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Full text of "Paradiso"

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s»; 



Saitntti Colltsc librar» 


DANTE SOCIETY 


CAMBRIDGE. MASS. 


J aKj'.t., mj 





^:-yJri'jf/r t- f//ff/c^yl^ 




LA DIVINA 



BI 

I ANTE ALIGHIERI 

co L COMEKTO 

DEL P. POMPEO VENTURI 

NUOVA EDIZIONE 

A MIGLIOR LBZIOHE RIDOTTA, 
ED ARBICCR1TA D* IHEDITE POSTILLE 

DEL DOTTOR GIOVANNI LAMI 
E DI P. J. FRATICELLI 


FOLUME /. 



PRESSO GIUSEPPE FORMIGLI 

*837. 


»i 


13 




t I 


/n. 



AI BENEVOLI LETTORI 

PIETRO FRATICELLI 


j3 orto ornai trascorsi cent* anni\ dacché il 
P. Pompeo T^enturi pubblicò la prima Edi" 
%ione del suo Commento alla Divina Com» 
medid. in questo tratto di tempo compara 
vero alla luce una ventina di ristampe di 
tale Commento j e n* i per l'incuria de* Ti» 
pograji e degli Editori avvenuto j che le ul" 
tinte Edizioni si trovano sovraccaricate di 
strafalcioni e d* errori ; sì perchè ^ quanto 
al testo , non fu usata alcuna diligenza , e 
perfino fu bene spesso trascurata la lezione 
dal J^enturi seguita {lo che produceva oscu" 
rita e confusione ) ; sì perchè , guanto alle 
note , non furono tenute a riscontro le edi" 
zioni originali, e particolarmente la prima 
del i732 e la terza del M^ [^). Agli spro- 
positi delle ultime edizioni del secolo pas» 
sato , ogni Editore del secolo -presente non 
mancò d* aggiungerne de* nuovi ( cosa non 

(*) Nella edizione del 1749 i7 Commento comr 
tien uarie giunte sopra la prima del i^Sa e la «<- 
conda del i*)^^ queste aiunte peraltro*non estendo 
che inopportune disquisizioni, o inutili appiccicar 
menti alle note interpetratiue , i^unero quasi sem" 
pre omesse. Ma V edizione del 49 poteua con qualche 
frutto consultarsi, essendo Hata eseguita sul Ma' 
noscrit-to stesso del Centurie' 


in frequente ad accadere inelle ordinarie e 
materiali ristampe^ che si fanno con mire 
unicamente .commerciali ) : di maniera che 
la Divina Commedia col Commento del P. 
Venturi andava oggimai per le mani de' 
Giovani malconcia e bruttata da molti er^ 
rori • Oltre a ciò dalia pubblicaziojie del 
Commento of* menzionato fino al presente , 
vennero discoperti ed esaminati dei nuovi 
Codici^ e furono quindi ritrovate delle nuo^ 
ve lezioni; sono state rettificate alcune an- 
tiche interpetrazioni e date altre delle nuo- 
ve: cosicché il lavoro del Venturi rimaneva 
alquanto indietro nei resultati che finora si 
sono , ottenuti intorno V interpe trazione di 
questo clanico anzi divino Poema. 

per la qual cosa , vedendo come nelle 
Scuole vien data per alcune ragioni la^pre^ 
ferfnza a questo sopra ogni altro Commen" 
to^ io ho créduto convenevol cosa di presene 
tarne ai Giovani , studiosi di Dante , una 
^uova ed economica edizione, la quale e per 
la diligenza con che fosse eseguita , e per 
le giunte di che fosse ampliata , meritasse 
di venir nette Scuole con un titolo d* av», 
vantaggio ricevuta ed accolta. 

A dar contezza del modo che ho prati* 
cato neir eseguire la presente ristampa, di- 
rò: che quanto al testo , ho tenuto a riscon^ 
tro tei almeno delle edizioni le pia stimale, 
quella dèi Landino , /' altra ilei Sansovino, 
V Aldina , la Cominiana j la citata dalla 


CruBca^ la Padovana Mia Minerva. E seb-' 

bene nei luoghi annotati io abbia dovuto ite- 

cessariamente adottare la lezione del Ven^ 

turi , pur nonostante alloraquando mi sono 

imbattuto in una gualche variante , à mio 

giudizio , migliore , non ho mancato di ri^ 

portarla in pie di pagina , e dirvi sopra il 

parer mio. Ove poi non cadevano note , ho 

emendato il testo ogniqualvolta m'è con ogni 

evidenza apparso viziato , e quando la /e- 

Zione eh' io era per preferire V ho veduta 

adottata in isiampt reputatissime^e l* ho in-^ 

tesa predicarsi per la migliore nelle Scrii' 

ture de' Dotti. Né questo lungo e faticoso 

confronto del testo Dantesco ( confronto ch'è 

stalo da me fatto colia maggiore scrupolo^- 

sita ed attenzione ) è andato del tutto privo 

di avventurosi resultamenti: perciocché sbir» 

dando io in antiche stampe^ sonomi con mia 

grande sodisfazione imbattuto in una qual" 

che lezione che evidentemente rettificava al" 

cuna storpiatura del testone che pure non era 

stata avvistata dai moderni Filologi e Chio- 

sa tori Danteschi. Delle quali nuove lezioni 

piacemi qui riportarne una diecina ( e que • 

ste tratte dalle sole due prime Cantiche ) a 

sodisfazione de* miei benevoli Lettori: 

Di quei che sì pingeva con la zanca. 

fnf. XIX 45. 

Sovresso noi , ma non v' era sospetto. 

Jnf. XXII L, 54. 





I 

1 


i T 


E PRINCIPALE ALLEGORIA 

DEL 

POEMA DI DAIHTE 

DI PIETRO FRATICELLI 


L 


la Dirina Commedia di Dante è un quadro storico^ 
politico-morale del di lui secolo* Id quest' opera ri- 
piena di tanta dottrina , quanta potea solo rersar- 



verso tutto , egli sen ra discorrendo su tutte le 
azioni umane , si fonda sui fatti sin allora accaduti^ 
né solo sui più rilevanti e generali , ma ancora sui 
più reconditi e minuti, perchè appunto dai fatti più 
piccoli e dalle più minute cii'costanzei il cuore dell' 
uomo si manifesta. Fu quindi detto a ragione^ , che 



1 mistici sensi e le storiche allusioni, vi sono oltre- 
modo frequenti • 

Il primo Canto dell' Inferno essendo , come chia^ 
ramente apparisce , una generale introduzione al 
Poema , e racchiudendo una lunga e continuata al- 
legoria, è quello che debbe essere più diligentemen- 
te studiato, e più criticamente analizzato' , affine di 
trarne fuori quel senso che vi ha nascosto il Poeta, e 


u 

che tanto interessa all' inkelligenzA si del tutto come 
delle parti della Diriua Commedia. A rintracciare il 
quale , sarammi adunque una scorta non fallnce la 
•èoria di quel secolo e la biografìa di Dante mede- 
simo. Ma non si creda che la mia disquisizione sia 
per essere dei tutto nuora e peregrina nelle sue pap- 
ti: essa, se potrà nell' insieme offrire alcun che di 
novità y sarà in più lati conforme a quanto hanno 
pensato e scritto Filplogi e Interpretatori dottissi- 
mi ; perciocché all' incremento delle Lettere ed al 
bene della civil Società io reputo più vantaggioso 
il riporre in vista e schiarire una verità già nota 
ed antica di quello che inventare una novità spe- 
ciosa , la quale non possa dimostrarsi per vera, 
a La Divina Commedia ( noi intendiamo bene spes- 
so ripetere ) essendo per gritaliani quello eh' era 
per 1 Greci V Iliade , e per i Latini V Eneide , ò 
stata sempre letta con trasporto e studiata con at- 
tenzione: ma la Divina Commedia non fu ancor ben 
intesa ». Queste sono le solite frasi che tutti colo- 
ro , i quali si pongono ad illustrare il Poema Dan- 
tesco vanno con aria magistrale mettendo fuori. 
£ssi credono che per aver rinvenuto una qualche 
nuova variaute lezione^ od un qualche recondito si- 
gnificato d*un vocabolo; per aver data una difi*erente 
costruzione ad un periodo, od una nuova interpre- 
tazione d'un* allegoria; essi credono, io diceva , di 
poter avanzare una siffatta sentenza» Ma se la Divina 
Commedia non fu ancora ben addentro intesa e chia- 
ramente dispiegata in ogni sua più minima parte ; 
se tuttavia presenta materia di controversie e di di- 
spute sia per l'intelligenza del significato letterale. 
Sia per 1' allegorico , e perchè mai non dovremo re- 
putar degni di molta lode tanti uomini eruditissi- 
mi , i quali nel corso di cinque secoli consacrarono 
lunghe vigilie nell* illustrare la prima e più grand' 
opera che si abbia l' Italia? I prolissi , e se si voglia 
l>esanti. Commenti di Jacopo della Lana , dell' ot- 
timo Anonimo , di Giovanni Boccaccio , di Benve- 
nuto Imolese, di Cristoforo Landino^ del Yellutello^ 


XII 

del Daniello e di tanti Altri, fono stati eampi Tasti 
e fecondi , ot0 i moderni filologi e chiosatori hate 
fatto raccolta di messe copiosa : eppure i moderni 
che non preralgono agli antichi se non nell' ordine 
logico e nella critica ^ mentre sono ad essi inferiori 
nella dottrina^ li van mettendo in non cale e scre- 
ditandoli^ cosi ingegnandosi di far cadere nell'opi- 
nione que' lavori , ed inalzare i propri sulle loro 
rovine. 

Conforme la dottrina , che V istesso Dante stabili 
nel G>nvito , le Scritture debbonsi esporre massi- 
mamente per quattro sensi , letterale , allegorico , 
morale ed anagogico : egli infatti seguì questo me- 
todo nella esposizione delle sue tre note filosofiche 
Canzoni , e questo ^ metodo egli accenna doversi se- 
guire nella esposizione della sua Commedia, quando 
scrivendo a Cane Scaligero, e dedicandogli la Cfantica 
terza, disse: È da sapere che il senso di guest' Ope- 
ra non è già semplice , che anzi essa può dirsi di 
pili sensi** dappoiché altro è il senso che si ha dalla 
lettera , altro è quello che si ha dalle cose per la 
lettera significate» Il primo si chiama letterale, il 
secondo allegorico . Ctò scorto , è manifesto , che 
duplice deu* essere il soggetto , circa il qugle i due 
sensi alternamente procedono- E però è da t^edere 
prima del soggetto di quest* Opera , preso giusta 
la lettera , e poi del soggetto stesso , preso giusta 
la sentenza allegorica» Adunque il soggetto di tutta 
l' Opera , secondo la semplice Lettera jè lo stato 
delie anime dopo la morte» Ma se hen notasti le 
espresse parole , puoi hen raccorre , che secondo il 
senso allegorico, il poeta tratta dì questo Inferno, 
nel quale pellegrinando come viatori possiamo me- 
ritare e aemeritare* 

Se la lettera adunque dichiara ciò che avviene 
neir Inferno dell' altro mondo, 1' allegoria, secondo 
la testimonianza dell' istesso Dante , accenna ciò 
che avveniva nell' Inferno pi*esente , ed ecco che il 
senso allegorico è storia. Per questa maniera di scri- 
Tere , velando gli avrenimenli e i costami sotto fi- 


xrir 

goni d* allegoria , DanU non fegul nmcamente il 

Sroprio capriccio ; It allasioni e la allegone erano 
i moda in quel tempo^ e lo furono-per molti secoli 
innanzi , dimodoché egli per questa parte non fece 
che seguir la corrente. Ed essendoché V Alighieri 
pel suo ingegno creatore renne appellato V Omero 
nodcmo , noi quanto ancora al modo figurato di 
scriyere , potremo di lui ripetere ciò che dell' an- 
tico fu detto da Dionigi d Aiicarnasso nella sua 
yita : Non vaia strano se per mezzt) di studiati e- 
nimmi e di favolosi discorsi , ci presentò le sue 
concezioni ; lo che debhe attribuirsi , parte al si" 
stema adottato da' poeti , e parte all' uso stabi-' 
lito dagli antichi \ affinchè gli amatori del sape 
re , essendo dilettevolmente adescati da un certo 
tal ijual genere d' eleganza , potessero in essa ri" 
cercare la verità , e discuoprirla insieme : ed af- 
finchè gli uomini indotti non disprezzassero quelle 
cose cn essi non potevano intendere. 

Ma l'italiano poeta nel seguire giudiziosamente 
le tracce del greco^ non solo dalle carte de' sacer- 
doti^ de* poeti e de' filosofi tolse il modo delio seri- 
Tere figurato, ma più particolarmente dai libri pro- 
fetici del Tecchio e nuovo Testamento , i quali of- 
frono il più convincente esempio del parlare a due 
aensi. È come in quei libri sono delie oscurità e 
delle dubbiezze , le quali , nonostanti le fatiche di 
tanti uomini sapientissimi , restano sempre a dilu- 
ódarsi , così oscurità e dubbiezze sono nel poema 
allegorico di Dante, essendoché queste tengono die- 
tro per loro natura a una tal maniera di componi- 
menti , e vanno di necessità accrescendosi quanto 
più tempo vi corre sopra, poiché col tempo si alte- 
rano le tradizioni e si perdono molte tracce del- 
la storia. U parlare allegorico si fondava pertanto 
Balle idee allor dominanti , le ^uali erano di due 
specie , le profane e le sacre. Quindi ne derivavano 
due serie di pitture mistiche , le mitologiche e le 
bibliche, per mezzo delie quali poteva dipingersi il 
mondo sotto due aspetti ji qual era e qua! si brama- 
Dante T. /. * 


Ta. Le mitologiche danno ingegnosi cotitrappoati y 
come V età del ferro e V età dell' oro , la ralle ima 
del vizio e 1' eccelso monte della virtù^ V Averuo e 
l'Eliso, ed altre simili poetiche immaginazioni. Le 
hribliche non ne danno meno:, tale è lo stato dell'uo-^ 
mo innocente e dell' uomo peccatore , V uno nell' 
Eden beato sulla sommità d' un monte rischiaralo 
dal sole, pieno di fiori, frutti e miti animali; l'altro 
in questa valle di lagrime, orrida per fitte tenebre, 
e triboli , e spine , e belve voraci ; di là pace , ab- 
bondanza , vita , letizia , felicità ; di qua guerra , 
Sovertà , morte , tristizia , miseria. Tale ò ancora la 
olorosa schiavitù di Babilonia, e il lieto ritoi*no a 
Gerusalemme; quindi il ferreo tempo deli' una , e 
1' aureo tempo deli' altro; nel che il vecchio Testar 
mento col nuovo si conforma, poichò questo ncil'A« 
pocalisse ci presenta egualmente la viziosa Babilo- 
nia e la santa Gerusalemme coi due tempi d' oppo- 
sizione. Tale è pure lo stato dell' umanità sotto il 
dominio di Satanno, dopo il peccato originale, posto 
a confronto di quello che successe sotto il santo re- 
gno di Cristo , dopo la divina redenzione* Tale di- 
remo altresì V Inferno e il Paradiso , con tutte le 
Sitture che ne risultano , con tutte le idee che ne 
erlvano nelle due lunghe serie variate, e per i spon- 
tanee antitesi distinte. 

All' epoca di Dante 1' Italia era agitata e scon- 
volta dalle note fazioni guelfa e ghibellina, e da al- 
tre ancora, in cui quelle due prime e principali sud- 
di vide vansi. Dante , sebbene da giovane avesse com- 
battulo"a Campaldino nelle file de' guelfi (che guelfa 
era allora Firenze ),pure non s'era mai didiiarato 
per l' una parte parte o per l' altra nelle frequenti e 
terribili fazioni cittadinesche; quando dopo avere aa- 
Mi faticato per la sua patria , e dopo aver coper^ le 
prime cariche della Repubblica, fu, siccome è notorio, 
cacciato in esilio, e per 1' animosità de' suoi nemici 
venne ingiustamente spogliato de' propri beni, e cru- 
delmente condannato , se mai cadesse nelle forze 
dei Comune, alla pena del fuoco, tu allora eh' e^i 


dÌYentò il pHi fiero e pertinaoe ghibellino the mai 
^i fosse j perciocché dalla riolenza e perfìdia del 
contrario partito riconoscerà tutte le sae srenture. 
Beti sappiamo dal Boccaccio, io ho già detto altrove^ 
e qui convien che ripeta , che Dante pose c^ni suo 
ingegno, ogni arte , ogni studio, a Toler ridurre in 
unità il pai*tito corpo della Repubblica , dimostran- 
do come le grandi cose per la discordia in brercf 
tempo tornano in niente , e le piccole per la con- 
cordia crescono in infinito. La forti animosità delie 
Parti non permisero a lui di riuscire in quel pie- 
toso intento. Bonifazio Vili , di concerto colla fa- 
zione de' Neri ^Cìuelfl ) fece calare tu Italia Carlo 
di Valois ( fratello del Re di Francia ) affine di ri- 
formare il goterno di Firenze , e di abbattere l'ay* 
Tersarìa fazione de' Bianchi ( Ghibellini ). Dante 
Sebbene non appartejiesse più all' uno , che all'al- 
tro partito, si oppose con animo k tale Tenuta, per* 
che pregiudicevole alla patria iudipehdenza , e an- 
donne ambasciatore al Papa per dissuaderlo da que- 
sto malaugurato interrento. Ma il Papa non retro- 
cedè punto dal suo proposito : anzi tanto tenne a 
bada il fiorentino Ambasciatore, che i nemici di lui 
ebbero 1' agio, sopraffatta la fazione de' Bianchi, di 
rovinargli la casa ed i beni, e quindi sotto falsi pre- 
testi , e come appartenente alla fazione abbattuta, 
bandirlo da Firenze. Bene egli pertanto potè dire 
quelle sue note espressioni; 

L' esilio che m' è dato onor mi legno ••••• 
Cader co* buoni è pur di lode degno, 

Canz. XVII, St. t. 
La rabbia inconsiderata della guelfa fazione fa quel- 
la adunque che ingiustamente cacciò Dante da Fi*» 
renze e il costrinse a direntar ghibellino.' 

La Dirina Commedia,il capolavoro deirAlighieri, 
è non tanto l'opera d'un'immensa dottrina, quanto 
d' una bile alta e generosa. In questo Poema partico- 
larmente egli prende occasione d'esalare tutta l'ama- 
rezza d' un cuore esulcerato : il suo risentimento , se 
alonne Tolie é velato sotto figura d' allegoria , molle 


ITI 

più volte TI oompariice fenu alcun Telo* Tolto cMV 
che il disordine e la barbarie , gli odj civili, 1' ambi- 
zione, l'ostinata rÌTaiità del trono e deiraltare^ , una 
Solìtica Calsa e sanguinaria ebbero mai d' odioso • 
i detestabile, tutto entra nel piano che il poeta si 
propose. Il colorito e la tinta di questi differenti 
oggetti é sempre proporzionato alla loro nerezza, ed 
il pennello di Dante non comparisce mai tanto su- 
blime <^iianto allor cbe tratteggia fieramente qnegli 
orrori. Or come Dante fu cacciato in esilio non so- 
lamente per opera ingiusta della guelfa Firenze, ma 
ancora per segreto maneggio di Roma , capo del 
Guelfismo , e per malefico intervento di Francia al- 
lor coi Guelfi legata, cosi contro queste tre Potenze, 
autrici principali del suo infortunio , e del disor- 
dine e sconvolgimento d'Italia, egli riTolse le suo 
vendette, e quando pose in opera la spada, e quando 
la viva voce , e quando la penna* 

Ma se tra i fini cui Dante mirava colla compoai<* 
zion del Poema , t' era quello di prender vendetta 
su de* suoi accaniti nemici, eraTene un altro più li- 
berale , più Tirtuoso e più nobile. Egli voleva ri- 
condurre gì* Italiani a quell* ordine che resulta dall* 
esercizio delle morali virtù; Toieva che l'Italia, get- 
tate le armi fratricide , si ricomponesse a pace e a 
concordia , e che riunita tutta in un corpo sotto il 
supremo governo d* un solo, tornasse a diventar ca- 
po e centro dell* Impero Romano. Disse il Perticane 
e molti lo ripeterono, il fine del^ran Poema essere 
la Rettitudine: ma ciò non è tutto, anzi é la più pic- 
cola parte; perocché se questo può dirsi uno di quei 
fini particolari , i quali vanno a riunirsi e confon- 
dersi nel gran fine morale, eh' è la correziou. d'ogni 
vizio, havvi più particolarmente il gran fine poli- 
tico, eh' é la riforma delle istituzioni civili , delle 
leggi , del governo e di tutto quello insomma che 
col mezzo aella forza tende a tener saldo ed in piedi 
1* edifizio dell' umana Società. E se voleva Dante, 
che la riforma morale coadiuvasse e spingesse la ri- 
forma politica , voleva altresì che la riforma poli; 


XV:i 
ticft procnrMM e portasse la rifornii raorale. Osta- 
colo^ secondo lui , a questa doppia riforma , era per 
una parte il vizioso costume del secolo , come per 1* 
altra lo era il^elfo partito. Laoudc per V iniquità 
de' tempi e degli nomini e per le intestine discordie 
deUe Italiane Repubbliche, sdegnando una libertà tu- 
multuosa e sfrenata , sempre volta ad anarchia o a ti- 
rannide, egli si diede al partito di Cesare, e pensò che 
senza il pieno trionfo del ghihcllinisino nou sareb- 
boosì potute sanar le piaghe che avean morta T Italia. 
AH apertura del Poema, Dante ci si presenta in 
una selva oscura eh* è in una valle. £i vorrebbe 
elevarsi ad un monte illuminato dal Sole , ma tre 
fiere successivamente gli fanno opposizione. La pri- 
ma è una Lonza (o Pantera) , che di pel maculato 
era coperta, la quale leggiera e presta ne* moti suoi 
non gli sì togliea mai dinanzi , ed impedia tanto il 
cammino di lui tendente al monte, che più volte lo 
respinse giù nella valle, ha' gaietta ;9e//c di quella 
fiera gli era però cagione a nene sperare , quando 
comparvero insieme un Leone con la test* alta e 
con rabbiosa fame , ed una Lupa insidiosa e insa- 
ziabile, che molte jSfenti fé* già uiuer forame» Que- 
sta Lupa, infesta più che le altre due fiere, fé* gran 
paura- ai viaggiatore allegorico ; questa gli tolse la 
speranza di salire a quel monte, eh* ^ principio e 
camion di tutta gioja, questa Io ricacciò nella valle 
oscura^ e per liberarlo da questa venne poi Virgilio 
iMndatovi da Beatrice. Il poeta latino parla intanto 
al mo seguace della maligna natura di quella bestia 
Hsdta dair Inferno , e lo invita a seguir lui se vuole 
evitarla. Quindi andaroiiot insieme ad osservare qnal 
era il regno da cui quella Lupa era uscita. 

In queste tre belve son Qgurate le tre principali 
potenze guelfe allora insiem collegate nel tener 
vive ed in fermento le fazioni e le discordie ita- 
liane : r insidiosa Firenze , ì* avara Roma e la su^ 
perba Francia. La selva oscura che giace giù «ella 
▼alle è il disordine politico e morale dell* Italia , 
prodotto dallo spirito di divisione e dai vizj del 

a* 


■xvni 

decolo; il dilettoso monte , illuminato da* raggi del 
sole , è r ordine politico e morale su cui risplen- 
donò i raggi della ragione e della giustizia. Dante 
rappresenta l' uomo colla sola ragion naturale; Vir^ 
gilio la scienza delle cose umane; Beatrice la scien- 
za delle cose divine, il Veltro è V Eroe ghibellino 
che colla forza dell'armi distruggerà quelle tre guel- 
fe potenze le quali impediscono il riordinamento e 
la felicità dell' Italia. 

L' epoca in cui finge il Poeta d' avere incomin- 
.ciato il suo allegorico viaggio è il Venerdì Santo 
' del i3oo , allorachè egli aveva 1' età di 35 anni , 

• perchè nato nel i365, ed allorachè egli , dopo es- 

sere stato e cavaliere e ambasciatore, sedeva in Fi- 
renze frai Priori, la suprema Magistratura di quella 
Repubblica. Egli dà principio al suo Poema dicendo: 

Nel mezzo del cammin di nostra uìta 
Mi ritrovai per una selva oscura , 
Che la diritta via era smarrita: 
vale a dire , togliendo il velo allegorico , ed espo- 
nendo secondo il significato istorico: Quando io era 
neir età di 35 anni , che suol essere press' a poco 
^ ' la metà della vita umana, mi ritrovai framezzo ad 

una teflebrosa Anarchia, nella eguale non si ricono- 
sceva più traccia alcuna del diritto e del giusto* 

Ahi quanto , a dir guai* era, è cosa dura 
Questa selva selvaggia ed aspra e forte. 
Che nel pensier rinnova la paura. 
Ahi quanto è cosa per me dura ad entrare in una nar- 
rarativa , e dire qual' era questa barbara , insop- 
portabile e feroce Anarchia , che nel pensiero mi 
rinnuova tuttora una dolorosa apprensione. 

Tanto era amara , che poco è via morte* 

^ Ma per trattar del ben eh' io vi trovai. 
Virò dell* altre cose eh* io v' ho scorte* 
Tanto quell' italiana Discordia era pel mio cuore 
italiano penosa, che poco più penosa e la morte* Ma 
per trattare de' buoni ammaestramenti eh' io ne ri- 
cavai per util mio e degli altri, parlerò delle diverse 
cose , eh' io ri ho con attenzione oaseryate* 


XIX 
1^ non 90 héH ridir coinè v* entrai: 

Tant* era pìen di sonno in su quel punto. 
Che la ferace ifia abbandonai» 
lo non so ben raccontare come mai m' andassi ad 
immischiare ancor io in quelle gare e contenzioni 
cittadinesche, rappresentandovi la parte d' interme- 
diario : cotanto io era pieno delia falsa persuasione di 
poter rimcdiarTÌ> in su quel punto in cui abbandonai 
Ja verace strada della filosofìa e degli studj. 
Ma poi eh' io fui al pie d* un colle giunto 
Là doue terminala quella valle. 
Che ni* auea di paura il cuor compunto. 
Guardai in alto , e vidi le sue spalle 
Festite già de* raggi del pianeta. 
Che mena dritto altrui per ogni calle* 
Ma poscia che io , sedato quasi <}uello sconvolgi- 
mento , il quale aveami ', per la pietà della patria, 
trafitto il cuore di dolore , era giunto vicino a ri- 
condar V ordine e la paèe nella Repubblica; mi posi 
a considerare V alta e lodevole impresa ; e vidi già 
incominciare a sorgere i raggi della ragione e della 
giustizia , la quale conduce altrui diritto per ogni 
sentiero. 

Allor fu la paura un poco queta. 
Che nel lago del cor m* era durata 
La notte eh' io passai con tanta pietà: 
Allora auetossi un poco la penos asoUecitudine che 
m' era dimorata nei cuore per tutti quei foschi e 
burrascosi giorni eh' io passai con lant ansia ed an- 
goscia. 

JS come quei , che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva. 
Si volge all' acqua perigliosa e guata; 
Così l' animo mio , che ancor fuggiva. 
Si volse indietro a rimirar lo passo. 
Che non lasciò giammai persona viva» 
E come quegli , che con respiro affannoso uscito 
fuori del mare in sulla riva , si volge all' onda pe- 
rigliosa e rimira; cosà l'animo mio che cercava d' 
allontaiiarsi fempre più dal perìcolo, ù volse indie- 


tro a meditare sopra qnella fiera Dis<!Ordia citile , 
da cui giammai potè sortir sana e salva persona che 
vi 8* immischiasse. 

' Poi y riposato un poco il corpo lasso, 
Ripresi via per la piasft^ia diserta. 
Sì che il pie fermo sempre era il pia basso* 
Poscia, riposatomi alquanto dalla faticosa operazio- 
ne, mi applicai di nuovo all' ardua e fin allora in- 
tentata riforma delle cose civili, ma lo faceva pian 
piano e con cautela , a guisa d* uomo che su per 
piaggia deserta s'incammini lento, sì che il pie ter- 
mo venga ad esser sempre il più hasso. 
Ed ecco quasi al cominciar dell' erta. 
Una Lonza leggiera e presta molto. 
Che di pel maculato era coperta: 
E non mi si partia dinanzi al volto; 
Anzi impediva tanto il mio cammino, 
eh* io fili per ritornar più volte volto* 
Ed ecco , quando non avea fatto che pochi passi su 
per queir arduo sentiero , frappormisi la fazione 
guelfa Fiorentina . o in altro vocabolo la guelfa Fi- 
renze, che simile a un' agile Lonza coperta di pelle 
a più colori , era mobile ed incostante , e piena d' 
uomini di diversi partiti. E questa fazione teneami 
ognora d* occhio ; anzi impediva tanto il mio pro- 
cedere innanzi , eh' io fui più volte per tormi giù 
dall' impresa. 

Temp* era dal principio del mattino, 
E 'l sol montava in su con quelle stelle 
eh' eran con lui , quando V Amor divino 
Mosse dapprima quelle cose belle: 
Sicché a bene sperar m* era cagione 
Di quella fiera alla gaietta pelle, 
L ora del tempo e la dolce stagione; 
Ma non sì che paura non mi desse 
La vista che m apparve d' un Leone* 
Era la stagione di Primavera , quella stagione in 
cui il mondo fu creato^ quando l'Amor divino diede 
dapprima il moto al sole e alle stelle; sicché a bene 
sparare di qnelU va^ città mi davau cagione il 


momento opporhmo |>er V arer sedato in parte le 
tuiÌM>Ienze » e 1' occasione d' essere allora la Pri» 
marera , quella dolce e ridente stagione che ricon- 
duce gli atiimi a miti e affettuosi pensieri , e che in 
Firenze veniva lietamente festeggiata : ma io non 
sperava poi tanto, che non mi desse timore la com* 
parsa del fratello del Re di Francia. 
Questi purea , che cantra me uenesse 
Con la test' alta, e con rabbiosa fame. 
Sì che parca che l* aer ne temesse- 
Onesti sembrava che piii specialmente venisse contra 
m me, ed era quale un superbo ed affamato Leone: 
sicché parea che perfin V aere ne avesse temenza. 
£Jii una Lupa, che di tutte brame 

Sembraifa carca nella sua magrezza, 
E molte genti fé già uiuer gramel 
Questa mi porse tanto di gramezza 
Con la paura eh* usci a ai sua vista, 
Ch* io perdei la speranza delV altezza* 
E la Corte Romana, che nella sua estenuatezza sem- 
brava carca d' ogni avidità ed ingordigia , e che fé' 
§'à vivere molte genti nel dolore e nella miseria* 
uesta mi mise in tanta costernazione per la paura 
le m' incuteva, eh' io perdei la speranza di giunge-» 
re ad ottenere il sublime scopo che mi era prefisso. 
E quale è quei che volentieri acquista 
E giunge *l tempo che perder lo face. 
Che in tutti i suoi pensier piange e s' attrista. 
Tal mi fece la bestia senza pace. 
Che venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripingeva là dove il sol tace» 
E qaale è l'avaro, che accumula volentieri , ma ar- 
riva poi un tempo in cui perde ogni cosa, ed allor 
piange e in ogni suo pensiero s' attrista , tale io di-* 
venni per opera della indomita secolar potenza di 
Roma, la quale opponendomisi ostilmente mi respin- 
geva a poco a poco nel Disordine e nella Anarchia , 
li dove tace la voce della Ragione e della Giustizia. 
Mentre eh* io rovinava in basso loco, 
Dinanu agli cechi mi si fii offerto 


Chi per lungo silen%ro parca Jioeo* 
' QuancT io vidi costui nel gran diserto^ 
Miserere di me , eridai a lui, 
Qual che tu sii od ombra od uomo certo*^ 
IA«Dtre ch'io rorinava nella bassa valle dell' infe- 
\itìtÌL , vai comparve dinanzi agli occhi tale che per 
lungo silenzio parea non più atto a parlare. Quand'io 
in queir immenso deserto ridi costui^gli gridai: Ab- 
bi misericordia di me , chiunque tu sii , od ómbra 
incorporea , od uotiao vero e reale. 
tìisposemit non uomo , uomo già fui, 
' Ed i parenti miei furon lombardi, 
' Mantovani per patria amhodui; 
Nacqui sub Julio^ ancorché fosse tardi, 
JS vissi a Roma sotto il buon Augusto 
Al tempo degli Dei falsi e bugiar dit 
Poeta fui, e cantai di miei giusto 

Figtiuolìd' Anchise che venne da JYoia 
Poi che il superbo Jlion fu combusto^ 
Ma tu perchè ritomi a tanta noia? 
Perchè non sali il dilettoso monte, 
' ^ Ch* è principio e cagion di tutta gioia? 
£i mi rispose : If on son uomo , ma lo lui già ^ ed i 
tniei genitori furono di Lombardia , ed ambedue eh. 
i)ero Mantova per patria. Inacqui negli ultimi anni 
di Giulio Cesare , e vissi a Roma sotto l' impèro del 
buono Augusto al tempo de 'bugiardi e falsi Numi del 
Gentilesimo. Fui di professione poeta, e cantai di quel 
giusto figliuol d' Anchise , il quale venne da Troia 
dappoiché fu dato alle fiamme il superbo Ilione. Ma 
tu perchè ricadi in tanta confusione e infelicità? pei^ 
che non ti ergi al sublime e dilettoso colle dell'or- 
dine e della virtù^ il quale è principio e cagione à*o- 
gni gioia e contento? 

Or se* tu quel Virgilio e quella fonte. 
Che spande di parlar sì largo fiume. 
Risposi lui con vergognosa fronte? 
' Oh desìi altri poeti onore e lume. 

Vagliami il lungo studio e 7 grande amore. 
Che m* han fatto certar lo tuo volume* 


XXIII 
7W »€* lo mio matHro « lo mio auto re, 
J\i te* solo colui, da cui io tolsi 
Lo hello stile che m' ha fatto onore • 
Vedi la bestia y per cu* io mi wolsi; 
Aiutami da lei , famoso saggio, 
Ch* ella mi fa tremar le i^ane e i polsi* 
Ionie ! risposi a lai con fronte rirerente insieme e 
ergognosa: tu sei quel Virgilio, e quella fonte ine- 
iiisU^ che spande si largo fiume di dottrina e d'elo- 
uenza ? Oh lume ed onore di tutti gli altri poeti ; 
algami appo te il lungo studio e il grande amore , 
he m' hanno fatto studiare attentamente le opero 
9e« Tu sei il mio maestro e lo scrittore a me predi- 
?tto; tu sei solo colui^dal quale imparai a formarmi 
ael bello stile (Je//d Canzoni ) , che mi ha appor- 
ato onore e fama di poeta. Veni la potenna da cui 
o f ui costretto a recedere dal mio proposito; aju- 
lami da lei, o famoso poeta ; perciocché ella mi fa 
Iremare il sangue nello Tene , e battere i polsi eoa 
reemenza. 
jé te conuien tenere altro t/iaggio, 
Bispose, poi che lagrimar mi vide. 
Se uuoi campar d* esto 'luogo selvaggio: 
Che questa bestia, per la qual tu gride. 
Non lascia altrui passar per la sua yia. 
Ma tanto lo impedisce che V uccide: 
Ed ha natura sì maragià e ria. 
Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo il pasto ha più fame che pria» 
Molti san gli animali, a cui s* ammoglia, 
E più saranno ancora, infin che il feltro 
Verrà , che la farà morir di doglia» 
Questi non ciberà terra né peltro. 
Ma sapienza ed amore e virtute, 
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro» 
Di queli* umile Italia fa salute. 
Per cui morio la vergine Cammilla, 
Eurialo, Turno e Niso di fé rute* 
Questi la cuccerà per ogni villa. 
Fin che V avrà rimessa nelL* Inferno» 


:r : 


XXIV 
Là onde int^idià prima dipartilla. 

Ond' io per lo tuo me* penso e discerno. 
Che tu mi segua, ed io sarò tua guida, ec* ec» 
A te conviene actoprare altro mezzo e tenere altra 
strada ( egli rispose posciacbè mi vide lacrimare J se 
vuoi scampare aa questo luogo di disordine e di Dar- 
barie ; perciocché quella guelfa potenza , contro la 
quale tu domandi aiuto, non permette che alcuno sen 
vada pel suo viaggio, ma tanto gli reca impedimento 
e molestia, che alia fine lo fa cader morto: ed essa è 
di natura si rea e si malvagia^ che giammai non sazia 
le ingorde sue brame. Molti sono i Potentati ei Go- 
verni coi quali essa si collega per abbattere il con- 
trario partito , e più ancora saranno infino a che 
veirrà 1 Eroe ghibellino , che colla forza delle ar- 
mi J' anderà annichilando. Questi non avrà sete di 
Provincie e d' argento , ma di sapienza ,flli- cari- 
tà 1? di virlute , ed il suo popolo sarà quèlto che 
siede in mezzo al suolo italiano. Questi fia salute di 
quella mìsera Italia, per cui versarono il sangue la 
Vergine Cammilla , Éurialo , Turno e Niso. Questi 
insomma anderà cacciandola di città in città fino a 
che r avrà rispinta neli' inferno, donde l' invidia di 
Lucifero l' avea dipartita a danno degli uomini: ond' 
io per il tuo meglio, e perchè conseguisca 1* intento, 
penso e giudico che tu debba seguirmi , ed io farotti 
da guida ec. ec. 

Il rimanente del Canto non ha bisogno di spiega- 
zioue, essendo abbastanza chiaro per se medesimo^nè 
contenendo altre particolari e recondite allegorie. 
Virgilio adunque, che qui nel Poema é simbolo della 
scienza delie cose umane , viene , ad istanza di Bea- 
trice figura della scienza delle cose divine, a pungere 
ajuto a Dante, smarrito e pericolante in mezzo al di- 
sordine politico e morale dei suo secolo. La parte che 
il discepolo di Virgilio qui rappresenta è quella dell' 
uomo colla sola ragion naturale. Tutte infatti le que- 
stioni, che vertono intorno le umane discipline, ap- 
pariscono risolute per bocca del Poeta Latino : nei 
che fare nou si transcendono giaaimai i limiti^ che 


XX? 

lono propriamente e naturalmente assegnati al carat- 
tere di ciaschedun Personaggio. Virgilio adunque , 
ch'-è simbolo della scienza umana^ si pone a guida e 
a maestro di Dante , che rappi*esenta l' uomo in ge- 
nere , e che dal disordine e dalla barbarie si studia 
eleiFarsì all' ordine e alla civiltà» e pervenire all' ul- 
timo fine eh' è la felicità pubblica e individuale; ma 
Virgilio non può accompagnare il suo discepolo per 
Infino al punto estremo dell' allegorico viaggio , e 
però sul bel principio lo previene dicendogli j come 
Anima fi a a ciò di me più degna; 
' Con lei ti lascerò nel mìo partire: 
e qnest' anima più degua si è Beatrice , la scienza 
delle cose divine , dalla quale la scienza delle cose 
umane procede. In progresso Virgilio, dopo aver fatto 
conoscere al suo discepolo tutto ciò che tende a ren- 
der iftlice 1' uomo su questa terra» giunge alla som- 
mità del Purgatorio , ed è allora che volgendosi a 
Dante gli annunzia» essere ornai venuto ad uu punto, 
al di là del quale non può più nulla per se stesso di- 
scernere ( Pur^. XXyJÌ, ....), e dopo alcun tratto» 
al comparire di Beatrice » si allontana inosservato e 
sparisce» perchè 

La nostra umana via dalla divina 
Dista cotanto quanto si discorda 
Da terra il del che più allo festina, 

Purg. XXX, SS. 
Allora non più la scienza umana » ma bensì la di- 
vina è quella che conduce e ammaestra 1' allegorico 
YÌagsiatore ; e questi infine è per essa di gaudio in 

f audio condotto a fruire della beatifica visione di 
)io» r ultima e la più perfetta felicità promessa al 
figlio d' Adamo. 

Rifacendomi ora dal bel priucipio^ anderò con no- 
velle prove e novelli argomenti afforzando le da me 
date dichiarazioni. Io ho detto» la Selva rappresen- 
tare il disordine morale e politico dell' Italia» e l'ho 
detto non solo perchè una tale allegoria spicca fuori 
dai fatti storici » ma perchè un simile significato al- 
legorico emerge naturalmente dai valore del voca- 
Dante T. /. 3 


XXTI 

bolo Selva. Nel linciaggio scritto e Del lin^aggio 


parlato noi siamo bene spesso soliti di manifestare 



per imprimere 
e confusione se non quella di un bosco o d' una sei-' 
va? Di più^con qual frase nel Convito designa Dante 
istesso il tumulto del gran mondo? con quella di sei" 
uà erronea di questa vita* A che dice simili gli uo- 
mini ignoranti^ fieri e viziosi>* li dice simili a^li al* 
beri d*una selva, E del vocabolo selva ^ a significare 
un luogo di disordine e d' anarchia, egli altresì fece 
uso y quando di Firenze insai^uinata dalle civili di- 
scordie, disse partirsi Mess. Fulcicrì de' Calboli: 

Sanguinoso esce della trista selva; 
L(Mciala tal che di qui a mill* anni 
Nello stato prima' non si rinselva* 

Pnri^. Xrr, 64- 

La Selva, secondo il bolognese Giovanni Marchetti 
e secondo altri, cui è piaciuto ciecamente seguirlo, è 
V esilio di Dante. Ma quale analogia e qual corri- 
spondenza di figura può mai da alcun ravvisarsi fra 
una selva e ì* esilio r Quale armonia potrà mai fare 
r esilio di Dante in questo gran quadro allegorico, 
ove la guelfa potenza sta iu campo ed in opposizione 
colla ghibellina, dalla quale un giorno verrà superala 
e distrutta ; ed ove V uomo, che smarritosi in mez- 
zo alla confusione e al disordine, viene soccorso e gui- 
dato dalla scienza umana , e quindi della divina, non 
solo a disbrigarsi da ogni molestia ed impaccio , ma 
altresì ad ottenere la pace, 1' ordine e la virtù, a cui 
£a centro la civiltà , e da cui emana ogni pubblica e 
privata felicità ? Il grande scopo, cui mirava V Ali- 
ghieri col suo poema^ era universale ; era diretto al 
vantaggio ed al bene della intera ci vii Società, non 
meno che alla pace e alla felicità dell' uomo indivi- 
duo. Se la Selva rappresentasse veramente V esilio 
dell' Alighieri , oh quanto minorerebbe 1' interesse 
general del poema! Allora lo stopo non sarebbe più 
universale^ poiché il Poeta volendo per se uuicameiw 


\ 


XXTII 

te interessare il Lettore^ darebbe segno evidente di 
troppo egoismo* Allora quel Dante che colla mano 
e col senno travaglìossi maisempre per la pace e la 
prosperità dell' Italia, avrebbe scritta solo la Divina 
Commedia , l' opera sua maggiore , per un fine tutto 
suo particolare. Sarebb' egli questo mai un di quei 
canoni che Dante avea appresi negli scritti del suo 
gran Maestro Aristotile^ da lui chiamato il Filosofo 
per eccellenza? Ma la fallacia d*una simile interpe- 
trazione a* appalesa bene di per se stessa ; percioc- 
ché ammettendo che la Selva rrtppresenti 1' esilio di 
Dante , e che il Colle sia ( siccome vuole il Mar- 
cbetti ) simbolo del suo ritorno in Firenze , e della 
pace e consolazione eh' egli sperava un giorno goder- 
vi, s'anderebbe a cadere in quest' assurdo: che Dante 
trovandosi fuori della patria , e bramando e tentan- 
do incamminarsi verso Firenze, incontra per via la 
stessa Firenze, che gl'impedisce di poggiare alla vetta 
del colle, cioè a dire di rientrar nel suo seno. Oltre- 
diche essendo Dante stato esiliato nel i3oa, non po- 
tea nella Primavera del i3oo trovarsi smarrito nell* 
amara selva dell' esilio : che se contro di questa o- 
biezione si premunisce il Marchetti , dicendo gratui- 
tamente che cosi piacqiie al Poeta di fingere, noi po- 
tremo al Marchetti rispondere , che facendosi piii 
volte Dante annunziar nei tre regni 1' esilio siccome 
futuro , e siccome da lui non ancora provato, appa- 
risce air ultima evidenza , che quest' esilio non è 
nella selva sottinteso , poichò V ordine , 1' unità , 
l'andamento del poema resterebbe allora bruttamen* 
te rotto e alterato. 

Seguendo la traccia lasciata dal celebre Ugo Fosco- 
lo , il dottissimo Gabrielle Rossetti non sa nò pud 
veder nel Poema altro che un acerbo spirito antipa- 
pale* La riforma religiosa , sarebbe dunque, secondo 

Jnesto moderno scrittore , lo scopo unico e finale 
ella Divina Commedia , scopo che avrebbe dovuto 
ottenersi non tanto col mezzo delle armi ghibelline, 
quanto coli' opera di una setta segreta , la quale ser- 
vivasi nelle scritture di nn linguaggio convenzionale 


xxYin 

ed arcano; Qaesto linguaggio , dal Rossetti chianMto 
anfibologigo , furfantino , e fatto a mosaico , come si 
usa ne* logogrifi, ne' bisticci e negli acrostici . è . se* 



^iStaftTagai 

a piccola e meschina cosa il merito letterario di Dan* 
te , perciocché sebbene presentata coli' apparato di 
molta dottrina e sviluppata col corredo d' immensa 
erudizione , essa non ha potuto reggere alla severa 
critica. Dirò solo , che sebbene il Rossetti ritenga e 
dimostri A maraviglia^ che le tre fiere non sono altro' 
che le tre priuoipali potenze guelfe d' Italia ^ pare 
non dispiega convenientemente le altre parti della 
grandiosa allegoria , anzi cade in molte inesattezze e 
contradizi<^ni , le quali danno a conoscere che la sua 
ardita tesi posa in sul fantastico ed in sul falso. 

Un novello interpetratore della presente allegoria 
dice, seguendo il nominato Rossetti, che la Selva rap- 
presenta il secolo rozzo e barbaro, reso selvaggio (ag- 
giunge r Autor ch'egli segue )dal guelfo partito. Ma 
di grazia, come Dante vi si trovò solo nel i3oo,quan- 
d'egli già avea 35 anni d' età? Ed in qual modo spi^ 
gare allora que' Versi : 

Io non so ben ridir come u* entrai, 

Tant* era pien di sonno in su quel punto. 
Che la verace via abbandonai; 
X quali dicono chiaramente, che Dante v* entrò sol- 
tanto in quel punto, in cui fu da essolui per irrefles- 
sione abbandonata la vera strada nella quale si tro- 
vava dapprima? Che forse Dante vivea dapprima nel 
secol d'oro, e poscia nel sécol barbaro? Come conci- 
liare la circostanza espressa da Dante laddove di- 
chiara di essere dalla selvaggia selva già sortito , e 
di avere incominciato a salir su pel monte? 

• • . . . io fui al pie d* un colle giunto 
Là do%fe termiriat^a quella traile 

• •••/* animo mio, eh* ancor fuggiua. 
Si volse indietì*o a rimirar lo passo. 

Anzi questa medesima osservazione fa pur rilevare 


Bgraenza della interpretazione Marcbettian a ^ 
due come mai poteva dir Dante di euere ben 
[all' esilio sortito , e tli venire dalle tre po- 
li quello ricaccialo? 

on starò poi a spendere molte parole , rile- 
* assurdità deiraltra opinione veramente sin- 
, che il Vellro possa essere Dante medesimo; 
che colui, che la emesse, si confutò di per se 
allorché disse, che in Dante ei vedeva pcrso- 
r umanità smarrita e prossima a perdersi 
'barismo del secolo. Or se nel Discepolo di 
> vedeva egli V umanità smarrita , come mai 
poscia nel Veltro quel personaggio medesiro.o? 
.*ebb'egli queslo un fare sconciamente a Dante 
cntar due parti in commedia? 
otte con tradizioni ed assurdità noi cadremo, 
» ammettere coleste inlerpelrazioni moderne: 
lolle assurdità noi cadremo egualmente am- 
lo le interpetrazioni dei chiosatori antichi, 
iisscro, l'oscura e fscluasfgia selva per la qua- 
»vò Dante, essere l'immagine de'molti vizj ed 
frai quali egli trovavasi avviluppato; il dilel' 
/ite,chc i raggi del Sol nascente illuminavano, 
ire la virtù ; e la lonza , il leone , la lupa , 
uo salire al monte impedivano, simboleggiare 
li libidine , ambizione e avarizia. Nella per- 
Virgilio , che al di lui scampo si adoperò of- 
segli a guida nel percorrere 1* luferno e il 
>rlo , credettero figurata la morale Filosofia ; 
salrice che a ciò mosse Virgilio^ e che quindi 
ta a Dante nel Paradiso , ravvisarono la Teo- 
!iaonde giudicarono che il senso riposto nell' 
a fosse il seguente: Dante pervenuto all' età 
uni M trovò avviluppato in molti vizj ed er- 
iderò levarsi alla virtìi^ ma ne lo impedivano 
: , ambizione e avarizia. La Misericordia di- 
%ndò allora in suo soccorso la Filosofia mora- 
^enlogia, la prima delle quali col fargli dall' a- 
delle peuc conoscere la turpitudine de'vizj, 1* 
illa beatitudine de* premj la bellezza della 

"3 



■XXK 

virtù , ko ricondustero ad una yita morigerata ed o- 
nesta. 

Ma qualche Commentatore del secol decorso ( ed 
alcun altro del secol presente ) considerando quell* e- 
spressione di Virgilio nel Canto III, 

Quinci non passa miti anima buona ^ 
la quale contiene per Dante una lode, che non bene 
ad esso converrebbe se si fosse trovato ravvolto in 
tanta moltitudine di vizj, quanta e figurata, secondo 
gli antichi, neil* allegorico vocabolo je/i^^, pensò che 
questa non rappresentasse già i vizj del Poeta , ma 
piuttosto i viz) e le passioni del secol suo. Ma e nell* 

uno e --"• -'"^ *■' * — -"* — -■-' 

mond< 
ghibellii 

• ••••• u/t cinquecento f dieci e cinque, 

doveva distrugger la Lupa,ch'è guanto dire(conforme 
la prima interpretazione) l'avarizia di Dante, o (con- 
forme la seconda ) 1* avarizia del di lui secolo? È egli 
mai dato ad un Guerriero il poter bandir 1' avarizia 
dal mondo , liberandone per sempre 1* inferma uma- 
na natura? Oltrediché, se la Selva rafligurasse la mol- 
titudine de* vizi, qual bisogno v* era di rinnovare la 
stessa figura nella Lonza, Leone e Lupa, che pur tre 
vizj rappresentassero? E 1' £roc vaticinato, piuttosto 
che la Lupa soltanto, non avrebb* egli dovuto atter- 
rare r intera Selva? Né giova punto la distinzione di 
Gasparo Gozzi: che la Selva sia V immagine de* vizj 
del Poeta , e le tre fiere rappresentino i vizj di Fi- 
renze e d* Italia , perciocché nò | iù chiaro uè più 
congruente significato s* ottiene da una simile inter- 
pelraztone. 

, Il primo che per la Lonza intendesse Firenze , per 
il Leone la Francia, e per la Lupa la secoiar potenza 
d^* Papi, fu il sagace critico Monsignor Gian Giaco- 
po Dionisi , benemerito illustratore di Dante. Delle 
fatiche di questo dotto Filologo Veronese , si valse 
accortamente il Marchetti , ed egli fu da molti cosi 
creduto ildiscuopritore della prima e principale alle- 
goria della Divina Commedia. Vero è che il Dionisi 


XXXI 
fermò più particolarraenle le sue indagini intomo 
quelle tre belve , nò fece molte parole sulle aJtre fi- 
pure simboliche del Canto primo, le quali altrettanto 
interessano alla piena intelligenza dell* allegoria; ve- 
ro è che il Dionisi opinò che la Selva rappresentasse 
la Suprema Magistratura di Firenze , nella quale si 
trovò Dante nel i3oo, opinione falsa di cui dirò piii 
sotto: ma il Dionisi annunziando e comprovando pel 
primo quella bella ed interessante scoperta , la quale 
poi è stata seme di altre non meno importanti, è que- 
gli solo che dai cultori delle Italiche Lettere e dagli 
Studiosi del Divino Poeta meritar deve ogni lode ed 
ogni riconoscenza. 

La Selva non può raffigurare (siccome volle il Dio-, 
nisi Ha suprema Magistratura della Repubblica Fio- 
rentina, perciocché dicendo il Poeta , che le note tre 
fiere lo respingevano in quella , dopo eh' egli era a 
fatica pervenuto al punto in cui terminava, ne nasce- 
rebbe questo sconcio ed iuverosimil concetto: che 
Dante afiaticandosi di sortire dal suo Priorato , Fi- 
renze, Francia e Roma ve lo ricacciassero a suo mal- 
grado. L' obiezione f^ giustissima, ed essa è del Lom- 
bardi. Ma il Loin])ardi, antagonista acerrimo del Dio- 
nisi , rilevando per Questa parte V insussistenza di 
cotale dichiarazione, tacque di ogni restante: nel che 
peccò o dì timorosa prudenza siccome ecclesiastico, o 
di vituperevol malizia siccome filologo. 

Guelfo ( dice il Rossetti ) è corruzione di ìfolf , 
come si ha dalla storia. Currado Gneìbeling e Lota- 
rio Wolf furono le maligne radici de* Ghibellini ^ 
de' Guelfi, secondo i più sn^i storici. Animosi rivali 
si contrastarono il trono imperiale, dopo la morte di 
Enrico V seguita nel i lao , e trasmisero ai loro par- 
tigiani tutta la propria rabbia, che si prolungò di ge- 
nerazione in generazione a desolare V Alcmagua e 1' 
Italia. Nell'altcrnare e cambiare delle vicende, i Pa- 
pi si posero alla testa de* Guelfi , e gì' imperatori a 
quella de* Ghibellini. Or come ff^olf nell antico e 
moderno linguaggio tedesco significa Lupo , ecco il 
perché i Guelfi tutti Tennero figuratamente chiamati 


LftfH, e Firenze divenuta nido di guelfi fu da Pànie 
chiamata la maladetla e sifentuvata fossa de' Lrupi 
( Purg. XIV, 5i ). Molti souo i luoghi' del Poema, nei 
quali Dante chiama lupi coloro del guelfo partito y 
come per esempio là nel XKKUl , ^Q dell' Inferna 
dove narrando il tristo caso del guelfo Conte Ugoli- 
no e de* suoi figli, dice che i Pisaui andavano 

Cacciando il lupo e i Inpicini al moni e j 
e là nel XXV, 6 del Paradiso, dove parlando dì se 
medesimo dice che viveva in Firenze 

Nemico ai lupi che s;li davan t^uevra; 
e là nel XXII, 3.5 della stessa Cantica terza dove i 
Sovrani di Roma , capi del Guelfismo, sodo da lai 
chiamati 

//* uesta di paslor lupi rapaci ^ ec. ec. 
E perla convenienza di questa figura nousarà inutile 
di rammentare, come Romolo fondatore di Roma, fu, 
secondo la favola , allattato da una Lupa , o secondo 
la storia, dalla moglie di Faustulo , così appunto no- 
minata. 

li Redi Francia , Filippo il Bello , è da Sordello 
Mantovano ( Purg. VII , log ) chiamato // mal di 
Francia, e da Ugo Capeto ( Purg. XX, 4^ ) 

, la mala pianta. 

Che la terra cristiana tutta adui^gia. 
Sì che buon fruito rado se i^e schianta» 
E questo veniva detto da Dante , perciocché il Mo> 
narca francese per la vanità d' immischiarsi negli af- 
fari ecclesiastici, e per il superbo fine di dominare in 
Italia, sosteneva la signoria temporale de' Papi e le 
loro pretensioni ,e fomentava le discordie delle Ita- 
liane Repubbliche. Di qui i lunghi e ripetuti lamenti 
del Poeta , Inf XIX, io5, Purg. XVI, loo, Purg. 
XXiy, no, Par. XVIIl , i2i, ec. ec. Fratello del 
Re Filipprì era Carlo di Valois , che a petizione di 
Bonifazio V(II scese in Italia a danno de' Ghibellini 
ed a far la conquista del Regno di Sicilia, e che per il 
poco frutto delle sue intraprese fu poscia per ischer- 
no chiamato il senza terra» La possanza di Francia 
era allora grande e temuta , ed ecco il perchè venne 


XXXÌM 
àk Dante figurata fotto l' imagÌDe del più forte degli 
■MMiii» Altro argomento positivo si è questo : cne 
r ande di Carlo era appunto un Leone ; anzi il Ros- 
ietti asserisce e dimostra ^ come ogni Principe della 
Casa di Francia veniva in un Leone figurato. Che il 
Leone poi sia simbolo della possanza francese^lo ma- 
nifesta Dante medesimo nei VI^ io8 del Paradiso j 
licendo come gli artigli dell' Aquila Imperiale 

y# più alto Leon trasser lo vello, 
)ve 81 fa certamente allusione al Monarca di Francia ^ 
l>attuto e sconfitto più volte dalle armi de'Ghibellini. 
La Lonza'poi è Firenze per più cose in quella fic-» 
ra simboleggiate. La prima è la gaietta pelle, la qua- 
e indica una certa esteriore politezza e leggiadria di 
{oelia città. La seconda è l'epiteto Ai leggiera e pre* 
Uà molto , il quale accenna alla di lei mobilita ed 
incostanza, facendo accordo con quanto il Poeta disse 
in vari luoghi delle sue opere^ e particolarmente nel 
Purg.Vl, 139: 

Quante volte dal tempo che rimemhre. 
Legge, moneta, ed ojfficio e costume* 
Hai tu mutato e rinnovato memhre? ec. ce* 
La terza è il pel maculato o macchiato^ il quale non 
significando altro che una varietà di colori^ allude a» 
7arii partiti, che dentro le mura di Firenze aveano il 
lor funesto covile. La Lonza ò Pantera è un animale 
macchiato di bianco e di nero: e Dante avealo , se 
Don altro > appreso dal Tesoro del suo Precettore 
Brunetto Latini, ove si dire che la Pantera ha tacche 
bianche e nere: ecco il perchè a significare lo fazioni 
de' Ghibellini ede'Guelfi, detti con altro nome bian- 
chi e neri, il Poeta si valse di una simil figura. 

Dirò ora qualche parola intomo i vizi caratteri- 
stici di quelle Potenze guelfe figurate nelle tre belve. 
Firenze era invidiosa non tanto per la sua condizione 
di Repubblica democratica, quanto per suo vizio par- 
ticolare e distintivo. Questo e il carattere che ne fan- 
no gli storici fiorentini , il Villani , il Compagni 
ed altri; e Dante medesimo ora la nominò pianta del 
superbo e invidioso Lucifero ( Inf. VI, 49 ) 9 o^* ^* 


XXXIT 
disse nido di tanta malizia (VtiT. IX, 137) ; ora 1* 
chiamò piena d* invidia sì che ne trabocca il sacca 
*( Inf. vi )• L* andare colla test* alta è indizio di sii» 
perbia; ed appunto colla test* alta procederà i] super- 
bo Leone , immagine com* ho detto» della possane* 
francese. E poiché la superbia nasce dalla troppa fi- 
danza nelle proprie forze, e da un* esagerata opinione 
di se stesso^perciò la Francia per istimarsi più di quel 
eh' eir era forte e potente, cadeva fn quel vizio, con 
cui la va caratterizzando il Poeta. Perchè* poi Dante 
chiami avara la Lupa, cioè la secolar potenza de* P»< 
pi, vedilo se ti piace nel XIX, 1 12 dell* Inferno, nel 
XXVII, 53 del Paradiso , e in cent* altri luoshi del 
suo Poema, Ma se la secolar potenza de* Papi volle 
Dante caratterizzarla più particolarmente col titolo 
d' avara , ma pèrche ( obietterà mmi qualcuno ) andò 
dicendola antica allor eh' ei proruppe in quell' ese- 
crazione ( Purg. XX, 7 ): 

Maladetta sic tu, antica lupa. 
Che pia che tutte /* altre bestie hai preda. 
Per la tua fame senza fine cupa? 
Perchè ( risponde Monsignor Dionisi ) nacque fin dal 
tempo di Costantino, quando quell* Imperatore donò 
i beni temporali alla Chiesa. E perciò Dante esclama 
( Inf. IX, ii5): 

jéìiì Costantin, di quanto mal fu maire. 
Non la tua conversion , ma quella dote. 
Che da te prese il primo ricco patre! 
e nel fine del secondo libro della Monarchia : Ofel:^ 
cem populum, o Ausoniam te f^loriosam, si uel nunr 
quam infirmator ille Imperii tui natus fuisset , vel 
numqìuim sua pia intentio ipsum fef disseti Di ^i 
adunque , e dal XX, ^8 del Paradiso , s' apprende 
quando fu che 1* invidia di Lucifero trasse dall* In- 
ferno la sacra lupa. Imperocché il Demonio invidias* 
do a Costantino la gloria d* aver provveduto di beni 
il Romano Pontefice, onde fossero sostentati i Cheri* 
ci, fornite le Chiese e sovvenuti i poveri, trasse dagli 
abissi r avarizia degli Ecclesiastici, eh' è la lupa di 
cui parliaino^ la quale coli* ambizione , col lusso, col 



ferpo. Ed in qual modo? Col togliere^ ripiglia il Dio- 
oisi , alla Corte Romana il dominio temporale, e per 
conseguenza Je lìcchexze ch'eran fomento a' anoi vizj» 
^ Grandissima influenza suU' inuidiosa Firenze eser- 
cifcayaiio la superba Francia e 1* oifura Roma : talché 
tutti e tre cotesti yizj venivano quivi a rendersi sa 
come indigeni e perpetui, e della misera Repubblica 
facevano un campo tale di disordini e di miserie , 
quale vieii dipinto dal Poeta nel VI del Purgatorio, 
e canale vien rappesentalo dagl* istorici contempora- 
nei i meno sospetti. Per questo il Poeta fa dal suo 
Maestro Virgilio chiamare la cittadinanza fiorenti- 
na ( Inf. XV, 68) 

Genie avara , insidiosa e superba» 
£ nell' incontrare fra! golosi quel famoso crapulone 
di Ciacco, domandagli qual* è la cagione che rende si 
discordi fra loro i suoi concittadini , e fa risponder- 
« ( Inf. VI, 74 ) 

Superbia, im^idìa ed avarizia sono 
Le trefauille ch*^ hanno i cuori accesi» 
Quando adunque V Alighieri avea 35 anni à* età , 
ed era uno de' primi Magistrati della Repubblica fio- 
rentina , conobbe per prova di essere in mezzo ad un 
gran disordine morale e politico, in cui era smarrita 
la diritta via del ben pubblico e pnvato. Egli allora 
si come buon cittadino e zelante Magistrato prenden-' 
do per iscopo finale la prosperità della sua nazione^ 
a jhiloprò a tutto potere nel sedare quelle feroci con- 
tenzioni cittadinesche , dalle quali procedeva ogni 
naie* Tutti i di lui biografi raccontano , come nell' 
anno i5oo (epoca appunto del Poema) fosse per 1^ av- 
Tednfto suo consiglio e per l'opera sua efficace, rimes- 
so r ordine nella città di Firenze, tutta (come narra 
il Bruni ) in armi e in travagli per trovarsi a fronte 
ed in procinto di venire alle mani le due fazioni dei 
Donati e de' Cerchi. A questo buono , ma precario 
iMultato della sua soUecitudiue alludono evidente* 


XVI 

mente i rerki i3 aìi'j. Ma pòi eh' io fui ec. ; oqbm 
ai suoi novelli sforzi per ìspegnere le rinascenti di» 
scordie , ed alle sue novelle premure per istabilire la 
pubblica pace e prosperità , alludono gli altri che se- 
guono fino al 6o. L' esser egli pieno di sonno allora 
quando si pose ad opera si difficile, significa , cbc co- 
me i sogni sono illusioni e fantasie, cosi la sua lusin- 
ga di riuscire a forza nell'intento era illusoria e fan- 
tastica , perocché aveva egli abbandonato il solo e 
verace mezzo che a lui come privato era dato di porre 
in uso , E questo mezzo era quello della parola. Ma 
poiché la parola dell' uomo per essere appieno effica- 
ce e persuasiva ha d' uopo del soccorso di tutte le 
scienze , ecco il perché quest' uomo , il quale volea 
pervenire alla rigenerazione italiana, si fece ammae- 
strare e condurre da Virgilio , la scienza delle cose 
dmane, e da Beatrice, la scienza delle cose divine, il 
Poema dunque diveniva il mezzo o V istrumento , e 
questo mezzo era la potenza della parola. Ma sicco- 
me a produrre la doppia riforma ( la morale e la po- 
litica ) abbisognava non solo la potenza della parola, 
ma altresì quella dell' armi, il profetizzato Veltro , 
ossia 1* Eroe ghibellino, é appunto l' altra necessaria 
potenza, la quale procurando più specialmente la ri" 
forma politica, contribuir doveva ad ottenere l' uni- 
versale nobilissimo scopo. 

Tutto é simmetrico nel Divino Poema. Un genio 
di antitesi continuato e costante circola come spirito 
segreto nella sua gran macchina , le cui parti debita- 
mente si corrispondono con armonia mirabile ; sino 
al punto, che se tu scopri un lato solo delle sue con- 
trapposte figure , puoi tener per certo di avere sco- 
perto anche il lato contrario. Quest' amore per la 
simmetria, che può da ognuno in Dante riconoscersi 
è da lui per principj professato; onde scrivea: Quella 
cosa V uomo dice esser bella , le cui -parti aehitor 
mente rispondono, perchè dalla loro armonia risul- 
ta piacimento ( cioè bellezza ) V ordine renr 

de un piacere non so che d* armonia mirabile ( nel 
Convito ) • Questa simmetrica correlazione di parti 


XXXVII 
opposto , nel fargli mettere in contrasto la macchiiui 
internale colla celeste^ produsse in sua mente altret- 
tanti concetti , che poi la sua immaginazioDe cangiò 
lA pitture. Ciò lo portò a fare il suo Lucifero trino 
ed uno , perchè Iddio è tale ; il luogo dove V uomo 
peccò facendosi degno di mortc^ e 1* altro dove 1' uo- 
mo fa redento e fatto degno di vita , antipodi fra di 
loro ; sette gironi e '1 Limbo nell' Inferno ; sette gi- 
roni e 'iLimbo nel Purgatorio; dieci circoli nel poz- 
zo di Malebolge e Lucifero nel meazo; dieci afere di 
qua e Iddio nel centro. 

£ per tornare al punto donde partimmo^Tale a dire 
alle figure allegorie ne del Canto primo, noi vedremo 
in opposizione fra loro la selva selvaggia e il culto 
guutuno f V una in una bassa valle , 1' altro su d' un 
eccelso monte , V una priva d' ogni luce , 1' altro ri- 
schiarato dai raggi del sole. £ come 1' amara selva é 
simbolo del disordine e della barbarie^ cui conseguita 
naturalmente V infelicità pubblica e privata , cosi il 
dilettoso monte è simbolo dell'ordine e della civiltA^ 
cui naturalmente tien dietro la pubblica e privata 
felicità. La Lonza , il Leone , la Lupa figurano per 
. la parte politica le tre principali guelfe potenze , ed 
'. hanno per contrapposto il Veltro, V Eroe ghibellino, 
f ^ lor distruttore: per la parte morale figurano V invi- 
' dia^ la superbia e l'avarizia, vizj di quelle tre poten- 
i ze particolari ; ed il Veltro cibandosi d' amore , di 
r ' sapienza e di virtù, farà egualmente per la parte mo- 
i rate 1' antiteto perfettissimo. A maggiore achiari- 
' mento non tanto delle cose per l'allegoria significate^ 
quanto della loro vicendevole opposizione , io credo 
conveniente di presentare davanti agli occhi del Let- 
tore , disposte m un quadro > le simboliche figure di 
questo Canto. 


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Babilomt 



Nesso deir Allegoria 

La Grazia Preveniente ( vale a dire la Divina Mi- 
sericmrdia ) avendo compassione dell' Uomo smar- 
rito e pericolante in mezzo al Disordine politico e 
morale del secolo , lo degna d' un raggio della sua 
Grazia Illuminante. Allora quest' Uomo > che , bra- 
moso di pervenire^ ali* Ordine ed alla Felicità, non 
seguiva dapprima che il proprio naturale talento^ è 
preso ad ammaestrare e condurre dalla Scienza delle 
cose ornane^ che muove e trae origine da quelle delle 
cose divine. Ma dalla Scienza Umana egli non vien 
condotto che per i due terrestri Emisferi^ e però ad 
aggirarsi su per le Sfere celesti , abbisogna d* altra 
e più sublime guida , vale a dire della Scienza Di- 
vina. Questo è quanto alla parte morale ossia al fine 
della felicità dell* uomo individuo. Quanto alla parte 
politica y ossia al fine universale deli* umana civiltà^ 
come il Disordine era prodotto dal vizioso guelfo 
Partito^ cosi dal virtuoso Eroe ghibellino ^ da que- 
sto profetizzato Messo di Dio^ verrà distrutta la 
guelfa potenza^ e procurato il ritorno dell* Ordine, 
a cui Ùl corona ogni gioja ed ogni felicità. ' 


" % •- , 


PREFAZIONE 

DEL 

all'edizione di LUCCA 

DEL 1732. 


»• *i 


I 


frontispizi de* libri, per il millantare che 
fanno la maggior parte di loro, e promettere 
assai più di quello che mantengono, sono ve^ 
nuti oramai in tanto discredito , che i let» 
tori sagaci non credono , se non vedono , e 
si chiariscono colla lettura almeno di buona 
parte del libro. Questa medesima disgrazia 
io rifletto che incontrerà ancora il mio fron^ 
tispiziojche essendo a ben considerarlo , as» 
sai magnifico nelle sue promesse , si crederà' 
usare il solito stile da scusarsi per avventa^ 
ra dalla bugia, come si scusa il parlare per 
iperbole o per cerimonia , e generalmente il 
parlar per figura. Ma chi leggera almeno 
buona parte di questo comento , si chiarirh 
che il mio frontispizio non è , nh iperbolico, 
né cerimonioso, o altrimenti figurato, giacchè^ 
mantiene per l'appunto ciò che pr ornate. Pro^ 
mette di dichiarare il senso 9 non è* allego-^ 
Dante T. I. i 


9 


2 

rico , o il motale , ma il solo letterale ; t ciò 
con brevità e sufficienza { due parole , come 
vedete , di non piccol vanto ) e con diversità 
in pia luoghi dagli altri comentatori. Or 
io vi dico che tutto ciò troverete mantener^ 
visi puntualmente : anzi che quanto ali* ul^ 
timo , vi so dire che si mantiene assai più 
di quello che possiate avvedervi dal leggere 
questo solo comentOj e senza riscontrarlo co- 
gli altri : per la qual cosa non avete a ere-- 
aere che dovunque non si citano e si rigete 
tano le interpretazioni o di Benvenuto da 
Imola , o di Cristoforo Landino , o di Ales" 
Sandro P^ellutello^ o di Francesco Buti , o di 
Bernardino Daniello ec, , nói ci accordiamo 
sempre nell* interpretare con esso loro* Ad- 
dio brevità , se sempre avessimo voluto mo- 
strare dove altri chiosano diversamente , e 
confutare V altrui e sostenere la propria sen- 
tenza . Troppi pia dunque di quelli che si 
citano 9 sono i luoghi ne' quali , bene o male 
che facciamo , interpretiamo diversamente 
dagli altri : dai quali inoltre ci diversifi" 
chiamo y massime in due altre notabili prO" 
prietà : la prima , che non trapassiamo mai 
la dif^colta , dissimulandola senza né pur 
farne motto ( goffa , e sgradila disinvoltura 
di molti comentatori ), tal che non avrete 
mai a dolervi ^ che saltiamo il fosso , se pure 
non sarà un fosso da pigmeo .• la seconda , 
che dove sta bene il farlo , non lasciamo di 
avvertire il lettore de* sentimenti del Poeta, 
talora non ten conformi alla pia sana dot- 


3 

trina , e mollo meno alla riverenza dovuta 
ai pontefici romani» Non già che sia nostro 
assunto di far ciò ad ogni passo che meriti 
per qualunque titolo disapprovazione ; ma 
per ordinario si farà solamente , dove s* ap^ 
prenda pericolo di qualche inciampo e scan^ 
d^lo de* pusilli, ben sapendosi, non ogni sen^^ 
timento anche reprobo che si legga in quaU 
sivoglia scrittore , essere scandaloso , e in 
fatti pernicioso : altrimenti , come si permei^ 
terebbe nelle scuole cattoliche la lettura 9 e 
lo studio dell' opere , per esempio^ di Cicero^ 
ne e di Virgilio, e generalmente degli scrii" 
ieri pagani , maestri della massima empie" 
ia , cioè del politeismo , e non per questo 
scandalosi ? Per la qual cosa coloro che si 
presero la cura lodevole di spurgare , mas» 
sinie in riguardo della gioventù, gli antichi 
poeti latini , ne tolsero ciò che offendeva la 
pudicizia 9 non ciò che offendeva la Santa 
Fede., benché le offese di questa sono da im^ 
pedirsi con maggior zelo, perciocché saggia- 
mente s* avvisarono^ che nella lettura di quei 
libri comunemente la prima virtà^ non la se- 
conda pericola. \ìà, Theophil. Kaynaad in 
Erotemat. Sarebbe certamente un* ingiurio» 
sa censura di chi ardisse di riporre Dante 
col suo poema in colai ruolo , mentre egli 
apparisce in quesC opera^ non pure ben fé r^ 
mo nella fede cattolica , ma animato ezian- 
dio di sensi di gran pietà ; ma ciò nonostan- 
■te essendo egli uno scrittore di tanta auto-- 
rità j per questo stesso j dav* egli come uomo 


4 

scorre in qualche senso in riguardo ai let' 
tori pusilli pericoloso , si è stimato bene di 
porvi accanto il suo rimedio. E questo ben 
vedo essere un purgante da recar nausea e 
-disturbo allo stomaco di pia d' uno ; ma se 
di sua natura e in riguardo alla moltitU" 
dine egli è certamente salutìfero 9 conveniva 
pure ammannirlo e tenerlo liberamente c- 
sposto apro del pubblico: che nessun proto^ 
medico sbandì mai dalle spezierie il rabar^ 
baro j perchè sapeva esser contrario ai tisici 
' e agli ammalati. Nettiamo noi pure la Vita 
di Dante , ma 'troverete nel comento tutte 
quelle notizie della sua vita , che sono me- 
cessarle utili ali* intelligenza del Poema, 
jébbiamo seguita V edizione autorevole della 
Crusca , secondo l* esattissima ristampa fat» 
ta in Padova da Giuseppe Comino ; mapU' 
re abbiam talora variato qualche poco nel' 
r interpunzione , massime togliendo alcune 
virgole importune j mentre anche a giudizio 
delf eruditissimo sig. Volpi che soprantese 
alla detta ristampa ^ le vi sono di più, e solo 
vagliono a infrascare il senso. Sarà poi ben 
fortunata quest* opera , se abbandonata dal' 
V autore quasi alla ventura , come figliuolo 
esposto , troverà chi per pietà la raccolga ^ 
e metta ali* onor dei mondo , stampandola 
-con quella somma esattezza e lindura che 
richiede la natura deli* opera e il gusto fa* 
stidioso del nostro secolo. Ma quanto aWau- 
iore , una sola cosa mi giova di farne sape^ 
re. Egli , siccóme gode di rimanere inco' 


5 

gnito e non si cura di far acquisto d* al'* 
cun bene temporale eoi dare alle stampe la 
sua fatica , avendo pure considerato che si 
pubblicasse y perchè ka creduto , che ciò riu-- 
scirebbe di servizio di Dio; così poi hafer» 
mato nel suo animo di dover esser come mor- 
to j non che mutolo , sordo e insensibile a 
qualunque sinistro possa accadere a quest* 
opera. Giovagli però d* avvertire amichevole 
mente ogni Aristarco , che lasci di entrare 
in questo aringo , perchè non vi troverebbe 
riscontro; sicché quando pur voglia far prò* 
va del suo valore , farà per avventura mi" 
glior senno a rimettere la lancia in resta e 
spingersi per altra banda , mentre questo 
pover uomo o per suo scanso , o per suo ri" 
paro , si vale e s* investe del sentimento di 
colui ^che cantò: 

.... qai se mirantar, in illos 

Viras habe: oos haec noTÌmas esse nihih 


LA 

SCBTTT A 
DÀ 

LEONARDO ARETINO 


1 maggiori di Dante farono in Firenze di mol- 
'' to antica stirpe fintantoché lai pare yolere in 
alcuni Inogbi^i snoi antichi essere stati di quelli 
fiomani^ che posero Firenze. Ma qnesta è cosa 
molto incerta, e, secondo mio parere , niente è 
altro che indovinare. Di quelli , che io ho noti- 
zia, il tritayolo suo fa Messer Gacciaguida , ca- 
Talier fiorentino^ il quale militò sotto l' impera- 
dor Corrado. Questo Messer Gacciaguida ebbe 
dee fratelli , V uno chiamato Moronto , V altro 
Eliseo. Di Moronto non si legge alcuna succes- 
sione ,Dia da Eliseo nacque quella famiglia no- 
minata gli Elisei ; e forse anche prima avevano 
questo noine. Di Messer Gicciaguida nacquero 
gli Àldighieri, così nominati da un suo figliuo- 
lo, il quale per stirpe materna ebbe nome Aldi- 
gl^iero. Messer Gacciaguida, e i fratelli^ e i loro 


8 VITA 

antichi abitarono quasi in sol canto di Porta S. 
Piero, dove prima vi s* entrava da Mercato Vcc- 
cbio nelle case, che ancora oggi si chiamano de- 
gli Elìse!, perchè a loro rimase l'eredità* Quelli 
di Messer Cacciagaida , detti Aldighieri , abita* 
rono in sa la piazza dietro a S. Martino del Ve^ 
scovo , dirimpetto alla yia che va a casa ì Sac- 
chetti, edalTaltra parte si stendono verso lecase 
d/B^Donati , e de' Giacchi . Nacqae Dante nelli 
anni Domini 4265pocodopo la tornata de' GaeU 
fi in Firenze , stati in esilio per la sconfitta di 
Montaperti. Nella puerizia sua nutrito liberal- 
mente^ e dato a' precettori delle lettere^ sabito 
apparve in lui ingegno grandissimo^ e attissimo 
a cose eccellenti. Il padre suo Aldìghiero perdi 
nella sua puerizia; nìentedimanco confortato da' 
propinqui , e da Brunetto Latini , yalentissinM» 
uomo secondo quel tempo , non solamente a 
litteratura , ma agli altri studi liberali si die* 
de, niente lasciando indietro, che appartenga a 
far r uomo eccelleute : ne per tutto questo si 
racchiuse in ozio, né privossi del secolo, ma tì- 
yendo e conversando con gli altri giovani di sua 
età costumato , ed accorto , e valoroso, ad ogni 
esercizio giovanile jsi trovava; intantochè in quel- 
la battaglia memorabile e grandissima che fu a 
Gampaldino^lui giovane, e bene 8tiraatO|SÌ troyi 
Dell' armi combatlendo vigorosamente a cayal« 
lo nella prima schiera , dove portò grayissimo 
pericolo: perocché la prima battaglia fa delle 
schieie equestri, cioè de' cavalieri j nella quale 
i cavalieri , che erano dalla parte degli Aretini| 
con tanta tempesta vinsero e saperchiarono la 
schiera de' cavalieri fiorentini, che sbarattati e 


DI DANTE 9 

ti , bisognò fngcire alla schiera pedestre . 
•sta rotta fa quella ^ che fé' perdere la hat- 
ia agli Aretini , perchè i loro cavalieri vtn- 
ri perseguitando quelli che fuggivano , ber 
ide distanza, lasciarono addietro la loro pe- 
xe schiera; sicché da quindi innanzi in niun 
yo interi combatterono j ma i cavalieri soli 
perse senza sussidio di pedonile i pedoni poi 
er se senza sussidio dei cavalieri. Ma dalla 
B dei fiorentini addivenne il contrario; che 
esser fuggiti i loro cavalieri alla schiera pe- 
re^ 8Ì ferono tutti an corpo ^e agevolmente 
ero prima i cavalieri , poi i pedoni. Questa 
Bglia racconta Dante in una sua epistola^ e 
! esservi stato a combattere , e disegna la 
Da della battaglia. E per notizia della cosa , 
ire dobbiamo , che liberti , Lamberti , Abati 
tti gli altri usciti di Firenze erano con gli 
bini, e tutti gli usciti d'Arezzo gentiluomini, 
ipolani , e Guelfi ^ che in quel tempo tutti 
IO scacciati , erano co' Fiorentini in questa 
aglia. E per questa cagione le parole scritte 
Palagio dicono : Sconfitti i Ghibellini a 
tomondo^ e non dicono: Sconfitti gli jirtti" 
acciocché quella parte degli Aretini, che fa 
comune a vincere , non si potes^ dolere. 
uando dunque al nostro proposito, dico, che 
ite virtuosamente si trovò a combattere per 
atria in questa battaglia. E vorrei , che il 
caccio nostro di. questa virtù avesse fatta 
mone, più che dell' amore di nove anni, e 
iimili leggierezze^ che per lui si raccontano 
aoto nomo» Ma che giova a dire? La lingua 
* ra dove il dente duole : e a chi piace il ne» 


40 ^.^^.^ 

re, sempre ragiona divini. Dopo questa batta* 

glia tornatosi Dante a casa , alli stadi più fer* 
Tentemente che prima si diede ; e nondimeno 
niente tralasciò delle conversazioni urbane e ci* 
▼ili. Ed era mìrabii cosa, che studiando conti- 
nuamente, a niuna persona sarebbe parato che 
et^li studiasse , per 1' usanza lieta , e conversa- 
zione giovaniIe.Per la qualcosa mi t^iova ripren- 
dere Terrore di molti ignoranti, i quali credono 
ninno essere studiante, se non quelli che si no* 
scondono in solitudine, ed in ozio: e io non vidi 
mai ninno di questi camuffati j e rimossi dalla 
conversazione degli uomini, che sapesse tre lei' 
tere. L' ingegno grande e alto non ha bisogno 
di tali tormenti; anzi è verissima conclasione e 
certissima, che quelli, che non apparano tosto^ 
non apparano mai ; sicché stranarsi , e levarri 
dalla conversazione , è al tutto di quelli , eho 
niente son atti col loro basso ingegno ad im^ 
prendere . Né solamente conversò cÌTÌlment9 
Dante con gli uomini , ma ancora tolse moglie 
in sua giovanezza ; e la moglie sua fa gedtìU 
donna della famiglia de'Donati,chiamata per no* 
me Madonna Gemma, della quale ebbe più fr 
glinoli, come in altra parte di quest'opera dimo* 
streremo.Qui il Boccaccio non ha pazienza, e di* 
ce, le mogli ecser contrarie alli studi: e non si ri* 
corda che Socrate , il più nobile filosofo , che 
mai fosse, ebbe moglie, e figlinoli , e uffici nella 
repubblica della sua città: e Aristotile^ che non 
si può dir più là di sapienza e di dottrina, ebbe 
due mogli in vari tempi, ed ebbe figlinoli, e rio* 
chezze assai.E Marco Tullio, e Catone , e Var* 
rone,e Seneca^ latini sommi filosofi tatti , eh* 


I 


I 


\ 


DI DANTE a 

bero moglie > ui!icì e governi nella repuljhlica. 
Sicché perdonimi il Boccaccio^ i suoi giudicii so- 
ie molto fievoli in questa parte^ e molto distan- 
ti dalla vera opinione. L' nomo è animale civile^ 
^ secondo piace a tutti i filosofi. La prima congiun- 
lione, dalla quale multiplicata nasce la città, è 
marito e moglie; né cosa può esser perfetta^ dove 
i fnesto non sia; e solo questo amore è naturale 
■ e legittimo e permesso. Dante adunque, tolto 
f' donna, e vivendo civilmente^ ed onesta e stu- 
diosa vita , fu adoprato nella repubblica assai^ 
• Snalnnente, pervenuto all' età debita j fu crea- 
to de' Priori^ non per sorte, come s' usa al pre- 
sente) ma per elezione , come in quel tempo si 
coitomava di fare. Furono neir ufficio del prio- 
nto coD lui Messer Palmieri degli Altoviti , e 
Jfert di Messer Iacopo degli Alberti , ed altri 
CoUeghi: e fu questo suo priorato nel milletre- 
eeolo • Da questo priorato nacque la cacciata 
•oa, e tutte le cose avverse , ci/ egli ebbe nella 
vita, secondo lui medesimo scrive in una episto- 
la, della quale le parole son queste : Tutti li 
mali , e tutti gì* inconvenienti miei dalli in^ 
fausti comizii del mio priorato ebbero cagio-^ 
ne € principio; del quale priorato benché per 
prudenza io non fussi degno , nientedimeno 
per fede e per età non ne era indegno ; peroc" 
che dieci anni erano già passati dopo la bai" 
taglia di Campaidino , nella quale la parte 
ghibellina fu quasi al tutto mtrta e disfatta, 
dove mi trovai non fanciullo nell' armi, e dove 
ebbi temenza molta , e nella fine grandissima 
allegrezza per li vari casi di quella batta* 
gita i queste souo le parole sue. Orìi la cagione 


w 


42 VITA 

di saa cacciata soglio particoliirmente raccov^ 
tare; perocché è cosa notabile^ e il Boccaccio 
ne passa cosi ascitattamente^he forse non gli e 
cosi nota, come a noi, per cagione della stom 
che abbiamo scritta . Àyendo prima avuto h 
città di Firenze divisioni assai tra' Guelfi e Ohi» 
bellini^ fìndl mente era rimasa nelle mani dei 
Guelfi ; e stttta assai lungo spazio di tempo 
questa forma , sopravvenne ai nuovo un' ah 
mal adizione di parte intra Guelfi medesimi 
quali reggevano la repubblica, e fu il nome delit' 
parti, Bianchi e Neri. Nacque qnesta perversM^I 
prima ne** Pistoiesi, massime nella famiglia del J 
Cancellieri , ed essendo già diviso tutta Pistoiiyp 
per porvi rimedio fu ordinato da'Fiorentini^ che 
i capi di queste sette venissero a Firenze^ ae*. 
ciocché la non facessero maggior turbazio1w^ 
Questo rimedio fu tale, che non tanto di bene 
fece a' Pistoiesi^ per levar loro i capi^ quanto di 
male fece a' Fiorentini, per tirare a se quella pe- 
stilenza. Perocché avendo i capi in Firenze pa- 
rentadi e amicizie assai^ subito accesero il fu 
con maggiore incendio , per diversi favori , che 
aveano da' parenti e dagli amici , che non era 
quello, che lasciato aveano a Pistoia. £ trai* 
tandosi di questa materia publice et privatim'^ 
mirabilmente s'apprese il mal seme ,edivÌ8eM.' 
la città tutta in modo , che quasi non vi fu iÌK 
miglia nobile , né plebea , che in se medesimìl^^ 
non si dividesse , né vi fu uomo particolare^ dl« 
stima alcuna^ che non fosse dell'una delle sette/' 
E trovoss la divisione essere tra' fratelli ear^ 
naii ; che l'uno di qua , e V altro di là teneva* 
Essendo già dorata la contesa più mesi , e iBofcK 


DI DANTE « 

tiplicati gP iDconTenienti non solamente perpa* 
kJrole,ma ancora per fatti dispettosi ed acerbi, co- 
^■tinciati tra' giovani, e discesi tra gli nomini dì 
' inatora età, )a città stara tntta sollerata e sospe- 
; sa. A'vvenne eh' essendo Dante de' priori, certa 
raeanata ti fe'per la parte dei Neri nella chiesa 
dì 5. Trinità. Quello , che trattassero^ fa cosa 
^jpoltn segreta, ma T effetto fa di far opera con 
^Mpa Bonifazio VIII^ il qnafe aHora sederà, che 
Riandasse a Firenze Messer Carlo di Valois dei 
reali di Francia , a pacificare e a riformare la 
città » Qoesta ragunata sentendosi per 1' altra 
.parte de' Bianchi , snbik>' se ne prese saspizione 
f^pundissima, intantochè presero l'armi, e forni- 
*'n>nsi d' amistà, e andarono a' priori, aggravane 
do la ragnnata fatta, e Parere con prirato con- 
iglio presa deliberazione dello stato della città: 
. e lotto esser fatto, dicerano, per cocciarlt di Fi- 
reme; e pertanto domandarano a' priori che fa- 
cessero punire tanto prosnntaoso eccesso. Quel- 
li^ che arenino fatta la ragnnata^ temendo anco- 
1^ essi, pigliarono 1* armi, e appresso a' priori st 
doterà no «egli arrersari che senza deliberazìo- 
ae pubblica s'erano armati, e fortificati , affer- 
mando, che sottovari colori li rodevano cnccia- 
-le^e domandarano a' priori , che li facessero 
Moire, sì come turbatori della quiete pubblica, 
■jp'«na parte, e V altra di fanti, e di amistà for- 
■ite s'erano. La paura e il terrore, e il pericolo 
era grandissimo. Essendo adunque la città in 
^ftmii e in travagli, i priori per consiglio di Dante 
prorridero di fortificarsi della moltitudine de* 
popolo; e quando furono fortificati, ne manda- 
Dante T. I. 2 


ti 

i4 V ITA 

rono tk' confini gli nomini principnli delle due 
sette, i quali farono questi: Messer Corso Do«« ^ 
nati , Messer Geri Spini ^ riesser Gìacchinotto 
de* Pazzi , Messer Eosso della Tosa e altri -eoip 
loro; tutti questi erano per la parte Nera, e itt^ 
rono mandati a'confìni al castello della Piirve io 
quel di Peru{;ia. Dalla parte de' Bianchi furoa 
mandati a' confini a Serezznna Messer Genti le^^é 
Messer Torri|;iano de' Cerchi, Guido Cavatoan^; 
ti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimar^' 
Nuldo di messer Lottino Gherardini, ed altri. 
Questo diede gravezza assai^'a Dante, econtut* 
tochè egli si scusi,coroe nomo senza parte^ nieo'^ 
tedimanco fu riputato , che pendesse in parta 
Bianca , e che gli dispiacesse il consiglio tenoto 
in S. Trinità di chiamar Carlo di Valois a Fi* 
renze , come materia discandolo e di guai alla 
città: e accrehhe V invidia, perchè quella parta 
di cittadini , che fu confinata a Serezzana , sahi* 
to ritornò a Firenze, e l'altra ch'era confinata a 
Gistello della Pieve, si rimase di fuori. A cpie* 
sto risponde .Dante , che quando quelli da Se*{ 
rezzana furono riyocati, esso era fuori dell' u& 
fìcio del priorat^a^e che a lui non si dehha im" 

Futare. Più dice, che la ritornata loro fa per 
infermità e morte di Guido Cavalcanti, il qua* 
le ammalò a Serezzana per l' aere cattiva, e potm 
appresso morì . Questa disagguaglìanza mosse 
il P^pa a mandar Carlo a Firenze , il qnale ei^ 
sendo per riverenza del Papa e della casa dt 
Francia onorevolmente ricevuto nella città , di 
suhito rimise dentro i cittadini confinati , e ap« 
presso cacciò la parte Bianca. La cagione fu per 
rivelazione di certo trattato fatto per M^^sser 


DI DANTE 45 

Pietro Ferranti 8D0 harone^il qaa le disse essere 
stato richiesto da tre genti laomìni della piirte 
Bianca ^ cioè da Maldo di Messer Lottino Ghe- 
rardini, da Bascbiera della Tosa, e da Baldinac- 
CIO Adiniari , di adoperar s\ con Messer Carlo 
di Valois , clie la loro parte rimanesse superio- 
re nella terra : e che gli aveano promesso di 
dargli Prato in governo, se fdcesse questo : e 
predasse la scrittura di questa richiesta e pro- 
floessa co' sufxgelli di costoro. La quale scrittura 
originale io ho veduta, perocché ancor oggi è in 
palagio con altre scritture pubbliche; ma quan« 
ID a me , ella mi pare forse sospetta , e credo 
certo , ch'ella sia fittizia . Pure quello che si 
jhfte, la cacciata seguitò di tutta la parte Bian- 
de» 9 mostrando Carlo grande sdegno di questa 
ffichiesta e promessa da loro fatta . Dante in 
questo tempo non era in Firenze^ ma era a Ro- 
ma, mandato poco aTanti ambasciadore al Papa 
per offerire la concordia e la pace dei cittadini; 
nondimanco per isdegno di coloro che nel suo 
priorato confinati furono della parte Nera, gli fa 
«sorso a casa, e rubata ogni sua cosa , e dato il 
guasto alle sue possessioni , e a lui , e a Messer 
Palmieri AltovitI dato bando della persona, per 
contumacia di non comparire, non per verità di 
alcun fallo commesso. La via del dar bando fa 
questa ; che legge fecero iniqua e perversa , la 
quale si guardava in dietro , che il podestà di 
Firenze potesse e dovesse conoscere i falli com- 
messi per r addietro nell' uficio del priorato, 
contuttoché assoluzione fosse eseguita. Perque- 
ffta l^ge citato Dante per Messer Caute dei 
Gabbriellì allora potestà di Firenze, essendo ai- 


16 VITA 

«ente e non comparendo^ fu condannato'e HÌmuÉ" 
<lìto^ e pabblicati i suoi beni, contattochè prima • 
rubati e guasti. Abbiamo detto , come pasfò U 
jcacciatadi Dante , e per cbe cagione , e per che 
ffuodo: ora diremo qual fnsse la Tita sua nell'e- 
«ilio. Sentita Dante ia sua ruina9 subito parfi 
-di Roma, -dove era ambasciadore, e camminafi* 
do con gran oelerità ne venne a Siena* Quivi in- 
tesa più chiaramente la saa calamità , non ve- 
dendo alcun riparo, deliberò accozzarsi* con gU 
altri Usciti, e il primo accozzamento fa ia noa j 
•congregazione degli Usciti^ la quale si fé' a Gor- ^ 
ganza , dove trattate molte cose , finalmente ter/ 
marono la sedia loro ad Arezzo, e quivi feron» 
4:ampo grosso, « crearono 4oro capitano il eonl»' 
Alessandro da Romenb ; feron dedici consigliflNi»' v 
ri, del numero dei quali fa Dante: e di aperatita 
in speranza stettero infino all'anno milletrecen-» 
toquattro^e allora fatto sforzo grandissimo d'o- 
gni loro amistà , vennero per rientrare ia Fi- 
renze con grandissima moltitudine, la quale noa 
solamente da Arezzo , ma da Bologna , e da Pi*- 
fltoia con loro si con^iunse^e giungendo improv- 
visi^ subito presero una porta di Firenze, e vior 
fiero parte della terra; ma finalmente bisognóse 
n' anciasser» senza frutto alcuno. Fallita dunque 
tanta speranza^ non parendo a Dante più da per- 
der tempo, part\ d'Arezzo, e andossene a Verona, 
dove ricevuto molto cortesemente da'^ignori 
della Scala, con loro fece dimora alcun tempo ; 
e ridussesi tutto a umiltà , cercando con buone 
opere e con buoni portamenti riacquistare la 
grazia di poter tornare in Firenze per sponta- 
nea rivocaziooe di chi reggeva la terra: e sopra 


DI D'ANTE i7 

qQesta parte s' affaticò assai, e scrisse più volte 
non solamente a' particolari cittadini del reggi- 
mento, ma ancora al popolo; e intra i"* altre una 
epistola assai lunga, cbe comincia: popule mee^ 
quid feci libi? Essendo in questa speranza di 
ritornare pervia di perdono^ sopravvenne P ele- 
zione di Arrigo di Luzènborgo imperadore , per 
la cui elezione prima^ e poi la passata sua,essen- 
do tutta Italia sollevata in speranza di grandis- 
sime noirità^ Dante non potè tenere il proposito 
suo deir aspettare grazia, ma levatosi coll'animo 
altiero^ cominciò a dir male di quelli che regge- 
Tane la terra, appellandoli scellerati e cattivi , e 
'ainacciando loro la debita vendetta per la po- 
tenza dell' imperadore , contro la quale, diceva, 
€tser manifesto , cb' essi non avrebbon potuto 
■ÌTTere scampo alcuno. Pure , il tenne tanto la ri- 
Terenza della patria, cbe venendo l' imperadore 
contro a Firenze , e ponendosi a campo presso 
•Ila porta, non tì volle essere, secondo lui scrive, 
.contuttoché confortatore fosse stato di sua ve- 
nuta* Morto poi l' imperadore Arrigo , il quale 
nella seguente state morì a Baoncovento j ogni 
speranza al tutto fu perduta da Dante: perocché 
di grazia lui medesimo si avea tolto la via per lo 
sparlare e scrivere contro a' cittadini , che go- 
yernavano la repubblica, e forza non ci restava^ 
per la quale più sperar potesse. Sicché deposta 
ogni speranza, povero assai trapassò il resto della 
sua vita, dimorando in vari luoghi per Lombar- 
dia , per Toscana e per Romagna , sotto il sus- 
sidio di vari Signori , per in fino che finalmente 
fi ridusse a Ravenna, dove finì sua vita. Poiché 

*2 


48 VITA 

detto abbinino degli affanni suoi pubblici, ed in 
questa parte mostrato il corso di soa vita, dire- 
mo ora del suo stato domestico, e de'saoi costa- 
mi e stadii. Dante innanzi la cacciata sua di Fi- 
renze, contottocbè di grandissima riccbezza non 
fnsse, nientedimeno non fa povero^ ma ebbe pa- 
trimonio mediocre, e sufllciente al vivere ono- 
ratamente. Ebbe un fratello cbiamato France- 
sco Alighieri ; ebbe moglie , come di sopra di- 
cemmo^ e più figliuoli, de'^quali resta ancor oggi 
successione e stirpe, come di sotto faremo men- 
zione . Case in Firenze ebbe assai decenti , con- 
giunte con la case di Geri di Messer Bello suo 
consorto: possessioni in Camerata, e nella Piag*^ 

Sentina, e in Piano di Ripoli: suppellettile abbon- 
ante e preziosa j secondo lui scrive* Fu nomo 
molto pulito , di statura decente , e di grato 
aspetto , e pieno di gravità , parlatore rado e 
tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. 1/ ef- 
fige sua propria si vede nella cbiesa di Santa 
Croce , quasi al mezzo della chiesa, dalla mano 
sinistra andando verso V aitar maggiore^ e ri- 
tratta al naturale ottimamente per dipintore 
perfetto di quel tempo. Dilettossi di musica , e 
di suoni; e di sua mano egregiamente disegna- 
va. Fu ancora scrittore perfetto, edera la lettera 
sua magra e lunga, e molto corretta, secondo io 
bo veduto in alcune epistole di sua propria ma- 
no scritte. Fu usante in giovinezza sua con gio- 
vani innamorati ; e lui ancora di simile passio- 
ne occupato, non per libidine, ma per gentilezza 
di cuore; e ne' suoi teneri anni versi d' amore a 
scrivere cominciò, come vedere si pnò in una sua 
operetta volgare , che si chiama f^iia Nuoshi* Lo 


pi DANTE 49 

stadio 8QO prlncipnle fìi poesia ; non sterile , né 
povera, né fantastica^ ma fecondatale arricchita, 
e stabilita da vera scienza ^ e da molte discipli- 
ne. E per dare ad intendere meglio a cbi legge ^ 
dico, cbe in due modi diviene alcuno poeta. Un 
modo si è ^ per ingegno proprio , agitato e com- 
mosso da alcun vigore interno e nascoso, il qua- 
le si cl^iama furore, e occupazione dì mente. Da- 
rò nna similitudine di quello che io vo' dire. Il 
Beato Francesco , non per inscienza, né per disci- 
plina scolastica, ma per occupazione e astrazio- 
ne di mente, s\ forte applicava l'animo suo a Dio, 
che quasi si trasfiaurava oltre al senso umano ^ 
e conosceva d' Iddio più, che ne per istudìo, né 
per lettere conoscono i teologi. Cosi nella poe- 
sia^ alcuno per interna agitazione , e applicazio- 
ne di mente poeta diviene: e questa si è la som- 
ma e la più perfetta spezie di poesia , onde al- 
cuni dicono, i poeti esser divini, e alcuni li chia- 
mano sacri , e alcuni li chiamano vati. Da que- 
sta astrazione e furore, ch'io dico , prendono 
l'appeìlazione. Gli esempli abbiamo d'Orfeo, e 
dì Esiodo, de' quali 1' uno e T altro fu tale, qua- 
le di sopra da me è stato raccontatcE fu di tan- 
ta efficacia Orfeo , che sassi e selve moveva con 
la sua lira: e Esiodo essendo pastore rozzo e in- 
dotto, bevuta solamente 1' acqua della fonte Ga- 
stalia , senza alcun altro studio , poeta sommo 
divenne; del quale abbiamo l'opere ancora oggi 
e sono tali, che ninno de' poeti litterati e scien- 
tifici le vantaggia. Una spezie dunque di poeti 
è per interna. astrazione di mente: l'altra spezie 
è per iscienza,pcrstudio,per disciplina e arte, e 
per prudenza ; e di questa seconda spezie fa 


•20 VITA 

Dante; perocché per studio di filosofia , di teo« 
logia , astrologia , arìtmetica e geometria > per 
lezione di storie, per rlTolnzione di molti e Tari 
libri, Tigiiando e sodando negli stadi!, acquistò 
la scienza, la quale deverà ornare, ed esplicare 
co' suoi Tersi. E perchè della qualità de** poeti 
abbiamo detto^ diremo ora del nome, pei quali 
ancora si comprenderà la sostanza^ contuttoché 
queste sien cose,che male dir si possono in tuI* 
gare idoma , pure m' ingegnerò di darle ad io- 
tendere; perchè al parer mÌo^ questi nostri poe- 
ti moderni non l"* hanno bene intese, né é mera- 
viglia , essendo ignari della lingua greca. Dico 
adunque, che questo nome poeta è nome greco, 
e tanto yien a dire , quanto facitore. Per ayer 
detto insino a qui, conosco, che non sarebbe in- 
teso il dir mio , sicché più oltre bisogna aprire 
r intelletto. Dico adunque de' libri, e del^ ope- 
re poetiche. Alcuni uomini sono leggitori del- 
l' opere altrui , e niente fanno da se ; come av- 
Tiene al più delle genti. Altri uomini sonfaci-" 
tori d'esse opere;come Virgilio fece il libro del» 
r Eneida , Stazio fece il libro della Tebaida e 
Ovidio fece il libro Meta mor fosco s, e Omero fe- 
ce r Odissea e V Iliade. Questi adunque che fe- 
ron l' opere^ foron poeti , cioè facitori di dette 
opere, che noi altri leggiamo; e noi siamo i 
leggitori, ei furono i facitori. E quando sentia- 
mo lodare un valente uomo di studi, o di lette- 
re , usiamo dimandare: fa egli alcuna cosa da 
se ? lascierà egli alcuna opera da se composta , 
e fatta ? Poeta è adunque colui , che fa alcuna 
opera . Potrebbe qui alcuno dire , che secondo 
il parlare mio^ il mercatante che scrive le sue 


DI DANTE 24 

ragioni, e fanne libro, sarebbe poeta-, e cbeTitó 
Livio a Sallustio sarebbono poeti, perooebè cia- 
scuno di loro scrisse libri, e fece epeve da leg- 
gere. A questo rispondo, cbe far opere poeticbe 
non si dice , se non in versi. £ questo avviene 
per eccellenza dello stile , perocché le sillabe -^ 
la misura, e '1 snono è solamente di chi dice ìm. 
versi: e usiamo di dire in nostro vulgare: Co- 
stui fa canzone ^e sonetti; ma per iscrivere una 
lettera a' suoi amici non diremmo che lui abbia 
£Eitto alcuna opera. Il nome del poeta signi6ca 
eccellente, e ammirabile stile in versi^coperto e 
adombrato di leggiadra e alta finzione. £ come 
ogni presidente comanda , e impera ^ ma solo 
colui è imperadore , eh' è sommo di tutti, cosi 
•chi compone opere in versi, ed è sommo edeo- 
celleolissimo nel-eomporre tali opere^ si chiama 
poeta. Questa è la verità certa e assoluta del 
ttome,e dell' effetto de' poeti. Lo scrivere in sti- 
le litterato , o volgare non ha n fare al tatto, né 
altra differenza è , se non come scrivere in gre- 
co ,o in latino. Ciascuna lingua ha sua perfe- 
iÌMiey« suo suono, e suo parlare limato e scien- 
tifico* Pure chi mi dimandasse , per qual e»- 
gione Dante piuttosto elesse scdvere in vul- 
vare che in latino e litterato stile ^ risponderei 
quello, eh' è la verità, cioè« che Dante conosce- 
va se medesimo molto più atto a questo stile 
volgare in rima ,che a quello latino , o littera- 
to. E certo molte cose sono dette da lui leg^ia" 
dranientein questa rima volgare, che né a rebbe 
saputo, né arebbe potuto dire in lingua latina^ 
ein versieroici^La prova sono l'Egloghe da lui 
&tte in versi esametri , le quali posto sieno bel- 


22 VITA 

le.tiipntediinntica molte ne aI)liÌHmo veJnte pia 
Tonta ^f;ialniiieute scritie, E a dire il vero , la 
TÌrtù. di queslo nostro poeta fu nellu rima \uU 
^«re, nellii quale è eccellentissimo sopra ogni 
«Uro, mn in versi latini e in pios», non aiigianse 
a t(uelli H[)pena,cl)6 nicziiinameiile lianno scnt- 
lo. La Cii^ionc dì qnesLo è, che '1 secolo tao eri 
adulto a dire in rima; e ài genllIrzEa di dire in 
prasii,o in versi latini, niente intesero gli nomi' 
ni di quel secolo, nta furono ro/ii egrnssi,e sen- 
KH perisìadìietlcrf; dotti nientedimeno ìli qne- 
ete discipline al modo fratesco e scolastico. Co- 
Riinciossi a dire in rima, secondo scrìve Dante, 
innanzi a Ini circa anni centocinqaanta^e i pri- 
mi furono in Italia Gnido GuinlEelli Iiologne- 
fle , e Guittone cavaliere gnodente d' Arezzo , e 
Bonagianta da Lucca , e Gnido da Messina,! 
quali tatti Dante di gran lunga sovercliiò di 
•cienze, e di pulitezza, e d' eleganza, e di Icg- 
siadri»; intanto cli'egli è opinione di cbi inten- 
de, che non sarà mai nomo, che Dante vantaggi 
in dire per rima. E venimente dl'c niirnhii cosi 
la grandezza e la dolce7z:i del dire suo pradeif 
te, sentenzioso e grave , con vi>riclàe copjn aù- 
rahile , cnn scienza di (ilosolia . con notizia di 
storie antiche , con tinta coi-niiione delle sto- 
rie miiderne , rbe pare nd ogni allo essere Sis- 
to presente . Queste belle cnse con ^enlile»- 
ea di rima esplicale prendono la mente di ci»- 
scnnocl^legne^e mnllo piìi.di quelli che in- 
tendono . La fìfiiioiic SDR (a mirabile, e co» 
f;randn ingegno trovata , nell» quale concorre 
«lescrieionc del mondo . decrlzlone dei cieli < 
de' £iianeli,dcscri(iuue degli uouiiiii , merìLi t 


DI DAWTE 21 

pene della vita umana , felidlà , miseria e me^ 
diocnrità eli vit» intra cine estremi. Nò credo , 
ebemai Tasse chi imprendesse pi& ampia e ler* 
(ile materia da potere esplicare )a mente d' ogni 
suo concetto per la yarietà degli spìriti loqaenlt 
di diverse ragioni di cose, di diversi pnesi, e di 
vari cadi di fortuna. Questa sua principale ope* 
ra cooiinciò Dante avanti \ìì cacciata saa^ e di 
poi in esilio la fini, come per essa opera si può 
vedere apertamente . Scrisse ancora canzoni 
morali, e sonetti • Le canzoni sue sono perfet«^ 
le, e- limate, e leggiadre, e piene d' alte senten- 
m ;e tutte hanno generosi cominciamenti y sio 
osme quella canzone, che comincia: 

jémor^ che miiosn tua virtù dal cieioj 

Come il Sol lo splendore; 
dove è comparazione filosofica e sottile intra gli 
efTetti del iSole , e gli effetti d' Amore . E V altra 
che comincia: 

Tre donne intorno al cor mi son venute, 
e l'altra che comincia: 

Donne che avete intelletto d* Amore, 
Eeosì in molte altre canzoni è sottite^e limato, e 
scientifico. Ne'sonetti non è di tanta virtì\. Quel- 
ite sono r opere sue vulgari.In latino scrisse in 
prosa e in versi. In prosa è un libro chiamato 
Monarchia , il (juale libro è scritto a modo di-' 
sadornOy senza ninna gentilezza di dire. Scrisse 
ancora un altro libro intitolato; De vulgari elo^ 
quentia. Ancora scrisse molte epistole in pro- 
sa. In versi scrisse alcune Egloghe , e 'I princi- 
pio del libro suo inversi eroici; mu non gli 
riuscendo lo stile non lo seguì. Morì Dante ne- 
gli anni MCCGXXI a Ravenna. Ebbe Dante un 


24 VITA 

figlinolo tra gllaltri chUmato Piero > il quale 
«tudiò in legge , e divenne Talenta e. per: pro^ 
pria virtù, e per favore della memoria, del . pa-- 
dre , sì fipce grand^ nomo , e guadagnò assai ^ e' 
fermò sno stato a Verona con assai ]>none &- 
colta . Qaesto Messer Piero ebbe nn figlinolo 
chiamato Dante^ e di qnesto Dante nacque Lio* 
nardo , il quale oggi vive ^ ed ha più figli«aU.i« 
Nèò molto tempo, che Lionardo antedétto. vÒMf 
ne a Firenze con altri giovani veronesi bene )«■ 
pùnto e onoratamente , e me vianne a visii 
come amico della memoria del sno pro&Téi[ 
te . E ;io gli mostrai le case di Dante- ^: e 
suoi antichi; e diegli notizia di molte cose a 
incognite ^ per essersi stranato lui e i snot dell 
patria. E così la Fortuna qnesto mondo gira 
permuta gli- abitatori col volgere di sue r^^i 


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DELL' 

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CANTO PRIMO 


ARGOMENTO 

Mostra, eh* essendo smarrito in una oscurissi ma sel- 
va , ed essendo impedito da alcune fiere di salire 
ad un colle, fu sopraggiunto da y ir gì Ho, il quale 
gli promette di fargli cedere le pene dell' Injerno, 
dipoi il Purgatorio , e che in ultimo sarebbe da 
Beatrice condotto nel Paradiso» Ed egli seguitò 
Virgilio» 

ilei mezzo de) cammin di nostra vita ' 
^ Mi ritrovai per nna selva oscara % 
Che la diritta via era smarrita: 

1 Avendo 35 anni , che sogliono essere la metà 
della vita di quelli, che arrivano a invecchiare. Dal 
Cioto xiLi di questa cantica si raccoglie, che 1' autore 
finge d' aver fatto questo suo poetico viaggio ncli'an- 
Ao del Signore i3oo quando esso era in età di 35 
•■dì; benché poi ne stendesse la descrizione in que- 
sto Poema molti anni dopo , come 'pur si raccoglie 
4a più luoghi delle tre cantiche. 

rrancesco Maria RafTael li di Cingoli, nelle memorie 
istoriche sopra la vita e scritti di Bosone da Gubbio , 
pretende con ragioni non dispregevoii, che Dante co- 
■linciasse il suo poema parecchi anni dopo ili3oo,ben« 
che il viaggio poetico sì 6uga fatto in quell'anno. — • L* 
Intorno all' incomiuciaraento, prosecuzione e com- 
pimento della Divina Commedia, V. ciò che ho detto 
a pag. LVIULKIV (nota) del mio Ragionamento fi' 
lologico'critico sulle Rime liriche di Dante Ali ghie 
ri, Firenze i835. — F. 
a A interpretarla in senso morale , vuol dire 
Dante T. L 3 


26 DELL' INFERNO 

E ' qnanto a, dir quarera, è cosa dura 4, 
Questa selva selvaggia^, ed aspra, e forte ^ 

una yita piena d' ignoranze , d' errori e di passioni 
sregolate. 

