francese dallo Stato pontificio. Il Ministero non pote va 



disconoscere che, finchè la Francia stava a Roma, essa 
costituiva il massimo ostacolo alla libertà d’azione del- 
ritalia, qualunque fosse per ossere l’esito délia guerra 
in cui quella nazione si trovava impegnata. Ed in verità, 
se la fortuna delle armi le riusciva favorevole, si allonta- 
nava più che mai la possibilità di scacciare colla forza 
i Francesi da Roma ; se le riusciva avversa, sarebbe 
stata la massima delle abbiettezze l’assalire, con facile 
ardire del momento, le poche soldatesche di una grande 
nazione, proprio nell’istante in cui qwesta si trovava 
prostrata e neU’impossibilità di soccorrere i suoi figli 
e di far valere i pretesi suoi diritti , e quando da tre 
anni essa era a Roma e non si era mai osato di mo- 
lestarvela. 

Non era certamente un Ministère presieduto da Gio- 
vanni Lanza, che avrebbe adottato una politica cosi in- 
generosa non solo, ma gravida di pericoli per l’avvenire. 

Non appena furono incominciate le ostilità, la Francia 
aveva deciso, corne si era preveduto e desiderato dal 
Ministère italiano, di richiamare la sua piccola guarni- 
gione da Roma, ed aveva divisato di richiamare nello 
stesso tempo in vigore la Convenzione stipulata il 15 set- 
tembre 1864. Infatti Gramont, ministre di Napoleone, scri- 
veva il 31 luglio a Banne ville, ambasciatore a Roma : « . 

non 500 uomini, ma 100,000 ci ab- 

bisognerebbero a Roma ; perché la prudenza obbligherebbe 
a prevedere un coiiflitto col Governo italiano, al quale 
noi avremo fornito un pretesto per credersi svincolato 
dalla Convenzione e per rivendieare la piena libertà de’ 

suoi atti È dunque neeessario sostituirvi, 

durante la guerra, garanzie politiche ; ed il solo mezzo è 
di ritornare aile stipalazioni da cui l’Italia è vincolata 
verso di noi ». 

Infatti la Francia il 2 agosto avvertl il Governo ita- 
liano, che essa era disposta a far ritorno alla Conven- 



— 14 — 


zione ed a ritirare da Roma i suoi soldati. Il Ministero 
italiano rispose il giorno 4 che prendeva atto di quella 
determinazione, soggiungendo che il Governo del Re, in 
ciô che lo concerneva, si sarebbe esattamente conformato 
aile obbligazioni risultanti dalla Convenzione del settem- 
brq 1864. 

Quell’atto del Governo italiano fu, io credo, som- 
mamente politico; chè s’egli avesse respinto la proposta 
di richiamare in vigore la Convenzione, bastava che la 
Francia lasciasse negli Stati pontifici un drappello soltanto 
dei suoi soldati, per mettere l’Italia nella stessa posi- 
zione imbarazzante che ora vedemmo ; ed era in vero a 
prevedersi che, resistendo noi alla condizione richiestaci, 
la Francia non si sarebbe decisa cosi facilmente a tron- 
care Topera sua di tant! anni, senza alcun compense. 
Eppure le più aspre censure furono pronunziate contre 
il Ministero, per quella sua deliberazione. 

Il Ministero aveva deliberato di concentrare forte nerbo 
di soldati sul confine dello State pontificio. Il 31 luglio i 
Ministri délia guerra e délia marina avevano chiesto un 
crédite di 16 milioni, per la chiamata di due contingent! 
sotto le armi ; ed il 10 agosto si decise di chiamarne altri 
due e di convocare d’urgenza la Caméra, che già s’era 
prorogata per le vacanze, per chiederle un crédité straor- 
dinario di 40 milioni. Il 14 il generale Raffaele Cadorna 
prendeva il comando delTesercito concentrato su divers! 
punti délia frontiera pontificia. 

Fu nella discussione del richiesto crédité di 40 milioni, 
che sorse Tinterpellanza sullapolitica del Ministero, svolta 
lungamente dal Mancini nella seduta del 19 agosto. 
L’ éloquente oratore ricordô le discussioni del 1864, 
intorno alTinterpretazione délia Convenzione, e ricordô 
che Lanza aveva pronunziato la seguente dichiarazione 
esplicita a nome del Ministero^ conformante Tintegrità 
delle aspirazioni nazionali : 



Sorgo per appoggîare la proposta del deputato Mancinî, la quale 
mi pare sia giusta, perché tende a raggiungere indirettamente lo 
scopo che si propongono i sottoscrittori degli ordini del giorno, 
indicati daironorevole deputato Mancini. 

Questi ordini del giorno înfattî, con frasi più o meno diverse, 
mirano tutti a far respingere muHnterpretazione, la quale ten- 
desse a far credere che, colla Convenzione; il Governo possa in qual- 
siasi modo rinunziare aile aspirazioni nazionali, e ritrattare qual- 
sivoglîa deliberazione che il Parlamento abbia preso negli anni 
precedenti. 

Or bene, dichiaro a nome del Ministero, che nella Convenzione 
non vi è neppure una parola, la quale possa far concepire questo 
pensiero ; e che non è mai stato neirintendimento nè dei pleni- 
potenziari, nè del Governo italiano, nè del Ministère attuale che 
sostiene la Convenzione, di rinunciare ad alcuna delle nostre aspi- 
razioni, di ritrattare alcuna delle deliberazioni prese dal Parla- 
mento negli anni antecedentî 

Ora, diceva l’interpellante, la Francia violô la Conven- 
zione nel 1867 rioccupando Eoma, la Francia fece di peg- 
gio, dichiarando che la Convenzione doveva interpretarsi 
nel senso d’una rinunzia dell’Italia a Roma; e ricordava 
il jamais di Rouher. Fi voi, diceva l’oratore rivolto ai Mi- 
nistri, ora cedete all’invito délia Francia di ritornare a 
quella Convenzione ? E perche non rifiutate ? Forse che 
la Francia si rimarrebbe per questo dal ritirare, in questi 
momenti, i soldati che tiene a Roma? Perché almeno, 
prima di accedere all’invito délia Francia, non esigeste 
che ella desse alla Convenzione un’interpretazione assai 
diversa da quella di Rouher? Perché in affare di tanto 
momento non consultaste la Caméra? A quale scopo 
concentraste trenta mila uoraini sui confini pontifici ? 
Per farvi la guardià al Papa ed eseguire la Conven- 
zione giusta l’interpretazione di Francia, o per andare 
a Roma? 

Parvero alla Sinistra cosi stringenti le accuse e le in- 
terrogazioni di Mancini, che Guerzoni, Cairoli, e La Porta 



~ 16 — 


cbiesero che immantinenti vi rispondesse il Goveriio, senza 
attendere le interpellanze di tutti gli altri oratori. 

Lanza sdegnosamente protesté contro quella pretesa. 

H Ministère, diss^egli con calore, conosce quale sia il sue do- 
vere e non mancherà di rispondere aironorevole Maneini; ma non 

pu6 snbire una pressione da parte di chicchessîa 

(Benissvmo! a destra — Rumori a sinistra) per farlo parlare 
piuttosto in un*ora che in un*altra. {Ben^ssimo ! a destra — Ma- 
lissimo ! a sinistra) Questo è un precedente che non ha esempio. 
Il Ministère è libero di rispondere quando egll vuole. (No! no! a 
sinistra — Si! si! a destra) 

È inutile che facciate dei rumori. lo sono devoto corne chic- 
chessia ai diritti ed aile consuetudini parlamentarî, ma è mio do- 
vere di far rispettare anche i diritti del potere esecutivo, il quale 
ha la facoltà di rispondere quando crede giunto il momento op- 
portune per farlo. (Interruzioni a sinistra — Ka ragione ! a destra) 

Questa dichiarazione, o signorî, non viene ora improvvisata dal 
Ministère ; la fece fin da ieri apertamente e col consenso stesso 
délia Caméra. 

Egli ha dichîarato che, in quanto aile interpellanze annunciate, 
il Ministère avrebbe risposto, o separatamente o collettivamente, 
seconde che avrebbe stimato più opportune. (No! no! a sinistra. 
È vero! a destra) 

Quindi io non credo che siano fondati nè in diritto, nè nelle 
convenienze parlanientari, gli appunti e le osservazioni dell’ono- 
revole La Porta, il quale ha spinto la sua censura al punto quasi 
di credere impegnato l’onore del Ministère se non rispondesse im- 
mediatamente. (Reclamazioni a destra) 

Ora io domando: che cosa ha che fare l’onore del Ministère in 
questa cosa? (Vivi clamori e risa a sinistra) Le risa che sente 
da taluni di quella parte alla mia dichiarazione, mi fanno vera- 
mente compassione. (Interruzioni violente\a sinistra) 

Pbksidbnte — Non è il caso di compassione. Noi ci dobbiamo 
rispettare a vicenda. (Bene!) 

PRESIDENTE DEL CoNSiGLio. lo domaudo al sig. Présidente se 
è lecito di ridere sopra una dichiarazione del Ministère, se vi sia 
convenienza in ci6, e se il Ministère possa stare sotte Timpres- 



— n — ■ 

sione di queste risa! lo credo che sono nel l^io diritto di fare 
i miei richiami e di respingere Timputazioue che Tonore del Mi- 
nistère è compromesso, se non si rispondesse immediatamente. Vor 
lete che il Ministère sia insensibile a sîffatta supposîzîone e che 
non abbia il diritto di respingerla? Oh ! allora si che sarebbe in- 
degno di stare a questo posto! 

Banque, per non lasciare stabilire un precedente, il quale vin- 
colerebbe il Ministère nella sua libertà di azione, nella sua liberté, 
di parola, esso si riserva la facoltà di dare una risposta in questa 
stessa seduta, dopo che abbia parlato l’onorevole Guerzoni e qual- 
che altro oratore. La risposta si farà, o signori ; non dubitate. 

Non crediamo poi che gli argoinenti deU’onorevole Mancini siano 
inespugnabili ! Ben al contrario! Eloquente corne al solito, vera- 
mente mi pare che egli siasi fondato sopra ragioni e sopra accuse 
cosi insussistenti, che facilmente si possono ribattere. 

Ma io credo di dover mantenere il diritto del Ministero, tante 
più dopo Fintimazione delF onorevole La Porta, di rispondere in 
questa seduta al deputato Mancini quando lo giudicherà opportune. 
(Segni di approvazione a destra) 

Allora incominciarono gli attacchi délia Siuistra, che 
si protrassero alla seduta successiva del 20 agosto, con 
una sérié non interrotta di accuse e di invettive le più 
violente. 

« Voi tradite la nazione, si diceva, siete gli umili servi 
del sire di Francia e lo servite fino all’ultimo, sacrifi- 
candogli le nostre aspirazioni e le vostre promesse; vio- 
late la neutralité (gridava Mellana) dando modo alla 
Francia di disporre anche dei soldati che dovrebbe tenere 
a Borna; vi sostituite a lei nel fare la guardia al Papa. 
Setteinbristi, settembristi ! « e il deputato di Casale sma- 
niava talmente, che Lanza sorridendo gli diceva: l’ono- 
u revoie Mellana è divenuto il più turbolento! » 

E Nicotera : « se non volete andare voi a Borna, lasciat^ 
(( almeno che vi andiaino noi. Con questo vostro contegno 
« voi andate incontro alla rivoluzione ». 

Bispose calmo ed anche esplicito Visconti-Venosta; nia 


Q — Memorie. 


Vol. II. 



— 18 — 


il suo discorso, circondato di quella riservatezza che è 
necessaria in un Ministro degli esteri, non bastava a con- 
vincere la Sinistra che il Ministero fosse deciso a com- 
piere il programma naziouale. Lanza lo vide, e traendo oc- 
casione dalla nécessité di spiegare perché il Governo desse 
preferenza ad uno fra gli ordini del giorno présentât!, 
entré nel cuoçe délia questione; e con parole tempera te 
ma tali da con vincere che il Ministero era deciso tanto 
quanto la Sinistra di non lasciarsi sfuggire l’occasione 
propizia che gli si presentava, cosi parlé: 

Avanti tutto non è necessario che il Ministero rinnovi le di- 
chiarazioni già fatte dall'onorevole mio collega il Ministro degli 
afifari esteri, cioè che il Ministero è convinto délia nécessité di 
occuparsi attivamente dei modi di risolvere la questione romana. 

Non è, mi pare, conveniente per parte di qualsiasi deputato di 
muovere il solo dubbio che alcuno di quelli che siedono in questo 
recinto possa aver abbandonato il programma nazionale, quello 
che fu sancito dai plebisciti e proclamato dai ripetuti voti del 
Parlamento. 

No, signori : voi fate ingiuria agli italiani, supponendo che coloro 
i quali hanno ricevuto il mandate di rappresentare il paese, vo- 
gliano contrastare il programma fondamentale e contrastare a quei 
plebisciti, sui quali si fonda particolarmente il reguo italiano. 

Dunque io non ammetto questo dubbio. lo credo che tutti fac- 
ciano voti perché la questione romana venga decisa nel senso 
italiano, seconde i voti, seconde i plebisciti. 

La questione che veraraente ci sépara, non è quella dello scopo, 
ma è quella dei inezzi, (Eisa a sinistra) è quella deiropportunità. 

E questa, o signori, non è una separazione che sia sorta d’oggi; 
essa ha la sua origine già negli aniii precedenti e forse nei primi 
tempi che venne agitata in Parlamento. 

Vi furono fin d’allora uomini politici, vi fu un partito nella 
Caméra il quale riteneva che la questione romana si dovesse e si 
potesse definitivameiite sciogliere colla forza, mediante le armi. 

Vi fu invece una maggioranza, ed una grandissima maggio- 
ranza délia Caméra, la quale fin da principio ha dichiarato che 



questa questione per i suoi peculiari caratteri, per i suoi rapport! 
politici e cattolici; per le relazioni clie tiene necessariamente con 
moite potenze di Europa deve e doveva essere preparata e di- 
scussa sotto questo aspetto prima di venire ad una soluzione de- 
ifinitiva. 

E questa condotta è stata, o signorî, una fortuna d’Italia. (Eu- 
mori a sinistra - No! al contrario!) Si, signori, seguita quasi 
costantemente per dieci anni, e non infruttuosamente. (Nuovi rU’ 
mori di dissenso) Riconoscetelo voi stessi: non infruttuosamente. 

Ditemi, o signori, se neiropinione generale d’Europa, se neiropi- 
nione dei Gabinetti d^Europa, la questione romana sia ancora nel 
1870 la stessa che era nel 1860. 

lo dico e sostengo che la questione délia separazione del potere 
temporale dal potere spirituale lia fatto un grande progresse. (Se- 
gni di approvazione a destra - Eeclamazioni a sinistra) 

Voci — È venuta alla infallibilità! 

Peesidknte DEL CoNSiGLio — L’infallibüità è quella che ha 
aiutato forse più di tutto il resto (Yoci: è vero ! - Altre voci: 
no ! è pegglo di prima !) 

Dunque, o signori, io sono entrato nel cuore délia questione, e 
precisamente sono entrato a parlare délia vera differenza che ci 
divide in questa questione, quella dei mezzi, cioè: voi che sedete 
sui banchi délia sinistra volete andare a Roma unicamente ed 
esclusivamente colla forza, (Moite voci a sinistra: No! no!) vo- 
lete irigiungere al Governo di andarvi immediatamente. Invece il 
Governo ritiene di non doversi allontanare da quella politica da 
lui seguita da dieci anni in qua, (Eisa ironiche a sinistra) e di 
volere mantenere la piena libertà d’azione 

Una voce a sinistra — Se non c’è! 

Peesidente DEL CoNSiGLio riguardo al 

mezzi, riguardo al tempo, riguardo all’opportunità che si presen- 
terà per la soluzione di taie questione. 

Altra voce a sinistra — L’abbîamo adesso ! 

Lazzaeo — Ma la Convenzione esiste o non esiste? Ecco la 
questione. 

Peesidente del Consiglio — Signori, riflettete alla respon- 
sabilità che assumereste 

Moite voci a sinistra — L’accettiamo tutta. 



— 20 — 


PRESIDENTE DEL CoNSiGLio — Prima di tntto non vi saranno 
mai al Governo nomini i quali si rispettino cosi poco da credersi 
funzionari délia Caméra, e di non essere parte di un potere ese- 
cutivo. (Oh! oh! a sinistra - Bene! a destra) 

Se hanno la responsabilità dei loro atti, bisogna lasciare loro 
la liberté, dei mezzi che debbono scegliere per raggiungere lo 
scopo. (Bravo! Bene! a destra) 

Se voi credete che il Governo abbia malamente usato di questi 
mezzi, siete sempre liberi di dimostrare con un voto la vostra sii- 
ducia, e le persone che siedono al potere saranno ossequenti a 
questo voto. 

Ma voi învertite le parti, se volete învece ingiungere al Governo 
ed un mezzo particolare ed un tempo determinato per poter com- 
piere un atto che puô recare al paese un grande beneficio, ma che 
pu5 contenere anche in se stesso grandi pericoli. 

Credete voi, o signori, che sia nelle consuetiidini parlamentari, 
e, aggiungerô, che sia un partito prudente di venire alla Caméra 
ad eccitare più o meno risolutamente il Governo a occiipare imme- 
diatamente uno Stato? (No ! no! a sinistra. È territorio italiano !) 

Ma perdonino, mi lascino parlare. 

Ê prudente in faccia aU’Europa? 

lo fo notare che con questo atto, invece di raggiungere il vostro 
scopo, voi non fate che falsarlo completamente, voi sollevereste delle 
difficoltà da rendere impossibile qualunque trattativa, qualsiasi altra 
risoluziono délia quistione romana. 

Per queste ragioni, o signori, io credo che il Governo non possa 
accettare nessuua delle proposte con cui lo si obbliga ad occupare 
immediatamente lo Stato pontificio. (Rumori a sinistra) 

10 credo di aver ragionato abbastanza, per convincere chi vuole 
essere convinto, che uno degli ordini dei giorno, col quale s’in- 
giunge 0 s’invita il Ministero di occupare il territorio pontificio 
colle armi, non si possa in veruna guisa e per diverse ragioni 
accettare. 

Voce a sinistra — Siarao d’accordo. 

PRESIDENTE DEL CoNSiGLio — E va bene. 

Vengo a quei voti raotivati, dove si fa un’altra insinuazione al 
Governo, cioè quella di denunziare la Convenzione di settembre. 

11 Governo, quando acconsenti di tornare alla Convenzione, sul- 



rinvito fatto dalla Francia, ed alla condizione di ritirare le sue 
truppe, è convinto di aver fatto un atto savio e prudente, il quale 
non puô a meno di essere favorevole anche alla soluzione délia que- 
stiona romana. (Eisa ironiclie a sinistra) 

^ Non illudetevi, o signori, le truppe francesi non avrebbero per 
certo abbandonato il territorio pontificio, senza le dichiarazioni del 
Ooverno. 

Or bene,.supponete che ancora al giorno d’oggi le truppe fran- 
cesi occupassero il territorio pontificio ; credete voi in tal caso, che 
la libertà d’azione del popolo romano, la libertà d’azione del Go- 
verno italiano sarebbe la stessa? 

È évidente che no. Noi vogliamo rispettare quello che venne 
stipulato, quello che porta la firma deU’augiisto nostro Sovrano; 
le convenzioni le vogliamo rispettare, ma con questo non inten- 
diamo che siano perpetue. (Runiori ed interruzioni a sinistra) 

Voler imporre al Governo di risolvere iinmediatamente una Con- 
venzione, quando questa è stata riconosciuta pochi giorni fa . . 


Yoci a sinistra — Da chi ? da chi? 

Pbesidknte DEL CoNSiGLio — .... questo, signori, il 

Governo è impossibile che lo accetti. Il Governo non puo accet- 
tare questa umiliazione, tanto più quando crede di non aver com- 
niesso un errore, ma di aver fatto un atto eminentemente politico 
e conveniente. 

Una voce a sinistra, — Non abbiamo fissato il tempo ! 

PRESIDENTE DEL CoNsiGLio. — Signori; tutti i trattati, lo 
sapete meglio di me, non portano in sè una durata infinita ; i trat- 
tati si modificano, quando mutano le circostanze, le condizioni, ( Vive 
interruzioni a sinistra) secondo gli avvenimenti. Dunque io sono 
ben lontano dal credere clie questo trattato debba essere perpetuo. 
Se mai questo si opponesse allô scioglimento délia questione, è évi- 
dente che il Governo, quando fosse di cio penetrato, dovrebbe en- 
trare in trattative per veder di poter convenire su quelle risolu- 
zioniy le quali possano per avventura condurre allô scioglimento 
di una questione che or mai intéressa tutta VEuropa. 

Ma in questo il Governo vuole riservarsi la sua piena libertà 
di agire quando lo stimerà opportune, salvo a voi a giudicare la 
Jiostra condotta in appresso. 



— 22 — 


Per conseguenza il Governo intende di cliiedere alla Caméra dl 
non essere forzato riguardo al risolvimento délia questione romana^ 
che non sia liraitato da verun mezzo, salvo la sua responsabilità^ 
e il vostro diritto di chîedergli conto delle facoltà che gli avete 
accorda to. (Bmnori a sinisfra) 

Di nna cosa il Ministère desidera che la Caméra sia ben per- 
suasa prima di accordare o no questo voto di hducia, ed è che 
il Ministère è penetrato quanto lo -possono essere i rappresentanti 
délia nazione délia necessità di spingere avanti questa questione, 
e di approfittarsi di tutte le opportunité e di tutte le contingenze 
politiche per poter arrivare ad uno scioglimento. ( Oh !) 

Ma con questo esso non pu6 prendere nessun impegno, nè riguardo 
al tempo, nè riguardo ai mezzi. Su cio intende di riservarsi una 
piena libertà di azione, e ripeto che questi mezzi saranno unica- 
mente limitati dal rispetto dovuto ai trattati ed alla fede pubblica. 

Su di ciè non si transige. Se vi è qualche modificazione a fare 
ai trattati, vi si deve procedere nei modi regolari e diplomatici^ 
non mai in via rivoluzionaria. 

lo non ho altre parole da aggiungere, chè sarebbero inutili, dopo 
queste dichiarazioni franche ed esplicite, che ebbi Tonore di fare 
ora alla Caméra (1). 

E franche ed esplicite erano invero quelle dichiarazioni; 
ma non bastavano ancora per la Sinistra, la quale avrebbe 
voluto dal Ministero promesse più chiare e rivelazioni, che 
nessun Ministero prudente avrebbe potuto fare, senza corn- 
promettere il compimento del suo intente. L’incredulità e 
Tagitazione délia Sinistra crebbero poi ancora più dopo le 
parole che Sella aggiunse a quelle di Lanza. 

Sia che queste non fossoro ben intese, sia che Foratore 
avesse in realtà avuto in mente di temperare alcune pa- 
role forse troppo recise di Lanza, il fatto si è che in que- 
st’ultimo senso fu interpretato il discorso di Sella; e nella 
Sinistra si formô la convinzione che Lanza avesse in mente 


(1) Sediita del 20 ngosto. 



— 23 -- 

di procédera molto attivmnente nel risolvere il problema 
di Roma, poco invece Visconti-Venosta e Sella. 

In mezzo ad un’agitazione indescrivibilé si venne alla 
votazione per appelle nominale, suH’ordine del giorno che 
esprimeva fiducia nel Ministère, cosl formulato: 

« La Canicra, approvando Tindirizzo politico del Mini- 
« stero, confida che esso si adoperi a risolvere la que- 
« stione romana seconde le aspirazioni nazionali e passa 
« alla discussione degli articoli ». Ed il Ministère ebbe 
la maggioranza di 214 voti contre 152. 

Questo risultato non fece che irritare maggiormente la 
Sinistra. Già erano corse voci, divulgate dai giornali, che 
non tutti i Ministri fossero d’accordo su queU’argomento 
vitale per Tltalia; il Ministère s’era bensl afîrettato a 
smentirle, ma non era riescito a dissipare quei sospetti, 
anzi questi s’erano ingranditi dopo le parole aggiunte da 
Sella a quelle di Lanza, ed erano divenuti una certezza 
per i deputati di Sinistra, molti dei quali s’erano riuniti 
in comitato, per vedere se non convenisse che tutti si di- 
mettessero in massa dalla carica di deputati. Sella, una 
delle cause innocenti di quella commozione, che poteva 
farsi pericolosa, con molta accortezza deliberô d’interporsi 
per calmarla ; e vi riusci intervenendo in seno a quel Co- 
mitato, ove assicurô che tutti i componenti il Ministero 
avevano gli stessi propositi, e diede, per ciô che personal- 
mente lo riguardava, tali assicurazioni, che la Sinistra re- 
cedette dall’avventato suo proposito. 

Ecco corne lo stesso Sella narrava al Senato, nella seduta 
del 24 agosto, quanto si era passato fra lui e quel Comi- 
tato, rispondendo al senatore Scialoia, il quale biasimava i 
comment! che si facevano su queU’intervento di un Mini- 
stre nella riunione privata délia ininoranza. 


Neiraltro ramo del Parlameuto, mentre alcuni membri del Mini- 
stero prendevano parte alla discussione, délia quale parl6 Tonore- 



— 24 - 


Vole Scialoia, si disse da taluno che le nostre opinioni non erano 
le stessô, che i nostri propositi non erano identici, in guisa che 
si era immaginato che il mio collega Ministre degli affari ester! 
volesse procedere poco attivamente, molto invece il Présidente del 
Consiglio (Lanza)^ e che io, parlando dopo di lui, avessi avuto 
in mente di ricondurre gli impegni del Ministero, nella questions 
romana, al punto in cui V uveva posta il Ministro degli affari esteri; 
quindi erano sorti propositi di dimissioni per parte di un numéro 
ahbastanza considerevole di deputati di un partito. Ora, siccome 
a me pareva che quella determinazione non potesse essere stata 
presa che per una înala intelligenza, e che convenisse evitare in 
qiiesti moment! la convocazione di un numéro ragguardevole di 
comizi elettorali, pensai d’intervenire nel seno di un Comitato ap- 
partenente a questo partito, onde dare alcune spiegazioni e fare 
alcune dichiarazioni. Ivi ehbi a dichiarare che i componenti il Mi‘ 
nistero hanno tutti gli stessi propositi; e per parte mia, i cui 
propositi intorno alla questione romana sono da lunga pezza noti, 
perché ebbi ad esprimerli pubblicamente in parecchie circostanze, 
non ebbi difficoltà di soggiungere che, quando il Gabinetto, del 
quale ho l’onore di far parte, non si adoperasse efftcacemeiite onde 
risolvere il meglio ed il più prontamente che potrà la questioûe 
romana, avrei cessato di appartenere a questo Gabinetto. 

Eppure, dieci anni dopo le parti dovevano invertirsi, 
corne vedremo più in là, e Lanza doveva figurare corne 
colui che non voleva andare a Roma e Sella colui che 
ve lo spingeva. 

Più calma, com’era da aspettarsi, passô la discussione 
al Senato ; anzi fu Lanza che in quel consesso dovette 
interporsi per ottenere che anche il Senato si trovasse 
unanime nel significare la persistenza italiana nelle aspi- 
razioni su Roma. Erano stati présentât! due ordini del 
giorno; uno di Sclopis, che si limitava a prendcre atto 
dette dichiarazioni del Ministero^ l’altro di Mamiani, che 
riconfermava i voti precedenti del Senato^ sulla questione 
romana. 

Lanza aveva bisogno che anche il Senato concorresse 



— 25 — 


ia queiriiicitamento al grande passe, affinchè più impo- 
nente apparisse agli occhi d’Europa la volontà unanime 
degl’italiani, che doveva servire come primissimo fra i 
motivi degli atti iinminenti del Governo; e dopo avéré 
chiesto, con saggio accorgimento, che i due ordini del 
giorno fossero fusi in un solo, il quale esprimesse en- 
trambi i côncetti dei proponenti, dimostrava l’opportunità 
délia sua richiesta, pur temperando assai più le promesse 
di quanto non avesse fatto alla Caméra: 

lo accetto, diceva egli, le considerazioni fatte anche testé daî- 
l’onorevole Sclopis, perché si dehba lasciare il Ministère libéré nella 
scelta di quei mezzi che seconde le circostanze siano più idonei 
per arrîvare alla soluzione délia questione romana; non mi pare 
perô che Tordine del giorno deironorevole Sclopis, modificato col- 
Taggiunta del senatore Mamiani, vincoli il Ministère, né gli im- 
ponga mezzi particolari, escludendo gli altri, perché vedo sempre 
ferma la frase prendendo atto delle dichiarazloni del Ministero^ ecc, 
Oiô vuol dire che si lascia sempre al Ministère la libertà délia 
scelïa di quei mezzi opportuni, quando sia giunto il momento ; solo 
che în queiraggiunta vi sono parole, confortant! colore i quali 
crèdono che in questa circostanza, dopo le solenni discussioni che 
ebbero luogo nell’altro rame del Parlamento ed in questo, non si 
possa a meno di fare menzione spéciale di questa questione. 

In taie occasione, o signori, io sono ben lieto di poter dichia- 
rare, che, mentre il Ministère promette, e promette schiettamente, 
di adoperarsi con tutte le sue facoltà e coU’attività di cui è ca- 
pace per cogliere, quando si présentasse, Toccasione e la circostanza 
onde venire ad iino scioglimento delîa questione romana; nel mon- 
tre, dico, vi fa questa promessa, non vi potrebbe certamente • di- 
chiarare di avéré la facoltà di far sorgere cotesta occasione, co- 
testa circostanza. Se noi dicessimo questo, voi certamente, e con 
ragiône, non ci prestereste fiducia. 

P^mettetimi quindi che faccia una piccola digressione; mi è 
venuta in mente un’idea che mi sombra acconcio Tesprimere. 

Perché la questione romana è oggi suscitata? Perché le com- 
plicazioni europee, quelle che si sono già aifacciate e quelle che 
per av ventura possono affacciarsi, e le conseguenze di queste com- 



plicazioni possono e non possono dar luogo a certe alleanze, pos- 
sono e non possono oifrire al Governo d’Italia occasione di adot- 
tare una politica savia e prudente, per far prevalere la risoluzione 
délia questione romana. Ma con cio non si puô dire che questa 
occasione sia già beli’e preparata, e che, se non è sorta oggi, 
sorgerà domani. Signori, anzi tutto conviene parlarci chiaro ed 
intenderci, onde non nascano equivoci; se qnalcheduno crede che 
noi ci assumiamo assolutamente di non lasciar preterire questa 
fase senza risolvere la quistione, si inganna a gran partito. 

Noi faremo tutto quanto dipende da noi per trar profitto da 
quest’occasione ; sarà nostra cura e nostra responsabilità di ado- 
perare tutti i mezzi e tutte le forze perché, presentandosi l’occa- 
sione, noi possiamo risolvere questa quistione, ma con cio noi non 
possiamo promettere una soluzione anzichè un’altra; dunque vede 
l’onorevole Sclopis corne il Ministero si tiene libero quanto ai mezzi 
per isciogliere la questione romana. 

Per la quai cosa la divergenza ora sorta riguardo agli ordini 
del giorno puô bene risolversi, imperocchè, astrazione fatta di quai- 
che senatore che si è scostato dall’opinione generale, tutti siamo 
d’accordo, e il Ministero è lieto di constatare quest’accordo del Se- 
nato, da cui prende conforto e forza, in quanto a lasciare al Go- 
verno la scelta dei mezzi e delle opportunità, e nello stesso tempo 
la responsabilità del modo col quale saprà approfittarsi di queste 
opportunità, di queste circostanze e di questi mezzi. 

Ma, ripeto, la differenza che ci divide (e mi rincresce di vedere 
questa separazione tra personaggi che in fin dei conti hanno le 
stesse idee, le stesse opinioni), è questa, che mentre un ordine del 
giorno accenna specialmente alla questione romana, lasciando perô 
la libertà al Governo délia scelta dei mezzi, un altro ordine' del 
giorno escluderebbe questa questione. 

lo dico che dopo le discussion! solenni che hanno avuto luogo 
nel Parlamento, e dopo che tutti gli italiani si occupano di ciô^ 
ora che è stato manifestato ed espresso questo concetto, che è 
stato formulato un ordine del giorno, che è stato appoggiatl con 
splendidi discorsi, io dico che volerlo preterire sarebbe far nascere 
il dubbio che il Seiiato non si preoccupi abbastanza délia questione 
romana. 



Il Senato ascoltô quel consiglio ecl il desiderio di Lanza 
fu soddisfatto. 

Il 19 agosto gli ultiini soldati francesi avevano salpata 
da Civitavecchia per la loro patria. Fu allora che il Mi* 
nistero italiano vide quanto fosse prossimo a Iloma; ed 
unanime deliberô di adoperarsi con tutta alacrità al com- 
pimento dell’edifizio nazionale. 

Rimaneva ancora la Convenzione del 15 settembre; ma 
questa, corne assennataniente osservava Lanza alla Caméra, 
impegnava forse il Governo italiano per sempre e per qua- 
lunque mutarsi di vicende? Rouher aveva fihto di credere 
che si, e la stesâa credenza, quantunque sotto altr’o aspetto, 
avevano dichiarato di nutrire Mancini e tutti gli oratorî 
délia Sinistra délia Caméra italiana; ma non erano le pa- 
role loro che costituivano il trattato, bensi le spiegazioni 
che si erano rcciprocamente scambiate i due Governi firma- 
tari di quella Convenzione; ed essi avevano esplicitamente 
dichiarato che rimanevano eccettuati dagl’impegni assunti 
i casi straordinarii, nei quali ciascuna delle potenze con- 
traenti avrebbe riavuta la xwopria lihertà cVazione. 

Lo stesso Napoleone aveva approvato questa riserva, e 
se ne era valso pel primo nel 18G7, rioccupando lo Stato 
pontificio e scacciandone Garibaldi. 

Ond’è che, con retto accorgimento e con perfetta lealtà 
insieme, aveva il Governo italiano accolto Tinvito di Fran- 
cia di far rivivere la Convenzione, che non poteva dis- 
giungersi dall’interpretazione che d’accordo le siéra data; 
e potè poi con tutta lealtà subito accingersi ad avvisare 
aile deliberazioni che avrebbe preso, nella previsione che 
i casi straordinari si fossero presentati a lui, corne già 
si erano presentati per la Francia. 

Ma in quai modo, si gridava allora dagli impazienti, 
volete voi andare a Roma? Per verità, erano cosi impor- 
tant! gli avvenimenti che sovrastavano in quei giorni ed 
erano cosi varie le conseguenze che ne potevano derivare^ 



— 28 — 


che sarebbe stato il niassimo degli errori quelle di la- 
sciarsi spingere dalla fretta ad abbracciare una risoluzione 
arrischiata, quando altre, migliori e più sicure, potevano 
offrirsi dall’oggi al domani; ed era quasi certo che si do- 
vevano ofFrire. 

Il Ministère si atténué alla via più prudente ed anche 
più sicura; e nientre, adeinpiende aU’ebblige che si era 
assunte colla Convenzione, concentrava sul confine pon- 
tificio trentainila soldat! ed impediva che la rivoluzione 
vi pénétrasse di fuori, cosa che più cuoceva agli impa- 
zienti, raggiungeva due altri scopi; quelle di evitare i pe- 
ricoli che- sarebbero derivati dal trionfo in Roma di una 
rivoluzione che fosse venuta daU’esterno e quelle di met- 
tere Roma in mano dei Romani, Il potere temporale, ri- 
dotto a fare da sè, senza l’aiuto d’armi straniere, quan- 
tunque continuassero a rimanervi mercenari non numerosi, 
che diminuivano ogni giorno, non poteva durare a lungo; 
gii stessi suoi sudditi l’avrebbero atterrato. 

Per vero dire, i Romani non furono molto solleciti in 
quest’opera. La paura incussa da precedenti répression!, 
Toculatezza e le preveuzioni délia polizia, altri dice la 
inancanza di fibra, altri la discordia e la mala direzione 
dei partiti, altri la devozione délia maggioraiiza dei citta- 
dini al Papa, impedirono che quel moto scoppiasse subito, 
corne i più credevano, imponente ed efficace. Ma non impe- 
dirono alcuni tentativi isolati, forieri di altri maggiori ed 
ottimo argoinento per lo scopo cui anelava il Governo ita- 
liano, che si teneva anche pronto ad approfittare delle 
eventualità che fossero per nascere dalla guerra franco-ger- 
manica, l’esito délia quale ormai poteva essere preveduto. 

Lanza, che aveva accettato anche la cooperazione di 
alcuni uomini délia Sinistra, aumentava ogni giorno le 
^ue comunicazioni con tutti i centri important! dello Stato 
pontificio, informandosi minutaniente dei sentimenti e dei 
propositi délia popolazione romana, dei corne vi si agi- 



— 29 — 


tassero i partit! e deirorganizzazione loro, délié idee del 
Pontefice e dei prelati, délia quantité e délia ripartizione 
delle soldatesche pontificie e di tutte le nozioni che avreb- 
bero potuto giovargli, qualunque fosse per essere la de- 
liberazione definitiva che avrebbe poi presa il Governo. 
E mentre ciô faceva verso Je terre del Papa, gli godeva 
l’animb che in tutte le altre provincie italiane si sfO‘ 
gasse liberamente, purchè seiiza turbamento deU’ordine, 
quel generale e spontaneo plébiscite, che, iiivocando l’oc- 
cupazione di Roma, veniva a conferire al Governo un al* 
tro potente argomento da far valere al cospetto dell’Eu- 
ropa, quale legittimo impulse al passe che si stava per fare* 

« L’anclata a Roma, cosl ci narra Castagnola, poteva af- 
frettarsi forse di una settimana; fu il Lanza che la ritardô 
a disegno. Ciô irritava grimpazieiiti, fra i quali a dirvi il 
vero era pure io. Aveva allora dodici anni di meno, i miei 
capelli non erano ancora bianchi, ma soltanto grigi, una 
goccia di sangue giovanile mi scorreva ancora nelle vene. 

« Ed io (che allora mi era Tinseparabile compagne del 
Lanza nelle lunghe sedute dei Consigli dei ministri ed 
anche alla sua mensa, e perciô sono bene in grade di ren- 
dervi testimonianza degli intimi suoi pensieri), lo andava 
continuamente punzecchiando a far presto. Al che egli mi 
rispondeva essere la calma una qualità deU’uomo di Stato, 
essere suo pregio lo scegliere il momento opportune. Quella 
breve sosta essere necessaria, onde dar agio al sentimento 
nazionale di manifestarsi in tutta la sua intensità. 

« E ciô difatti avvenne. Ogni volta che ci radunavamo al 
palazzo Riccardi, egli sorridente ci preparava un’alta pila 
di telegrammi piovuti da tutte le parti d'Italia, coi quali 
s’implorava ardentemente il compimento del gran fatto. 
E i numéros! esuli romani lo invocavano con maggiore 
insistenza (1) ». 


(1) Discorso su Giovanni Lanza, Roma 1882, Tip. delPOpmione. 



Fu un bene anche quel calcolato ritardo, perché le cose 
di Francia resero poi più agevole e più sicura Topera 
delTItalia. Ma intanto, prima ancora che la sorte delTim- 
pero fosse decisa, il 29 agosto, dopo che il Parlamento fu 
chiuso, il Ministère aveva risoluto d’incominciare a fare; 
e Visconti-Venosta scriveva un mémorandum^ che venue 
comunicato a tutte le potenze europee, col quale dimo- 
strava la necessità delTimmediata occupazione di Roma. 
E non era quelle un semplice pretesto ; chè al punto in 
cui erano le cose, non sarebbe stato più possibile frenare 
la volontà che da tutte le parti e da tutti i paititi d’I- 
talia, escluso ben inteso il cléricale, si manifestava in modo 
imponente. 

In quelle stesso giorno, 29 agosto, il Ministre degli 
esteri scriveva a Nigra a Parigi : 

Faccia présente al Governo francese che la situazione d’Italia 
h grave; che Tattitudine del Governo pontilicio, i pieparativi del 
parti to del disordine, le pericolose condizioni in cui si trova il ter- 
ritorio pontificio, debbono eccitare le preoccupazioni di tutti coloro 
che portano una sollecitudiue disinteressata nella quostione romana. 


Ma a Parigi non s’aveva più tempo di peiisare a Roma, 
quantunque TImperatrice si adoperasse, per quanto stava 
in lei, a favore del Papa, e spedisse nelle acque di Civi- 
tavecchia la nave da guerra Orenoque. 

Il 18 agosto i francesi avevano toccato a Gravelotte 
un altra sconfitta. Napoleone si vide perduto; e corne 
naufrage che tenta ancora un ultime sforzo disperato per 
salvarsi, ancora un tentative divisé di fare colTItalia, 
quantunque egli stesso prevedesse la quasi impossibilità 
délia riuscita. Egli non ignorava che Vittorio Emanuele 
perseverava nel suo pensiero di porgergli un aiuto efficace, 
quantunque ne lo sconsigliassero i suoi Ministri; ed il 
cuore di questo Re era per Tlmperatore un ultimo bar- 



lume di speranza. Nissuno, meglio del principe (Jerolamo 
Napoleone, poteva servirgli per quella prova estrema ; e 
fu lui che egli scelse. 

Ecco corne narrava il principe Gerolamo di quella rais- 
sione, in una lettera del 25 marzo 1882, da lui diretta al 
giornale il Napoléon: 

« Il mattino del 19 agosto 1870, a Châlons, l’Imperatore 
entrô nella mia baracca, e mi disse : Le faccende vanno 
male ; un solo caso poco probabile, ma tuttavia possibile, 
sarebbe decisivo ; ed è che Tltalia, pronunciaridosi per la 
Francia, dichiari la guerra e trascini l’Austria. Niuno 
meglio di te è indicato per questa missione presse il tuo 
suocero e l’Italia. Ê necessario che tu parta subito per 
Firenze. lo scrivo al lîe; ecco la mia lettera. 

« Il mio primo movimento fu di meraviglia, resistetti in 
sulle prime ; feci osservare che mi pareva poco probabile 
di ottenere la cooperazione deirilalia e meno ancora 
quella delFAustria; che personalmente senza responsabi- 
lità diretta negli avvenimenti, il mio voto era di rimanere 
nell’esercito presse V Imperatore. Mio cugino insistette. 
Fece appelle alla mia devozione ed aggiunse: del reste 
tu non mi lasci che per pochi giorni; se la tua missione 
non riesce, tu mi raggiungerai. I progetti di Mac-Mahon 
sonoberie stabiliti; l’esercito si ritira su Parigi dalle piazze 
del nord. Gli è sotte Parigi che daremo probabilmente una 
battaglia decisiva; e da oggi in allora sarai di ritorno. 

« Arrivai a Firenze Trovai mio suocero molto 

affabile ed i capi dell’esercito molto favorevoli. Ma, per 
non fornire un concorso immédiate, i Ministri si trince- 
ravano dietro ad un’impotenza che essi esageravano. Una 
mobilizzazione di 50,000 uomini era possibile. 

« lo diventavo sempre più premuroso. Per guadagnar 
tempo, il Governo italiano mandô il signer Minghetti a 
Vienna, non potendo, si diceva, decidersi senza PAustria. 

« Ciô avveniva il 22 od il 23 agosto. Verso il 26, scon- 



— 32 — 


tento délia lentezza dei negoziati, convinto deU’insuccesso, 
annunziai al Re d’Italia il mio ritorno in Francia e scrissi 
airimperatore un telegramma cifrato, per informarlo délia 
mia partenza. Mi rispose dopo alcune ore per ingiungermi 
di proseguire i negoziati; e soggiungeva che gli avveni- 
menti militari precipitavano siffattamente, che non avrei 
potuto arrivare se non che dopo gli ultiini combattimenti. 
• .... • .... 

« In riassunto, nei miei negoziati coi Ministri italiani, 
trovai délia debolezza, deirindecisione motivate da un sen- 
timento esagerato délia loro impotenza; mai a quel mo- 
mento un rifiuto assoluto. La disfatta di Sedan cambiô il 
loro contegno. La mia parte era ormai terminata; più non 
avevo che un desiclerio ed un dovere: quello d’andarmene. 

« Soltanto allora, dopo il 2 settembre, il sig. Lanza fece 
allusione alla mia partenza. Difatti, nelFultimo nostro in- 
contro, aile sue prime parole su questo soggetto, lo fermai 
dicendo che l’espressione del suo desiderio era fuori di 
luogo ed inutile; che la mia decisione era presa prima 
di vederlo e che partivo fra poche ore. 

« Ciô che motivava le insinuazioni del Ministre italiano 
era la risoluzione di approfittare degli avvenimenti per 
marciare su Roma. Gli dissi che conoscevo questo pro- 
getto e che ciô era un motivo di più per me di lasciare 
ritalia, chè non volevo assistere alla violazione délia Con- 
venzione del 15 settembre, sebbene non avessi cessato di 
considerare Roma corne la vera capitale d’Italia. . . 


« Quando abbracciai il re Vittorio Emanuele, egli era 
commosso quanto me; e non rividi più il sig. Lanza che 
alla ferrovia. 

U Me ne andai disperato, ma colla fronte alta, colpito 
dagli avvenimenti, ma non urniliato, colla certezza d’aver 
fatto il mio dovere w. 

Lanza parlandomi di quest’ultimo colloquio, dolorosis- 



— 33 


simo per lui, ma da lui provocato, perché aveva rawisato 
necessario d’invitare il Principe a lasciare l’Italia, mi 
narrava che, ancora in quella circostanza, il Principe aveya 
fatto tutti gli sforzi, per indurlo a concedergli l’aiuto che 
gli chiedeva. Egli aveva nuovamente esposto il suo piano 
di una marcia su Lione, che avrebbe raccolto e rianno- 
date intorno all’esercito italiano i varii corpi francesi in 
dirotta; aveva dimostrato l’effetto che sarebbe per pro- 
durre l’arrivo delle forze italiane^ fresche, non isconfortate 
da sconfitte, fra i francesi, che avrebbero ripreso coraggio 
ed entusiasmo. 

« La voce del Principe, soggiungeva Lanza, si andava 
sempre più animando e diveniva commovente; io mi tro- 
vava fra le torture ; il Principe incalzava sempre più. Ecco, 
mi disse egli ad un tratto, ponendomi dinanzi un foglio 
bianco che portava la firrna di Napoleone III, decidetevi. 
Io ho pieni poteri di accettare qualunque patto mi vo- 
gliate dettare; e Tlmperatore ha già firmato la Conven- 
zione che a voi piacerà di stabilire (1). 

« Io so che voi potete molto: decidetevi Lanza, ditemi 
di si. Altezza, risposi io, è tutto inutile. Anche quando 
lo volessimo, un nostro soccorso è impossibile. Noi siamo 
nello stato di disarmo e la questione di Borna tiene im- 
pegnate tutte le forze di cui possiamo disporre ». 

Aggiungeva ancora Lanza che, quand’ebbe accennato 
al Principe corne fosse conveniente che lasciasse l’Italia, 
questi subito l’interruppe, dicendo : « Ah! voi mi scac- 
ciate! » « No, rispose Lanza, non è quella, Altezza, la 
parola » . « Ebbene, replicô il Principe, mandatemi il mio 
passaporto ». « Fra un’ora Vostra Altezza avrà il suo 


(1) Questo fatto, non contestato dal principe Napoleone, dimostra 
corne sia erronea l'opinione di alcuni, i quali credono che l’Imperatore 
di Francia incaricasse il cugino di quella mîssione soltanto per allon> 
tanarlo dal campo. 

3 — Lanza, Memorie. Vol. II. 



— 34 — 


passaporto », soggiunse Lanza. Poche ore dopo il Prin- 
cipe partira per la Francia. 

. Per verità, quando il principe Napoleone era venuto a 
Firenze, i Ministri avevano subito dichiarato che era im- 
possibile un soccorso alla Francia ; ma Vittorio Emanuele 
insistera; e quanto si adoperasse, anche contre il parère 
dei suoi Ministri, per riuscire nell’intento, lo dichiarô 
egli stesso aU’Imperatore di Gerraania alcuni anni dopo, 
quando, recatosi a fargli risita a Berlino, « Vostra Maestà, 
gli disse subito, dere sapere che, se non era dei miei Mi- 
nistri, nel 1870 le arrei fatto la guerra ». 

Vittorio Emanuele sperara allora che l’Austria si sa- 
rebhe mossa se l’Italia si muoreva ; ed è perciô che insi- 
stette perché non si rispondesse subito a Napoleone con 
un rifiuto, ma si sentisse prima quali fossero le intenzioni 
dell’Austria. Il ministère Lanza non potera rifiutare la 
proposta dei Sorrano senza porre la patria in grare pe- 
ricolo. 

Era noto che alcuni personaggi politici propenderano 
per la guerra e pare che fossero anche disposti a surro- 
gare i Ministri allora in caricaj quando il Re re li aresse 
chiainati ; se al Ee non si fosse tolta anche la speranza 
che riponera neU’Austria, non era impossibile che egli si 
decidesse a quel passo. 

D’altra parte poi il Ministère era persuaso che l’Austria 
arera oramai rinunziato ad ogni idea d’interrento; laonde 
il desiderio dei Re potera essere soddisfatto senza alcun 
pericolo. 

« Fummo fortunati! mi dicera Lanza un giorno, par- 
lando di quei momenti; l’errore che areramo commesso 
neirinrerno di quell’anno, riducendo l’esercito, forse fu la 
cagione principale délia nostra salrezza. 

« Se fossimo stati più forti, noi o la maggior parte di 
noi, poteramo abbandonare il Ministère; ma altri arreh- 
bero subito raccolto la nostra successione e l’Italia si sa- 



— 35 — 


rebbe trovata impegnata in una guerra, le conseguenze 
délia quale nessuno puô dire quanto sarebbero State ro- 
vinose ». 

Il 31 agosto grande parte dell’ esercito francese, con 
Napoleone, dopo una sequela di precedent! sconfitte, s’im- 
pegnava presse Sedan in una sérié di combattimenti acca- 
nitissimi, che dovevano decidere dell’avvenire dell’impero. 
Tre giorni dur5 la battaglia ; ed il 2 settembre la vittoria fu 
compléta per l’esercito tedesco. Sconfitte e stretto d’ogni 
parte, l’esercito francese si rese prigioniero; e con lui 
l’infelice Napoleone, che consegnô la spada nelle mani del 
Re di Prussia e fu mandate prigione al Castello di Wilh- 
elmshoeln presse Cassel. 

Corne la fatale notizia fu giunta a Parigi, subito vi destô 
una sommossa popolare. Il 4 settembre, mentre Giulio 
Favre proponeva alla Caméra esitante, che si dichiarasse 
la decadenza dal trono délia dinastia napoléonien e si 
proclamasse la repubblica, questa veniva proclamata dal 
popolo; l’imperatrice Eugenia, reggente l’impero, fuggiva 
in Inghilterra, ed un Ministère repubblicano, in cui Favre 
assunse gli esteri e Gambetta gl’interni, sostituiva il Go- 
verno impériale. Ed ecco che la prudente attesa del 
Governo italiano gli apriva, con quegli eventi, la via più 
âge vole per giungere a Roma. 

Non abusô tuttavia il Ministère del favore dell’occasione ; 
ma voile che ogni cosa si compiesse con tutti i riguardi 
e con tutte le cautele. Il 7 settembre notificô nuovamente 
a tutti gli Stati europei la ferma sua risoluzione d’andare 
a Roma, esponendo loro le garanzie, che l’Italia avrebbe 
oflferto al Pontefice, a tutela délia sua libertà; e nello 
stesso tempo fece un ultimo tentative presse il Pontefice, 
per vedere se, dinanzi alla irrevocabile decisione dell’Itaiia, 
non fosse possibile risparmiare l’efFusione di sangue e ve- 
nire ad un pacifico accorde. 

Il conte Ponza di S. Martine fu scelto per questa deli- 



36 — 


cata missione e parti, munito di una lettera di Vittorio 
Emanuele al Papa e colle seguenti istruzîoni, consegnategli 
da Lanza: 


Signor Conter 

Ella è îacaricato di recarsî a Roma, latore di una lettera di S; M. 
il Re al Sonimo Pontefice Pio IX, nel momento solenne in cui il 
gavemo del Re è chîamato dagli înteressi deiritalia e délia Santa 
Sede a prendere i prowedi menti necessari alla sicurezza del terri- 
torio nazionale. 

S. M. il Re, custode e garante dei destin! italiani, ed altamente 
interessato corne cattolico a non abbandonare la sorte délia Santa 
Sede 6 quella deiritalia a pericoli che il coraggio del Santo Padre 
sarebbe troppo disposto ad affrontare, sente il dovere dî prendere, 
in faccia alVEuropa ed alla Cattolicità, la responsabilità del man- 
tenimento dell’ordine nella penisola e délia sicurezza délia Santa 
Sede. 

H Govemo del Re mancherebbe al proprio cômpito se aspettasse, 
per prendere le risoluzioni più confacenti a questo scopo, che Va- 
gitazione conducesse a gravi disordini ed alla effusione di sangue. 

Ci riserviarao adunque di occupare militarmente il territorio 
romano, quando le circostanze ce lo dimostrino necessario, lasciando 
aile popolazioni la cura di provvedere alla propria amministrazione. 

Il Governo del Re e le sue forze si restringono assolutamente 
ad un’azione conservatrice, a tutela dei diritti imprescrittibili dei 
romani, e degli interessi che ha il mondo cattolico alla intiera 
indipendenza del Sommo Pontefice. Lasciando non pregiudicata 
ogni questione politica, che pu6 essere sollevata dalle manifesta- 
zionî libéré e pacifiche del popolo romano, il Governo del Re è 
fermo neirassicurare le garanzie necessarie alUindipendenza spiri- 
tuale délia Santa Sede, e farne anche argomento di future trat- 
tative fra Tltalia e le potenze interessate. 

Montre volgeva la mente al Pontefice, Lanza non dimen- 
ticava Mazzini e Garibaldi ; ed inviava i seguenti telegramnii 
ai prefetti di Caserta e di Sassari: 



— 37 — 


Firenze, 8 settembre 1870. 

Raccomando massima vigilanza custodia Mazzîni. Sua fuga in 
questi momenti creerebbe serii imbarazzi Governo. 

G. Lanza. 

Firenze, 8 settembre 1870. 

Raccomando massima sorveglianza Garibaldi. Sua presenza con- 
tinente darebbe gravi imbarazzi Governo. 

Partecipî pure comandante Nicastro questa raccomandazione. 

G. Lakza. 

Intanto da vari Stati europei giungevano notizie le piü 
rassicuranti. 

Melegari scriveva il 6 settembre: 

La Svizzera, per mezzo del suo présidente, approva le risolu- 
zioni deiritalia e conâda nella sua moderazione e saviezza. 

Cadorna da Londra telegrafava che: 

Nessuna difficoltà era stata mossa dal Governo inglese aile co- 
municazioni fattegli. 

Minghetti il 10 settembre assicurava: 

Il Governo austro-ungarico non ha intenzione di porre ostacolo 
alla nostra azione sul territorio pontificio e su Roma. 

Da Monaco Migliorati manda va il 6 settembre il seguente 
telegramma: 

Le Ministre des affaires étrangères me témoigne disposition 
amicale de le Bavière envers Tltalie et partage Topinion de V. E. 
sur la gravité de notre situation politique. D’après son idée person- 
nelle il pense que l’Italie devrait essayer négociations directement 
avec Rome pour nous aplanir difficultés qui pourraient en sqrgir 
y allant en conquérant. En tout cas la Bavière ne se immiscera 
pas de nos affaires. 


MiGIilOBATl. 



— 38 — 


Nello stesso giorno De Launay telegrafava da Berlino: 

J’ai parlé à M. de Thile dans le sens du télégramme de V. E. 
d’hier, et sur son désir je lui en ai communiqué par écrit la subs- 
tance qu’ il voulait télégraphier au Comte Bismark. M. de Thile 
ne croyait pas que le Cabinet prussien modifierait son attitude 
d’abstention dans la question romaine, mais il ne pourrait dans les 
circonstances actuelles exprimer un avis sans en référer au C. de 
Bismark. Ne négligeons rien pour nous captiver toute Tamitié des 
autres puissances et surtout de l’Allemagne. 

Il y va du salut de l’Italie et de la dynastie. 

Launay. 

Cerruti dava le stesse rassicuranti notizie dalla Spagna^ 
col seguente telegramma del 7 settembre : 

Agent espagnol écrit de Rome qu’il y aura lésistance mais très- 
faible contre troupes italiennes, mais que prélats et cardinaux en- 
trevoient eux-mêms garantie de tranquillité dans intervention. 

J’ai pu avoir lecture du télégramme Sagasta à Montemar. Il ne 
dit pas laisser libre Gouvernement italien, mais qu’il espère que 
Gouvernement italien agira, comme par le passé, d’après les inté- 
rêts de son pays. On m’a renouvelé dispositions bienveillantes. 

Cerruti. 

La stessa Francia non si oppone\a più; e Nigra cosl 
scriveva l’S settembre: 

J’ai vu Favre, je lui ai fait part des dispositions bienveillantes 
du, Gouvernement italien et je l’ai assuré que l’Italie était prête 
à se joindre aux autres puissances pour proposer médiation. Quant’à 
la question romaine je lui ai dit que les événements en Europe, 
en Italie et sur le territorie pontifical avaient décidé le Gouvernement 
du Roi à user de la liberté d’action stipulée en 1864 pour occuper 
le territoire pontifical et que je l’en prévenais loyalement, afin que 
le Gouvernement français, si cela lui convenait, pût prendre l’ini- 



tiative de rappeler la légion d’Antibes, de dénoncer la convention 
de septembre et attacher son nom à l’abolition du pouvoir temporel. 

Favre me répondit que quant à la légion d’Antibes il aviserait, 
mais que pour le reste il lui semble préférable de laisser agir le 
Gouvernement du Eoi, et de ne pas engager l’action et l’opinion 
de la France. Vous voilà donc, si non complètement dégagés, 
du moins libres d’agir. Faites-le avec habileté et prudence en 
ménageant les sentiments de la France, mais faites-le avec promp- 
titude et surtout avec de telles forces que toute résistance soit 
impossible, car il serait malheureux de répandre du sang, et surtout 
de prolonger la lutte. Il serait aussi utile d’agir de façon à ce 
que le Pape ne quitte pas Rome. En même temps, tachez d’ être 
bienveillants envers le nouveau Gouvernement et ne soyez pas les 
derniers à le reconnaître. C’est là un point important ainsi que 
celui de faire tous les efforts pour une médiation. 

Nigra. 

Lo stesso Favre, nel suo lavoro Rome et la république 
française^ scrive che il 6 settembre egli fu avvertito da 
Nigra del fatto che stava per compiere il Goverüo italiano 
e ch’egli rispose: 

« Je sens tout ce qu’il y a d’irréfutable dans vos ob- 
servations. La convention de septembre est bien morte. Ce- 
pendant je ne la dénoncerai pas. Si la France était victo- 
rieuse et prospère, je céderai avec empressement à votre 
désir... 

« Mais mon pays est vaincu; je suis trop malheureux 
pour avoir le courage d’affliger un vénérable vieillard dou- 
loureusement frappé lui même. Je ne dénoncerai donc pas 
la convention de septembre, je ne l’invoquerai pas non 
plus... je ne peux ni veux rien empêcher, je crois, comme 
vous que, si vous n’y allez pas, Rome tombera au pouvoir 
d’agitateurs dangereux. J’aime mieux vous y voir... » 

Altri ben maggiormente interessati vedevano la neces- 
sità deir unione di Roma ail’ Italia, corne soggiunse il 
Favre : 



— 40 — 


«... d'accord en ceci avec le duc de Gramont (ministre 
« di Napoleone) avec le Cardinal Antonelli, f estimais 
« qu'il n'y avait plus de question romaine » . 

Ed è qui che sta il merito principale del ministère 
Lanza, di non avéré, con una precipitazione, più popolare 
forse, ma certamente meno decorosa e meno cauta, poste 
in puricolo la stabilità, dell’impresa e di averla compiuta 
nel tempo e nel modo che più si addicevano ad una grande 
nazione. 

Eppure il Re non era contento di Lanza. Le sobilla- 
zioni continue di alcuni fra colore che attorniavano il 
Sovrano e che per Lanza continuavano a covare un rancore 
affatto personale, reso vivo ogni giorno più dall’aspra in- 
tromissione di lui neU’amministrazione del patrimonio dis- 
sestato délia Corona, e dalla guerra aperta ch’egli muoveva 
ai divoratori principali di quel patrimonio; il dolore che 
provava il Re nel vedere rovinato per sempre Napoleone, 
l’antico suo alleato ed amico, ed il dispetto per la l'esi- 
stenza oppostagli da Lanza aU’impulso generoso che gli 
aveva suggerito di accorrere in aiuto di quell’infelice ; il 
ribollimento generale di tutta la nazione, corne sempre si 
appalesa alla vigilia d’un grande fatto e che a liera più 
forte si faceva, non contrastato, anzi visto di buon occhio 
dal Ministro degli interni; l’indole irrequieta del Re che 
lo tormentava colla bramosia di fare qualche cosa egli 
pure, montre Lanza, con tenace resistenza, voleva in quei 
frangenti, guidare da solo la nave dello Stato, non per- 
raettendo che altri, fosse pure il Re, vi s’ intromettesse, 
avevano generato neU’anirao di Vittorio Emanuele un senso 
indetinito di disgusto verso Lanza, che egli non sapeva 
tenersi dal manifestare ad ogni incontro col suo Ministro. 

Lanza, dopo avéré pazientato per alcun tempo, il 7 set- 
tembre deliberô di diraettersi e lo scrisse al Re con queste 
rispettose, ma recise parole: 



Maestà, 


I sens! di sfidacia e di malcoutento nell’iadirizzo degli afikri 
dello Stato, che la M. V. mi ha reiteratamente manifestato e da solo 
a solo ed in presenza de’ miel colleghi, mi hanno arrecato taie 
sconforto, che non mi sento più il coragg^o di rimanere a capo 
del Governo di V. M. Perciô la supplice di volemene esonerare, 
accettando le mie dimissioni, che rispettosamente depongo nelle 
Eeali sue mani, mentre ho l’onore di raffermarmi col più profonde 
ossequio 

Dev.mo umil.mo 
G. Lanzà. 

Sella, avvertito da Lanza di questa risoluzione, l’appro- 
vava col seguente biglietto: 

« Hai ragione le mille volte. Bada perô che con te 
« parte anch’io ». 

Quel contegno franco di Lanza provoeô franche spiega- 
zioni del Re, che a nessun costo voleva privarsi di lui 
in quei moment!. Questi, rappattumatosi col suo Sovrano, 
più di buon animo potè condurre a termine l’opéra già 
quasi compiuta. 

II generale Govone si era dimesso in quel tempo dalla 
carica di Ministre délia guerra (V. lett. 195). La ra- 
gione ch’ egli adduceva non era, purtroppo un pretesto ; 
un’ insanabile malattia cerebrale lo tormentava, cammi- 
nando a rapidi passi, si che dopo poco tempo lo ridasse 
alla tomba, privando l’italia di una mente eletta e di un 
cuore generoso. La Marmora suggerl a Lanza di sosti- 
tuire al Govone il generale Ricotti (V. lett. 196); e Lanza 
accettù il consiglio. 

Il conte Ponza di San Martine intanto compieva con 
hnissimo tatto la delicata missione che gli si era affidata 
e ne riferiva a Lanza colla seguente lettera: 



Roma, 10 settembre 1870. 


Eccellenzaj 

Ho veduto ieri sera il cardinale Antonellî, e mentre aspetto 
l’udienza del Somme Pontefice che mi è fîssata per le ore 10 72 
di questa mattina, comincio la présente per renderle conto di quanto 
ho già veduto. 

Malgrado che, con la notîzia del mio arrivo, sia or conosciuto 
nella città che le nostre trnppe stanno per entrare, Vaspetto délia 
popolazione è piuttosto di curiosità che di vera animazione. 

Ma fortunatamente a me pare che lo spirito d’attività e gli in- 
dizi di qualche forte risoluzione non si trovîno nè nel Governo, nè 
nelle truppe, nè in nessuno di coloro, che essendo interessati alla 
conservazione delVattuale ordine dî cose, potrehbero consigliar re- 
sistenza. 

Lungo la strada e pel grande spazio cui si estende la vista in 
queste campagne deserte d^alberî, non ci fu dato nè di vedere 
soldati, ed opéré di difesa, nè d’accorgerci d^entrare in un paese 
che si voglia difendere da un^invasione. Solo dopo di essere péné- 
trât! col convoglio nelle mura di Eoma abbiam veduto alcuni can- 
noni ed un posto di soldati presso ad essi. Gli impiegati di polizia 
e di dogana alla frontiera, quelli di servizio allô scalo, tennero 
verso di me un contegno rispettoso pienamente, corne di chi cer- 
casse dare nn’impressione favorevole di sè. 

Non trovando il mio fratello ad aspettarmi air albergo , scrissi 
al cardinale Antonelli, il quale per lo stesso mio servo immedia- 
tamente uii rispose che mi riceverebbe la sera aile 7 e mi saprebbe 
dire l’ora del ricevimento del Papa. Quindi andai da padre Beck (1) 
per lamentarmi di non aver trovato mio fratello (2). Dopo di aver 
attribuito la mancanza aile imperfezioni del servizio postale, il padre 
Beck mi domandô se fosse vero che io avessi dichiarato di non 
volermi indirizzare al cardinale Antonelli e di volere direttamente 
trattare col Papa. Disingannato, ed entrati a parlare delle attuali 
condizioni politiche, cercai di mettergli bene in capo che ormai 


(1) Generale dei Gesuiti. 

(2) Gesuita egli pure. 



— 43 — 


gli avvenimenti avevan risolto la questione di Eonjii, e che il Go- 
verno aveva e mezzo e volontà di salvare Tindipendenza del Papa 
e le istituzioni cattoliche di Eoma, ma che Tesempio dei bellîge- 
ranti attuali doveva farlo persuaso che i nostri sforzi potrebbero 
essere paralizzati da una resistenza sanguînosa; e di voie toc- 
cammo tutte le questionî, senza ch^io lo richiedessi di alcuna coo- 
perazione, bastandomi che sapesse che io non era mandate a co- 
spirare, od a farla a precursore di perseenzioni. 

La sera vidi il cardinale Antonelli e gli rimisi la" lettera di 
V. E. La conversazione duro due ore e più. Dissi al Cardinale 
che aveva il triste incarico di prevenirlo che già era date aile 
nostre truppe l’ordine di entrare nel territorio pontificio, e ne sa- 
rebbe ben tosto comincîata l’esecuzione, corne unico mezzo d’evi- 
tare una rivoluzione, che poteva trascinare essi e noi neirestrema 
rovina ; che io comprendeva , nel dargli quest’ annunzîo , che esso 
risguarderebbe il mio Governo ed il suo rappresentante corne spo- 
gliatori, ma che se avesse la bontà di ascoltarmi, vedrebbe essere 
noi spogliatori d’un genere affatto nuovo, montre la prima e la 
più forte delle nostre preoccupazioni in questo ihomento era quella 
di mettere il Papa in condizione di rimanere in Koma con tutte 
le sue istituzioni, libero e sicuro; e che nella scel ta délia mia per- 
sona, conosciuto qual’era da S. Emin. per non essermi mai pre- 
stato a perseeuzioni, ed anzi per averle moite volte impedite, Ella 
poteva essere secura délia volontà del Governo, di superare ognî 
difficoltà, di prestarsi ad ogni atto per conciliare il compimento 
delle sorti italiane, con la più ampia sicurezza del Sommo Ponte- 
fice e di tutte le istituzioni che lo circondano. Il Cardinale stette 
ferme nel dire che la Santa Sede non puô rinunziare a nessuno 
de’ suoi diritti, che si tratta di vera violenza, non giustificata nep- 
pure dal pericolo di una rivoluzione, perché Roma è in tali con- 
dizioni di tranquillità da escludere questa supposizione, che il Papa 
non potrebbe consacrare una violenza. 

Ma l’idea d’una difesa non mi parve di vederla e la questione 
mi sembré che si risolva con tanto meno imbarazzo quauto il 
nostro modo di azione militare sarà più attivo e pronto, e taie da 
non lasciarli un momento in dubbio sull’ irremovibilità del nostro 
proposito. 

Questa mattina venue mio fratello, ed in sostanza ho veduto 



— 44 — 


che le difficoltà ad eccettare, dopo poca resistenza, le decisioni del 
nostro Governo, procedaii dal dubbio che i patti formulati siano 
rispettati poi dai Ministeri nuovi e diversi dalFattuale. Insistetti, 
spiegando corne la garanzia possa essere creduta vera, ed ora 
stanno a considerare corne abbiano a regolarsi. 

Finalmente ripiglio il rapporto, per dirle che sono stato dal Santo 
Padre, che gli ho consegnato la lettera di S. M. (1), e la nota 
rimessami da V. E. dei capi di provvedimenti formulati in articoli. 
Il Papa era profondamente addolorato, ma non mi parve discono- 
scere che gli ultimi avvenimenti rendono inevitabile per T Italia 
Tazione su Eoma che in traprende. Esso non la riconoscerà legit- 


(1) Quella lettera cosi diceva : 

Heaüssimo Paclro, con afEetto di ftglio , con fedc di catlolico , con lealtà di ro, 
cou animo di italiano, m’indirizzo anoora , corne eblû a l'are altrc volte , al ciiore 
di Vostra Santilà. 

Un turbine piono di pcricoli minaccia TEuropa. Giovandosi délia gnerra che 
désola il contro del continente, il partito délia rivoluzione cosmopolita cresoe di 
baldanza e di audacia, e prépara, specialmente in Italia e nelle provincio gover- 
iiate da Vostra Santità, Je ultime oôcse alla monarchia cd al jjapato. 

lo so, Boatissimo Padre, che la grandezza dciranimo vostro non sarebbe mai 
minore délia grandezza degli eventi, ma essondo io re catlolico e re italiano c, 
corne taie, custode e garante, par disposiziono délia Divlna Provvidcnza e por vo- 
Jontà délia Nazione, deidestini di tutti gli Italiani, Jo sento il dovere di prendere, 
in facoia all’Europa ed alla Caltolicità, la responsabilità del mantenimento dell’or- 
dine délia penisola e délia siourezza délia Santa Sede. 

lo voggo la indoclinabile necessità, perla sicurozza delV Italia o délia Santa Sede, 
\e truppe, già poste a gvxatdia de\ conïvni, s’ inoUr'vno ad oceupare (paeWe 
posmoni ede saranno mdispcnsabWi per la slcnrexza délia Nostra Santità e pel 
mantenimonto deirordine. 

11 mio Governo e le mie iorze si restringeranno assolutamento ad un’azione con- 
servatrice e tutelare doi diritti facilmente conciliabili dolle popolazioni romane 
ooü’invioJabilitfi del Sommo Ponteâce e délia sua spirituale autorità, e ooirindi- 
pendenza délia Santa Sede. 

Mi permetta la Santità Vostra di speraro ancora che il momento attuale, cosi 
soJenne per V Italia corne per la Chiesa e per il Papato, aggiunga efficaoia a quegh 
spiriti di benevolenza, cho non si poterono mai estinguero nell’ animo Vostro verso 
t^uesta terra, clie è pur vostra patria, e a quel sentimenti di conciliazione che mi 
studiai sempre con instancabile perseveranza tradurre in atto , perché , soddisîa- 
condo aile aspirazioni nazionali, il capo délia cattolicità, oircondato daUa devozione 
delle popolazioni italiane, conservasse sulle sponde del Tevere una sede gloriosa 
e indipendonte da ogni umana sovranîtà. 

Progo Vostra Beatitudine di volermi impartire la sua apostolica benedizione, e 
riprotesto alla Santità Vostra i sentimenti del mio profonde rispetto. 

Firenze, 8 sottembre 1870. 


ViïTOBio Emanuele. 



— 45 — 


tima, protesterà in faccia al mondo, ma espresse troppo racca- 
priccio per le carnificine francesi e prussiane per non darmi a 
sperare che non siano i modelli che vuol prendere. lo studîai di 
essere molto mite nella forma, e durante un^ora fui ascoltato con 
benevolenza, ma fui ferme nel dirgli che l’Italia trova il suo pro- 
posito di avéré Roma, buono e morale, e che è inutile di sperare 
che céda. Il Papa mi disse, leggendo la lettera, che erano inutili 
tante parole, che avrebbe amato meglio gli si dicesse a dirittura 
che il Governo era costretto di entrare nel suo State. 

Intanto quel che era di forma è fatto ; il Groverno pontificio fu 
uffizialmente prevenuto che le nostre truppe entrano. Se vorrà 
battersi, spero sarà battuto. 

Ed avremo fatto ogni sforzo per evitare questa lotta. 

Ho ricevuto il telegramma che mi dice di partire. Se V. E. ri- 
cevendo la mia risposta lo conforma, partirô seconde i suoi ordini. 

Pare che le truppe saranno, al loro arrive, acclamate da un’im- 
mensa moltitudine, che ora non osa mostrarsi, ed alla quale io 
stesso ho consigliato di non esporsi a pericoli con dimostrazioni 
in questo momento. 

Alcuni patrioti che teîigono relazione con le truppe pontidcfe, 
mi dicono che queste preparano una séria resis tenza ; che i zuavi 
specialmente si batteranno, anche malgrado che ricevessero ordini 
in contrario. Ma non si ha a temere, corne dissi, che la popola- 
zione li secondi. 

Ho Vonore di profferirmi con ossequio 

Dev.fj[io suo 

PoNZA 1)1 S. Martino. 

Prima che questa relazione giungesse a Firenze, Lanza, 
avvertito per telegramwa che le trattative erano riuscite 
vane, il giorno 10 mandava il seguente ordine a Terni: 

Sotto-Prefetto, Terni, 

Spedisca col primo convoglio persona fidata a Roma, Alhergo 
Minerva, per consegnare mani conte Ponza San Martino seguente 
telegramma : 

Affretti sua partenza. Parta col primo convoglio di domani 
se puô. In ogni evento non più tardi di domani sera. 



— 46 — 

Un altro telegramma seguiva questo alla distanza di 
poche ore ; e diceva : 

Afifretti suo ritomo, non sia più tardi di domani. Attende sua 
risposta. 

Tratto il dado, conveniva affrettare il coinpimento del- 
l’impresa, prima che qualche ostacolo iraprevisto potesse 
sorgere. 

Il conte di San Martino riparti il domani; e l’il set- 
tembre il generale Raffaele Cadorna, con cinque Division!, 
entrava nello Stato pontificio, mentre dirigeva ai romani 
un proclama, col quale assicurava che l’esercito italiano 
veniva per l’ordine, e che l’indipendenza del Pontefice sa- 
rehhe stata rispettata. 

Un ultime tentative fece ancora il conte Arnim, inviato 
délia Prussia, per vedere d’indurre il Papa a non opporre 
una vana resistenza. Egli, chiedendo al generale Cadorna 
una sospensione delle ostilità, diceva che l’intenzione del 
Papa non era di resistere, ma che i suoi volontari non 
volevano cedere senza corabattiraento. Anche quel tenta- 
tivo fu vano; una lettera del Papa, del 19 settembre, al 
suo generale Kanzler, gli dava quest’istruzione : « . . 

. . . In quanto alla durata délia difesa, deve questa 

consistere in una protesta atta a constatare la violenza 
e nulla più ; cioè di aprire le trattative per la resa, ap- 
pena aperta la breccia ». 

L’esercito italiano, dopo avéré, quasi senza incontrare 
resistenza, occupato il territorio romano, ricevuto dovun- 
que dalle acclamazioni delle popolazioni esultanti, il 20 
settembre era sotto le mura di Roma ; ed aile 10 antime- 
ridiane, dopo breve cannoneggiamento, aperta una breccia 
a Porta Pia, entrava nella città eterna, accolto con grande 
festa dai cittadini. 

Il generale Cadorna nominô subito una Giunta di go* 
verno per la città e provincia di Roma, composta di 18 



— 47 — 


fra i più autorevoli cittadini e vi pose a capo Don Gae- 
tani duca di Sermoneta. Dalla capitolazione era stata ec- 
cettuata la città Leonina, mantenendola sotto la sovranità 
del Pontefice ; ma due giorni dopo, essendovi nati disor- 
dini, provocati dall’ira che nutriva il popolo contre i gen- 
darmi pontifici, lo stesso Papa chiese al generale Cadorna 
che vi mandasse i suoi soldati per tutelare Tordine, ed 
il generale subito acconsenü a quella richiesta. 

Cosi si compieva, dopo dieci anni, il veto délia prima 
Legislatura del Parlamento italiano ; e Roma veniva riunita 
airitalia, mentre si compieva pure une dei fatti più impor- 
tanti dell’epoca nostra, colla caduta del potere temporale 
dei Papi, che per secoli e secoli, solo, in mezzo al rovinio 
di tanti regni e di tanti imperii, aveva resistito ai turbini 
che tutti gli altri avevano sconvolto. 



XX. 


Prudenza dei Ministero Lanza — II trasporto dolla Capitale ed entrata del Re in 
Roma — Dissensi Ira Lanza e Sella — Discorso reale — Indulto — Morte 
di Mazzini — Lanza e la leggo dclle guarentigie — Proteste di Pio IX e soo- 
mnnica — Agitazloni clerioaliin Francia — Provvedimenti ecoezionali di pub- 
blica sicurezza — La guerra in Francia — Thiers in Italia — Garibaldi ed i 
garibaldini — La pace — La Capitale d’Italia a Roma — Ingresso solenne del 
Re— Il traforo del Fréjus — Lanza e Sommeiller— Dignité di Vittorio Emn- 
nuele e fermezza del suo Ministère. 


L’occupazione di Roma era per l’Italia un atto di somma 
audacia; ed appunto perché era taie, la più comune 
prudenza doveva suggerire che lo si circondasse di tutte 
quelle cautele che valessero a temperare, in faccia al- 
l’Europa, l’ardimento dell’azione, opponendo un contegno 
di calma e di riguardi, all’agitazione che si era manife- 
stata nei cattolici di tutti gli Stati, ed aile proteste di 
conculcata libertà religiosa e di spogliazione brutale, che, 
partendo dal Vaticano, si spandevano per l’universo e 
trovavano ovunque un’eco minacciosa. 

Gli Stati europei si sentivano scossi essi pure da quel- 
l’imponenza di manifestazioni ; e quasi tutti si tenevano 
in un atteggiàmento di sospettosa riserva, che non consi- 
gliava certaraente all’Italia una condotta di orgogliose ira- 



— 49 — 


prudenze. Era giusto che Tltalia rivendicasse a sè sola il 
diritto di compiere la sua unità edi sbarazzarsi, anche colla 
forza, degli ostacoli che a questa si frapponevano, senza 
che altre potenze vi si avessero ad ingerire ; ma era pa- 
rimente giusto che l’Italia non disconoscesse all’Europa 
ed a tutte le nazioni, presso le quali esistevano popola- 
zioni cattoliche, il diritto di vigilare almeno perché, colla 
soppressione del potere temporale, non venisse menomata 
la libertà del Capo dei cattolici, neiresplicazione del suo 
ministero, e la libertà delle potenze di comunicare con 
quella potestà religiosa. A questi principii d’equanime pru- 
denza informé il ministero Lanza tutti gli atti suoi, nello 
imprendere e nel consolidare il fatto deiroccupazione di 
Eoma ; e fu sempre fermo in quei propositi, inflessibile 
agli urti che riceveva d’ogni parte, e più violenti dall’in- 
terno che dall’estero. 

Fin dal 29 agosto, la circolare spedita ai rappresen- 
tanti d’Italia presso gli Stati esteri, colla quale si dava 
avviso del partito preso di occupare Roma, portava unito 
un mémorandum, che avvertendo corne, prima deiroccupa- 
zione, volesse Tltalia fare un ultimo tentative di conci- 
liazione col Pontefice, indicava quali fossero le guarentigie 
che gli si offrivano, affinchè la sua libertà di Capo délia 
religione cattolica rimanesse intatta. Ed in altra circolare 
del 7 settembre si aggiungeva, che il Governo italiano 
era disposto ad esaminare con gli altri Governi le con- 
dizioni da determinarsi di comune accorde, per assicurare 
rindipendenza spirituale del Pontefice. 

Con quel primo atto, se si fosse riusciti ad un accorde, 
veramente poco probabile, col Papa, si sarebbe troncata 
ogni difficoltà e l’occupazione sarebbesi compiuta pacifi- 
camente, senza intervento e senza lagni dall’estero ; e non 
riescendo, non poteva certaraente essere di danno all’Italia 
quella prova, che pubblicamente essa offriva, di sentimenti 
conciliativi. Col seconde poi non solo si riconosceva, corne 

4 — L.vnzv, Memork, Vol. II. 



— 50 — 

era giusto, il diritto delle altre potenze di discutere intorno 
ad una libeitk religiosa che interessava anche i loro popùU; 
ma, corne argutamente osservava Sella dieci anni dopo, si 
ponevano le potenze nella seguente alternativa, sempre 
buonissima per l’Italia: se le potenze, trovando l’argomento 
molto pericoloso, preferivano (ed era évidente a priori^ 
osservava Sella, anche senza essere grandi politiconi, che 
cosi avrebbero fatto) lasciare la responsabilità piena e 
compléta airitalia, questa avrebbe fatto un gran passo, 
sia contre il pericolo di tardive recriminazioni, sia contro 
i timori esagerati che si’solleyavano dinanzi a quella grande 
novità. Se invece le potenze, o taluna di esse, accettavano 
rinvito « sinceramente (soggiungeva Sella) non saremmo 
punto stati malcontenti che qualcuna fosse venuta a 
prendere con noi la responsabilità di quello che face- 
vamo « (1). 

Le potenze tutte si attennero al primo partito e si limi- 
tarono ad espriraere il loro desiderio che fosse mantenuta 
libéra Tautorità spirituale del papato. Lo scopo del Governo 
italiano era raggiunto ,* si era ottenuto che nessuna po- 
tenza sollevasse difficoltà ; anzi il 21 settembre, l’indo- 
maiii deU’occupazione di Roma, la Francia, per bocca del 
signor J. Sénard, suo inviato straordinario, si congratu- 
lava col Re d’Italia per « la saggezza e l’energia con cui 
quel grande fatto era stato compiuto »? ; e soggiungeva : 

« Cio che veramente è bello e grande, è di aver saputo, 
in si delicata questione, perfettaraente accordare, colle 
necessità politiche, tutti i rispetti e tutti i riguardi do- 
vuti ai sentimenti religiosi ». 

Eppure le censure più aspre si sollevarono allora con- 
tro il ministère Lanza e continuarono persistent!, accu- 
sandolo di lésa dignità nazionale, senza smuoverlo tuttavia 
dalla linea di condotta che si era prefissa. 


(1) Discorso di Sella alla Caméra, nella seduta del 16 marzo 1880. 



— 51 — 


Nelle circolari e nei mémorandum diramati all’estero, il 
Governo itaiiano aveva proelamato il diritto dei romani 
di scegliersi il Governo che volevano ; e la conseguenza 
di questa dichiarazione era che, occupata Roma, dovesse 
un plébiscité rispondere quai fosse la scelta dei romani. 
E qui altro argomento di censure e di proteste. Il Mi- 
nistère non poteva dimenticare la promessa solennemente 
fatta aile potenze estere di circondare l’autorità spiri- 
tuale dei Papa délia più ampia libertà, e gli parve con- 
veniente che di questo suo intendimento si desse una 
solenne manifestazione colla stessa formola dei plébiscite, 
che, per questa ragione, cosi propose: « Colla certezza 
che il Governo itaiiano assicurerà l'indipendenza dell’auto- 
rità spirituale dei Papa, dichiariamo la nostra unione al 
Regno d’Italia, sotto il Governo monarchico-costituzionale 
dei Re Vittorio Emanuele II e dei suoi reali successori ». 
Ma i romani non volevano saperne di quel veto condi- 
zionato ; e Ruspoli Emanuele e Vincenzo Tittoni, venuti 
a Firenze, ottennero dai Ministri, senza gravi difficoltà, 
che la formola venisse modificata, togliendo la premessa 
délia condizione. 

Dissi che il Ministère accondiscese senza gravi difficoltà 
a quella richiesta dei romani ; perché, corne osservava 
ancora Sella, nella seduta che già citai dei 16 marzo 
1880 , era necessario che, dopo gli impegni assunti colle 
potenze, il Governo itaiiano, anche per la formola dei 
plébiscite, si facesse forzar la mano dai romani, e ren- 
desse anche in quel modo manifeste corne non fosse 
vero U che il popolo di Roma non avesse altro desiderio 
oltre quelle di vivere col Governo papale ». 

« Ma se non intendete questo, signori (soggiungeva 
Sella alla Caméra), io non so corne possiamo ancora dirci 
un popolo diplomatico! » 

La questione délia città Leonina fu pure allora risolta. 

Dopo che il Papa stesso aveva invitato Cadorna ad oc- 



— 52 — 


cupare anche quella parte di Roma, il 25 settembre il 
cardinale Antonelli aveva manifestato il desiderio che an- 
che Castel Sant’Angelo fosse occupato e custodito dai sol- 
dât! italiani; e quel desiderio era stato prontamente esau- 
ditOA Trovatasi cosl la città Leonina in potere dell’Italia, 
era naturale che essa pure volesse prendere parte al 
plébiscite; ed infatti la sua urna comparve e fu accolta 
in Campidoglio, il 2 ottobre, fra quelle che racchiudevano- 
i voti dei diversi rioni di Roma, e si uni la sua all’im- 
ponente votazione, che proclamava l’unione dei romani 
coll’Italia, con voti 133,681 contre 1507. 

Un décrété regio, convertito poi in legge, subito uscl 
a sancire quel plébiscité, mentre dichiarava di riconoscere 
nel Pontefice la dignité, l’inviolabilità e tutte le préroga- 
tive di Sovrano, e prometteva la legge delle guarentigie 
dei Papa. Fu deciso l’invio a Roma di un luogotenente 
dei Re e la scelta cadde su La Marmora, che, col suo 
grande buon senso e coi modi cavallereschi e conciliant! 
che gli erano naturali, non disgiunti dall’energia dei sol- 
dato quando questa era necessaria, fu di grande aiuto al 
compimento dell’opera. 

Gl’impazienti volevano che subito si trasportasse la Ca- 
pitale a Roma, con tutti i Ministeri e col Parlamento, 
spinti forse a tanta fretta dalla tema che i cousigli di 
alcuni, i quali non si erano mai dimostrati inolto ferventi 
per l’annessione di Roma, non riescissero poi a ritardare 
e forse a mandare a vuoto l’insediamento délia Capitale 
nella città dei Papi. Non importa, si gridava, che non vi 
sia nulla di preparato, che non si sappia dove mettere 
gli uffizi, dove alloggiare i numéros! impiegati, dove radu- 
nare il Parlamento; si alloggerà sotto le tende, si siederà 
sulle panche, ma si vada subito. Il Ministère seppe frenare 
tanto gli uni che gli altri; e dichiarô che la Capitale si 
sarebbe trasportata certamente a Roma; ma non prima 
dei luglio dell’anno seguente; e inantenne la promessa. 



— 53 — 


Un urto subi il Ministère, più grave di quanto avrebbe 
potuto prevedersi, nell’occasione in cui si trattô di stabi- 
lire il giorno dell’ingresso del Re in Roma. 

Ai Ministri ed allô stesso Viltorio Emanuele non pa- 
reva conveniente quell’atto, prima che si fosse votata dal 
Parlamento la legge di annessione ; e li consigliava a tem- 
poreggiare anche la considerazione che, alcuni giorni di 
tempo ancora ed i consigli di prelati concilianti avrebbèro 
forse indotto il Pontefice ad abbandonare la risoluzione, 
che pareva avesse preso, di lasciare Roma il giorno stesso 
in cui il Re vi fosse entrato. 

Di cotesto parère era pure La Marmora, che aggiun- 
geva considerazioni meno importanti, ma che pur avevano 
anch’esse il loro peso. Bisognava avéré una reggia, e si 
era scelto il Quirinale; ma il Papa si opponeva a quella 
occupazione; e si dovette risolvere prima la questione 
legale dei diritti competenti allô Stato su quel palazzo, 
poi forzarne le porte, mettere i suggelli aile stanze, che 
contenevano oggetti d’arte e carte importanti, trattare 
sulle richieste fatte dal Pontefice per la restituzioue loro, 
dar tempo aile centinaia di famiglie che abitavano in quel 
palazzo di trovarsi altra abitazione e dar mano ai prepa- 
rativi per alloggiare convenientemente il Re d’Italia. Roma 
poi voleva accogliere degnamente il suo Sovrano; e quei 
preparativi, montre esigevano tempo non poco, distoglie- 
vano e Municipio ed Autorità governative e cittadini da un 
altro lavoro ben più importante, quai era quelle dell’appli- 
cazione dei nuovi ordinamenti. 

Il solo Sella dissentiva dai suoi colleghi ; e recatosi dal 
Re, all’insaputa degli altri Ministri gli dichiarô che sa- 
rebbe uscito dal Ministère, se egli non aiïrettava la sua 
entrata in Roma. 

Pare che il Re inclinasse ad accontentare il suo Mini- 
stro delle finanze; ma Lanza, corne seppe ciô ch’era av- 
venuto, recisamente si oppose ai desiderii di Sella, appog- 



— 54 — 


giato da La Marmora, che minacciava di dimettersi se non 
si ascoltavano i suoi consigli. Sella, a sua volta, dichia- 
rava di mantenere le sue dimissioni se si accoglievano i 
consigli di La Marmora e di Lanza; e non fu che con 
grandi stenti che si riescl a calmarlo. 

Questo dissenso fu poi causa di altro più grave, e 
che poco mancô non provocasse la caduta di tutto il 
Ministero. 

Si era deciso lo scioglimento délia Caméra, e la ricon- 
vocazione dei comizi elettorali, a cui dovevano prendere 
parte anche le provincie recentemente annesse all’Italia; e- 
nella relazione che Lanza faeeva al Re nel chiedere questo 
provvedimento, si esponeva quale fosse il programma che 
il Ministero avrebbe svolto alla nuova Caméra, programma 
di temperata fermezza, che preannunciando la proposta di 
franchigie destinate ad assicurare la liberté del Pontefice, 
diceva pure che tutte le leggi italiane si sarebbero appli- 
caté nei territori di recente incorporât! allô Stato. 

Le manifestazioni général! d’Italia facevano presagire 
un’importante maggioranza pel Ministero; ma in Roma, 
alcuni fra i capi del partito liberale, impazienti di vedere 
il Re nella città eterna, e conseil dei dissensi nati fra i 
Ministri per questo motivo e délia dimissione minacciata 
da Sella, uscirono con un manifesto, nel quale proclama- 
vano che quella dimissione era un grave sintomo di rea- 
zione negli altri Ministri; e corne atto di protesta, pro- 
ponevano la candidatura di Sella a deputato di Roma. 
Lanza fu irritatissimo di quel proclama, che in modo 
cosi ingrate lo ricompensava di quanto aveva fatto per 
Roma, ed anche del contegno di Sella, che provocava, 
certamente inconscio di quella conseguenza, si gravi dif- 
ficoltà al Ministero; ed in uno di quei moment! di dis- 
gusto, non infrequenti in lui, telegrafô a La Marmora 
il 19 novembre: 



— 55 


L’inconsulto e sleale proclama ai Romani, firmato Duca Sermo- 
neta (1) ed altri per proporre costi candidatura Sella, rende crisi 
inevitabile. 

Entr’oggi darô mie dimissioni, e poi giustificherô mia condotta 
e miei colleghi delle false accuse ianciate in quel manifeste. 

La responsabilità a chi tocca. 

« Lei non deve ritirarsi (gli rispondeva subito La Mar- 
« mora) per giustificarsi poi. Ella deve rimanere; e Sella, 
« O rifiutare la candidatura o ritirarsi ». 

Sella infatti non accettô quella candidatura; e l’incidente 
dell’entrata del Re a Roma, fattosi importante più di 
quanto meritava, fu poi abilmente troncato dallo stesso 
Re il 31 dicembre. Mentre il Tevere, cresciuto ad una 
altezza che l’eguale non s’era vista se non in tempi re- 
motissimi, minacciava la città di Roma, e già n’aveva 
inondato una parte, Vittorio Emanuele vi giunse inaspet- 
tato, senza pompe, corne padre che accorre in mezzo ai 
suoi figliuoli nel momento del pericolo. 

La crisi fu scongiurata, e l’unico cambiamento ministe- 
riale che si fece, ma più tardi e non per questo motivo, 
fu quelle di Raeli, che, affranto di salute, cedette il mi- 
nistère di grazia e giustizia a De Falco. 

Il 5 dicembre 1870, il Re riapriva il Parlamento col 
seguente discorso, che Lanza aveva redatto e che Correnti 
gli scriveva avéré riconosciuto cosi complété, da nulla 
trovare a togliere od aggiungere, eccettuata qualche so- 
stituzione di parole ; 

Signori Senatori! Signori Deputati! 

L’anno che volge al suo termine ha reso attonito il mondo per 
la grandezza degli eventi, che niun giudizio umano poteva preve- 
dere. Il nostro diritto su Roma noi lo avevamo sempre altamente 


(1) Pare che, in queU’affare, il Duca di Sermoneta sia stato mistifi- 
cato. — V. lettera di La Marmora 221. 



— 56 — 


proclamatO; e di fronte aile ultime risoluzioni cui mi condusse 
Tamor délia patria, lio creduto dover mio di convocare i nazio- 
nali comizi. 

Con Eoma, capitale dltalia, ho sciolto la mia promessa e coro- 
nata l’impresa clie ventitrè aimi or sono veniva iniziata dal ma- 
gnanimo mio genitore. (Applausi generali vivissimi e reiterati^ e 
grida: a Roma! a Eoma!) 

Il mio cuore di Ee e di figlio, prova una gioia solenne nel sa- 
lutare qui raccolti per la prima volta tutti i rappresentanti délia 
nostra patria diletta, e nel pronuncîare queste parole : « Tltalia è 
libéra ed una, ormai non dipende più clie da noi il farla grande 
e felice r. (Nuova salve di applausi fragorosi) 

Montre qui noi celebriamo questa solennità inaugurale deiritalia 
compiuta, due grandi popoli del Continente, gloriosi rappresentanti 
délia civiltà moderna, si straziano in una terribile lotta. 

Legati alla Francia ed alla Prussia dalla memoria di recenti e 
benefiche alleanze, noi abbiamo dovuto obbligarci ad una rigorosa 
neutfalità, la quale ci era anche imposta dal dovere di non accre- 
scere l’incendio e dal desiderio di poter sempre interporre una 
parola imparziale fra le parti belligeranti. E questo dovere di 
umanità e di amicizia noi non cesseremo daU’adempierlo, aggiun- 
gendo i nostri sforzi a quelli delle altre potenze neutrali per met- 
tere fine a una guerra, che non avrebbe mai dovuto rompersi fra 
due nazioni la cui grandezza è egualmente necessaria alla civiltà 
del mondo. (Benissimo I) 

L’opinione pubblica, consacrando col suo appoggio questa poli- 
tîca, ha mostrato una volta di più che Tltalia libéra e concorde 
è per TEuropa un elemento d^ordine, di libertà e di pace. (Ap- 
plausi) 

Quest’attitudine agevolb il cômpito nostro quando, per la difesa 
e per Tintegrità del territorio nazionale, e per restituire ai romani 
Farbitrio dei loro destini, i miei soldati, aspettati corne fratelli e 
festeggiati corne liberatori, entrarono a Eoma. (Yivi applausi) 
Eoma, reclamata dalFamore e dalla venerazione degFitaliani, fu 
cosi resa a se stessa, alFItalia ed al mondo moderno. (Bravissimo !) 

Noi entrammo in Eoma in nome del diritto nazionale, in nome 
del patto che vincola tutti gli italiani ad unità di nazione ; (Bravo !) 
vi rimarremo, mantenendo le promesse che abbiamo fatte solenne- 



— 57 — 


mente a noi stessi : libertà délia Chiesa ; piena indipendenza délia 
Sede Pontificia nell’esercizio del suo ministero religioso, nelle sue 
relazioni colla cattolicità. 

Su queste basi, e dentro î limîtî dei suoi poteri, il mio Governo 
lia già dato i provvedimentî iniziali^ ma per condurre a termine 
la grande opéra si richiede tutta Tautorità, tutto il senno del 
Parlamento. 

L'imminente trasferimento délia sede del Governo a Roma ci 
obbliga a studiar modo di ridurre alla massima semplicità gli or- 
•dinamenti amministrativi e giudiziarî, e rendere ai comnni e aile 
■provincie le attrîbuzioni che loro spettano. (Benissimo!) 

Anche la materia degli ordinamenti militari e délia difesa na- 
zionale vuole essere studiata, tenendo conto délia niiova espe- 
rienza di guerra. Dalla terribile lotta che tiene tuttora attenta 
e sospesa l’Europa sorgono insegnamenti che non è lecito di 
trascurare a un Governo che vuole tutelato l’onore e la sicurezza. 
fdella Nazione. 

In tutti questi terni vi saranno sottoposti disegni di legge, e 
sulla pubblica istruzione eziandio, che vuol essere annoverata essa 
pure fra gli strumenti più efficaci délia forza e délia prosperità 
nazionale. (Bene!), 

Ci converrà poi riprendere colla più grande alacrità Topera ibr- 
zatamente interrotta delTassetto definitivo delle nostre finanze. 

Compiuta finalraente TItalia, non vi puô più essere fra voi altra 
gara che quella di consolidare con buone leggi un edificio che 
tutti abbiamo contribuito ad erigere. 

Signori Senatori, Signori Depuiati! 

Mentre TItalia s’inoltra sempre più sulle vie del progresse, una 
grande nazione, che le è sorella per stirpe e per gloria, affida ad 
un mio figlio la missione di reggere i suoi destini. (Fragorosi, 
prolungati applausi) lo sono lieto delTonore che, reso alla mia 
dinastia, è reso insieme alTItalia, e mi augure che la Spagna 
grandeggi e prosperi mediante la lealtà del Principe e il senno 
del Popolo. (Nuovi applausi) Codesto accorde è il più saldo fon- 
damento degli Stati moderni, che vedono cosi assicurato dinanzi 
a loro un lungo avvenire di concordia, di progresse, di libertà. 
(Scoppio di applausi vivissimi, unanimi) 



— 58 — 


Quest’avvenimento era stato preceduto da un atto di 
clernenza sovrana che, coirindulto del 9 ottobre, metteva 
in libertà tutti gli accusati di reati politici. Era giusta 
che, compiuta l’aspirazione suprema degl’italiani e cessato- 
il pericolo delle agitazioni interne, che dal problema di 
Eoma traevano il loro pretesto e trovavano per questo- 
proseliti di buona fede, tutto fosse dimenticato. Quell’in- 
dulto aperse a Mazzini le porte délia fortezza di Gaeta. 

Egli ne usci impénitente congiuratore, ma non poco sfi- 
duciato per l’indifferenza che aveva notato negl’italiani nel- 
roccasione del suo arresto. I suoi affigliati, ch’egli aveva 
sempre creduto cosi numéros!, ardenti, risoluti e sparsi 
in ogni angolo d’Italia, non s’erano fatti vivi, ed eccet- 
tuata qualche piccolà e rara dimostrazione, facilmente* 
repressa, il suo arresto s’ era compiuto e mantenuto fra 
rindifferenza generale. 

Egli continuô ancora a congiurare, attentamente serve- 
gliato da Lanza; ma la sua opéra non durô che un anno^ 
circa ancora. Il 10 marzo 1872 Mazzini moriva a Pisa. 

Dopo che fu convertito in legge il decreto reale che 
accettava il plébiscité delle provincie romane ed appro- 
vato il progetto che provvedeva al trasporto délia Capi- 
tale da Firenze a Roma, la prima legge che il Ministère 
presentô all’approvazione del Parlamento fu quella delle 
guarentigie del Pontefice, délia quale chiese una pronta 
discussione. Questa fu lunga, contrastata e strenuamente 
difesa da Lanza, che in essa vedeva la pietra fondamentale 
su cui doveva basare incrollabilmente quell’ultima parte 
dell’edifizio nazionale. 

« Il solo modo (scrive di Lanza S. Spaventa nella già 
citata sua commemorazione), di risolvere la questione ro- 
mana e di liberarci dalle inframettenze e dalle esigenze 
straniere, sia degli amici sia dei nemici del papato, gli 
parve questo : dare indipendenza al Pontefice e libertà 
alla Chiesa. E temeva che, seguendo un diverse sistema,. 



59 — 


ci saremmo create brighe, ora con quellî che avrebbera 
voluto il Papa più libero, ora con quelli che, per mezza 
nostro, lo avrebbero voluto più ârrenclevole ai loro desi- 
derii: Un Papa^ diceva egli^ che fosse o si credesse sog- 
gctto O dipendente dal Governo italiano^ sarchhe il peggiot 
male o il maggior pericolo per gli italiani; i fatti hanna 
dato ragione alla sua intuizione w. 

Anche allora, corne ora, si disciiteva molto intorno alla 
convenienza di un concordato col Pontefice ; ma Lanza 
non lo credette utile nè alla Chiesa, nè all’Italia. E, nel 
gennaio ciel 1879, rispondendo al signor Roberto Stuard, 
il quale, in un suo. opuscolo, aveva caldeggiato Tidea délia 
costituzione di un partito conservatore italiano, che pro- 
pugnasse la stipulazione di un concordato fra la Chiesa 
e lo Stato, sulla base del riconoscimento dei fatti corn* 
piuti, Lanza gli scriveva : 


Ma sarebbe poi veramente necessario, vantaggioso, possibile un 
concordato tra lo Stato e la Chiesa? lo non lo credo. La politica 
italiana, dal 1848 in poi, poggia sul principio délia separazione 
délia Chiesa dallo Stato e délia libertà di coscienza ; la sua storia 
non è che uno svolgimento di questa idea. Un concordato non pu5 
intendersi che con un compromesso, che vincolerebbe in parte la 
libertà dello Stato e quella délia Chiesa \ do ut des. 

Corne potrebbe Tltalia disdire tutto il suo passato, disdire una 
politica cui deve la sua grandezza? 

Ma si potrebbe rispondere che quella politica, la quale poteva 
essere necessaria per costituire Tltalia, non è più conveniente per 
conservarla. Ora importa di rassicurare e attrarre a sè tutti i cat- 
tolici che accettano Tltalia nuova, perché cessi il conflitto tra 
Chiesa e Stato, e la religione cattolica sia apertamente professata 
dal Governo italiano, e insegnata nelle sue scuole. 

Mentre io rispetto queste convinzioni sincere e vivamente de-‘ 
sidero che arrivino ad essere rappresentate nel Parlamento, non 
sono perô d^avviso che, prevalendo, riuscirebbero a fare il bene 
dello Stato e délia religione. 



60 — 


Sarebbe ben difficile clie tanto lo Stato quanto il Clero non 
abusassero délia loro influenza religiosa per fini politici, con grave 
Bcapito délia religione stessa, o delle istituzioni liberali. La storia 
del passato ce lo prova luminosamente. 

Nei tempi primitivi la teocrazia era tutto: religione, scienza, 
Btato, governo. Nei tempi di mezzo, dopo lunglie lotte, succedette 
l’immistione dei due poteri, religioso e civile , coi compromessi, i 
concordat!, che temperaronsi man mano che la società civile si 
svolgeva. Ora siamo arrivât! allô stadio che la libertà di coscienza 
e la separazione dei diritti e doveri religiosi, dai diritti e doveri 
dello Stato, sono principii oramai proclamât! o desiderati. Nè credo 
che ciô provenga daU’affievolimeiito del sentimento religioso, ma 
piuttosto dal convincimento che questa separazione sia necessaria 
al pieno svolgimento deU’idea religiosa e dello stato civile. 

A lei ripugna il pensiero di uno Stato ateo, incredulo o scettico, 
ed a me pure. Ma io non credo che questa sia la coiiseguenza logica 
délia separazione délia Chiesa dallo Stato. 

Lo Stato, non occupandosi di cose religiose, non si dichiara ateo 
0 scettico, ma riconosce solo che non è competente in materia re- 
ligiosa. Se fa rispettare l’esercizio di ogni culto non è per indif- 
ferentismo, ma perché rispetta la libertà di coscienza. Ella terne 
che questo sistema politico propaghi il materialismo e sia fonte di 
tutte le malattie sociali. Questo timoré sarebbe fondato quando il 
Governo proibisse Tinsegnamento religioso, non quando lo lascia 
libero aU’Autorità più competente e capace di darlo. 

Il timoré sarebbe fondato quando il Governo, che non vuole im- 
partire nelle sue scuole l’insegnamento religioso, permettesse poi 
che ivi s'insegnassero dottrine o massime contrarie alla religione. 
Questo scandalo è purtroppo già avvenuto ed io lo deploro quanto 
Loi, e con Lei sono pronto a censurarlo e combatterlo. 

Infine Ella prevede che la nomina dei vescovi e dei parroci, 
lasciata in balia délia Curia romana, conduca a costituire una 
gerarchia ecclesiastica av versa al nuovo regno, che ispirerà- nei 
fedeli sentiment! di avversione contre il nuovo ordine di cose. 
Io non sente neanche questa paura. Un ecclesiastico, sia pure 
nominato con o senza il beneplacito del Re, sarà sempre ubbidiente 
aile istruzioni de’ suoi superiori religiosi. Nelle antiche Provincie 
si vide che, dopo il 1848, quasi tutti i vescovi si spiegarono av- 



versi al Governo, benchè fossero stati nominati col placet e col- 
Vexequatnr, Del resto, la Sede apostolica ha oramai compreso che 
i troppo zelanti e fanatici non giovano alla sua causa, e che le 
popolazioni italiane sanno comprendere e distinguera tra zelo sin- 
ceramente religioso e zelo settario e politico, cioè quello che è di 
Cristo da quello che è di Cesare. 

Credo di avéré risposto ai punti principali del pregevole suo 
libro, per quanto i limiti di una lettera possono permetterlo. Le 
risposi da uomo più pratico che dotto, non arrogandomi d^esserlo. 
Per certo non riuscirô a convincerla, ma stimai dovere di cortesia 
di rispondere al suo invito. Ad ogni modo, io saluterô corne un 
buon avvenimento, Tapparizione d'un partito conservatore alla 
Caméra, perché ogni opiuione deve esservi rappresentata ; perché 
potrà frenare la foga degrimpazienti o avventati ; e nelle question! 
di ordine e di moralità pubblica potrà dare anche appoggio al 
partito liberale moderato. 

Ed era su questi principii che Lanza voleva informata 
la legge delle guarentigie, corne spiegava nella dotta re- 
lazione da cui faceva precedere il progetto che presentava. 

Dopo d’avere parlato delle prérogative di Sovrano con- 
servate al Pontefice , délia dotazione niantenutagli in 
lire 3,225,000, eguale a quella assegnatagli dall’ultimo bi- 
lancio del suo Governo, dei palazzi e délia villa, dell’im- 
munità di quei luoghi e di quelli in cui si fosse tenuto 
un Conclave od un Concilie, soggiunge: 

Noi non intendiamo che la Chiesa, per essere libéra nello adem- 
pimento délia sua missione, debba essere per modo separata, corne 
alcuni pensano, dallo Stato, che non abbia più con esso alcuna 
relazione o contatto, e che la Chiesa e lo Stato nulla più abbiano 
a fare tra di loro. Cotesta separazione assoluta tra due società 
che vivono una vita comune, e che si compongono in Italia, dove 
immensa é la maggioranza dei cittadini cattolici, quasi degli stessi 
elementi, che pei loro atti, tendent! per vie diverse a scopo comune, 
si trovano in continue contatto, sarebbe, a nostro avviso, una 
vera iinpossibilità sociale. Noi intendiamo la libertà délia Chiesa 
nel senso che la sua azione religiosa debba essere distinta dal- 



— 62 - 


l’azione civile e politica dello Stato ; che Tazione délia Chiesa non 
debba dipendere da quella dello Stato ; che Tuna e Taltra Società 
debba muoversi ed agire nella propria sfera di giurisdizione, con 
nguale libertà e colla sola condizione che le due azioni, trascendendo 
la propria orbita, non si impediscano e turbino reciprocamente, nel 
conseguimento dei loro fini più naturali. Questo sistema di vita 
jndipendente e libéra sotto la sola norma del diritto comune, non 
fiolo è possibile, ma è proprio delllndole delle due Società araiche 
je sorelle, e deve sommamente conferire al felice e progressive 
pvolgimento deU’una e dell’altra. 

Eccovi in poche parole espresso, o signori, il concetto di quella 
libertà, alla quale noi siamo convint! che la Chiesa cattolica abbia 
diritto, corne necessaria condizione délia sua indipendenza da ogni 
podestà umana, dacchè è cessata quella guarentigia che essa 
aveva, agli occhi di molti cattolici, nella sovranità temporale del 
suo Capo supremo. 

Finchè durô la vita travagliosa e inquiéta di questa sovranità, 
che fu cagione di tant! danni alla Cristianità ed airitalia, i Go- 
verni degli Stati cattolici sentirono il bisogno di premunirsi contre 
Je invasion! e le usurpazioni sovente tentate, anche per mire po- 
litiche, dalla Curia roraana e dai ministri d’una religione sostenuta 
da un sovrano straniero, loro capo; e ciô adoperarono con varii 
gpedienti, che, più o meno indirettamente, facevano la Chiesa sog- 
getta allô Stato; cosi, col mezzo del regio l^xequatur^ essi non 
permettevano che gli atti provenienti dalla Curia di Eouia avessero 
sul loro territorio eseeuzione esterna senza il loro assenso; me- 
diante il regio FlacitOy sottoponevano alla loro approvazione le 
nomine dei parroci e di altri ministri del culte cattolico ; medlante 
il diritto che esercitavano di presentazione dei vescovi alla Santa 
Sede, ed il loro giuramento, miravano ad assicurarsi délia fedeltà 
e devozione dei vescovi; médian te gli appelli detti per àbuso^ ri- 
provavano gli atti deU’Autorità ecclesiastica riputati lesivi dei 
diritti dello Stato o dei privati, e ne reprimevano anche gli autori 
con la privazione o la sospensione delle temporalità, ed anche tal- 
volta con provvedimenti più severi; non tolleravano infine che si 
tenessero riunioni di Sinodi, di capitoli od altre assemblée eccle- 
siastiche senza il loro gradimento. 

In compense di questa moltiforme ingerenza délia podestà civile 



— 63 — 


negli aflfari délia Chiesa, i sovrani cattolici accordavano con con- 
eordati, con leggi ed in virtù di consuetudini, privilegi, préroga- 
tive ed esenzioni di varie genere alla Chiesa; le accordavano la 
protezione ed anche Taiuto del braccio secolare per la esecuzione 
degli atti délia podestà ecclesiastica nel foro esterno. 

È qnesto in gran parte il diritto pubblico che ancora oggidi 
regge in Italia le relazioni fra la Chiesa e lo Stato. Il quale di- 
ritto, dette anche aulico o cesareo^ fondato sulla mutua ingerenza 
dello Stato nelle cose délia Chiesa e délia Chiesa nelle cose dello 
Stato, non solo ha perduto ogni ragione di essere per la caduta 
del potere temporale del papato, donde aveva tratto la prima sua 
origine, ma nemmeno potrebbe continuare senza dar motivo alla 
cattolicità di temere per la libertà e la indipendenza délia Sede 
apostolica e délia Chiesa, in quanto i precipui loro atti si trove- 
rebbero soggetti al sindacato del Governo italiano. 

Conviene adunque riconoscere la necessità, più volte dichiarata 
da quei che trattarono seriamente la questione romana, e dal Go- 
verno, che cessi oramai in Italia il diritto pubblico ecclesiastico 
succennato, e vi sia sostituito un sistema di mutua libertà per la 
Chiesa e per lo Stato. 

Entrando francamente il progetto in questa via, la sola vera- 
mente degna di un popolo confidente nel grande principio di li- 
bertà, applicato a tutte le parti ed a tutti i rapport! dcU’urnano 
-consorzio, va segnando le diverse franchigie che vi proponiamo di 
sancire a favore délia Santa Sede e délia Chiesa. 

Codeste franchigie sono: 1° La libertà di tutti gli atti delFau- 
torità e giurisdizione spirituale ; 2® La libertà di comunicazione e 
di corrispondenza tra la Santa Sede e tutti i membri délia Chiesa ; 
30 La libertà di associazione 0 riunione; 4® La libertà di colla- 
zione di tutti gli uffizi ecclesiastici ; 5° La libertà d'insegnamento 


Rimane con ciô abolito l’appello per abuso contro tali atti al- 
i’autorità laicale; ma viene ad un tempo proscritto per sempre 
Tuso del braccio secolare, ossia délia forza, ed ogni altro mezzo 
coattivo nella esecuzione dei provvedimenti religiosi, siccome quelli 
che per la loro natura spirituale abborrono da qualunque coazione 
O violenza. Oramai la forza più non si adoperava in aiuto délia 
religione cristiana che nello Stato pontificio, per la confusione dei 



— 64 — 


due reggimenti civile e religioso, per l’unlone délia spada e del 
pastorale, per la natura teocratica del Governo. La intiera cessa- 
zione di questo stato di cose non sarà Tultimo dei benefizi che 
ritalia avrà procacciato alla umanità^ imponendo due alla teocrazia 

niedioevale di Roma 

Logica e necessaria conseguenza delle liberté avanti enuncîate, 
deve essere la cessazione del regio exequatur, del regio placito, 
del giuramento dei vescovi al Be e délia legazia apostolica di Si- 
cilia, che è la più larga e superlativa ingerenza del potere laico 
nelle cose délia Chiesa. L’abolizione di tutti questi vincoli, imposti 
alla Chiesa per consuetudini e concordat!, cancellando le antiche 
e perpetue cagioni di discordia tra Timpero ed il sacerdozio, ne 
dovrà produrre, in tempo più o meno prossimo, la pace e la con- 
cordia iînora invano desiderate. Giova notare, quanto al regio 
exequatur^ che essendo stabilité daU’articolo 18 dello Statuto per 
le provvisioni provenienti dalV ester o, più non troverebbe termini 
di applicazione dacchè la Curia romana ha cessato di avéré sede 
in suolo straniero al regno d’Italia. Tuttavia Tarticolo 17 del pro- 
getto, nel dichiarare abolite queste regalie, reca una esplicita ri- 
serva del diritto di vigilanza che incontestabilmente compete allô 
Stato sui béni temporal! délia Chiesa, corne di qualunque altro 
istituto ammesso nel regno, perché non sieno distratti dalla dota- 
zione deirente cui appartengono, né sia altrimenti menomata la 
proprietà deirente medesimo ; qualsiasi provvedimento deirautoritù 
délia Chiesa che colpisca tali béni, o per la loro alienazione, o 
per gravarli di pensioni, o per mutarne la destinazione, non potrà 
sfuggire all’assenso del Governo, prescritto dalle leggi dello Stato. 


Questa legge, in alcune parti variata dalla Caméra e 
dal Senato e resa meno larga di quanto Lanza Tavrebbe 
voluta, fu promulgata il 13 inaggio 1871. Essa veniva a 
sancire, più ampiamente, l’indipendenza délia Chiesa dallo 
Stato, che Lanza aveva propugnato fin daU’anno 1865, in- 
formandosi ai principii professati da Cavour. 

Affinchè poi si rendesse manifesta lutta l’importanza e 
la serietà degl’intendimenti ond’era mosso il Governo per 
la libertà délia Chiesa, Lanza si adoperô a dare a quella 



— 65 — 

legge la massima diffusione, si aU’iiiterno clie all’esterO; 
ed un aiuto efficacissimo in quest’opera patriotica egli 
ebbe da Euggero Bonghi, che dopo avéré, corne relatore 
alla Caméra, sviscerato queU’argomento e valorosamente 
difeso il disegno di legge, vplle pure far palese, in una 
bella monografia inserita nella Bevue des deux mondes^ lo 
spirito di equità, di conciliazione e di saggia îibertà a cui 
s’era informata Tltalia nel dettare quelle norme, che do- 
vevano regolare i novelli suoi rapport! fra lei ed il papato. 
Lanza promosse quanto potè la divulgazione di quelle 
scritto pregevolissimo, persuaso di rendere un efficace ser- 
vigio alla sua patria e non immaginandosi allora certa- 
mente che, molti anni dopo, se ne sarebbe da alcuni tratto 
argomento per tentare di far cadere su di lui e su Bopghi 
il sospetto di una specie di malversazione del pubblico 
danaro. 

Questo contegno prudente ed equanime del Governo 
italiano valse a calmare i sospetti ed i timori delle po- 
tenze ed a convincerle che, se il Papa aveva perduto il 
potere temporale, non aveva perduto nè l’autorità nè la 
Iibertà di capo délia Chiesa cattolica, e che anzi il suo 
ministère spirituale veniva reso più indipendente, liberato 
dalle pastoie del potere civile. 

Pio IX non voile riconoscere le guarentigie, ch’egli con- 
siderava, corne tutte le altre leggi italiane, l’emanazione 
di un Governo usurpatore; rifiutô persino la dotazione 
che da quella legge gli veniva assegnata; si chiuse in 
Vaticano, dicendovisi prigioniero; il 20 ottobre 1870 di- 
chiarô sospeso il Concilio Ecumenico, e nel novembre 
mandô a tutti i prelati un’enciclica, la più violenta che 
sia emanata da quel pontefice, colla quale egli protestava 
contre gli atti del Governo suhalpino (non voile mai dirlo 
italiano), ricordava le fasi delle subite spogliazioni, di- 
chiarava essere il potere tepaporale intimamente congiunto 
coU’utilità e la Iibertà délia Chiesa universale e procla- 


ô — Lanza, Meinorie. 


Vol. II. 



— G6 — 


niava che non si concilierebbe mai cogli usurpatori, con- 
tre i quali, coi loro aderenti ed aiutatori, scagliava la 
scomunica maggiore. 

Ben diverso era stato il contegno del Pontefice nei priini 
tempi dell’occupazione di Roma. Allora i miü consigli ave- 
vano prevalso, ed egli e TAntonelli non avevano disde- 
gnato di aprire trattative coi rappresentanti del Governo 
italiano per Tappianamento di parecchie controversie e 
persino per la dotazione del Papa, di cui questi aveva 
accettato la prima rata mensile. 

Il cambiamento avvenuto indicava che il partito degli 
intransigenti ripigliava il sopravvento in Vaticano, forse 
ringagliardito dalle rinate speranze di ristaurazione, che 
si fondavano sul moto carlista, scoppiato in Ispagna e 
suU’agitazione che si propagava fra i cattolici d’Europa; 
ma nessuna potenza accennava a voler secondare tali 
jvelleitk di ristaurazione; e Vittorio Emanuole potè poi, 
con ragione, entrando in Roma, esclamare: a Romacisiamo 
e ci resteremo, 

Era la politica saggia e prudente del suo Governo che 
gli presentava cosi solido edificio. 

« Guai se poniamo un pierle in fallo! « scriveva Lanza 
aU’amico Jacini, montre, in mezzo al generale tramestio 
ond’era agitata l’Europa, egli si accingeva al grande passo 
deirimpresa di Roma, E fu continuamente sotto V impres- 
sione délia responsabilità terribile che si assumeva, ch’egli 
meditô, discusse e formô quel disegno, di cui ogni parte si 
trovava intimamente colle altre collegata, infonnato, nelle 
linee generali, al concetto che nessuna discussione fosse am- 
inessibile sul diritto deiritalia su Roma; mâche nessuna 
spavalderia dovesse accomx)agnare quelFatto; che ogni 
passo su quel terreno dovesse essere cauto e sicuro, che 
s’avessero a conciliare il rispetto ai diritti d’ognuno col- 
Taudacia e colla violenza dell’occupazione, che s’avessero 
a disarmare le naturali irritazioni che ne sorgevano, non 



già con facili repressioni e con urti sconsiderati , ma con 
equanirai provvedimenti di rispetto alla libertà ed all’au- 
torità del capo délia religione, gli unici che potessero 
rendere stabile Timpresa, troncando la naturale preoccu- 
pazione che doveva destarsi per un avvenimento di tanta 
importanza pel monde intiero. 

Gli effetti di una taie politica, che disdegnava gli ap- 
plausi popolari e solo curava di compiere saggiamente la 
missione che s’era assunta, noi li risentiamo oggi ancora. 

Il modo con cui fu condotta ed effettuata l’occupazione 
(li lloma e la legge sulle guarentigie, furono per lunghi 
anni argoinento inesauribile di violente accuse, le quali, 
per l’accordo che nasce dai due estremi che si toccano, 
trovarono uniti il partito più avanzato col reazionario, nel- 
l’intento opposto, ma neU’opera comune, di non risparmiare 
imprecazioni e censure al Governo. Gli uni continuarono 
per inolti anni ad inveire contre il ministère Lanza e con- 
tre Lanza in modo spéciale, additandolo corne quegli che 
non voleva andare a Roma e che, trascinatovi dalla pub- 
blica opinioiie, aveva subito quell’atto corne una necessità, 
e poi Taveva compiuto, umiliando l’Italia dinanzi aile po- 
tenze estere ed al Pontefice stesso. Gli altri, a loro volta, 
non sanno ancor oggi perdonarla al Ministero usiirpatore; 
la legge delle guarentigie dichiararono un’impostura; non 
la vollero nè accettare nè riconoscere; ne respinsero sde- 
giiosamente i benefizi ed affettano di continuare a re- 
spingerli. 

Ma sono 17 anni che Tltalia è a Roma e non una séria 
(lifficoltà, è nata, fra le tante che ragionevolmente si pote- 
vano temere e che forse si sarebbero provocate con altra 
condotta di governo; la legge delle guarentigie, mantenuta 
intatta da coloro stessi che Payevano più aspramente com- 
battuta, seguita a regolare i rapporti dell’Italia col Ponte- 
fice, e questi, pur non riconoscendola, ne godette tuttavia 
e continua a goderne tutti i benefizi, pochissimi eccettuati. 



— 68 — 

Vittorio Emanuele manifesté a Lanza la sua approva- 
zione e la sua riconoscenza per quanto aveva fatto, con- 
ferendogli la massima fra le onorificenze clie esistono in 
Italia, quella di Gran Collare delPordine deU’Annunziata, 
che porta con sè il titolo di cugino del Re. 

Quest’onorificenza inaspettata confuse Lanza, sia perché 
aU’onore non credeva corrispondessero i meriti suoi, sia 
perché temeva che il decoro del nuovo grade fosse per 
imporgli un maggior lusso, che il suo stato finanziario 
non gli permetteva; e queste considerazioni egli confidava 
a Sella, che con lui si congratulava, soggiungendo che 
avrebbe rifiutato il troppo grande onore. 

Sollecitamente lo dissuadeva Sella da quel proposito, 
scrivendogli: 

Caro Lama^ 

Il gran rifiuto è impossibile sotto ogni piinto di vista. 

Non è vero che ti manchi il merito. Nei collari attuali oltre la 
metà non han reso servizi paragonabili a quelli che hai resi tu. 

Non vedo poi cosa entri la fortuna in una croce. Se tu avessi 
famiglia e si trattasse di un titolo ereditario, allora avresti tutte 
le ragioni. Ma una crooe che muore con te ! Se non credi derogare 
andando, présidente del Consiglio, a mangiare le costolette ai 
Risorti (1), credi che derogherai andandoci collare o non collare? 

Credi che otto giorni dopo vi sarebbe ancora in Italia chi se 
ne occuperebbe? 

Insomma non vi è alcuna ragione perché tu possa rifiutare. Mi 
riserbo di tornare alla carica a voce. 

Tuo aff,mo 
Q. Sella. 

Il 24 giugno 1871 la Caméra fu chiusa colle seguenti 
inemorabili parole dal présidente Biancheri: 


(1) Era un Caffè ristorante di poco lusse in Firenze. 



— 69 — 


« Ed ora, onorevoli colleghi, a rivederci in Eoma, sempre intenti 
al bene délia patria, sempre uniti nel nostro affetto al Ee ed al-- 
ritalia w. 

L’ultima legge che la Caméra votô in Firenze fu quella 
dei provvedimenti speciali sulla pubblica sicurezza e di 
sostituzione di alcuni articoli del Codice penale. 

I reati di sangue, in alcune provincie, andavano sempre 
aumentando, fomentati dalle sêtte, dal grande numéro degli 
oziosi e vagabondi, daU’uso invalso del porto d’armi insi- 
diose e dalla quantità eccessiva delle bettole, non suffi- 
cienteraente sorvegliate. Contro questi incentivi al male 
Lanza propose altrettanti rimedi coi provvedimenti di mag- 
gior rigore che, d’accordo col Ministro di grazia e giu- 
stizia, forinolô in quel disegno di Legge, introducendovi 
pure Tistituzione nuova delVammonizione agli oziosi e 
vagabondi, denunziati al pretore corne tali. Si osservô, 
e non senza qualche ragione, che quel rigore eccessivo 
contro i portatori di armi proibite riesciva molesto e no- 
civo talvolta ai galaiituomini, mentre era inefficace per 
contenere i delinquenti; ma il pensiero clie inuoveva 
Lanza a coteste proposte era non tanto quelle di impedire 
i misfatti dei malfattori consuinati, quanto quelle di preve- 
nire i reati di sangue, divenuti frequenti nelle risse, per 
l’abuso generale del porto d’armi, • e convien dire che, per 
questo rispetto, ottenrie ottimi risultati. 

Anche Vammonizione fu argomento di gravi censure, 
corne provvediniento che abbandona i cittadini nelle mani 
deU’autorità di pubblica sicurezza e del Pretore, privan- 
doli delle garanzie dei pubblici dibattiraenti e dei diritti 
consentiti dalle leggi ordinarie alla difesa; e non manca- 
rono alcuni abusi di cotesta disposizione eccezionale, che 
vennero a corroborare quelle censure; ma tuttavia anche 
da questo provvedimento, che sbarazzô le provincie infe- 
state d’una considerevole quantità di oziosi e vagabondi, 
derivarono alla sicurezza pubblica benefizi importantissimi. 



Quelli erano provvedimenti spécial! e tali vennero de- 
finiti da Lanza, appunto per lo stato eccezionale in cui si 
trovava la pubblica sicurezza; ed è logico che essi esor* 
bitassero dalle norme coinuni di ordinaria legislazione. 

Altri gravi avvenimenti eransi compiuti in questo frat- 
tempo. In Francia, il Governo délia difesa nazionaie, suc- 
ceduto a quelle impériale, aveva proclamato la resistenza 
all’invasione germanica ed il suo appelle era stato accolto 
con entusiasmo da quella nazione sventurata. Ma con un 
esercito in parte già decimato dalle perdite subite e dalla 
resa di Sedan, in parte chiuso ed assediato nelle fortezze, 
ben poco poteva la resistenza di cittadini male organiz- 
zati e peggio armati, contre un esercito disciplinato, ben 
fornito, baldo per le riportate vittorie e condotto con arte 
ed accortezza ammirabili. Lanza avrà certamente pensato 
allora al Piemonte del 1849 dope Novara; ed avrà seria- 
mente meditato sulle conseguenze che sarebbero derivate 
alla sua patria se fosse stato accolto il consiglio, da lui 
date con tenacissimo ardore, di ricorrere aU’insurrezione 
popolare. 

L’esercito germanico, continuando le sue marcie, fu 
sotte Parigi e la strinse d’assedio, divisando di pren- 
derla per faine. 

Fu in quel frattempo che il vecchio Thiers percorse 
le capital! delle principali Potenze europee per invocarne 
un aiuto alla Francia stremata. Alla metà di ottobre del 
1870 egli era a Firenze e si presentava ai Ministri, 
scongiurandoli, per quel sangue che la Francia aveva 
sparso per T Italia, che non volessero negarle soccorso. 
Egli chiedeva che centomila italiani, pel Cenisio, mar- 
ciassero sopra Lione, obbligando cosl il nemico ad una 
grande diversione, che avrebbe reso possibile a Bazaine, 
assediato a Metz, di liberarsi e di attaccare V esercito 
germanico dalla sua parte. 

Ma corne poteva accordarsi questo soccorso? L’ Italia, 



osservavano i Ministri, s’era impegnata con l’Austria, V In- 
ghilterra e la Russia in un trattato di neutralità, nè poteva 
muoversi seriza avvisare quelle potenze e senza che s’an- 
dasse incontro ad una conflagrazione generale, di cui essa 
sola si sarebbe assunta tutta la grave responsabilità; e 
poi era facile prevedere corne, nello stato disperato in cui 
era ridotta la Francia, qualunque soccorso fosse oramai inu- 
tile. Prima che Tesercito italiano avesse potuto mettersi in 
assetto di guerra e porre il piede in Francia, la sorte di 
Bazaine sarebbe stata decisa. Infatti Bazaine capitolava a 
Metz, dodici giorni dopo che il Ministère italiano aveva 
dato la sua risposta. 

Il Re era a Torino mentre si teneva quella conferenza 
con Thiers; ed impaziente di saperne il risultato, ne chie- 
deva notizie a Lanza, che subito gli rispondeva nello stesso 
giorno, 16 ottobre: 

« Conferenza con Thiers durô tre ore. Eranvi presenti 
« Cialdini e quattro Ministri. Thiers usô tutta la sua elo- 
« quenza per convincerci. Rimanemmo fermi. Cialdini ci 
« aiutô egregiamente. Dimostrô impossibilità portare soc- 
« corso efficace Francia ». 

Mi narrava Lanza, dieci anni dopo, parlandomi di quel 
colloquio, che Thiers era stato commovente nelle sue in- 
sistenze. 

« Quel giorno, soggiungeva egli, e quelle del colloquio 
« ch’ebbi col principe Napoleone nel settembre precedente, 
« furono brutti giorni per me. 

« È indicibile lo sforzo che dovetti fare a me stesso per 
« rimanere ferme nel mio dovere. Quel due uomini Tama^ 
« vano davvero la loro patria; e Tamarezza che si dipin- 
« geva sul loro volto dinanzi alla costanza del nostro 
« rifiuto e le parole che n’ erompevano erano cosi sentite 
« e cosi sacre, che straziavano l’anima ». 

In aiuto délia repubblica francese, era bensi accorso 
Garibaldi, altrettanto infervorato per lei, quanto era stato 



— 72 — 


avverso a Napoleone; nè queU’aiuto fu affatto inefficace. 
Ma quegritaliani ed il loro condottiere, non vi raccolsero 
che la gratitudine di pochi e le umiliantissime invettive 
dei più. Una Commissione d’inchiesta lamentô il danaro 
sprecato nel vestire i garibaldini con un lusso indecente^ 
l’infedeltà d’alcuni capi, Tindisciplina; e dichiarô che Gari- 
baldi ed i suoi non avevano portato altro che del danno. 
Tacio di altre accuse peggiori che si fecero e da autorità 
e da deputati e da alcuni giornali francesi a quel piccolo 
esercito ed allô stesso suo capo. 

Questo fu il frutto che raccolse in Francia Garibaldi, 
raentre air Italia creava non lievi difficoltà rimpettb alla 
Germania. 

Il Governo italiano osservava lealmente la proclamata 
neutralità; e non appena ebbe sentore délia spedizione 
garibaldina, pubblicô un ammonimento, in cui avvertiva 
essere suo ferme proposito d’impedire la violazione degriin- 
pegni assuntiiche i colpevoli eolti in flagrante si sarebbero 
sottoposti a processo e che coloro che avessero passato 
la frontiera, non sarebbero più considerati corne cittadini 
italiani, ma abbandonati alla loro sorte. La frontiera in- 
fatti era gelosamente custodita e non furono pochi gli 
arrestati, che vennero consegnati alT Autorità giudiziaria; 
ma tutta questa fermezza e questa sorveglianza non aveva 
potuto impedire che parecchi volontari e lo stesso Garibaldi 
Yarcassero i confini.Ne strepitavano i giornali di Germania; 
Bismark pareva poco convinto delle buone intenzioni del 
Governo italiano e manifestava, di tratto in tratto, il suo 
inalumore, ora col mostrarsi platonicamente tenoro del 
potere temporale, ora con note in cui lamentava Tinsuffi- 
ciente sorveglianza dei confini. Lanza respingeva energi- 
camente quei sospetti; e quanto l’indispettisse quell’insi- 
stenza, ce lo prova la seguente sua lettera al Brassier de 
St-Simon, ministre di Prussia presse il nostro Governo, 
colla quale rispondeva airavvertimento datogli délia pre- 



— 73 — 

senza di Ricciotti Garibaldi a Firenze ed a novelle solle- 
citazioni di sorveglianza. 

