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Full text of "La critica dei poeti romani in Orazio"

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CARLO PASCAL 



LA CBillCH D[l PO[II 




IH ORtZIO 







CATANIA 

FRANCESCO BATTIATO, EDITORE 

1919 



proprii:tà letteraria 



Catania — Tipografia Alflo Mollica 



INTRODUZIONI- 



Nelle satire e nelle epistole è costante 1' interessa- 
mento di Orazio per le questioni di critica delia poe- 
sia e dei poeti; più sobrio, più obbiettivo, più siste- 
matico nel ravvisare ed esporre le Ic^g'i^'i g"enerali della 
poesia, più passionato e quasi fuorviato da preconcetti, 
nel toccare ([ua e là dei poeti passati o contemporanei, 
egli si studia però sempre, coi precetti o ccji biasimi, 
di elevare il senso dell'arte, di affinare il gusto, di far 
sentire la superiorità di quelli che a lui sembravano 
i modelli più perfetti di poesia. La stessa sua opera 
poetica rappresenta una graduale elevazione ed un gra- 
duale affinamento. Se nelle Satire si possono cogliere 
tratti troppo crudi e di un realismo quasi brutale, di 
quelli appunto che egli rimprovera a Lucilio, per con- 
tro nelle Epistole si ammira una nobile compostezza, 
semplice insieme e decorosa, e che ha tanto maggiore- 
efficacia, quanto meno ha di pesantezza o di conven- 
zionalità, una compostezza che è tutta grazia, tutta vi- 
vezza di espressioni, precisione di idee, armonia di 
linee. 

Nella sua attività come critico di arte, nei suoi giu- 
dizii sui poeti, Orazio fu però guidato da alcuni con- 
cetti, o preconcetti, dei quali si troverà di volta in 
volta r illustrazione nelle pagine di questo volumetto, 
e che sarà opportuno riassumere qui brevemente. Il 
principale di essi, quello anzi che informa non la mente 



6 INTRODUZIONE 

sola di Orazio, bensì anche quella di tutti i trrandi 
poeti del periodo aureo, è la perfezione assoluta del- 
l'arte greca. Il che noi poniamo come un preconcetto, 
non perchè sia da neg-are la perfezione di quell'arte o 
da volgerla in dubbio; sì perchè nel senso onde la 
intendevano i Romani, essa era un disconoscimento 
delle virtù nanve ed ingenue dell' anima artistica del 
nostro popolo, era una mortificazione dei suoi germi 
più fecondi; sicché anche i maggiori ingegni non po- 
tevano proporsi altro assunto ed altro ideale di gloria 
che quello di imitatori. 

Ne derivò che come critico di arte fosse caratteristico di 
Orazio il disconoscimento delle forme semplici, schiette, 
ingenue, dell' antica arte italica. Quelle forme erano 
rozze, incolte, primitive; ma chi può dire quanta insita 
forza era in quelle contenuta e quali mirabili frutti 
avrebbero le doti native potuto produrre, se non fos- 
sero state sopraffatte dalla potenza fresca, vigorosa, 
fascinatrice dell'arte greca ? Tutta la varietà stupenda 
delle commedie popolari, sincera e genuina espressione 
dell' anima artìstica del popolo, disparve quasi dinanzi 
alla invasione delle palliate; la stessa fabula togata, 
che era prettamente italica, divenne con Afranio imi- 
tazione da Menandro. Ora chi vorrebbe sostenere che 
le doti di acutezza e di causticità, lo spirito di osser- 
vazione, la salacità delle facezie, la bonarietà arguta, 
che caratterizzano i popoli italici, non potessero pro- 
durre una commedia schiettamente popolare, e tale al 
cui paragone non potesse forse reggere quella greca ? 

Chi vorrebbe dar torto a quegli spiriti solitarii e 
scontenti, che, e per questa e per le altre forme let- 
terarie , si volgevano con desiderio ai monumenti 
dell' antica arte italica, e cercavano ravvivarne il culto, 
e volevano che l'arte dei tempi loro fosse continua- 
zione di quella? (i) 

A costoro si contrappone Orazio: di quell' antica 



(I) Cf. Alfred Besan^on, Lcs adversaires de. l' Hellénisme a Rome 
pendane la période républicaine — Paris, Librairie Felix Alcaii, 191 o. 



rr^H'RnniT^TOMF 7 

arte eg^li non vuoiti sentire parlare: «'jtrji non vede thf 
la ^^f-entilezza dell' arte greca, penetrata in Roma vit- 
toriosa, lìg-li è il buongustaio fine ed eleg-ante, che 
pone come precipua dote di og^ni opera letteraria Vur- 
banitas. L' urbanitas: ecco un altro suo preconcetto, 
necessariamente connesso con quello teste discorso. 
L' urbauitas è l'attoi^giamento dello s]iinto. proprio di 
chi viva in una temperie di elevata civiltà, atteg-g-ia- 
niento che fa sfugg-ire o spregiare tutto ciò che sia o 
paia plebeo, grossolano o comune; la delicatezza dei 
tratti, il garbo del motteggio, la purità ed eleganza 
della forma, la sottile ironia, l'arr.ore della discrezione, 
l'aborrimento da ogni eccesso costituiscono \ urbanitas. 
E vi si oppone la rusticitas, coi suo procedere incom- 
posto, col suo eccedere frequente, col nessuno studio 
di misura e di- sobrietà, col suo fare provincialesco, 
grosso di forme, di intendimenti, di gesti. Né qui dun- 
que si vuol dire che tra i due atteggiamenti dello 
spirito potesse essere dubbia la scelta, o che nei ri- 
flessi dell'arte dovesse o potesse Orazio preferire l'al- 
tro all' uno. Ma altra è Vurbanitas che è conseguenza 
della graduale elevazione e del graduale affinamento 
dello spirito popolare, altra è quella dovuta ad imita- 
zione , imposta dalle tendenze trionfanti, quasi come 
una maschera, e che non scaturisce quindi dall' intimo 
dell'anima, e di sé non la informa: questa nell' arte è 
vieto convenzionalismo o è servile imitazione: l' urba- 
nitas cui è bello tendere, nell'arte e nella vita, e quella 
prima, di naturale sviluppo, che vien dall' intimo del- 
l'anima e che è il carattere stesso dell'anima, carattere 
cui il popolo sia giunto per diuturna educazione: l'altra 
urbanitas, quella di imitazione, è sovrapposta, non in- 
tima; fittizia non sincera, è di forma non di sostanza, 
ed ha il fare impacciato e si tradisce ad ogni mo- 
mento. 

Ad ogni modo, anche ponendo come ideale d' arte 
la urbanitas, si può riconoscere quanta forza nativa 
e quanta ingenua bellezza può celarsi nella qualità op- 
posta, quanta spontaneità di tratti e quanta verità di 



8 INTRODUZIONE 

attpg-g-iamenti: il non riconoscere la possibilità di tutto 
ciò, anzi il neg-arlo, implicitamente o esplicitamente, 
sta appunto a dimostrare, come dicevamo, il preconcetto. 
In conclusione si può ammettere la g-iustezza e la 
verità di molti, se non di tutti, i g-iudizii suoi; eppure 
il jriudizio g-enerale che egli dà sui poeti e sulle ten- 
denze che essi rappresentano è ingiusto. Perchè ? 
Perchè tutti i suoi giudizii hanno un peccato origina- 
le : sono troppo esclusivi. Egli non rileva negli scrit- 
tori se non i soli difetti, e dei pregi tace quasi sempre. 
Se nuli' altro di Ennio o di Plauto noi conoscessimo 
che ciò che egli ne dice, in verità questi scrittori ci 
si presenterebbero sotto un aspetto molto disforme 
dal vero; e ciò non perchè quello che egli dire sia 
interamente falso, ma perchè accanto a quello vi è 
ben altro che egli tace, e che dà il carattere e la 
fisonomia dei due poeti. Ma nel caso di Ennio e di 
Plauto egli apporta almeno giudizii determinati sopra 
fatti concreti e precisi: di solito il suo procedimento 
è diverso: i suoi giudizii letterari! sono espressi in 
forma di brevi digressioni, a cui tutto può porgere 
occasione o pretesto : per burlarsi dei suoi avversari 
in poesia o degl' invidi o dei detrattori, gli basta un 
ricordo, un paragone, una immagine, che gli danno 
modo di tirere una frecciata e di passare oltre, come 
si trattasse della cosa più indifferente e più innocente 
del mondo. Talora cotali digressioni s'innestano l' una 
suir altra, perchè 1' una immagine richiama l'altra, e 
gli dà occasione ad assalire due avversarli in una volta. 
Egli, ad esempio, ironicamente professa di essere di ani- 
mo pusillo, perchè parla raramente e dice poche cose: 
ed ecco il quadretto di Crispino che lo sfida ad una 
gara di poesia* chi sappia scrivere maggior numero dì 
versi in un dato tempo, (i) Non basta : il poeta ram- 
menta Fannio, che portava egli stesso nelle biblioteche 
pubbliche il suo ritratto e gli scrigni delle sue poesie, 
mentre egli, Orazio, non è letto, perchè non vuole 



(i) Sat. I, 4, i6 igg. 



INTRODUZIONE g 

decidersi a recitare in pubblico, (i) Non sono n.opria- 
mente gfiudizii letter^irii: sono ricordi di velleità e va- 
nità e miserie morali : ma in questi ricordi il g-iudizio 
letterario è implicito e sottint3so. Cosi nella satira X 
del libro I le digressioni di tal genere sono frequen- 
tissime ; e il poeta procede assestando nerbate senza 
pietà a Laberio (v. 6), a Calvo e Catullo (v. ig), a 
Pitolao (Pitoloonte v, 23), a Furio Bibaculo {Alpinus 
v. 36), a Varrone Atacino (v. 47), ad Ennio (v, 53, a 
Cassio Etrusco (v. 62). Di alcuni di questi poeti noi 
•non sappiamo altro che 1' accenno canzonatorio di Ora- 
zio ; ma si ammetterà facilmente che Laberio e Furio 
Bibaculo ed Ennio e Catullo e Calvo noi non li rico- 
nosceremmo più, se dovessimo giudicarne dalla sola 
frecciata oraziana. Di Laberio, ad es., egli tocca con 
una facezia: se dovessi riconoscere a Lucilio, egli dice, 
tutti i meriti che non ha, dovrei ammirare anche come 
belle poesie i mimi di Laberio {Sat. I, io 6). E La- 
berio è servito. In verità quel che di lui abbiamo ce 
lo pone sotto una luce migliore. E neppure il mor- 
dace e scherzoso accenno Ciceroniano, che lo riguarda, 
e che ha probabilmente origine politica, basta ad an- 
nebbiare quella luce (2). 

Un altro preconcetto che domina la critica ora- 
ziana è quello dell' amicizia. Natura eminentemente 
passionata avrà spesso sagrificato sull' altare dell' ami- 
cizia il rigore dei suoi giudizii letterarii. In un nobilis- 
simo luogo della, satira decima del libro I egli con- 
trappone la schiera dei suoi avversarli e detrattoti a 
quella dei suoi amici ; che importa a lui che il deni- 
grino il cimice Pantilio e Demetrio e quel pedante di 
Fannio ed Ermogene Tigellio? A lui basta che il lo- 
dino Plozio e Vario e Mecenate e Virgilio e Valgio e 
Ottavio e Fusco e i due Vischi e PoUione e i fratelli 
Messala, e Bibulo e Servio e Furnio ; a questi egli 

<i) Sat. I, 4, 21 sgg. 

(2) Cic. Ad Fani. XII, i8 : « Equidem sic iam obdurui ut ludis 
Caesarìs nostri aequissimo animo audir«m Laberi et Publi poemata >. 



IO INTRODUZIONE 

desidera che pi:icciaiìo i suoi scritti, e sarebbe deso- 
lato, se il suo desiderio dovesse essere in parte de- 
luso, (i) E certamente una nobile schiera, se anche 
non di tutti conosciamo i meriti e l'eccellenza nell'arte. 
Ma il sospetto di una i)ropensione troppo amichevole 
che lo induca ad esag'crare nelle lodi, possiamo con- 
cepire per quel che egli dice di Fundanio. E un igno- 
to poeta comico, suo amico (2); ed Orazio il pone ac- 
canto a Pollione per la tragedia, a Vario per 1' epo- 
pea, a Vergilio per la poesia georgica; appunto per- 
chè questi generi avevano cosi insigni rappresentanti 
non rimaneva a lui che la satira, nella quale invano 
si erano provati Varrone Atacino ed alcuni altri. (3) Ora 
riesce in verità un pò difficile credere che di tanta 
eccellenza nella poesia comica non sia rimasto alcun 
altro ricordo. Orazio non avrà voluto tentare la com- 
media, si perchè non vi si sentiva adatto, si per defe- 
renza verso l'amico, col quale non voleva entrare in gara: 
r addurre 1' eccellenza di Fundanio come così perfetta, 
che dovesse distogliere lui dal tentare la prova, fu forse 
solo un tratto di squisita delicatezza verso 1' amico. 

Comunque di ciò si pensi, questo io non credo 
possa revocarsi in dubbio, che Orazio, e per quel che 
dice e per quel che tace, è spesso eccessivo nella 
polemica contro i sostenitori dell' antica poesia, e che 
di questa disconosce troppo sovente 1' importanza e i 
meriti e la forza nativa e l' insita virtù. Egli stesso 
però in quella mirabile epistola I del libro II, che è 
il monumento più alto della sua finezza critica e del 
suo buon gusto, si levò a giudizii più equanimi e più 
sereni. Non certo egli voleva fossero distrutte le an- 
tiche opere : si meravigliava solo che fossero giudicate 
perfette (v. 69-72). Se qualche bella espressione in esse 
brillava, se qualche verso armonioso, non per questo 
si doveva gabellare come perfetta tutta l'opera (v. 73- 

{i^ Sai. I, IO, 78-90. . 

(2) Cfr. inbtti 0.7.'. I, 10, 44; IL 8, 19. 

(3) :ìai. 1, IO, 40-46. 



INTRODUZIONE 1 1 

75). Vi sono gli odiatori sistematici delle cose moderne, 
quelli cbe non ammirano fusi quod Libitina sacravit 
(v. 4o). Quando essi condannano, noi fanno g-ià perchè 
un' opera sia grossolana o sciatta, bensì perchè scritta 
di recente (v. 76-78); essi non chiedono venia per gli 
scrittori antichi, ma onore e premio : nec veniam aiiti- 
guis, sed honorem et praemia pasci {v. 79). È pur sem- 
pre un degnare di compatimento gli antichi, ma è 
certo un giudizio più misurato. 

Con equanimità maggiore Apro, il sostenitore 
della < modernità > nel dialogo giovenile di Tacito, 
poggiava tutta la sua <iimostrazione in favore dei mo- 
derni ^u due canoni fondamentali : che con i tempi le 
forme dell' arte si mutano, e che in una medesima età 
non è sempre una la tendenza dell' arte, né perciò si 
può dire peggiore ciò che da quella si divarii, ma solo 
per vizio della umana malignità si lodano sempre le 
cose antiche e si vitujjerano le presenti. (1) Certamente: 
ma quelle opere antiche dovevano anche avere una 
vitalità ed una forza, che forse i loro critici non so- 
spettavano, se Tacito stesso ci fa attestare da Apro 
che ai suoi tempi vi erano quelli che preferivano Lu- 
cilio ad Orazio, Lucrezio a Vergilio, (2) e se poco dopo 
la scuola dei Frontoniani potè rimettere quelle antiche 
opere in onore. Noi, a cui i monumenti letterarii di 
Roma sono tutti cari, senza preconcetti che turbino 
ii nostro amore, riconosciamo a Vergilio e ad Orazio 



(i) Tac. De oratoril/us, i8 : « mutari cum temporibus fomias quoque 
et genera dicendi .... Hoc interim probasso coiitentus sum, non esse 
niuim eloquentise vnltum, sed in illis quoque quos vocati.s antiquoi. 
plures species deprehcndi, nec .statini detcrius esse quod di.crsum est, 
vitio autem malignitatis humnnae velerà seniper in laude, praesentia in 
fiistidio esse ». Or. Velleio Patercolo U, 92 : « praesentia invidia, 
praeterita veneratioiie orosequimur, et bis nos obrui, iilis instrui credimns ». 

(2) Tac. De oratoribiis, 23 : « vobis utique versantur ante oculos illi 
qui Lucilinm prò Horatio et Lucretium prò Vergilio legunt, quibus 
eloquentia Aufidii Bassi aut Servilii Noniani ex coraparatione Sisennae 
aut Varronis sordet, qui rhctoruia uostrorum commeutarios fastidiunt. 
Calvi niirautur ». 



1 2 INTRODUZIONE 



r arte insuperata, la finezza del g-usto, la g^razia e la 
vivezza e la soavità della espressione poetica, ma vo- 
gliamo riconosciute a Lucilio, ad Ennio, a Lucrezio la 
potenza creatrice e la rude forza del genio. 



L 
ENNIO. 



Orazio non è proclive a giudìzi benevoli verso gli 
antichi poeti, ed anche verso i poeti dell' età Cesaria- 
na; e ciò pur quando si tratti di massimi poeti, quali 
ad esempio Catullo. Ma quale è il suo atteggiamento 
di fronte ^d Ennio? Il Vahlen nella seconda edizione 
della sua raccolta dei frammenti Enniani, e propria- 
mente nei Prolegomena (i), discorre piuttosto diffusa- 
mente del giudizio che Orazio in varii luoghi dà di 
Ennio; ma ne discorre con tali criteri e tali apprezza- 
menti, che io credo di gran lunga disformi dal vero. 
Egli, ad esempio, tocca del passo che è nella epistola 
XIX del libro primo, v. 6 sgg. : 

Laudi bus argiiitur vini vinosus Homerus, 
Ennius ipse pater nunquam nisi potns ad arma 
Prosiluìt dicenda. 

Secondo il Vahlen in questa unione dei nomi di 
Omero e di Ennio ed in questa celebrazione della 

( i) Ennianae l'oesis Reliquiae, iteiatis curis recensuit lOHANNRS Vahlkn. 
Lipsiae, In aedibus B. G. Teubneri, MCMIIl, p. LVI sgg. 



l6 ENNIO 

efficacia del vino nella ispirazione poetica, Orazio di- 
mostra il suo favore per il poeta latino (i). 

E quanto Orazio attribuisca al g-enere di poesia En- 
niano si vede anche, secondo il Vahlen, dalle lodi, 
colle quali eg-li celebra nel Carme ottavo del libro IV 
le Calabrae Pierides. 

In Epist. II, 12, i«5 Orazio pone la missione del 
poeta nel proferre in luceni speciosa vocabula rerum; 
ed è questo appunto che nell' Ars poetica (v. 54) eg-li 
attribuisce ad Ennio. Di più il Vahlen si indugia a mo- 
strare le imitazioni e deriva;iioni di Orazio da Ennio (2); 
e solo in fine riconosce che anche qua e là Orazio 



(i) Vahlen, op. cit. p. LVI : « in vini laude et usu Homero Ennium 
adiungens, nimirum ut poetarum principum exemplo vini vim et effica- 
ciam in poetando cum risii praedicet, nescio quid favoris prùdere videtur, 
non in co solum qnod cum Homero Ennium, cum Graeco poeta Ro- 
manum comparat, ut L'.cilium et Varronem, Ciceronem quoque fecisse 
vidimus, sed quod quidquid de vini usu dicit, cuius. rei memoria fortasse 
ab Enni usque carminibus propagata est, certe non infelici ter eum dixisse 
arma indicai ». 

(2) Accenniamo a queste imitazioni. Ennio ha (Ann. lib. IX, v. 465- 
6 V.) ; « Audire est operae pretium procedere recte, Qui rem romanara 
Latiumque augescere vultis >. Porfirione ed Acrone, ad Oraz. Snt. I, 
2 , 37 riportano questi versi, per notare che Orazio urbane abuHtur 
Ennianis versibiis. Orazio infatti scrive, 1. e. « Audire est operae pre- 
thitn procedere recte Qui moechis non vultis ut omni parte laborent ». 
11 primo verso è identico e mi pare evidente che Orazio abbia voluto 
a fine ironico usufiuire in cosa leggiera un verso grave e solenne. Qui 
non si tratta dunque di imitazione. Le imitazioni sarebbero, secondo il 
Vahlen : Carni, saec. 66 « Remque romanam Latiumque felix alterum 
in lustrum... prorogat » che rammenta il secondo dei versi Enniani 
sopra citati ; il passo del Carme II del libro I, v. 17 sopra Ilia ««wie«w 



ENNIO 17 

non risparmia critiche all' antico poeta per i versi 
troppo ponderosi, e per le espressioni meno felici; ma 
conclude che specialmente contro gli idolatri di Ennio, 
non contro Ennio, ivi se la prende Orazio. 

Ora p'j-r quanto è delle imitazioni e riduzioni di versi 
Enniani, occorre anzitutto notare come se ne possano 
indicare una o duo, e neppur sicure: e in secondo 
luogo che quando anche si dovessero accettare come 
sicure, non per questo ne seguirebbe che Orazio 
avesse voluto far testimonianza di onore ad Ennio. Noi 
vedremo infatti nello studio sopra Orazio e Catullo, come 
Orazio usufruisca molto spesso versi, spunti ed idee 
Catulliane; il che non gli toglie di affettare un atteg- 
giamento di superiorità e quasi di dispregio contro i 
seguaci del poeta veronese. Ma tutto quanto riguarda 
r atteggiamento di Orazio verso Ennio è degno di es- 
sere ripreso in esame (0. In Orazio si trova cinque 



querens e sul suo vendicatore Tiberis, che rammenta Ennio, Ann. I, 25 
(ma si tratta qui della forma della leggenda, non delle parole) ; 1' ora- 
zione di Giunone in Carm. Ili, 3, di cui il senso sembra tratto ex an- 
nalibus Enni, in quiòus magnas partes fuisse lunonis testimonia pro- 
diderunt (ma anche qui si tratta della leggenda) ; e il color Ennianus 
che è in Carm. Ili, 3, 47 « qua medius liquor secemit Europen ab 
Afro », cfr. Ennio, lib. IX, fr. Ili, v. 301 V. : « Europam Libyamque 
rapax ubi dividit unda ». 

(l) Più conforme al vero di quello del Vahlen è il giudizio del nostro 
Pascoli, Epos, II ediz. p. LVI : « Nel tempo di Augusto il culto di 
Ennio trovò una tal quale opposizione in Orazio, che non amava il 
soverchio, e odiava 1' eterno vezzo degl' invidi, che detraggono a chi 
invidiano, più lodando altri, specialmente se morti, che biasimando loro. 
Tuttavia se egli vuol portare un esempio di elocuzione poetica grave 
C. PASCAL — 2. 



1 8 ENNIO 

volte r espressa menzione di Ennio, una volta 1' allu- 
sione a lui {Calabrae Piertdcs) ed una volta si trovano 
addotti versi di Ennio senza la citazione del nome. 
Questi versi sono {Sat. i, 4, 60): 

Postquam Discordia taetra 
Belli ferrntos postes pnrtriFqiie refregit. 

Da questa citazione risulta evidente che Orazio vuol 
contrapporre lo stile delle sue satire al vero stile poe- 
tico: secondo lui le satire se non avessero un pes cer- 
tiis, sarebbero senno merus, vera prosa; mentre invece, 
scomposte quelle parole di Ennio, si ritrovano pur 
sempre le membra del disperso poeta. Qui Ennio viene 
assunto quasi come prototipo di forma poetica; non 
bisog"na però esagerare 1' importanza di questa cita- 
zione. Orazio sceglie un luogo Enniano, nel quale una 
delle idee più comuni, che cioè dalla discordia nacque 
la guerra, è rivestita delle immagini più appariscenti: 
le porte spezzate, le imposte ferrate, ecc. Questa è 
una esemplificazione di immagini poetiche, non è un 
giudizio su tutta 1' opera del jìoeto. 

In generale si può affermare che Orazio tratti Ennio 
con un rispetto maggiore di quello che usi con gli 



non solo per il senso, ma per le parole, porta un esempio di Ennio 
(Sat. I, 4, 60) >. Orazio però, come vedremo, trovava a ridire pur sulla 
elocuzione poetica di Ennio. Giustamente notò A. ZliUGKVihP. {Ovid unti 
sein Verhilìtniss zu den Vorgiingeni und ghichzeitigert róm. Dichttrn 
li, 1-11/ come sia unilaterale ed ingiusto il rimprovero dei poeti augustei 
ad Ennio per i difetti di forma, e vi assente Luciano Mììller, Quintus 
JBnnius (St. Petersburg, 1884, p. 271). V. p. 23, n. I. 



ENNIO 19 

altri poeti (i); ma non sarebbe g-iusto dire che egli 
lo escluda dalla condanna comune. 

NelV Ar^e poetica (vv. 56 sg"g.) (2) riconosce ad Ennio 
ed a Catone il vanto di avere arricchito il patrio ser- 
mone, ma è certo lontano dalla sua mente il pensiero 
che la lingua di Ennio basti ora a soddisfare i suoi 
gusti. Egli par che voglia dire: < se a Catone e ad Ennio 
fu permesso questo, perchè non dovrebbe esser ])er" 
messo a noi di portar fuori nuove parole? > Questo 
equivale a valersi dell' autorità stessa di quelli che 
lodavano gli antichi poeti per ritorcere contro di loro 
i loro argomenti. Con ciò dunque Orazio resta sempre 
in posizione di battaglia contro 1' antica scuola poetica. 

Egli riconosce bensì ad Ennio la g^-avitas [Sai. I. 
IO, 54), ma nel momento stesso che la riconosce, ri- 
prende il poeta perchè ad essa vien meno. E che 
cosa intende egli per gravi/ as ? Ecco i suoi versi: 

Non ridet (se. Lucilms) versus Enni gravitate minores 
Cum de se loquitur non ut roaiore reprensis ? 

Bisogna ricorrere col pensiero alla lotta che si era 
accesa tra i sostenitori dell' antico indirizzo poetico 
ed i sostenitori del nuovo. Gh uni asserivano essere 
indegno dell' assunto poetico il trattare fatti leggeri 



(ij L' unico accenno che sembri incondizionatamente rispettoso è però 
quello delle Calabrae Pierides del carme IV, 8. 

(2) Ego cur, acquirere pauca 

Si possum, invideor, cum lingua Catonis et Enni 

Sermonem patrium ditaverit et nova rerum 

Nomina protnlerit ? 



20 ENNIO 

di carattere personale, e doversi la poesia ispirare 
solo ai grandi fatti solenni della storia e della leg- 
genda: gli altri sostenevano la lode maggiore della 
poesia essere la delicatezza e la finezza delle espres" 
sioni, anche nella rappresentazione dei piccoli fatti di 
carattere personale e delle piccole passioni fugaci degli 
uomini. Pregio principale dell' una forma poetica era 
la < gravitas >, altezza del soggetto cui doveva cor- 
ris})ondere solennità di forma. Pregio dell'altra erano 
le « mund itine s^ (Bpisf. TI i, 159), il garbo e la finezza 
squisita delle espressioni. Non disconosce già Orazio 
i meriti della grande poesia di carattere epico; solo 
afferma che i tempi non sono più ad essa propizii, e 
perciò ripetutamente, nelle satire, nelle epistole e nelle 
odi, si scusa con Mecenate, con Augusto e con Tre- 
bazio di non cimentarsi a così arduo arringo. Dato 
tutto ciò, se egli mette in rilievo che i versi di Ennio 
sono gravitate minor cs {Sai. I, 19, 64), non si può 
davvero far di lui un estimatore di Ennio, se ne deve 
anzi inferire che secondo il suo giudizio Ennio spesso 
non attinse la mèta desiderata. Né altrimenti è da 
pensare dello scherzo, che è in Epist. I, 19, 6, sopra 
citato. Se Ennio nunquani nisi poius ad arma prosiluit 
dicenda, Orazio poteva scherzosamente appunto con ciò 
spiegarsi come per questo i suoi versi fossero inferiori 
alla gravità voluta. Abbiamo sopra visto quanto invece 
fosse sottile, ed anzi peccasse di sottigliezza soverchia, 
r apprezzamento che il Vahlen fece di questo passo 
per volgerlo ad un giudizio favorevole. 



