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Full text of "La personalità storica di Guido Guinizelli (studi e ricerche)"

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LA PERSONALITÀ STORICA DI GUIDO 6UINIZELLI 

(STUDI E RICERCHE) 



"Tp GIORGIO PARENTI 



LA PERSONALITÀ STORICA 
DI GUIDO GDINIZELLI 



(STUDI E RICERCHE) 




FIRENZE 

STABILIMENTO TIPOGRAFICO ALDINO 
Via de' Renai, 11 

1914 




'ftOPRlJ'n'À LETTERARIA DELL'aTJTORE 



AGLI AMATISSIMI GENITORI 

ARTURO E GIANNINA TORRIGIANI 

DEDICO QUESTO VOLUME DI STUDI 

PRIMIZIE DELLA MIA ATTIVITÀ GIOVENILE 

PERCHÈ SIA SEMPRE PER ESSI 

RICORDO CARO DEL FIGLIO 

PEGNO d' IMMENSO AFFETTO E DI GRATITUDINE ETERNA 

Marzo MCMXIV. 

G. P. 



PREFAZIONE 



Era mia intenzione, quando cominciai ad occuparmi di Guido 
Guinizelli, compilare un volume di studi completi e possibilmente 
esaurienti sopra la vita e l'opera di lui ; in modo da porgere, 
insieme raccolte, tutte quelle notizie così biografiche come anche 
bibliografiche ed estetiche che si sarebbero potute desiderare da chi 
avesse avuto bisogno di occuparsi particolarmente di quell'antico 
poeta. Secondo questo piano primitivo, il lavoro sarebbe stato di- 
viso in tre parti : nella prima avrei esposto tutto ciò che concer- 
neva la esistenza del GuinizelU e neW ultima quanto riguardava 
la sua produzione poetica ; fra mezzo alle quali due avrei dovuto 
includere, per motivi troppo facili a intendersi, la raccolta delle 
sue poesie. Questa distribuzione della materia però, man mano che 
io procedevo nello studio e nella conoscenza dell'argomento, mi ap- 
pariva sempre piti inopportuna e meno rispondente ai bisogni. Mi 
andaco infatti ogni dì piìi convincendo che, mentre sull'opera poe- 
tica del GuinizelU si era avuto specialmente in questi ultimi anni, 
una tal copia di saggi, di articoli, di monografie, di discorsi, così 
per opera d' Italiani che di stranieri, da farci considerar come 
■niperfiiia ogni ulteriore dilucidazione di quello spirito e dì quelle 
forme poetiche ; invece, riguardo alla vita dell'autore si era detto 
sinora così poco, e per di piti così male e inesattamente, da susci- 
tare in chiunque vivissimo il desiderio e da far sentire il bisogno 
di ricavare da quelle scarse, vaghe e disordinate notizie una no- 
zione biografica piti sicura e più esatta. Questa parte soprattutto 
mancava alla completa conoscenza del nostro scrittore, e ad essa 
esclusivamente, come all' unica davvero trascurata fin qui, ho vo- 
luto dedicarmi e, tentando di rimovere una parte almeno delle te- 
nebre che la circondavano, diffondervi intorno quella maggiore e 
miglior luce che mi fosse stato possibile. Ond'è che il lavoro non 
si pres'enta piti nella triplice divisione, in cui originai'iameute era 
stato da me concepito, ma soltanto in due parti, alle quali prin- 
cipalmente, ma non esclusivamente, ho creduto bene uniformarmi 



vili — 



per le suesporte ragioni. Un altro però dei motivi, che mi hanno 
spinto a rinunziare a quella partizione primitiva e che hanno 
maggiormente influito nel decidermi alla forma attuale è stata 
anche la difficoltà (non importa nasconderlo) di aggiungere cosa 
nuova e quindi individuale ad un cumulo di notizie e di rifles- 
sioni in gran parte compiute, e perciò anche il pericolo di fare 
opera d' inutile ricapitolazione. A questi due principali motivi va 
pure unito^ e non come secondario, il timore di assumermi, così 
facendo, un peso troppo gravoso per me ed impari alle mie forze 
e il rischio di uscire malconcio e svergognato da un' impresa troppo 
vasta e importante, nella quale presuntuosamente sarei venuto a 
ingolfarmi. 

Non faccia perciò meraviglia, se qualcuno lo nota, il vedere 
che il lavoro riesce come mutilo e privo di una parte che potrebbe 
anche parere interessante a riassumere ; l'autore ha preferito la- 
sciarlo così in tronco piuttosto che aggiungervi ciò ch'ei riteneva 
superfluo. Ed ecco che, mancata quest' ultima parte, il lavoro si è 
limitato alle prime due ; nelV una delle quali si espongono e si 
dispongono tutte quelle notizie che possono contribuire a farci un'ideo 
precisa della vita del Nostro, nell'altra, come in appendice, si rac- 
colgono tutte quante le poesie che a lui vengono attribuite. La prima 
parte naturalmente è la più importante per il fatto che mio scopo 
è .^tato fin da principio non già quello d' illustrare l'opera poe- 
tica del GuinizelU, ma solo di definirne, con ogni possibile esat- 
tezza e in tutti i particolari, quella personalità storica che, come 
ho indicato nel titolo, deve formare l'oggetto di questo .studio. A 
questo fine, anzi, da me considerato come principalissmo, non 
ho dovuto ne voluto rinunziare mai, nepptire nella nuova ri- 
partizione dell'argomento. Infatti, nella forma stessa, in cui 
si presenta oggi il lavovo, è facile rilevare.^ anche a prima vi- 
sta, che la parte preponderante è in esso tenuta da quella prima 
metà la quale, sotto il titolo generale di Vita^ abbraccia dieci 
punti principali in cui ho ritenuto necessario dividere tutto quanto 
il materiale biografico. Questo il nucleo o corpo del mio lavoro; 
perchè la seconda parte, come appare subito materialmente piìi 
piccola, così ha richiesto da parte mia molto minore operosità e 
diligenza. Il Canzoniere del GuinizelU è breve, ed io, anche per 
questo, ho voluto aggiungerlo, quasi in appendice, come ho detto., 
al mio lavoro vero e proprio, ma .soprattutto perchè nella esposi- 
zione delle varie questioni concernenti la vita del poeta mi son 
dovuto richiamare più volte a certi punti delle sue poesie e da certi 
altri di queste ho creduto di poter attingere notizie nuove che gran- 
demente cooperano alla ricostruzione di questo edifizio biografico ; 
onde mi è parso indispensabile che i lettori avessero tutti quanti 
sott'occhio e a portata di mano quei luoghi ai quali mi ero rife- 



— IX — 

rito e potessero risalire direttamente alle fonti delle mie in- 
dagini. Naturalmente^ nella ristampa di questo Canzoniere mi 
sono attenuto alla raccolta notissima del Casini (Poeti bolognesi 
del sec. XIII) perchè è l'unico libro che ci offra l'edizione critica 
di tutte quante le rime superstiti del Nostro ; è però quasi su- 
perfluo aggiungere che della canzone II non son riuscito a dare 
un' interpretazione completa perchè neppur dal testo corretto del 
Casini mi è stato possibile ricavarla. 

I limiti entro i quali si aggira il lavoro, quale oggi, in 
proporzioni razionalmente pia modeste, esce alla stampa, è super- 
fluo enumerarli ; già li coìisidero indicati in questi ultimi cenni 
generali e solo aggiungo che chi vuol saperne di piti può senz'al- 
tro rendersene conto da se esaminando non solo le due grandi par- 
tizioni, ma altresì i titoli dei diversi capitoli. In essi vedrà rias- 
sunta la materia biografica, di cui ho creduto bene tener parti- 
colare discorso, e potrà quindi farsi, subito da principio, un esatto 
concetto dell'opera. 

E qui sarebbe terminata ormai ogni ragione e assolto ogni 
compito di queste mie parole introduttive, se altre due questioni 
assai importanti a decidere non m' inducessero a invitare il lettore 
ad avere, ancora per poco, la compiacenza di seguirmi. E neces- 
sario, dico, ribattere prima di tutto l'accusa che certo mi move- 
ranno taluni, di aver cioè voluto dare troppa importanza alla vita 
di un poeta non tanto celebre e tanto meno apprezzato, e secon- 
dariamente eliminarne, se sarà possibile, un'altra, di quelli cioè 
che sosterranno non, esser io proceduto nella esposizione dell'ar- 
gomento con metodo rigorosamente s-cientiflco e soprattutto non es- 
sermi servito di tuiti quei mezzi che l'ermeneutica critica ritiene 
indispensabili in simili lavori. 

Rispondo anzi tutto a quei primi (che del resto immagino 
pochi) che il sembrare, non l'essere, il GuinizelU poeta poco ce- 
lebre e poco apprezzato non deriva già da scarsi suoi meriti, ma 
unicamente dalla nostra ignoranza o, meglio, da una ingiusta ten- 
denza propria di molte, ma non di tutte le storie letterarie mo- 
derne, per cui si pongono facilmente sul piedistallo della gloria 
e si onorano d'incensi e di lodi quelli che sono creduti i luminari 
e archimandriti del pensiero umano e si lasciano invece nel più 
vergognoso abbandono quei geni, ad essi non punto inferiori, che 
per cagioni del tutto estrinsiche e accidentali sono apparsi di 
minore importanza o meglio sono fioriti in epoche, in cui nes- 
sun altro, appunto per questo, sarebbe mai riuscito a far nulla 
di meglio. A me non spetta anche perchè potrebbe ì'idondare a 
mio elogio, tessere l'apologia o l'apoteosi del Guinzelli, né egli 
del re.^to ne ha bisogno ; chiunque ne disconosce il valore artistico, 
dà segno evidente di non conoscerne sufficientemente gli scritti ed 



— X — 

è perciò degno che se ne tenga poco conto. Ma tale accusa [san 
certo) non partirà da coloro, che hanno della nostra letteratura 
un giusto concetto ; essi anzi non tarderanno ad affermare, come 
lo affermo anch' io, che egli è appunto un genio di primissimo 
ordine e che, fatila ragion dei tempi, il suo valore artistico gli 
concede un indiscutibile primato. Per convincer di questo anche i 
più, increduli, anziché spenderci intorno vane parole, li invito 
a riflettere spassionatamente su quelle di Dante, che appunto 
per questo ho voluto trascritte sotto il titolo generale della 
prima parte ; esse, che risultano un giudizio laudativo in sommo 
grado del Nostro, varranno assai meglio delle mie povere parole 
a far capire in qual conto merita d'esser tenuto il Guinizelli da 
ognuno e gli sapranno restituir quel primato che debitamente gli 
spetta. Dopodiché, mi pare, nessuno avrà piti il diritto di me- 
ravigliarsi che di uno scrittore., alla cui memoria Dante stesso 
non ha esitato di tributare un così entusiastico encomio, si voglia 
parlare diffusamente. 

Riguardo agli altri, i quali ptotrannno riconoscere in questo 
libro una certa manchevolezza e richiedere nel procedimento espo- 
sitivo una piti rigorosa e fedele ricerca di documenti .sicuri, sarò 
più mite a rispondere perchè si tratta di cosa che concerne me 
solo e non menoma in alcun modo la gloria di altri ; nondimeno, 
vorrò fare osservare alcune cose che potranno ridurre un po' o 
modificare la sevei'ità di questo loro giudizio. Non disconosco io 
già l'opportunità, anzi la necessità di ricorrere, quando ci si oc- 
cupa di avvenimenti storici in generale, alle fonti più sicure che, 
nel nostro caso, sarebbero rappresentate dai documenti sincroni. 
Anzi di questi io mi son servito tutte quelle volte che mi è stato 
possibile, e quasi esclusivamente sopra la loro autorità mi sono 
indotto ad avanzare affermazioni o negazioni di fatto che potevano 
urtare in qualche modo la suscettibilità della maggioranza. Ma, 
siccome taluno potrebbe osservare che io non me ne son servito 
con quella larghezza che si sarebbe potuto desiderare e che, per 
meglio dire, mi son limitato ad usare unicamente quelli che fi- 
nora si conoscevano senza per nulla indagare se altri ve ne fos- 
sero che meglio contribuissero al nostro scopo ; io questo solo ri- 
spondo che così appunto, e non altrimenti, ho voluto fare perchè 
proprio CO.SÌ richiedeva il nostro caso. Sul principio, è vero, ebbi an- 
ch'io V idea di riesaminare attentamente uno per uno tutti quei docu- 
menti dell' Archivio bolognese eh' erano registrati nei Memoriali del se- 
colo XIII ; ma ben presto dovetti convincermi dell' inanità di 
queste ricerche ed accorgermi che da qtiesta lunga, paziente e fa- 
ticosa collazione si sarebbe forse, al piti, potuto ricavare un solo 
documento o due capaci di apportare vera luce al nostro argo- 
mento. Onde nessuno mi vorrà accusare se, per così giusti motivi. 



— XI — 

ho creduto bene di rinunciare a quella esplorazione. A ciò si ag- 
giunga V impossibilità di compierla per essere stato io costretto 
ad abbandonare Bologna, per doveri professionali, e recarmi ad 
abitare in luoghi, nei quali mi sarebbe stata impossibile ogni ri- 
cerca di quel genere. Non c'è dunque da meravigliarsi se, come 
ho detto, il libro appare sotto questo aspetto manchevole, e mi si 
tenga per iscusato se, contrariamente alla mia intenzione, esso 
non è riuscito, e in questo e in altri punti, così compiuto come 
avrei desiderato io stesso. Si accusi di ciò non l'aridità del- 
l'argomento, ma solo la mia inesperienza in simili studi e i po- 
veri mezzi di cui, date le mie condizioni, mi era concesso di ser- 
virmi. 

Il libro, son certo, apporterà innovazioni e sarà causa di dispute 
a proposito della biografia del Guinizelli, ma otterrà, spero, lo scopo 
di additare ad altri il cammino che io ho cercato (non so però se 
mi sarà riuscito) di percorrere. Esso infatti non ha la presunzione 
di erigersi, come potrebbe parere, a giudice delle opinioni di altri, 
di cui l'autore si riconosce umilmente discepolo, ma soltanto il 
desiderio di rettificare certe teorie, troppo ingiustamente diffuse, 
che della biografia di quel poeta aveva fatto un romanzo. Se questo 
egli avrà ottenuto o, se pur soltanto sarà stato capace di richia- 
mare l'attenzione di altri più valorosi di lui ad interessarsi del- 
l'argomento ed a prepararne quella soluzione completa ch'egli avea 
vagheggiato, il suo sgopo non sarà fallito del tutto e in gran parte 
saranno appagati i suoi desideri. 

Bobbio. Febbraio 1914. 

Giorgio Parenti. 



PARTE PRIMA 



La Vita. 



« il padre 

mio e degli altri miei miglior, che mai 
rime d'amore usar dolci e leggiadre ». 

Dante, Purgatorio, canto XXyi,\v. 97-99. 



CAPITOLO PRIMO 

La patria di G. Guinizelli. 



La « fiorentinità » del Guinizelli secondo Francesco da Buti, 
C. Landino e M. Poccianti — Il Guinizelli pisano e la ipotesi di 
U. A. Canello — La patria vera del poeta — Bologna, la sua po- 
litica e la sua cultura nella prima metà del Dugento. 

Sembrerà forse strano a qualcuno il vedere che anche della 
patria del Guinizelli si vuol far questione mentre, a quanto al- 
meno generalmente si crede, nessuno ha mai dubitato eh' essa 
fosse Bologna. 

Cesserà però subito Questa meraviglia appena ei si sarà 
dovuto convincere che non sempre precisamente si è stati così 
concordi nel riconoscer Bologna patria del nostro, e che anzi 
in pili tempi e a più riprese s' è tornata ad affacciare l' ipotesi 
che non proprio là egli fosse nato, ma altrove. 

Tale opinione del resto fu ripetutamente mostrata anche in 
tempi a noi così vicini ed è stata, come vedremo, sostenuta da 
persona così autorevole nel campo di questi studi (1), da far 
intendere come l' ipotesi di una patria diversa da Bologna per 
il Guinizelli sia tutt' altro che sopita e tanto meno estinta an- 
cor oggi. 

Ho creduto perciò non solamente utile, ma altresì necessario 
per chi voglia intraprendere uno studio completo sulla vita e 
r opera del Guinizelli iniziarlo con una breve dissertazione 
sulla patria di lui, in seguito alla quale si possa con maggior 
sicurezza conoscere il luogo dov' egli è nato e cresciuto e nel quale 
egli ha potuto sviluppare quelle naturali disposizioni che tanto 



(1) U. A. Canetxo, Il Guinicellì è bolognese? in «Rivista di Filologia 
romanza». Roma, Loescher, 1875; voi. II. p. 116. 



— 4 — 

dovevano contribuire alla estrinsecazione potente del suo inge- 
gno. Ciò mi è parso grandemente opportuno, in quanto non sì 
può procedere a narrare la vita e ad illustrare gli scritti di un 
autore determinato se prima non abbiamo posto in sodo la que- 
stione della patria di lui e dell' influenza eh' ei ne può aver su- 
bito. L' essere il Guinizelli nato in un luogo piuttosto che in un 
altro non è davvero né deve essere cosa indifferente per noi, pre- 
cisamente come non è punto lo stesso ammettere eh' egli sia 
vissuto in un' epoca anzi che in un' altra. Questa che, general- 
mente parlando, è già di per sé una ragione sufficiente, acquista 
poi particolare significato ed importanza anche maggiore quando 
si ricordi che non tutti quelli, i quali del Guinizelli hanno scritto, 
sono andati sempre d' accordo nelF identificarne il luogo di na- 
scita, Quest' ultimo poi mi sembra così autorevole motivo da 
indurre anche da solo i più restii a riconoscere l'opportunità del- 
l' argomento ; ma un altro non meno importante vi se ne può 
aggiungere. 

Egli é che, pur prescindendo dal preferire una anzi che un' al- 
tra città come patria del Guinizelli e pure ammettendo tutti con- 
cordemente che sia stata Bologna, non cessa per questo il mo- 
tivo di parlar della patria. Infatti, qualora anche ci riesca di 
dimostrare che il Guinizelli nacque in Bologna, é necessario tut- 
tavia parlare di quella e dire, per quanto possiamo, delle sue con- 
dizioni civili e politiche e soprattutto intellettuali all' epoca del 
nostro acciocché, facendocene un più preciso concetto, possiamo 
meglio comprendere in quale ambiente egli è ^orto e di quali elementi 
si é potuta arricchire la sua tempra geniale di cittadino e poeta. 

Ma, lusingandomi che non vi sia nessuno il quale voglia 
disconoscere la opportunità di questo studio iniziale, penso eh' essa 
risulterà anche più evidente a chi segua con attenzione lo svol- 
gimento dei fatti. 

Neil' intraprendere l' esposizione di questi occorre premet- 
tere che veramente intorno alla patria del Guinizelli, lo dobbiamo 
riconoscere, le questioni non sono molte e neppure molto 
controverse. Quasi tutti gli studiosi e illustratori di cose guinizel- 
liane convengono nel dirlo bolognese, e quelli che, come ho accen- 
nato, la pensano diversamente costituiscono, numericamente al- 
meno, la minoranza. 

Di questi ultimi, é vero, alcuni non appartengono al nostro 
secolo né vissero in epoche a noi troppo vicine ; ma questa stessa 
antichità, se da un lato può far dubitare dell' attendibilità di 
loro asserzioni, deve dall' altro persuaderci eh' esse anche per ciò 
hanno una particolare importanza. Può fare, dico, una certa 
impressione di stupore il notare come già nella seconda metà 
di quel sec. XIV al principio del quale era morto Dante, che 



del Guinizelli aveva ripetutamente scritto e altamente cantato, 
taluno cominciasse a sollevar dei dubbi sulla patria del Guini- 
zelli o, meglio, facesse chiaramente intendere eh' essa non era 
stata Bologna. La sorpresa poi diventerà anche maggiore quando 
si rifletta che questo tale era appunto Francesco da Buti, uno 
dei dottori che maggiormente illustrarono le origini dello Studio 
pisano (1) ; ma la verità del fatto non lascia luogo a dubbiezze. 

Chi prenda ad esaminare il Commento volgare alla Divina 
Commedia eh' egli sulla fine del '300 andava compilando ed espo- 
nendo a quanti accorrevano desiderosi di apprendere 1' arcana 
sapienza contenuta nel poema sacro, quando sia giunto al canto 
XXVI del Purgatorio e precisamente al v. 92 « Son Guido Gui- 
nicelli ec... », incontrerà la seguente nota inaspettata e cu- 
riosa : « questi (cioè il Guinizelli) fu uno cavallieri di Fiorensa ...,» (2). 

Chi mai abbia potuto suggerire al da Buti che il Guinizelli 
fosse fiorentino è difficile indovinarlo ; ma sta il fatto che egli, 
cui dalla Signoria pisana era stato affidato l' incarico, come al 
Boccaccio in Firenze ed al Rambaldi in Bologna (3), di spiegare 
al popolo il poema divino, egli appunto, e non altri, manifestò 
per primo tale opinione. 

Non fu dunque un umile ed oscuro studioso chi per primo 
ebbe e palesò quella idea, ma il dottore insigne, cui un' intera 
città ammirava interprete sagace di Dante e che seppe traman- 
darci un' illustrazione della Commedia in gran parte corretta ed 
esatta. Una ragione questa di più per far credere ad altri che quella 
sua opinione fosse tutt' altro che erronea e per indurli ad appro- 
varla e diffonderla dietro 1' esempio autorevole del maestro. 

Né è cosa davvero insignificante a noi pure il rilevare come 
solo cinquant' anni dopo la morte di Dante e un secolo appena 
dopo quella del Guinizelli medesimo già non si era più concordi 
neir assegnare a quest' ultimo come patria Bologna. Il fatto d' es- 
sersi il da Buti resa sua quella notizia e di averla trasmessa ai 
contemporanei ed ai posteri, può anche far supporre eh' ella fosse 
al tempo suo relativamente diffusa, anche prima eh' ei la de- 
nunziasse in modo così esplicito al pubblico. Altrimenti, né avrebbe 
egli osato allontanarsi tanto dalla tradizione comune né mani- 
festare a tutti un' idea che non fosse stata, neppure in parte, 
conforme alle generali cognizioni dell' epoca e del paese suoi. 



(1) V. Rossi, Storia d. letter. ital.. Voi. I pag. 233, Milano 1910. 

(2) Commento di Francesco da Buti sopra la D. C di D. Alighieri, pubblic. 
da C. Giannini. Pisa, 1858-62 ; voi. II. 

(3) A. Wesselofsky, Il Paradiso degli Alberti. Voi. I, parte II, pag. 215, 
Bologna 1867 ; e V. Rossi, op. e luogo citato sopra. 



— 6 — 

Comunque, è fuor di dubbio che Francesco da Buti ha scritto 
e quindi necessariamente ha creduto, che G. Guinizelli fosse 
proprio nato e vissuto in Firenze. 

L' esempio dato da lui non doveva rimanere isolato. Anzi, 
a chiunque la si voglia far risalire, 1' idea che il Guinizelli fosse 
fiorentino torna ad esser professata anche in epoche e da persone 
assai posteriori e meglio progredite che non fosse il secolo XIV 
nella cultura e nella investigazione dell' antichità. Infatti, pur 
non tenendo conto di altri che vi furono o possono esservi stati, 
noi troviamo che lo stesso fenomeno si ripete anche alla fine del '400. 
Ciò deve fare impressione sol che si pensi all' incremento dato 
a ogni genere di studi durante il secolo XV ed ai progressi no- 
tevolissimi in esso compiuti dalla critica storica e filologica (1). 
Ma più curioso e più interessante è 1' apprendere che rievocatore 
o rinnovatore, che dir si voglia, di codesta teoria fu 1' erudito 
umanista Cristoforo Landino, mirabilmente versato nelle lettere 
classiche e volgari. Egli appunto, sebbene inoltrato negli anni 
giunto ormai a notevole fama, volle intraprendere un com- 
mento alla Divina Commedia, della quale egli apprezzava so- 
prattutto la profondità del pensiero e la copiosa dottrina. Con- 
cedasi pure che, in conseguenza di ciò, egli abbia dato nel suo 
lavoro, compiuto nel 1480, un' importanza molto maggiore alla 
parte filosofica e teologica ed abbia cercato, per quanto poteva, 
di rilevare 1' analogia delle teorie platoniche e aristoteliche coi 
precetti di Tommaso d' Aquino rivestiti da Dante di alata poe- 
sia. Nondimeno, parrebbe inammissibile ch'egli, dotto com' era, 
avesse così completamente trascurato tutto il resto da introdurre 
nel suo commento errori biografici e cronologici addirittura gros- 
solani. Di questi invece lo potrebbero impunemente accusare 
quanti non condividono 1' opinione di Francesco da Buti a pro- 
posito della patria del Guinizelli. 

Chi prenda infatti a scorrere la Spositione di m. Cristoforo 
Landino, uscita alle stampe in Firenze nel 1481, seguite eh' egli 
abbia le annotazioni apposte al canto 26*^ del Purgatorio e arri- 
vato che sia al punto in cui lo spirito del Guinizelli si manifesta 
al poeta pronunciando il proprio nome, troverà queste precise 
parole « Costui fu nostro cittadino » (2). 

Ora, quando si pensi che lo stesso Landino, sebbene oriundo 



(1) V. in generale: G. Voigt, Il risorgimento delV antichità classica; 
nella versione ital. Firenze, 1889-90 ; e J. Burckhakdt, La civiltà del 
rinascimento in Italia, tradotta dal Valbusa. Firenze 1899-1901. 

(2) V. Comedia del divino poeta Danthe Alighieri con la spositione di 
Christophoro Landino. Firenze, 1488 e V^enezia 1530. 



di Prato vecchio, era nato e vissuto in Firenze (1), nessuno vorrà 
ammettere eh' egli chiamasse classicamente cittadino per con- 
cittadino uno che non fosse stato fiorentino al pari di lui. È per- 
ciò chiaro che anche il Landino, o 1' avesse appreso da Francesco 
da Buti o da qualche altro, si mostra come questi convinto che 
il Guinizelli fosse proprio nato in Firenze. Così egli fa indiretta- 
mente capire che tale opinione, se pure non molto diffusa, non 
doveva essere per lo meno in assoluto contrasto con quanto ne 
pensavano i letterati del suo tempo. Di che, mi sembra, va te- 
nuto debito conto, se si vuole intendere veramente l' indole e 
la portata della questione. 

Sin qui abbiamo veduto come due dotti commentatori di 
Dante, sebbene vissuti a gran distanza di tempo, convengono 
nel dire che il Guinizelli nacque e dimorò in Firenze. Con essi 
però non termina né si estingue la serie, diciamo così, di coloro 
che ritennero fiorentino il Guinizelli ; che anzi la medesima opi- 
nione la troviamo ripetuta ancora un secolo piti tardi dell'epoca 
in cui r ultimo dei due predetti aveva pubblicato la sua illustra- 
zione alla Commedia dantesca. 

È noto che sul finire del secolo XVI uno studioso fioren- 
tino, Michele Poccianti, fece stampare dai Giunti un « Catalogo 
di scrittori fiorentini » destinato a raccogliere in ordine alfabetico 
sommarie notizie biografiche e bibliografiche su quanti dai tempi 
pili remoti fino a quelU dell' autore avevano illustrato la patria 
con opere dell' ingegno (2). Purtroppo il lavoro riuscì tutt' altro 
che corretto ed esauriente come da taluni si sarebbe forse im- 
maginato, e diversi grossolani errori ebbe a commettere la poco 
acuta indagine del compilatore, ma piìi degli altri farà impres- 
sione il notare che ivi si trovi compreso e classificato tra i nomi 
degli altri fiorentini antichi anche quello di Guido Guinizelli. 
Del quale dice ingenuamente il Poccianti che fu « eques auratus, 
poetarum hetrusco cannine facile princeps.... » e si profonde in 
altri elogi di lui aggiungendo anche che scrisse molte e belle cose, 
di cui però gran parte fu distrutta dal tempo. 

Così vediamo che la tradizione, secondo la quale il Guini- 
zelli fu ritenuto fiorentino, non rimase interrotta, ma anzi si pro- 
trasse per un bel tratto di tempo e sopravvive come documento 
di quello che in periodi diversi e lontani 1' uno dall' altro hanno 
pensato in proposito uomini di dottrina e di studio. Abbiamo 



{\) A.. QsASVARY, Storia della letterat. italiana. Torino^ 1900: voi. II, 
parte I, pag. 161. 

(2) M. Poccianti, Catalogus scriptorum florentinorum. Firenze, 1589, 
in un volume. 



in questo modo raccolto come le fila e i capi, direi quasi, di questa 
tendenza letteraria che fa capo, per intendersi, a Francesco da 
Buti e della quale abbiamo accennato i momenti più significativi 
e i rappresentanti più autorevoli. Può darsi benissimo che du- 
rante questo lungo periodo, che abbraccia circa due secoli, essi 
non siano stati i soli a pensare, se non proprio ad asserire, che 
il Guinizelli fosse nato in Firenze ; né sarebbe punto strano che 
altri loro contemporanei avessero più o meno strettamente con- 
diviso la stessa opinione. Anzi, e in parte almeno l'ho già det- 
to (1). non è punto inverosimile né assurdo il pensare che codesta 
non fosse soltanto una teoria propria esclusivamente degli scrit- 
tori menzionati, ma che dovesse essere altresì opinione nota ed 
approvata dalla maggioranza dei loro concittadini. In tal caso 
quegli scrittori non sarebbero già gli autori, ma semplicemente 
i pubblici sostenitori e gì' interpreti d' una credenza più ge- 
neralmente diffusa, la quale perciò verrebbe ad acquistare un 
credito ed un' importanza maggiori. 

Ciò, s' intende, va detto a solo titolo di congettura né è pos- 
sibile controllarne 1' attendibilità con documenti ; al più si può 
notare che, qualora la cosa stesse proprio così, chi credesse auten- 
tica la « fiorentinità )) del Guinizelli potrebbe trovare nel pubblico 
consenso di quei due secoli una ragione di più per confortare e 
sostener la sua ipotesi. Questa pertanto si rannoda ed afferma 
principalmente, se non esclusivamente, intorno al da Buti, al 
Landino e al Poccianti, i quali se ne possono definire i primi e 
più autentici fautori. 

Chi dubiti però della giustezza di tale loro opinione e si 
domandi per qual motivo si siano indotti a sostenerla, non po- 
trà facilmente appagare questo suo desiderio perché nessuno dei 
tre si è degnato di giustificare tale asserzione né in generale col 
dire d' averla appresa da altri né in particolare da chi. Essi in- 
fatti si limitano ad affermare, come abbiamo veduto (2), che 
il Guinizelli è nato a Firenze, e non pensano affatto a spiegare 
per quali motivi si debba credere per V appunto così. 

In mancanza di prove dirette che dimostrino in qual modo 
tale opinione sia riuscita ad acquistar credito e conferma da quei 
tre scrittori citati, possiamo ricorrere a congetture che ci ren- 
dano almeno un po' più chiara 1' origine del fatto. 

È probabile che nessuno di loro, in generale, abbia raccolto 
ed ereditato una simile teoria da altri studiosi che ancor prima 
di Dante si fossero occupati del Guinizelli, ma che ciascuno ab- 



(1) V. quanto fu detto a proposito dell'opinione di Francesco da Buti. 

(2) V. le opinioni di Frano, da Buti, del Landino e del Poccianti. 



bia proceduto all' affermazione della medesima individualmente 
e indipendentemente, secondo proprie particolari vedute. Solo 
si potrebbe concedere che su ciascuno dei posteriori abbia no- 
tevolmente influito r esempio del suo immediato predecessore. 
Ma è necessario riconoscere che il primo ad asserire pubblica- 
mente la cosa fu proprio Francesco da Buti, e della sua autore- 
vole affermazione hanno con probabilità tenuto conto gli ultimi 
due. Basta perciò rilevare i motivi che possono avere indotto 
il da Buti a sostenere la « fiorentinità » del Guinizelli. 

Siccome, prima di lui, nessuno aveva detto e Dante stesso 
in nessuna opera scritto né fatto intendere che il Guinizelli fosse 
di Firenze, è agevole supporre che il dottore pisano abbia acqui- 
stato tale convinzione per ragioni, prevalentemente se non esclu- 
sivamente, individuali e soggettive. Da quali prove poi in parti- 
colare egli restasse maggiormente persuaso non resulta né facile 
sarebbe rintracciarlo, ma è naturale e quindi anche giusto im- 
maginare che la sua sia non già una ipotesi dovuta ad equa e 
illuminata investigazione e vagliata attraverso le indagini della 
critica, ma derivata piuttosto da una interpretazione erronea 
data da lui stesso alla parte relativa degli scritti danteschi. È 
probabile che Francesco da Buti, mentre cercava, studiando e 
postillando la Commedia, d' intender tutto da sé né poteva o 
sapeva servirsi di quel poco che altri commentatori avevan già 
fatto, si debba esser trattenuto con particolare interesse a riflet- 
tere su quel punto del Purgatorio (1) in cui il Guinizelli é pro- 
clamato solennemente da Dante « padre » cioè maestro « di 
quanti avevano usato rime dolci e leggiadre ». Considerando egli 
che qui e altrove sempre 1' Alighieri nomina il Guinizelli con quella 
calda ammirazione e quel profondo rispetto che può derivare 
soltanto dalla superiorità riconosciuta e apprezzata dell' insegna- 
mento, non esitò a credere che anche questi, come per es. Bru- 
netto Latini, fosse stato vero e proprio maestro di Dante e quindi 
anche suo concittadino. 

Ecco, per me, com'è sorta e si è convalidata quell' idea nella 
mente di Francesco da Buti, senza per questo escludere che 
abbiano contribuito a sviluppargliela anche credenze diffuse in 
Pisa sullo scorcio del secolo XIV. Poiché anche altri possono 
allora aver condiviso, magari indipendentemente da lui, la stessa 
opinione ed averla sostenuta con parole o con scritti. Di ciò, ben 
s' intende, non è rimasta notizia ; ma, se cosi fosse stato real- 
mente, tale fenomeno sarebbe degno di considerazione in quanto 
accuserebbe una tendenza letteraria formatasi, non si sa come, 



(1) V. Purgatorio, canto XXVI, vv. 96-99. 



— 10 — ^ 

in queir epoca ed in quel luogo. Così che esso potrebbe riguar- 
darsi come r eco di una tradizione pisana allo stesso modo che 
la bolognese è, in quegli anni medesimi, rappresentata da Ben- 
venuto da Imola. È più certo però e meno arrischiato asserire, 
come ho già fatto (1), che tale opinione sia piuttosto dovuta 
ad una interpretazione inesatta del passo dantesco anziché all' in- 
fluenza di tradizioni regionali, delle quali per di più mancherebbe 
ormai ogni traccia ; e così avremo con maggiore attendibilità 
giustificato la sua origine. L' inesattezza poi, o errore che dir 
si voglia, di quella interpretazione è presumibilmente dovuto a 
uno studio incompleto delle opere di Dante ; poiché, per quanto 
in esse si trovi quel passo, dalla cui apparenza il da Buti può 
esser rimasto ingannato (2), ve n' é pure, come vedremo (3), 
un altro che lo avrebbe potuto persuadere del contrario. Quel 
commentatore invece, avendo forse limitato i suoi studi dan- 
teschi alla lettura della Commedia, dovette contentarsi di dare 
a molti luoghi e a varie espressioni del poema spiegazioni e signifi- 
cati anche troppo letterali ; e così, per la sua semplice e (direi 
quasi) naturale origine, quella che poteva restare ipotesi assurse 
a dignità di teoria ed ebbe qualche fortuna tra i dotti. 

Lo stesso Landino, malgrado la sua erudizione, fu indotto 
dall' autorità di Francesco da Buti a confermarne la massima. 
Può darsi bensì eh' egli fosse riuscito alla medesima conclusione 
per sue speciali indagini, ma anche in tal caso è ragionevole am- 
mettere eh' ei vi giungesse per considerazioni analoghe, se non 
identiche,' a quelle del suo predecessoret Forse ei può averne 
avuta una di più nel rilevare che il Guinizelli fu nel suo tempo 
quei che meglio scrisse poesie non già in bolognese od in altro 
dialetto, ma in quel volgare appunto che si era preso ad usare 
in Firenze ; tanto che, com' ei dice « avanzò tucti gli altri in rime 
toscane » (4). E questa può parere una ragione più valida e me- 
glio fondata delle altre a sostenere la ipotesi della « fiorentinità » 
del Guinizelli. Ad ogni modo giova riconoscere che questo e gli 
altri dovevan risultare motivi sufficienti a persuadere anche il 
Landino e indurlo a chiamare latinamente « nostro cittadino » 
il poeta, qualunque fosse stata per lui 1' origine di tale idea. 

Lo stesso press' a poco può ripetersi anche a proposito di 
Michele Poccianti, il quale anzi col definire il Guinizelli « Danthis 
praeceptor » fa intendere, forse anche meglio degli altri, che 1' ap- 



(1) V. quanto si riferisce alla nota precedente. 

(2) È il luogo citato nella nostra nota li. 

(3) V. alla nostra nota 48 e altrove in questo capitolo. 

(4) V. op. e l. cit. 



— 11 — 

pellativo di maestro conferito da Dante al nostro fosse qualche 
cosa di più concreto che un semplice, sebben solenne, enco- 
mio (1). Egli del resto con quella sua frase « poetarum hetrusco 
Carmine facile princeps » non fa che ripetere, pur variando 1' espres- 
sione, che il vanto maggiore del Guinizelli era quello di aver pri- 
meggiato fra i poeti toscani ; donde era facile trar la conseguenza 
eh' ei doveva esser nato e vissuto sicuramente a Firenze. 

Queste, a mio credere, e non altre le ragioni che possono avere 
spinto, magari 1' uno indipendentemente dall' altro, quei tre stu- 
diosi a proclamar Firenze patria del Guinizelli. Costoro invero, 
ancorché fossero gli unici a dir questo, non furon però i soli a 
dichiarar che Bologna non doveva essere stata il suo luogo di nascita. 

Molti infatti conosceranno almeno il nome di Celso Citta- 
dini che, nato in Roma nella seconda metà del secolo XVI, fu 
professore di lingua e letteratura (( toscana )> a Siena e visse fino (2) 
al 1627. Egli, oltre aver composto rime platonicamente amorose 
che uscirono nel 1585 con sue proprie « sposizioni », pubblicò 
anche nel 1604 le Origini della volgar toscana favella in cui sem- 
bra non abbia fatto altro che affastellar malamente alcune delle 
scritture grammaticali del Tolomei, sulle quali potè metter le 
mani (3). Comunque ei fu stimato molto saggio a' suoi tempi 
e profondo nella conoscenza delle nostre discipline, tanto che 
non sdegnò averlo maestro lo stesso granduca Cosimo II de' Me- 
dici, uomo di gusto e dottrina notevoli e gran protettore di let- 
terati e di artisti (4). Ebbene, se per taluni 1' autorevole rino- 
manza del Cittadini è andata a poco a poco diminuendo ed 
estinguendosi col proceder de' tempi, lo stesso però non è parso 
ad un moderno critico e filologo valentissimo. Poiché vediamo 
che U. A, Canello non esita a proclamar lui « dottissimo » e a 
ritenerlo molto competente in questioni di antica nostra lettera- 
tura ; ed in un suo brevissimo articolo osserva che il Cittadini in 
una noticina aggiunta alle « Prose del Bembo » (6), dove quest'ul- 
timo dice che il Guinizelli è bolognese, ribatte secco secco « era 
pisano » (6). 



(1) Anche il Fantuzzi (v. in seguito Notiz. degli scrittori bologn.^ 
pag. 345 sg. ) aveva notato 1' errore del Landino e del Poccianti nel ri- 
tenere il G. maestro di Dante, il che è falso. 

(2) G. Garollo, Dizionario biogr. universale. Voi. I. Milano, Hoepli,1907. 

(3) V. Flamini, Il Cinquecento. Milano, Vallardi a pag. 135-6. 

(4) A. Belloni, Il seicento. Milano, Vallardi, a pag. 16. 

(5) V. C. Cittadini, Opere. Roma, 1721, pag. 354. 

(6) V. r articolo già cit. in « Rivista di Filologia romanza ». Roma, 
1875, voi. II, pag. 116. 



— 12 — 

Stando dunque alle parole del Canello parrebbe che il Cit- 
tadini credesse bensì che il Guinizelli fosse stato di Pisa, ma nep- 
pur lui ci lasciasse sapere, né lì né altrove, come mai egli avesse 
acquistato tale convinzione. Ma basti a noi rilevare il fatto che 
sulla fine appunto del '500, o al più tardi nei primi anni del '600, 
sempre però a non molta distanza dall' epoca in cui il Poccianti 
aveva pubblicamente asserito essere il Guinizelli fiorentino, un 
altro erudito uscì a dire che il Guinizelli invece era proprio pi- 
sano. Per quali motivi poi il Cittadini si fosse deciso per una tale 
opinione, ripeto, non si sa ; ed era proprio del tempo e dello scrit- 
tore in ispecie affacciare e sostenere un' ipotesi senza suffragarla 
delle debite prove o citarne le fonti legittime. Nondimeno tali 
prove ci sono state, per quanto indirettamente, fornite dal Ca- 
nello, il quale nell' articolo citato mostra di aver potuto intuire 
le ragioni per le quali il Cittadini si sarebbe deciso a quella tale 
affermazione. Egli infatti nota che, dietro 1' asserzione del Cit- 
tadini già di per sé stessa autorevole per la grande erudizione del 
medesimo, é sorto anche in lui il dubbio che il Guinizelli, contra- 
riamente a ciò che si crede oggi, fosse nativo o almer^o oriundo 
di Pisa. E continua facendo osservare (il che ci sembra anche 
più strano) come ad accettare quella opinione dell' erudito senese 
ci potremmo e dovremmo indurre anche tutti se tenessimo conto 
che le poesie del nostro sono scritte in toscano ; ond' ei si domanda 
con ingenuità eccessiva : « come si spiega ciò a quell' età ? ». 

Fa meraviglia, dico, che un uomo della dottrina del Canello, 
a proposito della patria di un antico scrittore, intorno alla quale 
per di più quasi tutti si accordano, voglia d' un tratto annul- 
lare la credenza più nota e sostenga una cosa inaspettatamente 
diversa, solo perchè così ha detto un borioso professore del sei- 
cento ; e tanto più fa meraviglia il vedere com' egli a difesa di 
questa ipotesi, che incomprensibilmente favorisce, citi come prova 
la lingua toscana usata dal Guinizelli nei suoi scritti. 

O che, gli si potrebbe domandare, lingua toscana nel dugento 
si parlava e scriveva soltanto in Pisa o da Pisani ? Mal dimo- 
strerebbe di conoscere la genesi e lo sviluppo della nostra lingua 
letteraria chi volesse sostenere una simile teoria. Della quale 
poi tanto più evidente risulta la inconsistenza qualora si pensi 
a quanto anche i primi e più elementari precetti della critica 
moderna ci suggeriscono : di andar cioè molto cauti nello sta- 
bilire r origine o la patria di un antico scrittore, un dugentista 
in ispecie, basandoci esclusivamente sulla lingua eh' egli può 
avere usata per comporre le sue opere. E chi ha mai pensato, 
o almeno detto, che il mantovano Bordello e Bartolomeo Zorzi 
e Rambertino Buvalelli e tanti altri fossero nati a Marsiglia o 
Tolosa o comunque di là provenuti solo perchè poetarono in 



— 13 - 

provenzale ? (1). Non è forse ormai riconosciuto da tutti che 
perfino di quella schiera di poeti, la quale è nota col nome di 
Scuola Siciliana, quasi nessuno fu veramente siciliano, ancorché 
tracce di dialetto siciliano si possano riscontrare nelle loro rime ? 
e non si sa che ad essa appartennero Giacomino pugliese, Pier 
della Vigna da Capua, Rinaldo d' Aquino ed altri nati e vissuti 
nel continente ? Sarebbe bella davvero che di punto in bianco 
si pretendesse di cambiare la patria anche a quegli scrittori, dei 
quali la conosciamo con maggior sicurezza, solo perchè riflettes- 
simo che è loro piaciuto di scrivere in una lingua piuttosto che 
in un' altra, e che un bel giorno qualcuno venisse a dirci che il 
Goldoni p. es. dev' esser nato in Francia perchè ha scritto in 
francese alcune delle sue commedie o per analoghe ragioni si do- 
vessero considerare francesi 1' Alfieri e il D' Annunzio. Quando 
poi si abbia che fare con autori così lontani da noi come appunto 
i nostri del dugento, le precauzioni non saranno mai troppe ; e 
chiunque, s' intenda pur poco di critica, sa bene quanto sia pe- 
ricoloso ed incerto stabilirne la nascita, la provenienza o 1' ori- 
gine appoggiandosi unicamente alla lingua o al dialetto da essi 
usati nei propri scritti. Poiché è noto che di quasi nessuno scrit- 
tore del sec. XIII ci rimangono opere autografe e che tutto quanto 
oggi ne possediamo è passato per le mani di numerosi copisti, 
i quali ne hanno con molta probabilità, anzi con certezza, alterate 
la dizione e grafia primitive. E chi e' è che non sappia come gli 
scritti di Dante (2) e dei dugentisti minori ci siano pervenuti 
attraverso le trascrizioni di vari amanuensi, in gran parte to- 
scani, i quali naturalmente avranno tolto dai testi originari quello 
che vi era di piìi spiccatamente caratteristico e vi avranno so- 
stituito forme ed espressioni proprie del loro particolare dia- 
letto ? Così è accaduto dei Siciliani (3), così dev' esser successo 
anche delle poesie del Guinizelli. 

Quanto dunque sia fallace ed assurdo il ritenere che, perchè 
quelle ci appaiono scritte in dialetto toscano, toscano debba 
esserne stato 1' autore, lo vedono tutti. E quand' anche si voglia 
ammettere che i carmi del Guinizelli possano costituire un' ecce- 
zione e ci rappresentino la scrittura originale quale fu data e vo- 



(1) V. O. ScHULTZ, Die Lebensverhdltnisse der ital. Trobadors, in a Zeits- 
chrift f. rom. Phil. », VII. 177 sgg. 

(2) V. G. Vandelli, U edizione critica della Div. Commedia, in appen- 
dice a G. Mazzoni. Avviamento allo studio critico delle lettere italiane. 
II ediz., Firenze, 1907, pag. 225 e sgg. 

(3) V. A. Gaspary, La scuola poetica siciliana, in « Stor. d. letter^ 
ital. » tradotta da N. Zingarelu (voi. I), pag. 59. 



— 14 — 

luta dallo scrittore, possiamo forse per questo concludere eh' ei 
debba essere stato pisano ? Allora per le medesime ragioni si 
potrebbero credere e dire pisani e Dante stesso e Jacopone da 
Todi e Federico II e Guittone del Viva e Chiaro Davanzati e 
quanti altri sullo scorcio del dugento scrissero e poetarono nel 
volgare del sì (1). E perchè, se vogliamo contentarci delle prove 
forniteci dalla lingua, non diciamo piuttosto che il Guinizelli, 
dacché ha scritto in toscano, dev' essere stato fiorentino ? Ma 
allora questa, che pareva una questione nuova, si risolve e rien- 
tra neir altra di cui abbiamo già parlato. Ricordiamo però 
eh' essa è dimostrata erronea come priva di qualsiasi fondamento 
concreto e basata, secondo ogni probabilità, sulla falsa inter- 
pretazione di un noto passo dantesco. È quindi facile concludere 
che ambedue quelle ipotesi, sia che si considerino analoghe e 
collegate fra loro sia che indipendenti 1' una dall' altra, appaiono 
naturalmente poco probabili e destituite d' ogni attendibilità. 

Detto così di quelli che in epoche più o meno remote hanno 
avuto della patria del Guinizelli un concetto diverso dall' attuale, 
veniamo a parlar di coloro che, pur in tempi passati, hanno con 
miglior criterio pensato e affermato pubblicamente eh' egli è 
proprio nato a Bologna. 

Già nella seconda metà del sec. XIV troviamo non uno sol- 
tanto, ma ben sei commentatori della Commedia i quali nel 
ricordato 26 '^ del Purgatorio, parlando del massimo Guido, con- 
cordano nel dirlo bolognese. Più notevole è poi il constatare che 
nel loro numero si trovano i più autorevoli e stimati fra gli an- 
tichi illustratori del poema dantesco, quali Jacopo della Lana 
e Benvenuto da Imola ; tanto che la loro testimonianza anche 
da sola può dar gran valore ed importanza all' asserto. Ed in- 
vero r esser quella opinione sostenuta da una siffatta maggio- 
ranza di eruditi, che sono anche i più universalmente apprezzati 
e censurati solo di rado, può fin da principio conferire alla teoria 
del Guinizelli bolognese una tale superiorità rispetto alle altre 
•da non temere confronti. Il vedere infatti che sì gran numero 
di studiosi, in epoca tanto vicina alla esistenza del nostro, non 
€sita a indicarne la patria e concordemente lo proclama bolo- 



(l) Un' altra prova che il G. non può essere stato pisano 1' abbiamo 
nel fatto, già rilevato dal Monaci {Da Bologna a Palermo in « Antolo. crit. » 
pag. 231), che i rimatori pisani fioriti da Guittone a Dante si distinsero 
tutti come i più fanatici imitatori delle stramberie guittoniane. Se il G. 
fosse stato pisano, avrebbe anch' egli fatto così ; ma egli non lo ha fatto 
e quindi non dev' essere stato pisano. 



— 15 — 

gnese fa naturalmente capire che la loro non doveva essere un' ipo- 
tesi né un'utopia, ma una credenza solidamente basata sulla 
realtà. 

Di tutti i trecentisti dunque uno solo, Francesco da Buti, 
ritiene il Guinizelli fiorentino, e tutti gli altri, eh' io sappia, lo 
sostengono bolognese : che vuol dir ciò ? — Ciò significa chiara- 
mente che, se fin dal sec. XIV la maggior parte dei dotti pen- 
sava eh' ei fosse nato a Bologna, siccome di solito la maggioranza 
ha ragione, poco resterebbe a dubitare circa la patria del no- 
stro. Ma vedremo meglio in* seguito come a conferma di tale 
opinione altre e più gravi ragioni si possano addurre. 

Ora è bene osservare che anche quest' altra tradizione, che 
fa del Guinizelli un bolognese, non soltanto non si estingue su- 
bito, ma neppur s' interrompe e perdura invece anche nei secoli 
successivi e noi la vediamo sempre, fino ad oggi, sorretta e con- 
fortata da sì gran numero di prove e concordia di voti che fa 
necessariamente una grande impressione a chiunque. 

Tralasciamo pertanto d' indagare che ne pensassero (se pur 
qualcuno se ne occupò) nel sec. XV, quando cioè i presuntuosi 
umanisti consideravano Dante poeta dei ciabattini (1) oppure 
introducevano nei loro commenti, come p. es, il Landino (2), 
un intento individuale non del tutto rispondente all' obiettività 
dell' assunto ; e venendo al secolo XVI, pari per la splendida 
fioritura delle lettere e delle arti all'età di Augusto e di Pericle, 
troveremo che una e concorde è la voce dei dotti circa la patria 
del nostro ed ognuno o lo dichiara apertamente bolognese o taci- 
tamente lo riconosce tale. Già lo stesso avea detto, in pieno se- 
colo XV, Leonardo Bruni (3) ; ma nel '500 poi furono addirit- 
tura innumerevoli coloro che la pensarono egualmente. Di tutti 
basti qui ricordare Pietro Bembo (4), il Tassoni (5) e Bernar- 
dino Daniello (6), a cui altri se ne potrebbero aggiungere. La 
medesima convinzione sembra che allora avessero non solo i 
letterati più celebri, ma anche i più oscuri studiosi, dacché ve- 
diamo che anche un ignoto commentatore della canzone Al cor 
gentil ripara sempre Amore, nel dedicare il lavoro al proprio mae- 



(1) V. Gaspary, Stor. leu. ital.. Voi. II. p. ], trad. Rossi, pag. 170. 

(2) V. quanto abbiamo detto più indietro in questo stesso capitolo. 
(:}) Nella Vita di Dante. 

(4) Nelle Prore il luogo cit. impugnato dal Cittadini. 

(5) Considerazioni sopra il Petrarca. 

(fi) La Div. Com. con V esposizione di m. B. Daniello. Venezia, 1568 ; 
e. 26 « Purg. )). 



— ir, — 

stro Pietro Testa, dice d' aver preso a interpretare la poesia 
dell' antico Guido Guinizelli bolognese (1). 

Lo stesso accade nei successivi secoli XVII e XVIII, nei 
quali quanti si accuparono di antica nostra letteratura tutti con- 
vennero nel ritener bolognese il Guinizelli. Tra questi (per citar 
solo quelli che mi vengono alla mente) ricorderò il Gravina (2), 
il Redi (3), il Crescimbeni (4), il Quadrio (5), il Tiraboschi (6) 
e il Fantuzzi (7) ancora che tante e così preziose notizie ha lasciato 
per noi. E pur del sec. XIX possiamo ben ripetere che anche 
allora gli studiosi gareggiarono nell' affermare lo stesso ; poiché 
è noto che i letterati dell' ultimo secolo scorso, avendo avuto 
occasione, o come illustratori di Dante o come storici della no- 
stra letteratura piìi antica, di parlare del Guinizelli, tutti indi- 
stintamente e concordemente lo proclamarono bolognese. Infatti, 
già all' aprirsi del secolo, tale lo dichiarò U. Foscolo (8) in uno 
dei Discorsi sulla lingua italiana e tale lo ripeterono a breve di- 
stanza di tempo il Settembrini nelle sue Lezioni di letteratura 
italiana (9) e il De Sanctis nella Storia della letteratura italiana (10). 
Così pure poco più tardi mostraron di credere il Carducci, che 
in più luoghi delle sue opere ne porge larga testimonianza (11), 
il Nannucci (12), il Bartoli, il Gaspary ed altri più recenti ancora 
come il Torraca, il Rossi, lo Zingarelli (13), i quali hanno continua- 
to a scrivere in questo senso fin proprio a questi ultimi anni. E 
contemporaneamente una lunga e gloriosa schiera d' interpreti di 
Dante, che s'inizia col Lombardi (14) e annovera il Tommaseo, 



(1) T. Casini, Appunti guinizellianì in « Propugnatore » N. S. Tom. I., 
p. I, pag. 447 sgg. 

(2) Della ragion poetica ecc. 

(3) Annotazioni al Bacco in Toscana. 

(4) Comment. della volcjar poesia. 

(5) Storia e ragione cf ogni poesia. 

(6) Storia d. letter. d' Italia ; Tom. 4. 

(7) Notizie d. Scrittori bolognesi. Bologna, 1784, voi. IV, p. 345. 

(8) Il 2" in Lezioni d' eloquenza, discorsi, ecc. Sonzogno, p. 244. 

(9) Napoli, 1868. 

(10) Napoli, 1870. 

(11) V. p. es. il Discorso II sullo Svolgimento della Letteratura nazionale, 
e il voi. XVIII delle Opere, dove parla « Di alcune poesie popolari di Bo- 
logna », ecc. 

(12) V^. Nannucci, Manuale della letter del I sec. Firenze, 1878; voi. I. 

(13) Per questi ultimi v. in generale» i loro più noti lavori di critica 
e storia letteraria. 

(14) La Dir. Cam. di D. AL, col cumuu^iito di B. Lombardi. Roma, 1791. 



- 17 — 

il Ferrazzi, il Fanfani e lo Scartazzini, procedeva di pari passo 
nella identica affermazione. 

Dove trovare maggiore e più significativa concordia ? 

Può dunque ammettersi che questa tradizione, egualmente 
antica della prima bensì, ma affermata sin da principio con evi- 
dente maggioranza di voti e non interrotta giammai, come in- 
vece a quella è accaduto, e perpetuatasi attraverso i tempi e im- 
postasi ai nostri giorni come l'unica vera e indiscussa ; può ammet- 
tersi, chiedo, che questa tradizione così concorde e plausibile rap- 
presenti r errore ? È mai possibile che tanti e così famosi lette- 
rati abbiano sempre errato ed altri perseverino tuttavia nell' er- 
rore, o non è piuttosto probabile che sbaglino quei pochi che a 
varie, ma isolate riprese, senza allegar prova alcuna, hanno so- 
stenuto il contrario ? Mi pare che 1' opinione di questi ultimi, so- 
lochè fosse sembrata un po' più razionale e verosimile ed avesse 
offerto anche un debole appiglio alla sua difesa, non avrebbe 
tardato a trovare chi cercasse di farla rivivere e la sostenesse 
e predicasse verace. Ciò non è avvenuto, ammenoché non si 
voglia dare importanza eccessiva allo scrupolo del Canello ; e 
quindi tutto e' induce a credere che maggiori probabilità di 
esser vera le ha 1' altra diffusa largamente fra gli antichi e mo- 
derni studiosi. Vi sono però ben altre prove che possono persua- 
derci anche meglio della verità di questa teoria ; fra le quali non 
ultima quella appunto della lingua in cui troviamo scritte le poesie 
del Guinizelli. 

Già ebbi a notare (1) quanto sia fallace il pretendere di ri- 
cavar dagli scritti di un dugentista elementi linguistici che ne 
attestino la provenienza e 1' origine ed aggiunsi perfino che male 
a proposito altri hanno creduto di poterlo fare. Ora, io non intendo 
già di ritirare quelle mie parole, ma solo di meglio chiarirne la por- 
tata per giungere non incoerentemente ad una conseguenza che 
sia logica e giusta. Torno dunque ad insistere che è bensì opera 
di mal cauto od inesperto voler ricavare 1' origine d' uno scrittore 
antico dalle tracce dialettali prevalenti nelle opere sue ; ma, pur 
dato come eccezione che di questa regola nel nostro caso si debba 
o si possa non tener conto, è un fatto che, contrariamente a quanto 
è parso al Canello, nelle liriche del Guinizelli, oltre e più che ele- 
menti di dialetto toscano per varie ragioni trascurabili, se ne tro- 
vano invece di bolognese. 

Chi prenda infatti ad esaminare il piccolo Canzoniere di lui, 
quale presentemente lo abbiamo, ed osservi le parole e le frasi 



(!) V. poche pagine innanzi in questo stesso cap. a proposito della 
opinione del Canello. 



— 18 — 

che più spesso vi occorrono, vi noterà subito espressioni e costrutti 
che, se non sono bolognesi addirittura, hanno pur molto di bo- 
lognese in sé. Io invero ho potuto rintracciarvi molti segni di 
questo dialetto, alcuni dei quali specialmente nessuno vorrà di- 
sconoscere. Tali, per es., a tacere di molti altri meno sicuri, le 
parole saver e savor per sapere e sapore, trono per tuono, voi' per 
voglio, cappuzzo per cappuccio, tuzzo per Contuccio (v. il son. 22 
V. 5), nuviloso per nuvoloso, ara per avrà, calura per caldo, intisa 
per intesa e tante altre che ogni volenteroso potrà trovare anche 
da sé. Queste parole tutte, pur essendo passate per le mani di 
diversi copisti, non hanno completamente perduto il loro carattere 
e suono originario e, per quanto alterate e adattate alla grafia 
toscana, rivelano la primitiva pronunzia bolognese. Oltre a queste 
semplici ed isolate parole, vi si riscontrano anche espressioni e 
frasi più complete, come per es., a ste tempeste, for n%isura e la 
parola spr occhi, le quali nessuno vorrà dire che siano parole e 
frasi toscane, ma tutti dovranno riconoscere che piuttosto somi- 
gliano o si possono identificare con modi di dire ancora vivi nel 
dialetto di Bologna. Ecco come si potrebbe dimostrare, se (ben 
s' intende) si volesse tener conto dell' elemento linguistico, che 
anche sotto quest' aspetto 1' origine bolognese del Guinizelli ri- 
sulta sensibilmente confermata. 

Ma rivolgiamoci a Dante, che può considerarsi testimone 
autorevohssimo a questo riguardo, e vedremo com' egli stesso 
in qualcuna delle sue opere ci faccia chiaramente intendere 
di qual paese ritenesse nativo il maestro della nuova poesia. Nel 
già ricordato canto 26" del ■ Purgatorio egli parla bensì e a 
lungo del Guinizelli ed anzi ne introduce lo spirito a ragionare 
di questioni letterarie e morali, ma non è certo quello, di tutti 
gli scritti danteschi, il luogo che meglio risponde al caso nostro, 
perchè ivi purtroppo 1' anima del poeta, completamente spiritua- 
lizzata, appare come dimentica e priva di ogni attaccamento 
alla terra e non ricorda né nomina affatto la patria. Ma in altri 
luoghi sparsi, più che nella Commedia, nelle Opere minori di 
Dante e che hanno per il nostro intento ben maggiore interesse, 
troviamo accenni di particolare importanza. Ivi il nome del Gui- 
nizelli, frequentemente citato, si legge quasi sempre seguito o 
preceduto dai nomi di altri poeti bolognesi, quali per es. Onesto 
di Bonacosa e Guido Ghisilieri. Ora, domando io : può darsi 
che una tale disposizione di parole costantemente osservata dal- 
l' Alighieri sia meramente casuale ? o non è piuttosto da ritenere 
che nella mente di lui i nomi dei poeti bolognesi minori richiamas- 
sero, per naturale associazione di idee, quello di chi fra loro era 
giudicato il più grande ? Dunque, anche da questa semplice os- 
servazione si potrebbe concludere che Dante conosceva il Gui- 



— 19 — 

nizelli per bolognese. E chi lo poteva sapere con maggior sicu- 
rezza di lui, che del Guinizelli fu quasi coetaneo e dal suo esem- 
pio, in gran parte, fu tratto allo studio della rinnovata poesia ? 
È mai possibile che sia stato ingannato anche Dante e che già 
al tempo suo non si fosse più sicuri della patria di quel grande ? 

Ma e' è, oltre quelli fuggevolmente accennati, un luogo 
nelle opere minori dell' Alighieri che toglie ogni incertezza. 

In un punto del De vulgari eloquio (1) Dante, dopo aver 
parlato in generale dei vari dialetti municipali e in particolare 
del bolognese, osserva che, se questo non fosse stato povero dei 
carattero di lingua aulica ed illustre « maximus Guido Guinicelli, 
Guido Ghiselerius, Fabricius, et Honestus, et alii poetantes Bo- 
noniae numquam a primo divertissent etc... ». 

Chi ponga mente a questo passo e rifletta che qui non sol- 
tanto, come altre volte accade, il nome ^el Guinizelli è unito 
a quelli dei poeti bolognesi contemporanei, ma vi è aggiunta 
anche la frase et alii poetantes Bononiae, non esiterà più a credere 
che r Alighieri ha saputo con sicurezza e con sicurezza ci ha 
tramandato che il suo grande predecessore era proprio nato a 
Bologna. 

Queste debbon parere valide prove e sufficienti a dimostrare 
che la teoria del Guinizelli bolognese è, oltreché più accreditata, 
anche più giustificabile e più logica delle altre due le quali, sps- 
cialmente in confronto con essa, riescono molto deboli e invero- 
simili, quindi poco sostenibili e tanto meno accettabili. Di esse 
la prima, che vuole il Guinizelli fiorentino, abbiamo già visto 
come non abbia origine da alcun fatto reale e derivi presumibil- 
mente da erronea o non completa cognizione delle opere dante- 
sche. La seconda, che suggerisce colla timidezza del dubbio che 
il Guinizelli potrebbe anche essere stato pisano, si può conside- 
r^ire piuttosto come una sottile congettura da erudito o, al più, 
citare a puro titolo di curiosità poiché 1' unica base in cui si ap- 
poggia abbiamo già dimostrato (2) esser tutt' altro che solida 
e persuasiva. Non resta quindi che 1' ultima la quale, son certo, 
parrà a chiunque la migliore di tutte e la più accettabile sotto 
ogni riguardo. E chi ardirà impugnarla solo che si ricordi com' essa 
fu professata dai più, dai più antichi e autorevoli illustratori della 
Commedia ? e rifletta che, nel corso dei tempi, ella é sempre ap- 
parsa come la più nota e universalmente diffusa ed é tuttavia 
approvata e condivisa da quasi tutti gli studiosi (3). E, se pure 



(I) Libro I, cap. 15. 

^2) Si veda, poche pagine indietro la questione sugli elementi linguistici. 

(3) Vedine i nomi e le opere poc'anzi citate. 



— 20 — 

qualcuno volesse, per decidersi, tener conto degli elementi lin- 
guistici, non abbiamo già veduto come anche da questi la mede- 
sima risulti piuttosto confermata che no ? Inoltre, dal momento 
che Dante stesso in vari luoghi delie sue opere ha fatto intendere 
ed in uno soprattutto ha detto espressamente che il Guinizelli 
fu bolognese, chi vorrà, ora e poi, sostenere il contrario ? 

Stabilito così o, meglio, confermato che la patria del nostro 
non può essere stata che Bologna, passiamo, come ci siamo pro- 
posti, ad esaminare la sua storia nella prima metà del Dugento 
perchè dalla descrizione dei pubblici avvenimenti piìi chiaro si 
delinei 1' ambiente nel quale il nostro poeta è nato e cresciuto. 

E venendo senz' altro a dire delle vicende politiche, ricor- 
deremo come all' aprirsi di quel secolo Bologna continuava la 
gloriosa tradizione iniziata nel precedente allorché, seguendo il 
nobile esempio d' altre città settentrionali, unitasi in lega coi 
liberi comuni di Lombardia, aveva fieramente contrastato il passo 
e rifiutato 1' omaggio ai prepotenti Hoenstaufen ; ora, facendosi 
scudo della fazione guelfa e simulando soggezione al pontefice, 
essa mirava a rafforzare il Comune e a dargli, sotto ogni rispetto^ 
incremento. Questa, in generale, la linea di condotta seguita dai 
Reggitori e dal popolo all' inizio del Dugento, e si può render- 
sene conto più esatto pensando a quanto contemporaneamente 
avveniva in tanti altri municipi italiani. Ciò che a Firenze ac- 
cadde solo alla fine del secolo cogli ordinamenti di Giano della 
Bella era già avvenuto nella sua prima metà a Bologna, dove 
appunto vediamo che allora si mirava a questi scopi : ad abbat- 
tere, al di fuori, 1' autorità imperiale e accrescere 1' autonomia 
del Comune, e a diminuire sempre più, all' interno, la tracotanza 
dei nobili ghibellini o ghibellineggianti limitandone i diritti anche 
al di sotto di quelli del popolo grasso, nelle mani del quale ormai 
si cerca di ridurre a poco a poco la somma dello cose. 

Questa politica ostile ai presunti diritti dell' Imperatore e 
dei suoi fautori si andava naturalmente estrinsecando in ogni 
genere di lotta aperta o nascosta : si costringevano i più po- 
tenti, e perciò temuti, feudatari ad abitare entro le mura ur- 
bane, a rinunziare ad ogni privilegio e iscriversi in una delle arti 
o delle armi cittadine, si combattevano frequenti scaramuccio 
colle vicine città emiliane e romagnole che parteggiavano per 
r imperatore, si cercava di estendere in ogni modo il territorio 
del Comune ed agevolarne così lo sviluppo a danno dei Comuni 
limitrofi e si rafforzavano, come meglio si poteva, le terre e i ca- 
stelli di confine. Quasi a conclusione ed epilogo di tutti questi 
atteggiamenti e propositi bellicosi e delle varie, ma non mai di- 
sastrose, battaglie abbiamo poi, circa la metà del secolo, la ca- 
tastrofe imperiale alla Fossalta, episodio moralmente importan- 



-al- 
tissimo ma in realtà quasi privo di conseguenze notevoli, ove 
Enzo Re di Sardegna, caduto da cavallo nel furor della mischia 
e attorniato dai nemici, dovette arrendersi ai Bolognesi il 26 mag- 
gio 1249 (1). Questo giovane e infelice figlio di Federico II, dopo 
essere stato trattenuto in duro carcere a Castelfranco d' Emilia 
e nel castello di Anzola fino al 24 di agosto dello stesso anno, 
venne in quel giorno accompagnato a Bologna, dove intanto 
gli era stata preparata la residenza definitiva. 

Chi vuol farsi un' idea del tripudio col quale il popolo bo- 
lognese accolse il re prigioniero entro le mura della città, legga 
gli antichi cronisti, di uno dei quali (2) non posso fare a meno 
di riferire le efficaci parole : « Et prima » ei dice « furono ornate 
« tutte le vie di verdeggianti rami d' alberi, con panni d' arazzo. 
'< Poi tutto il Senato coi cittadini si addobbarono di ricche vesti 
«e parimenti fecero le donne.... Prima successero li trombetti 

« sonando alla battaglia, poi seguitavano alcune squadre di ca- 
ci valli leggieri. Dopo loro venivano li fanti a piedi, coronati 
« di quercia a cinque a cinque, con li tamburini et loro bandiere 
(( strascinando le bandiere pigliate de' nemici nella battaglia die- 
i< tro loro per terra, e portando le spoglie acquistate.... Dietro 

« alli fanti era tirato il carroccio tutto ornato, insieme con li buoi 
uè col bifolco, di scarlatto ;... seguivano il carroccio i prigionieri 
«legati due a due, e ultimamente il re Enzo sopra un muletto.... 

« e tanta era la moltitudine del popolo raunato nell' entrata della 
« porta della città per vedere questo trionfo, che non potendo 
« passare i soldati, fu necessario che i Confalonieri del popolo 
«colle mazze facessero far largo...... Era il trionfo, come ben 

dice lo storico, della borghesia e della democrazia nuove dei Co- 
muni italiani sopra la violenza e prepotenza mal tollerata dell' Im- 
peratore e dei nobili ; era la vendetta, tarda ma giusta, del po- 
polo italiano contro la rabbia teutonica (3) ormai troppo a lungo 
accampatasi nel giardin dell' imperio. Solo è da lamentare che 
vittima di queste nobili ire popolari e civili fosse un innocuo 
giovinetto biondo e gentile, condannato a consumare in lenta 
prigionia, nel Palazzo del Podestà, i suoi verdi anni e a morirvi, 
anzi tempo, nel 1272. 

Oltre a queste lotte esterne contro i nemici maggiori della 
libertà municipale, altre né meno importanti si svolsero anche 
neir interno della città fino ed oltre alla metà del Dugento. I 



(1) L. Frati, La prigionia del Re Enzo a Bologna. Zanichelli, 1902. 

(2) Fra Leandro Alberti, Libro I della Deca 2" dell' Historia di 
Bologna. Bologna, 1588. 

(3) Petrarca, Canzone air Italia, v, 35. 



— 22 — 

Guelfi e i Ghibellini anche qui, come altrove a quel tempo, si 
laceravano scambievolmente e cercavano di sopraffarsi 1' un 1' al- 
tro ; è perciò interessante vedere donde mai fossero sorte queste 
divisioni in Bologna e quale particolar carattere vi andaron man 
mano assumendo. I Guelfi e i Ghibellini in Bologna cominciarono 
a distinguersi, secondochè narra il Savioli (1), fin dall' anno 1217 
quando, in occasione della partenza di crociati bolognesi per la 
Palestina, si formarono di essi due schiere, in una delle quali si 
posero i primi e nel]' altra i secondi. Ed essendosi eletto per con- 
dottiero i Ghibellini Bonifacio dei Lambertazzi e i Guelfi Ba- 
ruffaldino dei Geremei, presero per loro titoli quei due cognomi 
e li conservarono non soltanto per tutto il tempo dell' impresa, 
ma anche dopo il loro ritorno in patria. Così quei due nomi, sì 
tristamente celebri in seguito, vennero a identificarsi coi due" 
partiti degl' imperiali e dei papalini bolognesi o, meglio, a ce- 
lare sotto quella parvenza le fazioni e le lotte interne della città 
e cioè r alternata supremazia o della prepotenza feudale o delle 
innovazioni democratiche della mercanzia cittadina. 

Già nel 1228 avviene, grazie ali' energica iniziativa di Giu- 
seppe Toschi, un moto popolare (2) : i membri delle arti inva- 
dono il palazzo del Podestà e impongono alla Signoria i Consoli 
del cambio e della mercanzia e delle altre associazioni e corpo- 
razioni, i quali vengono ammessi a far parte del governo col 
nome di Anziani. E la prima e piti importante vittoria del popolo. 
Di questo popolare trionfo seppero abilmente giovarsi i nobili 
Guelfi e i Geremei che, simulando di condividere e appoggiare 
la causa del popolo, miravano a servirsi di esso per raggiungere 
il predominio nella città e opprimere i Lambertazzi, loro nemici. 
Tanto che d' ora in poi, a quanto ne dice il Ghirlandacci (3), 
le lotte tra le fazioni vanno così aumentando d' intensità e di 
frequenza che contribuiscono a dividere le famiglie, a disperdere 
le ricchezze, a compiere delitti e stragi anche tra consanguinei, 
ad accrescere le vendette, i saccheggi e gì' incendi a danno dei 
propri rivali ed a riempire tutta quanta la città di squallore e 
di morte. Le guerre fratricide fra Geremei e Lambertazzi si riac- 
cendono a pili riprese e sempre con maggiore accanimento e in- 
ducono più d' una volta lo stesso Podestà a intervenire e por 
fine, con matrimoni e con bandi, a sì pernicioso disordine. In- 
tanto il popolo va sempre più guadagnando terreno e nel 1245 



(1) Savioli, Annali di Bologna, III, 1, 365. 

(2) V. Vitale, Il dominio della parte guelfa in Bologna. Bologna, 1902,. 
pag. 16. 

(3) Ghirardacci, H istoria di Bologna, I, 146. 



— 23 — 

riporta il più completo e definitivo trionfo ottenendo che 1' An- 
zianato venga a costituirsi in magistratura a parte e come con- 
trapposta all' ufficio del Podestà e alla quale solamente il po- 
polo possa partecipare, non essendovi ammesso alcun nobile se, 
rinunciando a tutti i suoi privilegi e diritti, non si fosse già ascritto 
ad un' arte. Lo stesso partito poi acquista anche maggiore e più 
efficace unità nel 1255 quando coli' istituzione del Capitano del 
Popolo si viene a meglio determinare e confermare l' indole de- 
mocratica del Comune. 

È naturale che, favorito da uno sviluppo così rapido e una- 
nime di tendenze liberali e innovatrici, esso acquistasse ogni 
giorno maggior compattezza e vigoria ; non è perciò a meravi- 
gliarsi se appunto in quegli anni Bologna, ad onta delle guerre 
cittadine e delle discordie nobilesche, riuscisse a costituirsi in 
istato libero e forte e fosse capace di procurare serie preoccupa- 
zioni al cupido e ambizioso Federico II. A questo aveva recato 
molestie fin dal 1211 quando a lui, che ancor giovinetto tentava 
di recarsi in Germania, riuscì ad impedire il passo ; a lui ormai 
adulto, potente e minaccioso si ribellò apertamente ' nel 1222, e 
a lui ancora procurò infinita amarezza catturandone, come ab- 
biamo veduto, il figliuolo e rifiutando di restituirglielo mai 
a nessun prezzo ed a qualunque pericolo. 

Tali le vicende politiche di Bologna nella prima metà del 
sec. XIII ; ma non si creda per questo che le condizioni econo- 
miche vi fossero meno che altrove fiorenti perchè anzi il rapido 
affermarsi della cosciente autorità popolare non era altro che 
un' eco ed una conseguenza di quel benessere materiale che molto 
si avvicina all' agiatezza. A questo si aggiunga che la presenza 
in città di tanti signori, costretti dai nuovi ordinamenti ad abi- 
tarvi, non poteva fare a meno d' influire sugli usi e i gusti dei 
cittadini, e si capirà facilmente come in Bologna a quel tempo 
la vita dovesse essere piuttosto raffinata e i godimenti e le sod- 
disfazioni dell' esistenza non del tutto volgari. I nobili natural- 
mente eccitavano la emulazione dei nuovi arricchiti costruendo 
in mezzo e al di sopra delle modeste abitazioni e torri e palazzi 
fortificati e comparendo in pubblico con seguiti numerosi di ca- 
valli, di valletti e di schiavi, dei quali si trovava allora un nu- 
mero grandissimo in Bologna (1). Intanto le ricchezze, che per la 
dimora di tante persone facoltose e grandi e i traffici bene av- 
viati della borghesia affluivano nella città, dovettero insinuare 
neir animo di molti la smania di grandeggiai*© e far pompa del 



(1) L. Frati, La vita privata di Bologna dal secolo XIII al XVII. 
Bologna, 1900, pag. 105. 



- 24 - 

proprio lusso gettando il disprezzo e lo scherno sulla persona 
degli avversari. Ciò si deduce anche dalla prima legge suntuaria 
che già nel 1260 il governo si vide costretto a emanare (1). 

Quelle stesse ricchezze però nelle mani di alcuni meglio pen- 
santi e specialmente delle varie consorterie o associazioni erano 
spese opportunamente in abbellire la città di monumenti e di 
edilìzi pregevoU. Già fin dal principio del secolo precedente la ge- 
niale magnificenza di Gherardo Asinelli e la signorilità emulatrice 
dei Garisendi avevano fatto sorgere quei due miracoli di arte ar- 
chitettonica che sono le Torri famose (2). Ed altre torri e palazzi 
sorgevano contemporaneamente tra cui ricorderemo la Torre detta 
degli Uguzzoni (3) colla sua leggiadra porta acuta e la base an- 
cora esistenti, e la casa Isolani che si può ammirare tuttora e 
costituisce uno dei più bei saggi di costruzione bolognese del 
sec. XIII ; di essa richiamano 1' attenzione le finestre e il por- 
tico formato di travi di quercia sulle quali si appoggia 1' ultimo 
'piano (4). Si apriva intanto quella Curia o Piazza del Comune, 
dove fra non molti anni dovevano levarsi maestosi il tempio 
austero di S. Petronio e il Palazzo pubblico e dove già solenne- 
mente grandeggiava il Palagio del Podestà colla torre merlata 
dell' Arringo (5). Ne scarseggiavano gli edifizi dedicati alla re- 
ligione ed al culto ; che anzi intorno all' antichissima basilica dei 
SS. Pietro e Paolo, allora cattedrale di Bologna, si andava co- 
struendo quel gruppo mirabile di chiese che è noto col mome 
di S. Stefano (6), e al tempo stesso la vetusta chiesa di S. Nic- 
colò delle Vigne si trasformava nel tempio elegante di S. Dome- 
nico (7), a non grande distanza dal quale si stava pure innalzando 
la grandiosa basilica di S. Francesco che, per opera di Fra Gio- 
vanni e dell' architetto Marco da Brescia, incominciata nel 1236, 
fu terminata ed aperta al culto poco dopo la metà di quel se- 
colo (8). Circa in quegli anni medesimi Antonio Orlandi, detto 
il Cicogna, affrescava nel Palagio del Podestà (9) e il grande 
Niccola pisano preparava disegni e progetti per 1' Arca leggia- 



(1) L. Frati, La vita privata ecc., op. e pag. cit. 

(2) A. Venturi, Storia deW arte italiana. Voi. Ili, p. 59. 

(3) C. Ricci, Guida di Bologna. Zanichelli, pag. 111. 

(4) C. Ricci, op. cit., pag. 77. 

(5) C. Ricci, op. cit., pagg. 4 e 5. 

(6) Springer-Ricci, Manuale di storia delV arte. Voi. II. Berga- 
mo, 1906, pag. 419. 

(7) C. Ricci, op. cit., pag. 34. 

(8) A. Venturi, op. e voi. citt., pag. 121. 

(9) A. Venturi, op. e voi. citt., pag. 407. 



- 25 - 

drissima di S. Domenico (1), mentre altri pure si distinguevano 
nella pittura come attestano gli avanzi di dipinti negli archi 
esterni del S. Giacomo che rimontano appunto a quell' epoca ; 
e parimente questa chiesa, ormai condotta a buon punto, co- 
minciava a dar saggio in Bologna del più puro stile romanico (2). 
Accanto alla schiera di pittori veri e propri un' altra né per nu- 
mero né per valentìa inferiore si andava sempre più distinguendo : 
quella cioè dei disegnatori, intagliatori e, soprattutto, miniatori 
o, come dicevasi, alluminatori. Basta ricordarsi di Oderisi da 
Gubbio confinato da Dante fra i superbi nel Purgatorio (3) e 
riflettere eh' ci raggiunse allora, secondochè affermano i cronisti, 
una grande perfezione e divenne maestro di una fiorentissima 
scuola di miniatori bolognesi (4) e non esiteremo a credere eh' egli 
avesse trovato in Bologna il campo più adatto allo sviluppo del- 
l' arte sua. E meglio 1' umile confessione postagli in bocca dal- 
l' Alighieri (5) : 

« Frate, diss' egli, più ridon le carte 
che pennelleggia Franco bolognese : 
r onore è tutto or suo e mio in parte ». 

e r affermazione del Vasari che giudicò le opere di Franco Su- 
periori a quelle dell' Eugubino (6) serviranno a dimostrarci che 
la scuola di Oderisi fu altamente operosa e benemerita in Bolo- 
gna ed i suoi rappresentanti uno più dell'altro gloriosi (7). 

Se così viva e intensa era 1' attività dei Bolognesi nel ec- 
colo XIII e r incremento preso nella loro città dalle arti plasti- 
che, non è da credere che gli studi letterari e scientifici vi fossero 
completamente negletti, ed anzi dovremo riconoscere come an- 
ch' essi fossero in quel tempo coltivati con diligenza incredibile. 

Tutti sanno che già nel sec. XI era colà sorto quel memo- 
rabile Studio, unica ma insigne università italiana, e come anche 
nel successivo vi accorresero in gran numero da ogni parte di Europa 
gli studiosi di giurisprudenza per udirvi glossare le leggi romane 
da quella cattedra che ancora risuonava della voce di Irnerio. 



(1) C. I. Cavallucci, Manuale di Storia delV arte. Voi. II, Firenze, 
1906 ; pagg. 289-290. 

(2) C. Ricci, Ouida cit., pag. 103. 
(.3) Canto XI vv. 74-142. 

(4) A. Venturi, op. cit. Voi. Ili, pag. 457-458. 

(5) Purgatorio, can. XI, v. 82-84. 

(G) G. Vasari, Opere, ed. Milanesi, I, 385. 

(7) A queir epoca appunto si può far risalire la composizione dei 
molti codici splendidamente miniati noti col nome di « Manoscritti di S. Mi- 
chele in Bosco (v. Venturi, op. e voi. citi., pagg. 458-460). 



- 26 — 

Perciò appunto fu tale anche nel sec. XIII 1' affluenza di dotti 
e studenti stranieri in Bologna, eh' ella si poteva considerare 
davvero come un grande centro di cultura non solo italiana, ma 
europea, e il suo studio fu per quel tempo come il grande foco- 
lare onde s'irradiò alle genti di Europa la luce del sapere (1). 
E i Bolognesi furono giustamente così gelosi di questo loro pri- 
mato che, se per un motivo si contennero a lungo dall' abbracciar 
le parti del Papa o dell' Imperatore, ciò fu unicamente per non 
recar pregiudizio alla loro giovane ma fiorente Università (2). 

Lo studio purtroppo non aveva ancora ottenuto una sede 
fissa e i dottori tenevano ora in un luogo ora in un altro le loro 
lezioni ; ma tanto celebri erano dovunque i loro nomi e tanto 
chiara la fama delle opere che già nel sec. XII, com' è noto, Fe- 
derigo Barbarossa rimise al loro autorevole e sapiente giudizio 
la determinazione dei rapporti fra i Comuni italiani e 1' impero, 
e nel successivo il nipote suo. Federico II affidò egualmente ai 
dottori di quello Studio 1' onorevole e non lieve incarico di tra- 
durre in latino le opere filosofiche e fisiche di Aristotele. Ciò indica 
come a Bologna si coltivassero a quell' epoca in sommo grado, 
oltreché le discipline giuridiche, anche quelle filosofiche e che i 
lettori o dettatori di queste fossero non meno esperti e famosi degli 
altri, dacché nella lettera colla quale 1' Imperatore accompagnava 
le opere dello Stagirita, Pier delle Vigne li nominò, per suo or- 
dine, i più illustri maestri di filosofia (3). Tali dovevano essere 
allora considerati Alberigo, emulo di Abelardo nel concilio di 
Soissons, e Lapo da Firenze, che leggeva e insegnava logica e 
fisica, e il cremonese Moneta domenicano lettore di logica e di 
dialettica in Bologna nel 1230 e per n^fama di dottrina celeberrimo, 
sia come filosofo laico, sia come teologo » (4). 

Né punto trascurati vi rimasero gli studi più veramente 'let- 
terari, iniziatore dei quali è, non senza probabilità, ritenuto (5) 
quel Goffredo di Vinesauf inglese che visse fino al principio del 
sec. XIII e fu autore della Poètria nova. Un altro antico maestro 
di lettere rimasto celebre sì per la sua eloquenza come per lo 
spirito naturalmente motteggevole e arguto fu Boncompagno 



(1) T. Casini, La coltura bolognese dei secoli XII e XIII in ■ Giorn. 
Stor. letter. ital. ». Voi. I, 1883, pag. 5. 

(2) SiSMONDi, Storia delle repubblicfie italiane. Capolago, 1831 ; voi. II, 
pag. 350. 

(3) T. Casini, Art. cit., pag 8. 

(4) Casini, op. e l. cit. 

(5) Sarti M., De claris archigymnasii bononiensis profess. a sacc. XI 
usque ad saec. XIV. Bononiae, 1769; t. T, 1, 505. 



— 27 — 

da Firenze, il quale doveva insegnarvi anche nel 1221 se in 
queir anno appunto ebbe a discepolo il cronista veneto, Rolan- 
dino da Parma (1). Contemporaneo e concittadino di Boncom- 
pagno il grammatico fu un altro professore dello studio bolo- 
gnese, maestro Bene da Firenze ; ambedue costoro si distinsero 
assai nel loro insegnamento giacché, com' è noto, furon tenuti 
in conto dei più rinomati maestri dell' epoca (2). 