Monsieur le Ministre^ 

Même avant votre billet je connaissai déjà la présence de Ricciotti 
Garibaldi à Florence et son intention d^ aller en France auprès 
de son père. 

J’ai donné tout de suite les ordres les plus précis pour lui empê- 
cher de passer la frontière. Malgré cela je ne puis pas vous assurer 
qu’il n’arrive à éluder la vigilance des agents du Gouvernement 
du Roi, mais on verra que le Gouvernement fait tout son possible. 

Les arrêts nombreux qu’on a opéré et les procès pendants pour 
fair respecter strictement la neutralité, sont là pour le prouver même 
aux disciples de St-Thomas. Je n’ai pas l’ intention méchante de 
faire allusion à vous, mais à d’autres qui sont loin. 

Agréez Monsieur le baron les expressions de ma considération 
très-distinguée. 

G. Lanza. 

Se fedelmente osservavala neutralità, il Governo italiano 
non si rimaneva spettatore indifférente di quella guerra 
sanguinosa, che durava da si lungo tempo. Quando vide 
riescite vane le amicbevoli introinissioni offerte insieme 
cogli altri Governi, osservô aile potenze neutrali che i 
blandi consigli diplomatici a nulla più potevano servire e 
che un’azione vigorosa si rendeva necessaria, si verso l’uno 
che verso l’altro dei combattenti, per costringerli ad una 
pace. Ma non era facile un accordo fra quelle potenze. 

La Russia, approfittando del generale trambusto, aveva 
denunziato il trattato stipulato a Parigi nel 1856 sulla 
neutralizzazione del Mar Nero, cancellando cosi tutti gli 
effetti délia guerra di Crimea ; l’InghilteiTa aveva prote- 
stato e ritalia non aveva potuto assistere impassibile alla 
distruzione dell’opera a cui il suo Piemonte aveva concorso. 

Indi una diffidenza generale che s’era insinuata nei Go- 
verni europei, rendendo difficile ogni concerto di pacificazione 



74 — 


e poco efficaci le proposte d’una sola potenza, quantunque 
appoggiata dalle altre. 

Parigi intanto, stretta per l’assedio corne in una cerchia 
di ferro, afFamata, perduti i migliori suoi forti, era caduta. 
La pace venne finalmente conchiusa il 26 febbraio 1871 
e fu pace che costô alla Francia, oltre al tanto sangue 
sparso, due provincie e cinque miliardi. Corne se un tanto 
disastro non bastasse, vi s’aggiunse il flagello délia Co- 
mune, clie scoppiô a Parigi, bruttandola di sangue e di 
rovine. Fu prontamente repressa, ma non se ne distrusse 
il mal seme e furono enorrni i danni che derivarono da 
quella guerra fratricida. 

Cotesti fatti accadevano montre in Italia la massima 
delle cure era rivolta a Roma. 

Lanza, presentando il progetto di legge sul trasporto 
délia Capitale, aveva promesse alla Caméra che, al prin- 
cipio di luglio, Roma sarebbe stata, anche di fatto, la 
Capitale d’Italia. La sera del 30 giugno 1871 egli partiva 
con quasi tutti i Ministri per la nuova sede del Governot 
ed il 2 luglio vi entrava solennemente Vittorio Emanuele, 
acclamato e festeggiato dai Romani. 

La gioia del Re e dei suoi Ministri, non fu tuttavia com- 
pléta in quel giorno. Non tutti i rappresentanti delle potenze 
estere erano intervenuti a quella solennità; e si era in modo 
spéciale notata l’assenza di Choiseul, ministre di Francia, 
il quale il giorno prima era partito in congedo. Questo 
fatto e le invettive che i giornali francesi scagliavano contra 
ritalia in quei giorni, e Tagitazione fattasi più viva colà 
del partito cléricale, avevano sommamente irritato Vittorio 
Emanuele, che non tard6 a dimostrare il suo disgusto. 

Nel settembre di quell’anno si doveva inaugurare solen- 
nemente la galleria del Fréjus. Quell’opera ciclopica, in- 
trapresa dal piccolo Piemonte, sotto gli auspicii di Cavour, 
era stata incominciata con poveri mezzi, e fu compiuta 
assai prima del tempo previsto, specialmente mercè l’in- 



— 75 — 


venzione délia perforatrice, dovuta al genio di Sommeiller, 
di Grandis e di Grattoni, ingegneri preposti dal Governo 
italiano alla direzione di quel lavori. 

Sommeiller potè vedere il compimento dell’opera dovuta 
in tanta parte a lui ; ma non potè godere dei festeggia- 
nienti, con cui si celebrava quella vittoria del genio e del 
lavoro ; egli era morto poco tempo prima. Lanza pianse 
arnaramente la perdita deU’amico, ehe tanta stima e tanto 
alïetto gli portava e che l’aveva sempre confortato in 
tutte le più grandi difficoltà délia sua vita politica. Agli 
orecchi di lui risuonavano ancora le parole riboccanti di 
patriottismo e d’amicizia che queiruomo gli aveva diretto 
pochi mesi prima: 

Je ne vous félicite pas (gli scriveva Sommeiller dopo la presa 
di Roma) de la manière glorieuse dont vous avez couronné vingt 
ans de durs combats parlementaires pour Tltalie ; je ne vous dirai 
pas que d’un seul coup vous vous ôtes vengé de vos adversaires et de 
vos détracteurs ; ces choses là ont peu de prise sur un esprit aussi 
fortement trempé que le vôtre. 

Fortem et tenacem propositi virum! 

Mais vous permettrez à votre ami de vous écrire que si notre 
entrée à Rome a comblé ses veux, il n’a pu retenir une larme du 
cœur en pensant que ce grand fait se réalisait sous le Ministère de 
Giovanni Lanza ! Oh ! croyez que, si je vous avais tenu dans mes 
bras, vous auriez risqué d’y rester étouifé. Je suis encore tout 
entier à la joie folle : Rome ! Rome ! Et nous y sommes allés, vous 
en tête! , 

Cher ami, vous devez vous sentir heureux! 

Des fondements aux toits de l’édifice, sur toutes les pierres prin- 
cipales on verra inscrit le nom de Giovanni Lanza, et toujours en- 
touré d’une auréole de patriotisme vrai, d’honnêteté sans tâche, de 
fermeté invincible de dédain pour tout ce qui n’aboutirait au vrai 
bien du pays. 

Avouez, mon cher ami, que la vertu est quelquefois consolée 
dans ce monde. Allez, allez à Rome! Cincinnatus reconnaîtra un 
des siens. 



— Te- 


ll faut me borner : vous dévinerez ce qu’il me resterait à dire ; 
et après vous avoir embrassé une autre fois à travers les 400 ki- 
lomètres qui nous séparent, je change de discours 


Adieu, cher et heureux ami, je vous serre sans façon dans mes 
bras, quoique vous soyez le cousin du Roi 


Votre tout à vous 
G. Sommeiller. 


Lanza ricordava pure la nobiltà di cuore di queiruomo, 
elle non aveva voluto accettare senza protesta un’onori- 
ficenza superiore a quella accordata a Grattoni, che l’aveva 
meritata, egli scriveva, non meno di lui. « Mettez-nous 
(implorava egli da Lanza) de niveau dans les témoignages 
honorifiques, comme nous l’avons été dans notre lutte 

de 12 années contre la nature Diminuez 

ma part ou élevez la sienne. (Vedi lettera 223). 

Uomini di tal fatta non si dimenticano, e la loro morte 
lascia un grande vuoto nel cuore degli onesti. 

Col compimento del traforo del Fréjus, l’Italia e la Fran- 
cia, attraversata la barriera che natura aveva innalzata 
fra le due nazioni, si doveano stendere la mano con pro- 
positi di pace e di lavoro ; ma che stretta di mano era 
quella! In Francia un forte partito si accaniva contre 
ritalia, più ancora che contro la Germania, e non una 
voce si alzava cola che. osasse manifestarci un sentimento 
di simpatia : tutto al più o indifferenza od un riserbo 
poco rassicurante. Da noi, com’era naturale, non si poteva 
far buon viso a chi teneva coiritalia un si provocante con- 
tegno; quel ricambio diastiie di diffidenze che, scendendo 
daU’alto, si andava infiltrando nel popolo, io non credo 
che potesse troncarsi per opéra di Governi. 

Lo credette invece Sella e con lui lo sperô lontanamente 
e per qualche tempo anche Lanza. Conscio délia protesta 



^ 77 


che s’andava firmaado in Francia contre l’occupazione di 
Roma, Sella voile tentare di trar profitto dalla solennité 
imminente dell’inaugurazione délia galleria, per avvicinare 
Thiers e Vittorio Emanuele; e ne scrisse a Lanza nella 
seguente lettera, la quale rivela, più che un progetto sta- 
bilité, un vago disegno che abbisognava ancora d! una 
discussione. 


Garo Lanza, 


Firenze, 1871. 


Stassera vo a Eoma onde occuparmi dei locali per le flnanze, 
quindi me ne scapperô il più presto possibile onde respirare a 
Biella un po’ di buon’aria. Stanotte ebbi la febbre. Sento clie mal 
si regge in questi climi a tanto calore ed a miasmi perniciosi, col 
supplemento di aifanni e dispiaceri inerenti al mestiere. 

Ti avevo detto che proposi a di sollecitare i Ministri 

francesi, per esempio quelli dei lavori pubblici e delle finanze, di 
venire al traforo dei Cenisio in occasione délia sua inaugurazione. 
Se si, noi avremmo fatte feste, ecc. Tu approvasti e dopo la tua 

approvazione scrissi una lettera stimolante a Questi mi 

telegrafa da : 

Comunication faite hier a été parfaitement accueillie; f écris 
o^jourd'hui, Appena avro la sua lettera te la comunicherô. Sarebbe 
una manifestazione importantissima, che le ultime elezioni rendono 

probabile. Mi dai carta bianca per combinare con l’oc- 

corrente ? 

Perô vorrei avéré il tuo giudizio sovra questo punto. Debbonsi 
spingere le sollecitazioni fino a Thiers? In tal caso si acconten- 
terebbe Thiers di aver te per vis-à-vis , o ci vorrebbe V. E.? A me 
parrebbe che ad ogni Ministre francese che viene debba contrap- 
porsi il nostro corrispondente. 

Se le finanze non vengono, mi pare che io non ci dovrei an- 
dare ; se vengono si. Ma tu che vorresti fare ? Il tuo vis-à-vis è 
per una parte Thiers, il quale per un altro lato è più di te. Fammi 
il piacere di dirmi corne vedi e senti questa cosa, onde mi serva 
di norma sicura neUe corrispondenze con il quale, per i 



— 78 — 


servigi resi da Rothschild; ha oggî, a quanto credo, più influenza 
di Nigra. 

Dimmi ben chiaro; 1° se mi dai carta bianca ; 2® se tu ci an- 
dresti anche a costo di avéré a vis-à-vis un ministre semplice, e 
se si debba sollecitare fino a Thiers. 

Addio di cuore. 


Tuo aff.mo 
Q. Sella. 

A Lanza sorrise quest’idea del riavvicinamento del Re 
d’Italia col Présidente délia repubblica francese; e si af- 
frettô a dare al collega la carta hianca che chiedeva. 

Sella si pose all’opera e subito raggiunse felicemente 
la prima fase delle trattative. Thiers era disposto a ve- 
ntre aU’inaugurazione per incontrare il re dTtalia a Mo- 
dane, se questi acconsentiva di andarvi; ma alla seconda 
fase le trattative trovarono un ostacolo insormontàbile 
nella fierezza di Vittorio Emanuele. Egli rispose a Sella 
che non poteva dimenticare l’affronto fattogli dal Ministro 
francese, partito in congedo mentr’egli entrava in Roma; 
che il rispondere con una cortesia a quello sgarbo, gli 
pareva un atto di troppo debole deferenza. Se Thiers 
desiderava di conferire con lui, lo troverebbe a Torino. 
Oltre a questa considerazione si aggiungeva ancora Tosta- 
colo del giuramento ch’egli aveva fatto, nel cedere la 
Savoia alla Francia, di non porre piede mai più nella 
terra ch’era stata la culla dei suoi avi. 

Sella, nel trasmettere questa risposta a Lanza, diceva: 

« Deploro grandemente simile risoluzione; io avviso che 
« il Consiglio dei ministri debba presentare a S. M. for- 
« male deliberazione per mezzo del Présidente del Con- 
« siglio ». 

Lanza, senza presentare al Re una deliberazione for- 
mule, si provô a rimuoverlo da quel rifiuto ; ma questi 
stette fermo ed acconsentl soltanto a ricevere con fe- 



steggiaiïienti a Torino i rappresentanti délia Francia, che 
erano Lesseps, Rémusat ministre degli esteri e Le Franc 
ministre d’agriceltura. 

Se quel due Ministri, e Sella in ispecie, a\evano desi- 
derate l’incentre dei capi delle due nazieni , ed avevane 
insistite per ettenerle, era anche perché l’Assemblea fran- 
cese doveva in quei gierni discutere un argumente che 
toccava melte da vicine l’Italia, e premeva ai nestri Mi- 
nistri di prepiziarsi il Thiers, présidente ed allora arbitre 
délia Francia. Si trattava d’una supplica che avevane pre- 
sentate aU’Assemblea i vescevi francesi, impleranti un ne- 
velle intervente délia Francia nelle cese di Rema. Vi si di- 
chiarava la necessità del petere temperale non solamente 
per la religione, ma anche per la pace del monde ; si 
ponevano a confronte le preve d’affetto date da Pie IX 
alla Francia con Vingratitudine deiritalia, che formata, 
vi si diceva, a prezzo di tante ore e di tante sangue 
francese, non aveva reso che slealtà ed abbandone ; e 
s’invocava, se non un intervento armato délia Francia, 
almeno « una protesta, un appelle aU’Europa, perché alla 
« quistione romana fosse reso il carattere che le compe- 
« teva di interesse universale ». 

Adolfo Thiers cosi rispendeva il 22 luglio 1871: 

U 

« Cette Italie, je n’en suis pas l’auteur, je suis celui 
qui aura le moins contribué à sa unité, mais enfin elle 
existe, elle est faite, il y a une Italie, il y a un royaume 
d’Italie, qui a pris place parmi les puissances considérables 
d’Europe. Que voulez vous que nous fassions ? Toutes les 
puissances protestantes, scismatiques, catholiques même^ 

vivent dans les meilleurs termes avec V Italie 

Certainement vous ne me demandez par la guerre, mais 
vous me conseillez une diplomatie dont le résultat serait 
de tenir en défiance, en éveil, une puissance qui dans 
l’avenir peut jouer un rôle considérable. 



— 80 — 

« Nous avons des grands intérêts religieux à sauve- 
garder. Ces grands intérêts je les défenderai eux aussi, 
dans la mesure des ressources que la situation nous 
fournira ». 

Thiers non poteva dimenticare quanto aveva detto egli 
stesso a Lanza nell’ottobre dell’anno prima in Firenze, 
parlando dell’occupazione di Roma. « Prima di lasciare 
« ritalia (narrava Lanza) (1) Thiers venue a salutarmi e, 
« stringendomi la raano, mi disse; nella questione romana, 
« al vostro posto, io avrei fatto corne voi » . E quantunque 
le parole dette all’Assemblea dimosti'assero più la rasse- 
gnazione dell’impotenza che non un riconoscimento spon- 
taneo del fatto compiuto dall’Italia, tuttavia esse erano 
tali da togliere ogni speranza agli ardenti ultramontani. 

L'Univers, giornale cattolico, il giorno dopo esclamava: 

a non è più possibile 

« illuderci ; la causa del potere temporale fu sconfitta 
« air Assembles Nazionale. Noi lo riconosciamo con dolore, 
a ma francamente. Tutte le nostre speranze sono perdute, 
« tutto è finito umanamente ». 

Ben più benevole per ITtalia avrebbero forse potuto 
essere le parole di Thiers, se, corne diceva Sella, Vit- 
tofio Emanuele non avesse offeso una vanità. Forse an- 
cora sarebbe stato più prudente che Sella, prima di far 
interpellare il Présidente délia Repubblica francese, si 
fosse assicurato il consenso di Vittorio Emanuele all’in- 
contro da lui progettato. Ciô che io credo certo si è, che 
il contegno più o meno benevolo del Governo francese 
non avrebbe mutato quello del popolo, che costrinse IT- 
talia ad abbandonare l’alleata del 1859 e ad unirsi più 
tardi coll’Austria e colla Germania ; e che l’atto risoluto 


(1) Diaoorso di Lanza al banchetto offertogli daU’Associazione Co- 
stitnzionale casatese il 20 settembre 1880, riportato dal giornale 
L’Elettore, di Casale. 



— 81 — 

di Vittorio Emanuele convinse ognuno che l’Italia, ac- 
condiscendente sempre e più che mai nella qûestione di 
Roma, non era poi Nazione d’umili compiacenze, disposta 
a rispondere con cortesie agli sgarbi altrui. Nè ad altra 
politica s’informava il ministère Lanza, quantunque in 
quell’incidente avesse in parte dissentito dall’opinione 
del Re. 

Il Ministero aveva deciso di rispettare grinteressi delle 
Potenze estere quando, coll’occupazione di Roma, esse 
avevano pptuto temere che la libertà délia religione cat- 
tolica fosse menomata ; e gli era parso atto di giustizia 
quelle di invitarle a stabilire insieme le garanzie che 
s’avessero a sandre per la libertà del Pontefice ; ma oltre 
questo limite non tollerô mai che alcuna Potenza s’inol- 
trasse ; e quando nel 1871, applicando a Roma le leggi 
italiane, venne presentata quella sulla soppressione delle 
corporazioni religiose ed un’agitazione si propagô fra i 
cattolici d’Europa e l’Austria propose una riunione di 
diplomatici accreditati presse il Papa, affinchè discutessero 
di quest’argomento, il Ministero italiano fu pronto a pre- 
sentare le sue rimostranze a Vienna. Esse valsero a dis- 
sipare i dubbi concepiti e provocarono anche assicura- 
zioni graditissime dal Ministre austriaco, corne lo dice il 
seguente telegramma del Curtopassi, ministre italiano a 
Vienna : 


11 mai 1871. 

Je n'ai pu m'acquitter qu'aujourd'hui des ordres contenus dans 
votre lettre confidentielle du 4 courant, relativement aux pieux 
établissements de Rome. Beust croit qu'on a exagéré à Florence 
la portée de sa communication. 

Il m'a déclaré qu'il n'a jamais été dans sa pensée de s’immi- 
scer le moins du monde dans l'application des lois italiennes. Au 
contraire, il avait proposé une réunion des diplomates accrédités 
auprès du St-Siège, afin d’établir entre eux une identité de vues, 

0 — L\nz\, Memorie, 


Vol. II. 



— 82 — 


et modérer, à roccasion, le zèle trop empressé de certaines puis- 
sances. Après ma communication il n’insistera pas sur son projet, 
mais il m’a exprimé le désir, pour mieux déterminer les idées res- 
pectives des deux Cabinets, de remettre les choses dans leur juste 
lumière, que l’on procède à l’échange de sa dépêche à M. . . . 

, . et de celle de V. E. à moi. 

H, écrit aujourd’hui même à Florence dans ce sens. J’attends vos 
instructions. 

CUBTOPASSI. 

E raentre da una parte quella vigilante energia dava 
codestî confortahti risultati, dalPaltra, coll’ottenere dalla 
Caméra l’approvazione del concorso dell’Italia, con 40 mi- 
lioni, neiropera del traforo del Gottardo, si conseguiva 
lo scopo economico d’una partecipazione importante fatta 
agritaliani in quei lavori e quello politico di accrescere 
le simpatie délia Germania verso di noî. 

Furono quelli î primi passi di distacco dalla Francia, 
che molti an ni dopo condussero aU’alleanza con l’Austria 
e con la Germania. 



XXL 


Apertura del Parlamento a Roma — Modificazione ministeriale — Lanza e le ri- 
forme ammiiiistratîve — Casale e Mellana — Il Codice sanitario — Agitazioni 
clericali e repubblicane — L ’ exequaiur e conciliante fermezza di Lanza — Il 
principe Amedeo in Ispagna — Lanza e Maria Vittoria — Morte di Napoleone III 

— La quistiono àQiVAlabama e Federico Solopis — L’esercito riordinato da 
Riootti — La Martnora — Le Finanze e Sella — Dissensi fra Lanza e Sella 

— Lanza e la Destra ~ Dimissioni di Correnti •— Gli succédé Scialoia — 
Fiaccliezza délia Destra — Dimissioni di Lanza scongiurate dal Re — Morte 
di Rattazzi — L’arsenale di Tarante — Dimissioni del Ministero non accet- 
tate — Legge sulle corporazioni religlose di Roma — Proposta di connvhio 
riflutata da Lanza — Caduta del ministero Lanza — Ministero Minghetti — 
Congedo del Re a Lanza — Residui dei fondi segroti. 


Il 27 novembre del 1871 Vittorio Emanuele apriva in 
Roma, a Monte Citorio, il Parlamento italiano. Nella prima 
parte del suo discorso inaugurale, interrotto da frequenti 
e vivi applausi, egli si ralle grava di vedere compiuta To- 
pera a cui aveva consacrato la vita, e Tltalia restituita 
a se stessa ed a Roma. 

« Qui, diceva egli, dove il nostro popolo, dopo la disper- 
sione di molli secoli, si trova per la prima voila raccolto 
nella maesià dei suoi rappresentanti, qui dove noi ricono- 
sciamo la patria dei nostri pensieri, ogni cosa ci parla di 
grandezea; ma nel tempo stesso ogni cosa ci ricorda i no- 
stri doveri . . .. . . . . .. . o. 



— 84 — 


« Bisorti in nome délia libertà^ dobbiamo ricercare neîla 
libertà e nelVordine il segreto délia forza e délia concilia- 
sione. 

U Noi abbiamo proclamato la separazione dello Stato 
dalla Ghiesa^ e riconoscendo la piena indipendenza delVaw- 
torità spirituale^ dobbiamo aver fede che Borna, capitale 
d^ItaMa, possa continuare ad essere la sede pacifica e ri- 
spettata del Pontificato 

E dopo avéré accennato ai principali progetti di legge^ 
che si sarebbero presentati dal Governo, quali la sop- 
pressione delle corporazioni religiose, le leggi finanziarie,. 
quelle sull’esercito, quelle riguardanti rautonoiuia dei Co- 
muni e delle Provincie e il decentramento amministrativo^ 
il Codice penale, la riforma deH’istituzione dei giurati e 
l’ordinamento giudiziario, il Sovrano esortava i partiti a 
gareggiare soltanto nel promuovere lo svolgimento delle 
forze produttive délia nazione. 

w L*avvenire (cosi tenuinava il Re il suo discorso) ci si 
schiude innanzi , ricco di liete promesse; a noi tocca rispon- 
dere ai favori délia Provvidenza, col mostrarci degni di 
rappresentare fra le grandi nazioni la parte gloriosa d’J- 
talia e di Borna v, 

Neirintervallo di tempo ch’era corso fra questa e la ses- 
sione precedente, il Ministero aveva subito due modifica- 
zioni : all’Acton era succeduto il Riboty nel Ministero délia 
marina; al Gadda, nominato prefetto di Roma, era suben- 
trato il Devincenzi nei lavori pubblici. 

Il V dicembre, Lanza présenté il progetto di legge suî 
riordinamento deiraraministrazione centrale e provinciale 
dello Stato, quelle sullo stato degl’impiegati e quelle di 
modificazione alla legge comunale e provinciale. Quest’ul- 
tima legge era sempre stata per lui argomento di lunghi 
e pazienti studi e di persistenti tentativi presse la Caméra 
per raggiungere lo scopo, che si era proposto, di una li- 
berale riforma generale. Una parte di co teste riforme 



— 85 — 


aveva già tentato di conseguire col progetto da lui pre- 
sentato nella seduta del 24 novembre 1864; ma la Ca- 
méra, il 2 febbraio 1865, su proposta del deputato 
Mellana, aveva respinto quelle novità, che pure erano un 
principio di savio decentramento e di progresse. 

Lanza non desistette per questo dal suo divisamento; 
O corne da semplice deputato non aveva ommesso mai di 
raccomandare una riforma di quella legge, seconde i prin- 
cipii che accennava, ridivenuto ministre, nella seduta del 
7 marzo 1870, presentô un novello progetto, col quale 
l’inveniva sulle proposte che cinque anni prima gli erano 
State respinte ed altre ne aggiungeva più liberalrnente 
iiinovatrici. 

« Il principio délia separazione délia provincia dalla 
Prefettura (diceva egli nella sna relazione), che, raentre 
dava la tutela dei Comuni al Governo, lasciava alla rap- 
presentanza elettiva la piena ed autonoma araministrazione 
délia provincia stessa, non potè prevalere in seno alla Ca- 
méra, la quale, con deliberazione del 2 febbraio 1865, ri- 
stabili il sistema délia legge del 1859, délia ingerenza 
diretta governativa nell’amministrazione provinciale e délia 
Deputazione nella sorveglianza delle aziende comunali e 
delle Opéré pie. 

« Non tardarono perô a manifestarsi nella pratica gli 
inconvenienti deU’immistione governativa e provinciale . 
» 

Aveva ben ragione Lanza di combattere Vimmistione délia 
Deputazione provinciale nelle aziende comunali e delle Opéré 
pie, e di combattere il cumule délia carica di deputato 
provinciale e di sindaco con quella di deputato al Parla- 
mento. Nella stessa sua Casale gli si preparava, senza che 
egli lo sapesse, un esempio che doveva dolorosamente con- 
fortare le sue teorie di legislazione amministrativa. 

La Cassa di risparmio, il Monte.di Pietà. ed il Ricovero 
di Mendicità, istituti casalesi fiorentissimi, erano già ân 



— 86 — 


d'allora caduti in mani d’amministratori inetti o negligentiy 
i quali non s’accorgevano degli sperperi e dei latrocinii 
che vi si andavano commettendo. I conti di quelle ammi- 
nistrazioni passavano alla Deputazione provinciale, di cui 
era anima e dominatore assoluto il deputato casalese Mel- 
lana, proprio quegli che nel 1865 aveva osteggiato il prov- 
vido progetto di Lanza ed aveva vinto. E con quella 
vittoria aveva ripreso maggior vigore, nella provincia ales- 
sandrina (e non era nè è la sola), la mala pianta delle 
clientèle e delle ingerenze, che aveva gettato le radici in 
tutto il régime ed in tutto il movimento amministrativo, 
ogni cosa accentrando in chi aveva saputo assumere la 
posizione di capo. 

Cosi avveniva che la Deputazione stimasse aifatto su- 
perflua un’attenta vigilanza su conti redatti od approvati 
da gente che godeva tutta la fiducia del deputato; che 
questi, o troppo fidente, o troppo obbligato a persone a 
lui devote, meno degli altri pensasse ad aprire gli occhi ; 
e, corne riferiva più tardi a Lanza un egregio funzionario, 
» quei conti restavano esca dei tarli nella segreteria délia 
« Deputazione provinciale, e la mancanza dei conti spe- 
« diti serviva di pretesto a non rendere i nuovi » ; ed 
i malversatori ne prendevano ansa da continuare nella 
loro voracità. 

Morto Mellana, e quando più poco rimaneva a dissipare 
di quei vistosi patrimoni, le autoritù si destarono. Vi fu- 
rono inchieste, poi processi; si andô alla ricerca dei conti; 
e fu taie la confusione che vi si rinvenne, che i più re- 
putati ragionieri non se ne seppero districare. I milioni 
erano spariti; ma non si potè constatare quali fossero le 
somme sottratte dagli accusati; si che due fra costoro fu- 
rono dai giurati dichiarati autori di sottrazioni non ecce- 
denti le L. 500, e n’uscirono con pochi mesi di carcere; 
altri fu assolto ed un. altro si suicidô, traendo seco il 
suicidio di tre innocent!. Una parte del patrimonio dissi- 



pato fu, dopo lunghi litigi, reintegrata dagli amrainistra* 
tori di qaeglMstituti; ma i deputati provincial!, non mono 
colpevoli dei primi, furono lasciati in pace. 

Il progetto di Lanza portava un cambiamento cosl ra- 
dicale, ch’era naturale gli suscitasse le opposizioni dei due 
lati estremi délia Caméra. La critica lo conviuse che in 
qualcbe parte il suo progetto era difettoso e che in qual- 
che altra egli aveva voluto innovare troppo rapidamente. 
Lo ritirô quindi, lo corresse, togliendo alcune novità, quale 
quella dell’abolizione dei Consigli di prefettura, ed alcune 
altre aggiungendo; e lo ripresentô il 1° dicembre 1871. 

Quel progetto rivela in Lanza un ardito e convinto in- 
novatore, amante sincero di progresse, d’autonomia e di 
libertà, molto più di coloro stessi che lo credevano e vo- 
levano farlo credere uomo d’altri tempi, e tenace cultore 
delle idee e degli ordinamenti dei passato. Ecco i punti 
principal! dei suo progetto.- 

I Comuni e le Provincie, in tutti i provvedimenti che 
concernono solamente gl’interessi proprii locali, senza che 
vi siano implicati quelli dei privât! o quelli général! dello 
Stato, devono provvedere a se stessi ed essere indipen- 
denti da qualunque altra autorità. Quindi abolizione, in 
questi lirait!, sia dell’ingerenza dei Governo nel Comune 
e nella Provincia, sia di quella délia Provincia nel Comune. 

Le conseguenze che Lanza derivava da questo principio 
erano; la nomina dei Sindaco sottratta al Governo ed 
affidata al Consiglio comunale, che l’avrebbe dovuto sce- 
gliere nel suo seno ; e, pure per logica conseguenza, 
abolita la qualità di ufficiale dei Governo, attribuita al 
Sindaco, ed abolito il giuramento ; la presidenza délia 
Deputazione provinciale sottratta ai Prefetti e rimessa al- 
l’elezione délia Deputazione stessa ; la Provincia ed il Co- 
mune ridotti a due enti aflatto distinti, autonomi e senza 
dipendenza di sorta dell’uno dall’altro. 

Ma nei Comuni esistono Corpi moral! ed Opéré pie, che 



rappresentano un intéresse non locale, ma generale dello 
Stato. I Comuni poi, a loro vol ta, in taluni casi devono 
trattare d’interessi che si connettono o con quelli géné- 
ral! dello Stato, o con quelli dei privati, che pure devono, 
corne cittadini, essere dallo Stato tutelati. 

La nécessita di vigilanza e di tutela del Governo in 
tali casi è principio che non si puô disconoscere ; ed il 
progetto di Lanza la manteneva. Ma, appunto in omaggio 
all’indole di questa tutela, quel progetto la toglieva alla 
Deputazione provinciale, ente per natura sua circoscritto, 
sottoposto a tutela esso pure, per il controllo délia legalità 
delle sue deliberazioni, e che quindi non deve ingerirsi in 
cose che interessano la nazione intiera ; e la ritornava al 
Governo, che doveva esercitarla per niezzo dei prefetti. 

La separazione e l’indipendenza dei singoli poteri non 
si voleva perô da Lanza spingere a tal segno, da infran- 
gere il nesso che deve esistere tra tutte le frazioni di 
autorità e quella suprema del Governo ; e perciô, rispetto 
ai sindaci, egli aveva inserito nel suo pregetto il seguente 
articolo di legge : 

« Il sihdaco che non adempia ai doveri che grincom- 
bono, vi è richiamato dal prefetto. Se il sindaco persiste 
nel non adempiere ai suoi obblighi, il prefetto puô de- 
cretarne la sospensione dall’ufficio, riferendone immedia- 
tamente al Ministro deU’interno, il quale puô provocarne 
la revocazione. 

« La sospensione decretata dal prefetto s’intenderà 
cessata di pien diritto se, entro tre mesi, il Ministro del- 
l’interno non avrà emanato alcun provvedimento. 

« Il sindaco revocato non puô essere rieletto, se non 
dopo che sia trascorso un triennio dalla revocazione ». 

Questo fu l’articolo che incontrô le maggiori opposi- 
zioni in alcuni délia Commissione délia Caméra apparte- 
nenti alla Sinistra, e che indusse Lanza, nel 1870, a riti- 
rare, per allora, il suo progetto. Ripresentandolo nel 1871, 



— 89 — 


egli, pur piegandosi ad altre modificazioni, per questo 
articolo si dichiarava intransigente e cosi ne parlava nella 
sua relazione : 

U Sembra contraddittorio, a primo aspetto, che il Go- 
verno abbandoni per una parte la nomina del sindaco, e 
si riserbi per l’altra la facoltà di redarguirlo ove manchî 
al suo debito. Non sembra logico che, levate al sindaco 
le attribuzioni di carattere politico, e ristretto il suo 
<îômpito airamministrazione locale, egli debba star tutta- 
via mallevadore di questa, non solamente al Consiglio che 
lo elegge, ma al Governo dal quale più non dipende. Ma 
un più attento esame ci fa âvvertire che il Coinune per 
divenire autonome non lascia di appartenere allo Stato, 
e che, se esso dev’essere pienamente libero neU’elezione 
del suo capo, non meno che nella gestione dei suoi af- 
fari, Tuna e l’altra libertà vanno perô sempre regolate 
dalla legge, alla cui esecuzione il Governo ha obbligo 
•essenziale di provvedere. Ora, corne mai potrebbe il Go- 
verno provvedervi se non avesse modo di farla rispettare, 
richiamando al loro dovere quei capi di Comuni che per 
avventura la trasgredissero ? Anche seconde la legge co- 
;munale vig^nte, si provvede dai prefetti ad adempiere, 
per mezzo di commissari, agli incarichi che i Consigli tra- 
rSOurano di compiere (art. 145), e per gravi motivi d’ordine 
Ipùbblico, si puô perfino procedere allo scioglimento dei 
Consigli stessi (art. 235). Non esageriamo quindi i varii 
principii, e studiamoci piuttosto di contemperarli. Nel no- 
stro argomento, l’autonomia comunale, spinta aU’estremo, 
usurperebbe il potere dello Stato, se il Governo non avesse 
modo d’impedire che il sindaco ed i Consigli comunali 
non attendessero, seconde il prescritto délia legge, al 
bene dei loro araministrati ». 

Fra le altre novità di quel progetto, credo degne di 
menzione ancora le seguenti: la votazione per i consi- 
^lieri provincial! doveva farsi non più per mandamenti, 



— 90 — 


ma per circondari, colle scrutinio di lista ; Tineleggibilità 
degli ecclesiastici aventi giurisdizione o cura d’animé^ 
veniva ristretta ai luoghi in cui esercitano il loro uffizio ; 
si concedeva il veto ai corpi collettivi e lo si concedeva 
aile donne, aile quali era accordata la facoltk di mandare 
il proprio veto per iscritto, trasmettendo al sindaco la 
scheda, il giorno prima dell’elezione,' chiusa in busta sug- 
gellata, portante la firma deU’elettrice, riconosciuta da 
un notaio o dal sindaco. Altra .novità che Lanza inten- 
deva ancora di aggiungere, era quella dellMncompatibi- 
lità délia carica di deputato provinciale con l’uffizio di 
patrocinante. Gli pareva che gl’interessi personali e pro- 
fessionali troppo sovente s’imponessero a quelli dei corpi 
amministrati. Quel progetto, posposto, nelle discussioni 
délia Caméra, ad altri di maggiore urgenza, specie finan- 
ziari, non potè giungere in porto e cadde colla caduta 
del Ministero Lanza. 

Egli si lagnava di taie ritardo, che prevedeva doversi 
risolvere in una dimenticanza del progetto ; e nella seduta 
del 24 giugno 1873 diceva: 

H Ministre deU’interno vi ha presentati due progetti di legge 
organici, nno saU’amministrazione centrale, l’altro snlla comnnale 
e provinciale, dove si è introdotto tutto il decentramento posai - 
Mie, un decentramento maggiore di quelle che sia attuato in quai- 
siasi altro Stato d’Europa ; eppure quel progetti, con l’aiuto stessu 
di molti fra i deputati che forse appartengono a quel gruppo cui 
ha accennato l’onorevole Minucci (di Sinistra), vennero respinti. 
(Bisbiglio a destra) 


Quelle leggi, oltre il pregio del decentramento, avrebbero avutO' 
pur quelle di procurare il risparmio d’almeno un milione. 


Il Ministero ha compiuto il dover sno. Se la Caméra, preocen- 
pata da lavori più urgenti, non ha potuto esaminare anche quelle 
leggi, la colpa non è certamente délia Caméra, ma neppure si pu^ 
riversate sul Ministero 



— si- 


se caddero quei progetti, ne rimasero i principii di savià 
libertà, che oggi ancora, dopo sedici anni^ formano la parte 
sostanziale del nuovo progetto intorno a quel rame ira-' 
portantissimo d’amministrazione, che da tutti si desi- 
dera raggiunga la fase ultima di legge, ma che sarà forse 
desiderato per molto tempo ancora. 

Lanza pensô pure di procedere ad un riordinamento 
délia Guardia Nazionale, in modo che meglio rispondesse 
alla mutata condizione di tempi e le infondesse novella 
vita; e présenté un apposito progetto di legge, che non 
potè giungere alla discussione e divenne poi inutile colla 
aholizione fatta più tardi di quell’istituzione. 

I suoi studi di medicina attrassero ancora la sua at- 
tenzione sulle leggi di puhbiica sanità. Egli vi aveva prov-i 
veduto già nel 1865, con una legge del 20 marzo che 
vige ancora; ma un più maturo esame lo aveva convinto 
délia necessità di riordinare tutte le disposizioni ch’erano 
emanate da quel tempo, di ritoccarle, meglio uniforman^ 
dole ai progressi délia scienza ed a quanto di buono era 
suggerito dall’esempio di altre nazioni, e di riunirle in un 
unico codice sanitario, di cui présenté un progetto. Fu 
anche quelle un lavoro pregevolissimo, che meriterebbe 
di essere ripreso ad esame e di passare allô stato di 
legislazione. 

Sarebbe superflue che qui enumerassi tutti gli altri 
progetti di legge che Lanza élaboré in quel tempo, montre 
incessant! e gravi oeçupazioni gli venivano accuinulate e 
dalla direzione délia politica generale e dalle sedute délia 
Caméra, aile quali assiduamente interveniva, e special- 
mente dalla vigilanza attenta ed energica dell’ordine 
interne. 

Gli agitatori non si ristavano mai dal loro lavorio. Da 
una parte il partito mazziniano, quantunque avesse per- 
duto il suo capo e quantunque, coll’occupazione di Borna, 
avesse anche perduto un efficacissimo pretesto di agita- 



zione, continuava a congiurare ed a sfogarsi in tentativi 
di sobillamenti, con riunioni popolari e con dimostrazioni, 
ora anticlericali, ora pel suffragio universale, ora con altri 
pretesti, che avevano sempre per iscopo l’incitamento alla 
repubblica. Dall’altra il partito cléricale, che non aveva 
abbandonato mai la speranza del ricupero del potere tem- 
porale, coi soccovsi che credeva dover venire dall’estero, 
si andava piû copertamente agitando, ma non meno effi- 
cacemente dei mazziniani. Il Papa non lasciava passare 
occasione senza protestare contro la libertà religiosa con- 
culcata e continuava a proclamarsi prigioniero in Vati- 
cano, quantunque il Governo italiano gli garantisse la 
tutela e gli onori di sovrano quando avesse voluto uscirne 
a suo talento ; e quei lagni del prigioniero volontario ve- 
nivano propagati per tutto il mondo cattolico, talmente 
travisati ed amplificati, che in parecchie città dell’estero 
si vendevano i fuscelli délia paglia su cui si diceva aver 
giaciuto il Pontefice nella lurida prigione in cui l’aveva 
gettato il Governo italiano ; ed i creduli fedeli compra- 
vano quei fuscelli e li tenevano corne reliquie. 

Non era quindi a maravigliare che simile contegno de- 
stasse una viva irritazione. Consigli di resistenza piove- 
vano d’ogni parte a Lanza e lo eccitavano ad imitare la 
politica di Bismarck, che aile ostilità délia Chiesa romana 
andava contrapponendo répression!, carcere ed esigli. Ma 
Banza non approvava codesto sistema, che avrebbe offerte 
alla Curia romana il pretesto desiderato del martirio e 
con questo Pavrebbe resa più forte. 

Egli era persuaso che nulla valesse meglio a disarmare 
quei nemici che l’indifferenza ai loro attacchi ed un pro- 
cédera ferrno e sicuro per la propria via ; montre colla 
massima accondiscendenza verso coloro che si sottomet- 
tevano alla legge o che si adoperavano corne intrometti- 
tori di pace, aumentava il numéro di questi ed attraver- 
gava i disegni degli intransigenti. 



— 93 — 


Taie condotta gli valse subito una vittoria sulla Curia 
romana. La legge delle guarentigie aveva abolito Veze^ 
qmtur soltanto per la pubblicazione e l’esecuzione degli 
atti delle Autorité ecclesiastiche, ma l’aveva conservato 
per i provvedimenti che riguardano la destinazione dei 
béni ecclesiastici e la provvista temporale dei benefizi ; e 
la legge prescriveva che i novelli investit! dovessero chie- 
dere al Governo il possesso dei béni annessi alla loro 
carica, unendo alla demanda le bolle délia loro nomina. 

Una taie formalité corrispondeva ad un riconoscimento 
che gl’investiti avrebbero fatto délia legittimité dei Go- 
verno italiano ; e questo assolutamente non si voleva dalla 
Curia romana, che proibi quell’atto di sottomissione. Non 
tardarono a manifestarsi gli effetti di taie resistenza. 
I vescovi erano costretti ad abitare fuori délia residenza 
vescovile ed a vivere di poveri sussidii che venivano for- 
niti dal Vaticano, sussidii che andavano scemando di mano 
in mano che nuove sedi si rendevano vacanti e vi si provve- 
deva con nuove nomine : era una posizione intollerabile che 
si faceva ai novelli investit!, e che accennava a divenire, col 
tempo, generale per tutte le sedi vescovili. Sperava forse, 
con questo, il Vaticano di giungere col tempo a far pie- 
gare il capo al Governo italiano, esponendo alla cattoli- 
cità lo stato miserando cui erano ridotti i vescovi in 
Italia ; ma il Governo, dal canto suo, prevedeva che la 
pazienza di quel vescovi, martiri involontari, si sarebba 
pure stancata délia resistenza délia Curia romana ; e pre- 
vedeva che, quanto più quello stato anormale delle sedi 
vescovili si andava allargando, tanto pié vivo si sarebbe 
fatto sentire negli uni il desiderio di avéré quanto ad 
essi spettava, ed in altri quello d’interporsi per ottenere 
od un coraponiraento o la desistenza da un’ostinazione 
irragionevole. 

Lanza, montre favoriva le offerte d’interposizione che 
gli si andavano facendo e si adoperava perché ogni lar- 



— 94 — 


ghezza si usasse verso coloro che si sottomettevano alla 
legge, stava fermo nell’esigere che questa legge fosse 
rispettata e respingeva risolutamente ogni mezzo termine 
che tendesse ad eluderla. Al sacerdote Bosco che, addo- 
lorato nel vedere lo stato dei vescovi, gli si offriva per 
trattare un componimento col Pontefice (V. lettera 237), 
Lanza rispondeva invitandolo telegraficamente a recarsi 
presso di lui ed accettando l’onesta offerta ; ed al vescovo 
di Torino, che credeva dover bastare una semplice do-^ 
manda per otte^ere Vimmissiov^e in jpossesso^ rispondeva : 

Roma, 18 gennaio 1873. 

Beverendo Monsignorej 

Il sottoscritto espose ai suoî colleghi, ed in particolar modo al 
Ministro di grazia e giustizia, le ragioni da V. S. Rev.ma corte- 
semente addotte nel suo memoriale del 12 dicembre scorso, per 
le quali Ella crede di aver diritto ad essere dal Governo ricono- 
sciuto arcivescovo délia diocesi torinese e messo in possesso deî 
béni di codesta mensa. 

Il Consiglio dei ministri è stato unanime nel riconoscere che si 
jncontra nella legge stessa un ostacolo insuperabile ad aderire 
lilla sua demanda, poichè quella prescrive in modo chiaro e tas- 
sativo Tobbligo délia presentazione delle belle di nomina per ot- 
tenere dal Governo Vexeguatur, ossia rimnjissione in possesso dei 
béni appartenenti alla mensa o al bénéficié. 

Il Ministère, desideroso quant^altri mai di agevolare ai nuovi 
vescovi l’adempiraento di quest’atto indispensabile, escogitô e pro- 
pose diverse modalità, compatibili colla prescrizione délia legge, 
che furono da alcuni dei nuovi vescovi accettate. 

n sottoscritto sarebbe lieto se anche la S. V. Rev.ma si déter- 
minasse a conformarvisi, poichè in tal modo Ella, non solo con- 
j^eguirebbe lo scopo délia sua istanza, ma darebbe prova di osse- 
quip aile leggi dello Stato. , 

Lo scrivente coglie volontieri questa occasione per esprimerle 
Vattestato délia massima sua considerazione. 

. . G. Lan^a. 



— 05 — 


Questa conciliante fermezzà âreva incominciato a pro* 
4urre i suoi frutti; già parecchi rescovi si erano diret- 
tamente inessi d’accordo col Governo per alcune insigni- 
ficanti modificazioni di forma, che, salvando la sostanza 
délia sommessione, li difendeva dalle ire del Vaticano. La 
Curia romana aveva da prima strepitato e cofi qualche 
eospensione a divinis aveva punito taluno fra i promotori 
di quel componimento ; ma il buon esempio di pochi era 
Btato seguito da altri e si propagô con taie iraponenza, 
che il Vaticano vi si dovette acquietare ed il problema 
àéiVexequatur fu risolto colla vittoria délia legge e del 
Governo. 

Gonvien riconoscere che in grandissima parte è a Lanza 
ed alla tenacità dei suoi propositi, non disgiun ta da con- 
ciliante arrendevolezza verso gli arrendevoli, che si deve 
questo risultato, non egualmente accetto a tutti i suoi 
colleghi nel Ministère. 

« L’affare dell’Episcopio di Monte Cassino non è ancora 
finito (scriveva Lanza a Sella quando pochi ancora fra i 
vescovi scendevano ad accordi col Governo e le fiscalità 
degli agenti di finanza intralciavano quell’opera). Vedrai 
dalle carte annesse i lamenti che fa quel vescovo, in coro 
col padre Tosti e col padre Pappalettere. Dicono che quel- 
rintendenza di finanza vuole consegnare solo il fabbricato 
senea il giardino annesso. Perché tanta grettezza in un 
affare che ha un'importanza politica assai più rilevante 
délia finanziaria? Non ti pare che sia il caso di mandare 
un ordine perentorio, che sciolga ogni difficoltà e faccia 
pago il desiderio di quel Padri, che pure esercitano una 
grande influenza sul clero napoletano e che quindi con- 
viene tenerci amici? » 

£ Sella si arrendeva ail» volontà del collega, e tra- 
smettëndone la letterà airinteudente delle finanze, vi ag- 
giungeva: 



% — 


Garo Terzi, 

Ecco ancora Honte Casslno. Lanza è oramai faori dei gangheri. 
Vegga che si possa fare onde flnire, e mi dica poi gli ordini che 
avrà dati. 

» 

Mentre in questo modo, senza urti, mandava a vuoto i 
tentativi degrintransigenti, con un’efficacia ed una pron> 
tezza che non avrebbe ottenuto mai con una sequela di 
persecuzioni, Lanza vigilava su altri attacchi che d’altra 
parte gli si minacciavano dallo stesso partito ; ed in una 
circolare che dirigeva ai Prefetti l’8 luglio 1872, nell’im- 
minenza delle elezioni amministrative, mentre raccomandava 
che si scuotessero gli elettori dall’apatia in cui giacevano, 
cosi ammoniva i Prefetti sulle intenzioni del partito degli 
intransigenti : 

O Benchè poi tali elezioni, intendendo a scopo esclusi- 
vamente amministrative, non debbano essere determinate 
da politici intendimenti, questa massima non deve per 
altro venire spinta al segno da non premunirsi contre 
quelli che cercassero invadere questo campo,per operarvi 
alla rovina delle libéré istituzioni e dello Stato. Non vuolsi 
quindi tacere corne, tra colore che fin qui non partecipa- 
rono aile elezioni, si comprenda un partito, il quale, per 
aperta ostilith al Governo nazionale e aile libertà che ci 
reggono, credeva opportune d’astenersene in massa, osten- 
tando il célébré motto: nè elettori^ nè eletti. Oggi perô 
sembra che gli uomini di questo partito, mutando sistema, 
vogliano entrare in lotta, ed esercitare anch’essi il diritto 
elettorale che loro accorda la legge, con proposito evi- 
dentemente liberticida e antinazionale. 

« Forti e sicuri délia nostra ragione e del nostro diritto, 
noi non possiamo temerli. Noi dobbiamo anzi rallegrarci 
délia loro nuova risoluzione, la quale servirà a mostrare 
una volta di più, quanto sia impotente cotesto partito, che 



— 97 — 


contrasté il suo- risorgimento airitalia, e la yorrebbe 
un’altra volta divisa e soggetta a odioso dominio. 

« È perô sacro debito di ogni libero cittadino l’accorrere 
aU’urna, non già per disputare agli avversari delFunità e 
libertà italiana una vittoria che essi non avranno mai, ma 
per mostrare al mondo civile, corne a fronte di costoro 
stia l’immensa maggioranza degFItaliani, pronti ad ogni 
sacrifizio per difendere i diritti délia Nazione, e rendere 
vani i conati d’un partito, che sotto pretesto di sostenere 
la religione, vorrebbe in realtà riconquistare il Potere 
temporale irremissibilmente perduto, per fortuna d’Italia, 
délia civiltà e délia stessa religione ». 

La tranquillità di Roma era poi l’oggetto principale delle 
sue cure. Egli non voleva che le intemperanze del partito 
avanzato, che erano sempre un ottimo appiglio pei cle- 
ricali, fornissero, neppure in apparenza, argomento di con- 
ferma a quanto costoro andavano ripetendo, d’impossibilità 
délia convivenza in una stessa città del Pontefice e del 
Governo italiano ; e con mano di ferro egli conteneva ogni 
incomposta dimostrazione popolare e preveniva o repri- 
meva ogni disordine, largamente usando di tutti i poteri 
che la legge gli accordava. 

Le ragioni che lo facevano verso Roma più severo che 
non verso ogni altra città italiana, egli cosi esponeva nella 
seduta del 12 maggio 1873, rispondendo a Seismit-Doda 
ed a Cairoli, che gli rimproveravano la vietata affissione 
d’un manifeste dell’Associazione progressista e la proi- 
bizioiie del Comizio che doveva tenersi per discutere sulla 
legge di soppressione delle corporazioni religiose, allora 
in discussione alla Caméra. 

Signori, egli diceva, i tempi volgono tutt’altro che facili; voi 
conoscete le difficoltà che ci attraversano la via ; voi conoscete i 
pericoli che ci vengono dagli avversari, i quali si servono di tutti 
i mezzi in loro potere, e profittano di tutte le relazioni che hanno, 
non solo in Europa, ma in tutto il mondo; voi ne conoscete una 

T' — Lanza, Memorie. 


Vol. II. 



— 98 — 


parte di queste difficoltà. Ebbene, il partito liberale, in qualunque 
parte délia Caméra segga (perché al partito liberale, in questa 
Caméra, con lievi gradazioni, fortunatamente appartengono tutti, 
dairestrema destra aU’estrema sinistra), il partito liberale, dico, 
ha una causa comune a difendere ; la rovinerete invece se voi date 
causa al partito avverso, che toglie tutti i mezzi per far vedere 
Timpossibilità délia coesîstenza dei due poteri qui in Roma (perché 
questo é il suo scopo); se voi date a costoro il permesso di dimo- 
strazioni, che possano far sorgere il sospetto di produrre una inti- 
midazione qualsiasî alla lîbertà del Parlamento ; se voi soddisfate a 
queste passioni, le quali, ricevuta la prima spinta, non si sa più 
dove si arrestino; perché, quando queste questioni s’agitano sulla 
piazza, ogni persona vi prende parte, ed anzi, quanto meno ci 
s’intende, tanto più ci si riscalda 

Voci a sinistra — Non sîamo noi. 

Ministro per l’interno — lo parlo in genere delle conse- 
guenze del sistema di difendere questa specie di manifestazioni. 
Ebbene, si verrà anche a dire : il Parlamento a Roma non vi pué 
stare. Da un lato, i clericali cercheranno di dimostrarvi che il 
papato non pué stare a fianco del Governo italiano ; dall’altro lato, 
molti diranno che le agitazioni di piazza, le intimidazioni che si 
esercitano sulla rappresentanza nazionale o su singoli deputati, 
debbono naturalmente turbare l’azione libéra del Parlamento, e 
che questa città non é la miglior sede per esso. (Stisurro a si- 
nistra e segni di adesione a destra) 

lo debbo dire franca mente quali sono i miei apprezzamenti ; 
questo è il do ver mio, e pero io parlo nell’interesse generale di 
conservare in Roma il massimo ordine, la massima quiete, tanto 
più quando il Parlamento é adunato, e perché esso sia ed appaia 
libero nelle sue deliberazioni ; poichè non basta che lo sia, bisogna 
pur che taie comparisca aile popolazioni. 

Guai se lasciaste sorgere un’opinione contraria ; voi fareste una 
profonda ferita aile istituzioni dello Stato e all’unità d’Italia con 
Roma capitale. (Segni di approvazione a destra) 

Un taie contegno di Lanza e lo studio ch’egli metteva 
nel mantenere rigorosamente l’ordine ed il rispetto a tutte 
le istituzioni, si civili che religiose, gli davano il diritto 



di respingere i rimproveri che, tratto tratto, gli giunge- 
vano dalla Curia romana; e se talvolta egli li lasciava 
passare, alcune altre considerava corne un dovere una sua 
risposta di protesta contro le esagerate accuse, e di difesa 
del suo Governo. 

Citerô, fra queste, una lettera che egli diresse al car- 
dinale Patrizi, vicario di Roraa, il quale si lagnava délia 
licenza che si permetteva alla stampa ed ai teatri délia 
Città Santa. 

Mi permetta, V. Em., di respingere il severo ed ingiusto 

rimprovero contro il Governo italiano, il quale, nei limiti délia 
legge, fa quanto sta in lui per frenare la licenza teatrale ; nè crede 
che vi sia in Europa altro paese civile che adoperi maggiore se- 
verità nella censura teatrale. La prova di cio, si è che moite 
produzioni permesse nella Francia e nel Belgio, paesi che Vostra 
Eminenza non vorrà relegare fra i barbari nè fra gli irreligiosî, 
pure in Italia vengono proibite, massime in Roma. Questa giustiô- 
cazione non mira perà a fare Tapologia e la difesa di tutte quante 
le produzioni teatrali che rappresentansi a Roma. Ammetto pure 
che talune siano in parte riprovevoli, si dal lato délia castigatezza, 
si dal lato délia convenienza del luogo e delle persone; ma Talto 
senno di V. Em. comprende corne sia difficile, per non dire im- 
possibile, evitare ogni abuso, qualsiasi allusione indecente o meno 
riguardosa, senza provocare nella stampa scandali maggiori. Le 
istituzioni libéré hanno, a lato di molti vantaggi, anche degli in- 
convenienti, corne in ogni sistema di Governo, al lato del bene, 
vi è pure, più o meno, il male. 

Ma l’esperienza del passato ha abbondantemente dimostrato che 
la censura più assoluta e la proibizione più arbitraria contro le 
pubblicazioni e le rappresentazioni non valsero punto a proteggere 
la morale e la religione, a correggere i costumi, ad estirpare gli 
■errori. Migliore e più sicuro rimedio, a mio credere, è quelle di 
combatterli dove si manifestano, essendo persuaso che il vero e 
Tonesto debbono prevalere e trionfare anche in questo monde. Con 
ciô non intendo che il Governo debba contenersi dairimpedire che 
si producano in pubblico, sotto qualsiasi forma, fatti e cose le quali 
siano riprovate dalla coscienza pubblica. 



— 100 — 

La legge a ciô prowede, e il Governo non mancherà di farla 
osservare. 

La lezione era giusta, nè poteva essere più temperata. 

Alcuni fatti poco lieti ed insieme di grave importanza 
per ritalia, erano succeduti in questo frattempo e com- 
pierono la loro fase neU’anno 1873. Importantissimi fra 
tutti, furono queili cui diede origine la candidatura al 
trono di Spagna, che nel 1870 fu pretesto di guerra san- 
guinosa tra la Francia e la Germania e fu sino d’allora 
causa di sacrifizi per l’ Italia. Già dal luglio 1870, 
quando si trattava di fare cadere la candidatura Ho- 
henzollern per iscongiurare il pericolo di una guerra che 
disgraziatamente non si potè evitare, Lanza aveva ricevuto 
da Visconti-Venosta la seguente lettera : 


12 luglio. 

Il Ministro d’Inghilterra è vennto ieri sera da me per leggermi 
un telegramma di Lord Granville, che lo incaricava d'annunciarci 
che il Governo spagnuolo avrebbe fatto quanto era in lui per far 
cadere la candidatura Hohenzollern, quando avesse potuto contare 
su un Principe italiano. Siccome non vi è a perder tempo, parto 
per Livorno, per sapere quali sono le disposizioni del Duca d’Aosta 
e senza impegnare il Governo. 

Ed invero non s’aveva a perder tempo nelPimminenza 
di quei pericoli. Vittorio Emanuele vedeva di buon occhio 
taie proposta; ma al Duca Araedeo non piaceva. Era con- 
veniente che l’Italia facesse il gran rifiuto? Inghilterra e 
Spagna insistevano in nome délia pace europea; e 1’ I- 
talia, senza meritarsi la taccia d’ambiziosa, anzi col plauso 
di tutte le potenze, che l’avrebbero considerata accondi- 
scendente apportatrice di pace, poteva allargare la sua 
influenza, gettando le radici di Casa Savoia anche sul 
suolo di Spagna. 

Non mancarono le obbiezioni di difficoltà che si presen- 
tavano a chi si assumesse di reggere un popolo uscito 



— 101 — 

allora dalla rivôluzione, dei troppi partit! che violente- 
mente vi si agitavano, délia facilità dei pronunciamenti 
militari; ma pre valse nel Ministère l’avviso che non si 
dovesse rifiutare l’offerta; e questa fu accettata. La 
guerra franco-germanica non fu evitata; ma l’Italia ebbe 
Iode di taie deliberazione, ch’ era una prova dei sincero 
suo desiderio di pace; la candidatura dei secondogenito 
di Vittorio Einanuele fu ovunque accolta con molto favore 
e le Cortès lo proclamarono Re di Spagna. 

Fu un trono di triboli quelle che il giovane Principe si 
recô ad occupare. Egli non aveva ancora posto piede nel 
suo novello regno, che già il generale Prim, il più caldo 
fautore délia sua candidatura e l’unico forse che potesse 
allora mantenervi un governo forte ed ordihato, moriva 
assassinato da sicarii. Cattivo augurio, che gli avvenimenti 
successivi non isnientirono. 

Invano il giovane Re si adoperô per calmare i partiti 
agitatissimi ed incapaci di costituirsi in forte maggioranza; 
invano, ricorrendo ai consigli dei padre ed ascoltando i 
suggerimenti di lui, confortati da Lanza, resistette alla 
proposta di Serrano suo ministre, che gli chiedeva un 
colpo di Stato; invano fu costante ed incrollabile osser- 
vatore délia costituzione, ottenendone plauso dai liberali (1). 
Il disordine, F ainbizione dei partiti, la guerra civile, gli 
attentat! continuavano a sconvolgere quella nazione ed a 
porre in permanente pericolo la vita dei nuovo Re. 

Quella corona pesava troppo sul capo dei Principe. Egli 
fu presto convinto che nulla di bene avrebbe potuto fare 
per la Spagna; ed anelava al ritorno nella sua patria, 
confortato in questo desiderio dalla virtuosa consorte, che 


(1) Lanza, richiesto da Vittorio Emanuele dei suo parère, cosi gli 
rispondeva per telegrafo; « Re Spagna procéda d'accordo con Camere 
€ si riservi decidere momento opportuno usare poteri straoïdinari chu 
gli venissero costituzionalmente conferiti w. 



_ 102 — 


da tante agitazioni e daî continui spaventi per i ripetuti 
attentati alla vita dello sposo, ebbe rovinata la sainte 
e ridotti i suoKgiorni. 

Nel febbraio del 1873 re Amedeo, con subitanea riso- 
luzione, abbandonb la Spagna e scrisse al padre che ri- 
tornava in Italia. Quell’ annunzio, temuto da Vittorio E- 
manuele, ma non creduto cosi vicino e repentino, lo in- 
dispetti e lo addolorô insieme per le conseguenze che 
ne prevedeva. Lanza, colpito egli pure dall’inattesa notiziar 
confortava il suo Re colla seguente risposta telegrafica: 


12 febbraio 1873. 

Comprendo legittima commozione V. M. in presenza gravi im- 
provvisi avvenimenti Spagna. Ne sono costernato per possibili con- 
seguenze politiche. 

La Spagna, dilaniata guerra civile, non tarderà sentire trîsti 
effetti e rammaricare abbandono Principe che avrebbe dato ordîne 
e prosperità. 

Re Amedeo ritorna Italia con più grande fama Principe lealis- 
simo^ saggio e animoso. Dalla sua abdicazione lustro Casa Savoia 
non è scemato ma accresciuto. Avrà senza dubbio accoglienza en- 
tusiastica in Italia e saranno sua risoluzione e condotta encomiate 
tutta Europa. 

È molto probabile che partito cléricale trarrà partito eventi 
spagnuoli per crearci difficoltà ; ma Governo italiano è forte abba- 
stanza per vincerli, Stimerei opportune V. M. ritornasse Roma 
subito, caso occorressero provvedimenti occasione arrivo re Amedeo 
e famiglia, che questa mattina partiranno già per Lisbona. 

Questo era il concetto che il Lanza s’era formato in 
seguito aile prime notizie venute di Spagna ; ma quando,^ 
qualche giorno dopo, gli giunsero altre informazioni, egli 
giudicô che, in quei frangenti, che non dovevano stupire, 
trattandosi di una nazione uscita allora dalla rivoluzione, 
il principe Amedeo avesse troppo presto ceduto aile im- 
pressioni del momento e troppo assecondato Findole sua 



103 — 


naturale, soverchianiente scevra d’ambizione ed amante del 
quieto vivere. Nè egli potè trattenersi dall'esprimere questi 
sentiinenti alla prima oecasione che gli si presentô. 

a lo, mi narrava Lanza, m’era recato a Torino dov’era 
giuiito il re Amedeo (questi non aveva ancora formal- 
mente rinunziato alla Corona di Spagna); e nel mattino 
successivo dovevo essere ricevuto da lui. 

« Recatorai al Palazzo all’ora fissatami, mi fu dette che 
il Re aveva dovuto uscire, ma che la Regina, quantunque 
a letto perché stanca e malaticcia, desiderava di parlarmi 
e m’invitava a passare da lei. Entrai nella sua stanza; e 
non appena mi vide, ella si diede, con molto calore, a 
parlarmi délia gioia che provava nel rivedersi in Italia, 
sicura délia vita dello sposo e dei suoi figli, in un’atmo- 
sfera di pace e di gioie domestiche, dopo tante ansie e 
tanti spaventi sofferti. E passando a parlarmi del tempo 
trascorso in Spagna, prese a narrarmi di quei brutti giorni, 
con tanta vivacità di colorito e tanta varieth di episodi, 
che per qualche tempo io rimasi stupefatto ad ascoltarla. 

« Ma erano la madré e la sposa che parlavano in lei; 
la regina non vi si inanifestava mai; ed i suoi giudizi in- 
cominciavano ad apparinni non sempre giusti od esatti. 

« Mi provai a persuaderla, ma non v’era modo di riu- 
scirvi. Fu allora che, mosso da questo mio apprezzamento 
ed insieme daU’ammirazione che destava in me il bell’in- 
gegno di quella donna, uscii in quest’ esclamazione; che 
])eccato che a tanto ingegno non vada unito anche un jpo- 
chino d'ambizionc; che influenza avrebbe esercitato questa 
sulVanimo del Ee! La Regina ne fu oflFesa. Non parlé più 
délia Spagna e poco dopo m’accomiatô. 

U Parecchi giorni appresso, Vittorio Emanuele, accettando 
il mio consiglio, veniva a Torino per vedervi la regina 
Maria. Chiamato da lui, mi recai a Palazzo all’ora indica- 
tami e fui fatto passare nel giardino reale, ove si trovava 
Vittorio Emanuele colla nuora. Questi, non appena mi 



— 104 — 

vide, mi venne incontro sorridente, ma laRegina, ancora 
indispettita con me, si raccolse intorno i figli e s’allon- 
tanô dirigendo altrove i suoi passi». 

Re Amedeo rinunziô alla Corona « ridivenne Duca di 
Aosta, riacquistando la cittadinanza italiana. 

Poco tempo prima, il 9 gennaio 1873, era morto in 
Inghilterra Napoleone III. 

Lanza, quantunque obbligato, per la carica che copriva, 
a frenare la foga del cordoglio che provava per quella 
morte, voile tuttavia che anche dal Governo italiano par- 
tisse una parola di gratitudine alla memoria di quel grande 
caduto; e nella seduta del 10 gennaio, unendosi ai sen- 
timenti espressi dal deputato Massari, diceva: . . . . 

« sono persuaso che Tltalia tutta rice- 

verà questa notizia con profondo sentimento di dolore; 
poichè essa non puô dimenticare quanto deve aU’Impera- 
tore che ha contribuito cosi efficacemente, e col consiglio 
e colle armi, alla liberazione, all’indipendenza ed aU’unità 
di questa patria nostra 

E nella seduta del 14 febbraio, la Sinistra, fattasi al- 
lora soltanto timorosa di complicazioni colla Francia, avendo 
rimproverato al Governo di avéré pennesso che autorità 
ed uffiziali dell’esercito avessero preso parte a solenni fu- 
nebri diinostrazioni d’affetto alla memoria di Napoleone, 
Lanza, rispondendo a La Porta, dopo di aver ribattuto 
ciô che si era dette delle autorità civili, di quelle mi- 
litari cosi parlava: 

« Ma che cosa poteva esserci di più naturale? Potete 
forse distruggere questo gran fatto, che Napoleone III ha 
comandato in capo gli eserciti alleati deU’Italia e délia 
Francia nel 1859, in quelle gloriose giornate che getta- 
rono la base dell’indipendenza e deirunità d’Italia? . . 


Troverete che in ciô vi sia una colpa? 

lo mi meraviglio, signori, che consideriate questo 



— 105 — 


sentimento corne una colpa. Me ne meraviglio e lo de- 
ploro; ma io credo d’avere con me il sentimento generale 
del paese «. 

Ed il sentimento del paese egli aveva davvero con sè. 

Frattanto, all’estero, le diffidenze verso l’Italia andavano 
scomparendo ogni giorno più e vi subentrava un senti- 
mento benigno per lei, che manifestava di non avéré più 
ultra ambizione oltre quella di consolidare in casa propria 
Topera délia sua unità. 

Anche un fortunato evento aveva contribuito, nel 1872, 
a procacciare alTItalia maggiori simpatie. Una questione 
sorta fra TAmerica e Tlnghilterra per danni recati aile 
coste americane durante la guerra di secessione, da un 
legno corsaro, VAlahama^ armato ed equipaggiato in In- 
ghilterra, aveva fatto temere un conflitto fra quelle due 
potenti nazioni. Esse ebbero Taccortezza di evitarlo, ri- 
mettendosi ad un arbitrato, che si doveva riunire a Gi- 
nevra. L’Italia, scelta essa pure colle potenze che dove- 
vano pronunziare su quella controversia, vi mandô il conte 
Federico Sclopis, dotto giureconsulto, già Ministro di Carlo 
Alberto. Lanza si gloriava d’aver avuto Tispirazione av- 
venturata di designare l’illustre Sclopis (V. lettera 290); 
questi infatti, nominato présidente delTimportante con- 
gresso, che segnava un grande passo verso la vera ci- 
viltà, col suo seiino e colla sua giustizia illustrô TItalia 
e contribui a rendere più cordiali i sentimenti delle altre 
nazioni verso di lei. 

La Francia sola poteva ispirarle un qualche timoré per le 
continuate agitazioni del partito cléricale, potente anche 
nell’Assemblea, e questo contegno non passava inosservato 
al Governo italiano che, pure studiandosi di evitare ogni 
pretesto di urti colTirreqnieta vicina, e mentre provvedeva 
a farsi forte, si da porsi in grado di resistere ad ogni at- 
tacco e rendere nello stesso tempo desiderata Tamicizia 
delTItalia, avviava fin d’allora quella politîca di propen- 



106 — 


sione verso la Germania e verso l’Austria, che più tardi 
e con altri Ministri doveva condurre aU’alIeanza. 

Questo non era che il naturale risultato delle sconsi- 
derate irrequietudini délia Francia, che minacciando da una 
parte la Germania, col grido di guerra délia rivincita, e 
dall’altra l’Italia, col pretesto di Borna e AeWingratitudine 
italiana, cimentava un riavvicinamento e poscia l’unione 
delle due potenze minacciate, ponendole nella necessità di 
prepararsi ad un reciproco aiuto. 

Una taie condizione di cose aveva costretto il mini- 
stère Lanza a modificare radicalmente il suo programma. 
Non si poteva più parlare di économie sull’esercito, cui 
bisognava invece aumentare ed organizzare seconde gli 
insegnamenti che erano stati forniti dalla guerra franco- 
germanica; ed a quest’opera si accinse il generale Ricotti 
ministre délia guerra, dotato di vigoroso ingegno e di 
grande attività ed eneigia. Egli portô nell’organizzazione 
dell’esercito italiano un generale rivolgimento, che molto 
fu discusso, ed aspramente combattuto; ma superô ogni 
prova ed ottenne l’approvazione del Parlamento. Fu egli 
che, fra le tante innovazioni, introdusse pur quella, che 
Lanza aveva propugnato fin dal 1848, dell’abolizione del 
privilégié, conceduto ai chierici, di esenzione dalla leva. 

Accanitissimo fra gli oppositori di quei progetti di ge- 
nerale riorganizzazione fu il La Marmora. Egli li credeva 
la rovina dell’esercito ; e con questa convinzione si provb 
di scongiurarli, combattendoli alla Caméra e colla stampa, 
con un accanimento ed una vivacità che talvolta lo fecero 
cadere nell’esagerato e nelPingiusto e che soltanto gli 
possono essere perdonati per il sincero amor patrie che 
lo animava. Riusciti vani i suoi sforzi, egli si ritirô sfi- 
duciato e disdegnoso nella tenda, nè valsero mai più a 
richiamarlo alla Caméra le sollecitazioni ed i limproveri 
di Lanza, il quale pure era fra quelli che più potevano 
sull’animo di lui (V. lettera 249). 



— 107 — 


Le finanze erano ancora il più grave pensiero del Go- 
verno e lo scoglio più aspro da superare. Sella fu Tuomo 
provvidenziale che trasse in salvo la sua patria in quei 
frangenti. Senza che io enumeri la lunga sequela di prov- 
vedimenti ch’ egli fece approvare dak Parlamento in quel 
période di anni, basterà che accenni corne, non estante 
lo stato deplorevole in cui giacevano le finanze nel 1869, 
non ostanti le spese gravissime che avevano costato 
Toccupazione di Eoma, il trasporto délia capitale, l’ ali- 
mente dell’esercito e le opéré pubbliche e di difesa, il 
ministère Lanza lasciô a quello che gli succedette la 
preziosa eredità di un assetto, che coll’approvazione dei 
progetti non ancora discussi e con quella d’altri poclii 
aggiunti di poi, Minghetti potè, poco più di due anni 
dopo, proclamare che il pareggio dei bilanci, non veduto 
mai dairitalia, era finalmente raggiunto. 

In tutto questo lavoro dei diversi Ministeri, Lanza la- 
sciava a ciascuno dei proprii colleghi, nelle attribuzioni 
loro, la più larga autonomia, esigendo soltanto di conoscere 
minutamente i disegni e discuterne in Consiglio i princi- 
pâli, affinchè fosse mantenuta quell’unità di accordi e di 
atti che gli pareva necessarissima in un Governo. Ma nello 
stesso tempo egli era gelosissimo e tenace custode di 
quella preminenza di direzione, che colla maggiore respoii- 
sabilità, era annessa alla sua qualità di Présidente del 
Consiglio; nè permetteva che altri la usurpasse. Cotesta 
gelosia, forse eccessiva e talvolta sospettosa, ch’era propria 
del carattere di lui, urtava non di rado in un’altra qualité 
che Sella confessava insita nel proprio carattere, ch’era 
quella di voler fare; e da questa inconciliabilità di natu- 
rali inclinazioni derivavano sovente, fra quei due Ministri, 
attriti e dissapori, che alcune volte minacciavano di farsi 
serii e concorrevano ad accrescere il disgusto che sentivano 
entrambi per quella vita troppo agitata. 

Non saprei precisamente il perché, ma era nata in Parla- 



— 108 — 


mento e nel pubblico, ed ancor ora si ripete da alcuni, 
la voce che Sella fosse riuscito ad impossessarsi dell’alta 
direzione degli affari tutti del Ministère, volente o nolente 
Lanza, si che non soltanto Sella vi tenesse il primato, 
ma fosse riuscito ad incarnare in sè solo tutto il Mini- 
stère, trascinandolo a sue piacimento. A lui solo infatti 
si attribuisce ancor oggi da taluni il merito di aver evi- 
tato l’alleanza colla Francia ed a lui solo il vanto deU’oc- 
cupazione di Roma. Forse questa credenza era nata e 
veniva mantenuta dall’ importanza che avevano allora 
le leggi finanziarie avant! al Parlamento, dalle frequenti 
occasioni che queste fornivano a Sella di parlare a nome 
<lel Governo, dall’attività somma ch’egli poneva nel con- 
corso che prestava all’opera comune dei ministri anche in 
cose non finanziarie, ed anche da qualche improvviso colpo 
di testa che talvolta egli s’arbitrava di fare alla Caméra, 
uscendone non sempre bene. 

Che Sella avesse, per esuberanza d’ingegno e vivacità 
di carattere, un’indole invadente e che alcune volte si la- 
sciasse trascinare a qualche tentativo di supremazia, è 
cosa certa, ma è certo altresi che trovô sempre nella gelosa 
rigidezza di Lanza una salda resistenza; ed anzi tali ten- 
tativi ed il sapere che l’opinione di rnolti era che Sella fosse 
il vero capo del Ministère, facevano si che Lanza, forse 
più a lui che ad altri colleghi, contendesse ogni atto di pre- 
ininenza. Ed è strano che, mentre agli occhi di inolti Sella 
appariva corne il capo del Ministère, sono invece numerose 
le lettere ch’egli dirigeva a Lanza lagnandosi che questi 
facesse troppo sentire, a lui in ispecie, l’autorità di Prési- 
dente del Consiglio e che, aU’infiiori delle finanze, nessuna 
iniziativa gli fosse lasciata. Anche in questo v’era dell’e- 
sagerato; ma cosl la pensava Sella; ed erano rimproveri 
acerbi e minaccie di dimissione che piovevano sul Prési- 
dente, talvolta anche per motivi di pochissima importanza. 

A primo aspetto fa stupire quella frequenza di urti fra 



due uomini che, îielle idee generali di governo, si erano 
sempre trovati d’accordo e che avevano comuni i più no- 
bili sentimenti di amor patrie, d’abnegazione e di disinte- 
resse; ma cessa, io credo, le stupore, quando si consi- 
deri quanta fosse la diversità di quei due carat teri. In 
Sella predominava una vivacità, un’irrequietudine, una 
impressionabilità prontissima del momento, una smania in- 
saziabile di fare, che scattava rapida e sentita assai 
prima che la matura riflessione avesse potuto frenarla o 
modificarla. Facile aU’entusiasmo d’una prima parvenza, 
era poco curante degli ostacoli, e non del tutto insensi- 
bile aile lusinghe del plauso e délia popolarità. 

Lanza n’era agliantipodi. Tutto in lui portava l’impronta 
d’una educazione antica e d’un carattere più antico dei 
suoi tempi. Chiuso ne’ suoi principii corne i cavalieri del 
medio evo nella loro armatura di ferro, era ben difficile 
che se ne lasciasse distorre o che piegasse ad opportune 
concessioni. Non muoveva mai passo senza aver prima ben 
veduto dove poneva il piede e dove poi avrebbe poste l’al- 
tro; e perciô, più che di fare, egli si preoccupava di vedere 
corne avrebbe fatto; ma quando il suo piano gli pareva chia- 
rito, allora si fissava tenacemente nel suo concetto, e rare 
volte accadeva che altri riescisse a smiioverlo; più facile 
invece che egli, appunto perché aveva a lungo raeditato, at- 
tirasse a sè gli altri. Quando poi le argomentazioni ch’egli 
adoperava non bastavano a persuadere, allora era il no 
di Lanza, divenuto proverbiale, che si faceva udire. Non 
sempre quel no si trangugiava volentieri ; e Sella era fra 
colore che meno forse di tutti vi si sapeva adattare, ap- 
punto perché anch’égli, quantunque cosi diverse da Lanza 
nel carattere, aveva comune cou lui la pertinacia nelle 
proprie idee, ed era tanto più pronto ad accendersi quanto 
più Lanza era vivace le rare volte che si accendeva. 

Eppure quei due valent’ uomini, che già nel 1865 ave- 
vano provato quanto fosse difficile per essi lo stare insieme 



— 110 — 

in uno stesso’ Ministère, non sapevano corne starvi l’uno 
senza dell’altro. Non solo avevano insieme assunto il go- 
verno nel 1869, ma aile frequenti intenzioni di dimet- 
tersi che Lanza manifestava al collega, questi gli rispon- 
deva sempre colla frase « bada che con te parto anch’io », 
e la stessa frase ripeteva Lanza a Sella quando questi 
tninacciava identiche e non meno frequenti risoluzioni. II 
potere era per entrambi di grave peso; ed è per questo 
che spesso sentivano il desiderio di ritirarsene ; ma era 
poi tanta la stima che avevano l’uno dell’altro ed era in 
essi cosi radicata la virtû del dovere, che la tema délia 
caduta del Ministère, quand’essi 1’ abbandonassero, li in- 
duceva a prontamente riconciliarsi ed a continuare nel- 
l’ingrato ufficio. 

Kimanevano ancora a risolversi gli ardui problemi che 
si presentavano corne conseguenza dell’ occupazione di 
Roma. 

La politica estera, la legge delle guarentigie e quella 
sulla soppressione delle corporazioni religiose esistenti in 
Roma, erano tal fardello per un Ministère, cui nessuno 
avrebbe desiderato di sobbarcarsi. Ed è qui che consiste, 
se non erro, la ragione dell’unaniinità colla quale la Caméra 
riconosceva essere necessario che continuasse a vivere il 
ministero Lanza; ed è per questo che Minghetti dalla De- 
stra e Nicotera dalla Sinistra, proclaraavano, snl principio 
del 1871, spettare al Ministero che aveva avuto il merito 
di aprire le porte di Roma il cômpito di trasportarvi la 
Capitale. 

Quando poi anche quel fatto fu coinpiuto ed.incomineiô 
a farsi sentire il peso dei provvedimenti finanziari, allora 
meglio si spiegarono i partiti. La Sinistra, pronta sempre 
a votare le spese, si manteneva avversaria costante delle 
imposte; e la Destra, che piegava alla necessità e si sentiva 
inclinata ad appoggiare il Governo più per tema di servira 
di sgabello alla Sinistra e per ripugnanza propria a quel- 



— 111 — 


l’eredità non ancora depurata, che non per simpatia verso 
il ministero Lanza, voleva che almeno il Ministero pnbbli- 
camente accettasse quel!’ appoggio, con esplicita dichiara- 
zione di adesione al suo partito;ed approfittô délia questione 
politica nata d’improvviso nella discussione dei provvedi- 
menti finanziari, per provocare dal Governo una siffatta 
dichiarazione. 

Lanza, che non dimenticava com’egli fosse venuto al 
Ministero portato sugli scudi dagli oppositori di parte di 
quella Destra e sapeva che questa non dimenticava la 
guerra che le aveva mosso, preferi di lasciare a Sella 
l’incarico di fare la richiesta dichiarazione formate a nome 
del Governo, prevalendosi dell’opportunità che la discus- 
sione era su cose finanziarie. Ma la Sinistra non si accon- 
tentô délia dichiarazione di Sella; ed il deputato Oliva, 
rivolgendosi a Lanza, nella seduta del 20 marzo 1872, 
diceva : 

« L’onorevole Minghetti disse che il Centro deve spa- 
« rire e rimanere unicamente di fronte Destra e Sinistra. 
a Ma chi rappresentâ l’elemento del Centro nel seno del 
« Gabinetto se non l’onorevoie Présidente del Consiglio? 
« La sua origine, corne capo deiramministrazione attuale, 
« tutti lo ricordano, fu una condanna delPamministrazione 
« passata che apparteneva alla destra 

« Parti chiaro Tonorevole Lanza, soggiungeva, e dica 
« se non trova che questa sua condotta contraddica ai 
« suoi precedenti 

Lanza doveva una risposta e seppe darla con molta 
abilità e con sincerità. insieme, esponendo i suoi principii 
sulla costituzione dei partiti ed un breve esame delle con- 
dizioni loro e delle evoluzioni compiute. 

Eammenti Tonorevole Oliva, egli diceva, corne questa discus- 
sione abbia avuto principio e corne sia continuata, per parecchi 
giorui, senza che mai uscisse dal campo finanziario ed economîco. 
Non fu che Ponorevole Rattazzi, il quale, forse neirintento di rav- 



vivarla, stimô giunto il momento di estenderla aile cose délia po- 
lîtica generale, e provocare un veto di fiducîa verso il Ministère. 
E perô il Ministre delle finanze, dovendo rispondere ai molteplicî 
e disparati argomenti che in quel discorso vennero addotti, fu na- 
turalmente tratto a discorrere eziandio délia parte politica. Egli 
non poteva certo trascurare anche questa importante parte del 
discorso deU’onorevole Rattazzi, e sîccome tra me ed i mîei col- 
leghi avvi il massimo accorde di principii e di atti, corne è d’uopo 
che vi sia in un^ amminîstrazione solida, {Bravo\ a désira e al 
centro - Rumori a sinistra) quindî è naturale che egli, senza esi- 
tanza, potesse fare le dichiarazioni che la Caméra ha udite. Ond’io, 
non solamente dîchiaro di dare ad esse la mia piena ed aperta 
adesione, ma credo che esse aprano la via alla soddisfazione d’un 
voto già manifestato in parecchie législature, che, cioè, la Caméra, 
seconde la vera indole dei Parlamenti, si costituisca in due grandi 
partiti, (Benissimo!) i quali ahhiano ciascuno il loro programma. 
(Bravo I) 

In vero, non puo essere permesso di attaccare un’amministra- 
zione, di usare tutte le armi, tutte le arti per atterrarla, senza 
nello stesso tempo far conoscere al paese -quali sono le idee e gli 
intendimenti del partito che si vuol sostituire al Governo, (Rumori 
a sinistra - Bene! a désira) quale sia il suo programma. Nè il 
paese, nè la Corona non possono aspettare che una nuova ammi- 
nistrazione sia fatta, per conoscerne dopo le idee e gl’intendimenti. 

La costituzione di due grandi partiti ha appunto questo van- 
taggio, che li ohbliga entrambi a presentarsi davanti al paese, 
non già solamente con idee e principii generali, ma con un pro- 
gramma ben définit O, cosi rispetto aU’indirizzo generale délia po- 
litica, corne nelle gravi questioni finanziarie, economiclie ed am- 
ministrative. Quando ci6 avvenga, o signori, nessuna crisi di Mi- 
nistère potrà più cagionare sérié inquietudini nel paese, perché si 
conosceranno le idee, e si potranno arguire gli atti del partito 
vittorioso. Ecco perché io ho sempre caldeggiata l’idea délia nor- 
male costituzione dei partiti. E dovete rendermi questa giustizia, 
che quantunque quest’amministrazione, (ed io in particolare che 
da principio era stato incaricato di formarla), abbia tratto origine 

da un voto nel quale erano mescolati divers! partiti 

(No ! no ! a sinistra - Si ! m ! a desira). 



— 113 — 

La^zabo — Travisatô î fattî. 

Pbesidbntb DEL CoKsiGLio — È la para verità, oi^yple 
Lazzaro, non aso travisare i fatti. 

Pbbsidenïk — Non înterrompano. ^ 

Lazzaeo — Sono travisatîssîmi. 

Pbesidente DEL CoNSiGLio — So sono travisati si provi a ret- 
tificarli, Ripeto che questo Ministero trasse la sua origine da un 
Yoto in cul si erano confusi deputati delle diverse parti délia 
Caméra. lo pero ho sempre fatto tutti i tentativi possibili per ri- 
costituire questi partiti. Non credo che di questo si possa dubitare 
da alcuno. 

Ed è naturale, o signorî, che io dovessi cercare modo che il 
Centre si fondesse con elementi, i quali avessero una medesimezza 
di scopo e di tendenze ; è naturale che io cercassi che, uomini po- 
litici i quali avevano comunanze d'intenti e non potevano trovarsi 
momentaneamente disgiunti se non per cause secondarie, fînissero 
per intendersi tra loro, e dimenticando quanto v'era stato di spia- 
cevole da una parte e daU'altra, per Tutilità comune, neirinteresse 
delle libéré istituzioni, si riunissero in un partito, il quale potesse 
dare aU’amministrazione quel sostegno e quella forza di cui abbi- 
sognava. (Segni di approvazione a destra) 

Nel tempo stesso poi che io faceva queste raccomandazioni , ed 
in privato ed in pubblico, e ai miei amici politici e ai miei amici 
particolari, queste stesse raccomandazioni, se ben vi sovvenite, io 
ebbi occasione di farle anche alla Sinistra. Ed anzi, un giorno 
che Tonorevole Rattazzi pareva inclinasse ad uscire dal terzo par- 
tito per fondersi con la Sinistra, mi ricordo che me ne sono ral- 
legrato con lui qui in Parlamento, e ho detto che egli avrebbe 
reso un gran servizio al paese e al sistema costituzionale, qualora 
fosse riuscito a costituire questo gran partito parlamentaÉç® ia taodo, 
che esso potesse in avvenire far trionfare i suoi princiï^, rôÉtBûdo 
sempre nella cerchia del sistema costituzionale. (Segni di approva- 
zione a destra) 

Voi vedete pertanto che io non parlo per accarezzare una fra- 
zione o Taltra délia Caméra. Queste mie opinîoni sono basate sopra 
principii costituzionali , di cui voi tutti dovete riconoscere la im- 
parzialità, la verità e Tutilità. 


8 — LANiîA, Memork. 


Vol. lî. 



— 114 — 


Infatti la Sinistra non tardô a riorganizzarsi essa pure, 
ôcegliendosi per capo il Rattazzi, che fu capo abilissimo, 
e taie che Lanza lo preconizzava già corne suo successore 
al Miaistero; nè vedeva di mal occhio queireventualità, 
persuaso che, tolta di raezzo la questione romana, egli 
avrebbe potuto far bene. 

Ma cosi non la pensavano i capi délia Destra, che vedendo 
la Sinistra fatta forte per la disciplina e condotta da un 
capo valoroso, stimarono tanto più necessario di striiigersi 
intorno al Ministero. Una difficoltà perô rimaneva a aupe- 
rare, ed era un progetto di legge sugl’insegnanti, presentato 
da Correnti, che all’articolo primo proclamava l’abolizione 
di direttore spirituale nelle scuole. Questa disposizione non 
piaceva alla Destra che, dopo di averla respinta in seno 
alla Commissione, minacciava di abbandonare il Ministero 
e dava già segni di grande svogliatezza; la sosteneva 
invece vivamente la Sinistra. Il Ministero si trovava in 
un brutto bivio ; se inanteneva Y intiero progetto e si 
appoggiava alla Sinistra per sostenerlo, veniva a sconfes- 
sare la Destra pochi giorni dopo la solenne dichiarazione 
che le aveva fatto; se ritirava il primo articolo e mante- 
teneva il rimanente del progetto, la minoranza délia Com- 
missione, corne già aveva dichiarato, avrebbe fatto proprio 
quel primo articolo. 

Lanza voile che lo stesso Correnti scogliesse il partito 
che più gli gradiva ; ma Correnti nom sapeva corne risol- 
versi; e Lanza, convinto che gl’indugi peggioravano sem- 
pre più la situazione, gli scrisse la seguente lettera, che 
non pecca certamente di poca franchezza: 


14 maggio 1872. 

Caro Correnti, 

Corne io tî aveva prevenuto cosi avvenne ; la lettura délia tua 
lettera alla Caméra, colla quale annunciavi che, per indisposizione 
sopravvenutati, non potevi intervenirvi, produsse cattiva sensazione. 



€ non mancô chi la espresse pubblicamente in termini poco con- 
venienti. 

Mio caro, debbo dirti francamente che, per poco tu aspetti a 
prendere una risoluzîoiie, finiremo tutti nel ridicolo, la fine peg- 
giore che possa toccare a uomini politici. fiitira il primo articolo 
délia tua legge, ritirala per intiero, difendila in tutto o in parte 
fie vuoi, ovvero offri le tue dimissioni ; insomma scegli il partito 
che giudichi migliore, ma scegline uno per non mutarlo più. Oramai 
ci sta di mezzo il decoro di tutto il Ministero, perciô ho senti to 
il dovere di non celarti nulla di quello che penso e che credo tu 
debba risolverti a fare, per uscire dalla falsa posizione in cui ci 
troviamo. 

Voglio sperare che in queste mie franche parole tu rîconoscerai 
fiempre un amico sincero e leale, e che perciô verrai conservarrai 
la tua preziosa amicizia. 

Il tuo aff.mo 
G. Lanza. 

Correnti risolvette di dimettersi; ed il 18 maggio il 
Ministère, annunziando alla Caméra quelle dimissioni, di- 
chiarava pure di ritirare il progetto che ne era stato la 
causa. Gli attacchi délia Sinistra furono vivacîssimi e lu- 
singhieri per Correnti ; ma questi non se ne lasciô se- 
durre ; e dichiarù recisamente che continuava a rimanere 
amico del Ministère. Sella assunse Yinterlm délia pubblica 
istruzione, che poco dopo fu affidata a Scialoia. 

L’esito di quella crisi non persuadeva tuttavia Lanza 
di poter reggere a lungo. La Destra, più che appoggiare 
il suo Ministère, lo tollerava per tema di Rattazzi , ed 
egli non sapeva adattarsi ad una simile posizione. In un 
momento di disgusto, per dissensi nati fra il Prefetto ed 
il Sindaco di Napoli e per l’importanza che a questo fatto 
erasi date alla Caméra, egli decise di dimettersi. Invano 
Sella e Dina si adoperarono per farlo recedere da quel 
proposito ; non fu che alla volontà del Re ch’egli cedette; 
ed il Re lo ringraziava e lo confortava col seguente bi- 
glietto originalissimo : 



— 116 — 


Ella non si preoccupi Stîa forte in sella e non faccia 

più questîoni di gabinetto. Ciao. Stia allegro. Il suo affeziona- 
tissimo cugino ed amico 

VlTTORIO EmANUELE. 

Il 3 giugno 1873 moriva a Frosinone Urbano Rattazzi. 

Lanza, ch’era giunto ancora in tempo a deporre sulla 
fronte del morente amico l’ultimo bacio, nella seduta del 
5 giugno, dopo di aver dichiarato che il Ministero si univa 
col Présidente délia Caméra nei sentiment! di cordoglio 
espressi per quella morte, soggiungeva: 

« lo più di tutti ne sento immense dolore , io che gli 
fui legato con vincoli di stretta, intima e costante ami- 
cizia per quarant’anni di seguito, quantunque ci abbiano 
malauguratamente divisi alcune divergenze politiche, le 
quali perô non interruppero mai le nostre relazioni ami- 
chevoli w. 

La morte di Rattazzi e, gik prima che morisse, Tasteii- 
sione dai lavori parlamentari a cui lo costringeva la ma- 
lattia che lo travagliava, montre toglieva alla Sinistra 
grande parte délia sua forza, rendeva più indipendente la 
Destra, che non terneva più di preparare il potere alla 
parte avversa se lasciava cadere il ministero Lanza. 

Gli efïetti di questa nuova situazione parlamentare si 
manifestarono subito il 30 aprile del 1873, quando venue 
in discussione il progetto di legge per Tarsenale di Ta- 
rante, che già aveva suscitato dissensi fra la Commissione 
ed il Ministero. Il Ministre di marina chiedeva per quel- 
Fopera sei rnilioni e mezzo ; e la Commissione aveva pro- 
posto da prima 70 rnilioni e poi s’era accontentata di 23. 

Quel progetto, venuto in discussione alla Caméra, fece 
sentire la sua influenza régionale, che suole purtroppo 
imporsi molto sovente alla disciplina di partito e ad ogni 
altro interesse superiore. La Sinistra trovô in quelF oc- 
Gasior>e potenti ausiliari anche nella Destra. Invaiio Sella 
aveva osservato che non si avevano i danari per quella 



— 117 — 


spesa accresciuta cosi inconsideratamente ; ]a Caméra 
approvo il primo articolo délia legge seconde il progetto 
délia Commissione. Sella ottenne che si sospendesse la 
discussione e la votazione degli altri articoli ; ed il 
giorno successive Lanza annunziava alla Caméra che il 
Ministère aveva presentato al Sovrano le sue dimissioni. 
Il Re, dopo di avéré inutilmente incaricato Pisanelli e poi 
Biancheri délia formazione di un nuovo Gabinetto, ascol- 
tando il suggeriinento di entrambi e di tutti gli uomini 
politici che aveva interrogato, rifiutô di accettare le offerte 
dimissioni. Il ministero Lanza acconsenti a rimanere al 
sue posto, e ritirô il progetto che era stato cagione délia 
sua sconfitta. Si gridô dalla Sinistra che quelle era un 
atto incostituzionale ; nessuna censura fu risparmiata al 
Ministero; eppure quei Ministri avevano date un eseinpio 
di patriotica abnegazione. 

Ancora una legge importantissima aspettava l’approva- 
zione del Parlamento; la legge sulle corporazioni religiose 
in Roma ; argomento cosi grave, che nessun nuovo Mini- 
stero avrebbe volute ricevere in eredità. Toccava al mi- 
nistero Lanza il cômpito di coronare, con quell’ opéra, 
l’edifizio nazionale ; ed anche quel progetto di legge fu 
approvato dalla Caméra il 27 maggio 1873. Era, su per 
giù, la riproduzione délia legge già vigente in tutta l’I- 
talia sulla soppressione delle corporazioni religiose, colla 
inodificazione deU’intangibilità mantenuta aile case gene- 
ralizie e di altre disposizioni concernenti l’impiego délia 
rendita dei béni che si dovevano incamerare. 

Cramai Topera di quel vecchio ed onorato Ministero 
era compiuta, e Tappoggio délia Destra, per le ragioni 
dette più sopra, gli veniva meno. Di ciô si avvide la Si- 
nistra; e non credo che fosse senza un mandate di questa 
che Michelini, costante avversario politico di Lanza corne 
n’era sempre stato il costante intime amico, gli scriveva 
T8 giugno 187;L 



— 118 — 


Caro Lanza^ 

Per la morte di Rattazzi il Ministero perde un formidabile av- 
versario. Ma, se ben si considéra, questa perdita gli riesce più 
funesta clie vantaggiosa. L^opposizione è sénza capo, chè mal pos- 
sono divenirlo Crispi, Mancini od altri. 

La Destra, tolta la possibilità di un Ministero di Sinistra, ne 
prenderà ardimento e, o trascinerà il Ministero dove questo non 
vorrebbe andare e si pentirebbe col tempo se andasse, o lo rove- 
scierà per porsi al suo posto. 

In questo stato di cose, non rimane al Ministero che fare colla 
Sinistra un connubio, simile a quelle famoso di Cavour, col Centre 
sinistre. Abbine il coraggio, imita il grand’ uomo, e salverai il Mi- 
nistero e, ciô che più monta, l’Italia. 

Quanto a me sarô fra i primi ad aderire al connubio, lietis- 
simo di appoggiare quind’innanzi la politica di un uomo che con 
rincrescimento ho combattuto per lo passato ; di un uomo che alta- 
mente stimo ed amo. 

Abbimi ognora pel tuo aif.mo amico 

G. B. Michelini. 

Il suggerimeiito non mancava di tatto pratico; e credo 
che, se Lanza l’avesse seguito, avrebbe trovato in quel 
connubio una base inolto più solida, almeno per qualche 
tempo ancora. Ma Lanza non era fatto per coteste mani- 
polazioni parlamentari ; ed alla mancanza d’una taie incli- 
nazione s’univa la ripugnanza istintiva ch’egli aveva per 
quelle fluttuazioni fra i partiti, che alcuni pur considerano 
corne ottimo sistenia di governo parlamentare. Egli rifiutù 
l’offerta ed attese volentieri l’occasione che gli porgesse 
Topportunità di ritirarsi. Nè questa si fece attendere a 
lungo. 

Il Ministre delle finanze, per sopperire aile maggiori 
spese deU’esercito, aveva presentato alcuni provvedimenti 
finanziari supplementari, a cui la Caméra, compresavi 
parte délia Destra, non faceva buon viso. Minghetti, pre- 



vedendo la crisi e volendola ritardare almeno fin dopo le 
vacanze parlamentari, postosi d’accordo con Depretis, as- 
sunto da poco a capo délia Sinistra, proponeva clie si 
rimandasse la discussione di quei provvedimenti fine alla 
riapertura délia Caméra. Sella invece insisteva perché la 
discussione si facesse subito, non trovando egli altro modo 
di provvedere aile spese votate ; e prevedendo che la Ca- 
méra gli avrebbe respinto il progetto, avverti Lanza che 
egli si sarebbe dimesso. Lanza gli rispose : « Se tu parti, 
parte anch’io » e n’avvertiva subito il Ke. 

Invano Vittorio Emanuele scriveva da Torino a Sella, 
pregandolo di adattarsi alla proposta sospensiva ; questi 
persisteva nel suo divisamento, di cui il Re si addolo- 
rava, non ravvisando in quella situazione un motivo serio 
di crisi. 

« Non so che motivo possa indicare dimissiono Sella 
(telegrafava il Re a Lanza il 16 giugno). Mi dica motivo. 
Le faccio preghiera di ricordarsi di tutto ciô che io le 
dissi. Non posso cambiare le mie idee nè fare Timpossi- 
bile per compiacenza a Sella. Mi aspettava inaggior defe- 
renza verso di me 

Ed il 22 giugno, sperando ancora in Lanza, gli scriveva: 

« Le proporrei, se 

Sella desse le sue dimissioni, che Ella stessa s’incaricasse 
del ministero finanze. Per l’interno avremmo subito Can- 
telli O altro a sua scelta; indi si penserebbe a modificare 
altri ministeri ed avremmo cosi un Ministero forte ». 

Ma Lanza era deciso a ritirarsi egli pure. La battaglia 
parlamentaie incoininciô il 23 giugno 1873. Tre giorni 
duré la discussione, nella quale Lanza e Sella difesero 
strenuamente tutti i loro atti; ed il 25 i provvedimenti 
finanziari furono respinti con 157 voti contro 86. Lanza 
subito telegrafô al Re a Firenze, annunziandogli le dimis- 
sioni di tutto il Ministero. Richiesto dal Re del suo pa- 
rère, consigliô che si affidasse a Minghetti Y incarico di 



comporre la nuova amministrazione ed accolse volentieri 
rincarico datogli dal Ee di aiutare quella formazione. 

La gestazione di quel Ministère fu laboriosissima e duré 
dieci giorni fra le impazienze di Vittorio Emanuele, che 
ogni giorno telegrafava a Lanza, perché colla sua auto- 
rità vedesse di venirne a capo. Minghetti già ne disperava 
e minacciava di rinunziare al mandate e di partire per 
la Curlandia. 

« La prego, telegrafava il Re a Lanza, d’impiegare ogni 
mezzo, onde Minghetti non vada in Curlandia . . . . 

« La prego di smuovere da parte mia con la sua elo- 
quenza tutte le fibre deU’anima e del corpo di V. Venosta. 
Gli dica che considero già la sua accettazione corne fatto 
compiuto 

« Mi raccomando alla sua carità e filantropia . . . 

« Impedirô (rispondeva Lanza) a Minghetti di partire 
per la Curlandia, dovessi anche servirmi del mezzo délia 
benemerita arma (i Carahinieri) «. 

Finalmente Minghetti, potentemente aiutato da Lanza, 
riusci a mettcre insieme il nuovo Ministère e, cosa che 
molto importava a quest’ultimo, a farvi rientrare Ricotti 
e Visconti-Venosta, l’opéra dei quali pareva a Lanza neces- 
sario che fosse continuata, affinchè venisse condotto a 
termine il riordinamento deU’esercito e non s’interrom- 
pessero le relazioni internazionali cosî saviamente avviate. 

Soddisfatto di queU’ultima opéra sua e di potersi riti- 
rare nella sospirata pace délia vita privata, Lanza tele- 
grafava al Re : 

« Licenziandomi da V. M. ripeto le parole del vecchio 
Simeone: nunc dimitte servum tuim ». 

« Temo assai (gli rispondeva il Re) che cantando il 
nunc dimitte vi mescoli anche Valleluia 

ti lo considero quel nunc dimitte corne una promessa 
futura. La mia amicizia per lei è pari alla sua per me, 
e durerà fine alla valle di Giosafat ». 



E, nel ringraziare tutti i Ministri dimissionari, scriveva 
ancora a Lanza: 

« Lei poi, specialmente, sa già quali sentimenti nutro per 
la sua persona; sentimenti che spero riconfermarle personal- 
mente, quando avrô il piacere di rivederla in Pieinonte 

Nel consegnare il suo ministère al successore, Lanza 
gli affidava pure la somma di L. 481,860 95, ch’egli aveva 
risparmiato sui fondi segreti, i quali pur erano sottratti 
per legge ad ogni controllo ed aU’obbligo di darne conte. 

Non è tanto l’onestà dell’atto che mi meravigli, perché 
naturalissima in Lanza, quanto la rigorosa parsimonia che 
egli mantenne anche nella sua amministrazione, pur rie- 
scendo, in tutto quel periodo di tempo agitatissimo, a 
migliorare di inolto la pubblica tranquillità ed a sradi- 
care quasi aifatto il brigantaggio. 

L’ainmirazione che destô quell’atto, dimostré quanto sa- 
lutare fosse il belTesempioche Lanza porgeva alla sua patria. 

Non appena lo potè, egli abbandono Roma. Nel salutare 
la città eterna, Tanimo suo poteva essere soddisfatto e 
sciogliere giulivo il cantico del vecchio Simeone. Egli aveva 
compiuto, con Roma, il sogno délia sua mente: Roma 
apparteneva alPItalia; ogni pericolo che si era paventato 
per l’ardita impresaera svanito; la pubblica finanza si tro- 
vava avviata per una strada sicura; le basi di un assetto 
generale economico e imlitico erano gettate; poteva allon- 
tanarsi tranquille dalT opéra affannosa attorno alla quale 
da venticinque anni si era travagliato. Ma il corpo era 
aflfranto dal troppo lavoro e dalle agitazioni di queirultimo 
periodo délia sua vita, e gli occhi, estenuati dalla fatica 
se ne risentivano dolorosamente. Egli ne cercô la cura 
priîria a Montecatini, poi a Recoaro e più a lungo, e certo 
più efficacemente, a Roncaglia, nella pace di quella soli- 
tudine, a fiance dell’amorosa consorte, cui da quattro 
anni non aveva più visto che ben di rade e quelle rare 
volte quasi alla sfuggita. 



XXII. 


Malattia di Lanza — Il Collcgio di Vignalo si stanca di lui ed egli ne rifluta la 
candidatura ~ Gara di altri collegi ~ Lanza acoetta la candidatura al 2® coUegio 
di Torino e n’è oletto — Modificazione ministeriale oombinata da Minghelti © 
Sella — Lanza la soonsiglia — Incidente ira Lanza e Taiani — Il riscatto dell© 
ferrovie dell’Alta Italia e Meridionali — Ciô cho ne pensava Lanza — Caduta 
dol ministère Minghetti — La Sinistra al Governo — Elezioni generali — Il 
libre noro e la lettera a Benghi — Lanza e Spantigali — Censure di Lanza al- 
rindirizze dcUa Destra — Morte di Vittorio Emanucle — Umberto I a Lanza — 
Confusione dei partiü nella Caméra — Lanza avverso ai oonnubii. 


Il 15 novembre 1873 si riapri la Caméra, ma Lanza non 
vi si trovô présente; la sua salute era ancora talmente 
affranta, che nessuna occupazione gli era permessa. Com- 
parve a Roma sul principio del 1874, ma talmente debole 
ancora, che le febbri lo incolsero e l’obbligarono subito a 
ripartire per Casale, chiedendo alla Caméra un lungo con- 
gedo, che gli fu accordato, accompagnato da affettuose 
dimostrazioni dei colleghi e del Re (Vedi lettera 263). 

Il ministère Minghetti continué l’interrotta via verso il 
pareggio dei bilanci, attenendosi quasi agli stessi gravami 
che erano stati proposti da Sella e che avevano provocato 
la caduta del ministère Lanza. Furono approvati l’omnibus 
finanziario e la legge sulla cireolazione cartacea, che faceva 



— 123 - 

salire ad un miliardo la carta dello Stato e creava il con^ 
sorzio delle banche. Questa legge, col favorire i Bancht 
meridionali e délia Toscana, ottenne facilmente numerosi 
voti da tutte le parti délia Caméra; ma concepita con 
poca cognizione o noncuranza delle condizioni in cui si 
trovavano taluni fra gl’ istituti compresi nel Consorzio, 
creô un imbarazzo non lieve per l’avvenire, clie solo potrà 
essere tolto con un saggio riordinamento di quegristituti, 
atteso invano finora. 

Fra le altre leggi finanziarie, Minghetti presentô pure 
un progetto per colpire di nullità tutti gli atti contrat- 
tuali che non fossero registrati. Molto si disse pro e 
contre quel progetto; le discussioni che se ne fecero alla 
Caméra furono vivacissime e fu respinto per un voto. 
Quella votazione persuase il Ministère che la maggioranza 
non gli era abbastanza fedele e lo indusse a sciogliere 
la Caméra ed a convocare i comizi per Totto novembre 1874. 

In questo frattempo il collegio di Vignale si era in parte 
stancato délia sua fedeltà verso Lanza; e parecchi fra gli 
elettori più poteuti accennavano ad un desiderio di novità. 
Quell’austerità di un deputato, che persisteva a conside- 
rarsi il rappresentante deU’intiera nazione, più che di un 
collegio, che non sapeva immischiarsi nei pettegolezzi 
locali, soddisfare a piccole ambizioni, prestarsi a favoriti- 
smi ed a soprusi, il contrapposto del quadro che si presen- 
tava in un collegio vicino, ove il deputato aveva saputo 
gettare fondamenta incrollabili e si valeva délia potenza 
acquistata nel collegio di Lanza per demolirlo, tutto questo 
e forse ancor altro insieme, fece si che molti elettori si 
alienarono da Lanza, sicchè quando si presentarono immi- 
nenti le elezioni gencrali, egli s’avvide che Tantico sua 
collegio non era più per lui. 

Inconscio dei torti che gli si imputavano, egli manifesta 
ad alcuni elettori il desiderio di una riunione, nella quale 
francamente gli si dicesse quali erano le sue colpe, affin- 



124 — 


chè si potesse difenderti ; ma quegli elettori si mantennero 
muti; ed in verità essi stessi vedevano in quai irapiccio si 
sarebbero raessi se avessero accondisceso all’invito di Lanza. 

Sdegnato di quel contegno, Lanza scrisse al Sindaco di 
Vignale la seguente lettera, che è, corne tutte, lo specchio 
del suo carattere: 


Roncaglia, pressi di Casale, 12 ottobro 1874. 

Pregiat.mo Signore, 

Dalle informazioni che ho potuto raccogliere, mi risulta che non 
pochi elettori del collegio politico di Vignale, non sono più disposti 
a darmi il voto nelle prossime elezioni generali. lo ignoro le ragioni 
ed i motivi che valgono a giustificare questo cambiamento, dopo 
essere stato per ben dodici volte confermato loro deputato. Ho 
tentato invano di promuovere una riunione degli elettori più in- 
fluenti, per poter da loro conoscere quali sono le ragioni o quali i 
motivi, ma non mi è riescito di ottenerla. 

Oosi stando le cose, io ho deciso di non più presentarmi corne 
candidate in codesto collegio, e prego lei, quale sindaco del capo- 
luogo, e già présidente nella precedente elezione, a far conoscere 
agli elettori, nel modo che meglio stimerà, questa mia risoluzione. 
Ringraziandola di questo cortese ufficio, mi pregio dichiararmi 
colla massima considerazione 


Suo Dev.mo 
G. Lanza. 

Questa lettera ed il modo d’agire del collegio di Vignale 
furono rargomento più importante di quelle elezioni. Parole 
délia più alta indignazione uscirono sui giornali contre il 
collegio di Lanza; a lui scrissero i più spiccati personaggi 
politici d’ogni partito, manifestandogli meraviglia e sdegno, 
mentre lo confortavano; ed una nobile gara sorse di subito 
fra numerosi collegi d’italia, che si disputavano l’onore di 
divenire il collegio di Lanza, e fra deputati che gli offrivano 
d’abbondonare la propria candidatura per far poste a lui. 



— 125 — 


Oltre ad alcuni collegi délia Sicilia, enumero qui Ales- 
sandria, Vercelli, Cuneo, Oviglio, Savigliano, Macerata, 
Osimo, Vittorio, Ivrea, Menaggio, Albenga, Ferme, che 
tutti gli assicuravano la.riescita se acconsentiva alla pro- 
posta délia sua candidatura. Egli rifiutô , ed al professore 
Sbarbaro, che gli scriveva per Macerata, cosl rispondeva; 


Ronoaglia, pressi di Casale, 9 ottobre 1874. 

Egregio signor Professore, 

Gli umori di gran parte degli elettori del mio native collegio 
di Vignale, sono appunto quali li espresse il corrispondénte torinese 
àelVOpmione, eforse peggio. 

È da quattro anni, che si lavora da alcuni miei avversari presse 
quegli elettori per scalzarmî, pronubi il teologo Ercole già de- 
putato, e un certo avvocato Roberti, quel desso che si affaccia corne 
mio competitore. Dire, non le ragioni, ma i motivi, che li animano 
contre me è inutile cosa ; sono pettegolezzi da campanile e peggio* 
Benchè, volendo lottare unguibus et rostro, potrei forse riuscire, 
non intendo perô di farlo, perché qui non si tratta di questioni 
di principii, e inoltre non parmi che valga la pena di lottare con 
uno sconosciuto, un coscritto di ultima recluta. Aggiungo che sono 
sazio e stanco délia vita politica, e a nuiraltro aspire che a vivere 
tranquille fra i miei cari ed i miei libri. Ella non pué figurarsi 
con quale ardore giovanile io mi abbandono ancora alla lettura e 
allô studio. Spero che se non altro impareré a scrivere Tltalia 
senza il g. Giudichi se vi poteva essere scipitezza maggiore da 
usare ed abusare contre di me ; eppure fece fortuna ; tanto è l’amore 
del ridicolo e dello scherno ! 


. . . . Ma senza accorgerraene io ho deviato dal soggetto ; me 

lo perdoni, chè diventando vecchi si diviene ciarlieri. 

Io le rende le più vive grazie per la generosa offerta di promuo- 
vere la mia candidatura alla Deputazione neir importantissimo col- 
legio di Macerata. 

Per i motivi sopra dettî io non intendo di accettare candidature, 
salve che si trattasse di opporsi a qualche candidate dell’ opposi- 
zione anticostituzionale. 



— 126 — 


In questo caso speuderei volontieri quel poco di riputazione 
iwsquistata, per giovare alla cosa pubblica. 

Ciô nonostante io le sono gratissimo délia profferta e ne conser- 
verô cara rimembranza. Voglia gradire l’espressione del mio osse- 
quio e considerarmi quale suo devotissimo 

G. Lanza. 

Fu allora che gli si offri il secondo collegio di Torino. 

A quest’offerta egli non seppe rispondere con un rifiuto. 
AU’importanza del collegio si univa Taffetto spéciale ch’egli 
aveva seinpre nutrito per qiiella città; e rispose accettando. 

La sera deirotto novembre, montre Corrado Noli tele- 
grafava a Lanza ch’egli erastato proclamato deputato del 
2® collegio di Torino, si proclarnava pure deputato di Vi- 
gnale Vincenzo Roberti, avvocato del paese di Montemagno. 
Io credo che scriverei uiia pagina esemplare di giustizia 
provvidenziale, se, uscendo dai limiti di questo lavoro, 
volessi narrare delle crudeli disillusioni e del pentimento, 
che colpirono poi gli autori principal! deilo sfregio fatto 
all’antico deputato di Vignale. 

Lanza non approvava totalmente l’indirizzo dato da Min- 
ghetti aile fiiianze e gli cuoceva che, quando le speranze 
del pareggio erano giunte güi presso ad essore realizzate, 
Minghetti nel programma politico da lui esposto a Legnago 
avesse dichiarato che non erano più possibili nuovi oneri. 
Avrebbe voluto che si fosse seguita ancora l’idea di Sella, 
che ravvisava necessario un qualche sacrifizio ancora, per 
giungere prontamente alla meta agognata, e che Minghetti 
non si fosse, corn’era solito, cullato in rosee speranze. E 
nel novembre del 1874, in un discorso che pronunziô al 
banchetto offertogli da’ suoi Elettori, ail’ albergo d’ Eu- 
ropa in Torino, egli avverti essere effiraera la riduzione 
dello sbilancio a soli 54 milioui, corne Minghetti aveva 
annunziato; perché esistevaiio ancora un debito galleggiante 
di un miliardo di carta a corso forzoso e 250 milioni di 



— 127 — 

buoni del tesoro, con l’aggianta di 370 milioni di spese 
promesse. 

Forse Minghetti s’avvide in quel tempo dell’ esagera- 
aione delle sue speranze; e, o fosse questo sentimento che 
gli consigliava di cercare un successore, il quale non vinco- 
lato corne lui a non proporre nuovi aggravi, portasse con 
questi l’ultima mano al pareggio, oppure fosse, corne diceva, 
il desiderio, che già da sette mesi lo stimolava, di rendere 
più salda la maggioranza, fatta debole dalle ultime elezioni, 
decise d’invocare la cooperazione di Sella, offrendogli il 
rainistero delle finanze, ed acconsentendo a tutti i patti 
che questi gli dettava, ivi compreso quello délia surroga- 
zione di due Ministri. Anche al Re piaceva quella combi- 
nazione; e quando tutti i concerti furono presi, tanto U 
Re quanto Minghetti e Sella, deliberarono di rimetterne 
a Lanza la decisione definitiva e cosi gli scrivevano a 
Casale : 


Caro Lanza, 


Roma, 13 gonnaio 1875. 


Dopo i discorsi tenuti con lei sulla situazione attuale, ebbi l’oc- 
casione di vedere Sella; mi pare che la sua entrata al Ministero 
non potrebbe che dargli maggior forza. Ella essendo pure del parère 
di sostenerlo, mi pare che non dovrebbe trovare. difflcoltà a ciô. 

Ma per essere più sicuro e non far niente ohe possa dispiacerle, 
mi faccia il piacere di telegrafarmi un si, se la combinazione le 
conviene, o un no in caso contrario. 

Le auguro ogni specie di bene e le stringo amichevolmente la 
mano 

Il suo aff.mo amico e cugino 
ViTTOBIO EmANUELE. 


Roma, 13 gennaio 1875. 

Garo amicOf 

Tu sai che hn dalla estate scorsa molti amici credettero che 
una modiôcazione del Ministero nel quale fosse entrato Quintino 
Sella sarebbe stata utile. 



128 — 


Questo pensiero è divennto più vivo dopo le elezionî, inquantochô 
è divenuto qui necessarîo che il partîto moderato stia compatto e ferme. 

Ora, dalla lettera che S. M. ti manda, scorgerai che taie pen- 
siero sarebbe possibile :ad attuarsi. 

Ma tutti ci siamo accordati in questo concetto, che la combina- 
nazione non avrebbe valore pratico ed efficace se non avesse il 
tuo assenso anzi il tuo sicuro appoggîo. 

Tu sei stato sempre uno dei più autorevoli capi del partito mo- 
derato, quindi pel tuo senno e per la tua esperienza potrai giudi- 
care meglio di ognuno la situazione. 

lo poi nè posso, nè debbo dimenticare la parte cordiale che 
esercitasti verso di me nella formazione del Ministère présente, 
sicchè mi tengo in dovere di consultarti in si grave urgenza. 

Lascio al Giacomelli di spiegarti tutte le cose, e ti stringo la 
mano 

Tuo aff.mo arnica 
M. Minghetti. 


Garo Lanza, 


Roma 13 gennaio 187b, 


Sono oramai sette mesi che mi si tormenta perché entri nel 
Ministère. Non ho mai creduto che fosse utile alla cosa pubblica, 
e non ne sono sicuro adesso. 

Ora agli al tri si aggiunse un personaggio altissimo, la cui voce 
ogni italiano deve ascoltare con riverenza. Ed egli e Minghetti di- 
chiararono che tu ti dichiarasti d’avviso doversi e volere sostenere 
il Ministère. 

lo finii per rispondere : è non solo il Minghetti, ma è in realtà 
tutta la Destra (e per Destra intendo l’opposto délia Sinistra), che 
richiede da me un atto di abnegazione di cui non credo possa im- 
maginarsi Tuguale? Vuole real mente la Destra i miei sistemi, i 
miei progetti, le mie riforme ? Mi vuole essa sostenere sul serio, mal- 
grado i miei grandi inconvenienti e difetti? 

Ebbene, se la morte di un uomo è voluta da tutto il partito nel 
quale ho l’onore di militare, mi si ammazzi pure. 

Ma la mia morte sarà non solo inutile, ma dannosissima cosa, 
se io non avrô accertato (corne soltanto si puô accertare quando 



— 129 — 


si è faori délia strada normale del vote parlamentare), che reàl« 
mente ciô vttole tutta la Destra, e, nella materiale impossibilità di 
consaltarla tntta, i snoi capi. Ora capi délia Destra io vedo, negli 
ex-capi di governo che non abbiano quasi disertata la Caméra, te 
e Eîcasoli. 

Quindi dîco : EicasoU e Lanza, a nome del partîto ove sono duci, 
richiedono anch'essi da me il mio olocausto? Sonoessi d’avviso che 
sia opportuna tutta la trasformazione del Ministère, délia quale si 
tratta? Sono essi disposti ad appoggiare vigorosamente colla loro 
presenza, coi loro discorsi, le misure che io proporrei? 

Se si, ebbene sia fatta la volontà del Ee e dei capi del mio 
partito, il cui volere io présumé quelle del partito stesso. 

Se, neU’emettere il tuo avviso e le tue risposte, considérerai che 
io mi trovo in posizione parlamentare identica alla tua, e non solo 
ricorderai il Vangelo che dice do vers! fare (o consi gliare) ad altri 
soltanto ciô che si vorrebbe fatto (o consigliato) a noi stessi, ma 
anche rammenterai Tantica nostra amicizia, obbligherai una volta 
di più il tuo 

Aff.mo amico 
Q. Sellâ. 

PS. Ti avverto che se parlai di persone col Minghetti, ciô fu 
perché egli dichiarô che fine dairestate scorsa i suoi colleghi gli 
avevano dichiarato di ravvisare cosi utile la mia entrata nel Mi- 
nistère, che ponevano per taie combinazione i loro portafogli a sua 
disposizione. 

Lanza cosi rispose a quelle tre lettere: 


Maestàj 

Casale, 14 gennaio 1875. 

Dopo avéré oggi risposto, sommariamente per telegramma, alla 
venerata lettera di V. M., sente ancora il dovere* di viemeglio 
spiegare le ragioni che m^inducono a dare un parère contrario alla 
progettata modificazione ministeriale. L^entrata di Sella nel Mini- 
stère, composte di uomini che votarono contre di lui e cagionarono 
la precedente crisi ministeriale, oltre all’essere contraria agli usi 
parlamentari, non accrescerebbe forza al Ministère, perché con que- 


9 — L \NZA, Memorie, 


Vol. II. 



st’atto il capo del Gabinetto verrebbe a rîconoscere di aver avuto 
torto combattendo la precedente amministrazione, e di essere egli 
încapace di restaurare le finanze. Dope ciô, la sua autorità rimar- 
rebbe compromessa, e quasi annullata in faccia alla Caméra. Sella 
sarebbe lui il vero capo. Ma Sella si presenterebbe alla Caméra 
con un programma finanziario molto di verso da quello di Minghetti, 
perché Sella vorrebbe maggiori imposte, inentre Minghetti ha pro- 
clamato che il paese non ne vuol pîù. 

Questa contraddizione sarebbe rilevata e scemerebbe vieppiù la 
forza ed il prestigio del nuovo Ministère. Inoltre, io non credo che 
le proposte di Sella sarebbero accettate dalla maggioranza délia 
Caméra, perché molti deputati di Destra hanno già pubblicamente 
dichiarato che non voteranno altre imposte. Perciô a me sembra 
che ringresso di Sella nel Ministère toglierebbe ogni autorità ai 
Ministri attuali, e quindi debiliterebbe in complesso il Ministero, 
mentre le sue proposte finanziarie non verrebbero accolte dalla Ca- 
méra; e perciô sarebbe causa di una nuova crisi che sciuperebbe 
anche il Sella. 

Per queste ragioni a me non pare ora opportuna né utile la 
progettata modificazione ministeriale. A mio modo di vedere, il Mi- 
nistero dovrebbe andare avanti com’è ora, e provarsi a far passare 
le sue proposte finanziarie, coiraiuto del Sella e di tutta la Destra. 
Se vince, riacquisterà vigore, e potrà anche modificarsi per un^altra 
sessione. Se sarà soccombente vedrà poi V. M. se, ponderate tutte 
le circostanze del voto contrario, e le impressioni prodotte nella 
opinione pubblica dal medesimo voto, sarà migliore consiglio di 
formare una nuova amministrazione nel partito vincitore, ovvero 
di fare appello al paese con nuove elezioni generali. Questo è l’av- 
viso che io umilmente sottopongo airalto apprezzamento di V. M., 
che ringrazio di tutto cuore per Tonore che mi fece, degnandosi 
di chiedermelo, corne pure per le parole benevoli ch’ebbe la bontà 
di rivolgermi. 

Voglia la M. V. gradire la devota espressione di questi miei 
sentimenti, mentre col più sentito e profondo ossequio mi glorio 
dirmi 


Suo umile e riconoscentissimo servo e eugino 
G. Lanza. 



131 — 


Caro Minghetti, 


Casale, 14 gennaio 1875. 


Corne già saprai, io manifestai al Giacomelli un parère contraria 
alla progettata modifîcazione ministeriale. Le ragioni che mi con- 
dussero a darlo ti saranno riferite esattamente dallo stesso. Eias- 
sumendole qui, ti dirô: Io desidero e aspiro quanto te, di vedere 
un Ministero forte e una maggioranza concorde e compatta, ma 
non credo che vi si arrivi coll’ideata combinazione. L’ingresso di 
Sella al Ministero in questo inomento sarebbe una disdetta per te 
e una dichiarazione di non crederti abbastanza sicuro di superare 
le difficoltà finanziarie, e di avéré avuto torto abbattendo il Sella 
in una question e appunto finanziaria. Inoltre tu liai proclamato di 
non credere possibili nuovi oneri, Sella invece vorrebbe aggiungerne 
con nuovi omnibus, Egli richîederebbe Tolocausto di due dei tuoi 
colleghi, e dal suo punto di vista, non senza buone ragioni. Dopo 
avéré concesso tutto ci6, a me pare che la tua autorità politica 
d’uomo politico e di capo del Gabinetto resterebbe assai menomata 
e con essa quella del tuo Ministero. Oltre a ciô non mi pare che 
le proposte del Sella di nuovi decimi troverebbero accoglimento 
nella maggioranza délia Caméra, giacchè molti sono i deputati di 
Destra che hanno pubblicamente protestato, che non intendono vo- 
tare nuove tasse, peggio poi sotto la forma odiatissima dei decimi. 

Cosa si deve fare? mi chiederai. Eccoti il mio avviso. Tu do- 
vresti scartare, per quanto è possibile, ogni questione politica e 
impegnare decisamente la Caméra a esaminare e discutere le tue 
proposte finanziarie di miglioramenti d’imposte, che avrai in pronto. 
Se queste non arriveranno a colmare il disavanzo, meno male, pur- 
cliè lo scemino oltre délia metà. 

Se la Caméra te le approva, tu da tal voto assumerai maggior 
forza e potrai poi fare liberamente e comodamente tutte le modi- 
ficazioni che verrai nel tuo Ministero ; o soccomberai e la tua scon- 
fitta sarà sempre onorevole ; e se il paese oh optimam causam, non 
se ne sentirà ofiPeso con te, corne oso sperare, allora avviserai al 
da farsi. 

Io credo che di tal maniera meglio si provveda e alla tua con- 
siderazione politica e a quella del Sella, che importa cons^ervare 



— 132 — 


întatta per ultima risorsa, mentre si arrîverebbe, per iina via più 
sîcura e più retta, a raggiungere il consolidamento délia maggio- 
ranza. « 

Non dubito che Sella, deputato, ti aiuterebbe lealniente. Spero 
che queste mie considerazioni, se non ti persuaderanno, ti prove- 
ranno almeno quanto sia schietto e serafico il mio animo verso 
di te e verso il Sella. Con questa ôducia mi riaffermo allegramente 

Tuo aff.mo 
G. L A N Z A. 


Caro Sella, 

Casale, 14 gennaio 1875. 

Se da un lato sento tutto il pregio délia deferenza e délia fiducia 
di oui mi porgi la più grande prova, rimettendo quasi nelle mie 
mani la tua fortuna politîca, dall’altro lato comprendo pure tutta 
la responsabilità che mi viene addosso, accettando di farmi quasi 
arbitre délia tua risoluzîone di entrare o non entrare nel Ministère. 
Non mi rifiuto per6, perché so che noblesse oblige; i miei prece- 
dent! rapport! col Ministère e con te me ne fanno un dovere. Ti 
manîfesteré quindi con intiera franchezza Tanimo mio e il mio giu- 
dîzio, corne se si trattasse di affare mio proprio, e fosse in giuoco 
la stessa mia persona, appunto seconde il precetto evangelico che 
vedo con piacere invocato da te: non fare agli altri quelle che 
non vorresti fosse fatto a te. 

Ebbene, ti dirô di botto, che io al tuo posto non accetterei la 
proposta, che con tanta insistenza ti viene fatta, perché la ritengo 
non utile al Ministère, dannosa a te e al paese. Ti parrà forse un 
paradosso, e lo é, perché lo suppongo contrario airopinione comune ; 
ma ciô non estante potrebbe essere una verità, seconde la defini- 
zione di Cicerone. 

Vengo aile prove. Lo scopo del tuo ingresso al Ministère non 
pué essere altro che quelle di rinforzarlo e di raggiungere più 
facilmente Tintento comune, che è il restaure délia finanza. Or 
bene, a mio avvise, il Ministère ne rimarrebbe demoralizzato o 
esautorato, accegliendo nel sue grembo celui che dovette soccem- 
bere per opéra di quelle. Il Minghetti, con queste connubio di vinti 
e vincitori, confesserebbe umilmente di aver errato, di essere, egli 



vincitore, meno capace, aiizi inetto a restaurare la fiuauza, ed avéré 
assolutamente bisogao deir opéra dî chi fa da lai combattuto ed 
abbattuto. Quale eifetto possa produrre questo avvenimento strano 
anzi cbe no, nei fasti parlamentari, non è difficile prevedere. Per 
sicuro, il Ministero non acquisterebbe maggiore prestigio, e quindî 
neppure forza vera. 

Minghetti rimarrebbe annichilito, gli altri Ministri sarebbero 
poco consideratî, tu resteresti solo, quasi isolato in faccia aile gravi 
difficoltà délia situazione e ai malevoli commenti sulla tua entrata 
estemporanea al Ministero. Con taie mise en scène avresti tu pro- 
babilità di far trangugiare alla maggioranza le tue aspre proposte? 
Corne te la prenderesti con a fianco un povero Présidente del Con- 
siglio, elle proclamé dal tripode di Legnago, che nuovi oneri non 
sono più possibili? No, ti esporresti a un fiasco quasi sicuro, ti 
sciuperesti inutilmente. Miglior partito a me sembra sia questo; 
di lasciare che il Ministero percorra tutta la sua orbita da sè, 
aiutandolo sinceramente se adempirà airobbligo assunto di miglio- 
rare la finanza. Qualora poi cadesse per colpa sua, si vedrà il da 
fare seconde le circostanze ed il caso; ma tu conservât! intiero, e 
attendi la tua ora che verrà ; non sciuparti in rimpasti, ibridi, ine- 
splicabili, assurdi. Aiuta francamente e a viso scoperto il Mini- 
stero, per quaiito piioi, a mantenersi in carreggiata ; se poi la mac- 
china è debole o sconnessa, in allora bisogiia cambiarla, nessuna 
forza la farà camminare. Nel senso che scrivo a te, scrivo pure 
al Re ed a Minghetti, mntatis mutandis. 

Fate del mio parère quel conto e quel caso che stimate. Non 
me l’avrô a male, chè anzi mi alleggerirete di un gran peso. Sopra 
di me potete contare sino airestremo limite del possibile. 

Intanto, ringraziandoti de' tuoi sentimenti dî affettuosa stima 
ed amicizia, te li ricambio a dovizia e mi riaffermo con piacere 

Tuo amico 
G. L A N Z A. 

lo credo che parère più saggio e più leale non si sa- 
rebbe potuto desiderare ; e fu ascoltato senza replica. 

Alla Cambra, mentre tutti gli riconoscevano un’autorità 
grandissima e gliene davano continue prove^ Lansça amava 
mettersi in evidenza il meno che fosse possibile, Egli si 



— 134 — 


limitô a trattare quasi esclusivamente di cose concernenti 
le finanze; e pur coutinuando ad aiutare, e coi consigli 
e coll’opera, il ministère Minghetti, sua fattura, s’astenne 
sempre il più che potè dalle discussion! sugli altri argo- 
menti, interne ai quali, diceva egli, erano già treppi colere 
che parlavane; ma, cenvinte cerne era dell’onestà e délia 
penderatezza di tutti i preprii atti di geverne, nen per- 
mise mai che alcune di questi venisse censurate, senza 
che egli fesse prento a difenderli tenacissimamente. La 
più viva e la più bella di coteste sue difese fu quella che 
egli fece nel giugne del 1875, in cui dimostrô quanto sia 
efficace e petente la vece di una cescienza enesta. Ecce 
in breve la narrazione dei falti che diedere erigine a 
quell’incidente. 

Nel 1871, quande Lanza era Présidente del Censiglie e 
Ministre degl’interni, reggeva la Prefettura di Palermo il 
generale Medici, vi era questore l’avvocato Albanese e 
procuratore generale presse la certe d’appelle Diego Taiani. 
La pubblica sicurezza, in quella città ed in moite altre 
parti délia Sicilia, continuava a versare in condizioni de- 
plorevolissime; ed in tutti quegl’intrighi di maffia, di sêtte 
e di delitti, pare che fossero irnplicati anche alciini ap- 
partenenti alla questura. Le vide Taiani, ed esagerando 
a se stesso il male, con una foga méridionale corse dietro 
a denunzle ed a rivelazioni ed inesatte o travisate o false, 
colla convinzione d’avervi scoperte indiscutibili verità. 