ENNIO 21 

Più ^rave è 1' accenno che è in lipist. 11, i, 50: 

Ennìus et sapiens et (ortis et alter Homerus, 
Ut critici dicunt, levitar curare videtur 
Quo promissa cadant et somnia Pythagorea. 

Qui si danno bensì ad Ennio ^\\ epiteti di sapiens, 
di fortis ecc., ma non certo come giudizio del poeta, 
giacché tosto si soggiunge: € ut critici dicunt >; ag- 
triunta. la quale dà quasi un significato ironico al ri- 
cordo di quelle lodi; e 1' alter Homerus è anche una 
ironica allusione al sogno Enniano. Ma quel che poi 
vi si soggiunge e che cioè Ennio sembra prender 
troppo alla leggera la aspettazione suscitata dalle sue 
promesse, quello, si contiene il vero giudizio di Orazio. 

Ennio dunque che aveva tanto di se fatto sperare, 
che aveva dichiarato di albergare 1' animo di Omero, 
fallisce all' assunto suo ! 

Per tornar'e ora all' appunto che Orazio fa ad Ennio, 
che cioè i suoi versi sieno gravitate minores si noti 
che Orazio si riferisce al dileggio che di tali versi £n- 
nlani faceva Lucilio. E noi sappiamo che Eucilio pò 
neva in dileggio uno dei versi di Ennio descriventi 
battaglie. Servio infatti (ad Aen. XI, 602) cosi an- 
nota: « Horret agcr > terribilis est. Est autem versus 
Ennianus, vituperatus a Lucilio, dicente per inrisio- 
nem debuisse eum dicere < horret et alget >, unde 
Horatius de Lucilio, ecc. > (Sat. I, io, 54), Ed è da 
supporre che non fosse questo il solo verso di Ennio, 
contro cui si esercitò la siitira luciliana (i). 



(i) Lucilio stesso chiama Ennio alter Homerus (fr. 1 1 89 Marx), ed a 



2 2 ENNIO 

Del resto Orazio stesso spieg-a più chiaramente uel- 
X Arte poetica, vv. 259 sgfg., il suo pensiero. Ivi infatti 
a proposito del giambo, che appare di rado presso 
alcuni poeti nel trimetro giambico, essendo spesso 
sostituito dallo spondeo, che rende pesante il verso, 
così dice Orazio: 

Hic et in Atti 
Nobilibus trimetris apparet rarus et Enni 
In scenam missos cum magno pondere versus 
Aut operae celeris nimium curaque carentis 
Aut ignoratae premit artis crimine turpi. 

Il passo non si riferisce agli annali, bensì alle tra- 
gedie, che infatti vi si parla di trimetri giambici; ma 
simile giudizio Orazio probabilmente riferiva a tutta 
r attività poetica di Ennio. 

Secondo lui dunque i versi di Ennio sono mandati 
fuori cum magno pondere, e mostrano un' opera o troppo 
celere, affrettata, troppo mancante di cura, di lima, 
oppure ignoranza dell' arte poetica. Par che Orazio 



Lucilio allude forse Orazio, quando a proposito dell' alter Homerus ag- 
giunge : ut critici dicunt (Epist. II, 1, 50). Ma Lucilio alludeva certa- 
mente al sogno pitagoreo, come ammette anche il Marx {Lucilii Sat. 
Reliquiae voi. II. Covini. p. 376). Se in altro passo (vv. 343 sgg. Marx) 
egli pone insieme 1' Iliade di Omero e gli Annali di Ennio, non lo fa 
per dare un giudizio critico sul loro valore, bensì per dare esempii di 
quel che significhi poesis cioè un opus totum, un intero poema, in con- 
trapposizione a poema, che è una piccola poesia, anche un epigramma 
in un distico. La medesima distinzione è in Varrone (Sat. Men. 398 
Buech.), e 1' uso delle due parole è precisamente il contrario di quello 
italiano. 



ENNIO 23 

voglia disconoscer»; ad Kiiiiio l.i j^ravilas e riconoscere 
invece il pmidusx non la solciuiità dunque, ma la pe- 
santezza (i). Ejrlj coiinol^e quindi Ennio nel giudizio 
di condanna, che e^li estende a tutti ^li antichi poeti, 
per la loro lorniii trascurata e per 1' opera non rifinita e 
non squisitamente ridotta a perfezione metrica e ver- 
bale. Questa ars ignorata, di cui ejjfli riprende il di- 
fetto in Ennio, faceva della poesia Enniann quasi l'op- 
posto del suo ideale poetico, cioè della doctrina, fiac- 
che, coni' è noto, docti sono appunto i conoscitori delle 
finezze poetiche (2). 



(^i) Opportunamente nota I. F, Alton, Nomee and Tiis tige (London, 
Longmans, 1917, p. 277) che basta leggere solo qualche frammento di 
Ennio, per sentirvi il preannuncio di quella solidità e massiccia dignità 
di linguaggio, che, combinata con l'eleganza dell' età augnstea, farà della 
lingua latina uno dei più nobili monumeuti del popolo romano. 

(2) Tale è il significato delia parola anche in Orazio: cfr. Hat. i, 
9, 7, (ed ivi il Lejay, Les satires d' Mora ce, p. 235);!, io, ij ; Epist. 
I, 19, I ; II, I, 56 ; II, I, 117 ; Carni. I, l, 29. Cfr. il mio articolo 
Doctus Catullus in Athenaeum, Gennaio 19 16. 



II. 

PLAUTO. 



Per ^;l|)|>^tv.^anletlt(> dei ^riudizio critifo di Orazio 
sulla poesia romana, su quella arcaica e su quella 
dell' età sua, è di speciale importanza 1' epistola I del 
libro II. 

L'autore la iiidiriz/a ad Aujtii'ust..): ni)n v'è raj^ione 
di n»*g"are fede ili i notizia tramandataci da Suetonio, 
elle Augfusto stf'sso avessr desiderato una Epistola a sé 
diretta, (i) e che Orazio ^di avesse indirizzato questa. 
La quale ha un tema solenne: la poesia romana. Poi- 
ché le arti g^entili, tr;i. le quali primeg^J^ia la poesia, 
debbono ornare la vita nel mondo pacificato, é natu- 
rale che ad Autrusto stesso si rivolga il poeta per si- 
g"nificarg^li che cosa impedisca alla poesia romana dì 
assurgere all'altezza della greca. Ed egli ravvisa l'o- 

(i) SUETONI Fitti Morati (da Poi-firioiie premessa al suo Commen- 
tario^: « post sermones vero quosdam lectos millam sni inentionem ha- 
bitam ita sit questus (Au^ustus): Ir asci me tihi scito quod non in 
plerisqne eiusmodi scriptis mecitm potissimum loqnrris. An vereri<! ne 
apud posteros infame tihi sit, quod l'idearis familinris nohis esse? expres- 
sitqne eclogam, cuius initinm est: Cnm tot snstituas et tanta negotia 
solus >, • cioè proprio la nostra epistola. 



28 PLAUTO 

Staccio in un doppio ordino di fatti, 1' uno liHettente 
la società più colta, V altro il popolo minuto. 

L' uno è che i suoi contemporanei erano j^resi da 
una cieca passione per i poeti antichi, e non ammira- 
vano se non quelli, e spreg"iavano i contemporanei. 

L' altro, che la plebe ro/za (^d incolta preferiva 
g-li spettacoli g-ladiatorii e le rappresontazioni delle 
pompe trionfali e i c;oinbat'inieiiti con K^ fiero alle raj)- 
nresentazioni di opere anche incigni. Il jnuito della 
Epistola, nel quale il poeta descrive il popolo romano 
a teatro, parag-onando il suo scomposto rumoreggiire 
al vento nelle selve del monte Gargano o al fremito 
del mare in tempesta, è uno dei più famosi (v. 200 sgg.), 
E il prologo del Poenulus ci dà infatti il quadro del 
pubblico romano a teatro: la ressa per entrare ed oc- 
cupare i posti migliori, il rumoroso ridere delle ma- 
trone, il contegno sfacciato delle cortigiane, le impa- 
zienza dei ritardatarii e di quelli ^ho crant» a stomaco 
vuoto. A com})iere il quadro basta la pe'incllata ora- 
ziana, che nel corso dello spettacolo {media inter i ar- 
mino) la plebecula comincia a reclamare il gioco del- 
l' orso o il pugilato: his nam plebecula gaudet (v. 186). 

Ma Orazio nota con rincrescimento anche il gusto 
corrotto della società più colta. Già in questo mede- 
simo punto, nel quale parla della plebecula, egli nota 
che anche i cavalieri, ai quali com' è noto, erano ri- 
serbati i posti dei quattordici primi gradini, indulgevano 
alle cattive tendenze del popolo : anch' essi piuttosto- 
■ chè gustare il dialogo scenico amavano i grossolani 
spettacoli (v. 1Ò7 e segg.): * Verum equitis quoque iam 



PLAUTO 29 

mif^fiivit ab aure voluptas Oninìs ad iiicertos oculos et 
gaudia vana >. Ne era questa la sola rag^ione, per cui 
il poeta non era contento dei gusti letterarii dell' età 
sua. Erano ancora in onore gli antichi poeti : Plauto 
era ancora amalo e richiesto. Ne abbiamo solenne 
testimonianza nel prologo della Casina ; un prologo 
Aggiunto all'antica commedia nel rimetterla sulla sce- 
na: ivi il jirologo si rivolge agli spettatori e dice ad 
rssi : < Se a voi piacciono le antiche opere e 1' an- 
tica lingua è naturale che piacciano anche le antiche 
commedie : giacché quelle commedie che ora spunta- 
no fuori sono molto peggiori delle monete nuove. Noi, 
dopoché dal rumore del popolo abbiamo compreso 
che voi vivamente bramate le commedie plautine, 
portiamo ora sulla scena un'antica commedia sua, la 
quale piacque a voi che siete più vecchi: i giovani, 
ben lo so, non ia conoscono. Quando questa comme- 
dia fu la prima volta rappresentata, allora v' era il 
fiorc^ d< i poeti: ed ora se ne sono andati ove vanno 
a finir tutti; ma benché più non sieno qui, ci divertono 
come se fossero vivi >. (i) L'accenno ai vecchi mostra 

1,1) Antiqua opera et verba usque quoni vobis placeut, 
Aequoinst plLicere ante alias vcteres labulas, 
Nnm mine novae quae prodeunt comoediao, 
Multo sunt nequiores quatn nummi novi. 
Nos postquum populi rumore intellcximus 
Studiose ex[)ctere vos Plautiuas fabulas: 
Hodie antiquam cius ediraus comoediam, 
Quam vos p'obastis qui estis in senioribus : 
Nani iuniorum qui sunt non norunt, scio. 
Haec quom prinium artast vicit onincs fal)ula.s. 



3© PLATTTO 

che questo prolojj-o appartiene ad una ^venerazione suc- 
cessiva a quella di Plauto: tra gli spettatori vi erano 
quelli che da giovani avevano assistito alla prima 
rappresentazione: ma 1' amore ppr 1' antico poeta era 
rimasto vivo nel popolo; e durante gli spettacoli esso 
probabilmente schiamazzava, richiedendo commedie 
plautine: ciò vuol certamente significare il prologo 
quando dice : < populi rumore intelleximus studiose 
expetere vos Plautinas fabulas >. Il favore popolare 
per Plauto continuò sotto Augusto. Suetonio ci attesta 
che Augusto stesso si dilettava della comoedia vetus 
e la faceva spesso rappresentare; (i) e per comoedia 
vetus bisognerà intendere certamente non quella an- 
tica degli Attici, bensì quella di Plauto e di Cecilio. 
Augusto stesso dunque per Orazio era intinto della 
pece dell' età sua : egli non solo ne seguiva, ma ne 
favoriva il cattivo gusto ; tanto più opportuna si pre- 
sentava ora al poeta 1' occasione per dire alta e forte 
la verità, e far sentire le nuove esigenze e i nuovi 
bisogni di un' età ringentilita, e combattere il fanati- 
smo per gli antichi poeti. Il passo della Epistola riguar- 

Ea tempestate flos poetarum fuit, 
Qui mine abierunt bine in commuuem lociim; 
Sed tameu absentes prosunt prò praesentibus. 
Naturalmente in queste riproduzioni le commedie si raffazzonarono, 

si rammodernò la lingua, si fecero interpolazioni, delle quali alcune sono 

riconoscibili, perchè vi si leggono allusioni ad avvenimenti posteriori a 

Plauto. 

(l) Octav. 89: « Augustus, piane poematum quoque non imperì- 

tus, delectabatur etiam comoedia veteri et saepe cara exhibuit pnblicis 

xpectaculis ». 



PLAUTO 31 

dantf Plauto e gli altri |)oeti della seteria comica investe 
e il giudizio favorevole dei critici e letterati sopra di 
essi, e la passione del popolo ; e sotto le parvenze e 
con le forme di un' equa moderazione è in sostanza 
molto severo (Epist. II, /, 57 sgg.) : 

Dicitur Afr.ini toga convenisse Menandro, 

Plantus ad exempìar Siculi properare Epicbarmi, 

Vincere Caecilius gravitate, Terentiiis arte. 

IIos ediscit et hos arto stij^^ata Iheatro 

Spectat Roma potens, habet hos. mimeratque poetas 

Ad nostrum tempus Livi scriptoris ab aevo. 

Interdiim volgus rectum videt, est ubi peccat. 

Si vcteres ita niiratiir laudatqne poetas, 

Ut nihil anteferat, nihil illis comparet, errat : 

Si quaedam nimis antique, si pleraque dure 

Dicere credit eos, ignave mult? fatetnr, 

Et sapit et mecum facit et love indicai aequo. 

La prima parte del passo evidentemente riguarda 
la società colta od intellettuale di Roma, e probabil- 
mente quindi, ])fr quel che sopra abbiamo detto della 
predilezione di Augusto por le antiche commedie, an- 
che Augusto: erano i lettorati, che conoscevano gli 
'scrittori greci e sostenevano che ad essi non erano 
punto inferiori i Romani : paragonavano Afranio con 
Mennndro, Plauto con Epicarmo; asserivano che Cecilio 
primeggiava ])er la gravìtas e Terenzio per l'arte (1). 
il popolo ctrtiniìente non si occupava di queste critiche 



(1) È possibile- che con le parole numeralque poetas Orario alluda a 
canoHi di poeti, fatti a guisa dì quelli alessandrini, e dei quali rimact 
un eseinpif) n»l canone di Volcacio; cfr. D' Alton, Horace aud his agt, 
p. 286. 



^2 PLAUTO 

letterarie né di questi parag-ont coi Greci. Pure anche 
il popolo amava questi antichi comici ; alle rappresen- 
tazioni delle loro opere faceva ressa nei teatri, ed essi 
soli amava e stimava come porli. Ed Orazio distingue, 
con un' aria di grande moderazione; ma nel fatto poi 
con un giudizio molto acre : questa passione e questa 
ammirazione per gli antichi poeti è un errore : se il 
popolo riconosce che in quei poeti troi)pe cose sono 
antiquate, e che lo stile é per lo più rozzo, e che 
molte volte essi sono fiacchi e languidi, allora sì, 
il popolo può accordarsi con Orazio e mostra senno 
e non delira nei giudizii. E sia pure : questi sono i 
difetti : ma quali pregi Orazio riconosce a questi scrit- 
tori ? Egli per conto suo ne tace, cita solo in princi- 
pio i pregi che ravvisano in essi gii ammiratori, ma 
li cita evidentemente solo per confutarli e contrapporre 
subito le sue censure. Ad ogni modo esaminiamo 
quelle lodi e quelle censure. 

Anzitutto, la toga di Afranio, dicevano gli ammi- 
ratori dell' antica poesia, starebbe bene anche a Me- 
nandro. Afranio fu poeta di togatae, cioè commedie di 
argomento italico. Ma nella togata erano penetrati la 
disposizione e i modi della commedia greca, cioè della 
palliata, e gli autori greci erano stati largamente usu- 
fruiti. Afranio, che fece entrare la commedia italica 
neir alta società romana ebbe a suo modello preferito 
Menandro, e se ne vantò, forse per rispondere alle 
accuse di critici malevoli, nel prologo di una togata, 
che aveva titolo Compitalia. Macrobio (VI, i, 4) ce 
ne ha conservato i versi: 



PLAUTO a 

.... f.iteor, sumpsi non ab ilio modo, 
Scd ut quijque hubuit convenirci quod inihi, 
Quod me non posse meliiis facere credidi, 
Etiam a L;Uino 

Questo si^chiama parlar chiaro. Je prends moti bien 
Oli je le trouve. Macrcbio ci avverte che con ab ilio si 
allude a Menandro. E con etiam a Latino si allude 
certamente al Menandro latino, cioè Terenzio. Che 
Afranio infatti ponesse Terenzio innanzi a tutti gli al- 
tri poeti comici dice Suetonio, (i) e ne cita il verso: 
Terenti niiniìie similem dicent quempiam ? Che Terenzio 
avesse la velleità di farsi chiamare il Menandro latino, 
si può argomentare dallo scherzo di Cesare (2): o di- 
midiate Menander. Afranio era dunque, per sua stessa 
dichiarazione, appassionato amatore e del Menandro 
greco e del Menandro latino. Quanta fosse anche nel- 
r età successiva la sua estimazione e presso i letterati 
e presso il popolo si può dedurre e dalle lodi di Ci- 
cerone (3J e di Quintiliano (4), e dal fatto che anche 
alcuni secoli dopo continuò la sua fama nei teatri: 
Xlncendium di Afranio fu rappresentato sotto Nerone (5 )♦ 

Come sì vede, non mancavano ad Afranio i titoli 



(i) Saetouio, Vita Ter. e. 5, p. 33 Reiff. 

(2) Presso Suet., ivi. Cfr. anche Cicerone (presso Suet. ivi^: « Tu 
quoque qui solus lecto sermone, Terenti, Couversum expressumque la- 
tina voce Menandrum, In medium uobis sedatis motibus alfers, Quiddam 
come loquens atque omnia dulcia dicens . . . . > 

(3) Brut. 45: « L. Afranius poeta, homo perargutus, in fabulis quidem 
etiam, ut scitis, disertus ». 

(4) Quinti!. X, I, 100: « Togatis excellit Afranius, utinamque non 
inquinasset argumenta puerorum foedis amoribus, mores suos fassus ». 

(5; Suet. Nero, 11. 

C. PASCAL — 3. 



34 PLAUTO 

per aspirare egli stesso a essere, e per essere stimato 
dagli altri, il Menandro delle togate. 

Più difficile riesce determinare il significato di 
quel che di Plauto riferist^e Orazio, cioè che eg'li fosse 
ritenuto ad exemplar Siculi pr operar e Epì charmi. Sono 
modelli noti o probabili di Plauto Difilo, Filemone, 
Menandro, An.iìsandride, Ar.tifane; con Epicarmo noi 
indicammo (i) i rapporti Plautini per la figura del pa- 
rasite nei Captivi e in un frammento del Parasitus 
piger. Ad ogni modo l'espressione ad exemplar properare 
non è chiara: altri l'ha i;;tesa come se si trattasse di 
una fluente copia del discorso, altri come s& properare 
indicasse 1' accelerarsi verso la soluzione dell' intreccio 
scenico, il festinare ad ^ventunt. (2) 

Seguono nella enumerazione dei giudizi! espressi 
dagli amatori degli antichi poeti quelli su Cecilie e su 
Terenzio. Vincere Caecilius gravitate, Terentius arte. 
Veramente sopra Cecilio è pressoché unanime il rico- 
noscimento degli antichi, che egli primeggi sugli altri 
comici iati ai. CaecUio palmaiu Statio do comico diceva 
Volcacio Sedigito. (3) Cicerone io nomina, benché un 
po' dubitativamente, come sommo poeta comico, (4) 

(1) V. Epicartno e i Captivi in Riv. di Filologia XXIX, i, ripetuto 
poi nellii ediziuiie de' 6rtp^/&/ con note italiane (Paleiino, Sandron, 1904). 
V. anche la mia edizione dei Captivi nel Corpus Scriplornm lativorutn 
Paravianmn, p, IX. 

(2) V. per tutto ciò i miei lavori citati nellr. nota precedente. 

(3) Nel noto canone dei poeti comici presso Gellio XV, 23. 

(4) Cic. De opLimo gei/, orai. 2 : « Itaque licet dicere et Enniiim 
summum epicum poetam, si cui ita videtur, et Pacuvium tragicum et 
Caeciliuni fortasse comicum ». 



PLAUTO 35 

Seneca come max'nnus poetarum, (ij Gelilo quale co- 
moediarum poeta incliitus. '2) Ma a spie^fare la graviias 
di Orazio niv-ylio no vale il giudizio di Varrone (3): 
/// argumentis Caecilius poscit palmain >. La gravitas 
non è dunque la gravitas senfenUarum, che non f^a.rebhe 
davvero una lode in un poeta comico. La gravitas è 
la serietà di preparazione e di cura, con cui il poeta 
dispone l'intreccio, e prepara la soluzione, conservando 
verisimiglianza all' azione. Il porre invece scene a ca- 
saccio, scucite e senza nesso, sarebbe levitas. Si crede, 
dice più oltre il poeta (vv. 168-170), che la commedia, 
poiché trae gli argomenti dalla vita comune, importi 
minima fatica, abbia sudorìs minimum; ma invece la 
commedia tanto ha più di peso quanto men di indul- 
genza, sed habet conioedia tanto Plus oneris quanto ve- 
niae minus. Quel plus oneris (e ciò è da osservare) 
spiega la gravitas di Cecili o. E quanto poi all' ars di 
Terenzio, essa è lode che gli si può ben riconoscere, 
e che gli antichi concordemente gli riconobbero, cele- 
brandone con Cicerone la scelta favella, il garbo e la 
soavità del dire, (4) o con Cesare la finezza dello sti- 
li) Seneca, De br evitate vitae II, 21. 

(2) Gellio IV, 20, 13. 

(3) Varrone pr. Nonio 374. Altro passo di Varrone sopra Cecilio è 
presso Carisio, G. L. 1, 2\\ : <i n;dOT] Trabea, Atiiius, Caecilius facile 
moverunt ». 

(4) Cfr. ledo sermone, come loqiietis e dulcia dicens nei versi di Ci- 
cerone su Terenzio conservatici presso Suetonio, Vita 'ferenti, 5 : 

Tu quoque qui solus lecto sermone, Terenti, 
Conversum expressumque latina voce Menandnim, 
In medium nol)is sedatis motibus affers, 
Quiddam come loquens atque omnia dulcia dicens...» 



36 PLAUTO 

le (i), e la purità del dire, che il faceva porre meri- 
tamente tra i sommi, o con Varrone l'analisi fine dei 
caratteri {2), o con Servio la proprietà del linguaggio, 
che il faceva superiore ad ogni altro poeta comico. (3) 
Come si vede i giudizii, riportati da Orazio, della so- 
cietà colta di Roma sui quattro poeti non erano punto 
esagerati. Ma Orazio non li riporta se non quasi per 
meravigliarsene, ed infatti fa seguire subito il suo la- 
mento che il popolo accorra alle rappresentazioni delle 
loro opere ; e passa poi tosto a contrapporre alle lodi 
altrui i biasimi suoi. E vediamo questi biasimi. 

Il popolo dunque, per mostrarsi assennato, deve 
ammettere che questi poeti hanno detto quaedaìti nimis 
antique, pleraque dure, ignave multa. Non e' indugere- 
mo molto su queste censure. La forma antiquata e la 

(i) Cfr. lenìlnis scfiptis nell' epigrammn di Cesare su Terenzio Cpresso 
Suetonio, Vita Ter,, 5) : 

Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menancler, 
Poneris et merito, puri sermonis amator. 
Lenibus atque utinara scriptis adiuucta foret vis 
Comica, ut acquato virtus polleret honore 
Cum graecis neve hac despectus parte iaceres ! 
Unum hoc maceror ac dolco tibi desse, Terenti. 

(2) Varrone presso Nonio 374 : « in ethesi (cioè nell' analisi dei ca- 
ratteri) Terentius poscit palmam ». 

(3) Servio, ad Aen. I, 414 : « propter soìam proprietatem omnibus 
comicis esse praepositum (Terentium), quibus est, quantum ad cetera 
spectat, inferior ». 

Appunto per queste doti del linguaggio riferisce Cicerone essersi le- 
vato contro Terenzio il sospetto che le commedie non fossero sue : Cìc. 
Ad Alt. VII, 3, io: <• (Terenti) fabellae propter elegantiam sermonis 
putabantur a C. Laelio scribi ». 



PLAUTO 37 

durezza dell' espressione sono rimproverate sposso da 
Orazio ai poeti antichi : ma eg"li non tien mai con- 
to di tutto quel che vi era di spontaneità e di 
forza nativa nel loro ling-uaggio ancor rude. Quanto 
air iqiiave multa si j)uò credere che alluda a Terenzio. 
Igftave indicherà qui stil(ì lang-uido e fiacco. È noto 
che Cesare notò in Terenzio appunto il dif<;tto della 
vis comica; senza tal difetto egli sarebbe fiorito di o- 
nore pari ai greci, ma per tal difetto egli è < dimezzato 
Menandro »; (i) e Cicerone dice che Terenzio riporta 
in forma latina Menandro, ma con moti attenuati (2). 
Sia dunque ]3ur giusto per Terenzio questo ap- 
punto oraziano: anzi sieno giusti per tutti e quattro 
i grandi comici gli appunti suoi : si dovrà riconoscere 
che in questa pa.rte la sua critica è molto limitata. 
Egli ha r ideale della tersità fine e signorile: ma non 
pensa a rilevare tutto quel che di freschezza, di vivez- 
za, di festività è in que">ti comici: la spontanea, aperta 
gaiezza del dialogo plautino, la sobrietà elegante del 
terenziano, l'arguzia e lo spirito, che ancor traspaiono 
dai frammenti superstiti di Cecilie. Né negli altri punti 
nei quali tocca di questi comici si ha un più giusto 
riconoscimento dei meriti loro o una concezione più 
larga di critica letteraria. Cccilio e Plauto sono citati 
casualmente altrove {Arte Poet. 54), ma sol per recla- 
mare ai poeti moderni (e son citati ad esempio 
Vergilio e Vario) quella facoltà di creare nuove pa- 



(i) V. l'epigramma sopra riportato in nota, p. 36, n. i. 
(2) V. l'epigramma sopra apportato, p. 35, n. 4. 



38 PLAUTO 

role, che fu riconosciuta a quei due i)oeti antichi, ed 
a Catone e ad Ennio, che anche arricchirono il pa- 
trio ling-uaggio. Terenzio è menzionato in Sat. i, 2. 
20, ma solo per trarre un paragone da un suo per- 
sonag-L;io famoso, Menedemo dell' Heautontimorumenos, 
che gfiorno e notte si cruccia per avere, a cagione 
della sua soverchia severità, indotto il figlio Clìnia ad 
abbandonare la casa paterna. 

*** 
Ma a Plauto torna il poeta in altri due luoghi, 
uno della medesima epistola I del libro II, un altro 
dell' Arte Poetica: il primo riguarda la rappresentazione 
dei caratteri, il secondo le deficienze di metrica e di 
stile. Ambedue i passi contengono giudizii molto acri. 
Prendiamoli in esame. Il passo dell' Arte Poetica è (v. 
270 sgg.): 

At vestri proavi Plautinos et nimieros et 
Laudavere sales, nimium patienter utrumque, 
Ne dicam stulte, mirati, si modo ego et vos 
Scimas inurbauum lepido seponere dicto 
Legitimumqiie sonum digitis callemiis et aure. 