Orazio rassomiglia la vita umana ad uua selva, nel- 
la quale gli uoniiui vadano errando; nel che è stato 
graziosamente imitato d.ill' Ariosto. — L. 

I^fel senso storico V oscura selva è V intricata e 
scabrosa Reggenza di Firenze, nella quale entrò Dan- 
te r anno 35 deli' età sua, quando egli^ cioè^ fu elet- 
to del numero de' Priori. — F. 

3 Benvenuto dei Kambaldi da Imola , che imo- 
lese chiameremo in appresso, vuol che si legga ahi, 
sembrandogli un dire più nfTettuoso, e più espressivo* 

4 Difficile, e spiacevole a raccontarsi. 

Le cose malagevoli e moleste si dicono dure e spe- 
zialmente da' Franzesi. In Plauto si trova lapidea 
loqui videris , e nell' Epistola di S. Giuda vnMf^i 
>0yo^ discorsi duri» Virgilio nell' £neide disse du^ 
rate per continuate a soffrire, — L. 

5 Con sentieri disagiati , e ingombrati di spineti 
che ne rendevano malagevole 1' uscita. 

Selvaggio vale incolto, ermo, e appresso di noi si 
oppone ai domestico. Vi sono delie selve domestiche 
come quelle degli alberi fruttiferi che io ho vedute 
in Francia, e come quelle de' Giardini, ed altre somi- 
glianti piantate per delizia e coltivate . Dante per 
mostrare , che non era tale quella selva la dice sel- 
vaggia» Virgilio nella Georgica parla delle selve do- 
mestiche. — li. 

6 JForte aggiunge non poco all' aspra ; e quindi è, 
che per il forte del bosco intendiamo il più folto, ed 
intralciato di quello: siccome l* a sprq, che vale in- 
viluppata assai da tronchi, e pruni , al selvaggia , 
che vuol precisamente signìBcare abbandonata senza 
alcuna cultura. Né riesce spiacevole la simiglianza 
delle voci selt^a e selvaggia , che aggiunge grazia 
all' espressione di Apuleio nel libro j sìlvosa nemo" 
rap e a quella d' Ovidio nemorosis abdita siluis ; 


CANTO PRIMO 27 

Che nel pensier riniiDova la paura 7. 

Tanto è am^ra ^, che poco è più morte: 
Ma per trattar del Ijen 9 eh* io vi trovai, 
Dirò dell'altre cose '**,ch'' i' v'ho scorte ". 

l' non so ben ridir * , com' i' v' entrai^ 

con qael verso^ che pose in opera Plauto, ove scrisse: 
miserrima miseria, mire mirificaU 

7 Quando la rimembranza me ne risveglia la fan- 
tasia, e ravviva la specie. 

Che mentre vi penso m' impaurisce di nuovo. — > L. 

8 Penosa, che poco più è penosa la morte. 
Eccl. O mors, quam amara est memoria tua homi' 

ni paeem habenti in diuitiis suis» — L. 

Amara f penosa, intendi la narrazione di quanto la 
selva fosse spaventevole . Se con altri testi leggasi 
( come io credo che sia da leggersi ) , Tant* era^ in- 
tendi allora la Selva* — F. 

9 De' buoni ammaestramenti , che io ne ricavai 
per me , e de' buoni affetti , che mi fé' nascere in 
cuore , e la strada , che vi trovai per salire al ciclo. 

10 Altri leggono alte , e questa lezione antepo- 
ne alla pia comune , e molto commenda il Gel li ; 
ma riflettendo > che le cose poi che vi scorge , sono 
le tre 6ere selvaggie , quantunque esse siano miste- 
riose, ed abbia a/<e ancora il Vindelino da Spira, 
mi atterrei pi& volentieri à quella più divolgata. 

Non poosst, a parer mio , ammettere la lezione al' 
tre , perciocché la frase Dirò delle altre cose accen- 
nerebbe aver il Poeta tenuto già discorso d' alcune: il 
che non è vero, incominciando egli da questo puntò a 
narrare le alle, cioè le grandi, straordinarie, cose da 
lai vedute entro la selva. — F. 

1 1 Vedute, e rimirate cun attenzione. 

* Ridire, benché composto, vale quanto il semplice 
dire. Cosi appresso i Latini rescire , e appresso di 
noi talvolta tornare, come è tornato ad abitare nel" 
ia tal casa, non importando che vi abbia abitato un' 
iltra volta. — > L. 


28 DELL' INFERNO 

Tant'era pien di sonno ** in su quel punto, 

Che la verace \ia abbandonai ^. 
Ma poi eh' io fui appiè d'^un colle giunto^ 

La ore termiuHva quella yalle, 

Che m'ayea di paura il cuor compunto '^, 
Guardai in alto, e vidi le sue spalle '^ 

Vestite '* già de' raggi del pianeta ■% 

Che mena dritto altrui per ogni calle '7» 
Àllor fu la paura un poco queta^ 

Che nel lago '^ del cuor m' era durata 

la Per 1' ebrietà dai piaceri de' sensi , ne' quali 
8* era immerso, cagionata. 

Sonno, lata sonmus da uTftff de' Greci. *— JL. 

* Abbandonai da banda, che Tale lato separato t 
discosto. Alettere da banda, lasciare da banda. -^ L. 

i3 Vitretto il cuore, e quasi con punture , e spine 
trafitto per le sollecitudini , dubbi , ed ansietà , che 
dalla paura si origiuavauo. 

Compunto lo stesso che punto j trafitto: è detto fi- 
guratamente. — • L. 

i4 Cioè del colle , il quale allegoricamente Tuoi 
dire la virtù: ma noi insistendone] senso letteralei 
non terremo poi dietro a queste interpretazioni mi- 
steriose , se non dove sia certo , che l istesso Poeta 
solto la scorza delle parole ha voluto coprire la mi« 
dolla di più esteso sentimento. Y.più sotto la nota 6i* 

Così Omero *^ti\at, i^«A«(r(rri( i dorsi del mare. Spai" 
la e contratto di spalula, — L* 

i5 Illuminate dai raggi solari. 

Detto figuratamente vestite per isparse e colori' 
te. — L. 

i6 Del sole. 

17 Chi che sia, che lo pigli per guida sicura del 
suo cammino , ovunque si trovi. 

18 Lago per li due ventricoli cbe sono ricettaGoli 
del nutiimeuto , del sangue , e degli spiriti ,e dove 
è il principio delie operazioui vitali^ Né noi posso 


CANTO PRIMO » 

La notte^cV io passai con tanta pietà '9. 

E come qaei, che con lena *** affannata 
Uscito ftior del pelago alla riva, 
Si volge all'acqua perigliosa, e gaata *'; 

Cosi r animo mio, eh' ancor faggiva **, 
Sì Yolse indietro a rimirar lo passo, 
Che non lasciò giammai persona viva',*^. 

dare a credere, che intenda qui dinotare il Poeta tu- 
mida borsa del cuore , come s' immagina il Foutani- 
ni; che non è il pericardio la sede della paura , né è 
stato mai , che io sappia , stimato tale. 

Lago del cor 6gurata mente detto per dentro il ctW' 
re: e dice lago per significare V agitazione e la flut- 
tuazione del suo spirito. — L. 

19 Angoscia j compassione voi lamento , pietà di 
me medesimo. 

Pìeta^ senza l' accento grave in fine, vale angoscia, 
affanno, — L* / 

ao Respiro affannoso di chi è tutto ansante^ ed an- 
cor palpitante per il passato rischio. 

Lena dal francese haleine, e questo da halare dei 
Latini e da halitus, ~ JL. 

91 Quasi ancor non creda d' esser sicuro. 

Guatare viene da guardare, fatto guartare e poi 
guatare t e vale custodire in longobardo ; ed è trasfe- 
rito figuratamente agli occhi, come quelli che col ve- 
dere custodiscono molto. Quindi guardia. Questa è 
nirabile similitudine di Dante. — L. 

aa £ra in timore, e mancava. Maniera presa in pre- 
stito AmWaufugit mihi animus di un poeta latino. 

Epigr. antico appresso Gellio: Aufugit mihi cor, 
eredo, ut solet, ad ThcQtimum» Ovidio: Et servus 
cum re consiliumque fugit» — L. 

93 Cioè ài pochi , che si può dir, nessuno aver la 
forte di non vi perire: o pure , che lutti quelli, che 
y' incappano, vi muoiono nell' animo : o prendendo. 
persona t'iva per nominativo agente, tutti o presto o 
tardi^ o poco o molto si cimentano di passarlo* 


30 DELL'INFERNO 

Poi, riposato nn poco il corpo lasso, 
Ripresi via per la piaggia * diserta, 
Sì che '1 pie fermo sempre era '1 pi& basso *4 

Ed ecco, qaasi al cominciar dell' erta *j 
Una lonza *^ leggiera e presta molto^ 
Che di pel macalato *^ era coperta. 

E non mi si partia dinanzi al volto; 
Anzi impediva tanto 'I mio cammino^ 
Ch' i' fui per ritornar più volte volto *^. 

Temo' era dal princìpio del mattino, 

E I sol montava 'n su con quelle stelle ^^ 
Gh'' eran con lui, quando V amor divino 

* Piaegia, dalla vott plaga de' Latini, — • L. 

a4 Dipinge qui alla fantasia il modo di salire pc 
r erta, essendoché a chi sale rimane sempre un pied 
fermo , più basso al di sotto > e 1' altro promoven 
dosi sempre via più alto ascende. 

*Cioè quando avea fatto pochi passi su per VerU 
che nient' altro vuole indicare la frase quasi al ce 
minciar dell* erta» Eppure alcuno dei sottili eoa 
menta tori di Dante ha preteso che nel verso Sì che i 
pie fermo sempre era il più basso volesse figurare ; 
poèta r atto del disceudere^ o sivvero dell' andare i 
pianura!!! — F. 

Erta , dalia voce latina erecta, per accorciament 
creta, — L. 

a5 Pantera: per essa intende 1* appetito de'piacei 
disonesti , essendo fiera vaga a vedersi^ ed al somm 
libidinosa. V, più sotto la nota 34* 

Lonza (orse quasi Leontia. — L. 

a6 Con pelle di più colori diversamente distinti 
e Variata. 

37 Rivoltato indietro. Scontro di parole, che f 01 
mano col loro suono uniforme uno scherzoso bisticci 
da non cercarsi a bella posta, né curarsene gran fati 
in grave poesia» 

28 Che veniva nascendo con quelle stelle , ci 


CANTO PRIMO 34 

Mosse da prima *9 quelle cose belle; 
Si eh* a De ne sperar m'' era Cc^gìone 
Di quella fera la gaietta pelle ^^, 


formavo il segno celeste dell' Ariete: e principiando, 
quando il sole entra in Ariete , la dolce stagione , 
che asserisce sotto essere allora stata, e lo conferma 
nell' ZI. deli' Inferno, nel ii. del Purgatorio , ed in 
altri luoghi moltissimi , insinua con ciò il Poeta la 
sua opinione molto probabile , che il mondo fosse 
creato di primavera , quantunque a dir yero, secon- 
do la diversa situazione dei climi , quando il sole 
ritrovasi in questo segno, in altri corra diversa sta- 
gione da quella , che si gode nel nostro ,nè sia da 
J>er tutto una deliziosa primavera regnante. 11 Gelli 
egge; E 'l sol movea con tutte quelle stelle , forse 
pili leggiadramente. 

ag Diede il moto la prima volta ai cieli. 

3o Leggiadretta , di vago aspetto , di bei colori 
maccbiata . 11 senso é : V ora della mattina, che de- 
nota essersi egli accinto all' impresa per tempo, e la 
stagione più lieta dell' anno che ne ricorda la libe- 
rale bonti di Dio verso 1' uomo nella creazione, che 
fece dell' universo, gli accrescevano la 6ducia di vin* 
cere, cooperando alla grazia di Dio , quella fiera , e 
riportarne come per ispoglia ed insegna della ottenuta 
vittoria la pelle da tanti diversi colori abbellita; cioò 
sperava resistere agl'incentivi del sensore trionfarne. 

Gaietta peUe^Tìa vario si è fatto uajo. 11 u assume 
il g facilmente, e quindi s(arjo, e di qui sinjo. Sopra 
r ha detta pel maculato» Le cose varie dilettano , e 
perciò gajo per allegro, leggiadro. Borsa gaia, figu- 
ratamente. — L. 

Molti buoni Testi leggono alla gaietta pelle, e 
questa sembrami lezione da preferirsi. AlloyCioh dal» 
la* Intcndi;L^iS2 che a bene sperare di quella fiera, ve» 
stita di gaja pelle, m' era cagione V ora del tempo e 
la dolce stagione» E per bene sperare di quella fiera 
intendi V ammansirla» — F. -Y. pia sotto la nota 34« 


32 DELL* WFE»NO 

L' ora del tempo^ e la dolce stagione: 
Ma non sì ^' , che panra non mi desse 
La vista, che m' apparve d' nn leone ^*« 
Questi parea, che contra me venesse '* 
Con la test' alta, e con rahbiosa fame^ 
Sì che parea, che V aer ne temesse: 
Ed ana inpa ^^, che di tntte brame 
Semhiava carca ^^ nella sua magrezza, 
E molte genti fé' già viver grame '*, 

3 e Ma non sperava con baldanza^ sicché non mi 
recasse qualche timore. 

33 E' preso dal Poeta per simbolo della snperbia, 
e ambizione ; vizio più difficile a superarsi della la« 
sci via da un uomo di spìriti sollevati. V. la nota 34* 

33 Venesse per uenisse» 

34 Per la lupa intende il Poeta e vuol sii^aificare 
V avarizia. 

Per la Lonza intende il Poeta la Parte Nera di Fi- 
renze, per il Leone la Possknxa di Francia , o Carlo 
di Valois, per la Lupa la Potenza temporale de* Pon- 
te6ci . Se la Lupa significasse , come il Ventori pre- 
tende, l'avarizia, avrebb' egli mai l' Alighieri detto, 
€ sperato , che un Veltro cacciar la potesse di citte in 
città, e riporta nell' Inferno? E' egli mai dato ad un 
Eroe il poter bandir 1' avarizia dal mondo , liberta- 
done per sempre l'inferma umana natura ?-^ F. 

35 Per la sua avidità , ed ingordigia sembrava vo« 
ler essa sola per se ciò , che tutti gli altri potean 
bramare. 

Carco, carico credo che venga dalla roba e dal pe- 
so che si mette su' carri, quasi carrico, cioè soma da 
carro, e quindi fatto carico per onusto, — L* 

36 Dolenti , malcontente, tapine ,cioé quelle che 
essa spoglia de'propri averi con ingiustizia, e quelle 
che tiranneggia con la cupidigia insaziabile di pia 
•vere. 

Grame per trasposizione di magre» Onde sopra di- 
ce nella sua magrezza* — L. 


CANTO PRIMO 33 

Qnesta mi porse tanto di gravezza ^7 ^ 
Con la paura^ eli' ascia di sna vista ^^, 
Ch' i' perde"* '9 la speranza dell' altezza ^®. 
E quale è queì^' , cbe volentieri acquista, 
E giugne/1 tempo ^*, che perder lo face ^*, 
Che 'n tutti ^^ i suoi pensier piange e s'attrista; 
Tal mi fece ^^ la bestia senza pace, 
Cbe venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripingeva 1^ dove '1 sol tace ^^. 

87 Ritardamento , molestia , agghiacciamento di 
sangue , e stagnameuto di spiriti. 

38 Dal suo aspetto , che ingeriva panra in chi'U 
vedeva. 

39 /' perde* per io perdei» 

40 Di giungere alia sublime cima del C0II& 

41 L' avaroj avido d' accumulare. ^ 

42 E gli accade un giorno una disgrazia , cfie gli 
fa perdere tatto 1' acquistato con tanti stenti^ e con 
sollecitudine custodito. 

Claudiano: Quod Romana manus tantis conteoruit 
armis, Proditor unus iners angusto tempore ver' 
tit» — L. 

43 Non del fare sincopato , come dice taluno, ma 
àeìjacere primitivo. 

44 Ritorna sempre col pensiero alla dolorosa per* 
dita , in qualunque altra cosa procuri di divertir- 
lo, e non sa né può pensare ad altro. 

45 Riempiendomi d' inquietudine, ed afflizione. 

46 Al basso , verso la folta oscura selva , o gli 
antri scavati alle radici del colle, dove il sole non 
risplende. 11 P. d' Aquino nella sua bellissima tra- 
duzione in verso eroico latino non approva questo 
traslato , e ne usa un altro nel trasportarlo : a me 
sembra vaghissimo, quanto il per amica silentia^ /li- 
nae di Virgilio, e il luna «i7en5 degli altri latini , 
cbe significa quel tempo, che la luna di notte non 
fi lascia vedere. 

Tacere, è lo stesso che cessare dalla solita opera- 


34 DELL'INFERNO 

Mentre eh' i' rovinava ^7 in basso loco, 
Dinanzi agii occhi mi sì fa offerto 
Chi per lungo silenzio parea fioco ^s. 
Qu»nd' i' vidi costui nel gran diserto: 
Mlserere ^^ di me , gridai a lui» 
Qual cheta sii ^°,od ombrà^od uomo certo''- 
Bisposemi; Non uomo ^^; uomo già fui, 
E li parenti ^^ miei furon lombardi ^\ 

zìone, almeno figuratatncDte. Qosì nel libro dei Mac- 
cabei , dove si parla d' Alessandro: siluit terra afa- 
eie ejus. Cosi Dante altrove dice luogo di luce mutù 
per dire senza luce. — L. ^ 

47 Stava per precipitar giù^ e ricadere alle faldt 
del monte. 

48 Cosi Virgilio attribaiace all' anime voce pi^ 
cola e sottile: Pars toUere uocem erìguam» AEn. ti. 

Chi sta molto tempo senza far parola, prova poi 
difficoltà nel voler parlare. Nel convento di 6. fiìur» 
tolommeo di Buousol lazzo vidi un Monaco genoveM^ 
che mi disse non aver talvolta risposto a qualcQQO 
che r interrogava , per essersi reso quasi inetto al 
parlare per lungo silenzio di molti anui^ e provando 
difficoltà a discorrere. — JL. \ 

Fioco, figuratamente muto, •— F. 

49 Una di quelle tante voci tutte latine osate ia 

2 nei tempi non solamente dai poeti ^ ma eziandio 
ai pros;)tori. Di questa dcguò valersene ancora il 
Petrarca nella canzone alia Vergine: Miserere d* um 
cuor contrito umile, 

50 Cioè qualunque tu sii. 

5i Vero^ e reale, e non solo apparente. 

53 Mon sono ora più uomo, perchè 1' anima «ola 
non è nomo, ma 1* anima al corpo unita: lo fui però 
tempo fa. 

53 Li miei padre e madre , alla maniera latina , 
che non sdegnò usare il Petrarca. 

54 Denominazione anticipata di molti secoli ri* 
spetto ai tempi, dei quali parla vagli: ma opportuna 


CANTO PRIMO 35 

E maDtovaiii ^^ per patria amendiii ^^. 

Nacqui sub Julio ^7, ancorché fosse tardi, 
£ vissi a Roma sotto ''l buono Agusto ^' 
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 

Poeta fui^ e cantai di quel giusto 

Figlinol d'Anchise, che venne da Troia, 
Poi che il superbo llìon fu combusto ^9. 

Ma tn^ perchè ritorni a tanta noja ^^? 
Perchè non sali il dilettoso monte % 

per farsi meglio intendere da Dante nel tempo , in 
cui gii parla. 

Del paese che oggi si chiama Lombardia: perchè 
a' tempi di Virgilio si diceva Gallia* — L. 

55 Propriamente di Audes piccolo luogo nel man- 
tovano. 

56 Alcuni leggono ambidui, altri ambodui. 

57 11 senso é: posso dire, di esser nato sotto 1' im- 
pero dì Giulio Cesare, sebbene Cesare si fé' dittatore 
perpetuo un poco più tardi rispetto al mio nasci- 
mento , che propriamente segui nel consolato di 
Gneo Pompeo, e di Marco Licinio Crasso nell' an- 
no della fondazione di Roma 684 avanti Cristo 70. 
£ convenendo tutti nell' anno della nascita di Vir- 
gilio , male spiega il Daniello quel tardi negli ul- 
timi anni della dittatura' di Giulio Cesare. 

58 11 Landino vuol che si legga Augusto. 

ji gusto. Così Adusto mese, e Agostino nome d' uo- 
mo. Augusta Praetoria si dice Aosta, •— * L. 

59 Incendiato ; ed é quel suo: ceciditque super^ 
bum llium etc» AEneid. iii« 

Noi diciamo oggi in liimil maniera combustibile e 
adusto» •^- L. 

60 Quauta n' ha rtcata l' intrigata selva, alla qua- 
le ora ritorni. 

* Dilettoso monte» Per esso dee intendersi la con- 
tentezza, la pace e la felicità, la quale, sedate le iute- 
sline discordie, sperava Dante poter ricondurre ìiclU 
sua Patria. .-* f . 


36 DELL' INFÉBNO 

Gh'è principio, e cagiODdi tutta gioia ^'? 

Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte % 
Che spande di parlar sì largo fiume? 
Risposi lui ^* con vergognosa ^^ fronte; 

Oh degli altri poeti onore, e lume; 

Vagliami '1 lungo stadio, e ''l grande amote^ 
Che m'han fatto cercar lo tuo volume. 

Tu se' lo mio maestro, e lo mio autore: 
Tu se' solo colui, da cu' io tolsi 
Lo bello stile, che m'ha fatto onore ^^. 

Vedi la bestia, per cu' io mi volsi ^'^ 
Aiutami da lei ^^ , famoso saggio % 
Gh' ella mi fa tremar ^7 le -vene, e i polsi. 

6i Di tutta la gioia , che rende altriù con lieta 
contentezza beato* 

* Ovidio^ 1. Faston : Quoties nostras te pertis mi 
artesy Ingenii currunt flumina quanta tuùW Fetrar- 
csL:Cke per cosa mirabile si addita Chi faccia d'Eli' 
cono nascer fiume. — L. 

6a Lui per a lui , e anele adoprarsi senza il tuo 
proprio segno frequentemente. 

63 Per riverenza a un tant' uomo^ e per confotio- 
ne deli' atto in cui fu trovato, di ceder vilinente, ed 
esser rìspinto indietro. 

64 Rendendomi famoso, e chiaro al mondo* 

65 Per timor della quale voltai le spalle ai monte* 

66 Difendimi contro quella. 

* Saggio trovasi talvolta adoprato dagli antichi nel 
significato di poeta ; nel qual senso usollo Dante in 
questo luogo ed altrove. V. anche il mio Ragionamento 
Sulle poesie liriche dell' ÀI ighieri,pag. CCLXX. — F. 

67 Cioè tremare per il grande spavento tutte le 
vene, tanto quelle, dov'è più di sangue, e meno 
di spiriti , e però non risaltano, quanto quelle , dO" 
v' è più di spiriti, e meuo di sangue, e sono le arte* 
rie, a pulsando dette polsi. 


CANTO PRIMO 37 

A te con vieD tenere altro viaggio, 
Kispiose , poi che lacrimar mi vide, 
Se YQoi campar d' esto luogo selvaggio: 

Gilè questa bestia, per la qual tu gride ^^, 
Non lascia altrui passar per la stia via, 
Ma tanto V impedisce ^9 ^ che l'uccide: 

£d ha natura sì malvagia e ria, 

Che mai non empie la bramosa voglia, 
£ dopo '1 pasto ha più fame che pria ^o. 

Molti son gli animali, a cui s* ammoglia "J', 
E più saranno ancora, infìn che '1 veltro 7* 
Verrà, che la farà morir di doglia. 

68 Gridi misericorrìia, domatidaudo aiuto. 

69 Parandosegli d' avanti^ ed iutoruo avvolgendo» 
•egli , e spaViutaudulo. 

70 Verso imitato^ cosi dice la Crusca , in tal for- 
ma dal fierni: E dopo il pa'^to hai più fame di pri* 
ma , imitazione veramente felice! 

71 11 vizio dell' avarizia simboleggiato nella Lupa^ 
si conginnge con altri vizi: per esempio^ colla frode, 
colla violenza ec. 

Siccome si dice maritare per dar marito, coai am- 
mogliare per dar moglie. Uxorare in latino basso ed 
uxoratus. Qui è per congiungersi , Bguratameute 
detto, come fa marito e moglie col matrimonio. «^ L. 

Secondo r allegoria alorica , intendi: Molti sono i 
Potentati coi quali Roma si collega per farsi più for- 
te, e più saranno aucora^infino a cbe ec — F. 

7a Propriamente <5an da giungere, o levriere. Ma 
sotto questo nome intende il Poeta Can grande delia 
ikala , si^ore di Verona , da cui fu con animo ge- 
neroso, e mano liberale sovvenuto nelle sue traver- 
sie. 11 Laudino , seguendo Benvenuto dei Rambaidi 
da Imola, l'interpreta di Cristo , che verrà tra cielo 
e cielo al finale giudizio , ma questa «uà applicazio- 
ne lontana , e male adattata, non è molto ricevuta 

Dante T. I. '4 


38 DELL'INFERI» 

Questi non ciberà 7' terra, né peltro ^4, 

Ma sapienza, ed amore, e virtate^ 

£ saa nazion ^^ sarà tra Feltro e Feltro. 
Di quell' nmile Italia fia salute. 

Per Cui morìo f^ ìsl vergine GammiUa, 

dai più f e se tì è qualche gosto gaasto , a cai piaor> 
eia , se la goda pure a suo piacere, e V assapori^ che 
io glie la dono* 

f^elirofnò esser detto da velifer per la leggeressae 
Velocità. — L. 

Sotto il nome di Veltro è qui particolartnante a- 
dombrato Ueuccione della Faggiuola, la cui nazione, 
vale a dire , il cui dominio ereditato dagli ari , era 
posto tra Feltro e Feltro , cio^ tra un monte • I* al* 
tro di questo nome , ed in mezzo alle città Fel- 
triche di Macerata e di San Leo. Intorno al Veltro « 
al sospirato liberatore d'Italia , del quale pia Tolteg. 
■parla Dante allegoricamente, V. il mio Ragionament* 
sulle Rime liriche ài Dante , pag. cnii-cxsnr ( no- 
ta ).— F. 

73 Ciberà qui sta per jMScersl, non per pascere, 
come se dicesse : non si ciberà di terra: e male spie- 
gano alcuni : Terra non lo ciberà ; conciost iacosachè 
quel questi altro caso esser non può , che il retto 
singolare. 

74 Peltro , propriamente stagno raffinato con ar* 
gento viyo ; ma qui prendendosi la specie perii ge- 
nere , vale r istesso , che ogni sorta di metallo, pre- 
zioso . come oro , argento ec. ed il senso ^ : questi 
non appagherà il suo appetita col possedere iqolto 
paese e gran tesori, ma con la sapienza , e questa saU 
lo sazierà. 

75 Pretende qui circoscrivere Verona patsia di 
Cane posta tra Feltre città della Marca Trivigians , 
e Monte Feltro città della legazione d' Urbino , ove 
dice t che nascerà cfuesto Cane , che farà morir coq 
doglia la fiera sbniuaudoJa. | , 

76 Mori, di ferite Camroilla , e Turnoper difen- 


CANTO PRIMO 39 

Earialo, e Torno, e Niso dì ferule ^^: 

Questi la caccerà per ogni Villa f^. 
Fin che V avrà rimessa nelV Inferno, 
Là onde invidia prima dipartilla. 

Ond' io per lo tuo me** 79 ^'enso e discerno, 

ilerU ; Niso , ed Eurialo per acquistarti. Pare che 
TOglia accenoare lo stato poutificio , quAsi fosse pìh 
à* ogni altro da ingorda cupidigia spogliato e op« 
presso. Ma perchè usò quelT aggiuuto umile? Forse 
perchè quella provincia dell' Italia, che ora si chia- 
ma Marittima , e Campagna , si stende la maggior 
parte in pianare: o forse Dante disse cosi perchè 
Virgilio nel ni. dell' Eneide avea detto: hutniletn" 
que videmus Italiani» Qui il prenominato tradut- 
tore trasporta : f^olscente Cammilla non minor , 
comparazione lontana dalla mente del Poeta , che 
i^mplicemente intese con tal circonlocuzione accen- 
nare quella parte d' Italia. E poi quel Volseente iu 
luogo di Volsca adiettivo , dubito forte , se debba 
dirsi Toce latina^ mercè che il F'olscens di Virgilio è 
il nome soo proprio di quel tal Capitano ,che cosi 
appellatasi , e yien posto qual sostantivo. 

Umile Italia^ perchè ridotta iu pessimo stato per 
le Visioni de' Guelfi e de' Ghibellini, e per i' inya* 
sione de' barbari. — L. 

77 Ferule, ^t ferite. 

hi La perseguiterà , e inseguirà per ogni città 
e luogo , finché da ogni augolo discacciandola , la 
costringa a rintanarsi nell' Inferno , donde 1' invi- 
dia y che ha LuciftTo del bene degli uomini , V ave- 
Ta rimossa, e condotta quassù tra noi. 

yUla per città come i Francesi. Rutilio Numazia- 
oo: Nunc villae ingentes, oppida parua f/rius, — !-»• 

79 Per il tuo meglio , per la mìglioi^ cosa , che 
io possa farti , penso e giudico : ed è voce accorcia- 
ta da meglio , che ama sovente adoprare il nostro 
Poeta g e non di rado ritrovasi iu altri scrittori an- 
tichi. 


40 DELL'INFERNO 

Che ta mi se^i, ed io sarò tan gaidà ^, 

E trarrotti di qai permango eterno *% 

Ov' udirai le disperate strida, 
Vedrai gli antichi spiriti dolenti, 
Che la seconda morte ciascpn gridai'» 

lE vederaì color, che son contenti 
Nel fuoco, perchè spera n di venire, 
Quando che sia ®% alleheate eenti: 

Alle qua' poi se tu vorrai salire ®^, 
Anima fìa a ciò di me più degna.* 
Con lei ti lascerò nel mio partire; 

Che qnell' Imperndor, che lassù, regna, 
Perch'io fui ribellante ®4 alla-sua legge, 
Non vuol^che 'n sua città per me ^^ si yegna. 

* Guidare, forse da uedere* --<• L. 

80 Passando p«r mezzo all' Inferno > che 4ovrà 
durare eternaiqiente. 

Tutti i luoghi sono eterni, se materialmente si 
prendono* Sicché qui Dante vuol dire un luogo > ove 
le cose che sono, dureranno in eterno. — L. 

Si Chiede con alte strida, e chiama, oltre la morte 
del corpo, che fu la prima, la morte ancora dell' ani« 
ma immortale, che sarebbe la seconda. 

8a Dopo qualche tempo , una volta; e sono le ani- 
me , che nel Purgatorio il fuoco monda da ogni 
macchia, di cui son lorde. 

83 Alle quali anime b^ate del Paradiso se ta vor- 
rai salire, vi sarà un' anima piò degna di me ( cioè 
Beatrice ) a farti ciò eseguire, e servirti di guida. 

84 Bibello, non contrariandola , o sprezzandola, me 
non conoscendola. 

85 Per mezzo mio , facendo io la scorta, dove non 
mi è permesso il giungere. 

Ptr me si t*egna, alla francese par màij da me, cio^ 
lion vuole che da me si vegna in sua città, non vuol 
eh' io vegua in sua città.»— L. 


CANTO PRIMO 41 

In tutte parli impera, e quivi ^^ regge: 
Quivi e la sua cittade, e l' alto seggio: 
O felice colui^ che ivi elegge ^^l 

Ed io a lui: Poeta, i' ti richìeggio 
Per quello Iddio, che tu non conoscesti *, 
Acciocch' i' fugga questo malese peggio ^^, 

Che tu mi meni ^9 là dov' or dicesti, 
Sì eh' io vegga la porta di san Pietro, 
E color che tu fai cotanto mesti ^o. 

AUor 8Ì mosse; ed io gli tenni dietro. 

86 Di qui, come dalla saa Corte, manda i suoi or- 
dini a tutto l'universo a lui sottoposto: distlnguesi 
\* impera dal reege, perchè l'imperare è un comandar 
con potenza ; il reggere é un governar con amore. 

87 Felice colui, cui Dio elegge per abitare ivi , e 
regnare con lui. 

Nei salmi: Beatus quem elegisti et adsumsisti, 
inhahitabit in atriis tuia» •— L. 

** Cioò col debito culto, perchè in quanto alla cogni- 
zione di Dio speculativa. tutti r hanno avuta. 8. Pao- 
lo !• ad Rom. Qui cum cognouissent Deum,non sicut 
Deum ^lorificauerunt, — L« 

88 Cioè dopo. 1' essermi abituato nel vizio,!' impe- 
nitenza e la dannazione. 

89 Conducimi dall' inferno sino al Purgatorio. 11 
Daniello ha male spiegato la Porta di S. Pietro per 
il Paradiso; imperocché Dani^ pone poi alla porta del 
Purgatorio un angelo, come vicàrio di S. Pietro , e 
ciò in riguardo alla potestà delle chiavi, cioè dell' in« 
dnlgenze per i defunti ; e inoltre si era dichiorato 
Virgilio, che per condurlo in Paradiso non aveva né 
poisibilità, né merito. 

Menare dal latino minare, che significa condurre 
col precedere innanzi. — L. 

90 Quel mesti risponde e si riferisce a quei che 
itamio neir Inferno. 

*4 


CANTO IL 


ARGOMENTO 


In qvetto secondo canto, dopo la inuoca%ion€f the 
sogliono Ja re i poeti ne* principii de' loro poemi » 
Mostra che considerando le sue forze « dubita , 
eh' elle non fossero bastanti al cammino da F'ir* 
gilio proposto dello Inferno , ma confortato da 
esso, finalmente prendendo animo plui come duu 
e maestro seguitò. 


JLjo giorno se n' andava ', e V aer brano 
Toglieva gli animai^ cbe sono in terra 
Dalle fatiche loro, ed io sol' ano 

M' apparecchiava a sostener la gnerra * 
SI del cammino^ e si della pietade. 
Che ritrarrà la mente ', che non erra* 

O mase, o alto ingegno * , or m' aiatate; 

> I Si faceva notte. 

a La grande arduità del cammino e della com- 
passione^ eh' io avrei provata iu mirare quelle anime 
tormentate. 

3 11 qual cammino eia qual pietà te descriverà con 
vivacità di colori la mente disappasionata e veridica^ 
e che non erra così facilmente , come fanno i aenti 
air iucontro d' apparenze fallaci. 

*Credo si rifiorisca a VirgiI io, essendoché mi sembra 
improbabile che il Poeta volesse invocare il soccorso' 
del proprio ingegno e chiamarlo aito, checché ne di- 
ca il Ferticari. Al principio della Cantica del Pani* 
diso fa r invocazione ad Apollo. — F. 


O mente ♦, che scrWesti ciò^ eh' i' Tidi, 
Qui sì parrà ^ la ina nobilitate. 

Io cominciai: Poeta, che mi gnidio 
Guarda la mia TÌrtà, s'ell è possente*, 
Prima ch'ali' alto passo ta mi fidi. 

Ta dici y che di SHvio lo parente 7, 
Corruttibile ancora '^ ad immortale 
Secolo andò, e fu sensibilmente 9.- 

Però se l'Avversario *** d'ogni male 
Cortese fu , pensando l'alto effetto, 
Oh' uscir doYca di lui , e '1 chi , e 'i quale, 

Non pare indegno ad uomo d'intelletto ; 
Ch'ei " fu dell'alma Roma, e di suo impero 

4 -Qui la pone in significato di meniorìa, come so- 
pra eca in significato d' intelletto: o memoria , che 
bene "^n te imprimesti « ed hai ritenuto tutte le 
cose eh' io vidi. 

5 Comparirà ^ e si vedrà a prova « di qual nobiltà 
e perfezione tu sii dotata. > 

6 Possente a reggere^ e riuscire in questa im* 
presa , prima che mi .azzardi e cimenti ali' arduo 
passaggio dell' inferno al Cielo. 

7 Enea padre di Silvio , che lo generò di La- 
vinia; e da questo poi fondata fu Alba. 

8 Vivo, ed alia morte soggetto andò all' Inferno > 
ove eternamente con immortai morte si vive. 

9 E non fu per vision di fantasia , o astrazione di 
mente, ma vi andò realmente col suo oorpo disposto 
alle operazioni de' sensi. 

10 Fero se Iddio sommo bene fu ad Enea cortese, 
permettendogli questa andata all' Inferno in riguardo 
alla gloriosa posterità che doveya da lui discendere^ e 
die persone che sarebbero.in essa statele alla lor qua- 
lità; non comparisce, a chi bene intende^ cosa inde- 
gna ed impropria di quella infinita Bontà e Sapienza 
una cotal condesceudenza. 

11 Conctosaiacosachà egli. Enea. 


44 DELL'INFERNO 

Nell'empireo * ciel per padre eletto: 

La quale , e 'i quale '* ( a voler dir lo Tero ) 
Far stabiliti per lo loco santo '^ , 
U' '4 siede il succéssor del maggior'^ Piero. 

Per questa andata, onde gli dai tu Tanto '^ , 
Intese cose "^ che furon cagione 
Di sua vittoria , e del papaie * ammanto. 

Àndovvi poi lo Vas d' elezione '' , 

* Empireo, cioè infuocato 8*|xt»/:/io5.— L» 

la La qoal Roma^ ed il qaale Imperio. 

i3 Per la Santa Sede , dove risedesse il vicario di 


Cristo, e il successore di 8. Pietro» maggiore di tatti 

Sii altri poiite6ci in santità, volendo Dio valere 
orna, e dell' imperio per fondarvi la sua Chiesa. 


i4 13' col segno dell apostrofe j vale lo stesso che 
doue ed è molto familiare ai poeti. 

* Maggiore nel linguaggio del Medio Evo significa 
capo, superiore, presidente» Cosi majordomus»JIÌtì\t 
Decretali è il titolo De majoritate et obedientia» Co* 
si si trova nelle lettere maiori meoj^ec* Noi diciamo 
ancora maggiorente, —- L. 

i5 A conto della quale dai a Enea il vanto di Pio , 
chiamandolo cosi per antonomasia in riguardo all' a* 
more mostrato in ciò al padre Anchise. 

i6 Intese dal medesimo Anchise cose , che gli fu- 
rono di giovamento, accrescendogli l' animo e la spe- 
ranza quelle predizioni per riportare di Turno piena, 
vittoria; la qual vittoria cagionata da tal' andata fece 
nascer Roma, dove in abito pontificale sedesse il vi* 
cario di Cristo sul trono : sicché anche questo a que- 
gl' istessi vaticinii di sua stirpe può attribuirsi* 

* Papale, Papa *jrà.Tr^ significa padre , ed è ti-, 
tolo che anticamente davasi a tutti i Vescovi. In og- 
gi non si dà se non a quel di Roma, e a quei d' Ales- 
sandria.— L. 

11^ S. Paolo apostolo andovvi , non all' Inferno ,. 
ina al Paradiso: che quel %fi si riferisce all' immortai 
«eco/oche conviene aìruno^ ed all' altro. Lo nomina 


CANTO II. 45 

Per recarne conforto a quella fede ", 
Ch'è princìpio aJla via di salvazione. 
Ma io perchè venirvi? o chi '1 concede? 

10 non Enea, io non Paolo sono: 

Me degno a ciò '^ ^ né io , né altri crede. 

Perchè se del venire i' m'abbandono ***, 
Temo che la venuta non sia folle: 
Se* savio, e intendi me*, eh' io non ragiono *'. 

E qoale è quei, che disvuoi ciò eh' e' volle *S 
£ per nuovi pensier cangia proposta , 
Sì che dal cominciar tutto si tolle , 

Tal mi fec'io in quella oscura costa *^: 

poi Vas d' elezione , alludendo a quel sacro Testo ; 
quoniam Vas eleclionis est mihi iste» Act. 9* 

18 Conforto per I9 riportate notizie alla nascente 
fede cristiana , principio della via di salute , perchè 
è il primo passo necessario^ e senza l'opere negli 
adulti non basta a salvarli^ essendo il fine la carità. 

19 Non ho il lor merito^ né presumo di averlo, né 
altri in me lo riconosce. 

ao Se mi dtffido , e mi ritiro dal venirvi , egli è 
perchè temo : cosi il Landino, il Daniello e il Volpi. 
Se mi abbandono , ed accordo così alla prima e alla 
cieca y disponendomi , ed affrettandomi alla venuta , 
temo non sia sconsigliata , vana e stolta: cosi il Vel« 
lutelfS , e il tradnttor latino ; e questo mi pare pia 
conforme al contesto. 

11 Perticari dimostrò con altri eserop j^cfae la frase, 
se del venire io nC abbandono significa veramente , 
se mi abbandono tutto così alla cieca, e prendo la 
uia senza badare ad altro» — F. 

ai Intendi più e meglio di quel che io dica, e sap- 
pia dire. 

13 Si ritira affatto indietro dall' intrapresa per 
nuovi motivi che 1' hanno fatto cangiare risoluzione* 

23 In queir erta salita del colle, oscura per esser 
tramontato il sole. 


46 DELL' INFERNO 

Per che pensando^ consumai *^ V impresa^ 

Che fa nel cominciar cotanto tosta *^. 
Se io ho ben la tua parola intésa , 

Rispose del magnanimo qaelT ombra *^ j 

L' anima taa è aa Tiltate offesa : 
La qual molte fiate l' nomo ingombra , 

Sì cbe da onrata * impresa lo rivoWe *7, 

Come falso veder, bestia , qnand^ ombra. 
Da qaesta tema acciocché tu ti solve *' , 

Dirotti, perch'io venni, e quel eh' io intesi 

Nel primo punto, che di te mi dolve *'• 
lo era intra color, cbe son sospesi '% 

E donna mi chiamò beata e bella^ 

Costa dal Ut. costa, e si prende per luogo laterale, 
e per banda. Qui figuratamente per qualunque par-> 
te* — L. 

!i4 Taluno sptega^nii, compii; ma il contesto ttoai 
lo consente: al più si può passare il senso di maturai 
meglio. Gli altri spiegano ridussi in nulla, risolvendo 
di non ne far altro. 

i5 Alla ^uale cosi subito tutto volonteroso mi ac- 
cinsi in prima. 

Tosta, cioè subita , veloce • •— L. 

a6 L' anima del magnanimo Virgilio ripi^ènde la 
viltà , che fa ignobile quella di Dante^ e recale que- 
sta offesa di renderla per la sua dappocaggine dispre- 
gevole. 

* Onrata per onorata ^ come orrevole per onorewo' 
le j contrattamente. -— JL. 

' 37 Lo ritira e chiama indietro , come fa indietro 
rÌTolgere una bestia , che si adombra, ogni piccola 
cosa falsamente appresa per nociva al primo vederla. 

a8 Ti sciolga, e liberi. 

ag Subito che mi dolse, m' increbbe di te , veden- 
doti in quel pericolo. 

3o Sospesi nel Limbo , né beati in gloria , né tor- 
mentati coH penaj né salvi» uè dannati. 


CANTO II. 47 

Tal che di comandare iMa richiesi ^'* 

Lacevan gli occhi scioi più che la stella '*: 
£ comiDciommi a dir f soave e piana , 
Con angelica voce in saa favella: 

O anima cortese Mantovana, 

Di cai la fama ancor nel mondo dora. 
E darerà , quanto '1 moto lontana '^ : 

3i La pregAi ad onorarmi di qualche suo comAudo: 
questa era Beatrice. 

32 Chi intende la stella Venere^ cosi il Volpi: chi 
il sole per esser detta in questa forma assolatamente^ 
cosi il Daniello , il Landino eil Vellutello; e vi è 
qualche ragionevol motivo per l'una e per l'altra in- 
terpretazione. 

Dee intendersi ti Sole, da Dante chiamato qui, sic- 
come altrove, la stella per eccellenza. *< Chìaman la 
stella talor tenebrosa „ Cauz. XXV 11 f . •* Come uir^ 
tu Ji stella ^produce) margherita „ 8on. XXIX. V. 
le mie illustrazioni alle Poesie liriche di Dante, pag. 
CLXXin. — F. 

33 Quanto il moto de' Ci«li per lungo spazio di 
tempo si stenderà, dilungandosi dal suo principio: o 

Snre per tutto il monijlo , da dove comincia fin dove 
uisce il giro del sole e de' cieli. La prima è la co- 
mune, la seconda è del traduttore ingegnoso , al sen- 
timento di cui se non sempre mi appiglio , anzi ta- 
lora per r amore , che porto al vero* lo rifiuto , non 
è però uè vi sia chi creda ,ch' io non riconosca il 
sno merito, o non lo stimi. 

La lezione di questo verso quanto 'l moto è oggi ge- 
neralmente riconosciuta per la non vera, nonostante! 
r acerbità di parole colla qusle presume sostenerla il 
Biagioli. Leggasi dunque quanto *l mondo, siccome 
portano molti e molti buoni Codici e 1' edizione Ni- 
dobeatina, e siccome giudicarono doversi leggere il 
Lombardi, il Monti ec., e intendasi: la di cui fama, 
dura ancora nel mondo , e durerà lunga quanto it 
mondo medesimo* -^ F* 


/ 


48 DELL' I]tF£MO 

L' amico mio , e non della ventara ^^ 
Seìid deserta pia«;gìa è impedito '^ 
Sì nel cammin, che Tolto è per paura; 

E temo, che non sia già sì smarrito , 
Gh' io mi sìa tardi al soccorso levata , 
Per quel ch'io ho di lai nel cielo udito. 

Or muovi '^, e con la tua parola ornata , 
E con ciò, eh' è mestieri al suo campare^ 
L'aiuta sì, ch'io ne sia consolata. 

r son Beatrice , che ti faccio andare: 
Vengo di loco '7^ oye tornar disio: 
Amor mi mosse che mi fa parlare. 

Quando sarò dinanzi al signor mio» 
Di le mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora ; e poi comincia' io: 

O donna di virtò j sola , per cui 

L' umana spezie eccede ogni contento 
Da quel ciel , e' ha minor li cerchi sui'' .* 

Tanto m"* aggrada il tuo comandamento. 
Che r ubbidir « se già fosse ^ m'è tardi '$: 

3 j Che fedelmeute amava Ih mia per&ona , e uon 
ciò che pottsa da me in suo prò e vatita^io spe- 
rara, quaudo favorivami la forruna. 

yeniuru per Fortuna, perchò sempre si aspetta 
e non ai sa quale verrà. — L. 

35 Tanto atterrito e tenuto indietro dalle tre Bere, 
che si è per timore rivolto in fuga. 

36 Muoviti al suo soccorso: cosi pure nella cansone 
alla Morte ( Cam. V. >: Muowi nouetla mia^ non far 
tardanza. Imitato dal l^etrarca nella canzone ^ Or 
muovi^ non smarrir l'altre compugnem 

3n Dal cielo. 

38 Ogni altra cosa eontenuta sotto il ciel della La- 
na, il quale per essere di tutti gli altri il più basso.di 
tutti gii altri ha minori i suoi cerchi. 

39 Talti e taoto è il piacere che provo di questo 


CANTO IL 49 

Pi& non i'è uopo nprirmi 'l tuo talento *. 

Mu dimmi la camion , che non ti guardi 

Dello scender qnaggluso ^ìn questo centro^ 
Ddir ampio loco , ove tornar tu ardi ^'** 

Da che tu vuoi saper cotanto addentro, 
Dirotti hrevemeute, mi rispose , 
Perch' i' non temo di venir qua entro. 

Temer si dee di sole quelle cose, 

Ch'hanno potenza di fare altrui male: 
Dell'altre no, che non son paurose ^'> 

lo son fdtta da Dio^ sua mercè ^ tuie, 
Che la vostra miseria non mi tange 4% 
Né fiamma d'esto 'ncendio^^ non m'assale^^. 

tuo comando, che se V aveasi ese^aito nel punto stes* 
8o che me lo fai^ giudicherei d* averlo eseguito tardi* 
li Bembo legge : Più non i* è un* che aprirmi il 
tuo talento , iticchè renda un tal senso : non ti fa di 
mestieri , se non che palesarmi il tuo desiderio ^es- 
sendo ^ià risolulo di studiarmi quanto so e posso a 
farti di quello contento e pago, qualunque sia: in cui 
apparisce 1' imitazione Virgiliana di quel famoso 
tuum estfO Regina, quid optas , Explorare làbor ^ 
mihi lussa capessère fas est» A£n. i. 

* TalenLo, cioè desio, brama» — L. 

4o Ardentemente desideri. 

4i Non son da metter paura ; e quindi ricavasi , 
che pauroso in toscano equivale al formidolosus 
latino; voce , che tanto bene si adatta a chi teme co- 
dardo, quanto a chi spaventevole reca timore. 

4^ Non mi tocca, mi lascia illesa. 

45 Non creda il poco cauto lettore , che Dante 
ponga Virgilio nel fuoco dell' Inferno ,0 che pou;;a 
fuoco nel Limho.dove era Virgilio: si deve iuteudere 
p«fr fiamma ed incendio il desiderio del cielo scom- 
pagnato dalla speranza di ottenerlo. 

44 Questa doppia negazione maggiormente qui nega 

Dante T. I. 5 


so DELL' IMFEIWO 

Donna è gentil nel ciel ^^ , che si compiange 

Di questo impedimento, qy' i' ti mando» 

SI che doro i*^ giadicio la;»s4 frange. 
Questa chiede Lucia in spo dimando 47^ 

E disse: ora ahhisogna il tuo fedele 

Di te/ed io a te lo raccomando. 
Lucia, nimica di ciascun crudele 4% 

Sì mosse, e venne al loco doy' i'era^ 

Che mi sedea con V antica Rachele ^9; 
Disse : Beatrice, loda di Dio vera ^**, 

come in Virgilio Cglog. 5 nulla neque amntm Li* 
hauit quadrupeSi nec graminis attigit herÒAnu 

45 Vi è Dna nobile e corteie Donna, <iioè 1« DìW* 
Da Clemenza , che meco insieme piaofe, « ramnarì- 
casi (lell'impedi mento che danno le 6ere a Dante nel 
sao cammino^ a soperare il ([uale io roandofci : sicché 
fa quasi forza col suo pianto , e piega in severa gio- 
stizia su in cielo, che lo voleva, perché colpevole» la- 
cerato dalle fiere e panilo. 

Dunc^ne le tre fiere non possono esfer simboli della 
Lussuria , Superbia e Avarizia , come ci ha poc' anzi 
detto il Venturi , perciocché sarebbe uno sciocco di- 
scorso il dir che il Cielo si valga dell' opera dei Vizj 
per punire un uomo colpevole. — F. 

46 .Duro qui non altro significa che seuero,e giusti* 
ficasi appieno questa espressione da quella in tutto si- 
mile della Sapienza 6 judìeium durissimum iis , qui 
praesuntf fieu 

4? Onesta , cioè la Clemenza , fece istanza a Ln^ 
eia nella sua richiesta; per Lucia intendi la grazia il- 
luminante. 

^ ufi Tutta pietà » come sopra il Sommo Bene Iddio 
circoscrive: C Avyeraarìo d* ogni mule. 

49 Rachele figura della vita contemplativa » e Lia 
sua sorella dell attiva nel Vecchio Tcstamento^come 
sono nel JNnovo Marta e Maddalena. 

50 Che sei una vera lode di Dio ; e perchè altro 


CANTO II. 54 

Che noti soccorri quéi, che t' amò tanto, 
Ch'uscio per te della volgare schiera '' ? 

Non odi ta la pietà del suo pianto ^*j 
Non yedi tu la morte , che '1 combatte 
Sa la fiumana, onde '1 mar non ha vanto ^^? 

Al mondò non far mai persone ratte ^^ 

non fai j che lodarlo ^ e perchè muovi a lodarlo chi 
ti vede. 

Si Dair amor « che portò a te^ iogentilito, e fatto 
divino poeta , e eh' ebbe per te un amore di tempra 
più pregevole di quello d' ogni altro amante: o che 
divenne per la veemenza dell' amore^ con cui rimase 
di au si nobile e degno oggetto preso e invaghito, co- 
tanto chiaro. 

5a 11 suo pianto degno di muoverti a pietà , in sì 
fatta guisa e compassionevole. 

53 Questo fiume , di cui sopra non ha fatto men- 
zione alcuna, dovea forse scorrere a pie del colle, ove 
se f li fecero incontro le fiere; è per essere all' inferno 
vicino, forse sarà un fiume infernale; éfl il mare non 
■e avrà vanto , perchè non gli porterà coinè gli altri 
della terra, il triboto delle sue acqtie; o purè pei' es* 
sere tanto impetuoso, che il mare non si può vantare 
di violenza maggiore.Miglior consiglio reputò quello 
di alcuni, i quali portano opinione, parlar qui il Poe- 
ta nnicameute in senso morale , e voler intender le 
Bóiaiie concupiscenze , le quali sconvòlgono 1* animo 
con agitazioni maggiori di quel che il mare venga po- 
sto in rivolta dalle tempeste. 

Fiume pili fiero e crudele del mare, o che non cede 
al mare. — L. 

Secondo l* allegoria storica intendi: Sulla torbida e 
impetuosa fiumana delle civili discordie .* e però dice 
il Foeta, che di tal fiume non ha vanto il mare. .— F. 

54 Pronte, frettolose a conseguire ciò che reca uti- 
le, e fuggire ciò che lor porta danno. 

Batie , da rapide , contratto rapde , rapte , rat- 
te, — • L. 


52 DELL' IlfFERNO 

A far lor prò^ ed a fuggir lor danno, 

GomMo^ dopo colai parole fatte **: 

Venni qnaggiù dai mio beato scanno^ 
Fidandomi nel tao parlare onesto^ 
Gh* onora te^ e qaei, eh' udito V hanno ^^. 

Poscia che m' ebbe ragionato questo ^^^ 
Gli occhi lucenti, lagrimando, volse: 
Per che mi fece del venir più presto *. 

E venni a te cosi, com'ella volse ^®: 
Tìinanzi a quella fiera ti levai^ 
Che del bel monte il corto andar ti tolse ''« 

Dunque che è? perchè^ perchè ristai *** ? 
Perchè tanta viltà oel cuore allette ^'? 
Perchè ardire % franchezza non hai? 


55 Dopo eh' ebbe Biiito di parlarmi cosi Lttcia. 

56 Leggiadro stile e Sf^ntenzioso , che fa onore a te 
ed a chi lo segne^ ed imita. 

57 Parlato a me così Beatrice. 

* Mi fece più presto e veloce in veoire. ^^ L. 
. 58 fraise da volere eh' é propriamente di volgere 
V ba voluto la rima a dispetto della ragione. 

Volse per uolle ( nonostantechi sia presentemente 
considerato siccome idiotismo ), trovasi spesso ado- 
prato da buoni antichi Scrittori non solo in poesia,, 
ma pure in prosa. (Guittone, Uberti, Petrarca, Qa-, 
vanzati ec. ). Ha quindi torto il Yen tu ri, dicendo che 
Dante ha fatt* uso di quella voce a dispetto della ra- 
gione. — F. 

5g Che sarebbe stato breve e spedito viaggio, se 
non si frapponeva quella fiera che ti si parò davanti, 
e dalla quale ti ho liberato. 

60 Cioè, che è^cbe vuol dir qaesto?Perchè ti fermi? 

6t Alberghi, ed inviti. 

Allcttare per porre a letto, essere in letto, tenere 
in letio% fi' qui messo figuratamente. — ^ L. 


CAMID IL 53 

Poscia elle tai tre donne benedette ^* 
Caran di te nella cotte del cielo, 
E '1 mìo parlar tanto ben t' inipromette '^^ ? 

Qnale i fioretti, dal notturno gìeio 

Chinati e chiusi^ poi che 'l sol gK imbianca, 
Si drizzan tatti aperti in loro stelo H, 

Tal mi fec*io di mia virtute stanca **, 
E tanto baono ardire al cuor mi corse, 
Ch' io cominciai, come persona franca: 

O pietosa colei, che mi soccorse, 
E ta cortese, eh' ubbidisti tosto 
Alle vere parole ^^ che ti porse! 

Ta m' hai con desiderio il caor disposto 
Sì al venir^ con le paròle tne, 
Ch'i'son tornato * nel primo proposto ®7, 

Or va', eh' an sol volere è d' amendue ^^: 

63 La Clemenza , Lucìa e Beatrice soao tre av- 
vocate. 

63 Quanto è 1' esibirmi per tua gaida^ e indiriz- 
sarti al gran viaggio del cieloj finché andare a me 
lice verso di quello. 

64 Sul loro gambo. 

Stelo, dal greco jjjp^flj . — - L. 

65 CosHn me si rinvigorì l'abbattuta fiducia^ e 
tal pigliai giusta fidanza. 

66 Cioè evidenti, le quali non ammettevano re- 
pliche; atteso che quando vien conosciuto, come ot- 
timamente dice r Ariosto , non ben risposta al vero 
daàsim 

* Tornato <)a torno , perchè uno si rivolge come 
fa quello. — L. 

67 Proposito e risoluzione di tentar questa im- 
prftsa. 

68 Non mai pi^ il inio volere sarà per discordare 
diri tuo. 

*5 


54 DELL' INFERNO 

Ta daca, to signore^ e tb maestro. 
Così gli dissi; e poiché mosso fbe, 
Entrai per lo cammino alto e siWestro ^^. 


69 Questa •ntrata , o imboccatura , per c«i i poeti 
a' imbucaroDOj il Landino la mette preaaoil lago 
averno Ticino a Napoli « stimando e^li, che Dante 
abbia ancor in questo yoloto imitar Virgilio, che per 
questo luogo fa scendere, all' Inferno Enea colla Si- 
billa; ma il Vcllutello mette questa imboccatura pre^ 
so Babilonia^ e per ritrovarla si Tale d' un railoauo, 
eh' è un laberinto. Stimo che per ben comprendere 
tutta l'inyenfione di pan te non sia punto neceasario 
questa scoperta e forse né men egli ebbe in mente 
.piuttosto un luogo che un altro. 

\ 


CANTO III. 


ARGOMENTO 


Dante, seguendo Virgilio , peruitnt alla porta del- 
V tnferno, doue, dopo auer lette le parole spauen* 
tote che v erano scritte , entrarono amhidue den» 
tro. Quivi intende da Virgilio eh* erano puniti i 
poltroni p e seguitando il loro cammino , arriva^ 
no al fiume detto Acheronte, nel quale trovano 
Caronte che trasetta V anime ali* altra riva* Ma 
conte Dante ui ju giunto, su la sponda del detto 
fiume s' addormentò. 

X^er me si Ta nella città dolente ': 
Per me si ya nell'eterno dolore: 
Per me si va tra la perduta gente. 

Giastizia mosse 'i mio alto Fattore *: 
Fecemi la di-vina Potestate, 
La somma Sap'ìenxa, e '1 primo Amore. 

Dinanzi a me non far cose create^ 
Se non eterne ^ ed io eterno darò: 
Lasciate ogni speranza, yoi , eh' entrate. 

I Città dell' Inferno^ ov' è doforcj dolore etemo» e 
disperazione. 

a La giostixia divina TendicatÌTa ne fa la cagione 
morale, e le tre persone della ^S. Tri uìU (toccando- 
ne gentilmente il Poeta la proprietà di attribuzione 
di ciascheduna ) ne furono la c»gione efficiente. 

3 Cioè gli angeli immortali» e forse i cieli incor* 
nittibili intende il Poeta: ed io duro eternamente. Vi 
è chi pretende dorerai neceasariamente leggere eter- 
na e non eterno', atteso che » dio' egli , quelle parolex 


56 DELL' mFERHO 

Qoeste parole di colore oscuro 

Vid*ìo scritte al sommo d' una porta: 

Perch' io: Maestro, il seoso lor m' è doro ^. 
Ed egli a me, come persona accorta ^: 

Qai si convien lasciare ogni sospetto; 

Ogni viltà convien,cbe qoi sia morta ^« 
Noi sem venuti al luogo, ov'io fho detto. 

Che Tederai le genti dolorose 7, 

C hanno perdutoci ben dell' intelletto ^ 

ivi fcritte (Jebbonsi coBSÌdenire,come dette da quel- 
la porta: convieu però dire che uoo sapesse costai, 
gfrno ìu buon toscano non essere sulo addieitivo^ina 
ancora svverbio. 

Innanzi nlT Inforno, che fu creato nel princìpio del 
mondo, non furono se non cose eteme, e vuol dire 
1* (iterili lA o Iddio. Alcuni hanno credulo, che gli An- 
Sell fossero errati innanzi il mondo, m» nou aenibrs 
ehtf questi possano venire sotto nome di cose ttefne 
asftoluts mente, e molto meno i cieli. — L. 

4 K però io dissi: il significato di quelle parole mi 
reea pena; come potrò fare a uscirne io, se de^ la- 
scinr la speranza ai uscirne chiunque entra? Qttel do- 
rQ da taluno rosi si spiega ^er difficile a intendersi, 
essendone il senti mento chiarissimo, se queirosciiro 
si pigli nelU «US si«:nificazione più propria, tornando 
beuo ehe il colore di quelle lettere negro e fosco fòs- 
se, ausle ni luogo si conveniva. 

ft Vronto ad intendere il sol toccato per cennow 

6 Tolta via dal cuore da una generosa fidauzs: cosi 
la Sibilla ad Enea*. Nunc animis opus AEnea, nunt 
pectore ^firmo* 

7 i)rj/oiH)je, è qui voce gravida di molti sen8Ì,essen« 
do probabile, che il Poeta intendesse qui porla con 
tutu la forza dei suoi tre diversissimi signincati, che 
vai a dir tormentate, di malvagità ricolme, per isven- 
tura angosciose. 

8 Cioè Dio, nel conoscere il quale svelatamente la 
beatitudine consiste. 


CANTO III. 57 

E poi die la sua mano alla mia pose 9, 

Con lieto volto, ond' i* mi confortai^ 

Mi mise dentro alle sep;rete cose. 
Quivi sospiri^ pianti, ed alti guai* 

Risonavan per Paer senza stelle '**, 

Perch'io al cominciar ne lagrimai ". 
Diverse lingae "^ orribili favelle '^^ 

Parole di dolore, accenti d' ira. 

Voci a Ite e fioche '^, e suon di man con clic '*, 
Facevano nn tumalto, il qual s' aggira 

Sempre in qneir aria senza tempo tinta '^, 


Cioè il vero, eh' è Iddio, ed è il ben dell' intelletto, 
M>me il buono è il bene della volontà. — L. 

9 Mi prese per mano. 

* Guai dal greco su'ae ■ che i latini dicono c^ae.-— L. 

10 Perchè racchiuso sotterra» e per tal riflesso mi 
lo a credere abbia poco sopra detto il Poeta: Mi mise 
ientro alle segrete cose, cioè mi fé' entrare avanti 
>ltre la foglia dell'Inferno. 

11 Sa ifuel primo ascottar quelle voci lamentevoli^ 
le piansi per compassione. 

13 Di diverse nazioni. 

Diversi linguaggi per essere di diverse nazioni. 
iTirgilio: Quam variae linguis, habitu, tam vestis et 
trmis» — L. 

i3 Qnali le vuole la disperazione. 

i4 Di fiocaggine, che loro ingrossavala sconcia* 
Dente, rendendola così ali* organo dell'udito vie pi£i 
'agrata» ma non punto impediva l'alzarla voce. 

i5 Battendo pai ma a palma, o percuotendosi con la 
nano, mentre gridavano, il viso e il petto. 

id Perpetuamente caliginosa , e non per orrido 
temporale che presto passa, come accade talora quas- 
sù: o pure non a tempo, e sol di notte, come fa m 
terra, ove ogni giorno al comparir del «ole rischiara- 
li. 1$' imoleaa quel s^nza tempo V accorda con cu- 


58 DELL'INFERNO 

Come la rena, quando M tnrbo spira *^. 

Ed io,ch'avea d'errorla testa cinta '% 
Dissi: Maestro, che è quel, eh' i' òdò? 
£ che gent' è^che par nel duci si vinta*? 

Ed egli a me: Questo misero modo 
Tengon l' anime triste di coloro^ 
Che yisser senza infamia, e senza lòdò'^« 

Mischiate sono a quel catti to * coi^o 
Degli angeli, che non furon ribelli *^y 
Né far fedeli a Dio, ma per se foro. 


multo, e Tool che significhi sregolato^ ma yi è forse, 
e senzH forse, maggiore stiraccliiatur** 

17 Tempesta di yeuió impetuoso che toUeTa da ter- 
ra ed aggira intoruo la polvere. 

18 Ingombrata, non sapendo donde procèdesse 
quel remore che gì' iùtaonaya V orécchie. Alcdial 
leggono orrorCfed il Boccaccio spiega paura, é oli Ul 
effetto, che ben suppongasi cagionato nella inéiitedel 
Poeta da queir orribile scompiglio, piùàdatiiitaiiofài- 
te precede alla curiosità natagli in cudrè d'iiiterh)- 
gare per vaghezza di risapere, che cosa fosse ri gifafl 
frastuono. 

* Fìnta, cioè ahbattuta.Cosi nel Son. XLVI: chi^ 
està donna, che giace sì uinta ? — F. 

19 Vissero oziose e pigre, senza 1' infamia di azio« 
ni scellerate, e senza la lode di azioni virVnose» Aate 
solo a Tar numero ed ombra, essendo la bu^na o rea 
azione seroe di buona o rea fama. 

Credo doversi leggere senza fama Lodo viene da 
lattdum parola barbara, che significa approvazio' 
ne, — L. 

* Cattìt»o si dice dal lat. capiiuus figiiratamente , 
perchè lo stato de' prigionieri è infelice. 

3o &»i figura il Poeta una partita di angeli che nel 
gran conflitto restassero neutrali, senza pigliar par- 
tito, né seguendo Lucifero còntra Dio, oè Dio difen- 


CANTO UT. 59 

!]!acclàrli ì Ciel, per non ìesser men beili *': 
Né lo profondo inferno gli riceve, 
Ch** alcuna gloria i rei avrebber d'adii •■. 
Sd io: Maestro, che è tanto greye 
A lor^ che lamentar gli fa sì forte? 
Rispose: Dicerolti ** molto breve. 
}aesti non hanno speranza di morte; 
£ la lor cieca vita è tanto bassa *\ 
Che invidiosi son d'ogni altra sorte *^. 

sodo sotto S. Michele: ed è f tata questa opinione di 
iù d* ano ijie' secoli trapassati. 

Lf' opinione degli Angeli neutrali fu amplificata da 
latteo l^almieri nel suo Poema La Città di D/io^—^Li 

21 Che diverrebber men belli , se vi abitassero 
nei tristi e malvagi s piriti • 

33 Perchè si glorerebbero sopra i neutrali gli an- 
tìi ribelli y che combatterono, se li vedessero con 
luto meno di colpa nella medesima pena. 

)1 Monti con altri Chiosatori,dà uà alcuna il signi- 
rato di niuna, e dice esser questo il concetto: Né il 
*ofondo Inferno li riceve^perciocchh i rei non aureb- 
ro ricettata da quelli nissuna eloriai falsa inter- 
'etazione; perchè se quelli Angeli von furono segua- 

di Dio, ma neutrali^ e meritarono di essere caccia- 

dal Cielo, non erano d' altronde cotanto rei ( per- 
le non ribelli } da essere confinati nel profondo dei- 
Inferno. Quindi è che dice il Poeta: Né il profondo 
xferno li riceve, perciocché i malvuffissimi peccato^ 

che vi stanno, avrebbero una qualche gloria dal"^ 

compagnia di creature ree si, ma di una assai 
iftore malvagità» — :- F. . 

%^ Dicerolti dsiì dicere latino» usato talora dagli 
rittori toscani cosi intiero in loogo del sinco- 
ito dire, . 

a4 1" si abietto stato di viltà disonoi'evple , e con 
•pregio sprezzata. 
a5 Che riputando d' ogni altra più grave la propri^ 


60 DELL'INFERNO 

Fama di loro il mondo esser non lassa: 
Misericordia e Giustiiia gli sdegna »•. 
Non ragioniam di lor^ ma gaarda, e passa. 

Ed io^ che ri{;uardai^ vidi una insegna, 
Che girando, correva tanto ratta, 
Che d' ogni posa mi pareva indegna*^: 

E dietro le venia s\ lunga tratta * 

Di gente, eh' io non avrei mai creduto. 
Che morte tanta n' avesse disfatta. 

Poscia eh' io v' ebbi alcun riconosciuto, 
Guardai^ e vidi l'ombra di colui. 
Che fece, per viltate, il gran rifiuto *•. 

miseria^nou solo invidiauo ai beati il cielo , ma an- 
cora a' daDoati T Inferuo. 

26 Non degiiaodosi U Misericordia dì sollevarli da 
quello stato^ né la Giastizia curandosi cou altro sop- 
plicio punirli. 

37 Cosi rapida, che le sì faceva torto invitaodoli 
a quiete, punendosi con continuo veloce moto la lor 
pigrizia passata, indegna d' ogni riposo. 

Ma poiché le parole indegna di ogni posa son con- 
seguenza e non causale del Tal tre correrci tanto ratta, 
è giocoforza interpretare col Magalotti: correua tao» 
to rapida, che era incapace, non suscettibile^ dì o^td 
qualunque riposo» — F. 

* Tratta, si dice ancora tirata in nostra lingua.— L. 

9.8 Qui il Poeta intende accennare non Eoaù, ma S. 
Celestino; si perchè V epiteto di grande più conviene 
al papato di questo, che alla primogenitura di quel- 
lo; si perchè poteva riconoscere Celestino, che' ri- 
nunziò, quando Dante poteva aver più di 3o anni, 
non Esaù stato tanti secoli pi^rma; sì perché quella 
di Esaù fu permuta, e sol quella di Gfflestino-fu ri- 
fiuto; e finalmente perchè nel cauto 8 del Paradiso 
ftone' Esaù per figura de' reprobi, e dannati per ìMel- 
eraggini positive , non degli oziosi e dappoco. Che 
però chi per rispetto e motivo di religione vuole in- 


& 


CANTO ni. 6i 

Dente intesi, e certo fòi^ 
[aesf* era la setta de' cattivi, 
» spiacenti, ed a' nemici sni *9. 
tciaurati, che mai non fur vivi '% 

ignudi, e stimolati molto 
losconi e da yespe^ cV eran ivi. 
avan lor di sangue il volto, 
nischiato di lagrime a' ior piedi 
stidiosi vermi era ricolto ''. 

h'a riguardare oltre ^* mi diedi, 
§ente alla riva d' un gran 6ume; 

uesto passo di Esaù, come il moderno tra* 
faceya meglie ad ayvertire il lettore , che il 
i errò o per mali||;nità, o per ignoransa, e 
'iiiDDziareil pontiécatofa grandezza di aui* 
fa viltà. E mi perdoni , se per iscosare dat- 
ali' altra taccia il Poeta, più tosto fo qua)- 
• della interpretazione benigna di suo nipote, 
tata ritrovasi presso il Gelli, con cui l'in- 
a renunzia dell' impero f»tta da Diocleziano. 
Innocenzio Barcellini Celestino stampò in 
b| 1701 un libro, in cui pretende, che Dante 
tarlasse di Celestino. Qnesto ò il titolo del 
le non ho vednto : industrie filologiche 
risalto alle virtù del SS» Pontefice Cele» 
s liberare da alcuna tacce Dante Alighieri 
ensore della celebre rinunzia fatta dal ute- 
into. 

1 capaci di operare né bene , né male ; e 
buoni né per Dio, né per il Diavo^ di 

co. 

pocalisse: Quoniam tepidus et, et ncque ca* 
luejrigidus, evomam te de ore meo, — L, 
he non usarono mai della vìfn in operare, 
hiato' da vermi schifc^i che faceven nausea. 
in là, da questi lontano. 

Ite T. I. 6 


61 DELL' INFERNO 

PercVio dissi: Maestro, or mi concedi, 

Ch' io sappia, anali sono, C qnal COStame, 
Le fa parerai trapassnr si pronte '\ 
Com'io discerno per lo fioco lume\ 

Ed egli a me: le cose ti lien coote ^\ 
Qaundo noi fermerem li nostri passi 
Sa la trista riTieru d' Aclieronle. 

Allor con gli occhi vercjognosi e bassì^ 
Temendo, che 'l mio dirgli fnsse grave, 
In fino al fiome di parlar mi trassi ''. 

Ed ecco verso noi venir per nave 
Un vecchio Iiiiinco per «ntlcopelo, 
Gridando; gnai a voi, anime prave: 

Non ispernle mai veder lo cielo: 
l'vegno per menarvi ali' altra riva 
Nelle tenebre eterne io caldo, e 'n gielo 

E ta,ctie se' costì, anima viva *', 
Partiti da cotesti, clie son morti **. 
Ma poi eh' e' vide, eh' i' non mi partiva, 

Disse: per altre vie, per altri porti 

Verrai a piaggia, non qui, per passare * 


33 Ct, 

• Fioc 
■Umeu 

il desiderose 
pari SCO no ai 

o/noie.luitK 
te, Bkcome 
. L. 
nifeite. 
porUi 'ina 
!Qe li vergDg 

. di pas, 
barlum 

: ààK,\e 
■Itrcve 

e di 

ed. 

dii 

. questi luce fcuci t 

j«curo,del1oco»l P(v 
<IG loco d' ogni luci 

35 Ni 
Endom. 

36 Id 

na éT 
che lié 

tira 

ma dir pnrolc, rilc 
are J- infastidirlo. 

vivi in corpo ,d la 
n vU» cotesto corpn. 


CANTO III. 63 

Più lieve legno convien,Ghe ti porti *9. 

] '1 duca a Ini: Caroti, non ti crocciare: 
Vuoisi così colà, doye si puote ^** 
Ciò cbe si -vuole, e più non dimandare. 

>,uin9j^ far quete le lanose gote ^' 
Al nÒcchier della livida palude. 
Che intorno agli occhi àvéadi fiamme ruote. 

[a queil' anime eh' eran lasse e nude 4« , 
Cangiar ** colore, e dibatterò i denti 44^ 
Tosto, che inteser le paròle crude. 

estemmiavano Iddio, e i lor parenti 4^, 
U umana speziceli luogo, il tempo, e '1 seme 
Di lor semenza *, e di lór nascimenti. 

>: IO mi do a credere che tu uenea a questa piaggia 
>n per passare col mezzo mio, ma per troiani al" 
•e strade e proùurarti altri tràgittatori» — F. 
$9 Dicono i cementa tori , che alluda alla barca , 
16 trasporta l' anime al Porgato'rio cAnto a , ma 
MI vedo come ci entri qucut'allusione, e poco a )«ro- 
MÌto si direbbe , che vada per la strada eoe al 
argatcrio conduce, a chi risolutamente vuol ire al» 
liueruo j come di fatto , senza passare quella bar* 
i, vi va. i'itt lieue, cioè da non affondarsi col 
irìcarla di un corpo pesante, qnal era Dante, a clif* 
renza di quell'ombre. £' preso da quel di Virgilio: 
emuit sub pondere cjrmha sutilis» 

5o Nel cielo, dove abita Dio che può ciò che vuole. 
f Ricoperte di folta barba, la quale inumbrantem 
tnas fu detia già da Apntejo lib. 3 met. 
ài Spogliate de' corpi , e stracche, e afflitte. 

43 Accorciamento, dell' intiera voce «a/i^i a rono. 

44 Effetti di paura, o di rabbia, tagiouati dalie di- 
pmte parole, che furono: ^on isperate mai veder 
o Cielo, 

45 GÌ' immediati, e mediati loro progenitori, e il 
DCfo» e il tempo del lor nascimento. 

* Semenza qui vuoi dire schiatta ed origine. — L. 


b 


6i DELL'INFERNO 

Poi 8Ì ri trasser lotte quante insieme^ 
Forte piangendo, alla riva maly.agia. 
Ch'attende ciascanaonijcbeDio nonteme^^ ^ 

Caron dimonio^con occhi di bragia 4?^ 
Loro accennando, tutte le raccoglie; 
Batte col remo qualunque s'adasia 4*. 

Come d'Autunno si levan ie foglie, 

L'ona appresso dell'altra, infin che 1 ramo 
Hende alla terra tutte le sue spoglie; 

Simìlemente il mal seme d'Adamo 49* 
Gittansi di quel lito ad una ad una, 
Per cenni, com'augel pel suo richiamo. 

Così sen vanno su per V onda bmna% 
Ed ayanti cfiie sien di là discese, 
Anche di qua nuora schiera s'aduna. 

Figli noi mio, disse il Maestro cortese *% 

46 Aspettandolo con brama di farlo piangere , e 
panire, conforme al demerito dei anoi rei portamenti. 

47 Cbe aembrarano dae carboni accesi-. 

48 E o ya lento, o sta a bada^ o cerca nella harca il 
sito più agiato e comodo» 

adagia, A^io da age francese, cbe vale etài parafai 
cbi fa con agio mette molto tempo, e non si dà amba- 
scia; quindi agio si prende per comodo, •— L. 

49 (^ei reprobi discendenti di /idamo saltavano 
ad uno ad uno, secondo cb' era loro accennato da Gt- 
ronte, dentro la barca^ come gli uccelli si gittano al 
paretaio, o al boschetto, allettati dal canto degli acr* 
celli di frabbia. La similitudine sopraposta è presa 
da Virgilio, in cui trovasi al lib. 6. 

* Onda bruna. Cosi altrove: // nocchier delia litfi' 
da palude, •» L. 

50 Cortese, perchè risponde adesso all'interroga* 
sione fattagli da Dante sopra: Qual costume U fa 
parer si proni e, eoutor me gli aveva promesso: /e cosi 
tifien cónte su ^^ trista riì^iera di ^Acheronte* 


CANTO IH. 65 

QaelH che mnoioii meirira di Dio, 
Tatti convegnon qui d'ogni paese ^c 

E pronti sono al trapassar del rio^ 
Che la divina giustizia gli sprona^ 
Sì che la tema si volge in disio ^', 

Quinci non passa mai anima buona, 
£ però se Caron di te si lagna^*, 
Ben puoi saper ornai, che '1 suo dir suona^'. 

Finito questo, la buia campagna 
Tremo si forte, che dello spavento 
La mente di sudore ancor mi bagna ^^. 

La terra lagrimosa diede vento, 
Che balenò una luce vermiglia ^, 
La qual mi vinse ciascun sentimento: 

E caddi, come l' uom cui sonno piglia. 

Cortese da Corte p percbé ì Cori) gì ani sogliono eS' 
sere piò civili e affabili degli altri. — L. 

* Paese, AaX francese pays,t questo dal ìskt» pagus»—!^' 
5i Cioè la tema delle pene si cangia, in desiderio 

di sollecitamente soffrirle, per isfuggire con quella 
pronta prestezza un più rigoroso sdegno della severa 
giustizia. 

5a Cioè a dire^che non hai peccato ali* anima, che 
sei anima giusta e buona, onde hai piuttosto ragione 
di consolarti del dolersi che di te ha fatto. 

53 11 che equivale qui a ciò die quello suona, cioè 
significa, e Si taglia dire* 

* Éuia da hueo o bugio, perchè i buchi sono oscuri 
e privi di luce. — L. 

54 Sottintendi: Quando me ne rimembra; non es- 
aenoo che nna cara semplicità di taluno l' interpreta- 
re, che Dante, da che vide questo spettacolo, 6ncbè 
lo descrisse, non avesse mai ancora asciugata la fron- 
te da quel sudor freddo. £ pure è tale costui^ che 
vnole ogni dottore al lato manco. 

* yermiglia , cioè rossa, perchè questo colóre si fa 
co* vermij detti cocciniglia. •— L. 

♦6 


CANTO IV. 


ARGOMENTO 


Pestato il Poeta da un tuono, e seguendo oltre con 
la sua guida, discende nel Limbo, eh* è il primo 
cerchio dell* Inferno, dot^e trotta V anime di co- 
loro • I quali bencJiè uirtuosamente ifivessero , e 
non at^essero ad essere puniti di gran peccati , 
nondimeno per non avere auuto Battesimo , non 
meritano il Paradiso» Indi è condotto da yir^' 
Ho, per discendere al secondo cerchio» 

Jttappemi V alto sonno ' nella testa 
Un greve tuono * , sì eh' i' mi riscossi. 
Come persona, che per forza è desta: 

E l'occhio riposato intorno mossi, 
Dritto levato .^ , e fiso riguardai, 

I Qui allo sonno stimo io. che voglia significare 
profondo letargo che ha parimente la sede nel capo; 
e fu cagionato dallo smarrimento di spiriti che lo 
sorprese a quel balenar improvviso che ciascan sen* 
timento gli vinse, rammentato nel fine dell'altro 
canto: tanto più, che se naturalmente addormentato 
si fosse; non vi avrebbe luogo quell* ultimo verso, 
E caddi come V uom, cui sonno piglia; il quale so- 
lamente indica somiglianza, come manifestamente si 
vede in quest' altro, che parimente è 1' ultimo del 
canto 5. E caddi come corpo morto cade. 

* 11 fragore, lo strepito d' infiniti guai, che 11 Poeta 
accenna più sotto alv. o •— F. 

* Dritto levato si riferisce non sia all' occhio, qna 
a D^nte, il quale, preso da profondo letargo, era ca- 
duto. — F. 


CANTO IV. . . 67 
Per conoscer lo loco doy' io fossi. 

Vero è, che in so la proda mi trovai * 
Della yalle d' abisso dolorosa, 
Che tuono accoglie d' infiniti goal '• 

Oscora, profond'era, e nebulosa 

Tanto, che per ficcar lo yiso al fondo ^ 
I' non vi discernea verona cosa. 

Or discendiam quaggiù nel cieco * mondo, 
Incominciò '1 poeta tutto sqiorto; 
Io sarò primo, ^ tu sarai secondo. 

£d io^ che del color mi fui accorto ^, 
Dissi: come verrò^ se tu paventi, 
Che suoli al mìo dubbiare esser conforto? 

Ed egli a me: L' angoscia delle gentil 
Cbeson quaggii!i^ nel viso mi dìpigne 
Quella pietà, che tu per tema senti ^., 


3 Mi ritrovai all' altra riva di Acheronte^ avea- 
dolo passato f non so come sa la proda della valle 
Infernale. 

3 Un suono e rimbombo di lamentevoli voci, che 
raccolte insieme per la ripercussione facevano in quel- 
la cbiusa concavità conie un tuono. 

4 Per quanto procurassi di fissarvi ben dentro 1* oc- 
chio , che io non credo mai avervi egli ficcato sino 
al fondo la faccia, come asserisce asseveran temente 
taluno, perchè i^iso, in significato di potenza visiva, 
non ritrovolo nella Crusca. 

yiso per V atto del vedere, la vista , usolln piii 
Tolte Dante e nella Commedia, e nelle Poesie lìriche, 
Inf. XXXi, II, Son. XXIX, co. — F. 

* Cieco per privo di luce, buio, — F. 

5 Del color pallido, onde appariva nel volto smorto. 

6 La compassione uni colorisce di pallore il volto, 
che poi tu interpreti esser timore, e a timore l*at- 
iribniici. 


68 DELL'INFERNO 

Andiam, che la via lunga ne sospigiie U 
Così si mise , e cosi mi fé' entrare * 
Nel primo cerchio, che l' abisso cigne. 

Qqìyì, secondo che per ascoltare 9, 
Non ayea pianto ma' che di sospiri '% 
Che l'aura eterna fucevan tremnre". 

£ ciò avvenia di dnol senza martiri '% 

Ch'^aveanleturbe, eh' eran molte e grandi'^ 
E d' infanti, e di femmine, e di viri '^» 

Lo buon maestro a me: Tu non dimandi^ 
Che spiritison questi, che tu Tedi? 
Or to' che sappi, innanzi che pi& andi '^, ' 

•^Ne sollecita néli' andare spedi tameote. 

8 Entrò il primo ^ e poi fé' entrar me nel primo 
cerchio deli' Inferno di là dal fiume^ ma 8t«coudo del- 
la valle. 

9 Per quanto si può ascoltare, non vi era pianto, 
che di soli sospiri^. non spargeiidovisi lagrime. Que- 
sta maniera di dire^ per ascoltare, è come una specie 
di ellissi^ cui si dee in qualche modo supplire, e va- 
le: Secondo che mi parve d' intendere in ascoltando. 

Qualche testo legge Quivi , secondo eh* io potè* ascol- 
tare, ed è certo lezione da preferirsi. — F. 

10 Ma* che è un modo di dire più lombardo^che 
fiorentino^ e significa sejton che; o il ma è fuor del 
suo sito naturale, e deve farsi la costruzione cosi: non 
aveva, che pianto, ma di sospiri. 

Ma* die t significa se non che, più che, e trae la sua 
origine dal magis quam de' Latini. — F. 

Ili quali impetuosi sospiri agitavano l'aria di quel 
luogo eterno. 

12 Afflizione di animo senza pena di senso ^ e tor- 
menti nel corpo. 

i3 Molte in numero, grandi in qu'tlltà. 

i4 Di uomini già fatti, e di eia matura. 

i5 Dal verbo andare deficiente di alcune voci, che 


CANTO IV 69 

Che eì non peccare: e s' egli hanno mercedi '^, 
Non basta, perch' é' non ebber battesmo '7^ 
Gh' è porta della Fede che ta credi. 
£ se furon dinanzi al Cristianesmo, 
Non adorar debitamente Dio: 
£ di gaesti cotai son io medesmo. 
Per tai difetti, e non per altro rio '% 

sogliono però supplirsi dal verlto tfadere, aTendone 
1*U80 di qoesti due formato già uu solo. 

i6£ se banuo meriti per le loro virtù morali» 

Inesti non bastano a farli saUi: cosi il Vellutello, il 
landino, il Volpi: e 8*è stato perdpnato loro l' In- 
ferno^ perchè non furono viziosi^ questo non basta* « 
farli salvi; perchè^ ec. cosi il Daniello^ e il P. di 
Aquino. 

17 Una delle prime cose necessarie per salvarsi che 
propone la nòstra santa e vera Fede, e per cui si entra 
uri grembo di Santa Chiesa: e questi dopo la sua in- 
stituzione vissero, ose vissero innanzi, non adora- 
rono Dio col dovuto culto, com« faceano allora gli 
Ebrei, ma idolatrarono bugiardi Numi. 

Dee leggersi: Ch' è parie della fede* — h, 
nonostante che leggano piir^e molti Codici» e che 
tal lezione sia pur sostenuta dal Lombardi^ io mi di- 
chiaro per r altra, ed iurterpreto.* E se eglino hanno 
de' meriti per le loro virtù morali f non basta ^ per* 
che non ebbero il battesimo, il quale è porta, vale a 
dire il primo, il principale ingresso alla Religione 
che tu professi» La causa della diversa interpretazio- 
ne del Lombardi e di altri chiosatori sta nel non aver 
avvertito che fede non ha in questo luogo il signìfi« 
cato speciale d' una delle Teologali Virtù, ma sivve- 
ro di Religione Cristiana, I moderni dicono la Fh 
di Cristo per la Reliaiome di Cristo, lo dissero gli 
antichi, Passavanti, Villani, Boccaccio ec, e lo dice 
ancor Dante medesiino, in questo Canto, al v. 47» n<t 
Farad. XXV, io, ed altrove.. — F. 

18 E non di altro delitto son reo. 


70 DELL' INFERNO 

Semo peiH^ntì '9, e sol di tanto oiTesi, 
Che sanzH speme vìvemo in disio *•. 

Gran duol mi prese al cor, quando lo 'ntesir 
Perocché gente di molto valore 
Conohhi,chein qael Limbo eran sospesi*'* 

Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, 
Comincia' io, per voler esser certo *• 
Di quella Fede^che vince ogni errore; 

Ùscinne mai alcuno o per suo merto, 
O per altrui, che poi fosse beato *^ ? 
E quei^ che intese 'i mio parlar coverto *S 

Bispose: Io era nuovo in questo stato *^, 

Jìio per reato. Cosi anche altrove. — F. 

19 Siafu senza speranza alciiua di salule e felicità. 

ao E solamente tormentati in questo, the viviamo 
con avere nell' animo un gran desiderio della gloria 
senza speranza alcuna di conseguirla. 

ai Stavan nel Limbo uè salvi né dannati: Mospeti 
si riferisce a gente. 

Limbo dal lat. limbus, che vuol dire orlo e estre- 
mità d' una CO8B, perchè si crede luogo più vicino alla 
superficie della terra. — L. 

aa Non per certificarsi della Fede» ma per certifi- 
carsi per via ancora di scienza e fede umana di ciò 
che già teneva per Fede Divina, che il Poeta ricono- 
sce e confessa non soggetta ad errortr, anzi di ogni 
errore distruggitrice. La traduzione latina fa qui )H>- 
co onore al Poeta trasportandolo msiìejìrma fide» ne 
nutet. 

a3 O per merito altrui, e passò ad esser beato sa 
in Cielo. 

a4 Intese che senza esprimerlo chiaramente io rin- 
terrogava della scesa di<Jresù Cristo al Limho, quan- 
do liberò le auime de* S8. P<idri. 

aS Vi era venuto di po^; poioh' eran passati solo 
3o anni dopo la morte di Virgilio. 

\ 


CA3JT0 IV. 74 

Qaando ci vidi venire un Possente *S 
Con segno dt vittoria incoronato. 

Trasseci l' ombra del primo Parente *7 , 
D' Abel suo 6glio, e qnella di Noè^ 
Di Moisè legista^ e 1' ubbidiente 

Àbra^m patriarca^ e David Re; 

Israel con suo padre *®, e co' suoi nati *9, 
E con Racbele per cui tanto fé* '® ; 

Ed altri molti^efecegli beati: 

E vo' cbe sappia cbe dinanzi ad essi, 
Spiriti umani non cran salvati •^'. 

Non lascìavam d* andar. percV e' dicessi '*, 
iVIa passavam la selva tuttavia, 
La selva dico di spirift spessi ^^. 

Non era lungi ancor la nostra via ^^ 

a6 Gesù Cristo trIoi)fante. 

^7 Condusse via seco raoiroa di Adamo. 

a8 Cioè (sacco, e Giacobbe, d»tto Israele dall* An* 
gelo che lottò con lui; da cui poi i popoli delle do> 
dici Tribù da esso discendenti furono detti Israeliti. 

QoVoce latina^! figliuoli di Giacobbe; da* quali 
pigliarono la loro denominazione le dodici Tribù, se- 
condo che derivarono^ ritenendo ciascuna il nome 
proprio del progenitore. 

3o Servendo a Labano 1 4 centinai anni per meri- 
tarsi Rachele in sposa. 

3i Erano in luogo di salute, ma non in luogo di 
beatitndine, nò saliti al Cielo. 

33 Non ci fermavamo punto, seguitando a cammi- 
nare avanti, con tutto ch'egli ragionasse* 

33 Selva la dico, non per li fotti alberi, ma per gli 
infiniti spiriti affollati che vi erano. 

34 Non ci eravamo per lungo tratto di strada anco- 
ra di scostati dal luogo, ove mi prese il sonno, o d >ve 
dal sonno mi destai, che fu la ripa Acherontea. La 
Crusca però non legge sonno coi più, ma sommo, e 


72 DELL'INFERNO. . 

Di qua dal sonno , qaand' i' vidi un foco, . 

Gh'eoiisperio di tenebre cincia ^^. 
Di lungi y' eravamo ancora un poco, 

Ma non sì, eh' io non discernessi in parte, 

Ch* orrerol ^^ gente possedea qoel loco. 
O tu^ eh' onori ogni scienza ed arte: 

Questi chi son, ch'hanno cotanta orranza'?^ 

Che dal modo degli altri gli diparte? 
E quegli a me: L' onrata nominanza. 

Che di lor suona su nella tua vita ^% 

viene cosi in diverta maniera a dinotarsi rìsteMO 
luogo, essendo ia sommità di quella ripa, ove lo so- 
praffece il deliquio, o il letargo, e donde n disoends 
al primo cerchio. 

35 V incea queir emisperio tenebroso, con iltomi* 
narne quella tal parte e spazio, e ciò non senza con- 
trasto, e quasi resistendo colla sua luce alle teu«tbr«, 
che parevano come a modo di nebbia affollarsi d' ogni 
intorno. 

lo credo che la voce uincia non significhi t/ineta, 
ed appartenga al verbo tfincere, ma che significhi 
cingeva, circondava, ed appartenga e venga dal ver- 
bo i^incire de' Latini. Intendi ; uiaì un Joco che un 
emispero di tenebre circondava, che era circondato 
du un emispero di tenebre, -^ F. 

36 Degna d' onore: orrevole sincope di onoreintU, 
come r orranzu, che vieu dopo, è sincope di onorane 
za., t \* unrala di onorata. 

37 Onore volezza^ che li distingue dall' oscnra ma- 
niera, in cui vivon quelli altri, cioè i bambini morti 
senza battesimo, o altro antico Sagramento equiva» 
lente. 

38 Cioè a dire nel mondo di sopra, ove tu vivi, e 
il senso è: e quegli a me rispose: T onorevole fama che 
risuona di loro nel mondo, 2jì gli avanza sopra gli al- 
tri, e li fa comparire di gran lunga maggiori e più 
ragguardevoli. 


CANTO IV. 73 

Grazia acquista nel ciel, che sì gli avanza. 

Intanto Toce fa per me udita: 
Onorate Pattissinio poeta '9; 
L'ombra sua torna, cb' era dipartita. 

Poiché la yoce fa restata, e qaeta, 

Vidi quattro grand' ombre a noi yenire: 
Sembianza avevan né trista, né lieta ^*^. 

Lo buon maestro cominciommi a dire: 
Mira colui con quella spada in mano. 
Che yien dinanzi d'atre sì come sire ^* 

Quegli é Omero poeta sovrano, 

Ìj altro é Orazio satiro ^* cbe viene, * 
Ovidio é ''I terzo, e V ultimo é Lucano. 

Perocché ciascun m^<^ si conviene 
Nel Dome^ che sonò la voce sola 4', 
Fannomi ODore^ e di ciò fanno bene ^. 

39 Cioè Virgilio eh' erfi partito via di qua, e or^ tra 
noi rìtoma. 

40 Con Mmlnanza no» trista, perché non In pena> 
non lieta, perchè non in gloria. 

4> Li precede avanti, come loro signore: Omero va • 
innawd portando in mano la spada, perchè primo di 
tutti cantò in versi eroici guerre saneninose. 

Sire è nn contratto di senior^» — L. 
^ 4^ Satiro per componitore di Satire: V altro che 
viene è Orazio, cioè quello, che verso noi si accosta 
ad Omero piò vicino. 

43 ConTiene meco nel nome di Poeta, che concor- 
demeatc profferirono tutti a una voce, quando disse- 
to: onorate V altissimo Poeta, essendo essi tutti poe- 
ti, come aon io. Foce sola usò ancora Marziale peir 
▼oce ^i naolti, che gridano insieme lo stesso, nel lihro 
degli spettacoli: Fox aiuersa sonai , populorum est 
pox iamen una» 

44 Fanno bene, perchè a quelli della medesima pro- 

Danie T. /. 7 


74 DELL' iriPERNO 

Così vidi adaiiar la bella scuola ^* 

Di quel signor dell' altissimo canto ^y 

Che sovragli altri^ com' aquila, vola. 
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto^ 

Voi sersi a me , con s^lutevol cenoo ^f; 

E '1 mio maestro sorrise di tanto: 
E più d"* onore ancora assai mi fenno 4*; 

Ch' essi mi fecer della loro schiera^ 

Sì eh' i' fni sesto tra cotanto senno. 

fessione si deve osare rispetto, e non aver invidia. 
Questa è la ragion vera, la quale lascia qni di addur- 
re il Poeta, com' é sovente iu uso di fare^ per non in- 
vidiare al lettore il piacere di ritrovarsela tutto da 
ae, come se uè dichiara nel secondo del Hurgatorio: 
T'acciaio , acciocché tu per te ne cerchi : e non mai 
quella addotta da un altro com Dentatore, che ai tiene 
per UDO dei più solenni: Fanno bene perchè la mia 
eccellenza lo merita» £ chi non vede, che da qnesta 
ne risulterebbe una mancanza notabile di buon costu- 
me? Ma questi lodatori di se medesimi mostrano di 
non accorgersi quanto disdicevole cosa sieno nella 
propria bocca gli encomii. 

45 Dice adunar per adunarsi ; come aprir per 
aprirsi disse pur il Casa in quella vaga terzina: Quel 
chiuso in orlo suol purpureo fiore , Cui V aura dol* 
ce, e il sol tepido, e il rio Corrente nutre, aprir tra 
l* erba fresca • 

46 Dì Omero inventor del verso eroico e maestro 
dei cauto più sublime. 

47 Si voltarono verso di me in atto e in aria di chi 
saluta ; e Virgilio con un sorriso die mostra di gradi* 
re tanta lor degnazione verso di me. Il vocabolario 
della Crusca quel di tanto spiega semplicemente di 
ciò alla voce Tanto. 

48 Che il semplicemente salutarmi, perché mi ag- 
gregarono fi fattamente al loro ruolo, che tra persone 
di tanto sapere fni dichiaralo per il aesio non pur di 


CANTO IV. 75 

Così n'andammo insino alla lamiera ^'^ 
Parlando cose^cbe'l tacere è bello ***, 
Sì com' era 'l parlar, colà dov' era •'. 

Venimmo al pie d' un nobile. castello, 
Sette yolte cercbiato d'alte mura, 
Difeso intorno da oo bel fìumicello *. 

Qaesto passammo, come terra dura ^*: 
Per sette porte entrai con questi savi: 
Giugnemmo in prato di fresca yerdora. 

Genti v'eran con occbi tardi e gravi^ 
Di grand' aatorità ne' lor sembianti: 
Parlayan rado^con voci soavi. 

Traemmoci cosi dall' an de' canti '% 
In luogo aperto, luminoso, ed alto, 
SI cheyeder si potean tutti quanti. 


mimerò, ma «ncora di qualità; saperando, mercè loro 
e ciò che da loro appresi, ogni «Uro poeta. 

* Senno vieoe 4* sensus, cangiata 1' s in n» — > L. 

49 In quello spazio abitato da qaest' illustri perso* 
Baggi fin dorè duraya lo splendore detto di sopra. 

50 Imperocché qui rammentare sarebbe affatto fuo- 
ri del mio proposito. 

5i Siccome era bello e conveniente il parlarne dove 
se ne parlò. 

* Per le sette mura, e le sette porte vuole il Poeta 
allegoricamente significare le sette virtù ( cioè le 
quattro morali eie tre speculative ), e le sette scien- 
le (quelle dette del Trivio e del Quadrivio), le quali 
danno l'accesso al nobile Castello , al tempio della 
Fama , difeso intorno da un bel fiumicello , che è 
qaello dell' eloquenza. -— F. 

5a L0O guadammo a pie asciutto. 

53 Ci ritirammo in disparte in un luogo spazioso.* 
o partimmo da un de' canti, oveeravamo, e andammo 
in uà luogo aperto. 


&s 


76 DELL' INFERNO 

Colà diritto, 8opi*a H verde smalto ^^, 
Mi fur mostrati gli spiriti magni ^^, 
Che di vederli, in me stesso n'esalto* 
r^idi Elettra ^^^ con molti compagni, 
Tra' qnai conobbi ed Ettore, ed Enea, 
Cesare armato^ con gli occhi grilagm '7. 
Vidi Gammilla^ e la Pentesilea ^^ 

54 Su quel snolo erboso. 

55 Quelli spiriti generosi di tanti eroi che il solo 
aver avuta la sorte di vederli mi la montare in su- 
perbia; oppure di vederli e contemplarli con compia- 
cenza, sento dentro me stesso inalzarsi il mio animo^ 
e farsi desideroso ^' imitare tanta magnanimiiA. 

56 Tutti i comcntajtori riconoscono c{ue«j^ Elettra 
per qufila 6gliuoU di Atlante moglie di GoriV> ne d'I- 
talia ^che di Giove generò Dardano fondatore di Troia; 
e con ragione, perchè viene accompagnata e corteg- 
giata dagli eroi della diacendenza di Dardano , Etto- 
re, Enea e Cesare che da Enea rieoaosceva-la toa ori- 
gine; Nasceiur pulehra Trojanus origime Cassur» 
Solo un moderno senza addurne ragione alcoiuiy con- 
tro il co m un parere y dice esser questa anzi 1' Elettra 
figliuola di Agamennone e Clitennestra » dai aome 
della quale inlitolò Sofocle una sua tragedia, che an- 
cor si legge. 

' 57 Lucidi e risplendenti come quelli dello spar- 
viere 

Grifagni da Grifo. — ^* , 

58 Cammina donzella guerriera , figliuola di Me- 
tabo re de^ Volaci ^ che combattè a favore di Tomo. 
Pentesilea regina delle Amazzoni che andò in soccor- 
so de*^ Trojani^e fu uccisa da Achille. Latino te degli 
Aborigeni , padre di Lavinia promessa per sposa a 
Turno , ma accoppiata poi in matrimonio ad &nea. 
Bruto Lucio Giunio (e non Marco, come dice un mo- 
derno ) che cacciò di Roma Tarqoinio òoperbo , e 
diede alla patria la libertà. Lucrezia moglie- .di Col- 
latino violata da Sesto Tarquinio figliuolo del Super^ 


CANTO IV. n 

Dall'altra parte, e yidi'llle Latino, 
Che con Layinia sua figlia sedea. 

Vidi quel Brato che cacciò Tarqaino^ 
Lucrezia, Gialia^ Marzia, eCorniglia, 
E solo in parte ^\ò\. '1 Saladino ^9. 

Poi che innalzai un poco più le ciglia, 
Vidi il maestro di color che sanno ^*^, 
Seder tra filosofica famiglia. 

Tutti l' ammira n, tutti onor gli fanno: 
Quivi vid* io e Socrate, e Platone, 
Che innanzi agli altri più presso gli stanno. 

Democrito, che il mondo a caso pone ^', 

bo, la quale si uccise per attestare la sua innocenza. 
Giulia figliuola di Cesare, e moglie di l\>tnpeo il Gran- 
de amantissima del marito. Marzia moglie di Catone 
Dticiense^ ceduta da questo per moglie ad Orlenzio , 
morto il quale , ritornò al primo marito. Cornelia 6- 
glìuola di Scipione Affricano il maggiore o moglie di 
GraccOj donna di rara prudenza e facondia. 
*CornigUa per Cornelia. — L. 

59 Solo in disparte , e perchè pochi di quella gene- 
raiione maomettana sono stati eccellenti ; e perchè 
quei pochi furono da Saladino di gran lunga superati. 
rn questi Soldano di Babilonia » e guerreggiò contro 
Guido di Gerusalemme ^ e Io vinse in battaglia^ e fat- 
tolo prigione, lo spogliò del regno. 

60 Cioè Aristotele 8tagirita,principe della setta Pe- 
rìpatetica^e tra i filosofi il più famoso maestro di tut- 
ti i dotti, il Petrarca però nel Trionfo della Fama dà 
la palma sopra d' ogni altro a Platone; f^olsimi da 
wuLti manca, e vidi Plato, Che in quella schiera an" 
dò più presso al segno , Ài quale a^igiunge a chi 
del Cielo è dato: Aristotele poi pien d* alto ingegno,^ 

61 Pone fatto a caso per accozzamento fortuito di 
atonii innumerahili. 

*7 


7B DELL' INFERNO 

Diogen^s^ Anassagora, e Tale, 
Empedoclès, Eraclito, e Zenode: 

E vidi il baono accoglitor del qaale ^*9 
Dioscoride dico; e vidi Orfeo, 
E Tallio, e Lìtio, e Seneca morale: 

Euclide geometra^ e Tolomeo, 
Ippocrate^ ATÌcenna^ e Galieno^ 
Averrois, che 'l gran cemento feo ^*. 

r non posso ritrar di tutti appieno^ 
Perocché sì mi caccia '1 lungo tema ^4, 
Che molte volte al fatto il dir vien meno ". 

La sesta compagnia in duo si scema ^^; 
Per altra via mi mena '1 savio duca^ 
Fuor della queta neir aura che trema ^f; 

£ vengo in parte^ove non è che laca* 

6a Cioè eccellente inyestigutore delle qoalità, pro- 
prietà e virtù dell* erbe, piante » pietre, e raccoglito- 
re col riportarle e insegnarle ne* suoi libri. 

63 Averroe Arabo, per avere interpretate e dichia- 
rate tutte le opere di Aristotele , detto il gran ce- 
mentatore. 

64 Ali stimola ad ire avanti, e m* affretta il moltifi- 
simo che mi rimane a dire^ ond' è che ec« 

65 11 ristretto dire e succinto non giunge a ben 
dichiarare tutto il soggetto , né può arrivare a iàr 
ricordo di tutto quello che vidi. 

66 Cioè noi ch'eravamo sei in compagnia insieme, 
restammo in due, partendo io dietro a Virgilio mia 
ffuida per altra strada, e lasciando quei quattro poèti 
in quel loro proprio luogo. 

67 Fuor dell'aria più quieta e tranquilla del primo 
cerchio, nell'aria commossa e agitata dal secondo, ove 
son puniti i lussuriosi; e da quel luogo illuminato in 
altro oscuro^ ove cosa non è che riluca. 


79 

CANTO V. 


ARGOMENTO 


Perviene Dante nel secondo cerchio dell* Inferno^ 
ali* entrar del quale trova Minos giudice ai esso 
Inferno f da cui è ammonito, eh* egli debba guar- 
dare nella guisa eh* ei v entri* Quivi vede, che so» 
no puniti i lussuriosi, la pena ae* quali è V essere 
tormentati di continuo da crudelissimi venti sotto 
oscuro e tenebroso aere. Fra questi tormentati ri' 
conosce Francesca d* Arimino, per la pietà della 
quale , e insieme di Paolo suo cognato, cade in 
terra tramortito» 


vJosi discesi dal cerchio prìmaio ' 

Giù nel secondo, che mcn luogo cinghia •, 
E tanto più dolor^ che pagne a gaaio '. 

I Dal primo. 

Primajo da primarius» — • L. 

a Che cinge , fascia e racchiude meno luogo dentro 
di se, 'siccome anch' esso dal primo cerchio conte- 
nuto: e andandosi dalla superficie al centro, i cerchi 
sempre dovean ristringersi e tarsi minori; ma quanto 
più essi si ristringevano, tanto maggiori erano i tor- 
menti che yi pativano. 

Cinghiare è detto quasi cingulare. — L. 

3 Conteneva più dolore, perchè oltre 1' afflizione 
dell' animo vi era il dolore del corpo e la pena del 
senso che punge e tormenta fino a farli guaire, cioè 
fino a farli mandare altissimi lamenti e strida^ e non 
•oli sospiri, còme nel Limbo. Guaio è propriamente 
la voce lamentevole che manda fuori il cane percosso 
Ugnaudosi, e allora si dice il cane guaire. 


80 DELL' INFERNO 

Stawi Minòs orrìbilmente, e ringhia ^: 

Esamina le colpe nell'entrata: 

Giadica,e manda *^ secondo eh' ayringlìia*. 
, Dico, che quando l' anima mal nata ^ 

Gli vien dinanzi, tutta si confessa ^i 

E qael conoscitor delle peccata ^, 
Vede qaal laogo d' Inferno è da essa 9. 

Cignesi con la coda tante volte, 

Quantunque '^ gradi vuol, che giù sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; 

Vanno a vicenda " ciascuna al giudizio: 


4 Digrigna i denti, come fanno i cani, quando per 
rabbia li arruolano insieme , minacciando di voler 
mordere. 

5 E manda più o meno giù nell' Inferno, secondo 
che più o meno volte intorno con la coda il corpo si 
lega e cinge. 

* Manda signiBca qui non invia o spinge ^ ma aÌT- 
vero comanda, dà ordini, ed ò un latinismo derivato 
dal verbo mandare» — F. 

Auuinghiare quasi advinculare* — L. 

6 Sciaurata , e che però meglio sarebbe stato per 
lei il non nascere. 

7 Confessa sinceramente, forzata a cosi fare, tntti 
i suoi peccati. 

8 Definitore e giudice della lor gravezza. 

9 E' dovuto ad essa per gastìgo delle sue scelleraf^ 

gin». 

10 Quantunque volte disse il Boccaccio ancora, po- 
nendosi» come osserva il Bembo, il quantunque in 
luogo di quanto, quando è nome e non avverbio, ed 
è allora indeclinabile, o per natura della voce, o per 
forza dell' oso. 

11 Qui a vicenda non significa scambievolmente, 
ma una dopo 1' altra si presentano al tribunale , Ofe 
confessano le colpe^ e odono la sentenza. 


CANTO V. 81 

Dicono, ed odono, e poi son giù YoUé '*• 

O tn, cbe TÌen} al doloroso ospizio. 
Disse Minòs a me, quando nii vide, 
Lasciando l' atto di cotanto ufisio, 

Guarda com'entri,e di cai tu ti fide: 

Non t' inganni l'ampiesza dell' entrare ■'• 
E '1 daca mio ^ a luf: Perchè pur gride? 

Non impedir lo sno fatale ^ andare: 
Vuoisi cosi colà dove si puote 
Ciò che si vuole, e più non dimandarle. 

Ora ìncomincian le dolenti note 
A fermisi sentire: or son Tenuto 
Là dove molto pianto mi percuote ''. 

Io Tenni in luogo d' ogni luce muto '^, 
Che mugghia, come fa m^r per tempestai 
Se da contrari venti è combatUito; 


13 Son precipitate e strascinate al luogo 4lel sup- 
plìcio 4oro aMegaato. 

i3 Allude iìjacilis deacemsua Avtrni, Sed reuocM" 
re gradus^ sttperas^te evadere ad auras. Hoc opus, 
ihic labor est* AEn. 6. 

t4 £ la mia ^ìAa, offesa per quelle parole: Guar^ 
da, di cui tu ti fide, rispose con dispetto: ancor tu 
strilli a sproposito come Caronte ? Di questi senti- 
menti rotti eaimezzati vedi la oaaerveztooe tersa del 
P. d' Aquino al e. 4 dell' inferno. JQuesti due verti^ 
Vuoisi così ec. son quei medesimi detti gii da Vir- 
-giiio a Caronte nel cauto 3. 

* Fatale, cioè voluto dal Fato. — F. 

i5 Pianto dai piangere latino in significato di la- 
mento con alte grida innalzato alle stelle: Cosi il Pe- 
trsfrca con nobil traslato: Dove rotte dai t^ento pian- 
goH l' onde; ed il Casa: Di cui piangendo ancora 
sano reco» 

i6 Per figura, priyo di luce* 


82 DELL' IIUFERNO 

La bafcrsi infernal '^^ che mai non retta '•, 
Mena gli spirti con la saa rapina *9, 
Voltando, e percotendo gli molesta* 

Quando giungon damanti alla mina *% 

ij Ari» furiosamente agitata a modo di turbine. 
Volpi Toole inoltre , che venga intieme tarbinai 
pioggia, o neve, acciocdiè si nomini propriarar 
bafera, amandò di attenersi stretto alla Crai 
Ma il Boccaccio, a cai forza é, che la Crusca 
sottometta, non vi richiede ne pioggia, né me 
contentandosi d' una furia impetuosa di vento 
avella, schianti, abbatta, rompa quanto gli si f 
davanti. 

Bufera, forse dal greco Bou4>ò^ 9 latto magm 

uehemensm ■— L. 

18 Non resta mai, non perchè non rifinì mai di 1 
fiare, perchè tosto dirà: Mentre che *l -vento, m 
yVi, 51 tace, ma perchè sebbene ha di tanto in U 
qualche pausa, con tutto ciò deve essere eterne 
quel tenore: e così inteso giustamente il senso, : 
vi sarà' bisogno del uix unqtiam del P. di Aquino 
addolcire, come die' egli, la con tradizione di < 
due versi eh' è solamente verbale ed apparento. 