Ma per farsi un giusto concetto di quali fossero realmente 
le condizioni della vita intellettuale in Bologna durante il se- 
colo XIII è bene tener conto di altri due elementi importantis- 
simi, cioè la letteratura provenzale e quella popolare, le quali 
tanto contribuirono a modificare l' atteggiamento e lo svolgi- 
mento della poesia volgare ed ebbero poi anche sull' opera del 
Guinizelli una notevole influenza. E naturale che fra i vari stu- 
denti accorsi da ogni parte d' Europa vi pra valessero, per nu- 
mero almeno, i Provenzali e i Francesi i quali cercarono di tra- 
piantare in quel loro non sempre breve soggiorno i costumi, la 
lingua e la letteratura della patria lontana. L' opera loro facili- 
tarono e affrettarono i trovatori che in gran numero si trovavano 
nella vicina corte di Ferrara ed agevolmente si potevan recare 
a Bologna, ed i cantastorie girovaghi che tanto insistentemente 
radunavano il popolo ad ascoltare le epiche narrazioni da indurre 
la Signoria a proibir loro di fermarsi a cantare sulle pubbliche 
piazze. 1/ influenza di questa lingua e letteratura provenzale, 
allora così in voga, fu tale che non vi si poteron sottrarre neppure 
gli uomini di scienza, giacché lo stesso maestro Boncompagno, 
come fu notato (3), se ne mostra imbevuto nei suoi trattati sco- 
lastici. Ma un'altra prova anche più evidente di questo fenomeno 
è il fatto che uno dei primi fra gì' Italiani, i quali nel sec. XIII 
scrissero poesie in provenzale, fu appunto un bolognese, Ram- 
bertino Buvalelli (4). Ciò si capisce bene, oltreché dalla lingua, 
anche dall' imitazione costante e completa da lui fatta della lirica 
occitanica in genere e di quella in ispecie del famoso Amerigo 
di Peguilhan, uno dei trovatori ospiti della vicina corte ferrarese. 
E similmente un altro di questi, Peire Raimon de Tolosa, ebbe 
le sue rime tradotte dal pisano Jacopo Mostacci il quale allora 
appunto, secondoché suppone il Monaci, avrebbe dovuto trovarsi 



(1) RoLANDiNi, De factis in Marchia tarvisina in Rerum italic. Script. 

(2) E. Monaci, Da Bologna a Palermo in « Antologia della nostra 
critica letteraria moderna ». Lapi, Città di Castello, 1902 ; pag. 236. 

(3) T. Casini, Cultura op. cit., pag. 23. 

(4) Casini, Le rime provenzali di Rambertino Buvalelli. Firenze, 1855. 



— 28 — 

a studio in Bologna (1). Ivi e a quel tempo sembra pure che lo 
stesso Mostacci abbia stretto amicizia con Pier delle Vigne e Ja- 
copo da Lentino, i quali si trovavano colà per la stessa ragione 
e serbarono traccia anche nelle piti tarde poesie di questo con- 
tatto subito nella giovinezza a Bologna (2). 

L' elemento popolare poi, che deve allora aver concorso a 
modificare notevolmente le tendenze letterarie in quella città, 
era prima di tutto costituito dalla lingua viva del volgo, e di 
questa è a tenere debito conto. Poiché fu già fatto osservare (3) 
come più facilmente che altrove in Bologna potè svilupparsi la 
lirica del Guinizelli non solo per il contenuto scientifico che le 
porgeva lo studio, ma anche per la lingua che ivi, grazie alla vi- 
cinanza del Veneto e della Toscana, potè assai per tempo ripu- 
lirsi dai ruvidi arcaismi e dalle oscure asprezze dialettali e conse- 
guire una considerevole perfezione e precisione di parole e di 
frasi. Dante stesso dà segno di essersi accorto di ciò quando, 
dopo aver biasimato molti dialetti italiani, afferma potersi dire 
che i Bolognesi usassero un linguaggio migliore di altri. Che l'os- 
servazione di Dante fosse giusta lo provano anche le piìi antiche 
scritture bolognesi di quel secolo, come per es. il famoso Sirven- 
tese de' Geremei e de' Lambertazzi, la Cronaca di Pietro Villola 
e tante altre opere di prosa e poesia (4). Accanto però a questi 
antichissimi monumenti della lingua allora usata a Bologna me- 
ritano pure d' esser ricordate, a questo riguardo, il contrasto 
poetico tra la figlia che vuol marito e la madre che le si oppone 
e la ballata delle cognate che si vanno reciprocamente rinfacciando 
i torti coniugali e si ricuoprono 1' una con 1' altra di triviali in- 
solenze (5). Questi due esempi servono benissimo a fare inten- 
dere le tendenze prevalenti e i caratteri più spiccati della poesia 
popolare dugentista a Bologna. 

Tale la condizione di quella città e della sua vita, nelle più 
varie manifestazioni, allorché vi nacque e vi passò la vita Guido 
Guinizelli. 

Riassumendo possiamo concludere eh' ei si trovò a vivere 
in una città divisa e lacerata dalle fazioni, cosa che non potè fare 
a meno d' influire sull' animo suo, ma potè accorgersi che al tempo 
stesso la patria si andava rafforzando al di fuori e liberando dai 



(1) E. Monaci, Art. ciL, pag. 233-4. 

(2) E. Monaci, Art. cit., pag. 233-5. 

(3) E. Monaci, Ah. cit., pag. 239-40. 

(4) E. Monaci, Art. cit., pag. 240. 

(5) G. Carducci, Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei se- 
coli XIII e XIV. Pisa, 1871 : pag. 39 e sgg. 



— 29 — 

maggiori nemici, quali 1' Imperatore ed i nobili, mentre si costi- 
tuiva su salde basi il governo popolare. Egli nasceva in una città 
che non era punto sorda alla voce della bellezza e dell' arte e dove 
ogni giorno si ergevano quei monumenti che dovevano renderla 
bella, oltreché potente, agli occhi dei cittadini, e si sviluppavano 
quelle attività minori dell' ingegno che danno segno non meno 
della civiltà progredita di un popolo e tanto contribuiscono a in- 
gentilirne i costumi. Ch' egli rimanesse insensibile di fronte a tanti 
e sì luminosi esempi di grandezza materiale e morale non c'è nep- 
pur da pensarlo ; quando poi si consideri 1' altezza acuta del suo 
genio si capirà facilmente com' egli di tutto quel prodigioso ri- 
sveglio della sua patria chiudesse nel suo spirito profondamente 
comprensivo e rispecchiasse più tardi nell' opera gentile di poeta 
le due maggiori e migliori emanazioni : la bellezza e la scienza. 



CAPITOLO SECONDO 



La stirpe. 



Benvenuto da Imola e la discendenza dai Principi — Opi- 
nione diversa degli altri Trecentisti — / documenti sincroni e la 
pluralità dei <( Guidi Guinizelli » — La famiglia Guinizelli indi- 
pendente dalla casa dei Principi — La testimonianza di Dante — 
Conclusione. 



Come della patria, il Guinizelli purtroppo non fa ne' suoi 
scritti menzione neppure una volta degli antenati. 

Ciò non deve far meraviglia in un poeta del dugento che ha 
scritto soltanto di amore e per di più in una maniera così ideal- 
mente elevata ed astratta da parere affatto dimentico della realtà 
delle cose. Ma bisogna pur convenire che codesta assoluta man- 
canza di particolari autobiografici nuoce non poco a noi poiché 
ci toglie quelle fonti dirette da cui potremmo ricavare dati e 
ricostruire avvenimenti preziosi e procura grande imbarazzo a chi 
in tardi tempi abbia preso a trattare tale argomento. È bensì vero 
che altri già nel secolo a lui successivo si son proposti di colmare 
questa lacuna, ma non è meno vero che lo hanno dovuto fare 
come potevano e che, in parte almeno, non son riusciti nel loro 
intento. Mancavano gli elementi sui quali erigere la ricostruzione 
biografica, ed essi li hanno attinti o da tradizioni orali sparse 
nel paese e nel popolo e tuttora vive a quelF epoca o abbando- 
nandosi ad ardite congetture derivate da considerazioni più o 
meno soggettive sui brani relativi di Dante e di pochi altri. Per- 
ciò tali loro affermazioni non possono né debbono riscuotere 
quella piena e generale approvazione di cui molte si vedono con- 
fortate tuttora, e bisogna tornarvi sopra ed esaminarle obiettiva- 
mente per decidere se e quali tra loro meritino davvero di essere 
confermate e additate alla posterità come vere o, per lo meno, 
verosimili e in qualche modo giustificabili. Poiché é naturale 



— Bi- 
che, data la loro origine o leggendaria o congetturale, molte di 
esse debbono essere o false in tutto o solo in parte veridiche, in 
quanto esse celano utopie scientifiche paradossali o tradizioni 
eccessivamente fantastiche ; dalle quali difficoltà è necessario 
liberarsi per rintracciare quell' unica verità, al cui raggiungi- 
mento e' interessiamo e adopriamo. 

Fu certo de' primi Benvenuto da Imola a dire, parlando del 
Guinizelli (1), eh' ei fu «un cavaliere bolognese della chiarissima 
famiglia dei Principi ». Questa affermazione, che nella sua recisa 
semplicità pareva non ammettere opposizioni o dubbiezze, fece 
sin da principio buona impressione sugli studiosi e seppe gua- 
dagnarsi subito e mantenersi durevolmente benevole simpatie e 
largo consenso di approvazioni. Le ragioni di questo fenomeno 
ci restano purtroppo ignote, ma sta il fatto che dal sec. XIV in 
poi essa è rimasta così gradita a quasi tutti gli studiosi che ben 
pochi o nessuno ha dubitato della sua attendibilità e molti invece 
non hanno esitato a difenderla e a propugnarla. Da ciò qualcuno 
potrebbe forse dedurre che la stessa concordia di voti è prova 
evidente della razionale bontà di questa teoria e concludere che 
non e' è affatto bisogno di discuterne 1' origine e la portata, ma 
è bene senz' altro accettarla e trasmetterla così come ci è perve- 
nuta. Io però non la penso così e mi vien fatto di chiedere : Me- 
ritava codesta asserzione di Benvenuto da Imola tanta concor- 
dia di approvazioni e di applausi ? o non era forse meglio, e 
non lo è, investigare e decidere se ancora si debba continuare a 
credere proprio così o piuttosto cambiar d' ora innanzi d' opi- 
nione in proposito ? Cerchiamo anzitutto di scoprire come quella 
opmione possa essersi fatta strada nella mente del Rambaldi, 
e vedremo se egli nel renderla sua siasi convinto della verità o 
dell' errore. 

8i noti intanto che Benvenuto da Imola, subito dopo aver 
detto che il nostro apparteneva alla famiglia Principi, si affretta 
ad aggiungere che era chiamato Guido Guinicellus. Come mai, 
potrebbe chiedersi, dal momento eh' ei ne ha già dato il cognome, 
vi aggiunge anche il nome paterno aggettivato, quasi volesse 
fare intendere che quest' ultimo era divenuto il casato del poeta ? 
Ma allora di quale stirpe era uscito, dei Guinizelli o dei Principi ?... 
Ciò significa che il Rambaldi stesso si era dovuto accorgere che. 
all' epoca del nostro, due o piti Guidi Guinicelli erano vissuti 
contemporaneamente in Bologna : o che per lo meno la famiglia 



(1) Benvenuti de Rambaldis de Imola, Comentum super D. A. Co- 
moedìam, puhbl. da G. F. Lacaita. Firenze, 1887 : « Purgatorio » canto 
26 /. cìt 



del nostro Guido, pur essendo discesa dalla schiatta dei Prin- 
cipi, doveva già da tempo essersene staccata, come più sotto fa 
intendere Benvenuto medesimo. 

Ma procediamo con ordine e giiidichererao meglio in seguito 
della sua asserzione. Per quali motivi prima di tutto ei si sarà 
persuaso di questa opinione ? 

Ebbene, già nel considerare un po' attentamente quella sua 
definizione della progenie guinizelliana mi pare di rintracciare 
r origine e 1' entità della, convinzione di lui. Giacché il vedere 
che egli non si mostra pienamente soddisfatto dell' espressione 
Guido Guinicellus e, non ritenendola sufficiente a determinare 
esattamente la persona del poeta, crede necessario aggiungervi 
ch'egli usciva dalla ìiohile stirpe dei Principi ; lascia agevolmente 
supporre che quelF evidente disordine nasconde con tutta pro- 
babilità una grande incertezza derivata da cognizione non troppo 
chiara e precisa delle origini di quella famiglia. Ciò dipende senza 
dubbio dal fatto che il Rambaldi, vissuto in un' epoca già un 
po' lontana dagli avvenimenti eh' ei narra e scrivendo in un tempo 
da questi anche più remoto, non era più al caso di poter decidere 
per propria personale esperienza come realmente fossero andate 
le cose. Perciò egli, anziché appigliarsi ad una tradizione qual- 
siasi che poteva sembrargli fantastica, credette meglio ricorrere 
ai documenti del tempo ; quindi la necessità di esaminarli tutti 
anche superficialmente. Ma la mole di questi era per certo così 
ingente e farraginosa da smarrire e trarre facilmente in errore 
chiunque si fosse accinto all' impresa anche con maggior inte- 
resse e miglior metodo che non avesse il Rambaldi. Per lui invece 
la ricerca del cognome di Guido non era né poteva essere altro 
che una questione secondarissima in quanto che ad uno il quale, 
come lui, si era proposto di pubblicare un commento della Divina 
Commedia, troppo tempo e troppa fatica sarebbero occorsi se 
avesse voluto scrupolosamente verificare F origine e la prove- 
nienza di ogni personaggio del poema. Onde, a mio credere, Ben- 
venuto, stanco delle minuziose ricerche e smarrito nella congerie 
dei documenti superflui, deve aver ricavato da quella rapida 
scorsa agli atti pubblici del secolo precedente un' impressione 
molto confusa ed incerta. Egli insomma potrà aver ritenuto sol- 
tanto questo, che più volte in documenti riguardanti la famiglia 
Principi si trovavano ripetuti i nomi di Guinizello e di Guido ; 
che quest' ultimo naturalmente doveva corrispondere al nome 
del poeta e 1' altro a quello del padre suo. 

Questa, secondo me, la ragione principale per cui il Ram- 
baldi, non tenendo conto di certe particolarità dalle quali po- 
tava emergere la verità tutta intera, credette senz' altro che Guido 
Guinizelli fosse appartenuto alla famiglia dei Principi. Ma ad 



- 33 — 

essa che costituisce, per dir così, il principio teorico di Benvenuto 
un" altra se ne può aggiungere che deve aver contribuito in gran 
parte a confermargli la ipotesi. Non è improbabile che egli, pur 
non trascurando l' investigazione dei documenti ma non riu- 
scendo a ricavarne quella chiara soluzione che si sarebbe aspet- 
tato, abbia anche dato ascolto a qualcuna di quelle tradizioni 
che al tempo suo dovevano correre in Bologna sulla bocca di 
tutti, preferendo naturalmente quella che della origine del Gui- 
nizelli desse una versione piìi generalmente nota e approvata. 
Può darsi benissimo che sulla fine del sec. XIV lo splendore e il 
decoro della casata de' Principi, giunta all' apice della grandezza 
materiale e morale, esercitasse tale influenza sugli animi dei Bo- 
lognesi da guadagnare una più seria attendibilità a quella eh' era 
già una credenza diffusa, e che gli ambiziosi rappresentanti di 
quella famiglia tendessero e riuscissero a sfruttare la popolare 
buona fede dando facilmente ad intendere ciò che del resto non 
contrastava punto con le credenze anteriori, che cioè il famoso 
Guido, glorificato da Dante e da lui additato maestro della rin- 
novata poesia, fosse stato appunto un loro non lontano antenato 
e si dovesse quindi considerare come il più glorioso rampollo 
di quella illustre prosapia. 

Ammettendo questo (che è poi molto verisimile), ne con- 
segue che r idea del Guinizelli discendente dai Principi dev' es- 
sersi introdotta nelF animo del Rambaldi per due tramiti diversi : 
r uno teorico e 1' altro pratico. Il primo era riuscito a mostrargli 
che in atti pubblici bolognesi del Dugento i nomi di Guido e di 
Guinizello risultavano appartenuti a membri di quella nobile 
famiglia ; 1' altro aveva efìficacemente contribuito a convalidare 
quella notizia assai disordinatamente e incertamente acquistata. 
Così, per due principali motivi, ma forse più per quello della 
tradizione orale che per quello della ricerca documentaria, egli 
si era formato il concetto che il poeta bolognese avesse precisa- 
mente avuto queir origine. Ma egli, non essendo riuscito che in 
piccola parte a confermare la tradizione popolare colle prove 
documentarie, ritrasse da quelle sue vane indagini una grande 
delusione ; e tentò inutilmente di dissimulare il suo dubbio, che 
non poteva con piena indifferenza nascondere, sotto le parvenze 
di una recisa sicurezza con cui afferma sul principio la sua con- 
vinzione ma tosto, colto da una specie di pentimento e come 
presago di non aver dato nel segno, s' indusse a scrivere accanto 
al nome di Guido anche il patronimico Guinicellus. Di questo 
non e' era affatto bisogno e doveva parergli superfluo dal mo- 
mento che già aveva indicato il nome della famiglia ; e a questo 
punto r autore, accortosi d' essere in completa contradizione con 
se stesso perchè, mentre prima avea detto che il poeta discendeva 



— 34 - 

da quella tale stirpe, gli aggiungeva adesso a guisa di cognome 
il nome paterno, finì coli' accrescere maggiormente 1' imbroglio 
e, come per temperare il contrasto troppo stridente, concluse 
che i Guinizelli erano un ramo della famiglia de' Principi (1). 
Dunque, lo confessa lui stesso, essi non facevano parte veramente 
di quella famiglia, ma ne costituivano soltanto un ramo colla- 
terale staccatosi dal ceppo principale in epoca anche molto remota. 

Ecco dunque come dalle parole stesse di Benvenuto risulti 
evidente che la versione da lui proposta sulla origine di Guido 
Guinizelli è tutt' altro che sicura e tanto meno precisa. L' in- ' 
certezza e 1' inesattezza colle quali ei l'espone non possono sfug- 
gire a chi seriamente 1" esamini, ed è necessario riconoscere che 
alla sua attendibilità toglie gran peso il modo timido e dubbioso 
con cui r autore medesimo 1' affida alla posterità. Ma di questo 
dubbio del Rambaldi sembra non si siano accorti o non abbian 
v^oluto tener conto gli scrittori a lui contemporanei e quei che 
vennero dopo poiché quasi tutti, o per un motivo o per un altro, 
non curandosi di rintracciare la causa di quella strana incertezza, 
prestarono cieca fede all' opinione di lui e V andarono sempre 
riaffermando attraverso i secoli, fin proprio a questi ultimi anni. 
in questo modo appunto la ipotesi timidamente e debolmente 
introdotta dal Rambaldi ha saputo acquistarsi valore di teoria 
ed ha riscosso sempre una così piena approvazione da indurre 
moltissimi anche fra i critici attuali a ripeterla senza minima- 
mente dubitare della sua veridicità. 

È bene osservare però che allato a questa opinione rambal- 
diana (passi 1' aggettivo) n' era sorta al tempo stesso un' altra 
di contenuto sostanzialmente diverso : poiché tutti ricorderanno 
come in quel medesimo secolo XIV anche altri commentatori 
di Dante vi furono i quali, dovendo accennare alla origine del 
nostro poeta, non dissero punto quello che avea detto il Ram- 
baldi, ma si limitarono semplicemente a notare eh' egli era stato 
dei Guinizelli, senz' altro. 

Ci troviamo quindi di fronte a due tradizioni egualmente 
antiche, ma 1' una addirittura opposta all' altra ; quale dunque 
delle due sarà la vera ? a quale dovremo attenerci ? 

La prima, sul principio debolmente affermata da un solo 
e da nessun altro confermata, acquista coli' andar del tempo 
sempre più importanza e più credito ; la seconda invece, sebbene 
confortata da un maggior numero di prove, cade presto in di- 
menticanza e si estingue finalmente del tutto non per altro che 
per la sua stessa semplicità, la quale del resto non esclude eh' essa 



(1) Commento di Benvenuto da Imola alla Div. Com., I. cit. 



— 35 - 

potesse rientrare e riconnettersi all' altra e che questa la com- 
prendesse ed includesse in sé stessa. Ecco la ragione della gran 
fortuna di quella e della sventura di questa. Ma solo un esame 
particolareggiato della genesi e dello sviluppo di ambedue può 
guidarci alla soluzione definitiva o ad essa almeno avvicinarci 
di molto. 

La prima invero accusa, come ho detto, una incoerenza ed 
una inesattezza indiscutibili, ma offre in compenso la conferma 
di quasi tutta la posterità la quale, senza badare a quanto quel- 
r affermazione risulti sconnessa se non addirittura sconclusio- 
nata, r ha accettata a occhi chiusi rimettendosi completamente 
nir autorità di chi primo 1' aveva esposta. — L' altra invece 
si presenta fin da principio molto più recisa e sicura nell' affer- 
mazione e rivela contemporaneamente maggior concordia di so- 
stenitori, il che per noi è significativo. Essa ci fa intendere cioè 
che in quell' epoca medesima in cui il Rambaldi, seguendo o la 
tradizione popolare o le prove documentarie o l'una cosa e l'altra 
insieme, riusciva piuttosto confuso ed incerto nell' affermare la 
provenienza di Guido, altri studiosi di Dante, non meno com- 
petenti di lui, lasciavano un' attestazione della sua origine molto 
più concorde e più certa. Essi pure avranno fatto appello alle 
patrie tradizioni sul poeta, ma giudicando falsa e inutile van- 
teria quello che si diceva dei Principi o dai Principi e non cu- 
randosi di ricorrere ai documenti o forse anche studiandoli e in- 
terpretandoli meglio, hanno ricavato la ferma convinzione che 
Guido era nato proprio e solo dalla famiglia dei Guinizelli, e que- 
sto né più né meno hanno pubblicamente ripetuto. 

Ho detto che 1' opinione de] Rambaldi pecca nella sua base 
per oscurità ed incertezza, ed è vero ; poiché chiunque consideri 
le sue parole dovrà confessare esser molto strano vedere aggiunto 
dopo il patronimico Guinicellus, che di per sé può costituire il 
casato, la frase de clarissima familia Principum (1). Ma dun- 
que, si potrebbe chiedere, è di una o di due stirpi che si vuol par- 
lare ? e, nel caso, a quale delle due s' intende che appartenesse 
il poeta ? E Benvenuto stesso, a cui naturalmente non dev' essere 
sfuggita questa ambiguità, aveva cercato di togliere ogni incon- 
veniente spingendosi a quella conclusiome che voleva essere con- 
ciliativa ma che in realtà ad altro non riesce se non ad accrescere 
Ja confusione. E da credere inoltre che questo ripiego, a cui s' in- 
duce Benvenuto da Imola, non sia già, come della rimanente 
sua affermazione si potrebbe pensare, una notizia ricavata dalla 
voce del popolo o dai pubblici atti, ma costituisca soltanto una 



( I ) V. le due note precedenti. 



— 36 — 

plausibile congettura dello scrittore medesimo per tentare di 
metter d' accordo fra loro quelle due tradizioni opposte, nessuna 
delle quali egli avea voluto trascurare. 

Potremmo quindi affermare sin da questo momento che il 
trovare tanta indecisione già nel primo sostenitore di questa 
teoria può esser prova bastante ad infirmarne la veridicità ; ma 
a completa soddisfazione di tanti altri, i quali potrebbero anche 
non restar persuasi di queste nostre deduzioni, ritengo oppor- 
tuno aggiungere altre prove. 

Oltre, dico, all' incertezza con cui la espone Benvenuto, la 
sua opinione risulta fallace per molte altre considerazioni che non 
sono sfuggite neppure a qualcuno dei suoi più fedeli seguaci. Infatti 
già in pieno '700 l'abati Monti ebbe a dire che anche a lui, già 
prima di aver letto il Commento del Rambaldi, era entrato nel- 
1' animo che i Guinizelli potessero essere stati un ramo dei Prin- 
cipi, ma che pure ei non si sapeva risolvere a crederli tutti di un 
sangue non trovandoli vicini di abitazione in città né di possedi- 
menti in contado, come le più volte accadeva nelle consorterie di quei 
tempi (1). Dunque non a me soltanto, ma ad altri, forse anche 
meglio di me disposti ad abbracciarla, questa teoria di Benve- 
nuto da Imola non è parsa completamente accettabile ; e fu già 
allora notato che il trovarsi le case e i poderi dei Guinizelli lon- 
tani da quelli dei Principi poteva essere una ragione di piìi per 
indut-re chi già rimaneva perplesso di fronte alla titubanza del- 
l' Imolese, a dubitarne fortemente. E invero, quand' anche non 
si voglia dare a quella considerazione un' importanza eccessiva, 
è bene nondimeno tenerne debito conto e quindi, unendo 1' una 
all' altra difficoltà, concludere che il Rambaldi probabilmente 
non era nel vero quando affermava che Guido era uscito dal ceppo 
dei Principi. 

Un' altra testimonianza a noi favorevole la porgono gli an- 
tichi Commentatori di Dante. Nessuno di questi infatti, che scris- 
sero al pari di Benvenuto sulla fine del '300, nemmeno Jacopo 
della Lana (il quale, come Bolognese, doveva conoscere meglio 
di ogni altro le patrie tradizioni e notizie) accenna in nessun modo 
a quel particolare serbatoci unicamente dal Rambaldi ; il che, 
mi pare, vuol dire che a nessuno di loro esso era parso degno 
di apprezzamento e di conferma. Invece, se quella notizia avesse 
rispecchiato la verità e per conseguenza fosse stata più diffusa 
e più nota in Bologna, avrebbe ella mai potuto essere sfuggita 
a chiunque, o almeno a qualcuno, di loro ? 



(1) V^edilo citato dal Fantuzzi, Notizie degli scrittori Bolognesi. Bo- 
logna, 1784; voi. IV, pag. 345 e sgg. 



Da quanto abbiamo osservato fin qui o, meglio, dai dubbi 
ohe sono stati sollevati circa 1" opinione di Benvenuto da Imola 
risulta ormai evidente che la sua attendibilità ne è rimasta scossa 
e indebolita non poco. Nondimeno, siccome molti anche dei cri- 
tici a noi contemporanei 1' approvano e condividono ciecamente, 
non sarà male proseguire nella esposizione di quelle prove, dalle 
quali essa apparirà sempre più meritevole d' essere completa- 
mente abbandonata. 

Ho detto e cercato di mostrare eh' ella poggia su deboli 
basi ; vediamo adesso se anche queste non siano degne di crol- 
lare dinanzi all' evidenza dei fatti. Il mezzo migliore per riuscir 
neir intento è quello di scorrere e studiare i documenti bolognesi 
del sec. XIII che hanno attinenza col nostro poeta o colla fa- 
miglia di lui. A questo proposito, giova fin da principio notare 
che tutti quanti i documenti e atti pubblici di quel tempo che 
parlano di lui, conservati nell' Archivio bolognese e più o meno 
conosciuti, si possono dividere in due categorie. Negli uni egli 
vien sempre costantemente chiamato « Guido domini Guinicelli » 
senz'altro, e questo fino al 1275, anno successivo a quello dell'espul 
sione da Bologna. In un altro invece, che è per l'appunto del 1270, 
egli è designato coll'espressione « Guido quondam Guinizelli de Prin- 
cipibus » (1). Ora, domando io, chi aveva il padre vivo ancora nel 
1274 è mai possibile che lo avesse già morto nel 1270 ? No certa- 
mente ; dunque il Guido, di cui si parla in quei primi documenti, 
non è né può esser lo stesso di quello di cui si parla nell' altro ; 
dunque è necessario ammettere che in Bologna vivevano contem- 
poraneamente due Guidi, il padre di ciascuno dei quali si chia- 
mava Guinizéllo, ma 1' uno apparteneva alla famiglia Principi 
e l'altro no. 

Di qui, a parer mio, l'origine e la causa di tutta la confu- 
sione e incertezza di Benvenuto, di qui la falsa tradizione da 
lui raccolta ; e di qui anche meglio giustificato il desiderio dei 
Principi che il Guido sorto dalla loro stirpe si confondesse col 
poeta glorioso. 

Né si creda che questo dividere in due la persona del Gui- 
nizelli sia una mia congettura, poiché anche altri prima di me 
hanno pensato e detto qualcosa di simile. Il Pellegrini anzi, in 
un suo noto articolo (2), già potè rilevare sulla scorta dei do 
cumenti che nell' anno 1270 dovevano esistere in Bologna due 



(1) V, E. Orioli, Consulti legali di Guido Guinicelli. Bologna, 1907, 
pag. 9 e sgg. 

(2) V. F. Pellegrini, Guido Guinizelli podestà a Castelfranco, in « Pro- 
pugnatore », Nuova Serie, voi. Ili, parte I», pag. 245 sgg. 



- 38 — 

Guidi Principi, 1' uno figlio di Guinizello, V altro, più vecchio, 
figlio di Tommaso. Così i' Guidi che si possono essere confusi col 
nostro non sono piìi uno soltanto ma due e, in tutti sommando 
a tre, fanno intendere che questa somiglianza di nomi e di pater- 
nità può aver subito ingenerato quella confusione di provenienza 
sulla quale abbiamo fin da principio raccolto la nostra attenzione. 

Chi poi non restasse troppo persuaso della bontà di questa 
mia deduzione rifletta che è 1' unica che, in mezzo al caos dei do- 
cumenti discordi, ci porga una soluzione plausibile della questione, 
e rifletta che la si può senza nessuno sforzo accettare. Vediamo 
intanto come essa basti a risolvere tutto e vedremo poi come 
quindi si possa concludere che il nostro Guido non fu dei Prin- 
cipi, ma e soltanto dei Guinizelli. 

Si può innanzi tutto spiegare colla medesima 1' origine del 
dubbio evidente di Benvenuto da Imola il quale, come ho già 
detto (1), dev' essersi trovato imbarazzato e indeciso non poco 
per la scelta di fronte ai nomi di Guido e di Guinizello trovati 
ora isolati ora invece riferiti a membri della famiglia Principi ; 
ond' egli, spinto da una tradizione orale allora viva in Bologna, 
avrà lasciate scritte tutte e due le versioni del fatto, rimettendo 
all' arbitrio e al criterio del lettore di scegliere quale gli paresse 
pili soddisfacente. Perciò anche colla teoria del Rambaldi la no- 
stra supposizione può, in certo qual modo, accordarsi benissimo 
ed anzi completarla e illustrarla ; essa si accorda poi anche me- 
glio coir opinione degli altri trecentisti perchè è troppo naturale 
eh' essi avranno fatto la nostra stessa considerazione e saranno 
giunti alla conclusione medesima. 

Che, in conseguenza, il nostro Guido non discendesse dai 
Principi lo si può provare benissimo. Dal momento infatti che 
dei vari documenti riguardanti lui alcuni conservano V espressione 
de Principibus ed altri no, non è possibile ammettere che si tratti 
sempre dello stesso individuo perchè altrimenti i suoi consanguinei 
avrebbero voluto che il casato fosse aggiunto in tutti gli atti o 
in nessuno. La famiglia dei Principi era così illustre, potente 
e influente in Bologna da non permettere davvero che uno dei 
suoi membri venisse, anche una sola volta, trascritto in pubblici 
documenti col solo nome del padre senz' essere accompagnato 
anche da quello della famiglia. D' altra parte, se tutti gli altri 
rappresentanti di quella ci appaiono costantemente tramandati 
col nome del padre e con quello della casata insieme, come mai 
questo solo non avrebbe avuto il diritto di vedere il suo nome 



( I ) V. le prime pagine di questo secondo capitolo. 



— 39 -^ 

unito a quello della stirpe comune ? Questo, s' intende, lo dico 
in via eccezionale per coloro i quali, non persuasi da quanto ho 
riferito più indietro, s' inducano bensì a concedere eh' egli sia 
stato un altro Guido diverso anche da quei due citati, ma si osti- 
nino al tempo stesso a ritenerlo, come gli altri, della casa dei 
Principi. Ma credo che nessuno vorrà sostenere una tale assur- 
dità ne di tanta pertinacia sia il caso di fronte a dubbi così forti 
e a così semplici e naturali constatazioni. Ma per chi si ostina a 
tener chiusi gli occhi alla luce altre e più convincenti prove si 
possono addurre. 

Vediamo un po', per es., se fra i tanti documenti dell' epoca 
se ne trovi per caso qualcuno nel quale siano insieme raccolti 
i nomi di tutti quanti i componenti la famosa casa dei Principi. 
Tale prova fortunatamente ci è porta non da uno solo ma da 
due atti successivi del 23 e 24 novembre 1273, compilati solenne- 
mente alla presenza del procuratore, per un compromesso di 
rimpaciamento tra i Gozzadini e i Colamatoni e i loro rispettivi 
aderenti (1) ; ivi sono nominati tutti i membri della famiglia 
Principi, ma fra questi non si trova punto indicato un Guido 
di Guinicello e neppure un Guido del fu Guinicello, mentre sap- 
piamo per certo che il poeta era ancora vivo a quell' epoca. Ora 
è chiaro che, se egli fosse appartenuto a quella famiglia, avrebbe 
dovuto in ogni modo esser colà annoverato insieme ai suoi con- 
sanguinei e consorti ; il non esservi è segno evidente che in quel- 
r anno almeno non esistevano di quella famiglia Guidi di Guini- 
zelli e che quindi il nostro, il quale allora appunto viveva, non 
faceva parte di essa. 

Ma un' altra non meno valida prova è pur sempre quella 
della diversità di domicilio e di possesso, che già abbiarno visto 
accusare (2) in epoca ancora lontana da noi. Ed invero questo 
che prima fu considerato solo come un dubbio e subito respinto 
dalla scrupolosa coscienza dell' abate Monti, pauroso quasi di 
offendere 1' autorevole attestazione di Benvenuto da Imola, ha 
oggi diritto d' esser preso in più seria considerazione e d' esser 
valutato come si merita. Poiché ormai è rimasto assodato, coi 
documenti alla mano, che i Principi avevano allora le loro case 
nella parrocchia di San Matteo degli Accarisi nella Via delle Pe- 
scherie ed altre case sotto la vicina parrocchia di San Dalmaso 
in quartiere di porta Ravegnana, e tenevano i loro possedimenti 
rurali in San Marino, oggj comune di Bentivoglio, dalle parti 



(1) V. E. Orioli, op. cit., pag. 17. 

(2) V. a pag. 36 del presente. 



— 40 — 

verso Minerbio (1) ; mentre, come vedremo meglio in seguito (2), 
i Guinizelli avevano le loro case e i loro fondi in contrade e paesi 
molto diversi e lontani da questi citati. È chiaro che, se le due 
famiglie avessero avuto fra loro stretti vincoli di parentela e 
d' interessi, o, quel che è peggio, dovessero ridursi ad una sola, 
avrebbero avute unite e in comune le proprie case in città e pros- 
sime e confinanti le loro terre in campagna. Ma, siccome questo 
non è in nessun modo, si può anche con maggior fondamento 
ritenere che questa parentela non esista affatto e che si tratti 
né più né meno di due famiglie diverse e indipendenti V una 
dall' altra. 

Pertanto, poiché risulta ormai anche per troppi motivi evi- 
dente che il nostro poeta non può essere appartenuto alla nobile 
prosapia dei Principi, sarà bene vedere da quale altra famiglia 
egli fosse disceso e se quella dei Guinizelli si possa considerar 
come tale. 

Da quanto ci tramandarono il Monti e il Fantuzzi appare 
che r avo del poeta fu un tal Magnano (3), ma già da loro fu 
osservato che ei non deve confondersi con quello che fu capo- 
stipite della nobile famiglia Magnani. Ciò vuol dire eh' egli non 
diede il nome, o meglio, il cognome alla sua stirpe ma che i suoi 
discendenti lo derivarono d' altra parte. Ora, quando si osservi 
che figlio di questo Magnano fu un tal Guinizello, il quale visse 
appunto in quegli anni in cui dovrebbe esser vissuto il padre del 
nostro e che per di più ebbe un figlio di nome Guido, nulla di più 
probabile che questa progenie sia precisamente quella donde 
ebbe origine il nostro poeta. E questa famiglia, possiamo ora 
aggiungere, fu per 1' appunto quella che trasse il casato non già 
dall' avo ma dal padre di Guido ; poiché non è cosa immaginaria 
ma reale e confermata dai pubblici atti che una famiglia deno- 
minata Guinizelli esisteva in Bologna sulla fine del sec. XIII 
e il principio del seguente. 

E da notare prima di tutto che nei documenti, in cui si tro- 
vano menzionati, i discendenti di Magnano non presentano mai 
il cognome di Principi né in alcun modo vi si dice che discen- 
dono da questa stirpe (4) ; ma sono unicamente accompagnati 
o dal genitivo patronimico « Guinicelli » o, solo più tardi, dal- 
l' espressione « de Guinicellis ». Ciò é in aperto contrasto coi fau- 



(1) Tutte queste indicazioni sono letteralmente riprese dall' op. cit. 
dell' Orioli, Consult. ecc., pag. 19. 

(2) V. più innanzi in questo stesso capitolo. 

(3) V. r opera cit. del Fantuzzi sugli Scritt. bolognesi, 1. e pag. citt. 

(4) V. r opusc. cit. dell' Orioli a pag. 20. 



— 41 — 

tori dell' opinione di Benvenuto da Imola e altresì col Mazzoni- 
Toselli il quale, come fu osservato (1), cadendo nell' eccesso 
opposto, asserì che i parenti di Guido e lui stesso furono dei Ma- 
gnani,, mentre non badò, come invece abbiamo fatto noi, eh' essi 
non' presero ii casato dall' avo ma dal padre e che i Magnani rap- 
presentano un' altra e diversa famiglia bolognese che non ha 
niente che fare con quella del nostro. 

Quando dunque constatiamo sui documenti che durante 
tutto il se^. XIII e il principio del successivo visse in Bologna 
una famiglia nota col solo e semplice cognome di Guinizelli, e 
per di più consideriamo che questa famiglia appunto discende 
dal Magnano nominato anche dal Fantuzzi (2), che meraviglia 
se ne deduciamo che precisamente da essa deve esser uscito il 
poeta e non da altra ? 

Già abbiamo accennato esservi nell'Archivio di Bologna 
atti i quali accusano durante il '200 V esistenza di più Guidi figli 
di Guinizelli che possono benissimo confondersi insieme ; ora 
aggiungeremo che in tutti quei documenti ogni qual volta, dopo 
il 1270, si parla di un Guido del fu Guiìiizello Principi, è segno 
che non si allude al nostro ; quando invece, anche dopo quelF anno, 
si parla di un Guido di Guinizello, con o senza il <( di Magnano », 
ma sempre senza il « dei Principi », è evidente che si tratta pro- 
prio di lui. 

Questa famiglia Guinizelli, viva e vera in quell' epoca e di- 
scendente dal menzionato Magnano, aveva le sue case nella par- 
rocchia di San Benedetto di Portauova e le sue campagne a Cer- 
retolo (3), come appunto dicono il Fantuzzi ed il Monti (4), 
ossia in luoghi così urbani come rurali tutti molto diversi e distanti 
da quelli ove abitavano e possedevano i Principi. Tate notizia 
inoltre è confermata anche dal testamento del nostro Guido (5), 
nel quale, come pure in tutti gli altri pubblici documenti, ove 
si parli di affari e d' interessi di lui o dei suoi parenti, non appare 
giammai e invano si cercherebbe la denominazione di Principi. 

È inutile enumerare ed esporre qui tutti gli atti pubblici 
nei quali resta confermata l" autonomia della stirpe dei Guini- 
zelli. come abbiamo notato più sopra ; chi avesse la curiosità 
di esaminarli può facilmente convincersene sfogliando il prege- 



(1) V'. L. Frati, G. Guinizelli e G. Ghisilieri, in « Propugnatore », 
N. S. voi. I, par. II, pagg. 5-6. 

(2) V. Fantuzzi, op. e l. cit. 

(3) V. Orioli, op. cit., pag. 19. 

(4) V. op. e l. cit 

(5) V. in fondo all' op. dell' Orioli. 



— 42 — 

vole opuscolo dell' Orioli, ove si trovano tutti raccolti nelle pagg. 9 
e seguenti. Inoltre 1' Orioli, e con lui noi pure, ha ricavato dalla 
concordia riscontrata in quei documenti una tal persuasione di 
questa verità che non ha dubitato di asserire, e con esso noi di 
ripetere, che « già ai tempi di Dante e dei suoi primi commenta- 
tori, ossia lungo il '300, il cognome Guinizelli era già noto a Bo- 
logna e riconosciuto negli atti pubblici, e le persone che lo usa- 
vano e lo portavano erano precisamente della famiglia che discen- 
deva da Guinizello di Magnano » (l). 

Dopodiché mi pare che non sia lecito neppur dubitare che 
r esistenza di questa famiglia Guinizelli corrisponda alla realtà 
e non sia una supposizione od un mito come può ben ritenersi 
la vantata discendenza di Guido dai Principi ; e devesi per con- 
seguenza credere d' ora in poi come cosa certa e indiscutibile 
che i Guinizelli vi furono davvero in Bologna e nel sec. XIII e 
nel seguente e che il poeta appartenne ad essi e non ad altri ; 
quindi al suo nome di battesimo va solo aggiunto il patronimico, 
Guinizelli, divenuto poi vero e proprio cognome, ma non altro 
senza perdersi in vane e inutili fantasticherie. Egli in vero, ossia 
proprio quel Guido di cui intendiamo parlare, non è mai citato, 
si ricordi bene, in documenti che concernono la famiglia Principi 
o i singoli suoi componenti, e soltanto quelli i quali lo nominano 
con sicurezza fanno chiaramente intendere, sia quando lo men- 
zionano solo come quando lo citano insieme coi fratelli o col pa- 
dre, che Guinizelli e non più fu il nome della sua famiglia e per- 
ciò anche il suo. E gli altri Guidi (poiché lo studio dei do- 
cumenti ce ne ha fortunatamente rivelato più d' uno) sono 
quelli che da una tradizione irrazionale e abusiva furono iden- 
tificati col nostro, ma che non si debbono confonder con esso- 
perché, lo abbiamo già detto (2), i loro dati biografici e genea- 
logici non si accordano punto con quanto sappiamo con più si- 
curezza di lui. 

E perché mai vorremo ostinarci a credere che il nostro Guido 
discenda dai Principi quando nessuno esplicitamente ce lo at- 
testa, tranne Benvenuto da Imola che lo fa, del resto, con molta 
titubanza e incertezza ? Quale altro infatti degli scrittori del 
dugento o del trecento, all' infuori di lui, ha pensato neppure 
di voler dire una cosa simile ? Dante stesso, per es., il quale ri- 
petutamente nelle opere latine come nelle volgari ha parlato 
del nostro, non ha mai, nemmeno una volta, soggiunto eh' ei 



(1) V. Orioli a pag. 20. 

(2) V. a pag. 37 e altrove in questo stesso capitolo. 



— 43 — 

fosse dei Principi, ma sempre e solamente ha asserito ch'egli 
era dei Guinizelli. Non è dunque una prova bastante il vedere 
che nessuno degli scrittori a lui per tempo più vicini lo ha indi- 
cato come membro di quella illustre prosapia ? 

Invece, solo adottando la nostra congettura e attenendosi 
perciò strettamente alle preziose constatazioni dell' Orioli, arri- 
viamo a scoprire la verità tutta intera nella sua semplice e mo- 
desta origine, sulla quale la vana burbanza di una famiglia po- 
tente e la cieca fiducia della posterità avevano consciamente 
o inconsciamente tirato un fitto velo di tenebre oscurandola con 
una tradizione altrettanto artificiosa e stentata quanto, come 
ognun vede, destituita d' ogni seria attendibilità. 

Ma quanto abbiamo esposto sin qui ha condotto noi ad 
una conclusione così ragionevole e piana, così fortemente e 
ripetutamente confermata da numerosissime prove, che non è 
possibile disconoscere il notevolissimo vantaggio eh' essa ha sul- 
r altra. Quella infatti si reggeva unicamente sulla perpetua uni- 
versale acquiescenza degli studiosi, ma ai primi colpi di un'in- 
dagine risanatrice è d' un tratto crollata come un edifizio a cui 
manchino solide basi ; questa invece, sebbene possa a taluno 
sul principio sembrare temeraria ed assurda perchè nega e di- 
strugge ciò che fin ad oggi si era reputato certissimo, pure non 
tarderà ad apparire giusta e accettabile poiché si fonda su dati 
di fatto inoppugnabili e, procedendo cautamente nella ricostru- 
zione e nel collegamento di essi, tien conto egualmente dei nuovi 
come degli antichi elementi, dei quali tutti, fusili insieme in evi- 
dente concordia, crea una teoria al tutto nuova ma sana. Si osservi 
per convincersene come da essa siano stati precipuamente curati 
e tenuti d' occhio i documenti dell' epoca, i quali soli possono 
darci un' affermazione certa e definitiva, ma non siano state 
neppure trascurate o messe da parte le antiche tradizionali co- 
gnizioni. Queste, cioè tutto quel patrimonio di notizie che più 
o meno erano note anche ai nostri vecchi e che si trovano rac- 
colte nel capitolo più volte menzionato del Fantuzzi, non si oppon- 
gono affatto, se bene si considera, a quanto è asserito da noi ; 
ma anzi esse costituiscono la fonte delle nostre ricerche, colle 
quali ricollegandosi e procedendo d' accordo, si perviene da quelle 
naturalmente e necessariamente al medesimo nostro resultato. 

A questo proposito però è bene aggiungere, prima di ter- 
minare r aspra polemica e chiudere la discussione, per temperare 
e molcere 1' acredine che contro di noi possano aver concepita 
i nostri avversari, che a rigor di termini non v' è tra la nostra 
e r opinione di Benvenuto da Imola, specialmente nella sua con- 
clusione, tutto quel fiero inconciliabile contrasto che a prima 



— 44 — 

vista potrebbe parere, ma che si possono anche suggerire i ter- 
mini entro i quah le due opposte teorie possono venir a incontrarsi 
ed a fondersi in una certa concordia. Tutto ciò eh' egh dice nella 
prima parte di quella sua affermazione sulla origine del poeta 
è certamente da respingere, né mi pento d'avere osservato che 
non si può in alcun modo sostenere 1' idea di una discen- 
denza dalla famiglia Principi. Ma quella espressione modera- 
trice ch'egli aggiunge in fine (1) « Guinicelli enim fuerunt unum 
Tnembrum de Principibus » si presta in certo qual modo ad accor- 
dare la sua opinione, di per sé inverosimile e assurda, colla nostra. 

Infatti egli ci lascia capire che non é da meravigliarsi se ve- 
diamo persone componenti una determinata famiglia (quella dei 
Guinizelli) annoverate ed incluse pure in un' altra (quella dei 
Principi) o, per dir meglio, indicate come discendenti da essa ; 
perché in un tempo anteriore a quell' epoca, ma non precisamente 
conosciuto, quella prima famiglia si dev' essere come disgiunta 
dall' altra e costituita in unità autonoma di schiatta. 

In questo modo soltanto, si badi, la opinione di Benvenuto da 
Imola potrebbe, almeno fino ad un certo punto, ricollegarsi colla 
nostra ipotesi ; che a questa non fa punto difficoltà l'ammettere, 
come abbiamo già accennato, che 1' origine piti remota del Gui- 
nizelli sia comune con quella dei Principi, purch'^ anche si am- 
metta che in seguito le due stirpi si siano nettamente separate 
e quella del poeta, forse perchè rappresentante di un ramo cadetto, 
abbia lasciato il nome comune ai principali rappresentanti del 
ceppo 'originario e assunto quello particolare del padre di Guido. 
Tutto ciò, come non discorda dalla verosimiglianza, così pure 
serve a conciliare senza nessuno sforzo fra loro opinioni che sem- 
bravano assolutamente avverse e irreiucibili. 

Ed in vero l' idea di far risalire a un ceppo unico tanto i 
Guinizelli che i Principi non é nuova, ma vi accennò per lo meno 
già il Monti quando scrisse che anche a lui era venuto in mente, 
anche prima dì conoscere il Commento di Benvenuto, che i Gui- 
nizelli fossero stati un ramo collaterale della famiglia Principi. 

Comunque, a tale constatazione non bisogna attribuire tutta 
quella importanza che subito vorranno darle i sostenitori della 
teorìa rambaldiana ; poiché, anche ammettendo che così sìa stato 
realmente, é pur necessario convenire che ciò deve rimontare 
ad epoca dì molto anteriore agli anni del poeta e quindi il fatto 
perde senz' altro gran parte del suo valore. Bene infatti conclude 
r Orioli (2), e noi lo seguiremo, che, anche se i Guinizelli deri- 



(1) Vedila già citata alla pag. 34. 

(2) V. r ojì. cit. alla pag. 27. 



— 45 — 

varoiio o in un modo o in un altro dai Principi, il distacco tra 
le due famiglie dev' essere avvenuto in tempi molto lontani da 
quelli di Guido, allorché ormai da circa un secolo non se ne aveva 
più nessuna traccia ; il che sarebbe perciò, quand' anche si riu- 
scisse a dimostrarlo, di un interesse molto relativo se non addi- 
rittura nullo per noi. 



CAPITOLO TEEZO 

I parenti. 



Magnano e le origini pih remote della famiglia Guinizelli — 
Guinizello figlio di Magnano e padre di Guido — Gli altri figli di 
Guinizello : Giacomo, Vermiglia nei Gattari, Bartolomea, Uberto 
frate gaudente. 



(-he il capostipite di quella famiglia, la quale col nome rli 
Guinizelli fu nota in Bologna per tutta la seconda metà del se- 
colo XIIT ed anche più tardi, fosse un tal Magnano già lo abbiamo 
accennato prima (1), e si è pure veduto come in lui appunto si 
debba e possa riconoscere V avo del nostro Guido (2). Vedremo 
adesso di precisare, per quanto è possibile, chi egli sia stato e 
di porgere insieme riuniti tutti quei dati di fatto che si riferiscono 
alla sua esistenza, per formarcene un concetto adeguatamente 
completo. 

Degli antichi scrittori nessuno ci ha lasciato notizia di lui, 
poiché né Dante né i suoi commentatori né Guido stesso ce ne 
parlano mai. Che qualcuno però dei cronisti del '200 ne possa 
avere, anche brevemente, trattato me lo fa sospettare il fatto 
che già nel Savioli, come vedremo (3), troviamo allusione ad un 
ufficio pubblico da lui tenuto in Bologna. Ma del resto il Savioli 
potrebbe anche averlo appreso dai documenti del tempo, alcuni 
dei quali ci porgono scarse ma non trascurabili notizie a questo 
riguardo. Per di più, anche il Fantuzzi accenna a questo Magnano 
e si accorda con noi nel dirlo avo di Guido (4). 



( 1 ) V. il nostro cap. II. 

(2) V. il no.stro cap. II alla pag. 40 e altrove. 

(3) V. più innanzi in questo III cap. 

(4) Op. e /. cit. 



— 47 — 

Ora, tutto ciò contribuisce a fare ammettere che così ap- 
punto stiano le cose e che in lui si debba riconoscere il pro- 
genitore del nostro poeta ; il che potrebbe anche parere suf- 
ficiente a qualcuno. Ma a sempre meglio convalidare tale ra 
gionevolissima ipotesi vi sono per fortuna non pochi atti 
pubblici, dai quali essa resulta definitivamente confermata. Si 
tratta, almeno in gran parte, di quegli atti medesimi dai quali 
abbiamo ricavato 1' identificazione del vero Guido Guinizelli. 

In essi, che riguardano o il padre suo Guinizello o Guido 
.solo o Guido insieme coi fratelli e che datano tutti dal 20 no- 
vembre 1265 al 14 maggio 1270, ed in altri ancora, in cui si fa 
menzione delle medesime persone, sempre o quasi sempre si ag- 
giunge che padre di Guinizello fu a sua volta Magnano (1). Questo 
per chi non è ancora persuaso di quanto abbiamo detto più in- 
dietro e non crede, contrariamente a ogni legittima aspettativa, 
come già da quelle notizie pubblicate dal Fantuzzi resulti che 
quel Guido Guinizelli, il quale possedeva beni a Cerretolo e nella 
vicina Casalecchio, era né più né meno il nipote di questo nostro 
Magnano. 

A questo punto però è necessario osservare che sul principio 
del sec. XIII vivevano in Bologna non un Magnano solo, ma- 
due (che almeno si sappia) e che quindi è facile fraintendere e 
confondere V uno coli' altro questi tali omonimi e credere ma- 
gari che antenato del nostro poeta fosse quel Magnano che pre- 
cisamente non fu. Di questo pericolo sembra che già si accor- 
gesse il Fantuzzi il quale, subito dopo aver dichiarato che avo 
di Guido fu un tal Magnano, si affrettò a soggiungere che non 
si deve confondere questo Magnano padre di Guinizello con Ro- 
lando Magnano che viveva circa nello stesso tempo e da cui trasse 
origine la nobile famiglia Magnani. 

Il fatto di trovarsi contemporaneamente in Bologna due 
persone che portavano lo stesso nome non é, mi pare, punto 
strano né insolito, ma anzi piuttosto comune e perciò anche ra- 
gionevole ; non e' è quindi da sollevar dubbi in proposito né da 
gridare alla inverosimiglianza della supposizione. Anzi dobbiamo 
senza esitazione convenirne, in quanto 1' osservazione del Fan- 
tuzzi non é punto fantastica e arbitraria, ma derivata dai do- 
cumenti del tempo. E ammessa che avremo la dualità di questi 
omonimi, non esiteremo a ripetere, dietro 1' esempio del Fantuzzi 
stesso, che antenato del nostro poeta non fu certamente Rolando 
Magnano o Magnani, perché egli fu capostipite della famiglia 



(l) V. Orioli, op. cit. a pag. 9 e altrove, nei documenti che si rife- 
riscono ai diinizelli. 



— 48 — 

Magnani, alla quale i Guinizelli non appartennero mai. Dunque 
il nostro Magnano (giova ricordarselo bene) è persona del tutto 
diversa dall' altro Rolando Magnano, suo coetaneo e concitta- 
dino ; altrimenti incorreremmo in quell'errore già commesso da 
altri di mettere Guido e gli altri figli di Guinizello nei novero 
dei Magnani, coi quali invece non ebbero, per questo lato al- 
meno, mai niente che fare. 

Di ciò convenne anche L. Frati (1) quando, sostenendo che 
aveva sbagliato il Mazzoni-Toselli a dire che Guido e i fratelli suoi 
erano della famiglia Magnani, fece osservare che il Magnani la- 
tino che si trc^va nei documenti a loro riferentisi indica il nome 
dell' avo, ma non già quello della famiglia. Su questo richia- 
miamo l'attenzione di quanti giustamente riflettono e siamo certi 
che nessuno piti d' ora innanzi vorrà sostenere il contrario. 

Convenuto pertanto che questo Magnano fu 1' avo del no- 
stro Guido (2) e definito precisamente chi egli sia e come non 
si debba confondere col suo omonimo, stabiliremo se egli pro- 
prio possa considerarsi come il più antico progenitore conosciuto 
dei Guinizelli, o se altri prima di lui sia esistito di cui ci rimanga 
notizia. 

Il Fantuzzi dice semplicemente che « dalle memorie del tempo 
non può raccogliersi di qual progenie discendesse Magnano » ; né 
egli s' inganna o mentisce, poiché dagli atti pubblici già allora 
noti e da altri ancora che furono esplorati in seguito a noi nulla 
risulta in proposito. Infatti per tutti quei documenti si può dire 
quello che già disse il Fantuzzi, che cioè « né esso mai, né il figliuolo 
nominati si trovano di altra maniera se non così semplicemente 
D. Magnanus, D. Guinicellus de Magnanis (3). E lo stesso si 
dica a proposito dei documenti che riguardano e nominano Guido 
e i suoi fratelli. 

Data questa concordia di prove negative, due supposizioni 
si possono fare : o che il nostro Magnano fosse figlio di genitori 
ignoti, o che discendesse da un ramo cadetto di una grande fa- 
miglia e ne fosse bastardo (il che, almeno nel nostro caso, potrebbe 



(1) V. r articolo già citato nel nostro cap. II a pag. 41. 

(2) Tutti quanti, antichi e moderni, si accordano nelì' aiìnnetterlo ;. 
soltanto i proff. Bacci e D' Ancona, nel loro ManìwJe della letteratura 
italiana. Firenze, 1896, voi. I, pag. 81, asseriscono che padre di Guini- 
zello fu Bartolomeo. Donde essi abbiano pescato questa notizia non lo so 
né mi riesce trovarlo ; ma poiché la mi sembra molto strana ed è senza 
dubbio diversa dall' opinione d' ogni altro, non 1' includo neppure nel: 
testo, ma solo mi limito a citarla qui a titolo di curiosità. 

(3) Per qui e sopra v. Fantuzzi, op. e l. citt. 



— 49 — 

essere anche tutt'uno). Ma, in conclusione, questo solo si può con 
certezza asserire che il primo ad esser conosciuto nella progenie 
elei nostri è per noi, in ordine di tempo. Magnano, al di là del 
quale niuna diretta testimonianza ci lasciano le antiche memo- 
rie. Tale, almeno finora, 1' opinione della maggioranza intorno 
all' origine di Guido Guinizelli ; ma oggi le ricerche di un dili- 
gente erudito, se pur non sono riuscite a trasmetterci intera e 
completa la genealogia dei progenitori di Magnano, hanno tut- 
tavia saputo raccoglier dei dati per i quali questa genealogia po- 
trebbe più facilmente rivelarsi. 

Infatti il dott. Orioli, alla cui competente solerzia nelF esplo- 
rare i documenti più antichi dell'Archivio bolognese dobbiamo 
così copiose e preziose notizie sulla vita del nostro, non appa- 
gandosi di quanto era noto finora circa le origini di questa fa- 
miglia, si è spinto ancora più indietro ; e in tal modo egli ha 
potuto assodare che altri Magnani più antichi di quello di cui 
ci occupiamo sono menzionati in Bologna fino dal sec. XII. Poi- 
ché in un atto dell' 11 marzo 1151 si trova fra i testimoni in un 
contratto un tal « Petrus Magnanus marmorarius «, e un altro 
per nome Ildebrando Magnano è ricordato in un giuramento del 
13 giugno 1219, nel quale ei s' impegna cogli altri uomini del 
quartiere di Porta Stieri e Portauova di osservare la pace fra 
Pistoia e Bologna (1). 

Questi i soli e semplici dati raccolti dall' Orioli ; onde taluno 
crederà che scarsa luce ne provenga alla nostra questione. Tut- 
tavia e' non si debbono disprezzare perchè da essi, se pur non 
risulta chiara e precisa 1' origine di Magnano e non si può asso- 
lutamente garantire che i personaggi colà nominati fossero agnati 
dell' avo di Guido, appare nondimeno probabile che tale appunto 
fosse la loro qualità perchè nei documenti medesimi vengono 
detti ambedue dimoranti nel quartiere di Portauova, ove sap- 
piamo essersi trovate le case dei Guinizelli. 

Così potrebbesi benissimo credere e per conseguenza asse- 
rire che attualmente anche 1' origine di questo Magnano, al di 
là del quale prima non era possibile spinger lo sguardo, è fino 
a un certo punto esplorata. 

Siccome però la cosa non è poi del tutto sicura e, quand' anche 
lo fosse, non sarebbe di gran giovamento alle nostre ricerche, 
crediamo meglio non aggiungere altro in proposito e, accennata 
appena questa notizia, cui non mancano del resto i caratteri 
dell'attendibilità, dilungarci piuttosto a parlare di quello che più 
direttamente serve al nostro scopo. Prescindendo dunque dall' in- 



(1) V. Orioli, op. cit. a pag. 26. 



— 50 — 

dagare quali fossero le origini più o meno remote del nostro Ma- 
gnano e contentandoci di quanto abbiamo accennato, ci trat- 
terremo a dire di lui, il quale, rimanendo tuttora vero e diretto 
capostipite della famiglia Guinizelli, è per noi interessante ed 
utile conoscere. 

Egli fu noto agli storici di Bologna ed ai biografi di Guido 
più antichi perchè, come abbiamo fuggevolmente accennato, di 
lui parlano il Fantuzzi e il Savioli, i quali sicuramente ne avranno 
attinto notizia ai documenti del tempo. E questi non mancano 
certo, anzi ve ne sono alcuni i quali porgono di lui larga e sicura 
notizia. Però mancano purtroppo, così per lui come per i suoi 
discendenti e tutti quelli del loro tempo, dati sicuri e precisi che 
indichino F anno della nascita e quello della morte. Ecco dun- 
que che fin da principio la questione riguardante la vita di Ma- 
gnano è rimasta incompleta e mutila in gran parte, dacché man- 
cavano i termini estremi, entro i quali tracciare il corso della 
sua esistenza. Si sapeva insomma soltanto questo di certo : che 
questo Magnano, avo sicuramente del nostro Guido, era vissuto 
in Bologna nella prima metà del sec. XIII, perchè in certi di 
quegli anni egli aveva ricoperto qualche carica pubblica o era 
altrimenti stato menzionato in pubblici documenti ; ma quando 
precisamente ei fosse nato e neppure quando morisse, mistero. 
E perciò compito di chi si è accinto, scrivendo queste pagine, 
a dare un quadro possibilmente preciso e minuzioso della fami- 
glia Guinizelli, vedere se mai si possa rintracciare, attraverso 
dati accertati di fatto, V epoca presumibilmente sicura della na- 
scita del nostro Magnano, e quindi con maggior facilità anche 
quella della sua morte. 

Fra i documenti che ci serbano memoria di lui due ve ne 
sono importantissimi. L' uno di essi, di cui parlò anche il Sa- 
violi (1), ci fa sapere come il nostro Magnano nell'anno 1229 oc- 
cupava r ufficio di procuratore del comune di Bologna ; l'altro, 
indicato dal Fantuzzi (2), ci dice che nelF anno 1234 il mede- 
iiimo Magnano faceva parte del Consiglio di Credenza. A questi 
due un terzo atto si potrebbe aggiungere in data 29 dicembre 
1249 (3) ; ma siccome non è ben sicuro eh' ei si debba riferire 
precisamente al nostro Magnano o non piuttosto a qualche altro, 
perciò credo opportuno accennarvi solamente e limitare 1' àmbito 
della nostra indagine a quei primi due. Da essi invero si può ri- 
cavare la data, almeno approssimativa, della nascita. Infatti, 



(1) V. Saviolt, Annali di Bologna. Tom. ITI, p. II, pag. 91. 

(2) Fantuzzi, op. e l. citi. 

(3) V. Orioli, op. cit., pag. 27. 



— 51 — 

chi nel 1229 ricopriva 1' alta e difficile carica di Procuratare del 
Comune non poteva naturalmente essere uomo di poca età e 
quindi di poca esperienza, ma 1" importanza dell' ufficio richie- 
deva ad occuparlo una persona matura d'anni e di senno ; ciò fa 
pensare ad un uomo nato negli ultimi decenni del secolo antece- 
dente e non certo più tardi. Lo stesso può, incerto qual modo, con- 
fermarci il secondo documento. Poiché chi nelFanno 1234 faceva 
parte del Consiglio di Credenza, ufficio questo non meno impor- 
tante dell' altro e forse anche più gelosamente delicato di esso, 
doveva essere necessariamente persona saggia ed esperta e quindi 
anche innanzi cogli anni. Perciò io credo che anche semplicemente 
da questi dati si possa con sicurezza concludere che il Magnano 
avo di Guido debba esser nato circa il 1180 o poco più tardi. Così 
infatti la sua età corrisponde in giusta proporzione agli uffici pub- 
blici da lui esercitati, poiché quello di Procuratore del Comune 
lo avrebbe disimpegnato a 49 anni e 1' altro, sempre secondo il 
nostro computo, a 54. 

Ma per chi non voglia così facilmente prestare orecchio alle 
nostre conclusioni, un' altra prova efficacissima rimane. Esiste, 
oltre i suddetti, un atto notarile in data 1226, di cui parleremo 
meglio fra poco, da cui resulta che in quell' anno appunto Gui- 
nizello di Magnano assistè come testimone alla vendita di un 
libro legale. È chiaro che allora Guinizello non poteva aver meno 
di 20 o 21 anni, e quindi é troppo giusto ripetere che in quella 
^stessa epoca il padre suo Magnano ne doveva avere almeno 45 
o 46 ; come precisamente li dovrebbe avere avuti quando si con- 
venisse neir accettare la data di nascita da me stabilita. 

Detto così dell' anno in cui il nostro Magnano deve aver 
cominciato a vivere, resta a fissare la data della sua morte che 
parimenti ci é sconosciuta. 

Abbiamo accennato all' atto che fa menzione di lui nel 1234 ; 
ora aggiungeremo eh' esso è 1' ultimo, in ordine di tempo, che 
ci parli di lui, qualora almeno non si voglia ritener come tale 
quello egualmente accennato del 1249. Comunque, dopo il 1234 
o, al più tardi, dopo il 1249 non abbiamo più notizia di lui ; di più 
possiamo dire che dal contratto in data 20 novembre 1265, di 
cui diremo in seguito, resulta eh' egli a quell' epoca era già morto 
perché vi si dice letteralmente così « domino Guinizello condam 
domini Magnani ». Di eguale opinione però sembra che non fosse 
il Grion (1), tanto che in suo articolo non esitò a dire che da 
quest' atto medesimo, mancandovi il condam o quondam, resul- 



(]) V. G. Gkion, G. Guinizelli e D. Compagni in « Pi'oi^ugnatore », 
II, 2, 1869, pag. 278. 



— 52 — 

tava precisamente il contrario, che cioè in quell' anno appunto 
Magnano doveva essere ancora vivo. Ma la diligente perspicacia 
del dott. Orioli ha potuto verificare che in quel documento la 
parola quondam esiste, e che perciò Magnano era in quell' anno 
sicuramente già morto. Resta ora a vedere se egli fosse allora 
morto da poco o se pure già da molti anni ei non appartenesse 
pili al numero dei viventi. Ma avendo noi già rilevato che nel- 
r anno 1234 o, al più tardi, nel 1249 egli è ricordato per 1' ul- 
tima volta in atti pubblici, è troppo giusto concludere eh' egli 
dev' esser morto appunto in quell' epoca, senza però che si possa 
dire con precisione in quale anno. Del resto, qualora egli fosse 
vissuto anche a tutto il 1250 e magari fino al 1265, egli non avrebbe 
mai raggiunto, tenendo conto della data di nascita da me stabi- 
lita, un' età esageratamente avanzata ; perchè nel primo caso 
sarebbe arrivato a 70 anni e nel secondo ad 85, il che è verosi- 
milissimo. ^ 

Fissato così il periodo di tempo nel quale, secondo ogni pro- 
babilità, r avo di Guido dev' esser vissuto, un' altra domanda 
può sorgere spontanea in ehi si occupi con interesse di lui : quale 
carriera cioè egli avesse intrapresa e qual posto occupasse nella 
società bolognese del tempo suo ? Né a questa domanda sapremmo 
altrimenti rispondere se non facendo appello a quei medesimi 
documenti, per mezzo dei quali abbiamo potiito stabilirne l'epoca 
d' esistenza, gli unici insomma che ci parlino di lui ; e da essi 
potremo ritrarre, anche per questo riguardo, una qualche proficua 
conclusione. Infatti, qualora non ne volessimo tener conto e ci 
riferissimo agli altri documenti più antichi i quali ci parlano di 
altri Magnani (1), che potrebbero essere stati suoi antenati, ne 
ricaveremmo minor frutto. Né da essi si ritrae una conseguenza 
egualmente sicura, in quanto V uno di loro, cioè quello in data 
13 giugno 1219, e che per 1' epoca e per il genere dellufficio in- 
dicatovi potrebbe benissimo riferirsi al nostro, non può invece 
assolutamente riguardare lui perchè vi si nomina un Ildebrando 
Magnano che per il nome non corrisponde al nostro sicuramente. 
L'altro invece, dell' 11 marzo 1151, non può egualmente par- 
lare dell' avo di Guido perchè in quell' epoca ei non doveva es- 
sere ancora nato, come abbiamo veduto (2). Al piti vi si può 
trattare di un antenato di lui il quale, secondochè dice 1' atto> 
sarebbe stato un marmorarius cioè uno scalpellino ; ma perciò 
appunto sembra che in esso non sia da riconoscere un antenato 
di Magnano perchè in tal modo la sua origine sarebbe stata molto^ 



(1) V. le prime pagine di questo stesso capitolo. 

(2) V. le pagine antecedenti di questo capitolo. 



— 53 — 

umile, mentre par piuttosto da credere eh' ei fosse d' alto lin- 
guaggio. 

Comunque, potrebbe anche darsi che la famiglia da cui pro- 
\'enne Magnano fosse anche sorta in seno al popolo e che col- 
r esercizio fortunato di un' industria manuale fosse riuscita ad 
elevarsi notevolmente e a giungere a tal grado di agiatezza da 
permettersi di possedere beni in città ed in campagna e contrarre, 
come vedremo, matrimonio con famiglie nobili. 

A questa opinione pare che ci dovrebbe spingere 1' osservare 
come nell'atto del 29 dicembre 1249 il Magnano che v'è nominato 
è detto drappiere, e quindi mercante. Siccome però è tutt' altro 
che certo che in quel documento si parli proprio del nostro (1), 
è meglio, come ho detto in principio, ricorrere ai documenti già 
esaminati e sicuri e interrogarli di nuovo. 

Da quei documenti, come abbiamo veduto, questo solo ri- 
sulta che il nostro Magnano negli anni 1229 e 1234 occupava 
due onorevoli uffici pubblici. Il che di per sé solo vorrebbe dir 
poco, ma non è così quando si pensi bene all' epoca in cui ciò 
avvenne. Abbiamo già detto (2) come a quel tempo il Comune 
bolognese andasse ogni dì più acquistando spirito e forme de- 
mocratiche e come ai primi pubblici onori altri non fossero chia- 
mati se non i capi delle arti o delle armi e quindi i rappresentanti 
del traffico e dell'attività della borghesia. Ebbene, che significa 
ciò se non questo : che anche Magnano, per naturai conseguenza, 
dovette provenire da famiglia popolana resasi illustre colle arti 
e i commerci e giunta ormai a considerevole grandezza ? Che me- 
raviglia perciò che anch' egli fosse un mercante od un artista 
o che almeno, riposandosi sulle dovizie accumulate laboriosa- 
mente dagli avi, continuasse egli pure in qualche modo a diri- 
gere od esercitare la medesima industria ? 

A questo però è necessario aggiungere,' per meglio conoscere 
la figura morale di lui, eh' egli aveva compreso, al pari di 
tanti suoi concittadini, che ormai un' altra e miglior nobiltà 
poteva acquistarsi chi nobile non fosse di origine e con no- 
bili volesse contendere, quella cioè della scienza. Gli esempi 
luminosi che ogni giorno venivano dal nobilissimo Studio do- 
vevano aver fatto capire al ricco borghese che allato al ca- 
valiere feudale un altro grande sorgeva, il dottore. Ed ecco 
«he egli, dolente di non aver studiato la legge romana sotto la 
guida di maestri famosi, non dubitò, lo vedremo, di farla ap- 
prendere dal figlio suo, e quindi dal suo ceppo spuntò una gente 



(1) V. Orioli, op. cit. a pag. 27. 

(2) V. l'ultima parte del nostro cap. 



I. 



— 54 — 

degna di Bologna nuova, dotta e opulenta, una progenie di giu- 
reconsulti e signori. 

Questo, tutto ciò che dell' avo di Guido possiamo dire ; par- 
liamo adesso del padre. 

Su questo, forse anche più che sull' avo, tutti si accordano 
a dire che si chiamò Guinizello ; perciò non v' è nessun dubbio 
che tale veramente debba essere stato il suo nome. Così in- 
fatti ci attestano i documenti, così ci ripetono i cronisti ed i cri- 
tici che hanno più o meno parlato del figlio di Magnano e padre 
di Guido, tutti indistintamente dai più antichi ai più recenti. 

Ma, se non v' è discussione sul nome, occorre tuttavia sol- 
levare anche intorno alla persona di Guinizello una questione 
analoga a quella sollevata intorno al padre suo, e vedere di deci- 
dere chi precisamente egli fosse perchè anche di Guinizelli vi- 
venti al tempo suo in Bologna sembra eh' egli non fosse il solo 
davvero. Che altri col suo stesso nome vi fossero già lo abbiamo 
detto altrove, ma qui occorre ripeterlo e aggiungere chi parti- 
colarmente essi fossero. 

Sta il fatto che nel 1270 era già morto un Guinizello (1), 
padre di quel Guido dei Principi che fu podestà a Castelfranco, 
e che questi perciò non può confondersi col nostro poeta. Per la 
stessa ragione neppure il padre di lui si può confondere col padre 
di questi quando si ricordi che il nostro Guinizello era ancora 
vivo neir anno 1275. Ma, oltre a lui, anche un altro Guinizello 
viveva allora in Bologna, il quale si potrebbe più facilmente 
identificare col nostro. Egli è appunto indicato da un epitafìo 
in Verona che porta la data del 1283 (2) e dice che 1' estinto 
appartenne alla famiglia Principi. Ebbene, neppur questi bi- 
sogna credere, come invece ha fatto qualcuno (3), che fosse 
il padre del poeta poiché prima di tutto questi non discendeva 
dai Principi (4) e per di più era morto nel 1275 e non nel 1283, 
come invece porta scritto 1' epitafìo veronese. Mi sembra inoltre 
che quest' ultimo Guinizello menzionato a Verona non si possa 
neppure identificare coli' altro, padre del podestà di Castelfranco, 
perchè 1' esser già morto, come sappiamo di lui, nel 1270, non 
si può assolutamente metter d' accordo, pur prescindendo dalla 
diversità del luogo, col fatto d' essere stato sepolto nel 1283. Non 
v' è quindi alcun dubbio che si tratti di tre Guinizelli assoluta- 



(1) V. Orioli, op. cit. a pag. 8 e il nostro cap. TI a pag. 37. 

(2) V. Orioli, op. cit. a pag. 28 in nota. 

(3) V. G. Grion, G. GuinicelU e D. Compagni, in « Prcpugnatore 
Anno 1870, voi. II, parte 2', pagg. 280 sg. 

(4) V. il nostro cap. II. 



■DO 



mente distinti e indipendenti 1' uno dall' altro ; che il padre poi 
di Guido nostro non fosse né questo né quello dei due ultima- 
mente citati, appare assai chiaro. 

Egli fu dunque e solo quel Guinizello di Magnano di cui ci 
parlò già il Fantuzzi e dal quale non si é allontanato chiunque 
ha voluto seguire le norme della verosimiglianza. Ei fu perciò 
bolognese al pari del padre suo e dei suoi figli ed in Bologna ri- 
mase quasi tutto il tempo della sua vita. Pare che non avesse 
fratelli né sorelle affatto, perché di nessuno di loro vien fatta 
menzione in atti che riguardano lui o il padre suo ; é quindi lecito 
supporre che fosse figlio unico. A lui inoltre spetta F onore, come 
al padre di Dante, di aver trasmesso al figlio glorioso e ai più 
remoti discendenti il proprio nome ridotto ormai a guisa di casato 
a indicare e distinguere tutta la sua prosapia ; poiché, come ab- 
biamo veduto, il cognome di Guido e dei fratelli suoi e dei loro 
figli e nepoti rimonta appunto a questo Guinizello e ne rappre- 
senta il nome usato al genitivo in forza di patronimico (1). 

In quale anno precisamente Guinizello nascesse é cosa per 
noi interessante e di capitale importanza ; tuttavia anche per 
lui dobbiamo confessare che nessuno dei documenti che lo riguar- 
dano ci porge tale indicazione. Quindi bisognerà anche a suo 
riguardo, come abbiamo fatto per Magnano, risalire attraverso 
i dati certi a questo incerto e cercare per mezzo di ragionevoli 
congetture di ricostruirne, almeno approssimativamente, la data 
di nascita. 

Esiste pertanto un documento, da cui si ricava che nell' anno 
1226 il nostro Guinizello assistè come testimone alla vendita di 
un libro di leggi (2). Ora a me sembra che testimone in un affare 
così importante non si potesse scegliere né un fanciullo né un 
giovinetto inesperto, ma chi, pur essendo ancor giovane, avesse 
almeno compito i suoi studi e fosse esperto in materia ; che do- 
vesse perciò essere un uomo di più di venti anni e si trovasse 
anzi magari vicino ai venticinque. Da ciò si deduce che Guini- 
zello doveva esser nato circa 1' anno 1200 o poco dopo, perché 
soltanto ammettendo questo é possibile riferirgli, com' é neces- 
sario, quella tale testimonianza. Questo fatto adunque basterebbe 
anche da solo a farci ritrovare quella data di nascita che non 
ci era stata tramandata da nessun documento ; ma a confermarci 
in tale opinione, nonché 1' approvazione di molti studiosi, con- 
tribuisce anche 1' osservazione di altri fatti. 

Esiste pure un altro documento che attesta come nel 1229, 



(1) V. in generale il nostro cap. 2". 

(2) V. E. Orioli, Consulti cit., pag. 8. 



— 56 — 

r anno medesimo in cui Magnano era Procuratore del Comune, 
Guinizello faceva parte del Consiglio del Popolo (1). Ebbene, si 
può mai pensare che a tale onorifico e delicato incarico fosse ele- 
vato un giovine che avesse avuto meno di 20 o 27 anni ? E sic- 
come a questa domanda non si può rispondere altro che negati- 
vamente, è lecito a maggior ragione concludere che il nostro 
Guinizello era proprio nato al principio del secolo e con tutta 
probabilità nell' anno 1202 o nel seguente. 

Di questa verità ci persuaderemo meglio in seguito con altri 
fatti che piìi o meno direttamente la confermeranno. Occorre 
adesso vedere in quali studi e occupazioni Guinizello impiegò 
la sua prima giovinezza e dedurne a quale carriera dovette in se- 
guito essersi dedicato. 

Già da quanto dicemmo (2) appare manifesto anche nel 
padre suo il desiderio di studiar leggi, bisogno naturale in chi 
era nato e cresciuto presso lo Studio famoso e in chiunque am- 
biva ci' illustrar colla toga le origini mercantesche. Anzi sono ar- 
rivato perfino a supporre che questo desiderio intenso e insod- 
disfatto del padre può avere spinto il figliuolo ad abbracciar 
quello studio eh' egli non aveva potuto o saputo intraprendere. 

Ora a me pare giunto il momento di confermare coi fatti 
quella congettura e stabilire che precisamente lo studio a cui 
si dedicò Guinizello fu quello delle leggi e la professione da lui 
esercitata quella del giurista. 

Anche questo, è vero, non ce 1' asserisce nessuno e, sebbene 
il Fantuzzi dica eh' ei fu giudice e giurista di professione (3), 
non potrebbe la sua autorità per quanto grande esser così deci- 
siva da non permettere a qualcuno di dubitarne. Né io mi limito 
a simile difesa ma, appellandomi a quei documenti medesimi 
che nella loro laconica semplicità racchiudono per me tanto si- 
gnificato, credo anche in questo caso poter confortar la mia ipo- 
tesi con prove inoppugnabili. 

Infatti, per convenire di questa mia opinione basterebbe 
riflettere un po' anche soltanto su quei due documenti che ho 
citati per ultimi e dai quali resulta che Guinizello era nato circa 
r anno 1202. Il vedere, dico, che all' età di 23 o 24 anni uno è 
chiamato come competente a testimoniare nella vendita di un 
libro legale e a 27 o 28 è messo a parte del Consiglio del Popolo, 
è un fatto per me assai significativo. Poiché da esso appare che 
la stima che in lui riponevano i concittadini e gli amici non de- 



(1) V. Orioli, Consulti citi., pag. 8. 

(2) V, le pagine precedenti di questo stesso capitolo. 

(3) V. Oj). e l. citt. 



— 67 — 

ri va va soltanto dalla serietà del carattere, ma anche e soprat- 
tutto dalla conoscenza delle leggi. Altrimenti, mi pare, in età 
relativamente così tenera non sarebbe stato incaricato di una 
testimonianza tanto delicata né eletto ad un ufficio politico così 
importante. 

Ci sono del resto altre e migliori prove che possono definiti- 
vamente convincerci eh' egli esercitò la professione di giurecon- 
sulto e di giudice. Ma per ora contentiamoci di concludere, in 
conseguenza delle prove già esposte e in precedenza di quelle che 
citeremo, eh' ei dev' essersi occupato nella sua prima giovinezza 
dello studio delle leggi. Quando precisamente vi si dedicasse 
non lo sappiamo per certo, ma è facile supporre che dev' essere 
stato fra il 1220 e il 1225, fra i 18 cioè e i 23 anni, se pure non 
prima. Chi fosse il suo maestro parimente non lo sappiamo ; solo 
è lecito congetturare che potrebbe essere stato il celeberrimo 
Accursio, il quale in quegli anni appunto insegnava nello Studio 
e glossava le leggi, oppure il figlio suo Francesco, di merito non 
inferiore a quello di lui. Se così fosse stato, il nostro Guinizello 
avrebbe attinto alle più pure foriti della giurisprudenza bolognese 
e sarebbe dovuto riuscire, dietro la guida di così eccelsi modelli, 
ottimo neir esercizio della professione legale. Questo almeno è 
concesso supporlo poiché, riferendosi anche soltanto ai docu- 
menti citati, é naturale concludere che uno il quale in così gio- 
vane età era chiamato e consultato in questioni così delicate 
e importanti non poteva essere altri che assai provetto nell'arte sua. 

Resulta inoltre da un atto del 1235 che Guinizello allorquando, 
secondo il nostro computo, aveva circa trent'anni fu indotto a pro- 
ferire una sentenza in favore di certa Diambra, vedova di Alberto 
dei Libri. In questo documento la qualità professionale dell' inter- 
pellato è chiaramente manifesta poiché il responso da lui emesso 
così comincia : « Ego Guinicellus iudex.... » (1). Non mancano 
però altri documenti dai quali, anche se la sua professione non 
é così chiaramente indicata, si rileva egualmente che tale appunto 
dovette essere 1' ufficio suo. Perché, oltre esser chiamato espres- 
samente giudice in atti degli anni 1251 e 1262, é noto che nel 
medesimo anno 1251 egli insieme con altri egualmente esperti di 
leggi dà un responso in materia penale (2). Non e' é quindi dub- 
bio, mi pare, che se Guinizello percorse una carriera essa fu ap- 
punto quella del giureconsulto, alla quale ei si dedicò fin dai primi 
suoi anni e nella quale, avendo acquistato considerevole perizia, 
perseverò almeno fino ad età avanzata. 



(1) V. Orioli, Consulti citt., a pag. 8. 

(2) V. Orioli, op. e l. ultima/mente citt. 



— 58 — 

Molti sanno bensì eh' egli ebbe moglie e vari figli ma, non 
essendo noto del pari chi ella fosse e quando precisamente ei la 
sposasse, mi pare opportuno trattenermi brevemente su questo 
punto non trascurabile né indifferente per noi. Un paziente in- 
dagatore di cose Guinizelliane, V Orioli, ha potuto appurare 
ch'essa fu precisamente Guglielmina di Ugolino Ghisilieri (1) ; 
onde a noi è lecito congetturare eh' ella potesse essere zia materna 
o comunque affine del poeta Guido Ghisilieri nato, come ognun 
sa, circa il 1244. Così le famiglie dei due poeti bolognesi verreb- 
bero ad essere con fortuita combinazione unite dai vincoli della 
cognazione diretta. Dell' epoca del matrimonio di Guinizello nep- 
pure r Orioli ci parla, ma non è difficile indovinare che dev' es- 
sersi celebrato circa il 1226 o il 1227, quando cioè Guinizello 
aveva, per me, 23 o 24 anni (2) ; ed è assai probabile che quando 
nel 1229 fu chiamato a far parte del Consiglio del Popolo, ei fosse 
già ammogliato e magari avesse già avuto o fosse per avere il 
primo figliuolo. Quindi egli continuò a vivere tranquillamente 
in Bologna, dov' era nato e dove possedeva case in città e po- 
deri nei dintorni (3). La sua permanenza in Bologna è infatti 
attestata, secondochè dice lo stesso Fantuzzi, da atti che dimo- 
strano avervi egli dimorato negli anni 1246. 1257 e ancora più 
tardi. Così, possiamo anche noi ripetere, dev' essere avvenuto 
fino all' anno 1265, ma non più in là, poiché sappiamo per certo 
che per tutto il successivo 1266 ei fu podestà a Narni. Questo 
lo attesta un documento, riportato già dal Fantuzzi, e poi dal- 
l' Orioli e da altri, in data 20 novembre 1265 nel quale é detto 
che il notaio Martino Rosello promette a Guinizello di andar con 
lui alla podesteria di Narni per il prossimo anno 1266 (4). 

Da ciò é facile arguire che nei primi giorni del dicembre 1265 
Guinizello si dev' essere allontanato da Bologna per recarsi nella 
sua nuova residenza e trovarcisi al principio dell' anno o anche 
prima, onde potere inaugurare regolarmente il suo autorevole 
ufficio. E tal fatto é una prova di più, se mai occorresse, che egli 
dovette essere di professione giurista. Né deve far meraviglia 
eh' ei vi andasse in compagnia del notaio Martino Rosello poiché 
quest' ultimo, secondo ogni probabilità, lo avrà seguito in qua- 
lità di segretario, non potendo naturalmente un podestà disim- 
pegnar da sé solo i vari affari senza 1' aiuto di cancellieri legali. 

Comunque, é un fatto che Guinizello rimase per tutto 1' anno 



(1) V. Orioli, Consulti citi., pag. 12. 

(2) V. più indietro la data di nascita da me stabilita. 

(3) V. il nostro cap. II. 

(4) V. Fantuzzi, op. rit. nota 4 ; Orioli, Consulti citt., pag. 9. 