Qui parla insieme della forma poetica e della so- 
stanza, del ritmo e dello spirito comico. Dunque Ora- 
zio non trovava il legif.imus sanus nei metri plautini. Ma 
in questo caso la colpa era sua. E la sua colpa era 
nella pretesa di ritrovare quel legitimus sonus col batter 
delle dita (i) e con l'orecchio, cioè con l'orecchio del- 
l' età sua e della società in cui egli viveva. Egli non 



(i) Digitis cioè digitorum ictu. 



PLAUTO 39 

Iten conto di un fatto importantissimo, e cioè che la 
commedia è tra le opere letterarie quella che più si 
accosta al linguanrgio del popolo, ed è naturale quindi 
che ne riproduca anche la pronunzia. Tutte quelle che 
sembrano in Plauto particolarità ed aberrazioni metri- 
che si spiegano con la pronunzia popolare dell'età sua. 
Se, ad es. troviamo un illic monosillabo, (i) dobbia- 
mo pensare ch(i il popolo pronunziasse illcyX processo 
di agguag-liamento e riduzione delle forme (ira già co- 
minciato nei volghi italici, e non si interruppe mai nel 
filone popolare del linguaggio e si protrasse, anche at- 
traverso le epoche più colte, fino al trionfo completo. 
Con l'adoperare una lingua che più si avvicinjiva, an- 
che nella pronuncia, all'uso popolare, Plauto conseguì 
un dialogo più concitato, più vivo, più spontaneo, va- 
riando la cadenza ed evitando quella monotonia ritmi- 
ca, che è così stucchevole sulla scena, 

Orazio ha dunque il torto di considerare la com- 
media plautina con gli stessi criterii coi quali avrebbe 
giudicato una poesia erotica destinata alla società fine 
e colta dell' età sua. Orazio insomma vuole esser sem- 
pre, e vorrebbe ch(i gli altri fossero, e fossero stati 
sempre, i poeti eleganti della elevata società augustea. 
Ma quella vena di umorismo plebeo, di cui la commedia 
fu depositaria preziosa, conservò più di uno schietto eie - 
mento del simo o vigoroso spirito italico: e Cesare 
aveva mostrato concezione più larga e più retto cri- 



(l) Cfr. ad es. Cnpt. 94. Vedi Skutjch, Plautin. und Roman.. p. II3. 



40 



PLAUTO 



terio col favorire le rappresonta/.ioni in Roma nelle 
varie parlate dialettali italiche, (i) 

♦ * 
* Quasi dello stesso ,t)fenore sono lo osservazioni 
che sug-jTferisce il j^nudizio Oraziano per quanto riguar- 
da i sales plautini. 

Dunque gli scherzi e le facezie plautine non sono 
lepide, sono anzi la prova della sua inurbanitas. Come 
abbiamo già detto nella introduzione, è difficile defi- 
nire in una sola parola Vurbanitas detta d' opera let- 
teraria. È quel senso di decoro, di convenienza,, di 
misura, che può non discompagnarsi anche dai ge- 
neri popolari dell'arte. Ma la verità è che un giudizio 
precisamente opposto è quello che dà Cicerone su Plau- 
to, attribuendogli appunto 1' urbanitas. < Duplex om- 
nino, egli dice {De Off. i, 29, 104), est iocandi genus: 
unum inliberale, petulans, flagitiosum, obscenum, al- 
terum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo 
genere non modo Plautus noster et Atticorum anti- 
qua comoedia, sed etiam philosophorum Socraticorum 
libri referti sunt. > 

E Quintiliano prende da Varrone la notizia che 
Elio Stilone soleva dire che se le Muse avessero vo- 
luto parlar latino, avrebbero adoperato il linguaggio 



(i) Cfr. Siietonio, lui. 39 « regionatim urbe tota per omnium liii- 
guarum histriones ». In Roma si facevano rappresentazioni di Ateilane 
in lingua osca; cfr. Strabone V, p. 233 e: T(òv "Ooxcov FX?i£?.oin;ÓTCOV 
fj 8id?i.exTog fiévgi niapà toìg 'Pcouaioic,'(oaTe xai. :n;oii'|naTa oy.i]vo- 
PateloGai xatu ttva ayon'a nidipiov xal nifioX,OYeìo9ai. 



PLAUTO 41 

plautino. Molto jiiù che urbaìiìtas dunque, seconlo Elio 
StUone! (i) 

Come possono spieg"arsi g-iudizii così opposti? La 
spiegazione è, credo, in ciò, che Cicerone ed Elio Sti- 
lone guardavano alla pluralità dei casi, a quello che 
« generalmente il carattere delle facezie plautine, ed 
Orazio era offeso nel suo fine senso da alcuni scherzi 
di cattivo gusto, e generalizzava da essi a tutto il 
resto il suo giudizio sfavorevole. Giacché Plauto è 
veramente pieno di facezie salacissime, di motti arguti, 
di trovate di spirito; trae da tutto inopinate risorse, 
da riscontri con usi e consuetudini popolari, da nomi 
o deformazioni di nomi, da ricordi, da avvenimenti del 
tempo, da circostanze strane e imprevedute: i suoi 
scherzi procedono da festività vera, da spirito alacre. 
Ma d' altra parte non si può negare che di tratto in 
tratto vi si abbiano inverosimiglianze, stravaganze, 
immagini strane, trascuranza di ogni decoro, buffonate 
volgari ; e disgustano specialmente le frigidità ver- 
bali, indegne di tanto ingegno. Tale nel Rudens, lo 
scherzo di parole tra niedicus e mendicus, < una littera 
plus sutn quam medicus >, tale nel Trinummtis \o scherzo 
tra pudere e pigere, « pudere quam pigere praestat to- 
tidem litteris >, nel Persa quello tra calleo e callum: 
« magis calleo quam aprugnum callum callet >. Nello 
Stichus fanno fastidio le infinite sciocchezze che dice il 
parassito sulla fame, che gli è madre, eppure gli sta 



'V 



(i) Quintiliano X, i, 99: « Varrò Musas Adi Stilonis seiiffintia 
Plautino dicit scrmoue locuturas fuisse, si Latine loqui vellent >, 



42 PLAUTO 

nel ventre. Non addurrò altri esempi. Questi, si, sono 
insipidi ed illepidi sali. 

Ma Plauto non è tutto qui. E il torto di Orazio è 
di averne parlato, come se Plauto non fosse che qui; 
tanto maggior torto, quanto meglio Orazio sapeva che 
perfino Omero talvolta sonnecchia. 

*** 
' Ma Orazio riprende Plauto : nche per la rappresen- 
tazione dei varii tipi comici. Anche questo passo ora- 
ziano merita particolare esame [Epist. II, i, 170): • 

Aspice, Plautus 

Quo pacto partes tutetur amantis ephebi, 

Ut patris attenti, lenonis ut insidiosi, 

Quantus sit Dossennus edacibus in parasitis, 

Quam non astricto percunat pulpita socco, 

Gestit enim nummum in loculos deiuittere, post hoc 

Securas, cadat an recto stet fabula talo. 

Orazio riprende dunque la rappresentazione plautina 
del giovane amante, dei padre severo, del lenone in- 
sidioso: ma non spiega che cosa egli vi trovi a ridi- 
re. Il quantus sit Dossennus è da intendere di Plauto 
stesso: " qual grande buffone egli sia nel rappresen- 
tare i parassiti affamati. " Dossennus è la nota ma- 
schera delle Atellane: rappresentava il gobbette a- 
stuto, imbroglione, che con le sue trappole e con le 
sue buffonerie usciva dalle circostanze più scabrose (i). 
Gli è come se noi in senso dispregiativo applicassimo 
ad uno il nome di una nostra maschera, dicendo ad es.: 
< quel tale fa il pulcinella > o « l'arlecchino ». Dos- 



(l) Cfr. RiTsCHl., Parerga I, Praef. p. 13. 



PLAUTO 43 

senniis sembra cssoro anch'? \\x\ :iuto!u fi); corto i' trova 
coiìic coj^'Jiome (2); ma non par possibile che ad un 
autor'" < .scuro o pressoché ignoto alluda qui Orazio. 

Se D >ss:nìiHS ò Plauto stesso, a lui saran da riferire 
a:iche le cr;S(^ '-he in ser^uito sot>-g"iunge Orazio: che 
("gli pe'-corra il palcoscenico con un socco non ben 
calzato, imputandogli con ciò forma sciatta e sguaia- 
ta, e che egli pensi solo a far quattrini, e, venduta la 
commedia, non si curi punto se essa regga in piedi 
o cada. 

Si può proprio cominciare da quest' ultimo punto, 
giacche su ci osso l'isponde Or.izio stesso, ed in que- 
sta medesima epistola (v. 60), attestando che ancora 
ai suoi tempi il popolo si affollava alle rappresentazioni 
di Afranio, di Plauto, di Cecilie e di Terenzio : ed 
abbiamo visto che nelV Ar^e poetica (v. 270) Orazio 
attesta il favore che godette Plauto anche presso gli 
antichi, presso i proavi; ed abbiamo visto dal prologo 
della Casina come il popolo reclamasse nel teatro com- 
medie plautine: non pare dunque che fosse qui molto 
a suo posto l'appunto oraziano, della indifferenza plau- 
tina pei suoi pretesi insuccessi; tanto più che molto 
più storicamente autorevole è la testimonianza di Ci- 
cerone, (3) che Plauto si compiacesse nella vecchiaia 
dei suoi successi teatrali: < quam gaudebat Truculento 
Plautus, quam Pscudolo ! >. 

Veniamo ora alla censura circa le sguaiataggini. Plau- 

(1) Cfr. Seneca, ^//>r89,7; e v. WfssowA in /'r<?,(^r. IVrnttslaz'. iSós- 

(2) C. I. L. I, 430; V. 2256. 

(3) De Seti. 50. 



44 PLAUTO 

to, secondo Orazio, percorre il palcoscenico con i cal- 
zari non bene assestati, e quindi riboccanti e rumorosi. 
Si può pensare ai luoghi nei quali Plauto interrompe 
un po' gros'^olanamente l' illusione scenica. Cosi ncl- 
XAmphìtruo Mercurio volgendosi al pubblico confessa 
che egli non è se non un povero istrione e se non 
farà bene la parte sua avrà dietro le scene un carico 
di legnate; nel Mercator un attore dice di non voler 
parlare troppo forte, per non svegliare gli spettatori 
che dormono; nell' Aulularia 1' avaro che ha perduto il 
tesoro chiede agli spettatori che gli indichino il ladro; 
nello Pseudohis e nel /^z^^é-z/j due personaggi si rivolgo- 
no agli spettatori, promettendo di invitarli a cena; nella 
Mostellaria uno dei personaggi insolentisce violente- 
mente contro il pubblico, e cioè contro gli ascoltatori, 
che hanno a casa mogli vecchie, alle (.|uali si sono 
venduti per la dote. Non citerò altri esempii. Si !può 
anche pensare che facessero disgusto ad Orazio le 
incongruenze plautine, e cioè la strana miscela di 
elementi greci con usi, riti e cerimonie romane. La 
scena si svolge ad Epidauro, a Tebe, ad Efeso, a Si- 
cione, ad Atene; ma il pretore rende giustizia nel foro 
con tutte le regole del diritto romano (cosi nel Poe- 
nulus, nel Truculentus, nel Rudens), nei Menaeckmi, 
personag'gi greci ricordano le giurisdizioni del popolo 
e dei giudici ; si parla qua e là dei giuochi fatti 
celebrare dagli edili, del Senato che dà a sorte le 
provinole, dei padri che hanno imperio assoluto sui fi- 
gli, di ovazioni e di trionfi, di decurie e di manipoli, 
di legioni, di censo, di comizii ccnturiati, di prefetture, 



PLAUTO 45 

di littori coi fasci, di ricuperatori, questori, dittatori : 
che più ? nel Ctirculio, la cui scena è ad Epidauro, si 
trova menzionato anche il Campidoglio. Incong-ruenze 
e stranezze, con le quali Plauto ha ottenuto il g-rande 
effetto di darci sotto il pallio greco cittadini di Roma, 
sicché la sua commedia non è fredda rappresentazione di 
cose lontane, ma entra nel vivo della società romana 
e ne discopre la vita intima ed oscura, ed ha tutta 
la vivezza fresca, schietta, genuina, della verità. Se a 
queste cosi grossolane incongruenze e inverosimiglianze 
allude dunque Orazio, noi pur riconoscendo che il suo 
appunto è giusto, non sappiamo dar torto a Plauto, 

**♦ 

Parliamo ora dei tipi di personaggi. Orazio ne cita 
quattro : il giovane amante, il padre severo, il lenone 
insidioso, il parassito affamato : ma per i primi tre, 
abbiamo visto, non determina che cosa egli vi trovi 
a ridire : per il quarto, se è giusta 1' interpretazione 
di Dossennus, par che censuri la buffoneria soverchia, 
E certo in qualche commedia, come nello Stichus, è 
tedioso e stucchevole ; e la lunga parlata che Stichus 
fa sulla Fatne è, come abbiamo già notato, di cattivo 
gusto ; ma in altre, come nei Captivi, il tipo del paras- 
sito è tratteggiato con sobrietà e non senza efficacia. 

Per quanto riguarda gli altri due tipi, essi sono tra 
i più comuni in Plauto. La figura dell'amante entra, si 
può ben dire, in tutte le commedie. Giovani rotti ad 
ogni vizio, senza alcuno scrupolo, dilapidano il patri- 
monio in amori meretricii, fanno debiti, ordiscono tra- 
nelli per spillare denari ai padri, fanno lega coi servi 



46 PLAUTO 

per averli fautori dei loro amori, passan la vita nelle 
org-ie, nei banchetti e nelle libidini. Si può aff(irmar 
con verità che le tinte non sono qui troppo caricate 
rispetto a quel che era la verità. Ad og^ni modo an- 
che r amore non senìpre presso Plauto è corruttela 
e vizio. I personag-^i di Lusiteles del Trinuminus, di 
Philolaches nella Mostellaria, di Pleusides nel Miles sono 
giovani di nobile ed ingenuo animo. È stato talvolta 
sostenuto (i) che Plauto non faccia mai posto ad un 
amore degno. Ma Plauto ama, per maggiore effica- 
cia, contrapporre ai tipi di corruzione e di vizi tipi di 
animo schietto ed ing-enuo, se pur talora traviato : a 
Lesbonico nel Trinummus Lusitele, e nel Milcs a Pe- 
riplectomeno Pleuside. 

Anche il tipo del vecchio è frequentissimo. Ve n'ha 
di tutte le specie e con tutte le debolezze dell'età. Vi 
sono i vecchi buontemponi : Periplectomeno nel Miles, 
Demone nel Rudens ; i vecchi pazzi di amore, come 
Demifone nel Mercafor, Demoeneto nell' Asinaria, Sta- 
tinone nella Casina ; i vecchi sordidi per avarizia, 
quali Euclione nell' Aulularia, Callide nel Truculentus, 
Nicobulo nelle Bacchides, Simone nello Pseudolus. Vi 
sono i vecchi loquaci quali Perifane nell' Epìdicus, Me- 
garonide nel Trinummus. Con buona pace di Orazio 
il tipo del vecchio nelle sue varie debolezze e talora 
nella sua stoltezza, è insigne nelle commedie plautine. 

Il tipo del lenone infine è rappresentato in Plauto 

(0 V. Bertin, De Pianti et Terenli aduhsctntibtis omatoribus ; e 
contro, NUSSBAUM, De 7/iorufn descrip itone Plautina, p. 14. 



PLAUTO 47 

quale vilissimo e abbiettissimo. Nulla è per tal gente sa- 
cro : sono in odio agli dèie agli uomini: è consueto ad 
essi lo spergiuro; sono avidissimi di denaro, prostitutorì, 
per amor di guadagno, anche del corpo dei familia- 
ri. (() Non possiamo dire in che cosa offendesse il 
senso artistico di Orazio la figura del lenone plautino, 
ma si per questo, sì per gli altri due casi teste no- 
tati, è da credere che Orazio abbia più tenuto l'oc- 
chio, e con più acre desiderio investigato, i difetti di 
quelle rappresentazioni, anziché i pregi ; anzi di questi 
abbia addirittura taciuto ; il che può mostrare animo 
preconcetto, o esame non compiuto e coscienzioso : e 
forse anzi fugace lettura. E si può anche sospettare 
che Orazio si sia imbattuto in opere falsamente attri- 
buite a Plauto, opere dello quali continuò certo la 
colluvie anche dojDO la edizione Varroniana; (2) giacché 
il nome di Plauto era accetto e chiamava il pubblico 
al teatro, e di quel nome si abusò spesso. 

Comunque sia, dall' esame minuto che noi abbiam 
latto, dei varii giudizii sfavorevoli, dati da Orazio sulla 
attività di Plauto, crediamo che esca meglio Plauto 
come poeta anziché Orazio come critico dell' opera sua. 



(1) Cfr. NUSSBAVM, op. cit. p. 36. 

(2) Cfr. il passo importantissimo di Gellio III, 3,11. Secondo Servio 
(Praef. in Atti.) « Plautum alii diciint unam et viginti fabulas scripsisse, 
alii quadragiuta, alii ceutum >. 



ni 

LUCILIO 



e PASCAL — 4« 



I suoi intendimenti e la sua opera come poeta sa- 
tirico continuatore di Lucilio spiega e giustifica Orazio 
specialmente nella satira IV e nella satira X del I li- 
bro. E se nella prima 1' obbietto e il fine è prevalen- 
temente morale, e la criticai letteraria entra solo per 
incidente, per contro nell' altra essa ha il primo posto 
e vi campeggia la figura di Lucilio, (i) Nella satira IV 
vuole il poeta spiegare perchè egli si sia indotto a 
scrivere satire. Era un genere sospetto, ed Orazio era 
accusato di non risparmiare neanche gli amici, pur di 



(l) Cfr. tra gli altri: M. A. Hervig, Horatius quatenus vede de Lu- 
cilio iudicaverit, 1873; ^^- RiHL, Das Urthtil des Horaz ùber Lucilius. 
Villach, 1885 ; P. Rasi, ludicia quae de saiirae latitine origine et de 
Lucilio in sadris IV et X libri Q. Horatius J-laccus protulit verane 
sunt un falsa. Patavii, Typis Seminarii, 1886 ; Concetto Marchesi, 
// concetto dell' arte nelle satire di Oratio (Rivista d' Italia, Maggio 
191 1), pag. 750 sgg. ; B. L. Ullman in Class. Philol. X (1915), p. 
270 sgg. (sulla satira decima del 1. I); lu. Horace on the Nature of 
Satire in Transactions of the American Philological Association, voi. 
XLVni, 1917; Cartault, Les ratires d' Horace ; D' Alton, Horace 
and his age, p. 266 sgg. 



52 LUCILIO 

muovere il riso. E si aggiung-eva d<i molti che del 
resto Orazio non era poeta: ciò che Orazio spiritosa- 
mente conferma nel corso della satira (v. 38 sgg-.), no- 
tando che questo genere di versi è più vicino alla 
prosa, e che per creare poesie occorre genialità e ispi- 
razione divina, e linguaggio più elevato e più augusto 
del comune. Ma per purgarsi della prima accusa di 
malignità egli risale all'origine stessa del genere sa- 
tìrico, che egli ritrova nell'antica commedia attica, ed 
a colui ch{; in Roma aveva importato dagli Attici an- 
tichi la vena satirica, Lucilio. Confortato dall' autorità 
di quegli antichi, egli rivendica 1' onestà delle sue 
intenzioni : egli non va a recitare in piazza al primo 
venuto le sue satire (v. 78), uè scrive per la smania 
di offendere alcuno, né denigra gli assenti, ne tradisce 
i segreti, nò con accorte insidie calunnia coloro cui 
si professa amico (v. 103^ Il fine adunque di tuttala 
satira è la difesa della sua probità e della onestà delle 
sue intenzioni ; ma le digressioni letterarie non man- 
cano, giacché Orazio prende pretesto da occasionali 
accenni per mettere in luce le debolezze o le deficienze 
dell' uno o dell' altro. 

E cosi si trovano le digressioni sopra Crispino (v. 1 6 
sgg.), che si vantava di sapere scrivere il maggior 
numero di versi in un dato tempo, e perciò si credeva 
poeta : Orazio lo rassomiglia a mantice che soffii. Ma 
la vanità versaiuola di Crispino richiama un altro ri- 
cordo, quello di Fannie (v. 21), tutto ringalluzzito per- 
chè ne erano stati portati nelle biblioteche pubbliche 



Lucruo 53 

i libri e r immag^ip.o ; (i) Orazio invore non è letto 
da alcuno, a sentire lui, ed egli sfupg-e dal recitare in 
pubblico, sapendo di non essere gradito a quelli rhe 
temono la sua lingua. 

Ma le principali digrf ssiuni Irttcrarir sono quelle 
sulla derivazione della satira luciliana dell* antica com- 
media attica e su Lucilio sterso. Per quanto riguarda 
il primo punto, la dipendenza di Lucilio dall' antica 
commedia attica è nella intera libertà con cui egli 
spargeva il ridicolo sui malvagi dell' età sua, proprio 
come avevano fatto quegli antichi comici, i quali multa 
cnm libertate 7totabant il malvagio e il ladro e l'adul- 
tero e il sicario (v, 3-3). Nella satira decima ritorna 
su questo concetto ed asserisce che il ridicolo è molto 
più efficace dell' aspra rampogna, e che i poeti della 
antica commedia per questo appunto si reggevano, 



(l) Porfirione a q. I.: « Sensus autem : o beatum Fannium, cuius imago 
et capsae cum libris in bibliothecas ultro receptae sint. > Un pò più par- 
ticolareggiatamente lo Schei. Crucqui, a q. I. : -s Fannius Qnadiatus poeta 
malas, cum liberos non haberet, heredipetae sine eius cura et studio 
libros eius et imaginem in pnblicas bibliothecas referebant, nullo tamen 
merito scriptoris ». 

Qualche moderno intende che il dono sia stato fatto non alle pubbli- 
che biblioteche, ma a Fannio stesso d.ii suoi ammirntori, osservando che 
del solo M. Terenzio Varronc tra i viventi fu accolta 1' immagine nella 
biblioteca aperta al pubblico da Asinio Pollione (v. 716). La quale os- 
servazione non so quanto sia conclusiva : se a Varrone si rese quella 
insigne distinzione, a maggior ragione si può credere che uno sciocco 
vanitoso aspirasse a pari onore, o che gli uccellatori del suo testamento 
per lusingirlo cercassero actontnitarl". Lfr. irteptus Fannius {òni l, 
IO, 8o>, 



54 



LUCILIO 



per questo appunto erano degni di imitazione (i, io, 
14-16). < Ridiailum acri Fortius et melius magnas ple- 
rutnque secai res. Illi scripta, quibus comoedia prisca 
viris est. Hoc stabaiit. hoc sunt imitandi >. 

Ma il genere stesso delia satira si ricollega per 
Orazio alla commedia, giacché l'una e l'altra hanno 
di comune il fare più dimesso, e manca in esse nelle 
parole e nelle idee lo spirito poetico, e, se non differis- 
sero dalla prosa per il ritmo, sarebbero mera prosa 
(v. 1 6): < quod acer spiritus ac vis Nec verbis nec rebus 
inest, ni si quod pede certo Differì sermoni, sermo me- 
rus >. (i) 

Vediamo ora di Lucilio. Questi dunque per la so- 
stanza della sua satira e per la multa libertas dipen- 
deva), dall' antica commedia attica : Eupoli, Gratino, 
Aristofane, atque alii quorum comoedia prisca virorum 
est. Ma Lucilio scrisse prevalentemente in esametri: 
dunque non adottò il metro dell' antica commedia: 
mutatis tantum pedibus numerisque (v. 7). Un tardivo 
scrittore, Lorenzo Lido, spiega :;he Rintone aveva 
scritto commedie in esametri e che Lucilio sull'esempio 
suo scrisse satire in metro eroico, e gli altri poeti sa- 
tirici romani desunsero il metro dalle commedie rinto- 



(1) Identico persiero circa la commedia aveva espresso Cicerone : 
Orat. 20 « Video visum esse nonnullis Pl?tonis et Democriti locntio- 
nem, etsi absit a versu, tamen quod incitati us feratur et clarissimis 
verborum luminibus utatiir. potiiis poema putandura quam comicorum 
poetarum, apud quos nisi quod versiculi sunt, uihil est aliud cotidiani 
dissimile sermonis ». 



Lucnjo 55 

niche e il carattere dalle commedie di Gratino e di 
Eupoli (i). 

Lucilio k facetus, emunctae «^ri^. Quest'ultima è ima- 
gfine tratta dalla caccia. Egli, avendo le narici pulite, 
ha buon odorato e sa braccare il vizio e la colpa dove 
si trovano. Ma egli è durus componere versus (v. 8). 
È la colpa che Orazio di solito imputa ai poeti anti- 
chi : la loro forma rude, incolta, non limata. E in 
Lucilio ciò dipendeva da voluta trascuranza : giacché 
egli scambiccherava duecento versi in un' ora, come 
se ciò fosse un gran merito, e tutti in un piede solo 
cioè in esametri (2): < in hora saepe ducentos, Ut ma- 
giium, versus dictabat stans pede in uno ». Ciò richiamava 
l'immagine del fiume limaccioso (v, 11) < cum flueret 
lutulentus >. E stato notato che 1' immagine era stata 
già adoperata da Callimaco (3) per criticare il suo 
avversario Apollonio Rodio. Anche Callimaco dice che 
1 fiume trascina fango e impurità: >wUpi,aTa y^l? 'ta'- tcoXXòv 
èq)' uSari crup'fsTÒv s>>x£i. Così Orazio (v. 11) < eraf. quod 
t oliere velles > e (I, io, 50) < saepe ferentem plura qui- 

(i) Io. I.aurentius Lydus, De magistr.it. pop. Rom. I, 41: 'PivOtov 
è'^afiéryoig evc'^^e iKìdixac, x(ouq)8iav è'^ 01» ^tQwtog Àapcov tà^ 
ùcpoofidg AoiJxiA,tog ó 'P(o|4,aìo5 i']QO)LXolg èjteoiv èxcofi(ó8T]ae. Me6' 
ov xal Toùg \\sx' aùtòv, oDi; xaÀoOoi 'Pw^iaìoi oatvQixoui;, 01 vecó- 
TEQOi TÒv KQttTivou xal P]TjJtó?ui8oi; j^ayaxTTJQa '£ii?aóaavTt:g tolg jièv 
'PivO(0"\"Oi; fiétQoii;, toIi; 8è tójv uviinovevOt^vtcov Siaoupi-ioìg xoiiofi- 
ftevoi TT)v aatDQixfiV èxpdtwav xa)fiq)fti'uv. 

(2") Circa r interpretazione di sUms ptde. in uno vedi i miei Studii 
sugli scrillori lai. (Torino, 1900), p. 121 sgg. 

(3) Hymn. in Apoll. 107. 



56 LUCIUO 

dem tollenda relinquendis >. E per determinare meglio 
il suo concetto Orazio ricorre ad una espressione en- 
niana (i). Lucilio è piger scriòendi ferrc laborem (v. 12). 
Come pigfro, se Lucilio ha scritto tante mig-liaia di 
versi ? Ed Orazio spiega : * scribeiid> recte, nam ut 
mtdtum ni! moror >. La pennellata su Crispino, che 
crede dì essere un g"ran poeta e sfida Orazio, chi sap- 
pia buttar giù più versi, compie in questo punto il 
quadro di Lucilio. E lo compii certo in modo non lu- 
singhiero per r antico poeta, giacché il lippe Crispino 
è per Orazio simbolo di prolissa insulsaggine ; sicché 
quando egli vuol troncare bruscamente un sermone, 
dice di non volere far credere che egli vada compi- 
lando gli scrigni di Crispino iSat. 1. i , 1 20) < me ne 
Crìspini scrini a lippi Compilasse putes, ver bum non am- 
plius addam >. Se qui il lippe Crispino fa le spese 
del paragone, che mira a colpire la prolissità stucchevole 
di Lucilio, peggio ancora è nella satira decima (v. 61-64): 
ivi il paragone è con Cassio Etrusco, un improvvisatore 
più impetuoso di rapido fiume: ed Orazio canzona la 
sua scalmana poetica, dicendo che egli fu cremato con 
le casse dei carmi suoi : certamente uno scherzo: dopo 
tanta fatica, quelle casse di versi servirono ad accen- 
dergli il rogo ! 