Parve a lui di trovare il bandolo di una più vasta con- 
nivenza fra la questura ed i suoi stessi capi con le sêtte 
e con i delinquenti; e si pose vigorosamente all’opera di 
perseguirli avanti ai tribunal!. Medici assunse la difesa 
de’ suoi dipendenti; ed un serio conflitto nacque fra co- 
teste due autorità, ponendo in grave imbarazzo i Ministri 
deirinterno e di grazia e giustizia, i quali, dalle contrad- 
dicenti relazioni che ricevevano, non potevano raccapezzare 
la verità. Essi fecero tuttavia ciô che dovevano fare co- 



— 135 — 


stituzionalmente ; avvisarono Taiani che lo lasciavano 
pienamente libero di proseguire nei processi avviati, solo 
avvertendolo di aprire beiie gli occhi, afânchè non acca- 
desse che, con infondate accuse, egli venisse a menomare 
il prestigio deli’autorità politica e quello délia stessa au- 
torità giudiziaria. Taiani subito apri un processo contro 
il questore Albanese ed un altro si accinse ad avviare 
contro lo stesso generale Medici. Questi, mandate al Mi- 
nistère le sue dimissioni, abbandonb Palermo; ed il que- 
store Albanese, avendo saputo che contro di lui era già 
spiccato un mandate di cattura, abbandonô egli pure 
quella città e venne a Firenze. Quivi si presentô a Lanza, 
il quale gl’impose di ritornare immediatamente a Païenne, 
e siccome Albanese non fi si sapeva decidere, Lanza lo 
sospese dairufficio e lo surrogô con un altro funzionario. 

Intanto il processo faceva il suo corso, fra recrimina- 
zioni ed intrighi deplorevolissimi di partito, fomentati dalla 
stampa, che,s’era divisa in due campi opposti, spiegando 
un’acrimonia che eccedeva ogni limite. Adunatasi la Se- 
zione d’accusa per giudicare délia colpevolezza o dell’in- 
nocenza di Albanese, il procuratore generale Taiani le 
presentô la sua requisitoria scritta e subito abbandonô la 
città. 

Quella requisitoria uscî per Palermo stampata a migliaia 
di copie il giorno dopo che essa era stata depositata presse 
la Sezione d’accusa, eccitando nuovamente scandali e nuovi 
accanitissimi commmenti. Taiani non negô d’essere stato 
l’autore di quella pubblicazione, contraria alla legge pur 
già violata da qualche caso precedente; e la madré di Al- 
banese, a nome del figlio, porse querela contro di lui. Fu 
noininata una Comraissione d’închiesta composta di alti 
magistrati, incaricati di riferire sopra il contegno tenuto 
da Taiani; la Sezione d’accusa intanto dichiarô non farsi 
luogo a procedimento contro Albanese; e montre tutto ciô 
accadeva, Taiani presentava le sue dimissioni, e, rifiu- 



— 136 — 


tando la carica di Consigliere délia Cassazione di Napoli 
che gli veniva offçrta, si ritirava, dedicandosi alla carriera 
privata delVawocato patrocinante. 

Del disgusto che Lanza provô per queîl’incidente, pos- 
sono darci un’idea le seguenti parole che gli scriveva il 
collega De Falco, confortandolo, montre gli manifestava 

l’amarezza che sentiva egli pure: « fortuna che 

siamo al termine di questo nostro calvario. Ma alla som- 
raità del calvario fu abbeverato di fiele ed aceto il grande 
martire délia giustizia; e Dio ha voluto che al termine 
del nostro calvario fossimo noi anche abbeverati di fiele 
per nuovi scandali e nuove follie. Supereremo, spero, anche 
questa prova; e giustizia sarà fatta 

Fu lungo e disgustoso lo strascico lasciato da questo 
fatto, che poi venne risuscitato più vivo dallo stesso Ta- 
iani, nella seduta del 12 giugno 1875, alla Caméra. Si di- 
scuteva di provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza, 
che il ministero Minghetti aveva creduto opportune di 
aggiungere a quelli già ottenuti da Lanza. Quel provve- 
dimenti erano diretti specialmente alla Sicilia, che conti- 
nuava a trovarsi in condizioni infelici di pubblica tran- 
quillità. Taiani, divenuto deputato, colse il destro per 
dipingere in quali condizioni tristissime si trovasse quel- 
risola, facendone risalire la colpa a tutti i Ministeri che si 
erano succeduti dal 1860 in poi. 

Lanza si alzô a protestare virilmente contre quella 
accusa. 

O signori, egli disse, più atroce accusa non pote va rivolgersi 
contro il Governo italiano, contre a tutti gli egregi patrioti che 
si sono succeduti nel Governo dal 1860 in poi. 

L’onorevole Taiani, dopo avéré premessa la descrîzione délia 
prosperità e di benessere di cui gode l’isola, viene a dire che ciô 
è stato fatto per imbellettarle il viso, ma che nello stesso tempo 
si è insozzata l’anima degli abitanti; che tutto ciù venne fatto 
per aprire la via alla più larga e schifosa corruzione ; che il Go- 



verno si è messo a capo di quest’indîrizsso e che l’ha costantemente 
promosso dal 1860 in poi, con ogni speeie d^atti criminosi ed il- 
legali. Non ha riflettnto che con questa sua atroce accusa egli 
traeva Tltalia innanzi aU’Europa corne nna fattura impura^ otte- 
nuta con mezzi scellerati. Potete negare, o signori, che gli uomini 
che dal 1860 in poi hanno governato il paese, non abbiano oon- 
tribuito alla formazione del regno dltalia ? Quando voi venite ad 
accusare il Governo di un indirîzzo corruttore, di avéré ricorso a 
mezzi non solo îllegalî, ma criminosi, voi venite a gettare il 
discrédite sulla costituzione stessa del Regno italiano. . . . 

L’Italia, lo sappiamo tutti, è stata costituita con movimento 
spontaneo e con liberissime annessîoni, accompagnate da segni del 
più sincero ed ardente affetto di una provincia verso un^altra 
provincia. Questo è il legame che ha fatto l’Italia e che deve 
tenerla unita 

Guai a chi spezzasse questo sacro vincolo! 


Ma appunto perché io ripongo tanta importanza in questo vincolo 
di fratellanza, di affetto e di reciproca fiducia che ha fatto TI- 
talia e che la mantiene unita, appunto per questo io desidero che 
se mai per avventura vi furono uomini, in qualunque condizione 
essi si trovassero e qualunque fosse Tufficio ch’essi coprissero, che 
abbiano in qualche modo contribuito e rallentare questo vincolo 
con ingiustizie, con reati o in altro modo, debbano subire la con- 
guenza del loro mal fare 

E dopo aver confutato parecchi fatti addotti dal Taiani, 
Lanza soggiungeva: 

Nessuno di voi pué accusarmi di troppa indulgenza neiram- 
ministrazione délia cosa pubblica; non è che per mia natura sia 
propenso al rigore ; tutt’altro ; ma io, signori, sono guidato da un 
principio, che la giustizia per tutti, applicata a tempo, è quella 
che faccia meno male; vale più un esempio dato a tempo e mi- 
suratamente, di dieci o quindici dati in seguito a qualche atto di 
debolezza. 

Or bene, parlando délia Sicilia in particolare, io mi ricordo di 
illegalità commesse da qualche funzionario délia pubblica sicurezza, 
ma io chieggo all’onorevole Taiani: pué egli asserire che il Go- 



— 138 — 


verno non abbîa messo îmmedîatamente rîpîogo e punito severa- 
mente, o non lascîato che la giustîzia avesse il suo libero e pieno 
corso ? % 

Banque delitti ognora se ne commettono, è una pecca comnne 
a tutte le classi sociali, e non ne va esente sicnramente quella 
degli impiegati. 

Non generalizziamo portante in unlla) massime poi in questi 
affari, perché, quando sia perduta ogni autorità, ogni considera- 
zione in coloro a cni è affîdata la sicarezza del regno, ohl ritenete 
pure, si avranno ad attraversare deUe brutte vicissitudinî. 

E cosi chiudeva il suo discorso: 

Sîccome ho avuto la fortuna o la dîsgrazia di far parte délia 
Amministrazione per parecchi anni, e particolarmente durante una 
parte del tempo in cui l'onorevole Taiani fu procuratore generale 
del Re a Palermo, desiderando, corne ho detto, che pîena luce si 
faccia, sottopongo alla Caméra questa risoluzione : 

U La Caméra, udlta la relazîone del deputato Taiani di fattî cri- 
minosi commessi col concorso di agenti di pubblica sicurezza, ad 
istîgazîone e concorso di funzionari ed autorità politiche di Pa- 
lermo; conslderando che Tonorevole deputato Taiani dichiarè di 
tenere nelle sue mani le prove ufficiali delle sue afferraazioni, con- 
siderando che la responsabilità di quei fatti risalirebbe sîno al 
Ministero sotto cui fossero avvenuti ; délibéra di nominare una 
Commissione di nove membri, col mandato di verificare i fatti 
criminosi denunciati e di proporre, occorrendo, di procedere contre 
gli autori in via di legge w. 

Prego vivamente la Caméra d^accogliere questa mia risoluzione. 
Di ciô la prego per Tamore d^Italîa, per desiderio di concordia. 
Se il Governo italiano, rappresentato da qualsiasi partito, da quai- 
sîasi uomo, uscirà purgato di queste accuse, credo che tutti faremo 
plauso per Tonore, pel decoro del Governo e délia nazione. Se 
qualche colpevole vi fu, è bene che sia punito, e che il paese, 
che l’Europa sappia che nessuno pué impunemente calpestare la 
legge e commettere reati. 

A quella proposta di ordine del giorno s’unirono tutti 
i deputati che avevano appartenuto al ministero Lanza. 



Nella seduta del 16 giugno si passé a discuteria; l’o* 
iiorevole Massa, con parecchi alti'i deputati, propose in 
sostituzione un altro ordine del giorno, col quale, dichia- 
rando che i fatti esposti dal Taiani avrebbero costituito 
altrettanti reati speciali, nei quali non puô essere impe- 
gnata la responsabilità del Ministero; « che Ton. Lanza 
ed i suoi colleghi si sono ispirati, nella direzione délia 
cosa pubblica, al patriotismo del loro animo, promovendo 
l’onesta applicazione délia legge», si chiedeva che non si ac- 
cogliesse la domanda d’inchiesta, fatta dall’onorevole Lanza 
e dai suoi colleghi nella precedente amministrazione, e si 
invitava l’onorevole Ministre di grazia e giustizia a de- 
ferire all’Autorità giudiziaria i fatti esposti dall’onorevole 
Taiani, perché si procedesse a termini di legge. 

E il deputato Donati, parlando per la minoranza délia 
Commissione ed appoggiando la proposta di respingere 
l’inchiesta, diceva: 

« Noi crediamo che la Gainera non debba accogliere 
accuse che le vengono portate senza fondamento, e la cui 
stessa esistenza è abbattuta dall’onore, dall’estimazione e 
dall’autorità di cui l’on. Lanza è rivestito non solo in 
questa Caméra, ma in tutto il Paese ; poichè nell’onore- 
vole Lanza si personifica quanto vi ha di più nobile, di 
più probo nelle tradizioni del Governo italiano ». 

Lanza si oppose virilmente a quell’ordine del giorno, 
che gli impediva, scriveva egli più tardi, di smentire il 
Taiani in tutte le sue aftermazioni ; ma la Caméra lo 
accolse. 

Scrivendo di quel fatto ad amici casalesi, che si erano 
con lui rallegrati del nobile suo contegno, diceva : « . . 
..... Più che l’ofifesa personale mi addolorô l’onta di 
vedere un rappresentante délia nazione, uno che fu già 
magistrato del Re, trarre alla gogna il Governo del pro- 
prio paese, e non pochi deputati, per ispirito di cieca op- 
posizione, applaudire aile tristi sue parole ; giammai assi- 



uo — 


stetti a spettacolo più strazîante e deplorevole. lo avrei 
voluto, e diinandai istantemento, che un’incliiesta immediata, 
pronta, fosse fatta per conoscere la sussistenza delle ac- 
cuse inosse dal deputato Taiani, confrontaudole colle prove 
uflieiali che egii asseri di tenere nelle sue mani. Era il 
solo modo di sfataiio. La Caméra non voile acconsentirvi, 
ritenendo che le accuse del sig. Taiani, vere o false, non 
potevano mai salire sino al Ministero. lo temo assai che 
la Caméra, cosi decidendo, abbia commesso un grave er- 
rore politico: Tawonire lo dirà 

L’inchiesta ordinata dal Ministero nulla trovô di quanto 
si era rivelato da Taiani. 

II ministero Minghetti era giunto intanto, debolmente 
sorretto da una maggioranza poco fida, allô scorcio del 
1875. I lusinghieri risultati diplomatici, ottenuti colla vi- 
sita del nostro Re a Vienna ed a Berlino, restituita dal- 
rimperatore di Germania a MUano e daU’Imperatore d’Au- 
stria a Venezia, e la tranquillità riassodata neirinterno, 
non avevano bastato per ridonare un po’ più di forza al 
Ministero ; sovrastavano ancora moite questioni economi- 
che, incentive di malumori e di malfrenate aspirazioni 
régional! e di persone. 

Fra i problemi finanziari che quel Ministero credette 
opportune di risolvere, troppo prontamente seconde Lanza, 
due vi erano di gravissima iraportanza: il riscatto delle 
ferrovie dell’Alta Italia e quelle delle ferrovie Meridionali. 

Minghetti, che non muoveva passe importante senza 
avvertirne minutamente Lanza, gli comunicô i due con- 
tratti e n’ebbe le seguenti risposte : 


Casale, 28 novembre 1875, 

Caro Minghetti, 

Lessi la Convenzione per Tacquisto delle ferrovie dellAlta Italia, 
che tu mi fecesti arrivare per mezzo del signor Prefetto, e ti 
ringrazio di questo cortese atto di amichevole riguardo e di âducia. 



— 141 — 


Mi è parso alla prima lettara che non si possano, senza nlte- 
riori spiegazioni, precisare tutti gli oneri e tutte le spese che lo 
Stato si assumerebbe con questo contratto e che ogni anno, e per 
piû anni , dovrebbero introdursi in bilancio , corne ad esempio 
tutte le costruzioni in corso che il Governo assumerebbesi di con- 
tinuare. Ma Tonere che soprattutto mi ha fatto colpo e che deve 
grandemente preoccuparci, si è il pagamento in oro. Al corrispet- 
tivo délia compra, tutta in oro sonante, aggiungasi poi l’oro che 
ci vorrà ancora per Tesercizio, corne per la provvista di carbone, 
ferramentU; macchine, ecc., ecc., e si va a una massa d’oro da 
sgomentare Creso. 

Intanto che dura il corso forzoso, la rîcerca continua di tanto 
nohile métallo non influirà a far crescere Taggîo ? E se mai fos- 
simo coltî da una fallanza di derrate o da una gnerra europea, 
cosa accadrebbe ? Se poi si addiverrà, corne parmi difficile ad evi- 
tare, aU’acquisto delle Méridional!, non si farà che aggravare il 
pericolo. 

Queste considerazioni mi tengono molto perplesso e rafforzano 
nel mio animo il giudizio che questa immensa operazione del ri- 
scatto sarebbe stato più prudente rinviarla a tempi men di pecunia 
rari. Ancorchè si avesse dovuto spendere qualche decina di milioni 
in più, si avrebbe perô la sicurezza di non fallire allô scopo. 

Avverti perô che questi miei giudizi non sono abbastanza ma- 
turi e possono mutare, in seguito a maggior studio del difficilis- 
simo negozio. lo arriverô costi nei primi giorni del prossimo di- 
cembre, e verrô subito a restituirti la copia délia tua Convenzione. 
Potremo allora conferire e discutere tutte le ragîoni pro e contre 
questo affare ; suppongo che prima del 20 dicembre la Caméra non 
sia aggiornata, cosicchè avremo tempo e agio a parlarne. 

G. Lanza. 


Casale, 27 gennaio 1876. 

Car O amicOf 

Ti sono grato per la confidenziale comunicazione dei patti sti- 
pulât! pel riscatto delle Meridionali. Cosi siamo riscattati su tutta 
la linea ! Dio voglia che le finanze non abbiano a fare la parte 
di capro emissario. Tu hai la compiacenza di chiedermi suggeri- 
menti e consiglio. 



— 142 — 


Cosa vuoî che ti dica, se non ripeterti ancora Tadagio : « cosa 
fatta capo ha? » Bimane perô ancora la coda che sarà forse un 
po^ difficile a scorticare. Più ci penso air affare e più mi pare 
grosso e difficile a mettere in carreggiata. A me pare che tu faccia 
corne il giuocatore, che, dopo aver guadagnato un terno al lotto, 
giuoca il tutto sopra un quaterno. 

Perdonami il paragone e prendilo corne una prova di schietta 
amicizia. lo ti auguro sinceramente che tu possa anche vincere 
il quaterno. Per me rimarrô saldo alla massima di non turbare 
O compromettere Tassetto delle finanze ; perciô se non sarà dimo- 
strato che nessun aggravio cadrà sulla hnanza dairoperazione 
del riscatto, mi troverô costretto a votarci contro. Te ne prevengo 
per scanso d’ogni equivoco. Sono perô d’avviso che vincerai la par- 
tita, perché si spera molto dal Governo. I guai verranno dopo, 
quando il Minîstero si troverà di fronte a tutte le pretese ed a 
tutte le maggiori spese. 

Bicevi i miei cordiali saluti e credimi sempre, e non ostante il 
riscatto, tuo affezionatissimo amico 

G. La-nza.. 

Minghetti osservava aU’amico che la Convenzione di 
Basilea, ove si era dal Sella stipiilato il riscatto delle 
ferrovie dell’AIta Italia, non era che l’esecuzione deirim- 
pegno contralto nel 1866 coll’art. 12 del Trattato di pace 
coU’Austria, la quale aveva ricordato airitalia parergli 
giunto il tempo di adempiere a quella promessa. Infatti, 
con queU’articolo le due potenze firinatarie si erano ob- 
bligate a stipulare una Convenzione per la separazione 
amministrativa ed economica dei gruppi di ferrovia veneti 
ed austriaci. 

U Sia pure, replicava Lanza, il riscatto, se non il solo 
modo, almeno il più facile per effettuare quella separa- 
zione e vada pel riscatto ! 

« Ma dopo ciô, rimarrà sempre a decidere se convenga 
allô Stato di conservare la proprietà delle linee riscattate, 
ovvero se non sia più utile di cederle all’industria pri- 
vata. lo sono d’avviso che, considerate bene le condizioni 



143 — 


nostre finanziarie ed amministrative, sia molto più utile 
questo seconde partito ». 

Non era il principio astratto che gli ripugnava, ma la 
opportunité pratica. Quasi tutti i suoi amici délia mag- 
gioranza erano di parère opposto al suo, e contre di lui 
stava pure la convinzione dei suoi elettori più influent! di 
Torino ; ma egli non mutava per questo la sua opinione ; 
ed a chi gli scriveva corne la pensavano i suoi elettori, 
cosi rispondeva, meglio spiegando il suo pensiero : 

Le notizie che la sua ultima lettera mi porse, provano vieppiù 
la nécessité o convenienza che tra elettori e deputati vi sia modo 
di conferire, ogni volta che si tratta di qualche grave questione, 
aflSinchè il deputato abbîa campo di esporre su di essa il suo modo 
di pensare e di conoscere Topinione de’ suoi mandanti. Ella m’in- 
forma che l’opinione generale delle persone coite di codesta città 
è favorevole al riscatto e all’esercizio delle ferrovîe per parte 
dello Stato ; che infatti in un’adunanza, presieduta da S. E. il 
conte Sclopis, alla quale intervennero le persone più intelligenti 
di cose economiche, venne approvato ail’ unanimité il progetto del^ 
Governo. Or bene, io ho il dispiacere di trovarmi di un parère 
opposto, parère che io avrei esposto a quell’adunanza, se avessi 
avuto l’onore di esservi chiamato. Forse le ragioni di quei signori 
avrebbero potuto convîncere me , ovvero le mie modificare le 
loro idee. 

Ora il dissenso è irreparabile, tanto più che, essendo io stato 
interrogato dal ministro Minghetti in merito a quelle convenzioni 
ferroviarie, gli dichiarai francamente che non le avrei approvate, 
perché onerose aile finanze dello Stato, perché sarebbero State 
occasione e causa di discussioni acerbe alla Caméra, e di gravi 
dissidi nel seno délia stessa maggioranza ; perché con un miliardo 
a corso forzoso e con uu aggio sulla carta dal 9 al 10 per 0/0, mi 
pareva più témérité che ardimento l’assumere l’obbligo di pagare 
annualmente centinaia di milioni in oro ; perché l’addossare al Go- 
verno l’onere delle costruzioni nuove, sarebbe attirargli sulle braccia 
tutte le esigenze regionali che, rappresentate dai deputati, le avreb- 
bero fatte valere col voto politico e con grave turbamento del- 
l’ordine costituzionale ; perché non si ha ancora un organisme am- 



ministrativo tanto vigoroso da condurre un servizio cosi esteso e 
complicato corne quelle di tutte le ferrovie del Eegno. Qnestî ed 
altri perché addussi, ma il dado era tratto, la Convenzione di 
Basilea era firmata, e ho motivo di credere che il Minghetti Tabbia 
pîuttosto subîta che voluta. 

Comunque sia, io ritengo che si è commesso un grave errore, 
che ricaccierà le nostre finanzé neirîgnoto. Œudîchi ora lei se, dopo 
questa mîa confessîone, possa ancora giovare un colloquîo con più 
O meno elettori, oppure se non equîvarrebbe à de la moutarde 
après dîner, Perô io mi arrenderô sempre ai suoi cenni. 

Latiza prevedeva non lontana la caduta del ministère 
Minghetti, ma non cosi vicina corne era imjealtà. Min- 
ghetti, nella sua esposizione finanziaria del 1876, aveva 
annunziato, fra gli applausi délia maggioranza, che il pa- 
reggio dei bilanci, la costante aspirazione, non mai rag- 
giunta, di tutti i Ministeri italiani, era finalmente un fatto. 
Echeggiavano ancora alla Caméra quegli applausi, quando 
sopravvenne il 18 inarzo. Il pareggio non aveva potuto 
ottener^i se non col 'mezzo di un grande rigore verso i 
contribuenti ; e da quel rigore erano nati disgusti, che, 
uniti a tanti altri motivi, dettati in parte da considéra- 
zioni d’indole generale per l’indirizzo del Governo ed in 
parte, pur troppo, da interessi regionali, avevano distac- 
cato dalla maggioranza i centri délia Caméra. Ne seppe 
approfittare la Sinistra, abilmente capitanata da Depretis ; 
e, per mezzo di Morana, presentô un ordine del giorno 
indicante censura al Ministère, per il modo di riscossione 
délia tassa del macinato. 

Minghetti chiese che se ne rinviasse la discussione, 
dopo che gli uffici avessero esaminato il disegno di legge 
intorno aile convenzioni ferroviarie. La mossa era abilis- 
sima ; ma lo stesso Minghetti previde Timmineiite caduta 
e voile cadere da atleta qual’era. « Quanto a noi, disse, 
se dobbiamo lasciare questo ufficio, saremo felici, ripen- 
sando che noi vi lasciamo il paese tranquille airinterno, 



— 145 — 

in bjaone relazioni e rispettato all’estero ; vi lasciamo le 
finanzé assestate, e pregheremo Dio che possiate questi 
benefici conservare alla patria ». 

La proposta sospensiva fu respinta con voti 242 
eontro 181. Lanza non era présente a quella seduta, che 
poneva fine al governo tenuto dalla Destra per sedici anni. 
Egli non aveva approvato l’indirizzo economico del Mi- 
nistère ; neU’alternativa di votare contre la propria con- 
vinzione o di creare al Ministère imbarazzi e farsi stru- 
mento del trionfo délia Sinistra, ch’egli giudicava non 
ancora matura per assumere il governo, preferi Tastensione. 

La situazione parlamentare e l’aspetto che aveva as- 
sunto il vote del 18 marzo, indicavano che soltanto la 
Sinistra poteva essere chiamata al governo, ed il Re 
affidô a Depretis l’incarico di costituire il nuovo Mi- 
nistère. 

Il 28 marzo Depretis annunziava alla Caméra che questo 
Ministère era riuscito cosi composte: Agostino Depretis, 
Présidente del Consiglio e Ministre per le finanze; Amedeo 
Melegari, ester! ; Giovanni Nicotera, interni; Pasquale Sta- 
nislao Mancini, grazia e giustizia; Luigi Mezzacapo, guerra; 
Giuseppe Zanardelli, lavori pubblici; Michèle Coppino, 
pubblica istruzione; Benedetto Brin, marina; Salvatore 
Maiorana Calatabiano, agricoltura, industria e commercio. 
La novità d’un Governo di Sinistra destô in Italia un fer- 
mente che l’eguale non s’era visto mai per cambiamenti 
ministeriali. Era il grido di vittoria, d’invettive ai caduti, 
di magniloquenti promesse di riparazioni che levava il 
partito di Sinistra, aumentato e fatto forte dalla turba, 
che non manca mai, degli adoratori del sole nascente; e 
fu grido di taie imponenza, che per alcun tempo i vinti 
ne rimasero intontiti. 

Il nuovo Ministero non poteva desiderare occasione più 
propizia per cercare, nelle elezioni generali, un rinnova- 
mento délia Caméra, anche in conformità delle norme 


lO — L \NZA, Memoric. 


Vol. II. 



— 146 — 

costituzionali; ed infatti la Caméra fu sciolta e venae fis- 
sato l’autunno per la riunione generale dei Coinie*. 

Qui fu dove, a parer mio, il novello Ministère commise 
il sue primo errore, abusando délia vittoria. Si proclamé 
la guerra contre tutti i capi délia Destra, e il Ministre 
degli interni dîchiarô che non uno fra costoro avrebbe 
più poste piede nella Caméra. Grave errore, che, mentre 
da una parte incitava la uazione all’ingratitudine verso 
uomini che avevano consacrato tutta la loro vita al bene 
délia patria e le avevano resi lunghi, fedeli ed important! 
servigi, dall’altra, con una vittoria eccessiva, veniva a to- 
gliere alla Caméra l’elemento pratico e moderatore, per 
surrogarlo con uomini nuovi, poco conosciuti e poco co- 
noscitori, che lanciati in queU’arringo senza il freno di 
un forte controllo, dovevano poi far nascere le confusioni 
che in brève presero a raanifestarsi. 

La battaglia elettorale, che s’impegnô dal Ministero, non 
poteva esser meglio diretta nè più accanita; e Lanza fu 
il personaggio più bersagliato di tutti, che dovette soste- 
nere non soltanto l’urto di tutto un partito, ma anche 
gli assalti formidabili dell’ira focosa del ministro Nicotera, 
eccitata da un malinteso. 

Questi, entrando al Ministero, vi trovô nel libre nero 
una biografia che concerneva persone a lui care. Già ri- 
portammo più sopra ciô che disse Lanza dell’istituzione di 
codesto lïbro nero e del suo perché. Nicotera, cogliendo 
l’occasione d’un’interrogazione di Cavallotti, nella seduta 
del 13 maggio, che alludeva all’esistenza di quella bio- 
grafia, incominciô a lagnarsi avant! la Caméra che Lanza 
avesse ricevuto e conservato informazioni di questori e 
(li prefetti che erano veri libelU famosi; ma promise che, 
finehè sarebbe stato Ministro, non avrebbe detto di più 
e Lanza dignitosamente aveva respinta Taccusa. 

Quando poi si fu presse aile elezioni generali, la que- 
stione fu risuscitata dai giornali, che traevano in scena 



147 — 


e Nicotera e Lanza; e fu con quella biografia che s’inco* 
minciô ad aprire il fuoco. Lanza non avrebbe rifuggito 
daU’aflfrontare anche queiraccusa; e scrisse infatti, dimo- 
strando la sua innocenza; ma Dina gli osservô corne quelle 
non fosse altro che un pettegolezzo, che, e per la sua 
dignità e per un riguardo cavalleresco verso le persone 
che sarebbero venute in scena, conveniva evitare; e Lanza 
cedette al prudente consiglio. Non tenevano eguale con- 
tegno gli avversari suoi; quelle non era stato che il pre- 
ludio. Si era trovata una lettera scritta da Lanza, quando 
era Ministre, al deputato Bonghi, che diceva: 

Caro Bonghij 

Va pure avanti, divulga pure e non crucciarti délia spesa ; chè 
vi sarà babbo che pagherà. Vorresti già fin d^ora pensare a met- 
tere assieme un buono e beirarticoîo sulla legge delle corporazioni 
che si discute, mettendone in rilievo lo spirito, se pure ne ha, e 
il nesso colla legge sulle garanzie? 

E veramente il caso di vendere la pelle delForso prima di averlo 
ucciso ; ma collo sconto piü o meno alto queste cose sono fami- 
gliarî al di d^oggi; cioè di vendere quelle che non si ha, colla 
speranza di averlo poi. 

Benchè tu ieri abbia scansato il veto, sono per6 sempre tuo af- 
fezionatissimo 

G. Lanza. 

Questa lettera, passata ai giornali, fu creduta una pre- 
ziosa rivelazione. Lanza non aveva neppure più il diritto 
di chiamarsi onesto; la sua era una fama usurpata; quella 
lettera, délia quale si citavano alcuni brani, dimostrava 
che egli era un corruttore ed un cinico dileggiatore di 
istituzioni e di ceti. Questi ed altri giudizi si davano di 
lui, mentre nel collegio di Torino era vivissima la lotta 
elettorale fra lui ed il Villa, candidate oppostogli dal Mi- 
nistère e sostenuto con tutto l’accanimento. Per non sof- 
fermarrai maggiormente sopra tali pettegolezzi, ne lascio 



148 — 


volentieri la narrazione allô stesso Lanza, che nelle se- 
guenti due lettere ne dà una sufficiente idea, unendovi 
una luminosa ed onesta confutazione : 


Roncaglia presse Casale, 19 ottobre 1876. 

Signor Bottero Dîrettore délia Gazzetta del Popolo. 

Lessi nel suo giornale, in data d^oggî, riprodotto un artîcolo dal 
giornale il Bersagliere^ dove si accenna, con commenti ingiuriosî 
e false insinuazioni e interpretazioni, ad una lettera che io avreî 
scritta alcuni anni or sono, credo nel 1871, aironorevole deputato 
Euggero Bonghi ; e se ne citano alcune frasi dalle quali si vuole 
arguire che si fece dal miiiistro Lanza traffico enorme délia co- 
scienza di un deputato^ mettendo in derisione Caméra^ paessy isti- 
tuzioni e persino la dignità del Qoverno! 

Io non intendo qui indagare in quai modo e con quali mezzi 
una lettera privata e confldenziale sia venuta*^ nelle mani del Mi- 
nistre deirinterno, e corne dal Ministre deirinterno sia passata a 
certi giornali del suo partito. Accetto tutta la responsabilità an- 
che dei miei scritti privati e non temo che vedano la luce. 

Vengo alla lettera di cui si fa tante scalpore. Si, iô mi ricordo 
per bene di avéré scritto aironorevole Bonghi una lettera dove 
si trovavano le frasi citate, e mi sovvengo esattamente dell’og- 
getto e dello scopo di quella lettera, che stimo siano leciti ed onesti. 

L’onorevole Bonghi faceva parte di una Commissione incarîcata 
di preparare uno schéma di legge suîle guarentigie del Pontefice 
e si occupé moite délia compilazione di esso. 

Non mi sovvengo se sia dope o prima che quella legge venisse 
votata e promulgata, ch’egli spontaneamente compilé una dotta 
monografia su quella legge, che fu inserita nel periodico francese 
la Revue des deux mondes, A me parve utile che quelle scritto 
fosse diffuso tanto in Italia quanto fuori, onde si conoscesse bene 
lo spîrito di quella legge, cioè le sérié guarentigie d’indipendenza 
e di sicurezza che dava al Pontefice e alla cattolicità. 

Credei che questo sarebbe anche stato un mezzo per calmare le 
inquietudini che la caduta del potere temporale aveva suscitate. 

Pregai quindi Tonorevole Bonghi di voler fare una ristampa del 



— 149 — 


mo dotto lavorO; onde diffonderlo più che fosse possibile. Ma. si 
trattava di una spesa di due o tre mila lire, se ben mi ricordo ; e 
soggiunsi nella lettera che non s4nquietasfee per la spesa, che il 
Ministère vi provvederebbe. 

Questo è tutto Tarcano di quella lettera che ha. spirato tante 
orrore neiranima candida deirattuale Ministre deirinterno ed al 
sno giornale. Questa è la terribile spada di Damocle che si tiene 
sospesa sul povero mio capo ! 

Per quanto io sia creduto ingenuo, comprendo bene che tutte 
questo affettato orrore, questo supposto scandale d’inaudita, énorme 
corruttela, è una macchina di guerra, una bomba all’Orsini slan^ 
ciata nel campo elettorale, contre candidati invisi ed odiati. 

Ma non estante la nota abilità ed esperienza délia mano che la 
fabbricô e la scagliô, îo non temo il colpo fatale. Vivosicuro che 
nessun mio scritto, o pubblico o privato, possa offendere il ïnio 
carattere d’uomo onesto e di cittadino amante délia patria. 

La pubblicità non mi fa paura; anzi la invoco, ma intiera e 
non a spizzico. L’opinione pubblica giudicherà da quai parte si 
trovi la lealtà e la buona fede. 

Suo dev.mo 
G. L A N Z A. 


Roncaglia, pressi di Casale, 27 ottobro 187G. 

Caro Dinaj 

Pinalmente quella mia famosa lettera al Bonghi ha veduto la 
luce, che fatta prima conoscere in alcune sue frasi soltanto, attiré 
sul mio capo un immondezzaio di villanie, d’improperii. Ora, e 
dal suo insieme e dai particolari, il pubblico che sa leggere potrà 
giudicare se vi si contenga un’idea, un sentimento, una parola 
sola che sia sconvenevole, che possa offendere Tanimo più retto e 
la coscienza la più delicata. Per quanto irresistibile possa essere 
ne’ miei avversari la smania di denigrarmi, quelli perù che sono 
di buona fede non potranno fare a meno di ammettere la verità 
di quanto io asserivo in una precedente mia; che in quella mia 
lettera all’amico Bonghi non poteva contenersi nulla che menoma- 
mente offendesse la dignità d’un Ministre o il carattere dell’egregia 
persona a cui la lettera era stata indirizzata. Debbo perù confes^ 



sare che commisi un errore di data^ gupponendola scritta nell'amio 
1871, mentre clie fu scritta più tardi ; cioè non qnando era in dl- 
scnssione la legge salle gnarentigie papali, ma qnando si disca- 
teva quella sulla soppressione delle corporazioni relîgiose nella pro- 
vinela romana. Di qni trova la sua spiegazione la sibillina frase 
che appare, ai riparatori délia ginstizia e délia morale pnbblica^ 
tanto enorme e scandalosa u di vendere la pelle delVorso prima 
che fosse ucciso n il quale paragone si riferiva, corne apparirà 
chiaro anche alla intelligenza la più ottusa ma leale, alla stessa 
legge sulle corporazioni, alla quale, benchè non fosse ancora vo- 
tata, io tuttavîa alludeva, scrivendo al Bonghi dei benefizi e po- 
litici ed economici che ne sarebbero consegultî. 

È vero, ho avuto il torto di fare anche Taltro confronte délia 
sconto bancario piü o meno alto, alludendo ai giuochi di borsa 
sulle probabilità degli eventi. 

Questa similitudine pu6 forse essere apparsa ingrata a taluni e 
poco opportuna e conveniente ; se mai fosse cosi ne chieggo loro 
scusa. 

Fuori di ciô, ripeto che il primo periodo di quella mia lettera 
si riferiva alla riproduzione délia monografia sulla legge delle gua- 
rentigie, già pubblicata da Euggero Bonghi sulla Revue des deux 
mondes. 

Il seconde periodo délia stessa contiene un eccitamento ed una 
preghiera di comporre un altro scritto intorno alla legge, in di- 
scussione alla Caméra, sulla soppressione delle corporazioni religiose, 
a tenore delle sue proprie convinzioni, che erano in massima parte 
conformi a quelle del Ministero. 

Affermo che Tesimio scrittore non ebbe alcun compense di da« 
naro per queste sue dotte fatiche, ma solo il rimborso delle spese 
materiali. A lui non rimase altro che il merito di avéré nobilmente 
messo a servizio del Governo del Re e del paese la sua dotta ed 
elegante penna. E qui, colla consueta mia ingenuità, aggiungo che, 
se c^è colpa in questo fatto, io confesso avanti al mio paese di 
averne commessa più d^una di questo genere; poichè in altre cir- 
costanze altri preclari scrittori e valenti statisti aiutarono colla 
loro penna e col loro autorevoie nome Topera difficile del Governo 
italiano. Se ci6 fosse colpa, si dovrebbe gridare contro la memoria 
del somme fra gli statisti italiani, che mise a contributo Tingegno 



— 151 — 

e il sapera di taati uomini valoroei pet* di&ndere Tltalia e deiitro 
e faori. 

Ma basta il fin qui dette per chi vuole udire e ceiuprendere 
rettamente, per gli altri non parliam di loro ma guarda ejnissa. 

Poichè oggi sono in vena e per farla una volta finita con que- 
sta polemica stomachevole, mi rassegno anche a parkre degli er- 
rori ortografici che mi sono attribuiti e pei quali si sparge su di 
me a piene manî fl dîleggîo e la taccia d’ignoranza. 

lo dirô fraiicamente che non posso nè affermare nè negare di 
averli commessî. Non lo nego, perché nella fretta con cui un uomo, 
e particolarmente un Ministre, incalzato e distratto dagÜ adari, 
scrive la sua particolare corrispondenza, senza avéré neanco il 
tempo di rileggerla, pu6 facilmente cadergli dalla penna una con- 
sonante di più o di meno. Non Taffermo, perché potrebbe anche 
darsi il caso che chi ha trovata quella mia lettera, prima di con- 
segnarla alValto personaggio che si dice possederla, vi abbia fatto 
qualche lepida variante per burlarsi di lui e di me (1). 

Né sarebbe questo il primo caso di piacevolezza di simile conio, 
È oramai vecchia l’accusa che mi é stata fatta di avéré scritto 
Itaglia invece d’Italia ; non si seppe pero mai dire in quale mio 
scritto figurasse questo strafalcione. Arguendo perô dal giornale 
che per il primo mise in giro questa fiaba, debbo supporre che sia 
partita dal capo ameno di un ispettore degli studi che io, allora 
Ministre délia pubblica istruzione, dovetti sospendere dairufflcio. 
Lo scherzo fece perô fortuna e dopo 20 anni dura ancora fra i 
burloni. Ma ho già detto troppo di queste sciocchezze, sarebbe 
tempo di porre fine a polemiche cosi poco decorose e sérié, che 
non fanno onore a nessun parti to politico, e non giovano né al 
paese né alla dignità del Governo. 

I partit! e gli uomini politici di diverse sentire si distinguono 
e si segnalano nelle lotte, sostenute pel trionfo de’ principii e delle 
idee, che promuovono il bene délia nazione. I pettegolezzi e le ba- 
rulfe Personal! sciupano le forze, seminano la discordia e discre- 
dîtano gli uomini, le îstituzîoni ed il paese. 

G Lanza. 


(1) Gli si rimprôverava d’avere scritto la parolâ cruciarti con un 
solo <?, e benché tu abbi^ invcce di abbia! 



— 152 — 


Ave va ben ragîone Spa venta, nella sua commemora- 
zione di Lanza di esclamare: 

« O siamo specialmente noi italiani ancora quel pepolo 
del poeta, il quale 

nisi quae terris semota suisque 

Temporibus fuûcta videt, fastidit et odit? 

« Sarà destine umano; ma è da confessare che Tinten- 
sità, a cui codesto fenomeno è giunto fra noi, fa temere 
che sia specialmente vecchio peccato nostro... » 

Tutto cotesto affastellamento di accuse che, quantuaque 
demolite dalla parola d’una coscienza incontaminata, con- 
tinuavano ad essere ripetute, le contumèlie che i giornali 
non cessavano di versare sul capo di Lanza, Y impegno 
tutto spéciale che aveva messo il Ministère nel combat- 
terlo, fecero si che, nella prima votazione del 2° collegio 
di Torino, Lanza andô in ballottaggio col suo competitore, 
che lo superava di parecchi voti. 

Coloro che lo salvarono dal naufragio che gli sovrastava, 
furono alcuni capi eminenti dello stesso partito di sinistra. 
Essi, che avevano avuto sernpre altissiina stirna di Lanza, 
inaggiormente conferraata dal modo ond’era uscito da tutti 
quegli attacchi, si riunirono e convennero di adoperarsi 
con tutte le loro forze perla vittoria di lui nella votazione 
(li ballottaggio; e Lanza riusci eletto pel concorso di av* 
versari, che stiraavano esservi qualche cosa al dissopra 
flelle convenienze di partito. 

Lanza non poteva desiderare una dimostrazione più 
lusinghiera; e non dimenticô Patte generoso quando Poc- 
casione gli si presentô. Egli ricordava che fra quei caval- 
lereschi suoi avversari era stato pure il deputato Spantigati. 
Quando furono indette, nel 1880, altre elezioni generali, 
Lanza era présidente delPAssociazione costituzionale casa- 
lese.Nei primi accenni délia lotta, si era presentata ad Ales- 
sandria la candidatura di Spantigati; e contre lui si oppo- 
neva un candidate che, professandosi seguace dei principii 



délia Destra, irivocava l’aiuto dell’Associazione càsaleise e 
n’aveva scritto al présidente. Lanza, nel presentare qnella 
lettera ai soci, si affrettô a soggiungere: « ecco che cosa 
ci si scrive; voi deeidete ciô che vi parrà meglio; ma io 
tin d’ora dichiaro che, se Spantigati accetta la candidatura 
ofFertagli dagli alessandrini, io non lo combatterô giammai. 
Prima di tutto egli è tal uomo, corne io vorrei vederne 
luolti alla Caméra; e poi io non posso dimenticare ciô 
ch’egli fece per me a Torino nel 1876; e nessuno m’in- 
durrà mai a combatterlo ora. Se l’Associazione nostra décidé 
di schierarglisi contre, io mi dimetterô da présidente e 
da socio ». 

Spantigati, fedele al sue collegio di Bra, non accettô 
quella candidatura; ma non occorre ch’io dica corne, dopo 
le recise parole di Lanza, non uno fra i soci dell’Associa- 
zione casalese abbia pensato a combatterne la candidatura. 

Mentre il Ministère preparava in quel modo le elezioni 
generali del 1876, alcuni capi del partito caduto, fra i 
quali primeggiavano Sella e Minghetti, si erano raccolti in 
Roma, ed avevauo riconosciuto la necessità di stringersi 
in un coinitato che, riunendo i inembri sparsi délia destra, 
organizzandosi in partito disciplinato, contrastasse quel- 
l’irruenza trionfatrice délia sinistra e portasse alla Caméra 
un forte partito d’opposizione. Il Sella n’era stato eletto 
capo e la campagna elettorale s’era incominciata con un 
discorso del Sella a Cossato e del Minghetti a Legnano. 

A Lanza nessuno aveva fatto invite di unirsi a quel 
comitato, che aveva assunto il nome di associazione costi- 
tuzionale, forse perché meno di tutti egli si era turbato 
délia caduta délia Destra, che gli pareva meritata. Quando 
poi si seppe che di taie dimenticanza egli si era dimo- 
strafo sorpreso. Sella gli scrisse, assicurandolo che non 
era stato dimenticato ; ma che, sapendosi com’egli la pen- 
sasse, s’era stabilité di parlargliene invece di scrivergli, 
tiella speranza che, colla discussione, si sarebbe, più facil- 



— 154 

mente che non con una lettera, riusciti ad otten^re anche 
il auo concorso neiropera comune. 

Ma Lanza, che non aveva approvato il programma pel 
quale era caduta la destra, non voleva vincolarsi con questa, 
prima di sapere dove si andasse; e rispondeva a Sella: 


RoncagUa, 24-7-1876. 

Caro Sella, 

Nelle ore d’ozio passate a Montecatini in compagnia di parecclii 
depatati e massime del nostro amico Berti Domenico, pu6 darst 
che io mi sia lagnato di essere anche stato tagliato faori dal sinedrîo 
che creô l’associazîone centrale ; ma in modo accademico, e senza 
dare grande importanza alla cosa. In vita mîa non ho mai brigato 
O sollecitato alcuna posizione, nè al ta nè bassa, e qnelle che occupai 
contre i miei meriti, corne direbbe un padre guardiano, mi furono 
corne imposte dalla situazione o, corne altri preferirebbero dire, dal 
caso. 

Ci6 che non ho fatto nel passato, figurati se lo farei ora! Alla 
mia età non mi resta che un posto fra i ferra vecchi; tanto più 
colla teoria in voga. 

Ma vengo ai due oggetti principali délia tua lettera: 

1® Tu m'inviti e mi preghi di dare anche la mia firma e il 
mio obolo alla Associazione Costituzionale centrale, che avete oppor- 
tuiiamente istituita. Io il farei ben volontieri, se la mia firma non 
significasse Tadesione piena ed intera al nuovo programma, che il 
partito di cui sei fatto capo ha inaugurato, in quest' ultima ses- 
sione parlamentare. Or bene, tu non ignori che io, consultato dal 
Minghetti, espressi un’opinione recisamente contraria agli atti che 
provocarono la crisi ministeriale e lo scompiglio del partito mode- 
rato, di più a lui predissi corne inevitabile e Tuno e Taltro avve- 
nîmento; se non venni ad esporre innanzi alla Caméra le mie idee, 
si fu perché mi rîpugnava di contribuire ad una nuova scîssura 
del nostro partito. 

Ma ora che questa fatale scissura è consuma ta, ognuno ha il 
dovere di prendere la posizîone politica che le sue convinzioni gli 
additano, e per parte mia intendo di rimanere, per ora, aU'infiiorl 



— 155 


dei partit!, almeno fine a tanto cbe non veda un programma a cni 
possa fare adesione. 


Ti saluto e mi raffermo tao 

G. Lanza. 

Quando poi dài discorsi fatti a Legnago ed a Cossato 
e da altri di alcuni di destra, apprese che con quelli s’in- 
tendeva di stabilire il programma del nuovo partito d’op- 
posizione, non esitô a manifestare la sua disapprovazione ; 
e scrisse a Bonghi: 

Caro Bonghi, 

Ho ricevttto alcuni esemplari del tuo discorso, pronunciato in 
mezzo a codesta assemblea costîtuzionale e te ne ringrazio partico- 
larmente per le benevoli parole rivolte al mîo indirizzo. Permetti 
perô alcune osservazioni e rettiflche 

Sono alquanto offeso di un passo del tuo discorso, dove mi accusi 
di avéré condotte le elezioni del 1865 a scapito del partito mo- 
derato. 

So che quest’accusa mi venne fatta altra volta, ma quanto è 
mai infondata! Basta rammentare che io uscii dal Ministero nel 
mese d'agosto deiranno 1865 e che le elezioni furono fatte nel 
novembre o dicembre di detto anno. L’unico mio atto che si riferîsse 
aile elezioni è stato di avéré consigliato Massimo D’Azeglio a corn- 
porre una specie di avvertimento agli elettori, che io feci poi 
stampare e divulgare, appunto corne si praticô per la tua mono- 
grafla sulla legge delle guarentigie. 

È inutile dire che in quelle scritto del D’Azeglio nulla conte- 
nevasi contre il partito moderato, del quale egli faceva pur parte ; 
înculcava solo agli elettori di mandare alla Caméra gente onesta 
e respingere fuori i guastamestieri e gll affaristi. Chi fece le ele- 
zioni del 1865, fu il Natoli e per lui le socîetà massoniche; chi 
voile il Natpli airinterno è stato il Sella ; dunque bandisci dal tuo 
peusiero quest^errore ch4o abhia allora combattuto il partito mode- 
rato, e quindi sia stato la causa prima délia sua deholezna. Le 



cause prime invece sono state : le simpatie e antipatie personalî é 
fors'anco un po’ regionali, le quali hanno prodotto delle screpola* 
tare, che andarono man luano allargandosi ; vi contribui non poco 
il fatto del trasporto di due capitali, che gettô il malumore in due 
important! région! : influe diede il tracollo l’imprevidenza e la leg- 
gerezza dell’ultimo Ministero. Il suo tentative di guadagnare una 
parte délia sinistra con il consorzio delle hanche, fomeritando in- 
teressi regionali; la sua legge eccezionale di pubblica sicurezza; 
le sue dichiarazioni oscillanti sulle relazioni tra Chiesa e State, il 
riscatto e Tesercizio delle ferrovie e flnalmente le tassazioni e 
riscossioni spinte ad oltranza, suscitarono sospetti, diffldenze, con- 
trasti ü molto malumore nelle file del nostro parti to, che scoppiô 
il 18 marzo. Una frazione considéré vole si distacc5 dal Ministero 
per cause diverse. 

In quei provvedimenti chi vedeva lesi principii di libertà profes- 
sât! dal partito; chi spinte aireccesso le esigenze del fisco; chi 
trascurati e manomessi griiiteressi comunali. 

lo ritengo che, se il Ministero avesse ascoltato il consi glio che 
gli fu dato, di non presentare mai una legge che avesse potuto 
dividere il partito , e di rimanere saldo ne’ suoi principii e al suo 
programma, che era quelle anzitutto di restau rare le finanze e di 
preparare Tabolizione del corso forzoso, esso avrebbe potuto vivere 
ancora qualche anno; e quelle che più importa va, avrebbe tenuto 
nnito il suo partito. 

Tardi o tosto la sinistra sarebbe veiiuta al potere, ed era un 
bene; ma per virtù propria, conquistando poco a poco l’opinione 
pubblica, e non per mezzo di coalizioni che confondono le idee, i 
principii e demoralizzano Parlamento e paese. 

Tali sono i miei apprezzamenti sulla crisi avvenuta e délia quale 
io son ben lieto di non avéré alcuna responsabilità. Mi sonolimb 
tato a dare consigli e a prédire quelle che è avvenuto. 

Io ho la dolce soddisfazione di aver Witato che la sinistra 
venisse al potere sino dal 1873, corne desiderava qualcuno dei 
nostri con molto ardore ; e si sarebbe ancora scansato questo péri- 
colo nel 1876, se fossi stato ascoltato. Ma invece si adoperô ogni 
mezzo per paralizzare la mia influenza. 

Ë inutile di^simularselo. Ora il partito moderato è sfasciato e 
bisognerà ricomporlo. Per me, se i discorsi fin qui pronunciati a 



— 157 — 

Co&ato e a Legnago sono una .bella difesa del passato, non trovo 
per5 in essi nna guida per Tawanire. 

Le dichiarazioni hinc inde fatte non sono abbastanza esplicite 
sopra nessuna delle grandi qnestioni, del libero scambio, dejringe- 
renza governativa^ dei rapport! fra la Cliiesa e lo Stato, del discen- 
tramento amministrativo, e temo assai che accorde non vi sia, nè 
tra capi, nè tra gregari. 

Nella futura Caméra probabilmente avverrà che ad ogni que- 
stione i partît! si rimescoleranno, e si rinnoverà la confusione fra 
destra e sinistra. 

Forse soltanto nelle question! di ordine pubblico e di G-overno, 
rimarrà unito il partito moderato. 

Ma m’avvedo che ti ho già secoato abbastanza; conservami la 
tua benevolenza, e credimi 

Tuo aff.mo 
G , L A N Z A . 

PS. Ho scritto al Sella per avéré spiegazioni sulle allusioni, 
fatte dal Bersagliere^ a qualcJie cosa che fece a lui orrore! (1). 
Qui sotto cova qualche altra mariuoleria. Non mi spiego perô il 
silenzio conservato dal Sella fin qui. 

Convien riconoscere che Lanza aveva colpito nel segno. 
Egli voieva una Destra che avesse un programma ben de- 
finito di governo, che si présentasse compatta corne partito 
di opposizione, non impaziente di giungere al potere e 
quindi aliéna da connubi e da transazioni che Tavrebbero 
scissa; salda ne’ suoi principii e taie da porgere al Parla- 
inento resempio di un partito ben disciplinato, con distinti 
programmi, che non variassero, e mantenessero la sepa- 
razione dei due divers! sistemi di governo. Da questo 


(1) Il giomale II Bersagliere, organo di Nicotera, alludeva alla già 
accennata biografia del lïbro nero. 

Sella scrisse poi a Lanza che nessun orrore era stato irianifestato ; 
ma solo si era detto da lui e da Ricasoli che certamente Lanza non 
aveva avuto mano, nè direttaraente, nè indire ttamente, nelle calunnie 
che si contenevano in quella biografia. 



— 158 — 


soltanto egli sperava che potesse derivare quell’attrito, 
da cui, nei regimi parlainentari, sorgono le buone leggi 
e quel razionale alternarsi vicendevole dei due partit! al 
potere. Non la pensavano cosl i capi délia Destra; e fu 
da! diverse indirizzo ch’essi le diedero, che ne derivô poi 
lo sfacelo, previsto da Lanza fin dalle prime sue raosse. 

Nè le cose si preparavano meglio per la Sinistra. 
Essa aveva abusato délia sua forza; la maggioranza che 
ottenne dalle elezioni del 1876, fu quale nessun Ministero 
aveva ottenuto mai. Ma due note malinconiche si face- 
vano sentire in quel tripudio per la splendida vittoria. 
L’ una era l’ esclusione di parecchi provetti carapioni 
délia Destra, che, corne vedeinmo, toglieva molta au- 
torité alla Caméra e costituiva un principio di debo- 
lezza per lo stesso Ministero. L’ altra consisteva nel- 
l’alleanza che s’ era stretta fra il nuovo Ministero e la 
Sinistra radicale. Anche a questa doveva il Ministero parte 
délia sua vittoria parlamentare ; con lei n’aveva esultato 
e con lei aveva combattuto la lotta elettorale, cosi felice- 
mente riuscita; e logico risultato di codesta alleanza fu 
l’ingrossarsi deJle file di quel partito, che apertamente 
professava le proprie aspirazioni ad un cambiamento di 
forma di governo, e più tardi la nécessité nel Ministero 
di molto tollerare delle intemperanze di quel nucleo di 
amici suoi od almeno di suoi alleati. 

Questi fatti e questi sintomi, che a molti subito par- 
vero poco rassicuranti, fecero si che in tutte le citté d’una 
qualche importanza sorgessero associazioni, in grande parte 
capitanate da deputati o da ex-deputati dell’antica Destra, 
le quali si proponevano di resistere a quella fiumana inva- 
dente di novité. E siccome lo scopo precipuo di taie resi- 
stenza stava appunto nel combattere qualunque connubio 
coi repubblicani e nell’adoperarsi a mantenerc la nazione 
fedele alla nostra Costituzione monarchica, si fu per ac- 
centuare questo loro scopo principale, che quelle associa- 



zioai assunsero il titolo di eostitmiomli, contrapposto al 
titolo di progressista, assunto dal partito contraria. 

Lanza, in quell’anno e ne! 1877, comparve rare volte alla 
Caméra, » non prose la parola che nella seduta del 15 
dicembre 1876, per opporsi alla proposta di far passare 
le scuole di veterinaria, dal Ministère di pubblica istru- 
zione a quelle di agticoltura e commercio. Egli osservava 
che l'importanza assunta da questi studii, i loro progressi, 
la connessità loro con quelli di medicina e chirurgia ed 
i servigi che questa scienza è chiamata a prestare alla 
pubblica igiene, sconsigliavano una simile novità. 

Il perché’ di quell’astensione è abbastanza chiarito dalla 
sua lettera al Bonghi. Egli rivolse invece tutta la sua 
attività, alla città nativa, corne consigliere provinciale e 
comunale, intervenendo assiduamente in entrambi i Con- 
sigli e dedicandosi con passiohe a promuovere costruzioni 
ferroviarie, linee di tramways e miglioramenti edilizi. 
Eppure anche nella sua Casale egli trovô un’opposizione 
vivissima, quantunque impotente, che gli contese persino 
il seggio di consigliere comunale; ed in nessuna città 
corne in quella, trovarono eco cosi astiosa e più maligni 
commenti, le calunnie che si erano gettate a piene mani 
su di lui nella lotta politica, e che di tratto in tratto si 
andavano ripetendo. 

Egli fingeva di non curarsene; ma chi lo avvicinava 
vide quanto lo accoravano quegl’ insistent! e rabbiosi at- 
tacchi e quanto sconforto ne provava. 

Il 9 gennaio 1878 mort in Borna Vittorio Emauuele. 
Nessuna parola varrebbe a descrivere il dolore che pro- 
dusse in lutta ritalia quella perdita, che fu scgnalata fra 
le sciagure nazionali. Generale fu il tributo di affetto e 
di gratitudine che si offerse alla njemoria del grau Re, 
che tutto ayeva osafo e tutto sacrificato per compiere 
i’unità délia sua patria; ed in taie gara di manifestazioai 
scomparv^ro quasi aifatto le divergenze di opinioni e di 



— 160 — 


scopo; anche repubblicani convint! e tenaci nella loro idea 
unirono la propria voce al grido di dolora che enianava da 
un’intiera nazione, riconoscente ed aiFezîonata. 

Lanza, più d’ogni altro, ne fu profondamente addolorato; 
chi puô ridire lo strazio che avrà provato queU’uomo fe- 
dele e devoto al Re, d’ una devozione e d’ una fedeltà 
che non conosceva confiai, che l’aveva visto salire al trono 
in tempi tristissimi per la patria, che V aveva accompa- 
gnato per l’aspro e difficile cammino di persistenti audacie, 
di lotte disperate, che con lui aveva palpitato ed esultato 
e che insieme con lui era salito al Campidoglio, che aveva 
saputo resistergli talvolta, ma V aveva sempre venerato 
corne Temblema délia sua patria libéra ed una? 

Il figlio di Vittorio Emanuele, memore del reciproco af- 
fetto che aveva unito il padre coll’antico suo Ministre, 
voile che a Lanza fosse inviata una memoria del compianto 
Re ,• e Lanza cosl ringraziava del delicato pensiero: 

A S. E. IL Conte Panissera di Veglio Prefetto di Palazzo 
Eccellenza, 

Nulla poteva tornarmi più gradito di un ricordo del gran Re, 
di cni deploriamo la perdita. 

Suo Ministre per circa dieci auni, potei conoscere ed ammirare 
da vicino tutte le virtù che ornavano queiranima eletta, destinata 
dalla provvidenza alla fortuna d^talia. 

Le tante prove di benevolonza e di fiducia che da lui ho avute, 
impressero nel mio cuore un profonde sentimento d’indelebile gra- 
titudine. La sua memoria è divenuta per me un culto. 

Penetrato da questi sentimenti, V, E,. puô ben arguire quanta 
sia la mîa riconoscenza verso Taugusto nostro Monarca, che de- 
gnossi ricordarsi di me e incari caria di trasmettermi un prezioso 
ricordo del sempre *compianto suo genitore. 

Prego quîndi V. E. di volere esprimere a S, M. il Re Umberto, 
la mia profonda gratitudine, e rillimitata" mia devozione alla reale 
sua persona e famiglia. 


Gr. Lanza. 



— 161 — 

Il priinogeuito di Vittorio Emanuele sali al trono col 
nome di Umberto I. 

In questo frattempo l’enorme maggioranza ottenuta dal 
Ministero colle elezioni generali, cominciava a sfasciarsi. 

Il partito di sinistra composte di persone quasi tutte 
nuove al governo, appoggiato da uomini in parte nuovi essi 
pure aile lotte parlamentari, non sufficientemente esperti, 
non disciplinati, impazienti di salire, privi persino di quel 
serio contraste che costringe alla disciplina, perché la 
Destra era ridotta a pochi e non bene organizzati neppur 
essi, dopo pochi mesi incominciô a suddividersi in tanti pic- 
coli gruppi, che non era possibile a nessun Ministero riu- 
nire una solida maggioranza. Tacio poi delle interape- 
ranze, delle imprudenze e delle insufficienze di alcuni fra 
i Ministri, che contribuirono a rendere maggiore la con- 
fusione. La conseguenza si fu che incominciarono le mo- 
dificazioni parziali, poi i cambiamenti totali dei Ministeri; 
che ogni Ministro caduto prese a farsi capo di qualche 
gruppo, avversando coloro che gli erano succeduti, e che 
cosi in uiio stesso partito si apri una sérié di guerric- 
ciuole per iscavalcarsi gli uni gli altri, con un alternarsi 
e di Ministri e di Ministeri tanto frequente, che l’azione 
e l’autorità, del Governo vennero a soflPrirne gravemente. 

In mezzo a taie confusione, venne fuori V idea di un 
connubio fra la destra ed alcuni gruppi del centre e di 
sinistra, e Sella veniva indicato corne colui che poteva 
raggruppare le sparse file. Lanza, ripugnante sempre da 
combinazioni di cliiesuole, non potè trattenersi dal pro- 
testare contre quella minacciata coaliziono, che gli pareva 
mostruosa; e scrisse al Dina, direttore AqW Opinione^ la 
seguente lettera eloquentissima : 

Casale, 29 gennaio 187S. 

Caro Dina, 

Finalmente Toracolo delfico ha parlato chiaro: 

Bisogna costituire un nuovo partito, riunendo tutti gli elementi 
di opposizione. Soltanfo di questa maniera sHmprimerà nuova 

Il — La.nz\, Memorie. Vol. II, 



— 162 — 


vita e forza al Farlamento, al Governo^ al Eegno, Cosî fecero 
G, Feel e C. Cavour! Mîo caro Dina! mi pare di trasecolare 
leggendo queste cose nelV Opinione, Corne? non sono più i principii 
comuni che costituiscono i parti ti? non i mezzi di governare, non 
la comune intelligenza sopra determinate questioiii ? Basteràd’ora 
innanzi il fatto solo di essere neiropposizione per dare diritto di 
entrare in un parti to? Non si potrebbe cadere più basso . . . 

nello scettismo. 

E si osa citare ad esempio i nomi di G. Peel e di C. Cavour ! 
quale profanazione ! Questi grandi statisti fecero bensi delle evo- 
luzioni parlamentari, ma premettendo una dichiarazione di prin- 
cipii, di riforme, di niassime di governo. In questo modo si rive- 
larono i grandi politici; e non con accordi individuali fatti traie 
quinte, che durano sino a tanto che Tinteresse e Tambizione lo 
consentano. Trovo perô che il tuo appelle a tutti i lati délia Ca- 
méra per comporre un nuovo partito, potrà essere utile sotto un 
certo aspetto. Corne le trombe di Gerico dicesi abbiano avuto la 
forza di far crollare le mura délia città, cosi la tua voce porterà 
l’ultimo colpo alla Camtya attuale, accrescendo la confusione e lo 
scompiglio e alfiettandone quindi lo scioglimento. Unico rimedio 
a tanto male. Ogni rimpasto è impossibile quando la disaggrega- 
zione è giunta a questo punto ; quando non sono più principii po- 
litici, ma interessi parziali e Tambizione personale che guidano i 
rappresentanti délia nazione. 

Parmi che l’esperimento fattone sia più che sufficiente per aprire 
gli occhi al paese e agli elettori. Se ciô non estante ritornasse 
una Caméra simile, ciô vorrebbe significare ch’essa è fatta proprio 
seconde il suo cuore, e bisognerebbe piegare il capo e dire con 
Platone u tantum contendere in Repuhlica licet, quantum pro- 
hari tuis clvibus possls: vim neque parenti neque patriae afferri 
oportet n. 

Ma prima di recitare quest’umiliante confiteor, osiamo ancora 
sperare in un ravvedimento e in una salutare reazione dello spi- 
rite pubblico. È sottinteso che questa prova decisiva dovrebbe es- 
sere tentata dopo la caduta delFattuale Ministère, e da un altro 
Ministère composte d’uomini autorevoli e meno compromessi coi 
partiti. 

A me poco importerebbe che le nuove elezioni riuscissero piut- 



— 163 — 


tosto di sinistra che di destra, e viceversa; bensî che fossero sin- 
cère, esprimessero la vera volontà del paese, e gli eletti fossero 
scelti fra gli uomini piu preclari e più animati dal vero interesse 
pubblico. 

Con tali uomini sarà facile lo întendersi e costituîre dei partit! 
abbastanza compatti per sorreggere la cosa pubblica. Tutti gli 
altri espedienti più o meno non approdano a nulla di buono 

e di dure vole. Non servono che a prolungare Tagonia, tormentosa 
per il paese, di una Caméra arruflfata e non nata vitale. Se sei 
ancora in tempo ti prego e ti scongiuro di ritrarre il piede dalla 
sdrucciola via in cui sei entrato. Mantieni illibata la tua bandiera ; 
la riputazione meritata del tuo giornale è retaggio glorioso di un 
gran partito. Esso prese le mosse dalle riforme del 1847 e giunse 
incolume e trionfante a Eoma. Non sciuparla, per carità di patria; 
€ se non puoi evitare questo danno, ritirati piuttosto daU’arringo 
giornalistico. 

Ti parlo col cuore di vero amico, e spero perciô che mi perdo- 
nerai la mia franchezza e vorrai conservarmi intiera V amicizia 
tua. Addio 

Il tuo aff.mo 
G. Lanza. 



XXIII. 


Lanza disgustato colla Destra — Sue dimissioni da deputato ~ Sella o Farini lo 
dissuadono — L’attentato Passanante — Lanza e lo Associazîoni costituzionali 
~ Le risaie delVagro casaleso — Roma e le lacrimo di Lanza — Lanza o 
Sella — Lanza deputato di Casale — Il decimo anniversario del 20 settembre 
a Casale — Lanza e la tassa sul maoinato — Il Congresso di Berlino e la Tu- 
nisia — Sella inoaricato délia formazione del Ministère — Lanza nell’ Associa- 
zione costituzionale casalese — Riconciliazione di Lanza con Ascanio Sobrero- 
— Lanza a Rotna — • Sua malattia Sua conlessione — - 11 bacio di Re Umberto 
— Morte di Larza — Onoranze. 


Lanza seguiva con interesse senipre eguale tutti gli 
avvenimenti che, tanto all’estero quanto ail’ interno, si an- 
davano succedendo e n’era sempre più arnareggiato. Pur 
continuando ad occuparsi quanto poteva di tutto ci6 che 
riguardava la sua patria, egli sovente sfogava cogli 
araici la piena del suo disgusto, che gli faceva apparire 
inutile l’opéra sua al Parlamento; poichè se la Sinistra 
era un partito disorganizzato, la Destra non gli pareva 
meno disordinata e disperava di vederla qual’egli l’avrebbe 
volata. Laonde scriveva aU’aniico Domenico Berti : 


Casale, 15-6-1878. 

Garo Domenico, 

Hai ben ragione di rimproverarmi la mia troppo Innga assenza 
dalla Caméra, ma credi pure che imperiose circostanze domestiche 
ne furono la causa. 


Mi venne più volte la tentazione di xnandare di nuovo la mia 
dimissione, ma la tema di essere disapprovato da’ mieî amîci po- 
litîcî mi trattenne fin qui. 

lo considère corne oramai finita la mia carriera politica e non 
ho più altro desiderio fuorchè quelle di trascorrere il resto délia 
mia vita nella quiete domestica. Non parmi di venir meno ai miei 
doveri di buon cittadino se, dopo avéré dedicato 40 anni circa alla 
patria, e vicino a toccare i 70, aspiro al riposo ed al raccogli- 
mento. Tanto più quando vedo che, ai tempi che corrono, Fopera 
mia puô giovare ben poco, ed anche perché non posso più assi- 
stere assiduamente ai lavori parlamentari. 

La decadenza délia Destra, che si fa sempre più visibile, è la 
conseguenza del difetto d’uomini che sappiano infondere al partito 
novella vita. Non è col transigere su tutte le gravi questioni che 
s’inspira la fede nei principii che sono l’anima di un partito. 

L’opportunismo puô tutt’al più servire per tenere a galla qualche 
uomo di Stato; ma non arriverà giamraai a infondere convinzioni, 
e a creare una pubblica opinione. 

La Destra, per risorgere e ricostituirsi, ha bisogno di un uomo 
che sappia rifare un programma pratico sulle basi dei principii 
professati per lo passato, e difenderlo senza debolezza in tutte le 
grandi occasioni. Senza di ciô, essa è destinata a soccombere. 

Oso confidare che queste mie idee non discordino guari dalle 
tue. Avrô presto Toccasione di assicurarmene , poichè conto di re- 
carmi per qualche giorno costi prima che sia chiusa la Caméra, 
se non altro per stringere la mano a quei rari amici che ancora 
mi rimangono. 

Se la graziosissima marchesa Giuseppina (Alfieri) è ancora costi, 
fammi il favore di riverirla, e accetta una stretta di mano cor- 
dialissima dal tuo antico e fedele amico 

G. Lanza. 

Di questo suo contegno s’indispettivano alcuni, e pun- 
genti articoli uscivano sui giornali nioderati al suo indi- 
rizzo ; raa non valevano a smuoverlo, bensi a provocarne 
risposte risentite. Ecco due di tali risposte che svelano 
benissimo il suo pensiero e la tenacia cou cui vi si man- 
teneva fermo: 



— 166 — 


Al comm. Biagio Cabanti 

Direttore del Itisorgimenfo. 


Freg.mo Signore, 


Roncaglia, 2-9-1878. 


Mi vennero mandati, non so da chî, due numeri del Risorgî- 
mentOj 2i e 28 agosto, dove, parlando del parti to moderato tori- 
nese, ella si occupa pure délia povera mia persona, censurando il 
mio contegno politico. Siccome ritengo inesatti i suoi apprezza- 
menti e giudizi, cosi mi permetta di rettificarli. 

In primo luogo ella asserisce che i modéra ti di Torino hanno 
accolto e salvato il Lanza, quando i moderati del Casalasco si 
sentirono impotent! a farlo. 

Ciô non è corretto, poichè neiroccasione di quelle elezioni ge- 
neral! io ebbi offerte da pîù collegi di varie parti d’Italia, e lei 
non puô ignorarlo, almeno per quelle di Cuneo. Se io preferii 
quelle di Torino, ciô fu per considerazioni politiche facili a corn- 
prendere. Pertanto Torino, montre mi ha altamente onorato eleg- 
gendomi, non mi ha perô salvato. 

Un punto più grave délia sua risposta alla lettera del signor 
Ferraris è quello dove, con parole condite di sarcasme, ella cen- 
sura la mia astensione dalle lotte parlamentari. 

Per verità io non mi sarei mai atteso dai corifei del Risorgi- 
mento questo rimprovero, dacchè essi hanno non poco contribuito 
a mettermi fuori combattimento, coi farmi nella Caméra una falsa 
posizione, ben inteso col lodevolissimo proposito di riordinare e 
consolidare il partito ! 

Ma quella manovra parlamentare, più o meno abile, mi pose nel 
bivio 0 di separarmi da una parte de^ miei colleghi , suscitando 
nuovi serez! e divisioni, ovvero di astenermi per qualche tempo 
dal prendere parte attiva aile discussioni délia Caméra. 

Preferii di entrare in questa seconda via, e non ho a pentirmene, 
poichè i fatti posteriori hanno luminosamente dimostrato quanto in- 
consulta sia stata quella evoluzione parlamentare, montre nessuno po- 
trà rimproverarmi di avéré guastato a chicchessia le nova nel paniere. 

Infine ella predice che, appunto a causa del sistema da me se- 
guito, se vuolsij molto romano ma poco praticoj difiicilmente potrù 
essere rieletto nel 2® collegi o di Torino. 



lo la ringrazio del benevolo avvertimento annunziato fin d’ora 
urhi et orh% del quale io saprô valermi a sue tempo, onde togliere 
d'impaccio lei col suo gîornale e sgombrare la via al fortunato 
mio successore. 

Sappia perô che io ho sempre considerato gli ufiici pubblici più 
corne un onere, che corne un onore, che giammai chiesi, nè chiederô 
nulla ; d^altronde vada persuaso che una elezione di più o di meno 
non mi renderà nè più ricco nè più povero ; e poi , a dirgliela 
schietta, sono oramai stomacato délia vita politica, che da qualche 
tempo si è trasformata in una scuola d’intrighi e di bindolerie, 
in mezzo a cui uno spirito onesto e schiettamente patriota si 
smarrisce e sente mancargli Taria respirabile. 

I sacrifici sostenuti, i servigi resi alla causa pubblica sono te- 
nuti in nîun conto, Tonestà è derisa o calunniata, il solo merito 
applaudito è quello di sapere ordinare bene una coterie che riesca 
a scavalcare Tizio o Caio. 

Io non mi vergogno a confessare di essere un ingenuo in queste 
arti, ma questa miserabile maniera di lottare in politica finirà per 
riescire fatale ai partiti ed al paese, se questo non rinsavisce. 

Pur troppo fin qui non vi è ancora sufficiente indizio di resi- 
piscenza ; bisogna illurainarlo, scuoterlo dalla sua inerzia e rifor- 
mare Topinione pubblica ah imis funcîamentis. 11 lavoro deve piut- 
tosto essere locale, nei comuni, nelle provincie ; impossessarsi delle 
amministrazioni, restaurarvi lo spirito pubblico e con esso il cre- 
dito del partito liberale moderato. Si assicuri che in questa parte 
io non rimasi ozioso e qualche miglioramento si è già conseguito 
nella mia provincia, che era una delle più pervertîte. 

Ma ho già detto troppo, non tutto perô. Io non intendo per ora 
fare di pubblifia ragione queste mie considerazioni e questa ri- 
sposta aile sue critiche, per non dare occasione a polemiche e for- 
s’anche a pettegolezzi, dai quali rifuggo. Ma nel caso che venissi 
ulteriormente provocato, non esiterei a francamente manifestare la 
mia opinione e sùlle cose e sulle persone, giustificando la mia 
condotta politica. 

Voglia intan to, egregio signore, gradire Tespressione de'miei 
sentimenti di considerazione e di stima coi quali mi dicliiaro 

Suo Dev.mo 
G. Lanza. 



— 168 — 


Roncaglia, 28-9-78 

Egregio sig. Professore (Sbarbaro)j 

Prima délia sua cara lettera ho ricevuto il giornale La Patria^ 
dove ella con parole lusîng’hiere encomia la mîa povera persona più 
di quanto possa meritarsi. lo le sono pertanto grato délia sua 
benevolenza e délia generosa difesa che assunse di me ; Ella de- 
sidera sapere se io presi parte al connubio del 1853. — Non solo 
vi presi parte, ma entrai nel Ministero del Conte Cavour in seguito 
a quello e vi rimasi sino alla pace di Villafranca. 

La presenza di uomini del Centre sinistro in quel Ministero in- 
flui, più di quello che si crede, a dare alla politica del Piemonte 
un indirizzo liberale e italiano. Ma cramai tutto si vuole perso- 
nificare in un solo individuo e gli altri non figurano più che corne 
comparse. 

Ma lutto ciô non mi dà gran fastidio ; Tltalia esiste e basta. 
Spariscano pure gli attori, siano anche disconosciuti e vilipesi, 
poco monta — purchè si sappia conservare Tedifizio. 

Pur troppo vi sono già tanti indizi di screzi, che devono dare 
pensiero a chi ci sta dentro. Il popolo italiano pare che non se 
ne inquieti , corne se non si trattasse délia propria casa o délia 
propria vita. 

Dio voglia che non s'aspetti a gettare il grido d’allarme quando 
si senta lo scroscio délia ruina. 

Lei spera di trovare un sicuro riparo in un nuovo connubio ; 
Dio lo volesse, ma a dirle il vero io non ne scorgo gli elementi 
vitali. Per plasmare i partit! si richiedono forti convinzioni , che 
purtroppo mancano e spiccate linee di demarcazione nei principii 
che pure non esistono. Il régime costituzîonale non produce buoni 
frutto se non vi è lotta séria fra i partiti, di principii e di mezzi, 
altrimenti vi subentrano le gare personali, gl’interessi locali, 
im'ambizione solipsista ; di qui le chiesuole, le caraarille e le coa- 
lizioni che pullulano corne i funghi; indizio di putrefazione ! 

La generazione attuale promette poco, bacata com’è nella sua 
origine e nella educazione avuta. Bisogna volgere le nostre spe- 
ranze in quelle che vi succederanno. 

La falange d'uomini che ha fatta ITtalia è in gran parte spa- 
rita ; quelli che rimangono ancora, o vivono appartati per disgusto 



— 169 — 


e stanchezza, o sono rosi impotent! al bene, perché sopratfatti da 
gente avida di cacciarsi avant!. 

Taie è la situazione, a m!o awiso ; non s! deve peré dîôperare 
deirawenire. 

LTtalia è difficile disfarla, per condizioni ancora più esterne che 
interne, ma vivrà dî una vita non guar! rigogliosa fino a tanto 
che non sorgano altr! intelligent! e fort! caratteri. Sta partico- 
larmente a chi istruisce ed educa la gioventù il cômpito di pre- 
pararli. 

Le rinnovo Tattestato délia più distinta considerazione, mentre 
mi raffermo 


Suo Dev.mo ed ObbLmo 
G. Lanza. 

Ed a Minghetti, che lo rimproverava di qùest’ultima 
lettera, pubblicata, in parte, a sua insaputa, rispondeva: 


Roncaglia, 24 novembre 78. 

Car O Minghetti^ 

I brani di una mia lettera al prof. Sbarbaro cui tu alludi fu- 
rono stampati a mia insaputa. Tuttavia io non posso disdire quello 
che penso, benchè stimassi inopportuna la pubblicità. Io miravo 
solo a induire sul giornalista. L’arrivo al potere délia Sinistra era 
una necessità politica e costituzionale. Sarebbe stato meglio ritar- 
darla ancora per consolidare vieppiù lo stato delle nostre finanze 
e si sarebbe facilmente potuto con un po’ più di prudenza da parte 
nostra ; ma quello che è fatto è fatto. 

Si ottenne, è vero, il vantaggio di mettere un parti to indiscipli- 
nato e irrequieto, a fronte delle esigenze governative; e buon 
grade mal grado ha dovuto temperare la sua foga e rinunciare 
a moite utopie. Pero non ha potuto vincere il suo vizio d’origine 
e rinunciare aile sue velleità e tradizioni rivoluzionarie ; naturam 
frustra expellas. 

Per inveterata abitudine, per non perdere l’appoggîo degli an- 
tichi amici e per un falso concetto délia libertà, ha lasciato orga- 
nizzare un partito avverso aile nostre istituzioni e spinto la follia 



— 170 — 


sino a permettere che si elevi una tribuna alla perduellione e al 
tradimento neiresercito ! (1). 

Quest’ultimo fatto è immensamente grave e pîeno dî pericoli^^ 
perché tende a demoralîzzare Tesercito, a legittimare Tassassinia 
politico. 

A me pare venuto il momento di combattere ad oltranza queste 
funeste tendenze del Ministère, e scuotere, se è possibile, Tapatia 
del paese. Chi non vede che procedendo di questa via c’incammi- 
niamo alla guerra civile ? Si, il Governo riescirà probabilmente a 
reprîraere ; ma spargendo sangue ; e allora quali saranno le con- 
seguenze ? Le ribellîoni soffocate nel sangue non hanno mai gîo- 
vato a nessun Governo, inenô poi a uno State giovane, fondato 
col libero consenso di tutti. 

Il disgusto e lo sconforto, unito aile difficoltà finanziarie, 
che non gli permettevano il soggiorno in Roma per tutto 
il tempo ch’egli avrebbe voluto, lo persuasero, sul finire 
del 1878, a porre in opéra il disegno che gih aveva nia- 
nifestato a Berti ; ed il 29 novembre scrisse airamico 
Farini, présidente délia Caméra, rassegnandogli le sue di- 
missioni dalla carica di deputato. Farini non seppe deci- 
dersi a comunicare quella lettera alla Caméra. Ne parlô con 
Sella, con Peruzzi, e con altri pochi e tutti convennero 
d’ impegnarsi con tutte le forze per fare desistere Lanza 
dal suo proposito. È bene ch’io riporti le bellissinie let- 
tere di Farini e Sella, entrambe del 2 dicembre. 

Sebbene io senta e tema (gli scriveva Farini) di non avéré 
autorità suiranimo tuo, pure io sento anche il dovere di cittadino 
di consi gliarti a desistere dalle inviatemi dimissioni. 

In questi gravissimi raomenti Tltalia ha bisogno che tutti co- 
loro i quali contribuirono alla sua risurrezione si stringano insieme. 

Purtroppo mancano molti di coloro che pei servigi resi e per 
la pratica delle pubbliche faccende, per l’autorità acquistatasi, 
potrebbero fare argine al soverchiare delle passioni deleterie. 

Che succederà il giorno in cui voi, vecchi, abbandonaste il paese^ 
aile fortunose vicende che lo minacciano? 


(1) Allude ai circoli Barsanti, ch’erano tollerati. 



— 171 — 


Tu mi puoi essere padre pegli anni; ed io non posso fare 
appelle a certi sentimenU con te, nè arrogarmi il diritto d’un 
consiglio. 

Ti posso, si, mandare una preghiera vivissima, anzi supplicarti 
con tutto il calore che nasce da una profonda coscienza dellQ ne- 
cessità e dei doveri presenti. E questa è : di desistere dalla in- 
viata dimissione. 

Accoglila col cuore con cui te la mando e credimi 

Tuo affmo 
Farint. 


E Sella: 

Caro Lanza^ 

Farini mi mostrô la tua lettera. Io presi sopra di me la respon- 
sabilità di pregarlo di non darne lettura alla Caméra. E ciô per 
considerazioni GEAVISSIME. 

Per meglio spiegartele, ti cito il mio esempio. Per la situazione 
parlamentare io anche desideravo di non trovarmi qui che al mo- 
mento del voto. Venni il più tardi possihile, ma, stante le condi- 
zioni di Cairoli, trovai le interpellanze rinviate. 

Ed allora mi appigliai al partito di non vedere nessuno. Non 
andai alla Caméra, e neppure era stato da S. M. Quando, sono 
avvertito che il non esserci nè tu nè io presentati, aveva prodotto 
impressione e sconforto. Mi fu detto che la Regina aveva escla- 
mato : Anche Lanza e Sella ci ahbandonano ; non si sono neppur 
fatti vedere, 

Udito questo, mi présentai tosto a Corte, e, malgrado la mia vi- 
vissima ripugnanza, oggi andrô alla Caméra ; e nota che, oltre a 
t^^nte altre ragioni di starmene fuori, io ho anche quella di aver 
detto, in occasione del macinato, che forse era quelle il mio ultimo 
atto parlamentare. 

Ora io non mi riconosco alcun diritto d’ingerirmi nelle tue de- 
liberazioni, e tanto meno ora che io non sono più nè il capo délia 
Destra nè nulla. Ma corne antico collega, e corne sempre amico 
tuo io ho creduto mio ASSOLUTO DOVERE di prendere questa 
responsabilità grave di pregare Farini di non leggere la tua let- 



— 172 — 


tera ; la tua lettera produrrebbe infatti non solo nel paese un ef- 
fotto gravissimo, e questo effetto tu avrai preveduto ; ma, da quanto ' 
mi fu detto e ti narrai, concludo che produrrebbe nella Reggia un 
sentimento dolorosissimo, che certissimamente non è nelle tue in- 
tenzioni. Tanto meno puô essere ne’ tuoi pensieri, giacchè, corne 
Collare deirAnnunziata , tu hai verso la Famiglia reale viucoli 
assai maggiori degli altri. 

lo confido che tu approverai il mio atto, non solo per le inten- 
zioni di bene da cui fu determînato, ma anche per le considera- 
zioni che lo determinarono, considerazioni che non so dire di quanta 
gravità esse siano. 

In tutta fretta, 

Tuo amico 
Q. Sella. 

Era la voce del dovere che gli si faceva sentire, ed 
alla voce del dovere Sella aveva unito quella del Re. 
Lanza non seppe resistere e cosi rispose ai due amici: 

Caro Fariniy 

Tutto ciô che si fa a lin di bene mérita Iode. Perciô io non 
mi sento Tanimo di farti rimprovero per avéré sospeso di dare 
passo aile mie dimissioni, se sei sicuro che Tannuncio di esse 
avrebbe prodotto una cattiva sensazione. 

Perô rifletti che io sono oramai una moneta fuori corso, vuoi 
per l’età, vuoi per le mutate condizioni politiche ; che ho già 
oltrepassata l’età nella quale gli antichi Romani, presso cui la 
patria era tutto, pure dispensa vano i cittadini daU’obbligo dei 
pubblici uffici ; che non potendo assistere con assiduità ai lavori 
parlamentari, Topera mi a puô giovare assai poco. 

Ciô detto, io acconsento di ritirare per ora le mie dimissioni, 
riservandomi a ripresentarle in un momento più opportuno. 

Abbiti i miei cordial! saluti e credimi sempre tuo 

Affmo amico 
G. Lanza. 



— 173 — 


Caro Sella, 

La risoluzione di ritîrarmi dalla vita politica è stata da me 
presa dopo matura riflessione. Pondérai le ragionl pro e contre, 
e rimasi persuaso che facevo bene e nulla vi sarebbe stato a ri- 
dire sulla mia determinazione. 

Sono poco meno di quarant’anni che mi occupe délia cosa pub- 
blica; la mia sainte è piuttosto logera, l’età fatta senile, i miei 
interessi privati sofFerenti per la lunga trascuranza. Mi parve 
tempo di pensare a me e alla mia casa. 

D’altronde, Tisolamento in cui fui lasciato da qualche tempo e 
il silenzio che si è fatto attorno a me, mi avvertirono che io era 
oramai considerato quale strumento fuori d’uso e che la mia ri- 
tirata non avrebbe fatto nè bene nè male. 

Invece tu ed il Farini venite ad assicurarmi che Tannuncio delle 
mie dimissioni sarebbe male accolto dal paese e dalla Reggia. 

Poichè voi siete in condizione di^meglio giudicare Tefifetto di 
questo mio atto, mi arrendo aile vostre considerazioni e le ritiro 
per ora, riservandomi a riprodurle in tempi più tranquilli. 

Intanto mi corre l’obbligo di venire costi e verrô fra qualche 
giorno. 

Ti saluto cordialmente e mi ridico 

Tuo aff.mo 
Gr. L A N Z A. 

Egli parti infatti, perché una discussione gravissima 
stava per impegnarsi alla Caméra , suscitata dal se- 
guente fatto. 

Il 17 novembre, il novello Re, colla Regina, entrava in 
Napoli, fra i festosi saluti e gli applaiisi délia popolazione. 
Ad un tratto, si stacca dalla folia un individuo, certo 
Passanaiite, cuoco, si avvicina alla carrozza reale e coii 
un coltello, coperto d’una banderuola rossa, tenta di coL 
pire il Re. Trattenuto da Cairoli, che ne rimane ferito, 
il Passanante è arrestato ed il Re sfugge incolume il pe- 
ricolo. Quelle era il tentative di un esaltato, nè risultô che 
avesse correlazione con opéra di sêtte ; ma il grave fatto, 



— 174 — 


fiuovo per la dinastia di Savoia, destô serii risentimenti 
ed apprensioni per ravvenire ; si vide che i Ministri di 
Sinistra avevano troppo tollerato coi partiti sovvertitori ; 
che associazioni repubblicaue e d'iQternazionalisti esiste- 
vano numerosissime e facevano aperta propaganda, si or- 
ganizzavano, crescevano di numéro, non mai molestate dal 
•Governo; e si gridô che era tempo di provvedere a più 
4culata ed energica sorveglianza. L’eco di quelle proteste 
giunse alla Caméra e produsse un’interpellanza sulla po- 
litica interna, suscitando una discussione lunghissima, alla 
quale anche Lanza prese viva parte, nella seduta dell’ll 
dicembre, sostenendo, corne già aveva scritto a Minghetti, 
che il sistema del Governo di nulla prevenire, disposto 
Boltanto a reprimere, era il pessimo dei sistemi. Il voto 
che ne segul fii contrario al ministero Cairoli, che cadde, 
lasciando il posto ad altro Ministero di Sinistra, presieduto 
da Depretis. 

Lanza parve rianimarsi nella speranza di potere ancora 
qualche cosa per la sua patria, od almeno gli parve un 
dovere quelle di porsi nuovamente all’opera per contra- 
stare aile invadenti agitazioni repubblicane, pericolose per 
le nostre istituzioni. Fondô in Torino, con Solia e con 
altri vecclii campioni dell’ antico Parlamento subalpine, 
quali Chiaves, il Bon-Compagni, il Tegas, un’associazione 
costituzionale, accettandone la presidenza; ed anche nella 
sua Casale accettô eguale carica di simile sodalizio, adu- 
nando intorno a sè un forte nucleo di cittadini, giovani 
per la maggior parte ed animosi seguaci delle sue idee, 
che egli s’era dato a propugnare con una alacrità gio- 
vanile; e talmente lo confortava il vedersi assecondato con 
tante amore, che qualche tempo dope egli abbandonô la 
presidenza deirAssociazioiie costituzionale torinese, per 
meglio dedicarsi a quella délia sua città, che gli pareva 
più consona aile sue idee, ed anche per acquistare, corne 
egli scriveva, una maggiore liberté d’azione. 



— 175 — 


S’erano fatti, allora, tentativi di un connubio fra Sella 
e Depretis, coirinterposizione di Minghetti ; ma, non ap- 
provandoli egli, v’era rimasto estraneo per conservare la 
propria indipendenza. 

Si discutera intanto alla Caméra un argomento di gran- 
dissima importanza; la questione delle risaie dell’^^^ro 
<Jasalese, È questa una pianura che si stende a sud-est 
di Casale, alla destra del Po, per un’estensiorie di circa 
100 chilometri quadrati, fiancheggiata da colline da un 
lato e daU’altro dal fiiirae. Dopo che, specialmente per 
opéra di Lanza, colla costruzione di un canale (detto ca- 
nale Lanza), che prende l’acqua dal Po, si fu estesa, nel 
1874, rirrigazione a cotesta pianura e si incominciô a 
coltivare il riso, la pubblica salute, tanto in Casale quanto 
in molti Comuni delMonferrato anche a distanze notevoli, 
se ne risenti in modo spaventevole, con febbri micidiali 
che mietevano vittime numerosissime. La spéciale giaci- 
tura delle nuove risaie, non sufficientemente ventilate, 
ed il terreno troppo compatto, ove l’acqua impaludava, 
erano le cause principali dell’efîetto dannosissimo délia 
nuova coltura. Dopo tre anni di tristo esperimento, si scos- 
sero i Comuni flagellati, eccitati dagli abitanti, che chie- 
devano la soppressione di quella causa d’infezione generale, 
ed il Consiglio provinciale assecondô la loro richiesta. 

Ma airagitazione dei più, si contrapponevano le brighe 
presse il Governo dei pochi risicultori, interessati alla 
conservazione di quella fonte di lauti guadagni ; il mi- 
nistre Depretis anche in questo afFare manifestava quella 
inerzia, che fu la sua debolezza, corne talvolta fu la sua 
forza; ed intanto il fermente cresceva in Casale. Lanza, 
intollerante di indugi, che mantenevano il male e potevano 
condurre a danni maggiori, unitosi con Oggero, deputato 
di Casale, presentô un’interpellanza e la svolse l’il feb- 
braio 1869. In essa, dopo di avéré deplorato che due de- 
liberazioni del Consiglio provinciale d’Alessandria o quelle 



— 176 — 


di 70 Coinuni del Monferrato continuassero a rimanere 
dimenticate od intralciate da interminabili pratiche am- 
ministrative, dopo di avéré dimostrato che l’interesse 
economico non doveva essere posposto a quelle pifi pre- 
zioso e più generale délia sainte pubblica, venne alla 
lugubre statistica dei decessi, convincente più d’ogni di- 
mostrazione. 

« Montre, egli disse, nel quinquennio dal 1869 al 1873 
vi sono in media 65 nati più dei morti, dal 1874, primo 
anno délia coltivazione a risaie nell’agro casalese, al 1878, 
vi sono 368 morti più dei nati. 

U Ma questo, o signori, non è tutto. Corne io vi ho 
dette, la coltivazione del riso in questa zona si è iiitro- 
dotta a poco a poco dal 1874 al 1878. Ebbene, vedete la 
progressione dei morti. Nel primo anno si contarono 18 
morti in più dei nati; nel seconde 26; nel terzo 34; nel 
quarto 63; nel quinte 227. Ora vedete che c’è una pro- 
gressione spaventevole. 

« Non è vero che si puô fare un calcolo degli anni che 
ci vogliono perché sparisca quasi intieramente la popola- 
zione diCasale? » 

Le risaie dell’agro casalese furono poi abolite ; ma non 
prima che un moto in Casale, creduto foriero di altri più 
gravi, non avesse deciso il Governo a scuotere la sua 
inerzia e ad uscire dalle hurocratiche tergiversazioni. 

Lanza propugnô pure in quell’anno un progetto di fer- 
rovia fra Chieri e Torino, che doveva poi inoltrarsi fine 
a Casale, e combattè la legge sulla fabbricazioue degli 
alcool, che soffocava quest’ industria, recando pure grave 
danno a quella dei vini, la quale, corne più tardi dimostrù, 
era già molto sacrificata dai trattati di commercio. 

Un taie accenno, date da Lanza, di ritorno alla vita po- 
litica, risvegliô in Minghetti la speranza di riaverlo, ga- 
gliardo commilitone, nelle file délia Destra ; e nel congresso 
delle associazioni costituzionali, tenutosi in Napoli, voile 



— 177 — 

parlare particolarmente di lui. Ma Lanza si affrettô a di- 
singannarlo, colla seguente lettera: 


Caro Minghetti, 


Casale, 13 gennaio 1880. 


Nel tuo bel dîscorso pronunciato testé nel congresso delle Asso- 
ciazioni costituzionali napoletane tu hai cercato di riempire una 
lacuna con una bugia officîosa, esprimendo loro il mio rammarico 
per non aver potuto intervenirvi. lo ti ringrazîo di questo tuo ri- 
piego O scappatoia, che ha potuto evitare a taluni ignari il dubbio 
che io avessi commessa una sgarbatezza. Ma tra noi si sa bene 
che io non sono stato nè invitato, nè avvisato, e se ne seppi 
qualche cosa non fu che per mezzo dei giornali. Comunque sia, mi 
congratulo del successo. 

Prendo quest’occasione per dichiararti che io non intendo più 
di fare parte del Comitato centrale delle associazioni per due buoni 
motivi: 1° Perché la mia lunga assenza da Roma m’impedisce di 
prender parte ai suoi lavori ; 2® Perché avendo già, da due mesi, 
date le mie dimissioni da Présidente deirAssociazione costituzionale 
di Torino, cessa la causale délia mia nomina di membro del Co- 
mitato centrale. 

Ti dico poi in un orecchio che desidero di riacquistare tutta la 
mia libertà in politica, perché se mi sottometto volentieri a una 
direzione, amo perô sapere prima dove sono condotto e per quali 
ragioni. 

Noi ci avviciniamo ad accidenti assai difficili e critici. Quale 
sarà l’atteggiamento, quali le risoluzioni del partito? 

La critica demolisce, non edifica. 

Ci soprastano le elezioni général! d’importanza vitale per il 
paese ; quale é il nostro programma ? senza bussola non si dirige 
bene una nave, e senza un obbiettivo chiaro e palpabile non si 
dirigono le elezioni. Eccoti aperto lealmente l’animo mio, che, sciolto 
da ogni solidarietà di partito, vuole regolarsi seconde le proprie 
convinzioni. 

Addio, sta sano ed amami 


Tuo aif,mo G. Lanza. 


Iî3 — L.\nza, Memorie. 


Vol. II. 



— 178 — 


Intanto il Ministère s’era un’altra volta cambiato ed al 
Depretis era succeduto Cairoli nella Presidenza dei Mi- 
nistri. La politica estera ed interna cra, sevra tutti gli 
altri, argomente di grave disguste e di timoré per la Destra, 
che, impensierita delle state poco rassicurante in cui si 
trovava l’Eurepa, decise di provocare un’interpellanza ed 
un’ampia discussione alla Caméra. 

Fu allora che, aile gravi amarezze provate già da Lanza 
un’altra venne a colpirle, amarissima fra tutte, centen- 
dendogli egni merito neU’occupazione di Roma ed espo- 
nendole al ridicele in faccia aU’Europa. Già un accenno 
su ceteste argomente erasi fatto da Nicotera alla Caméra, 
nel marzo 1874, lodando Sella, e lui soltanto, dell’ opéra 
che aveva compiuto l’unità italiana. 

Lanza, assente, s’era risentito non tanto deirafferma- 
zione contraria a verità, quanto del silenzio tenuto da 
Sella; e gliene aveva scritto, manifestandogli il suo disgusto 
e la sua meraviglia; ma Sella, dope aver risposto a Nicotera 
nella seduta successiva, aveva calmato Lanza colla se- 
guente lettera: 


Garo Lanza, 


Roma, lO marzo 1874. 


Credo che ti sei molto esagerato Tefifetto delle parole di Nico- 
tera, giacchè nè Castagnola, nè Visconti (di Ricotti non parlo), 
sebbene presenti nulla mi dissero. Anzi il giorno dopo (in cui, 
corne vedrai dall’annesso rendiconto, io estesi le parole di Ni- 
cotera agli anticlii colleghi), avendo detto prima ciô che voleva 
fare a Castagnola, questi non lo ravvisava una necessità. La sen- 
sazione, il movimento (corne dice il rendiconto à.t\V Opinions) per 
le parole di Nicotera, non fu già sulFavere io più o meno merito 
di questi o di quegli (se ti dovessi dire il mio avviso concluderei 
che ci manderebbero tutti yolentieri in Emaus), ma perché si cre- 
dette che io organîzzassi un partito con Nicotera. Indi dicerie e 
chiose senza fine, sovra parole che io credo dettate a Nicotera più 
che altro daU’indignazione, nel vedere corne oramai nessuno tenga 



conto dei servizi che si possono essere resî, cominciando da chi 
più il dovrebbe. 

Mi duole assai che tu non sia bene in sainte. Abbiti tutta la 
cura, e voglio sperare che le arie native ti guariranno presto. 

Tuo aff,mo amico Q. Sella. 

Si ritorno sei anni dopo su queirargomento, più acca- 
nitamente, nella discussione délia interpellanza che ora 
accennai. 

Rispondendo aile moite censure mossegli da capi délia 
Destra sulla politica estera, che veramente non era stata 
felice, Cairoli non credette di trovare modo migliore di 
difesa, che quelle di scagliarsi contre la politica seguita 
dalla Destra, e specialmente dal ministère Lanza, nella 
questioiie romana; politica che egli non esitô a chiamare 
poco decorosa. Era la seduta del 16 marzo 1880 . Scattô 
Lanza a quelle parole, osservando corne egli non avesse 
aperto bocca in tutta quella lunga discussione e corne 
gli paresse poco corretto quel sistema di accuse opposte 
ad accuse altrui; « ho fatto (esclamava) il Cireneo per 
tanti anni, ora sono stanco e non voglio più farlo « ; ed 
eloquentemente e con sodé ragioni difese tutti gli atti 
délia sua amministrazione dalle censure del Ministère. 

La discussione si riscaldava vieppiù, fra grida ed inter- 
ruzioni vivacissime dell’uno e delPaltro lato délia Caméra; 
ed in mezzo a quell’efFervescenza, Crispi, parlando di ti- 
tubanze del ministère Lanza, circa l’occupazione di Eoraa, 
e deirintervento di Sella alla riunione délia Sinistra, use! 
fuori nelle seguenti parole: 

Tonorevole Sella ci confessô più volte che incontrava opposizione 

nel Consiglio dei mîiiistrî e che gli oppositori 

erano l’onorevole Lanza, il quale pianse dinanzi al barone di Ma- 
laret (Si ride a sinistra). 

Il présidente Farini subito interruppe l’oratore, che de- 
sistette da quel discorso; e fu una giusta interruzione, 



che porté perô conseguenze più gravi per Lanza. Egli, 
corne assicurava più tardi, non udi quelle ultime parole; 
e parlando dopo Crispi, nulla disse deîle lacrime attri- 
buitegli; ma si limité a contestare, cosa che del resto era 
la più essenziale, che alcun dissenso vi fosse stato nel 
Consiglio dei ministri riguardo airoccupazione di Roma. 

« Posso dichiarare altamente, egli disse, senza tema 
d’essere smentito, che non ci fu mai dissenso sopra di 
questo îî. 

Crispi, rivolgendosi a Sella, lo invité a dire se non fosse 
vero che, nella riunione délia Sinistra, egli avesse pronun- 
ziato le seguenti testuali parole: 

« Se i miei colleghi non accettassero di andare a Roma, 
io mi dimetterei E Sella ammise ch’era vero, corne già 
lo aveva ammesso nel 1870 avanti al Senato. 

Corne si vede, la frase era stata voltata ed assumeva 
ben altro significato. Sella infatti giustamente osservava 
che anche Lanza e Visconti-Venosta avrebbero detto lo 
stesso se si fossero trovati al suo posto. 

Non si poteva dunque più parlare di opposizione di 
Lanza o di ripugnanza al grande passe. Ma Sella e Lanza 
nulla avevano risposto intorno alla strana storiella delle 
lacrime ; e questo basté perche i giornalisti constatassero 
quel silenzio, che la novella venisse subito telegrafata a 
tutti i giornali, e fra questi anche al Times, argomento 
saporitissimo di comment! infiniti, di risa su Lanza che 
non voleva andare a Roma, e che piangeva dinanzi al 
rappresentante di Francia, in atto di contrizione per Tatto 
che si stava per compiere dal Ministère contre la sua 
volontà. Lanza abbandoné Roma e si ritiré a Roncaglia. 
Egli affettava indifferenza a tutto quel subbisso di mem 
zogne e di contumelie, ma il suo cuore sanguinava e 
l’anima sua era accasciata. Crispi deve averlo supposto, 
quando, morto Lanza, commeraorandone egli le virtù, nella 
seduta del 10 marzo 1882, use! nelle seguenti parole, che 



— 181 — 


racchiudono un sentimento delicatissimo: « 

Dopo la morte, quello che più d’ogni altro ci punge, è il 
ricordo di avéré potuto fare, di avéré potuto dire qualche 
cosa che abbia recato dolore aile persone perdute ». 

w Oh lavorate, usci ad esclamare Lanza un giorno, de- 
dicate tutta la vostra vita alla patria, logorate, nel servirla, 
e traiiquillità, e salute ed averi; sarà molto se non vi la- 
pideranno. E se, per un colpo di foi'tuna, vi troverete in- 
iialzato un giorno al di là di quanto potevate sperare, 
quando avrete acquistato in voi stessi la persuazione che 
non siete stato un volgare politicante, che qualche cosa 
siete stato buono a fare anche voi, che Tavete fatto bene, 
che anche di voi dirà qualche cosa la storia, ecco che 
questa poveretta, ingannata anche lei, vi volta le caîcagna, 
e scrive a fianco del vostro nome che siete la figura più 
volgare e ridicola! » 

Ed altra volta soggiungeva: « Ammetto che non vi fu 
un gran merito; fummo fortunati, e la fortuna principale 
ci venne dallo stesso errore del disarmo: ma volere poi 
che io ripugnassi o titubassi nel fare un passo che Tul- 
timo dei Ministri non avrebbe esitato a fare, è cosa che 
passa la inisura ». 

Non fini qui la persecuzione ; si ricorse persino alla 
supposizione di lettere che non avevano mai esistito, per 
far credere che la calunnia era una verità; ed un gior- 
nale. Il Quotidiaiio, pubblicb due lettere, riportate poi 
da altri giornali anche di Destra, che si dicevano scritte 
Tuna da Lanza a Massari, e l’altra da Sella a Plebano, 
dalle quali risultava evidentissimo che Lanza non voleva 
l’occupazione di Roma, e che Sella, facendogli violenza, 
l’aveva compiuta. 

Sella smenti la lettera che gli si attribuiva; Plebano 
smenü di averla ricevuta; e Lanza, assicurando egli pure 
che la lettera che si diceva scritta da lui era apocrifa, 
scriveva al deputato De Zerbi: 



« È stomachevole quest’arte scellerata di denigrazione, 
-che dovrebbe, per l’onore délia stampa e del nostro paese, 
essere da tutti gli onesti severamente biasimata ». 

Délia storiella delle lacrime non si parlô più, fuorchè da 
qualche giornale uinoristico. Ecco, raccontata da Sella 
stesso l’origine di quella fiaba, tnitta da un fatto vero: 

Garo Lanza^ 

Roraa, 3 niaggio 1880. 

Vedrai neW Ojpinione la lettera clie io scrissi. La tua lettera 
mi aveva posto in imbarazzo. Mi pareva di rîcordare che tu non 
eri stato insensibile aile sventure délia Francia. Se poi tu avessi 
pianto O no davanti al Malaret, io non ricordo di averne udito 
parlare allora^ ma non potevo neppnre smentire categoricamente, 
giaccliè io non fui présenté a tutti i tuoi colloqui con Malaret. 
Mentre ero proprio in imbarazzo corne rispondere, trovo Massari, 
a cui espongo il mio imbarazzo, ed egli mi dice di ricordarsi per- 
fettamente che, forse 20 giorni dopo Sédan, egli ti trovô e tu gli 
dicesti, che anche allora non potevi ricordare Sédan e Napoleone, 
sema che ti venissero le lacrime ogli occhi, Allora mi decisi alla 
lettera che tu vedi néïV Opinione» Ivi la porto ed il Rizzo mi dice 
che poche settimane fa il Correnti gli disse: che tu parevi uomo 
duro, ma che non era vero, e che t’aveva visto piangere dirotta- 
mente per le sventure di Napoleone nel 1870, e tanto più mi con- 
fermai nel lasciar stampare la mia lettera com’è. 

Io non so se tu abbia pianto o no, e tanto meno se tu abbia 
pianto davanti a Malaret, ma io ti confesse che si poteva rettifi- 
care corne inesattezza storica non essendo vero, ma che non trovo 
offensiva la ipotesi délia sensibilità davanti a sventure cosi tre- 
mende, e neppure il compianto col vinto. Il pianto col vincitore 
puô essere una viltà, ma non certo la compassione col vinto. Addio. 

Tuo affjuo Q. Sella. 

Lo stesso Lanza, che aveva fieramente protestato contre 
la clebolezza femminea che gli si attribuiva d’aver pianto in 
atto di scusa, non negava il fatto com’era esposto da Sella. 

« Io era, egli diceva, con qualche collega nel inio Ga- 
binetto al Ministère, quando giunse, ansante e al côlino 



— 183 — 

deiremozione, il barone di Malaret; ci annunziô la terri- 
bile sconfitta toccata ai francesi a Sedan, e poi si lasciô 
cadere corne svenuto, sopra una poltrona. lo corsi subito 
a lui, e, mentre lo soccorreva, vedendo il povero Malaret 
in quelle stato, amico com’io gli era, e, nello stesso tempo, 
colpito dall’annunzio di tanta aventura piombata sopra una 
nazione e sopra Napoleone, a cui pur dobbiamo tanto, mi 
sentü fortemente commosso; e non giurerei che due la- 
crime non mi siano scese giù per le gote 

« Sublimi lacrime (esclama Silvio Spaventa) (1), se sono 
vere ! anzi, poichè egli era uomo che nascondeva sotto 
una scorza ruvida un animo affettuoso, schietto e buono, 
egli dovette piangere. Periva in quella sconfitta tutto un 
sistema che era stato il suo, e gli pareva il solo adatto 
a salvare la libertà e ravvenire civile d’Europa; periva 
un uômo, a cui per il bene fatto alla sua patria, aveva 
dovuto impedire il suo Re di portare aiuto in una estrema 
urgenza, e non doveva e non poteva piangere? Ma egli 
che piangeva non aveva lasciato commuovere dal suo cuore 
la sua mente, da non vedere e da non seguire la politica 
che sola poteva giovare al suo paese. 

« Qui, O signori, è grandezza; egli si prov6 uomo di 
cuore insieme e savio uomo di Stato; egli non mancô nè 
al suo passato, nè ai suoi sentimenti, nè ai suoi doveri 
Ma se era stata cosi facile la snientita al significato 
che si voleva dare a quelle lacrime, non fu altrettanto 
facile convincere tutti dell’assurdità délia voce che voile 
fare di Lanza un Présidente dei Ministri riluttante alla 
occupazione di Roma, che non vi acconsentl, e solo per- 
mise che Sella ve lo trascinasse cogîi altri Ministri. 
Non valsero le proteste di Lanza e le solenni sue af- 
fermazioni di unanimità di pensiero che era fra lui e 
tutti i suoi colleghi nel volere l’occupazione di Roma, non 


(1) Comm. cit. 



184 — 


la conferma di taie affermazione data da altri Ministri, 
non la parola solenne deU’onesto Castagnola, ministre an- 
ch’egli con Lanza in quelFepoca memoranda (1); quella 
voce persistette, o quanto raeno riinase la convinzione, 
mantenuta persino da taluni uomini di Destra e dai loro 
giornali, ed ancor oggi ripetuta, che Sella abbia avuto, 
in quel grande fatto, una parte culminante. « Affè di Dio 
(scriveva Lanza a D’Arcais, vedi lettera. 304), quali prove 
si hanno per afferraare che il Sella abbia esercitato un’a- 
zione culminante negli avvenimenti che portarono la ca- 
duta del potere temporale del Papa? Nessuna. Ed allora 

perché, per esaltare uno, deprimere altri? 

E questa si chiama storia. 

« Per evitare maggiori scandali, non intendo di rilevare 
per ora il guanto in pubblico; ma prevedo purtroppo che 
un giorno o Taltro dovrô farlo a difesa délia vera storia 
e délia dignità mia e de’ miei colleghi nel Ministero del 
1870 

Corne sia nata e siasi radicata cotesta credenza, non 
saprei. Forse provenne da qualche parola di più detta da 
Sella a taluno fra i deputati, mentre si organizzava Toc- 
cupazione di Roina, e quando Lanza credeva necessariis- 
simo il più assoluto silenzio ed il massimo riserbo; forse 
dall’urto che, dopo la presa di Roma, nacque fra Sella e 
Lanza, circa all’andata del Re nella nuova capitale e dallo 


(1) Il Castagnola, nella citata sua C-oinmemorazione di Lanza, cosi 

scrisse: u Yoi quiadi vedete, o signori, corne quel- 

l'impresa di Roma, pel modo col quale fu condotta, torni a non piccola 
gloria di Lanza. Eppure fu detto e ripetuto ch’egli non voleva venire 
a Roma, clie vi venue trascinato, e la strana accusa, a furia d’essere 

ripetuta, cominciava ad essere creduta 

« Ebbene io, amico di Lanza, io suo intimo consigliere, specialmente 
in quei giorni, devo vendicare la sua meraoria daU’infondata accusa; 
e voi ben aggiusterete fede alla mia testimonianza, ben sicuri cb’io non 
voglio macchiarmi d’uno spergiuro davanti una cosi solenne assemblea 



— 185 — 


zelo maggiore dimostrato da Sella in favore dei romani ; 
forse dalla condotta alquanto tergiversante tenuta da Sella 
nel 188Q, quando tutti esaltavano lui per deprimere Lanza; 
e forse da tutte codeste cause e da qualche altra ancora, 
riunite insieme. Eppure lo stesso Sella nulla disse mai 
che autorizzasse quella voce, nè la difese quando Lanza 
scriveva protestando ch’era una falsità, chè anzi, rispou- 
dendo a Nicotera, nel 1874, disse che tutto il Ministère, 
e non egli solo , aveva volute e compiuto quelTatto : e 
se ricorriamo agli atti del Parlamento del 1870, ed alla 
seduta del 20 agosto, quando si discuteva alla Caméra 
appunto deU’opportunità di andare a Roma, e la Sinistra 
rimproverava al Ministère l’accettata proposta di richia- 
mare in vigore la Convenzione del 15 settembre 1864, 
vediamo che Lanza non poteva esprimere in modo più 
esplicito le sue promesse, 

« Signorij egli diceva, i trattati non portano in sè una durata 
indefinita; i trattati si modificano quando mutano le circostanze, 
le co7idizionij secoyido gli avvenimenti. lo sono hen lontano dal 
credere che qiiesto trattato debha essere perpetuo 

Sella invece, che parle dopo Lanza, lasciô nella Caméra 
un’impressione ben diversa; e nella seduta del 24 agosto 
1870, diceva egli stesso al Senato quale fosse stata quel- 
rirapressione. 

U si disse da taluno (sono le parole di 

Sella), che le nostre opinioni non erano le stesse, che i nostri pro- 
positi non erano identici, in guisa che, si era immaginato che il 
mio collega. Ministre degli affari esteri, volesse procedere poco 
attivamente, 7nolto invece il Présidente del Consiglio; e che ic, 
parlando dopo di lui, avessi avuto in oriente di ricondurre gVim- 
pegni del Ministero nella questions romana al punto in cui V aveva 
posta il Ministero degli affari esteri w 

E fu per questo infatti che, non Lanza, ma Sella cre- 
dette necessario di recarsi alla riunione délia Sinistra, 



186 — 


per assicurarla delIe sue buone intenzioni. Ma questa 
questione délia volontà più o meno attiva dei Miuistri è 
cosa che sa di pettegolezzo più che di sincera ricerca 
délia verità, e poco importa che, alla Caméra, Sella dimo- 
strasse minore attività di Lanza, spinto forse a questo 
contegno da un lodevolissimo sentimento di prudenza. Cio 
che è certo si è che Lanza non fu mai trascinato da al- 
cuno nè a Roma, nè ad alcuna deliberazione che egli non 
credesse conveniente o non ancora opportuna. 

« Chi mi conosce un po’ da vicino, scriveva egli a Sidney- 
Sonnino (V. lettera 308), ben sa che il mio carattere 
non è guari adatto a subire l’altrui volontà e che, quando 
ho accettato un ufficio od una posizione ufficiale, ne adem- 
pio scrupolosamente i doveri nè lascio mai che altri ne 
usurpi le attrihunoni ed i diritti 

Fu detto, ma io non lo so, che Sella abbia proposto 
insistentemente che si anticipasse l’occupazione di Roma 
e che Lanza invece abbia voluto ritardarla ; e questo è 
infatti il vanto che alcuni attribuiscono a Sella ; ma è qui 
appunto che sta la più chiara dimostrazione del danno 
che talvolta arreca il troppo zelo degli amici. A me ripu- 
gna il credere che un uomo corne Sella, al qiiale certa- 
mente non mancava la chiara e pronta percezione delle 
varie situazioni politiche, fosse uomo di Stato cosl poco 
accorto, da non comprendere che neiragosto del 1870 
sarebbe stata una vera follia politica Tavventurarsi nell’im- 
presa di Roma, precipitando la soluzione di un avveni- 
mento che doveva venire, corne naturale conseguenza, da 
altri avvenirnenti più gravi ed imminenti. Infatti, non era 
necessaria una somma accortezza per vedere che, dopo le 
sconfitte già subite, l’esercito francese assai difficilmente 
avrebbe potuto rialzare le sue sorti. La mala sua orga- 
nizzazione, la tattica infelice, l’enorme inferiorità di fronte 
all’esercito germanico si erano già manifestate cosi chia- 
raraente, che non vipoteva essere più dubbio oramai sulla 



— 187 — . 


impossibilità di una rivineita. Intanto un’altra battaglia 
decisiva si attendeva di giorno in giorno ; ed era nella 
convinzione di tutti che, data una nuova sconfitta delle 
armi francesi, a Parigi si sarebbe proclamata la repub- 
blica; anche Nigra, scrivendo al Ministero, dava questa 
eventualità coine cosa certa. Era dunque logico che 
i Ministri tutti d’Italia si trovassero d’accordo nel divi- 
samento di aspettare che queireventualità, cosi vicina, si 
avverasse, prima di muovere il loro passo importantis- 
simo ; perché era pure logica la presunzione che la re- 
pubblica non si sarebbe più ingerita nè nello Stato pon- 
tificio, nè aelle cose italiane ; ed infatti cosi avvenne. 

E posta anche l’eventualità, meno probabile, o di una 
più lunga resistenza délia Francia aile armi germaniche 
od anche di un fatto d’armi a lei favorevole, non ne ri- 
maneva tuttavia diminuita la certezza che l’esercito inva- 
sore non sarebbe stato cosi presto scacciato dalla Francia, 
da non permettere airitalia di prendere una risoluzione 
uguale a quella che si riservava di prendere in seguito 
ad eventi più probabili. Certo è che, peggiore fra tutti i 
consigli sarebbe stato quello di lasciarsi trascinare dal- 
rirapazienza, sprecando un’occasione che non si poteva 
desiderare più propizia. L’Italia, occupando Roma rognante 
ancora Napoleone, non si sarebbe certamente risparmiate 
le difficoltù od almeno le giuste censure che évité an- 
dandovi, non dissenziente la repubblica francese. Dopo 
Sedan, è certo che unanime fu il divisamento del Ministero 
di subito entrare in Roma. 

Si rimproverô pure a Lanza di ripugnare dall’uso délia 
violenza e dallo spargimento di sangue, mentre Sella non 
aveva di cotesti scrupoli e diceva: « tutto purchè si vada w. 
Altro torto che si fa a Sella. A lui non ripugnava certa- 
mente ineno che a Lanza l’uso délia violenza e lo spar- 
gimento di sangue ; com’è altrettanto vero che Lanza non 
era meno deciso di lui nel voler Roma a qualunque costo. 



— 188 — 


pure speranclo d’averla senza Tuso delle armi, cbe certo 
gli ripugnava moltissimo, corne apertamente diceva. Non 
era già che egli si illudesse talmente da creder^ che il 
Papa, senza esservi costretto, acconsentisse a chiamare 
gli Italiani nella sua città; ma sperô, e Pintento fu rag- 
giunto, di allontanare la possibilità di un intervento stra- 
niero; sperô pure, per qualche tempo, che gli stessi ro- 
mani avrebbero posto il Pontefice nella necessità di non 
opporsi airintervento delPesercito italiano per ricostituirvi 
l’ordine. E questa speranza di lui era talmente anche quella 
di Sella, che questi gli porse aiuto nei concerti che si 
prendevano per queireventualità. Quando poi, cori Sedan, 
gli parve giunto il momento di passare le frontière, senza 
aspettare più altri eventi, Lanza, e con lui tutto il Mini- 
stère, sperô ancora di evitare un conflitto e lo tentô colla 
missione del Ponza di San Martino. Riescito vano anche 
-quel tentativo, usô la forza, colla convinzione, che non 
l’aveva abbandonato mai, di far valere un diritto. Questi 
sono i fatti : i giudizi sono tanti e si varii, che io amo 
meglio lasciare quelle definitive a tempi più lontani e 
più depurati da ogni passione. 

Il ministère Cairoli-Depretis, dopo aver ottenuto dalla 
Caméra l'abolizione délia tassa sul macinato, aveva creduto 
opportune d’approfittare deiropposizione incontrata al Se- 
nato per quella legge d’abolizione, per indire le elezioni 
generali, persuaso che, presentandosi agli elettori in quel 
momento e con un’aura cosi popolare, avrebbe ottenuto 
una grande e solida maggioranza. Le elezioni generali fu- 
rono indette pel 16 maggio 1880. 

Lanza si presentô agli elettori del 2° collegio di To- 
rino; tenue, insieme con Sella, una riunione al teatro D’An- 
gennes e vi pronunziô un discorso-programma applaudi- 
tissimo ; ma, più dei suoi meriti, valse allora Tintrigo del 
Governo che lo combatteva a spada tratta. Egli rimase 
soccombente per pochi voti. 



— 189 — 


Casale intanto aveva presentito il pericolo che Lanza 
correva a Torino e l’occasione le era parsa propizia per 
offrire finalmente a queiruomo la rappresentanza délia 
sua città nativa. Chi iniziô quella nobile opéra di riparà- 
zione fu l’avv. Oggero, deputato, allora scaduto, di quel 
collegio. Egli pubblicô che ritirava la propria candidatura, 
perché a nessun altro essa spettava^di diritto corne a 
Lanza : essere tempo che Casale contendesse questo suo 
cittadino agli altri collegi d’Italia. 

Lanza riusci eletto a primo scrutinio ; e la sera del 
16 maggio, chiamato dalla folia plaudente al balcone délia 
sua abitazione : « questo, diceva, è il più bel giorno délia 
mia vita ! « E dopo avéré in poche parole riassunto la 
sua condotta passata e quella che si prefiggeva di man- 
tenere per l’avvenire, cosl finiva: « Trentatre anni or 
sono, in una delle aule di questa città, in occasione del 
Congresso degli agronomi italiani, io pel primo ho solle- 
vato il grido che vi invito oggi a ripetere : Evviva Tltalia, 
libéra, una ed indipendente. Evviva il nostro Re ! » 

Un’altra onoranza, che lo commosse e gli fu carissima, 
egli ebbe il 20 settembre di quelPanno, in un banchetto 
che gli offerse TAssociazione costituzionale, la quale voile 
festeggiare con lui il compirnento del decennio dall’occu- 
pazione di Roma. 

Accolto e circondato corne un padre da’ suoi figli (cosi 
gli dfceva Oggero), egli vi pronunziô un discorso che credo 
opportune qui riportare, pel riassunto che contiene del- 
l’opera sua culminante : 

Signori, Colleghi ed amici carissimiy 

Io mi sento oppresso dalle lodi che mi vennero prodîgate da 
labbro amico, e condono alPamicizia di aver esagerati i meriti miei. 

Io so che nella mia vita mi proposi unicamente uno scopo : fare, 
in qualunqne posizione io mi trovassi, il do ver mio. Non ambii 
mai nessun ufficio pubblicô nè cliiesi mai nulla, e per quanto si 



— 190 — 

voglia rovistare negli atti délia mia vita, nessuno potrà trovar 
cosa da smentirmi. 

Ho sempre riconosciuto clie le posizioni più alte sono le più dif- 
ficili, perché implicano una maggiore responsabilità ; ond’è meglio 
allontanarsene che ambirle. 

Gli elogi che mi vennero impartît!* dairamico Oggero per aver 
avuto la gran fortuna di condurre l’Italia a Roma, erano diretti 
al certo a tutti i componenti TAmministrazione che reggeva in 
allora la cosa pubblica, e si adoperarono con raro zelo, e, crede- 
telo pure, tutti col più perfetto accordo, per sciogliere il difficile 
problema ; la verità è questa, o signori, per quanto siasi asserito 
il contrario; tutti fummo d’accordo. 

Ciô detto corne preambolo, io vi devo ringraziare di essere ac- 
corsi numerosi da ogni parte del circondario, per darmi una dimo- 
strazione cosî bella, cosi cara, cosi solenne, associando il mio mo- 
deste nome al più grande avvenimento del secolo. 

E mentre i Ministri di Sinistra, coi îoro più fidi amici, oggi 
salirono in Campidoglio per ringraziare gli Dei di un avvenimento 
cui non presero parte, Casale, questa patrîottîca città che fu la 
prima ad alzare il grido d’Italia libéra, voile dare una dimostra- 
zione d’affetto a chi fece pure qualche cosa per la liberazione di 
Roma. Io ve ne sono riconoscente e vi ringrazio, o signori, dal 
più profonde del cuore. 

Voi tutti conoscete Tiraportanza del grande avvenimento che qui 
festeggiamo. 

L’occupazione di Renia non va riguardata dal lato solo del van- 
taggio ricavato dall’ Italia, che è pure iramenso, poichè senza di 
essa non si sarebbe conseguito il consolidamento delFunità italiana, 
nè la necessaria quiete interna. Non c’era che il possesso di Roma 
che potesse far tacere tutte le gare municipali. Ma si deve inoltre 
riguardare il grande fatto dal lato di avéré atterrato il potere 
temporale, chiudendo Têra dei governi teocratici, e di avéré cosi 
assicurato la libertà alla Chiesa e resa possibile la conciliazione 
tra la religione e il progresse civile in avvenire. 

Ecco, 0 signori, corne coiroccupazione di Roma si è reso anche 
un grande servigio alla civiltà del monde. 

Non intendo ingrandire con ciô i meriti di chi Tha eseguita. 
Fummo fortunati. 



— 191 — 


Dal giorno in cui l’immortale Cavour, con fatidica iotuizione, 
dichiarava clie Roma capitale era necessaria all’Italia, tutti i Mi- 
nisteri si» sono occupati con più o ineno alacrità délia questione 
romana. 

Era questione ardua e irta di difficoltà. 

Stava da una parte il non possumus del Pontefice, daU’altra il 
jamais délia Francia. Cosî che noi dovevamo infine convincerci 
che il problema diveniva insolvibile, volendolo risolvere a questi 
patti. 

Si tentarono anche imprese audaci, patriottiche si, ma intem- 
pestive, le quali inasprirono la questione; e poco mancô che dopo 
Mentana ci venisse chiusa l’entrata in Roma. 

Non aggiungo di più; la storia dirà il resto. 

A dir vero, noi, nell’assumere il potere in sul finire del 1869, 
pensavamo da prima a ben altra questione, pure assai grave. 

Altro problema, se non tanto importante per l’unità délia patria, 
di sommo momento per Tavvenire délia nazione, era quelle di ri- 
parare alla condizione critica delle nostre finanze. 

Nel 1869 ci trovavamo ancora con 200,000,030 di déficit, 

Esauriti tutti i mezzi finanziari, bisognava appigliarsi aile éco- 
nomie sopra larga scala; e cosi il mio collega delle finanze si 
propose la divisa delle économie fino alVosso^ ed io quella délia 
lente delVavaro, riducendo gli assegnamenti e gli stipendi a tutti 
i funzionari ed agli altri impiegati dello Stato, perô in proporzione 
sempre minore, più si discende in basso. 

Si cominciô dal Re e dai Ministri. 

Vi dir6 fin l’ultimo de’ miei pensieri; s’incominciô dalla Corona 
e dai Ministri per potere poi facilmente in seguito discendere agli 
altri. 

Ebbimo a sostenere lotte ed opposizioni dolorose, che costarono 
la vita a qualche nostro collega. 

Si voile pure senza scrupolo introdurre économie nell’esercito, 
sulla generale persuasione che la pace non sarebbe stata turbata. 

Quando all’jmprovviso spuntù sull’orizzonte una nube nera che 
minacciava procella: la successiojie di Spagna. 

Cercammo per quanto ci fu possibile, con altre potenze, di stor- 
nare il conflitto fra Prussia e Francia e noi ci sîamo prestati fino 
ad acconsentire che un degno rampollo di Casa Savoia andasse 



ad occupare quel trono, causa e fomîte délia disastrosa guerra che 
poi ne segui. 

I Gabinetti d'Europa ci applaudirono per la generosa viondiscen- 
denza del nostro glorîoso Monarca, che a guarentire la pace d^Eu- 
ropa, poneva a repentaglio la sîcurezza di un suo caro figlio. Ma 
nemmeno questo mezzo bastô a scongiurare la rottura fra le due 
grandi nazioni. 

La guerra scoppiô perché guerra si voleva. 

Allora si cercô cosa doveva fare Tltalia. 

II Ministère, di propria iniziativa, e non spinto da altri, pro- 
clamé la neutralità e gli eventî, che con tanta rapidità si segui- 
rono, gli dimostrarono essere giunto il momento di sciogliere la 
questione romana coiroccupazione délia Città Eterna. 

Qui gravi accuse ci piombarono addosso. Fummo accusati di 
essere stati trascinati dal partito estremo, di avéré violato il de- 
liberato délia Caméra che voleva andare a Eoma coi soli mezzi 
morali e d’ accorde colla Francia, di avéré violata la fede pnb- 
blica coll’essere venuti meno ai trattati. 

Accuse tutte, o signori, dettate dall’invidia dei partit!. 

Edite in quai modo ci lasciammo trascinare dal partito estremo: 
tremila e più volontari alla frontiera pontificia furono disarmati e 
dispersi. Mazzini arrestato a Palermo e rinchiuso nella fortezza di 
Gaeta; Garibaldi stesso bloccato dalle nostre navi a Caprera. Queste 
severe misure vennero prese per impedire che moti rivoluzionari ve- 
nissero a turbare l’azione del Governo, e inquietare le potenze estere. 

Non abbiamo neanco violato il deliberato délia Caméra, perché 
i mezzi morali li abbiamo tutti esauriti. 

Tutte le potenze riconobbero la nécessita in cui ci trovavamo 
di andare a Roma e nessuna vi si oppose. Al Pontefice abbiamo 
fatto ponti d’oro, abbiamo oiferto le guarentigie più estese, ma 
dal Capo venerando délia cristianità si respinse ogni cosa. In al- 
lora le nostre truppe varcarono il confine e vennero accolte do- 
vunque con immenso entusiasmo delle popolazioni. 

Ecco la prova più convincente che i mezzi morali furono ado- 
perati largamente e con efficacia. 

Vero é che si fece qualche colpo di cannone, ma doveva forse 
Tesercito italiano arrestarsi di fronte a mercenari stranieri che in 
Roma imperavano? 



— 193 — 

Si disse che non dovevamo andarvi senza il consenso délia 
Francia. 

E dov^ e corne ottenerlo? Napoleone, Tamico nostro, e diciamolo 
pure, il grande, senza del quale non si sarebbe fatta l’Italia, era 
caduto. 

Ci fu riferito che una voce augusta a Parigi pronunciasse que- 
ste parole: plutôt les Prussiens à Paris que les Piémontais à 
Borne, 

Corne era ancora possibile di sperare un accorde colla Francia 
in questa questione? 

Si disse ancora: Vi era un trattato che vi vincolava; la Con- 
venzione del 15 settembre, dove stava scritto che non si doveva 
attaccare il territorio pontificio. 

Ma questo articolo, o signori, non riguardava i casi eccezionali, 
in cui i Governi contraenti si riservarono piena libertà d’azione. 
E la clausola dei casi eccezionali fu potentemente sostenuta dal 
compianto illustre La Marmora, nel 1864, contre il Ministère fran- 
cese per gli aJfari esteri, che non voleva saperne, finchè intervenne 
la volontà dello stesso Napoleone, il quale con una nota esplicita 
vi acconsenti. 

Ed era il nostro, ne converrete, un caso eccezionalissimo. 

Il Ministère che io aveva Tonore di presiedere, considerandolo 
taie, diramô, in principio di settembre 1870, una circolare ai Ga- 
binetti d’Europa, dimostrando con ampie ragioni la necessità per 
ritalia di occupare Roma. Tutte le potenze o approvarono aper- 
tamente Toccupazione di Roma o non vi si opposero. (Applausi) 

Taie circolare venne pure spedita in Francia, dove allora vi 
era il Governo délia difesa. E Jules Favre, parlando délia Con- 
venzione, disse: elle est bien morte, Soggiunse perô che non la 
denunciava per non recare dispiacere a un venerando ed infelice 
vegliardo, a Pio IX. 

Sénard, l’inviato straordinario di Francia, diresse a Vittorio 
Emanuele una lettera, fatta pubblica, in cui si rallegrava per l’oc- 
cupazione di Roma e pel modo con cui venne eseguita. 

Quando il principe Napoleone, dopo Gravelotte, venne in Italia, 
dichiarô che non aveva nulla in contrario airoccupazione di Roma 
e che era autorizzato a contrarre un trattato d’alleanza su questa 
base. 


13 - L.vnzv, Memone, 


Vol. II. 



— 194 — 


Lo stesso illustre Thiers, quando si recô fra noi per cercare 
aiuto, lo ammetteva corne fatto compiuto. E prima di lasciare 
ritalia venne a salutarmi, e stringendomi la mano mi^disse: al 
vostro posto, io avrei fatto corne voi. 

Vedete quîndi, o signori, che da ogni lato noi fummo in regola. 