— 59 — 

1266 lontano dalla sua patria nella remota e verde Umbria ; ma 
par certo ch'ei non si trattenesse più a lungo colà e che nel suc- 
cessivo 1267 fosse già di ritorno alla sua diletta Bologna (1). 
Di questo suo ritorno in patria nulla sappiamo di sicuro e solo 
possiamo dire che da quell' epoca egli deve aver perduto la sua 
salute e acquistato quella malattia nervosa che poi non lo abban- 
donò più fino alla morte. Ch' ei fosse malato anche prima, non 
e', è neppur da pensare ; altrimenti né lo avrebbero chiamato 
né avrebbe potuto assumere la podesteria di Narni. Già il Fan- 
tuzzi accennò, sebbene fugacemente, a questo suo disturbo di- 
cendo che ancora mentecatto viveva nell' anno 1275 (2), 1' ul- 
timo della sua vita ; ma quando precisamente si sviluppasse in 
lui la malattia e quali caratteri ella presentasse e quale ne fosse 
r origine, neppure il Fantuzzi seppe né potè dirlo. Egli però ci 
fa sapere che fino dal 1268 Guido e i suoi fratelli vengono nomi- 
nati nei memoriali in occasione dei contratti che da essi conti- 
nuamente si facevano ovunque la condizione dei loro domestici 
affari lo richiedesse, attesa V incapacità del padre (3). Dunque 
è da credere che la malattia mentale di Guinizello incominciasse 
nel corso o sulla fine del 1267 o al principio dell' anno successivo, 
cioè poco tempo dopo la sua partenza da Narni e il suo ritorno 
a Bologna. Purtroppo il principio di tale infermità ci é sconosciuto 
e non possiamo indicarne le cause perché nessuno ne ha mai par- 
lato e nemmeno 1' ha lasciato intuire ; giova quindi limitarci a 
supporre che si tratti di accidente meramente fortuito. 

Solo fra tutti il Grion (4) ha creduto o voluto far credere 
che la pazzia di Guinizello derivasse dal dolore provato per l'espul- 
sione dei figli suoi da Bologna e per la caduta della fazione ghi- 
bellina, a cui si era votato : ma che questa opinione sia sempli- 
cemente ridicola lo capisce chiunque si fermi a considerare quanto 
ho dimostrato finora. Come poteva impazzire nel 1275 chi era 
già pazzo nel 1268 ? Eppure, che la caduta e il bando dei Lam- 
bertazzi avvenisse nel 1275, é un fatto storico di cui nessuno 
vorrà impugnare 1' autenticità. Un' altra prova poi che la ma- 
lattia di Guinizello deve aver avuto principio subito dopo il suo 
ritorno dalla podesteria di Narni, ce la fornisce il fatto eh' egli 
dopo queir anno non solo non conclude più alcun contratto per 



(1) Ciò si deduce anche dal vedere che nell' atto di promissione del 
notaio Rosello si dice espressamente « prò uno anno ». 

(2) V. op. cit., nota 5. 

(3) V. Fantuzzi, /. cit., nota 6. 

(4) V. G. Grion, G. Guinizelli e O. Ghisilieri, in « Propugnatore », 
1870, voi. II, parte 2% pag. 279. 



— 60 — 

interessi privati, ma non è neppur piìi chiamato a ricoprire al- 
cuna carica, mentre invece prima gli era accaduto così spesso. 
Inoltre il Fantuzzi dice espressamente, a proposito del bando 
inflitto ai Guinizelli, che del vecchio Guinizello, che ancora vivea, 
non fu tenuto conto, 'perchè già da alcuni anni privo del senno (1). 
Ma inoltre, quand' anche non si voglia dar peso all' affermazione 
del Fantuzzi, non vi par logico e giusto che anche il vecchio Gui- 
nizello, a rigor di termini, avrebbe dovuto esser compreso né 
pili né meno come tutti gli altri di sua famiglia nel bando famoso 
del 1275 ? Invece, il vedere eh' egli non è classificato fra gli altri 
suoi congiunti nella lista di proscrizione, fa agevolmente supporre 
che i Gerenei dovettero risparmiare a lui la condanna solo perché 
ebbero compassione della sua infermità e lo considerarono ap- 
punto per questo innocuo anche se lasciato in Bologna. 

Anche queste, mi pare, sono considerazioni che possono 
sempre meglio persuaderci di quanto dicevamo in opposizione 
al Grion, che cioè Guinizello non può aver perduto il senno in se- 
guito alla barbara espulsione dei suoi, ma ne dev' essere stato 
privo anche prima dell' anno 1275. Perciò quella non fu sicura- 
mente la causa della sua malattia, ma ella dovrebbe se mai ri- 
cercarsi altrove. A noi, ripeto, non resulta affatto come e per 
qual motivo ella si sia in lui sviluppata, ma dovremmo, come 
ho detto, ritenere eh' essa fosse di origine meramente casuale e 
organica. Del resto, siccome anche se si riuscisse a scoprir con 
certezza la causa e il principio di questa sventura non gioverebbe 
gran fatto all' esito del nostro studio, credo inutile indugiarvisi 
sopra pili a lungo e mi limito ad osservare eh' essa potrebbe avere 
avuto origine da domestici dispiaceri, dei quali purtroppo a noi 
manca e mancherà sempre ogni notizia. 

Piuttosto sembra piti utile al nostro scopo e piìi naturale 
conoscere 1' indole di tale infermità e cercar di dirne, se é pos- 
sibile, qualcosa di più preciso. 

Io credo infatti, appellandonii all' epiteto ìnentecatto, di cui 
lo qualificano il Fantuzzi e gli antichi, che la pazziia di Guini- 
zello fosse piuttosto una specie di rimbambimento o di cretineria 
senile dovuta magari ad esaurimento nervoso e derivata da ec- 
cessiva applicazione e abuso delle facoltà mentali, meglio che 
una vera pazzia furiosa (2). Anzi, che alienazione frenetica sia 
addirittura da escludere, me lo fanno sospettare non solo le 
espressioni degli antichi, i quali non usano mai per indicarlo le 



(1) V. Fantuzzi, Op. cit. fra le note 14 e 15. 

(2) È quella nota scientificamente col nome di demenza semplice : 
V. E. Regis, Manuel pratique de medecine mentale. Paris, 1885, a pag. 128. 



— 61 — 

parole insanus, o demens, ma anche il fatto eh' egli rimase sem- 
pre nella sua famiglia e in mezzo ai suoi cari e soprattutto il sa- 
pere, come vedremo, che dopo morto fu sepolto in terra sacra. 
Mi pare, dico, che se si fosse trattato di un pazzo addirittura 
furioso e quindi anche pericoloso, né i suoi lo avrebbero tenuto 
presso di sé ma avrebbero cercato di chiuderlo in qualche con- 
vento o di allontanarlo comunque dalla città, né (quel che più 
importa) sarebbe stato sepolto in una chiesa. Poiché tutti sanno 
che i pazzi durante il medioevo furono considerati come indemo- 
niati e come a tali veniva loro interdetta la sepoltura ecclesia- 
stica (1). 

Da tutto ciò quindi io concludo che la infermità di Guini- 
zello dev' essere stata di natura piuttosto mite e benigna e che, 
pur privandolo dell' uso normale della ragione, non lo spingesse 
però mai ad atti inconsulti e sanguinari che fossero di danno a 
lui stesso e a quanti lo circondavano. 

Questo piuttosto si può senza esitazione asserire, che di quella 
malattia Guinizello non guarì mai e che piuttosto la repentina 
e violenta catastrofe del suo partito e la crudele espulsione dei 
figli suoi, delle quali cose ei si dev' essere pur reso un qualche 
conto a ogni modo, possano avere influito a peggiorare le sue con- 
dizioni mentali e ne abbiano accelerato quella paralisi da cui, 
secondo ogni probabilità, fu condotto alla morte. 

Egli morì a Bologna in età di circa 74 anni, non si sa bene 
in qual mese e in qual giorno preciso. 

li' ultimo documento che ci parla di lui ancora vivente é un 
atto del 22 novembre 1274, col quale un Giacomo dei Buvalelli 
dichiara d' aver fatto, forse per ordine del Comune, V inventario 
dei beni di Guinizello e di assumere la tutela del vecchio mente- 
catto (2). Il vedere, io credo, clie 1' autorità pubblica veniva 
ad usurpare violentemente i beni spettanti ai figli suoi e che egli, 
strappato alle loro braccia, veniva affidato alla discrezione di un 
estraneo, tutto ciò dev' essere stato così fiero colpo da fare pro- 
fonda impressione nell' animo dello sventurato vecchio e con- 
durlo rapidamente alla tomba. Ei fu sepolto a Bologna nella 
chiesa di San Colombano, come resulta dal testamento di sua 
figlia Vermiglia (3). In un atto pubblico del 20 maggio 1275 



(1) Dice il Regis, op. cit. a pag. 16 al cap. Moyen àge « .... la 
croyance aux dénions domine toutes les imaginations ; e' est le règne.... de 
la possession demoniaque ». 

(2) È riportato dal Fantuzzi, op. cit. nota 5. 

(3) V. Orioli, Consulti citi. pag. 28 in nota. 



— 62 — 

-è ricordato il bandito Uberto, figlio del fu signor Guinizello (1) : 
il quale perciò deve esser morto nel corso di quei sei mesi. 

Detto così tutto quello che con maggior sicurezza si poteva 
intorno al padre, passiamo ora a parlare dei fratelli di Guido, 
e così avremo un quadro completo della famiglia Guinizelli du- 
rante il sec. XIII. 

È noto già da quanto lasciarono scritto gli antichi che Guido 
Guinizelli non fu, come invece era stato suo padre, figlio unico, 
ma che invece ebbe altri due fratelli, cioè Giacomo ed Uberto (2). 
A ciò possiamo aggiungere, sulla scorta dei documenti, eh' egli 
ebbe altresì due sorelle, Vermiglia e Bartolomea ; e quindi rias- 
sumere che i figli di Guinizello furono in tutti cinque, cioè tre 
maschi e due femmine (3). 

Il primogenito fu sicuramente Guido, come quello che è 
menzionato sempre per primo negli atti nei quali il suo nome 
compare insieme con quello dei suoi fratelli e talvolta anche da 
solo, come p. es. nel contratto stipulato dal padre suo per la po- 
desteria di Narni e in altri, da cui chiaro resulta eh' egh, durante 
r infermità di quest' ultimo, era considerato da tutti come il 
vero ed unico capo della famiglia (4). 

Il secondogenito fu, con tutta probabilità, Giacomo, non 
solo perchè nei documenti è sempre nominato subito dopo il 
fratello Guido, ma principalmente perchè, avendo nell' anno 
1264 occupato un pubblico ufficio per il quale occorrevano al- 
meno trent' anni di età (5), è chiaro eh' egli li poteva anche 
aver di recente compiuti e quindi esser nato o addirittura nel 1234 
o non molto prima di certo. Nel caso, dovremmo riportare un 
po' più indietro la data della sua nascita e avvicinarla, non ol 
trepassandolo però, al 1230 ; tanto da concluderne eh' ei dev' es- 
ser nato circa 1' anno 1232, o poco prima o poco dopo a ogni modo. 

Quale professione egli esercitasse in Bologna non ci è dato 
saperlo e neppure sappiamo a quali studi si fosse dedicato fin 
dalla sua prima giovinezza, perchè ce ne mancano le prove. Sem- 
bra però eh' egli non coltivasse lo studio della giurisprudenza 
e che quindi non facesse il notaio o il giudice, come il padre suo, 
perchè in nessun atto pubblico egli è denunziato con quell' ap- 
pellativo e perchè anche non fu mai richiesto, a quanto almeno 



(1) Questo si legge in Fantuzzi, op. cit. alla nota 15. 

(2) Il Fantuzzi lo chiama anche Alberto. 

(3) V. in fine a questo cap. 1' albero genealogico dei Guinizelli. 

(4) Questi atti si posson vedere tutti nelle opp. citt. dell' Orioli 
del Fantuzzi. 

(5) V. Orioli, Consulti citt. a pag 31. 



— 63 — 

resulta, di pareri legali o di sentenze e non compì mai insomma 
nessuna di quelle parti che gli sarebbero in tal caso spettate. 
Quindi, considerando che se tale ei fosse stato almeno un cenno 
ne sarebbe in qualche modo pervenuto, possiamo da tali prove 
negative dedurre eh' egli, non imitando 1' esempio del padre, 
deve aver rivolto la sua attività ad arte diversa da quella di 
lui o magari a nessuna, limitandosi forse ad accudire alla dire- 
zione e amministrazione del patrimonio paterno. L' unico ufficio 
pubblico da lui esercitato, a quanto sappiamo, fu quello di Pro- 
curatore del Comune, ufficio sostenuto, come abbiamo accen- 
nato (1), nel 1264, quando cioè egli doveva aver già compito 
trent' anni. In tal modo Giacomo Guinizelli continuava la tra- 
dizione iniziata dall' avo il quale, già lo vedemmo, ricoprì il me- 
desimo incarico di Procuratore nel 1229 (2). 

Poche altre notizie sicure potremmo aggiungere riguardo a 
Giacomo, eccettuato eh' ei dovette senza dubbio aver moglie, 
perchè in atti pubblici si trovano menzionati più di una volta 
i suoi figli, che furono appunto tre, cioè Guinizello, Agnese e Bea- 
trice. Chi però fosse e come si chiamasse la madre dei figli di Gia- 
como, non ci resulta in alcun modo perchè ella non è mai ricor- 
data in nessun documento. Questo fatto si può, a parer mio, 
spiegare in due modi : o Giacomo moglie legalmente riconosciuta 
non r ebbe mai e quindi i suoi furono soltanto figliuoli naturali 
e magari nati da diverse donne, o, se pure fu unito in regolare 
connubio, la sua consorte dev' essere morta così presto da non 
poter essere menzionata mai in atti riguardanti il marito od i 
figh. 

Giacomo avrà trascorso tutta la sua vita in Bologna fino 
a queir anno 1274, così funesto per tutti i Guinizelli, nel quale 
anch' egli, compreso fra i partigiani della fazione Lambertazza, 
fu, al pari dei fratelli, espulso da Bologna. Ciò resulta assai chiaro 
dalla lista di proscrizione compilata nel 1275 e nella quale si trova 
pure il suo nome insieme a quello di molti altri della sua fa- 
miglia (3). 

Quale vita egli facesse dopo il bando e in qual luogo la con- 
ducesse, è assolutamente un mistero. 

Il Grion, seguendo una testimonianza del Ghirardacci, af- 
faccia la ipotesi che quel Giacopo de' Principi, ribelle di Bolo- 
gna, che nel 1277 assalì da un' imboscata lo sforzo bolognese 



(1) V. sopra in questo stesso capitolo. 

(2) V. il principio di questo cap. III. 

(3) V. il documento XII presso 1' Orioli (opusc citato) a pag. 40 ; 
e il Fantuzzi (op. cit.) dopo la nota 15. 



— ()4 — 

a tre miglia da Ravenna « et a Faenza menò ducento cavalieri 
cattili «, sia precisamente il figlio di Guinizello, di cui abbiamo 
parlato finora (1). Ma noi non possiamo convenire in tale opi- 
nione dal momento che abbiamo sufficientemente dimostrato che 
nessuno dei discendenti da Guinizello né egli medesimo appar- 
tennero alla famiglia Principi né vennero mai indicati con quel 
cognome in atti pubblici (2). Questo piuttosto possiamo dire, 
seguendo i documenti, che tutti i Guinizelli tornarono in Bolo- 
gna e vi rimasero dal 4 agosto 1279, giorno in cui il cardinal La- 
tino compose in pace le due fazioni guelfa e ghibellina, fino al- 
meno al successivo 1280, nel quale anno i seguaci della parte 
Lambertazza furono novamente e definitivamente espulsi da 
Bologna (3). Io credo però che questa seconda volta i Guini- 
zelli non fossero colpiti dal bando e che quindi, invece di ripa- 
rare a Verona, come ritenne il Grion (4), rimanessero ancora 
a lungo nella loro patria, o che almeno, se pure espulsi di nuovo, 
vi tornassero una terza volta alla fine di quel secolo. Che così 
avvenisse almeno per Giacomo, non e' é alcun dubbio ; poiché 
resulta dal testamento fatto da un suo discendente nel 1334 che 
Giacomo aveva venduto, d' accordo col figlio Guinizello, a Ghe- 
rardo Ghisilieri nell' anno 1303 un appezzamento di terreno po- 
sto a Ceretolo in un luogo detto la Fratta (5). Questo documento 
ci rivela che Giacomo, vivente ancora nel 1303, non solo abitava 
a Bologna ma godeva altresì il possesso dei propri beni. Dopo 
queir anno però ei non si trova più ricordato ; è quindi lecito 
supporre che fosse morto in quell' epoca in età di circa 70 anni. 

Dopo i primi due maschi nacquero evidentemente a Guini- 
zello le due femmine, poiché il figlio Uberto resulta, come vedre- 
mo, il pili giovane di tutti. Quale però delle due figlie nascesse 
prima, secondo il solito non lo sappiamo. 

L' Orioli fa capire dalla disposizione del suo albero genealo- 
gico della famiglia GuinizelU (6) che prima dovrebbe esser nata 
Vermiglia e poi Bartolomea. Io però non sono della stessa opi- 
nione, e mi sembra che a ritenere Vermiglia come nata prima 
della sorella vi siano due grandissime difficoltà. Infatti, o biso- 
gnerebbe farla nascere a gran distanza dall' ultimo suo fratello, 
nientemeno che dopo tredici anni, cioè nel 1245, o bisognerebbe 



(1) V. G. Grion, art. cit. in « Propugnatore », a pag. 279. 

(2) Vedasi 1' ultima parte del nostro cap. 2. 

(3) V. G. Grion, art. cit. in « Propugnatore » a pag. 279. 

(4) Idem, idem, a pag. 280. 

(5) V. Orioxi, opusc. cit. a pag. 24. 

(6) Vedilo qui riprofotto in fondo al presente capitolo. 



— 65 — 

ammettere eh' ella andasse sposa dopo aver già compiti da un 
pezzo i trent' anni. L' una cosa e 1' altra a me sembra poco ve- 
rosimile, e quindi ritengo che la sua sorella sia nata prima di 
lei. Di creder questo niente ce lo impedisce, perchè di Barto- 
lomea ci manca ogni dato e non sappiamo nulla ; diguisachè 
possiamo con maggior libertà e minore scrupolo supporla nata 
quando ci torna più conveniente. 

Io credo adunque che la nascita della Bartolomea, terza 
tra i figli di Guinizello, si possa riportare approssimativamente 
air anno 1236 o al 1237 ; e altro non sapremmo aggiungere a 
questa semplice e incerta notizia, se il nostro studio non ci avesse 
spinto a ricavare tutto il possibile dal silenzio e dal laconismo 
dei documenti. 

Ch' ella fosse maritata non può essere, perchè altrimenti ci 
sarebbe rimasto notizia del contratto nuziale o sapremmo in 
qualche altro modo chi fosse il marito suo. Siccome invece tutto 
questo non ci resulta affatto, si possono a suo riguardo far due 
congetture e pensare : o che, facendosi monaca, trascorresse tutta 
la sua vita in un chiostro, o che rimanesse nubile nella casa pa- 
terna fino alla morte. Non si può invece assolutamente supporre 
che morisse da giovinetta perchè ella appare ancora vivente 
nel 1294, quando è nominata erede dalla sorella Vermiglia (1). 
Ed anche questa a me sembra una ragione di più per credere 
eh' ella si sia dedicata al culto perchè, se fosse rimasta in casa 
dei fratelli, la sorella Vermiglia avrebbe lasciato a questi dichia- 
rando magari usufruttuaria la sorella ; dal momento invece eh' essa 
la dichiara sua erede, è segno che Bartolomea nel 1294 costituiva 
un ente a parte e, come tale, se non aveva né aveva avuto ma- 
rito, non poteva esser altro che suora. Né ci si meravigli di ve- 
dere che la sorella minore nomina sua erede la maggiore, perchè 
prima di tutto erano ambedue in età avanzata e potevano ve- 
nire a morte inversamente all' ordine naturale, e poi perchè Ver- 
miglia, lasciando a una sorella monaca, non lasciava a lei indivi- 
dualmente, ma all' intero convento cui essa apparteneva. Così, 
mi pare, resta anche meglio confermata la qualità di Bartolomea 
e r avere essa trascorsa la sua esistenza in un chiostro. 

In queir anno 1294 Bartolomea aveva, secondo i nostri 
computi, 57 o 58 anni, e dipoi non è più menzionata. Si potrebbe 
quindi supporre eh' ella fosse morta poco dopo o che al più avesse 
raggiunto la sessantina ma, data la sua condizione rehgiosa, non 
è lecito affermarlo come cosa certa poiché, com' era vissuta fino 
a quel tempo senz' esser mai ricordata da alcuno, essa poteva 



(1) V^. Orioli, opusc. cit. a pag. 11 e nota 2. 



— 66 — 

benissimo aver continuato a vivere egualmente sconosciuta an- 
cora per qualche anno. 

Dell'altra sorella di Guido, Vermiglia, possiamo dire qual- 
cosa di più e di più certo. Incominciando dalla sua nascita, non 
dubitiamo affermare che dev' essere avvenuta nel 1240 o nel- 
r anno seguente, perchè altrimenti ella sarebbe stata sposa in 
età troppo avanzata. Del resto, anche del suo matrimonio non 
conosciamo con assoluta certezza la data, e solo ci è dato di ri- 
costruirla con indagini approssimative. Sta il fatto che il 27 gen- 
naio 1272 Guido e i fratelli suoi, a nome del padre demente, con- 
segnano al cognato 200 lire in denari, e mobili per il valore di 
oltre cento lire, come parte di dote dovuta alla sorella e da scon- 
tare air atto stesso del matrimonio (1). Quindi mi sembra che, 
se questa cessione avviene al principio del 1272, il matrimonio 
doveva essersi celebrato e conchiuso o in quei giorni appunto 
o, al più presto, sulla fine del 1271. In quell' epoca, io credo, Ver- 
miglia uscì dalla famiglia Guinizelli e si unì al marito Folco Gat- 
tari, già vedovo. 

Da questa unione non nacquero figli o morirono presto poi- 
ché Vermiglia non li nomina nel testamento e lascia invece la sua 
sostanza alle nipoti, figlie di Giacomo, e alla sorella Bartolo- 
mea, disponendo solo di un legato a favore del figliastro Aldro- 
vando (2). Sembra eh' ella morisse nel 1294 o poco dopo, per- 
chè di queir anno appunto è il suo secondo testamento. 

Ed eccoci all' ultimo dei figli di Guinizello, per nome Ub3rto. 
Anche di questo non conosciamo la data di nascita, ma possiamo 
rintracciarla agevolmente basandoci sulF epoca del suo matri- 
monio e sulla nascita dei suoi fratelli maggiori. Possiamo però 
con sicurezza asserire eh' egli fu 1' ultimo di tutti e nacque an- 
che dopo le sorelle, di cui abbiamo già detto, poiché altrimenti 
non sapremmo spiegarci come prendesse moglie in età eccessiva- 
mente avanzata. All'epoca del suo matrimonio invece egli non 
poteva aver passato di molto i 40 anni o, meglio, li doveva avere 
compiti da poco. Quindi, poiché il suo matrimonio avvenne nel 
1287, ei dev' esser nato nel 1245, circa cinque anni dopo la sua 
sorella Vermiglia (3). 

Sembra che Uberto nella sua prima giovinezza fosse ascritto 
all' ordine del Cavalieri di Maria, noti poi col nome di frati gau- 
denti, perché lo afferma 1' Orioli e perché solo in questo modo 
si può spiegare quell'epiteto frater (4) che appare costantemente 



(1) V. Orioli, opusc. cit. a pag. 11 e ivi a pag. 39 il documento X. 

(2) V. Orioli, opusc. cit. a pag. 11. 

(3) V. Orioli, idem, a pag. 21. 

(4) V. Orioli, idem, a pag. 20. 



— 67 — 

unito al suo nome anche nei documenti più tardi. Che egli ap- 
partenesse piuttosto ad un altro ordine religioso, credo sia da 
escludere senz' altro perchè in tal caso ei non avrebbe poi po- 
tuto prender moglie e gettar la tonica senza levar tanto rumore 
da farcene pervenire in qualche modo notizia. Inoltre, è ben 
naturale eh' egli da giovinetto s' invaghisse di quest' ordine mezzo 
religioso o mezzo militare, simile agli ordini cavallereschi dell' alto 
medioevo, che s' era per di pili proprio in quegli anni istituito 
in Bologna. Nulla di strano adunque se egli, come molti altri suoi 
concittadini, volle ascriversi appunto a quello, senza che ci sia 
possibile sapere in quale anno precisamente egli abbia preso l'a- 
bito. Considerando però che tale ordine fu istituito nel 1261 e 
che Uberto era nato nel 1245, si può con qualche probabilità 
asserire eh' ei dev' esservi entrato a 20 o 21 anno compiti, 
nel 1266 circa, in quelF anno medesimo cioè in cui suo padre 
reggeva la podesteria di Narni (1). 

L' appartenere a quell' ordine monastico non gì' impedì tut- 
tavia di partecipare alle lotte politiche e di dedicarsi al trionfo 
di quella fazione ghibellina, cui si era votata tutta la sua fami- 
glia. Anzi è da credere che nell'accanimento contro i fautori del 
guelfismo borghese ei superasse i suoi congiunti e si facesse notare 
nei fatti precedenti e contemporanei ai famosi tumulti del 
maggio 1274 (2), poiché vediamo ch'egli fu non soltanto espulso 
dalla città al pari dei suoi fratelli, ma, come fellone e ribelle, ebbe 
il bando in solenne forma con la confiscazione dei beni (3). 

Dovunque si ricoverasse, ei potè tuttavia ritornare a Bolo- 
gna non solo in quel primo breve trattenimento dei Ghibellini 
fra il 1279 e il 1280, ma anche e piìi a lungo in seguito. Infatti 
vediamo eh' egli vi prese moglie, quasi di certo nel 1287, poiché 
in data 22 aprile di quell' anno esiste ancora la convenzione do- 
tale stipulata fra Uberto e la sua consorte, donna Todesca de' Mar- 
cheselli (4). Per quanto niente ne resulti in proposito, nondi- 
meno è giusto ammettere che egli già prima di quel tempo e forse 
fin dall' epoca del bando si fosse ritirato dall' ordine di Maria ; 
altrimenti, per quanto libere fossero le regole dei frati gaudenti, 
non so come avrebbe potuto fare a vivere contemporaneamente 
e nella famiglia e nel chiostro. Egualmente si può supporre, seb- 
bene anche di questo manchi notizia, che gli fosse tolta in quel 
tempo la condanna e venisse reintegrato nel possesso dei suoi 



(1) V. più indietro in questo stesso capitolo. 

(2) V. cap. I. 

(3) V. Fantuzzi, op. cit. alla nota lo, e nella lista di proscrizione 
del 1275 pubblicata dall' Orioli, opusc. cit. 

(4) V. Oriom, idem, a pag. 21. 



— (38 — 

beni. Tale matrimonio fu, come quello di Giacomo, fecondo poi- 
ché Uberto ebbe tre figli : Francesca, di cui nulla sappiamo, Bar- 
tolomea, che andò sposa nei Gozzadini, e Giovanni. 

Così anche Uberto passò tranquillamente gli ultimi suoi 
anni in Bologna, ove è da credere che morisse circa il 1305, in 
età di almeno 60 anni, poiché da un atto in data 17 dicembre 1305 
resulta che in quelF anno appunto il figlio suo Giovanni attende 
da sé all' amministrazione del patrimonio domestico e, per di 
più, lo si dice espressamente figlio del fu Uberto (1). L' espres- 
sione aduUus, che in tale documento accompagna il nome di 
Giovanni, mi fa nascere il sospetto che si debba riportare più 
indietro la data del matrimonio di suo padre e crederlo avve- 
nuto anche prima del 1287. Di ciò mi convince, oltreché il riflet- 
tere che in quel caso Uberto sarebbe stato sposo a ben 42 anni, 
il notare che questo suo figlio non avrebbe potuto avere allora 
più di 16 o 17 anni, ammesso anche che fosse nato prima delle 
sorelle, il che non pare ; comunque, come si poteva chiamare 
adulto un giovinetto trilustre e farlo apparire arbitro di vendere 
parte dei suoi beni, senza consenso della madre o di qualche tu- 
tore ? Da tali considerazioni mi par che si possa concludere che 
il matrimonio di Uberto con Tedesca de' Marcheselli dovette 
avvenire prima del 1287 ; e solo in questo modo s' intenderanno 
le parole conservateci in quell' atto, pensando cioè che Giovanni, 
nato naturalmente assai prima, poteva bene nel 1305 aver già 
compiuto 21 anni e a buon diritto chiamarsi adulto. Né a creder 
questo fa difficoltà il constatare che solo nel 1287 fu registrato 
il contratto di nozze. È chiaro che Uberto, dato il bando che 
gli pendeva sulle spalle e che lo teneva lontano da Bologna, non 
aveva potuto prima di quell' epoca regolare la sua posizione 
coniugale né offrire alla moglie come appannaggio 1' usufrutto 
di beni che in realtà non aveva poiché gli erano stati tolti. Prima 
di allora ei sarà stato unito a lei dal solo vincolo religioso o da 
una convenzione privata basata esclusivamente sulla buona fede 
reciproca dei coniugi. Ma, allorquando fu liberato dal bando 
di confine e venne riammesso ad abitare in Bologna e gli furono 
restituiti i suoi beni, allora egli volle confermare e legalizzare 
ufficialmente la sua unione : ecco, per me, 1' origine della con- 
venzione 22 aprile 1287. 

Detto così della vita dell' avo, del padre e dei fratelli di Guido, 
veniamo ormai a parlar della sua. 



(1) Orioi^t, opusc. cit. a pag. 22. 



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CAPITOLO QUARTO 

Cenni biografici. 

Le tre questioni principali concernenti la vita di G. Guini- 
zelli — Data della sua nascita — Epoca del suo matrimonio — 
Data della sua morte. 



Le notizie sicure, che ci sono rimaste a proposito di Guido 
Guinizelli, sono tutt' altro che numerose e copiose. Anche di lui, 
come dei suoi antenati e congiunti, poco o quasi nulla è dato 
saper con certezza ; nondimeno, anche da quegli scarsi dati, sui 
quali non v' è dubbio, è per lo meno lecito ricavare altre proba- 
bili notizie che, unite alle precedenti, possono contribuire a darci 
di lui una conoscenza sufficientemente larga ed esatta. 

Non bisogna intanto dimenticare eh" egli è 1' oggetto prin- 
cipale dei nostri studi e che quanto sino a qui siamo andati espo- 
nendo non deve costituire altro che lo sfondo e il contorno in 
mezzo al quale piìi luminosa e distinta possa spiccare la figura 
di questo protagonista, ricostruita quanto più fedelmente ci è 
possibile sui documenti del tempo e completata con tutte quelle 
congetture che una sana induzione fa risultare accettabili. 

Non si creda però che in questo capitolo si voglia tessere 
una biografia completa del nostro Guido. Questo già ci sarebbe 
impossibile per i motivi a cui abbiamo accennato, ma non ne 
porgeremo per ora neppure tutti quei particolari biografici che 
abbiamo invece fornito a proposito del padre suo, dell' avo e 
dei fratelli. Qui piuttosto noi cominceremo a parlare in partico- 
lare di Guido e, mentre finora abbiamo occupato il lettore a 
conoscere le questioni che concernono la vita e le persone dei 
suoi congiunti, lo inviteremo a rivolgere d' ora innanzi tutta 
quanta la sua attenzione a questo personaggio, eh' è per noi il 
principale. Perciò in questo capitolo, più che una biografia di 
Guido Guinizelli, noi tracceremo i contorni principali della sua 



— 71 — 

figura e, fissandone i limiti estremi della esistenza e a quelli ag- 
giungendo poche altre notizie, costituiremo come lo scheletro 
o r embrione della sua personalità, riservandoci di parlarne piìi 
diffusamente anche negli altri capitoli, nei quali ormai non ci al- 
lontaneremo più da lui. 

Basti pertanto limitarci a risolvere tre questioni principali 
e, tolte le dubbiezze e le difficoltà che vi regnano intorno, par- 
lare quanto più precisamente e fondamentalmente sarà possi- 
bile della sua nascita, del matrimonio e della morte. 

Questi tre avvenimenti a me sembrano i più importanti 
della vita di Guido e, come tali, li credo meritevoli d' essere stu- 
diati a questo punto perchè, come ho detto, intorno ad essi, che 
costituiscono le pietre miliari nel cammino della sua esistenza, 
si possono raggruppare i fatti minori. Di questi ultimi invece 
parleremo in seguito, in modo che la figura del poeta resulti, per 
quanto ci è dato, netta e perspicua in ogni suo particolare. 

Le incertezze a proposito della vita di Guido Guinizelli in- 
cominciano fin dalla data della sua nascita, della quale, come 
di quella dei suoi parenti, nulla sappiamo di certo. Vige oggi 
r opinione, non so come e donde venuta, che il nostro poeta na- 
scesse circa il 1240 o anche dopo. Questo a noi deve parere asso- 
lutamente impossibile solo che si ricordi essere egli stato il mag- 
giore di tutti quanti i suoi fratelli, il secondo dei quali nacque, 
secondo i nostri calcoli, nel 1232 e 1' ultimo solo (si badi, non il 
primo) poco dopo il 1240. Tale considerazione adunque già baste- 
rebbe a farci capire che la nascita di Guido non può assoluta- 
mente ascriversi all' anno 1240 e tanto meno ai successivi. Ma, 
siccome taluno potrebbe chiederci se proprio il poeta si debba 
davvero considerare come il primogenito della sua famiglia, io 
non farò altro che ricordare le prove già da me addotte al- 
trove (1) e a quelle aggiungerne un' altra che, son certo, toglierà 
ogni dubbio. 

È da osservare, io dico, che nell' atto 27 gennaio 1272, col 
quale Guido e i suoi fratelli promettono di consegnare al cognato 
Folco Gattari la parte di beni mobili e denari che spetta come 
dote alla sorella Vermiglia, è aggiunto che pel rimanente, cioè 
per quei beni immobili che le dovranno pervenire alla divisione 
patrimoniale dopo la morte del padre, assume obbligazione verso 
il cognato il solo Guido (2). Si vuole prova più chiara e più signifi- 
cativa di questa ? Non v' è dubbio che, se in mancanza dell' auto- 
rità paterna (il padre, si ricordi, era allora mentecatto) ci si rimet- 



(1) V. il nostro cap. III. 

(2) V. Orioli, op. cit. a pag. Ile doc. X a pag. 39. 



teva a quella di Guido e, non tenendo alcun conto degli altri 
due fratelli, si considerava lui solo custode e depositario dei beni 
spettanti alla sorella e alla famiglia di lei, è segno evidentissimo 
eh' egli era il maggiore di tutti ; ne alcun altro merito di qual- 
siasi genere, all' infuori di questo, poteva concedergli un cosi 
esplicito diritto. 

Posto così in sodo eh' egli fu il primo a nascere fra tutti i 
suoi fratelli e dimostrato, come abbiamo fatto, che il secondo 
di essi dev' esser nato al piìi tardi nel 1232, è facile concludere 
che il nostro Guido non può esser nato altro che intorno al 1230, 
poco prima o poco dopo. — Così a me sembra che si debba credere 
ma, siccome tutto ciò non potrebbe parere a qualcuno così evi- 
dente e plausibile come a me, è necessario trattenerci ancora 
un po' su questa data di nascita. Incominciamo dunque dal di- 
mostrare che r opinione di coloro, i quali vogliono il nostro Guido 
nato dopo quell' epoca, è assolutamente inaccettabile, e quindi 
cercheremo di confermar sempre meglio la nostra ipotesi. 

Fra i tanti che in tempi a noi vicini hanno creduto che Guido 
Guinizelli nascesse in epoca assai posteriore a quella stabilita da 
noi merita d' essere ricordato Giusto Grion ; il quale nel suo già 
menzionato articolo afferma addirittura eh' ei non potè nascere 
prima del 1245 (1) e, poiché questa del Grion mi sembra, nella 
sua esagerazione, la più tipica di tali supposizioni, credo bene 
indugiarmici un poco per dimostrare che essa e, come lei, tutte 
le altre simili debbono giudicarsi inverosimili e assurde. È bene 
anzi tutto notare che il Grion non si prende affatto cura di mo- 
strare e sostenere F attendibilità di codesta sua opinione e, senza 
giustificarla in alcun modo, dice senz' altro che Guido prese mo- 
glie nel 1273 in età di 28 anni ; dando a divellere anche con .que- 
sto strano laconismo eh' egli non è punto persuaso della bontà 
della causa, quasiché per un inesplicabile preconcetto ei preten- 
desse di spacciare per attendibile la più strampalata notizia. 

Ma, per quanto essa appaia del tutto priva d' ogni razionale 
conferma, nondimeno egli ha creduto così, e tanti altri hanno 
più o meno coscientemente seguito il suo esempio. Io invece, 
convinto che tale opinione abbia ormai fatto il suo tempo e non 
le si debba più dare alcun peso, mi accingo a dimostrare, pur 
prescindendo da questo preambolo, che Guido Guinizelli dev' es- 
ser nato assai prima del 1245 perchè così ci costringe a credere, 
non foss' altro, F età di suo figlio. 

Non è forse noto a tutti eh' egli ebbe un figlio, di cui noi 



(1) V. nel «Propugnatore» 1870, II, 2, pag. 278. 



— 73 — 

parleremo fra poco ? Ebbene, questo figliuolo (giova affermarlo 
fin cV ora), fu esiliato insieme al padre e agli zii e compreso con 
essi nel famoso bando del 1274. 

Di tutto questo non tenne alcun conto il Grion e, pure am- 
mettendo eh' egli avesse- un figlio, fu costretto a dire che, essendo 
nato dopo il 1273, doveva essere ancora infante nel 1274 e che 
quindi fu certamente risparmiato dai nemici e lasciato in Bolo- 
gna alle cure della madre. Ma nel dir così ei si dimentica che il 
nome di questo, eh' ei credeva appena neonato nel 1274, è scritto 
insieme al nome del padre e dei suoi congiunti nella lista di pro- 
scrizione compilata nel 1275 (1). Ciò vuol dire che il figlio di Guido 
non restò davvero in Bologna, coni' egli dice, ma fu in quell' oc- 
casione espulso e perseguitato al pari e insieme ai suoi parenti ; 
né questa è una supposizione, ma un fatto. Fatto tanto più im- 
portante e significativo per noi in quanto è naturale concludere 
che chi in quel bando era nominatamente condannato non po- 
teva assolutamente essere un fanciullo e tanto meno un neo- 
nato. I bandi, che si promulgavano così spesso a quei tempi, 
per quanto feroci e sommari essi fossero, colpivano unicamente, 
è inutile dirlo, i capi delle famiglie o delle fazioni più invise o quei 
membri di esse che nel fiore della giovinezza potessero sembrare, 
anche per ciò soltanto, pericolosi. 

Una ragione questa abbastanza forte, nella sua semplicità, 
per distruggere F ipotesi del Grion e di quanti come lui credono 
e sostengono che Guido fosse nato almeno nel 1240, se non più 
tardi. Mentre dalle osservazioni precedenti resulta che il figlio 
di Guido doveva avere all' epoca del bando circa venti anni o 
poco meno, come si può asserire che il padre suo fosse nato nel 
1245 ? E possibile ammettere ch'egli avesse avuto questo figliuolo 
a 10 o 12 anni di età ? No certamente, e quindi, siccome questo 
figliuolo nel 1274 non era più fanciullo da un pezzo, ma doveva 
aver già compiuto da qualche tempo almeno il terzo lustro, è ne- 
cessario ammettere che il padre suo fosse nato nel 1230 o nel '31 
al più tardi. In questo modo ei lo potrebbe avere avuto a 25 o 
26 anni di età ; il che è più che verosimile, anzi naturale e vero 
addirittura. Dopo di che io credo che chiunque bene intenzio- 
nato debba rimaner persuaso che la teoria del Grion non può 
essere in alcun modo condivisa ; ma per chi si ostinasse a soste- 
nerla, altri né meno efficaci argomenti vi sono. 

Vedremo meglio in seguito, ma non sarà inutile accennarlo 
fin d' ora, che Guido Guinizelli nell' anno 1268 fu richiesto per 



(1) V. Orioli, opusc. cit., doc. XIT a pag. 40 



— 74 — 

ben due volte dall' autorità pubblica di giudizi legali a proposito 
di alcuni banditi (1). Ora è possibile, domando io, che pubblici 
e autorevoli funzionari andassero a chieder pareri o si facessero 
illuminare in questioni controverse da un giovine di 28 anni o, 
peggio, come vorrebbe il Grion, di 23 anni ? Ciò non è addirit- 
tura ammissibile e, pur dato ma non concesso che i meriti intel- 
lettuali di Guido lo avessero fin dalla sua prima giovinezza fatto 
apparire un miracolo di scienza, giova tuttavia ritenere che per 
una simile deliberazione doveva necessariamente consultarsi un 
uomo maturo d' anni e di senno. 

Si ricordi infine che il padre suo Guinizello era nato al prin- 
cipio del secolo (2) e perchè il suo primogenito gli nascesse nel 1245 
o nel 1240, ei dovrebbe aver preso moglie in età di circa 40 anni 
compiuti ; il che sembra poco probabile massime in quei tempi, 
nei quali i matrimoni solevano farsi in età relativamente giovanile. 

Da tutto ciò mi pare che resulti assai chiaro non potere esser 
nato Guido Guinizelli altro che nel 1230 e, se non prima, dopo, 
no certamente ; chi la pensi in altro modo è costretto a cambiar 
d' opinione dinanzi all' evidenza dei fatti, a meno che non voglia 
mettersi a rischio di sostenere V inverosimile. 

Inoltre, non sarà inutile aggiungere che la mia idea, di taf 
nascere il poeta circa F anno 1230, non deve sembrare strana 
sotto nessun aspetto ed anzi, oltreché esser dimostrata verissima 
dalle prove di fatto fin qui allegate, può restar confermata anche 
da quanto indirettamente ne scrissero gli antichi. 

Ed in vero, la loro testimonianza, come del tutto spontanea 
e scevra d' ogni esagerazione intenzionale, va tenuta in debito 
conto e il vedere che quello pure eh' essi dicono coincide per- 
fettamente con ciò che diciamo noi, è una conferma definitiva del 
nostro asserto. 

Il Fantuzzi per es., a tacere degli altri, così si esprime a pro- 
posito dell' epoca nella quale il nostro poeta dev' esser vissuto : 
« G. Guinicelli.... fiorì cinquanta anni forse piìi tardi di quello 
che i nostri scrittori generalmente abbiano creduto » (3). Questa 
osservazione sarebbe di per sé solo così arida e oscura da non 
permetterci affatto alcuna possibile deduzione ma, ove si rifletta 
un momento e si cerchi d' intenderla meglio, vedremo eh' ella 
contribuisce notevolmente ad accreditare la nostra ipotesi. 

Di quali scrittori, invero, intende parlare il Fantuzzi ? Non 



(1) Cioè espulsi dalla città per reati comuni; v. Orioli, opusc. cit. 
a pagg. 33-35. 

(2) V. il nostro capit. Ili, pag. 56. 

(3) V. l'opera cit. del Fantuzzi alla nota 1. 



— 75 — 

certo di quelli a lui contemporanei o più vicini, come per es. il 
Tiraboschi, perchè in tal caso avrebbe usato il presente e non il 
perfetto del congiuntivo ed avrebbe detto « credano » anziché 
« abbiano creduto ». Questa mi pare un' osservazione così natu- 
rale e spontanea che nessuno può aver mancato di farla e di rile- 
varne quindi che il Fantuzzi con quelle parole alludeva probabil- 
mente a letterati vissuti prima del suo secolo e che avevano la- 
sciato tale testimonianza in tempi ormai trascorsi. Giova inoltre 
ammettere che questa testimonianza abbia notevolmente influito 
sul modo di pensare dell' epoca del Fantuzzi, tanto almeno da 
farsi valere anche allora e da poter far credere, com' ei dice, alla 
maggioranza dei dotti di quel secolo che le cose stessero preci- 
samente così. 

Se pertanto il Fantuzzi indica con quell' espressione scrit- 
tori vissuti assai prima di lui (e di ciò non v' è dubbio), è facile 
risalire alla sua fonte. Prendiamo, per es., il Poccianti (1), il 
quale per esser citato da lui e per aver composto il suo opuscola 
sulla fine del secolo XVI fa supporre non solo di esser noto al 
Fantuzzi e ai suoi coetanei, ma anche di averne più efficace- 
mente di altri modificato le opinioni letterarie, e osserviamo quello 
eh' ei dice a proposito di Guido Guinizelli. Egli si limita a dir 
di lui : « Floruit in maximo praetio ann. Christianae salu- 
tis 1220 etc. » ; vediamo adesso cosa significa ciò. 

Se, come dice il Poccianti, il poeta fioriva, cioè era giunto 
al sommo della gloria nel 1220, è chiaro che sarebbe dovuto na- 
scere circa il 1180 ; poiché, soltanto ammettendo questo, si può 
pensare eh' egli in età di circa 40 anni (nel 1220) fosse pervenuto 
all' apice delle sua poetica rinomanza. Ma se, a quanto asseri- 
sce lo stesso Fantuzzi, questo computo del Poccianti è sbagliato 
e la nascita e quindi anche la fioritura di Guido vanno rispetti- 
vamente posticipate di un cinquantennio, è chiaro che il Gui- 
nizelli, invece che nel 1180, sarà nato nel 1230 e la sua massima 
fioritura, come sembra naturale anche a noi, dopo il 1260. 

La semplice osservazione di questi fatti assai significativi deve 
decidere chiunque restava perplesso, ad accettare come data 
unicamente possibile per la nascita di Guido quella che abbiamo 
suggerito noi. Consideri egli che quanto si credeva in proposito 
fino ad oggi non è ormai per vari motivi più accettabile ; che 
molte e autorevoli sono le pròve che possono indurre a cambiare 
opinione e persuaderci che la data della sua nascita va riportata 
più indietro, e che infine, se bene si osserva, non diversamente 
da noi la pensarono anche gli antichi. 



(1) V. il Catalogus citato nel nostro capit. I, a pag. 7, nota 2. 



— 76 — 

Un altro punto importantissimo nella vita di Guido, e quindi 
degno d' un grande interesse per chi ne voglia tracciare anche 
per sommi capi la biografia, è 1' avvenimento del suo matrimo- 
nio. Di questo anche gli antichi scrittori ci hanno lasciato noti- 
zia, ma ne hanno così brevemente parlato o, meglio, vi hanno 
accennato così fugacemente, che mette conto fermarvisi sopra 
un pò" più a lungo e darne tutti quegli schiarimenti che si potrà 
e che contribuiranno a meglio illustrare quel fatto. 

E bene prima di tutto affermare che 1' esame pieno e com- 
pleto dei particolari rimastici riguardo al medesimo è tutt' altro 
che inutile e superfluo come a taluno potrebbe parere, ma anzi 
necessarissimo al nostro intento ; poiché da essi soltanto può re- 
sultare sufficientemente illustrato codesto avvenimento e così 
possiamo ricavarne quelle conseguenze che saranno di tanto van- 
taggio all' integrazione completa del carattere e della figura mo- 
rale di Guido Guinizelli. Se le nascita infatti è importante a co- 
noscere perchè, come ho detto fin da principio, 1' esser nato in 
un anno piuttosto che in un altro o in questo paese anzi che in 
quello può notevolmente avere influito sulla formazione e modifi- 
cazione dello spirito del nostro come di ogni altro scrittore ; così 
non è meno necessario conoscere 1' epoca e la condizione del suo 
matrimonio perchè anche le conseguenze di questo fatto non 
possono essere state scarse né vane sull' atteggiamento defini- 
tivo dell' animo di Guido. Comunque, è bene asserire fin d' ora 
che questo matrimonio, a qualunque anno si debba ascrivere, 
segna il punto culminante, il mezzo del cammino nella sua breve 
esistenza ; ed anche per questo soltanto è utilissimo vedere in 
quali condizioni morali egli si trovava quanclo aveva già per- 
corsa circa la prima metà della sua vita. 

Gli antichi, F ho già detto, parlano di questo matrimonio 
in una maniera così rapida e superficiale da non permetterci af- 
fatto, come invece vorremmo, di approfondire tale questione 
un po' meglio e di rendercene quel conto preciso che tanto e' in- 
teressa ; tutto ciò perchè a loro non appariva così importante 
come a noi 1' argomento, onde si limitarono a porgerne quei cenni 
che senza difficoltà avevan potuto raccogliere. 

Così il Fantuzzi, per es., dopo essersi meravigliato della 
taccia di lussurioso e libertino di cui molti del tempo suo, seguendo 
ciecamente F esempio di Dante (1), regalano Guido, si affretta 
a dire, quasi per evitare una simile ingiuria, eh' ei « fu certamente 
legato in matrimonio », e aggiunge anche chi fosse e come si chia- 



(1) V. in generale il canto 26 del Piirgatorio e il nostro cap. X. 



— Tr- 
inasse la moglie sua (1). Tutto ciò egli lo potè agevolmente ri- 
cavare dall' atto col quale la vedova di Guido prese, più tardi, 
la tutela del proprio (2) figlio, o da altri documenti ; ma quello 
che non gli riuscì di trovare e di cui neppure si curò di rendersi 
ben conto fu 1' epoca in cui questo matrimonio avvenne, e quindi 
non ne parlò né vi accennò in alcun modo. 

E similmente il Nannucci (se pure ei può classificarsi tra 
gli antichi) (3) non fa altro che ripetere, variandole di poco, 
le affermazioni del Fantuzzi e si limita a dire quello stesso che 
aveva detto anche 1' altro. Da ciò si può facilmente riconoscere 
quanto poca luce abbiano saputo gettare gli antichi sopra questo 
argomento e come, per conseguenza, se altre indagini non si fos- 
sero fatte più recentemente, si saprebbe oggi appena appena e 
soltanto che Guido Guinizelli ebbe moglie. Ma lo spirito investi- 
gatore dei critici moderni, tutt' altro che pago di così incerte 
e confuse notizie, ha voluto spingersi più innanzi e, diretto dalla 
luce dei documenti, ha trovato, o almeno creduto di trovare^ 
la data da assegnarsi anche a quel matrimonio. 

Per primo e forse unico il Grion si propose di risolvere tale 
questione e, partendo da quel suo concetto che cioè Guido fosse 
nato nel 1245, venne fuori col dire che doveva essersi sposato 
in età di 28 anni precisamente nel 1273 (4). 

Egli è il solo che abbia tentato di indicare in qual' epoca si 
può esser compiuto questo atto così importante della vita di 
Guido. Ma donde abbia attinto la convinzione che tal matrimo- 
nio debba assegnarsi a quell' anno, il Grion non ce lo fa punto 
sapere e non conforta codesta sua ipotesi neppure colle ragioni 
più semplici e più indispensabili. Egli asserisce solo e semplice- 
mente che dev' essere stato così perchè probabilmente, io credo, 
a lui pareva che Guido dovesse aver preso moglie circa sui 2S 
anni : e quindi, se Guido, come dice lui, era nato nel 1245, doveva 
per conseguenza esser passato a nozze circa il 1273. 

Ora a me sembra che codesta congettura del Grion, come 
destituita d' ogni prova di fatto, sia per ciò appunto poco pro- 
babile ; ma vediamo un po' meglio se proprio sia da credersi 
così. Trascuriamo per ora 1' idea dominante di lui, che cioè Guido 
avesse dovuto prender moglie sui 28 anni. Anche questa potrebbe 



(1) V. r Opera e 1. cit. del Fantuzzi, fra le note 12 e 14. 

(2) V. il documento cit. dal Fantuzzi alla nota 17. 

(.3) V. Nannucci, Manuale della letteratura del primo sec, voi. I^ 
pag. 31. Firenze, 1856. 

(4) V. r art. citato del « Propugnatore » a pag. 278. 



— 78 — 

parere cosa poco probabile a chi pensi che a quell' epoca a Bo- 
logna e altrove si facevano matrimoni in età ancor più giovanile ; 
ma, pur ammettendo qjiesto caso come rara eccezione, vediamo 
se non ci sia anche di piiìi che possa farci dubitare di tutto. 

Ricordiamo che io ho dimostrato e (mi sembra) assai larga- 
mente come Guido dovette nascere assai prima del 1245. Dun- 
que, se (come abbiamo veduto) non si può prestar fede a quella 
data di nascita, si deve anche negarla alla seconda delle opinioni 
del Grion in quanto è del tutto derivata dalla prima e unicamente 
ad essa appoggiata. Pertanto, se la prima di esse è fallace ed 
assurda, e di questo ci siamo convinti, ne viene di conseguenza 
che non si può accettare neppur la seconda la quale da essa diret- 
tamente procede. Ammesso invero, come abbiamo fatto noi, che 
Guido Guinizelli, anziché nel 1245, sia nato piuttosto nel 1230 
o forse anche prima, potremo noi accogliere 1' opinione del Grion 
e convenire eh' egli si unisse in matrimonio nel 1273 ? Si consi- 
deri che in tal modo si verrebbe ad ammettere che Guido avesse 
preso moglie in età di almeno 43 anni, e ciò, se è parso strano 
a proposito di suo fratello Uberto e del padre (1), ci deve fare 
lo stesso effetto anche a proposito di lui e persuadere eh' ei non 
può, ragionevolmente parlando, essersi ammogliato in età così 
avanzata. È questa una ragione di più, ma non la sola, che tende 
a dimostrare quanto sia arbitraria e fallace la congettura del Grion 
anche a proposito del matrimonio di Guido : egli partendo, se- 
condo me, da un principio errato, qual è quello di farlo nascere 
nel 1245, non può giungere che ad una conseguenza parimenti 
sbagliata. Quindi, la data ammessa dal Grion mi sembra, anche 
per questa osservazione, non accettabile e son certo che non 
merita nessuna conferma. 

Ma, siccome taluni possono non esser rimasti definitiva- 
mente persuasi di quanto ho detto sin qui ed ostinarsi a ritenere 
che Guido sia nato nel 1245 e quindi abbia preso moglie proba- 
bilmente circa i 28 anni o che, anche se nato nel 1230, possa be- 
nissimo essersi sposato, per ragioni a noi sconosciute, solo nel 
1273 ; gioverà dimostrare più chiaramente quanto tale supposi- 
zione sia inverosimile e perciò immeritevole d' essere accettata 
e sostenuta da noi. 

È noto che Guido da tal matrimonio ebbe un figlio, di cui 
parleremo meglio anche in seguito ; ebbene, lo stabilire la na- 
scita di questo suo figlio, può contribuire a determinare 
anche meglio la data del matrimonio paterno. Tutti, compreso 
lo stesso Grion (2), convengono nel dire che questo figliuolo 



(1) V. il nostro capit. III. 

(2) V. art. cit. nel « Propugnatore » a pag. 278. 



— 79 — 

nacque prima dell" esilio paterno, cioè prima del 1274. Può es- 
sere, domando io, che Guido, essendosi sposato nel 1273, e fors' an- 
che ad anno inoltrato, avesse subito nel 1274 e prima del maggio 
(epoca della sua espulsione) un figliuolo ? È per lo meno strano 
e poco probabile perchè fra 1' una cosa e 1' altra dovrebb' essere 
interceduto appena lo spazio di un anno. Ma v' è di più. Come 
fa questo, che sarebbe stato un fanciullo di pochi mesi e forse 
anche di pochi giorni, ad esser nominato e condannato anch' esso 
al bando in quella medesima lista di proscrizione, nella quale com- 
paiono i nomi del padre suo e dei suoi zii ? Può mai pensarsi che 
la rabbia dei nemici fosse così empia e crudele da indurli a infie- 
rire perfino contro un povero, innocente neonato ? E, pur dato 
e non concesso che avessero magari bandito anche questo fan- 
ciullo, non giova forse supporre che in tal caso anche la madre 
dovesse essersi allontanata da Bologna insieme con lui e col ma- 
rito ? Invece, è chiaro dall' atto di tutela del 1276 (1) eh' ella 
si trovava in Bologna, mentre il figlio suo non vi poteva ancora 
esser tornato, come non v' era più tornato il padre di lui. 

Ma di tutto questo non s' è curato il Grion e, non conoscendo 
o fingendo di non conoscere la lista di proscrizione nella quale 
appare chiaramente anche il nome del figlio di Guido, ha creduto 
e sostenuto come più verosimile eh' egli, allora lattante, fosse 
rimasto in Bologna colla madre e coi nonni (2). Ciò, è chiaro, 
va contro a un documento, la cui veridicità non può essere in al- 
cun modo impugnata. 

Adunque, se l'opinione del Grion non è neppure in questo 
caso accettabile, bisogna pur convenire che nell' anno della espul- 
sione (1274) il figlio di Guido non poteva punto essere un fan- 
ciullo e tanto meno un lattante, coni' egli crede, perchè in questo 
caso i suoi nemici ne avrebbero tenuto lo stesso conto dell' avo 
suo e non lo avrebbero spietatamente bandito insieme col padre. 
Quindi è necessario ammettere che il figlio di Guido fosse allora, 
come è parso anche ad altri, un giovinetto e che avesse non già 
pochi mesi, ma almeno 15 o 16 anni. Per conseguenza, egli sa- 
rebbe dovuto nascere nel 1259 ; ed ecco quindi che il matrimo- 
nio di suo padre resulta non poter essere avvenuto altro che nel 
1257 o nel 1258. Questo, mi sembra, è il motivo principale che 
deve indurre chiunque a riportare la data del matrimonio di 
Guido assai più indietro di quanto aveva stabilito il Grion e di 
fissarla a queir anno 1257 che a me sembra sotto ogni aspetto 
il più conveniente. 

(1) V. P'.^NTuzzi, op. cit., SiUa nota 17. 

(2) Così appunto dice il Grion nell" art. cit. del « Propugnatore » 
a pag. 279. 



— so — 

In tal caso Guido Guinizelli avrebbe avuto, quando fu sposo, 
26 o 27 anni ; e ciò è pure probabilissimo. Solo in questo modo 
invero si può dare una giusta proporzione a fatti che riguardano 
r esistenza del poeta, e convenire eh' ei dovette prender moglie 
in età di 25 anni compiuti, dopo il 1256. 

Come si chiamasse la moglie di Guido ce lo dissero gli an- 
tichi scrittori che parlarono di lui. Essa fu, secondo le loro affer- 
mazioni, Beatrice della Fratta ; né alcuno ha mai contradetto 
questa opinione perchè i documenti, almeno riguardo al nome 
ed alla famiglia di lei, parlano chiaro e non lasciano dubbio ve- 
runo. Ella discendeva da illustre famiglia bolognese, come ci fa 
intendere il casato a cui è premessa la preposizione de che allude 
al carattere nobiliare della medesima, e come ci attestano il Fan- 
tuzzi e il Nannucci, 1' uno e 1' altro dicendo che la sua famiglia 
era chiara ed illustre ed ambedue aggiungendo che dalla mede- 
sima era uscito, più anni innanzi, un Vescovo di Bologna. Que- 
sti fu precisamente Enrico della Fratta (1), canonico di San 
Vittore e Vescovo di Bologna nel 1213 ; ed anche 1' aver dato 
un vescovo alla patria è segno non dubbio del grado elevato della 
famiglia perchè, come tutti sanno, nel Medioevo i Vescovi erano 
nominati fra le persone più insigni per censo e prosapia e quasi 
sempre dalla categoria dei nobili. 

Ben poco ci sarebbe da aggiungere, oltre quello che abbiamo 
detto sin qui, a proposito del matrimonio e della moglie di Guido 
e sarebbe sempre di scarso interesse ; solo potremmo ricordare 
eh' ella probabilmente portò al marito una dote considerevole, 
quale cioè si conveniva al suo grado e all' opulenza della sua 
casa. Di ciò, se pur non abbiamo prove dirette, ci resta tuttavia 
un' indiretta testimonianza nel fatto di trovarsi menzionato fra 
gli altri beni di Guido Guinizelli un fondo colla particolare de- 
nominazione di La Fratta (2) ; il qual nome fa chiaramente 
intendere che in origine esso doveva essere appartenuto alla fa- 
miglia di Beatrice e la sua provenienza viene in tal modo sicura- 
mente indicata. 

Inoltre sappiamo che poco dopo l'atto di tutela del novem- 
bre 1276 Beatrice della Fratta, vedova di Guido, restituiva, a 
nome del marito e del padre di lui estinti, lire centocinquanta 
portate in dote dalla suocera sua all' atto del matrimonio (3). 



(1) V. Fantuzzi, op, cit., alla nota 14, e V. Nannucci, Manuale della 
letterat. del primo sec. ; 1856, voi. I, pag. 31. 

(2) V. Orioli, opusc. cit. a pag. 24. 

(3) Ciò avvenne il 28 novembre dello stesso anno, come dimostra 
il doe. citato dall' Orioli {opusc. cit.) a pag. 12. 



— 81 — 

Dal che si rileva facilmente che la vedova di Guido non aveva 
punto bisogno dei denari dei Guinizelli per il mantenimento e 
1' educazione dei propri figli, ma a ciò poteva provvedere anche 
e solamente col suo particolare patrimonio e con quanto dei beni 
di Guido le era rimasto immune. 

Passiamo adesso a parlare dell' ultimo dei tre punti, in cui 
abbiamo diviso il presente capitolo, cioè della morte di Guido. 

Qualcuno forse potrà obiettare che intorno a questo argo- 
mento poco o nulla ci sarà da discutere e mi pare anzi di sen- 
tirlo predicare, come forse avrà fatto a proposito della patria 
di Guido, r inanità e inutilità di tale questione. Io, invece di ri- 
spondere direttamente a tale obiezione, lo prego di volermi pre- 
stare attenzione ancora un poco e, s' egli avrà la pazienza di 
farlo solo per poche pagine, non tarderà molto ad accorgersi che 
quella sua osservazione forse non era completamente opportuna 
e che anche la questione della morte di Guido Guinizelli può pre- 
sentare, contro la sua opinione, argomento di discussione e di 
studio. E quand'anche non fosse così, bisognerebbe tuttavia che 
ne parlasse egualmente o vi accennasse almeno chi, al pari di 
noi, si fosse accinto a tracciare ed esporre la biografia del nostro 
poeta. 

Entrando pertanto in argomento senz' altro, sono io purè 
disposto a riconoscere che questo tema non può offrire grande 
difficoltà perchè prima di tutto (è doveroso riconoscerlo) quasi 
tutti oggi, o almeno i più, credono unanimemente che il poeta 
sia morto nel 1276. E si deve pur convenire che questa data del 1276, 
come anno della sua morte è riconosciuta e confermata vera da 
tutti gli antichi biografi del poeta e ripetuta tale anche dai cri- 
tici e letterati moderni. Quindi, come suggerivo poco fa, taluno 
potrebbe dire essere inutile il far questione di una cosa sulla quale 
nessuno discute, ma che basterebbe darne un piccolo cenno. Io 
invece ribatto che non è punto così e che prima di tutto si deve 
cercar di decidere se la data del 1276 meriti d' essere confermata 
e spiegare per quali ragioni, e dipoi fare osservare che (contraria- 
mente forse a quanto ritiene qualcuno) anche tra i critici mo- 
derni, se pure la maggior parte di essi approva e condivide 1' opi- 
nione degli antichi, ve n' è nondimeno uno il quale non la pensa 
precisamente così. E siccome 1' autorità di quest' ultimo è grande 
e r obiezione eh' ei solleva, almeno in apparenza, grave, mi pare 
che sia necessario parlarne e discuterne anche più a lungo che 
ad altri non piaccia. 

Giova pertanto ripetere che la data precisa della morte di 
Guido Guinizelli noi non la conosciamo affatto, perchè di essa, 
come della sua nascita, nessuno ha pensato a darci notizia. C è 



— 82 — 

però un documento, in data 14 novembre 1276 (1), da cui re- 
sulta che a quel tempo Beatrice della Fratta, moglie del fu Guido 
di Guinizello di Magnano, assume la tutela del figlio Guido. Ciò 
vuol dire che al 14 novembre 1276 il poeta doveva esser già morto, 
ma non si sa da quanto tempo. L' ultima volta eh' egli è menzio- 
nato in atti pubblici accade nella lista di proscrizione ; quindi 
possiamo dedurre eh' egli doveva essere ancora vivo nel 1275, 
anno nel quale quest' ultima fu redatta. Perciò la sua morte mi 
par che si possa mettere con sicurezza fra il 1275 e il 1276. Io però 
inclino a credere eh' ella avvenisse piuttosto in quest' ultimo 
che neir anno precedente, ed in epoca per me non molto lon- 
tana da quella in cui fu concluso 1' atto di tutela. Poiché ritengo 
che, se la vedova di Guido si decideva ad assumerla il 14 novem- 
bre 1276, la morte del marito suo doveva essere avvenuta poco 
tempo prima e forse pochi giorni soltanto. Perciò io penso che 
si possa con grande probabilità sostenere che Guido Guinizelli 
dev' esser morto negli ultimi giorni di ottobre o nei primi di no- 
vembre del 1276, in età di 46 anni circa. 

Tale opinione, nelle sue linee generali, fu palesata e condi- 
visa, come ho detto, anche dagli antichi scrittori perchè il Fan- 
tuzzi (2), e, quasi colle sue stesse parole il Nannucci (3), dis- 
sero e sostennero la medesima cosa. E lo stesso egualmente, pur 
non entrando a precisare i dettagli delle varie questioni, dissero 
e sostennero anche scrittori più recenti e autorevoli, quali il Car- 
ducci (4), il Torraca (5), il Grion (6) e l' Orioli (7) ; tanto la 
cosa era parsa a tutti verisimile e giusta. 

Ma non così per 1' appunto parve che fosse a Vittorio Rossi (8) 
il quale, non tenendo conto di queste precedenti testimonianze o 
ritenendole errate, venne fuori col dire che Guido Guinizelli do- 
veva esser morto necessariamente assai più tardi del 1276 e in 
un' epoca non tanto lontana dall' anno 1300. Egli appoggia que- 
sta sua sottile congettura all' autorità di Dante, o meglio, a quel 



(1) È quello cit. dal Fantuzzi (nota 17) e dagli altri e già da noi ri- 
cordato nel corso di questo capitolo. 

(2) Op. cit. dopo la nota 15. 

(3) V. Manual. cit., voi. I, pag. 31. 

(4) Dello svolgimento della letterat. nazionale. Discorso II. 

(5) Studi sulla lirica italiana del dugento, Bologna, 1902 ; a pag. 165. 

(6) V. art. cit. nel « Propugnatore » a pag. 279. 

(7) V. r opusc, cit. a pag. 12. 

(8) V. Rossi, Il dolce stil nuovo in « Lectura Dantis ». Firenze, 1906 = 
a pagg. 37 e sgg. nota 3. 



— 83 — 

passo del noto episodio del Purgatorio (1), nel quale 1' ombra 
del poeta si manifesta all' Alighieri e gli spiega per qual motivo 
ei si trovi relegato in quella cornice del regno della penitenza. 
Il Rossi fa notare come quelF espressione messagli in bocca da 
Dante : 

« e già mi ptirgo 

per ben dolermi prima eh' all' estremo ». 

debba necessariamente significare che il Guinizelli, prevenendo 
la naturale domanda di Dante, come mai egli si trovasse così 
presto in quel luogo di espiazione e non fosse ancora nell' Anti- 
purgatorio ad attendere V ammissione alla penitenza, lo libera 
d' ogni sorpresa avvertendolo eh' ei s' è pentito prima di morte. 
La meraviglia di Dante, continua il Rossi, nel vedere il Guini- 
zelli così presto in Purgatorio non si può spiegare altro che col 
ritenere eh' egli fosse morto poco prima del 1300, anno della 
visione dantesca, e non già nel 1276 perchè in quest' ultimo caso 
sarebbero trascorsi da quel tempo ben 24 anni e quindi la me- 
raviglia di Dante non avrebbe più ragion d' essere. Dunque, 
ei conclude, non e' è dubbio, il poeta conosciuto col nome di 
Guido Guinizelli e celebrato dall' Alighieri doveva esser morto 
assai presso al 1300 e quindi ei non può confondersi con quel 
Guido di Guinizello di Magnano, del quale sappiamo con sicu- 
rezza che morì proprio nel 1276. 

Ebbene, domando io, si può da quella sola e semplice espres- 
sione di Dante, che forse non è neppure sufficientemente com- 
presa, trarre una simile deduzione ? Osserviamola e spieghiamola 
con attenzione e con scrupolo. 

Io ritengo prima di tutto che nelle parole di Guido già mi 
purgo non si accenni affatto alla data recente della sua morte ; 
infatti, chi potrebbe giurare che quel « già » (poiché in esso sta 
tutta la questione), adoperato in quel luogo e a quel modo, abbia 
r identico significato del già italiano moderno, equivalente press' a 
poco a un così presto ? o non è piuttosto da credere che quel già 
avesse un significato analogo, se non addirittura eguale, a quello 
dello jam da cui deriva, e perciò volesse dire <( oramai, finalmente, 
dopo tanto, d' ora in poi » o simili ? In tal caso, come ognun vede, 
r intera espressione acquisterebbe anch' essa un significato del 
tutto opposto a quello attribuitole dal Rossi e la sua ipotesi, che 
su tale interpretazione principalmente si fonda, resterebbe molto 
scossa, se non del tutto abbattuta. 

Né sembri un artificio o un cavillo il voler dare a quella frase 
una tale spiegazione, ma si rifletta che in Dante, studiosissimo 



(1) Il canto XXVI in generale e particolarmente i vv. 92-93. 



— Se- 
dei latino e che latinismi adopera spesso sì per la familiarità coi 
classici sì per 1' epoca nella quale la forma e il significato di molte 
parole italiane non s' erano ancora completamente staccati da 
quelli delle originarie latine, è piti che naturale un tale uso e non 
e' è da meravigliarsene punto. In tal caso, anderebbe corretta, 
secondo il senso da me accennato, la spiegazione di quel passo 
dantesco e ne resulterebbe un significato egualmente piano di 
prima e molto più confacente a quanto del nostro poeta sappiamo 
con maggior sicurezza. 

Del resto, siccome non a tutti può piacere o parer giusta 
quella mia spiegazione, a me sembra che, pur lasciando a quel 
luogo dantesco lo stesso, identico significato che gli viene attri- 
buito dal Rossi e da altri, si possa allo stesso modo concludere 
che il Guinizelli morì nel 1276, o per lo meno, non circa il 1300, 
ma molti anni innanzi, benissimo. 

Infatti, ha un bel citare il Rossi F esempio di Oderisi da 
Gubbio, condannato da Dante fra i superbi del primo girone 
e di far notare che anch' egli, solo perchè morto nel 1299, si crede 
in dovere di far sapere che si trova già in quel luogo di espiazione 
perchè si è pentito prima di morire. Ma non si accorge il Rossi 
che le parole adoperate da Oderisi non sono precisamente le stesse 
di quelle usate da Guido e non hanno quindi un significato iden- 
tico a quelle, ma anzi, a parer mio, ne hanno uno molto diverso. 
Infatti il miniatore eugubino dice a Dante (1) : 

« ed ancor non sarei qui, se non fosse 
che, possendo peccar, mi volsi a Dio ». 

Ciò, a mio credere, è cosa ben diversa da quel che dice Guido 
Guinizelli, poiché significa chiaramente che il pentimento di Ode- 
risi dev' essere stato sollecito e cominciato quand' egli era, come 
Dante per es., nel mezzo del cammino della sua vita, molto tempo 
cioè prima della morte, quando perciò, in altri termini, egli, es- 
sendo ancor giovane e vivace, aveva ancora tutti i mezzi e i modi 
di perseverar nel peccato. Ecco che dunque, mi sembra, il me- 
rito di Oderisi da Gubbio è grande assai per essersi egli ritirato 
dalla via del male non già perchè si vedesse ormai vicina la morte 
e ne temesse le conseguenze terribili, ma per desiderio di ben 
fare e di mutar vita. 

Invece, le paroler4i Guido non ci fanno davvero capire niente 
di tutto ciò, ma anfeii da esse chiaramente resulta che il suo pen- 
timento, sebbene verace e profondo com'ei sostiene, dev' essere 
avvenuto alla fine della sua mortale carriera [priìna eli alV estre- 



(1) V. Purgatorio, canto XI, vv. 89-90. 



— 85 — 

tuo) quand' egli cioè, non aspettandosi ancora di morire, (1), 
continuava sempre ad ingolfarsi nelle colpe e nel vizio : la morte 
gli è sopraggiunta inaspettata ad un tratto ed egli allora soltanto 
8Ì è ravveduto e pentito dei suoi trascorsi. Quindi mi pare che 
r un caso non sia punto da confondersi con 1' altro e che il pen- 
timento di Guido, molto meno meritevole (moralmente parlando) 
di quello di Oderisi, ottenga giustamente un piìi tardo perdono 
e una meno sollecita ammissione nel Purgatorio, e non ci sia 
punto da meravigliarsi di ciò e vi si possa anzi riconoscere la sag- 
gia distribuzione che Dante ha seguito anche nei più minuti par- 
ticolari del suo poema. 

Quando infatti si sia entrati in quest' ordine d' idee e si sia 
considerato che il Guinizelli aveva di molto ritardato il suo pen- 
timento, magari fino agli ultimi momenti della sua vita, si dovrà 
riconoscere che ventiquattro anni di trattenimento nell' Anti- 
purgatorio non son poi tanti come crede o vorrebbe far credere 
il Rossi. Si pensi che si tratta di esaminare fatti dell' oltretomba 
e che di fronte all' eternità, che ivi domina assoluta, un periodo 
di ventiquattro anni non può chiamarsi lungo, ma deve piuttosto 
ritenersi assai breve. Questo poi anche volendo ammettere, come 
crede il Rossi e tutti in generale, che il poeta fosse proprio allora 
passato dall' Antipurgatorio al Purgatorio ; ma siccome nessuno 
ci dice quando questa prima liberazione sia avvenuta, chi e' im- 
pedisce di supporre che tale passaggio potesse essersi compito 
anche prima ? Ecco che in tal caso sarebbe doppiamente sfa- 
tata r opinione di chi ritiene troppo lunga una permanenza di 
ventiquattro anni nell' Antipurgatorio. 

Del resto, a me pare che non vi sia bisogno di ricorrere nep- 
pure a questo ripiego e credo che si possa dimostrare egualmente, 
pur conservando le cose come sono e riconoscendo che il Guini- 
zelli dovette passare in Purgatorio molti anni dopo la sua morte, 
«he ciò non deve sembrare strano non soltanto a me e a chiun- 
que fa appello al proprio raziocinio, ma a quanti altresì conoscono 
completamente la Divina Commedia e sanno benissimo come in 
altri casi analoghi Dante non si è contenuto diversamente. Io 
voglio dire che questo fenomeno non può parere strano, non già 
perchè lo si possa mettere in relazione con quello di Oderisi da 
Gubbio (dal quale, ho detto, differisce profondamente), ma perchè 
8Ì trova nello stesso Purgatorio di Dante un altro caso che ha col 
nostro perfetta analogia, anzi identità, e nel quale vediamo un 
altro penitente trattato in egual modo dalla divina giustizia. 



(1) Ed invero, pur accettando la nostra data di nascita, è necessario 
riconoscere eh' egli era ancora assai giovane quando inaspettatamente lo 
«olse la morte. 



— 86 — 

Io alludo all' anima di Adriano V papa, trovato da Dante 
tra gli avari della quinta cornice. Tutti sanno com' egli, cardi- 
nale Ottobuono de' Fieschi, fu eletto pontefice il 12 luglio 1276 
e morì il 18 agosto dello stesso anno (1). Ebbene egli pure, 
interrogato dall' Alighieri, gli narra come fece a pentirsi e quando 
avvenne questo suo pentimento e gli fa chiaramente intendere 
che ciò accadde soltanto al momento della sua elezione al trono 
papale 

« La mia conversione, o me ! fu tarda ; 

ma, come fatto fui roman pastore, 

così scopersi la vita bugiarda » (2) 

cioè un mese poco più prima della sua morte. Ebbene anch' egli 
era morto 1' anno stesso di Guido Guinizelli, anch' egli si tro- 
vava in Purgatorio magari da poco tempo perchè appunto, al 
pari di lui, aveva ritardato di molto il suo pentimento e si era 
ridotto prossimo alla morte. 

Perchè dunque il Rossi non si meraviglia anche di papa 
Adriano V e non si prova a sostenere che anch' esso dev' esser 
morto dopo il 1276, perchè altrimenti sarebbe stato ammesso 
troppo tardi al Purgatorio ? Mi pare che il paragone non potreb- 
b' essere più preciso né 1' esempio parlare più chiaro e che nell' un 
caso come nell' altro la pena e la condanna siano in egual pro- 
porzione assegnate a colpe e vizi di eguale portata, accompa- 
gnati per di più da un pentimento avvenuto nelle identiche cir- 
costanze. A questo episodio, mi sembra, doveva il Rossi tener 
rivolta la sua attenzione e allora non si sarebbe punto meravi- 
gliato di veder Guido introdotto a purgarsi della sua colpa con 
tanto ritardo com' ei dice. Del resto in nessuno dei due casi niente 
ci fa capire che i due penitenti siano entrati da poco nel Purga- 
torio e tale loro espiazione potrebbe anche esser già cominciata 
da vario tempo ; quindi 1' opinione del Rossi resulterebbe anche 
più assurda. Egli invece si dà a divedere tanto sicuro d' aver ri- 
trovato la verità e d' esser riuscito ad assodare coli' autorità di 
Dante che il Guinizelli doveva esser morto dopo il 1276, che non 
esita a proclamare che in questo modo resulta chiaro come egli 
dovesse esser vissuto più a lungo, altrimenti avrebbe condotto 
una vita eccessivamente breve. Questa poi non deve né può pa- 
rere a nessuno una ragione buona o almeno tale da poterne con- 
cludere impunemente eh' ei dev' esser morto più tardi ; perchè 
altri sono morti in età egualmente e più giovenile, molti anzi fra 
gli esuli come per es. Guido Cavalcanti. 



(1) V. G. Villani, Cronica, VII, 50. 

(2) Purgatorio, canto XIX, vv. 106-108. 



— 87 — 

Del resto, tale argomento, se lo ha, potrà avere un po' di va- 
lore per coloro i quali credono, come il Rossi, che Guido Guini- 
zelli fosse nato poco prima del 1244. In tal caso, dico, il vedere 
eh' ei sarebbe morto a soli 32 anni, potrebbe parere strano, seb- 
bene non impossibile, a qualcuno ; tanto più che non è il caso di 
pensare a morte violenta perchè altrimenti in qualche modo ce 
ne sarebbe rimasta notizia. Ma tale scarsa importanza, che pure 
può avere in sé tale argomento per chi la pensi a quel modo ri- 
guardo alla nascita e alla vita del Guinizelli, non ha più affatto 
nessun valore per noi ; i quali ci siamo persuasi ed abbiamo cer- 
cato di persuadere anche altri che il poeta dovette nascere nel 1230 
e forse anche prima. Per noi adunque, che abbiamo questa con- 
vinzione, queirargomento non regge affatto, perchè il vedere che 
Guido Guinizelli è morto non più a 32, ma a 46 anni di età almeno, 
non deve o può fare che scarsa o nessuna meraviglia. Poiché que- 
sto, osservo, non soltanto non è inverosimile, ma lo si può ammet- 
tere con facilità inquantochè a 46 anni chiunque ha maggiori proba- 
bilità di morire che non a 32 ; anche senza che vi sia bisogno di pen- 
sare a cose insolite e di fantasticare sopra una fine più o meno 
tragica che, a mio credere, deve assolutamente escludersi a pro- 
posito del nostro poeta. 

Si rifletta pertanto come io, dopo avere eliminati ad uno ad 
uno i motivi per i quali il Rossi ritiene che Guido debba esser morto 
piuttosto vicino al 1300 che al 1276, credo di aver sufficiente- 
mente dimostrato che questa sua ipotesi non regge assolutamente 
e che non merita affatto d' essere confermata o apprezzata, am- 
menoché non ci si limiti a considerarla una geniale ma esagerata 
sottigliezza di critica. Si pensi che la ragione principale, per non 
dire unica, alla quale è affidata questa sua teoria riposa com- 
pletamente suir episodio del Purgatorio dantesco ; ma, siccome 
mi pare d' aver fatto intendere come da quel luogo non si può 
ricavare affatto quello che crede il Rossi, perciò ritengo eh' ella 
ne resti profondamente scossa e abbattuta. E perfino gli altri 
argomenti, da me ricercati e introdotti in quella dimostrazione, 
servono al tempo stesso a convalidarne la inanità e ad attestare, 
una volta di più, che il Guinizelli può esser morto benissimo nel 
1276, purché (s' intende) si riguardi come data di nascita 1' an- 
no 1230. 

In tal modo mi pare che resti definitivamente confermato che 
il poeta morì in esilio circa il novembre 1276 a quarantasei anni 
compiti ; in qual luogo precisamente e per qual cagione morisse, 
resterà forse sempre un mistero. 

Così non ci sarà bisogno davvero, come invece ha creduto 
bene il Rossi, di tirare conseguenze tanto strane da credere, sem- 
pre sulla scorta di quel benedetto luogo di Dante, che il Guido 



— 88 — 

Guinizelli poeta non possa né debba identificarsi con quel Guido 
di Guinizello, di cui sappiamo con certezza (lo riconosce lui stesso) 
che morì nel 1276. Questo, mi pare, è il massimo dell' errore a 
cui siasi potuto spingere il Rossi indotto da quell' impropria inter- 
pretazione del Canto XXVI del Purgatorio. Egli è in una parola, 
disposto (tanto quei versi di Dante gli han fatto apparir vera una 
cosa che non lo è) ad ammettere che il massimo Guido celebrato 
da Dante non sia una stessa unica persona con quel Guido di 
Guinizello, di cui abbiamo parlato finora. E se non è la stessa per- 
sona, domando io, chi può essere egli mai ? 

È bensì vero, come abbiamo indietro accennato, che al suo 
stesso tempo vivevano in Bologna altri due Guidi (1) i quali da 
taluno sono stati confusi col poeta ; ma credo anche di aver già 
dimostrato come questo sia un grave errore e come il figlio di 
Guinizello di Magnano sia persona affatto distinta da quei due, 
non foss' altro perchè ei non fu dei Principi come invece erano 
quelli. Ora inoltre tengo ad aggiungere che, qualora anche si vo- 
lesse ammettere che il nostro pure fosse dei Principi, non si po- 
trebbe tuttavia identificare con nessuno di loro, perchè ambedue 
erano nel 1276 già morti. Infatti, quel Guido de' Principi che 
possedeva una casa in Castiglione dirimpetto a Santa Lucia (2), 
essendo già vecchissimo nel 1270, aveva con tutta probabilità 
già cessato di vivere nel 1276 ; e anche se fosse stato vivo, è inu- 
tile pensare eh' egli potesse essere il poeta anche solo per questo 
eh' egli era figlio di Tommaso, mentre il poeta (e su questo nes- 
suno ha mai sollevato dubbi) era figlio di Guinizello. Un altro 
Guido di Guinizello è quello che nel 1270 andò podestà a Castel- 
franco (3), ma questo doveva esser morto di certo prima del 1276 
perchè altrimenti sarebbe stato anch' egli coinvolto nella caduta 
della sua fazione ed espulso insieme cogli altri della famiglia Prin- 
cipi ; invece il suo nome non appare nella lista di proscrizione 
del 1275. 

Dunque, per chi volesse a tutti i costi salvare la ipotesi del 
Rossi non resterebbe altro che supporre che il poeta fosse un al- 
tro Guido ancora, diverso non solo da questi ultimi due, ma an- 
che da quello di cui ho cercato finora di raccogliere ed esporre 
le notizie. E mai possibile, domando io, che esistessero contem- 
poraneamente in Bologna ben 4 persone le quali si potessero, 



(1) V. il nostro capii 2. 

(2) L. Frati, G. Guinizelli e G. Ghisilieri in « Propugnatore ». N. S. 
voi. I, parte I, pag. 15. 

(3) V. F. Pellegrini, G. Guinizelli podestà a Castelfranco, in « Pro- 
pugnatore » N. S. voi. Ili, parte I, pagg. 245-255. 



— 89 — 

o per un connotato o per un altro, reciprocamente confondere ? 
Ciò è quasi impossibile, ma quello che mi sembra ancora meno 
possibile è ammettere che di questo Guido poeta niente altro 
si sappia tranne quel poco che ci ha detto Dante. Il che è incom- 
prensibile e assurdo quando si pensi che anch' egli avrà dovuto 
vivere nella sua patria al pari dei suoi concittadini e compiervi 
tanti di quegli atti, alcuni dei quali almeno debbono esser ri- 
masti registrati. Ora, se a lui non si possono riferire, secondochè 
dice il Rossi, quelli che riguardano Guido di Guinizello di Ma- 
gnano o gli altri due Guidi, mi dica un po' lui dove se ne può 
pescare notizia perchè, eh' io sappia, non si conoscono altri docu- 
menti che quelli da me citati. 



CAPITOLO QUINTO 

Figli e discendenti. 



Guiduccio, figlio di Guido, e la questione della sua nascita — 
Matrimonio, uffici pubblici e morte di lui — / fiijli suoi e le me- 
morie che di essi rimangono — La più remota discendenza dei Gui- 
nizelli. 



Guido Giiinizelli, unitosi in matrimonio cori Beatrice delia- 
Fratta, ebbe da essa un solo figliuolo maschio, chiamato esso pure, 
come il padre Guido o anche Guiduccio per distinguerlo da lui, 
come fanno fede gli storici e gli atti contemporanei. Lo stesso 
ci ripetono il Fantuzzi (1) e il Nannucci (2) e tanti altri anche 
più moderni lo confermano, ma nessuno di loro ci dice in quale 
anno precisamente fosse nato a Guido questo figlio. Già in altro 
luogo del presente lavoro ci siamo dovuti occupare incidental- 
mente di tale questione, quando cioè ci toccò parlare dell' epoca 
del matrimonio, di Guido (3) ; adesso è necessario tornarvi sopra 
di bel nuovo e discutere più ampiamente i miotivi che e' inducono 
a proclamar vera la nostra opinione. 