♦** 
La satira quarta mise a rumore il campo degli ado- 



(i) « Po<!t aetate pigret scrihendi ferre lahorem ». Così cr^do sia da 
leggere questo frammento, secondo la congettura del Baehrens, F. P. R. 
2^4 ; efr. la mia Graecia captai p. 20. 



Lucruo 



57 



ratori di Lucilio. Ed O.-azio corse alle sue difes- nella 
decima. E cominciò diil richiamare la censura g-ià latta : 
che i versi di Lucilio corrono incomposito pede. Chi 
cosi fuor di proposito può essere fautore di Lucilio, 
da non riconoscere la giustezza della censura ? (1-3) Ma 
Orazio crede di aver trovato il punto giusto dell'equità 
col tributare bensì lode a Lucilio, perchè ha spalmato 
di molto sale la città ; ma ciò riconoscendo, non vuol 
riconoscere il resto; e questo resto segue poco dopo 
nella enumerazione di quel che egli richiede al poeta 
satirico (v. 6- 14) : 

Erj;0 non satis est risn diducere rictum 
Auditoris : et est quaedam tamen hic quoque virtus : 
Est brevitate opus, ut currat sententia neu se 
Tmpediat verbis lassas onerantibns auris, 
Et sermone opus est modo tristi, saepe iocoso, 
Defendente vicem modo rhetoris atque poetae, 
Interdum urbani, parcentis viribus atque 
Extinuantis eas consulto. 

Non basta dunque la vena del ridicolo : è neces- 
saria anche T arte. E perchè vi sia arte conviene che 
lo scrittore abbia pregi di forma e virtù di pensiero : 
che non sia prolisso, che la frase non sia impacciata, 
ma abbia sveltezza e disinvoltura ; che la facezia or 
sia amara e pungente {sermone modo tristi v. 11), più 
spesso lepida {saepe iocoso), che il discorso ora abbia 
un fare oratorio, ora come un afflato poetico, ora un 
discorso comune di persona civile, quasi lo scrittore 
volesse deliberatamente attenuare e risparmiare e ri- 
serbare le forze. Tutta questa efficacia di espressione 



58 Lucnjo 

e varietà di toni richiede Orazio dal poeta satirico ; e 
tutto questo, è evidente, manca, secondo lui, a Lucilio, 
a cui egli riconosce in questo punto, come a Laberio, 
solo la facoltà di eccitare il riso, che è pure qualche 
merito (v. ^ < et est quaedam tanien hic quoque virtus >). 
Più in là (vv, 64-67) fa qualche altra concessione : 

faerit Lucìlius, inquam, 
Comis et urbanus, fuerit limatior idem, 
Quam rndis et Graecis intacti carminis auctor, 
Quamque poetarum seniorum turba. . . . 

Non istarò qui ad accennare alla questione del Grae- 
cis intacti carminis auctor, ne esaminerò se si alluda 
ad Ennio o a Pacuvio o a Lucilio stesso (i): quel 
che importa nel caso nostro è che la comitas e ]' ur- 
banitas, non sono riconosciute a Lucilio assolutamente, 
bensì solo relativamente, e cioè rispetta alla turba dei 
poeti anteriori: quella è una turba, e Lucilio si distacca 
da essa appunto perchè limatior rispetto ad essa: ma 
se fosse vissuto, aggiunge Orazio, fino all' età nostra, 
molte altre cose egli avrebbe limato, molte ne avrel)be 
amputato, e nel comporre i versi sarebbe rimasto spes- 
so sospeso, in atteggiamento pensieroso, grattandosi 
il capo e rodendosi le unghie (68-71). Altro che la 



(i) Rimandiamo a Pietro rasi. Di Lucilio « rudis et Graecis in- 
tacti carminis auctor >, Riv. di Filologia 'X.^'K.l, 1903, p. 121. Simile 
questione si fa per 1' inventore minor di Sat. I, io, 48. Secondo al- 
cuni r inventar è Lucilio stesso; cfr, Kiessling a 1. cit. e D' Alton, 
Horace and his age, p. 266, n. Ma non persuade: il passo Sat. II, l, 
36 parla di Lucilio come primus^ rac solo per 1' aggressività satirica. 



LUCILIO 59 

faciloneria del g^ettar g"iù. come dice prima Oazio 
(60-61), duecento versi prima di cena e duecento dopo! 
Ma il poeta trova anch' una scusante a questa trascu- 
ranza e sciattezza della forma luciliana (vv. 56-9) : 

Quid vetat et nosmet Lucili scripta legentis 
Quaerere num illius, nuni rerum dura i-.egarit 
Versiculos uatura magis factos et euntis 
Mollius. .... 

Dunque la colpa è della natura illius o della natura 
rerum ; e se, come credo, rerum indica qui la materia 
trattata, si vorrà significare la scelta dei soggetti, che 
è pur sempre parte della facoltà poetica dello scrittore; e 
dunque l' indole dell' ingegno di Lucilio, e cioè la sua 
faciloneria nello scambi ccherare i versi e il poco di- 
scernimento nella scelta dei temi, gli han negato di 
comporre versi in forma più fine ed elegante. Quanto 
alla scelta dei soggetti vien fatto di pensare, ad es., 
alle trattazioni del libro IX, di questioni ortografiche: 
se si dica al genitivo Luci o Ludi, ecc. ; se si scriva 
tneile, meilio e meiles ; e come si distingua pila {qua 
ludimus) da peila (quae iacimus), se si scriva accurrere 
o adc'urrere, abbitere o adbitere ecc. ; qui veramente la 
rerum dura natura può aver negato a Lucilio versi 
più alti. Ma ad ogni modo il vizio della critica Oraziana 
è pur sempre nella generalizzazione del caso singolo : 
dalle sue parole, cioè, si crederebbe che sempre presso 
Lucilio la materia fosse cosi dura e cosi negata a f poe- 
sia, sia pure a quella più dimessa e più vicina alla 
prosa rappresentata dalle satire. 



6o LUCILIO 

Altra difesa degli idolatri di Lucilio, che Orazio vol- 
ge anzi in altra accusa contro di lui, è menzionata e 
ribattuta nei vv. 28 e sgg. di questa satira X : 

' At magnum fecit, quod verbis Graeca Latinis 
Miscuit '. O seri studioruni, quine putetis 
Difficile et mirum, Rhodio qiiod Pitholeonli 
Contigit ? ' At sermo lingua concinnus utraquc 
Suavior, ut Chio nota si conmixta Falerni est '. 
Cura versus facias, te ipsum pcrcontor, an et cum 
Dura tibi peragenda rei sit causa Petilii ? 
Scilicet oblitus patriaeque patrisque Latini, 
Cum Pedius causas exsudet Poplicola atque 
Corvinus, patriis intermiscere petita 
Verba foris malis, Canusini more bilioguis. 
Atque ego cum Graecos facerem, natus mare citra, 
Versiculos, vetuit me tali voce Quiriuus, 
Post mediam noctem visus, cum somnia vera: 
*In silvam non ligna feras insanius ac si 
Magnas Graecorura malis implere catervas '. 

Gli ammiratori di Lucilio gli ascrivevano dunque a 
grande merito di avere nei suoi versi mescolato parole 
e frasi greche, e sostenevano che un discorso armo- 
nicamente commisto dell' una lingua e dell' altra è più 
dolce, come il vino Chio misto al Falerno. Ed Ornzio 
ne prende prima occasione per una frecciata contro il 
Rodio Pitoleonte, altrimenti ignoto, e che gli scoliasti 
dicono essere M. Otacilio Pitolao, autore di epigram- 
mi: o seri studioriim dice Orazio, esprimendo così quel 
che i Greci dicevano òjiitxaOsT?, quasi per mostrare col 
fatto che il latino si presti a significare efficacemente 
le idee che il greco esprime con la bella varietà dei 



LUCILIO 61 

suoi composti : e nojra che possa chiamarsi un merito 
quello che è stato comune anche a Pitohio. Ma poi 
tosto rincara la dose, anzi, per dir vero, fa un pò la 
voce jjfrossa : ed apporta 1' esempio di due oratori fa- 
mosi, i quali, è da credere, facevano studio di purità 
latina nelle loro orazioni, e domanda : mentre essi si 
affannano a conservare pura di straniere miscele la 
lingua iatina, tu, dimentico della patria e del padre 
Latino, vorrai mescolare parole forestiere ? E narra poi 
che egli stesso aveva nella giovinezza composto versi 
greci, ma poi ne fu distolto dal Dio stesso Quirino 
apparsogli in sogno. 

Or qui è da da notare come in realtà la lotta con- 
tro r intrusione delle parole greche nel linguaggio 
romano era già antica ai tempi di Orazio; e già Cicerone 
ammoniva, proprio a proposito dell' oratoria, cui si ri- 
chiama r argomentazione oraziana, doversi adoperare 
voci latine, quando se ne abbiano per ogni rispetto 
convenienti e doversi sfuggire tanto la rustica asperitas 
quanto la peregrina insolentia, e cioè tanto le parole 
dei volghi rusticani, quanto le parole, che non sieno 
di dominio comune, degli stranieri (i). 

Ma il più strano nel caso nostro è che, prima di 
Cicerone, proprio Lucilio, fosse stato uno dei più fer- 
vidi raj)presentanti di questa tendenza contraria all'im- 

(i) Cic. De orai. ITI, 44: « Cum sit quaedam certa vox Romani 
generis urbisque propria, in qua nihil offendi, nihil displicere, nihil ani- 
madverti possit, nihil sonare aut olere peregrinum, hanc sequaniur ncque 
solum rusticani asperitatem sed etiam peregrinam insolentiani fugare 
di«c«mus ». 



62 LUCILIO 

bastardimento della lingua latina. E la testimonianza 
ne viene da Cicerone stesso. Questi ci attesta come 
Lucilio prendesse in canzonatura T. Albucio, uno dei 
patiti della grecità. Di questo personaggio dice nel 
Brutus (35, 131) Cicerone, che egli era dotto nelle 
lettere greche, o meglio quasi greco ; doctus etiam Grae- 
cisy .... vel potius paene Graecus; e che fu in Atene 
da giovanetto e divenne perfetto epicureo. Dopo l'an- 
no 649 di R. cacciato in bando per cattiva ammini- 
strazione di provincia si ridusse nuovamente ad Atene. 
Ecco un tipo autentico di quelli che credevano ogni 
eleganza ed ogni finezza esser nella Grecia, e me 
scolavano alle parole latine le greche. Lucilio lo 
prese di mira. Egli rappresentò il pretore Q. Muoio 
Scevola, che incontratosi con lui ad Atene gli rivol- 
geva la parola : poiché egli, Albucio, preferiva esser 
chiamato greco anziché romano o sabino o di altro 
municipio italico, Scevola lo salutava in Atene greca- 
mente per fargli maggior piacere {id quod maluisti): 
)(aTps; e rivolto ai lettori ed al segui^^o ed alla coorte: 
/aipsTS ; e conchiudeva : perciò Albucio mi é nemico 
pubblico {Jiostis, perché greco), e privato [inimicus), e 
allude a private inimicizie, a proposito delle quali sap- 
piamo solo che Albucio accusò Muoio di concussione 
per la pretura di Asia (i). 

(i) Cfr. Cic. Brut. 26, 102. Apportiamo ora il passo di Lucilio, ad- 
dotto con le opportune dilucidazioni da Cic. De fin. I, 3, 8 : 
Graecum te, Albuci, quam Romanum atque Sabinum, 
Municipem Ponti, Tritani, centurionum, 
Praeclaromm hominum ac primonun signifenm.que 



LUCILIO 63 

Si può osservare che anche nei frammenti superstiti 
di Lucilio si trovano di tratto in tratto parole greche. 
Ma un esame accurato dei luoghi ci persuade che esse 
non sono fuori di posto né danno appiglio alla cen- 
sura oraziana. Esse sono poste o per citazione lette- 
rale di poeti greci, o per deridere appunto, come nel 
caso di Albucio, il mal vezzo della società elegante 
di Roma di immettere ogni tanto nel discorso parole 
greche. Ad es. troviamo adoperata la parola Xé^Eit; nel 
seguente frammento : 

Quani lepide ÀÉ|ei5 compostae, ut tesserulae, omnes 
Arte pavimenti atque emblemati' vermiculati. 

Ma si tratta, come ci riferisce Cicerone che riporta 
il frammento, (i) dello stesso Scevola, il quale acuta- 
m»ente canzona lo stesso Albucio, per la sua pretesa 
della fine eleganza, e del congiungere le parole con 
si squisita arte, come si trattasse dei tasselli d'un mo- 
saico: in questo caso dunque si può esser sicuri che 
la parola "ké^tiQ era quella adoperata da Albucio stes- 
so, e che Lucilio per farne la caricatura la riproduceva. 

Maluisti dici. Graece ergo praetor Athenis 
Id quod maluisti, te, cum ad me accedi*, saluto : 
XaTt)f, inquam, Tite ! littores, turnia omni', cohorsque, 
'/aiQexe., et bine hostis mi Albiicius, bine inimicus ! 
(l) Ora/. .J4, 149, De Orai. Ili, 43, 171 ; Brui. 79. 274. V. an- 
che Nonio 188, 24, Plinio, A'. H. XXXVI, 25, e specialmente Quin- 
tiliano IX, 4, 113, che bene spiega: < Ncque enim qui S3 totum in 
hac cura consumpserit, potioribus vacabit, si quidpm relieto rerum pen- 
dere ac nitore coutempto, tesserulas, ut ait Lucilius, struet et VER- 
MICXn.ATK in ter se LEXis committet ». 



64 Lucnjo 

Un altro insigne frammento, ove pure si trovano 
più parole greche, ci è conservato da Probo, commen- 
tatore di Vergilio (i). Si tratta di due litiganti: uno 
deferirà l'altro al pretore Lupo: questi interdirà al pro- 
cessato r acqua e il fuoco. Ma gli restano, osserva uno 
degli interlocutori, altri due elementi, l'anima e il corpo; 
giacché r animo è spirito e il corpo è terra. E il primo 
interlocutore risponde che, se Lupo vorrà, lo priverà 
anche di questi altri elementi. Ora i due interlocutori, 
per accennare alle minacciate pene, adoperano le pa- 
role tecniche della filosofia greca : à^foii, (TToi)(eTa, y?] 
«vsOaoc. 

* hoc cum feceris, 
cnm ceteris reus una tradetur Lupo '. — 
'Non aderit'. - - 'Aq'jìoXc, hominem et OTOij(eioig simul 
Privabit ; igni enim et aqua interdixerit, 
Duo habet OTOixeta'. — 'At superai anima et corpore. 
rfj corpus, animasi reveìijAa'. — Posterioribus 
STOi^etoig, si id maluerit, privabit tamen. 

Anche qui è rappresentata con viva caricatura una 
persona : colui cui si minaccia il processo è certamente 
un filosofo, solito a discutere di siffatte questioni coi 
termini tecnici greci, e qui lepidamente si applica a 
danno suo tutta la sua scienza sugli (jxoiysia. A meno 
di credere che si abbia qui la cosa più scipita di que- 
sto mondo, si dovrà ammettere che si abbiano anche 
qui tratti personali colti al vivo. 

In altri casi si hanno citazioni; e queste, fatte per 



(i) Ad ed. VI, 31 (p. i8 Keil). 



LUCIUO 65 

Io scopo della sua critica letteraria da Lucilio, trovano 
in ciò stesso la loro j^-iustificazione. Di tal genere sono 
'I^'.ov{y)5 àXó/oio, fhe si trova in un frammento citato da 
Nonio (258. 27), e ohe è di Omero (//. XIV. 317); 
< ut o'JYE disf.repat ac tóv i%r^pzix'E,v/ 'A~óXX(ov > verso 
che da Lucilio cita Porfirione (ad Oraz. Saf. I, 9, 78), 
e che si riferisce ad //. XX, 443, e forse vuol met- 
tere in ridicolo, come pensò Luciano Mueller(i), l'uso 
omerico di mag-nificare con grandiose fantasie le 
cose più semplici e comuni. In un frammento conser- 
vatoci da Nonio (25, 31) e nel quale è menzione di 
varie femmine del suo tempo Lucilio adopera ancora 
espressioni omeriche: Tupco s-j-aTsoEiav {Od. XI, 235), 
'Aixcp'.Tp'Jwvoc àxo'.Ttv (ivi 266), oltre quelle comunissime 
in Omero xa>,>.t7:>.óxa[xov xàX7a<7cpupov. Qui non si tratta di 
critica letteraria ; si tratta di velleità galanti di etère, 
che volevano essere paragonate con le eroine famose 
per bellezza ; la satira luciliana è veramente come la 
vera ed alta commedia: coglie gli uomini nei loro 
vizii, nelle loro debolezze ed anche nel loro linguaggio: 
chi non sa che queste etère posavano in Roma a let- 
terate, ed amavano esser celebrate con greci nomi ? 
Altrove si trova riportato il verso omerico dell'Odissea 
XI, 49 1 ; di una critica ad Euripide ci fa ricordo Gel- 
lio (2), ed è probabile, stando al passo stesso di Gelilo, 
che Lucilio riportasse in quella critica due versi di 
Euripide, tratti dalla tragedia Cresfonte (3). Come si 

(i) e. Lucili satiraruvi reliquiae, p. 217. 

(2) Gelilo, N. Att. VI, 3, 28. 

(3) Cfr. Tragic. Grate. Rtll. (Eurip. 449), ed. Nauck. 
C PASCAL — 5. 



66 LUCILIO 

vede, si tratta per lo più di citazioni fatte ai fini della 
critica letteraria, non si tratta di intermiscere Graeca 
Latinis. Né voglio io già sostenere che ciò Lucilio non 
facesse mai; ma dove il fece, v'ebbe la sua ragione. 
Ed è da credere anzi che non solo contro il vezzo di 
inserire nel linguaggio parole greche inveisse Lucilio, 
bensì contro questo medesimo vezzo già entrato nella 
poesia. Ciò ne induce a credere il frcimmento : 

Porro cleinopodas lychnosque, ut diximus oeuvcòc, 
'Avii ' pedes lecti' atque 'lucemas ' (i) 

Non sappiamo a chi si riferisca quel diximus. Ma 
si tratta di persone che per parlare o scrivere in modo 
alto e solenne {(j£[j.vco<;), adoperano cleinopodes invece di 
pedes lecti e lychni invece di lucernae. Le parole sono 
messe appunto in bocca a tali persone, e quindi il 
(jE[xvo)(; (2) e r àv-i compiono la pennellata ridicola. Ed 
è possibile che si tratti appunto di poeti, quali Pacu- 
vio ed Ennio, presso il quale ultimo troviamo appunto 
lychnorum lumina bis sex (3). 



(i) Presso Macrobio VI, 4, 17. Avii per ante è lezione di Luciano 
Mueller (Lue. Sai. p. 7), che noi seguiamo anche nella interpretazione 
del passo (Comm, p. 198). 

(2) È probabile che il oef-ivòig sia rimasto, anche dopo qualche se- 
colo, nell' uso dei dotti. L' adopera infatti Plinio in una lettera a pro- 
posito di Tacito (Epist. II, ii, 17) « Respondit Comelius Tacitus 
eloquentissiine, et, quod eximium orationi eius inest, oe(.ivcog ». Tanto 
più notevole dunque che Lucilio lo adoperi solo per porre in caricatxira 
i grecizzanti. 

(3) Cfr. Gelilo, N. Alt. XVII, 21, 49 : « ncque magno intervallo 
postea Q. Eunius et iuxta Caecilius et Ter entius et subinde et Pacuvius 



Lucnjo 67 

In verità parole g-reche lUì adoperarono tutti, in tutti 
i secoli. Cicerone stesso cosi fervido assertore di lati- 
nità, ne adoijcrò un centinaio, per le opportunità o le 
necessità del linja-uag-g-io tecnico (1). Ed oltre a queste 
introdusse di tanto in tanto nelle ei^istole frasi ed e- 
spressioni e motti jjfreci. Anche Orazio adoperò parole 
g"reohe, ma popolari a Roma : cid es. phartnacopola, 
parasitus, cabali us (2). Noi non abbiamo di Lucilio se 
non frammenti, e non possiamo quindi sapere sino a 
qual punto egli abbia mescolato graeca latinis; ma gli 
esempii che noi possediamo ci fanno vedere come egli 
noi fece se non per mettere in canzonatura questo 
vezzo, o per citare versi testuali dei poeti che voleva 
criticare, o per riprodurre le parole ripetute e care ai 
suoi personaggi, come è forse nel caso delle etère, 
che volevano esser magnificate con nomi di eroine 
greche, o insomma per qualche ragione artistica (3). 
È difficile pensare che chi prende cosi nettamente 
posizione contro i grecizzanti, si confonda egli stesso 

et Pacuvio iam sene Accius CLARIORQUE TUNC IN POEMATIS EORUM 
OBTRECTANDIS LUCILIUS FUIT », 

(1) Cfr. Katharine C. Reiley, Studits in the philosophical Termt- 
nology 0/ Lucretùis and Cicero (New Jork: The Columbia University 
Press, 1909) p. 7 : The Employt?ient of Graek Words. 

(2) Orazio ridusse però i nomi greci a flessione latina. È il precetto 
che egli dette nell' Arte poetica, v. 52: « Etnovafictaque nuper hahebunt 
verba fidem, si Gracco fonte cadent parce detorta ». 

(3) A ragioni artistiche, e cioè di magg'or determinazione e verità di 
tratti saranno certamente dovute le altre poche parole non latine, per 
lo più dialettali italiche, da lui adoperate : vedine la nota in Marx, 
Lucilii Rei. I. p. 158. 



68 LUCILIO 

nel branco : Orazio ebbe il torto di confondervelo. A 
coloro che attribuivano qual vanto a Lucilio di aver 
mescolato le due lingue come si mescola il Chio al 
Falerno, era giusto rispondere che Lucilio non aveva 
ciò fatto ; Orazio preferì rispondere con la derisione, 
citando 1' esempio del Rodio Pitoleonte, e con 1' acer- 
ba rampogna, facendone quasi una questione di lesa 
patria, e chiamando questi lodatori immemori del no- 
me latino ; e non pensò che così esprimendosi egli 
coinvolgeva in quella derisione ed in quella rampogna 
anche Lucilio, che tanto prima di lui aveva bandito la 
guerra al vezzo dell'affettazione greca (i). 

*** 
Per quanto riguarda il giudizio artistico noi crediamo 
dunque che Orazio sia stato ingiusto con Lucilio. Ne 
parla bensì con alta reverenza nella satira I del libro 
II, ma solo per il carattere morale : ne esalta infatti 
r amore alla virtù, la libertà della generosa invettiva 
contro i corrotti, la fedeltà dell' amicizia per Scipione 
e per Lelio. Orazio immagina in questa satira un dia- 
logo tra se e 1' amico Trebazio, che lo esorta a can- 
tare le lodi di Augusto, come il "sapiente" Lucilio aveva 
cantato quelle di Scipione, e ad abbandonare il genere 
satirico, che gli procurava tante inimicizie e lo faceva 
sospetto a tanti. Ma il nome di Lucilio citato da Tre- 

(i) Su questo punto delle parole greche adoperate da Lucilio riman- 
diamo anche alle osservazioni di Pietro Rasi, nell' opuscolo ludicia 
quae de satirae latinae origine et de Lucilio in satiris IV et X libri I 
Q. Horatius Flaccus protulit verone sunt an falsa ? (Patavii, Typis Se- 
minarii, i886), p. il 1-3. 



LUOTJO 69 

bazio dà buon jriuoco ad Orazio per osservare che 
appunto di Lucilio ogli segue 1' esempio, di Lucilio che 
affidava ai libri i suoi segreti come ad amici provati, 
né per buona o cattiva ventura ricorreva ad altro ri- 
fugio (v. 30 sgg.): 

llle velut fidis arcana sodalibus olim 

Credebat liljris, ncque si male cesserai usqiiam 

Decurrons alio, ncque si bene : quo fit ut onmis 

Votiva pateat velnti descripta tabella 

Vita senis. Sequor hunc..., 

E più oltre, quando Trebazio per rammentargli i 
pericoli di questa sua professione di poeta satirico, gli 
dice di temere che egli non sia di lunga vita e che 
abbia ad inimicirsi qualcuno dei suoi potenti amici di 
oggi, Orazio ritoma ancora a Lucilio che, quando strap- 
pava pure la pelle a quelli che si presentavano lindi 
lindi in pubblico nascondendo la turpitudine nell'animo, 
e quando assaliva i principali cittadini di Roma ed il 
popolo tutto, tribù per tribù, non per questo si procu- 
rava r inimicizia di Scipione e di Lelio: che anzi, quando 
questi dal turbine della vita pubblica si ritraevano nella 
intimità della casa, solevano scherzare con lui finché 
si cuocesse la minestra (vv. 60-74). Orazio, benché, 
come egli si professa, inferiore a Lucilio per censo e 
per ingegno, pure vorrà anch' egli vivere coi grandi 
a dispetto degl' invidiosi, che vorranno addentarlo, ma 
urteranno in osso ben duro (vv. 74-75) : 

quicquid sum ego, quamvis 
Infra Lucili censum ingeniumquc, lanien ine 



70 LUCILIO 

Ciim magnis vixisse invita fatebitnr nsque 
Invidia, et fragili quaerens inlidere denteni, 
Offendei solido. 

Qui dunque, come nella satira quarta e nella decima 
del primo libro, si dà lode a Lucilio per la veemenza 
e la piena libertà della sua satira morale e si aj^j^iun- 
g"ono le altre belle e commosse lodi sulla sua fedeltà 
all' amicizia e si riconosce il suo ing-egno : ma non si 
tocca la critica letteraria. A tal riguardo Orazio avevn 
già espresso il suo pensiero nel libro I. Eg-li ricorre 
all' autorità di Lucilio per invocare a se stesso tutte le 
libertà che a quello furon concesse; se Lucilio potè assa- 
lire i contemporanei e deprezzare g-li antichi poeti e 
non risparmiare nelle sue critiche neppure sé stesso, 
anch' eg-li vuole inveire contro i viziosi e colpevoli del- 
l' età sua e far la critica degli antichi poeti, e tra que- 
sti di Lucilio, giacché questi di sé parlava non come 
migliore di quelli che egli stesso aveva criticato: < Cum 
de se loquitur non ut maiore reprensis > {Sat. I, io. 55). 
Lucilio gli serve come autorità ed esempio, e gli giova 
invocarlo in un'epoca, in cui era viva la venerazione 
per gli antichi costumi politici, e gli giova rammentare 
la piena libertà che egli si prendeva e che gli fu con- 
cessa. 

♦ ♦ 

Ma per quanto riguarda l' opera di Lucilio come 
poeta, Orazio in realtà molto piìi gli deve che non 
gli riconosca ; ed anche per quello che egli rico- 
nosce di dovere a lui, invoca forse male l' esempio 
luciliano. Incominciamo da questo secondo punto. Ora- 



Lucruo 7 1 

zio dunque fa derivare Lucilio direttamente dall'antica 
ccmmedia per la violenza dell' agg"ressività nella satira 
morale, e dice di volere prenderlo a modello (i). Ma 
se Lucilio rappresenta gli spiriti dell' antica commedia, 
si può ben dire che invece Orazio rappresenta quelli 
della nuova : g-l' impeti sono attenuati, la satira non è 
quasi più personale, bensì di tipi o di caratteri ; pas- 
sano in quadri vivaci le figure degli avari, degli spi- 
lorci, dei e icciatori di eredità, dei libertini ghiottoni, 
di certe categorie di poeti e di filosofi. Se i personaggi 
sono menzionati col loro nome, sì tratta per lo più di 
semplici tocchi, di accenni incidentali e fugaci. Egli 
stesso in principio della satira I del libro II ci narra 
che alcuni lo giudicavano iiiinis acer, ed altri stimava- 
no senza nerbo, sine nervis, tutto ciò che egli avesse 
composto. In verità nimis acer no, e di nerbo ve n'è 
tanto in ogni cosa sua, perchè v' è sempre tanta viva- 
cità, tanta potenza di espressione, tanta grazia e tanto 
brio. Ma ciò non significa che egli avesse qualcosa a te- 
mere per i suoi attacchi, salvochè s' intende, le inevita- 
bili avversioni e i bronci e i malumori; ciò non significa 
che egli potesse per questo mettersi a paro di Lucilio, 
del quale Giovenale potè scrivere quelle solenni parole 
(I, 165 sgg.) : 

Ense velut stricto quotiens Lucilius ardens 
Infremuit, rubet auditor, cui frigida mens est 
Criniinibus, tacita sudant praenordia culpa. 
Inde irae et lacrimae. 