Si puô dire che abbiamo colta Toccasione mentre la Francia era 
soccombente. Ma quando una nazione deve compiere la grave im- 
presa délia sua unità, sarebbe delitto per gli uomini che la gover- 
nano se non sapessero cogliere le occasioni per raggiungere la 
desiata meta. 

Credo cosi di avéré scolpato il Governo del 1870 dalle moite 
accuse mossegli suH’occupazione di Roma. 

Ma non era il tutto andare a Roma. Bisognava restarci, non 
ostanti le immense difficoltà. 

Il nostro gran Re, che ave va una sorprendente intuizione poli- 
tica ne’ grandi momenti, vi entré dicendo : ci siamo e ci reste- 
remo. E ci siamo restati. 

Bisognava trovare il modus vivendi. 

Le potenze non vollero immischiarsene ; ci dicevano: guardate 
di conciliare voi la Cliiesa e lo Stato e ci lasciarono fare sotto la 
nostra responsabilità. 

Allora preparammo la legge sulle guarantigie, quella legge tanto 
aspramente combattuta, tanto oppugnata e sprezzata dalla Sinistre, 
e che pure, dopo quattro anni che è al potere, non oso toccare e 
religiosamente la osservô. 

Tanto è vero che altro è il governare, altro è fare Topposizione. 

Quella legge ha consolidato e resa sicura roccupazione di Roma, 
rendendo possibile, fra le eterne mura, governo civile e governo 
religioso. 

Poco dopo roccupazione di Roma, vi era chi consigliava il Mi- 
nistère di cedere il posto alla Sinistra. Ma per buona sorte il 
concetto fu abbandonato. 

Non ci parve onesto abbandonare la breccia in momenti difficili, 
e vi rimanemmo fino a quando la legge sulle guarentigie avesse 
fatto la prima prova, e riescimmo anche a sopprimere le corpora- 
zioni religiose entro Roma. 

Ritirandoci dopo tre anni, abbiamo cercato che il potere andasse 
in mano a uomini, i quali seguissero le stesse nostre idee politi- 



— 195 — 

elle, al solo intento che venisse viemeglio consolidata la nostra 
posizione a Eoma. 

Venng il 1876 e la Sinistra sali al potere quando Topera na- 
zionale era compiuta; niuria questione interna, niiina colTEuropa. 
Le finanze fnori pericolo. Questo è T epitafio che con caratteri 
indelebili scriverà la storia. 

Dicaiio quel che vogliono i nostri avversari, ma questi sono 
fatti oramai indiscutibili. 

Ora che TItalia ha Eoma, non piio vivere soddisfatta senza un a 
politica degna delle grandi sue memorie. 

Sono ben lungi dal volere aspirare ad una politica classica dei 
Scipioni e dei Cesari, non più adatta ai nostri tempi ; ma è obbligo 
d’Italia d’inspirarsi ai grandi esempi de’ suoi antenati, e di seguire 
una politica dignitosa che sappia ad un tempo difendere e proteg- 
gere i nostri interessi alTestero e farci rispettare corne si conviene 
ad una grande nazione. 

Si deve rinnegare una politica di avventure e di cospirazioiii ; 
una nazione con ventotto milioni di abitanti e Eoma per capitale, 
deve dichiarare a fronte alta quali sono i suoi intendimenti esa- 
pere con accorgimento farli prevalere. 

La franchezza e la lealtà sono la divisa dei fort!, corne Tastuzia 
e la soperchieria sono quelle dei caratteri deboli. 

Una nazione di ventotto milioni non puo soffrire umiliazioni. O 
sono meritate, ed ha torto il Governo di essersi esposto a subirle, 
O sono immeritate ed allora bisogna avéré anche Tardire di rile- 
vare il guanto. 

Nella politica interna non vorrei vedere Governi che usano com- 
piacenze ai partiti estremi, si affiatano con essi e li appoggiano 
anche e ne ricevono appoggio. Ciô scema il prestigio delle istitu- 
zioni, e la serietà di chi regge i destini di una nazione. 

Nemmeno Tombra dei sospetto deve cadere sugli uomini che 
governano, di essere meno che fedeli aile istituzioni che hanno 
giurato di tutelare. 

La legge imperi sovrana ed imparziale. Questo è il segno e la 
prova caratteristica dei popoli veramente liberi. Non c’è Governo 
più fatale di quelle che amministra per favorire il proprio par- 
tito. Non è dottrina nuova ma antica; lo disse Cicerone nel suo 
aureo libro Délia repuhblica: Un Governo il quale favorisée solo 



una parte e rende malcontenta Taltra, semina discordia e guerra 
civile. 

Naturalmente un Groverno deve amministrare con le jdee del 
partito elle rappresenta, ma applicando le sue idee, non deve far 
preferenze e parzialità. 

Tutti gli atti degli uomini chîamati al Groverno devono essero 
improntati alla più scrupolosa moralità. Non distinguo fra pubblica 
e privata; distinzione ipocrita e falsa. L’esempio cade dair alto. 
Col suo esempio il Governo pu6 educare o corrompere i popoli. 

Ecco Taugurio lieto che io faccio in questo giorno al mio paese; 

10 non sono sfiduciato : ITtalia si rîalzerà a riprendere il suo vero 
posto. 

E me lo assicura particolarmente lavere sul trono una Dinastia 
che ha redenta e riunita ITtalia, colla quale si è immedesimata, 
e che colla ammirabile sua attitudine sa e pu6 tenere a segno i 
partit! che prevaricassero. 

E me lo assicura inoltre Tesempio, al quale deve inspirarsi il 
popolo, di un Ee e di una Regina, che sono lo specchio di ogni 
virtù cittadina. 

Fortunata ITtalia che trova dovunque un’eco, quando si solleva 

11 grido che io qui pure sollevo e che verrà da voi secondato : 

Evviva il Re — Evviva la Regina. 

Le nuove elezioni, contrariamente aile prévision! del 
Ministère, avevano di molto rinforzato alla Caméra il par* 
tito di Destra e non avevano valso a rendere la maggio- 
ranza ministeriale più compatta di prima. Lanza non 
isperava tuttavia di rivedere la Destra al Governo, ed in 
questa persuasione lo induceva il vedere che la Destra 
non aveva ancora saputo presentare un programma proprio, 
da contrapporre a quelle del Ministère, e l’opinione che 
Sella non era il capo che potesse guidarla in quelle lotte 
difficili. Egli, quando aveva saputo di codesta scelta fatta 
dai principali di Destra nella persona di Sella, francamente 
gli aveva dette : « tu non sei fatto per questo : non riu- 
scirai e Sella gli aveva risposto a mi vi prover6! » Lanza 
aveva indovinato. Sella stesso, dopo di essersi sciupato nel 



voler propugnare la tassa del macinato, tassa già odiosa 
e fatta più odiosa ancora dal colpo che le aveva portato 
il Miiii^ero, proponendone l’abolizione, s’era dimesso da capo 
deiropposizione. Queste dimissioni, non accettate nè re- 
spinte, produssero la confusione che è naturale in un partito 
acefalo. Lanza non combattè Tabolizione délia tassa sul ma- 
cinato. Egli avrebbe preferito che fosse stata mantenuta, 
invece di ricorrere a nuovi balzelli, almeno fino a che si 
fosse giunti all’abolizione del corso forzoso, senza inaggiori 
aggravi pel Debito pubblico; ma poichè vedeva che, dopo 
la proposta ministeriale, ogni opposizione sarebbe stata 
inutile, avrebbe desiderato che la Destra, invece di soffer- 
raarsi ad uno stérile contraste, vi si fosse adattata, chie- 
dendo che con altre entrate si provvedesse a risarcire le 
finanze délia perdita che venivano a subire, per la sop- 
pressione di un cespite di reddito cosî considerevole. 

La tassa del macinato non l’aveva mai approvata, pa- 
rendogli che indisponesse le masse contre le istituzioni. 
Questa era stata una delle cause che avevano determi- 
nato il suo ritiro dal ininistero La Marmora, allorcliè Sella 
già stava formandone il progetto, e quindi non è a me- 
ravigliare se, quando Tabolizione di questa tassa fu di- 
scussa e votata dalla Caméra, egli, ad onta delle solleci- 
tazioni degli ainici, se ne tenne lontano. 

Vi fu un momento in cui Lanza credette e sperô che, 
per un caso impreveduto, Sella potesse giungere al‘üo- 
verno, Présidente dei ministri. La politica interna dei 
Ministeri di Sinistra, molto arruffata in principio, era 
andata via via migliorando per le lezioni attinte dall’espe- 
rienza e dai frequenti voti di sfiducia délia Caméra; ma 
la politica estera manifestava troppo l’inesperienza delle 
mani che la dirigevano e lo si vide specialmente, pur 
troppo in modo irreparabile, in due grandi • occasioni che 
si presentarono, durante quel periodo di tempo, col Con- 
gresso di Berlino e coH’occupazione francese délia Tunisia, 



— 198 — 


Al Congresso di Berlino, succeduto alla guerra san- 
guinosa délia Russia contre la Turchia, anche Tltalia 
si assise fra le grandi Potenze ; ma ne uscl qliale vi 
era entrata, paga d’avere concorso col voto a sanzionare 
le ripartizioni di popoli che altre potenze si eraiio faite 
fra di loro. 

Lanza, scrivendone al professore Auguste Atti, escla- 
mava: « . . . . dovemmo ancora assistere allô spettacolo 
di una sanguinosissima guerra, dopo la quale si divisero 
i popoli corne armenti, senza tener conto nè délia nazio- 
nalità nè del voto popolare. 

« È deplorevole che l’Italia, o meglio il suo Governo, 
abbia preso parte a questo indegno mcrcato , mentre 
la sua missione era chiaramente segnata dalla recente 

storia del suo risorgiinento » (V. let- 

tera 290). 

Più grave per l’Italia, perché di conseguenze più im- 
médiate e più dirette, fu il fatto dell’occupazione délia 
Tunisia per parte délia Francia. L’Italia non aveva celato 
le sue cupidigie per quella terra, sulla quale era sorta 
un tempo l’antica Cartagine ; ma, non abbastanza prudente 
per celare i suoi desiderii e non abbastanza audace 
per appagarli d’un tratto con un ardito colpo di mano, 
aveva destato la gelosa attenzione délia Francia, che 
aveva osato ciô che l’Italia non si era sentita in grade 
di osare. 

Di quel fatto s’erano coinmossi gl’italiani; grida d’indi- 
gnazione s’erano levati contro Cairoli, ministre degli esteri, 
che colla sua politica, al risultato sconfortante del Con- 
gresso di Berlino, aveva aggiunto quest’altro, peggiore del 
primo ; ed un voto di sfiducia délia Caméra aveva colpite 
il Ministero. 

Lanza cosl giudicava quel grave avvenimento e le sue 
conseguenze, scrivendo ad Ubaldino Peruzzi : 



— 199 — 


Ronoaglia, 1“ agosto 18:il. 

^Caro Gollegay 

Vi ringrazio di avermi procurato il mezzo di leggere Feccellente 
vostro articolo sulla questione Tunisina. 

La difesa che ivi fa te degli interessi e delle ragioni nostre, 
non che délia condotta del console Macciô, non lascia più nulla a 
desiderare. 

Ma cio non estante i francesi non le lascieranno correre senza 
ribatterle ed a me pare che hanno buon giuoco. 

Se noi abbiamo interessi a tutelare nella Tnnisia, sia commer- 
ciali che politici, la Francia ne ha pure assai. 

Subito dopo la conquista deU’Algeria, la Francia colse tutte le 
occasioni favorevoli per assodare la sua influenza nella Tunisia, 
prevedendo corne, per la sicurezza délia sua colonia, fosse neces- 
sario di guarentirsi da questo lato. Essa aiuto il Bey di Tunisi ad 
emanciparsi affatto dal Sultano; essa mandù ufficiali francesi per 
organizzare il piccolo esercito délia Reggenza. Essa stabili collegi 
e pose le mani sulla posta, sui telegrafi, sulla finanza e sul crédité. 
Essa dominô quasi sempre suiranimo del Bey. Da tutto ciô era 
ben chiaro che la Francia non voleva lasciarvi prevalere Tinfluenza 
di qualsiasi altra potenza sulla sua. 

Ma il Governo italiano in questi ultimi anni voile cercare di 
scavalcare la Francia e combiné il famoso affare deiracquisto del 
tronco ferroviario délia Goletta. 

Meno male se non gli avesse date Taspetto di un affare politico 
e di un successo diplomatico. Qui fu Terrore del nostro Governo, 
in cui pur troppo anche il Parlaraento inciampô, colla sua appro- 
vazione data a quel contratto ed alla garanzia dello Stato. 

La Francia ritenne questo atto corne un tiro poco leale fatto a 
lei e si decise a prendere una rivincita. 

Dunque l’occasione o il pretesto alla occupazione francese e al 
suo protettorato délia Tunisia gliela somministré il nostro Governo 
colla sua condotta, furbesca si, ma poco accorta. 

Cosa rimane portante a fare ora ? A mîo giudizio null’altro che 
rassegnarsi con dignità e non fare gli spaccaraonti. È presto dette 
faremo la guerra colla Francia, prenderemo la nostra rivincita 
d’accordo coirAustria o colla Germania, ma questa è una politica 



— 200 — 


fautastica clie ci tira addosso il ridicolo di tutti. Noi abbiamo ne- 
cessità di pace e di lavoro anzituttol e se mai gli avvenimenti 
ci trascinassero, volenti o nolenti, ad una guerra, dovr^mo sce- 
gliere le nostre alleanze dove saranno maggiori i nostri interessi 
e la probabilità délia vittoria ; non stabilire a priori, unicamente 
con spirito di risentimento. 

È certamente una sventura Toccupazione fraiicese délia Tunisîa. 
La Francia con questo dominio ci accerchia vieppiù e ci preme 
anche al mezzodi e domina le nostre acque; ma corne avremmo 
mai potuto impedirlo? La posizione, ripeto, era gîà molto prima 
pregiudicata, ed era assai difficile allltalia di disfarla. 

Con più prudenza solo si sarebbe potuto procrastinare. Secondo 
il mio modo di vedere, il nostro Governo ebbe il grave torto di 
non avéré preveduto che la Francia era, dai suoi precedenti e dalla 
situazione già presa in Africa^ impegnata e interessata a non la- 
sciare sorgere o crescere Finfluenza di qualsiasi altra potenza 
sopra la Tunisia. Se ciè avesse riconosciuto, esso doveva regolarsi 
altrimenti ; vale a dire : o contentarsi di conservare quello che già 
aveva, mantenendosi nei migliori rapport! colla Francia e anche 
non disconoscendo la posizione acquistata da lei e la necessità di 
conservarla; ovvero, volendo contrastare questa influenza, doveva 
prima assicurarsi delFappoggio delFInghilterra. Ma esso non fece 
nè Funo nè F altro, e si cimento alla cieca con una potenza più 
forte. Ne doveva quindi seguire, corne ne segui, uno smacco e 
una umiliazione. 

Eicordiamoci la storia del pot de terre et pot de fer, 

Vostro G. Lanza. 

Il Ministère s’era dimesso ed il Re, dopo inutili ten- 
tativi fatti dalla Sinistra, aveva affidato a Sella Fincarico 
di cornporre una nuova Auiministrazione. Questi, sempre 
mosso dall’idea di una vicoinposizione dei partiti, idea che 
Lanza aveva combattuto coine poco pratica e d’efîetto non 
duraturo, tentô priinieramente di riunire con sè i capi di 
varii gruppi d’ogni parte délia Caméra; ma poi, vedendo 
l’impossibilità di riescirvi, dopo moite titubanze, si rivolse 
a Lanza per consiglio. 

Ed il consiglio fu di poche parole: « Se non riesci a 



— 201 — 


comporre un Ministero di diversi pa titi, compoiiilo di 
Destra e Ceiitro, ma non isgomentarti, cammina dritto, 
e vedrîfi che farai bene ». Sella, al contrario, si sgoinentô 
ai primi passi che fece. Non appena si seppe del tentativo 
ch’egli aveva fatto di un Ministero di Destra, fu un di- 
luvio d’invettive e di minaccie che usci dai giornali di 
Sinistra. Si ricorse alla piazza, si organizzarono dimostra- 
zioni, e qualche tumulto scoppio in alcune città. Sella si 
esagerô Timportanza di quelle manifestazioni, e mentre 
Lanza, assicurato da lui che in qualunque modo avrebbe 
composto un Ministero, abbandonava Roina e giungeva a 
Casale, Sella si presentava al Re, e rinunziava al man- 
date, che veniva riconferito a Depretis. 

Lanza fu addolorato délia titubanza dell’ amico; ma 
non v’era più rimedio. Un solo vi sarebbe stato, e Sella 
stesso glielo aveva suggerito, quando, prima di decidersi 
ad abbandonare il consiglio di Lanza « sai, gli disse, chi 
potrebbe compiere sicuramente questo disegno? tu stesso; 
anzi giii ne parlai al Re, e se io non riesco, gli dirô che 
si affidi a te l’incarico. Io? (rispose Lanza), impossibile! 
Voi stessi délia Destra m’avete chiuse per sempre le porte 
del Ministero ». Ed erano cosl risolute quelle parole, che 
Tamico non insistette più. L’opposizione di Destra non 
poteva manifestare più aperta la sua impotenza. Era Tef- 
fetto d’uno sconforto generale, che s’era appreso aU’animo 
di tutti ; esagerato forse, ma taie che riduceva airinerzia 
anche i più coraggiosi. Questo era il sentimento che do- 
minava anche l’animo di Lanza e che, ai rimproveri mos- 
sigli dal conte Ignazio Lana per la sua scomparsa dalla 
scena politica, lo induceva a rispondero colla seguente 
lettera amarissima : 

Egregio signore, 

Casale, 30 aprile 1881. 

La sua lettera che lamenta e rimprovera il mio silenzio e la 
mia astensione dalla cosa pubblica, è degna di un patriota pa r suo. 



— 202 — 


A mia discolpa io posso perù addurre la mia età, che ha giA 
varcato i 70 annî, e le condizioni mie famîgliarî, che non mi per- 
mettono un lungo soggiorno in Roma. Aggiungasi che lo §jfcato dei 
partiti è taie, da rendere infruttuosa Topera di qualsiasi cittadino, 
che abbia solo per norma Tinteresse generale, e perciô la giustizia 
e Tonestà. Cramai non è più possibile governare, e quiiidi acca- 
parrarsi una maggioranza, se non con blandimenti e favori perso - 
nali. L’opportunismo e Tindividualismo c'invade da ogni lato, vuoi 
a sinistra, vuoi a destra, e male accolto è colui che professa il 
culto del bene pubblico, e non vuoi piegarsi aile esigenze delle 
passioni egoistiche. Questa prevalenza d’idee e di sentimenti basta 
da sè a spiegare Tincompostezza e il disordine dei partiti, il con- 
tinue decomporsi e ricomporsi di gruppi e di frazioni senza alcun 
concetto politico, ma secondo i propri appetiti, e i calcoli più o 
meno probabili di avvantaggiarsi. 

D’Azeglio lasciô un grande rîcordo, quando scrisse: Ora che 
Vltalia è fatta hisogna formare gVltalimi, I caratteri interi man- 
cano; abbondano i bindoli e i furbi che pensano più a se stessi che 
al paese. Senza una forte educazione, TItalia non si rileverà dal 
marasme che la consuma, rimarrà una nazione fiacca, gracile e 
sbattuta da tutti i venti, ossia dalle passioni violente di qualclie 
individualità audace o astuta. Ma chi riformerà la nostra educa- 
zione? Ecco il circolo vizioso. Ci occorrerebbe un gran Re e 
un gian Ministre, che sapessero dominare il Parlamento e Topi- 
nione pubblica, seppure esiste. Ma non è che la Provvidenza, o 
il caso, corne suolsi dire, che potrebbe fare questo gran regalo 
alTItalia. 

Per me assiste con dolore a questa lenta decomposizione e umi- 
liazione. Non esiterei a sacriôcare i pochi giorni che ancora mi 
rimangono per arrestarla, ma mi sento impotente in faccia del- 
Tapatia generale. Dove non esiste uno spirito pubblico che si ri- 
senta e scatti contre atti che oifendono la giustizia e la moralità 
pubblica, che compromettono la nostra sicurezza e le nostre isti- 
tuzioni, ovvero umiliano alTestero la nazione ; quando non si palesa 
questo slancio dello spirito pubblico, nessun uomo politico puô avéré 
influenza sufficiente per bastare da sè. Egli puô muovere la leva 
quando ha trovato un punto d’appoggio. Questo punto uhi consistam 
non è che lo spirito pubblico. Ma dissi già abbastanza e forse troppo 



— 203 — 

perô dovevo rispondere alla franca sua chiamata con franche e 
schîette parole. 

S'assiouri che io sono sempre, ora, quale fui nel passato, e non 
saprô giammai piegarrai a una politîca di condiscendenze e di si* 
monie, perché sono convinto che non vi è peggior peste perrovi* 
nare gli Stati e demoralizzare i popoli. 

Accolga, mio signore, i sensi délia distinta mia considerazione, 
e mi creda 

Suo dev.nio G. Lanza. 

A produrre un taie sconforto, forse esagerato, nel sua 
anime, concorreva grandemente Tisolamento che la morte 
aveva fatto interne a lui. Pechi giorni prima di Vittorio 
Emanuele era morte Alfonso La Marinera, Tuomo che più 
somigliô a Lanza nel carattere ; poi papa Pie IX, del quale 
Lanza scriveva: « In fonde del suo cuore conservé sempre 
amore per Tltalia; se non fosse stato Papa, sarebbe forse 
divenuto uno degli uornini più eminenti e più benemeriti 
del risorgimento italiano « ; poi Ricasoli, Bon-Compagni, 
poi Castelli e Malenchini, intimi amici di lui e caldi pa- 
trioti. Anche Nino Bixio era perito miseramente; quell’a- 
inico che tanta arnmirazione e tante affetto aveva sempre 
conservato per Lanza; non era passato anno senza che 
più lutti venissero dolorosamente impressi nel cuore di 
lui, che non sapeva sottrarsi a quell’istintivo accasciamento 
ed a quella tristezza che produce la solitudihe. 

Ma appunto per questo gli parevano più cari e più pre- 
ziosi quelli che rimanevano ancora e non voleva che di- 
sertassero il posto; laonde, quando Sella, non meno scon- 
fortato di lui, mandé alla Caméra le dimissioni dalla carica 
di deputato, Lanza cosi gli scrisse: 

Caro Sella, 

?0 gennaio 1882. 

Ho letto con grande sorpresa e vivissimo dispiacere che tu abbia 
mandate al Présidente délia Caméra le dimissioni di deputato, per 
motivi di salute. Non posso rimaner persuaso che altre considéra* 



— 204 — 


zÎQni non ti abbiano spinto a questa gravissîma determinazione, e 
forse sono quelle sulla triste situazione politica in cui versiamo, 
e lo sconforto di non poterla raddrizzare. r 

Suppongo ciô, giudicando da me stesso. 

Perô il momento è troppo critico, il pericolo è troppo grave, si 
che non permette di abbandonare la posizione, meno poi a te, in 
cui il partito moderato ripone le sue speranze. Pensa che il tuo 
esempio potrebbe aver seguito e giustificare la ritirata di parecchi 
al tri, collo sgomento délia parte più sana e sa via del paese. So 
quanto tu sia fermo ne’ tuoi propositi, e difficile a rimuoverti, ma 
so pure che sei sempre pronto ad ogni abnegazione e sacrifizio, 
quando sono dalla patria rîchiesti. 

Spero quindi, e te ne supplice, che tu accetterai un congedo, 
e ritirerai le tue dimissioni, ascoltando il voto unanime de’ tuoi 
amici, fra i quali verrai anche contare il 

Tuo ajf.mo G. Lanza. 

In quei giorni Lanza aveva risollevato l’animo a novelle 
Bperanze. La Destra, riescita più forte di circa sessanta 
voti, gli pareva che, riunita attorno ad un cnpo energico, 
avrebbe potuto in poco tempo divenire formidabile oppo- 
sizione, di fronte ad un Ministero che mal si reggeva, 
peggio sorretto da una maggioranza indiscipliuata; ed in 
un momento in cui si senti ribollire nelle vene il sangue 
dell’antico capitano, fu udito esclamare : « Oh se avessi 
Boltanto i denari necessari per vivere in üoma tre mesi, 
in tre mesi mi sentirei di gettare a terra quel Ministero! » 

Ma già da tre anui la sua Roncaglia non rispondeva 
più aile cure ch’egli le prodigava. Le viti, trascurate da 
molto tempo, montre egU curava gl’interessi délia sua pa- 
tria, ed in quegli anni flagellate or dalla grandine, ora 
da malattie, non sempre gli rendevano le spese di coltura; 
e Lanza non poteva andare a Roma tutte le volte che 
avrebbe voluto, nè fermarvisi per lungo tempo tutte le 
volte che vi andava. 

Egli sfogava la sua attività nel dedicarsi agli uffici meno 



205 — 


dispendiosi di consigliere provinciale e comunale délia 
sua città e di Présidente deU’Associazione costituzionale 
casalese« In quei giorni egli passava ore intiere ad assi- 
stere ai lavori, che aveva propugnato, di ampliamento délia 
stazione ferroviaria di Casale e si compiaceva nel vedere in- 
cominciata la demolizione dei bastionl, che divenuti inutili 
per la difesa, erano, e sono ancora oggi in parte, una cintura 
anti-igienica per la città ed un grave ostdcolo alla sua 
espansione. Interveniva diligentemente a tutti i consigli 
e si adoperava, con frequenti riunioni serali dell’Associa- 
zione costituzionale, e con articoli sul giornale di questa, 
a spandere le sue dottrine di governo, d’amministrazione 
e di vivere civile. 

Era stata approvata la nuova legge elettorale politica, ter- 
mine di mezzo fra la precedente legge e il suffragio univer* 
sale. Lanza la credeva preinatura, ma tuttavia, vedendo clie 
il volerla combattere sarebbe stata opéra vana, si era li- 
mitato, insieme con i capi di Destra, a propuguare la pro- 
posta che, corne criterio di capacità, si dovesse esigere 
dagli elettori il compimento degli studi délia seconda ele- 
mentare e non délia quarta, corne da alcuni si proponeva; 
e questo chiedeva per la considerazione che i comuni ru* 
rali, per la maggior parte, sono sprovvisti di un corso 
ccmpleto di scuole elementari, che abbondano invece nelle 
città; e non gli pareva giusto che si dovesse dare in taie 
modo una prevalenza alla città sulla campagna e quindi 
airelemeiito più turbolento su quello moderato. 

Egli insisteva ancora perché non si abbandonasse af- 
fatto il requisito del censo; acconsentiva a ridurlo ad un 
minimum di 5 lire di tassa, ma purchè fosse mantenutoj 
e fu nello sviluppare tali suoi concetti, nella riunione che 
sopra accennai, al teatro d’Angennes a Torino, che uscl 
nella frase rimproveratagli: « elettori che non siano riusciti 
a guadagnarsi tanto da pagare 5 lire di tassa è meglio 
perderli che trovarli n (V. lett. 300). 



— 206 — 


Anche lo scrutinio di lista era stato approvato; ed an- 
che questa innovazione piaceva a Lanza, che già l’aveva 
proposta quand’era Ministre, per le elezioni dei consi- 
glieri provinciali, parendogli che dovessero cosi rendersi 
piû difficili le corruzioni elettorali e che il voto assumesse 
una maggiore itnponenza. 

Su proposta di Crispi, era stato approvato un articolo, 
in virtû del quale tutti i cittadini che sapessero scrivere 
una loro demanda autenticata da notaio, avevano diritto 
di essere inscritti fra gli elettori politici. Lanza, volendo 
preparare il collegio aile future elezioni generali, apri le 
sale dell’Associazione casalese a tutti i cittadini che vo- 
lessero presentarsi per redigere le demande d’iscrizione ed 
ottenne che tre notai vi si alternassero tutti i giorni 
per autenticarle. Fu numerosissimo il concorso che vi si 
ebbe; ed era bello il veder quel vecchio uomo di Stato 
assistere per ore ed ore a quel continue andirivieni di 
popolani, osservare sorridente la fatica ed i sudori che 
costavano, a taluni fra gli accorrenti, quelle due o tre 
linee di scritto, e poi flrmarvisi da testimone. Era quello 
l’ultimo modeste servigio ch’egli rendeva alla sua patria: 
in quei giorni già gli serpeggiava pel cori)0 quella ma- 
lattia che doveva troncargli la vita. Si lagnava, coi soci 
che lo attorniavano, di disturbi intestinal!, di frequent! 
accessi di febbre, ribelli al chinino, e la sua figura, che aveva 
sempre conservato alcunchè di giovanile, s’era fatta vecchia 
d’un tratto ed il corpo si era un poco incurvato. 

Fosse per un intime presentimento di prossima fine o 
per la divinazione inconscia d’un cuore ben fatto, Lanza 
nell’ultimo mese di sua vita pensô al tenero amico délia 
sua giovinezza, ad Ascanio Sobrero, ch’egli aveva cosl 
crudelmente sacrificato aU’amore di patria. Quella memoria 
)o inteneri e gli scrisse: 



4 febLraio 1882. 


« Caro AscaniOj 

Mettendo ordine aile mie carte e corrispondenze, mi passarono 
«otto gli occhi alcune tue lettere e de^ tuoi fratelli, clie portano 
la veccliia data di mezzo secolo fa. Rileggendole, mi sentii commosso 
dalle frequenti espressioni di calda e sincera amicizia che allora 
strettamente ci legava e mi colse il vivo rammarico che siasi 
troncata, per causa che io sinceramente deploro. Credei allora mio 
dovereiii fare quello che ho fatto, sotto l’ispirazione del senti- 
mento politico, che era quello di attirare in Piemonte le celebrità 
maggiori d’Italia, onde farne il centre del movimento scientifico e 
politico délia Penisola. 

Se la preferenza data ad un altro al poste cui tu degnamente 
aspiravi doveva dispiacerti, non' poteva per5 offendei’ti, conoscen- 
done il vero motive. A me pure queiratto costô molto, ma, credilo 
pure, lo avrei fatto se in vece tua si fosse trovato un mio fra- 
tello, perché era persuaso di compiere un’azione patriottica. Avr6 
errato, ma puro era ed elevato il sentimento mio. 

D’allora in poi sono passati poco meno di 25 anni e siamo oramai 
giunti entrambi al tramonto di una lunga e laboriosa vita. 

Io amo credere che in questo lungo periodo di tempo, la nostra 
amicizia, sorta nell’infanzia, non fu affatto spenta^ ma rimase as- 
sopita; e confido che tu non ti rifiuterai di stringere la mano 
che affettuosaraente ti porge il tuo amico 

G. Lanza. 


L’ottimo Sobrero subito rispose: 


Gara Giovanni, 


Toriao, 6 fel>braio 1882. 


Fu una sorpresa per me, il ricevere una lettera da Casale, dove 
io non ho più nessuna persona da cui potessi aspettare una missiva. 

Ma non appena lessi l’indirizzo conobbi tosto la tua scrittura, 
ed esclamai; è Lanza! Figuratî con quaremozione io percorsi i 
tuoi caratteri e le espressioni tue, colle quali, deplorando la causa 



— 208 — 


che, or fanno 25 aani, ruppe la nostra recîproca amicizia e por- 
gendomi la mano, mi inviti a stringerla in segno di riconcilîa- 
zione! E bbene, di gran cuore e con tutta Teffusione deiranîmo 
accetto il tuo invito, pongo la mia mano nella tua, e ritorno a 
quoi sentiment! che tu accenni, corne quelli che ci univano, prima 
che la politica venisse a turbarlî. 

È singolare che la politica, da cui mi tenni sempre estraueo^ 
abbia dovuto nuocerrai più volte, e appunto per opéra di amicl ai 
quali io era sinceramente affezionato. E poichè dagli atti si giu- 
dicano gli uomini, cosi fu cosa naturale che quelli che mi si mo- 
strarono avversi io considerassi non più corne amici, e me ne al- 
lontanassi. 

Questa fu una fase dolorosîssima délia mia vita. E quanto a te, 
mio caro Giovanni, corne spesso, neirincontrarti per le vie, mi 
sentii stringere il cuore, pensando che tu non mi eri più il fido 
amico degli anni délia gioventù, e fin deU’infanzia ! Quante volte 
nel sogno ti raffigurai a me dinanzi, e ti accostai, e ti profersi 
amicizia! Ebbene! io sono lietissimo che ora tu mi abbia offerta 
occasione di rinnovare i nostri primi legami. Bramo che tu sia 
persuaso, che a malgrado la cessazione, troppolunga, delle nostre 
relazioni, io non ho mai perduto, e neanche scemato, il concetto 
che di te mi era fatto, d^uomo onesto e di integrità inappuntabile; 
il che rendeva in me più doloroso Taverti perduto, perché non 
solo io ti amava, ma senti va per te una sincera stima. 

Ora, amico mio, siamo tutti o due, corne disse il Manzoni, 
i vegliardi che ai casti pensieri délia tomba dischiudono la mente. 
Cessi ogni dissapore tra noi, e ritorniamo al reciproco sentire de’ 
nostri anni di gioventù, quando non passava giorno che non ci 
vedessimo, e lontani ci scrivevamo quelle lettere, che in te desta- 
rono il generoso pensiero di fare il primo passo a riconciliarti 
coiramico tuo, che di taie avvenimento si sente profondamente 
commosso e rallegrato. Io sono lieto d’avere vissuto abbastanza 
perché Tamicizia nostra siasi potuta rinnovare e desidero che, non 
solo per lettera, ma a parole, io possa accertarti de’ miei senti- 
ment!. 

Ho comunîcato al fratello mio, Candido, la tua lettera, e, corne 
puoi pensare, egli ne fu lieto al pari di me. 

Non ti stupire che questa mia sia scritta a lapis, ed anche 



— 209 — 

poca leggibile. La mia mano deBtra è sempre tremante, Bicûhè 
non poBSO più servirmi délia penna. 

Ma la^ forma non ha importanza e spero che la sostanza di 
qnesta lettera tî torni accetta. 

Ama sempre il tuo vecchio amico 

Asoanio. 

Lanza, ricevuta la lettera di Sobrero, corse subito a 
Torino, fra le braccîa deiramico. Che spettacolo commo- 
vente dev’essere stato Tabbraccio di quei due vecchi set- 
tuagenari, che da 25 anni non si erano più salutati ! 

« L’ultima volta ch’io vidi Lanza, scrive Castagnola (1), 
fu il 10 febbraio del 1882 in Torino. Facemmo strada 

assieme sino alla stazione d’Asti ; ad un 

tratto i suoi occhi sfavillarono. Egli mi afiFermava la sua 
gioia, perché dopo 5 lustri s’era riconciliato con un vec- 

chio amico il Sobrero lu 

quel giorno i due vecchi amici si erano riabbracciati ed 
avevano ribaditi i vincoli dell’antica amicizia. 

« Il Lanza poi, con ingenuità quasi infantile, mi descri- 
veva la sensazione da lui provata nell’aver rinvenuto, dopo 
quasi trent’anni, di tanto cambiato il suo amico ; incanu- 
tite le chiome, fioca la voce, tremula la mano. Ma anche 
tu eri mutato, o valent’uomo! » 

Nei primi giorni di marzo si doveva discutere alla Ca- 
méra il progetto di legge provinciale e comunale. 

Era uno degli argomenti prediletti da Lanza, che tanti 
studi gli aveva costato e tanti inutili sforzi per ottenere 
dalla Caméra razionali riforme. Approvava per la mas- 
sima parte il nuovo progetto del Ministero; ma vi erano 
alcune gravi pecche che non voleva lasciar passare senza 
che almeno egli potesse dire di aver fatto quanto stava 
in lui per evitarle. Egli era ammalato; le spese d’una 
permanenza a Roma gli erano in quel momento gravissime ; 


(1) Comm, oit. 

14 — Lanza, Memorie. 


Vol. II. 



ma il $uo dovere ve lo chiamava e parti per Roma. Pochi 
giorni prima aveva venduto Tunica coppia di buoi che gli 
rimaneva. « 

Da Roma scriveva il 3 marzo alla moglie: 

Gara Clementinay 

Sono arrivato qui ieri mattîna molto affaticato, perô senza pro- 
vare molto malessere. Mî rîncresce dî aver fatto questa lunga 
trottata inutîlmente, perché il mînîstro Depretis trovandosi amma- 
lato, non possono pîù venire in discussione quei progetti di legge 
che mi înteressano specialmente. 

Mi fermerô pertanto alcuni giorni per prendere riposo e poi, ap- 
pena che mi senta abbastanza forte per rimettermi in viaggio, 
partirô. Probabilmente cîô sarà verso la metà délia prossima set- 
timana. 

Procura di star bene e saluta Angelo 

Il tuo 
Giovanni 

Era la sua ultima lettera; ed era giusto che fosse di- 
retta alFamorosa compagna. 

Il domani egli era in letto, malato di faringite reu- 
matica. Senti che non si sarebbe alzato più; ed aH’amico 
Chiaves, che gli diceva: « riparti subito, quest’aria non 
fa per te rispondeva: « non sono più a tempo, d’al- 
trondc mi rassegno ; è giunta la mia ora »» ; e gli reci- 
tava i seguenti versi d’Orazio: 

Frustra per autumnos nocentem 
Corporibus metuemus Austrum : 


Linquenda tellus, et domus etplacens 
Uxor, neque harum, quas colis, arborum 
Te praeter invisas cupressos 
ülla brevem dominum sequetur. 

La malattia faceva passi da gigante. La triste novella 
subito si propagé per Roma e per l’Italia, destando un 
dolore ed un’ansia generale nei cittadini, ne! Parlamento 
e nella Reggia. 



— 211 — 


I migliori wedici accorsero presse l’infermo ; il Re e le 
due Camere mandavano ogni ora a prendere notizie al- 
l’alberge New-York, ove, in una stanzetta modesta degli 
aramezzati, giaceva il vecchio Ministro di Vittorio Ema- 
nuele ; era un continuo andirivieni di ministri, senatori e 
deputati; la moglie ed i nipoti corsero presse di lui nè 
più le abbandonarono. « Oh! tu qui? » disse egli placi- 
damente alla sua conipagna, quando se la vide d’appresso; 
e le sorrise. Egli era agli estremi. Il vice-parroco di San 
Lorenzo in Lucina, chiamato dal nipote, si recô, il mattino 
del giorno 8, presse l’infermo e gli chiese se voleva con- 
fessarsi: « si » rispose egli con voce sicura e chiara. Il sa- 
cerdote soggiunse: « poichè ella, signer Giovanni, non è in 
grade di fare la sua confessione da se stesso, venga dietro a 
me e risponda aile interrogazioni che io leverrô facendo ». 

Gli domandô se si pentiva dei peccati commessi, e Lanza 
rispose si: gli chiese ancora seintendeva ritrattare quanto 
aveva coinmesso contro la religione e contro le leggi délia 
Santa Madré Chiesa e Lanza, raccolte tutte le sue forze, 
guardô fieraniente in volto il sacerdote e non rispose. 
Questi si affrettô a pronuiiziare le sacramentali parole 
dell’assoluzione (1). 

Nello stesso mattino il Re si recô a visitarlo ; gli prese 
una mano e, baciatolo in fronte, lo chiamôper nome; ma 
l’infermo era già caduto nel letargo : « Lanza, Lanza, ri- 
prese il Re, non mi conosce? sono Umberto, il figlio di 

Vittorio Emanuele! » Quei due nomi de- 

starono Lanza ; apri gli occhi e mormorô : « Oh il mio 
Re! » Quanta devozione in quelle poche parole del mo- 
ribonde italiano! 

II 9 marzo, aile ore 4,35 pomeridiane, Giovanni Lanza 
spirô. 


(1) Da u^a dichiarazione pubblicata dai nipoti di Lanza, presenti a 
qnella confessione. 



212 — 


a È morto, scriveva Silvio Spaventa, nella fede di Cristo 
e irreconciliabile avversario del potere temporale dei Papi ». 

Il 10 marzo la seduta délia Caméra fu dedicata*soltanto 
alla commemorazione di Lanza, e poi si sciolse, dopo aver 
votato che per 15 giorni si coprissero di bruno la ban- 
diera délia Caméra, il banco délia Presidenza e quelle dei 
Minis tri. 

I funerali che ebbe Lanza in Borna presentarono tutta 
l’imponenza degli onori che rendeva e tutta la sincerità 
del dolore che sentiva la patria per la morte di uno fra 
i pih benemeriti suoi cittadini. 11 Re, il Parlamento, l’eser- 
cito e tutti gl’istituti e le città principal! d’Italia erano 
rappresentati in quel corteo, che sfilava in raezzo ad una 
mesta folia di cittadini, lungo le vie di Borna, parate a 
lutte. 

La salma fu trasportata a Casale, onorata aile princi- 
pal! stazioni ferroviarie da cittadini che accorrevano a 
coprire il feretro di fiori, e fu accolta dai casalesi con 
général! manifestazioni di cordoglio e con onoranze, rese 
più solenni dall’intervento , in nome del Re, di due Prin- 
cipi di Casa Savoia: ilDuca d’Aosta e il Duca di Genova. 

Borna deliberô che una delle sue vie portasse il nome 
di chi aveva cotante contribuito a liberarla dal dominio 
dei Papi ; che al Pincio fosse collocato un suo busto e che 
una lapide, affissa all’albergo dove mori, ricordasse ai 
poster! il nome di Giovanni Lanza. 

Casale iniziô una sottoscrizione per erigergli un monu- 
mento nazionale ed ail’ invite risposero il Re e le città 
italiane. 



XXIV. 


lo credo che poche vite presentino, corne quella di Gio- 
vanni Lanza, una concatenazione di ayvenimenti provviden- 
ziali che maggiormente si siano imposti all’inclinazione 
dell’individuo ed alla sorte che da principio gli pareva 
destinata. 

Nato d’umile famiglia, dedito a studi e ad una carriera 
che non erano certamente una preparazione alla vita po- 
litica, alieno per indole dai rumori e dalle lotte e nulla 
affatto ambizioso, Lanza, se si fosse dato più presto ai- 
l’esercizio dell’arte medica e le malattie non gli avessero 
impedito di conseguire Vaggregazione aU’Università, forse 
non sarebbe divenuto un uomo di Stato, ma un medico 
od un professore. 

Trovatosi all’età di 32 anni senza clientela, spronato 
sempre da una sete insaziabile di lavoro proficuo aU’uma- 
nità ed alla patria, dall’Associazione Agraria al giorna- 
lismo, dal giornalismo ai campi di Lombardia, da questi 
al Farlamento, ai Ministeri, fîno alla conquista di Borna, 
capo dei Ministri, egli percorse tutta la gloriosa fase del 
risorgimento italiano, emergendo ognora fra i cospicui 



— 214 — 


suoi cainpioni, ed ebbe la ventura di coronare l’ofera di 
redenzione délia sua patria, dandole l’agognafa Capitale. 

Fu potenza d’ingegno, che lo trasse da umili natali aile 
più alte dignità, vincendone la naturale moclestia e lo 
sprezzo degli onori, o fu la forza délia fortuna che lo 
spinse in alto, legando il suo nome agli avvenimenti più 
memorandi délia nostra patria? 

Certo è che gli eventi ebbero una grande influenza nella 
sua vita, cosi diversa da quella cui pareva destin ato e 
che aveva prescelto; ma gli avvenimenti soli, per quanto 
siano propizi, non bastano, quando non trovino un ter- 
reno adatto a trasformazioni straordinarie. 

lo credo che Lanza difficilmente sarebbe riuscito ad 
iniziare ed a dirigera Topera del risorgimento nazionale, 
colTardimento e la rapidità che fu merito e gloria del 
Conte di Cavour. A lui mancava quelTintuizione divina- 
trice che sa prevedere e prevenire gli eventi anccra lon- 
tanissimi e che altri sa farne sorgere con calcolate com- 
binazioni. Gli mancava Tardimento delle repentine risolu- 
zioni, Tastuzia dei ripieghi e quel fatalisme proprio del 
genio, che non si arresta neppure davanti al precipizio, 
ma vi si getta, fatto audace dalla coscienza délia propria 
prestanza, che lo persuade d’una via di scampo, anche 
quando, pel momento, non sappia quale sarà. 

Lanza sentiva fortemente la grande responsabilità che 
incombe sul pubblico reggitore, tanto da dargli la febbre 
la prima volta che vi si era sobbarcato ; e la tema, tal- 
volta esagerata, di trascinare la sua patria in qualche 
abisso, ed altra volta anche Tesagerata persuasione délia 
sua pochezza, lo spaventavano e lo rendevano cauto cal- 
colatore più degli intoppi e dei pericoli che delTazione, 
Taie era la sua indole e conformi alTindole erano gli 
atti suoi. 

Ma egli mutava aspetto dopo che la matura riflessione 
gli aveva fatto conoscere tutta la via che doveva per- 



— 2i5 — 


correre ; allora, appunto perché aveva studiato e previsto 
ciô che potpva fare e quelle che poteva teinere, cammi- 
nava dfitto - verso la meta che si era prefissa, con una 
sicurezza ed una pertinacia che sovente veniva a man- 
care ad altri, i quali prima avrebbero osato più di lui. 

Un taie modo di sentire e di operare in un uomo di 
Stato, puô essere, seconde le occasion!, tanto un grave 
difetto quanto una grande virtù. Ciô cbe è un fatto si è 
che, negli anni non pochi in cui Lanza fu ministre, nessun 
atto suo creô pericoli aU’Italia, e che quando giunse il 
tempo di molto osare, coll’occupazione di Roma, egli osô; 
ma anche allora si mostrô in tutto qual’era ; non un atto 
precipitato, non un’accondiscendenza aile impazienze al- 
trui ; tutto fu ponderatamente calcolato ed il momento 
scelto per quel passe fu il più propizio e Topera venue 
compiuta nel modo migliore che si potesse. 

Corne uomo parlamentare, Lanza mancava d’un’altra qua- 
lità ; quella AQW'assimilazio'nc^ se mi si passa il vocabolo. 

D’una rigidezza tutta sua, fatto più per comandare che 
per ubbidire, disposto alla discussione, ma tenace ne’ suoi 
convincimenti, che sempre gli erano costati meditazioni 
profonde e minute, ripugnante per carattere dalle pieghe- 
volezze e dalle transazioni, Lanza non fu mai né gregario 
di un partito nè un capo che, colle compiacenze e colle 
lusinghe, sapesse raggruppare intorno a sè un forte e co- 
stante nucleo di seguaci. Ben si conosceva che con lui 
non si poteva mai sperare di giungere presto al potere, 
che rnolto di frequente è il fine non ultimo delle lotte 
parlamentari ; questo non era mai stato il suo scopo ; e 
quando, senza volerlo, vi si era incontrato, aveva sempre 
fatto di tutto per sottrarvisi. 

Questo carattere e questi precedent! spiegano la poca 
durata di Lanza a capo délia Destra, dopo che fu morto 
Cavour, e la dimenticanza in cui fu posto dallo stesso 
partito, dopo il 1876. 



« I più vecchi sono considérât! corne roba da scarto e 
da ferraveccbi », scriveva egli stizzosamente a d'Arcais 
ed a Minghetti, negli ultimi anni délia sua vita ^ ed era 
vero per lui. L’esperienza aveva insegnato cfae Lanza, il 
quale non aveva mai voluto essere un capo fatto a modo 
altrui, che non l’aveva neppure perdonata alla destra in 
alcune solenni occasion!, corne quelle dell’inchiesta sulle 
ferrovie méridional! e sulla Begïa, meno poi avrebbe vo- 
luto esserlo in quel tempi di vero sbaraglio del partito. 
Lanza avrebbe preteso una sommessione ed una disciplina 
a cui mal si sapevano adattare uomini cbe si erano con 
lui alternat! ai Ministeri e che avevano governato per 
tant! anni l’Italia; voleva una calma aspettazione, la co- 
stituzione disciplinata di un partito d’opposizione, non 
arrendevolezze d’opportunità , nè alleanze o fusioni con- 
trarie al carattere délia Destra. Egli aveva sempre desi- 
derato la formazione di due partit! parlamentari meglio 
distinti ; e gli era parso che la caduta délia Destra , 
nel 1876, potesse segnare il principio di quella riorganiz- 
zazione. Ma l’impazienza di alcuni e l’indole troppo pie- 
ghevole di altri, non potevano adattarsi ad un programma 
cosi rigido e d’esito finale cosi lontano. 

Lanza, non approvando altra via ed incapace di sacri- 
ficare la propria convinzione alla disciplina di partito, fece 
da sè, prevedendo la confusione e le incertezze che poi 
si manifestarono ; ed ebbe contro gli avversari e parte 
de’ suoi. 

Eppure, quell’uomo, che non aveva mai cercato nel 
Parlamento nè le vittorie nè il potere, fu quegli che più 
sovente si vide venire incontro e l’une e l’altro. Nessuno, 
io credo, fu per tanti anni Ministre corne lui ; dal 1855 
al 1859, dal 1864 al 1865, dal 1869 al 1873; in totale 
nove anni circa ; nessuno più di lui rifiutô portafogli che 
con tanta frequenza gli venivano offert! ; e pochi avreb- 
bero tenuto per si lungo tempo la presidenza délia Ca- 



— 217 — 

mera, se egli l’avesse accettata tütte le volte che gli 
venue offerta. 

lo ritengo per molto probabile che, se Lanza fosse 
vissuto ancora qualche anno ed avesse avuto modo di 
frequentare un po’ più le sedute délia Caméra, non era 
lontano il giorno in cui si sarebbe nuovarnente cercato 
di lui. 

Era questo il risultato di una tattica più accorta di quella 
che è generalmente in uso nei Parlaraenti ? Era l’effetto 
di un calcolo più esatto, d’un’intuizione più acuta, che gU 
suggeriva di non isciuparsi nelle piccole lotte, ma di la- 
sciare che vi si sciupassero gli altri, per poi, nell’occa- 
sione più pro])izia e nel momento di prostrazione dell’una 
e dell’altra parte, assidersi arbitre fra i contendenti? 

Gertamente a Lanza non mancavano l’intuito esatto 
delle situazioni parlamentari nè la lunga pratica ; e lo si 
sapeva talmente dai suoi colleghi, che, dopo la morte di 
Cavour, egli fu sempre cercato di consiglio da tutti i 
Ministeri, ed into^rno ai programmi di governo ed intorno 
agli avvenimenti più important!. Ma se quelle doti gli 
erano di potente aiuto nella sua condotta parlamentare, 
lion furono mai per lui un’arte di partito nè strumento 
d’insaziabili avidità personali. La sua condotta politica fu 
sempre delle più semplici, corne egli era semplice nella 
condotta privata. 

L’utile, seconde lui, non poteva cercarsi nel disonesto; 
e corne respinse ognora disdegnosamente le arti subdole 
di governo, le corruttele, le accondiscendenze poco deco- 
rose, cosi non voile mai la cooperazione dei tristi e nés- 
suna tristizia lasciè passare, senza levarsele contre. 

Non combattè mai nessun Ministère per proposito, nè 
per proposito si fece paladino di alcun partito. Voile giu- 
dicare dai fatti; e quando li vide lodevoli, li lodô e ne 
difese gli autori ; li combattè quando non li approvava. 

Ed è qui che consisteva la sua forza e quel prestigio 



— 218 — 


che, nei momenti più critici, faceva cercare di lui e gli 
adunava intorno, nella Caméra, maggioranze non cercate, 
composte anche dei colori più disparati. Era la coscienza 
pubblica che, quan do era agitata da gravi sospetti o 
stanca di bizze parlamentari, di errori sanzionati da mag- 
gioranze raccogliticcie, di lotte per salire e rovesciarsi, 
sapeva di poter trovare un sicuro riparo nel nome di 
Lanza. 

Quel carattere non cambiava neppure davanti al Re. 
Vittorio Emanuele era per Lanza, non soltanto il suo So- 
vrano, ma l’incarnazione délia grande opéra di redenzione 
délia sua patria ; e non minori délia riverenza erano in 
lui l’affetto e la gratitudine che, corne italiano, egli por- 
tava a quel Re, che nessun sacrifizio aveva risparmiato, 
pur di giungere alla meta da tutti desiderata. 

Eppure, anche col Re egli fu sempre veritiero ed infles- 
sibile, ogniqualvolta la convinzione ed il dovere gli consi- 
gliavano di resistergli. 

Nel 1870, narra Nicomede Blanchi, fu Lanza quegli che, 
con lungo, severo e passionato discorso, distolse il Re dal 
suo divisamento di prestare soccorso a Napoleone III; ma 
fu anche Lanza che si attiré tutto il disgusto del suo 
Sovrano. 

Egli non cedette, piuttosto si dimise ; ed il Re gli ri- 
divenne amico, nè permise che si ritirasse. 

Altre volte è un secco rimprovero ch’egli rivolge al Re, 
perché non puô spendere 50 mila lire nell’acquisto di 
quadri in un’esposizione e scrive a Sella: « se S. M. vuole, 
puô trovare quanto occorre, in certi capitoli del suo hilancio ; 
dovrehhe e potrebbe spendere nelle belle arti non mena di 
500 mila lire alVanno. Diglielo pure » ; ed altra volta è un 
favore che nega, quantunque sollecitato dal Sovrano , e 
questi, con disinvoltura tutta sua, dice al postulante: 
“ si faccia raccomandare a Lanza da qualcuno che àbbia 
più autorité di me ». 



— 219 - 


Anche a Vittorio Emanuele era note il no di Lanza, 
Si narra che un giorno, quando questi era semplice de- 
putato^ giunse a Roncaglia Agheino, segretario privato del 
Re, con una lettera, in cui Vittorio Emanuele scriveva a 
Lanza che il domani sera v’era ballo a Corte in Torino ; 
che non mancasse d’intervenirvi, perché aveva sommo bi- 
sogno di conferire con lui. Intanto, soggiungeva essere 
necessario che g!i desse subito il suo avviso intorno al- 
l’opportunità di creare Ministro un personaggio politico 
che ardenteinente desiderava un portafoglio. Aghemo aveva 
fretta di ripartire per giungere in tempo al convoglio di 
ritorno ed il tempo era ristrettissimo. Lanza prese un 
foglio e scrisse : « Maestà^ no n ; e suggellato il foglio, 

10 consegnô ad Aghemo. « Di già? » disse questi; 
« diggià « rispose Lanza. Il domani Lanza si recava al 
ballo ed il suo sguardo subito si ferrnava sul Re, che, 
nel vano d’una finestra, stava ascoltando il deputato di 
cui s’era scritto il giorno innanzi. Lanza non potè trat- 
tenere un movimento impercettibile di sorpresa ; lo vide 

11 Re, e rivoltosi a lui, sorridendo gli disse forte: « Lanm^ 
no! n E fu no. 

Dei rapporti fra Vittorio Emanuele e Lanza e dell’abi- 
tuale tenacia di questo Ministro, dice più d’ogni altro 
episodio il seguente telegramma, scritto dal Re dal luogo 
delle sue caccie sul Lauson, monte fra Valsavaranche e 
Cogne : « vedendo che Ella ha delle velleità di fare il JRe^ 
mi riservo^ quando la vedrd, di farle un'offerta in pro- 
posito ». 

E Lanza rispondeva: « Eon ho nè gusti nè velleità 
reali; se volesse farmi offerta gradita al suo ritorno^ sa- 
rebbe di lasciarmi ritornare a Roncaglia^ a fare del buon 
vino, Ecco le mie aspiraHoni ». 

Quella schiettezza e quel carattere inflessibile ed umilfe 
nello stesso tempo, se talvolta urtavano la suscettibilità 
del Re, lo facevano tuttavia persuaso che in Lanza egli 



aveva un saldo patriota, devoto ed affezionato fino al sa- 
crifizio, ed un consigliere saggio e veritiero, che intuiva 
giusto, e nulla gli avrebbe mai celato a nessun» costo. 
Egli infatti lo amô veramente, non estante i non infre- 
quenti dissensi e n’ebbe ognora tanta stima che ben di 
rado accadde ch’egli si decidesse a qualche atto impor- 
tante, se prima non aveva preso consiglio da Lanza. 

Sotto una ruvida scorza, stava un cuore sensibilissimo 
che si rivelava soltanto nelle intime azioni del deputato 
e del ministre. Era contrario aile elargizioni pubbliche di 
pensioni agli autori di atti patriotici, che, com’egli diceva 
alla Caméra, oppugnandole, premiano azioni meno meri- 
torie di altre dinienticate e soccorrono anche chi non ha 
bisogno di soccorso; ma voleva che non si lasciassero 
fra gli stenti i patrioti benemeriti. Toglieva ai giornali i 
sussidi sui fondi segreti, ma quante miserie sollevô con 
quel danaro che risparraiava e com’era giusto e delicato 
nella distribuzione de’ soccorsi ! Le sue preferenze erano 
per i vecchi soldat! , per colore che avevano consumato 
sainte ed averi per la patria e non ne menavano scal- 
pore, per i cultori di lettere , di scienze e di arti che 
lottavano colle necessità délia vita. Non aspettava d’es- 
sere richiesto, non badava aile opinion! che professavano, 
e se sapeva che, appunto perché gli erano avversi, diffi- 
cilinente avrebbero accettato un benefizio da lui, si ado- 
perava perché il soccorso giungesse indirettamente, si 
che non si sapesse di dove veniva. 

Abborriva i deputati faccendieri, che, fatti strumento 
di tutte le voglie dei loro elettori, petulantemente s’in- 
tromettono in tutte le amministrazioni, e. Ministre, non 
cedette mai aile loro pretese, disdegnando d’accaparrar- 
sene il veto ; deputato, ripudiô sempre quelle arti, che se 
attirano le simpatie di elettori e assicurano le rielezioni, 
sono di grave detrimento al prestigio, al decoro ed alla 
coscienza dell’eletto. Sentiva cosi altamente la dignità del 



— 221 — 


deputato e la custodiva con tanta gelosia ed autorità, che 
di rado gli elettori ardivano di rivolgersi a lui, ma sa- 
pevanot tutti chey^quando si fosse trattato d’oneste de- 
mande, O, più ancora, d’un atto di giustizia, bsn potevano 
ricorrere al loro deputato, che avrebbe messo tutto lo zelo 
nel soddisfarli. 

Alla sua città fece tutto il bene che poteva onestamente 
fare, ma non mai con pregiudizio d’altri nè dell’interesse 
generale délia nazione. 

Soltanto verso i suoi e verso se stesso non ebbe ri- 
guardi. I nipoti, ch’egli pur amava corne figli, non ebbero 
mai il più piccolo favore da Lanza ministro nè la più 
lontana protezione da Lanza deputato ; e ad un cognato 
che con ragione gli si raccomandava mentre era Ministro, 
rispondeva: « quando non sarô piii a questo poste., ira- 
smetterô la tua domanda ; ora no ». 

Verso se stesso fu poi inesorabile. La modesta fortuna 
avita sarebbe stata più che sufficiente per lui, abituato 
ad un vivere semplice e molto economico ; ma la disse- 
starono il lungo abbandono e le maggiori spese a cui era 
costretto dalla vita pubblica. Egli soffriva talvolta di quei 
dissesti ; ma era soltanto la moglie che riceveva la con- 
iidenza di tali patimenti. In pubblico nulla trapelava, e 
la sua fierezza non gli acconsentiva di chiedere nè di 
accettare alcuna carica che lo risarcisse almeno dei danni 
sofferti. V’era persino dell’esagerato in taie fierezza. 

Quando viaggiava per affari suoi privati, non usava mai 
il biglietto ferroviario gratuito di deputato ; e pagava il 
suo posto. 

Mori dopo aver retto con fortuna le sorti d’Italia, col 
suo nome unito ad uno dei fatti più importanti del se- 
çolo, Cavalière délia SS. Annunziata, Grand’uffiziale délia 
Légion d’Onore di Francia, Gran Cordone dell’Ordine 
délia Torre e délia Spada di Portogallo, Gran Collare 
deirOrdine di Carlo III di Spagna, decorato dell’ordine 



— 222 — 


Osmanié di 1*^ clas&e del Sultano, e d’altre onorificenze 
minori ; e mori quando.aveva fatto alla patria forse l’ul- 
tiœo sacrifizio pecuniario che le potesse fare. ♦ 

Taie fu Lanza deputato e ministre. Egli pure petè er- 
rare ; ebbe prevenzioni e sospetti non sempre giusti, ebbe 
scatti iracondi, fu severo ed alcune volte corrivo ne’suoi 
giudizi, d’ un’ alterezza e inflessibilità senza pari, non 
sempre opportune e non sempre utili nè a lui nè agli 
altri. L’esperienza degli anni e d’una vita laboriosissima, 
ha potuto renderlo più pratico, ma non modificarne il ca- 
rattere, neppure smozzicarne le angolosità. Ma in tutti 
gli atti di lui ci si présenta un carattere, che non si 
smentisce mai, neppure nelle cose più piccole, neppure 
nei difetti e negli errori. 

Egli è sempre l’uomo che, a 23 anni, ha fatto il pro- 
ponimento di consacrarsi al bene altrui, dimenticando se 
stesso. È il cristiano convinto, che proclama essere ne- 
cessaria ai popoli l’educazione religiosa e si sublima nella 
grandezza délia filosofia cristiana, cui vorrebbe estesa a 
tutto Tuniverso, irientre non indietreggia dinanzi ai ful- 
mini che gli scaglia il Pontefice, e con mano sicura gli 
strappa dal capo la corona del potere temporale. 

Qui v’è carattere e vi è virtù ; e vorrei che su questa, 
più che sopra qualunque altra parte délia vita del vir- 
tuoso statista, si fermasse l’attenzione degl’Italiani, corne 
su nobilissimo ammaestramento. 

Il genio puô operare prodigi ; ma è soltanto con simili 
caratteri e simili virtù che un popolo si fa grande e taie 
si mantiene. Se questi mancano, presto la corruzione pré- 
vale ed alla corruzione succédé la decadenza. 

Quell’uomo fu sempre lo stesso anche in privato, solo 
-di poco raddolcito. Il suo contegno, l’aspetto, i modi, na- 
turalmente molto dignitosi, a prima giunta imponevano 
più che non invitassero alla famigliarità. Quando vi aveva 
ben conosciuto, se incontravate le sue simpatie, diveniva 



cortesissimo e famigUare, discorreva volentieri, sovente 
sorrideva e vi si manifestava d’ una bontà e d’ una sem^ 
plicità modi, che vi pareva di trovarvi con tutt’altro 
uomo che quelle del primo incontro. Se non gli anda- 
vate a verso, ve lo faceva capire ben presto. Udii io 
stesso un funzionario, cui Lanza stimava poco, narrare 
gofFamente com’egli avesse dismesso dallo stendere la 
mano a Lanza, perché non era mai riescito ad avéré nella 
sua quella di lui. Costui attribuiva quel costante rifiuto 
a superbia ; eppure Lanza stringeva volentieri la mano ai 
contadini. 

Qual’egli fosse in seno alla famiglia, ce lo dicono ab- 
bastanza le poche lettere ch’io riporto fra le tante di- 
rette alla moglie. 

Anche in quell’intimità egli si rivela sempre il cristiano 
dalla coscienza serena, poco curante di sè, molto del bene 
altrui, semplice e modeste in tutta la vita e nelle sue 
aspirazioni ; sposo affettuosissimo, rassegnato a complété 
tutti i doveri ch’egli s’impose nel darsi alla vita pubblica 
ma sempre anelante alla pace domestica, alla vita dei 
campi. 

Gli onori, le alte cariche sono sempre un peso, ch’egli 
subisce per dovere e che non cerca mai per ambizione; 
talvolta gli divengono insopportabili, ma poi vi si rassegna 
ed aspetta con ansietà che la Caméra lo llcenzi. 

La moglie è colei che lo surroga nell’amministrazione 
dei fondi quand’egli assume quella dello State. Egli sa 
che le cose sue sono in buone mani ; e lascia alla sua 
donna i pieni poteri, ma pare che le invidii quella vita 
tranquilla e sana e non passa quasi giorno senza che rubi 
qualche minute aile sue occupazioni per impartire istru- 
zioni alla moglie circa agli affari. 

Mentre è Présidente délia Caméra, pensa alla vendita 
del vino, aile canne, al fieno, al povero usignuolo che gli 
è morto di freddo a Roncaglia ; fra le feste per le nozze 



224 — 


del Principe ereditario, dal Palazzo Pitti, pensa che deve 
pagare una provvista di letarae ed alla nécessité di ven- 
dere il vino; e mentre, neU’agosto del 1870, résisté al Re, 
che vuole accorrere in aiuto délia Francia, résisté aile 
istanze del principe Napoleone, fa proclamare la neutra- 
lité deiritalia e sta preparando l’occupazione di Roma , 
scrive alla moglie di mandare un assaggio di vino al ri- 
storante di Alessandria e del Cambio, di fare provviste 
di paglia, di ricordarsi delle imposte ; e le dé la notizia 
che : « tutte le camicie hanno messo fuori la frangia. Non 
Jio^ soggiunge, che le quattro nuove che mi hai mandato 

e quattro altre che ho faite fare qui 

costano troppo a fronte delle tue; e non sono neppure cosï 
hen cucite ». 

Quanto gli costassero i servigi ch’egli prestava alla 
patria e com’egli fosse indifferente a tutti gli onori, dei 
quali sentiva soltanto il peso, lo diceva alla sua compagna, 
alla quale tutto confidava l’animo suo. 

Quando è chiamato al Ministero degl’interni, dopo i 
fatti del 21 e 22 setterabre in Torino, scrive alla moglie: 
« Fui costretto ad accettare il portafoglio delV interno, Dico 
eostretto^ perché tanta fu la pressions fattami^ che sarébbe 
passato per viltà il mio rifiuto, I tempi sono assai difficili,, 
non mi rimane che a rimettermi nelle mani délia Provvi- 
denza ». 

Nominato Présidente délia Caméra nel 1867, esclama: 

« eppure sospiro dietro la quiete délia 

modestissima Roncaglia, Ma i sospiri non vincono il mio 
destina^ che mi vuole in alto mentre io amo stare in hasso 

andrà avanti corne meglio potrà e fnchè potrà. 

Se mi vogliono la pelle se la prendano epoi mi lasceranno 

in pace Ma se tocco la riva,, fassicuro che 

me la do a gambe e non mi lascio piü prendere » . 

La speranza che sempre lo confortava quand’era Mi- 
nistro, era quella di poter presto sbarazzarsi di quel peso. 



— 225 — 


« Sono cominciate le lotte parlamentari (scriveva alla mo- 
glie); il maggior male che possano farmi sarà quelle di oih 
hligarm^ di ritornare a casa. Figurati che castigo sarébbe 

per me ! non desidero altro i nemici sono 

molti; ma la sconfitta non mi spaventa^ perché mi rido- 
nerà la lïbertà e la pace., mentre la vittoria prolungherelibe 

questa maniera di vivere inquiéta e faticosa 

Ogni giorno vado alla Caméra colla speranza che sia Vul~ 

timo ed il primo del mio ritorno a Roncaglia 

È tempo che cessi questa vita indiavolata di guai., di di- 
spiaccri e di fatiche incessanti^ senza alcuna soddisfazione 
La gloria è una vana parola se il cuore non è con- 
tenta Sono sette mesi oramai che non ci vediamo 

e che non mi è stato possïbile di allontanarmi per 24 ore da 

Firenze THnvidio davvero le tue passeggiate 

alla Roncaglia; chissà quando potrd approfittarne aneh'iof 
Questi deputati gridano sempre e strepitano quando sono 

lontani e poi non sanno dard commiato 

È proprio fatale destina il mio^ mentre detesto il potere e 
ardentemente aspira ad esserne liberato.^ ogni giorno mi si 
pianta un chiodo^ per fissarmi sempre piü sopra questa 
banco dei tribolati ». 

Le strettezze finanziarie talvolta lo preoccupano seria- 
mente e si raccomanda alla moglie perché sollecitamente 
provveda alla vendita del vino, soggiungendo: « se entra 
febbraio non si riesce a vendere^ mi troverb in imbarazzo. 
Questa pensiero mi martella di continua e mi fa male assai ». 
E più tardi scrive al seusale che gli anticipi, se pué, L. 800 
sul prezzo del vino. 

Eppure egli sa vivere colla massima economia. « lo ho 
qui composta le case in modo.^ scrive egli alla moglie quando 
è Présidente délia Caméra, che mi basteranno 5 lire al 
giorno., cioè L. 1 50 al mese ; e comprese altre s>pese minute 
ed improviste., non eccederà le L. 200 ». 

Altra volta scherza filosoficamente sugl’imbarazzi suoi: 

15 — Lanza, Momorip. 


Vol. II. 



— 226 — 


« . . . . .mi trovo ipotecato alValbergo^ mi occorre- 

rehhero circa cinquanta lire; dico proprio 50, che per un 
Présidente délia Caméra^ non sono un lusso! For se earanno 
le ultime che pagherà per la gloria e per il hène insepa- 

ràbile del Be e délia patriaf » Ma la sua 

speran^a non si compiè mai. Anche prima, veiidendo l’ul- 
tima cartella di rendita che gli rimaneva, esclamava : 
« Dopo cià avrb esaurito tutti i mezzi e mi ritirerb dalla 
vita politica^ dopo aver data al paese tutto quello che one- 

stamente potevo dare » eppure rimase ancora 

al suo posto e continué nei sacrifizi. 

Il pensiero che più lo rattrista è quello délia moglie 
lontana, sola, costretta agli affanni ed aile noie molteplici 
del maneggio degli affari. Per lei egli trova parole dol- 
cissime d’afîetto, di consolazione e di promesse. 

« Tu hen sai (le scrive da Firenze) che nessuno più di 
me desidererehbe di starii vicino^ ma la questions non è di 
volere ma di potere. I nostri mezzi di fortuna sono assai 

tenui ed insufficienti per tenere casa qui 

Non cTucciarti olire del tuo isolamento ; questo sarà Vul- 
timo anno e poi vivremo vicini ; nella bella stagione in cam- 

pagna e nelVinverno., vicino al fuoco^ in città ». 

« Ti raccomando di averti tutti i riguardi; giacchè se le 
notizie tue sono buone^ io rimango assai più tranquillo ; 

il che contribuirà a conservarmi in sainte 

Abbi pazienza ancora tu e rassegnati alla sorte, Eppure 
moite donne sciocche finvidieranno d'avere un marito primo 

Ministre ! Il giorno di ieri è passato per 

me più triste del solito; è la prima volta^ dacchè siamo 
uniti,^ che mi trovai lontano da te il giorno di S- Giovanni. 
Io ne fui tante più dolente pensando a te ed al rammarico 
che ne avrai sentito, È stato un sacrifizio reso necessario 

dal dovere Nelle sue gite a Torino per 

conferire col Re, egli procura sempre di trovare qualche 
ora per andare a vedere la sua compagna. « Sarà una 



— 227 — 


visita di poche ore, le scriveva egli prevenendola, ma pa- 
Menza; è sempre meglio che nulla ». 

Anche questa donna pagô largo tributo di sacrifizi alla 
aua patria, e fu la degna moglie di Giovanni Lanza ; a 
nessuna più che a lei sarebbe appropriato l’elogio che a 
Borna si tributava aile mogli intemerate ed aile madri 
virtuose dei conquistatori del mondo: domum mansit, la- 
nam feeit. 

Ella non fu mai a Firenze ; e non andô a Borna, Capi- 
tale d'Italia pel senno del suo consorte, se non quando 
vi accorse, sconsolata, a raccogliere l’ultimo bacio ed a 
chiudere gli occhi dello sposo diletto. Cugina del Be, non 
parlô neppur mai col re Vittorio Emanuele, non pose mai 
piede nella Beggia; per la prima volta conobbe re Um- 
berto presso il letto di Lanza moribondo ; e gli parlô 
quando, vedova, ricevette la visita ed i conforti del Be 
d’Italia. 

Ed ora, chiusa nel suo dolore , trova il maggior con- 
forto nel vivere ove lo sposo visse i suoi giorni più belli: 
in Casale, nella modesta casa del nipote, a Boncaglia, 
solitudine prediletta, ov’ella conserva corne reliquie tutti 
i ricordi di lui: la carabina e lo zaino ch’ egli portô 
nel 1848 sui campi lombardi ; le numerose raccolte di 
pietre che Vittorio Emanuele gli portava dalle sue caccie 
sulle Alpi ; un’infinità di piccole memorie, di quadri ch’egli 
teneva nella sua stanza da letto, fra cui un ritratto di 
Giuseppe Mazzini. 

E quelle stanze, quegli oggetti, quel prati, quel vigneti, 
tutti le ricordano il perduto compagne, tutti le parlant 
di lui 




LETTEEB E DOCÜMBNTI 




1 ) 

Paolo Farina a Lanza. 


Pregiatissimo amico, 


Ponte Curone, 14 settembre 1847. 


In questo ii ornent o soltanto io ricevo la vostra carissima lettera del 7, 
e non avrei certamente niancato di recarmi a Valenza se, trovandomi 
qui, mi fosse pervenuto Tawiso vostro in tempo. Degli evviva di Ales- 
sandria saprete quanto basti, ma sgraziatamente in quella moltitudine 
non vi era direzione, quindi scapparono fuori grida non conformi aile 
idee attuali. Anche in Voghera vi furono acclamazioni al Re coU’inno 
di Pio IX, e fin qui la cosa andava assai bene ; ma un ubbriaco guastô 
il tutto con schiaffi e bastonate^ che distribui aU’azzardo, Sarebbe pure 
bene che vi fosse andamento uniforme in queste dimostrazioni ; ed un 
pochino d'indirizzo ci si potrebbe dare facilmente, se venisse a noi 
trasmesso da Torino, da voi carissimi. 

Ho ricevuto il Gioberti e me lo vado assaporando, e ve ne ringrazio 
di tutto cuore. 

Non mi erano ignote le feste di Casale, ma ne ho letto con piacere 
i dettagli che mi date. Io resterô ancora qui un paio circa di mesi, e 
se mi scriverete mi farete un gran piacere. Se vedete Valerio saluta- 
temelo cordialmente, ed in ogni circostanza crede terni sopra tutto 


Vostro aff,mo amico Paolo Farina. 



232 


S) 

Giacomo Dürando a Lanza. 


Caro Lcmza, 


Anfo, 12 giugno 1848. 


Avevo veramente bisogno di ricevere una vostra lettera, perché ihi 
figurai, che una nuova direzione, che ignorava affatto quale fosse, mi 
avesse interamente ripudiato. Scrissi a Montezemolo, a Cornero, a Pel- 
lati, a Bianchi-Giovini, nessun segno di vita. Il giornale, durante venti 
giorni, cessé. Ora l'ho ricevuto tutto, e viene regolarmente. Sono pro- 
priamente in collera. Corpo di Bacco; avete che fare! siate benedetti! 
se aveste cinquemila figliuoli a curare, e per sopraccarico altrettanti 
croati a tener di vista, vi scuserei forse. Infine ve la perdono. 

Veggo con piacere che il giornale continua bene. Bianchi-Giovini 
ha fatto un grau bene co’ suoi articoli. Lo dichiaro beneraerito délia 
fusione in grado eroico (1). 

Quelli del Banco sono scritti con molta vtrvt, Suppongo che Cor- 
nero figlio sarà più contento; egli, che si lagnava che io e Monteze- 
molo scrivevamo coi guanti diplomatici! Ora per sostenere il giornale 
bisogna appoggiarsi a un partito parlaraentario. Non veggo finora co- 
lori molto distinti; ma noi abbiamo una bandiera, che credo sempre 
vera e buona. Nelle crisi repubblicane non abbiamo tentennato mai. I 
risultati ci han dato ragione. 

Di qui poco ho da dirvi, e d^altronde non sono molto amico di bol- 
lettini menzogneri e di ciarlatanerie. Potrei far molto chiasso se volessi, 
facendo ammazzar gente inutilinente, ma non voglio prodigar il sangue 
di tanti galantuoinini senza grande scopo, e pel solo piacere di far 
rumore. Ho preso, corne sapete, un pugno di gente, che fuggivano a 
precipizio dal Tirolo, e poco a poco li vado ordinando e aumentando. 
Ma quanti doîori di capo, quante peripezie mi tocca soffrire per tener 
fermo, e perché gli Austriaci non invadano la Lombardia da questo 
lato. Pensando a quello che è accaduto ad Alemandi, a La Marmora, 
a Ferrari, e a tutti quanti han comandato truppe irregolari, non sono 
io stato il più disgraziato. 

Per la spedizione del Tirolo, che, vi dico schiettamente, é la mia 
ambizione, vi sono delle difficoltà politiche e militari. Queste forse si 
appianeranno fra qualche tempo per mia parte, ma le operazioni gene- 
rali délia guerra sono ancora ben incerte, vaghe e scucite. 


(1) La fusione délia Lombardia col Piemonte. 



— 233 — 

lo non vorrei imprendere quest’affare se non va di pieno accorde con 
tutte le altre operazioni. 

Quel di Napoli ci hanno compromesso ; prima di un anno quel paese 
non potré! guari aiutarci. Teniamo fermo noi, se no, avremo la calamità 
deirintervento francese. Addio, scrivetemi : vi scriverô, e occorrendo vi 
manderô qualclie cosa. Toselli scrive nel 22 marzo; si lagna anche di 
voi altri. 

Vostro aff.mo Giacomo Dürando. 


3 ) 

Lanza al Direttore DEL GioRNALE II Risorgimento, 

1849. 

Il di lei giornale, nel foglio d’oggi, n. 493, contiene un articolo inti- 
tolato: È tempo di sciogliere un gran débit o. 

Quest’articolo mi provoca a rispondere sollecitamente, tanto corne 
membre délia Commissione d'inchiesta sui disastri delLultima campagna, 
quanto corne uno di quei deputati che segnarono la protesta del 30 marzo» 
in cui dichiararono che il disor dine e lo scompiglio del nostro esercito 
fu V opéra d'un tradirnento. 

Il Bisorgimento dichiara calunniatori tutti coloro che portarono taie 
giudizio, perche i deputati accusatori non fecero perveuire niuna 
prova qualsiasi, che chiarisse in qualche modo Torribile fatto, da essi 
date al paese corne uiia verità. Ed in quella Commissione stanno due 
O tre dei loro amici politici: Ravina, Josti e Lanza. Dal lungo silenzio 
che si mantenne si puô argomentare che nè essi, nè gli altri membri 
délia Commissione abbiano trovato neppure essi niuna prova dei voci- 
féra ti tradi menti ». 

Non ignore, signer Direttore, che il di lei giornale ha provocato 
parecchie vol te i membri délia Commissione d’inchiesta a dire quanto 
la loro discrezione impediva di palesare; e quantunque alcuni membri 
délia medesima siano stati dal Bisorgimento più e più volte punti sul 
vivo, tuttavia preferirono Tinsulto aU’indiscrezione, convinti corne sono, 
che la più grande riservatezza sia necessaria, intan to che dura Tinchiesta. 

Il silenzio pertanto, di Ravina, Josti e Lanza, aile provocazioni del 
di lei giornale, non devesi interpretare corne una prova che non siansi 
trovati indizi di tradirnento nell’inchiesta in corso, ma bensi corne un 
dovere imposto alla Commissione di non precipitare il suo giudizio, e 
di non palesare nulla se non quando le indagini siano compiute. 

Il lavoro délia Commissione volge verso il suo termine; essa si è 
irapegnata di palesare tutti i fatti giunti a sua cognizione e di pub- 



— 234 — 


blicarli unitamente a tutti i documenti relativi. Il pubblico conoscerà 
qnindi fra breve quanto conosce la Commissione, e potrà pronunciare 
il 8UO giudizio sulle cause de* uostri disastri. Dai fatti accertati si vedrà 
influe se la nostra sconfitta fu semplice effetto di avversa fdrtuna, op- 
pure se grintrighi, le mene, influe il tradimento vi ebbero parte. 

Per ora, in tante che il lavoro délia Commissione non è pubblicato, 
e che deye essere, da nessun estraneo alla Commissione, conosciuto, 
voler anticipare un giudizio avventato è in ogni caso una grave im> 
prudenza. 

Il farlo poi neU’interesse di un partito alla vigilia delle elezioni ed 
allô scopo palese di allontanare i voti degli elettori da 80 circa candi- 
dati, dichiararli calunniatori al cospetto délia nazione, e nello stesso 
tempo intimidire gli elettori colla minaccia di entrare mallevadori di 
un*accusa gravissima^ è taie enormità che nessun uomo onesto com- 
metterebbe mai. 

Si compiaccia d’inserire questa mia protesta sul di lei giornale, a 
tenore délia legge sulla stampa. 

Ho l'onore di riverirla. 

G. Lanza. 


4 ) 

Terenzio Mamiani a Lanza. 


Signore, 

Genova, li 29 marzo 1850. 

Il Rezasco mi fa sapere il favore grande e spéciale, cou che V. S. ac- 
colse la nuova di un’Accademia di Filosofia Italica, qui incominciata da 
me e parecchi onorevoli amici miei. Di piu notifica che V. S. proferisce 
Topera sua ed ogni maniera di conforte ed aiuto per condurre a bene 
questo nostro intraprendimento. A me corre obbligo, pertanto, di rin- 
graziarla con Tanimo e con quanta efficacia di parole si possa; nè io 
il fo’ di solo mio capo nè per dare sfogo unicamente al mio affetto 
privato; ma TAccademia tutta me ne dà incarico, la quale nelTultima 
sua adunanza compiacquesi senza fine di leggere quelle che il Rezasco 
scriveva di V. S. ; benchè a nessuno de’ miei sia comparso cosa nuova 
questa pronta e spontanea dimostrazioue délia bonU e cortesia di lei, 
conoscendola tutti per uno dei più generosi e puri ed eletti spiriti délia 
nostra patria comune. A lei (per cio che riferisce il Rezasco) avrebbe 
più soddisfatto di vedere iiiiziata la nostra Accademia in Torino. Ma 
Ella sa, che quando le porte del Parlameuto non mi fossero State chiuse, 
avrei scordato la dolcezza di questo clima, e avrei gran tempo delTanno 
costi dimorato. 



— 235 — 

Rimanendo in Genova ô paruto a me ed ai miei amici di trovare 
negli stiidi di un’Accademia qneWotium cum dignitate^ che è solo lecito 
ai buoni di coltivare e godere. Ciô jion per tan to, è nostro proposito di 
tentare cte TAccaderaia sia di tutta l’Italia, e di nessuna città. e pro- 
Tincia in particolare, e solo per il présente è qui fra noi la sua sede. 
Vorremmo, se le sole forze bastassero, promuovere un gran lavoro in- 
tellettuale improntato dal carattere nazionale italiano, e per virtù di 
cui splendesse luce nuova e dure vole a tut te le applicazioni civili e 
politiche. Ella non ci nasconda il giudicio che ne fa e ci sovvenga dei 
suoi consigli, massime in questi primordi; e incominci dal dar sentenza 
schietta ed intera del nostro programma, che qui le si manda inchiuso, 
Intauto, accolga V. S. i sentimenti caldi e sinceri délia mia profonda 
stima e ricouoscenza, e mi creda 

Devotissimo suo Terbnzio Mamiani. 


6 ) 

Farini a Lanza. 


FregiatUsimo Amico, 


Saluggia, 6 ottobre 1857. 


La Commissione è convocata domenica a 10 ore del mattino; io verrô 
domani per avéré tempo e parlare con te. 

Sono certo, che resterai molto meravigliato delle cose che il Bertini 
mi disse in nome proprio e del Ricotti (1). Eccole in breve. 

Era i concorrenti essere raigliore il Mamiani, quantunque anche 

il abbia meriti per essere raccomandato. Ma il Mamiani non 

essere riputato idoneo ad insegnare la filosofia délia storia, perché egli 
è filosofo poco profonde e poco fermo, e non si ha documento che provi 
saper egli la storia. Il professore di filosofia délia storia dovere, seconde 
il giudizio dei due commissari, essere versatissimo nelle storie tutte, 
incominciando da quelle delTantico Oriente sino aile moderne e con- 
temporanee, e dovere in filosofia professare dottrine sicure; siffatto in- 
segnamento essere a crearsi di stampo; il Mamiani, insigne letterato, 
scrittore elegantissimo, uomo per tanti rispetti, corne il Bertini notava, 
celebrato in Italia ed in tutta quanta Europa, non avéré i requisiti 
necessari per crearlo professore nei modi che essi, i miei due colleghi, 
divisano. 

Io avvertii che noi eravamo invitati a dare il nostro parère non sul 
programma deirinsegnamento délia filosofia délia storia, ma sul merito 
dei concorrenti, e posciachè, anche a giudizio loro, il Mamiani andava 


(1) Ricotti Ercolo, professore di storia. 



— 236 — 


molto innanzi agli altri, sembrarmi che, dove si desse siffatto parère e 
se ne recassero le ragioni, il cômpito nostro fosse finito. Notai corne 
il giudizio cbe intendevano portare sulla non idoneità di Mamiani, si 
fondasse principalmente nel preconcepito disegno del programina dell’in- 
segnamento, disegno che altri poteva contraddire. Notai, che se idoneo, 
dovesse tenersi solo colui, che ad un tempo fosse e filosofo sommo e 
sommo storico, e dottissimo nelle teologie, nelle filosofie e nelle lettere 
e nelle storie dell’antico Oriente, nè in Italia nè fuori si troverebbe 
Tuomo da tanto. Aggiungasi che il voto, che disegnavano dare, a mio 
avviso, voleva dire, che non si poteva istituire una cattedra délia filo- 
sofia délia storia, dacchè non si potrebbe trovare chi avesse tutta la 
sapienza che eglino stimavano necessaria a farne lezione. 

Feci anche qualche altra avvertenza, ch’io stiraava acconcia se non 
a mutare, a temperare i giudizi loro: pensassero coine fosse cosa grave, 
il dare, per cosi dire, una patente di inettezza a quel Mamiani che essi 
stessi dicevano celebratissimo in Europa; pensassero al lustro che dal 
Mamiani riceverebbe l'Ateneo Torinese; ponderassero anche che la cat- 
tedra gli era già stata offerta dal Ministre ; badassero, che se la mag- 
giorità délia Cornraissione desse un voto di quella fatta, il Mamiani si 
ritirerebbe dal concorso, di che seguirebbero difficoltà e mormorazioni 
moite. 

Non mi parve che le mie parole facessero frutto. Il Bertini rai disse 
ohe egli ave va Tincarico di tare il rapporto al Ministero nella forma 
che aveva accennata. Allora io soggiunsi, che non avrei potuto appro- 
varlo: si convenue che avremmo discusso il rapporto in un’altra adu- 
nanza, che sarà quella di doinenica. 

Domenica dunque, amico mio, parleremo insieme, e se i miei colleghi 
non avranno mutato consiglio, io mi préparer^ a contraddirli, a voce 
prima, in iscritto poi, se sarà mestieri, chè in verità mi pare abbiano 
non so quai vélo al giudizio. 

Intanto ti saluto di cuore. 

Aff.mo amico Farinl 

6 ) 

C. CavOük a Lanza. 


Car O Collega, 


Parigi, 2 mareo 1856. 


Ho risposto in anticipazione alla sua interpellanza relativa ai buoni 
del tesoro. 

In quanto aU’assicurare il servizio del seconde trimestre, abbiamo 
perciô la seconda rata deirimprestito inglese, ossia 12,000,000 di cui 
potremo disporre maggio. 



— 237 — 

Non sarei d’opinione di vendere le Azioni di Novara sin dopo fàtta 
ja pace: saliranno allora a 700. 

Lo compatisco di dovere subire la discussione délia tassa patentî, 
con i discorsi di X 


Ho narrati gli avvenimenti politici a Cibrario ed a Rattazzi. Non gli 
ripeto il raio racconto per difetto di tempo. Solo aggiungo che mentre 
gli scrivevo giunse da me il corrispoudeiite del Morning Post, gior- 
nale di Palmerston e di Persigny, per dirmi che l’Imperatore gli aveva 
fatto sapere dal suo segretario Mocquart che avesse a propugnare la 
causa del Piemonte. L’iudizio non è cattivo. Perô in mezzo a tanti 
intrighi oso ancora lusingariiii di ottenere un risultato concreto. 

Raccomandi a Gatti di non lasciar dir del male délia Francia e del- 
rimperatore, ora che abbiamo tanto bisogno di lui. Le unisco una lettera 
di una signera onde ne faccia quel caso che ne crederà. 

Rothschild giura che non consentir^ mai a far pagare la Francia più 
del Piemonte. Consente pero a restringere il contratto ad un anno. 

Pel Virginia il prezzo di L. 125 non è elevato. Non vorrei per6 an- 
dare contre ropinione deirAmministrazione. 

Mi creda con sinceri sensi ^ 

Suo devotissimo collega C. Cavour. 

C. Cavour a Lanza. 


Car O Collega, 


Uarigi, 12 mar/o 1850. 


Ho ricevuto la sua lettera del 9 andante. A tenore di quanto mi 
scrive, stabilirô con Rothschild il contratto per i 1000 fusti di tabacco. 
In quanto ai fondi necessari per Tandamento del servizio, vado tosto 
ad intendermela con Clarendon, per potere disporre al 10 maggio del- 
Tultima rata del prestito inglese di 500.000 lire sterline. Con questa 
somma ed anche vendendo le Azioni di Novara si andrà, spero, sino a 
tutto luglio. Prima di queU’epoca si potrA calcolare il précisé ammon- 
tare delle spese délia guerra e sapere percid quanto si possa aspettare 
dairinghilterra, e quanto dovremo ehiedere al credito nelle vie ordi- 
narie. Spero poi che firmata la pace, i prodot ti indire tti aumenteranno 
d'assai. 

In quanto aile Azioni di Novara parmi che Tacquisto potrebbe con- 
venire alla nuova Società di credito che si fonda a Torino; sarebbe 
subito un mezzo d’impiegare una parte del suo capitale. Gli consiglio 
di parlame a Bolmida. Potrebbero essere vendute pagabili in tre rate 
cioè: fine aprile, fine maggio e fine giugno. 



— 238 — 


Gualtieri rai ave va anche tempo fa parlato deU'acquisto di queute Azioni, 
Sarà bene Tinterpellarlo. Bolmida mi ha comunicato gli statu ti modi- 
ficati délia Cassa d'industria e del commercio. Fra pochi giorni gli 
trasraetterd le mie osservazioni. Desidererei fare di quest' istituzione 
un aifare italiano. Sarebbe un mezzo d'influenza sulla penisola non 
isprezzabile. 

La pace puô dirsi conchiusa. I nostri afïhri non progrediscono molto 
ma non indietreggiano. 

L'imperatore é tenace nel suo proposito; ma per mala sorte é poco 
secondato daU’Inghilterra per ciô che riflette i Principati. 

Lo ringrazio di qnanto ha fatto per Salinour e Santa Rosa . . 

lo non dubito ch’EUa si’ libererà dagli artigli degli 

avvocati e dei medici, corne già si liberô dalle iasidie • 

Lo ringrazio di tante fatiche sostenute a vece mia. 

Saluti i colleghi e mi creda 

Suo dev.mo amico C. Cavoük. 

FS. La scelta teste fatta dal Direttore délia Società d'irrigazione 
nella persona dell’ingegnere Casana, parmi meritare la piena approva- 

zione del Ministero.^ 

w 

8 ) 

C. Cavoür a Lanza. 


Caro Collega, 


Pariçi, IG raarzo 1855. 


Bolmida mi ha mandate una copia dei iiuovi statuti délia Cassa di 
industria e del commercio. Avendoli maturamente esaminati, ho redatto 
nna sérié d'osservazioni che qui unité le trasuietto. 

Non ho forraulati gli articoli relativi alla limitazione del dividende 
che sono, a parer mio, i più important! di tutti, perché sarebbe bene 
il concertarii con Bolmida. Vi sarebbe pure a bene ponderare quelli 
relativi agUimprestiti, per impedire che la Soeietà. non faccia corne il 
Credito Mobiliare Francese, il quale per ottenere 60 milioni, creô per 
100 milioni e più d'Obbligazioni. 

Il sisteraa di auraentare il capitale nominale per lucrar qualehe cosa 
suH’interesse, buono per i Go verni (non sempre perô) i quali non sono 
mai in mora, è pessimo per una soeietà industriale, la quale pué essere 
ridotta in istato di fallimento. 

Castelborgo mi scrive aver acquistato le Virginie da HufFer a 120. 
Pensi perô che sono impegnato con Rotschild per 600 fusti a 125. 

L'imperatrîce ha partorito. Credo che sarà in definitiva bene per noi ; 
ma pel momento m’imbroglia assai non potendo vederlo (l'Imperatore), 



— 239 — 

corne avrei desiderato per far trattare senz’indagio la qaestione delle 
Eomagne. Pazienza, spero che fra due o tre giorni il aura curé sa joie, 
Aspetto con ansietà delle notîzie deî prodotti del mese di febbraio, 
nella spefanza di veder ripresa la marcîa asceudentale deiranno Bcorso. 
Mi creda 

Suo aff.mo C. Cavour. 


ô) 


c. Cavoür a Lanza. 


Caro Collega, 


Parigi, 25 marzo 1856. 


Dividendo pienamente la sua opinione intorno air opportunità del- 
Tacquisto di 3000 fusti di Virginia al prezzo di 120 franchi, l'esorto 
a stipulare aenza più l’inteso contratto col signor Hulfer. Non lo posso 
fare qui, giacchè gli elementi mi mancano per ciô. D’altronde il signor 
Huffer essendosi stabilito di recente, e non avendo unHmmensa fortuna 
corne Pescatore, è necessario ch’esso sia spalleggiato da una casa ban- 
caria dello Stato, corne si richiedeva pel passato. 

Rothschild non mi ha più parlato di tabacco, forse trovando Huffer 
sul mercato virginiano non penserà più a noi; ed allora tanto meglio. 

Trovo soddisfacenti i prodotti del primo bimestre. In complesso offre 
un aumento, rispetto al 1855, di quasi 1,600,000. Continuando cosî, si 
avrebbe un aumento neU'anno di 9,000,000; e lo sbilancio sulle spese 
ordinarie sparirebbe. 

Anche le strade ferrate danno un buon risultato; lasci Bona (1) la- 
mentare la concorrenza délia linea di Novara, la quale vivifica le più 
ricche e le più produttrici linee dello Stato. 

A proposito di Novara la prego di dire a Gualtieri ch4o pensava 
ch’egli avrebbe chiesto immantinenti la concesaione délia linea da Ivrea 
a Livorno, onde compiere la rete di cui la linea attuale è la principale 
arteria. Il momento é favorevole a queste imprese, non lo lasci sfaggire. 

Già gli risposi col telegrafo intorno aile Azioni di Novara. Penso che 
a quest’ ora è un affare terminato. Il tesoro realizza un bénéficie di 
400 mila lire, che lo compenserà del minor prodotto dei béni demaniali 
intorno a Torino. 

Forse sar6 di ritorno prima che il Consiglîo di Stato abbia delibe- 
rato intorno agli statuti del Credito Mobiliare. 


(1) Bartolomeo Bona, «eaatore del Regno, Direttore generale delle strade ferrate. 



— 240 — 


Non entre perciô in magg^iorî particolari intomo ad essi, solo mi re- 
strittgo ad osserrare che il capitale da versarsi essendo stato portato 
all’egregia somma di 40 milioni) aicune caatele che si credeyano noces- 
sarie quando si trattava di soli 15 milioni, possono ora considerarsi 
corne soverchie. 

Lord Clarendon avendomi invitato a formolare una domanda finale 
rispetto aile somme che richiediamo dairinghilterra, io gli ho chiesto 
500 mila lire sterline, oltre 2 milioni pattuiti l’anno scorso. Cosi 
avremmo ancora da ricevere un milione di lire sterline. Lord Clarendon 
mi rispose non avéré difficoltà, per ciô che a lui spetta, di consentire 
alla nostra demanda. Scriverne perù immediatamente al Cancelliere 
dello Scacchiere, che è suo oognato, onde il Ministère inglese deliberi 
formalmente. Parmi che col milione sterlino inglese si potrà rimandare 
aU’anno venturo ogni operazione di credito airinterno. Ma per ciô non 
bisognerebbe ridurre a 20 milioni la circolazione dei Buoni del Tesoro 
corne si propone di fare nel progetto di bilancio del 1857. 

Rispetto ai docks di Genova ritengo che il progetto Rendell sia di 
tutti il preferibile. Perô trattandosi d'argomento tecuico, mi riferisco 
a Paleocapa, il quale si è specialmente occupato del porto di Genova. 

La Compagnia, che si propone di eseguire questo progetto, è diretta 
da nazionali ricchi ed onesti. Scrivo a Rattazzi interne aile cose nostre. 
Non é la volontà che faccia difetto per operare qualcbe cosa in nostre 
favore; sono i mezzi che non si trovano, ristretti corne siamo nel cir- 
colo dei trattati. Penso che la pace si firmerà questa settimana od al 
principio délia ventura, al più tardi. 

Mi creda con affettuosi sensi 

Suo dev»mo collega C. Cavour. 


lO) 

c. Cavour a Lanza. 


Caro Collega, 


Parigi, 30 niarzo 1856. 


Per farla più spiccia ho spedito a Salmour (1) la lettera di Bolmida 
sulle modificazioni proposte agli statuti del Credito Mobiliare con aicune 
mie osservazioni. 

Ho ricevuto un'altra epistola di Bolmida, il quale insiste ancora sopra 
vari punti. Questa non mi ha con vin to per nul la, salvo sul punto del 
corrispettivo da concéderai agli ammiuistratori. Se veramente i condi- 


(1) Segretario generale del Ministère dolle finanze. 



— 241 


videnti sono 27, il 7 p. sugli utili sarebbo troppo tenue rimunera- 
zione, e non vedrei inconvenienti a che gli si concedesse il 9 od anche 
il 10 p. %. Rispetto alla riserva persiste nel credere che non si possa 
richiederG meno di '/i sugli utili. Lo stesso signer Pereire ebbe a con- 
venirne meco. 

Se il Consiglio di Stato ci manda presto il suo parère, sarebbe bene 
di non ritardare Temanazione del décrété d’autorizzazione. 

Il signer Oneto di Genova mi ha scritto che il grande banchiere 
Parodi, scuotendo alfine la sua inerzia, stava per costituire una Cassa 
di sconto, per mezzo di una Società anonimi. È buon indizio, giaccliè 
è il banchiere il più ricco, il più timido e sinora il più ostile al Go- 
verno che vi esista nello Stato. 

Ho risposto ad Oneto, eccitandolo a presentare la sua demanda il più 
presto possibile. 

Salmour è stato assai otfeso del non essere stato avvertito preventi- 
vamente dello scioglimento délia Direzione del Teatro (Regio). Crede 
che vi sia stato qualclie cosa di personale a suo riguardo. Gli ho scritto 
per rettificare questo errore. Ma le sarei tenuto se ella vedesse modo 
di fargli dire qualclie parola da Rattazzi, col quale erano in molta 
relazione prima di questo accidente. 

La pace é fatta. La questione d’Italia verrù ora in campo, lo spero 
almeuo. Non si otterranno risultati immediati, ma si sarà sempre otte- 
nuto di fare riconoscere aile grandi potenze essere lo stato attuale délia 
penisola una vera vergogua per l’Europa. 

Se fosse possibile di ottenere che i nostri giornali non dicessero male 
deirimperatore, sarebbe un grau bene pel paese. Dovrebbero persua- 
dersi che il Governo attuale francese è stabilito fortissimamente, e che 
salvo il pugnale nieiite lo pub abbattere. 

Mi creda in fretta cou affettnosi sensi 

Devjno collega ed amico C. Cavou«. 


11 ) 


C. Cavour a Lanza. 


Car O Collega^ 

Parigi, 17 aprile 1S56. 

Credevo di poter la settimana ventura recarmi a Torino a sollevarla 
del peso ch’ella sopporta per amor mio; ma temo di doverla richiedere 
per una settimona d’aggiunta, a cagione di una corsa ch'io intendo 
fare a Londra. Lord Clarendon si portb cosi bene con me, dimostrô 
tanta simpatia per Tltalia ed una cosi sincera antipatia per gli au- 
striaci, ch’io mi credo in débita di andare a ringraziare la Regina. 


le — L \NZv, Mtmorie. 


Vol. II. 



A Londra vedrô di defiiiire la questione finanziaria ; ma temo ora clie 
mi sarà difficile di ottenere oltre i 2,000,000 di lire sterline délia pri- 
initiva convenzione. 

Ne demandai 2,300 OOfi, fondato suiripotesi clie Tevaenaziéne délia 
Crimea avesse a durare sino a tutto agosto ; cessando col mese di maggio 
non potrei giustificare coi dati che posseggo una siinile somma. Santa 
Rosa mi scrisse che al 1*^ aprile si erano spesi ed impegnati 42 milioni, 
aggiuiiga 2 mesi a 3 Va sono 7 milioni di più, cioè: 49,000,000. 

Corne mai chiedeme 62,500,000? d’inglesi in materia pecuniaria sono 
molto precisi; se li avessimo indotti in errore anche di poco, ne scapi- 
teressimo molto nella loro stima. 

Castelborgo mi ha scritto che terne di difettare di Kentuki. Ho tosto 
scritto alla Nuova-York, onde col telegrafo si ordinasse a Heine di spin- 
gere gli acquisti e le spedizioni. Vedrô se Rotschild ne avesse del di- 
sponibile. Potrei pure farne fare ricerca a Londra ; ma in sostanza credo 
che l’Amministrazione sia invasa da un terrore panico. 

Santa Rosa terne che i Buoni diininuiscano in forte proporzione, se 
ciô accade si aumenterà di nuovo l’interesse. 

A proposito d’interesse, che cosa accade alla legge approvata dal 
Senato e portata alla Caméra? Se Ella mi risponde mi rivolga le sue 
lettere a Parigi. 

Saluti i colleghi e gli amici, mi creda 

Suo aff,mo collega ed amico C. Cavour. 


IS) 

U. Rattazzi a Lanza. 

Amieo earinsimo, 

Torino, 24 agosto 185(>. 

Forse non eri aucora ieri sera parti to, che il Re giungeva qui di 
ritorno dalla caccia. lo nol seppi che verso le ore 9 di sera, allorchè 
andai al Ministero. Ho esitato un momento per decidere se dovevo o 
no dartene avviso, ma si perché era già tardi, si perché mi sarebbe 
spiaciuto che montre non stai troppo bene facessi lo sforzo di ritornare 
subito indietro questa mattina per le ore 9, ho stimato meglio di non 
fartelo sapere. La relazione ebbe di fatto luogo aile 9 ed il Re parte 
quest’oggi per Pallanza e sarà qui nuovamente per la relazione venerdi 
prossimo: hai quindi tempo di aspettare sino a giovedi sera. Il Re era 
di buonissimo uinore, contento delle caccie ; ha preso due stambecchi ed 
undici fagiaui con qualche marmotta. Egli chiese tue notizie ed ha 



— 243 ~ 

mostrato di prendere ima vivissima parte alla tua s ventura di fami- 
glia (1). 

Ho fatto firmare il decreto per la no mina di — De-Foresta 

non è arfcora giunto, ma sono assicurato che arriverà senza fallo s tas- 
sera, domani potrà quindi il decreto essere contro-firmato ed anche 
spedito costi. 

Non v'è nulla assolutamente di nuovo nel mondo politico dopo la tua 
partenza, fa animo, i miei rispetti alla tua famiglia, ed a quella di 
tuo fratello, ainami, e credimi coi più sinceri sensi 

Tuo aff,mo amico U. Rattazzi. 


13 ) 

Bogoio a Lanza. 


Ill.mo aignor MinistrOj 


20 dicembre 185G. 


Con grande meraviglia odo dal Prof che a spiegazione del se- 

vero provvedimento di cui egli fu, non ha guari Toggetto, si allega la 
incongruenza che un professore abbia parte alla redazione di un gior- 
nale di opposizione al Ministère. 

Senza voler pregiudicare alla questione di massima, sulla quale io 
spero di non avéré mai occasione o necessità di partirmi da quelFcpi- 
nione di libertà e di indipendenza degli insegnanti che ho sempre pro- 
fessato, adempio ad un dovere di coscienza assicurandola suH’onor mio 

che il Prof non ha mai preso parte aîcuna allo indirizzo ed alla 

collaborazione politica del Risorgimento. DaU’aprile passato egli mi 
chiese d’essere occupato corne traduttore per il tempo che Vavrebbero 
lasciato a Torino; ed a queU’epoca egli neppure sape va quale strada 
avrebbe tenuto il giornale, credette per6 di poter continuare queiruf- 
ficio corne affatto estraneo al colore politico del giornale, al quale nè 
egli pensô mai di prender parte più attiva, nè io forse glielo avrei 
consentito, perché le sue opinioni non sono le mie, 

Io amo sperare che queste franche ed esplicite spiegazioni possano 
giovare a rimuovere quelle prevenzioni che per avventura una fallace 
apparenza puô avéré fatte nascere a carico del Prof 


Dev.mo Boggio. 


<1) Gli era iriorto il fratollo. 



— 244 


14 ) 


Lanza al Depütato Pier Carlo Boggio. 


Ilî.nto signor Avvocato, 


êf 

Torino, 22 dicembre 1850, 


I motivi che haniio determinato il sottoscritto a porre in aspettativa 

senza stipendie l’ispettore sono indicati nella Relazione al 

Re, la quale puô far fede che non si menzionô punto la sua collabora- 
zione al giornale da lei diretto. Non s’intende con ciô dichiarare che 
questa circostanza non aggravi il torto di queirimpiegato, ehé l’aggrava 
certarnente, e non taiito perché scrivesse in un giornale d’opposizione 
al Ministère, corne ella suppone, ma perché invece di attendere al ser- 
vizio dello Stato, da cui riceveva lo stipendie, si pose a servizio altrui, 

Nessuna animosité politica dettô quindi la misura ch'Ella chiama se- 

vera, contre il signor Ispettore ma il solo sentimento del 

dovere. 

Sarebbe impossibile ogni amministrazione se agli impiegati régi fosse 
lecito di risiedere dove loro talenta e d’attendere a qualsiasi privato 
ufficio, trascurando quello dello Stato; e più deU’impiegato sarebbe col- 
pevole quel Ministre se lasciasse impunité simili trasgressioni. 

Questo é quanto posso dire a V. S. Ill.ma in risposta alla cortese 
sua d'oggi. 

Siio (lev.mo G. Lanza. 


15 ) 

Lanza a Monsignor Cai.abiana vescovo. 

Beverendissimo Monsignore^ 

Trovo assai commendevole il pensiero che nutre V. S. Rev.ma di 
edificare una nuova cattedrale costi o di restaurare il duomo attnale 
in modo degno deU’importanza délia diocesi e délia città. Raccomandai 
quindi subito il siio progetto al Ministre Guardasigilli e godo di an- 
nunciarle che lo trovai disposto ad assentirvi. 

Giacché mi si offre l’ opportunité, mi permetta, Monsignore Rev.mo^ 
di esprimerle il mio parère sulla maggiore convenienza dei due enun- 
ciaii progetti. Se vi fosse modo di costruire una nuova cattedrale di 
getto, riducendo il duomo attuale all’antica sua forma, io credo che 
V. S. Rev.ma farebbe opéré doppiaineute bella e lodevole. Se da una 
parte é desiderio che sorga un nnovo edifizio grandiose, quale la cre- 
sciuta popolazione ed agiatezza di questa provincia ricliiede, dall’altra 
sarebbe spiacevole che un monumento antico dell’età longobarda, unico 
forse in Piemonte, cadesse a terra. Sottopongo aU'assenuato suo giudi- 



— 245 — 


zio questa mia riflessione senza tratto di conseguenza, dispos tissimo a 
secondarla per quanto sta in me neiruno qnanto neU'altro progetto. 

Accolga, monsignore, i sensi del mio rispettoso ossequio e con la mas- 
sima considerazione mi dichiaro 


di V. S. Rev.ma. 


Dcv.mo ed Umil.mo G. Lanza. 


16 ) 

Lanza al DOTTORE SchiapARELLI (dolfore in malemaiic»). 

Berlino. 

Sono lieto del biion accoglimento da Lei ricevuto dalle Podestà go- 
vernative e da professori di costi. 

Non pote va succedere altrimenti. Quando un giovane è raccomandato 
da un Governo, si deve presurnere essere fornito di doti tali, da meritare 
considerazione e riguardi. Nè dubito punto ch’ella saprà avvantaggiarsi 
di qneste biioue disposizioni e dei mezzi che gli stanno innanzi per col- 
tivare alacremente la scieiiza che predilige. Il suo passato mi sta ga- 
rante deiravvenire ; confido quindi che il successo de' suoi stndi, cor- 
risponderà appieno alla aspettazione mia ed a qaella del Governo. 

Accolga, coU’attestato di distinta stima, i miei cordial! saluti, 

G. Lanza. 


17 ) 

Terenzio Mamiani a Lanza. 


Signor ifinistro, 


Torino, 27 ottobre 1857. 


Debbo a Sua Maestà infinité grazie e riconoscenza perpétua delFonore 
che mi reca di salire la cattedra di filosofia délia storia in questa in- 
signe universit.l di studi. 

A Lei poi, Signor Ministro, debbo la cagione principalissima di taie 
onore, avendo Ella pensato alla mia persona e credutomi atto all'uf- 
ficio, nuovo in troppa gran parte, di quelFarduo insegnarneuto, e sempre 
starà meco la memoria delle moite cure e délia ferma volontà ch’Ella 
vi ha adoperato. Sento l’obbligo che mi stringe di rispondere il meglio 
che posso ai beneficii del Re, ai favori délia S. V. 111. ma, aU’aspetta- 
zione del pubblico. Se vi sarà difetto, spero che la cagione non verrà 
mai ravvisata nel mio scarso zelo e nella mia poca diligenza. 

V. S. Ill.ma mi comandi alla libéra tutto ciô che io possa fare o 
tentare in vantaggio deiristruzione di questa cara e gloriosa provincia 
italiana e me le dichiaro con sensi di aita stima ad osservanza 

Dev,mo ed ohb.mo Tkrenzio Mamiani. 



— 246 — 


18 ) 


La Farina a Cavodr. 


Pregiatissimo Amico, 


Il bancliiere Adami di Livorno è giimto a Torino per parlare col ininistro 
Lanza, dal qiiale parve abbia rieevuto promessa, clie i capitalisti to- 
scani avrebbero una certa parte al prestito di 40 milioni. La cosa non 
80 quanto sia utile o non utile finanziarianiente ; ma certo politica- 
mente é utilissima ; sia perché unisce sempre più gl’interessi dei toscani 
cou quelli del Piemonte, sia perché Adami, ex-minis tro di Finanza del- 
l’ex-principato costituzionale, é uomo molto beiie veduto dalla parte 
liberale. 

Potreste voi raettere qualche buona parola? Bisognerebbe perô far 
presto, perché Adami si presenterà al Ministro qnesti sera o dimani. 

Fateini il favore di un rigo di risposta, che manderete alla stamperia. 

Credetemi di cuore 


Yostro La Fakina. 


19 ) 

La Farina a Lanza. 


Ill.mo Signore, 


Torino, 7 luglio 1858. 


Scusi se mi prendo la libertà di scrivere direttamente alla S. V., ma 
un biglietto rieevuto ieri sera dalPamico Castelli, nel quale mi dice : 
parlando col Conte Cavour delUaffare Adami^ mi disse che allô stato 
delle cose credeva fosse impossihUe dargli direttamente parte del pre- 
stito, mi fa nascere il sospetto che ci sia di mezzo un qualche equivoco-, 

Adami sa bene che nello stato in cui sono le cose, egli non puô spe- 
rare di aver parte del prestito direttamente; ma egli nutre speranza 
che, per mezzo dell’alta influenza délia S. V. III. ma, egli possa aver 
ceduti dal signor Bombrino (non so se scrivo bene il nome) un quattro 
0 cinque milioni. 

Nel suo ritorno a Livorno egli era atteso da tutti i capitalisti di Li- 
vorno che parteggiano per il Piemonte, e che annettono a questo fatto 
una grande importanza politica. 

Adami mi scrive ch’egli è pronto a pagare anche il V2 Vo Perché 
la cosa si faccia ; e con questo postale ho rieevuto lettera di tutti co- 
loro che si occupano di politica in Toscana, i quali mi parlauo di questa 
faccenda corne di cosa che attira la pubblica attenzione. Non dimen- 



— 247 — 


tichi la S. V. Ill.ma che questi capitalisti han niegato il loro danaro 

al Governo Toscano, il quale ha dovuto rivolgersi a ed 

agU altri banchieri reazionari. 

In qaSsto stato di cose mi perdonerà la S. V, Ill.ma, se mi sono fatto 
ardito di scriverle direttamente, nella speranza di avéré una soddisfa- 
cente risposta, che sono incarieato di comunicare a Livorno per via 
telegrafica. 

Mi creda sempre pieno di stima e di profonde rispetto 

Dev.mo ed ohhLmo servo Giuseppe La Farina. 

PS, Non dimentichi la S. V. Ill.ma che una delle preghiere di 
Adami riguardava il pagamento de* copponi a Livorno per suo inezzo, 
e senza nessuna provvisione a suo vantaggio. 


SO) 

La Farina a Lanza. 


Ill.mo SignorCy 


Torino, 22 higlio 1858. 


Non volendo meritarmi nè la taccia d’importuno con venire ad os- 
sequiare la S. V. né quella d’irricoiioscente con trasandare di ringra- 
ziarla, mi prendo la libertà d’iuviarle con questo viglietto i ringrazia- 
menti de’ nostri amici di Toscana ed i miei. 

Mi creda la S. V. quando le dico che il suo provvedimento è stato 
un atto di politica nazionale, délia quale i Toscani serberanno ricono- 
scenza. 

Aggradisca i sensi délia raia profonda stima e del mio rispetto 

Suo dev.mo servo Giuseppe La Farina. 


SI) 

Cavour a Lanza. 


Car O Collega, 

Gincvra, 14 luglio 1858. 

Credo doverla ragguagliare délia mia visita alla stazione di Culoz 
in compagnia di Mazzucchetti è di una turba d’ingegneri piemontesi, 
francesi ed inglesi. Essa fu prontamente spedita giacchè nulla si è 
fatto e nulla si pué fare se la questione diplomatica non é sciolta. 
Viguet (1) e Ranco assicurano che l’Amministrazione francese si oppone 


(1) Direttcre delle dogane délia Savoia. 



— 218 — 


a che i nostri agent! percepîscano i diritti sulle merci da introdursi 
nel nostro Stato sul loro territorio. Se ciô fosse, io non saprei ravvisare 
Tutilità di una dogana internazionale. 

Mi sono fatto fare una relazione da Vignet e Tho consegnata a Vil- 
lamarina venuto qua per conferire meco. 

L'ho incaricato di fare presse il Ministre délia giustizia le più vive 
istanze onde la Francia non si dimostri più gelosa di noi di quelle che 
lo siamo rispetto aU'Austria. 

Ho visitato Aix, i lavori procedono discretamente. Credo che Maz- 
zucchetti avrà conciliato gl’ingegneri contendenti. Evvi un discrète con- 
corso di forestieri, tanto più notevole che se ne patisce questo anno 
grande difetto in tutti gli altri stahilimenti termali. Ove, corne Duprat 
se ne lusinga, cogl'introiti si potessero pagare gl’interessi dei mutui 
contratti, io lo esorterei a concedere allô spedale annesso ai hagni il 
solito sussidio. Poichè si fa tanto pei ricchi (stile valériane) perché 
diniegare Toholo del povero? 

Gli dirô in tutta confidenza che profitto délia vicinanza di Plom- 
bières per fare una visita alFImperatore. Parmi utile ch’io veda di pe* 
netrare i suoi veri progetti. Non so se vi riuscirô, ma almeno farù il 
possibile per sapere se nel suo cervelle stiano rinchiuse la pace o la 
guerra. 

Le elezioni hanno superata la mia aspettativa. Persino in Savoia ah- 
biamo riacquistato il mellifluo Louraz ; questa vittoria pare dovuta ad 

X il quale spiegô une zelo notevole senza cadere nel hroglio, 

per comhattere le manovre clericali. La prego a raccomandarlo a De 

Foresta, esso desidera es.'îere traslocato a ora vacante. L’Inten- 

dente dice che l’appagaraento di questo desiderio sarebhe atto politico. 

Creda^ caro Collega, alla mia sincera devozione. 

C. Cavoüii. 

FS, IIo dimenticato di parlare del signer Euzière che chiede di 
poter esercitare Tarte rnedica a Nizza. Esso è parente del dottore Con- 
neau (1), persona che considerazioni d’altissimo momeuto, e che La 
Marmora le farà note, ci consigliano di tenerci arnica. Le raccomando 
qnindi caldissimamente il predetto signore, eccitandolo di andare sino 
alTorlo inoltrato délia legalità. 


(1) Il dottore Conneau ora il confidente intiino di Napoleono Tll ; a lui aveva 
l’imporatore affldato l’inoarico di recarsi a Torino e.d’mvitare con tutta la segro- 
tezza il Conte di Cavour ad andare a Plombières quand’egli vi si sarebbe recato 
nel mese di luglio. 

11 La Marmora conosceva più minutamente i disegni di Cavour e délia missione 
esoguita dal Conneau. 



— 249 — 


88 ) 

Caro Collega, 


Cavoür a Lanza. 


Torino, 23 agosto 1858. 


Ho cercato a persuadere Oytana ad accettare il portafoglio delle fi- 
nanze, ch’ella, con rincrescimento mio ed altri suoi colleghi, vuole as- 
solutamente abbandonare. Non ho ottenuto una risposta affermativa, 
ma neppure una ripulsa ; ond’io opino che se ella gli scrive per ecci- 
tarlo a cedere al nostro invito, finirà col dire di si. Il principale 
argomento è basato sopra un’esagerata modestia. Ella che lo ha veduto 
alla prova potrà aiutarmi a vincerlo. 

Farô preparare il decreto di nomina a Senatore pel buon Cadoma. 
Goda dell’aria para délia campagna. La invidio, ma la esorto a ripo- 
sare quanto basti a ricuperare le sue forze per li fiituri parlamentari 
combattimenti. 

Mi creda quai sono, con devoti sensi 

Suo aff.mo Collega ed amico C. Cavour. 


S3) 


Cavoür a Lanza. 


Caro Collega, 


Torino, 25 agosto 1858. 


Oh! illusioni umane! 

Oytana, che ero persuaso di avéré deciso ad accettare il portafoglio 
delle finanze, è tornato ieri da me più restio che mai. Addusse di 
nuovo, per giustificare il suo rifiuto, molti vecchi e nuovi argomenti, 

di nessun valore, che mi fu facile combattere Non oso più in- 

sistere, giacchè non posso disconoscere che il portafoglio delle finanze, 
sempre, ma specialmente nelle attuali contingenze, è un magro (regalo). 

Gli lascio a pensare in quale perplessità mi ha ridotto questa 
inaspettata resistenza di Oytana, che ora non spero più di vincere. 
Pensi lei al da farsi. Forse ella si persuaderà délia necessità di compiere 
un nuovo sacrificio ritenendo il più spinoso ed ingrato dei portafogli. 
Dopo alcuni giorni di riposo, ritornando con nuove forze a Torino, si 
adatterà a continuare a portare un portafoglio su ciascheduna delle 
sue spalle, oppure avrà qualche idea luminosa a suggerire al Consiglio 
per uscire d’imbarazzo. 

Badi perô che se per ispirito municipale gli venisse in mente di pro- 
porci di valersi dell’ esperienza acquis tata da Mellana nelPammini- 



— 250 — 


strazione delle finanze casalesi, onde affidargli il governo di quelle dello* 
Stato, la sua proposta non sarebbe accolta. 

Faccio il p 'ssibile per conservare un po’ rii serenità in mezzo a tanti 
guai, ma le assicuro che sono un tantino sfiduciato, e che lio bisogno 
ch'ella arrivi con una soluzione soddisfacente del brutto impiccio in cui 
ci troviamo. 

Mi creda ora e sempre 

Suo aff.mo C. Cavoür. 


S4) 

C. Cavoür a Lanza. 


Car O Collega, 


Torino, 28 agosto 1858. 


Poichè ella deve essere di ritorno fra noi doinani Taltro non rispon- 
derô al suo foglio di ieri l’altro, se non per dirle quanto io apprezzi i 
sentiinenti clie lo inducono a non voler continuare a reggere due di- 
casteri e Io rendouo riluttante a scegliere quelle delle finanze. Discu - 
teremo assierne le gravi considerazioni ch’ella ha svolte, con quella 
francliezza e lealtà che lo fanno rispettato ed amato da tutti coloro che 
hanno avuto carapo di conoscere ed apprezzare il suo carattere, e son 
certo che le soluzioni a cui arrivererao ci saranno dettate dal solo in- 
tente di procurare, nelle difficili circostauze in cui versiamo, il inaggior 
bene del nostro paese. 

Mi creda con affettuosi sensi 


DevMio collega ed amico C. Cavoür. 


SB) 

CwoüR A Lanza 


Car O Collega, 

Cinzino garzone di caméra di S. M. chiede a nome del suo padrone 
la facoltà di fare ricerche nelle cantine del Valentino di un tesoro in- 
dicato da una sonnambula !! ! 

È un capriccio uraano, forse farà ridere, ma corne non fa male a nés- 
suno, non vedo la ragione per negare la chiesta facoltà. 

Spero che oggi sarà meglio in sainte ed avrà minori ragioni d'inquie- 
tarsi in casa. 

Mi creda suo 


Dev.mo C. Cavoür. 



— 251 — 


86 ) 

LaNZA al COMM. PaLEOCAPA (Ministre di State). 

Caro Collega, 

Compiacetevi di esaminare a vostro beU’agio il progetto di catasta^ 
zioiie provvisoria che vi trasmetto con qiiesta mia. Esso fu elaborato 
da due funzionari del catasto di Sardegna dei quali uno, il signoi" 
comm. Approsio, é tutt’ora addetto airufficio centrale del catasto sta- 
bile di terra ferma ; Taltro occupa il posto delle contribuzioni dirette 
in Torino ed è il signor Bertolotti. Il progetto in discorso consiste in 
due parti principali. La prima è rivolta a dimostrare l’incertezza con 
cui si procédé finora nelie operazioni geodetiche e planimetriche del 
Catasto stabile, il tempo e la spesa che richiedeva; non minore il 
primo di 28 anni, e la seconda di 57 milioni di lire. 

Nella seconda parte si descrive il metodo da seguirsi per la formai 
zione di un catasto provvisorio in che s'impiegherebbero non meno di 
17 anni e 32 milioni di lire. 

Favoritemi di grazia Tapprezzatissimo vostro parère particolarmente 
sopra i seguenti punti : 

Se il sistema seguito dalla Direzione del Catasto stabile sin 
qui, sia razionale. 

2'' Se i calcoli instituiti sul tempo e sulla spesa per reseguimento 
del medesimo siano più o meno esatti. 

3'^ Se il progetto proposto di un catasto provvisorio sia attuabile 
e possa conduire ad una lodevole perequazione deirimposta prediale. 

4^ Se possa coinpiersi nel tempo e colla spesa opinata. 

5‘^ Se le operazioni planimetriche e di estirno possano egualinente 
servire per proseguire in seguito il lavoro di un catasto stabile. 

Voi comprendete di quanta iinportanza sia la soluzione di questi 
qiiesiti, poichè se realmente non si potesse attuare il catasto stabile 
in più breve termine e con minore spesa di quanto si accenna nel pré- 
sente progetto, lo Stato non troverebbe più alcuna convenienza a con^ 
tinuare Topera intrapresa per il motivo che il maggior prodotto che 
si otterrebbe dalTimposta prediale si farebbe attendere troppo a lungo 
e verrebbe preventivamente assorbito dai capitali impiegati. 

È inoltre necessario che il Ministre sappia a cosa attenersi riguardo 
ai calcoli instituiti dai signori Approsio e Bertolotti, giacchè ho motivo 
a credere che il loro progetto fu comunicato ad alciini deputati i quali 
nella occasione che si discuterà alla Caméra il progetto di legge per le 
spese catastali del 1860 non mancheraimo di farne oggetto di viva 
e séria discussione. 



— 252 — 


Persuaso corne sono che vorrete essermi largo di vostri consigli in 
affare di tanta importanza, ve ne anticipo i più vivi ringraziamenti e 
colgo Topportunità di esternarvi i sinceri sentimenti di stima e di 
ftffetto. 

Vostro dev.mo G. Lanza. 


© 7 ) 

Cavour a Lanza. 


Caro Collegüj 


Gennaio 1859. 


Ecco la sola frase sulle finanze che mi è stato dato di redigere dopo 
due ore di sudori. 

U La criai commerciale dalla quale il nostro paese non andô immune, 
e la fatale calamità che ripetutamente col pi la prima delle nostre in- 
dustrie agricola e fahbrile ci tolsero di vedere realizzata del tutto la 
coucepita speranza. Ciô non vimpedirà di conciliare neiresame del bi- 
lancio del 1860 le nécessité del pubblico servizio, coi principii délia 
più rigorosa economia ». 

Se ha qualche cosa di meglio a suggerirmi me lo mandi tosto ; onde 
io possa soddisfare ai desiderii del Re, il quale chiede che il progetto 
xli discorso gli sia comuuicato. 

Mi creda 


Dev.mo C. Cavour. 


© 8 ) 

Lanza a Cavour. 


Caro Collega, 

La formola da lei compilata, per quanto riflette le finanze, parmi 
che dica tutto quelle che si puù dire nelle attuali circostanze. 

Mi sono tuttavia permesso di farvi alcuue varianti che forse rendono 
più esplicito il pensiero, se pure non è più accorto consiglio lo stare 
nel vago. 

Ella giudicherà sopra taie convenienza. Voglia intanto gradire i sensi 
jdel mio cordiale ossequio. 

Il stio dev.mo G. Lanza. 

La crisi straordinaria del comraercio d’Europa e d'America, da cui 
fu pure colpito il nostro paese, e le calamité che ripercossero due dei 



— 253 


principali' nostri prodotti agricoli ed iudustriali, scemando i proventî 
dello Stato, ci tolsero di vedere fin d'ora realizzate le concepite spe- 
ranze di un compiuto pareggio tra le spese e le entrate. 

Ciô non V’iinpedirà di provveiere nello esaine del futuro bilancio a 
tutti i bisogni del pubblico servizio senza ricorrere a raezzi straordinarir 
attenendovi ai principii délia più rigorosa economia (1). 


S9) 

Cavour a Lanza. 


Car O Collega, 


2 fehbraio 1859. 


Ho trovato al inio ritorno la qui imita lettera di Lafitte. M, le Duc 
è rimperatore. Dal suo complesso parmi potersi ricavare essère impor- 
tantissimo il non indugiare a presentare la legge del prestito. Se po- 
tesse farlo domani sarebbe cosa ottima. Tutti lo aspettano: onde non 
potrà fare gnin senso alla Borsa. 

Domani vi sarA, cousiglio ad im’ora précisa. 

Mi creda 


Suo affjHO C. Cavour. 


3 0) 

Laffitte a Cavour. 


Monsieur le Comte^ 


Paris, lo 31 janvier 1859. 


Le Duc vient de m’entretenir de nouveau de l'opération. Ce ne serait 
plus avec le Trésor qu’elle se fairait, à cause des formes administratives. 

Elle serait toujours présentée au Public, et la Banque prendrait 
rengagement de souscrire le soldé, s’il en restait un; mais je suis certain 
qu’il n’en resterait pas. Ramenée à cette simplification, l’affaire ne pour- 
rait que perdre ou être compromise par de plus longs délais, et je 


(l) Il testo del discorso dolla Corona fu poi combinato, prendendo un po’ da 
entrambi gli abbozzi ; e risullb LJ seguonto : 

« La crisi coramorciale da oui non andô immune il nostro paese, e la calamité 
che colpi ripetutaniente la principale nostra industria, scemarono i proventi dello 
Stato e ci tolsero di vedere fln d’ora realizzate le concepite speranze d’un cora- 
piuto pareggio tra lo spese e le entrate previste. 

« Ci6 non v’impcdirà di conciliare, ncU’osame del futuro bilancio, i bisogni délia 
Stato, coi principii di severa economia ». 



— 254 — 

ne fais que vous traduire ma conviction en vous disant, que dans de 
pareilles conditions, et avec l'appui bienveillant de le Duc, et per- 
mettez moi d’ajouter, avec celui de AP le Comte, il me serait facile 
de la terminer en très-peu de temps. 

Veuillez agréer, monsieur le Comte, mes hommages empressés. 

Ch. Laffitte, 


31) 


Cavoub a Lanza. 


Caro Coîlega, 


9 febbraio 1859. 


Ho risposto in cifre a Villamarina; Le ministre des finances ac- 
cepte pas proposition Fould (1). Credo che non si abbia più ad indu- 
giare ad aprire la sottoscrizione trattando cou banchieri italiaiii. Aze- 
glio mi scrive da Livorno avéré trovato disposizioni favorevolissime 
a Livorno, essere Adami ardente e potersi pure fare assegnamento 
sopra Carlo Fenzi, poteiite banchiere fiorentind. Se questi due avessero 
il toupé di aprire pubblica sottoscrizione nelle due priucipali città délia 
Toscana, farebbe ottimo effetto. 

Suo aff.mo C. Cavour. 

Le ritorno la lettera di Monticelli. 


3S) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


Parigi, 15 febbraio 1859, 


Le lettere del signor di Cavour sono in perfetta opposizione colle 
vostre iflee. Egli scrive a Bixio che crede il miglior parti to a prendersi 
quelle di seguire animataraente le proposte di Pereire. 

Di modo che quegli agisce e si dà un gran moto in quel senso. Di 
Eotschild e di altri non vuole intendere parola (benchè io ne faccia poche). 

Il principe pure non ama Rothschild, e pretende che non conviene ri- 
servar niilla per gli Istituti nostri di credito e banchieri, altri che i Pereire. 

Non mi spaventano queste opinioni, ma la lettera di Cavour a Bixio, 
che questi va mostrando, temo possa fare più effetto che non la mia 


(1) Sul prestito di 50 milioni. 



— 255 — 


Tiservatezza e parole. Domani prima deirappantamento con Pereire vedrô 
quali idee ha Rothschild. Aiidrô pure dal signor Pane. Finora combatto 
ia fretta con le ragioni di convenienza : la legge non è passata, la mia 
veste non^è sufficientemente ufficiale, io non posso trattare che ad re- 
ferendum^ ecc.; ma prevedo che si voirà raettermi colle spalle al muro, 
dicendo che quando io non avrô potuto fare un buon atfare d'altra parte, 
e tornerô ai Pereire, allora questi non vorranno più trattare sulle stesse 
hasi. Dal tutto insieme ho potuto vedere che quauto mi dicevate di 
certi intrighi è perfettamente vero. Mi sembra quindi che sia necessaria 
non tanto la mia attenzioiie quanto anche molta unione tra le parole 
•e lettere di Cavour e le vostre, onde io non mi trovi legato da parole 
del Présidente del Consiglio in urto c<)n quelle del Ministre delle fi- 
nanze. Alla mia mostra di poca fretta e molta modestia il Principe 
oppose la lettera di Cavour in cui ê detto che io ho pieni poteri ; risposi : 
finora li ho per negoziare, non per stipulare. 

L’accoglienza avuta dal Principe fu buonissima. Non so se gli abbia 
incontrato; ma Bixio mi fece sentire che se fosse altrimenti non mi 
avrebbe ricevuto cosî bene anche la seconda volta. 

Le notizie che ho, mi assicurano che l’Iinprestito Austriaco è fallito 
•eompletamente, e che TAustria lo ritenterà in Germania. Anche Villa- 
marina si mostra poco propenso per Rothschild, e mi disse che Geisser 
lavora per ordine di Rothschild a screditare i progetti di Pereire, e che 
Oldofredi gli aveva parlato di ciô non ha guari. Finora non so altro 
se non che tra tutti cercano di screditare Rothschild. 

Mi raccomando a voi per le possibili direzioni, onde aiutarmi in que- 
sPatfare che mi pare scabroso assai. Addio. 

Yostro aff.mo P. Monticelli. 


33 ) 


Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 

Parigi, 18 febbraio 1859. 