19 Col trasportarli via a forza. 

Jtapina per rapimento in giro trovasi adopratf 
Dante anche nel Convito, la rapina del primo é 
bile ec. — F. 

oo Spiega il Vellutello: auanti a tfuella rouin 
bufera» Ma se questa rabbiosa bufera è quella 
punto, che li trasporta, come può intendersi in e 
sto modo? Meglio il P. d'Aquino, seguendo il 
niello, r intende per quella apertura e rottura, 
il Poeta finge essersi fatta fin al centro della tei 
quando gli angeli ribelli giù dal cielo precipitare 
ed ha le sponde di sassi acuti e rotti: e però i la 
riosi, quando dalla bufera portati arrivano dini 
a quel precipizio, gridano e bestemmiano la Div 
Giustizia e Onnipotenza, per tema di esservi da qi 
la furia di Tento sbattati e gittata. 


CANTO V. 83 

Qqìvì le strìda, il compiaoto^ e ''l lamento: 
Bestemmìan qatyi la virtà Divina. 

Intesi, eh' a cosi fatto tormento 
Spno dannati i peccator carnali, 
Che la ragion som metto no al talento "• 

£ come gli stornei ne portan T ali ** 

Nel freddo tempo, a schiera larga e pieoa^ 
Così qnel fiato * s}i spiriti mali. 

Di qua, di là^ di giù, di sa gli mena: 
Nulla speranza gli conforta mai, 
Non che di posa, ma di minor pena. 

E come i gru van cantando lor lai *', 
Facendo in aer di se lunga riga, 
Così vid' io venir, traendo guai *^^ 

ai Sottopongono all'appetito sensuale. 

aa £ come le ali proprie trasportano un gran bran- 
co di storni. Questa voce storneo, nel gran vocabola- 
rio non ce la trovo ancor registrata. 

* Cosi quel fiato, cioè quei soffio, quel vento impe- 
tnosoy ne porta |^i spiriti msli , le anime reprobe.—* 
11 Venturi non s' è accorto che la voce storneo è con- 
trazióne di stornello, come bei capei di belli capelli, 
e però la dice a torto non registrata nel gran Voca- 
bolario. — F. 

q3 Cantando i lor lamenti, e disponendosi per aria 
in lunga fila. Lai sou propriamente quelle voci, che 
mandau fuor.i in volando gli uccelli, e ritengono un 
tuono di pietoso e lamentevole, onde acconciamente 
dice il Boccaccio: Lai vengon chiamati da Dante i 
lor versi dolorosi e tristi* 

Lai, onomatopea dal snono ahi, ahi* — L. 

a4 Mandando fuori grandi strilli ad alta e pietosa 
voce anime trasportate con violenza dalla doloiosa 
briga di quell'aria turbinosa* 

Traendo guai vale avendo tormenti e pene quasi 
che tiria seco gU affanni t i dolori. — JL. 


84 DELL' INFERNO 

Ombre portate dalla detta briga*, 
Perch io dissi: Maestro^ ehi son qneìle 
Gentil che V aer nero s\ gastiga? 

La prima di color> di cai novelle 
Ta Ttioi saper, mi disse quegli aHoUa *% 
Fu imperadrice di molte favelle *^» 

A vizio di lussuria fu sì rotta ^7^ 
Che libito fé' licito ^^ in sua legge. 
Per torre il biasmo, in che era condotta. 

Eir è Semiramìs, di cui si legge, 

Che succedette a Nino, e fu sua sposa: 
Tenne la terra, che'^i Soldan corregge *9* 

* Briga, quasi trica^ (fuia intricata r- !<• ^ 

* Notò già il Magalotti, che briga vale qai lostai- 
80 ^e fastidio, tratfaglio, — F. 

a5 Allora. 

a6 Cioè signoreggiò molte varie nasioai, le qoalt 
parlavano diverse lingue: o pare fu regina di Babi* 
jonia^ dove prima forono confusi i Uogaaggi» 

Molte favelle per molte nazioni» Cosi aHeora i 
Cavalieri di S. Giovanni si distinguono in lingutjf»' 
me lingua d' Italia, lingua di Francia ee. — • la» 

an Cosi sfrenatamente dedita. 

aé Che per legge stabili e promulgò che a eiasca* 
no quello che più gli piacesse in questo genere di 
cose gli fosse lecito; e, ciò fece per torre da se, o 
soaiauire il vitoperio, in ch'era incorsa per 1' amo- 
re incestuoso del proprio figliuolo. Questa è Semi* 
ramide, di cui dicono ì* istorie che nell' imperio 
successe a Nino re degli Assiri suo sposo, dopo 
averlo fatto morire. 

ag Che era ( parla del suo tempo ) governa il Sol- 
dano, ed ivi suol far residenza: essendo a' tempi no- 
stri de' turchi, d^i poi che se ne insignorì Selira -pa- 
dre di Solimano. Ma qui il Poeta piglia uno sbaglio^ 
ed equivoca; perchè la Babilonia edificata da Semira- 
mide è quella della Caldea; e la Babilonia^ che fa 


CANTO V. 85 

L^ altra è colei, che s'ancise amorosa ^, 
E mppe ifede al cener di Sicfaeo: 
Poi è Cleopeftr&s^ lassariosit ^■. 

reggia del Soldano» è qaella di Egitto, detta altra- 
mente il Cairo. Soldano in lingua caldea yuol dire 
quello che dispòticamente senza alcuna dipendenza 
comanda. 

Non piglia qui il Poeta uno simiglio perchè il Sol- 
dano era nel Cairo ed era in Babilonia di Caldea. Ol- 
tre di che Sultano vale Signore, col qual nome molti 
Prìncipi dell' Asia cbiainavansi. •— L. 

3o 9i uccise per la smania amerosar, Tedendosi 
tradita ed abbandonata da £oea, per cai si era di 
Sicbeo una volta si caro dimenticata, ed a cui ave» 
▼a promesso castità Tedoi^ile» 11 Petrarca nel Trionfa 
della Castità rispettosamente senaa nomarlo riprende 
Danle^ e restituisce a Didone la fama toltale, e dal 
]ati«»Q Poeta maestro, e dal Poeta toscano discepolo, 
là dove canta* 

Tmtcia il t^ffo ignorante: io dico Dido, 
Che studio di onestmde a morte spinse, 
Non quei d'£nea, com' è U pubblico erido. 

*Gli Editori dell' fidiaione di Padova ( Tipogr. 
Mia Minerva 3 •'ingegnarono di provare con varie 
ragiooi é coir autorità de' Codici, che la vera lesio- 
ne M Cleopatra , ma poi confessarono che in gra- 
siadalP armonia, parve lor meglio adottare Cleopa^ 
tran £ ben fecero. Ma sappiano però che questa e 
BOB V altra si è la vera lezione, poiché è certo per una 
q«aBftltà grande d' esempj , che Dtinte amava termi- 
Bare asaai nomi propr) coir ultima vocale lunga, sus- 
segnìta da a alla maniera greca , o provenzale , come 
piB éì vogUa; cosi in questo istesso Canto disse Se* 
miranàstPàwìs, nel Casto antecedente Dioqenès,Em' 
pedoelès, /iuerroìs, e cosi in altri luoghi non po-^ ' 
chi. — F. 

5r La famosa real cortigiana di Egitto, per coi 
AntOBio ripndiò Ottavia. 

Dante T. I. B 


86 DELL' INFERNO 

Elena Tidi, per cui tanto reo 

Tempo sì volse '*, e vidi 'ì grande AcbiMe 
Che con amore al fìne combatteo ''• 

Vidi Paris H ^ Tristano ^* i e più di mille 
Ombre mostrommi, e nominolle a dito^ 
Cb' Amor di nostra vita dipartille. 

Poscia cV io ebbi il mio dottore udito. 
Nomar le donne anticbe e i cayalieri) 
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito ''• 

Poi cominciai ^f: Poeta^ volentieri 

32 £lena da Paride rapita a Menelao re di Sparta 
ano dposOj a cooto della quale furono al mondo tante 
tempeste. 

33 O allude all' amore a Briseide portato» per cii 
si ritirò da combattere, o all' amore portato a l*olii- 
sena sorella di Paride, da cui fu nell' atto di sposarla 
a tradimento ucciso: e non all'amore di Deìdamia 
come vuole il Vellutello, che e* infrasca ancor questo, 
che ciò fu la prima prodezza di questo £roe, q|iiando 
era in abito femminile: o pure, che combatté alla fias 
cou amore opprimendo i Troiani, per vendicare l'a- 
mato Patroclo ucciso da Ettore. 

Intendi piuttosto: che alfine combattè non più coi 
Trojani, ma con Amore (quando s'invaghì di Polis- 
sena ), dal quale deriuò la cas(ione della sua mof 
te, — Quindi è che Achille sta fra V ombre eh' Amor 
4Ìi nostra ulta dìpartille* -^ £• 

34 Quello che rapi E lena. 

35 Tristano nipote di Marco redi Comovaglia nel« 
la grau Brettagna»! 1 primo de' cavalieri erranti» e che 
per amore della reina Isotta fece mirabili prove di 
valore; ma alla Gne colto in fallo cou essa fu dal rs 
Marco con quella sua tanto gloriosa lancia msdesima 
a parte a parte trafitto. 

Vi Tristano si veda la Tavola Rotonda. — - !«• 

36 Ne rimasi per isbigottimeuto confuso. 

3*^ Riscosso da quel |>rincipio di &marrini«nito e 
perfettamente rientrato in me. 


CANTO V. 87 

Parlerei a qne* duo, che insieme ranno, 
E paion sì al Tento esser leggieri *®. 

Ed epli a me: Vedrai, quando saranno 
Più presso * a noi, e tu alior gli prega. 
Per quel l 'amor ch'ei mena'9;e quei terranno. 

Sì tosto, come '1 vento a noi gli piega 4o, 
MnoYO la voce: O anime affannate, 
Venite a noi parlar*, s' altri noi niega. 

Qaali colombe dal disio chiamate 

Con r ali aperte e ferme al dolce nido, 
Vengon per V aere dal voler portate ^; 

Colali ascir della schiera ov' è Dido, 
A noi venendo per l'aere maligno, 
SI forte fa 1' affettuoso grido 4*. 

38 Così poco contrastare eoa l' ìmpeto del vento, 
ed esser più facilmente e velocemente degli altri tra- 
aportati. 

* jéppresso sembra nato da apud ipsum. -^ L. 

$9 Per queir Amore che li moveva e menava unita- 
mente congiunti insieme. Ei vien posto per esiì; e 
quantunque ei sia propriamente del singolare^ pure 
non dicendosi nel plurale eino da ei, come da egli di- 
ciamo eglino, si è piuttosto il Poeta voluto valere di 
ei ancor nel plurale. 

Gli Editori Padovani ed alcuni altri leggono che 
£ mena, lo leggerei Per V amor che li mena , come 
porta la stampa del i484* •— F- 

Lo Li volta e avvicina verso noi. 

* La voce parlare viene dal barbaro paraholare , 
onde eli Spaglinoli dicono le parole parablas» -^ L. 

4i Volonterose, richiamate a quellodall' avida bra- 
ma di riveder la lor proleé 

4a Fu si efficace qnell* affettuoso scongiuro , per 
quell'amor, che ui mena , essendo credibile che in cosa 
la quale tanto premevate, obbedisse al maestro, come 
Tten qui acoenaato, quantunque non sia sopra espres- 


88 DELL' IHFEBIfO 

O animai grazioso e benigno ^^ 

Cbe visitando vai, per V «er peno M, • 
Noi,che tienemmo ì mondo di jBaiigtiigiio^; 

Se fosse amico il Re deliVanWerso 4% 
Noi pregheremmo lai per la toa poce. 
Poi ch'hai pietà del nostro malperTorao; 

Di quel , eh' udire, e cbe parlar ri piace 
Noi udiremo, e parleremo a thi, 
Mentre che '1 vento, come £ei, jì tace. 

Siede la ierra^ dove nata fai 4?^ 

ao, e forse lo pasta il Poeta sotto siltmsio per nos «a- 
noiare con qiuella rincrescevole jripetizioi»^. iQ^a fik 
disinvolto artifizio il traduttore jLatifo ^c^li lofaivie 
a Virgilio^ ma lo presuppone ha esso già detto: eooD i 
Tersi che son ben degni d' esser riferiti: 

jéegreditor: pars admonuiJt,quo carmnnm VmUg: 
oh agite unanimes unimoBp quas ìpsa volitimi 
Poena pares,fandi est si copia, sistiié euwsuàitL 

43 Cioè non anima aoUf na ooqpo aaiiato ficDS 
di grazia e benignità. 

44 Color misto di rosso e nero^ ma «ba 'ék pie aal 
nero. Come 1' azzurro scoro dell' |iria poeo ìtlaaiiBa- 
ta^ e delV acqua che ha molto fondo. 

Male i 1 Lomba rdi dice che Daiate in grasia della fi- 
ma usi ^ni perso nel aigni ficaio di nero, perciocché tale 
è 11 senso suo proprio^ e fra le altre almaaio V anto- 
ntè di Dante i stesso nel Convito, Tratt. 1 V, cap.^oC 
Perso è un colore misto di purpureo e di nero, m4 
pince il nero, e da lui si denomina» Dania !'«§• arfè 
•volte anche nelie sue Poesie iiriche. -^ F* 

•45 Fummo svenati e bagnammo la terra del «oftio 
sangue. 

Sans;uigno, Vi si sottintende colore» •— L. 

46 Amico'a noi, e iioa con noi sdegaato» 

47 Ravenna sitaata presso al mare,dov-e il Po sca- 
rica le sue acque, per cessare del corso iasieoie coi 
£umi eh' entrano in lui» o per aver con qatifinmi pa- 


CANTO y. 89 

Sa la marina , dove '1 Po discende. 
Per aver pace co' segnaci sui. 
Amor, eh' al cor gentil ratto s' apprende ^^^ 
Prese costai della bella persona 49, 
Che mi fa toltale il modo ancor m'offende • 

C€, giunto al mare^ giacché fino che non vi arrivi^ 
lo inquietano continuamente spingendolo: O perché 
giunto al mare, oye esso insieme coi 6umi che sboc- 
cano nel suo letto^ correndo tende, come a suo ter- 
mine, finalmente riposi, dicendosi volgarmente i fiu- 
mi aver pace nel mare. 

48 11 Boccaccio vieta il pigliar quel gentile in signi* 
ficato di nobil lignaggio, o di animo adorno di gran 
▼irtù; ma vuole che significhi solamente cuor dolce 
e naturalmente disposto ad amare, potendo valere 
questa facilità ad intenerirsi per qualche discolpa del 
graye fallo. 

49 Fé' innamorar costui del mio bel sembiante e 
della mia leggiadra persona che dal mio marito mi fu 
tolta, quando egli mi uccise; e la maniera barbara e 
sconcia, con cui fui uccisa, mi accuort ancor adesso 
ricordandomene, perché di un colpo solo col drudo 
unita: o pure non mi dispiace, ne mi é cagione di 
pena 1' averlo amato, ma il modo sregolato di quei- 
r amore. Questa fu Francesca figliuola di Guido da 
Polenta signore di Ravenna, dai padre maritata a 
Lancillotto figliuolo di Malatesta signore di Rimini^ 
Taloroso, ma deforme della persona, che però inna- 
morata di Paolo suo cognato, caraliere di bel tratto 
ed avvenente, fu insieme cou lui dal marito uccisa 
neir atto istesso dell' adulterio incestuoso. 

11 marito di Francesca chiamavasi non Lanciotto o 
Lancillotto , ma Gianciotto , cioè Gioùan Ciotto. E 
ciotto vale zoppo fSciancato.'^eX commento creduto di 
Pietro Alighierivien detto infatti /oa/i/ie^ CiottusAX 
tragico fatto segui nel ia88 non nella città di Rimini, 
come da molti si é creduto,roa aibbene in quella di Pe- 


90 DELL' INFERNO 

Amor, cV a nulT amato amar perdona ^% 

Mi prese del costui piacer * si forte. 

Che, come vedi, ancor non m' abbandona. 
Amor condusse noi ad nna morte ^*: 

Gaina attende cbi vita ci spense ^*. 

sarei noltre si ayrerta che il Guido Polentatio^genito- 
re di Francesca , non é quel Guido ricettator generoso 
dell'Alighieri in Ravenna, col quale l'han finora mala 
mente confuso tutti grillustratorì di Dante,non escla* 
so e Perticari e Foscolo e Arrivabene egli Editor! Pa- 
dovani. 11 ricettatore di Dante fu Guido Novello,cloè 
Guido il giovane , mentre il padre di Francesca si fa 
Guido il vecchio, che era capo dei Guelfi in Romagna 
nel ia49>E^gli maritò Francesca a Gianciotto nel 1275; 
«se fosse stato frai vivi all'epoca della morte di Dan- 
te nel i3af , avrebbe contato più di cent' anni d' etè« 
11 Boccaccio ci narra come Guido accompagnò onore» 
yolmente 1' Alighieri al sepolcro, e recito il di lui 
funebre elogio. Quanto può esser mai probabile l'opi- 
nione che tuttociò potesse eseguirsi da nomo eoo 
avesse già varcati i venti lustri ? 11 padre di Fran- 
cesca fu l'avo di Guido Novellò — F. 

5o Cioè, che vuole che ogni amato riami, né oon* 
sente il non riamare a chi che sia. 

* Piacere qui vale vaghezza, t^enustà, bellezza,ed. 
è voce in questo senso usata anche altrove da Dante 
e da altri antichi poeti. V . le Illustrazioni alle poe» 
sie liriche , p. clxxv. Così pure piacimento, lì 
Vocabolario registra piacente ^tr bello, uago. Un an- 
tico poeta disse: Piacer ( venustà ) di forma , dato 
per Natura. Eppure tal senso non era stato avvertito 
ancora da nessuno dei tanti Commentatori di Dante, 
i quali interpretavano malamente Amor mi prete 
della gioja d' amar costui, e non già Amor mipre- 
se, vale a dire m' innamorai , della bellezza di co» 
stui, siccome interpreto io. »— F. 

5i Ad una morte medesima, per un istesso colpo. 

5a Ma Caina, luogo deputato nell'Inferno per 


CANTO V. 9^ 

Qaeste parole da lor ci far porte. 

Da eh' io intesi queir anime offense ^^, 
Chinai '1 tìso, e tanto *\ tenni hasso, 
Fin che '1 poeta mi disse: che pense ? 

Qnando risposi, cominciai: O lasso! ^\ 
Quanti dolci pensier, qnanto disio 
Menò costoro al doloroso passo! 

Poi mi ritolsi a loro, e parla' io, 

E cominciai: Francesca, i tuoi martiri 
A lagrimar mi fanno tristo e pio ^^. 

Ma dimmi: Al tempo de' dolci sospiri, 
A che, e come concedette amore 
Che conosceste i duhhiosi desiri ^^? 

Ed ella a me: Nessun maggior dolore, 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria, e ciò sa M tuo dottore ^7. 

Jneìlì che uccidono a tradimento i loro congiunti^ 
etto cosi dal fratricida Caino, aspetta, e sta pre- 
parato per 1' -empio fratello, e crudel marito che ci 
tmcidò. 

53 Latinismo poetico per offese, e piuttosto offese, 
che panite e castigate, le dice vinte dalla compassio- 
ne deli' appassionato loro amore infelice* 

54 Risponde a Virgilio che aveva detto: Che pense? 
con questa esclamazione di compassionevol dolore. 
Lasso è sincope di lassato, e significa stracco, stan- 
co, 6acco; e se ciò per afflizione di animo avvenga, va- 
le infelice, misero, meschino. 

. 55 infelice, facendomi provare per compassione i 
▼ostri mali e sentirne pietà. 

Tristo è pio, cioè dolente e pietoso, — F. 

56 Come vi palesaste queil* amore segreto in modo 
che scambievolmente venisse riconosciuto, quando 
prima sol dubbiosamente scoprivasi a qualche men si- 
curo segno^ procedendo cautamente e goardinohi?* 

57 Più tosto che di Virgilio, V intendo di Boezio, il 


92 DELL' INFERNO 

Ma s' a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tu hai cutanto ufTetto, 
Farò come colui, clie piangCj e dice. 

Noi ieggCTanio un giorno per diletto '*, 
Di Lancillotto, come umor lo strinse: 
Soli eravdmo e senza alcun sospetto '». 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura *", e scoloroccl 'I viso: 
Ma solo un punto fu quel, che ci vinse. 

Quando leggemmo il disiato riso ^' 
Esser baciato da cotiinto amanti?. 
Questi che mai da me non da diviso ""'j 

La bocca mi haciù tutto tremante ''': 

di cai libro de ContoL Philos. era fnniigli'^iG R DaoU 
nelle sue disgrazie; che però allude furae a quel detto 
della pros. 4 I- 3. la nmni adutriilatefnriuaae infe- 
liciisimum geniis infnrluniicilfiiisiejetìcim et non 
eiie. I pasiì di Virgilio che d>l Landino vengono qoi 
riportati e dal Vellutella, Lan s) poco cbe fare con tal 
proposito, che non porta la ipesa il riferirli. 

SS Eisendo okìobì, e teoz' altro divertimento, leg- 
gevanio di Lancillotto cavaliere celebralo ne' Homan- 
zi ( ma principalmente inquello inlilolato Tavola tv 
tonda eh* era in prezin ai tempi di Dante ) com' egli 
invagbilo dì Ginevra giunse al euo ìnlenlo. 

5g O 1' uno dell' altm.o che altri sorragginngewe. 

60 Quella lettura ci spinse a riguardarci amorOM- 
mente, e ad impallidirci e mutarci di colore. 

6i La hocca ridente di Ginevra. 

61 Paolo: e dice, non Qa diviso, non Come so di eii 
lamenlandosi «i querelasse per desiderio che abbia di 
quesl.1 aeparfliione; lo dice per eoaipiacenia godendo^ 
che non sia mai ciA per avvenire; quanlunqae, non 
perche ne traeise piacere, daia l' tra tal compagnia, 
ma perchè avesse sempre davanti agli occhi la cagio- 
ne fnnesta della aua pena elei un. 

G3 Per non es»er certo del mio animo, e per esser 



CANTO V. .93 

Galeotto fa il libro , e cbi lo scrìsse*^: 
Quel giorno più non vi leggemmo arante ^^. 

Blentre che V ano spirto questo disse ^^, 
L' altro piangeva sì, che di pietade 
To venni men, così com' io morisse, 

E caddi, come corpo morto cade ^7. 


.effetto coniviturale di quella passione il com mover 
cosi in 9Ì1QJI circostan^. 

64 Galeotto nome proprio dì aoino che fu T infamo 
J^ntale tr« Ginevra e JLiaDCÌlIotto. M4 qui in senso di 
Bome appeìlativo vuol dire, che quella impura leg- 
genda e il suo autore indusse Paolo e Francesca a quel- 
la enormità, come G»leotto quei due antichi amanti a 
corrì Sfonderai illecitamente. Benvenuto da Imola ci 
dà contezza con tal nome essersi in quel tempo appel- 
lato chiunque fiicevasi melano d' inU*i|hi d' amore: 
eqnindiè , che insegnandosi amorose malizie nelle 
cento nojrelle 4el Boccaccio, fu loro posto in fronte 
il cognome dj Principe Galeotto, che ritevgoup nel 
titolo i testjl antichi. 

Poiché è certissimo che Galeotto fu il mezzano tra 
Lancillotto e Ginevra^di che V. l'antico Romanzo), 
il «eato di questo verso è indubbiamente II seguente: 
Jl libro ^ ^i lo scritte, fu per noi un altro Galeoi-- 
to, ovvero // libro, e chi lo scrisse , fu per me e per 
Paolo un mezzano falfi,quafeju Galeotto per Lan» 
dllotto e Gineura — F. 

65 Accenna ciò che avvenisse, con modestia e mi- 
glior garbo di Virgilio, quando tocca gentilmente il 
fortaito incontro di Oidone con Enea nella spelonca. 
Felicemente il P. d' Aquino trasporta : Distuli mus 
post haec sontes evolvere chartas* Sontes? heu mise^ 
Tarn! grai'ius nocuere remotae: sicché a chi interro- 
gasse.- jgiiiW tum? si potrebbe rispondere il quid, quid 
tum, fatue? di Terenzio. 

<S6 Mentre disse Francesca^ piangeva Paolo. 
G7 Verso espressivo di quel cadere^ 


CANTO VI. ^ 

_____ p 

"' — Ccr 

ARGOMENTO C 

S 

Trovasi il Poèta, poiché in se stesso fu ritornato, Gli 

nel terzo cerchio, ove sono puniti i Golosi, la cui £ 

pena è V esser fitti nel fango, e parimente tormen- f 

tati da grandissima pioggia con grandine meseo' _. . 

lata, in guardia di Cerìfero, il quale latnmdo ^^* 

con tre bocche, di continuo gli offende ed affligge* I 

Tra così fatti Golosi trovando Ciacco, e seco aeiU 1 

discordie di Fiorenza ragiona» Finalmente si par^ q^ 

te per discendere nel quarto cerefiio% ^^ 

5 

A 1 tornar della mente *, che s! chiuse, ^ 
Dinanzi alla pietà ^ de' dno cognati^ 
Che di tristizia tatto mi confase, 

Nuoti tormentile nuovi tormentati i 

Mi veggio ìntornoycome eh' io mi maoTa S V 
E come eh' io mi Tolga, e eh' io mi gnatL 

Io sono al terzo cerchio della piova' •J' 

Eterna, maledetta, fredda, e grCTC: ^ 

Regola, e qualità mai non 1' è naoTa^. o 

I Al rliiTen ire che feci in me, e riacquistar Vnto ^ 
della mente che turbata e mesta per la compassione ' 

di Paolo e Francesca non poteva esercitare le sue fon- ^ 

zioni, ed era rimasa come annebbiata all' oscuro. ^ 

* Dinanzi , cioè poco innanzi , poco prima,-^ alla 
pietà, cioè per la compassione» — F. 

3 Ovunque io mi volga, muova e guardi. ^ 

3 11 cerchio della piogga^ ove si puniscono i golosi. ^ 

4 Nò varia mai misure, uè qualità. 


CANTO VI 95 

Grandine grossa, ed acqua tinta, e neye, 
Per 1' aer tenebroso si riversa ^: 
Paté la terra ^, clie questo riceye. 

Cerbero, fiera crudele e diversa fj 
Caninamente con tre gole latra ^ 
Sovra la gente, che quivi è sommersa. 

Gli occhi ha vermigli,6la barba unta ed atra', 
£'1 ventre largo^ed unghiate le mani: 
Graffia gli spirti, gli scuoia^ ed isquatra '®. 

Urlar e}i fa la pioggia^ come cani ": 

Deir un de' lati fanno all' altro schermo: 
Volgonsi spesso '^ i miseri profani. 

Quando ci scorse Cerbero^ il gran vermo '', 

5 Cade giù con gran rovina. 

6 Paxza che appesta. 

9 Strana» deforme, mostruosa, di nuova foggia. 

8 Abbaia sopra i sommersi , e ammelmati nel pus<« 
solente fango, dall' acqua, neve e grandine cagionato* 

9 Di color nero ed orrida. 

10 Gli scortica co' graffi la pelle, e li lacera, gli 
squarta, gli fa in brani. Questo isquatra non lo uà 
ancora accettato nel suo Vocabolario la Crusca. 

Non considerando il Venturi, clie Uijuatrare si è 
lo stesso di squatrarCf come iscrivere ài scrivere ec, 
prende qui un abbaglio, dicendo che tal verbo non è 
stato accettato nel Vocabolario degli Accademici. — F. 

Isquatra per isquarta, cioè gli fa in quattro par- 
tL — L. 

1 1 Mettono strìda simili all' urlo de' cani per l'im- 
peto, onde dalla pioggia mista con grandine vengono 
percossi e flagellati. 

Urlare dal latino ululare, — L. 

la C mutano spesso fianco i miseri sciaurati, stati 
sempre da ogni religione lontani, non altro Dio ri- 
conoscendo che il ventre. 

i3 Lo dice verme, perchè nato e nutrito in quella 


96 DELL' INFERPJO 

Le bocche aperse, e m68troc(;i le sitine: 

Non itvea membro, che tenesse ferino. 

£ *\ duca mio distese le sue spuoiie '^, 
Prese In terra, e coh prenè le pagda 
La gittò dentro alle bramo^^e Cdon'e '*• 

Quale quel cane, eh' abbaiando ago^ritt '*, 
£ si racqnet» poi che 'I pasto tnotde, 
Che solo a divorarlo intende^ e pugna, 


sozza patredine: o Vuol dire serpente , coùief fo ehi*- 
ino Tib. Cleg. Slib. i. TumnigerinpoHa serpeHtitm 
Cerhcrus ore stHdet, A\ Bnlgarini non ra «alto a 
grado r applicazione di tal voce, come troppo per 
quel mostro sprc^porzìonata; e per dir vero non sa- 
rebbe in simigliauti CAseite lodevolmeute hnltato 
Dante da chi die sia, comportandosi Solanlente in 
certi spiriti sopraggnindi qnesto signorile dispreào 
delie minùzie^ compensando dì trattò in fratto e<ai 
passi d' eccellenza incomparabile ognr tmtiearirgghMf 
sonnacchiosa. 

aerine per mostro ipauente^e, serpente frrrihiU 
ec. non può dirsi impropriamente adoprato da Dtfn- 
te^ dacché in simile significato adoproilo il Falci e 
r Ariosto. Per bestia orribile e smisurata si disse, 
dal primo crudel uermo, è per mostro infernale ti 
disse dal secondo uérme inftrnaU — F. 

14 Spanna è propriamente la lunghezza della Ddano 
aperta dal dito mignolo al grosso; sFargò prinha, e bJ*a 
distese le maui^ poi strettele in pugno raccolse della 
terra. 

Spanne dal greco ^7re'i^a/x)^,palma elargbezia del- 
la mano* •— ^ L. 

1 5 Delle tre gole. 

16 Brama per gran fame il cibo^ e cessa di abbaiare 
quando 1* addenta. 

^gugna, quasi agona, comballe per couseguire al- ' 
cuna cosa. -— L. 


CANTO VI. 97 

Coiai SI fecer quelle facce lorde 
Dello demonio Cerbero, ehe introna * 
L* anime sì, cìi* esser vorrebber sorde* 

Noi passaram su per 1' ombre^ cb' adona '7 
La gre^e pioggia, e ponevam le piante 
Sopra lor vanità '°, cbe par persona. 

Elle giacean per terra tntte quante, 

Fuor cb* una, cb' a seder si levò, ratto '9 
Cb' ella ci vide passarsi davante. 

O tu, cbe se' per questo inferno tratto *% 
Mi disse, riconoscimi , se sai ": 
Tu fosti prima, cb'io disfatto, fatto **• 

Ed io a lei: L' angoscia cbe tu bai. 
Forse ti tira fuor della mia mente *^, 

* Introna da tuono, chs in ToscaDa alcuni dicono 
trono. — Li, 

^ 17 Abbassa, deprime, fiacca; cosi il Volpi: fii cbé 
si umilino e si arrendano^ cosi Daniello: Landino e 
Veiluteilo spiegano: raguna e restringe insieme in un 
luogo; e se non vi sia quest' ultima dichiarazione. in 
disgrado^ quell' adona vi starà in luogo di aduna, 
come poco sopra at^ugna in cambio d' agogna 

Adona, aduna, ammassa col farle cadere una sopra 
r altra. — L. 

18 Sopra la loro qualità spirituarle incorporea che 
toccar non si può» né é ai sensi soggetta; e pure ha 
tutte le sembianza di nomo perfetto coi suo corpo rea- 
le e palpabile. 

19 Subitamente, tostamente: qui è avverbio, non 
adiettifo. 

ao Condotto e gaidato. 

21 Se te ne ricordi , che te ne puoi ricordare, o se 
mi hai conosciuto, come conoscer mi potevi* essendo 
prima to nato cbe io morto. 

aa Bisticcìo sgradito, e svenevole anzi che no.^ 

a3 Trasformandosi di si fatta maniera il sembiante. 
Dante T. L 9 


98 DELL'INFERNO 

Sì che non par, eh' io ti vedessi mai. 

Ma dimmi^ chi tu se', che io si dolente 
Luogo se' messa, ed a sì £itta pena^ 
Che s'altra è maggio' *^j nulla è sì spiacente. 

Ed egli a me: La tua città, eh' è piena, 
D' invidia sì, che già trahocca il sacco **j 
Seco mi tenne in la vita serena. 

Voi, cittadini, mi chiamaste Ciacco *^: 
Per la dannosa colpa della gola, 
Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco: 

Ed io anima trista non son sola: 

Che tutte queste a simil pena stanno 
Per simil colpa; e pili non fe' parola^ 

Io gli risposi: Ciacco, lo tuo affanno 

24 Che se neirinferno vi sono altre pene pia acer- 
be, niuna certamente è tanto spiacevole e schifosa 
rispetto al fetore e alla viltà. 

Maggio per maggiore» Cosi in Firenze yia Ma^ 
gio, Bio Maggio ( Rimaggio ), per l'ta maggiore, no 
maggiore, •— L. 

aS £ccede ogni misura, o che non potendosi più 
contenere ascosa ne' cuori , dà fuori in aperte di« 
scordie. 

a6 Ciacco in lingua fiorentina si dice il porco» e 
1' usò in questo significato non solo il Boccaccio e 
r Ariosto, ma fino il gentilissimo Guerini nella Tra* 
gicommedia. Qui si litiga, se dopo la parola Ciacco 
ci vadano, o no i due punti. Vedilo, se vuoi^ presso 
i Crìtici; io passo innanzi; che più tempo bisogua a 
tanta lite. £ se a te pure ciò poco cale, leggi più tosto 
di questo Ciacco un gravoso fatto contato dall' Imo- 
lese. 

Ciacco, significhi quel che fi vuole , fu un nome 
proprio appresso i Fiorentini, onde vi è la famiglia 
Ciacchi, come quella degli Mini e de' Ciccia por» 
Ci. — L. 


CANTO VI. . . 5^ 
Mi pesa A '7, eh' « 1 agri mar m' ifiTit»: 
Ma dimmi, se tu sai, a che verranno *^ 

Lì cittadin delia città partita; 

•*^' alcun ▼' è giusto '9; e dimmi la cagione 
Perchè V ha tanta discordia assalita* 

Ed egli a me: Dopo lunga tenzone '^ 

Verranno al sangue^ e la parte selraggia *■ 
Caccerà l' altra ^* con molta ofFensione *'. 

Poi appresso convien,che questa c»ggia *4, 
Infra tre soli ^*, e che l'altra sormonti **, 
Con la forza di tal^ che testé piaggia ^7, 

^7 Aggravandomi, ed opprimendomi il cuore V af- 
flizione che mi piglia del tuo affanno. 

a8 Dove andranno a finire le discordie della Città 
in pi& parti dirisa? 

ag Ci si sottintende: Dimmi» ^e in quella ri è aU 
cono. 

3o Contrasto di parole e maneggi^ Terranno alle 
mani, e si spargere molto sangue» 

Tenzone è contratto di contenzione» — L. 

3i La parte selvagi^ia è la fazione de' Bianchi, dei 
quali em lo stesso Dante, detta selvaggia dal Poi^ta, 
perchè n* era capo Vieri de' Cerchi di nobiltà allora 
nuova , e poco avanti venuto di Acone e dai boschi di 
Val di Nievole. 

Selvageia, se è detta da' Cerchi, questi non venne- 
ro dalla Valdinifvole, come male dice il Venturi^ 
ma da Acone eh' è in Mugello* — L. 

3^ L' altra opposta de' Meri» di cui era capo Corso 
Donati di nobiltà antica e specchiata, ma non di tan- 
te ricchezze» né dal popolo, per il suo troppo fasto, 
amato. 

33 Facendole gran torti e oltraggi* 

Sà Questa de' Bianchi ceda e sia scacciata. 

35 Dentro lo spazio di tre anni solari. 

36 Predomini. 

Zj Tetta qui non significa poco fa, avanti, ma ora 


400 DELL'INFERNO 

Alto terrà lungo tempo le fronti ^^, 
Tenendo l' altra sotto grayi pesi, 
Come che di ciò pianga , e cbe n' adooti ''• 


in questo punto. Piaggiare, M* della Cast nel Ga- 
lateo l'usa per edulare, e qui significherebbe Inainn, 
fa 1' amico e finge^ mosso da comune amore^ di TO^r 
accordare le parti con soddisfazione dì ambedue. Ma 
qui dice il Volpi esser metafora tolta da' noochieriy 
che per paura delie tempeste non si arrischiano di 
avanzarsi in alto mare e Vanno costeggiando piaggia 
piaggia; e questa è 1' opinione ancora del Boti; ma io 
pì& tosto approvo, come T intende il Daniello; ata 
fermo nelle spiagge della marina, e rìpoaa aspettando 
il vento favorevole per ingolfarsi: e signlBcberebbo di 
taluno che adesso sta quieto e pacifico, né mostra di 
interessarsi e di volersi ingerire, e di questi torbidi 
approfittarsi. 

Piaggiate vien dal barbaro placeare ^rpimeare o 
piacere, e vuol dire, operare in maniera di piacer* o 
di placare alcuno. — L. 

38 Questi è Carlo fratello di Filippo il Bello re di 
Friucia, detto Carlo senza terra, ch^ pregato dai Ite- 
ri discacciati di Firenze, ve li rimise: e mandato da 
Bonifacio a pacificare quella Città, la spogliò di da- 
naro, e la mise iu maggiore scompiglio, negneri e 
dominerà superbamente. 

Erra il Venturi nel riferire a Carlo di Valois la 
frase /ilto terrà le fronti , mentre di*e riferirsi alla 
Parte Nera di Firenze, la quale, coli' opera bensì di 
Carlo, potè opprimer 1' altra, tenendola sotto gravi 
.pesi. — F. 

Bg Se bene quel partito e se ne crucci e sdegni» e 
ne riceva onta ed offesa, e tenti di scuotere il giogo. 
La comune però spiegazione de' Comentatori , Lan- 
dino, Daniello, Velluteilo e 1' Imolese ec, riferisce 
quel n* adonti allo stesso Ciacco, dandosi cosi a co* 
noscere di essere della parte Bianca. 


CANTO VI. ' m 

Giusti 80D duo 40, ma non ti sono intesi ^*; 
Superbia, invìdia^ ed avarizia sòdo 
Le tre faville, eh' hanno i onori accesi. 

Qui pose fine al lacrimahil snono. 
Ed io a lai* Ancor vo' che m' insegni^ 
E che di più parlar mi facci dono. 

Farinata 4», e '1 Tegghia' ^', che far sì degni, 

40 Chi siano cfuesti dae giasti , qui non ai dice. 
Guido Frate Carmelitano asserisce essere stato Dante 
stesso e Guido Cavalcanti: altri essere stato piii tosto 
Barduccio e Giovanni da Vespignano de' quali parla 
Giovanni Villani, e ne riporta l'intero capitolo: il 
Vellotello, ed altri, ma con poca felicità di ripiego, 
la legge divina e umana intendono, 

41 Non vi èchi lor dia retta, li lascian cantare e 
predicare al vento. 

4a Di questi soggetti si darà notizia ai loro luoghi, 
qoando il Poeta li troverà. 

43 Vogliono, che a questo verso nel pronunziarlo 
debba sopprimersi quel io,8Ìcchè si j^ronjimìTe^ghia, 
come r ì'a di Pistoia in quel del Petrarca nel l^rionfo 
d' Amore: Ecco Cin da Pistoia, Guitton d* Arezzo» 

Tegghiajo sembra formato da Telliarim o Tallia- 
riusf onde anche in ogg^i vi è Monte Taglinrì, — L. 

Non solamente dee pronunziarsi Tegghia*, ma ben 
anco scriversi. Qual difficoltà vi potrà mai essere, 
subito che veggiamo nelle antiche stampe e ne* Co- 
dici sezza per sezzaio, prima' per primato t gio* per 
gioia, prò* per prode^ ec? lo non posso menar per 
uona la ragione del Lombardi, il quale pretende che 
r laio di questo vocabolo debba essere un quadrit- 
tongo, e possa emettersi tutto in un suono. Oltre di 
che r esempio di Figliuoi non è molto esatto; V iuoi 
di tal voce essendo nella pronunzia un trittongo in- 
vece di un qoadrittongo , perciocché i suoni dell' ut 
dell' osi trovano fusi insieme perfettamente. Anche il 
Petrarca avrà detto certamente Ecco Cin da Pislo', 

♦9 


402 DELL'INFERNO 

Iacopo RastìcQcci, Arrigo, e *ì Mosca, 

E gli altri^ eh' a ben far poser gViv^gni^, 

Dimmi, ove sono, e fa' eh' io eli conosca, 
Che gran disio mi stringe ai sapere, 
Se '1 eiel gli addolcialo V inferno gliattosca^^. 

E quegli: Eì son tra l' anime pi& nere: 
Diverse colpe giù gli aggrava al fondo^^^* 
Se tanto scendi, gli potrai vedere. 

Ma quando ta sarai nel dolce mondo *^ 
pregoti che alla mente altmi mi ^7 rechi: 
Pia non ti dico^ e più non ti rispondo ^*« 

Guitton d* Arezzo, e una tal maniera di apocope non 
è infrequente negli antichi Poeti. V. ancbe le mie 
iilustr. alle liriche di Dante p. clziii. — F. 

44 Si applicarono al bene. Alcuni credono che il 
Poeta ciò dica per ironia, giacché tol^tone Arrigo, 
tutti li fa vedere fra' più gravi tormenti, ma è pi& 
probabile che parli da senno, perchè avendo questi con 
gran virtù mescolati gran vizi,potea dubitare ed ave- 
re molto desiderio di risapere, se più di forza avessero 
avuto quelle per sollevarli, o questi per deprimerli. 

45 Li fa il Cielo beati fra dolcezze, o ìniseri fra la 
amarezze l' Inferno. 

Attosca da tosco, toxicum» — L. 

46 Vi è chi legge: Di colpe il peso giù eli aggrava 
al fondo, e torna meglio non essendo cosi necessario 
ricorrere alla licenza usata talora fra i Greci dagli At- 
tici di porre il singolare per il plurale, e <i^g^ra(/a per 
aggravano. 

Diversa colpa, legge la Nidobeatina, e questa è 
probabilmente la vera lezione. •— F. 

* Nel dolce mondo, cioè ritornato fra gli uomi- 
ni. -— L. 

47 Facendo sovvenire di me ai miei conoscenti ed 
amici, col rammentare il mio nome, e recar loro 
di me novelle. 

48 Non manca chi incolpi il Poeta^ per aver fatto 


CANTO VI. «3 

Gli diritti occhi torse allora in biechi ^9; 
Gaardommi un poco, e poi chinò ia testa: 
Cadde con essa a par degli altri ciechi. 
E 'Idaca disse a me; Più non si desta ^<^ 
Di qaa dal suon delT angelica tromba; 
Qaando verrà lor nimica podestà ^': 
Ciascun ritroverà la trista tomba: 
Bipiglierà sua carne, e saa figura, 
Udirà quel ^', che in eterno rimbomba- 
si trapassammo per sozza * misttira 

Deir ombre^ e della pioggia ^^, a passi lenti. 
Toccando un poco la vita futura ^^; 
Perch' io dissi: Maestro, esti tormenti 
Cresceranno ei dopo la gran sentenza, 

fare un discorso si serio^ ed aver messo in bocca tan- 
te predizioni ad una persona si scostumata e si vile; 
ma non è questo il luogo di discolparlo» 

49 In atorti e stralunati; come i compagni suoi che 
per aver preferito le gozzoviglie alla virtù ed one- 
sta civiltà^ stavano gittati in terra col volto sul 
Cingo. 

Biechi è formato da obliqui, levato V o in princi- 
pio. — L# 

50 Non si alzerà più da giacere sino al di del Giu- 
dizio universale^ quando l'angelo col suon della 
trpmba risvegli era i morti. 

5i Verrà 1 Eterno Giudice con sovrana podestà 
che in lor danno eserciterà condannandoli, e però 
da essi odiata. 

5a Udirà quella sentenza di maledizione che |U 
rimbomberà sempre per tutta l'eternità all' orecchio.- 

* Sozza è formato da succida» — L. 

53 Dell' ombre rivoltate e imbrattate nelle lorde 
sozzure di quel loto. 

54 Parlando, ma superficialmente, della vita che 
dovrà menarsi dopo il giudizio universale* 


404 DELL'INFERNO 

O fien minorilo saran sì cocenti *'? 

Ed egli a me: Ritorna a tua scienza *^, 
Che vuoi quauto la cosa è pi& perfetta^ 
Più senta '1 bene, e così la doglienEa. 

Tuttoché questa gente maledetta 
In vera perfezion giammai non Tada, 
Di là« pi& che di qua, essere aspetta. 

Noi aggirammo a tondo quella strada, 
Parlando pi ili assai, ch'io non ridico.- 
Venimmooil punto dorè si digrada ^h 

Quivi trovammo PJuto il gran nemico. 

55 Come sono adesso, i medesimi^ ugaalL 

56 Ricordati di quella sentenza di Aristotele cba 
tu suo seguace hai abbracciata per tua, la quale dice 
che quanto la cosa è nel suo essere più perfetta, tao» 
io è più distiosta al seuso, siccome del piacere, cosi 
ancor del dolore: secondo quella discorri eoa}.- que- 
sta gente maladetta, benché non può mai foUevarsi 
alla vera perfezione dell* uomo eh' é la sopranna tura- 
le, con tutto ciò di là dal giudizio, e dopo di esso 



vive separata dal suo corpo: dunque questa senta 
aspetta di esser in maggior pena allora che ai&sso: 
però S. Agostino: Cum fiet resurrectìo carnis, et 
oonorum gaudia, et malorum tormenta maiora tr 
runtg per essere i corpi di questi tormentati, e i 
corpi di quelli glorificati. 

57 Arrivammo al passo, dove si scende nell'altro 
cerchio che resta sotto. 


405 

CANTO VII. 


ARGOMENTO 


Peruenuto Dante nel quarto cerchio, troua nelV en- 
. trata Plato come guardiano e signore di esso 
cerchio. Il quale per le parole di yirailio lasciane 
dolo passare atlanti, uede i prodighi, e gli auari 
. puniti col volger V uno contra l* altro gravissi^ 
mi pesi. Di là passando nel quinto cerchio , tro' 
uà nella pdluae Stige gV iracondi e gli accidio- 
si, quelli percuotendosi e molestgjidosi in varie 
guise, questi stando sommersi in essa palude, la 
quale avendo girata d* intorno, trovasi ultimai^ 
mente appiè di un' alta torre» 

jTaiie' Satan , pape Satan'aleppe % 

I E' interiezione latina di ammiraziòne^e per mo- 
strare maraviglia maggiore e insieme^ timore, si re- 
plica, chiamandosi in aiuto il principe'^ de' demoni 
«1 vedere- on corpo vivo. 

a Interiezione di dolore , essendo peraltro l' aleph 
dell'alfabeto ebraico che corrisponde al nostro ah vo- 
ce di dolore^ con un po' di variazione per la rima: cosi 
il vocabolario della Crusca all' una e all' altra voce. 

Jlepoe* 14 ph si priva ftcilmente dell * aspirazione 
passanoo da una lìngua ad un' altra« Cosi ai Joseph 
si fa Joseppus e Giuseppe . £' questa una proprietà 
della nostra lingua; onde Dante non variò nulla per 
amor della rima, ma pronunziò come porta l'idioma 
toscano. — L. 

II Monti non adottando alcuna delle esposizioni 
date finora dai varj chiosatori a questo vèrso» dice 
cbe il senso è evidèntemente anello di spaventare i 
due poeti per farli tornare addietro. E nel vero pare 
ornai impresa disperata il volere trovare il senso prò- 


406 DELL' INFERNO 

Cominciò Fiuto con la Toce chioccia *: 
E quel sayio gentil ^, che tatto teppe, 

prìo e paHicolarmenU inteso dal poeta in ciaacheda* 
Badi quelle tocì barbare e qaasi fooii dell' amalo 
concetto. Il Biagioli parafrasando interpreta: otV Stir 
tanasso! oh! Satanasso! principe di questi iuogìu! 
Un temerario mortale ardisce por qui dentro il pie' 
de! né questa interpretazione mi dispiace» percioccbè 
fa comparire il Demone In atto di sorpresa • di sde- 
gno, siccome eralo infatti dacché il contesto oel pale- 
sa colle parole che Dante dice a Virgilio: iVòft ti noC' 
eia la tua paura: che poder eh* egli abhia non ti ter- 
rà ec. Altri credè che quelle voci nno fossero te voa 
che le franerai o provenzali Pas paii, Satan, pt 
paix, Satan; à V epée» alquanto i tali anate neirinflaa- 
aione^ e che suonano; Kon pace, Satanno, non pace, 
Satanno; alla spada, ossia ali . armi, alt uto delU 
forza ec. Ma sebbene questa seconda interpretatioM 
non manchi di apologisti e di qualche plaasihil ragìcH 
ne, pure quell'aria di spadaccino, che per està si 
▼iene a dare a Sitanno ttelle parole à l* epée, mi tea- 
bra poco conveniente a quella infemal deità» é mili 
quindi preferire la prima* — <• F. 

3 Rauca, che imita il suono della voce della galli- 
na, mentre è chioccia o biocca, come si dice a Roma. 

Chioccia è un corrotto di croci /a, oppure Tiene da 
eloehe de* Franiesi, che signiOca campana, perchè 
rimbomba; onde noi chiamiamo chiocco nn sooeo 
strepitoso. Qui vuol dire voce strepitosa e rimbom- 
bante. La gallina si dice chioccia dalla voce eueeim, 
che vuol dir coifa, franz. cuche, — L 

4 Cioè Virgilio. 

Savio gentil, chi interpreta probo pagano, chi Uh 
piente nnbile ec, ed io interpreto poeta cortese» pie- 
no di cortesia. Ho notato anche altrove (CI.) che 
gli antichi usavano talvolta saggio in signiGcato di 
poeta; edora per chi bramasse degli esempj,ne ri- 
porto ^ni due di Dante da Majano, tratti da dne S(^ 
netti in risposU ad altri indiriizatigli; 5' è *i i^r« o 


CANTO VII. m 

Disse, perconfcrtarmi; Non ti noccia ^ 

La taa paura; che poder, che egli ahbia, 

Non ti terrà io scender questa roccia: 
Poi 81 rivolse a qaelia enfiata labbia *y 

iù disse: taci, niuiadetto lupo; 

G>u8uma dentro te, con la tua rabbia. 
Non è sanza cagion T andare al capo ^: 

Vuoisi cosi nell'alto, ove Michele 

nog di ciò mi mostra, q saggio» Però pregh' io che 
argomentiate, o saggio. — P. 

5 Noo ti lasciare a?vilire dalla paura ; cbé per 
^■aBta forza e^lt abbia^ e tutta la metta fuori, non 
ti potrà impedire lo scendere questo balzo di monte e 
({■està rupe o ripa scoscesa. 

Bocca è la rupe o balza, dal francese roche, — L. 

^Labbia ^r faccia, volto tio?asi usato pia volte 
mm solo da Dante (Purg. XXUI» 47y^ou. XUi, ec.) 
■a da parecchi altri antichi scrittori. Enfiata, ^ioè 
à^ffantc per la collem e 1' ira. Non bene, a pa^er 
■io, lece chi adottò la diversa lezione a quelle enfia* 
te labbia, perciocché è più naturale, che Virgilio do- 
vesse rivolgersi alla faccia del Demone, di quello 
che rivolgersi alle labbra di Ini • Oltredichè il con- 
testo steaso ne guida a prescegliere la prima lezione, 
imperciocché il poeta soggiunge tosto: E disse: taci, 
mmiedetto lupo, mentrcché se avesse detto a quelle 
tnfiaiè labbia, tLvràihe proseguito il discorso non in 
Itugolare, ma in plurale, ed avrebbe soggiunto: race* 
te, maledetSe zanne, o checché altro. — F. ^ 

6 Non é nostro caprìccio, ma volontà divina il vi- 
sitar che facciamo questo oscuro abisso. 

Cupo non vuol dire oscuro, ms^ fondo, dalla forma 
cava e profonda delle cupe, che noi chiamiamo coppe ' 
in Romagna ancora in oggi si dice cui*o perjbnao o 
profondo» Cupo per oscuro, se si dice, 6\ dice figu- 
ratamente, perchè ne' cupi o fondi vi suole «f sere 
oscttrìtà. »— JL. 


♦/W . DELL' KFEMO 

Po* la vendetta del soperbo «tropo '. 
Quuii dal vento le gonfiate vele 

CH^giono avvolte^ poiché l'alber fiacca '; 

Tal cadde a terra la fiera cradele» 
Coki scendemmo nella quarta lacca 'y 

Prendendo più della oolente ripa , 

Che '1 mal dell' anÌTerso tutto insacca '^. 
Ahi {giustizia di Dio! tante chi stipa '* 

Nuove tra vaglie e pene, quante io Tiddi? 

E perchè nostra colpa sì ne scipa ■*? _ 

n Della violenza Attentata dalla vostra snperbit 
alta Divina Alaeatà. Strupo per stupro a cagion della 
rima: dv] resto è espressione presa dalle dÌTÌne scrit- 
ture, che la ribellione del popolo ebreo e 1* idolatria 
sogliono chiamare coi nome di adulterio o fbraica- 
zione. 

8 Fiacca non è in attivo st^ificato; ma in senti* 
mento di neutro passivo: si fiacca. 

Non so vedere la ragione per cui Bacca debba esser 
qui stato adoprato in signi Beato neutro e non attivo» 
Intendi: posciachè il vento medesimo fiacca C mlhf 
ro. — F. 

Fiacca dti/laccuSfflaccidus* — L. 

9 Ripii, piHggin^ china; scendendo pie giòj e pia 
iuolLr«udoct nei quarto cerchio. 

Lucca non ripa o piaf^gia, ma cavità, caverna, da 
iucitM Int., e da laccarius lat. barbaro. ^- F. 

Lacca è dal latino lacus, lacuna, — L. 

Ut ilUn In se contiene tutti ì vizi deli' nnirerso che 
Suuo diiiravarizJA partoriti, o da quella non Tan di- 
sgiunti: o pure tutte le pene del mondo. 

Il Stiva, ammucchia e calca laggiù: o chi può ri- 
stringere nella mente^e figurarsi immaginando tante 
*i si strane pene f 

13 Ne strazia e lacera malmenandoci e conciandoci 
•1 male, e scipa, dice forse per forza della rima« vo- 
lendo diro sciupa, quantunque trovisi usato questo* 


CANTO VIL 409 

G>me fa l'onda là sovra Carìddi, 
Che si frange con qaella in cui s^ intoppa '', 
Cosi cooTÌen, che qni la gente riddi '4» 

Qui Tid'io gente, più ch'altrove, troppa '^^ 
E d'ana parte^ e d' altra, con grana' nìrli, 
Voltando pesi, per forza di poppa '^: 

Percotevansi incontro, e. poscia por li '7 
Si rÌTolgea ciascun^ voltando a retro, 
Gridando: Perchè tieni, e perchè burli ■^? 

Così tornavan per lo cerchio tetro '9, 

verbo in signìBciizìoiie ancora d'abortire: e scipatore 
e scipazione derivati da esso. 

Seipa, che comanemente si dice sciupa, — L* 

i3 Con quella di Scilla , con cui furiosamente scon* 
trandosi si aria. 

lA Si aggiri inlomo, come coloro che ballano in 
tondo» e ritornaoo al luogo, donde partirono; che si 
dice menar la ridda presso il boccaccio nella BeU 
colore. ^ 

Biddi cioè rieda^ dal latino redeat per essere ri* 
spinta intoppandosi. •— L* 

i5 Oltre ogni namero. 

i6 A fona di petto» con quello spingendoli. 

17 E in quel luogo dove da' due estremi reneudo 
s* intoppavano insieme urtaudosi e percootendosi. 

18 Perchè ritieni avidamente auel che decoro» o 
nnstisiavnoleche ad altrui tu diarrinfacciava il prò» 
digo all'avaro; e l'avaro al prodigo: perché butti» e non 
tieni conto della roba e non la stimi? 11 Landino in- 
tende burlare per boiare » che in aretino vuol dire 
gettare: la Crusca spiega dispregiare: 

Altri spioFa: Perchè tienip cioè trattieni tu il mio 
7w#o? grida Pnno: e tu perchè burli, cioè rotoli il 
tuo? risponde l'altro. --- F. 

IO Ciascnno tornava indietro per la sua via» per la 
quale era venuto. 

Dante T. I. W 


i <0 DELL' INFERNO 

Da ogni mano air opposito punto, 
Gridandosi anchjB* loro-ontoso metro *^: 

Poi si volgea cìascan^ qaand' era gluntO) 
Per lo sao mezzo cerchio, all' altra giostra. 
Ed io, eh' area lo cuor quasi compunto/ 

Dissi: Maestro mio, or mi dimostra^ 

Che gente è questa, e se tutti fnr cherci *', 
Questi chercuti, alla sinistra nostra. 

Ed egli a me: Tutti quanti fur guerci ** 
Sì della mente, in la vita pcimaia *^, 
Ghe^con misura, nullo spendio ferci. 

Assai la voce lor chiaro 1^ ahbaia *\' 
Quando vengono a' duo pubti del cerchio. 
Ove colpa contraria gli dispaia *^« 

Questi fur cherci , che non han coperchio 
Piloso al capo, e papi e cardinali, 
In cui usò avarizia il suo soperchio *^. 


* Anche ha qui il significato di davyOntaggio, per 
soprappiù» •— F. 

ao ti dispettoso ed obbrobrioso Verso^ e la solita 
canzone di oltraggio. 

ai Cherici, o Sacerdoti, che hanno U cherica. 

21 Ciechi della mente e stravolti. 

a 3 Che nella vita su nel mondo non fecero spesa 
alcuna con dovuta e giusta misura, ma o peccarono 
nei troppo^ come i prodighi^ o nel poco, come gli 
avari. 

a4 Lo dimostra gridando e urlando quel tieni e hur- 
li, con voce rabbiosa, quando si scontrano ai due punti 
del cerchio. 

L'accusa e lo manifesta con istrepito. — L. 

aS Separa e disgiuuge il vizio ali altro contrario > 
cioè la prodigalità e l' avarizia, auàndo ciascuno tor- 
na indietro per il suo mezzo cerchio* 

a6 Soverchio, il troppo, l' olUmo suo 


:♦ 


CANTO Vii; Hi 

Ed io: Maestro, tra questi GOtali 
DoTre' io ben riconoscere alcani, 
Che faro immondi dì cotesti mali. 

Ed egli a me: Vano pensiero adoni: 
La aconoscente vita, che i fé' sozzi *7, 
Ad ogni conoscenza or gli fa brani. 

In etemo Terranno agli duo cozzi *^: 
Questi risurgeranno del sepolcro *9 
Col pugno chiuso, e quelli co' crin mozzi 

Mal dare, e -mal tener lo mondo pulcro ^** 
Ha tòlto loro, e posto a questa zuifa: 
QaaKella sia, parole non ci appulcro. 

Or pudi, figliaol, ^eder la corta nuffa '' 
De^Ben, cbe'son commessi alla fortuna» 
Per che * l' umana gente si rabbuffa **• 

Che tutto r oro, cV è sotto la luna^ 


vj LWgaobiU a tfteura Tita cha li fé' sordidi , fa 
cka aieno ora^aoonofciiiti acma noma e senma famii. 

98 A qoMti urti a coast che ai danno acontrandoai. 

39 Gli «Tari col pugno chioso; i prodighi co' ca- 
peUitoMili. 

* 3foxsi contratto di mutili. •— L. 

3o Lo sciaboqoo e la tenacità ha fiitto che perdano 
il delo: o pura ha loro t«>lto V nao de* beni mondani , 
belli di lor natora , e gli ha condannati a questi oo%<- 
si^ciie quanto sien penosi li vedi, senza che io stia ad 
abbellirli ed amplificarli con parole. 

3i Baia e yanità de* beni di poca dorata. 

* Per eke sta talvolta, eqoijtarticolarmente in ve- 
ce di per CUI, ed allorn dee acriversi dingtonlo in due 
▼oci ( ^r e«Ve ),e non gift ontto in una sola, oo^ne 
la particella interrogativa ( perchè ), e come erronea- 
ncnta ban stampato i Padovani Editori. -* F. 

39 A conto de' quali si mette in scompiglio e si 


H2 DELL'INFERNO 

E che già fu, di qoest' anime stanche ^^ 

Non poterebbe farne posar ona. 

Maestro, dissi lai, or mi di' anche: 
Questa fortnpa, di che tu mi tocche H, 
Che è,che i ben del mondo ha si tra brancbe^^? 

£ qaegli a me: O creature sciocche, 
Quanta ignoranza è quella che T'offende! 
Or to', che tu mia sentenza ne 'mboccbe '^: 

Colui, lo cui sayer tutto trascende. 
Fece li cieli, e die lor chi conduce '', 
Si, ch'ogni parte ad ogni parte^plende '^ 

Distribuendo egualmente la luce: 
Similemente asli splendor mondani '9 
Ordinò general ministra e duce. 

Che permutasse a tempo li ben yani ^ 

33 Stanche^ e dall' affannoM carriera, e dalli afor- 
zati urli^ e dai penoso rivolgere qnei gravi pesi. 
3f Che hai nominato cosi di passaggio* 

35 A sua disposizione, in sue mani o in sna balb. 

36 Apprenda con avidità, come il cane abbocca 
la fiera. 

37 £ diede a ciascun cielo una intelligenza motrice 
che lo conducesse eoo inalterabile ordine. 

38 Sicché per questo regolato moto ogni parte del 
cielo risplende ad ogni parte della terra, intorno a 
cui si aggira. 

39 Cosi pure alle ricchezze e dignità, che sono gli 
splendori del basso moudo, diede una intelligenza 
regolatrice, che noi chiamiamo fortuna. 

40 Acciocché a tempo opportuno trasferisse gì* im- 
peri e le ricchezze di famiglia in famiglia, e di na- 
zione in nazione, senza che 1' umana destrezza e l'ac- 
-corto provvedimento de' Savi possa cautelarsi e impe- 
dirla: « quindi é, che una parte d' uomini fiorisce e 
comanda; r altra languisce, decade e serve, aecondo 
che ne pare a costei di dtaji>ilire: obbedendo tutti per 


CANTO VII. 4« 

Dì gente in gente, e d' nno in altro sangue^ 
Oltre la difension de' sensi amani. 

Per eh' una gente impera, e V altra langne^ 
Seguendo lo giadicid di costei, 
Gbed* è occulto,'conà' in prba T angue. 

Vostro saver non ha contrasto a lei^ 
Ella provvede, giudica, e persegue ^ 
Suo regno^ come il loro gli a Un Dei. 

Le sue i^ermutazion noti hanno 'triegue: 
Necessità la fa'esser veloce ^% 
Si spesso vien^ chi vicenda consegue*. 

Qnesl' è colei^tshe tanto è posta in croce ^^ 

necessità al suo inappellabile gindizio^ occulto a noi 
come il serpe tra l' erbe nascosto che offeude chi pas- 
sa, prima che se ne possa guardare, 

* Ched per .C^e quando ne seguita la vocale usava- 
no gli antichi per la maggiore dolcezza ed armonia 
nel verso. Cosi ned, sed ec. per né, se ec. Vi le illu^ 
strazioni alle poesie liriche pa^, gcl. -— F. 

Ji Provvede e consulta, giudica e sentenzia, e pro- 
e all' esecuzione in queste cose a lei subordinate 
nella suisa stessa che nelle cose a loro subordinate 
procedono le altre intelligenze regolatrici che vi pre- 
siedono. 

4a Frettolosa nelle sue mutazioni; o perché segue 
per regola la veloce mutazione de' cieli, o perche le 
tante morti e i nuovi nascimenti degli uomini l' ob» 
bligakio a variar vicende, ed a far nuove distrìbuzio^ 
na senza posa e rispetto. 

* intendi: Cosi spesso addiviene, che tanto chi è 
piccolo, quanto chi è graude subisca vicenda e muta- 
aione di stato. — F. 

43 Con parole villane oltraggiata e bestemmiata da 

2Qelli che la dovrebbero ringraziare e lodare, perchè 
■ grazia ciò che lasciò loro godere; • non è ingiuria , 
je poi se lo ripiglia, essendo suo. 

*10 


IH DELL' lIfPEEM> 

Por da color, cl« le domaa cUr lodlc^ l 

Dandole biatmo a Unto, é aula Toce. 

Ma ella t' è beatale ciò Boa ode: 
Con r altre prime ereatare liete 
VoWe sna spera ^, e beata si ^ode. 

Or disceodiamo ooaai a Baaggior pietà ^: 
Già ogni stella cade, eke salirm ^^, 
Quando mi mossi; e il troppo star si Tieta. 

Noi rìcideaimo '1 oerdiio ^i all' altra rira, 
SoTr'nna fonte, cbe bolle, e rirersa ^, 
Per un fossato, cbe da lei derÌTa«- 

L' acqua era buia molto più, cbe persa ^; 

* Ma ella te ne sta beala F. 

44 La 9u» ruota tra le altre intdligcnve afi^icke, 
•enza dar retta alle nostre maledizioni e «pcrcle. 

45 A luogo degno di compassione maggiorv^ peidiè 
picoo di maggior pena. 

46 £' passata la mezzanotte; giacché, quando n 
mossero, era sera, e il giorno se ne andaya; onde le 
stelle che allora dall' Oriente su per il nostro emispe- 
rio salivano aveudo passato il mezzo del cielo^ scein 
devMUO Terso Occidente. E così Dante spiega quel di 
Virg a AEn. Suadentque cadentia sydera somnot» 

47 Tagliammo in mezzo, attraversammo il Quarto 
cerchio, e giugntmmo alla ripa opposta che lo difi- 
dflVs dui quiuto. 

4H fi roveicia l' acqua in un fossato che da l» 
Ngnrgs. 

4f) C«io^ avea del rossiccio, ma penderà pia nel ne- 
ti\ ni pò. Come poi fosser bigie, che yale a dire, di 
l>ul<ir Nimile al cenerognolo, potrà agevolmente in- 
Ifliilaml da chi abbia veduta la tinta che chianusi ne- 
f\\ di perno, ed è simile a quella dei panni tinti in az- 
«Wfl) scuro, quando di vengou col teu'po negri , smon* 
l»l»d(> il perso e maocaudo iu modo che viene a per* 
dvfs qiielui tintura di fiore e la vivezza del suo colore. 


CANTO VII. U5 

E noi In conìpagnia deli' onde bige ^% 
Entramino giù per noa Tia diversa ^'. 

Dna palude fa, eh' ha nome Stige, 
Questo tristo ruscel, qaund' è disceso 
Ai pie (delle maligne piagge grige ^*. 

Ed io, cbe dì mirar mi stava intesò ^', 
Vidi gehti fangose in quel pantano^ 
Igonde totle^ e con sembiante offeso^^. 

Qaeste si perootean% non par con mano^ 
Ma con la testa, e coi petto, e co' piedi, 
Troncandosi co' denti a bruno a brano. 

Lo bnon Maestro disse: Figliò, or vedi 
L'anime di color, cai vinse i' ira: ' 
Ed ancbe to' che ta per certo credi 

Che sotto l'acqua ha gente, che sospira, 
£ &nno pullular quest' acqua al summo ^^, 
Come r occhio ti dice, a' che s' aggira ^^. 

5o Andando lango il fiume a seconda di quelle 
oecare acqae verao la china. 

5i Cioè difficile ed aspra: cosi il Landino e il vo- 
cabolario della Crusca; ma il Vellotello «piega per 
via diversa da quella che facean 1* onde, avvegnaché 
andassero accompagnati con quelle: ma V accordare 
queste due cose non è si facile. 

5a Di color nero, dentro cui vi é mescolato un po'dt 
bianco, e dicasi ancora bigio. 

53 Su r avvertenza di mirare intentamente e con 
fiseasioue. 

54 Cruccioso. " 

* Sottintendi: vicendevolmente» l'un l'altro. — F. 

55 Gonfiare in bolle, sobbollire coi sospiri, venen* 
do queir aria dal fondo alla superBcie, come dimostra 
1' occbio,'dovnnque esso all' acqua si rivolga. 

56 Come te ne fa accorto V occhio, ovunque si voi* 
ga; leggesi in qualche stampa unqut e' 9 aggira» 


4^6 DELL'INFERNO 

Fitti nel limo '7 dìcoo: Tristi finnmo 
Neir aer dolce che dal Sol s'allegra 
Portando dentro accidioso famino **: 
Or ci attristiam nella belletta ^9 negra. 
QaestMnno si gorgoglian nella strozEa ^% 
Che dir noi fxisson convparola integra. 
Così girammo della lorda ^ pozza, 
Grand' arco tra la ripa seccarle '1 mezzo ^S 


52 ImpanUoati nel loto. 

58 il r. d'Aquino segue la comune degli esposi- 
tori, intendendo per questi gli accidiosi, ma a me 
piace più l'opinione singolare del Daniello» che i pin 
sommersi nelle acque dice esser quelli che in questo 
yizio deli' ira^ quiyi punito, peccarono pie gra^e* 
mente; come nel canto la fa medesima mente il Poe- 
ta de* più violenti più affondati uel bulicame; e spiegs 
quel fumo accidioso per un' aria più lenta e più tena- 
ce, lungamente covata nel cuore , tanto più rea di 
quella peraltro più furiosa ne' primi moti ; e tanto 
più mi confermo in questa opinione, perchè Dante 
na già nel canto 3 riposti gli accidiosi ad esser tor- 
mentati tra quelli che vissersenia infamia e senza lo- 
do, tra la setta de' cattivi a Dio spiacenti ed ai nemi- 
ci sui, e tra eli sciagurati che mai non fur vivi. 

59 Poltiglia, posatura che fa l' acqua torba de' fiu' 
mi gonfi. 

Belletta da melletta, eh' è detta quasi molletta, 
dell'esser terra molle. — L. 

60 Questi versi tristi con suono confuso^ qual è 
quello di chi gargarizza* 

Gorgogliare viene da gurges, poiché ne' gorghi 
r aequa spesso romoreggia. — L. 
* Lorda da lurida» •— L. 

61 Così girammo un grand' arco, cioè una buona 
metè^ella*sozza e fsngota palude tra la ripa arenosa 
ed asciutti^ ed il nuzJio con i' e stretto^ cioè il Iiagna.* 


CANTO VII. U7 

G>n gli occhi Tolti a chi del fango ingozza: 
Veoimmo appiè d'una torre al dassezzo ^*. 

» 

io, il fradicio^ il molI(*«Doii la metà, come male spie- 
gano molti, e yoglioo dire quel ch'èin mezio ricoper- 
to di acque tra un cerchio e l' altro. 

6a All' ultimo, fiDalmente. 

Sezzo, forse da sectio, perchè doye una cosa è se- 
gata, 11 finisce. — Ì4. 


CANTO Vili. 


AlìGO MENTO 


Trovandoli ancora Dante nel /jiiinto cerchio, comi 

fu giunto al pie delia torre, per eerto segno di 
due fiamme, ieualo da Flegias, lraf;kelCatore di 
quel luogo, in una barchetta, e giù per la p"'"- 
de navigando, incontra Filippo Argenti; di cui 
veduto lo itraiio, teguitaao oltre insino a tonili 
che pervengono alla città di Dite , nella. i/'i<i/f 
entrar volendo, da alcuni demoni k loro «errala 


Cbe noi fussìmo al pie dell' alta torre, 
Gli occVi nostri n' andar suso nlla cima *, 


I Seguitaoilo il mìo poema 


Siccome il Boccaccio , Beovenolo Imoleae ed il 
Bninì raccant^mo che Dante, allorché fu mandulo 
in esilio, *VeT> ^U cam|)aati I primi sette Cauti <lell> 
Divina CommeilÌB, coi\ egsi (meno t' ultima] crcdona 
nella frase lo dico ifgujlanrto vedere chiaramente in- 
dicato il punta donde incomincib la prosecoxian del 
foema. Vero ciò eaaendo , D^nte , altor che polo 
imovsmeule mano al Uvoro , rifece o rifuse lutto 
il Canio primo , e pnrte del sesto , ai 


: 111 
>e^g-. 


Iriche à 


: I"?; 


vago 


d'ini 


9 Ri guardi oda ne curiosamente la sommiti a conta 
di due piccole fiamme di avviso jiosle lassù , ed un' 
itltrs dalla città di Dite fatta per reuderc 1» risposta, 
ma quella della città eri così distaute . che appena 
r occhio la poteva discemere. 


€ANTOVni. ^i9 

^er dno fiammette % che Tedeoimo porre^ 
Ed un'altra da langì render cenno, 
Tanto, eh' a pena '1 potea 1* occhio torte* 

^d io rivolto al mar di tatto 'ì senno ', 
Dissi: Qaesto che dice ^? e che risponde 
Quell'altro faoco? e chi son qne', che ''l fenno? 

^d egli a me: sa per le sucide onde 
Già puoi scorgere quello, che s'' aspetta ^9 
Se '1 fìimo del pantan noi ti nasconde. 

[lorda ^ non pinse mai da se saetta, 
Che sì corresse via, per l' aer, snella^ 
Com'io vidi ana nave piccioletta 

\^enir per l'acqua verso noi in quella V 
Sotto '1 governo d' un sol galeoto. 
Che gridava: Or se' giunta, anima fella! 

^legiàs, Flegiàs ^, tu gridi a voto 9, 

* Per due Riammette* Dante vuol significare che 
lalla Torre si dava a Fiegiaa il segnale a ogni arrivo, 
tocendcndo tante fiamme quante erano le anime che 
[divi giungevano. — F. 

3 Virgilio; perifrasi di quU che tutto seppe, àùtìo 
li Bopra. 

Senno viene da sentus , come altrove notai : on- 
te si trova appresso gli antichi 1 cinque sennù-^ià» 

4 Che significa? A che fine é fatto? 

5 Óaello che si aspettava^ era la picciol^ta barca» 

6 Corda di arco. \ 

7 in quella palude delle sucide onde. 

In quella, qui significa in quel mentre, come por 
lice il Vocabolario» ed è un modo ellittico. <^ F. 

8 Flegias , essendogli stata violata da Apolltne la 
igliuola» n' arse di tanto sdegno, che die fuoco al di 
jii tempio in Delfo; e da quello però con le saet^ fu 
icciso e air inferno cacciato; ove finge Dante , che 
la il nocchiero che ^uida 1' anime alla città di Dite. 

9 ^uesMi volto t' inganni ^ e ti rallegri indarno: 


420 DELL'INFERNO 

Disse lo mio signotre, a qaesta Tolta: 
Più non ci avrai, se Boa passando il loto. 

Quale colai, che grande inganno ascolta 
Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca '% 
Tal si fe'Flegiàs nell' ira aoco^. 

Lo doca mio discese nella barca^ 
E poi mi fece entrare appresso lai, • 
E sol, quand'inai dentro^ panre caroa "• 

Tosto che il duca, ed io nel legno foi, 
Secando se ne va \* antica prora '* 
Deir acqua, pijk che non suol con altrui* 

Mentre noi correvam la morta gora *^, 
Dinanzi mi si fece un pien di fango, 
E disse: Chi se' tu, che vieni anzi ora '^? 

Ed io a lui: S' V yegno, non rimango '*: 

non ci averai teco , come sperìi ^tormenUti in Dits» 
masolociaTcrai suIh barca , finché pasaiamo^*- 
•ta palude. 

10 £ couosciutolo se ne rammarica e duole» 

1 1 Aggravata , perché Dante aveva corpo , • Vlr^ 
ffilio no: imitazione del gemit sub pondtre eyàtba di 
Virgilio. 

la Tagliando e dividendo le acque, perchè esaendo 
allora fuor dei solito carica di un corpo non aereo , 
come gli altri di quelle anime « si profondava piiu 

Secando se ne uà. Cosi Virgilio Raptim secai ae- 
thera pennis- — L. 

i3 Gora propriamente è il canale, per lo quale il 
dirama l'acqua da'fiumi, perché correndo faccia v<d- 
tare i moli ni ; ma qui l' epiteto mona la determina 
a significare l' acqua stagnante delia palude. 

14 Prima di morire. 

i5 8e io vengo, non ci vengo per restarvi» e rima- 
nervi al tormento , com' é toccato a te. A torto dai 
Daniello è riprovato questo modo di dire, come bas- 
so , e da persone idiote che sciapitamenta coatra- 


so. 


CANTO vili. i2i , 

Ma ta chi se', che sì se' fatto bratto '^? 
Rispose: Vedi, che son dd che piango. 

Ed io a lui: Con piangere e con lutto % 
Spirito maladetto, ti rimani; 
Ch'io ti conosco^ ancor sie lordo tutto '7, 

Allora stese al lesino ambe le mani; 

Per che '1 maestro, accorto, lo sospinse. 
Dicendo: Via costà, con gli altri cani '"• 

Lo collo poi con le braccia m' aTrinse; 

Baciommi '1 volto, e disse: alma sdegnosa '9, 
Benedetta colei, ch'n te s' incinse *• 

Quel fu al mondo persona orgogliosa*: 
Bontà non è, che sua memoria fregi ' 
Così s'è 1* ombra sua qui furiosa. 

stino» qatl farebbe quel modo di dire , se io f iedo, • 
nou corroysiccome a|(parisce dalla nostra spiegazioue 
più giaf la. Nel senso del Daniello pare , eoe 1* abbia 
luleao il P« d' Aquino trasportauooio , non islhaec 
noi'isse tuum est» 

i6 Non perché non ai volesse per vergogna scoprì- 
re> ma per dargli una risposta dispettosa. 

* Cioè con pianto e con lutto, — F. ' 

■2 Ancorcnè sii tutto imbrattato di fango. 

lo Cioè rabbiosi, iracondi. 

ij^ Anima ben nata ,e di giusto sdegno contro i 
viuosi accesa , benedetta la donna che di te rimase 
gravida , e però vestendosi e cingendosi cingeva se 
ateasa e te ancora eh' eri nel suo ventre. 

* Incinse viene da non si cinse , perchè le donne 
gravide stanno scinte; e di qui figuratamente sigui- 
fica ingravidò. — L. 

* Orgogliosa, Orgoglio fbrae da òpyif* — 1^* 

ao (Questo verso se è come tra parentesi,!! senso può 
essere : non è bene , che fama orni la sua memoria 

Dante T. /. \\ 


m DELL'INFERNO 

Quanti 81 tengono or lassa. gr«ii reci,' 
Che qai staranno, come norci hi orago *', 
Di se lasciapdo orribili aispregi *K 

Ed io: Maestro^ molto sarei tago , 

Di i^ederlo attnffare in questa broda % . 
Prima che noi uscissimo del lago. . 

Ed egli a me: Avanti che la proda 
Ti si lasci i7eder,ta sarai sazio *': 
Dì tal disio converrà, che tu goda. '• 

Dopo ciò poco vidi quello strazio 
Far di costui alle fangose genti *4^ 
Che Dio ancor ne lodo, è ne ringrazio, • 

Tutti gridavano, a Filippo Argenti **: ;. 

rammentandolo ; o vei^amente , tra tanti yisi non 
ebbe virtù alcuna che smiuaifse con qualche buon 
uomt la fua ignominia* - ■ '■■ 

11 senso di qneati dae versi hòuf mi par quello ae- 
ceunato dal Venturi, ma il seguente.- Non èia koiàà 
ifuallaché adorni la diluì memoria, ma d l'Irate 
però l' ombra sua se ne sta qui^vihonéa»'^^^' 

£' simile al verso di Virgilio: Jut ilfaadutinc 
scit husiriJit arasi' -^ Li. 

ai Nella mota e nella broda del pantino. 

Braso. dti t^orugo, borago, brago, *-^ L. 

aa A quelli che sopravvivono» i quali offear^qùan- 
to meno in vita di questi tmcotanti ed aitieiH si at- 
tentano risentirsi^ tanto più vitoperosamente gli o^ 
traggiauo dopo la morte. 

* Broda forse da torba per metatesi. >^ L.. : 

a3 Gockrai del desiderio avuto^ quando tatto coH" 
tanto lo vedrai appagato. 

a4 Agli altri arrabbiati che 11 penavano* : 

a5 Dice il Boccaccio essere Jdtafco costui dell» liobil 
famiglia Gavicciuji» un de* rami degli Adimari, rie- 
cHissimoe potentissimo, ma che per ogni miuinBa.CQ- 
sa, anzH pgr niente^ montava iu bestiai fu rpirfiu> 


^cÀirro vin. «3 

E '1 Fiorebtìbo spirito hhtHttù * 
In se medesikio st vcylgea co' denti *^* 

Quivi 'I lasci»itiaio, òhe pia non ne narro: 
Ma negli orecchi mi percosse uti duolo * 7, 
Per eh' ia avanti intento l'occhio sharro*^; 

E '1 buon maestro disse: Ornai, figlinolo, 
S' appressa la città, cb' ha nome Dite, 
Co'' gravi cittadin *9, to\ grande stuolo. 

Ed io: Maestro, già le sue mescbile ^® 
Là entro certo nella valle eerno ^' 
Vermiglie, come se di fuoco uscite 

Fossero; ed et mi disse: Il tnoca eterno, 
Ch'entro l'affoca^ té dimostra roase, 
Come tiu vedi in questo basso inferno* 

Moi pnrgiagnemmo dentro all' alte fosse, 
Che vallan ^* quella terra aconsolata: 
Le mura mr parea^ che ferro fosse ^^* 

e ■ . ■ ■ • 

^- Siw*arro da hi%9Afi però qui ▼a|e'#*AMia*ffii— F. 

36 Per rabbia disperata di non potersi difendere 
contro tanti;--.'.- ■.-'-; .'•-•.-.■>■;. 

37 Mi sentii ferir le orecchie da una vote dolorosa* 
<3& VeriO'qnelU parte davtnti con attenùoiié apro 

bene e spalaaco gli occhi, donde la voce usciva. 

39 Co» quelli pijk agfravaU da pene> e però i pia 
coBaid«rabiU con altra infinita turba più .mitemente 
punita. 

Sà-MeMite^^ton le moschee e tempii de' Turchi: 
qui ai pigliano per U fabbriche pia alte^ con torri e 
campa ttili. 

5f Oiseerno. 

3a Giscondano la città, . 

33 Alcuni spiegano» che il ferro fosse le mura, vo^ 
lendo che ferro aia primo caso, per don ricorrere alla 
diiiQonianaa. attica, rammemorata già in altro, luo^ 
gOf iu virtù della quale sipoMa iifasMt iingolara rat* 


124 DELL' INFERNO 

Non senza prima far grande aggirata 
Venimmo in parte, dove '1 noocbier ferii*, 
U8cite,cigridò^qni è l'entrata. ' 

Io vidi più di mille '^ in fu le porte 
Dal ciel piovati, che stizzosamente 
Dicean: Chi è costai, che sema morte 

Va per lo regno della morta gente? 
E'i savio mio Maestro fisce segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

Allor cfaiasero * un poco il gran disdasnoi 
E disser: Vien tu solo, e quel ten vada. 
Che ai ardito entrò per questo regno. 

Sol si ritorni per la folle strada ^S 
Prnovi, se sa; che ta aui rimarrai "% 
Che gli hai scorta s) onia contrada. 

l^nsa, lettor, s' io mi disconfortai 
Al sQon delle parole maladette, 
Ch' io non credetti ritornarci mai '7. 

lo da aiara ia laogo dal fo$Mro plarale^ cke ««gli 
•ceorda. 

* Alcuao crada th» forte sia qoi avverbio peryòr 

94 Dtmooi dal cialo eoo Lucifero in qocir aUsi 
prrcipitatl^ ch« diceTano in loro con rabbia. 

* Chiusero, aeratamente per rA^reittfrono.-^I 

95 Ole follomenle e atoltamenUi tentò Intraproa 
dare. 

96 Provi nn pooo« ae aa^ e ae gli riesca ali* ardii 
di ritornare aoletto e acompagnato da teche gli ht 
fatta la guida per strada b\ oscura e Intrigata» al an 
mondo» o pure provi» se sa far nulia^ cioè facci 
puro quanto può e sa fiire» che tu ne rimarrai qi 
con noi. 

97 Al luogo» donde mi era partito prima di iatn 
prendere l' arrischiato cammino: tanto mi pareva di] 
llclle e tanto io mi era scooreto. 


CANTO vili. 425 

O caro dnoa mio, che più di tette '* 
Volte m'hai sicartÀ renduta, e tratto 
D'alto periglio che incontra mi stette, 

Non mi lasciar, diss' io, così disfatto ^9: 
E>se l'andar più oltre c'è negato^ 
RitroTiam l'orme nostre insieme ratto 4*>. 

E qael signor, che lì ni' area menato, 
Mi disse: non temer^ che '1 nostro passo 
Non ci può torre alcun, da Tal n' è dato ^. 

Ma qni m'attendi, e lo spirito lasso 
Conforta, e ciba di speranza baona> 
Ch' io non ti lascerò nel mondo hasso ^'* 

Così sen Ta^eauiTi m'abbandona 

Lo dolce paare, ed io rimango in forse. 
Che '1 sì, e '1 no nel capo mi tenzona 4^. 


38 Cercano i commentaforì, qaali siano queste set- 
te irolte^ e non le sanno ben ritrovare, ma pure coo- 
taado le fiere p<r tre pericoli, e poi Caronte^ Miuos, 
Getberoy Plutone, Flegias, Filippo Argenti che gli 
si prescntaroa avanti minacciosi, e V atterrirono, il 
computo tornerebbe, e se il contare le fiere per tre 
incòiitni qaalcbé difficoltà di momento, ricorriamo 
alla libertà di porre il numero determinato in luogo 
del r indeterminato, sicché voglia dire: da tanti o da 
molti ycricoli pin e più volte. 

ig Abbandonato di ogni soccorso e guida, smarrito 
di animo* 

4Ó Subilo sobito ricerchiamo le orme stampate dal 
mio piede, e ricalcandole ritorniamo via. 

41 Da sì potente signore ci è stata conceduta que- 
sta grazia, aaal è Dio, che non la può riyocare o im- 
pt'di re chi che sia. 

4a(,)uaggià neir Inferno. 

43 Che il si tornerà, o il no non tornerà contrasta* 

Hi 


i26 DELL' INVERNO 

UUir Don potè' quello, eh' a lor porse ^; 
Ma ei Don stette Ih eoo essi gaarì ^, 
Che etascuo dentro a pniova si ricorse ^^• 

Chi user le porte qne' nostri aT^ersari 
Nel petto al mio signor^ che fbor rimase^ 
£ rivolsesi a me con passi rari ^7. 

Gli occhi alla terra e le ciglia avea rase 
D' ogni haldanxBj e dicea ne' sospiri ^*: 
Chi m' ha negate le dolenti case ^? 

Ed a me disse: Ta, perch' io noi' adi ri^ 
Non sbigottir, ch'io vincerò la prnova^^ 
Qual, eh' alla difension dentro s' aggiri. 

yauo nella mia estimatiTa, e non sapeva risolvermi a 
chi de' due più tof to credere* 

t4 Ciò che disfe a quei demoni Virgilio* 
5 Molto spaxio di tempo* 

Ifi Ciafcundi qaei demoni a gara tra loro e di tut- 
ta carriera tornarono indietro^ facendo a chi poterà 
rientrare il primo nella cittA, per vietare a Virgife» 
r ingreaaOf e gli chioserò le porte in faccia. 

47 Ritornò a me con passi lenti a guisa di chi pia« 
sa e si vergogna con volto sommesso, e guarda tara 
priva e spogliata di ogni Yivezxa ed ardire. 

48 E diceva, ma interrotto da frequenti sospid: o 
pure, e i suoi sospiri parea che dicessero. 

49 Cioè r entrata in questa città di dolori. 

50 li preso impegno^ chiunque sia quello che den- 
tro si aggiri e si affatichi per tar difesa. Queita loro 
sfacciata presunsione non è nuova, che la mostrarono 
tempo fa ancora a quella prima porta pij!i esposta che 
abbinm passata al priucipio del viaggio, la quale allo- 
ra sforsala è restata 6no al dì d' oggi sema sernttura 
alcuna, ed è quella, su la quale, se ti ricordi, ve- 
desti tu quella iscrizione di oscuro e morto colore 
scritta: Per me si uà ec. Allude alls scesa trioiifale 
di Cristo^ quando malgrado tutto T Inferno che jn- 
van se gli oppose^ liberò i Sauti i^dri del Limbo. Il 


CANTO Vili. 427 

Qaesta lor tracotanza ^ ood è nuoTa, 
Che già r usaro a men segreta porta^ 
La qua], senza serrarne ancor si truova. 
Sovr' essa vedestù *la scritta morta: 
E già di qaa da lei discende i' erta ^'^ 
Passando per li cerchi senza scorta. 
Tal ^% che per lui ne fia la terra aperta. 

P. d* Aquino e il Daniello che non Togliooo a qaesta 
ricorrere, ma spiegarla del passarvi che fecero Dante 
e Virgilio, non accordano molto i lor sensi con que- 
ste parole, e col non aver avuto questi poeti in quel 
passaggio contrasto alcuno. 

* Tracotanza quasi iransconstantia. •— L* 
Diversamente dal Lami , il Galvani trae 1' eti- 
mologia di tracotanza ( che Dante dice ancora ol- 
traeotunza ) da uitracogitantia , oltra pensiero di 
se , oltre le proprie fone* — F. 

* yedestà , sincope non infrequente di y edesti 

tu» — r. 

5i Di qua da quella porta eh' egli ha già passata, 
scende la piaggia eh' é erta a chi sale, china a chi 
scende. 

_ 5a Senza bisogno di guida scende tal personaggio, 
cioè r angelo mandato da Dio, che ne aprirà forzata- 
mente le porte della città di Dite, e ùtrà restare 
scornata la loro tracotanza. 


428 

CANTO IX. 


JRGOMENTO 


Dopo alcuni impedimenti eV aver veduto ie ii^fit^ 
nuli furie ed altri mostri, con C aiuto d^ un àài* 
gelo entra il Poeta nella città di Dite, dentro U 
quale trot-a esser puniti gli eretici dentro ftafft 
tombe ardenlissime, ed egli imieme con f^ir^U» 
passa oltre tra le sepolture e le mura della «ita» 


Q 


nel color che viltà di fuor mi pinse V 
Veggendo il duca mio tornare in volta, 
Più tosto dentro il auo nuovo ristrinae* 

Attento si fermò, com'nom, ch'ascolta *: 
Che l'occhio noi potea menare a lunga 
Per i' aer nero e per la nebbia folta» 

Pure a noi converrà vincer la pugna ', 


1 Quel pallore con cui la paura mi colori il volto 

3uauao vidi tornare a me Virgilio confuso e da qoal 
emoui scacciato^ fece si, che Virgilio òsseryandoioi 
più tosto, cioè più presto, e prima di quel clie sareb- 
be stato, egli ritrasse dentro quel suo nuovo colore 
cagionato da mestizia insieme e da sdegno, e rischia- 
rò la sua faccia richiamandovi il color naturale , e 
mostrandosi allegro per dar animo, e assicurare vie- 
più me e sminuirmi la turbazione. 

3 Se venisse 1' angelo; perchè dove non può ser- 
virci r occhio, adopriamo T udito: e qui per la ra- 
gione che dice, non potevano discernersi le cose lon- 
tane. 

3 Questo è un passo de' più intralciatila disgom- 
brare 1* oscurità del quale, più di ogni altro dà lume 


CANTO IX. i29 

Cominciò ef: se non, •• ... tal ne it'offerse. 
Oh quanto tarda a me, eh' altri qat giunga! 

il Gelli, Iettar. 4 l'g* SySebbene oè por questi som- 
ministri luce che basti a diradar queste tenebre. Na- 
sce oscuriti dal se non, che a ragione di sintassi dopo 
tal ne s* offerse, dovcsi situarsi^e dal non potersi age- 
▼olmente raggiungere il vero sentimento del se non; 
non iscorgendosl immantinente ciò, che yi manca; 
come si scorge nella reticensa di Virgilio quos ego: 
sed molos praestat ee* 11 senso dunque è questa* e 
por finalmente converrà che gli ostinati demoni ce- 
danOf e che noi vinciamo la pugna; di tal merito e 
di tal potere è il personaggio che ci si ofierl di aiu- 
tarci, cioè Beatrice, se non • • • • cioè se non menti e 



volle ricoprire il cominciato se non con altro senso 
che gli fé* segui re; ma non connetteva troppo eoa 
quel se noni che restava senso tronco, incominciato 
e non compito, con modo di dire perplesso e dubbio- 
•o» e se bMc poi prosegui avanti, mostrando nel suo 
diresperanta «d impazienza della Yittoria; nnlladime* 
no mi recò timore quel suo dire dimezzato e tronco; 
forse perchè io interpretava in peggior senso quel se 
non tronco , di quello in cui 1* aveva inteso Virgilio: 
perchè egli lo disse per una certa espressione di sica- 
rema, quasi ci volesse un impossibile, per non riu- 
scir Beir impegno: td io allora l'In tendeva, come se 
fosse un principio di diffidenza, quasi volesse sottin- 
tendere, se non ho errato la strada, se non è vietato 
A me^ e ad ogni altro l' entrar qua dentro; e però gli 
mossi questo dubbio, per assicurarmi se mi ci potea 
iar entrare, e se entratoci, guidarpoi mi sapesse. Non 
pongo le diverse spiegazioni degli altri comentatori, 
per non allungarmi troppo; tanto più, che non mi 
pare che si accostino molto a indovinare il senso. 

Questo passo, in cui non mi par di trovare tanta 
osoorità qiuinta ne trova il Venturi, ed in cui non ve- 


iìÙ DELLM»FI»HO 

Io vidi bòn, «VofVm'et rìcopèi^ie" ' >>- ri.,;v 

Lo oomtiH*>ar coni' «Uro che poi^vemie^'^ 

Che fur parole alle prime diverse. 
Mn oondimea paòra il suo dir dieiméi . * . ' 

Percli' fo traeva 1^ parola tnniòirj ' ; ..'."*.. 

Forse u peggior sentenzia^ cti* 6'>oq.^B|!K*. 
In questo fondo della trista copcà ^ -' , -:!. 

Discende mai alcun jdel primo grado .^ « 

Che sol per jpena ha la speranza cionca'? *'' 
Questa question tee' io, e quei *: Di rado. , - 

Incontra, mi risposèi che di nui ". .: - .,l. 

Faccia alcutio.'l cammin, pel qiiale ic[.v|idò». 
Ver* è, eh* altra fiata quaggiù fai » . ^ ' -.'/.'• 

!• 1 . . ■ * »■ ^, ■.'••{■■■ » 

...'.: ■ . 1 . -.■»■ ..•■■. 'li- 

do M ooB cIm ua* «rtificioia e non gU <kfffci«at««ill^ 
ceuM-al M€ noitg è d» me intéao e iat«Fp«itfl|A» cdlr 
Eppure converrà a nùiste9ÉÌ'isalffaLKe m q«éaWcM^ 
tratto e viacet laput^na, «e non » • • - ci vian» aialfr 
dal cielo. Ma che dico! Tal ne s* tM^se^ cha-MMl faè 
numcare. Oh mi $u miiC «nui eh àllri 4fuii giunta 
£ c^ui conviva rioordarii oha Virgilio avea- à^^A,f^ 
co lunanzi: . .:, .j. j 

E già . • . • . discende C ertm. ^ . • ; ^^ 

Tal, che per lui ne /la ia term éÈperia^ ':^-^*- 

cioè un Angelo waudato da Dio.^— F. *•> '- 

4 Conca; perchè deaeri ye 1' inferno in (brasa A^-^Èm- 
vaso che dU capo comincia con più lar^o ^in^ ei|iltv> 
to va più basso, più si ristringe, coma è appunto 'la 
conca. . ^ >. . .. 

5 Del primo cerchio che è il Limbo,. dove slava 
Virgilio, e dove non ci. è altra pena che ht speraata 
del cielo mozza e troncata. 

6 E quegli, cioè Virgilio> rispose: di rado accada 
che alcun di noi. 

7 Un' altra volta ci sono staio a forsa.d* incantesi- 
mi costretto, e scongiurato dalla maga. Crit<Nto dw 
faceva xi tornar lUnisM a JveStirsLdei tora^orpaincar 


CANTO IX* m 

congiurato da quella Erìton crada^ 
Che ricbìamaTà T ombre h' corpi sui. 

Di poco era dì me la carne nii4a % 

Ch'ella un fece entrar dentr'a quel maro^^ 
I?er.trarDe un spirto del cerchio di Giuda. 

Queir è il più basso'luogo^ ed il più oscuro, 
E '1 pi& lontan dal ciel, che tutto gira: 
Bea so'l cammin ***j però ti fa' sicuro: 

cLayerfto.' £ra costei di Tessaglia, e ad istanza di Se- 
sto Pompeo, fij^Ho del Mlagao, trasse cou iocantesi- 
nù uà' anima daU' luferno, per iutendere qaal fine 
dovessero ayere'le guerre civili tra Celare e suo pa- 
dre. Vedi Lucano ael 6 della Farsaglia. 

8 Era inorto di poco, lasciarido io terra, la mia 
spoglia morule abbi ndoaata. Qui btsoguerà ricor- 
rere air *aacmQÌ8iBO , se basta: essendo cosa certis- 
sima che la morte di Virgilio fegal nou poco dopo 
quedtQ guerre ci vili. 

Piuttosto che gratuitamente tacciare il poeta di 
averi* còfbnftessa un anacronismo^ dobbiamo ingenua- 
meut^.ctinfissÀare cbe nissuuo ha indovinato il fatto, 
a cui Dattte. qui vuoló alludere. Egli sapeadi certo 
clie Virgilio nou era premorto a Giulio Cesare e a 
Pompeo ( E uissi a Roma sotto il buono Augusto }• 
Duuqoe altro intese, cbe noi Commentatori non iu- 
t<uMÌiai|io. — F. 

9 Dentro quel muro di Dite, per condur su un' ani- 
Bui cavata xlal cerchio ultimo dell' Inferno, che da 
Gì i^^Scar lotto sì denomina; e quello è il piit basso 
luogo, nou questo, che tu per errore bai chiamalo il 
fbttoo d^Ua «ouca: quello dico è il pia lontano dal 
cielo, che circonda tutta questa macchina mondiale,^ 
o-^al priioo mobile che a tutti gli altri cieli dà il 
Moto ' - . 

JI0 Moitra di accorgersi del motivo di muovere tal 
4id4Ro^.'Ch|e era il sospetto, se sapesse, o potesse 
guidarlo, o no; e conferma la data spiegazione .a 
quclU oscura terzina* f 


432 DELL' IlfFERNO 

Questa palude, che'I gran puaio tpin^ 
Cinge d' intorno la città dolentèi 
U' non potemo entrare ornai aans' ira ": 

Ed altro disse, ma non Tho a mente; 
Perocché l'occhio m'area tatto tratto " 
Ver r alta torre alla cima rOTente, 

Ove in un punto furon. dritte ratto 
Tre furie infernal,di sangue tinte. 
Che membra femminili aireano, ed atto, 

E con idre verdissime eran cinte: 

Serpentelli^ e ceraste avean per crine^ 
Onde le fiere tempie eran' avvinte. 

E quei '^> che ben conobbe le meschine 
Della Regina dell' eterno pianto^ 
Guarda, mi disse^ le feroci Erine '^. 

Quest' è Megera dal sinistro canto: 
Quella che piange dal destro^ è Aletto: 
Tisifone è nel mezzo ^ e tacque a t^nto '*« 

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto; 
Butteansi a palme; e gridavan si alto^ 


1 1 Dove entrar non possiamo senza giasto adrgao 
per V opposizloue fallaci da coloro che dentro ataa- 
uovi. 

1^ Mi aveva a forza rapilo 1' anima e il pensiero al- 
la cima iufocala della lorre; e però poco attendeva a 
ciò che Virgilio dicesse. 

i3 Queiy cioè Virgilio^ che ben conobbe essere le 
misere miuislre e ancelle di Proserpiua. 

Meschine qui signiGca non misere od infelici, ima 
ministre od ancelle, ed è uu vocabolo provenzale.— F« 

i4 £rine, le Ire furie infernali, che fingono i poeti 
esser Ire sorelle figliuole dell' Èrebo e della lloiU 
naie ad uu parlo. ' 

i5 Dupo avermele addilate tulle e Ire. 


CANTO IX. 433 

Ch' io mi strinsi ai Poeta per sospetto '^. 
enga Mednsa,e si '1 fa rem di smalto, 
Gridairaiì tntte^ riguardando in giaso: 
Mal non vengiammo '^ di Teseo r assalto, 
'olgiti indietro^ e tien lo viso chioso; 
Che se '1 Gorgon si mostra,e ta il vedessi '9, 
Nalla sarebbe del tornar mai suso. 
os\ disse '1 Maestro; ed egli stessi 
Mi volse, e non si tenne alle mie mani *<*^ 
Che con le sne ancor non mi chiudessi, 
voi, eh' avete gì' intelletti sani^ 
Mirate la dottrina^ che s'asconde 
Sotto '1 velame degli versi strani *'• 

i6 Per Umore che ebbi del lor furore* 
i^ Venga Medusa^ e cosi la con?ertìremo in mmo. 
causa fu figliuola di Forco Dio marino, donzella 
bellissimo aspetto, e di va|^ capelliera. Invaghito- 
ne Nettuno nel Tempio di Pallade, le fece oltrag- 
y, onde la casta Dea sdegnata le trasformò i capel- 
in.aerpenti» e fece si che chiunque la rimirasse, 
•asso fosse con?ertito. Vedi Ovid. lib. 4 Meta- 
)rpbos. 

i8 Mai fu per noi che non ci vendicammo dell' as- 
Ito dato a queste porte da Teseo; dal cui ardire im- 
nito ha preso animo di renir ora costui. 
19 La testa di Medusa: ogni opera sarebhe vana^ con 
i si tentasse di ritornare al mondo dei virenti, 
ao Mi voltò dalla parte opposta, e non si fidò tanto 
Ile mie mani, che non mi coprisse il Tolto e gli oc- 
i ancor con le sue. 

SI Che iu disusata maniera mirabili sentenze a- 
Nidono sotto rozze parole. Questo arvertimeuto 
e dà il Poeta al lettore, non é determìnatameute 
ir questo canto, come supposero il Landiuo e il 
dlttlello; né determinatamente per questa cauti- 

DatUe T. /. i2 


1434 DpEA.' OfFEElNÓ 

E ¥(i^ f emarsu .per le torbìd' onde 

Uo fracasso d Q.n saon pien di tp«Tento| 

Per. cui trcinaTaa anbedoe le Bjpooàèy. 
JNon altrimeoti falto,cfae d' un vento 

Impetuoso por gli aff ersi ardori **, 

xa, «Én» pretéiid* il Dàsfellb | tawnào nriiffttto 
trovarsi ioBaiti «Uri pmw molto i^ò él<gtii*di «Mcr- 
Tazione, im e^li è per taita U dima opera: e ìkm 
accoucia mente in questo laogo più cbe io. ogni al- 
tro, come tra poreutesi è inserito, nccìocchè apprea- 
desis it UitoVe in altre incidenze sionilt a suesU 
( cbe sembra 'ip^ù povera, di dottrina morale e d^ o(piÌ 
senso aliegohco ) a non trascorrerle aensa rìlm 
ponderazione* 

(Questo taògo appunto, eh' è detto dal Ventori es- 

aere il più povero dì dottrinH morale e di senso alle* 

goricoj io lo credo all' oppòsto il pfù ricco « t vi rav- 

*:viao àna delle piò grandi «ti iihportauti allegorii 

'■tcirico-politiCìo-ttiòniii della Diviuii Commedia» Ma 

siccome non sarebbe qui mollo acconcio il tmr langbi 

digressioni e prolissi ragtonamenti^coil mi riserbo ai 

esporre minatamente in luogo più opporlano mi* 

*lo eh' io credo conveniente a porre iu vista- e dilii^ 

dare tutti gli ascosi sensi di qubsta grande allegorìa 

Dantesca. — F. 

sn'Qoal suol esser quello di un vento clia piglia 
maggior impeto dagli ardori contrappoAtigli: ^ne a 
per autlpenstasi, secondo l' antico fi loaofieo livfaaf^ 
..'gio, o forse perché generato da vapori o eaalMioai 
calide e secche ( le quali elevate alla reg^on dei le «•• 
'vole, e quivi scontrandosi cogli ardori superiori e 
'meteorologiche accensioni, onde ai cagiooi dea re* 
pentina grandissima rarefazione, quindi spinte aie» 
no e ripercosse violentemente ) muove funeéaa aeal a 
'una parte d' aria, la anale mossa, ne muove «a* altra 
parte vicina, e coil via via, di mano in maucK O for- 
se il Hueta, secondo l' opinione do* suoi tempi» pensò 
'in questo ìfÈOfo alla afera del fbooo , a cui foTM peli 
iu parte atinbuire certe furie di venti* 


CANTO IX, <35 

Che (ìcr la selvu, senza nlcQfi ratténto *% > 

Gli rami schiuntu, abbatte^ e porta fuori; 
Dinanzi polveroso va su(;erbo; 
E fa fufigir !e fiere e ^li pastori. 

Gli occhi mi 8ciolse^4,e aisse:or drizza '1 nerbo 
Del viso sa per quella scLìuraa anticn ^' 
Per indi, ove quel fumo è più acerbo'*^. 

Come le rane innanzi alla nimica 

Biscia per V acqua si dilcguun tutte, ' 

Fin ch'alia terra ciascuna s' aljliica ^7, 

Vid'ie piò di mille anime distrutte *^ 
Fuggir così dinanzi ad un,ch*al passo *^ 
PassaTB Stige con le piante asciutte. 

Dal Tolto r imo vea queir aer grasso, 

i3 Ferisce sènza ostacolo che vaglia a riteutrlo. 

q4 Ltevando le maui ciie mi tcueva davaiiti gli oc- 
cìii chiudetidotneli, drizza, mi disse, ed attua ades>o 
la virtù visiva^ che sta nell' iucrocicchiamenio dei 
servì ottici. 

a5 Quella antica, non piiò significare altro die 
bianca ed è forse presa dal latino cana pruina, o dal- 
lo «puma canescere^'/c/iis. 

ao Per quella parte, dove il grosso vapore che si. 
solleva in alto dalla palude, è meno quieto e piùden» 
so -per l'acqua novellamente commossa dalT angelo. 

a^ Scappano e spariscono via, finché ciascuna si 
aggrava e ammucchia, ricovrandosi alla proda. 

Da Bica eh* è uu ammasso -di mannelli di paglia 
non ancora battuta. — L. 

a8 Disfatte e mal ridotte dalla pena. 

99 Pdv' è il varco, e il guado facile. 

Passava Slige al passo io l'intendo diversamente 
al Ventori: T'raf^heltava Stige eoi passo, colle sue- 
eambe ai di sopra dell' acqua , e non già colla barca 
di Flegias. Infatti se lo passava guadandolo, ciime po> 
tea rimanere con asciutte h piante? «^ F* 


f36 DELL' INFERNO 

Menando la sinistra innanzi speaao *^y 
E sol di quella angoscia parea lasso. 

Ben m' accorsi ch'egli era ael ciel Messo, 
E Tolsimi al Maestro; e qnei fé' segno, 
Gh' io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

Ahi qaanto mi parea pien di disdecno! 
Giunse alla porta, e con una vei^etta 
L' aperse, che non-v' ehhe alcan ritegno. 

O cacciati del ciel, gente dispetta '% 
Gominciò egli in sa l' orribil soglia^ 
Ond'estaoltracotanza in toì s'alletta '*? 

Perchè ricalcitrate a quella voglia '', 
A cui non puote '1 fin mai esser mozsO| 
E che pi& volte y' ha cresciuta doglia? 

Che giova nelle fata dar di cozzo? 
Cerbero vostro^ se ben vi ricorda. 
Ne porta ancor pelato '1 mento, e 1 gozzo ^* 

Poi 81 rivolse per la strada lorda, 
E non fé' motto a noi, ma fé' sembiante 

' D' uomo, cui altra cara stringa , e morda, 

3o Facendosi come vento» e di quel moto affannoso 
solo pareva stracco. 

3i DisprexzaU» abietta o dispettosa. 

3a Per qual ragione nasce in voi, e si nntrisos? 

OUracotanza da ultra constantiam* •— L. •— V. 
qui sopra. 

33 Vi opponete e contrastate a qnella volontà» a 
cui non può esser mai tronco, tolto, e impedito il sua 
fine, cioè alla volontà assoluta di Dio. 

34 Hercbè, secondo che narra Ovidio » volefidoii 
opporre ad Ercole fa da questo, postagli una catena 
al collo, strascinato fuori deli' Inferno, ed il mento 
per le percosse date in terra, il gozzo per la catena 
avvintagli al collo» restò tutto pelato. 

Gozzo da guttur* — L. 


CANTO IX.; i37 

he quella di colui, die gli è davante: 
E noi moveiuino i piedi inver la terra 
Sicuri , appresso le parole sante '^. 
icntro T'entrammo, senza alcuna guerra: 
£d io, cb' aTca di rifi^nardar disio 
La condiziou, cbe tal fortezza serra ^^, 
om' io fui dentro, l' occhio intorno ìutìo^ 
£ veggio ad ogni man grande campagna, 
Piena di duolo e di tormento rio, 
com' nd Arli ^7, ove '1 Rodano stagna, 
Sì com* a Fola presso del Garuaro, 
Ch'' Italia chiude^ e i suoi termini bagna^ 
inno i sepolcri tuttp '1 loco varo ^°; 
Cosi facevan quivi d'ogni parte^ 

}5 Dopo che V augelo proferite aveva le sopradet- 
parole. 

iS Che sorta e condixioue di pt^sone e di pene fos- 
o deutro racchiuse. 

^7 Arli città della Provenza, ove il Ror^ano fiume 
! uasce iielle Alpi che l' Italia dalla Fraocia divi- 
io, si dilatAj ed allaga parte del paese. Fola città 
r Istria pressoi confini della 8cliiavonia,e vicino 
^uaraarOf o Caruaro, golfo di Schiavonia, dagli an- 
Eii àtXXo tinus flanaticut , per esser molto peri* 
oso. 

id Arli^. fuori della porta che va a' Cappuccini, 
itano un miglio incirca dalla città, vi sono ancora 
Iti sepolcri, e sarcofaghi de' tempi romani, come 
M>nosce dalle iscrizioni e dalle figure. — • L. 
\S 1 sepolcri iu quelle vicine pianure rendono va- 
ia campagna con ineguali alzate di terreno e con 
lide sepolcrali sparse qua e là. Di queste sepolture 
in cose si dicono; ma le credo favolose; e il vero sa- 
clis usassero in quei luoghi di seppellire, i morti 
lai foggia alla campagna. 


438 DELL' INFEaNO 

Salvo che Ì modo T'era pili amaro ^: 

Che tra gli avelli fiamme erano «parte. 
Per le quali eran s\ del tatto accesi, 
Che ferro pi& non chiede veran' arte ^®« 

Tutti gli lor coperchi eran sospesi ^, 
E fuor n' uscivan si duri lamenti, 
Che ben parean di miseri^ e d' offesi* 

Ed io: Maestro^ qoai son quelle gentil 
Che seppellite dentro da quel!' arche 
Si fan sentir con gli sospir dolenti? 

Ed egli a me: Qui son gli eresiarche 
Co' lor seguaci d'ogni setta ^*,e molto 
Più, che non credi , son le tombe carche. 

Simile qui con simile è sepolto; 
E i monumenti,8on pi&,e men caldi ^h 
E poi eh' alla man destra si fu volto. 

Passammo tra i martiri, e gli alti spaldi^. 

3q Se Don che vi era questa differenxa fra2 sepolcri 
di Arli e di fola, ed i sepolcri di Dite, che qoesii 
ritenevauo con modo più tormentoso e cocente dentro 
di se chi vi era seppellito. 

4o Che verun* arte > per esempio di Fabbro o di 
Fonditore, ricerca e vuole il ferro più acceso^ ptf 
indurvi qual si voglia nuova forma. 

Ih uerun arte, legge la stampa del 1484» e panni 
lezione più conforme alla sintassi, intendi: erano 
sì del tutto accesi, che più non richiede essere acce- 
so il ferro in qualunque siasi arte, o di fabbro , 
di fonditore. •— F. 


Ji Alzati, levati in alto. 


[a Cioè gli Arriani con Arrio, i Pelagiani con Pe- 
lagio, i Luterani con Lutero, ec. 