(I) 5<.7. IT, I, 28 « Luili rilu >; 34 ♦ seqnor hunc ». 



72 



LUCILIO 



E naturale del resto che quel carattere di mag-jriore 
moderazione, di sobrietà, di amore del giusto mezzo, 
che è il fondo della sua sapienza pratica ed è la so- 
stanza della sua filosofia morale, egli portasse anche 
in questa parte deli' attività sua. 

Ma Orazio tolse da Lucilio pressoché tutti gli ele- 
menti di forma e di pensiero per le sue salire. Orazio 
fissò per tal genere di componimenti definitivamente 
r esametro. Ma i primi 20 libri di Lucilio erano ap- 
punto in esametri, e in esametri era il trentesimo, in 
esametri parte dei libri 28 e 2q ; mancano versi interi 
dei libri 21, 24 e 25. Ciò sa Orazio stesso e questa 
preminenza dell' esametro presso Lucilio fa che egli 
noi consideri altrimenti che come facitore di esametri : 
a questo egli allude probabilmente con la famosa fra- 
se : < in hora saepe ducentos. Ut magnui 1, versus dicta- 
bat stans pede in uno >, (j) questo egli rammenta col 
pedibus quid claudere senis della satira decima del li- 
bro I (v. 5q). Ma a torto, credo, aggiunge: hoc tan- 



(l) Rimando a quel che ne scrissi negli Studi sugli Scrittori latini, 
(Torino, 1900), p. 121 sg. Vedi, covAxo, W "^fiSlìn Bollett. di filol. class, 
VI, pag. 40 sg. Perchè Orazio dei metri luciliani considerasse solo l'esa- 
metro esaminò Luciano Mììller in Horatii Sertnonum et Epistolnrnm 
libri, Wien, 1891-2, ed. Tempsky, 2* parte, p. 53, in De re metrica, 
ediz. n, p. 218 sg. ed in Lucili Saturorum Reliquiae p. XITI sg. 

A questa preminenza dell' esametro, che faceva delle satire lucilinne 
quasi un carmen perpetiium alluse forse Evanzio (Evanthiiis, De fiìbit!a 
n), quando scrisse : « Primus Lucilius novo conscripsit modo, ut poesin 
inde fecisset, id est unius carminis plurimos libros. » Cfr. MiCHAUT, 
Sur les Trétaux latins p. 60. Sul significato di poesis, vedi sopra, la pe- 
Qultima nota del capitolo sopra Ennio. 



LUCILIO 73 

tuM contetitus. Lucilio non si accontentò solo d' nfilare 
esametri ; eg-li trasformò 1' esametro, che non fu più il 
metro eroico, ma il metro di carattere più dimesso, 
spesso familiare, il metro che aveva facilità e scioltezza; 
finiva con parole di quattro o cinque sillabe, o con 
parole monosillabe precedute da polisillabe ; non faceva 
sempre corrispondere la cesura alla sospensione del 
pensiero, non faceva sempre corrispondere la fine del 
periodo alla fine del verso : 1' esametro oraziano in- 
somma. 

E tutta la ricca varietà di materia, onde si adorna 
la satira oraziana, era già nella luciliana. Ivi le discus- 
sioni di critica letteraria, ivi le trattazioni di problemi 
filosofici, ivi i consigli e i precetti di morale pratica, 
ivi le evocazioni dei ricordi personali, e le narrazioni 
dei fatti della vita privata. La satira sul viaggio a 
Brindisf di Orazio fu preceduta dalla satira sull' iter 
Capuanum di Lucilio; le rappresentazioni di scene della 
vita di oltretomba, come ad esempio la evocazione di 
Tiresia, nella 5* satira del libro II di Orazio, si trovavano 
anche in Lucilio, che rappresentava ad es. dopo la morte 
di Lupo (628 di R., i26a. C.j il suo giudizio nei regni 
inferi (i); gli accenni a questioni di carattere giuridico 
come ad es. quello sui mala carmina nella satira ora- 
ziana a Trebazio, si trovavano già presso Lucilio, co- 



(i) La rappresentnzione del mondo dei morti era uno degli elementi 
ereditati dall' antica commedia. Cfr. le Rane di Aristofane e i Demi di 
Eupoli. Probabilmente anche Timone Fliasio, dal quale certo rifluirono 
nella satira latina non pochi elementi filosofici, aveva dato al suo poema 
la forma di Néxuia. 



74 LUCILIO 

me ad es. in un passo rammentato da Gellio (II, 24, 
lo ) ov' era allusione alla le x Licinia sumpiuaria. Tutta. 
la vita insomma, nella molteplicità infinita dei suoi 
casi, nelle sue forme più elevate e nelle più umili, 
nelle sue lotte e nei suoi riposi, nelle sue ombre e 
nelle sue luci, era g-ià nella satira luciliana e fu poi 
nella satira di Orazio. A quando a quando, proprio 
come in Orazio, una elevazione magg-iore del sentimento, 
dava calore e colore o tonalità mag-giore anche alla 
forma poetica. Efficacissima la descrizione dell' avaro, 
la cui anima è tutta nella borsa, e che con essa va a 
pranzo e a letto e al bagno : cum bulga cenai, dormii 
lavai (i); efficacissima del pari quella degli ambiziosi (2), 
che si liimenano da mane a sera nel foro, ne mai se 
ne distaccano, e parlano cautamente, e lottano di in- 
ganni e gareggiano di lusinghe, e simulano probità 
e fanno insidie, come se la vita fosse la lotta di tutt^ 
contro tutti ; solenne quel!' elogio della virtù, che 
il Mommsen (3) giudicò pressoché di futile composi- 
zione, ma più rettamente Luciano Mueller (4) pose 
tra i più magnifici monumenti della poesia latina. Lu- 
cilio moralizza spesso e talora in tono elevato ed au- 
gusto, come nella sentenza sulle superstizioni popolari 
e sul culto delle immagini (5); talora con concitata 



(i) Presso Nonio 78, 3=p. 35 Muell. = vv. 243-246 Marx. Cfr. la 
satira I del libro I di Orazio. 

(2) Presso Latt. V, 9, 2o=p. 133 Muell. ^= vv. 228-234 Marx. 
(^3) R'òm. Gcsth. II, 447''', 

(4) Quaest. Ludi. p. XXXn in C. Lucili Saiurarum Rei. Lipsiae 1872. 

(5) Presso Latt. I, 22 13=p. 65 Muell. = vv, 184-489 Marx. 



LUCILIO 75 

voeinetiza, come nell' apostrofe ai g"hiottoni : ^'iviie 
lurcones, coviedones, vivifc ventres l (i), altre volte in 
forma j^acata di ragionamento e di pratico consiglio, 
come nel jiasso sulla insaziabilità dei desideri! (2), o 
sulLi stima che gli ucmini fanno delle apparenze (3). 
(Questo medesimo elemento gnomico, e nella medesima 
varietà di forme, è altresi nelle satire e nelle epistole 
oraziane. È del resto nel gusto e nelle tradizioni let- 
terarie da Epicarmo ed Euripide e Menandro sino alle 
conìmedie ed ai mimi romani. 

1 fatterelli spiccioli, gli apopìithegmata, nei quali si 
racchiudeva un ammonimento o un esempio, erano 
carissimi ai Romani, che avevano il gusto dei brevi 
racconti, dei fatti particolari, dell' aneddoto storico. 
E stato notato come gli epitomatori di Tito Livio 
ne abbiano salvato appunto gli aneddoti ; ed hanno 
in prevalenza carattere aneddotico le opere di non 
poclii storici romani : Cornelio, Cesare, Suetonio, ecc. 
Catone il vecchio sul finire di sua vita aveva fatto 
una raccolta di apoftegmi socriitici. Simili raccolte fe- 
cero Cicerone e Cesare. Melisso liberto di Mecenate 
e bibliotecario del portico di Ottavio scrisse 150 libri 
di aneddoti, intitolati Ineptiae. Questa esemplificazione 
con fatti reali e particolari tratti dalla vita pubblica e 



{\) Pr. Nonio io, 3i==p. 30 Muell. == v. 75 Marx. 

(2) Pr. Nonio 445, 2 3=p. 31 Muell. =vv, 203-205 Marx. 

(3) Pr. lo Scoi, a Giovenale III, 143 : « Anruni atqut ambitio speci- 
men virtutis v.riquestl Quantum habeas tanti ipse sies tantique habtai is. 
Cfr. Orazio Sat. I, i. 62 : < tanti quritum hnhea.t sis >, p friovenale, 
1. e. ed auche Orazio, Epist. I. i, 53. 



76 LuaLio 

dalla vita comune si adattava bene al carattere di O- 
razio, che amava nell'arte non le generalizzazioni, bensì 
le determinazioni precise. I suoi componimenti satirici 
sono pieni appunto di esempii, brevemente accennati, 
con i nomi delle persone e con i particolari dei fatti. 
Questo carattere Orazio ereditò anche da Lucilio, pres" 
so il quale erano frequentissime )e allusioni o le nar- 
razioni di fatterelli e storielle riguardanti i contempo- 
ranei, sia che si trattasse della spia Tullio, che fece ere- 
de il ladro C. Cassio (i), sia che del vecchio Lucio 
Colta solvere nulli lentus (2), sia che di Q. Opimio bello 
e infamato, formosus et famosus (3), sia che di Q. Granio 
precone, di cui Cicerone attesta che tanti fatti narrava 
Lucilio (4), sia che di altri ancora (5). 

Notiamo ancora un altro carattere di Or.izio, la pre- 
valenza della forma dialogata. Essa dà vivezza e quasi 
drammaticità a tutte le scene immaginate, colorisce le' 
situazioni comiche, dà determinatezza e contorni pre- 
cisi ai caratteri dei personaggi, presentandoli quasi in 
azione sulla scena della vita. Anche quando non v' è 
un vero dialogo, v' è spesso un dialogo fittizio, rivol- 
gendosi la parola ad un interlocutore immaginario (6). 
Ora basta scorrere i frammenti di Lucilio, i)er ravvi- 
sare quanti di essi accennino ad una forma dialogata 

(i) Pr. Nonio 276, 22=p. 57 Muell. — •■ vv. 422-524 Marx. 

(2) Pr. Nonio 22, 29=p. 57 Muell. = vv. 413-415 Marx. 

(3) Pr. Nonio 305, 25=p. 57 Muell. = vv. 418-420 Marx. 

(4) Brtit. 46, 172 : <£ de quo multa Lucilius ». 

(5) Abbiamo accennato ad alcuni esempii dal solo libro XI. 

(6) Ad es. Sat. 1. i, 37 « cum te ncque fervidus aestus, ecc. ». 



LUCILIO 77 

vora o fitti/iii, e quanto perciò sia affluito anche per 
tal riguardo dalia satira luciliana alla oraziana. 

Che più ? perfino in qualche espediente di arte Ora- 
zi«> si ispirò a Lucilio. Ne apporterò un esempio. Nella 
satira V del libro 1 doveva Orazio nominare la borgata 
EquHS Tuticus. Ma il nome non entrava nell' esametro, 
ed Orazio vi accennò con questa perifrasi (v. 88) < op- 
pidulo, quod verste dicere non est. Signis perfacilest >. 
Così appunto Lucilio per indicare la festa dei servi 
detta SigiHaria, che seguiva subito dopo i Saturnalia, 
la indicava cosi : « . . . . servorum. festus dies hic Quem 
piane hexametro ver su non dicere possis > (i). 

♦** 

Come abbiamo visto, gli spiriti e le forme della sa- 
tira oraziana si trovano già nella luciliana. Orazio elevò 
il genere ad una maggiore altezza, per una maggiore 
finezza, per una maggiore urbanitas. Egli, come abbiam 
detto, riconosce bensì a Lucilio la comitas e 1' urbani- 
tas iSat. L IO, 65), ma solo relativamente ai tempi 
suoi ed a quelli precedenti: aggiunge anzi che se Lu- 
cilio vìvesse ai suoi tempi, farebbe molti tagli nei versi 
suoi. Quest'I della urbanitas è stata sempre una preoc- 

(I; Presso Porfirione, ad Orazio, Sat. I, 5, 87; v. 229 MARX. Era del 
resto già un espediente comune nella poesia greca ; cfr. Archestrato 
presso Ateneo VII, 384C : ov èv liérpo) où Oé^iig eì:n;elv (si tratta del 
nome di un pesce) : Critias fr. 3 Bergk : ov yó.Q K(aq \]V ToiJVO|xa 
è(paQ(AÓ|eiv è^eyeicp. — Altre prove o indizii di derivazione luciliana 
nelle satire di Orazio raccolse Wictor Zawadzki, nell* opuscolo Qua- 
tentts in salir is Horatius videatur iniilatus esse Luctlium, Halis Saxonum, 
1884. Cfr. anche L. Triemel, Ueber Lucilius u. s. Verhàltniss zu Ho- 
raz, 1878. 



^8 LUcn.io 

cupazione per gli scrittori romani in g-enere e per Ora- 
zio in particolare : una delU^ forme della boria delle 
capitali di fronte alla rusticità paesana. Vi è un senso 
fine di grafia, di spirito e di eU g^anza ( i), che fiorisce 
nei grandi centri, nelle epoche di g-randi civiltà: esso 
si chiama atticismo nell' Atene di Pericle, urbanitas in 
Roma antica, politesse nella Parii^^i dei g-iorni nostri. 

A Cicerone Lucilio ed altri sembravano più spiritosi 
ancora degli Attici ; < accedimi non Attici, sed sahiores 
quam UH Atticorum Romani veteres atque urbani sales; 
itaque te cuni video, omnes mihi Granios, onines Lucilios-, 
vere ut dicam, Crassos quoque et Laelios videor vide- 
re > (2). Ed era idolatni della urbanitas \ oratore di 
Arpino, che consig-liava (3): > ìirbem cole et in hac luce 
vive >. Ed ecco dopo soli pochi anni id Orazio sembra 
quasi grossolana e rozza rispetto all' urbanitas dell'età 
sua quella prima urbanitas così esaltata da Cicerone. 
Ma fa meraviglia dopo tutto ciò ritrovare nelle satire 
stesse di Orazio tratti che non sono certo di spirito 
fine e garbato, sono anzi certamente di una grossola- 
nità ripugnante ; e basti per tutti il nocturnam vestem 
maculant del viaggio Brundisino. 

La vera urbanitas da lui vagheggiata Orazio non 
la ritrovò se non nelle Epistole : ivi al pensiero, sempre 
ben maturato, profondo senza esser grave, assennato 



(i) Cfr. Quintiliano VI, 3, 105 : « Urbanus homo erit cuius multa 
bene dieta responsaque erunt, et qui in sermonibus, circulis, couvìvìIb, 
item in contionibus, omni denique loco ridicule commodeque dicit ». 

(2) Ciò. Ad fam. IX, 15. 

(3) Ad fam. II, 12. 



LUQLIO 79 

senza esser tedioso, si accompagna una forma che è 
tutta misura, nobiltà e decoro. Ma intanto per quanto 
riguarda la critica luciliana, si ravvisa, nei complesso 
dei giudizii che Orazio ne dà, quel che è carattere e 
quasi inconscia tendenza sua nel giudicare degli an- 
tichi poeti : il mettere in mostra qualche difetto for- 
male e tacere di tutto il resto (i), quasi che il poeta 
debba rimanere caratterizzato solo da quel difetto ; ta- 
cere di tutto quello che costituisce il pregio e l' im- 
portanza di quel poeta, la sua efficacia nel mondo 
letterario e sul popolo : essere guidato costantemente 
dal preconcetto dell' arte greca, che egli si ascriveva 
a vanto e ad orgoglio di imitare, e non curare se in 
antichi scrittori vi fossero germi fecondi di arte spon- 
tanea e nativa, e cioè affatto indipendenti da imita- 
zione, di arte che tanto più era accetta al popolo quanto 
più ne rispecchiava l'anima e più era libera creazione 
d' un suo poeta, 



(i) Come la critica oraziana dei poeti antichi si fondi in prevalenza 
sul lato formale della poesia fu messo in rilievo già da Otto Lutsch, 
nell' opuscolo Einige Bemerkungcn iiòcr Vcranlassttvg und Zweck der 
Urtketle des Horaziìber die altenr'ómischen D7cAter,FY0gr. Elberfeld, 1879. 



IV. 
CATULLO 



e. PASCAL — 6. 



Come abbiamo sopra visto nella Sat. X del 1. I. 
Orazio jj-iustifica il concetto che egli ha di Lucilio e 
le critiche fatte nella Sat. IV. Ma 1' assunto dell' au- 
tore si allarga a molto più ampia serie di critiche e 
di fatti letterari ; giacché egli di tratto in tratto tira, 
quasi occasionalmente, frecciate contro l' uno o contro 
r altro. E poco dopo il principio della satira si ha 
un' acerba punta contro Calvo e Catullo {v. i6 e sogg.): 

Illi, scripta qnibus comoedia prisca viris est, 
Hoc stabant, hoc sunt imitaiidi ; qno's neqne pulcher 
Hermogeiies nmquam legit, ncque simius iste 
Nil prneter Calvom et doctus cantare CatuUum. 

Orazio parla qui dei poeti dell' antica commedia, 
ed è evidente che egli, mentre consiglia l'imitazione 
di quelli, se la prende con coloro che altro non sanno 
fare che decantare Calvo e Catullo, / j^^^/zV/ di Calvo e 
Catullo, diremmo noi. Già questa contrapposizione è 
significativa: se è segno di buon gusto imitare gli uni, è 
aberrazione imitare gli altri. Calvo e Catullo si trova- 
no congiunti nei medesimi elogi da Properzio, [IT, 25, 
(III, 20), 4; 34, (III, 12), 87-89] e da 0\ì\ù^\o,Amores (III, 9, 
62); e qui in Orazio si trovano congiunti nello stesso at- 



84 CATULLO 

tacco. Ambedue avevano scritto elegie amorose ed acri 
epigrammi politici, ed epilli mitologici; ed inoltre eran 
legati di salda e Hda amicizia e di consentimenti po- 
litici. Anche il cantare ha valore certamente deprezza- 
tivo. Esso ci richiama al pensiero i cantores EupJiorio- 
iiis di Cicerone (i). Come questo è detto per esaltare 
Ennio di fronte ai seguaci della nuova scuola poetica, 
e cioè a Catullo ed ai poeti catulliani, cosi il cantare 
di Orazio è detto per esaltare i poeti dell' antica com- 
media di fronte alla medesima scuola dei poeti catul- 
liani. Non che la poesia catulliana si contrapponesse 
direttamente all' antica commedia ; ma ad Orazio ogni 
occasione è buona, per scagliare i suoi colpi ; e del 
resto negli epigrammi aggressivi e satirici di Catullo, 
Orazio poteva ben vedere in certo modo un riflesso 
della commedia antica. Ma, come si è detto, la critica 
oraziana su Lucilio si allarga, quasi per spunti occa- 
sionali, ad altri poeti. Troviamo lungo il corso della 
satira attaccati con frizzi più o meno mordaci Furio 
Bibaculo, cui il poeta allude sotto il nome di Alpinus, 
Varrone Atacino, Laberio, Pantilio, Pitoleone, che me- 
scolava il greco al latino, Cassio Etrusco, un improv- 
visatore inesauribile, Fannie, un poeta popolare, Er- 
mogene e Demetrio, che sono appunto i recitatori di 
Calvo e Catullo. Il poeta più volte insiste nel ricor- 
dare r uno o r altro dei due (2): la ripetizione può mo- 



(1) Tuscul. lU, 45. Cfr. COLLIGNON, La critiqne et hs qutrelles Ut- 
tir aires a Rome, p. 21. 

(2) Versi 18, 79, 80 e 90. Demetrio è nel passo oraziano indi- 
cato con simius iste, e simius indica la bruttezza in opposizione tx pul- 



CATULLO 85 

Strare che essi non g-li erano indifferenti, e che egli 
dava la debita importanza alla scuola catulliana, di cui 
quei due si facevano fautori e diffonditori, È stato os- 
servato come Laberio, Calvo, Catullo, Pithohius ( il 
nome vero adombrato sotto il /'////ij/rc'-'z oraziano?), Bi- 
baculo, erano in orig-ine anticesariani ; e si è creduto 
che alla critica aggressiva di Orazio non fosse estra- 
nea la preoccupazione politica. Siccome Calvo, Catullo, 
e Bibaculo, come risulta da Su-^touio, si riconciliarono 
poi con Cesare, bisognerebbe conchiudero ctie Orazio 
volesse essere più cesariano di Cesare ; il che non 
pare ammissibile. E si può anzi osservare che pure la 
famosa ode nella quale Orazio rammenta Filippi e la 
relicta non bene parnmla (i) è diretta ad un suo ami- 
co, che era stato fiorissimo ed acerrimo nemico di Au- 

cher, ed ha anche 1' allusione allo scimiottcggiare Catullo e Calvo, cioè 
imitare servilmente ; significato che è documentato in latino da un esem- 
pio di Seneca il retore, e che ha riscontro nel pari significato di 
niOrixog greco; cfr. la nota del Lfjay {Horace, 5(7//yeJ, Paris, Hachet- 
te, 191 1, p. 266). Schol. Cracqìti, a q, I. « Erat atitem (Dìtnetriita) 
8()O4iaT0n:0ióc, hoc est vtodtilator, histrio, nctor fahularnm >. Ermoge- 
iie Tigellio è citato da Orazio anche in III, 129, come cantar et mo- 
diiìntor, parole onde forse è desunta l' informazione di Acrone, a q. 1.: 
« Erant aiilent ( Htrtnogenes et Dcmelrius ) ?iiusici vwdulatores >. 
Orazio qui lo chiama pulcher, e certamente con allusione oscena, come » 
Catullo ( LXXIX, I ) dice di Lesbio, e come Cicsrone dice pulchelliis 
fucr (Ad. Att. I, 16, io); cfr. Servio, ad Atn. Ili, 119: e Pulchros a 
veteribits exoletos dictcs. > 

(l) Carvi. III, 7. Circa il vero significato di von bene cfr. il mio 
articolo in Bollettino di Filvl. classicc. Marzo 1909 ; e circa la pretesa 
viltà adulatoria di Orazio cfr. Ernesto Anzalone, Afypunti oraziani, 
Castrogiovanni, 1903, 



86 CATULLO 

gusto; ed Orazio non si fa punto ritegno di scrìvergli 
in termini di affettuosa ricordanza. Prescindendo dun- 
que dalle preoccupazioni di carattere politico, è da 
esaminare l' avversione di Orazio a Catullo ed a Calvo 
esclusivamente sotto il rispetto letterario. Ma a que- 
sto punto è opportuno fare osservare come, malgrado 
questa avversione, dichiarata e quasi ostentata in for- 
ma dispreg-iativa, risulta in modo indubbio che più 
volte Orazio imitò Catullo. Gioverà apportare qui le 
principali di tali imitazioni, per qualche considerazione 
cui esse si prestano (i). 

Esaminiamo anzitutto il carme secolare di Orazio, 
e propriamente la prima parte di esso, quella riguar- 
dante la preghiera rituale; giacché la 2^ parte, dal 
verso 48 in poi, celebra propriamente le imprese e le 
guerre di Augusto. ÌNIa nella prima parte invece si ha 
r invocazione ad Apollo e Diana, e la celebrazione 
del loro potere divino. Ora il ccirme 34 di Catullo 
procede secondo il medesimo schema : anche ivi si 
celebra Diana, e s' invitano i giovani e le donzelle a 
cantarne le lodi ; manca naturalmente, per 1' occasione 
diversa, la parte riguardante Apollo. Ma pur nei sin- 
goli particolari v' è qualche somiglianza tra i due car- 
mi, nelle espressioni, Dice Catullo, al v. 9: < Montinni 
domina ut fores Silvarumqtie virentium >; dice Orazio nel 
V. ^\ * Silvariunque potens Diana; > Catullo, v. 3: <. Dia- 
nam pueri integri, Puellaeque caitamus ; » Orazio v. 6: 

(0 Cfr. Antonius Danysz, De scrìpiorum iinpriniis poetar lun ro- 
manorutn studiis Catullianis, Posuaniac. 1876, p. 10-15. 



CATULLO 87 

Virgifics ìcctas piierosque castos Dicere Carmen » ; 

C.ituUo \. 1 3 : < Tu Lucina dolcntibus, [uno dieta puer- 
pcris > , Orazio v. 13 : «• Rite matnros aperire partus 
Lenis, Ilithyia, tucre matres, sive tu Lucina probas va- 
car i Scu Genitalis > : Catullo v. 12 : < Romulique ,. 

sospites ope s^enteni > : Orazio v. 47: Romulae ^enti 
date r Cinque prolctnque Et decus omne >. 

Il carme V di Catullo è ispirato al pensiero della 
fugfacità delle cose terrene, e della opportunità di co- 
g-liere i piaceri che la vita ci apporti ; pensiero che 
ritorna frequente in Orazio, e certamente non per imi- 
tazione esclusiva da Catullo. Ma in qualcuno dei car- 
ini oraziani ove tal concetto ritorna, è dato ravvisare 
qualche riscontro, che forse non è causale, con Catullo. 
Dice Catullo, v. 3 e segg. : < Soles occidere et redire 
possunt; Nobis cum semel occidit brevis lux, Nox est per- 
petua uìia dormienda. Dice Orazio in IV, 7, 14 e segg*.: 
< Nos tibi decidimus Quo pius Aeneas >, e poco do- 
po, V. 2 1 : <i Cum semel occideris... » 

Anche la famosa ode catulliana a Lesbia, tradot- 
ta da Saffo, sembra essere stata innanzi al pensiero 
di Orazio quando scriveva l'ode a Lalage {I, 22). 
Dice Catullo ( LI, 4 ): te Spcctat et aiidit Dulce riden- 
tem ; ed Orazio ( v. 23 ) : < Dulce ridentem Lalagen 
amabo >. 

Molto conclusivo è il rapporto tra il carme 42 di 
Catullo e r epodo 1 7 di Orazio. YA anzitutto il rap- 
porto è di procedimento : g-iacchè nell' uno e nell' al- 
tro si passa in modo ironico dalle buone alle cattive 
maniere e dopo avere inveito con atroci contumelie 



88 CATULLO 

contro una donna, si tentano sarcasticamente le blan- 
dizie. 

Ma oltre questo carattere generale, anche qual- 
che particolare di espressione corrisponde : cfr. ad 
esempio il v. 24 di Catullo : <: Pudica et proba, redde 
codicillos > col V. 40 dell' epodo oraziano : « Voles Bo- 
nari: tu pudica, tu proba >. 

Altri riscontri qua e là si possono indicare. Ad 
es. il procedimento del carme IV. 12 di Orazio ram- 
menta quello del carme 13 di Catullo, almeno in qual- 
che punto (i): neir uno e neil' altro si tratta di un in- 
vito a cena, ed il poeta pregia il convitato di portarsi 
seco qualche cosa : Orazio un piccolo vasetto di nardo, 
Catullo molto di più, addirittura tutta la cena ; ma in 
cambio 1' uno e 1' altro promettono letizia di godimen- 
ti. E questo medesimo carme 12 del i. IV oraziano, 
rammenta nel principio anche il principio del carme 
46 di Catullo. Si veg-ga infatti ( v. i e segg. ) : « lani 
verìs comites, quae mare temperant Impellunt animae 
lintea Thraciae, lani nec frata rigeiit uec fiuvii sire- 
punt > ; Catullo (XXXXVI, v. i e segg. ) : < lam ver 
egelidos refert tepores, lavi cadi furor aequinoctialis 
lociindis Zephyri silescit aureis (2). 