Dietro il consiglio del principe Napoleone questa mattina (18) fui 
dal marchese di Villamarina presentato al signor Magne, ministro delle 
finanze, il quale (dopo assicurazione nostra che Tlmperatore aveva vo- 
luto mostrarsi pieno di benevolenza verso il nostro Governo e disposto 
a facilitargli i mezzi di avéré l’imprestito) promise di parlarne domani 
in Consiglio e di darmi in seguito una risposta. Il Principe, che tiene 
sempre al suo progetto di far dare la somma a 80 dal Credito Mobi- 
liare raddoppiando il numéro delle Azioni del credito stesso, ha voluto 



— 256 — 


che in tal modo si préparasse la via onde disporre il Ministero e l’Im* 
peratore stesso a qiiesta combinazione. Intanto i Pereire non giunsero 
ancora ad offrire 80. Dal suo canto il barone Rothschild mi fa fare dei 
discorsi anfibologici, vuole e non vuole, mi dà appuntamentl che poi 
mi toglie sotto pretesto di podagra, ecc. Vedo perô che, non fosse la 
sua posizione verso TAustria, si potrebbe fare un miglior aifare con 
lui che con altri. Ma per ciô bisogna trovargli il modo di difendersi o 
non mostrandosi apertamente, o facendo apparire che Timprestito non 
si fa per la guerra, che anzi tutte le notizie sono pacifiche. In mezzo 
a questi dubbi egli non vuole che io mi aifretti, e chiede sempre tempo 
a decidersi. Ora perô che l’imprestito fu pure votato dal Senato non vi 
possono più essere pretesti per dilazione. 

Forse il barone Rothschild scriverà o manderà qualche agente presse 
il Ministère in Torino, onde assicurarsi meglio di avéré, e aile condi- 
zioni volute, l’imprestito. Ciô mi fece sentire il signor Geisser che non 
manca mai di visitarmi due volte al giorno. Risposi che non me ne 
adontava. L'opinione pubblica é ancora molto eccitata contro il Pie- 
monte. Me ne assicuro ogni giorno più. I ricchi, sovra tutti, vogliono 
godere in pace le loro ricchezze. Quindi pretesti più o meno buoni per 
mostrarsi alieni dal prestito nostro. Ciô rende impossibile il tentative 
di una sottoscrizione pubblica, e non lascia pensare che al forfait o a 
qualche sistema misto pieno d’inconvenienti. 

19. — Le speranze del Principe e mie di fare che il Crédit Mobilier 
giungesse a 80, non si realizzarono. Sta fermo a 75. 

Scrivo oggi stesso al Conte di Cavour. Egli vi farà vedere il progetto, 
appena delineato, di ciô che si puô sperare forse di ottenere da Roth- 
schild. Del resto non gli dico che quanto giù dissi a voi. Temo perô 
che Rothschild non abbia tutta la risoluzione necessaria. 

Questa sera vado misteriosamente a tentare di trovar modo d’inten- 
derini con un’altra Casa. Addio. 

P. Monticelli. 


34 ) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 

Pearigi, 21 febbraio 1859. 

È inutile infatti pensare a Rothschild. Egli non è disposto che a dare 
qualche somma in conto corrente, corne fece altre volte. Questa mattina 
vidi nuovainente il Principe insieme a James Fazy. La Banque Géné- 
rale Suisse sarebbe disposta, o per meglio dire, Fazy sarebbe disposto 



— 257 

a fare l’imprestito, salvo il domandar subito l’adesione dei snoi soci, 
purchô il Governo francese faccia che la Banca di Francia ammetta 
la Banca Svizzera ad avéré con essa conto coiTente, cosa che finora 
negolle. ®i lasciammo, prendendo appnntamento dal Principe domani 
aile ore 11. Allora Fazy avrà telegrafato ai suoi amici di diversi lûoghi, 
fors’ anche veduto S. Paul, e si potrà con maggiore probabilità sapere 
se la pratica è facile. Il Principe penserà. a parlare aU’Imperatore per 
ottenere quanto chiede Fazy per la sua Banca. Desidero che riesca ; perd, 
quanto al raddoppiamento del Crédit Mobilier fece fiasco, chè tutti i 
Ministri gli si dichiararono contrari. Non c’è che dire; tutti questi si- 
gnori che hanno danari o posizioni ci sono avversi. 

Oggi vidi ancora Fould; benchè abbia scritto a Borna ed altrove è 
freddissimo, e le sue esibizioni (seconde me) sono piuttosto una compia- 
cenza verso il padre che altro. Egli poi^spera in qualche nuova pacifica 
tra Otto O dieci giorni, e cosi rimanda aile calende greche una con- 
clusione. 

Vedete quanto cattiva sia la mia posizione in mezzo a tutto ciô. Seguo 
i vostri consigli, e sto ferme quanto so e posso. Del reste mi racco- 
mando a Dio onde non perdere anche quel poco di fede neiraiuto del 
Governo francese, il quale finora non giunse per nulla a rendere popo- 
lare la guerra. Addio. 

Vostro aff.mo P. Monticelli. 


35) 


Brofferio a Lanza. 


Amico carissimOj 


Torino, 21 febbraio 1859. 


Dopo r ultime nostro colloquio mi giunse da Parigi ampia adesione 
del Banchiere, il quale si mette a mia disposizione, ed ha pronto il 
danaro. Mi è quindi fatta facoltà di accettare tutte le condizioni da 
te imposte al tuo incaricato a Parigi e di migliorare qualunque olferta 
che da altri ti possa essere fatta. 

Ti prego pertanto ad accogliere benevolmente Tawocato Villa, mio 
genero, ed a fare al medesimo una definitiva risposta, acciocchô io possa 
farti noto il nome del Banchiere ed invitarlo anche, ove cosi ti piaccia, 
a venire a Torino e raettersi teco in diretta relazione. 

Corne vedi, io sono in via di diventare milionario sotto gli auspizi 
tuoi; quindi mi raccomando alla tua beuevolenza. Sono e sarô sempre 
con tutto il cuore 

Tuo aff,mo amico A. BaorFEiiio. 


IT' — Msmorie, 


Vol. II. 



258 — 


36 ) 


Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


Martedi, 22 febbraio 1859. 


Lunedi sera fui dal signer Magne, ministre delle finanze, il quale 
dimandemmi diversi schiarimenti, dei quali prendeva nota, e promet- 
teva di fare il possibile per eseguire i desiderii deirimperatore ; è notorio 
perd che i Ministri sono contrarii a Rothschild. Martedi mattina in- 
viommi il signer Geisser per dirmi che a cagione del balle deirimpe- 
ratore mi pregava a non più andare oggi a pranzo con lui ; che ciô 
sarebbe invece avvenuto giovedî o venerdi. 

Aile ore 11 questa mattina fui dal Principe insieme a Fazj. Questi 
proponeva alPincirca le aeguenti condizioni: La Banque G.le Suisse, 
Mirés et 8t. Paul avrebbero preso 15 milioni à forfait a 80 (com- 
missione 2), pel reste si sarebbe aperta una sottoscrizione a Parigi, 
Londra, Ginevra, Torino, ecc. Le altre condizioni non avrebbero offerte 
difficoltà. Ma St, Paul dichiarô formalmente non volere ad alcun patto 
il forfait, non volere Mirés ; del resto pronto ad aprire la sottoscrizione : 
anzi averne in proposito scritto al signer Conte di Cavour, in questi 
ultimi giorni. Del resto le solite declamazioni contre la guerra, le idee 
deirimperatore, ecc. Mirés per dispaccio rispose da Roma accettare la 
massima, ma non poter essere qui prima di martedi, 1*^ marzo. 

Il signor Fould fu ieri lunedi a parlare col signer di St. Paul, e 
nulla ottenne, perciô io pense che malgrado il desiderio deirimperatore 
anche Fould non farà nulla. 

Domani (23) nuovo appuntamento con Fazy presse il Principe. 

Lascio in questo punto il marchese di Villamarina, il quale mi pre- 
senterà domani al signor Fould, ministre di State, e cié dietro desiderio 
manifestato dallo stesso signor Fould. 

Procuro di tenervi informato, onde, conosciuto il terreno ingrate, 
osserviate il sistema di trascinare l'affare che mostrano questi signori, 
e dietro quanto sapete d'altra parte, possiate dirmi se debbo o no con- 
tinuare nella difficile ricerca. 


Yostro aff.mo P. Monticelli. 



— 259 — 


37 ) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza^ 

26 febbario 1859. 

Non dubito punto del dispiacere che vi fa provare il cattivo esito 
di questa mia missione. Corne rainistro e piemontese deve esser grande. 
Non vi parlerô del mio perché è tutta cosa di sentimento, chô del resto 
poco mi cale di quanto puô riguardare Tambizione. Vi accerto che per 
quanto io non abbia voluto battere a moite porte, onde non screditare 
îo Btesso riinprestito, pure per parte mia non avrei saputo far di più. 
Osservate ad ogni modo che quanto mi avvenne è una delle conse- 
guenze délia posizione attuale che (se non m'iuganno) non è nota in 
Piemonte. Da quanto ho potuto capire non v'ha che Tlmperatore e il 
Principe per noi; tutti gli altri ci odiano cordialmente. Il Principe poi 
è cosi mal visto, che basta che una cosa sia approvata da lui perché 
tosto tutti, i Ministri per i primi, si dichiarino avversi. Jo credo che 
Fould abbia voluto fare una semplice tinta, onde far vedere aU’Impe- 
ratore che si presta. Sono poi persuaso che Tidea italiana deirimpe- 
ratore é invisa a tutti i Ministri, i quali lavorano per impedime lo 
sviluppo in tutti i modi. Potrà Napoleone essere più forte di tutti ? 
Quanto a me ne dubito assai e vi dirô con piena schiettezza e senza 
esagerare i timori, che mai mi sarei aspettato una simile disillusione. 

Io voglio credere che voi. Ministre, saprete dove andate, ma intanto 
Tapparenza qui fa tremare. Parlo, vedo e noto e mi sembra che il vero 
stato delle cose qui non vi dovesse essere conosciuto, ché altrimenti 
non avreste mai avuto lusinga di buon risultamento, ed io stesso, non 
iper sottrarmi a un carico, ma per ragioni evidenti d'impossibile riuscita, 
avrei avuto difïicoltà ad ottemperare ai vostri desiderii. Basta, Dio pro- 
itegga il nostro paese, che ne ha gran bisogno ! Perdonatemi questi 
raiei particolari sfoghi ; che volete ? non seriverei cosi al Conte di Cavour; 
ma a voi posso dirlo, ché inel permettete ; io terao che badando tanto 
aile lettere deirimperatore e del Principe non si abbia poi riguardo al 
vero stato delle cose e alla disposizione generale degli amici, la quale 
potrebbe ancora essere più forte di qualunque altra volontà. 

Vostro aff.mo P. Monticelli. 



- 260 — 


38 ) 


Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


% 

Parigi, 10 marzo. 


Il giorno 8 fui dal Principe che trovai d’umore assai cattivo ; forse 
la dimissione sua, promulgata il mattino stesso dal Moniteur^ ne era 
ancora la cagione, quantunque sia certo stata volontaria e motivata 
dalla continua contraddizione nei colleghi (l). 

Vedendomi, una parte di cattivo umore egli lasciô cadere anche 
sopra di me, dicendomi troppo buono, per non dir altro, per non aver 
io risposto a qualche parola del Times, che toccava le trattative avute 
con Fould. Perô, malgrado tutto, io sostenni freddamente che quanto 
alla mia persona io non potevo occuparmene in presenza degli interessi 
del mio Governo, che se si avesse voluto far note le pratiche tenute 
pel prestito il Ministère nostro vi avrebbe pensato, che infine dopo che 
Vlmperatore mi parlô del regret che non abbiasi conchiuso con Fould, 
io mi credeva seinpre più obbligato a non dir verbo contre una casa 
che era dallo stesso tenuta in istima. 

Fould figlio, che il giorno stesso venue a vederrai, ed era assai giu- 
livo per la dimissione del Principe, mi disse che dopo l’articolo del 
Moniteur e il ritiro del Principe, per certo il Ministère si sarebbe 
raostrato più ferme e più raide in faccia aU’Austria, Ora, dopo le prime 
impression! prodotte dal Moniteur^ tutti convengono che la Francia 
sarebbe troppo umiliata se tali parole significassero di cedere, che è 
nota la politica delFIraperatore di farsi forzare la mano dall’opinione 
pubblica, che questa comincia a vedere qual’è la parte che spetta al 
Governo francese in questa questione ecc. La chiamata dei nostri con- 
tingenti, appena nota, conferraerà questo modo di vedere le cose e 
nessuno aller a vorrà dubitare di una entente tra il Governo Sardo e N. 
in tutte queste diverse parole ed azioni, che sembrano contraddittorie. 
È una cosa curiosa, ma che certo stanca riminaginazione e dù spesso 
strane preoccupazioni, quella di tener dietro a tutte le combinazioni 
diverse che il modo d'agire di N. fa vedere e scomparire da un mo- 
mento aU'altro. Quindi molti credono che tutto va nel senso italiano. 


(1) L’Imperatore, cedondo aile istanze di Walewski, capo del suo Ministère, lo 
aveva autorizzato a pubblicare nel Moniteur nn comnmcsLto d’assicurazione di pace. 

Il Principe Gerolatno, sdegnato, diede la sua dimissione dalla carica di Ministre- 
deU’Algeria e delle Colonie ed il Moniteur pubblicô T 8 marzo che era stata ac- 
cettata. 



— 261 — 

€ che N. e Cavour sono più d’accordo di quanto sembra in certi 
momenti. 

Qnello che si pnô prevedere si è che continuando le cose in questo 
modo, la'^ensione degli spiriti diverrà taie che e Borsa e Finanza, in- 
dustriali, proprietari, opérai, tutti finiranno per desiderare la guerra 
anzi che una pace che non è sicura. Ogni atto, ogni parola di N. sono 
commentati e spiegati, ma essi son sempre cosi bilanciati nei divers! 
eensi che si fiuisce con dire : non ne capisco un'acea, lo odo ogni 
giorno la pace e la guerra preconîzzata tour à tour. Perô io credo 
vedere l’opinione pubblica meglio disposta oggi che alcune settimane 
sono in favor nostro. 

About darà alla luce presto una brochure sopra lo Stato Bomano mo- 
strando per6 che alcune idee del Napoléon 111 e V Italie non sono 
csatte. Ad ogni modo, siccome quel libro dev’essere una critica del 
governo dei preti, sarà stampato a Bruxelles, ma naturalmente per 
essere distribuito in Francia. Vedo ogni giorno il mio cugino Sauli, il 
quale parla poco al solito, ma non si mostra molto preoccupato di tutte 
le dicerie ed articoli e spera sempre bene. Fould figlio mi fece sentire 
ieri che suo padre m’avrebbe riveduto volontieri, onde discorrere libe- 
ramente, corne faccio con lui, degli aiîari correnti. Penso d’andarvi oggi 
•0 domani. L'esito delFimprestito in Piemonte fece mordere le dita a 
molti di questi signori, e fu poi d’un ottimo effetto politico, dimostrando 
che non è possibile agire sopra lo spirito del paese nostro per ridurlo 
a morire d’inedia sotto i colpi di spillo dei banchieri francesi. Anche 
Fleury negli scorsi giorni cominciava a combattere le idee nostre ; cosî 
mi disse Cusani. Niel poi sosteneva che non si pu6 umiliare la Francia, 
•e sottoporla al sistema politico di Luigi Filippo. I discorsi che trat- 
tennero molto noi Italiani in questi giorni sono gli abboccamenti di 
Walewski con Thiers, e la risoluzione presa d’agire sopra lo spirito 
deirimperatore d’Austria (onde indiirlo a qualche concessione) per 
mezzo del principe Metternich. Sabato scorso ebbe luogo l’abboccamento 
più Inngo tra quei due e si mandô il dispaccio opportune a Metternich. 
Ieri sera la principessa Matilde mi disse: Cowley ritorna con qualche 
concessione; la stessa voce correva per Parigi, ma intanto la notizia 
délia chiamata dei contingent! nostri veniva a turbare le illusioni degli 
Ætmici délia pace. 

Il modo col quale N. aU’ultimo ballo delle Tuilleries si mostrava aux 
petits soins con la Walewski, e Faria trionfante del raarito, fecero una 
grande impressione ; ma ormai siamo assuefatti al sistema di N., e vi- 
viamo, ansiosi certo, ma senza lasciarci andare tutti i giorni alterna- 
tivamente alla speranza piu forte e aU’ultima disperazione, corne suc- 
cédé ai francesi, a qualunque partito appartengano. Alla borsa i canards 



- 262 — 


più assnrdi corrono ad ogni istante, e siccome più 

O meno apertamente, giuocano alla Borsa, cosi gli spiriti, corne le fisc- 
nomie, cambiano mille volte al giorno e non é facile esser certi del* 
Tandameiito reale delle cose. Villamarina, che é in ognif maniera 
gentilissimo verso di me, non dorme di certo ; ed io, al paridegli altri 
amici, procure di vederlo sovente, onde prevenirlo delle minime voci 
ehe tutto giorno si possono raccogliere qua e là. 

Profitto délia partenza d’un mio amico per Torino, onde mandarvi 
le mie notizie, felicitandovi deU’esito del prestito in Piemonte e rac- 
comandandomi alla vostra amicizia. 

P. Monticblli. 

P. S. Ecco quauto so oggi da ottima fonte. Lunedi giungerà Cowley. 
Si cercherà allora la soluzione diplomatica assai difficile a trovare ; so 
non si troverà, la Francia si lusinga di non essere più sola a sostenero 
l’idea italiana. 


39 ) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


2 marzo 1859. 


Questa mattina il signor Millaud mi fece promettere che vi avreî 
scritto essere egli pronto a incaricarsi délia sottoscrizione in Francia 
del rimanente del prestito nostro; egli aprirebbe pure a 79, ma con 
altre combinazioni che rendessero minore effettivamente quel tasso, es- 
sendo irapossibile che i francesi sottoscrivano a quello che è troppo 
elevato ; farebbe mousser l'affare con gli articoli délia Presse, e certo 
i piccoli proprietari accorrerebbero, ecc. Sapete chi é Millaud, Tantico 
rivale di Mirés; ora si dice dai francesi qu’il n’a pas le sou; in questi 
giorni (a quanto mi fu detto), vendeva per L. 700,000 la Presse che 
gliene aveva costato 800,000 ; del resto il colonnello Cavalli l’ha potuto 
conoscere in questi giorni. Seguendo l'incarico vostro feci sapere a 
Kothschild ed a Fould la commissione promessa di 2 0[0 se sottoscri- 
vevano oltre le 250,000 di rendita. 

Del resto accetto il dilettevole ostracisino cui mi condannate, o 
aspetto che mi richiamiate positivaraente prima d’abbandonare Parigi. 

I banchieri sono felici di quanto avvenne relativamente ai due pre- 
stiti, austriaco e piemontese, e si lusingano di potere continuare a. 
combattere la guerra con tutte le loro forze. In questi giorni non si 
parlé più d'un imprestito francese; ma so pure che appena cominciata. 



— 263 — 


la missione Cowley si diede ordine ai giornali, amicî del potere, di non 
fare dalla polemica troppo guerriera ; naturalmente non si vuole aver 
l’accusa d’essersi mostrati tanto desiderosi dalla gu^a da disturbara 
gli sforz# deiringhilterra per mantenere la paca. 

Anche i Ministri sembrano fermi al loro posto, per ora ; ma chi di- 
spone unicamente è l’Imperatore, a quando vorrà mostrarsi o cambierà 
il Ministero o l’indurrà a seguîre le sue idee. Mi fu detto tempo fa 
che si tentava una sottoscrizione fra i Senatori per chiedere airimpa- 
ratore alcune cose, tra le quali la responsabilité dei Ministri, ma egli 
non si lascierà certo legare le mani. In questo momento sembra che la 
Borsa cominci ad adattarsi alla possibilité délia guerra; ma altro é 
una nécessité, altro un comprendere la vera polîtica che conviene alla 
Francia ; il solo Iraperatore la comprende ; sono assicurato che anche 
tra i militari vi sono molti che non sanno astenersi dal dire non in- 
tendere cosa deve la Francia andare a fare in Italia. Dopo che ebbi 
un po’ veduto il terreno restai sbalordito delle illusioni che la massa 
si face va in Piemonte. 

Italiani che sono qui da molto tempo, e freqnentano da una parte 
adunanze di letterati, medicî, ecc., e dall’altra fino il salone délia prin- 
cipessa Matilde, mi dissero che ora le cose sono Un po’ migliorate, ma 
che in generale noi eravamo più esosi aile masse che l’anno scorso 
dopo l’attentato d’Orsini. Se le cose continuassero cosî, tra non molto 
rimperatore avrà avversari molti degli antichi amici, e saré invece 
sostenuto dai vecchi nemici j questo revirement che si sta opérande, si 
mostra anche nei Sardi che sono qui; lo stesso Pallavicini e moglie, 
che una volta frequentavano tutte le riunioni e société impérialiste, 
ora ostentano di non andarvi e non vedono più che il Faubourg Saint 
Germain, In mezzo a tutto ciô una salus, Napoleone , che quando 
vorré potrà, ma che non deve punto essere soddisfatto di tutte queste 
opposizioni. 

Vostro aff.mo P. Monticelli, 


40 ) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 

Parigi, 4 marzo 1859. 

Vi ringrazio del dispaccio; io divido tutto il vostro contente per 
l’esito felice dell’operazione in Piemonte. Certo se questo paese, relati- 
vamente alla situazione, mostrerà senno e buona disposizione, la Francia 
capiré che non si pu6 tornare indietro e che bisogneré saltaril fosso. 
In oggi la tensione qui è la stessa. Anzi ieri l’altro il sig. Di Persigny^ 



— 264 — 


al ballo di Morny, gridô pubblicamente essere tutti contrari alla guerra, 
Senato, Corpo legislativo, Consiglio di Stato; essere egli capace di 
porsi alla testa degli opponenti, e dire aU’Imperatore che la Francia 
non viiole la guerra, ecc., ecc. lo lo seppi da persoua che udî le parole 
pronunziate da Persigny. È vero che fino alla fine délia missione Cowley, 
rimperatore non vuole che si facciano passi per iscuotere Topinione 
pubblica. Dopo perô gli sarà necessario qualche sforzo per mettere 
aU’ordine tutti questi arricchiti ; ma alla fin fine nelle classi più basse 
egli troverà délia devozione ; sfortunatamente queste classi non inten- 
dono ancora cosa sia questa questione Italiana; ad ogni modo sembra 
certo che saranno con lui. 

La gioia di Fonld nel sentire l’apertura delFimprestito in Piemonte 
fu grandissima. Gli feci conoscere la proposta vostra di dargli il 2 0^0 
di commissione se sottoscriveva per L. 250,000; rispose che probabil- 
mente non ne avrebbe preso neppure una somma minore. 

Insiste poi perché io andassi, ad ogni modo, a ringraziare l’Impera- 
tore, giacchè se egli si era mostrato disposto a fare qualche cosa io 
lo doveva a S. M., e a questo proposito non so capire corne, da una 
settimana che feci la demanda d'una udienza, non abbia ancora avuto 
nessuna risposta. 

Nel seguito deirimperatore il solo Fleury è completamente con lui, 
gli altri non si fanno obbligo di nascondere la loro antipatia per noi. 
Ora la grande preoccupazione è che rimperatore possa aver fatto sentire 
al Piemonte che è ora di cominciare a far nascere un tafferiiglio alla 
frontiera, per avéré il pretesto di romperla. 

Vedendo poi che noi abbiamo i denari si spaventano più che mai, e 
dicono: ora la guerra è certa. Ê poi curioso il sentirli a dire che il 
Piemonte trascina la Francia ! Non si puô negare che l'Imperatore non 
abbia un bel lavoro da fare per munirsi aile spalle, e se si muove 
deve pensare bene al ritorno, perché sgraziatamente il Principe si è 
alienato l'animo di tutti; ha dello spirito, e se ne serve contro tutti, 
specialmente se banchieri, o signori. 

Il nome di Cavour è corne la Befana, Negli scorsi giorni s’ era sparsa 
la voce che fosse giunto in Parigi, ed io rai sono divertito a fare il 
misterioso con uno mandatomi a scavar terreno da Rothschild. 

Credo che l’arrivo di Nigra abbia dato corpo a tal voce, ma essa era 
creduta, perché i nostri opponenti, sperando d’aver fatto breccia nel- 
l'animo deirimperatore, si rendevano a lor modo conto corne Cavour 
venisse a rimettere le cose pericolanti. Lo sgombro dello Stato Ro- 
raano ha pure spiaciuto, e si capisce. 

Sauli ed io avevamo già scritto per sottoscrivere all’iraprestito, ma 
vedo che siamo giunti troppo tardi. 



265 — 


Oggi le speranze sono alla pace. Si parla specialmente di quanto 
disse il signor Baroche ai membri délia Commissione del Bilancio: 
il rCy a pas de raison pour faire la guerre. Si continua ad assicurare 
ehe WaÆwski parla di pace; Persigny poi ebbe un lungo discorso 
con Villamarina, in cui ripetô le solite cose : V Empereur n^aura ni 
hommes, ni argent; tous les Corps constitués sont contraires à la 
guerre, je sais ce qu'on pense et ce qu'on prépare dans le Sénat, Ma 
Villamarina ne scriverà al Conte di Cavour. 

Il Principe è in collera pel prestito aperto in Piemonte, perd ê da 
ritenere cbe per farlo qui, oltre aile dilîîcoltà délia situazione, avevamo 
quelle risultanti dai protettori. Si è sparsa la voce cbe i 20 milioni da 
voi dati à forfait lo siano ad una casa di Parigi. 

Ho dei dubbi in proposito, ma con voi non vado agli schiarimenti. 

In caso cbe poteste finire di collocare tutto l’imprestito, vi prego di 
farmelo sapere, perché cosî,'in caso cbe qualcheduno di questi padroni 
mi parlino di prendere il rimanente, so già cosa rispondere. 

Addio. Conservatevi. , 

P. Monticellt. 


41 ) 

Monticelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


Parigi, 6 marzo 1859. 


L’articolo del Moniteur del 5 ha fatto una grande impressione, ma 
in fondo^ chi per una ragioue, cbi per un’altra, sono più i disgustati 
cbe i contenti, e il forte aumento délia Borsa proviene in gran parte 
dal fortissimo giunto da Francfort. V’ha chi dice cbe N. coll'articolo 
sul matrimonio del Principe disse cbe queiravvenimento non aveva cbe 
fare colla politica, e cosi era più pacifico ; con questo secondo articolo 
già. fa un passo e confessa d’aver promesso aiuto al Re di Sardegna 
in caso d'attacco ; se ne fa un terzo, cbi sa cosa svela di più grave ! 
Altri invece credono, tout bonnement cbe N, vedendo di non poter 
smuovere la Francia ha ceduto veramente. 

E vivano gli ozii, il godimento, Poro sopratutto ! In mezzo a tutti 
i pareri stanno i militari ben disposti per la guerra, e cbe non danno 
importanza alla stampa, e il ceto inferiore cbe non capisce certo la 
questione italiana, ma cbe Napoleone potrà condurre con facilità; esso 
non è ancora arriccbito e quindi non ha timoré délia guerra. 

Al ballo di Walewski, V istessa sera del 5, alcuni s’aspettavano di 
vedere Villamarina abbattuto, ma egli invece si mostrava pieno di 



— 266 — 

brio, e noi, Italiani, sostenevamo Tistessa parte, benchè in fondo* 
questo sistema di politica a due tagli non sia fatto per darci molta 
fîducia. 

St. Paul, che è uno dei più accaniti contre di noi, ma ù\)n ha la 
minima influenza, gridava a tutta gola: no, no, la Francia non farà 
nulla. Il padrone di casa, non mi parve mostrare molta assurance 
i diplomatici hanno i loro modi. Tutto dipenderà dalle notizie di Vienna, 
a tenore delle quali vedremo i diversi portamenti. Finora gli animi 
sono incerti e lo saranno forse ancora lungamente. Ma quelli che vo- 
gliono essere più avveduti, sostengono che un replâtrage diplomatieo 
perde N., e che quindi gli sarà giuocoforza andare avanti. Il Principe 
è in collera per l’iraprestito, e perché in Piemonte non si osa rom- 
perla; non venne da Walewski, col quale (e con quasi tutti) è assai 
male. Walewski si lagna délia presenza di Nigra qui, e dice che er- 
riamo se crediarao giungere a qualche risultamento per quella via. Ciô 
che per me non ha il minîmo dubbio è che il P. è troppo malveduto, 
perché non gli siano tutti addosso appena si pronunzia per una per- 
sona O per un'idea. Da quanto ho potuto capire, tra i poclii hauUplacés 
che sono con noi, il P. è il solo che capisce quanto ci sia dannosa la 
dimora, gli altri credono che il Piemonte e Tltalia possano durarla 
lungamente nello stato attuale d’orgasmo ; d'altra parte presse di noi 
ci furono illusioni, e ci sono forse ancora sulle disposizioni délia Francia. 
Il punto giusto starebbe tra Timpazienza degli uni e la freddezza degli 
altri. Ad ogni modo il Piemonte giuoca tutto. Il famoso articolo fu 
fatto da Walewski stesso, forse cercando d’imitare lo stile di N. Mi 
assicurano che ora N. abbia tolta a Delangle, e avocata a sè, la par- 
tita deU’esarae dei giornali ; presse Mocquart si vedrà il da farsi per 
la direzioiie, avvertimenti, e quanto riguarda la stampa giornaliera, 

Questa mattina fui presentato aU'Iraperatore. Egli si mostrô araabi- 
lissimo (anche al dire di Villamarina) ; perô mi disse : mi rincresce che 
non abbiate creduto poter accettare la proposta di Fould. Quindi mi 
chiese se avremmo avuto una succursale a Parigi (credo volesse dire 
se il rimanente dei prestito si sarebbe dato qui), risposi che attendeva^ 
le disposizioni vostre in proposito. Fini con dirmi d’assicurare il Mi- 
nistère délia sua buona disposizione, al che risposi che conhdayamO' 
molto nell'appoggio, ecc. 

Domani penso d'andare dal P. a sentire una strapazzata. Villamarina 
mi dice oggi che dalle proprie osservazioni gli risulta pure, che mal- 
grado tutto Walewski e gli altri nou si tengono per nulla sicuri di 
smuovere N. dal proposito. Walewski gli chiese se il Conte di Cavour 
sarebbe giunto presto. 


P. Monticelli, 



— 267 — 


48 ) 

Lanza a Monticelli. 

•• 

Caro Monticelli, 

Le vostre lettere sono per noi assai preziose, poichè rischiarana 
sempre più la situazione. Diedi comunicazione a Cavour di alcune di 
esse che ne rimase molto soddisfatto. 

Da quanto scorgesipare che Tlmperatore facesse troppa fidmza sulla 
cieca devozione de' suoi accoliti, e credesse bastargli l'espressione délia 
sua volontà per averli sempre ligii ai suoi disegni. L'esperienza del 
passato l’autorizzava a ciô credere. Ma con un po’ di riflessione si com- 
prende che il caso présenté spiega la perspicacia e Tarroganza dei Proci* 
Questi signori temono di perdere nel giuoco di una guerra europea la 
fortuna bene o male acquistata, e non mi meraviglierebbe se anche 
spingessero Ig, loro opposizione alla rivolta. 

Per domare questi giannizzeri délia Borsa non rimane a Napoleone 
altro mezzo che di rivolgersi aile masse, le quali sono forse più suscet- 
tive nelle questioni d’onore e di dignitù nazionale. Bisogna per6 am- 
inettere che giammai l’Imperatore versô in più grande imbarazzo di 
qiiesto; e se riesce a cavarsela onoratamente darà prova di somma 
capacité e di grande fortuna. La dimissione data ed accettata del 
Principe non commosse guari ; si capisce da tutti che al punto in cui 
egli spinse le cose, la sua eclissi puô più rischiarare che oscurare l'o- 
rizzonte. 

Ma veniamo al nostro imprestito. Corne s’annunciava sino dal primo 
giorno dell'apertasi sottoscrizione, esso fu sottoscritto quasi per intiero 
ed eccedette il milione e mezzo di rendita. Il rimanente fu dato à 
forfait in proporzioni non inferiori a 250,000 lire di rendita. Sappiate 
in confidenza che fra gli accorrenti si trova il signor Rothschild per 
400,000 lire di rendita, ed il sig. Fould per L. 50,000. Essi ne vole- 
vano una dose maggiore, ma non potei accordarla. Il numéro dei sot- 
toscritti non saré inferiore a 5000. Torino diede circa 10 milioni 
effettivi. Genova e le provincie, poco più poco meno, 20 milioni. 

Il successo non poteva quindi desiderarsi più soddisfacente : tanto più 
che non venue fatto il menomo eccitamento aile popolazioni nè pef 
parte del Governo nè délia stampa. 


G. Lanza. 



— 268 — 


43 ) 

Monticelli a Lanza. 

tx 

Caro Lanza, 

Parigi, 11 niarzo 1859. 

Qnesta mattina ebbi la vostra del 9. Seconde i vostri desiderii mi 
dispongo a partire ; m’occorrono alcuni giorni per fare due o tre visite, 
ma senza fallo penso d’essere mercoledi o giovedi di ritorno in Torino. 

Conosceva la sottoscrizione Fould ed aveva penetrato quella di 
Ilothschild, ignorandone la somma. So che N., quando gli si portô l’ar- 
ticolo famoso del Moniteur^ disse, gettandolo sul tavolo con dispetto: 
voilà comme on veut que je gouverne la France e ordinô che si stam- 
passe taie quale. Del resto le cose sono al punto che si comincia a 
vociferare di possibile scioglirnento del Corpo legislative, se, giunto 
al segno, si mostrerà ostile aile viste di Napoleone. 

La chiamata dei contingenti ha fatto gridare Walewski ; Fould poi 
mi disse che butteremo via cosi una graii parte dell'imprestito. Del 
resto noi, parlando con grandi e piccoli, diciamo sempre la stessa cosa; 
si sciolga 0 si tagli il nodo, altrimenti la questione Italiana resterà 
corne un cancro che divori l’Europa. Fould mi chiedeva in quai modo 
si sarebbe potuto fare délia Lombardia e Venezia uno Stato che non 
inceppasse lo svolgimento nazionale e sociale deU’Italia, senza toglierle 
all’Austria. Si vede che si va cercando una soluzione che non puô es- 
sore buona; ma perô constatiamo che anche un Ministère corne l’attuale 
non puô fare a meno d'essere ridotto a cercare. Ora tutti aspettano 
dal Ministero qualche passo avanti, onde non lasciare al Principe il 
privilégie del sentimeuto nazionale, ma perô non c’è da fidarsi. Ad 
ogni modo, a meno d’avvenimenti fatti nascere con avvedutezza, io temo 
che la fase delle trattative Cowley a Parigi sia per essere assai lunga. 
Speriamo che un bel giorno N. si stanchi e dia termine aile dimore 
dannose e iuutili. Egli finora diede gran peso alla opinioiie pubblica, 
cosi che, ora che questa ha difficoltà a pronunziarsi, gli sarà neces- 
sario un grande sforzo per condurla al punto voluto. 

Le dimande del ministre Fould a me fatte intorno al ricevimento 
avuto da N., le proteste sulla lealtà e schiettezza di N., le minute 
richieste sulla Sardegna e suiritalia, mi facevano nascere il dubbioche 
il 3Iinistero potesse corainciare a rendersi confesse, se non convinto, 
attrito, se non contrito ; ma perô dal mio viaggio ho imparato a non 
credere molto facilmente ai ragionamenti che si fanno sopra certe ap- 
parenze, e qui la politica e Topinione vanno a soubresauts e chi l’in- 
dovina è bravo. 



— 269 — 


In questo momento ricevo dal ministro Fould un invito a pranzo pel 
giorno di lunedi. Credendo doverlo accettare, ritarderô la mia parteüéa 
a martedî. Rothschild mi dà ora un appuntamento per le ore 4,30 di 
domani; dice avermi a dire cose riguardanti il Ministère vostro. Egli 
è in collera pel ribasso d'oggi che è attrihuito allô scacco di Cowley. 
Vidi questa mattina Villamarina che assicura essere i Ministri dératés^ 
ma perô anche K ha bieogno di sortira dallo stato di quiete in cui si 
è messo, perché i deputati e senatori e Ministri e arricchiti, tutti cre^ 
scono nella baldanza délia opposizione. Alexaudri, ministro deir ester o 
in Valacchia, sembra contente delle disposizioni del Gabinetto inglese. 
Egli è qui. Gladston passé, ben disposto di cuore, ma timido in faccia 
alla Caméra Inglese, dove non oserà dire quanto ha potuto osservare 
or ora in Italia. 

Dite bene del Principe. A suo tempo avrete saputo corne la princi- 
pessa Clotilde sia stata accolta in Parigi. Non solo Villamarina, ma 
anche Fould m’ assicura va che cagione délia freddezza è la poca sim- 
patia che si ha qui pel Principe, che del reste la massa incomincia a 
stimarla e amarla quanto mérita. Udii una signera d'alto bordo a van- 
tarla per le sue credenze religiose, ed il discorso avendo portato me a 
dire che, da quanto mi si diceva, essa amava il P., la signera soggiun- 
geva raccapricciata : elle VaimeU! Eppure il Principe ha dèllo spirito 
e délia capacità, e quando vuole sa essere amabile ; peccato voglia es^ 
serlo di rado. Ad ogni modo egli sarà enfant terrible^ ma nessun mi 
leva dal capo che, se N. non volesse, il P. non farebbe e non direbbe 
certe cose. 

Ricevete i miei affettuosi saluti e credetemi 

Vostro dev.mo P. Monticelli. 


44 ) 

G. Cavoür a Lanza. 

Preg.mo Collega, 

Le trasmetto due epistole lacrimevoli ralative alla transatlantica ed 
al servizio dfdla Sardegna. 

Se non è possibile risuscitare la seconda di queste imprese, forse si 
potrebbe far qualche cosa per la Sardegna e San Pier d’Arena. 

Se Ella si corapiacesse parlarne con Bona gli riuscirà, pense, di con- 
cretare qualche cosa. 

Mi creda con devoti sensi 

* C. Cavoür. 

(P,8.) Raduno il Consiglio aile 3, pei motivi ch'Ella mi ha comunicati* 



— 270 


46 ) 


Botta a Lanza. 

» 


Caro mio Lanza ^ 


' New York, 25 giugno 1859. 


Vuoi tu peirmettermi, caro Lanza^ di trattarti cosi alla buona, corne 
aravamo usati allorchè sedevamo vicini alla Caméra dei deputati ? Vuoi 
tu accettare il saluto deiramicizia, che libero da ogui cerimonia offi- 
ciale, t’invio dalla terra del volontario esilio ? Teco nou mi rallegrerô 
del nobile corso, per cui il Ministero seppe avviare la quistione ita- 
liana; a che pro il mîo applauso, a che la mia riconoscenza quando 
vi applaude e vi benedice tutto il mondo civile? 

Ti scrivo per alfro fine, rivolto pur sempre al grande scopo délia 
emancipazione d'Italia. Non so se tu sappia che già da qualche tempo 
io attesi ad organizzare un Comitato di Italiani, collo scopo di diri- 
gera l’opinione pubblica di questo paese sulla via délia politica pie- 
montese, la sola davvero che possa chiaraarsi italiana. Questo Comitato 
è entrato nelle sue operazioni e dal passato possiamo riprometterci 
buoni risultati nel future. 

Per le mie relazioni di famiglia, di società e dirô anche di profes- 
sione, trovandomi in contatto colla parte piu influente délia stampa 
araericana, fu mia cura di rivolgere questa macchina potente délia 
pubblica opiuione in favore délia nostra causa. Tal risultato mi venue 
fatto di ottenere; risultato di molta importanza, se consideriamo la 
tendenza nocevole di una i)arte cospicua délia stampa inglese, che 
esercita qui molta influenza. 

Giungeva intanto agli Stati Uniti la famigerata Miss White, ora 
sposata a certo Mario, arnbedue sfegatati mazziniani e furiosi nemici 
délia politica pieinontese. Raccomandata da persone influenti d’Inghil- 
terra, sostenuta da parecchi Italiani residenti in questo paese, inviata 
direttamente da Mazzini per predicare contre il Piemonte, e per rag- 
granellare quanto danaro più pote va pel partito, essa mi diede molto 
a pensare e ad operare. Brevemente; la Miss White fece un fiasco 
compiuto, e fu anzi costretta ad abbandonare gli Stati Uniti sotto 
nome incognito. Proposi al Comitato di farsi promotore di una soscri- 
zione a favore delJe famiglie dei combattenti nella guerra d'indipendenza. 

Di questa soscrizione avrai a quest’ ora ricevuto il primo risultato 
nelle mille lire sterline, che col corriere del 22 corrente abbiarao ri- 
messo al Conte Cavour, 

Il 22 del corrente avemmo due rappresentazioni ail’ Opéra Italiana 
di N. York; gli artisti diedero la loro opéra generosa, e il prodotto 



— 271 — 


delle dae rappresentazîoni ascese a circa 3000 dollar!. Dôdttcendo la 
spese, potremo vernare nella cassa délia soscrizione circa due mila dol« 
lari. Sto lavorando intorno ad alcuni progetti per eocitare e tener vira 
la pubbliaa simpatia a favore délia nostra causa; e non dubito cbe 
questo paese possa fare grandi cose per noi. Conviene perô operare in 
un modo prudente e dignitoso. 

Ti ho parlato di tutto questo non già perché io ami di millantare il 
poco di bene che m'è dato di operare per la mia patria, molto meno 
perché io abbia qualche speranza o desiderio da soddisfare nel mio in- 
teresse personale. Chi mi conosce sa che la prima ipotesi é affatto aliéna 
dal mio carattere e chi conosce la mia posizione in America non ignora 
la mia assoluta indipendenza. 

Ti parlai di queste cose per informarti di quanto stiamo facendo agli 
Stati Uniti a pro délia nostra patria, e più ancora per pregarti di un 
favore che renderebbe la nostra opéra più efficace. 

Nel concorso generale dato dagli italiani alla causa dTtalia, noi ab- 
biamo qui sfortunatamente una mano di audaci, che tentano ogni mezzo 
per prevenire la buona riuscita delle nostre operazioni. Essi fanno un 
immenso gridio perché noi abbiamo limitato la nostra soscrizione al 
soccorso delle famiglie ; e reclamano, anche per via di giomali americani, 
parte dei nostri fondi per inviare volontari in Italia. 

Fra questi oppositori havvene una gran parte composta délia feccia 
più abbietta, reliquie dei trasportati dalle fregate Sarde a questi lidi. 

Io ti accludo due articoli stampati da questi nostri oppositori, daî 
quali intenderai meglio la natura délia opposizione che abbiamo da in- 
contrare. Ti dirô anche che molti di questi vorrebbero ottenere il pas- 
saggio gratuite pel Piemonte, ma sarebbe molto dubbio che giunti in 
Italia venissero ad arruolarsi neU’esercito. 

Aggiungi che le leggi dei paese ci vieterebbero di fare spedizioni 
di volontari, e noi abbisognamo troppo delle simpatie di questo popolo 
per voler attentare una simile violazione. 

Per controbilanciare quest’opposizione abbiamo bisogno di una lettera 
dei signer Conte di Cavour, intesa nel senso dei Comitato e che noi 
faremo pubblieare nei giornali americani. Una tal lettera che commen- 
dasse il nostro operato, e che assicurasse il popolo americano che il 
Comitato gode délia fiducia dei Governo sardo, crescerebbe le nostre 
forze e i nostri risultati. 

Se poi il Piemonte abbisogna di danaro per altro oggetto, sarà utile 
il farmelo conosce re in via privata, perché io possa dirigera Tazione 
dei Comitato a seconda dei bisogni. 

Perdona il disturbo, ma io ho creduto mio debito di rivolgermi a te, 
mio antico buon amico, perché tu ci soccorra dei tuo aiuto negli sforzi 



— 272 — 

che noi facciamo a pro délia nostra patria. lo intendo di operare piena* 
mente di accorde col Ministère, sicnro che daU’unità d’azione dériva la 
forza, e persuaso che senza queiraccordo non si potrà far nulla di bene. 

Avrei forse potnto indirîzzarmi all’agente del Governo ncgli Stati 
Uniti ; ma sventuratamente cîô sarebbe impossibile per ragioni che sa- 
rebbe troppo lungo lo spiegarti, ma che il Governo potrà conoscere 
cercando informazioui da persone oneste ed imparziali. Ta mi dispen- 
serai dallo spiegarmi più chiaramente iutorno a questo soggetto, di cui 
ti ho date un cenno affatto confidenziale, 
lotanto ricevi il tribu to délia mia stima e se mi permetti, délia 
amicizia che io ho serapre nutrito per te. 

Dev mo V. Botta. 


46 ) 


Giambattista Luciani a Lanza. 


Egregio Signore, 


Torino, 11 settembre 1860. 


Nel raese di luglio 1836 tre giovani medici che si conobbero alla 
clinica del prof. Tommasini in Parma e si stimarono, decisero fare un 
viaggio a piedi fino a Bologna ; e partivano insieine a quella volta 
col cuore e neU’intimità d'amici. 

L’uno dei tre, il dott. Ottaviani, doveva morire compianto da’ suoi 
amici e da quanti lo conobbero, a passare di pochi anni ; l’altro, il 
dott. Lanza, lanciatosi nella carriera politica e fattosi campione délia 
Indipendenza e libertà dTtalia, doveva essere elevato all’alto onore di 
Présidente délia Caméra dei deputati del Regno di Sardegna e Pro- 
vincie annesse ; il terzo, eletto Deputato aU'Assemblea Costituente 
Roraana ed esule fino dal 1849, sono io che scrivo queste poche righe 
per ricordarmi rispettosamente e affettuosamente all’onor. dott. Lanza. 
Arrivo in questo raomento in Torino, e non ho voluto tardare ad an- 
nunziarle che avendo sempre conservato la stima e Tattaccamento che 
ebbi per Lei quando ci conosceinmo a Parma, verrô domani o doman 
l’altro a farlene testimonianza in persona. 

Aggradisca intanto, egregio Signore, l’omaggio del mio profonde 
rispetto. 


Giamdattista Luciani. 



— 273 — 


4*?) 

Tommaseo a Lanza. 

a$ 

Fregiatissimo Signor Cavalière^ 

Non voglio lasciare Torino senza dimostrami licordevole delle gen- 
tilezze délia S. V. Verso di me, delle quali la loutananza non spegnerâ 
mai la memoria. 

Fra le persone che mi faranno con gratitudine rammentare Torino, 
rimarrà sempre il sno nome. Facendo augurio di bene al Piemonte e 
allTtalia, io so di farli degni e cordial! a Lei stesso. La prego dunqne 
di credermi con verace riconoscenza 

alla 8. y. ohblmo Tommasbo. 


48) 

Ricasoli a Lanza. 

Commendatore pregiatissimo, > 

Torino, li 9 giugno 1861. 

leri sera aderîi al desiderio di S. M. di comporre un nuovo Mini- 
stère, valendomi di parte delle persone deU’attuale. Io sono compreso 
dal grave ufficio, ed ho piegato sotto il peso délia nécessité generalrnente 
asserîta. Ho desiderio di conferire con Lei al più presto. Io starô in 
casa fino verso il mezzo giorno di quest'oggi ; altrimenti verrô da Lei 
aile ore 2 poraeridiane. 

Mi abbia con sincera stima 

8uo devmo Ricasoli. 


49) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico^ 

Torino, 9 agosto 1861. 

Non ti ho scritto perché dopo la tua partenza nulla è avvenuto che 
mutasse la posizione — Minghetti ô sempre deciso a ritirarsi — il 
prestito è riescito, Cialdini assicura che nel corso del mese d'agosto 
sarà frenato il brigantaggio; non rimangono che gli articoli transitori 
che formano il cômpito che si propone Minghetti ; dopo ciô dice che si 
tratterà la questione che tocca aile regioni, e prevedendo certo un dis- 
senso di principio, egli allora li ritirerà. Ricasoli continua nel suo si- 
stema di segregazione politica, non dice nulla ai colleghi e sta fra loro 
corne Pobelisco o guglia di Siccardi. 


IS — Lanza, Memorie. 


Vol. II. 



È un gran galantuomo, gli è la prima vittima del suo carattere ir- 
removibile, tira avanti, ma ho paura che gli ostacoli e la gravità délia 
situazione siano più forti dî lui. Egli sospetta, ed è perciô sospettato 
a chi, si voglia o non si voglia, ê arbitre supremo di Eoma e del resto. 

Ho veduto molto Rattazzi che giudica le cose molto gravi, e non si 
sente perciô inolinajfca a gettarsi in taj vespaio. Parla francamente délié 
2)robabUità, ma oppone gU ostacoli, r pericoli, e conchiude che chi sta 
(lentro ci stia. 

Tu conosci quali e quante siano queste diffiooltà di cese e di per- 
sone; non crederai perciô a tutte le voci che si fecero e si fanno cor- 
rere ad insaputa di Ricasoli stesso che in fondo crede che il temporeg- 
giare sia il meglio. 

Il Ministre délia guerra non si trova ; e quelli che potrebbero entrare, 
corne Cialdini, La Rovere, non ne vogliono sentir parlare. 

Il Minis tro délia guerra è tra Scilla, La Marmora, e Cariddi, Torga- 
nizzazione di Fanti — quindi non se ne fa nulla e Tesercito ne subisce 
le conseguenze, gravi, gravissime che a mio avviso costituiscono il 
danno maggiore délia situazione. 

Farini è a quest’ora a Zurigo, donde conta andare in Olanda. Gli 
ho scritto ieri per queirimbroglio del décrété di amnistia tirato fnori 
da Garibaldi. Ciascun Ministre pensa a sè, ai fatti suoi, nè si dà pen- 
siero degli altrui — ^ il nesso politico governativo parmi che non esista 
più, e lo ammettono i Ministri stessî. Si aspetta il Ministro di Francia, 

O allora entrerassi forse in una nuova fase. 

Ma per ora tutto é secreto, tutto é silenzio. Vi ha in generale- apatia 
per tutto, prodotta dall’incertezza, daU’ignoranza delle cose. Si rico- 
nosce che vi hanno necessità, corne Napoli, dolorose, pericolose, ma 
ciascuno se ne rimette al caso, alla Stella od a tutti i diavoli. Eppure 
bisogna andare avanti. Corne vedi, nulla dunque é mutato e posso con- 
cludere corne si finivano sempre le nostre discussioui notturne. 

Addio, mio caro Lanza, penso sovente a te, e tu ricordati qualche 
volta del tuo 

Affmo Castelli. 


BO) 


Castelli a Lanza. 


Carissimo^ 


Toriuo, 31 A&osto 1861. 


Minghetti ha dato già le sue dimissioni per la questione delle luo- 
gotenenze che egli crede non debbono essere abolite ora. Ricasoli prendo 



^ 276 — 

grinterni, e conserva gli esteri — si deciderà poi, ma pare clie si senta 
le spalle per amendue. Si aspetta Délia Kovere nell'entrante settinià#i# 
Tu conosci gli uomini e le cose, quiadi aon faccio comment!. Eica- 
soli divemta ora tutto — le posizioni neiravvenire saranno cosî affatto 
nette. — Il pubblico non si mostra preoccupato di chi va, né di cbi 
rimane. — Minghetti è contentone, e parte domani per Bologna. Di 
Roma non si sa nulla. L’Imperatore agisce da sè per proprie conto, noi 
siamo tagliati fuori. 

Hai letto la circnlare Eicasoli ? mi ha troppo Farîa éR lamentazione 
e poi conchinde sempre colla Chiesa-riformata ! A Napoli Cialdini si 
dice tranquillo, ha ora 40 mila uomini senza eontar la Sicilia — Bor- 
roraeo si ritira esso pure — ah caro Lanza ! 

H tuo affmo Castelli. 


SI) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo, 


Torino, 4 settembre 1861. 


Le notizie le avrai in gran parte dai giornali — non ho mai veduto 
la situazione più in nero. Brignone non ha voluto per verun conto ac- 
cettare Sicilia. Pasolini si è dimesso da Milano. Dicesi che Peruzzi 
non abbia intenzione che di ultimare i contratti d’appalto di Napoli, 
Sicilia, ecc., ece. . 

Non ho inteso parlare del Segretario deirintemo, Ricasoli ha ohk- 
mato il signor Fornetti diplomatico antico toscano, ed il signor Ta- 
barrini, ma nè Tuno nè Taltro pare che avranno uihcio politico — lavo^ 
reranno in casa, quindi tu vedi che sistema sia questo — ma bisogna 
aspettare che queste cose si avveriiio. I Ministri che vedono chiaro ed 
hanno esperienza, i pochi dei nostri rimasti, non si dissimulano la gra- 
vità delle cose. 

Non vi ha che un appelle a tutti gli uomini di capacità e di bttona 
volontà, abnegazione personale assoluta, ed un Mînistero di coalizione 
— rimedio eroico ma indispensabile, se no lo dico, corriamo rischio di 
cadere in consunzione. In Francia subordinano tutta la questione di 
Roma alla questione interna nostra, vogliono vedere alla prova se siamo 
capaci di digerire quanto abbiamo ingurgitato ! 

Addio, scrivimi. 


Il tuo aff,mo CASTELLit 



— 276 — 


5e) 


Gadorna a Lanza. 


Amico carissimo, 


t) 

Torino, 12 ottobre 1861, 


Quantunque io sia qui da parecchi giorni, pure io non posso parlarti 
nulla di politica più di quanto leggesi nei giornali, poichè non veggo 
alcuno. Ma se debbo dirti le mie impressioni su ciô che veggo, esse 
non sono, in verità, molto buone. Non già che io disperi, o teraa sul 
risultamento finale délia nostra gran causa, poichè credo che essa è 
spinta e condotta da una forza talmente irresistibile, che è la logica 
deï fatti, che sovrasta ai Govemi, aile popolazioni, ai parti ti, ed a tutto. 
Io credo che molto possa Tautorità, e la compattezza del Ministero; ma 
veggo lo stesso Kicasoli lottare con un’influenza maligna, e spuntarvi 
un poco la sua morale potenza, e la sua superiorità; e mi fa temere 
moite bufere il frazionaniento quasi aH'infinitesimo délia maggioranza 
parlamentare. Per altra parte Tandamento del Governo mi pare che 
riveli che esso non si sente abbastanza fortemente e saldamente in 
sella. So bene che se verranno le grandi questioni politiche i partiti 
si faranno sotto questa pressione più compatti ; epperô il mio timoré 
riguarda piuttosto la iinpressione che debbono fare aU’estero le nostre 
divisioni, le quali sono male interpretate, ed a cui si dà una portata 
politica maggiore di quella che realmente hanno. Che se D'Azeglio ha 
potuto, a fronte di questi ostacoli, mettere in dubbio se tutti gli ita- 
liani vogliano Tunità e la indipendenza, corne non si dovrà temere 
che gli stranieri facciano lo stesso giudizio? Ma forse la poca cogni- 
zione che ho del modo con cui vanno per ora le cose, mi induce in 
errore, ond’è che ora preferisco sempre dubitare dei miei giudizi anche 
dentro di me stesso. A quanto pare le luogotenenze generali stanno 
per essere abolite, e ci6 é certamente bene, a mio avviso, ed in mas^ 
sîma; ma i decreti che stanno per uscire provvederanno essi sufficien- 
temente al fine di effettuare un vero discentramento a bénéficie delle 
Provincie e dei Prefetti, sicchè non si abbia a dire tosto, che le luo- 
gotenenze furono abolite per concentrare tutti gli affari in Torino? E 
dubito assai su questa sufificienza, stando ai poteri che il Parlamento 
ha delagati a questo fine al Governo. Eppoi si hanno in numéro suffî- 
ciente uomini capaci da fare il Prefetto con poteri più estesi che non 
sono gli attuali? Anche su ciô si puô muovere dubbio. 

Ôebbene il Ministero si persuaderà facilmente di averli trovati, poichè 
attualmente bas ta essere un uomo che non abbia mai avuto parte a 



— 277 — 


pubblici affari per essere tosto riputato una cima d'uomo ; ora ci vuoîe 
un po’ di poesia ; la dura e prosaica pratîca degli affari la è cosa da 
ferravecchi. Questo sistema è un’idra che ha già divorato molti uomini 
6 che nê divorerà ancora chi sa quanti; ma chi la paga? 11 paese. 
Forse è una necessità il passare anche per questa prova, che deve 
sfatare un tal sistema, che alla lunga farebbe perdere il credito al ré- 
gime costituzionale e che darebbe troppa ragione ai nostri nemici. 

Perdona questa lunga cicalata, scrivimi se puoi, ad Angera, ove sarô 
ancora per una settimana, altrimenti a Torino. Ricordami alla tua gentil 
consorte, e credimi di cuore 

Vaff.mo tuo amco C. Cadoeka.\ 


Ô3) 


Cadorna a Lanza. 


Car O Amico, 


Ho visto col più grande e vivo piacere, che la maggioranza ti ha eletto 
a suo Présidente per le di lei adunanze particolari ; questo fatto, indi- 
pendente da ogni influenza del Ministero, è segno évidente del conto 
in oui sei meritaniente tenuto, e délia influenza che fortunatamente 
puoi ancora esercitarvi. E poichè non ho mai cessato di amare ed amerô 
sempre il nostro paese, io me ne congratule pel di lui bene, ancora più 
che non per te. Cosi tu possa continuare ad esercitare un'azione efficace 
neirandamento delle cose parlaraentari ! 

Qui mio fratello ha aequistato molto ascendente morale sulle popola- 
zioni, e ne usa, con grande mia contentezza, neirinteresse del paese. 
Se le Autorità araministrative faeessero lo stesso, quanto bene non si 

farebbe! Ma su dî cîù, e sul modo con cui è amministrata 

la giustizia. NeU’ordine giudiziario le cose sono in cattivo essere, e 
talvolta anche deplorabili. 

Queste popolazioni ignoranti, pregiudicate, antidiluviane, sono perô 
essenzialinente buone, tranquille, e di ingegno svegliato, ed hanno fra 
i loro peccati quelle délia indifferenza, frutto délia mancanza di edu- 
cazione alla vita pubblica. I deputati che le dipingono sempre disposte 
a protestare contro le leggi di finanza, délia leva e simili, le calunniano 
per farsi un' arma di partito. 

Esse non domandano che giustizia in ogni cosa, poichè non l’ebbero 
mai; esse hanno bisogno che le Autorità si mantengano in contatto con 
loro (e ciô è assolutamente trascurato dai Prefetti, che non si muovono 
mai dal loro posto, e non dànno mai un bicchier d'acqua a nessuno) ; 



— 27B — 

esse Lan bisogno ehe la mano e la forza dd Goveruo sia sempre pronta^ 
onde poter conâdare nelia ena forza, e persnadersi che esso é oi^ace 
di proteggerle, ora, ed in avvenire. La leva, che si fa in modo veTa* 
mente -merariglioso, e la giustizia con ctti ô fatta, prodnce ui& grande 
ediôcazione, ed eseroita salle popolazioni nna grande e benefica in^uenza, 
essendo qnesto un fatto che pénétra in tutti i Comuni ed in tutte le 
famiglie. 

L'energica azione di mio fratello sni pochissimi Comuni, che per causa 
dei Sindaco o del Giudice furono riluttanti, e dove fece arrestare in 
massa tutti i coscritti nel giorno successivo al loro appelle, ha pur 
prodotto un grande eifetto e molti pentimenti. Quasi tutti i contadini 
dicono : oh ! ora si fa la giustizia ! Eccoti corne è questo paese dei tre 
Abruzzi. 

Dammi tue nuove, e délia tua consorte, cui ti prego di ricordarmi, 
e tu pure ricordati di me. 

Addio. 


H tuo aff.mo amico C. Cadobna. 


B4) 

C. Cadorna a Lanza. 

Amico earissimo, 

Napoli, 5 maggio 1862, 

10 che non ho nulla da fiare, ti vengo di tempo in tempo stuzzicando 
con quaîche lettera, ed eccotene una nnova prova, e tu mi risponderai 
quando ne avrai tempo. Corne puoi pensare, sono assai dolente ed in- 
quieto délia crisi ministeriale avvenuta. 

11 modo con cui fu fatta, mi affligge ancora di più, poichè essa non 
avvenne costituzionalmente , e fu conseguenza in gran parte di un 
intrigo di Corte, aiutato da qualche errore, e dal carattere duro di 
Bicasoli, e dalla indisciplinatezza, e peggio délia maggioranza délia 
Caméra, nella quale, luoltissimi mi pare che lavoriuo a distruggere, 
senza neppure saper bene che cosa si vogliono. Finora non abbiamo 
BOtizie definitive délia ricomposizione del Ministero ; ma pense che Rat* 
tazzi troverà grandi difficoltà nella posizione, e che non potrà fare un 
Ministero omogeneo e composte di elementi veramente serii e dnrevoli. 
Mi rincresce che anche qnesta volta Rattazzi vada al Ministero con 
un peccato originale, cioè Tintrigo di palazzo, che équivale ad un pic- 
colo colpo di Stato, e ohe è un triste precedente in Italia. Dico fran- 
camente, che non posso perdonargli d'averlo anche solo tollerato e di 
approfittame. E moite e gravi temo sieno per essere le conseguenze di 



279 


iÿuestA crisi. Vorrei essere tyi cattivo profeta, ma Cïedo ciie la prkna 
di ^se sarà che codèsto peccato arîgînald âaarà tï&a dilSp^ttà gtare 
contro cui dovrà lottare finchô esisterà. 

Credo lîhe rintrodazione di Depretis rovinerà anche Depretis, senza 
acquidtare a Hattazzi la Slnistra ; e la stessa poco omogeneità del Mi- 
nistero lo impedirÀ, e sarà ostacolo alla formazione di una vera mag- 
gioranza costituzionale. Parmi évidente che Rattazzi non potrà pro- 
gredire colla Caméra attuale. EgU lo deve aver previsto, sapendo di 
avéré contraria la Deputazione lomharda, bliona parte délia piemontese 
e dei ducati, ed ora quasi tutta la toscana e parte délia napol^ana. 
Egli deve perciô avéré pensato allo scioglirafento délia Caméra attuale. 
Ma è esso opportune in questo momento? io non lo credo; crédo che 
rattuale Caméra non poteva durar lungamente ; ma che dovesse ancora 
sussistere per un po’ di tempo, sia per portar a termine molti aflfari 
urgenti, sia per illuminare meglio gli elettori, e far succedere le ele- 
zioni in tempo migliore, e fatto un Ministère, che non avesse il pec- 
cato originale che ha questo, e che avesse avuto agio di farsi conoscere, 
e di designarsi colle opéré per quelle che realmente fosse e volesse e 
potesse fare. Lo stato poi delle provincie meridionalî, che finora hanno 
tutti i danni o pochi vantaggi délia unione, e che sono ancora trava- 
glîate dal brigantaggio in parte dai Borbonici e dai Rossi, e dove la 
stampa, salve poche eccezioni, è veramente cattiva, ô tutt’altro che 
favorevole ad una buona eiezione generale. Perciô l’appello agli elettori 
non parmi possa essere senza perîcolo. 

Che cosa risponderanno essi ad un Ministère che non ha ancora fatto 
nulla, ed in cui la coalizione toglierà agli elettori stessi la possibilité 
di vedere in esso un programma politico determinato? IJuaïe ne aaré 
Teffetto nelle provincie nuove? Nou meno deplorabili saranno, a mio 
avviso, gli efîetti aU’estero per la questione di Roma e Venezia. 

La stabilità è la prima condizione che dobbiamo presentare^ e certo 
non provvede a ciô la crisi attuale! La prima immediata conseguenza 
sarà quella di ritardare assai più la ricognizione del Regno dTtalia 
per parte délia Russia e di dare un argomento nelle mani del Papa e 
delPAustria. La crisi troverebbe un rimedio, od almeno un compense 
a questi inconvenienti se essa avesse per effetto di far passare il potere 
nelle mani di un uomo riconosciuto già nel paese corne di primo ordine 
e capace di fare un Minis tero omogeueo che potesse dare un indirizzo- 
ad una eiezione generale. Ma, purtroppo temo che ora ciô non si avveri» 

<2uale e quanta responsabilité per chi ha provocato una taie crisi 
indipendentemente dal Parlamento ! Anche La Marmora ê inquieto delio 
stato attuale delle cose e dolentissimo del modo con cui la crisi è venu ta. 

Io ti ho detto le mie impression!, ma lontano dal centro degli affari; 



-- 280 


privo di qualsiasî notizia, che non venga dai glornali, posso ingannarmi ; 
e lo desidero di tntto caore. E tn corne giudiohi le cose ayvenute e 
le loro conseguenze? 

Qui si vive tranquilli, i Borbonici ed i Rossi stanno quietifi costitu- 
zionali non fanno nuila, ed in fatto di politica governativa sarei imba* 
razzato a dirti quai sia l’opinione pubblica) nè vedo che esista veramente 
abbastanza delineata. Conseguenza înevitabile in uno stato di élabora* 
zione quai è quelle in cui si trovano queste provincie. Perô Tunione 
italiana é voluta dairimmensa maggioranza. 

Ba Marmora si ô tenuto abbastanza indipendente da tutti per essere 
padrone di sè, e non andare specialmente in uggia ad alcuni partiti. 
Egli fa bene, e tutti ne parlano bene; e non è poco. 

L*aff,mo tuo amico C. Cadorna. 


65 ) 

iNG. C. NOÊ A LANZA. 

Onorevole sig, Commendatore, 

Torino, 19 maggio 1862. 

Sono spiacente di non aver potuto rispondere a posta corrente alla 
pregiatissima sua del 16 corrente mese, per la mia cagionevole sainte. 
Ora perô mi affretto a confermare alla S. V. onorevolissima che sta in 
fatto che il Governo stipulô la convenzione per Teseguimento del canale 
a derivarsi dal Po a Chivasso, seconde il progetto da me redatto prima 
d'ora; ciô segui il giorno 10 del corrente mese, ed a favore d’una Com- 
pagnia inglese, composta dei primi capitalisti di Londra, con alla testa 
la famosa Compagnia dei canali delle Indie. 

In essa concessione, dovendosi eseguire il progetto anzidetto in tutte 
le sue parti, è pure compresa la diramazione a destra del Po per Tir- 
rigazione dell’Agro casalese, da farsi nel cavo di Pobietto in prossimità 
di Morano, 

lo sono lietissimo di poter in tal modo soddisfare alla domanda ben 
giusta ch'Ella ebbe la bontà di rivolgermi colla prelodata sua. La con- 
venzione verrà quanto prima sottoposta all’approvazione del Parlamento ; 
ed io mi lusingo moltissimo ch’essa troverà nella S. V. onorevolissima 
il più valido appoggio, trattandosi di un’opera d’un vantaggio immenso 
pel paese, sia dal lato economico che dal lato strategico, 

La ringrazio, ottimo signor Commendatore, d’avermi esibita l’occasione 
per avéré Tonore di rîproferirmi col massimo ossequio, 

Délia S. V. onorevole 


Dev.mo servitore ing. C, Noè. 



281 — 


66 ) 

Castelli a Laxza. 
Carmimo Amieo, 


Torino, 27 agosto 1862, 


Nulla ormai più si sa, se non per mezzo dei telegrammi che sono 
stampati nei giornali. 

lo non mi sono mai sentito cosi accorato corne dopo aver inteso il 
fatto deirimbarco di Garibaldi. Questa mattina ancora Durando mi di- 
ceva che non avevano più avute altre notizie dopo il telegramma del- 
l’ammiraglio Albini del 25, il quale dicendo che Garibaldi sHmbarcava^ 
cMedeva se dovesse impedirlo ; rispondevano, ad ogni costo^ ma il tiro 
era fatto; erano yapori delle Messaggerie francesi, ma la bandiera non 
poteva coprirli ; Hudson diceva questa mattina, che se fossero stati in- 
glesi dovevano cannoneggiarli ; lo diceva a Durando, 

Si parla di misteri, ma io ho Tintima convinzione acquistata per aver 
veduto i dispacci originali che il mistero dovrebbe chiamarsi impotenza, 
demoralizzazione e sfiducia di tutto e di tutti, e per colpa di tutto e 
di tutti. La Marmora assicurô che da più di un mese, prevedendo uno 
sbarco di Garibaldi in Calabria, aveva dato tutte le disposizioni strate- 
giche, Nessuno sa dove arrivi Garibaldi, vuolsi perô che egli voglia 
arrivare sotto Roma a qualsiasi costo. 

Dell’esito finale délia spedizione di Garibaldi io non dubito, nulla 
trovô in Sieilia, lo stesso sarà in Calabria, padrone solo del luogo in 
cui si trova; ma non saranno perciô finiti i guai; la questione di Roma 
diventerà una necessità. Durando dice che, domato Garibaldi, saremo 
in buon punto, e che Napoleone Tha capita; ma quel che so io è che 
non capiscono un corno, e che ci vuole un Governo che la capisca lui. 

A Parigi pare che abbiano perduta la testa, I général! di Garibaldi 
sono tutti in piena astensione; scrisse lettere a molti ma non trovô 
ascolto, 

Eccoti quanto so, è poco, per non dir nulla, ma la mia lettera ti ri» 
corderà il 


Tuo aff.mo Castelli. 


Farini è stato qui ieri, abbiamo pranzato insieme ; è rimesso, ma non 
tanto da poter resistere alla politica attiva, Dice che in faccia agli 
avvenimenti bisogna appoggiare il Governo, ma fa le sue riserve; ha 
avuto lungo colloquio con Rattazzi. 



283 — 


57 ) 

Castelli a Lanza. 

r 

Pregiatissimo Amico, 

Torino, 10 scttembre 1862. 

Fra il oontrasto di tante opinioni rlguardo al processo pare che sia 
ora deciso di volgersi ad xm^amniaticu 
Sarà condûionata; ma intanto la raassima ha prevalso. Bisogna pur 
dure che Topimone pubblica si pronunzm in q[uesto senso, e tutte le 
le^ere che giungono da amici che trovanai a Parigi e Londra j)redi- 
cauo amnistia. Si aspetta domani Cialdinî e ynolsi combinare la cosa 
in modo che non urti col sentiraento deU’esercito, chiamato a combat- 
tere i ribelli oggi, per troyarli amnistiât! domani. Ma il sentimento dei 
militari è generoso coi vinti, e non credo che possa adontarsene^ ad 
ogni modo é impossibile cavarsela bene. Il Diritto grida già che non 
si vogliono grazie^ xùîi, giuatizia ; che cosa poi ne uscirà per i Deputati 
arrestati, enranti e sospetti? sinora non ho inteso parlare che di chiu- 
snra délia sessione, e non so farmi un'idea delle prime seduto délia 
Caméra attuale. Di Koma nulla, e la nostra questione finanziaria? me- 
glio dnirla qui, corne la finivamo sulla porta di casa tua aile 11 di sera^ 
quindi addio di nuovo ed abbimi 

Il tuo af.mo Castelli, 


58 ) 


UBALDINO PERUZZI A LANZA. 


Caro Lanza, 


Torino, 11 gennaio 1863. 


Siamo al punto di decidere Tapertura délia Caméra per il 28 gennaio y 
ma siamo incerti intorno ad uno dei seguenti partit!. Dobbiamo noi 
proseguire la sessione dei 1861 fino alla votazione dei bilanci per aprir 
subito dopo la sessione dei 1863, oppure dobbiamo noi chiudere subito 
la prima sessione ed aprir la seconda il 28 col discorso Reale? 

Per il primo partito starebbero due considerazioni : quella di far vo- 
tare il bilancio al termine délia sessione, pendente l’esercizio per il 
quale si vota, onde votar poi quelle dei 1862 al termine délia sessione 
dei 1803, invece di farne votar due nella stessa sessione; e Taltra di 
non pronunziare un discorso in mezzo ad altrî discorsî Reali di Parigi^ 
Berlino e Londra, ma quando per qnesti e per le discussion! degli al tri 
Parlamenti fosse meglio chiarita la politica europea. Questa aspetta- 



— 283 


jsione parrebbe più conforme airattitudine politica che abbiamo assnuta. 
e che ci conviene di non compromettere nè con un silenzîo ecceasiTOy 
nè con un parler forse inopportnno. 

Per Taitro partito starebbe la conrenienza di non prolungare di so* 
verchio la sessione che dura già dal 18 febbraio 1861 e di non a?er 
Taria di sfuggire un discorso Reale, 

Vi sarebbe anche per queat'ultimo partito la convenienza di cambiar 
Présidente ; ma credo che anche nel primo caso questo si conseguirebbe. 

Di questo stato di cose desidererei che voi mi favoriste subito il pre- 
giato vostro parère per mia norma ; io vi sarô grato perciô di una pronta 
risposta. Se qualche consiglio avete da favôrirmi, siate certo che farete 
sempre cosa graditissima al 

Vostro dev.mo amico Ubaldino Peruzzi. 


S9) 


Ubaldino Peruzzi a Lanza. 


Pregiatissimo amico ^ 


Torino, aprile 1863. 


Avanti di presentare l’unito progetto di legge alla Caméra, deside- 
rerei illuminarmi del parère di qualche autorevoie persona versata 
nello studio e nella pratica délia materia gravissima cui si riferisce. 

Egli è perciô, che prendo la libertà dlnviaro un esemplare aU'ono- 
revole signor deputato Lanza, colla preghiera di ritornarmelo, con quelle 
osservazioni che stimasse potermi fomire. 

E ringraziandolo per questo favore, ho Fonore di confermarmi con 
distinto ossequio 

Suo devotissimo Ubaldino Pbbüzzt, 


60 ) 

Lanza al Direttore del Giornale ÜOpinîùne^ 


Egregio signor Direttore, 


Casale, 24 maggio 1863. 


Fui assicurato da parecchi onorevoli deputati che alFaprirsi della^ 
nuova sessione parlamentâre io possa eàsere proposto quale candidato 
alla presidenza délia Caméra elettiva. 

In questa supposizione, onde evitare, per quanto da me dipende, la 
dispersione dei voti ed una perdita di tempo alla Caméra, sento il do- 
vere di dichiarare che io non potrei assolutamente accettare Fonorevo- 



— 284 — 

lissimo ufficio, a cui per avventura la benevolenza de’ miel colleghi 
mirasse di elevarmi* 

Voglia, egregio signore, compiacerai d’inserire nel prossimo numéro 
del pregievole suo giornale questa mîa dichiarazione e gradj&ca i sensi 
délia massima mia stima. 

Il suo àevjmo ed obbhno G. Lanza, deputato. 


ei) 


Minghetti a Lanza. 


Caro Amieo, 

Torino, 25 maggio 1863. 

Ti ho scritto appena finita la seduta, per pregarti di venire da me. 
Ti prego vivamente di venire da me. Ho preso sopra di me di scri- 
vere a Piacentini che sospenda la pubblicazione délia tua lettera. 
Spero che lo perdonerai al 

Tuo amico Minghetti. 


ae) 

Matteucci a Lanza. 

Stimatissimo signor Commendatore^ 

Torino, !<> luglio 1863. 

lo spero che, sentite le ragioni, mi assolverà da questo ardire. 

Se non accadeva il cambiamento del Ministère in cui ero, avrei im- 
modiatamente presentato un progetto di legge suiramministrazione. 

Era il progetto più studiato dje avessi e di cui ho fede. L’altro giorno 
parlando in Senato suU’istruzione pubblica, ho accennato a questo pro- 
getto e aU’economia da trame seco. Minghetti mi ha invitato pubbli- 
mente a iniziarlo in Senato, Sarei disposto a farlo, ma vorrei almeno 
saper prima che ne pensano gli uomini più competenti e i deputati 
di maggiore autorità. Per questo lo mando a Lei, e le sarô gratissimo 
se si compiacerà di leggerlo, pensarci sopra, e poi rimandarmelo, di- 
céndomi ciô che ne pensa. 

Mi lusingo che mi perdonerà e permetterà di rassegnarmi 

Suo dev,mo ed um.mo Matteucci. 



585 — 


63 ) 

Lanza a Matteücci. 


Chiarissimo signore, 


6 Inglio 1863. 


Ho attentameute letto il suo schéma di legge suiramministrazione 
délia pubblica istruzione e suiristruzione secondaria. A me pare di rav* 
visarvi tre pregî capitali: semplicità, discentramento, economia. Perô 
essendosi Ella limita ta a designare le grandi membrature del nuovo 
edifizio scolastico, io non oserei fin d’ora esprimere un parère sulla sua 
solidità ed euritmia delle parti. Se male non mi appongo, parmi di scor- 
gere che nel suo concetto i tre rami deirinsegnamento rimarrebbero tra 
loro distaccati e subordinati a diverse podestà ; se mai ciô fosse io te- 
merci che il difetto d’unità nella Direzîone possa nuocere alla disciplina 
ed alla bontà degli studi. 

Ella m’insegna che i divers! modi o gradi d’insegnamento si soccor- 
rono a vicenda, nè si puô alzare il livello degli studi universitari senza 
buone scuole secondarie, nè queste fioriranno senza buone scuole ele- 
mentari. 

Da ciô ne consegue che le une e le altre debbono essere tra di loro 
coordinate e quindi regolate e dirette da un solo concetto. 

Per conseguenza non sarebbe a preferirsi un ordinamento che stabi* 
lisse una relazione intima ed una dipendenza immediata delle podestà 
che presiedono alla istruzione elementare da quelle che dirigono Tistru- 
zione secondaria e di queste da quelle univers! tarie? Pare insomma di 
ciascuna università il centro di una circoscrizione scolastica? Tutte que- 
ste circoscrizioni dipenderebbero poi dal Ministère che presiederebbe il 
Consîglio superiore délia pubblica istruzione. Questo sarebbe il concetto 
da me vagheggiato che sottopongo al senno di V, S., non senza che 
per Tesperienza acquistata nella sua lunga e splendida carriera nel- 
rinsegnamento, riconosca essere assai più di me in grado di proferirne 
un Iode vole giudizio. 

Gradisca, ecc. 

G. Lanza. 


64 ) 

Lanza al prof. Giovanni Daneo. 

Illustrissimo Signore, 

Torino, 19 giugno 1863. 

Ho ricevuto e letto cou piacere il suo opuscolo sulla legge Casati; 
trovai in esso svolte moite sérié considerazioni sulla necessità di raf- 



286 — 

fermare la disciplina delle scuole e di manteuere al Governo Tindirizzo 
délia pubblica istruzione. Fin qui io sono d’accordo con Lei, ma aon 
potrei associarmi alla difesa che Ella assume di tutte le parti délia 
predetta legge, la quale, appunto a causa delle eccessive spese in cui 
ha impigliato lo Stato, destô contro di essa una reazione che minaccia 
persino di divenire esagerata. Dico esagerata, perché v’ha chi vorrebbe 
abbandonare intieramente Tistruzione secondaria e tecnica aile proviucie j 
•queato, a mio avviso, sarebbe un grave errore; ma non meno inamnies- 
sibile è il bisogno di chi opina che tutti gli îstituti d’istruzlone senon- 
darîa rimangano a carico dello Stato. Io inclino a credere che fra queati 
due sistemi convenga sceglierne uno intermedio. Conservare cioè al 
Ooverno un certo numéro d’istituti che basti per servir di norma a tutti 
gli altri riservati aile provincie ed ai privati, ed a manteuere alto il 
livello deirinsegnamento ed il decoro del corpo insegnante. Qualunque 
sia il giudizio che V. S. recherà sopra questa mia opinione, amo perô 
di credere che Ella non dubiterà deirinteressamento costante cha io 
hutro per la pubblica istruzione e per i degni suoi Ministri. 

Gradisca, egregio professore, co* miei ringraziamenti, l’espressione 
sincera délia distinta mia stima. 

G. 


es) 


G. B. Cassinis a Lanza. 


Mio caro Lanza^ 


Torino, 25 novembre 1863. 


La tua lettera, caro Lanza, mi ha commosso aile lagrime — Dio 

buono ! che desolazione ! (1), Anch'io sono da 4 mesi in preda a 

strazianti afflizioni, una gravissima malmttia délia mia povera mogiie !.... 

Da dieci giorni le cose vanno migliorando, e comincio a respirare — 
Pensa quindi e per coinunione di aventure e per Taffetto grandissime 
che ti porto, quanto mi fu doloroso il racconto che mi fai — Ti rin- 
grazio sai, caro Lanza, delle cortesi espressioni tue, e fra i miei af- 
fanni mi fa conforto questa nuova dimostrazione che mi hai data délia 
tua preziosa amîcîzia — Restami il raccomandarti il coraggio cosî ne- 
cessario in questi tristissimi casi, e per te e per la povera famiglia, 
che tu proteggi ed assisti con animo si generoso. 


(1) Due nipoti di Lanza erano stati colti da grave malattia. 

Lanza ohiese un oongedo alla Caméra per recarsi ad assisterli, ed ebbe, dopo 
qualohe tempo, la consolazione di vederli risanare. 



— 287 — 


leri qaand'ebbi data lettura alla Caméra délia tua lettera officiale» 
molti deputati mi venuero chiedeudo quai fosse la sventura a cui Ae* 
cennassi. Lo dissi — ed oguuuo prese ai tuoi dispiaceri sincerissima 
parte , % 


Caro Lam^a» quésta patria mi oosta pur beueh... ma pazieuza — 
facciamo di essere ouesti ^ rallegrlamoci dell'amicizia e délia stima 
di que’ degui uomini ad uuo dei quali ora scrivo, e di cui mi profeeso 
di tutto cuore 

Âfezionato amico G. B. Oassinis. 


66 ). 


Minghetti a Lanza. 


Caro Amico, 

27 novembre ISOSk 

So cbe avete aruto delle srenture domestîche. Permettetemî, corne 
sincero ed affezionato amico, che vi dica quanta parte prenda ai vostri 
dispiaceri e quanto desîderi ed auguri che eieno alleriati ed abbiano 
fine. JDa gran tempo ho imparato a stimarvi ed araarvi, e in questa 
dolorosa circostanza si sente più vivo Taffetto. 

Vostro amico Minghetti. 


67 ) 


Minghetti a Lanza, 


Caro Lanza, 

Torino, 4 giugno 1864. 

In Consiglio dei ministrî fu dîscussa la quistione del pagamento da 
farsi al signer Webb, fornitore di due navi corazzate. E poichô taie 
quistione piglia carattere misto di politico-amministrativo, fu stabi- 
Uto di eleggere una Commissione, la quale deirargomento debba parti- 
oolarmente occuparsi. Il Ministre présidente fidando nella grande cor- 
tesia di lei, signer Commendatore, le fa preghiera di voler presiedere 
alla Commissione medesima, la quale si compone : del cav. I. Artom, 
pel Ministère degli esteri; del cav. Pietro Scotti, pel Ministère délia 
ûnanza ; del cav. Niccolô Penco, pel Ministero délia marina ; e la ne 
porge grazie antieipate e cordialL 


Minghîtti. 



288 — 


68 ) 

Lanza a Mtnghbtti. 

, , , . , , . 

IlLmo Signore, 

Il Bottoscritto si pregîa di trasmettere alla S. V. Ill.ma il parete 
délia Oommissione nomînata in Oonsiglio de’ ministri per studiare e 
riferire snlla controyersia insorta tra il Governo del Re ed il costmt- 
tore Webb di New-York per il pagamento delle due fregate corazzate 
Re d’Italia e Re djuigi di Portogallo. La Commissione predetta esa- 
minli la questione sotto l’aspetto politico-amministrativo ed in rapporte 
all’eqnità non in punto al diritto; chè taie era il suo mandato. 

Dopo un’analisi circostanziata delle pratiche corse tra il Ministère 
délia marina ed il signor Webb, dopo avéré ponderate tutte le ragionî 
e faffto caso di tutte le considerazioni politiche ed amministrative, la 
Commissione fu d'unanime pensiero di consigliare al Governo una larga 
transazione, in cui più dello stretto e rigoroso diritto debbono preva- 
lere considerazioni d’interesse pubblico, di dignità nazionale e di equità. 
Queste ragioni e considerazioni sono svolte con sufficiente* ampiezza 
nella relazione qui unita ; e lo scrivente non dubita che la S. V. Ill.ma 
non esiterà a riconoscere in essa l’impegno poste dalla Commissione 
per corrispondere ail’ onore vole e d'elicato mandato, ricevuto dal Mini- 
stère da Lei si degnamente presieduto. 

Yoglia la S, V, Ill.ma aggradire i rispettosi sensi di massiraa stima. 

G. Lanza. 


69 ) 

Cassinis a Lanza. 


Amico CarissimOy 


Torino, 19 fe'bbraio 1861. 


Mille complimonti pel tuo magnifico discorso. Chiarezza d'idee, înge- 
gno, dottrina e cuore!... Con questi uomini l'Italia si fa. Ora ti farô una 
proposizione, ed una preghiera. Non potresti accordarti con Sella? Ho 
pregato Sella di farne passar la sua proposta; egli intende comnnicarla 
alla Commissione stessa e spera farla accettar da lei per modo, che 
la proposta figuri concertata in seno délia medesima, accettata dal 
Ministère. 

Ora potresti tu acconciarti aile idee di Sella? Quali che sieno le 
diversità di massima esistenti tra esso e te , tu vedi che sarebbe dif- 
ficile di far accettare dalla Caméra un seconde temperamento, cioè 



289 — 


l’una 0 Taltra delle tue proposte, qnando già la Commissione ed il Mi- 
nistère ne avessero accettato un primo; cioè il temperamento Sella, piû 
O meno coordinato o modificato in seno délia Commissione medesima. 

JjOpin 'one di questa mattina ba torto quando scrive, che tu non 
bai fatto altro cbe sollevare dei dubbi, di oui ciascuno è persuaso che 
tu non bai fatto altro che ouvrir une porte enfoncée. La tua autorità 
ba reso quel dubbi piû efôcaci ed ba quindi dovuto render più facile 
nel tempo stesso la Caméra a temperamenti. Ma Tapplicazione pratica 
di questo utile effetto potrebbe essere fuorviata, tutta volta cbe ci fosse 
dissenso troppo marcato tra il sistema Sella ed il tuo. 

Oltre a ciô non dovrebbesi uemmeno trascurare il beneficio délia pro- 
posta Jacinù Insomma io sottopongo alla tua saviezza queste conside- 
razioni, le quali si riassumono cosî: il sommo hisogno ché i concilia- 
tori 81 pongan d*accordo. 

Di cuore in tutto 

Tuo aff.mo amico G. B. Cassinis. 


70 ) 


PiROLI A LANZA. 


Preg.mo Signore, 


Parma, 29 higlio. 


Ricevo la sua 27 corrente, e non posso se non approvare pienamente 
quanto la S. V. ha fatto. La Sinistra fa ogni sforzo per dare al risul- 
tato deirultima votazione un colore politico, e pur troppo gli organi 
ministeriali la aiutano in modo veramente indecente ; ma a noi la via 
è tracciata ; avvenga che si vuole. Fui a Torino mercoledî a trovare 
le mie figlie che ho poste nel R. Istituto La Frovvidenza^ e ho saputo 

che l’avv studia gli atti délia Commissione d’inchiesta. Avvo- 

cato del Bastogi, ne preparerà forse la difesa, ma i sottRi accorgimenti 
di persone interessate non potranno, spero, attenuare menomamente 
nella pubblica opinione il nostro verdetto (1). 

Mi abbia sempre con distinta considerazione 

Suo obb.mo A. Pikoli. 


(,1) Suiraffare Susani-Bastogi. 


lO Lanz\, Masaime. 


Vol. Il, 



— 290 


71 ) 

Zanolini a Lanza. 

Preg.mo Collega ed Amico, 

Torino, il lo agosto 1864. 

leri mi pervenne la vostra graditissîma del 27 luglio. Ben giudicaste 
ch’io non avrei potuto non approvare la saggia e dignîtosa risposta, da 
vol data a quei deputati délia Sînistra, sulla pubblica dimostrazione 
di grazie e di Iode, che intendevano di indirizzare ai componenti la 
Commifisione d’inchiesta. 

Dopo le fatiche, le pene, le angustie sofferte, dopo gli svariati giu- 
dizi e le dicerie d’ogni sorta, non ci mancava altro che i pubblici en- 
conii di quei signori 

Non vi farà sorpresa se, al mio ritorno in Torino, vi sentirete assa- 
lire da un vecchio di oltre ai 70 anni, che vi chiederà, non la vita 
che egli vi augura prospéra e lunga pel bene del suo paese, ma da- 
nari, e non più di 10 lire, ch’egli ha inviate a nome vostro a Car- 
rara pel monumento di Pellegrino Rossi. Fate pro deiravviso : Uomo 
avvisato quasi salvato. 

Mantenetemi la vostra araicizia e credetemi 

Vostro affmo servo ed amico A. Zanolini. 


7S) 

Baldacchini a Lanza. 


Caro Collega^ 


Napoli, 3 agosto 1861. 


Una determinazione, presa dal nostro Présidente, tanto conforme ai 
nostri intendiinenti coinuni ed al decoro délia Caméra, non potrebhe non 
essere approvata da quanti furono chiamati a far parte deirultima Com- 
missione d’iuchiesta. Certamente sarebbe stato un falsare lo scopo, che 
ci eravamo proposto, se avessimo accettato l'indirizzo délia Sinistra. Nè 
punto mi commovo al pensare che alcuni délia parte opposta siensi con 
voi comportati poco convenevolraente. A noi basta la testimonianza 
délia propria coscienza, e nulla varrà a rimuoverci dalla via che ab- 
biamo stimato migliore. 

Non so se la Caméra sarà sciolta e quale sia per essere la sorte 
delle novelle elezioni. A ogni modo mi reputo fortunato se Ella mi vorrà 
serbare un posto nella sua benevolenza. 


Devmo S. Baldacchini. 



2M — 


*? 3 ) 


# 

Illustre Collega, 


Finzi a Lanza. 


Canicossa di Marcaria, 3 agosto 1864. 


Il pregiato suo foglio del 27 p. p. mi ha inseguito nelle mie pere- 
grinazioni, ed ora solamente mi ha raggiunto in questa campagna. Sarei 
dolente che mi avesse attribuito a negligenza Tinvolontario indugio 
a porgerle riscontro. 

Ignoravo completamente il fatto deirindirizzo, ma Ella, inspirandosi 
alla rettitudine di principii che è sempre la sua sicura scorta, mi ha 
onorato associandomi nel giudizio suo e nella deliberazione cui ha dato 
conipimento. Non mi resta che a ringraziarnela. 

Per certo in questa, ancora più che ia tant’altre circostanze, provo 
dolore che si voglia da taluni confondere l’opinione la più indipendente 
dagli spiriti di partito, coi fini che ai partit! stessi premono, o contra- 
stano ; nel senso mio ci fa uguale ingiuria chi .inconsultaraente ci ac- 
cusa, e chi ci offre omaggi per inneggiare d’infami trionfi. 

E quando mai ci sarà dato di ravvisare i partit! designarsi con fi- 
sonomia schietta, ed al tutto rispondente ai principii che nutriscono, ed 
agli scopi cui anelano? 

I partiti esistono realmente nel Parlamento nostro, e fuori ; ma, a 
crederne le parole, sembrerebbero consentire tutti negli stessi propositi, 
e differire solamente nei mezzi e nella fiducia delle persone. Da ciô io 
posso derivare un fatale equivoco, che minaccia di troppo grave danno 
ritalia, giacché potrebbe anche accadere che talun partito, effettivamente 
assai debole ed intimameiite av verso aU’attuale reggimento, potesse 
trovare inconscio appoggio nel paese, (non dimentichiamo che delle 
Provincie politicaraente inconsapevoli ve n'hanno troppe in Italia) ed 
acquistasse apparenza di diventare in un dato momento relativamente 
assai forte. A sturbare l’iiitento, ora fattosi évidente, che gl'impossibili 
vogliono mostrarsi possibili, mentre attendono a presentare impossibi- 
bili coloro che sono unicamente possibili, nulla riuscirebbe tanto pro- 
pizio corne l’eliminazione dei dissensi — veramente in una piccola parte 
sui mezzi, ed in una ben più grande sulle persone — che mantengono 
fiventuratamente divisa la maggioranza. 

Perdurando cosi, noi, che saremrao fortissimi, finiremo a comparire 
troppo deboli e potremo correre taie discrédité neiropinione delle po- 
polazioni che travolga in una le nostre istituzioni, od almeno ci faccia 
fiensibile lesione. 

La stima che le professe, e, più che riverenza, la viva simpatia che 



— 292 — 


mi desta il suo carattere, mi Bpingono ad aprirle Tanimo mio su questo 
riguardo, non dissimulandole le sérié preoccupazioni che mi padroneg- 
giano. 

Bisogna aiutarci l'uno Taltro ad uscire d'una condizione dî» fatto che 
non ô chi possa scorgere, almeno, scevra di gravi pericoli; bisogna pro- 
porci nna meta comune ; e le maggîori colle minori influenze tutte 
deggiono egualmente cospirare di sforzi per raggiungerla. 

Ella tiene meritaraente una posizione d’onde deve molto potere; lo* 
voglia, ed anche chi puô meno, la seguirà con ardore. lo ambirei cha 
m'annoverasse tra quest’ultirai. Credo che tutte le vicende attraversate 
dopo la perdita troppo lamentevole alPItalia, del Conte di Cavour, non 
potevano essere risparmiate a formare l'educazione parlamentare dei 
più. Non dobbiamo serbare rancori delle passeggiere sconfitte, nè con- 
tare oltre gli effimeri trionfi ; bisogna trovarci uniti sotto la guida di 
coloro che si confermarono i migliori, corne in concreto ci sentiamo 
uniti d’intendimenti e di volere. 

Le sembrerô, forse, temerario, ma la mia natura si ribella a cammi- 
nare sui trampoli. Abbandoni un riserbo che potrebbe ormai degenerare 
in danno; spieghi deliberatamente una splendida divisa di conciliazione, 
ed ho fede che resteranno pochissimi a non seguirla. Ad ogni modo 
non me ne vorrà male délia mia sincérité, e del desiderio ardeiitissimo 
che rai cova neiranitno, di vedere procedere aH’unisono tutti coloro che 
araano vivamente questa nostra patria, e vogliono farsi sostegno delle 
istituzioni che ne prosperano i suoi destini. 

Accolga intanto le espressioni di ossequio e di attaccamento con cui 
me le dico 

Dev,mo suo Giitsbppb Finzt» 


7 - 4 :) 

Lanza al deputato Finzi. 


Egregio Colle g a, 


Roncaglia, 10 agosto 1864. 


lo non dubitai punto che la deliberazione da me presa di respingere 
l’indirizzo délia Sinistra avrebbe trovato il suo gradimento. Essa era 
inspirata aile massime ed ai sentimenti che diressero ed animarono co- 
stantemente la Cominissione, checchè siasi detto in contrario da parecchi 
giornali governativi male avvisati ed imprudenti. 

Ma sono sopratutto lieto che la mia abbia dato a lei occasione di 
aprirmi l’animo suo sopra l’indirizzo politico seguîto dalla Caméra e dai 
partit! e sui generosi e nobili iiitendimenti suoi. 



— 293 — 


Egli è p«r troppo vero clie le divisioni e i rancori tra gli uomini 
politici del gran partito oostituzionale, che costituiva la maggioranza 
eotto il iniuistero Cavour, sonosi fatti cosi palesi e gravi, da creare un 
pericolo p%r Tavvenire d’Italia. 

Ella ben a ragione terne che il partito. estremo possa diventare pos- 
sibile in mezzo aile nostre dissenzioni e sorprendere la buona fede e 
rinesperienza dei più. 

Non posso non essere d’accordo con Lei sulla imperiosa necessità ed 
urgenza di avvisare ai mezzi ed al modo di porre riparo al danno ed 
alla vergogna che ci sovrasta. 

Il modo è un solo, gli uomini onesti di mente e di cuore, debbono 
serrare le file e combattere corne la falange sacra, per la incolumità 
delle nostre istituzioni e per conservare stretta in pugno quella ban- 
diera che ci ha condotti dal Ticino al Tronto ed a Messina ed ha 
consolidati i trionfi del partito d’azione al Volturno, a Messina ed a Gaeta. 
<înella bandiera dobbiaino piantarla noi sugli spalti di Venezia e poi sul 
Campidoglio. Questo vanto non è puerile no, non é effetto di gelosia 
di partito, ma è ispirato dalla convinzione che nessun altro partito, 
airinfuori del gran partito costituzionale, potrà. cornpiere e consolidare il 
destino d’Italia, perché questo partito ha per sè tutti gli ordini e tutte 
le forze sociali d’Italia, perché non inspira diffidenze e sospetti di ri- 
voluzioni sociali all’estero, perché ha il prestigio di avéré per oltre i 
tre quarti compiuto l’unificazione délia patria. 

La ditïicoltà somma sta tutta nel trovare i mezzi per ricostituire sal- 
damente il partito costituzionale, ossia l’antica maggioranza ; e per tro- 
varli bisogna prima indagare le cause delle divisioni e dei dissensi che 
la travagliano. 

Non occorre che io le chiegga il permesso di parlare con tutta fran- 
ehezza, avendomene già Lei dato l’esempio e l'eccitamento ; d'altronde 
i caratteri coine i nostri non possono parlare in altra maniera. 

Si pué tacere, ma se si rompe il silenzio, la verità scatta dalle labbra 
eenza vélo. 

Or bene, io sono convinto che la causa principale delle nostre scissure, 
è riposta nel munieipalismo régionale che più o meno trasparisce e si 
manifesta nelle parole^ nelle aspirazioni e ne’ discorsi si privati che pub- 
blici; si palesa nelle simpatie e nelle antipatie ; si traduce negli atti si 
ammiiiistrativi che politici. 

Questo vampiro si affacciô per la prima volta innanzi al Parlamento 
sotto le spoglie delle leggi amministrative Minghetti e produsse una 
jgrande agitazione e scompiglio nelle file stesse délia maggioranza. 

Venue il minis tero Eicasoli, che rinnegô apertamente quelle leggi e 
«quel sistema ; e la calma e la concordia ritornarono fra noi. Subentrava 



— 294 — 

il ministero Rattazzi che nuove diffidenze e più forti sospetti risvegli^ 
di varia indole. 

Purtroppo, se non gli si poteva imputare una tendenza régionale, 
non è men vero perô che il suo Ministero ed i suoi atti presfero un co- 
lorito troppo piemontese, e furono causa che una parte délia iiiaggio- 
ranza portô al Ministero uoraini di spiriti e di umori contrari, ma troppo 

contrari. Fu una reazione nel senso régionale ed i signori 

ne sono l’espressione. Il municipalismo non ritardô a ricomparire in scena. 
Quasi tutte le leggi presentate ne portano la impronta, I nuovi atti 
amministrativi, le sue persone di maggior fiducia, i discorsi consueti 
più O meno pubblici o privati, palesano questa fatale tendenza. Ma ac- 

cadde qualche cosa di peggio ; i signori questa volta as- 

sunsero il potere con una prevenzione eccessiva contre il piernoiitesismo, 
personificando in Rattazzi e aocii tutto il Piemonte. Questo fu un gra- 
vissimo errore politico ed una grande ingiustizia. Con questo errore 
diedero maggiore valore ai Rattazziani ed offesero l’amor proprio dei 
pieinontesi, i quali erano e sono tutt'altro che fantocci del Rattazzi. In- 
tanto, per combattere questa larva del piemontesismo, si coalizzarono e 
si aizzarono i Deputati di altre regioni contre i députât! delle anticlie 
Provincie e si arrivô allô stato deplorevole in cui ora siamo giunti ! Il 
male fatto è immenso e per ripararlo ci vogliono prodigi di saviezza e- 
di patriotismo. lo credo che questa legislatura sia incapace di rinsavire ; 
forse la salute ci verrà da un’altra Caméra, dove nuovi spiriti, meno 
pregiudicati e più generosi, sapranno riparare al guasto che noi lamen- 
tiamo. 

Intanto, se vi è mezzo di dare vigore ed autorità al parti to costi- 
tuzionale, é quelle di fare un fascio d'uomini risoluti a combattere il 
municipalismo e le coalizioni politiche, sotto qualsiasi faccia si presen- 
tino e da qualsiasi persona siqno patrocinate, a comprimere ogni atto 
di corruzione dentro e fuori il Tarlamento, e la facile e comoda teoria 
di sapere e potere associare Tinteresse generale coirinteresse personale 
del deputato! 

lo sono sicuro di trovare sempre Lei strenuo difensore di questi vi- 
tali principii, ed io sarô al suo fianco, Temo assai che la maggioranza 
non sia per noi; ma vincitori o vinti rimarremo sempre fedeli alla no- 
stra ooscienza. 

Gradisca, egregia collega, i sensi délia massima considerazione con 
cui mi pregio di esibirmi 


Suo dev.mo ed affmo G. Lanza. 



295 — 


7B) 

Lanza a Minghetti. 


Caro Minghetti^ 


Roncaglia, 20 agosto 1864. 


Arrivato soltanto ieri dalla riviera di levante, dove mi ero recato per 
prendere qualche bagno di mare, trovai qui alla villa la pregiatissima 
vostra del corrente (12), a oui mi rincresce di non a ver potuto riscon- 
trare prima d’ora. In essa mi interloquite sulla reudita da corrispondersi 
alla Cassa ecclesiastica in corrispettivo de’ suoi béni già venduti, e dj 
cui questa non percepisce più i frutti. Mi pare che sul diritto délia 
Cassa di ricevere una rendita corrispondente a quella che ricavava dai 
suoi béni stati incorporât! al Demanio non vi sia dubbio. Solo la legge 
richiede che v'intervenga prima il voto délia Commissioiie di sorveglianza 
sulla liquidazione di quella rendita, a tutela délia Cassa stessa. Ma ora 
non sarebbe possibile di riunire i componenti la predetra Commissione, 
essendo pressochè tutti assenti dalla capitale e chi sa dove ; d’altronde 
il lavoro di revisione per parte délia Commissione non sarebbe di pochi 
giomi, ed intanto pare che la Cassa abbia urgente bisogno di danaro 
per pagare le pension! ed altri oneri. In questo stato di cose, a me 
pare che nulla osterebbe alla emanazione di un decreto che autorizzasse 
l’inscrizione di una rendita pubblica a favore délia Cassa ecclesiastica, 
sufficiente a far fronte ai suoi impegni e sensibilmente inferiore a quella 
che in definitiva gli competerebbe, salvo a reintegrarla dopo che la 
Commissione di sorveglianza abbia emesso il suo parère. 

Benchè io non abbia sotto gli occhi la legge che ordina il passaggio 
dei béni délia Cassa al Demanio, tuttavia opino che nulla iü essa osti 
al ripiego che io vi propongo. Soltanto la Commissione di sorveglianza 
potrebbe aver ragione di lagnarsene; ma se voi otterrete l'adesione del 
suo présidente cav. Des Ambrois, io sono sicuro che nessuno farà osta- 
colo ad un provvedimento richiesto dal bisogno urgente. 

Di questo mio avviso fate l’uso che credete, e vogliate sempre con- 
siderarmi, quale schiettamente sono 

Yostro dev,mo ed aff,mo G, Lanza. 


76 ) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 24 agosto 1864. 


La tua lettera mi ha fatto vedere ancora più scura e triste la situa- 
zione. Colla combinazione La Marmora, e chi sarebbesi accordato cou 



— 296 — 

esso, io speravo che si sarebbe rimediato all'urgenza di un più radicale 
provvedimento, ma a dirla qui in secretOy il Generale non ne vuol sa- 
pere ed ha già rimandato ad epoca quasi incerta la sua venuta. 

Fu a Parigi e prese cognizione delle trattative, se cosi pos^ono chia- 
marsi, sulla questione di Roma: si sarebbe rimesso sul tappeto il pro- 
getto Cavour. 

Sai che il primo articolo guarentiva alla Francia che noi non avres- 
simo attaccato e permesso che si attaccasse il Papa dopo lo sgombro 
dei Francesi. Ora La Marmora dice che non puô accettare taie com- 
promesso, perché si prometterebbe ciô che non si potrebbe mantenere, 
e con questo ha dichiarato che non poteva entrare in un Ministère che 
accetterebbe taie articolo. 

Se si trattasse di promettere al Fapa avrebbe ragione, ma si pro- 
mette alla Francia che sa cosa vale un taie compromesso, e che via 
lei lascierà che la vada corne potrà; e su questo punto nessuno s’in- 
ganna. Sbaglia poi, perché non vede che vi ha la questione d'indipen- 
denza nazionale, finchè rimane un esercito straniero nel cuore del- 
ritalia. Cavour diceva sempre: pur che se ne vadano; al reste ci 
penseremo, e cosi la penso anch'io. 

Ad ogni modo, se La Marmora si ritira su taie questione, non vi ha 
che fare. Io sento dire: bisogna lasciarli cadere; ma io domando la 
lista dei successori. 

Minghetti dice: noi non possiamo andare avanti senza un rinforzo 
piemontese che ci riconduca la parte scissa délia maggioranza, e tutti 
debbono convenire che un Gabinetto che si potesse chiamare, a torto o 
a ragione, piemontese, sarebbe egualmente impossibile e potrebbe tra- 
scinarci a deplorevoli couseguenze, 

Questa é la situazione. leri Minghetti mi chiedeva di te e diceva che 
aspettava una tua lettera, mi scrisse dopo pranzo che l’aveva ricevuta. 

Egli mi diceva che si sarebbe rimesso in tutto a te, e andava fin 
dove io non avrei mai creduto. Io non risposi altro che questo : Lanza 
O un galautuoino, un vero italiano, che ama il paese e lo mette in cima 
a tutto, ma io non so dirti altro, quel che so è che non rimarranno a 
ridere che i rossi ed i neri; quel che ho sempre detto è che non si 
troverà energia che quando sarenio col c , . . in terra. 

Ecco quanto so, e ciô in tutta secretezza per quel che tocca a La 
Marmora. 


Il tuo aff.mo Castelli. 



— 297 


TV) 

• Quarelli Giovanni a Lanza. 

Caro signor Commendatore, 

Torino, 13 settembre 1864, 

Pende sul capo del povero Gianduia la spada di Damocle. 

Fer caso, sono positivamente informato che avant'ieri nel Consiglio 
dei ministri, non solo si trattô il trasporto, ma si deliberô la trasloca- 
zione stabile délia Capitale a Pirenze. Tutto questo pare frutto delle 
gite dei signori Menabrea e Pepoli a Parigi. 

Da tutto questo si scorge la rinunzia di aver Borna e Venezia. 

Il vero partito piemontese e deirantico Stato Sardo, non vede altro 
capo e duce che V. S. Iliustrissima, e ne spera inolto per l'avvenire. 

Non vi è tempo da perdere, é tempo di agire, e nessuno meglio di 
V. S. Iliustrissima conosce i mezzi da adoperare in simili circostanze* 

All’ora che scrivo i torinesi sono affatto al buio di quanto soprà. 

Gradisca i cordiali saluti di chi ha l’onore di raffermarsi con distinta 
considerazione délia S. V. Iliustrissima 

Quarelli Giovanni. 


• 78 ) 

Castelli a Lanza. 


CarissimOf 


Torino, 19 settombre 1864. 


leri il Re ti mandava cercare. Cercô pure di Sella che si recô a pa- 
lazzo, ma non concluse nulla. La Marraora, corne sai, non viene. Si 
mand6 pure per il generale Petitti, il quale sarebbe disposto. 

A Torino Tonda ingrossa, ci vorranno tutti gli sforzi per impedire 
scandali, io temo molto. Ho scritto a Battazzi ed aspetto risposta, ma 
dubito che voglia decidersi a venire e segua Tesempio di La Marmora, 
I Ministri mi ripetono che ti scriva, ed insistono per te. Io non' posso 
dir altro che quanto mi dicestij scrivimi, ed io ti terrô giornalmente 
informato. 


Il tuo aff.mo Castelli. 



298 — 


79 ) 

Ara a Lanza. 


Amico carissimo, 


Torino, 19 settembre 1864. 


Credo che ti sarà utile, ed in ogni caso ti farà piacere di conoscerfr 
quello che succédé in questi momenti a Torino. Eccoti un breve rag- 
guaglio di quanto io conosco. 

leri, aile 2 pomeridiane, il Sindaco di Torino radunô tutti i Consi- 
glieri, membri del Parlamento, in congresso ufficioso, comunicando loro 
che la Giunta aveva determinato di chiedere una seduta straordinaria 
per martedi prossimo del Consiglio coraunale, di fare un proclama alla 
popolazione ed un indirizzo al Re. Io ho dovuto portarmivi da Rivoli, 
e trovai l’adunanza poco numerosa, ma molto calda, per combattere il 
trasporto in tutti modi. Facendo forza aile mie tendenze, e per seguire 
il tuo esempio e mantenere la moderazione, alla quale intendo confor- 
mare la mia condotta in questa disgustosa peudenza, ho cercato di con- 
sigliare la calma, anzi di tentare, che nella tornata di domani, invece 
di una protesta, si facsia dal Municipio unicamente una rappresentanza 
al Governo, per mettergli sott’occhio tutti grinconvenienti del proget- 
tato trasporto. Sella, che giunse dopo, andô più in là, e sul terreno, 
in cui non sono disposto di seguitarlo, propose, che il Municipio chie- 
desse i compensi e pensasse al positive. Il Sindaco di Rorà allora co- 
inunicô ai congregati, che simile proposta in modo officioso gli era stata 
fatta al raattino da Menabrea; ma che egli Tavea cou indiguaziçne 
respinta a suo modo, assicuraudo il Miuistero, che alla Giunta avrebbe 
parlato neU’istesso seuso. 

L’offerta di Menabrea combaciando coU’opinione Sella, mi fece nascere 
il dubbio, che quest' ultimo non sia più in quelle disposizioni in cui si 
trovava, quando lo lasciamino prima del suo colloquio con Minghetti. 
So che tu l'hai veduto dopo, e cosî ne saprai più di me. 

Certamente allô stato delle cose, Torino non ha altro mezzo, che re- 
golare il compense ; ma non è conveniente sia messo in campo adesso. 

Per Dio ! I Corpi morali devono sentire la dignità, almeno corne gli 
individu!. Ebbene, sia pur vero, che debbono regolarsi i compensi in 
favore di Torino per le gravezze sopportate corne capitale provvisoria, 
ma ciô non deve aver luogo ptima délia legge di trasporto. 

Gli uomini seri e freddi, corne Sella, dicono: se voi lasciate passar 
l’occasione, addio compensi. Salteranno su Napoli, Milano, ecc., e To- 
rino diventerà Cilavegna. Potrebbe darsi che questo succedesse, e ch& 
noi dovessimo perdere ancora alcuni milioni, ma messi fra le due al. 



ternative o di mercanteggiare il trasporto prima del 4 ottobre, il» 
modo, che non possiamo neanco gridare ahi! o di perdere i compensi, 
il Ministero si attenda dai piemontesi Tadozione di questo secondo si- 
stema. Périremo, ma non allungheremo la mano, Qnesta mia ferma 
opinione, tienlo per certo, prevarrà nel Consiglio comunale. Lo stesso 
Sella non ha osato neppure persistera nelle sue proposte, fatte con tutte 
le cautele. 

leri sera i torinesi conoscevano le cose; ma non solamente non la 
considerano vera, la dicono impossibile. In conseguenza sinora non vi 
è movimento. 

Ti so dire^erô, che alcuni impresari di case, mancando di danaro 
per la fabbricazione, quando inutilmente si saranno diretti aile Casse 
pubbliche per sovvenzioni, e queste loro rifiuteranno le solite anticipa- 
zioni, saranno costretti di sospendere i lavori, ed allora comincieranno 
i disturbi, e teino, che ciô abbia appunto a succedere al principio del 
mese venturo, perche forse resisteranno sino alla line del mese, aU’epoca 
délia prossima liquidazione. 

Il Governo forse non pensô ancora a dare al riguardo qualche prov- 
vedimento. lo ne parlai ieri a Rorà, ma egli con ragione mi osservô, 
che non gli conveniva immischiarsi direttamente di ciô, finchè non fosse 
richiesto dagrimpresari o dal Governo. 

Riguardo aU’indirizzo al Re, ed al proclama, pensammo non essere 
convenienti. 

Non il primo, perché inammissibile in un régime costituzionale. 

Non il secondo, perché prematuro in vista délia tranquillità délia 
popolazione. 

Eccoti in succinto quanto succédé tte ieri. 

Domani vi sarà Consiglio comunale, se il Prefetto autorizza le tor- 
nate straordinarie, locchè pare avrà luogo. Ti terrô a giorno delle de- 
liberazioni che saranno prese, 

Da Parigi non ebbi riscontro sinora. Ti abbraccio intanto di cuore. 

Tmo aff.mo Ara. 


80 ) 


CniAPüssi AL Re. 


8, JR. Maestàf 

Fin dal giorno 20, prevedendo i torbidi che la notizia del trasferi- 
meuto délia Capitale a Firenze avrebbe prodotti in Torino, scrissi al 
Sindaco di questa città per avéré a mia disposizione un mezzo batta-^ 
glione di Guardia Nazionale. Il mattino delli 21 replicai una seconda 



lettera al signor Sindaco per lo stesso scopo. Aile ore 11 di quel raat- 
tino fui invitato al Minis tero dal signor Peruzzi unitamente al signor 
Prefetto, conte Pasolini, generale Visconti, generale Accossato, e pa- 
recchi colonnelli délia Guardia Nazionale, ed il generale o 6olonnello 
dei carabinier!. 

Interpellati questi sîgnori, se si poteva far calcolo sulla Guardia 
nazionale, risposero che la gran maggioraqza dei militi avrebbe soste- 
nuto il Governo e Tordine pubblico, ed in conseguenza ebbi Tassicura- 
zione dal signor Accossato, che il mezzo battaglione da me chiesto mi 
sarebbe tosto stato spedito. Aile ore 2 pomeridiane dei giorno istesso 
cominciavano a riprodursi in piazza S. Carlo capannelli minacciosi. Spedii 
in tutta fretta al Muuicipio Tavv. Bottrigari, per avéré notizie délia 
Guardia Nazionale. La risposta dei signor Sindaco fu che neanche un 
uomo mi si poteva concedere. Dovetti in conseguenza contare sopra 
Tunica forza che mi fosse disponibile, vale a dire sopra poco meno che 
cento guardie di sicurezza pubblica tra effettivi ed allievi. In taie fran- 
gente, la folia in piazza S. Carlo divenendo sempre più compatta e mi- 
nacciosa, ordinai al signor Isola, comandante delle guardie, di adunare 
tutta la sua forza, di disarmarla delle pistole, e di intimar loro che 
chiunque avesse usato le armi o fatto un gesto o detta una parola non 
necessaria alla propria difesa sarebbe stato severamente punito. In questo 
mezzo giuiigono parecchi inessi spediti dalla officina délia Gazzetta di 
Torino a chiamar soccorso contre alcuni audaci, che penetrati in essa, 
armati di bastoni, minacciavano di manomettere ogni cosa, e già erano 
aile mani coi garzoni. Ordinai tosto ai signori ispettori Degregori, Ur- 
bano e Chiari, di prendere con sè competente forza ed arrestare i col- 
pevoli che sarebbero stati sorpresi in flagrante reato di invasions o di 
vie di fatto. Gli allievi, non abbastanza disciplinati, sfoderarono le daghe 
ed arrestarono 29 individu!. Pochi momenti dopo vennero da me alcuni 
signori délia Giimta, ed aile loro istanze assunsi sopra di me la respon- 
sabiliU di loro consegnare gli arrestati, fra cui conobbi persone che 
non potevano certo aver preso parte all’audace aggressione. Da que- 
st'istante io fui esautorato nella mia carica dal Questore di Milano e 
da parecchi ispettori chiamati al Ministère, a suggerimento dei signor 
. . . che da un anno mi mosse la guerra la più sleale, che dal più im- 
placabile nemico si possa aspettare. Quauto io abbia sofferto da un anno 
in qua io solo posso dire, perché soffocai sempre ogni risentimento per 
non accrescere la fatale divisione di piemontesi ed antipiemontesi. 

Solamente due mesi or sono chiesi al signor Peruzzi di essere esone- 
rato dalle funzioni che non poteva più disimpegnare onoratamente. 

Il signor Ministre in luogo di allontanare dal Ministère il 

fomite d’ogni scandale, credette sufficiente di mandare a Bari il signor 



301 — 


il quale cou ed il signer formavano 

la triade congiurata a danno délia Questura di Torino. La fucilata di 
piazza Castello è affatto estranea alla Questura, che in queU'ora troVa- 
vasi asseiiata. 

La sera delli 22, verso le ore 9 72» trovavo nel mio gabinetto 
attorniato da ispettori ed applicati, profondamente sfiduciato per l’af- 

fronto fattomi dal signer quando il signer ispettore Chiari, 

spaventato, mi prega di provvedere, perché oggiraai la folia de’ rivol- 
tosi minaccia di invadere la Questura. Discendo teste per accertarmi 
da me stesso del faite. Mi sforzo di spingere le sguardo lange il cor- 
ridoio fine alla piazza S. Carlo, e mire infatti una tempesta di sassi 
infilare per tutta la lunghezza del corridoio délia Questura, i Cara- 
biuieri rannicchiati entre le sfondato che mette nella sacristia délia 
chiesa, ed i rivoltosi avanzarsi a passe accelerato. Ordino teste ai signori 
ispettori Chiari e Degregori di vestire la sciarpa tricolore, fare le tre 
intimazioni legali mediante preventivo suono di tromba, e sciogliere 
Tattruppamento. Suonato appena il primo squillo di tromba cominciano 
le fucilate dei Carabinieri, provocate da due colpi partiti dalla folia f 
e la mia voce ed ogni mio sforzo furono impotenti a far cessare l’ec- 
cidio e dovetti limitarmi a stracciarmi i capegli per la disperazione. 

Appena mi fu possibile mi recai al Ministero, ed esponendo le giuste 
mie lagnanze al signer Peruzzi, chiesi tosto di essere esonerato da un 
ufficio, onoratamente da me esercitato fin dal 1848 e cagione in questo 
anno, sotto il signor délia mia rovina. 

Rassegno a V. S. Maestà questa mia relazione, che è l'espressione 
délia schietta verità, nô fin qui a nessun altro trasmessa, perché i miei 
precedenti ed il noto mio carattere debbono essere sufîiciente guaren-* 
tigia che giammai, ed in nessuna circostanza, io mi sarei fatto istru- 
mento di eccidio de’ miei concittadini. 

Di V. S. R. MaesU 

Dev.mo servo Chiapüssi, Questore. 


81 ) 


V. Malenchini a Lanza. 


Caro Amico, 


Livorno, 23 settembre 18G4. 


Ho sentito i dolorosi fatti di Torino, e mi son corse alla memoria 
le profezie délia tua assennatezza. In quest'occasione sente il bisogno 
di rinnovarti l’espressione délia mia intiera stima e del mio sincero 
affetto. Fra pochi giorni avrô il piacere di rivederti a Torino. 

Sempre Tuo amico: V. Malenchini. 



— 302 — 


SS) 


NiNO BlXIO A Lanza. 


Mio caro Lanza, 


Cr 

Alessandria, 25 settembre 1864. 


10 ho molta fede nel tno carattere e ti sono troppo amico per non 
dirti intiero Fanimo mio. Tu sei forse già a quest'ora fra i consiglieri 
délia Corona. Bada, l'origine di un Governo sorto da una protesta ar- 
jnata d'una città, per quanto illustre, è una briitta origine ! 

11 Regno attuale conta almeno 7500 comuni uguali tutti dinanzi 
alla legge — fra questi, taluni hanno assai maggiore importanza di 
Torino — dîfficilmente l'Italia si crederà ben governata da uomini il cui 
passato sia chiarito da tendeaze giudicate municipali e che abbiano 
preso una parte qualunque negli ultimi fatti ! L’Italia è favorevole al 
nuovo trattato ed al trasferimento délia sede del Governo a Firenze 
— oggi più di prima — non dimenticarlo per amor di Dio. Il Ponza 
di San *Martino sarà migliore délia sua fama, ma non é nè puô essere 
che un ostacolo al Governo. Per amor di Dio badaci. Se i guai rico- 
minciano io non so dove si puô andare ! lo temo molto per Tavvenire 
dTtalia, se Torino continua ad occuparsi esclusivamente di sè. LTtalia 
si sfascia e le arini che non avrete usate a Torino, non potrete usarle 
altrove ; e allora guai e guai serii ! 

Il Municipio di Torino ed il Consiglio provinciale oltrepassa, volen- 
dolo O no, il limite de’ suoi poteri e la Guardia Nazionale di Torino 
non fa il debito suo ; fa che lo Sclopis ed il Cassinis siaiio chiamati al 
loro posto. Si crede che abbiano offerte le loro dimissioni. Chiamate il 
Eicasoli e fate quanto potete per averlo, per qualche tempo almeno, 
chiamate il Pallavicino, date l’istruzione pubblica al Manzoni, cercate 
insomma uomini il cui passato è giudicato bene in Italia, non siate 
molti delle antiche provincie, forse è un’ingiustizia, ma è un fatto, 
chiaritevi subito sul trattato e sul trasferimento délia sede del Governo 
a Firenze, questa sopratutto importa che diciate subito e subito. L’Italia 
é in un momento terribile e voi potete farla navigare bene o affogarla 
nel sangue. L’Europa vi gnarda. Io fido in te molto. 


Txio Bixio. 



— ao3 — 


: 83 ) 


BOGGIO A LaNZA. 


Mio earo Lama, 


Torino, 28 settembre 1864. 


Non vengo da te per non farti perder tempo, e del resto sai che 
sono a tua disposizione. Spero sia una delle solite bugiarderie, qnella 
-che si manda attorno essere tu deciso di ritirarti. Se La Marmora e 
tu vi ritirate, il paese précipita in non so quale abisso. 

Se gli altri personaggi politici che chiamaste a sedere al Ministère per 
rappresentarvi le altre provincie si ricusano, ebbene, agite voi an- 
•che soli. 

Sciogliete la Caméra, couvoeate i collegi entro un breve periodo. 

Un vostro proclama dica alla Nazione gli sforzi fatti per costituire 
il Ministère, annunciate che il Parlamento, esso solo, giudicherà sul da 
farsi, e son certo che il paese vi seconderà ed avrete salvata Tltalia 
-e la dinastia da una crisi, che potrebbe essere la rovina deiruna e 
"deiraltra. 


Tuo aff.mo P, C. Boggio. 


84 ) 

Vigliani a Lanza. 


Preg.mo e caro Amico, 


lo ottobre 18G4. 


Nella placida nostra Casale, dove sono venuto a serenare e riposare 
Tanimo contristato dai tristi casi di Torino, ho avuto il piacere di 
leggere il franco, esplicito e patriotico programma del nuovo Gabi- 
netto, del quale tu sei uno dei raembri principali. 

Sento il bisogno di mandare a te e a tutto il Ministère i sinceri 
miei complimenti. A uomini che tengono un linguaggio cosi degno e 
che sapranno procedere ed operare in conformità delle loro parole, non 
puô mancare la- simpatia e Tappoggio délia grande maggioranza del 
paese, la quale, se condannô la condotta veramente deplorabile degli 
nltimi giorni del caduto Ministère, ha fatto plauso con tutta l'Europa 
liberale alla Convenzione Italo-Franca. Il programma vostro ha per 
me il gran pregio di collocare chiaramente la questione nei veri suoi 
termini e di risolverla nel modo che meglio concilia le sorti délia Na- 
zione coi riguardi dovuti al Municipio più benemeiito délia causa 
nazionale. 



— 304 


Desidero ed auguro che i bnoni torinesi (non vi comprendo i ciecbi 
uomini di partito) e i savi piemontesi, abbiano la virtù di sollevarsi 
al giusto concetto délia situazione del paese e del nuovo Ministère e 
di rassegnarsi ai TOti deU’uno e associarsi ai nobili sforzi deiraltro. 

Partendo da Torino, ho lasciato moite inchieste aperte sopra i do- 
lorosi avvenimenti del 21 e del 22; l’Autorità giudiziaria, il Municipio, 
divers! Comitati assuraeranno informazioni sopra gli stessi fatti. Parmi 
che il richiamare ad nn sol centro, ossia alla sola autorité, legale per 
procédera a simili inchieste, tutti gli atti informativi, possa essere atto 
prudente e giovevole aU’accertamento délia vérité, che da tutti si 
vuole od almeno si dice di voler porre in chiaro. Un altro inconve- 
niente più grave parmi di aver lasciato a Torino, ed è una profusione 
di proclami affissi qua e lé senza alcun permesso ed una quantité di 
foglietti, più o meno cattivi, che circolavano senza essere stati présen- 
tât! al Pubblico Ministère, seconde la legge délia stampa. Invano io 
aveva eccitato ripetutamente la Questura a informare prontamente di 
ogni pubblicazione délia stampa il Proc. Gen., per far sequestrare le 
produzièni clandestine, ossia non presentate airautorité legittima. La 
Questura, priva di agenti, era diventata impotente. Importa ed urge 
di ricostituire questo servizio prima che il Parlamento si riapra e la 
questione ardente venga in discussione. 

Tu saprai porre sollecita mano aU’opera non facile, ed io t'auguro 
buon successo e ti saluto di cuore. 

Il tuo affmo amico Vigliani. 


SB) 

CiBRARIO A LaNZA. 


Mio caro Amico, 


Torino, 19 ottobre 1864. 


Nel ringraziarvi a nome di tutti i bnoni, del sacrifizio che avete 
fatto accettando il portafoglio, non posso dispensarmi dal dirvi che 
abbondano in Torino quelle faccie patibolari che sorgono alla vigilia 
delle rivoluzioni. Io temo che vi sieno dei guai all'apertura del Par- 
lamento e moite persone ben informate lo temono egualmente. Torino 
sarebbe disonorata per colpa non sua, se non avete mezzi di far met- 
tere le mani addosso a tali scellerati, i quali attirano anche in modo 
indegno le ire popolari contre la persona del Re. 

Io mi sono creduto in débité di avvertirvi, dopo di essermi assicu- 
rato che v’ ha fondamento grave in ciô che vi dico ; voi avrete la bonté 
di scusarmi, e provvederete seconde la vostra saviezza. 

Vi stringo la mano. Il vostr.o amico L. Cibrabio. 



305 


86 ) 


Caro Lanza, 


ÂBA A Lanza.. 


Torinoy 27 ottobre 1864. 

Ti scriTO oome amko e non corne Ministro, per parteciparti, colla 
soÜta mia franchezza, che, non Bolamente voter^y contro la legge del 
trasporto délia Capitale o meglio contro la Convenzione 15 scorso set- 
tembre» ma parlerô contro. Fui alquanto perplesso nel pronunciarmi ; 
ed anzi prima di assis tere aile discussioni degli uffizi, ero dispos to di 
fare il grave sacrifizio del mio voto, nel senso perô di quelle dell’amico 
Cadoma; ma diverse ragioui politiche, ed inoltre anche motivi secon^ 
dari mi determinarono ad entrare nel numéro degli oppositori. Pur 
troppo Tattuale Ministère non fu felice nei primordi délia sua ammi- 
nistrazione (scusami questa mia esolamazione). Essp si è messo nella 
via transitoria, in cui le potevano desiderare gli antichi Ministri. 
Questi per forza logîca delle cose, appena trasportata la Capitale 
denno ritomare al potere. Non sono io che lo dico, si è dette pubbli- 
camente negli uffizi, senza che alcuno abbia ci6 combattuto. 

Neppure io ho potuto smentire questi supposti, perché autore d’una 
inchiesta stata in quel modo paralizzata, almeno per ora. Col mio veto, 
caro Lanza, non coopererei al malaugurato ritorno dei Ministri, che 
Torino non potrà, senza risentirsi, veder di nuovo al potere? 

Quelle che scrissi nella mia inchiesta, è per me una sacrosanta ve* 
rità. Di qua a qualche tempo lo sarà per tutti, e per conseguenza 
non darô un voto per accrescere il trionfo di quei politici nefasti per 
ritalia e specialmente per Torino. lia legge del trasporto délia Capi- 
tale passerà ad una strabocchevole maggioranza anche délia Deputa- 
zione delle antiche provincie, di maniera che il voto degli oppositori 
pel momento conterà pochissimo, ed anzi sembrerà una melensaggine 
politica. Io ed i miei colleghi saremo qualificati municipali torinesiy 
O gretti Piemontesi, è bene perô che anche questa antica razza sia 
rappresentata a Firenze, e perdio lo sarà con tutta la diligenza. 

Sono persuaso che questo mio discorso non mi scemerà la tua ami- 
cizia, ed in taie certezza, augurandomi un pronto riavvicinamento, ti 
saJuto di cuore. 


Tuo affmo Ara. 


80 Lanza, Memory. 


Vol. IL 



— 306 — 


87 ) 


Q. B. GA8SINIS À LANZA. 


Amico earissimo, 


Torino, 21 dioembre 1864. 

Ho parlato col tiiarcheae Rorà, sécondo rinbarico che mi liai dato. 
Quanto a lui l6 trorai, onest’nomo quaFè, dispoato ad ogni cosa che 
da lui dipenda. 

Ma la questioxie non è in Rorà, essa è nella città; nè ho speranza 
che Rorà possa mutare lo statx) degli animî, almeno per ora !... 

Or bene, coai a lui corne a me, sono pervenute notizie non huone. Ci 
si disse, che se il Re ya al teatro regio la sera del delFanno, si 
corrono i seguenti pericolî : 

1° Un silenzio glaciale ; 

2° Se si plaude da taluno, una reazione scandalosa... 

■ Queste cose me le sentii rîpetere da tutti i ceti. Saprai che al Bossini 
fu fischiata la fanfara sabauda. 

lo non mi rendo mallevadore di questa possibilità.,, Puô essere che 
sieno vani, esagerati i timori. Ma non oserei nemmeno, caro Lanza, 
assumermi la responsabilità contraria. Ti dico il risultato delle mie 
inyestîgazioni, e molto vaste, ti assicuro. Il Ministero vedrà corne in* 
tende di fare. Ove poi si credesse di evitare la pericolosa occasione, 
crederei che il meglio sarebbe di promuovere un fortunato raffreddore, 
che tolga la voce alla prima donna, od al tenore. Preferirei insomma 
che non vi fosse quella sera spettacolo, anzichè, essendovi, S. M. non 
vi andasse. Ti saluto caramente. 

Tuo aff.mo amico G. B. Cassinis. 


88 ) 

ViGLiANi A Lanza. 

Mio egregio e caro Amico, 

Napoli, 30 dioembre 1864. 

Un saluto ancora di tntto cuore, prima che muoia questo memota- 
bile .64, che si profonda traccia lascierà nella storia del nuoira risor- 
gimento italîano e più ancora in quella del nostro Piemonte, che sta 
per compiere il più doloroso de’ suoi sacriôzi a quella grande e sacra 
causa alla quale ha immolato quanto aveva di più caro e di prezioso. 



L& nostra monarehia dî otto seooli finîsce e si trasforma in 

nna nnova e grande moimrchia nazionale, alla qoale preghiamo 
splendidi e felici. 

Al tuo /uore genéroso e sensibîle ha dôvnto costare nn'immensa 
pena Tapporre la tua firma a queiratto, che segnava il due dell’ege- 
monia subalpina. Ma ti conaoli e conforti il pensiero che per questo 
atto di patriottica abnegazione, il tno nome andrà onorato e benédetto 
neile future generazioni italiane. I. contemporanei lo aggiungeranno 
ai malti al tri rilevanti seririzi che rehdesti alla causa del riscatto e 
del dsorgimento délia nostra conculcata e smembrata nazionalità. 

GU amici ti accrescono la loro stima, il loro alfetto e la loro am- 
luirazione. 

. lo ti atringo affettuosamente ambe le mani, t’abbraccio e t’auguro 
ogni cosa che meglio possa fart! felice e glorioso. 