43 Più o meno infocati, secondo che furono piìio 
meno empi* 

44 Tra i sepolcri dove si martoriavano i settari, e 
gli spaldi che erano muri di fortezza,o ballatoi diesi 
facevano anticamente in cima alle mura o alle torri. 


439 

CANTO X. 


ARGOMENTO 


Seguitando Dante il suo cammino, dimanda a Vir» 
silio, se egli poti ebbe favellare ad alcune di quel' 
le anime degli Eretici; e inteso che ciò se gli con' 
cedeva, parla con Farinata Vherti e con^Caval» 
Gante Cavalcanti g cavalieri fiorentini: Farinata 
gli predice il suo esilio , e gli dimostra che i 
dannati possono aver notizia delle cose avvenire 
ma non già delle presenti , se dalle ànimt che ivi 
vengono, loro non sian raccontate. 


o 


ra sen ya per nno stretto calle 
TraM maro delia terra, e gli martiri, 
Lo mio Maestro, ed io dopo * le spalle. 

O TÌrt& somma % che per gli empi giri 
Mi ToWi, cominciai, com' a te piace, 
Parlami, e satisfammi a' miei desiri . 

La gente, che per li sepolcri giace, 
Potrehbesi "veder? già son lerati 
Tatti i coperchi, e nessun gaardìa face. 

Ed egli a me: Tatti saran serrati, 

Qoando di Giosaffat * qai torneranno 
Coi corpi , che lassaso hanno lasciati. 

* Dopo, cioè dietro, ed è corruEÌoD« di de post, 
donde pure 1* italiano dappoi o dipoi, -— F. 


I O Virgilio di somma yirtù. 
a Dopo r nniversal giadizio < 


a Dopo r nniversal giadizio che deye farsi in quel- 
la Taile. 


<40 DELL'INFERNO 

Suo cimitero da questii parte haono 
G)n Epicuro tolti i suoi seguaci^ 
Che ranima col corpo morta fanno. 
Però alla dimanda^ che mi faci, 
Qainc' entro ^tisfatto sarai tostq, 
Ed al disio ancor, che tu mi taci '. 
Ed io: Buon duca, non tengo nascosto 
A te mio cuoi* , se non per dicer poco^ 
Etam' hai non pi^r ora a ciò disposto ^. 
O losco che per la città del foco 
Vi'vo ten vai così parlando onesto^ 
Piacciati di restare in qacsto loco. 
La tua loquela ti fa manifesto ^ 
Di quella nohil patria natio, 
Alla qual forse fui troppo molesto. 
Subitamente questo suono uscio 
D' una deir arche: però m^ accostai^ 
Temendo^ un poco pi& al duca mio. 
Ed jei mi disse: Volgiti, che fai? 
Vedi là Farinata ^ che s'è dritto :. 
Dalla cintola *n su lutto 1 vedrai. 

3 E al desiderio che tu hai di Teder Farinata de* 
gli U berli e Cayalcanie de' Cavalcanti «che «ai essere 
aiuti macchiati di questo vizio. 

4 Non per TO^lia di esser cupo e segreto, ma per es* 
ser breve e spedito nel mio parlare; giacché tu non sol 
di presente, e poco fa, ma molte altre volte me n' hai 
avvertito e raccomandata la brevità. 

* INieirEvaugelio: Loquela tua manifestum U 
facìi» — L. 

5 Fu Questi Capitano della fazione Ghibellina nella 
rotta e disfatta de' Guelfi a Monte Aperto in Val d' 
Arbia, dove i Saiiesi riportarono gloriosa e piena 
vittoria de' Fiorentini. 


CANTO X. i4i 

V area già 'l mio viso nel sao fitto: 

Ed eì 8* ergea col petto e con la fronte. 

Come avesse l'inferno in gran dispttto^: 
£ r animose man del daca, e pronte 

Mi pinsertra le sepolture a Ini^ 

Dicendo: le parole tue sien conte 7. 
Tosto eh' al pie della saa tomba fai, 

Gaardommi un poco, e poi quasi sdegnoso 

Mi demandò: Chi fur ^li maggior tui? 
Io, eh' era d'ubbidir desideroso, 

Non gliel celai, ma tutto gliel apersi; 

Ond'ei levò le ciglia un poco in soso ®; 
Poi disse: Fieramente furo avversi* . 

A me^ed a' miei primis ed a mia parte; 

Sì che per duo fiate gli dispersi 9. 
S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte '% 


6 Dispitto per dispetto a cagion della rima vale 
disprezzo > per dimostrare il fasto « e T alterìgia di 
<iael superbo. 

Dispitto dal franiese despit, o dépitx ^- L. 

7 Manifeste e chiare. 

Conte viene da contare, perchè la moneta eonta d 
certa e manifeeta. — L. 

8 Un poco in sa, inarcò le ciglia.. 

* At^t/ersi, poiché i maggiori di Dante furono gnel- 
a. — L. 

9 Li mandai due volte parte qqa e parte là in esilio. 

10 Eglino tornarono ancora tutte e due le volte> se 
dne volte furono cacciati; ma i vostri Ghibellini gue- 
st^ arte di ritornare cacciati non V hanno a^^presa^ 
perchè cacciati una volta non sono ritornati più. Qui 
Dante si mostra Guelfo^ come furono i suoi antenati, 
sebbene egli sdegnato poi con la sua parte Guelfa, do- 
po essere stato dalla patria scacciato, diventò, visse e 
mori Ghibellino. 


U2 DELL' INFERNO 

Risposi loi, l'nna^ e l'altra fiata; 

Mai vostri non appreser ben quell'arte. 

Allor sarse alla vista scoperchiata " 

Un'ombra lungo questa in6no al mento: 
Credo, che s'era tnginocchion levata. 

D* intorno mi guardò, come talento '* 
Avesse di veder s' altri era meco; 
Ma, poi che 'I sospìcar fu tutto spento '', 

Piangendo disse: se per questo cieco 
Carcere vai [)er altezza d' ingegno, 
Mio figlio ov' è^ e perchè non e teco «4? 

Ed io a lui: Da me stesso non vegno: 
Colui ch'attende là per qui mi mrna, 
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno '*. 

1 1 Si allò mettendo fuori il solo capo dali»booeii 
aperta del sepolcro aeuza coperchio un* «Kr* anima 
presso questa eli Farinata: e credo che questa si fusse 
messa in ginocchioni , uscendo fuori solo sino al mea- 
to: perchè Farinata che si era rizstto in piedi , stava 
tutto fuori dalla cintola in su. Quest' anima era di 
Cavalcante «Cavalcanti uqo de' principali della fasioue 
Guelfa. 

JLi'adiettivo icopercAiafa è dal Lombardi creduto 
appartenente al sostantivo d'^tct, mentre io lo credo- 
appartenente all' altro ómbra» Allor surse alia vista 
( si presentai alla nostra veduta ) un* ombra, accan' 
to a questa di Faiinata , scoperchiata cioè tiisco' 
perla , per infino al mento, il Venturi se ne tin 
fuori col mezzo di una parafrasi. '— F. 

la Desiderio. 

i3 8i levò di dubbio^ e vide che non ci era nes- 
suno. 

t4 Dov'è il mio Ggliuolo Guido, tanto eccelleute 
ingegno ancor esso? 

i5 Virgilio che là mi aspetta è quegli che mi con- 
duce; il quaJe Virgilio disprezzo^ e non si curò di 


CANTO X. 143 

Le sue parole, e '1 modo della pena 

M' aTeyan di costui già detto il nome; 

.Però fa la risposta così piena '^. 
Di sabito drizzato Ibridò: Come 

Dicesti egli ebbe? non vi v' egli ancora '7? 

Non fiere gli occhi suoi lo doldé lome '®? 
Quando s'accorse d'alcuna dimora^ 

Cfa' io faceva dinanzi alla risposta, 

Sapin ricadde^ e più non parve fuora. 
Ma quell'altro magnanimo^ a cui posta 

Restato m' era '9, non n^utò aspetto*^ 

imitare il vostro Guido, datosi tutto alia filosofia e 
poco piezzando i Poeti. 

Ma siccome Guido Cavalcanti fu bubn poeta italia- 
no^e come tale FÌeo pur celebrato altrove da Daute, 
convien dire che il seuso di questo verso non sia 
esattamente quello inteso dal Venturi. Dice dunque 
r Aligbierij che Guido ebbe forse a disdegno Virgi- 
lio^vale a dire la poesia, giacché avendo sortito dalla 
natara disposizioni eccellenti per poetare , non yolle 
particolarmente ed esclusivamente applicarsi a que- 
sto studio^ ma darsi quasi intieramente a quello dell» 
filosofia, da lui sopra d' ogni altro prediletto. — F. 

i6 Le sue parole che mi pah sarcno avere un fi- 
gliuolo dottissimo, o pure la nota a me, ed altre vol- 
te udita sua voce, e il luogo della pena che dimostra- 
va essere stato eretico, mi avevano chiaramente ma- 
nifestato il nome di costui; e però gli potri dare una 
risposta intera e adeguata, senza dimandargli, chi 
egli e suo figlio fossero. 

17 Perché dicesti ebbe a disdegno, in preterito, co- 
me si parla de' morti, e non ha, lu presente, come si 
dice de' vivi? 

16 Non ferisce dolceiheute i suoi occhi il lume del 
sole, come agli altri che vivouo? 

19 Ma ^oeir altro, cioè Farinata, più itìiperturbabiK. 
le,a requisizione ed istanza del quale mi era fermato 

so-Come a?eva fiitto Cavalcaute^ 


Hi DELL' INFERNO 

Né mosse collo, né piegò sua costa **: 

£ se, continua odo al primo detto *% 
E&li ban qaell' arte, disse, male appresa^ 
Ciò mi tormenta pi&^ che questo letto. 

Ma non cinquanta yolte Ga raccesa *' 
La faccia della donna^ che qui reggC) 
Che tu saprai quanto qnell' arte pesa *^ 

a I Persona: parte per il tutto» 

aa Coiitinaaudo il primo interrotto discorso. 

a3 Gioè« ma nou pasfeninno 5o mesi ; perchè Pn>- 
serpina che regna uell' Inferno, in Cielo Lona fi 
chiama, come nelle selve Diana: e però Virgilio nél4< 
dell' £u« tert^eminamtnu Hecutem tria yirginisora 
Dianae: e Orazio nel 3. delle odi: Ter%H>eata tutdU, 
Di uà triformis:e raccende la feccia^ etntta rispltode 
nella sua opposizione col sole; come all' incontro nel- 
la sua congiunzione si oscura: l' una e V altra mcoo- 
de una volta il mese. 

a4 Saprai per prora mandato ancora in in esiiio^ 
quanto dura e dolorosa arte sia il procacciarsi il ri- 
torno in patria , mendicando l' altrui pane con incerta 
speranza di tornare a mangiare del suo: come dirà nel 
17 canto del Paradiso. 

Dall'epoca della visione in questo Poema descrit- 
ta, air esilio di Dante Alighieri corsero ao soli me- 
si e nou 5o. Duuque qui non si fa allusione all' in- 
giusta sentenza che dannò Dante all' esilio , come 
, sembra avere inteso il Venturi, ma ad un' altra pai* 
iicolar circoiitauza. Foco innanzi ha detto il Poeta 
che i Ghibellini aveau male appresa l' arte di ritor* 
uar nella patria quando ne venivan cacciati: ed on 
qui Farinata fa a lui una predizione, dicendo: Ma 
non cinquanta lune fian trascorse, pria che iu stes* 
so, o Dante, non sappia per prova quanto pesi, sia 
dura e dolorosa, queW arte, cioè il non avere appre- 
so, o il nou esser forte abbastanza, a riguadagnare la 
patria. £ qui evideuLumeule si fa ailusiuue al grande 


CANTO X. ^45 

E, se tn mai nel dolce * mondo regge *', 
Diminii perchè qael popolo è si empio 

e ardito» ma infruttaoso tentatÌFo fatto dai Ghibellj- 
dì uel Luglio i3o4 (cinquanta mesi dopo V Aprila 
del i3oo , epoca ìd cui fìnge Dante questo cofloquìo 
con Farinata ) per ritornare armata mauo in Firen- 
ze; tentativo al quale prese parte ancora il nostro 
ghibellino poeta» «d il quale, fallito, dovea far senti- 
re a Dante quanto pesasse il non aver saputo rigua- 
dagnare la patria. — F. 

Dolce appella Farinata questo nostro mondo per 
rapporto a quello amaro e tormentoso ov'egli era» 
Cosi poco sopra Cavalcante ha detto lo dolce lume^ 
Cosi altroye altri dannati yan dicendo l* aer dolce, 
V aer sereno, ec. ec. —* F, 

a5 Non è formoia condizionale, ma deprecativa; 
come sarebbe: dimmelo, se Dio ti aiuti; e il senso è: 
cotti nel tuo mondo una volta ritorni, e rieda; o pure 
sii grande e ne' supremi magistrati comandi ( e prego 
Dio che tei conceda, se mei dici ) dimmi. 

Begee per reggi o per regga è antitesi a cagioa 
della rima. Il Venturi leda il signifìcato di ritorna' 
re, perchè forse la fa voce del verbo reggire compo- 
sto da. gir£p nella guisa che redire da ire. Altri poi 
la credono voce del verbo reggere, ma nel significato 
di durare, continuare a stare, il Venturi spiega la 
formoia come deprecativa e non condizionale; il 
Lombardi all' opposto come condizionale e non de- 
precativa, né i Critici sono punto concordi oi>ir ac« 
cettare l'una o l'altra interpretazione, lo peraltro 
la credo formula benissimo deprecativa, e dò al verbo 
reggere ^ dQode. tra{*go la voce regge^ ''^SS*^ ^^^^* ^^* 
tativo j il significato vero e naturale che noi gli dia- 
no tutto giorno nella lingua parlata e nella scritta, 
lìmi diciamo noi pure, /' uomo filosofo dee reggere 
mi colpi dell* avversa fortuna per dee resistere, dee 
essere imperturbabile ec.? Ecco dunque spiegato il 
passo. Intendi: E, così tu sempre reggo ( resista, sia 
Dante T. L il 


i46 mU/ INFERIIIO 

locontr^. a' miei io ciascaDa foa legge *^ 

Ond'ioaihii; Lottnixio,é 'i graod» . aeempio, 
Che fece V Arbìa *f colorati in rosso^ 
Tale orazioH fa far tee! ttoatro tempio **b 

Poi ,cK ebbe spspirapdo il capp scosso^ 
À CIÒ noD.fa' io sol, difae» ne certo» . . ' 
Saoza.cagion aerei con gli:allrL moaao **; 

IMa fa' io Bol colà '^^ dove softerto - 


impertorbibile alle «TTersitè eh» t'incoptraramio } 
n€Ì dolce mondo^ dimmi «e. /Mado allittieo nriUto 
d«gli Italiani^ cosi coma da' Latini. U JLoaibardl era* 
de di op jK>rre uù argomento iusoiierabila dicendo fkt^ 
i Latini non aggiunsero mai V umquam in aiadlì 

iod^ 



cosa mi risponderebbe il Lombardi? — F. 

36 Si crado e inesorabile; perchè mai si rinwttata 
pena, o coocedeTa benefizio ai Gbibellini , che gli 
ukierti non ne fossero escinsi, per avere tanto eoc^a- 
rato alta sanguinosa strage di Monte Aperto» 

37 Piume viciao a Monte Aperto^ doTe aegal k 
strage saddetta. 

a8 Tempio, per curia, o sala pubblica, dove et ai^ 
riugava contro gli Ubarti per la suddetta cagiona; o 
vero per Chiesa, dove i cittadini pregavano a ilInmìÀ 
uarei magistrati, eh' eKÌandio ue'oaudi di genaial 
remissione fo#«ero eccettuati i medesimi Dberti^- ■ 

39 Non vi fui io solo, disse, tra i fiorentini a 


fiagere i Guelfi, ma con tatti i potenti dalla fiiatoMT 
Ghibellina; né con loto averaì contro Firenxa impn 
gnate l' armi, se non avessi avuto giusto mptivob 

3o Ma fui bensì solo a Empoli, quando Provenaano 
Salvaui Generale di 6iena propose di spianare Pire^ 
ze: e me gli opposi con ragioni, con preghi e con oi^ 
naccie, quando tatti gli altri Ghibellini di Firent 
vi consentivano o per concordia o per rabbia. 


CANTO X. H7 

Fa per ciascon di torre via Fiorenza^ 
Colai, che la difesi a viso aperto. 

Deh, se riposi ornai vostra semenza '% 
Prega' io lai, solvetemi qael nodo, 
Che qaì ha invila ppata mia sentenza, 

£' par che voi veggiate '*, se ben odo^ 

3i Deh, cosi il Cielo dia una volta pace alla vostra 
discendeuza^ sicché non sia pici dai fiorenti ni oramai 
perseguitata ( è Dante, che priega ). 

Anche qaesta, che il Lomb<)rdi vorrebbe formula 
condizionAlfl^ é certamente deprecativa, quale la in- 
tende il Ventarjytaoto più che trovasi rimpssa quella 
sua grande difficoltà del mai, che in qualche testo si 
trova suUogato da ornai, e che nell uno aspetto e 
neir altro non significa se non che una uolta, un 
giorno, quando che sia ec. Farinata degli Uberti ha 
pochi versi inQAnzi manifestato a Dante il suo afi'ct- 
tuoso desiderio inverso la sorte di lui, esclamando. 
Così tu rege(a alle avtfersità che C incontreranno nel 
mondo; e Dante retribuisce qui d' un' eguale affet- 
tuosa espressione V D berti, dicendogli. Così abbia 
quiete e riposo una volta la vostra discendenza, ed 
usa lo stesso stessi ssimo modo di dire poco innanzi 
usato: talmentechè se qui il verbo è nel tempo Otta- 
tivo, riposi, così superiormente è detto regge per reg- 
fa e non già per reggi, come asserisce il Lombardi. 
•' un passo serve ali altro di riprova e conferma, Ap- 
parendo evidentissimamente dal contesto che 1' una 
espressione é stata adoprata dal poeta per fare il 
contrapposto o l'equivalente dell'altra, essendosi 
valso, di una formula deprecativa ad imitazione di 
quelle latine Sic te diu^ r^tmns Cypri, — Sic tua 
èvt'enèas .f'*S'^'*^ esamina taxos ec* Dopo questo 
Test» inutile il dire che il se è ne'due versi di Dante 
|K>sto in luo^ del così, di quel sic de' Latini: di che 
vedine molti esempi e nel Cincnio e nel Vocabolario 
della Gmsca. — F. 

^ Fare a me, se bene v'intendo, che ?oi altri ve* 


448 D£LUINFEENO 

Dinanzi quel cbe '1 tempo seco adduce^ 

E nel presente tenete altro modo; 

Noi veggiam, come qaei, e** ha mala laca^'y 
Le cose, disse, che ne son lontano; 
Gothnto ancor ne splende '1 sommo Duce '^: 

Quando s' appressano^ o son ^*, tutto è rano 
Nostro intelletto, e s' altri noi ci apporta, 
Nulla sapem di vostro stato umano. 

Però comprender puoi, cbe tutta morta '^ 
Fi a nostra conoscenza da quel panto^ 
Che del futuro fìa chiusa la porta. 

AUor, come di^mia colpa compunto '7, 
Dissi: Or direte dunque a quel caduto, 
Che '1 suo nato è co' tìtì ancor congiunto. 

E s' io fu dianzi alla risposta niuto^ 
Fat' ei saper che il fei, perch' io pensava 

diate il fiituro, e qaei che seco porta il tempo innan- 
zi che accada: e nel presente poi non vediate nolla. 

33 Noi siamo come i vecchi, e presbiti d' imperfet- 
ta ¥Ì8ta,che scorgono ben da lontano e non da vicino. 

34 Di tanta luce ci fa ancor dono il Sommo Dio. 
33 Ma quando le cose si avvicinano all' essere, 

attualmente sono, egli è vuoto di notizie il nostro in- 
telletto: non ne sappiamo piò nulla, se qualcheduno 
non ce ne porti novelle. 

36 Non conosceremo più nulla dopo il giudiaio; 
finito il tempo è conseguentemente chiosa la porta 
del futuro, perchè allora, come dice il Petrarca nel 
Trionfo della Diviniti , nnn aura loco fu , sarà, né 
era. Ma è solo in presente,ed orti, ed of^^i, E sola eter^ 
nitu raccolta^ e intera* 

37 Dolente di qualunque colpa fosse stato il non 
risponder subito a Cavalcante, se il Bgliuolo suo vive- 
va, ed avergli fatto credere con queir indugio che 
fosse morto. 


CANTO X. 449 

Già neir crror che m' aTCte salato *®. 

E già '1 Maestro mio mi richiamava: 

Per eh' io pregai lo spirito più aracciò^*9, 
Che mi dicesse, chi con lai si stava. 

Dissemi: Qaì con più di mille giaccio: 
Qaa éntro è lo secondo Federico 4©, 
E 'I Cardinale ^*, e degli altri mi taccio: 

Indi s' ascose: ed io inver V antico 
Poeta volsi i passi, ripensando 
A qnel parlar, che mi parca nemico ^•. 

Egli si mosse; e poi così andando, 
Mi disse: Perone sei così smarrito? 
Ed io gli satisfeci al suo dimando. 

La mente taa conser^vi quel eh' adito 


38 mèi dubbio che mi avete sciolto; cioè come mai 
mi prediceste il fbluro Toi altri che m' interrogavate 
del presente. 

39 Cbe mi dicesse più in fretta. 

Più auaecio, cioè più spaeciatamente t più spedi- 
tamente ^e dee riferirsi a Dante, e non a Farinate.— F. 

40 Federigo 11 nipote del Barbaross» e figliaolo di 
Arrigo V Imperatore» 6erissin)o persecntore della 
Chiesa, e perciò posto da Dante fra gli eretici. 

41 11 Cardinale Ottaviano Ubaldini, che non curan- 
do r autorità Pooti6cia, fu fautore de' Ghibellini, e 
disse una volta che se anima era, egli 1' aveva perdu» 
te per i Ghibellini. 

Che il Cardinale Ubaldinl non credesse V immor- 
teli tà dell' anima, può essere; ma che fosse fautore 
de' Ghibellini non lo credo. Le opere sue dimostrano 
il contrario, e fa gran persecutore di Federigo Li a 
favore della Chiesa. — L. 

4a Quella predizione del suo esilio che gli sembra- 
?a molesta, ed aspra. 


150 DELL' DflnBRIH) 

Hai con tra te, mi comandò qael saggio^ 

Ed ora attendi a coi diriso '1 dito^. 

Qoaodo sarai dinanzi al dolce raggio ^ 
Di quella^ il cai belT occhio tutto Tede, 
Da lei saprai di taa vita il viaggio. 

Appresso Tolse a man~ sinistra il piede; 
Lasciammo '1 muro^ e gimmo inver lo mezzo 
Per an sentier, eh' ad ana Tallo fiede ^^, 

Che in fin lassù facea spiacer sao lezzo ^^. 

43 Per dimostrare con quel gesto che ToIeTa diie 
qualche cosa notabile. 

44 Avanti al dolce lume di Beatrice che tutto vede 
in Dìo, da lei saprai tutto il corso della vita che ti 
rimane, sebbene lo e* poi non da Beatrice, ma a ri- 
chiesta di lei da Caociaguida suo titraTo nel ly can- 
to del Paradiso. 

45 Per un viottolo che si addrlsia, riesce e sbocca 
a/uua valle, e la va come a ferire; cosi il Vocabolario 
della Crusca. 

46 Pnzxo^ fetore. 


CANTO XL 


ARGOMENTO 


B il Poeta sopra C estremità (T un' alta ripa 
settimo cerchiop oue offeso molto dalla puzza 
ne usciva y vede là sepoltura di Papa Ana- 
io eretico* E quivi fermatosi alquanto ^ inten^ 
ia Virgilio Cile ne seguenti tre cerchi « che 
no a vedere, è punito il peccato della violen» 
della fronde e della usura* Indi gli dimanda 
cagione, per la quale dentro la città di Dite 
sono puniti i lussuriosi, i golosi, gli avari, 
idighi e gì* iracondi. Appresso gli chiede co" 
* usura offenda Dio. Ne vanno alla fine i due 
I verso il luogo ^ donde nel detto settimo cer^ 
si discende. 


1 r estremità d' nn' alta ripa, 

s facevan gran pietre rotte io cerchio^ 

aimmo sopra più cradele stipa ' : 

aogemmo sali' orlo o ciglio d' un' alta ripa, 
la ripa di quella fetida ?alle^ e cani minando 
> per quella che era piena di pietre rotte f ae 
che non voglia intendersi che tal ripa era Ibr- 
i pietre rotte acconciamente in tondo^ come le 
da fare una sponda o collo di poxzo ) arrÌTam- 
ona siepe» che chiude e circonda piò stretta- 
cosi il Landino seguito dal Volpi: o ad una 
idei peua:co8Ì il VelTutello seguito dal P. d' A- 
:he osserva valere altrettanto stipa, che stret-^ 
a parecchi autori con l'istesso Dante usurparsi 
ta; al che s' aggiunge in tal significato usarsi 
sana a tutto pasto. 
a, è ciò che noi diciamo stiva, a stipando la- 


<52 DELL' INFERNO 

E quivi per 1' orribile soperchio 

Del pu7,70, che '1 profonda «bisso glU.i, 

Ci raccostamnio dietro ad un copercliio 
D'nn grand'arello ', ov'io vidi nna scritta 

Che diceva: Anaatnaio Papa gnardo '>, 


lino. Ed appresso di n 

oi st! 

.-rt * t 

in rinchiaso, don 

lì mettono snimali.d 

iitfira 


onde qui Dante pi - 

gli» figo™iBmente.,(,> 


iVu pi- 

r sia7,=u. - L, 

aPerl-insoffribilei 


della 1 

gran puiia. 

3 Sepolcro. 




4 Cd opro AnaiUsio 

1, secondo di tpiestn nome, il 

quale fa pervertito da 

Folir 

IO Dia 


ae, seguace di Acario 

Vesc 


etico. Qaxnto lùi 

fallo eisere stato qiiest 

Potitefiee 

sedotto da Fotinn 

vedilo ne! Bar. .11' an. 

Ah 


Bellarm. nel tomo 

primo delle ane coutrt 

.4 de 

Romano Pmtifui 

eap.»,e precisamente a 



?«o passo del DaO- 

te nell'operetta, che in qu«l 

che ed 


3 tomo delle sue opere, ed t apn 

loEetìca contro db 

libello ramoso che pori 

:ayaq 

ueslo titolo: oivito.pùt' 

cei'oU dato alla bella Uaì 

ia da 

un nobile mìova- 

>.e francese, e preler 

ideva 

Bocce 

re con i tuli di 

Dante, del Pelrarea i 

s del 

iccio, esser Bon» 


la HabiloTiiaeil Sommo Pnateace I' Anticristo. Pi- 
gliaDdosi dunque qaetto massimo controveraista té 
istruire l'ignorante e prosnniunso giovine, gli fa pri* 
ma toccar con mano, di quanto poca autOTiti «laDii 
questi liccDiioiI scrillori in tali materie: di poi ad 
nno per uno gì! apie^a i pasni addotti, mostrau do par- 
larsi inrssi non della dottrina edell'autoHlà e pri- 
mato, ma del costume deprafnln, ct>e in alcani vi- 
lioii trovavasi io quei tempi piti lacrimevoli: ed indi 
altri molti testi traweglie dalle oprre di tatti e tre, 
tie' quali essi riconoaconncliiaraineDIe nel Papa la t>- 
pTema potesti di vicario di Cristo. Ma perqsantoib»- 
sem scusabili Dante, e gli antichi coment alori, percU 
iinalmeiile )D Martino Polono kÌ legge questa favola, 
e in più d' un autore averau potuto leggere quella a 



CANTO XI. «3 

Lo qnal trasse Fotin della Tia dritta. 

x> nostro scender conyìen esser tardo j 
Si, cbe s' ansi prima un poco il senso * 
Al tristo fiato, e poi non fia rignardo, 

k>sl '1 maestro; ed io: alcan compenso, 
Dissi lai^ truova, cbe '1 tempo non passi 
Perduto ^; ed egli: Vedi, cb' a ciò penso 7. 

ilgliaol mio, dentro da cotesti sassi, 
Cominciò poi a dir, son tre cercbietti ^ 
Di grado in grado, come qaei che lassi. 

RYolay o caloDDia, o equivoco» tra Anastasio Pon- 
efice e Anastasio Imperatore, cbe fu il veramente 
edotto , è condannabile Terror del Daniello che di- 
e efser questi » di cui Dante favella , Anastasio IV, 
iato tanti, e tanti anni dopo morto Potino. 

Guardo, cine tengo in ruitoriia» — F. 

5 li senso dell' oidorato si avvezzi^ onde poi non 
i aia tanto insotf ribile, e senza riguardarsene possia- 
DO tirare avanti, ec 

Il LomUardi e il Biagioli fan questione se sia da 
Cfgerai s' ausi in prima un poco, ovvero t' ausi uà 
ìoco prima» Ma essi sarebbonsi risparmiata questio- 
le cosi insignificante ovecché in antiche stampe 
ireasero letto ( siccome ho letto io ) s' ausi prima un 
ìoeo che seoxa dubbio è la lezione vera. 11 senso ne 
k ]^apo, ed è questo: Si che prima s* assuefaccia un 
toeo l* odorato al tristo fetore, e poi non fia d* uo~ 
PO ili riguardo e precauzione al nostro discender 
Upiò — F. 

D Ozioso senza far nulla, 

7 Giusto andava pensando a questo, e cercando il 
modo d'impiegarlo utilmente. 

8 Cerchietti più piccoli a proporzione di quelli alla 
«UrCiinferenza più vicini,tanlo più ampli e spaziosi di 
qnésU «lù vicini al crntro: nel resto I un dopo V al- 
tro, e I uìk dell* altro più angusto alla foggia di quelli 
che abbiamo fià passati e lasciati iudiktro. 


i54 DELL'INFERNO 

Tatti Bon pien di spirti roaladetti: ' 
Ma percDè poi ti basti par la yista 9^ 
Intendi come^ e perche son constretti \ 

D' ogni malizia '% ch'odio in cielo acquista, 
Ingiuria è il fine^ ed osni fin cotale 
O con forza, o con frode attrai contrista, 

Ma perchè frode è dell' noni proprio male" 
Più spiace a Dio; e però stan di satto 
Gli frodolenti^ e più dolor gli assale. 

De' violenti il primo cerchio e tatto; 
Ma perchè si fa forza a tre persone, 
In tre gironi è distinto, e costrutto. 

A Dio, a se, al prossimo si paone " 

Far forza, dico in loro, e in le lor cose '': 
Com' adirai con aperta ragione. 

Morte per forza, e ferale dogliose 

9 Ti baf ti solamente il vederli, sensa che la abbia 
ad interrogare. 

* Costretti da cum, simul, stricti, cioè insiemi 
stretti 9 rinserrati. •— F, 

10 Ogni malizia j o diiegno malizioso che si tira 
addosso l' odio del cieloj va a finir iu danno e in ia- 
giuria: e ciò non senza contristare altri, cioè chi !■ 
patisce. 

11 Ma perchè frode è vizio proprio dell' aomo^coD- 
aistendo non nell' abuso delle forze che ha con gli al* 
tri animali comuni, ma nell'abuso dell' intelletto t 
della ragione, dote sua propria. 

13 Si può far violenza: paone coli' o largo , i^* 
gì ungendosi la sillaba ne al può per recapilo della 
rima. 

Cosi nella Canz. xvi, St. vii. Che se beltà fra* ma' 
li yosliamo annoverar, creder si pnom*.-^ F. 

i3 E questa a ciascun di quelli si può fare> o nella 
propria persona offendendolo, o nelle cose che gliap< 
par tengono. 


CANTO XI. <55 

Nel prossimo si danno, e nel suo avere . 
Ruine, incendi /e toilette dannose '^: 

Onde omicide^ e ciascnn che mal fiere '% 
Guastatori, e predon * tutti tormenta 
Lo giron primo, per diverse schiere '^. 

Puote uomo avere in se man yioienta '7, 
£ ne' suoi beni: e però nel secondo 
Giron conyien, cbe sanza prò si. penta '^. 

Qualunque priva se del vostro mondo '9, 
Biscazza ''^^e fonde la sua ftKrultude, 
E piange là dove esser dee giocondo *'• 

^oossi far forza nella Deitade *% 

i4 Latrocinii, ruberie ec. 

Toeletta lo stesso che io/£tf, quiudi dannose tollet- 
e, o dannose tolte, nel significato stesso di maletol' 
9, voce venuta dalla latino-barbara malatolta, che 
«le rapina, estorsione. — F, 

i5 E però gli omicidi^ e chi fuor d' uu' iucolpabil 
lifesa altrui ferisce. 

Omicide per uomini omicidi. Cosi disse il poeta 
resiarche invece di eresiarchi» — F. 

* Guastatori, cioè quelli che commettono ruiue ed 
■eendj ; predoni quelli che £iuno toilette danno- 
k — F. 

i6 In diverse classi divisi ; gli omicidi in una più 
esosa, i ladri in un' altra meno. 

17 In se, uccidendosi, e ne' suoi beni^ dissipandoli. 

18 Con inutile pentimento. 

19 5i dà morte. 

ao Giuoca tutto il suo avere: di qui biscaiolo, de- 
tto alla bisca o giuoco vizioso. 

ai £ piange , e si dispera nel mondo, vivendo 
aale , dove doveva , vivendo bene , giocondo stare 
id aile|ro. 

29 Si può offendere Dio o in se stesso, rinnegando- 
e bestemmiandolo, o nelle cose sue, spregiandole 
on vilipendio e abusandosene) come della natura fan- 


456 DELL' ItfFERNO 

Gol CQor negando, e bestemmiando qnelUi 

E spregiando Natura, e saa bontade: 

E pero lo minor giron suggella *' 

Del segno suo e Soddoma^ e Caorsa ^, 
E chl^ spregiando Dio, col cuor faTella *^ 

La frode, ona ogni coscienza è morsa *^, 
Può l'uomo osnre in colui, che si fida, 
£ in quello, che fidanza non imborsa *^. 


no i sodomiti^ e della boutade, cioè dei nuÀ beoi^gU 
luarai^cosl spiega taluiio.MaLaodiuo e Vellutello per 
sua bontade intendono l'arte cbe è, secondo il dir del 
Poeta, figliaola della Natura e nipote di Dio: « que- 
sto è ciò cbe intese il Poeta, come egli atesao poOD 
dopo di cbì arerà in questo canto. 

a3' li terzo girone degli altri due minore aigilk 
serrandoli, e col suo suggello cbindendoli: o pori 
marca col suo fuoco , e note TergoguOdC imprime ad 
corpi de' sodomiti e degli usurai. 

!k4 Sodoma città notissima^^di Pentapoli incendista 
da Dio (ien. 19 , cbe si poue qui per i rei di qod 
peccato nefando. Caorsa terra nella Provenza, dovi 
m quel tempo cnnvien dire che fossero molto afurd. 
25 Chi spregiando Dio nou sol bestemmia per in* 
peto di collera, o per essere mal avvezzo con la lia- 
gua, ma ancor col cuore: o pure , come nota il P* 
d* Aquino, allude il l'oeta al detto del salmo: Dixif 
insipiens in corde suo: non est Deus; e vuol però di- 
re, uel suo cuore lo liunega. 

a6 La frode, di cui pochi sono che non abbiaM 
qualche rimorso nella coscienza per averla comm«s«a« 
o pure la frode,parlo delia peccaminosa, e di cui ogni 
coscienza che la commette, prova il rimorso, ncndi 
quella innocente^ che anzi deve chiamarsi prudeun 
e accortezza. 

27 Nou ammette in se, non prende (iilanza, cio^fi 
in chi si fida di lut^ ed in chi non se uè fida. 


CANTO XI. «7 

Onesto modo di retro par eh' accida *® 
Pur lo yincol d' amor^ che fa Natora: 
Oode nel cerchio secondo s' annida 

Ipocrisia, lusinghete chi affattura. 
Falsità, ladroneccio, e simonia, 
Ruffiao*^ haratti,e simile^lordura. 

Per r altro modo queir amor s' ohiia *9 
Che fa Natura, e quel, eh' è poi aggiunto^ 
Di che la fede speziai si cria; 

Onde nel cerchio minore *•, ov'è'l punto 
Dell'universo, in su che Dite siede, 
Qualunque trade in eterno è consunto. 

a8 Questo ultimo modo di usar la frode con chi 
ìmmi si Oda, par che ancor esso rompa il vincolo di 
amore lavorato dalle mani della rVatura, che e' iudn- 
ce» ed inclÌDa ad aiutarci i' uu V altro, e a non in* 
gunarci. 

* Btifflan apocope^ o licenza poetica, per ruffiane^ 
rUf ruffianesimì ,e nou già per ruffiani come dice il 
Lombardi. Qui si menzionano diverse specie di de- 
litti e nou di deiinqueuti, cosicché il buon discorso e 
la sintassi s' iu tra lei crebbe, dando a quel vocabolo il 
■gnificato dal Lombardi inteso. Così è uu secondo 
•proposito il dir che baratti sIìa qui uel siguificato di 
mirMilieriy mentre è in quello di baralterie, esior- 
iio/ii. — - r. 

99 Per r altro modo che è quello di usar la frode 
contro chi si fida, non solo uno si dimentica di quel- 
l'amore universale iugeueratp dalla natura, ma anco- 
ra di quello più particolare all' universale aggiuntò 
Itir amicizia o dalla parentela , onde nasce quella 
Ipeciale fidanza. 

3o Nel nono, ed ultimo cerchio, ov'é il centro 
dell' universo, e su cui posa e siede Lucifero chinn- 
qne con tal frode tradisce, egli è in etemo tor- 
mentato. 

Dante T. /. M 


458 DELL'INFERNO 

Ed io: Maestro^ assai chiaro procede 
La tna ragione, ed assai beo distingne 
Questo baratro^ e ''i popol cbe ''1 possiede» 

Ma dimmi: qoei della palude pingue^ 
Cbe mena '1 vento^ e cbe batte la pioggia, 
E cbe s' incontra n con s\ aspre lingne ^', 

Pcrcbè non dentro della città roggia^* 
Son ei puniti, se Dìo eli ba in ira? 
E se non gli ba, perchè sono a tal foggia? 

Ed egli a me: Perchè tanto delira **, 

Disse, r ingegno tuo da quel, cb' e' suole, 
Ovyer la mente dove altrove mira? ^ 

Non ti rimembra di quelle parole ^\ 
Con le quai la tua Etica pertratta 
Le tre disposizion cbe '1 ciel noìi yaole? 

* Pingue figuratamente per molle i/angosa» ^- F. 

3i GÌ iracoudi, i lassuriosi, i golosi , gli avari e 
i prodighi che iDCOotrandosi acerlnimeute ai sgridauo 
e si rimproyerauo. 

3i Rossa e infocata di Dite. 

33 Vaneggia^ ed esce dalla vìa. dritta della ragione^ 
dalla quale non suole uscire^ o Ttramente in che ti 
sei ora distratto col pensiero? 

34 Non ti sovvengono le parole dell* Etica di Ari- 
stotele, con Io studio fatta da te tua^ dove si dichia- 
rano le tre male disposizioni degli uomini che di- 
spiacciono a Dio? Il luogo è nel 7^ dell' £tica cap. 1, 
e sono gì' incontinenti che si lasciano trasportare da 
un impeto d' amore o di sdeguo; i maliziosi che noa 
per impeto, ma a disegno e caso pensalo fauno delle 
scelleraggini; i bestiali che danno in eccessi di mal- 
Tagiti con sfrenatezza e immanità da bestie; comesi 
contrario gli eroi in eccessi di virtù più che da no- 
mo. 11 testo di Aristotele è questo.* Dicendum est re- 
rum circa mores Jugiendarum tres species esse, in* 
continentiam, vìtiump et feritatem» 


CANTO XL i59 

Incontìneoza, malizia, e la inatta 
Bestialitade? e come incontinenza 
Meo Dio offende, e men biasimo accatta? 

Se ta riguardi ben questa sentenza, 
£ recbiti alla mente chi son quelli % 
Che su di fQor ^^ sostengon penitenza^ 

Tu \edrai ben, perchè da questi felli 
Sien dipartiti^ e perchè men crucciata 
La dÌTÌna Giustizia gli martelli. 

O sol^che sani ogni vista turbata ^^, 
Tu mi contenti si quando tu solvi, 
Che non men, che saver, dubbiar m'aggrata. 

Ancora un poco indietro ti rivolvi '7, 
Dìss' ìo^ ÌÌl dove di', ch'usura offende 
La divina Boutade^ e 'ì groppo svolvi. 

Filosofia^ mi disse, a chi la intende, 
Mota non pure in una sola parte '', 
Come Natura lo suo corso prende 

Dal divino intelletto, e da sua arte: 
E se tu ben la tua fisica note ^^y 

* Cioè gì' iracondi, i lussuriori, i goloai, gli avari, 
e.i.prodighi. — ^ F. 

35 Foor della città di Dite. 

36 O Virgilio che illumini ogni coufuso intelletto, 
mi piaci tanto quando mi sciogli i dubbia che non men 
éel sapere le cose, mi è grato il dubitarne, per aver- 
ne letue risposte si dotte e chiare,che col mio sapere 
non ci arriverei mai. 

37 Torna un po' col pensiero là, dove dicesti che 
Fojura offende la Divina Bontà, e dichiarami meglio 
qoel passo, e sbrigami il viluppo. 

38 Spiega in più d' un luo|(o. 

39 5e osserverai la fisica di Aristotele, dì cui tan- 
to il diletti. 


460 DELL' INFERNO 

Ta troTerai non dopo molte carte ^^ 

Cbe r arte Tostra quella ^, (guanto paote, 
Segne, come 'I maestro fii il disoentei 
Si che Yostr' arte a Dio quasi è nipote ^\ 

Da queste due, se tu ti rechi a mente ^ 
Lo Genesi dai principio, contiene 
Prender sua ^ita, ed avanzar la gente. 

E perchè V usuriere altra via tiene 44, 

40 Qaasi al principio del libro: Jrs imitéttur jmk* 
turam in quantum votesU 

41 Qaella, cioè U Natnra, quanto lo aoolare fl 
maestro. 

4^ Quasi, cioè per una certa simiglianta ed aoalo- 
ffia , è nipote, perchè la Matura procede da Dio, come 
oglinola, e l'arte procede dalla Natura con imitarla. 

43 Da queste due, cioè , dall'arte e dalla natiifa 
( perchè la natura, che prima da se prodoceTa i anoi 
frutti salubri, dopo il peccato tuo! essere aiutata dal- 
l'arte) cooTeune, che si mantessero, e tiraisers 
avanti sul bel primo loro essere gli uomini condaa- 
nati alla fatica da quell' in sudore t^ultus iui PMce- 
rit ec. 

Sì come il Venturi, il Lombardi legge conc^éJis 
per convenne, e spiega /in dai principio conue"ne9e> 
lo però seguo l' interpretaxione d*un antico chiosato- 
re più plausibile e più naturale, ed intendo: Da. ^fue- 
ste due ( cioè da Natura e da Arte ) , te tu ti rechi 
a mente il libro del Genesi da principio ( nel suo 
principio ], vedrai die conviene alla gente( òunéih 
vere della gente ) il prender aorma di sua vita ,i 
procedere in quella. -—Y, 

44 Perchè tiene altra via di migliorare il ano stato 
da quella prescritta du Dio alla prima gente, e da lor 
posta ia pratica , offende però la Natura, perchè tuo- 
le che il denaro partorisca denaro, come il grano dal 
grano germoglia, che è contro la Natura, e offende 
i* Arte della Natura imitatrice, in altio chis in lei ri- 


CANTO XI. m 

Per se Natara, e per la sua segaace, 


E 'i Carro tutto sovra 'I Coro giace, 
E 'i balzo TÌa là oltre si dismoota 4^. 


]K>Deiido la sua speranza, né impiegando ì denari o in 
hestiami, o in cultura de' oimpi, secondo la via della 
Matura, o in lavori, e in traffici leciti tecondo la via 
deirArie:di quièche la Natura in se stessa immedia- 
tameute, e poi mediatamente nella sua seguace, eh' è 
l'Arte, viene ad oiTendere. 

45 Già si vedono comparire, e quasi scintillando 

Snzare ntU' orizzonte le stelle che formano il segno 
' Pesci: ed il carro di Boote ni vede già tutto sopra 
optila parie donde spini il vento, detto in lingua la* 
ikmm caurus^ in volgare ponente maestro: e vale a di* 
re, era già presso l' alba; perchè giusta il sistema di 
Dante il sole era in Ariete, e venendo questo imme- 
4iatamente dopo il segno de* Pesci, e correndovi lo 
spazio di due ore, poco più o poco meno^ secondo, la 
loro ascensione dal sorgere da uno dei segni del Zo- 
diaco suir orizzonte al sorger dell* altro, ne viene in 
conseguenza, che vi fossero solo due ore in circa alla 
nascita del sole, ed il carro di boote appunto in tal 
tempo si ritrova in tal sito. 11 Landino e il Vello- 
tei lo espongono altrimenti, intendendo per carro, il 
primo la costellazione del Leone , il secondo della 
Veri; ine; ma né 1' una né l'altra costellazione s'è 
chiamata mai carro. 

46 La rupe, la balza, non qui, ma più là viene a 
■ritigarsi nn poco, e con ciò viene a render men ma- 
lagevole la discesa nell' altro cerchio. 


462 

CANTO Xll. 


ARGOMENTO 


Discendendo il Poeta con Virgilio nel settimo eer" 
chio^ dove tòno puniti i Violenti, per un luogo 
rovinoso ed aspro , trova che u' è a guardia il 
Minotauro, il quale da Virgilio placato, si caUr 
no per quella rovina, ed avvicinandosi al fondo, 
veggono una riviera di sangue, nella quale son» 
puniti i Violenti contro il prossimo, i quali vih 
tendo uscir del sangue piti di quello che per giuf 
dicio è lor conceduto, sono saettati da una scnit^ 
ra di Centauri che vanno lungo essa riviera, E 
tre di questi si oppongono dal pie della rotuna 
ai poetil ma Virgilio ottiene da uno di quelli di 
essere ambedue portati su la groppa oltre la ripi^ 
ra, E passandovi. Dante è informato della con" 
dizione di detta rit^iera^ e delle anime che dentro 
vi son punite* 

•il^ra lo loco, ove a scender la riva 

Venìmino,alpestro,e per quel cb'iy'er'ancO} . 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe scbìva '. 

QnaT è quella mina, che nei fianco * 
Di qua da Trento l'Àdìce percosse, 

I Un precipizio di massi scoscesi spaventevole a 
vedersi eziandio per quel Minotauro che vi stava a 
guardia, si orribile, che ogni occhio schiverebbe di 
rimirarlo. 

a Quale è il dirupato del monte, che cadendo per- 
cosse nel fianco T Adige, fiume celebre che nasce nel- 
le Alpi del Tirolo» e bagnando per di fuori la città di- 
Tr«iito, e iuterm«zzaudo Veruna^ ai scarica final* 


CANTO XII. 463 

O per tremoto, o per sostegno manco *; 
CLe da cima del monte, onde si mosse, 
Al piano, è sì la roccia discoscesa ^, 
Gh' alcuna vìa darebbe a chi su fosse *. 

mente Deli' Adriatico (dice di qua da Trento rispetto 
a Firenze patria di D.-iute ) o tal rovina di monte se- 
guisse per violeuza di un tremuoto. o per mancanza 
di so8te{$no, perché la corrente del fiume sempre alle 
radici rodeudolo e scavandolo lo ridusse a non po- 
tersi più SOS t4f nere. 

* Manco, cioè manchei^oie, insufficiente, — F. 

SII medesiino dirupato. 

' Gran questione fanno i Critici, se ad ulcuna sia 
qui da darsi il significato di qualche, qualcuna, ov- 
vero di niuna, nissuna. 11 LoinJ>ardf dice che il ra- 
gionamento porta al secondo significato e non al pri- 
mo, perciocché lo scoscendimento dì un mónte non 
dkf ma toglie a chi v' è sopra la via di scendere. Per 
appoggiar poi la sua interpretazione egli ricorre a 
due passi del Convito, ma preferisce la lezione errata 
■Ila Sana, la quale ha nulla ( nissuna ) in luogo di 
alcuna. Né qui giova punto 1' asserzion del Cìnonio, 
che fondasi precisamente su que' due pascsi errati del 
Convito; né qui giova il ricorrere al vocabolo france- 
se uucun avvertito d»l Visconti come quello che ha 
il doppio significato e di qualcuno e di nissuno; nò 
qui giova fiualinente T autorità del Poggiali e del 
Monti y perciocché le teorie tacciono , quando in con- 
trario parlano i fatti. Se Dante discese giù per qi^el- 
1' «Ipestroe dilficil burrato , se egli stesso lo manife- 
sta cuu parole e frasi non ambigue. 

Cosi prendemmo uia siù per la scarco 
Di quelle pietre, che spesso moi^iensi 
SlUto I miei piedi per lo >tuouo carco, 
è da dirsi che 1' interpretazione del Lombardi, Pog- 
giali, Monti ec. sia falsa, poiché Dante discese; e di- 
scese co' suoi piedi e non col mezzo dell' aiuto cele- 
ste ( siccome credono gli eruditissimi Editori Pado- 
vani ) dacché le pietre spesso moveansi, per lo uuo- 


ìM DELL' INFERNO 

Cotal dì qnel barrato^ era la scesa 

E'n su la punta delia rotta iacea * 

Yo ed in&olito carco della persona corporea « non ae- 
rea del pouta. Se dunque Dante discese non anUe ale 
de' venti, ma per una qualche via di Quel monte» è 
incontrastabile che alcuna ba il signincato di quM^ 
che e non di niuna. Così iuterpreUno il Dionisi ti 
il Costa;co8Ì interpreterei ancor io, opinando che al» 
cuno non possa mai avere il significato di «tiifiiOf ret- 
tamente adoprato che sia, o se pur non venga accom- 
pagnato col non» Ma il concetto e 1' imi[|[iagine poeti- 
ca s'indebolisce e vien ro«DO,interpretaiido aempticr- 
mente nella guisa che interpretano il Dionisi ed il Co- 
sta: la roccia è sì discoscesa ^ che darnhbe una qualr 
che via per discendere a chi su fosse. Impercioccbèi 
come potrebbesi tenere per ben ragionato diacono 
quello che accenni una causa , alla quale non corri«> 
sponda esattamente l'effetto? Qui il poeta dipinge il 
punto ove trovavasi così alpestre e discosceso efte-M 

che mai? che qualche via darebbe a chi si Iro- 

vasse lassila Ma può egli esser mai vero che Dante ab» 
bia fatta una similitudine^ cui non ri^tp* nda il bno* 
discorso e la frase? Però considerando io che» I' «na 
o r altra interpiétazione che si ammetta, non vengoe 
tolte quelle difficoltà le quali impediscono la rette 
intelligenza di questo verso, io penso che la lezione 
sia indubbiamente errata , e propongo ai Critici di 
leggere 

è sì la roccia di scoscesa. 

Che DURA via darebbe a chi su fosse t 
o checché altro di simile , vale a dire che darebbe , 
ben è vero, a chi su fosse una strada^ ma faticosa t 
malagevole. Infatti il Laudino avea interpretato co- 
si : la ripa del monte è sì discoscesa dalia cima ai 
piano, che darebbe alcuna via, benché non fosse mot' 
to facile. Avea dunque ragione il Lombardi di sen- 
tenziare Passo mal inteso da tutti eli Espositori ; 
ma egli però dovea porsi in capo di lista. ^- F. 

4 Burrone^ balza scoscesa e profonda. 

5 Aipaj o riva smottata. 


CANTO XII. 465 

U infamia di Greta ^ er^ distesa % 

Che fu concetta nella falsa yacca: 
£ quando TÌde noi, se stessa morse, 
Si come qnei, cui l' ira dentro fiacca 7. 

Lo savio mio in y«?r lai gridò: Forse 
Ta credi, che qui sia 'I Duca d' Atene, 
Che so nel mondo la morte ti porse '? 

Partiti, hestia, che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella^ 
Ma yìensi per veder le vostre pene. 

Qnal'è quel toro, che si slaccia in quella 9^ 
Ch' ha ricevuto lo colpo mortale, 
Che gir non sa, ma qua e là sul tei la '^; 

Vid' io lo Minotauro far cotale : 
E quegli " accorto gridò: corri al varco; 

Lacca, non è rìua, ma cavità. In sulla punta della 
rotta lacca vuol dunque dire sull'orlo di quella cavi» 
là circondata dalle rotte pietre, — F. 

6 11 Minotauro da Pasifae donna di Minos re di 
Creta generato^poi ch'ella ebbe trovato modo secondo 
le favole di sfogare la sua bestiale frenesia con ramato 
tofo , bene adattandosi dentro nua vacca di legno, la- 
Yorata a posta per questo effetto da Dedalo ; falsa , 
cioè solo apparente, non vera e di carne. 

* Distesa, cioè sdraiata, giacente» -— F. 

2 Siccome colui, che dentro si rode di rabbia. 

8 Teseo Bgliuolo di Egeo, re di Atene, il quale am- 
maestrato da Arianiia sorella di esso Minotauro del 
modo, che egli avesse a tenere per ucciderlo^ gli die- 
de la morie. 

9 In quel pnnto che ha ricevuto, in quel mentre^ 
posto avverbialmente. 

7/1 quella, »i sottintende ora, in queW ora,-^ L. 

10 Tra infuriato e sbalordito. 

11 Quegli, cioè Virgilio, mi disse, corri al passo: 
è bene che ora tu pigli il contrattempo* 


466 DELL' INFERNO 

Mentre ch'è 'n furia>è bnon, che tu ti cale*. 

Cosi prendemmo via giù per lo scarco '* 
Di qaelle pietre, che spesso moviensi '^ 
Sotto ì miei piedi per lo nuovo carco. 

Io già pensando , ed ei disse: Ta pensi 
Forse a qaesta mina, eh' è guardata 
Da qaeir ira bestiai, eh' io ora spensi % 

Or vo' che sappi, che V altra fiata '*, 
Ch' i' discesi quaggiù nel basso infernO| 
Questa roccia non era ancor cascata. - 

Ma certo poco pria^ se ben discerno '^, 
Che venisse Colui, che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio superno^ 

Da tutte parti l'aita valle feda '7 

* Ti cale , per la rima, ti cali giik , cioè diseenr 
da» — F. 

la Per quel luogo discosceso, dove si erano scAjri* 
cate le pietre rovinate al basso. 

i3 Che per eistr rimaste mezze 8?elte, traballava- 
no spesso sotto i piedi di Dante^ per il nuovo peaodi 
un corpo reale e solido* 

i4 Che compressi, ed a ritirarsi obbligai col mio 
comando. 

i5 L' altra volta da £rittoue, come di sopra si dis» 
se, con incantesimi mandatovi. 

i6 Foco prima, che scendesse quaggiù Cristo che 
tolse all' Inferno le anime de' Santi Padri, che stava- 
no rilegate nel primo cerchio di sopra che è il Lim* 
bo> cioè nel tempo della Passione del Redentore. 

17 Si scosse questa puzzolente e profonda Valle di 
tremuoto sì orribile, onde pensai che ciò avvenisse 

Ser forza d' amore, per cui risentendosi tutte le parti 
eir Universo, volessero sciogliersi, scompaginarti e 
separarsi; affinchè liberate e sgruppate T une dall' al- 
Ire» perchè tra di se dissomiglianti ed eterogenee, si 
rittuissero e collegassero insieme secoudo V «more 


CANTO XII. 467 

Tremò 81, ch'io pensai, che riini?erso 
Sentisse anaor^ per lo qaale è chi creda 

Più Yolte '1 mondo in caos converso: 
Ed in qnel pnnto qnesta vecchia roccia 
Qni ed altroye tal fece riverso •*. 

Ma ficca gii occhi a valle, che s' approccia '9 
La riviera* del sangue ^in la qual bolle 
Qual, che per violenza in altrui noccia ", 

Oh cieca cupidigia, oh ira folle, 
Che sì ci sproni nella vita corta, 
E nell'eterna poi sì mal e' immolle *'! 

V vidi un' ampia fossa in arco torta, 

G>me quella, che tutto '1 piano abbraccia, 

innato le somiglianti ed omogenee: sfcchè pensai per 
forza di tal tremuoto, effetto di amore, essersi scom- 
B ptginato il mondo, e formato di nuovo il Caos, cioè 
una massa generale di tutte le cose^ in cui però stes- 
y fero insieme aggruppate come in una congerie parti- 
cjlare le cose sue tra se consimili: convenendo intcn- 
y dere, che a voler formare il mondo e conservarlo, 
^ dia è necessaria la discordia degli elementi, e la zuf- 
fii degli agenti tra se contrari, onde ne segue l' impa- 
g starsi i corpi misti di cose dissimili ed eterogenee: 
pensai, cosi, dico, ricordandomi ddl' opinione che 
4 mette pi 6 volte del mondo essersi fatto il Caos e del 
Caos il mondo, e tal circolamento ogni tanto tempo 
: doversi fare in perpetuo; opinione d* Empedocle rife- 
■ Hta e ben rigettata da Aristotele l'r. Phys. e. 6. e*]. 
i8 Precipizio. 
19 Si appressa ed avvicina* 
.^/fproccia dal franzese prochc' — L. 
* Bivìera dal frausese i*iVière,che significa un fiu- 
me che non Isbocchi in mare. — L. 

30 (Qualunque rechi danno ad altri, facendogli vio- 
lenza. 

ai C i annoili è tuffi nella riviera del sangue boi- 
]«nU* 


168 DELL' INFERNO 

Secondo eh' avea detto la mia scortai 

E tra '1 pie della ripa ** ed essa, in traccia 
Correan Gentaiiri armati di saette *', 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

Vedendoci calar , ciascun ristettOi 
£ della schiera tre si dipartirò 
Con archi, ed asticcinole prima elette *: 

E l'un gridò da lungi: A qaal martiro 
Venite voi, che scendete la costa? - 
Di tei costinci *^> se non l' arco tiro. 

Lo mio maestro disse: La risposta 
Farem noi a Chiron costà aa presso: 
Mal fu la voglia tua sefopre si tosta *'. 

Poi mi tentò *^, e disse: Quegli è Nesso, 
Che morì perla bella Deianira, 
E fé' di se la vendetta egli stesso *7: 

ai Tra le radici del monte ed e^sa fossa. 

a3 Una trappM di Ceotanri.che andnvano in fiU 
r un dietro \' altro seguitaudo le pedate del primo, 
come nel mondo solerà n scjfuitare V orme dei cani e 
delle fiere andando a caccia. I Centauri si fingono 
da' poeti mezz' uommi e mezzo cavalli nella Testa- 
glia figliuoli di l8AÌoue,che volendo praticar con Giu- 
none, Giove di lei marito beffandolo, fece di nebbit 
una immagine simile a Giunone, e da quella nacqns* 
ro i Centauri. 

* Prima €letle,cioè prima di dipai*tirsi della schie- 
ra, trascelie fra le altre. — F. 

a4 Di codti, da cotesto luogo,dove siete, senza pia 
avanzarvi. 

a5 Impetuosa a tuo danno, perchè ti costò già la 
morte datati da Ercole. 

26 Mi tentò col gomito e con la mano riscuoten- 
domi per farmi attento. 

a^ Che del suo sangue mescolato con quello del- 
l'Idra si Stirvi d' iotromeuto perla sua veudetta.Nea- 


^ CANTO XII. 469 

£ c|ael di mezzo, ch'ai petto sì mira^ 

E 'i gran Ghirone ^^, che nadrio Achille: 
Queir altr' è Folo ""^ che fu sì pien d' ira. 
Dintorno al fosso VHono a mille a mille^ 
Saettando quale anima si svelle 
Del sangue più, che sua colpa sortille '^. 
Noi ci appressammo a quelle fìere snelle: 
Chiron prese uno strale^ e con la cocca ^' 

ao offerendosi ad Ercole di trasportare di là dal Bu- 
ine Eveuo Deianira moglie d^i lui, giunto dall' altra 
riva la voleva rapire e oltrAggiare ; ma ferito dH Er- 
cole con Treccie tinte del sangue dell'Idra morì, e mo- 
rendo die la camicia infetta di quel sangue velenoso 
a Deianira , gabbando la semplice , e dicendole esse- 
re un filtro amoroso da darsi ad Ercole , quando si 
perdesse dietro a stranieri amori ; ed essa mandata^ 
gliela innocentemente quando folleggiava per Iole ,al 
primo mettersela in dosso eh' egli fece , diede in fu- 
rie e mori. 
: a8 Ghirone non fu come gli altri Centauri 6gliuo- 
• lo d* Iasione, ma di Saturno, che in forma di cavallo 
_ per non esser colto in fallo sopravvenendo la moglie, 
^ praticò con Fillira ; e fu poi governatore o aio di A- 
iP chillc. Si mira il petto, perchè va pensoso. 
^ 39 Folo uno de'Centauri che si trovò al ratto d'Ip- 
I |xid«mia nel convito nuziale. Ved. Ovid. nei la del- 
, le trajform. 

30 Che dal sangue bollente si sforza di uscir fuori 
più di quello che fa gravità di sua colpa le permette, 
e sì toglie oltre la sorta, che 1' è toccata di pena, 

31 Cocca , tacca delia freccia > nella quale entra la 
corda dell' arco. 

Cocca ò il contratto d' axcùxiìy che significa l'estre- 
mììÀ à* alcuna cosa , e non la tacca della freccia. E' 
propriamente la punta d* un'asta, d'una freccia, d* un 
fuao ec. — L. 

Dante T. I. . 45 


470 DFLL* INPERNO 

Fece lu barba indietro alle m ascelle '^ 
Quando s' ebbe scoperta la gran bocca, 

Disse a' compagni: Siete toì accorti, 

Cbe qnel di retro muove ci& che tocca ''? 
Cosi non sofi;lion fare i pie de' morti. 

£ 'I mio buon duca^be girgli era al petto, 

0?e le duo nature son consorti^, 
Rispose: Ben è vivo, e si soletto 

Mostrargli mi convien la talle buia: 

Necessità il conduce^ e non dilettò. 
Tal si partì da cantare alleluia ^', 

Che mi commise quest' officio linovo; 

Non è ladrone né io anima foia ^^«. 

39 Con qaella parte dello itraìe tirò da parte U 
barba che era folla a?aati la bocca per potere tpedi- 
tamente parlare. 

33 Dante , cbe a?eva ?ero corpo, non Vir;gilio,clie 
cou un corpo apparente era spirito: Peiiere'emm,€Ì 
pelli, nisi corpus^ nulla potest res» Ex Lucr" 

34 Che gli era già si vicino cbe quasi lo toccara nel 
petto, dove uè' Centauri la forma d' uomo con qoel* 
la di cavallo si congiuuge. 

35 Cioè Beatrice è scesa apposta dal cielo, ove coi 
ogni allegrezza rcodeva lodi al Signore. AUeluja'ìS^ 
teriezione ebrea di noto siguificalo. 

Dante nel Paradiso fa cantare a* giusti «//«/a* 
ja. — L. 

36 Furace, ladra, rapace. 

Futa yskìe furia. Così vario si dice t*ato, primario 
prima fo. Vuol dire non souo un' anima malvagia co* 
me le Furie. -«• L. 

Fuia chi dice signi6caryi«race^ chinarla, chi in» 

sta e cattiva > chi nera ed oscura, e tutti ne addt- 

couo ragioni non dispregevoli, lo credo dunque da 

y'uia si adoprasse figuratameoto dagli antichi in à* 

guificato di epiteto malo, cbe si dasse ai bricconi «1 


CANTO XII. ^ 471 

Sia per quello virtù '7, per cu' io muovo 
Li pasti miei per s\ selvaggia strada^ 
Daitneun de'inpi^ cui noi siamo a pruovo^% 

Clie ne. dimostri, là dove sì guada, 
£ che porti costui in su la groppa, 
Che non è spirto, che per Paer yada. 

Cliiron si volse in su la destra poppa '9, 
E disse a Nesso; Torna, e sì gii guida, 
E fa' Isa osa r^ scaltra schiera v'intoppa. 

Noi ci movemmo con la scorta fida 
Luogo la; proda. del boiler vermiglio. 
Ove i bolliti faceano alte strida: 

[o vidi gente sotto infino al ciglio; 
E 'I gran Centauro disse: Ei son tiranni^ 
Che dierTiel sangue e nelT aver di piglio. 

Quivi si pianeron gli spié'tati danni: 
Qaiv'' è Alessandro 40, e Dionisio fero 4', 
Che fé' Cicilia aver dolorosi anni: 

li perfidi. Quindi starebbe qui in quello di anima 
(VA. — - F, 

Zn Bla pregoti, per quella virtù divina. 
. 3o A CUI noi siamo sempre appresso ; e in questo 
•cnDao sarebbe voce lombarda; ovvero,a cui noi siamo a 
|>ro?adi .sua fedeltà: ovvero con cui facciam prova 
di anelare per tutto: ovveio, a cui siamo come buona 
compagni* approva ti. . 

3q a quel cne gli stava a dèstra, luogo e posto più 
nobile, com^ la poppa della nave. 

40 don Alessandro Magno» come spiegò il Landi- 
no con- altri> e trasportò ultimamente il P» d' Aqui- 
no Pe/iaeuj it «naa aeWiMtt hac juuenis\ non sem-* 
birando probabile cbe il poeta lo ponga in tal luogo e 
eon tal compagpia; ma AlessandroFereo tiranno del- 
la Tesssigliaf le di cui tirannie descrive Giustino. 

41 Dionisio Siracusano tiranno crudelissimo della 
Sicilia. 


472 DELL' WPEWK) 

E quella fronte^ ch'ha *ì pel così nerOf 
É Azzolino^*; e queir altro, eh' è biondo, 
h Obizzo da Est! ^', il qual per yféto 

Fu spento dal figliastro sa nel mondo. 
Allor mi volsi al Poeta, e quei disse: 
Questi ^ ti sia or primo, ed io stfciòndo. 

Poco pi& oltre '1 Centauro s' affisse 
Sovr' una gente, che infino alla gola 
Parea, che di quel bulicame uscisse. 

Mostrocci un'ombra dall' un canto sola ^', 
Dicendo: G>lui fesse ^^ in grembo a Dio 

4^ Ezzelino di Romano, Vicario Imperiale nelU 
Marca Trevigiaua e tiranno crudeliasimo dei Pa- 
dovani. 

43 Marchese di Ferrara e della Macca di Ancoaa, 
uomo crudele e r«pfice, che fu soffogato da un ano fi- 
glinolo, detto dal Poeta per V atto inumano Balia- 
atro, beucbò non si apparo bene chi fosae statò I a6- 
citioi e. 

44 Nesso in questa j^rte di viaggio deyi aier per 
guida e maestro, e a lui però rivolgerti e non a aiti 
che solo in secondo luogo m' hai da considerare nel» 
1' u6zio d' accompagnarti e istruirti. 

4^ Guido di Monrorte ( solo jìì dice, perchè fa oa 
attentato, considerate tutte le sue circoatanse^ senit 
esempio atrocissimo ) che per vendicare la morte di 
Simeoue suo padre giustizialo in Londra, accise Ar- 
rigo figliuolo di Riccardo re d' Inghilterra in Viter- 
bo in Chiesa, mentre che il sacerdote mostrara al po- 
polo 1* Ostia sacra. 11 Vellutello dice essere stato 
Guido da Monte Feltro 1' uccisore, ma sbaglia; per- 
ché Guido da Monte Feltro al canto 37 è riposto da 
Dante neU* ottava bolgia tra i malvagi consiglieri» 

46 Tagliò, divise il cuore avanti 1* Ostia conaecra- 
ta, il qual cuore poi imbalsamato fu mandato a Lon- 
dra, per dove passa il fiume Tnmigi, ed ivi ancora si 
onora, tenendolo in mano su d*uua coppa d'oro la sua 
statua posta sopra il suo sepolcro nella cappella reale. 


CANTO XIL 473 

Lo CQor, che 'n sai Tamigi ancor si cola^. 

Poi y\d\ gentil che di fuor del rio 

Tenean la testa, ed ancor tutto '1 casso 47- 
E di costoro assai riconohh' io. 

Così a pi& « più 48 si fncea hasso 

Quel sangue s^^che copria pur li piedi: 
E qui^ì fu del fosso il nostro passo. 

Sì come tu da questa parte vedi 
Lo bulicame, che sempre si scema^ 
Disse '1 Centauro, voglio che tu credi, 

Che da quest'altra apìùapiù^già prema 
Lo fondo suo, infin ch'ei sì congiunge 49^ 
Ove la tirannia conyien che gema. 

La divina giustizia di qua punge 
Queir Attila •«>, che fu flagello in terra, 

* Si eola, antitesi per la rima invece di ti cole, si 
onora » né credo che ad altri se non cbe al Li6mbardi 
potesse mai venire in mente il sospetto, che ancor si 
caia possa valere qoanto ancora se ne sta fui coia» 
tofo, perché la. coppa a guisa di colato jo poteua es~ 
ser forata» Non è questo però il solo luogo, nel qua* 
le il Lombardi chiosi in un modo bislacco e tutto suo 
particola rCé — F. 

42 Torace,, la cassa del petto. 

4o S«mpre vie pih di mano in mano andava abbas- 
sandosi sinché riduce?a8Ì a, coprire a mala pena sola* 
Bseute i piedi; e qui lo passamino. 

* ji più a piai cioè di più in più, sempre più , di 
mano in mano» •— F. 

49 S'incontra e si unisce con quella, dov' é punita 
la turaunia, che geme sommersa nel bollente stagno 
fino /alle ciglia. 

50 Attila re degli JUnni , cognominato flagello di 
Dio, invase l'Italia l'annodi nostra salute 44^ >® P^''^ 
aaaso da S. Leoue a tornare in Uilgheria , tolse ivi 
moglie , e morì per un* emorrogia o spargimento di 
sangne )ier il naso. *i5 


474 DELL* INFERNO 

E Pirro/', e Sesto ^% ed in eterno monge" 
Le lagrime, che col boiler disserra, 

A Rinier da Gorneto^ a Rinier Pazzo ^^, 

Che fecero alle strade tanta guerra: 
Poi si ri\oÌ8e^ e ripassossi il gaacao ^^. 


/ ' 


5i Pirro re degli Epiroti o Aibauesi avidissimo di 
im|ierio ed implacabile uemico de* Romani: altri in- 
teiidouo di Pirro figliuolo d' Achille , e qaesti se^ae 
il F. d' Aquino Pelidae hic soboles; sebbene il Vol- 
pi tiene per indubitato che non de?e intendersi di 
questo. , 

Sa Sesto Tarquiuio figliuolo del superbo ultimo 
re de' Romani che oltraggiò Lucrezia moglie di Col« 
Jatiuo e tradì ì Gabini ; o Sesto Pompeo figliuolo dei 
IMaguo di cui Lucano: Sextus erat Magno proleM in" 
dignu parente. Qui mox scjrllaeis exul grassatus in 
undìsf Polluit uequoreos siculus pirata iriumphot» 
il Volpi r intende dei primo; del secondo il P. a' A- 
quino, ed è più probabile che il Poeta non intenda né 
deli' uno deli' altro , per non essere stati propria- 
mente tiranni , ma di Sesto Claudio INeroue crude* 
lissimo imperatore e tiranno. 

53 Spreme a forza di dolore il pianto. 

54 Rinier da Gorneto infestò co' ladronecci la 
spiaggia marittima di Roma ; e Rinier della nobil fa- 
miglia de' Pazzi fiorentino fu famoso assassino ancor 
esso. 

55 Nesso, passato rhe ebbe su la groppa Dante di 
là dalla riviera, ritornò indietro e ripassò da se solo 
il guado. Il P. d' Aquino ingannato da quel ripassai' 
si trasporta Faeàasque iierum transmisimus undas: 
quasi Dante ancora e Virgilio appena passati ritor- 
nassero iudietro; il che quanto sia lontano dal fero, 
chiunque seguita a leggere avauti e sente da quei 
due proseguirsi il lor cammino^ seuz' altro lo yede 
chiaro. 


Ì7S 

CANTO XIIL 


ARGOMENTO 


Entra Dante nel secondo girone ^ ove sono puniti 
quegli che sono stati violenti contro loro stessi^ 
e quegli altri che hanno usata la violenza in rui- 
na de lor propri beni» I primi troica trasformati 
in nodosi ed aspri tronchi y sopra i quali le Arpie 
fanno nido* 1 secondi vengono seguitati da nere 
e bramose cagne; tra* quali conosce Lano Sanese 
e Iacopo Padovano, Ma prima ragiona con Pie-' 
tro dalle f^igne, da cui intende la cagione del- 
la, sua morte, e come le anime si trasformano in 
quei tronchi:ed ultimamente ode da un fiorentino 
la cagione di alcuni calamitosi avvenimenti della 
sua città 9 e come egli nella propria casa f ossesi 
da se medesimo appiccato. 


N, 


OD era ancor di là Nesso arrivato, 
Quando noi ci mettemmo per nn bosco, 
Che da nessun sentiero era segnato: 

Non frondi yerdi^ ma di color fosco, 
Non rami schietti, ma nodosi e involti , 
Non pomi v'eran^ ma stecchi con tosco '• 

Mop han ù aspri sterpi, né sì folti 

Quelle fiere selvagge^ che in odio hanno 
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti *. 

I Pmni e spine velenose; tosco> tossico. 

a Cecina fiume che sbocca in mare mezza giornata 
lontano da Livorno verso Roma: Corneto piccola cit- 
tà della Provincia del Patrimonio In questo tratto di 
marsmnift yi sono boschi e macchie foltissinae^ e sou 


476 DELL' INFERNO 

Qqìtì le bratte Arpie (or otdo tanno, 
Che cacciar delle Stròfaciè ' i Troiani, 
G)n tristo annunzio di futuro danno K 

Ale hanno late, e colli, e risi umani, 
Pie con artigli, e pennuto *\ gran ventre; 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

E '1 buon maestro: Prima cbe più. entre * 
Sappi, cbe se' nel secondo girone^ 
Mi cominciò a dire, e sarai ^, mentre 

Cbe tu Terrai nelP orribil sabbione^ 
Però riguarda bene, e sì f vedrai 
Cose, che torrieo fede al mio sermone h . 

popolate di daini, caprinoli e cignali, fiere che amano 
il salvatico e fuggono il domestico. Altri leggono Ce- 
cilia , e signiGcfaeFebbe Civitavecchia : cosi il Lan- 
dino. 

3 Isole del mare lonio^-chiamansì oggi volgarmente 
Strivali. 

4 Perchè Celeno una di esse minacciò e predisse ad 
Enea la fame. Vedi Virg. lib. 3 Eneid. 

5 Prima che più t* inselvi." 

6 E seguiterai ad esservi , finché non arriverai al- 
l' orribile, rena, dove comincia il terzo. 

7 Quel sì è particella riempitiva e soprabbondante 
per proprietà e leggiadria o per certa forza di -«lingaa 
che spesso s' incontrerà e si e già incontrata nel canlo 
4 V. loi e nel canto 9 v. la dell' Inferno. 

8 Raccontate ^ non si crederebbero ; tanto sebbene 
verissime^ sembrano improbabili e inverici mili. 

Cose che dar an fede al mio sermone , legge la Ni- 
dobeatina in questo verso, e fai lezione è da preferirsi 
alla più divolgata : non così quella del verso antece- 
dente che nella Nidobeatina dice se vcderai in luogo 
di e sì vedrai. Leggendo dunque cosi^ come pnr leg- 
gerebbe il fiiagioli^ 

Però riguarda bene, e sì uedrai 

Cose che daranfede al mio sermone. 


5 


CANTO XIII. m 

Io seiìtla d' ogni parte tragger 0Qai, 
E noD vedea persona, che '1 facesse.* 
Per ch'io tatto smarrito m'arrestai. 

V credo^ eh' ei credette, ch'io credesse 9, 
Che tante tocÌ nscisser tra qae' bronchi 
Da gente, che per noi si nascondesse '*^: 

Però, disse i maestro, se tu tronchi " 
Qualche fraschetta d' una d'^este piante. 
Li pensier e' hai si faran tutti monchi '*. 

Allor porsi la mano un poco arante, 
E colsi un ramicello da un gran pruno'', 
E '1 tronco suo gridò : Perche mi schiante? 

Da che fatto fu poi di sangue bruno, 
Ricominciò a gridar: Perchè mi scerpi? 

intendi: Peì'ò, o Dante , guarda bene dentro questo 
bosco, e così tu t^edrat cose che daranfede a quel 
mio racconto,' ti te ben noto, col quale narro come il 
morto Folidoro parlasse ad Ènea. Chi non si troyasae 
sodisfatto di tale lezione, potrebbe adottar l'altra 
Però riguarda ben, se uederai 
Cose che torrien fede al mio sermone, 
fdo^^ $e tu potessi mài veder cose che fossero per to^ 
giiérfode al mio racconto. In qualunque caso deesi 
aempre intendere che qui Virgilio alluda a quanto 
«rea narrato nel lib. Ili, y. aa e segg. déll^ Eneide, 
circostanxa dal Venturi taciuta. — F. 

9 8cberso poco degno di imitazione. 

10 Per paura o soggezione di noi. 

1 1 Se tu schianti un piccolo ramoscello, i pensieri 
che hai e la credenza d'esservi gente acquattata tra le 
piante che si dolga e gema , e non esser anzi l' ìstesse 
piante. 

fa Si dile^eranno dall' animo , e ti chiarirai esser 
pensieri vani e mancauti. 

i3 Fantasia presa dal 3 dell' £n. poco dopo il prin- 
cipiò dèi Libro. Forte foit juxta tumulus, quo eor^. 
nta summo FirguUa ete. 


47d DELL^ INFERNO 

Non hai tu spirto di pleiade alcuno? - 
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi:^ 

Ben doTrebb' esser lin tua maji pi ìli pia , 

Se stati fossili)' anime di serpi, 
Come d' un tizzo verde, che arso sia 

Dall' on de' capi, che dall' altro geme, 

E cigola per Tento che Ta ria ^4; 

Sì della 8ébeg|;ia rotta usciva insieme 
Parole e sangue: ond' io lasciai la cin^a '^ 
Cadere, e stetti come l' oom che teme. 

S'egli avesse potuto creder primri, 
Rispose ''l Shvio.mio, anima lesa '^, 
Ciò ch'ha veduto pur con la mia rima, 

Non averehbe in te la man distesa; 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra, eh' a me slesso pesa. 

Ma digli chi tu fosti, si che in vece 

D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi '^ 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. 

£ ^1 tronco: Si col dolce dir m'adeschi, 
Ch' i' non posso tacere; e voi non gravi '* 

1 4 Soffiando qaasi fischia, stride» frigge, di chea 
cagione 1* aria che viene uscendo per la rarefazioiM 
cafonata dal fuoco> onde non può più capirne tanta 
nei pori del legno. 

i5 11 ramoscello spiccato e la vettarella che io sve- 
rà colto. 

i6 O anima da noi offesa, se Dante mio compagna 
avesse potuto credere la verità di c[uesto f-tto alle mie 
sole parole, senza che vi fosse mestieri di farne la pro- 
va,, per esser cosa da torre fede al racconto di ogni pia 
autorevol testimonio. Quel pur in moltissimi luoglii 
r usa il Poeta per solamente^ 

17 In soddisfaUone dell' offesa rinnovi la tua fama. 

18 Non vi sia grave e molesto che mi trattenga un 


CANTO X1I1. ^7P 

Perch' io QD poco a ragionar m' iaveschi. 

Tson colui, che tenni ambo le chiavi 
Del Cuor di Federigo, e che le yolsi, 
Serrandole disserrando, sì soavi, 

Gbe dal segreto suo quasi ogni uom tolsi '9; 
Fede portai al glorioso unzio *", 
Tanto, ch'io ne perdei le vene e i polsi **. 

La meretrice **, che mai dalT ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi putti *', 
Morte comune, e delle corti yizio **, 

Infiammò contra a me gli animi tutti, 
JS gr infiammati infiammar sì Augusto^ 
Che i lieti onor tòrnaro in tristi lutti. 


pochetto a ragionar con voi, come invischiato^ che 
non sa sbrigarsi, e nel discorso si allunga più di quel- 
lo che richieda la cosa. ^ 

19 (.be gli misi in sospetto ogni altro, e mVriusc}, 
:he a nessun altro facesse confidenza de* suoi segreti* 

90 Esercitai cpn fedeltà e con tanto amore il glorio- 
K» ufizio di cancelliere. Fu questi Pier delle Vigne 
Capuano di condizione vile, ma per la sua eloauenza 
I perizia legale divenuto cancelliere di Federigo 11* 
Imperatore , a cai un tempo fu sopra tutti carissimo: 
iccofiato poi da' maligni, ed invidiosi cortigiani d' in- 
fedeltà, e di aver rivelati a Innocenzo Sommo Ponte- 
Ice i segreti alla sua fede commessi, il troppo credulo 
Imperatore, privatolo della dignità, lo fece accecare;e 
foesli impaziente d»lla calamità, né polendo soffrire 
jinto . smacco , arto di tutta forza col capo nel muro 
li una chiesa e si uccise. 

91' Che vi perdei la vita, la quale senza il sangue e 
;li spìriti vitali , che il movimento del polso cagio- 
lano, non paò conservarsi. 
• 32 h' invidia. 

a3 Sfacciati, insolenti, losiiighieri. 

a4 Visio comune e rovina delie Corti* 


' 480 DELL'INFERNO 

L'animo mio per disdegnoso casto *' 
Credendo col morir niggir disdegno. 
Ingiusto fece me contra me giasto **• 

Per le naove radici d' esto legno 
Vi giuro, che giammai non ruppi fede. 
Al mio signor, che fa d'onor A degno '7; 

E se di yoi alcun nel mondo riede % 
Conforti la memoria mia, che giace ** 
Ancor del colpo, che invidia le diede. 

Un poco attese; e poi: da oh'ei si tace. 
Disse il poeta a me, non perder l' ora» 
Ma parla^ e chiedi a lui, se più ti piace. 

Ond' io a lui: Dimandai tu anqora 

Di quel, che credi, eh' a me soddisfiBiGcia; 

25 Per isfogo e trasporto di forore. yindicim amile 
dìdcÌÉ^Ariat, , ed è vendetta talora 1' ammavMTe m 
medeJHo, siccome generalmente il farsi alcon aftale: 
Et me de illisfiendo uindicmbam: Aagast. 

af$ Ch* era innocente , e però anche a questo titolo 
peccai d* ingiustizia nell' ammazzarmi. 

!»7 Farla Pier dalle Vigne ; giacché Dante nel la 
Canto ha posto Federigo tra gli eretici con pi& ra- 
gione. 

* E, se di voi alcun nel mondo riede, modo depre- 
cativo « il quale signiBca: Così io desidero che aleuM 
di uoi, l'uno di voi^ ritorni nel mondo ^com* io prego 
che esso ristori la mia memoria , la quale ancora è 
depressa ec Tre ternarii più sotto risponde Virgilio 
a Pier dalle Vigne con simil modo deprecativo^dic»- 
do* Così Dante faccia a te liberalmente ciò di ehi 
le tue parole lo pregano, conC io t' invito ad esseri 
indulgente con noi , dicendone ec. Questi due modi 
deprecativi sono affatto simili e paralleli a quelli del 
Cauto XiChe ho notati a lor luogo , e gli ani servono 
agli altri d'esempio e di appoggio. »— F. 

aS Giustifichi la mia ipuoceuza. 


CANTO XIII 484 

Ch' V non potrei, tanta pietà m' accora* 

Però ricominciò: Se Tuom ti faccia *9 
Liberamente ciò^ che ''1 tno dir prega^ 
Spirito incarcerato^ ancor ti piaccia 

Di dime come l'anima si lega 
In onesti nocchi '®: e dinne, se tn pnoi, 
S' alcuna mai da tai membra si spiega*. 

Allor soffiò lo tronco forte^ e poi 
Sì convertì quei "vento in cotal voce: 
Brevemente sarà risposto a voi. 

Quando si parte l' anima feroce 
Dal corpo, ond' ella stessa s' è disvelta, 
Minòs la manda alla settima foce ''. 

Cade in la selva^ e non V è parte scelta ^* ; 
Ma là doYC fortuna la balestra ^', 
Quivi germoglia, come gran di speltaj^. 

Snrge in vermena % ed in pianta silvestnir 

ag O spirito incarcerato in questi tronchi , cosi 
Dante, che è stato predato da te di giustiBoare la toa 
innocenza» e rimetterti la buona fama^ ti soddisfaccia 
Inenainente. 

5o Tronchi nodosi^ storti, nocchiuti. 

• Si teiogiie, si sprigiona» — F. 

Si Al settimo cerchio de* violenti è mandata da Mi- 
ao*, da quel gran cònoscitor delle peccata. 

3m Non 1' è scelta parte, perchè essendo un delitto, 
che poca variazione di circostanze aggravanti ammet- 
te (non secondo la verità, ma secondo la forza di que- 
ste parole e di tatto il pensamento del Poeta) è in tut- 
ti effoale, ed eguale ver tutti è preparata la pena. 

33 Getta senza badar dove la scaraventa. 
Balestrare da BocX^stv gettare, scagliare- •— L. 

34 Sorta di biada, si prende la specie per il genere» 
^ yermena è la verga che germoglia. — L. 

Dame T. /. 16 


482 DELL' INFERNO 

L' Arpie, pascendo poi delle Bue foglie ", 

Fanno dolore, ed al dolor finestm. 

Gorne l'altre verrem per nostre spoglie 'S 
Ma non però ch^ alcuna san riTesta: 
Che non è giusto ayer ciò^ cV uooi si toglie. 

Qui le strascineremo, e per la mesta 
Selva saranno i nostri corpi appesi^ 
Ciascuno al prnn * dell' ombra sua molesta. 

Noi eravamo ancora al tronco attesi. 
Credendo ch'altro ne volesse dire, 
Quando noi fummo d' un romor sorpresi, 

Simìlemente* a colui che venire 

Sente 4 porco '7, e la caccia alla sua posta, 

35 Fanno dolore « per eater quelle foglie come le 
camice membra de tormentati , ed al dolmne ine- 
stra Perchè dalle rotture e squarci delle pamato fi»^ 
glie disfoga lo spinto, e manda fuori coi lamenti e cai 
sospiri il dolore. Questa è la risposta alla prima in- 
terrogazione, come l* anima si lega in queliti nocchi 

36 Kisponde all' altra interrogazione: se aieunm md 
da tai membra si spiegai e. risponde da Po^ta « cioè 
fingendo secondo la saa fantasia y e prescindeiido io' 
tanto dalla variti^ del penaltimo articolo del Ccedo, 
conforme al ciuale si rivestiranno del «uo corpo anco^ 
quelli, che aa se stessi violentemente se ne spft* 
gliai'ono. 

* Pruno è propriamente il susino , ma qui si preor 
de per cespuglio spinoso- «— L. 

* Similemente , quasi simili mente ; e così ham» 
avuta orìgine quasi tutti gli avverbj italiani che fini- 
scono in ente , come dettata mente , arguta mente ; < 
gli antichi li scrivevano ancora sctoltL — L, 

37 11 cinghiale co' bracchi dietro. 

li Cinghiale sembra detto dalla cintura che suole 
avere colorita sulla pelle: donde i frauzesi hanno fatto 
sanglier, come si vede. •— L. 


CANTO XIII. 483 

Ch' od« )é bestie, e le frasche stormire ". 

Ed ecco duo dalla sinistra costa 
Nudi^ e graffiati, fuggendo sì forte, 
Che della seWa ronipieno ogni rosta '9. 

E qnel dinanzi: Accorri, accorri*, Morte, 
£ l' altro, a cai pareva tardar troppo^ 
GridaTa: Lano^ sì non foro accorte 

Le gambe tae alle giostre del Toppo 4o. 
£ poi che forse gli fallia la lena, 
Dì sé, e d'un cespnglio* fece un groppo ^'. 

Dìretro a loro era la selva piena 
Di nere cagne bramose ^% e correnti^ 

38 Far gran rnmore. 

Stormire Tiene Ja turma, la quale nell* andare fa 
sempre gran romorer^— L. 

BQBompeTano coli' impeto ogni intoppo e ripan» 
di naccbia, o i rami in cui a' incontravano. 

Bostaè una specie di rentilabro tondo o bislungo a 
dmilitudioe de rami fronzuti degli alberi. *- L. 

* Accorri , accorri. Anticamente quHndo si cbia- 
maTa^aiuto, si gridara Accorri , uomo» Franco Sac- 
chetti ne ba molti eseropj nelle sue novelle. •— L. 

4o lion furono si pronte e veloci a fuggire le tue 
«mnibe alla acaramnccìa e incontro di l'iere al Toppo. 
QDesto Lanofa sanese, che avendo sprecato tutto il 
4iio« per non vivere in povertà , vedendo disfatto V e- 
sercito de* Senesi, mandato in aiuto de' Fiorentini 
contro degli Aretini presso alla Pieve del Toppo nel 
contado di Arezzo, potendo facilmente còii la fuga 
salvarsi, si cacciò disperatamente fra' nemici^e com- 
battendo morì. 

* Cespuglio quasi eespiculum da cespes. Groppo da 
grYpf^ifSf cbe significa cosa inviluppata. — - L. 

4i Non gli reggeva più la lena a correre^ s'acquattò 
dentro un maccliionccllo , avviluppandosi e aggrup- 
pandosi tra quelle frasche. 

4a Ingorde di sangue. 


-,'■■■ 


184 DELL'INFERNO 

Come veltri, eh' nscisser di catena. 

Io quel, che s' appiattò, miser li denti^ 
E qael diiaceraro a brano a brano. 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

Presemi allor la mia scorta per DEiano, 
E menommi al cespuglio, cbe piangea> 
Per le rotture sanguinenti, invano: 

O Iacopo^ dicea, da sant' Andrea ^, 
Gh't'è giovato di me fare schermo ^ 
Che colpa ho io della tua vita rea ^? 

Quando ''1 maestro fu soyr' esso fermo. 
Disse: Chi fosti, che per tante punte 
Soffi col sangue doloroso sermo 4^? 

E quegli a noi: O anime^ che giunte 
Siete a Veder lo strazio disonesto ^i, 
Qk* ha le mie frondi sì da me disgiunte^ 

Raccoglietele al pie del tristo cesto 4'. 

43 GentiluoiDO Padovano di nna famiglia cbianaU 
della G^DpflIa di 8. Andrea, il quale nelbattar via il I 
:«iiOf fece incredibili bestialità riferite parte dal Laudi- I 
no, parte dal Daniello, e poi disperato si accise*^ Fol^ 
se per giusti rispetti il Volpi si è a bella posta di que- 
sto dimenticato nei suo secondo indice storico e fs- 
voloso. 

44 far tua difesa. 

45 Che debba soffli'ire i morsi di quelle cagne desti- 
nate in pena per te? 

46 Parlare. 

47 Lo sconcio e lagrimevole strazio, come talora 
significa r inhonesius latino, e forse il Poeta mirò t 
quel di Virg. truneas inhonesto uulnere nares» 

48 Dell' infelice cespuglio. 
Cesio da cista per esser fatto a gaisa di cesta; mi 

forse è da eespes» — * L* 


CANltìXIIL 485 

Io fai della città^ che nel Battista ^9 
CaDgiò'l primo padrone, ond'ei per questo 

Sempre con Tarte sua la farà trista: 
E se non fosse cbe in siil passo d'Arno 
Ritnane ancor di lui alcuna vista. 

Quei cittadin, che poi la rifondarno 
Sovra 1 cener, ohe d' Attila rimase, 


49 lo fui di Firenze, che mutò il primo suo protei- 
ore, che era Malte Dio della guerra. in 8an Giovanni 
Uttista^ond* egli, cioè Marte, pt-r essere stato dal 
no Temnio cacciato^ipostovi in suo luogo il Battista, 
irà con la sua arte, che è la guerra^ Firenze desolata 
i afflitta; e se non fosse che itinane ancora di lui 
aalche serobianza^benchè malconcia, in quella statua 
i esso tolta dal Tempio, come si vede in un pilastro 
el Ponte Vecchio , indarno 1' avrebbero riedificata 
oegli amorevoli cittadini, che dopo essere stata in- 
BDoiatada Attila Re degli Unni, su le sue ceneri la 
;ron rÌ8orgei*e» perchè sarebbe di bel nuovo perita. 
!orreva allora questa folle opinione tra' fiorentini, 
be fosse quella statua di Marte per Firenze, come il 
^•Kadio fier Troia; poiché era stata posta sotto la 
•rotezione di quel IN urne dai sol lati di Siila, che la 
ondarono . Molti I Aforici n*gan'> questo smantella- 
lento di Firenze comandato ed eseguito ó» Attila e 
onseguentemente 1' essere stata riedificata a tempo 
i Carlo Magno. Il Landino in questo passo fa ima le- 
ione di astrologia in modo da farsi compatire per 
redolo e male addottrinato. 

E' sbaglio che Attila devastasse Firenze, non cs- 
rndo egli mai passato di qua dall' Appennino; ma fìi 
Potila che ne la straziò, benché non la distriiggese 
otalmente, come alcuni hanno creduto. Che Firenze 
osse ristorata ed ampliat» sotto Carlo Magno, è assai 
iredibile* — L. 

M6 


m DELL' INFERRO 

Avref)ber fktto laìroraro indarno: 
!• fei gtubetto a me delle nie case '*• 


5o Feci luogo dì forche • di yt ib olo ddb via cai 
impiccandomi cou lo mie mam per 1^ gQ)«. ^1|a p 
rola firancese gibet, che vuol dire Ibrca; e aon perei 
in Parigi eusi ai chiami il la<^o delle foMiécòoieaa] 
poae il Landino, che chiamnai in quella lingaa Mon 
Jaueon , ed è fuori della citU andando a $• Dionigi 
man dritta un poco fuori di strade. 

Montffaueon o Monte falcone non è il nome del loo| 
delle Forche di Parigi ^ ma é il nome di nn moa 
presso a Parigi, alle cui falde si gettano le iaiimondt 
se dellii citU* Le Forche ai alsaoo ondgaariaiDeB 
dentro la città io piazza di Grrre. »— L. 

Costai che 
per aTer 
insolita 
glia daga As^i — t. 



«7 

CANTO XIV. 


ABGO MENTO 


Giungono i due Poeti al principio dei terzo girone,^ 
il quale è una campagna di cocente arena, ove 
sono punite tre condizioni e qualità di tridenti, 
cioè contra Iddio, cantra la natura e contra Var* 
te» La lor pena è d* esser tormentati da fiamme ar^ 
dentissime che loro eternamente piouono addosso* 
Qui tra' uiolenti contra Iddio uede Capaneo, Poi 
troua un fiumieello di sangue, il quale ha la sor' 
. gente nelV Isola di Creta da una grande statua 
colossale , delle eni lacrime nofice il detto fiume 
insieme agli altri tre infernali. Infine attraver» 
sano il campo dell' arena* 


*v 


oìchè la carità del natio loco 
Mi strinse ', raanai le fronde sparte, 
E rendei le a colai , eh' era già fioco *: 
Indi Tcnimmo ai fine '^ ove si parte 
Lo secondo giron dal terzo, ed ove 

I L* amore della patria, che io aroTa comune con 
qaelln spirito- m' intenerì. 

a M. Giovanni Boccaccio si dà a credere aver Dan- 
te studiosa mente tuciuto il nome proprio di questo 
fiorentino, perchè in quei tempi essendosene molti 
da se impiccati, si potesse intendere di ciaschedu- 
Bo. Vi é chi dice esser questi Rocco de' Mozzi che 
B* impiccò-, per isfnggire gli stenti della poyertè, dis- 
sipate le ricchexze: ailri tiene accennarsi qui Lotto 
degli Agli appiccatosi per malinconia dopo aver data 
nna sentenza ingiusta. 

3 Al fine della selva. . 


iOS DELL' LNFERNO 

Si Tede di giostizia orribil arte*. 

A ben maoifestar le cose nuove 
rdico, che armammo ad una landa 4, 
Che dai suo letto ogni pianta rimuove. 

La dolorosa selva V è ghirlanda 

Intorno, come '1 fosso tristo ad essa: 
Quivi fermammo i piedi a randa a randa ^. 

Lo spazzo* era una rena arida e spessa, 
Non d' altra foggia fatta, che coleì> 
Che da' pie di Caton fu già soppressa ^. 

O vendetta di Dio, quanto tu dei 
£sser temuta da ciascun, che legge 
Ciò, che fu manifesto agli occhi miei! 

D' anime nude vidi molte gregge, 

Che piangean tutte assai miseramente, 
E parea posta lor diversa legge f. 

Supin giaceva in terra alcuna gente, 

* y4rte per modo. -^ F. 

4 Pianura^ campagna rasa. 

Landa è una campagna aenz' alberi e senza colto- 
ra^in cui nascono solamente piccoli e bassi sterpi, 
come sono le celebri lande di Tolosa e quella della 
Cerbaia del Valdarno di sotto verso il Galleiio. — L. 

5 A orlo a orlo, rasente rasente ad essa lauda» o al- 
la selva, anzi alla selva, non alia landa, come spiega 
Vellutello e Landino» dicendosi sotto, mu sempre al 
bosco tìen li piedi stretti. 

* Lo spazzo, cioè il suolo, V area. — F, 

6 Simile a quella minuta e arida della deserta Li- 
bia premuta e calcata da' piedi di Catone , allorché 
guidava le reliquie dell' esercito4lel già estinto Pom- 
peo, ad unirsi con le milizie del re Giuba, nella Nu- 
midia. Ved. Lucano nel I. 9. 

7 C parevano sottoposte a leggi diverse, atteso che 
altre di quelle giaceyauo dupiue, ec. 


CANTO XIV. 489 

Ucnna si sedea tatta raccolta *, 
Sd altra andaya continoyamente. 
ella^ che giva intorno, era pi& molta^ 
iS qnella inen,che giacerà ai tormento, 
Sa più al dnolo avea la lingna sciolta. 
fra tatto Ì sabbion d' nn cader lento 
Piovean di faoco dilatate falde 9, 
Ionie di nere in alpe sensa vento, 
alt Alessandro in qnelle parti calde "* 
>eir India vide sovra lo sno stuolo 
^amme cadere infino a terra salde, 
*cfa' ei provvide a scalpitar lo saolo 
!)on le sae schiere, perciocché 1 vapore 
ile' si stingaeva, mentre cb' era solo "; 

Altre in se rannicchiate^ ed altre correvano con- 
lameute senza posa: i primi erano i violenti con- 
Dio, i secondi i violenti contro l'arte^ i teni i 
«Bii contro natan. 
Fiocchi assai larghi cone psmpani* 
9 Vide Alessandro nel clima cocente dell' India 
eane sopra il suo esercito simili falde di fuoco, per 
he provide a questo inaspettato incomodo^ facen- 
ti notte ( non era lavoro da farsi volentieri sotto 
fona' del sole ) calpestare ben bene quella strada 
doveva etli fare di giorno. Ciò non racconta né 
Corsioy ne Giustino» né Plutarco; ma dicono es- 
fì una lettera di Alessandro ad Aristotele che lo 
XMlta. 

m finta e soppositizfa lettera d'Alessandro è 
apata, e va per le mani di tutti. «- L. 
I oi estingueva meglio di notte; perchè di giorno 
sarebbe stato solo, ma accompagnato colle vam- 
lel sole. 

l'interpretazione del Venturi, si come quella del 
•bardi, non mi pare la vera, ed io preferisco l'ai* 
dei Torelli. Sàio è detto per solio ( come gaieoto 


ISO DELL'INFERNO 

Tale scendeva i'elernule ardore: 
Onde lit rena s' accendea, com' esca 
Sotto 'I focile a doppiar Indolore. 

Sunin riposo mai era la Iresca " 

Delle mìsere mani, or qaindi, or qaìncì, 
lacotendo da se 1' arsara fresca '^. 

Io coininriai: Maestro, lo che vinti 

Tatle le cose, fnor che i Dimon dori ■*, 
Ch' all' entrar della porta incontro uscinci, 

Chi k quel {grande, che uan par che curi 
L' incendio j e giace dispettoso e torto " 
Sì, che la pioggia non par che '1 matnri? 

E quel medesmo, clie si fue accorto, 


Ch'I. 


'1 r 


Gridò; qaale i' fui tìto, tal s 


o duca di lui. 


morto'' 


per galeotto, ce.) omettendo uua conionante a citi» 
della rima, e vale molle, morbido, ni dee giù riferirù 
bI vapori ma al luoio, alla terra, [ntendi: Per lo chf 
egli pensa di calpestare eolie ine ickiere quel tuo- 
lo, mentre eh' era morbido e molle, ttstndochi ii 
vapore meglio aliar ti istingueva. — F. 

Il Ballu antico intrecciato con veloce moviniciito 
di più perione; i{iti per mota freqneule a irrequieto. 


i3Nuc 


..ctiedii 


o di far 


l5 Con guardatura tnrva , ed aria , elle dimoltn 
arrogani», alterigia, ostinazione; sicchènau pare, cbe 
la piag|Ìa di Gamme I* ainilii, lo faccia trrendert: DK- 
tarnra pre» dal frutti, che deponendo 1' acerbi 11 e 
durezza, diventano ma turi e mezzi. 

ifi Indomito all' incenilio, e come allora aiiperlm. 
*( Si'peru/n contemplar, et aequi, qual Io deacriiri: 


CANTO XIV. 494 

e Gìoye stanchi il suo fabbro '7, da cui 
Crucciato prese la folgore acuta, 
Onde 1' ultimo dì percosso fai; 
8* egli stanchi gli altri, a muta a muta <' 
In Mongìbello alla fucina negra. 
Gridando: buon Vulcano, aiuta aiuta, 
ì com' ei fece alla pugna dì Fiegra, 
E me saetti di tutta sua forzà^ 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra '^ 
llora il duca mio parlò di forza 
Tanto, eh' io non 1' ayea sì forte udito: 
O Capaneo^ in ciò, che non s' ammorza 
a tua superbia^ se' tu più punito *^' 
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. 
oì si rivolse a me con miglior labbia *% 

17 Vulcano che fabbricò a Giove il fulmine, on* 
' io fui percosso , mentre lo bestemmiavo anche 
torendo: onde Stazio potuit Julmen tneruisse se» 
indutn. 

1% O se di più stanchi i tre Ciclopi; facendogli nel- 
1 lor fucina lavorare a vicenda, e dandosi la muta co- 
le fece in Flep;ra, valle della Tessaglia, dove i gigan- 
L dopo avere intimorito Giove e fatto guerra ai eie- 
ì, furon da lui fulminati. 

19 l^erchè non avrebbe il contento di vedermi av- 
iKto, anzi avrebbe la pena di vedermi d' animo in- 
■perabile, ed esser con tatto che fulminato^ fulmi- 
«ite e dispreBzatore di lai. 

aO'O Capaneo» appanto per questo, che non si ami- 
la la tua superbia, tu sei più punito, sentendo assai 
ih la pena, essendo che per lo contrario Uvius fit 
^tientia guicquid corri ff ere est nej'as» 

ai In aria oiu amorevole, e tuono soave di voce. 

Lahbia iCÌoe faccia , aspetto» E' questo verso molto 
ifDÌle ali' altro dei Canto vii> Poi si rivolse a ^uelr 


492 DELL'INFERNO 

Dicendo: quel fa l' an de' sette regi^ 
Ch'assiser Tebe**^ ebbe^fmr ch'egli abbia 

Dio in disdegno^ e poco par^ che '1 pregi: 
Ma, com' i' dissi ini , li suoi dispetti *^ 
Sodo al sao petto assai debiti fregi. • 

Or mi yien dietro , e guarda, che non metti *^ 
Ancor li piedi nella rena arsiccia; 
Ma sempre al bosco gli ritieni stretti. 

Tacendo diyenimmo là 've spiccia *^ 
Fuor della selva un picco! fiumicello^ 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia» 

Quale del Bulicame esce 'ì ruscello ^^, 

la enfiata labbia, e conferma It lezi«iie da mt ^tì 
adottata* — F. 

33 Che assediaron Tebe; gli altri sei forooo Adu- 
sto^ Polinice^ Tideo^ Ippomedonte^ Anfiarao , Ftf- 
tenopeo. 

a3 Ornamenti degni e convenevoli al cuor hmcM, 
rodendolo dentro una velenosa rabbia di vederti fia- 
to e conculcato da chi egli dispregia. 

Fregi da' layori/rigà'» cioè ricami e simili. Qoii 
preso ngu ratamente. — L. 

34 Non ti arrischiare ancora di mettere i pie n 
r arena> perchè ancora seguita l' infucata; ma atliea- 
ti più che puoi al bosco. 

aS Sgorga, esce con impeto» 

a6 Quale esce quasi bollente dal Bulicame di Vi* 
ierbo un canale di acqua che dopo qualche spazio di 
corso forma un bagno medicinale, che in vari spar- 
iimenti serve ad uomini e donne mal affette di pi& 
sorte di morbi e che vi concorrono ; e per tal con- 
corso ho sentito dire che anche ai tempi nostri vi 
sia talora dell'allegria indisciplinata: ai tempi del 
Poeta che eran peggiori, furse vi sarà stato di peggio. 
Dicono alcuni, che tal ruscello passasse per il po- 
stribolo^ dove le donne pubbliche se ne valeMero per 


CANTO vili. «3 

Che pafton poi tra lor le peccatrici. 
Tal per la rena giù seD giva quello. 

Lo fondo sao, ed ambo le pendici *7 
Fattf eran pietra, e i margini da lato; 
Per eh' to m'accorsi, che '1 passo era liei *'. 

Tra tutto V altro eh' io t' ho dimostrato, 
Posciachè noi entrammo per la porta ^', 
Lo cui sogliare a nessuno è negato. 

Cosa non fu dagli tui occhi scorta 
Notabile^ com' è 'l presente rio^ 
Che sopra se tutte fiammelle ammorta ^^: 

Queste parole fur del duca mio: 

Per elisio '1 pr^ai,che mi largisse ""1 pasto'', 
Di cui largito m' aveva '1 disio. 

Id mesaso '1 mar siede un paese guasto '*, 

UtWMtn; ma io ch« ho visto il Bulicame , non veggo, 
cone ciò possa verificarsi eaaendo due miglia lontano 
dalla citU. Le sue acque sulfuree» oltre il bagno» 
Mrvono mirabilmente per macera re le canape e il lino. 

vj Ambe le spoude eran divenute di pietra , cosi 
aaconi ai vede nel Bulicame. 

a8 Era lecito» e senza pericolo il passo» spiega il 
Landino: ma il Vocabolario della Cruaca T intende 
per llj in quel luogo; trovandosi altre volte liei, in- 
vece di iìp per fervi re alla rima. 

ao Dappoiché per la porta » la di cui soglia a nes- 
aoBO per entrare è negata , penetrammo dentro l'in- 


Sogliare , limen , soglia , come trillare , castella" 
re. — -L. 

.3o Smona e spegne. 

3i Che gli desse il cibo» di cui gli aveva fatto ve- 
air cola » cioè gli spiegasse la cagione » perchè quel 
rio tosse tanto mirabil cosa. 

3a Desertato e disfatto , ove son rovinate la mag- 

DanU T. l. 17 


494 DELL' IHFEKNO 

Diss' egli allora, che t' ampolla Creta, 

Sotto '1 cai rege fa gi& '^l aiDiido eaato ^. 

Udb móntagoa y' è> che gii fa lieto 
D' acqae, e dì froode, che ai chiamò Ma; 
Ora è diserta, come cosa vieto '^» 

Rea '^ la scelse già per cima fida 

Del sao 6&l!uolo, e per celarlo meglto. 
Quando piangea, yi facea far le grida. .. 

Dentro dal monte sto dritto pn gran meglio '*, |^ 

yior ptrte delle cento città di quali' Iscda die iiob 
m mezzo al mare. 

' Guasto è lo stesso che pasto, e si prende per aaipii 
e grande. •» L. 

33 Sotto il cni re Saturno fa il mondo pQdicojceil 
Giovenale^ eredo pudieiiium Saturno rwge mormtmm 
in territ» 

34 Vecchia, e dal tempo mal concia.WeTa P>VÌ*' 
mente si dice della carne salata^ quando ingiamtct, 
e ancor del cacio» quando si guasta. 

35 Rea chiamata anche Berecinzia, CIbele » Teinii 
Opi » la gran Madre» figliuola del Cielo e di VetUb 
Data in moglie a Saturno gli partorì Giove» Gìudom» 
Ilfettano e Plutone; e perchè il marito si dÌTon?a i 
figliuoli che di lei nascevano» fece nutrir Giove se- 
gretamente nel monte Ida » dove » affinchè non li 
sentissero i vagiti del bambino » faceva &re granfi 
strepiti con cembali ed altri fragorosi strumenti di 
festa e voci incondite di allegrezza. 

36 Un gran vecchione dritto in piedi. Per il veglio 
s' intende dal Poeta il Tempo : ha volte le spalle al 
passato figurato in Damista» parte orientale rispetto 
a Cceta; e riguarda il futuro figurato in Roma » che 
gli è occidentale. Ne' metalli di cui è composta la 
statua si riconoscono le diverse qualità de' costumi » 
secondo i diversi tempi ed età del mondo. Ved.Ovi<i« 
lih. I delle trasform. aurea prima sata est aetas ete» 
Il pie di creta» su cui si posa » è 1' età che corre pre- 


CANTO XrV. 495 

itemente. Ved. Gio¥. iMlla sai. i3 yche dà la ra- 
me, perchè questa ancora non aia di metallo come 
altre.- Nom aetas agitar , pejoraque saeoula ferri 
mpoHòus, quorum scettri non invenit ipaa No- 
n f et a nullo posuit natura metallo • Si pone 
seta statoa del Tempo in Creta , perchò in Creta 
|ono i poeti, che col regno di Saturno cominciasse 
I Tempo la prima età. Ciascana parie^ faori che 
slla di oro, e rotta con fesaura « che goccia lagri- 
; perchè la aola prinM età non fu contaminata dal 
io della lassuria^visio per la universalità il più U- 
■BevolCye al corpo umano più di ogni altro pregiu-» 
tale, e adattato a scemargli tra dolori e infermità 
ulceri la yita^ e guastargli il huon tempo .* e forse 
teae di alludere a quello di Giovenale, Om/ie aliud 
men mùx ferrea protuiit aetas f Viderunt primoe 
lentea saecula moechos, ed a quell' altro della sa* 
1 6 Credo pudicitiam Saturno rege moratam in 
risjb poco dopo Multa pudicitiae veteris vestigia 
mìo, Aui alÌ4fua extiterint se sub Jope, sed Joife 
•ebiM Barbato» 

B questo gran pecchio, che sta dritto in piedi, il 
;• Paolo Costa, crede con molta prohahilità essere 
to timboleggiato da Dante non il Tempo, ma l' ìm- 
o, ìm Monarchia* -^ „ Molto oscuramente ( egli 
9 ) aTrehbe il poeta slmholeggìato lo scorrer degli 
li eoi descrÌTerci un vecchio che dentro una mon- 
■a età fermo, e tien volte le spalle a Damiata e 
rèa Roma. £ posto che il ve|[1io fosse simbolo del 
npo, che significberebb* egli il guardar Roma Sie- 
ne eoo speglio, che vale quauto mirare in essa 
nmagine propria? Non sarebbe strana cosa il pen- 
t che il Tempo vegga la propria immagine in quella 
HomaP Di questa stranezza si accorsero per avven- 
a i chiosatori, e perciò dello speglio non fecero 
ola. £ssendo l'immagine del gran %^eglio presa 
•ogno di Nabuccodonosor, non è da credere che 
nte abbia in essa voluto simboleggiar cose diverse 

anello che il detto sogno ^nterpretato dal Profe- 
laniela, rappresentava. Quindi il veglio simbo» 


496 DELL' INFERRO 

Uggia la Monarchia» la quale nel ctio coÉiiBciaHemto 
fa ottima, e col yolger de^li anni, eome «TTÌfiia 4t 
t«tte le cose ciel moudo, ai traamatò e ai gnaal^ E 
quale altra interpretasione paò meglio di qiieaU «•- 
aere secondo l'idea del poeta ghibellino, il qoale indi- 
gnato dai mali cagionati dai corrotti governi de*le«- 
5i sooi, conti nnamente ai adoperaTa^acciò gii ocMiiii 
' Italia ai volgessero a oonaiderare come dal Umni oio 
antico erano yeooti al ferro ed all' argilla?Il gran ve- 
glio tiene volte le spalle a Damiate e guarda Roma , 
peKioccbé r isola è posta in meno alla detta città in 
una medesima linea retta^di maniera che non ai pei 
di colà driizare gli occhi a Roma aenka volgere le ffal- 
ie a Damiata . io mi penso poi che questo volgere k 
spalle a Damiata non aia sena' aknn perchè, ma ve- 

Slia aignificare che V Egitto fa antichiaaima atanm 
elle scienze e delle arti, e perciò la pia splendidi 
fra le antiche monarchie; che le ane glorie e i sta» 
pregi erano già passati, e che Roma in ena yace (oni 
l' Impero Romano } era divenata quali' alta montf" 
chia che a se traeva gli sguardi di tutte le genti, ne* 
nostante che ella fosse ornai volta in haaao. E Rema 
suarda $ì come suo speglio, £ Roma riflette di il 
r immagine del gran veglio: che è quanto dira chi 
questa nobilissima città ( la quale secondo le dottci- 
ne di Dante da Iqi dichiarate nel libro de Monmrchie 
meritava di rimanere in perpetuo capo del moóido) 
mostrava di essere venuta a termine tale per diveis 
gradi di corrompimento da non poter più darare: b 
qual misera condizione di lei è significata dal fragtb 
piede di terra cotta, sul quale il gigante sta eratti 
più che sali' altro. Desiderava il Poeta ( e onesto de* 
siderio si manifesta in tutte l' opere sue )che nn sole 
capo reggesse l' Italia, ond' ella fosse ridotta in eoa- 
cordia e purgata dagl' infiniti vizj che signoreggiava- 
no ogni condizioDe di persone; perciocché sapeva ehi 
dai pessimi ordini delle città tutti i mali e tutte li 
miserie derivano, E questo egli significò imuftaginaa- 
do che da tutti i metalli, faor che dall' oro, cioè di 
tutti i civili ordini corrotti, fuor che dalla monaichii 


CANTO XIV. m 

Che tién volte le spalle inyer Damiata ^7, 
E Roraa guarda sì come suo speglio ^^« 

La tina testa è di fin' oro formata, 

E puro argento son le braccia e 'i petto; 
Poi è di rame infìno alla forcata ^9: 

Da indi ingiuso è tutto ferro eletto, 
Salvo che '1 destro piede è terra cotta, 
Esta'n su quel, più che 'n su Paltro eretto ^^. 