(i) Questo motivo catulliano fu anche indicato dal Bellino, Stii- 
dien iìber die Liederbùchtr des Horat'ms, Berlin, 1903, p. 119. 

(2) Si noti anche : Catullo LXXXVI, i : « Quintia formosa est 

viultis, mihi candida lov.ga, Reda est »; Orazio, Sat. I 2 123: <.can- 

dida rectaque sit, nmnda hactenus ut ncque long a, Nec magis alba ve- 
Ut qtiam dat natura videri » ; Catullo Vili, li: « obs tinaia mente 
ptrftr, obdtira » , Orazio, Sat. II. 5 39. « persta atque obdura > ; 



CATULLO 89 

Questi passi mostrano che il carattere della imi- 
tazione oraziana da Catullo non è di ^ran limg"a di- 
verso da quel che sia l' imitazione di Orazio da Alceo 
o da Archiloco. 

Questo carattere fu ben determinato da Luciano 
MùUer nel breve ma succoso saggio da lui composto 
sopra Orazio (i). Questi non traduce odi intere : pren- 
de dagli antichi modelli spunti e motivi poetici ; tal- 
volta i versi d' introduzione di Alceo di altri lirici 
offrono al poeta la materia e la ispirazione per tutta 
un' ode; tal' altra i versi del poeta antico sono ripro- 
dotti in forma più o meno variata in un nesso di pen- 
sieri diverso. Tale, a un dipresso, benché naturalmente 
in proporzione molto minore, è il modo onde Orazio 
tratta ed usufruisce i carmi catulliani ; ma la differen- 
za è solo in questo, che mentre Orazio riconosce, tutto 
quel che deve ad Alceo e ad Archiloco, per contro. 



Catullo, LXII, 49: « ut vidua innudov:tis quai nascilur arvo », Orazio, 
Ctirm IV, 5 30 : *: vitcnt viduas ducit ad arbores » . Vedi Danysz, 
of. cit.f p. 14. 

(l) LuciAN MiiLLKR, Quhitus Horalius Flacctis, Eìt:t litemrhisto- 
rischi Biographie, (Leipzig, Tcubner), p. 111-115 (Tra'l. ital. di GlOV. 
Decia, Firenze, Sansoni, p. 113 sg.). Poche, ma giuste idee su tale ar- 
gomento esprime anche Onorato Occioni, nel voi. La vita e le open 
di Q. Orazio Fiacco, Bologna, 1893, P- ^4' ^^ i^'i l'ota. Tralasciamo 
di citare i molti altri scritti in proposito, che si possono del resto ve- 
dere nella Bihliothtca scriptorum cìassicorutn del Klussmann (gli scritti 
posteriori al 1882). I luoghi dei poeti greci (e latini), che hanno riscon- 
tro coi luoghi oraziani, sono notati a piò delle singole odi nella edizio- 
ne di Otto Keller (Q. Morati Flacci Opera, voi. I, Canninum libri, 
iteruni recensuit Otto Keller. Lipsiae, Teubner, 1899). 



go CATULLO 

non solo nulla riconosco a Catullo, ma lo tratta, come 
abbiara visto, con una aria dì superiorità e quasi di 
dispregio. 

E questo appunto ci può spieg-are la ragione del 
suo atteggiamento, che cioè a lui tornava molesto il 
pensiero che altri lo avesse preceduto nei campi, nei 
quali egli voleva regnare sovrano e gli contendesse 
quasi nel giudizio dei contemporanei e dei posteri il 
vanto della priorità. Ciascuno infatti rammenta come 
appunto di questa priorità egli si facesse ripetutamente 
vanto. Nel carme 30 del libro III egli dice aver per 
primo ridotto ad itale melodie il carme eolio: * Prin- 
ceps Aeolium Carmen ad Italos Deduxisse modos >; e nel- 
r epistola 19 del libro I ripete la medesima lode a sé 
stesso non solo per il carme eolio, bensì anche per i 
giambi archilochei (v. 23 e seg.): < Parios ego primus 
iambos Ostendi Latto, numeros animosque sccutus Archi- 
lochi, non res et agcntia verba Lycamben. Ac ne me 
foliis ideo brevioribus onies, Quod timiii mutare modos 
et carminis artem : < Temperat Archilochi musam pede 
viascula Sappho, Teìnperat Alcaeus, sed rebus et ordine 
dispar >. Ora appunto Archiloco, Alceo e Saffo erano 
stati importati nella poesia latina non primamente 
da Orazio, bensì da Catullo ; e il poeta ha il torto di 
non farne un franco riconoscimento. 

Né sembri strano che ad Orazio si attribuisca l' in- 
tenzione malevola di una così deliberata ingiustizia e 
la vanità di far suo un vanto che egli sapeva spettare 
ad un altro ; e peggio ancora di usufruire l' arte di 
quest' altro, pur dissimulandolo ed ostentando dispre- 



CATULLO 9 r 

g'io. Invero di cotali piccole vanittì, le quali non sem- 
pre son fatte con candido animo, non può dirsi affat- 
to immune Orazio ; vanitcì è, ad esempio, l' accenno 
che troviamo nell'ode terza del libro IV, che cioè egli 
sia mostrato a dito dai passanti qual cantore della 
romana lira e che egli debba riconoscere alla musa 
tal benefizio ; vanità è l'altro accenno, che troviamo 
in fine dell' ode sesta del libro IV: ove il poeta, rivol- 
gendosi alla vergine cantatrice, le predice che quando 
essa sarà sposa, si vanterà di aver cantato il carme 
del vate Orazio. 

Se queste piccole vanità fan capolino pure nelle 
parti dei carmi, ove più nobile ed ispirata è 1' esalta- 
zione poetica, non è da meravigliarsi che se ne ri- 
scontrino pure simili o maggiori nei giudizi o negli 
atteggiamenti critici dell' autore : e questo infatti ])uò 
dirsi non solo per quel che riguarda Catullo, bensì 
anche per tutti gli altri poeti antichi: Orazio fu trop- 
po fedele al suo precetto di assumere l'orgoglio del- 
l' opera sua, e la sua superbia, benché quaesita tneritis, 
passò qualche volta il segno e lo fece ingiusto verso 
i predecessori. 



V. 
POLLIONE 



Tre volte Orazio nomina Pollione, e sempre con 
rispettosa ed affettuosa deferenza. Una di queste volte 
egli dichiara che, messo da banda ogni pensiero di 
ambizione, egli potrà celebrare Pollione e Messala e 
molti altri doc^i et amici [Sai, I, io, 84) : 

Ambitione relegata te dicere possnm, 
PoUio, te, Messala .... 
Complures alios, doctos ego quos et amicos 
Prudens praetereo. 

Il doctos ha il significato specifico che abbiamo già 
visto altre volte in Orazio, di < fini poeti > o < fini 
intenditori di poesia > (i), e se si consideri che Pol- 
lione è anche scrittore di storie, e che dei libri di 
storia di Cornelio Nepote Catullo dice (I, 7): < doctis, 
luppiter, et laòoriosis >tS\ può aver doppia ragione per 
cui r epiteto doctus si attaglia a Pollione. Come abbiamo 
sopra visto, Orazio pone Pollione tra i suoi amici. Da 
quel pochissimo che n' è dato sapere, si può affer- 
mare che le relazioni tra Orazio e Pollione si fonda- 



(i) Cfr. l'artìcolo Doctus CatuUus in Athenaeuvt, Gennaio 1916 e 
nel pres. voi. il capitolo su Ennio., nota ultima. 



96 POLLIONE 

vano e su rapporti politici e su consentimenti letterari. 
Per quanto rifjfuarda i primi, bisogna rammentare che 
Pollione, creato console nel 714 di Roma, fece con- 
cludere la pace di Brindisi tra Antonio e Ottaviano. 
Nell'anno seguente trionfò dei Partini, gente illirica; 
e dopo di allora astenutosi dalle guerre aspirò alla 
lode delle opere letterarie e della protezione alle arti 
gentili. Se dunque per essere stato principal fattore 
della pace, onde crebbe la potenza di Ottaviano, si 
pone in speciale rilievo la sua figura politica, e si 
spiega la simpatia personale che per lui poteva avere 
Orazio, d'altra parte, anche per le tendenze letterarie, 
abbiamo prove degli stretti rapporti di Orazio con lui. 
Le prove principali sono nelle alte lodi tributate da 
Orazio alla sua attività poetica, ma di ciò tosto ve- 
dremo : per ora esaminiamo un particolare, che è pur 
degno di essere menzionato. Noi sappiamo come Orazio 
tenesse in poco pregio la poesia catulliana, ed anzi 
per essa affettasse indifferenza ed oblìo (i) ; ora abbia- 
mo ricordo di una opposizione letteraria di Pollione 
a Catullo. Il ricordo è nel seguente passo di Carisio 
( pag. 97, io K.): <£ hos pugillares et masculino ge- 
nere et semper pluraliter dicas, sicut (2) Asìnius in Va- 
lerium, quia pugillus est qui plures tabellas continet in 
seriem sutas, at tamen < Jiaec pugillaria > saepius neu- 
traliter dicit idem Catullus in hendecasyllabis. >. 

(i) V. il capitolo precedente. 

(2) Lo SCHWABE, Catulli F^r^KfMj/j /;'i!ié^, Berol. Apud Weidmannos, 
1886, a XLII, 5 (pag. 29) domanda se non si abbia piuttosto a leg- 
gere : sicut ait. 



POLUONE 9^ 

Che Valerio sia Valerio Catullo è reso evidente 
dalle parole che seguono : idem CatuUus. Asinio Pol- 
lione aveva dunque scritto qualche cosa in Valerium 
CatuUum : un epigramma mordace ? Una critica lette- 
raria ? Degli appunti da lui mossi al poeta Veronese 
Carisio ci ha conservato questo : che Pollione riteneva 
doversi 6\xe piigillares al maschile, mentre Catullo aveva 
adoperato pugìllarìa. È un appunto, che ha tutto il 
carattere di qu(!l x\g^oxQ di purismo ling-uislico, per cui 
sono famose altre sue critiche (i). Anche Catullo fa 



(l) Il Tho&B£CKK, Dt e. Asinio rolUone dùputatio,^. 124, riferisce il 
passo non al famoso Asinio Pollione, beiiii ad un altro Asinio grammatico. 
Cosi anche, ina più dubitativamente, il Meyer, Ordì. Rom. Frr, p. 499. Ma 
degli studii grammaticali del nnslro Asinio scrisse giustamente lo Haupt e 
crediamo opportuno dal suo vecchio opuscolo (Index Uct. Univ. Liti. seri, 
atstiv. MDCCCLV, Beroiiui; v. auche in Opusc. acad. U, p. 68 sgg.) 
riportare questo pcaso (p. 4-5) : « Asiniura autera iUum exstimamus non 
esse alium quam C Asiuinm Cu. f. Pollionem, primarium sacculi sui vi- 
rum,... Nam ab Aleio philologo eum familiariter cultura praeceptisque 
de ratione scribeudi instructum, esse Suctonius scribit in grammaticis; 
Aristiom Fuscum, Horatii amicura qucm grammaticum doctissimum fnisse 
in scholiis Crucquianis ad sermonum I, 9,61 adnotatum est, de gram- 
matica qnaesrione ad eum scripsisse ex particula commentarli alicnius 
ab Eichenfeldio, in analectis grammaticis p. 452 edita adparet, qaam ita 
scribecdam esse alias dictum est, e est euim nunc genus dilatandi verba, 
quae io litteris finiuctur, de quo Aiisti Fusci grammatici est liber ad 
Asinium Pollionem, rectius dici vcniebain salitbam Itnicbam moUiebam quam 
venihctn salibc.m knibam niollibam. Namque venia prima correpta venitbant, 
rursus prima producta venihnin, non vcniebain, audio mtdiebam, ondeo 
aiidebam >. Solebant antera ilio tempore homincs docti libros suos non 
facile aliis inscribere, quam quorum studia a disputatis rebus non cssent 
aliena, contra atqne bodie multos videraus gratiae referendae causa quae 
scripseruut eis dicare quos pracvideut uuUura versiculum lecturos esse. Sed 
e. FASCAI. — 7. 



98 POLLIOXE 

menzione di Polliune (XII, 8) : par che lo tratti bene : 
lo chiama giovinetto pieno di spirito e di facezie, dice 
che spenderebbe un talento perchè il fratello non com- 
mettesse furti. Est enint leporum disertus ptier ac face- 
tiarum (v. 8). Il puer non è da intendere nel senso 
di < adolescente > : anche un uomo di trent' anni 

Asinius otiì paitem consumpsit in exagitandis eis qime a claris ?criptoiibus 
vitiose dieta esse putabat. Commemorat enim libiiim eins qao Sallustii scrip- 
ta reprehendit Suetonius in grammaticis (cap.io),Gellius noctium Atticarnm 
X 26 epistulam quam ad Plancum scripsit, in qua epistula vituperavit quod 
Sallustiiis in primo historiarum maris transitum transmissuraqne navibus 
factum transgressum adpellaverat, eosque qui fretum transmiscrant trans - 
gressos dixerat: nam transgressus, inquit, a transgrediendo dicitur idque 
ipsum ab ingressa et a pedum grada adpellatum. Rectissime autem Gellius 
mimium translati verbi fastidium contemnit. Deinde notnm est quod 
Quintilianus libro XII, i, 22 scripsit Asinium utruraque, id est Pollio- 
nem et filium eius Gallum, vitia orationis, quibus Ciceronem laborasse 
putarunt inimice plaribus locis insecutos esse. Denique in T. Livio Pol- 
lionem quandam Patavinitatera inesse putavisse satis dccautatum est .... 
Immo non prorsus separabimus Asinium Pollionem a grammaticis 
ncque quod Charisius p. 64 P. scribit Asinium pariter atque Aelium 
Stilonem in Nelei Carmine puer feminino genere dictum esse pntare, cura 
Varrò puer a probet, ad alium hominem tuto referemus. Non magis au- 
tem liquet cur ab Asinio arcendum sit quod Priscianus habet libro X 
p. 888 P. : « nanciscor etiam nactum facit absquen ut Probo et Capso 
et PoUioni et Plinio placet ». A un dipressso come lo Haupt giudicano 
il Peter, Ueber eìnige Schriflsteller des Namens Polito (Fleck. Jahrb. 
119 (1879), p, 422; e il LENcnANTiN De Gubernatis, Quid Asinius 
Pallio de quibusdam suae aetatis scriptoribiis senserit (Riv. di Filol. 
1908, p, 282), il quale però, come già il BSKGK (Kl. Sckriften, II, p. 
75^ npg3 che Pollione fosse grammatico di professione e considera le 
sue critiche come fatte in occasione di recitazioni e declamazioni o epi- 
stole. 



POLUONE 99 

poteva cosi chiamarsi (Oraz, C. IV, i, 15; Sii. It. VI, 
386); e qui PoUione è rappresentato come persona g^ià 
autorevole, che tema scandali sul suo nome famigliare. 
Si può essere anzi sicuri che Pollione non fu grato a 
Catullo dei complimenti a lui rivolti, in un epigramma 
in cui erano cosi sanguinose tirate contro il fratello. 

* * 
Dell' attività letteraria di Pollione, Orazio tocca due 
generi ; le tragedie e le storie. Nella satira decima del 
libro primo per giustificare sé stesso, se egli attenda 
a scrivere satire, dice di essere non adatto ai generi 
più alti e più solenni di poesia, e lascia a Pollione le 
tragedie, a Vario 1' epopea, a Vergilio la poesia cam- 
pestre (Sat. I, IO, 42) : 

Poli io regum 
Facta canit pede ter percusso : forte epos acer, 
Ut nomo, Varius ducit ; molle atqué facetum 
Vergilio adnuerunt gaudentes rure Camenae. 

Ed alle tragedie accenna pure Orazio nell' ode prima 
del libro II (vv. 9-12): 

Paullnm severae Musa tragoediae 
Desit theatris ; mox nbi publicas 
Res òrdinaris, grande munus 
Cecropio repetes corhurno. 

Il pede ter peraisso allude al senario giambico, come 
già indicò l'antico scoliaste (i). 

Dell' eccellenza delle tragedie di Pollione fa fede 
anche Vergilio, che nell' egloga Vili, v. io così gli 

dice : 

Sola Sophocleo tua carmina digna colhumo. 

(i) Comm. Crucqui a q. 1 : « Tragoedia trimetris versibus fere texitur *. 



I oo POLLIONE 

Vergilio stesso nuli' eg-log-a 111, v. 86 dice rìi Pollione: 

PoUio et ipse facit nova carmina. 

Questi nova cannifia sono da intendere le tragedie ? 
Molti lo ritengono; si dà anzi doppia interpretazione 
di quel nova. Pensano cioè alcuni che esso sia da 
porre in relazione col pede ter fcrcnsso di Orazio ; la 
eleganza del senario avrebbe fatto apparire Pollione 
come un rinnovatore della tragedia (i). Ma che Pollio- 
ne avesse per il senario tali pregi metrici, da parere 
un rinnovatore, non ci è davvero rapportato da alcuna 
fonte. Altri crede che sia indicato un genere di tra- 
gedie peculiare ai romani, la tragedia rettorica. Cosi 
dubitativamente il Leo (2). Di questo genere di tra- 
gedia, del quale abbiamo 1' esempio nelle tragedie 
superstiti di Seneca, un genere cioè nel quale ha 
la massima prevalenza il iràBoc, il Leo trova già la 
esplicita dichiarazione in Ovidio, che si fa dire dalla 
Musa [Am. Ili, i , 2 9) ; 1 Nnnc habcai-i per te Romana 
tragoedia ncnteii >. E per Ovidio passi; giacche e le doti 
peculiari del suo ingegno e le parole di Quintiliano, 
che anche nelle tragedie egli volle piuttosto ingenio 
indulgere che tenerlo a freno (3) e gli stessi due fram- 
mentini, scritti rhetoruni more, con antitesi di concetti 



(i) Cosi nel commento Orelli-Baiter-Hirschfelder, (). A^(?ra/»«J /7ara/j-, 
Berlin, Calvary, 1886, a Sat. II, i, 10. 

(2) Cfr. Ludi Annaei Senecae Tragoediae, voi. I, Observ. criticai- con- 
tintns, Berolini, 1878, p. 148 nota. 

(3) Quintiliano X, i, 98: « Ovidii Medea videtnr mibi osteudere quan- 
tum ille vir praestare potuerit, si ingenio suo temperare quam indulgere 
maluìsset ». 



POLTRONE I O r 

ed interrogazioni rettoriche, rendono probabile che di 
tal R-enere fosse la Medea di Ovidio. 

Ma PoUione è da porre certamente fuori di tal g-e- 
nere, gfiacchè i due passi, di Orazio e di Verg-ilio, 
parlano 1' uno di Cecropio coturno, 1' altro di Sofocleo 
coturno, e sono due insisrni testimonianze che la tra- 
gedia di PoUione si ricolleg-a va direttamente alla greca. 
Certamente i nova carmina non sono dunque le tra- 
gedie. E come potrebbero essere so Vergilio dice : et 
ipse ? aveva scritto forse tragedie Vergilio ? lo per la 
interpretazione del passo, nulla ho da mutare a quanto 
scrìssi in Commenfationes vergilianae (pag. 19-21 e nota 
16, pag. 31); e che cioè si alluda a poesie di argo- 
mento erotico, che Plinio infatti {Epist. V, 3, 5) attri- 
buisce a Pollione, e che nova sia detto in opposizione 
ai veteres poetae, come appunto presso Orazio ( Epist, 
II, I, 38 e 90J. 



Nell'ode stessa (II, 1) Orazio dice di rassegnarsi 
che manchi per poco ai teatri la Musa tragica, mentre 
Pollione è intento a ^A'^f/V/a/'i? le pubbliche cose (v: ii). 
Ordinare è qui < disporre in ordine cronologico >, 
e si accenna quindi alle storie. I limiti cronologici di 
tale opera ci sono dati da Orazio stesso, v. l: ex Me- 
tello consule. Lo guerre civili ebbero la prima origine 
dall' anno 694, l' anno del consolato di Q. Cecilio Me- 
tello Celere e di L. Afranio. In quel!' anno infatti Ce- 
sare, Pompeo e Crasso fecero un patto, che ninno di 
essi avrebbe fatto alcuna azione pubblica, che potesse 



I02 POLLIONE 

essere nociva ad uno dei tre (i). La guerra civile pro- 
ruppe poi dieci anni dopo ; ma la sua origine fu in 
quel patto, in quelle graves principum amicitiae. Non 
diverso fu il giudizio che ne dettero altri uomini po- 
litici e storici autorevoli, quali Colio in una lettera a 
Cicerone, e Velleio Patercolo (2). 

Pollione non era dunque un semplice narratore: egli 
scrutava addentro e lontano le rag-ioni degli avveni- 
menti. Orazio stesso lo dice (v. 8): Belliqne caiisas et 
vitia et modos. Tra le cause furono certamente 1' ucci- 
sione di Crasso, la morte di Giulia figlia di Cesare e 
moglie di Pompeo, 1* ambizione stessa dei due potenti 
cittadini. E per quanto riguarda poi i vìtla, le colpe, 
amaramente si lagna di quelle della parte di Pompeo 
Cicerone in una sua lettera {Fani. V. 3) : < extra du- 
cem paucosque praeterea (de princibus loquor), reliqui 
primum in ipso bello rapaces, deinde in oratione ita 
crudeles ut ipsara victoriam horrerem >; e si può cre- 
dere che le colpe dei Cesariani non fossero minori. 

.* 
* # 

I vv. 17 segg. di Orazio sembrano proprio indizio 
sicuro che Orazio assistesse alle recitazioni che delle 



(i) Veli. Pat. II, 44 ; Suetonio, Caes. 19 ; Floro IV, 2, 
(3) Caeliiis in Cic. Fani. VUI, 14. 2 : « sic illi amores et iuvidiosa 
coniunctio (inter Caesarem et Pompeium) non ad occiiltam recidit ob- 
trectationcm, sed ad bellum se eiupit » (cfr. Cic, Philipp. II 23). 
Velleio II, 44 : « Caesare consule (a. u. e 695 ; ma Orazio : Metello 
cousule, a. 11. e. 694) inter eum et Cn. Pompeium et M. Crassum inita 
potentiae societas, qiiae urbi orbique terrarum, uec minus, diverso quam- 
quam tempore, ipsis exitiabilis fuit >. 



rOLLtOXK lO.^ 

Storie sue fece Pollione (i)- Seneca padre nelle Con- 
troversi f ci attesta che Pollione, primo dei romani, 
introdusse 1' uso delle letture pubbliche delle opere 
letterarie (2). 

Ed Orazio sotto V impressione potente della lettura 
raffigura quasi come vivi i personaggi e presenti i 
fatti e gli par di udire il roco rumore dei corni e lo 
stiepito dei litui (3) e di vedere il bagliore delle armi, 
che alla battaglia di Farsalo aveva fatto volgere in- 
dietro sgomenti i pompeiani. Tale notizia è in Plutar- 
co (4), ed Orazio ci fa pensare che già fosse in Pol- 
lione; amplificazione ed esagerazione forse, per dare 
vivezza a tutto il racconto. E certo ad ispirazione di 
Pollione stesso risale quel che Orazio aggiunge (vv. 
25-36) delle pubbliche calamità, quasi espiazione delle 
colpe dei maggiori. È pensiero che sì trova anche 

(1) lani iam minaci murmure cornuum Perstriugis aures, iam litui 
strepunt, Iam fulgor armorum fugaces Terrei equos equitumque voltus. 

(2) Conirov, IV. praef. : « Pollio Asinius primus omnium Romano- 
rum advocatis hominibus scripta sua recitavit ». 

(3) Il particolare del suono delle trombe guerriere e dello strepito 
dei litui è messo in così speciale rilievo da Orazio ( 1 6- 1 7 ) certo perchè 
in ispeciale rilievo era messo nella narrazione di Pollione, ed appartiene 
come il seguente del bagliore delle armi, alla battaglia di Farsalo ; cfr. 
Appiano II, 78 aùnV.a 6' ai re odLiiYVe? aùtoù? é|(ÒTQvvov òq^ìoic, 
y.).(x-'P{a.\q, wg èv Toao)8e n;?.i'|Oei n;oÀ?.ai xatà \iÌQr[ xal ci v,r[Qvv.f.c, 
xai oi èTtiOTUTai :reQiOéovTES r\miyo\. Cfr. Kornemann, Die histori- 
scht Schriftstelkrti dts C. Asinhis Pollio {•lahrb. /tir klass. Philol. 
1896, Suppl. p. 645, n. 414). 

(4) Plutarco, Caesar, 45 : oìió' èTÓXfiwv (i Pompeiani) tòv otSiiQOV 
óetòvteg àVK ' cbteoToécpovTo xaì auvexaA.U7tT0VT0 q)ei5ófievoi xòt\ 

ItQOOOJ^CCOV. 



I04 POLLIONE 

altrove in Orazio (i); ma chi considera il carattere 
severo di Polli one e la sua tendenza critica e la sua 
rigidezza morale può pensare che non erano di genere 
diverso le considerazioni, che egli poteva trarre dal 
racconto di tante sciagure ; e del resto Orazio stesso 
sembra quasi volere indicare che tutte quelle fosche 
visioni di strage, di rovine e di colpe, tutte le con- 
clusioni raoraU che se ne traggono, spettano a Pol- 
lione, e che egli si sforza di dileguare dall' animo può 
r impressione potente di quella recitazione : giacché 
interrompe ad un tratto bruscamente quelle fosche 
visioni di sangue, e torna alla Musa gaia e leggera 
(vv. 37-40) : 

Sed ne relictis. Musa procax, iocis 
Ceae retractes muuera neniae, 
Mecum Dionaeo sub antro 
Quaere modos leviore plectro (2). 

Lo sfondo però di questo quadro a cupe tinte 



(i) Carni. I, 35, 33; III, 5, 7; III, 6,7; 35; III, 24, 25 sgg. 

(2) Le tendenze fatalistiche e pessimistiche di PoUione nella con- 
cezione e rappresentazione degli avvenimenti storici vede anche il KoR- 
NEMANN, Dit historischt Sdir if stellerei des C. Asinius Pallio (Suppie- 
mentband, Jahrb. ftìr klass. Philol. 1896, Leipzig, Teubner, p. 645 seg.) 
indicate da Orazio qua e là nella sua lode. Alle prime accenna 1' espres- 
sione modos ludumque Fortunae ( v. 3 ), e il pensiero della strofe set- 
tima, che la sconfitta di Scipione e dei Pompeiani a Tapso sia quasi 
una offerta espiatoria di Giunone (j di alt^o dio ai mani di Glugurta, 
yiiicchè nepote di Metello Xumidico era Scipione ( vie tortini nepotes). 
E la fine di tutta 1' ode, la potente rappresentazione a rapidi tocchi 
delle lotte fratricide e delle spiagge di tutto il mondo macchiate di san- 
gue è certo un riflesso della rappresentazione pessimistica di PoUione. 



POLIJONE 105 

era occupato dalla tìgnra maestosa di Catone. Orazio 
con una sola espressione ne scolpisce quasi la solitaria 
grandezza (vv. 23-24): 

Et cuncta tcrrarum subacta 

Praeter atrocem aiiimum Catonis. 

Seneca ce lo rappresenta anche in un attej^^g-ia- 
mento scultorio, eretto iu mezzo alle rovine. Pure se 
il mondo intero, egli disse, è ridotto sotto la signoria 
di uno solo, e le legioni occupano la terra e la flotta il 
mare, e i soldati di Cesare assediano le porte, a Catone 
rimane pur sempre una via di salvezza (i). Si può cre- 
dere che questa rappresentazione risalga appunto alle 
storie di Pollione, ove certo era gicà il contrasto ora- 
ziano tra il mondo assoggettato (2) e questo unico ma- 
gnanimo indomito, ed anche W nobile lettini (3) di Catone 
doveva essere rappresentato con tragica efficacia (4). 