Mi hai chiesto un rapporte particolareggiato aulla visita di S. E. il 
cardinale D’Andrea al principe Umberto. lo V ho subito allestito èd 
oggi te lo mando. Vi ho aggiunto tutte le notizie che possono dare 
al rapporte qualche valore, montre la visita in se stessa non ha che 
il valore dell’atto estrinseco, ossia délia dimostrazione dl ossequio di 
un cardinale alla nostra Casa Reale. In confidenza poi ti dir6 che io 
non credo questo bravo Cardinale capace, nè di grandi propositi, n^ 
di atti coraggiosi. È un prete istruito e di buona volontà: è più libe- 
rale che tutti i suoi colleghi, ma non è alFaltezza dei tempi nuovi e 
non è scevro dalle debolezze e dalle tenerezze pretine. Insomma, io 
non credo che vi si possa far sopra un gran conto. L’accettazione dél 
trattato del 15 settembre, che egli vorrebbe fosse la base di concilia- 
zione tra l’italia ed il Papato, potrebbe essore per noi un brutto hur 
barazzo. 

Corne potremo noi riconoscere il dominio temporale del Papa, anche 
limitato aile provincie che gli rimangono ? 

Corne potremo noi difenderlo colla forza? 

Ci porremo in una posizione del tutto falsa e pericolosa. 

Godo di assicurarti che chiudo Tanno con uno stato di cose abba- 
stanza soddisfacente. Moite cose sono da fare, ma richiedono prudente 
preparazione. Ora questo popolo, che non è difidcile da govemare, pensa 
a Avertirai ed a godere il carnevale. Tutti mi chiedono conto delle 
feste che darà il Prefetto. Sono impacciato a rispondere, perché non 
vorrei fare i conti senza Toste. 

Sta sano, mio caro, in mezzo aile gravi cure del Ministère, comincia 
felicemente il nuovo anno e conserva nella tua benevolezza 


Il tuo amico Vigliani. 



— -308 — 


80 ) 

G. B. Gâssinis a. Lanza. 

Amico carissimo, 

MezzaAotte dell*ll al 12 gennaîo 1865. 

Ebbîmo un con|p*e8so di due ore. O’erano Ferriuris, Ohiaves, Tecchio^ 
Ara, Botteroy Boggio e Rorà. Egsi aocetteno la conclusione délia Com> 
missione, ed allô stato delle cose non domandano di più. Non yoto di 
biasimo^ di censura^ nulla insomma di ci6. 

Veramente délia seconda conclusione non sono molto persuasi, e 
meno ancora eontenti, ma in grazia délia conclusione prima, e délia 
terza, essi accettano anche quella. 

Dissi che essi le accettano allô stato di cose e non domandano di 
piû, imperocchô se i minghettiani, peruzziani, ed essi stessi Minghetti 
e Peruzzi non si limitassero a combattere la conclusione loro ayTersa, 
ma 4iscendessero ad attacchi, essi intendono allora di riayere tutta la 
loro libertà d’azione. 

Gli ho pregati di procedere con quella dignità, con quella modéra- 
zione, con quella calma che hainno saputo mantenere si bene nella di- 
scussione délia legge sul trasferimento délia sede del Ooverno ; ne gli 
ho pregati anche a nome tuo, facendo loro yedere grimbarazzi in cui 
po!rrebbero il Governo e il danno che ne yerrebbe al loro partito ed 
alla oosa pubblica; e mi hanno assicurato che possîamo stare tranquilli. 

Ti dirô che segnatamente il Ohiayes, di cui più temeyano l'ardore 
e rimpeto, si dimostrù disposto al sistema soyraccennato. 

A fronte di tutto ciô, mi pare che, se domani taluno propone di 
rimandare le dîscussioni dopo le leggi d'unificazione, il Ministero stesso 
potrebbe dire una parola, perché sia inyece messa aU’ordine del giorno 
per lunedi, 16 di questo mese. Corne mi pare altresi, che potrebbe 
appoggiare questa proposta, oye da taluno fosse prômossa; la quale 
del resto è ciô che già in massima ho dichiarato in presenza délia 
Caméra, né fu contraddetto. 

Ti sainte caramente. 


Tuo aff,mo amico G. B. Cassinis. 



— 309 — 


90 ) 

Ricasou a Lanza. 

» 


Eccellenza, 


Dalla Camora, 22 gennaio 1865. 


lo sento da aie uni deputati che la frase u pigliar atto w avrebbe, 
neirnso invalso, un signiÛcato che non è quello che io intendo abbîa 
il mîo ordine del giorno: io la prego quindi a non voler consentire 
in questa parte una mutazione che potrebbe indurvi un equivoco che 
io ho tentato di evitare. Ignoro se questi deputati abbiano ragione, 
ma il solo fatto che si possa discutere sopra la précisa sîgnificazîone 
délia frase, ha per me un gran peso, e m'induce a desiderare^^che sia 
mapitenuto in questa parte il mio ordine del giorno qnar è, spaven- 
tandomi perfino il dubbio di un equivoco da parte mia. 

Accetti la dichiarazione délia mia stima veraoe. 

obbedientissimo Ricasoli. 


91 ) 

Lanza a Ricasoli. 


IlLmo signor Barone^ 

Torino, 23 gennaio 1865. 

Dopo la conferenza tenuta ieri sera coi deputati Chiaves e Ferraris 
in presenza del generale Bixio, nella quaïe essi fecero sul di lei or- 
dine del giorno le osservazioni che questa mane ebbi l’onore di par- 
teciparle, io aveva la persuasione che essi, in massima, avrebbero con- 
venuto di accettare Tordine del giorno predetto, ma mi ero illuso. In 
questo momento ricevo una dichiarazione sottoscritta da quei due 
primi deputati concepita in questi termini: 

I sottoscritti, dopo aver conferito coi loro amici, debbono dichia- 
rare al signor Ministro deirinterno, che essi non credono poter aderire 
ad altra formola di dichiarazione salvo che porti accettazione delIe 
conclusion! délia Commissione. 


Torino, 23 gennaio 1865. 

Luigi Fbrearis — D. Chiaves. 

Dopo questa inaspettata risoluzione, che annienta ogni speranza di 
componimento, a noi non rimane altro che tener fefmo nel suo ordine 
del giorno, confidando nel patriottismo e nella saviezza délia Caméra. 

Gradisca, signor Barone, i sensi délia massima mia considerazione, 
montre mi pregio di riconférmarmi 

Di Lei dev.mo ed aff,ino G. Lanza. 



^ 310 — 


0S) 

LaNZA al SIG. Prefetto conte Pasoliniî 


Ill.tno Bîgnor Prefetto, 


Torino, 21 gennaio 1865. 

Sino dal 10 dicembre scorso e subito il giomo dopo il voto del Se- 
nato sulla legge del trasferimento délia Capitale, Ella, per un senti- 
mçnto di squisita delicate?za Terso qu'esta popglazione, mi esibiva 
prima verbalmente e poi per iscritto, le sue dimissioni da Prefetto dd 
Torino, 

lo, lUentre mostrai di apprezzare il delicato senti mento cbe la muô- 
vqva a prendere quella determlnazione, la pregai di voler almeno 4if- 
ferirla, non essendomi paruto urgente di dar subito corso ad essa eê 
amando di lasciarle maggior tempo a riflettere [sulla convenienza di 
persistere nella stessa determinazione. 

Essendo ora passa ti più di due mesi senza che la S. V. abbia riti- 
rata la data dimissione, nè volendo abusare di più délia sua longani» 
mità, sento il dovere di prevenirla cbe la presenterô nella prossima 
udienza Keale alla sovrana accettazione. Ella che conosce Talta stima 
che sento per le esimie sue doti, non ha bisogno che le dica il dispia- 
cere che io sento di essere esecutore di un atto che priva lo Stato- 
deir opéra di un funzonario tanto eminente, il quale rese nei più ele- 
vati uffici segnalatissimi servigi allô Stato. 

È quindi con sentito rammarico che io aderisco al suo desiderio, di- 
chiarandomi colla massima considerazione 

Délia S, V. Illustrissima 


G. Lanza. 


93 ) 

Ricasoli a Lanza. 

Ministro prçgiatissimo, 

3 febbraio, 1865. 

Dai discorsi pronunoiati e dalle esperienze che Ella ha degli afifettî 
umauif rileverà, e vorrà troyare ampia ragione per considerare che- 
questa beuedetta questione delle circoscrizioni territoriali puô essere- 
occasione di una grave scissura nella Caméra, scissura che puô a-vere 
per .risultato anco un voto contrario alla demanda ministeriale. In linea 



su ~ 


di preghiera, io le dirige respressione del mio veto, che Ella voglia 
trovar modo di altontanare c dalla Caméra e dal Ministero questo 
pericolo, Tutto quelle che puô scindere oggi la Caméra, e indebelife 
il Gevemô, io pense si debba per opéra di tutti evitare (l). 

Accolga, Ministre, con premura queste parole, e mi abbia per 

Suo obbedientissimo Ricasolt. 


94 ) 


Lanza a La Marmora. 


Generale, 


Torino. 


Il Municipio voterA un indirizzo di devozione al Re questa sera, 
Deaidera vivamente di mandare una Deputazione costî per presentarlq 
a Sua Maestà, ; essa voleva partira questa sqra stessa, ma io m’opposi 
per chiedere prima gli ordini del Re. 

Voglia interporre i suoi buoni uffici, perché non sia respinta la pre- 
ghiera del Municipio. La popolazione è desolata dello sfregio arrecato 
al suo Re. Si fanno circolare per la città due al tri indirizzi che sono 
già ooperti di più di migliaia di firme. 

Giudicando dalla opinione dei depntati, credo che Tltalia accoglie- 
rebbe con gran piacere un atto di liconciliazione tra il suo Governo 
e Torino. 

Con ciô sarebbero finiti i dissidii sorti per il trasporto délia Capitale, 
e superata una grave difficoUA. 

Attende una sua rîsposta. 

Oggi la Caméra ha concesso la facoltA di mu tare le circoscrizioni 
territoriali amministrative. Il Ministero pose avanti la questione mini* 
steriale, ed ottenne vittoria con 170 voti ed 83 contrari. 

Questa votazione accresce assai la forza del Gabinetto. 

Domani le spedirô una lettera particolare. 

G. Lanza, 


(1) Lanza non ascoltô il consiglio, ed affronté il voto délia Caméra che gli riusol 
favorovolissimo» corne risulta dalla lettera 96 e nota. 



312 — 


95 ) 


La Marmora a Lanza. 


Carissimo Collega, 


Firenze, 4 f»bbraio 1865. 


Siccorne mi sono fatto premura di telegrafarle ieri sera appena giunti, 
il viaggio del Re fu felicissimo e ovnnque le popolazioni si affollavano 
per acclamare con entusiastiche ovazioni il Re d’Italia. A Bologna la 
calca era immensa, ed a Firenze taie, che manc6 poco io rimanessi 
schiacciato. Mi assicnrano che neppnre la prima volta che il Re venne 
a Firenze, fu ricevuto con più entusiasmo. In tutto ciô è évidente la 
protesta contre i fatti deplorabili di Torino, e massime la condotta 
del Mnnicipio. Per carità tenga fermo. Non si lascî commuovere dalle 
ciancie di Rorà; che ne ha già fatte troppe. È facile che Cialdini non 
accetti; ma in quel caso, corne abbiamo già detto, bisogna dare a Cuc- 
chiari il coinando del V Dipartimento. 

Anzichè un proclama o un indirizzo, per parte del Municipio, sarebbe 
assai meglio che Rorà si ritirasse. Egli dovrebbe capire che si trova 
in una falsa posizione. 

Nè 80 capire che cosa verrebbe qui a fare una Deputazione del Mu- 
nicipio di Torino, coraunque sia composta. 

Con quai fronte potrebbe venir qui ad assicurare che il cattivo spi- 
rito che dominava a Torino si è in 24 ore cambiato? Sarebbe una com- 
media, seconde me, degna non d’un collegio, ma d’un asilo infantile: 
quando il Re andrà per il carnevalone a Milano, allora potrà giudicarsi 
se lo spirito pubblico è realmente cambiato, e se convenga al Re di 
ricevere la Deputazione. L’offesa fu troppo grave al Re ed a tutta 
ITtalia. Nô conviene cedere sul traslocamento di La Rocca. Se Cialdini 
non accetta, bisogna che si sappîa che è per motivi assai plausibili, che 
mi addusse a Bologna e riportai al Ministère in Torino, e non per ri- 
guardi e osservazioni di Rorà; e corne già dissi, se Cialdini non con- 
viene, si destin! Cucchiari. 

Cedere su questo, sarebbe un atto di debolezza, oltremodo nocivo 
al Govemo. 

Ho preso alloggio nel Palazzo Reale, e anche Natoli sarà qui allog- 
giato. Brosolo non essendo ancor giunto, oggi potrô difficilmente sor- 
tire di casa, ma appena mi sarà possibile, andr6 vedere i locali e spin- 
gere i lavori. 

Il Re sta bene, ed è, ora, persuaso délia convenienza délia presa 
rieterminazione. Mi sembra molto sensibile aile acclamazioni, colle quali 



— 313 — 

era dappertutto accolto da ogni ceto di persone Mi vorrà poi far COEO* 
scere llmpressione prodotta sul Corpo diplomatico. 

n marchese Breme mî ha già parlato di pranzi e balli, che qui si 
daranno, *com’è naturale. 

Saluti tutti i colleghi e mi creda 

Suo aff.mo collega Alfonso La Mâbmoba. 

Sémbra che anche il Re si sia persuaso riguardo a 

poichè raccontô a Breme, che aveva fatte troppe hestialifà, 

Brosolo arriva in questo momento. 

Ml râllegro che Ella abbia trovato modo di riparare alla votazione 
contraria al Ministero suiremendamento Mellana. 


96 ) 


Cadorna a Lanza. 


Mio caro Lanza, 


Torino, 7 febbraio 1865, 


Non posso dirti abbastanza il piacere che ho provato peZ voto di itri (l), 
ma non posso del pari fare a meno di dirti la consolazione che ne ho 
provato. 

Ne ho un gran piacere per Tltalia, per te, per voî tutti, che ave te 

fatto più pel paese in poco tempo che e di ci6 che 

avrebbe potuto fare il Farlamento in dieci anni. Alla leale tua fermezza 
(permettilo) è principalmente dovuta questa fecondissim^ vittoria, di 
cuî si consolano tutti gli uomini patrioti ed onesti. Addio di cuore. 

L'aff.mo tuo amioo Cadorna, 


PS, Ora desidero che Torino si redima dalFonta di cui Thanno co- 
perto le ultime vili dimostrazioni ; voglio sperare che la sottoscrizione 
di indirizzo al Rô, che è in corso in città, riesca decisiva! Il Municipio 
si muova pure; meglio tardi che mai! 


(1) La Caméra nella seduta del 6 febbraio 1865 aveva, colla maggioranza di voti 
179 ooatro 83, aocordata la facoltà ohiesta dal Governo < d'introdurre nelle ciroo- 
« sorizioai territoriali delle provincie e dei circondari quei mutamenti dettaÜ da 

« évidente nécessita allô scopo di sempliûcare la pubblica amministra* 

« zione e di diminuire le spese ». 



314 — 


97 ) 

RorA a Lanza. 


Illuêtrieeimo Commendatore, 


il 12 febbraio 18b5. 


La notizia che S. M. voglia riceverci mercoledi invece di domenica, 
ed a Pisa e non a Fîrenze, mi giunse sommamente grata. 

Essendo convinto che questa fortunata variazione, che prodnrrà ot- 
timo effedto, è dovuta a Lei, permetta che gli tributi i iniei più sentit! 
ringraziamentî. 

Gradisca i sensi délia inîa considerazione. 

Rorâ. 


98 ) 

Lakza al Re. 

Sire^ 

Il Sindaco di Torino venne questa mattina per riferirmi a voce la 
rispôsta che V. M. fece alla Deputazione del Municipio. Egli ne riferirà 
alla Giunta municipale, escludendone perô la parte critica e personale, 
e limitandosî ad esporre i benevoli sentimenti del Re verso la popola- 
zîone torinese. Il sindaco Rorà comincia a comprendere la sua ialsa 
posizione e mi fece capire che, passata questa crisî, darebbe le sue di- 
missioni ; credo che eglî farà ottima cosa, e da tutti applaudita. Intant(> 
lo spîrito délia popolazione si è mîgliorato assai e non vi è pîû che una 
sola voce, quella che disapprova i tumulti e gli scandali passa ti, che 
rammarica la partenza del suo Re. Questa favorevole disposizione 
degli animi prépara il terreno a promue vere e rendere più facile un 
îndirizzo di cittadini a V, AI, per pregarla di far presto ritomo qui. 
Gîà la società per le feste del carne val e, cosî detta del Gianduia^ ha 
spedito un indirizzo a V. M., perché voglia intervenire a queste feste. 
Cosî pure faranno anche altre, e per parte mia non cesserô di fare ogni 
sollecitazione per predisporré l'opinione pubblica a fare a V. M. un 
accoglimento veramente degno e soddisfacente. Senza di ciô non oserei 
mai di consigliare V. M. di ritomare a Torino. Il ricevimento deve es- 
sere taie da offiîre uua compléta riparaziohe allb sfregio brutale del 
30 gennaîo, e confido che accadrà cosî. 

Grindirizzi dei Municipî pieraontesi seguitano ad affliiire in gran 
numéro J essi sono tanto più siguificativi e lusinghîeri per la M. V., 



— 815 — 

in qnanto che sono realmonte spontanei e cordialissimL Mentira jttttti 
qaesti indirizzi sono nna ammonizione severa al Mnnicipîô di Tot^pÿ 
debbono pare arreoare a M, un grande oonforto e compensarla 
gamente^dei dispiaceri provati per Topera in^na di pochi municipalisti^ 
Voglia la Maestà Yostra aocogliere colla consueta. benevolenza i seni^ 
del massimo ossequio e délia piû illimitata devozione 

. Del 8UO âev.mo ed umiLmo G. Lavza. 


99 ) 

Lanza al Re. ) 

(Telegramina). 

Turin, 18 février 1865, 2 heures, . 

Les choses se disposent bien ici: le Conseil de la société pour la 
constructions des maisons ouvrières a voté hier au soîr une adresse à 
V. M. pour la prier de revenir au plutôt à visiter Turin, pour donner 
Toccasioü aux ouvriers de témoigner leur reconnaissance. Demain on la 
publiera sur le journal DArtista^ et la société des ouvriers tiendra une 
séance pour voter aussi une adresse dans le même Sens. 

Les commerçants paraissent disposés à faire la même chose. J'espôre 
que si Y. Majesté se décidera à passer par Turin avant d’aller à MÜan,, 
Elle recevra un excellent accueil de la part de cette population. La 
Garde Nationale et la Municipalité feront aussi leu^ devoir. 

Je vous prie, Sire, de me faire connaître votre décision. 

G. Lanza. 


lOO) 

G. Natoli a Lanza. 

Illustre Collega, 

— Firenze, 18 febbrido 1866. 

In questo momento, ore 3 f. m. p., ritomo da S. Rossoré, e trovo 
la vostra pregiatissima di ieri. Ib sono persuaso quanto voi. che a S. M. 
tardi Tora di rivedersi in Torino. lo nelle lunghé ConVersazionî chèlio 
avuto Tonjore di avéré finora con lui, non ho tralasciato di dimostrargli 
che la sollecitudine del suo ritomo in cotesta città deve dipendere daL 
Tatteggiamento di essa. 



— 316 - 


Intanto mi è nota la lettera che il 16, se la memoriu non mi fà.llisee, 
ecriveste a S. M. In essa si palesarâno moite speranze, che in <iaella 
scritta a me il giorno dopo, vîdi solo scarsamente riprodotte. Ora se 
le cose fossero mutate, se non ci fosse la certezza di uno splendido 
ficevimento, se ne do^rebbe avvertire subito il Re; avvegnachè egli, 
dopo la predetta lettera ed il telegramma che precesse, e che pur mi 
è noto, non dubita di essere assai ben ricevuto in Torînô. A grande 
responsabilità si va incontro, e si sarebbe giustamente condannati, se 
la fine délia presa riaoluzione non corrispondesse alla gravi tà delle cir- 
costanze che la destarono. Ma più che da' miei consigli, il ritomo, im* 
mediato o lontano, dipenderà dalle notizie che verranno da voi. Sicuro 
del vostro accorgimento e délia vostra prudenza, io non dubito che 
quanto sarete per îscrivere a S. M. non riveli la vera condizione delle 
cose. Io divido completamente la vostra opinione, che il far tornare il 
Re in Torino per trovarvi accoglienza o indifférente o fredda, sarebbe 
cosa grave per la Monarchîa e di meraviglia airitalia, ed aggiungo di 
danno a Torino. Se non che é gianto l'istanfce di dire al Re definitiva- 
mente ci6 che deve fare, sospendiamo ; e tanto più sento questo bisogno 
in quanto che, quando si è travagliati da diverse influenze, la vincono le 
gradite, perciocchè ogni parola, anche di vaga speranza, s’interpréta a 
seconda del proprio desiderio, e il vero significato delle cose si smarrisce. 

Ora aspetto altra vostra lettera o qnalche telegramma; e montre 
saluto cordialmente tutti i nostri colleghi, mi onoro di dirmi corne per 
lo passato 

Tutto vostro G. Natoli. 


lOi) 

Lanza al Re. 

(Telegramma). 

19 février 1865. 

L’Association générale des ouvriers a voté à Tunanimité une adresse 
très-patriotique de dévouement et de fidélité au Roi. Elle paraîtra de- 
main sur les journaux. Une autre adresse dans le même sens circule 
dans la ville et se remplit de signatures. 

On peut désormais être sûrs que le retour de votre Majesté est vive- 
ment désiré et sera applaudi. 


G. Lanza. 



— 317 — 


lOS) 

Lânza al Re. 

(Telegramma) 

Turin, 19 février 1865. 

Lft pétition sur les déplorables événements de s^tembre présentée 
an Sénat) et déclarée d’urgence hier, ne reveillera, à mon avis, aucune 
discussion dangereuse; mais elle se limitera probablement à quelques 
phrases de commisération et de sympatie pour les victimes^ M. Eevel, 
lui même, m’a assuré qu’il ne passionnera pas le débat. Dans tous le» 
cas cette discussion n’aura lieu avant la carême. Votre Majesté recevra 
les adresses à mesure qu’elles arriveront au Ministère. 

On délibérera, peut-être, que la pétition dés ouvriers, qu’on décidera 
aujourd’hui de rédiger, soit présentée personnellement au Eoi par une 
Députation; mais sur cela j’attends encore le résultat définitif, que je 
me hâterai de communiquer a V. Majesté ce soir. 

Le Ministre G. Lanza. 


103 ) 

Lanza al Re. 

(Telegramma) 


Sire, 

Je reçois en ce moment la délibération arrêtée hier par la Junte 
municipale sur le rapport de la Députation qui avait eu l’honneur de 
se présenter à V. M. 

Par cette délibération la Junte, après avoir exprimé ses sentiments 
de reconnaissance, témoigne le désir que V. M. daigne hâter le moment 
de revoir la Ville qui est fière d’avoir été son berceau. Elle ajoute 
qu’elle est sûre d’interpréter fidèlement les vœux de la population et 
a confiance que V. M. voudra bien les exaucer. 

J'enverrai ce soir par courrier le texte entier de la délibération. 

Lanza. 



104) 


— 316 — 


Lânza'al unnsTBo Natou. 

(Tdlegramma) 

Le Boi paraît décidé à retenir ici jeudi prochain. La Municipalité, 
la G-arde Nationale et la population paraissent disposés à recevoir S. M. 
avec des manifestations de dévouement et d’affection. 

, U faudrait qu’elle n’arrive pas avant 11 heures du matin et pas 
plus tard qu’à 4 heures de l’après midi. 

J Eeprésentez au Boi. la convenance qu’ après Milan il retourne tout 
droit à Florence* 

Sur èe point le Conseil des ministres est unanime, et il considère- 
mit comme une faute politique très-grave si on faisait autrement. Télé- 
graphiez-moi si le général La Marmora sera de retour à Florence avant 
le départ du Roi. 

Le Ministre de la guerre se trouvera à Bologna mercredi, pour 
accompagner avec vous le Roi à Turin. 

G. Lanza. 


105) 

Boggio a Lanza. 


Mio caro Lanza/ 


Torino, 26 febbraio 1865. 


Non ho parole per ringraziarti délia squisita cortesia colla quale tu 
Tolesti che io fossi primo a sapere da un tuo foglio, che terrô sempre 
pteziosissimo, corne avesse il Re nostro magnanime secondato con pre- 
murosa sollecitudine il nobile e savio tuo consiglio (1). 

B questo un nuovo e grande obhligo che ti ha il paese, e che io 
in particoiare sento ed'apprezzo. E mi è grato con tali auspici rîdîrmi 


Tuo aff,mo Boggio. 


(1) Si riferisoe aU’amnistia aocordata per i fatti di Torino. 



— 819 


106 ) 

Riçasoli a Lanza. 

ù 

Commendatore pregiatissimo, 

BroUo, 26 fèbbraio lB65. 

1 glornali*mi recano stamane la felice notizia deirarrivo del Be in: 
Torino e délia lieta accoglienza che vi ha ricevuta. Questo fatto pro^ 
durrà contentezza nel cuore di tutti gritaliani, che pongono al 'su- 
premo grade dei loro voti Tunione, la concordia degli animi. 

Lo stesso fatto deve pure aver recato soddisfazione a Lei, che de^ 
siava vedere il Re di ritorno in Torino prima che procedesae per Milano. 
Nulla meglio si puô deaiare quanto la pace aU’intemo, che m’aitgtcro 
sincera e durevole, talchè le memorie degli ultimi quattfo mesî, certo 
dolorosissime, si sperdano per sempre dagli animi nostrî. Ora resta che 
il Senato faccia opéra assennata e coatituzionale, al che molto contri- 
buiranno i fatti recenti e la conosciuta fetmezza e lealtà di V. S. 


Accolga la dichiarazione délia mia distinta stima, con la quale mi 
pregio segnarmi 


Suo ohhedientissimo Rioasoli. 


107 ) 

Oastellamonte a Lanza. 


HLmo signor Commendatore, 


Toriao, 26 marzo 1865. 


Ho ripensato sopra quel certo affare^ ma davvero io non saprei tro- 
vare altra persona più conveniente di Deferrari. Egli porta con sé 
un’alta posizione sociale per la sua carica in magistrature. È amico 
del Govemo e di provati principii, senza essere perô accompagnato da 
alcun precedente rivoluzionario, che lo renda sospetto e poco gradito 

a cioè in alcun altro modo compro- 

messo ; appartiene aile antiche provincie il che é, per mîo avviso, da 
preferirsi. 

Il suo aspetto poi, e la sua presenza nelle anticamere non dà a 
pensare ad alcuno, e si fa credere anzi un buono e modesto vecchietto 
che sta colà per fini santüsimi, A questa qualità di posizione e di 
persona, Deferrari aggîunge una yastissima erudîzione da poter far 



— 320 — 


onore e tener testa a chinnqne, e potrebbe per dî più assentarsi senza 
cbe persona al mondo se ne preoccnpi; la stessa disgrazia toccatagli 
negll scorsi giomi gUene dà un pretesto. lo mi fermerei qnindi su Ini. 

Qnanto a me è inutile che le ripeta, che io mi sente lupgi assai 
dal Deferrari e dalle qualità sue, e che non basta allô scopo che io 
metta la mia volontà e la mia perseveranza a disposizione del 
Temo : d’altronde mi trovo impacciato in circostanze note^ di femîglia 
e dî poste, per cui la mia assenza non potrebbe paasare inosservata 
e segreta (1). 

Voglia, ne la prego, in questa mia forse inopportnna lettera, ravvi- 
sare quei sentiment! di affettuosa devozione e riconoscenza che le 
professe e credermi sempre 

Di V. 8. Ill.ma M. Casïbllamonte. 


108 ) 

Cadorna a Lanza. 


Amico carissimo, 


Torino, 80 giugno 1865. 

leri il Re fece ottimo viaggio. Corne ti scrissi col dispacoio telegra- 
fico, fu ricevuto alla stazione da me, dal Comandante il dipartimento 
e dal Sindaco da me avvertiti ; per Tassenza del Generale délia 
Guardia Nazionale, questa non era rappresentata, perché avrebbe do- 
vuto venirvi un Colonnello; ma nessuno ci badô. 

Avendo io tosfco chiesto di essere ricevuto dal Re per prendere i di 
lui ordini, egli mi fece chiamare ieri sera aile ore 10 e mi trattenne 
ôou molta cortesia per un'ora. Egli era stato male impressionato, prima 
di giungere qui, sullo Stato di Torino, che eraglisi dipinta corne irri- 
tatissima e minacciante la pubblica tranquillità ; ed io V ho comple- 
tamente rassiourato a questo riguardo, poiohè in verità tutto è tran> 
quillo, ed i meetings non m’inspirano timori. 

Il Re se ne convinse egli stesso, essendo uscito a cavallo senza 
seguito di uffîciali nel tempo délia passeggiata serale ed avendo fatto 
il giro di piazza d’armi e percorse parecchie contrade, ovunque fu 
assai rispettosamente accolto ; il che avvenne anche la mattina al suo 


(1) Si riferisoo alla missione presse il Pontefi.ee per le nomine dei Vesoovi. 



— 321 — 


arrive alla stazione, sebbene vi fosse assai pooa ^eiite per l'ora matf 
tinalOt e perché non si eonoseeva il suo arrîvo. Pregai istantemente 
il Re a lasciarsi yedere so vente in questo modo, àssicnrandolo che eid 
prodncevaoottimo efiPetto. 

Mi parlé di moite cose, fra le altre delle trattative con Roma; le 
disse interrotte^ ma non rotte; esprimendo corne egli credesse che 
Roma da qui, a qualche tempo le avrebbe riappiccate e con maggiore 
speranza di farne qualche cosa; attribui Tattuale interruzione aile 
esorbitanti, inaccettabili pretese di Roma ; nulla mi parlé e (ben inteso) 
nulla gli chiesi che potease riguardare le discussion! nel Gabinetto ; 
mi disse solo che aveva lasciato a Firenze le cose in istato da poter 
partire. Ciô mi ha dato grande consolazione, perché mi fece sperare 
cessato il timoré di una crisi. 

A questo riguardo ti dirô, che vidi con piacere ieri ripetute nella 
Opinione, le ragioni che io ti aveva addotte per provare che la tua 
uscita non era punto, né per alcun rispetto, una necessità, e che essa 
non mi pareva abbastanza giustificata. 

Il Re mi parlé del che disse sapere di certo 

che era a Firenze, soggiungendo che avrebbe potuto dare le indica- 
zioni per farlo arrestare ; ma che non voleva fare il delatore (sic). Mi 
si mostré preoccupato del fatto, che aU’arresto del Bassi gli si fossero 
sequestrate delle carte. 

Si mostré pure preoccupato délia minaccia del prof. . . . . di 

fare una pubblicazione. Colsi l’occasione per lasciar correre qualche 
rispettosa osservazione, che mi pareva opportuna. 

Mi disse infine essere suo intendimento di passar qui tutto quel 
tempo nel quale non avesse dovuto, per dovere, rimanere a Firenze. 
Ti diedi questi particolari per tua norma, e pel caso che ti occorra di 
darmi qualche istruzione. 

Lo stato délia città non ispira alcuna inquietudine, sebbene si con- 
tinuino gli sforzi per tener viva l’agitazione. Domenica prossima vi 
sarà un nuovo meeting per la costituzione del Circolo politico popo- 
lare (aU’uso del 1848), esso sarà, presieduto da Broiferio ; il soggetto 
generalissimo proposto finora alla discussione è : se il Governo in questi 
ultimi cinque anniabbia bene provveduto agli interessi délia Nazionc ; 
proposta che lascia luogo a parlare di tutto. 

Le adunanze preparatorie fin qui tenute furono poco numerose, la 
prima di n. 60 o 70 persone, la seconda ancora meno ; vi era inoltre 

in esse la discordia e la disunione Io penso che 

limitandosi a contenere queste adunanze nei termini délia legalîtà, 
ma lasciandole fare e disfare, esse cadranno nel ridicolo, e moriranno 
d’inedia 


— Lanzv, Memoriit. 


Vol. II. 



— 322 — 


Lôssi ieri sulla gazzetta rimprowisata che mi hai fatta colla mia 
nomiiia a consigliere di Stato ; te ne sono gratissimo, oome pel fîttte, 
che assicura nel miglior modo il mio ritorno al Consiglio dî Stato (I). 

Il tuo affmo Cadorna. 


109 ) 

G. Massari a Lanza. 


Mio carissimo AmicOj 


Bari, 8 luglio 1865. 


Ti sono davvero rîconoscente délia testimonianza che mi hai dato 
délia tua per me preziosa benevolenza. Fra tante cure e tante preoc- 
cupazioni, hai trovato il tempo di scrivermi una lunga lettera cosi 
piena di schiettezza, di lealtà, di amorevolezza. Lo ripeto, te ne sono 
gratissimo. Certamente non avrei dato nessuna sfavorevole interpreta- 
zione al tuo silenzio, poichè un Ministre costituzionale, segnatamente 
oggi in Italia, non è vincolato da nessun obbligo epistolare ; e questa 
è una ragione di più perché io apprezzi grandemente questa prova di 
un’amicizia, che le vicende di una vita pubblica mi hanno reso ancora 
più cara di ciô che mi fosse prima. 

È inutile che ti dica che ti lodo assai di aver fatto il sacrifizio di 
rimanere al Ministère. Nelle odierne condizioni delFItalia, il tuo ritiro 
equivaleva ad una crisi, délia quale non si sarebbero potuti preve- 
dere i risultamenti. Per dirigere le elezioni ci vuole un uomo forte ed 
integro non solo, ma che tiitta Tltalia riconosca sia taie ; questo è il 
caso tuo. Dunque non c’ è che fare di migliore che rimanere ; è debito 
verso la patria, e, cedendo aile istanze che in proposito ti erano state 
fatte, hai dato saggio di queirillibato ed indomito patriottismo che 
tanto ti onora e ti distingue. Quand© la Caméra sia per riescire quale 
la desideriamo, faremo concordi tutto il possibile per superare le ter- 
ribili diflicoltà che si frappongono ancora al compimento délia nostra 
unità nazionale. Quelle diflicoltà le veggo, e non me ne attenuo la 
gravità ; ma non me ne sgomento. 

Dietro di noi sta l’abisso, e andremo avant! ad ogni costo. 

Qui clericali e rossi, avversano furiosamente la mia rielezione, ma 
io ho fiducia di sconfiggerli. La mia parola è un apostolato incessante 
a pro del Governo. 


(1) Cadoraa consigliere di Stato, ayeva accettato, attese la circostanze, la na- 
mina di Prefetto di Torino. 



— 323 — 


Addio, ottimo e rispettabile amioo, occorrendomi ti scrirerô, ool sot- 
tinteHO che la mia lettera non t'infligi^a mai il carico di nna risposta. 
Ti prego de’ miei più affettuosi saluti al nostro generale La Marmora. 

Gradisei di bel nuovo i ringraziamenti ed i salati cordialissimi di 
chi con stima ed affetto profonde si dice 

Tuo aff.mo G. Massabi. 


IIO) 

Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


Torino, 10 luglio 1805. 


Il Vacca mi scrive che, avendo fatto firmare i codici il 25 giugno, 
non pnô più introduire nei medesimi alcune poche variazioni che io 
gli chiedevo neU’iateresse délia finanza. Notate che in tiitte le que- 
Btioni, la finanza ebbe il peggio avanti die Comraissioni; si ammise 
la libertà del contratto privato ; figuratevi corne starà la legge di re- 
gistro ! Si ritenne che l’ipoteca durasse trent'anni, ecc., ecc. Io mi 
limitavo poi a poche cose, ed ora mi si dice che è troppo tardi. 

Se ciô è Yero, e se debbono attuarsi organici che vengono a crescere 
notevolissimamente le spese, quando non siano tolte categoricamente 
le modificazioni nelle circoscrizioni, a me non resta altro partito che 

quello di prendere la strada delle montagne e di an- 

darmene, giacchè io ricuso la responsabilità di questi aggravi alla 
pubblica finanza. Ed in questo senso io scrivo tanto a La Marmora, 
che allô stesso Vacca. 

Vi sono dei Ministeri, ove la roba pubblica par buona a nuU’altro 
phe ad essere buttata via. Al Ministero di grazia e giustizia pei nio- 
bili deU’alloggio del Ministre, furono spese oltre a 24 mila lire ! ! Si 
incarichi chi vuole di provvedere danari perché siano gettati a questo 
modo. Si mandarono via trappe, si congedarono giovani e valorosi 
ufficiali, ma che io sappia, non venne ridotto un solo magistrato, e che 
bei magistrat! ! Il fatto è che spendiamo più che in Francia per la 
amministrazione délia giustizia. Trovai qui la vostra lettera e ve ne 
ringrazio. Anche qui fa caldo, ma almeno si pu6 camminare senza 
guaire, e poi abbonda l’acqua potabile. 

Mandai i decret i a Valdieri senza andarci in persona, perché Nigra 
mi disse che il Re desiderava che i Ministri non vi andassero. Contro- 
firmerù io stesso i decreti, corne se fossi stato a Valdieri. 

Se poi la Cor te dei couti vorrà una fede di viaggio e soggiomo a 
Valdieri, fard una corsa al Ministero* 

State in salute. 


Vostro aff,mo Q. Sella. 



— 324 — 


111 ) 


La Marmora a Lanza. 


Carmimo Collega, 


Torino, V } luglio 1865. 

Ricevo una lettera di Sella, che contiene due fatti gravissimi. L'uno 
è la confemia che Vacca, nella compilazione dei nuovi codici, fece man 
bassa sugli iutereBsî finanziari. Sono le espressioni di Sella. 

L'altra, salvo errore, sarebbe per me massime, assai più grave. 

Il Vegezzi avrebbe detto al Sella, che il Papa gli ha asserito ch'io 
gli scrissi due volte durante le trattative. Che il Re abbia mandato 
qualcuno al Papa, corne asseriscono giornali inglesi, non mi stupirebbe ; 
ma che io gli abbia scritto senza mettermi d’accordo coi miei colleghi 
sarebbe, a mio modo di vedere, un tradimento, 

S’immagini se sul finire délia mia carriera, mi vorrei procurare la 
taccia di traditore ! 


Suo aff.mo A. La Mahmoha. 


±±Q) 

Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


Torino, 13 luglio 1865. 


Anche dalla vostra prima lettera avevo capito l’equivoco, che la 
seconda rettificô. Mi meraviglio solo che La Marmora abbia creduto 
che io gli dessi deireccellenza. Non faccio uso di questo titolo, che 
discorrendo con imbecilli o gente che poco io conosca. 

Il NatoU aspetta il Re. Ci adoperiamo ad allestire stabilimenti che 
possano soddisfare Torino. 

Mi si dice che il Vacca sia a Torino. Se lo vedo lo incoraggerô a 
quel che sapete. 

Vidi è fuor di dubbio, che va seminando il mal- 

contento. 

Parlô con un taie, di cui sono sicuro, Gli disse che si doveva pre- 
vedere anche il caso deU’annessione di Torino alla Francia ! ! ! 

Intanto invece di organizzare qualche cosa di positive, ad esempio 
il Collegio delle fanciulle (dei militari) o qualche stabilimento militare,. 



— 325 — 


organizzano resistenza alla fondiaria (imposta) e simili. San Martino 
andô a Biella ed ebbe Taria di compiangere i biellesi. Gli dissi che 
«conoscevo abbastanza i loro bilanci per potergli dire di darsi ad altro 
mestiere. ^ 

Ma di tutto ciù discorreremo poi. 

Sarebbe opportune avéré qualehe serio giomale. Ma ho paura che 
fii vedano as^i più le persone di Rattazzi o di Peruzzi, che non le 
cose udli àl Paese. 

Almeno a me Tandamento délia stampa par questo. 

State sano. 

Yostro aff,mo Q. Sella.. 


113 ) 


Gualterio (1) A Lanza. 


Carissimo Lanza, 


Palermo, 20 luglio 1865. 


Habemus Pontificem! Dopo una caccia persistente e tentativi di tutte 
le maniéré, nonoatante le complicità, infinité e dirette dalle Loggie Mas- 
fioniche, nonostante le complicità indirette di molti che, per private ra- 
gioni personali, non avevano piacere che Badia mi cadesse nelle mani, 
pure questa volta mi é riuscito di colpirlo. Convenue circuire un fonde 
molto vasto, che accuratamente perqnisito, si trovô che, seconde le in- 
dicazioni précisé che io ave va, conteneva la preda; tentô di fuggire, 
ma fortunatamente il delegato di P. S. Barilà lo riconobbe, e fece ac- 
oorrere i soldati, che lo trovarono mentre tentava di sottrarsi gettan- 
dosi boccone fra le plante di tabacco. 

Con questa presa cessa ogni pericolo di rannodamento délia fazione 
che si aggruppava intorno a lui, ed il processo che ônora restava senza 
capo, puô volgere al suo termine. Naturalmente il suo arresto ed il sue 
•esame dovranno produrre ancora qualehe arresto ; ma dopo questo suc- 
cesso posso dire che ho fede che il risultato delle operazioni acquista 
nn’assoluta stabilità. £ ciô tanto più che le bande sono disperse, e la 
principale di tutte, quella di Del Santo, è finita; sono caduti tutti, uno 
dopo Taltro, e non tarderà il capo. 

Un processo per associazione di malfattori per questa banda si farà 
al tribunale di Termini. Ora opererô sugli avanzi délia banda di Mou- 


<1) Era Prefetto a Palermo. 



reale, sul capo-banda Frkano d’Altavilla, ridotto isolatô, e sugli aranzi 
di Carini. 

Frattanto per tutto il resto preparo le misure dirette a tutelare Tav- 
venire, e sono specialmeute quelle sul porto d’armi e sui ca^npieri. 

Quando la Commissione consultiva che ho nominata per questa se- 
conda parte, che è la più importante e la più radicale, ma la più dif- 
ficile, avrà concretato le sue idee, ve ne darô particola're dettaglio. 
Questa pacificazione delle campagne ed il completamento del processo 
politico influirà indirettamente anche suirazione dei partiti nella città. 

I Borbonici e gli Autonomisti, più o meno Borbonici, avranno nel 
processo un incubo, e la scissura che esiste nel partito d’azione, si farA 
più profonda. Frattanto la tranquillité ristabilita e la sicurezza rinata, 
disarmeranno da ambe le parti i malcontenti, e toglieranno loro ogni 
ragionevole pretesto. 

Tutto questo, mio caro, è costato una vita da cane, ma voglio spe- 
rare che fra poco tempo possa dirsi che la malattia acuta è guarita. 
La malattia cronica è nei costumi. Non puô che impedirne Taggrava- 
mento una continuazione di governo energico e risolnto. 

Conviene che per molto tempo, chi reggeré Palermo, abbia una linea 
di condotta ben defini ta e non oscillante. Lo stato dTtalia cel puô far 
sperare? Ai Numi l’ardua sentenza. La cura radicale starà nel tempo, 
nella leva e nella educazione, ben inteso perô che anche questa cura 
sarà relativa, perché Teducazione modifica, non cambia Tumana uatura. 

Abbiatevi frattanto con questa buona nuova un saluto di cuore 

Dal vostro aff,mo Gualtkrio. 

FS, Credo bene soggiungere che alcune carte furono rinvenute in 
dosso al Badia; fra queste vi sono le minute di due lettere sue di 
questi giorni, che egli lacerô. Da esse risulta (essendo State ricornposte) 
chiaro ciô che d'altroude m’era noto per spionaggLo; che cioé il partito 
da lui diretto aveva ricevuti novelli eccitamenti da Roma, con l'arrivo 
specialmente di un popolano tomato di colà. I miei rapporti m'assicu- 
rano che questi nuovi complotti, mal digeriti, peggio diretti, e non 
appoggiati ad altra forza che a quella délia disperazione di questi fug- 
giaschi, erano diretti infatti in nome del Conte di Trani. Si é cercato 
di dare ad intendere che erano appoggiati dallTiighilterra. Sembra che 

a Roma il notissimo furfante e scroccatore, é quelle 

che s’incaricava di tali follie. Espulso dal palazzo Farnese dopo la pub- 
blicazione deiropuscolo Rouher e Vegezii^ perché sembra che com- 
mettesse qualche grossa furfanteria a Francesco 11, si era gettato negli 
intrighi délia Regina madré, nella casa délia quale si diceva: Napoli 
a Francesco, Sicilia al Conte di Trani Le illusioni sempre 



— 327 — 


rinascenti, ed i disinganni producono anche le interne domestiche di- 
acordie; corne accadde già alla famiglia stessa negli ultimî giomi di 
regno. 

Fatto è'^che queste speranze, non di riuscita, ma di tafferuglio, non 
erano basate che sulla fama d’audacia del Badia; la sna caduta, che 
qui ha prodotto effetto grande, ed ha accresciuto l’autorità del Governo, 
sarà per quel pazzi un disinganno di più. La lettera lacerata dice chia- 
ramente che i eomplotti erano sulla base dell'autonomia, onde trascinare 
gli autonomisti. 

Confessa che era questo anche il programma già di Corrao, locchè 
conforma che quel miserabile campione délia democrazia era passato 
arrni e bagagli ai Borboni. In quella lettera doinanda conto di un con- 
vegno avuto fra gli amici, probabilmente in Loggie Massoniche, nonchè 
chiede contezza del tempo stabilito per eseguire il progetto, poi sog- 
giunge: « la vostra posizione, in questo intervallo di tempo, si è resa 
U più difficile di fronte a tanta responsabilità presse i profughi, non che 
« del paese, che aspetta ansioso il momento di operare. Ad ogni modo 
« non bisogna perdersi di coraggio, e star fermi nella persecuziqne 
U contro rattuaîitày non indietreggiando nel nostro programma: o l’ese- 
U cuzione del plebiscito, o la Sicilia dei Siciliani, essendochè in cio siamo 
il tutti d’accordo ». 

Quest’ultima frase si esplicita indica che tuttavia il Badia coraplot- 
tava coi mazziniani ancora, e che la diiferenza délia bandiera li divide 
corne li divideva il 14 maggio. 

Nella seconda lettera, dopo aver posto in ridicolo la paura deU’uomo 
tornato di Roma, che doveva avéré con lui l’abboccamento, soggiunge 
ancora : u basta, forti nel nostro programma, che era purquello di Corrao, 
U andiamo avanti; capisco che i giorni passano, e non ci badiamo per 
Il voler far presto; tutto andrà bene, pazienza e coraggio ». 

Tutte queste rivelazioni circa i sogni dei quali si pascevano, corne 
vi ho detto, non mi hanno recato nulla di nuovo, Tarresto sarà pertanto 
la calata del sipario. Il sogno poi di Badia consisteva per ultimo neL 
l’attendere la congiuntura del choiera per dare cominciamento ai tumulti. 
Non debbo perô pre terme ttere di soggiungervi che il poter sollecitare il 
processo avrà pure influenza non poca nelle elezioni, se i buoni citta- 
dini sapranno farla. Capirete quale partito si potrà trarre dalla com- 
promissione degli autonomisti, e quale dalle scissure fra le varie indi- 
vidualità del partito d'azione, perché tengo per certo che fra Badia e 

in al tri tempi uniti, questo processo sarà un vero 

duello. 

Di nuovo con tutta cordialità 


Yostro aff.nio GfJALTEiao. 



— 328 — 


114 ) 

Fra Benedetto Domenici a Lanza. . 

Onorevole signer Commendatore, 

Da S. Marco, 26 luglio 1865. 

Perdoui tauto se le scrivo qu^ste dae rîghe, ma non posso farne a 
ineuo, perché sono in dovere di ringraziarla délia carità fiorita che Ella 
ha avuto deirinfelice da me raccomandatole e délia maniera cortese, 
con cui le piacque^di accoglier me, frate oscuro e da nulla. 

Godo di aver trovato in un Ministre del Regno d'Italia tanta genti- 
lezza e bontà di cuore, due cose divenute rare ai nostri tempi, e per 
le quali Ella ha molto deirantico. Quanto poi aile idee, vedo bene che 
sono di un uomo, che ha un intelletto colto ed elevato, ma forse sanno 
troppo di modernità. Amerei che anche riguardo al modo di pensare 
fosse un tantino più antico; mi perdona (eh) la mia franchezza? Ho 
molto piacere di aver oonosciuto personalmente V. E., speriamo che sotto 
il suo ministero avvenga la riconciliazione dell’Italia colla Chiesa; ri- 
conciliazione, che è in cima aile brame di tutti i sinceri amatori del 
nostro paese; riconciliazione che avrebbe potuto essere affrettata dalla 
festa del Centenario di Dante, se i proraotori di quel centenario aves- 
sero celebrato nel massimo poeta d’Italia, non solo la fierezza del ghi- 
belJino, ma ancora la fede accesa del cattolico. 

Venga a vedere le pitture del beato Angelico, e mi creda, corne mi 
dico, di V. Eccellenza 

Dev.mo servitore Fra Benedetto Domenici. 


115 ) 

Gualterio a Lanza. 


Caro Lanza, 

Palermo, 27 luglio 1865. 

Da un’altra mia avrete già sapuio corne dopo l’arresto di Badia, i 
siioi amici, parte dei quali appartengono alla plebe interna délia città 
e ai facinorosi dei contorni, e parte alla Massoneria, délia qnale è ve- 
nerabile, quella cioè di rito seozzese tutta autonomista, e vi è una loggia 
anche mazziniana, si raostrasse addolorata assai di queU’arresto. Con- 
seguenza fu la décisions di tentare qualche omicidio proditorio. Non 
pare che quello del Paladini fosse isolato nei loro piani di vendetta, 



— 329 — 


ma ho dato si ai carabin iori ch6 alla questnra le istruzioi^i di sorfe- 
gliare specialmente quelli si del partito co8,tituzionale che del partito 
d’azione, che si conoscanp più odiati dal Badia. Fortunatamente le fe* 
rite sono#lievi, a meno che, cosa che non credo, si verificasae qualche 
sospetto di veleuo. Il Paladini era, fra tutti, il più odiato si per il suo 
carattere, si perché, per il suo temperamento violento e per le politiche 
oscillazioni,*aveva urtato maggior numéro di persone, e quindi chi ordi- 
nava il delitto, calcolava sarebbe minore la compassione. E forse in ciô 
non s’ingannava, conoscendo la uatura cosi acremente partigiana di 
questa gente. 

Vi era poi una ragione spéciale per Badia, ed era che le sue testi- 
monianze per il fatto del meeting erano assai concludenti, e lo pote* 
vano venire di più all'udienza. 

Se il Paladini m'avesse avvertito di qualche minaccia ricevuta, .qual- 
che precauzione specialmente sarebbesi potuta prendere. 

Ma questa benedetta gente del partito d'azione, anche quando ap- 
poggia per nécessita il Governo, lo appoggia sempre a mezzo, fa un 
passo avanti e due indietro, e non vuole abbandonare mai francamente 
il terreno deiropposizione. E di questa loro condotta mi rammento avervi 
fatto cenno in una mia precedente. 

Trattandosi poi di loro stessi, preferiscono sempre di fare i bravi e 
contare su se soli, un po’ per natura, un po’ per non aver vincoli di 
gratitudine col Governo; al che si deve aggiungere non Tabitudine 
ma quasi la religione del mutismo siciliano. Poichè pare che il caso 
non sarà funesto, giovasse almeno la lezione! 

Intanto perché il partito di Badia non si inorgoglisse, trovandomi 
per fortunanel inoinento stesso, dopo lunghe e inutili fatiche, sulle piste 
deiravv. Delisi, che era, si puô dire, uno dei consiglieri di Badia, col- 
pito da tempo di mandato di cattura, volli che non annottasse senza 
averlo nelle mani. 

Lo sforzo riusci, benché fosse appiattato in un nascondiglio domestico 
che somigliava ad una sepoltura. Il giudice non ha ancora esaminate 
le carte trovategli, ma questa presa é ilnportantissima per il processo. 

Il Procuratore Generale mi assicura che é avvilitissimo, piange, e co- 
mincia già lentamente a penetrare nella via delle confessioni. Egli é 
borbonico, e a lui facevano capo moite case di Roraa. A quanto mi ha 
assicurato lo stesso Procuratore Generale, pare sia in via di compro- 
mettere il Comitato borbonico di qui. Ma di ciô vi scriverô dopo che 
avrô senti ti al tri esami. Intanto il nesso dell'assassinio tentato cou le 
cospirazîoni di Badia pare si stabiiisca processualmente. Ciô perô che 
é stabilité evidentemente anche dalle lettere di cui vi mandai il sunto, 
è il nesso con gli autonomisti. Ora questo partito nella opinione pub- 



— 330 - 


blica 4’Italia non resterà certamente onorato dal processo Badia. Ma 
perô quanto a Palermo, io vado meco stesso considorando da molto 
tempo» che se da un lato è poco temibile per i campioni che lo rap- 
presentano, in quanto che son > per lo più gente innocua, e per la loro 
capacità tenuti, più che corne capi, corne uccelli di richîamo, é perô d* 
qnalche importanza il Corpo intiero e mérita la considerazione del Go- 
vemo perché organizzato massonieamente. 

Mi riaulta che le loggie sarebbero quattro e tutte autonomiste, di rito 
scozzese, corne le altre unitarie sono di rito francese. Queste quattro 
loggie si coprono del nome di Garibaldi corne Grande Oriente, e che 
vi figura corne Saut’ Antonio, posto per iusegna ad una taverna. Hanno 
un uuico segretario, che è capo effettivo, nella persona del Principe 

ed un cassier generale nella persona di un tal . . 

La prima loggia è detta dei liber i figli di Oreto vene- 

rabile un tal La seconda è chiamata dei nuovi rige- 

neratori, délia quale è venerabile , noto autonomista, e, 

sin dal tempo délia sua emigrazione in Genova, per corrottissimi co- 

stumi notissimo. Segretario di questa loggia è Tawocato 

La terza loggia autonomista si chiama VEsule , è composta di élé- 
ment! quasi raazziniani, ma professa le dottrine medesime deirauto- 
nomia corne le prime due, ed ha cassiere comune con esse nella persona 

del Ne è venerabile il ora detenuto nelle 

carceri délia Vicaria, uomo di qualche coltura, ma sognatore e testa 
oltreinodo arrampicata. È in prigione, coinvolto nel processo Badia. Il 

segretario è un tal Oratore il raedico 

Questa loggia non si riunisce corne loggia massonica dopo l’arresto del 

ma il suo nome indica che fu eretta sotto Tinfluenza de- 

gli amici di Mazzini. 

Air ombra di questa loggia si formé una vera loggia mazziniana, sotto 
il nome di Marianna^ affigliazione alla Marianna francese, e gli adepti 

si chiamarono mariannisti. Sotto l’influenza perô del 

subirono una riforma, e volendo assumere un nome più italiano, il loro 
capo, studioso sognatore d'allegorie dantesche, la chiamô « Vita Nuova ’i. 
Questo nome ora porta. Il capo attivo è il noto quello 


del duello con e coU'aiuto di un giovane esaltato del- 

Tuniversità, un tal si stndiarono di affigliare alcuni 


giovani universitari. La quarta loggia ai chiama degli Emancipatori, 
del rito medesimo, ma ê un accozzo di elementi repubblicani, reazio- 

zari e autonomisti. Venerabile e capo di questa è 

che ne fu il fondatore. Corne tutte le loggie di rito scozzese, fu fondata 
ancor essa con Tassenso e sotto il patronato di Garibaldi. 

Questa loggia forma il nucleo délia cospirazione Badia. 



— 331 — 


Di due altre loggfie^ una delle qnali dovrebbe chiamarsi Figîi ddla 
luccy autonomiste ancor esse, ma forse meno popolari, non riunii ancora 
notizie sicure. Vi ô poi l’innocente loggia di rito francese, di oolore 
sdiiettam^nte governativo. 

Al punto al quale è giunto il processo, viste le risultanze di qnesti 
complotti settari, vado studiando se vi è modo di fare un atto che coj- 
pisca queste'organizzazioni. Se lo si potesse fare lo crederei utilissimo^ 

Gli autonomisti, colpiti in parte dalla nullità in cuî li getta la lunga 
astensione dalle cose pubbliche, colpiti dall' assodarsi sempre più for- 
temente il fatto compiuto délia unità assoluta, scossi dal trasporto délia 
Capitale consumato, che cambia del tutto il problema e pone fine ad 
ogni lusinga, feriti gravissimamente dall’avere il Badia assunto per 
lo meno il loro programma, e dal trovarsi per tal modo coinvolti in- 
direttamente, se non nel processo, almeno nella sconfitta che ne segue, 
sarebbero definitivamente rovinati, se la legge potesse colpire anche 
l'interna organizzazione del partito. Questo gioverebbe anche per le 
elezioni, poichè dopo l’ultima lettera che vi scrissi suirargomento qual- 
che maggiore accorde pare sia passato fra loro per le future candidature# 

Sembra che si siano fissati sul fratello del deputatoi 

sul Principe uorao onesto, che vive vita appartata, 

ma che passa per autonomiata, benchè in fondo credo che del tutto 
non lo sia. 

Un terzo che sarebbe non so quale fondameiito si 

possa da essi fare. 

Il quarto dicesi ma io credo che volentieri abdiche- 

rebbe non solo ai suoi principii, ma si stabilirebbe anche definitivamente 
a Firenze, se vedesse raasodata la sua posizione alla (.^orte dei conti. 

Addio di cuore. Doinani vi scriverô un’altra volta. 

Vostro aff.mo Gualteuio. 


116 ) 

La Marmora a Lanza. 

Carissimo Collega, 

Firenze, 3Ï luglio 1865. 

Jacini avendomi ieri avvertito che Ella cou tre altri colleghi sareb- 
bero venuti stassera a questo Ministère per tenere un Consiglio (ristretto 
seconde il frasario austriaco), ho pensato essere meglio fissare domani 
per il solito Consiglio. Già m’immagino che il soggetto del Consiglio di 



— 332 — 

questa sera, sarà il saorificio non di un capretto, ma di un altro . • 
comuto. 

Persuaso intanto ch' Ella vorrà mantenere sua promessa, di venire a 
pranzo con noî (soli), passerô a prenderla al suo Ministero^alle ore 
quattro. 

Suo aff.mo Alfonso La Marmora. 

PS. Veda la curiosa lettera di cui le parlavo ieri, legga anche 
questa di Oasati. 


117 ) 

Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


Firenze, 26 agosto 1865. 


Venendo qui stamane vidi il vostro dispaccio. Non dubiterete certo 
che non abbiamo pensato che toccava a voi di andare ad Ancona. Diffe* 
rimrao d’un giorno e mezzo il partire, ma non vi era modo di avéré 
risposta da voi che non eravate in Torino, tanto che il vostro dispaccio 
giunse qui il mattino di sabato mentre noi eravamo partit! venerdi sera. 

Del resto, ora che avete visto le cose in Ancona, non dubito che non 
solo non vi avrete a male se non indugiammo ad andarci qualcuno, ma 
ce ne ringrazierete. 

Il Prefetto vi avrà informato di quanto facemiiio 


Dal Bollettino d’oggi vedo che il male va crescendo assai. Yi avevo 
telegrafato a Torino, perché mandaste medici. Ora che siete in Ancona 
telegrafate voi corne meglio credete ed a chi saprete meglio di me. 

Se credete me od altri buoni a qualche cosa, adoperateci. Solo non 
adombratevi, se in casi stringenti talvolta io assumo qualche respon- 
sabilità. 

Martedi sera andrô a Torino, ove debbo dare i provvedimenti pel 
personale delle direzioni demaniali e le agenzie delle tasse. 

Fate coraggio agli Anconitani. 

Yostro aff.mo Q. Sella. 

PS. Mi immagino che dei morti molti assai saranno bambini; fatene 
constare nei Bollcttini. Forse ciô tranquilla l'egoismo dei grandi. 



— 333 — 


118 ) 

. Lanza a La Mabmoba. 


Generale, 


Firenze, 10 agosto 1865. 

L’agitazione in Sicilia cresce per la paura deirinyasione del choiera. 
Camere di commercio, Municipi e Provîncie cospirano assieme per met- 
tere in istato d’asaolato isolamento Tisola ; ciô porterebbe la cessaadone 
di ogni rapporto tra il centro del Governo e la Sicilia, ed offrirebbe ai 
partit! avversi colà l’occasione di tentare moti sovversivi. Nella previ- 
sione di questa possibile éventualité il Prefetto di Palermo chiede di 
essere munito délia facoltà di poter porre alla occorrenza, e quando se 
ne manifestasse la nécessité, lo stato d'assedio o nella sola provînoia 
di Palermo ovvero in tiitta Tisola. Vista la distanza del luogo e la 
lontananza del Re, credo essere buona preoccupazione di far preparare 
il Decreto Reale per lo stato d’assedio, e per la nomina del marchese 
Gualterio a Commissario Regio di lutta l’isola. 

Se non occorreré di servirsene corne spero, verrà annullato e non si 
conosceré neppure che abbia esistito. 

La formola del Decreto sarebbe la seguente. Ella potrebbe farla 
trascrivere e sottoporla alla firraa Reale, se poi ritorna a Firenze su- 
bito, potrebbe portarlo cou sé e prima d’inviarlo a Gualterio se ne par- 
lerebbe in Consiglio. 


G. Lanza. 


119 ) 


La Marmora a Lanza. 


Caro Lanza, 

Firenze, 18 agosto 1865. 

Se non sa dove stia S. M. e dove vada questa prossima settimana, 
voglia chiederlo con telegrama in cifra al Prefetto di Cuneo, che assai 
probabilmente lo sapré. 


Suo aff,mo Alfonso La Mabmoba. 



— 334 


180 ) 


La Mabmora a Lanza. 


Caro Lomza, 


Firenze, 19 agosto 1865. 

Prima ohe ci troviamo oggi al Conaiglio, fissato per il toceo, io bra- 
merci ch* £lla mi volesse dire se dopo aver preso lettara di quanto 
mi scriveva Sella ieri e Taltro ieri, Ella accetta la nomina di Finali 
a segretario generale delle finanze. lo so che questo è un sacrifioio 
che farebbe, ma questo sacrificio è necessario, Pensi che scompiglio 
ne nascerebbe se venisse fuori ora una crisi ministeriale. Non sarà 
lontano, io spero, il momento che ci potremo sbarazzare dell'ingrato 
peso che sopportiamo da circa un anno; ma se questo peso lo voles- 
simo gettar prima del tempo, tutta la gente onesta avrebbe diritto di 
chiederne stretto conto. 

Comunque, Sella chieda il parère del Consiglio ed io non credo che 
oggi convenga portare questa questione al Consiglio. Ella solo deve 
decidere ; e spero mi vorrà dare una risposta conciliativa, com’ ô ne- 
cessario nelle difficili occorrenze in cui ci troviamo, 

Gradisca i sens! délia iriolta mia stima. 


S\ÂO aff.mo La. Marmora. 


ISl) 


La Marmora a Lanza. 


Caro Lanza ^ 


Firenze, 22 agosto 1865. 


Mi fo premura restituirle il rapporte sulla riunione di Napoli, di 
cui già avemmo un sunto telegralico assai esatto, 

La cosa è certaraente importante. Mi lusingo perô, che la sua cir- 
colare, che ho sentito da molti lodata, arrivera in tempo per arrestare 
lo scandale (1). 

Si rammenti che aile 4 1/2 d’oggi, si pranza a casa mia con tutti 
i colleghi. 

Suo aff.mo : A. La Marmora, 


(1) Circolare che difendeva altra precedente soritta da Petitti, dopo l’incidente 
De-Villata 



— 335 — 


1S8) 

Carlo Pisani a Lanza. 

« 

Egregio sig, Commendatore, 

Torino, 25 agosto 1865. 

Quando la nave minaccia di andare a picco, si getta il carico a mare 
per Tedere di salvarla, ma non si diserta il posto. Se nel suo Gabi- 
netto vi è merce infetta, al mare^ ma Ella e La Marmora alla loaie- 
china ed al timone. 

Tutto suo dev.mo Carlo Pisani. 


1S3) 

Carlo Pisani a Lanza. 


Egregio s ignore, 


26 agosto 1865. 

Grazie délia sua lettera, ma mi ha fatto più male di quelle che le 
puô aver fatto la mia. lo, quando vedo un galantuomo lasciare le re- 
dini del Governo, grido alla sventura. 

La Marmora lasciato solo, cadrà presto asiissiato dalLepidemia. 

Ella mi ha chiesto che cosa fareî se un giornale nel quale scrivessi 
déviasse dalla strada a cui miravano le mie convinzioni. 

Farei di tutto per trascinare i devianti con me, ma mon li lascierei 
liberi di marciare verso la rovina, e trascinarvi il paese. 

lo sono agli antipodi di fronte aile idee o almeno al modo d'espri- 
mersi dei iniei colleghi délia gazzetta. Resto, per tentare di trarli con 
me od almeno di paralizzare l’effetto delle loro manifestazioni. 

Ê dalla Convenziune che io tranghiotto veleno, ma ho paura d'ab- 
bandonare la gazzetta, ho paura che il municipalismo ubbriachi senza 
che se ne accorgano i miei colleghi. 

La di lei uscita dal Ministère è una sventura pel Paese. 

Lanza ha un filo che si lega a Petitti, Petitti un lîlo che si lega 
alla questioiie Villata, Villata un filo che si lega aU’Esercito. 

È Tanello di una catena che va in pezzi, la di Lei uscita. Yedrà. 
Io amo il mio paese ed avevo diritto di amaramente dolermene. 

Con profonda stima 


Tutto suo Carlo Pisanu 



— 336 — 


184 ) 


Pai.eocapa a Lanza. 


Preg.nio Amico, 


'l'orino, 29 agosto 1865. 

Già (la tempo, malgrado il mio isolameuto, avevo anch'io aentito di- 
Bcorrere di crisi miuisteriale od almeno di ttscita di uno o di un altro 
Ministro dal Gabiuetto. 

Ma, abituato aile dicerie dei giornali, che spesso non hanno altro 
scopo se non quelle di dare sfogo ad antipatia o simpatia di partito, 
io speravo che in mezzo a tanti supposti contraddittorii nulla vi fosse 
di vero. E in questa speranza mi œanteneva Topinione in cui ero e 
sono tuttavia, che, nelle difficili condizioni in cui versa la politica 
interna e nei momenti attuali, nulla fosse agli interessi d’Italia più 
funesto che un sovvertimento ministeriale. Senonchè ieri mi è avvenuto, 
pur troppo, di sentirmi leggere, nel giornale VOpinione di Firenze, la 
notizia che tu abbandoni il Ministero. 

Io credo che la gran maggioranza del paese e tutti gli uoraini one- 
sti e di mente saiia, riguarderanno questo evento corne una vera ca- 
lamità, e ad essi si uniranno anche moltissimi di quelli, che prima, per 
la malaugurata passioiie di fare gli agitatori, ti avranno avversato» 
In mezzo a tante cose che se ne dicono, io non so, né cerco sapere, 
quali ragioni t’indussero alla presa risoluzione ; ma non dubito che sa* 
ranno State prepotenti cagioni ; perciocchè queiruomo che, per dero- 
zione di amor patrie, soffocando i propri sentimenti, veniva a mettersî 

al poste di dopo le funeste giornate di settembre e 

vi veniva col fermo e leale proposito di dare, per il meno male, adem* 
pimento a quella fatale Convenzione 


un tal uoino, dico, senza prepotenti motivi non avrebbe abbandonato 
il potere nei momenti in cui era più grande il bisogno di quella fer- 
mezza che sa mantenere i suoi propositi, senza timoré di perdere una 
effimera popolarità, fermezza délia quale tu avevi pur date recenti e 
valide prove. 

Nè a far che tutti quelli che con me vogliono si conservi forza al 
Govemo, deplorino meno la tua individuale uscita dal Ministero, vale 
quel che si va dicendo, che non si tratta d'una crisi ministeriale, ma 
solo del cambiamento di una persona ; ciô, rispettando pure il merito 
di ognnno, potrebbe valere se si trattasse di qualche altro Ministro, 
ma per te e pel Ministero a cui tu eri preposto, cié non val punto. 



387 — 


La tua uscita dal Gabinetto reca ad esso una taie breccîa, ohô îo pM- 
Vedo farà o che tutta la fabbrica erolli o che la si aestenga con quai* 
cbe cattîvo puutello, clie non riusoirà ad altro che a farla crollare oon 
più precipizio e con maggîor rovina. 

4}ueato sfogo mi viene dall'animo in cui il tuo ritiro dal Ministère, 
qualunque ne sia la cagione, ridasse al colmo quell’esacerbazione ohe 
mi oagionarano già tante malvagie arti e tanta stolteaze ; fra le quali 
non ô la minore quella di un mio collega, il quale, col più impudente 
cinismo, lasciandosi trasportare dal rancore per gli eventî passati, di- 
mentica i principii che egli ha altre volte professato e si fa capo dî 
un partito agitatore, contro, io non ne dubito, la coscienza non solo 
del ragionevole, ma anche del possibile. 

Ti prego intanto, in qualunque posizione tu sia, di conservare la 
tua buona amicizia a ohi ti ama e ti stima sinceramente. 

Tuo aff. amico Palbooapa. 


ISB) 

O. Di Persano a Lanza. 


Carissimo Lanza, 


Genova, 29 agosto 1865. 


Convinto corne sono che il vostro ritirarvi dalla cosa pubblica è gran 
calamità pel paese, non so astenermi dall’esternarvi il forte dolore che 
ne provo. 

Mi fossi mai potuto supporre un taie atto, mi sarei fatto ardito di 
scrivervi, per scongiujrarvi, a mani giunte, di non lasciarci, nelle en- 
tiché circostanze che corrono. 

Quanto ne saranno addolorati e Massimo d'Azeglio ed il Principe di 
Carignano, che si altamente vi stimano. Pazienza ! ! ! 

Iddio protegga questa nostra Italia ! 

Ma vive ancora Massimo d’Azeglio. Non disperiamo dunque. 

Degnatevi tenermi nel novero dei vostri sinceri ammiratori. 

Tutto vostro C. Di Pbbsano. 


1S6) 


Vacca a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Lucca, 31 agosto 1865. 


Quando io mi deliberavo staocarmi dal Gabinetto, voi ve ne felici- 
taste meco, ed io accolsi assai di buon grado l’espressione d'un sen- 
timento che corrispondeva coi voti deiranimo mio. Ed ecco che voi 


SS — Lanza, Memorie. 


Vol. H. 



— 338 — 

stimaste segnire Tesempio mio ; permettetemi che anchio vi rivolga 
una parola di sentito compîacimento ; me ne duole bensi e molto per 
ritalia nostra, la quale ha tanto bisogno di caratteri puri, elevati ed 
onesti, e ne ha tanta penuria ! Vpi siete tra questi pochissimi, ond' è 
che il vostro abbandono del potere, in momenti si gravi e difficili, signi- 
fica pubblica calamità. Vedete, mio caro Lanza, ch’io vi parlo a cuore 
aperto corne soglio, e con quella lealtà di cui mi glorio altamente, e 
che pur mi fa apposta a colpa da certi Tartufi délia politica che mi 
fanno sorridere dalla pîetà. Lo dissi al generale La Marmora, tipo 
anch'egli di lealtà e di alto animo. 

Il governo délia cosa pubblica, in questi terapi di generale perver- 
timento, demanda innanzitutto grandi caratteri, più che grandi intel- 
ligenze. 

Che ne fate dei mestatori politici, usi ad amoreggiare con tutti i 
partiti, piegando a dritta ed a manca per sola libidine di potere ? Che 
ne fate di certi adulatori di popolo e di stampa, che alla stima solida 
degli onesti antepongono i plausi délia piazza o dei libellisti ? Voi di 
certo apprezzerete la schiettezza del mio linguaggio, ricordando che 
pur tra noi corsero alcuna vol ta divergenze di opinion! in gravi di- 
scussioni. Ma che monta ? lo vi ho conservata intera la mia stima, e 
r ho dette con tutti, perché sempre ebbi ad ammirare la vostra rara 
probità morale, ed onestà politica, che è il solo titolo al quale fiera- 
mente oso anch’io pretendere non meno di voi, e del generale La Mar- 
raora. Confido ancora che la pubblica opinione vorrà pronunciare il suo 
verdetto imparziale tra noi e gli avversari nostri ; ma in ogni caso a 
noi riraarrà la coscienza di a ver fatto il debito nostro, col sacrificio 
délia nostra pace. 

Continuatemi la vostra benevolenza, e credetemi per la vita 

Amico vero G. Vacca.. 


1S7) 

Lanza al Direttore del giornale « L' Opinione ». 

Signor Direttore, 

Settembre, 1865. 

Ho letto nel foglio n. 261, 2 settembre ora scorso del reputato suo 
giornale, che nel primo articolo intitolato La Convocazione del Par- 
lamentOy Ella arreca un giudizio più che severo sul Ministère del 
23 settembre 1864, per non aver, nello scorcio di queiranno stesso, 
sciolta la Caméra dei deputati e fatte subito dopo le elezioni generali. 



— 339 — 


Bcôo quali sono le sue parole : 

U Ordinariamente nessuna Caméra elettiva ama di sèdere l'altima 
« sessione concessale dalla legge, perché la coscienza di essere moti- 
« bonda t\5glie forza cosi agli individui che aU’Assemblea. Lo si fece 
U per la legislatura precedente e si fece malissirao. Chiunque possa 
« essere colpevole di non aver fatto le elezioni neU’autunno del 1864 
« e di averle procrastinate al 1865, dovrà recitare il confiteor e com- 
u prendere che è stato cagione di moltî guai che vennero dopo; ma 
« lo sproposito che abbiamo fatto una volta non replichiamolo più per 
carità» .■••••••••••«•••• 

Giacchè Ella inostra d'ignorare, o per singolare indulgenza évita di 
segnalare chi sia stato il colpevole di quel grande sproposito che, al 
suo dire, è stato sorgente di tanti guai, credo di far cosa gradita tanta 
a lei quanto a me, indicandoglielo io medesimo, ond’Ella sappia con 
precisione contro chi dirige le sue censure ed a chi debba famé reci- 
tare il confiteor, Ella non ignora che in quel periodo di tempo, in cui 
a suo avviso si sarebbero dovute fare le elezioni generali, io reggevo 
appunto il Ministère deirinterno; e benchè un atto di tanta iraportanza 
sia sempre deciso dal Consiglio dei ministri, io non esito perô a di- 
chiarare di assumerne tutta la responsabilità e la difesa, la quale per 
altro mi appare assai facile e piana. 

Basti rammemorare le tristi condizioni in cui allora versavano il paesC 
e lo Stato. Il Paese era contristato e coramosso dai luttuosi avvenî- 
raenti del 21 e 22 settembre : lo Stato versa va in taie crisi finanziaria, 
che era iinpossibüe di far fronte aile spese occorrenti senza ricorrere 
a straordinari ed urgent! provvedimenti, pei quali si esigeva il concorso 
e Tassenso del Parlamento. Per tali circostanze la stampa reclamava 
la pronta convocazione del Parlamento. 

Infatti, per avéré il Governo differito questa convocazione sino al 
20 ottobre, essa non gli risparmié amari, benchè ingiusti rimproveri. 

Li chiamo ingiusti, perché questa dilazione è stata necessaria al 
Ministero per ottenere dal Governo di Francia una modificazione es- 
senziale alla Convenzione del 15 settembre, per mezzo délia quale ve- 
nisse stabilité che la condizione inerente del trasporto délia Capitale, 
dovesse essere prima sottoposta alla sanzione del Parlamento. È évi- 
dente percié, che non sarebbe stato partito prudente quello di fare le 
elezioni generali durante la commozione e i'irritazione degli animi, pro- 
dotta dalle sanguinose giornate del settembre ; corne è pur chiaro che, 
dovendosi fornire la finanza di una somma non minore di 150 milioni 
prima del finire deU’anno 1864, non vi sarebbe stato tempo di chie- 
dere taie somma ad un nuovo Parlamento. 

Queste considerazioni, mentre provano in modo concludente e peren- 



— 340 — 


torio la necessità da ciii fa spinto il Ministero precedente di riconvo» 
care neirautunnç del 1864 Tantica Caméra, d’altra parte dîmostrano 
quanto sarebbe Btato improwido di procédera subito aile nuove ele- 
zioni generali. « 

Di qmli guai sia poi stato cagîone il ritardo a fare le elezioni 
generali, io nol so, e pregherei la sua cortesia perché volesse indicarli. 

So bensi che Tultima sessione délia precedente legislatura è stata 
féconda di molti ed eflScaci provvedimenti. Essa arrecô non lieve con* 
forto alla dnanza, accrescendo di cîrca 50 milioni le entrate e dimi- 
nuendo dj circa 70 milioni le spese. 

lEssa, yotando l’anticipato pagamento delle imposte fondiarie, scon- 
ginrù un disastro finanziario e sorresse il nostro credito. Essa votô ed 
estese a tutto il regno quattro leggi organiche e due codici. 

Se questi sono i molti guai ai quali Ella in tende alludere, io augUro 
sdlltalia un Ministero che non ne faccia mai sopportare dei peggiori* 
Moite altre cose avreî ad aggiungere se non temessi di abusare délia 
sua sofferenza e di quella de' suoi abbonatî, ma non sono alîeno di 
ïitomare suU’argomento, quando Lei od altri mostrino di desiderarlo* 
Ella mi conosce da lunga data, sa che io non amo le polemiche ed 
odio le recriminazioni, ma sente quanto altri mai il dovere di difen- 
dere i miei atti, tanto più quando sono attaccati da un giornale amico 
e sostenitore di un partito nelle cui file sono da tanti anni abituato 
a miUtare. 

Voglia, signor direttore, compiacersi d'inserire questa mia nel suo 
giornale, e mi creda con tutta la considerazione 

Suo dev.mo G. Lanza. 


188 ) 

Luigi Ferraris a Lanza. 

Carissimo Lanza^ 

Torino, 1-9 1861. 

Yolere o non volere, qua una stretta di mano. Ora che non haï più 
Prefetti al tuo comando e non hai più zanne ministeriali per adden- 
tare i nasi degli oppositori (tu sai che il naso io ce T ho) sarebbe pos- 
sibile di ossequiare la tua onorevole Eccellenza? 

Tuo aff.mo Luigi Febrabis. 



— 341 


189 ) 

• Frà Benedetto Domenici a Lanza. 

OnoratisBimo sig, Cotnmendatore, 

Firenze, Conveato di San Marco, 11 sett. 1861. 

La prego a volermi perdonare se mi faccio ardito di scriverle queste 
•due righe. Corne sta di salute? E corne si diverte uelle sue terre? 

Corne rimasi male quel gioruo che Ella mi trovô in letto ! Avrei 
voluto riceverlo in altra maniera, ma ero proprio ammalato. 

Quel religiosi, che le feoero vedere il convento, rimasero tutti preai 
dalla gentilezza, bontà e âne accorgimento di Lei ; e ne parlano 
sempre. Perché deve sapere che, in generale, nelle comunità religio^e 
si hanno idee molto oblique , dei Ministri del Re d’Italia; i quali sonq 
avuti in conto di uomini feroci ai preti e ai frati; e intenti del oou- 
tinuo ad opprimera la Chiesa. Motivo per cui, quando io dicevo tauto 
hene di Lei, molti dei miei confratelli facevano tanto d’occhi, corne chi 
sente una cosa straordinaria. Ora perô Ella è celebrato in coro dai 
buoni di qualunque colore; ed io ci godo, perché le voglio bene. Si 
dice ancora che Ella tornerà a sedere sullo scranno ministeriale* Spe- 
riamo che ci6 sarà presto. Secondo il mio poco cervello, Tattuale Mi- 
nistero dà a di vedere dei cupi intendimenti. Il siciliano Natoli air In- 
terno, mi dice che la politica non guarda più alla riconciliazione colla 
€hiesa. Ad ogni modo io spero bene délia nostra Italia, che amo tanta, 
Lio yolesse che tutti l’amassero sinceramente ; che é corne a dire non 
per second! fini. 

Temo il Rattazzi che è un mercante di politica ; temo il RicasoR, 
che è un feroce puritano ; insomma temo l'ambizione dei- nostri nomiui 
di Stato. Speriamo nella nuova Caméra e in Dio. 

Ella, signer Commendatore, quando torna in Firenze ? Allora la ri- 
vedro con piacere. Torno a pregarla di volermi perdonare Tardive che 
mi sono preso di scriverle. La sainte e stia sano. 

Suo dev.mo servitore Feà Benedetto Domenici. 



342 - 


130 ) 


Lanza al commendatore Zini (1). 


On. comm. Zini, 


4 novembre 1861. 


Prima di ritornare da Firenze io speravo di rivederlïC colà, e con 
taie lusinga mi vi trattenni un giorno di più del bisognevole. 

Perô m*avvidi tosto che Ella avrebbe protratta la sua dimora in 
Modena, per prender parte alla seconda votazione, nella quale, con mio 
rammarico, vidi soccombere il bravo Sandonnini. Parmi che il generale 
Fabrizi non sia stato nè generoso nè accorto, attraversando la riele* 
zione del suo competitore ; non generoso, perché egli era sicuro di ri- 
manere eletto altrove ; non accorto, perché la sconfitta del Sandonnini 
doveva essere e fu infatti accolta dalla Consorteria tosco-lombarda, 
corne un atto di riparazione in loro favore. È ben vero che questa non 
li ha compensati dei tanti amici qna e là caduti nella lotta elettorale. 
Fu per loro una disfatta campale, dalla quale assai difficilmente po- 
tranno rifarsi ; e deve riescire loro tanto più amara, in quantochè non 
possono neppure accusa re il Governo di averli combattuti, corne per 
certo avrebbero fatto, se noi fossimo rimasti al Ministère, ma debbono 
riconoscere che furono giustiziati dagli elettori, con piena libertà e 
conoscenza di causa. 

Non giova perô dissimularci, che la nuova maggioranza è ancora 
un’incognita, che non é facile prevedere da quali sentimenti sarà ani- 
mata. Sarà un nuovo miracolo se da elezioni fatte a caso e sotto il 
solo impulso locale, scaturirà una rappresentanza che voglia e sappia 
provvedere aile immense difficoltà in cui versiamo. L’astensione asso- 
luta del Governo nel moto elettorale, lasciô libéra carriera a tutte le 
anibizioni locali ed ai partiti estremi di agitarsi e prevalere. Con tali 
elementi, parmi assai difficile la costituzione di una maggioranza li- 
berale si, ma governativa a nazionale, la quale, nè pretenda Timpos- 
sibile, nè assoggetti i grandi interessi deilo Stato aile esigenze locali. 

Sta bene, che il Ministeco non intervenga con mezzi corrompitori 
nelle elezioni, ma che se ne stia proprio colle mani alla cintola a con- 
templare la lotta corne di cosa che non lo riguardi, è taie insipienza 
di cui non si trova esempio negli annali di nessun Governo costitu- 
zionale. Passi ancora questo sistema deirinazione per i teinpi tran- 


(1) Luigi Zini era stato segretario generale agrinterni, e s’ era ritirato col ritiro 
di Lanza dal Mmistero. 



-- 343 — 

quilli e normali, ma quando i marosi imperversano, non si abbandona 
la nave in balia delle onde e dei venti e senza noechiero che la go- 
Terni. Delle ciarle che costi corrono snl mio conto, io non so se non 
quelle ch« Ella mi ha riferito. Io non me ne cnro nè punto nè poco, 
sono pure convinto di una cosa, ed è che, nè gli odii^ nè gli amori dei 
consorti giungeranno mai, nè àd impedirmi, nè ad agevolarmi il ritorno 
al Ministère*. Io non credo che acquisteranno mai più taie inâuenza 
nel Parlaniento, da fare e disfare a loro piaeîmeuto i Ministeri. Il loro 
tempo è passato e non tornerà più, almeno giova sperarlo per il bene 
d^Italia. 

Ella si rammarica e si pente di avéré, seguitando il mio consiglio, 
rinunciato alla candidatura di più collegi, circosorivendola al solo di 
Ferrara, perché ivi ebbe a sostenere un vivo lottare, che pose in forse 
la sua elezione ; ciô non pertanto io persiste a credere che Ella si at- 
ténué al miglior partito. Forse, volendo tenere i piedi in più staffe, 
sarebbe stato debolmente appoggiato ovunque ; forse anche eletto in 
più collegi, si sarebbe fatta una posizione piu difficile in Parlameuto, 
facendosi credere animato da eccessiva ambizione. 

Mi permetta di rammentarle che le posizioni solide e durature si 
fanno poco a poco, ed in politica più che altrove. Siccome io desidero 
ch’Ella faccia buona strada, cosî rai prendo la liberté di farle un po* 
da pedagogo, Spero che la buona intenzione mi servirà di scusa. L*Ap» 
pennino di lunedî, riferendo un articolo dei Corriere delVEmilia sulla 
preSidenza délia nuova Caméra, fa eco al giudizio di questo giornale 
che io possa essere prescelto a queirufficio. , 

Per sua norraa la prevengo, che nella recente mia venuta costi, il 
Présidente dei Consiglio cercô di conoscere in proposifco se, dato il caso, 
avrei accettato la presidenza délia Caméra. Io gli risposi nettaraente 
di no, non trovandomi io, nè per condizioni di fortuua, nè per attitu- 
dine, in grado di sostenere convenientemente queirufficio: aggiungo 
per Lei, che rimpetto ad una Caméra nuova ed aile question! vital! 
che dovranno venire in discussione, io non intendo di rimanere neu- 
tralizzato; perciô, quando m’avvedessi che la mia elezione a Présidente 
divenisse probabile, io sarei deciso a dichiarare, in prevenzione e per 
mezzo di qualche giornale, che non potrei accettarla. 

Voglia quindi usarrai la gentilezza di avvertirmi in tempo utile 
qualora la mia candidatura prendesse consisbenza, giacchè io non verrô 
costi, se non dopo che sia costituita la Caméra. 

Ringraziandola délia sua buona ricordanza di me e di mia moglie^ 
le ricambio i più cordiali saluti, raffermandomi 


Suo dev.mo Lanza* 



T- 344 ^ 


131) 

À Giovanni Lanza la Gidnta di Antignate^. 


Eceellenza, 


Antignatei 29 dloembre 1865. 


La voce dei giornali annunziô a tutta Tltalia il grave 'peïicolo, cui 
fa esposta TE. V. ed il di lei illustre compagno, sul convoglio délia 
ferrovia presso la stazione di Pistoia, ed il quasi miracoloso salvamento 
di V. E., e di tutti i passeggieri, dovuto al mirabile coraggio ed alla 
intrepidità délia E. V., che seppe, senza destare un allarme, che poteva 
riuscire fatale, ma pur affrontando grave rischio, provvedere alla sal- 
vezza di tutti. 

Permetta pertanto TE. V., che i sottoscritti, componenti la Giunta 
municipale di Antignate — umile Comune di Lombardia — si associno 
a tutta ritalia, nel ringraziare la Provvidenza, di aver fatti salvi da 
tanto pericolo TE. V., su cui riposa si gran parte dei destini délia na- 
zione, e l’illustre senatore che le era compagno. 

Accolga l’E. V. i sensi dei profonde rispetto e délia massima devo- 
zione, con cui i sottoscritti si permettono di augurare all'E. V. ogni 
prosperità. 

Di V. E. 


Dei\mi, ohbLmi servitori: Ing. Calbgabi, ff. di Sindaco. 

Pesanti Alessandro, Assessore. 
Saraoinese Leopoldo, id. 


i3S) 

. Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 23 aprile 1866. 


Ti ringrazio délia tua lettera: faccia ora la nostra fortuna che siano 
avverati i tuoi pronostici. 

Ho ricevuto questa mattina da Parigi uua lettera che ti comunico 
eonfidenzialmentCy potendo credere che mérita tutta credenza il con- 
tenuto. 


Parigi, 21 aprile. 

« Qui le complicazioni sono desiderate in alto, ma nulla si puô fare 
per affrettarne l’esito ; ogni parte attiva farebbe preponderare la bilan- 
cia, ed una delle due potenze cadrebbe davanti alla preponderanza delle 



simplaüe imperialî. La eoudotta del nôstfio Govemo è approTata n èond& 
zioue che uoa si precîpiti nulla^ e ehe il uostro intervento non sthWn 
l<aogo che a iotta incominciata fra Prassia ed Austria; ora tntta dipende 
dalla influ^nza che Bismark avrà sol Ee, tatto sta ed è nnicamente 
in ciô. 

û Fra Bismark e le Tuilleries non vi sono intelligenzO) queste non 
esistono cjie .col nostro Gk)vemo, ben inteso che mai nulla si faeeia che 
passa spingere alla rottura, e se queata suceedCf devs smcedere total-- 
mente alVinfuori di noL Se le due grandi potenze germaniche veni»* 
sero a guerra, noi interverrerao ; le idee di Cialdini sono quelle che 
militarmente qui sono le più apprezzate (Cialdini propone che si vada 
direttamente su Vienna); se la guerra avviene non sarà lunga. Dopo 
due grandi battaglie, la Francia offrirà una mediazione armata, impo- 
nendo la pace. Da questo stato di cose uscirebbe parte délia frontiera 
del Keno per la Francia, per noi la Venezia se fossimo vittoriosi, 
ed un ingrandimento territoriale, non troppo esteso perô, a quella delle 
potenze che avrebbe avuto per sè la fortuna delle armi. Nel caso che 
ritalia avesse il disotto, non si lascierebbe andare troppo ohre il vin- 
citore ed al punto di disfare l'Italia. 

« Ecco presse a poco lo stato delle cose, ma io persiste a credere 
che tutto finirà in nulla. Da due giorni le ^tendenze pacifiche sembrano 
prendere il disopra. La Prussia, col suo Re e col suo Bismark, sono qui 
impopoiarissimi; quanto a noi si ammette che abbiamo ragione di pro- 
fittare del inomento se si présenta favorevole. Si vorrebbe da tutti che 
r Austria venisse a componimento per la Venezia, médian te un com- 
pense in danaro, onde dare air Austria i mezzi di linirla colla Prussia, 
che, ti ripeto, qui é impopolarissima e detestata. Oggi abbiamo il disarmo 
proposto dair Austria, la quale è disposta a cominciare la prima. Questa 
grande moderazione potrebbe essere un Calcolo per mettere tutta la 
responsabilità sulle spalle délia Prussia. Si sa che il Governo austriaco 
ha inteso un prestito a Francoforte. A Vienna si comincia a sentire il 
peso di voler conservare la Venezia, ma la cosa non è ancora matUra. 
La guerra é abborrita, esecrata da tutti qui, perché le sole voci di essa 
hanno già prodotto immense rovine; si grida contre il régime impériale^ 
il quale, dicono, fa si che le complicazioni ci piombano addosso senza 
che il paese ne sia menomamente prevenuto ». 

Credo che questa lettera esponga la questions con ragionamenti e 
datî attendibili, e sempre mi persuade che la nostra politica dei portici 
prevedeva il più probabile. Del reste poi politica purtroppo non abbiamo, 
e siamo passivi in tutto; credo sempre più alla pace, e se in fin del 
mese non si ayessero le speranze pacifiche, ti so dire che a Torino èd 
a Genova succederebbero tristi avvenimenti, che precederebbero irrîme- 



— 346 


diabili rovine finanzîarie. Non i^arla^Finterûo, ora bisogna uôcirô dalla 
situazione che ci ha fatta la complîeazione germanica. Ohiarita la situa- 
zîone sovra detta, bisognerà gettarsi aile questioni interae; e se fossero 
accettate le proposte di oui mi scrivi, ci sarebbe • ancora dr aperare, 
perché la condotta del generale La Marmora, a fronte délia rottnra 
germanica, ha molti lati giustificabili, qnando non ai volesse dire che 
è irresponsabile a fronte délia dominazione impériale. Quaaitq cose non 
avrei a dire sulla situazione interna; ma nulla sarebbe nuovo per te, 
una sola cosa raccoraando, ed è che tutti siano pronti a fare sacrifizio 
di 86 stessL Lo star fuori abbiamo già veduto quali tristi conseguenze 
ha prodotto, e non dico di più. 

Saluta il buon Malenchini, ed abbimi coiranima 

Il tuo aff»mo Castelli. 


133 ) 

Malenchini a Lanza. 


Caro Amico, 


Rodendesoo, 14 giugno 1866. 


Mi rammento alla tua amicizia, e ti do le mie nuove, buonissime. 
Da Piacenza, in quattro buone marcie siamo arrivati a Rodendesao^ a 
quindici chilometri circa dal Mincio.‘ 

Il sole è stato vivo, ma ad ogni modo il soldato ha marciato a do- 
vere, e si dimostra del migliore spirito dinanzi ai prossimi fatti di guerra. 

lo, fra le impressioni che mi circondano^ sempre più rai persuade 
che, stavolta, Venezia diventa proprio italiana. In prossimità degli au- 
striaci, si sente vivamente H bisogno di conoscere délia geute onesta, 
e capaee di darci esatte e précisé le informazioni che possono conve- 
nirci. Discorrendo, in questa preoccupazione, con . Bixio, si è pensato 
che il 8or Giovanni potrebbe aiiitarci in questo bisogno! Ecco corne. 
(luerrieri Gonzaga e Finzij conoscono bene, hanno aderenze in questi 
Comuni presse il Mincio^ intorno e dinanzi a Rodendesoo, Ai loro ade- 
renti, ai Sindaci, scrivano con preraura lettere per raetterli in coniimi- 
cazione col Comando délia 7^ Divisione, e nel tempo stesso avvertano 
O Bixio 0 me, chi siano le persone a cui hanno seritto, e possano darci 
eaatte le informazioni, i raezzi dlnformazione che desiderianio. C’è anche 
il Buscaglioni, antico segretario di La Farina^ che con le sue vecchie 
fila délia Sooletà Nazionale potrebbe raolto giovare a questo intento. 
Vuoi dirgliene una parola? Fra tante tue gravi e sérié preoccupazioni, 
capisco che possa apparire un po' esigente questa mia richiesta, ma 



— 347 


il tuo Vecchio carattere^ devoto a <inesti interessi dltalia» mi WKSWicum 
e mi affîda, ch6 seconderai quanto ti sia possihik questa domandiar 
Conservami la tua amicizia, é credhni cou rera stîma ed affetto 

Tuo amico V. Malenchini. 


134 ) ^ 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Toriao, 25 luglio 1866. 


Ti aspettavo, seconde mi avevi detto, ma non posso darti torto, se 
non Tieni. Vorrei iô pure essere in campagna, perché qui non si fa 
altro che dire, ridire sempre le stesse cose, e non se ne sa più di quanto 
si legge nei giomali, a commente dei telegrammi, che diventano tanti 
oracoli nel senso che dicono quel che vogliono e corne vogliono. Se fossi 
stato qui, si sarebbe ridetto sul fatto di Lissa quanto si disse sul fatto 
del 24. 

Le stesse cause dovevano produrre le stesse conseguenze. Ho deplo- 
rato la risohizione presa dal povero Boggio, ma non credeva che il mio 
triste presentiraento si avverasse cosi deplorabilmente ! 

Ora siamo alla pace! mi scrissero che le condizioni preliminari sono: 
occupazione, per parte nostra, di Verona; ammessione del plébiscité nella 
Venezia; trattative per la questione del Tirolo; quest' ultima è la più 
scabrosa ; sento dire che si tratterà di una froiitiera che dia militarmente 
una sicurezza contre ogni repentina invasione, e sia pegiio reciproco 
di pace futura. 

Deiristria, di Trieste non se ne parla. lo spero che avremo nel Tirolo 
tanto da soddisfarci ragionevolmente, ma prevedo che l'aifare S9.rà molto 
grave e scabroso. Nel trattato colla Prussia, si dice che non vi sia con* 
templato che il Veneto ; a chi voleva definire a modo tal parola, Napo- 
leone deve aver fatta questa osservazione : Mon Dieu il fallait vaincre! 
Ma sia che si voglia, bisognerà fare di necessità virtù. Ora chi tratterà? 
chi poi sottoBcriverà il trattato di pace? Non occorre che io ti ripeta 
tutto ciô che avrai inteso e letto sulle idee e propositi di Kicasoli: vi 
ha chi dice che si ritirerà per non firmare; non so che cosa farà; mà 
allora credo che La Marrnora sarà capace di quest’atto di patriottismo, 
e corne non sottoscriverà mai cosa contraria all’onore, credo che il paese 
col tempo darà ragione a chi si sarà sacrificato in suo pro. Ho veduto 
Sella, il quale mi disse, che riftutando di far parte del Ministère, aveva 
dichiarato che durante la guerra avrebbe prestato Topera sua in tutto 



_ 348 ~ 

cid che lo si credesse capacej ûon poteva rifiutare l’offerta di un coan- 
missariato, ed è partito. Tutto ciô cha si posgn dire sulla Bituaimnt 
attuale, lo abbiamo detto. 

Siamo per compiere l’impresa in modo miracoloso, e purtreppo i mi- 
racoli non sono più de’ tempi nostri, poiché il fatto che doveva ineb- 
briare di gioia è accolto con un senso di pena indefinita. Il tempo farà 
ragione, il più gran fatto sarà compiuto! Il resto verrà da megUo 
eperare. 

Il tuo affmo Castelli. 


135 ) 

Malenchini a Lanza. 


Car O Amico, 


Firenze, 19 ottobre 1866. 


Ti vengo a cercare con la memoria, con il desiderio amichevole nella 
simpatica solitudine délia tua campagna; vorrei ben farlo di persona, 
ma parecchi miei affaretti particolari, ai quali bisogna pure che io pensi 
un moraento, temo che non mi permetteranno questo piacere. Dopo che 
io ti rividi, ebbi di nuovo a raggiungere la mia divisions ed accompa- 
gnarla a piccole marcie da Rovigo a Piacenza, e poi ho avuto con me 
Bixio in campagna, e non è che al principio di questa settimana, che 
sono rit orna to a Firenze, per starci fisso un po'. 

Di gente politica ne ho vista e ne vedo ben poca, chè, per ora al- 
meno, non mi sento molta inclinazione per questa materia indigesta; 
parmi perô che uno dei fatti che più preoccupano adesso l'opinione, 
quello del processo Persano, non possa venire a molto sérié conclusion!. 

Qualche senatore con cui ho parlato, mi ha dimostrato proposito di 
mantenere la verità, senza passione, ma con tutta fermezza; volendo 
che la responsabiîità deU'autorità, a esempio nazionale e di pubblica 
moralità, sia una realtà, e non, corne spesso, una voce. Ma nel caso at^ 
tùale, a me par difficile assai che il titolo principale dell’accusa, la 
codardia, possa essere pronunciato ; sento dire da gente autorevoie nella 
materia, che Persano del coraggio personale ne ha avuto sempre a esu- 
beranza, nè certo potranno mai riferirsi a questo difetto gli errori délia 
battaglia di Lissa. 

Gente di conto, venuta in questi giorni da Palermo, dice, che la parte 
sana e onesta délia popolazione, non sole desidera, ma invoca una ferma 
e risoluta energia, a colpire il male di quel paese. La nomina di La 
Marmara al comando territoriale di Firenze è dispiaciuta a molti, anche 



— 349 — 

a quelli che continnano la pîû gmn stima, a moite delle sue distinte 
qnalità. A Firenze, cosî presso al Ministero, pare che egli vogUa eon* 
tinnare una inflnenza, che dinanai^agli nltimi aYTenimenti, parrebbe 
più oppoîîtuno, che per un po* almeno, fosse rimasta da parte, La Ve* 
nezia, la pace, sono accolte in genere con molta soddisfazîone, e mi 
pare che non siano molti che rammentîno, corne i mezzi che ce l'hanno 
data, non siano i più gloiiosi. I miei saluti alla tua famiglia* 

Sempre tuo amico V. Malenchini. 


136 ) 


Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 18 novembre 1866. 


Dopo la tua partenza non ho più avuto notîzia alcuna. 

Avevano promesso di scrivermi, ma aspetto ancora 

Avevo suggerito al ministre Visconti l’affare di Paleocapa, ed il gene- 
rale Cialdini, conoscendo taie idea, sclam6 che ave va rimorso di non 
averci pensato lui! Ed io gli diceva che Tiniziativa di taie oosa era 
tua, se l'avessero fatto, tutto si aggiustava ; Cialdini mi ripeteva che 
davanti al nome di Paleocapa egli si cavava il cappello, e si teneva 
onorato di essergli a lianco, ed anco di seguirlo. Visconti pure accolse 
taie idea corne Tavea accolta Cialdini, e diceva che cosî si aggiustava 
tutto, ma io non ne ho più saputo nulla! Cosi del resto, ora verrà il 
generale Fleury, colla missione che conosci, e sarà quel che sarà. 

Gualterio mi ha risposto una lunghissima lettera, nella quale dichiara 
di vedere le cose corne le vedo io. Egli ha pubblicato un opuscolo che 
vedrai indicato nel giornale L* Opinione di quest'oggi, è intitolato II 
Senato di Borna, 

Pare che il Papa voglia andarsene coi Francesi, questa almeno è 
Topinione generale; sono assicurato che i Romani Thanno capita, ma 
per i primi giorni andrà bene, è il seguito che mi dù da pensare. La 
seconda ciroolare di Ricasoli io Tapprovo, previene cosi le demande 
délia Francia, ma prevedo che Fleury, giunto a Firenze, si accorgerà 
quanto sia difficile la sua missione; tutto sta nel tirarla alla meglio 
sino air 11 dicembre: partit! poi, siamo alla merci des événements; ade- 
rire a ci5 che è giusto in massima, sia che abbiasi a fare col Papa o 
col Turco. Ma non dimenticherei che infine la qnestione è italiana, e 
che noi non dobbiamo più consultare che gl’interessi e la dignità del 
paese. 



— 350 — 

Oià la è finita col temporale, e quelli che se ne spaventano ora, non 
mostrano gran previdenza politica. Ti ricordi quanto io diceva deUa 
Convenzione or son due anni, la vedo ora, corne allora; dubitai sino 
aU’ultinia ora délia firma deU’Imperatore, ma firmata la CoBvenzione, 
dissi; il Papa é condannato. Dopo la Venezia poi, sciente e volente 
Napoleoue, dico: ha ribadito il chiodo. Dammi delle tue notizie, io non 
80 quando andrô a Firenze, non sarà per l’apertura del Pariaipento, ma 
8 olo per adempiere allô stretto mio dovere coWAlta corne giudice ( 1 ). 
E pare ohe la sarà una bella baraonda! Ho letto poche cose che mi 
abbiano colpito corne le parole del giornale la Nazione^ riferite oggi nel 
V articolo deWOpinionef Ho veduto Zini che mi disse che ti scriveva, 

Addio, caro Lanza, abbimi sempre 

Tuo aff.mo Castelli, 

I miei ossequü alla tua Signora. 


137 ) 

Cadorna a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Firenze, 18 novembre 1866. 


Quanto a Roma sono pur teco pienaraente d’accordo. Bisogna resistere 
ad ogni risoluzione affrettata, violenta ; bisogna lasciare, che il tempo 
rechi gli elementi per risolvere questo difficilissimo problema ; bisogna 
prepararsi coU’attuare il principio délia separazione delle materie al- 
rinterno, e col dare a ciascuna delle due autorità piena indipendenza 
nelle materie, che a cadauno spettano, e piena libertà ; bisogna intanto 
far tutto il possibile per unificare a gradi la vita amministrativa delle 
Provincie e del Governo Romano colla nostra, epperô far convenzioni 
per le poste, per le dogane (togliendo i confini), per le monete, le banche, 
i pesi e misure, e cosî di seguito a poco a poco. Il Governo Romano 
sarà forzato dalle circostanze a venire su questo terreno. Quando avremo 
amministrativamente una vita sola, quando i cittadini Romani avranno 
i diritti, grinteressi, i bîsogni, la vita dei cittadini del Regno, non ri- 
marrà che la soluzione dal lato politico délia questione (e questa so- 
luzione si troverà): TEuropa che T avrebbe rifiutata, imposta d*un 


(1) L’Alta Corte di giustizia ohe doveva giudioare Persano, 



— 351 — 


colpo, la accetterà maturata a gradi, e colle guarentie, che il tempo 
ed i fatti avran messo in chiaro. Dico ciô dal punto di vista délia uni- 
ficazione ; ma da qui a portare la capitale a Roma vi sarà ancora graû 
tratto, a ;^etto deirassoluta necessità délia indipendenza sovrana del 
Pontefice, nell’interesse délia libertà religiosa del popolo italiano, e ciô 
oltre aile relazioni estere. 

lo ho quindi veduto volentieri le due circolari di Ricasoli, che ria- 
prono il regno ai Vescovi, veggo volentieri Tassestamento délia .que- 
stione del debito pubblico, e vedrei di buon grado, che, partit! i fran- 
cesi, si riappiccassero le trattative, già interrotte col Pontefice. . . 


Tu credimi cordialmente 

Uaff.mo tuo amico C. Cad orna. 


138 ) 


Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 12 dicembre 1806. 


Neppur io conto di assistere aU’apertura délia Caméra, e spero che 
mi lascieranno in pace qui; ci vedremo dunque la settimana ventura. 
Il Governo non poteva dare a te ed a Vegezzi maggior ragione. 

Vegezzi poi non ha voluto saperne per nessun conto. La missione di 
Tonelli non avrà dunque altro scopo che di dare una soddisfazione alla 
Francia. 

Mi scrive Artom da Parigi che non è possibile farsi un’idea delle 
apprensioni del Governo francese, che paventa un moto neWevacuazione, 
Ma possono essere tranquilli: Gualterio mi scrive da Napoli che il par- 
tito liberale a Roma, affievolito, divîso, incerto, divide la paura coi preti, 
e terne una sommossa brigantesca che farebbe passare a loro un brutto 
momento ; quindi tutto passerà senza subbugli. S. ilartino che è a Roma 
en amateur^ scrive che Roma è tranquilla corne Torino. Ma tutti si son 
data la voce per lasciar partire i francesi , dopo si vedrà ; credo che 
Ricasoli stesso gliela dà buona pour le quart d'heure, ma partit! i 
francesi, comincieranno ciascuno a misura delle proprîe viste, e vedremo 
se il Governo saprà mettersi d'accordo col solo partito che vuol cam- 
minare diritto. 

Quanto alla questione delle finanze, siamo d’accordo, questa sarà quella 
che deciderà fra poco le sorti nostre. A Parigi urlano per le vendite 
parziali délia rendita e dicono che si rovina il mercato. Rothschild pre- 



352 — 


t^de clie con Un po*di mîsnra a qnest'ora saremmo a 75; avrailetto 
gli artwoli delV Opimme, cbe in qnesta materia ha parlato inolto schietto 
da alcnni giorni. 

È Bt&to qui Oialdini, ci siamo feduti tutti i giorni ; se ne* sta aU'in* 
fuori, ed ê del tuo stesso umore. Persano è passato dalFestremo délia 
fidacia a quelle dello scoraggiamento. leri incontrai Menabrea, il quale 
mi disse che il processo al Senato sarebbe stato la rovina iiyeparabile 
délia nostra Marina, che la diseordia che ne nascerebbe sarebbe taie 
da dover riformare, e rifar tutto, da capo a fondo, nel personale ! Ed io 
credo ancora qualcosa di piû, ma quando sarô chiamato non mancherô 
di trovarmi al^posto. Mal^nchîni mi scrjsse di salutarti. . 

I miei ossequii alla tua Signera, ed abbimi sempre 

H tuo aff,mo amico Castelli. 


139 ) 


Castelli a Lanza. 


Caro Amico, 


Torino, 2 gennaio 1867. 


Avrai letto nei giornali che il Collare deirAnnunziata fu conferito 
anche a Paleooapa, e tu sai a chi se ne deve la prima idea. Anche 
TafFare di Cialdini è cosi aggiustato. Quando il Re fu qui, mi fece chia- 
mare; lo trovai molto meglio di salute, e di animo piuttosto sereno, 
salvo che per le cose di finanza: me ne parlô a lungo, e toccô anche 
ridea di una Comraissione, composta di tutti gli uomini competenti, e 
presieduta da lui stesso; tu sai che questa idea io la trovo giustissima 
ed opportuna. Non credo più che un Ministro solo possa, in faccia al 
paese ed alla Caméra, formulare un programma che sia proprio taie 
da salvare ravvenire. Ma sono buone idee. Mai perô il Re si mostrô 
cosi preocoupato délia situazione finanziaria, e mi toccô di uomini e 
di cose, e tu puoi supporre corne io abbia risposto; parevami d’essere 
con te sotto i nostri portici, e le ho dette chiare e tonde, valendomi 
anche deU'autorità tua. 

Ora dimmi quali impression! hai riportato da Firenze. 

Credo che bisognerà che io mi metta in viaggio alla metà del cor- 
rente mese, se la baraonda di Persano deve cominciare quando dicono 
i giornali; ma ti sarô molto riconoscente se verrai dirmi le tue impres- 
sioni politiche, e più finanziarie. 

I miei ossequi alla Signora, ed abbimi sempre 


B tuo aff,mo Castelll 



— 353 — 


t 

PS, Ho parlato a lungo con romani, e oon gente vennta di là : altro 
che rivoluzioni! Sono tranquilli, e non passa loro pel capo di rompersela 
coi Zuavi. Romani a Roma non ve ne sono, aspettano la pappafatta^ 
edicono: M Governo italiano ha dei reggimenti, tocca alui! li hanno 
addormentâti ! Credi che non esagero, e parlo per giuste informazioni. 
Ma passata la crisi al corpo legislative di Francia, quei di fuori sup- 
pliranno a quei di dentro; e di questo parleremo, ma per ora tacënt 
organi^ ed il Papa se la gode e dice a noi: rétro Satana! Cosî va bene! 


140 ) 

Castelli a Lanza. 


CarisnimOy 


Torino, G aprile 1867. 


Ti lio senipre aspettato, sempre pero col dubbio che fossi da un giorno 
aU’altro a Firenze. 

Ho saputo questa mattina da Sella, che devi essere tutPora a Oasale. 
Sella, tornato questa mattina, mi raccontô che la sua entrata al mini- 
stero Ricasoli era intesa, prendeva le Finanze, propose al Re di ridurre 
a 10 milioni la lista civile, ed imporre la respo/isaèi/itd costituzionale 
al Ministre délia (.^asa Reale. Duchoquet prendeva Grazia e Giustizia, 
Depretis Flnterno, ma recatosi Ricasoli dal Re, non accettava : pregato 
di provvedere in vista deU’urgenza, disse che voleva pensarci sopra, 
ma un’ora dopo chiedeva che si accettassero le sue dimissioni. 

Dopo si ufficiarono Sclopis, Paleocapa, Sostegno, perché volessero pa- 
trocinare la formazione di un Gabinetto, ma si scusarono. 

Si venue allora alla proposta di Rattazzi con Crispi e Ferraris, clie 
Rattazzi sperava colleghi, ma si scusarono ; non credo che fossero altro 
che uffici fatti in via di tentative; sianio ora a Menabrea, padrino, ed 
a Rattazzi ; e Sella è partito lasciandoli attorno a questa faccenda. Non 
comprenderô mai corne Rattazzi si sia raesso in via con Menabrea, in 
ogni caso questi poteva preparare il terreno provando l'irapossibilità per 
parte sua di formare un Gabinetto. Rattazzi doveva venir dopo. Questo 
dico discorrendo solo dei nomi che furono posti in campo. Mai la Corona 
si trovô in una crisi più intricata e pericolosa. Due nomi ci sono, Cial- 
dini, il tuo. L’ingarbugliamento, gli errori, le difficoltà, che resero vani 
questi sforzi, seconde me, possono avéré per effetto di semplificare il 
cômpito degii uotiiini che possono tuttora essere chiaraati. Nessuno sa 
più a che riescire: Caméra, Corona, Paese. 

Si dira, la situazione è insolubile, io al contrario dico: diventa più 

S3 - I .ANZiA, Me^norie. 


Vol. II. 



— 354 — 

semplice; solenne, minacciosa, ma piü semplice, se og^ni sentimento di 
patria carità non é spento. 

Il tuo aff,mo Castelli. 

F 8. Ore 4 : in questo momento è comunicato un télégramme, che dice : 
Menabrea rinunzia alla formazione del Ministère per la morte di suo 
figlio! A questo punto dico di cuore, povero Menabrea!! 


141 ) 


Castelli a Lanza. 


CarissimOj 


Torino, 8 aprile 1867. 


Sono reramente soddisfatto di saperti a Firenze, non potevi, non do- 
vevi più starne lontano, siamo perfettamente d’ accorde in tutto, sono 
più giorni che io dico Cialdini. Cialdini, quando fu qui lo assalii in 
previsione delle crisi che minacciavano, e, credo avertelo scritto, rai 
parve scosso e non più cosî risoluto sulla negativa. 

Ma con Cialdini ci vuole Lanza, e lascia che io dica quel che mi 
ispira la situazione terribile in cui ci troviamo, io vorrei che Rat- 
tazzi prendesse gli Interni, corne tu le Finanze. Rattazzi, per essere 
stato chiamato dàl Re, ed accettato dai Lombard! e dalla maggioranza, 
porta con sè una capacità che nessuno puô negare, si sa che fu tirato 
pei capelli con Menabrea, perché egli diceva che non voleva dare il suo 
nome ad un Ministero; e poi non siamo in tempi di personalitù, garan- 
tirei sulla mia testa i risultati se Taccordo si facesse. Con tre Miuistri 
corne dico, non ci vorrebbe più che specialità pratiche per gli altri 
portafogli; meglio se sono airinfuori délia Destra. Mi dirai: e il Re? 

Rispondo: il Re accetta sempre, quando le cose si presentano a lui 
sotto il veto aspetto. Il bene lo farà sempre, se lo si vuole. L’intuizione 
non gli raanca. 

Cio fatto, se la Caméra sta, tanto meglio: se no, un programma fi- 
nanziario corne lo intendi tu, senza riserve, e poi si propone il vofo 
universale; e la riduzione dei collegi eîettorali. 

Corne vedi, il mio piano è semplice, conto sul patriottismo di tre per- 
sone, di tre amici; conosco gli uomini, ed ho dato talora dei buoni con- 
sigli; e Cavour ha ceduto con me su punti più delieati, e molto più seri. 

Ora, airinfuori délia tua opinione, non vi sono più che imbrogli, che 
pasticci; è provato che i partit! non si fondono, ed il paese non aspetta 
che una parola di energia e di verità. 

Il tuo aff,mo Castelli. 

Ho vuotato il sacco, acusami, perdonami, ma dico quel che sento nel- 
r anima. 



355 — 


148 ) 

Malenchini a Lanza. 


J3aro Amico, 


Firenze, 9 novembre 1867. 


Ti sono proprio riconoscente délia bella lettera cbe mi hai scritta. 
In fondo aHe mie povere osservazioni, o a* miei piccoli rammarichi, 
assicurafi, chc ci è sempre un senso di sincera stima aile tue rare qua- 
lità di carattere politico e individuale. 

Parecchi corne te, ci fossero in Italia ; i suoi destini, io credo che 
aarebbero assicurati ! Ma bada, chi per un verso, chi per un altro, 
sfugge da quelle linee schiette e semplici che ti regolano ; e sentendo 
d’ogni parte mancante d’appoggio serio nelle tue norme, tu rischi di 
inquietarti e passionarti nell’intimo tuo; e vedendo intorno a te in- 
certezze o poco consenso, puoi essere condotto a trattarle con diffidenza 
e durezza, limitando assai alla tua influenza il suo utile cerchio. 

Sappia scusare la tua benevolenza questi riflessi, se si sono lasciati an- 
darc con troppa franchezza. Teri per la prima volta ho incontrato per via 
uno dei nuovi Ministri, il Mari, Mi trattô con una premura anche più 
amichevole del solito; lealmente perô, corne un uomo, che sentendo sulle 
spalle un gravisfiimo peso, provoca con piacere sentimenti amichevoli. 

Mi disse che il Ministère non si sarebbe dipartito punto dalle forme 
liberali e costituzionali ; che egli aveva accettato per forza, per non 
disertare al momento d'un grave pericolo per il paese. Alla mia os- 
servazione, che avessero a tentare di conciliarsi uomini serii, in queste 
seriissime diffîcoltà, e nominando fra altri te e Sella, egli con tutta 
premura mi disse che già ne avevano tenuto proposito in Consiglio, 
che ti avevano, o ti avrebbero scritto, confidando che tu dessi una 
mano, un aiuto al Governo, accettando la presidenza délia Caméra. 

Detto proprio inter nos, è venuto qui Bixio, malcontento degli or- 
dini di Gualterio, che paiono più faziosi e roba di partito, che sérié 
norme di Governo. Neireventualità d’un conflitto a Brescia, dove ha 
il comando, egli ha domandato la disponibilità, dicendo che, se non 
gliela accordassero, domanderebbe la dimissione. 

Cosa gravissima questa, in cui più che con le mie parole, ho pro- 
ciirato d’interessare la sua riflessione, col mio contegno addolorato dalla 
notizia. Me ne dorrebbe proprio che lo mandasse innanzi, e per il paese 
corne esempio, e per il bene délia di lui famiglia, 

Oonservami la tua benevolenza, e credimi sempre tuo amico 

V. Malenchini. 


(P. S,) Bixio, nelle idee politiche, pare sia intieramente d'accordo con 
Cialdini. 



356 


143 ) 


Castelli a Lanza. 


Carissimo Amieo, 


Torino, 25 novembre 1867. 


Ho veduto questa mattina Durando ; se fossi stato présenterai lungo 
colloqnio, avresti pur troppo avuto ragione di^rinvenire sui tristissimi 
tuoi presentimenti. La Marmora è tornato cnme era andato, rien de 
rien, k Firenze si occupano più délia politica che délia finaiiza, e con 
questo tutto è detto. 

Menabrea, mi assicurô Durando, dichiarô clie il suo nome non po- 
teva dominare la situazione; accettô, perché credevasi che Napoleone 
avrebbe sospesa la partenza délia flotta e truppe da Tolone, ma ap- 
pena spedito il telegramma délia formazione del ministero Menabrea, 
arrivé la risposta in poche ore: troppo tardif 

Da quel punto, Menabrea si è considerato e si considéra corne an- 
nullato; Durando non sa cosa si farà. 

Spero che andrai all’apertura; a te non è permesso di startene fuoriy 
e con questo io non sogno e non penso che aile tue predizioni ! ! ! 

I miei ossequi alla Signora ed abbimi sempre con Tanima 


Il tuo affjno Castelli. 


144 ) 

Castklli a Lanza. 

Carissimo Amico. 

Torino, dioembre 

lîo supposto elle chi ti ha deciso a sobbarcarti alla presidenza, fii 
il generale La Marmora. Non potevi esimertene ; so quanto ti sarà co- 
stato, ma il tuo nome sta bene in ogni posto ; seguito le discussion! 
delle Assemblée francesi e le nostre. In Francia abbiamo avuto difen- 
sori eloquentissimi, e non so phi che cosa si possa ancora dire costi 
sulla questione iii genere, ma la discussione nostra deve avéré un ri- 
sultato, un ordine del giorno, e tu hai fatto benissimo a caratterizzare 
subito la tua nomina alla presidenza. La redazione di un ordine del 
giorno che possa raccogliere una grande maggioranza, è cosa molto 
difficile 


Il tuo aff'.mo Cahtelli. 



— 357 — 


14B) 

• Castelli a Lanza. 


Caro Amico, 


Torino, 29 dicembre 1867. 

• 

Non voglio lasciar finira l’anno senza ricordarmi alla tua buona 
memoria; mille e mille auguri per parte mia e di mia moglie a te, 
ed alla tua signora ! 

Il Re non ha veduto alcuno, meno, credo, una volta Durando, che 
perô ieri mattina mi diceva che non vi era ancora andato. La notte 
s corsa San Martino fii chiamato con telegramma in cifra a Firenze da 
Alfieri, ma non posso supporre che per incarico di Menabrea : è partito 
e tu che lo conosci puoi immaginarti che colloquio avrà avuto, San 
Martine) e Menabrea, con eiuel passato che noi sappiamo. 

Argomento da ci6, che Menabrea é ridotto a malt passi; la Ferse- 
veranza aveva già (lato un cenno di questo appello alla permanente, 
Ieri sera il Re fu accolto in te^tro convenevolmente ; disse a Galvagno: 

spero che non si griderà abbasso Menabrea e Galvagno rispose: 
« no di corto, ma se non lo gridano per rispetto a V. M. lo hanno in 
il petto e questa è la verità n; tutto pero andô bene. 

Durando è ancora qui, ma deve partire, e domani qnalche decisione 
bisognerà che si prenda. 

Tu sai corne la penso ; gli uomini che ho in cuore potrebbero scon- 
giurare il inalanno che ci sovrasta. 

La posizione per un nucleo di galantuomini non é difficile, anzi la 
>dico propizia, bisogna portare un poco di calma nella Caméra. 

Per Roma, se ne parlerà; per la Convenzione, si vedrà, e intanto la 
necessità delle leggi di finanza e di ordine interno farà violenza su 
tutti; si puô cosi avviare la Caméra a qualche poco di bene, ed il resto 
verrà dopo. 

lo non ti dico altro; dopo la battaglia viene di nécessité la pace e 
tutti ne sentono il bisogno. Lo sciogliraento délia Caméra è impossi- 
bile, ma un buoii avviamento lo credo possibile con un Ministero se- 
■condo il cuor mio. 

ColPanimo, sempre il tuo 


Aff.mo Castelli. 



— 358 — 


146 ) 

Lanza a Jacini. * 


Caro Jacini, 


Firenzo, 14 marp 1868. 


Ho letto con molta soddisfazione i vostri Due anni di vita politicOy 
dove avete eloquentemente difeso TAmministrazione di ctii avete fatta 
parte in quel période di tempo, che formerà epoca nella storia d’Italia. 
In quel vostro scritto yi siete pure piaciuto di far parola di me, ac- 
cennando di volo aile cause che mi determinarono a ritirarmi dal Mi- 
nistero. Non vi dissimule che avrei preferito che voi non aveste toc- 
cato questo tasto, oppure aveste esposti î fatti in tutta la loro pienezza : 
perche le mezze rivelazioni possono dar luogo ad interpréta zioni diverse 
e sovente poco benevoli. 

Perciù costringono poi chi ne è il bersaglio a giustificarsi e a dire 
anche di più di quelle che, per riguardi verso antichi colleghi, si avrebbe 
amato didire. 

Ma per venire al fatto mio, debbo rammentarvi che la prima causa 
di dissenso nel nostro Ministero, è stata il ritiro del progetto di legge 
aulle corporazioni religiose, al quale ritiro io miopposi vivissimamente ; 
e deliberato che fu, oifersi per iscritto le mie dimissioni, che ritirai 
indi, per evitare una crisi assai pericolosa in quel momento. 

Il ritiro di quella legge è stato un atto malaugurato, che sparse 
una grande diffidenza contre il Ministero, la quale riverberè poi sulle 
elezioni generali, corne io avevo a tempo preveduto e avvertito ai miei 
colleghi. 

Nelle trattative col Papa, è vero, io opinai che si dovessero con- 
durre con maggior larghezza e fare quelle concessioni relative alla 
nominadi vescovi che non riuscivano nocive alla sicurezza dello Stato, 
e che mostravano aU’Europa le nostre disposizioni benevoli verso gli 
interessi puramente religiosi délia Chiesa, per preparare la via ad ul- 
teriori accordi nella sfera degli interessi materiali, che agevolassero i 
com merci ed accrescessero i punti di contât to e le relazioni tra le 
popolazioni pontificie e quelle del regno d’Italia, sia allô scopo di so- 
stituire in tutto la nostra influenza a quella di potenze straniere, sia 
di avviare sempre più lo scioglimento délia questione romana, sopra 
il terreno pacifico délia conciliazione e délia libertà délia Chiesa, onde 
precludere la via ai mezzi violenti e rivoluzionari. 

Che questo e non altro fosse il mio concetto sulla questione romana,. 
l’avreste potuto rilevare da una dichiarazioxie scritta che io ho letta 



— 859 — 

6 pci lasciata allora sal tappeto del Ministero, chieden^o che fosse 
inscritta nel processo verbale di quella seduta 21 maggio, e siccome 
rte ho conservato il primo getto, io ve lo trascriverô in conferma di 

quanto esq) 08 i 

G. Lanza. 


147 ) 

Jacini a Lanza. 


Car O Lanza, 


Milano, 17 marzo 1868. 


La vostra lettera del 15 corrente mi ha profondamente alïlitto, non 
tanto per le cose che contiene, corne per il tono con cui è redatta e 
che rivela raolto malcontento verso di me. Ora la mia coscienza mi 
dice che assolutamente io non vi ho dato alcun motivo. 

Ciô che mi conforta è la supposizione, assai ragionevole, quando si 
pensa alla moltitudine delle occupazioni, che la vostra carica di Pré- 
sidente délia Caméra vi impone, che non abbiate letto per intero il 
mio lavoro ; e che quando lo avrete letto per intero, riformerete la 
vostra opinione a mio riguardo. 

Prima di tutto, la mia tela era vastissima e non mi era concesso 
di dare il massirao sviluppo possibile alla narrazione degli avvenimenti » 
preferendo di richiainare la pubblica attenzione sui più salienti. 

Fra questi avvenimeuti salienti, non ho mancato di far constatare 
riinportanza del fatto délia vostra uscita dal Ministero (vedi ultima 
pagina délia parte prima), sicchè il primo ministero La Marmora ne 
rimase irrimediabilmente indebolito, anzi forse ridotto aU’impotenza. 
Vi è poi un altro gran fatto che vi riguarda e sul quale l’opinione 
pubblica è stata molto fuorviata e lo è ancora. 

Da qualche tempo io mi trovo molto più a contatto col vero pub- 
blico, che non fossi prima. Ora dovete sapere che il grande appunto 
che vi si fa nella maggior parte d’Italia, è quelle d’aver contribnito 
alla riuscita antigovernativa delle elezioni del 1865. Non andate in 
collera. Questa opinione è molto sparsa, per quanto infondata; e, la- 
sciata senza confutazione, potrebbe anche passare nella atoria, corne 
altre corbellerie vi sono passate. Ora io, in quasi tutta la parte se- 
conda, io mi son poste con tutto l'impegno a confutare ampiamente 
queiropinione appunto, e, senza che quasi vi siate nominato, montre 
ho dovuto rendere un servizio alla verità, ho voluto e ho inteso ren^ 
derne indirettamente anche uno personale a voi. L’ultima cosa che 



— 360 — 


avrei potuto* prevedera, dopo questo, ,era di attirarmi la vostra col- 
lera e di tra:rne che, invece di parlarmi corne prima in seconda 
persona singolare, mi scriveste, diplomaticamente, in seconda persona 
plurale ! • 

Veneiido ora aile poche righe del mio scritto su cui cadono i vostri 
appunti, mi permette di farvi osservare che io non ho indicata tassa- 
tivamente la causa délia vostra uscita dal Ministero, ma .ho, indicata 
una divergenza di pareri, del resto notoria, nata in seno del Consiglio 
a proposito délia missione Vegezzi, la quale servi a mostrare che vi 
erano argomenti in cui non eravan'o d’accordo: ti per cui di cosa in 
cosa si arriva sim al punto che il Ministro dcU’interno fini per di- 
mettersi dalla sua carica « (pag. 69). 

Pigliando in mano poi la vostra lettera in cui mi formulate il vostro 
pensiero, se io vi contrappongo cio ciie ho detto io, confesso che non 
saprei trovarvi qualche cosa di diverse, tranne che la circostauza che 
mi sono tenuto più sulle generali. Io ho detto : 

U II ministro Lanza, per esempio, i cui precedenti bastano certo 
a porlo in sicuro da qualunque accusa di clericalismo, preoccupato dal 
pensiero che in Koma, partiti i Francesi, e quando, prima délia par- 
tenza di questi non si fossero stahiliti rapport i fra il capo délia 
Chiesa ed il lie d'Italia, potevano somiEUE tai.i avvenimënti da 

l’BOVOCAllE rVAl AVVENl'UllA IL UITOUNO DELl/lNÏERVENTO STRANIElîO 

(Perdio ! e non era questa preveggenza di cui vi concedo tutto il 
vanto??) avrebbe volute che il Governo del Re, pur mantenendosi 
strettamente eiitro i limiti delle cose religiose e in nulla pregiudi- 
cando la questione deWasse eœlesiastico, si piegasse perb nel restante 
a qualche maggiore coiicessione, anche senza corrispettivi, onde age- 
volare per tal modo la via alla cessazione di un antagonismo che non 
si puô ammettere abbia a perpetuarsi cosî corne è ». 

le domando a chicchessia : corne è ,egli possibile interpretare le mie 
parole in due modi divers!, o dar loro un significato diverso da quello 
che il commendatore Lanza mi esprime nella sua lettera, o vedervi 
qualche cosa che faccia meno onore al Ministro deirinterno d’allora, 
sotto qualunque aspetto si prenda la cosa ? Comunque sia, allorché mi 
accadesse di ristampare il mio libre, io non ho alcuna difficoltà a mo- 
dificare le mie frasi, completandole di più ed aggiungendo le vostre 
stesse parole. Vi confesso perô che io mi sento scoraggiato. 

Io ho posto la massima cura a rivendicare la più compléta verità 
storica delle cose operate sotto i miei occhi, senza la minima arrière 
pensée, e dicendo a tutti anche dure verità. Voi eravate uno dei po» 
chi a cui credeva di non aver detto alcunchè di spiacevole. Se invece, 
contre aile mie inteuzioni, sono riuscito anche a questo, allora non 



361 — 


ho altro da aspettarmi che un centinaio di duelli a morte da parte di 
tutti gli altri personaggi politici a cui ho fatto allusione. 

Aggradite i sensi délia mia stima e crede terni 

* Vostro Jacini. 


148 ) • • 

Jacini a Lanza. 


Caro Lanza, 


Milano, 22 marzo ISOS, 


La tua lettera di ieri roi ha fatto grandissiroo piacere. Essendo tu 
una delle persone che stimo di più in Italia e per la quale ho sempre 
professato molta simpatia, mi rincresce oltremodo .support! in disgusto 
con me. Qualche parola raccolta dalla tua bocca e male interpretata 
dai maligni, aveva fatto si che già si parlasse, nei ristretti Circoli po- 
litici di Milano, délia collera in cui era andato il Lanza contre il Jacini, 
per inotivo délia pubblicazione di quest’ ultimo. Ora, la tna lettera del 
15 a me diretta, mi sernbrava una conferma di quella voce, che, neUa 
mattina stessa, mi era pervenuta aU’orecchio, ma a cui io non avevo 
dato retta. Voilà font ! 

Nella seconda tiratura del mio lavoro che si sta facendo, ho creduto 
bene, là dove dico che i tiioi precedenti bastano a porti in salvo da 
qualunque eospetto di clericalismo, di aggiungere che tu fosti anzi 
quelle fra i varii colleghi che, al momento di chiudere i lavori del 
Parlamento a Torino, più insisté perché la Caméra fosse ancora trat- 
tenuta e provocata a risolvere anche la questione dell’asse ecclesia- 
stico. Cosi pure ho creduto bene aggiungere alcune parole nel senso 
che hai mostrato desiderare, onde togliere di mezzo ogni possibilità di 
equivoci e rendere più évidente che Topinione mia era più conforme 
alla tua, che non a quella del Natoli. 

La nuova edizione, non essendo in sostanza che una nuova tiratura, 
per essersi conservata dall’editore intatta la composizione, sarebbe im- 
possibile dare maggior sviluppo a quella parte, senza sconvolgere com- 
pletamente l’impaginazione. Ad ogni modo resterà ancor più impossi- 
bile prendere abbaglio sul senso delle mie parole, almeno pei lettori 
di buona fede. 

E con questo ti saluto, ti stringo la mano e mi dico 

Uaff.mo tuo amico Jaciml 



— 362 — 


(149 

Epigpafe deposta nella stanza del Présidente délia Caméra il giorno di S. Giovanni 
24 gîugno 186^. 