Ciascuna parte, fuor che Toro, è rotta 
D'una fessura, che lacrime goccia. 
Le quali accolte foran quella grotta ^' • 

Lor corso in questa valle si diroccia 4>: 
Fanno Acheronte, Stìge^ eFlegetonta; 


fkvnata dai buoni ordini^ goccino infinite lagrime che 
discendono nell' Inferno» ed ivi empiono gli orridi 
Anni, ec. », — - Cosi il /Costa, l' interpretazione del 
guAle io trovo più ammissibile che quella degli altri 
OnoBientatori. •— F. 

39 Città mariltima di Egitto. 

38 £ Roma , che gli riesce a occidente , gli sta in 
Ikoda, e la mira come suo specchio fosse. 

39 Fiaoalia cintola, dove il busto si dirama nelle 
i}oacie. 

40 Su cai sta più posato e dritto. Questa statua, 
in cai pare, che si figuri le diverse età del mondo, se- 
condo ri divisamento dei poeti, è simile a quella ve- 
dala in sogno da Nabucco , ove si figuravano le di- 
TCTM monarchie. 

41 Adunate come in lago o conserva, penetrano poi 

5er meau> della/grotta insinuandosi dentro e scavan- 
ola. 

4a Precipitando di rape in rupe , vien giù in que- 
sta valle, e quindi formauil i fiumi infernali e la pa* 

Ittde Stigit. 

M7 


Ì9S DELL' INFERNO 

Poi sen Tan giù per questo stretto. 

Itifio là, dove pi& non si dismooto ^ 
Fanno Gocìto; e qaal sia quello stogno, 
Ta '1 Tederai; pero qoi non si conto* 

Ed io a lai: Se '1 presente rigagno 
Si deriva cosi dal nostro mondo. 
Perchè ci appar pare a questo. viTagno^? 

Ed egli a me: Ta sai, che Tiuogo è tondo ^9 
E tatto che ta sii venuto molto 
Pare a sinistra giù calando al fondO| 

Non se' ancor per tutto '1 cerchio volto; 
Perchè se cosa n' apparisce nuova ^7^ 

43 Canale. 

Doccia f condotto, •— L. 

44 ^ precipitando sino al centro, ove sta Lucìfero, 
ed ove giunto non vi è da scendere pi& gib , ifi fòr* 
masi r altro fiume detto Cocito. 

45 Perchè ci comparisce daTanti, e ci si la vederi 
solamente in qnest' orlo ed estremità, in questo «m^ 
cbio solo, e non negli altri ? A figurarsi una scala 4i 
dieci scaglioni scavata compitamente in tondo all'is- 
giù in un campo, se si versasse da capo una brocca di 
acqua, che scendesse tale scala sin' al fondo, girando 
però tutto intero ciascuno scaglione , non pure ava 
volta , ma dieci , dovrebbe passare l' acqua versata 
dalla brocca : su questo si fondava il dubbio di Daa- 
te, a cui però ben risponde Virgilio come segue* 

^ 4^ ^on hai girato ( andando come facciamo cdlt 
sinistra verso il centro) tutta intorno la circonfeiea- 
za: finge il Poeta , che di ogni cerchio solamente ne 
giri e ne osservi la decima parte , ed essendo i cerchi 
dieci , quando , tirando sempre avanti , sarà disoeio 
airultimo,averà tutto girato intorno quel tondo, e 
si troverà a perpendicolo sotto il punto, in cui pose 
il piede sul primo cerchio. 

47 Laonde se alcuna cosa nuova ti apparisce , boi 
devi fiir sembiante di maravigliarti. 


CANTO XIV. 499 

Non dee addar maraviglia al tao volto. 

Ed io allor : Maestro, ove si trova 
Flegetonte e Lete , cbè dell' no taci ^\ 
E P altro di'^ cbe si fa d'està piova? 

In latte tne «jaestion certo mi piaci. 
Rispose; ma i bollor dell'acqua rossa^^ 
Dovea ben solver Kuna^ cbe ta &ci. 

Lete vedrai, ma fuor di questa fossa ^^, 
Là dove vanno l' anime a lavarsi, 
Quando la colpa pentata è rimossa. 

Poi disse: omai è tempo di scostarsi •) 

Dal bosco: fa' , cbè diretro a me vegne.* 
Li margini &n vi^, cbe non son arsi ^', 

E sopra loro ogni vapor si spegne. 


48 Deir nno , cioè di Lete non fai parole , e di 
Flegetonte dici, che si forma da questa pioggia^ cioè 
dalle lagrime della fessura della statua. 
• 49 ^* sapendo tu da una parte , che Flegetonte 
Tvol dire ardore e incendio, ed avendo nel mio libro 
latto Quae rapidusflammis ambii torrentibus amnis 
Tartareus Phlegeton , ed avendo dall' altra parte 
-▼«dnto attorno al bosco il bollore di queir acqua 
nMsa, a coi non abbiara dato nome'alcuno» dovevi da 

fer te atesso senz'altro raccogliere > quello essere 
legetoate , e dar da te risposta a nna dimanda che 
mi. fiici 9 cioè fai. 

So Non in questo profondo Inferno , ma di là dal 
Ptargatorìo terrestre^ove si lavano le anime e si fanno 
belle : dappoiché con lagrime di dolore , e con prò» 
pcMndonata pena è stata loro tolta o purgata ogni 
■Mcchia. 

5i Questi orli rd estremità vicini all' acqna^ che 
sopra ae tutte Bammelle ammorza , e però non info- 
cati e roventi, offeriscono una comoda strada , spe» 
gnendosi sopra loro ogni acceso vapoi e. 


200 

CANTO XV. 1 


jìEGOMENTO 


Seguitando il cammino pel medetimo girone, in ma' 
do che pili non si poteva vedere, e aliontanatisi 
dal boscof incontrano una schiera di tormentate 
anime; e queste sono i ifiolenti contro naturà^tra 
i quali Dante conobbe Brunetto Latini Jteo auie- 
stro, a cui fa predire il §ao esilia» 


o 


ra cen' porta l'un de' duri margini % 
E '1 famo del rnscel di sopra adoggìa % 
Sì che dal faoco saWa Pacqaa e gli argini^ 
Quale i Fiamminghi tra Guzzante e Bmggia^ 


I C incflmm inani mo dunque sopra una dell* ripe 
fatta di pietra. 

a l vapori e le nebbie cbe escon foori del macel- 
lo, inumidiscono e adombrano V aria in guisa tale 
aopra V acque e i margini che smorzano tutte le 6aiP- 
me, che vi sarebbero piovute , e dalle loro offeae li 
liberano. 

* Ltetteral mente: Sì che l* umida esalazione ( ossia 
Tacqua) e gli argini ne sa Ivano, ne fanno ìiheti del 
fuoco» Dice che il fumo ad uggia va, faceva ombra al 
di sopra, perchè l'umida esalazione di quell'acqua 
bollente era tale e tanta non solamente da spegnere 
le pioventi Bammelle che sarebbero andate a cadere 
sugli argini, ma altresì da render 1' aria escara e 
fosca. — • r . 

3 Bruggia nobilissima città di Fiandra : Gozvante 
piccola villa lontana cinque leghe da Bruggia o 
Bruges. 


CANTO 3tV. 201 

Temendo i fiotto 4, che in^er lor s' avventa, 
Fanno lo schermo ^, perchè'l mar si foggia; 

E qaale ^ i Padovan lungo la Brenta 7, 
Per difender lor rille, e lor castelli, 
Anzi che Chiarentana * il caldo senta; ^ 

& tale imagine eran fatti quelli. 
Tatto che né si alti, né si grossi 9^ 
Qoal che sì ibsse, lo maestro felli. 

&iA erayam dalia seWa rimossi 
Tanto, eh' io non arrei visto dov'era^ 
Per eh' * io indietro rivolto mi fossi. 

(^aando incontrammo d' anime una schiera , 
Che venia lungo T argine, e ciascuna 
Ci riguardava, come suol da sera 

Goardar V un l' altro sotto nuova luna; 

4 II flusso e il gonfiamento del mare. 

Sfanno argine, diga, riparo, perchè il mare al 
ritiri, a aia da loro acaasaU e fuggita V ira del 
aure. 

6 E qoal riparo fanno. 

?ì Brenta fiume, che nasce nelle Alpi che dividono 
talia dalla Germania, passa per Padova, e ai aca- 
ricaneir Adriatico. 

8 Quella parte delle Alpi, dove nasce il detto fia- 
■e, niena e ricoperta j>er lo più di altiaaime nevi^ 
ehe aisfiitte e in acque risolute, al primo sentirai del 
oaldo lamio olttemodo ingrossare la Brenta. 
■ p A somiglianza de' ripari fatti al mare dai Fiam- 
■iughi, e aUa Brenta da' Vadovaui, eran fatti questi 
■MTgini qui ; e chiunque ne aia stato l' ingegnere. 
Boa però li fece né tanto alti, né tanto grossi, perchè 
funesto dell' Inferno era nn piccolo rigaguo, che non 
li richiedeva di si gran mole, come quei di Padova 
adi Fiandra. 
- *Ptrehè ha qui il significato di pertuttochè, per» 
tfliaiUochK v« F. 


202 LEU/ IIVE&NO 

E Sì yer noi agusuvan le ciglia^ i[ 

Come "veccbio aartor fii néiU crona '*• i 

Così adoccfiiato da cotal famiglia, |ll 

Fai conosciuta da an, che mi pwete 
Per io lembo '% • gvìdi: Qiial metiTiglia? 

Ed io, quando '1 suo braccio m watt dislitdy 
Ficcai gli occbi per lo cotto aapettoy li 

Sì cbe 1 tìso abbruciato non difeae '* • 

La conoscenza sua al mio iotclletto; 
E chinando la mano .alla sua fiiccia '^ 
Risposi: siete yoì qui^aer Brunetto? 

10 Cbe per aver U vista delfola e ÌDp«rfiB|ta^ Ijer 
inBIare 1' ago ha biaogoo di fissar gli orólli con ^«li- 
che sforao. 

Jguzzar /e ciglia è queir iocrespanento cbe d fi 
delle palpebre col chiodere alquanto gli occbi per fe- 
dere più disti ntaODenta. <— L* 

1 1 Ver restremità della Testa tirandomi, a gridaa- 
doni: cbe maraviglia è qoaata, cb'ia t» rÌTeggìa tfm^ 
giù neir Inferno? 

la Tanto fissamente lo guardai ^ agascauido' la vi- 
sta in quel volto scottato e abbrasloiito, aiccliè il 
viso deformato e scontraffatto non m' impedì di ri* 
conoscerlo. 

i3 £ sporgendo la mano verso il viso di ScrBm* 



3uesto delitto foste in terra convinto nell' eaerciiio 
i notaio. Fu questi di grande scienza-, eccellente fi- 
sico e buon mattematico: scrisse un libro intitolalo 
Tesoretto in lingua fiorentina; sdegnato poi di csacr 
condannato per falsario, andò a Parigi» e in Ungaa 
francese compose il Tesoro: fa ancora per qoaloit 
tempo maestro di Dante. 

In alcuni testi questo verso si legge cosi: S chitmif 
do la mia alla sua faccia» — F. 


CANTO XV. ^ 203 

B quegli: O figlìaol mio, non ti ^lispiaccta 
Se Brunetto Latini un poco teco '^ 
Ritorna in dietro,e lascia andar la traccia*. 

Io dissi lui; Quanto posso Yen' preco '^ ; 
£ se volete, che con yoi m' asseggia '^ , 
Farci, se piace a costui, che yo seco. 

O figliuol, disse, qual di questa greggia '7 
S arresta punto, giace poi cent' anni 
Sansa restarsi, quando'! fuoco il feggia '*. 

Però va* oltre: i' ti verrò a' panni *9 , 
E poi rigiangerò la mia masnada. 
Che va piangendo i suoi eterni danni. 

Io non osava scender della strada *% 
Per andar par di lui; ma'l capo chino 


142^ accompaniatonii teco ritorno indietro , né 
Mgoo le pedate de miei compagni • 

* Traccia sembra detto da tractus o trachea.'— L. 

i5 Anzi voi farete nn gran favore a me, e ve ne pre- 
go qoanto so e posso. 

IO Se volete che mi fermi e pobga a sedere con 
voi, lo farò volentieri, se Virgilio qui se ne conten- 
ta, eh' io son con lui, e da lai in tatto e per tatto di- 
pendo. 

in Chiunque di questa schiera. 

18 Senza potersi volgere, o scooter da se V arsura 
schermendosi con le braccia e con 1' altre membra, 
quando il faoco lo ferisce e pillotta. 

RoMtarsi^ da rosta che vale tfentaglio, significa 
sventolarsi , scuotersi. Feggia è detto da fiedere, 
htìojeggere. — F. 

ig Cammina avanti, ti verrò di quaggiù sotto ai 
panni, per essere io più basso giù nell* arena , mentre 
tu sei suir argine; e però V aveva preso per il lembo. 

%o Nou m' attentava, per paura di scottarmi, scen-, 
dere dall'argine e camminare con lui del pari. 


204 DELL' niFEBHO 

Tenea, com' aom, cbe rtTereiite Tada **• 
Ei cominciò.* Qaal fortana o destino 

Aozi r nltìmo di miaggii ti meDa? 

E chi è quel clie ti mostra '1 cairtmino? 
Lassa di sopra in la Tita serena, 

Rispos' io ìnlj mi smarrii 'n nna vallea 

Ayanti che l'eti mia fosse piena*. 
Por ier mattina le Yolsi le spalle; 

Qaestim'apparre^Stornand' io inqoeUa*', 

ai Come chi osa ad altni qualificata Mnoot rlv«* 
raixa;ma io yì andava peraentir meglio le aneparok 

* Auanti che V età miafosie piena, cioè atmmUià 
eolmo della mia età, che e quanto dire eyanU l'aaii 
treDtacinqueaimo, ^iché Dante nel Tratt. IT, caVi 
a5 del Convito atabilisce che il colmo , il meno àA 
vita deir uomo, oaaia il punto ove ha termine ti «- 
lire ed ha principio lo acendere» aia precÌMOienle il 
trentacinquesimo anno. E aicoome qui Dante maui- 
festa di essersi inoltrato e smarrito nella selvosa val- 
le innanzi V anno 35 della sua vita , fiisai sempre pii 
verosimile che la selvosa valle medesima lappresoiti 
nel senso istorico inteso da Dante l'intricato e tur- 
bolento governo di Firenze, nel quale egli eraai ia- 
miscbiato prima ancor del iSoo, prima cioè dell' al- 
no trentacinquesimo dell' età sua, anno in cui gim- 
ae al colmo ed alla pienezza della sua vita non neao 
che alla suprema Magistratura della RepuUblica Fio- 
rentina. — F. 

aa Osserva il P. d'Aquino non essere stato ewsr- 
tito dagli esposi tori, che a questa interrogazione» di 

Sual' è il nome della guida, da Dante non si risposo 
e » e sol 'si dice , che quella persona gli apparta 
alla selva. 

a3 Non ritornando Virgilio in quella telva^ mari- 
tornandovi Dante , quando la fiera lo rispingefa U 
dove il sol tace, e per la tema ei fu per ritornar più 
volte Tolto. 


CANTO XV. 205 

E ridaoemi a ca' *^ per qaesto callet 

Zd egli a me: Se ta segni tua stella, 
r^on puoi fallire a glorioso porto **, 
Se ben m' accorsi nella vita bella *^t 

S s' io non fossi sì per tempo morto, 
Veggendo 'I Cielo a te cosi benigno, 
Dato t' avrei air opera conforto *7. 

Ha qaeir ingrato popolo maligno, 
Gbe discese di Fiesole ab antico *^, 

a4 Ca' per casa voce, tronca lombarda: ved. Ant. 
Maria Sai? ini ne' suoi discorsi accademici pag« 5o4: 
jai vale^ al mondo di sopra mi riconduce, passando 
per qoesto tenebroso di quaggiù. 

35 Se non ripugni, ma secondi col tuo libero arbi- 
trìù quella buona natura e inclinasione cbe sortisti 
nel nascere, sotto l' aspetto di favorevol costellamio- 
mm^ non può mancarti il giungere a glorioso porto, e 
a nn fine felice delle tue avversità e burrasche. 

96 Se io mentre viveva su nel mondo feci bene le 
nle sapfmtasioni nel far la pianta astrologica della 
tua natività. 

Se ben m* accorsi in la fita novella, l<»gge qualche 
testo, e parmi lezione da non trascurarsi. Intendi: se 
hen nC accorsi nella tua vita gio\*anile quando io ti 
era precettore e ti feci V oroscopo. Che nuoi'o, no^el^ 
io significhi gioitane^ gioi^aniie, e sia^ stato non in- 
frequentemente usato da buoni antichi Scrittore, io 
1' ho già dimostrato nelle lllustraxioni alle poesie 
liriche di Dante, pag. cLiit e aeg. — • F. 

37 T' averei animato allo studio delle altre dottri- 
ne^ e all'operar virtuoso e onorato. 

98 Fiesole città antica già situata sopra un colle, 
due ore di cammino sopra Firenze ( al presente v* e 
la chiesa episcopale con poco di più di reliquie ] ove 
furono mandati i soldati di Siila a fondarvi una Colo- 
nie^ parte de' quali annoiati degli scomodi di quel- 
Dante T. I. 18 


206 DELL' INFERNO 

E tiene ancor del monte e del macigno **, 
Ti si fiiirà^ per tao ben far, nimico: 

Ed è ragion, che tra gli lazzi sorbi ^ 

Si disco nyien frattar lo dolce fico. 
Vecchia fieima nel mondo li chiama orbi ^ ; 

r aspresza di sito, scesero al piano tegniti a aocoaj* 
pagnati da alcani nativi di Fiesole, • londarono FÌp 
renze: e però dice ab antico, qumn. dica dal prittdpit 
della sua fondazione; onde non parla, come pretende 
qualcuno, de' Fiesolani, che, vinta e distrutta la ot- 
ta di Fiesole coi Fiorentini in una repubblica a 
accomnnamno. 

E' probabile cbe i Fiesolani ne' tempi anUcbiNt* 
mi venissero in parte ad abitare al piano, e ood à 
desse principio alla vicina Firenie. Potè ciò esam 
circa il regno di Roma, e anche lotto In RepabUia 
Romana. — « L. 

09 E ritengono ancora del duro e dell'aspro, pio- 
prio di quel macigno^ di cui su quel monta loro pi* 
tris vi era la cava. 

3o Aspri, lapposi, astringenti; ved. il Salvisi di- 
sc. 84* Centur. i. 

3i Giovanni Villani e il Boccaccio raccontano osai 
fu r origine di questa denominazione a lungo: Jbrs- 
vemente: i Pisani costretti a dare ai Fiorentini dee 
colonne di porfido, le guastarono col fuoco, e poi 
fasciatele di scarlatto le consegnarono, e i Fiorentini 
non si accorsero dell' inganno , se non in Fireasef 

2uando le vollero alzare , onde i Fiorentini foroao 
etti ciechi, e i Pisani traditori. 
Questa è una favola nonostantecbè per vera gtorìs 
sia stata ripetuta da tutti i Commentatori ecoattnato 
il Costa. Erra il Venturi nel dir che il Villani ra^ 
conta come fu i' origine di tale denominazione Tes- 
sere state dai Fiorentini accettate le due affuroioitc 
colonne, mentre quel Cronista se fa narrazione di tal 
^tto, non dice punto che da ciò fosse la denomina- 
zione di cicchi derivata ( Libro iv, cap. Sa )• Che an- 


CANTO VII. 207 

kì lo 8t0MO ViiUni som mini tira eTidente prova in 
contrario^ perchè dopo ayer raccontato il modo in- 
gatinevole che tenne Totila per impadronirsi di Fi- 
renze» soggiunge: 1 fiorentini malafweeluti, e però 
Jìtrono sempre in prouerbio chiamati ciechi, credei-' 
tono alle sue false lusinghe e uane promessioni, 
étpersongli le porte, e misonlo nefla città, ( Lib. ii« 
cap. I. ) D* altronde se il Boccaccio fa quegli che ri- 
portò il favoloso racconto, ei però dichiarava di non 
oarlo per vero^ dicendo: Afa quanto a me, non fa all' 
mmmojquesla essere stata la eagione,nè quale altra 
si eia potuta essere, non so» La sapeva però il Viiia- 
ni^ siccome abbiamo or ora veduto^ la seppe Ben ve- 
muto Imolese dicendo.* Sed mi hi videtur quod maxi" 
muL cmeeitas Fiorenti norumfuit quando crediderunt 
J^otilae ( Commenta in Dantis Comoed, )y la seppe 
Ser Giovanni Fiorentino^ dopo il racconto della di- 
gtraslon di Firence, aggiungendo: 1 Fiorentini mal 
consigliati credettero alle sue false lusinghe ( di 
TotJia ), e però furono sempre detti fiorentini ciecliii 
la seppe forse alcun altro Di più se Dante dice che 
i Fiorentini erano chiamati ciechi per vecchia fama, 
ciò appella evidentemente ad un tempo antico e re- 
inotOy non ad ano prossimo e recente. Ora il fatto 
delle colonne successe nel la i8> tempo non molto re- 
moto dall' età di Dante, mentre il fatto di Totila se- 
El nel 54)» epoca pi^ remota d'assai , ed a cui \>\h 
ir altra conviene il titolo di vecchia ed antica. Che 
se i Oorentini non per il fatto di Totila, ma si per 
quello delle ooloone fossero cosi stati detti, perche lo 
tacaoero ffli antichi storici di Firenze» e il Villani, e 
il Melespini? Si ritenga dunque che furono detti cie- 
chi per la loro cieca cn^lenia nell' ingannator Totila, 
da CUT fu- distratta una parte della loro città, o per at- 
to di barbarie, come racconta il Villani ( che per le 
date <itonologiche sembra confonder Totila con Atti- 
la ) o per fiirne piazza d' arme ed afforzarsi contro i 
Generali di Giustiniano, com' altri pensa. — F. 

Il Boccaccio nel libro de' fiumi dice che i Fioren- 
tini ti dicono ciechi,perchè Annibale perde un occhio 


208 DELL' IflVÉRNO 

Gente avara, invidiosa e superba: 
Da' lor costami fa' che iti ti forbì •'*• 

La tua fortuna tanto onor ti serba^ 
Che l' una parte e T altra avranno fune " 
Di te^ ma lungi fia dal becco V erba H. 

Faccian le bestie Fìesolane strame '* 
Di lor medesme, e non tocchin. Ik pianta, 
S' alcuna surge ancor nel lor letame*, 

In cui riviva la sementa santa 

nelle paludi dell' Amo* Ma queste paludi dell' An 
sono in oggi rcTocate in dubbio» e ai pretende d 
foaaero le paludi del Po« •— L. 
3a Ti netti e forbisca • 

33 Molti dell' una e dell' altra fazJkiae bnuntfei 
no» che tu sii rimesso e rìchiamato, imi invano» pe 
che prevarranno quei, che ti attraveraano.il ritern 

34 Bocca de' vòlatiU, rostro. 

Becco, Svetonio racconta che i Galli chiamavMS 
rostro degli uccelli ^eciiAi. —-.Lt 

35 Propriamente uè paglia, uè fieno» ma qoeU'e 
ba, che dopo la mietitura idei grani • biade neioe < 
se ne' campi» e seccata si falcia per gOTemare ilb 
stiame nell'inverno, ed è pascolo più ruvido e ffo 
solano del fieno. Qui però il Poeta prendendo «tran 
per quello che avanzando nelle mangiatoie» senra 
fare il letto alle bestioi vuol dire: quella gente b 
stiale di Firenze « quella peggiore , siccome diicei 
dente da Fiesole» non la piii gentile e generosa» si 
come discendente di Roma» faccia strame di se aleii 
calpesti» avvilisca se BiesBà^ ma non tocchi» ma 1 
spetti la pian ta, quella che nasce di Rome » cioè, on 
Cittadini» o famiglie che hanno sangue e spirilo n 
mano e generoso» se pure di queste piante ne nas 
più alcuna tra le sordidezze e bratti costami cha ai 
morbano il paese. 

* Letame ai dice dal far liete le semente» laeS< 

AMO. — • ]««• 




CANTO XV, 209 

DI qaei Roman^ che ri rimaser, qnapdo 
Fu fatto H nido di malizia tanta ^^. 

ye fosse pieno tatto '1 mio dimando ^7^ 
Risposi lai, Toi non sareste ancora 
Dell' umana natara posto in bando: 

Che in la mente m'è fitta, ed orm' accuora ^^ 
La cara buona imagine paterna 
Di yoìj quando nel mondo ad ora ad ora 

W insegnayate come Tuom s'eterna: 

£ qtiant'io l'abho in grado mentr'io vivo ^^j 
Convien, che nella mia lingua si scerna. 

Ciò, che narrate di mio corso^ scrivo ^^, 
E serbolo a chiosar con altro testo 
A donna, che '1 saprà, s' a lei arrivo. 

36 Vedi di aopra nam. a8. 

3j Risponde al i* io non fossi sì per tempo morto, 
m il cielo avesse esaudite le mie preghiere^ tu ancor 
TÌveresti. 

38 M' addolora vedendo così mal concia V effigie 
«he ritengo stampata nella memoria di voi, mio mae- 
stro e qniisi padre. 
. 39 E quanto mi sia stato caro questo vostro inse- 

C amento, è dovere che si «conosca dal mio parlare 
bindomi di voi. 

Abho, cioè og^io, ho, ed è V habeo de' latini — • F. 

4o Ciò che mi avete predetto intorno al corso della 
fiitnra mia vita, me l' imprimo ben nella mente, e 
lo riserbo per farlo interpretare insieme Con un altro 
testo» ^ che è quello di Farinata degli Oberti, in cui 
piure gli si prenuDziaya l' esilio. Ma non cinquanta 
voile fia raccesa ) a donna, che ne discernerà bene 
il/ vero, se sverò la sorte di arrivar lassa, dov' ella è; 
cioè a Beatrice,*coDforme 1' ammonizione di Virgilio» 
che a ciò fare V aveva esortato» quando gli parlò Fa- 
rinata» Quando sarai dinanzi air dolce raggio , nel 
caut. z. *i8 


210 DELL' INFERNO 

Tanto vogl' io, che tì sia manifesto ^% 
Pur che mia coscienza non mi garra, 
Ch' alla Fortuna, come tuoI, son presto. 

Non è nuoi^a agli orecchi miei tale arra^*: 
Però giri Fortuna la sua rnota. 
Come le piacele '1 yillan la sna marra ^. 

Lo mio maestro allora in su la gota 
Destra si volse indietro, e riguardommi ^ 
Poi disse: Ben K ascolta, chi la nota: 

Né per tanto di men parlando TOmmi ^^ 
Con ser Brunetto, e dimando chi sono 
Li suoi compagni più noti> e più sommi 

Ed egli a me: Saper d' alcuno è buono; 
Degli altri fia laudabile il tacerci, 

4i Solamente voglio cbe vi sia noto che son ba 
sposto a quel che la fortuna voglia far di me« pa 
la mìa coscienza non mi riprenda di nalla^ imii 
sgridi e garrisca contro di me. 

4i Caparra o parte del pagamento che si dà ina 
per sicurtà del contratto stabilito: qui per anna 
di hVenture: non mi giunge nuova tal sinistra p: 
zioue, che da Ciacco nel terzo e da Farinata nel j 
cerchio l' ho udita. 

43 Non me ne piglierò più pena, che del vo 
che fa a suo piacere il villano la zappa: faccia 
ciascuno V uffìzio suo: col cedere la vincerò* 

44 Virgilio si volse con occhio e con atto di a|i 
vare questo mio sentimento^ siccome conforme a 
suo superanda omnis fortuna ferendo est , e 

Siunse: chi nota o tiene a mente le sentenze de'g 
i autori, all'occasioni le mette in pratica, e( 
vale utilmente, come tu fai: quell' ascolta ha la 
Za, che ha il si me audis latiuo. 

45 Né per tanto diletto della lode datami da 
gilio mi lascio punto distrarre^ e non per <)aesl 
meno parlando con esso lui> 


CANTO XV. 2*i 

Che '1 tempo sarìa corto a tanto suono 4^. 

In somma sappia che tatti far cherci ^^^ 
E letterati grandi, e di gran fama^ 
D* un medesmo peccato al mondo lerci ^^. 

Priscian ^9 sen ya con quella turba grama ^% 
£ Francesco d'Accorso ^'; e ancor yederyii 
S' ayessi ayuto di tal tigna brama, 

Colui potei, che dal Senro de'seryi ^* 

46 A si longa narrazione. 

47 Chierici» uomini di chiesa : il Velintello per 
torre , o alle peraone sacre l' infamia di questo yi- 
ido 9 o al Poeta la taccia di maliguo e quasi sacri* 
lef(0 calunniatore, si stanca a provare, che cherco d 
il clerch francese, che significa letterato; ma iuutil- 
nente, perchè soggiungendo il Poeta, e letterati gran- 
tfi, mostra, che in altro senso, che di letterati aveya 
lliteao quei cherci. Che poi non sian tutte persone 
al culto di Dio dedicate quella, di cui si fa qui men- 
sione , monta poco ; mercechè chi non sa quel tutti 
•igniBcare i pia , In maggior parte ? O pure si deye 
intendere che tutti sono o cherici o letterati , o per 
altro titolo famosi, e cosi tutte persone di rispetto. 

48 Lordi di un medesimo peccato di sodomia. 

49 Prisciano di Cesarea di Gippadocia, grammati* 
co eccellentissimo che fiori nel sesto secolo , non si 
legge che fosse macchiato di tal vizio ; onde alcuni 
•poeitori vogliono che Danto jionga l' individuo per 
la specie, potendosi costoro facilmente abusare della 
loro professione d' insegnare ai giovanetti» 

50 Mesta /-infelice. 

Grama è fatto per trasposizione da ma^a» — L. 

Si Francesco d' Accorso , fiorentino giureconsulto 
a* suoi tempi eccellentissimo. 

52 Aodrea de' Mozzi, che da Niccolò Terzo Orsi- 
no, dice il Landino, ma secondo i' abate 'Dghelli da 
Bonifjicio Vili sommo poutefice , ( che per umiltà 
«i fcrif eya come gli altri pontefici Serro dei ^tnì) 


212 DELL' INFERNO 

>Fu trasmatato d'Arno in Bacchìglione^ 
^ye lasciò li mal protesi nervi ^'. 
/iÌl direi, ina 'I venirle '1 sermone ^^ 
Più lungo esser non- può, però eh' io veggio 
Là sorger nuovo forno dal sabbione • 

Gente vien^ con la quale esser non deggio: 1 
Sieti raccomandato ''1 mio Tesoro ^^, 
Nel quale i' vivo ancorale pi A non chieggio. 

Poi si rivolse, e parve di coloro ^^, 
Che corrono a Verona '1 drappo verde 
Per la campagna^ e parve di costoro 

Quegli che vincere non colui che perde. 

a petizione di inesser Tommaso fratello del VetcofO 
(che voleva levarsi davanti agli occhi tanta vergogni 
essendo quegli in tanta dignità sfaccia tissimo sodo* 
njita) dal vescovado di Firenze^ per dove passa l'Ar- 
no, fu trasferito a quel di Vicenza , per dove passa il 
Bacchiglione. 

53 O perchè era tutto come rattratto per le gotte, 
o risoluto per paralisia, o perchè non altrimenti che 
morendo lasciò e fiuì il suo vizio. 

A rettamente interpretare intendi: Ot^e ( cioè ia 
Vicenza ) lasciò li nervi male, peccaminosamenU 
protesi, vale a dire: Ove lasciò colla vita H peccato 
della sodomia» — F. 

54 Non posso piihteco né venire , né parlare , per- 
chè veggo alzarsi un polverìo per aria , eh' è indizio 
di gente che si avvicina. 

55 Libro cpsì intitolato , che resta ancora ^evel 
quale io vivo per fama. 11 Tesoretto fu in lingua fio- 
rentina, e in versi da lui scritto: il Tesoro lo scrisse 
in prosa e in lingua francese. 

56 Questo palio di drappo' verde si correva da no- 
mini a piedi la prima domenica di Quaresima , ma 
adesso è dimessa questa usanza antica; e correva Bru- 
netto si veloce che pareva il più corridore di quegli 
uomini allenati al corso. 


/ 




243 

CANTO XVI. 


ARGOMENTO 

Ptrpenuio Dante auasi al fine del terzo ed ultimo 
girone intanto che egli udiva il rimbombo del fìu" 
me che cadeva nell* ottavo cerchio, s' incontra in 
alcune anime di soldati che erano stati infettati 
del vizio .detto di soprué Indi giunti al fiume, 
Virgilio vi gettò dentro una corda, di che Dante 
era cinto, e videro venir nuotando pel fiume una 
mostruosa ed orribile figura» 


y^xhk era in loco, oy' s'adia '1 rimbombo 
0eir acqua, che cadea nelV altro giro, 
Simile a quel, cbe l' arnie fanno, rombo '; 

Quando tre ombre insieme si partirò % 
Correndo^ d' noa torma, cbe passaya 
Sotto la pioggia dell' aspro martire. 

Yenian yer noi; e ciascnna gridava: 
Sostati ' tu, cbe all' abito ne sembri 
Esser alcun di nostra terra prava 4. 

Aimè, che piagbe vidi ne' lor membri 
Becenti e vecchie dalle fiamme incese *! 

I Simile al so Mano e mormorio che fanno gli 
idaaii dell* api. Amia è propriamente la cassetta, il 
k^pio^ o l' alveare^ dove le pecchie fabbricau il miele. 

s Correndo ti partirò da nna torma. 

3 Farmatiy arrestati » aspettaci. 

4 A modo di vestire cittadino della nostra rea e 
^«rversa patria^ Firenze. 

^Incese, antitesi per incise in graiia della rima^ ma 


244 DELL'INFERNO 

Ancor men dno1^par*ch'i' me ne rimembri. 

Alle lor grida il mio dottor s'attese*; 
Volse ^ viso Ter me^ed: ora aspetta, 
Disse; a costor si vuole esser cortese: 

E se non fosse il faoco> che saetta 
La natura del Inogo^ i'' dicerei, 

^ Che meglio stesse a te, eh' a lor^^^ la fretta ^ 

Ricominciar, come ristemmo, quei • 

L'antico verso ^; e quando a noi fnr giunti ?, 
Fenno una mota di sé tutti e trei. 

Qnal solcano i campiòn far nudi ed unti *, 
Avvisando lor presa e lor vantaggio. 
Prima che sien tra lor battuti e punti; 

Così rotando ciascuno il visaggio ^| 

fondata però sopra origine latina^ da in 9 eaesuMpté' 
pino di caedo, Alcano osserva che incesa chiamasi li 
cottura del ÒBnterio fatta eoa vm bottone di Ibooo. Dì 
qui dun(|ite cpiella similitudine» — • t» 

* Pure, cioè soltanto, come anche altrove. _ F. 

* S' attese , cioè si soffermò, atlendendoii» — « F. 

5 Toccherebbe a te, se non te ne scusasse il fuocOy 
r affrettarti a scendere ad incontrarle, essendo elleno 
persone più quali6cate e di maggior rango. 

6 Con ahiyoimè^ ohi, ed altri accanti di dolort. 

7 Perchè noi stavamo fermi, ed essi ( come soprs 
Ila detto Ser Brunetto ) non potendo sotto gravissi- 
me pene fermarsi, fecero' di lor tre nna mota, e gin- 
vano attorno. 

8 1 gladiatori, osservando attentamente, prima di 
affrettarsi e di battersi, la miglior presa. 

Campioni sono detti da battersi nel campo. Qui in- 
tende Dante de' Pugili e Palestriti, che ncuii ed unti 
pugnavano, e non de'Gladiatori. Virgil. Exereent pa- 
trias oleo labente palaestras* — - L* 

p Cosi volgendosi prestamente in giro , claacuBO 
drujava e voltava il viso. 


CANTO XVI. 215 

Drizzara a me '®, sì che 'n contrario il collo 
Faceva a'piè continuo viaggio. 

), se miseria d'esto loco sollo " 
Rende in dispetto noi, e i nostri preghi, 
Cominciò l'uno, e '1 tristo aspetto ebrollo^ 

M fama nostra il tao animo pieghi 
A dirne, chi tu se'^ che i vivi piedi 
Così sicaro per V inferno freghi '*• 

10 Perchè uel volger che ciascaiio facea delle spalle, 
irceva indietro il collo per rimirare Dante> e sem« 
re cosi gì rendo, al meno ano in simile atteggiamento 
. ritrovava. Di qui ha forse preso il Petrarca quel 
IO gentilissimo verso^ che 'i pie va innanzi^ e l oe- 
ki« torna indietro* 

11 E ee^ quel che i latini dicono elei , come 1' usò 
1 oaale Farad, cant. 3 v. 89. eisi la grazia del aomr 
o éen^ec. Benché, avvegnaché il tormento di questo 
lOgo areno8o(che non ha il terreno rassodato; e il 
m tristo, cioè orrido, e hrollo, cioè abbrustolito e 
dato dalle scottature , renda noi e i nostri preghi a 
Iti in odio, come abominevoli e vili. 

Krra il Venturi nel supporre che le particelle E se 
questo ternario equivalgano all' e<5i de' Latini, che 
iponde al mostro benché, quantunqueXi* e cougiuii- 
ime appartiene alla frase eomi/icfói^ii/io,dimodocbé 
due particelle debbono framezzarsi con virgola» In- 
idi: E l* uno cominciò: Se la miseria di questo lo» 
eolio { soffice , morbido , perchè arenoso e cedente 
me la neve di fresco caduta, che dicesi solla ) ed il 
>stro aspetto orrido e nudo, rende dispregevoli 
•I e I pregili nostri, la fama almeno Sei nostro no" 
ì pieghi ec. B rollo è detto invece di brullo, che va* 
nudOf spogliato. Alcuni testi poi invece di tristo 
petto, hanno tinto, che starebbe in significato di 
rùf fuligginoso. — F. 

la Chi mai sei tu, che imprimenda la pedata ( a 
ffereoM di Virgilio, che aoo l' imprimeva ) muovi 


246 DELL'INVERNO 

Qaestì, rorm^ di cai pestar mi vedi, 

Tutto cbe nado e dipelato vada '^^ 

Fa di grado maggior cbe ta non credi: [ 

Ncpote fìd della baona Gaaldrada *^: \ 

Gaidoguerra ebbe nome, ed in soa vita \\ 

Pece col senno assai, e con la spada* 

L' altro^ cb' appresso me la rena trita, i 

È Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce *^ i 

i piedi si franchi senza temere dell'arena ardente ,6 
di tanti altri pericolosi incontri. 

i3 Avendogli le fiamme non solo abbronzato il pelo i 
ma bruciata ancora la pelle. 

14 Gualdrada figliuola bellissima di Bellineioa 
Berti, di cui per una pronta ed ooesta risposta data , 
al padre iu presenza dell' imperatore Ottone iV (k ' 
risposta fu questa: quando in una festa il padre si of« 
feri all'imperatore di fargliela baciare^ella che ciò ■^i 
punta di onestà^ e arrossitasi di bellissima vergogtfs: 
non siate, disse, padre mio, si liberale promettitore 
di mecche yì assicuro non mi bacierà mai chi aoa li- 
ra mio legittimo spoao)ne restò l'imperatore pi4its* 
pito e preso che della sua singoiar bellezza , oodb 
la maritò eoo un suo barone detto Guido, dn cui eUn 
origine la famiglia de' conti Guidi, e le diede in dote 
tutto il Caseutiiio, e parte della Romagna: da qaeiti 
nacquero Guglielmo e Ruggieri, e da Ruggieri questo 
Guido Guerra assai prode in armi, cbe capitano di ifl^ 
Guelfi fìorentifii fu la principale cagione della vitto- 
ria di Carlo 1 iu l^uslia coulro Manfredi. 

Non è vero, che da Guido marito di Gualdrada a- 
yesse origine la famiglia de'Goiiti Guidi, e che elio 
ottenesse il Casentino . Si veda 1' Ammirato Belli 
Storia de' Conti Guidi. •— L. 

i5 t*u (|uesti della nobilissima famiglia degli Adi- 
mari, per 1 suoi cousigli molto riputato, che sconfortò 
i Fiorentini dalla impresa meditata contro i Sanesi, 
ma non essendo se|[uitato il suo consiglio, ne aognl • 
Monte Aperti la disfatta totale de' Fiorentini. 


CANTO XVI. 2n 

Nel mondo su dorrebbe esser gradita: 

!h1 io, che posto son con loro in croce '^9 
Iacopo Rustìcacci '7 fai* e certo 
La fiera móglie, più cValtro, mi nnoce. 

)* io fnssi stato dal fuoco coi^erto '^^ 
Gittato mi sarei tra lor disotto^ 
E credo, che M dottor Tayria sofferto. 

fa perch'io mi sarei bruciato e cotto, 
Vinse paura la mia buona yoglia. 
Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 

*oì cominciai: Non dispetto^ ma doglia '9 
La Tostra oondizion dentro mi fisse 
Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 

Tosto che questo mio signor mi disse 
Parole, perle quali io mi pensai, 
Che qual voi siete, tal gente venisse. 

K TOstra terra sono, e sempre mai 

16 All' istesso tormento. 

iy Ricco e valoroso cavaliere, ma sfortunato nel- 
I moglie^ che fa donna sdegnosa, e di molto spia- 
svoli costami, si, che non potendo con esso lei re^- 
er piii lungamente, si ridusse a viver solo; ma il 
ivere cosi da lei separato fu a lui occasione di eli- 
tre in cosi bratto vizio, e però ella gli nuoce più d* 
gai altro. 

18 Cioè assicurato che non gli fosser piovute ad- 
otao le fiamme. , 

igJLa vostra condizione non dispregio e odio , ma 
ÌHà e compassione mi fé' penetrare tanto addentro 
el cnore , che appena dopo molto tempo si potrà 
arre tutta questa impressione che mi fece subito 
be Virgilio disse; a cosior si uuole esser cortese ec> 
er le quali parole m' immaginai subito che feste ta- 
, qoali veramente siete, illustri e nobili. 

I>anie T. /. 49 


248 DELL'INFERNO 

L'ovra di 701, e gli ODorati nomi 
Con affesìon ritrassi ed ascoltai *^. 

Lascio lo fele *% e ro pei dolci pomi, 
Promessi a me per lo Yerace anca; 
Ma fino al centro pria conyien ch'io tomi ". 

Se lungamente V anima conduca 
Le membra tae *\ rispose quegli allora^ 
E se la fama tua dopo te Inca '4, 

Cortesia e ralor, di' *% se dimora 
Nella nostra città, sì come saole> 
O se del tatto se n' è gito foora? 

Che Guglielmo Borsiere **^, il qaal si duole 
Con noi per poco *7^ e va là coi compagni^ 
Assai ne crucia con le sue parole **• 

ao Ricopiai io me coli' imitazioae, o pure deaerila 
rappreseutai ad altri le vostre azioni generoM, 
parlaudooe con tenerena d* affetto, e altresì itatfli- 
doue parlare. 

ai L' amarezze dell' Inferno, per dove solo eoo di 
paasaj^gio, e m'incammino a gustare de' dolci frotti, 
che si gustano in Paradiso^ promessomi da Virgilia 

aa Discenda. 

a3 Cosi tu viva lungamente. 

a4 £ cosi risplenda e sia chiaro il tuo nome ancor 
dopo che sarai morto. 

Modo deprecatilo, come quelli del Canto J. ,9i%, 
9Ì$ xni, 76, 85, xxvii, 67 , xxix, 89. ec.^ del quale fe- 
cero uso altri antichi Scrittori. — F. 

35 Dicci, dinne. 

36 Valoroso e gentil cavaliere. Vedi il Boccaccio 
nella nov. 8 della prima giorn. 

37 Non perchò vi dovesse stare per poco tempo, 
come dice taluno, poiché vi doveva stare in etenio; 
ma perchè non era molto che egli era morto, e ci cn 
venuto poco fa. 

a8 Dicendo sovente che non regna più iu Firenie, 
come a tempo nostro, cortesia e valore. 


> 

r 


CANTO XVI. 249 

a gente nuora, e i sablti guadagni 
Orgogliose dismisura"^ ban generata, 
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni: 

osi gridai colla faccia levata ^9; 
E i tre ^'*, che ciò inteser per risposta, 
Guatar Tun l'altro, come al yer si guatat 

e l'altre volte sì poco ti costa, 
B isposer tutti, il satisfare altrui. 
Felice te, che si parli a tua posta! 

ero, se campi* d'esti luoghi oui, 
E torni a riveder le belle stelle, 

, Quando ti gioverà dicere, i' fui ^', 

* Dismisura significa propria mente il vizio contra- 
A alla moderazione cioè /' intemperanza. -^ F. 

99 Con la testa alzata, e con alta voce, due segni di 
lOlta indignazione,*dis8Ì allora: la gente che novel- 
laente è venuta di contado ad abitarti, gì' ingiusti e 
ardidi guadagni, cosi presto accumulati per via di 
rare, han generato in te, o Firenze , tal superbia 

alterigia* e tanto smoderato lusso e incontenta. 
ile ambizione di sovrastare , nessuno essendo del 
lezzo e del suo stato contento , che già te ne ri- 
mti e duoli. 

3o E i tre spiriti, che intesero esser questa una in- 
iretia risposta alla loro richiesta, si guardar V un 
' altro, tacendosi coli' occhio e col volto quel segno 
he suol farsi ali* udire una cosa che si tiene per vera 

degna di risapersi* 

* Se eampi ec, modo pur questo deprecativo, simi- 
e agli altri che ho qui sopra notati, ed a quello che 
rovasi quindici ternari qui appresso. Non può essere 
osdizionale , poiché quegli spiriti , i quali proferi- 
cono tai parole , sapevano bene che Dante escir 
loveva da' loro luoghi tenebrosi, e tornare a rivede* 
e le stelle. — F. 

3i Di qui prese il Tasso canto i5. 


220 DELLMNPERNO 

Fa' che dì noi alla gente finrelle: 
Indi rupper la ruota, ed a faggini 
Àie sembiaron le lor gambe snelle "• 

Un amen non saria potato dirsi 
Tosto così, com' ei Biro spariti : 
Per che al maestro parre di partirsi ^^. 

Io lo seguiva^ e poco eravam' iti. 
Che 'Isaon dell' acqua n'era si Ticino, 
Che per parlar '4 saremmo appena aditìi 

G>me quel fiume, ch'ha proprio cammino 
Prima da Monte Veso inver levante '*, 
Dalla sinistra costa d' Appennino '*, 

Che si chiama Acqaacheta suso, ayante 
Che si divalli giù '7 nel basso letto. 
Ed a Forlì di quel nome è vacante ''i 


Quando mi gioverà narrurie altrui 
Le noifità vedute , e dire: io fui, 

32 Parve che yolassero. 

33 Per lo che essendo noi rimasti soli, parve bcie 
a Virgilio ^ per non perder tempo inutilmente ^ ti 
partire e tirare avanti. 

34 Per quanto parlassimo forte. 

35 Percné senz' entrare in altro fiume maffgioi* 
(come la maggior parte degli altri fiumi di tal prò* 
vinci a^ eh* entrano nel Po ) seguita il suo corso fino 
air Adriatico presso Ravenna. 

36 Rispetto a cui stando su quella cima abbia b 
faccia rivolta verso mezzogiorno. 

37 Precipiti. 

3S Chiamandosi non più 1* Acquacheta , ma il 
Montone. 

Placante, cioè uuoto, privo» Cosi diciamo un im- 
pie§o vacante per vuoto, privo del soggetto che ' 
cuopriva. — F. 


7 


\ 


CANTO XVI. 22< 

RiiaBomba \h sovra San Benedetto '9, 
Dall' alpe ^^ per cadere ad nna scesa, 
Dove dovea per mille esser ricetto ^; 
Così, gtù d' nna ripa discosoesa 4* 

Trovammo risonar quel l'acqaa tinta 4'^ 
Si che 'n poca ora dtria V orecchia offesa. 
Io aveva nna corda intorno cinta % 
E con essa pensai alcana volta 

39 Badia così chiamata nella Aomagna del Gran* 
Dacato. 

Jo Ooella parte d' Appennioo. 
1 percbè tal Badia per la sua grandezza po- 
ìh' eaaere capace di mille monaci^ se il gran Ira- 
casso della cascata non la rendesse un soggiorno trop- 
po incomodo; o forse perchè, secondo che riferisce il 
Boccaccio» era stato disegno dei Conti signori di quel 
paese di fabbricare nn castello vicino a quella casca- 
ta, e ridarvi la popolazione di quel contorno : sicché 
quel doi^ o si riferisce alla Badia , o a quella valle e 
•ceaa destinata per tal fobbrica. 

4a Cosi y come rimbomba precipitando il Bume 
Montone. 

43 Tinta a rosso del Gume Flegetonte. 

* Se colla corda» ch'avea intorno cinta, tentò Dante 
di prendere alcuna volta la Belva dalla dipinta j^elle^ 
■ è certissimo che la corda era il mezzo di coi egli ser- 
•vlvasi per giungere a ciò* Ora di questo istesso mes- 
so si serve Virgilio per trarre a se mansuefatto nn 
orribile mostro, Bgura della Frode, nella guisa che 
Dante erasene servito per tentare di assopire le fio- 
rentine fazioni de' Bianchi e de' Neri.* che la Lonza 
raffigura, siccome è notorio, la Parte Nera di Firenze, 
invidiosa e fraudolenta. Di che dunque potrà esser 
simbolo la cordA,se non che della Fiailanza, YÌrXh 
colla quale si previene e si sTenta la Frode? Tutti i 
Commentatori han trovato questo luogo assai oscuro: 

H9 


1 


222 DELL'INFERNO 

Premier lu lon/a ** alla ^' pelle dipii 

Poscia cbe 1' eljbì latta da me sciolta, 
Hi come 'I dnca m' avea comandato, 
Porsi Ih a lai aggroppata e ravvolta. 

Ond' ei si volse inver lo destro lato. 
Ed alquanto di lungi dalla sponda^ 
La gìttò giaao in qaell' alto barrato*. 

E pnr convien, che novità risponda 4«, 
Dicea fra me medesmo, ni nuovo cenno 


ma sebbene ifiiì i' Bilnpri un purln figurato e iTlego- 
rieo, ioTÌ trovo minare oscuriti di qoellB che nei n 
JBtJTO Commento del Lombardi, il qnila £ra le allr 
belle cose ci dice che quella corda si era il cordone 
Minoritico, easeiidocbd Dante | uau so con quanti 
veritì slorica )toiie Teriiario dell'Ordine di S. frHi- 
ceaco. E poi riporta 1' opinione d'alcuno, cbe il Cor- 
done crede esser simbolo dell' ipocrisia, iion recindo 
con ciò tropp' onore alla milizia, cui egli iteaso sp- 
partenevB, Men male fece il Venturi, atlenendoli «t 
Patio si silenzio. Il Casta crede la carda sitnbolodel- 
la^orleiia. Ma convenendo egli che il vocabolo ali»- 
gorizzsto è quella virtìi cb' è opposta al vizio dalla 
frode, dovrà couvenire altresì cbe non la fortaitj, 
ma la l'igilanza sia ciò che ceUvasi dal poeta tutto 
quel mifteriofio vocabolo. Dì questo modo ■llegorico 
può aver Dante preso l'idea da quei pani della Scrii- 
tura.nei quali il portar cìnti Ì Gancbi è simbclo d«lli ., 
Vigilanza : Sìat lumbi cestri pracciaii , et lucernut '. 
erdtntes in manibui feitris, Lucae, ra , 35. Nt^nt i 
dormiet, nrqiir tolvetitr rìnguium renum ejat, lu- t, 
ìie, 5, 37, ed altrove. — F. , 

44 Lb Pantera, di Cui nel primo canto. , 

45 In cambio di della o dalla. , 
Barrato, biirrone,A» ^tra,ìn greco fiiòprtf- L 

46 Corriaponda qnalcbe dudtd e notabii eSetto. 1 

47 Fatto da Virgilio nel buttar la corda. 


CANTO XVI. 223 

Gbe '1 maestro con V occhio sì seconda 4^. 

Ahi quanto cauti gli nomini esser denno 
Presso a coleriche non veggon por l'opra^ 
Ma per entro i pensier miran col senno ^ ! 

£i disse a me: Tosto verrà di sopra 

Ciò eh' io attendo; e che '1 tuo pensier sogna. 
Tosto conyien ch'ai tao viso si scaopra. 

Sempre a qnel ver, eh' ha faccia di menzogna 
De' Tnom chiuder le labhra quant'ei puote, 
Però che sansa colpa fa vergogna: 

Ma qui tacer noi posso, e per le note '^ 
Di questa Commedia ^, lettor, ti giuro, 
S'elle non sien di lunga grazia vote ^', 

48 Egli stesso r accompagna coH'occhio, come chi 
aspetta vedenie qualche effetto. 

49 Come in questa occorrenza fece Virgilio, il qua- 
le colla sua sagacità s* avvide di quel eh' io pensava: 
questa pare V interpretazion naturale^ e inerente al 
tener delle parole, e coerente a quel che si soggiunge, 
mostrando Virgilio , che già si sia accorto di ciò che 
Dante in confuso s' immaginava e sognava ; e però 
Dante considerando essere stato dall' accortezza di 
"Virgilio compreso il suo pensiero, dice, a^i quantom 
Altri interpretano questa terzina al contrario^ quasi 
Dante lodi se stesso d' accorto nell' avvertire ciò che 
Virgilio fiiceva: non mi piace. 

50 Per le parole o canti: ti ginro per la mia Com» 
media « come se dicesse , per la vita di questa mia fi- 
glinola ti ginro eh' io la vidi. 

' * Commec/ia, coir accento suU' i alla maniera gre- 
ca. E che così Dante intendesse doversi pronunziare^ 
lo conferma il v. a. del C. xxi, ove si ha pur Com- 
media, e non Commedia, ,, Che la mìa Commedia 
cantar non cura „. Cosi Traeedia,C, xx, li 4* — P« 
5i Così per lungo tempo , la mia Commedia non 
sia priva di gradimento • di favore^ cosi viva lunga- 
mente gloriosa. 


224 DELL'INFERNO 

Gb^ lO vìAì per qaeìl' aer grosso e S€Qro 
Venir notando una figari in saso^ 
Meravigliosa ad ogni coor sicopro ^% 
Sì come torna colai, che ya gì uso 

Talora a solver T ancora, eh' aggrappa 
O scoglio, od altro, cbenel mare è chiaso^ 
Che 'n sa si stende, e d^ pie si rattrappa* 

53 Portentosa, da ingerire spayealo ad o^ni perso^ 
na più animosa , o sempliceniente nnarayigliosa «d 
ogni persona attenta^ e non distratta da yerana per- 
turbazione. 


I 


225 

CANTO XVII. 


ARGOMENTO 


Descrive il Poeta la forma di Gerione» Poi se^ue, 
che discesi ambedue su la riwt che diffide il set- 
timo cerchio dell* ottaifo, Virgilio, chiamato colà 
Gerione p si rimane con esso lui , e Dante seguita 
alquanto piùi oltre per auer contezza della terza 
maniera de* Violenti i eh* erano quegli che usano 
la violenza contra V arte > Infine tornandosi a 
Virgilio t discendono per aria nell* ottauo cerchio 
sul dosso di Gerione, 

-^cco la fiera con la coda aguzza ', 
Che passa monti, e rompe muri ed armi: 
Ecco colei, che tutto '1 mondo, appuzza \ 

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; 
£d accennolle, che yenisse a proda % 
Vicino al fin de' passeggiati marmi*: 

E quella sozza imagi ne di froda 

Sen venne, ed arrivò* la testa e *ì busto. 
Ma 'n su la riya non trasse la coda. 

l Foggia di fiera Btravagantìssimay dal Poeta detta 
Uerione, e posta come immagine della fraude, a cui 
non è cosa che resister possa, e che ammorba > e cor- 
rompe tutto il mondo. 

Aguzza dal latiuo acuta» -^ L. 

* Appuzza , ({uasi adputet. — L. 

a All'argine del fiume, eh' era di pietra, sul quale 
Kvevamo noi camminato. 

* Marmi è messo figuratamente per pietre^ spezie 
pel genere. — L. 

* Arrivò^ usato nel significato attiyo, e vale pose a 


226 DELL' INFERNO 

La faccia saa era feccia d' aom giusto ', 

Tanto benigna avea di faor la pelle; 

E d' nn serpente tutto l' altro fusto *• 
Duo branche avea pilose infin V ascelle ^ 

Lo dosso, e 'i petto, ed ambedue le coste 

Dipinte* a\ea di nodi e di rotelle* 
Con più color sommesse e soprapposte * 

Non fer mai in drappo Tartari, né Turcbi, 

Né fnr tai tele per Aragne imposte*'* 
Come tal volta stanno a riya i burchi *, 


largii sopra. -^ e. 

(xiusto per 1' appunto, come nn uoino» uè beUii- 

>y né deforme, o come d' un uomo pieno di bontà 


riua. Colla quale espressione Tuoi denotare il poeta 
che Uerioue solamente colla testa e col basto si tm- 
se in suir argine, affinchè Dante e Virgilio potessero 
montargli sopra. -^ F. 

3 Giusto 
simo, 
e umanità. 

Giusto Tuoi qui dire a mitura, a maniera secondo 
la forma d' nomo; siccome ingiuHo vnol dire che ee> 
cede la misura, onde Virgilio: Injusio sub JaMceg^ 
mìt. Et iniquo pontiere rasivi» — L. 

* Fusto àtifustis. — L. 

4 Fin dove è la loro appiccatura alle spalle. 

* Dipinte, cioè uuriaie^ perchè i nodi o rotelle 
erano a guisa di squamme, cnis una giace sopra l' al- 
tra, e perciò dice sommesse o soprapposte» ^- L> 

5 Soprapposta è quel risalto, che in qnesta sorta 
di lavori rileva dal fondo, e sommessa, nome sostali- 
tÌTo, è il contrario di soprapposta* Il Daniello spie- 
ga alla goffa, sommessa veste da portar sotto, soprsp- 
posta veste da portar sopra. Di Aracne insigne tessi- 
trice , ved. Ovid. nel 6 delle Trasform. 

* Imposte, cioè cominciate, ordite» — L, 

6 Barca da remo coperta, che sta con la prora so 
r arena e con la poppa su T acqua. 

Burchi si chiamano ancora in diminutivo hur* 
chielli. — L. 


CANTO XVII 227 

Che parte sono in acqua, e parte in terra, 
E come lA tra li Tedeschi Inrchi 7 

Lo Bevero s' assetta a far sna guerra ®; 
Così la fiera pessima si stava 
Sd Torlo 9, che di pietra il sabbion serra. 

Nel vano tntta sua coaa~gQÌzzava '% 
Torcendo 'tì su la venenosa forca, 
Gh' a guisa di scorpion la punta armava. 

Lo duca disse: Or convien che si torca " 
La nostra via un poco, infino a quella 
Bestia malvagia, che colà si corca '*. 

Però scendemmo alla destra mammella *j 
E dieci passi femmo in su lo stremo '', 

7 E come tra i tedeschi golosi , beTÌtori e gran 
mangiatori, turco viene dal latino: cosi LuciUo:ec/i<e 
lureones » cometiones, vitfite uentres» 

8 11 Castoro fi assetta ed accomoda lango le rive 
del Danubio con tutto il corpo in terra e con la coda 
inacqua, quando è disposto a far guerra ai pesci e 
cibarsi di quelli. 

9 Su l' argine di pietra che racchiude il sabbione, 
perchè non sia roso dal fiume^e non smotti per quella 

\ discoscesa e rapida costa. 

\ Orlo è detto da ora latino , orula , orla , orlo : è 
^ l' estremità d' una cosa. — L. 

10 La coda tutta la dibatteva ttell' aere. 

11 Torca andando a destra, essendo fino allora an- 
dato sempre a sinistra, dal sesto cerchio in fuori, ove 
pure fu sulla destra per attrayersare. 

la Si giace sdraiata. 

* Alla destra mammella, vale a dire al destro la» 

to, ed è espressione adoprata da Dante collo stesso 

dritto che l' altre alla mano destra, al fianco destro, 

ec. •— F» 

i3 Sa V estremità dell' orlo del settimo cerchio, per 

scansare la rena bollente, e la fiamma che di sopra 

pioveva. 


228 DELL' INFERIKO 

Per ben causar la rena e la fiammella; 

E quando noi a lei Tenuti semo^ 
Poco più oltre veggio in sa la rena 
Gente seder propinqua al luogo scemo '^. 

Quivi *1 Maestro: Acciocché tutta piena 
Esperienza d'esto giron porti. 
Mi disse, or va', e vedi la lor mena '^. 

Li tuoi ragionamenti sien là corti: 
Mentre che tornii parlerò con questa. 
Che ne conceda ì suoi omeri forti. 

Così ancor su per la strema testa 
Di quel settimo cerchio, tutto solo 
Andai, ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: 
Di qua, di là soccorrean con le mani 
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di state i cani 

Or col ceffo, or col pie, quando son morsi 
O da pulci, o da mosche, o da tafani* 

Poi che nel viso addetti gli occhi porsi '% 
Ne** quali il doloroso tuoco casca^ 
Non ne conobbi alcun 'f; ma io m' accorsi, 

i4 Al luogo, dove era 11 precipizio, yauo e scafato 
per mancare iyi il terreno. 

1 5 La lor condizione e qualità; come chiaramente 
si vede significare tal voce al cant. a4 vera. 3 di ser- 
penti di si diversa mena', se non significa piuttosto 
movimento, atteggiamento di tutto il corpo. 

i6 Sporsi verso loro, e in loro fissai. 

17 Non perchè non ve ne fossero de* fiorentini, nt 
perchè stimando Dante ( se cosi stimò ) minor de- 
litto la sodomia dell' usura , fa gli usurai puniti con 
maggior pena, costringendoli a star fermi all'incen- 
dio: cbe però essendo più deformati dal ior termautOi 
era più malagevole il conoscerli» 


CANTO XVII. 229 

Che dal coI|o a ciascan p^ndea nna tadca^ 
Gh' ayea certo colore, e certo segno '^, 
E quindi par^ che 'l loro occhio si pasca'9. 

B com' io riguardando tra lor vegoo ^% 
In una borsa gialla vidi azzurro , 
Che di lione ayea faccia e contegno. 

Poi procedendo di mio sguardo il curro *', 
Vidine un'altra, più che sangue, rossa 
Mostrare un' oca hianca più che burro **• 

là nn, che d' una scrofa *^ azzurra e grossa 
Segnato avea lo suo sacchetto bianco^ 
Mi disse: che fai tu. in questa fossa? 

)r te ne va', e perchè se' tìyo anco *4, 

i8 L' arme coi propri colori della famfglia di cia- 

CUDO» 

19 Per dinotare la loro ingordigia del denaro. 

3o E mentre camminando guardo tra loro , vidi in 
ampo giallo un Leone aizurro in atto maestoso e 
ffoprio: questa è 1' arme de' Gianfigliazzi fiorentini. 

91 E portandOySecondoravfiamentopreso^lo sguar- 
o di cosa in cosa^ come fa il carro di luogo in luogo. 

Nott è questo il vero senso inteso da Dante. Eccolo; 
*o£ procedendo il discorrimento de* miei occhi ec.; 
imilitiidine presa dal curro , eh' è quel legno roton- 
o che serye a &re scorrere i gravi pesi soprapposti- 
li. — F. 

aa Butirro: questa era 1' arme degli tJbhriachi 
ar fiorentini^ famiglia già molt' onorata in quella 
itUk. 

a3 Troia gravida^ arme de' Scrovigni, famiglia pa- 
OTana assai nobile. 

94 E perché sei ancor yivo , e lo potrai sopra rac- 
oiitare , sappi che Vitaliano del Dente padovano an- 
òr esso^ e vicino a me di casa, che pur vive, essen- 
lo famoso usuraio, mi sarà vicino ancor quaggiù. 

Dante T. T. 20 


230 DELL* INFERNO 

Sappia che M mio tìcìd Vitaliano 
Sederai qui dal mio sinistro fianco. 

G>n qnesti Fiorentin son Padoyano **, 
Che spesse fiate m' intronan gli orecchi^ 
Gridando; Vegna il cayalier soTrano *S 

Che recherà la tasca co' tre becohi. 
Quindi storse la boccale di fuor trasse 
La lingua come boe^ che il naso lecchi. 

Ed io temendo, no '1 più star crocciasse *7 
Lui^ che di poco star m' aVea ammonito, 
ToroHimi indietro dall' anime lasse. 

Trovai lo duca mio, ch'aera salito 
Già sulla groppa del fiero animale, 
E disse a me: Or sii forte ed ardito. 

Ornai si scende per s\ fatte scale: 

Monta dinanzi **^ch' io voglio esser meno, 
Sì cVie la coda non ti faccia male. n^ 

Qual' è colui, ch'ha sì presso '1 ri prezzo *9 

a5 Sono io solo povero padovano tra tanti Gorentini. 

26 M. Gio: Buiarooiite,il più infame usuraio •«)*Ett- 
ropa, che^ faceva quell* arme di tre becchi o rostri di 
uccello : e quel cavalier sovrano è detto per ironia , 
come lo mostra quel distorcer la bocca « e trar fuori 
la lingua nel cosi mentovarlo. 

27 Dispiacesse a Virgilio, che gli aveva raccoman- 
dato lo sbrigarsi. 

a8 Monta dinanzi a me eh' io starò iu groppa por 
framezzarmi tra te e la velenosa appuntata coda, ac« 
ciò non ti possa nuocere, avendo tu vero corpo. 

39 Brividore, parusismo* 

Intendi: Qual è coiuip il quale ha così vicino il 
ribrezzo periodico della quartana, che ha eia C un- 
ghie smorte o scolorite ec. Un' edizione del sec. xv 
legge con bella variante: Qual è colui che j* appressa 
al ribrezzo ec. — F. 


CANTO XVII. 23 < 

Della quartana, eh' ha già l' unghie smorte, 
E triema tutto, pur guardando il rezzo^*^, 

Tal diyenn' io alle parole porte ^'; 

Ma yergogna mi fer le sue minacce '*, 
Che innanzi a buon signor fa servo forte ^^. 

Io m'assettai in su quelle spallacce *: 
Sì Tolli dirama la voce non venne,* 
Com' io credetti: Fa' che tu m' abbracce^: 

Ma esso, ohe altra volta mi sovvenne 
Ad alto forte ^^, tosto ph' io montai, 

3o Gontìnqando a stare all'ombra fresca e nociva , 
e non risolvendosi per pigrizia o avvilimento a par- 
tirne, o cercarsi un luogo caldo per qualche conforto 
al male. Il Daniello intende 1* ombra del sole, la qua- 
le ai osservasse dal febbricitante per avvertire 1' ora 
periodica dt^ll* accessione febbrile. 

3i Alle parole dettemi da Virgilio. 

Porte da porgere. ■— L. 

Su Le minacce e i rimproveri di Virgilio da me te* 
moti, •' avessi mostrata paura o ripugnanza. 

33 La qiial vergogna rende il servo animoso e ri* 
toioto a obbedire. 

Altri testi leggono: Ma vergognar mi fer le sue 
minaceie. Che innanzi a buon signor fan servo for" 
t€. — F. 

* Spailaeee peggiorativo che qui denota ampiez- 
sa. •— L« 

34 Queste parole avrei voluto proferire, ma la pau- 
ra mi levò il 6ato, si che non potei proferirle. 

* Ma la voce non venne* Virgilio: Inceplus clamor 
frustratur hiantes» — L» 

35 Fortemente mi abbracciò e mi sostenne in alto, 
ond* io non cadessi né traballassi. 

Mi sovvenne ad allo forte^ io lo interpreto mi 
sovvenne in grave periglio. Forte adiettivo vale tal- 
volta yòrfiinoso» tempestoso, burrascoso; e qni sareb- 
be aostantivo a significare tempesta, burrasca»^^ F. 


232 DELL'INFERNO 

Con le braccia m'aTvinse^ e mi sostenne; 
£ disse: Gerion '^, mQOyiti ornai*: 

Le raote larghe, e lo scender sia poco''; 

Pensa la nuova soma % che tn haL- 
Come la navicella esce di loco 

In dietro in dietro '^, sì quindi si tolse: 

£ poi eh' al tutto si senti a giuoco '^i 
Dov'era '1 petto , la coda rivolse, 

£ quella tesa^com' anguilla^ mosse, 

£ con le branche V aere a se raccolse* 
Maggior paura non credo che fosse, 

Quando Fetonte abbandonò gli freni ^, 

"* Atfvinse dalla voce latina uineire^ — > L. . 

36 Gerioue re di Spagna fingono i Ppeti aver avuto 
tre corpi, ed es'sere stato accisoda £roo|.e« e per «Me- 
re stato astutissimo vien posto qui da Dante per li 
fraade. 

* Ornai quasi eo magis, o hae hora magism I To- 
scani tolgono spesso il e[ di mezzo a due vocali^ oom 
in lealtà per legalità, in laica per logica ec. — L. 

37 Acciocché a Dante non girasse il capo, se i gin 
fossero stati stretti^ e si fosse fatto uno scendere qua- 
si che a piombo : dovea dunque descrivere come unt 
larga scala a lumaca, ma assai dolce. 

Ruota è qui messa per spira» -— li. 

* Soma è il contratto di salma, convertito l'/in if, 
come usano i franzesi. Potrebbe venire dal greco 
iroii/^a 9 onus, — L. 

38 Qualora stia colla prua verso terra .• e per es- 
servi in porto altri legni vicini, e per non avere spa- 
zio da vojtare, però esce da poppa a poco a poco con 
cautela di non urtare. 

39 E per essersi abbastanza slontanata dall' argine, 
e però a tiro di fare liberamente la voltata. 

40 Che fiisse nel cuor di Fetonte , quando mentii 
inops gelida formidine lora remisit, come diceOvid. 


CANTO XVII. 233 

Per ehe '1 Ciel,com'a()pBre ancor, si cosse^'; 

Né qaando Icaro ^* misero le reni 
Sentì spennar per la scaldata cera, 
Gridando 'l padre a lai; Maia via tieni; 

Che fa la mia 4^,qaando yidi, ch'i' era 
Neil' aer d' ogni parle^ e vidi spenta* 
Ogni yedata, fuor che della fiera. 

'Elia sen' Ta notando lenta lenta: 

Ruota, e discende, ma non me n' accorgo, 
Se non eh' al viso e disotto mi venta ^. 


41 Oiid« ne veone che il cielo per V eccessi fo calo- 
It del fole si jibbruciò » come ne resta ancor qaalcbe 
itgtto: tBtencle della via lattei); perché parlando Dan- 
te della Galaasia nel suo Convivio tra le diverse opi* 
aioni intoruo ad. essa , allega quelle di diversi 61osofi 
vittagorìci che giudicarono esser on seeuo rimasto 
oell' antica arsura, quando il sole deviò dal suo cor- 
so p nlindendo alla favola di Fetonte che fu figliuolo 
del Sole e di Clìmene , e preso da gioTanil vaghezza 
li gaidat'e il cocchio del padre, ottenutolo finalmen- 
te » e non sapendolo reggere, perché uscito fuori del- 
l' osato cammino il cielo non incendiasse, fu da Gio- 
re folminato, e precipitato nel Po. Vedi Ovid. lib. S 
delle Trasform* 

41 Figlinolo di Dedalo ; favola notissima ; Ovid. 
lib. 8 Metam. 

43 Di quella che fu la paura mia. 

* Spenta^ cioè tolta o per l' oscurità di quel!' aere 
per la sna vastità. — • L. 

, 44 ^^ sventola per rom|>ersi 1' aria col moto^ e so- 
lo da tale svenlolameuto 10 arguisco che pur ci mo- 
riamo , perocché quel l' aria a non làuoverla rimar- 
rebbe, da se pigra ed immobile. 

F'entup tira vento, franzese il vatU» Cosi il Petrar- 
ca osa fiei^are. — - L. 

*20 


234 DELU INPERNO 

r sentia già dalla man destra il gorgo ^ 

Far sotto noi nn orribile stroscio*: 

Per cbe con gli occhi in giù la testa spolpo. 
Allor fa' io pia timido allo scoscio ^% 

Peroccb' io i^idi fuochi, e sentii piaptiy 


45 Gorgo è quél rigiro cbe fa l'acqua corrente, ìtfh 
vando intoppo Gd che trovi per dove scorrere liben- 
mente : qui per fiume . Stroscio , parola ancor oggi 
usata, dicendosi uno stroscio d' acoua di quella pios- 
gia che casca assai rovinosa, che pia comunemente fa 
Toscana dicesi scroscio* 

Gorgo dal lat. gurges, che significa adanansa d'a- 
cqua profonda: onde Virgilio chiamò cosi il «art 
stesso. A Firenze fuori di Porta alla Croce tra Ysr- 
lungo e la Piaggentiiuif è un luogo detto il GoffO, 
perchè conteneva c[uantità d' acque , della quali è r^ 
maso alcun vestigio anche inoggi. Altri laogiiita To- 
scana e fuora si trovano nominati Gorgo» L. 

* Stroscio è la corrente d' un' acqua, che cadeia 
copia, quasi striscia, e da questo ne viene troseiolap 
cioè pozza, come si dice a Firenze. *— L. 

46 Al precipizio delia caduta dell* acqne. 
Scoscio onde scosceso da coscia. •— L. 

Scoscio, da coscia, qui significa quello sdrucciolo 
che si fa colle coscie nel cader da cavallo. Infatti doe 
versi sotto il poeta usa raccosciare in significato di 
serrare le cosce* Qui dunque scoscio valendo sdruc- 
ciolo fatto in conseguenza di non tener serrate le Ci>> 
scc, il concetto di Dante è questo: Allora divenni 
più timoroso di sdrucciolare di sopra la mia cavair 
catara, e cadere in quel gorgo. La Crusca crede seth 
scio valere scoscendi mento, precipizio, ma riporta ad 
esempio questo verso di Dante nel mentre che nel 
paragrafo antecedente riportando la relativa chioM 
del Buti, gli de il significato di allargamento di co- 
sce, significato eh' è il vero, e eh' è tuttora nell' a- 
so. — . F. 


CANTO XVII. 235 

Ond' io trema odo tutto mi raccoscio ^7. 

£ vidi poi, che noi vedea davanti 4^, 
Lo scender e '1 girar, per li gran malì^ 
Che s' appressayan da diversi canti*. 

Come '1 falcon, eh' è stato assai sulT ali 49, 
Che, sanza veder logoro, od acceilo, 
Fa dire al falconiere: Oimè tu cali; 


47 Mi ristringo con le coscie serrate più forte ad- 
dotao alla mia cavalcatura. 

48 M' accorsi di ciò che fin lì non m'era accorto , 
che il nostro calar gin roteando si faceva tra pene 
atroci,8entendo d'ogni intorno a qaell' abisso, in coi 
venivamo scendendo , lamenti e guai , percbè da di- 
Tirsi lati di quel girone venivano sempre più d' ap- 
presso a ferirci V orecchie. 

11 calare giù fer qnel pozzo si faceva non come di- 
ce il Venturi tra pene atroci, perché dai lati del poe- 
to stesso venissero a ferir 1* orecchio e guai e lamenti 
' il che non era ), ma si faceva appressandosi al fon- 
Io, donde veramente i lamenti da più parti venivano: 
e però quanto più Dante calava, ed al fondo avvici- 
luvasi, tanto più distinto udiva il lamentevole suono 
di quei guai, e tanto più s' accorgeva del suo veloce 
discendere. — « F. 
'* Canti 9 cioè angoli da KafAirlo^ , piegato. — L. 
49 Sa 1* ali sostenendosi equilibrato senza vedere 
uccello da far preda , o logoro del cacciatore , che lo 
richiami ( logoro sostantivo è nn pezzo di cuoio con 
penne fatto a modo di ala, con che si richiama il fal- 
cone dalla sua caccia , girandolo e gridando ), cala a 
in tratto, e fa dire al cacciatore, oimè tu torni, nòu 
ri è da sperare più preda , cala , dico, stracco , quasi 
mttaodosi giù a piombo per V aria, dove poco fa ave- 
ra fatto agile cento girate , e lontano dal cacciatore 
li ferma tutto stizza e mal umore , per non aver pre- 
io nulla. " 


i 


236 DELL' INFERNO 

Discende lasso^ onde si maoTe snello 
Per cento rnote, e da lungi si pone 
Dal suo maestro, disdegnoso e fello^; 
Cosi ne pose al fondo Gérione *®, 
A pie a pie della stagliata rocca % 
E, discarcate le rtostre persone, 
Si dileguò, come da corda cocca *'• 

* Fello significa infedele, e largamente nmivegfù 
e di mal animo» — L, 

5o Cosi pose noi a pie della fcoKesa e grossameate 
tagliata roccia ossia balia. 

* Stagliata rocca, frapzeae roche e scarpe e* lì Vot' 
ta dice rocca, perchè in buon toscano ai dice aaoon 
cosi. — L. 

■ * jI pie a pie significa in fondo in /ondo, M «^ 
tima est remila . — • F. 

5i Dalla corda dell' arco' saetta scoccata. 

Cocca yuol dire dardo , saetta « dal greco 
icxoix-^» — L. 


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237 

CANTO XVIII. 


ARGOMENTO 

Descritte il Poeta il sito e' la forma dell* ottauo 
cerchio: il cui fondo diuide in dieci bolge, nelle 
^uali si puniscono dieci maniere di Fraudolenti» 
Ed in questo Canto ne tratta solamente di due: 
V una e di coloro che hanno ingannata alcuna 
femmina recandola a far la propria o l', altrui 
§H>gìia» E pongli nella prima bolgia, nella qua- 
ie per pena sono sferzati da' Demoni : V altra è 
degli Adulatori , e questi sono costretti a starsi 
dentro a un puzzolente sterco. 


XjQOgo è in Inferno detto Malebolge, 
Tatto dì pietra e di color ferrigno*^ 
Come la cerchia ', che d'intorno ''1 Tolge \ 

Nel dritto mezzo * del campo maligno 

Vaneggia un pozzo assai largo e profondo '> 


* Ferrigna Hai latino ferrugineus» — L. 

I Ripa, ond* è fasciato e cerchiato tutto il sito di 
^alebolge. 

* Folge per cinge. — L. 
a Nel mezzo appunto. 

3 Vi é un voto, scavato a modo di pozzo, assai pro- 
ludo e largo per pozzo , beochè questo nono cerchio 
^ia assai men, largo degli altri otto. 

Faneggia corrisponde al latino hiat, -— L. 

Faneggiare qui e più sotto ( y. 73 ) è adoprato nel 
«iguificato di esser t^acuo, voto. — r. 


238 DELL'INFERNO 

Di cai 8uoluoeo conterà l'ordigno 4. 

Quel cinghio*, che rimane, adunque è tondo, 
Tra '1 pozzo e'I pie dell'alta ripa dura, 
£d ha distinto in dieci yalli ' il fondo. 

Quale, dove per guardia delle mura 
Più e pi& tossi cingon li castelli^ 


4 Di cai l' ordine, U proprietà e la miraliile 4i' 
8posizÌMie« 

Ordigno dal barbaro ordinium per dispOMiuom 
ordinata» — L. 

Di cui, il proprio suo luogo rappresenterà elU 
mente l* ordinata disposizione, nllrettaato efitti- 
mente giunto se se ne faccMe il racconto. — • F« 

* Cinghio dal latino cin^ulunu — L 

5 Luoghi chiusi da argini e bastioni o ateccati, 41 
latino valium, giacché spesso il Poeta oae de' latini- 
ami, e può comodamente prendersi il continente far 
il contenuto, cioè- gli stessi argini, .tra i qaali giae^ 
yano quelle basse pianare, per le pianure medeslnc 
sicché valli in questo luogo non sono le valli, càci li 
basse pianure tramezzanti tra argine e argine, ffag* 
gendosi cosi la sconcordanza con quel pronome qui 
li nel quarto verso seguente che pur si riferìaoe a 
palli. Il Vellutello non si é preso fastidio di qaeiU 
sconcordanza le palli quelli, parendogli forse pil 
sconcia cosa il latinismo. 11 Landino e il Daniello 
saltauo il fosso a pie pari, e in ciò seguon loro stile di 
non abbassarsi a snocciolare le difficoltà grammatici* 
li, benché il Vellutello ancora non mondi nespole. 

Falli, quasi t^alles,e non palla come vuole il Vei> 
turi, chiamando il poeta con questo nome figanU- 
mente i dieci fossi profondi, cne distingneano ifti 
fondo, a guisa de' fossi che cingono li castelli. QueUi 
non dà fastidio, perché il poeta V accorda col sigoifi* 
CMto inleso, e non col nome. Cosi diciamo // Geruter 
lemme del Tasso, il Genesi ec, yoleudoyi significtf* 
il libro. — L. »— /^. qui sotto* 


CANTO XVIII. 239 

La parte doy' ei don rendon sicura ^: 
Tale imagine qaWi facean qaelli; 

6 In molte edizioni si troya: la parte dou' il Sol 
rende figura, cioè fuori del castello, perchè fuori, e 
BOB dentro, il sole gettando 1' ombra, forma e quasi 
lelinea la B^atà dell' istesso castello. Secondo la no- 
lira lezione il senso è chiaro. 

Il diligente Dionisi in an antico Codice «yvislò la 
fwm lezione di questo verso, la quale è : La parie, 
iov>*ei aon^endt figura. Tanta è la chiarezza e V evi* 
lenza di questa lezione^ eh' io non so come non deb- 
Baayere incoutr.ita l'approTazione del Bìagioli. Ma 
H Biagioli per vaghezza di contradire a chi lo preces- 
•e tradisce talvolta il vero , ed è questa la colpa in 
che cadono i sistematici tutti. Chi predilige la Mido> 
iMatina reputa tutti gioielli anche le mende e gli stra- 
SJeioni di quella; chi tiene a nulla il Lombardi non 
Veiite che sbagli nel fatto da lui; chi ha grande opiuio- 
■• della Crusca stima quella edizione il tipo di tutte 
kaltre^ neper Ini 1 Cruscanti sono nomini fallibili. 
Obi nel poema Dantesco vede tutta morale trascura 
il aenso storico, e peggio ancora il proprio e naturale; 
tU non vede altro che politica, a questa richiama 
tntte le frasi, tutti i concetti allegorici, nò Beatrice è 
Hata più per esso una femmina. Insomma tutti vedo- 
va tolto conforme alle lor proprie vedute, e vogliono 
ehe Dante abbia parlato unicamente a lor posta;e sì ti 
rnpjpresentano, e s) ti san rigirare , che quasi giure- 
resti sulle loro parole. Ma torniamo a noi. La lezione 
lutaci dal Dionisi è la vera , nonostante la contraria 
•entensa del Riagioli e di alcun altro. Intendi: Que//a 
tinta f che rimane tra *l pozzo e 'l pie dell' alla ri- 
pcf , è adunque tonda, ed ha il jondo distinlo in 
dieci palli, cioè luoghi chiusi da argini e bastioni. 
Quale figura , quale aspetto rende, presenta quella 
fparte dove per guardia delle mura uari fossati cin" 
gono li castelli f tale immagine appunto facean qui- 
•fi, presentavano quitti alla veduta quei valli. Va* 
altra cosa io voglio avvertire, ed è questa, che il voca- 


240 DELL'INFERNO 

E come a tai forteue da' lor «oglì v 

bolo italiano fallo, che è il Utiao valium, tifpiifiei 
propriameute ed esattamente ciò che noi orm diciano 
circo ni^allazionei cosa non avvertita da alcano dei 
Commentatori della divina Ccmimedia. Errano qaia- 
di a parer mio il Lami» il Biagioli ed altri nel creder 
traili il plurale di ualle, vallata» £ ae noi contidr- 
riamo attentamente il luogo che qui Dante dracrÌTf, 
rilfteremo più chiaro V error di costoro. Il loof» 
dunque da Dante immaginato è il fondo del largo • 
profondo poizo , pel quale ef;1i e Virgilio sono calati 
sulle spallucce di Gerioue. Questo fondo eh' è circo- 
lare e inclinato, a guisa, dirò cosi per e-iser pili fKÌI- 
mente inteso, d' un cappello cinese riverso, ha ad 
suo bel mezzo un altro pozzo tondo, il cui diametro 4 
la decima parte di quello del primo. Inoltra qacfto 
fondo è distinto in dieci fossi circolari ed in maaieia 
tale che presenta l'aspetto d' un cerchio nel qnalc 
siano compresi altri d^eci cerchi, di grado in grado 
minori, i quali hanno per comnn centro il poiao di 
cui ho adesso fatta menzione. Ora io domando s« al ve* 
dere un luogo siffatto non ci si presenta tosto l' idei 
d' una Fortezza, d' una Rocca difesa da decupla ciati 
di circonvallazioni? Questo è quello appunto che ia- 
tese Dante, mebtre 1 idea di vallate ( e la ualUu 
non è mai una lista circolare ) non sarebbe stata che 
inesatta ed impropr-a. Quei dieci fossi circolari adaa- 
que, aventi la forma di circonvallazioni, sono le boi- 
gie, nelle quali si puniscono le dieci specie di fnado- 
ienti. Ora s'intenda che per accavalciare dall' una fo«- 
sa ^ o bolgia, all'altra , v' erano dieci lunghi pezzi di 
pietra J' uno dall'altro egualmeute distanti, a guin 
precisamente de' razzi d' una ruota , i quali partendo 
dalla circonferenza andavano a metter capo al pouo 
centrale^ ed i quali inarcandosi sovra le bolgia hot- 
vano r ufiuo e presentavano 1' aspetto di altrettaati 
orridi ponti, scemanti di larghezza e grossezza di ma- 
no in mano che s' avvicinavano al centro, ove tutti < 
dieci terminavano, e si ricongiungevano. — F. 
7 Soglie delle porte di tali fortezze. 


CANTO XVIII. 24< 

Alla ripa di fuor * son ponticelli; 

Così da imo della roccia 9 scogli 

Movien, che ricidean gli argini e i fossi 
Infine al pozzo, eh' ei^ tronca e raccogli. 

In onesto luogo dalla schiena scossi 
lii Gerion troi^ammoci; e M Poeta 
Tenne a sinistra^ ed io dietro mi mossi. 

Alla man destra vidi nuora pietà. 
Nuovi tormenti, e nuovi frustatori, 
Di che la prima bolgia era repieta. 

Nel fondo erano ignudi peccatori: 

Dal mezzo in qua ci venian verso '1 volto; 
DI là con noi '** , ma con passi maggiori : 

Come i Roman, per l'esercito molto ", 
L' anno del giubhileo '* , su per lo ponte 

• Hanno a passar la sente modo tolto: 

Che dairnn lato tutti hanno la fronte 

. 8 Fino alla ripa esteriore del fosso ultimo, cioè del 
pia lontano dalla fortezza. 

9 Dal fondo della ripa s' inalzavano stendendosi di 
bastione in bastione archi e ponti fatti di scoglio, i 
ij^oali andavano a finire al pozzo che come centro tut- 
ti gli unisce e raccoglie. 

J)m imo, da basso» — L* 

* Ei per essi, — L. 

co Di U dal mezzo andavano per il medesimo verso 
cbe andavamo noi. 

1 1 Gran folla di popolo. 

12 Papa Bonifazio 1 anno santo i3oo fece dividere 
il ponte di castello S. Angiolo per il lungo con uno 
•partimento uer rimediare agli sconcerti che seguiva- 
no: hanno tolto modo, cioè usato tale spedicnte affin» 
che la gente passasse senza tanto intopparsi «quelli che 
andavano e quelli che tornavano da 5. Pietro# 

DanU T. I. 2\ 


242 DELL' INFERNO 

Verso '1 castello, e Tanno a Santo PietfX): 

Dall'altra sponda ranno Terso '1 mónte ■'• 

Di qaa, di là '^^ sn per lo sasso tetro 
Vidi Dimon cornati con gran ferie, 
Cbe li battean cmdel mente di retro. 

Abi come facean lor levar le berze '* 
Alle prime percosse! e già nessuno 
Le seconde aspettava , né le terze. 

Mentr' io andava, gli occbì miei in uno 
Furo scontrati, ed io si tosto dissi: 

i3 O Palatino o Aventino, cL^ sono pi& dirimpet- 
to al ponte^ o vero qualche altro colle di Roma. 

i4 Di qua batteauo quei che ci veni vano incootro^ 
di là quelli che andavano per il nostro verso. 

i5 Alzar bene le gamlìe è correr presto: altri htru 
non spiegano ^r gambe, ma per vesciche o eafia- 
ture che levansi nella pelle a fona di baiUtpre. 

Berze da varices, bariees, barises, barses, berMt e 
berze» E' qui preso per enfiature o ue^ciche» «— : L. 

Che berze vaglia gambe non lo credo , De lo crt* 
derò fino a che non mi si mostrino esempi chiarì ab" 
bastanza : che possi valere vesciche lo credo anche 
meno , nonostante la stiracchiata etimologia del La* 
mi. Ma^ a che andar cercando nel Lazio e nel gerio 
del Pataffio il signiBcato di bercie ( o berze eh i 
lo stesso ) , quando tuttora 1' abbiamo- nell' uso il 
Toscana, e particolarmente in Siena, ove dicesi far 
le bercie , berciare , per mandare urlacei e pianti 
sgangherati ? onomatopeia dal suono stesso e dalli 
stessa voce di chi sgangheratamente piange o beU- 
Intendi adunque: Ahi come i Demoni alle prime per' 
cosse faceano a quei peccatori levare sgangherati 

f rida! Che se berze valesse mai gambe^nou vi saieb- 
' egli nello stesso ternario ripetizione d' idea ^con- 
seguitandone tosto le parole: e già nessuno aspettave 
le seconde e le terze sferzate , vale a dire nessun» 
stava immobile e fermo? — F. 


CANTO XVIII. 243 

Già di yeder costai non son digiano '^ 

Perciò a 6gararlo gli occhi afiGissi: 
£ '1 dolce daca mio sì si ristette, 
Ed assentì, eh' alqaanto indietro gissi : 

E quel fnistato celar si credette, 
cassando 'i yisò^ ma poco gli Talse, 
Ch' io dissi: O ta,che l'occhio a terra gette, 

Se le fazion 'fj che porti^ non son false, 
Venedico se'ta Gaccianimico '^; 
Ma che ti mena a sì pangeoti salse '9? 

Sd egli a me; Mal rolentier lo dico, 

i6 Non è la prima Tolta che lo vedo. 
Cosi Doi Bgurata mente diciamo: Della tal cosa ne 
orrei esser eUtfiuno» ^^ h, 

17 Se le tae fattezze non m'ingannano. Anche c^ue- 
ta;Toee in tal significato l'avrei veduta volentieri 
et copiosiasimo indice Volpiano. 

18 Ctaccianimico fa bolognese, ed indusse per de- 
■ri'là sorella a consentire alle sfrenate voglie di O- 
innoda Este Signor di Ferrara^ facendole credere 
le la terrebbe per moglie. 

19 Qai pena. acerba. 

i> Salse > dice il Cav. Strocchi , era ai tempi di 
^ante una contrada di Bologna , lungo la quale si 
ìopapàno i malfattori* £d il Boccaccio: Le Salse è 
u luogo ahonunevole e pieno dt infamia . Imperoc 
lè anticamente soleva essere che dai Bolognesi v*e- 
IMO multigli uomini che morivano disperati sen^ 
I tnììer tornare a vera penitenza : Ed è questo a 
oiogna tre miglia alla montagna. Siccome pertan- 
» è evidènte, che la Salse erano luoghi d'abom^na- 
ome è d' infamia, particolarmeàte noti ad un bolo- 
Mse, Dante ad nn bolognese parlando si serve di 
lesta idèa materiale a preferenza di altra , per rap- 
resentare con maggiore evidenza ciò che dire ei vo- 
va:lfa guai cagione ti conduce a questi così peno* 
' luoghi d'abominazione e d* infamia? .— F. 


244 DELL'INFERNO 

Ma sforzami la tua chiara favella *®, 1 ^ 

Che mi fa soTirenir del mondo antico. 1,^ 

Io fai colai, che la Ghiaola *' bella 1'^ 

Condussi a far la voglia del Marchese^ 1 ^ 

Come che saoni la sconcia novella **• |B 

£ non par* io qai piango Bolognese; v^ 

Anzi n' è questo laogo tanto pieno, y 

Che tante lingue non son ora apprese ■ ^ 

A dicer sipa , tra Sa vena e 'I Reno *'; 

ao A differenza delle anime che hanno la Tooe 6o- 
ca ed eaile. 

ai Sorella di Veuedico, chiamata la bella per w- || 
prannome e antonomasia. 

Ghiaola è il nome longobardo Ghitim — - L* 

aa Per quanto lo aconcio fatto che aegal, ai raoeoa- 
iì dirersamentej perchè chi dice che In «edotta da al- 
tri, e chi, che per tntti i mevzi tentata, «on fa poi- 
aibile piegarla; né yi sono io solo de' bolognem* 

* Pure^ cioè solamente, —* F. 

a3 Che non son tanti i bolognesi ora viventi lana 
nel mondo* Bologna sta situata tra il fiume Reno e il 
fiume SaTena. £ in quella cittA e suo territorio si di- 
ce, o piattosto si diceva sipa, in cambio di «i : le lin- 
gue però di quelle gente erano apprese, cioè avf> 
van' uso di dire sipa» 

Sipa è forse detto quasi sic pdter, come in frantele 
OKI mo/tsieur. Padre si dice rottamente anche |ni*.—L 

£rra il Lombardi nell' asserire che sipa dicano i 
Bolognesi invece di sia. \ Bolognesi usauo per afsr- 
mare il modo se pò, eh' essi scrìvono si pò, e che ton- 
se corrisponde al e' est 6on de' francesi. £ che eoi 
quel vocabolo volesse il poeta indicare sena' altro il 
modo affermativo de' Bolof^nesi ben lo deduce il po- 
sta dall' osservare che Dante dalla particella afferdia- 
ti va distìngue i diversi linguaggi, siccom' ei fa qnaa* 
do accennando la Toscana dice M doi^e ii sì suona, • 
quando parlando della favella francese la chiama lia- 
gua dell Olii. *» F. 


CANTO XViri. 245 

E se di ciò vuoi fede, o testimonio, 
Recati a mente il nostro avaro seno. 

Così parlando il percosse nn demonio 
Dei la sua scar'ìada *\ e disse: Vìa *, 
Rnffian, qni non son femmine da conio *^ • 

Io mi ragginnsi con la scorta mia: 
Poscia con pochi passi divenimmo 
Dove ano scoglio della ripa ascia ^^. 

Assai leggeramente quel salimmo, 
E, volti a destra sopra la sua scheggia ^fj 
Da qaelle cerchie eterne *^ ci partimmo. 

Quando noi fummo là, dov' ei vaneggia *9 
Di sotto, per da>r passo agli sferzati^ 
Lo daca disse: Attendi) e fa' che feggia 


34 Sferza di cuoio. 
. Seuriada, quasi escoriata da corium; onde si è, 
fiitto ancora scuriscio» — L. 

* F'ia dal greco e^a pronunziato alfa moderila ìa , 

ed aggiuntovi il e all' uso antico latino. — L. 

«5 Moneta coniata : qui non vi sono femmine 
venderecce. 

Non ad$Unt fenùnae sub prelum mittendae figura- 
tamente, cioè compri mendae* — L. 

36 Come uà arco di ponte che dalla sponda met- 
teva alla bolgia attraversando. 

37 Su la schiena di quello scoglio rozzamente et 
groesamep'te tagliato. 

Scheggia dal greco 0*^5^19 che vuol dir barca fatta 

di legni non inchiodati, e <iombaciaati come sono i /ò- 
deri. Qui il Poeta parla figuratamente. — « L. 

dS^Cioè dalle ripe, da cui con giro perpetuo e 
non interrotto riroau circondato tutto Malebolge. 

39 Nel bel mezzo del ponte^ dove di sotto ri man 
▼noto. 

•24 


246 DEIX' INFERNO 

Lo viso in tedi quest' nitri mal nati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia, 
t'erocchè son con noi insieme andati *'. 

Val vecchio ponte guardavam la traccia*, 
Cbe venia verso noi dall' altra handa, 
Eche la ferza similmente scLiaccia ". 

Il hnon Maestro, snnzB mia dimanda. 
Mi disse: Guarda quel grande, che viene, 
E per dolor non par lacrime spanda *': 

Qnanto aspetto reale ancor ritiene! 

Qoegli è Giiison ,che per caore, e per senno, 
Li Colchi del nioiiton privali fene ^'. 

Elio passò per l' isolu di Lenno, 

Poi che r ardite femmine spietate ^^, 
Tutti li muscbi loro a morte dienno. 

Ivi con sci^ni, e con parole ornate 
Isì5le ingannò ^°, la giovinetta, 

3i) Fermali e attendi, e fa' che TeLUca in te 11 
sguirdo di questi, a' quali perchè trottarano sccouita 
il nostro verso, lu non potpati veder la faccia. 
* TVhcciu dal latino irahere, iraclus. — L. 
3i Ammacca, pesta- 
Più d' una Stampa , e qualche Codice ha caccia , 

forsf meglio di schiaccia F. 

3a Per quanto Senta dolore, tanto b grande e forti 
il suo aniioo , ovvero perché il dolore ecceMÌVO gli 
sopprime le Ingiiine: cosi 1' eddoloratiiaimo ConW 
Ugolino diri, io non piangeva, ji dentro impietrai 

33 CooqaiatA il vello d'oro, privandone i popoli 

34 Le femmine di quel!' Isola dell' Arcipelago per 

aero barbaramente tolti gli uomini. 

35 Lusingatala e datale promema di menarida fì' 
come aua sposa. 


CANTO XVIII. 247 

Che prima T altre avea latte iDgannate '^. 
asciolla qnivi gravida e soletta; 
Tal colpa a tal martirio lai condanaa; 
Ed apcne di Medea si fa vendetta '7. 
OD lai sen' va, chi da tal parte inganna ^^: 
Eqae$to hasti della prima valle 
Sapere, e di color^ che in se assanna '9. 
là eravam dove lo stretto calle 
Con l'argine secondo s'incrocicchia, 
E fa di quello ad an altr' arco spalle ^^. 
Nm.dcIì sentimmo gente^ che si nicchia 4' 
Nell'altra bolgia, e che col muso shuffa ^*, 

36 Avea ingannato latte V altre perchè nella fatale 
oeìara contro deffli nomini soltrosse Toante suo 
tare al pericolo^ ungendo di fare certi sacrifici a 
eco, e nascondendolo tra i festoni d' edera e pam- 
ni di vite, o trafugandolo nel finger di fargli soUn- 
esequie, come altri narra. 

S7 I>i Meden ancor essa tradita da Giasone* Vedi 
poUonio Rodio, e Valerio Fiacco uell'Argonautica; 
>vidio neir Epistole dell' Eroine. 

38 Le femmine per se e non per altri, come quelli 
Ila schiera precedente. 

39 Che iritiene tra sue le zanne, tra i suoi tormenti. 
AsMannare 6 azzannare , afferrar colle zanne» E' 
i osato figuratamente — ^^ F. 

40 A 11* arco, che posa sull' argine terzo che divide 
seconda dalla Icraa bolgia. 

41 Sta gemendo, mugolando e spargendo voci dolo- 
•eccome le donne prese dalle doglie del parto. 

$i nicchia, si sta, come pesce in nicchio^ nell'ai- 
a bolgia, cioè, ènell* altra bolgia.INicchio napà t«*v 
vvoi e suo diminutivo onicolo , nicolo, niclof nic 
uo* Il nicchio è come un unghia sodo. — L. 
4^ Fa fremito, soffiando forte per impazienza e sma- 
la di rabbia. 


248 MLU INFERNO 

£ se medesma con le palme picchia*. I p^ 

Le ripe eran grommate ^' d' una muffa, kp 

Per r alito di giù ^, cbe ti s' appasta^ ||v. 

Che con gli occhia e col naso facea zuffii* joi 

Lo fondo è cupo sì, cbe non ci basta L, 

L' occhio a veder, sanza montare al dono yi 

Dell' arco, ove lo scoglio più sovrasta^, h 

Qaiyi venimmo^ e quindi giù bel fosso IL 

Vidi gente attuffata in uno sterco, |[] 

Che dagli nman privati 4^ parca mossa: 1^ 

E mentre ch'io laggiù con l'occhio ceroO| )l 

Vidi un col^apo sì di merda lordo, 1 1 

Cbe non parca s' era laico^ o cherco* | ( 

Quei mi sgridò: Perchè se' tu sì 'ngordo 
Di riguardar* più me, che gli altri brutti? 
Ed io a lui: Perchè, se ben ricordo 

Già t' ho veduto co' capelli asciutti, 


E se' Alessio Interminei* da Lucca: 

* Picchia da piculare, fare come fii il picooil pi^ 
chio^ che batte ne' legni. — L. 

43 Incrostate a modo che fa la grama nelle bottL 

44 Offendendo col fetore, colla schifezza e vapora 
nocivo all' uno e all' allro sensoi 

45 Alla cima dell'arco che stando a perpendicolo 
sul fosso dà comodo di guardare in giù a piombo. 

46 Nome sostantivo cbe vale cessi , pozzi neri» 
comodi. 11 Daniello piglia quel privati in senso (tt 
plebei , ignobili , persone povere che per Dutrini 
peggio, peggio ancora e più fetente sia quel cbe rea* 
dono. Vnh! 

* Ingordo di riguardar. Così il Tasso: Mma cT 0- 
nor famelica e </igfiii/ia.Appresso Omero é K uéòìki^ 
famelico di gloria* — L. 

* Alessio Interminei , cioè Interminelli » eh* io 
credo la stessa famiglia della quale fu Gastraccio.«-»L. 


CANTO XVIII. 249 

Però t' adocchio più^ clie gli altri tutti. 

Ed egli a llor, battendosi la zucca ^7: 
Quaggiù m'hanno sommerso le lusinghe^ 
Ood IO non ebbi mai la lingua stucca ^^. 

Appresso ciò lo duca: Fa' che pinghe ^9, 
Affi disse, M viso un poco più ayante^ 
Si che la faccia ben con gli occhi attinghe* 

Di quella sozza scapigliata fante^ 
Che là sì graffia con V unghie merdose, 
Ed or s'accoscia^ ed ora è in piedi stante. 

Faida ^® è la puttana, che rispose 
Al drudo suo^ quando disse: Ho io grazie 
Grandi appo te? anzi mara?igliose: 

B quinci sien le nostre viste sazie ^'. ■ 

47 Capo. 

Zucca per la similitudine cbe ba il nostro capo con 
piesto fratto^ siccome si dice testa per la somigliane 
Ka che ha il cranio con certi yasi di terra che latina^ 
mente si dicono testae* — L. 

A8 Sazia. 

49 Spolpa on poco più ayanti il yiso. 

* Con gli occhi attinghe* L' iscrizione del Giardt- 
■o di Pisa: oculia tangiie et manibus uidéte» — L. 

50 Non la fiimoaa Taida di Corinto, di cai Aulo 
(sellio: né si dee leggere Dalida V amica, anzi 1* ini- 
mica di Sansone. Bla ella è la Taide Terenziana ama* 
ta da Tra8one,ehe ayeudole mandata in dono una gio- 
rinetta schìaya per Gnatone suo seryo, interrogò L' i- 
itflsso aeryo magnas vero gratias agere Thais mihi? 
Al cbe il seryo rispose ingente» di commissione di 
lei, totta moine e lusinghe per 1' amore che portaya 
il denaro, non all' amante. 

5i £ di questa bolgia si schifosa ayerne veduto 6n 
qui basta, anzi n* avanza : saviamente però tra* 
iporta il P. d* Aquino sed satis hatc, ultra vtrset 
nee eanthmrus orbem- yedine la nota con cui V H* 
loatra. 


250 

CANTO XIX. 




àBGOMENTO 

f^engono i Poeti alia terza bolgia; ove spna pu^ 
i Simoniaci; la pena dei quali è T eaeer fitti ci» 
la testa in già in eerti Jori, né altro %>i appar di^ 
fuori che te gamhe^ le cui piante eomo accese di 
fiamn^e ardenti. Poi al fondo della bolgia trave 
Dante Papa Nicolò III. e di lui e di altri jKMiCt- 
fici biasima le catti%fè opere; benché altri scriva' 
no, che Piccola 211 di casa Orsini fosse un degno 
pontefice» In fine, per. la stessa via onde era di' £ 
sceso , è portato dq Virgilio dalla terza bolffM ^ 
sopra V arco che rispomte al mezzo della beijp* 
quarta* 


o 


Simon mago, o miseri segnaci ', 
Che le cose di Dio Velie di bontade 
Debbono essere spose, e voi rapaci 
Per oro e per argento adulterate; 
Or convien ohe per voi suoni la tromba^ 
Perocché nella terza bolgia state. 

1 Seguaci di lui^ simoniaci^ 

a Le cose sacre, che debbono esser premio di Ucn 
dottrina e santi costumi^ voi le profanate e corrott* 
pete, vendendole e comprandole per oro ed argentai 
che vuol dire con iniqua e sagri lega nsorpazione e rsr 
JMicit^. Simon Mago offerì a S. Pietro, A<*.t. 8, denari 
percombrare la potestà di conferire la grasia dells 
Spirito Santo» e perciò dall'Apostolo fu maledettole 
quindi il patteggiare e contrattare che si fa delle con 
sacre a prezzo temporale^ chiamasi yizio di simoois* 


H 


ID 


CANTO XIX. 251 

Vftmo alla segnénte tomba ' 
tati, dello scoglio in quella parte> 
ppunto sovr'a mezzo '1 fosso piomba* 
na Sapienza^ qaant' è V arte, 
nostri incìelOfin terra e nel mal mondo, 
unto giusto* taa virtù comparte! 
per le coste \ e per lo fondo, 
I la pietra livida di fori ^ 

I largo tutti % e ciascuno era tondo, 
parean meno ampi, né maggióri 
[uei^cbe son nel mio bel san Giovanni 
per luogo di battezzatori*. 

3g]i quali, ancor non è m>>lt' anni, 
»' io per un, che dentro v' annegava ^, 

terzfi bolgia; tomba^ perchè è una fossa. 
in, cioè giustamente, — > F. 
le ripe delia bolgia. 

sucbi tutti tonai di un'istessa figura e lar- 
e tali, quali, né più grandine piii piccoli 
S. QioTanni di Firenze. Dice ii Daniello, che 
irco di Venezia vi era un Battisterio siikiile a 
che anticamente era in Firenze. 
tn largo tutti, cioè d' una stessa larghezza, 
> d* uno stèsso diametro. — F. 
tezzatori dee qui pronunziarsi battezzatórii 
irgo, come bene osservò il Diooisi^e vale /uo- 
hattezzare,qutin Ifattezzatoi, non i Ministri 
ezzano. Fa eomoarazione, dice 1' antico Com> 
*rt, delia grandezza di questi /bri con quelli 
y in certi Battezzatórii nella Chiesa di S» 

II di Firenze , che sono di tale ampiezza, 
garzone u' entra* ^- F. 

liberare dal pericolo di annegarvi dentro on 
D^che trastullandosi cogli altri vi era caduto: e 
mia pubblica testimonianza mi vaglia come 
Qtìco sigillo^ a cui si dia fede, e tragga di er- 


h 

ìi* 
u 


II 




252 DELL' INFERNO 

E questo fia 8Qggel,ch' ogni àomo sganm. 

Faor della bocca a ciascan sovercfaiaTa i 
D* nn peccator li piedi, e delle gambe 
In fino al grosso *,e l'altro dentro stata. 

Le piante erano a tatti accese intrambe *; 
Per cbe si forte gniszaTan le giante 9, 
Che spezzate averian ritòrte e strambe '®. 

Qual suole il fiammeggiar delle cose note 
Muoversi pur sa per l'estrema bnccia " \k 
Tal era li da' calcagni alle ponte '*. 

Chi è colui, maestro, cbe si croccia, 

Guizzando pia che gli altri suoi consorti*', 
Diss' io, e cui più rossa fiamma succia'^? |^ 

Ed egli a me: Se ta vuoi, eh' io ti porti 
Laggiù per qoella ripa, che più giace '*, 


« 


rore chiunqae avesse stimato arerloio rotto per ei 
pietà^ yiolando le cose sacre^ o per altro inal?apo §• 
ne, coQie ne sono stato accagionato. 

7 Avnniavan faorì della bocca d'ogni sepolcro i pii' 
di d' un peccatore , e le gambe sino a doye comincia* 
no a ingrossare, cioè sino alle polpe , o al ginoccluo; f 
e l'altra parte del corpo più piena restava dentro. 

* ^l grosso, al polpaccio. — L. 

8 Ambedue le piante. 

9 Giunture. 

10 Ritorta, legame fatto di ramicciaoli, o TeniicM 
attorcigliate da legare fastella: stramba , corda fatti 
non per via di torcere, ma d' intrecciare. 

11 In pelle, in pelle* 
Pur su per l* estrema buccia, intendi: solCatUo» 

per la parie super ficiale^ — F. 

la Alle punte nelle dita. 

i3 Posti a una medesima sorta di pena. 

i4 Dissecca e asciuga 1' umore. 

i5 Che è più profonda, o cbe per esser men ripidi 
permette pio ageyole la scesa. 