Noi dicemmo già che questo Guido di Guido doveva esser 
nato circa nel 1259 ; perchè, se (come non v' è dubbio) ei fu ban- 
dito insieme coi suoi parenti nel 1274, ei non poteva avere allora 
meno di 15 anni, cioè esser pervenuto ad un' età tale da destar 
sospetto agli avversari della sua fazione. In questo modo si può 
giustificare quella sua particolare espulsione da Bologna ; e per 
conseguenza, siamo costretti a ripetere eh' egli doveva esser nato 
nel 1259 o, almeno, se si vuol prestar fede a quanto dice il Grion 



(1) V. op. cit. alle note 17, 19 e 20. 

(2) V. alla pag. 32 primo voi. del più volte citato Manuale. 

(3) V. il nostro capit. 4° verso la metà. 



— 91 — 

che cioè a quel tempo in Bologna i figli maschi uscivano di tutela 
appena compito il quattordicesimo anno di età (1), eh' ei fosse 
nato nel 1260 ; ma non più tardi di allora, perchè ci sembra poco 
verosimile anche il concedere che la Signoria bolognese volesse 
così crudelmente infierire contro un fanciullo che non aveva an- 
cora compiti quattordici anni. Quindi io ritengo, considerando 
inesatta quella opinione del Grion, che il Guido di Guido Gui- 
nizelli avesse nel 1274 non soltanto compito i 14 anni, ma anche 15, 
e che perciò fosse nato, come già ebbi a indicare, almeno nel 1259. 

Solo così è possibile ammettere quella sentenza di bando 
contro di lui individualmente emanata e che non avrebbe avuto 
ragion d' essere qualora egli fosse stato nel 1274 inferiore a quel- 
r età e si fosse quindi potuto considerare a ragione non piìi come 
un giovinetto, ma addirittura come un fanciullo. Non nego che 
la questione, così sprovvista di dati e notizie precise com' ella 
si presenta, sia tutt' altro che facile a risolversi ; ma tuttavia 
ritengo molto pili verosimile ammettere, di fronte all' epoca del 
bando (unico dato certo che ci sia rimasto in proposito), che Gui- 
duccio fosse nato assai prima che non supponga il Grion il quale ^ 
non tenendo conto di così importanti elementi, credette che que- 
sto figlio di Guido fosse nato solo nel 1273 e non si accorse che 
in tal modo egli sarebbe stato bandito dalla sua città in età di 
un anno appena. Questa sola considerazione, s' ei 1' avesse fatta, 
doveva fargli comprendere quanto fosse strano ammettere come 
data di nascita 1' anno 1273 e avrebbe respinto lui pure di di- 
versi anni indietro per cercargliene una più conveniente. 

In mancanza di ulteriori dilucidazioni, ora come ora, io dico 
parermi assai più logico accettare quello che a questo proposito 
penso io anziché quello che afferma il Grion e, se pure un giorno 
o r altro si possa provare con maggiori e miglior lumi che la data 
di nascita di Guiduccio non è precisamente 1' anno 1259, io son 
convinto fin d' ora che la data che definitivamente si dovrà asse- 
gnargli non sarà dalla nostra molto diversa o lontana, o per lo 
meno, più vicina ad essa che a quella del 1273. 

Appoggiandosi al fatto dell' esilio, mi pare che ormai sia 
chiaramente dimostrato come la nostra, almeno per ora,* sia la 
più verosimile, se non addirittura la vera a questo proposito. 
Ma, per ogni buon fine, prima d' inoltrarci alla sua decisiva con- 
ferma, è necessario accusare una difficoltà, indirettamente sol- 
levata da alcuno, e che è 1' ùnica forse ad esser mossa contro 
quanto siamo venuti esponendo finora. Fu il primo il Fantuzzi 
a credere che il figlio di Guido poeta doveva essere nel 1276 quasi 



(1) V. V Art. cAt. in u Propugnatore », 1870; pag. 278. 



— 92 — 

un fanciullo poiché si trova, com' egli dice, che era ancora pupillo 
nel 1287 (1). 

Quest'asserzione sarebbe tale da distruggere completamente la 
nostra ipotesi ; giacché non é possibile sostenere che quel Guido di 
Guido, il quale non solo nel 1274, ma nel '76 e perfino nelF '87 era 
considerato ancora come fanciullo, potesse tredici anni prima essere 
un giovinetto trilustre. Ma il Fantuzzi non si cura di farci sapere 
donde egli abbia pescato una simile notizia e, non rimandandoci 
(contrariamente al suo solito) a nessun documento che giustifichi 
e spieghi un po' meglio quella sua asserzione, fa naturalmente na- 
scere il sospetto in chiunque che quella medesima non sia troppo 
esatta e che anzi derivi da una confvisa reminiscenza di qualche 
documento osservato alla sfuggita e non riferito scrupolosamente, 
come gli altri. Nondimeno, di tale asserzione si è valso abilmente 
il Grion ; e, non curandosi d' indagare quanto di verità vi fosse 
contenuto, ne ha concluso che il Guido di Guido Guinizelli do- 
veva esser nato certamente nel 1274 ; perchè sappiamo, ei ripete, 
■che nel 1287 egli era ancora pupillo, cioè non aveva ancora var- 
cato il quattordicesimo anno di età (2). 

Trascuriamo per ora quanto altrove abbiamo fatto notare 
esser cioè poco verosimile, anzi assurdo che un fanciullo di men 
che un anno fosse non solo espulso ma anche nominato espressa- 
mente, quasi un capo pericoloso e temuto, nella lista di proscri- 
zione del 1275 ; e rimandiamo chi vuole alle pagine nelle quali 
abbiamo parlato di ciò (3). Ora invece, mi sembra più opportuno 
indagare se questa obiezione, indirettamente sollevata dal Fan- 
tuzzi e sostenuta con apparente evidenza dal Grion, sia tale da 
distruggere davvero o, per lo meno, infirmare quello che siamo 
venuti esponendo circa la nascita di Guiduccio e quello che in 
proposito ci appare più giusto e sicuro. 

Ho già detto come il Fantuzzi non conforti di nessuna prova 
documentaria e diretti quella sua osservazione e come questa 
«uà negligenza, che non può essere casuale, accusi un' incertezza 
che non può fare a msno di far nascere dubbi e sospetti in chi 
attentaj;nente la consideri e vi rifletta un po' sopra ; ma v'è an- 
cora di più. Il diligente Orioli, il quale ha riesìiminato e discusso 
tutti quanti i documenti del tempo riguardanti Guido Guinizelli 
e la sua famiglia, ed altri del pari interessanti a questo riguardo ne 
ha ritrovati ed esposti, non ne ha ritrovato né citato mai per con- 
seguenza neppur uno che ci parli di Guiduccio in data del 1287 (4). 



(1) V. r op. cit., dopo la nota 17. 

(2) V. r art. del Grion nel « Propugnatore » a pag. 278. 

(3) V. a pag. 73 e altrove nel nostro cap. IV. 

(4) V. il più volte cit. opuscolo Consulti legali ecc., Zanichelli, 1907. 



— 93 — 

Questo fatto, unito alla scarsa dimostrazione di attendibilità 
fornita dal Fantuzzi a quella data, deve farcene anche con mag- 
gior ragione dubitare. Qualcuno potrebbe bensì obiettare che 
r Orioli non avrà mica esplorato compiutamente il materiale do- 
cumentario del sec. XIII tutto quanto e che quindi può essergli 
sfuggito qualche documento importante, come sarebbe questo 
per es., dal quale egli stesso avrebbe potuto attingere diverse 
convinzioni circa la nascita di Guiduccio. Ma è facile ribattere 
che r Orioli, se anche non ha esaminato tutti i documenti di 
quel secolo, molti dei quali ancora sconosciuti potranno meglio 
illuminarci un giorno, ha bensì tenuto conto di tutti quanti al- 
meno quelli che erano già conosciuti, esaminati e citati prima 
di oggi, 11 vedere quindi eh' egli non tiene alcun conto perchè 
non la ripete, come altri hanno fatto, di quella data 1287 già 
affacciata dal Fantuzzi, è segno non dubbio ch'egli si è dovuto 
convincere che quella data è sbagliata perchè ad essa non corri- 
spondo in realtà nessun documento riguardante il fìgho di Guido 
Guinizelh . 

Chiunque esamini con scrupolo e imparzialità obiettiva que- 
ste mie osservazioni e tenga conto di ogni loro elemento, dovrà 
persuadersi dell'attendibilità di questa ipotesi e non esiterà a 
condividere la mia opinione appena avrà conosciuto un altro 
interessante particolare. Neil' Orioli dunque non si trova nes- 
suna menzione di quell'anno 1287, ma invece si cita un atto 
in data 2 gennaio 1277 (si badi, non '87), col quale Beatrice della 
Fratta, nella stessa qualità di tutrice del proprio figlio, vende 
a certo Guido Zalla un piccolo fondo di quattro tornature circa 
posto nelle pertinenze di Casalecchio di Reno (1). Questo è, a 
parer mio, il documento, unico di tal genere dopo 1' altro del 
novembre 1276, che ha dato origine all' errore del Fantuzzi. 
Onde si ha ragione sufìfìciente di credere che la cosa sia avvenuta 
in uno di questi modi : o il Fantuzzi, non avendo a sua disposi- 
zione quell'atto quando scriveva, e fidandosi unicamente della 
sua memoria, è rimasto da questa ingannato, oppure, anche te- 
nendo sott'occhio il documento, confuse probabilmente la grafìa 
paleografica e prese un 7 per un 8 o comunque fu tradito dalla 
mano e segnò un numero per un altro. Poiché io credo che, dopo 
la scoperta del documento 1277 fatta dall'Orioli e il confronto 
naturalmente necessario coli' antica data del Fantuzzi che pre- 
sentava seria difficoltà al sostegno della nostra opinione, debba 
sorgere spontanea nella mente di ognuno l' idea che quelle date 
non debbano già riferirsi a due singoli fatti diversi, ma si pos- 
sano identificare in una sola che conseguentemente riflette e 



(1) V. Orioli, opusc. cil. a pag. 12. 



— 94 — 

rivela un unico fatto. In altri termini, io son convinto che la data 
presentata dal Fantuzzi e raccolta dal Grion sia errata perchè 
non rispondente a quel concetto che della biografia di Guiduccio 
€Ì siamo formati e perchè non riportata né ricordata dall'Orioli ; 
e che ad essa quindi si possa e si debba ragionevolmente sosti- 
tuire quella citata da quest' ultimo. 

Che ambedue quelle date, apparentemente diverse, adom- 
brino un unico e medesimo fatto occorre appena accennarlo ; 
poiché ìL documento fugacemente accennato dal Fantuzzi fa 
intendere come in esso doveva trattarsi di un atto di tutela eser- 
citato dalla madre perchè Guiduccio era ancora pupillo e lo stesso 
precisamente resulta dall' atto citato e dichiarato dall' Orioli in 
data 1277. Dunque, se (come mi par chiaramente dimostrato) 
il documento a cui alludono il Fantuzzi e il Grion non esiste né 
è mai esistito ed il fatto in esso contemplato è da identificarsi 
e confondersi con quello contenuto nel documento de 1277 e 
quindi da riportarsi a quelF anno ; è chiaro che 1' unica difficoltà 
che poteva opporsi alla dimostrazione del nostro piano è fatalmente 
caduta. 

Ammesso questo come principio, è appena necessario far 
notare che la data 1277, per un atto di tutela nel quale il figlio 
di Guido viene considerato come pupillo, non solo non turba af- 
fatto lo svolgimento cronologico degli avvenimenti da noi esposti, 
ma anzi può benissimo accordarsi con loro. Giacché, se Guiduccio 
Guinizelli era considerato come pupillo in un atto di tutela del 
13 novembre 1276, non sarà difficile ammettere che egli si tro- 
vasse nelle identiche condizioni appena pochi mesi dopo quella 
epoca, cioè al principio del successivo 1277. 

Resta perciò sempre meglio confermata la mia ipotesi, se- 
condo la quale ei sarebbe nato circa il 1259 o il 1260 ; e pur te- 
nendo conto dell' opinione del Grion, ella non va alterata mini- 
mamente, ma resta sempre la stessa. Infatti, anche ammettendo 
con lui che Guiduccio Guinizelli (come tutti quanti i Bolognesi 
del tempo suo) fosse considerato maggiorenne appena compiti 
i 14 anni, nondimeno egli poteva in quel caso, aver bensì compito 
i 14 anni, ma esser tuttavia ancora considerato come minorenne 
perché si tratta non già di un fatto comune, ma di un fatto di 
eccezionale importanza. Ed invero, nelF atto del gennaio 1277 
e quindi in quello del 1287 (che è resultato lo stesso) si parla di 
una vendita ; ora, basta pensare a ciò per comprendere e ricono- 
scere che Guiduccio, in una contingenza di questo genere, non 
poteva esser libero di agire individualmente. Ed ecco che, trattan- 
dosi di vendere ed alienare una parte dei beni paterni, egli, seb- 
bene uscito di minoretà, non poteva (a mio credere) disporne a 
suo arbitrio, ma doveva sempre ricorrere alla madre, considerata 



— 95 — 

come depositaria e usufruttiiaria di essi. In altri termini, io son 
convinto che, se pur vi era in Bologna una legge per la quale 
i cittadini venivano considerati maggiorenni a quattrodici anni 
compiuti, ciò doveva essere stabilito pei casi normali e le contin- 
genze ordinarie della vita, come diritti civili e fors' anche libert.à 
di acquisto, ma quella determinazione non poteva avere alcun 
vigore per atti così importanti, come quelli di vendita, la gra- 
vità dei quali, per le conseguenze dannose che ne potevano de- 
rivare, doveva richiedere necessariamente una maturità completa 
d' anni e di senno. Se e in quali termini questa decisione esistesse, 
non occorre per il nostro scopo indagare, ma è certo che possiamo 
supporla e ammetterla senz' altro. Dopodiché, ognun vede benis- 
simo che r esser considerato come pupillo nel 1277 non va punto 
contro air opinione del Grion medesimo, anche ammesso che 
questa riposi su solide basi, e tanto meno danneggia 1' ipotesi 
introdotta da noi. 

Perciò resta definitivamente confermato che 1' unica data 
la quale, con probabilità d' esser vicini al vero, si possa assegnare 
alla nascita di Guiduccio Guinizelli è senza dubbio quella del 1259 
o, al più tardi, quella del 1260. 

Poche altre notizie sicure della vita di lui possiamo fornire 
perchè gli scrittori che ne hanno parlato ci hanno lasciato solo 
scarse e brevi indicazioni in proposito. Altri documenti che par- 
lino di lui, oltre quei pochi citati, non si trovano prima degli 
anni 1305 e 1310, gli ultimi della sua vita. Difficile perciò resta 
il nostro compito, ma nel raccogliere questi scarsi e miseri cenni 
per mezzo dei quali ci siamo proposti di ricostruire schematica- 
mente almeno la sua biografia, ci sarà di gran giovamento tener 
conto di un fatto importantissimo nella sua esistenza, cioè del 
suo matrimonio. 

Ch' ei prendesse moglie, al pari di suo padre e dei suoi zii, 
non v' è dubbio perchè anche i più antichi scrittori lo affermano 
senza esitazione e ce ne porgono anzi dati sicuri facendoci sa- 
pere che la moglie sua uscì dalla medesima famiglia da cui pro- 
veniva sua madre e si chiamava Giacoma della Fratta (1). 

Non privo d' interesse mi sembra, a questo riguardo, preci- 
sare r epoca in cui questo matrimonio dev' essere avvenuto e, 
siccome nessuno degli scrittori e recenti ed antichi ce ne ha tra- 
mandato nulla di certo, io credo opportuno spingermi, attra- 
verso i dati conosciuti e sicuri, a quella congettura che può pa- 
rere plausibile. Veramente, questo ci riuscirà più difficile di quanto 



(1) V^. Fantuzzt, o2>. cit. alla nota 20, dove cita anclie il documento 
che gli è fonte. 



— 90 — 

non è stato per il padre suo, perchè qui mancano affatto anche 
quelle minime tracce di cui là potevamo disporre. Nondimeno, 
frugando e rovistando fra le prove documentarie che ci sono 
limaste circa Guiduccio e la sua famiglia e almanaccandoci so- 
pra, entro i limiti della verisimiglianza, mi è parso di aver rin- 
tracciato un elemento importantissimo per la ricostruzione di 
quella data. Alludo ad un atto in data 16 giugno 1310, sul quale 
torneremo sopra anche in seguito. Da esso resulta, come vedre- 
mo, che a queir epoca Guiduccio era morto e che la vedova ven- 
deva dei terreni in nome dei figli suoi. 

Questo documento non fu, a quanto pare, noto al Fantuzzi 
od egli almeno non ne tenne conto né lo citò ; ma fu ritrovato 
ed esposto dall' Orioli, il quale ha ricavato dal medesimo che in 
queir epoca (16 giugno 1310) la vedova Jacopa della Fratta vendè, 
come tutrice dei figh', ad una Giovanna Pellizzarini una certa 
quantità di terreno in Ceretolo. Essa prometteva inoltre, aggiunge 
r Orioli, che i figh, allorché avessero raggiunta 1' età prescritta, 
avrebbero ratificato e confermato la vendita (1). 

L' atto evidentemente rivela un contratto tutorio dello stesso 
genere di quello compiuto dalla madre di Guiduccio al principio 
del 1277, e perciò nel giovarcene dovremo servirci di tutte quelle 
osservazioni che abbiamo adoperato per quello. Supponendo an- 
zitutto che, secondo ogni probabilità, 1' età prescritta per la ven- 
dita o alienazione di beni non era raggiunta dai figli orfani di 
padre neppure col quattordicesimo anno, ma che dovessero com- 
piere fors' anche il ventesimo o il ventunesimo ; è facile dedurre 
che pure i figli di Guiduccio dovevano esser nati fra il 1290 e 
il 1295, se non forse più tardi. Ma nel trarre questa rapida con- 
clusione non abbiamo tenuto conto di un elemento particolare 
del nostro atto, che può riuscire importantissimo alla soluzione 
di tutto. 

I figli di Guiduccio Guinizelli furono, come vedremo meglio 
in seguito, quattro e si trovano tutti menzionati nel documento 
del giugno 1310, Ma tre di loro furono femmine, e dal vedere 
eh' esse sono nominate tutte prima del maschio, il nome del quale 
è citato per ultimo, nasce facilmente il sospetto in chi si fondi 
su questa osservazione (di cui ci siamo giovati anche altrove) 
che egli fosse il minore di tutti quanti i figli di Guiduccio e che 
prima di lui fossero nate le sue sorelle. 

Una così giusta supposizione mi sembra per noi di capitale 
importanza ; perché, se 1' età delle femmine, qualunqu' ella fosse, 



(1) V. Orioli, opusc. cit. a pagg. 22-2:^. 



— 97 — 

non ebbe mai nessuna importanza in atti pubblici né se ne tenne 
mai alcun conto, ammenoché elle non fossero rimaste vedove, si può 
benissimo supporre che queste nipoti del poeta fossero nate prima 
del 1290 e avessero quindi nel 1310 anche superato i 20 anni. 
Tutto ciò, dico, non solo é ammissibile e verosimile, ma anche 
molto probabile ; purché, s' intende, si ammetta, conforme al- 
l' indicazione dell' atto, che 1' unico figlio maschio di Guiduccio 
fosse nato poco prima o poco dopo il 1295. Così egli avrebbe 
nel 1310 o non ancora compiti o di poco superati i 15 anni e quindi, 
secondo quanto abbiamo dimostrato anche a proposito dell' età 
di suo padre, non avrebbe ancora avuto 1' età legalmente suf- 
ficiente per intervenire personalmente in un atto di vendita. Le 
sorelle invece la potevano anche avere oltrepassata benissimo, 
ma ciò non doveva servire a niente perché delle donne, ho detto, 
non si teneva alcun conto e, qualunque età elle avessero, non 
potevano minimamente disporre di beni che non erano loro, ma 
solo una parte dei quali loro spettava come dote o usufrutto 
all' atto stesso del matrimonio. 

Ora dunque che abbiamo fissato, con una certa probabilità 
di aver colto nel vero, che le nascite dei figli di Guiduccio sono 
da ascriversi presumibilmente in un periodo che va dal 1285 
al 1295 ; non sarà difficile trarne la conseguenza che il matrimonio 
di lui dev' essere avvenuto o in quel medesimo 1285 o poco 
prima, a ogni modo. Di guisa che possiamo senza esitazione ri- 
petere eh' ei dovette ammogliarsi quasi sicuramente nel 1284 o 
non pili tardi almeno dell' anno successivo, in età di circa 25 
o 26 anni. 

Così resta tutto con maggior verisimiglianza determinato e 
fissato ; ed anche questa dell' età di Guiduccio all' epoca del 
suo matrimonio è stata per me ragione non ultima che mi ha 
indotto a studiare e scrutare un po' più a fondo la lettera del 
documento. Chi però non vorrà accordarsi con noi in questa na- 
turale ricostruzione ed insista nel sostenere che dalle parole del- 
l' atto medesimo resulti che i figli di Guiduccio dovevano es- 
sere ancora più giovani di quanto ho supposto io ; sarà co- 
stretto a riportare più innanzi anche la data del suo matrimonio 
e ammettere quindi eh' ei fosse stato sposo a 35 o 36 anni di età. 
Questo a me pare poco probabile e ancora meno probabile sa- 
rebbe il supporre eh' ei fosse bensì stato sposo circa 1' epoca da 
me fissata, ma che avesse avuto figli soltanto dopo dieci o do- 
dici anni. 

Anche da quest' ultima riflessione, naturale del resto e spon- 
tanea, appare meglio confermata la data da me stabilita per il 
matrimonio di Guiduccio Guinizelli. E bene a questo punto no- 



— os- 
tare, come già fu rilevato da altri (1), che fin dall'anno 1300 
i discendenti da Guinizello in generale, ma più particolarmente 
i provenienti dal ramo di Guido I lasciano definitivamente il 
cognome Magnani negli atti pubblici, evidentemente per distin- 
guersi da altra famiglia bolognese omonima, e ritengono soltanto 
quello di Guinizelli, che diviene 1' unico casato comune ai vari 
membri di quella famiglia, per tutti gli anni successivi. Dopo 
r epoca del matrimonio, che a dir vero è stata ricostruita da 
noi, altro non sappiamo di certo a proposito di Guiduccio Gui- 
nizelli se non oltrepassiamo il 1300 e non arriviamo, come già 
ebbi a notare, ai primi anni del secolo XIV. 

Già il Fantuzzi raccolse e tramandò la notizia che Guiduccio 
fu nel 1305 uno dei « cavalieri stipendiati del Comune » desti- 
nati a guardia della città per il quartiere di Porta Procula, ossia 
di S. Procolo, come si rileva da un documento del 31 marzo 1305, 
in cui appunto si dice questo (2). Tale notizia è confermata 
anche dal Grion (3) e dall' Orioli (4), il quale ultimo anzi, sulla 
scorta dei documenti, aggiunge a meglio precisare il fatto, che 
in queir anno medesimo Guiduccio aveva nominato un manda- 
tario per riscuotere in nome suo dal Comune di Bologna lire 40, 
dovutegli « prò cavalcata et millicia anni presentis ». 

In che cosa precisamente consistesse 1' ufficio pubblico, se 
così può chiamarsi, esercitato da Guiduccio nel 1305, mal lo pos- 
siamo da questi soli dati desumere. Tutt' al più ci possiamo 
limitare a concludere che in quelF anno ei prestasse servizio mi- 
litare al Comune in qualità di cavaliere, come ben si addiceva 
al rappresentante d' una famiglia così doviziosa e cospicua. Con 
ciò non si deve però credere eh' egli tributasse alla patria un 
servizio militare quale si usa oggi perchè non sarebbe stato con- 
forme al costume dei tempi né all' indole del suo paese, ma piut- 
tosto che il suo compito consistesse nell' invigilare, insieme ad 
altri nobili e agiati cittadini, al buon andamento militare e civile 
della città, entro i confini del rione o quartiere a lui assegnato. 
Così, la sua resulterebbe, a mio credere, una carica pubblica si- 
mile in gran parte ad una magistratura che non può aver riscon- 
tro in nessuno dei moderni uffici comunali, ma che piuttosto 
può esser ritenuta simile a quella di un Commissario di pubblica 
sicurezza, se fosse della sua ingerenza anche il prov^vedere ai rap- 
porti esterni colle regioni limitrofe. 



(1) V. Orioli, opusc. cit. alla pag. 20. 

(2) V. op. cit., alla nota 19. 

(3) V. G. Grion, G. Guiniz. e D. Compagni, in « Propugnatore », 
II, 2, 278. 

(4) V. E. Orioli, opnsc. cit. a pag. 22. 



— 99 — 

Prima però che quell" anno 1305 terminasse, Guido di Guido 
■era almeno un' altra volta menzionato in atti pubblici. Infatti, 
secondochè afferma 1' Orioli, esiste un documento in data 17 di- 
cembre di queir anno, dal quale resulta che il cugino suo Gio- 
vanni del fu frate Uberto, volendo vendere una parte dei suoi beni 
a Ceretolo, chiede 1' intervento di un curatore e alla stipulazione 
dell' atto interviene fra gli altri come testimone Guido di Guido 
di Guinizello (1). 

Dopo queir anno però il nome di lui non è più riportato 
da pubblici atti, né ci vien mai riferito eh' egli compisse in questo 
tempo opere d' importanza e azioni memorabili ; onde possiamo 
agevolmente supporre eh' egli non molto dopo venisse a mo»te. 
Tale nostra supposizione poi è in certo qual modo confermata 
dall' atto 16 giugno 1310, già da noi ricordato, dal quale si ap- 
prende che a queir epoca egli non era più vivo. Perciò la sua 
morte va posta senza dubbio fra il 1305 e il 1310, a ogni modo. 
Considerando inoltre che quello del giugno 1310 è un atto, col 
quale la vedova di Guiduccio legahzzava, in nome dei figli, una 
vendita di terreno, è facile arguire che la morte del marito suo 
doveva essere allora recente e che essa si sarà indotta a far ciò 
per la sistemazione patrimoniale conseguente alla perdita del 
capo di casa. E quando per di più si ricordi che i figli non erano 
più tanto piccoli, ci si convincerà ancora meglio di questo. Anzi 
io ritengo che sopra questa vendita fatta da Giacoma Guinizelli 
si possa ricostruire una probabile congettura ; che cioè ella s' in- 
ducesse a far questo per dare a qualcuna o anche a più d' una 
delle sue figlie, magari già maritate, quella parte di dote che 
era stata loro assegnata all' atto del matrimonio e che ad esse 
perveniva di diritto dopo la morte del padre. Si rammenti che 
la maggiore delle femmine poteva avere nel 1310 circa 25 anni 
ed era quindi probabilmente già maritata ; perciò nulla di strano 
che almeno a lei venisse consegnata in quella circostanza la parte 
di patrimonio che le spettava. Basta pensare a questo o, per lo 
meno, a qualcosa di simile per esser sicuri che la morte di Gui- 
duccio doveva nel giugno 1310 essere avvenuta da poco. 

Quand' anche però non si voglia accettare una simile con- 
gettura, che può anche parere a taluno arrischiata, bisognerà 
nondimeno egualmente riconoscere eh' egli nel 1310 era già morto, 
perchè tutti più o meno quelli che ne hanno parlato, ne hanno 
con significativa concordia convenuto. 

L' atto 16 giugno 1310 non fu, a quanto pare, noto al Fan- 
tuzzi perchè non è citato da lui ; ma egli ne rammenta un altro 



(1) V. Orioli, opusc. cit. alla pag. 22 e il documento XVIII in ap- 
pendice. 



— 100 — 

in data 16 dicembre di quel medesimo anno, nel quale parimenti 
si dice che a quell' epoca Guiduccio non era più tra i viventi (1). 
Quest' ultimo documento, riportato anche dal Grion (2) (che in 
molti casi segue le orme del Fantuzzi), conferma una volta di più 
il termine oltre il quale non può essersi spinta V esistenza del 
figlio di Guido. 

Da tutto ciò si può concludere che F anno 1310 è con tutta 
probabilità, anzi certezza, 1' ultimo della sua vita : poiché egli, 
se pure può esser morto poco dopo il 1305, dopo del quale anno 
non lo troviamo più menzionato, a maggior ragione (secondo 
quanto abbiamo dimostrato) ei può e dev' esser sopravvissuto 
fi^jo al 1310. Oltre quest' anno però sarebbe assurdo, dopo le 
prove esposte, sostenerlo ancora vivo. S' ei vi fosse arrivato (ri- 
conoscendo . come data di sua nascita Fanno 1529 ammesso da 
noi), egli sarebbe morto in età di 51 anno. 

Dall' unione di Guiduccio Guinizelli con Giacoma della Fratta 
nacquero, come altrove abbiamo osservato, ben quattro figli, 
tre femmine cioè ed un maschio, i quali ebbero nome Beatrice. 
Caterina, Agnese e Giovanni. 

Di questi figliuoli purtroppo ben poco possiamo dire perchè 
ce ne mancano informazioni chiare e dirette ; solo è lecito rite- 
nere, secondo quanto si è già osservato, che le femmine fossero 
maggiori di età e che per ultimo nascesse Giovanni. Di più, pos- 
siamo ripetere che la nascita delle prime tre figlie va posta, secondo 
ogni probabilità, nel decennio che corre fra il 1285 e il 1295, e 
supporre che il maschio nascesse più presso a quest'ultimo anno. 

Inoltre, tutti quanti questi figliuoli, maschio e femmine, 
vengono indistintamente nominati nelF atto di tutela del 1310, 
ma è F unica volta che li troviamo menzionati tutti insieme. Della 
maggior parte di loro poi non ci avviene più, dopo quelF epoca, 
di trovarli ricordati in pubblici documenti, tranne Giovanni, del 
quale diremo fra poco. 

L' unica ad esser singolarmente menzionata in atti di que- 
sto genere è Caterina, la quale dalla disposizione dei nomi suo 
e dei fratelli nel documento 16 giugno 1310 resulta essere stata 
la seconda delle femmine e quindi anche dei figli di Guiduccio. 
Essa è nominata nel testamento fatto il 6 settembre 1317 e rin- 
novato nel 1326 da sua zia Beatrice del fu Giacomo di Guinizello,, 
e vi si dice che la sua zia morendo fa a lei un piccolo lascito (3). 
Questa F unica menzione che delle figlie di Guinizello sia fatta. 



(1) V. op. cit. del Fantuzzi. alla nota 20». 

(2) V. r art. cit. nel < Propugnatoi'e », a pag. 279. 

(3) V. Orioli, ojjusc. cit., a pag. 23. 



— 101 — 

dopo e all' infuori del documento del 1310. Se esse fossero an- 
date spose o se anche si dedicassero alla vita monastica, nulla 
possiamo dire, perchè, mancandoci al solito ogni testimonianza 
documentaria, non ci è concesso di ricostruirne, neppure appros- 
simativamente, alcun dato. Ma dal trovar menzionata nel 1317 
e nel 1326 la sola Caterina in un atto testamentario di una pa- 
rente così prossima e, per di piìi, a causa di un lascito, io credo 
che si possa benissimo trarre qualche deduzione, in mancanza 
di prove più dirette e più esplicite. 

Infatti a me sembra naturale e giusto rilevare che, se la zia 
Beatrice Guinizelli disponeva che, all' atto della sua morte, a 
Caterina soltanto fra le nipoti avute da Guido fosse accordato 
un lascito, è segno evidente che a quell' epoca le altre due do- 
vevano esser già morte e quest' ultima sola era ancor viva. Al- 
trimenti, come potremmo ammettere che la zia, in una circostanza 
così importante, si rammentasse solo di lei, e delle altre sue ni- 
poti non volesse tener conto ? 

Capisco e riconosco che la ragione, su cui io fondo questa 
ipotesi, può anche non parere giustissima, perchè per qualsiasi 
altro motivo a noi ignoto può essere avvenuto ciò ; nondimeno 
io ritengo che la mia opinione si avvicini di molto alla verità. 
D' altra parte, si potrebbe anche supporre che in quegli anni le 
sorelle della Caterina fossero già state spose e che lei sola fosse 
rimasta nella casa paterna ; questo il motivo per cui la zia si 
potrebb' essere indotta a lasciarle una specie di assegno dotale, 
che le altre naturalmente avevan già ottenuto, e col quale anch' essa 
avrebbe potuto tener alto il proprio decoro ed esimersi dalla sud- 
ditanza pecuniaria del fratello. Chissà invece che la Caterina non 
fosse la sola in quegli anni ad aver preso marito e che le sorelle 
sue si fossero piuttosto rinchiuse in un chiostro ? Ed ecco che la 
zia, in tal caso, non avrebbe tenuto conto di loro perchè suppo- 
neva che non avessero bisogno di nulla, ma di lei sì, perchè ca- 
piva che, data la sua condizione sociale, poteva occorrerle qualcosa 
di più che non avesse già. Ma si potrebbe anche supporre il con- 
trario, che cioè Beatrice e Agnese fossero già andate spose e che 
la monaca fosse invece la Caterina ; allora la zia non avrebbe, 
per analoghe ma opposte ragioni, pensato a loro, ma provveduto 
unicamente a quest' ultima perchè magari ascritta ad uno di 
quegli ordini monastici cui non era vietato il possesso. 

Comunque, dal trovar citata soltanto la Caterina nel testa- 
mento della zia Beatrice non si può congetturare un gran che 
di sicuro, ma questo almeno si può concludere, senza pericolo 
di sbagliare, che fra lei e le sorelle doveva in quegli anni esistere 
una differenza, della quale però non ci possiamo precisamente 
render conto. Del resto, siccome altro di più sicuro non sappiamo 



— 102 — 

circa le figlie di Guiduccio e qualora anche lo sapessimo non po- 
trebbe interessarci molto in quanto che come donne esse non 
ci rappresentano in nessun modo quella continuità della stirpe, 
guinizelliana, eh' è appunto 1' oggetto delle nostre ricerche ; credo 
opportuno non insistervi di più e passare a dire del loro fratello. 

Oltre le tre femmine, di cui abbiamo parlato finora, Guido 
di Guido Guinizelli ebbe anche un figlio di nome Giovanni. Di 
lui possiamo ripetere senza esitazione che dev' esser nato circa 
il 1295 o poco dopo. Ma altre notizie a suo riguardo mal potremmo 
aggiungere perchè i documenti sincroni e le testimonianze degli 
scrittori piìi antichi in gran parte ci mancano. A proposito di 
lui infatti ci vien riferito dall' Orioli soltanto (1) un atto in data 
5 febbraio 1330, nel quale si dice che questo Giovanni di Guido 
de Guinicellis vende cinque tornature di terreno ai monaci Oli- 
vetani di S. Michele in Bosco. Donde questo solo possiamo de- 
durre, che quel Giovanni era nel 1330 ancor vivo ed in età (se- 
condo il mio computo) di circa 35 anni, e che si disfaceva allora 
appunto di una piccola parte di beni eh' ei possedeva con tutta 
probabilità nelle vicinanze di S. Michele in Bosco. 

Niente più ci è concesso di sapere riguardo ai figliuoli di Gui- 
duccio e i nipoti di Guido Guinizelli il poeta. La famiglia conti- 
nua, fino almeno al 1330, ad essere rappresentata da un solo uomo 
né fino a quel tempo ella si suddivide o disperde ; ma che cosa 
ne avvenisse da quell' anno in poi non lo sapremmo dire davvero, 
perchè non ci è noto nemmeno se e quando questo Giovanni 
prendesse moglie e, nel caso, se e quanti figliuoli avesse. Tutto 
però, e questo silenzio soprattutto, e' induce a credere che la fa- 
miglia Guinizelli o, per lo meno, questo ramo di essa, che pro- 
cedeva direttamente dal massimo Guido, si andasse completa- 
mente estinguendo circa la metà del secolo XIV. Imperocché, 
se Giovanni di Guiduccio aveva (come sembra) raggiunto nel 1330 
r età di 35 anni, è probabile, se non sicuro, eh' ei non oltrepas- 
sasse di molto r anno 1350 o che almeno non arrivasse (e q'uesto 
è certo) all' ultimo quarto di quel secolo. Al che si potrebbe ag- 
giungere che a queir epoca non soltanto doveva esser morto 
lui, ma non gli dovevano essere sopravvissuti figliuoli, maschi 
almeno, i quali ne conservassero il nome e ne perpetuassero la 
discendenza. 

Ed invero, fu già notato (2) che Benvenuto da Imola, il 
quale compose appunto il suo Commento alla Divina Commedia, 
fra il 1379 e il 1389, fa capire con quella sua espressione « Gui- 



(1) V. E. Orioli, opnsc. cit., alla pag. 24. 

(2) V. G. Grion, art. cit. in «Propugnatore», 1870, pag. 281. 



— 103 — 

iiicelli enim fuerunt.... » che questa famiglia doveva essere ormai 
estinta al tempo suo, né poteva esisterne alcun rappresentante 
dal momento eh' ei parlava della loro stirpe come di cosa pas- 
sata e non alludeva evidentemente a nessun membro di essa 
a lui contemporaneo. 

Questa, che sembrerà forse a taluno un' esagerata sottigliezza, 
è invece, in mancanza di meglio, prova assai significativa delle 
vicissitudini varie e dell' inattesa estinzione di quella progenie. 

Comunque siano andate le cose (e certo noi non lo possiamo 
sapere), sta il 4atto che, prima ancora che il sec. XIV volgesse 
al suo termine o, meglio, già negli ultimi suoi decenni, discen- 
denti del poeta famoso non esistevano più né a Bologna né al- 
trove ; ed è quindi naturale e giusto concludere che il nipote suo 
Giovanni fosse morto già prima non lasciando purtroppo alcun 
erede diretto e legittimo. Con questo però non si deve credere, 
come ha fatto il Grion (1), che F estinzione della famiglia Gui- 
nizelli in Bologna fosse avvenuta assai prima. Egli evidentemente, 
non avendo avuto notizia di quel documento 5 febbraio 1330 
eh' è riportato dall' Orioli, si è limitato ad osservare che 1' ul- 
tima data, riferita dal Fantuzzi e dagli altri antichi a propo- 
sito di quella stirpe, è quella del 1310, e su tale scorta ha cre- 
duto di potere asserire che già fino da quelF anno, in cui era 
morto Guiduccio, dei Guinizelli era ormai scomparsa ogni trac- 
cia e non se ne poteva piìi parlare se non in termini riguardanti 
il passato. Invece, egli non si è ricordato che in quel medesimo 
atto 1310, eh' ei pure conosce perché lo riporta, vengono rammen- 
tati ben quattro figli di Guiduccio, dei quali non è assolutamente 
possibile pensare che morissero subito tutti e quattro, tanto che 
si potesse poi dire che fino dal 1310 dei Guinizelli non n' esiste- 
vano pili. Ciò è tanto piti incomprensibile e inesplicabile per noi 
che sappiamo bene come il figlio suo Giovanni fosse invece ri- 
cordato come vivo ancora nel 1330 ed anche la figlia Caterina 
menzionata in modo analogo negli anni 1317 e 1326. 

Trascurando pertanto queste affermazioni del Grion che re- 
sultano all' evidenza inesatte e stando alle prove allegate di so- 
pra, potremmo concludere, per induzione, che all' epoca in cui 
scriveva Benvenuto da Imola doveva Jion soltanto esser morto 
il nipote di Guido, ma essersi anche spenta insieme con lui ogni 
propaggine di quel ramo almeno dei Guinizelli. E con ciò sarebbe 
assolto il compito delle nostre ricerche né le si potrebbero spin- 
gere ad ulteriori affermazioni, se la curiosità di conoscere con 
maggiore esattezza per quali vicende fosse passata 1' ultima pro- 



(1) V. la pag. ora cit. dell' art. cit. 



L 



— 104 — 

genie di Guido il poeta non e' inducesse ad investigare, deviando 
un po' dall' argomento, come e quando i più remoti discendenti 
di lui, che per ora ci sono affatto sconosciuti, si trovassero a vivere. 

Di ciò naturalmente non hanno fatto parola gli antichi scrit- 
tori, come quelli che si occuparono esclusivamente del poeta e 
di ciò che gli si riferiva più direttamente, e 1' Orioli stesso, seb- 
bene così ricco di notizie riguardanti tutta quella illustre prosa- 
pia, non ha spinto le sue indagini al di là di quanto è stato da 
noi riferito. Il solo invece che abbia per incidente toccato questo 
argomento è il Grion, il quale nel suo famoso articolo (1), dopo 
aver fatto notare che all' epoca del Rambaldi i Guinizelli erano 
ormai estinti tutti, aggiunge «beni, proprietà.... e cognome ma- 
terno deir ultimo Guinicelli passarono, come sembra, in eredità 
alla nobile famiglia veronese Verità ». Dopodiché il Grion si af- 
fretta a spiegare che questa notizia, a prima vista per noi in- 
comprensibile e strabiliante, ei 1' ha pescata nei due grossi vo- 
lumi che intorno alle famiglie nobili veronesi compilò con dili- 
genza e pazienza di secentista Carlo Cannelli. Questi, secondo 
il Grion (2), fa menzione all' anno 1329 di un tal Giovanni, cui 
è aggiunto in parentesi il cognome Verità, con 1' osservazione 
« da questo Giovanni derivano li Verità detti Poeta per la eredità 
fatta dal cavalier Francesco poeta di Bologna ». 

Codesto Giovanni, osservo io, potrebbe magari identificarsi 
coir omonimo nipote di Guido primo, se di crederlo non ce lo vie- 
tasse il fatto per me inesplicabile di trovarsi egli nel 1329 a Ve- 
rona, mentre sappiamo per certo che nell' anno successivo egli 
aveva da tempo stabile dimora in Bologna, e il considerare che 
a lui è bensì aggiunto dallo storico, ma in modo molto dubitoso 
e quasi intenzionale, l' epiteto Verità. Quest' ultima constata- 
zione specialmente fa nascere in me il sospetto che si tratti di 
qualche mal digerito rimpasticciamento di notizie, vagamente 
apprese e facilmente confuse, cucite poi tutte insieme disordi- 
natamente dallo storico secentista per giustificare in qualche, 
sebbene stranissimo, modo V origine del nome Poeta aggiunto 
a quello della famiglia veronese Verità e i vantati diritti sulla 
pretesa tomba veronese dei Guinizelli. 

Chi fosse questo cavalier Francesco, per 1' eredità del quale 
i Verità acquistarono il nome di Poeta, resta incomprensibile 
anche al Grion ; ma egli in compenso riesce a scoprire (3), sem- 



(1) Vedilo nel «Propugnatore» del 1870, a pag. 281. 

(2) V. il noto articolo a pag. 282. 

(3) V. art. e l. ultimamente citt. 



— 105 — 

pre sulla traccia del sagace secentista, che da quel Giovanni (Ve- 
rità) provenne una discendenza maschile diretta per cui si giunge 
fino a un tal Bartolomeo detto Poeta de Fratta, nella nomencla- 
tura del quale troviamo troppe espressioni che ci ravvicinano 
ai nomi ed alle qualità del famoso Guido e dei suoi congiunti. 
Questo Bartolomeo, menzionato nei documenti, par che vivesse 
almeno sino al 1492, e il Grion dubita che fosse sepolto nel mo- 
numento medesimo nel quale, secondo lui, erano stati sepolti 
Guinizello e i suoi figli, esuli a Verona. Ciò sarebbe attestato 
dalla seguente epigrafe al cui tenore sibillino devesi, secondo 
me, r origine di tutta codesta intralciatissima e inverosimile 
ricostruzione genealogica : 

REQVIES NOBILIUM DE VERITÀ E 
STIRPE BONONIENSIVM EX 
SUCCESSIONE DOMINI OVINI 
CELLI DE PRINCIPIBVS FELSINAEI 

Come si possano conciliare queste varie e strane notizie colla 
discendenza dei Guinizelli, io non saprei, se qui pure non mi soc- 
corresse il Grion, il quale ha creduto di poter rintracciare in questo 
modo le ultime e meno dirette propaggini della stirpe di Guido 
Guinizelli. Egli crede cioè che quel Giovanni, la cui menzione 
è fatta dallo storico secentista all' anno 1329, potrebbe avere 
sposata la vedova di Guiduccio morto, come sappiamo, circa 
il 1310 (1). Ma non potrebbe invece, domando io, qualora si 
rimovessero quelle difficoltà a cui ho sopra accennato, essere 
egli appunto quel medesimo Giovanni figlio di Guiduccio, del 
quale sappiamo eh' era ancor vivo nel 1330 e che, per ragioni 
a noi sconosciute, si fosse trasferito a Verona e avesse acquistato 
proprio lui il nome di Verità ì ... Invece, secondo l' idea del Grion, 
questo Giovanni, che già di per sé chiamavasi Verità, avrebbe 
acquistato, per mezzo di madonna Giacoma della Fratta e di 
un figlio di lei avuto dal primo marito, beni, soprannome e mo- 
numento. 

Questo però a me riesce molto difficile a intendere, perchè 
non capisco come e per qual motivo la vedova di Guiduccio si 
fosse dovuta ritirare a Verona in quegli anni medesimi (1329-30), 
in cui sappiamo che il figlio suo Giovanni viveva ancora a Bolo- 
gna ; e, nel caso, qual soprannome o cognome il suo nuovo ma- 
rito avrebbe da lei ereditato ? forse quello della Fratta ? Ma questo 



(1) V. il più volte citato articolo, alla pag. 283. 



— 106 — 

non è un soprannome e, comunque, esso non appare che molto 
più tardi, circa un secolo dopo (1425) adoperato a indicare un 
loro remoto discendente, mentre i più prossimi vengono altri- 
menti denominati. Essi invece appaiono indicati col vero so- 
prannome di Poeta ; ma quando, come e da chi ci è attestato che 
i discendenti del famoso Guido avessero acquistato questo nome 
tanto da poterlo conservare e trasmettere ? e perchè invece non 
comunicarono ai nuovi congiunti, che ne rappresentavano la 
prosecuzione della stirpe, quello di Guinizelli, eh' era il loro vero, 
legittimo e glorioso casato ? 

Da tutto ciò evidentemente una cosa sola resulta chiara e 
precisa ; che cioè, come ho detto, nel metter fra loro in relazione 
queste varie tradizioni più o meno attendibili si dev' esser fatto 
dal Carinelli un' enorme confusione, dovuta sì all' imperizia pro- 
pria del tempo suo nelF investigare e sostituire documenti e in- 
dagini storiche, sì magari al desiderio di conferir maggior lustro 
alle origini della famiglia Verità, i cui rappresentanti allo scrit- 
tore contemporanei avranno naturalmente agognato che si riu- 
scisse a dimostrare scientificamente quella loro provenienza dal 
famoso poeta bolognese, alla quale davano facilmente appiglio 
le apparenti testimonianze del monumento veronese. Io invece, 
siccome ritengo apocrife quelle iscrizioni e completamente falsa 
e leggendaria la storia della sepoltura dei Guinizelli in quel luogo, 
credo che non sia neppur necessario insistere a dimostrarne la 
scarsa attendibilità e concludo che la confusione generale, alla 
quale ho già accennato, sia V ultima e definitiva conferma della 
falsità di quella tradizione. 

Comunque, ho voluto riferire anche questa perchè altri possa 
scegliere a suo arbitrio e, secondo il proprio individuale discer- 
nimento, non venga tolta o menomata ad alcuno la facoltà di con- 
tribuire alla soluzione dell' intricato problema, la quale sta sem- 
pre in cima ai nostri pensieri ed è 1' unico scopo di questi nostri 
studi. Chi si lascierà persuadere dalle ragioni addotte dal Grion 
dovrà ritenere che la discendenza di Guido Guinizelli, trasferi- 
tasi in persona della sua nuora a Verona, ebbe a mescolarsi e con- 
fondersi colla progenie dei Verità, donde continuò a procedere 
una stirpe unica e mista, la quale col nome di Verità-Poeta esiste 
tuttora in Verona. 

Secondo le mie indagini invece, confermate da ben altre e 
più certe testimonianze documentarie, 1' ultimo rappresentante 
della stirpe e del nome di Guido fu il suo nipote Giovanni. Egli, 
come ho detto, rimase in Bologna anche dopo il 1330 e vi con- 
tinuò a vivere presumibilmente fin verso la metà del '300 o la 
oltrepassò di pochi anni. Di guisa che l' ultimo possessore di 



— 107 — 

quel nome illustre, fino al quale, almeno per ora, è concesso dì 
spingere con sicurezza lo sguardo, giunse sicuramente a vedere 
gli splendidi inizi del Rinascimento italiano e conobbe la gloria 
del divino Petrarca, 1' arte perfezionata del quale sarà dovuta 
sembrargli 1' albero ubertoso e fiorito eh' era miracolosamente 
cresciuto e giunto a meraviglioso rigoglio dal seme fecondo sparso 
in terreno propizio dalla mano provvidamente geniale del suo 
grande avo. 



L 



CAPITOLO SESTO 

Vita pubblica ed esilio. 



Se G. Guinizelli fosse o no letterato di professione — Guido 
cavaliere e giureconsulto — Parte da lui presa alle lotte politiche 
del tempo ed esito infelicissimo sortito dalla sua fazione in Bologna. 



Molti fino dai secoli scorsi credettero, (1) male interpretando 
le parole di Dante (2), che Guido Guinizelli, poeta insigne del 
sec. XIII e iniziatore dello stil nuovo, fosse anche stato letterato 
di professione ed alle lettere avesse fin dalla prima giovinezza 
rivolto tutte le facoltà del suo ingegno. Dante veramente, oltre 
le lodi prodigategli nella Commedia (3), questo solo del Guini- 
zelli avea detto, che egli e i rimanenti poeti bolognesi del dugento 
<( furon dottori illustri di piena intelligenza nelle cose volgari » (4). 
Da tale frase in generale e piìi particolarmente dalla parola dot- 
tori nacque in taluno il sospetto che Guido e gli altri suoi concit- 
tadini e coetanei facessero pubblicamente professione di lette- 
rati ed ammaestrassero nelle lettere i volenterosi d' imparare. 
Tale supposizione, secondo il mio giudizio, si fonda soltanto sul- 
r interpretazione eccessivamente letterale data alla parola dot- 
tori. È vero bensì che la medesima (in quanto deriva da doceo) 
significa generalmente insegnante o chi in qualsiasi modo ha il 
compito di erudire altri in qualche disciplina ; ma prima di giun- 



(1) Per es. il Montalbani negli Elogia Bononiensium ; il De Sanctis 
nella Storia d. Ietterai, italiana, voi. I. 

(2) Dante in De vulgar. eloq., lib. I, cap. 14, fa a proposito di Guido 
e degli altri poeti bolognesi quello stesso apprezzamento eh' è da noi rife- 
rito più sotto in parole del Fantuzzi. 

(3) V. oltre il canto 26° del Purgatorio, specialmente il nostro cap. IX. 

(4) V. Fantuzzi, op. cit., alla nota 12. 



— 109 — 

gere a tale conclusione, era bene osservare se anche in questo 
caso quella parola avesse conservato il suo significato etimologico. 

Credo perciò non inutile ricordare che nel linguaggio anche 
dotto del medioevo molte parole ed espressioni latine o dal latino 
derivate non conservavano piìi quella forma, e tanto meno quel 
significato, che originariamente era stato loro attribuito (1). 
Di guisa che, per quanto la nostra parola dottori si riferisca a cit- 
tadini di Bologna, dove cioè meglio che altrove si conservavano 
intatte le tradizioni del latino classico e si chiamavano dottori 
quelli che diffondevano veramente a discepoli il verbo della scienza, 
nondimeno io ritengo che nella frase dell' Alighieri quella parola 
suoni soltanto in senso largo ed encomiastico senza che per essa 
si alluda ad alcun insegnamento reale. 

Tuttavia, codesta espressione dantesca valse a sedurre molti 
e a far loro credere che il Guinizelli fosse stato davvero professore 
di letteratura e di poesia nella sua patria ; e siccome la ipotesi 
poteva parere tutt' altro che inverosimile e soddisfare a piti d' uno, 
così molti altri ancora la ritennero vera e la sostennero ripetuta- 
mente tale. 

Perfino il Fantuzzi allude a questa opinione ed è segno non 
dubbio che essa dovette aver dominato anche durante il sec. XVI 
e continuò a dominare nei successivi ; ma egli stesso, il quale 
sembra non la condividesse, si affretta a concludere che il senso 
nel quale Dante ha chiamato quei poeti dottori è di per sé chiaro 
abbastanza, e termina osservando che con tutta probabilità « al- 
tro dire non volle se non che essi tutti furono dotti e scienziati 
uomini e come Maestri degli altri che appresso fiorirono per laudi 
d' Italiana Poesia » (2). 

Dunque, già la critica del Fantuzzi, per rudimentale che ella 
fosse, non appagandosi della spiegazione data dagli antichi, si era 
dovuta convincere che la frase di Dante non suonava precisamente 
come fino al tempo suo la maggioranza aveva creduto, ma biso- 
gnava limitarne il valore e attribuirle non più dell' importanza 
che le spettava. Questo tentativo del Fantuzzi, avvenuto al prin- 
cipio del sec. XVIII, se pure riuscì a modificare in parte 1" opi- 
nione generale dei dotti circa la professione di Guido, non valse 
tuttavia a distruggere completamente 1' antica ipotesi né ad im- 
pedire eh' ella tornasse a riffacciarsi anche in seguito. Onde anche 
in pieno sec. XIX udiamo il De Sanctis affermare con maggior 



(1) Chi voglia persuadersene lo potrà facilmente, anche senza ricor- 
rere ai numerosi e voluminosi lessici di glottologia latino -romanza, solo 
rileggendo attentamente le opere latine di Dante. 

(2) V. r op. cit. del Fantuzzi, dopo la nota 12^. 



— 110 — 

precisione di particolori e sicurezza di tòno, che il Guinizelli nel 
1270 insegnava lettere nelV Università di Bologna (1). 

Il De Sanctis, secondo la sua consuetudine, non accenna da 
qual fonte abbia attinto quella notizia (2) e ci toglie quindi il 
modo di giudicare se e qual fede si debba ad essa prestare. E per 
quanto egli la manifesti con quella naturale indifferenza ch'è pro- 
pria di chi è sicuro del fatto suo, io dubito assai che in questo 
caso anche 1' acume del sommo critico sia rimasto ingannato, 
e temo che anch' egli si sia lasciato illudere dall' apparenza delle 
parole di Dante. Comunque, resta, per opera sua, affermato, 
che anche nelF ultimo secolo decorso la questione non era punto 
risolta ; onde si deduce che la sua recisa e autorevole afferma- 
zione avrà contribuito ad allontanar molti dalle giuste osserva- 
zioni del Fantuzzi e ricondotti ad apprezzare quanto si stimava 
vero prima ancora di lui. 

È inutile quindi e impossibile decidere se o no il De Sanctis 
e chi la pensa come lui abbiano ragione, dal momento che non 
è lecito sapere su quali termini egli abbia elevato la sicurezza 
della sua teoria. Ad ogni modo, io torno a ripetere che, qualora 
anch' egli, come già avevan fatto altri, avesse appoggiato l' ipo- 
tesi unicamente al passo dantesco, per quanto mi spiaccia an- 
dar contro all' autorità di tanto maestro, mi sento tuttavia tenuto 
a far notare che tale prova di per sé sola non basta. Ne ciò avviene, 
come facilmente si può capire, per la poca attendibilità dell' as- 
sertore, della quale anzi non si saprebbe trovare maggiore, ma 
per la poca attendibilità dell' asserto, da cui, ripeto, non risulta 
punto con certezza che il Guinizelli insegnasse mai lettere in Bo- 
logna, ma piuttosto eh' ei si meritasse quel titolo di ynaestro per 
la grande competenza acquistata nella lingua e nella poesia volgari. 

Se adunque la testimonianza di Dante, alla quale sembra, 
che unicamente si appoggi quella teoria, non è poi così esplicita 
e sicura neanch' essa come a prima vista potrebbe parere, è giusto 
concludere eh' ella ne resta notevolmente indebolita. Cercheremo 
più innanzi di meglio dimostrare come Guido Guinizelli non fece 
mai professione di letterato, non solo, ma neppure si dedicò mai 
esclusivamente ad , uno studio regolare e completo delle lettere e 
della poesia ; per ora basti far capire ch'egli non può essere stato 
mai insegnante di quelle discipline per varie e chiare ragioni. 



(1) V. F. De Sanctis, Storia della letter. ital. Napoli, Morano, 1912; 
voi. I, pag. 27. 

(2) È da credere eh' ei 1' abbia appresa dal Nannucci, il quale già 
prima aveva manifestato la stessa convinzione ; v. p. es. la sua Storia d. 
letter. del I secolo. Firenze, 1856 ; voi, I, pag. 32. 



— Ili — 

Prima di tutto perchè, come vedremo fra poco, egli esercitò 
in Bologna un'arte non identica per 1' appunto a quella del lette- 
rato ; poi anche perchè è facile suggerire che, qualora ei fosse stato 
un letterato e specialmente un pubblico lettore nello Studio, come 
vorrebbe il De Sanctis, ce ne sarebbe dovuta rimanere almeno 
una testimonianza o (quel che più importa) ei sarebbe almeno 
stato annoverato tra i professori dell' università, mentre nel 
loro elenco invano si cercherebbe il suo nome (1). 

Da ciò mi sembra chiaramente, se pur non direttamente di- 
mostrato che il Guinizelli non dev' essere stato affatto un filologo 
di professione, come piacerebbe a taluno, ma soltanto, come ve- 
dremo, un dilettante geniale di poesia. Inoltre, per chi preten- 
desse a tutti i costi eh' ei fosse stato un letterato davvero, basti 
ricordare che a quelF epoca letterati, 'nel senso moderno della pa- 
rola, in Italia non v' erano né ve ne potevano essere dal momento 
che la nostra letteratura non era allora neppure. E quand' anche 
si volesse ammettere che il Guinizelli fosse stato a ogni modo al- 
meno maestro di grammatica (o latino) o delle scienze del trivio 
e del quadrivio, mi pare che anche con tutto ciò non si riuscirebbe 
a dimostrare un bel nulla. 

Quanto poi alla sua carriera vera e propria ed all' ufficio 
da lui esercitato, vita naturai durante, e per il quale fu noto ai 
suoi concittadini, gli antichi poco o nulla ci han fatto sapere di 
certo, tanto che ne è sorta, come abbiamo veduto, la questione, 
se egli fosse o no un letterato. Ma per riuscire a qualche conclu- 
sione proficua giova studiar ed esaminar meglio la origine e la 
portata di tutte quelle varie asserzioni e tener conto eziandio 
delle pubbliche testimonianze e dei documenti contemporanei. 

Alcuni commentatori di Dante, e fra essi specialmente Ben- 
venuto da Imola (2), ci fanno sapere che Guido Guinizelli fu mi- 
les, cioè cavaliere. Ciò non è impossibile a credersi, né v' è d' altra 
parte alcuna ditììcoltà che vi si opponga. Anzi a noi è perfino 
lecito aggiungere, deducendolo dalle indicazioni forniteci da que- 
gli antichi, che egli fosse addirittura il primo nella sua famiglia 
a cui fosse conferito, non si sa bene da chi, tale onorevole uffi- 
cio. Ed invero, sta il fatto che né il padre né l'avo suo vengono 
mai nominati con quel titolo ; dal che si può arguire che nessuno 
di loro due fosse cavaliere, ma semplicemente, come ho supposto 
io, ambedue borghesi arricchiti nel commercio e nell' industria e 
pervenuti in tal modo ad agiata ed elevata condizione. Lo stesso 



(1) V. Top. cit. del Sarti. De daris archigymnasii bononiensis proff, 
a saec. XI usque ad saec. XIV. Bononiae, 1769. 

(2) V, il Commento del Rambalui al canto 26° del Purgatorio. 



— 112 — 

si dica dei fratelli di Guido, nessuno dei quali, per ragioni analoghe, 
si deve credere che fosse insignito dell' ordine equestre, eccettua- 
tone forse il solo Uberto, il quale, come facemmo osservare, fu 
de' frati gaudenti o cavalieri di Maria. 

In tal modo, 1' ho già detto, Guido apparirebbe il primo, 
se non proprio 1' unico, della sua famiglia ad essere ammesso 
nella sacra e privilegiata milizia ; e ciò contribuisce a farci me- 
glio distinguere la sua figura e a mettere il carattere di lui nella 
debita relazione coi parenti e i concittadini. Naturalmente, in 
esso aveva la famiglia come riconosciuto la sua più perfetta ema- 
nazione, nobilitata non tanto dalla primogenitura quanto e so- 
prattutto dalle doti naturali di lui e dalla dottrina che, sollevan- 
dolo dal grado di materiale agiatezza a cui era pervenuta la sua 
gente, lo rendeva moralmente grande e sublime agli occhi dei 
suoi stessi congiunti. Ed in lui d' altra parte si appuntavano 
con ansioso interessamento come a naturale lor mira gli sguardi 
dei suoi concittadini, fieri e curiosi di vederlo crescere sul cam- 
mino della gloria, movendo audacemente il passo dalle qualità 
morali e materiali eccellenti che ne avevano costituito il na- 
turai fondamento e da questi primi notevolissimi onori che con 
opportunissimo intuito venivano giustamente tributati al suo 
giovane ma vigoroso ingegno ed al suo spirito nobilissimo. Guido 
il dotto, il poeta, il cavaliere, rappresenta così un che di nuovo 
e di più alto in mezzo alla moltitudine non sempre mediocre 
dei compatriotti e dei congiunti che corrisponde in certo qual 
modo al rinnovamento intellettuale e spirituale che si andava 
allora compiendo nella sua patria medesima, e sembra con que- 
sti soli accenni, preludere a quel rinnovamento più fondamentale 
e vivace eh' egli felicemente introdusse nel campo della poesia. 

Niente quindi da opporre a chi crede eh' ei sia stato cavaliere, 
poiché tale sua qualità del tutto esteriore non resta affatto in con- 
tradizione con la carriera e 1' ufficio da lui esercitati, qualun- 
que cosa egli abbia fatto. 

Cavaliere dunque fu Guido e lo potè essere, con tutta pro- 
babilità ; ma quello eh' ei fu di certo si è giudice. Né alcuno si 
meravigli di questa nostra asserzione, perché già dalla recisa si- 
curezza con cui la enunzio fo intendere eh' essa riposa, come 
vedremo, su solide basi. Ed infatti abbondano a tal riguardo 
le prove e debbono tutte apparire così schiaccianti, come quelle 
che provengono da documenti dell' epoca, che toglieranno age- 
volmente ogni dubbio a chi avesse più o meno coscientemente 
scrupolo a prestarvi fede senz' altro. Sta il fatto, dico, che Guido 
Guinizelli è nominato, e non uria volta sola, index in vari atti 
pubblici. 



— 113 — 

Trovasi egli così chiamato, lo dice anche il Fantuzzi (1), 
nei Memoriali di Zagnibello di Alberto Fabro del 1270, e pari- 
menti in un contratto di vendita del 13 novembre 1268 (2), 
per mezzo del quale egli cede il legname delle sue campagne di 
Ceretolo ; ed altri luoghi potrei citare ove si ripete lo stesso ti- 
tolo, se non lo credessi superfluo perchè già quelle due testimo- 
nianze sono anche da sole sufficienti. Dalle medesime risulta in 
modo chiaro a chi abbia la pazienza di consultarle che Guido 
di Guinizello di Magnano era, rispettivamente nel 1268 e nel 1270, 
chiamato pubblicamente index ; onde non sarà difficile conclu- 
dere che, siccome quel Guido dei documenti è, come abbiamo 
finora dimostrato, una stessa e sola persona col nostro massimo 
e poeta, egli dovette perciò essere veramente giudice o meglio, 
come vedremo, giureconsulto. 

Intanto è bene aggiungere che, a conferma di tale verità, 
anche prove documentarie di altro genere sono state rintracciate 
e si possono opportunamente addurre per dimostrar sempre me- 
glio che quel Guido, di cui parliamo, deve aver seguito veramente 
la carriera legale, checché se ne pensi da altri. 

La perspicacia del dott. Orioli, commendevolissima in questo 
genere di ricerche, ha saputo ritrovare un altro documento da 
cui la qualità di giudice resta per il nostro Guido, se pure indi- 
rettamente, assai bene confermata. Per esso sappiamo che il giorno 
14 novembre 1273 « Guido d. Guinizelli » vende a certo Arardo 
un digesto, o codice di leggi romane (3). Mi pare, osserva giu- 
stamente r Orioli stesso, che anche dal vedere com' egli posse- 
deva libri legali si può, quasi con sicurezza, determinare la qua- 
lità della professione da lui esercitata. E chi altri mai, potremmo 
aggiungere noi, fuorché un giudice o un giureconsulto poteva 
possedere opere di contenuto esclusivamente giuridico ? 

Basterebbero dunque anche soltanto questi pochi dati per 
concludere, con probabilità di dir bene, che il Guinizelli de- 
v' essersi dedicato fino da giovane allo studio delle leggi e, 
perfezionatosi in esso, aver esercitato nella patria, come altri 
suoi contemporanei e concittadini facevano, uno dei tanti uffici 
pubblici che allora anche piti di oggi agevolmente si aprivano 
ai seguaci di Temi. 

Non mancherà tuttavia chi avrà ancora scrupolo a credere 



L 



(1) V. ]' op. cit. sugli Scrittori bolognesi (Documenti dell' Archivio 
bolognese). 

(2) V. E. Orioli, opusc. cit., a pag. 7 (documento V in Append.). 

(3) V. opusc. e l. ultimamente citato. 

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— 114 — 

che Guido, cavaliere e poeta, abbia esercitato la professione di 
legale, come quella che appare poco confacente con le sue incli- 
nazioni e r assoluta spiritualità -del suo ingegno. Ma si rifletta 
che nulla di veramente grave si può opporre ad una simile teo- 
ria sia pure apparentemente inverosimile e che, qualora vi fossero 
prove sicure che lo attestassero, ciò dovrebbe a ogni modo e da 
chiunque ritenersi per vero, anche prescindendo dal titolo index 
(che del resto non è punto trascurabile, ma anzi piuttosto signi- 
ficativo). Sembra, per es., a qualcuno (1) che tale nostra con- 
vinzione sia in aperto, assoluto contrasto con quanto dice Ben- 
venuto da Imola, che Guido cioè fu miles ; a me invece non pare 
che r asserzione del Rambaldi si trovi in contradizione con quello 
che abbiamo già cominciato a dimostrare, in quanto che 1' essere 
cavaliere non pare che impedisse affatto lo studio e la conoscenza 
delle leggi e magari neppure la loro collazione o il commento, 
ad alcuno. La qualità di giurista, in altre parole, mi sembra che 
non contenga né provochi alcuna incompatibilità con quella di 
cavaliere ; poiché quest* ultima non poteva ormai che limitarsi 
ad un puro e semplice titolo onorifico, 1' altra invece doveva 
naturalmente estendersi all'esercizio professionale. Ciò non parrà 
più tanto strano quando si pensi ch'ei non fu certamente il primo 
né il solo a riunire in sé ambedue questi caratteri, in apparenza 
così diversi ed opposti. 

E neppure deve far meraviglia che un cavaliS-re di nobile 
e agiata famiglia si dedicasse, come un modesto borghese, afla 
giurisprudenza, a chi ricordi, come già dissi, che al tempo suo 
e specialmente nella sua città (ove fioriva lo Studio glorioso) essa 
era una delle più comuni, se non forse 1' unica adatta a chi vo- 
lesse distinguersi e soprattutto ottenere onorevoli uffici nella di- 
rezione della cosa pubblica. Non si dimentichi che il Carducci 
stesso (2) ebbe a rilevare a questo proposito che i più dei poeti, 
e non certo i peggiori, del sec. XIII furono notai e giudici e can- 
cellieri, e lo stesso approvò e ripetè anche il Gaspary (3). E chi 
esiterà ad ammettere che in questa schiera gloriosa, iniziata da 
Pier della Vigna e Jacopo da Lentino e giunta a perfezione com- 
pleta col famoso Cino da Pistoia, non si possa né si debba classi- 
ficare anche Guido Guinizelli ? Al che si aggiunga, se può contri- 



(1) V. E. Okioli, Consulti legali citi., a pag. 14. 

(2) V. G. Carducci, Intorno ad alcune rime dei secc. XIII e XIV, 
in « Atti e Memor. d. R. Deputaz. di Storia patria per le provincie di Ro- 
magna ». Serie II, voi, 2°, pag. 106. 

(3) Storia d. letter. Hai., voi. I, tradotto dallo Zingarelli. Torino, 
1887, pag. 93. 



— 115 — 

buire a dimostrare buona tale opinione, che perfino quel Guido 
Ghisilieri, il quale non soltanto era concittadino ma anche (come 
sembra) consanguineo del nostro e lo seguì da presso sul cammino 
glorioso della poesia rinnovata, anch' egli fu giudice senza dub- 
bio poiché risulta che almeno una volta (ri pure si trovò a ren- 
dere pubblici pareri legali (1). 

Dopodiché, se pur non si voglia tener conto di quei segni 
che sono stati già da me denunziati, nasce naturalmente il so- 
spetto che il Guinizelli potesse esser giudice anch' esso o avesse 
almeno studiato a fondo giurisprudenza e fatto professione d' in- 
terpretare e commentare le leggi. Ma questo sospetto non tar- 
derà a prender consistenza e a trasformarsi in certezza, non ap- 
pena io avrò aggiunto alle precedenti altre e più valide prove. 

È stato ritrovato, sempre dalla infaticabile diligenza del 
dott. Orioli, un documento, in data 22 marzo 1268, in cui si at- 
testa che i Presidenti all' Ufficio dei Banditi (fuorusciti), « allora 
il giudice Giacomino Arienti e il cavaliere Pietrobuono Batta- 
gliucci », prima di eseguire la cancellazione di un bando com- 
minato contro certi carcerieri traditori i quali, dopo aver fatto 
evadere alcuni reclusi, si erano pentiti del loro reato, e rimpaciati 
col Comune, « credettero di provocare in proposito il parere di 
persona competente e per questo si rivolsero a Guido di Guini- 
cello » (2). Ed oltre a questo, il medesimo sagace archivista ha 
rintracciato anche un altro documento analogo al precedente, 
in data 27 marzo dello stesso 1268, da cui risulta che i Presi- 
denti air Ufficio dei Banditi innanzi di procedere alla cancella- 
zione del bando già intimato all'orefice Manzolo, reo di violenza 
carnale a danno di Giacomina Bonfioli e poi rappacificatosi con 
lei, ricorsero di nuovo a Guido di Guinicello, il quale viene qui 
espressamente chiamato giudice « .... ex Consilio do. Guidonis 
dmi. Guinicelli, iudicis » (3). 

Del resto, di quest' ultima espressione non e' è punto bi- 
sogno e possiamo fare anche a meno della parola iudicis (che 
forse in quel caso non va tanto riferita a Guido quanto piuttosto 
al padre suo) per dimostrare quello che ci si siamo proposti. Dal 
contenuto di quegli atti, domando, non risulta . forse abbastanza 
chiara e precisa la qualità professionale di Guido ? Così mi pare 
che sia, e quindi non importi davvero eh' egli ci sia o no menzio- 
nato col titolo di iudex, perché lo si debba ritenere un giurista. 



(1) Ciò attesta con documento 1' Orioli a pag. 14 del suo notissimo 
opuscolo. 

(2) Così precisamente dice 1' Orioli nel suo famoso Opusc, pag. 5. 

(3) V. Orioli, opusc. cit., pag. 6. 



— 116 — 

Dopo un esame, sia pur superficiale, di quei due documenti, pos- 
siamo (credo) ritenere e dobbiamo a buon diritto ripetere che 
Guido Guinizelli non può essere stato altro che giureconsulto 
di professione ; altrimenti, non si sarebbero rivolti a lui per nes- 
sun motivo uomini di legge e pubblici funzionari né, tanto meno, 
avrebbero richiesto da un profano in qual modo si dovessero 
risolvere questioni legali così complicate e controverse. È perciò 
troppo giusto pensare che 1' uomo, al quale i Magistrati preposti 
all' ufficio di penalità ricorrevano per essere illuminati e guidati, 
non poteva essere altro che giudice poiché di giudice egli adem- 
piva evidentemente F ufficio. 

Si badi bene però di non intendere questa parolai, giudice, a 
proposito del Guinizelli, in un significato ristretto e di non cre- 
dere, per conseguenza, eh' egli esercitasse veramente 1' ufficio di 
giudice nei pubblici tribunali. Ciò non sarebbe né coerente né 
giusto ; perché tribunali veri e propri a quel tempo non v' erano 
né a Bologna né altrove, e quasi tutti i reati venivano esaminati 
e sentenziati dal podestà direttamente o indirettamente dai suoi 
rappresentanti. Non sembra che Guido fosse nel numero di questi 
ultimi mai, perchè altrimenti ce ne sarebbe rimasta in qualche 
luogo testimonianza. E quindi non si deve prendere 1' espressione 
giudice nel significato che modernamente le si attribuisce, ma 
in quello, più generico e antico, di giuria perito o intendente di 
diritto, e perciò anche, modernamente parlando, giurista o giu- 
reconsulto. Quest' ultima soprattutto mi sembra la parola che 
più si confaccia al caso nostro e dalla quale, meglio che da ogni 
altra, venga determinata la qualità professionale del Guinizelli. 
Risulta invero assai chiaramente dagli atti allegati che i magi- 
strati bolognesi ricorsero a lui per ottenere schiarimenti sulla 
legge e conoscere cosi in qual modo essi dovevano contenersi 
nel loro caso. Perciò dobbiamo dire, propriamente parlando, 
ch'essi si recarono a consultarlo in materia di diritto, e consulti 
legali furono già definiti (1) i pareri espressi da lui. 

A questo soltanto dev' essersi, secondo ogni probabilità, 
limitata 1' opera prestata da Guido all' andamento della cosa 
pubblica nella sua patria, né é possibile pensare a qualche altro 
pubblico incarico eh' ei potrebbe aver disimpegnato né supporre 
che la sua condizione e le sue qualità gli permettessero una mag- 
giore o diversa ingerenza nell'amministrazione del patrio comune, 
perchè ce ne manca- la benché minima prova. 



(1) Così precisamente s' intitola il prezioso opuscolo dell' Obioli, 
a cui siamo sovente ricorsi. 



— 117 — 

Di lui in compenso possiamo senz' ombra di dubbio affer- 
mare, perchè i documenti ce ne danno il diritto, eh' ei fu sino 
da giovanissimo studioso del diritto romano e che presumibil- 
mente riuscì presto a distinguersi come uno dei piìi dotti ed esperti 
interpreti di leggi, se, come vediamo, in età di soli 38 anni viene 
pubblicamente interpellato a proposito di cassazione di bando 
inflitto a rei di alto tradimento. Non si dimentichi, se si vuole 
intendere 1' importanza di quel fatto, che per analoghe risoluzioni 
s' era ricorso altra volta perfino al celebre Accursio e si ricorreva 
sovente a legisti poco meno famosi di lui. 

Riassumendo, giova asserire che Guido Guinizelli può ma- 
gari essere stato cavaliere, e niente e' impedisce di crederlo, ma 
necessariamente dev' essere stato giureconsulto poiché troppe e 
troppo sicure prove concorrono ad attestarlo. Non è da credere 
però eh' egli possa avere esplicato un' attività professionale piti 
intensa di quel che abbiamo veduto. Infatti, o che lo abbiano 
ritenuto dal farlo sue particolari misteriose intenzioni o che glielo 
abbia impedito la sua elevata condizione sociale e i pochi bisogni, 
per cui egli non si sarà indotto tanto facilmente a vendere l'opera 
sua, è certo però eh' egli appare rammentato e conosciuto unica- 
mente sotto queir aspetto per il quale lo abbiamo fatto cono- 
scere noi ; si può quindi a buon diritto pensare che di altro non 
si sia occupato in alcun modo ne mai. Egli era il saggio, per dirla 
con Dante (1), al quale si ricorreva solo di rado nei casi più con- 
troversi ed incerti e da cui si attendeva la parola illuminata e 
felice. 

La sua qualità di giurista è inoltre confermata anche da un 
altro documento, in data 2Ì febbraio 1270, in cui si dice eh' egli 
intervenne come fideiussore per certo Amedeo Canevisio in un 
atto di tutela a favore di una vedova. È noto infatti che tali fide- 
iussori dovevano avere una notevole conoscenza delle leggi e, 
come tali, essere quasi sempre uomini di professione esclusiva- 
mente legale (2). 

Da quanto siamo venuti esponendo appare assai chiara- 
mente quale dovette essere la professione di Guido ; ma si cer- 
cherebbe invano tra i documenti noti ed ignoti che lo riguardano 
una sentenza da lui individualmente emessa perchè, lo ripeto, 
«i non fu mai giudice, almeno nel senso moderno della parola, 
ma soltanto giureconsulto, ossia espositore ed interprete della 



(1) V. il Sonetto della Vita nuova «Amore e cor gentil sono una 
cosa », V. 2. 

(2) V. Orioli, opusc. cit. alle pagg. 7 e 38 (doc. VII). 



— 118 — 

legge romana. Erra perciò chi la pensi diversamente e tanto più 
chi, ricordandosi che Dante chiama il nostro dottore e eh' egli 
in realtà fu giurista, metta questi due fatti in troppo stretta re- 
lazione fra loro e ritenga eh' ei fosse dottore di legge, ossia maestro 
di giurisprudenza nel pubblico Ateneo bolognese. La parola usata 
da Dante non è una definizione vera e propria, ma bisogna inten- 
derla in senso vago e indeterminato e non darle soprattutto così 
letterale importanza da credere eh' egli fosse dottore, cioè do- 
cente, davvero. Si rifletta inoltre, come abbiamo fatto per la 
qualifica di docente di lettere, che s' egli fosse stato maestro di 
giurisprudenza, non solo avremmo trovato il suo nome registrato 
fra quelli degli altri professori dello Studio, ma nei vari docu- 
menti che lo menzionano gli sarebbe anche stato attribuito quel 
titolo e non quello di index che abbiamo invece veduto. Siccome 
però non accade neppure una volta, si può con sicurezza argo- 
mentare che il Guinizelli non fu mai pubblico insegnante né di 
lettere né di discipline legali. 

La sua professione, ripeto, se così può essa chiamarsi, non 
deve né può essere stata altra che quella di giureconsulto, né i 
suoi concittadini gli debbono aver riconosciuto altro merito che 
questo, giacché per esso unicamente sono a lui piti di una volta 
ricorsi. Questa soltanto la parte modesta eh' ei deve aver preso 
alla vita pubblica del suo paese e del suo tempo. 

Uffici e cariche pubbliche propriamente dette non risulta 
eh' ei ne ricoprisse mai, perchè non sappiamo eh' ei sia mai stato 
chiamato, come furono 1' avo e il fratello, a far parte del Con- 
siglio del popolo, né che mai ricevesse l' incarico, come invece 
accadde a Guinizello suo padre, di recarsi in qualche città d' Ita- 
lia a reggervi la podesteria. Anzi, è a questo proposito interes- 
sante notare come finora credevasi che Guido Guinizelli fosse 
stato mandato come podestà per 1' anno 1270 a Castelfranco, 
terra allora sul confifàe dello Stato bolognese, e come a tale no- 
tizia abbiano ciecamente prestato fede molti e autorevoli critici 
moderni (1). Alla sua falsità, per cui essa mi sembra senz' altro 
da escludere, ho già indirettamente accennato ; onde mi limito 
per adesso a confermarne 1' errore, ripetendo che quel Guido, 
il quale nel 1270 andò podestà a Castelfranco, apparteneva alla 
famiglia Principi e il padre suo era già morto. Ciò basterebbe a 
farci capire che il Guido della podesteria non può essere stato 
il nostro poiché questo né era dei Principi né aveva perduto il 
padre nell anno 1270. Ma a tutte queste osservazioni già note 



(1) Rammenterò, fra gli altri, F. Pellegrini, che scrisse nel « Pro- 
pugnatore » (N. S. voi. Ili, parte l'^, pagg. 245-255) 1' articolo, Ouido Gui- 
nizelli podestà a Castelfranco. 



— 119 — 

un' altra nuova ne possiamo ora aggiungere, alla quale forse 
avrà già posto mente qualcuno. 

Abbiamo detto piii indietro come risulti per documento che 
il 21 febbraio 1270 il Guinizelli intervenne in qualità di fideius- 
sore ad un atto di tutela. Ebbene, come faceva, è da chiedersi, 
a prestare la sua mallevadoria legale in Bologna chi in quelF anno 
e in quei giorni medesimi doveva trovarsi lontano da quella città, 
nella sede della sua podesteria ? Non è forse vero che, se inter- 
venne in Bologna a quel pubblico atto (e di ciò non è dubbio 
perchè il documento parla chiaro), egli non poteva trovarsi con- 
temporaneamente a Castelfranco, ammenoché non avesse avuto 
il dono invidiabile dell' ubiquità ^ Quindi, dal trovarsi Guido 
in quel tempo a Bologna resta sufficientemente confermato che il 
podestà di Castelfranco non fu precisamente lui e che per conse- 
guenza egli non occupò neppur quello eh' era F unico ufficio pub 
blico finora a lui attribuito. 

La professione di giurista e quella particolarmente di con- 
sultore legale fu perciò 1' unica ad essere pubblicamente eserci- 
tata da Guido Guinizelli e quella che con maggior sicurezza può 
essergli assegnata ; ed invero, i documenti che ce 1' indicano ne 
costituiscono una prova inoppugnabile. Inoltre, se il Guido di 
Guinizello di Magnano è una stessa ed unica persona col Guido 
cantato e lodato da Dante (e di questo credo che ormai piìi nes- 
suno oserà dubitare), siamo pur costretti a convenire che que- 
st' ultimo deve avere occupato nella società del suo tempo quel 
posto e queir ufficio che viene all' altro così chiaramente attri- 
buito. E se prima poteva mettersi in dubbio che F elegante poeta 
bolognese avesse disimpegnato F umile ufficio di legale, oggi, '^ 
dopo la scoperta e disamina degli atti a lui contemporanei, nes- 
suno ha più diritto di dubitarne ma tutti debbono accordarsi 
nel credere che unicamente in questo senso siasi esplicata la sua 
attività professionale. 

Potrà tuttavia meravigliarsi qualcuno e rimanere esitante 
ed incerto prima di ammettere che quel massimo Guido, autore 
di così alte e geniali concezioni poetiche, fosse niente più che 
un giurista ossia un conoscitore ed interprete di leggi romane. 
Ma tutto ciò non dovrà più parere strano a chi, liberatosi da 
ogni preconcetto che F idea di poeta e di metafìsico possa in lui 
avere indotto, si ponga a considerare spassionatamente in quale 
ambiente si fosse sviluppata e di quali elementi costituita F at- 
tività intellettuale del Guinizelli. E bensì vero che nelF opera 
poetica di lui (quale almeno ci è sopravvissuta) invano si cerche- 
rebbero le conferme di quel fenomeno, poiché vi mancano asso- 
lutamente traccie anche minime di linguaggio giuridico e allu- 
sioni ed accenni a fatti ed episodi tratti dalla pratica forense o 



— 120 — 

dall' esercizio legale, come invece si riscontrano negli scritti di 
altri poeti della medesima età ( 1 ) ; ma non è meno vero che tutta 
tutta quanta 1' opera poetica del Guinizelli è, còme ognuno può 
constatare da sé, informata ad un idealismo così elevato e vi 
mancano siffattamente gli accenni a qualsiasi avvenimento della 
vita reale, che sarebbe ingiusto e incoerente pretendere di rintrac- 
ciarvi quegli elementi, che invece ci son porti in numero consi- 
derevole da altri. 

Pertanto, se dalle poesie del Guinizelli non è possibile rica- 
vare quelle prove che meglio ci convincano della professione di 
lui, cerchiamone piuttosto la giustificazione in un campo diverso. 

Chi soltanto di questo si ricordi, che il nostro Guido era 
nato in Bologna nella prima metà del sec. XIII, e non dimenti- 
chi che allora, forse più che in ogni altro tempo, fioriva colà quello 
Studio glorioso di diritto che fondato circa un secolo prima da 
Irnerio, era pervenuto a notevole sviluppo ed aveva raggiunto 
completa e rigogliosa maturità sotto la guida sapiente di Accursio ; 
troverà più che giusto, anzi naturale addirittura, che un giovine 
di agiata famiglia non rimanesse sordo alla voce di così splendidi 
esempi, ma si sentisse potentemente attratto allo studio di quelle 
discipline, che sole in quel tempo e nella sua città rendevano 
grandi e gloriosi. Egli non si sottrasse, e gli sarebbe stato diffi- 
cile, all' influenza dell' ambiente e in ciò dobbiamo vedere e ri- 
conoscere anche per lui, come per tanti altri, non già una colpa 
ma un merito superiore a qualunque altro, pari a quello stesso 
di Dante, che si diede chiaramente a conoscere per figlio del suo 
paese e del suo tempo. Infatti, allo stesso modo che un Ateniese 
dell' età di Pericle o un Romano dell' epoca dei Gracchi si sen- 
tivano istintivamente attratti alla palestra del foro ; così un 
Bolognese del primo dugento, che avesse avuto come il nostro 
le facoltà e qualità necessarie, non sapeva meglio indirizzarle e 
impiegarle che dedicandosi allo studio delle leggi e del diritto 
romano. 

In ciò non è nulla di strano né d' impossibile ad ammettersi 
e quando, come nel caso nostro, le prove di fatto sono cosi elo- 
quenti, queste riflessioni riescono utili bensì, ma non necessarie, 
a confermare anch' esse razionalmente gli ultimi resultati. Guido 
Guinizelli adunque trovò nella patria il primo potente impulso 
allo studio della giurisprudenza ; ma giova riconoscere che anche 
nel cerchio più ristretto della famiglia non gli mancò l'ambiente 



(1) CiNO DA Pistoia, per es., e non in una soltanto delle sue Rime 
amorose, ha situazioni ed espressioni che, se non sono completamento 
giuridiche, hanno però molto di giuridico in sé. 