A GIOVANNI LANZA 

DEL TüRBOLENTO PABLAMBNTO ITALIANO 
MODERATORE INESOBA61LE 
BIOORRENDO LA FESTA DEL PRBCÜRSORE 
SUO PAT ROND MITIS81MO 
INVIANO QQBSTI FIORI 
DI OGNI AFFBTTÜOSO AUGÜRIO MBS8AGG1ERI 
B BELLE LO RO NON COMÜNI VIRTÙ 
SIMBOLI LEGGIADRI 
BILIGBNTISSIMI 

I Segretari : Bertea — * Giuseppe Massari. 


150 ) 


ViNEIS A LANZA. 


Carissimo Atnico, 


Cuneo, 9 agosto 1868. 


Ricevi le congratulazioni sincere di un vecchio tuo amico che ti ha 
sempre amato, amrairato per l’austerità del tuo carattere, per la ya- 
stità del tuo ingegno. 

Il tuo discorso contro la legge pei tahaccbi, fece una profonda im- 
pressione neU’ampia provincia di Cuneo. 

Viva Dio ! il mio Lanza ha richiamato a memoria i magnifici discorsi 
di Cavour. 

Lode, Iode imniensa a te, addio. 

Il tuo ViNEIS. 


151 ) 

Castelli a Lanza. 

Carissimo Amico, 

liai colli di Soperga, 13 agosto 1868. 

Sarai a quest'ora tranquille in seno alla tua famiglia; esito quasi 
a scriverti, perché non credo ingannarmi supponendo sotto quali im- 
pressioni ti troverai. Ma ho letto, riletto il tuo discorso e non posso 



— 363 — 


resistere a dirti che, a mio giudizio, mai la parola dî nn onest'àomo, 
di un vero patriotaha risuonato più franca, più al ta nel Pari amen to — 
fu per me uiia vera consolazione e non ti dirô altro — avvenga che 
puô, ninno^i dimenticherà del tuo solenne discorso, ed il paese te ne 
terrà conto — se cio non fosse, avrei vergogna di dirmi italiano — 
Avvenga che puô, io ricorderô sempre che, dopo le famose sedute del 
49, prima xîhô partissimo dalla Caméra, Tultimo grido fu il tuo : Viva 
ritalia ! e lo sento ancora corne allora ! 

L’unione, l’accordo di tiitta la Deputazione delle antiche provincie 
è un fatto, di cosa in cosa, siamo arrivati fatal mente a questo punto : 
se fossi stato nella Caméra avrei votato con te, . ma cosi non ci si sta, 
certe posizioni portano ad inevitabili conseguenze. 

Qualcosa ho già inteso, e non so corne a Firenze non veggano le 
conseguenze di questo stato di cose. 

I pronunziamentij le secessionij non sono solo frutti di Spagna e 
di America ; e Tltalia puô ridivenire teatro di simili avvenimenti. Per 
temperarmi, io mi dico, devi pensare al giudizio che si porterà nella 
storia deU’Italia di qui a 60 a 100 anni, e mi ricordo di quanto mi 
disse Revel, or due anni: « per giudiearechi dinoi ha scelta la mi~ 
glior via^ bisogna aspettare almeno venti anni », parole da vero ga- 
lantuomo. 

La Regia è cosa fatta, cosa conta il Senato ! Chi ne parla ? Ma la 
questione finauziaria è sempre la stessa, una breccia di più. 

Ab operibus eorum^ saranno giudicati. 

Prima il paese, ed avessero pur ragione ! Ma pur troppo il tuo di- 
scorso ha segnato i limiti ai quali arriveremo di galoppo, e più presto 
meglio è, corne ho sempre augurato. 

Con tutta stima 

Il tuo aff.mo Michelangelq. 


IBS) 

Cadorna a Lanza. 


Carissimo amico, 


Firenze, 9 febbraio 1869. 


Veramente mi sgomenta il vedere te, mio vecchio 

amico, ed un uomo délia tua tempra, giudicare irreparahile la roVina 
del paese, e, dopo di averlo tanto servito, non credere di poter far 
altro che abbandonarlo al suo destino. No, ciô non è possibile. Non è 



— 364 — 

già che io âissenta da te nel vedere che si tenta di demolire tutto 
con una leggerezza ed imprevidenza quasi favolosa ; che pochi, assai 
pochi pur troppo, pensano più airitalia che non a se stessi ; che l’in- 
dividualismo e Tegoismo prevalgono ; che difficilmente si pvssono ran- 
nodare pochi uomini disposti a sacrificarsi pel paese. 

Pur troppo sono fatti veri e che dàn molto da pensare ; ma da ci6 
al disperare deiravvenire del paese vi ha gran tratto/ed. un’ anima 
corne la tua non puô pensarlo che in un momento di sconforto. N'ehbi 
anch’io, te lo confesso, qualcuno di qnesti tristi momenti, ma, pensan- 
dovi sopra a mente e ad animo riposato, mi parve che cloveva com- 
battere in me stesso queste impressioni e questi giudizi. 

Se pensiamo corne si fece l’Italia, con quali elementi, con quale ra- 
pidità, con quai diverse concorso delle sue diverse parti , la storia 
degli ultimi dieci anni non puô non parère un miracolo. Era perciô 
cosa da aspettarsi, che essa doveva subire le più dolorose prove, attra- 
versare gravi crisi, ed essere portata dai suoi stessi elementi fra i 
maggiori pericoli, prima che riuscisse a tare la propria educazione mo- 
rale e politica, e prima che potesse riuscire a distruggere od a para- 
lizzare alnieno i suoi elementi cattivi ed a creare e rannodare quei 
pochi buoni i quali solo colla pertinacia, la previdenza e la costanza 
la possono salvare. Or bene, pare a me, che se v' ha tempo di stare 
al nostro posto, gli è questo, e che appunto perche pochi sono gli uo- 
mini disposti a fare il sacrihzio di se stessi al paese, questi non lo 
debbono abbandonare, chè in essi, nella loro unione, almeno pei grandi 
principii e nelle loro tendenze, ê il nucleo dei veri patriotti, e la spe- 
ranza per l’avvenire del paese. A me poi il paese pare assai migliore 
che non siano i suoi rappresentanti ; e ciô è colpa degli elettori non 
ancora educati, e facili ad essere fuorviati nell’uso dei loro diritti po- 
litici, ma ciô parmi che debba bastare a non far disperare. Parmi che 
ciô debba invece persuaderci ad auinentare e ad accrescere le forze 
sinchè almeno sostengauo i grandi principii d’ordine, di libertà, di au- 
torité, a fortificare il partito in cui sono uomini dai quali dissentiamo 
in molti altri punti, anche notevoli, ma coi quali possiamo stare in- 
sieme sotto questa comuiie bandiera. 

Tu sai che io non sono nè scettico, nè tampoco eclettico ; ma con- 
vinto délia nécessité di tenere questa via seminata di disgusti, di sa- 
crifizi e di abnegazione; ne ho gié anche di recente affrontate le con- 
seguenze, e sono disposto a fare anche il sacrifizio di moite mie opioioni» 
anche in cose important!, ad incontrare inconvenienti e danni pel paese, 
se ciô é indispensabile al trionfo del primo e più alto scopo, e se ciô 
éjnecessario per radunare le forze dalle quali soltanto questa vit- 
toria puô essere preparata ed assicurata. Or bene, tu non puoi non 



— 365 — 


consentire in queste idee, da cui sono sempre stati informati i nostrî 
venti anni di vita politica; epperciô, tenendo conto delPattuale stato 
transitorio del nostro paese dal qnale sono originatî i nostri mali, ta 
non puoi disperare delPItalia, nè puoi toglierle l’efficace concorso del- 
l’opéra tua. 

Perdona, caro amico, questo sfogo dell’amicizia^ e nella fiducia di 
presto riabbracciarti, prendi una cordiale stretta di mano, e credimt 
inalterabilmente 

Il tuo affmo amico C. Cad orna. 


163 ) 

Lanza a Zini. 


Egregio S ignore, 


Casale, lU mar/o 1869. 


Non occorre che io le dica con qnanto interessamento io segua la 
îettura délia sua storia d’Italia, di mano in mano che mi giungono i 
fascicoli pubblicati, di cui vado debitore alla particolare sua cortesia* 
La prestanza dell’autore, le relazioni intime che ebbi con lui, ed il 
naturale desiderio di conoscere corne vengono narrati e giudicati i fatti 
nei quali ebbi qualclie parte, spiegano e giustificano questa mia curiosità. 

Ella comprenderà facilmente corne la mia atteuzione si sia partico- 
larniente arrestata al Capo VIII, dove Ella fa la narrazione dei fatti 
deU’ultimo periodo délia quinta legislatura e particolarmente délia di- 
scussione sul progetto di legge per l’amministrazione centrale délia 
pubblica istruzione, da me presentata e vinta. 

Io non le muoverô lagno per la patente di eccessiva rigidezza e di 
incompetenza, per non dire d’ignoranza, che lei mi regala. Ben mi ri- 
cordü che taie era già il suo giudizio, quando seriveva nel giornale 
Il Diritto, ma mi ero lusingato che le intime relazioni avute in se- 
guito con me avessero valso a farla ricredere. Mi sono ingannato e 
bdsta. Sarà un disinganno di più da registrare nella mia vita. Non 
intendo perd di mettere in discussione il suo apprezzamento sul mio 
carattere e sulla mia capacità. Rispetto troppo e Lei e me stesso per 
farlo, d’altronde simili apprezzamenti si sentono e non si discutono. A 
me basta la coscienza, confortata da moite testiinonianze, di avéré, dopa 
di essere stato tre anni e mezzo nel governo délia pubblica istruzione, 
lasciata questa amministrazione materialmente e raoralmente raiglio- 
rata ; a me basta la soddisfazione di vedere che le leggi da me pro- 
poste e vota te sull’ amministrazione, sulle scuole uormali e sulle scuole , 



— 366 — 

tecniche, reearono buoni frutti e venuero quasi letteralmente innestate 
nella legge Casati. 

Contre di esse, è veto, non fece difetto la critica e la censura, ma 
fin qui non si seppe ancora fare di meglio, benchô per cerjo cosa mi- 
gliore possa farsi. 

Dove poi trovo assolutamente erroneo il suo raoconto, è quando lei 
asserisce che il Présidente del Consiglio, maestrevolmente, girando l'in- 
toppo, indusse la Caméra ad accomodarsi ad un parti to o corne dicono 
ad un ordine del giorno^ pel quale statuivasi che il Ministère avesse 
poi a provvedere affinchè quella libertà, per via di leggi speciali, ve- 
nisse ad attuarsi. Cosi, Ella soggiunse, la sagacità del conte di Cavour 
ebbe salva la legge dal naufragio ed anche il collega, per quella sua 

rigidezza, venuto in gran pericolo 

Tutto ci6 non è esatto. Il principio délia libertà era già 

stabilito nel mio progetto di legge, dove era detto che Tingerenza del 
Governo salle scuole private doveva essere limitata alla sorveglianza 
sulla morale, sulla igiene e sulle leggi dello Stato. Gli opponenti vo- 
levano di più ; che cioè nella stessa legge deiramministrazione cen- 
trale, si defitiissero le condizioni per Tesercizio del libero insegnamento 
in ogni ramo, il che era assurdo, non comportandolo la natura délia 
legge che si discateva. Quindi io osservai che occorreva attendere le 
leggi speciali. ed il conte di Cavour mi venne in appoggio orando 
nello stesso senso ; l’ordine del giorno poi non è stato punto suggerito 
dal conte di Cavour ; ma fu proposto dal deputato Michelini, dietro raia 
privata preghiera. 

Il conflitto perô più grave e decisivo, la vera battaglia campale, non 
è stata data nè nella discussione generale, nè sull'ordine del giorno 
Michelini, che io subito accettai siccome corollario delle mie spontanée 
dichiarazioni. 

La lotta decisiva s’iiripegnô suU'articolo primo délia legge e durù 
due giorni. 

Ebbene, questa lotta la sostenni da solo, poichè i miei colleghi, conte 
di Cavour e Rattazzi, erano partit! per Nizza, dove trovavasi il Re. 
Essi seppero colà l'esito délia votazione per mezzo di un mio tele- 
gramma. Questa e non altra é la verità, la vera verità storica di quella 
meniorabile discussione. Dico memorabile, perche fu la prima legge di 
pubbiica istruzione che votù il Parlaraento, e non so chi e quando 
riuscirà a votarne un’altra. Ci voleva proprio tutta quella rigidezza 
e temerità, non un punto meno di cui Lei mi appunta, difetti, per altro, 
senza dei quali, mi permetta di dirlo, non si verrà mai a capo di nulla. 

Mi permetta ora di chiudere questa mia, con una considerazioue sug- 
gerita da sentiment! di benevolenza che per lei nutro tuttora. 



— 367 — 


Ella intraprese an’opera estremamente scabra, assumenflo di sorirere 
la storia coutcmporauea ; rimparzialità, clie deve essere il precipno 
pregîo dello storico, difdcilmente pnô essere osservata da chi assistette 
e prese p|irte agli eventi che si narrano, ancorchô l'autore abbîa sor- 
tito dalla natura uu carattere pacato e scevro da passioni. 

L’unico modo per evitare i giudizi meno retti, è quelle di astener- 
sene, limitapdosi alla esposizione e narrazione dei fatti quali emergono 
dai documenti, minutamente e compléta mente compilati. 

Di tal maniera compilata, la storia conternporaoea, potrà essere di 
molto giovamento ai presenti ed ai posteri, ai quali soltanto coinpéte 
di arrecare un giudizio ponderato e giusto sugli uoniini e sulle cose. 

Mi creda con la più distinta stima di lei 

^ Devotissimo G. Lanza. 


154 ) 

Castelli a Lanza. 

Carissimo Amico. 

Torino, 13 luglio 1869. 

Si dice da tutti che il trattato di alleanza colla Francia, è fatto; 
ma credo poterti assicurare che non é ancora stato sottoscritto ; qui 
si vorrebbe toccare airoccupazione di Roma, ma l’Imperatore non crede 
prendere verun impegno e ci rende cosi un vero servizio. Il trattato 
(sempre da quanto credo) è un misto di neutralité con contemplazione 
di probabili éventualité, identico a quelle delLAustria colla quale noi 
formiamo una specie di triplice alleanza. È il Re che fa e dirige tutto. 
Stando aile notizie raie di Parigi parrebbe che Napoleone sia deciso a 
rompere la guerra, cioè entrare nelle provincie al di qua del Reno che 
erangli State promesse prima délia guerra prussiana. Occupate queste, 
aspetterà, e non sono poi gran cosa, salvo il Belgio; il resto conta 
poco, e la Prussia darebbe quel che non é suo : in fondo poi c'è la su- 
premazia militare délia Francia che non puô quietarsi dopo Sadowa. 
Si farà la guerra? la risposta si complica ora cogli al tri fatti avve- 
nuti a Parigi neirAssemblea legislativa; il messaggio cioé deirimpe- 
ratore, col quale fa sue le proposte del terzo partito, o per meglio dire 
délia maggioranza deirAsserablea. Per me, questo lo credo il più gran 
fatto dopo il 2 dicembre. Il Governo personale è ferito nel cuore, ed il ré- 
gime parlamentare diventa una conseguenza inevitabile ; Tonda del- 
Topinione pubblica non si fermerà che ottenuto questo, e noi d’ora in 
poi avremo che fare colla Francia non più con Napoleone solo. Resta 



— 368 — 

f 

a vedere se m guadagneremo. Quanto a Roma credo di si, perché fatto 
il salto, si va più verso siiiîstra cbe verso destra, ma pel momento 
amo meglio che i francesi si godano le delizie di Civitavecchia col 
parroco di Cilavegna. 

Dîna è stato qui, e mi chiese pin volte se potevano sperare che sa- 
resti andato a Firenze se si âpre la Caméra : lo desiderano con lui molti 
altri. ^ 

Ma chi sa che cosa faranno i uostri padroni ? e non sarô io che vorr^ 
pronosticare, ma tutto è possibile coiraccordo che deve regnare nel 
gabinetto. 

Sempre coiranima il tuo 

Aff.mo Castelli. 


155 ) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 4 novembre 1869. 


Ho ricevuto una lettera di sei facciate da Minghetti, egli è pur de- 
ciso allô scioglimento nel caso che la Caméra la dia di botto nelle 
gambe al Ministero, ma le sue riflessioni si accostano molto aile nostre, 
e protesta che se conoscesse i nomi di un nuovo Ministère, lo si do- 
vrebbe proporre al E-e, e loro ritirarsi, ma giura che non vede iiella 
Caméra una maggioranza, nn parti to donde estrarre un Ministère. 
Dunque facciamo experimentum in anima.», di chi?? 

Dina poi mi scrive ieri, dopo una conferenza avuta con Menabrea e 
Rudini, e su per giù tutti due si espressero nel senso di Minghetti. 
Il Rudini perô ai mostra molto, molto preoccupato. Dina parlé a lungo 
con Nigra, il quale se non diede per fritte Tlmperatore, poco manca; 
e prevede iii iiero per la Francia. Con tutte queste belle previsioni 
Dina mi scrive di scongiurarti a recarti alTapertura, giudicando che la 
tua presenza è indispensabile, ed io lo credo ; la tua parola puô far 
molto bene ed in ogni caso evitare molto male. 

Sono sempre male in gambe. 

Il giorno che tu fosti da me, pochi minuti dopo che eri uscito, rice- 
vetti un invite pressante del principe Napoleone di recarmi da lui al- 
l’albergo d'Europa. 

Mi vi feci condurre, ed ebbi una conferenza di un'ora; ne sa delle 
cose nostre quanto ne sappiarao noi : gli dissi che venivo di parlarne . 
con te per due ore, e mi richiese del tuo parère, dicendo sul conto tuo 



— 369 — 

quel che è la verità; ed io glî protestai che, né tu nè Si tri poteTano 
ginngere ad una conclusione, ed egli rîpeté che in tal caso restavano 
alcuni nomi che erano programmi, e pronunziô ripetntamente il tuo, 
deploran(]p che il Ee non yedesse i snoi veri amici; ed io finisoo de- 
ploraudo... e dico che farai bene a recarti il 17 a Firenze. 

Il tuo aff.mo Castklli. 


1B6) 

Castelli a Lanza. 


Carisêimo Amico, 


Torino, 11 novembre 1869. 


Ti trascrivo una lettera che ricevo da Dina in data del 10 novembre. 

U L’abbiamo scappata bella ! quest'è la frase che da tre giorni si ha 
sulle labbra. Sabbato i medici disperavano délia vita del Re, e Tave* 
vano dato in mano ai preti. 

« Ci voleva la complessione robusta di lui per resistere al violento 
attacco ; ogni pericolo è ora svanito, fra due o tre giorni potrà firmare. 
La malattia fu cagione di gravi avvenimenti domestici; fu celebrato 
il matrimonio morganatico colla contessa di Mirafiori; il principe Um- 
berto e la principessa Matilde se ne mostrarono contenti. Il prête non 
voleva dargli l’assoluzione se non sottoscriveva una ritrattazione, e se 
un’altra non ne faceva presenti due testimoni. 

« Il Ee rifiutossi, dicendo di non potere far nulla contro il senti- 
mento délia nazion'e, e che d’altronde trattandosi di politica si rivol- 
gesse al ministre Menabrea. Il prête capi che non c’era da sperar 
nulla ostinandosi, e compiè il suo ufficio, Sento che il cardinale Corsi 
ne fu dolente ed irritato, ma non c’era più rimedio. Il paese ha mo- 
strato il suo afifetto al Re in modo solenne e cordiale. 

« Spero avrai avvertito il deputato Lanza per l’apertura délia 
Caméra. 

U Lanza rappresenta un principio d’ordine e di conservazione, un 
altro non otterrèbbe lo stesso risultato. In generale da tutti si capisce 
che il Digny non è più possibile, ma si coinincia a susurrare che 
Lanza rlhutando la presidenza, Sella tenendosi indietro^ è inutile 
ogni opposizione; gli esitanti paventano Eattazzi e la Sinistra. Credo 
che. alcuni non verranno perché non vogliono votare contro il Ministère, 
e non possono votare in favore. Di Francia sempre notizie poco sod- 
disfacepti ; potremmo noi fare le elezioni in tanta incertezza delle cose 
francesi? n 


Î34: - I Memorie. 


Vol. II. 



— 370 — 


A questa leltera io non faccîo commentî, la sîtnazîone ô difficilissima, 
e senza compromessi non si riescirà a formare una mag^loranza ; qui 
non si tratta di politica, ed in materia di finanze non yi sono che due 
partiti, quelli che non vogliono Tattuale Ministre o Ministero, e quelli 
che vogliono l’uno e l’altro. Il vente in Europa, e più in Francia, 
spinge alla sinistra, ed io non la terne nelle circostanze attuali in oui 
la salute sta nelle misure radicali, e chi andrà al potere dovrà pren- 
dere quella via, se no avrà contre di sè i due estremi, perche il future 
Ministre delle finanze dovrà tagliare sul vivo ed adoperare il ferro ed 
il fuoco, ed il paese farà corne Tanitnalato che griderà nel momento 
dell'operazione e poi benedirà il chirurgo. 

Non avendo risposta spero in una tua visita a Torino, corne mi hai 
lasciato intendere. 

Il ixio aff.mo Castelli. 


157 ) 

G AV ALUNI A LANZA. 


Caro Lanza^ 


Firenze, 19 novembre 1869, 


Tutta la Sinistra in corpo si è unita cou parte délia Destra e col 
Centre ed ha votato per te. I tre voti dati a Berti ed i cinque bollet- 
tini bianchi vengono dalla Destra, indispettita in parte per la questione 
di Gabinetto posta dal Menabrea. 

Vuolsi che la questione di Gabinetto siasi fatta per ottenere mag- 
giori voti, ed altri invece vuole per uscirne senza lotte e scandali, 
poichè, dopo Tirritazione del Re prodotta dall’accoglienza glaciale fatta 
al discorso délia Corona, il Ministère si riteneva morte, 

Ciô posto, riteniamo per certo che il Ministero si renderà tosto di- 
missionario, e che seconde tutte le norme costituzionali tu sarai l’in- 
caricato délia formazione del nuovo Gabinetto. E comunque tu non puoi 
ricusare ora la presideuza ; tutti te ne pregano per mezzo mio ; almeno 
prendi tempo per deliberare, la posizione del paese non puô essere 
peggiore. 

La votazione délia Caméra è una éloquente protesta contre i car- 
rozzini, i cointeressati, ed a favore délia onestà. Addio. 

V aff.mo tuo Cavallini G as pare. 



— 371 — 


158 ) 


Cavaluni a Lanza. 


Caro Lanza, 


Firenze, 22 novembre 1869. 


Il pensiero a te sorse dal Centre, da una frazione di Destra e da parte 
délia Sinistra. Questa avrebbe preferito il Depretis, ma colla fidiicia di 
raccogliere in te maggiore favore a Destra ed al Centre fini, per opéra 
massime del Ferrara su Rattazzi, a posarsi tutta quanta su te ad ec- 
cezione dei cinque estremi che votarono bianco, e che io, per errore, 
aveva attribuito alla Destra. Rattazzi, una volta diebiaratosi in tuo 
favore, capitanô sempre la schiera con taie energia, che nessuno più 
seppe contrastarlo. 

Tutti, e massime i napoletani, gli sono disciplinatissimi. 

Lo scopo del voto ti è évidente, e la nomina del Pisanelli e la fa- 
tale esclusione di quel di destra persino dalla scranna dei segretari te 
lo conforma. È una protesta solenne contre il sistema adottato sin qui. 
Io avrei volute che non si fosse abusato délia vittoria; tanto è che 
quando oggi si votô perché le sedute continuassero, alcuni di destra 
non mancarono di protestare che con questi segretari i tutto è possibile. 
In materia d’onestà e di delicatezza non bisogna credere che la merce 
stia tutta a casa nostra. In altra occasione il brutto precedente sarà 
ritorto e ripetuto. Ma il fatto sta e non si puô distruggere. Per gra- 
vissiraa che sia la posizione, tu non te ne puoi sihermire, quanto meno 
tu devi accettare la presidenza délia Caméra. Questa si riebbe, si 
rialzô sul tuo nome. È un fatto nuovo nella storia, grande, di un’im- 
raensa significazione ; è il più alto onore che ti potesse reudere il paese ! 
Dunque non abbandonarlo, sarebbe (un rifiuto) un delitto politico, un 
rifiuto vorrebbe dire per lo meno che tu non ti senti capaoe di domi- 
nare la posizione e ti aunulleresti per sempre, quando la Gainera cre- 
dette all’opposto di scongiurare il pericolo sotto Tegida délia tua per- 
sona. La nomina di un altro Présidente non riuscirebbe più e Dio sa 
quale scompiglio avverrebbe alla Caméra quando tu ricusassi. Aggiungi 
che questa Caméra è inorta e che perciô la Presidenza non avrebbe 
che una brevissima vita. 

Ma per me è pure importantissimo T altro incarico. Tu puoi costi- 
tuire il Gabinetto e prendervi o non prendervi poi parte. 

Tu puoi comporre un Ministero d’amministrazione salvo poi a costi- 
tuirlo definitivamente dopo le nuove elezioui, ovvero formarlo définitive 



sin d'ora. Nota che La Marmora, Berti e Chiaves scrissero una lettera 
al Ee per consigliarlo a rivolgersi a te! 

A me poi sembrano bene disposti ad j Minghetti, i tre suindicati, 

Depretis, Correnti e Eattazzi; tu vedrai se puoi stare con loio. Pare 
che per motivi di salute Pisanelli, Tindicato dalla Caméra, non accet- 
terebbe alcun posto; verrebbero forse Vigliani e S. Martine. In qua- 
lunque modo perô tu riesca nella tua difïicilissima missionô, to porto 
opinione fondata che la Caméra ti sosterrebbe almeno sino al punto di 
votarti i bilanci. Ci lagniamo sempre che si conduce il paese alla ro^ 
vina, gridiamo sempre che è uopo cangiare uomini e sistemi, ed adessu 
che il momento soleiine suonb, perché tu indietreggierai? Vuoi che 
venga proprio l’abisso? e quale non è la responsabilità che cade su te! 

Tu non liai diritto di ricusarti all'estremo sacrificio, il tuo peccato 
non potrebbe mai essere assolto da alcuno. 

So che si parla di altre faccende di genere diverse, che io non ti 
posso narrare, e che coiioscerai qui da altri e specialmente da Ricci, 
ma esse non concernono te per nulla e non ti possono essere d'ostacolo 
alcuno. 

L’essere saldo nel proprio programma è un obbligo deiruomo di ca- 
rattere e di State, ma non è impossibile riuscire col manteuerlo. Dif- 
ficoltà d’ogni sorta si, impossibilità no. Se anche qui cedi il posto ad 
altri, le nostre trepidazioni continuerebbero sempre. Il paese si affida 
al tuo nome; esso suona onestà, moralità, costanza, abnegazione, sa- 
crifizio, e perché tu non vorrai ascoltare questa voce generale, prepo* 
tente, che réclama la salvezza? 

Io ti avrô annoiato, seccato e forse peggio; ho scritto a precipizio 
le idee che, a slancio e senza ordine, mi si aifacciavano aU’anima ed 
al cuore ; e quando il mio fîsico vacilla e mi manca, tu tieni conto delle 
bnone intenzioni e dammi venia per il restante, 

Vigliani mi diceva essere probabile che questo Ministère rimanga 
se vieni tu, e che disciolga la Caméra. Rattazzi invece voleva assicu- 
rarmî che sarebbe incaricato altri del partito liberale, fuori délia Ca- 
méra che io supposi nel Durando. E non penserai ad un Ministero con 
nomi di un Eicasoli, di un Cialdini, ecc. ecc. per i primi posti? Ma 
basta, io ti sîringo affettuosamente la mano. 

H tuo affMO Gaspare Cavallini. 



— 373 


159 ) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lama, 


Torino, 29 novembre 1869. 


Viste le voci di dissenso che andavano in giro, non appena si seppe 
ehe io non entravo nel Ministère, fui sul punto di scrivere una lettera, 
onde spiegare che in virtù del veto délia Caméra, tu e nessun altro 
era designato per le Finanze, e quanto a me, il veto per la Commis- 
sione del bilancio mi aveva anzi disdegnato, che del reste, corne dice 
molto opportunamente VOpinione^ oggetto délia mia venuta era una 
conferenza sulle finanze, e che ci eravamo trovati in pieno accordo sulle 
questioni trattate in essa conferenza. 

Ma Chiaves mi osservô che in fatto di designazione per parte délia 
Caméra, neppure Castagnola si troverebbe in raigiiori acque, non essendo 
«gli State rieletto neirufficio di presidenza. Temetti quindi di nuocerti 
più che giovarti e non feci nulla. 

La voce di un nostro dissenso in finanza ti puô forse nuocere presse 
la Destra, ed invece ti giova presse la Sinistra. Quindi io farô quelle 
che crederai. Se pensi che la mia lettera giovi, fammi un telegramma, 
ed io la scriverô a qualche giornale di qui. 

A me una lettera siffatta gioverebbe, corne quella che mostrerebbe il 
mio ossequio aile istituzioni parlamentari, ma siccome io non mi per- 
donerei mai qualsiasi atto che, anche senza volerlo, ti rendesse più ma- 
lagevole il grave cômpito che hai fra le mani, cosi non farô nulla senza 
il tuo placet. 

Ere deciso di partire stassera corne ti aveva promesso. Ma per fata- 
lité evvi alla seduta del Cousiglio provinciale di mercoledi nientemeno 
che il riparto délia fondiaria! 

Tu sai quale quistione cocente sia quella per i miei rappresentati. 
Non posso quindi assolutamente mancare. 

Considerato quindi, che, seconde ogni probabilité, sarà poco meno che 
impossibile che per martedi sia fatto il Ministero, e siasi andati d’ac- 
cordo sovra un programma preliminare, ed aggiunto poi che un po’ di 
irritazione di intestini mi rende disagioso il passare due notti in con- 
voglio, io non vérrô che dopo il Consiglio provinciale. 

Spero che in un giorno questo si termini, in guisa che mercoledi sera 
io possa partire da Novara. 

Per la condotta délia Caméra, non scordare che se i Consigli pro- 
Tinciali non sono in numéro il l'" dicembre, si dovranno riconvocare 1*8, 



— 374 — 

e che anche ^n tal giorno non pochi depntati piemontesi corrono rischio 
di trovarsi impegnati. 

Vidi già il Perazzi, cui si era già scritto che tu abbandonavi maci- 
nato, contatore, ecc , ecc.: si combinô invece qualche passo ^'nde ren- 
derti possibile una migliore e sollecita costrnzione dei contatori occorrenti. 

Ma di tutto ciô ti discorrerô non appena sii sbarazzato del parto, cui 
auguro al paese ed a te sia il migliore ed il più sollecito» pçssibile. 
Addio. 

Tuo aff,mo Q. Sella, 


160 ) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


Novembre 1869, 


Fammi il piacere di trovarti airufficio di presidenza délia Caméra, 
dalle 9 aile 10, è possibile che veniamo tutti, sia che Castagnola ac- 
cetti, sia che non accetti. 

Non ti nascondo che ripenso ancora alla soluzione, tu Présidente e 
Gadda Guardasigilli. Il fatto politico délia tua entrata al Ministero 
U sovra gli al tri corne aquila \ola ». Il Gadda è avvocato, e quindi non 
incompetente. 

Intanto trovati alla presidenza, ti prego, dalle 9 aile 10. 

Tuo aff,mo Q. Sella. 


161 ) 

Castelli a Lanza. 


Carlssimo Amico, 


Torino, 1° dicembre 1869. 


Sono qui, ma il mio pensiero è sempre costi ! Appena giunto, ho 
voluto cercare qualcuno fra i generali che conosco, che potesse darmi 
qualche idea e suggerirmi qualche nome. Mi sono indirizzato al gene- 
rale Avenati, il quale mi disse che ieri aveva cercato ogni modo di 
persuadere il suo amico generale Brignone, ma inutilmente purtroppo, 
corne ti avrà scritto il députa to Bertea. 

Venendo al concreto, egli mi autorizzb a dichiarare che crede la cifra 
di 20 milioni ragionevole, e conciliabile colla vera conservazione del- 
l’esercito. 

Si meraTigliô che i Generali, i quali devono conoscere a fondo la 
situazione militare, politica e lînanziaria, siansi rifiutati a prestare 



375 — 

l’opéra loro; io lo sfidai personalmente, ma da dae giofni é uscito di 
casa, e fa in letto due mesi. Gli chiesi dei nomi, mi diede i segaentî: 

Eobilant, confermando quanto io ayeva detto, e sapeva che era^ stato 
chiamat^ a Firenze : Incisa, generale dei Carabinier!, che fu lango tempo 
nel Ministero délia guerra: De Sonnaz Giuseppe, che trovasi ora 

presso il principe Umberto; Longoni, Gibbone 

Ma Tes^enziale si è che lui, antico militare, affezionatissîmo al Ile ed 
aU’esercito, dichiara che la tua demanda, che è pur quella formulata 
da Chiaves e La Marmora, è giusta, ragionevole ed attuabile, senza 
sconcertare e disorganizzare. 

Qui il ritiro dei tre (1) ha fatto grande onore al Re, al quale se ne 
ascrive grandissime mérité. 

Tutti fanno voti per la riuscita dei Ministero, e dicono che lo farai, 
perché dope il tue ritiro, non vi ha scelta che nella previsione di ma- 
lanni e disgrazie înevitabili. 

Coraggio, dunque. Giorno più, giorno meno, non importa, non vi ha 

impazienza, perché tutti conoscono li ostacoli resta 

ferme, aut, aut e la buona causa trionferà. 

Il tuo affmo Castelli. 

PS. Ho incontrato in Alessandria il bravo Saracco, partirà domattina 
aile 7 40 per Firenze, Sella é a Novara, e non arriverà che questa sera. 


16 S) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lanzaj 


Venerdi, 3 dicerabre 1869. 


Torno ora da Novara, ove la revisione dei conti mi trattenne più 
che gli altri consiglieri provinciali. 

Quanto alla voce dei dissensi, se non se ne parla a Firenze, qui la 
è orinai cosa vecchia, e non se ne discorre più. Una smentita poteva 
essere opportuna martedi scorso ; oggi sarebbe antiquata. Quindi lascio 
correre. Vedo con infinito piacere che tornando dal Re, continui nella 
ricomposizione dei Ministero, giacché malheur! trois fois malheur! 
se tu non riescissi ! Capisco che l’ostacolo principale stia nelle économie 
deiresercito. Se non trovi un militare, sarebbe cosî grande assurdo se 
te ne incaricassi tu? Confesse che ci vorrebbe mol ta audacia, ma son 
certo che la tua andata a questo Ministero, con una razzia di comitati 


(1) Monabrea, Cambray-Digny e Giialterio, 



— 376 — 


ed altre costdse inatilità, colla ridazione (non disorganizzazione !) délia 
forza deiresercito, solleverebbe un plauso generale; è inutile nasoon- 
derlo. Dopo Custoza e Lissa, Tesercito e la marina non sono più popolari. 

Ma a qualanque eventx) non smetterti d’animo, e yogliano i prosperi 
fati d'Italia che tu riesca fra non molto, corne io son certo che rlescirai. 

Addio. 

Tuo aff,mo amico Q. Sella. 


163 ) 


Persano a Lanza. 


Egregio Amico, 


Torino, G dicembre 1869. 


Volevo scrivervi, e non ho osato farlo. Ho avuto torto. Dovevo lu- 
singarmi che non mi avreste tenuto nel novero degli importuni, e mai 
dei sollecitatori. 

Volevo dirvi di prender D’Aste per la marina, che probabilmente 
avrebbe acconsentito aile économie indispensabili a salvare Tltalia, e 
di assumere voi francamente, per intérim, il Ministero délia guerra. 
Decretate le économie volute dalla nostra situazione finanziaria, Tuomo 
tecnico non vi sarebbe mancato. 

Nei casi estreini, si ricorre ai rimedi estremi. E slîdo si trovi caso 
più estremo di quello in cui è Tltalia. 

Mai mi sono doluto tanto deU’ingiustizia degli uomini, corne nei giorni 
scorsi, perché se mi fossi trovato in altra posizione, sarei volato a voi, e 
vi avrei detto : se non ho i talenti, ho Tamore di patria quant'altri mai, 
ed il ferrno volere ; e volere è potere, Valetevi dunque di me, e salviaino 
il paese a qualunque costo. 

Abbiatemi per la vita con quel cuore e con quei sensi d’ammirazione 
per voi che mi conoscete. 

Tutto vostro C. Di Persano. 


164 ) 


Gaspare Cavallini a Lanza. 
Mio caro Lanza, 


Pavia, 8 dicerabre 1869, nella sala del Cons. prov. 


leri sera, viaggiando da Alessandria a Torino con Casaretto, che veniva 
da Firenze, ho raccolto tutte le dicerie che si divulgano alla Capitale, 



— 377 — 

fra le quali la più probabile era cbe il nnoyo niinistero <!ialdini si sa- 
rebbe presentato alla Caméra domani, ciô che veniva specialmente as- 
sicnrato da Bixio. 

Oggi iwece incontrai Depretis e Fossa, che venivano délia Capitale. 
Conobbi quindi che il Ministère era cosi composte : Cialdini, presidenza 
ed esteri; Depretis, lavori pubblici; Correnti, istruzione pnbblîca ed 
intérim deirinterno; Torrigianî, agricoltura e commercio; Viale, gnerra; 
Bixio, marina (pronto alla maggiore economia e persino a mandare a 
casa tutta la marina combattente e rinchiudere le corazzate neU’ar- 
senale); Sella finanze e Chiaves grazia e giustizia. 

Ma al momento di stringere il grnppo, Chiaves protesté suirammes- 
sibilità di un Ministère, dopo la non riuscita del Lanza, e ricusô, La 
ripulsa Chiaves, seiiza il quile, non voile entrare il Sella, produsse la 
ricusazione del Sella; e Cialdini, che si fondava sul Sella, rassegnô il 
suo mandate, con dispiacere immense di Depretis, Torrigiani e Bixio. 
Pareva che fosse stato incaricato il Minghetti ; ma un telegramma uffi- 
ciale, sottoscritto Mordini, diretto al Prefetto, informa che il mandate 
venue invece affidato al Sella ! 

Il Depretis crede che riuscirà e scioglierà la Caméra. 

È poi inutile ti dica tutto ciô che si dice sul conto tuo, massime per 
esserti isolato dai deputati più influenti nel momento délia formazione 
del Gabinetto, e per la scelta già fatta. Est res acta, ed è naturale 
che ognuno espriraa il suo parère. Questa sera torno a Torino. Ti prego 
di riverire per me la brava tua Signera, e ricevi una stretta di mano 

DalVaff,mo tuo Gaspabe CAVALLI^^r. 


165 ) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Torino, 8 dioembre 18G9. 


Bicevo al momento la tua lettera e non voglio tardare un momento 
a rispondere. 

Se non ti ho scritto, egli è perché sentivo che di politica ne dovevi 
avéré fin sopra il berretto. 

Ma la situazione si imbroglia ogni giorno più ; vidi Sella prima che 
partisse chiamato dal telegrafo — io gli dissi — Lanza ha lasciato i 
30 milioni di eredità a tutti i suoi successori, ed il paese non li di- 
menticherà mai più; ed egli ne conveniva e mi assicurava che prima 
d’iinbarcarsi voleva conoscere a che piede d’acqua si trovava. 



— 376 — 

Ora ha r&unziato, e Cialdinî, vedendo la porta aperta, se ne audè- 
ogli pure. 

Ora, corne avrai letto n^WOpinione^ fu chiamato Minghetti a Pitti;; 
non credo sia per incaricarlo ; se mai sua moglie lo distoru^ dal rom- 
persi il collo. È bensi vero che ancora martedi mi voleva far credere 
che la situazione finanziaria non era cosi disperata e che vi era ri- 
medio a tutto! Ma guai a lui se si lasciasse. trasciuare «all^ Caméra; 
se ne accorgerebbe ! 

Ora che si farà ? ritornare a te, sarebbe il meglio, ma per Dio ti sono 
troppo amico per desiderartelo, eppure....... sarebbe Un bel servizio che 

renderesti al Re ed al paese; ma chi sa che cosa diavolo succederà. 
lo ho poca fiducia ; il Re è trascinato dalle fantasmagorie di Gualterio. 

Oh se vedesse la salvaguardia nella Caméra, potrebbe dormire i sonni 
tranquilli corne Re costituzionale ! Hai ragione, non hai perduto la 
partita, oh no ! i 30 milioni restano; i tre denti che hai cavato ne val- 
gono altrettanti. 

Qui tutti ti appoggiavano, e tutti lamentano la tua partenza ; te la 
dico schiettamente, corne ti voglio dire (ma te ne sarai accorto) che io 
avrei inclinato più a Sinistra che a Destra. Ma il ballo non è finito; 
e pel momento non pensare tanto aile cure ed agli ozi domestici. 

Quando il tuo nome è in bocca a tutti, riempie tutti i giornali, caro 
raio, noblesse oblige^ e me lo perdoni la tua signora ! ma io non ti 
dô ancora sano e salvo ; ad ogni modo, beato te che puoi dire, e tutti 
lo ripetono ; ho fatto il mio dovere. 

Addio in fretta, ma coiranimo, il tuo 

Aff'.mo Castelli. 


166 ) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro AniicOj 

10 diccmbre 1869. 

Sono qui da tre giorni. Nou ti scrissi mai perché me ne mancô ma- 
terialmente il tempo. Ed ora non ti dico altro, se non che la Gazzetta 
del Fopolo di Torino ha ragione quando scrive tempi borgiani son 
questi. Si dice che anche a me ! ! ! possa essere dato l'incarico di formare 
il Gabinetto. Non credo nulla. Ma fosse mai il caso io non proporré- 
altro se non che siate chiamati tu e Cialdini. 

Il resto ti dirô a voce chè per scritto non ne avrei tempo. 

Addio 


Tuo aff,mo amico Q. Sella.. 



— 379 


167 ) 

Castelli a Lanza. 


Carüsimo Amico^ 


Torino, 19 dicembre 1869. 


La tua.ultima lettera non mi ha sorpreso, ma mi lascia in grave 
pensiero. L'unione tua con Sella è per me la base fondamentale deL 
ravvenire del Gabinetto. 

La composîzione cul siete ginnti non poteva che risentirsî dello stato 
dei partiti che dividono la Caméra, e la conseguenza è che siete Destra 
per gli uni, Sinistra per gli al tri ; il linguaggio dei giornali lo indica 
chiarameute. Ma per giudicare délia posizione credo che non si possa 
fare a meno di risalire al voto del 19 novembre e per quanti calcoli si 
vogliano fare, chi ha dato il tracollo al Ministero Menabrea sono i voti 
délia Sinistra. 

lo paragono ancora il linguaggio dei giornali delle varie gradazioni 
délia Sinistra cou quelli délia Destra (Ferseveranza, Corriere ItalianO) 
Italia) e lascio che si giudichi da quai parte penda il giudizio più o 
meno giusto ed appassionato sul Gabinetto, 

Ho saputo certi parti colari délia crisi, che conoscerai meglio di me* 
ma quanto ne seppi non mi lascia incerto sul modo che si voleva fare* 

E quai era il partito che agiva contre te, Cialdini e Sella? e chi ne 
era Tagente principale? tu sai che io non mi lascio passionare, con- 
serve tuttora intatto il mio bravo codino del 1848, che era un tantino 
più corto di quello di Cavour, che lo conservé pure sino alla fine ; e 
cosa fosse il codino di Cavour lo sa ora l'Italia ! sono alieno da ogni 
personalità, non posso dunque essere sospetto se in queste circostanze 
dico e sento che camminare per una via retta (dicevo quasi corda tesa) 
senza piegare nè a destra nè a sinistra sia ottimo proposito: siccome 
perô senza un miracolo di equilibrio non è possibile non inclinare taD 
volta da una parte più che da un'altra, io inclinerei a Sinistra più 
che a Destra. 

Avete ora la proroga, e la preparazione dei progetti finanziari ed 
amministrativi ; e volete mantenere la promessa di pubblicare senza re- 
ticenza il vero stato deirerario ed attuare tutte le possibili économie^ 
semplificando Tordinamento amministrativo sui principii di discentra-» 
mento ; da quai lato troverete maggior appoggio ? badate a quello del 
paese, che irritato dalle passate esorbitanze finanziarie si è gettato 
in una opposizione istintiva e vive ora nella speranza del rigorismoj 
délia tenacità ed onestà, del carattere dei due uomini che danno nome 
al Ministero. 



— 380 — 

Siete gliVltimi rappresentanti di tutte le gradazioni délia Destra, 
e siete piemontesi e borghesi, dopo di voi non vi ha più che la Sini- 
atra, 0 la reazione, ed il paese, ad ogni modo, non vuole più saperne 
di fare la via per cui ultimi siete venuti. 

La reazione contre le borse vuote è impossibile. Volgasi poi un oc- 
jchio a ciô che si prépara in Francia per tacere deirAustria stessa, e 
non parle délia Spagna. lo non pense nè a connubii, né . a fusioni, 
nè ad offerte; io desidererei che gli atti, i fatti, la scelta delle per- 
sone tenessero per ora luogo delle vostre inclinazioni. Vedo nella 
Destra un parti to açsorbito, ciô che nel caso significa per voi annulla- 
mento, nella Sinistra un partito da assorbire, assimilare. Avete un 
mese ; verranno anche troppo presto le quistioni indicatrici, risolutive ; 
la scelta del Présidente délia Caméra, i rapport! con Roma (non dico 

questione Romana), quelli con la Francia, i Malaret ecc., ecc., e 

tutte le altre quistioni di ordine interne. 

Or dunque, se state ferini nella Destra, e Tinclinazione non è che al 
centre destro, io non ho nulla a dire, se poi le mie idee vi fanno pen- 
sare un momento, e volete che mi spieghi, dirô francamente sempre il 
mio avviso. 

Ad ogni caso, non dubito che le mie parole, le mie tendenze saranno 
considerate corne ispiratemi da vero amore del paese. 

Ti abbraccio di ciiore e sono il tuo 

Aff.mo Castelli. 


168 ) 

Rattazzi a Lanza. 


Caro Lanza, 


Firenze, 21 dicombre 1869. 


Avrei dovuto venirti a parlare, corne Présidente délia Commissione 
incaricata di riferire intorno alla proposta autorizzazione di procedere 
contre il deputato Lobbia ; ma ho pensato che quest’oggi, trattenuto 
corne sei nel Senato, non ti sarebbe stato possibile intrattenerti con me 
di quest’oggetto; d’altra parte partendo stassera, per ora ho pregato il 
collega Mancini (che è Présidente dell’altra Commissione, cui si diede 
rincarico di proporre l'interpretazione deU'art. 45 dello Statuto) di 
venire da te a nome mio, e di esporti quale sia il veto stato delle cose, 
6 pregarti di esaminare tu pure la questione, per evitare, se è possi- 
bile, dinanzi alla Caméra, discussioni che sarebbero pericolose. 

Sai che la Caméra, nel Coinitato privato, deliberô prima di tutto 
che si dovessero chiedere tutti gli atti del processo; sai pure che la 



— 381 — 


Oorte d’ appelle dichîarè, almeno cosi si asserisce, sebbene binora nnllft 
siasi comunicato alla Caméra, che quegli atti non dovessero comunicarsi^ 
lo non entrerô a discutere il merito ed il valore di questa delibe-^ 
razione délia Corte d’appello, la quale, a dir Tero, mi sembla molta 
singolare, e contraria ad ogni principio di diritto. Mancini potrà assai 
meglio di me addurti le ragioni di questo mio avviso. Ti noterô solo 
dal lato pplitico, che mi pare sotto ogni aspetto indispensabile, che si 
trovi modo di mettere in disparte quel voto délia Corte e di comuni- 
care gli atti alla Caméra ; ed i mezzi legali per raggiungere questa 
intente non mancano, corne ti accennerà lo stesso deputato Mancini. 

Senza di ciô, ora che la demanda fa promossa a nome délia Caméra, 
non occorre più indagare se opportunamente oppur no, il dado è get- 
tato : la Caméra non puô ritornare indietro e piegarsi dinanzi alla de- 
liberazione délia Corte ; e tu ben comprend! che non cederebbe. Quindi 
sorgerebbe senz’altro un conflitto tra la Caméra, il Ministero e TAu- 
torità giudiziaria, conflitto che, neU’interesse delle nostre istituzioni, 
noi dobbiamo ad ogni patto evitare. 

Siccome la giustizia politica si riferisce a te principalmente, mi sta 
a cuore che tu personalmente te ne occupi e ti prego di tenerne parola 
anche col Guardasigilli, affinchè lo voglia esaminare eziandio sotto 
questo aspetto. 

Credimi intanto di cuore, e coi più sinceri sensi 

Tuo aff.mo U. Rattazzi. 


169 ) 

Pepoli a Lanza. 


Caro Amico, 


21 dicombre 1869. 


Il telegrafo annuncia la vostra nomina corne Présidente del Consi- 
glio, ed io non voglio indugiare a porgervi i miei voti per la felice 
riescita del grave ufficio che vi siete addossato. Io credo che la vostra 
politica estera non sarà molto differente dalla politica del defunto Ga- 
binetto, ed io spero che, se vorrete riandare i miei dispacci, vedrete corne 
fossero false le accuse di coloro che sognavano che io a Vienna archi- 
tettava progetti di pericolose alleanze. Vedrete anzi che vi ho sempre 
combattu to segreti accordi guerreschi, e corne io lossi venuto in di- 
grazia perciô del Governo francese. 

Del resto il generale Menabrea voile che qui sempre parlassi di pace, 
e credo che il Gabinetto da voi presieduto sarà più che ogni altro 
pacifico. 

Vi prego di continuarmi la vostra beuevolenza e di credermi sempre 

Vostro aff.mo Pepolt. 



— 382 — 


170 ) 

Castelli a Lanza. 


Caro Lanza, 


Torino, 21 dicenibre 1869. 


Per quanto desîderi di vedertj, spero che rimarrai costî, e non ag- 
ginngo altro. Il voto délia Caméra mi sorprese perché credevo che la 
Sinistra e soci sapessero fare meglio i loro conti ; hanno voluto preci- 
pitare e saranno précipitât!. 

La situazione non mi pare aggravata, anzi semplificata ; se io avessi 
a conaigliare il Re (perdonami il supposto) gli direi di chiamare quei 
signori a dargli tntto il loro programma; corne chiamerei questo pro- 
gramma a tutti i ministeriaîi : e quaîe puô essere questo programma 
se non quello dei nostri portici ? Chi puô disconoscere la malattia dopo 
la diagnosi del dottor Sella ? Non si tratta dunque di inveiitare sistemi 
trascendentali ma di fermarai ; dicano quel che vogliano, il paese Io 
capisce, chiunque gli dira hisogna fare una sosta, e dare un po’ di 
flato ai cavalli (cioè aile borse dei contribuenti) e poi si ripiglierà il 
cammino; si sentirà a ripetere: ma è molto tempo che non vogliamo 
altro; il buon senso è la vera politica. 

Sarebbe un bel colpo di mettere la Sinistra aile strette di produrre 
la sua panacea universale, e si puô fare, con un programma a modo 
nostro, 0 tuo. 

Bada a questo sintomo, il paese non si commuove, non solo vi è 
calma, ma apatia, indifferenza, disgusto; i sinistri hanno ragione quando 
dicono nei loro giornali : ci vuole un sistema di riforma radicale ; siamo 
d’accordo, ma quaFè questo sistema? ed il vero mezzo per raetterli al 
nudo si ê quello di farglielo dichiarare. 

A Torino le notizie giunte non hanno fatto alcuna sensazione, i più 
alzano le spalle, altri dicono è tempo di finire queste commedie, e 
scommetto che sarà lo stesso nel resto dTtalia. È impossibile che tu 
non sia chiamato; io non mi permetto di darti consigli, ma prendi 
tempo, e non si cominci dal precipitare la formazione di un Gabinetto, 
corne si ê precipitata la caduta dell’altro, se no andremo di precipizio 
in precipizio. 

Lo ripeto, la situazione si semplifica per tutti e la farmacia dello 
3tato ha riinedi bastanti. 

Addio, caro amico, coraggio, finora non sono che fuochi di paglia. 


Il tuo aff,mo Castelli. 



383 — 


171) 

Giuseppe Colucci a Lànza. 


Sigfftore, 


Caserta, 30-1870. 


Ho ricevuto il tele^amma e la ossequiata lettera dell'E. V.; martedî 
sera sarô a B-oma e mi atterrô strettamente aile istruzioni, che V. E. si 
é degnata di darmi, usando la massima pradenza e il più accorto ri- 
serbo. Avrei potuto muovere oggi stesso, ma ho preferito di postergare 
la partenza a martedi, perché spero, anzi ho quasi la certezza di con- 

durre meco il P che mi renderà più agevole la via ad un colloquio 

con Monsignor e coU’Abate suo vicario generale. 

Del risultamento di tali pratiche, e di tant’altro che potrà dirmi o 

suggerirmi TAbate di che è anche per noi, mi farô un dovere di 

înformare TE. V. col vivo délia voce, avendo disponibili sette giorni, 
giusta il congedo accordatomi. 

Nella speranza di potere corrispondere a' suoi comandi, mi onoro di- 
chiararmi col massimo ossequio 

Di V. E. 

Dev.mo servit ore Giuseppe Colucci. 


17S) 

Castelli a Lanza. 

10 Febbraio 1870. 

• •••••••••••*•• 

. . . . tu mi bai trovato molto tristo, ma io sono ancora 

sotto rimpressione délia tua ultima visita, la mia tristezza non tocca 
che me, ma la tua puô avéré ben altro significato e ben altre conse- 
guenze ! 

Comprendo tutta la tua posizione, ma essa non è taie che un par tuo, 
che rha accettata francamente neU'interesse del paese, abbia ad adom- 
brarsene. 

L'opinione pubblica ti seconda, ed ha tutta la fiducia che ti diraostrô 
alla tua entrata al Governo. 

Avant! dunque — se le économie che leggo nei giornali sul tuo Mi- 
nistero sono di 6 milioni e più — hai fatto un vero miracolo. 

Quando mi viene qualche dubbio leggo la lettera che mi scri- 

vesti, ed il patto suggellato fra te e Sella. 

La tua esperienza, la patriottica tua abnegazione, la bontà delPanimo 
tuo mi rassicurano, e non dico altro. 

Addio caro Lanza! Ricordati del 


Tm amico Castelli. 



— 384 


173 ) 

OUQIA A LANZA. 


Eccellenza, 


Napoli, 11 feb'braio 1870. 

Eingrazio vivamente V. E. délia gentilissiraa lettera, che si com- 
piacque scrivermi. 

Sono felicissimo dell’ottima impressione, che produsse in V. E. il col- 
loquio avuto con S. A. R. La natura ha felicemente dotato il giovane 
Principe di ingegno pronto e vivace, ma sopratutto di molto criterio, e 
di un modo di sentire altissimo. 

Il mîo compito fu quindi assai facile; quelle cioè di profittare del- 
l'affezione di cui mi onora e délia mia vecchia esperienza degli uomini 
e degli aifari, per dare aile sue belle quali tà riudirizzo che potesse 
essere più proficuo a lui ed al paese. Credo anch'io che in avvenire 
si mostrerà degno délia sua stirpe. 

La vera fortuna del Principe fu di avéré per isposa la principessa 
Margherita, che ha già acquistata non poca infiuenza suiranimo suo e 
che è sommamente da lui stimata. Essa, per Tingegno e nohiltà di 
sentimenti, è chiamata ad avéré sopra di lui la più benefica infiuenza. 

Accolga signor Ministre Tespressione délia mia devozione e sincera 
amicizia. 


CüGIA. 


174 ) 

ASPRONI A LANZA 

8ig, JPresidente del Consiglio dei Ministri^ 

Napoli, 15 fobbraio 1870. 

Accetto la lezione, mille grazie a te di avercela data. Grazie rinno- 
vate e maggiori ti renderanno i coalizzati ed io in particolare, se ci 
darai altre lezioni con atti di riparazione corne quelle délia rinominazione 
di Del Giudice, e con atti di giustizia contro altri che sono nemici aperti 
di libertà, e si mantengono in posti eospicui e gelosi. Grattandoti la 
pelle ricompariscono le vene in cui venti anni fa il sangue ti bolliva 
più del mio. Avanti, opéra, e metti noi tutti nel dovere di fare onore 
al veto con cui, esaltando te, puniramo la immoralità délia Regia, e 
femmo omaggio alla tua virtû. Questo noi desideriamo, e non altro. 



_ 385 — 

Tu chiami me voîpe ^eàèhia, È nn battesimo errato; ï^aô^àî neOe 
montagne délia Sardegna, a Bitti, e pecco pintloato di semidleità pri« 
mitiva. E se, per dannata ipotesî, io ayeaei InayyOTtitamente assorbito 
qnalche p^irticella di malizia volpina, tu che sei esperto nelle scienze 
medico-dsiche, sai meglio di me la potenza dell^anra ohe si respira, e 
la forza assimilatrice délia natura. Vissi in Piemonte per lustri e in 
mezzo a .yoi^ 

Salntami Pamico Cavallini, e credimi costantemente 

II, tuo Aspboni. 


175 ) 

BlXIO A Lanza. 


Caro Lanzüf 


Livorno, 18 lebbraio 1870. 


Permetti alPamico di lasciare libero il cuore, per ringraziarti délia 
tna lettera ufficiale di partecipazione di nomina a Senatore, ricevuta 
or ora. 

In essa lettera tu liai messo alcune parole di Iode, e di Iode taie, 
cbe venendorai da te, rai tornarono in partioolar modo carissime. Dav- 
vero che se io avessi fatto qnalcosa di bene per questa nostra patrîa 
che abbiamo tanto amata sempre, e sempre amer^o, le tue parole mi 
sarebbero di grande ricompensa. 

La nomina a Senatore poi, mi e molto cara, e tu che sai quali sono 
i miei proponimenti, e qnanto è grande la mia devozione al Ooyemo 
del Re, comprenderai certo qnanto questa n nova de terminazione di stima' 
mi debba esser grata. Starà a me, col lavoro, collo studio, eoiroperosità, 
a dimostrarvi anche che non avete male collocato la vostra stima, o 
che, lontano o vieino, non dimenticherô mai i doveri del cittadino devoto 
al Governo del Re, e riconoscente farô sventolare rispettata la bandiera 
dello Stato sulla mia nave il Marco Polo. Oosî Dio mi ainti* 

Accetta una stretta di mano affettuosa dal 

Tuo veeehio amieù Bjxio. 


176 ) 

Nigra a Lanza (telegramma). 

Paxis 8 mars 1870, 

Aujourd’hui j*ai appris par le comte Daru que sa Note avait dû' 
être remise lundi au cardinal Antonelli. 

Dans cette Note le Gouvernement Impérial déclare à la cour de Rome 
que si on donne suite au schème De Ecclesia, on enverra un ambassa- ' 

Î36 — Lanza, Memorie. Vol. II. 



386 — 


deür de l'Empereur au Concile. Oh attend la réponse de la cour de Rome. 
Si elle conteste le droit d'envoyer un ambassadeur au Concile, le Gou- 
vernement Impérial avisera. Le Comté Dam ne m'a pas dit le nom de la 
personne qui serait choisie pour, cette mission. Il m'a dit a^ulement 
qn’il aurait toute sa confiénce personnelle et que ce serait un laïque. 

Nigba. 


177 ) 


Nigra a Lanza {telegramma). 


10 Mars 1870. 

Je crois inutile d’insister sur les considérations qui engagèrent le 
Gouvernement du Roi, avant la réunion du Concile, à représenter au 
Gouvernement Impérial les inconvénients particuliers de la présence 
d'un corps d'occupation français sur le territoire romain pendant les 
délibérations de cette assemblée ecclésiastique. Nos prévisions ne se sont 
que trop réalisées et nous voyons aujourd'hui le Gouvernement Impérial 
apiené à faire appel aux intérêts temporels plus ou moins étroitement liés 
A l’occupation française, pour obtenir l'abandon des thèses proposées au 
Concile par les théologiens du St-Siège. Cet état de choses n’est certes 
pas de nature à enfirmer les convictions qui nous guident, et qui as- 
signent pour but à la politique italienne la liberté de l’Église dans le 
droit commun et la réparation des compétences respectives du pouvoir 
spirituel et du pouvoir civil. L'opinion ^publique, instruite par le té- 
moignage des -prélats éclairés qui voient aujourd’hui de près les effets 
et la confusion des pouvoirs à Rome jugera si ce sont nos principes 
ou ceux que la cour pontificale applique à ses sujets et veut faire pro- 
clamer, qui jettent réellement le trouble dans le mond religieux. 


En vous signalant, M. le Kinîstre, ces remarques qui se présentent 
d'elles mêmes à tout esprit non prévenu, je ne veux point soulever ac- 
tuellement un débat sur l’occupation française, ni chercher comment 
après deux années d’une tranquillité qui n’a pas étée moins complète en 
Italie qu’en France, cette occupation peut se concilier avec l'appel que 
fait fréquemment la France, à la Convention du 15 septembre 1864. 

Notre bon droit à cet égard est trop incontestable pour qu'il nous 
convienne d'en renouveler l'affirmation avant que le moment soit venu 
où il devra enfin prévaloir et ce moment ne saurait être indéfiniment 
différé. 

En nous abstenant cependant de discuter avec le Gouvernement fran- 
çais à cet égard nous ne pouvons nous dispenser de fiûre une réserve 



— 387 — 

eli princîpê sur la portée de certaines communications officieuse? par leg 
quelles le Ministre des affaires étrangères de l’Empereur aurait fait en- , 
tendre que la promulgation de certains canons par le Concile rendrait 
impossible» la continuation de l’occupation française. Si le Gouverne-^ 
ment Impérial juge à propos de dégager sa responsabilité en décidant- 
de sôn propre mouvement l’évacuation du territorie romain, nous n’aurons 
qu’à le féliciter d’avoir pris le parti que lui conseillent selon nous les 
intérêts politiques et religieux les plus élevés qui se relient aux af- 
faires de Home. Mais nous ne comprendons pas d’autre part, cominent 
le Gouvernement impérial qui invoque vis-à-vis nous la convention du 15 
septembre pourrait soumettre la retraite des troupes françaises à de non-:' 
velles conditions non stipulés dans cet acte international et négocier 
avec le Gouvernement pontifical sur l’exécution ou non exécution des 
engagements qu'il a contractés envers nous. Je ne doute pas que cette 
observation, sur laquelle je crois superflu de m’étendre ne soit loyale- 
ment accueillie, et je vous autorise, M. le Ministre, à vous exprimer 
dans ce sens avec M. le comte Daru. 

Nigea. 


178) 

Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


S aprijo 1870, 


Per l’amor del cielo, non dire neppure per scherzo che te ne vuoi 
andare! Sarebbe una calamità nazionale! In tutti i casi se tu vai, sap- 
pilo bene, vado anch’io. Faccio’ appelle al tuo patriottismo, alla tua 
onestà. Ferite ne riceviamo e ne riceveremo da tutte le parti. Ma dob- 
biamo difendere la bandiera del pareggio sino alla morte. L’abbiamo 
alzata noi; è impossibile che la disertiamo. 

Ti scongiuro di pensare al paese, ed all’importanza che ha pel paese 
il pareggio. 

Cosa sono rispetto a ciô i direttori generali, le nostre questibni di 
araor proprio? Chi capirebbe una simile ragione dell’ andarsene dopo 
aver posta davanti al paese ed al Parlamento cosî grave quistione? 

Lascia venire al Senato i due direttori generali che ci concedono. 
A tempo opportuno faremo noi venire la qnestione del terzo; questione 
che dqbbiamo discutere, in seduta pubblica. Ma scegliamo il giorno ojp- 
portuno. Sei generale troppo esperto per non scegliere per il comhatti- 
mento il giorno a te anzichô agit avversari propizio. 

.^OggLal Senato moiti si sono compromessic Lascia passare un po’ dl 



— 388 — 

tempo, ed anche il passerà per îl buco fatto dair Alfieri - 

e dal Barbavara. 

A Destra conyîene andare, lo vedo anch'io, giacchè ci appoggia. Ma 
vüoi andare a Sinistra, mentre qneata ti combatte in tutti k-modi? S 
non ti pare che una Destra depurata deî peggiori suoi paolotti mmi* 
cipalisti, cointeressati, sia nn partito migliore di oerti che aono a Sini- 
stra? Ma poi che c’importa? Noî abbîamo faite le nostre propopte senza 
gnardare nessuno. Ora chî ê nostro amico politioo? chi ci appoggia o 
chi ci combatte? 

Insomma io ti scongiuro e supplioo. Non tenere neppure per celia 
discorsi di questo genere. Te ne supplîco pel paese e non per me^ gîac- 
chô antepongo i montî di Biella ai monumentî di Firenze. 

Tuo aff.mo Q. Sella. 


179 ) 

CiBRARIO A LaNZA. 


Mio car O Lanza^ 


Firenze, 2 giugno 1870. 


Se i tuoi tiri sono tutti amabili corne questo, sarai accetto a tutti. 
Ti ringrazio deironore che mi hai procurato, tanto più che Tonere an- 
nessovi è molto leggiero. 

Quando m'accada di presiedere, userô colle migliori intenzioni la di- 
screzione ed i polraoni, in verità poco validi, che il cielo mi ha dato ; 
cioè per dir meglio, la discrezione che ho per benelicio del cielo, e i 
polmoni che mi ha costrutto la natura. 

Domani ti ringrazierô di persona, iutauto credimi sempre con grati- 
tudine 

Tuo amico Cibrario. 


ISO) 

Jacini a Lanza. 

Pregîatmimo Amico, 

5 agosto 1870. 


Se io fossi intervenuto alla seduta di ierî, avrei creduto far cosa utile 
al paese, tentando induire il Senato ad aggiungere al voto di fiducia 
pel Govemo unamozione bene accentuata nel senso délia politica neutrale. 



— 389 — 

Non basta essere nentrali, blsogna agire, parlare e far parlare in modo 
che non venga în mente a nessuno di dubitare délia sincerità delle no- 
,8tre intenzioni. Le attnali condizîoni d’Enropa sono grayissime, eome 
non furono mai dal 1813 in poi, per chi le considéra qnali sono real* 
mente, e non quali vengono dipinte agU Italiani dai giornali francesi, 
gli unici che nella penîsola si vogliono leggere. L’oniea politiea che ci 
convengii é quella délia neutralità ben chîara, ben netta, ben esplicita, 
senza reticenze. Il proelamare che ci riserviamo libertà d'azione, il far 
dire che la nostra è una neutralità benevola per la Francia, che la no- 
stra è una politiea pratica^ mi sembra il massimo délia inabilità. Noi 
siamo neutrali, perché coai lo esige il nostro interesse, perché non pos- 
siamo combattere la Francia, alla quale siamo debitori di molto, perché 
non possiamo combattere la Germania, la quale, in hn del oonti, non 
aspira ad altro che a fare in casa propria quello che noi abbiamo fatto 
in casa nostra ; perché se molti interessi ci legano alla Francia, per lo 
meno altrettanti e forse più ci legano alla Germania, perché Tindipen- 
denza di ogni singola nazione é cosa sacra per tutti, ma non cosî chiara 
e legittima è la convenienza che si abbia ad allearci piuttosto con altre 
nazioni latine che con nazioni germaniche. 

Gli Scandinavi ed i Tedeschi, entrambi popoli gerraanici, i Bussi ed 
i Polacûhi, entrambi popoli slavi, gli Spagnuoli ed i Portoghesi, entrambi 
popoli latini, saranno sempre fra loro corne i cani ed i gatti. Insomma 
niente ci spinge a prendere parte alla lotta attuale; e in quanto al 
collegarci cogli altri Stati neutrali guardiamo bene ciô che si fa, perché 
ve ne sono aie uni di questi Stati, per i quali Tesito délia présente lotta 
avrà conseguenze ben altrimenti gravi che non per noi, Abbiamo già 
abbastanza fastidi in casa nostra, guardiamoci dalPandare ad intrigarci 
nei fastidi altrui. 

Che se la lotta rimanesse indecisa, non abbiamo bisogno di dichia- 
rare oggi che riserviamo la nostra libertà d’azione per farne uso nel 
momento opportune neirinteresse délia pace e delFequilibrio europeo, 
perché facendone uso in questo modo non usciremo dalla nostra politiea 
di neutralità, per cui dichiarando di essere e di voler essere neutrali, 
senz'altro, non ci priviarao délia possibilità di poter intervenire a tempo 
* debito. 

Invece le reticenze, gli articoli di certi giornali ufficiosi, certi viàggi 
di certe persone a Vienna ed a Parigi, e da Vienna e da Parigi, hanno 
fatto sorgere dei sospetti, i quali, quand*anche non abbiano fondamento 
(e finché Lanza sarà Présidente dei Ministri, ripeto, sono certo che non 
hanno fondamento), potrebbero esserci nocivi, qualunque sia Tesito délia 
lotta. 

Bisogna ricordarsi di ciô che avvenne alla Prussia ed aU’Austria 



— 390 — 

dnrante la gterra di Crimea. La prima proclamô nettamente che essa 
' intendeva rimanere assolntamente neutrale. 

Si brontolô salle prime da entrambe le parti per questo suo coategao, 
ma poichè entrambe le parti contendenti ridero che non c’era nnlla da 
tmere e nulla da Bperare dalla Prnssia, presero il loro partito» e non 
tennero più il broncio a quella potenza. 

L'Anstria invece si dicbiarô neutrale^ ma nei snoi giomaU nfficiali 
fece le sue riserve per la propria libertà d'azione alla evenienza, spiegè 
la sua neutralità nel senso di una vigile aspettativa di nna politica 
abile e pratica. Ne segui che entrambe le parti contendenti altema- 
tivamente sperarono e temettero da essa, e che qnando ebbero fatta 
la pace, entrambe le fecero pagare caramente il fio. 

Egli è per questo che, se fossi intervenuto nel Senato, io avrei teu- 
tato di provocare tali esplicite dichiarazioni e dal Governo e dal Senato 
stesso, da dissipare interamente i dubbi che si sono sparsi in Europa 
snlla sincerità dellltalia, e che io qui, in questo luogo di rifugio di 
francesi, di tedeschi, di inglesi e di russi, ecc., ecc., sento ripetere da 
ogni parte e con soddisfazione di nessuno (1). 

Perdona questa espettorazione, che mi è strappata daU’amore del 
paese, e non dal desiderio di inframmettermi nelle cose vostre. 

Dacchè ho la fortuna di essere amico del capo del Governo délia mia 
patria e non ho potuto esprimere in Senato, in tuono di raccomandozione 
e non di censura questi pensieri, non ho creduto potermi dispensare 
dairesportelî privatamente. 

Politica di neUtralità non solo, ma di neutralità ben chiara ed espli- 
cita ed assoluta. 

Ricevi tanti saluti e credimi 

Aff,mo amico Jacini. 


(1) È cosa singolare che, nei giorni precedent! alla data di questa lettera, l’In- 
ghilterra aveva già riliutate le proposte deiritalia di un patto di neutralità nel 
sens O coDdannato dal Jacini ; ed il senatore Carlo Cadorna, nostro Ministre pleni. 
potenziario a Londra, aveva iniziato, sotlo la sua responsahilità, una nuova pro» 
posta di un patto di neutralità schietta e recisa, corne lavolevail Jacini; laquale 
propQsta gli riusci di iar accettare tanlo dal Governo italiano che dal Governo 
inglese, e venne da lui -deflnitivamente intesa col Ministère |inglese il giorno 
9 agosto. A questo primo patto aderirono di poi tutti gli altri Stati, che furono 
neutrali. (Vedi L. Carpi, Storia del Risorgimento ItaUanOf vol. iii, pag. 625). 



jACmi A Lanza. 


Caro Lanza, 


Gersan, 11 agosto 1870. 

• • 

Due sole righe per ringraziarti délia piegiatissima tua lettera di ieri 
Taltro, giuntami questa stessa sera. La mia precedente del 5 corrente 
fu scritta allorquando dei fatti délia guerra non si conosceva altro che 
il piccolo combattimento di Sarbruck, favorevole ai francesî, col quale 
questi aprirono la campagna; vale a dire, fu scritta, nella compléta 
ignoranza dei posteriori successi dei tedescbi. Per conseguenza mi puoi 
rendere almeno la giustizia, che essa non fu dettata sotto Tinfluenza 
delle notizie delle vittorie prussiane. 

La mia convinzione quale te l'ho esposta non consiste in una idea 
politica egoista, nè essa discende dairipotesi che risulti vincitore Tuno 
piuttosto che Taltro dei due combattenti, ma è suggerita dalla previ- 
sione di tutte le ipotesi possibili e dalla valutazione che mi formo del- 
Tattuale complicatissima situazione d’Europa e delle forze e degli inte- 
ressi che possano entrare in campo airavverarsi di eiascuna di queste 
ipotesi. 

Comunque sia, ripeto, non voglio farti perdere un tempo prezioso. Ciô 
che più preme in questo momento si è che, in ogni evento che, per 
contraccolpo degli avvenimenti esterai, possa sorgere, forza rimanga 
alla legge, e di questo nessun Ministero mi garantisce meglio di un 
ministero Lanza. 

In quanto all’attitudine da prendersi rimpetto aile attuali complica- 
zioni estere, mi fa piacere di sentir ripetere dallo stesso Présidente del 
Consiglio, ciô di cui del resto non ho mai dubitato, ma di cui dubita- 
vano inolti in Europa, che cioè rehus sic stantihus, rimarremo neu- 
trali; mi fa piacere dî udire le parole: gimi se si mette un piede in 
fallo! Per conseguenza io spero che, ciô fatto, rimarrete sempre neu- 
trali, e che tutta la nostra divergenza non consisterà che in una distin- 
zione teorica di casi possibili e di casi non possibili. Una proposta di 
mediazione puô essere innocentissima, e puô essere il punto di partenza 
di una dichiarazione di guerra. Nel primo caso essa sarebbe perfetta- 
' mente conforme airufficio di uno Stato neutrale. Che ciô sia anche de- 
coroso quando si sappia di certo che il tentative rîuscirebbè inutile, ô 
una questione che va decisa seconde le circostanze. Cosî pure il tenersî 
sufficientemente armati, quantunque nessuno sia per minacciare la nôstra 
indipendenza, qualora non si facciano passi falsi^ è prudente e bppor- 



- 392 — 

tnno in un momento in cui il mostrarsi debolL air interno, potrebbe 
solleyare sul nostro oonto certe questioni in date eventualità, che se 
saremo fortî airintemo, non possono passare per il capo di nessuno. 

Dunque proponete pure al Parlamento tutti i provvedimei^i acconci 
a renderci forti all'intemo, e cosî farete la miglior politica estera, e 
ve li approvereino, Allorchô poi si avvicinerà il momento in cui le pro- 
poste di nuovi provvedimenti verranno discusse in Senato, «degiderando 
molto di fare atto di presenza costi, ti sarei molto grato di far tele- 
grafare al prefetto Torre, perché mi ayverta in tempo. Alla mia casa 
di Milano si oonosce sempre il luogo délia mia dimora, e il prefetto 
Torre è iu grado di saperlo, e di usarmi la gentilezzâ di spedirmi un 
telegramma. 

Ma ecco che le due mie righe sono già diyentate una cinquautina e 
chiudo la lettera, perché possa partire subito. 

Aff.mo amico JAcm. 


183 ) 

A Lanza. 


Eccellenza, 


20 agosto 1870, 


Mi permetta renderle conto di una parte delle cose fatte. 

Secondo accordi preventivi, vidi stamane a Roma il fratello del car 
dinale e da lungo colloquio avuto con lui seppi 

Che gli animi délia Corte sono assai impensieriti pei nostri arma- 
meiiti, e ritengono che occuperemo il territorio romano prima che si 
rixmisca un Congresso europeo, che seguirà la guerra» 

Che non si sono dati ordini aile truppe papaline di resistere aile 
nostre truppe regolari. 

Che il Papa non lascierà Roma in alcun caso. 

Che la Legione di Antibo non è disciolta, ma si dànno congedi a 
ohi li domanda, e ieri Taltro se ne imbarcarono 200. I congedi si da- 
ranno anche ai Zuayi, oye lo volessero. 

Che il cardinale Antonelli non é dispos to a trattare con noi, ma 
piuttosto a ritirarsi. 

Che qualche Cardinale potrebbe essere indotto a trattare. 

. Da tutto ciô ho desunto che precisamente il cardinale 

pué essere il successore di Antonelli, e orederei di doyermi procurare 
un abboccamento cou lui. 

Se TB. V, lo crede opportune, si compiaceia telegrafare al Prefetto 
nei seguenti termini : 



— 393 — 

Iç perô non direi nulla al Cardinale che potesse impe^are VB» V. 
od il Governo di S. M., ma Umiterei ü mio abboccamento adni^acoM- 
mrsaziom, pei scandagliarlo. 

Ho Toppre di ripetermi di V. E, 

Dev,mo servitore , . « . •> . 


183 ) • • 

Lanza a 


Signore, 


23 agosto 1870. 


’È di sommo inter esse del Governo di conoscere esattamente, e giorno 
per giorno, cosa si fa o s’intenda di fare negli Stati Pontifici, e mas- 
sime a Roma, sia dal Governo quanto dai diversi partiti politici. Cosi 
pure di essere informato delle persone rimarchevoji che passano la fron- 
tiera pontificia. 

Le raccomando quindi vivamente di adoperarsi per essere in grado di 
sapere prontamente, e di comunicare subito al sottoscritto, tutte quelle 
notizie che possono servire a fargli conoscere il vero stato delle cose 
e gli awenimenti che si preparano. Occorrendo di mezzi pecuniari a 
taie fine, puô fare assegnamento sul Ministero, indicando la somma che 
le abbisôgna. Mi pregio di dichiararmi di lei 

Dev.mo G. Lanza. 


184 ) 

A Lanza. 


Ecceîlenza, 


24 agosto 1870. 


DaU'unito telegramma vedrà TE. V., che l’incontro col noto perso- 
naggio è rinviato ad altro giorno. Si è usata la precauzione di telegra- 
farmi dal nostro confine. 

Questo indugio è veramente causato dalla malattia, od è la conse- 
guenza di nuove speranze del Vatieano? io l’ignoro. So perd che ivi 
prevalgono miti consigli, e si persiste nelPordine date di non resistere 
aile nostre truppe se varcheranno i confini, Frattanto continua la disso- 
luzione dell'esercito pontificio, e mentre scrivo si apprestano a partire 
200 Ztuwi, che sono quelli su cuî faceva il miglîor assegnamento il 
Kanzler, ministro délia guerra. 

A Roma continua lo stesso panico, sicchô anche gli amici del Go- 
vemo pontificio considererebbero le nostre truppe corne liberatrici. Nt- 
turalmente vi corrono le più strane notizie, ed ora che sono diminuite 



— 394 


»le speranze ‘feuirappoggio prussiano, nascono speranze sulla tntela in- 
glese. Questa idea è avvalorata dairessere ieri» entrata in porto a CiVi^ 
tavecchîa la corazzata britannica Defence^ di oui il oapîtano giunse in 
Roma ieri sera. «-i 

.Se. TE. y. Avesse qualche istruzîone da darmi, puô farlo per la via 
telegrafica, poichè io penso di tentare sabato di avéré rabboccamento 
col cardinale. ... in Roma. o ^ 

In questo momento so che domani s’imbarcheranno altri 150 dei le- 
gionari d'Antibo per Marsiglia. Altri di certo li seguiranno. 

Ho Tonore di segnarini con profondo rispetto deU'E. V. 

Devmo servitore 


18S) 

A Lanza. 


Eccellenza, 


25 agosto 1870. 


Seguitano i rigori délia polizia. Perquisizioni domiciliari e oàrcera- 
zioni ogni notte. In queeti ultimi sette giorni sono state arrestate per 
sospetti politici 159 persone. Perdurano le risse fra mercenari ed indi- 
geni. Ogni giorno Tospedale militare ricovera feriti, quasi sempre fran- 
cesi. Un soldato délia legione, ieri in via Argentina, prese pel petto 
un prelato e Io gittô contro il muro, dicendogli che i preti sono la 
causa dei loro mali. Il soldato fu poi arrestato, 

Ieri si tenue un altro Consiglio dei ministri, per decidere defini ti- 
vamente sulle attuali contingenze. Fu deciso di battersi in Roma e 
sostenere un assedio fino all’estremo limite. A taie effetto furono dati 
ordini in proposito. Si accumula già una quantità immensa di munizioni. 
Si muniscono le fortificazioni, specialmente quelle di Santa Sabina. Si 
fanno tornare in Roma tutti i cannoni d'assedio, e si distribuiscono ai 
gendarmi fucili Bemington, ultimo modello, che tirano molti colpi al 
minute, e con precisione. 

Ecco lo stato ufiiciale délia forza che guernisce Roma. Questo specchio 
è rilevato al Ministère delle armi: üfficiaU 277, Soldati 6731. 

Questa forza è la guamigione vera di Roma. Vi va perô aggiunta 
la forza dei Carabinieri, che sono: TJffîciali 339, Soldati 7961. 

Domani questo quadro sarà completato colla forza che si trova nelle 
provincie, corne risulta dai quadri dei Ministère délia guerra. 

La legione di Antibo è congedata in gran parte da tre giorni, ne 
rimangono circa 400. 


Suo dev,mo 



Cavalière^ 


A Lanza. 


26 agosto 1870, 

Il Comitato nazionale romano mi ha fatto chiedere il pronto invio 
di tin cifrario. Se, corne credo, TE. V. vi acconsente, sia cortese di 
ordinarmene la trasmessione immediata. Occorre averne tre, e che il 
cifrario sia particolare e non usato presso verun ufficio, 

Sarebbe anche conveniente che TE. V. mi facesse trasmettere ui^a 
copia di altro cifrario particolare, per le comunicazioni che mi oocor- 
resse di farle con prontezza, ^ 

Le notizie giuntemi oggi darebbero che il Governo pontificio non 
intenda resistere ad oltranza airingresso delle nostre truppe; deciao 
perô di opporai con tutte le sue forze ad un’invasione garibaldina, contro 
la quale avrebbe anche ordinato che si minassero a tempo opportiino 
le porte délia città. Si conferma la possibilità di un inovimento da 
parte délia popolazione entre Roma, nel senso o di una importante 
dimostrazione o di una vera insurrezione ; fece a Roma ottima impres- 
sione il contegno del Ministère alla Caméra. Pare che Ménotti nuUa 
abbia potuto fare a Roma. Il partito d'azione è senza mezzi. 

Il Circolo popolare fa girare un proclama manoscritto, col quale s’in- 
vitano tutti coloro che hanno ferma volontà di abbattere il Governo 
pontificio ad unirsi al circolo stesso. Ma è giudicato un tranello délia 
polizia romana. 

Fra Monte Rotondo e Mentana vi sarebbero ora 140 uomini di fan- 
teria ed uno squadrone dei dragoni, 

Sei 0 sette compagnie di zuavi sono a Viterbo e dicesi abbiano una 
batteria di mitragliatrici, mandate in dono al Papa dal Comitato cat- 
tolico di Parigi, 

Tutti i giorni partono da Monte Rotondo alcuni dragoni per Koma 
e per Passo Corese. Quelli portano dispacci, questi vengono racoogliere 
notizie ed esplorare. Fissi a Passo Corese non sono più che sei o sette 
gendarrni ed altrettanti doganierL Trenta gendarmi circa sono a 
Montelibretti. 

Correva voce in Roma che a Givitavecchia fossero giunti un legno 
austriaco ed uno russe, ambedue da guerra. 

Coi sensi délia più devota osservanza 

Dévot, ‘ed ohb 



— 396 — 


187 ) 

A Lan:^a. 


EccelUnza, 


27 âgoSto 1870. 


Siccome manifestai all’E. V. col telegramma del 24 deirandante 
mese, inviai persona di mia fiducia in Borna per raunodare le relazioni 
coi noti corrispondenti, ed ho ricevuto l’assicurazione che desse non 
mancheranno giornalmente. 

La persona testé ritornata da Borna, mi ha riferito, che colà lo spi- 
rito puhblico è molto favorevole alFannessione delle provincie romane 
al Begno d'Italia, e che laddove le regie truppe varoassero il confine, 
earebbero bene accolte dalla grande maggioranza dei cittadini. 

Il Governo pontificio intanto ha istitnito in Borna un rigorosissimo 
servizio di polizia e di spionaggio, per prevenire e reprimere qualsiasi 
moto insurrezionale, in guisa che è molto difficile che avvenga qualche 
movimento. La parte liberale, stremata dal maggiore e miglior nu- 
méro dei suoi compoiienti, emigrati nel Begno, vi è assai scarsa ed 
impotente. 

La presenza delle nostre truppe alla frontiera, anzichè allarmare la 
Corte romana, l'ha in certo modo rassicurata, vedendo rispettata la 
Convenzione di settembre 1864, sicchè tutte le sue cure sono oggi 
ri vol te ad impedire che scoppino torbidi interni, che potrebbero dare 
occasione ad ima occupazione. Ma mentre negli scorsi giorni il Papa 
era dîsposto a non fare opporre alcuna resistenza aile regie truppe se 
avessero occupato il territorio pontificio, ora ha invece ordinato di 
respingerle con la forza. Si parla financo di resistere aU'assedio di Borna ! 

Sul cominciare délia guerra tra la Francia e la Prussia, la Corte 
romana si mostrava lieta delle vittorie riportate dai prussiani, ma 
oggi sembra aver mutato sentimenti. 

In seguito di molti arresti fatti in Borna di persone indiziate di 
appartenere alla parte esaltata, vuolsi essersi rinvenuti elementi di una 
mina sotto il Vaticano, per modo che si vanno visitando tutti gliacque- 
dotti e condotti circostanti, ma finora di nulla si è venuto a capo. 

La legione di Antibo non è sciolta, ma è diminuita di oirca 300 
uomini, i quali chiesero di tornare in patria; senonohô tnttodi affiui- 
scono Yolontari esteri, ohe sono incorporati nei zuavi. Oltre a ci6 si 
va formando un corpo di ausiliari, per la difesa del confine. La sera 
del 26 al tardi giunsero in Borna sei mila fucili Remington dall’Ir- 



397 — 


landa, con nna grande qnantità di cartncce; e si attendSno in ddno 
dal partito cattolico nltramontano molti revolvers^ nonchè una messa» 
batteria di mitraglîatrici ! 

Gradisca l’B. V. Tattestato del mio profonde ossequio 

Dev, 8U0 


± 88 ) • • 

A Lanza. 


Eccellenza^ 


28 agosto 1870. 


Non conosco ancora tutti î nomî deî componenti il Comitato di Bornât 
perché costituitosi da poco tempo, e solamente dopo che persone del‘ 
Éegno recatesi a Borna ne raccomandarono la formazione. So che ne 

fanno parte negoziante e speditore, ed il proprietario del* 

l*albergo , ambedue superiori ad ogni eccezione pel loro spirite di 

moderazîone, e dai quali parte la richiesta dei cifrari. Mi riservo di 
darle tutti i nomi ed un cenno biografico di cîascuno. 

Le idee del Comitato non sono aneora bene definite. Agire princi- 
palmente sulle classi popolari per dimostrazioni, ed anche per una vera 
insurrezione ; ed agire contemporaneamente sulle truppe indigène, ecco 
in che si riassumono le manifestazioni e gli accordi fin qui presi 
fra di loro. Vorrebbero perô essere assicurati, che questo od un altro 
sîstema, créasse pel Govemo italiano quella posizione che sarebbe ri- 
chîesta per un passo decisivo verso la soluzione délia questione nel 
senso nazionale. 

Le osservazioni deirE. V. sulla consegna dei cifrari sono giustissime, 
e due copie dovranno essere copiate a mano. 

A Viterbo giorni fa si trovarono molti cartelli con scritto Yiva 
Vltalia^ abhasso il potere temporale del Papa, ecc. Altra truppa ô in- 
viata colà, e pare che Kanzler abbia una missione spéciale per qUeîIu 
Provincia. 

DelVB. y. umiliss, e dev 


189 ) 

A Lanza. 

Eccellenza, 

29 agosto 1870. 

Bicevo in questo momento lettera privata, colla quale mi si daauo 
aleune notizie che mi pregîo prontamente comunicare a V. B. Si as* 
serisce che rocoupazione deglî Statî pontifie! per parte delle truppe 



— 398 — 

italîâne sia desiderata da una forte maggioranza, composta di uomîni 
oaesti e modèrati, e cbe opposîtori si manifestano più i mazziniani che 
non i clericali, î quali dîversamente temono la conseguenza di una 
sommossa popolare. Anche alcuni soldat! indigeni, e specialmente alcuni 
uffioiali, favorjscono Tidea deU'occupazione e fra questi in modo parti- 
colare si^accenna certo 

Era corsa voce di un attentato contre la vita del cardinale ^ntonelli, 
ma il corrîspondente nel mentre la dichiara inesatta, soggiunge che 
se non è accaduto, potrà facilmente e presto accadere, perché ritiene 
che dal partito mazziniano, rinforzato da uomini pericolosi per reati 
comuni, si stiano concertando tentativi, che riuscendo, potrehbero pro- 
durre effetti tristissimî. Su di ciô non dà schiarimenti, nèindica in che 
si fondino i suoi sospetti. 

^ La ripartizione délia truppa pontificia, stando sempre aile notizie 
ricevute, sarebbe la seguente ; In Civitavecchia fra zuavi e cacciatori 
esistono n. 800 uomini. A Valentano ed Acquapendente vi sono due 
compagnie. A Viterbo due battaglioni di linea, uno squadrone caval- 
leria eà una batteria. A Borna, fra zuavi, cacciatori, cavalleria, arti- 
glieria e genio, vi sono da cinque a sei mila uomini. 

Fa pure conoscere che non si frappougono difficoltà nel rilasciare 
liberi quelli, che appartenendo alla legione antiboina, manifestano il 
desiderio di cessare dal servizio. 

, Nel giorno 22 corrente mese è stato arrestato in Borna certo Pietro 
Cesare Crivelli di Savignano, d’anni 28, uno dei capi del partito ga- 
ribaldino, il quale si vuole siasi anche compromesso per i fatti avvenuti 
in Livorno. 

La nota persona domani sarà in Borna, e messa in relazîone cou 
individu! bene informât!, potrà dare più esatte e dettagliate notizie. 


190 ) 


A Lanza. 


Eccellenza, 


30 agosto 1870. 


Ho ricevuto questa mane altra lettera. La persona che mi scrive, è 
di buon conto e devota al Governo italiano. 

Le notizie cosi si compendiano: 

Valentano, primo paese sulla frontiera, è presidiato da 80 uomini. 
È cinlo di mura, ma non è in grado di resistere mezz^ora, 

• Viterbo, sede délia provincia, ha 400 uomini; la città è munita di 
mura, e a Porta dorentina ha un forte con due piccoli pezzî. 



— a99 — 


Civitaveccliia ha tre battaglioni fanteria, più tre compagnie di ar- 
tiglieria per servizio dei porti. ^ 

Koma ha un presidio di 11,000 soldati fra le diverse armi, discordi. 
fra loro, e#senza disciplina. L'altro mio corrispondente, di cui comu- 
nicai ieri a V. E. la notizia, accennava ad una guarnigione di cinque 
O sei mila uoinini ; ma non vi comprendeva la legione di Antibo, co- 
sicchè, fatjone calcolo, scomparirebbe la discrepanza. 

• Le popolazioni romane farebbero buon viso aile regie truppe, aspet- 
tàndosi dalle medesime sicurezza e tutela delle loro propriété. 

Vi sono tuttavia diversi prelati, ed in ispecie i ïrati, i quali con 
tutta forza si adoperano per indurre i loro aderenti ad opporre viva 
resistenza. Sembra certo Tordine che nel caso entrino le regie truppe 
nel territorio pontificio, debbonô tutti î presidii armatî concentrarsî in 
Roma. 

Intanto uno spavento indescrivibile si è generalizzato nella classe 
sacerdotale, che terne essere vittima di rancori e di odii lungamente 
repressi. Si assicura che alciini preti del pontidcio abbiano già fatto 
ptatiche per trasferire altrove la loro residenza. 

L’incaricato giunse ieri sera a Roma, si mise subito in relazione con 
persona ohe è in grado di ben conoscere Tandamento delle cose, e non 
tarderà a darmi notizia précisa. 


191 ) 

A Lanza. 


Eccellenzaj 

30 agosto 1870. 

La corrispondenza del Comitato di Roma conferma la notizia di pre- 
parativi per un moto insurrezionale in quella città. Duemila giovani 
sarebbero già pronti^ mancano perô assolutamente di armi. Yi è chi 
vorrebbe fare, anche senz’armi, grandi dimoatrazioni sul corso per la 
chiamata deiresercito italiano. Mi giunge an^e la notizia, che mi ri- 
scrvp di verihcare, che dalla poli:da pontificia sîano stati fatti a Roma 
inolti arresti, principalmente nel ceto medio. ' 

A Civitavecchia sarebbe giunto un legno francese, vuoisi con per- 
spnaggio incaricato di compiere una misaione preæo il Papa. 



A LANZA. 


Eccellenza, 


lo settembre 1870. 


Xeri mattina ginnse in Borna il conte di Caserta. Fiirono immedia- 
tamente a visitarlo il dnca di Begina, il principe di Bisignano ed altri 
aristoçratici napoletani colà residenti; e con tutti si mostrè pieno di 
speranze e largo di assicurazioni per nua immaneahile restaurazione. 
Si reo6 di poi dal Papa, col qnale ebbe un colloquio di due ore e ieri 
sera riparti. Fer quanto siasi fatto indagare, non é stato possibile di 
conoscere lo scopo di questa missione; ma si suppone possa essere stata 
una comunicazione délia Corte di Baviera e di Francesco IL Al pa- 
lazzo Famese è rimasto rultimo dei fratelli di Francesco, il conte di 
Bari D. Pasquale- 

Nella notte del 30 al 31 ô stato arrestato in Borna un individuo che 
si è detto appartenente al nostro eseroito, Gli si rinvennero snlla per- 
sona alcune corrispondenze, una nota di nomi e la somma di 25,000 lire. 
Si prevede che a quest'arresto seguiranno molti altri. 

Continuano, e con caîore^ le pratiche del partito esaltato per un mo- 
vimento insurrezionale. 


193 ) 


A Lanza. 


Eccellenza^ 


4 settembre 1870. 


Il Govemo pontificio persiste neirostinazione e tenta tutto quello 
ohe pu6 colla diplomazia, nutrendo sempre la speranza di far tornare 
le cose al trattato di Zurigo. 

La notizia délia caduta del Saldhana ba messo un poco di malu* ’ 
more, perché si sperava qualche cosa da quel vecchio bigotto, bizzarro 
ed avverso aU’Italia. 

Il cardinale Hohenlohe ora è divenuto un personaggio molto impor- 
tante. Si dà un gran tono ; scrive al Be di Prussia, alla Begina ed 
al Principe ereditario ; chiede croci ed onorificenze per questo e per 
quello, che vengono subito accordate. Egli parla sempre dello smem- 
bramento del Begno d^Italia e délia futura federazione col ritorno 
dei Principi spodestati ’ 



— 401 — 

Si è approvigionato Monte Botondo ; si è stabilito un serTizîo di 
staffette a cavallo che, nel caso di rottara del telegrafo, portino subito 
a Borna le notizie deiravanzarsi delle regie trappe ; si manisce ed ap- 
provigioivi il Castello ; si tieue pronta Fartiglieria per coronare le mura 
nei punti fortificati e si provvede per innalzare barricate innanzi aile 
porte délia città. 

Il Papp. ka significato ad alcunî ufficîali degli Zuavi, che si tengano 
pronti a combattere pro Pétri Sede, Questo corpo tuttodi s’aumenta, 
per nuove re^lute che vengono d’oltremonti ; mentre che la legione di 
Antibo va diminuendo per le partenze di soldati che domandano di 
ritornare in Francia. 

Francesco II scrive da Monaco lettere incoraggianti al suo ministre, 
Pietro Ulloa, in Borna, ove si attende di ritorno il conte di Caserta, 
che deve prendere il comando deirartiglieria pontificia. 

La notizia délia capitolazîone del generale Wimpfen e délia resa di 
Napoleone, ha prodotto in Borna grandissima sensazione. Il partito 
papista gongola e dice ad al ta voce che i soldati italiani non potranno 
più varcare il confine, e che tutte le opéré napoleoniche dovranno se- 
guire la sorte del loro autore ! 

Il Papa, airudire la gravissima nuova, dicesi aver risposto : « me 
ne duole per la Francia, ma per VImperatore era già scritta in citlo 
questa fine! » Mandô subito a chiamare il cardinale Bonaparte per 
confortarlo ; e manifesté al cardinale Antonelli, che laddove Napoleone 
scegliesse Borna per sua residenza, non sarebbe alieno di accoglierlo ! 
Intanto la Polizia romana prosegue negli arresti e nelle perquisizioni 
notturne, con una perseveranza degna di miglior causa. 


194 ) 

A LANZA. 


Eccellenza, 


6 settembre 1870. 


I Consigli dei ministri si succedono a brevissimi intervalli di tempo; 
comincia la confusione. 

Oltre ai capi di Corpo, anche tutti gli uffîciali hanno avuto un plico 
sigillato da aprirsi in dati casi. 

II partito ultramontano militare vuole ad ogni costo resistere ; si 
arruolano in Ciociaria (Frosinone) i cosi detti Zampitti per servirsene 
nei lavori di difesa. 

A Yiterbo sono stati uccisi nove, dico nove, zuavi ; grande urto fra 
il Municipio ed il Comandante, perché non puô scoprire gli autori. 

Î90 — Lanza, Memorie. 


Vol. II. 



— 402 — 


I repubblicani hanno fatto un manifesto dioente : « Giacchê Borna è 
lasciata in custodia ai mercenari, è bene proclamare la repubblica, la 
qnale avrà l’appoggio dalla Francia n, 

La maggioranza délia popolazione é per Tunità costitaziorale e de- 
sidéra Tarmata italiana. Il partito gesuitico, cbe è il più potente al 
Vaticano, lavora e crede di riuscire di portar via il Papa per Malta, 
e tiene pronta ogni cosa ; il Papa stesso annuirebbe per le paure cbe 
i Gesuiti gli fanno vedere se rimarrà in Borna coi libertini. 


19B) 

Generale Govone a Lanza. 


Signor Présidente, 


Firenze, G settembre 1870. 


La nuova fase politica in cui entra il Ministère, a oui io mi sono 
associato, richiede per parte del Ministro délia guerra un lavoro per- 
Bonale molto più intenso e continuativo. 

Le condizioni délia mia salute mi pongono nella irapossibilità di so- 
stenere questo maggior peso, cho viene a gravare sopra di me. 

Io maneberei al mio dovere, se continuassi a tenere il portafoglio 
délia guerra, e, malgrado il mio vivo rincrescîraento che provo nel 
separarmi da lei e dai miei colleghi, sono nella necessità di pregarla 
a volermi ottenere da S. M. le mie dimissioni da Ministro délia guerra. 

Generale Govone. 


196) 

La Marmora a Lanza. 


Caro Présidente, 


Firenze, 7 settembre 1870. 


Sono dispiacente di doverle riferire, che per quanto io abbia fatto 
non sono riuscito a persuadere il generale Pianell ad accettare il por- 
tafoglio délia guerra. Sento che qui si trova il generale Ricotti, io 
credo che a lui possano ricorrere; egli ha moite qualità, e quel che 
più monta, ê calmo. 

Gradisca i sensi délia mia molta stima ed amicizia. 


La Maumora. 



^ 403 


197 ) 

• A XiANZA. 


Eccellenza, 


7 settembre 1870. 


Mi viene assicurato da Borna, che fra il Gomitato e Fîrenze siano 
stati presi accordi definitivi. 

L’avvocato di Orvieto è in relazione con molti perso- 

naggi politici, allô scopo di agire sul Viterbese. 

Le trasmetto un quadro preciso délia forza pontificia e delle singole 
posizioni occupate. 

Kanzler avrebbe ordinato aile truppe distaccate di fare un po' di 
resistenza, e di rîpiegare su Borna, facendo saltare i ponti ed inter- 
cettando le strade. 


198 ) 

A LANZA, 


Eccellenza f 


7 settembre 1870. 


Per quanto fosse riuscita accetta ai neri in Borna la prigionia del- 
rimperatore Napoleone, altrettanto li ha sbalorditi la proclamazione 
délia repubblica. 

La polizia ha raddoppiato la sua vigilanza con una operosità feb- 
brile ; e d’altra parte i repubblicani si affaccendano clandestinamente, 
credendo giunto il loro momento. Cosi rossî e neri convengono in una 
medesima gioia ed in una stessa speranza, a dauno délia monarchia 
italiana ! 

leri doveva tomare in Borna il duca di Parma, avendo egli scritto 
ai suoi amici, di voler essere vicino al suo popolo^ vi è anche atteso 
il conte di Caserta. 

Nella mia ultima dissi alPE. Y. di alcune lettere incoraggiantii 
scritte da Francesco II al suo ministre, Pietro ülloa. Uno de' miei 
corrispondenti, che è in istrette relazioni con costui, ha potuto alla 
perfine sapeme il contenuto. Francesco II adunque ha fatto sapere che, 
fra le potenze nordiche, assenziente V Inghil terra, si sarebbe convenuto 
che, vinto Napoleone, l’Alsazia e la Lorena dovessero essere incorpo* 
rate alla Prussia, e laddove la diplomazia europea ne avesse fatto 



— 404 — 


scalpore, dovéssero essere divise fra il Wurtemberg, la Baviera ed il 
Granducato di Baden, in compenso del loro concorso alla guerra. 

L*Austria sarebbe stata compensata délia sua nentralità col Lom- 
bardo-Veneto, mercè l'aiuto délia Prussia ; la Danimarca avr^be rice- 
vuto gran parte del territorio perduto ; e i Borbonici sarebbero tornati 
sul trono ! ! 

È certamente molto strana questa combinazione ideata .da^ France- 
sco II, ma Pesattezza del mio corrispondente e la sua intimità cou 
rUlloa, non mi fanno dubitare délia fedeltà délia sua relazione. 

Il Govemo pontificio persistette nel proposito di negarsi a qualunque 
proposta di conciliazione, e si dispose alla résisté nza con un furore che 
confina colla cecità. 

Il parti to liberale nelle provincie di Frosinone e Velletri si agita^ 
ma con poco vigore, perché scarso e titubante. Ad ogni modo Tawici- 
narsi delle truppe al confine lo ha scosso; e non è improbabile, che 
appena i piccoli distacoamenti delle forze pontificie si concentreranno 
in qualche punto, la bandiera italiana sarà innalzata nei luoghi da 
esse abbandonati. Nella provincia di Velletri, corne ho già telegrafato, 
si va già sottoscrivendo Tindirizzo al Re. 

199 ) 

Panattoni a Lanza. 


Car O Lanza ^ 


7 settembre 1870. 


Permetti al mio 68», che sta per spirare, di mandarti un legato. 

Sgombrando il territorio romano dal Governo dei preti, il tuo Mini- 
stero potrà averne merito senza pericoli per la bandiera italiana. 

Ma bada di non scombuiare il papato ; e regolati circa il sistemare 
la questions délia residenza ; perché potrebbe per poco trovarsi Tltalia 
in cimento con se stessa e con l’orbe, non solamente adesso, ma anche 
in altri tempi. 

L'amico aff.mo Panattoni. 


SOO) 

Telegramma di Lanza al Prefetto di Gaserta. 

7 settembre 1870. 

Lasci fare e faccia quanto è possibile, con prudenza perô. Non perda 
tempo. 


G. Lanza. 



— 405 — 


BO±) 

ISTRÜZIONI. 


7 settembre 1870. 

Al Comandante militare di Roma è affidata la sicurezza e il man- 
teuimento delPordine pubblico délia città e suo territorio. 

Avrà sotto i suoi ordini ufficiali di pubblica sicurezza ed i Carabîmerî. 

Proibita ogui dimostrazione pubblica contro individu! od enti morali 
«sistenti in Roma e suo territorio. 

Non permetterà la fondazione di nessun giornale in Roma e suo ter- 
ritorio, senza la previa autorizzazione del Ministro deirintemo. 

Eserciterà una attenta vigilanza sovra la stampa; eviterà la pub- 
blicazione e vendita di qualsiasi stampato od incisione offensiva aile 
istituzioni costituzionali, alla religione ed ai suoi ministri. 

Ordinerà che nessun stampato o produzione per incisione, litogra- 
fia, ecc., possa essere esposta in pubblico o in vendita senza la previa 
«ua autorizzazione. 

G. Lanza, 


ÔOS) 

Terenzio Mamiani a Lanza. 

Eccellenza^ 

Raccoglîendo dagli ultimi telegrammi cbe realmente è stata in tutta 
la Fiancia proclamata la repubblica, piglio arbitrio di mandarle quella 
bozza di programma che ieri m’astenni di presentarle, perché fondata 
unicamente sul fatto délia repubblica proclamata, A me sembra che il 
tenore délia mia bozza non debba dispiacere a V. E., arnica sopratutto 
d'un operare franco, sincero ad energico. lo le torno a ripetere che a 
me non sembrano oggi necessari i pretesti, i quali poi riusciranno troppo 
«carsi ed insufficienti; e l’Europa vi riconoscerà subito un artificio 
nostro accattato e meschino. Preferirei un linguaggio aperto ed al- 
quanto ardito, siccome quelle che ho espresso nella mia bozza. 

Scusi l’importunità e la quasi petulanza del mio prooedere. Le su- 
prême necessità del nostro paese rai hanno levato da quel vivere ap- 
partato e modesto a cui sono awezzo da molti anni. 

Ancora una improntitudine. Ogui giorno che si tarda puô essere 
assaî dannoso. La repubblica protesterà délia sua innocenza e di non 
volere per nulla mescolarsi degli ultimi fatti e che so io? Noi dobr 



406 


biamo preveAire queste sue dolci parole. Ad ogni modo, io persisto, 
Eccellenza, nella persuasîone che bisogna prima oocnpare le provîncie, 
osservare Teffetto che producesi in Europa col nostro varcare la fron- 
tiera e quello eziandio che producesi in Borna, poi destreggia«e seconde 
i casi. 

Perdoni per carità le ciarle d*un vecchio. 

Suo dev.mo Tebenzio "Mamiani. 


S03) 


L’Avv. Maürizio a Lànza. 


Signore, 


9 settembre 1870. 


Gli avvenimenti precipitano; non so adnnque se questa mia potrà 
più servire a quai che cosa. Comunque sia io scrivo, se non altro, per 
far vedere alla S. Y. che io lavoro. 

Yidi ieri persona bene informata (ex-generale di frati) reduce da 
Borna, e mi conforma la determinazione presa dal Papa di andare a 
Malta. Antonelli non è del tntto favorevole alla fuga, ma i Gesuiti 
possono più di Antonelli in qnesto momento. 

È inutile adunque lo sperare un accorde. Il solito non possumus 
sarà la risposta del Yaticano a qualsiasi inviato. Borna potrà accettare 
dei fatti compiuti, previe le solite proteste, ma non si speri di più. 

Sento che intanto è partito il conte di San Martino ; prima che giunga 
air E* Y. la présenté, saprà di già Tesito délia missione ; non dico nulla 
in proposito. 

Se le cose sono sempre nei termini in cui erano quando ebbi Tonore 
di parlare coir £. Y-, io npn mi riprometto accordi per ora, 

Una occupazione delle provincie esclusa Borna e comarca non por- 
terebbe la fuga del Fapa. — Quanto dico è la convihzione di chi, per 
ragione di aderenze in Yaticano, fu in grado di potersela formare con 
giustl criterii. Da Borna attende risposta ad alcune lettere. Domani 
avrô una conferenza colla persona çon cui ho parlato ieri, e forse la 
persuaderù ad andare a Borna ad influenzare. 

Dicono i romani, che a Borna le cost si farmo adagio; che Bowa è 
la ciità etema, ma in questi momenti bisognerebbe correre per le poste. 
È questa la difficoltà maggiore che io trovi in questa pratica. Oh ! se 
si fosse potuto agire alcuni mesi prima! 

Domani parto per la riviera di ponente, per Tedere alcuni frati in- 
4uenti, reduci da Roma, i)arto aDa sera e yi ritomerù mercoledi ; ove 



407 — 


avesse da dannî qimk&a caaltag» dixîi^a il dispaccio al* sig. Prefetto 
di Albenga, che saptà dove farmela recapitare. 

Gradisca i miei ossequi, e dore mi creda utile per qualche sassolino, 
che mandasse a compiere il grande edificîo che si sta costruendo, mi 
comandi; giacchè per me tntto quanto riferiscesi alla questione ro- 
mana, è una molla che mi fa scattare dal silenzioso mio studio, ove 
vivo ung, Tiita ritirata e solitaria. 

Sono intanto con tutta devozione 

Bella 8, V, dev,mo servo Maitbizio. 


e04:) 

A Lanza. 


Caro signore, 


12 settembre 1870. 


Ecco le notizie militari : 

Si sono chiuse, ma non fortificate, le porte Salara, San Sebastiano: 
vi si puô accedere per strade di circonvallazione. 

Si sono fortificati i monti Aventino, Gianicolo e Vaticano. Lun go la 
cerchia delle mura vi sono circa 100 pezzi di cannone ; tre batterie 
volanti da 4 pezzi cadauna possono portarsi sui punti minacciati. 160 
zuavi fanno servizio cogli artiglieri, di cui non si fidano. 

Il Papa fin qui non è partito, quantunque se ne sia sparsa là voce. 

La fregata inglese la Defence^ che trovavasi a Civitavecchia, si è 
portata a porto d’Anzio, il Papa vi si puô recare, portandosi in car- 
rozza a Castel Qandolfo. 

Eccole la lista délia Giunta municipale provvisoria: 

Principe di Teano — Duca Ouorato Gaetani — Duca Sforza Cesa- 
rini — Avv. Piacentini — Achille Mazzoleni — Francesco Armellini 
Ing. Capo — Giovanni Costa, possidente — Dott. Gatti — Auguste 
Sîlvestrelli — Giovanni Angelini — Luigi De-Luca — Paolo Beccari 
— Gaetano Narducci. È una lista di conciliazione costituzionale. 

Si parla assai délia insurrezione di Orte,^Civita Castellana, ecc., e 
l’agitazione comincia. 

I soldat! isolât], non esceno che armati di fucili. Si sperano fatti e 
dimostrazioni imponenti. A domani. 



— 408 — 


BOB) 

Q. Bianohebi a Lakza. 

e* 

Caro Lanza, 

Ventimiglia, 20 settembre 1870. 


Vivo coir anima in trepidazione, perché da dne di non abbiamo qui 
notizie delle mosse del nostro esercito intomo a Borna ; mi rendo per6 
ragione degli îndugi, e non ho punto dnbbîo che presto si andrà avanti ; 
bisogna finirla e presto. Ê inutile che io ti dica che, col pensiero e 
coiranima, io sono costantemente con voi ; partecipo aile vostre emo- 
zioni, divido i vostri sentimenti ; mi compiaccio délia grandezza délia 
tua missione e di conoscerti sempre più degno di essa. 

[ -^Vorrei poterti esprimere con qnanto affetto io sono 

Il tuo Bianoheri. 


S06) 

Cesare Oabella a Lanza. 

Amico carissimo, 

I miei rallegramenti vivi ed ardenti, perché sia toccato in sorte a 
te di compiere il voto nazionale. Se mi addolora la lettera che , . 
. . . fece scrivere al Re, penso perô che il gran fatto è compinto 
ed il tempo farà dimenticare Tinfelicissima lettera. A te e alla tua 
onestà e fermezza di propositi io penso (e so di non errare) che è do- 
vuta tanto la nostra neutralité qnanto l’occupazione di Borna. E corne 
cittadino, corne senatore, corne italiano ti ringrazio. Senza te saremmo 
precipitati nel disastro immenso di Francia e non si avrebbe Borna. 
A te dnnque tutta la mia riconoscenza. Ma pensa che ti sarà neces* 
saria ancora maggîor fermezza neiravvenire che nel passato ; poîchè 
gli nomini che hanuo intelletto e cuore egualmente deboli, cercheranno 
di arrestarti adogni passo, e comprometteranno il nostro avvenire con 
imbarazzi diplomatioi, dai quali sarebbe tanto essenziale che noi re- 
Btassimo liberi, perché nessuna potenza in nessun tempo potesse trame 
pretesto a muoverci questioni ! Ah io ti prego e ti scongiuro, veglia, 
yeglia î Aile litanie de’ santi aggiungerô questo versetto : A poli- 

tica libéra nos, Lanza, 

Ed ora una stretta di mano, e addio. 


B tuG Cesare Cabblla. 



409 


eo*?) 

Blanc a Lanza 

(Telegramma). 


Roma, 23-9-4 0. 

Il Pap& êd Antonelli si esprimono, nelle conversazioni particalari, 
benevolmente per le nostre trappe, di cuî riconoscono la condotta 
esemplare. 

L'impressione generale è che il Vaticano non è radicalinente os die. 
Tnttayia, non è impossibile che sia ancora lanciata la scomunioa. U 
Comandante generale prega V. E. di rispondergli sul modo di conte- 
nersi verso il Papa. Ci vuole molta prudenza per non esporre la sua 
dignità. Epperciô Y. E. potrebbe scrivergli assicarandolo delle dispo- 
sizioni del Govemo del Ke, che sono probabilmente favorevoli a quai- 
siasi atto di cortesia e di rispetto, fatto colle convenienti precauzioni. 

Silvestrelli e Pantaleoni, membrî délia naoya giunta, mi pregano di 
far pervenire al Ministère deirinterno quanto segue, testuale: 

U 11 richiamo e la partenza di Silvagni, in questo momento, sareb- 
U bero deplorevoli, ed impedirebbero quel poco di ordine che si tenta 
a di mettere nel Governo n. 

Blanc. 


eo8) 

Malenchini a Lanza. 


Caro Lanza, 


Firenze, 4 ottobre 1870. 


Di vero cuore, mi congratule con te délia distinzione che hai avuto, 
meritato premio délia tua onesta operosità, e onore al gran fatto coni- 
piuto nel tuo Minîstero (l). È un bel pezzo che io l’ho detto, che la 
combinazione Lanza-Sella, poteva sola dare un buon avviamento ai 
fatti nostriÜ! 

Non ti vedo con frequenza, perché dette il vero proprio, le riserva- 
tezze d'un Présidente s’adattano male con le libéré famigliarità délia 
amîcizia. Sempre eguali sono perô i mieî sentimenti a tuo riguardo, e 
spero che sia cosi di te. 

Tuo amico Y. Malenchini. 


(t) Per il Collare deirAanunzlata ooaferito dal Re a Lanza. 



410 


S09> 


Castagnola a Lanza. 


Mio caro Lanza, 


5 ottobre 1870. 


Da alcnne parole scambiate teco ieri ho potuto rilèvare che proba- 
bilmente le circostanze ti avrebbero foreato ad -accettare le dimissioni 
del bravo Raeli e che allora avresti offert! i sîgilli dello Stato a Vi- 
gliani. 

Per fermo non potrebbeâi fare nna scella migliore. Perô avrebbe 
anche nn grave inconveniente : di coneentrare rainministrazione dello 
Stato in xnano de* piemontesi e de’ loihbardi. Il solo Acton rappresen- 
terebbe le Provincie meridionali. 

Non sarebbero rappresentate né la Sicilia, né TEmilia, né la Venezîa; 
non la Toscana alla qtiale converrebbe dare un pegno d'affetto or che 
le si strappa la capitale ; non le Provincie romane, che gradirebbero assai 
questa benevola dîmoatrazione. 

Onde darti modo di evitare qnesto sconcio, io sarei disposto a riti- 
rarmi dal Ministère. Ti sarebbe poi tanto facile il trovare un econo- 
mista siciliano od un cultor di barbabietole nella media Italia per famé 
un Ministre del commercio e dell’agricoltura ! E qui m’affretto a di- 
chiararti che non ti faccio questa proposta per disgusto. 

Io sono fiero ed anche lieto di appartenere al Ministère da te pre- 
sieduto e se facendo il Ministre vado perdendo l'appetito, non ne sof- 
frono perô le mie facoltà intellettuali. Non è che la coscienza del mia 
dovere che mi spinge a questo passo, giacchè se in date circostanze 
puô essere atto di buon cittadino e patriottico l’accettare un portafo- 
glio, puô esserlo maggionnente il laseiarlo. 

Mi sono risoluto a scriverti, temendo che la tua benevola impazienza 
mi avrebbe tosto troncato il discorso. Quello che io vorrei che bene ti 
figgessi in mente si è che non è mio desiderio di crearti imharazzi, 
ma sibbene di darti i mezzi di compier meglio l’alta tua missione. 

Qualnnque poi siano le tue risoluzioni, credimi sempre uno tra gli 
amici più affezionati. 


Tuo devmo CastagnoXiA. 



— 411 — 


SIO 


La Marmoba a Lanza. 


Carmimo Présidente, 


Roma, 11 ottobre I870w 


A meno di ordini contrarii io sempre a Lei mi dirigerô, ufficiîtoeiite 
e officiosamente. 

Il Gerra le avrà telegrafato sul mio arrive. Fui ricevuto dal gene- 
rale Cadoma e dalla Giunta, o per megUe dire dai membri délia 
Giunta che qui si trovano. La popolaaîone ê accorsa anche in grau 
numéro ed ebbe un contegno cordialîssimo e dignitoso. Discesi alla 
Consulta, ove mi trovo in un grande appartamento addobbato con un po* 
troppo lusse. Appena entrato, erano tante le grida, gli evvita e il 
chiasso sulla piazza che ho dovuto portarmi al balcone e rîngraziare* 
Con questo si è finito, e spero che simili divertimenti non si rinno- 
veranno. 

Di affari non le posso parlare, perché non ho veduto ancora nesauno 
airinfuori di Gerra, Brioschi, Giacomelli, coi quali dobbiamo rivederci 
oggi per fissare il da farsi. 

Pur troppo prevedo difficoltà massime a ben installare i varii uffici, 
atteso la mancanza di localité, e la lontananza di quelle poche che 
converrà utilizzare. 

Ê perciô indispensabile che ci vediamo ogni giorno in Consiglio. 

Ho mandate affiggere il proclama che è pur stato approvato da 
Brioschi e Giacomelli, dopo le poche modificazioni fatte da Gerra, dietro 
aile di lei osservazioni. 

Per il pochissimo che mi risulta, al Vaticano si sta sempre sulle 
medesime disposizioui. 

Da un terrazzo di questo palazzo si ha ’di Roma un magnifico pa- 
norama, che mi richiama sotto molti riguardi Mosca, città sauta per i 
Russi, eloro Capitale, senza essere sede di Governo. Non si tratta perô 
che di una prima impressione. 

L^aspetto di Roma è tranquillissimo. Un romane, che già conoscevo, 
mi disse che fra le tante idee che frullano per il capo al Santo Padre 
vi sia fin quella che gli attuali infausti eventi sieno un castigo di 
Dio per la sua superbia (sarebbe il Papa che parla) nel farsi decretare 
infallibile. Quantunque non conosca ancora personalmente l'AntonellL 
non credo sia caùsa di simili scrupoli. 

Perdoni gli scarabocchi d’ogni genere in questa lettera, scritta in 



— 412 


fretta, sopra^ mobile di lasso, con calamaio, penna ed inchiostro tutto 
nuoYO, corne sono io in questa faccenda. 

Saluti i snoi colleghi e mi creda 

Suo af.mo e subor dinato A. La Mâbmoba. 


SU 


Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


15-10-1870. 


Ci ho pensa to tutta la notte, ma non posso desistere dal proposito 
che ti annunciava ieri sera. Quindi ti prego di presentare a S. M. le 
mie diinessioni contenute neU’annessa lettera. 

^ Mi duole di yenire a questo passo in moment! corne questi, ma la 
posizione che mi è fatta è a mio giudizio troppo falsa, perché io la 
possa conservare con utile délia cosa pubblica. 

Addio. 

Tuo aff.mo Q. Sella. 


SIS 


La Marmora a Lanza. 


Carissimo Fresidente, 


Roma, 19 ottobre 1870. 


Sella partirà questa sera e le dirà, colle sue osservazioni e impres- 
sioni, ciô che avvenne e ciô che si discusse in questi due giomi. Molto 
é importante l’affare del Quirinale tanto più che col Sella venne Ca- 
stellengo per prendere, io credo, possesso del Quirinale. 

Le dirô dunque solo ciô che il Sella non sa, e non gli potrô proba- 
hilmente dire prima che parta. 

Venne una deputazione assai numerosa di cittadini del Borgo, cosi 
dette délia Città-Leonina. Alcuno di essi teneva contegno calrao e con- 
veniente, ma altri ve n’erano, che con piglio quasi arrogante si la- 
gnavano dell’esseryi ancora nella Città-Leonina alcuni gendarmi, che 
colla loro presenza irritavano quella popolazione, e assai più ancora di 
non conoscere che cosa pensi il Govemo a loro riguardo, protestando 
«ssi tutti colla massima energia, di non yolere essere distaccati dal 
rimanente délia città,, e ad ogni costo non yolere rimanere soggetti 
al Papa. Corne ella ben si puô immagînare, io non me ne sono lasciato 



413 — 


imporre e respinsi del pari i loro rimproveri, le loro prefese, e i laro 
sospettiy dichiaraudo che il Governo aveva fatto per i romani piû di 
ciô che si poteva credera e io credeva possibile ; e che per ciô che ri- 
maneva d# farsi era necessario tempo e la massima prudenza ; senza 
di che si correva rischio gravissimo di rovinare ogni cosa. Sui gendarmi 
potei provar loro corne fossero infondati i loro sospetti di provocazioni; 
giacché qpesta mane il Comandante dei carabinieri, mi faceva rapporte 
che i gendarmi del Vaticano stavano per essere licenziati, e molti di 
essi già avevano manifestato il desiderio di entrare nei nostri carabi- 
nieri ; il che credo molto conveniente. Riguardo al Borgo délia Città- 
Leonina, è indispensabile che il Governo prenda nna pronta decisione, 
poichè non tarderanno quei signori a ritornare alla carica ed è neces- 
sario che io sappia, per rispondere se la Città-Leonina sarà in tutto e 
per tutto considerata corne il rimanente di Roma , e se vi è probabi- 
lità, molta o poca, che possa ancora venir segregata. 

Io la prego caldamente a rispondermi al più presto, anche col tele- 
grafo se è possibile. 

Suo affmo subordinato La Marmora. 


813 ) 

La Marmora a Lanza. 


Carissimo Présidente, 


Roma, 22 ottobre 1870. 


Ricevo sua lettera e rispond) tosto alla grave questione che mi 
espone, tanto più che il suo collega Sella mi fa lo stesso quesito, 

Io sono dunque di parère, anzi intimamente convinto, che è meglio 
ritardare la venuta del Re, almeno sino a che il Parlaraento abbia 
convalidato il plebiscito romano. 

È inutile illudersi, quantunque la città sia tranquilla, tutto è da 
farsi per ordinare i servizi pubblici, sia governativi, sia municipali. Co- 
minciamo appena a riconoscerci, vi sono immense difficoltà d'ogni specie, 
di principii, di persone, e massime poi di locali. Se si annunzia la pros- 
sima venuta del Re, non si penserà più ad altro, tutti proporranno 
spese, si butteranno via grau denari e la confusione govemativa si farà 
assai maggiore. 

Politicamente poi, è évidente che la venuta del Re indisporrebbe 
grandemente il Vaticano e potrebbe benissimo determinar il Pontefice 
a lasciar Roma. 



— 414 


Non è già* che io mi lusinghi dî nna prossima concUiazione, basta 
l’enoiclica di ieri per provare che, p^ ora almeno, non bisogna pensaroi. 
Ma noi dobbiamo provare, persuadere tutti, e massime la diplomazia, 
che abbiamo evitato ogni atto che férir potesse il Pontefice, ed esanrito 
ogni mezzo di conciliazione. Ove alloggiar puô il Re, se venisse adesso ? 
Al Quirinale? Ma bisogna che sia legalmente deciso a chi spetta. Un 
dispaccio di Berlino, che gentilmente mi venne comunicato «daî ministro 
Venosta, fa vedere quanto i Gabinetti esteri, anche i Protestanti, stiauo 
cogli occhi aperti sulle nostre question! colla Santa Sede, e massime 
su quelle del Quirinale. Supponiamo ora che i Magistrat! o il Consiglio 
di Stato dichiarino, corne credo possibile, che il Quirinale non appar- 
tiene alla Chiesa, e il Re lo puô occupare ; ci vorranno pure due mesi 
almeno prima di riordinarlo. B fuori del Quirinale non conosco altro 
locale per il Re. 

Io non credo che Sella abbia promesse la venuta del Re, ma, temo, 
ha forse troppo lasciato capire ai romani che era di parère che venisse. 

Domani le dirô altre cose. 

Suo aff,mo La Marmora. 


S14) 

La Marmora a Lanza. 


Carissimo PresidentCy 


Roma, 5 novembre 1870. 


Mi pare averle detto che in seguito alla risposta fatta dal cardinale 
Antonelli a Blanc, che cioè non poteva ricevermi, io giudicava più 
conveniente e dignitoso starmene in disparte, a meno che dal Vaticano 
mi si facesse qualche passo incontro. Pochi giorni sono il duca Cae- 
tani (Sermoneta) venne dirmi che il cardinale Di Pietro, senza avéré 
una spéciale missione dal S auto Padre desiderava parlarmi. Accettai 
immedia taraente l'invito, ma l’abboccamento, a cagione del cattivo 
tempo, non potè aver luogo che ieri sera. 

Il pretesto era la sicurezza pubblica, e particolarmente la sua in 
Albano, sua diocesi, ove egli asserisce aver bisogno di andare; ma in 
realtà il Cardinale voleva sapere alcune cose e dirmene alcune altre. 

Voleva anzîtutto sapere se il Re veniva e mi lasciô capire che la 
venuta del Re ora, arrecherebbe una profonda ferita al Santo Padre, 
il quale non è alieno da una conciliazione, che non puô aver luogo 
se non col tempo, e assicurato délia sua indipendenza e dei riguardi 
che gli sono dovuti; mi soggiunse poi essere impossibile dopo i fatti 



— 415 — 

avvenuti che il Sovrano Pontefice e il Re d'Italia si possano qni m- 
contrare ; per cui conveniva ad entrambi di evitare questo incontro. 

10 non esitai a dichiarare che queste gravi consideraaioni e diffîcoltà 
erano ancke da me apprezzate e più ancora dal Re e dal sue Presi- 
deate del Consiglio e speravo che il Santo Padre sapesse tener çonto 
del modo col quale il nostro Govemo aveva finora resistito aile pres- 
sant! sollocitfazioni, che gli si facevano da ogni parte, perché venisse 
a Borna; e ciô appuûto per riguardo alla persona del Santo Padre. 

11 Cardinale mi parlé quindi delllstruzione popolare, alla quale disse 
il Papa tener moltissimo; e siccome mostravasi spaventato che nella 
nomina di maestri e professori si desse la preferenza agli eretici, io 
lo assicurai anzitutto sulle intenzîoni del Governo, gli dissi che il 
Brioschi era moderato, più che non si credeva, e ch*io stesso avevo 
creduto, e feci poi sul Cardinale, mi pare, una grande impressione 
quando io gli ho osservato, che in fin dei conti Tesperienza di 20 anni 
nelle antiche Provincie ci provava, che Tistruzione più libéra fatta in 
grau parte dai laici, non aveva per nulla sceinato nella nostra popo- 
lazione il sentimento religioso, che anzi era assai più vivo che nelle 
provincie romane. 

Tant’ê, soggiunsi al Cardinale, che ovunque in Italia le chiese sono 
molto più frequentate che a Borna, ove non si vedono che forestieri. 

Quando il Cardinale poi mi parlé del giornalismo, gli replicai che 
eravamo i primi a deplorare gli eccessi di molti giornali, eccessi peré 
inevitabili colla libéra stampa, ma che a mio avviso Yünità Cattolica 
di don Margotti aveva fatto più male alla religione che la Gazzetta 
del Fopolo di Bottero. 

Il Cardinale mi parlé quindi dei 60,000 scudi, che il Santo Padre 
è disposto ad accettare, ma il cardinale Antonelli preferirebbe averli, 
corne nel passato mese, per mezzo di richiesta papale, anzichô con 
mandate spiccato da Giacomelli. 

Io risposi ne avrei parlato con Giacomelli, persuaso che se gli si 
era spedito il mandate, si credeva fare cosa tanto più gradita, che cosî 
appunto si faceva col nostro Be per la sua lista civile. Infatti il Gia- 
comelli lo ha confermato. 

Anche il Brioschi mi assicuré che non si trattava nè di Passaglia, 
né altri frati sfratati, per venir qui corne Professori, e cié dovrà tran- 
quillar il Vaticano. 

In complesso quella conversazione col cardinale di Pietro, mi pare 
sia stata utile e un primo passe ad altra. 

Suo devMo La Maemoea. 



— 416 — 


@16 


La Marmora a Laxza. 


Carissimo Présidente, 


Roma, 7 novembre 1870. 

H Giacomelli mi ha rimesso sua lettera. Sella mi scrisse, frâ le altre 
cose, che aveiido dovuto -v^edere il Ee per far sottoscrivere alcuni de- 
creti, in coacienza aveva creduto dichîarargli la neceaaità di aortire 
dal MinisterOj qualora la sua gita a Roma fosse differita dopo la 
riunione del Parlamento, 

lo dovevo credere che Sella andasse dal Re, col di lei consenso. 
Vedo invece dalla di lei lettera, ch’ella lo ignorava e scorgo inoltre 

con profonde rammarico corne Sella si sia prevalso 

ciô solo mi basterebbe a decidermi di sortira da questa mia, ogni 
giorno più falsa, posizîone. Ma v'ha di pîù. Anzichè dividere il parère 
di Sella, sulla necessità di una pronta visita del Re a Roma, e nu- 
trire la sua fiducia sui buoni rîsultati che da questa venuta dovreb- 
bero derivare, io sono più che mai convinto che il Re dovrebbe ritar- 
darla il più possibile, È inutile illudersi. Tanto meno io posso poi 
approvare il trasporto délia sede del Govemo a Roma, prima che questa 
città sia, moralmente e materialmente, preparata. Bio voglia che io 
sbagli, ma temo grandemente che si prepari in tal modo airitalia un 
tremendo disinganno. 

Siccome vedo perô che oramai il Governo non si puô più arrestare, 
io la prego a lasciarmi andare pei fatti miei. 

Capisco che la mia dimissione, in questo momento che si fanno le ele- 
zioni, potrebbe in qualche modo incagliare il buon esito delle medesime, 
e perciô, imitando anche i sacrifizi di amor proprio ch’ella ha dovuto 
fare, starô al mio posto, se crede, finchè sîano ultimate le elezioni; ma 
ciô fatto, io devo e intendo ritirarmi, prima che venga il Re, che io 
non mi sento di ricevere e far ricevere corne si conviene. 

In tal guisa, Ella avrà anche il tempo di pensare e preparare il 
migiior modo di rimpiazzarmi ; e se le conviene potrebbe fin d’ora an- 
nunziare o far capire dai giornali, che la luogotenenza deve cessare, 
e non ha più ragione d’essere dopo le elezioni. 

Al Sella non mi sento neppure di rispondere. 

Gradisca i sensi délia mia molta stîma ed amicizia. 


Alfonso La Marmora. 



— 417 — 


ei6) . 

La Marmora a Lanza. 


Coro, Présidente, 


Roma, 8 novembre 1870. 


È arrivato Qerra che mi ha confermato ciô che dalla di lei lettera 
mi sembrava doversi supporre; che cioè, non è ancora sicüro che il Re 
venga alla fine del mese, corne VOpinione di ieri annnnziava, e si 
faceva qui pervenire con apposito telegraiYima. La cohdotta di Sella è 
inqualificabile, e mi par che avevo ragione quando pregaTO lei pochi 
giorni sono di trattenerlo sul pendio, in cui già si travaya, a rischio 
di precipitare lui e di precipitarci tutti. 