CAWW XIX. 255 

Da luì saprai di se, € de' suoi torti '^» 
d io: Tanto di'' è beJ quanto a te piace.* 
Ta se' signore, e sai cb' io non mi paltò 
D^l tao volere^ e sai quel, che si tace <7. 
Ilor Tenimmo in su J' argine quarto: 
Vo^gernmò^e discendemmo a mano stanca*' 
Laggiù nel fondo foruccbinto ed arto '^. 
'I buon maestro ancor dalla sua anca ^o 
Non mi dipose, sin mi giunse al rotto *■ 


i6 De' «noi vizi che gli hau tolto la rettitudiae; o 
aoi iogiusti lameuti^ parendogli che i tormenti io 
axino a torto. 

Poni qai vale reati, peccati ^ come nella Ballata 
Iella yiia Nuoua, v. 9. Lo tuo fallir d* agni ior* 
tortoso, cioè reo d* of^ni peccalo, — F, 
yj C coiiOAci ogni mio desiderio ancor quando con 
tele tion te lo manifesto, e te lo taccio. 
iS Mano sinistraé II 8alvim carte 63 nella seconda 
Storia de' aaoi discorsi dice: non esser uóce tosco' 
in questo significato; ma di alcun altro iinguag- 
• idr Italia : ed 10 credo che iiou sia di veruno in 
uificato proprio ài sinistre. Qui però la mano stan- 
▼xeue ad esser sinistra per accidente, perohé fin a 
bU' ora erano sempre andati a quellsi mano. 
La sinistra è dettn stanca, perchè opera meno della 
rtra^ come da chi è stanco rispetto a chi è ripo- 
o. — -L. 

19 Pieno di buchi e stretto , cagionandosi qui la 
«ttètza del pendio delle ripe che si st e u de vano^ la- 
ido capezzale verso il fondo. 

10 Li' osso che é tra '1 fianco e la coscia, sopra cui 
portava. 

11 Sin che mi fé' giungere a quella rottura, a quel 
o. 

Ponte T. I. 22 


^'1 


254 DELL' INFERNO 

Di quei, che si piangerà con la sanca ": 

O qaai che se', cne 4 di sa tien di sotto *', 
Anima trista, come pai commessa *4, 
Comincia' io a dir^ se pnoi, ia' motto **. Ip 

Io stava, come '1 frate^ che confessa Ij^ 

Lo perfido assassin, che^ poi eh' è fitto *S jlii 
Richiama lai, per che la morte cessa *t. I i 

Ed ei gridò: Se' ta già costi ritto ^^ , I [i 

ai Dì colui che dava segni di estremo dolore col Ir 
guizzamento delle gambe. I K* 

Zanca, che si dice anche cianca, mi sembra Tocft I L 
del greco barbaro rvoLy^n» •— L. L 

Pianger con la cianca è tal frase che muoTe fi' 1 f 
so; e se i Commentatori invece di sottiliziuir metafi- 1 . 
sicando, ayessero adoprato on poco di critica, si n* 1 ' 
rebbono accorti che la lezione piangeifa è erronea, • 
che dee leggersi pinset^a ( ossia spinget/a, yale adira 
scalciava ) a ciò indotti e autorizzati non tanto àà 
contesto, quanto da altra consimile espressione che il 
poeta usa venticinque ternari più sotto, dicendo chi 
questo istesso dannato Forte spingaua con aaòoli 
piote» — F. 

i»3 La parte , che secondo la positura naturale iiA 
corpo è la parte superiore: col capo all' Ingiù e i pi^ 
di air insù. 

a4 Ficcata giù^ come un palo che si ficca in tern 
dalla parte più grossa. 

Congiunta col terreno e colla pietra come sta » 
palo. •— L. 

25 Dammi udienza. 

a6 Secondo 1* antico costume di sotterrare gli ii* 
sassini vivi col capo ali* ingiù , che Io dicevano prò' 
paginare. 

27 Fingendo di yolersi accusare di qualche pec- 
cato , per cosi frapporre qualche indugio al suo mo- 
rire. 

a8 Maliziosa inyenzione di dir male di chi ancora 
secondo loji viveva , e però non poteva troytr Bel- 


li 


CANTO XIX. 255 

Se* tu già costì ritto, Bonifazio? 
Di parecchi anni mi menti lo scritto *9. 
e' tu sì tosto di qneir aver sazio, 
Per lo qnal non temesti torre a inganno '^ 
La bella donna , e dipoi farne strazio? 
'al mi fec' io, qaali color, che stanno 
Per non intender ciò, eh' è lor risposjk). 
Quasi scornati, e risponder non sanno. 
Ilor Virgilio disse: Digli tosto, 
Non son colui, non son colui, che credi. 
Ed io risposi, com'' a me fu imposto, 
er che lo spirto tutti storse i piedi: 
Poi sospirando, con voce di pianto 
Mi disse: Dunque che a me richiedi? 
» di saper eh' io sia ti cai '' cotanto, 
Che tu abbi per ciò la ripa scorsa ^ ; 
Sappi, eh' io fui vestito del gran manto '*: 

Inferno Bonifazio VII Indetto prima Benedetto d'A- 
tgni, uomo di grand' animo e di gran mente , ma 
ira tacciato , come ambizioso di signoreggiare , e 
aver usato per questo fine atti non del tutto buoni 
IcMCLevoli ; bencbè non mancano scrittori^ che^ ciò 
fgano e lo giustificano. Tu cbe stai costì in piedi^ 
i to Bonifazio? 

39 O la scritta profezia ^ cbe lessi intorno alla tua 
orte , o la cabala fattavi sopra che ti dava molto 
ò anni. 

3o Per via di frodi sposarti alla suprema dignità 
ila chiesa. 
3i Ti preme. 

* Cioè.* che per questo appunto tu abbia scorsa la 
pa» — F. 

3a Niccolò 111 della famiglia Orsini di Roma , di 
i benché Dante conforme il suo stile ne 'parli con 
>ca riputazione , gli scrittori più autorevoli ne Io- 
nio la capacità , V integriti e la religione;» 


256 DELL'INFERNO 

E veramente fui figliaol dell' orsa, 
Cap'ido sì, per avanzi) r gli orsatti. 
Che sa 1' uvere, h []ui me miai in bonn ", 

Di solt' al capo mio son gli altri traiti **, 
Che precedetler me simonei^giiindo. 
Per la fessuru dell™ pietra piatti. 

Laggiù cascherò io altresì, quando 

Verrà colai, cV io credea che tn (osai, 
Allorch'io feci il suhito dimando. 

Ma pii è 'l tempo p^xh, che L pie mi coni, 
E eh' io son sluto cosi sottosopra, 
Ch' ei non stari piantato co' pie rossì "; 

Che dopo lui verrà di più laid'opra 

Di ver ponente un paslor senza legge **, 
Taì che cnnvien, che ttii e me ricnopva *'• 

Nnovo GiusoD^^ sarà, di coi si legge 

31 Su uri mondo la ricchezze, e qui me llasro. 

34 ' mici pre'IvcfSSiiFi nelln iligniii obe fiiroaaSi- 
Dioiiinci, sono ttnti tirnti giù per il fiirama dalia pit- 
trs, D ilauiio aotlo appianati enaicoiti, oluBgbi adi- 
•Ifsi .apiega il ValluUIIo. 

35 Di quol clic vi lia per slare Bonif-iiiaGai piedi 
infocati capovolto. 

36 DaliordvBiiE cilU occidentale, dov'ermarcivcico- 
vo quando fu eletto pastore uni vernile drlla cbicM 
dai cardinali roilunati m cenclave n Penioìg. 

37 Con lo star egli turando la bocc' del aepalcnK 

■retlerate me azioni ,siipcraudo di Biiai , e- ne ,t 
Bonif.7.io ; intende di Clemente V nativo di Guasco- 
goa aiiunto al poiitiGcalo ptr maBeigi del ordinai 
di Pmto, e col favore di Filippa il Bello re di t'raa- 
eia , per gì' invili detonale ,e per 1' «fletto alla m' 
naiione FerrnA la sedia apostolica in Avigaotie , dove 
rimase Ber 74 anni. 
SSUuiooe fi atollo di Onia sommo aicerdote uamo 


CANTO XIX. 257 

Ne' Maccabei ^9; e come a quel fa molle 
Suo re, così fìa a lai cbi Francia regge '9. 

[o non so s' io mi fai qui troppo folle ^^, 
Ch' io pur risposi lai, per questo metro; 
Deb or mi di' quanto tesoro volle 

Nostro Signore in prima da san Pietro, 
Cbe ponesse le chiavi in sua balia? 
Certo non cbiese, se non: Viemmi dietro. 

Né Pier, né gli altri tolsero a Mattia 
Oro, od argento, quando fu sortito * 
Nel luogo, cbe perde r anima ria ^'. . 

Però ti sta' 4», cbé tu se' ben punito, 
E guarda ben la mal tolta moneta 4'^ 
Cb' esser ti fece centra Carlo ardito 44; 

ambiziosissimo patteggiò con Antioco re di Siria cbe 
teneva allora Gerusalemme, e ne ottenne per grossa 
somma di denari il sacerdozio del fratello , e venato 
m fine delle sue empie brame sagrificò nel Tempio 
Don con le cerimonie mosaiche e secondo la legge, ma 
seguendo il rito sagrilego de' gentili , di cbe fu poi 
castisatOj lib. t Maccab. cap. 4> 

39 £ come 8 Giasone fu pieghevole e aderente il suo 
re Antioco , così sarà a questo Clemente Filippo re 
di Francia. 

40 Ardito nel far la riprensione s un papa* 
* Sortilo cioè surrogato» — F. 

41 Giada. 

4s Però ben ti sta. 

Ti*ta\ cioè ti stai. Peto staitene, che tu sei giu^ 
starnante ouniio. — F. 

43 Ironia amara con insulto e irrisione. 

44 Niccolò 111 sdegnato contro Carlo I re di Si- 
cilia , perchè fatta richiedere una di lui figliuola per 
isposa .d' un suo nipote , ne ricevè colla negativa 
una risposta di mollo dispregio , lo restrinse a ri- 


258 DELL' »PER!fO 

E «e non lasse, eh' ancor la ni Tiett 

La re¥creiiBÌa delle somoM CliiaTÌ, 

Cheto tenesti nella TÌta lieta. 
Io oserei parole ancor pi& grari; 

Che la vostra ararizia il mondo attrista ^, 

Calcando ì buoni, e sollcTando i pruTi. 
' Di Toi pastor s' accome 'I Vangelista ^^, 

Quando colei, che siede sovra V acqae^^ 

Pottane^giar co' regi a lui lìi vista; 

nanziure ali* dilaniti di Senaior di Roma ed ni vica- 
riato di Toscana ; ed inoltre accomenti alla ribellia- 
ne che ai macchinava contro dà lai , della Sieiiia ,* la 
quale poi scoppiò nel ia8i, circa nn anno e mt-siodo- 
po la morte di questo pontefice^ col famoso vef prò si- 
ciliano. 

45 Fa piangere e lamentarsi il mondo di tiser te- 
nato però in miseria: oppure, ed è miglior aenso, fs 
intristire e riempire di cattiviti il mondo , perden- 
dosi di animo i buoni , e facendo ogiiaoo a gara a cU 
è più malTai^io , vedendo che 1' estter tale più fratti 
che 1' esser buono. 

46 S* Oio. evangelista riconobbe esser una figuri 
di voi altri pontefici simoniaci , quando vide al cap. 
17 della sua Apoc. la gran meretrice di Babilouii. 
Dant« eoi piamente intende qui nelT infame donna li 
dignità pontificia .come residente in Roma, e per 
meglio dire gli stessi pontefici sinioni«ci , come resi- 
denti in Roma loro sede , non già la sant» Chiesi 
cattolica , come facendolo più sucrilego , spiegano i 
poco cauti Comentatori. Vedi su questo passo il so- 
praccitato libretto del Bellarmino, cap. i5. 

47 Ha impero sopra molte nazioni , intendendoli 
spesso nella Scrittura per acque i popoli: in quel luo- 
go ancora dell' Apoc. il sedit super aquns si prende 
in questo senso , ma con allusione 3 IT antica Babilo- 
nia di Caldea situata presso la couflufcnxa del Tigri t 
deir Rnfrote. 


CANTO XIX. 259 

Quella, cbe con le sette teste nacque ^*, 
£ dnlfe dieoe corna ebbe argomento, 
Fin che YÙrtode ai sno marito piacqne. 

48 Qui DaBte imbroglili il sacro' tatto, donm ke set- 
e iesle unitemente cou le dicci coraii, aon ai dice 
Terle la meKtrice, ma la bestia, su cui elln sederà, 
I qual bestia è simbolo d' Anticristo con sette teste 
orouate, perchè collegato con sette re , eoo dieci 
orna per i dieci redini da lai soggiogati, benché sog- 
iatige poi r Evaugelista, che le sette teste sono sitte 
lonti, e COI! ciò ri man chiaramente simboleggi«ta 
ooaa, polendo T i stesso corpo servir di simbolo a 
ili cose. Ritornando al testo del Poeta, Quella che 
im, dico cbe Dante yorrè forse dire: la qual dignità 
ootìficia nacque coi sette saccamenti, di cui è pri* 
la dlspHisatrice, o coi sette doni dello Spirito 5an- 
ì^ o colle sette virtù, tre teologali e quattro car- 
iuali , ed ebbe arjgofnento di We ed autorità dai 
ieci comandamenti della legge data a Al osé , finché 
I perfetta osservanza di quelli e la probità de'co- 
ivini piacque a quei primi pontefici che V ebbero 
1 aposa : quasi voglia inferire: ora cbe si ved« per 
tppocaggine , avarizia e ambizione de' mariti tre* 
Uktm coi re, non ha piìi né dalle sette teste, né d«I- 
I dieci corna decoio e f rtezza, ma vituperio e smac- 
>• poesia. par<e essere stata la mente di Dante, il qua* 
t DOM può scasarsi dalla taccia di temerario, di scan* 
aloao « di peggio; mentre a bella posta variò il sacro 
?ato, affinché s' intendesse più facilmente dì Roma 
ittolioa, conforme l' intendono gli eretici, che stai- 
hwieote si abusMie di tal testo contro di lei. S. Ago-^ 
;iiio« Reda, Knberlo 1* intendono della città' del dia- 
alo opposta alla città di Dio, cioè di tutta la molti- 
idine degli ««mpi, cfa« si contrappooe alla città di 
>io, cioè a tutta la moltitudine de' giusti: la piena 
»' sacri Espositori l' intende e di Roma antica gen- 
ie persecotrice de* cristiani, e bagnata del sangue 
i tanti martiri, odi Roma divenuta an' altra volta 
untile, setto la tirannia d' Anticristo, fuggeodoua 


260 DELL' INFERNO 

però il pontefice Romano coi buoni cattolici^ dierì- 
marrunno costanti in queli' ultima pi& orribile po^ 
aecuiione. 

Uno de' più otcnri ed intralciati passi del sacro 
poema è stato finora creduto il presente. £ i commen- 
tatori intricandosi e perdendosi nel labirinto, nw 
seppero mai leyarne le gambe: si che inyece di miti- 
gare l'ardita espressione di Dante, non fecero cbesf* 
eravarla sempre più, e alla fine travisarla in modo di 
tarla apparire temeraria , aeandalosa e pegf^io» U 
Costa si studiò di trovare una nuova interpretaiioaa, 
e togliere di dosso a Dante la taccia appostagli: na 
per dir sinceramente, 1' interpretazione dei Costa , 
non regge per verun lato, ed è in sostanza più inge- 
gnosa che vera. Vediamo dunque se potessimo sen- 
za tanti lambicchi e sottigliezze trarre un senso pii- 
no e naturale, ardito si ma non empio^ da questi àm 
teriiarii reputati cotanto intricati e blasfematoriL* Di 
voi, o papi simoniaci j inteie parlare il ymn^el'tU 
Giovanni , quando colei che siede padrona sulle a* 
eque fu dalai vista J or nicare co' Beffi f colete 
nacque con le sette teste, ed ebbe argomento dalli 
dieci corna fino a che al suo marito piacque la uif 
tu. Qui ( non v* è principio di dubbio ) Dante per 
colorire il suo misterioso concetto prende l' ideatk 
frasi dall' Apocalisse di S. Giovanni, cap. xvii. Ao^ 
non solo V iaea e le frasi, ma prende gli stessi stcì- 
sissiroi vocaboli, — meretrix magna, quae sedet tt 
per aquas — cum qua fornicati sunt reges terratf^ 
et vidi mulierem sedentem super bestiam habenttm 
capita septem et cornua decem* £ perchè frattutls 
l'allegoria di Dante non dovrà esserconforme aqvel* 
la dell' Apocalisse? Ma innanzi di procedere nella ia- 
teipretazione del concetto di Dante, io dirò cbeqoeiti 
prende la femmina e la bestia, sulla quale era assilli 
per una cosa medesima, non perchè egli imbrogli coi 
ciò il s;icro testo, come dice il Venturi, ma perchè S* 
Giovanni (èBossuet che cosi parla nella sua 5f»i^ 
gazione dell* Apocalisse) spiega chiaramente che U 
bestia e la donna non sono in sostanza che la steste 






CANTO XIX. 264 

cojtf. Ora dunque chi sarA quella femmina besliale» 



nacque 
iti di cui è dispensutrice, ed ebbe «rgom* nto di 
lide e di autorità dai dieci comandamenti T faUisaima 
ilterpretazioiie comune ); ma Roina considerata nel 
Mio appetto di potenza secolare; ma i Pontefici consi* 
Anrati come nomini , e non come Vicarii di Cristo. 
DtBte infilti in tutti i suoi scritti distinfne sempre 
lèi Pontefice l'uomo fallibile ch'egli è in nalura dalla 
tl^irà rispettabile eh' ei rappresenta. Ed in queffto 
MMtro femminile, che domina sopra le acque ,<^ioè so- 
tm. irioHe regioni e proyincìe, è cosi chiaro stmboleg^ 
iatn Roma, la quale fu edificala sui sette colti, e dai 
.tfct Bìtoì reamif numero determinato per Tindetermi- 
tito ) ebbe argomento di fama, d' autoriti, di polen- 
M 9 finebè chi reggeTane il freno segui la virtà, che 
iato chinro non potrebbe essere stato ogni altro di- 
tormOp differente da quello tenuto qui dal poeta. Di- 
!^ Dante che il mostro femminile siede sovra le acque: 
ém è ciò ? Udiamolo da S. GioTanhi: nella fronte 
ti ^tta era il nome seri ito: Mister io: la gran Babi» 
biyitf ( r. 5. ), la quale è la città grande , che regna 
fopra i Re (fella terra ( v. i8 ), imperocché le acque 
invc risiede sano i popoli, le genti e le lins;ue{y»l5)» 
Dice Dante che quel mostro nacque con le sette te- 
ite.- e che «ouo le teste? Le sette teste sono i sette 
monti sopra dei quali siede la donna ( ▼' 9 )• I^ìce 
Dante che quel mostro medesimo ebbe argomento 
ielle dieci corna: e che raffigurano le corna? Le dieci 
eorna son dieci re ( y. ia),7 quali porranno la loro 
potestà e ie loro forze in mano della bestia (y. i3}, 
tonò. Tale a dire, i dominii, le provincie di tei. Co' 
BAe adunque poteron mai i Commeutatori sospettare 
ébe il mostro femminile fosse figura della Cattolica 
Chiesa o della Dignità Pontificia ? Donde poteron 
diai dedurre, che t sette Sacramenti e t dieci Coman- 
damenjti volesse il poeta fi||[urare nelle sette teste , e 
nelle dieci corna, simboleggiando cose santissime nel- 


262 DELL' INFERNO 

Fatto v' avete Dio d' oro e d' argento; 
E che altro è da voi agi' idolatre *!■, 


Nel ma 


de' Pontefici di 1 


iaé fu edifìci 
mnllìplicitè de' rrgni e de' popoli 
obbedicaia ed ossequio, ebbe e e 

-o di r«i 


intD figi>r.Lo 
: U qual Bomi 
ecolli.e t«q< 

qu«li 


esegui . 


segui 
progi 


di potenza Gacbé co* 

che rcgeevaneil freno ( vale a dite il Papa] Tolle 

...:. ■_ yjrtù. E dice che Roma ebbe nutoritil , fima 

za solameate per tulio quel tempo che al 

di Iti fu la Tirtii in piacimeuto, easeudochè in 

0, piaciulo a quello più delta virtù 1' argenlo 

, ;lla ( couaiderata per te ilessa , e indipeodeD- 

Umetite dalla Santa cattolìc* Religione di Criito) 
decadde nell'opinione, e venne meno per conieguemt 
quella sua antica possanza, autoritade e fama. 11 Ven- 
turi La poco iniianii ( Cant, xi .^n. 4 ) avvertilo , co- 
me il Bellarmino dimostra che ne' passi i più arditi 
di Dante , Petrarca e Boccaccio si paila non della 
dottrina, dell' autoriU e del primato de' Sommi 
Pontelici, ma del depravato costarne che In alcani 
fra easi riiioii trovavasi in que' tempi più lacrimi- 
voli. Crcomeil Venturi a' é egli qui dimeutici» 
di eia , e come mai gli é fuggito eli vista che piii 
qui, quattri) soli veni più lopra, asserisce Dautt 

VI? In concludi oue io credo che non più poi ravvi etir- 
re alcun Letlore discreta , il quale ai rìlìuti dal coi> 
de' Pbnle- 


fici di Ko< 


(bollii 


ufan 


l'ossequiopreststoleda laute genti,c non ijii della DI- 
gnitl PontiBcia.D della Chiesa Cattolica, la quale, co- 
m' é pure insegnalo da' Catechisti, non è Doma, mi i 
la riunione e la comuuioue di tutti i fedeli. ■- F. 
49 Che altra differenaa v' i ? 


CANTO XIX. 263 

Se non ch'egli uno ^**, e voi n* orate cento*'? 

Ahi, Gostantin **, di quanto mal fu matre, 
Non la tua conversione ma quella dote, 
Che da te prese il primo ricco patre! 

E mentre io gli cantava cotai note, 
O ira, o cosc'ienzia, che ''i mordesse. 
Forte spìugava con amho le piote **. 

Io credo ben, eh' a] mio duca piacesse, 
Con SI contenta labbia * sempre attese 
Lo suon delle parole vere espresse. 

Però con ambo le braccia mi prese, 

Idolatre, èi^cìko^alpri^ . — . L. 

50 Non che V idolatra adorasse un solo, ma perchè 
ogni popolo riconosceva qualche suo nume con culto 
speciale. 

5 1 Cioè moltissimi, e tanti quanti sono i tesori, ai 
quali aspirate. Daniello legge onratCm 

Orate è detto per aurate cioè indorate, perchè gì' 
Idolatri indorano un sol simulacro , ciascuno pel suo 
colto, laddove i Simoniaci fanno loro numi quanto 
occasioni si offrono ad essi di prendere oro ed argen* 
to: altrimenti non v' è senso, né verità. — L. 

Uno e cento io li credo qui numeri di proporzione 
fra di loro^come se ilpoeta dicesse.'cAè per quanti ido- 
li sì adorino gì' Idolatri, voi ne adorate cento voi" 
te di pia* ^— Onrate invece di orate ( o aurate come 
Tuole il Lami ) leggono varj altri testi. — F. 

5a Costantino Magno, che secondo gravi autori fa 
battezzato da S. Silvestro, e trasportando la sede im- 
periale a Costantinopoli , fé' dono del palazzo in La- 
terano e di molti altri beni temporali ai poutefici ro- 
mani. Ancor au quésta vaga sì, ma insolente apostro- 
fé, vedi il prefato controversista. 

53 Tirava calci all' aria e guizzava con ambe le 
piante. 

* Labbia, cioè faccia, come ho notato altre vol- 
te. — F. 


/ 


264 DELL'INFERNO 

E pòi che ttitto ta mi s' ebbe al petto, 

Rimontò per la tìm, code discese: 

Né si stancò d' aYermi a se ristretto, 
Sin * mi portò soyra ''l colmo dell' arco, 
Cbe dal quarto al quinto Mrgine è trageUo. 

Qoi vi soavemente pose il carco 

Sosto per lo scoglio sconcio ed erto ^^, 
Cbe sarebbe alle capre doro \arco: 

ludi un altro vallon mi fu scoverto. 


* Sin, accordamento di sinché. — P. 

54 Caro a Virgilio per l'amore che a?e?a a Daati. 


265 

CANTO XK. 


JàGOMENTO 


I questo Canto tratta il disino Poeta deità pena 
di coloro, che presero , t^i fendo, presunzione di 
predire le cose at^t^enire; la qual pena è t auere il 
viso e la gola inulti al contrario sopra le reni f ed 
in questa guisa ^ perchè è tolto loro il poter feeder e 
innanzi, camminano ali* indietro* Tra questi 
iroua Manto Tehana, da cui narra avere attuto 
origine la celebre città di Mantova» E sono que» 
sii così fatti indopini posti nella quartst Bolgia» 

Jì naova pena mi convien far Tersi, 
E dar materia al ventesimo canto 
Della prima canson*, cb* è de' sommersi ' • 
> era già disposto tatto quanto 
A riguardar nello scoverto fondo^ 
Che si bagnava d' angoscioso pianto : 
vidi gente per lo valion tondo 
Venir tacendo, e lagrimando al passo % 
Che fan le letanie in questo mondo. 
>me '1 viso* mi scese in lor pi& basso ^ 
Mirabilmente apparve esser travolto ' 

' Della prima Canzone, cioè della prima Canti» 

. ^ F. 

I Che tratta della gente sommersa nell' Inferno. 

I A (|iiei passo lento e posato che fanno le nostre 

xseasioni, in coi si cantano le Litanie* 

^ li tf i so , cioè la vistai la veduta. Vedine piò 

impi nelle Illustrazioni alle Poesie Liriche, p. 

.JLXUIl.^ — F. 

I Col tìso stravolto dietro alle reni , sicché il 
nto non stava sopra il torace o la cussa del jpetto. 
Dante T. T. 23 


266 DELL'INFERRO 

GìaBciin tra'l mento e 1 priocipio del casso: || 
Che dalle reni era tornate '1 volto, 

Ed indietro venirli convenia. 

Perchè '1 veder dinansi era lor tolto. 
Forse per forza già di parlasia ■- 

Si travolse con àlcdn del tutto; 

Ma io noi vidi, né credo ohe sia*. 
Se Dio ti lasci, Lettor, prender fratto 

Di taa lezione, or pensa per te stesaoi 

Gom' io potea tener lo viso ascia tto. 
Quando la nostra imagine da presso 

Vidi sì torta^ che '1 pianto degli occhi 

Le natiche bagnava per Io fesso \ 
Certo i' piangea, pogeiato ad an de' rocchi ^. 

Del doro scogUo^ si che la mia scorta 

Wi disse: Ancor se' ta degli altri 
Qai vìve la pietà qaand'è ben morta*. 

Chi è pili scellerato di colai. 


* Che sia al mondo, o che nel mondo si trovi»'^» 

* Passando per lo fesso» — F. 

4 A uno di quei sassi rilerati. 
Ad una scheggia arrocchiata, cioè rozza, infiif 

me, del duro scoelio, — F. 

5 Qui, dove giustamente è punito chi ha errato» 
è pietà ilnon aver pietà, de^eneras: seelus est pir 
tas in conjuge Tereo ; Ovid. U P. d' Aqaino P* 
ritrovare maniera da accordare» che la pietà deirW 
ferno viva insiememente , e sia morta ( come mS^ I 
ma chiaramente, dice egli, il Poeta Teologo ) la n* i 
porta morta rispettivamente agli uomini, e viva ii> 
riguardo a Dio, che punisce, come dicon le tcade, 
€itr u condignum : ma non esser questa la menta 
del Poeta qui non Teologo, né venire a proposite 
quél dir delle scuole, credo T intenderà chiapqa* 


CANTO XX. 267 

Ch' al giadiclo di Dìo passioo porta ^7 

Drizza la testa, drizz4, e vedi a cui 

S* aperse, agli occhi de"* Teban^ la terra *^ 
Per che grida^an tutti: Ooverui% 

Anfiarao 7? perchè lasci la guerra? 
E DOD restò di ruinare a valle 
Fino a Minos^ che ciascheduno afferra. 

Mira, eh' ha fatto petto delle spall^ ^: 
Perchè volle veder troppo dai^ante ', 
Dirietro guarda, e fa ritroso* calle. 

Tedi Tiresia '% che mutò sembiante , 


voglia considerare il contesto , che unicamente si 
lerma in disapprovare la compassione. 

0on si dee aver pietà de' dannati: oude ncU' Apo- 
calisse i giasti danno gloria a Dio , quia judicium 
fecit de meretrice magna. Qui è gran teologo Dante, 
che vede in che senso si dee prendere quel detto del 
Salmo: Laetahitur justus quum uiderit vindictam , 
et laverit manus suas in sanguine peccatoris» •— L» 

6 Che ha dispiacere di ciò,''cbe ha decretato Dio^ 
e vuole opporsi al suo giudizio. 

* Intendi; Alza, alza la testa, e rimira colui ai 
quale s* aprì sotto i piedi la terra, veggenti od es' 
sendo spettatori dalle mura i Tetani, per lo che 
«tf. — F. 

* Bui, ruini, precipiti. E* il ruis de' Latini. — F. 

7 Anfiarao uno dei sette Re che assediarono Tebe 
per rimettere sul trono Polinice; e che combattendo 
fu assorbito vìvo da una voragine. 

8 Conforme lo stravolgimento detto di sopra. 

9 Fu egli famoso indovino. 

* Bit roso viene da retrorsum» — L. 

10 Tiresia Tebano, anch' esso indovino^, passando 
per una selva vide due serpi insieme avviticchiati, 
e neir atto di batterli con la verga si trasformò di 


268 DELL'INFERNO 

Qoaado dì maschio femmina divenne, 
Cambiandosi le membri tutte quante: 

£ prima, poi ribatter gii convenne 
Li dno serpenti avvolti con la verga, 
Che riavesse le maschili penne*. 

Aronte è qnei, ch'ai ventre gli s'atterga". 
Che ne' monti di Limi, dove ronca ** 
Lo Carrarese, che di sotto alberga, 

«omo in dono» ; ma do^io sett' anni di bel nuoto 
rilroratili e percossili^ ritornò all'esdtre d'uomo. 
Fi licemente il P. d' Aquino tradusse queste due ter- 
sine nei tre seguenti versi; Tiresias gradilur gemi* 
ni discrimina sexus pereussis virga colubri» qui 
nouitg at ille vertice mute torto nec »ir nce fof 
mina, monsirum tst» 

* Intendi: E poi gii conpenne ripercuotere con U 
verga i due serpenti tnfolti , prima eh* et riavesH 
le maschili penne t cioè a dire la barba. <— - F. 

Il Che il ventre se gli atterga; coti in molte cdi- 
«iooi; e così vuole che si lef fra il Landino e il Da- 
niello; e significa, a cui il ventre, che deve essere li 
parte davanti, per Io stravolgimento del capo app»- 
ritfce quella di dietro*, che al uentre gli s' atterga, 
cosi leggono gli Accademici della Crusca^ Francesco 
Buti, il Vellntello, e vuol dire: Aronte vien segai- 
taiido Ti resili , ma opponendo le sue reni e la sai 
faccia al ventre di lui , andando ambedue all' indie- 
tro col capo travolto. Aronte indovino celebre della 
Toscana abitò ne' monti di Luui sopra Carrara. La- 
i^i era città situata a lato della foce della Magra , 
da cui ancora il paese d'intorno ritieue il nome di 
Lunigiana. 

La prima lezione è erronea. Leggasi pure al ven- 
tre, — F. 

i^ Dove coltiva la terra; propriamente è nettare i 
campi dall'erbe inutili e nocive, ma si pone la spe- 
cie per il genere. 


lEl 


\\ 


CANTO XX. 269 

£bbe tra bianchi marmi la spelonca 

Per sna dimora; onde a guardar le stelle 
E''] mar non gli era la veduta tronca '^. 

E quella, che ricopre le mammelle, 

Che tu non vedi, con le treccie sciolte '^, 
Ed h» di là ogni pi Iosa pelle '^, 

Manto '^ fu, che cercò per terre molte: 
Poscia si pose laddove nacqu' io; 
Onde un poco mi piace, che m* a scolte. 

Poscia che '1 padre suo di vita uscio, 
E venne. serva la città di Baco '7, 
Questa gran tempo per lo mondo gio. 

Saso in Italia bella giace un laco 

Appiè dell'Alpi, che serrnn Lamagna'^, 
Sovra Tiralli*, ed ha nome Benaco '«. 


i3 Impedita, stante 1* altezza del sito della spelon- 
ca: paiono parole di beffa. 

i\ Per il detto stravolgimeDto di capo , le treccie 
le si dovevano stendere davanti al petto; il quale per- 
^ò easeodo coperto non poteva vedersi da Dante. 

i5 Così porta il rovescio di queste Ggure, 

i6 Figliaola di Tiresia Tebano, che dopo la morte 
^el padre fuggendo la tirannia di Creonte, abbando- 
nò la patria, e vagando per molti paesi giunse finiti- 
mente, e si fermò in Italia, dove del fiume Tiberino 
concepì Ocno, che fondò poi la città di Mantova^cosi 
chiamandola dal nome di sua madre* 

17 Tebe, dove nacque Bacco. 
' 18 Dividendola dali' Italia sopra '1 Tirolo ^ contea 
d' Alemagna. 

* Tiralli dicevasi anticamente ( e trovasi pur nel 
Villani ) il borgo chiamato T'iro/o, capo della Contea 
cosi da esso denominata. Sopra qui vale appresso, ui~ 
cine» — F. 

■9 Volgarmente Lago di Garda. *^^ 




270 DELL' Il!fFBRNO 

Per mille fonti *® e piik, ctmdo, si bttgiiii , 
Tra Garda % e Val CaMOiiìoa, Pennifio** 

30 Benaco da mollisthne forgiT* prendle V acqoi 
che in lai s'aduna e stagna. 

ai Terra del Veronese, da coi il Lago prende il 
ano nome Tolgare . Val Gamouica gincc nell' agro 
Bresciano. 

32 Vellulello leggendo Pennino dica aiaere un 
Monte d«ir Alpi, còsi diiamato da qne' paesani: Da- 
niello dice prendersi Appennino per le Alpi; ma a 

Trento. 


I 



aat 
lUludal 

Piemonte , fin al fondo del regno di Biapoli « eoa 
ristringere la considerazione a quel tratto di Appen- 
nini, che sta più dirimpetto alle montagne del Tì- 
rolo, avrà voluto il Poeta descrivere, dov'è aitaatt 
questo Ugo, con usare termini veramenta troppo 
loutani , ma ciò egli nsa altre volte; per esempio 
descrive dov'è situata Verona con dire tra Feltra o 
Feltro; stile geografico ptr verità poco scrupoloso. 

In due errori cade qui il Venturi.* nel primo, sen- 
tenziando che Dante per descrivere alcun luogo nst 
qui ed altrove termini troppo lontani ad uno stila- 
geografico poco scrupoloso, siccome quando descrife 
Verona con dire eh' è situata tra Feltro e Feltro, 
perciocché con questa deacrixione non viene dal no* 
atro poeta accennata Verona, ma ( siccome dissi ) la 
Faggiuola. Nel secondo errore cade il Venturi, tnn 
acuraudo la lezione del Vellutelio, e leggendo Jp- 
pennino, mentre dee leggersi Pennino, perciocebè 
tra Garda a Val Camonica non resta sttnafa quella 
catena di montagne, che per il lungo divide 1' Italia 
ed Appennino si chiama , ma si bene il Pennino, va* 
le a dire le Alpi Pennine ( dette pur dagli antichi 
yéipes Poenae), le quftli nei luof^hi appunto da Dante 
accennati sono bagnate da molti rivoletti e 6umicel* 
li, che dfritrano da fonti perenni e vanuo infine a 
stagnare nel detto lago che chiamaTMti Banato ad ora 


CANTO XX. 274 

DelFacqUtt, che nel detto lago stagna. 

Luogo è nel mezzo là *', doye '1 Trentino 
Pastore, e qUel dì Brescia^ e *1 Veronese 
Segnar potrìa, se fesse qnel cammino. 

Siede Peschiera ^^, hello e forte arnese, 
Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Ove la riva intorno più diacese *^ • 

Iti conyien, che tatto qaa«to caschi 

Ciò, che 'n grembo a B^naco star non può, 
E fassi fin me gi& pe' yerdi paschi. 

Tosto che l' acqua a correr mette co *^, 


di Garda. Alcnno pai legi^» e crede doversi leggere 
non f^al Camonica, ma f^al di Monica» — F. 

i3 Forse ioteodè della Péiiifltola di qaesto Iago , 
Bella quale estuato Sertnltotte castellò de4 Bresciano: 
ed è questa pe«iisola in tal distanca da queUe tre cit- 
U, che 1 loro VeacoTÌ forae arriTando coi coiiGni del- 
le proprie Diocesi a qael contorno, quiri potrebbono, 
le vi aodassero, esercitare giurisdizioue col dare la 
benedizione episcopale; e tal penisola sta dae ore di 
caoimino lontana dallo sbocco del Jago nel Mincio. 

IJ punto comune , ore i tre Vescovi possono bene- 
fire, stando ciascheduno nella sua Dioi^esi^è prc^ria- 
dlanta quello ove le acquerei Buoie Tigoalga sboc- 
dine nel lago di Garda. L* sinistra di questo Aume è 
diogesi di Trento , la destra di Brescia , ed il lago 
luMo è dalla dtùgesfi di Verona . -^ Mota di Gto: 
Milani. 

al Fortezza situata pressali ttedesiosa sboccntura» 
e nella strada -che da Verona va a Brescia ed a Berga- 
'nò; e però secondo questo rispetto, fortezza di fron- 
tiera appartenente al veroneeo, sic^bè a quel tempo 
itrA attftade' Signori della Scala protettori del Potta. 

a5 Prendendo il pendio verso il -letto del Mincio . 

o6 Mette capo « s'imbocca nel letto: co' sincope 
lomb!irria. 


272 DELL' INFERNO 

Non pi& Benaco, ma Mìdcìo si chiama 

Fino a Governolo *7^ove cade io Po. 

Non molto ha corso^ che truoya una lama**, 
Per la qual si distendere la impalada^ 
E suol di stette talora esser grama *9. 

Quindi passando Ih vergine crada'^ 
Vide terra nel mezzo del pantano 
Sanza cultura, e d' abitanti nuda . 

Lì, per fuggire ogni consorzio ornano, 
Ristette co' sooi seryi a far sue arti ^', 
E visse, e yi lasciò soo corpo vano '*• 

Gli nomini poi^ che 'ntorno erano sparti, 
•S' accolsero a quel loogo, eh' era forte. 
Per lo pantan, ch'avea da tette parli. 

Fer la citta sovra qoeir ossa morte^ 
E per colei, che 'I loogo prima elesse, 
Mantova V appellar senz' altra sorte "• 

Già fur le genti soe dentro più spesse H^ 
Prima che la mattia di (Ùasalodi '* 


an Castello dei MantovAno* 

ao Pianura; ma a parlar più propriamente Um 
B* intende quel che di piano si stende tango i finmi,* 
che ricolmiito per via o di piene^ o di alluvioni « sifr 
sito opportuno per salceti e albereti. 

29 Per la mal aria, che talora vi cagiona, suor #- 
ser misera agii abitanti. 

30 Salvati Ghetta, anzi chfe no. 

3i l suoi incantesimi e indovina menti. 
Si E vi mori. 

33 augurio >o altra superstiziosa osservaBMi 
quali furono praticiite nella foodMzione di altre città* 

34 Mantova fu già più popolata. 

35 La stoltezza di Alberto Conte di Casalodi cr 
stello del Bresciano. 


CANTO XX. 273 

Da Pinamonte inganno ricevesse '^. 

ero t' assenno ^7, che se In mai odi 
Originarla mia terra altrimenti, 
La yerità nulla menzogna frodi. 

Id io: Maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi son sì certi, e prendon si mia fede, 
Che gli altri mi sarien carboni spenti ^*. 

fa dimmi della gente, cbe procede '9 , 
Se ta ne vedi alcun degno di nota ^^7 
Che solo a ciò la mia mente risiede 4': 

kllormi disse: Quel, che dalla gota 
Porge la barba in so le spalle brane ^% 
¥uj qaando Grecia fu di maschi vota 4' 

96 Fòsse ingannata dalla fraadolenza di Piniimontc 
oonaccorsi , che arando persuaso ad Alberto di sban- 
ire la nobiltà con fargli credere, cbe cosi si sarebbe 
MMiagnato il favore del popolo di lei nemico; ciò 
tttOf Pinamonte anch' esso di famiglia potente , fat- 
isi capo del popolo^ non vi essendo nobili che resi- 
jnaero, scacciò i Gasalodi* e se ne fece esso signora 
tiranno. 

S7 Ti fo avvertito. 

\À§iBHno da senno o sensù ; cM ti metto nei sen' 

a. — - L. 

38 Di nessana fona a p^rsaadermi. 

39 Tira innanzi andando come in processione. 
io pi osserYazionc. 

41 Sta tatta in questo intenta» di riconoscer per- 
no di rinaroo. 

Aa Per avere la faccia rivoltata ali* indietro. 

43 Fa aofure al teoapo dt»U» grand' armata di Gre- 
s oontro Troia, allorcbi farono comandati per la 
lerra tutti quei che per l'età potevano^chè ì soli barn- 
ai 00 favello esenti (iperbole),e questi fa, che insie- 
t con Calcante anch' esso indovino» avvisò Agamen- 
me che era nella prima nave, del buon punto di sar- 


274 DELL'INFERNO 

Sì, ch'appena rimaser per le cane, 

Àugure, e diede 'I panto con Calcanta "^ 

In Àulide, a tagliar la prima fané* 

Euri pi io ebbe nome, e così canta 

L' alta mia Tragedia 44 in alcun loco : 
Ben lo sai turche la sai tutta quanta. 

QuelP aitro^ che ne' fianchi è cosi poco^^j 
Michele Scotto fu, che yeramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 

Vedi Guido Bonatti 4*, vedi Àsdente ^7, 
Ch' ayere atteso al cuoio ed allo spago 
Ora vorrebbe, ma tardi si pente. 

Vedi le triste, che lasciaron V ago, 
La spuoia 4^, e '1 faso^ e fecersi indoTiDe.* 


l pare e sortire dal Porto d' Aalide con qaelU flotti 

di mille navi. 

44 ^ìoè poema di stile grandioso, alludendo a qad 
verM) delia Buccol. Sola sophoeleo tua carmtma ii'^ 
fina cothurno, V.d'£unpilo nel 3. deli'En. Suspend 
EurYpilum scitaium oracula Phoehi mittìmus, 

45 per abito attillato, o per essere egli stato ^ 
▼ita smilza. Questo Scozzese astrologo di Federico U 
Imper. fu mirabile nelle sue predizioni, cioè naU' 
ziosissimo impostore nell' esercizio di quella proie*- 
sione, ovvero furberia. 

46 Astrologo carissimo al Conte Guido di Monte- 
feltro, che compose un libro di astrologiche impo- 
sture. 

47 Asdeute ciabattino di Parma, uomo senza lette- 
re, che tirando a indovinare, cosi a occhi e crocee! 
coglieva, quanto ogni altro del mestiere. 

48 Quella quasi barchettina, che chi tesse manda 
qua, e là per T onlito con dentro il cannello , ài 
cai si svolge il filo per la trama e il ripieno della tela- 


F 
i 

D 
S 


CANTO XX. 275 

Fecer malie con erbe e con imago ^9 . 

ila TÌenne omai, cbe già tiene '1 con6ne ^® 
D' ambedue gli emisperi, e tocca l' onda^' 
Sotto Sibiiia ^*, Caino, e le spine ^^. 

£ già iernotte fa la Iona tonda, 
Ben ten' dee ricordar, cbe non ti nocqne ^^ 
Alcuna yolta per la selva fonda. 

Sì mi parlava ^^^ ed andavamo introcqne ^^. 

49 Lasciata la fatica del lavorare si diedero a fare 
\0 maliarde, osando erbe, immagini di cera ec. 

Il nome generale di ma/ia, che vale malizia, ctxia^ 
Ea determinato a significare incantesimi; e gi' incan- 
tatori e Maghi farono detti Malefici» •— L. 

50 Già la lana sta per tramontare. 
5i 11 mare. 

5a Oggi Siviglia città notissima dell'Andalusia, 

£i mes^a per 1 occidente ; essendo rispetto all' ita* 
occidentale. 

Sotto Sibiiia vale qnì di là da Siviglia , perchè 
verso occidente si stima declive. Cosi sotto Pisa va- 
le di là da Pisa ; onde non è vero cbe sia messo qui 
per r occidente, ma bensì per indicarlo. -*- L- 

53 Caino con una forcata di spine ( giacché egli 
volle sacrificare a Dio il peggio, cne avea trovato in 
Itrra ) crede il volgo esser le macchie della luna. 

54 11 lume di luna ti fu di giovamento neir oscura 
ièlva. 

55 Così mi diceva Virgilio» cioè in poche parole, 
affrettiamoci a uscir di qui, che si fa tardi, ed è già 
presso un' ora di sole, da che essendo fatta la luna 
«iena un giorno prima, mentr' ella ora tramontava, 
li sole doveva esser nato di tanto. 

56 Trattanto; vocabolo fiorentino, come esso Dan- 
te dice nel primo lib. della sua volgar eloquenza: 
r usò nel primo verso delle stie terzine intitolate 
Pataffio Ser Brunetto Latini : si forma dal latino 
inier hoc: vedi TErcolanodel Varchi cart. iSa. e la 
seconda centuria del Salyini cart. 71. 


276 

CANTO XXI. 


JBGOMEUto 


Jn quetto C^nto dtscri¥9ti la quintm toigia^ iifMf 
quale si puniscono i hàraitierip facendoli , Mtt 
tuffare in un lago di bollente pece. E sono gfit^ 
dati, da* demoni p a* quali ^ lasciando discosto Deit- 
te, s' appr esenta Virgilio , ^d ottenuta lieenta é 
yffassare oltre, ambi nel fine si mettono mei ««# 
mino» 


e 


lo8Ì di ponte in ponte altro parlando, 
Che4a mia CommedU CHi^tar nos enra^ 
Venimmo, e tenevamo 1 colmo % qnando 

Ristemmo, per Teder l' altra fessura * 
Di Malebolge, e gli altri pianti yani ': 
Eyidila mirabilmente oscnra. 

Quale nell' Àrsanà ^ de' Viniziani 
Bolle l'inverno la tenace pece, 
A rimpalnidr li legni lor non sani ^, 

Che navicar non ponsò ^,e 'n quella vece 
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 

I La sommità. 

Colmo da eulmen» ^— Ij> 

a La quiota valle, o fosso. 

3 luatili. 

* Arsanà, arsenale» — L* 

4 IVimpeciare. 

5 Navicar noo ponno, cioè i Veneviani. 

Qual ohe invece di riferirlo ai Veneuaai, io «a 
d* opinione debba riferirsi ai legni. — F. 


CANTO XXI. 277 

Le coste a quel, che più viaggi fece; 

Chi ribatte da proda, e cbi da poppa, 
Altri fa remi, ed altri volge sarte ^; 
Chi terzeraoio, ed artimoo rintoppa 7; 

Tal, non per faoco^ ma per divina arte, 
BoUia 1 aggio so ana pegola * spessa, 
Che invìscava la ripa d'ogni parte. 

Io yedea lei, ma non yedeva in essa 
Ma' che ^ Je bolle che '1 boiler levaya, 
E gonfiar tutta, e riseder compressa \ 

Meotr' io laggiù fisamente mirava, 

Lo duca mio dicendo, Guarda guarda , 
Mi trasse a se del luogo, dov' io stava. 

. AUor mi volsi come V uom, cui tarda 9 
Di veder quel, che gli convien fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda '% 

6 Vien facendo eontorcere fani per le vele. 

7 Rappezza , raccoucia chi U vela maggipre della 
nare , chi la minore. 

* Peffola da /^f^ii/a^dimìnaiiro di pix* — L. 

8 Fuorché : cinqaa volte il Poeta osa tal formola 
lombarda. 

Ma' che da nutgis quam^ come ho notato altrove, e 
vale più chtf ms non che. *- F. 

* È riseder compressa , cioè andare di nuotfo j;i- 
giatm l'it^iù. «— L. 

9 A cjii occorra tardare. 

Cui tarda di t^eder quel ec. a cai tarda a farsi ve- 
lar qael ec^cioè, a cai tardi ai fa veder qael ec.— L. 

Cui tarda di ueder, vale cui sembra mili* anni di 
vedere ec. e non già quello che dice 5.1 Venturi. Cosi 
nel C. IZ| 9: oh quanto tarda a me eh* altri qui 
giunga, — F. 

10 Indebolisce > ma non si che non fugga : pedihus 
timor addidit alas» 

Dante T- U a4 


278 DELLMNFEEINO 

Che, per ^eder^ non indagia '1 partire *: 
E vidi dietro a noi an diavol nero* 
Correndo sa per lo scoglio venire. 

Ahi qaant' egli era nell' aspetto fiero! . 
E quanto mi parea nell'atto acerbo, 
Con r ale aperte % e sovra i pie leggiero!. 

L' omero suo^ eh' era acato e saperho ", 
Carcava on peccatorcon ambo V anche. 
Ed ei tenea de' pie ghermito il nerbo "• 

Del nostro ponte *', disse, o Malebranche, 

Ssaffliarda, cioè spossa, francese épuise. — L. 
Toglie la gagUardiAj e reode pusillanime e dip* . 
poco. — F. 

* Che non frappone nessun indugio al partire pei 
Y oggetto di rimirare. — F. 

* Diauol nero. Gli Ftiopi lo fanno bianco* Noi gB 
diamo il colore contrario al nostro. -— L. 

* Cote ale aperte* Si fa coli' ale per significm 
la velocità dello spirito. ^^ L. 

11 Alto. 
Acuto e superbo , acuto e ritto, come in altro hw* 

go: Doue era più superba la salita» V omero suo è 
accusativo. — L. 

12 Afferrato verso il finire della gamba : propria- 
mente il tendine dietro il collo della gamba. 

i3 Del nostro ponte , cioè dov* io e Virgilio en- 
vamo, spiega di mala grazia il Daniello: queste aoi 
parole del demonio che portava il barattiere ^ e cheH 
arrivato disse : o demoni compagni , ( che Malefartth 
che non è nome particolare di uno , ma generale di 
tutti i diavoli ) che siete in guardia di questo noitio 
ponte. 

Del nostro ponte , cioè intendendo del ponte off 
eravamo noi. — L. 

Malebranche , vocabolo composto, si come Malt- 
bolge, Maletolte ec, e vale Malua§^i Ghermitori» 
Questo nome dà il poeta non a tutti i Demoni na i 


CANTO XXr. 279 

Eoc'nn degli Anzian '4 di santa Zita '^: 
Mettetel sotto, eh' io torno per anche 

^ qnella terra, che n' è ben fornita: 

Ogni uomy'èbarattier'^,faor cheBaontaro'7: 
Del no per li deuar vi si fa ita '^. 

Cafigi& 'i buttò '9, e per lo scoglio darò 
Si volse, e mai non fu mastino sciolto, 
Con tanta fretta a seguitar lo faro *®. 

|«el]i soltanto che tengono in custodia e martoriano 
i barattieri. Quei demoni erano a guardia della boi- 

K*a e non del ponte, né io creder posso, come il Lom- 
\rdip che ponte abbia il poeta qui detto invece di 
\oigiu, giacché non so vedere alcuna necessità o di ri* 
■so di metro che a ciò 1' abbia costretto. Osservan- 
Pn^ inoltre che alcuni testi hanno Dal e non Del, io 
iaterpreto cosi: O Malebranche, ecco dal nostro pon- 
\9 Uno ec. vale a dire, ecco che dal nostro ponte sen 
dtn giù uno ec« £ questo modo usa Dante per fare 
laamediatamente comprendere al Lettore come il Dia* 
rolo non portò fin 'giù nella bolgia il peccatore , ma 
re lo precipitò dall' alto del ponte. — F. 

■4 Anziani, cosi chiamsvano in Lucca quelli del 
lapremo magistrato che risiedono in palazzo. 

t5 Da questa Santa denomina e circoscrive la città 
M Lucca, spezialmente divola di questa Santa.Fran- 
Mtco Buti dice . questo e8S<>re stato Martin Bottai. 
' i6 Barattiere in più largo significato vuol dire 
jkvffatore, mariuolo e raggiratore .* più propriamente 
fati che fa mercato di uffizi e cariche, e traffica su la 
pattixia , dicendosi in queste cose civili baratteria , 
Siche nelle s^cre simonia si direbbe- 

17 Bonturo Bouturi della famiglia de' Dati: è detto 
Pjtr grazi'^sa irouia, J'uor che, essendo egli peggior 
Wattiere di tutti gli altri. 

18 Del no si fa s). 

19 11 Demonio buttò giù il barattiire, e gettato 
be r ebbe si rivoltò in dietro. 

ao Ladro. 


280 DELL' INFERNO 

Quei 81 attaffoy e tornò sa goqtoUo *'; 
Ma i demoniche del ponte a vean core rcbìo*^ 
Gridar: Qai non ha laogo il Santo Volto *h 

Qai 8*1 naota altrimenti, che nel Serchio ^ 
Però 8e ta non vnol de' nostri grafh^ 
Non far sovra la pegola soverchio ^. 

Poi r addentar con pii di cento raffi *^i 
Disser: Coverto convien , che qai balli, 
Sì che, se puoi, nascosamente accaffi*'. 

Non altrimenti i cuochi a''.lor vassalli 
Fanno attaffare in mezzo la caldaia 
La carne con gli ancin,perchè non galli **. 

Lo buon maestro: Acciocché non si paia*% 
Che ta ci sii, mi disse, giù t* acquatta ^* 
Dopo ano 8cheggio,ch'aican scheripo t*haia^* 

E per nalla oifension, che a me sia fotta^ 
Non temer tu, eh' io ho le cose conte *% 
Perch' altra volta fui a tal baratta ''. 


ai Imbrodolato e iovolto in qnella pegola. 

Controllo altri spiega eapot/oUo. •— F. 

aa Che stavano sotto il ponte, ed erano dal posti 
coperti. 

33 Che si conserva e venera in Lacca: qui non e'^ 
più tempo, e non giova più il raccomandargli. 

q4 Fiume presso Lucca. 

a5 Sta' giù col capo sotto le pegola. 

a6 linci ni y rampini. 

an Rapisca V altrui. 

ao Galleggi. 

09 Non apparisca, non si veda. 

3o Appiattati. 

Si Ti faccia qualche riparo 

Sa Ben note, e altra volta provate. 

33 A tal baruffa con quei diavoli de' barattieri. 


CANTO XXr. 281 

Poscia passò di là dal co' H del ponte, 
Ecom'ei giunse in sa la ripa sesta^ 
Mestier gli fa d'aver sicura fronte '*. 

Con quel faro re, e con quella tempesta 
Ch'escono i cani addosso al poverello, 
Che di subito cede^ ovver s'arresta *; 

Esciron quei di sotto '1 ponticello, 
E volser contra lui tatti i roncigli ; 
Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 

Innanzi che Tancin vostro mi piglia 
Traggasi avanti ano di voi, che m' oda, 
E poi di roncigliarmi si consigli* 

Tutti gridaron: Vada Malacoda; 

Per eh** un si mosse, e gli altri stetter fermi, 
E v^nne a lui, dicendo: che gli approda^? 

Credi ta> Malacoda, qui vedermi 
Esser venato, disse *ì mio Maestro^ 
Secare già da fatti i vostri schermi '^^ 


34 Dall' altro capo del ponte^ su la ripa che la se- 
Ita bolgia dalla quinta divide. 

35 Intrepidezza. 

* Che di subito fugge , o per lo meno s' arresta, 
non però b* inoltra. — F. 

36 Che gli è a prò, che gli piace di farci sapere, o 
^re che gli giova il mio andare a lui» in che 1' acco- 
ìDoda? crede per questo dovere star libero da' nostri 
graffi? 

Che t* approdai Leggono molti testi» ed è lezione 
migliore di tutte le altre riportate dai Padovani £- 
dilori. Intendi: Che motivo qua i*' approda, qua ti 
conduce? Simìl modo usò Dante nel G. zviii» 47* ^he 
ti mena a sì pungenti salse? -^ F. 

37 Armi con le quali offendete per difender que» 
tti passi. ^a4 


Ali. 


12 DELL' INFERNO 

a Toler dìvioo, e fato destro **? 
iscìami andur, cbè nel Cielo è voluta, 
l'io mostri altmi questo canimin sii veltro. 
rgli fu l'orgoglio sì caduto. 


Che si lai 


rl'D 


altri: Ornai non sia feruto. 

E 'I daca mio a me: O tu, che siedi 

Tra fili scbeggion del ponte quiitto quatto'', 
Sicuramente ormai a me ti rledi. 

Per eh' io mi mossi, ed h lui Tenni ratto; 
E i diavoli si fecer tutti avanti, 
Sì ch'io temetti non tenesser patto. 


ùtem 


li fanti, 


Ch'uscivan patteggiati di Caprona *", 
Vog(;endo ae tra nemici cotanti. 

lo m'accostai con tutta la persona V 

Lnngo '1 mìo duca , e non torceva gli occhi 
Dalla sembianza lor ch'era non buona. 

£i chinavan gli tbìTì; e: Vuoi eh' in 'I tocchi, 
Diceva 1* an colf altro, in sul groppone? 


38 Diapo.iz 

one 

hvr, 

redole 

di provTi.leiiiB. 


39 ALbasSi. 

|.e 





io Ce prona 


Aia 

de'L' 

s.DÌ >i«e<li»o d» 

Luc- 

cheBi.chefii 



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della re»a non 

foss 


servai 

e. Il Landino jirelEbiIc, 

che quvstN pu 

ni 

• ve 

se il p 

residin Lucchese, 

,.,.«. 


4< NiiturRleiiaili chi lu paur 


fi ridpondean: Sì^.fa', che gilde accocchi ^K 

Ma quel demonio^ che ténea sermone ^' 
Col duca mio, si ToUe tatto pre^to^ 
fi disse: Posa^posa^Scai'migiione. 

Poi disse a noi: Più oltre andar )>er questo 
Scoglio non si potrà^ perocché giace 
Tutto spezzato al fondo V arco sesto: 

B se l'andare avanti pur ri piace, 
Andatevene su per questa grotta: 
Presso è un altro scoglio, che via face ^* 

ter, pì& oltre cinqu' ore, che qnest' otta 4', 
Mille dugento con sessanta sei 
Anni compier, che qui la via fu rotta ^^é 

41 E rispondelido : sì «ffibbingliela , arrivagliela 
bene, fa' di cnglierci diritto e ficcargUeue. ,11 Volpi 
•piega far heffk a chi thè sia: altro che beffa! 

43 Kagiouava Con Virgilio. 

44 D^ comoda strada, se andate sa per la riva Che 
va dalla quinta «Ila testa boiffia. 

45 Nel giorno d' ieri , che fu il veoerdl santo cin^ 

200. ore pia tardi dell'otta, cioè ora presente, la qua« 
I è la prima del nascer del sole, come poco di sopra 
riè dettoy cioè sei ore dopo nato il sole in giorno 
jii vefleidli allttdeild(wi aU'.Evang. erat autem ora 

46. Dalla morte di Cristo quando si ruppe questo 
llél^lio, alladeudosi m1 ^e£rae scistae sunt. Or se a 
|ii««to.iium^ro si aggiungono gli antii della vita di 
Cristo, cominciando a numerare fin dalla sua ineffa* 
hiìe concezione, cioè, se ai 1^166 si aggiungano 34 "® 
risalterà, che correva dall' incam. fan. i3oo men- 
tre.che Dante .stava scrivendo queste cose, e per dire 
pia giusto, mentre che egli si trovava per viaggio, e»^ 
icndOgli cosi piaciuto di fingere, che tal suo viaggio 
icgaisse ne 11* anno detto; dal che s' inferisce eh' egli 
irn intanto in età di 35 anni, sapendosi dalla lapicia 


,j%.>». 


284 DELL'' INFfifeiq 

Io mando rerso là di questi mieì^ 

A riguardar s' aìCDii 86 ne sciorina ^U h 

Gite con ior^ ch^e' non daranno rèi ^*. . 1 ^ 
Tratti ayaoti, A^licbino, e Galcabrinà, I 1 

Cominciò egli a dire, e to Cagnafeso; |ld 

EBarbariccia gnidi la decina ^ • 
Libicocco venga oltre^ e DraghignazzO| 

Ciriatto sannato ^% e Grafiìacane, 

E Farfarello, e Rnbicante pazzo. 
.Cercate intorno le bollenti pane ^': 

Coslor sien salvi inaino all'altro scbefpo'* 

Cbe tutto intero va sopra le tane . 
me ^' Maestro, cbe è quel^ ch'io vegno, 

Diss' io! deb sanza scorta andiamci 80ii> 

« 

del sao sepolcro in Ravenna^ e dalla eroidtcSa 41 ^. 
Villani t. 9 e. 35> e da Leonardo Aratino, esasr i^ 

nato neir anno ii65. 

47 Scappa sa faori a galla della pece bollenf*. 
A8 Nou vi faranno alcun male. 

49 Sia il caporale. 
La diecina, poiché 8on dieci i Diavoli chiamali t 

ciò da Malacoda. £' opinione del Biagioli essere stato 
intendimento di Dante di dipingere in questi diaToH 
negli atti e discorsi loro, gli sbirri d'Italia, geatt 
( come anche riportano gli Editori Padovani ) la fki 
vile, la più sprezzata e disonorante del bel paese,tèàp^ 
ce ancora esser possibile che il poeta nelle sue longb 
peregrinazioni abbia ricevuto qualche disgusto dati- 
cuna banda di questi diavoli d' Italia. — • F. 

50 Con grossissime zanne, come di cinghiale. 
Si La viscosa ardente pece e pania. 
5a Scoglio che intiero, non spezzato^ né rovinito 

attraversa le bolgia. 

53 O mio. 

La maggior parte de' Testi legge Omh, cioè 0<Wi 
letione migliore di quella del Venturi, — F. 


CANTO XXI. 285 

Se ta sa' ir, ch'io per ine dod la chieggìo; 

Se ta se' si accorto come suoli, 

Non vedi tn^ eh' e'digrigDau li denti, 
E con le ciglia ne mìnaccian duoli ^4? 

Ed egli a mef Non to', che ta paventi; 
Lasciali digrienar pure a lor senno, 

. Ch' e' fanno ciò per li lessi dolenti ^^. 

Per r argine sinistro volta dienno; 

Ma prima avea ciascun la lingua stretta*^ 
Condenti verso lor duca, per cenno: 

Ed egli avea del cai l'atto trombetta. 

54 Erano segni che facevano a Barba riccia per mo- 
altare di essersi accorti deii' iiigauno futlo ai Petti» 
eMeudo bugia, che quello scoglio fosse intero e ijoa 
•pczvato. come vedremo. 

55 Per quei miserabili che sono come cotti a lesso 
nella pece bollente. Vellutello legge ; leti , offesi , 
martoriati. 

56 Per cenno d'esser disposti a beffare i poeti. 11 
Landino diceche imitavano con la bocca artificiosa- 
mente la naturale soiuta del caporale. 


f: 


286 

CANTO XXII. 


, . 

ARGOMENTO ' - 

Avendo nelCanto précédente trattatoDmnte di colon 
che renderono la lor repubblica, in questo segM 
di quegli che trottandosi in onorato grado a ppm- 
so il loro signore, venderono la sua grazia» Ih" 
scrivendo adunque la forma della pena , fa par* 
ticolar menzione di uno, il quale gli dà contetu 
degli altri; ed infine racconta l' astuzia usata da 
quello spirito nell* ingannar tutti i demonim 

T . . 

&o ridi gi^ ' cayaiier muover campo % 
E cominciare stormo ^, e far lor mostra ^i 
E tal volta partir per loro scampo ^ . 

Gorridor ^ vidi per la terra vostra, 

Aretini, e vidi gir gaaldane.^, 
Ferir torneamenti^ e correr giostra ', 

1 In genere di segni e di suoni da far muovere o 
guidar gente, io ho veduto usar cose diverse e stri- 
ne, masi strana cosa^ come quella che usava il Of 
poral Barbiiriccia nel guidar la sua gente^ non 1' ho 
veduta mai. 

a Marciare in ordinanza. 

3 Battaglia. 

4 Rassegna. 

5 Far la ritirata. 

6 In atlo di fare scorrerie per quel territorio. 

7 Gente d* arme a cavallo in atto di foraggiare e 
dare il guasto al paese. 

8 Squadre in atto d'armeggiare e azzuffarsi di con- 
concerto per fare spettacolo di festa. 


CANTO XXII. 287 

Quando con trombe, e quando con campane^ 
Con tanibarì,e con cenni di castella 9, 
£ con cose nostrali, e con ìstrane: 

TXè già con sì diversa cennamella '^ 
Gayal ier vidi mnover^ né pedoni> 
Né nave a segno di terra ", o di stella ■*> 

Roi andayam con li dieci dìmoni, 

( Ab fiera compagnia! ); ma nella cbiesa '' 
Co' santì^ ed in taverna co' gbiottoni. 

Pare alla pegola era la mia intesa '4, 
Per veder della bolgia ogni contegno '^^ 
E della gente^ cb' entro v** era incesa '^. 

'Come i delfini, quando fanno segno '7 

9 Famate di giorno^ fuochi di notte. 

10 Con Istromento da fiato si strano e diverso da 
tutti qaelH che si usino a muover e guidar gente, 

.La cennamella, dice il Buti, essere uno strumen*. 
to artificiale, che si suona colla hocca;ed alcuno opina 
essere appunto quello stesso che in antico veniva det- 
to da' francesi chalemel o chalemelle, ed al presente 
ehalumeau. Qui peraltro Dante adopra questo voca- 
bolo a significare un istrumento in genere^ come se 
. egli dicesse: Né giammai con sì f tratta fidante istvu' 
mento fidi muover cavalieri, o pedoni. F. 

1 1 Di terra che si scopra , per esempio un promon- 
-torio . 

la E al vedere la stella di tramontana , o altra, 
onde la nave si muova, e regoli il suo corso. 

i3 Proverbio; bisogna sapersi accomodare a tutto: 
qui dunque, cioè nell'Inferno^ bisognava accomodarsi 
alla compagnia de' demoni, siccome ec* 

1 4 La mia attenzione. 

i5 Ogni cosa contenuta. 

Contegno è spiegato dal Volpi, Lombardi, e Mon- 
ti, per condizione , qualità» — F. 

i6 Arsa, bollita. 

17 Saltando t carolando a fior d' acqua. 


288 DELI/ irfFER:?fO 

A' marinar con V arco della schiena. 

Che s'argomentin ** di campar lor ieguo '*; 

Tal or così ad alleggiar * la pena 

Mostrava alcan de' peceatort '1 dosso, 
E '1 nascondeva in meo, che non balena. 

E com' air orlo dell' acqua d' nn fosso 
Stan gli ranocchi por * col muso fnori| 
Sì che celano i piedi^ e l'altro grosso; 

Sì stavan d' ogni parte i peccatori; 
Ma come s' appressava Barbariccia, 
Così si rìtraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anche '1 caor mi s'accapriccia, 
Uno aspettar cosi, com' egl' incontra *^ 
Ch' una rana rimanere 1' ultra spiccia**. 

E Graffiaci n, che gli era più di con tra. 
Gli arroncigliò ** le 'mpegolate chiome, 
£ trassel so, che mi parve nna lontra *K 

Io sapea già di tatti qaanti il nome, 
M li notai, quando furon eletti *\ 
E poi che si chìamaro, attesi come *''. 

O Rubicante, &' che tu gli metti 

i8 S* iiigegiiioo. 

19 D»ÌV immiuente tempesta , di cui aaol esserti 
gno la danza de' delfini. 

* /aleggiare, cioè alleviare, alUggerirg* — F. 

* Pure^ aolamente. •— F. 

ao Come accade. Quel!' egli è particella espletivi. 
31 Salta giù nei fosso spiccanaosi da ogni ritegiM 

della ripa. ^^ 

aa Aggrappò, aggr&ffiò. 
a3 Auimale amfibioun poco simile alla volpe:vÌTt fj 
per lo più uè' laghi e di pesci si pasce. |^ 

a4 Scelti dal capitano Malacoda. 
aS Como tra di se ai chiamavano. 


CANTO XXII. 289 

(jrli uQgbioni addosso si, che ta lo scuoì *^, 

Gridavan tutti insieme i maladetti. 

i io: Maestro mio, fa' , se tu puoi, 

Che tu sappi chi è lo sciagurato 

Venuto a man degli avversari suoi. 

o duca mio gli s' accostò dallato: 
Domandollo ond' e* fosse, e quei rispose: 
lo fui del regno di Navarra nato *7. 

lia madre a servo d' un signor mi pose, 
Che m' avea generato d' un ribaldo, 
Dìstruggitor di se, e di sue cose. 

^01 fui famiglio del buon re Tebaldo: 
Quivi mi misi a far baratteria^ 
Di che rendo ragione in questo caldo. ' 

S Ciriatto, a cui di bocca nscia 
D'ogni parte una sanna^comea porco, 
Gli fé' sentir come l'una sdrucia. 

Tra male gatte era venuto '1 sorco; 
Ma Barbariccia il chiuse con le brnccia^ 
E disse: State 'n \h, mentr' io lo 'nforco: 

U al Maestro mio volse la faccia: 
Dimanda, disse, ancor^ se pi& disìi 
Saper di lui, prima eh** altri '1 distaccia. 

!iO duca: Dunque or di' degli altri rii: 
Conosci tu alcun, che sia Latino *^ 

96 Scortichi. 

.sy Costui chiamossi Ciani polo, nato di padre scia- 
loquaiore ; egli però ridotto a povertà fu da aua ma- 
re accomodalo a servire un Barone di Tebaldo re di 
Uvarra , di cui Ciampolo divenuto favorito fece il 
ar»tttere delle cariche » uffizi di quella corte e regno. 

a8 Latino non vuol dire qui precisamente del La- 
io^ ma italiano. 

Cosi anche in prosa: il nobilissimo nostro lati' 

Dame T. I. 25 


290 DELL'INFERNO ^\ 

Sotto la pece? e quegli: Io mi partii 

Poco è da un, che fu di là tìcìdo *9: / 
Così foss' io ancor con lai oorerto. 
Che io non temerei unghia, né uncino^ 

E Lihicocco: Troppo ayem sofferto, 

Disse; e presegli '1 hraccio col ronciglio, 
Sì che stracciando ne portò un lacerto '". 

Draghignazzo anch' ei volle dar di piglio 
Giuso alle gamhe; onde 'l decorio '' loro 
Si volse intorno intorno con mal piglio^*. 

Quand'elli un poco rappaciati foro, 
A loi^ eh' ancor mirava sua ferita, 
Dimandò '1 duca mio, sanza dimoro: 

Chi fa colui^dacui mala- partita '^ 
Di' che facesti, per reni re a proda? 
Ed ei rispose: Fa frate Gomita H, 

no Guido Montcfeltrano, Convito^ Tratt. it^ oafi. 
XXVIII. — F. 

39 Vicino^ di nn* isola all' Italia adiacente ; cioè 
di Sardegna. 

So La parte del braccio dal gomito alla spalla. 

3i Caporale. 

3a Con guardatura bieca « ovvero con quel suo fo^ 
cone . 

33 Da cui in maT punto ti scostasti per uscird^alli 
prod.i del fosso bollente, dove fosti aggran6ato. 

34 Costui di nazione Sardo , di professione fntCì 
ma non si sa di qnal ordine , guadagnatosi la graii* 
di Nino de'Visconti di Pisa, governatore o presidsr 
te di Gallura , se n' abusò , trafficando nel bantttrt 
cariche e uffici con trappolerie e frodi, come di mar 
giare a due ganascie^ mettere in mezzo ec. La Sard^ 
gna di quel tempo era de' Pisani, che ne diviselo H 
governo in quattro giudicati, che si chiamarono Lo* 
godoro, Cagliari, Gallura e Arborea. 


i 


CANTO XXII. 294 

Quel dì Gallura^ vasel^ d'ogni froda, 

Ch'ebbe i nemici di suo donno in mano ^^, 
E fé' lor sicché ciascun se ne loda '^: 
Benar si tolse^ e iasciogli di piano ^f. 
Sì com'è' dic^; e negli altri affici anche 
Barattier fu non picciol, ma sovrano. 
Usa con esso donno Michel Zanche '^ 
Di Logodoro; ed a dir di Sardigna 
Le lingue lor non sì sentono stanche. 


* f^nsello, Bguratamente ricettacolo, — F 

35 Ebbe in potere i nemici del suo donno, cioè si- 
gnore 

36 £ lasciolli andar liberi per poco denaro ; onde 
essi ebbero motivo di lodarsi di Gomita jma risaputasi 
da Nino q^aesta sua furfanterìa e infedeltà , lo fece 
appiccare. . 

$7 Lasciolli partire con facilità , liberamente e a 
beir agio. 
38 Conversa assai, e ragiona domesticamente sotto 

Joesta pece con Fra Gomita Michele Zanche sig^norc 
i Logodoro : questi fu Siniscalco di Enzo 6f[liublo 
naturale di Federigo Secondo Imperatore, al quale il 
padre avea dato il giudicato di Logodoro ; ma mor- 
to Enzo in carcere in Bologna, tanto seppe adoperar- 
si Michele con la vedova madre di Ini rimasta padro- 
na» che l' indusse a prenderlo per marito , e cosi di- 
venne signore di Logodoro. 

Enzo mori quasi vecchio, e dopo ^4 *°^ì di prigio« 
nia in Bologna; né quindi sembra probabile che Mi- 
chele Zanche sposasse , dopo la morte di Enzo , la 
madre di lui. Equivoca dunque il Venturi insieme ad 
altri Commentatori affermando questo,giaGchè la don- 
na da colui presa in isposa si fu Adelasia vedova e non 
madre di Enzo/ per la quale Enzo stesso avea acqui- 
stata signoria nella Sardegna. Nel Commento iùfAtti 
attribuito a Pietro Alighieri si ha che non la madre'i 
ma la vedeva di Enzo fosse da Zanche sposata. —> F» 


292 DEl-L' INFERNO 

O me ^9\ vedete T altro, che diffrifioac 
r direi anche, ma io temo, ch'elio 
Non «'apparecchi a grattarmi la tigna. 

E '1 gran Proposto *®, volto a FaHàrello^ 
Che stralunava gli océhi per ferire, 
,Disse: Fatti 'n co8t]^ malvHgio ncpello. 

Se voi volete o vedere, o adire, 
Ricominciò lo spaarato appresso. 
Toschi, o LombiEirdi, io ne farò venire. 

Ma stìen li Malebranche an poco in cessa V^ 
SI ch'ei * non teman delle lor vendette; 
Ed io seggendoiD qnesto laogp stesso, 

Per nn eh io son 4% ne fóro venir sette. 
Quando sufolerò ^s, com' è nostr* nso 
Di fare allor, che jhori alcan si mette, 

Cagnazzo a cotal motto levò '1 maso, 


39 Ohimè. 

tt) 11 ca^ml Barbarìccia. 
I Bla 81 fermino on poco , e ceMino le male bna» 
che de' demoni: la Crusca insegna ce«io essere aeeor" 
ciato da cessa mento. 

Malamente qui interpreta il V«ntttri. Intendi: Me 
li Malebranche ( nome particolare di quei dcmosl 
che custodiscuno I barattieri, come più sopra bo no* 
tato ) sitano un poco in disparte» Cesso sostaatiff 
vale luogo appartato , da recessus» In cesso avvei>* 
bialmente Tale in disparte* — P. 

* Ei^ cioè i barattieri toschi o lombardi, che sareb- 
bero venuti fuori al fischiare di Ciampolo. — F. 

4a Per uno eh' io sono. 

43 Fischierò nel modo che costumiamo' quante vol- 
te talun di noi mettendo il capo fuori della pece » • 
avvertendo non esservi demoni lì attorno, fischia, ae» 
ciocché scappino sn ancora gii altri dannati per •■ 
poco di refrigerio. 


CANTO XXII. 293 

Crollando il capo 44, e disse: Odi malìzia 
Ch' egli ha«|pensato, per pittarsi giuso! 

Ond'eì, ch'avea lacciuoli 4^ a gran divizia, 
Rispose: Malizioso son io troppo, 
Quando procuro a' miei maggior tristizia 4^! 

Alichin non si tenne, e di rintoppo 
Agli altri 47 , disse a lui: Se tu ti cali. 
Io non ti verrò dietro di galoppo, 

Ma batterò sovra la pece Tali: 
Lascisi il colle , e sia la ripa scudo 4^, 
A Teder se tu sol piò di noi vali* 

Ò tu che leggi, udirai nuovo ludo 49; 

Ciascun dall'altra costa gli occhi volse ^% 
E quel pria^ eh' a ciò fare era più crudo. 

44 Atto di chi si Avvede di qualclie maliziosa pro- 
' posta. ^ 

' 4^ Ripieghi d' astazia e di frode. 

4^ Malizioso, eh? Bella malizia il procurare ai miei 
'Jidveri compagni il rischio di venire tra i vostri arti- 
^gli:. tristizia, cioè danno e tormento. 

47 Di rincontro , all' opposto , non conforme al 
'lentimento degli altri. 

" 48 Si lasci pure da noi libera la sommità della ri- 
Ìfm''p acciò' queir anime non ci vedano, e occultiamoci 
miro , b\ che la ripa sia difesa e riparo tra te e noi, 
1^ Vedere a prova, se potrai piii tu solo a tuo scarn- 
ilo correndo , o noi tatti a tua offesa volando, quan- 
tonque tu ti pigii^ e noi ti concediamo questo van- 
taggio. 

49 Giuoco. 
' 5o Ciascun de' demoni, quasi in esecuzione della 
proposta fatta da Alichiuo,yoltò gli occhi dall' altra 
|Mirte verso la bolgia di dietro , e il primo Gagnaz^o 
che era stato a conceder questo più renitente e duro^ 
sospettando d' inganno e dicendo: odi malizia ec. 

*25 


294 DELL' INFERNO 

Lo Navarrese ben sao tempo colse '•, 
Fermò le piante a terra^ ed ili'tin ponto 
Saltò, e ^i\\ proposto lor si tolse- 

Di che ciascun di colpo fa componto *% 
Ma quei più ^^, che ctigìon fb del difetto, 
Però si mossele gridò *4: Tu se' giunto **. 

Ma poco valse, che l'ale **al sospetto *' 
Non poterò avanzar: quegli andò sotto *•, 
E quei drizzò, volando, suso il petto: 

Non altrimenti l' anitra di botto ^ 

Quando '1 falcon s'appressa, giù s'attuffa, 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 

Irato Galcabrina della buffa ^9^ 


5i Pigliò bene il contrattempo, e si tolse, efa(|i 
salvo dal lor proposito che era di stracciarlo co' kr 
roncigli. 

Altri interpretano: Si tolse dal loro Proposto, dal 
loro Caporale , vale a dire. da Barbariccia , che b 
teneva serrato colle braccia, come dal v. Sg. — F. 

52 Arrabbiato e traGtto dalla smania. Landino t 
Vellutello leggono colpa , e il senso sarà : eran do* 
lenti giudicandosi colpevoli di negligenEa in goar* 
darlo. 

53 Ma più degli altri Alichino , siccome autore & 
questo nuovo ludo. 

54 Facendo del bravo , vantandosi ranamente. 

55 Raggiunto. 

56 Le ali del diavolo Alichino. 

5; Paura del Mayarrese : il volo non potè vinctt» 
in velocità la paur.'i. 

58 11 Navarrese sf tuffò sotto la pece , e Alichino 
se ne rivoJÒ in su còlle pive nel sacco. 

59 Buffa , che nel 7 Cdnlo signi6ca vanità e Kaiif 
qui significa scherno e beffa, fatU dal barattiere ai 
diavoli. 


i 


I 


. CANTO XXII. 29? 

Volando dietro gli tenne ^^y invaghito 
Che qaef campasse, per aver la zuffa ^': 

E come i harattier fa disparito, 

Così volse gli artigli al suo compagno, 
E fu con lui sovra M fosso ghermito ^*. 

Ma l'altro fu hene sparvier grifagno ^^ 
Ad artigliar ben loi^ed ambodue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo schermidor subito fue ^^; 
Ma però di levarsi era niente ^^^ 
Sì aveano inviscate T ale sue. 

Barbariccia con gli altri suoi dolente, 
Quattro ne fé' volar dall' altra costa 
Con tutti i raffi; ed assai prestamente 

Di qua di là discesero alla posta ^^: 
Porser gli uncini verso gP impaniati^ 
Gh' eran già cotti dentro dalla crosta; 

£ noi lasciammo lor cosi impacciati. 


60 Tenne dietro ad Alichiao. 

61 Avendo caro che il Navarrese scampasse > per 
•xsuffarsi con tal pretesto con AUdiino. 

6a Aggradato cogli artigli. 

63 De^ più feroci di questo genere. 

64 La pece ardente , in cui eran cascati ben attac- 
catisi cogli artigli, fece da schermidore, spartendoli. 

65 Era un n ente , cioè vano ogni sforzo di rialzar- 
si e rivolare. ' 

66 Al luogo loro assegnato* 


296 

CANTO XXIII. 


ARGOMÉNTO 


In questo Canto tratta il nostro Poeta^ ddtm mtU 
bolgia , nella quale sono gV ippoeriti^ la pem 
de' quali è C esser vestiti di gravissime cappe e 
cappucci di piotàbo dorati di fuori, e di gir sem* 
pre d* intorno la bolgia» E tra questi trovsL CaU^ 
lano e Loderingo frati Bolognesi» àia prima pi- 
ticamente descrive la persecuzione cV egli eUt 
dai Demoni, e come fu salvM da Virgilio» 

T .. . 

-i- aciti^ 8oli^ e sanza compagnia 
N'andaVaia V an dinanzi, e l'altro dopo, 
Come i frati minor Vanno per Tia '• 
Volto era in sa la favola d'Isopo 
Lo mio pensier, per la presente rissa ^, 

I Come i frati di S. Francesco, non quando Tanao 
a coppia per città, come pare che trasporti il P. d' A- 
quino, aluernicoiae, pia turba, todales sic bini la- 
ceduntf ma qaando un dopo l'altro viaggiano inaia- 
me in campagna, e di rado si uniscono del pari* 

Cioè, taciti , soli e senza compagnia ; ma ^i efi 
la diflTereoxa che i Frati Minori yanuo a coppiere 
Dante e Virgilio andavano 1' uno innanzi e 1 altra 
dopo. — > L. 

a Avendomene risvegliata la specie questa rissa tri 
Calcabrina e Alichino. La favola è questa : la rana 
ai esibisce a un topo di passarlo di là da un fosso eoa 
animo di annegarlo, maquaudo sta per eseguire ilsao 
malvagio disegno, veduti da un nibbio^ furono aaib^ 
due rapiti da easo e divorati. 


CANTO XXIII. 297 

Doy'ei parlò della rana e del topo; 

Che più non si pareggia mo ed issa ^j 
Che r un coli 'altro fa ^^se ben s'accoppia 
Principio e fine ^, con la niente fissa *.* 

E come V on pénsier dall' altro scoppia ^, 
Cosi nacque da quello un altro poi, 
Che la prima paura mi fé' doppia 7. 

Io pensaya così: Qaesti per noi ^ 

Dice r antica anonimo CommenUtore^ essere in- 
▼ece quella favola, in cui la rana, legato un 61oal suo 
piede e a quello del topo onde tragittarlo di U dal 
fiame^ io tirava inverso V acqua, e il topo, per la 
]^ura d' annegarsi , inverso la terra • Cosi faceano 
qaei due Demoni, tirandosi 1' un 1' altro. •— F. 

3 Mo, ed issa, due particelle del medesimo signi- 
Beato ambedoe/ora e ad esso * 

Si partgeia, cioè s* agguaglia nel lignificato mo ed 
issa. Mo (ora ) troncamento dell* arverbio latino 
modo; issa (^aJe^so) è la stessa voce latiu'a ìpsa « iosa* 
liMC bora ec. , dalla quale noi^ è 'solo venuto aaes* 
so, ad ipsum hoc momentnm, ipso facto ec. , ma l'al- 
tro antico avverbio provenzale issamente. — F, 

4 11 fatto del topo e della rana, col fatto di questi 
dae diavoli. 

. 5 Se si confrontano insieme il principio, cioè la 
cagione che mosse la rana a 6nger di voler passare 
dall' altra ripa il topo, e moss^ Galcabrina a finger 
di Yoler coirer in aiuto d' Àlicbino( cbe fu tanto nel- 
r uno, quanto uell* altro il voler ingannare con dan- 
no ) ed il fi uè, cioè 1' effetto cbe ne segni; e fu, che 
ciascuiio ingannato rimase, e preda, qnegli del nib- 
bio, questi della pece. 

* Con la mente fissa, lo stesso cht fissamente* — F. 

6 ^asee, scaturisce* 

7 Mi raddoppiò la paura cbe ebbi quando ci .furoa 
dati per guida i demoni. 

6 A conto nostro, per nostra cagione. 


298 DELL' INFERNO 

Sono scherniti, e con danno e con beffa 

Si fatta, cb' assai credo, che lor noi 9 . 

Se i' ira sovra 'i mal yoler s' aggaeffa '® , ^ 
£i ne verranno dietro piii cradeli. 
Che cane a qaella levre^ cb' egli aocefFa "• 

Già mi sentìa tatti arricciar li peli 
Dalla paara, e stava indietro intento , 
Qaand' io dissi: Maestro, fa' che celi 

Te e me tostamente, cb' io pavento 

De' Malebranche '*: noi gli avem già dietro: 
Io gì' immagino sì^ che già gli sento. 

E qnei: S'io fossi d' impiombato vetro ''^ 
L' imagine di fuor '4 tna non trarrei 
Più tosto a me,che qaella d' entro impetro. 

Par mo '^ venieno i taoi pensier tra i miei, 
Con simile atto, e con simile feccia. 
Sì cbe d' entrambi nn sol consiglio fei. 

S'egli è'^^ che sì la destra costa giaccia^ 
Che noi possiam nell'altra bolgia scendete} 

9 Rechi noia . 

10 Se alla malignità s' aggiunge l' ira. 
Aggueffare, voce antiquata, è, dice il Boti, filoig* 

giungere a filo^ come ai fa innaspando ec. — F. 

1 1 Abbocca, mettendogli il ceffo addosso. 
Acceffa , dal frauzese chef, capo , e uoi diciano 

ceffo , ceffone* — L. 

la Dalle male branche de' diavoli. 

i3 8' io fossi uno specchio. 

\l\ \J immagine esterna del tuo corpo non ritrarre* 
e rappresenterei cosi, come l' immagine interna dell* 
tna mente: io indovino, anzi veggo benissimo i tuoi 
pensieri: impetro, cioè scolpisco ed esprimo. 

i5 Pur ora. 

i6 Se la cosa sta così, che la ripa a man dritta fe^ 
so la sesta bolgia declini^ e non sia si precipitosa. 


\ 


CANTO XXIII. 299 

Noi faggtrem P immaginata caccia '7. 

Già non compio di tal consiglio rendere '®, 
Gh' io gli ridi Tenir con l' ale tese 
Non molto Inngi^ per volerne prendere. 

Lo duca mio di sabìto mi prese, 
Come la madre^ch'al remore è desta, 
E Tede presso a se le fiamme accese, 

Che prende il figlio, e faggete non s' arresta, 
Avendo più di lui, che di se cura. 
Tanto che solo una camicia vesta: 

Egi& dal colle della ripa dura '^ 
Snpin si diede *^ alla pendente roccia^ 
Che r un de' lati all' altra bolgia tura *'. 

Non corse mai sì tosto acqua per doccia **, 
A volger ruota di mulin terragno *^, 
Quando ella più verso le pale approccia *4^ 

Come '1 Maestro mio per quel vivagno ** , 

17 La caccia che noi ci immagiuiano e temiamo 
doverci dare i dt-monii. 

18 Non avea Qnito Virgilio di esporre la saa riso- 
lozione. 

19 Dalla cima della ripa dura, tìccome di pietra. 
9o Si lasciò andare giù sdrucciolando colle reni^ e 

tenendo Dante stretto sul petto. 

ai Perché l' altro lato riman chioso da an'altra roc- 
cia o ripa, essendo ciascuna bolgia chiosa da due di 
tali ripe o bastioni. 

93 Canale. 

Doccia dal latino barbaro duchia o ducia > tolto 
da ducere» — F. 

a3 Fatto in terra, a differenza di quelli che si fab« 
bricano sopra i laghi o fiumi. 

34 Li' acqua s' appressa alle pale della ruota, dov'è 
nella sua maggior velocità e precipizio. 

aS Per quella ripa, o por quel pendio, per quella 


300 DELL' INFERNO 

Portandosene me soTra 'I stio petto* 
Come suo figlio^ e non. coma comfNigno. 

Appena furo ì dìo suoi giunti al Ietto 
Del fondo giù, eh' ^i ginnsero in sol colla 
SoTresso noi *^; ma non gli era sospetto: ' 

Che l'alta Pro^idenasa, che lor Tolle 
Porre ministri della fossa quinta, 
Poder di partirs' indi a tolti tòlle. 

Laggiù trovammo una gente dipinta *% 
Che giva intorno assai con lenti passi. 
Piangendo, e nel sembiante stanca e Tinta* 

Egli aTcan cappe eoo cappucci bassi 
Dinanzi agli occhi, fatte delia taglia ^'» 
Glie in Cologna per li monaci fassi* ^ 

Di fuor dorate sondai ch'egli abbaglia, 

strifciA» die fece aelcaUni. Vigagnoprojprbmsali 
r estremità lango le tele e robe aoUili, sicoone ci- 
mosa o cintolo I eatremiU lungo i panni di lena. 

a6 Come si dice con esso noi« con esso mcy con es- 
so loro, ec; ma ciò non era a Virgilio di sospetto • 
di timore» 

Ma non u* era sospetto, leggono alcune aaticht 
edizioni e forse meglio. Intendi : Ma non ersufi firn 
Q>agion di temere, poiché ci trovaramo al sicoro. — P« 

27 Cbe altro mostrava al di fuori» altro era id di 
dentro, come sarebbe a dire masdMrata^ a con fin 
dipinto a divozione* 

28 Di quel taglio, di quella foggia cba atavano atif 
la città Elettorale di Colonia , dove le cappe de' m> 
naci B\ fac«Yano più. grossolane é più maltatte a niii 
di sacchi, dice il Landino, il Vellutello • il P. d' Af 
qjuino: più pompose e larghe, dice Daniello ed fl 
Volpi , di quel cbe si facessero in Italia: e FranoMee 
Buti racconta, cbe per Ja pompa e vanità con c»i vo- 
levano vestire quei monaci^ furono in pcnitema dsft 
Pontefice obbligati a vestirsi cosi rmiamente. 


CACfTO XXIIL 301 

Ma dentro tutte piombo^ e grayi tanto^ 
Che Federigo le mettea di paglia *9. 

in eterno faticoso manto! 
Noi ci Tolficmmo ancor pare a man manca 
Con loro insieme intenti al tristo pianv: 

Ha per lo peso quella gente stonca 
Ven\a sì pian, che noi eravam nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d'anca ^^. 

Per ch'io alduca mio: Fa'^che tu truovi 
Alcun, eh* al fatto, o al nome si conosca; 
E gli occhi SI , andando, intorno muovi: 

Ed un, cbe'ntese la parola tosca, 
Dirietro a noi gridò: tenete* i piedi^ 
Voi^ che correte si per T aura fosca: 

Forse eh' avrai da me quel che tu chiedi. 
Onde il duca si volse, e disse: aspetta ^', 
E poi secondo il suo passo procedi. 

Histetti,e vidi duo mostrar gran fretta ^* 
Deir animo, col viso^ d' esser meco, 

39 A paragone di queste così pesanti, qaelle inven- 
tile dalla crudeltà di Federigo potean dirsi leggeris- 
liiDe. Federigo 11 Imperatore usò di far trrmentarei 
tei di lesa maestà in questa guisa: faceva lor mettere 
tiidoMo una gran veste di piombo; e poscia messili ìn^ 
mi gran vaso al fuoco, faceva s\, che insieme col piom- 
Ilo u corpo ancora del reo si disfacesse. 

3o Ad ogni passo che muovevamo, acquistavamo 
touovi compagni, lasciando indietro quelli, con cui 
•1 muoverci eravamo del pari. 

* Tenete, cioè trattenete, soffermate» — F.^ 

Si O Dante, aspetta lo spinto,e poi cammima con 
Ini, accomodandoti al suo passo. 

3a n«siderio. 

Dante T. I. 26 


302 DELL' INFERNO 

• * 

Ma tardayagli '1 carco^ e la yia stretta. 

Quando far giunti, assai con roccbio bieco 
Mi rìmiraron sanza hr parola: 
^Q\ si volsero 'n se, e dicean seco: 

Cosali partivo all'atto della gola ''; 
E s"* ei son morti^ per qual privilegio 
Vanno scoyerti della grave stola ^ 

Poi mi dissero: O Tosco, cb'al collegio 
Degr ipocriti tristi se' venuto. 
Dir cbi tu se' non avere in dispregio. 

Ed io a loro: I' fui nato e cresciuto 
Sovra '1 bel fiume d''Arno alla gran viIla'^ 
E son col corpo, cb'i'bo sempre avuto *^ 

Ala voi cbi siete, a cui tanto disti Ila \ 

. Quant' i' veggio^ dolor giù per le guance} 
E cbe pena è in voi. cbe sì sfavilla*? 

E r un rispose: Oime! le cappe rance ^f 
Son di piombo s\ grosse, cbe li pesi 


■ 33 Al respirare che Dante faceva. 

34 Del nostro abito talare lungo 6110 a' piedi ,cbe 
tale era la stola de' latiui. 

35 Nella città di Firenze ; detta villa alla modi 
francese. 

f^illa. Rutilio Numaziano : Nunc uillae ingenteh 
oppida parila prius. Dunque nel secolo quinto s'en 
cominciato da Latini a dir i/illa per città. — L. 

36 Col corpo mio yero^ non fantastico e aereo. 

* Distilla, cioè nel sudore. — L. 

* Sjcn^illa , campeggia 9 arde, apparisce. — L. 

37 Le cappe dorate^ essendo il rancio colore viciao 
al giallo. 

Rance è detto quasi aurantiae , dal colore aureo* 
Bene si danno loro le coppe di piombo dorato, pe^ 
che r ipocrita sembra oro^ e poi è vero piornljo. — I* 


CANTO XXIII. 303 

Fan così cigolar '® le lor bilance *». 

Frati Godenti 4o fummo, e Bolognesi, 
Io Catalano, e costai Loderingo 4' 
Nomati, e da taa terra insieme presi 4% 

Come suole esser tolto un uom solingo 4^ 

38 Strìdere. 

Cigolare, altri pronanziano. zìfiolare, onde 1* uc* 
cello zigolo dal fischio che tramanda. — * L. 

39 Noi stessi che sostenghiamo si dolorosi pesi. 

40 Alcani gentiluomini di Lombardia «upplicaroao 
Urbano IV di poter fondare nn ordine di cavalieri 
col titolo di Frati di Sanila Maria, obbligandosi dì 
combattere contro gì' infedeli, e di maniere ragione e 
ginstizia: ma perchè erano per lo più ricchi, e stava- 
no di ordinario alle lor case a godersela con la moglie 
e co' figli, e a scialare spleudida mente, il volgo gli 
cbiamàYa per soprannome Frati Godenti o Gaoden* 
ti; in oggi qaest' ordine è soppresso: portavano per 
insegna uno scado bianco con croce rossa ,8e ce ne stia- 
mo al Landino. 

4f M. Catalano Catalani o Mal voi ti; M. Loderingo 
deg^li Andai! , e chi dice de' Lambertucci ; il primo 
Guelfo, il secondo Ghibellino. 
• ifì Nominati da quei, che reggevano la città, per* 
che il popolo non tumultuasse dopo la disfatta del re 
Manfredi, ed accettati tutti e due da Firenze tua pag- 
ina per governatori, in luogo di nn solo pretore o po- 
testà, che soleano eleggere per amministrare la gin- 
stijua, per essere allora il popolo nelle due fazioni 
diviso: ma corrotti da' Guelfi già prepolenti per de- 
nari, ci portammo in modo, che discacciati i Ghi- 
bellini^ ne appariscono ancora i segni incontro del 
Cruardingo: era questa una strada o contrada, in cui e- 
rano le case degli U berti famiglia nobilissima e capo 
dei Ghibellini, fatte ardere e diroccare da quei due 
frati Godenti, ved. Vili. 1. 7,0. 3. 

45 Proposti fummo fsà eletti affine di conservare la 
sua pace a quel modo che suol eleggersi per tal fine un 


304 DELL' INPERNO 

Per conservar sua pace; e {bmino tali, 

Ch' ancor si pare intorno dal Guardingo. 

Io cominciai: O fratini vostri mali*..^ 
Ma pilli non dissi: eh' agli occhi mi corset 
Un crocifisso in terra con tre pali* 

Quando mi vide, tutto si distorse^ 
Soffiando nella barhn co' sospiri: 
E '1 (rate Catalan^ eh' a ciò s'accorse^ 

Mi disse: (^uel confìtto, che ta miri, 
Consigliò i Farisei ^% che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo è per la via. 

Come tu vedi, ed è mestier eh' e' senta 
Qualunque passa, com' ei pesa pria: 

Ed a tal modo il suocero ^' si stenta 
In questa fossa^ e gli altri del concilk^ 
Che fa per li Giudei mala sementa 4*. 

solo, e Don due, cone si foce iti quella con tìngeBU 
dt fazioni: se pur solingo non voglia prendersi in «•■ 
80 di solitario^ cioè uoii imbarazzalo in fazioni, boi 
partigiano; mu indifferente» qu«l sarebbe uu soliU- 
rio: cosi forse l' intese il fiuti citato dalla Crusca. 

44 Figura di reticenzn: i vosttri mali portameoti 
han recato l' ultimo estermmio alla mia patria, Tuien 
dirf e sgridarli, siccome Gbibellino. e uou compt- 
tirli, come sogua il Laudino, quasi volesse 80|sgiai- 
gere: i vostri mali rec^in doloie ancora me. 

45 Mi si offerì e presentò avauti gli occhi. 
,' (\6 Caifasso che profetizzò: expedit ut ui 
viatur homo prò populo etc* 

47 Anna suocero di Catfa sta penando ancor egli 
cosh 

48 Perché produsse pessimi frutti, tra' quali i'ce* 
cidio di Gerusalemme sotto Tito, circa 3^ anni dopo 
quel conciliabolo. 


unuM mo- 


CANTO XXIII. 305 

AUor yidMo maravigliar Virgilio 49 
Sovra colui, eh' era disteso in croce 
Tanto vi intente ^** nel!' eterno esilio. 
Poscia drizzò a' frati cotal voce: 
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 
S' alia man destra giace alcuna foce, 
Onde noi ambodui possiamo uscirci 
Sanza costringer de^li angeli neri. 
Che yegnan d' esto fondo a dipartirci ^'. 

Rispose adunque: Pia che tu non speri ^% 
S'appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
Si muove, e varca tutti i vallon feri; 

Salvo che questo è rotto, e noi coperchia: 
Moqtar potrete su per la mina ^^j 
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 

Lo duca stette un poco a testa china, 
Poi disse: Mal contava la hisogna ^4 

49 Per non esser egli inforijoato di questi fatti, sic- 
sopie persona del pagaoesimo. 

5p Perchè da tutti era calpestato. 

5i Ad agevolarci la partenza. 

Sa £' vicino più che non speri uno scoglio, o sco- 
fiìertL, che cominciando dalla gran cerchia, da cui si 
Ainde in mezzo Maleholge con tutti i suoi valloni, 
rarca sopra tutti i dieci bastioai.fino a! pozzo, tolto- 
le questo scoglio, che è rotto e rovinato, onde non vi 
iȈaa sopra ne lo copre, ma giace caduto a terra. 
^ 53 Bla potrete però salire per le rovine, che giac- 
cone in un pendio> e in una salita non del tutto sco- 
scesa, perchè lo scoglio non è disfatto in minuzzoli, 
na una buona parte ne resta intera, e s' innalza e so- 
iravanza di molto il piano. 

54 11 diavolo Malacoda male ci aveva istruiti per il 
lostro bisogao, e e' ingannò nel dirci ciò che ci biso^ 

*26 


306 DELL' INFlXU!IO 

CoIqì, che i peccator di \k «incìna ''• 

E M frate: lo udì' già dire a Bologna 
Del diaTol visj ussai^ tra i qaali nAì\ 
Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna. 

Appresso '1 duca a gran passi sen' gì' 
Turbato un poco d'ira nel sembiante: 
Ond' io dagl' incarcati mi parti' *^ 

Dietro alle poste delle care piante *7. 


tu 

la 
h 


gniiya fare per proseguire il Tiaggio^ ataicondidod il 
bugiardo, che tal punto non era roYinato. 

55 Arronciglia, aggraffia. 

56 Aggravati dal pesantissimo manto. 

57 Orme, pedate ael mio caro Virgilio. ai 
Cile poste Taiga orme , uestigia , nonostante l'i» Il 

toriti della Crusca , eredttt^ Judaeus jiptlla. Qmì> I^ 
Ji esempj, che son riportati nel Vocabolario 9 w» 
autorizzano questa interpretazione , a per me ri* 
teugono il significato di positura , situazióne* Po* lii 
ste adunque leggono tutte le moderne edizioni, ni ■'^ 
leggono erroneamente , giacché la Tera lezione è pi- 
ste ( coir o stretto } , yale a diraN^ec/aCe , vesti' 
già f e poste non é certo che uno strafalcione degli 
antichi copisti o de' tipografi. Peste infatti si le^e 
in alcune edizione del secolo hy • corno per esempio 
in quella del i484; Peste lesse il Landino e comaMS* 
tò : — et andai dietro alle peste, all' orme e alle vf 
stigie delle care piante di Virgilio; <— Peste leM 
pure il Veli Otello, e chiosò : — dietro alU pesU, 
cioè dietro alle uestigia et orme delle piante, tt» 
(Questa lezione mi sembra cosi evidente, cbe non cn* 
do aver d* uopo d' una dimostrazione maggiora. — ^* 


307 

CANTO XXIV. 


ARGOMENTO 


OH molta difficoltà esce Dante con la fida scorta 
del suo maestro Virgilio dalla sesta bolgia* Vede 
poi 9 che nella settima sono puniti i ladri da pe» 
lanose e pestifere serpi, E tra questi ladri trova 
yanni Fucci da Pistoia , il quale predice alcu" 
ni mali della città di Pistoia e de' Bianchi fio- 
retuini» 


rtt quella parte del gioTÌnetto anno % 
Che '1 sole i crin sotto l' Aqaario tempra *, 
E già le notti a mexzo H di sen' Tanno^; 

^ando la brina in sa la terra assempra ^ 
U immagine di saa sorella bianca ^j 


t GioriiiéttG secondo lo stile romano ^ che fa il 
ipo d' anno il primo di Gennaio» 
m Che il sole entra in Aquario circa il ai di quel 
ése^ quasi a temperarvi i saoi raggi ; ma al tem« 
> di Dantef 3oo anni in circa prima della correzio« 
i Gregoriana, ciò snccedeva circa il 94 del mese. 

3 Qnando passato già di un mese il solstizio iema» 
^ vengono però a scemerai oramai sensibilmente le 
otti, e con ciò ad avviarsi verso il giorno, che ap- 
into è mesco, cioè la metà di a4 ore, la qual cosa 
:cade nell' equinozio, in cui la notte e il di fiinno a 
ezzo col prendersi dodici ore per uno. 

4 Bassomiglia. 

5 La neve , massime se sia nna piccola nevata | 
»ne snol dirsi un* incsciatura. 


308 DELL' INFERNO 

Ma poco darà ^ alla snp pénoa tempra ?, ^^' 
Lo Ylllanello \ a cui la rolm mancai, 

Sì leva, e guardale vede la campagna IH 

Biancheggiar tutta, ond'ei sì batte V anca '*: Vvo 
Ritorna io casa^ e qua e là si lagna, ¥^ 

Come '1 tapin *^ che non sa cbe si faccia ": h 

Poi riede, e la speranza ringavagna '* |Dol 
Vegpendo M mondo aver cangiata faccia '' tir 

In poco d'ora, e prende suo vincastro '^ V^ 

Ir 

6 Presto si strugge e sparisce. 

7 Slmilitudiue tolta dalla penna da scrivere, cka Itb 
avendo una tempra o temperatura sottile, dQnpo*|((; 
co: così la brinata per Ja sua tempra o condisioMb L 
non può molto durare. Altri leggono: e la sua jM>iR 
tempra, cioè contempla U suo freddo^ che reca dir 1'* 
no e pena alle cose che adògge. |( 

8 Bisogna che sia un yillanello piccinino bene, li 
non sa distìnguere la brina dalla neve. 

9 Che si trova sprovvisto del bisognevole per U 
sue occorrenze. 

10 Atto di chi sbigottendo forte s' impazientise» 

1 1 Un misero avvilitosi, cui manca ogni ripiego. 
* Tapino, raTTSivo^, umile. JNoi lo prendiamo ptf 

misero ed infelice. •— L. 

la Ripiglia la speranza, si rincora: propriamente 
ripone nel gavagno , cioè cesto o canestro: parolt 
lombarda , almeno di quel tempo : si dice ringayi* 
gnare, a quella foggia che si direbbe riiiGascare, riin- 
bottare, rinsaccare, ma il cuor d' un villauello il 
Poeta se 1' è figurato più tosto un canestro^ meatn 
cosi richiedeva la rima. 

Bingatfasina; gavagno, quasi cavagna, dalla coa> 
cavità. — L. 

in luogo di ringauagna, qualche stampa porta ri* 
guadagna, lezioue da non spregiarsi. — • F. 

i3 Allo sparire della brinata. 

i4 Scudìscio^ baccbettiua. 


CANTO XXIV- 309 

E fuor le pecorelle a pascer caccia.* 

Così mi fece sbigottir lo Md8tro> 
Quando io gli yìdì sì tarbar la fronte '^, 
E così tosto al mal giunse lo 'mpiastro '^* 

Che come noi yenimmo al guasto ponte^ 
I^ doca a me si Tolse con qael piglio '7 
Dolce^cfa'ioyidi in prima appièdcì monte '^. 

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 
Eletto seco, riguardando prima 
Ben la mina, e diedemi di pigliò ''. 

E come quei^ che adopera *^ ed istiraa, 
Che sempre par che innanzi si proveggia y 
Cosl^ levando me su ver la cima 

D'ho roncbione *'^ avvisava un'altra scheggia^ 
Dicendo: sovra quella poi t' aggrappa ; 
Ma tenta pria s'è tal, eh' ella ti reggia. 

MoD era via da vestito dii cappa **, 

i5 Per essere stato burlato e cucaliato da quel 
Biomllo di MaUeoda. 

16 Col rasserenarsi ben tosto , e mostrarniisi in 
aria giuliva mi medicò e tolse quello sgomento , e 
però mi rincuorai siccome il villanello ec. 

Èmpiastro , i/im^a^pov medicina , che si applica 
•tteruameute^ e qui è preso generalmente per rime* 
dio. — L. 

12 Con queir atto amorevole verso di me. 

18 Qoaudo mi comparve la prima volta a liberarmi 
da quelle tre fiere tra la selva e il monte. 

19 M' abbrNCciò, prendendomi in collo. 

ao Opera-, e insieme vien pensando a ciò che poi si 
ba da operare. 

31 Grosso pezzo di masso rovinato. 

aa Da non potervisi arra m picare uno che fosse 
vestito di cappa, com' erano quo* miseri Ipocriti da 
noi dianzi visti* 


l 
r 


310 DELL'INFERNO 

Che noi apeDa,ei lieve *^ ed io sospinto*^, 

Potevam sa montar di chiappa in chiappa'^» 

E se non fosse^ che da quel precinto *^, 
Più che datr altro, era laccata corta , 
Non so di Ini^ ma ib sarei ben Tinto. 

Ma perchè Malebolge in ver la porta 
Del bassissimo pozzo tatto pende. 
Lo sito di ciascana valle porta. 

Che l' ana costa sarge^ e V altra scende: 

Noi par veniinnìo alfine in su la punta, ^[ 
Onde l'ultima pietra sì scoscende *7. 

La lena m'era del polmon s\ munta. 
Quando fui su, eh' i' non potea più oltre, 
Anzi m' assisi nei la prima giunta. 

Ornai convien, che tu così ti spoltre ^'^ y 

Disse '1 Maestro; che seggendo in piuma, ,^ 
In fama non si yien, né sotto coltre *^i \ 

Sanza la qual, chi sua vita coìisnma, | ( 

Cotal vestigio in terra di se lascia, 
Qual forno in aere od in acqua la schiuma* 

E però leva su, vinci 1' ambascia 

Con l'animo, che vince ogni battaglia, 
Se col suo grave corpo non s' accascia ^* 

a 3 Perchè senza Tero corpo. 

a4 Dalle maui di Virgilio. 

a5 Di scheggia in scheggia di quei sassi che spot- 
lavano in fuori. 

26 Cerchio, argine in giro. 

37 Sta pendente in giù dall'altra parte, o i^t^ 
lascia d' essere scoscesa rimanendo uu po' di piane 
rottolo sa la cima. 

28 Spoltronisca, spigrisca. 

ag PoU roneggiandu a letto. 

3o IMoa s' aggrava , e casca giù avvilito* 


CANTO XXIV. 34^ 

i& longa scala convien^cbe si saglia ^': 
Non basta da costoro esser partito: 
Se tu m' intendi, or fa'si, che ti vaglia ^*. 
eyaimì '^ allor^ mostrandomi fornito 
Meglio di lena, eh' ì' non mi sentia, 
E dissi: Va', eh' io son forte ed ardito, 
i per lo scoglio prendemmo la via, 
Ch'era ronchioso, strettoie malagevole '^> 
Ed erto più assai^ che quel di pria, 
irlando andava per non parer fievole: 
Onde una voce uscio dall' aitilo fosso ^^, 
A parole formar disconvenevole. 
in so che disse , ancor che sovra '1 dosso ^^ 
Fossi dell'arco già, che varca quivi; 
Ma chi parlava ad ira parca mosso. 

• era volto in giù, ma gli occhi vivi '^ 
Non potean ire al fondo per l'oscuro; 
Per ch'io: Maestro^ fa' che tu arrivi 

3f Ci resta da salire, cioè quella del Purgatorio. 
33 Col mettere iu opera ciò, cbe bai inteso. 

33 Mi rizzai. 

34 Aspro, scabroso, sassoso , di sassi fitti e spor- 
Dti ben in fuori. 

35 Per lo qual mio parlare use) dall'altro fosso, 

* era la settima bolgia, una voce non atta a scoi- 
r parole. 

36 Ancorché fossi sopra il dosso , cioè nel mezzo 
ir arco d[ quel ponte che varcava dalla sesta boi- 
t alla settima, sicché io doveva intendere più facil- 
Bote di 1), che da ogni altro luogo, essendo come 
piombo sopra colui che parlava. 

37 Per quanto esercitassero la propria loro azione 
tale di vedere, la propria vivacità: che Dante non 
ìama qui vivi i suoi occhi a differenza di quelli di 
irgilio, come vuole il Daniello. 


312 DELL' INFERNO 

Dall' altro cinghio ^\ e ditmontiain lo moro; 
Che com' i' odo quinci, e non intendoi 
Così giù veggio^ e niente raffigaro. 

Altra risposta, disse, non ti rendo, 
Se non il &r*^ che la dimanda onesta 
Si dee segai r con l'opera tacendo. 

Noi discendemmo '1 ponte dalla lesta. 
Ove s' aggiunge con l' ottava ripa, 
E poi mi fu la bolgia manifesta: 

E yidivi entro terribile stipa ^9 

Di serpentine di sì diversa mena 4», 

Che la memoria il sangue ancor mi scipa^* 1 1 

Più non si vanti Libia con sua rena; |V( 

Che se Chelidri^ iaculi, e Farce | [ 

Produce, e Ceuchri con Anfesibena 4% 


Sé 

In 
U 

Ss 

ì 

L 

li- 




38 All' altro argine che cinge intomo l'ottafi bol- 

5ia, e di ì\ 5'caliamo giù il maro^ calandoci nel fradi li 
fila bolgia. n 

* Se non tifar, cioè se non V operazione ttcfta • |t 
cui tu m* inviti. — F. 