— 121 — 

più adatto a secondar quell' impulso e 1' esempio pih convincente 
a deciderlo per quella carriera. Si tenga bene a mente che 1' avo 
suo Magnano, per quanto presumibilmente dedito alla mercan- 
zia, ebbe piìi di una volta a occuparsi di cose pubbliche (1), e 
che perciò, se pur non era egli medesimo imbevuto di scienza 
giuridica, una qualche cognizione doveva averne a ogni modo 
o almeno una grande disposizione, che poi fa lo stesso. Ma si 
rammenti soprattutto che il figlio suo Guinizello, padre del 
poeta, seppe e volle realizzare questo desiderio del genitore 
ed è a credere che studiasse materie legali e in esse progredisse 
notevolmente se, come abbiamo veduto, occupò in seguito più 
di una volta pubblici onorevolissimi incarichi e fu persino pode- 
stà ed è sovente negli atti nominato giudice. 

Dopodiché, non è chiaro ed evidente abbastanza che il no- 
stro Guido, se abbracciò egli pure quella carriera, non fece punto 
cosa nuova, insolita e strana per lui, ma ritrovando e nella pa- 
tria e nella famiglia le più nobili tradizioni e gli esempi più lumi- 
nosi, non fece altro che secondare quello che al tempo suo era 
in Bologna un bisogno e nella sua casa un dovere ed un vanto ? 
Ne egli fu il solo né il primo tra i poeti dell' età sua che si dedi- 
casse alle discipline giuridiche ; sibbene uno di quella numerosa 
e gloriosa schiera che ha, come dissi, per suo iniziatore Pier delle 
Vigne, notaio e cancelliere imperiale, a cui tengono dietro o si 
accompagnano molti dei così detti poeti della scuola siciliana, 
e che ritrova il suo migliore interprete in Gino da Pistoia, 
grande non meno nell' interpretare e glossare il Digesto che nel 
comporre leggiadre ballate e canzoni d' amore (2). Ed uno di 
questi poeti dugentisti non fu anche Guido Ghisilieri, concitta- 
dino non solo ma anche consanguineo del nostro, cultore anch' esso 
e seguace dei precetti legali ? E quanti altri se ne potrebbero 
aggiungere (3) ! 

Ebbene, se di tutti costoro non ci meravigliamo che stu- 
diassero legge ed esercitassero 1' ufficio di giudici o di notai, per- 
ché mai non vorremmo riconoscere che anche di Guido Guini- 
zelli possa essere accaduto lo stesso ? Ch' egli abbia fatto preci- 
samente così ce lo fanno agevolmente supporre l'indirizzo intellet 



(1) Per questo e i successivi raffronti v. il nostro cap. 3°. 

(2) È noto che C. da Pistoia, oltre essere stato giudice il 1307 nella 
sua patria, compose anche un commento al codice di Giustiniano (V. L. 
Chiappelli, Vita e opere giuridiche di Gino da Pistoia, Pistoia 1881). 

(3) Per tutti questi in generale, specialmente bolognesi, V. Car- 
ducci, Intorno ad alcune rime dei secc. XIII e XIV ritrovate ne' memo- 
riali deir Archivio notarile di Bologna. Imola, 1876. 



— 122 — 

tuale a quell'epoca predominante nella sua città e le spiccate ten- 
denze dei suoi più diretti congiunti ; ce lo fanno poi non soltanto 
supporre, ma ritenere senza restrizione sicuro le prove documen- 
tarie che abbiamo addotte e contro le quali non si può levar dubbio. 

E con ciò resta, mi pare, definitivamente provato essere non 
soltanto probabile ma addirittura certo, che il Guinizelli fu di 
professione giureconsulto e spiegò per conseguenza la sua atti- 
vità professionale nel dar pareri e sentenze in materia legale. 

Tale opera, la quale appare V unica prestata da Guido al 
buon andamento della società contemporanea, non si può dir 
che sia grande e notevole ed importante, ma una parte della 
sua attività ben più importante di questa ei dovette rivolgere 
sicuramente ai contrasti e alle lotte politiche che affliggevano 
allora Bologna. Di questi fatti abbiamo già altrove parlato (1) ; 
basterà quindi ora accennare che i Guinizelli si mostrarono an- 
che in ciò, come nella scelta della professione, veri e propri uo- 
mini del loro tempo ed, essendo nati e cresciuti in mezzo alle 
più ardenti fazioni, non esitarono anch' essi a schierarsi da imo 
dei lati dei contendenti. Il partito da loro abbracciato fu quello 
dei Ghibellini che, come abbiamo veduto, aveva acquistato in 
Bologna il nome particolare di Lamhertazzi. 

Per questo motivo soprattutto è da credere che certuni si 
siano lasciati illudere al punto da ritenere e sostenere che i Gui- 
nizelli, come dice Benvenuto da Imola, fossero un ramo dei Prin- 
cipi. Ed invero^ il constatare che i Guinizelli portavano ripetu- 
tamente i nomi di quella famiglia e seguivano quella medesima 
parte imperiale o feudale che in Bologna era allora capitanata 
e impersonata nella potentissima consorteria dei Principi, può es- 
sere stata una ragione per credere eh' essi fossero anche legati con 
quest' ultimi dai vincoli d' una più o meno diretta parentela. 
Ma dal suggerir ed insinuar debolmente questa ipotesi all' asse- 
rire senz' altro che i Guinizelli, anche solo per questo dovevano 
appartenere alla loro famiglia, ci corre un bel tratto ; e ad ogni 
modo è bene non dare eccessiva importanza ad una simile con- 
gettura. Anzi, io ritengo che nel presente caso si siano invertiti 
i termini della questione e che invece possa aver dato origine a 
tale supposizione e acquistarle credito di verosimile e vera il co- 
noscere che i Guinizelli avevano subito la stessa sorte dei Prin- 
cipi essendo stati, al pari di questi, espulsi da Bologna nella fa- 
mosa cacciata del 1274. 

Nella lista di proscrizione, alla quale ci siamo più d' una 
volta riferiti, troviamo i nomi di tutti i componenti la famiglia 



(1) V. il nostro cap. I verso la fine. 



— 123 — 

Guinizelli e di altri ancora, tranne quello di Guinizello ; il che 
ci fa intendere chiaramente come essi tutti dovettero prendere 
attiva parte ai tumulti del 1274 e quest' ultimo solo fu eccettuato 
perchè, come mentecatto, ritenuto meno colpevole e meno peri- 
coloso agli occhi dei nemici. Fra gli altri invece troviamo il nome 
di Guido Guinizelli ; e da ciò intendiamo coni' egli pure si fosse 
mescolato in queste agitazioni politiche e come, essendosi com- 
promesso di fronte agli avversari sopraffattori, dovette anch' egli 
seguire la sorte medesima dei suoi congiunti ed avviarsi con essi 
per* la via dell' esilio. 

Il fatto di per sé noto né insolito rivela ancora una volta 
nel nostro poeta luminose e spiccate le qualità battagliere pro- 
prie del suo secolo, che le sue elevate prerogative intellettuali 
non riuscirono a cancellar dal suo spirito né impedirono eh' ei 
pure, per quanto poeta e filosofo e mistico per eccellenza, parte- 
cipasse attivamente alle lotte e ai contrasti partigiani allora così 
fieramente terribili. Ond' egli appare anche in questo un precur- 
sore diretto di Guido Cavalcanti e di Dante Alighieri, dimostrando 
chiaramente alla piti remota posterità, come ai contemporanei, 
che ognuno, prima d' essere erudito e poeta, é cittadino e deve 
consacrare alla patria ed a quel partito, per il quale ei ne ritiene 
imminente e più alto il progresso, le sue migliori e maggiori at- 
tività. 

A noi purtroppo non é dato conoscere completamente dal 
principio alla fine 1' origine e lo sviluppo di quest' ideale politico, 
che si dev' essere a poco a poco formato e concretato nelì' animo 
del nostro Guido, e di tutto non conosciamo che 1' ultima cata- 
strofica fase perchè abbiamo unicamente notizia dell' esito in- 
fausto di quei suoi tentativi e del conseguente suo allontanamento 
definitivo dalla patria. E lecito quindi, in mancanza di dati più 
precisi, fantasticare liberamente in proposito come a ognun piace 
e supporre che il Guinizelli si fosse magari dato molto da fare 
per il trionfo della causa eh' ei reputava giusta compromettendo 
per essa la sua integrità di cittadino alieno dai contrasti. 

Tutto codesto però, come risultante da semplici arbitrarie 
supposizioni, noi lo rifiuteremo senz' altro e, limitando le nostre 
conclusioni ai fatti realmente provati, ci contenteremo di dire 
che nulla di più preciso possiamo aggiungere riguardo all' atti- 
vità politica spiegata da Guido prima dell' anno 1274. Può darsi 
che abbiano ragione coloro i quali ritengono eh' egli abbia sem- 
pre fatto del suo meglio per favorire 1' avvento del suo partito 
al potere, ma tutto ciò non può con sicurezza affermarsi per- 
chè ne mancano le prove dirette. Io invece (giacché non pos- 
siamo uscire dall' àmbito delle congetture) inclinerei a credere 
che non soltanto ei non prese mai attiva parte alla propaganda 



— 124 — 

imperialista, ma che anzi, conforme il suo carattere di misan- 
tropo e solitario, ei si tenesse sempre molto in disparte da quelle 
lotte e da quei contrasti che palesemente desolavano la patria. 
Anche di questo, è vero, non abbiamo prove documentarie ma, 
in mancanza di esse, mi sembra molto più giusto ritenete che 1' a- 
nimo suo, mite e alieno per natura dal sangue, non si potesse mac- 
chiare non pur di stragi e di eccessi parti gianeschi ma neppure 
di ire e rancori meno che nobili ; e che quindi il bando del 1274 
colpisse in lui non già uno dei capi o agitatori più in vista ma 
un membro qualsiasi della sua consorteria, la quale fu comple- 
tamente esplusa in quell' occasione (1). Io reputo adunque molto 
più probabile credere che gli avversari vincitori abbiano colpito 
Guido Guinizelli non come individuo a sé e per sé temibile, ma 
come parte, magari indifferente per loro, di quella fazione, alla 
cui caduta e completa estinzione essi soprattutto miravano. 

In tal modo, é vero, si viene a diminuire d' assai l' impor- 
tanza del nostro come uomo pubblico e 1' attività da lui dedicata 
alla politica del suo tempo e della sua città ; ma cosa importa 
se questa, in mancanza della vera, appare 1' opinione più vero- 
simile ? Ciò invero é conforme all' indole e al temperamento del 
nostro poeta, e ciò (per di più) coincide mirabilmente con quanto 
é noto di lui. Dal momento infatti che, come abbiamo veduto, 
ei non occupò mai alcun ufficio né ebbe mai pubblici incarichi, 
è segno abbastanza chiaro (io credo) che del pari ei non si curò 
mai realmente e intensamente del trionfo di alcun partito, a so- 
stenere i diritti del quale non gli sarebbe stato difìEicile raggiun- 
gere una volta o V altra i primi gradi nella pubblica ammini- 
strazione. 

Da ciò unicamente la verisimiglianza e la relativa attendi- 
bilità della nostra supposizione, la quale del resto non intendiamo 
punto d' imporre perché priva, come ognun vede, anch' essa di 
ogni conferma. Mi par tuttavia, secondo quanto abbiamo accen- 
nato, di aver ragioni sufficienti per credere in tal questione a mio 
modo ; nel qual caso, conviene ripetere che il Guinizelli sarebbe 
stato condannato non già come cittadino particolarmente inviso 
e sospetto agli occhi dei reggitori, ma come facente parte della 
fazione a loro contraria. Egli, almeno per me, non sarebbe stato 
in questo, punto simile a Dante, individualmente colpito come 
eretico, barattiere e contumace (2). 



(1) V. Vitale, per es., si esprime a questo proposito precisamente 
così {Il dominio della parte guelfa in Bologna, Zanichelli, 1902, pag. 22) : 
(( .... i Lambertazzi il 2 giugno (1274) escono in massa dalla città ». 

(2) V. fra gli altri 1' opera di I. Del Lijngo, DeW esilio di Dante. 
Firenze, 1881. 



— 126 — 

Ben diversamente da lui (si ricordi) fu colpito il fratello 
suo Uberto, la cui più grave condanna fa chiaramente intendere 
eh' egli davvero doveva essersi esposto all' odio degli avversari. 
In ciò una ragione di piìi a confortar la mia ipotesi, perchè da 
tale considerazione è agevole concludere che, qualora anche Guido 
avesse fatto lo stesso, sarebbe stato egualmente colpito senza che 
nulla gli valessero i suoi meriti personali, come non valsero nulla 
in simil ctì-so all' Alighieri e a tanti altri. 

Ad ogni modo, questo possiamo di lui con sicurezza asserire, 
qualunque fosse 1' importanza da lui data alle lotte di parte, che 
fu cacciato in esilio insieme e al pari degli altri suoi consorti ; 
e di ciò fanno concordemente fede quanti ne hanno parlato, dai 
più recenti ai più antichi. 

L' epoca precisa in cui 1' esecuzione del bando dovette esser 
posta ad effetto non ci viene indicata da nessun documento ; 
ma dal constatare che contro di lui non esiste un atto speciale 
e che da quanto abbiamo ultimamente esposto risulta probabile 
r aver egli pure subita la medesima sorte comune agli altri ghi- 
bellini, mi pare si possa inferire, con speranza d' una certa atten- 
dibilità, che anche il suo bando e il conseguente allontanamento 
da Bologna avvenissero contemporaneamente a quelli di tutti 
gli altri. Così adunque Guido avrebbe abbandonato la città in- 
sieme ai superstiti della fazione Lambertazza circa il 2 giugno 
1274 (1), dopoché, per circa un mese e mezzo, la sua patria 
era stata insanguinata ed affllitta da una guerra civile altrettanto 
disastrosa quanto accanita. Quello fu il giorno nel quale i Ghi- 
bellini bolognesi, sopravvissuti allo sfacelo del loro partito, ri- 
conoscendo ormai vano ogni ulteriore tentativo di resistenza, 
esularono in massa dalla città (2) ; ed è probabile, io credo, che 
in compagnia di tanti sventurati si avviasse anche Guido Gui- 
nizelli, il cavaliere, il dotto, il poeta gentile. 

Di qual genere fosse la condanna di lui, dichiaratagli nel 
bando del successivo 1275, già lo fece capire il Fantuzzi quando 
scrisse che « .... Guido e Giacomo furono soltanto mandati ai con- 
fini fuori del territorio » e non ebbero, come il fratello Uberto, 
sicuramente più compromesso, la taccia di ribelli e felloni, il 
bando in solenne forma e la confiscazione dei beni (3). Lo stesso 



(1) Così almeno dice F. Tokraca, Studi sulla lirica ital. del dugento. 
Bologna, 1902, pag. 165. 

(2) V. l'espressione usata dal Vitale e da noi già citata nella nota 1**^ 
della pag. 124. 

(3) V. la più volte citata opera del Fantuzzi, prima e dopo la 
nota \ò^. 



— 126 — 

press' a poco di quanto avea detto F erudito settecentista hanno 
dovuto ripetere e confermare i moderni. 

E questo un motivo di più per credere a una minore parte- 
cipazione avuta da Guido nei torbidi della primavera del 1274 
e, per conseguenza, ad una più leggiera condanna. E che questa 
fosse tale lo indicano chiaramente le parole del Fantuzzi e il con- 
fronto che se ne può fare con quella di Uberto. Anzi da questo 
confronto si può anche ricavare, almeno approssimativamente, 
di che genere ed entità dovesse essere la condanna inflitta al poeta. 
Quando infatti si consideri eh' ei fu, al par di Giacomo, confinato 
fuori del territorio del Comune, è facile pensare che i Geremei 
non lo ritennero un nemico troppo pericoloso non curandosi eh' egli 
abitasse più o meno lontano, purché rimanesse fuor de' confini 
dello Stato. Perciò mi pare che la sua condanna debba essere 
stata relativamente lieve e chissà che il testo letterale del bando 
non contenesse altri particolari per noi interessanti e non po- 
nesse, per es., come provvisorio soltanto l'allontanamento di 
Guido, dichiarando eh' ei sarebbe stato riammesso in Bologna 
qualora ei non avesse fatto, per un certo tempo, dire e pensar 
male di sé. Egli invece ebbe a morire in terra d' esilio perché, 
prima che fossero passati due anni, si spegneva lungi dalla patria 
in ancor giovine età (1). 

Qual fosse precisamente il luogo dov' ei trascorse quest' ul- 
timo periodo della sua vita, neppur questo sappiamo. Ma non 
sarà difficile indovinare, anche basandosi sulle sole parole del 
Fantuzzi, che la città dov' ei si trattenne fosse Faenza ; poiché 
se la sua condanna era di confine soltanto, ei si sarà fermato cer- 
tamente alla prima città non guelfa subito fuori del territorio 
patrio ; e questa non poteva essere altro che Faenza, città ne- 
mica e rivale di Bologna e, per di più, fautrice di parte imperiale. 
Tali sue qualità politiche e la notevole vicinanza a Bologna, ad 
un ritorno nella quale i fuorusciti avranno sempre pensato, erano, 
mi pare, ragioni più che sufficienti per indurre il nostro a pren- 
dervi stanza. E quando si pensi che in Faenza appunto anche 
altri suoi compatriotti, espulsi insieme con lui, si erano stabiliti 
e di là facevano frequenti audacissime incursioni per sorprendere 
le milizie guelfe 4el Comune, ci sentiamo maggiormente spinti 
ad ammettere che anche Guido si fermasse colà ed ivi trascor- 
resse neir ansia dell' attesa gli ultimi suoi anni, mirando costan- 
temente a quella via del ritorno che gli fu dalla morte preclusa. 

(1) Per questo avvenimento v. 1' vxltima parte del nostro cap. IV. 



CAPITOLO SETTIMO 

La educazione letteraria. 



Origine e qualità degli studi letterari di Guido — Condizioni 
della letteratura al suo tempo — Provenzali e provenzalesimo — 
Influenza della scuola, siciliana — Guittone e la maniera oscura 
— Scienza e naturalism.o nelle poesie di Gy,ido — Contributo in- 
dividuale da lui recato alla loro composizione. 

Guido Guinizelli, come abbiamo veduto, non fu letterato 
di professione né alla poesia dedicò altro tempo da quello che 
gli restava libero dalle occupazioni giuridiche per lui giornaliere 
e dagli studi filosofici, ai quali aveva evidentemente consacrato 
la sua maggiore attività intellettuale. Comunque, siccome anch' egli, 
al pari di molti suoi contemporanei, non si appagò soltanto della 
giurisprudenza e della filosofia, ma lasciò anche non pochi scritti 
poetici in volgare, è bene che si parli un poco anche qui di que- 
sta attività da lui esplicata ad incremento della nostra letteratura 
e se ne traccino quei limiti che ne indicano con precisione Y ori- 
gine e lo sviluppo. 

Di lui possiamo, in certo qual modo, ripetere ciò che di sé 
diceva il Petrarca, che cioè lo scopo principale della sua esi- 
stenza non fu certamente la poesia e tanto meno quella in 
volgare (l), ma essa dovette essere per lui, come per l'altro, 
un bisogno prepotente e uno sfogo, a cui si abbandonavano facil- 
mente i loro spiriti travagliati dalle quotidiane fastidiose oc\3u- 
pazioni e assetati d' idealità e di misticismo. Ne viene di conse- 



(1) È noto che il Pktrarca non fece mai gran conto delle sue rime 
in volgare e che sovente le qualificò scherzosamente « nugae o migellae » 
cioè a dire sciocchezze. 



— 128 — 

guenza che lo studio e 1' esercizio della poesia dovette costituire 
anche per il Guinizelli un riposo e un rifugio quasi alle giornaliere 
fatiche, una specie insomma di quell' otium intellettuale al quale 
ricorrevano di solito i Romani stanchi di operosità politica e 
guerresca. Sarebbe perciò errore credere che Guido Guinizelli 
volesse dare una grande eccessiva importanza ai propri studi ed 
esperimenti poetici in volgare ; egli non ce lo ha già detto in 
nessun luogo, ma si può facilmente intuire che, tutt' assorto 
com' era nelle meditazioni filosofiche e nelle elucubrazioni giuri- 
diche, non si sarà neppur potuto rendere esatto conto, né lo avrà 
curato, delle condizioni in cui si trovava la poesia italiana del 
suo secolo né sarà mai riuscito a persuadersi dei mezzi e dei modi 
più adatti per migliorarne le sorti e avviarla a quella splendida 
maturità, di cui egli stesso fu inconsciamente cagione non ultima. 
Egli piuttosto (e questo é lecito supporlo) dovrà essersi limitato 
a leggere avidamente e frequentemente le opere dei poeti moderni, 
le cui forme e concetti non sempre spregevoli erano facilmente 
ritenuti dalla disposizione sua all' assimilazione del bello nelle 
sue varie manifestazioni ; egli perciò doveva ricorrervi tutte 
quelle volte che il suo spirito, stanco per le quotidiane vicende, 
sentiva il bisogno di ritemprarsi alle pure sorgenti dell' idea- 
lismo ; e questa sola, non altra, dovette essere la sua scuola. 

Da ciò é facile dedurre che tutta quella conoscenza e compe- 
tenza (non poca né piccola) di poeti e di poesia volgare derivò 
sicuramente in lui da una particolare spiccata tendenza alla 
comprensione del fantasma poetico, specialmente quale lo si 
apprezzava nel tempo suo, secondata, s' intende, e rinvigo- 
rita da una straordinaria volontà di emulare i suoi predecessori 
e raggiungere quella perfezione che, nell' acutezza del suo genio, 
egli intuiva ma non vedeva raggiunta da nessuno di loro. Tale co- 
noscenza (è già chiaro) non può essere derivata al Guinizelli da 
nessun insegnamento regolare di altri, ma solo e semplicemente 
dalle sue naturali disposizioni e da una notevole pratica acqui- 
stata direttamente da sé colla lettura e la riflessione ; tanto 
che il metodo da lui tenuto nell' apprendimento di quell' arte 
e nel raggiungimento di quell' altezza, cui s' era prefisso di per- 
venire, é merito suo esclusivo poiché può definirsi autodidattico 
ed individuale. 

Ma per parlare con una certa sicurezza e attendibilità della 
educazione letteraria del Guinizelli, della quale purtroppo i con- 
temporanei non ci tramandarono nessuna notizia, bisognerebbe 
almeno conoscere esattamente 1' epoca nella quale ei cominciò 
a compor le sue rime. E, siccome anche di questo fatto importan- 
tissimo nella sua vita, siamo completamente all' oscuro, ne re- 



— 129 — 

sta aggravata la difficoltà di dare all' argomento una soddisfa- 
cente soluzione. 

Vedremo meglio in seguito, ma è bene fin d' ora avvertire 
come, in mancanza di dati migliori, si p§ssa e dalla stessa scar- 
sità della produzione poetica di Guido (la quale possiamo credere 
che ci sia pervenuta quasi al completo) e dal carattere serio e 
riflessivo eh' essa costantemente ci presenta e da molte altre os- 
servazioni che saranno meglio esposte nel seguente capitolo, ri- 
trarre la convinzione che 1' inizio della produzione poetica del 
Guinizelli avvenisse non già, come per molti altri, nella adole- 
scenza o nella prima giovinezza, ma piuttosto intorno a quella 
più completa virilità, a quel mezzo del cammin di nostra vita, che 
fu dall Alighieri fissato al trentacinquesimo anno (1). Tale con- 
statazione non è punto superflua per noi, ma anzi indispensabile, 
perchè giova a farci fissare un punto della sua esistenza, dal quale 
incomincia e progredisce rapidamente 1' opera sua di scrittore, 
mentre è da credere che per F innanzi egli non avesse composto 
alcunché di notevole. 

Ciò è tanto più importante in quanto va posto in intima con- 
nessione col fatto che il Guinizelli non frequentò mai, come in- 
direttamente si è fatto notare, una vera e propria scuola di lette- 
ratura né maestri di lettere o di poesia propriamente detti egli 
potè mai avere. Non escluderemo però ch'egli possa avere assi- 
stito, mentre frequentava lo Studio, anche a letture di classici 
che già vi erano introdotte dai grammatici ; ma da questo all'am- 
mettere eh' ei ricevesse un insegnamento diretto e ordinato così 
delle discipline letterarie come senza dubbio lo ebbe delle giuri- 
diche, e' é una notevole differenza. Dalla mancanza di questo 
insegnamento doveva naturalmente conseguire anche in luij come 
forse in tanti altri, una completa ignoranza d' arte poetica e 
un' indifferenza assoluta alle manifestazioni artistiche della poe- 
sia. Ma ciò non permisero né 1' attitudine del suo spirito natural- 
mente inclinato alla comprensione della bellezza e suscettibile 
d' ogni squisito sentimento, né il suo intuito artistico per cui egli 
divinava e secondava inavvertitamente 1' avvento glorioso della 
nuova grande letteratura, né infine i numerosissimi esempi che 
di poesia straniera (2) bensì, ma spesse volte ammirabile, do- 



(1) Ciò si rileva, oltreché dalla relazione che passa tra questo verso 
primo della Commedia e il principio della visione dantesca, anche e so- 
prattutto dalla definizione che Dante stesso ci ha lasciato del punto me- 
dio della nostra esistenza (Convivio, IV, 22). 

(2) S' intende la provenzale, la quale ebbe tra noi fautori e cultori 
notevoli ; basti di questi rammentare Sordello. 

9 



— 130 — 

vevano ogni dì capitargli sott' occhio. Non si dimentichi, a 
questo proposito, quanto abbiamo esposto sulla fine del primo 
capitolo, e s' intenderà facilmente come tutti quei giovani stra- 
nieri accorsi allo Studio glorioso, tra i quali primeggiavano per 
numero e vivacità d' ingegno i Provenzali e i Francesi, alter- 
nando agli studi faticosi e aridi delle Pandette e del Digesto le 
liete canzoni amorose o le ballate giulive, riuscissero a comuni- 
care ai loro ospiti, almeno ai meglio disposti, un po' di quella 
gioviale spensieratezza in loro così naturale e ad innamorarli per 
Conseguenza di quella leggiadra poesia che n' era la origine e la 
compagna fedele. 

Ma per non intralciare di troppo il regolare svolgimento 
dei fatti, limitiamoci ad asserire per ora che lo studio poetico 
del Guinizelli, se studio v' è stato da parte sua, di tal genere, non 
si è compiuto alla scuola né per opera di maestri ; perchè, non 
essendosi effettuato nell' adolescenza, ma progressivamente dalla 
giovinezza alla virile maturità del poeta, è un prodotto unica- 
mente di riflessione individuale di assimilazione diretta e di esal- 
tazione psichica artisticamente elaborate e disciplinate dall' ele- 
mento filosofico in lui prevalente 

Onde si potrebbe già dire che i maestri di G. Guinizelli nella 
poesia furono : i poeti italiani e stranieri dell' epoca, la rielabo- 
razione degli studi scientifici non solo dei suoi primi anni, ma di 
tutta la sua vita, ed ultimo, per tempo non per importanza, egli 
stesso. Quindi appare eh' ei fu, sotto questo aspetto almeno, 
autodidatta e, pur senza regolare ammaestramento cattedratico, 
assurse per questa via a mirabile altezza. Ma procediamo con 
ordine. 

Se, come abbiamo detto, è da credere che il Guinizelli non 
abbia scritto poesie, almeno importanti, prima del suo trenta- 
cinquesimo anno e che quindi la sua produzione poetica si aggiri 
intorno al 1265 e da esso proceda e progredisca per tutto 1' ul- 
timo decennio della sua vita ; sarà opportuno riassumere breve- 
mente quali fossero le condizioni della letteratura in Italia prima 
ed intorno a qaell' anno. 

La letteratura, che fino a quel tempo aveva primeggiato e 
predominato in Italia e che, sebbene prossima ad estinguersi, 
dava tuttavia elettissimi fiori in un crepuscolo d' oro, non era 
certamente italiana, ma provenzale e francese : in francese si 
stendevano originariamente (per poi tradurli e diffonderli) i lun- 
ghi canti epici e narrativi per il popolo, in provenzale gli argo- 
menti pili tenui della lirica amorosa e cortigiana per i signori ; 
di quella lingua e di quelle forme si servivano, deturpandole, i 
cantastorie plebei sulle piazze, di questa e di queste, con miglior 
competenza, i trovatori ed i principi nelle corti d' amore. La 



— 131 — 

letteratura francese parve scomparire ed estinguersi, ma fu ec- 
clissi temporanea, che poi tornò a mostrarsi rinnovata e miglio- 
rata neir epica italiana quattrocentesca e cinquecentesca ; la 
provenzale invece, grazie al sopraggiunger fra noi di nuovi tro- 
vatori e poeti che abbandonavano le terre di Provenza disertate 
dalla crociata albigese e al soprammettersi di nuove correnti 
d' ispirazione, acquistò per tutta la prima metà del secolo XIII 
uno sviluppo e un' importanza grandissimi specialmente nelle 
nuove Signorie e nei liberi Comuni dell' Italia settentrionale. 
Ma allato e poi al di sopra di questa fioritura poetica d' impor- 
tazione esotica un' altra naturalmente indigena sorgeva e cre- 
sceva nel nostro mezzogiorno, ove 1' eco della poesia provenzale 
era giunta meno presta e piìi languida e perciò anche meno com- 
presa che nel resto della penisola. Questa seconda schiera di poeti 
che, maneggiando la stessa lirica amorosa e celebrando gli stessi 
ideali cavallereschi dei Provenzali, miravano a sostituire alla 
loro una lingua nostra, comunque ella fosse, è nota col nome di 
Scuola Siciliana. Nello stesso tempo e all' ombra di queste due 
maggiori correnti poetiche si sviluppava quella poesia nata nel 
popolo e da esso alimentata, la quale doveva poi tanto contri- 
buire anch' essa allo svolgimento ulteriore della nostra lettera- 
tura ; e, parallelamente a questa, quella poesia religiosa che, 
sortito il suo naturai centro nell' Umbria, stava per trovare il 
suo migliore interprete nel giullare di Dio, Jacopone da Todi. 

Nasceva intanto in una città della Toscana, verso la qual 
regione ormai andava ogni di più accentrandosi ogni nostro mo- 
vimento letterario, un uomo il quale doveva unire e fondere, sia 
pure disordinatamente, in sé stesso tutte le tendenze e le aspi- 
razioni poetiche di quel tempo. Quest' uomo, che fu Guittone 
del Viva, avendo iniziato la sua produzione poetica colla imita- 
zione dei Provenzali e dei Siciliani, cui egli cercava di emulare 
coir introdurre forme più regolari e concetti più sottili, se non 
si vuol dire più astrusi, nella lirica amorosa ; la continuò poi, 
dopo un improvviso brusco cambiamento, colla imitazione, o per 
dir meglio parafrasi, della poesia religiosa degli Umbri alterandola 
notevolmente coli' intrusione di forme e concetti popolareggianti 
miste ad uh elemento filosofico e ad un fare sentenzioso che 
le danno il colorito spiccatamente caratteristico. Egli rappre- 
senta perciò ed incarna nell' opera sua di scrittore i quattro 
principali indirizzi della poesia italiana di quel secolo : il pro- 
venzale o trovadorico, il siculo o "cortigiano, 1' umbro o mistico 
e il popolare o realistico. Di questa sua artistica fusione di ele- 
menti non sempre omogenei conviene a noi tenere gran conto 
perchè, procedendo direttamente da lui, anche la poesia del Gui- 
nizelli appare costituita ed esemplata sopra questi quattro mo- 



— 132 — 

delli, alla cui influenza naturalmente egli aggiunse il contributo 
non indifferente delle tendenze esclusivamente individuali. 

Che i primi maestri di poesia, se così vogliam dire, fosaera 
anche per il nostro, come per ogni poeta italiano del primo e del 
medio Dugento, i Provenzali, non v' è dubbio, e varie ne sono 
le prove. Prima di tutto molti dei critici moderni lo affermano, 
tra cui per es. : il Torraca, il quale osserva che Guido « avea po- 
sto i piedi su le orme dei Provenzali.... » (1) e che « la gloria sua 
fu.... di avere ricominciato a cantare, come i Provenzali migliori, 
quello che Amore dettava dentro » (2) ; lo Zingarelli, seconda 
il quale il concetto, frequentissimo nella poesia guinizelliana , 
dell' « apparizione splendente della donna amata non è nuovo, 
ma derivato dai trovatori e in particolare da Peire Rogier » (3); 
il Rossi, che fa notare come a Bologna, dove allora accorrevano 
in gran maggioranza « studenti d' oltre Varo e d' oltre Appen- 
nino si gradiva egualmente una rima d' Americo da Peguilhan 
come una canzone del notaro da Lentino (4) ; V Anglade infine (5) 
e molti altri che troppo ci vorrebbe ad enumerare. 

Del resto, si comprenderà facilmente che anche sull' indi- 
rizzo poetico del Guinizelli dovesse inflviire una letteratura tanto 
prevalente, quando soprattutto si pensi alla importanza grandis- 
sima che, grazie al numero ed alla loro favella diffusa ed apprez- 
zata dovunque, avevano acquistata in Bologna gli studenti e 
studiosi di Provenza. Non si dimentichi che ivi appunto, prima 
che altrove, si poetò in provenzale da Italiani ; poiché è noto che 
Rambertino Buvalelli aveva già composto fra il primo e il secondo 
decennio di quel secolo la maggior parte delle sue né poche né 
spregevoli poesie, e contemporaneamente acquistavasi fama di 
buon rimatore in lingua d' oc quell' Ottaviano degli Ubaldini 
che fu in séguito Procuratore della Chiesa bolognese e cardinale. 
Vi abbondavano naturalmente i trovatori provenzali « i quali » 
secondo che dice il Monaci « là dovean capitare di continuo, non 
fosse che di passaggio, per recarsi in Toscana ; sia che provenis- 
sero dalla vicina Ferrara, sede degli Estensi, sia dalla Marca 



(1) F. Torraca, Studi su la lirica italiana del dugento. Bologna, 1902 ; 
pag. 162. 

(2) F. Torraca, Le donne italiane nella poesia provenzale. Firenze, 
1901, pagg. 37-39. 

(3) N. Zingarelli, Dante. Vallardi, cap. IV, pag. 56. 

(4) V. Rossi, Il dolce stil nuovo, in « Lectura Dantis (Opere minori 
di Dante) ». Firenze, 1906, pag. 4. 

(5) F. Anglade, Les traubadours, leurs vies, leurs oeuvres, leur in- 
flu&nce. Paris, 1908, pagg. 241-2. 



— 133 — 

Trevigiana o dalla Lombardia» (1). Contemporaneamente, e 
(pare) sempre in Bologna, le rime di Peire Raimon da Tolosa 
venivano tradotte e divulgate dal pisano Jacopo Mostacci (2) ; 
e intanto un altro provenzale, Raimondo d' Avignone, traduceva 
in versi nel suo materno idioma il Trattato di Chirurgia di Rug- 
gero da Parma (3). In mezzo a una così rigogliosa fioritura di 
studi ed imitazioni provenzali, pare che neppure i dotti riuscis- 
sero a sottrarsi all' influenza di quella specie di moda -letteraria ; 
tanto che perfino nell' opera ponderosa e rigorosamente scientifica, 
che il fiorentino Boncompagno, magister in gramatica nello Stu- 
dio bolognese, aveva composto in latino a scopo didattico, si tro- 
vano traccie di quella lingua e di quella letteratura (4). 

Di fronte a una corrente così vigorosa di provenza- 
lesimo sembra che anche Guido Guinizelli, anziché opporvi 
una inutile resistenza, si lasciasse trascinare nel vortice comune 
e subisse, almeno sul principio ed in parte, quel fascino che aveva 
già prodotto in altri così forte ed efficace impressione. Poiché 
anch' egli delle due forme di poesia straniera allora predominanti, 
la provenzale e la francese, non esitò a prediligere e a seguire 
con intelletto d' amore e desiderio di emulazione le manifesta- 
zioni letterarie della prima trascurando affatto, come non rispon- 
denti alla sua mentalità poetica, quelle della seconda. 

Di questo fenomeno di studio e, per riflesso, d' imitazione 
della lirica provenzale da parte di Guido rimangono numerose 
ed eloquenti prove nelle sue stesse rime. Da una sola lettura di 
queste ci si accorge però eh' egli non seguì già né riprodusse, nep- 
pur della lirica provenzale, tutte quante le fasi ed i generi che 
avevano ottenuto anche fra noi un largo sviluppo. Infatti, men- 
tre sappiamo bene che svariatissimi sono gli atteggiamenti e le 
forme in cui essa trovò da esplicarsi, e che fra tutti primeggia- 
rono di gran lunga anche in Italia i quattro generi politico, reli- 
gioso, cavalleresco e amoroso (5) ; il Guinizelli non si compiacque 



(1) Tutte queste notizie in E. Monaci, Da Bologna a Palermo (Studio 
in L. MoRANDi « Antologia d. nostra critica letter. moderna », Città di 
Castello, 1902, pagg. 235-6). 

(2) V. Monaci, Studio cit., pagg. 237-8. 

(3) V. Monaci, Studio cit., pagg. 238 e segg. 

(4) Così si legge, a proposito dell' Ars dictaminis di Boncompagno, 
nel citato art. del Casini (« Giorn. Stor. d. letter. ital. », voi. I, 1883, a 
pag. 23). 

(5) V. U. A. Canello, Fiorita di liriche provenzali tradotte. Bologna, 
1881 ; vedine in generale 1' Introduzione, che presenta appunto questa 
qviadruplice divisione. 



— 134 — 

d' imitare altro che quest' ultimo. Ed invero, noi vediamo che le 
poesie, le quali ci sono rimaste di lui, non presentano già un 
contenuto politico né religioso e neppur completamente cavalle- 
resco, ma celebrano tutte quante ed esaltano, in modo anche su- 
periore ai Provenzali, la bellezza e virtìi della dama, 1' amore 
del poeta per lei, gli effetti benefici prodotti in lui dalla sua vista 
e dalla sua conoscenza, la gran fede dell' amatore in un prossimo 
migliore avvenire e la poca speranza di compenso eh' ei se ne 
ripromette, data la rigida austerità di madonna. Con questi e 
simili argomenti egli si tiene evidentemente nell' ambito della, 
poesia erotica propriamente detta, facendo consistere la sua mag- 
giore innovazione, anziché in novità di soggetti, in una trasfor- 
mazione ed elevazione tutta spirituale di quelli già conosciuti e 
sfruttati dai cantori occitanici. 

Difficile e lungo sarebbe 1' enumerare (tanti essi sono) i vari 
punti del Canzoniere guinizelliano che hanno una qualche ana- 
logia di pensiero, e talvolta anche di forma, con quelli dei Pro- 
venzali. Basti dire che dovunque <^ì possono trovare nelle sue 
poesie situazioni, espressioni, atteggiamenti che rielaborano, con 
maggiore o minor fedeltà, il materiale della lirica trovadorica. 
Il carattere generale dell' amore cavalleresco, inteso dai Pro- 
venzali come una sudditanza completa e passiva al cenno della 
dama, il tipo astratto, indefinito e severo di questa, che mai o 
raramente s' induce a secondare gli ardenti desideri del cantore, 
la contemplazione estatica delle bellezze di madonna da parte 
di questi e i mirabili effetti ch'esse producono nell'animo e nel- 
r intelletto di lui, sono per il Guinizelli situazioni costanti o, per 
lo meno, frequenti che egli, se pur non ha imitato dai Provenzali 
con fedeltà di plagio, ha senza dubbio derivato da essi modifican- 
dole e migliorandole gradatamnete. Un contenuto di questo ge- 
nere che egli, al pari dei suoi contemporanei, ha attinto dalla let- 
tura delle poesie provenzali, é talmente diffuso in ogni parte 
del suo Canzoniere che mal si potrebbe dire dov' esso prevalga. 
Nondimeno, siccome ivi son pure dei luoghi che meno risentono 
di questa influenza trovadorica e sui quali 1' opera subiettiva 
del poeta é stata più radicale ed efficace, non sarà inutile (con- 
siderando eh' essi si possono scorgere più. facilmente) accennare 
a quelle delle sue poesie che sembrano maggiormente pervase 
di questo, diciamo così, manierismo provenzaleggiante. 

Fra esse primeggia, per es., la canzone VI, ove il poeta 
professa un amore così puro e assoluto che per esso egli vince 
e sopporta qualunque tormento senz' accorgersene (stanz. 1) e, 
dopo aver pregato e supplicato madonna che non deluda queste 
sue speranze poiché sarebbe una gran colpa ingannare un innamo- 
rato dopo averlo pasciuto nella serena allegrezza (stzz. 2 e 3), 



— 135 — 

confessa a madonna che da lei tiene e possiede ogni virtù, po- 
nendosi poi filosoficamente ad osservare che essa, origine di que- 
ste virtù, opera tanto più efficacemente in lui quanto più gli sta 
presso, allo stesso modo della calamita (stzz. 4 e 5). Ma è tale 
e tanta la ritenutezza di madonna che il poeta si perde di corag- 
gio e, mentre protesta la sua sincerità e fedeltà che son rimaste 
prive di affettuoso ricambio, termina malinconicamente senten- 
ziando che r amante cui manca questo conforto (stzz. 6 e 7) 

« a la fine poi more e disamato (v. 84) ». 

Altrove (canz. VII, stz. 1) il poeta osserva ch'è da stimarsi 
pazzo chi si abbandona, come ha fatto lui, ad ammirare una 
troppo piacente bellezza, poiché gli occhi abbarbagliati da essa 
non trovano più refrigerio in alcun' altra. Madonna invece (stz. 2) 
non si cura del terribile effetto prodotto in lui, ma vassen disde- 
gnosa (vv. 19-20) cM se vede alta bella et avvenente. Dopodiché 
egli, avendo constatato che essa può giustamente compiacersi 
di sé (v. 21) perché é la più bella donna che ci sia, si pone ad enu- 
merare le sue preclare doti materiali e morali con quel frasario 
convenzionale che nessuno potrà negare essere derivato da quelli 
che noi abbiamo definito suoi primi maestri ; quindi conclude 
affermando con pessimismo fatalistico che (stz. 5), poiché Amore 
gli ha imposto di servire a madonna, sia che si sia, o bene o male, 
egli vorrà perseverare ; ma, siccome ella non dà a questa sua 
passione né soddisfazione né sfogo e persiste nella sua noncuranza, 
termina dicendo 

« onde me piace morir per so amore (v. 50) ». 

Altrove (sonetto X) ei dice che prima poteva vantarsi di 
avere un cuore, ma da che ha conosciuto madonna e s' é indu- 
giato a vagheggiarla, lo ha perduto e si sente tanto smarrito che 
porta morte scritta nella faccia (v. 14). Nel sonetto XI egli celebra 
i pregi di gentil donzella della quale non è ancora nata una simile 
(v. 3) ed enumera gli effetti luminosi della sua apparizione ; nel 
XII si lagna di amare una donna da cui non é amato ma, poiché 
la speranza lo conforta a perseverare rassegnatamente, ei vi si 
adatta colla fiducia d' una ricompensa tanto maggiore in quanto 
la sua donna gli sembra più gentile di tutte le altre; nel XIII con- 
fessa che lo sguardo e il saluto di madonna, quando la incontra, 
sono capaci di ucciderlo; nel XIV ricorre ai soliti termini e para- 
goni tanto sfruttati dai Provenzali, di poco elevandoli e nobili- 
tandoli con artistico verismo, per descrivere le bellezze della 
sua dama ; nel XV si lamenta di Amore perché spietatamente 
lo colpisce ed abbatte, come il fulmine atterra alberi e case ; nel 
XVI ricorre, per esaltare madonna con sincera proprietà, ai para- 



— 136 — 

goni che gli suggerisce la lirica trovadorica. Queste le principali, 
ma le altre derivazioni e imitazioni tratte da essa non è possi- 
bile enumerarle né esaminarle tutte, ed è più facile che ognuno 
se ne possa render conto da sé leggendo il Canzoniere. 

Delle forme poetiche usate dal Guinizelli nel comporlo, sono 
sicuramente derivate dalla lirica provenzale, salvo le modifica- 
zioni e trasformazioni subite attraverso il rimaneggiamento dei 
Siciliani, quelle delle canzoni e delle canzonette tutte quante, 
specialmente nelle prime. I sonetti naturalmente egli non li 
ha potuti ricavare dai Provenzali perché essi, com' è noto, non 
usarono mai questa forma metrica la quale è prettamente italiana 
fin nelle origini (1). Egli non adoperò invece mai, almeno da 
quanto possiamo noi constatare, né la sestina né il discordo e nep- 
pure s'indusse mai a comporre tenzoni o pastorelle, le quali e 
i quali furono tutti forme e componimenti molto in uso nella 
poesia occitanica ed anche nella francese (2). 

Dalla influenza di quest' ultima egli rimase completamente 
immune, come da quella che per il suo carattere eminentemente 
narrativo corrispondeva ben poco al concetto tutto subiettivo 
che della poesia si era formato il Guinizelli. Nel suo Canzoniere 
infatti, come non si trovano altro che le forme proprie esclusi- 
vamente della lirica appassionata, così non vi si riscontrano nep- 
pure traccie di contenuto romanzesco. Ivi nemmeno un confronto 
né un' allusione a episodi o personaggi della poesia narrativa, 
che d' altra parte sappiamo essere stata notissima e diffusissima 
in quel tempo anche a Bologna. Ivi mai rammentati né il re Artìi, 
né Tristano e Isotta, né Merlino o il mago Meliadus, né mai ri- 
cordate le gloriose gesta di Rolando e dei paladini né Carlomagno 
stesso, che pure erano divenuti popolari in Italia ed ai quali ac- 
cennano non poche volte anche i lirici italiani contemporanei 
del Guinizelli. 

Vi si trovano però, tratte pur sempre dal materiale dei Pro- 
venzali, oltre i pensieri e le situazioni consuete, anche le solite 
similitudini ormai stereotipate e fissate in tipi convenzio- 
nali da trascriversi tali e quali ad ogni occasione. Esse sug- 
geriscono anche al Guinizelli 1' idea che alla tempesta di mare 
in cui si agita una nave é da paragonarsi quella dell' anima in 
cui si agita la sua passione ; 1' amante, che vive intatto in mezzo 
all' ardore amoroso, è paragonato anche qui alla salamandra 
che vive tra le fiamme ; madonna è invece paragonata alla pan- 



(1) V. F. C. Pellegrini, Elementi di letteratura. Livorno, Giusti, 
1900, pag. 400. 

(2) idem, idem, a pagg. 369 e 379. 



— 137 — 

tera, il cui fiato odoroso alletta gli altri animali ; il cuore gen- 
tile ha da natura la disposizione ad amare come ogni pietra pre- 
ziosa ha da natura una sua speciale prerogativa ; madonna è si- 
mile alla calamita, poiché come questa attira il ferro così quella 
r amante ; essa è la stella Diana che appare prima che spunti 
il giorno ; e così via, se ne potrebbero raccogliere chi sa quante. 

Abbiamo già detto, ed ora è tempo di dimostrarlo, che la poe- 
sia del Guinizelli non ebbe a maestri soltanto i Provenzali, ma 
che essi furono piuttosto i primi, non gli unici, che influirono 
sulla sua arte porgendole quel fondamento formale e soprattutto 
concettuale la cui presenza nelle rime di Guido ninno 
può disconoscere. Anche altri però contribuirono a modificare 
notevolmente lo sviluppo della sua produzione poetica, e tra 
questi vengono subito i Siciliani, o poeti della scuola siciliana, 
i quali ebbero il merito grandissimo di trasportare pei primi il 
materiale poetico provenzale in una lingua e in una forma schiet- 
tamente nazionali. A questo rimaneggiamento della materia poe- 
tica più nota e apprezzata, che si compiva contemporaneamente 
ai suoi studi, non poteva il Guinizelli, appassionato di poesia, 
non fare attenzione. E che egli anzi ve ne ponesse moltissima e 
rimanesse così benevolmente impressionato da questo rinno- 
vamento artistico avvenuto per opera d' Italiani in una lingua 
che d' italiano aveva già molto, da seguire le orme di questi 
nuovi cantori d' amore, è un fatto affermato concordemente dai 
critici moderni piti apprezzati e piìi noti (1). 

Anche a questo proposito non ci vorrebbe molto a raccogliere 
ed esporre i diversi punti del Canzoniere guinizelliano che mo- 
strano all' evidenza quest' influsso della poesia siciliana sulla sua ; 
ma toccheremo soltanto dei principali soffermandoci invece piii 
a lungo sopra una questione che presenta senza dubbio molto 
maggiore interesse. 

Tutti sanno che il periodo del massimo rigoglio di questa 
scuola poetica siciliana è per 1' appunto da ascriversi alla prima 
metà del secolo XIII. In quel cinquantennio, sulla fine del quale 
si compiva la prima giovinezza del Guinizelli, quei poeti che 
dalla corte di Federico II trassero 1' ispirazione e 1' esempio, com- 
pirono quasi tutti un' opera poetica così importante che, diffon- 



(1) V. oltre i luoghi del Torkaca, del Rossi ecc., già citati a pag. 132 
di questo capitolo, il Gaspary, Stor. d. letter. ital., tradotta dallo Zinga- 
RELLi, voi. I, pag. 89. Torino, 1887 ; il Carducci Di alcune poesie popo- 
lari bologn., a pagg. 127-8 del XVIII voi. delle Opere; Bartow, / primi 
due secoli della letteratura italiana. Milano, 1880 ; cap. V, pa;g. 170, e tanti 
altri. 



— 138 — 

dendosi rapidamente per la penisola, preceduta da un' aureola 
di gloria e circondata dalla curiosità del nuovo, sarà giunta di 
certo (non può essere stato diversamente) anche all' orecchio di 
Guido giovinetto e ne avrà invogliato lo spirito ardente e appas- 
sionato alla lettura di quelle rime che apparivano tra noi in ve- 
ste per la prima volta italiana. Non può negarsi, sebbene nessuno 
ce lo assicuri, che la conoscenza di queste poesie, le quali univano 
alla schietta italianità della lingua una più intima e nazional 
concezione ed esaltazione dell' amore cavalleresco, abbiano pro- 
dotto suir animo del Guinizelli un' impressione profonda, molto 
maggiore anzi di quella che finora vi avevano lasciato le rime 
dei Provenzali. E 1' attendibilità della supposizione è tale che 
per essa ci si può indurre a ritenere che, mentre dalla lettura 
delle poesie di questi ultimi ei non avea ricavato fin' allora nient'al- 
tro che un appagamento intrinseco del suo spirito e un soddisfa- 
cimento individuale, dalla lettura invece delle rime italiche ei 
dovette sentirsi potentemente trascinato a un tale entusiasmo 
di ammirazione da non esitare a voler tentare anch' egli qual- 
cosa di simile. Era stato un lampo quello, che aveva come d' un 
tratto diradato le tenebre del suo intelletto, grande bensì ma 
sopito neir oblio incosciente dell' epoca, e gli aveva fatto pre- 
sentire imminente 1' affermarsi glorioso di quella lingua e di quella 
poesia, delle quali ei vedeva allora i primi rozzi saggi. 

Già solamente da questo si può intendere quanto maggiore 
debba essere stata F influenza della poesia italiana, anziché della 
provenzale, sull' animo del Guinizelli. Egli riuscì a stento a con- 
tenere, anche per poco, questo divino entusiasmo per 1' arte nuova, 
che la imperfettissima poesia dei Siciliani gli aveva fatto intra- 
vedere, ma presto volle provarsi egli stesso a calcare da solo le 
vie sublimi dell' arte. 

Naturalmente, sulle prime egli pure sarà rimasto non poco 
incerto sul metodo da seguire e sul come decidersi per un in- 
dirizzo poetico o per un altro ; ma sta il fatto che compiu- 
tasi poi quandochessia questa risoluzione e iniziatasi da parte 
sua la composizione, egli ebbe il merito incontestabile di non 
essersi lasciato illudere da vani fantasmi né lusingare da speranze 
di favori e di lodi, che venivano tributate tuttora alla letteratura 
occitanica e, divinando con mirabile intuito che questa era ormai 
prossima al tramonto e 1' italica invece pronta a sorgere e a su- 
perarla in breve tempo, egli non esitò più a lungo e, sia pur con 
meraviglia e disprezzo dei contemporanei, non dubitò d'iniziare 
quel ciclo di poesia che riconobbe poi in lui 1' interprete più vero 
e più grande. Ond' é che abbiamo, primo esempio d' imitazione 
della scuola siciliana, le rime del Guinizelli scritte in volgare 
italico anziché in lingua d' oc. 



- 139 ~ 

Ma a decidere la predilezione del giovine bolognese per la 
nuova poesia italiana, cui erano riserbate a breve intervallo cosi 
splendide sorti, piuttostochè per la provenzale, contribuì, se- 
condo me, un avvenimento del quale è necessario tener qui par- 
ticolare menzione. 

Tutti si ricorderanno certamente (poiché si tratta di un epi- 
sodio troppo importante nella storia dei nostri Comuni guelfi 
nel medioevo) di quella vittoria riportata dai Bolognesi nel 1249 
sulle truppe di Federico II, che è nota col nome di Battaglia della 
Fossalta e della quale abbiamo parlato anche noi sul principio 
di questo lavoro. Non si dimentichi adunque che 1' oggetto prin- 
cipale e il maggior vanto di quel trionfo tutto popolare fu appunto 
il figlio dell' Imperatore, Enzo re di Sardegna. Ora giova richia- 
mar r attenzione del lettore su quanto già abbiamo fatto notare, 
suir ingresso cioè di questo principe ventiquattrenne in Bologna 
avvenuto in mezzo al tripudio e all' esultanza di tutta quanta 
la popolazione. Quel popolo bolognese, che aveva preso tanta 
parte e tanto si era interessato alla cattura di quel personaggio, 
si compiaceva ora e godeva di vederlo condotto entro la città 
in mezzo ai vincitori, prigioniero, poiché riconosceva in lui il sim- 
bolo dell' Imperatore, nemico implacabile delle libertà comunali, 
e supponeva che tal pegno prezioso non sarebbe ormai piìi sfug- 
gito, se si voleva nella miseria del figlio danneggiare e torturar 
crudelmente la tracotanza del padre (1). 

Questa rumorosa e brutale vendetta di popolo, che aveva 
il suo coreografico principio nell' ingresso di Enzo re in Bologna 
in condizioni tanto piti sorprendenti quanto meno immaginate, 
avveniva il 24 agosto di quel medesimo anno, 1249. Non é impro- 
babile che fra i tanti spettatori accorsi d' ogni parte ad ammi- 
rare quel giovanissimo e biondissimo principe imprecato e vili- 
peso dalla moltitudine, vi fosse anche il nostro Guido, allora 
appunto sui vent'anni ; il quale dal vedere un esempio così sin- 
golare di bellezza e giovinezza infelici sarà stato indotto a consi- 
derazioni molto pessimistiche sulla caducità delle cose umane e 
ne avrà ritratto quella nota di soave mestizia che echeggia dif- 
fusa ovunque nelle sue rime appassionate. Ma ciò che con mag- 
giore probabilità egli avrà ritratto da un tale spettacolo di festa 
e di sventura ad un tempo, sarà stato un intimo e vivo senso 
di compassione per quel giovinetto regale quasi suo coetaneo 
che dai fastigi del trono si vedeva' d' un tratto sbalzato in una 
perpetua prigionia ; compassione tanto più giustificabile in lui 
in quanto egli comprendeva e sapeva che nella persona di quel 



(1) Vedasi, a questo proposito, l'ultima parte del nostro capitolo I. 



— 140 — 

principe erano non soltanto colpite nobiltà e giovinezza, ma al- 
tresì e mortalmente quella fazione ghibellina alla quale il Gui- 
nizelli doveva già appartenere e di cui Enzo appariva capo su- 
premo e legittimo dopo l' Imperatore. 

Ma un' altra e maggiore corrente di simpatia dovette pro- 
rompere dall' animo di Guido verso quel giovane infelicissimo 
sovrano, quando per la prima volta lo vide, di una simpatia tutta 
individuale per lui, derivante dal sapere che da quel gentil pri- 
gioniero era altresì rappresentata quella poesia siciliana che, 
sbocciata alla splendida corte del gran Federico, era mirabil- 
mente e rapidamente fiorita per opera di cortigiani poeti. Questo 
giovinetto che ora (crudele ironia della sorte !) procedeva sopra 
un meschino asinelio fra la turba schiamazzante e sogghignante 
dei vincitori era quel medesimo che, cresciuto in mezzo a que- 
gli splendori, quando arride vangli migliori speranze di grandezza 
e di gloria, si sarà inoltrato cavalcando un focoso destriero sotto 
il verone fiorito della sua dama e le avrà rivolto 1' omaggio dei 
suoi versi infuocati. Come poteva il nostro Guido dimenticare, 
se in quel momento era presente, che in esso appunto si vedeva 
in realtà uno di quei poeti, eh' ei non aveva ancora personalmente 
conosciuti e la cui opera destava in lui un' intima e viva com- 
piacenza ? o non gli sarà forse tornato all' orecchio 1' eco di quella 
canzone, probabilmente già nota in Italia, con cui il giovane re, 
deplorando la sua amorosa sfortuna, pare mestamente alludere 
alla sua piti grave disavventura imminente ? 

« S' eo trovasse Pietanza, 

incarnata figura, 

merzè le chereria, 

eh' a lo meo male desse alleggiamento (1) » 

Curiosa combinazione ! Quella simpatia, che una giustifica- 
bile congettura ci fa stabilire fra Guido e il principe fino da questo 
primo incontro, doveva ben presto mutarsi, per circostanze im- 
previste, in una relazione affettuosa e in una cordiale amicizia, 
rinvigorita saldamente dai comuni intendimenti letterari ed ar- 
tistici e dall' influenza reciproca nel campo della poesia. La idea 
di questa relazione 1' ebbe già prima il Torraca, il quale così parla 
della prima comparsa della poesia volgare nella patria di Gui- 
do (2) : « .... il giorno che il bresciano Filippo Ugoni, in mezzo 
ai suoni delle fanfare ed agli applausi della moltitudine, rientrò 



(1) G. Carducci, Antica lirica italiana. Firenze, 1907, lib. I, 32. 

(2) F. Torraca, Studi su la lirica italiana del Dugento Bologna, 
1902, pag. 175. 



— 141 — 

in Bologna traendosi appresso, tra i prigionieri di Fossalta, Ma- 
rino da Eboli.... Buoso da Doara e lo stesso Enzo re di Sardegna^ 
quel gioi no, io penso, entravano in Bologna lo spirito e le forme 
della lirica aulica, di cui nella dotta città non si è scoperta al- 
cuna traccia anteriore ». Il Torraca continua facendo intendere 
come in seguito a questa venuta e permanenza in Bologna di un 
figlio di Federico II accompagnato da suoi cortigiani e cavalieri 
debba essersi diffuso nella città per quanto rigida fosse la lora 
prigionia e sorvegliate le comunicazioni coi cittadini, un po' degli 
usi, dei passatempi e delle mode della corte imperiale, della quale 
quei personaggi erano piti o meno diretta emanazione. Di questi 
usi e ornamenti della corte palermitana era parte principalissima 
il poetare alla maniera dei trovatori bensì, ma con lingua e forme 
italiane e con un fare piìi cerimonioso e signorile che non fosse 
usato da loro. Che meraviglia quindi che anche al Guinizelli, come 
ai suoi concittadini, giungesse notizia di quanto si faceva in quella, 
parte del palagio del Podestà eh' era assegnata al principe ed 
alla sua piccola corte ? e che egli si dilettasse particolarmente 
delle composizioni poetiche che, di mano stessa di lui o dei suoi 
cortigiani, uscivano frequentemente di là, unico sfogo e conforto 
a quegl' infelici ? Ma v' è di più. 

Per mitigare la tristissima condizione del principe e dargli 
r illusione d' una certa grandezza, 1' autorità municipale prov- 
vide a che, sebbene gelosamente custodito, ei non avesse a man- 
care di tutti quegli agi e diletti eh' erano abituali a un par suo. 
Onde, oltre avergli procurato il necessario e il superfluo, lo cir- 
condò perfino di servi e valletti e sarti e buffoni e gli tenne costan- 
temente come compagni « sedici giovani nobili che, estratti a 
sorte, andavano a conversare con lui rinnuovandosi ogni quin- 
dici giorni » (1). 

Il Torraca genialmente suppone che tra questi nobili giovani, 
cui fu commesso si pietoso ufficio, fossero anche Fabruzzo 
Lambertazzi e Guido Guinizelli ; e la supposizione non ha niente 
d' inverosimile. Che, se pur la famiglia di Guido non aveva ori- 
gini nobiliari, doveva necessariamente esser pervenuta ad un 
grado e ad un censo tali che le permettessero di accostarsi di molta 
alla nobiltà, specie quando si pensi che egli stesso fu creato ca- 
valiere ; e similmente, ove si ricordi che Guido era nel 1249 circa 
sui ventun' anni, dovremo convenire che anche il requisito del- 
l' età prescritta non gli mancava ^ad essere assunto a quell' uf- 
ficio (2). 



(1) L. Frati, La prigionia del re Enzo a Bologna. Bologna, Zani- 
chelli, 1902, pag. 24. 

(2) V. r op. cit. di L. Frati sulla prigionia del re Enzo, pag. 25. 



— 142 — 

È quindi naturale (poiché la congettura è così rispondente 
a verità da potersi ammetter senz' altro) che, data la vicinanza 
non solo, ma la diretta comunicazione di Guido col re Enzo e 
colla sua corte, ne venissero sempre più rinforzati quei vincoli 
di simpatia che fino dal loro primo incontro si dovevano essere 
stabiliti neir animo del poeta. A ciò avranno naturalmente con- 
tribuito la compassione, mossa in lui dal vedere un cosi nobile 
e bel giovinetto privo per sempre del maggior dono che ci largisca 
natura, la libertà, e soprattutto la grande disposizione di ambe- 
due al poetare. È perciò molto probabile che le loro conversa- 
zioni, se tale relazione (come par giusto) vi è stata, si aggirassero 
principalmente intorno alle sorti della poesia e al modo di rimare, 
evitando prudentemente quei discorsi politici che avrebbero ur- 
tato la sensibilità del principe e compromesso la libertà del Gui- 
nizelli, senza dire che sarebbero stati impediti dalla rigorosa 
sorveglianza dei carcerieri e delle guardie, alla cui presenza sol- 
tanto potevano aver luogo questi abboccamenti (1). Nulla quindi 
di strano a pensare che il re si compiacesse grandemente della com- 
pagnia di quel giovine austero e pensoso, il quale s' intratteneva 
tanto volentieri con lui in questioni letterarie e gare poetiche, 
e che quest' ultimo acquistasse dal suo regale compagno 
lume, incitamento ed esempio a decidersi per quel genere 
di poesia, a cui già per naturale impulso si sentiva potentemente 
inclinato. Né circostanza piti adatta poteva offrirsi al Guini- 
zelli perché egli prendesse una così importante risoluzione. Era 
quello il tempo in cui la Musa del giovine principe, provato tanto 
acerbamente dalla sventura, gì' ispirava le piìi alte concezioni 
e le più nobili idee che suffuse d' una tinta malinconica e per- 
vase di queir intimo sconfinato dolore derivante dalla coscienza 
dei beni per sempre perduti e deplorante la presente tristezza, 
dovevano produrre un magico effetto sull' animo sensibilissimo 
di tanto uditore. Mi par di vederli questi due giovani, nelle sale 
austere del fosco palagio, 1' uno compreso di meraviglioso stu- 
pore mentre la nota mesta e carezzevole dell' addio si spande 
per le ampie volte, 1' altro intento a cantare colla dolce meri- 
dionale favella : 

« Va' canzonetta mia, 

e saluta messere, 

dilli lo mal eh' i' aggio. 

Quelli che m' ha in balìa 

sì distretto mi tene, 

eh' eo viver non poraggio.... » 



(1) idem, idem. 



oppure 



— 143 — 

* '< Salutami Toscana, 
quella ched' è sovrana, 
in cui regna tutta cortesia ; 
e vanne in Puglia piana, 
Lamagna, Capitana, 
là dov'è lo meo core notte e dia-(l)». 

Erano note queste capaci di toccare e commuovere anche 
un cuore meno sensibile e una mente meno poetica di quella del 
Guinizelli ; come possiamo dunque supporre ch'ei rimanesse inerte 
ad un soffio così potente d' ispirazione ? Egli, dopo aver 
tanto letto di poesia provenzale, non aveva probabilmente mai, 
prima di allora, sentito vibrare così fortemente la corda intima 
del suo spirito agitato da commozione profonda. Acceso quindi 
di vivo entusiasmo, non avrà più esitato a provarsi anch' egli 
in queir arte divina, che mostrava di dare così alti e genuini 
conft)rti a tanta sventura. 

Dall' esempio e dal consiglio del re egli dovette certo ritrarre 
acuito il suo naturai desiderio e il bisogno irresistibile di attingere 
alle pure fonti di una poesia, per quanto ancora formalmente 
imperfetta, così potentemente suggestiva. Ei si sarà dato quindi, 
con maggiore assiduità alla lettura di tutte le rime che in quella 
prima metà del sec. XIII avevano già composto gli altri, e non 
minori, rappresentanti della scuola siciliana. E vi trovò senza 
dubbio gran parte di quel soddisfacimento, di cui andava da 
lungo tempo in traccia, e non gli sarà occorso molto tempo per 
intendere la sorte diversa che si preparava alla letteratura pro- 
venzale e alla nostra. Da ciò a deciderai per uno studio più pro- 
fondo e perfino per una imitazione di quella poesia, che sola al- 
lora poteva dirsi italiana, non e' era un gran passo ; ma non è 
a credere che il Guinizelli lo compisse d' un tratto. Quel decennio 
che va dal 1250 al 1260 fu per lui un periodo di prove e d' incer- 
tezze, e poco allora sicuramente produsse, e molto invece provò 
e tentò ed imitò per puro esercizio. Saranno forse di quell' epoca, 
almeno per il modo rigido e impacciato della esposizione, le due 
prime canzoni della nostra raccolta. Ma intanto una profonda 
trasformazione si compiva nello spirito dell' autore ed egli, gra- 
datamente allontanandosi da quei Provenzali eh' erano stati i 
suoi primi maestri, andava sempre più avvicinandosi alle forme 
e al pensiero della lirica siciliana. A ciò naturalmente avrà con- 



(1) I^a prima strofe è il commiato e 1' altra la 2^ stanza della canzone 
«Amor mi fa sovente» che, secondo il Frati {op. cit.), pag. 28) fu ap- 
punto composta dal re durante la sua prigionia. 



— 144 — 

tribnito anche il fatto che, mentre i trovatori scomparivano a 
poco a poco dalle corti e dalle città del settentrione e la loro poe- 
sia si spegneva in un crepuscolo d' oro, dal mezzogiorno e dal 
centro della penisola si andava ogni dì piti diffondendo la poesia 
nuova d' Italia. I trovatori, da lungi, morivano combattendo e 
cantando ad uno ad uno finche si estinse coli' ultimo ogni loro 
ricordo ; il principe invece, benché prigioniero, era lì giovane e 
baldo, sempre vivo nel cuore e nella mente di tutti, ma sopra- 
tutti di Guido che lo intendeva e lo amava. 

In questo modo, io penso, si sarà il Guinizelli addentrato 
nella seconda fase della sua produzione poetica, alla quale dette 
particolare incremento lo studio dei poeti siciliani. È naturale 
quindi non solo, ma necessario che molte dovunque, e tutte in 
più luoghi, le sue poesie presentino traccie di questo studio e 
offrano al lettore i segni visibili d' una elaborata imitazione, ben 
più intensa e felice di quella dei Provenzali. Veniva in tal modo 
a integrarsi e perfezionarsi in Bologna quella tendenza verso 
una poesia più schiettamente italiana, di cui forse vi avevano 
già dato r esempio Pier delle Vigne, Jacopo Mostacci è Giacomo 
da Lentino quando, nel secondo decennio di quel secolo, par 
che dimorassero a studio in qviella città (1). Fu già dimostrato 
però come nessuno di questi tre, neppur Giacomo, si possa consi- 
derar precursore del Guinizelli « nel tentativo d' innestare 1' ele- 
mento filosofico sul tronco invecchiato della lirica neolatina » (2). 
Essi, per quanto possano avere influito sullo svolgimento della 
poesia guinizelliana, non debbono a ogni modo arrogarsi quel 
vanto, come vedremo fra poco. 

Comunque, anche se il Guinizelli non riprese da essi questo 
concetto fondamentale della sua lirica, non può negarsi che altre 
cose egli abbia apprese e derivate dai Siciliani e, tra queste pri- 
missima, la forma e struttura metrica delle sue poesie. 

Alcune delle canzoni di Guido non hanno la medesima o 
analoga composizione strofica o disposizione e misura di versi 
che altre, come, per es., la V, le quali sono rimaste più giusta- 
mente celebri e rappresentano, sotto tutti gli aspetti, il meglio 
della sua produzione. La canzone, ad es., che noi presentiamo 
per prima, è in istrofe composte esclusivamente di settenari, e 
la seconda non ha che un endecasillabo in fine di ciascuna stanza. 



(!) V. lo studio cit. de! Monaci nell' « Antolog. critica « del Morandi, 
pagg. 233-4. 

(2) F. ToRRACA. Studi su la lirica ital del dugento. Bologna, 1902, 
a pag. 44. 



— 145 — 

Ora, quando si ricordi che le strofe « di tutti settenari erano care 
ai rimatori Siciliani e furono usitatissime nei primi sessant' anni 
del sec. XIII » (1), non si stenterà a trovare i modelli che in 
quelle composizioni Guido si tenne dinanzi. Erano quelli per lui, 
come ben fu detto (2) gli anni di principiante, in cui cioè egli 
intravedeva bensì la forma piìi completa e solenne che avrebbe 
dovuto avere la nuova canzone italiana, ma non avendo ancora 
il coraggio e le forze per arrischiarsi a tanto volo, si manteneva 
ligio alle consuetudini formali che parevano più giuste e apprez- 
zate. Col tempo però sembra eh' ei riuscisse ad emanciparsi dalle 
angustie metriche fra cui si era fin' allora dibattuto e, più sicuro 
ormai del suo metodo, cominciò ad alternare e frammischiare 
ai settenari un numero sempre maggiore di endecasillabi, fin 
tanto che non giunse a dare il primo esempio della canzone pro- 
priamente ed essenzialmente italiana (3). 

Così vediamo che già nella canzone posta da noi come III 
gli endecasillabi raggiungono il numero di due per ciascuna sfrofe ; 
nella IV comincia già la prevalenza di essi sui settenai:i e arri- 
vano ad esser sei per ogni strofe ; nella V infine, eh' è, anche 
formalmente, la più perfetta, essi hanno acquistato una tal pre- 
valenza e un' importanza così grande che in ogni strofe, sopra 
un numero complessivo di 10 versi, i settenari sono ridotti sol- 
tanto a tre. 

Da questo rapido cenno si può constatare che 1' arte formale 
del Guinizelli aveva acquistato, a poco a poco, una larga autono- 
mia, ma si deve pur riconoscere ch'essa prendeva le mosse da quella 
metrica dei Siciliani che già prima era stata a lui suggerita come 
modello non tanto dalla sua personale simpatia per quelle forme 
che dovevano tuttavia essergli parse le migliori, quanto per l' in- 
citamento e r esempio di quell' ultimo glorioso rappresentante 
della scuola siciliana col quale ebbe a trovarsi in così intimi e cor- 
diali rapporti. 

E analogamente possiamo dir dei sonetti (poiché già abbiamo 
veduto coni' egli non potesse aver tratto dai Provenzali l' idea 
di quella forma) eh' egli seguì anche in essi come maestri i Sici- 
liani ; i quali, per quanto si fossero serviti di quella forma non 
troppo frequentemente, non si può negare che ne fossero gì' in- 
ventori o, almeno, gì' inauguratori fra noi. Sappiamo infatti che, 



(1) G. Carducci, Di alcune poesie popolari bolognesi, a pag. 129 
del vo]. XVIII delle Opere. 

(2) idem, idem, a pag. 127. 

(3) idem, idem, a pag. 105. 

10 



— 146 — 

oltre Giacomo da Lentini, che ne compose un maggior numero, 
ne scrissero pure Pier delle Vigne e Mazzeo Ricco ed uno lo stesso 
re Enzo (1). 

Passando ora a dire delle traccie concettuali, che d' imita- 
zione della poesia sicihana si trovano nelle rime del Guinizelli, 
mi limiterò ad accennare alle piìi notevoli perchè almeno si possa 
farsene un' idea. A chi imprenda la lettura del suo canzoniere 
non isfuggirà certamente il modo da lui usato per manifestare 
a madonna il proposito di raccontarle come ha fatto ad innamo- 
rarsi di lei (2) ; e, per poco di familiarità che questo lettore ab- 
bia colla nostra antica poesia, non tarderà ad accorgersi che in 
modo stranamente analogo, per non dire identico, incomincia 
anche una canzone di Giacomo da Lentino 

« Madonna, dir ve voio 
conio r amor m' à preso ». 

Altrove, F espressione usata da Guido per indicare che 1' amor 
suo è andato sempre aumentando offre, nella metafora dell' al- 
bero che ha messo foglie e fiori ma ha deluso 1' aspettazione colla 
mancanza del frutto (3) una perfetta analogia, che non può 
essere casuale, con questi versi di Inghilfredi : 

« Ma nasce estolle e monta 

e spina e fiore e grana lo conforto (4) '> ; 

e perfino V idea che madonna sia un essere superiore e per- 
fetto capace d' illudere l' innamorato al punto dal fargli credere 
eh' ella sia uno degli angeli del cielo (5), è forse anch' essa de- 
rivata da Inghilfredi, il quale già prima aveva cantato (6) : 

e: Jesu Cristo ideolla in paradiso 
e poi la fece angelo incarnata >. 

Le prime parole del sonetto XV accusano una reminiscenza 
del famoso lamento di Rinaldo d'Aquino per una donna che, fra le 
tante dolorose esclamazioni con cui accompagna la partenza del 
crociato, si protesta anch'essa « dolente e lassa » (7). Da canzoni 
notissime di altri due Siciliani, Federico d'Antiochia e Giaco- 



(1) G Bertacchi, Poesie predantesche Milano, Sonzogno, pag. 47. 

(2) N. la canz. I, w. 1-3, nella 2^* parte di questo volume. 

(3) V. canzon. IV, vv. 21-,22. 

(4) V. la canz. « Audite forte cosa che in' avene » vv. 39-40. 

(5) V. canz. V, vv. 58-9. 

(6) V. nella stessa canz. i vv. 12-13. 

(7) È il v. 7 della canz. « Giammai non mi conforto ». 



— 147 — 

mino pugliese, trasse pure il Guinizelli la caratteristica defini- 
zione di madonna « la più avvenente » (1). Altri né pochi riscontri 
si potrebbero trovare fra la poesia guinizelliana e la sicula, 
che qui non è possibile ne opportuno riferir tutti. Basti con 
questi pochi cenni aver dimostrato (e, mi pare, all' evidenza) 
che queste somiglianze non possono esser fortuite, ma prove- 
nienti dallo studio di quella poesia siciliana che era del Guini- 
zelli precorritrice diretta. 

Questi i due principali, ma non i soli, modelli tenuti d' oc- 
chio da Guido nella composizione delle sue liriche. Non si dimen- 
tichi però che, a bene intendere lo sviluppo e il progresso di que- 
sta, non è sufficiente pensare a quelle due correnti poetiche ma è 
necessario ricordarne anche un' altra che, provenendo in certo 
qual modo da esse, fu prodotto non d' una collettività ma d' un 
solo individuo e procedette in gran parte indipendentemente 
dagl' influssi contemporanei, cioè la poesia di Guittone. 

Guittone d' Arezzo, nato nel 1230, fu coetaneo di Guido, 
ma lo dovette precedere di gran lunga nella produzione poetica. 
Ciò dimostra il fatto che, mentre Guido era ancora principiante 
ed incerto, egli era già pervenuto a sì alto grado di fama da me- 
ritarsi d' esser chiamato « padre » (2) da lui. 

È noto inoltre che nel 1265, quando cioè il Guinizelli poco 
o nulla aveva composto e si limitava ancora a saggi ed esperi- 
menti, r altro invece aveva già compiuta tutta la prima, e non 
piccola parte delle sue rime, ossia il canzoniere amoroso, che si 
sa essere stata terminata innanzi la sua conversione ed ammis- 
sione tra i frati gaudenti, la quale è da ascriversi appunto a quel- 
r anno. Tale differenza di sviluppo poetico, nell' uno precoce e 
neir altro tardivo, è 1' unico motivo per cui si è stabilita fra 
loro quella diversità di grado che ha fatto dell' aretino il maestro 
e del bolognese il discepolo. 

A questo particolarmente non avrà pensato Guittone ma 
è certo che, conscio coni' era della propria fama e dell'ammi- 
razione che dovunque gli era tributata, avrà creduto ben natu- 
rale che tutti i poeti nuovi ed esordienti mirassero a lui e ne se 
guissero i precetti e gli esèmpi come di principe della poesia vol- 
gare. Di Guido però non potremmo dire che avvenisse come di 
tanti altri né che si lasciasse talmente sedurre da quell' univer- 



' ( 1 ) Il primo di essi, nella canz. « Ai lasso, non pensai >^ avea detto 

(v. 34) : « Di' a la più amorosa », e l'altro, nella canz. « La dolze cera pia- 

gente » ai vv. 29-30 « Quando vegio 1' avenente In fra le donne aparire ». 

(2) Così egli è chiamato nel sonetto a lui indirizzato da Guido (XX della 

nostra raccolta, v. 1). 



— 148 — 

sale entusiasmo per il cantore aretino, da perdere d' occhio al- 
tri, e non meno nobili, modelli che la poesia contemporanea gli 
porgeva. Ma non è neppure da credere eh' egli, per vana superbia 
o per isdegno d' inchinarsi a un coetaneo, repudiasse e discono- 
scesse i meriti dell' arte guittoniana. Ciò risulterà meglio dai 
rapporti di buona amicizia che hanno dovuto intercedere fra loro 
due e dei quali ci occuperemo fra poco. Nondimeno, possiamo 
fin d'ora asserire che Guido, anziché disprezzare quei meriti, com- 
prese che anche nell'arte dell'aretino c'era qualcosa di buono che 
meritava d' esser lodata e imitata. Donde resta sempre meglio 
chiarita quell' asserzione da noi posta in principio sul complesso 
di elementi vari che andarono a costituire, dopo lunga assimila- 
zione ed elaborazione individuali, la poesia del Guinizelli. 

Egli non aveva mai seguito unicamente ed assolutamente 
una data scuola né questo anziché quel poeta, ma, da tutti attinse 
ed assunse il meglio rimovendo di ognuno i difetti più evidenti 
e nocivi. Da tale eclettismo negli studi poetici, al quale 1' arte 
del Guinizelli deve il suo pregio, non doveva essere esclusa,, 
sebbene difettosa e artificiosa, neppure la poesia di Guittone. 
Anzi é doveroso riconoscere che questo studio e questa imi- 
tazione di lui da parte di Guido dovette essere molto grande, 
assiduo e fedele, giacché le traccie superstiti nel Canzoniere di 
quest' ultimo sono evidenti ed hanno importanza notevole. 

Primo e maggior segno di questa imitazione appare la ri- 
forma completa e felicissima della metrica, per cui quelle canzo- 
nette di soli settenari che il Guinizelli aveva usato in principio, 
si trasformarono a poco a poco in canzoni di strofe ampie e 
complesse, costituite quasi esclusivamente di endecasillabi, le cui 
rime alternate s' intrecciano e si fondono mirabilmente senza 
creare monotonia o risonanza eccessiva, e in ognuna delle quali, 
ampia e magnifica, il pensiero si adatta e si svolge e si compie 
perfettissimamente, senza restrizioni o rinunzie. Questo merito, 
d' essersi gradatamente emancipato dalla doviziosa meschinità 
strofica dei cantori settentrionali e meridionali, per quanto vi 
abbia contribuito assai col proprio personale discernimento e buon 
gusto, il Guinizelli lo deve, in gran parte, a Guittone il quale (nes- 
suno lo neghi) dette per primo fra noi l'esempio d'una canzone, 
sia pure imperfetta, ridondante e talvolta anche irregolare, clau- 
dicante ed irsuta, ma eziandio solenne e grandiosa come nessuno 
prima di lui aveva neppure pensato. 

Ma anche un altro buon elemento dovette al nuovo sug- 
gerire r antico poeta : la ulteriore elaborazione del sonetto. Poi- 
ché, sebbene il Guinizelli ne avesse avuto la prima idea e il 
primo esempio dai Siciliani, bisogna pur convenire che, serven- 
dosi di quei modelli soltanto, egli avrebbe profittato ben poco. 



— 149 — 

né sarebbe proceduto molto innanzi se non gli fossero capitati 
il modo ed il mezzo di migliorarne lo sviluppo. I sonetti dei Si- 
ciliani, pochi per numero, non hanno, neppur per il contenuto, 
un grande valore, come quelli che, rispetto ai concetti, rappre- 
sentano ben poca cosa e, di forma, sono spesso impacciati e me- 
schini. Invece, anche a questo componimento poetico, che presto 
doveva assurgere a così alta perfezione, Guittone d' Arezzo aveva 
già recato il suo contributo non inefifìcace, migliorandolo note- 
volmente non tanto dal lato formale quanto dal concettuale, svi- 
luppandovi e trattandovi meglio lo svolgimento del pensiero, 
esponendolo con quella vivacità e freschezza che gli conveni- 
vano, e dandogli infine quello sfondo e quel colorito particolare 
eh' è proprio del suo carattere rappresentativo. Con lui e per lui 
soltanto, acquistò il sonetto quell' aspetto di descrizione o di 
esposizione drammatica che gli doveva poi essere convenzionale, 
e assunse le disposizioni e qualità necessarie per ottenere nella 
nostra letteratura quell' alto posto che gli spettava. 

Da questa tendenza al narrare, al sentenziare e drammatiz- 
zare e dipingere le persone ed i fatti, introdotta da Guittone nel 
sonetto, trae origine lo spirito di tutti i sonetti del Guinizelli, 
in cui si celebrano le bellezze o le virtù di madonna o si pone 
spesso il poeta in diretto rapporto con lei. Parimenti, deve pro- 
cedere da Guittone 1' idea che ebbe Guido di conferire al sonetto 
carattere ed apparenza di epistola e servirsene nei rapporti cogli 
amici e i letterati per esternar loro i suoi sentimenti di ammi- 
razione, di lode, di gratitudine o manifestare i propri desideri 
e bisogni. Tali sonetti, di cui sono esempio il XX e il XXI, indi- 
rizzati quello all' Aretino stesso e questo a Bonagiunta Orbiciani, 
prendono evidentemente le mosse da altri, che in numero gran- 
dissimo aveva già usato Guittone e di cui si ha un notevole saggio 
nei molti da lui inviati, e prima e dopo la sua conversione, a mae- 
stro Bandino : negli uni egli esaltava 1' amore e ne proponeva 
questioni, negli altri esortava l'amico ad abbandonarlo come cosa 
vana e nociva e a dedicarsi alla penitenza. Anche dei sonetti 
epistolari occorre appena dire che ben pochi dei Siciliani e solo 
raramente li avevano adoperati (1). 

Queste, che ben si possono dire imitazioni felici e vantag- 
giose della lirica guittoniana, non sono però le sole che il Guini- 
zelli ha derivato da essa. Anche altre se ne hanno, le quali forse 
egli avrebbe fatto meglio a non adottare e che probabilmente 



fi) Vedine qualche esempio di Jacopo Mostacci, Pier delle Vigne, 
Jacopo da T.,entini e l' Abate di Tiboli in G. Carducci, Antica lirica ital. 
Firenze, 1907, pagg. 245-47. 



— IBO — 

si debbono ascrivere all' epoca iniziale della sua produzione, come 
dimostrano i componimenti in cui esse si trovano. Ma a poco a 
poco r arte del Guinizelli si andò ripulendo, come di quelli delle 
altre, così dei difetti delle rime guittoniane, e procedette più 
sicuramente da sola. Frutto purtroppo di un periodo precedente 
d' incertezza deve ritenersi quella infelicissima canzone II, nella 
quale il Gaspary (1) ha creduto di riconoscere una prova «del- 
l' artifizio tutto provenzale della locuzione oscura col giuochetto 
delle rime equivoche » ma che io ritengo, seguendo 1' opinione 
di altri (2), derivata dall' esempio pernicioso di certe, che non 
son le migliori, canzoni di Guittone, nelle quali il pensiero 
è talmente nascosto e oscurato dall' intreccio molteplice delle 
rime o delle assonanze convenzionali e dal procedere contorto, 
artificioso e sconnesso del periodo, da far dubitare della coerenza 
dello svolgimento concettuale. Comunque, essa rivela i caratteri 
del principiante e, come tale, offre ben pochi pregi e molti difetti. 

Un' altra qualità, che il Guinizelli ha certamente ereditato 
da Guittone, è la manìa, non però così frequente ed esagerata 
come in quest' ultimo, delle allitterazioni e delle assonanze. An- 
che a questo proposito è da osservare che, per quanto si dica 
eh' egli può esserne stato influenzato da altri, nondimeno, seb- 
bene queir uso fosse già divenuto abuso nella lirica trovadorica 
in lingua d' oc e di sì, a Guittone spetta 1' averlo ripreso con 
un' insistenza e una frequenza e una vana tautologia, di che può 
fornire esempio il seguente suo verso caratteristico « Dett' ò de 
dir ; dirò, gioia gioiosa » (3) che lion si può neppur leggere. 

In miglior modo pare che la poesia di Guittone abbia influito 
su quella di Guido, dal lato del pensiero. È un fatto che talune 
delle canzoni del Guinizelli completamente e altre in parte 
e perfino qualche sonetto non ripetono i soliti concetti amorosi 
e cavallereschi propri della lirica precedente, ma s' indugiano 
in disquisizioni filosofiche o in ragionamenti morali e natura- 
listici o, se pur parlan di amore, ne trattano come di un fe- 
nomeno psicologico, la cui origine, le cause, lo sviluppo ed il fine 
meritano d' essere studiati come ogni altra questione scientifica. 