Egli è decieamente un uomo pericoloso per la sua gran leggerezza 
politica, non meno che per i mezzi a cui egli si appiglia, per far trion- 
fare le sue idee e i suoi capricci. Con questo stesso corriere Ella ri- 
ceverà una copia délia risposta di Autonelli alla lettera che io ieri 
gli dirige va, pregandolo a rimettere le chiavi del Quirinale, e a inca- 
ricare una persona di sua confidenza per ritirare la inobiglia, e gli 
oggetti che si trovano nel Quirinale, di spettanza del Papa. 

Dalla violenza di questa risposta, ella scorgerà quale e quanta sia 
rirritazione al Vaticano e giudicar potrà di cosa sono capaci. 

Si procederà £ra poco alla dolorosa operazione. di aprire, in un modo 
0 nell’altro, le porte degli appartamenti del Quirinale. 

Non pochi applaudiranno, ma molti altresi saranno quelli che ci bia- 
simeranno, più o meno apertamente. Aggiunga poi che in quel palazzo 
si trovano acquartierate moite povere famiglie, rai assicurano in com- 
plesso più di 200 créature, che se si facessero brutalmente sortjire, non 
saprebbero ove ricoverarsi; per cui ho raccomandato a Cliacomelli, di 
lasciarle almeno fino alla primavera. Il Giacomelli di mostrô meco 
convinto délia necessità di questa dilazione, e mi promise^ dare tempo 
a . quelle povere famiglie per sortire dal palazzo fino al primo aprile 
prossimo. 

Ma saprà il Re adattarsi airincomodo di questi poveri, e poco se- 
ducenti inquilini? E l'autocrate Sella, non accuserà un'altra volta quesia 
luogotenenza di soverchia debolezza? Giacomelli mi assicurô che verrà 
qui un impiegato di Casa reale per disporre e preparare gli apparta- 
raenti di Sua Maestà, meno raalè; giacchè io colla Corte amo aver che 
fare il meno possibile. Io non oso ripeterle l'invito che le facevo di 
qui venire, al meno per un giorno, ma se puô farlo farebbe bene. 


— Lanza, Memorie. 


Vol. II. 



~ 418 — 


Nella tema dî non aver risposto alla demanda che mi faceva sul 
C. Gerra, le dirô che ne sono contentissimo, corne lo sono pure del 
senatore Brioschi, ch'io prima poco conoscevo; egli è nomo inolto ca- 
pace, attiro, che traita gli affarî con serietà, e di carattei^ schietto 
e leale. 

Anche di Giacomelli sono contente assai, massirae per la chiarezza 
delle sue idee, e la fermezza colla quale compie il sue dif&3îl() incarico. 
Sono poi lieto di poterla partîcolarmente ringraziare del Berti. 

È un ottimo Questore con tutte le huone qualità che io aveva in- 
contrato nel solo Aveta. 

Il Berti ha anche una qualità più di Aveta, quella di non essere corn- 
plimentoso. Anche il Colonnello dei carabinieri fa molto bene. Il Gerra 
rai disse averle raccontato corne io sia rimasto spiacentissimo deirordine 
improvviso qui giunto di far partira la Brigata granatieri. Fu un grosso 
errore; ma non vi si poteva più riparare. 

Suo ajf.mo Alfonso là Marmora. 


Sl*7) 

ViGLIANI A LANZA. 


Car O Lanza^ 


Fironze, 11 novembre 1870. 


Ho saputo del curioso tuo trasporto campestre dalla stazione di Borgo 
S. Martino alla tua Roncaglia. Eri atteso a Oasale, dove î molti tuoi 
amici avevano concertato di darti un pranzo. I delusi si sono com- 
pensati colla storia del modo col quale ti sei sottratto alla loro aspet- 
tazione. 

Ora ti sarà noto che gli elettori di Casale ti vogliono fare una bella 
violenza; lasciali fare, poichè è troppo giusto che la tua città natale 
ti dia una solenne dimostrazione di stima in queste circostanze. Un 
mio buon amico che ha non poca influenza su quegli elettori, mi scrive 
che grandissîma è la probabilità che il tuo onorato nome abbîa la 
vittoria deirurna. Io ne godo e ti prego soltanto di non disturbare 
la beir opéra con alcuna tua manifestazione contraria. 

Sono con tutto l'animo 


Il tuo aff,mo amico Violtanî. 



419 


» 18 ) 

La Marmora a Lamza. 


C(VO Présidente, 


Roma, 14 novembre 1870. 


Ho ricevuto la sua lettera, e la ringrazio. Corne le mandai per te- 
ïegrafo, io lïii congratule per la decisione presa, di ritardare la venuta 
del Re. Io ero cosi convinto délia necessità di questo ritardo, che se 
il Ministère ayesse deciso che il Re doveva venir subito, io avrei in- 
sistito per la mia dimissione. 

Nè credo che qui foasero molti i fautori per la venuta immediata; 
gli smaniosi sono pochisslmi, e fra questi taluni già si mostravano 
persnasi, che era impossibile preparare ogni cosa in tutta fretta. Per 
cui io credo che la Giunta municipale, che avvertirô questa sera, an- 
zichè dolersi, ringrazierà il Governo di averla tolta dagli imbarazzi 
nei quali già si sentiva ingolfata, supposto che il Re fosse venuto alla 
fine del mese. Il Lovatelli, incaricato di preparare le feste, mi esternô 
il siio sgomento a fronte delle difficoltà che gli si affacciavano, per cui 
lo tranquillai dicendogli fino da ieri Taltro che io non credeva che il 
Re sarebbe venuto alla fine di questo mese, e supporre io, che non 
poteva venire fin dopo la riunione del Parlamento. Il Lovatelli, corne 
é naturale, avrà riferito alla Giunta questa mia opinione; per cui quel 
signori già sono preparati; questa sera poi, pranzando dal sig. Palla- 
vicini. capo délia Giunta, gli annunzierô la decisione del Ministero, 
dicendogli che quanto prima riceverà la risposta motivata, all'indirizzo 
che fece la Giunta per la venuta di S. M. 11 Lovatelli fra le altre 
cose mi diceva essere naturale che, se il Re veniva presto, ogni spesa 
si faceva doppia. 

Persuaso che il CasteUengo e il cav. Cipolla faranno lo stesso rà- 
gionamento per aggiustare il Quirinale, io già li feci chiamaré per 
indurli a non fare inutili spese, col pretesto che il Re deve venir 
subito. Intauto che si risparinieranno in questo modo molti danari, o 
almeno quelli che Sella intendeva sprecare, potreino meglio avviare i 
pubblici servizi, che appena cominciano a funziouare. Non ho ancora 
potuto conoscere, neppure approssimativaraente, corne sieno riescite le 
elezioni di ieri; e quel che é più rai assicurano che ci Vwrranno molti 
giorui per conoscerne il risultato finale. 

Gonverrà quindi pensare al Sindaco. La mancanza di Gerra in questa 
occorrenza rai è oltremodo sensibile. 

L'architetto Cîpolla, mi viene a dire che gli ho dato la vita, an- 
nun/.iandogli che il Re ritardava la sua venuta. Cosi la pensano molti 
altri, checchè ne dica il Sella. Suo aff»mo La Maumoba. 



420 — 


S19) 


La Marmora a Lanza. 


Carissimo Présidente, 


Roma, 15 novembre 1870. 

• r 

Stamane Giacomelli venne a dirmi, che Sella gli aveva telegrafato 
aver dato sue dimissioui e lo invitava recarsi immediatamente a Fi- 
renze. S’immagini il mio stupore dopo ciô che Ella mi aveva scritto. 
Ma che procedere è questo, da parte di Sella! 

Pochi giorni sono, egli (Sella) mandava Titinerario dettagliato del- 
l’entre^ta del Re a Giacomelli, che lo comunicava alla Giunta senza dir- 
melo. lo non ho creduto famé rimprovero a Giacomelli, ma corne si 
puô andare âvanti cosi? Domani, spero che Ella mi dirà che cosa ne 
sia di queste nuove dimissioni di Sella. 

Gradisca i sensi délia inia raolta stima ed amicizia. 


Alfonso La Marmora. 


SSO) 


Lanza a La Marmora. 
{Telegramma), 


17 novembre 1870. 

Accettevoli tutte sue candidature per Senatori. Informi se convenga 
aggiungere quella dottore Pantaleoni. Cortès Spagna diedero 193 voti 
principe Amedeo; 60 per repubblica federativa; 30 duca Montpensier. 
Scriverô per posta. 

G. Lanza. 


SSl) 

La Marmora a Lanza. 

Carissimo Présidente^ 

Roma, 19 novembre 1870. 

Fatalmente il suo telegramma e il mio si sono incrociati. lo avrei 
potuto telegrafarle anche prima, ma indugiai per consigliarmi col Cor- 
renti, col quale dovevamo trovarci airuniversità. leri sera incontrando 
il sig. Teano, questi mi assicurô che suo padre era stato compléta-. 



— 421 — 


mente ingannato da , e che qnesta mane ayrebbe pubblicato uua 

solenne smentita. La protesta del Sermoneta fa difatti redatta, non 
solo, ma si venue a mostrarmela. In essa il Sermoneta dichiarava- 
ohe non îfv^eva avuta la presidenza delFadiinanza, che non ave va pro- 
ferito discorso e che le cose da lui dette privatamente erano State al- 
terate. Quella dichiarazione sarebbe stata tanto più opportuna, che non 
negava d> eSsere andato aU’adunanza, nè di avéré privatamente parla to, 
ma respingeva ciô che, in quel sconvenientissimo mànifesto, eravi di 
più odioso, a lui attribuito. Sembra perô che al Sermoneta abbiano 
quindi fatto paura e ch’egli non osi più pubblicar la smentita, quan- 
tunque redatta. 

Di tali bricconate, tutta la gente onesta è qui profondamente sde- 
gnata. Ed il Sella accetterebbe una elezione carpita con tali mezzi? 
lo oso sperare che Sella capirà quale immenso danno arrecherebbe alla 
sua stessa riputazione. Il duca Massimi, parlandomi délia cattiva im- 
pression e che ave va prodotto il manifeste per tutti gli uomini d'ordine, 
mi esteruava il suo pensiero che Sella non sarebbe stato eletto. Già 
col telegrafo le dissi, e ora lo ripeto, che lei non deve ritirarsi col- 
rintendimento di giustificarsi poi. Ella deve rimanere ; e il Sella o ri- 
hutare la candidatura, o ritirarsi. Vedendo il Sermoneta o al tri, non 
manchero di esternare tutto il mio pensiero suirinqualificabile proce- 
dere di tutti coloro che presero parte direttamente o indirettamente al 
mànifesto. 

Se i Romani, anzichè essere liberati dagli Italiani, avessero loro fatto 
ritalia, non avevano ancora il diritto di elevare tante pretese, e ira- 
porsi orgogliosamente aile rimanenti Provincie. 

Ma non mi stupirebbe che tali smodate pretese provocassero uua 
reazione contre Roma. Il male è che i nostri neinici, massime i cleri- 
cali, godono di questi scompigli. 

Suo afi\mo La Marmora. 


SS8) 

Gerra a Lanza. 


Roma, 17 dicembrc 1870. 

Il mio colloquio col cardinale Di Pietro, vescovo di Albano, durô. 
circa un'ora e fu intimo e disinvolto quanto poteva essere. Ne riferirô 
le parti più rilevanti, osservando, del resto, che fu importante per 
quanto lascia sperare più che per quanto ha date. 

Il cardinale Di Pietro considéra corne un errore T avéré oiferto al 
Santo Padre la conciliazione con la condizione che cedesse tutto quanto 



— 422 ~ 

il Bno dominio. Second© lui, convenîva non parlare di dominio, di se- 
Tianità, di territorio, ma intervenire corne protettori, e poi laflciare che» 
il tempo e le circostanze faceesero il reste. Bispetto allô Stato pré- 
senté, egli ha notato due cose : la prima che il palazzo poÊtificio di 
Santa Maria Maggiore non vi è, e che il Patriarchio di cni si parla nella 
relazione precedente il progetto di legge sulle garanzie al Pôntefîce non 
puô essere che il palazzo di S. Giovanni in Laterano, del ‘quale perô^ 
bisogna chiarire i’appartenenza attuale; la seconda è che il Pontefice, 
per gli atti del suo Minis tero, ripugnerebbe che altrettanto non fossfr 
per i cardiuali, imperocché nelle cose religiose il Papa risolve sempre 
in seno di congregazioni delle quali i cardinali sono membri. Parlando 
poi più generalmente, il cardinale Di Pietro mostrô di meravigliarsi 
del modo con cui nel Parlamento italiano trattavasi la niateria delle 
garanzie del Santo Padre. 

Egli dichiarô che questo modo era da curiali imbevu^i da antichi 
pregiudizi, anzichè da uomini politici che vogliono aprire la via ad uua 
êra novella. La quaVêra, secondo il Cardinale, é per ciô stesso inolto 
difficile a stabilirsi. 

Corne possono, diceva lui, discutersi certe materie in Parlamento? 
Corne farle dipendere daU’autorità troppo inu‘abile di un Governo che 
puô ritogliervi domaui quelle che vi ha dato oggi? E conchiudeva pen- 
sando che per il Pontefice sia necessaria una sovranità vera^ qualun- 
que essa abbia ad essere, e che si dovrà finire per trovargliela, essendo 
chiaro che la sovranità, non puô sussistere di solo norne, e che le pré- 
rogative concedute per grazia altrui o altrui concessione non possono 
essere prérogative di sovrano. lo ho insistito nel dimostrare le ragioni 
che avevano mosso il Governo italiano ad occupar Borna. Ho espresso 
che, occupata Borna, era inevitabile risolvere la questione radicalmente. 
Ho mostrato piena fiducia in una conciliazione non scritta in un pro- 
tocollo ma introdotta nel fatto, qiiando, sbolliti i primi risentimenti, si 
vedrà che Governo e paese sono animati dal più grande rispetto verso 
le istituzioni religiose, e dalla maggiore reverenza verso la persona 
veneranda del Santo Padre. 

In fine ho detto che oramai l’Italia non rinuncierà più a Borna e 
che una ritrattazione non potrebbe avvenire se nondopo una immensa 
catastrofe, la quale involgerebbe nella sua rovina anche la fede catto- 
lica in Italia. 

Si parlô inoltre délia prossima venuta di S. M. il Be, deiraflPetto che 
egli porta al Santo Padre, délia convenienza che tra il Vatican© e le 
autorità, italiane intervenissero comiinicazioni almeno officiose; e per 
mia parte, assicurai che queste comunicazioni sarebbero ricevute col 
maggior riguardo e col maggior segreto, al solo fine di secondarc, in 



— 423 — 

ogfki cosa che non toccasse ai principii delle nostre leggl, i desideri e 
le volontà del Santo Padre. 

Il cardinale Di Pietro mi disse che avrebbe detto al Santo Padre e 
al cardinale Antonelli che ci eravamo veduti, ed io dichiarai che non 
incontrava difficoltà alcuna nel consentire a ciôt, 

E rimaneinmo che egli, il cardinale Di Pietro, sarà lieto di rive- 
dermi ogjii -qualvolta io lo stimi conveniente. Onde è fissata l’ora, a 
tal fine, in qualunque giorno. 

A proposito degli ultimi disordini, il cardinale Di Pietro ha mostrato 
di non dare ad essi nessuna importanza. Nondimeno io Tho rassicnrato 
quanto aile disposizioni prese per impedire che si rinnovino, e gli ho 
dichiarato che di queste disposizioni stava garante Tarresto ed il pro- 
cesso contro il Tognetti. 

Mentre si discorreva di ciô, il Cardinale entrô a dire: ma corne po- 
trebbe il Santo Padre ufficiare solennemente in S. Pietro ? e con quali 
forme? e con che guardie? Io risposi che prendeva sopra di me lo 
assicurare che il Santo Padre potrebbe, quando lo volesse, ufficiare corne 
prima, con le antiche forme, con le sue guardie; e che del reeto, le 
milizie e le autorità italiane sarebbero ben liete di mostrare al Santo 
Padre la loro devozione. Del resto, soggiunsi, qualche difficoltà puù 
incontrarsi ora, che le passioni sono mantenute ancor vive, non quando 
si palesi; corne dovrà palesarsi più o meno presto, che sotto la salva- 
guardia del diritto comune, Papa e Re, Chiesa e Stato, Roma e Italia 
possono benissiino coesistere. 

Scrivo corne posso, stretto da angustie di tempo iuesorabili. Se Ella 
me lo consiglierà parlera aiicora col cardinale Di Pietro. E, forse, par- 
lerO anche con altri. Duolmi di non aver agio a fare quanto vorrei, ma 
farù quanto posso. 

Mi raccomando alla sua benevolenza, e mi dichiaro colla maggiore 
osservanza Di V, E, devmo Gerra. 

P S. Spero che il Ministère manterrà il suo progetto. Le Camere sono 
corne le donne, bisogna trattarle con efficace energia. Guai se si co- 
mincia a cedere! Concordia e vigore. 

ses) 

Sommeiller a Lanza. 

Mon cher Ami^ 

Turin, 29 décembre 1870. 

Hier, dans la nuit, en arrivant de Bardonnèche, j’ai trouvé le télé- 
gramme m’annonçant le motu-proprio de S. M. en ma faveur. Demain 
je vous écrirai pour remercier; aujourd’hui, cher ami, je viens confiden- 



424 — 


tiellement vo&s faire part de la peine cuisante qui a été pour moi 
comme une expiation des joies inouies que je venais d^éprouver sur les 
Alpes. Dans les distinctions dont S. M. a bien voulu nous honorer, il 
m’a été très-douloureux de voir mon ami et collègue Grattani mis à 
un degré inférieur à celui où il a plu à, S. M. de m’éléver. 

Cher ami, Tceuvre du percement des Alpes est une œuvre gigantesque 
dont Texécution était bien au dessus des forces d’un seul homme, cet 
homme eût-il même été un Archimède doublé d’Hercule. Quelque soit la 
part que j’y aie prise je sens une espèce d’humiliation à voir que Tou 
pense que celle de mon ami a été moins grande ou moins indispensable. 
Parmi tous ceux qui ont concouru à présenter le projet du percement 
des Alpes, à. le soutenir, à l’encourager, deux seuls sont restés qui ont 
entrepris, dirigé et achevé l’exécution: De ces deux là, l’un, sans l’autre, 
n’aurait pu que succomber sous la tâche: ensemble, ils sont arrivés 
au succès, ayant toujours marché de front et de concert. 

Cher ami, j’arrive au but de cette lettre et vous envoie une prière 
qui part du fond du cœur: mettez-nous de niveau dans les témoignages 
honorifiques, comme nous l’avons été dans notre lutte de 12 années 
contre la nature ! effacez, pendant qu’il en est temps encore, une diffé- 
rence qui ne pent être pour moi qu'une cause d’amertume et pour mon 
camarade une blessure imméritée. Diminuez ma part, ou élevez la 
sienne! je vous demande cette faveur la main sur le cœur. Vous trou- 
verez, j’en suis sur, le moyen de corriger une inégalité regrettable. Je 
compte sur vous et j’espère non seulement que vous partagerez ma 
manière de voir, mais que vous vous employerez pour donner à cet 
incident l'équitable, la désirable, l’harmonieuse, la [ généreuse et la 
légitime solution que j’implore. 

^ Pour mon compte, je ne puis que vous remercier de toute mon âme 
dont je vous envoie la meilleure part. Aiipez-moi toujours et croyez- moi 

Votre tout à vous Sommeiller. 


SS4) 

Sella a Lanza. 


Giovedi 

Speriamo che il male sia minore di ciô che poteva essere. 

Nel 1866 Rothschild manda a convertire 1500 titoli di 1000 lire di 
rendita (1,500,000 di rendita in totale!!) in spezzati minori. 

Per annullarli il Mancardi fa fare soltanto dei tagli a macchina. 

Si ripresentano al cambio alcuni di questi titoli col taglio ricoramesso 
Con car ta lucida. 



— 425 — 


Puoi capire la commozione di Novelli. Si cerca dove*erano questi 
titoli annullati. Sono in una cassa, in un angolo qualunque, si riçon- 
tano, pare che ne mauchino solo sei. Il ladro si sarebbe limitato a ru* 
bare solo «6000 lire di rendita. 

Altro che lo stellone di ToscanellÜ! 

Cercheremo di combinare bene qiiesta maledetta faccenda dell’annul- 
lamentü. ^ • 

L’applicazione délia legge suiresazione delle imposte sarà una grande 
hattaglia. È nella massima parte confidata per Tesecuzione ai Prefetti. 
A chiamar la séria attenzione di questi gioverà che facciamo delle cir- 
colari. Eccotene una che âpre il fuoeo. Ti va? Se no, mutala ove ti 
garba. 

Tuo aff.mo Q. Sella. 


B2B) 

Lanza a un Prefetto. 


Sig. Commendatore^ 


Firenze 8 aprilo 1871. 


Non è senza provare un senso di vivo dispiacere che io vedo da 
qualche tempo la sua corrispondenza ufi&ciale ed ofïiciosa con questo 
Ministero e con me, improntata di uno stile nero e dispettoso, il quale 
ha più sembianza di pulemica giornalistica che di ragionamento pacato 
^ sereno. 

M’avvedo purtroppo che l’animo suo è preoccupato da larve sospet- 
tose e sopratutto dal pensiero che non si apprezzi quanto mérita il 
euo ingegno e Topera sua; che prevalgano presse di me delle influenze 
a lei ostili, le quali tentino in tutti i modi di nuocerle. È inutile dirle 
che tuttociô è falso poiché persisterà sempre a crederlo fondato e vero . 
Basta Tultima sua per convincermi corne ogni ragionamento sarebbe 
vano. 

In ogni occasione che lei si rivolse a me, io cercai sempre il modo 
di gio varie, ma Tasprezza del suo contegno verso di me mi fa persuaso 
che non riuscirô ad appagare tutte le sue brame. 

Me ne dispiace; non credo perô che ci6 dia a lei il diritto di muo- 
vermi rimproveri cosi acerbi che oltrepassano la misura. Non mi sgo- 
menta la sua minaccia di dare fuoeo aile sue polveri: temo solo che 
con qualche improntitudine Ella rîesca a nuocere a se stesso ed alla 
sua famiglia. 

Mi raffermo colla devota considerazione di Lei 

Dev.mo G. Lanza. 



— 426 — 


886 ) 

Lanza al Prepetto DI Sassari. 

(Telegramma) 


12 Aprile 1871. 

« 

Supponesi Generale Bordone recatosi Caprera per condurre Francia 
Garibaldi. 

Caso ciô si ayverasse impedisca imbarco Garibaldi e riferisca subito 
telegrafo. 

G. Lanza. 


se?) 

Aqhemo a Lanza. 


Eccellenza, 


Torino, 11 Ghigno 1871. 


Poichè le franchigie approvate in Senato ed alla Caméra rappresen- 
tauo oramai una legge dello Stato, e che in conseguenza di esse venne 
attribuita alla persona del Sommo Pontefice la qualità Sovrana, S. M. 
il Re ravviserebbe atto sommainente politico che nel giorno 16 dej 
corrente mese, mentre tntto il raondo cattolico préparas! a festeggiare 
il 26 *^ anno deU’esaltaraento di Pio nono, venisse dato ordine dal Go- 
verno di far inalberare il vessillo nazionale in Roina, ed ordinasse le 
solite salve di artiglieria. 

Il Re mi disse di soggiungere a V. E. che Timpressione di ciô sa- 
rebbe ottima, e che le migliaia di forestieri che in taie occasione si 
troveranno a Roma, testimoni di questo grande atto del Governo, non 
mancherebbero di applaudire. ColPavere in tal guisa interpretato le in- 
tenzioni del noatro Augusto Signore, che vedrebbe molto volentieri as- 
sociate le idee di V. E. a quelle di S. M., debbo pur pregarla nel 
sovrano nome a ben voler impartire quelle disposizioni che reputerA 
più convenienti ed opportune al caso, raeno che Ella opinasse diversa- 
mente. 

La salute del Re non ha punto mutato, é incoatestabile perô che 
continuando egli a riraanere alla campagna, gli sarà ciô di gioVamento 
assai notevole, e le febbri, che di tanto in tanto si manifestano, fini- 
ranno per essere del tutto vinte. 

Permetta TE. V, ch’io le rinnovi l’espressione de’raiei sentimenti di 
oBsequente rispetto ed alta stima. 


Aff.mo ed ohbl.mo Aqhemo. 



— 427 — 


888 ) 

• Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 


6 luglio 187L 


Forse avrô corso un po’ la posta, ma te lo spieglierai facilmente 
quaudo ti dirô che la tua lettera n. 1 mi era sembrata dettata da un 
sentimeuto di sfiducia. Ora capirai facilmente che se mai pel govemo 
delle finanze io non possedessi intera la tua fiducia non sarebbe pos- 
sibile che io stessi ancora qui. Capirai quindi che sotto questo senti- 
mento io pensava al Gadda, che nomina il suo segretario generale senza 
che almeno io ne sapessi nulla, al Ricotti che muta Tesercito senza 
parlare, ecc. 

Capirai che mi si affollavario in mente i tormenti che si provano 
qua entro ogni giorno, gli affanni gravissimi che ebbi negli ultimi 
giorni (contro il mio solito ebbi tre notti di cauchemar infernale. Non 
sognavo che centinaia di milioni in titoli oltre ciô che dovrebbero es- 
sere) e quindi il proposito di rifugiarrni nella tranquilla felicità délia 
famiglia non fu tardo a venire. 

Ora vidi il Biancheri, ebbi la tua lettera n. 2, e capisco che la que- 
stione di fiducia non c’entra. Cade quindi il movente délia mia deli- 
berazione, e non mi resta che il rammarico di averti fatto perdere 
tempo e di averti forse anco fatto dispiacere, m entre hai bisogno di 
tranquillità. 

Ci combinereino quindi pel modo di aggiustarla coi colleghi. Ora non 
potendo venire da te, perché impegnato, mi limite a mandarti Taugurio 
di buon pranzo, salvo a rivederti poi stassera. 


Tuo aff.mo Q. Sella. 


aô9) 


Sella a Lanza. 


Caro Lanza ^ 

Roma, 12 luglio 1871. 

Furono qui Ruspoli (il più vecchio) e Marchetti, quali deputati di 
Roma, reclamando formalraente l'espulsione dei gesuiti. Non trovando 
te, vennero da me. Io risposi: 

1. Che il Ministère nulla poteva fare senza legge. 



— 428 — 


2. Che il* Parlamento al riaprirsi avrebbe potuto, volendo, occu- 
parsi di codesta questione. 

La seconda risposta diedi, o per meglio dire convenni con loro, ri- 
fiutandomi afPatto a prendere impegno, che si sarebbe prescntata la 
legge dei conventi o dei gesuiti al riaprirsi délia Caméra. 

Li scongiurai di fare buoni uffici; di non guastare questo lavoro di 
accettazione dei fatto compiuto per parte delle potenze, eCc. .ecc. 

Del resto dissi loro che tu avresti potuto essere più esplicito nella 
tua qualità di capo dei gabinetto, ma che quanto a me non dovevo e 
potevo dir nulla che impegnasse il Ministère e che venisse per av- 
ventura a guastare le cose. 

I Gesuiti sono dei resto, a quanto essi dicono, provocant! ; e qualche 
guaiaccio succédé ogni sera, corne sarai informato. 

L'affare dei locali é uno spineto da non credersi. lo tratto coi Do- 
menicani con tutta larghezza, giacchè in questo convento non ci si 
puô stare, una volta che si é ridotti a cosi poco. 

Fatti un buon fonde di sainte; anch’io in questo clima sono ormai 
impotente di corpo e d’anima. Addio. 

Tuo affmo Q. Sella. 


S30) 

Castelli a Lanza. 


Carissimo Amico, 


Moncalicri, 25 luglio 1871. 


Non posso trattenermi dallo scriverti due righe sulle interpellanze 
di Versailles riguardo alla questione di Roma. 

Quel che dico lo so per un mezzo che ho ragioni mie particolari di 
giudicare sicuro. Ne avevo già scritto ad Artom prima, ed egli mi ri- 
spose che le raie informazioni corrispondevano aile loro. In Francia non 
abbiamo che nemici i quali frenano a stento la loro passione. La sola 
cosa che li trattiene è la speranza di trascinarci a un giorno dato 
contre la Prussia, ben sapendo che, colTItalia dubbia, sarebbe per loro 
mpossibile rivendicare Strasburgo e Metz, ci metterebbero allora il 
partito di essere con loro, o di vederli per vendetta rivoltarsi sulla 
causa dei Papa e su Roma. Thiers e la parte politica vogliono tenerei 
in bilico per le eventualità prossime e future; i clericali vogliono ri- 
metterci sotto il predominio passato, ed a furia di millanterie impedirci 
di assodarci iu Roma. 



429 — 


Preferiseo scriverti prima di avéré il resoconto afficia!% délia seduta 
di Versailles, tanta è la mia convinzione sullo stato reale délia que. 
stione. Thiers, malgrado le sue dichiarazioni antiche, ha avuto uno 
smacco. 11 Gambetta, che conosce il terreno, si tiene in una riserva 
che per noi sappiamo cosa signiôchi. 

Il punto capitale per ora si è Timpotenza délia Francia. Se d la- 
sciamo impressionare dalle vane e prepotenti parole, se entriamo a 
discutere sui nostri atti col Governo francese, siamo fritti. 

Thiers non farà mai nulla in fatto. Bisogna adottare una politica 
per cui noi abbiamo a diventar sordi e muti a tutte le ouvertures^ 
conseils et protestations di Versailles o Parigi. 

Tenerci con energia e perseveranza ai fatti e non mandar note o 
schiarimenti che non servono che a tener aperto un conto con chi non 
è nostro creditore per alcun verso; ora più che mai per noi in questa 
quistione bisogna attenersi alla massima di Talleyrand : la parole a 
été donnée à Vhomme (ed io dirô al diplomatico) : powr cacher sa pensée. 
Lascia che interroghino e interpretino, protestino sopra i nostri atti, 
e tira avanti, e sbrighiamoci. 

Questo ho voluto scriverti. Io non sono sospetto di Gallofobia! sai 
da quai parte pendevo, e non sono convinto che un'altra politica non 
avrebbe mutato Taspetto delle cose, e forse collocato Tltalia tant'alto 
quanto mai potesse desiderare, ma ora le impertinenze francesi mi ri- 
voltano, e mi sentirei avvilito se non protestassi che è tempo di finirla. 

Dopo quel che hanno fatto e fannoü oh per Dio! 

Il tuo aff.mo Castelli. 


831) 


Biancheri a Lanza. 
Mio carissimo Amico^ 


Ventimiglia, 20 ottobre 18Î1. 


Le savie ed elevate considerazioni che tu mi esponevi sullo sciogli- 
mento definitivo délia questione romana mi piacquero assaissimo, ed è 
ben vero quanto mi dicevi; se il Parlamento, fra breve, saprà. dar prova 
di assennatezza, potremo agevolmente superare le difficoltà che ancora 
rimangono ad assodare Tedidzio nazionale e di Borna, ed ivi, conci- 



— 430 — 

liando l’esisUnza dei due poteri ugualmente Uberi e indipeiidenti, 
avrem reso il più segnalato servizio alla causa délia civiltà, del pify 
gresso e délia vera religione. Se, corne spero, perverre^ « «ciogliére 
il grande problema, cbe da tanti secoli traraglia la povera «Ttalia, la 
più grande parte di merîto aarà develuta alla tua amministrazione, e 
sovratutto a te personalœente, cbe val acquistando un nuovo e il più 
eplendido titolo di benemerenza verso del paese. < „ 

lo leugo per certo che vincerete ognî opposizione nella discussione 
del diaegno di legge sulla soppressione delle corporazioni religiose ; 
nelle question! politiche vi credo inyulnerabili ; se qualche difficoltà. pu6 
affacciarsi, temo sia per sorgere nel campo finanziario. 

Pochi giorni sono fu qui di passaggio il generale La Marmora, col 
quale parlai lungamente; egli mi lasciô incarico di salutarti ; è inutile 
ti dica ch’egli non é punto guarito dalla sua Kicottifobia. 

Parendo certa la chiusura délia sessione, te^moriturus^ saluto ; non 
rimango meno perô il 

Tuo aff.mo G. Bjancheri. 


S3S) 

Lanza al Re. 


Maestà, 


Roma, 9 novembre 1871, 


Poichè V. M. mi ha ordinato di riflettere ancora sulla nomina del 
Ministro del sua real Casa e quindi di farle una risposta definitiva, 
vengo ora a compiere a questo incarico, premettendo che considero 
sempre corne necessaria ed urgente una soluzione. Lo stato attuale 
non puo essere che pregiudicievole, per i dissapori che esistono fra i 
grandi ufiiciali délia regia Casa e per le dicerie poco convenienti nella 
stampa ed in pubblico. Per stabilire il desiderato accordo, V. M. deve 
determinarsi a scegliere tra la noraina di un altro Ministro délia Casa 
reale ovvero di un altro Prefetto e di un altro primo aiutante di campo, 
poichè fra gli attuali vi è una incompatibilité assoluta. 

Perô la dimissione del Prefetto di palazzo principe produr- 

rebbe un cattivo effetto in pubblico, per essere egli uno dei pochi pa- 
trizi romani che abbia fatta pronta adesione alla casa di Savoia e 
molto coasiderato in Roma: ritengo che V. M. sia già di cio persuaso 
« quindi disposto a nominare un nuovo Ministro délia sua real Casa. 



— 431 — 

Se non che V. M. parrebbe deciso a elevare, tardi o tisto, a questa 
earica il conte Cambray-Digny. Per i precedenti noti a V. M. le ripeto 
che non potrei, dopo taie nomina, rimanere ancora al Minietero senza 
essere afljptto esautorato. In taie eventualità io prego Y. M. di volere 
accogliere le raie diraissioni e sarô ben lïeto se anche con questo atto 
io potrô rendere un ottirao servizio a V. M. agevolandole la scelta e 
la noraina *delle persone più gradite per coraporre la sua real Casa, 
benchè ritenga sempre che neirinteresse délia dinastia non convenga 
introdurvi persone che abbiano una iraportanza politica. 

Domenica prossima dovrô ritornare costi per sottoporre alla appl^ 
vazione di V. M. la noraina di parecchi Senatori e deirUfficio di fifesi- 
denza del Senato e il discorso délia Corona, 

Spero che V. M. si degnerà accogliermi colla solita sua benevolenza, 
non estante la mia solita testardaggine! 

Le iirailio i sensi del raio profonde ossequio, professandomi ora e 
sempre délia Maestà Vostra 


Dev.mo G. Lànza. 


S33} 

Lanza al Re. 


Maestà, 

Borna,' 5 dicembre 1871, 

Già ebbi Tonore di esprimerle umilmente a voce il raio avviso sulla 
convenienza che i suoi Miiiistri siano ammessi ad assistere alla reale 
udienza, nella quale si fa presentazione e lettura deU'indirizzo che le due 
deputazioni delle Camere debbono fare a V. M., in risposta al discorso 
délia Corona. Questa solenne funzione é una delle più importai! ti del 
Governo costituzionale. È un atto altamente politico, in cui il Parla- 
mento esprime a V. M. la sua opinione suU’indirizzo politico del Go- 
verno di V. M. La risposta di Y. M, aile Deputazioni è riferita alla 
Caméra e i Ministri sono soli responsabili délia esattezza con cui yen- 
gono riportate le sue parole. Corne potrebbero risponderne se non sono 
stati presenti al ricevimento? Comprende quindi Y. M. che la mia in- 
BÎstenza non e determiaata da un sentimento di vanità, ma da con- 
veaienze ed nsi costituzionali, osservati presse tutti gli altri GK>yenii 
e da Y. M. dal 1849 siuo al 1866. 



— 432 — 


Oso espom sommessamente a V. M. queste considerazioni per mero 
eentimento di dovere ed attenderô i di Lei venerati ordini, mentrcv 
colla più profonda devozione ho l’alto onore di ripetermi di V. M. 

Dev.mo ed umil,mo G. ^ÏjANZA. 


834) 

Sella a Lanza. 


Caro Lanza^ 


18 gennaio 1872. 


Mi affretto a farti sapere quanto infra: 

Corne vedi si conosce oggi 18 gennaio il risultato délia gestione 1872. 
Si è riscosso anzi poco più di quanto fu previsto in bilancioü! e nota 
che fu abolita la disposizione del regolamento di contabilità, che im- 
putava all’anno le somme riscosse nell’anno, ma versate in tesoreria 
dal 1^ al 15 gennaio dell’anno successivo. E cosî nella prima quindicina 
del gennaio 1872 furono versati 27 milioni in conto dell’esercizio 1871. 
Se lo stesso si fosse fatto nella prima quindicina del 1873 a favore 
del 1872, corne era nelle previsioni del bilancio, l’eccedenza dei versa- 
menti sulle previsioni sarebbe stata anche maggiore. 

I pagamenti furono invece assai minori delle previsioni corne era da 
aspettarsi, anzi corne era certo. Ma l'essere giunti pel bilancio attivo 
a previsioni cosi vicine al vero, Laver speso meno del previsto, e lo 
avéré conoscenza del risultato delLanno pochi giorni dopo il suo ter- 
mine, sono risultati veramente mirabili. 

A te ed a ben pochi altri faran piacere, Pel resto non un cane me 
ne terrà conto. Ma poco importa, il dovere sarà fatto. 

Tuo aff.mo Q. Sella. ; 


83B) 

Lanza a Torelli. 

Caro Amico, 

Roma, 17 lebbraio 1872. 

La questione municipale e quella délia scelta del Sindaco comincia 
a prendere un carattere politico abbastanza grave, poichè quasi tutta^ 
la Deputazione veneta si mostra assai dispiacente délia lotta che oostî’ 



— 433 — 


si dîbatte già da troppo tempo per ottenere una Gianta più o meno 
prefettizia, ed un Sindaco il quale sia più o meno disposto a secondare 
un progetto piuttosto che l’altro di opéré pubbliche. Quello poi che più 
si lamenta dai deputati veneti si è la parte assai viva che dicono 
prenda TAutorità poîitica a questa lotta d’interesse puramente locale e 
materiale, senza che l’ordine pubblico possa essere in alcuna maniera 
compromessb o pregiudicato. 

Questo grave appunto essi l’appoggiano : 1° al fatto che la Gazzetta 
di Venezia, organo governativo, mentre difende gli uomini benevisi al 
Prefetto, fa invece aspra guerra a quelli che non parteggiano per lui ; 
2' la persistenza che mostra il Prefetto a voler porre a capo di quel 
Municipio persone più o meno retrive o compromesse dai loro prece- 
dent! politiei. 

Per far cessare queste voci, se non vere certo verosimili, stimo ne- 
cessario di addivenire presto alla nomina del Sindaco, scegliendolo fra 
i primi eletti testé nella nuova Giunta, rendendo cosi omaggio al voto 
del Consiglio. Vedo fra i primi figurare due onorandissime persone, 
quali sono i signori Fornari e Pappadopoli, entrambi reputati per ca- 
pacità e per sentimenti liberali. Bitengo perciô che la scelta del Sin- 
daco debba cadere soprà l’uno o sopra l’altro. 

Ti prego quindi di dirmi quale, seconde il tuo avviso, meriti la 
preferenza e di rispondermi al più presto, poichô intenderei che la 
nomina fosse fatta entro otto giorni, stimando assolutamente pregiu- 
dicevole ogni maggiore ritardo. 

Credimi con affettuosa stima tuo 


G. Lanza. 


S36) 


CoRRENTi A Lanza. 


Caro Lanza ^ 


Il aprile 1872. 


Ho veduto l’iscrizione del Baronino, vero casalasco. L'epoca perô è 
più remota di quello che mi avevi fatto supporre; è nato uel 1511. 

Mi bisogna qiialche giorno per trame traccie sicure e particolari 
che spieghino la storica frase: impia morte prevento; sospetto che vi 
sia errore, e che debba leggersi perempto. Tutte le opéré epigrafiche 
portano l’iscrizione Baroncino. Nessuno spiega quella frase impia morte 

S8 — L\nza, Memorie, Vol. II. 



— 434 — 


prevento,c\iQ\\!Lb accennare un assassinio, o anche una sventura. Non 
si ha traccia finora delle opéré archîtettoniche del Baroncino. Nulla 
nel Casalis, nulla nei dizionari d'arte, di storia, di bibliografia. 

Mi sono diretto aU'Amati, dottissimo negli aneddoti artistitt romani. 
Qualche cosa di più si scaverà (1). 

Qorrenti. 


Î337) 

Don Bosco a Lanza. 


Eccellenza, 


21 maggio 1872, 


L'affare délia temporalità dei vescovi ultimamente preconizzati devo 
in qualche modo aggiustarsi. Troppe sono le dicerie che si vanno spar- 
gendo a sfavore délia Chiesa, del Governo, e a vantaggio di nessunp. 

Qualche tempo fa io scrivevo all’E. V. corne sembravami non tanto 
difficile di veuire ad un avvicinamento e lasciar intatti i principü che 
il Governo da una parte e la Santa Sede dall'altra iutendono di con- 
servare. 


(1) Lanza, quando fu a Roma, osservô nel Panthéon la segnente isorizione: 

D. O. M. 

Bartholomeo Baronino 

CASALEN, MONTISFERBAn ARCHITECTO CELEBERRIMO 
IMPIA MORTE PREVENTO 
ANNO ÆTATI8 SUÆ! XLIII DIE VI SKPTEMB. 

MDLim 

BaRTHOLINUS et 10 

Frvnciscüs fratres posüerunt 

— VIII — 

Queste parole, che gl’indicavano essere esistito un casalese, forse illustre, igno- 
rato da lui o certamenle anche dalla maggior parte de' suoi concittadini, invoglia- 
rono Lanza alla ricerca dei documenti che togliessero quel nome daU’oscurità in cui 
era oaduto, Da principio nulla potè raccogliere; ma rivoltosi al comm. B. Miraglia 
sovrintendente degli archivi romani, questi inoaricô di quelle rioerche il sig. Ber- 
tolotti il quale, dopo molti e pazienti studii riesci nel suo intento; e diede alla 
stampa una dottissima biografia dooumentata del Baronino, dedicandola a Lanza 
(tip. Sociale del Monferrato 1876). Bartolomeo Baronino, architetto stimato, visse 
quasi sempre a Roma, ove fu aggregato alla Congregazione dei Virtuosi del Pan- 
théon e fu architetto di Papa Famese Paoîo m e di Giulio iii. Morl assassinato. 



— 435 — 

Sebbene io sia estraneo affatto alla politica ed aile côse pubblichey 
né abbia incarico di sorta a questo scopo, tattavia credo che il Goveruo 
possa essere soddisfatto con uua nota antentica délia Santa Sede, con 
cui si dicAiari allô stesso Governo che nel Concistoro tenuto in data 
n. n. vennero preconizzati vescovi aile sedi vacant! . . . . 

Qualora p*oi TE. V. scorgesse possibile questo progetto o qualche 
altro che a lei sembrasse più facile, e volesse servirsi di me per comu- 
nicarlo a chi di ragione, io mi stimerei fortunato di avéré prestato 
qualche servizio al mio Governo e portato qualche vantaggio alla 
Chiesa. Quale persona privata, ignota al mondo politico, non darei alcun 
motivo ai giornali di parlare nè pro nè contro, siccome si potè osser- 
vare in casi somiglianti. 

In ogni caso io la suppüco a voler dare benigno compatimento alla 
rinnovazione di questo disturbo e di volermi credere con profonda stima 
6 con profonda gratitudine 

Dell’E. V. 


Ohb.mo Servitore Sac. Giovanni Bosco. 


S38) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lanza^ 


31 maggio 1872. 


Dal tuo contegno di ieri capisco che anche tu ne hai i taparî pieni 
arcipieni e strapieni. Perô, finchè non siamo rilevati dalla consegna il 
carro va tirato, e tiriamolo. 

Potresti convocare stasera il Consiglio onde decidere definitivamente 
sulla circolazione ? 

Ora che la tua ragioneria è ordinata, non sarebbe bene dare l'ottimo 
Mo a quella anarchica amministrazione che è il Ministère dei lavori 
pubblici? Pensaci un po’. 


Tuo aff.mo Q. Sblla. 



430 — 


f 

839) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lanza, 

Roma 2 giûgiK» 1872. 

Debbo confessare che non mi so capacitare delle ragioni per le quali 
oggi ci annunciasti di voler dare le tue dimissioni. Ma checchè ne sia, 

10 ti prego a far gradire a S. M. colle tue dimissioni anche le mie, 
giacchè, malgrado ogni buon volere che ne avessi, io reputo impossibile 

11 continnare utilmente la mia opéra nelle condizioni in cui rimarrebbe 
il Ministero. 

Tuo aff,mo Q. Sella. 


S40) 


Lanza al Sindago di Casale. 


Egregio Sig. Sindaco, 


Iloma 2 giugno 1872. 


Considéré i ringraziamenti che V. S. mi esprime a nome di codesto 
Oonsiglio comunale e per Tinteressamento da me mostrato allô scopo 
di conduire a buon termine le trattative per la irrigazione dell’Agro 
Casalese, corne un atto di squisita cortesia e generosità che grandemente 
apprezzo e del quale conserverô gradito ricordo. 

Cittadino casalese, non puô essore per me un merito quelle di caldeg- 
giare e promuovere i suoi interessi si economici che morali, ma un ob- 
bligo sentito e caro a compiere, perché in se stesso racchiude la più 
dolce delle ricornpensé quaVé quella di giovare alla propria terra natale. 

Quando poi alla coscienza di avéré soddisfatto a questo naturale do- 
vere si aggiunge l’approvazione ed il plauso dei propri cittadini, la 
soddisfazione riesce compléta ed è perciô che io rinnovo di tuttg cuore 
a codesta illustre Rappresentanza municipale ed al degno suo capo i 
sensi délia raassima mia riconoscenza montre ho Tonore di rafferraarmi 
di Lei 


Dev,mo G, Lanza. 



437 — 


S41) 

D’Afflitto a Lanza. 

Eecell.mo Sig. Commendatore, 

Napoli 3 giugno 1872. 

. ’ 

Prendo la penua immediatamente, dopo aver letta la sua lettera, per 
soongiurarla con tutte le forze deirauimo mio a non voler dar seguito 
al suo proponimento, ohe rioonosco dettato da un giustissimo disgusto 
délia sîtuazione. E lo fo meno per Tamicizia sincera e calda che nntro 
per lei, meno per la gratitudine che debbo professarle, anzicbè per le 
necessità del paese. La Destra cbe noi siamo costretti a seguire dalla 
forza dei principii è un partito fiacco, qpasi stanco, pieno di ambizioni 
indîviduali, che non ba mai appoggîato nè appoggerà mai alcuno cou 
calore. Non è dunque cosa cbe debba toccare specialmente l’E. V. quella 
noncuranza che certamente irrita e stanca chi deve combattere pei 
principii cbe divide con essa. 

lo la prego poi di considerare quai danno Ella potrebbe inferire al 
paese se la sua risoluzione potesse aver per coiiseguenza di menare al 
potere uomini che non tarderebbero a chiudere la Caméra per scom- 
porre e devastare tutta rAmministrazione. 

lo la compatisco e penso che ba pienamente ragione ; ma in un uomo 
politico délia sua tempera il patriottismo e l'abnegazione debbono supe- 
rare qualunque sentimento personale, per giusto che sia. 

Se una mia ligliuola inferma starà un po’ meglio, domani veiTÔ a 
Roma, perché davvero non saprei starmene qui incerto. 

Mi continu! la sua benevolenza, e mi creda con la più decisa ed af- 
fettuosa osservanza 

Suo dev,mo D'Afflitto. 


S4S) 

OORBETTA A LaNZA. 

llLmo Sig, Ministro Présidente del Consiglio^ 

Recoaro 12 luglio 1872. 

A lei, che tanto ha sofferto e tanto fatto per l'Italia, non deve dispia- 
eere la voce di un giovane, tanto più quando essa è leale corne TE. V. 
ha avuto la bontà di dirmi. 



438 — 


Ebbene pefmetta che questa giovaue voce le faccia le più calde, le 
più sentite congratnlazîoni pei suoi nltitni atti, e per la sua ultima 
circolare ai Prefetti, 

Non si tratta di essere pretofobi — si tratta di nemicî, a^addolcire 
il cui odio, ci converrebbe nienteraeno che ristaurare il potere tempo- 
rale, Avanti dunque per la nostra via, per quella gloriosa che forma 
la tradizione del nostro paese, e ci ha schiuso, sotto la sua poteute in- 
fluenzle ,aporte di Xoma. 

Il Paese in questi nltimi atti vede la liberale sua franchezza, anche 
una volta, sortire fuori in mezzo ad amici, peggiori talvolta di nemici, 
riconosce il degno cittadino di quel paese^ in cui si è veduto il Conte 
di Cavour votare per Brofferio quel giorno in cui la scelta stava fra 
Brofferio ed un cléricale, Oggi non c'è bisogno di andar tanto in là, 
c’è la Deputazione giovane sqi banchi délia maggioranza che in fatto 
di liberalismo certo non sofifre confronti. 

Avanti dunque, e il paese sarà salvato dalla più pericolosa tabe che 
lo possa minacciare. 

Perdoni, mi continui la sua benevolenza e mi creda 

Suo dev.mo Cobbetta. 


e43 


G. Biangheri a Lanza. 


Mio caro Lanza, 


Ventiraiglia 13 luglio 1872. 


Soltanto oggi mi pervengono i giornali che riportano la tua bella 
circolare, diretta ai Prefetti iu occasione delle elezioni amrainistrative. 

Essa è un documento che onora iP paese e il Governo, é un nobile 
linguaggio che è degno di te. lo non so astenermi dal mandarti una 
mia parola di sincera, vivissima Iode, di felicitazione, di intera appro- 
vazione; e di esprimerti il costante afifetto del 


Tuo G. Bianchbri. 



— 439 — 


844 ) 

Lanza ad un Prefetto. 


Caro Amico, 


Roma, 14 luglio 1872 


Anche questa volta le elezioni amministrative di codesto Municipio 
sono riuscite contrarie ai tuoi intendimenti, malgrado che. il giornàle 
délia Prefettura le abbia apertamente combattnte. Tu ben sai che io 
avrei desiderato e più volte ti consigliai che tu ti fossi tenuto in di- 
sparte ed avessi lasciato i partiti locali combattere tra loro seûza 
preoccupartene molto; tanto più che nessuno si puô considerare corne 
nemico aile nostre istituzioni e al Governo. Quella tua persistenza a 
volerti dichiarare apertamente a favore di uno più che deU’altro ed a 
patrocinare certi nomi ihvisi alla maggioranza liberale, ti ha alienato 
intieramente questa, cosi che ora che ha vinto, rendes! assai più dif’ 
ficile la tua posîzione corne Prefetto. 

Non ê più possibile che i tuoi rapport!, si officiosi che ufficiali, col 
Consiglio e colla Gianta comunale, non risentano gli effetti délia oppo- 
sizione da te fatta al maggior numéro dei Consiglieri eletti e non ren- 
dano meno accettevoli i tuoi consigli e più frequenti gli attriti ed i 
dissensi. Io debbo prevenire che sorga, e costi e in Parlamento, una que- 
stions siraile alla questions Napolstana, la quais avrebbe perrisultato 
di turbare vieppiù l’andamento amministrativo locale, e la condizione 
dei partiti nella Caméra. 

Per queste considerazioni d’interesse pubblico, io sono in obbligo di 
prsvenirti che sarô costretto a destinare costi un altro Prefetto. 

Prima perô di farlo desidero conoscere quali siano le tue intenzioni 
e principal mente se tu sei disposto ad accettare un’ al tra destinazione, 
ovvero se preferisci, per le tue viste particolari, di ritirarti dalla car- 
riera ovvero di essere collocato in disponibilità. Mi duole assai che il 
mio dovere d’ufficio mi ponga nella dura necessità di fare cosa sgra- 
dita ad un vecchio amico, a cui porto grande stima ed affetto ; mi decisi 
a questo partito con molta rîpugnanza, ma tu m'insegni che in politica 
sovente avviene di dover sacrificare i più cari sentiment! privati aile 
esigenze délia cosa pubblica. 

Attende un tuo riscontro a questa mia e mi raffermo 


Tuo G. Lanza. 



— 440 — 


345 ) 

Il Vescovo di Biella a Lanza. 


Eecellenza, 


Biella, 12 agosto 1872. 


Avrei pur voluto, non appeaa aperto l’ossequiato piego di V. S., in- 
viarle li ben dovuti ringraziamenti, ma di tanta e cosî grata sorpresa 
mi riesci il munifico assegno a pro di questi miei poveri scrofolosi, che 
non seppi subito trovare la parola per esprimerli. Ah non è solo un 
dono per beneficenza, ma un pegno di fiducia, un impulso opportunis- 
simo al consolidamento d’un* opéra rigeneratrice di esseri sfortunati e 
malconci ! Si disse che gli antichi pensavano, e saggiamente, più che al 
présente, all’avvenire, ed è appunto a tal savio pensiero che l'E. V. 
si nobilmente si associô, e questo mio Comitato biellese registrerà con 
ben giusto orgoglio il chiaro e beneraerito nome del generoso donatore. 

Mi fu poi d’iminenso conforto la di lei lettera, a parte le per me 
troppo lusinghiere espressioni, allorchè toccava il punto massimo délia 
cosi detta questione Romana, per cui fui posto da Roma e dai Consorti 
nel libro dei sinistri; le mie convinzioni perô furono anche troppo se- 
veraraente giudicate dai fatti. — Non si voile credere. — Vi sono 
malattie, diceva il signor Thiers a tal proposito, che non si guariscono 

che colla morte deiraramalato ma all’E. V. il tempo è più 

che moneta ed io non le ne ruberù di più. 

Voglia solo nella sua bontà aggradire li sensi cordiali délia più os- 
sequiosa e più sentita riconoscenza con cui ho l’onore di raifermarmi 
Délia S. V. 

DevMo G. PiBTRO, Vescovo di Biella. 


346 ) 

Lanza ad un Prefetto. 

Ill.mo sig, Prefetto^ 

Roma, 18 sottemLre 1872. 

Quel! O che suggerisce codesta Questura a V. S. non è che il paga- 
mento di un ricatto larvato. Simile mezzo, oltre d’essere indegno di un 
Govemo che meriti rispetto, non raggiungerebbe neppure lo scopo, 



— 441 — 


poichè invece di far tacere la stampa tarpe, servirebbe aè alimaatarla. 
La si combatta qaindi con tutti i mezzi che fbrniscono le leggi ; e rî- 
tengo che quando siano applicati con tutto il rigore e con persistenza, 
si finirà ii frenarla. Non dubito che taie sia pure il di lei awiso. Mi 
creda con considerazione 

Suo dev.mo G. Lanza. 


S47) 

Persano a Lanza. 

Degno e veramente raro Amico^ 

Torino, 21 settenibre 1872. 

Iddio vi henedica ! Vi ringrazio dal cuore. Speriamo che il figlio ar- 
rivi ancora in tempo; ma ne dubito assai, perché il male cresce visi- 
bilraente! Ad ogni modo non avrô raancato al debito che m’incombe va (1). 

Mi sento iufelice all’estremo grado! Si possono sopportare con nobile 
rassegnazione le contrarietà délia vita, e mi pare di aveme saputo dar 
prova, ma perdere chi ha diritto, sotto ogni titolo, al più sviscerato 
nraore, è taie ferita che uccide. Non ne posso proprio piùü 

Scusate questo sfogo, ed abbiatemi coi sensi délia maggiore devo- 
zione e gratitudine 

Vostro per la vita C. di Peüsano. 


S48) 

Nino Bixio a Lanza. 


Illustre AmicOj 

Genova, 10 ottobre 1872. 

Nei primi giomi délia settimana prossima ventura io andrô in In- 
ghilterra per occuparmi esclusivamente de’ miei affari marittimi. Prima 
di partir e d’Italia io sento il dovere d’indirizzarti una parola di rico- 


(1) Persano aveva la moglie moribonda e Lanza aveva dato ordine cho si facesse 
di tutto perché il figlio, uffloiale di marina, giungesse in tempo ad abbracciare la 
madré. 



— 442 — 

^lOBcenza peV modo con oui mi haï accolto Tultima volta che io venni a 
Eoma. Non è certo la prima volta che io abbia avuto da te prova di 
stima, ma l’ultima mi fu più sensibile e godo testimoniartelo oggi che 
mi allontano dalla politica, dove tu resti e dove ti accompagueranno 
i miei voti certamente, perché tu sei taie uomo che, a qualunque partito 
si appartenga, si è costretti ad inchinarsi. Io poi non dimenticherô cosî 
subito quel momento in cui venni a prendere gli ordini per Roma. Io 
ti conobbi bene quel giorno, e tu meritavi di condurci a Eoma. Lontano 
O vicino tu mi avrai sempre fra i tuoi ammiratori. 

Conservati airitalia nostra, che di uomini délia tua fibra puô aver 
bisogno graudissimo. 

Tuo Nino Bixio (1). 


849 ) 

La Marmora a Lanza. 

Carissimo Fresidente, 

Firenzo, 5 marzo 1873. 

Mi venue rimessa all’istante sua lettera geiitilissima. Anch'io avreî 
avuto piacere di vederla quando venue a Firenze, e appena mi fu ri- 
raessa la sua carta di visita, mandai un bigliettino aU’albergo Cavour, 
col quale la pregavo di venire a pranzo con noi, e qualora non potesse, 
di dirmi dove avrei potuto trovarla. 11 servitore mi ritornô il biglietto, 
assicurandomi ch’ella era già partita. Avrei avuto moite cose a dirle, 
ma anzitutto prevenirla délia decisione che stavo per prendere, e alla 
quale appunto questa mane io pensavo di non poter più difïerire. 
Capirà assai probabilmente che si tratta délia mia dimissione da dé- 
puta to. Né fisicainente né moralmente non mi sento di andare ancora 
a discutere alla Caméra i provvedimenti militari del generale Ricotti 
e siccome una cosi lunga mia assenza e massime in quella circostanza, 
non é giustificabile, mi sento in obbligo di cedere il mio posto ad un 
altro. Che vuole ? io, non solo non ho fiducia nei cambiamenti del Mi- 
nistre délia guerra, ma ho la convinzione che colla sua Isggerezza e 
presunzione egli ci rovina l’esercito. Ciô che io potevo fare per mettere 


(1) Era questo Pultimo saluto dell’amico. Sul llnire del 1873 Nino Bixio moriva 
di oolèra sul bastimento ohe comandava, il Maddalonij nella rada di Atchin. 



— 448 — 

in guardia il paese, io l’ho tentato con qnattro diacorsi scmtti, e quattro 
pronanciati alla Caméra. 

Al punto in cui sono le cose, io dovrei dire delle cose durissime, 8 
non farei^che accrescere la sfiducia, che già régna a mio avviso nel- 
l’esercito; quando l’anno scorso io ritiravo il mio ordine del giorno, 
^0 ciô facevo nella lusiuga che il Governo facesse, senza che gli 
venisse imposto da un voto, ciô che io proponeva. Tanto era ragione- 
Yole fare esaminare da una Gommissîone di generali, le 4 o 5 prin* 
cipali question! militari. Nessuna Commissione di generali, ch'io sappia, 
fu radunata, e le gravi, anzi gravissime quîstioni, sono trattate da 
Corte, Farini e Famhri : quella piccola ombra di opposizione che pote^* 
vano dare Brignone e Cosenz si fece sparire, passando quei due gé- 
néral! al Senato, ove vengono confinât! tutti i generali, obbligati poi 
a votare corne vuole la Caméra. 

Una prova délia spaventosa leggerezza del ministre Bicotti, il Mi- 
nistère dovrebbe pur scorgerla nella separazione deirartiglieria da 
campagna da quella di piazza, ch’egli stesso è obbligato di ristabilire. 
E bisogna rinvenire su tutte le modificazioni del generale Bicotti, 
compresi i tamburi. I prussiani lo dissero, se non al principe Umberto, 
certo a quei del suo seguito ; e lo raccontarono. Vous reviendrez à 
tout ecc, Lo doraandi a Sonnaz. 

Io non mi sento più, corne già le dissi, di raddrizzare tanti spro- 
positi. Aggiunga poi lo stato deplorabile de’ miei occhi. S'imm^gini 
che per scarabocchiare queste due righe, sono obbligato d’inforcare uil 
seconde paie d’occhiali e che ciô malgrado, lo sforzo per gli occM ô 
taie da dolermi tutto il sistema nervoso, massime dietro al capo. Mi 
lusingo ch’ella mi approverà ; quando perô Ella credesse meglio io dif- 
ferisca qualche settimana, io non ho difficoltà, qualora perô non si 
richieda ch^io venga ad assistera alla discussione militare. 

Scusi il modo assai poco conveniente col quale mi permette scrivere 
al Présidente del Consiglio. Ma che vuole, tenevo a ringraziarla im- 
mediatamente délia sua gentilezza, e oggi soffro un po’ più del solitoi 

Gradisca poi, la prego, i sensi délia molta mia gratitudine e mol- 
tissima considerazione e amicizia. 


A. La Marmoba. 



— 444 — 


« 


B50) 


Berti a Lanza. 


Caro Lanza, 


13 marzo 1873. 


La nomina del Cantù non sarà male accolta. Demanda informazioni 
al deputato Servolini, al prefetto Terre ed al sindace Bellinzaghi. 

Mi pare che suenerebbe male che un ueme cerne il Cantù venisse 
escluso daU’archivio. Non è un ufficio politico ma tecnice e letterario. 
Dunque non darti pensiero di qualche opponente. 

Anche i suoi avversari riconosceranno che il Ministre ha fatto bene. 
Cantù ô oramai nei settanta, sono cinquant'anni che scrive ; e dovremo 
lasciare che gli ultimi anni délia sua vita trascorrano senza parole di 
conforte? Addio. 


Tuo ajf.mo Berti. 


851) 

Aghemo a Lanza. 


Ecceïlenza, 


Roma, 30 aprile 1873. 


S. M. il nostro auguste signore è venuto a conoscere che V. E., 
visitando la regia tenuta di Castel Porziano, ebbe ad ammirare due 
piante che con termine botanico vengono designate col nome di Tro- 
phelum tricolor. 

Desiderando la M. S. di farle cosa grata, mi commise Tonorevole uf- 
ficio di pregarla a gradire i due vas! di questa pianta, che per ordine 
sovrano le accompagno con questa mia lettera. 

Adempiendo Tordine ricevuto dalla M. S. le porgo, eccell.mo signer 
Ministre i sens! délia mia profonda osservanza. 

Il Capo del gabinetto particolare di S, M, Aghemo. 



— 445 — 




868 ) 


Malenohini a Lanza. 


Caro AmicOi 


Livorno, 28 maggio 1873. 


Mi gode *t)roprio l’animo, leggendo le parole del Ricasoli^ che ren- 
devano netta giustizia ai benefizi délia tua amministrazione. Onore 
alla sua autorevoie sincerità. Grau beue sarebbe stato, se quel carat- 
tere politico avesse sempre girato largo dagli imbarazzi ed interessi 
dei grossi afPari industrialü! Tu frattanto, fra le aspre sconoscenze 
delle passioni politiche, devi aver avuto un momento di conforto, in 
quelle parole di verità, e con più lena ti aiuterai a perseverare nella 
grande missione che ti è toccata e che finora hai abilmente condotta 
a buon porto..., ed ora ti sorgono dinanzi le grosse novità di Francia!!! 
Mi pare, che tu abbia la sorte di SlsifOy condurre sempre dei grossi 
massi alla cima del monte, e ricominciare sempre la dura fatica, senza 
mai riposol... No, no. Tu Tavrai il tuo riposo, e glorioso, di virtuosa 
luce, corne pochi pochi nella storia dTtalia. 

Il buon Manzoni! Quella perdita mi.è stata una Tera afflizione al 
cuore. 

Voglimi bene, e credimi sempre tuo amico 

V. Malenciiini. 


S^53) 


Q. Sella a Lanza. 


Caro Lanza ^ 

Gli avversari sono venuti tutti. 

Il capitombolo mi pare inevitabile. Non occorrerà che io mi sforzi 
e sarebbe anche inutile che mi sforzassi nelEaltro senso. 

Tuo aff,mo Q. Sella. 


S54) 

Dîna a Lanza. 


Mio caro Lanza, 

Roma, 3 giugno 1873. 

Sento che tu persisti nelle dimissioni, che sino da ieri Taltro hai 
rassegnate al Ee. Che in momento di dispetto, tu le abbia date, ca-* 
pisco; ma che, pensandoci con calma, tu ci persista, non intendo. 



— 446 


Con le tue^dimissioüi scompigli il partito, metti in imbarazzo gli 
amici e fai venire al potere un ministero Rattazzi che per sei mesi 
govemerà senza il sindacato nè la sorveglianza del Parlamento. Per 
naritü, fa atto di abnegazione e continua, se non yuoi assu&ere una 
responsabilità assai grave, a cui non c’è ragionamento ohe possa sot- 
trarti. Ti sainte di cuore. 

Tuo aff.mo Dîna. 


©BB) 

Castelli a Lanza, 


Caro Lanza^ 


Torino, 6 giagno 1878, 


Non posso trattenermi dallo scrivertiî Al disopra di tutto vi sono 
certe memorie che non si cancellano mai. So con quai animo tu avrai 
visitato il povero Rattazzi, ed intesa la notizia délia sua morte! Tu 
sai quanto gli fui sempre affezionato ; cosi avesse egli date ascolto ad 
un vero sue amico! ma taie era il sue destine. 

Oaro Lanza, le die si diradano; e più cari per me divengono quelli 
che rimangono. Fra questi non hai bisogno che io ti dica con quale 
animo io pensi a te ! Abbiini sempre per il tuo antico e devoto amico 


Castelli, 


»B6) 

Giuseppe Garibaldi a Lanza. 


lll.mo sIg, Ministro^ 


Caprera, 10 giugao 1873. 

Grazie per gli esemplari d’argento e bronze délia medaglia che ri- 
corda la proclamazione di Roma a capitale dTtalia. 


G. Garibaldi. 



— 447 


«57) 


Q. Sella a Lanza, 


Caro Lanza^ 


Roma, 12 luglio 1873. 

Oggi a'ila Caméra Crispi, gentile secondo il solito, volendo dire che 
trovava delle incostituzionalità. nella formazione del Ministero, chiese 
la parola sul processo yerbale, e disse che non c'era stata veridicità 
neU’avere tu aiferraato il 26 giugno che il Re aveva accettato le nostre 
dimissioni, mentre il decreto di accettazione di dette dimissioni aveva 
la data del 5 luglio. 

lo risposi, e cosi fece Minghetti, notando che se il decreto era stato 
firmato solo il 5 luglio, ciô non toglieva che fino dal 26 il Re avesse 
annuito aile dimissioni. 

Replicô il Crispi dicendo che aveva inteso parlare di un equivoco, e 
la impressioue generale, mi dicevano i vicini, fu che non vi fosse in- 
tenzione di porre in quistione la tua veridicità. 

Mandai stamane le ultime carte del Ministero che ancora avevo a 
casa, e présentai oggi al Minghetti i principal! impiegati che erano 
qui a Roraa, cosicchè sono bene funetus officio, 

Resto ancora hno al termine délia settimana prossima per oagione 
degli esami di mio figlio, e poi farô vêla anch’io per le montagne, 
lieto di tormi dai triboli e dal caldo, e di tomare a studi più geniali. 

E tu procura di metterti bene in sainte, giacchè essa ô pur sempre 
(dopo la giovinezza, dicono i filosod, ma quella non Tabbiamo più) il 
primo elemento délia felicità, o délia minore infelicità umana. 

Ti stringo cordialmente la mano. 

Tm aff.mo Q. Sïlla.. 


PS. Vedendo pochissimo Perazzi, scordai di chiedergli bene quali 
sono le ultime definitive intelligenze. Ma suppongo avremo tempo. 


a58) 

Castelli a Lanza. 


Caro Amico, 

Toriao, 28 agosto 1878. 

Dopo la tua lettera dettata da Roma, ti ho segnito a Mentecatini 
e Recoaro. Credo che ora sarai di ritomo a Vignale e nella tranquil- 
lità di Roncaglia. 



448 — 


Ho veduto* Minghetti quando venne a Torino per la visita dello 
Scià, mi dichiarô che considerava la sua venuta al potere corne un 
esperimento ; che erasi imbarcato e che perciô aveva dovuto navigare, 
ma che non aveva preveduto grimbrogli ed i pericoli che igli si af- 
facciavano; aspetta il novembre corne lo aspettano tutti. 

leri fui a Torino ed ho potuto parlare un momento col He. Min- 
ghetti mi aveva scritto acciô mi adoperassi corne meglio uvxei potuto, 
acciô S. M. si décidasse per il viaggio a Vienna e Berlino. Le cose 
parevano già bene avviate, ma essendo sopraggiunto fin da ier Taltro 
il principe Napoleone, terao che ci abbia suscitato ostacoli serii ; tant'ô 
che il Re ieri, partendo per Firenze, era molto sovra pensiero. 

Tutti qui danno corne sicuro il viaggio, e lo desiderano; i soli cle- 
ricali ne sono irritati e cercano ogni modo di farlo andare a monte. 

Ho veduto dispacci di Vienna e di Berlino che mi convincono che 
se il Re non accettasse gl’inviti e le istanze dirette ed indirette, le 
conseguenze di un diniego sarebbero più gravi che non si crede. Ma 
tu ne saprai più di me, perché é una storia che non è nuova. 

Vedremo se il Ministero potrà vincere questa prova, e lo desidero 
vivamente, perché certe occasioni bisogna coglierle al momento, e pas- 
sato questo, non si presentano più e non rimane rimedio. 

Ho avuto lettera dal nostro bravo Malenchini ; sta alquanto meglio, 
ma il tono délia sua lettera non mi tranquillizza ; dice che se non si 
sente in forze, é disposto a rinunciare alla deputazione. 

Dammi delle tue notizie; sai quanto mi sono care, perché la tua 
amicizia é uno dei più validi conforti délia mia vita. 

Il tuo antico amico 

Castelli. 


S59) 

Minghetti a Lanza. 


Car O Amico ^ 


Roma, lo ottobre 1873. 


lo andrô a Torino pel giorno 8, aU’inaugurazione del monumento di 
Cavour. Mi sarebbe carissimo di sapere se tu ci sarai, e dove andrai 
ad abitare e in quaVora potresti ricevermi. Avrei desiderio di esporti 
alcune mie idee sulla situazione finanziaria, e sui provvedimenti che 
mi parrebbero opportuni. Ti sarô grato se verrai avéré la cortesia di 
ascoltarmi, e in questa speranza ti anticipe i miei più vivi ringra- 
ziamenti. 

Con tutta la stima ed ossequianza 


Aff,mo amico M. Minghetti. 



— 44 » — 


STO) 

• Vacca a Lanza. 


Onorando Amieo, 


Napoli, 10 novembre 1873. 


Sento vivo il bisogno di rivolgere una scMetta parola a voi, cîie imparai 
a stimare e pregiare moltissimo corne dpo di virtù antiche, che oggidî 
si comprendono poco, si professano meno, e si tengono in eonto di 
moneta fuori corso. Questi amarî rîâessi mi si afPacciarono aU'animo, 
commosso all’udire il nome di iaiiovanni Lanza pooo accetto agli elet- 
tori del suo collegio, fedele per 14 anni al deputato, che si nobilmente 
lo rappresentô, onorandolo. Ma la patriotica e séria Torino veüdicô 
egregiamente l’ingrato oblio. 

lo me ne felîcito con quella nobilissima città, cni mi legano i più 
cari vincoli di affetto, di stima, e di ammirazioUB. Ora vi aprirô intisro 
l’animo mio, riassumendo in brevi parole i miei concetti sulla nnova e 
strana sîtuazîone morale deU’Italia uostra. lo non divido pnnto le 
rosee illusioni degli ottimisti e dei gaudenti^ mi dnole che i miei tristi 
pronostici, che non tacqui e manifestai liberamente a tutti gli amici 
miei (Cassandra nunquam crédita), trovino già la irrecusabile conferma 
dei fatti. Non so nô pretendo indovinare ancora Tultima parola del« 
Turna, ma per ora se ne sa quanto bas ta per venire a queste conclu- 
sioni. In primo luogo, io credo che niun uomo serio nè di animo schietto 
vorrebbe ancora disconoscere lo stato morboso deiritalia; i sintomi si 
traducono nella stanchezza, nella diffîdenza, nel disagio e nella man- 
cata fede alla verità. delle istitazîoni parlamentaii, e peggio ancora 
negli uominî che ne han fatto mal goveruo. 

Che monta il sermoneggiare, e combattere con ogni artifizio da 
retori Terrore, il torto, Tingiustizia dei giudizi? sarà fiato sprecato, 
perché non si convertîranno mai le moltitudini che soffrono; e quella 
gran mente di Napoleone I, disse benissimo a Tayllerand, nei cento 
giornij parlando dei francesi che lo maledissero dopo Waterloo: les mal- 
heureux sont toujou/rs injustes,,, ma è poi vero che il paese ha torto 
in tutto e per tutto? io nol credo, persuadendomi invece che hanno 
torto tutti : paese, Governo e Parlamento, e mi spiego, ponendo alcuni 
quesiti : 1® perché il sistema régionale negli ordini amministrativi va- 
gheggiato da tali uomini fin daU’inizio del risorgimento nazionale, Ca- 
vour, Farini ed il Minghetti stesso, fu sepolto irrevocabilmente anche 
in progresse, quando cioè, consolidata Tunità politica, non erano più 
QQ — Lanza, Memorie, Vol. II. 



. 450 -r— . 

a temere i pfiricoli del aeparatiamo? e perché si perseverô ostinata- 
mente nel centralismo assorbente, a foggia francese, dimenticando l'I- 
talia reale con la sua storia, le sue tradizioni e la sua vita secolare 
che non si spegne per comandi di leggi e di Parlaraenti? Nén-so com- 
prendere il perché siasi gridato la croce addosso aU'egregio amico no- 
stro Jacini, quando toise a combattere vigorosamente il falso concetto 
del centralismo che poneva in contrasto Tltalia reale con l’Italia legale ; 
2" perché stringendo in fascio Tltalia divisa, nella grande unité na- 
ztonale, non fu ben oompreso il concetto vero dell’Italia e dei plebisciti, 
cioè che al banchetto comune délia gran patria italiana ciascuna delle 
parti annesse avesse ad aasidersi da pari a pari, senza preterenze e 
prevalenze odiose? Ben si poteva e si doveva accettare, e fu accettata 
a titolo legittimo, l’egemonia militare e politica del Piemonte, potente 
fat tore dell’ unité patria; ma fu grave errore il sovraimporne gli ordi- 
namenti amministrativi a tanta parte dltalia, ricca più o meno di 
ottime istituzioni e provate dal tempo e dalle spécial! condizioni; ed 
ecco un altro falso indirizzo da emendare; 3" quesito assai più vasto 
aarebbe il toccare del sistema tributario, ma mi sarebbe impossibile 
stringerlo nei limiti angusti d’una lettera. Diré solo che nulla pote- 
vasi immaginare di più assurdo e tormentoso quanto il modo di per* 
cepire le imposte ; ed io con minore autorité Tho combattuto in Senato 
più e più volte in corapagnia dei migliori; ma fu fiato sprecato, nè ci 
fu verso di farci comprendere da uomini prestantissimi, il Sella, il 
Gambray-Digny, il Minghetti. Ed ora si raccoglie quel che si è se- 
minato ; la reazione di tutti gli interessi e di tutte le passioni coaliz- 
zate ; reazione che si ammanta delFamore airitalia e alla liberté, ma 
in fondo non é che il giuoco dei declamatori di liberté, dei tribuni di 
bassa lega, forti délia mala contentezza universale. 

Noi, devoti airitalia e forti délia coscieuzaonesta, cisentiamo aniiullati 
di fronte alla coscienza popolare, ed io magistrato (vel dîchiaro a cuore 
aperto) sono costretto a gemere, ad arrossire deirabbassamento délia 
magistratura e délia mancata fede alla giustizia !... È la prima vol ta 
in 14 anni di vita politica ch’io mi délibérai a trarmi in disparte da 
questa lotta elettorale, ignobile, vergognosa per tutti i partit! d’ogni 
bandiera e Governo ; Tastensione assoluta mi parve il solo partito im- 
postomi dairalto sentimento délia mia dignité. E qui ho finito. 

Perdonatemi questa lunga cicalata e conservatemi intiera Tantica 
benevolenza. Stringendovi la mano con stima ed affetto 


Yoatro G. Vaoca. 



— 451 


861 ) 

Lanza al Sindaco DI Milano. 


IlLmo sig, Sindaco^ 


Casale^ 1$ geanaio 1874. 


Ringr^zi# cordialmente codesta Giunta municipale ed il suo degnis- 
sim^o capo dei cortesi auguri che si compiacquero inviarmi nella ctrco- 
stanza del nuovo anno e del gentile pensiero di associarli alla memoria 
del notévole avvenimento, oramai felicemente compiuta, deirannessione 
dei Oorpi Santi alla città di Milano. 

; Percorsi con premura il primo bilancio del nuovo Comune e sono- 
lieto di avervi riscontrato in ogni suo capitolo, sia di entrata che di spesa;, 
un'equa e paterna distribuzione, si di oneri che di vantaggi, tra il 
terri torio interno e Testerno, in guisa da appagare tutti i legittimi 
interessi e dileguare tutti i timori dei danni che l’anneBsione avrebbe 
potuto cagionare. Questo soddisfacente risultato devesi intieramente al 
seîino di preclari uomini che prepararono e condussero a fine l’impor- 
tante fatto deirannessione, fatto che rimarrà indelebilmente impresso 
ai loro nômi, nei fasti délia storia di Milano. 

lo non posso che tenermi grandemente onorato délia fortuna di es- 
sermi trovato a capo del Governo in siffatta circostanza e di avéré 
controfirmato il regio decreto che sanciva l’avvenuta unificazione. 

Voglia, egregio signor Sindaco, gradire e far gradire a codesta onp- 
revolissima Giunta i miei ringraziamenti e l’attestato délia massima 
inia considerazione ed osservanza. 

G. Lanza. 


S6S) 

Minghetti a Lanza. 


Car O AmicOj 


Roma, 24 gennaio 1874. 


lo non so se domani Garibaldi parlerà, e che cosa dirà. Ma mi viene 
in mente che possa dire qualche sproposito grosso, o lasciarsi andare 
a qualche invettiva contro la monarchia. lo non avrei osato di pregarti 
a prendere la parola in questa questione se restasse nei termini di ieri ; 
ma se prendesse altre proporzioni, in tal caso ti sarei riconoscente se 
facessi sentire la tua voce. 

Pensaci e credi alla mia riconoscenza ed amicizia. 


Aff.mo amico M. Minghetti. 



452 


C 


863) 

Malenchini a Lanza. 


Caro Amieo, 


Roma, 5 febbraio 1874. 
« 


Tî «(STÎto, pet dîrtî nna aingolfttità, ohe mi è accadnta stamani, » 
ti ti^arda. 

Âspettando l*ota délia Caméra, passeggiava salla strada del Qniiir 
nale. Mi si è fatto incontro un siguoref che anile prime non ho rico* 
noseinto, e cbe eon premura, mi ha domandato di te, delle tue notisde^ 
Era AÿhemOj ehe poi mi ha detto ehe era il Be, che desideraTa le 
tue notkie, notandomi che ti considerava un gran patriota. lo gli ho 
dette che averî avuto qualche fehbre, che avevi preso il ehinino^ che 
l’aria e la quiete di campagna t'erano necessarie per rimetterti. La- 
sofato Aghàmo^ appena che entro nella Caméra, mi si fa incontro Ber- 
thùïè^ che con premurar mi fa le stesse demande, ricevendo da me le 
Btesse risposte. 

È ritornato Castagnola^ è ritomato il Sella. Se la tua salute te lo 
permette, sarebbe bene che per la discussîone dei prowedimenti fi- 
nanziari, venissi anche tu. 

Sono provvedimenti serti per le sorti dël paese, ed i consigli di 
buona e proyetta esperienza sono preziosî, in simili occasioni, e a chi 
puô darli, dere essere intima consolazione di farlo, quando anche non 
sieno seguiti. 

Gredimi sempre tuo amico 


V. Malenchini. 


064 ) 

Giovanni Rosmini a Lanza. 

IlLmo sig, CommenâMore^ 

17 febbraio 1874. 

Mi è grato parteciparle che al 1®. aprile del corrente anno verrà 
inaugurato l’Istituto oftalmico da me promosso. Esso serrirà per 18 
malati gratuit! e semi-gratuiti, ma col tempo potrà essere ampliato a 
beneficio di un numéro di infermi molto maggiore, se non ci verranno 
meno l’aiuto délia carità cittadina, e l'appoggio del Governo e délia 
Casa Eeale. 



_ 45S — 

lo non hb mai dimeôticato e non dimentidierô mai, ûii6 se mi ziesd 
di realizzare il sogno più bello délia mia vita profesiionale, lo doTOlti 
quasi esclnsivameute a lei. In&tti seuza il sollecilo ed ép- 

pog^gio, fcon cui ella incoraggib qnaie Ministre i miei disegni^ ^ seniea 
l’eloqnenza sapiente e pietosa délia stia lettera al Prefetto di Milano, 
i miei concittadini non avrebbero certo risposto all'appello con quella 
prontez^a *6 con qnella generosità ch'erano necessarie per riesoire al'- 
rintento desiderato. Anche per questa ragione mi é rincresoittto im- 
mensamente ch'ella abbia dovnto cedere ai oapricoi, spesab irrigione« 
voli, délia lotta parlamentare, ed abbandonare il seggio ohe tanto 
degnameute occupava fra i ConsigHeri délia Coiôna. Fui anzi sul pnnto 
d'inviarle le mie più sentite condoglianze, ma mi trattenne soltanto il 
pensiero, che queirarTenimento, sebbene spiaeevolissimo, era da lei âe> 
siderato corne un bénéficié per la sua sainte. 

Eammentavo anoor bene le’parole da lei espresse allorchè ebbi Tonore 
di vederla a Milano: ho bisogno e per la mia sainte e pe* miei oocbi 
di sei mesi almeno di riposo n e perciô rinunziai allora al pensiero di 
împortunarla con una mia lettera, che avrebbe dovuto essere di con- 
doglianza e di congratulazione ad nn tempo. 

Di lei devAïio ed ohhhmo aervo dott. Giovanni Eosmini. 


S66) 

Malenchini a Lanza. 


Caro AmicOj 


Roma, 25 marzo 1874. 


Mi ô stata cosi gradita la tua lettera, che ho bisogno di dirtelo con 
una riga, tanto più che domattina parto per la mia campagna. 

È vero che il Sella^ avrebbe fatto meglio a ribattere snbito la 
straua asserzione del Nicotera; ma è anche vero che non era fiseile 
di farlo (1). 

La dichiarazione poi deirindomani, bencbè bieve, fa fatta în tono 
cosi schietto e netto, da persnadere tutti nella Caméra, che il Nieotera 
aveva commesso une di quei suoi passîonati sfarfalloni, che non hanno 
fondamento alcnno di verità, e a sensazione; cotesto incidente confermd, 


(1) Niûotera aveva attribuito al selo Sella il merito délia deoisione presa dal 
Ministero, di occupare Roma. 



— 454 — 


nelÎA grandisfima maggioranza, rimpressione délia tua nobile ed effi< 
xîace operosità a conduire Tltalia a Borna. Al disopr^. poi di queate 
Vivacità del momento, più o meno esatte, c'è la storia vera e aerena, 
la quale oramai ha essenzlalmente associato il tuo nome t questo 
grandissimo avvenimento délia civiltà modema, nè c’è artificio o pas- 
sioncella che, nemmeno per ombra, possa yalere a strapparti questo 
merito. ♦ . 

Molti e molti si sono congratulati délia tua nomina nella Oommis- 
sîone del bilancio, e a Présidente nella detta Commissione per l'Intemo, 
ed a ragione sperano nei tuoi buoni servi gi, rammeutando piû e pià 
le buone e forti qualité che ti distinguono. 

. Più che non credi sei con desiderio nella memoria di tutti noi, e non 
estante le cnideli e passionate incuranze, per non dir peggio, dei partiti 
politici, ô verissimo il dire che la tua mancanza alla Caméra fa un 
vuoto, che è quasi a tutti amaro. Parecchi ml hanno chiesto le notizie 
délia tüa sainte, e parecchi mi hanno dette di salutarti, se ti scriverô. 
Barebbe troppo lungo rammentarli a nome. 

Conservami la tua stimata amicizia, e credimi sempre 

Tuo amico V. Malbnchini. 


S66) 

Maurogonato a Lanza. 

Egregio Commendatore ed Amico, 

Roma, 29 aprile 1874. 

Ricevo la carissima vostra del 24 che mi addolorô moltissimo. Avete 
tutte le ragioni di curarvi prima per voi e poi per i vostri molti amici 
e per il paese. lo spero bene di ricevere presto vostre notizie e vi 
prego di darmele« 

Quanto alla Commissione del bilancio, la Sotto-Commissione mi scri- 
veva il 24 che aveva deliberato m di non accettare le dimissioni date 
U daU’onor. Lanza e che sperava che cessassero in breve i motivi che 
U lo costringevàno a rimanere ora lontano dai nostri lavori u. 

Vogliate dunque non insistere. È un omaggio che vi è dovuto. Ver- 
rete quando potrete. La vostra assenza è purtroppo giustificata. 

Ricordatevi di me e credetemi sempre con vera stima ed alfetto 

». 


Vostro devmo ed obbUmo Maükogonato. 



— 45 ^ — 


S6T) 


Castelli a Lanza. 


Freg,mo Amico^ 


• * Roma, 10 maggio 1874. 

Ho avato delle tue notizie dagli amici Tegas e Malenchini, e mi 
rallegro che tu sia rieseito a cacciare le febbri ch© ti ayevano coltô 
a Roma. Malenchiui procédé assai beue ma lentamente e conta di rî«- 
toruare a giorni nella sua villa di Radia, dove prova maggior bénéficie 
daU’aria pura e dalla tranquillità délia vita campestre. Neirultima 
ixdienza che ebbi dal Re mi chiese di te, délia tua salute, e se non 
saresti ritornato prima del finire délia sessione. 

Dissi ehe eri partito per causa delle febbri, ma che non sapevo cosa 
intendevi di fare. Egli era di buonissimo umore; toccô poco délia po- 
li tica, e poi dichiarô che appena passata la festa dello Statuto si sa- 
rebbe recato in Piemonte e nelle montagne d'Aosta. Sella dovette 
partir© per gravi accessi di febbre e gonfiezza di fegato, ritornerà verso 
la fine del mese per riportare la famiglia a Biella. L'Italia è oompiuta 
corne tu ben dici nella lettera a Tegas, ma gritaliani non corrispon- 
dono alla fortuna e restano da farsi; credi che la tua assehza, ben 
giustificata dal tuo stato di salute, lascia un gran vuoto nella Caméra 
e nel cuore de’ tuoi amici. So anche che hai moite ragioni per startene 
lontano per ora, ma tu devi pur molto al tuo nome ed alla fiducia che 
il paese ripone nei pari tuoi. 

lo conto partir© fra pochi giorni. Il Senato non sarà convocato che 
a cose fatte, e per la registrazione degli atti délia Caméra. Chi si cura 
del Senato? 

Di salute sto passabilmente e cerco di farmi alla tolleranza degH 
încomodi che mi assalgono; nessuno ha meno ragioni di me di lagnarsi 
del proprio stato, ma io dico che il mio umore nero è la prova délia 
realtà del mio male, poichè résisté a tutti i benefizil 

Mia moglie si ricorda sempre délia tua benevolenza e ti augura 
ogni bene. 

Ricordati qualche vol ta di chi ti stima e ti ama con cuore ricono- 
scente e devoto 


Il tuo aff.mo Castelli. 



— 466 — 


868 ) 

De Falco a Lanza. 

€ 

Mio carmimo Présidente ed Amico, 

10 geaaaio 1874. 

Ero venuto a Borna con la speranza, o dîrô meglio per Jla sola spe- 
ran’za di rivedervî, e mi fu dolorosissimo l'apprendere che eravate par- 
tito la sera iunanzi. Non mi rimane quindi che a salntarvi ék lontano, 
e da loutauo preader conto délia vostra sainte. Ho intesa fion piacere 
.cke stayate meglio che rinyerno scorso, ma mi sarebbe grato, saperlo 
4a yoi stesso. 

Qnante laemorie mi ha risvegliato, mio oaro amico, la visita di questi 
luoghi! Quante diffieoltd, quali lavori, qnali dispiaceri e nel tempo 
stesso quanti proposîti e quante speranze ! E quello che sopratutto mi 
é tornato gratissimo alla memoria, è quella vostra figura, sempre sem- 
plice e sempre franca ed iutesa al bene, e quel legame strettissimo di 
affetto e di amicizia ohe pareva ci unisse e del quale, spero, vorrete 
eonservare sempre un tantino pel 

Yostro aff,mo amico De Falco. 


869 ) 

De Falco a Lanza. 

Mio onor. Présidente ed Amico, 

Napoii, 11 oltobre 1874. 

Permettete che vi scriva una parola per deplorare l’inesplicabile 
fatto di Vignale. Non ho voluto credere alla strana notizia; ma la 
vostra lettera alla Qazzetta Piemontese, annunciata dal telegramma 
del 14, mi toglie la speranza che nutrivo. È un triste segno de' tempi, 
é una nuova ed amara lezione degli uomini! Non mi dispiace per 
voi. Voi siete troppo superiore a queste piccole passioni, a questi me- 
flchini puntigli ; avete fatto troppo, perché possiate dire con giusto or- 
goglio ad amici e nemici: opéra mea testimonium praébent de me; 
ed io non ho solo speranza, ma nutro sicura certezza che altri Col- 
legi si aifretteranno a riparare l’inesplicabile oblio, la ingiastificabile 
ingratitudine. Ma è la condizione de' tempi che mi rattrista; è la pre- 
videnza délia sorte che ci si prépara che mi sgomenta. A voi non dico 
:altro, chè so la vostra virtù e la vostra fermezza; ed a presto rive- 
4erci, rivendicato da questo momentaneo disappunto. 

Credetemi sempre 

Yostro affmo amico De Falco. 



457 — 


« 70 ) 

Dîna a Lanza. 

Mio cara Lanza, 

Romîi, 14 ottobw 1874, 

Ti sotto <5bbligato d'avermî data occasione di scriverti, Vi arevo 
pensato pârecchie yolte , ma sempre ne sono stato distolto da mille 
seocatnre. 

Il oontegno di codesti tttoî elettori ha destato nn sentimento d’in* 
dignazione. lo non ne sono stato che il debole interprète, Oon gli 

esempî deir si finirà un giorno per popolare la Caméra di sôl- 

lecitatori e di eamorristi, e purtroppo ne ha eolpa l’amministrazione 

pubblica, dalla qnale 1’ ottiene ci6 che non otterrei io mai pei 

tniei elettori. 

Perô non bisogna scoraggiarsi , nè ritirarsi. Io atrei creduto che 
avresti lasciata agli elettori Tintera responsabilità del loro Toto. Perché 
svinoolarli con una dichiarazione? È porger loro un pretesto di scu- 
earsi dicendo che tu hai abbandonato il terreno. Sino alTultimo avrei 
voluto che il paese vedesse quai è la sorte di quelle provincîe, dove 
non c’è nè spirito pnbblico, nô stampa intelligente e nazionale. Ma il 
b non senso non manca in tutti ; le notizie che mi giungono da Cuneo 
mi assicurano che la tua elezione avrà un successo splendido. Cuneo 
vendica la fama del Piemonte, Ma, per carità, non far opposizione. 


Tu non devi cedere ad un assalto di prostrazione cagionato da im- 
perdonabile ingratitudine dei tuoi elettori, i quali dovranno poi sentire 
onta e vergogna. Se mentre tanto fango sta per sollevarsi, gli uomini 
corne te si ritraessero in disparte, non saprei corne la finirebbe. Ci6 
non puô, nè deve avvenire. Addio di cuore. 

Tuo aff.mo Dîna. 


S71) 

Malenchini a Lanza. 

Caro Amico, 

16 ottpbre 1874. 

Ho letto ne! giomale la tua lettera , per i tuoi bravi elettori I Ki 
par di sognare, yedendo cotanto eccesso di sconoscenza, di bmtta ia* 
gratitudine, ai lungbl e proprio distintissimi servigi che hai potuto 
rendere aUTtalia nostra, con una forza e rettitudine di carattere pro« 



prio esemplari. Ah! è proprio una miserabile storia, quella delle povere 
passioni politiche ! CapiscOi corne in Atene^ regnando questa triste ma- 
gagna deiramanità, avessero inventato V ostracismo^ il bando dei mi- 
gliori! Dando un’occhiata alla tua vita, ripensando al trasforto délia 
Capitale a Firenze, alF occupazîone di Borna, al cpnsolidamei^to del- 
ritalia a Borna, a quanto onestamente hai fatto per il bene del Vec- 
chio Piemonte, nella taa serena coscienza, ti solleverai certo^l disopra 
d’ogui nsentimeuto , e non avraî che una pietosa ind|ilgenza, senza 
araarezza, per i tuoi poveri elettori, che hanno cosi perduto il bene 
deirintelletto, e il senso e le convenienze del ginsto. Mi pare cosi as- 
surdo e brutto e fuori d’ogni loro ntilità questo loro contegno , che 
credo sempre, non ostante la tua lettera, che t’abbiano ad eleggere. 
Se non lo facessero, vorrebbe dire che, anche nelle migliori provincie 
del Piemonte, il senso morale è guastato e çhe la camorra, con la ëua 
repugnanza per li onesti, dorîsce su tutta la linea in Italia. Dolorosa 
copclusione per i nostri vecchi anni, col patriotismo che ha animato 
la nostra giovinezzaü! 

Se tu, venendo a Genova, ti spingessi a fare un saluto alla povera 
Badia? Assicurati che sarebbe. per me una vera e cara consolazionOp 

Conservami la tua amicizia e oredimi sempre 

Tiio amico V. Malenohini. 


S7S) 


Perüzzi a Lanza. 


Pregjno Amico^ 


Firenze, 17 ottobre 1874. 


Ho letto la vostra lettera al Sindaco di Vignale con un dolore, che 
sento il bisogno di manifestarvi. 

Sebbene siamo stati nello stesso partito politico e concordi nelle 
grandi questioni intéressant! l’impresa nazionale, voi ed io non pos- 
siamo dirci intimi aniici politici e talvolta fummo profondamente dis- 
senzienti. 

Questo fatto io accenno per farvi viemeglio palese la profondità del- 
l’impressioue prodotta nelFanimo mio dalla sconoscenza verso di voi e 
la sincerità del sentimento che ho a cuore il manifestarvi. 

Un uomo quale voi siete, costantemente devoto al Be, allô Statuto, 
airindlpendenza, aH’ünità deU’Italia, non piiô essere abbandonato dai 
fiuoi elettori ed essere costretto a scrivere nna lettera corne la vostra, 
senza che ne abhia dolore e rammarico vivissimo chiunque abbia il 
sentimento. délia riconoscenza per i primi art^ci deirdpera oggi feli- 



— 459 — 

cemente campiuta a Borna, dore il Bé è entrato con nn dà 

Toi presieduto, ' : ; 

^ :Io confido âucora avervi eollega a Montecitorio; ma , 

siano li erenti, ho voluto esprimerri un senthnento vivo e sincero dd 

Vostro devotmimo amieù Ubaldino Pbbuzzi, 


S73) 


Saverio Vegezzi a Lanza. 


Amico stimatissimOf 


Torino, 23 ottobre 1874. 


Ti meraviglierai nel vederti raolestato da nna mia lettera ; ma prends 
pazienza. lo sto nel novero di coloro, e sono moltissimi, che hanno 
visto con dispiacere che il Collegio di Vignale si comportasse corne 
fece con te ; e che non vorrebbero che un' onta di tal fatta cadesse 
sopra un Collegio del Piemonte. Parecchi elettori di quel Collegio me- 
desimo, non estante la tua rinuneia, vorrebbero portarti per dare a te 
testimonianza délia stima loro; ma vorrebbero sapere se ciô a te gra- 
direbbe, e, quando tu sortissi eletto, se accetteresti. Ora alcuno di quei 
signori venue da me richiedendomi di scriverti in proposito; ecco il 
motivo délia mia lettera. Va per inteso che qualunque risposta ti pîaccia 
darmi, qui in Torino si porta il nome tuo, e ciô non debbesi immu tare. 

Non hai bisogno di ulteriori battesimi. La persona che mi parlô ha 
concerti in Moncalvo ed Occimiano, e credo che sia influente assai. 

Comunque ha sensi retti e giusti 

Se trovi un minuto rispondimi, ti scrivo corne privatissimo , corne 
amico, all’infuori di ogni ingerenza di Comitato. 

Non ti annoio di piii, e ti saluto amichevolmente. 


Aff,mo tuo Saverio Vbgezzi. 


S74) 


Castelli a Lanza. 


Pregmo Amico^ 


Torino, 23 ottobre 1874. 


Ho letto nei giomali la tua accettazione délia càndidatura del Colr 
legio di Torino. 

. Non ho mai incontrato persona che non abbia stigmatizzato la eon*- 
Aotto, dei tuoi antichi elettori. Pmrtroppo ô un sintomo dei tempi, e la 



iôtta «lettomie noa s'inspira piû a senümenti lîberali e aA^onali, ma 
ad interessi personali e materiali. 

Simb stato nelia scorsa settimaoa a & Eemo, ed anche Ü ho sapnto 
deiropposizioiie accanita contre Biancheri. if 

Ma l’opinione pubblica fa la dovuta giustizia di tanta sconoscenza e 
cecità di partiti. 

Addio , caro Lanza ; credi che il tuo nome sta piû ako ^ ed è piû 
caro ora che non lo sia stato mai; ti tocca la sorte di Aristide! 

Abbimi sempre il tuo amico 

Aff^mo e devoto Castelli. 


S75) 

Matteo Raeli a Lanza. 

Preg.mo Signore ed ottimo Amico^ 

Roma, 9 novembre 1874. 

Torino ai è onorata dî renderîe tributo di quelFalta considerazione, 
che per gli eminenti servigi resi airitalia ella si mérita, e per la 
qnale generale era stato il gHdo d'indignazione contro gli elettori del 
Oollegio di Vignale. Nessuno piû di me ne è stato contento, perché ho 
potuto apprezzare tutta la di lei virtù in momenti difficilissimî , e la 
ena sagacia nel compiere TUnità nazionale colla distruzione del potere 
temporale. 

Accolga quindi la mia compiacenza, piû nello interesse deiritalia e 
délia morale che nel suo personale, corne la sincera espressione délia 
mia profonda stima e délia più devota gratitudine, e mi creda sempre 
di Lei 

DevMO ed aff.mo Matteo Raeli. 


S76) 

De Falco a Lanza. 

Onorevole mio Présidente ed Amico, 

Napoli, 4 dioembre 1874. 

Vi ringrazio délia copia deU’importante discorso da voi proferito al 
banchetto di Torino , che mi avete gentilmente rimessa. L’ho riletto 
con interesse e mi compîaccio con yoi délia schietta yeritâ, che, se< 
condo il oostante vostro costume, non arete dubitato di rivelare, con 
ternperanza di modi, ma con fermezza di concetto. Pare anche a me 



— 461 — 

che il disayanzo di 54 milionii quale è annunzîato dal Mnistero, sa* 
rebbe cosa poco grave e non affatto allannante, se dietro di sè noû, 
avesse un debito galleggiante di un miliardo di carta a co|;so fbrzôso 
e di 250 milioni di buoni del tesoro, ed un ubbligo di spese promesse 
di altri 370 milioni. Volendo perciô ridurre le cose allô stato normale, 
il disavanzo annuo al quale bisogna provvedere non ô più di 54 mi- 
lioni, ma4i*circa ,180 a 138 milioni, corne giustamente fate rilevare; 
somma spaventevole, alla quale pure occorre provvedere, se non vuole 
il paese cullarsi in rosee illusioni, che potrebbero essere seguite da un 
tristissimo risveglio. 

È stato un grido di allarme, ma grido di allarme destato da una 
grande e dolorosa verità. 

Ho trovato anche giustissimo il ricordo che avete fatto di due prin- 
cîpii raccomandati dal conte di Cavour corne suo testamento politicot 
Libéra Chiesa in lihero Stato^ ma osservanza rîgorosa delle leggi tu- 
telatrici délia nostra libertà e delle nostre istituzioni contre chî, sotto 
prêtes to di religione, intendesse turbarle ; e nessuna legge eccezionale, 
ma applicazione energica e severa delle leggi esistenti. È per verità 
tutto un programma polîtico quello compreso nel vostro discorso , il 
quale parmi si discosti non poco da quelle iniziato e che pare voglîa 
formare la base del programma ministeiiale. 

Augure vedervi presto al caso di poter dare corso ed applicazione 
aile idee ed ai sentiment!, che avete con tanta verità esposti. Credo 
che dopo il Natale verrete a Roma, Quando vi sarete, fatemelo sapere, 
chè verrô un poco a rivedervi ed abbracciarvi. 

Credetemi vostro 

Dev,mo ed affmo G. B. De Falco. 


S77) 

Malenchinï a Lanza. 


Caro Amico^ 


Livorno, 3 del 1875. 


Il tuo bigliettoü! Da un uomo corne te, quelle tue parole hanno 
per l'anima mia un pregio molto maggiore dell'onorificenza che mi ô 
toccata. Te ne sono riconoscente di tutto cuore. 

£] inutile che ti dica , coine , con T afPetto il più schîetto , io ti aur ) 
guri ogni bene, nel nuovo anno e sempre. 

Conservami la tua stimata amicizia. 


V. Malenchinï. 



— 462 — 


S78) 


Lanza a Rüdinî. 


Egregio Collega, 


Casale, 9 genSiaw 1875. 


, Giunto ieri sera da Torino, presi oggi a percorrere la lucida sua rela- 
zlone sul progetto del Bilancio deirinterno per l’aDuo 1875, e fermai 
particolarmente la mia atteuzlone sui due eapitoli d’ammiuistrazione 
provinciale e manutenzione dei fabbricati carcerari. 

In quanto al primo, io non intendo sollevare difficoltà e contraddire 
aile considerazioni sue riguardo al nuovo organico, benohè io rimanga 
sempre persuaso cbe non fosse necessario un aumento di personale; 
poicbè se é vero che dal 1862 in poi si accrebbero le attribuzioni delle 
Prefetture, se ne tolsero perô parecchie altre e in maggior numéro e 
di più importanti, corne ad esempio: quelle del contenzioso ammini- 
fltrativo che fu abolito, quelle sulle Opéré pie che furono affidate aile 
Deputazioni provinciali, quelle sul Debito pubblico che passarono aile 
Intendenze di Finanza. Perci^) ritengo che Faumento portato a quel 
capitolo, di circa un mezzo milione, sia superfluo. 

Ciô non estante io non prenderô Finiziativa per combatterlo ; ma se 
poi sorgesse la questione, io mi riserbo piena libertà di parola e di voto. 

Vengo al capitolo manutenzione dei fabbricati carcerari, sul quale 
si propone, a nome délia Giunta, una diminuzione di 500 mila lire. 
Sulla massiraa che, trattandosi di nuove costrnzioni eccedenti la spesa 
di 80 mila lire, si richiegga una legge spéciale, siamo d’accordo. Ciô 
posto, mi pare che forse sia eccessiva la diminuzione di 500 mila lire ; 
e terao che, diminuendo il capitolo di tanto, si tolgano alFamministra- 
zione i mezzi di fare eseguire tutti quei lavori richiesti dalla urgenza 
e dalla sicurezza delle carceri. 

Per evitare questo pericolo, e mettersi al coperto di ogni responsa- 
bilità, occorrerebbe di esaminare per bene quanto siasi speso negli anni 
decorsi, al solo oggetto di nuove costrnzioni e nuove carceri di pena. 

Ad ogni modo, sopra un servizio cosi delicato bisognerebbe fare il 
possibile per mettersi d’accordo col Ministero. 

Io non avrei altro ad aggiungere per ora, se non di ringraziarla 
délia sua perfetta cortesîa, délia quale me le professe ben grato, montre 
ho Fonore di dichiararmi colla massima considerazione di Lei 


Dev,mo ed obbLmo G. Lanza. 



— 463 


S79) 

• Minghetti a Lanza. 


Caro Amico, 


Roma, 2 giugno 1875. 


leri l’altro di buon mattino fai al New-York e chiesi di te. Par- 
tito ! me ne dolse assai, perché veramente avrei desiderato di fare una 
buona conversazione cou te. 

Le notizie che abbiamo di Sicilia finora bouo abbastanza buone. Solo 
a Palermo c’era dell’agitazione, che perô non si tradusse finora in aloun 
grave disordine. Le istruzioni furono che si usi la massima prudenza» 
ma nello stesso tempo la fermezza necessaria. 

Siamo ancora troppo vicini alla battaglia per riconoscerci , ma fra 
qualche giorno, quando sia passato ogni timoré di agitazioni materiali, 
bisognerà considerare bene la situazione. E di ciô ti prego, e qnando 
crederai e avrai ponderato col tuo criterio e colla tua benevolenza, mi 
farai cosa grata scrivendomi ciô che ti sembra da farsi. 

Abbiamo dinanzi a noi del tempo, ma «il tempo passerà ed è neces- 
sario sin d’ora provvedere e prevedere per ravvenire. lo, corne Ministre 
di finanza, ho due grosse cose a fare; la rinnovazione degli abbona- 
inenti del dazio consumo e la rinnovazione dei trattati di commercio. 
Questo per la parte finanziaria; ma non basta, ed è a tutto l'anda- 
mento generale delle cose che bisogna rivolgere la mente. 

Spero che non avrete costi il caldo e Tafa che abbiamo noi qui. 
Ti prego di gradire i sentimenti délia mia distinta stima e sincera 
amicizia. 

Tuo aff.mo amico M. Minghetti. 


S80) 

Minghetti a Lanza. 


Caro Amico J 

Roma, 23 agosto 1875. 


Mi fn di grandissime dolore la notizia délia morte del buon Miche- 
langelo Castelli, e sono sicuro che a te pure sarà stata molto penosa la 
perdita di queiregregio cittadino e patriota. 



— 464 — 


Yorrei ch^ tu mi dicessi confidenzialmente e colla tua usata fran- 
chezza, che ti sembra délia situazioue polîtica, e cosa sia da farsL 

Veggo che la Sinistra si arrabatta molto, ma non credo che rinsoîrà 
percid ad ampllarsi di numer6 e di antorità. 

11 punto grave sta sempre nella possibilità e neî modî da tenersi 
per avéré salda e compatta la Destra. 

Questo è il problema, sul quale ti fo preghiera di portarf} tutta la 
tua attenzione. lo sono sempre d’avviso che sia un errore quelle di 
credere che la Sinistra, quale è, venendo al potere, durcrà poco e non 
potrà fare grau male. lo sono d’avviso contrario, e mi pare doversi 
fare ogni possibile per evitarlo. Ma che cosa è possibile ed efficace? 

Tu sai in quanto grande conto io tenga il tuo gîudizio assennato 
ed esperto. 

Con tutta stima 

Tuo amico M. Minghetti. 


881 ) 

Minghetti a Lanza. 


Car O AmîcOy 


Roma, 19 settembre 1875. 


leri ho approvato la nota di variazioni al Bilancio délia pubblîca 
istruzione con uno stauziamento di L. 2000 per saldo affitto locale Ac- 
cademia di medicina e chirurgia di Torino. Questa somma poi rientrerà 
neU’erario corne partita di giro aU’attivo per fitto di locale demaniale, 
e cosi la cosa è dnita con tutti gli oliî santi contabili. 

In questo momento mi si dice che da Parigi verrà un nuovo man- 
date di obbligazioni romane; non so comprendere ilmotivo; finora ab- 
biamo oltrepassato di poco le 300,000, cioè i del totale. 

La proclamazione del pareggio pel 1876 è certo lo scopo al quale 
sarebbe desiderabile di giungere; sebbene io abbia sempre parlato del 
1877 per causa che i trattati nuovi non potrebbero andare in attività 
(al più presto) che al V luglio 1876, e sai che nei primi mesi c’ô 
sempre oscillazione. 

A questo si aggiuuge, che quest’anno grintroiti ferroviari furono 
scarsi, tantochè, a voler esser previdenti, bisogna, nelle note di varia- 
zione, mettere al passive 6 milioni di più per garanzia, e togliere dal- 
l’attivo più di 1 1^2 dei proventi delle ferrovie governative, e delle 
tasse délia grande e> piccola velocità. In^ tutto un S milioncetti di sca-» 
pito, che è un colpo di vente che mi sospinge indietro. 

Per fortuna gli altri cespiti hanno reso bene ed anche Taifare del 
Dazio consumo andô meglio di quel che poteva credersi. Cosicohè per 



— 465 — 


ora parmi di poter star ferme a quel che dissi, anzi jbe vi sia un 
qualche miglioramento. Non ho ancora finito la verifica di tutti i bi- 
lanci e non conosco ancora i resultati ultimi. 

Quant^ alla sicurezza pubbiica, quai che ne sia la cagione, certo è 
che in Sicilia è notabilmente migliorata. Ma io dubito che sia un mo- 
mentaneo bene, e che possa durare. 

Anche le. accoglienze a Palermo furono ottime, e non solo pel Prin- 
cipe che*destô vero entusiasmo e fece scoppiare nna esplosione di sensi 
dinastici ed uni tari, ma anche per î Ministri. È curioso poi che le 
deputazioni dei villaggi si aifrettayano a dire al Principe che essi non 
aveyano partecipato punto aU’agîtazione dei loro deputati e che anzi 
desiderayano una legge anche piû rigorosa per la sicurezza pubblica. 
E questo diceyano in presenza dei depntati stessi; tantochè il Torina 
riyolto al Principe, tntto compnnto, « si direbbe quasi, esclamô, che 
tni yogliano dare una lezione ! n E il Principe : « Veramente pare di 
si n, Adunque le cose siciliane andarono bene e se durassero sarebbe 
gran yentura. 

Il Calenda, certo non sospetto dopo le sue ultime dichiarazioni, compie 
tutte le indagini circa le accuse ed i fatti prodotti dal Taiani, ed ô 
molto ayanti in tali processi, e dice che finora sono tutte cose seuza 
fondamento alcuno. • 

Il luio concetto circa aU’andamento dei layorî parlamentari è con^no 
a quello che tu mi suggerisci ; nella prima parte yorrei che si faces- 
sero i bilanci, nella seconda il Ministère presenterebbe il progetto di 
legge relative aU’art. 18 delle guarentigie, cioè quello che riguarda 
l'assetto amministrativo dell’asse ecclesiastico ; e quello sarebbe il ca- 
yallo di battaglia délia sessione. 

Ora yengo a un ultirao punto che ho moite volte e molto esaminato 
fra me stesso; qualche modificazione nella composizione dei Ministère. 
La parte negativa è facile; e sin dal momento délia proroga, taluno 
de’miei colleghi mi fece sentire che era disposto, di buonissimo grado, 
a lasciare il suo posto, e direi quasi desideroso, riconoscendo l'opportu- 
nità di smorzare certe ire. 

Ma se la parte negativa è facile, difficilissima ô la positiva, cioè di 
trovare altro soggetto che risponda pienamente al bisogno délia situa- 
zione, e che*accetti. Senza di ci6 sarebbe pericolosissimo scuOtere la 
compagine ministeriale e aprire una porta airirrompere di tutte le 
chiacchiere e di tutte le ipotesi. Quando io era a Palermo, il discorso 
cadde naturalmente sopra di ciô con due uomini molto notevoli, il Tor- 
rearsa ed il Kudini. 

Tutti e due, sebbene non si fossero parlato, erano d’avviso che qua- 
lunque modificazione ministeriale in questo momento sarebbe esiziale, 

ao — Lanzv, Memorie, 


Vol. 11. 



— 4GC — 


Quauto a non vedrei questo esizio, al contrario ; ma a condizione 
di aver l’uomo valevole, idoneo e pronto ad entrare. Se no credo meglio 
aspettare che le cose si disegnino in Parlamento. 

Finalmente ti dirô che nè tutti gli andirivieni del Nicotera, né le 
conferenze collo Spatingati, nè le proteste del Cairoli, nè il silenzio o 
il discorrere del Depretis, mi fanno nessuna paura. 

La Sinistra non ha in se stessa probabilità di riescita Uiô per le idee 
nè per gli uomini. Ciô che potrebhe aprirle la porta al potere sarebbe 
la disunione délia Destra. Cotesto si, potrebbe esser gravissirao. Per cui, 
riassumendo anch’io il mio concetto, dico che se dovremo perdere, non 
sarà per virtù délia parte avversaria, ma per vizio délia parte %ostra. 

Ora spetta a me chiederti scusa di questa lunga cicalata, ed insierae 
pregarti ad accogliere i costanti sensi délia mia stima ed amicizia. 

< Aff.mo amico Minghktti. 


S8Ô) 

Lanza alla marchesa Alfieri. 

Gentilissima Marchesa^ 

Ricevei questa mattiua a Casale la cortesissima sua, che era stata 
diretta a Torino, dove infatti ieri l’altro mi trovavo. 

Sono profondamente sensibile alla particolare dimostrazione di affet- 
tuosa stima che a Lei piacque darmi colla partecipazione del prossiino 
matrimonio di sua lîglia maggiore coll'egregio cav. Emilio Visconti- 
Venosta, alla quale Ella, per colmo di benevolenza, voile aggiungere 
Tonorevole e gradito invito d’intervenire agli sponsali. 

Corne già scrissi aU'amico Venosta, cosi mi è caro ripetere a Lei, che 
gioisco io pure di questo fausto matrimonio che unisce la pronipote de 
Conte Cavour ad uno dei gentil uomini che con maggiore costanza, 
senno e successo, segui e condusse a compimento la grande impresa del 
sommo statista. 

Gioisco perché amico dello sposo e affezionato da lunga mano aile 
famiglie Cavour e Alfieri. 

Congratulandomi con lei per questo lieto avvenimento, che tanta 
gioia deve arrecare al cuore di madré, mi s ta sopratutto a cuore di 
fare fervidi voti per il ristabilimento délia sua preziosa salute, che con 
grande rammarico sento non esser buona. 

Benchè gran peccatore, amo sperare di essere presto esaudito; e in 
taie fiducia le stringo rispettosamente la mano coirambito titolo di suo 

Dev, e aff.mo amico e servo G. Lanza. 



— 467 


883 ) 

t 


Lanza a Visconti-Venosta. 


Stimatissimo Signore, 


Roncaglia, 29 settembre 187C. 


Con vera gioia ricevei la lietissima notizia del prossirao suo matri- 
Tïionio con una figlia di casa Alfieri. Corne cittadino e corne amico ap- 
plaudo a qnesta auspicatissima unione per la quale mi congratulo e colla 
nobile famiglia Alfieri e con Lei. Migliore e più degna scelta non 
poteva farsi e da una parte e daU’altra. 

Un felice avvenire le sorrida, di cui Ella è ben raeritevole. Nei quattro 
anni ch’io Tebbi a compagne uel governo délia cosa pubbfica, in mezzo 
a tante vicende, potei conoscere a fonde la nobiltà del spo carattere 
e il suo patriottismo a tutta prova. 

La stima e Taffetto ch’io già sentivo per Lei non fece che accre- 
scersi e ralforzarsi; e questi sentimenti, aumentati da inquietudini e 
gioie comuni, da un avvenimento che farA epoca nella storia italiana, 
dureranno in me quanto la vita ; e nutro fiducia che Lei vorrà conser- 
varmi gli stessi benevoli sensi. 

Sono poi grato alla buona ricordanza di cui mi onorano la gentilis- 
sima Marchesa Alfieri-Cavour e il Marchese Carlo, ai quali la prego di 
offrire i più rispettosi miei ossequi, mentre godo ripetermi 

Suo aff.mo amico G. Lanza. 


Je84) 

Lanza a La Marmora. 


Car O Generale^ 


("asale, 8 fobbraio 1877. 


Ricevei a nome suo unesemplare del l’in teressante di lei scritto in- 
titolato: I Segreti di Stato. 

La ringrazio di tanta gentilezza. Lo lessi subito cqp avidità, am 
mirando la grande erudizione storica e la saviezza dei consigli poli- 
tici che Ella porge agli Italiani. Non sottoscriverei perô a quelli sui 
segreti di Stato, che a mio avviso, quando fossero seguiti, esporreb- 
bero lo Stato a serii pericoli e imbarazzi. 



Per me ritengo corne massima di buon governo, che uessun docu- 
mento appartenente allô Stato, e che tratii di afPari di Stato, possa 
essere pnbblicato senza Tassenso dello steseo Governo, sia per essere 
di sua proprietà, sia perché esso solo puô essere giudice resçpnsabiJe 
délia opportunità e convenienza di farlo di pubblica ragione; e un 
principio contrario potrebbe arrecare gravi dauni alla cosa pubblica, 
tanto nei rapport! esteri che internî. 

Fatta questa dichiarazione di massima, mi aifretto a soggiungere che 
nel caso suo Ella aveva tutto il diritto di richiedere dal Governo, cou 
nna interpellanza, la pnbblicazione dei document! relativi air alleanza 
Italo-Prussiana, onde mettere in sodo la perfetta lealtà sua e del Mi- 
nistero da lei presieduto ; e ritengo che Ministère e Parlamento avreb- 
bero aderito alla sua istanza, appunto perché non era solo in causa la 
sua bnona fede, ma anche quella del Governo da lei allora rappresen- 
tato. 

Questa aolenne giustificazione avrebbe probabilmente posto termine 
a ogni controversia e risparmiato a lei molti dispiaceri. Comunque sia, 
ella pnô a ragione vantarsi di avéré coi suoi scritti messo in piena 
luce la ; 7 eriU e confuso i suoi nemici. 

Ora permetta anche a me di fare la mia difesa. — Nel suo libro lessi 
la citazione di un fatto che mi riguarda, e da lei riprodotto a sostegno 
délia propria tesi. Rettifico prima il fatto. Neiroccasione che alla Ca- 
méra si discuteva lo schéma dei provvedimenti eccezionali di pubblica 
sicurezza, il Taiani non si limité ad accuse d’illegalità commesse da 
subordinati, ma accusé tutti i Ministeri dal 1860 al 76 di avéré inau- 
gurato e seguito un sistema corruttore ed immorale in Sicilia, facendo 
alleanza coi raalfattori e ricorrendo a sicari per disfarsi dei più peri- 
colosi. Lei ben sente che siifatta accusa non é men grave di quella di 
tradimento ; e se perdei un po’ la calma, non fu solo per mio riguardo, 
ma per l’oifesa fatta al Governo italiano e a tanti egregi uomini che 
furono al potere nei 16 anni trascorsi. 

Il mio impeto di sdegno parmi fosse giustificato; cié non ostante 
non m*avventai punto contro il Taiani^ ma gli risposi dignitosamente, 
confutando le accuse sue. Il De Falco poi, al Senato, produsse bensi 
documenti ufïiciali per ribattere le stesse accuse ; ma questi li estrasse 
dal Ministère col consenso degli stessi Ministri. Questo fatto non ver- 
rebbe quindi a corroborare la sua, ma piuttosto la mia tesi. Non voglio 
tediarla di pk\ ; e chiedendole venia délia libertà che mi sono preso di 
esporre francamente la mia opinione, mi riaffermo con stima 


Suo obbLmo G. Lanza. 



Lanza a Bon-Oompagni. 


Ô86) • 

t 


Fregiatissmo Signore^ 


Casale, 15 aprile 1877. 


Nel leggere il suo dotto discorso pronunciato in Senato, contro il 
progetto di legge per reprimere gli abusi dei Ministri dei culti, trovai 
un'allusione ad uua mia circolare pubblicata nel 1865 salle processioni 
Teligiose. 

Ella disse che quella circolare imponeva Tobbligo ai sacerdoti di 
ehiedere prima il permesso al Governo ; che la questione venne innanzi 
ai tribunali e che furoûo assoit! tutti quelli che il Governo voleva far 
condannare. V. S. dichiarô di rammentare questo precedente per spirito 
d'imparzialità verso Tattuale Ministro deU'interno, quasichè quello va- 
lesse a scusarlo deU’errore coramesso nel pubblicare una circolare dello 
stesso tenore. 

Benchè io non mi ricordi i termini précis! di quella mia circolare, 
nè abbia al momento modo di riscontrarli, tuttavia io mi sovvengo bene 
dello spirito che la informava e delle cause che ad essa diedero origine. 

Gravi disordini avvenuti, massime in Sicilia, nella circostanza di al- 
cune processioni, consigliarono al Governo di prendere alcune precau- 
zioni acciocchè non si rinnovassero. Si pensé quindi di richiamare Tat- 
tenzione dei Prefetti con una circolare, dove era detto che tuttavolta 
prevedessero che una proces*sione potesse turbare Tordine pubblico e 
divenire occasione di gravi disordini, non dovessero permetterla, A me 
pare che, in questi limiti circoscritto, l’ordine ministeriale fosse piena- 
mente legale e non vuluerasse nessun principio di libertà. Nè mi ri- 
cordo che la questione sia stata portata avant! ai tribunali. Forse ciô 
sarà avvenuto sotto il mio successore il ministro Natoli. 

Io 80 che nessun reclamo mi venne diretto per causa di quella cir- 
colare, nè pubblico nè privato, e che le processioni continuarono a pra- 
ticarsi corne per lo passato. 

Mi duole pertanto che dopo 12 anni ella abbia stimato di suscitarne 
la memoria avant! al Senato e pareggiarla presse a poco a quella tanto 
biasimata dei Ministro d^oggi. 

Io procurerô di riavere un esemplare di quella mia circolare e spero 
•di persuaderla, col testo alla mano, délia sostanziale differenza che 
passa tra una e Paîtra. 

Sincero fautore di ogni libertà, e quindi anche délia libertà religiosa, 
io sono sicuro di essere sempre rimasto fedele aile mie convinzioni, e 



— 470 — 

nessun atto o pubblico o privato délia orinai lunga mia carriera po- 
litica puô smentirmi. 

Per la grande stima che io sente di lei, desideravo di darlè queste 
spiegazioni onde rettificare il giadizio meno esatto che ella pubblica- 
mente espresse sopra un mio atto di Governo. 

Voglia la S. V. Ill.ma accogliere Tespressione délia massima mia 
considerazione colla quale mi dichiaro 

8uo Devmo G. Lanza. 


S86) 

Tommaso Della Marmora a Lanza. 


IlLmo sig, Commendatore^ 


Firenze, 28 gennaio 1878. 


L’intervento di V. S. al funerale dél compianto mio zio Alfonso e 
la cotnmozione che Ella ha dimostrato durante quella funzione pietosa^ 
rai hanno vieppiù fatto comprendere corne lei fosse amico ed ammira- 
tore delle virtù di quel galantuomo, che, si puô dire, tutta Italia ha 
onorato col suo cordoglio ; da ciô mi venue in pensiero che a lei possa 
essere gradito un ricoido deiramico che le fu compagno in momenti 
difficili. 

Le offro questi due piccoli candellieri che stettero tanti anni sullo 
scrittoio del Generale, e che nella sua ultima malattia, servirono tante 
volte a fargli luce vicino al letto; spero che li vorrà gradire, e por- 
gendole i raiei più rispettosi sentimenti, mi protesto suo 

Dev.mo T. Della Marmora. 


S87) 

Lanza a Torelli. 


Caro AmicOf 

Casale, 24 febbraio 1878, 

Lameuto con te che siasi cosi presto intiepidita l'ammirazione e la 
gratitudine verso il compianto generale Alfonso Della Marmora, che 
tanto operô per l’indipendenza deiritalia; temo perô che si possa an- 
cora risvegliare tanto entusiasmo che basti a rendergli quegli onori, 
almeno postumi, che tramandino ai posteri la testimonianza e det 



— 471 — 


grandi suoi menti e délia gratitudine degli italiani. Gritaliani d’oggi 
non sentono più corne gFltaliani di 20 anni fa. Ad ogni modo gli 
amîci ed ammiratori suoi debbono fare quanto sta in loro per degna- 
mente on^rare la sua memoria. Il progetto che tu proponi, d’istituire 
un premio di L. 100 annue, da distribuire ad ogni ricorrenza dell’an- 
niversario di Solferino, parmi troppo poca cosa. A mio avviso non 
conviene «diSperdere i mezzi in piccoli progetti ma convergerli tutti 
ad uno solo e cospicuo. Questo sarebbe un mouumento a Torino, dove 
figurerebbe a fianco di Cavour e di Vittorio Eraanuele. Colà il Muni- 
cipio ha già votato una cospicua somma e molti hanno di già sotto- 
scritto per concorrere nella spesa. Vi è dunque un buon fondamento 
per riuscire. A taie intento si dovrebbe costituire a Torino un Coinitato 
di nomi autorevoli, promuovere da prima la pubblicazione di una buona 
biografia del Generale, distribuirla massime ai principali Mtinicipi del 
Kegno, farne tenere discorso dai giornali ed eccitare in tal modo le 
sottoscrizioni al monumento, fra le quali dovrebbero in prima riga fi- 
gurare quelle del Re e dei RK. Principi, di senatori e di deputati. 
Con taie esempio e raccomandazione a me sembra che la cosa dovrebbe 
riuscire abbastanza decorosa e degna del personaggio che si vnole 
onorare. 

Se a te piacesse questo progetto, io mi adopererei con te per man- 
darlo ad effetto, e cercherei anzitutto di mettermi d’accordo coi magna ti 
di Torino. 

Scrivimi che ne pensi e credimi 

Tiw aff.mo G. Lanza. 


S88) 

Lanza a Berti. 


Car O mio Amico, 


Roncaglia, 5 dicembre 1878. 


Il prezioso regalo del tuo libro sopra il processo fatto a Galileo, mi 
capitô appunto mentre stavo rileggendo le opéré meravigliose di co- 
testo somino filosofo, délia cui lettura non si é mai sazi, tanto per la 
forma quanto per la sostanza; e si rimane indecisi se debbasi in lui 
aramirare più Tindagatore profonde delle leggi del croate, ovvero To- 
nestà e seraplieità del carattere, o lo stile dello scrittore, forbito e 
limpido. 

Il tuo libro, che pone in piena luce tutte le fasi e peripezie del 
processo subito da Galileo per causa délia sua illustrazione del sistema 



-- 472 — 


di Copernico, ‘sarà senza dubbio letto cou avidità e applaudito sia in 
Italia che faori, e porrà termine alla disputa secolare se Galileo abbia 
si O no subita la tortura. 

È perô certo che una lunga tortura morale la sofferse, peggiore délia 
corporea ; e tu con molto acume osservi che questo tristo e vergognoso 
fatto contribui ad alienare il genio italiano da studi seri, ed arrestô 
il progresse délia scieuza. 

Con questa profonde^ considerazione tu imprimerai un marchio di 
meritata riprovazione alla Curia romana e al suo passato dominio, che 
vale assai piû di tutte le vuote declamazioni dei liberi pensatori. 

Permettimi pertanto che io mi rallegri con te de’ tuoi successi 
letterari e filosofici, che assai più valgono e consolano che i successi 
politici, i quali sono quasi aempre amareggiati daU'invidia dei mesta- 
tori e dei loediocri, che credono d’elevarsi colla detrazione e la mal- 
dicenza. Ma il monde è fatto cosi, non è da savio rammaricarsene 
quando si ha la buona compagnia che l’uom francheggia sotto l'usbergo 
dei sentirai puro. 

Conaervami la preziosa tua amicizia e credi a quella dei tuo 

A/f,mo amico G. Lanza. 


SS9) 

Lanza al prof. Sbarbaro. 


Egregio Signore, 


Ronoaglia, 14 dicembre 1878. 


Le parole che Ella mi attribuisce nel giornale La Fatria^ io non 
mi sovvengo di averle pronunciate, almeno nei termini ivi espressi. 
Perô 80 di avéré pensato e detto che l'ostacolo maggiore ad una ri- 
forma religiosa, che mettesse in armonia la credenza cattolica colla 
società civile, era il potere temporale dei papi; che ceasato questo, 
maggiore libertà acquistava la Chiesa, dalla quale sarebbero tardi o 
tosto sorte le necessarie riforme. Quali esse dovranno essere io non 
oserei dirlo, troppo grave è l’argomento. 

Ritengo perô che il Vangelo contiene i germi di un progresse civile 
e unitario quasi infinité. Quel libro divino che proclamé l’abolizione 
délia schiavitù, la fratellanza uuiversale, la pace in terra, di dare il 
sopra più ai poveri fratelli, deve avéré la virtu di soddisfare le giuste 
esigenze délia civil tà, la più inoltrata ed essere il Credo di tutta la 
umauità. 



— 473 — 

Manca solo l’apostolo che sappia rinverdire questi santl dogmi délia 
fede cristiana e ravvivare Tentusiasmo religioso dei popoli per essi. lo 
confido che qnando maturî sîano i tempi, comparirà lo stadio di pre- 
parazione* e fanno opéra meritoria tutti coloro che, dotati di eletto in- 
gegno e di saue dottrine, s'adoprano a educare il popolo e a ritemprare 
il sentimento religioso, senza del quale, com’ella predîce, nulla di grande 
puô comÿiersi. 

Mi creda sempre 

Suo dev.mo G. Lanza. 


390 ) 

Lanza al prof. Atti. 


Esimio sig. Frofessore^ 


Roncaglia, 10 dioembre 1878. ' 


Sono ben lieto che i sentimenti e le idee accennate nella mia let- 
tera al prof. Sbarbaro abbiano trovato eco nella sua mente e nel suo 
cuore; per questa similitudine d’affetti e di pensieri le debbo simpatia 
e gratitudine. . * 

Purtroppo le nostre aspirazioni umanitarie sono ancora ben lungi dal 
trovare applicazione pratica nella politica militante, dove l'astuzia e 
l'egoismo nazionale hanno gettato profonde radici. La civil tà cristiana 
arriverà forse un giorno ad estirparle, ma la lotta sarà ancora lunga 
e fiera. Dopo lo splendido snccesso del Congresso di Ginevra a cui io 
ebbi la ispirazione avventurata di designare per Tltalia, il compianto 
illustre Sclopis, pareva che nessuna guerra sarebbe dappoi scoppiata 
in Europa senza prima ricorrere ad un arbitrato, ma purtroppo non fu 
cosi e doveramo ancora assistere allô spettacolo di una sanguinosissima 
guerra, dopo la quale si divisero i popoli corne armenti senza tener 
-conto nè délia nazionalità nè del voto dei popoli. 

È deplorevole che l’Italia o meglio il suo Governo abbia preso parte 
a questo indegno mercato, mentre la sua missione era chiaramente 
segnata dalla recente storia del suo risorgimento. I quesiti che Ella 
mi pone sono troppo intricati e ardui, perché io mi senta la gagliardia 
di afProntarli. 

Dirô solo che la politica cavourîaua sui rapporti délia Chiesa collo 
Stato era non solo consigliata dai principii astratti di liber tà, ma ap- 
pariva corne una necessità per risolvere la questione di Roina, ossia 
Tabolizione del potere temporale. Ella terne l'attrazione délia Chiesa 
romana sui popoli. Questa forza oramai non puô più attingerla che dal 
5U0 valore morale e religioso. Se prevalesse sulle altre chiese ciô pro- 



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verebbe che cwsa è ancora migliore di tutte le altre, malgrado le sue 
magagne. 

10 aspiro alla universalità o cattolicità delle credenze religioser 
Ravviso in essa l'incarnazione del verbo, ossia la perfetta friaellanza. 
dei popoli. Il vero è, per essenza propria, universale. Qiiale sia per 
essere la trasformazione religiosa che debba precedere questo avveni- 
mento, io nol saprei, ma vagheggio questo avvenire per Tum'anità, Nes- 
suna cosa io desidero di più al mio paese che un Governo liberale, 
onesto e sapiente. Ma i popoli hanno Governi a loro somigliaoza, bisogna 
quindi educare questi con sani principii,