39 Calca, aggruppamento. 

40 Razza, natura, serpeggiamento. 

41 Guasta e sciupa. 
4^ Questo assortimento di serpenti è preso dal 

lib. 8. di Lue. Chelidriy serpi che in terra e in acqui 
yi?oiiO. Jaculi che si Jancian dagli arbori addosso agli 
uomini . Faree , serpi che cou la coda camminai 
elevati da terra con le altre membra. Cenchri, peidiè 
piuticchiati da certi punii che paiono i;rauo di miglio^ 
che il miglio iu greco si appella cenchros (e qui tottf 
i testi di Dante, anche quello degli Accademici delM 
Crusca, sono corrotti ^ leggeudo centri in luogo 4 
cencftri , com'è chiaro che deve leggerai dai greco 
cenchros), e dicon di questo, che movendosi non scr- 
pe^gidj ma va a dirittura. Anfesibene, serpi che hau- 


CANTO XXIV. 345 

tante pestileozie, né si ree 
liostrò giammai con latta T Etiopia, 
iè con ciò, che di sopra 'I mar rosso èe 4' ; 
1 questa cruda e tritissima copia 
}orrevan genti nude e spayentate^ 
>anza sperar pertugio 44, od elitropla 45, 
n serpi le man dietro ayean legate: 
Quelle fìccavan per le ren la coda 
Z '1 capo, ed eran dinanzi aggroppate, 
ecco ad un, eh' era da nostra proda, 
^'ayyentò un serpente, che M trafisse 
Là dove 'i collo alle spalle s' annoda. 
O SI tosto mai, né I si scrisse* 
^m' ei s' accese, ed arse, e cener tutto 

due capi, uno dove l'hanno le altre, 1' altro in 
ro di codjt. 

iraiide e lunga questione segui tra ir Lombardi e 
lionUi a cagione di questo ternario, che il primo 
ssfi sull' autorità dell' edizione Nidobeatina If g- 
a in questa guisa. 

Più non si vanti Libia con sua rena 
Chersi, Cheli Jri, Jaculi e Faree 
Producer, Cenchri con Anfesibena: 
nendo che la volgata comune fosse erronea, lo 
5 non so yedere il merito di tanta lite, giacché il 
cetto del poeta viene poi e coli' una lezioue e col- 
Itra ad esser lo stesso. Il Biagioli è dì parere clie 
laoya lezione del Lombardi affievolisca anzi che no, 
npetuoso andamento drl discorso, ed io sono del 
bimeiito medesimo, e quindi ritengo per migliore 
azione comune. «— F. 
% Cioè r Egitto. 
i Luogo da nascoudersi. 

) Pietra preziosa che grossamente credevàsi aver 
'Iriù di rendere altrui invisibile. 

Danit r. /. 27 


3M DELL' INFERNO 

Convenne che cascando divenisse: 

£ poi che fu a terra s\ distrutto^ 
La cener sì raccolse per se stessa^ 
£ quel medesmo ritornò di butto 4^. 

Così per li grnn savi si confessa^ 

Che la Fenice muore^ e poi rinasce ^7, 
Qnando al cinqaecentesimo anno appressa. 

Erba, né biada in saa vita non pasce; 
Ma sol d' incenso lagrime e d' amomo, 
E nardo e mirra son T ultime fasce. 

E quale è quei che cade, e non sa corno ^ 
Per forza di demon eh' a terra il tira, 
O d'altra oppilazion 4^, che lega V uomoi 

Qnando si leva e che *ntorno si mira, 
Tutto smarrito dalla grand' angoscia^ 
Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 

Tal' era ''l peccator levato poscia: 
O Giustizia di Dio, quanto è severa! 
Che cotai colpi per vendetta croscia 49* 


46 Sabito, di botto. 

47 E' traduzione di Ovidio.* una est quae reparait 
segue ìpsa reseminat ales, Assjrri Phaenica vocanHt 
necfruge, nec herhìs, sed thure^ et lacrimis, et tuC' 
co viuit amo mi etc. 

\ Como per come trovasi osato dagli antichi Scrit- 
tori anche in prosa. £' precisamente il quomodo dei 
Liatiniy nella guisa stessa che come è il quomodo est» 
cosi inflesso nella pronunzia. — F. 

48 Accidente apopletico, o epilettico, cioè mal cs* 
duco che nasce da qualche turamento nei nervi, ondt 
s'impedisca il corso degli spiriti, qualanque poi di 
ciò sia 1* origine. 

49 Metafora presa dall' acqua quando vieo giù di' 
rottissima. 


CANTO XXIV. 345 

uca il dimandò poi, chi egli era: 
rch' eì rispose: V piovvi di Toscana 
co tempo è, in questa gola fera, 
bestiai mi piacque, e non umana ^ 
some a mul ch'io fui: soo Vanni Facci ^^ 

^anni Fucci pistoiese bastardo di M. Puccio de' 
ri^ nota bestiale e ladro , cha tra le altre coi 
>mpagui rubò la rìccbissima sagrestia del Duo- 
Pistoia, imputandone Vanni della Nona che ne 
ichè innocente, impiccato.. 
bameuto alla Sagrestia de'i5elli Arredi nel Dao- 
Pìtftoia segui nell'an. lagS. Vanni della Mona, 
ice del delitto ( non già innocente corat* dicono 
tari e il Lombardi) fu quello dei tre ladri, che 
* impunità rivelò i veri autori del furto> per lo 
n altri , falsamente imputati e fierameute tor- 
ti,rimase libero Rampino di Ranuccio iunoceote. 
Ine anni era dorato il processo infruttuosamen- 
à stava per esser condannato alle forche e al tra» 
lento a coda di cavallo l'infelice Rampino, quan- 
la rivelazione di Vanni della Mona si venne 
irò del fatto: anzi questo discuoprimento ginn- 
inaspettato e recò tanta sorpresa, che fu attri- 
I miracolo della Madonna detta delle Pnrrine. 
anni Fucci delia Dolce^cosi detto, perchè Fuc- 
Lazzeri suo genitore l'enbe illegittimamente da 
•noa cosi nominata) e con Vanni della Mona, 
ito Vanni' di Mirouc , siccome apparisce dal se- 
documento pubblicato dal Chiar. Prof. Sebast. 
i : yannes Fucci della Dolce , Vannes della 
%et yannes Mironne Pislorienses , cives ne* 
et lìomines malae conuersationis et vitae^ con- 
uerunt Inter se, deliherationes habita ìnstiga- 
ìiabolica, ihesaurum B. Jacobi derubare. Qui' 
cuusis et enormi tatibus/uerunt multi et alii. 
nf amati et inculpati,inter quos erant Rampi" 
lius Domini Rannuccii de Forensibus portae 
nis et Sauna Coregiaruui et Puccius GrassiiiSp 


316 DELL' INFERNO 

Bestia, e Pistoia mi fa degna tana *'• 

Ed io ai duca: Dilli, che non mocci **; 
E dimanda, qaal colpa quaggiù *ì pinse: 
GhWlTidindmgiàdisangneedicornicei*'* 

E '1 peccator, che intese, non s* infinse/ 
Ma drizzò Verso me i' animo'e '1 Tolto, 
E di trista Tergogna si dipinse; 

Poi disse: Più mi dnol, che tu m'hai colto 
Nella miseria^ dove tu mi Tedi, 
Che qnand'' io fui deir altra yita tolto*: 

Io non posso negar qael, che tu chiedi: 

qui fiterunt UBxati et ^navati per multa meammief 
mentorum^ linde dominuk nampinu» finue thmUd 
Ranueci ad mùrUm dieehaiurJamnari, et idem td 
coMidam equt muti et ad fureae euepeadim Et #^a» 
nee dèlia Monna jpartioepg ex deiiatù pt^ieffià 
eaptus inter e'epta majorie écdènèe (guadam A 
prima Quadragésihiae tane tèmporie et in fin/ji 
pùtestatìs, tndelicet eiani della Bella deFloremtie, 
et Communi s Pi star ii, qui nominavi t rAaleJaetem 
qui ad dietumfurium contemerunt etfaeere ianMir 
aebani, excepto /ilio dieti domini Ranueei, exor 
Mando eumdem quod ineulpabilis fuerat. De perieli 
Ha dietis unus 'gratia Dei et Firginie extiterat Ir* 
beratui an. 1795, i3 Afai*tii.Gli arredi sacri derahK^ 
ti non furono che pochi, atteao che i ladri intinori" 
tisi neli' atto del furto per un piccol romore che ir 
gul nella via, e credendo di esaere discoperti , ahlMi* 
donarono non compita quell'impresa nefao<bi. — F« 

5i In riguardo alle sanguinose fasioni di quel toa* 
pò , essendo per altro cittA di.costome molto geatitoi 

5a Che non fugga e cosi ci burli. 

53 £ come tale non dovrebbe essere quaglie, M 
nel primo girone del cerchio settimo tra i TioiealL 

* Che quanta io fui dell* altra tritìi tolto, vale a 
dire, che la morte ignominioea eh* io Jeei eui pati» 
bolo, — . P. 


CANTO XXIV. 3C7 

;iù soD messo tanto^ perch' i' fui 
irò alla Sacrestia de'belli arredi ^4; 
nmente già fu apposto altrui, 
perchè di tal 'vista tu non godi ^^, 
nai sarai di fuor de' luoghi bui, 
;li orecclii al mio annunzio, ed odi: 
eia in pria di Negri sì dimagra **; 
Firenze rinnuova genti e modi ^7; 
e Marte vapor di vai di Magra ^^, 


air aitar di S. Iacopo. 

in goda« per esser tu della parte de'fiianchi ed 

parte de' Neri. 
«cciandoDe in frran numero. 
Bianchi fiorentlui accorsero a Pistoia, per il 
:cor8o fu vinta la fazion de' Neri, e molti di 
luti in Firenze, v'introdussero con nuova gen- 
ti costumanze:o pure intendi, che poco dopo da 

furono cacciati i Bianchi , e tornarono i Neri 
nti, rovinando la città e le leggi. 
>tto questa allegoria intende di Marcello dei 
si Malaspiiii che signoreggiavano in Val di 
il quale fattosi capo de' Neri, diede la batta- 
Sianchi nei Campo Piceno sotto il Castel di 
lio e li ruppe e disfece, e questa rotta fu cagio* 
i Bianchi di Firenze fosseio cacciati dà' Neri: 
11. 1. 8, e. 44. 

Uani, lib. vili, e 44 » ^^^ ^i^^ ^^ ^^ que- 
Bglia, come afferma il Venturi , né di Campo 

llani lib. 8, cap. 48, parla d'un fenomeno che 
in Cielo dalla parte di ponente* Comunque 
[uesti versi si allude alla disfatta che i Bian* 
aronadai Neri in Campo Piceno, nella quale 
1 poca parte Moroello o Marcello Malaspiua, 
i sua signoria in Valdimagra. — F. 

•27 


318 DELL' nUFERHO 

Gh' è di tòrpidi nuvoli intolnto: 
E con tempesta imp^ilota ed agra 

Sopra campo Pieen 6a cooibattoto; 
Ood^ei repente spexzerà la nelibia *t, 
Sì eh' ogni Bianeo ne sarà lerato; 

E detto i ho^ perchè doler tea' deUUa • 


So Le soldateiclw più deboli della fasioiie Sùn 
disfatte da Marodio con soldateeclM più forti ligai 
cete nei no?oli« 


/ 


349 

CANTO XXV. 


J SGOMENTO 


J)opo essersi il Pucci sdegnato cantra Iddio, se ne 
* fi^SB^' appresso Dante vede Caco informa di Cen^ 
tauro con infinita copia di hi scie su la groppa, 
ed un dragone alle spalle. Nel fine incontra tre 
spiriti fiorentini, due de' quali innanzi a lui ma' 
rauigliosa mente si trasformano* 

A.1 fine deJle sue parole il ladro 
Le mani alzò con ambedno le fiche ', 
Gridando: Togli,Dio, eh' a te le squadro*. 

Da indi in qua mi far le serpi amiche *, 
PercV una gli s' avvolse allora al collo, 
Come dicesse; V non vo', che più diche; 

Ed nii' altra alle braccia, e ril^ollo 
Ribadendo ' se stessa sì dinanzi , 
Che non potea con esse dare un crollo* 

I Atto scoDciOy che si fa con le dita io dispregio 
altrui, messo il dito grosso tra V indice e il me£o: 
Ted. il Varchi nell'Ercolano a e. loo. 
' a Prenditele pnre^ che intendo di farle a te e per 
ino dispetto: bestemmia più stolta che da dannato: 
•qaadrare, qui vale mostrare^osteisc^ere^ quasi spinger 
ao gli occhi. 

- * Dice che divenne amico delle serpi^ che sono tan« 
io in orrore all' uomo» a dimostrare quanto fu il pia- 
cer suo nel veder s) punito quell' empio della sua or- 
ribile bestemmia. Cosi il Biagioli. »» F. 

3 Metafora presa dal chiodo, di cui per conficcarsi 
scappatane la punta, si rificca indietro ribattendola^e 
quest' è ribadire. 


320 DELL'INFERNO 

Ah Pistoia Pistoia, che ooo stanzi 4 
D'inceoerarti} siche più dÒd duri, 
poi che 'n mal hr lo seme tao * avHDZj? 

Per tutti i cerchi dell' inferno oscuri, 
Spirto non vidi in Dio* tanto superbo^ 
Non quel, che cadde a Tebe giù de' mari ^ 

Ei si foggi, che DÒD parlò più 'verbo: 
Ed io vidi un Centauro* pien di rabbia 
Venir gridando: Ov'è, ©▼ è i' acerbo*? • 

Maremma non cred'io, che tante n'abbia, 
Quante biscie egli avea su per la groppa^ 
Infino ove comincia nostra labbia ?« 


4 Risolvi* 

Stanzi g deliberi > decreti, Stanzumaenti ai dicoa» 
le deliberazioni o decreti di alcun MagiaCraio^ e vit^ 
ne da sfàtUere. — L. 

5 1 tuoi antepati: yai di male in peggio. 

Lo seme, tuo, i tuoi animali , che come narra SaK 
lustio furono i soldati di Catilinari. quali se udu iba- 
daron Pistoja^ furon peraltro quelli che la ripopola- 
rono — F, 

* In Dio, centra Dio. — L. 

6 Gapaneo, di cui si è detto nel Canto i4> 

* Un Centauro^ E' questi Caco, come il Poeta dirà 
più sotto. •— F, 

* Il duro, V ostinato? Intendendo l' empio Vanni 
Pucci. — F. 

7 II Landino e il Velhitello per labbia , intendoao 
il ventre, a cagione delle immondezze che yì ha^detta 
latinamente lahes, ma meglio il Daniello i' ioteode 
per viso, faccia, perchè in altri luoghi chiaramente il 
Poeta l'usa in tal signiGcato Canto 7,. 14» ^8 Inf. e s3 
Purg. Ma se quel comincia nostra labbia par che ia« 
dicbi la pancia del Centauro, che è dove comincia a 
esser uomo^può spiegarsi cosi, e torsi ogni difficoitè: 
dove comincia la sua sembianza umana ; pigliando 




CANTO XXV. 32* 

Sopra le spalle dietro dalla coppa ", 
Con Tale aperte gli giaceva on draco , 
Lo qnale amioca 9 qnalnnqae egli intoppa. 

x> mio Maestro disse: Questi è Caco, 
Che sotto '1 sasso di monte Aventino ■* , 
Di sangue fece spesse volte laco. 

fon va co' sno'fratei " per un cammino, 
Per lo furar frodolente '* eh' ei fece 


lembìanta in senso più atnpio^ che non significhereb- 
M faccia o viso. 

8 Naca , parte di dietro della tesra. 

9 Infuoca chiunque in lui si riscontra. 

10 Uno de' sette colli di Roma, dove quest' Baui' 
lino aveva il suo grottone: Hic spelunca fuit vanto 
tmbmoturecettu semiliominis Caci AEn^S- Semi homi" 
tÌ9, non perchè Centauro, ma perchè uomo bestiale, 
OMi ti scmihuminii, e il peetora itmijeri Dante lo 
^se per Centauro. 

11 Non va con gli altri Centauri suoi fratelli. 
Dante qui fa la mitologia a suo modo; Caco non fa 
Centauro, ma un ladrone che per ultimo rubate ed 
Ercole certe vacche, fu da lui ammazzalo. Favola no- 
tUsiroa. 

Che Virgilio cogli epiteti di semihnmo e temijerus 
intendesse descrivere un Geutuuro, lo dicono pure 



loce e maestro. •— F. 

13 Perchè tirava alla' sua spelonca gli armenti per 
b coda air indietro/ acciò le pedate, se fossero state 
per il suo vento, non indicassero il furto. Perchè doti- 
qoe egli usò tal frode, però ha luogo tra i frodolenti 
e non tra i violenti , come gli altri Centauri, confor- 
me il già detto nel Canto I9* 


322 DELL' INFERNO 

Del grande armento '', ch'egli ebbe a ficino;' Itm 

Onde cessar le sue opere bièce '^ \h 

Sotto la mazza d' Ercole, che forse p 

Gliene die cento, e non sentì le diece*. lln 

Mentre che sì parlava, ed ei trascorse *, |Cì: 
E Ire spiriti* venner atvttonoi '*, 
De' qiiaì né io, né '1 duca mio s'accorse, 

Se non, quando gridar: Chi siete voi? 
Per che nostra novella si ristette '*^ 
Ed intendemmo pure ad essi poi^. 

Io non gh' conoscila: ma e' '7 seguette *^ , 
Come suol seguitar per alcun <»8o, 
Che r un nominar l'altro convenette, 


«1' 


D'i 




E 


1 3 I buoi -eh* Ercole areva condotti di Spagna, i 
tratteueTa a pascolore in quei coutorui. 

i4 Traslato dalla -vista: storte, contro la retta-.i>* 
giooe, pessime. 

^ Perché mori alle prime percosse, mentre Ercole 
pel furore della yeudelta seguitava a percuoterle 
benché morto. — F. 

* Trascorse, se ne passò oltre. — F. 

• * Tre Spìriti. L* uno era Agnolo Brunelleschi , il 
secondo Buoso degli Abati, il terzo Faccio Sciancato 
de' Gaiigai, tutte famiglie Fiorentine. — F. 

i5 Sotto, perché i Poeti erano su la ripa^e gli spiri- 
ti giù nella bolgia. 

i6 II nostro ragionare contando la novella di Caco. 

* Intendi: C poscia badammo solamente ad essi— F. 
1^ Questa E* è formolina ridondante, ma grazioiii 

usata dai più puliti scrittori, Petrar., Boc. ec. ,edAÌ 
viventi finrfiitiui eziandio nel parlare più uguale. 

i8 Accadde come suol talora accadere,che un dico* 
storo ebbe occorrenza di dpyer nominare V altro. 


CANTO XXV. 323 

icendo : Gìanfa '^ dove fia rimase ••? 
l'erch' io, acciocché '1 duca stesse attento, 
IVIi posi '1 dito sa dal mento al naso *', 
i tu se' or, lettore, a creder lento 

Ciò eh' io dirò, non sarà maraviglia; 

Chè io, chc'l vidi, appena il mi consento. 
>in' io tcnea levate in lor le ciglia, 

Ed un serpente con sei pie si lancia 

Dinanzi alT nno, e tutto a lui s' appiglia. 
O pie di mezzo gli avvinse la pancia, 

E con gli antcr'ior le braccia prese. 

Poi gli addentò e l' una e Taltra guancia, 
rii deretani* alle coscie distese, 

E misegli la coda tra ambedue, 
. E diet,ro per le ren su la ritese. 
Slera abbarbicata mai non fue 
• Ad ulber sì, come V orribil fiera 

Per l'altrui membra avviticchiò le sue: 
^oi t' appiccar , come di calda cera 

Fossero state, e mischiar lor colore; 
' Né rnD> ne l'altro già parea quel eh' era. 

IO Cianfa fo della famiglia de' Donati di Firenze.' 



M che questo spirito fosse sparito dalla vista degli 
dtrl tre, e trasformato nel serpente a sei piedi , che 
MT ora dirik aTvitpcchiarsi ed immedesimarsi con A- 
piolo Bmnellescbi. ~^ F. 

.ao Benché li presente, ei non lo riconosceva per es- 
ser si stranamente trasformato. 

31 Come chi intima silenzio per sentir meglio chi 
parla oltre di -lì: digito compesce labellum. Juv. 

* Gii deretani, cioè i piedi didietro. — F. 


324 DELL' INFERNO 1 

Come procede innanzi dall'ardore *% ÌL 

Per lo papiro '^ suso un color bruno, I D 
Che non è nero ancora, e 'l bianco *4 miilwe. I P 

Gli altri dae rignardavano, e ciascuno ìk 

Gridava: O me *^! Àgnel , come ti muti! ID 
Vedi> che già non se' uè duo, né uno. IP 

Già eran li duo capi nn divenuti, iti 

Quando n' apparver duo figure miste H 

In una faccia, ov' eran duo perduti *^. 

Fersi le braccio duo di quattro liste *t; 
Le Goscìecon le gambe, il ventre e 'l casso '* 
DIvenner membra, che non far mai viste. 


2a Prima che si acceuda e alzi la fiamma. 

a3 Noa lucignolo come vaole il Landino e 'I V<1- 
lutello, ma carta, che così ancora si dice in greco, il 
latino, iu francese e in spaguuolo, dal papyrus aiìih 
scelto che nasce in Egitto in luoghi paludosi, di cn 
si faceva la carta, come ora si fa di cenci di lino. 

) 1 Lombardi coli' autorità di l^ier Grescensio di* 
mostra evidentemente che il papiro^ di cui qui pidi 
Dante, era una materia solita ardersi nelle lucent 
in luogo della bambagia.Crra adunque il Venturi cn- 
dendo che fosse una specie di carta. — ^ F. 

^4 II color bianco. 

a5 Oimé, Agnolo, o pure o mio Agnolo* questo! 
Agnolo Bruuellesclii, come vogliono gli antichi spo- 
sitori. 

Gran cicaleggio f^nno il Lombardi, il Romanis fi 
altri se sia da leggerii Agnel o Agnol , qnasichè i- 
^nelo e Agnolo ( o Agnello e Aniello , come dicono i 
Napoletani ) non sia lo stesso che Ansiolo ed Ansu' 
/o/-f. ^ ^ ^ 

^ 36 Perduti ciascuno nella sua propria sembiaQia« 
sicché riconoscer uou vi si potevano. 

27 Perchè alle due braccia dell' uomo si erano uni- 
te le due gambe del serpente. 

a8 Cassa del petto. 




CANTO XXV. 325 

gni primaio aspetto ivi era casso *9; 
Due, e nessun l'ìmagine perversa 
Parea,etal sen già con lento passo* 
ome '1 ramarro sotto la gran fersa 
De'dì canicalar, cangiando siepe, 
Folgore par, se la yia attrayersa; 
>s\ parca, yenendo verso l'epe '^ 
Degli altri dno^ un serpentello acceso^ 
Livido e nero* come gran dì pepe; 
qaella parte, d'onde prima è preso ^' 
Nostro alimento^ alP nn di lor trafisse: 


119 Cassfito^ cancellato. 

10 PaDcie. 

E/»« yieue da rtirxp , che sigoiBca fegato. -^ L. 

* in questo acceso cioè iucollerito serpi niello, li- 
Io e nero, ascoudevasi 1' anim» di Francesco Guf>r- 
» de' Cavalcanti» pur esdo citiadino Bureutiiio. Se 
tr« òpiriti nella propria forma veduti da Dante 
r. 35 )p si agginogano gli altri doe sotto forma di 
rpentiy si avranno i cinque Fiorentini, che al prin- 
no del Canto seguente dice Dante aver ritrovati in 
està bolgia £ siccome costoro erano tutti delle 
imarie famiglie nobili di Fireme, ed erano stati 
Ila Repubblica uomini di grande autorità e molto . 
mtati^cosl il Vellutello pensa , che essi non fosse» 
qui confinati per furti particolari commessi nelle 
ivate case , come sogliono comunemente fare i ladri 
vii condizione , ma vi fossero per quei furti che 
■omettono i personaggi di alta condizione, senza 
dare giammai in galera^ convertendo le pubbliche 
Irate nel proprio uso, o decimandole accortamente 

11 modo da non Hudar soggetti a sindacato. -— F. 
3i 11 bellico, per cui la creatura nel ventre mater- 

prende 1' alimento. 

Dante T. I. 28 


i 

4 


326 DELL' INFERNO 

Voi cadde gioso ^* innanzi lai distetOt I e 

Lo trafitto il mirò, ma nulla disse; 

Anzi co' pie fermati sbadiglìaTa, T^ 

Pur come sonno, o febbre T^assalisse. 

Egli il serpente, e qnei lai rigaardaya ^'; 
L' un per la piaga, e V altro per la bocca 
Fumavan forte, e '1 fumo s' incontrava. 

Taccia Lucano omai, là doye tocca 1* 

Del mìsero Sabello'^, e di Nassidio ^* , 
Ed attenda ad udir quel^ ch'or si scocca '^: 

Taccia di Cadmo e d'Àretusa Ovidio; L 

Che se quello in serpente, e questa in fonte ' 
Converti poetando, io non lo invidio '?: 

Che duo nature mai a fronte a fronte 
Non trasmutò^ s\ cbeambodae le forme 
A cambiar lor materie fosser pronte. 

Insieme si risposero a tai norme '^, 
Che '1 serpente la coda in forca fesse '', 

3a 11 Berpt^ntello. 

33 Quello spirito guardava il serpente e il serpente 
lo spirilo. 

34 Lib. II dove narra per incidenza che costui mor- 
sicato da uu serpf^nte cbe si chiama icps, ne rimaic 
in brev' ora morto e quasi iu cenere disfatto. 

35 Costui morsicato dal serpente perster gonfiò 
tanto che p;li scoppiò la corazza. 

3(> Si racconta speditamente. 

37 No, perchè Dante ne dice delle più grosse^ e di 
non' pigliarsi né meu con le molle. 

i)\ì\ ben risponde il Lombardi al Venturi , dicen- 
dogli che la sbagliò esso pure , se cercando il qaiuto 
Evangelista, credè trovarlo in Parnaso. — F. 

38 lVcI trasformarsi vennero via via a corrisponder- 
si insieme di a) fatta guisa. 

39 Divise^ aperse, tende. 


CANTO XXV. 327 

E 'I .femto ristrìnse insieme rorme"^*». 

te gambe con le cosce seco stesse 

S'appiccar s^, chc'n poco la giuntura 
Non facea segno alcun, che si paresse. 

Ttogliea la coda fessa la fìgnra 4', 
Che 8Ì perdea di là, e la sua pelle 
Si facea molle, e quella di là dura. 

Io vidi entrar le braccia per V ascelle, 
Ei dao pie della fiera, eh"* ero n corti, 
Tanto allungar quanto accorciavanquelle^'. 
Poscia li pie dirietro insieme attorti 
Dìventaron lo membro che Tuom cela, 
E**! misero del suo n'avea duo porti 4^. 
Mentre che '1 fìimo T uno e raltrò vela ^^ 

•. Di co^or nuovo, e genera '1 pel ^uso 

Per r una parte ^*^ e dall'altra il dipela 4«, 
L' un si levò 4?^ e l' altro cadde ginso. 
Non torcendo però le lucerne empie 4», 
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 


Ao I piedL 


ji La coda ai trasformò in piedi, gambe e coscie 
che vennero aparendo nel dannato^ in cui successe la 
trasformazione al contrario. 

4^ Allungarono alla misura e forma di braccia. 

43 Ne area sporte in fuori e stese due piccole gam- 
be e branche serpentine. 

44 Caopre: questo fnmmo era d'altra efficacia de 
Ja pietra 'filosofica da trasformare un metallo in un 
alt^o! 

45 Nel serpente. 

46 Dal fa parte del dannato rade il pelo. 

47 Si ris7.ò il serpente già fatt' uomo, e V uomo 
fatto serpente andò m terra. 

48 Gli occhi e la guardatura orrenda. 


328 DELL'INFERNO 

Quel>-rVera dritto^ il trasse 'over le tempie^, 1 ^ 
E di troppa materia, che 'n là i^enne, 1^ 

Uscir gli orecchi delle gote scempie ^*; " ^ 

Ciò, che non corse in dietro, e si ritenne^ 

Di qael soverchio fé'' naso alla foccia, 1^ 
£ le lahhra ingrossò quanto conyenne. 

Quel, che giaceva ^',il muso innanzi caccia, 
E gli orecchi ritira per la testa, I'' 

Come face le corna la Inmaccia; I 

E la lingua, ch'aveva unijta e presta lì^ 

Prima al parlar, si fende, e la forcuta 1^ 
Neir altro si richiude, e 'I fumo resta. t^ 

U anima , ch'era fiera divenuta^ |r 

Si fugge sufohindo * per la valle, 
E l'altro dietro a lui^ parlando sputala 

Poscia gli volse le novelle spalle, 

E disse all' altro: i' vo', che Bnoso *' corri, 
Com' ho fatt' io ^', carpon per questo calle. 

Così vid' io la settima zavorra *4 
Mutare, e trasmutare, e qui mi scusi 

49 II nuovo uomo attrasse e raccolse verso le ÌRB* 
pie tutto il suo muso. 

50 Che poco prima erano scempie e liscie , senu 
1' escrescenza dell* orecchie. 

5i li nuovo serpente* 

* Sufolnre , da soffiare, qui signi6ca fischiare, \^ 
francese sìffier, ed è alto proprio del serpente. — F. 

* Parlando ^sputa. Cioè parlaua colla bava alU 
bocca, per cagione dell* ira. — F. 

5i Questo Buoso inteso dal Poeta è uno della fani* 
glia degli Abati. 

53 Come ho fatt' io, 6nchè sono stnto serpente. 

54 Zavorra, sabbione che suol porsi nel fondo del- 
le navi, e però qui per valle arenosa nel fondo del- 
l' Inferno. 


CANTO XXV. 329 

La noYitìif se fior la lingua abborra ^'. 

Bd avvegnaché gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto, e i' animo smagato ^^, 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 

Ch' io non scorgessi ben Puccio Sciancato ^7. 
Ed era quei che sol de' tre compagni *® 
Che venner prima^^non era mutato: 

L' altro era quel^ che tu, G aville, piagni. 

55 Se la lingua coufusa per tal novità smarrisce e 
perde i fiori della poetica eloquenza: propriamente è 
errare, smarrirsi^ deviare dal diritto sentiero, o di- 
acorso, come apparisce chiaro uel Cauto Si^eiriu- 
terno v> nì!(,e non l'abbracciare del Laudino, uè l'abor* 
rire del Vellutello. 

Alcuni testi leggono se fior la penna aborra, ed é 
miglior lezione. Intendi: Mi sin scusa la uovità, se 
la peuna, aliena qui da tracciar 6ori ed eleganze, seri* 
ve ora andantemente cose mostruose ed orribili. -» F. 

56 Smarrito, avvilito e fuori di £e,parte per lo stu- 
pore, parte per il raccapriccio. 

57 ramosissimo ladro, ma non trovo di che fami« 
glia si fosse. 

58 l tre compagni erano Agnolo, Buoso, Puccio, il 
serpe di sei gambe Cianfa, il serpentello nero Fran- 
cesco Guercio Cavalcante, il quale fu ucciso in Gavil- 
le Borgo di Val d* Arno di sopra , di cui per fare i 
tuoi memorabil vendetta, feronq ammazzare la mag- 
gior porte di quei terrazzani, e però si dice che Ga- 
yille lo piange; cioè piange per conto di costui, stalo 
a lei cagione di tanta strage. Essendo dunque questi 
cinque nobili di primo rango, e di graude affare nella 
repubblica, né ponendosi il furto particolare, non è 
credibile,che il loro rubare fosse come quello di Giail- 
ni Fucci, o d'altro ladro di vii condizione, ma un ru* 
bare da gran cavalieri con prepotenze , angherie , e 
con convertire in uso privato le pubbliche entrate 
.che maneggia vano. 

*28 


'\ 


330 

CANTO XXVI. 


jìRGOMENTO 

Vendono i Poeti alV ottava bolgia, nella quale veg' 
eiono infinite fiamme di fuoco: ed intende Danti 
da F'ir^ilio, che in quelle erano puniti i fraud<h 
lenti consiglieri f e checiastituna conteneva un pec- 
catore^ fuor die unn, che Jacendo di gè due cora«, 
uè ne conteneva due , e questi erano Ulisse e 2>io- 
mede^ 

v^odi^ Fiorenza ' , poi che se' si f^rande, 
Cbe per mare, e per terra baiti V ali, 
£ per 1' inferno il nome tuo si spande. 

Tra gii ladron troyai cinque * cotali ' 
Tuoi cittadini: onde mi yien vergogna 
E ta in grande onoranza ne 5ali\ 

I Amara ironia, e lode di o^ni riprensione pik 
acerba. 

a 1 cinque nel fine del precedente canto nomioaii 
alla nota 58. 

5 Non mica plebei» ma primari barbassori della.toa 
repubblica. 

* Intendi*. Nel mentre che a me medesimo ne viene 
versogna, tu ve sali in grande onoranza» Ed è que- 
sta ironica ed amaris^imn maniera di parlare, mentre 
le parole dicono l'opposto di quello che deesi inten- 
dere. La ma^cior parte de* Testi legge erroneamente 
non ne sali, falsa lezione che distruggerebbe il modo 
ironico, che qui tiene il poeta fino d»! primo Terso 
del Canto , e che renderebbe languido il discorso , e 
snervato il concetto. -~i F. 


CANTO XXVr. 334 

a se presso al mattino il ver sì sogna 4, 

Ta sentirai di qua da piccioi tempo % 

Di qneljche Prato ^, non ch'altri, t'agogna: 

se già fosse^ non sarìa per tempo ^: 

Cosi foss'eì, da che par esser dee; 

Che più mi graverà^ com*più m'attempo 7. 

I Cosi loglion dire i poeti^ che i sogni della matti- 
flono veridici: Numque sub aurora jam dormitan" 
lucerna. Tempore quo cerni somnia t^era solente 
'id. 5. 

*Di qua da piccioi tempo^Da per a» Di qai a poco; 
sentirai fra poco tempo. — F. 

% Proverai che quella calamità che ancor Fra tocche 
r la vicinanza ne potrebbe patire , ti desidera, non 
e i popoli lontani: o pure che ti brama anche Pra- 
y eh' è un tuo castello , per il tuo mal governo^ 
n che Siena ed altre città di te eroule: o forse an- 
e mentovp Prato in rìgnardodel cardinale Niccolò 
Prato molto avverso a: quella repubblica. Le di- 
n%ie seguite, ma d«l Poeta qui con artificio prò* 
laticate , e per via di sogno veridico antivedute , 
rono la rovina del ponte alla Carraia^ mentre era 
eoo zeppo di popolo concorsovi a godere di uno 
ettacolo che si faceva in Amo, 1' incendio di 1700 
■e , consumando le fiamme un tesoro infinito, e le 
sGOrdie civili tra i Bianchi ed i Neri: yed.Villan. !• 
eap 70 e 71. 

6 Non sarebbe troppo presto: ben starebbe V esser 
presente danneggiata da simili disastri, 
t Col divenìrp piò attempato^ diverrò io pc^r V età 
en sofierente di questi guai e di quei disordini di 
iltivo governo, che tirano addosso alla mia patria 
li calamità. 

Com* troncamento di come trovasi più volte negli 
itichi poeti. Dice Dantesche più gli saranno gravi 
ielle disgrazie quanto più sarà egli attempato allo- 
iquau'lo succedeirauno, e cosi sarebbe meglio che 
iccedcisero tosto^ perciocché quanto più V uomo si 


332 DELL' IWFERICO 

Noi ci partimmo ^ e so per le scalee , 1 £ 

Che n'avean fatte i borni scender pria', l[(| 
Rimontò '1 daca mio^ e trasse mee. I e 

E proseguendo la solinga via 1 { 

Tra le schegge, e tra'rocchi dello scogUoS ||\q 
Lo pie sanza la man non si spedia . 

Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio. 

Quando drizzo la mente a ciò cV io vidi "f ![, 


attempa od invecchia, tanto più s* accrese in luil'i* 
flior della patria e delia propria famiglia la quale coi- |K 
la figliuolan^M va crescendo, e conseguentemente Un- 
to più gli grava e pesa ogni disgrazia che cada sopra 
quelle cose a lui si care e dilette. ~- F. 

8 Delle quali noi prima ne avevamo fatti scemili* 1^ 
do, cioè sce5i i borni, cioè quei suoi quasi scaeliou: ||, 
borni spiega il Landino e il Vellntello, per gneidti 1, 
cattiva vista, perchè questo vocabolo cosi significa il 
bolognese dice il primo, in francese dice il scorah 
do. Ma borni in questo passo ( benché la Crusca noi 
parli di questo signi 6cato ) si prendono per quelle 
pietre infuori che nelle fabbriche imperfette si la- 
sciano per morse : cosi il Daniello e il Volpi. 

Sembra che il Venturi leggesse at/eam, mentre dee 
leggersi auean. Borni appella qui Dante le scheggie 
sporgenti di quello scoglio ( dal francese bornet àt 
murailles ), per le quali i due poeti erano scesi ondi 
avvicinarsi al fondo della settima bolgia. Intendi daD- 
que differentemente dal come spiega il Venturi edo- 
gni altro Commentatore: Noi ci partimmo, e su ptr 
quelle rozze scale , cui i borni , cioè le sporgenti 
scheggie, uueùnci porto il modo di discendere daf 
prima , rimontò il mio Duca ec* Taluno legge aseeu' 
der, tal altro a scender, ma non mi semhrauo lezioni 
molto esatte. — F. 

9 S* intende dal contesto. 

10 A ciò eh' io vidi di pene destinate a qnelli cbe 
usando male della sottigliezza dell' ingegno cadono 


CANTO XXVI. 333 

E più l' ingegno affreno^ di' io non soglio, 

K^erchè non corra, che virt& nói gnidi ": 

. S\ che sestella/baona " , o miglior cosa 
M'ha dato '1 ben,ch'io stesso noi m'invidi\ 

Quante* il villan^ ch'ai poggio si riposa, 
Nel tenipo'*^checolai*^,che*l mondo schiara, 
La faccia sua a noi tien meno ascosa '^, 

Come la mosca cede alla zanzara '^, 
Vede lucciole giii per la vallea '7, 
Forse colà, dove vendemmia ed ara; 

Dì tante fiamme tatta risplendea 

L' otta^ra bolgia, si com' io m' accorsi, 


in questa ottava bolgia » perché correva pericolo, e 
t^ioeva di dover aodar dopo morte a far la prova , co- 
mm tormentavano. 

1 1 8i che uon corra ove non sìa guidato da virtù. 

la Talché se propizia influenza del cielo, o amo- 
revole provvidenza del Signore mi h» conceduto il 
cnn hene, ch^ é un ingegno d^^to e sublime, non me 
lo rivolti in mio danno, come se io stesso me Tinvi- 
diassi, abusandomene in male. 

• Convengo qui còlla maggior parte degli esposito- 
ri, i quali intendono che ne' dueternarìi parli Dante 
eoa), come per proemio ali» punizione eh' é p'r de- 
•crivere dei maliziosi consiglieri , i quali si ritrovano 
nell'ottava bolgia , e non già dei ladri delle pubbli- 
che entrate , i quali si ritrovano nella settima , e dei 
quali ha già terminato di tenere discorso. — > F. 

* Quante si riferi<ice a i^ede lucciole» quattro ver* 
fi di sotto. — ' F. 

i3 D' estate. 

■ 4 11 Sole. 

i5 Per esser le notti sì brevi^ 

16 Tosto eh' é fatto sera, o fermandosi la mosca^ e 
toccando a volare alla zanzara. 

17 Quante lucciole vede il villano ec 


334 DELL' INFERNO 

Tosto cbe fui là 'tc M fondo parea '•. 

£ qoal colui y che si vengìò con gli orsi '9, 
Vide 'I carro d'Elia al dipartire •", 
Quando i cayalli al Cielo erti levorsi^ 

Che noi potea sì con gli occhi seguire, 
Che vedesse altro, che la fiamma sola, 
Sì come nuvoletta, in su salire; 

Tal si moTca ciascuna per la gola 

Del fosso; che nessuna mostra il furto % 
Ed ogni 6nmma un peccatore invola '*. 

Io stava sovra 'I ponte a veder surto, 
8ì che s' io non avessi un ronchion *'pre80) 
Caduto sarei gi& sanza esser urto*. 

£ '1 duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse: Dentro da' fuochi son gli spirti: 
Ciascun si fascia di quel, eh' egli è inceso. 

Maestro mio, i^isposi, per udirti 

Son io più certo, ma già m'era avviso *^, 
Che cosi fosse, e già voleva dirti: 

Chi è'n qael fuoco, che vien sì diviso 
Di sopra *^, che par surger della pira, 


i8 Dove si potea discernere. 

19 U Profeta Eliseo che si veDclicd di 4^ f^ncialU 
petulanti^ facendoli sbranare dagli orsi venuti sabito 
al suo comando. 

30 Istoria sacra assai nota» lib. 4 fleg* e. a. 

ai Ciò che tien dentro celato. 

aa E involgeudolo invola all' altrui vista. 

a3 Schepgioii di sasso. 

** Urto per urtato, come si usa scorciare questi lu- 
pini — . L. 

a4 Avvisto^ avveduto. 
.^5 Diviso in due punte verso la sommiti. 


CANTO XXVI. 335 

(>T*Eleòcìe col fratel fu niiso *^7 

^isposemi: Là entro si martìra* 
Ulisse e Diomede, e cosi insieme 
Alla vendetta corron, com' all' ira ^t-, 

S dentro.dalla lor fiamma si genie 
L''a|;aato dei cavai*, che fé' la porta •*, 
Ond' uscì de' Romani '1 gentil seme »9. 

^iangevisì entro V arte^ perchè m jrta '** 

a6 Dove furon messi ad ardere i corpi de' due fra*» 
elli tra se nemici Eteocle e Polinice, li quali ribut- 
Jiyansiy e fuggiva T una fiamma dall'altra, come se 
|aei cadaveri ritenessero ancora l'odio antico. V. Sta- 
uo nella Teb. Tremuere rogi, et nouus advena bu- 
tto pellitur, exundant diwiso vertice flammae: e Ln- 
san. Scindiiur in partes, geminoque cacumine sur- 
^it Thebanos imitata rogos, 

* 5» martira, cioè vien martoriato, vien punito 
Ulisse e Pio mede. •— F. 

^7 Corrono qui insieme alla punizione^ come in- 
sieme corsero air ira che li fé' mettere in opera tante 
frodi contro i Troiani. 

* Si geme V a guato del eaual, cioè si sconta a la- 
erime l inganno del Camallo. Vale a dire: Zs dentro 
alla lor fiamma Ulisse e Diomede scontano a lacri" 
me la frode commessa col noto Cavallo, il quale fe- 
ce V apertura colà donde usci il gentil seme de* Ro^ 
mani. — F. 

a8 Per cui introdurre si aperse nelle^^mara di Tro- 
ia la vastissima porta. 

39 Dalla qual cosa^ che fu causa della rovina di 
Troia» venne il fuggirsene Enea, che poi per varios 
casus venuto in Italia propagovvi la sua stirpe , da 
cai nacquero i Romani: altri intendono , che Enea 
fuggendo uscisse per quella medesima porta: ma con 
che fondamento? ^ 

3o L'astuto artifizio usato da quei due greci per 
scoprire Achille travestito da donna, onde ne avven- 
ne eh' egli abbandonò costei rimasta gravida di Pirro. 


336 DELL' INFERNO 

Deidamia a cicor si daol é[. Achille^ 

. E del Palladio '' pena. ti si porta* 

S'ei po.ssoD dentro oa quelle fuTille 

Parlar, diss' io, Màefttro, assiti ten preg^, 
E rtprego, chéi prego vaglia mille. 

Che Qon mi fticci dell' attender oieg<f *% 
Fin che la fiamma cornata qua vegna: 
Vedi, che dai desio yer lei mi piego " • 

Ed egli a me: La taa peghiera è aegna 
Dì molta lode ; ed io però T accetto: 
Ma fa', che la tua lingua si sostegua H, 

Lascia parlai^ a me; eh' io ho concetto* 
Ciò, che tu vuoi: eh' e' sarebbero schifa ^9 

3t Della statua di PalUde da coloro rajpiU à 
Troiani. 

3a Non mi nieghi il piacere d' aspettar qui, fiacU 
la fiamma che si divide in due ec. 

* Far niego Vaie dar negativa 9 come mettersi §1 
niego, mettersi sulla negatiua* Pare, xvi» Sq: già si 
mette al niego, Canz. vii» St 5: a ogni mera par 
messio al niego» — F. 

33 Per la gran roglia che ho di parlarle sto eoa takU 
la persona piegato verso di lei. 

34 Non parli. 

Si astenga dal parlare» — F. 

* Concetto, presentito^ concepito. '— F. 

35 Non perchè per esser greci non intenderebbono 
la lingua toscana , come peraltro espongono alcam 
Comeiitatorì, giacché Virgilio parlando toscano fa da 
loro inteso(alla poesia già si passano qaestl miraeolij^ 
m« perché, siccome greci dotti ed altieri, ave rebbera 
forse sdegnato, di rispondere e soddisfare all' intem-' 
gazioni fatte da Dante, uomo allora né per letterata- 
ra, né peraltro pregio famoso. 11 prego che fa Virgi* 
lio a costoro aggiunge» se bea si rifletta, probabihU 
a questa iuterpretasione. 


CANTO XXVr. 337 

Pcrch'ci far Greci, forse del tuo detto. 

Poiché la fiamma fa yenata qaivi; 
0?e parve al mio daca tempo e loco^ 
In questa forma lui parlare audìyi* . 

O voi, che siete duo dentro ad un fuoco, 
S' io meritai di toì, mentre ch'io vissi, 
S* io meritai dì voi assai o poco, 
Quando nel mondo gli alti versi scrissi^ 
Non vi movete: ma Tun di voi dica 
Dove per lui perduto a morir gissi ^^. 

Lo maggior corno della fiamma antica ^7 
Cominciò a crollarsi mormorando 
Pur come quel! a % cui vento affatica: 

Indi la cima qua e là meuHndo, 
Come fosse, la lingua che pari asse> 
Gittò voce di fuori, e disse: Quando r 

Mi diparti' da Circe ^^, che sottrasse 
Me pi& d' un anno là presso a Gaeta ^9, 

* Audivi alla latina per udii a cagion della ri- 
ma F. 

36 Perse stesso perduto, cioè non curante di vita, 
na di gloria, gisse a morire. 

37 Ulisse, perchè più vecchio di Diomede. 

Lo maggiore , cioè Ulisse , perchè personaggio di 
■Mggior dignità, della fiamma antica, perchè erano 
•corsi molti secoli da che coloro si trovavano ad ar- 
A^ quivi.' *— F. 
*i^ Quella sottintendi fiamma» — • F. 

98 Circe figliuola del Sole maga famosissima , che 
con incantate bevande trasmutava gli uom>nt in he- 
Aie, la quale colle sue lusinghe affascinandomi trasse 
ne ffion di me stesso, e mi distolse dalla mia navi? 
gazìone. 

3q (Monte Gircello promontorio tra Terraciua • 
(ìaeta. 

Dante T. I. 29 


338 DELL' INFERNO 

Prima che s\ Enea ^ la nomìnaiie. 

Né dolcezza del fblioA'y pé la pietà 
Del yeccbio paare ^*, oà 'I debito amoiei 
Lo qual dovea Penelope ^ fieir lieta. 

Vìncer poter dentro di me l' ardore 44, 
Gh'' i' ebbi a divenir del mondo eapertOi 
E degli tìzi umani, e del valore; 

Ma mìsimi per l' alto mare aperto 

Sol^cón un legnose con quella compagna 4* 
Picciola^ dalla qaal non Ini diserto. 

L' an lito e l'altro vidi 4^ insìn la Spaena, 
Fin nel Marrocco, e l'Isola de"* Sardi, 
E r altre che qnel mare intorno bagna* 

Io e i compagni eravam veccbi e tardi, 
Qaando venìmono a quella foce stretta^ 
Ov' Ercole segnò iì suoi riguardi 47, 

Acciocché r uom più oltre. non si metta: 
Dalla man destra mi lasciai Sibitia 4^, 
Dall' altra già m' avea lasciata Setta 49. 


.40 Dalla sua natrice qaivi-morta e seppellita, 
il Telemaco. 
4^ Laerte. 

43 Mia fedelissima moglie. 

44 L' ardente desiderio: Die mihi , musa, uirum, 
eoptae post tempora Trojae , qui more* homiiium 
multorum uidit et Vrbts, Hor. 

45 Compagnia di pochi generosi, da' qoali noa !•> 
mai abbandonato. 

46 Dell'Europa e dell' Affrica. 

47 Le due colonne, cioè Monti Abile e Calpe col 
motto, come suol dirsi non plus ultra, da £ur caok^ 
lati e guardinghi i naviganti di non ardire di paissr 
più oltre a quello stretto, cioè di Gibilterra. 

48 Siviglia, grand' emporio e città deli'Àadaliiii«' 
^9 Volgaroiente Ceuta. 


CANTO XXVI. 339 

O frati, ài88Ì, ohe per cento mìlia 
Perigli siete giunti ali* Occidente^ 
A questa tanto picciola vigilia ^^ 

De' Tostri sensi, cb' è dei rimanente, 
Non yogltate negar l' esperienza^ 
Diretro al Sol ^', del mondo senza gente'*. 

Considerate la vostra semenza ^': 
Fatti non foste a viver come bruti. 
Ma per seguir vi rtude e conoscenza *. 

Li miei compagni fec' io sì acati ^\ 

Con quest* Orazio Q picciola, ai cammino, 
Gh' appena poscia gli averci tenuti. 

E volta nostra poppa nel mattino ^^, 
De' remi facemmo ale al folle ^^ volo^ 

5o Cari coiopagnii in questo breve spazio di vita 
die vi resta e soprayanza, nel quale i sensi sono de- 
sti e vegliano, non lasciate d' approfittarvi della no- 
tizie sperimentale d'altri nuoTÌ paesi. 

5i Seguendo per questo stretlo la navigazione die- 
tro al corso del sole, come fa chi naviga verso ponen- 
te , air opposto di chi naviga verso levante che va 
oolla prua contro il corso del sole» 

5a Disabitato conforme l' antica opinione. 

Così & Agostino, SVI. de Civit. Dei. Nimìs absur» 
àum est uè dicatur aliquos homines ex hac illam 
purtem , Oceani immensìtate trajecta , navicare ac 
p€rt*enire potuisse. Ma V assurdità si dilegnò del tut- 
Co col fatto. — F. 

53 La nobiltà naturale della vostra condizione do- 
tata d' intelletto. 

* Conoscenza cioè scienza» ^— F. 

54 Invogliati e pronti. 

55 Rivolta la poppa verso levante, di dove nasce il 
mattino, e per conseguenza la prora verso ponente. 

56 Inconsiderato , che non poteva verisimil mente 
aver boon fine^ 


340 DELL' INFERIIO 

Sempre acquistando del lato mancino ^' 

Tatte le stelle già. dell' altro polo ** |t: 

Vedea la notte, e '1 nostro tanto |iatso.*l| 
Che non sorgeTa fiior del marin saoio» 

Gnque volte racceso ^\e tante casso *' 
Lo lume era di sotto della lBna^% 
Poi eh' entrati erayam neU' alto pasfo^ 

Qoando o' apparve una montagna^ br,ma^ 
Per la distanzia^ e.parvomi ìbIU tantoy 
Quanto vednta non n'. aveva alcima. 

Noi ci allegrammo^ e tosto tornò in pianta; 
Che dalla nvova terra nn tnrbo naoqnei 

57 Piegando séaprc sa 1« man-siniitra ^^navwi- 

«oeiorno, non tenendo diritto verso ponente. 

5$ lo gli vedea tutte le stelle che 4i BoUe^eranott- 
iorno al polo meridionale. Ciò ette vuol dire, cfael* 
nave già era giunta all^ linea- eqainosiale^ penóccbèa 
esser di qua dalla lineanon si aanehbero potute vedur 
tutte. 

59 Per conseguenza io vedeva il nostro polo setiea- 
trionale t«nto b^issoche non s' alsava punto aopra Is 
BuperBcie del mare. 

Oo Già eraao scorsi cinque mesi da che passatolo 
stretto di Gibilterra eravamo entrati oell* Oceano: 
cinque Tolte s' era fatto il pleuiluuio e cinque il uO* 
viluoio. 

6 1 Sparito, cassato. 

6a Dalla parte verso la terra. 

63 Così apparendoci per la gr^n lontananza: ed è 
questa la montagna favolosa del Purgatorio «li Pantc, 
siccome è favolosa questa navigazione d' Ulisse, ben* 
che a tal favoleggi a mento possa sei:vi re di fondamee- 
to idoneo.!* opinione di Plinio e di Solino, che Ulisse 
fu ioudatore di Lisbona, al che dalla fantasia poetica 
facilmente può aggiungersi, clie an eroe si «weatu- 
rasse a imprese ulteriori. 


CANTO XXVI. 34 f 


E percosse del legno il primo oanto ^4. 

tire volte il fé' girar con tutte T acque; 
Alla quarta levar* la poppa in suso^ 
E la prora ire in giù, com'al trai ^^ piacque, 

Infin cne ''1 mar fu sopra noi richiuso. 


64 ^ P'^* 

* La parola Iettar e 1' altra ire del yerso Mg;aente^ 

mm rette dal rerhofe' del verso primo. — F. 

65 A Dio, ma ne tace il nome^ perchè cosi richie- 
de il carattere di chi parla. 




'29 


342 

CANTO xxvn. 


jtmOMENTO 

• 

Trattando il Poeta nel presente Canto deUmwmit^ 
sima pena, segue, che si volse a un' oitrmiimMuu 
nella quale era il conte Guido da MontefeÌirù,U 
quale gli racconta- chi egli e , e perchè m fuìtft 
péna è condannato» 


G 


JFià era dritta in su la fiamma % e qnéta^ 
Per non dir più^ e già da noi san già 
G>D la licenzia del dolce poeta; 

Quando un' altra^ cbe dietro a lei venia, 
Ne lece volger gli occhi alla sua cima^ 
Per un confnso snon, che fuor n' usda» 

Come '1 bue Cicilian *, che mugghiò prima 
Gol pianto di colui ', (e ciò fu dritto ^ ) 
Che Tavea temperato con sua lima. 

Mugghiava con la voce dell' afflitto. 
Siche, con tutto eh' ei fosse di rame, 


I La fiamma era già levata sa. 

a 11 famoso bue di metallo fatto à* ordine di Ftp 
laride tiranno della Sicilia detta Cicilia, a quella fbf 
già che si.dice palare, fisofoio,frebbe, frahho ec« 

O piuttosto, perchè la e dolce ha molta affinità col* 
)a s dolce , e perchè poi coai diccTano i nostri anti* 
chi. — F. 

3 Di Penilo fabbro che lo fabbricóne fu il primo a 
provarne il tormento. 

4 Fu giusto che Perillo l' inventore fosse ponilo 
oblia Sua altiSk barbara invenzione. 


CANTO XXVIL 343 

*e 6Ì pareva dal dolor trafitto ; 
ler non aver via, né forame, 
principio^ delfaoco, in suo linguaggio^ 
onvertivan le parole grame 7; 
iscìa eh' ebber colto ' lor TÌa£^gio 
per la patita, dandole qael gaìzzo^ 
ì dato avea la lingua in lor passaggio, 
mo dire: O ta , a cui io driz2o 
▼oce,e che parlavi mo^ lombardo, 
endo '^: Issa tea va' , più non t' aizzo "; 
l' i' sia gianto forse alquanto tardo, 
1 1' ìncresca restare a parlar meco: 
li, che non incresce a me che ardo, 
par mo in qaesto mondo cieco 
lato se' di quella dolce terra 
ina '*, onde mia colpa tutta reco, 
li, se i Romagnoli han pace^ o guerra. 


Brso la punta. 

Du in suono d' nomo che parla, ma di fuoco che 

, ibormora, scoppietta. 

exiooe del Lombardi Da nrineipio nel fuoco , 

io giudicio^la vera; essendoché più si conForma 

estone più chiaro apparisce il concetto. Intendi: 

'ma le dolenti parole si confondevano nella 

fiamma , nel di lei proprio linguaggio j che è 

lornjorio eh* essa fa qaand' è agitata dal vento. 

teia eh* ebbero preso il loro andamento, ec.^^F, 

3lorose* 

'eso. 

•a. 

i Ulisse. 

Ldesso vattene pure, eh* io sono soddisfatto e 

aizzo, non ti stimolo più a parlare. 

)i Roma. 


344 DELL' INFERNO 

Gh' io fini de* monti '' là intra Urbino P* ^ 

E '1 gio&o, dì che Tever si disserra. 1 E 

Io era ingmso ancora attento e citino, 1^ 

Quando 'I mìo duca mi tentò di costa "^f V^ 
Dicendo: Parla tu, questi è latino '^. |C 

Ed io, cb' ayea già pronta la risposta^ |1 

Sanza indugio a parlare incominciai: 
O anima, che sei laggiù nascosta, 

Bomagna %ua non è, e non fu mai 

Sanza guerra ne' cuor de' suoi tìraònl'S* ||| 
Ma palese nessuna or ven lasciai. 

Rayenna sta, come stata è molt^anni: 

L' aquila da Polenta là sì coya '7, f 

Si cbe Ceryia '* ricuopre co' suoi yannL 


i3 Di Monte Feltro, citti sitaata tra Uitiaot 
qaella parte dell' Appennino dov' è la sorgente dtl 
Tevere presso le falde della Falterona. 

i4 Pignendomi au poco col gomito» o in altro li- 
mil modo. 

i5 £ non Greco come qnei due che son partiti t 
che non erano, come si è detto, da interrogarsi da te. 

i6 Che per ambizione o per vendetta sempre staa 
covando e macchinando guerra. 

17 Cioè Guido da Polenta castello vicino a Berli- 
noro che faceva per arme un' aquila mezzo bianca il 
campo azzurro, e mezzo rossa in campo d' oro. 

18 Piccola città marittima di quei distretto coib- 
presa nella signoria del prelato Guido che fu uno de- 
gli ospiti cortesi di Dante. 

£rra il Venturi nell' asserire che guasto Guido 
fosse uno degli ospiti cortesi di Dante. V.- la mia no- 
ta 49 al Canto V. Colle parole l* aquila da PolenU 
Dante non vuole accennar Guido in particolare > ■* 
la famiglia de' Polentani. ^-^ F. 


CANTO XXVII. 345 

lia terra '9, che fé' già la lunga prno^a •% 
E di Francescbi sanguinoso macchio *', 
Sotto le branche verdi *^ si ritruora: 
E*l Mastìn vecchìo,e'l niiOTO»*d a Verro echio •♦, 
Che fecer di Montagna ^^ il mal governo, 
Là, dove soglion^ fan de' denti succhio *^. 
Le città di Lamone *7, e di Sànterno *® 
Conduce il leoncel dal nido bianco *9^ 

19 ForD^di cui era stato Signore questo Guido da 
Monte Feltro» con cui Dante ragiona. 

ao "Nel sostenere 1' assfdio de' francesi. 

ai Per valore e strattagemma del med esimer coni e 
Guido; segui questo fatto l'anno laSa. Vedi Villani 
1. 7, e. 80. 

Piò di duemila irà Papalini e Francesi^ raccontano 
gli Storici che restassero morti in quel terribile com- 
battimento. — F. 

aa Sotto Siili baldo Ordelaffi , la coi arme era vn 
Icon verde col campo dal mezzo in su d' oro « dal 
mezzo in giù con tre liste verdi e tre d' oro. 

a3 Malatesta padre, e Malatestino suo figliuolo, di 
Rimini, chiamati Mastini ^ perchè tiranneggiavano 
quella città. 

«4 Castello allora di Rimini, che fu da quei di Ri- 
nini donato a Malatesta il primo di tal cognome per 
le soe benemerenze ^ onde poi fìi la famiglia deno- 
juinata. 

aS Nobilissimo cavaliere riminese de' Parcisati , 
capo in quelle parti della fazion Ghibellina che cru- 
delmente fu fatto morire dai Malatesta. 

a6 Succhiello^ trivello, usato per esprimere secon- 
do r allegoria del Mastino, la crudeltà di costoro so- 
pra dei poveri sudditi. 

37 Fiume di Faenza. 

ao Fiume d' Imola. 

ag Machinardoo Mainardo Pagani che faceva per 
arme un leoncello azzurro in campo bianco, chiamato 
per soprannome demonio o diavolo* 


346 DELL' INFERNO 

Che muta parte dalla state al verno '^ 

E quella, a cai il Savio bagna il fianco^, 
Cosi com' ella sie'* tra '1 piano, e '1 moalB^ 
Tra tirannia si vive^ e stato franco. 

Ora chi se' ti prego, che ne conte: 
Non esser duro più, eh' altri sia stato, 
Se '1 nome tao nel mondo tegna fronte '*• 

Poscia che '1 fnoco alquanto ebbe ragghiato 
Al modo suo, l' agata punta mosse 
Dì qua, di là, e poi die cotal fiato: 

S' io credessi, che mia risposta fosse 

Arpersona^ che mai tornasse al mondo *\ 
Questa fiamma staria senza piA scosse '^. ^ 

Ma perciocché giammai di questo fondo 
Non tornò vivo alcao, s* i' odo il vero, 
Senza tema d' infamia ti rispondo. 

Io fui uom d' arme, e poi fui Cordigliero'*, 
Credendomi, si cinto, fare ammenda: 
E certo il creder mio veniva intero; 

3o Cioè spesso mata casacea , conforme gli tona il 
conto • ora alla parte de' Guelfi, ora de^ Ghìbelliii* 

3i Cesena. 

* Sie' siucopato da siede , come die', ere', yndi^ 
de^crede ec» Siede vale a dire è situata, è posta»— '^* 

3a Cosi il tuo nome rimanga lungamente inripo- 
tazione; gli aveya già detto che era di Monte Feltio, 
ma il l'oeta vuole intender da lui più precifamenU 
chi egli sia. 

Quel se è al solito particella di formala deprecati- 
va. — F. 

33 Che dovesse una volta ritornare al mondo. 

34 lo tacerei. 

35 Frate francescano, vocabolo dal francese. 
Cordieliero detto dalla corda che gli cinge i fisa* 

chi. — . F. 


CANTO XXVIL 347 

on fosse '1 Gran Prete ^^a cui mal prenda '7^ 

be mv rimise nelle prime colpe: 
comò, e qnare * voglio, che m' intenda, 
tre eh' io forma fui d' ossa e di polpe '*, 
tie la madre mi die, V opere mie 
yn faron leonine, ma di volpe ^9. 
iccorgimenti, e le coperte vie 
seppi tutte, e sì menai lor arte , 
b*al fine della terra il saono uscie ^®. 
ndo mi vidi giunto in quella parte ^' 
i mia età^ dove ciascun dovrebbe 
ilar le vele, e raccoglier le sarte % 

P»pa Bonifazio Vili. 

Maledizione. 
Quomodo e quare. In che modo, e perché. — - F. 

lo anima informava il mio corpo. 

IVon fui valoroso, ma astuto. 

La fama della mia astuzia e trappoleria. 

Quando fui già vecchio. 

lueste espressioni sono conformi a quelle ado* 
t da Dante nel Convito, Trattato iv, cap. xzviii: 
; il buon marinaro , com* esso approvinaua al 
», cala le sue uele, e soavemente con debile con- 
nento entra in quello, cosi noi dot^emo nella 
liezza calar le uele delle nostre mondane opc 
mi» e tornare a Dio con tutto nostro intendi-» 
o e cuore, sicché a quello si uegna con tutta 
ita e tutta pace . • • • O miseri e vili, che colle 
alte correte a questo porto! .... Certo il cavw 
Lancillotto non volle entrare colle vele alte, né 
buissimo nostro latino Guido Montejeltrano, 
juesti nobili calarono le vele delle mondane o- 
iioni , che nella loro lunga età a religione si 
ero, ogni mondano diletto e opera diponendo, 
*agione per cui Dante nel Convito loda a cielo 
o Guido Moutefcltrano^ mentrechè nella Coen- 


348 DBLL'INFEBRO 

Gò, ohe pria mi piacene allor m'iMnilM: 
E pentato, e coàbssa «i rendei, 
Ahif miser lasto^ e giofato sarebbe. 

Ma 1 principe de* anori Farisei 4*, 
Avendo guerra presso a Laterano ^, 
E non. con SsracÌQi.nè con Giadeii 

Che ciascun suo nimico* era Cristiano, ' 
E nessun 44 ara stato a yiocere Acri 4*^ 
Né mercatantsrin'terra di Soldano; 

Né sommo ufficio, né ordini sacri 

Guardò in se, ned In me quei capestro ^j 
Che solea far li suoi cinti pi& m*cri4f . 

Ma come Costantin chiese Silvestro 4* . 
Dentro Sìratti a guarir delie leUire 4f $ 

mediava ponendolo frai'dauoa ti. Tedila esposta pÉl 
(. TI* della Bii# Differtasione ni CoiiTÌto( pag . 6if • 
«eggO» inferita nella Phrte IV* delle Opere lliaori A 
Dante. -^F. 

4a II Papa prenomiBato • 11 Poeta oo^ lo WMaiaa 
conforme la sua mordacitè, e oonfarme ra«K>re delb 
sua fusione Ghibellina. 

43 Con i Coionnesi Ghibellini, che aTerano I km 
palazzi in quella parte di Roma. 

44 1*ra quei riunes^ati che aiutarono il Soldano a 
prendere quella piazza , V unica che era rimasta di 
quei paesi in poter de' criatiani. 

45 Città marittima della Fenicia nei confini della 
Palettina^dai^ Crocesegnati obiamata S. GioT. d'Acrìi 
con altro nome Tolemàide. 

46 Cordone^ cioè la santità della mia professione. 

47 Che non 11 fa al presente, essendo già mitigata 
la prima austerità de' cordiglieri. 

48 San Silvestro Papa che stava in una spelonca di 
Soratte , Tolgarmente chiamato monte Sant* Oreste 
nna giornata loutano da Roma verso Loreto. 

49 Storia nota o piuttosto favola. 

li fitto , coi qui allude il poeta> è il battesimo di 


l 


CANTO XXVII. 349 

Così mi* chiese questi ^^ per maestro 

^ gaarir della saa superba febbre. 
Domandommi consiglio, ed io tacetti, 
Perchè le sae parole parvero ebbre ^'. 

B poi mi disse: Tao cuor non sospetti : 
Fin or t'assolyo^ e tu m* insegna fare^ 
Si come Prenestina ^* in terra getti: 

Lo ciel poss' io serrare, e disserrare, 
Come tu sai: però son duo. le chiavi. 
Che '1 mio antecessor non ebbe care ^^. 

lllor mi pinser gli argomenti gravi ^\ 
Onde '1 tacer mi fu avviso il peggio *; 
E dissi: Padre, da che tu mi lavi 

K quel peccato^ ove mo cader deggio, 

Sottantino io un colla guarlgioae della lebbra , otte- 
inta^lì dal Pontefice 8. Silvestro ; fatto che oggi da 
ttolti vieu posto in dubbio. Pure , siccome cosi cre- 
brasi a' tempi del Poeta , egli non può in modo al- 
mo riprendersi se sopra di ciò si conformava all' o* 
pioione che allora correva. — F. 

5o Bonifazio. 

'5i Da briaco e jmbriacato da gran passione. 

5a Oggi detta Palestrina , dove s* eran f^tti forti t 
Colonuesi , benché 1' antica fu distrutta da questo 
Papa, che secondo il consiglio di fra Guido riuscì al 
ino intento ; e la presente Palestrina alquanto lungi 
iair antica fu situata nella valle. 

53 San Celestino che le rinunziò. 

54 Itt' indussero a parlare » stimaodo io che il tace- 
re sarebbe stato un disubbidire al Papa « al quale |>«;- 
rò suggerii quel perfido consiglio , onde rimasero in- 
cannati e vinti i troppo creduli Golonnesi. Ved. V 1- 
itorie di quei tempi. 

*Onde l tacer mi fu auuiso il pee^giofiióè il tacere 
mi sembrò il peggiore partito» — F. 

Dante t. L 30 


350 DELL' INPERNO 

Langa pron^essa colF attener* corto 
Ti farà trionfar nell^ alto seggio. 
Francesco ^^ ^enne poi, com' i-' fiai morto, 
Per me,. ma an de' neri Cherubini 
Gli disse: Noi portar; non mi &r torto. 
Venir se ne deve giù tra' miei meschini^ 
Perchè diede '1 consiglio frodolente. 
Dal qnale in qaa stato gli sono a' crini ^^: 
Cb' assolver non si pnò chi non si pente; 
Né pentere ^7 e volere insieme paossi^ 
Per, la contradizion, che noi consente* 
Omè dolente ! come mi riscossi 

Qnando mi prese dicendomi: Forse 
Tu non pensavi, eh' io loico fossi ^*. 
A Minòs mi portò, e qnegli attorse ^^ 
Otto volte la coda al dosso duro; 
E poi che per gran rabbia la si morse. 
Disse: Qaesti è de' rei f el fuoco furo ^^i 
Per ch'io là, dove vedi, son perduto, 

* Attenere, mantenere. Così dee leggersi, e non «C- 
tender e f come portano quasi tutte le stampe • — F. 

55 U Santo Patriarca. 

* Meschini , cioè schiavi, servi , come nel Canto 
IX, 43. — F. 

56 L' ho tenuto sempre per il ciuffo aggirandolo a 
modo mio. 

57 Che equivale a non volere risoluta mente. 
Che non puossi insieme pentirsi e peccare^ ovvero, 

come dicesi alle scuole , che una cosa sia e non sia 
nel tempo stesso. — F. 

58 Ch' io sapessi la forza della contradizione : ciò 
che tocca al logico di sapere, ed io son ben istruito in 
quella facoltà. 

59 Conforme a quello che si dice nel Canto 5. 

60 Che involge e nasconde il reo. 


CANTO XXVII. 35i 

E 9ì vestito andando mi rancnro ^'. 

^aaod' egli ebbe il stio dir cosi compiuto , 
La fiamma dolorando si partio, 
Torcendo e dibattendo '1 corno agnto • 

ioi passammo oltre, ed io e '1 daca mio, 
Su per io scoglio infino in sa i' altr''arco *% 
Che CQOpre '1 fosso, in che si paga il fio ^' 

Da quei, che scommettendo acquista n carco^^. 

6i M'attristo e dolgo: Toce proyenzale. Ved. l'Er- 
x>l. del Varchi car. 65. 
6a Ponte dell' altra nona bolgia. 

63 La pena ; propriamente fio è quel tributo che 
lai feudatario si deve a chi ha 1* alto dominio del 
tradp. 

Vero ancora ciò che dice il Venturi^ pagare il fio 
ìftute usitatissima , corrispondente a pagare la pe^ 

64 Disunendo , mettendo divisione e seminando 
liflcordie tra' parenti o amici, o per altro titolo trai 
loro congiunti 4 si caricano cun ciò la coscienza d* un 
pravissimo peccato; Il Daniello per uscir presto d' 
imbroglio, dice che icommetlere è far cosa che n«& m 
leve commettere. 


/ 


352 

CANTO xxvni. 


ARGOMENTO 


Arrivano i Poeti alla nona bolgia, dove eono punir 
ti i seminatori degli Scandali , delle Seiseu t 
delle Eresie l la pena de' quali è V aver dìnm 
le membra» E tra qiiegli troua Maomaito ed elr 
cuni altri» 


e, 


ibi porìa mai par con parole sciolte ' 
Dicer del sangue, e delle piagbe appienOi 
Ch* io ora "vìdi^ per narrar più volte*? 

Ogni lingaa per certo yerria meno 
j?er lo nostro sermone, e per la mente '^ 
Ch' hanno a tanto comprender poco selM^ 

Se s' adunasse ancor tutta la gente^ 
Che giace in sa la fortunata terra ^ 
Di Puglia, e fu del suo sangue dolente 


I Parlando non in verso ma in prosa. 

Parate scialle dal legame del metro e della ri- 
ma. — « F. 

3 Ancorché per meglio farai intendere non oot 
volta ma più volte lo narrasse. 

3 Per difetto del nostro linguaggio ec. 
""Poco seno, cioè poca capacità, — F. 

4 Fortunosa, cioè assai soggetta a rivolte e strini 
accidenti di fortuna : o pure felice per la sua fer* 
tìlità. 


CANTO XXVin. 353 

er li Troiani ^, e per la lunga guerra ^, 
Che dell' H nel U fé' sì alte spoglie, 
Siccome Livio scrive^ che non erra; 
on qaella 7, che sentìo di colpi doglie^ 
Per contrastare a Rnberto Gaiscardo, 
E r altra®, il cai ossame ancor s' accoglie 

5 Per mauo de' Troiani che quivi combattendo fe- 
ro grandi stragi : ma qui bisogna slargare assai i 
nfini deUa Puglia^ per comprendervi il paese dove 
gnerreggiò dai Troiani sotto la condotta di Enea: 
alche edizione legge non troiani^ dmi romani , ma 
che ritenendosi la lezione del nostro testo può ave- 
r istesso senso, non essendo nuovo che per troiani 
ssano intendersi i romani da loro discendenti, e 
endtndcsi cosi s' accorda senza violenza la storia e 

feogr«i6a appartenente a questo proposito. 
De' cartaginesi contro Ì romani a Canne , dove 
iti cavalieri romani restarono uccisi , quante fbron 
inella tratte luro dalle dita , e mandate per ispo- 
e gloriose da Auuibile a Cartagine, che non furon 
ino di tre moggia e mezzo, come riferisce Livio 
. X dee. U Daniello dice tre mila moggia e mez- 
suppoogo essere error di stampa, perchò é troppo 
isso. 

} Con quella gente pugliese , la quale fu sconfitta, 
indo volle contrastare a Ruberto Guiscardo, fratel- 
li Ricciardo duca di Normandia, il possesso di 
si paese. Ved. Vili. 1. 4ji c. f3. 
AÒ successe nel secolo zi. — F. 
\ E l'altra gente di Manfredi che fu sconfitta da 
rlod'Angiòia una battaglia si sanguiuosa,che le os- 
le' soldati mortivi sono ancora, e si vedono accata- 
te a Ceperano,piccolo Borgo, dove ciascun pugliese 
Qcò di fede, perchè essendo tutta di pugliesi la ter- 
ichiera, al vedere malmenare le altre due,abbando- 
ono Manfredi , e passarono dalla parte di Carlo, 
d. Vili. 1.8. e. 6. 7. 8.9. 

*30 


354 DELL' INFERNO 

A Ceperan, là doire fu bagiardo 

Ciascun Pagliesé, e là da Tagliacozio «, 

Otc seni' arme Tinse il beccaio Àlardo"*; |l 
E OD al forato sao membro, e qiial mozio 

Mostrasse % ad agguagliar sarebbe dqIU' 

Il modo della nona bolgia sozzo. 
Già yeggia per mezzul perdere, o lulla '% 

9 Castello dell' Abruzzo nlteriore del Cootestabik 
Colontia nel confine dello Stato ecclesiastico. 

10 Dove da Carlo d' Angiò fu rotto Corradino fi- 
gliuolo di Corrado Re di Germania e di Puglia, boi 
tanto a fona d' armi «^quanto per l'accorta condot- 
ta di questo Alardo cavaliere francese. Vcd. Vili. l. 
7. e. a6. 27. 

Alardo di Valleri, cavalier fmncese di gran senio 
e prudenza, consigliò il He Carlo « che dopo aver eoa 
due soli terzi delle sue genti combattalo e perdnlo, 
finiilmente coli* altro terzo» riserbnto e posto in aga»- 
to, uscisse improvvisamente addosso al nemico spano 

3 uà e là a depredare; siccome infatti segui colla totale 
isfatta e fuga di quel!' armata che già crede vasi vin- 
citrice. — F. 

* Intendi : E ciascheduno di coloro , che in quelle 
battaglie furono tagliati a pezzi , mostrasse chi le 
membra sue forate e chi mozze, ec. — F. 

1 1 Sarebbe un nulla , sarebbe un' ombra appetto 
all' orribile spettacolo di questa bolgia. 

12 f^e^gia, botte; mezzul, la parte di mezzo dei 
fondo dinanzi della botte, dove si accomoda la can- 
nella, lulla è la parte del fondo della botte che sta 
di qua e di là dal mezzule o sportello; t rullare, hr 
vento dalla parte di dietro. Dice dunque: una botte 
per perdere che ella faccia tutto il fondo non si per- 
tugia già cosi, com' io vidi uno rotto e spaccato dal 
mento infiiio a quella parte, per la quale ec. 

Ecco la costruzione.* Già così non si pertugia , non 
sì riman rotta, una veggia, una botte, per la perdita 
eh' essa faccia del mezzule o della lulla ( cioè di obi 


CANTO XXVIII. 355 

G)in' io vidi UD^ COSI non si pertagia^ 
Botto dal mento in sin dove si trulla*: 

Tra le gambe pendevan le minugia '': 
La corata pareva '^^ e *ì tristo sacco*, 
Che merda fa di qoely che si trangugia. 

Mentre che tatto in lui veder m' attacco*, 
Guardommi, e con le man s' aperse il petto 
Dicendo: Or vedi, come i' mi dilacco '^; 

Vedi come storpiato è AÌacometto '^: 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali 'f 
Fesso nel volto dal mento al ciufTetto '': 

E tutti gli altri, che tu vedi qui, 
Seminator di scandalo, e di scisma 


parte laterale ».o di una parte del fondo ), come io vi- 
di uno rotto e spaccato dal mento infino dove si trul- 
la, si spetezza. —• F* 

* Trullare forse da trulla de' Latini. — L* 
i3 Budella. 

14 La coratella si vedeva. 

* Il irUto succo, cioè il sozzo ventricolo. •— F. 

* M' attacco, mi fisso. — F. 

i5 Come mi straccioso pure vedi come dal petto^ fo 
sia divifo e forato sino alle lacche; che è quanto dire 
fin dove si trulla . 

16 Macomerto che son io. Questo mostro nato nella 
Mecca in Arabia, vilissimo di condizione, apostata 
della santa Fede circa il 620 con imposture si spacciò 
per Pirofeta, sedusse i popoli affricani ed asiatici, e 
lasciò loro con infinito danno della cristianità una 
legge sozza e brutale nell' Alcorano contenuta. 

17 Ali discepolo di Macometto, ma discordante da 
lai in tante cose, sicché venne come a formare una 
noova setta seguitata in sin ai di d' oggi dai soggetti 
al Sofi di Rersia. 

18 Quella ciocca di capelli che ^ sopra la fronte. 


356 DELL' INFERNO 

Fur vivi '9^ e però soq fessi cosi. 
Un Diavolo è qua dietro^ che n' accisma ** 
Sì crudelmente al taglio della spada^ 
Rimettendo ciascun di questa risma ", 
Quando avem yolta la dolente strada *%* 
Perocché le ferite son richiuse, 
Prima, eh* altri dinanzi gli rÌTada. 
Ma tu chi se' , che 'n su lo scoglio muse *\ 
Forse per indugiar d'ire alla pena, 
Ch' è giudicata in su le tue accuse? 
Né morte '1 giunse ancor, né colpa 'I mena, 
Rispose M mio Maestro, a tormentarlo; 
Ma per dar lui esperienza piena^ 
A me, che morto son, convien menarlo 
Per l' inferno qua<;giì!i di giro in giro: 
E qnest' é yer così, com' io ti parlo. 
Pi& fur di cento , che quando V udiro^ 
S' arrestaron nel fosso a riguardarmi^ 
Per maraviglia obliando '1 martire. 

19 Mentre Tissero. 

2Ò Ne feode e taglia in due parti. 

jicciamare da axt greco: che « ;^05 vale dolore* — L. 

iV' accisma^ n' aggiusta, n' acconcia. Acesmar,*t' 
cismare, aggiustare, acconciare, è vocabolo proventa* 
]e , siccome dice il Galvani nelle sue postille , ripor- 
tandone pure degli esempj. — F. 

ai Rimettendo al taglio della spada, mettendo di 
nuovo a fil di spadn. 

Risma da àoi^^oz greco , che vale numero» «-L. 

a'i Quando avendo girato il vallone ed essendo già 
risaldate le ferite, ritorniamo a passargli d* avanti. 

33 Che stai musando e dundo di naso e di muso, e 
osservando? Questa interpretazione meglio s' adatta a 
Dante che con molta attenzione mirava in gijk , che 


CANTO XXVIII. 357 

Or di*** a fra Dolcin "^ dunque, che s'armi ••> 
Tq^ che forse yedrai il Sole io breye, 

non ri s'adatta quell'altra dello stare col moso levato 
all' in 80^ come fan talora le bestie per istanchezza o 
stupidezza. Andar musando vuol dire iu lingua cor- 
rente andar investigando: metafora presa dal bracco 
che va tracciando col muso in terra. Altre volte mu» 
«are è 1' istcsso che volgere il muso per guardare; 
cosi per esempio la suocera parlando dell' avversio- 
ne , che le mostra la sua nuora direbbe: JNon so che 
diavoi s' abbia che già da un pezzo non si musa. 

Musare , che i Francesi dicono umuser, stare a ba- 
da. — L. 
34 Parole di Macometto a Dante. 
sS Fu costui ai tempo di Clemente V. uno sciau- 
i^tissimo seduttore che spacciandosi per apostolo , 
e persuasa per lecita la promiscuità delle donne^ per 
ultimo essendosi fatto i<>rte in un monte asprissimo 
tra Novara e Vercelli^ e quivi passandola in una vi- 
ta làidissima con tre mila uomini e una grandissima 
inoltitudine di donne» mancata la provvisione per as- 
sedio d' una grandissima nevata» fu obbligato ad ar- 
rendersi» ed esso con una sua donna detta Margarita 
jdi Trento, fu in Novara attanagliato ed arso vivo ; 
Ted. Vili, 1. 8.C.84. 

Attanagliato ed arso vivo ( dice il Biagioli) con in* 
credibile fortezza d'animo sostenne sino all' ultimo lo 
strazio il più erodete , né mai in mezzo ai sopplizj si 
vide mutar faccia, né fare il minimo lamento » predi- 
cando anzi di continuo ai seguaci che persistessero ne' 
enei insegnamenti. Margherita sua moglie non fu d'a- 
nimo minore » la quale bella e ricca molto volle anzi 
sostenerci medesimi supplizi, che rinnegare i precetti 
d«l marito. Cosi egualmente il contemporaneo Anoni- 
mo Commentatore racconta che Fra DolcioOy»da tutti 
,; i Lombardi per comanda meuto della Chiesa asse- 
,, diate »fue preso» et in Novara con suora Margherita 
f, fue arso. Et io scrittore ne vidi de' suoi ardere in 
„ Padova in numero di ventidue a una volta. ,, Il 


358 DELL' LNFERNO 

S* egli non tooI qui tosto segaitarmi, 

Sì di vivunda, che stretta *' dì iie?e 
Non rechi la vittoria al Novarese, 
Ch' altrimenti acquistar non. saria lieve ^ 

Poi cbe r un pie per girsene sospese, 
Macometto mi disse està parola: 
Indi a partirsi in terra lo distese. 

Un altro, che forata avea la gola, 

E tronco '1 naso infin sotto le ciglia, 
E non avea ma' che *® un' orecchia sola> 

Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri,innanzi agli al tri apri la canoa'*) 
Ch' era di fuor d' ogni parte yermiglia^ 

£ disse: O tu cui colpa non condanna, 
E cui già vidi su 'n terra Latina, 
Se troppa simiglianza non m' inganna; 

racconto di quella orribile caruificina ^cbesefcolad 
i3o7, si trova nel Muratoii^Rer. Ital. Script. VoLu, 
pag. 4^5^ e tanto fu il raffinimeuto della barbarie di 
quelli zelaatissimi Cauuibali, lauta 1' infernale a- 
trocità di quei mostri, aventi sembianza umana, ch*è 
impossibile di leggere quel racconto senza fremer d' 
orrore. Tali sono sempre i frutti del fanatismo. -- F. 

a6 Si provveda. 

37 Assedio. 

* Costruzione: Ora, tu cbe forse in breve rivedniii 
sole, di' a Fra Dolcino, che s' egli non vuole qui pre- 
stamente seguitarmi, si provveggia di vivanda in mo- 
do, che un a:>sedio di neve non rechi ai Novaresi la 
vittoria, la quale in altro modo nou saria per essi (f 
elle 1' acquistare ( giacché Fra Dolcino si difendevi 
bravamente ì. — F. 

a8 Fuorché. 

jtfa' che da masis quam , com' ho detto più volte. 
Più che, se non che, — F. 

29 Della gola. 


h 


CANTO XXVm. 359 

Rimembriti di Pier da Medicina ^% 
Se mai torni a "veder lo dolce piano *% 
Che da Vercello a Marcahò '» dichina ; 

E fa' sapere a' dno miglior di Pano ^^, 
A messer Gtiido^ ed anche ad Angiolello^ 
Che, se V antiveder qui non è vano, 

Gittati saran faor di lor vasello*, 

E mazzerati '^ presso alla Cattolica , 
Per tradimento d'un tiranno fello. 

Tra P Isola di Cipri e di Maiolica 
Non vide mai s\ gran fallo Nettano, 
Non da Pirati^ non da gente Argolica. 

Qnel traditor, che vede pur con 1' uno ^^, 

So Costai fa di Medicina , laogo del contado dì 
Bologna; seminò infinite discordie tra i cittAdioi di 
Opella città e i siguori- di Komagna, e tra Guido da 
rblenta e Ma fatesi a da Rimini. 

3i La Lombardia, paese piano compreso tra questi 
•stremi in modo che ii secóndo è più basso. 

3a Castello su la foce del Po, non molto lontano da 
Ravenna, fatto già da' Vivilianì e disfatto da' siguo- 
Hdi Polenta. 

33 Guido del Cassaro e Angiolello d» Cagnano 
due de' migliori e più nobili cittadini di Fano, invi- 
tati da Malatesta a desinar seco per trattar di un 
negozio di grandissima importanza , ordinò a' suoi 

?;:£eirTÌ , che giunti alla Cattolica, terra tra Fano e 
iqDini posta sul lido del mare , li sommergessero 
tmbedae, come segui. 

* Vale a dire: le loro anime saranno per morte vio- 
cnta separate da' loro corpi. — F. 

34 Gettati in mare coti legati o impediti da non 
lotere acampare. 

Mazzerare è gettare in mare dentro ad un sac- 

!0. — L« 

35 li prenomioito Malatestino cieco d' un occhio. - 


360 DELL' INFERNO 

E tien la terra '^, che tal^ ch'è qui meco, 

Vorrebbe di Tederla esaer digiuno '7^ 

Farà yeo irgli a parlamento seco '': 
Poi farà s\^ eh' ai vento di Focara '9 
Non sarà lor mestier voto, né preco ^^« 

Ed io a lai: Dimostrami, e dichiara, 
Se vuoi, eh' io porti sa di te novella, 
Chi è colui della veduta amarii4<. 

Allor pose la mano alla mascella 
D' un suo compagno, e la bocca gli aperse, 
Gridando: Questi è desso^ e non Siyelta^*. 

Questi, scacciato, il dubitar sommerse ^^ 
In Cesare, affermando^ che ''l fornito 
Sempre con danno l' attender aofferse. 

O quanto nii pareva sbigottito 

Con la lingua tagliata nella strozca 
Curio, eh' a dicer fu così ardito! 

Ed un, eh' avea l'Anna e V altra man mozza, 

36 Signoreggia in Rimini. 

37 La qaal terra non vorrebbe mai aver vedalo ov 
tale che qui sì trova meco; cioè Curione^ di cai on 
si dirà. 

. 38 Ved. alla nota 33. 

39 Monte presso quel lido, dalla cui foce suol ni- 
scere vento da metter in burrasca quei mare. 

40 l'erché saranno sommersi preventivamente <UI 
traditore. 

4r Chi è colui a cui dispiace tanto di aver veda* 
to Rimini. 

Aq Perchè ha la lingua tagliata , come tu vedi* 
43 Questo Curione, siccome Cesariano , scacciato 
da Roma da' Pompeiani, tolse a Cesare e quasi soffo* 
cogli nel cuore ogni dubbio , mentre egli stava anco- 
ra iu forne per la riverenza alle leggi e l'amor delU 
Patria, se doveva o no passar con i' esercito il &■* 


CANTO XXVIÌI. 36 ^ 

Leyando i moncherin 44 per T aura fosca, 
Sì che '1 sangue facea la faccia sozza, 

Gridò: Uicorderatti anche del Mosca 4^, 
Che dissi, lasso ! capo ha cosa fatta. 
Che fu M mal seme per la gente Tosca: 

Ed io v' aggiunsi.' E morte di tua schiatta 4^; 
Per eh' egli accumulando dnol con dnolo^ 
Sen g\o come persona trista e matta 47. 

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo^ 
E vidi cosa, eh' io avrei paura 
Senza più pruoya dì contarla solo; 

bicone ( 6ume tra Ravenna e Rimlni\ e termine anti- 
camente della Gallia Cisalpina ) contro i severi de- 
creti della Repubblica che gii ordinava depone il co* 
.jnando delle armi. Qui dunque fu che Curione attiz- 
zò Cesare dicendogli: A chi sta ben provvisto e ben 
air ordine per la guerra sempre nocque il differire, 
ìuuc. Tolte moras: nocuit semper differre paralisi 
1. I . della Pars, 

44 ^^ braccia mozze, mozziconi di braccia. 

45 Di Mosca Uberti o Lamberti^che dissi meschin 
• me quel proverbio: cosa fatta ha capo, quando si 
cousultava della vendetta , che volendola i più vecchi 
differire e mutare, io la sollecitai c^n quella massima 
temeraria che fu origine di mali si funesti. La storia è 

anesta: Buoudelmonte avea promesso di sposare una 
egli Amidei ,e mancando poi di parola sposò una 
dei Donati; radunatisi tutti i parenti degli Amidei 
per consultare della vendetta, si esibì questo Mosca 
a farla di sua mano speditamente coli' uccidere Ruou- 
delmonte: il che eseguito, ne nacquero quelle pesti- 
lenti fazioni con danno gravissimo di Firenze^ e rui- 
na e strage degli D berti stessi. 

46 £ fu ancora la morte e 1' eatiuzione della tua 
eaaa. 

47 Fuor di se per U smania. 

Duiile T. U 3i 


362 DELL' INFERRO 

Se non olie conseienua m' aisicnray 

La^'bnona còmfmgiiia^obernonLfinincheggu^ 

Sottp l' usbergo del sentirsi mtra. 
Io vidi certo, ed ancor par, oh' io '1 Te|^i«, 

Un basto sensa capo andar^ bì come 

Andamn gli altri^della trista greggia.* 
E/1 capo tronco tenea per le ohiòme 

Pe'80i49 con mano, a snisa di lanterna; 

.E quei mirava noi, e aicea: Ome '*>! 
Di se faceva a se stesso ' Incarna; 

Ed eran due in nnò, ed uno in due: 

Gom' esser pnò Qnei sa *', cbé sn governa. 
Quando diritto appiè del ponte fue. 

Levò '1 braccio aitò con tutta la testai 

Per appressarne le parole sue, 
CLe furor Or vedi la- pena molesta 
• Ta> che, spirando, vai veggendo i morti: 

Vedi s' alcuna è grave, come questa* 
E perchè tu di me novella porti, 

Sappi, ch'io sonBertram dal Bornio ^*,qaeUi 

48 La baona coscienza che eanivale a una buona 
compagnia per l'effetto di render un uomo franco, 
qaando ancóra si trova solo. 

La invece di quella» Costramione: ^e non che mi 
rende franco e sicuro la cosciensta , quella buona com- 
pagnia^ la quale ec. — F. 

49 Spenzolone, sospeso in aria. 
Pesol, cioè sospeso, pendente, -p» F. 

50 Ohimè, 

5i L' onnipotente e onnisciente. 

Sa Costai chi dice essere stato Inglese, chi, Guasco- 
ne: egli fu aio alia corte di Francia di GioTanni 6glio 
uel Re Arrigo d' Inghilterra; a cui essendo poi asse- 
gnata parte del reame da governare, .suggerì nerlramo 


CANTO XXVriI. 363 

Che al re Gioyane* diedi ì ma'confortt^ 

Io feci 'l padre e '1 figlio in se ribelli: 
Achitòfel non fé' più d^Àbsalone 
E di Da^id coi malvagi pangelH ''. 

Perch' io partii così giunte '4 persone^ 
Partito portò il miocerebro, lasso! 
Dal suo principio ^^,ch' è 'n questo troncone: 

Così s'osserva in me lo contrappasso*» 

ì* empio consiglio di muover guerra al padre^ ma in 
ODA fazione da' soldati del padre fn nccisu. 

"^ll Ventari lesse re Giouanni\ ma altri dopo di lui 
crederono doversi leggere re Giovane, appoggiando 
qaesta nuova lezione all' autorità della storia e di al- 
cun Codice. Questo re Giouane si fu Eurico figlio pri- 
uogenito d* li^nrico il. re d' Inghilterra e d' Irlanda, 
• chiamato Giovane per di:itinguerlo dal padre che 
portava lo stesso nome , e perchè in tenera età era 
•tato coronato re. Le particolarità di questa c[uestio* 
ne storico-filologica^ nella quale presero parte e Gin- 
gaéné e Carpani , e Parenti e Viviani ed altri , pos- 
sono vedersi riepilogate nel Gap. 11^ Parte 11 dell' o- 
pcra dell* Arrivabene. — F. 

* Afa' conforti , cioè mali, malvagi tuegerimen- 
ti . — F. 

53 Colle istigazioni che fecero ribellare Assalonne 
contro il Suo padre David. 

54 Congiunte. / 

55 Dal cnore^ il quale si dice esser primum viuent, 
et ullimum moriens» 

* Lo contrappasso, cioè il contraccambio» Vale n 
dire: Cosi si eseguisce in me la legge del taglione , 
che vaole simile il castigo al delitto commesso : on* 
de qui porto il capo diviso dal tronco^ come in terra 
divisi il figlio dal padre. — F. 


364 '••• . 

CANTO XXIX. 


ARGOMENTÒ 


■Giunto il Poeta nottro èopra il ponte che topratUt' 

: tfn alla decima bolgia , sente divtrei lamenti dà 

*' trit^i^Jalsuri Alchimisti che in quella erano p»» 

ni ti; ma per lo buio dell* aere non avendo potato 

«federe alcuno, disceso di là dal ponte lo scogUot 

' tiede che essi erano cruciati da infinite peetilen- 

%e,e morbi» Tra questi introduce a parlar Grijfih 

lino tf Arezzo e Capocchio da Siena. 

JLa molta gente, e le diyerfue piaglie 
Avean le ìaci mìe sì inebriate, . 

• Gbe dello stare a piangere eran vnghe. 

Ma Virgilio mi disse: Che pur gnate? 

. Perchè la vista tua pur si sotto I gè ' . 

. Laggi&HrB r ombre triste smozzicate? 

Tn non hai fatto sì all' altre bolgie: 
Pensa, se tu annoverar le credi, 
Che miglia yentidao la valle volge; 

£ già la luna è sotto i nostri piedi *: 

1 Si nffisfia e quasi si appogcria. 

. a Ed é già mezzo giorno , porche essendo la Iona 
pien» , e per conseguenza in opposizione col «ole, se 
la luna era a piombo sotto i loro piedi( secondo qu«'U 
la grossolana immaginazione , onde s* apprende fai- 
samenle gli Avttipodi essere sotto di noi ) il sole do- 
veva essere nel meridiano.- 

^ La ffi'osxoluna immaginazione, sta qui tutta a ca- 
rico del Venturi. Che V impugnar I4 verità cono- 
sciuta sia un grau peccatacelo^ lo dice pure on Gesui- 


CA?(TO XXIX- 365 

Lo terapo è poco ornai, che n*è concesso % 
Ed altroi'è da veder, che tu non vedi. 

Se tu avessi. rispos''io appresso, 

Atteso alla cngion, per eh' io guardava. 
Forse m' avresti ancor Io star dimesso 4. 

Parte sen già *, ed io retro gli andava. 
Lo dnc«', già facendo la risposta, 
E soggiungendo: Dentro a quella cava*, 

Dov'io teneva gli occhi sì a posta*. 

Credo eh' un spirto del mio sangue ^ pianga 
La colpa 7, che laggiù cotanto costa. 

ta nel suo Catechismo: eppure questo non fu ritegno 
bastante per il Gesuita Venturi. — F. 

3 Poco tempo gli restava del concessogli da star 
laggiù , percliè Dante tìnge d' essrr entrato nelT In- 
ferno la srra del venerdì santo , che nel i3oo fu aìli 
dieci à* Aprile: e vuole inoltre nou «ssere a lui con- 
ceduto più tempo da starvi di quel che vi stette il 
Salva tore^ che fu dal sno spirare fino alla mezza not- 
te seguente al sabato:onde essendovisi consumata sino 
al cauto 20 la notte dei venerdì, dicendosi esser vici- 
na la prim' ora del giorno, e dal ao ai 29, che è que- 
sto , avendoci impiegato dalla mattina sino al mezzo 
giorno , e rimanendogli ancora Ja vedere la decima 
bolgia, e il nono cerchio che quattro minori ne rac- 
chiude, a proporzione dei molto spazio di luogo , po- 
co spazio di tempo restavagli. 

4 Permesao, accordato. 

5 Virgilio parie andava e parte si fermava pera- 
scoltarmi meglio. 

Altri danno a Parte il significato di frattanto, 
mentre, e si appoggiano ali autorità del fioccac* 

ciò. — F. 

* Ca»^», cavità, buca. — F. 

* Si a posta f cioè sì fissamente. — - F. 

6 Stirpe. 

. 7 D seminar discordie. *3i 


3f)6 DELL' INFERNO 

Allor disse M Maestro: Non si franga 

Lo tao pensier ® da qui innanzi sovr* elio: 
Attendi ad altro; ed ei là si rimanga. 

Gh' io Tidi lui appiè del ponticello 
Mostrarti, e minncciar forte col dito, 
E^ udiil nominar Gerì del Bello ». 

Tu eri allor sì del lutto impedito 

Sovra colui '**, che già tenne Altaforte, 
Che non guardasti in là, sin fu partito"- 

O duca raio^ la violenta morte. 

Che non gli è vendicata ancor ", diss'io, 
Peralcun, che dell'onta sia consorte, 

Fece lui disdegnoso '*, ónde sen gìo 
Senza parlarmi, cosi cora' io stimo: 
£d in ciò m' ha fatt' egli a se più pio '^« 

8 Noti t' intenprir più. 

9 Fu costui seminatore dì risse, fratello di M. Ci<>- 
DC Alighieri consanguineo di Dante, e fu ucciso d« 
uno della famiglia de' Sacchetti. 

10 Tutto intento ed astratto sopra Bertramo che 
ebbe in guardia Altaforte Rocca in Inghilterra, U 
quale tenne per Giovanni contro Arrigo di lui padre. 

CurregMsi il Venturi così: sopra quel Beltramo, il 
quale fu signore d* Altaforte in Guascogna. — F. 

1 1 Si tosto, in quell' istaute che ti voltasti, egli si 
partì di quel luogo. 

li Venturi lesse sì e spiegò sì tosto: ma dee legger* 
8i sin, troncamento, più volte usato, di sinché. — F. 

11 Non vrndicata per alcuno delia nostra famiglia 
che fu a parte delToltraggio che quegli ricevè:dice pe- 
rò il Landino, che 3o auui dopo fu fatta questa ven- 
detta da un figliu'^lo di messer Cione, che trucidò db 
Sacchetti sulla porta della sua casa. 

i3 Disdegnoso verso di me. 

i4 Mi ha mosso più a pietà per quest'altra pena 
accidentale, che ha di essere invendicato per codtr- 


CANTO XXIX. 367 

CosJ p?)r1ammo insino al luogo prltno^ 
Che dallo scoglio l'altra Talie mostra ^^, 
Se più lume vi fosse, tutta ad imo. 

Quando noi fummo in su V ultima chiostra '^ 
Di Malebolge, sì che i suoi conversi *"> 
Potean parere alla ceduta nostra, 

Lamenti Siiettaron me diversi, 

Che di piet.^ ferrati avean gli strali '®, 
Ond' io gli orecchi con le man copersi. 

Qual dolor fora, se degli spedali 

dia di quei di nostra casa: pietà po«o lodevole, anzi 
dc^na di staie iu una di q^ucile bolgie. Il Laudino 
•piega più pietoso verso gli uccisori di Gerì, per il 
dispetto con cui V aveva fuggito e minacciato, senza 
degnarsi di parlargli: ma* non vedo come a tal senti- 
mento si possa accordare il testo , che chiaramente 
dice pio a se, non a' suoi uccisori. 

Dice il Venturi che tale pietà era degna di stare in 
una di quelle boUie, forse perchè non sapeva che ai 
tempi di Dante regnava il pregiudizio che le ingiurie 
personali divenissero affari di famiglia , e implicas- 
•ero iu una guerra comune tutti gli individui della 
famiglia offesa. Questo falso e barbaro punto d' onore 
ebbe origine dai Germani, e da essi fu portato in Ita- 
lia. — F. 

i5 Donde si scopriva la decima bolgia > la quale 
tutta di li si vedrebbe da capo a fondo se vi fosse più 
lame. 

i6 L' ultima chiusa valle di quel cerchio detto Ma- 
lebolge. 

17 Chiama conversi gli spiriti ivi racchiusi per 
stare su la traslazione de' chiostri o conventi, dove 
conversi si chiamano i frati laici. 

18 Fortissimi a pungere, e penetrare nell' animo 
colla pietà. 

Cosi nella Canz. 11, St. 4* traendo guai ^ che di 
tristizia saetta i^an foco* — F» 


368 DELL' INFERNO 

Di ValdÌÈhìana%tra*l loclioe'i settembre, || 

E di Maremma *% e di Sardigna i mali 

Fossero in una fossa tatti iosembre "; 
Tal' era quivi, e tal pózzo n' uscirà, 
Qaal suole uscir dalle marcite membre. 

Noi discendemmo ìo su ì* ultima riva 

Del lungo scoglio ** , pur da man sinistra, 
Ed ailor fa la mia vista più viva *' 

Giù ver lo fondo, dove la ministra 
Dell'alto Sire *\ infallibil giastisia, 
Punisce i fal^vtor J, cbe qui registra •*• 

ig Vallata tra V aretiDo «* *\ perugino, dove ìa pii 
luoghi stag^nniio I* acqne del 6nn^ Chiana. 

La VAldichiana, dice l'airticò Commentatcnre» ftf 
)a corruzione dell' aere che Chiana acqua 8taj(iuiiitt 
vi fa , è molto infetta ; e però »1 rifu|rio della powh 
gente d«;l ^a^e o di chi passando v'inferma» v'ha cer- 
ti Spedali edificali, ne'qnftlì li detti infermi p«MÌfl^ 
nati delle malattie causate dn quell'aere, massiaB- 
Tnente del mese d' Agosto, fetidissimi fiati, e orriUK 
1;) menti traggono. — Tale era a' tempi di Dante h 
situazione infelice della Valdichinna, e tale contiBoè 
ad essere fin verso la fine del secolo passato. Presev 
temente è uno de' più fertili e popolati distretti delU 
Toscana, mercè le cure de' Granduchi Leopoldo Ij i 
Ferdinando III. — ' F. 

ao Agro sautse d' aria insalubre lungo il mare fi 
Toscana. 

ai Tutti insieme ristretti. 

'il Su io scoglio che in tanti archi diviso servÌT«<li 
ponte sopra tutte le dieci bolgie; ond'era lungo assai 

a3 Viù yÌ7R, perchè avvicinandosi più, disceroen 
meglio. 

a:) Dell' Altissimo. 

* I Ffilsatorl, cioè g\i Alchimisti, e più proprii» 
mente coloro che a' danni del prossimo falsificano 
metalli e mo-.iete. — F. 

a5 Li pone in questa decima bolgia, eome in luogo 


; 


Ir 


CANTO XXIX. 369 

Non credo, eh* a veder maggior tristisia *^ 
Fosse in Egina *7 i| popol tutto infermo, 
QjDBndo fu l' aer s) pien di malizia % 

Cbe gli animali infino al picciol yermo 
Cascaron tutti^ e poi le genti antiche, 
Secondo che i poeti hanno per fermo, 

Si ristorar di seme di formiche, 
Ch'era a veder per quella oscura valle 
Languir gli spirti per diverse biche ^^. 

Qnal sovra '1 ventre, e qual sovra le spalle 
U un dell' altro giaceva, e qnal carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle. 

Passo passo andavam senza sermone, 
Guardando ed ascoltando gli ammalati, 
Che non potean levar le lor persone \ 

. lor dovuto. Metafora consimile a qaella, onde nel 

^ Canto precedente chiama risma una tale specie di 

j; peccatori. 

£ a6 Non credo che fosse spettacolo piìi tristo a ve- 

; dersi in Egina di quel che era a vedere in questa 

f Valle. 

' 37 Isola adiacente della Morea» dove morta quasi 
tutta la gente di pestilenza , Eaco che n' er<« signore , 
vedendo su per un^i quercia un grandissimo formicaio^ 
pregò Giove a trasformar quelle formiche in altret- 
tanti uomini f che da tal' origine furon detti Mirmi- 
doni: Ovid. nelle Metam. 1. 7. 

Effina isola adiacente all' Attica. —* L. 
** Pien di malizia. Malizia per malore e afflizione si 
trova usato dal volgato interprete: sufficit diei mali' 
tia sua: nel greco è xajcdÌTt? e non xaxi'a — ^» 

a8 Qui mucchio; ma propriamente hica si dice del 
grano o altre hiade già segate o ammucchiate nel cam- 
po, o il mucchio sia tondo o a ha rea ec, e non vuol 
dire monticello di terra come spiega un moderno. 
* Levar le lor persone, cioè alzarsi in piede* — F. 


370 DELL' INFERNO 

Io yidi duo sedere a sé appoggiati, 
Cornea scaldar s'appoggia tegghìa a teggbla*', 
Dal capo a' pie di schianze '^ maculati: 

E non Ttdi giammai menare stregghia 
A ragazzo '' aspettato dal signorso '*, 
Né da colui, che mal yolentier yegghia *'> 

Come ciaflcun menava spesso il morso 
Dell'unghie soyra sé per la gran rabbia 
Del pizzicor, che non ha più soccorso*. 

Così traeyan gi& l'unghie la scabbia 
Come colte! di scardoya ^^ le scaglie, 
O d'altro pesce, che più larghe l'abbia. 

O tu, che con le dita ti dismaglie. 
Cominciò il duca mio ad un di loro, 
E che fai d' esse tal yolta tanaglie^ 

Dinne , s' alcun Latino '^ è tra costoro^ 
Che son quinc'entro, se* l' unghia ti basti^ 

ag Vaso da cucina assai noto* come ancora il &^ 
uso. 

3o Croste e bolle già seccate. 

Se Mozzo o altro fante da servigi vili, e non vsllct* 
to , le cui incombenze sono più civili : qui ancor* 
taluno ha preso sbaglio* 

33 Suo Signore. / 

Signorso, signor suo , come signor Co , signor tno, 
mogliema, moglie mi9,f rat elmo, fratel mio. — F. 

33 E però, per andar più presto a dormire, stri- 
glia forte ed in fretta. 

** Più soccono, maggior soccorso^ maggior ri1D^ 

34 Pesce cosi chiamato, 
dio. — F. 

35 Italiano. 

Quel se ( se l' unghia ) è al solito particella di mo- 
do deprecativo, come lo é pure cinque ternani pii 
sotto. — • F. 

36 Saporita benedizione. 


CANTO XXIX. 37J 

Eternai mente a cotesto lavoro. 
Latin sem noì^ che ta vedi si guasti 

Qai ambodue, rispose l'un piangendo: 

Ma tu chi se'^ che di noi dimandasti? 
E '1 duca disse: Io son un^ che discendo 

G>n questo vivo gi& dì balzo in balzo^ 

E di mostrar T inferno a lui intendo. 
Ailor si ruppe lo comun rincalzo ^7^ 

E tremando ciascuno a me si volse 

Con altri^ che V udiron di rimbalzo^ 
Lo buon Maestro a me tutto s' accolse 

Dicendo: Di' a lor ciò, che tu vuoli; 

Ed io incominciai^ poscia eh' ei volse: 
Se Ja vostra memoria non s'imboli ^^ 

Nel primo mondo dall'umane menti; 

Ma s' ella viva sotto molti soli ^9, 
Coitemi chi voi siete^ e di che genti: 

La vostra sconcia e fastidiosa pena 

Di palesarvi a me non vi spaventi* 
lO fui d' Arezzo^ ed Alberto aa Siena ^% 

37 Quell' appoggio e sostegno reciproco tra di loro. 
* Di rimbalzo, perchè la voce non es&endo da Vir* 

Icilio diretta ad essi, pervenne loro indirettamen- 

\m. — r. 

38 Cosi la vostra memoria non s' involi , non si 
perda. 

39 Anni. 

40 Io fai chiamato Griffblino di Arexzo alchimista. 
Costai, conosciuta la semplicità di un giovine ( nipo- 
te o parente più stretto del Vescovo di Siena ) gli dio 
■d intendere che gli avrebbe insegnato a volare, ma 
non osservando la promessa, quel giovinetto dolce e 
»maro di sale, V accasò al zio, il quale processatolo 
lo fa' ardere come reo di negromanzia. 


372 DELL' INFERNO 

Rispose l' on, mi fé' metter al fhocò: 

Ma qae1,perch'io morì%qai non mi raeai^. 

' Ver' è, ch'io dissi a loi, pariamlo a f^noeo: 
Io mi saprei levar per l'aere a folo; 
E quei, eh' avea vfrgheiEa*^ e 'senno poei^ 

Volle, eh' io gli mostrassi l'arte; e aoloi 
Perch'io noi feci Dedalo ^, mi fece 
Arder da tal^ che l' area per figlinolo ^t 

Ma oeirnltima bolgia delle dieoe 
Me per l'alchimia H, che nel mondo usai, 
Dannò Minòs, a cui fallir non lece. - 

Ed io dissi al poeta: Or fn giammai 
Gente sì vana ^ come la Sanese?' 

4i Noa mi ba coudoUo a questa jpenm qael iilitti, 
per coi io fui ingiosUmente giuatiualo sa la tma» 
cioè la magia o negromanna. 

* yaghezza^ cnrioaità di sapere* -~ F. 

4^ Perobè uol feci folatora per 1* aria coaia III D» 
dato. 

43 Per ambre che gli portava; o per natnn coai 
altri dicono. 

/érJer da tal ( oyyero Àrder a tal , come portiM 
altri testi ), cioè arde?e per comandamento di u 
tale. — F. 

.4 
no 

L 

una scienza vana^o piuttosto impostura e frode dei p»* 
«ati secoli. Gli Alchimisti s'impegnavano, per meni 
di una serie complicata di operazioni meccaoiche e di 
altre superstiziose, di formar oro con qualunque v** 
tallo, e cosi gabbavano i crèduli. Gii Alchimisti or 
più non esistono, ma non per ciò la bolgia ai resisri 
acema , giacché invece di costoro potranno averd 
luogo gli Scontisti de' nostri giorni. — F. 

45 lfi>rio«a e prodiga nelle imbandigioni pii soa» 
tttose» 



MM^ 


"V 


CANTO XXIX. 373 

Certo non la Francesca ^^ si d'assai. 

Onde l' altro lebbroso *7, cbe m' intese, 
Rispose al detto mio: Tranne lo Stricca^ 
Che seppe far le temperate spese *; 

£ Niccolò ^^j che la costuma ricca 
Del garofanò prima discoperse 
Neir orto 49, dorè tal seme s' appicca; 

E tranne la brigata ^^j in che disperse 

Caccia d'Ascian^' la TÌgna,e la gran fronda*% 
E l' Abbagliato ** il suo senno profferse **. 