(i) Seneca, De Prcn'. 2, 9 {Dial. i, 2, 9) : « Non video, in- 

quara, quid habeat in terris luppiter pulchrius quam ut spectet Ca- 

tonera iam pr.rtibus non semel fractis stantem nihilo minus inter ruinas 
publicas erectura. Licet, inqait, omnia in unius dicionem concesserint, 
cnstodiantar legionibas terrae, classibus maria, Caesarianus portas milcs 
obsideat, Cato quo exeat hnbet ». 

(2) Veli. Patere. II, 56 : « Caesar omnium victor i cgressui, in ur- 
bem quinque egit triumphos, Galiicum, Ponticum, Alexandrinnm, Afri- 
cam, Hispaniense ». 

(3) Orazio, Carm. i, 12, 35. 

(4) Deriverà forse da Pollione la descrizione che è in Ploro, IV, 
2, 70: « Cato (Uticae) accepta partium (Scipionis et Jubae nd Thap- 
sum) clade, nihil cunctatus, ut sapiente dignum erat, niortcm eti;;m lae- 
tus accivit. Nam postquam filium comitesque ab amplexu diraisit, in 
nocte lecto :d lucemam Platonis libro, qui inmortalitatem animae docet, 
paullulnm quievit, tum circa primain vigiiiam stricto gladio revclatuni 



I06 POLLIONE 

Quest' ode dedicata a Pollione è insigne testimo- 
nianza dei sentimenti di devota ammirazione di Orazio 
verso il suo grande amico. Egli non si limita a cele- 
brarlo come poeta tragico e come storico, ma lo ce- 
lebra altresì come un grande personaggio, avvocato 
principe, decoro del Senato e generale trionfatore. 
Orazio rammenta infatti come egli sia presidio ad ac- 
cusati infelici ; e conserviamo ricordo di Nonio Aspre- 
nate, Mosco, A.pollodoro accusati di veneficio e da lui 
difesi; rammenta la sua autorità nel Senato, rammen- 
ta il trionfo dalmatico riportato sui Partini, nel 715, 
e tutto ciò in una sola densa strofe (vv. 13-7): 

Insigne maestis praesidium reis 
Et coDsulcuti, Pollio, Curiae, 
Cui laurus aeternos honores 
Dalmatico peperit triumpho. 

E che la lode a lui fatta anche come patrono ef- 
ficace (i) non fosse dettata solo da ossequio oda ami- 
cizia, può far fede Quintiliano, in ciò giudice autorevole, 
che di fronte alla gloria già salda e fiorente di Cice- 
rone neir eloquenza, pone quella appena nascente, 
eppur non peritura, di Pollione e di Messala (2). 



manu pectus semel iterumque percussit. Ausi post hoc medici violare 
virum fomentis. Ille passus, dum abscederent, rescidit plagas, secutaque 
vis sanguinis moribundas maiius in ipso vulnera reliquit. > 

(i) I frammenti e le notizie presso Meyer, Oratontm frcr^m. p. 
492-495. Difese anche L. Elio Lamia nel 712 (ivi, p. 491), gli eredi 
di Urbinia ( ivi, p. 495 ), Liburnia diseredata dal figlio (ivi, p, 497). 
e M. Emilio Scauro nemico di Ottaviano (ivi p. 498). 

(2) Quintil. XII, II, 28 : < An Pollio et Messala, qui iara Cice- 
rone tenente arcem eloquentiae agere coeperunt, parum iu vita dignita- 
tis habuerunt, parum ad posteros gloriae tradiderunt ? » 



VI. 
TIBULLO 



In nessun luogfo Orazio esprime un g-iudizio sulla 
poesia tibuliiana. Ma 1' epistola e l'ode, che son dirette 
al suo Albio, fanno testimonianza di affettuosa o de- 
ferimte amicizia, non senza però, crediamo, qualche 
punta ironica o qualche garbato sorriso. Si potrebbe 
maliziosamente osservare che, trattandosi di un tenero 
amico, r ometter(? ogni lode sulla sua poesia, anche 
quando 1' occasione se ne presentava (ad es. in Sat. 
I, IO, 40-47), è già per se stesso un giudizio. Ad ogni 
modo esaminiamo quella epistola e quell'ode, e cer- 
chiamo di trarre da ense qualche luce circa i rapporti 
tra i due poeti. L' epistola è la IV del libro primo. 

È una brevissima epistola, la più breve delle epi- 
stole oraziane : sedici versi appena. E di questi sedici 
versi è conosciuto universalmente l'ultimo, nel quale 
il poeta chiama se stesso ' porco del gregge d' Epi- 
curo ' ; verso che ha dato la stura a molte delle 
declamazioni contro Orazio e il suo cinismo (i). 



(1) Buone osservazioni sul preteso cinismo di Orazio, a proposito 
del niiclii non Ime parinula (Od. II, 7, loì e àtW* Epicuri de grege 
porattn della nostra Epistola fece Ernesto Anzalone (Appunti Ora- 
ziani, Castrogiovanui, 1903). 



t IO TIBULLO 

I poeti antichi furono sfortunati quando vollero ado- 
perare r ironia : le loro parole furono prese come det- 
te sul serio, e si ritorsero in accuse contro di essi. 
Non fu creduto che Catullo chiamasse proprio sul serio 
sé stesso il pessimo dei poeti? Abbiamo visto altrove 
che il carattere ironico di tutto il carme dà alla frase 
catulliana significato ben diverso (i). 

E così fu creduto che Orazio chiamasse sul serio se 
stesso porco, Orazio il poeta della urbanità e della fi- 
nezza. Anche qui, come vedremo, il significato spicca 
fuori ben diverso dalla intenzione ironica. 

II poeta si rivolge dunque ad un Albio, che io credo 
sia Albio Tibullo. Questo Albio è stato critico bene- 
volo, CG7ididus iudex, delle sue satire. Egli ora se ne 
sta nella regione Pedana, tra Tivoli e Preneste. Che 
fai costà ? gli domanda Orazio. Scrivi opuscoli poetici 
per vincere Cassio Parmense ? Vai aggirandoti solita- 
rio per le selve, solo curandoti di ciò che è degno 
dell' uomo veramente saggio ? Io ti ho conosciuto bello 
e sennato : gli dèi ti dettero bellezza, ti dettero la 
ricchezza e 1' arte di goderne. Che cosa potrebbe de- 
siderare una nutrice per il suo diletto pargolo, di più 
dei beni che tu hai, senno, facondia, favore dei gran- 
di, fama, salute, e nitide mense e scarsella sempre 
piena ? Pure tra le passioni pertubatrici dell' animo, 
speranze, affanni, timori ed ii'e, fa conto che per te 
spunti sempre l'ultimo giorno: ti sopraggiungerà gradita 
r ora non sperata. Verrai poi a visitare me, pingue e 



(i) V. il voi. Fotti i ptrsonaggi Catulliani, p. 129 e sgg. 



TIBULLO III 

di pelle ben lucida, quando vorrai deridere un porco 
del greg'g'e di Epicuro. 

QuaV è il si^fnificato di tutta 1' epistola ? A.lbio è un 
malinconico, dicono comunemente gì' interpreti, ed Ora- 
zio lo consola. E gli apporta il proprio esempio, giac- 
ché egli ingrassa nel porcile di Epicuro. E ponendosi 
su questa linea di interpretazione i critici han fatto veri 
romanzi. Noi siamo abituati ai romanzi su Catullo e 
Lesbia ; e questi non ci fanno davvero desiderare una 
fioritura di romanzi tibulliani. 

!Ma vediamo in qual modo un valente critico, il Cour- 
baud espone l'interpretazione dell'epistola (i). 

L' epistola sarebbe stata scritta a Tibullo in uno di 
quei periodi di sconforto, così frcc[uenti nella sua vita 
sentimentale. Non si può discompagnare 1' epistola 4'* 
dall' ode 33"* del libro I. In quest' ode son chiaramente 
indicate le cause di afflizioni^ : Tibullo è stato tradito 
da Glicera ed Orazio cerca di confortarlo. Vi riesce ? 
Si può dubitarne. Tibullo è chiuso pur sempre nella 
sua tristezza e ritirato a Pediun. I suoi amici di Roma 
si meravigliano di non aver sue nuove ed Orazio con 
essi. Neil' ode egli aveva parlato il linguaggio della 
ragione : Glicera era una donnetta volgare e non era 
proprio il caso di affligersene tanto. Ora scherza e mot- 
teggia, e per far sorridere 1' amico formula due ipotesi 
inverosimili: che Tibullo gareggi in componimenti dram- 
matici con Cassio Parmense e che egli sia dedito a 
meditazioni filosofiche. Né l' una cosa né 1' altra con- 



(l) Edmond Courbaud, Ilvrace, sa vie et sa perisci li V epoque des 
èpitres (Paris, Hachette, 19 14), p. 80 sgg. 



ì 1 2 TIBULLO 

vengono a Tibullo, ed è qui lo scherzo. Ma lo scherzo 
crescit eundo. Discreto in principio, esso infine si affer- 
ma in una maniera anche grossolana con 1' ultima frase. 
Il mezzo dell' epistola è riserbato agli argomenti serii, 
alle ragioni che Tibullo avrebbe di ritenersi felice. Ed 
i consigli che gli dà sono appropriati alle condizioni 
d' animo dell' amico : non attribuire soverchia impor- 
tanza alle cose, e pensare che ogni giorno può essere 
l'ultimo. E gli propone di tornare a Roma, di venire a 
visitarlo: egli no, non ha malinconie; e qui per cari- 
car le tinte, si raffigura più gioioso e gaudente che 
in verità non sia e si dichiara epicureo, ciò che a rigor 
di termini non era esatto, ed anzi vivente come un 
porco di Epicuro, ciò che proprio non era giusto. Egli 
esagera, ma con Tibullo così malinconico, 1' esagera- 
zione è un necessario contrappeso. Questa è l' inter- 
pretazione del Courbaud. Noi riprenderemo daccapo 
r esame, considerando tutti gli elementi dell'epistola ; 
parleremo in fine della identificazione di Albio con 
Tibullo. 

♦^« 
Ad Albio dice Orazio: itostrorum sermonum candide 
index. Albio aveva dunque giudicato con equanimità 
le satire di Orazio (i). Ora le satire sono informate 



(i) Con sermones Orazio qui indica le sole satire, uon anche le epi- 
stole, come credette qualcuno. La composizione delle satire non viene 
al di qua dell'anno 727 di R. Come vedremo, 1' Albio è con ogni 
probabilità Albio Tibullo. Forse proprio nell' anno 728 Tibullo con 
Messala litornò dalla guerra Aquitaniea (Tib. I, 7, 3). Cfr. Horatii Ope- 
ro, ed. Oreixi-Baiter-Mewes (Berlin, Calvary, II, p. 338). 



TIPirLLO 113 

molto sposso alla critica della (loltriiia stoica (i). L'Ali )io 
cui è diretta 1' epistola ò proprio uno stoico. A questo 
allude, crediamo, il v. 5: e Curanteiii quicquid dig-num 
sapiente bonoque est >. Sapiens adoperato in senso 
filosofico e morale ha in Orazio un valore specifico 
che risulta da molteplici passi (2). Sapiens è infatti il 
filosofo stoico ' o chi ne pig-lia j^U atteo-q-iamenti 
e le pose. Non si dice ad uno : ' vai tu forse insi- 
nuandoti nei recossi delle selve, pensoso di ciò che 
ti degno dell' austerità stoica ', senza voler significare 
che tale è appunto il suo atteggiamento morale e 



(i) Cosi nella snt. I del libro I si hanno le punte ironiche contro gli 
sloici, Fabio loquace (v. 14) e il lippo Crispino (v. 120}. T.a sat. Ili è 
contro la morale stoica (cfr. v. 41 sgg.) ed inculca il concetto della mo- 
derazione, che è del resto comune anche alla i;at. I. Contro le affettazioni 
stoiche e più specialmente contro i fastidiosi àQeTd?kOYOi è tutta diretta 
la sat. Ili del libro II. V. anche la sat. VII del libro II 'cfr. v. 45 sgg). 

(2) Citiamo i seguenti passi nei quali il vocabolo si riferisce eviden- 
temente alla sapienza stoica. Sat. I, 3, 124 si dives, qui sapiens, est; 
127-128 sapiens crepidas sibi nunquam Nec soleas fecit ; sutcr tamen 
est sapiens ; 132 sapiens operis sic optimus omnis Est opifex ; II, 7, 72 
vasa practereo sapiens argentea ; 83 quisnam igitur liber ? sapiens sibi 
qui imperiosus ; Epist. I, i, 106 sapiens uno minor est love, dives, 
liber ; Sat. II, 3, 35 iussit sapieutem pascere barbam. — Nel modesirao 
significato è l' unione di sapiens con /lonus, come nel nostro caso. Cfr. 
Epist. I, 7, 22 vir bonus et sapiens dignis ait esse paratus ; I, 16, 73 
vir bonus et sapiens audebit dicere; I, 16, 20 neve putes alium sapiente 
bonoque beatum, — Naturalmente è frequente ja/«^«j anche nel senso più 
generale di nn nonio ' saggio ' e che abbia pratica ed esperienza della 
vita; cfr, Sat. I, 4, 115; II, 2, 63; III, 3, 97 ; e così pure snpienter 
{Carm. II, IO, 22 ; IV, 9, 48 ; Episi. I, lo, 44); sapienlìa (Carm. I, 34, 2; 
III, 28, 4\ 

C. PASCAL — 8. 



14 



tiÈULLO 



la sua professione di vita. Altro che periodi di maiin- 
conia temporanea, come vuole il Courbaud ! E stato 
paragonato quel rcptare Inter sìlvas con quel che di 
se dice Tibullo, se sua è 1' elegia 13 del libro IV: 
< Sic ego sacretis possem bene vivere silvis Qua nulla 
humano sit via trita pede ». 

Questi versi sono detti per una passione dì amore, 
onde il poeta è travagliato (i). E se, come riteniamo 
probabile, l'elegia è proprio tibulliana e 1' Albio di Ora- 
zio è proprio Tibullo, la punta dell' accenno oraziano 
sta nella allusione a questi o simili versi del poeta 
innamorato: Orazio sa che egli vive solitario nelle selve 
per una scalmana di amere, egli che fa professione 
di austero sspiente, e gli domanda ironicamente: ' stai 
dunque nelle selve a meditare sulla sapienza?* 

A tutta questa professione, o meglio ostentazione di 
austerità, dì vita appartata e filosofica, il poeta con- 
trappone la realtà, che è ben diversa. E la realtà è 



(i) L£\ passione per Gliccra ? Per la laesa fides di Glicera, che pre- 
ferisce ad Albio uno più giovane, Orazio consola 1' amico nel!' ode 33 
del libro I. Ovidio nomina solo due amanti di Tibullo (Amor. Ili, 9, 
31): « sic Neniesis longum, sic Delia nomen habebunt, Altera cura re- 
cens, altera primus amor ». Ma, come già osservai altrove (St. stigli 
scrittori latini, p. 138), ciò non esclude l'intermezzo dell' aipore per 
Glicera tanto più che Tibullo nomina soltanto la prima e 1' ultima aman- 
te, ma non come le uniche, ed infatti dice primus non prior. Se l' ele- 
gia 13" del libro IV è diretta a Glicera, come riteniamo probabile, essa 
non è uno dei miserabiles elegi, rammentati da Orazio {Od. I, 33, 2), 
perchè scritta nel periodo di massimo innamoramento, quando la Jìdes 
non era laesa, E nel primo distico infatti di quella elegia si rammenta 
uu foedtis tra gli amanti ! V. per tutto ciò gli Studi cit. pp. 137-139, 



TIBULLO 115 

che Albio, il quale è cosi severo nell' affermazione 
teorica, è un g^audente, ed ha tutti i beni, tanti beni 
quanti di più non potrebbe desiderarne una nutrice al 
suo dolce alunno. Ed il poeta enumera questi beni : 
ingegno, ricchezza, arte di goderne, senno, facondia, 
simpatia, fama, salute, e nitide mense e borsa piena... 
Ecco il grave, 1' austero Albio presentato, se cosi pos- 
so dire, in veste da camera, spogliato dei suoi palu- 
damenti solenni e ridotto alle proporzioni comuni: egli 
è un uomo come un altro, egli ha speranze ed affan- 
ni e timori ed ire ; gli si può dare quindi il consiglio 
epicureo del carpe diem e il poeta lo ammonisce: 

Omnem crede diem t!bi diluxisse supremum ; 
Grata supervciiict quae non sperabitur hora (t). 

Ma segue la pennellata finale. E tu che hai tutti i 
beni e ne godi, ostenti 1' austerità stoica ? Ebbene quan- 
do verrai a visitare me, a vedermi pingue e nitido, 
dirai che il porco di Epicuro sono io e mi mottegge- 
rai come tale! E facile intendere: per quanto tu pren- 
da i severi atteggiamenti, sei più epicureo di me {2). 



(i) É a un dipresso la traduzione delle parole stesse di Epicuro ; cfr. 
Plutarco, De. tranq. animi 16: 'O Ti")^ cdiQiov ijxiOTU Seófievog, c'óg 
q;iirfiv 'EntxovQO^, fiSiOTa nQÓatioi n;QÓs xì\\ auQiov. — Cfr. Orazio, 
Od. I, 9, 15 : « Quem Fors dieruni cumque dabit lucro adpoue ». 

(2) Cosi anche lo Anzalonk in un suo arguto opuscolo oraziano 
{Appunti oraziani, Castrogiovanni, I903, pp. 21-22). Egli osserva : « La 
interpretazione comune, secondo la quale Orazio inviterebbe 1' amico suo 
a venirlo a vedere in tutta la sua giocondità e spensieratezza di epicu- 
reo, non ha fondamento : sarebbe come chi, volendo consolare un uomo 
triste, gli dicesse : * o che tristezza è la tua ? non vedi tu come io 
sono lieto e contento ? » 



1 1 6 TIBULLO 

Qucrsto vilipendio tratto delle immagini del porco e 
del porcile doveva essere uno dei luoghi comuni delle 
scuole avversarie: cfr. Cic. [Pis. 37): < Epicuro noster, 
ex hara productc, non ex schola ». 

Un altro tratto di ironia non è stato sempre colto, 
quello riguardante Cassio Parmense. Orazio domanda 
ad Albio se egli nella regione Pedana stia scrivendo 
quod Cassi Par me usi s opuscula vincat. Anche questo è 
stato ritenuto come detto sul serio. E poiché Cassio 
Parmense fu confuso spesso con Cassio Etrusco, detto 
per la sua prolificità letteraria 7:o}vUYr'^r^"°'-^'^? (^)' ^^ 
supposto che Albio si argomentasse di superarlo nello 
schiccherar versi in maggior copia di lui. Quelli che 
in tal confusione non caddero, in varia guisa si inge- 
gnarono di spiegare il vincere opuscula; ma in genera- 
le fu riconosciuto che Orazio doveva fare buon giu- 
dizio degli opuscula di Cassio, altrimenti accennando 
all' amico la sua brama di vincerli con gli avrebbe 
fatto un complimento : < Admodum ergo, dice l'Orelli, 
fuerunt elegantia ac venusta (Cassi opuscula) : alioquin 
is qui ea superasset, laudem non meruissct *. 

Ora che Orazio volesse far complimenti ad un poeta 
col preconizzarlo superiore a Cassio Parmense, credat 
ludaeus Apella, non ego. Anche ora a distanza di secoli, 
la frase sembra avere un tono canzonatorio. Un para- 
gone con un poeta greco famoso si potrebbe com- 
prendere in senso elogiativo ; ma il paragone con 



(i) Cassio Etrusco è nominato da Orazio in Sat. I, io, 62 ; e dalle 
n otizie degli scoliasti risulta che egli era una specie di improvvisatore. 



TiRiirr.'i 117 

r oscuro poeta romano non può servire se non a inot- 
toggfiare entrambi, Albio e Cassio. Di questo Cassio 
Parmense si sa che fu tra gli uccisori di Cesare, e che 
fu r uhirao dei congiurati ad esserne punito con la 
morte, come il primo era stato Trebonio (i). Dopo la 
battaglia di Filippi seguì le parti di Antonio, ed in 
alcuno lettere ad Augusto non gli risparmiò contume- 
lie (2). Augusto dopo la vittoria di Azio lo fece, dicono, 
uccidere ad Atene da Q. Attio Varo. Gli antichi gram- 
matici fecero confusione tra questo Q. Attio Varo e 
Q. Vario, poeta trag-ico ; indi nacque la credenza ram- 
mentata da Porfirione (3), che 1' uccisore asportasse lo 
scrigno con le tragedie di Cassio, e che tra queste 
fosse il Tieste, che poi Vario spacciasse come suo. Pro- 
babilmente la tradizione che attribuisce tragedie a Cas- 
sio Parmense I4) ha origine da questa enorme confu- 
sione. Lo scoliaste Acrone cita di lui elegie ed epi- 



(i) Veli. Pat. II, 87, 3: « ultimus autcm ex interfectoribus Cacsaris 
Tarmensis Cassius morte pocnas dedit, ut dederat priraus Trcbonius ». 

(2) Sueto:jio, Aug. 4. 

(3) Ad Oraz. Epist., I, 4, 3: < Hic est Cassius, qui in partibus Cassi 
et Bruti cum Horatio tribunus militum militavit. Ouibus victis Athenas 
se contulit. Q. Varius ab Augusto niissus ut cum interficeret, studentem 
repperit et pcrempto eo scriuium cum libris tulit. Unde multi credide- 
runt Thyestem Cassi Parmensis fuisse. Scripscrat enim multas alias tra- 
gocdias Cassius >. 

(4) Il solo Porfirione rammenta le tragedie e lo rammenta, come ab- 
bi.inio visto, per la coafusioiic tra (j. Attio Varo e L. Vario. Ma dei 
moderni ciuaiche critico ba accettato la notizia ed ha spiegato come tra- 
gedie gli opuscuLi ; dr. ad es. Bellino, UnUrsuch. der Elegien des 
l'io. (Berlin, Gaertuer, 1897) p. 397. 



1 1 8 I IBULLO 

grammi (i), accennando però anche ad altri g-eneri. 

Come carmi lirici, probabilmente come elegìe, saran- 
no da interpretare gli opiiscula di Orazio. Giacché la 
parola sembra essere e da Orazio stesso e da Plinio 
il giovane adoperata nel significato di brevi componi- 
menti poetici, varii di soggetto e di metro (2). Un solo 
verso giambico di lui rinìane, conservatoci da Quinti- 
liano {3). Via, si i)uò proprio ammettere senza contra- 
versia che se Orazio avesse voluto proporre ad Albio 
una mèta da raggiungere o una vetta da superare, 
avrebbe trovato ben di meglio. La frase riacquista in- 
vece tutto il suo significato di spirito e di arguzia, se 
si intenda come un motteggio canzonatorio. Albio se 
ne sta appartato in campagna a scrivere elegie. Bella 
occupazione, entrare in lizza con Cassio Parmense ! 

A scrivere elegie, abbiamo detto. E l' indicazione ci 
viene da Orazio stesso, e cioè dall' altro suo compo- 
nimento poetico ad Albio, 1' ode So"" del libro I (v. 1-4): 

i^lbi, uè doleas plus nimio inemor 
Inmitis Glvccrae, ncu miserabiles 
Decantes elegos, cur tibi iunior 
Lacsa praeuiteat fide. 

(i) Ad Oraz. 1. e: <• Hic aliquot gcneribus stilum exercuit: inter quae 
opera elegiaca et epigrammata eius laudantur ». 

(2) Orazio, Epìst., I, 19, 35: « Scire velis mea cur iiigratus opwscula 
lector Laudet > (si tratta dei carmi lirici, che più giù, v. 42, egli chiama 
iiiigae); Plin. Epist., VII, 9: « Nam mirum est ut his opusculis animus 
intcndatiir rcmittaturque »; VITI, 21 < Liber (meus, qtiem recitavi) iuìi ci 
opusculis varius et raetris ». 

(3) Quintil. V, II, 24. Il verso è: < Qnis istam faciem lanipedis senis 
torquens ». 



TIBULLO I 1 9 

L'Albio di Orazio era dunque un poeta elegiaco. E 
non dubitiamo che fosse proprio Albio Tibullo (i). Che 
due Albii contemporanei fossero entrambi poeti elegia- 
ci, si stenterebbe a credere. Che diremmo infatti se 
alcuno volesse supporre che fossero esistiti contempo- 
raneamente due Properzii poeti elegiaci o due Orazii 
jioeti lirici ? Con pari diritto bisognerà respingere 1' ipo- 
tesi dei due Albii. Si tratterà dunque di Albio Tibullo. 
Glicera, aspra e proterva fanciulla, imniiis a dispetto 
del nome (2), gli ha mancato di fede e gli preferisce 
uno più gio\' ane. E Orazio consola l' amico del suo 
crudele disinganno e il fa con 1' indulgenza sorridente 
di un uomo che conosce la vita ; sono gli scherzi che 
fa Venere : Lycoride si strugge per Ciro, ma Ciro non 
le corrisponde ed ama invece l' aspra Foloe ; ma le 
capre selvatiche si congiungeranno coi lupi, prima che 

(1) Dei critici recenti più autorevoli ciò non fu ammesso dal Baeh- 
RENS, TibuUische Blàtler, p. 7 ; ma credettero alla identificazione lo 
SCHULZE, Zeitsch. f. d. Gymtt., XXXI, p. 658: il Mewes, ivi XXXIII, 
p. 85 ; il Grasberger, Jahrb. f. klass. PhiloL, CXXV, 838. 

(2) Molti critici anzi credettero il nome Glyctra posto come appella- 
tivo, quasi Dulcinea, e scelto come oxymoron, appunto perchè inmitis ; 
il Weichert (Di L. Varii et Cassii Parmensis vita, p. 236 nota 27 
in f.) cosi scrisse: « Est hoc loco Glycerae uomen appellative positum, 
die Silsse, Dulcinea, et cum Nemesis dura, ut vidimus, et saeva esset 
pucUa, per suave oxymoron appellatur inmitis Glycera, dia unholde Hnl- 
din, ut vcrtit Jahnius, p. 160 edit. !•.> — Cosi a un dipresso il BELLINO, 
h'rit. Prolegg. ztt Tiò. (Beri. 1893), p. 95 ; e vi consente lo Schakz, 
Kom Liti., IV, p. 153. — Circa la tentata identificazione di Glicera con 
Nemesi, e circa i nomi delle amanti di Tibullo, rimandiamo ai nostri 
Sliidii sugli scrittori latini, pp. 133-140. 



120 IIBULLO 

Foloe ceda all' amore di Ciro. Ed anch' egli, Orazio, 
avrebbe potuto in amore goder più alta fortuna, ep- 
pure si è lasciato legare a dura catena dalla libertina 
Mirtale, più impetuosa dell' Adriaco mare. 

Anche in questa ode i due caratteri si delineano : 
Albio ama ])rofondamente e soffre, e invoca la fede 
data e protesta contro la perfidia ; 1' altro sorride, e 
par che celii, anche quando parla delle sue catene: 
certo r amore non gli ha scalfito l' animo; 1' uno ha l'at- 
teggiamento serio di uno, che creda alla parola data 
e ricevuta e ne esiga 1' adempimento ; 1' altro 1' atteg- 
g-icimento scettico di chi conosce il mondo e sa di po- 
ter sorridere di tutto (i). 



(i) In questo capitolo, come abbiamo accennato in principio, non è 
trattata alcuna questione di critica, che Orazio faccia, della poesia ti- 
biilliaua; ma poiché vi si tratta dei rapporti di Orazio con un grande 
poeta contemporaneo, abbiamo creduto non inopportuno di riprodurlo 
iu questo volume. 



vn. 