(1) Stor. d. letter. ital. voi. T, traduz. Zingarelli. Torino, 1887, pag. 89. 

(2) D Ancona e Compaketti, Rime volgari secondo il codice vati- 
cano 3793, voi. II. Bologna, 1881, pag. 117 ; ivi si dice eh' essa si avvicina 
assai ai bisticci inintelligibili di Bonagiunta che, come ognun sa, era una 
dei più fedeli, e quindi anche più esagerati, seguaci della scuola guitto- 
niana. 

(3) F. Pellegrini, Rime di Fra Guittone d' Arezzo. Bologna, 190U 
voi. I, sonetto 37°, v. 1. 



— 151 — 

Ebbene, donde deriva nel suo Canzoniere questa corrente di 
pensiero, di cui il Guinizelli fu in principio il più alto espositore ? 
Certo, in gran parte, e lo vedremo fra poco, da sé stesso o meglio 
dai suoi studi metafisici ed etici, ma anche, e non in piccola parte, 
da Guittone. Questi, che già aveva introdotto nella poesia il ra- 
gionamento, sia pure scolastico, e 1' esposizione metodica, deve 
avere maggiormente influito sulla poesia morale e filosofica del 
Guinizelli che non sull' amorosa, la quale differisce molto, anzi 
tanto dalla maniera dell' Aretino che questi non dubitò di ripro- 
varla (1). Di guisa che possiamo riassumere che, sebbene i ten- 
tativi d' introdurre la scienza fossero da parte di Guittone po- 
verissimi e piuttosto contrari alla poesia (2), nondimeno Guido 
dovette acquistare da lui anche questa prima idea, poiché nella 
sua giovinezza letteraria fu senza dubbio seguace della scuola 
ibrida dell' Aretino (3). Onde si può, col Carducci, ripetere che 
la nostra antica poesia, con Guittone in Toscana e, piìi artistica- 
mente, col Guinizelli a Bologna, assunse abito di scien- 
za (4). 

A questi tre primi e principali influssi, che tanto contribui- 
rono a sviluppare la poesia guinizelliana, altri se ne potrebbero 
aggiungere, da cui piìi chiara potrebbe risultare 1' origine e la 
progressiva emancipazione dei suoi componimenti. Infatti, se di 
questi tre primi modelli le sue rime rivelano un' irriitazione spesso 
eccessiva, altri elementi in esse si trovano i quali contribuiscono 
alla formazione delle migliori tra quelle non danneggiandole 
troppo con esagerata acquiescenza. Fra queste ulteriori tendenze, 
che valsero anch' esse a modificare il carattere e l' ispirazione 
dal Canzoniere guinizelliano, primeggiano due elementi che non 
derivano al nostro tanto dallo studio di qualche altro modello 
letterario, quanto e maggiormente dalle due correnti del pensiero 
allora predominanti in Italia. Queste, sebbene opposte tra loro, 
ossia il misticismo degli Umbri ed il realismo popolareggiante, 
s' infiltrarono, e non poco, nella composizione delle rime di Guido 
lasciandovi traccie evidentissime. Sono eft'etti della prima lo 
squisito sentimentalismo e simbolismo che pervadono, più qua 
e più là, tante di quelle poesie, e della seconda i due ultimi so- 
netti con r uno dei quali dipinge mirabilmente le floride grazie 
di una fanciulla popolana per la quale si sente acceso di ardente 



(1) Questo è, in generale, il pensiero di V. Rossi, op. cit., a pag. 6. 

(2) V. A. Bartoli. / primi due secoli della letter. ital. Milano, 1880, 
cap. V, pag. 169. 

(3) A. Bartotj, idem, idem, pag. 172. 

(4) G. Carducci, Di alcune poesie eoe , op. e 1. citt. pagg. 97-98. 



— 152 — 

sensuale passione, e con F altro manifesta la propria ira violenta 
e imprecativa contro una vecchia rabbiosa. 

C' è che crede (1), osservando il modo nuovo col quale dal 
Guinizelli si parla di amore e se ne cerca d' indagare 1' origine 
e r essenza, che tale misticismo sistematico derivi in lui da uno 
studio sui teologi e dottori della Chiesa, per il quale il poeta eru- 
dito veniva a trovarsi, di fronte alla donna amata, nella stessa 
condizione in cui si trovavano costoro di fronte a Maria Vergine. 
Io non dirò questo ne arriverò a credere che Guido fosse imbe- 
vuto di dottrina teologica, al punto da immedesimarsi completa- 
mente neir ambiente religioso e rivestire i suoi fantasmi poetici 
di quegli atteggiamenti e di quelle parvenze ; ciò non risulta 
neppure da uno scrupoloso esame delle sue rime, ove ben poche 
situazioni soltanto potrebbero, e fino a un certo punto, adattarsi 
ad una simile interpretazione. Piuttosto io inclino a credere che 
questo sentimentalismo mistico, il quale appare (né può negarsi) 
assai di sovente nella trattazione dei fenomeni o degli avveni- 
menti amorosi, sia piuttosto derivato da quella corrente di pen- 
siero, vivissima ai tempi dello scrittore, da mettersi in relazione 
col risveglio del sentimento religioso. Io preferisco supporre che 
su questo idealismo erotico, elevato dal Guinizelli alla più pura 
astrazione, abbia notevolmente influito, piìi che gli studi teolo- 
gici, queir entusiasmo religioso suscitato per tutta 1' Italia dal 
recente, moto francescano (2) ; e piuttosto m' induco a dar ra- 
gione a chi crede che F espressione letteraria di questo idealismo 
dovette procedere dalla fusione del sentimento cavalleresco pro- 
venzale col sentimento d' ascetismo e di carità dei Francescani (3). 
Comunque, sta il fatto che questo grande avvenimento sociale 
si compiva nel tempo stesso in cui Guido iniziava e tirava innanzi 
la composizione del Canzoniere. Contemporaneamente però an- 
che un altro importantissimo fatto avveniva che può avere in- 
fluito sulF atteggiamento definitivo del pensiero guinizelliano in 
quelle rime : fra il 1265 e il 1269 si effettuava la pubblicazione 
di una gran parte dell' insigne capolavoro teologico di S. Tom- 
maso d'Aquino, opera che il Guinizelli mostra, in piìi d' un luogo, 
d' aver conosciuto e seguito (4). 

Ma il grande aquinate non fu il solo teologo da lui studiato 



(1) G. Bertoni, Il dolce stil nuovo in « Studi medievali, II, 1907 
pag. 369. 

(2) V. Rossi, Il dolce stil n., op, cit., a pag. 42 in nota. 

(3) E. RiVALTA, Il dolce stil rnurvo, Venezia, 1898, pagg. Ile sgg. 

(4) V. Rossi, op. ultimam. cit. a pag. 6. 



— 153 — 

e fu già opportunamente rilevato (1) come da un' espressione 
posta da Dante sulle labbra di Guido, nel noto canto 26° del 
Purgatorio (2) si rileva che il sistema di filosofia onde il Guini- 
zelli insanguò le sue rime fu quello degli scolastici in generale e, 
particolarmente, di Ugo da S. Vittore. 

Invece, i due ultimi sonetti del suo Canzoniere ci offrono 
un carattere così opposto al precedente e così diverso dalle into- 
nazioni e situazioni consuete nei poeti nostri del dugento ed in 
lui specialmente, da indurre in chiunque una tal qual meravi- 
glia. C è stato perfino chi ha definito questa sorprendente no- 
vità « un fenomeno interessante » (3), perchè pare strano davvero 
che il fondatore di una poesia così austera ed elevata si sia in- 
dotto a discendere a un tòno umoristico o voluttuario che gli è 
insolito, dipingendo scene e persone tutt' altro che idealmente, 
con forme e colori tanto vivi e spiccati da non trovare confronti 
non solo con alcun'altra poesia di lui ma neppure con alcuna 
dei rimanenti cultori della lirica dotta. Per trovare un riscontro 
a queste situazioni artistiche, bisogna ricorrere a quella produ- 
zione di poesia popolare che già prima del Guinizelli e a lui con- 
temporaneamente fioriva così in Bologna come altrove. Di ciò 
abbiamo fugacemente parlato anche altrove ; ora basti accennare 
che un tal genere di poesia, coni' è quello che è nuovo ed insolito 
per il Guinizelli e per gli altri, non poteva essere stato completa- 
mente inventato da lui e, tanto meno, studiato sui libri, ma piut- 
tosto colto improvvisamente sulle labbra del popolo e, dopo le 
opportune felici modificazioni, introdotto a far parte di una lirica 
tutta elaborata e rifiessa. 

Queste e non altre, secondo me, le fonti di poesia da "cui 
Guido ha più o meno direttamente attinto e donde ha derivato, 
in gran parte, le forme e i concetti del suo Canzoniere. Quale 
di esse egli abbia preferito mal si potrebbe giudicare, ed è piìi 
giusto asserire che di nessuna di esse egli sia mai stato com- 
pletamente e particolarmente seguace. In esse erano molti di- 
fetti, che non potevano sfuggire al gusto e all' intuito di Guido 
e che opportunamente da lui o furono del tutto evitati o allon- 
tanati a poco a poco dalla sua composizione. Egh, nel far que- 
sto, non si abbandonò però mai ad un' imitazione cieca, né indi- 



(1) Così dice il Grion nel suo cit. art. in « Propugnatore », del 1870, 
voi. II, 2, pag. 284-5. 

(2) Dante gli fa dire «... al chiostro. Nel quale è Cristo abate del 
collegio ». 

(3) È il Gaspary, a pag. 93 del I voi. della Sior. d. letter. ital. ediz. cit. 



— 154 — 

viduale né collettiva, ma sfuggendo tutto ciò che d' ognuno gli 
risultava errore grossolano e di tutti apprezzando e tesoreggiando 
ciò che giudicava opportuno, seguì, in questo studio di rielabo- 
razione, un eclettismo imparziale e felice, che lo condusse grada- 
tamente a quella completa armonica fusione di elementi non sem- 
pre omogenei, da cui derivò in gran parte il pregio e la fortuna 
della sua riforma. , 

Ma sarebbe errore anche il credere che a tale composizione 
riflessa e, direi quasi, calcolata egli non avesse affatto recato 
il contributo della propria individuale invenzione. Anzi, ella v' è 
ed è grande, e assoluta e visibile a ognuno al punto, da dispen- 
sarci di parlarne in questo luogo come di cosa superflua se essa 
non rappresentasse 1' ultima fase, ovvero 1' effetto, di quella se- 
quela di studi e modificazioni e ricerche e confronti che a noi 
è piaciuto definire educazione letteraria. Questa educazione, ri- 
peto, ei dovette procurarsela quasi tutta da sé e, anziché rice- 
verla dalla viva voce dei maestri o dalle regole ben definite e fis- 
sate, dovette andare a rintracciarsela e ricostruirsela per pro- 
prio uso di sulle rime che altri avevano composto già prima. Da 
ciò, invero, 1' origine del suo rapido progresso nella via della 
composizione, e della completa autonomia formale e concettuale 
nella medesima. Forse non vi sarebbe riuscito se avesse studiato 
con pili rigore di metodo ! 

Comunque, è bene aggiungere poche parole che servano a 
chiarire in che precisamente consista la parte individualmente 
inventiva introdotta da Guido nelle rime e donde e come ei riu- 
sò^sse a ottenerla. 

*• Fra le migliori qualità morali che il Guinizelli sortì da na- 
tura primeggia uno straordinario spirito di osservazione che lo 
rendeva capace di ricostruirs i al pensiero e colorire in modo obiet- 
tivamente reale le cose vedute e i fenomeni o le persone che mag- 
giormente lo avevan colpito. Onde fu detto che (( egli é, nella lirica, 
il poeta dei fatti fisici, prima ammirati nella natura poi studiati 
sui libri, il poeta del sole e delle stelle, dei grandi spettacoli di 
guerra ecc.» (1). Questo vivissimo sentimento della natura e 
la facoltà di ritrarre in modo pittorico gli uomini è le cose, come 
se tu te li vedessi dinanzi, era cosa nuova né mai, prima di lui, 
tentata dai nostri scrittori ; ond' egli ha il vanto non piccolo 
d' aver avviato la poesia sul sentiero luminoso della verità strap- 
pandola, forse bruscamente ma felicemente, a quel vuoto con- 
venzionalismo artificioso che F aveva già corrotta in sul nascere. 



(1) G. SALV ADORI, // problema storico dello stil nuovo in « Nuov. Ant 
S. IV, voi. 65, anno 1896, pag. 386. 



— 155 — 

A lui, che per ciò solo potrebbe definirsi poeta grandissimo, il 
merito di averle fatto fare d' un tratto tanto progresso, senza 
che da nessun altro egli acquistasse F idea di tanta bellezza. 

Di questi spettacoli naturali egli comprende però e descrive 
assai meglio quelli che cadono sotto la vista anziché quelli che 
si percepiscono con gli altri sensi ; ond' ei deve giustamente de- 
finirsi « un poeta visivo, j erchè coglie delle cose il lato luminoso 
e lo renose con un' efficacia sorprendente. Le immagini, che gli 
sveg^lia \i\. f^onnfl, (imata, sono tutte scintillanti ^f^ j l"^i ^y^pr^TY: 
vise (son. 16) » (1). Né il sonetto ^Vl é il solo luogo del suo 
Canzoniere, in cui Guido ritragga con più viva realtà i fenomeni 
luminosi ; di essi egli é sempre, più qua e più là, in tutte le sue 
poesie descrittore insuperabile e fedele interprete (2). Così, quando 
egli parla del sole che, per quanto batta tutto il giorno sul fango, 
non perde nulla delle sue qualità luminose e caloriche (canz. 5°, 
vv. 31-2), o dove parla della trasparenza dell' acqua attraver- 
sata dai raggi (canz. 5^, v. 39), o quando di sé dice di aver sul 
volto il pallor della morte (son. 10°, v. 14»), o quando paragona 
madonna alla stella Diana splendente in sul mattino (son. 14°, 
vv. 1-2), e ne dipenge mirabilmente la faccia (idem, vv. 5-6) : 

« viso di neve colorato in grana 
occhi lucenti gai e pien d'amore » 

o quando ricorda il var cappuccio di Lucia (son. 23^, verso 1^) ed 
esprime il desiderio di (idem, vv. 10-11) : 

« baciarli la bocca e'I bel visaggio 

et li occhi suoi, ch'en due fiamme di foco », 

ed in tanti altri luoghi, di cui il lettore può ben rendersi conto 
anche da sé, egli adopera immagini così nuove ed efficaci, espres- 
sioni così proprie ed emotive che non solo é necessario confessare 
che nessuno, prima di lui, aveva fatto mai nulla di simile e quindi 
egli non imitava, in ciò, nessuno, ma devesi aggiungere che per 
ritrovare qualcosa di così artisticamente perfetto bisogna ricor- 
rere ai canzonieri del Cavalcanti e di Dante. 

L' osservazione diretta della natura, che in lui dobbiamo 
riconoscere qualità profonda e costante, non poteva fare a meno 
di suggerirgli quei termini descrittivi o comparativi che egli non 
eredita già né ritrae da alcun modello letterario, ma introduce 
opportunamente per primo nel campo della poesia dopo averli 



(1) G. Bertoni, Il dolce stil nuovo, in « Studi Mediovali, » II, pag. 371. 

(2) Nella canz. VII, v. 23, dice Guido della sua donna « et in fra l'altre 
par lucente sole » . 



— 166 — 

gentilmente affinati nell' acutezza del suo spirito. Quante volte, 
per es., e sempre diversamente, ricorre in lui il paragone del 
tuono !" Ora è lo strumento terribile che fere lo muro (son. 15^, 
V. 50), ora che « fer per la finestra della torre E ciò che dentro 
trova spezza e fende (son. 13°, vv. 10-11) », ora è angosciosa saetta 
che, mandata dal Cielo, vada a colpire chi egli odia (son. 23°). 
E pur sempre dalla natura egli ritrae le tinte o le forme ai para- 
goni e alle descrizioni stesse del suo spirito travagliato o dei fe- 
nomeni amorosi : il, cuore del poeta, alla vista di Lucia, palpita 
con maggior frequenza che non si agiti la coda mozzata d' un 
serpente (son. 22°, vv. 7-8) ; la vecchia rabbiosa, da lui maledetta, 
ha carni sì sugose e sode che neppure gli avvoltoi, i nibbi o i corvi 
si curano di averla tra mano (son. 23^, vv, 9-14) ; per dire che 
ognuno ha il suo ufficio in natura, ricorre al paragone degli uc- 
celli dei quali ve ne son d' ogni specie et han diversi loro opera- 
menti (son. 210, Yv 9-10) ; F uomo conquistato da Amore, se 
cerca di liberarsi, non fa che peggiorare la sua condizione come 
un uccello eh' è stato preso al laccio (son. 19°, vv. 5-8) ; 1' uomo 
acciecato dalla colpa vive inconsciamente nel mondo come pe- 
cora nel prato (son. 18°, v. 14^), il poeta, turbato dalla passione 
e tenuto sempre in incertezza, dice di sé (son. 17^, vv. 5-6) : 

« disnaturato son com' è la foglia 
quando è caduta de la soa verdura » 

e, poco dopo (idem, v. 12») : « soletto come tortora voi' gire » ; 
volendo dare un' idea delle bellezze di madonna, non sa a che 
cosa meglio paragonarla che alla rosa od al giglio, ad una verde 
riviera e a tutti i colori dei fiori (son. 16°, vv. 2-8) ; egli fu ferito 
dal dardo amoroso, corno si fere augello di bolzone (son. 15^, v. 14°) ; 
egli è rimasto come un corpo morto, feruto a la sconfitta del suo 
core, Che fugge la battaglia u' vince amore (canz. 6^, vv. 71-72) ; 
Amore trova il suo naturai rifugio nel cuor gentile come 1' uccello 
nella selva, alla verdura (canz. 5», vv. 1-2) ; e così via. 

Queste tendenze a paragonare ai fenomeni naturali i nostri 
sentimenti ed affetti, sono peculiarità spiccate della lirica guini- 
zelliana, che 1' autore deve unicamente allo studio del gran libro 
del mondo ; esse vanno accentuandosi e intensificandosi in lui a 
mano a mano che egli progredisce nella composizione del can- 
zoniere. 

Anche la scienza è un altro degli elementi caratteristici nella 
poesia guinizelliana ; ma non già una scienza arida e cavillosa 
qual' era stata quella di Guittone, annientatrice d' ogni grande 
e vera poesia, e tanto meno quella falsa e meschina e stereoti- 



— 157 — 

pata dei Provenzali, ma una scienza alta e serena, completa e 
dignitosa, la quale non si trova punto a disagio nell' immaginosa, 
e smagliante veste poetica che le indossa 1' autore. Nulla di si- 
mile s' era più veduto né udito dai tempi del mondo antico, poi- 
ché un' esposizione così solenne e piacevole insieme delle più 
gravi concezioni scientifiche Guido la ricava direttamente dai 
classici di Roma, che gli erano stati consiglieri e compagni nella 
prima giovinezza. Egli non ricorre soltanto ai consueti paragoni 
della salamandra o della pantera, né affardella nozioni mala- 
mente apprese ed errate dei Lapidari e Bestiari tanto diffusi 
al suo tempo, ma spinge la conoscenza dei fatti naturali ed umani 
ad una tale esattezza scientifica che é strana e meravigliosa in 
uno scrittore del '200, e tanto più in un poeta. 

Egli sa, per es., che il fulmine si produce nello spazio per 
r attrito di due correnti aeree opposte e diverse di temperatura 
(canz. P, vv. 26-7 ) : sa che la pantera nasce e cresce nei paesi 
orientali (canz. 2^, vv. 44-45) ; che 1' intelligenza non basta alla 
completa comprensione scientifica ma occorre anche lo studio 
(canz. 3'^, vv. 10-17) ; che la luce apparve nel mondo subito dopo 
e per effetto del sole (canz. 5^, vv. 5-7) ; che V acqua si lascia- 
bensì attraversare dai raggi luminosi, ma gli astri non perdono 
nulla per questa riflessione e rifrazione radiale (canz. 5^, vv. 39-40) ; 
che tutti gli esseri e le cose conservano in sé tanto meno della, 
potenza e virtù iniziale quanto più si allontanano da quel prin- 
cipio che n' è autore (canz. 6*, vv. 36-42) e cercano istintivamente 
di tornare ad unirsi con lui ; che i paesi della calamita si debbono 
trovare a settentrione perché V ago della bussola accenna sem- 
pre a star volto verso quella parte (canz. 6», vv. 49-55) ; che a. 
voler crescere in virtù ed in fama bisogna cominciar dal conoscere 
bene sé stesso e saper misurare le proprie forze senza presunzione 
né disprezzo degli altri (canz. 8*, vv. 1-6). 

Questo abito di scienza, proprio di lui, il Guinizelli lo acqui- 
stò direttamente anche dallo studio dei grandi pensatori a lui 
contemporanei, per le cui opere abbiamo già visto eh' ei nutriva 
una straordinaria predilezione. Si era così fatta sua quella loro- 
scienza, talvolta pesante e sempre rigida e non troppo poetica, 
da poterla fondere nel crogiuolo della sua fantasia e, dopo averla 
genialmente elaborata, porgerla rivestita di così splendide forme 
da parere miracolo. Perfino dell' amore, che prima era stato 
cantato così convenzionalmente, egli costituisce un sistema ri- 
goroso e ordinato, nella cui esposizione egli segue le orme del 
grande Aquinate, il quale già nella sua Summa teologica lo aveva 
definito e spiegato come « contemplazione della bellezza spiri- 
tuale o bontà, immaginata o intraveduta o intuita attraversa 



— 158 — 

al velo corporeo » (1). Quindi proviene, oltre un tesoro di co- 
gnizioni scientifiche rare per 1' età sua, anche e sopratutto 1' in- 
novazione più sensibile e apprezzabile da lui introdotta nella li- 
rica amorosa in volgare. In questo appunto consiste F enorme 
distacco della poesia guinizelliana da quella dei Siculi e di 
Guittone che, mentre questi si erano limitati ad una descri- 
zione stereotipata della bellezza femminile materiale, non scevra 
talvolta di sensualità, invece la donna della nuova poesia « è 
trasportata in regioni piìi nobili, e quasi spiritualizzata e solle- 
vata dalla terra al cielo, in quanto si celebrano non soltanto le 
bellezze del corpo, ma le virtìi dell' animo » (2). 

In questo modo appunto e per opera del Guinizelli quella 
poesia amorosa che, derivando dai Provenzali, si andava ora 
estinguendo coli' estinguersi dei trovatori, veniva lentamente a 
rinsanguarsi con un sano elem'ento scientifico il quale, trasfor- 
mandola completamente, 1' avrebbe poi lasciata degna d' esser 
trattata dal piìi grande dei poeti scienziati, 1' Alighieri. Questa 
tendenza, che già per opera dei Provenzali aveva fatto qualche 
piccolo passo, trovò naturalmente nel Guinizelli, che ne aveva 
le migliori disposizioni, il suo più vero interprete (3). 

Il miglior frutto che di tale contaminazione fra scienza e 
poesia fu da lui ricavato è certamente il sistema, per dir così, 
della donna angelicata, di cui forse egli avrà acquistato la prima 
fugace idea dai Siciliani o da Guittone, ma che fu nondimeno 
elevato da lui ad una tale altezza di sublime idealismo da non 
uscir più ed anzi sempre meglio fissarsi tra gli elementi essenziali 
dei successivi canzonieri amorosi. Questa divinizzazione della 
donna e dell' amore, per cui il GuinizeUi ben può definirsi il padre 
e maestro dei poeti spiritualisti dell' ultimo dugento (4), s' in- 
sinua gradatamente nelle sue poesie e cresce e s' impone a poco 
a poco come una flebile aerea sinfonia che trova il suo massimo 
tono nella famosa canzone quinta, donde 1' armonia impareggia- 
bile si diffonde ma non si disperde nelle canzoni successive e per- 
fin nei sonetti. Di guisa che, scorrendo tutto intero il canzoniere, 
si può assistere al sorgere, al progredire e maturarsi in completo 
svolgimento di questa eh' è, per la poesia del GuinizeUi, la nota 
dominante. 



(1) V. Rossi, op. cit sul dolce. stil n. alle notp 29, 30, 31 e a pag. 44 
« 45, ove sono riportati i passi corrispondenti di S. Tommaso d' Aquino. 

(2) G. Bertoni, Studio cit. in « Stud. medie v. », pag. 371. 

(3) V. Rossi, Studio cit. sullo stil n., pag. 5. 

(4) A. D' Ancona, Studi di critica e storia letteraria. Bologna, 1880, 
a pag. 153. 



— 159 — 

Tralasciando infatti le prime tre canzoni, le quali per molti 
motivi rivelano il principiante, si giunge alla quarta, solenne 
nella stanza compiuta e complessa e nel pensiero sottile esposto 
con ordine e chiarezza misti a piacevole immaginazione. Ivi si 
ripetono in gran parte i concetti che riguardo all' amore avevano 
avuto anche i poeti precedenti, ma vi spunta altresì, cosa nuo- 
vissima, r idea di ragionare e riflettere sulla origine di questo 
sentimento che deriva bensì da entusiasmo per il bello contem- 
plato, ma s' insinua, come uno spirito, per gli occhi nell' animo 
ove sviluppa fenomeni di cui si debbono analizzare le fasi e le 
conseguenze. Ma dove questa spiritualizzazione raggiunge il suo 
massimo grado e acquista nobiltà e grandezza considerevoli, 
r ho già detto, è nella canzone V ; ivi fin dalla prima strofa un 
succedersi di tinte e di sfumature soavi e una dolce armonia (!a- 
rezzevole s' insinuano nella mente del lettore e ne conquidono 
r animo come per prepararlo ad accogliere, in un giardino pieno 
di luce e; di melodia, l' immagine luminosa e melodiosa per eccel- 
lenza, la donna. Ivi le similitudini sono tutte prese dalla luce o 
dalla fiamma viva e pura dell' etere o dagli astri che si riflettono 
nelle acque cristalline o dal sole, per giungere fino al massimo 
centro « che solo amore e luce ha per confine». In tal luogo, fra 
mezzo alle intelligenze angeliche rotanti e cantanti intorno al 
trono dell' Altissimo e all' armonie delle sfere nello spazio, appa- 
rirà la donna, nel cui volto brillava un così vivo raggio di luce 
eterna che ben si poteva credere emanazione diretta di Dio e ca- 
pace d' illudere il poeta al punto da crederla un angelo. 

Da questo punto sino alla fine del Canzoniere è un crescendo 
i ntenso ed arm onico di esaltazione : il poeta riconosce da ma- 
donna ogni proprio merito e virtù cRe egli perde però appena 
si trova in sua presenza perchè queste virtù vorrebbero tornare 
a lei che n' è causa e principio (canz. 6*, vv. 37 e sgg.) ; madonna 
è la stella polare che presiede ai monti del valore (canz. 6^, vv. 
56-57) ; madonna è non solo la più bella ma anche la più virtuosa 
di tutte le donne, in lei è gentilezza, sapienza e nobiltà di linguag- 
gio ed ogni ornamento (canz. 7^, 25-7) ; ella è fornita di tante 
e sì rare doti che in lei sembra dimori la deità di' amore (son. 11", 
vv. 5-6) e tutti i fiori sbocciano al suo apparire (idem, vv. 13-14) ; 
p ssftp Ifl, più ge ntile (son. 12°, v. 14), il saluto eh' ella fa quando 
incontra il poeta è capace di ucciderlo (son. 13°, vv. 1-2) ; essa 
è la stella mattutina che ha preso forma di figura umana (son. 14^, 
vv. 1-3) ; a lei si possono assomigliare le bellezze del cielo (son. 16", 
V. 4) ; essa rintuzza V orgoglio di chi saluta per via e lo converte 
al cristianesimo s' è pagano, nessun vile le si può avvicinare ed 
ognuno, fintantoché le sta presso e la vede, non è capace di far 
cattivi pensieri (son. 16°, vv. 9-14). 



— 160 — 

Questa innovazione di concetti, cui non si può negare bel- 
lezza, è dovuta all' opera individuale di Guido il quale, per quanto 
non avesse studiato letteratura ne appreso regole di poesia da 
nessun maestro, seppe tanto ben fare da sé coli' osservazione e 
lo studio che, dopo essersi uniformato per qualche tempo alle 
tendenze prevalenti nel tempo suo, giunse a un tal punto di com- 
pleta maturità da poter procedere solo e sicuro verso quella mèta 
altissima cui gli riesci pure di attingere. Egli si era gradatamente 
liberato dalle artificiose e goffe situazioni dei siculo-provenzali 
e dalle astruserie sofìstiche e pedantesche di Guittone, per uscire 
alla luce dell' infinito, ritemprato da una scienza sana ed equili- 
brata (1), onde parve e fu piuttosto un precursore che un ini- 
ziatore dello stil nuovo. 

Il suo merito consiste soprattutto nel non essersi lasciato 
troppo influenzare e corrompere il gusto da quei modelli che er- 
roneamente erano allora reputati perfetti, e nell' aver intraveduto 
e indicato quali erano i prossimi avventurosi destini della nuova 
poesia. Ed è notevole che in quel secolo XIII, del quale la cul- 
tura si può dir che fosse esclusivamente latina, e in quella città 
specialmente dove gli studiosi del diritto parlavano e scrivevano 
in latino le loro opere, dove insegnava quel Giovanni del Virgilio 
che esortò Dante a scrivere in latino il suo miracoloso poema, 
e i latinisti, come Rolandino de' Passeggeri, divennero domina- 
tori della repubblica (2) ; questo strano giovinetto, che pur di 
latino sapeva e studiava tanto, sorgesse a cantare d' amore in 
una lingua e con pensieri nuovi, così per il luogo come per il 
tempo. Egli ebbe la fortuna ed il vanto di rinnovare le sorti 
della poesia giacché, suscitatavi la nuova ispirazione proveniente 
dagli studi filosofici, dopo avere errato un po' incerto dietro alle 
imitazioni, fu poi capace di tanto risorgimento perché alfine aveva 
ritrovato sé stesso in tutta la sua nobile grandezza di pensatore 
e di poeta. Onde ben concluse il Torraca (3) : « .... il suo buon 
genio lo aveva poi ispirato a rappresentare, con rapidi toc- 
chi, la donna sua, in guisa che Dante dovesse più tardi studiare 
r esemplo e rifarlo ». Ed invero dal soìietto « Voglio del ver la 
mia donna laudare » ai migliori dell' Alighieri per Beatrice non 
v' é gran divario né di forma né di concetti e dall' uno agli altri 
è brevissimo il trapasso, così del tempo come della bellezza. 



(1) A. Babtoli, I primi due secoli della leiter. ital. Milano, 1880, pagg. 
171-2. 

(2) F. NovATT, Freschi e minii del diujento. Milano, 1908 : cap. I, 
pag. 3, cap. XI, pag. 311. 

(3) F. Torraca, Ojj. dt. sulla lirica del dugento, pag. 162. 



CAPITOLO OTTAVO 

Relazioni con illustri contemporanei. 



Rapporti di amicizia e di parentela in Bologna — Il re Enzo — 
Corrispondenza con fra Guittone d' Arezzo — La presunta contro^ 
versia con Bonagiivnla Orbiciani — G. Guinizelli e Dino Compagni. 



Nessuno può oertamente sapere quali e quante fossero le 
j)ersone conosciute da Guido Guinizeili, ed in patria ed altrove. 
È facile tuttavia supporre che, in Bologna almeno, ne conoscesse 
un buon numero, sì per la piccolezza della città a quel tempo, 
sì per il credito e l' influenza che vi godeva ed esercitava la sua 
famiglia. 

È inutile quindi ripetere eh' essa tutta, e perciò anche Guido, 
avrà dovuto trovarsi in ottimi rapporti con quella famiglia Prin- 
cipi, eh' era così potente allora in Bologna e fautrice di quel 
partito ghibellino che fu seguito dai Guinizelli ; basti ricordare 
che questi ultimi furono pili di una volta ritenuti discendenti 
e partecipi della loro stessa stirpe (1). 

Un' altra famiglia bolognese unita coi Guinizelli dai vincoli 
di parentela, e quindi anche di amicizia, fu senza dubbio quella 
dei Ghisilieri, donde provenne la moglie di Guinizello e madre 
di Guido (2). 

Chi sa anzi che il nostro poeta non avesse personali amiche- 
voli rapporti con quel Guido Ghisilieri che fu poeta egli pure, e 
seguace di parte imperiale (3) e che da taluni fu perfino confuso 



(1) V. soprattutto il nostro cap. 2°. 

(2) V. il nostro cap. 3". 

(3) Così almeno ci fa credere il verso 233° del famoso « Sirventese 
dei Geremei e Lambertaz.zi ». 

11 



— 162 — 

col Guinizelli medesimo ! (1). Di tale relazione, è vero, ci man- 
cano le prove né essa ci è confermata da alcuna, benché minima, 
allusione contenuta nelle rime superstiti del nostro : nondimeno, 
il vedere che Guido Ghisilieri, oltre tutto, nacque nel 1244 (2) 
può farci credere che fra lui e il Guinizelli intercedesse un' ami- 
cizia simile, per es., a quella del Cavalcanti coli' Alighieri, mi- 
nore a lui di qualche anno. Egli, se non sembri ardita la mia con- 
gettura, può anche essere stato cugino diretto del nostro, cioè 
figlio di un fratello maggiore della madre sua. 

Rapporti egualmente buoni, forse quali da maestro a disce- 
polo, può il Guinizelli avere avuto anche con Onesto bolognese, 
continuatore in parte della sua maniera poetica e in parte di 
quella di Guittone. E, per ragioni artistiche, avrà Guido cono- 
sciuto e probabilmente frequentato quel Fabrizio o Fabruzzo 
de' Lambertazzi, poeta e ghibellino, il quale pure nel 1274 esulò 
da Bologna con tutta la sua gente e viveva ancora nel 1298 (3). 
Del resto, i Lambertazzi erano, in generale, una famiglia così 
nota ed influente in quella città, se non altro per aver dato il 
nome al partito stesso in cui militarono i Guinizelli, che questa 
relazione si può, anche se sfornita di prove, confermare senz' al- 
tro. È perciò molto probabile che i Guinizelli tutti, e forse anche 
Guido, fossero uniti da vincoli di devozione e di stima, se non 
di familiarità, anche con quel Fabro, de' Lambertazzi, capo della 
fazione ghibellina, guerriero insigne e podestà valoroso, che morì 
nel 1259 lasciando la fazione, priva della sua guida saggia ed 
energica, in tanto squallore e disordine da strappare a Dante 
queir acerba rampogna : 

« O Romagnoli tornati in bastardi ! 

quando in Bologna un Fabbro si ralligna ? » (4) 

Tra i poeti suoi concittadini e coetanei non sarà strano sup- 
porre che Guido abbia conosciuto Polo o Paolo Zoppo da Castello, 
Tommaso da Faenza e Ugolino Buzzuola anch' esso faentino ; 
questi ultimi almeno nel tempo del suo esilio. 

Altre famiglie notevoli di Bologna, colle quali i Guinizelli 
debbono essersi trovati in intimi cordiali rapporti, furono sicura- 
mente i Della Fratta da cui vennero le due mogli di Guido e di 
Guiduccio, i Gattari ad uno dei quali andò sposa la sorella di 



(1) V. il cit. art. del Frati, in «Propugnatore», N. S., voi. I, par. 1», 
pagg. 5-30. 

(2) Gaspary, Stor. d. letter. ital., voi. I, Zingarelli 1887, pag. 92. 

(3) Gasp AB Y, idem, idem. 

(4) Purgatorio, e. XIV, vv. 99-100. 



— 163 — 

Guido, Vermiglia, i Marcheselli, dai quali uscì la moglie di frate 
Uberto (1). 

Si può inoltre congetturare che Guido e i suoi, Uberto spe- 
cialmente, conoscessero bene quei Catalano dei Catalani e Lo- 
deringo degli Andalò, fondatori dell' ordine de' Gaudenti, e ri- 
trovati da Dante sotto le cappe di piombo degl' ipocriti (2). 

Di altri moltissimi Bolognesi sarebbe facile del pari asserire 
•che si dovettero trovare coi Guinizelli in ottime relazioni di pa- 
rentela o di amicizia. Ma più interessanti di queste, puramente 
congetturali, saranno per noi indubbiamente altre relazioni, in- 
torno alle quali ben maggior copia e sicurezza di prove rimangono 
da cui risulti in modo particolarmente esatto come e con chi il 
nostro poeta si trovasse unito da vincoli di affetto e di stima. 

Uno di questi personaggi storicamente celebri, anzi il primo 
di questi, col quale si può dire che Guido Guinizelli fosse stretto 
da rispettosa devota amicizia fu senza dubbio Enzo re di Sarde- 
gna, del quale e della cui relazione abbiamo già parlato. È quindi 
inutile ripetere ciò che si è detto altrove ; solo, riassumendo, 
osserveremo che questa loro amicizia, se così si può dire, dovette 
nascere per effetto di un sentimento pietoso verso il principe, 
prima individuale da parte di Guido e poi collettivo da parte 
del popolo. Non può negarsi infatti che la sventura di lui, oltre 
la commozione suscitata nell' animo del poeta, dovette (anche 
se prove documentarie non lo confermano), appena sbolliti i primi 
furori vendicativi, interessare e quindi indurre a compassione 
tutta quanta la cittadinanza bolognese. Altrimenti non ci sa- 
premmo spiegare come il Comune stesso, da quel fiero e rigido 
sostenitore dei suoi guelfi princìpi e nemico acerrimo dell' impe- 
rialismo svevo, si lasciasse indurre a concedere a quell' infelice, 
reo d' esser figlio di Federico II, una prigionia così mite da pa- 
rer quasi una paterna tutela. È noto, e lo abbiamo ripetuto 
anche noi, che tra i gentiluomini bolognesi accordatigli per com- 
pagnia e per diletto, per trascorrere con un po' più di svago 
quelle lunghe monotone giornate di carcere, sembra dovesse 
essersi trovato anche Guido, il quale avrà approfittato di quel- 
r alta amicizia per compiere la sua educazione letteraria. Le 
ragioni però, per la quali il Comune si sarà deciso ad ammet- 
tere anche il Guinizelli fra i nobili compagni del principe, ci sono 
parimenti sconosciute ; ma possiamo supporre che lo avrà fatto 



(1) V. il nostro cap, 3°. 

(2) Delle origini dei Gaudenti parla G. Gozzadini in Delle torri gen- 
tilizie di Bologna, e nella Cronaca di Ronzano. Dante, Inferno, e. XXIII, 
w. 99 e sgg. 



— 164 — 

per il desiderio di porre intorno a lui persone che gli fossero- 
particolarmente gradite. E il Guinizelli possedeva senza dubbio 
i requisiti richiesti : egli infatti usciva di una famiglia, se non 
proprio nobile, per lo meno ricca e imparentata con nobili ed 
egli stesso era a parte dell' ordine equestre, aveva per di piìi l'età 
dovuta e il merito, agli occhi di Enzo, di appartenere a quella 
medesima fazione ghibellina di cui egli era il capo visibile a Bo- 
logna, e la dote di un ingegno peregrino e di una vasta cultura 
ed era, per di più, appassionato e geniale cultore di quella poe- 
sia cavalleresca in volgare che era così nota e così cara al principe 
svevo. È naturale che fra i due giovani, seguaci delle medesime 
opinioni politiche, egualmente amanti dello studio e della poe- 
sia come dell' armi e dell' amore, si stabilisse fin dal principio 
una reciproca intesa che, favorita dalla stima e dall' affetto, riuscì 
ben presto, superando le difficoltà frapposte dalla condizione e 
dalle abitudini diverse, a convertirsi in una vera e propria 
amicizia. 

Sembra però che il Comune popolare non vedesse troppo di 
buon occhio stringersi queste amichevoli relazioni e, sospettan- 
dovi chi sa quali raggiri politici, deliberasse nel 1252 che questi 
compagni del principe fossero scelti fra persone più anziane e 
più mature di senno, che quindi la loro età fosse fissata a un mi- 
nimo di trent' anni. È naturale che il Guinizelli, il quale do- 
veva trovarsi allora nei 22, venisse escluso dalla compagnia del- 
l' infelice sovrano e che, per conseguenza, la loro affettuosa rela- 
zione fosse per qualche tempo interrotta. Ma potrà essere stata 
ripresa nel 1259, quando un altro pubblico decreto limitò a ven- 
ticinque anni 1' età di questi custodi. È bensì vero che in tale oc- 
casione fu anche proibito, forse per sospetto di qualche congiura, 
che nessuno potesse parlare col re senza il permesso del Con- 
siglio ; è però probabile che questa proibizione fosse limitata 
agli estranei e che quei nobili avessero, come prima, libertà di 
conversare con lui, altrimenti non si sa come e perchè sareb- 
bero dovuti rimanere attorno alla sua persona (1). Allora la 
relazione iniziata col principe qualche anno prima sarà stata ri- 
presa e continuata dal Guinizelli, magari fino al 1272 anno della 
morte di Enzo. Di questi rapporti avuti con lui e dell' influenza 
letteraria ricevutane, non intendo aggiungere altro dopo quanto 
ho detto nel capitolo precedente. Del resto, tanto e non più pos- 
siamo dire di questa relazione che, con tutta probabilità dev'esser 



(1) Per tutte .queste notizie v. il lib. cit. di L. Frati sulla prigio- 
nia del Re Enzo, pag. 25. 



— 166 — 

<5orsa fra il nostro poeta e il giovine figlio di Federico II ; perchè, 
essendone (come ho detto) poco sicuri, ogni altro particolare che 
vorremmo aggiungere avrebbe più apparenza di fantastico che 
di reale. 

Altre relazioni però ebbe il Guinizelli con uomini del suo 
tempo o meritamente illustri, o comunque noti e stimati allora, 
e di queste ci occuperemo più a lungo come di cose che maggior- 
mente interessano il nostro studio e che risultano meglio con- 
fermate dai fatti. Da esse ricaveremo altresì ulteriori notizie 
concernenti la educazione letteraria di lui perchè i rapporti, dei 
quali veniamo a parlare, intercedettero fra Guido e i letterati 
più famosi dell' età sua. 

Uno dei sonetti di lui, e precisamente quello che nella no- 
stra edizione si trova al n. 20, è indirizzato a fra Ouittone d'Arezzo 
e ci dimostra così che una relazione, sia pure epistolare soltanto, 
dev' esserci stata fra il rimatore aretino e quello bolognese. In 
quale epoca particolarmente avvenisse e di quale importanza 
ella fosse nella vita e nella evoluzione poetica del nostro, meglio 
lo vedremo quando avremo esaminato e studiato più da vicino 
il sonetto stesso. Molto ci gioverà a questo scopo lo stabilire a 
quale anno si possa ascrivere la sua composizione. Altri (1) fu 
già di parere che quel sonetto fosse una delle prime poesie com- 
poste dal Guinizelli perchè così la lingua come il pensiero impac- 
ciati ed oscuri rivelano il principiante e l' imitatore di Guittone, 
quale Guido dovette essere all' inizio della sua carriera poetica. 
A me invece, pur dispiacendo assai di andar contro all'opinione 
di un critico così autorevole quale fu il Bartoli, sembra che dal 
sonetto del Guinizelli all'Aretino non risulti punto codesto, ma 
^addirittura il contrario. 

E appena necessario ricordare quanto sia fallace il preten- 
xiere di stabilire la priorità di uno scritto dalla lingua più ar- 
caica o dal pensiero più involuto che V autore vi ha usato. Non 
è forse vero che tanti canti del Paradiso sono molto più goffi, 
stentati ed oscuri di tanti altri dell' Inferno ? E chi oserebbe 
per questo supporre che Dante li avesse composti prima di quelli 
o perfino prima di alcuni sonetti della Vita Nuova che pur re- 
stano il meglio che la sua lirica abbia prodotto ? Invece, altre 
e più forti ragioni concorrono a far ritenere quel sonetto del Guini- 
'/elli come uno non certo dei primi, se non addirittura degli ultimi ; 
né vi crea difficoltà il notare che egli vi si rivela imitatore di Guit- 
tone. È naturale, mi sembra, che in un carme a lui indirizzato e 



(1) A. Bartoli, / primi due secoli ecc., op. cit., cap. 5°, pag. 172. 



— 166 — 

destinato a incontrare il suo favore e riscuotere la sua appro- 
vazione il poeta usasse quelle immagini e quello stile eh' ei ri- 
teneva dovessero tornare a lui maggiormente graditi. C è, per 
di più, nella dedica il titolo di fra' premesso al nome del desti- 
natario e dal quale si piiò cominciar subito a sospettare che il 
carme fosse stato composto e inviato in un' epoca compresa nella 
seconda metà della vita di Guittone. È bensì vero che la dedica 
potrebbe non essere opera di Guido, ma dei copisti desiderosi 
di determinare la persona Utà del destinatario ; ma tuttavia si 
capisce che neppur essi lo avrebbero così chiamato se avessero 
avuto anche solo il sospetto che il sonetto gli fosse stato dedi- 
cato quando frate non era ancora. 

Ma dalla lettura del sonetto in generale e dallo studio esatto 
di certe sue espressioni in particolare si possono ricavar delle 
prove anche piìi dirette ed esaurienti. L' autore si rivolge con 
esso a Guittone, chiamandolo caro padre e facendo capire che 
la sua lode in materia di poesia era molto ambita a quel tempo, 
e promette di mandargli una canzone perchè egli la giudichi e cor- 
regga secondo il suo sapere e adoperi liberamente la lima per ras- 
settarne ogni parte poiché essa è molto imperfetta. Questa mode- 
stia e remissione dell' autore farà magari supporre eh' egli fosse 
allora novizio nell' arte poetica, ma quello che piìi chiaramente 
fa intendere è che 1' uomo a cui si dedicava il sonetto e si man- 
dava a correggere la canzone doveva essere generalmente stimato 
e considerato come maestro dallo stesso poeta. Di- Guittone sap- 
piamo che scrisse versi d' amore fin dalla prima giovinezza ; ma, 
considerando (da quanto almeno ci è noto) eh' ei doveva esser 
quasi coetaneo del Guinizelli, non potremmo intendere che egli 
lo ponesse così in alto se non quando 1' Aretino, avendo già pub- 
blicato gran parte della sua produzione poetica, aveva ormai 
acquistato un certo nome nel mondo dei letterati. Ciò non po- 
teva essere, a quanto pare, prima del 1265, nel quale anno Guit- 
tone d'Arezzo, abbandonando i vani amori e la mondana poe- 
sia, si chiudeva in un chiostro e si dedicava alla religione. Né 
alcuno si meraviglierà, dopo quanto altrove abbiamo detto, che 
Guido Guinizelli, allora in età di 35 anni, movesse appena i primi 
passi incerti nel sentiero della poesia e chiedesse lume e consi- 
gho ; di lui purtroppo non sappiamo con sicurezza a quale età 
precisamente incominciasse a poetare e nulla quindi ci vieta di 
credere eh' ei lo facesse assai più tardi che non lo avea fatto quel 
suo coetaneo. È certo che, quantunque di età fossero eguali, 
r Aretino era già un gran poeta quando il Bolognese non lo ero 
ancora per nulla. 

Ecco quindi ragionevolmente spiegati e giustificati non solo 
gli encomi di poeta insigne, ma anche di saggio e di virtuoso che 



— 167 — 

dal nostro gli vengono più o meno chiaramente tributati in quel 
sonetto : 

« che in vostra mente entrar vizio non aude 
che for di se vostro saver non 1' archi » (vv. 3-4). 

Tutto ciò non so se si potesse dire di Guittone prima del 
1265, quando cioè egli menava vita spensierata e godereccia. 
Ma e' è, di più, tutto quanto il v. 7° « entr' a' gaudenti ben 
vostr' alma gaude », colle quali parole io non arriverò addirittura 
ad asserire che il Guinizelli volesse indicare che il maestro era 
già tra quei frati di Santa Maria, i quali si dicevano volgarmente 
frati gaudenti, ma pure ne ho forte sospetto. Comunque, mi sem- 
bra d' intendere (e di questo non dubito affatto) che il poeta 
ritiene il maestro ormai immerso ne' godimejiti spirituali, cioè 
già consacrato alla vita monastica. 

Basterebbero queste poche osservazioni a persuaderci che il 
sonetto dev' essere siato scritto dopo il 1265 ; ma anche un' al- 
tra non meno importante ve ne possiamo aggiungere. 

E noto che Guittone rispose a questo con un altro sonetto ; (1) 
ora giova considerare che tale risposta dell' Aretino a Guido fu 
dal Valeriani (2) raccolta nel secondo volume delle rime di lui, 
cioè tra quelle composte nella maturità della sua esistenza ; e 
similmente F. Pellegrini, escludendo quel sonetto dal 1° volume 
delle poesie guifctoniane (3), fa chiaramente capire eh' è da clas- 
sificarsi fra le rime religiose e morali e quindi da ascriversene la 
composizione ad un' epoca relativamente tarda nella vita di 
Guittone. 

Mi pare che da tutto ciò risulti assai evidente che quel so- 
netto del Guinizelli, anziché attribuirsi alla sua giovinezza, debba 
invece assegnarsi all' ultimo decennio della sua vita. I carat- 
teri primitivi della lingua e dello stile e la poca chiarezza dei 
concetti dovranno apparire non già casuali e derivati dalla ine- 
sperienza del poeta né credersi prove del suo ingresso nel campo 
dell' arte, ma piuttosto come voluti dalla mente dello scrittore 
per far piacere a Guittone, fautore d' una tal maniera, e agevo- 
larne un giudizio favorevole che fosse pegno di sicura grandezza. 



(1) Ei rispose appunto col sonetto ; 

« Figlio mio dilettoso, in faccia laude », 

(2) Valeriani, Rime di fra Guittone d'Arezzo. Firenze, Morandi, 
1828; voi. II, pag. 151. 

(3) V. il 1» voi. delle Rime di fra G. d'Arezzo (ediz. di F. Pellegrini, 
Bologna, 1901) intitolato Versi d' amore. 



— 168 — 

Stabilito questo, riguardo al sonetto, sarebbe non meno 
importante precisare qual sia la canzone di cui parla il Guini- 
zelli al V. 90 del medesimo e che egli professa d' inviare al mae- 
stro perchè la giudichi e corregga. Tale definizione però presenta 
maggiore difficoltà, perchè quei pochi che se ne sono occupati 
hanno generalmente trascurato come insignificante questo parti- 
colare ; e il Bartoli stesso, che vi si dilunga un po' attorno, al- 
tro non trova da dire se non che si tratta di una qualsiasi delle 
canzoni di Guido, magari di una di quelle che a noi purtroppo 
non son pervenute (1). Ond' è che, sotto questo aspetto, la que- 
stione resterebbe sospesa ; ma io credo che, con un po' di diligenza, 
si possa venire a capo anche di questa soluzione e rintracciar 
la poesia alla quale allude F autore. 

Prima di tutto, che si tratti proprio di una canzone e non 
di un sonetto o altro, ce lo fa credere il riflettere non solo che 
il poeta r indica precisamente con quel nome, ma, e maggior- 
mente, che r uso di quel tempo portava che s' inviassero soltanto 
canzoni come saggi della propria capacità, in quanto esse sole 
erano considerate come F espressione più alta della lirica e il 
carme, intellettualmente e formalmente, perfetto. Inoltre, mi 
par che si possa escludere trattarsi di una delle canzoni perdute 
anche solo perchè riesce difficile ammettere che questa poesia, 
nella quale Guido aveva cercato di far del suo meglio e che era 
destinata ad una larga diffusione per mezzo del commento del- 
l' Aretino, non sia sopravvissuta. Molto piti probabile è supporre 
che si tratti di una di quelle rimasteci ; ma di quale precisa- 
mente non si sa. 

Può darsi che il Guinizelli a quel tempo, sebbene avesse 
già varcato il trentacinqaesimo anno, pur non fosse ancora 
molto progredito nella composizione delle canzoni e che quindi 
mandasse come saggio a Guittone una di quelle che sembrano 
anche a noi più difettose e più rozze, quali per es. la 2^ o la 3^ ; 
e a credere questo potrebbe indurre il riflettere che in esse è 
spiccato quel fare artificioso e involuto che doveva senza dub- 
bio piacere a Guittone. Ma, d' altra parte, io esito a convenirne 
pensando che nel far quelF offerta Guido non doveva cercar tanto 
d' incontrare il gusto del maestro, quanto di dargli un esempio 
del suo modo di poetare e soprattutto di mostrargli tutto ciò 
eh' era capace di fare in questo campo. La poesia eh' egli indi- 
rizzava all' Aretino (a differenza del sonetto che F accompagnava 
e che poteva benissimo esser ligio ai princìpi di lui) doveva es- 
sere al tempo stesso la più tecnicamente perfetta di quelle 



(1) A. Babtoli, / primi due seco., ecc., op. cit ; cap. 5° pag. 172. 



— 169 — 

sinora composte da lui e quella in cui V ideale della nuova scuola 
dovesse maggiormente spiccare e piti esattamente delinearsi. Ora, 
quando si pensi che la famosa canzone di Guido « Al cor geriti! 
ripara sempre amore » fu composta, nel 1268 (1) e che essa è 
r unica nella quale si possano riscontrare tutti quei requisiti di 
cui ultimamente ho parlato, non si esiterà più a credere ch'essa, 
meglio di qualunqu'altra, dovette essere la canzone inviata dal 
Guinizelli a Guittone. 

Per quanto diversi d' intonazione e di stile, io ritengo che 
il sonetto a Guittone e la canzone Al cor geritile siano nati quasi 
contemporaneamente e che questa loro diversità non sia punto 
effetto (e 1' ho già dimostrato) di un' età varia tra loro, ma sol- 
tanto dipenda dall' ufficio diverso a cui era destinato ciascuno 
di quei due componimenti e che richiedeva perciò una certa dif- 
ferenza di concetti, di esposizione e di forma. Non è quindi pos- 
sibile ricavare, semplicemente da questi dati esteriori, l' idea di 
una diversità cronologica della composizione. Chi non vorrà cre- 
dere infatti che i sonetti amorosi del Guinizelli, 1' opere sue pili 
fresche e piìi belle, siano frutto della sua giovanile prima ispira- 
zione e come tali anteriori anche a quelle più artificiose delle 
sue canzoni che, come tali, quantunque difettose, rivelano una più 
completa maturità nella sua produzione ? Ebbene, che meravi- 
glia ad ammettere che anche il sonetto a Guittone, per quanto 
impacciato ed astruso, sia posteriore a molte altre e migliori sue 
poesie ? Si pensi che ciò può essere benissimo, e per vari motivi, 
tra i quali, oltre il desiderio giustificabile nell' autore d' imitare 
la maniera dell' Aretino, anche la maggior difficoltà eh' ei può 
aver trovato nell' adattare a quella forma poetica il contenuto 
epistolare. Chi sa che quello non fosse il suo primo esperimento 
di questo genere e che non vi si trovasse tanto a suo agio come 
nel campo della lirica pura ! 

In conclusione, io ritengo che questa relazione fra Guittone 
d'Arezzo e il Guinizelli sia da porsi in un periodo che va dal 1265 
al 1270, ma forse più presso a quest' ultimo anno e che oggetto di 
tale corrispondenza poetica fosse la famosa canzone di Guido a Al 
cor gentil ripara sempre anfiore ». 

Cade, a questo punto, a proposito il parlare di un altro poeta 
toscano, Bonagiunta Orbiciani di Lucca, col quale parimenti il 
Guinizelli ebbe una corrispondenza poetica. 

Dal comune consenso dei codici viene attribuito a Guido 



(1) Così almeno fa credere il Grton (art. cit. nel «Propugnatore»), 
pag. 283, quando dice che nello stesso anno 1268, in cui uscì la canzone 
del Guinizelli, un' altra ne compose il Cavalcanti. 



— 170 — 

il sonetto da noi posto al n. 21 e indirizzato al poeta lucchese ; 
dalla sua lettura si rileva come esso non sia altro che una ri- 
sposta ad un altro sonetto che Bonagiunta aveva già prima indi- 
rizzato a lui. Il sonetto dell' Orbiciani è il seguente : 

« Voi eh' avete mutato la mainerà (1) 
e gli piacenti detti dell' amore, 
della forma e dell' esser là dov' era, 
per avanzare ogn' altro trovatore, 

avete fatto come la lumèra, 
eh' alle scure partite dà sprendore, 
ma non quine ove luce la sua spera 
la quale avanza e passa di chiarore. 

E voi passate ogn' uom di sottiglianza, ( r • 
e non si trova alcun che bene ispogna,: ^O^t^^ 
tant' è isc\ira vostra parlatura. 

Ed è tenuta gran dissimiglianza, 
ancor che '1 senno venga da Bologna, 
traier canzon per forza di scrittiu^a ». 

Il significato di questo sonetto, studiato ed inteso finora 
solo nelle sue linee generali, è ancora incerto e inesatto ; poiché 
dalla sua diversa interpretazione son derivate varie e indecise 
teorie sulla relazione di questi poeti fra loro. Fino dal sec. XIV 
l'Anonimo fiorentino, nel suo Commento a Dante, venne fuori 
col dire che al Guinizelli aveva scritto Bonagiunta Orbiciani 
« riprendendolo per che gli paresse, o per invidia, d' aver tratte 
le cose in rima fuori dell' uso antico, et per forza di scrittura 
et di scienza parlare in rima » (2). Lo stesso senso pare che 
vi trovasse anche recentemente il Gaspary, quando affermò 
che il Lucchese aveva sollevato contro al Guinizelli accuse di 
strane e inopportune innovazioni poetiche (3). Il No vati, non 
meno persuaso della bontà di questa interpretazione, la spiega 
pili largamente dicendo che 1' Orbiciani « .... viveva nella beata 
illusione che non ■ si potesse nel campo dell' arte far più e me- 
glio di quanto avessero fatto il Notaio e Guittone. Immaginarsi 
dunque il suo stupore, allorché dalla turrita Bologna volarono 
fin sui margini del Serchio lucente le filosofiche rime del Guini- 
zelli ! Irritato ed offeso dall' audacia del novatore, il brav' uomo 



(1) G. Bertacciti, Poesie predantesche. Sonzogno, Milano, 1906, pag. 118. 

(2) Commento alla Div. Coni, d' An. fior, del sec. XIV, pubbl. da 
P. Fanfani. Bologna, 1866-74 ; voi. II. 

(3) A. Gaspary, Stor. d. letter. ila!., voi. I trad. Zingarelli. To- 
rino, 1887, pag. 90. 



— 171 — 

di Bonagiunta gli mandò un sonetto ecc » e continua dicendo 

che in esso il Lucchese diede segno della sua cecità artistica e as- 
serì che tutto quanto il Guinizelli scrive riesce oscuro e faticoso e 
neir ultima terzina lo colpisce, come un giudice il reo (1). Anche 
il Grion dà a divedere di avere in proposito un' opinione per lo 
meno simile alle precedenti, poiché osserva che alle innovazioni 
poetiche del Guinizelli in generale si oppone Bonagiunta col 
sonetto citato (2). 

Come si vede dunque, molti fra gli antichi e i moderni stu- 
diosi di cose guinizelliane hanno creduto che il sonetto inviato 
dall' Orbiciani al Guinizelli avesse un contenuto e uno spirito 
avverso alle sue innovazioni ed accusasse quasi una mal celata 
gelosia di mestiere. Io invece non ci trovo nulla o quasi nulla 
di tutto questo e, rileggendo compiutamente ed obiettivamente 
ogni parte di esso, mi vado sempre più convincendo eh' esso 
non abbia precisamente quel significato aggressivo che altri ha 
creduto scoprirvi ma che anzi, se pur non sembri un carme 
laudativo, non avversi neppure troppo vivacemente le teorie 
poetiche riformatrici del Guinizelli. Da nessuno infatti si po- 
trà negare che tutto quanto il contenuto di quel sonetto abbia 
su per giù, nel suo complesso, questo solo e bonario signi- 
ficato : « Voi che avete rinnovato la poesia amorosa allontanan - 
dola da ciò che prima ne costituiva 1' oggetto, vi siete reso bene- 
merito illuminando codesti luoghi che erano al buio, ma non 
questi ov' è il regno pieno della luce. Voi superate tutti in acu- 
tezza di pensiero, e questo riesce così elevato che non si trova 
alcuno capace d' interpretarlo ; ed è considerato una novità (né 
brutta né bella), per quanto la sapienza ci venga da Bologna, 
vedere trar fuori la poesia dalla scienza ». 

Quando al sonetto di Bonagiunta si dia questa interpreta- 
zione (e mi pare che non lo si possa intendere più chiaramente 
di così), ne scompare subito e del tutto quell' idea di biasimo e 
di livore che vi scorgevano inclusa 1' Anonimo fiorentino e i suoi 
più o meno diretti seguaci. In essi però tale giudizio non ha la 
stessa identica entità, ma, acquista, secondo il particolar modo 
di vedere di ciascuno, uno speciale significato, che dà all' avver- 
sione dell' Orbiciani per il Guinizelli ora minore ed ora maggiore 
importanza : il Gaspary, per es., si mostra non troppo corrivo 
ad ammettere che fra i due dovesse intercedere una rabbiosa in- 
conciliabile rivalità ; ma il Novati si fa vedere convinto che 1' Or- 



(1) F. NovATi, / golosi in purgatorio, nel voi. «Freschi e minii del 
Dugento ». Milano, 1908, pag. 193. 

(2) V. lo Studio eit. del Grion, in « Propugnatore », II, 2, pagg. 283-284. 



— 172 — 

l)iciani fosse rimasto vivamente irritato ed offeso all' apparire 
della nuova poesia. Io credo, come ho accennato, che nel voler 
trovare in quel sonetto una così viva malevolenza si sia dai cri- 
tici un po' esagerato e che essi, fondandosi principalmente sulle 
parole di ravvedimento che Dante pone sulle labbra dell' Orbi- 
ciani quando lo trova nella cornice dei golosi : 

« O frate, issa veggio, disse, il nodo 

che il Notare e Guittone e me ritenne 

di qua dal dolce stil nuovo eh' io odo « (1) 

€ non tenendo debito conto di quella poesia che il Lucchese aveva 
inviato a Guido, abbiano abusivamente supposto che, se fra que- 
sti due è corsa una relazione e si sono scambiati dei versi, quella 
sia stata tutt' altro che amichevole e questi in sommo grado 
ingiuriosi. Ma forse anche un altro motivo può aver grandemente 
contribuito alla formazione di codesta teoria, quello cioè che de- 
riva dal considerare in qual modo il Guinizelli rispose all' Orbi- 
ciani. 

Abbiamo già detto che Guido mandò come risposta a questo 
sonetto del poeta toscano un altro sonetto, il quale non è per 
r appunto quello che dice il Grion (2), ma quello che incomin- 
cia sentenziosamente « Omo eh' è saggio non corre leggero » e 
che tiene il 21° posto nella nostra raccolta. Questo sonetto, è 
vero, con un fare piuttosto arcigno e predicativo, rimbecca a Bo- 
nagiunta quelle eh' erano parse offese al suscettibile amor pro- 
prio dello scrittore e, rinfacciandogli l' error suo, contiene que- 
sta massima fondamentale : che non si deve presumere di far 
bene soltanto noi né credere che non vi sia altri che faccia egual- 
mente bene in altro campo della natura o dell' arte, perchè ogni 
creatura ha dalla Provvidenza diverse attitudini e prerogative, 
né alcuno si può opporre alla manifestazione dell' altrui ingegno o 
attività né biasimarla. — Tale, nelle sue linee generali, il contenuto 
del sonetto inviato in risposta dal Guinizelli, né si può negare 
che vi si riveli un certo risentimento e ima mal celata sicurezza 
della propria abilità mista ad una tal qual presunzione dei bene- 
fizi che il rinnovamento poetico sarebbe stato per apportare. 

Da questo contenuto, a mio credere, prendendo le mosse e 
soprattutto basandosi sull'aspetto di ravvedimento e di ritratta- 
zione con cui Dante si é compiaciuto di rappresentar Bonagiunta, 



(1) Purgatorio, cant. XXIV, vv. 55-57. 

(2) Nel cit. art. del « Propugnatore », il Grion dice (pag. 284) che 
il Guinizelli rispose a quello di Bonagiunta col sonetto : « O caro pa- 
dre meo.... » che noi abbiaino dovuto riconoscere inviato a Guittone. 



— 173 — 

nel Purgatorio, si saranno i più facilmente indotti a riconoscere 
nel sonetto inviato per primo dall' Orbiciani al Guinizelli quel 
fare ammonitivo e sprezzante che a me non riesce affatto di ri- 
scontrarvi. Che la cosa stia in questo modo, lo fa chiaramente 
intendere anche il Novati quando, un po' arbitrariamente, con- 
clude « Ciò che r arte del Guinizelli non aveva ottenuto ottenne 
quella di Dante. Al termine della sua vita d' uomo e di poeta 
il giudice lucchese si è convertito allo stil nuovo ! Forse questo 
ingenuo e tardo ravvedimento suo gli ha procurata 1' indulgenza 
dell' Alighieri ? Io oserei crederlo » ; poiché tale ardita conget- 
tura, esposta colle parole stesse dell' autore, fa intendere, me- 
glio di qualsiasi ragionamento, come l'ipotesi che l'Orbiciani fosse 
fieramente avverso al Guinizelli riposi quasi esclusivamente sull'au- 
torità di Dante. Ma se il Novati e gli altri avessero esattamente 
compreso il sonetto di Bonagiunta, che dovrebbe considerarsi 
come r unico fedele attestato di quella relazione, avrebbero an- 
che dovuto riconoscere che, in esso almeno, non e' è davvero 
tutta queir astiosa invettiva eh' è parso a loro. Io quindi torno 
a ripetere che in quel sonetto poco o nulla di veramente ostile 
si trova, eccettuatine i vv. 7 e 8 e 1' ultima terzina, in cui 
è evidente e innegabile una punta amara d' ironia. Ma che da 
esso si possa escludere tutto quel livore che essi hanno creduta 
di trovarci, lo fanno capire anche quelli stessi che hanno so- 
stenuto un' opinione contraria alla nostra ; tra loro infatti il 
Grion, per es., s' affretta a riconoscere che il Guinizelli rispose 
nel suo sonetto i( forse con troppa acredine ». Adunque, se l'asprezza 
usata dal Guinizelli nella risposta è riconosciuta da loro mede- 
simi sproporzionata alla causa, è il segno più chiaro che anche 
a loro non risulta poi troppo evidente e spiccata 1' invidia e 
r ira del poeta lucchese per la nuova luce che veniva da Bologna. 

Da tutto ciò mi pare che si possa concludere, se non addi- 
rittura, com' è sembrato ad altri (1) che Bonagiunta, udendo 
che il Bolognese « cantava con alte e morali sentenze al modo 
dei Platonici, si rallegrasse con lui perchè avesse mutata la ma- 
niera dei piacevoli detti d' amore » ; ma neppure che egli si adon- 
tasse di un rinnuovamento poetico, eh' ei riteneva inopportuno 
e dannoso, né si scagliasse contro il Guinizelli, per il quale avrebbe 
nutrito un odio vatiniano. Chi crede o nell' un modo o nelF altro 
dà segno di non aver ben compreso lo spirito della questione. 

Io credo piuttosto che il vero spirito di essa lo abbia, ma 
solo in parte, afferrato il Novati, dove osservò che questa del- 



(1) V. Nannucci, Mamuile della lelter. ital. del primo secolo. Firenze, 
1856, pag. 32. 



— 174 — 

r Orbiciani si può definire cecità artistica (non mal animo), e me- 
glio e più completamente lo Zingarelli (1). Quest'ultimo rileva 
come dal sonetto del Lucchese si tradisca in lui, solo e semplice- 
mente, una ignoranza ed incoscienza artistica la quale non gli 
permette di discernere 1' opportunità e i vantaggi di quel rinno- 
vamento poetico. Egli osserva infatti che « Bonagiunta dovette 
meditare sulla canzone più celebre del Guinizelli ; ma, non in- 
tendendo nulla, si rivolse all' autore stesso con un sonetto in cui 
confessò che per lui era mutata la maniera del poetare ». Que- 
sto, io penso, e non altro, è il vero significato che dobbiamo at- 
tribuire a quel sonetto ed è necessario credere che a questo spi- 
rito appunto ei fosse uniformato e ispirato ; ma da ciò al vedervi 
sia pur quello sdegno che vi ha riscontrato il Torraca (2), e' è 
ima notevole differenza. 

In quale anno poi precisamente e per quale occasione avesse 
principio questa corrispondenza poetica, sarà ora meno diffì- 
cile dire. Lo Zingarelli suppone, come abbiamo veduto, eh' essa 
avvenisse in seguito alla lettura che il Lucchese fece della can- 
zone « Al cor gentil ripara sempre amore » ; il Torraca . ritiene 
eh' ella avesse luogo dopo che il Guinizelli aveva indirizzato a 
Guittone il sonetto « O caro padre meo.... » e gli aveva mandato 
a correggere una poesia, poiché è probabile che Bonagiunta, amico 
e seguace dell' Aretino, si rendesse conto per la prima volta dei 
versi di Guido per mezzo di lui. Ora noi, mettendo insieme a 
riscontro le opinioni dello Zingarelli e del Torraca (e niente ce lo 
vieta, poiché risultano conformi a quanto abbiamo dimostrato 
più sopra), possiamo benissimo conciliarle e fonderle in unità 
di concetto, e trarne altresì la conseguenza naturalissima che 
il sonetto di Bonagiunta dovette essere occasionato dalla let- 
tura della più nota canzone di Guido e del suo sonetto a Guittone 
e forse anche da quella di qualche altra sua poesia. E poiché sa])- 
piamo che la canzone «Al cor gentil....» fu composta e diffusa 
nel 1268, possiamo anche concludere che il sonetto del Lucchese 
e la conseguente risposta del Guinizelli debbono risalire a quel- 
r anno medesimo o al successivo 1269. 

Quello che di certo possiamo affermare si é che fra i due 
poeti non dev' essere interceduta alcuna diretta personale rela- 
zione e che perciò, di vista, essi non si debbon esser conosciuti 
mai. Lo stesso, del resto, possiamo dire anche a proposito di Guit- 
tone, ma con minor sicurezza, in quanto che non sarebbe punto 
inverosimile il credere eh' ei si fosse magari recato a Bologna 



(1) N. ZiNGABELLi, Dante. Milano, Vallardi, cap. 4° pagg. 58-59. 

(2) F. Torraca, Studi sulla lirica ecc., op. cit. pag. 163. 



— 175 — 

per motivi derivantigli naturalmente dai suoi stretti rapporti 
coli' Ordine de' Gaudenti, al quale apparteneva e che aveva la 
sua originaria sede in quella città. Se così fosse stato realmente, 
non paia strano il supporre che in tale occasione ei potrebbe aver 
conosciuto, se non proprio Guido, meglio e piìi probabilmente il 
fratel suo Uberto, il quale, com' è noto, faceva parte anch' esso 
di queir ordine monastico. 

Un altro scrittore del Dugento, Dino Compagni, sembra che 
si trovasse in relazione col nostro, poiché ce lo attesta il seguente 
sonetto indirizzato 

A Messeb Guido Guinicelli 

Non vi si monta per iscala d' oro, 
vago messere, ove tien corte Amore : 
e non vi s' apre porta per tesoro 
a chi non porta di bon aire core. 

D' umiltade conviensi ogni lavoro, 
inver sua donna ovrando ogni favore : 
e senza cortesia non è innamoro 
d' alcun amante che pregi valore. 

Ma voi sentite d' amor, credo, poco ; 
e giovinezza vi strema ragione : 
tanto sovente sguardate in un loco ; 

e vi credete più bel che Ansatone. 
Come (s' avventa la) farfalla al foco, 
credete trar le donne dal balcome. 

Così, almeno, si trova scritto nel Codice Vaticano 3214 e vi 
si legge anche che il sonetto fu composto da Dino Compagni (1). 

Di questi, è vero, non si conosce 1' anno di nascita e tale 
ignoranza è, per il caso nostro, irreparabile danno ; difatti, an- 
che tenendo conto di una testimonianza da lui medesimo lascia- 
taci nella « Cronica », secondo la quale pare eh' egli fosse assai 
giovane nel 1282, e considerando che il Guinizelli era già morto 
nel 1276 e fin dal 1274 almeno non si sarà più occupato di poesie 
né avrà più atteso a comporne, distratto e travolto, com' era, 
in affari ben più urgenti e più seri ; non si giunge ad una conclu- 
sione soddisfacente, poiché risulta impossibile mettere, in qual- 
che modo, d' accordo quei dati biografici dei due scrittori. Di 
tale inconveniente sembra che si siano accorti anche altri, giac- 
ché il Crescimbeni, che per primo pubblicò quel sonetto, suppose 



(1) Per queste e le seguenti notizie, v. l'articolo più volte citato 
di G. Gkion, G. Guinizelli e Dino Compagni, a pag. 297. 



— 176 — 

che quella dedica fosse errata e che il suo destinatario dovesse 
essere Guido Cavalcanti, e V Hildebrand che fosse Guido Gui- 
nizelli « iunior », il figlio del poeta ; poiché egli osservava che 
Dino Compagni, il quale per le suddette ragioni risulta giovanis- 
simo pur nel 1282 « ne pouvait pas, avant 1276, traiter le grand 
poète en jeun homme étourdi, comme il le fait dans ce sonnet », 

10 domando però se, basandosi sopra induzioni così vaghe 
ed incerte, si possa infirmare 1' autorità di un codice, ove chiara- 
mente si dice che il sonetto è opera di Dino Compagni ed è rivolto 
al Guinizelli ; e debbo confessare che ne dubito assai. Un effetto 
simile al mio par che queste congetture arrischiate lo abbiano 
prodotto anche ad altri ; onde il Rossi, per es., ripete senza esita- 
zione e conferma quanto il codice attesta (1) ; e lo stesso pa- 
rimenti dicono il Grion (2) e il Del Lungo (3), i quali della que- 
stione si sono particolarmente e largamente occupati. Con que- 
sto però non intendiamo di esimerci da una necessaria dilucida- 
zione dell' argomento, che per tal modo risulta appena avviata. 

11 sonetto pertanto, a chi esattamente lo esamini, appare 
come il segno di una corrispondenza poetica tra due giovani i quali 
si sono proposti di discutere intorno al modo di contenersi per 
riuscir meglio ad innamorare le donne. A questo si può aggiun- 
gere che, se il sonetto veniva indirizzato a Guido Guinizelli, non 
poteva, per le ragioni da me ultimamente accennate e per altre 
facili a capirsi, esser composto dopo 1' anno 1273. A quell' epoca 
il Guinizelli aveva 43 anni e, certo, non era piìi nel fiore della 
giovinezza ; il Compagni invece, almeno tenendo conto di quanto 
egli afferma di sé a proposito del 1282, sarebbe stato ancora un 
fanciullo. Egli infatti diceva che a quel tempo (1282) a per gio- 
vinezza non conoscea le pene delle leggi ». Queste constatazioni 
sarebbero tali da distruggere ogni conciliante supposizione e 
toglier r adito a qualsiasi ulteriore ricerca. 

Ma sorge, a questo proposito, opportunissima 1' acuta osser- 
vazione del Grion (4), secondo il quale quella frase del Com- 
pagni significa non conoscere quanto sia difficile e penoso il fare 
leggi buone e durevoli : e aggiunge non meno acutamente : « ben 
poteva il cronista riferire la voce giovinezza al significato allora 
corrente, cioè di inferiore ai 50 anni » o almeno ai 40, secondo 
la teoria di Avicenna, le cui massime filosofiche furono in gran 



(1) V. Rossi, Discorso cit. in « Lectura Dantis », 1906, pag. 38, n. 4. 

(2) Art. di. in « Propugnatore », pagg. 298 e sgg. 

(3) 1. Del Lungo, Dino Compagni e la sua Cronica. Firenze, 1879, 
voi. I, pag. 320. 

(4) V. r art. spesso cit., alla pag. 301. 



— 177 — 

parte seguite da Dino. — Colla luce arrecataci da questa sagace 
interpretazione ci avvieremo assai meglio a svolgere così arduo 
problema. 

Infatti, dal momento che, pur restando sempre sconosciuto 
r anno della sua nascita, non v' è più nessuna difficoltà ad am- 
mettere che nel 1282 il Compagni avesse una quarantina d'anni^ 
magari suonati, è lecito anche supporre eh' egli fosse nato circa 
il 1240 o poco dopo. Né 1' anno della sua morte, che sappiamo 
essere avvenuta nel 1324 (1), c'impedisce di crederlo poiché 
non è punto inverosimile eh' egli raggiungesse 1' età di 84 anni. 
Per di pili, anche il Grion conviene nell' ammettere che Dino 
dovette nascere circa il 1242 (2). 

Pertanto, se nessun altro ostacolo ci vieta di supporre che 
il sonetto del Compagni sia stato mandato da lui al Guinizelli 
fra il 1270 e il 1274 (e forse in un' epoca più vicina alla prima 
che alla seconda data ) ; è chiaro, attenendoci ai nostri computi, 
che il mittente avrebbe avuto in quel tempo 32 anni e il desti- 
natario poco più di 40, circa. In tal modo, essi potevano an- 
cora considerarsi come giovani, specialmente il Fiorentino, ed a 
giovani quali dovevano essere non disdice punto il mandare o 
il ricevere poesie amorose e scherzose di quel genere. A. molti 
però ha fatto ima strana impressione il notare che il poeta bo- 
lognese, il quale ormai avrebbe dovuto essere assai noto e sti- 
mato se non addirittura famoso, era trattato in un modo così 
confidenziale e poco rispettoso da far .credere che quel sonetto 
fosse indirizzato da uno che avesse con lui una grande dimesti- 
chezza per essergli magari concittadino ma, per lo meno e cer- 
tamente, coetaneo. Quindi ebbero origine le teorie di coloro i 
quali pretesero che il vero destinatario ne fosse il Cavalcanti o 
Guido Guinizelli il giovane. 

Io penso invece che non vi sia punto bisogno di ricorrere 
a simili ripieghi e che, pur lasciando le cose come sono, si possa 
tuttavia trovare il modo di risolvere quest' apparente anomalia. 
Si cominci intanto ad intender bene lo spirito di quel sonetto, 
alla cui giusta conoscenza gioverà non poco la fedele ed esatta 
spiegazione datane dal Del Lungo (3) : « Non sono le ricchezze, 
mio bel signore, che fanno scala a salire dove Amore tiene la 
sua corte, né per tesoro vi é ammesso chi non ha il cuore ben 
disposto. Conviene che ogni amatore usi verso la sua donna 



(1) Le prove che confermano questa data sono allegate dal Del, 
Lungo, Op. cit., voi. T, pag. lxxvi sgg. 

(2) V. r art. cit., a pag. 320. 

(3) V. op. cit. su Ti. Compagni, alla pag. 321. 

12 



— 178 — 

ogni atto di umiltà, né senza cortesia può darsi innamoramento 
veruno di amante che pregi valore. Ma Voi, credo, non avete 
in cose d' amore molto sentimento, o 1' età giovanile vi scema 
la ragione, poiché vi fissate con tanta facilità sui vostri capricci ; 
e vi credete più bello che Assalonne, e credete che le donne ab- 
biano a correre a Voi da' balconi, come sogliono le farfalle volare 
alla fiaccola ». 

Ebbene, da questa chiara interpretazione a me sembra si 
possa dedurre, che il mittente non è invece in troppo intimi 
rapporti di amicizia col destinatario perchè, prima di tutto gli 
dà non del tu, ma del Voi, e secondariamente, mostra di non 
conoscerlo troppo bene di persona, in quanto non sa se que- 
sto suo poco scrupolo in cose d' amore derivi da scarsa sensi- 
bilità o da eccessiva giovinezza, e aggiunge a tali sue parole un 
credo tanto dubitativo che rivela come quelle notizie ei le dovesse 
aver raccolte solo indirettamente dalla voce altrui o dagli scritti 
che magari gli avrebbe inviato lui stesso. Il sonetto inoltre, spe- 
cialmente in principio, offre, a chi ben ci osservi, un fare soste- 
nuto e sentenzioso quale non si addice davvero a persone che si 
comunicano in tutta confidenza le proprie vedute ; esso accusa 
piuttosto nel suo autore il principiante, lo scrittore novellino, 
il quale tuttavia si atteggia ad esser qualcosa e, pur di farsi largo 
e richiamare su di sé 1' attenzione, non esita a sputar sentenze 
e a dar sulla voce perfino a chi, avendo già tracciato il suo cam- 
mino, é ormai pervenuto a un certo grado nell' estimazione del 
pubblico. Onde mi par che non debba più credersi inverosimile 
che quel sonetto fosse proprio mandato da Dino Compagni a 
Guido Guinizelli ; né ci se ne meravigli per quanto si sappia che 
quello doveva essere assai più giovane di questo. Si pensi piut- 
tosto alla corrispondanza confidenziale ed alla stretta amicizia 
esistente fra Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, o fra Dante 
stesso e Cino da Pistoia : 1' uno era più vecchio dell' Alighieri 
almeno sei anni (1) 1' altro almeno cinque più giovane (2), 
ma nulla ha impedito, che fra loro regnasse la più cordiale intimità 
e che si scambiassero sovente rime anche più confidenziali del 
nostro sonetto (3). 



(1) A. Gaspary, Stor. letler. ita!., voi. I, Zingarelli, pag. 179. 

(2) L. Chiappelli, Vita e opere giuridiche di Cino da Pistoia. Pi- 
stoia, 1881, pag. 23, n.a 3". 

(3) V. del CAVAI.CANTI, oltre il Sonetto in risposta a quello dell'Ali- 
ghieri Ai poeti, Y altro « Se vedi Amore assai ti prego, Dante » e di Cino 
fra gli altri x Poi eh' io fui, Dante, dal natal mio sito » e « Dante, i' ho preso 
r abito di doglia » e i corrispondenti di Dante. 



— 179 — 

Non vi può esser quindi nessuna difficoltà ad ammettere 
che qualcosa di simile possa esservi stato anche fra il Guinizelli 
e il Cronista fiorentino ; con questo però di particolare che essi, 
a differenza di quei Toscani citati, non si debbon esser mai co- 
nosciuti direttamente di persona. Di tale opinione è anche il Del 
Lungo, il quale pure osserva che il verso « Ma Voi sentite d' amor 
credo, poco o mostra appunto con quel credo che l'autore non 
conosce la persona a cui si rivolge ; infatti, continua il Del Lungo 
« con ben altro piglio lo sentiremo rivolgersi al suo Guido Ca- 
valcanti ^) (1). 

Abbiamo dun(i[ue, anche in questo caso, un esempio di quelle 
'Corrispondenze poetiche fra Romagnoli e Toscani che furono 
tanto comuni durante il secolo XIII, data la vicinanza dei loro 
due paesi e i frequenti reciproci rapporti. Giova adesso precisare 
un po' meglio 1' epoca in cui dev' essere stato scritto il sonetto 
e da quale occasione egli abbia avuto principio. 

Per r epoca della sua composizione abbiamo un termine 
dopo il quale non è possibile ammetterla, cioè 1' anno 1273, ed 
il termine prima del quale essa non potè egualmente avvenire, 
sebbene ci sia sconosciuto, possiamo con non troppa difficoltà 
rintracciarlo. Ed invero, 1' età di Guido non e' impedirebbe siffatto 
di spingerci assai indietro e risalire ad un' epoca magari anteriore 
al 1260, ma ciò non è conciliabile colla data anche più antica 
che alla nascita del Compagni si possa assegnare, ossia il 1242. 
Se, come abbiamo veduto, il Fiorentino era nato in quell'anno, 
come poteva, a soli 18 anni e magari prima, inviare un sonetto 
di quel genere al Guinizelli ? E poi, non si è già dimostrato che 
le poesie del Guinizelli si debbono assegnare tutte alla sua età 
matura, e che di esse quasi nessuna o nessuna affatto può essere 
anteriore al 1265 ? Come dunque avrebbe egli fatto a farsi co- 
noscere conie poeta perfino oltre Appennino, quando non aveva 
neppur cominciato a comporre ? 

Quindi dobbiamo restringere i limiti di tempo entro i quali 
il sonetto del Compagni può essere stato composto e asserire, 
con molta maggior probabilità, che ciò dev' essere avvenuto 
approssimativamente in quel decennio che corre fra il 1263 e 
il 1273 ; in tal caso, è lecito concludere che il sonetto dovette 
esser mandato dallo storico venticinquenne al poeta trentacin- 
quenne, o giù di lì per ambedue. 

Ma è pur necessario stabilire, poiché abbiamo notato che i 
due scrittori non si son mai conosciuti personalmente, qual fosse 
r origine e la causa occasionale di quello scritto. 



(1) 1. Del Lungo, op. cit., pag. 325. 



— 180 — 

A tal effetto, ci possiamo uniformare a quanto fu già detto 
dal Del Lungo, che cioè quel sonetto di Dino Compagni è respon- 
sivo, ossia tale da supporre una poesia propositiva che avrebbe 
già prima composto il Guinizelli ed alla quale Dino cercava di 
dare in questo modo risposta (1). Questa poesia del Guinizelli 
purtroppo non è a noi pervenuta e, per conseguenza, fa parte 
di quelle sue che sono andate smarrite. Tuttavia, non è difficile 
ricostruirne, almeno approssimativamente, il contenuto : essa do- 
veva, senza dubbio, parlare dei modi migliori coi quali ottener 
r amore delle donne gentili. A questo inoltre possiamo aggiun- 
gere che essa, con tutta probabilità, non era indirizzata a Dino 
Compagni in particolare, ma in generale, come poi fece Dante,, 
a tutti gì' intendenti (V amore (2). 