46 Franzese. 

i|7 L' altro spirito > cioè Capocchio che era eoa 
Gnffoliiio , soggiunse per ironia : toltone però lo 
Stricca. In Siena al tempo di Dante certi giovani ric- 
chissimi^messi insieme dugento mila Gorini d'oro^ si 
diedero a vivere splendidamente e far lautissima ta- 
vola, sicché in venti mesi ne impoverirono : tra que- 
sti erano Stricca e Niccolò Salimbeui e altri sciala- 
cquatori. 

* Spese temperate è detto ironicamente. — F. 

48\juesto Niccolò fu il primo che inventasse il 
metter garofani e altre spezie nei fagiani ec. e 1' uso 
di altri dispendiosi condimenti fino a far cuocere gli 
arrosti a bragia di cannella; onde quel modo sfoggiato 
di cucinare chiamavasi la costuma ricca. 

49 Neil' orto , cioè in Siena, dove costumanza si 
spropositata s' abbarbica. 

50 Quella compagnia di ghiotti detta la Godereccia. 
5i Castello del Sanese. 

Si Essendo questo Caccia ricco di vigne, di boschi 
ec Fronda, il Landino spiega per borsa: olbò' 

33 Altro ghiottone e prodigo Senese. Il Daniello 
prende Abbagliato non come nome di famiglia, ma 
come adiettivo cbe si riferisca al di;iopra mentovato 
Caccia di Asciano. 

54 Fece vedere, mostrò il suo senno in mandar cosi 
ili malora tutto il suo: ironia. 

Profferse altri spiega profuse, e forse meglio. — F. 

Dante T. /. 32 


374 dell; in feruo 

Ma percbè Mppiy chi al ti seconda ^ 

Contra i Sanesi, aguzza yer me V occhio ", | 
Sì che la faccia mia ben ti risponda*; 

E vedrai , eh' io son V ombra di Capocchio, 
Che falsai li metalli con alchimia; 
E li dee ricordar, se ben tf adocchio, 

G>m' io fai di natura buona soimia **• 


55 Guardami fisso » sicché la mia sembiama A» ta 
altra volta, vedesti ,ti~ri8ponda da se e ti dica ch'ioni 
sia. Dicono che questo Capocchio ayesse studiato eoa 
Dante filosofia naturale, e che dlTenisse in quella dot- 
tissimo* 

* Ben ti risponda, Yale e dire beue fi «' app^ 
lesi- — F. 

56 Buono imitatore. 


375 

CANTO XXX. 


ARGOMENTO 


l Poeta in ùuesto trentesimo Canto di tre 
naniere di Éaltificatori* Di quegli eh* han* 
sé essere altri: la cui pena è di correre 
yrdere coloro che hanno falsificato le mv 
he sono della seconda maniera, e che hanno 
ìa l* essere idropici e sempre stimolati da 
' ultima è di coloro che hanno falsificato il 
e: e questi giacendo l' uno sopra l* altro, 
fesi da ardenti ssi ma febbre» Infine introda-r 
ntendere insieme un certo Maestro Adamo 
te da Troia* 


empo, che Giunone era cmcciata 
imelè < contra 'J sangue Tebano , 
mostrò ed una ed altra fiata *» 
e ' divenne tanto insano, 
sggendo la moglie co' due figli 
carcata da ciascuna mano, 
sndiam le reti, si eh' io pigli 
nessa^ e i lioncini al varco; 
distese i dispietatt artigli, 

slosia di Semelej la quale di GioTe concepì 
fu costei BgUuola di Cadmo foDdatore di 

)Ite. 

KDte re di Tebe, marito d'Ino^ altra figliuo> 

QO. 

s pazzo furibondo per vendetta di Giunone « 
icelo invadere da Tesifooe^ Furia inferna-* 


376 DELL' INFEMO 

Prendendo l'iià,jBV aYM itOflM'LéarcO| 


!1 


£ roto Ilo, e percosselo ad un sasso, l'i^' 


C 


1 

( 

il 


E quella si annagii ceo V altro incaroo^ 

E quando la fortuna Tolse ìd basso | ^ 

\j altezza de' Troian *, che tatto ardirs, |^' 
Sì che insieme col regno il re ^ fo cassoni 

Ecuba 7 trista^ misera, e oajfitiTa, 
Poscia che ride PoKsnena ' morta , 
È del sub Polidoro * in su la riya 

Del mar si fa la dolorosa accorta,- 
Forsennata latrò '*, sì come cane) 
Tanto il dolor le W la mente torta '*. 

Ma né di Tebe furie, né Troiàbe 
Si yìder mai in alcun* tanto omdie^ 


4^ La madre Iqo eoli' altro figlio Melicartaclif m^ 

Ya in braccio: Ovid. i* 4* Vet« 

£ la niadre oe risenti còsi fiero dolore, che lUij^* 
ratamente coli* altro figliuoletto ritnaJsole iik hMOtiO) 
gittossi in mare ed anoegDssL •— F. ' 

* rolàfì in basso V altezza de* 'Troiani è dello al* 
liisivamente alla Fortuna , che ?olge e rivolge , alu 
ed abbassa la sua mobile ruota. — F. 

5 Priamo. 

6 Finito e distrutto. 

Casso, Cassus latino, yaao, e jper cooaegneata <- 
stinto. •— L. 

7 Moglie di Friamot 

8 Figlinola di lei. 

9 Estìnto. 

10 Torifa canino latravit rietu, quaé post hanc 
pirerat, uxor, Juv. Sat* x. Di queste faTole ?ed. 
Ovid. 1. i3. Met. 

1 1 Forsennata. 

Torta , cioè fuori della retta via di ragione. — L* 

* //< alcuno, contro alcuno. — F. 


CANTO XXX. 377 

Non punger bestie^ non che mombrn nmnne, 

Qaant'io vidi due ombre* smorte e nnde^ 
Gbe mordendo correvano a qnel modo, 
Che 'J porco, quando del porcii si schiude. 

L' una giunse a Capocchio^ ed in sul nodo 
Del collo r assannò*, sì cbe tirando '^ 
Grattargli fece il ventre al fondo sodo. 

£ V Aretin, che rimase tremando, 
Mi disse:Quel folletto ''è Gianni Schicchi '4, 
E va rabbioso altrui così conciando. 

Oh, diss' io lui, se* V altro non ti fìcchi 
Li denti addosso, non ti sia fatica 

* Il Lombardi legge in due ombre, vn» questa lezio< 
ne sembrami erronea, giacché io intendo e spiego co- 
sì; Ma né furie di Tebe uè di Troja ai videro mai, co- 
tanto crudeli in altrui, punger bestie nou che uomini, 
quanto furibonde e crudeli vid* io due ombre smorte 
e nude ec. F. 

* jissannare da sauna o zanna. — L. 

la E strascinandolo per terra e per quel duro fon- 
do della bolgia. 

i3 Qui per anima dannata, non per demonio aereo. 

14 Fiorentino della famiglia Cavalcanti di mirabi- 
'le attitudine a contraffar le persone: ed una volta po- 
stosi in letto, donde era stato tratto il cadavere dì 
M. Buoso Donati, Gngendo egli esser desso, fé' testa- 
mento lasciando erede (benché vivessero quei che per 
piì!i stretta parentela sarebboiio succeduti ab intesta' 
to ), Simon Donntij da cui ricevè in premio di tanta 
frode una bellissima cavalla prima pattnita. 

Pietro Alighieri^ 1* Anonimo e il Boccaccio narra- 
no per di più , che Gianni Schicchi avesse egli stesso 
preventivamente soffocato n< 1 fello quel Buoso Do- 
nati di cui contraffece la persona nel dettare il Testa- 
mento. — F. 

* Se, cosi. -- F. 

♦32 


3^8 DELL' INFERiJO 

A dir chi è, pria che di qat fi ipicchi'*. 

Ed egli a me: Qaell' è l'anima antÌGa 
Di Mirra '^ scellerata, che dÌTCDDe 
Ai padre, fuor del dritto amore, amica* 

Questa a peccar eoo esso così yenne, 
Falsificando sé in altroi forma '7, 
Come r altro, che 'n là seo va^ sosteniWi 

Per guadagnar la donna della torma **, 
Falsìfìcare in sé Baoso Donati, 
Testando, e dando al testamento norat. 

E poi che i dno rabbiosi far passati, 
oovra i qnali io aTCa l' occhio ^noto. 
Mi volsi a riguardar gli altri mal nati. 

Io vidi nn fatto a guisa di liuto % 
Pur ch'egli avesse avuta l' anguinaia 
Tronca dal lato , onde l' nomo è fercolo * 


i5 Non lo Schiccbi, ma qoéll' altro che por a 
reya mordendo. 

i6 Incestuosa figliuola di Cinira re di Cipro, ea 
dre di Adone. 

17 Fingendo di essere nn* altra persona estraa* 
mentre pur' era la 'figliuola, la quale non potè 1 
buio della notte conoscersi da Cini ra ingannato p 
ma dalla nutrice di colei , che per questa via vioM 
talamo di sua madre. Ovid. x. Met. 

18 Quella superbissima cavalla detta di sopra, eh 
mata la Signora della Mandra , per Io spicco t 
faceva nel branco o torma. . 

* Limo, cioè col capo e collo piccoli» e col vtn 
grosso nssai, come appunto è fatto tale istrumen 
Ciò addiveniva in quel dannato per essere idropi 
mate che cagiona gran sete, in pena della sete d' 
ricchire coi falsar le monete. — F. 

19 Tronca alT at^ccatura delle cosce. 


^ 


\ 


CANTO XXX. 379 

grave idropisìa^ che sì dispaia •* 
^e membra con Tamor che mal conrerte *', 
^he'l viso non risponde alla ventraia, 
ceva a lui tener le labbra aperte, 
>ome I' etico fa^ che per la sete 
J un verso *1 mento, e Taltro in su riverle. 
ro'ì, che senza alcuna pena siete 
E non so lo perchè ) nel mondo gramo, 
)iss'egli a noi, guardate, ed attendete 
a miseria del maestro Adamo '*: 

ebbi vivo assai di quel, eh' i' volli, 
ì^d ora, lasso! un goccici d' acqua bramo, 
ruscelletti, che de' verdi colli 
Del Gasentin discendon giuso in Arno, 
j>*acendo i lor canali e freddi e molli, «j 
Tipre mi stanno innanzi , e non indarno *^, à 
Shè l'imagine lor via più m'asciuga, ^ '| 
!^he i male, ond' io nel volto mi discarno, 
rigida giustizia, che mi fruga ^^, 
Fragge cagion *^ dal luogo, ov' io peccai, 
k metter più gli miei sospiri in fuga *^. 

10 M»le appaiaDdofli un grandissimo ventre e pet* 

1 un capo e collodi giusta mole. 

11 Non converte e trasmuta a dovere, per essere , 
I' idropico guasti ì vasi a ciò necessari. • 
ta Fu questi un bresciano che a requisizione dei 

nti da Kom'ena> terra del Casentino, situata poco 

igi dalla sorgente dell' Arno, falsificò i fiorini d'o- ^ 

della Zecca di Firenze; per la quai cosa fn preso ed t 

iruciato. ^ 

i3 Non senza effetto, benché per me doloroso. 4 

i/| Mi punge, mi tormenta. 

i5 Islroroento. 

16 In affanno, col farmi sospirar più spesso, più in 

tta. 

L 


■» 


£i 


a 

«ili 
bri 


380 DELL' INFERNO 

Iti è Romena, h\ dov* io falsai 
La lega snf^gellata del Batista *f, 
Perch* io il corpo saso arso lasciai. I CI: 

Ma s' io vedessi qni V anima trista |lii 

Di Gnido,o d'Alessandro , o di lor frate '*, 
Per Ponte Brnnda *9 non darei la vista. 

Dentro *° c'è Tana già, se P arrabbiate 
Ombre, cbe vanno intorno **,dicon vero; 
Ma che mi vnl, eh' ho le membra legate? 

S' io fossi pur di tanto ancor leggiero '*, w- 
C.h'i'potessi in cent'anni andare un'oncia ^^ 1^ 
Io sarei mosso già per lo sentiero, |igi,j 

Cercando lui tra questa gente sconcia , 
Con tutto eh' ella volga ondici miglia, 
E men d' un mezzo di traverso non ci ha ^ 


In fi'ga, infoca , che si dice a neh e corrotlanmt» 
I/I l'Opti, — L. 

a7 Coniafa coli* effigie di S. Gio. Battista da m 
p.irte^ e dall' altra del Giglio, arme della Repob- 
blìra. 

28 E di lor fratello Aghin( Ifo, tre conti di Romeni 
complici del di lui delitto. 

29 Averei piii c^ro di veder loro che tV aver qo» 
Fonte Brinda per quanto mi arda di sete. <^)ue8t;i (nu* 
te assai copiosa di Siena non è quella della piazu, 
come dicono il Daniello e il Volpi, ma è presso 002 
Porta della città, che però si chiama Porta a Foati 
Branda. 

30 Dentro di (fuesta bolgia. 

3i Mirra e Schicchi che correvan mordendo. 

3*1 Abile a muovermi. 

33(^nant'è Inne^o il dito grosso, propriamente I* 
duodecima p»rte della Hhbra, se si tratta di pc.-n;' 
.se dì misura, la duodecima del bmccio. 

3^G non ci abhia meno di meizo mìglio di traver.*.- 


CANTO XXX. 38f 

' 8on per lor tra sì fatta famiglia: 
£i m' indussero a batter i fiorini^ 
Ch'avean ben tre carati di mondiglia ^'^m 
i io a lui: Chi son li duo tapini, 
Che fuman, come man bagnata il Terno '% 

rendo detto di sopra che 1« ncua bolgia aveva 32 
iglia di giro^ ed avendone questa undici, se tutte 6Ì 
[arano aver tal proporuone, che la pia interiore sia 
tneti più stretta della più esteriore a se contigua, 
lira facilmente ricavarsi la misura delle dieci bolge. 
Di qui si conosce, che le bolge di Dante non sono 
nde, ma bislunghe o ellittiche, poiché una bolgia 
nda d'undici miglia dovrebbe avere di traverso 
rea la terza parte della circonferenza. — L. 
Qui il Lami s' inganna a partito. Le bolgle erano 
miBsimo circolari, ma in forma di lista, per esser 
una rinchiusa uell* altra, e tutte nel fondo circola- 
i déirorribil pozzo di Malebolge. Erano insomma 
leci liste o striscio tonde che unite insieme formava-* 
6 w cerchio ( v. Canto xvin alla mia nota 6 }. La 
dta del Lami fu riportata bonariamente nella edi« 
lon Fiorentina dell' Ancora, onde si vede che se que- 
li editori posero ogni cura nell' imprimere con gran- 
iaaima magnificenza la Commedia di Dante, tmscn- 
arcuo d' altronde d' intendere e dispiegare 1* inge- 
Dosa architettura dell' Inferno. — F. 
^ 35 Tre di lega e mistura ogni a4 carati che fanno 
' oncia, essendo allora il fiorino di Firenze molto 
là sincero. 

l»' oro del Fiorino è di a3 carati , e it resto sino a 
i4 ^ lega* come quel di Venezia. 1 Conti di Romena 
o falsificarono col farlo di 3f carati d' oro e il resto 
li mondiglia. 11 Venturi non sa quello che sidiceneN 
a sua nota. ^- L. 

36 Come si vede fumare una mano, essendo pur 
Mm calda, se si tuffi e si cayi dell' acqua in tempo di 
freddo, e come ancora si vede il fiato di chi respira, 
:hf non si vede almen tanto in tempo caldo. Questa 
dì pare l' iuterpretauone meno faticosa. 


DELL' INFERIRÒ 
Giaceodo ttìretti «^ tuoi dhttri loònSsi *^ ' 

Qui li troTti, e poi tolU neri diemo, 
Ritpoée^qDana' io piOTTi io qvetto p^ni^i 
E non credo^ obediirio in tempilAriio^^)'^ 

L' Qoa è la fiilsa ^, che aeeii«ò€ritiie|i^ 
L' altro è'I&lsoSinoD Greco da Troiai: , 
Per febbre acuta gittan tanto leppo^. 

E r un di lor*, che si ree& « soia 
Porse d' esset nomirto ai oscuro ^^ 
Col piigno gli percosse [''epa croia ^. 

Qiiella SODÒ, come fosse un tamburo: 
È mastro Adamo sii percosse *l toIìo 
G>1 braccio suo, che nùù parte meli dtM|f' 


bi 

Le 


3^ A man dettrié 

sé ProprUmente o po^gatto o qnttì rialto laa^b 
fòsse, ad aneora limgo le strade dì cABspaenat 'im S 
dice anche ciglio: qui tool dire mi aito cottsiiafli ^ 
quella bolgia. 

39 E non credo che daranno mal volta, né si aar 
verauQO in eterno. 

40 La calanniatrìce moglie di Poiifitfra • Istirii 
nota nella Gen. Gap. Sg. 

41 Favola nota ioVir. i. a. AEn. 

43 Puzza : propriamente si dice di quella che a 
sente nei braciarsi cosa onta» come quando per esca* 
pio s' attacca fuoco alla padella: cosi il Boti cit* dil* 
la Crusca. 

* E l'un di lor, cioè Sinone. — F. 

43 Cioè falso greco da Trota, clie saperagli di oca* 
tumelia, 

44 Lia pancia dora e stirata come un tamburo, co* 
me 1' hanno gì' idropici. 

Croio è Toce ancor viva in qualche luogo di Ross* 



CANTO XXX. 383 

Dicendo a lai: Aocor che mi sia tolto 

Lo muover,- per le membra che son grayì , 
Ho lo il braccio a tal mestier discìolto. 

Ond'ei -rispose: Qoando tu andari 
Al fuoco 4^^ non 1* avei tu così presto; 
Ma sì e più V ayei, qaaodo^ coniavi ^^* 

E r idropico: Ta di' ver di questo: 
Ma in non fosti sì yer testimonio. 
La We del ver fosti a Troia richiesto. 

S' io dissi M falso, e to falsasti 'Iconio, 
Disse Sinone, e son qui per un fallo, 
E tu per più, cb* alcun altro Dimonio. 

Ricorditi, spergiuro, del cavallo, 
Rispose quei, cb' aveva enfiata V epa, 
E Bieti reo 4?^ cbè tutto '1 mondo sallo. 

A te sia rea la sete^ onde ti crepa, 

Disse '1 Greco, la lingua, e T^acqua marcia^ 
Gbe'l Tcntre innanzi eli occhi sì t'assiepa ^s. 

Allora il mopetier: Cosi si squarcia 
La bocca -tua per dir mal, come suole; 
Che s' i' ho sete, e l'umor mi rinfarcia 49, 

Ta hai l' arsura, e '2 capo die ti duole; 
E per leccar io specchio di Narcisso '% 

AS Dovemeritemente fosti arso vivo. 
l6 Buttevi le monete false. 

^ RimaDti con tal reato, che è diffamato per tot* 
to u mondo. 
E confessati reo, giacché lo sa tatto il mondo.^-F. 
^8 Cotanto ti fa siepe e riparo davanti a|li occhi. 

49 M' empie si che ne son zeppo: dal latino reftv 
tire» 

50 Beverlo sino a leccarne il fondo; di questa fon- 
te ved. Ovid. 1. 3. Met. 

Lo specchio di l^arfiisso , cioè f acqaa , ov' egli si 


384 " dell; inferno 

Non yorresti a inyìtar molte parole *'• 

Ad ascoltarli er* io del totto fisso, 
Quando '1 Maestro mi disse: Or por min, 
Che per poco è^ clie teco non mi risso **. 

Qnand' io '1 senti' a me parlar con ira, 
Volsimi Terso lai con tal vergogna, 
Gb' ancor per la memoria mi si gira: 

E qnale è qaei^ che sao daùnaggio sogna. 
Che sognando desidera sognare^ 
Si che qnei eh' è, come non fosse, agogUi 

Tal mi fec' io , non potendo parlare, 
Che disiava scasarmi, e scasava 
Me tnttavia^ e noi mi credea fare. 

Maggior difetto men vergogna lava% 
Disse '1 Maestro^ che '1 tao non è staio: 
Però d' ogni tristizia ti disgrava; 

E fa' ragion ^^j eh' io ti sìa sempre allato *^ 
Se più avvien^ che fortuna t' accoglia ** 
Dove sien genti in simigliante piato'S* 

Che voler ciò adire è bassa voglia. 

specchiò vagheggiando la propria immagine. — ^' 

5 1 Non ti faresti molto pregare^ uon yorresti 9f^ 
ti inviti. 

52 Non so chi mi tenga che non ti lavi il capo bei 
bene: propriamente attaccar rissa: latinismo. 

* Minor vergogna lava maggior difetto di ({odi* 
eh' è stato il tuo. Lo stesso che se Virgilio avesM|h 
detto; il tao rossore è maggiore del tuo fallo. -^ ?• 

53 E fa* conto. 

54 Onde ti sia di freno e suggezione. 

55 Ti conduca e ti faccia imbattere* 

56 Litigio; qui chiassata. 


385 

CANTO XXXI. 


ARGOMENTO 


JOiseendono i Poeti nel nono cerchio , distinto in 
quattro giri , doue si puniscono quattro specie 
_,ai traditori; ma in questo Canto Dante dimostra 
solamente che trouò d* intorno al cerchio alcuni 
Giganti , tra' quali ebbe contezza di Nembrot, 
di Fialte e di Anteo , e da quest* ultimo furono 
ambi calati e posti giù nel fondo del cerchio me* 
desimo* 


u, 


na medesma lingaa pria mi morse ', 
Si che mi tinse l' ana e T altra gaancia , 
E poi la medicina mi riporse *: 

Così od' io, che soleva la lancia 

. ly Achille, e del sao padre ^, esser cagione 
Prima di trista, e poi di haona mancia 4. 

Noi demmo 'l dosso ^ al misero vallone 
Sa per la ripa, che 'l c^nge dintorno, 
Attraversando senza alcun sermone. 


I Punse con aspre parole. 

a Con dolci parole medicandomi la puntura. 

3 Peleo. 

4 Donoj ferendo» e sanando^ come se ne fece spe<- 
rienca in Telefo Re di Misia confederato coi Troiani: 
Vulnus Achilleo quae quondam fecerat hostift^ulne" 
ris auxilium Pelias hasta tulit. Ovid. 

5 Volgemmo le spalle al vallone della decima 
bolgia 

Dante T. I. 33 


386 DELL' INEERHO 

Qqìtì era meo ohe nottei o ine» chi gtorM*i 
Sa che '1 yÌ90 ' m' andana iDoanzi poco: 
Ma io senti' sonare un alto oorno, 

Tanto, eh' avrebbe ogni tuon fitto fiocOf 
Che> contra se 7 la sua yia segaitandoi 
Diriuò ' gli occhi miei tnttr ad an loco. 

Dopo la dolorosa rotta, qaando 
Carlo Magno perde la santa getta *, 
Non sonò <® si terribilmente Orlando ". 

Foco portai in là volta la testa. 
Che mi parve veder molte alte torri; 
Ond' io: Maestro^ di', che terra è qnesU? 

Ed egli a me: Però che tn trascorri '* 
Per le tenebre troppo dalla lungi, 
Avvien che poi nel maginare aborri 'h 

Tq vedrai ben, se tn là ti cengia ngi '4 . 
Quanto 'liseoso s' inganna di lontano; 


5 Vale a dire^ eraTi an leggiero crepoacolo» 

in Sul far della aera , qaando non è affatto gì/onio «al 
affatto notte. -— F. 

6 La vista. 

7 Alla parte a se opposta^maadando segaitatanta' 
te il saoQO. 

8 Fa cagione eh' io dirizzassi. 

9 L' impresa di cacciare i Mori dalla Spagna. 
Alla famosa rotta di Roncisvalle. — • F. 

10 A raccolta. 

ri Benché il suono fu sentito da Carlo che era ki 
taao di li otto leghe come favoleggiano i romanusr 

la Corri eoa rocchio troppo in là. 

i3 Abbagli. 

Aborri da aborrare, aberrare» ^- L. 

Maginare, aferesi di immaginare^ cfafd trovasi $ 
che in altri antichi Scrittori. — F. 

i4 Ti aeeosti. 


CANTO XXXf. 387 

Però alquanto pi& te stesso pnngi ■*• 

Poi caramente mi prese per mano, 
E disse: Pria che noi siam più aranti, 
Acciocché 'ì fatto men ti paia strano, 

Sappia che non son torri, ma gigtinti, 
£ son nel pozzo intorno dalla ripa 
Dall' nmhilico in giaso tatti quanti. 

Come quando la nebbia si dissipa, 
Lo sgaardo a poco a poco raffigura 
Ciò^ che cela '1 yapor^che l' aere stipa; 

Così forando l' aer grossa e scura, 
Più e più appressando inyer la sponda, 
Fuggiami errore, e giugneami paura ■^. 

Perocché come in su la cerchia tonda 
Montereggion '' di torri sr corona ^ , 
Cosi 'n la |>roda, che '1 pozzo oirdonda, 

TorreggiàTan di mezza la persona 
Gli orribili giganti, cui minaccia 
Giove dal cielo ancora, quando tuona. 

Ed io scorgeva già d* alcun la faccia. 

Le spalle e '1 petto, e del ventre gran parte^ 
E per le coste giù ambo le braccia. 

Natura certo, quando lasciò l' arte 


i5 AflVetfa. 

i6 ChiareDdomi che non eran torri, mn Gfganti, e 
ìmpanrendomene. 

17 Castello una posfa lontano da Siena verso Fi- 
renze. 

* Si corona, siguemisce in giro. Questo casfello 
conserFa tuttavia, sebbene alcun poco diroccate, le 
tue mura quasi circolari e le sue torri, che son poste a 
ona cinquantina di bracci» in distanza le une dall' 

iitr«. — r. 


388 DELL' INFERBO 

Di si fotti animali, asini fé' bene. 

Per tor vìa tali esecatori a Marte: 

E s' ella à' elefanti e di1>alene 

Non si pente, chi guarda sottilmente. 
Più giusta e più discreta ne la tieae ''; 

Cile dove r argomento delia mente 

S' nggiange al mal volere, ed alla possa, 
Nessno riparo vi può far la gente. 

La faccii» sua mi parca lun^a e grossa, 
Come la pina dì San Pier di Roma '9; 
Ed a snn proporzione eran l'altr'ossii 

Sì che la ripa, eh' era perizoma '" 

Dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto 

Di sopra, che di giungere alla chioma 1 

Tre Frison " s' averiar dalo mal vanto; j 

Peroccb' io ne vedea trenta gran palmi I 

l8 La atinia per ciù fare. 

Ne la tiene, come »»rcbba il Torelli voluto legane, 
ili vrce di lanelicnc,fDTla qualche stampa antica. — Fi 

CDpolaadla Botonda, e gettata già (Is un futraine h 
traiportala per ornamento nella pUzxa di S. Pirlro 
dove era >itnala al tempo di Dante : rsiste anche 
adesso, e ni vede nel giaicliiio Begrclo ciie conduce il 
paloiictlo d'hinncenio Vili, nel palano Vaticano, 
piuata la Torre de' venti. 

3o II collo del poizo che serviva ai Giganti coni* 
di calzoni, giacché dalla ciatara in gifi itavRD dentro. 

. Periioma , dice il Volpi, è voce greca mai^M^,* 
propriamcnta veste che ricuopre le parti vcreogiMMe. 
Usandosi qni per ainilitudine, e dicendosi che la ri- 
pa era ai giganti ueciioma dal meiio in giù, vien* a 

dirai che la ripa dal mnso in giii ricnaprjvagli, — F. 

' ai Tra uomini d' alla statura, noalt sogliono esser 

quel della Frisia, 1' duo sopra l' atlro. 


CANTO XXXT. 38<J 

Dal laagoÌDgìÀ**doVQom s'affibbia'] manto. 

Kaphel mai amech zabì almi *^, 
Cominciò a gridar la fiera bocca ^ 
Cai non si convenien più dolci salmi *. 

E 'I duca mio ver lai: Anima sciocca, 
Tientìcol corno*, e con qael ti disfoga, 
Qaand* ira, od altra passion ti tocca: 

Cercati al collo, e troverai la soga *\ 

aa Di sotto ìmmediiitanieiite al collo, di dove co- 
mincia l'abbottonatura o affibbiutura sin giù alla 
cintura. 

a3 Guazzabuglio di linguaggi fritto ad Jirte ; cos) 
convenendo che parlasse Nembrotte, da mi nacque 
la confusione delle lingue alla torre di Babclle. Sono 
dunque parole di nessun «i^niGcato, se non in quan- 
to signi6cano la qualità della persona che parla. 

Non trovo improbabile V opinione di un Interpe- 
tre, il quale afferm.t, che queste cir)qiie voci siano 
ciascheduna di un differente lingiiaggio,- la prima del- 
l'ebraico, le altre dei quattro principali dialetti che 
si vogliono da quello derivati. nella confusioue di Ba- 
bel. Il lignificato sarebl>e questo: Poter di Dio! per^ 
che son io in questo profondo? Torna indietro; «'«- 
scandi ; come se tradncendosi nello spagnuolo-lati* 
ao-tedesco-francese- italiano, si direbbe: Pardiez! — 
cur ego — hier? — va't^en ; — t' ascondi. Che quel 
verso compongasi di voci tolte dai dialetti babelici, 
par che lo accenni Dante medésimo, dicendo pocoap- 
jkTessoiEgli stesso s'accusai Questi è Nembrotto, per 
lo cui mal roto Pure un linguaggio nel mondo non 
s*,usa, • — F. 

* A cui, non si convenivano frasi e voci più dolci e 
eleganti F. 

* Tienti col corno, cioè prosegui a intertenerti 
suonando il tuo corno- — '• F. 

a4 Legame di sog&tto o cuoio. 

♦33 


390 DELL'INFERNO 

Che '1 tien legato, o anima confosa, 

E vedi lai *^ , che '1 gran petto ti doga *^ 

Po! disse a me: Egli stesso s' accasa ^f; 
Questi ò Nemhrottoy per lo cui mal cote *', 
Pare an lingaaggio nel mondo non s' asa*^ 

Lasciamlo stare, e non parliamo a ?oto: 
Che così è a lai cìascan linguaggio^ 
Come 'l suo ad altrui, eh' a nallo è noto. 

Facemmo adunque pi& lungo viaggio, 
Volti a sinistra, ed al trar d^un balestro 
Trovammo raltro^assaipi& fiero e nflaggio'^ 

A. cinger lui, qual che fosse il maestro*, 
^on so io dìr^ ma ei tenea succinto 
Dinanzi l'altro '', e dietro '1 braccio destroj 


a5 L' Ì8tes8o corno. 

a6 Ti fascia a guisa di doga; più d* una edizione 
mette to^a, e vorrà dire, li veste. 

^7 Si scuopre con quel suo guazzabuglio di stram- 
botti. 

28 Fabbrica' di Babelle, prendendosi la materia di 
loto cotto per l'artefatto stoltamente ideato e prio* 
cipiato. 

Mal coto non siguifica ciò che dice il Ventari', ma 
vale maluagio pensiero, come in latino mala cogi- 
tatto, donde è derivato. — F. 

39 Perchè la moltiplidtà delle lingue cominciò da 
quella fabbrica. 

Pure qui vale soltanto. — F. 

3o Maggiore. 

Mai^gio, Cosi Fia Masgìo, Rio Maggio, *^ L. 

* Maestro^ cioè l* artefice che lo legò. — F. 

Sili braccio sinistro. 

luteodi; ma egli tenea dinanzi cinto il braccio sini* 
stro f e teneva di dietro cinto il destro con uiu cate- 
na ce. — F. 


CANTO XXXI. 394 

ty* ana catena, che '1 teneva avvinto 

Dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto'* 
Si ravvolgeva infìno al giro quinto. 

Questo superbo voli* essere esperto '^ 
Di sua potenza contra '1 sommo Glove^ 
Disse '1 mio dnca^oud'egli ha cotal mertoH, 

Fialte ha nome; e fece le gran pruove 
Quando i giganti fer paura ai Dei: 
Le braccia^ clì'ei meno^giammai non muove. 

Ed io a lui: S'esser puote, i' vorrei, 
Che dello smisurato Briareo ^^ 
Esperienza avesser gli occhi miei. 

Ond'ei rispose: Tu vedrai Anteo 

Presso di qui, che parla, ed è disciolto, 
Che ne porrà nel fondo d' ogni reo*. 

Quel, che tu vuoi veder, più là è molto, 
Ed è legato, e fatto come questo, 
Salvo, che più feroce par nel volto. 

Non fu tremuoto mai tanto ruhesto% 
Che scotesse una torre così forte, 
Come Fialte a scuotersi fu presto. 

Allor temetti più che mai la morte, 


3^ In sa quella metà di persona^ che stava^ e si ve- 
deva faori del pozzo. 

Infino al giro quìntol, cioè in fi no a cinque gi' 
ri. — F. 

33 Far prova. 

34 Della quaPempia temerità riceve tal pena. ^ 

35 Gigante dì cento braccia e cinquanta ventri. 

* Beo è qui nome sostantivo , lo stesso che reato. 
Nel fondo d'ogni reato* d' ogni colpa. •^ F. 

*Rubesto qui val« tpat^entetfoUt^ tremendo. ^- F* 


392 DELI.' INFERNO 

Knon y'er» meslicrpiiV cbe la duìla ^', 

S' io non avessi Tiste le ritorte 't. 

Noi pr(icPi)Rmmr> più nvanti allott», 

Evenimmoad Anteo, chR ben cinqn' allc^' 
Senza Intesta, uscla fuor della grotta. 

O tu'9,che nella fortun»ta vnlle 4", 
Che fece Scipinn di ^'lorin creda *', 
Quiind' Annitól co'sdoÌ diede le apnlle, 

RecflBti già mille lion per preda 4=, 
E che se fossi slato all' iiltti t^nerra *^ 
De- tuoi fri.letli 44, ancor paVch'e' ai creda, 

Cli'avrehhon vinto! figli delU 'erniA^, 
, Mettine gioso 46 ( e non tenWeng;» scliifo) 


3B Paura; rliwndo-i anc 

n in bnon 

lingna, Dii 

s.1JBta,dntt»iiiBedoIlni- 

p*v temere 


Dona caiiltaito lìa iliiiii 

o.-L. 


V[.oldireilf'o''ta,'-he fi 

t farln mor 

re era pi& eh. 

staole arche la sola pni 

ra eh- egli 

irebbe a»ut. 


diFialte, lenr-ni 

3j Ancnr laide contro le acosie del Gigante: ciA 
cli>f avTertrDdo.e però riconforluDdomi, la paura dob 

3S MI» iann miaiirad' iDgbillerra ch'è qoasi doe 
braccia Qnrrntine. 

39 PaHata di Virgilio ad Antro. 

40 Nel territorio d' Utica, cir.i Biaerta nella co- 
•liera di Tunisi. 

41 Lo mise in pntaejao di glnria. 

41 Siccome valorosn c<icci»tnre dell* Libia. 

43 De' Uieanti di Teisaglia contro Giove. 

44 Giganti. 

45 Valq l' lateBso che Ui^fanri, aécoiido la Torma- 
*ioiie errca di qaelto vocabolo. 

46 Calaci già Dal fondo, ( a uontene adunar*, «0- 


CANTO XXXI. 393 

Dove Cocito* la freddura serra. 

^9on ci far ire a Tlzio^ né a Tifo 47- 

Questi può dar di quel, che qui si bramai* : 
Però ti china^ e non torcer lo grifo. 

•Ancor ti può nel mondo render &ma; 
Ch' ei vive, e Innga vita ancora aspetta. 
Se innanzi tempo ^9 grazia a se noi chiama. 

^[]Sosì disse '1 Maestro: e quegli in fretta 
Le man distese, e prese il duca mio, 
Ond' Ercole sentì la grande stretta^^. 
ITirgilio quando prendersi sentìo. 

Disse a me: Fatti 'n qua sì, ch'io ti prenda: 
Poi fece sì> eh' un fascio er* egli ed io. 
Qaai pare a riguardar ia Carisenda*'- 


ne di cosa vile ), do?e il freddo ristringe in gelo le 
acque di Cocito. 

* Cocito è lo stagno nel quale tutti i discendenti 
finmi infernali s' impaludano, e si gelano. — F. 

4? Vogli tu aver questo merito appresso noi, e non 
ci far andar per impetrar questo fiivore da Tizio o 
Tifo, due altri giganti. 

48 Cioè renderti la fama nel mondo , e parlar bene 
e con onore di te. 

49 Prima d' inTecchiare. 

50 Nel fare alla «lotta con Anteo, che io6ne da lui 
fu superato, non col buttarlo in terra, ma coi tenerlo 
in ana, e cosi sospeso soffocarlo. Lue. 1. 4* 

11 Codice Bartotiniano legge Ond' ei d* Ercol sentì 
la grande stretta, lezione da non trascurarsi, giacchò 
racchiude un senso più conforme alla storia, dicendo 
che non Ercole ma il Gigante fu quegli che nella lotta 
sentì la grande stretta — F* 

5i Torre pend«?nte in Bologna , cosi detta dalla 
famiglia che la fece cosi fabbricare. 


SM DELL' lUfFERHO 

Sotto '1 chinato *^9 qaftndaiin'iiiiVoì mit 

SpTr'essa ^ìy ohed ella incontro penda '^* 
Tal parre Anteo a me, che stava a hadà* 

Di vederlo chinare, e fa tal ora^^ 

Ch' l'avrei voluto gir per altra strada*^. 
Ma lievemente al fondo che divora 

Lnctfero con Oinda , ci porà: 

Né 8Ì chinato IV fece dimora. 
Ma come albero in nave si levò. 


$3 StanJòsi foito là torreda qndja parte ci» chlai. 

53 Ntl qual caio pkre che- si muova li tèrra e aoa 
la nayola. 

* Staila a bada, stava attendendo. — F. 

* Efu tal ora, e fa tale in cfiiel pnnlo. — f • 

54 Dalla paura. 


395 

CANTO XXXII. 


JBGOMEr^TO 

Tratta il Poeta nostro in questo Canto della prima 
ed alcun' poco della seconda delle quattro partii 
nelle quali h diviso questo nono ed ultimo cerchio, 
E nella prima, detta Caina, che racchiude coloro 
che hanno tradito i propri parenti, trotta messer 
jtlberlo Camici on dei Pazzi , il quale gli dà con* 
tezza d' altri peccatori che nella medesima erano 
puniti* Nella seconda, chi a mata Jntenora ,in cui 
si puniscono i traditóri della patria , trova Mi- 
Bocca Abati, il quale gli mostra alcuni altri» 

Come si converrebbe al tristo baco^ 
Sovra '1 qual pontan • tutte l' altre rocce*; 

lo premerei di mio concetto il'saco ^ 

Più pienamente; ma perch'io non l'abbo^ 
Non senza tema a dicer mi condaco: 

Che non è impresa da pigliare a gabbo ^ 
Descriver fondo ^ a tatto V universo^ 

I Ranche. 

Chioccia viene dal francete cloche, che vale cam* 

pana» — L» , 

a Per esser questo pozzo come il centro > in cui 
premono e puntano tutte le cose gravi» 

3 Cerchi» ripe scoscese, scogli. 

4 Esprimerei il mio pensiero. 

5 Da farsi colle mani alla cintola oda farsene hurto. 

6 II Landino e il Vellulelio fauno teder mondi 


S96 DELL' INFERNO 

Né da lioffiiif che chiami mamma, e habbo^. 

Ma quelle uonne ^ aiatino '1 mio Tersoi 
Ch' aiatoroo Anfioiie a chinder Tebe, 
Sì che dal fatto il dir noo sia dÌTerso. 

Oh sovra tatte mal creata plebe, 

Che stai nel loco, code * parlar m' è don^ 
Me' 9 foste state qai pecore o -zebe '^l 

Come noi lEammo giù nel posso scaro 
Sotto i pie del gigante^ assai più bassi, 
Ed io miraTa ancora all' alto muro, 

Dlcere aditami: Gnarda , come passi. 
Fa' slj che ta non calchi con le piànte 
Le tes.te dei fratei " niiseri lassi. 

Per eh' io mi volsi, e yidimi dayante 
E sotto i piedi nn lago, che per gielo 
Avea di vetro^ e non d' acqna sembtaatSi 

Non fece al corso sno sì grosso vélo ■* 


Duovi in (niesio fondo: io l' intendo nel senpo offi^ 
e facile ad ognuno: fondo, cioè luogo il più copoi 
quasi centro deli' uniTerso: dico cjuaai^ perche il Pw- 
ta non fa il mattematico. 
2 Di bambolo. 

8 Le Muse. Anfione poeta e sonatore che conforoM 
la favola colla dolcezza del suono tirò le pietre e It 
mosse, sicché se ne formarono le mura di Tebe* 

* Onde qui vale di cut, ^ F, 

9 Meglio sarebbe stato per voi, se non foste itati 
uomini, conforme V oracolo Melius erat ei etc* 

10 Capre. 

11 Della medesima quasi confraternita e comfi- 
gnia di delitti e di pene: se pure non^ si riferisce ai 
due fratelli carnali degli Alberti, dei qaali si paria 
poco più avanti. 

la Diaccio. 


CANTO XXXIL 397 

Di verno la Danoia in Aastericcli ''. 

Né il Tanai '4 là sotto lo freddo cielo % 
^om' era qnivi: che se Tabernicch *^ 

Vi fosse su cadato, o Pietra pana '^, 

Non avria par dall' orlo fatto cricch '^. 
Ci come a gracidar si sta la rana 

Col muso fuor dell' acqa», quando sogna'^ 

Di spigolar sovente la villana^ 
àvide insin là dove appar vergogna, 

Eran V ombre dolenti nella ghiaccia % 

i31l Danubio nel r Anstrla. 

i4 Fiume ancor questo notissimo, e piò settentrio- 
male, che divide V £uropa dalT Asia e sbocca nella 
Meotide* 

** Cioè» sotto il clima della Moscovia. — F. 

|3 Monte della Schiavonia. 

16 Altro monte nella Garfagnana, tratto di pae8« 
parte nel dominio di Modena, e parte di Lucca. 

Pietrapana , eh' era detto da' Latini Petra apua^ 
na» — F. 

17 Quel suono, quasi stridente, che fa rompendo- 
mì, o più tosto inclinandosi il ghiaccio,il vetro e altri 

corpi di simil condizione. 

lo Nell'estate. e nel tempo della mietitura, quando 

siraccogliela spiga dalla contadina che poi se la sogna* 

iQ'Stavano fitte dentro il ghiaccio fino alla gola e 

fino al viso» dove apparisce il rossore in caso di Ter- 

gognarsL 

Livide insin là dove appar vers^ogna, spiegano il 

1^ Volpi ed il Costa Lii^ide inaino alle parti vergogno- 

ge,9 questa interpretazione mi sembra 1» vera, giacché 

dal modo con cui il Conte Ugolino rode il cranio 

dell' Arcivescovo Ruggieri , si rileva che quei dan- 

- nati non aveano fuori del ghiaccio solamente la te- 

• ata, ma una parte pure del corpo. Inoltre, siccome la 

^^ turba de' traditori, che giace iu questo fondo^ é dal 

Dante T. I. 34 


398 DELL* INFERNO 

Mettendo t denti in nota di cioogna *^ 

Ognuna in già tenea volta la faccia: 

Da bocca'l freddo,e dagli occhil caortruto" 
Tra lor testimonianza si procaccia. . 

Qnand'io ebbi d'intorno alquanto visto, 
Volsimi a' piedi '*, e vidi duo si stretti, 
Che '1 pel del capo aveano insieme misio* 

Ditemi voi, cbe sì stringete i petti, 

Diss' io, cbi siete; e quei piegare i colli; 
£ poi cb' ebber li visi a me eretti, 

Gli occbi lor, cb' eran pria pur *' dentro molli, 
Gocciar su per le labbra % e ''l gielo strinie 
Le lagrime tra e$si *', e riserrolli. 

Poeta divisa in qaaltro classi, non col mezzo di l^ 
glni, ma solo colla maggiore e minor distaiua èà 
centro, e col modo Tarlo col quale stanno qiM'trè* 
ditori fitti nel ghiaccio , ne viene di consegaean» 
che i dannati della classe presente j come quelli ck 
sono meno prossimi al centro , e meno rei , siilo 
puniti con un tormento minore. Tale a dire coll*eiser 
fitti nel ghiaccio alquanto meno degli altri. F. 

ao Battendo i denti per il grande intirizzamento, 
come le cicogne aprendo e serrando il becco lo batto- 
no assai spesso e con suono molto sensibile* 

ai 11 freddo si procaccia testimonianza, cioè fa co- 
noscere guanto sia crudo dalla bocca col dibattere i 
denti; e il cuore tristo si fa conoscere dagli occhi eoa 
le lagrime. 

12 Li attorno a' miei piedi. 

* Pur , solamente. £rano molli solamente al di 
dentro. — ^» . 

* Labbra degli occhi. Gocciarono tvt per le palper 
bre. — F. MT r r- 

a3 Tra essi occhi. Ira palpebra e palpebra. 
. £ il gelo agghiacciò le lacrime sopra degli stessi 
occhi^ e li. chiuse. — F. 




CANTO XX XII. 399 

Con legno legno spranga *4 mal noti cinse 
Forte cosi: ond' eì^ come dao becchi, 
Cozznro ii>siefiie, tant'ira gli Tinse. 

Ed un •*, ch'area perduti ambo gli orecchi 
Per la freddura, pur col viso in giue, 
Disse: Perchè cotanto in noi ti specchi? 

Se vuoi saper chi son cotesti due, 
La yalle, onde Bisenzio *^ si dlchìna, 
Del padre loro Alberto *f,e di lor fue*'. 

D'un corpo uscirò *9: e tutta la Caina 
Potrai cercare, e non troverai ombra 
Degna più d'esser fitta in gelatìna*; 


34 Legno che si con6cca a trayerso prr tenere nni* 
ti e stretti due altri legni, per esempio tavole; la goal 
traversa, se é di ferro, si chiama grappa* 

a5 Vn altro terzo dannato. 

£ questo era Camicion de' Pazzi, come si dirà più 
sotto. — F. 

vS Finme che vien dagli Apennini e passando pres- 
so le mora di Pròto entra in Arno una posta sotto 
Firei!Re. 

8' inganna a partito il Lombardi, dicendo che la 
vallee il monte da cui si declina, e scorre in giù il 
6 urne. Bisenzio, chisLmisì Faiterona, La Valle si chia- 
ma Val di Bisenzio , e i mcinti , che soprastanno ad 
essa, sono Sant' Anna Vecchia e Vallibona. — F. 

aj Alberto A IberU. 

ao Alessandro e Napoleone fratelli che tra di se 
veirati e rissa si nccisero, e però d^l Foeta son posti 
in (^ina, parte dell' Inferno, da lui cosi chiamata da 
Caino nccisore del suo innocente fratello; ed é il pri- 
mo girone del nono cerchio. 

99 Siccome fratelli non sol di padre, ma ancor di 
madre. 

* Gelatina , qui sta a significare quell' acqua fan- 
gosa condensata dal gelo. — F. 


400 DELLMNFERNO 

Non quegli '^,a cui fu rotto il pettoerombn" 
Con esso ^* un colpo, per la man d' Arti^, (( 
Non Focaccia'^, non q aes ti «cVie m'ingombri 

Col capo s\, ch'i' non veggi' oltre pì&, 

£ fu nomato Sasso! Mascheroni '*: \l 

Se Tosco se' , ben dei saper obi e' fin. 

E perchè non mi metti in pia sermoni^ 

Sappi eh' io sono il GamicioD de' Pani'*) S 


SoModite cbe appostatosi in aguato peraeèMiR 
il padre, fu da lui prevenuto. ^ 

3f E le reni con un colpo di lancia che lo paiid(b | 
banda a bauda. Le reni dicoiisi ombra del petto, per- 1 
che quando il Sole ci de di dietro, il petto tUii* | 
parato e all'ombra che gli fanno le reni: coal Y ÌmI* 
il Laud. e il Vellut. , tna il Daniello molto diTe^ 
mente: è da yedere come ne discorre nella nota** 
conda il P. d' Aquino colla sua solita graiii ^ 
erudizione. 

Nel noto antico Romanzo di Ltaocillotto, parili" 
dosi di questo fatto , si dice, che dietro l* aptrOun | 
della lancia passò per mezzo la piaga un ré^o 
di sole sì manifestamente, che Girjlet lo vide*"^^' 

3i Particella per ripieno e vezzo di lingua. 

33 Re della Gran Brettagna. 

34 Focaccia cancelliere nobile Pistoiese, il qaale 
mozzò una mano ad un suo cugino, ed uccise ousoo 
zio; donde nacquero in Pistoia le fazioni de' Bisnchi 
e de' Neri. Villan. 1. 8. e. 37. 38. 

35 Fiorentino, il quale similmente uccise ui M 
zio. 

Diversamente narra 1' Anonimo Commentatore &• 
cendo , cbe costui essendo tutore d* un suo nipoti » 
V uccise per rimanere erede: onde gli fu tagliauU 
testa in Firenze, — F. 

36 11 quale uccise Ubertino suo parente a tn^ 
mento. 


CAUTO xxxir. aoì 

Ed aspetto Girlio '7, che mi scagiooi '*. 

V)8cia Yid' io mille yizi cagnazzi ^^ 
Fatti per freddo; onde mi yieu ribrezzo, 
E Terrà sempre, de' gè iati guazzi. 

S mentre eh' andayamo inyer lo mezzo, 
Al quale ogni gravezza si raguna, 
Ed IO tremava nell' eterno rezzo, 

Se voler fa, o destino, o fortana, 
Non so; ma passeggiando tra le teste, 
Forte percossi '1 pie nel viso ad una. 

^iangenao mi sgridò: Perchè mi peste? 
Se ta non vieni a crescer la vendetta 4<^ 
Di Monf Aperti , perchè mi moleste? 

ià io: Maestro mio, or ani m'aspetta, 
SI eh' io esca d' un daJbbio per costai: 


. Bn Ancor esli de' Pani* 

3o Mi discolpi facendo acomparire il mìo tradimen- 
9 col saoiattto pia grande, e più reo- Questo Carlino 
radi la faiione Bianca, ced«uao per denaro a* Fioren* 
Ini Castel di Piano nel Val d' Arno^ da Ini già oc- 
iQMto per i Bianchi. 

Sg Questi miseri digrignanti sono i traditori della 
Mina posti dal Poèta nel secondo girone di questa 
tona cerchia; il qual girone da lui è chiamato Ante- 
lora in ri^oardo ad Antenore, da alcani scrittori sti- 
lato traditbr di Troia sua patria. 

4o Se non vieni a far vendetta della rotta che eb- 
Ntro i Unelfi fiorentini per mio tradimento a Monte 
Iperti. Questi è Bocca de^li Abati di fazione GueN 
b, ma corrotto da' Ghibelhui con denari^ tagliò nel 
»lor della battaglia a Iacopo Passi la manoj^ con cui 
eneva. inalberato il principale stendardo» ond«* i Guel - 
I si misero in fuga e ne furono tagliati a pezzi quat- 
iro mila. Vili* !• 2» t. 80. 

♦34 


402 DELL' INFERNO 

Poi mi farai, qoRiitiiociae vorrai, fretta. 

Lo daca stette; ed io dissi a coliti^ 
Che hestenimiaya daramente ancora.* 
Qaal se' tn, cbe così rampoj^oi altrui? 

Or tu chi se' , che vai per ì* Antenora 
Percotendo, rispose, attrai te gote, 
Sì che se tìvo fossi ^, troppo fora? 

Vivo 800 io, e caro esser ti paote, 
Fa mia risposta , se doma odi fìima, 
Ch' io metta 'l nóme tao tra V altre note^* 

Ed egli a me: Del contrario ho io brama: 
Levati qoinci, e non mi dar più lagna*; 
Che mal sai lusingar per questa laou^* 

Àllor lo presi per la cnticagna, 

E dissi: E' converrà, che tn ti nomi, 
O che capei qai sa non ti rimagna: 

Ond'egli a me: Perchè ta mi dischiomi, 
Né ti dirò eh' io sia, né mostrerolti. 
Se mille fiiite in sai capo mi tomi 44. 

Io aveva già i capelli in mano avvolti^ 
E tratti glien' avea ni& d' ana ciocca, 
Latrando lai con gli occhi in giù raccolti; 

Qaando un altro gridò: Che hai ta. Bocca? 
Non ti basta sonar con le mascelle^ 
Se ta non latri? qaal Diavol ti tocca? 

41 Se ta fossi vivo in anima e corpo» e avessi i pie- 
di fieali e 8odi« non aerei quali sodo di noi morti , por 
nonostante sarebbe un'eccessiva percossa. 

Era Bocca nella f^lsa snpposizioue che Dante fosse 
non un corpo vivo, ma uno spirito. — F. 

4^ Catalogi, moli di persone degne di memoris. 

* Latita, cioè noja, molestia» — F. 

43 Vallata. 

44 Kìtorni a strapparmi i capelli. 


CANTO XXXIL 403 

Ornai, àìM* ìo, non vo' ,cbe ta favelle, 
MHlvagio traditor; ch'alia tuaoota 
Io porterò di te vere novelle. 

Va' yta, rispose, e ciò, che ta vnoi, conta: 
Ma non tacer, se ta di qo^ entr' eschi ^'y 
Di qae'^ch' ebb* or cosi la lingua pronta: 

£i piange qui 1 argento de' Franceschi ^^: 
Io vidi, potrai dir, quel da Doera, 
Là dove i peccatori stanno freschi» 

Se fossi dimandato, altri chi v''era^ 
Ta hai dallato qoel di Beccaria ^7, 
Di cai segò Fiorenza la gorgiera 4*. 

Gianni del Soldanier^' credo che sia 


A5 Coa) J^a esca: formala Ai pre^o. 


Dei Francesi, dai qaali qae<to traditore , cioè 
Baoao da Doera Crfoionese, ai lasciò corrompere per 
denaro offertogli dal conte Guido di Alonforte gene- 
rale francese, al quale lasciò libero il pnsso che i 
Ghibellini ayevau dato a custodire a costui nel Par- 
migiano contro r esercito di Carlo d' Angiò I re di 
PogHa* 

47 Un Payese di tal cognome» abate di Valle Om« 
brosa, mandato a Firenze per legato dal Papa, dove 
tramò di torre il dominio ai Guelfi e darlo ai Ghibel- 
Ktti; ma scoperto il trattato» gli fu pnbblicameuta 
tagliata la testa, onde poi-fu la città scomunicata. 

Don Tesauro di Beccheria Pavese, Abate Vallom* 
brosano e Cardinal Legato di S. Chiesa , fu fatlo 
morire da' Fiorentini, e i Vallombrosani T onorano 
come Martire. "— L. 


48 Qui gola, còllo. 
4g Fior 


iorentino di parte Ghibellina da lui tradita: 
Viil* I. 7* cap. i3. 
Questo Soldaniari, dice il Villani» che essendo in 


404 DELL' INFERNO 

Pi& là con Ganellone ^» e Tebaldeiio *S 

Gh' aprì Faenza, qaando sidormia. 

Noi eravam partiti sia da ello^% 

Ch' io vidi dao ghiacciati in una boca 
Si, che r no capo all' altro era cappello: 

E come '1 pan per fame si mandaca^ 
Cosi '1 Bovran'^ gli denti all' altro pose, 
Là 'ye '1 cerve! s* aggiunge con la naca ^^ 

Non altrimenti Tideo ^ si rose 

Le tempie a Menai ippo per disdegno^ 
Che quei faceya M teschio e l' altre cose. 

O tu, cne mostri per sì bestiai segno 
Odio sovra colai, che ta ti mangi, 
Dimmi 'ì perchèjdiss' io, per tal convegno". 


Firenze di {grande autorità e di fazione ghibellino , 
mentre la di Ini fiizioue yolea torre il goyemo del 
popolo ai Guelfi , tradì i suoi e si accostò ad esÀ 
Uuelfi , facendosi di quel governo il principal per- 
sonaggio. -^ F. 

5o Gano da Magonza traditore ai tempi di Carlo 
Magno, che in una sorpresa fé' tagliare a pezzi Tenti 
mila cristiani da Marsilio re di Spagna ai Pirenei, 
dove mori Orlando con tutti i Paladini. 

5i Tebaldeiio de' Manfredi faentino aprì per tra« 
dimento di notte una porta di quella città a M« Gio- 
vanni de Apia francese: Vili. 1. 7. cap. 8o. 

5ti Da M. Bocca. 

* Sot^ran , superiore , cioè quello che staya di so- 
pra. — F. 

53 Col principio della midolla spinale. 

54 II quale avendo ucciso Meualippo, ricevntaoe 
prima uua ferita mortale, fece tal' atto di bestiaiisii- 
mo furore. Staz. 1. 7. Tbeb. 

55 Dimmelo a tal patto, che se ec. 


CANTO XXXII. 405 

Che se ta a ragion dì lai ti piangi,' 

Sappiendo chi voi siete^ e la sua pecca % 
Nel mondo snso ancor io te ne cangi ^^, 
Se quella*, con eh' io parlo, non si secca. 

* La sua pecca, il di lui peccato. — F. 

56 Te ne contraccambi e rimuneri, lodando te ed 
infamando il traditore. 

* Se quella , aottintendi lingua» ^- F. 


406 

CANTO XXXIlì. 


ARGOMENTO ' 


In questo Canto racconta il Poeta la erudel morte 
del conte Ugolino e de* figliuoli* Tratta poi della 
terza sfera, detta Tolommea, nella quale si po^ 
ni scono coloro che hanno tradito chi di loro f' 
dauasil e tra questi troua frate Alberigo» 


J_ja bocca soIIcto dal fiero pasto* 
Qael pecca tor, forbendola a' capelli 
Del capo cb' egli avea dìretro gnasto. 

Poi cominciò: Tu vuoi cb* io rinnovelli 
Disperato dolor^ cbe 'i caor mi preme. 
Già pur pensando, pria cb' io ne faYelU. 

Ma se le mie parole esser den* seme^ 

Cbe frntti infamia al traditor cb' io rodo^ 
Parlare e lagriinar mi vedrà' insieme. 

Io non so cbi tu sie, né per cbe modo 
Venato se' quaggiù, ma Fiorentino 


* Ecco l' orribile e spaventosa scena, dice il Bia- 
giolì, cotanto per ogni paese, e per ogni lingaa fa- 
mosa; ecco il luogo, ove chi non è d'ogni naturai 
senso spogliato sentirà stringersi il cuore di pietà tale, 
che, se non fosse V animo da sì grande attrattiva del 
dir naturale, del leggiadro stile e de' bei colori ret- 
torie! alquanto distratto, non potrebbe sì fatto rac* 
capriccio sostenere, e rifuggirebbe indietro di com- 
passione e di spavento. — F. 

^ Den, denno. Se debbono esser seme cbe produca 
infamia. •— F. 


CANTO XXXII. 407 

Mi sembri yeramente ' , quand' io t' odo. 

Tu dei saper, cV io fui '1 Conte Ugolino *, 
E questi 1' Arcivescovo Ruggieri: 
Or ti dirò, perche * son lui vicino. 

Che per 1' effetto de' suoi ma' pensieri^ 
Fidandomi di lui, io fossi preso^ 
E poscia mortOj dir non è mestieri. 

Però quel che non puoi avere inteso, 
Cioè, come Ja morte mia fu cruda^ 
Udirai , e saprai se m' ha offeso. 

Breve pertugio ^ dentro dalla i^uda 4, 

I AIU favella. 

a Ugolino de' conti della Gherardesca, nobile pisa- 
no della fasioue Guelfa, che accordossi coli' arcivesco- 
To Ruggieri degli Ubaldiiii a cacciare il nipote Ninp 
giudice di Gallurdy che era divenuto signore di Pi- 
Ba 4 è cacciatolo fecesi esso conte padrone della cit- 
ti. Ma i' arcivescovo mosso da invidia e da gelosia di 
partito, concitogli contro lutto il popolo, e con l'aiu- 
to di tre potenti famiglie , Gualandi , Sismondi e 
Lianfrancbi , inalberata la Croce, si portò armata ma- 
no col favore del popolo a casa del coute , e accagio- 
natolo di tradimento , lo fece prigione con quattro 
6gliuoli, serrandoli nella torre ch'è su la piazza degli 
Anziani: e m fine perchè non fosse dato loro più da 
mangiare gettarono le chiavi della torre in Arno, e 
lo lasciarono insieme coi figliuoli miseramente mori- 
re di fame. Vili. I. ^. cap. lao. 137. 
/* J spiegano molti Grammatici per gli, a lui, — F, 

3 Qui piccolo finestrino, che mostrava un po' di 
cielo a Ugolino. 

4 Binda è quel luogo chiuso, ove si tengono gli uc- 
celli di rapina a mudare, cioè a mutare, rinnovare 
le penne: detta cosi per traslazione questa torre: e 
forse, dice il Buti» sì tenevano in parte di quella tor* 
re r aquile del pubblico. 


408 DELL' INFERNO 

La qoal per me * ba i titol della fkme^ 

E 'n che conTÌene ancor ch'altri si chindt*, 

M' avea mostrato per lo sao forame 

Più lane già 7, quand' io feci 'I mal sonnOi 
Che dei fu taro mi squarciò '1 velame *. 

Questi pareva a me maestro e donno 9, 
Cacciando '1 lupo e i lupìcini "^ al monte") 
Per che* i Fisan veder Lucca non ponno* 

&)n cagne magre '•, studiose **, e conte "♦ 
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi 
S' avea messi dinanzi dalla fronte. 

In picciol corso mi parca no stanchi 
Lo padre e i figli, e con l' agate sane '^ 

5 Per conto mio^ per quel che ivi m' «yveoiie. 

6 Saranno dopo me altri molti mcchiasi, se le ci- 
vili discordie continaano. 

7 Lasciando ogni altra lezione o interpretaiione» si 
piace più quella del Volpi, e vuol dire, giàeran pti- 
sate più lune, cioè più mesi dalla mia priffioDia, cioè 
dall' agosto al marzo, secondo che narra Gio. Villaai* 

8 Mi fece antivedere la mia disgrazia, 

9 Cioè Ruggieri guida e signore degli altri. 

10 Dando la caccia: per lupo intende se stesso, e 
per lupicini i suoi quattro figliuoli. 

11 Verso il monte detto di S. Giuliano, che sta io 
mezzo a quelle due città, onde non possono vedersi, 
Come potrebbpno, se si togliesse questo riparo, la- 
siuua Ugolino essere stato suo disegno di cedere alla 
persecuzione e ritirarsi colla sua famiglia a Laccs: 
ma non gli riuscì. 

* Ptr che, per cui. — F. 
13 Plebe e gente povera. 
i3 Cupidi di novità per avvantaggiarsi. 
i4 Illustri, di nobil prosapia. 
In antiche stampe questo verso si ha così: Con m* 
f^ne grame, ttudìùose e pvontt* -— F* 
i5 Zanne di quelle cagne. 


CANTO XXXIII. 409 

Mi parea lor veder fender li fianchi. 

Quando fui desto innanzi ia^diniane, 

Pianger senti' fra *ì sonno i miei figliuoli^ 
Ch'erano meco^ e dimandar del pane; 

Ben sei crndel, se ta già non ti duoli, 

Pensando ciò, ch*al mio cuor s' annnnziaTa: 
E se non piangi, di che pianger snoli? . 

Gi^ eram desti, e l' ora s' appressava. 
Che '1 ciho ne soleva essere addotto, 
E per suo sogno ciascun dubitava '^; 

Ed io senti' chiavar '7 l' uscio di sotto 
All' orribile torre: ond' io guardai 
Nel viso a' miei figliuoi senza far motto: 

Io. non piangeva, sì dentro impietrai '^: 
Piangevan' elli; ed Anselmuccio mio 
Disse: Tu guardi sì, padre, che hai? 

Perciò non lacrimai^ né rispos' io 

Tutto quel giorno, né la notte appresso, 
Infìn che l' altro sol nel mondo uscio. 

Com' un poco di raggio si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 
Per quattro visi lo mio aspetto stesso '9, 

i6 A tendo ancora i figli presagito sognando quella 
disgrazia. 

17 Serrar con chiave, o conficcar con chiodo. 
Chiavare^ cioè inchiodare, giacché il chiodo, come 

in latino dicesi clauus, cos) in italiano dicevasi anti- 
camente eliaco. E negli antichi Scrittori se ne tro> 
vano molti esempi. — F. 

18 Indurai ^impietrii perla veemenza del dolore che 
mi fé' stupido. 

19 £ per la naturai somiglianza de' figli col padre,* 
e per quella nuova somiglianza dell'esser tutti palli- 
dly afflitti e spauriti. 

Dante T. I. 35 


440 DELL'INFERNO 

Ambo le mani per dolor mi morsi; 

E qaei pensando, cV io '1 fessi peryoglii - 
. Dì manicar, di sabito teyorsi, 
E disser: Padre, assai ci fia men doglisi 

Se ta mangi di noi: ta ne yestisti. 

Queste misere camice tu ne spoglia*. 
Qaetaimi allor, per non fargli più tristi: 

Quel dì e l'altro stemmo tatti muti. 

Ahi darà terra, perchè non t' apristi? 
Posciachè fummo al quarto di venuti, 

Gaddo mi si gettò disteso a' piedi. 

Dicendo: Padre mio , che non m' aiuti? 
Quivi morì; e come tu mi vedi, 

VidMo cascar li tre ad uno ad uno 

Tra '1 quinto dì e 1 sesto ; ond' io mi diedi 
Già cieco* a brancolar sovra ciascuno; 

E tre dì sii chiamai^ poich' e' far morti: . 

Poscia^ più che il dolor potè il digiano **# 


*Questì tre versi sono di ana bellezza e di ana fona 
inarrivabile. Il Tasso se ne dimostrava eraudemeate 
innamorato, ed a ragione, poiché sono dei più suMioi 
e patetici che s* incontrino in tutto il sacro Poema. 
Benvenuto da Imola diceva che quelle parole avrebbe* 
ro mosso a pietà un cuor di sasso, e eh' ei non potevi 
leggerle senza lacrime: Et keic nota , lector , uerha 
matura esser cor saxeum, quae sine lacrimis scrihf 
re non possum. Sèd numquid isti juuenes dixerunt 
ea? hoc modo non credo, Sed Auctor, tamquam io^ 
nus orator, scii^it ea bene dicere, — F. 

* Già cieco, poiché per la mancanza dell' alimento 
erasegli intorbidata la vista. — F. 

ao il digiuno prevalse , perchè mi fece morir di 
-fame, quantunque il dolore fin 11 contra;« tasse e pre- 
Valesse alla fame , facendomi meno sensibile , anii 


CANTO XXXIII. 4 a 

wm curare il suo tormeuto; o pure perchè il digiuno 
m' uccise , ciò che nou avea potuto far« il dolore , 
quantunque la sua smaDÌa mi mettesse in gran tenta» 
tiene di' uccidermi, o in 6ne più semplicemente : pia 
potè il digiuno che il dolore, perchè il digiuno m' uc- 
cise e non il dolore, benché era cagione sufficiente ad 
uccidermi i e già anch' egli yenira uccidendomi. Non 
Tnol dir dunque che ai mettesse a mangiar le carni 
de' suoi figliuoli , oramai troppo frolle , e né meno 
che da ultimo gli fosse tanto più sensibile il tormen* 
io della fame che già non sentisse più il suo cordo* 
glio, ciò che ancora sarebbe contro il decoro della 
persona: ma né meno, a mio parere, vuol dire che il 
dolore l' aveva conser?ato in vita più tempo , per il 
contrastare che fa naturalmente contro la fame la 
^rza del dolore collo stringere il cuore e tutto il re- 
sto, che dissoirendosi ne vien la morte, ma che in 
fine' l'aTeva Tinta il digiuno non ostante la virtù 
preservativa dei dolore ; perchè io aoxi stimo che 
eaeteris pariBus morirebbe più presto chi insieme 
Ibsse trafitto dal dolore e afflizione detTanimo, e con- 
sumato dalla fame, che <hi ayesae a morire di sola 
fame. 

Poscia, più che il dolor potè il dieiuno non altro 
ynol dire se non che il digiuno ( cioè la mancanza d' 
slimento ) potè più che il dolore , non essendo stato 
Il dolore ma s\ il digiuno quello che produsse la mor- 
te del Conte UgoHnrq. £ nonostante che la frase nsata 
qni dal poeta sia cosi semplice e naturale, nonostante 
che il concetto sia quello, che ho accennato qui sopra^ 
ed in cui concordano tutti i Commentatori antichi e 
in0derni( ad eccezione di un solo, cioè di Iacopo della 
Lana ), pure a taluno piacque, non ha molto, ripete* 
re il paradosso che il Conte Ugolino dopo 1' ottavo 
giorno dalla privazione del cibo si dasse a divorare 
le carni dei propri figli. Vero è che i paradossi e i 
sofismi non cessano mai d' esser tali per quanto ven- 
gano appoggiati dal prestij^io de' nomi, e inorpellati 
coir apparato di dottorale erudizione. Ma il propu- 
gnatore della storta opinione ( qnal che fosse la mollai 


412 DELL' INFERNO 

cbe movetlo )• si mise ■ predicarla e a tosteneHa eoi 
tale prosopopea e con tanla pertiuacia , che ooa dn 
far meraviglia se più d' uno entrasae contro di lai 
Dell' arringo, e cosi si andasse prolungando nna qai* 
stione, nella quale, a mio giudicio, nulla ▼' è di di- 
sputabile. Che 13 golino mangiasse le carni de* propn 
6gli non é vero , uè ▼erisimi le; non è probabile , al 
possibile. Non è vero ; percioocbè i Cronisti di qMir 
età ci dicono che la Prigione fu aperta dopo otto giiN^ 
ni^eche tutti e cinque quegli infelici furono rìtrofi- 
ti morti; né dicono punto cbe i cadaveri foHSerowH 
tili o addentali. Manca adunqne la storica verità 
giacché il verso Poscia più che il dolor si riporta ap- 
punto dal Poeta al giorno ottavo. Non è Terisimilc, 
Sprchè non può mai supporsi che un padre si abbai- 
oni ad un si bestiale eccesso qoal è quello di divori* 
re le carni de' propr] 6gli, e per quanto si percorrasi 
le storie, non se ne troveranno mai degli esempi, m 
non fosse quel solo della Madre Ebrea, di cui parla 
Giuseppe Flavio, e di cui peraltro dubitasi dai pii 
Ora pertanto nou avrebbe potuto fingere il poeta per 
verisimile, cosa cosi lontana dal vero e cosi rìbottis- 
te. Non è probabile, perchè il Poeta dicendo che Ogi- 
lino andò chiamando per tre di i suoi morti figli, noi 
avrebbe finto questa circostanza quand'egli nvesie 
mai voluto fingere quell'orribile quadro, ed avrebbe 
assesu!)to al pasto ferino il giorno stesso della mnrte 
de' figli , non quello dell'apertura dt*lla Prigione. 
Non è possibile, poiché dalla scienza fisiologica e dai 
fatti apprendiamo che un individuo, il quale per otto 
interi giorni non abbia preso uissun alimento, è del 
tutto impotente ad addentare e deglutire le carni; ol- 
tre di che , egli ha del tatto perduto il senso dell' sp« 
petito e della fame , essmdo questo 1' effetto solilo 
dell* inedia prolungata soli tre, non che otto, giorni. 
Inoltre, a simile strana interpetrazione ripugna evi- 
dentemente 1* intenzione medesima del poeta. Laqoa- 
le da tutto il contesto apparisce esser quella non tan« 
to d' eccitare 1* ira e 1' avversione contro il Vescovo 
Ruggieri e i Pisani, quanto e più particolarmente di 


CANTO XXXTII. 4i3 

maovere la pietà e la compassione verso Ugoliao^ ver- 
so an a) misero padre. Che, sebbene il poeta non dis* 
•imulij esser corsa voce come Ugoliuo tradito avesse 
la patria, e mostri di credervi poueudo lui nell' Infer- 
■o frai traditori, pure in tatta la narrazione non v' è 
Dna sola parola che non teitda ad eccitare a di lui fa- 
vore la compassione .Ora , se il Lettore dopo aver per» 
eorao tutta quella patetica e commovente narrazione, 
dopo aver inteso, come spenti i figli, il genitore brun* 
colando amoroso sopra i loro cadaveri li aveva chiama- 
ti H nome per tre di , e dopo essersi commosso fino 
alle lacrime all' aspetto d' una scena cosi desola» te, 
€ff}i , il Lettore, potesse mai intendere nell' ultimo 
verso racchiuso il concetto , che un padre cosi af- 
fettuoso , diventato a un tratto peggiore d' un bruto, 
addentasse i cadaveri dei propri figli , e ne fncesse 
pasto esecrando , rivolgerebbe indietro inorridito lo 
sguardo , e sopprimerebbe in sé qualunque benevo- 
lo sentimento inverso Ugolino. Cosi la compassio- 
ne 81 cambierebbe in orrore , e il Poeta avrebbe 
ottennio nn effetto del tutto contrario a quello che 
si aveva proposto. Chi ammettesse la nuova strana 
interpetrazione guasterebbe affatto quel quadro emi- 
nentemente sublime e patetico , e scemerebbe l' in- 
teresse che in chiunque abbia un cuore destano sem- 
pre quei versi dell' Alighieri , quei versi che for- 
meranno sempre V ornamento più bello della grave 
e maschia Poesia Italiana. Ma fortunatamente i vo- 
caboli e la frase dall' Alighieri usata in quel com- 
battuto verso , Poscia più che il dolor potè il di^ 
fiiuno^ non ammettono dubbia interpetrazione, e di- 
cono solamente che il prolungato digiuno, cioè l'ine- 
dia , fu piò che il dolore , la causa che produsse la 
morte del Padre, si come avea prodotta quella de' fi» 
ali. E qui il sommo poeta ne rendeva avvertiti come 
il maggior dolore avesse potuto pioluueare in Ugoli- 
no (nel più addolorato di quegli infeliassimi) l'effet- 
to df 11 'inedia, la morte. Perché, come si sa da Galeno 
che; la fame nuoce disseccando, e che la tristezza ri- 

*35 


4M DELL' INPETÌ NO 

tÌ€D« e concenim gli amori , cosi è chìim la 
f nenia , che dee la tristexM ritardare V effetto dell' 
inedia , e quindi che il maggior dolore foase ^odlo 
che facesse Ugolino sopravvivere di tre giorni ai Noi 
figli. I<ì«l che se l' egiegio Professor Gasceri dissente, 
pare a me cbe dis^eiifta a torto , perciocché dicendo ^ 

Sii cbe il dolore ba per lo contrario la ibrsa d' neci- 
irn , e riportandone molli eaempj, non ha avvertito 
come il dolore che uccide é ii dolore istantaneo» vale 
a dire qu<'llo che si risente per nu acerbo colpo it- 
ala nt anco ed ini previsto , e per una impressione nt 
st-antanea e fortissima , siccome provano chiaro anco 
gi' istessi esempi che 1' egregio Professore riprta» 
Ora se UgoMno dovea cader morto pel dolore, loM- 
rehbe stato allor che senti inchiodare V ascio della 
torre; e se Ugolino allor non mori , ma si dentro in- 
piettòf egli appuuto per il contrario effetio del dolo- 
re potè restare in vita più degli altri rincbiusi^qaiiH 
di sopravvivere ad essi per tre giorni , venendo egli 
in tal guisa ad essere V infelicissimo fra tutti aaq^li 
infelici Cosicché Ugolino con ogni parte della lot 
narrazione facendo palese quanto la sua morte Ione 
stata cruda , veniva a dimostrare come e quanto era 
stato d» Ruggieri offeso , e come e quanto avess'cf^i 
ragione di rotiergli il cranio. Tornando al panto pri- 
miero t io ripeterò che Dante in ogni verso di qoeil* 
episodio ha parlato cosi esatto e cosi chiaro , che bt 
tolto ai chiosatori ogni facoltà ili attribuirgli altri 
concetti da quelli che emergono dal valor natante 
delle sue espressioni. Dimodoché io son tentato adi- 
re cbe quei pochissimi fastastici cervelli , i quali 
dissentono dalla interpretazione n.«t»rale e corrente, 
da quella interpretazione,che per cinque secoli é sta- 
ta creduta ( siccome lo é ) T unica e la vera , non 
siano punto di buona fede. Un insigne letterato ita- 
li;ino , il quale mostrò incidentemente di attenersi 
alla interpretazione erronea , non si ristié poi dal 
moAtrar8« ne ricreduto. Ma i caratteri leali e sinceri 
non sono cotanto comuni. Finisco col 'lire al Lettore 
cbe se egli avesse voglia d' intendere minutamente 
tutte le particolarità della presente quistioue , per* 


CANTO XXXITT. 4<5 

Qa and' ebbe detto ciò, con gli occbi torti 
Riprese '1 teschio misero co' denti. 
Che faro air osso, come d' un can, forti. 

Ahi Fisa , vituperio delle genti 

Del bel paese là, dove il sì snona *', 
Poiché ì Ticini '* a te pnnir son lenti , 

Mnovansi la Capraia e la Gorgona *^, 
£ faccian siepe ad Arno in sa la foce, 
3ì eh' egli annieghi in te ogni persona: 

Che se '1 Conte Ugolino aveva voce 
D' aver tradita te delle castella % 
Non dovei tu i figliaoi porre a tal croce* • 

Innocenti tacca V età novella^ 

Novella Tebe *M Ugaccione, e '1 Brigata, 
Egli altri duo *^, che '1 canto saso appella. 

corra gli Opuscoletti del Bosìni , Gazzeri , Pepe ec. 
i qnali farooo coloro che più particolarmente sursero 
a combattere la strana interpretazione sofisticamente 
propugnata dal Carmignaui. — F. 

ai Della bella Italia, dove si dice si, ciò che in 
Francia oui, in Ale magna fo ec. 

aa Liiccbedi e Fiorentini. 

a3 Due isolette nel Mar Tirreno vicino alla foce 
di Arno. 

*Pietro Alighieri dice che Ugolino avesse consegna- 
ti ai Lucchesi i Castelli di Ripafratta, d' Asciano e 
delia Vena. Questo era infatti il delitto che vennegli 
apposto dall' Arcivescovo. •— F. 

* j4 tal croce, cioè a tal tormento, poiché cruciare 
Tale tormentare' — F. 

a4 Città famosa per tragici avvenimenti. 

a5 Aniielmuccio e Gaddo. 

E' da notarsi cbe il Conte Ugolino non avea solamen- 
te questi qoattro fis^iitioli, seppurt* è veroche tutti guf- 
ati morissero, poiché in una Carta positeriore d' età a 
qaeata morte si trovano due tìgli del Conte Ugolino , 


416 DELU INFERNO 

Noi passamm' oltre *^ , do?e la gelata, 
Rayldamente un' altra gente Cascia 
Non volta in gi&^ ma tutta riversata *7, 
Lo pianto stesso 11 pianger non lascia, 
E i cluol,che trnova 'n sa gli occhi rintoppo, 
Si volye in entro a far crescer l' ambascii; 
Che le lagrime prime fanno groppo*, 
E, sì come visiere di cristallo, 
Riempion sotto '1 ciglio tatto 'l coppo **. 

che «i soscrivono. Di pia fi dice che abbiano gli 
stessi nomi di quei che commemora Dante. — L« 

E' ornai cerio che questi quattro disgrasiati wm 
erano tutti 6Kli.di Ugolino, ma che lo erano sóli dae, 
come gli altri due eran nipoti. 11 poeta però li chiast 
tutti indistintamente figlinoli, perchè (come notòav- 
che V antico Commentatore ) nell' appetlaxione di fi- 
gliuoli si comprendono famiUarmente anche i nipoti 
per linea mascolina. Si vuole inoltre che non tatti 
fossero di età novella, cioè gioTanile, come asseriset 
qui DHute, e che ano particolarmente fosse in etè Ti- 
rile. Pur nonostante la generale espressioue del poeta 
poteva esser bastantemente autorizzata dalla raffione 
della maggior parte, cioè dalla giovNnile età degli al- 
tri tre. 1 nipoti furono Anselmuccio e Nino detto il 
Brigata, i fìgli furono Gaddo e Uguccione, e questi 
erano i suoi minori, il tragico fatto se^ui nel ia88. — F. 

a6 Al terzo girone , che chiamasi Tolomea , o ds 
Tolomeo B e di Egitto, che tradì Pompeo Magno ri- 
corso a lui, o da Tolomeo principe degli Ebrei, che 
uccise a tradimento il suocero e due cognati. 

37 Giacente colla pancia all' insù. 

* Fanno groppo, cioè fanno nodo, inviluppo, per- 
chè pel soverchio freddo s* agghiacciano nella caviti 
dell'occhio, impedendo coni alle seconde di poter ve- 
nir fuori. — F. 

38 In Toscana vuol dire vaso da tener acqua, come 
brocca. 

ijai figuratamente adoprasi per cavità, e sta a in- 


CANTO XXXin. 447 

Ed ^yyegna che^ sì come d* no callo *9^ 
Per la freddura ciascnn sentimento 
Gessato avesse del mio viso stallo, 

Già mi parca sentire alquanto vento» 
Per ch'aio: Maestro mio, questo obi muove? 
Non è quaggiuso ogni vapore spento? 

Ond'egli a me: Avaccio ^^ sarai dove 
Di ciò ti farà 1' occhio la risposta, 
Veggendo la cagion, che '1 fiato piove* 

Ed un de' tristi della fredda crosta 
Gridò a noi: O anime crudeli 
Tanto, che data v'è l'ultima posta'*, 

Levatemi dal viso i duri veli% 

Si ch'io sfoghi 'l dolor,che *l cor m'impregna, 
Un poco pria, che *1 pianto si raggieli. 

Per eh' io a lui: Se vuoi eh' io ti sovvegna, 
Dimmi chi fosti; e s' io non ti disbrigo, 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegni''. 

Rispose adunque: Io son frate Alberigo ^'; 


dicare la parte sotto all' occhio eh' è detta occhia' 

ia. — r. 

39 11 crudissimo freddo m'avesse fatta la .faccia 
insensibile e come incallita. Ciascun sentimento area 
cessato stallo , cioè non avea più sede nel mio viso ^ 
siccome divenuto già quasi un callo. 

3ó Or ora. 

3t It posto piii cupo dell'abisso. 

* / duri utlif cioè i ghiaccioli che si erano formati 
delle lagrime intorno e sopra degli occhi. — F 

3a i>' io non t' aiuto , eh* io possa andar sino al 
fondo, dice Dante al dannato, gabbandolo con fargli 
credere con tal' imprecazione, che egli aveva orrore 
d' andar dove pur andava di propria voglia. 

33 Alberigo de* Manfredi Irate Godente venuto in 


448 DELL' INFERNO 

Io son quel dalle frutta del mal órfo^ 

Che qui riprendo dattero per figo H, ' 

Oh, dissi lai, or se' tu ancor morto ? 
Ed egli a ine: Come il mìo còrpo stea 
Nel mondo su, Dulia scienzia porto\ 

Cotal yaniaggio ha questa Tolomea '% 
Che spesse volte T anima ci cade 
Innanzi, eh' AtropÒB '^ mossa le dea. 

E perchè tu più volentier mi rade 
L' invetriate lagrime dal yolto, - 
Sappi, che tosto che V anima trade '7^ 

Come fec' io, lo corpo suo 1' è tòlto ' 
Da un Dimenio, che poscia lo governa '*, 
Mentre che '1 tempo suo tutto sia volto'^* 


discordia con altri del suo ordine , finse di voleni 
rappacificare, ed ioTÌtaiili a un laatissimo praflio, 
quando disse: fuori le frutte, che era 11 segno eoa* 
certato, uscirono gli sgherri e fecero macello di totti. 

34 Proverbio che qui Vuol dire, ricevo in contrac- 
cambio dei male che altrui feci, un male assai mag- 
giore. 

* Con queste parole si vuol fare intendere come 
quel tal frate Alberigo era vivo corporalmente sn in 
terra^ ma che 1' anima si trovava giù all' Inferno. Cosi 
piacque fingere al Poeta per collocare in quest'alti- 
mo cerchio alcuni pochi scellerati che nel iSoo, epoct 
della visione, erano pur tuttavia viventi. — F. 

35 Ironicamente: questo ha di peggio. 

36 Una delle tre Parche, di cui é incumbenu (i 
troncar lo stame della vita. 

Vale a dire innanzi al tempo della debita e ordinati 
mossa di quella. — F. 

37 Fa tradimento. 

38 Come forma non informante, ma assistente. 

39 Quel tempo che sarebbe vi^sato il traditore. 


CANTO XXXIII. 4i9 

Sila rnina in sì fatta cisterna; 

E forse pare ancor lo corpo sa so ^® 
Deir ombra, che di qua dietro mi vernai*. 

Ta '1 dei saper^ se tu vién par mo giuso; 
Egli è ser Branca d"* Oria^ e son più anni 
Poscia passati, cb'ei fa sì racchiuso. 

Io credo , dissi luì , che tu m' inganni, 
Che Branca d'Oria non morì anqoanche% 
E mangia, e bee, e dorme, e veste panni» 

Nel fosso sa. diss'ei. di Malebranche. 
La dove bolle la tenace pece^ 
Non era giunto ancora Michel Zanche ^% 

Che quelli lasciò un diavolo in sua vece 
Nel corpo suo, e d' un sao prossimano ^% 
Che M tradimento insieme con lui fece. 

Ma distendi oramai in qaa la mano, 

Aprimi gli occhi; ed io non glieli apersi, 
E cortesia fa lui* esser villano. 

Ahi Genovesi, uomini diversi 

ly ogni costume^ e pien d' ogni magagna^ 
Perchè non siete voi dei mondo spersi? 

4o E forte tu nel mondo tra i viventi si vede coo- 
^ersare, come se fosse ancor vivo, il corpo di quali' 
anima , la quale mi sta qua di dietro vicina di luogo. 

4' Sta intirizzando dal freddo. 

* Unquanche , giammai apiega la Crusca ^ ma qui 
forse meglio per unche» — F. 

4^ Michel Zanche ba rat tiere^ ved. il can. aa, nella 
qniuta bolgia guardata da' demoni detti Maiebran- 
cfie. Fu questi ucciso da Branca Doria. 
. 43^<^i>giu"to parente: dicono essere stato un suo 
nipote, che V aiutò all'atto proditorio. 

Altri lo dicono cugino. — F. 

* Lui, qui com'aucbe altrove usato per a lui, — F. 


f 


420 DEU/urtraoto 

Che col peggiore spirto M di Romagna 4* 
TroTBi QD tal 4< i\ ^oi, che per sua opra 
In anima in G>cito,^7 già ti bagna, 

Ed in corpo par vìto ancor di sopra. 


J4 Qoal era frate Alberipo. 
5 rinrla con enfati utlrica. 
à6 Branca Duria. 

47 Fiume infernale, seoondo l^antieha ftiole» fri 
poeto per quel lago gelato* 


424 

CANTO XXXIV. 


ARGOMENTO 


In questo ultimo canto si tratta della quarta ed ul» 
tinta parte del nono ed ultimo cerchio , doi^e si 
puniscono coloro che hanno fatto tradimento a* 
loro benefattori : e sono tutti coperti dal ghiaC' 
ciò: e nel mezzo di essa v* è posto Lucifero ; per 
lo dosso del quale descritte come salirono a nV«« 
dere le stelle» 


/ exilla regis prodeunt inferni • 
Verso di noi, però dinanzi mira, 
Disse '1 Maestro mio, se tu'l discernL 

Come qaando una grossa nebbia spira, 

qaando V émisperio nostro annotta. 
Par da lungi un mal in, che il vento gira *, 

Vedermi parve un tal dificio allotta ^: 
Poi per lo vento mi ristrinsi retro 

1 Bratta profanità e abuso di parole b\ sacre. Gom- 
pariscouo già le ale di Lucifero, le quali sventolando 
apparivano y come grandi bandiere. 

Queste parole adopra Dante , non . già per man- 
canza di rispetto alle cose sacre , ma per far mag* 
giormente risaltare l'avvilimento di Lucifero, il 
quaje commise il superbo attentato di volersi ugua- 
gliare a Dio. Ancbe il severo critico Baretti appro- 
va in Dante V uso eh' egli fa spesso di parole e frasi 
latine , tolte dai libri sacri, si che può dirsi che il 
.^Venturi stremiti a torto. •— F. 

a Qoal suole apparire un mulino girato dal vento* 
3 Tale edificio mi par?e allora di vedere. 

Dante T. I. 36 


422 DELL' INFERNO 

Al daca mio; che non v'era altra grotta^. 

Già era ( e con panra il metto in metro ) 
Là, dove l' ombre tutte era n coverte % 
E trasparean , come festnca in vetro*. 

Altre stanno a giacere , altre stanno erte ^^ 
Quella col capo, e quella con le piante, 
Altra, com' arco, il volto a' piedi inverte. 

Quando noi fummo fatti tanto avante, 
Ch' al mio Maestro piacque di mostrarmi 
La creatura 7, eh' ebbe il bel sembiante. 

Dinanzi mi si tolse, e fé' ristarmi*. 
Ecco Dite ®, dicendo, ed ecco il loco^ 
Ove convien, che di fortezza t' armi. 

Com' io divenni allor gelato e 6oco, 

Noi dimandar, Lettor^ ch'io non lo scrivo, 
Però eh' ogni parlar sarebbe poco. 

Io non mori', e non rimasi vivo: 

Pensa oramai per te, s'hai fior d' ingegno, 
Qtial io divenni, d' uno e d' altro privo*. 

L' imperadòr del doloroso regno 
Da mezzo ''l petto ascia faor della ghiaccia; 

4 Da ripararmi. 

5 Non solamente fino alla cintura o fino alla gola, 
ma tutte interamente erano sotto la snperficie del | 
ghiaccio. 

* Come festuca in uetro^ cioè come talvolta yedesi j 
nel corpo del vetro. racchiuso un fuscelltno. — F. 

6 Altre dritte in piedi, altre capovolte a plombon 

7 Lucifero bellissimo prima di peccare. 

* Ristarmi, soffermarmi. — F. 

8 Noti la città così nominata di sopra, ma il prin- 
cipe dell* Inferno, detto dai Poeti Plutone. 

* />* uno e W altro privo, cioè privo di morte « 
di vita*-^F. 




CANTO XXXiy. 4^3 

E piA con un gigante io roi conTegno, 
Che i gìgnntì non fan con le sue braccia 9; 
Vedi oggimai '^,quant' esser dee qaeltatto^ 
Ch' a èosi fatta parte si confabcia^ j 

S' ei fa sì Heljcom' egli h. ora brotto, 
E contra ^1 sno Fattore alzò le ciglid, 
Ben dèe da lai procèdere ogni latto. 

O qaanto parve a me grìin meratiglia^ 
Qoandq vidi tre facce iilla saa testa! 
L* ana dinanzi^ e quella era Termiglia: 

Deir altre due*^ cbe s' ageiongeano a questa 
Sovresso " il mèzzo di ciascuna spalla, 
E sigiunceanò al sommo dèlia cresta 

La destra mi parca tria bianca e gialla: 
La sinistra a vedere era tal '* ^ qu^li 


. 9 Son io men piccolo rispetto a aii gigante, di 
quel che siano i gigtinti rispetto alle sole braccia di 
Lucifero: più io nìi agguaglio di statura a un gì* 
gnnte, cbe i giganti alle braccia di Lucifero. 

10 Immaginati dunque quanta a proporzione dove- 
va essere tutta la statura e grandezza di Lucifero. 

* il Biagioli dice che il Lucifero qui descritto da 
Dante sia alto braccia 3ooo; il Maiietti credè poter- 
le calcolare la lunghezza fino a braccia 3ooo; il Fog- 
giali poi la ridusse a sole braccia 1 183. — F. 

* Dell'altre due, bella variantejche ho incontrata 
in antiche edizioni in luogo di V altre eran due» Ce^ 
ai nel primo verso del seguente ternario La destra 
mi parea in luogo di É la destra parca, — F. 

1 1 Particella di ripieno. 

* E si giungeano al sommo della cresta , cioè ti 
ricongiungevano, si univano insieme al luogo delle 
tempie. — F. 

la Cioè nera qual è la faccia degli Etiopi. 


424 DELL' INFERNO 

Vengon di l&, ove '1 Nilo s' avvalla. 

Sotto ciascuna uscivan duo grand' ali| 
Quanto si conveniva a tant' uccello: 
Vele di mar non vid' io mai coitali. 

Non avean penne, ma dì vipistrello 
Era lor modo: e quelle svolazzava, 
Sì, che tre venti si movean da elio. 

Quindi Oocito tutto s' aggelava: 

Con sei occhi piangeva, e per tre menti 
Gocciava '1 pianto, e sanguinosa bava. 

Da ogni bocca dirompea co' denti 
Un peccatpre,a guisa di maciulla '', 
S\ che tre ne ìfucea cos\ dolenti. 

A quel dinanzi* il mordere era nulla '4 
Verso M graffiar^ che tal volta la scbiena 
Bimanea della pelle tutta brulla '*. 

Queir anima lassù eh' ha maggior pena, 
Disse '1 Maestro, è Giuda Scariotto'^, 
Che '1 capo ha dentro, e fuor le gambe mena. 

Degli altri duo, eh' hanno '1 capo di sotto, 


i3 Quel rozzo ordigno di due legni cong*'gnati qua- 
si a foggia di mascella^ col quale s* iufraugoiio i lini 
e ie canape. 

1411 mordere d^iva poco, anzi nulla di tx)rinento a 
paragone del graffiare. 

* /4 quel dinanzi, cioè a quello che stava nella boc- 
ca della faccia anteriore^ vale adire a Giuda. — F* 

15 Spogliata, priva. 

16 Giuda Iscariotte, da cui Dante chiama quest'ul- 
tima e quarta sfera de' traditori, Giudecca, siccome 
la terza da Tolomeo, Tolomea; la seconda Antenora 
da Antenore; la prima Caiua da Caino, assegnando 
più basso e più tormentoso luogo a proporzione del 
reato. 


CANTO XXXIV. 425 

Quei che pende dal nero ceffo, èBrato *'; 
Vedi come fti storce, e non fa motto: 

E r altro è Cassio, che par s\ membruto*. 
Ma la notte risurge, ed oramai 
E da partir^ che tutto avem veduto. 

Com' a lui piacque, il collo gli avVinghai: 
Ed ei prese di tempo e luogo poste '*: 
E quando I' ale furo aperte assai, • 

Appigliò se alle vellute '9 coste: 
Di vello in vello giù discese .poscia 
Tra 'l folto pelo, e le gelate croste •**. 

Quando noi fummo là, aove la coscia *' 
Si volge appanto,in sai grosso delT anche% 

• 

17 Brnto e Cassio principali traditori incendo Dan- 
te ai Giulio Cesare. 

* Sì membruto, poiché si narra che Cassio fosse 
molto Complesso e di alta statura. -^ F. 

18 Prese il buou ponfo, il giusto contrattempo* 

19 Pelose, irsute costole. 

ao E la superBcie diacciata del lago , al cai pari 
era la cintura di Lucifero. 

91 All' attaccatura delle cosce di Lucifero. 

* Costruzione : Quando noi fummo in sul grosso 
dell* anche , là doue appunto si volge la coscia 
€C» — F. 

* Descrìvendo Dante dal v. 75 alì' 87 di questo 
Cantò, il sdo passaggio pel centro della ferra, sop* 
pone, secondo la fisica de' suoi tempi, che nel cen» 
tro predetto risieda tutta la forca attrattiva, e che 
la di lei azione sui corpi non venga accresciuta né 
diminuita Col variare delle distanze, ma sia invece 
tnolto più attiva nel punto in cui essa risiede. Però 
Virgilio con poca fatica discende lunghesso il corpo 
di Lucifero: giunto al centro della terra, con fatica 
e con angoscia si capovolge; ed impiegando maggior 
forza che non fu necessaru nella discesa, si arram» 

*36 


426 DELL' INFERNO 

Lo dlaca cou fa tic» e eoa angoscia 

Volse la testa^ ov'eglì avea le zanche'*, 
Ed aggrappossi al pel, come uom cLe sale, 
Si che in inferno io credea tornar' anche. 

Attìenti ben, che per sifTatte scale, 

Disse ''l Maestro ansando^ com' uom lasso, 
Gonviensi dipartir da tanto male. 

Poi uscì fuor per lo foro d' un sasso^ 
E pose me in sa Torlo a sedere, 
Appresso porse a me' V accorto passo '^. 

pica fa per la coscia di Lucifero atesso sino ali' estre- 
mità del pozzo. Le vere leggi dell' attrazione sodo 
ora note ad ognuno; e perciò il lettore potrà da se 
rilevare gli errori , nei quali è incorso il Poeta no- 
stro, tanto qui che altrove^ in tutto ciò che rigoarda 
il modo di agire di questa maravigliosa proprietà delr 
la natura. — Gli Editori Padovani. 

Qti Virgilio fece un rivoltarsi di tatta la persona, 
mettendo il capo dove aveva i piedi» e cosi rimanen- 
do i piedi verso lo stomaco di Lucifero e il capo sotto 
il di lui bellico, e in questo sito già era per i' appun- 
to nel centro dell' universo, di dove però il partirsi 
era già non più scendere, ma salire, benché alla par- 
te opposta : ma Dante non potendo ciò avvertire , 
pensava seguitando per le cosce di scendere e tornare 
air Inferno. 

a3 Stese appresso a me, cioè mi venne a lato. 
Tutti i Chiosatori hanno errato nella interpreta- 
zione di questo verso , sì che non dee far meraviglia 
se il senso che gli hanno attribuito sia oscuro, intral- 
ciato e inintelligibile. La chiosa del Lombardi è que- 
sta: „ Poi porse l'accorto passo a Dante, cioè con ac- 
j, cortezza e cautela di non ricadere in quel pozzo, 
„ stese indietro verso 1' orlo medesimo anch* egli il 
„ passo , e su di quello in compagnia di Dante si ri- 
,, mise ,,. La qual chiosa avrebbe bisogno d' un* al- 
trA chiosa che rischiarasse! a , giacché io credo che io 


CANTO XXXIV. 427 

Io levai gli occhi e credetti vedere 
Lucifero, com' io V avea lasciato, 
£ vidigli le gambe in su *^ tenere. 

stesso Lombari! noa sapesse cosa orni s' intendeva 
di dire cou quelle frasi cotanto confuse . Appresso 
porse a me V accorto passo non siguifica adunque 
che Virgilio Indicasse con accortezza a Dante la via 
da tenersi » e che per quella in compngnin di Dante 
si rimettesse , giacché fu solamente dopo aver vedu- 
te e riguardate alquanto le ritte^ gambe di Luci- 
fero , che Dante , eh' era tuttavia a sedere » intesa 
dirsi da Virgilio Levati su in piede , che la uia è 
lunga e il cammino è malvagio • Appresso porse è - 
dunque modo ellittico ,e vale appresso che porse m 
Poif dopo , appresso si trovano frec^uentemente ado- 
^ prati dagli antichi poeti in luogo di poi cìie p dopo 
che, appresso che, e questo è ciò cui non hanno 
avvertito i Commentatori di Dante nel passo pre- 
sente. Ecco pertanto il significato di questo verso: 
^Appresso che , dopo che f^ ir gii io porse , mi offri 
V accorto passaffgio , cioè queir accorto e sagace 
modo di sortir dall' inferno . Vircilio dunque ( io 
dirò ripetendo le stesse frasi del Poeta) usci fuori 
per il foro d* un sasso , e pose Dante a sedere in 
suir orlo del foro medesimo , dopo che avea a lui 
porto il modo di eseguir quel passaggio. — • F. 

a4 Per concepire la verità si figuri un serpe tra- 
versante col suo corpo il centro delia terra, sicché 11 
mezzo del serpe stia per V appunto nel centro ; in 
questo caso il .terpe sarebbe mezzo all' in su, e mezzo 
ali* iu su» e non all' in giù, e il capo -non sarebbe so- 
pra la coda, né la coda sopra il capo, benché il capo 
sarebbe sopra il collo ecCos) dunque le gambe di Lu- 
cifero stavano all' in su, perché lontane dal centro: 
ciò che a Daute, venuto seguitatameote attaccato per 
il corpo di Lucifero, pareva stranissitno , essendocliè 
avendogli visto tenere il capo all' in sn^ vedeagli an« 
, cor le gambe tenere all' iu su. 


4ÌS DELL'INFERNO 

£ s* io dÌTenni allora traTaglialo, 

La gente grossa il pensi, che non Tede, 
Qua I è qnel pnnto , eh' io avea passato. 

Levati 8U, disse 'I Maestro^ in piede: 

La via è lunga, e il cafnnoiino è malvagio, 
E già il sole a meua terza *^ riede. 

Non era camminata di palagio ^^, 
Là 'v' eravam, ma naturai burella *7^ 
Ch^avea mal suolo%e di lume disagio **. 

Prima, eh' io dell' abisso mj divella, 
: Maestro mio, diss' io, quando fui dritto *9, 
A trarmi d* errò ^** un poco mi favella: 

Ov' è la ghiaccia? e questi com* è fitto 
Sì sottosopra ''? e conie in si poc' ora. 
Da sera a mane ha fatto il SQitragitto '*? 

Ed egli a me: Tu immagini ancora 
D'esser di là dal centro, ov' io m' appresi 
Al pel del vermo rèo '', che '1 monao fora. 

Di là fosti cotanto, qnant' io scesi; 

a!ì Cioè «Ila metà dell' ora terza secondo la distrì- 
bozioDe del giorno degli Ebrei.* vuol dire au' ora e 
mezza prima di mezzo giorno. 

a6 Una sala bella e luminosa, come di un palano» 

37 Luogo scuro, come di prigion segreta* 

* Mal suolo, suolo malo, cattivo. — F. 

a 8 Scarsezza. 

39 Alzato in piedi. 

3o Errore. 

3i Vedendo a Lucifero le gambe all' in su, se rim* 
magina grossamente col capo all' in giù, essendo ve- 
ramente ancora il capo all' in su. 

Sa Mon essendosi accorto di esser trapassato al* 
l'altro emisfero, giustamente si maraviglia. 

33 Lucifero che come un verme luugo lungo traver- 
sa e trafora il centro. 


CANTO XXXIV. 429 

Quando mi Tolsi, tu passasti il punto, 
Al qual si trnggon d^ ogni parte i pesi ^^, 

E se' or sotto V emisperio giunto^ 

Clted è opposto a quel ^^, che la gran secca 
Coverchia*^,e sotto'l cui colmo'^consunto'* 

Fu 1' uorn, che nacque e tÌssc sanza pecca: 
Tu hai li piedi in su picciola spera. 
Che r altra faccia fa della Giudecca *»• 

Qui è da man ^*^, quando di là è sera: 
E questi 4', che ne fé** scala col pelo, 
Flit"* è ancora 4*, sì come prim'era. 

Da questa pt<T^^ cadde giù dal cielo ^'; 
E la terra, che pria di qua si sporse ^\ 

) 

34 Al qnal puuto^ cioè centro , tendono tatte le 
cose pesanti. 

35 Secondo 1* opinioue di quelT età^ io cai da mol- 
ti si credeva che la teira stesse o tutta , o quasi tutta 
sotto il nostro emisferio, pensandosi che sotto Top- 
posto emisferio fosse mare. 

36 Cuopre la terra , chiamata secca e arida nella 
Scrittura. 

37 11 mezzo più alto^ il colmareccio di tal eoper- 
chio, secondo l'opinione che metteva la città di Ge- 
rusalemme esaeve il mezzo della terra* 

38 Crocifisso il Redentore. 

39 La parte opposU e convessa , essendo già già 
quasi scappati su, venendoa drittura da quella orren- 
da coucavità della Giudecca. 

40 Qui nasce il sole , quando tramonta nell' emi- 
sferio europeo. 

41 Lucifero. 

42 Ri man fitto nel medesimo sito^ né 8Ì4 ci^Qr 
volto come tu immaginavi. 

43 Cadde Lucifero. 

44 Si distese stando fuori dell' acqua dal principia 
del qdondo. tolto questo emisferio^ in eoi ora sijiaio* 


430 DELL'INFERNO 

Per paara di lui fé* dèi mar velo 4', 
E venne alT emisperio nostro ^^: e forse 
Per faggìr luì ^t, lasciò qui il laogo voto 4* 
Quella, chiappar dì qua ^9, e sa ricorse^** 

A5 Si ricoperse d* acque e diventò mare. 

Questa imagine liella e grande della terra, riflettei 
ragione il Biagioli^ che spaventata dall' orrenda TÌ- 
sta di quel mostro, fassi velo delle acque e si ascon- 
de, è beo degna di Dante, e sopri* ogni lode. — F. 

46 E compari all' empferio nostro , sotto di cui 
però sta il mondo abitabile. Di quel tempo non era 
scoperta 1' America che fu scoperta fioo anni dopo: 
onde allora moiri, anclie dotti, negarono gli Antipodi 
pensando che di là dall' Europa e dall' Affrica a po- 
nente fosse tutto Oceano. 

47 Lucifero in atto di precipitare. 

. ■ 48 Questa grandissima caverna, a cui siamo arriva- 
ti, passato il centro. 

49^^ piace di lèggere conforme buoni e antichi 
testi di là, e non di qua^ perchè cosi certamente il 
senso richiede. 

Se al Venturi piace legger di là, è segno eh' egli 
ha male inteso il concetto del poeta. Neil* Emisfero, 
in cui Dante e Virgilio, esciti or or dell' Inferno^ 
si ritrovano^ a' inalza una gran montagna, ch'é quel- 
la del Purgatorio. Ora, dicendo Virgilio che quel- 
la terra , la quale lasciò vuoto il luogo dilla gran 
caverna ove sono al presente , e da cui fra poco 
usciranno a rivedere le stelle, ricorse e risali in su 
a formare la montagna del Purgatorio, si deduce age- 
volmente che la vera lezione e di qua» Impercioc- 
ché il di là rispetto al luogo in cui é ora Virgilio 
che parla, sarebbe all' Emisfero nostro , il che è fal- 
so; e la terra ricorrendo all' Emisfero nostro , cor- 
rerebbe rispetto a Virgilio medesimo per 1' in già 
e non per l' in su, conoTe dice il poeta. ^^ F. 

5o La terra sprofondandosi qui ricorse^ o pi6 tosto 
fé' spingendo ricorrere alla parte di là, quanto bastò 


CANTO XXXIV. 43^ 

Luogo è laggiù ^' da Belzebù ri moto 
Tanto, quanto la tomba si discénde, 
Che non per yista, ma per suonò è noto 
D'un ruscelletto,'che quivi discende 
Per la buca d^un sasso, ch^egli ha roso 
Col corso, ch'egli avvolge ^% e poco pende* 
Lo duca ed io * ffer quel cammino ascoso 


a formarsene il monte Sion^ che sta diametralmente 
opposto al luogo cavernoso dove ora siamo^ e da cui 
or ora uscendo saremo in* uh' isoletta antipoda a Ge- 
rusalemme. ' 

5i Comincia a parl^tr Dante in suo nome col Let- 
tore: vi è un luogo già nell' altro emisfero ( riguardo 
al tempo nel quale egli scrive^ quando già era, e si fi- 
gurava d'esser nel nostro) separalo e disgiunto da 
Lucifero tanto grande^ quanto si steude la tomba o 
pozzo de* Giganti. Vuol dinotare quella caverna dopo 
passato il centro essere della stessa grandezza e pro- 
fondità che era il pozzo dell' Inferno , trovato prima 
del centro, e che si corrispondevano tra di loro; e ciò 
ai fa manifesto, non perchè si veda, essendo il luogo 
di questa caverna oscurissimo , ma dal sentirsi il 
mormorio e caduta d' un ruscelletto^ onde se ne può 
immaginare e argomentare la distanza. * 

Sa E il qual sasso ya girando intorno con le sue 
acque con agevole discesa , facendo com' una scala a 
chiocciola: per questn buca contro il corso del ruscel- 
lo , come per Istrada e scala segreta salimmo senza 
fermarci mai a riposare. 

* Dall' ingresso in Inferno all' uscita nell' isola di 
là, consumarono i Foetl 4^ <>rc' ^4 "^ spesero dal- 
l' entrata nell' Inferno al dipartirsi delia Giudecca, 
e tre nella scesa da mezzo il petto di Lucifero al 
centro; quindi impiegarono ore 21 nella salita dal 
centro terrestre all' isola o al piede del Purf^atorio • 
Dante non ci dicendo uiuna delie cose che parla- 
rono i Poeti per tutto quel tratto^ s' ha da creder» 


/ 


432 DELL' INFERNO 

Entrammo per tornar nel chiaro mondo; 
E senza cura aver d' alcun riposo, 

Salimmo sa, ei primo, ed io secondo, 
Tanta eh' io vidi delle cose belle ^^ 
Che porta '1 ciel, per an pertugio tondo: 

E quindi nscimmo a riveder le stelle. 

che Virgilio %\i lasciasse quel tempo per riandii 
col peosicro le cose vedute j e cosi volle forse darà 
ad intendere che dopo aver considerati i parlicola- 
ri dei diversi viij , deve il pensiero trascorrere di 
nuovo il tutto insieme per meglio riconoscerne l'or- 
ridezza. — Biagioli. 

53 £ tanto salimmo, 6nchò da un buco che era alla 
superficie di quella caverna , vidi delle cose belle 
che in se conlieue il cielo^ e di lì uscimmo e tornam- 
mo di nuovo a rivedere sotto il cielo aperto le stelle* ^ 


« 


riNE DEL TOLUMB PRIMO. 


\ 


ERRATA CORRIGE 

ySL VOL. PBIMQ 

Pag, lin. 

ì6, 8 e seg.TXeì senso storico Nel senso storico 1' o» 
V oscura selua è V in- scura selva è il Disor* 
tricata e scabrosa Retf- dine politico e morale 
genzadi Firenze,nella dell' Italia ^ nel quale 
quale entrò Dante V s'immischiò Dante piii 
anno 35 dell' età sua , particolarmente 1' an<« 
quando ec* no 35 dell' età ana ^ 

quando ec* 

. ^7. n» IO» S'aggiunga Alcuni interpretano 

altre per varie , diuer» 
se* Altri credono do^ 
versi leggere atre% 
84* > ■• Cb® succedette a Nino Che siigger dette a Ni* 

nia> e secondo questa 
nuova miglior lezione 
intenderai Semirami* 
de che die a suggere il 
proprio latte a Ninia , 
vale a dire che fu ma* 
dre di Ninia ^ e f u sua 
sposa: espressione tf^ 
sai acconcia a carat* 
terizzare Semiramide 
per incestuosa» 
99. D. 3i« iS' aggiunga* • • • Fu per aver Ietto male 

in un antico Commen'* 
to che il Venturi disse 
yal di Nievole ,men tre 
dir dovea yal diSieve» 

106, II. Dante dice a Virgilio a Dante dice Virgilio^ 

107, 3. terrà. . « torrà 

184, 9. Ch* t*è Chef è 

ai3, 1* ov's'udia ove s' udia 

3o6j 21. ( coir o stretto). . , ( coli* e stretta ) 


1 




Puff, lin. 

3oS, 24* ^^ alcane edizione 

3 10^ n. 39. S' aggiunga . • 


3^, 5. O me ! 

302, 8. Che giace in su la for- 
tunata terra Di Pu" 
glia, e fa ec. 

359, n. 33. 5* aggiunga* 


(• • • • 


$Qo, n. 39. S* aggiunga. • 


3p3, 4* cinq' alle 
ivi, n. 40. iS aggiunga 


in alcane edisioni 
Alcuni Sfregano : Non 
si Tiene in fama , né 
si Tien sotto coltre , 
cioè sotto il balàtcdùr 
no imperiale o papAe. 
Omè{ 

Che già in su la fortu- 
nata terra Di Puglit, 
fu ec. 

O meglio s'intenda vf 
sello per vascello, co* 
me intende il PostiU. 
Cass.dicendo vidtliedt 
de navi , cum qua re^ 
dibant domum , e co- 
me interpetra il Lo» 
bardi. 

Quesiti Fonte BramU 
non è ia Sanese^mak 
Casentinese , che nA 
sotto il Borgo alUGok 
lina y in distanza &t 
miglia daRomena.Pi«- 
sentemente è unpozM 
copioso di buon'acqua 
cinqu' alle 

Fortunata qui vale 
fortunosa , come uel 
Canto XXVIII, 8.