PROPERZIO 



È stato più volte osservato come né Orazio citi mai 
Properzio, né Properzio Orazio, pure avendo l' uno e 
r altro occasione di menzionare molti poeti ; e come 
ciò sembri strano, specialmente perchè 1' uno e 1' altro 
eran famosi poeti, che vivevano nello stesso circolo di 
persone ed erano entrambi cari ad Augusto, carissime 
a Mecenate. Il Marx (i) accenna alla diversità del ge- 
nere poetico coltivato dai due, specialmente per la 
materia stessa della poesia, adducendo che la musa 
di Properzio si compiace delle cose più tenui, purché 
non siano d' argomento diverso dall' amore, mentre la 
musa di Orazio ha ampia e grandiosa vena lirica. In 
verità con ciò si ha riguardo ad una parte sola del- 
l' attività poetica oraziana, parte che non è del resto 
neppure la più schietta e spontanea. La professione 
poetica di Orazio si può ravvisare, ad esempio, nelle 
odi come la X del libro I, specialmente nei vv. i8 e 
segg. sino alla fine, oppure nell' ultima strofa del car- 
me VI del libro I, ove il poeta esplicitamente dichia- 

(i) Antonius Marx, Dt Sexli Proptrlii vita el librorum ordine ttin- 
poribusque, Lipsiac, 1884, p. 42 



124 PR()PEIV.IO 

ra di voler cantaro i conviti e le risse delle vergini 
coi giovinotti e le fiamme dell' amor suo ; ed in molti 
altri luoghi simili ; argomenti tutti che non sono ne 
più seni ne più leggeri di quelli dell' arte properziana. 
Neppure più felice era 1' osservazione che aveva già 
fatta il Paldam (i), che cioè Orazio e Properzio ap- 
partenevano a due scuole poetiche diverse, della quale 
quella di Orazio riteneva doversi con greca venustà 
trattare cose romane e quella di Properzio doversi 
dai greci trarre argomenti e forma poetica. In verità 
ciò fa contro alle esplicite dicìiiarazioni di Properzio 
stesso, che in IV, i, 64 chiama se stesso < romano Cal- 
limaco >, ed in in, I, 3 professa : 

Primus ego ingrcdior puro de fcats sacerdos 
Itala per Graios orgia ferre choros (2). 

Evidentemente dunque queste ragioni di carattere 
teorico o artistico sono insussistenti ; e qualora pure 
avessero fondamento non basterebbero a spiegare il 
silenzio dei due poeti. Ma è notevole ad ogni modo 
che, malgrado cotale silenzio, non pochi sono i loci sì- 
mìles, che sembrano indicare una imitazione dell' uno 
dall'altro o dell' altro dall' uno: giacche è difficile dire, 
trattandosi di due poeti contemporanei, chi sia 1' imi- 
tatore. Questi loci sìmiles sono indicati comunemente (3); 

ad es. Prop. Ili, 2^, 23 : / puer et ciius haec 

Orazio, Sat. i, io, 92 : Prop. Ili, 18, 22: cunctis ista 

Ci) Kómische Eroiik, p. 40. 

(2) Citiamo Properzio secondo la divisioue iii 4 libri, ritenendo non 
abbia alcun fondamento quella in 5. 

(3) V. ad OS. TeufFEL-Schw., Rdin. Liti. § 246, 2 ; MARX. op. e. p.43. 



PROPERZIO 1 25 

ierenda vìa est, Orazio i, 28, 16 : Et cai e and a semel 
vìa Irti ed altri (1). Senonclìè per quanto riguarda il 
primo luogo si l". osservato (2) trattarsi di espressione 
trita neir uso comune, e i)er quanto riguarda il secon- 
do, trattarsi di uno dei pensieri consueti della poesia 
erotica, funebre e sentimentale. 

Una via affatto diversa prese nel giudicare del rap- 
porto tra i due poeti il Marx (3), il quale pensò che 
fosse talvolta in Properzio la derisione di versi orazia- 
ni. Egli indicò due passi (Prop. II, 21^ i) : 

Cui fuit indocti fngicnda hncc semita volgi, (4) 
Ipsa pctita lacu Lunc mihi dulcis aqua est. 

versi che a lui parvero irrisione del noto verso di Ora- 
zìo (ni, 1 , 1 ) odi profanum %'olgus et arceo. 

L' altro passo indicato dal Marx è Prop. I, 8, 43: 
« nunc nilhì suninia licet coritìiirere sider a pianti s ■>, nel 
quale egli vide una caricatura del <^ sublimi feriam si- 
der a vertice » oraziano (I, i, 36J. 



(1) Prop. II, 24, 17 /toc erat in primis, cfr. Oiaz, Sai. II, 6, 1 ; 
Prop. Ili, 2; 17 pyramidum suviptus ad sidera due ti, cfr. Oraz. Carvi. 

III, 30, 2; Prop. Ili, 9, 17 est quib2is Eleai coìicurrii palma quadrigae, 
cfr. Or.iz. Carm. I, i, 3 ; Prop. V, 6, 65, cfr. Oraz. cpod. 9, 23; Prop. 

IV, 6, 79 scro confessum foiders Parthum, cfr. Oraz. Carvi. Ili, 8,22; 
Prop. I, 6, II vonhorani possum durare, cfr. Oraz. episl. I, i, 82; Prop. 
Ili, 13, 60 fr augi tur ipsa suis Rovia superba bonis, cfr. Oraz. epod. 16, 
2 (Tf.uffel-Schwabk, Róvi. Liti., § 246, 2). Vedi aucbe E. RF.xscn, 
Wiener Stud. IX, 120. 

(2) Marx /. e. Il Marx non esamina però la lunga serie degli altri 
luoghi addotti (v. nota precedente). 

(3) Op. cil. p. 44. 

(4) HousMAN (Journal of Thilology, XXI, p. 172) legge: Cui/ugieu' 
da fuit indocti semita vulgi. 



I 2 6 PROPERZIO 

Senonchè tal maniera di giudicare sembra affatto ar- 
bitraria e non giustificata dagli esempi addotti, tanto 
più se i due passi si mettono a riscontro con altri 
luoghi di antichi poeti (i). 

In verità al di fuori di quelli ijidicati ed anche al di 
fuori delle pretese irrisioni, si possono indicare qua e 
là altri conclusivi riscontri. Già il jjrimo verso di Ora- 
zio : < Maecenas atavi s edite regibus ^ si può mettere 
a riscontro con Properzio (III, 9, i): < Maecenas eques 
etrusco de sanguine return >. Il passo sopra apportato 
di Properzio : « Primus ego ingredior > richiama su- 
bito alla mente quello oraziano (III, 30) « Princeps 
aeolium Carmen ad italos Dednxisse inodos >. Al pensie- 
ro che ciascun abbia la sua propria inclinazione è ispi- 
rata r elegia di Properzio III, g ; ed è opportuno il 
riscontro con l'ode oraziana I, 7. Cosi nella elegia II, 
34 (v. 61 e seg.) Properzio enumera alcuni temi epi- 
ci dei quali lascia lo svolgimento a Vergilio, a sé ri- 



(i) Per quanto riguarda il primo passo addotto di Properzio, (II, 23, 
l) basta indicare Callimaco, ef. 28 éxdaiQca xò irci )] uà xò xuxXixóv, 
oùSè XE^ev'Oqj y.aiQOJ, xig noXkovc, oiSe v.q?\. tTj8e cpépei, nioéco xal 
:n:eQiq)OiTOv èQcójxevov, oi»8' dirò 5{Qi]VT]g JtiA'O), ©ix^aivco TOVxa xà 
8)]jj,óoia. Cfr. Max Rotustein a 1. e. {Die Elegien des S. P. I, p. 277). 
— Per quanto riguarda il secondo passo properziano (i, 8, 43), i com- 
mentatori (v. ad es. R&iistein I, p. 56) rammentano Catullo (LXVI, 
69), che alla Chioma divinizzata di Berenice fa dire: me nocte premunt 
vestigia divuvi, e Vergilio (Ed. V, 27) che di Dafni divinizzato dice 
Sìih fedihis videi nuhes et sidera. Lo Hartsiann (De Horatio foci a, p. 
136) nel passo properziano invece di plaiitis legge falmis; con che la 
frase v iene ricondotta alla espressione comune; e vi assente P. J. Enk, 
Ad Propertii carmina commcntarius iriticns (Zutphaniae, 1911)» P- S'* 



PROPERZIO 127 

serbando l'argomento dei legg-eri carmi d'amore; 
proprio come fa Orazio in I, 6, che assegna a Vario la 
celebrazione della gesta di A grippa e di Cesare ed a 
se i temi più leggeri. Properzio, III, g, 59-60 ha: * a te 
est Quod ferar in partes ipse fuisse tiias >; Orazio, IV, 
3, 24: < Quod spiro et placeo, si placeo, iuiim est >. 
Properzio IV, 4, 17 ha: < Et sali s una malae pottiit 
mors esse puellae r >; Orazio, III, 27, 37: « Levis una 
fnors est vir^innm culpa e > (i). 

Il rapporto è dunque evidente. Ma v' è un passo 
delle epistole oraziane che a nostro parere può spie- 
garci tutto quel che riguarda le relazioni tra i due poeti. 
Nella epistola II del Hbro II Orazio fa una delle sue 
solite dichiarazioni sul grande affannarsi dei poeti suoi 
contemporanei per salire in alta fama, e sul suo ap- 
partarsi da essi per goder vita tranquilla, incuriosa dei 
fatti altrui e non desiderosa di fama (2). Egli parla 



(1) Questo riscontro fu già notato dai critici di Orazio, e comparisce 
ad es., tra i loci sirniles del Keller (cfr. Q. Hcrati Flacci Opera ree. O. 
Keller et i>. Holder. I, Carm. iterum ree. Otto Keller, Lipsiae, 
Teubncr, 1899, p. 219). 

(2) Episl. Il, 2, 91: 

Carmina conpono, hic elegos. Mirabile visu 
Caelatumque novem Musis opus ! Adspice primum 
Quanto cura fastu, quanto molimine circum 
Spectemus vacuam Romanis vatibus aedem. 
Mox etiam, si forte vacas, sequere et prociil audi, 
Quid ferat et qua re sibi nectat uterque coronam. 
Caedimur et totidem plagis consumimus hostem 
Lento Samnites ad lumina prima duello. 
Discedo Alcaeus puncto illius ; ille meo quis ? 



128 PROPERZIO 

anche dì quelli che sollecitavano 1' onore di essere am- 
messi nella biblioteca di Apollo Palatino e rappresen- 
ta ironicamente la casa delle Muse vuota ancora di 
poeti, e cioè quasi aperta ad aspettarli (v. 9 1 e seg.\ 
Ed ecco il grande arrabbattarsi dei poeti da mane a 
sera per ottenere i primi onori ed esser proclamati pa- 
ri agli antichi. < Io, dice Orazio (v. 99 e segg.). divento 
Alceo per il voto di colui ; ma egli per il voto mio 
chi diventa ? Chi, se non Callimaco ? Che se poi più 
ancora egli sembri desiderare, diventa ISIimnermo e 
cresce in fama con un soprannome da lui stesso scel- 
tosi •>. L' opinione che qui si alluda a Properzio è stata 
detta audacissima da taluni critici (i). 



Quis nisi Callimachus ? si plus adposcere visus, 
Fit Mimnermus et optivo cogiiomiue crescit. 

Si noti che 1' arte oraziana è sempre determinata, non mai vaga, ge- 
nerica ed astratta; se dunque Orazio scrive: Carmina conpono, hic ehgos, 
1' hic è una persona reale, un poeta elegiaco ; ed il pensiero ricorre 
spontaneamente a Properzio. 

(i) Cfr. ad es. Dillenburger ntlla sua edizione (Q. Hor. Flacci 0- 
pera, ^ Bonn, 1875, P- S^i)- * Audacissima sane est opinio nonnullorum 
interpretum vcllicr.ri hoc loco ipsum Prcpertium ». Giustamente il KlESS- 
LTNG, (Q. Horatius Flacais, Dritter Teil, Berlin, Weidmann, (ad Epist. 
II, 2, V. 91), p. 205 : « Dass njit dem ucgeuannten Elegiker H. cine 
ganz bestimmte Persònlichkeit im Auge hat, der er nichit sonderlich 
wohl will, ist klar. Und diese kann fiiglich kaum eia Anderer sein wie 
Properz, der dem Kreis des Maecenas so nahe stand, dass es unmoglich 
Zufall ist, dass der Name des umbrischen Kalliniachus uns in den ho- 
razischen Dichtungeu nie bcgegnet. Dies Schweigeu ist der beredte Aus- 
dnick der Abueigung, welche H. gegcn ihn hegte ». 

Anche a Properzio riferisce il passo lo SCHUETz]CiQ. Horatius Flaccus 
erklàrt, Berlin, Weidmann, III, p. 218), senza però speciali osservazioni. 



PROPERZIO 1 29 

Però si noti bene. Qui si tratta di uno che scriveva 
eleg-ie (v. 91) e che aveva proclamato Orazio pari ad 
Alceo ed aveva proclamato sé pari a Callimaco, ed 
Orazio è disposto a dargli il voto per tale proclama- 
zione, per terselo d'attorno, ed anzi è disposto a procla- 
marlo anche Mimnerrao, se egli voglia assumere per 
se quest* altro optivum cognomen. Ora chi aveva pro- 
clamato se stesso Callimaco ? < Umbria romani patria 
CaUìmachi > dice di se stesso Properzio (IV, I, 64). 

A me pare dunque che se Properzio mostrava de- 
ferenza per Orazio, per contro Orazio affettava per 
Properzio, secondo il suo solito costume, superbo di- 
spregio. Da ciò può dedursi che l' imitatore nei passi 
sopra addotti fosse Properzio: benché per altro ciò non 
possa dirsi in maniera assoluta, giacché 1' esempio della 
indubbia imitazione di Orazio da Catullo (i) può am- 
monirci in proposito. Che Orazio non abbia diretta- 
mente investito Properzio con più acri e più dirette in- 
vettive, ed abbia solo copertam^te alluso a lui in que- 
sto passo, può spiegarsi benissimo, giacché Properzio 
era amico di Augusto e di Mecenate, ai quali non po- 
teva essere gradito che Orazio lo facesse bersaglio 
dei suoi colpi. 

Tutto quanto abbiamo detto può trovare confer- 
ma in un antico passo di Asconio Pediano riguardanta 



Il nostro compianto P. Rasi si limita a riferire questa « opinione ge- 
neralmente accolta dai commentatori » {Lt satin e li epistole di Q, Ora' 
zio Fiacco, Palermo, R. Sandron, II, p. 203). 
(i) Vedi il noitro cap. IV. 

C. PASCAL — 9. 



130 PROPERZIO 

Vergilio. Dice infatti il grammatico (i): < Coaevos om» 
nes poetas ita adiiinctos habuit, ut cum Inter se plurimunt 
invidia arderent, illum una omnes colerent, Varius, Tucca, 
Horatius, Gallus, Propertius >. Quali erano i poeti che 
inter se plurimufn invidia ardebant r Vario e Tucca, 
erano, come è noto, compag-ni di Vergilio e di Orazio 
e da quest' ultimo citati talv^oUa con manifestazioni di 
amicizia (2). Properzio stimava Gallo e ne fa onorifica 
menzione in II, 34, Qi-92; onorava altissimamente 
Vergilio, cui eleva nell'elegia ora citata un solenne en- 
comio ; rimane dunque che siano stati di animo ostile 
Properzio ed Orazio (3); anzi il silenzio di quest'ul- 
timo sopra Properzio, che pure era nel circolo di Me- 
cenate, dimostra, se si pone a riscontro col modo on- 
de Orazio tratta Vergilio, Vario e Tucca, relazioni 
non cordiali. 



(i) Suet. Kell. Reiff. p. 66, 

(2) Son citati insieme {riotius et Varius) in Sat. I, 5, 40 ; I, IO, 81 
Varhis poi è pur menzionato con onore molte altre volte {Carni. I, 6, 
I ; Sat. I. 6, 55 ; 1, 9, 23 ; I, io, 44 ; II, 8, 21 e 63 ; Epist. II, i, 
247 ; A. Poet. 55). 

(3) Asconio si esprime al plurale {inter se plurimunt invidia arde- 
reni), e quindi altre coppie di nemici bisognerà anche ammettere doves- 
sero esservi tra quei cinque: ma è inutile avventurare ipotesi, poiché di 
Vario, di Turca e di Gallo sappiamo così poco. 



CONCLUSIONE. 



CONCLUSIONE 

Abbiamo visto come Orazio sì comporti verso i 
grandi poeti contemporanei : qual sentimento di ami- 
cizia, di devozione, talora come per Tibullo, di sorri- 
dente indulgenza, egli abbia per essi; non abbiamo 
fatta trattazione speciale de' suoi rapporti con alcuni 
poeti insigni, quali Vergilio e Vario; ma tutte le volte 
che egli li nomina (i) dimostra per essi il sentimento 
più affettuoso. Unico dei grandi poeti contemporanei 
non ha le sue lodi Properzio, e forse, come abbiamo 
visto, ne ha i coperti biasimi. Ma contro i grandi 
poeti antichi e contro quelli della generazione che lo 
aveva preceduto, quali Catullo e Calvo, Orazio è in- 
dubbiamente aspro e severo (2). Chissà ? egli forse era 

(i) Sr.l. I, 5, 40; 48; 93; I, 6, ss; I, 9, 23; I, io, 44-45; 81; H, 
8, 21; 63; Epist. II, I, 247; Carni. I, 3, 6; I, 6, i; 1,24, io; ^rj 55. 

(2) Egli non nomina mai Lucrezio; vedi però W. A. Merrill, On 
the influence of Lucrelins on Horace, 1905. — Prendiamo occasione 
per aggiungere alle dissertazioni citate nel corào del volume la menzione 
di una di A. Barkholdt, Horatii de vcteribus Romavorum foelis seti- 
sentine , Pr. 1876. 



134 CONCLUSIONE 

estimatore di Ennio, di Plauto, di Lucilio, più che non 
appaia dalle suo dichiarazioni, forse anche di Calvo e 
di Catullo, del quale ultimo si hanno indubbiamente 
reminiscenze nelle opere sue; ma egli prese il partito 
di lottare e di reagire contro la soverchia passione 
degli amatori dell'antichità. E lo fece oltreché per affi- 
nare il gusto dei contemijoranei (i), anche in nome 
della libertà dell'arte: egli invocò a Vergilio ed a Vario, 
cioè ai poeti dell'età sua, quella medesima libertà che 
era stata riconosciuta a Cecilio ed a Plauto (2); invocò 
a sé quel diritto di arricchire il patrio linguaggio, che 
era stato dato a Catone e ad Ennio (3); ed a sé an- 
che invocò il diritto di portare senza personale peri- 
colo e senza averne molestie i personaggi dell'età sua 
sulla scena satirica, come aveva fatto Lucilio (4). E 
se egli si fosse limitato ad asserire e confermare che 
i poeti antichi avevano pur essi i loro difetti, e non 
pochi, e che non era ragionevole il non vedere arte al 
di fuori di essi, se egli avesse difeso la libertà di se- 
guire la propria ispirazione ed il proprio genio, uiuna 
lotta sarebbe stata più nobile e più feconda. 

Ma egli fu tratto dal soverchio zelo combattivo a 
passare il segno, a mettere in rilievo di quegli an- 
tichi i soli difetti e quindi a fare un deprezzamento 



(i) Cfr. Neissner "E., Der Kaiiipf des Iloraz fiìr cine bessert Gesch- 
macksi'ichitung in dir r'óinischcn Potsie. Pi'. 1867. 

(2) Ars poti. 54-55- 

(3) Ars foet. 56. 

(4; Sai. II, I, 65-79. 



CONCLUSIONE I35 

sistematico dell'opera loro: e la lotta nella quale egli 
si impeg"nò assunse un significato ed un carattere, che 
erano certo molto lontani dalle intenzioni sue. Giacche 
questo dibattito letterario non era che un aspetto di 
un dibattito molto più grave e più vasto, che divideva 
gli spiriti: quello cioè tra i nazionalisti e gli ellenisti. 
Nella educazione, nelle credenze, negli atteggiamenti 
personali, nelle abitudini di vita pubblica e privata si 
manifestavano le due tendenze (i): i giovani ellenizzanti 
si coprivano del pallio, si recavano a sentire i retori 
e i filosofi greci, ostentavano coltura greca, inframez- 
zavano il discorso di parole greche; le donne si co- 
privano di mantelli tirii: gente spensierata, che viveva 
di finezze, di delicatezze aristocratiche, molto spesso 
di lussurie e di gozzoviglie; incuranti dell' educazione 
dei figli, che essi affidavano alle cure di nutrici greche 
e di vili schiavi, in mezzo ai quali quelli crescevano, 
apprendendo il loro linguaggio, le loro abitudini, i loro 
gesti. I lodatori dell' antico volevano altro fondamento 
al carattere romano, altri modelli all' educazione dei 
loro figli: rammentavano la frugalità di Curio e di Fa- 
bio, le austere virtù di Cornelia e di Aurelia (2); ve- 
devano con dolore che non solo nell' educazione in- 
fantile, bensi anche in quella superiore, nel gusto del 
popolo, e nelle tendenze filosofiche e letterarie, tutto 
era ormai invaso dai greci e tutto era diventato greco, 
e r antica virtù romana periva. Tacito nel tracciare il 

(l) Cfr. BESAN90N, Lts adversaires de l' htlUnisint a Reme (Paris, 

1910). P- 352 « *cgg- 
^,2) lac. Dial, a8 



136 CONCLUSIONE 

quadro della educazione antica nel suo dialogo ha 
pagine di vibrante eloquenza, contrapponendo quei 
figli, educati nel grembo e nel seno materno, in una 
severità familiare, che vigilava e le occupazioni e i 
giochi infantili, e ne custodiva la verecondia, ai fan- 
ciulli affidati alle ancelle greche e agli schiavi , dei 
cui vizii si inquinavano ; e che fatti giovinetti non si 
occupavano già di stvidi severi, non apprendevano a 
conoscere gli antichi scrittori e la storia, ma si reca- 
vano alla scuola dei retori greci, corruttela delle intel- 
ligenze e delle anime (i). Ora quelli che lamentavano 
il decadere, ed anzi il dileguarsi, dell' austero costume 
romano, in tutte le attiviti dello spirito, consideravano 
la questione letteraria come uno degli aspetti dell' af- 
fannoso problema ; Ennio e Lucilio, che essi preferi- 
vano a Vergilio e ad Orazio (2), erano stati bensì 
ammiratori ed imitatori dei greci, ma avevano ormai 
acquistato cittadinanza romana, ed a buon diritto, giac- 
che avevano dato carattere romano alle loro opere : 
quelli che proscrivevano o deprezzavano questi antichi 
erano gli ellenisti ad oltranza, gì' idolatri della grecità 
neir arte, nel costume, nell' educazione, nella filosofia, 
nella vita. Orazio, inconsapevolmente forse, fu attratto 
nell' orbita di un tal ellenismo intransigente. Egli fa 
bensì le sue riserve e rivela i suoi scrupoli circa lo 
scrivere graecos versiculos (3); ma quando, non di scri- 



(i) Cfr. Tac. Dial. capp. 28-30 

(2) Tac. Dial. 23 

(3) Sat. I, IO, 31-35. 



CONCLUSIONE 137 

vere versi fT^rccì, bensì latini, si tratti, non v' ha dub- 
bio che tendenze, predilezioni, modelli per lui debbano 
essere greci, e che anche le parole nuove possano 
essere accolte, purché di greca ongme, si graeco fotite 
cadoit,,. (i). 

Quali furono le conseguenze di questa lotta ? Dopo 
r età oraziana la grande poesia romana finisce. Non 
finisce certo per effetto di questa lotta ; si però per 
effetto di quelle tendenze di educazione e di spirito, 
cui abbiamo sopra accennato, e delle quali questa lotta 
era appunto una manifestazione. Guardtite 1' eloquenza. 
Del suo decadere Tacito, per bocca di Messala, illu- 
strò le cause in duo capitoli magistrali (2). Il giovano 
nutrito di seria educazione e di forti studi, era condotto 
una volta presso un avvocato famoso, e gli stava al- 
lato e lo accompagnava e prendeva parte a suoi di- 
scorsi ed assisteva ai giudizii ed alle concioni e sen- 
tiva i dibattiti e le contese ed acquistava esperienza 
tra gli stessi cimenti delle lotte forensi, ove ninna cosa 
fuor di proposito o svantaggiosa all' intento si pro- 
nuncia impunemente, e quasi divt^ntava combattente 
sul campo stesso di battaglia. Ora invece, dice Mes- 
sala, i giovani si recano alle scuole dei retori, nelle 
quali non si saprebbe dire se il luogo o i condisce- 
poli o il genere di studi tornino più nocivi all'ingegno; 
ninna reverenza isi)ira il luogo, non nobilitato da alcuna 
alta sapienza, niuna gli ascoltatori, tutti egualmente 
ignoranti ; niun frutto danno le esercitazioni, che si 

(i) Ars poet. 53. 
(2) Dial 34 ■ 35. 



138 CONCLUSIONE 

svolgono sopra temi immaginari, spesso inverosimili e 
strani. Applicate questo criterio alla poesia : quei pro- 
fessori greci di letteratura avevano, con i loro canoni 
dei poeti da imitarsi e con i loro precetti, ridotto tutto 
a sistema ; ma la grande arte, che è ispirazione e crea- 
zione, era finita. La scuola deve dare lo fren dell' ar- 
te ; ma non può dare 1' arte, o non può dare se non 
un' arte che tosto intristisce e muore. 



AVVERTENZA 



Alcuni ilei capitoli di questo volume comparvero già se- 
paratamente, cioè : Orazio e Catullo (Alhenaeum, Luglio 1915, 
e iu Appe:idice al voi. Poeti e personaggi CatHÌli ani , n. 12 
di questa Biblioteca); Orazio ed Ennio (licnd. Ist. Lombardo, 
Aprilo 1916): Orazio e Properzio (Athenacum, Aprilo 19X6); 
Orazio e PoUione (Athenaeum, Aprile 1917)j Orazio e Tibullo 
(Athenaevm, Ottobre 1918). 

A pag. Ó7, verso la fine, ove è stampato: « ora nn di- 
scorso cornane » si legga: « ora sia un discorso comune *. 



INDICE 



Introduzione 


pag. 5 


Ennio . . • • 


> 13 


Plauto .... 


» «5 


Lucilio .... 


» 49 


Catullo .... 


» 81 


PoUione 


» 93 


Tibullo .... 


» 107 


Properzio 


, . . » III 


Conclusione 


» 131 


Avver tenta . . • 


> 139 



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di altvni hio<jhi vergiliani cfmmeniatinei <s: Pensieri» 
di G. Leopardi — Bick Bassi, Jl lamento di Edipo, 
coniponimento medievale — LriGi Castiolionk, Studi 
Alessandrini : Aticone e Ariemie. — Michele Cata- 
lano, Alcune rime jwjìolari ìel Secolo XVI. — Pier 
Llioi Ciceri, Sojna alcuni acrostici * de Diis » di 
Commodiano. — Gaetano D'Amico, Sulla autenticità 
del € lìemediis fortuitorum » di L. Anneo Seneca. — 
Anselmo di Bella, Un passo dell' Epodo V di Orazio 
(v. 87-88) — Olindo Ferrari, Un libro di Teo/raito 
sul matrimonio. — Corinna Lenti Schiavi, A pro- 
posito di un passo di Catullo. — Fedelr M aeletta, 
Di alcuni rapporti del Filostraio del Boccaccio con la 
poesia popolare. — Giuseppe Mauoeri, Sui Codici 
antichi della Bibbia citati dal Petrarca. — Ettore 
Rota, Le conquiste artistiche del periodo Napoleonico 
nei ducati Parmensi. — Luigi Sorrento, Tre Sonetti 
di I/uigi Tansillo. 



ConiiiiisBiiini « vaglia all'uditore T. Battiate —Catania 



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