Ed è infatti naturalissimo che il Compagni, allora molto 
giovane ed esordiente, avesse, all' unico scopo di richiamare so- 
pra di sé r attenzione, il coraggio d' inviare la sua risposta con 
relativo parere individuale ad un poeta già apprezzato, ma da 
lui particolarmente così poco conosciuto da crederlo, come fa 
supporre nel sonetto, magari suo coetaneo. Questa l'origine della 
relazione fra i due scrittori ; ma è certo eh' ella non si arrestò 
a questo punto, ma che anzi andò sempre intensificandosi, al- 
meno da parte del Compagni, man mano che aumentava in lui 
r ammirazione per la poesia guinizellìana. 

Tale familiarità fra i due scrittori è attestata, secondo che 
dice il Grion (3), anche da un altro sonetto che incomincia « L' in- 
telligenza vostra, amico, è tanta ! ». Ma esso, siccome da un codice 
si dice indirizzato a G. Guinizelli e da un altro a un tal maestro 
Giandino e 1' opinione degli studiosi è prevalentemente contra- 
ria a quella prima destinazione, sebbene il Grion si affatichi a 
dimostrare che a Guido fu mandato e da Dino, tuttavia non può 
né deve ritenersi, per questa stessa incertezza di attribuzione 
e di destinazione, elemento utile e necessario alla completa co- 
noscenza di questa relazione. 

Ma un' opera piìi sicuramente attribuita a D. Compagni e 
dalla quale potremo ricavar prove migliori, se non della sua re- 
lazione col Guinizelli, almeno della sua ammirazione sviscerata 
per r opera poetica di lui, è il poemetto allegorico della Intelli- 
genza (4). Esso, com' ebbe ad osservare il Grion, dimostra d' es- 



(1) I. Del Lungo, Op. cit., voi. 1, pag. 323. 

(2) È il sonetto dantesco « A ciascun alma presa e gentil core ». 

(3) G. Grton, art. cit. nel « Propugnatore », pag. 298. 

(4) V. in appendice alla Cronica di D. Compagni, ed. da D. Carbone. 
Firenze, 1871. 



— 181 — 

sere stato composto dopo il 1268 e fa chiaramente intendere che 
il suo autore fu uno studioso della famosa canzone « Al cor gentil 
ripara sempre amore », perchè di essa contiene ripetute evidenti 
e non casuali imitazioni, taluna delle quali si rivela come una 
completa interpretazione delle teorie allegoriche del Guinizelli. 
Riguardo all' epoca della sua composizione, il Grion ha potuto 
precisare che dovette esser composto tra il giugno 1273 e il giu- 
gno dell'anno successivo. Più tardi non sarebbe stato possibile 
perchè, data la sventura del suo grande amico, Dino ne avrebbe 
approfittato per lasciarne perpetuo affettuoso ricordo (1). 

Né altro di più preciso ci è concesso aggiungere circa questa 
relazione fra il Guinizelli e D. Compagni. 



( 1 ) G. Grion, art. cit. in « Propugnatore ■>, a pag. 322. 



CAPITOLO NONO 

Guido Guinizelli e Dante. 



Di (jual genere fosse la prima conoscenza che del Guinizelli 
ebbe Dante — Qual conto egli si rendesse ulteriormente delV opera 
di lui — l\]e7izioni ed irnitazioni del Guinizelli nelle opere giore- 
nili di Dante — La Divina Commedia e la esaltazione del Bolognese. 



Quando Guido Guinizelli morì, Dante aveva appena com- 
piuto undici anni. 

Sembra quindi da escludersi che i due si siano conosciuti 
personalmente, perchè né il Guinizelli, per quanto almeno ri- 
sulti, si recò mai a Firenze né V Alighieri ne uscì prima dell' anno 
1276. E quand' anche si voglia ammettere, come taluno ha fatto, 
che Dante frequentasse per qualche tempo lo Studio di Bologna (1), 
non si può tuttavia pensare che ciò avvenisse in un' epoca ante- 
riore alla morte del Guinizelli, poiché non è verosimile che 1' Ali- 
ghieri seguisse i corsi universitari in quella città prima di aver, 
compiuto il suo undicesimo anno. Naturalmente egli sarà andato 
a Bologna più tardi, quando cioè del Guinizelli più non restava 
che la fama ed egli ormai giaceva da qualche anno sotterra. 

Premesso dunque, come par ragionevole, che Dante, se pur 
si recò a Bologna, non conobbe mai di persona il Guinizelli, bi- 
sogna per conseguenza necessariamente escludere che fra loro 
sia mai interceduta qualsiasi relazione di viva amicizia e neppure 
alcun rapporto letterario del genere di quelli che abbiamo osser- 
vati, per es., con Guittone d' Arezzo o Bonagiunta da Lucca. 
L' astro bolognese spegnevasi prima che quello fiorentino, appena 



(1) V. Rossi, Storia d. lettor. Hai., voi. I, Milano, 1900; ivi a pag. 96 
« Quasi certo è che prima del 1288 frequentò (Dante) lo Studio di Bologna 
senza j)erò conseguire nessun titolo accademico ». 



— 183 — 

sorto, cominciasse a diffondere ia nuova luce ! Così che fra loro 
due resta un' interruzione ed una lacuna, che unicamente viene 
colmata da quei poeti bolognesi e toscani i quali, per 1' età in 
cui vissero, ebbero la fortuna di conoscere il primo e di addi- 
tare al secondo la via tracciata e la mèta segnata da lui. 

Se dunque non è possibile ammettere che fra 1' A- 
lighieri e il Guinizelli sia corsa nessuna corrispondenza poetica 
o comunque epistolare, giova considerar brevemente come 
e dentro a quali termini il Fiorentino abbia potuto conoscere 
e apprezzare adeguatamente lo spirito, se non la persona, del 
poeta bolognese. Che questo sia realmente avvenuto non vorrà 
porlo in dubbio chiunque abbia dell' opera dell' Aliglvieri anche 
la più scarsa cognizione e ricordi quanto larga e frequente men- 
zione vi si faccia del Guinizelli e delle suo rime. Esclusa pertanto 
fra i due quella relazione diretta, che i termini opposti della loro 
esistenza ci vietan di credere, giova riassumere che la conoscenza 
che l'Alighieri ebbe del Guinizelli fu non già personale, ma 
piuttosto e addirittura spirituale : in altri termini, il Fiorentino, 
impossibilitato a vedere ed amare di persona quel suo glorioso 
predecessore, dovette limitarsi a studiarne e conoscerne, sia pure 
profondamente, gli scritti, ma ne seppe acquistare altresì i mi- 
gliori elementi ed atteggiamenti artistici, tra i quali principalis- 
sima quella poesia scientifica che gli è valsa a costituirlo suo le- 
gittimo erede, suo vero e grande discepolo. 

Di questo genere appunto e soltanto dev' essere stata la re- 
lazione fra i due poeti, cioè una relazione postuma (se così .si può 
dire), ne è lecito congetturare fantasticamente più in là. Ora, 
siccome 1' ammirazione entusiastica ed affettuosa di cui Dante, 
soprattutto nella Commedia, si mostra ripieno verso il Guini- 
zelli, non si può ascrivere a loro personali rapporti o a meriti 
individuali di quest' ultimo agli occhi dell' altro, ma unicamente 
alla fama che egli si era procurata colle sue poesie ed ai pregi di 
cui queste sono fornite ; gioverà prima di tutto vedere come il 
sorgere e lo svilupparsi della gloria poetica del Bolognese coin- 
cida press' a poco coli' infanzia e la prima adolescenza di Dante, 
e secondariamente in qual modo quest'ultimo abbia cominciato e 
proseguito, negli anni della sua virilità, lo studio della lirica 
guinizelliana. 

Bisogna pur convenire, dopo quanto abbiamo altrove os- 
servato, che G. Guinizelli non dovette far grandi progressi nella 
via della composizione poetica prima del 1265. Quando poi si 
ricordi che la sua famosa canzone, così sublime e perfetta (1), 



(1) È la quinta della nostra raccolta. 



— 184 — 

fu presumibilmente composta nel 1268, e che d' allora in poi 
il suo stile andò sempre meglio forbendosi e 1' ispirazione poetica 
elevandosi sempre maggiormente col proceder degli anni, fino 
almeno a quel disastroso 1274 ; bisognerà pure ammettere che 
la sua fama di poeta erudito e di felice rinnovatore si diffon- 
desse largamente nell' ultimo decennio della sua vita. Dopodi- 
ché, chi non vorrà rammentarsi che quello stesso decennio è il 
primo della vita di Dante, e che per conseguenza la fama al- 
meno, se non l'opera poetica del Bolognese, avrà necessariamente 
colpito e naturalmente commosso 1' animo di quel fanciullo mi- 
racoloso, il quale già dava segni così evidenti del suo ingegno 
colla spiccata tendenza alla riflessione e allo studio, e già dimo- 
strava di aver complete le facoltà piìi nobili e profonde dello 
spirito qtando, proprio al termine di quel periodo, s' innamo- 
rava di Beatrice (1). 

Suir animo del giovinetto fiorentino non potè fare a meno 
di produrre una grande, sebbene indeterminata e forse confusa, 
impressione quelF universal grido di lode che, partendosi dalle 
varie terre d' Italia, faceva capo a Bologna ; ond' egli dovette 
primamente accendersi del Guinizelli per quanto di bene ne 
udiva dire 

....come per fama uom s' innamora, 

e nutrire per lui un affetto immenso nella sua inconscia ammi- 
razione, quale fu quello di Jaufre Rudel per una donna che non 
aveva mai veduto, ma solo udito esaltare da tanti (2). È fuor 
di dubbio infatti che anche in Toscana, anzi f(3rse là più che al- 
trove, si fosse allora diffusa la fama del Guinizelli e che i poeti 
volgari tenessero rivolto lo sguardo alla nuova luce che veniva 
da Bologna in quello scorcio del secolo XITI. Ed invero, già ne- 
gh ultimi anni della sua esistenza il Bolognese s' era trovato in 
rapporto con ragguardevoli scrittori toscani quali Guittone d'Arez- 
zo, Bonagiunta da Lucca e il fiorentino Dino Compagni e da essi 
tutti aveva riscosso, se non sempre lodi, ammirazione certo e 



(1) Così racconta Dante stesso {Vita Nuova, cap. I): «Nove fiate 
già, appresso lo mio nascimento, era tornato lo cielo de la luce quasi a 
uno medesimo punto quanto a la sua propia girazione, quando a li miei 
occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente.... ». 

(2) V. la famosa ballata di G. Carducci in Rime e Ritmi e, fra l'al- 
tre, le parole con cui il fedele Bertrando si rivolge alla Contessa di Tri- 
poli : « Notizie di voi gli fur porte V amò vi cantò non veduta {ivi, 
vv. 29-30) » e v. anche F. Petrarca (Trionfo d'Amore, III, 52-53), 



— 185 — 

meraviglia costante (1). Contemporaneamente, o poco dopo la sua 
morte, prendeva piede in Firenze, per opera di G. Cavalcanti 
e di altri poeti toscani, quella scuola del dolce stil ìiuovo che in- 
consapevolmente era stata fondata ed iniziata da lui. 

Ciò non deve far meraviglia quando si pensi ai buoni rap- 
porti che per tutta 1' ultima parte del Medioevo intercedettero 
fra Bologna e Firenze e che in questo periodo soprattutto an- 
darono sempre più rafforzandosi. I cittadini dell' un paese si tro- 
vavano allora frequentemente, per vari motivi ed interessi, nel- 
V altro e non facevano che diffondervi, oltre e più che i traf- 
fici, le notizie della patria (2). 11 celebre Studio bolognese, se 
da ogni parte del mondo, specialmente dalla vicina Firenze at- 
tirava e richiamava gli studiosi del diritto e, più tardi, anche i 
dottori a insegnarlo, come, per es., Gino da Pistoia (3) j ivi ac- 
correvano pure i grammatici e i maestri di retorica, e di fisica, 
quali Boncompagno, Bene e Lapo fiorentini (4). Alla stessa ma- 
niera, Bologna forniva a Firenze i podestà e i magistrati che nelle 
piti ardue contingenze dessero esperimento della loro competenza 
giuridica, e tali furono Catalano dei Catalani e Loderingo degli 
Andalò ricordati dal Villani e da Dante (5). Questi mutui rapporti 
e intendimenti delle due città, dovuti in gran parte alla loro vi- 
cinanza, alla comunanza degl' ideali politici, alla simiglianza del- 
l' indole, delle istituzioni ed altresì della lingua (che allora era 
in Bologna assai migliore di oggi) (6), non potevano non produrre 
come conseguenza diretta una maggiore intelligenza dei fatti e 
delle persone che si distinguevano in esse. Da ciò naturalmente 
consegue che, se Guittone d'Arezzo aveva scambiato col Guini- 
zelli sonetti retorici e sentenziosi, se 1' Orbiciani si era meravi- 
gliato della sua audacia rinnovatrice, se il Compagni aveva ce- 
lebrato nella sua Intelligenzia la teoria di amore e cuor gentile 
e se il Cavalcanti si era di questa teoria dimostrato campione 
strenuissimo e interprete meraviglioso ; poteva forse il giovinetto 
poeta egli solo, sottrarsi all' influenza di quest' ammirazione ed 
esaltazione eh' era riuscita a soggiogare ed avvincere tutti gli 



(1) V. il nostro capitolo precedente. 

(2) V. r op. cit. di I. Del Lungo, voi. I, pag. 326. 

(3) Per le varie città, ove Cino fu ad insegnar giurisprudenza v. Ga.- 
SPABY, ediz. cit., voi. I, pag. 30fi. 

(4) V. r art. cit di T. Casini sulla cultura bolog., pag. 7. 

(5) Dante ne parla nel XXIII dell' Inferno, e il Villani nella Cro- 
nica, VII, 13. 

(6) Dante nel De vulgar eloq. (I, 15) : « .... Bononienses.... pulchriori 
locutione loquentes ». 



— 186 — 

altri poeti suoi concittadini, di questa gloria che, sebbene non 
indigena, era nondimeno nella patria sua oggetto di meraviglia, 
d' invidia e d' imitazione ad un tempo ? Come poteva rifuggire 
egli, che sempre si die a conoscere strettamente fiorentino, da 
quanto costituiva allora F elemento unico e invadente di tutte 
le questioni politiche, letterarie e filosofiche che si agitavano 
appunto in Firenze ? Bisognerebbe supporre che Dante non fosse 
né si sentisse uomo del tempo suo ; ma, siccome tale non si è mai 
mostrato, giova riconoscere eh' egli, al pari dei suoi concittadini 
e contemporanei, dovesse ben presto accorgersi di questa vivis- 
sima luce di poesia che a lui veniva d' oltre Appennino ed a 
lei si rivolgesse per tempo, prima colla curiosità del fanciullo 
ignaro, poi coli' ammirazione del poeta erudito. 

Cosicché la conoscenza che del Guinizelli ebbe l' Alighieri 
deve, innanzi tutto, avere attraversato questi periodi e subite 
queste trasformazioni : prima, dovette pervenirgli, quand' era 
ancora in tenera età, una vaga confusa notizia di quel grande, 
ond' egli fu costretto quasi inconsciamente a innamorarsene ; poi, 
avendo tenuto conto delle lodi che i suoi stessi concittadini gli 
prodigavano e della splendida imitazione che alcuni suoi amici 
ne avevano già iniziata, fu indotto anch' egli a leggerne e stu- 
diarne le opere e conseguentemente ad ammirarle. Naturai ri- 
sultato di quest' ammirazione fu un rafforzamento di quell' af- 
fetto giovenilmente entusiastico che gli aveva posto in principio. 

Tale, a mio credere, la genesi e l'evoluzione di questa spe- 
cie di culto prodigato da Dante al Guinizelli ; ma in ciò, come 
ognuno vede, è assolutamente da escludersi eh' essi si conosces- 
sero personalmente. Questa conoscenza personale del resto, an- 
che se vi fosse stata, niente avrebbe potuto aggiungere all' am- 
mirazione del Fiorentino per 1' altro ; onde, poiché anclie le prove 
vi si manifestan contrarie, dobbiamo non tenerne alcun conto. 

Quando Dante abbia lette e studiate le rime del Guinizelli, 
noi non lo sappiamo affatto e ardua cosa sarebbe tentare di pre- 
cisarlo. È certo però che nell' anno 1292 egli aveva già termi- 
nate tutte quelle poesie giovenilmente amorose, che illustrò arti- 
sticamente nelle prose della Vita Nuova (1) e in più d' una delle 
quali fece chiaramente intendere d' essere fedele interprete e pro- 
pagatore della teoria guinizelliana dell' amore spiritualmente con- 
cepito e celebrato. È notevole, fra gli altri di quella raccolta dan- 
tesca, il sonetto 10^ « Amor e 'l cor geìitil sono una cosa >>, il quale 
manifesta, e non soltanto nello spunto iniziale, come la lettura 



(1) Vedasi, per tale questione, quanto dice T. Casini, ha Vita 
Nuova di D. Aligh. ecc. Firenze, 1905. Introduzione, a pagg. XVII e sgg. 



— 187 — 

della famosa canzone di Guido « Al cor gentil ripara sempre 
amore » dovesse essere recente per 1' Alighieri ; chiunque legga 
quel sonetto è costretto a riconoscere eh' ella doveva aver la- 
sciato neir animo di lui una protonda, incancellabile impressione. 
11 germe poetico già da sé fecondissimo, diffuso per essa dal 
Guinizelli, aveva trovato in lui 1' elemento piìi adatto alla com- 
prensione ed espansione complete. Anche di quel sonetto, è vero, 
non è facile determinare precisamente 1' epoca della composi- 
zione ; ma tutti si accorderanno nel credere che si tratti di una 
delle prime poesie di Dante in quanto che, oltre le bellezze ed 
i pregi non piccoli, vi si notano altresì quei difetti e quelle 
mende scolastiche che sono proprie d' un esordiente. Che poi sia 
da assegnarsi ad anno anteriore al 12fJ0, lo fa capire il fatto che 
mentre le altre poesie composte da Dai; te dopo la morte di Bea- 
trice offrono caratteri e intonazioni ben diverse e sono pervase 
di una dolce mestizia, questa invece è serena nella sua indiffe- 
renza gaia e giovenile ; le une in generale rivelano un dolore e 
uno sconforto profondo ora celato ed ora palese, 1' altra in parti- 
colare, una grande compiacenza di vivere e di partecipare alla 
massima gioia dalla Provvidenza accordata agli animi gentili, 
r amore. Se quindi, come par vero, quel sonetto è stato scritto 
non pili tardi dell' anno J287, è segno evidentissimo che Dante 
già in età di ventidue anni -aveva siffattamente assimilato lo spi- 
rito e le tendenze della nuova poesia da ricavarne anche allora 
mirabili frutti. 

A lui fin da quel tempo la celebre canzone di Guido dovette 
sembrare cosa mirabilmente perfetta, né egli potè mai d' allora 
in poi dimenticarsene, ma anzi ebbe a rammentarla sovente, ora 
spiegandone scientificamente ed ora artisticamente esaitandone 
il concetto, anche negli scritti suoi posteriori. Egli, invero, ne 
fa largamente parola nelle sue opere filologiche e dottrinali (1), 
e si mostra poi per tutta la vita così compreso e ammirato della 
profonda verità racchiusa in quel concetto poetico che perfino 
in una delle più splendide situazioni eh' egli stesso aveva intro- 
dotto nella sua Commedia sente la necessità di tornare a quel 
motivo fondamentale della lirica sua giovanile per illuminare di 
pili alta poesia un quadro già altamente drammatico di pas- 
sione amorosa. Chiunque abbia letto il voema sacro non può es- 
ser rimasto indifferente alla narrazione che vi si fa del tragico 
amore di Paolo e Francesca ; e tutti si ricorderanno del pari come 
ivi, quando la narrazione sta per raggiungere il vertice sublime 
dell' arte e il labbro ardente della sventurata e appassionata 



(1) Per es., in De vulgar. eloq., I, 2 ; e II, 5 e nel Conviv., IV, 20. 



— 188 — 

donna si fa a raccontare in qual modo 1' amoroso fuoco si ap- 
prendesse alle loro anime, il poeta non ha saputo né voluto porre 
altra espressione sulle labbra di quella infelicissima, che quella 
ormai famosa 

' « Amor, che al cor gentil ratto s' apprende » ( 1 ), 

colla quale egli, oltreché esprimere in modo efficace e impareggia- 
bile un profondo concetto, riprende ancora, mirabilmente varian- 
dola ed elevandola, la nota teoria del saggio bolognese. 

Ma non fu questo soltanto il pensiero poetico che Dante 
acquistò per primo dal Guinizelli, né fu la 5* canzone 1' unica 
poesia eh' egli conoscesse di lui. Essa fu piuttosto la prima, come 
altresì la piìi completa e definita e importante ; ma anche di altre 
sue egli si dovette render conto assai presto, quali, per es., la 
€anzone « Tegnol di folle impresa allo ver dire » e 1' altra « Con 
gran disio -pensando lungamente » (2). Della prima di queste in- 
fatti egli cita, in una sua prosa scientifica (3) il primo verso, 
ed all' altra allude assai chiaramente nel sonetto della Vita Nuova 
« Molti volendo dir che fosse Amore )) dove, ai vv. 7-8, così si 
esprime : 

« ed altri disser eh' era disidero 

di voler, nato per piacer del core ». 

Dopodiché, nessuno mi vorrà negare che quando Dante 
scriveva così doveva avere ancora presenti e luminosi al pen- 
siero i vv. 12-13 di quella canzone guinizelliana : 

« E par che da verace piacimento 
lo fino amor discenda ». . 

Altri e mirabili e profondi concetti poi, oltre la teoria fon- 
damentale di Amore e cor gentile, acquistò sicuramente 1' Ali- 
ghieri collo studio della poesia di Guido. Quest' ultimo, sempre 
nella famosa canzone 5* verso la fine, era uscito in quella tutta 
medioevale ed ascetica figurazione della propria anima la quale, 
comparsa, come il personaggio di una sacra rappresentazione, 
dinanzi al Tribunale di Dio e da lui biasimata per essersi per- 
duta dietro al vano amore di una creatura mortale, gli risponde 
scusandosi (v, 58 sgg.) : 

« .... tenea d' angel sembianza 

che fosse del to regno 

non fea fallo, s' eo li posi amanza ». 



(1) Inferno, cant. V, v. 100. 

(2) Sono rispettivamente la VII e la IV del nostro Canzoniere. 

(3) De vulgar. eloq., II, 6. 



— 189 — 

Questa frase del Bolognese, sublime nella sua semplice pro- 
fondità, fu, come ognun sa, 1' origine di quella esaltazione e divi- 
nizzazione della donna che appare così frequente e spiccata nei 
poeti immediatamente e direttamente successori di lui, e quindi 
trae il suo inizio il concetto artisticamente nuovo della donna 
angelicata che poi tanta importanza acquistò iiella nostra poesia. 

Ora, mentre Guido Cavalcanti e gli altri Fiorentini minori 
e lo stesso Tino da Pistoia, perfettamente convinti dell' eccel- 
lenza di quelita innovazione spirituale, tendevano coi loro versi 
ad estrinsecarne ed illustrarne la occulta suggestiva bellezza ; 
-Dante stesso, che al pari di loro n' era rimasto ammirato, li su- 
perava naturalmente tutti d'un tratto nell' intento e nell' ef- 
fetto dell'opera. Poiché già nel sonetto «Tanto gentile e tanto 
onesta pare)) (1) egli ne dava la più perfetta e precisa esplica- 
zione che si potesse desiderare, quando soavemente cantava 
(vv. 1;M4) : 

« e par che sia una cosa venuta 

di cielo in terra a niiracol mostrare ». 

Anzi, nella composizione di tutto quanto quel sonetto in 
generale, egli dà mostra d' averne ben conosciuto anche un al- 
tro meraviglioso del Giiinizelli, quello « Voglio del ver la mia. 
donna laudare )> (2), col quale il Bolognese aveva posto in modo 
insuperabile i termini della nuova lirica amorosa e tratteggiato 
così dolcemente la figura della sua donna, dipingendone i deli- 
cati contorni in maniera tanto insolita e visiva, nella sua pu- 
rezza, da farne risultare una splendida miniatura. 

Ne di fronte a così nuova e poetica rivelazione poteva rima- 
nere impassibile 1' Alighieri, e tanto meno insensibile ; egli invece 
ne fu e se ne dette a conoscere talmente compreso ed entusia- 
smato, che in piìi d' un luogo dell' intera sua opera di scrittore 
non ne disconosce né asconde F affettuosa memoria. Frutti diretti 
e nobilissimi di essa appaiono evidentemente i famosi sonetti 
della Vita Nuova « Ne li occhi porta la mia donna Amore » e 
u Vede perfettamente ogne salute » (3), quanto di meglio cioè 
la Musa giovenile di Dante abbia saputo produrre. Ma l'influenza 
di quel modello fu tale da non limitarsi, riguardo all' Alighieri 
ed agli altri poeti suoi contemporanei e successori, a questi segni 
soltanto e da invadere a pervadere invece quasi completamente 
la restante copiosa produzione di liriche dotte. 



(1) È il sonett(^ XV della Vita Nuova, cap. 26°. 

(2) È il Sonetto XVI della nostra Raccolta. 

(3) Sono, rispettivamente, i sonetti XI, cap. 21^' e XVI, cap. 26°^ 



— 190 — 

Nella Divina Commedia però, tranne in qualche particolare 
accenno, ciò non accadde con tanta frequenza, ed è naturale : 
poiché ^colà, non trattandosi esclusivamente di lirica o poesia 
soggettiva, ma trovandovisi fuse insieme e contemperate tutte 
quante le altre parti anche oggettive della poesia, 1' autore non 
vi si sente piii tanto costretto a subire 1' influsso e seguire l'esem- 
pio del Guinizelli o di altri diretti predecessori ma, secondando 
unicamente il suo genio, si sottrae ad ogni sia pur felice imita- 
zione di maniera e di scuola improntando 1' opera tutta della 
propria potente e spiccata personalità. Ivi Beatrice, passata or- 
mai dal secolo all' eternità e non più ridente di bellezza terrena 
agli occhi del mondo, resta invisibile e muta per la maggior parte 
del poema, pur non cessando di operare anzi di dirigerne occul- 
tamente per qualche tempo lo svolgimento soprannaturale. 
Quand' ella però finalmente si manifesta nel l^aradiso terrestre, 
tutta circonfusa di luce e in mezzo alle angeliche armonie, e ascende 
col suo poeta, in un' estasi di amore, fino al trono dell' Altis- 
simo, ov' ella appare glorificata e indiata, vien fatto naturai 
mente di pensare che queir idea della donna aìigelicola, dopo 
avere ispirato all' Alighieri le più belle poesie della giovinezza, 
non r aveva mai abbandonato per 1' avventuroso sentiero della 
sua vita ed ora, proprio al termine della sua esistenza, gli det- 
tava r ultimo altissimo canto. Dopodiché, chi vorrà disconoscere 
che queir idea appunto, suggeritagli primamente dall' arte del 
Guinizelli, fosse stata capace d' indurlo a -: dire della sua donna 
quello che mai non era stato detto di alcuna » (1) e tanto con- 
tribuisse alla creazione di quel capolavoro di scienza e di poesia 
che coronò degnamente 1' opera sua di scrittore ? 

Che Dante dunque attingesse largamente e ripetutamente 
alla poesia del Guinizelli e ne derivasse, ampliandoli e modifi- 
candoli, i motivi migliori della sua lirica amorosa, non è sol- 
tanto una supposizione ma un fatto. Sta a vedere però se questa 
sua imitazione fosse originaria e diretta da parte sua, o se pure 
egli vi giungesse indirettamente, attraverso cioè la poesia di al- 
tri Fiorentini suoi maggiori ed amici. Veramente, non e' è nes- 
suna difficoltà ad ammettere che egli, pur senza bisogno 
d' intermediari, riuscisse da se a raggiungere il suo grande 
modello, né la lingua usata da questo né V epoca in cui 
era fiorito potevano apparirgli così lontane e diverse dalle sue 
oh' egli non la intendesse perfettamente e non si ritrovasse a 



(l) Sono press' a poco le stesse parole colle quali Dante termina 
il suo libello della Vita Nuova (cap. 42°) quasi alludendo all' imminente 
•composizione della Commedia. 



— 191 — 

suo agio neir interpretare e apprezzare i suoi alti concetti. Il 
fatto però di vedere che, certamente prima di Dante, F amico 
suo Guido Cavalcanti, aveva già sfruttato il motivo caratteri- 
stico degli elTetti salutari prodotti dal passaggio della sua donna 
esaltandoli nel mirabile sonetto 

« Chi è qviesta che veii eh' ogn' om la ìtiira 
e fa tremar di chiaritale 1' a' re » 

o nel]' altro non meno sublime e forse più felicemente rappre- 
sentativo nella sua giovenile e primaverile freschezza 

«Avete 'n vo' lì fiori e la verdura» (1) 

è tale da far dubitare della originalità di questa imitazione da 
parte dell' x\lighieri, se non addirittura da far credere che a 
quella lo inducesse V esempio del suo grande ricino e di altri. 
Era, si ricordi, il tempo in cui anche Dino Frescobaldi cantava 

« E quando a salutar Amor la induce, 
onestamente gli occhi move alquanto, 
che danno quel desio, che ci favella. 

Sol dov' è nobiltà gira sua luce, 
il suo contrario fuggendo altrettanto, 
questa pietosa giovinetta bella » (2). 

Tutto ciò va detto, o accennato anche brevemente, per far 
capire come Dante potesse trovare benissimo nei suoi stessi con- 
cittadini queir invito eloquente, se pur non vogliamo dire quel 
tramite, che lo spinse a risalire alle fonti della lirica guini- 
zelliana. 8e egli poi si servisse di questo tramite, rielaborando 
le idee del Guinizelli già adombrate nell' opera di quei suoi primi 
seguaci, o se invece ricorresse direttamente da. solo alle origini 
di queir altissima ispirazione, ardua cosa sarebbe il decidere e, 
quand'anche \'i si riuscisse, scarso o nessun vantaggio ne derivebbe 
allo studio della poesia dantesca in generale e a questi confronti 
in ispecie. 

Infatti, direttamente o indirettamente che fosse, non v' ha 
dubbio che l' opera poetica del GuinizelU fu conosciuta non solo, 
ma anche compresa, ammirata e imitata dall' Alighieri ; e questo, 
che unicamente importa ad ognuno, lo possiamo aflermare con 
sicurezza e senza esitazione. Di piìi potremmo aggiungere, e 



(1) V. i sonetti dell' ediz. E. Rivalta, Le rime di Guido Cavalcanti. 
Bologna, 1902, pagg. 107 e 108. 

(2) V. il Sonetto « Questa è la giovinetta e' Amor guida » in G. Ber- 
tacchi. Poesie predantesche. Milano, Sonzogno. 



— 192 — 

dietro quanto abbiamo or ora accennato e sulla scorta di tutta 
r opera poetica del Fiorentino, che questi dovette cominciare 
assai presto a gustare le ideali concezioni del Bolognese giacché 
fin nelle sue liriche giovanili ne è palese la imitazione. Nessuno 
infatti vorrà negare che la maggior parte di queste risentano 
dell' influenza di quelle e che talune in ispecial modo accusino 
uno studio recente e profondo ed un' ammirazione entusiastica 
per le felici rinnovazioni dal Guinizclli introdotte nella poesia. 

Tale imitazione dunque da parte dell' Alighieri incomincia 
per tempo e continua poi anche attraverso F ulteriore sviluppo e 
perfezionamento della sua opera poetica ; tanto che possiamo 
asserire eh' essa non si estingue mai ed è proseguita da lui, più 
o meno costantemente e sia proseguita nella composizione di 
tutti quanti i suoi scritti posteriori. A ciò egli era come istintiva- 
mente portato, oltreché dalla preparazione ed educazione reto- 
rica, anche e soprattutto dalle naturali tendenze alla medita- 
zione filosofica, dalla squisita sensibilità e dalla inclinazione a 
sollevarsi nelle zone più astratte e più pure dello spiritualismo : 
qualità tutte eh' egli aveva a comune col Guinizclli ed alle quali 
egli trovava il necessario alimento nella lettura delle rime di lui. 
Esse avranno certamente contribuito, piii e meglio assai che 
non sapessero fare i poeti contemporanei, ad innamorarlo ed 
avvincerlo alla sua poesia nobilissima. Né F Alighieri tardò a 
compiacersene principalmente per questo perchè, attraverso la 
lettura delle sue rime, intuì che F anima del Guinizclli era per- 
fettamente eguale alla sua, che tutti e due provavano gli stessi 
bisogni e le medesime aspirazioni ideali ed, avendo ambedue 
della donna un concetto egualmente elevato, si sentivano egual- 
mente e potentemente trascinati a celebrarne gli altissinù me- 
riti e le straordinarie bellezze in quei momenti soltanto in cui 
F ispirazione era più viva e sincera (1). Dante aveva prima intra- 
vedato e poi riconosciuto nell'altro il suo legittimo, diretto pre- 
cursore. 

Ecco il motivo principale, se non F unico, che spinse l'Ali- 
ghieri a innamorarsi perdutamente del Bolognese e a seguirne 
con lungo studio e f/rande anione le traccie luminose nei sentieri 
dell' arte. Onde è che, trovato nel Guinizclli il suo naturale mae- 



(1) Dante stesso, nel dare a Bonagiunta Orbiciani la definizione 
della nuova poesia, aveva così detto (Purg., XXIV, vv. 52-54) : 

« .... Io mi son un che, quando 
amor mi spira, noto, ed a quel modo 
che ditta dentro, vo significando ». 



— 193 — 

stro, egli non se allontana mai più dimostrando così d' averne 
sempre serbata grata e inalterata memoria. 

E inutile dire che, come conseguenza di questo studio assi- 
duo sulle poesie di lui ed anzi di pari passo con quello, cresceva 
e si sviluppava in Dante un' ammirazione sconfinata per quello 
scrittore, i cui versi gli erano non solo tanto piaciuti, ma sem- 
brati addirittura il colmo d' ogni perfezione poetica. Di quest'am- 
mirazione entusiastica, a dir vero, abbiamo traccie numerose^, 
sparse nelle opere dell' Alighieri, ma la prova più chiara resta 
sempre quella dell' imitazione costante e felice fattane da lui ; 
poiché, se Dante imitava ripetutamente i concetti e le forme 
di quel poeta, è superfluo dire eh' ei li doveva già prima avere 
apprezzati e ammii'ati moltissimo. Ma, oltre a ciueste indirette, 
altre più dirette e più esplicite prove della medesima asserzione 
risultano dalie lodi, ne poche né piccole, dall' Alighieri a lui 
tributate. 

In un luogo, per es., di quel suo opuscolo scientifico che 
s'intitola De vulgari eloquio (1), per dimostrare che la parola 
amor ricorre nella stessa forma presso i trilingues doctores (cioè, i 
poeti in lingua d' oc, d' oil e del sì) cita, come esempio del vol- 
gare italico, i vv. 3-4 della canzone più famosa di G. Guinizelli, 
nei quali la parola amor appare due volte ; dimostrando all' evi- 
denza, in tal modo, che il Guinizelli doveva allora sembrargli, 
come poi fece capire anche in seguito, il vero degno rappresen- 
tante della lingua e della poesia italiana tutta quanta. Similmente,, 
in un altro punto della medesima opera (2), avendo da rammen- 
tare i poeti bolognesi del dugento. Dante, per distinguere Guido 
Guinizelli da Guido Ghisilieri e dagli altri, adopera ad indicarlo 
r epiteto di maximus aggiunto al solo nome proprio e lo nomina 
innanzi a tutti e solo di lui cita il principio d' una canzone (3) ; 
coi quali segni fa chiaramente intendere in che gran concetto 
ei lo dovesse tenere. Altrove (4) 1' Alighieri ricorre alle simili- 
tudini ed alle teorie scientifiche del medesimo ed avendo da 
parlare della predisposizione delle anime a ricevere la virtù 
che la Divina Provvidenza cerca d' infonderAT^i, dice che ciò 
accade « siccome se una pietra margarita è male disposta, 
ovvero imperfetta, la virtù celestiale ricevere non può, siccome 
disse quel nobile Guido Guinicelli in una sua canzone che comin- 



(1) Lib. I., cap. 9. 

(2) De vulg. d., I, 15. 

(3) È qviella che incomincia : Madonna, il fermo core ; che è forse 
da identificarsi colla nostra XXVII, incertamcTite attribuita a (JuiDO. 

(4) Nel Convito, lib. IV, cap. 20. 

13 



— 194 — 

eia : « Al cor gentil ripara sempre amore ». Da ciò si capisce, non 
foss' altro, che della famosa canzone di Guido, Dante dovette 
conoscere qualcosa più che il principio, se, come par certo gli 
risuonavano allora all'orecchio i vv 11-12 di quella poesia: 

« Foco d' amore in gentil cor s' apprende 
come vertute in pietra preziosa ». 

Ma questa non fu la sola (lo abbiamo già accennato) delle liriche 
amorose e filosofiche del Guinizelli conosciute da Dante ; anzi egli 
ne ricorda, più qua e più là nelle sue opere, molte altre, tra le 
quali, per es., in un punto del De vulgari eloquio (1) la nostra 7* 

« Tegno di folle impresa allo ver dire » 

col qual verso intende di biasimare sé stesso e gli altri innamo- 
rati per essersi lasciati cogliere all' improvviso dai dardi d'amore. 

Ma, oltre e prima di tutte queste lodi più o meno indiretta- 
mente prodigate dall' Alighieri al Guinizelli, e' è il titolo di Sag- 
gio datogli con enfatica solennità in quel sonetto della Vita Nuova. 
nel quale, esponendo la sua opinione sulla genesi e 1' incremento 
di Amore, anche il Fiorentino sente il bisogno di tornare alla 
celebre formula guinizelliana per cui si dice che Amore e il cor 
gentile sono una stessa, ed unica cosa (2). 

Anche questa però e tutte le altre lodi, sparse e ripetute qua 
e là nel corso vario e ponderoso delle opere dantesche, non costi- 
tuiscono altro che il preludio diciamo così, o la preparazione ad 
una lode più completa, più ordinata e più alta che Dante ebbe 
sempre in animo di tributare alla memoria di quel suo grande 
predecessore. Questo suo giusto e onorevolissimo desiderio non 
poteva naturalmente essere attuato da lui altro che in quella 
delle sue opere la quale avesse offerto meglio spiccati i caratteri 
di superiorità intima ed estetica sulle altre ed avesse avuto, nel 
suo contenuto obiettivo, un riflesso più veramente universale. 
Quest' opera, a cui Dante aveva senza dubbio pensato fin dai 
suoi anni giovanili, quando cioè i due suoi fortissimi amori di 
Beatrice e della scienza si erano per lui potentemente fusi in un 
solo, era la Divina Commedia ; in essa egli si proponeva, fra le 
altre cose, di eternare, secondariamente, la infamia di quanti 
alla sua coscienza dignitosa e 7ietta erano parsi riprovevoli e, in 
primo luogo, la gloria di tutti coloro che fin dalla sua prima gio- 
vinezza avevano destato nel suo animo sensibile una profonda, 



(1) Lib. II, cap. 6. 

(2) È il sonetto X, cap. 20^" della V. N., del quale abbiamo par- 
lato più indietro e che incoixiincia press' a poco con quelle stesse parole. 



— 195 — 

affettuosa impressione. Da questi ultimi non si poteva e-ccet- 
tnare-, anzi bisognava necessariamente includervi, per debito di 
ammirazione e di riconoscenza, quel Guido Guinizelli che per 
primo in Italia aveva dato così splendido esempio di lirica elevata 
e profonda e, rinnovando le viete situazioni dalla poesia trova- 
dorica e guittoniana, additato e tracciato ai venienti il cammino 
e la mèta. 

Dante si ricordò bene di questo o, per dir meglio, non se 
ne dimenticò mai e, pur lontano dalla patria e atflitto da tante 
sciagure, serbò intatto e sempre più ravvivò qu.esto sentimento 
affettuoso e riconoscente per il precursore glorioso, cui stabilì 
<ii assegnare nel suo poema immortale un posto così chiaramente 
e onorevolmente distinto da confermargli in modo mirabile quella 
eternità di rinomanza fra gli uomini eh' egli stesso anche da 
solo s' era di già assicurata. Ecco 1' origine del canto XXVI del 
Purgatorio, meraviglioso in ogni parte ma semplicemente inef- 
fabile nella rievocazione sublime della figura del poeta bolo- 
gnese. 

Ma neppure della Divina Commedia è questo il solo luogo 
in cui Dante ci parli di lui, bensì quello in cui ne parla meglio e 
più diffusamente e quello insomma che, col ricostruirne la gentile 
figura, maggiormente contribuisce a tramandarcene intatta ed 
illuminata la gloria. Anche altrove però, nel corso di quel poema 
medesimo, 1' Alighieri, coli' animo e la mente così pieni ed entu- 
siasmati di quel saggio poeta, non si era potuto sottrarre alla 
tentazione di proclamarne più volte la grandezza con lodi così 
spassionatamente sincere che sono tanto più apprezzabili in 
quanto vengono da giudice così competente. Egli infatti in vari 
luoghi della' Divina Commedia aveva chiaramente accennato alla 
fama ben meritata del Guinizelli ed ai suoi altissimi meriti di 
erudito e di artista ; ma sopra tutti gli altri è notevole quel passo 
del canto XI del Purgatorio (1) in cui con una terzina mirabile 
e giustamente popolare ne definisce splendidamente il primato 
letterario e poetico. Siamo nel primo girone della penitenza, ove 
gli animi dei superbi si purgano della vanagloria e tracotanza 
da loro usate nel mondo, ed ivi il mite spirito di Oderisi da Gub- 
bio, dopo aver benignamente riconosciuto che la scuola di mi- 
niatori bolognesi da lui fondata ormai cammina gloriosamente 
da sé mercè 1' opera di Franco (2), e dopo essere uscito in quella 
sentenza tutta medioevale nelle sua ascetica rassegnazione « Oh 



(1) V. ivi i vv. 97-99. 

(2) Vedasi quanto ne abbiamo già detto sulla fine del 1° cap., a pro- 
posito dell' arte bolognese nel sec. XIII. 



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vanagloria delle umane posse ! » (1), dichiara in modo solenne- 
mente esplicito che, come a Cimabue era successo nel primato 
della pittura Giotto, così il Guinizelli era stato a sua volta supe- 
rato dal Cavalcanti : 

« Così ha tolto r uno all' altro Guido 
la gloria della lingua ecc.... ». 

Questa invero, nessuno vorrà negarlo, è una confessione, 
sia pure indiretta ma non meno sincera e completa, di ammira- 
zione tributata dal grande Fiorentino a chi era stato per lui guida 
ed eccitatore sapiente. Egli pone bensì quelle parole sulle labbra 
di altri, ma non bisogna dimenticarsi che qui, come in ogni altra 
parte della Commedia, dietro i vari personaggi fittizzi si nasconde 
sempre l'unica spiccata personalità dell' autore il quale, pur uni- 
formandosi alle loro particolari tendenze e salvando le regole 
di una probabile verosimiglianza, non rinunzia però mai a ma- 
nifestare i suoi profondi e precisi giudizi ma anzi li dichiara do- 
vunque solennemente. Questo è appunto uno dei tanti casi in 
cui all' anima di uno scomparso, cui ben convengono però tali 
ragionamenti. Dante fa dire precisamente quello che avrebbe 
detto direttamente egli stesso, se direttamente fosse stato richie- 
sto del suo parere in proposito. È questa un' arte che conoscono 
soltanto i sommi, ai quali è lecito formulare sentenze di asso- 
luta esattezza e profondità scientifica pur non disgiungendole 
dalle attrattive dell' arte, anzi inchiudendole in esse così abilmente 
da costringere il lettore a farsele sue quasi senza accorgersene 
o, per dir così, ad assorbire la verità dilettandosi, conforme la. 
nota sentenza. 

'( .... che il ver condito in molli versi 
i più schivi allettando ha persu so » (2). 

Dalla bocca adunque del grande miniatore umbro noi racco- 
gliamo, net a e precisa quale doveva essere, l'opinione di Dante 
riguardo all' arie e alla letteratura del sec. XIII. Egli si era ben 
accorto che sulla metà di quel secolo una grande e profonda tra- 
sformazione, una resurrezione vitale era avvenuta in tutto quanto 
il campo dell'arte e della poesia italiana, che un'era nuova or- 
mai iniziavasi per le nostre genti, e la plastica e la letteratura, 
nobilitate e perfezionate, cominciavano ad ingentilire i costumi 
ed abbellire la vita. Era quella 1' alba del Rinascimento ita- 
liano, né a Dante era sfuggito questo fenomeno benefico, foriera 



(1) L. cit., V. 91. 

(2) T. Tasso, La Gerusalemme liberata, cant. I, 3, vv. 3-4. 



— ioi- 
di tanta luce e di tanta grandezza. Anzi egli se n' era talmente 
<3onvinto che non aveva neppur esitato a riconoscerne i corifei 
ed i maestri. Cimabue fu per lui il precursore della grande pit- 
tura italiana, e precursore della nostra grande poesia non po- 
teva essere stato altri che Guido Guinizelli, il poeta ed il saggio. 
Al primo era succeduto un così grande discepolo, Giotto, il quale 
superò di tanto i meriti e 1' abilità del maestro da oscurarne com- 
pletamente la faìna ; al secondo stava ormai per succedere un 
seguace così illuminato e geniale che alla fedeltà perfezionata, 
dell' interprete doveva aggiungere il contributo vivificatore del 
proprio ingegno, il poeta sommo per eccellenza, Dante Ali- 
ghieri. 

Questo, è vero, Dante non lo dice, per motivi troppo facili 
ad intendersi tra cui la sua naturale modestia e il trovarsi in 
quel girone del Purgatorio dove per 1' appunto si punivano le 
colpe di vanagloria o di superbia e dove sarebbe stato meno con- 
veniente che altrove non uniformarsi agli esempi di umiltà ivi 
-chiaramente esaltati ; egli non lo dice quindi naturalmente e ne- 
•cessariamente ma, pur tacendo, lo lascia chiaramente intendere. 
Dopo il Guinizelli, egli dice (1), il primato della lingua fu te- 
nuto da Guido Cavalcanti, amico suo ; ma, appena pronunciate 
•queste parole, 1' anima di Oderisi si affretta a notare che 

« forse è nato 
chi r vino e 1' altro caccerà di nido » (2). 

Con ciò egli fa capire di conoscer bene come i meriti e i pro- 
gressi del Cavalcanti nella poesia non fossero così profondi, de- 
finitivi e durevoli come quelli di Giotto nella pittura, tali in- 
gomma da assicurargliene per lungo tempo il primato ; egli ri- 
tiene che la posizione elevata guadagnatasi dal Cavalcanti non 
debba esser per lui definitiva, ma provvisoria soltanto, e che 
ormai un altro poeta sia per sorgere il quale, oscurando la fama 
•di ambedue, siederà incontrastato e perenne sul trono della gloria. 
Onde r Alighieri, né vanitoso né superbo, almeno in questo caso, 
ma cosciente del proprio valore, non poteva con quelle parole 
ad altri alludere che a sé stesso. 

Anzi, anche in questa sentenza, per dir così, profetica, egli 
si mostrò praticamente quel profondo conoscitore di uomini e 
di cose umane, che tutti sanno. Egli capiva che la scuola pit- 
torica iniziata da Cimabue doveva essere, come poi fu difatti per- 
fezionata e portata a, vera grandezza da Giotto il quale, avendo 



(1) V. sempre canto e versi citt. del Purgatorio. 

(2) Idem, vv. 98-99. 



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aggiunto al compito d' imitatore ed interprete del maestro 1' o- 
pera sua individuale, era riuscito grande in sé solo e con lui 
si era estinta, compiendosi, quella primitiva fioritura. Qualcosa 
di simile aveva fatto pure il Cavalcanti e con esso lui sarebbesi 
chiusa la bella scuola dello altissimo canto, la quale attenendosi 
rigidamente ai suoi stretti princìpi avrebbe finito coli' uccidersi 
da sé stessa per il sovrammettersi eccessivo dei propri difetti, 
se il provvido accorgimento di Dante non 1' avesse in tempo 
salvata. Egli, invero, non fu soltanto imitatore ed interprete del 
Guinizelli ma, come Giotto, illustratore o, meglio, rinnovatore 
e ravvivatore della sua bella maniera ; onde introdusse nella lirica 
italiana, che già cominciava a invecchiarsi, nuovo indirizzo ed,, 
unendovi una maggior profondità di concetti scientifici ad un 
più libero volo d' ispirazione sincera, potè in tal modo assicurare 
a lei ed a sé stesso V immortalità. 

C è pure un altro luogo nel Purgatorio dantesco, in cui, 
sebbene il Guinizelli non vi sia neppur nominato, è palese tut- 
tavia la costante ammirazione nutrita per lui dall' autore la quale, 
anche se non espressa troppo chiaramente, è nondimeno felice- 
mente adombrata. Chiunque infatti abbia letto il canto XXIV, 
dove le anime dei golosi si presentano a Dante in folla ed egli vi 
riconosce, in mezzo ai tanti, papa Martino IV e, meglio degli 
altri, il poeta lucchese Bonagiunta Orbiciani « che piìi parca di 
me aver contezza » (1), si ricorderà che 1' Alighieri, messo in 
curiosità dal nome di Gentucca misteriosamente pronunziato da 
lui, viene a sapere che in Lucca era già nata una fanciulla che 
gli farebbe piacere la sua città (2). L' Orbiciani però, appena 
confermatagli questa profezia, quasi per timore d'averlo confuso 
con un altro, domanda se è proprio lui quel Dante Alighieri che 
fuori 

trasse le nuove rime, cominciando : 
Donne, eh' avete intelletto d' amore » (3). 

Dante non risponde direttamente a quella domanda, ma lo ras- 
sicura tuttavia nel suo giudizio affermando : 

« .... Io mi son un che, quando 
Amor mi spira, noto, ed a quel modo 
che ditta dentro, vo significando » (4). 



(1) Canto cit. del Purgai., v. 36. 

(2) Ivi, vv. 44-45. 

(3) Ivi, vv. 50-51. 

(4) Ivi, vv. 52-54. ' 



— 199 — 

A tale definizione così esatta e, al tempo stesso, artistica- 
mente geniale, Bonagiunta non dubita piìi, neppur minimamente, 
di aver che fare proprio con quell' Alighieri, a cui intendeva di 
parlare, né di ciò si preoccupa più. Ma, rimasto naturalmente 
stupito alla rivelazione inattesa e sorprendente di quello eh' era 
r intimo e segreto valore della nuova scuola poetica, esce in una 
esclamazione così sincera e calda nella sua semplice ingenuità 
che rivela tutto quanto 1' accoramento sbigottito e confuso del- 
l' umile verseggiatore di fronte al poeta grande e un certo qual 
senso d' invidia compatibile colla sua condizione presente : 

« O frate, issa veggio, disse, il nodo 
che il Notaro e Guittone e me ritenne 
di qua dal dolce stil nuovo eli' i' odo » (1). 

Quanto malinconico rimpianto in questa confessione sfug- 
gitagli spontaneamente dal labbro all' udire quel solenne e sot- 
tile enunciato di artistica superiorità ! 

In questo episodio, è vero, la figura del Guinizelli non è men- 
zionata, ma chi vorrà negare, ripeto, eh' ella traspaia dovunque in 
modo luminoso e che anzi la sua immagine si vada sempre ingran- 
dendo e lumeggiando di piti a mano a mano che si procede nella 
narrazione e che l'importanza del racconto ascende e si afferma ? 
Da chi era venuta a Dante per lo meno l' idea, se non addirittura 
r ispirazione, di quelle nuove rime filosofiche di cui gli chiede il 
Lucchese, se non da quanto di analogo già prima aveva composto 
il Guinizelli ? E quella stessa definizione così esatta e geniale 
della nuova scuola poetica, che poi è passata tal' e quale in do- 
minio della scienza, non è forse il risultato diretto e necessario, 
a cui la genialità di Dante era pervenuta dopo lo studio assi- 
duo, la comprensione completa e la modificazione felice eh' egli 
aveva apportato alla lirica dottrinale di lui ì Ed infine, la di- 
chiarazione dell' Orbiciani, anzi appunto questa, con cui egli 
riconosce implicitamente l' error suo e di molti contemporanei 
di aver seguito un indirizzo poetico ormai non piii rispondente 
ai progrediti bisogni, e confessa esplicitamente che a questo stil 
nuovo è ormai destinato un definitivo trionfo ; tutto questo, in- 
somma, non costituisce forse la migliore e maggiore glorificazione 
che r ^Alighieri poteva tributare al suo illustre predecessore ? 
La gloria di questi ivi di tanto si accresce di quanto il suo nome 
vi è costantemente taciuto, e nondimeno la sua figura vi gigan- 
teggia vie più poiché chi vuole addentrarsi nell' interpretazione 
del fatto deve riconoscere che egli appunto risulta causa e prin- 



(1) Ivi, vv. 55-57. 



— 200 — 

cipio di cosi benefìci effetti e che il non esservi mai nominato dal- 
l' autore è. una ragione di più per costringere il lettore a racco- 
gliere tutti i suoi pensieri e rivolgerli, con entusiastica ammira- 
zione, verso quel personaggio cui 1' avvincerà maggiormente 1' in- 
teresse della ricerca. L' aver poi messo queste lodi sulle labbra 
altrui e aver fatto sì che un rivale in arte, anzi nemico addi- 
rittura, s' inchinasse qui a riconiscere i meriti di quella sua rin- 
novazione, era quanto di meglio si poteva immaginare per costruire 
un grandioso piedistallo a quel monumento solenne che del Gui- 
nizelli egli si apprestava a scolpire. 

I due passi del Purgatorio, dei quali abbiamo parlato fin qui, 
concorrono anch' essi, piti o meno direttamente, alla glorifica- 
zione del Guinizelli, ma in nessuno di loro si trova quella com 
piuta esaltazione di lui che naturalmente sarebbe da aspettarsi. 

Questa però, anziché tralasciarla, Dante 1' aveva riserbata 
al. Purgatorio medesimo e, senza rinunziarvi affatto, 1' andava 
preparando e maturando in modo eh' ella dovea riuscire degna 
e veramente corrispondente. Alla memoria di Guido, come a quella 
di tanti altri, esaltati o biasimati da lui, egli aveva preparato 
un monumento imperituro eh' egli poi gettò e fuse mirabilmente 
nelle ineffabili terzine del XXVI di quella Cantica stessa. Quanto 
del maestro aveva detto sin qui non doveva essere altro che 
un' introduzione e un avviamento a quanto d' ora innanzi inten- 
deva di altamente cantare. 

Anche la scelta del luogo, in cui l' anima grande del Bolo- 
gnese è destinata a soffrire temporaneamente, non è punto ca- 
suale, come a prima vista potrebbe parere, ma anzi opportuna 
e conveniente quant' altra mai. Siamo nel Purgatorio, la cantica 
della dolce mestizia, della soave rassegnazione, del pentimento 
e della speranza. Ivi, per tutti i canti è diffusa un' aura serena 
di pace, una mitezza cristiana di spirito e una primaverile fra- 
grante armonia, che si concilia la benevolenza del lettore e gì' in- 
duce neir animo, accorato e disgustato per il lungo straziante 
viaggio attraverso 1' Inferno, un raggio di fede e di bontà che 
avviva gli occhi puri di quelle anime e ispira le loro dolci parole. 
Questo spirito di contrizione benigna e di rattenuta esultanza 
va sempre più crescendo in meravigliosa armonia di suoni e di 
tinte man mano che si ascende il sacro monte del Purgatorio e 
che ci si appressa alla cima benedetta del Paradiso terrestre. 
Quanto più ci si avvicina, in questa desiosa ascensione, alla mèta 
tanto agognata, tanto più diminuiscono d' intensità le pene e 
le sofferenze dei peccatori e s' insinua a poco a poco nelle anime 
loro un po' di quella spirituale letizia che solo nel Paradiso do- 
vrà esser completa. 

Nel settimo cerchio, ultimo delle cornici del Purgatorio, 



— 201 — 

sono condannati alla penitenza i peccatori carnali i quali non 
hanno commesso colpe così gravi come gli altri del secondo cer- 
chio infernale o, meglio, sono stati in tempo, prima di morire, 
a pentirsi dei loro errori. Comunque è questo, giova ricordarselo 
bene, il cerchio dell' amore e della lussuria ; e come ai pecca- 
tori di questo genere Dante è stato benigno persin nell' Inferno 
e, pur fra i tormenti, li ha singolarmente privilegiati colla mi- 
tezza della pena, così anche qui trova per loro un luogo migliore 
di tutti gli altri e descrive il loro ambiente e le loro sofferenze 
con tinte e forme squisitamente gentili. Non bisogna dimenti- 
carsi che siamo nell' ultima cornice del Purgatorio propriamente 
detto e, così facendo, Dante ha voluto intenzionalmente assegnare 
ai lussuriosi il luogo più elevato e più prossimo al Paradiso, di 
tutti gli altri ; essi si trovano a confine (passi 1' espressione) col 
Paradiso terrestre e quasi ne aspirano le miti brezze odorate, 
appunto perchè Dante ha sempre considerato la loro colpa come 
la più leggiera e meglio scusabile di tutte le altre. E anche solo 
in questo si può scorgere di quanta devozione filiale ei fosse ani- 
mato verso il Guinizeìli ; peccatore doveva pur riconoscerlo, come 
noi pure vedremo esser necessario, ma tuttavia lo ritiene colpe- 
vole del vizio più scusabile e più bello, se così si può dire, e gli 
assegna come pena la più lieve di qualsiasi altra. Questi lussu- 
riosi sono condannati anch' essi, ma ad un tormento molto di- 
verso da quello dei lussuriosi dell' Inferno : questi sono trasci- 
nati da una bufera infernal che mai non resta, simbolo della loro 
passione irresistibile e struggitrice ; i nostri invece ardono lenta- 
mente, senza però estinguersi, in un fuoco perenne, il fuoco della 
carità che, purificandoli dal loro torto amore verso il mondo e 
le creature, li rivolge al vero amore, verso Dio. 

Su tali basi levandosi e movendo da questi princìpi. Dante 
costruisce in questo canto XXVI del Purgatorio un episodio me- 
raviglioso, pari per pittura d' ambiente, soavità di sentimento 
e nobiltà di linguaggio, agli altri luoghi della Commedia nei quali 
ha dovuto parlare di questi peccatori d' amore. Il nostro canto, 
invero, per tutti questi caratteri corrisponde pienamente al V 
dell' Inferno e al IX del Paradiso : il canto di Guido Guinizeìli, 
in altri termini, è un capolavoro d' arte precisamente come lo 
sono quello di Francesca da Rimini e quello dì Cunizza da Romano. 

In questo settimo cerchio del Purgatorio l' Alighieri, in com- 
•pagnia di Stazio e di Virgilio, era già entrato verso la fine del pre- 
cedente canto XXV, nel quale aveva pur cominciato a parlare di 
questi peccatori accennando anche al genere di penitenza osservato 
da loro ed ai motti di castità e fedeltà coniugale che a mo' di am- 
menda delle incontinenze passate, essi dovevano andar ripetendo 
neir aggirarsi attorno al vertice della sacra pendice. Fin dal prin- 



— 202 — 

cipio poi del canto XXVI, secondo che narra il poeta, quelle 
medesime anime si fermano attonite, come avevano fatto tante 
altre, nel vedere che il corpo di Dante proietta la sua ombra sul 
loro fuoco e s' immaginano eh' ei sia un uomo vivo e vero, in 
carne ed ossa « .... Colui non par corpo fittizio » (1) ; ma subito, 
mentre molti di quei peccatori si vanno accostando ai poeti per 
meglio rendersi conto dello strano fenomeno, 1' anima di Guido 
Guinizelli, che però conserva ancora l' incognito, si rende inter- 
prete di questo desiderio suo e dei compagni e, rivoltasi a Dante, 
gli dice : 

« O tu che vai, non per esser più tardo, 
ma forse reverente, agli altri dopo, 
rispondi a me che in sete ed in foco ardo » (2) 

e continua supplicandolo, a nome suo e dei compagni, di spie- 
gargli come mai la sua immagine faccia ombra 

« .... come se tu non fossi ancora 

di morte entrato dentro dalla rete » (3). 

Ecco dunque che fin da principio la figura del Guinizelli 
si distingue fra tutti i suoi compagni, in quanto risulta rappre- 
sentante di tutta la loro categoria. Il lettore anzi tanto più s' in- 
teressa a questo personaggio, quanto maggiormente la sua curio- 
sità è stimolata dall' ignoranza del suo nome e della sua qualità 
e da queir aria di mistero con cui viene introdotto un tanto at- 
tore del dramma grandioso ; e questi naturalmente, grazie alle 
belle parole postegli sulla bocca dall' Alighieri, riesce subito a 
guadagnarsene, oltreché V interesse, la stima e la simpatia. 

La risposta di Dante alle anime sarebbe sollecita ed esau- 
riente, se le sue parole non fossero ritardate da un fenomeno 
che richiama a sé 1' attenzione di lui. Un' altra schiera di peni- 
tenti, venendo incontro alla prima si ferma un momento intanto 
che ciascuno di loro abbraccia e bacia affettuosamente i com- 
pagni di sventura e poi tutti si ritirano di nuovo in direzione 
contraria contenti a breve festa. Ma quali parole melodiose e soavi 
non ha saputo trovare il poeta a questo punto, dove la sempli- 
cità affettuosa della descrizione commuove ed esalta ; si prova, 
a leggerle, 1' idea che quelle anime siano davvero colpevoli sol- 
tanto di amore e che perciò questo eccesso di carità male intesa 
aggiunga alle loro figure come un'aureola di beatitudine pre-- 



(1) Purgatorio, cant. XXVI, v. 12. 

(2) Idem, idem, vv. 16-18. 

(3) Idem, idem, vv. 23-24. 



— 208 — 

nunziatrice di quella gloria che ormai le attende da presso. Il 
quadro poi si chiude in quella mirabile comparazione che mal 
sarebbe voler riassumere e tanto peggio spiegare : 

« Così per entro loro schiera bruna 
s' ammusa 1' una con 1' altra formica, 
forse a espiar la via e lor fortuna» (1). 

Indi le due schiere si allontanano, gridando i componenti 
di ognuna un motto o esempio di castità, e corrono via frettolo- 
samente allo stesso modo che le gru le quali cambiano di cielo 
col mutare della stagione. Quando la schiera di anime, colle quali 
i poeti s' erano già intrattenuti, torna a passare dinanzi a loro 
un' altra volta, esse attendono ancora la risposta di Dante il 
quale, dolcemente chiamandole 

« .... O anime sicure 
d' aver quando che sia di pace stato » (2), 

fa loro sapere eh' egli non è ancor morto e, trovandosi lì in carne 
ed ossa, si dispone a salire al cielo per non essere più cieco, grazie 
all' intercessione di Beatrice. Soddisfatta in tal modo la giusta 
curiosità, il poeta domanda loro, affettuosamente supplicandole 
per quel desiderio vivissimo che hanno di giungere al paradiso, 
che gli manifestino la propria condizione e qualità e dicano al- 
tresì chi sono quegli altri dileguatisi in direzione opposta. Le 
anime restano ancora un po' in silenzio, profondamente ammi- 
rate dell' inattesa rivelazione fatta loro da Dante, ma finalmente 
r anima che aveva già parlato con lui gli spiega la qualità di cia- 
scuna delle due schiere di lussuriosi. 

L' importanza di Guido Guinizelli in questo episodio appare 
quindi fin dal principio evidente, mentr' egli cioè non si è fatto 
ancora conoscere ; ed è così appunto che Dante, stimolando la 
curiosità del lettore ad interessarsi di questo personaggio tuttora 
ignoto, eccita il desiderio di conoscerlo meglio e ne prepara a 
poco a poco la rivelazione. La bontà poi squisita dello spirito 
magno, quella sua dote cioè che serve a meglio avvincerci a. lui, 
si rivela chiara e completa nel fatto eh'' ei non attende che 1' Ali- 
ghieri gli chieda notizia di ciascun penitentei n particolare ma, 
indovinando il suo pensiero dalla cognizione già acquistata del 
desiderio manifestato prima da lui, previene la sua domanda e 
dolcemente lo persuade a desistere da una simile indagine per- 
chè non è loro concesso di fermarsi così a lungo come sarebbe 



(1) Idem, idem, vv. 34-36. 

(2) Idem, idem, vv. .53-4. 



— 204 — 

necessario per una simile spiegazione. Pur tuttavia, quasi in com- 
penso del mancato esaudimento della preghiera, si affretta a 
manifestargli, non potendo fare di più, la sua qualità e persona 
in particolare, certo di fare a lui cosa gratissima ; e con che soavi 
parole gli si palesa ! 

e Son Guido Giiinicelli, e già mi purgo 
per ben dolermi.... ecc. » (1). 

L' effetto prodotto nell' animo dell' Alighieri all' inaspettata 
incredibile rivelazione è tale eh' egli non sa trovare da sé un 
paragone corrispondente, e per far capire con quale slancio im- 
petuoso di amoroso entusiasmo egli si rivolga al poeta glorioso, 
ricorre al noto episodio di Stazio (2) nel quale si descrive V im- 
pressione vivissima provata dai figli d' Isifìle quando rividero 
la loro madre prigioniera e le si avventarono addosso per liberarla 
dal supplizio. Ed ecco. Dante stesso confessa che, tutto compreso 
di affettuosa ammirazione, a mala pena si trattiene dal gettarsi 
ad abbracciare 1' amato e venerato maestro, e solo per timore 
delle fiamme ardentissime in mezzo alle quali si trova, tanto, 
egli dice, mi sento acceso di riconoscenza e di amore 

« quand' io odo nomar sé stesso il padre 
mio e degli altri miei miglior, che mai 
rime d' amor usar dolci e leggiadre » (3), 

« rimane quindi estatico a rimirarlo fisso fisso, come per saziarsi 
di quella vista tanto desiderata, tutto assorto in quella contem- 
plazione e incapace di parlare o di udire. Questo entusiasmo 
amoroso, questo rapimento che ha del paradisiaco, è quanto di 
meglio si poteva immaginare per fare intendere di quanta ricono- 
scente ammirazione e di quale affetto profondo doveva sentirsi 
animato questo fedele seguace, per l' iniziatore della bella scuola. 
Egli rimane ivi a lungo, immobile e muto, senza che neppure Vir- 
gilio ardisca disturbarlo, tutto immerso in quei pensieri ed affetti 
«he la vista d' un tanto maestro doveva naturalmente suscitargli 
neir animo ; ma alla fine, dopo eh' ei s' è sufficientemente saziato 
■di quella contemplazione, non sapendo come meglio manifestar- 
gli la sua sconfinata ammirazione, gli si professa disposto ad ese- 
guire ogni suo desiderio e conferma col giuramento tale generoso 
proposito. Allora il Guinizelli riconosce, a sua volta, che anche 
r apparizione di Dante ha lasciato nell' animo suo una così prò- 



(1) Idem, idem, vv. 92-93. 

(2) Tebaide, lib. V, vv. 720 e sgg. 

(3) Purgai., e. XXVI, vv. 97-99. 



— 205 — 

fonda, grata impressione, che non se ne potrà cancellare il ri- 
cordo ne olfuscarlo neppure nel bagno del Lete (1). 

La disposizione favorevole di cni il Guinizelli si confessa ani- 
mato verso r Alighieri deriva, naturalmente, in gran parte, dalle 
parole laudative eh' egli ha poc'anzi pronunziato a suo riguardo^ 
per quanto il Bolognese dia a divedere di non comprenderle in- 
teramente confessando di non saper chi egli sia e come mai sia 
animato da tanto affetto ed ammirazione per lui. Allora Dante, 
che agognava questa spiegazione, gli dice chiaramente che tutta 
il suo entusiasmo, palese e per la contemplazione estatica e per 
r esaltazione laudativa, proviene dalla piena conoscenza ed am- 
mirazione vivissima eh' egli ha per la sua opera poetica, cui va- 
ticina r immortalità. 

« Ed io a lui : — Li dolci detti vostri 
che, quanto durerà 1' uso moderno, 
faranno cari ancora i loro inchiostri >> (2). 

Altrove, specialmente nell' Inferrio, una delle anime descritte 
da Dante si sarebbe compiaciuta assai di tale encomiastica giu- 
stificazione e, a guisa di quella di Farinata (3) per es., avrebbe 
goduto dei meriti e vantaggi acquistati dall' opera propria nel 
mondo. Ma qui siamo nel luogo della penitenza, ove, come dirà 
più sotto il Guinizelli medesimo, « poter peccar non è pili nostro » (4) 
e quindi neppur possibile un atto di vanagloria o di superbia. 
E perciò naturale che qui lo spirito del Bolognese, tutto intento 
a raggiungere il paradiso e per nulla interessato della gloria mon- 
dana, non si curi gran che delle lodi che a lui vanno prodigando 
gli uomini sulla terra, ma anzi rifugga subito da questo pensiero 
facendo considerare anche a Dante che proprio lì, fra gli stessi 
suoi compagni di sventura, si trova pure il trovatore Giralda 
di Bornehl, che 

« fu miglior fabbro del parlar materno » (5). 

In questo gentilissimo modo 1' anima del Guinizelli respinge 
da sé quella lode che Dante con tanta enfasi gli avea prodi- 



(1) È il fiume Sacro, di cui dice Dante, per bocca di Matelda {Pur- 
gai., e. XXVIII, vv. 25 e sgg. ), trovarsi al principio del Paradiso terre- 
stre e nel quale dovevano essere immerse le anime al momento della libe- 
razione dal purgatorio. 

(2) Idem, idem, vv. 112-14. 

(3) Inferno, e. X. 

(4) Purgai., e. XXVI, v. 132. 

(5) Idem, idem, v. 117. 



— 206 — 

gata e la rivolge abilmente sopra un personaggio nuovo che 
d' ora in poi comincia a richiamar su di sé 1' attenzione nostra. 
e quella dell' Alighieri. Questo pensiero di cristiana modestia e 
carità, che di tanto inalza spiritualmente la figura di Guido, 
costituisce da parte dell' autore una felicissima trovata, in quanto 
serve ad allontanare a poco a poco 1' ombra del primo grande 
interlocutore sottraendola al nostro sguardo ed attirando questo 
sopra un' altra persona che ormai primeggia, in luogo di quella, 
sino alla fine del canto. Ma F anima del Bolognese, prima di scom- 
parire del tutto, si ricorda di quanto il suo caldo ammiratore 
le ha detto, protestandole i suoi servigi, e continuando in quel 
tòno soavemente mistico in cui ha già cominciato, rivolge a 
Dante una preghiera che costituisce il suo più fervido desiderio 
e riassume il suo voto supremo ; che si ricordi, gli dice, quando 
sarà pervenuto al paradiso, di recitare a Dio stesso, in suffragio 
di lui, qualla parte del 'paternostro eh' è sufficiente a liberar dalle 
loro pene i peccatori penitenti. 

« Poi, forse per dar loco altrui, secondo 

che presso avea, disparve per lo foco, 

come per 1' acqua pesce andando al fondo » ( 1 ). 

Dopodiché, Dante si rivolge allo spirito del trovatore e lo 
ascolta cantare in lingua provenzale. 

Questo secondo episodio comprende soltanto le ultime quat- 
tro strofe del canto, ed è superfluo dire che ne costituisce, anche 
per r importanza, una parte secondarissima. Tuttavia, anch' esso 
era opportuno, anzi voluto dall' autore per far meglio risaltare 
la figura del grande protagonista il quale (è inutile dirlo) occupa 
di sé e domina tutto intero il canto, o, per dir meglio, ambedue 
i canti XXV e XXVI, nei quali si parla dei sussuriosi purganti. 
11 Guinizelli, invero, è 1' eroe di tutto quanto il settimo cerchio, 
né vi si parla d' altri così particolarmente né degnamente quasi 
per far comprendere come la gloria del poeta lo distingua anche 
nel regno della penitenza e lo ponga notevolmente in alto, al di 
sopra di tutti i suoi compagni di pena. Ma il canto XXVI soprat- 
tutto é occupato, dal principio alla fine, dal grandioso personag- 
gio, il quale riempie di sé continuamente la scena, sia che vi ap- 
paia in principio ancora sconosciuto e confuso in mezzo alla turba 
dei consorti, sia che incominci a parlare a Dante in nome di loro 
tutti, sia che a lui si manifesti in tutta la grandezza del suo nome 
glorioso, sia infine eh' ei si sottragga modestamente alle lodi lar- 
gamente tributategli. E perfino quando egli si é dileguato del 



(2) Idem, idem, vv. 133-135. 



— 207 — 

tutto, la sua dolce e pensosa figura non cessa per questo di bril- 
lare alla nostra mente, perchè anche al termine del canto la sua 
scomparsa è tuttora recente e grande 1' impressione eh' ei ci ha 
lasciato neir animo. 

In ciò consiste, secondo me, la superiorità di questo canto 
sugli altri corrispondenti dell' Inferno e del Paradiso, nei quali 
rispettivamente si parla di gente più o meno invescata nelle colpe 
di amore. Artisticamente parlando, invero, molti preferiranno 
il canto di Francesca da Riraini o, per dir meglio, lo riterranno 
più profondo e sublime ; io semplicemente osservo che qui non 
sarebbe stato punto conveniente parlare e descrivere la forza 
delle passioni umane in modo così seducente come 1' autore ha 
fatto là. Qui non si poteva fare altro che accennare con ramma- 
rico alle follie trascorse, a riparar le quali non era stato sufficiente 
neppure un certo periodo di anni passati in rigida penitenza nel 
mondo. Qui bisognava velare d' una mistica aspirazione al cielo 
la colpa che aveva macchiato e minacciato la felicità delle anime ; 
e, non essendovi possibile alcuno slancio di affetti puramente 
umani, è doveroso riconoscere che Dante si è mostrato ben su- 
periore in quanto con mezzi artisticamente tanto inferiori è riu- 
scito a fare opera d' arte noii meno grande dell'altra. Onde egli 
ha saggiamente costruito in questo canto non già un' apoteosi 
della voluttà irruente e deleteria, come nel V dell' Inferno, ma 
una esaltazione della penitenza, senza che quasi o solo indiretta- 
mente s' inducesse a parlar della colpa che là invece aveva, per 
dir così, glorificato. Infatti, dopo avere appena accennato a que- 
sto sulla fine del canto XXV, gli avviene, al principio del seguente, 
d' imbattersi nell' ombra del Guinizelli, e quindi il canto, nel 
quale si parla sempre di lui e di lui ci parla perfino egli stesso, 
cambia di carattere e, trasformatosi completamente, diviene, dal 
cauto dell' amore che doveva essere, il canto della poesia. L' amore 
naturalmente vi resta nascosto e sottinteso in quanto il lettore, 
pur avendo la mente al glorioso personaggio, non si dimentica 
però del motivo per cui egli si trova in quel luogo. In esso quindi 
la nota predominante è rappresentata dalla gloria poetica o, me- 
glio, questo sentimento, fuso mirabilmente con 1' altro dell' amore, 
contribuisce a dare a questo canto un aspetto singolarissimo. 
Non si dimentichi che queste due passioni appunto, quella per la 
donna e quella per la poesia, erano state anche per Dante le due 
ragioni e cause principali della sua grandezza. Che meraviglia 
dunque eh' ei mostri tanto di compiacersene per averle ritrovate 
ambedue nel Guinizelli ? Dante si sentiva qui nel proprio ele- 
mento ed era troppo giusto che ne riuscisse un capo lavoro. 



CAPITOLO DECIMO 

Il peccato di Guido. 



Attendibilità dei giudizi di Dante sui personaggi storici della 
Commedia e importanza di quello formulato sul Nostro — Duplice 
divisione del peccato di lussuria, nel settimo cerchio del a Purgato- 
rio )) dantesco e nella Summa theologica di San Tommaso d'Aquino 
— A quale delle due categorie di lussuriosi appartenga, lo spirito 
del G'uinizelli — Ermafroditismo scientifico ed erm,afroditismo mi- 
tologico — Le opinioni dei Commentatori di Dante — Conclusione. 

In quella parte del capitolo precedente, nella quale si è detto 
dell' episodio dantesco nel XXVI del Purgatorio, ho intenzio- 
nalmente lasciato di parlare di un punto, sul quale intendo dif- 
fondermi maggiormente adesso. 

Ivi ho infatti toccato appena della punizione e quindi anche 
della colpa di G. Guinizelli, e 1' ho fatto, dico, con intenzione, 
appunto perchè non mi pareva giusto nò sufficiente voler par- 
lare colà fugacemente o, meglio, accennare ad un fatto che è, per 
noi, importantissimo e, dato il carattere del nostro studio, costitui- 
sce già di per sé una non trascurabile questione. Di quel punto, 
invece, mi è parso necessario trattare così a lungo da dover- 
gli assegnare un intero capitolo, sia perchè intorno ad esso 
molto diverse furono nel passato le opinioni degli studiosi né 
del tutto precise sono neppure ora, sia perchè il decidere di qual 
colpa l'Alighieri giudicasse reo il Guinizelli può e dev'esser con- 
siderato come particolare non affatto trascurabile a chi voglia stu- 
diare e conoscere completamente la vita, l'opera e la personalità 
storica del poeta bolognese. 

E, prima di tutto, cosa universalmente riconosciuta la 
grande equità usata da Dante nell' assegnare a ciascun perso- 
naggio del suo poema il luogo di pena o di premio che a buon 
diritto gli spetta, e nell' attribuire quindi ad ognuno quella lode 



— 209 — 

o quel biasimo che nel mortale cammino avevano saputo acqui- 
starsi le loro virtù o i loro vizi. Egli potrà esagerare talvolta, ma- 
gari abusare di questo suo teocratico diritto e caricare le tinte 
a danno di qualche suo privato nemico come anche alleggerirle 
a proposito eli qualche persona da lui amata e venerata nel 
mondo ; ma, Hi generale, è necessario riconoscere eh' egli è giusto 
ed equilibrato in questa sua soprannaturale distribuzione, sempre 
e dovunque. Si potrà infatti obiettare, riguardo a certi dannati 
o beati, che le loro colpe non dovettero essere tanto gravi né così 
alti i loro meriti ; ma sta il fatto che questi e quelle non erano 
doti immaginarie, abusivamente attribuite dal poeta agli spi- 
riti, ma reali e inerenti alle persone da lui descritte. Solo po- 
tremmo aggiungere che qualche rara volta egli, o per preconcetto 
o per ignoranza, ne ha alterato la intensità ; il fondo però e sem- 
pre vero indiscutibilmente. 

Il vedere infatti che perfino il maestro suo Brunetto 
Latini, tanto amato da Dante, si trova esposto inesorabil- 
mente alla pioggia del fuoco per tutta 1' eternità e dichiarato 
lerrÀo di Sodomia (1) ; che Farinata degli Uberti, nemico suo 
bensì, ma profondamente ammirato ed esaltato da lui (2), soffre 
eternamente nelle arche degli eretici e degli epicurii, e che in 
sua, compagnia giace nel sepolcreto ardente il grande impera- 
tore Federico II, altrove così lodato ed apprezzato dal poeta (3) ; 
che anche il Mosca Lamberti « e gli altri che a ben far poser gV in- 
gegni )) (4) sono continuamente feriti di spada dai demoni nella 
bolgia dei promotori di discordie e di scismi (o) ; che infine Vir- 
gilio stesso, caro a Dante per infiniti motivi, non è punto sot- 
tratto, a suo arbitrio, dalle pene eterne, ma anzi riconosciuto 
da lui meritevole d' esser privato per sempre della vista di Dio ; 
tutto questo mi pare, è prova più che sufficiente per convincer 
chiunque che quest' ufficio di giudice dell' oltretomba è ammini- 
strato da Dante non già a capriccio, ma, secondo verosimiglianza 
e naturalezza, con scrupolosa onestà. Un' altra ragione questa, 
e non certo 1' ultima, per porgere attenzione al modo in cui da 
Dante sono distribuite le colpe e le pene nei vari luoghi, e per 



(1) Vedasi in generale tutto il XV dell' Inferno e particolarmente 
i vv. 106-108. 

(2) Il X dell' Inferno se ne può dire 1' apoteosi. 

(3) Oltre nelle opere Scientifiche in prosa, Dante loda Federico II 
neir Inferno stesso (XIII, v. 75) ove per bocca di Pier delle Vigne dice 
« che fu cV onor sì degno ». 

(4) Così Dante ne domanda a Ciacco nel terzo cerchio {Inferno, VI, v. 81) 

(5) Inferno, cant. XXVIII, v. 106. 

14 



— 210 — 

convincersi che sempre la sua scelta, come quella che non è punto 
arbitraria, tradisce un fondamento originario nella realtà, eh' è 
il fatto appunto su cui intendiamo basarci. 

Se infatti in ciascuno dei personaggi danteschi la pena o 
il premio assegnato dal poeta rispecchia un fondamento storico 
originario e fa, per conseguenza, capire che quelle virtù e quei 
vizi da lui esaltate o depressi essi li possedettero realmente, in 
maggiore o minore intensità, nella loro vita mortale, ed il poeta 
non ha quasi mai inventato nulla o poco, ma semplicemente 
accresciuto o dominuito per suoi fini speciali quello eh" era il 
nucleo dei fatti ; da ciò chiaramente s' intende che 1' Alighieri, 
descrivendo sempre o narrando il verosimile, si attiene costan- 
temente al vero. Di guisa che 1' assegnazione e il giudizio da lui 
formulati sui caratteri e le tendenze morali dei suoi personaggi 
possono e debbono costituire, almeno in gran parte, una prova 
e un documento biografico tutt' altro che disprezzabile a loro 
riguardo. Poiché Dante (è necessario affermarlo in questo punto), 
quando non può riferirsi alla realtà storica assoluta, si riferisce 
almeno alla verosimiglianza tradizionale, che ha pure la sua im- 
portanza e la sua ragion d' essere, ma in tutti quei casi in cui 
niente glielo impedisce, al solo vero si attiene, cui riveste e adom.- 
bra di alata poesia. 

Chi pensi, invero, alle figure di Sordello (1) o del conte Ugo- 
lino (2), per dire soltanto di alcuni, chi consideri 1" immagine 
di Guido Cavalcanti, qual' è tratteggiata nel dialogo fra il padre 
suo e r Alighieri (3) ed è così concorde con quanto ne ha tra- 
mandato il Boccaccio (4), vedrà e riconoscerà che in questi e 
negli altri casi tutti le leggi della storia non sono mai, a rigor 
di termini, offese, ma anzi così scrupolosamente rispettate che 
r interpretazione datane dal poeta è fedele e sublime al tempo 
stesso, quale cioè doveva esser quella di un erudito che fosse 
a^nche un artista. 

Dunque, se per tutti gli altri personaggi del suo poema, ec- 
cettuatone forse Catone (5), egli ha osservato così esattamente 
la fedeltà storica, non potremo noi forse, anche soltanto per que- 
sto, dedurre eh' ei debba aver fatto lo stesso anche a proposito 
di Guido Guinizelli ? Chi e' impedisce di credere che Dante, il 



(1) V. i canti VI e VII del Purgatorio. 

(2) V. il canto XXXIIl dell' Inferno. 

(3) V. Inferno, canto X, vv. 52-72. 

(4) Decamerone, giorn. VI, novel. 9. 

(5) Eccettuato nel senso che egli solo, benché pagano, viene am- 
messo da Dante nel Purgatorio. 



— 211 — 

quale è stato così equo distributore delle pene e dei premi con 
tutti gli altri, non si sia contenuto in egual modo col suo illu- 
stre e venerato precursore ? Se così è, io dico, il giudizio formu- 
lato da Dante, in quanto concorda secondo il solito colla storia, 
costituisce, anche in questo caso, un elemento biografico tutt' al- 
tro che trascurabile per chi voglia conoscere a fondo la vita del 
Bolognese. Questa però sarà la conclusione a cui noi giungeremo 
quando avremo meglio precisato in che per 1' appunto consista 
il peccato di cui Dante giudica reo il Guinizelli. 

Cerchiamo intanto di risolvere questa prima questione e poi, 
qualora riusciremo a metter d' accordo 1' opinione dell' Alighieri 
colla tradizione e con altre prove anche più scientifiche, avremo 
contribuito a raccogliere quei particolari etici e psicologici da 
cui deve uscire, fedele e precisa, la figura morale di lui. 

È noto, e r abbiamo già detto anche noi (1), che 1' anima 
di G. Guinizelli viene incontrata da Dante nel settimo ed ul- 
timo ripiano del Purgatorio, in quel luogo ove la pena più leggiera 
e il desiderio più intenso di contemplare Iddio rendono le anime 
meglio disposte al passaggio del vicino Purgatorio, di cui giunge 
ad esse l' alito profumato. Il peccato di cui esse si pentono e si 
purgano in quel luogo, è quello d' incontinenza o di lussuria, 
€onsiderato da Dante come la colpa più lieve e meno offensiva 
di Dio, perchè ad essa 1' uomo è trascinato da tutti quanti gli 
stimoli Clelia natura ; ond' egli ha, a suo benefizio, molte atte- 
nuanti poiché, seguendola, s' induce a peccare soltanto per abuso 
o per malo uso, per eccesso insomma, di una qualità che sarebbe 
virtù, se bene impiegata e indirizzata a Dio che ne dev' essere 
il solo oggetto degno, 1' amore. 

Se adunque la colpa che ancora tiene avvinte alla cima del 
Purgatorio queste anime, desiderose di spiccarne altissimo volo, 
è quella della lussuria ; taluno potrebbe concluderne che anche 
G. Guinizelli sarà naturalmente stato giudicato da Dante infetto 
di quel vizio e, come tale, ritenuto e da ritenersi lussurioso an- 
ch' esso, senz' altro. In tal modo la nostra questione sarebbe, 
prima ancora di cominciare, già beli' e finita e potrebbesi solo 
discutere, come dicevamo, se questo giudizio del poeta si ac- 
cordi o no colla storia o almeno colla tradizione. Ma purtroppo 
la questione non è così semplice come potrebbe parere a prima 
vista, ed è perciò necessario indugiarci un po' a parlarne per 
toglierne definitivamente le incertezze ed i dubbi. È vero bensì 
in generale, e questo lo possiamo ripetere anche noi, che qui si 
tratta di lussuriosi, ma è anche vero, e questo pure lo dovranno 



(1) V. il nostro cap. IX. 



— 212 — 

tutti riconoscere che la lussuria, al pari di tanti altri vizi, secondo 
che dicono i moralisti e i teologi, è di diversa specie, intensità 
e colore. Quindi, il dire semplicemente che il Guinizelli, come 
tutti i suoi compagni, è un lussurioso e non cercare affatto di 
determinare la qualità di lussuria che, secondo 1' Alighieri, fu 
da lui posseduta, è dire cosa troppo vaga ed incerta e non ag- 
giungere alla sua figura quel colorito particolarmente profondo, 
del quale invece andiamo in cerca. Chi infatti dicesse che, per es.,. 
Pier delle Vigne (1) è per 1' Alighieri un violento né altro ag- 
giungesse, potrebbe egli forse presumere di aver determinato 
con precisione la tendenza morale in lui prevalente ? o non do- 
vrebbe piuttosto riconoscere di aver dato una notizia inconclu- 
dente nella sua indeterminatezza ? Non pensa egli né si ricorda 
che violenti, almeno secondo Dante, si può essere in tre modi : 
contro il prossimo, contro sé stessi, contro Dio ? (2). E non si 
accorge che, quand' anche fosse arrivato a dire che Pier delle 
V^igne fu un violento contro sé stesso, avrebbe sempre detto poco 
e male, perché violenti contro sé stessi sono tanto i suicidi quanto 
i dilapidatori delle proprie sostanze ? (3). 

Lo stesso press' a poco avviene a chi si limiti a dire del Gui- 
nizelli, che fu un lussurioso. Potrà egli forse pretendere d' aver 
detto abbastanza riguardo alle sue tendenze o qualità morali, 
e d' avere illuminato fin nei dettagli la forma e il colorito del 
suo spirito ? No certamente. Quindi la necessità d' indagare a 
qual genere di lussuria si fosse particolarmente abbandonato il 
Bolognese. 

Due almeno sono le grandi distinzioni che del peccato di 
lussuria si possono fare (4) : o secondo cioè o con- 
tro natura, o in lussuria propriamente detta o in sodomia. Di 
queste due specie tutti, anche gli antichi (5), ebbero necessa- 
riamente completa conoscenza, né Dante stesso lo ignora ma anzi,^ 
seguendo come sempre la classificazione adottata da S. Tom- 
maso, riconosce tanto chiaramente la necessità di codesta divi- 
sione che neir Inferno, per es., separa del tutto i lussuriosi pro- 
priamente detti dai sodomiti ; quelli sono travolti dalla tem- 
pesta attraverso il secondo cerchio, questi esposti al fuoco nel 



(1) V. il canto XIII dell' Inferno. 

(2) V. la teoria dantesca della violenza, Inferno, e. XI, vv. 28 sgg. 

(3) V., oltre il canto XIII, anche 1' XI dell' Inferno, vv. 40-45. 

(4) V. Tommaso D'Aquino, Summa, p. II 2, qu. CLIV, art. 1. 

(5) V., oltre gì' infiniti esempi di letteratura pederastica ed omo- 
sessuale lasciatici dai Romani e dai Greci, specialmente i Carmi di Ca- 
tullo e le Storie di Svetonio, per accennar solo ai nostri. 



— 213 — 

sabbione ardente del cerchio settimo ; di Paolo e Francesca si 
parla nel canto V, di Brunetto Latini nel canto XV. 

Invece, nel Purgatorio, Dante non ha voluto allontanare 
né separare in modo così .assoluto i lussuriosi dai sodomiti e ra- 
gionevolmente ne ha parlato insieme ponendoli tutti quanti in 
uno stesso luogo perchè, come intende ognuno, l' intensità della 
loro colpa non poteva essere stata così viva e profonda come 
in quelli dell' Inferno, e il fatto d' aver soltanto un po' ecce- 
duto, o in un modo o nell'altro, nei piaceri del senso doveva 
accumunarne h. pena. Ecco evidentemente il motivo che ha in- 
dotto r Alighieri a raccogliere insieme, nelF ultimo cerchio del 
Purgatorio, tutti quanti i peccatori di lussuria indistintamente, 
di qualunque specie essi fossero ; ma ecco, appunto per questo 
aumentata la diflicoltà di decidere quale fosse la categoria del 
Guinizelli. 

Tutto questo cerchio di lussuriosi però sarebbe risultato 
troppo confuso, e perciò disforme dal carattere abitualmente 
ordinato del suo costruttore, se egli, pur riunendovi insieme quei 
peccatori, che in generale possiamo definire incontinenti o sen- 
suali, non avesse adottato, a meglio caratterizzarli, nessuna 
distinzione affatto. Invece, anche in questo luogo Dante, me- 
more di quanto altrove avea riconosciuto opportuno, introduce, 
sebbene velata e attenuata di molto, quella distinzione in lus- 
suriosi secondo natura e lussuriosi contro natura, che in modo 
tanto pili spiccato aveva adoperato già nelF Inferno (1). 

Qui la divisione fra lussuriosi e sodomiti, raccolti tutti nel 
medesimo cerchio, è appena sensibile, grazie alla minor gravità 
della loro colpa, ma nondimeno vi è pure usata ; essi qui sono 
divisi in due schiere che, procedendo in senso contrario, si ven- 
gono spesso ad incontrare e poi se ne tornano indietro di nuovo. 

Di questa distribuzione dei penitenti nel settimo cerchio 
del Purgatorio ci si può render conto già sul principio del 
canto XXVI (2), ove si apprende che i poeti innanzi tutto in- 
contrano una prima schiera di anime colle quali, soffermatisi, 
s' intrattengono perchè interrogati da esse sulla qualità del corpo 
di Dante ; ma poi, mentre quest' ultimo si dispone a manifestar 
loro la sua condizione di mortale e la causa del suo viaggio pei 
regni dell' oltretomba, sopraggiunge una seconda schiera di anime, 
le quali si abbracciano colle prime e quindi tornano indietro ri- 
cominciando il loro giro. Ma questa duplice divisione dei lussu- 
riosi non appare per la prima volta a questo punto, poiché 



(1) V. il luogo cit. più sopra in questo stesso cap. 

(2) Ai versi 9-30. 



— 214 — 

già sulla fine del canto precedente (1), là dove si dice che Dante 
e Virgilio, ascoltando Stazio parlare della formazione del corpo 
e dell" anima umana, erano penetrati nel cerchio settir^io della 
penitenza, quella divisione si era già fatta per lo meno intra- 
vedere assai chiaramente. 

A questo forse non avranno molti badato ; ma è un fatto 
che chiunque vi ponga attenzione non tarderà ad accorgersi che 
queste anime, delle quali i poeti non si rendono ancora un conto 
preciso ma solo odono di lontano le voci uscire dalla fiamma 
purificatrice della carità, si dimostrano subito, anche soltanto 
dalle parole diverse che usano, non unite in una sola co- 
lonna, ma separate in due parti secondo la speciale qualità 
della loro colpa. Ciò è chiaramente indicato, almeno mi sem- 
bra, dalle differenti espressioni clie nel canto comune escono 
loro dal labbro. Poiché quelle anime, che Dante tutto inten- 
to riesce perfino a distinguere di mezzo al fuoco, cantano 
l' inno ecclesiastico Sìimmae Deus clementiae o, meglio, Summae. 
parens clementiae (2), ed ogniqualvolta 1' hanno terminato, ri- 
petono le parole Virum non cognosco (3), colle quali Maria Ver- 
gine, umile in tanta gloria, cercò quasi di schermirsi all' inaspet- 
tato annunzio dell'Angelo (4). 

Terminato nuovamente di cantare il solito inno, invece di 
ripetere il motto di Maria, cantano o, meglio, gridano, perchè 
s' intenda bene da tutti, un esempio mitologico di lussuria punita : 

« Al bosco si tenne Diana,, ed Elice caccionne 
che di Venere avea sentito il tosco > (5). 

Ebbene, già da questi due diversi motti, che vengono ripe- 
tuti alternativamente dai lussuriosi appena terminato l' inno 
suddetto, s' intende benissimo com' essi dovevano esser divisi 
in due schiere, secondo che diverso era stato il carattere del 
loro vizio. I primi, cioè i sodomiti, aggiungevano all' inno le pa- 
role della Vergine per ricordarsi di quanto fosse stata continente 
essa che, sebbene donna, aveva saputo reprimere quella naturale 
prepotente tendenza dal cui abuso invece essi erano stati così tur- 
pemente inquinati ; i secondi, alla lor volta, cioè i venerei, ram- 
mentavano in breve 1' esempio della Ninfa Licaonide, scoperta 



(1) Purgai., XXV, dal v. 108 in poi. 

(2) Idem, idem, v. 121. 

(3) Idem, idem. v. 128. 

(4) San Luca, I, 34. 

(5) Purgai., XXV, vv. 130-132. 



— 215 — 

gravida da Diana (1), per rinfacciarsi scambievolmente d' aver 
abusato di quei piaceri, dei quali Dio ha concesso agli uomini 
soltanto un uso moderato, relativo e razionale. 

Io son convinto che solamente in questo o in analogo modo 
si possa spiegare la diversità di motti ed esempi posti dall' Ali- 
ghieri in bocca ai lussuriosi ; e che non sia punto da credere eh' essi 
non abbiano una particolare importanza e si possano indi- 
stintamente attribuire a tutti quei penitenti insieme. Si ricordi 
che tale non è V abitudine di Dante e eh' egli non ama ne segue 
mai una simile indeterminatezza di contorni nelle sue figure e 
nei suoi quadri ; si dovrà quindi necessariamente concludere, 
come ho detto, che già di lontano quelle anime si fanno distin- 
guere come divise in due sezioni a seconda del ritornello che usano 
intercalare all' inno comune. 

Tale insomma è l' impressione che Dante ritrae fin dal primo 
suo ingresso in questo cerchio della penitenza : egli sul prin- 
cipio altro non vede, nò può vedere, che un andare e venire di 
anime in mezzo al fuoco e le sente tutte quante insieme intonare 
r inno ricoj'dato, al termine del quale gli uni gridano Virum non 
cognosco, gli altri ripetono 1' esempio di Elice punita da Diana 
per la perduta verginità. Di poi, Dante e i suoi compagni si av- 
vicinano alla schiera di questi ultimi e sentono che 

>( donne 
gridavano e mariti, che fur casti, 
coinè virtute e matrimonio imponne •> (2). 

Tale, ripeto, 1' impressione che ognuno, al pari dell' autore, 
deve ricevere da quella fine del canto XXV che, a dir vero, non 
sarà un modello di precisione e di chiarezza, ma nemmeno tanto 
incerta e indecisa e, soprattutto, insignificante come sarebbe 
di certo se non vi si ammettessero, sia pur velati, quei sensi di- 
stributivi che ho creduto opportuno denunziare. 

Così, fin dal termine di quel canto il lettore acquista già 
una duplice idea dei penitenti del settimo cerchio, ma si tratta, 
come spesso in Dante, di un primo accenno ad un motivo che 
verrà dilucidato e approfondito in seguito. Infatti, subito dopo, 
proprio al principio del canto XXVI quella divisione, che prima 
pareva così vaga ed incerta da lasciar perfino in alcuni il dub- 
bio della sua esistenza, si determina assai chiaramente quando 
il poeta dice, senza reticenze o sottintesi, d' essersi prima 



(1) MooRE, Studies in Dante. Oxford, 1896, voi. I, pag. 221 ; dice 
eh' è esempio ricavato da Ovidio, Metamorfosi, II, 401-503. 

(2) Purgatorio, cant. XXV, 133-135. 



— 216 — 

incontrato in molte ombre le quali guardavano con meraviglia 
r oscurità prodotta dal corpo di Dante contro la luce del sole (1), 
e poco dopo aggiunge che, mentre stava per esaudire le loro do- 
mande; fu distratto da un' altra novità, 

« che per lo mezzo del cammino acceso 
venia gente col viso incontro a questa » (2). 

La distinzione, mi pare, qui è abbastanza chiara e lo diventa 
anche di più quando, non molti versi dopo, la moltitudine so- 
praggiunta torna a separarsi dalla precedente e ciascuna delle 
due schiere, nel!' atto stesso di allontanarsi del tutto V una dal- 
l' altra, grida il proprio motto : 

« La nuova gente — Sodoma e Gomorra — 
e r altra — Nella vacca entra Pasife 
perchè il torello a svia lussuria corra » (3). 

Così, io penso, più chiaramente s' intende che i penitenti 
del settimo cerchio sono in realtà divisi in due parti e che ciascuna 
di queste divisioni si riferisce alla diversa qualità della loro colpa. 
La stessa cosa ci viene a confermare quasi subito anche Dante 
il quale, dopo avere indicati con quei versi i loro motti espiatori, 
paragonando tutte quelle anime alle gru che in varia stagione 
s' indirizzano o verso il settentrione o verso il mezzogiorno, dice 
che una parte di loro s' incammina in un senso e 1' altra nel senso 
opposto (4). Di guisa che dai particolari stessi di quella descri- 
zione, a chi ne tien conto, risulta ben chiara la divisione fatta 
dal poeta di quei penitenti ed appare eh' essa non è davvero 
casuale ma rispondente al genere diverso della loro colpa. 

Resta a vedere però (e questo potrebb' essere il nodo della 
questione) se la schiera, cui appartiene G. Guinizelli, cioè quella 
che viene (5) reciti il motto di Pasife per sé stessa o se invece 
intenda di rinfacciare alla schiera opposta il suo peccato, e vice- 
versa se questa voglia indirizzare a sé medesima il vergognoso 
esempio di Sodoma e Gomorra o piuttosto non ne voglia sugge- 
rire il ricordo all' altra. Tutto ciò é importante a decidere per- 
ché, qualora si volesse intendere che ciascuna delle due schiere 
citi un esempio di lussuria da rinfacciarsi ironicamente all' altra, 
bisognerebbe senz' altro convenire che G. Guinizelli fosse, al pari 



(1) Purgatorio, cant. XXVI, vv. 7-9. 

(2) Idem, idem, vv. 28-29. 

(3) Idem, idem, vv. 40-42. 

(4) Idem, idem, vv. 43 e sgg. 

(5) Idem, idem, v. 46. 



— 217 — 

dei suoi compagni, reo di sodomia, in quanto che è a loro che 
vien rammentata questa colpa. Il dubbio, a tal riguardo, sa- 
rebbe tanto piti naturale in quanto clie Dante stesso ha usato 
anche altrove questo sistema di far rinfacciare ad una categoria 
di peccatori la colpa di cui altri si sono macchiati. Chi abbia 
in mente infatti il canto VII dell' Inferno, al principio del quale 
si parla della pena inflitta ai prodighi ed agli avari, si ricorderà 
anche che questi dannati si vengono incontro 

« gridando : — Perchè tieni ? — e — Perchè hurh ?» — (1) 

Ebbene, in quel caso è evidente che i prodighi sono i primi 
e gli avari i secondi ad emettere il grido, e che perciò quelli rin- 
facciano agli altri la loro avarizia e questi viceversa ai primi la 
loro prodigalità. Quest' esempio potrebbe forse indurre taluno 
ad ammettere anche nel nostro caso un uso consimile ; ed al- 
lora, r ho già detto, non vi sarebbe piii luogo a discussioni e si 
potrebbe dire senz' altro che il Guinizelli fu, ne più ne meno che 
i suoi consorti, un sodomita. 

Ma quello invece, che ci ritiene dall' ammettere una così 
perfetta analogia fra i due episodi della Commedia, è Dante stesso 
il quale nel medesimo canto del Purgatorio (2) dilucida sif- 
fattamente la questione da non lasciar dubbi in proposito. Egli 
infatti dice colà, per bocca del Guinizelli medesimo, che coloro i 
quali non vanno con lui sono rei precisamente di quello stesso 
peccato di cui si rese reo Giulio Cesare quando si prostituì inde- 
gnam.ente alle turpi voglie del re Nicomede (3). E come se questa 
esemphficazione storica non gli paresse ancora chiara e sufficiente. 
Dante si affretta ad aggiungere 

« però si parton — Sodoma — gridando 
rimproverando a .se.... » (4). 

Dopo di che, mi pare, tutti quanti i dubbi possibili si deb- 
bon dileguare e convien rinunziare a quella ipotesi ingegnosa, 
unicamente derivata dal confronto coli' altro episodio citato e 
secondo la quale, anche in questo caso, i lussuriosi di una certa 
specie rinfaccierebbero, come per ammonirli, a quelli di un' altra 
il loro peccato. Tutto ciò purtroppo, mentre torna benissimo nel 
VII dell' Inferno, non può in questo nostro caso sostenersi in 
nessun modo, per ragioni troppo evidenti. 



(1) Inferno, canto VII, v. 30. 

(2) Cant. XXVI, vv. 76-81. 

(3) Idem, vv. 76-78 e Svetonio, nella Vita di Cesare, cap. 49. 

(4) Purgatorio, cant. XXVI, vv. 79-80. 



— 218 — • 

Piuttosto, la citazione di quell' episodio dell' Inferno può 
far venire in mente un' altra non inutile considerazione ; può 
cioè far pensare che questo settimo cerchio del Purgatorio, 
per il modo di dividere in due categorie i colpevoli, ha molte e 
profonde somiglianze col quarto dell' Inferno ; ma l' ironia del- 
l' espressione contenuta evidentemente in quest' ultimo mi par 
che non si possa affatto estendere anche a quell' altro. Nondi- 
meno, il vedere che in quasi tutto il resto i due luoghi del poema 
si somighano tanto, può far nascere l' idea che Dante abbia imi- 
tato sé stesso, ossia abbia voluto ripetere anche in un determi- 
nato punto del Purgatòrio quella duplice partizione di dannati 
e di pena che aveva già usato colà : che, insomma, il canto XXVI 
del Furgntorio sia una derivazione diretta dal canto VII del- 
l' Inferno. 

Prima però di a^^serir questo troppo recisamente, si pensi che 
non soltanto con quel luogo della Commedia il nostro episodio 
può avere qualche analogia, ma anche con molti altri, e eh' è 
abitudine costante dell' Alighieri dividere come in due parti ogni 
cerchio di anime. Ciò, invero, accade tutt'altro che di rado così nel 
Purgatorio come anche nell' Inferno. Anzi potrebbe osservarsi che, 
se apparentemente il nostro canto ha grande somiglianza col VII, 
in realtà egli è foggiato più compiutamente sul XIII dell' Inferno ; 
poiché, mentre nel VII si parla di peccati non solo diversi ma 
opposti (avarizia e prodigalità), nel XIII invece si parla solo di 
violenti contro sé stessi ; eppure anche questi sono divisi in due 
categorie (violenti contro la propria persona e violenti contro 
la propria sostanza). 

Sotto quest' aspetto adunque il canto, di cui trattiamo, è 
piuttosto simile a quest' ultimo che all' altro. In conclusione, 
può dirsi del nostro XXVI che per 1' apparenza o forma della 
pena tiene più dal primo, per la sostanza invece o spirito della 
medesinia sembra piuttosto ricalcato sulle orme del secondo di 
quei due citati. 

Comunque, da tutto ciò risulta assai chiaramente che i pe- 
nitenti del VII cerchio erano divisi in due schiere e che 1' una di 
queste era separata dall' altra per essersi macchiata di una spe- 
cie particolarmente diversa della medesima colpa. 

Il determinare quindi non soltanto quale fosse in generale 
r essenza di quest' ultima ma anche, e soprattutto, di qual forma 
di lussuria in particolare si fosse resa, colpevole la schiera di pe- 
nitenti a cui appartiene il (^uinizelli, è cosa di capitale importanza. 
In questo modo infatti possiamo venire a sapere, con precisione 
e certezza, quale dovette essere il motivo per cui Dante, più o 
meno ragionevolmente, s' indusse a porre in quel luogo V anima 
del suo grande predecessore. 



— 219 — 

A questa determinazione però non potremo giungere in nes- 
sun altro modo meglio che esaminando e considerando in ogni 
sua parte il canto XXVI del Purgatorio e cercando che 1' inter- 
pretazione ne risulti chiara e spontanea dalle parole stesse di 
Dante, le quali debbono, anche in questo caso, contribuire alla 
ricostruzione dei vari elementi da lui creati. La teoria che Dante 
va spiegato con Dante merita perciò d' essere osservata e se- 
guita anche da noi. 

Già da pochi cenni fatti a proposito di questa distinzione 
di peccatori nel VII cerchio abbiamo potuto raccogliere, e per i 
diversi motti eh' essi pronunziano e per la diversa spiegazione 
che il Guinizelli ne porge a Dante, che una di quelle due schiere 
è composta esclusivamente di sodomiti e che a questa il poeta 
bolognese non appartiene. Siamo quindi sicuri che, almeno per 
Dante, il Guinizelli non fu impeciato in questo turpissimo vizio ; 
egli però dovette rendersi colpevole di un' altra specie qualsiasi 
di lussuria, la quale appunto è nostro compito di rintrac- 
ciare e fissare una vòlta per sempre. 

Il Guinizelli, a dir vero, in quella stessa spiegazione della 
colpa e dei puniti, che gli è così opportunamente posta in bocca 
da Dante, dopo aver parlato a lungo del peccato di cui furono 
rei gli spiriti dell' altra schiera e d' aver osservato che ben a 
proposito recitano a sé stessi V esempio di Sodoma e Gomorra, 
viene altresì a spiegare la propria particolar condizione e quella 
dei compagni. E precisamente a questo punto ch'egli esce nella 
definizione caratteristica : 

« Nostro pescato fu errriafrodilo », ( 1 ) 

sulla quale si aguzzano gli occhi e gì' ingegni dei solutori e che 
pur presenta non poche difficoltà alla giusta interpretazione. 
La difficoltà principale consiste nel determinare esattamente il 
significato della parola ermafrodito e decidere dipoi in qual senso 
si debba prendere tutta quanta 1' espressione nel suo complesso. 
E chiaro che, così stando le cose, il verso viene ad avere letteral- 
mente questo significato « il nostro peccato fvi hisessnaJe )', m^ 
anche quando avremo detto questo, non avremo spiegato nulla,, 
poiché resterà sempre il dubbio del modo in cui questo aggettivo 
bisessuale debba esser preso. In altri termini : si deve forse in- 
tendere che essi peccarono usando alternativamente ambedue i 
sessi, di cui natura benefica li avrebbe largamente provvisti, o 
abbandonandosi alla lussuria in modo così bestiale da fungere 
ora da maschio ed ora da femmina nei congiungimenti carnali ì 



(1) Purgatorio., cant. XXVI, v. 82. 



— 220 — 

oppure essi abusarono del proprio sesso o, meglio, degli scambi 
o rapporti naturali col sesso rispettivamente diverso ? 

Questa è la gran questione ed a risolverla fin dall' antichità 
tutti, più o meno, i commentatori di Dante si sono adoperati, 
pur non riuscendo a buon fine e non sapendo dare nessuno quel- 
r interpretazione sicura che, togliendo ogni dubbio, rivelasse 
piena ed intera la verità. Iacopo della Lana, per es., ritiene il 
Guinizelli «nel vizio di contro natura un poco impeciato» (1), 
ma è opinione da respingersi senz' altro dopoché, come abbiamo 
osservato, risulta tanto chiaro che i sodomiti del settimo cerchio 
costituiscono come una schiera a parte, alla quale non appar- 
tiene il Guinizelli davvero. Del resto, il Lana è 1' unico, fra i più 
antichi e attendibili commentatori di Dante, che affacci un' ipo- 
tesi così strana e contraria alla più evidente realtà. 

Gli altri, c[uasi tutti, o non si dilungano affatto a chiarir la 
questione o si sbizzarriscono in un modo o in un altro a spiegare, 
più razionalmente però, tutto quanto quel verso, movendosi 
dall' attribuire alla parola ermafrodito, più o meno letteralmente, 
il significato di bisessuale. 

Ed invero, il commentatore pisano Francesco da Buti spiega 
«he, riferendosi al mito dell' Ermafrodito, si dava questo nome 
a coloro che, avendo organo per ambedue i sessi, « sono potenti 
all'uno è all'altro atto....», ed aggiunge: a Non ne sono tanti 
che r autore intendesse che tutti quelli fusseno stati di ciò, né 
eziandio si trova che messere Guido Guiniselli fusse di tale sesso ; 
imperò che questi sono mostri de natura e rade volte si trovano ; 
ma per questi intese le femine che, usando col sesso virile, o co- 
loro che usando col sesso femineo, non servano 1' ordine e '1 modo 
debito. E secondo 1' allegorico intelletto s' intendono coloro che 
non servano matrimonio ; ma usano adulterio o fornicazione sì, 
come ad intendere 1' uno e 1' altro intelletto la voce che finge 
che dicessero in opprobrio di loro ; e però dice — Ma perchè non 
servammo umana legge — ; questo si può intetidere de li ermafro- 
diti, che non anno osservato quello che la legge à loro comandato ; 
anco si può intendere per quelli, che non anno servato debito modo 
et ordine ; anco per quelli che non anno servato lo matrimonio, 
lo quale ben che fusse istituito da Dio, anco le legge umane 1' anno 
ordinato ; et anco si può intendere per ogni illicito uso, benché 
s' osservi la convenienza del sesso ecc » (2). 

Queste pertanto, anche se non troppo chiaramente esposte, 



(1) V. il noto Commento pubbl. dallo Scarabelli. Bologna, 1866-67, 
voi. II, al 1. cit. 

(2) V. il commento cit. al I. cit. nel nostro l'' capit. 



— 221 — 

le opinioni prevalenti degli antichi circa il peccato di Guido : 
air una o all' altra poi di quelle due si accostano gli altri o con- 
temporanei o successivi illustratori della Commedia. 

Così, per es., vediamo che F autore dell' Ottimo commento 
dà un' interpretazione analoga a quella di Iacopo della Lana 
osservando che ermafrodito « è colui, che ha amendue nature 
masculina e femminina ; sicché peccarono (quei penitenti) in amen- 
due spezie di lussuria ; ed ancora fecero peggio, che 1' usarono 
bestialmente » (1). Ed, a sua volta, messer Bernardino Da- 
niello da Lucca, il quale scriveva nel '500, sem.bra piuttosto ac- 
costarsi colla sua spiegazione a quella di Francesco da Buti, ov^e 
dice : « ....seguitando quell' ombra (Guido) insieme col Poeta il 
suo ragionamento, dice che essi erano stati Ermafroditi, non 
perchè havessero il sesso del maschio insieme con quello della 
f emina (come hanno coloro che così si nomano), ma perchè quando 
r uomo usa il coito con la donna, si chiama 1' uno e 1' altro Er- 
mafrodito, partecipando questi del sesso muliebre, quella del 
virile. Et perchè havevano non con humana ragione, ma con 
bestiale appetito frequentato il coito, gridavano ecc. » (2). 

Ecco qui insieme riunite le più varie tendenze d' interpretar 
questo passo le quali, come ognun vede, si riducono semplice- 
mente a due sole. Quella di Jacopo della Lana e dell' Ottimo è 
senza dubbio molto, fin troppo, letterale ma anche, appunto 
per ciò, troppo inverosimile ; 1' altra è invece piii profonda e 
attendibile. Secondo la prima, infatti, il Guinizelli sarebbe do- 
vuto essere o moralmente o materialmente un mostro ; invece, 
che lo fosse moralmente non può ammettersi perchè Dante lo 
avrebbe posto cogli altri sodomiti, che lo fosse poi materialmente 
non è addirittura possibile perchè, in tal caso, ei sarebbe apparso 
un fenomeno non comune e, come tale, ce ne avrebbero traman- 
dato notizia i contemporanei e Dante stesso con una copia di 
particolari così determinati e sicuri da non lasciar luogo a discus- 
sione. Invece, tutta questa sicurezza è mancata e il dover ricor- 
rere, per sostenere la propria tesi, a delle semplici congetture è 
stato causa della questione non ancora risolta. 

Riassumendo pertanto in una sola parola ciascuna delle 
quattro teorie dei commentatori citati, alle quali naturalmente 
fanno capo e, più o meno, si riferiscono tutte quante le succes- 
sive fino a questo momento manifestatesi, concluderò che il Gui- 
nizelli è, secondo ciascuno di loro, un tipo diverso e speciale di 
lussurioso. Per Jacopo della Lana, per es., egli è un sodomita^ 



(1) Commento cit., Purg. XXVI, v. 82. 

(2) V. il Commento del Daniello già cit. ; Purgai., idena, idem. 



— 222 — 

per Francesco da Biiti un adultero, per Bernardino Daniello un 
venereo in generale, o perduto dietro le donne ; 1' autore dell' ot- 
timo commento, infine, non è, a tal tiguardo, così chiaro come 
gli altri, ma lascia credere eh' ei lo ritenga al tempo stesso so- 
domita e venereo, attribuendogli un grosso fardello di colpe ssnsuali 
d'ogni genere, e secondo e contro natura. 

Per risolvere definitivamente la questione e decidere iquale 
di queste opinioni, tuttora spiccatamente predominanti, sia la 
piti attendibile e, per conseguenza, la vera ; cominciamo dall'eli- 
minare quelle fra loro che di attendibilità e verosimiglianza ne 
dimostrano meno. 

Prima di tutto, non sarà difficile ribattere 1' ipotesi di Jacopo 
della Lana e, con lui, di tutti quanti lo seguono, anche solamente 
facendo appello a quelle osservazioni già da noi esposte e poche 
altre aggiungendone. GuidQ, invero, non potè essere né esser 
considerato da Dante come un sodomita per troppi ed evidenti 
motivi : 

Ilo già dimostrato, difatti, come in questo cerchio del Pur- 
gatorio i sodomiti sono bensì accomunati nella pena alle altre 
categorie di lussuriosi, ma nettamente divisi da questi e compresi 
in una schiera a parte, colla quale questi ultimi non hanno pro- 
prio niente che fare. Inoltre, mi par non inutile aggiungere, seb- 
bene appena necessario, che la nuova gente (ossia quella schiera 
di fresco arrivata ; e quindi non altri che i sodomiti) ha da ripe- 
tere un motto (1) ben diverso da quello pronunziato dall' altra 
prima categoria, quella dei lussuriosi secondo natura. Non si di- 
mentichi che a questa schiera appunto, non ali" altra, appar- 
tiene lo spirito del Guinizelli e che ciò s' intende benissimo fin 
dal principio del canto dove, la schiera dei sodomiti non essendo 
ancora apparsa, egli, avvicinatosi a Dante insieme ai compagni, 
gli ha già incominciato a parlare e manifestato, a nome anche 
di loro, il desiderio di conoscerlo meglio. Si ricordi poi, che la • 
definizione o descrizione della sodomia, posta dall' Alighieri sulle 
labbra di Guido (2), è così chiara e precisa da non lasciar dubbi 
in proposito ne permettere in alcun modo che si possa pensare 
ad altro genere o qualità di colpa diversa da quella ; V esempio 
di Cesare e la ripetizione del motto « Sodoma e Gomorra ^) sono 
elementi risolutivi della situazione. E quanto invece è diversa 
la definizione adoperata a indicare la schiera rimanente ! A questa 
(non e' è dubbio) appartiene anche il Guinizelli poiché, come 



(1) Purgatorio, canto XXVI, v. 40. 

(2) V. le pagine precedenti di questo stesso capitolo. 



— 223 — 

abbiaftio veduto (1), egli parla a nome dei suoi componenti e 
chiama quel peccato chiaramente e semplicemente nostro. 

Dal che risulta, mi pare, evidentissima 1' inconsistenza della 
ipotesi di Jacopo della Lana. 8e Guido, infatti, è un sodomita 
come gli altri, perchè Dante non lo pone nella stessa loro schiera 
e non lo unisce ad essi nella qualità della penitenza e del motto ? 

E se invece Dante lo separa, com' è di fatto, da quelli e lo 
mette insieme coi lussuriosi veri e propri facendogli per di più 
confessare eh' ei subisce e condivide la pena, siccome il peccato, 
di questi ultimi, come si può pensare, nonché sostenere, eh' egli 
sia un sodomita ? evidentemente, 1' opinione di Jacopo della 
Lana è errata nel suo complesso e nei suoi dettagli altresì, e ri- 
sulta frutto di poca osservazione e di esagerata fretta nel 
decidere. 

Un' altra antica teoria, simile in gran parte a questa, appare 
quella dell' Ottimo ; il quale, pensando che ermafrodito era e si 
diceva soltanto colui che possedeva e adoperava ambi i sessi, 
avventatamente conclude che anche il Guinizelli, fornito di così 
mostruosa abbondanza, dovette avere usato e abusato di am- 
bedue quegli organi per il conseguimento dei piaceri sensuali 
più bestiali e pili turpi. Ebbene, anch' egli è, senza dubbio, sulla 
via dell' errore, se pur non vi è completamente immerso ; perchè, 
in quanto almeno segue 1' opinione del Commentatore bolognese 
(e ciò egli fa in gran parte) non fa altro che ripetere un' idea sem- 
plicemente assurda e del tutto rifiutabile, come s' è visto. Fonte 
ed origine diretta di queste due opinioni, in molti punti identiche, 
è per certo 1' aver preteso di spiegare troppo letteralmente la 
parola ermafrodito e 1' aver voluto tener conto eccessivo di un 
suo significato presunto, senza riflettere che anche gli altri ele- 
menti fornitici a tal riguardo dall' Alighieri sono non soltanto 
utilissimi, ma eziandio indispensabili alla retta interpretazione 
del testo. 

Chi, invece, di tutti questi particolari ha voluto e saputo 
tener conto è stato, prima, Francesco da Bufi e, dopo, ma forse 
meglio, il lucchese Bernardino Daniello (2). 

Il primo di questi, invero, ribatte ad una ad una quelle ap- 
parenze che hanno tratto in errore gli altri scrittori or ora esami- 
nati e, pur concedendo che la parola ermafrodito comunemente 
e letteralmente significhi fornito dei due sessi, tuttavia si affretta 



(1) V. il passo relativo alla nota 1 delle pagg. 219 e 221 di questo lavoro. 

(2) Y. le opinioni di questi due Coraìuentatori già esposte prece- 
dentemente in questo stesso eapit. 



— 224 — 

a far notare che Dante non può avere inteso né preteso che tutti 
quei penitenti colà raccolti dovevan esser tali, poiché, in questo 
caso, codesta mostruosità naturale sarebbe stata molto più dif- 
fusa di quanto si possa credere, e neppure che lo fosse il Guini- 
zelli in particolare che, altrimenti, ne avremmo saputo anche 
d' altra parte qualcosa. Il Da Buti inoltre sagacemente aggiunge 
che Dante, in questo caso, ha voluto attribuire alla parola erma- 
frodito un significato insolito, diverso dal comune, tale cioè da 
indicare quegli uomini e quelle donne che, spinti da loro istinti 
depravati, si sono abbandonati a quei piaceri che si conseguono 
col sesso rispettivamente diverso ed hanno fatto ciò non servando 
il debito ordine e modo, cioè non unendosi col proprio legittimo 
coniuge in quelle regolari contingenze, alle quali li induce il bi- 
sogno di sfogare giustamente la propria natura, ma lo hanno fatto 
sempre di continuo con tutti", ogni qual volta si è presentata loro 
r occasione ed essi non hanno saputo resistere alla concupiscenza 
della carne. 

Questa interpretazione, giusta in gran parte e ragionevole 
e verisimile, apparirà sempre commendevole assai, fatta ragion 
dei tempi e dello scrittore altresì : ma sarà anche meglio com- 
presa e approvata quando, fra poco, avremo veduto quali altre 
suddivisioni ammetta Dante del peccato di lussuria, eccettua- 
tane la sodomia. Questa opinione, inoltre, è poi ripresa e appro- 
fondita ed illustrata definitivamente da un più tardo commen- 
tatore, il Daniello; il quale, dopo aver fatto anch'egli notare 
che alla parola ermafrodito qui non si deve né si può dare il signi- 
ficato che comunemente le si attribuisce, osserva acutamente 
che tale epiteto si può assegnare, e Dante evidentemente lo ha 
fatto, anche a quegli uomini e a quelle donne che, spinti da sfre- 
nata libidine, abusano bestialmente dei piaceri del senso e si tro- 
vano con tanta frequenza e tal desiderio in rapporto col sesso 
opposto da divenirne quasi completamente 'partecipi. Il concetto 
della interpretazione è acuto e profondo e, per di più, corrispon- 
dente all' intento di Dante. 

Senza dubbio, la dimostrazione di questi due ultimi commen- 
tatori non ha soltanto 1' apparente verisimiglianza d' un' ipotesi 
razionale, ma deve senz' altro riscuotere 1' approvazione e il con- 
senso dei critici obiettivamente imparziali ; essa merita poi che 
se ne tenga gran conto perchè da essa appunto, solo con poche 
e lievi modificazioni, scaturisce la definizione vera e propria e 
conclusiva della colpa di Guido Guinizelli. 

A questo, infatti, saprà indurci anche meglio il constatare 
eh' essa può accordarsi, come si accorda in realtà, con quella di- 
visione tutta cristiana che dei peccati e delle pene di questo gè- 



— 225 — 

nere era già stabilita da San Tommaso d'Aquino (1). Ap- 
punto a questo glor'oso fondatore della teologia ortodossa Dante, 
che ne fu sempre studiosissimo e fedele seguace, ricorre, come in 
tanti altri luoghi del suo poema, così anche in questo adottan- 
done, come s' è già detto, la generale distinzione del peccato in 
contro e secondo natura. Ed invero, il teologo aquinate aveva 
già prima classificato nel modo stesso le due più spiccate diver- 
sioni della colpa d' incontinenza ; porgendo così al divino poeta 
la regola e F esempio su cui tracciare la sua distinzione. Da ciò 
risulta assai chiaro che identica alla dantesca doveva anche essere 
la partizione che delle colpe sensuali aveva adottato la morale 
predominante al suo tempo. 

Si aggiunga ora, a conferma dell' esclusione di Guido dalla 
categoria dei sodomiti, che anche San Tommaso separa i rei di 
sodomia dagli altri rei di colpe affini e, formatane una classe a 
parte, la pone per ultima nella sua classificazione considerandola 
quindi come 1' aberrazione più grave e meno giustificabile di 
tutte. Ad essa, invece, egli fa precedere cinque minori distinzioni 
del peccato stesso non già contro, ma secondo natura, e ciascuno 
di questi eccessi sensuali espone per nome e per ordine . 
Il primo di questi è, secondo lui, la fornicazione, ossia lo sfogo 
delle naturali basse inclinazioni in più d' ima persona che non 
sia congiunta dai vincoli matrimoniali e che si dia o si prenda 
per semplice voluttà o anche per lucro ; secondo 1' adulterio, ossia 
r uso della moglie altrui o dell' altrui marito ; terzo, 1' incèsto^ 
ossia il congiungimento carnale fra persone che sono già unite 
direttamente fra loro da vincoli di strettissima parentela, come 
tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle e simili ; quarto, egli pone 
lo stupro, o sfogo degli appetiti sensuali in persona magari relut- 
tante ma presa a forza e colla violenza indotta al piacere, come, 
per es., solevano fare i soldati che ponendo a sacco una città 
conquistata manomettevano le donne dei nemici uccisi ; ed in- 
fine egli pone il ratto, che veramente non è, almeno sempre, il 
più grave di questi eccessi poiché talvolta suppone, se pur non 
esige, un accordo reciproco tale da ammettere il pieno consenso 
così nel rapitore come nella rapita. 

Questi adunque, secondo San Tommaso, i diversi gradi di 
lussuria per i quali chiunque può passare e dei quali macchiarsi, 
pur rimanendo entro inconfini della legge naturale, cioè ponen- 
dosi unicamente in rapporto, se uomo, con donne, e viceversa, 



(1) Si confronti il passo relativo della sua Stimma Iheolog. già citato 
nella nota 4 a pag. 212. 



15 



— 226 — . 

senza però aver mai che fare con individui del proprio sesso. Che 
Dante abbia seguito, oltre la divisione generale, anche questa 
particolare suddivisione dell' Aquinate, non e' è alcun dubbio ; 
basti pensare a quante volte, in materia di morale o di teologia, 
egli si è servito delle sue teorie e delle sue stesse espressioni e 
considerare che anche in questo caso ei non deve aver fatto di- 
versamente dal solito. È certo invece che anche in questo luogo, 
come in tanti altri delle sue opere, V Alighieri ha tenuto conto 
delle regole tomistiche e a,dottato le due classificazioni del pec- 
cato d' incontinenza, precisamente come le aveva conosciute 
nella grande Summa del dottore angelico. 

Resta quindi una volta di più confermato il fatto che il Gui- 
zinelli, non essendo compreso tra quelli che sono sodomiti indub 
biamente, deve non essere stato né creduto tale dal poeta. Lo 
spirito del Guinizelli, invero, non solo dimostra di aver la sua 
sorte a comune cogli altri lussuriosi secondo natura col dire « No- 
stro )> e non ìnio peccato, ma anche e soprattutto perchè in modo 
chiaro fa intendere (1) che egli e i suoi compagni sono rei sol- 
tanto di avere abusato (si noti bene !) d' una cosa di per sé le- 
cita, anzi necessaria, giusta e naturale, quali possono essere i 
rapporti sessuali fra uomo e donna. Egli perciò fa capire colle 
sue stesse parole (e toglie per conseguenza ogni dubbio) che la 
loro colpa non è già grave in quanto essi siano usciti dall' ordine 
naturale dei fatti ma perchè, pur rimanendovi, hanno ecceduto 
in un affetto, legittimo ed istintivo nella sua origine, senza riflet- 
tere che oggetto di tale eccesso non può mai essere la creatura 
sibbene il creatore, e che 1' amore per gli uomini non deve servir 
che di scala all' amore verso Dio. Quindi appare assai chiaro, e 
dalla divisione che Dante introduce anche qua del peccato di 
lussuria e dall' evidente suo uniformarsi ai precetti tomistici, 
che il Guinizelli non può considerarsi in alcun modo come so- 
domita, ma solo come uno che abbia ecceduto in uno o anche 
in più d' uno di quegli usi venerei che, adoperati parcamente e 
legittimamente, non determinano affatto peccato. 

Difficile poi sarebbe il precisare quale particolarmente di 
questi abusi fosse in ispecial modo esercitato da lui ; perchè Dante 
non ne lascia intravedere nessun elemento ne fa emergere, da 
questo lato, la figura del Guinizelli sopra quella degli altri ma lo 
comprende e confonde insieme con essi tutti, di ciascuno dei quali 
è pure ignota la colpa particolare. Solo ci è- dato di giungere ad 
una conclusione plausibile, se non proprio sicura, per mezzo di 
opportune congetture che valgano un po' -ad illuminarci. Da que- 



(1) Purgalcn-io, canto XXVI, v. 83. 



— 227 — 

«te, come vedremo, risulta che uno, cioè 1' adulterio, è il genere 
particolare di lussuria seguito dal Guinizelli ; che un altro, cioè 
r incèsto, non lo deve avere esercitato affatto ; e che la fornica- 
zione, il ratto e lo stupro, se pur non si possono escludere del tuttO; 
è però necessario riconoscere che entrano assai meno e poco con- 
tribuiscono alla determinazione della sua personalità peccaminosa. 

Egli dovette essere, secondo ogni probabilità, e fu conside- 
rato da Dante, come un adultero per ragioni troppo facili a in- 
tendersi, solo che si tenga conto dell'epoca sua e delle sue qualità. 

Era il tempo in cui la poesia trovadorica, giunta all' apice 
della sua fioritura, cominciava già a decadere, e nel quale i tro- 
vatori, che prima avevano cantato solo platonicamente la loro 
dama, che era però sempre (e questo a noi importa che si ricordi) 
una donna maritata, cominciavano ormai a scendere dalle nubi 
di un così alto idealismo e celebrando in un modo molto più sen- 
suale e obiettivo le bellezze di lei ardivano e pretendevano di 
raggiungere un godimento più reale e materiale che non avessero 
saputo fare i loro precedessori (1). Era il tempo in cui le belle 
signore, nello sfarzo corrotto delle incipienti signorie, si lascia- 
vano facilmente sedurre dal fascino della poesia e della musica 
di questi trovieri ben piìi e meglio che non avessero fatto le ca- 
stellane del periodo feudale. E quanti di questi amanti fortunati, 
che della cobla e del liuto si facevano schermo, non erano ormai 
riusciti ad ottenere tutto quel massimo bene che prima invece 
gli altri si contentavano soltanto d' implorare con^ malinconica 
timidezza nel verso ! Serva per tutti 1' esempio di bordello man- 
tovano, il quale riuscì a rapire la moglie al proprio signore, Ric- 
cardo da Sambonifacio, dopo averla abilmente adescata coi blandi 
lenocinì dell' arte (2). Ebbene, non del tutto dissimili dovevano 
essere, a quel tempo, gli usi dei concittadini di Guido e di lui 
stesso, in materia di morale e di amore. Egli, invero, sebbene si 
determinasse instauratorc di una maniera poetica che raccoglieva 
in sé quanto di più idealmente superiore aveva contenuto e stava 
per contenere la lirica trovadorica o cavalleresca, fu tuttavia, e 
lo vedremo, anche autore di poesie tutt' altro che platoniche e 
nel suo stesso idealismo e' è, a parer mio. qualcosa di così mor- 
boso che rivela 1' eccesso di un idealismo che non è più sano e se- 
reno. Donde si ricava che Guido non dovette limitarsi a cantare 



(1) Basti pensare alla relazione, non sempre ideale, di Rambaldo 
•di Vaqueiras colla marchesana di Monferrato, moglie di Enrico Del Carretto. 

(2) Dante, Paradiso, canto IX, vv. 25 e sgg. V. anche E. Salva- 
<;nini, Cunizza da Romano, nel volume miscellaneo Dante e Padova, pa- 
gine 407-449. 



— 228 — 

ed amare solo di lontano la donna o le donne altrui, ma volle, 
se non sempre seppe, raggiungere il suo intento nelle sue eroti- 
che avventure e brillò per la sua intraprendenza. Quindi nulla 
di strano oh' ei fosse ritenuto adultero dall' Alighieri e, come tale, 
compreso fra quelli che nei rapporti sessuali non servarono umana 
legge, cioè non fu fedele ai vincoli matrimoniali, ma seguì come 
bestia V appetito. 

Ciò si rileva, come ho detto, dalle sue poesie. Infatti, se di 
altre cose il Guinizelli non ci ha lasciato in esse menzione, ci ha 
però fornito sufficienti elementi per ricostruire questo lato al- 
meno della sua figura. L' opera sua poetica tutta quanta, eccet- 
tuatone forse un coinponimento o due, celebra, come soleva fare 
la lirica cortigiana da cui egli trasse V esempio, sempre e in qual- 
siasi modo V amore ; e questo, come s' intende facilmente dal- 
l' usanza del tempo, non era né poteva essere un amore coniugale. 
Anzi, noi abbiamo potuto constatare che la composizione di tutte 
le sue poesie rimonta ad un' epoca sempre posteriore al suo ma- 
trimonio con Beatrice della Fratta, e quindi non può aver per 
oggetto la esaltazione di lei. Egli invece vi canta costantemente 
una donna che, pur nella sua indeterminatezza, ci risulta quasi 
sempre la stessa : il che ci fa agevolmente capire eh' egli, oltre 
e più che la moglie, dovette avere almeno un' altra donna a cui 
consacrò i suoi affetti e i suoi voti. Ora, questa sola constata- 
zione potrebbe bastarci a giustificare la taccia di adultero appo- 
stagli dall' Alighieri ; perchè, se pur debbasi riconoscere essere 
stata moda dell' epoca quella di celebrare e servir fedelmente 
una dama che non fosse la propria moglie, non è meno vero che 
quella usanza era condannata (né poteva esser diversamente) 
dalle leggi della Chiesa. E Dante, rigido custode della morale 
cristiana in tutta la sua intransigente alterezza, non esitò a pro- 
nunciare la sua condanna contro il grande maestro e lo relegò 
nel cerchio dei lussuriosi ; ivi anzi (ed anche ciò va notato), quasi 
per fare intendere come egli giudicasse rei di simil colpa tutti, 
più o meno, i cantori di amore, ne suppose inclusi anche altri 
facendocene accorgere dalla presenza di Arnaldo Daniello (1). 
E neir antipurgatorio non aveva egli posto anche 1' amico suo 
Casella (2), che lo aveva aiutato a porre in musica le canzoni 
amorose della giovinezza ? E nel cielo dell' amore non volle egli 
mettere Folchetto di Marsiglia (3) 1' ardente amatore di Adelasia 
di Roquemartine ? (4). 



(1) Furgator.. XXVI, vv. 139 e sgg. 

(2) Idem, II, 76 e sgg. 

(3) Paradiso, IX, 82 e sgg. 

(4) F. Pei-kabca, Trionfo fV Amore, IV, 49-50. 



— 229 — 

Ma neir opera poetica di Guido e' è ancora qualcosa di più 
che può confermarci questa sua tendenza ad amori illeciti e adul- 
terini. Egli infatti non vi si mostra sempre fedele adoratore di 
una bellezza eterea, ma talvolta anche vi appare (con meravi- 
glia di quanti si erano formati di lui un concetto diverso) un ap- 
passionato cantore delle bellezze plastiche e non ideali, un va- 
gheggiatore sensuale della forma e non soltanto dello spirito 
muliebre. In ciò, dirà qualcuno, si rivela la duplice tendenza 
già manifestatasi nei trovatori provenzali di celebrare ora con 
misticismo di asceta ora con realismo di epicureo V anima e la 
carne famminile. Non può invero negarsi che anche sulla com- 
posizione di queste sue rime di maniera tutta diversa abbia in- 
fluito r esempio dei cantori occitanici ; ma è altresì doveroso 
riconoscere che nel sonetto XXII, per es., nel quale celebra la 
giovenile fresca e formosa piacenza di Lorina, l'influenza dei 
Provenzali, così convenzionale e fredda nel Guinizelli stesso, è 
nulla in confronto all' ispirazione originale e all' impulso del 
cuore, per cui il sensualismo appare evidente. E ci sarà dunque 
chi creda eh' egli abbia amato solo idealmente ? egli che ivi scri- 
veva (1) : 

« Ah, prender lei a forza, oltra so grato, 

e baciarli la bocca e '1 bel visaggio 

et li occhi suoi, eh' en due fiamme di foco ! ». 

Ammettiamo pure che questi ardenti desiderii Guido non 
li potesse né volesse mai porre ad effetto, come vorrà insinuare 
taluno e come potrebbe far credere la tendenza prevalente del 
suo spirito e il sincero pentimento eh' egli subito dopo quei versi 
si affretta a palesare (2) ; ma resta pur sem.pre (né alcuno po- 
trà negarlo) il fatto che almeno quella idea egli qualche volta 1' ha 
avuta ed, in luogo di resistere alla tentazione, se n' è compia- 
ciuto pascendosi d' una scena di violenza carnale che agita e 
scompone i suoi sensi, di solito così elevati e composti. 

Ebbene, anche questi versi soltanto non dovettero sembrare, 
s' egli li lesse, a Dante segni manifesti di affetti impuri che la 
sua coscienza dignitosa e netta di giudice dell' eternità non potè 
fare a meno di riprovare ? Si pensi al severo giudizio che la ri- 
gida morale cristiana, allora tanto piti nota di oggi, fa non solo 
delle azioni ma anche dei pensieri e come, secondo le sue massime, 
debba essere condannato dalla Divina giustizia e ritenuto egual- 
mente colpa così il peccato eseguito come anche la volontaria 



(1) Sonetto cit. vv. 9-11. 

(2) Idem, vv. 12 14. 



— 230 — 

compiacente intenzione di compierlo, anche se ineffettuata ; e si 
comprenderà facilmente la ragione e 1' origine di questa sentenza 
di Dante. 

Né è quello solo il luogo del Canzoniere di Guido che possa 
richiedere un simile giudizio a suo riguardo : e, pur tralasciando 
di citare, perchè incertamente a lui attribuito, il son. XXXII 
ove la nota passionale è bellamente sfumata in una pittura se- 
rena e ridente della primavera e della giovinezza, soffermiamoci 
ad esaminare anche soltanto il sonetto XXIII, sulla cui pater- 
nità non e' è discussione. Esso si può definire una imprecazione 
atroce contro una donna chiamata dal poeta vecchia rabbiosa. 
Il Guinizelli ivi si mostra insolitamente irruente e non dissimula 
un iicv implacabile e un odio acerrimo, non si sa come concepiti, 
contro quella malcapitata. Abbiamo anche qui una scena di vio- 
lenza viva e terribile, per quanto molto diversa dall' altra, che 
accusa V origine dell' invettiva stessa. Come e perchè il poeta 
abbia concepito tanta animosità contro quella donna ? Io ritengo 
che nulla ci può metter sulla retta strada meglio che la giusta, 
interpretazione dell' epiteto ingiurioso con cui egli le rivolge la 
parola fin da principio. È chiaro, a parer mio, che 1' espressione 
vecchia rabbiosa cela, ma non così bene da non ce lo far ricono- 
scere a prima vista, un amoroso contrasto ; io credo cioè che 
quella donna non fosse vecchia realmente, ma giovine e amata 
un tempo dal poeta, e che ora, disgustatasi con lui per ignote 
cagioni, si meritasse da lui tutta quella filza d' improperi e d' in- 
giurie eh' egli le scagliava addosso per isfogare in qualche modo 
lo sdegno mal represso e rintuzzato a lungo, (.'hi sa che egli, dopo 
averla amata per qualche tempo e creduto eh' ella gli corrispon- 
desse sinceramente, non si fosse accorto eh' essa lo tradiva abil- 
mente ? In tal caso, quel sonetto del Guinizelli potrebbe con- 
siderarsi come un lontano precursore del C orbacelo boccaccesco. 

Queste dae poesie attestano, come ho detto, la qualità pec- 
caminosa di Guido meglio di qualsiasi altra prova che se ne possa 
addurre, e ne confermano per di piìi lo speciale carattere. Da 
esse infatti risulta assai chiaro, come volevo dimostrare, eh' egli 
amò altre donne, oltre la moglie, di amore anche non soltanto 
platonico. Né alcuno venga ad obiettarci che quei suoi versi pos- 
sano adombrare amori giovenili di Guido e riferirsi a passioni 
della sua adolescenza anteriori al matrimonio con Beatrice della 
Fratta ; poiché nessuno vorrà negare che quei due sonetti sono, 
per ogni rispetto ma specialmente dal lato formale, delle migliori 
poesie eh' egli abbia mai composte e come tali rivelano d' essere 
stati scritti da lui in età avanzata, quando cioè aveva acquistata 
una certa esperienza nell' arte poetica e quando naturalmente 
egli era già stato sposo da un pezzo. Ora, se egli, mentre già si 



— 231 — 

era unito legittimamente con Beatrice, non rinunziava a cantare 
r esaltazione voluttuosa e V amoroso corruccio che provava alla 
vista di altre donne ; non è forse chiaro abbastanza che, così 
facendo, veniva meno ai suoi doveri coniugali e si meritava per 
conseguenza la designazione di adultero ? 

Tale e non altro dovette essere il motivo per cui Dante lo 
pose fra i lussuriosi in Purgatorio. Ne è da credere eh' ei lo rite- 
nesse colpevole d' incèsto. In questa forma di lussuria, infatti, 
è così mostruosa la aberrazione del senso che, pur prescindendo 
dalla mancanza delle prove, esso si potrebbe negare non foss' al- 
tro perchè ci risulta impossibile ammetterlo in un animo qual era 
quello del Guinizelli, la cui nobile elevatezza cioè non doveva 
permettere neppure che di simili turpitudini vi albergasse Y idea. 
Solo il pensarlo basterebbe a farci detestare la sua indole digni- 
tosa ed austera. 

Le altre forme poi del peccato di lussuria ammesse da San 
Tommaso possono magari essere state esercitate anch' esse dal 
poeta bolognese, ma esse non aggiungono né tolgono nulla al suo 
ritratto morale. Ed infatti, qualora egli avesse ancora sfogato 
i suoi bassi istinti nello stupro, nella fornicazione o nel ratto, 
non cesserebbe già per questo di rimanere un adultero, sì perchè 
ha desiderato e usurpato donne che non erano sue, sì perchè ha 
trascurato i suoi doveri coniugali e tradito la moglie. 

Tale, per me, la conclusiome a cui possiamo giungere dopo 
una serie di eccezioni e di giustificabili congetture e dalla quale 
risulta un concetto del peccato di Guido così ragionale che, se 
pur non risponde esattamente alla verità, deve almeno avvici 
narsi ed essa di molto. 

Si noti però, a questo punto, che V idea di adultero, alla 
quale necessariamente e naturalmente siamo dovati arrivare, non 
può forse per qualcuno trovarsi perfettamente d' accordo con 
quella parola ermafrodito nella quale Dante ha come racchiuso 
tutto quanto lo spirito e 1' entità del peccato di Guido. Ma sic- 
come voglio dimostrare, prima di chiudere il capitolo, che tale 
opinione è un' infondatissima ubbia, è necessario trattenercisi 
un po' attorno e far vedere com' essa non abbia alcuna ragione 
di opporsi al resultato delle nostre indagini. 

Ermafrodito è parola greca e a Dante naturalmente sarebbe 
rimasta ignota s' ei non 1' avesse conosciuta per il tramite della 
letteratura romana ; e 1' autore che, parlando di cose mitologi- 
che, gli ha procurato quella cognizione, è stato secondo il solito 
Ovidio (1), il quale varie volte nelle sue opere, ma più a lungo 



(1) Egli fu infatti, dopo Virgilio, uno dei poeti latini meglio cono- 
sciuti dall' Alighieri. 



— 232 — 

ne] suo poema delle Mptamorfosi ebbe occasione di parlare di 
questo bellissimo figlio di Mercurio e di Venere. Ivi appunto (1) 
egli ne celebra il voluttuosissimo mito diffondendosi nella salace 
descrizione del suo strano amore colla ninfa Salmace ed, arric- 
chendo com' ei suol fare il racconto dei colori più smaglianti e 
seducenti della sua calda poesia, ne ha creato un episodio così 
suggestivo da fare profonda impressione anche in un animo meno 
sensibile di quello dell' Alighieri. Non è perciò da meravigliarsi 
se il fatto e il nome di Ermafrodito rimasero altamente impressi 
nella sua mente e s' egli pensò di valersene in questo luogo della 
sua Commedia. 

Parve eh' egli fosse rimasto così ammirato alla narrazione 
strabiliante di quel giovinetto , schivo e ignaro d' amore, a cui 
la ninfa Salmace si era così violentemente stretta e avvinghiata 
da unirlo a sé e comunicargli parte della sua propria natura ; 
che fin dal tempo di quella lettura dev' essere sorto in lui 
il sospetto che anche quel mito, come tanti altri (secondo il con- 
cetto medioevale) includesse velandolo un significato allegorico 
corrispondente a un fenomeno naturale e reale (2). Onde ei si 
dette a studiare e investigare e disseppellire, direi, colla po- 
tenza della sua immaginazione razionalmente disciplinata, le ori- 
gini di quel fatto e potè concludere che, anche in questo caso, 
la favola oscena del Paganesimo adombrava una profonda ve- 
rità scientifica. Il poeta intravide prima, poi vide e sostenne con 
sicurezza che in quella Salmace, così ardente di sfrenata libidine, 
così violenta nello sfogare i suoi istinti focosi da rimaner con- 
giunta, fusa e unificata coli' oggetto materiale di questa bestiale 
passione, era caratterizzata la donna dissoluta in generale, anzi 
la femmina che, trascinata follemente dagli stimoli della carne, 
cerca lei stessa e seduce e pretende il maschio e, sottomettendo- 
glisi, lo induce al congiungimento bramato. Ma essa, non sazia 
di questo godimento, lo eccita sempre di nuovo né permette che 
r essere che glielo produce si allontani da lei un solo istante, e 
a lui si tiene strettamente, indissolubilmente avvinta sentendone 
e subendone tutta la suggestione sensuale in modo da credersi 
e da sembrare, se non trasformata addirittura nel maschio, par- 
tecipe almeno di quegli istinti brutalmente carnali che sono sua 
propria ed esclusiva caratteristica. In tal modo non abbiamo 



(1) Ovidio, Metamorfosi, lib. IV. vv. 306 e sgg. 

(2) Chi voglia farsi un' idea esatta di quanto la teoria di Euernero 
riguardo 1' interpretazione dei miti groco-romani fosse tra noi seguita e 
anche alterata durante 1' età di mezzo, legga 1' opera magistrale di D. Com- 
PARETTi, Virgilio nel medioevo. Firenze, 1896. 



— 233 — 

forse anche noi un' idea di quella comunione di sessi che 1' Ali- 
ghieri aveva adombrato nella parola Ermafrodito, senza che per 
questo vi sia bisogno di pensare che quegli uomini e quelle donne 
da lui puniti fossero stati, al mondo, materialmente dei mostri ? 
A questa concezione profonda dell' amore fisiologicamente 
passionale Dante era dovuto arrivare dopo un lungo serio ra- 
gionamento e una riflessione acuta tutta sua individuale ; ma 
non può ne deve negarsi che la prima idea di quella teoria ei 
r avesse acquistata dai versi sensualmente pittorici di Ovidio. 
Egli però ebbe il merito di assimilarsela siffattamente da pro- 
durre frutti artistici meravigliosi. Da essa invero dovette nascere 
la sublime incarnazione dell' amore passionale, Francesca, cui 
non riesce a disgiungere dal suo amato neppure 1' ira d' Iddio 
né r eterna condanna e che grida pur sempre : 

(; questi che mai da me non fia diviso « (1), 

e da essa pure è derivata la definizione mirabilmente sintetica, 
che del peccato di lussuria nel cerchio settimo del Purgatorio 
egli ha saputo darci con nuova fortissima immagine. Questi pec- 
catori carnali vengono rappresentati da Dante, con felicissima 
imitazione della Salmace ovidiana, a guisa d' instancabili e in- 
soddisfatti cacciatori d' amore : essi, uomini e donne, sono arsi 
nel fuoco della divina carità perchè, al mondo, invece di atten- 
dere a quella, si erano persi dietro il falso e seducente amore delle 
creature ; e tutti quanti erano stati così accesi del sesso diverso 
da poter essere benissimo considerati come altrettanti ermafro- 
diti. Ed invero, sia che avessero vagheggiato coli' immaginazione 
o coir atto compiuto ripetutamente e per mero sollazzo, insieme 
con quanti era occasionalmente concesso, il congiungimento car- 
nale, non avevano che innalzato a forma d' idolatra abiezione 
queir amore che solo è dato, secondo la morale cristiana, e per- 
messo come vincolo indissolubile e pegno della reciproca fede 
di un uomo e di una donna uniti nella pace sacrosanta della fa- 
miglia. Invece, quelle donne erano state così facili a concedersi 
e quegli uomini così insaziabili di possederle, che ben si può dire 
essere stata la loro mortale esistenza tutta quanta assorbita e 
compresa in questi turpi sollazzi. Ecco spiegato come per Dante 
quegl' infelici dovevano, essersi tutti trasformati in ermafroditi. 
Ed infine, per chi non si sia ancora reso un conto preciso 
dell' uso di questa parola fatto da lui, aggiungo un ultimo schia- 
rimento. Pensi costui che, anche nel nostro comune linguaggio, 
quando si vuol dire di un uomo eh' egli è dedito completamente» 



(1) Inferno, canto V, v. 135. 



— 234 — 

ai piaceri del senso e perduto dietro alle donne, siamo soliti chia- 
marlo effeminato, cioè partecipe della natura e delle qualità di 
quelle femmine della cui illecita compagnia egli abusa. E simil- 
mente di una donna che, non tenendo una condotta troppo re- 
golare, si abbandona ad atti e parole che non le si convengono 
ed acquista dal continuo turpe commercio cogli uomini un fare 
eh' è loro proprio, si è soliti dire eh' è emancipata, espressione 
eufemistica che nasconde, sotto velata blandizia, una punta 
amara d' ironia, perchè V epiteto che meglio le converrebbe sa- 
rebbe, sinceramente, quello di mascolinizzata. Ebbene, l' identico 
ufficio che queste parole effeminato e mascolinizzata fanno nel 
nostro linguaggio comune, lo fa, velatamente bensì ma non meno 
chiaramente, nel linguaggio dantesco la parola ermafrodito. 

Né sembri strano ed insolito il significato attribuito a questa 
parola dall' Alighieri, perchè di un uso analogo abbiamo esempi 
fin dall' antichità. Infatti, oltre la proprietà della fonte Salmace 
<( quam qui bibisset, come dice Testo, vitio imptidicitiae mollesce- 
bat)., e della quale parla in piìi luoghi Ovidio stesso (1), i Ro- 
mani ci hanno pure tramandato 1' uso di definire 1' uomo infiac- 
chito, infrollito dai vizi venerei con una sola parola che ha gran- 
dissima analogia con quella usata da Dante. Un antico verso 
di Ennio (2), per es., attribuisce a un tale uomo 1' epiteto di 
Salmacide. Ora, quando si pensi che Salmace era appunto il nome 
della ninfa innamorata di Ermafrodito e della sua fonte che aveva 
la prerogativa d' indurre alla lussuria chi avesse bevuto di lei, 
dovremo riconoscere che anche quest' epiteto, foggiato appunto 
su quel nome, ha un origine, un uso e un significato molto simile, 
se non identico, al dantesco. 

E con questo chiudiamo la discussione fors' anche troppo 
lunga su questo argomento, certi. che quanti leggeranno questo 
capitolo abbiano ad acquistare, insieme a una esatta interpre- 
tazione di come sono distribuite pene e colpe nel settimo cer- 
chio del Purgatorio, anche un giusto concetto di quel che fosse 
stato realmente e di come fosse giudicato dall' Alighieri il pec- 
cato di Guido Guinizelli. 



(1) Metamorfosi, libb. IV, vv. 285 e sgg, e XV, v. 319. 

(2) Ci è conservato da Cicerone, nel De offivijs, I, 18, 61. 



PARTE SECONDA 



II 




« Li dolci detti vostri 

che, quanto durerà l'uso moderno, 
faranno cari ancora i loro inchiostri ». 

Dante, Purgatorio, canto XXVI, vv. 112-114. 



NOTA INTEODUTTIVA 



Per il testo del Canzoniere di Guido Guinizelli mi sono atte- 
nuto con fedeltà scrupolosa all' edizione critica di T. Casini. Le 
rime dei 'poeti bolognesi del sec. XIII - Bologna, 1881. Unifor- 
mandomi costantemente alla lezione adottata da lui, me ne sono 
allontanato una volta o due per il testo e pochissime altre per 
la punteggiatura. Nel resto ho creduto opportuno, per le ragioni 
esposte nella prefazione, di seguire in tutto e per tutto le sue 
orme, tanto che non mi è parso bene di abbandonarle neppure 
nelle divisioni accolte nel Canzoniere medesimo le quali sono, 
come ognuno può constatare, le stesse che furono già introdotte 
da lui. Delle canzoni di Guido ho voluto dare un' interpretazione, 
letterale quanto più mi è stato possibile, sì perchè la loro lettura, 
può presentare serie difficoltà, sì perchè una spiegazione conti- 
nuata non se ne trova neppure nelle varie edizioni annotate più 
diffuse e più note. Ai sonetti invece mi è parso sufficiente aggiun- 
gere un breve commento, sì perchè il loro contenuto appare a chiun- 
que più chiaro e più semplice, sì perchè vari punti di essi si pre- 
stavano meglio a confronti con passi analoghi dei poeti contem- 
poranei o più o meno dipendenti dalla nuova scuola. Delle poesie 
incertamente attribuite al Guinizelli non ho voluto dare né com- 
mento né interpretazione per ragioni troppo facili a capirsi : 
prima di tutto perchè scopo dell'opera è illustrare la vita dello 
scrittore ed appare quindi vano, se non dannoso, occuparsi di 
rime che non gli si possono ascrivere con sicurezza e quindi rica- 
varne quei particolari biografici che invece, sebbene scarsamente, 
ho potuto ritrarre dalle altre ; e secondariamente perchè in un 
lavoro, eh' era rivolto allo studio della personalità storica di uno 
scrittore, non sarebbe stato opportuno oltrepassare i limiti della 
più stretta necessità nell' indagarne ed illustrarne gli scritti to- 
gliendo così materia ad altri di lavorare con più ragione e miglior 
profitto. 



Canzoni di m. Guido Guinizelli. 



Donna, F amor me sforza 

<'h' eo ve deggia contare 

com' eo so' inamorato 

e ciascun giorno inforza 

la mia voglia d'amare ; v. 5 

pur foss' eo meritato ! 

sacciate in veritate 

che sì preso è il meo core 

di vo', incarnato ainore, 

che more di pietate v. 10 

e consumar lo fate 

in gran foco e 'n ardore. 

"Nave, eh' esce di porto 

con vento dolze e piano, 

fra mar giungo in altura ; v. 15 

po' ven lo tempo torto, 

tempesta e grande affano 

li adduce la ventura : 

allor si sforza molto 

conio })ossa scan~ipare v. 20 

che non perisca in mare : 

così r amor m' ha colto 

e di bon loco tolto 

o messo al tempestare. 

^Tadonna, audivi dire v. 25 

che in aire nasce un foco 

per rincontrar dei venti ; 

se non more in venire 

in nuviloso loco, 

arde inimantinenti v. 30 



Donna, 1' amore mi costringe a do- 
vervi raccontare com' io sono inna- 
morato e come ogni giorno di più 
vada crescendo il mio desiderio amo- 
roso ; se fossi almeno ricompensato ! 
Sappiate invero che il mio cuore è 
talmente invaghito di voi, amore in- 
carnato, che muore di passione e voi 
lo fate struggere in mezzo al fuoco 
più ardente. 



Una nave, eh' esce dal porto con 
vento favorevole e mite, arriva in 
alto mare ; ma poi il tempo si fa 
minaccioso, burrasca e gran travaglio 
le reca il destino, e allora essa fa di 
tutto per potersi salvare e non pe- 
rir fra le onde ; alla stessa maniera 
l'amore ha preso me e, toltomi di 
luogo sicuro, mi ha esposto alle teni- 
peste. 



Madonna, ho sentito dire che per 
incontro di venti nasce nella aria un 
fuoco il quaje, se non si estingue nel 
discendere in luoghi nebbiosi, abbru- 
cia sul momento ciò che si trov : 
davanti ; alla stessa maniera i sen 



239 



40 



45 



«io che ritro\'a in loco : 

così le nostre voglie 

a contraro s' accoglie, 

linde mi nasce un foco, 

lo qual s'estingue un poco v. 35 

in lagrime et in doglie. 

CI re ve cosa è servire 
segnor contra talento 
e sperar guiderdone 
e mostrare in par ire 
che sia gioia il tormento 
contra soa opinione ; 
donqua si de' gradire 
di me che voglio fare 
e ghirlanda jjortare 
di molto orgoglio a dire, 
che s' eo voglio ver dire 
credo pingere 1' aire. 

A pinger 1' air son dato 

poi eh' a tal son condotto, v. 50 

lavoro e non acquisto 

lasso, eh' eo li fui dato ; 

amore a tal m' ha addotto 

fra gli altri son più tristo. 

Oi, segnor Cesù Cristo, v. 55 

fui per ciò solo nato 

per stare inamorato V 

poi madonna 1' ha visto 

meglio è eh' eo mora in quisto ; 

forse n' ara peccato. v. 00 



timenti di noi due si vengono con- 
tro e dall' urto deriva in me un fuoco 
che si smorza appena nelle lacrime 
e nei sospiri. 



È cosa inolesta servir, suo malgra- 
do, un signore e sperandone premio 
fingere in sua presenza che sia gioia 
il tormento contro ogni suo credere ; 
perciò si dovrebbe esser grato a ine 
che voglio fare e portare una corona 
tutta di orgoglio, diciamo così, per- 
chè s' io voglio dire la verità, mi par 
di dipingere 1' aria. 



Io mi son messo a dipingere l'aria 
dacché sono ridotto a tal punto che 
mi affatico senza concludere, me mi- 
sero, che le fui dato in balìa ; 1' amore 
mi ha ridotto a tal punto eh' io sono 
il più infelice di tutti. 

Ohimè ! Signor mio Gesù Cristo, 
sono io dunque nato unicamente per 
essere innamorato ? Ma poiché ma- 
donna se n' è accorta, è meglio eh' io 
muoia in questa condizione perchè 
così essa ne avrà forse rimorso. 



II. 



Lo fin pregio avanzato, 

che a lo meo cor sarea 

a ciò eh' omo sarea, 

eli' ha ogne valore 

in ver me, e' ho provato 

per fino amor sarea, 

che a dire non sarea 

tutto quanto valore ; 

per eh' eo non vorrea dire, 

perchè m' incresce dire 

che non ]>osso il meo core 



v. 10 



(Non essendo possibile dare di que- 
sta canzone un' interpretazione lette- 
rale completa per le ragioni già ad- 
dotte nella Prefazione, mi limito a 
darne una spiegazione frammentaria 
fedele e continuata quanto si può) : 

La mia donna {lo fin pregio avan- 
zato), che sarebbe tale per l'animo mio 
da far sì che ogni uomo potrebbe per 
essa innalzarsi, possiede ogni pregio 
agli occhi di me che ho esperimentato 



240 



dimostrare finero, 
a ciò che non finero 



la mia vita. 



Finare me convene 

eh' amor m' ha messo a tale v. 15 

che non dice mai Jtale, cc/M,<r<-(_ 

anzi me fa orgoglianza ; 

eh' omo che pinge bene 

colora viso tale 

che li conven mai tale v. 20 

e soffrire orgoglianza : 

per che a me convene 

soffi'ir ciò che avvene, 

ma eo voglio soffrire 

tutto lo meo penare, v. 25 

perch'eo non ho penar - lunga stagione. 

La soa beltà piacente 

e '1 fin amor, eh' è puro 

in ver me che son puro, 

in lei tutta piacenza v. 30 

regna, pregio valente 

e '1 valor che nom' puro, 

dire' sì alto puro, 

tanta v' è piacenza ; 

già per cui lo meo core v. 35 

aitisele in tal loeore 

che si ralluma comò 

salamandra in foc' vive, 

che 'n ogne parte vive - lo meo core. 

D' un' amorosa parte v. 40 

me ven voler che sole (<j(^i^/tc\ 

che in ver me più sole 

che non fa la pantera, 

che usa in una parte 

che levantisce sole, v. 45 

che di più color sole 

so viso che pantera. 



l'amor suo superiore, tanto che non 
se ne potrebbe dir tutto il merito ; 
per la qual cosa io non vorrei par- 
lare imperocché il parlare mi è gra- 
voso non potendo dimostrare il mio 
cuore compiutaniente se non voglio 
compir la mia vita. 

Ma compirla m' è d' uopo poiché 
amore mi ha affidato a tal perdona 
che non lo nomina mai ed anzi mi 
tiene in s oggezione ; un bravo pit- 
tore infatti sarebbe capace di dipin- 
gere un viso così austero e bello ma 
non gli converrebbe mai averne uno 
simile e soffrirne la rigida indifferenza ; 
per la qual cosa è necessario che io 
sopporti tutto ciò che mi capita, ed 
io son disposto a spendere in pa- 
zienza tutte le mie facoltà di sof- 
frire, perchè non ho da soffrire a 
lungo. 



ella possiede in tal grado 1' arte di 
piacere che per essa il mio cuore 
s' innalza in tal luce che si rischiara 
allo stesso modo di ixna salamandra 
la quale vive in mezzo al fuoco ; 
poiché il mio cuore vive in ogni 
luogo. 

Da una parte amorosa (madonna) 
viene in me di solito un desiderio 
che brilla nel mio cospetto assai di 
più che non faccia la pantera, la 
quale vive in una parte del mondo 
da cui nasce il sole ; perché il viso 
di lei (madonna) risplende (sòie) as- 
sai più che il manto di una pantera. 



— 241 



Ancora in vo' spero 

nierzè che non dispero 

perchè in vo' è pietate, v. 50 

fin pregio, bon volire 

per che a vo volir - lo meo cor pare. 

Raddoppia conoscenza 
chi 'n vo' tuttora mira, 
che chiunque vo' mira v. 55 

non ha consideranza ; 
m' avete ben sentenza 
che chi vo' serve e mira 
non po' falhr, se nìira 
vostra consideranza : v. 60 

per eh' eo non arò fallo 
perchè eo dimori 'n fallo, 
eh' è già lunga speranza 
in vo' d' amar eh' eo aggio, 
che non credo s'eo v'aggio - altro 
venire. v. 65 



Io spero ancora in voi, anziché aver 
perduto ogni speranza, perchè voi 
possedete pietà, virtù straordinarie e 
benevolenza, onde il mio cviore è 
sempre disposto a volervi. 

Chi può tenere continuamente fissi 
gli occhi sopra di voi, raddoppia la 
sua conoscenza, perchè chiunque vi 
ammira non ha più bisogno di ri- 
fiettere. Voi mi fate proprio credere 
che chi vi serve e pende dal vostro 
cenno, non può sbagliare, se tiene ben 
conto della vostra qualità ; perciò io 
non commetterò errore, sebbene mi 
trovi in mezzo alla colpa. 



III. 



In quanto la natvira 

e '1 fino insegnamento 

han movimento — de lo senno intero, 

und' ha più dirittura 

lo gran cognoscimento, v, 5 

da nodrimento - o da natura, quero ; 

se la gran conoscenza 

dicess' uom per ventura 

che ven più da natura 

direbbe fallamento, v. 10 

che nessuna scienza 

senz' ammaestratura 

non saghe in grande altura 

per proprio sentimento. 

Ma per lo nodrimento v. 15 

onx cresce in conoscenza, 

che dà valenza - d'ogni gio' compita; 

e poi ha compimento 

di bene in tal sentenza 

senza fallenza - persona nodrita ; v. 20 

adonqua, perchè '1 segno 

e la natura insieme 



Essendo che la natura e 1' insegna- 
mento superiore procedono dalla Infi- 
nita Sapienza io cerco donde derivi 
più direttamente la perfetta com- 
prensione, se dallo studio cioè o da 
naturale disposizione. Se taluno per 
caso dicesse che la perfetta compren- 
sione deriva maggiormente dalla na- 
tura, direbbe un errore, perchè nes- 
sun sapere senza disciplina può as- 
surgere a grande altezza per sola 
propria iniziativa. 



Ma soltanto per mezzo dello stu- 
dio r uomo progredisce nel sapere che 
produce F effetto d' ogni completa 
soddisfazione ; ed inoltre chi è così 
ammaestrato ottiene senza fallo com- 
pleta felicità. Dunque, affinchè 1' istru- 
zione {segno = senno) e la naturale 
disposizione procedano di pari passo 



1( 



242 



vivano ad una speme 

in un sentire stando, 

cora'addiven d' un legno v. 25 

eh' a dui nomi s' attene 

di' a dtii ii D uii o' attcì^ 

e pur tina cosa ene 

lo subbietto guardando. 

Però provvedimento 

<M conquistar convene v. 30 

valor di ben 3 - ciò è conoscenza ; 

se lo comineiamento 

perseveranza tene, 

cert'è che vene - a fine soa sentenza ; 

e la perseveranza v. 35 

si manten per soffrire;, 

unde vole ubidire 

et ogne bene avanza ; 

adonqua per certanza 

non si porìa compire v. 40 

senza lo sofferire 

alcuna incomincianza. 



ad un medesimo fine mantenendosi 
concordi e proporzionate come accade 
di un albero al quale si attribuisce 
più di una denominazione {rami e 
tronco) né egli cessa per questo di 
essere una cosa sola, ove si tenga 
conto dell' oggetto in sé ; 

perciò conviene previdentemente 
acquistarsi virtù di bene cioè co m- 
prensione. Se a buon principio tien 
dietro la perseveranza, il suo {im- 
personale) proponimento raggiunge lo 
scopo ; e la perseveranza si mantiene 
per mezzo della pazienza ; onde si 
vuole coir obbedire superare ogni 
bene. Adunque, non si potrebbe per 
certo condurre a termine alcuna in- 
trapresa senza 1' abnegazione e il sa- 
crifizio. 



IV. 



Con gran disio pensando lungamente 
amor che cosa sia, 
e d' onde, e comò prende movimento, 
diliberar me pare infra la mente 
per una cotal via, v. 5 

che per tre cose sente compimento ; 
ancorch' è fallimento 
volendo ragionare 
di così grande affare, 
ina scusami che eo si fortemente v. 10 
sento li suoi tormente, - ond'eo me 

(doglio. 



E' par che da verace piacimento 
lo fino amor discenda 
guardando quel ch'ai cor torni piacente 
che poi ch'om guarda cosa di talento, 

v. 15 
al cor pensieri abenda, 



Poiché da gran tempo sto a pen- 
sare con intenso desiderio che cosa 
sia amore, da qual parte abbia ori- 
gine e in che modo cominci ad agire, 
credo di potermi decidere per questa 
soluzione, che cioè egli si effettua 
compiutamente per mezzo di tre cose 
( gli occhi e il cuore) ; per quanto sia 
errore il pretendere di discutere di 
una questione così importante. Mi 
scusa però il fatto che io sento in 
modo così straordinario i suoi tor- 
menti che non posso fare a meno 
di lagnarmene. 

Sembra che V amore elevato derivi 
da profonda simpatia acquistata os- 
servando oggetti piacevoli al nostro 
cuore ; poiché quand' uno guarda cosa 
di pregio, affluiscono al suo cuore 
gli affetti e crescono d' un tratto in- 



24£ 



■e cresce con disio immantenente ; 

■e poi dirittamente 

fiorisce e mena frutto, 

però me sento isdutto ; v. 20 

l'amor crescendo fiori e foglie ha messe 

e ven la messe - e '1 frutto non ricoglio. 



Di ciò prender dolore deve e pianto 

lo core inamorato, 

« lamentar di gran disavventura, v. 25 

però che nulla cosa a l'omo è tanto 

gravoso riputato, 

che sostenere affanno e gran tortura, 

servendo per calura 

di esser meritato ; 

e poi lo so pensato 

non ha compita la soa disianza, 

■e per pietanza trova pur orgoglio. 

Orgoglio me mostrate, donna fina, 

et eo pietanza chero v. 35 

a vo', cui ttitte cose al meo parvente 

dimorano a piacere : a vo' s' inchina 

vostro servente, e spero 

ristauro aver da vo', donna valente, 

che avvene spessamente v. 40 

che '1 bon servire a grato 

non è rimeritato : 

allotta che '1 servente aspetta bene, 

tempo rivene - che merta ogni scoglio. 



sieme col desiderio. Quindi amore 
porta subito le sue conseguenze ap- 
parenti (fiori = gioie) e reali {fruUi= 
amarezze), ed è per questo che io 
mi sento spossato {ex ductus) : l'amore 
crescendo ha messo foglie e fiori ma, 
per qvianto sia venuta 1' epoca della 
raccolta, non mi riesce di ricavarne 
alcun frutto. 

Di ciò deve addolorarsi e piangere 
il cuore innamorato e lagnarsi come 
di grande sventvira, perchè niente è 
reputato tanto molesto per F uomo 
quanto il sopportare pene e torti 
gravissimi, mentre ei continua tut- 
tavia a servire coli' ardore d' essere 
quandochessia ricompensato ; e poi- 
ché il suo proposito non è riuscito 
ad effettuare il proprio desiderio, egli, 
in luogo di compassione, trova pur 
sempre sprezzo ed isdegno. 

Sprezzo ed isdegno mi dimostrate 
voi, o donna eccelsa, ed io invece 
chiedo pietà a voi che possedete, se- 
condo il mio giudizio, tutte le doti 
per piacere ; a voi mi inchino io vo- 
stro servo, e spero' aver conforto da 
voi, donna virtuosa, perchè spesso 
accade che i buoni servigi sponta- 
neamente prestati non vengono re- 
munerati ; ma quando il servo ha 
la pazienza di attendere a Ivingo, 
torna poi un tempo che lo ricom- 
pensa di tutti i travagli passati. 



V. 



Al cor gentil ripara sempre amore 
com' a la selva augello in la verdura 
né fé' amore avanti gentil core, 
né gentil core avanti amor natura, 
eh' adesso che fo' il sole v. 5 

sì tosto lo splendore fo' lucente 
né fo' avanti il sole ; 



Amore trova sempre il suo natu- 
rai rifugio nel cuore come 1' uccello 
nel bosco in mezzo al verde, e la 
natura non creò già 1' amore prima 
del cuor gentile né il cuor gentile 
prima di amore ; perocché appena 
fu il sole svibito apparve il suo lu- 



— 244 



e prende amore in gentilezza loco 

così propiamente 

comò clarore in clarità di foco. v. 10 



Foco d'amore in gentil cor s'apprende 
corno vertute in pietra preziosa : 
che da la stella valor non discende, 
avanti '1 sol la faccia gentil cosa ; 
poi che n' ha tratto fore, v. 15 

per soa forza, lo sol ciò che li è vile, 
la stella i dà valore. 
Così lo cor, eh' è fatto da natura 
eletto pur gentile, 

donna, a guisa di stella, lo inamura. 

V. 20 



Amor per tal ragion sta in cor gentile 
per qual lo foco in cima del doppiero 
splende a lo so diletto, chiar, sottile : 
non li starla altrimenti, tant'è fero; 
però prava natura v. 25. 

rincontra amor comò fa l'acqua il foco 
caldo, per la freddura ; 
amor in gentil cor prende rivera 
per so consimil loco, 
com'adamàs del ferro in la minerà. 

V. 30 



Fere lo sole il fango tutto '1 giorno, 
vile riman, né '1 sol perde calore. 
Dice om altier : gentil per schiatta 

(torno ; 
lui sembro '1 fango, e '1 sol gentil valore, 
che non de' dare om fede v. 35. 

che gentilezza sia for di coraggio 
in degnità di rede, 
se da vertute non ha gentil core : 
com' acqua porta raggio 
e '1 ciel riten le stelle e lo splendore. 

V. 40. 



minoso splendore né questo esistè 
prima di quello ; ed amore trova il 
suo conveniente soggiorno nella gen- 
tilezza proprio come la luce nella lu- 
minosità di una fiamma. 

Il fuoco d'amore s' accende in un 
cuore gentile come la virtù (magica) 
si apprende a una pietra preziosa ; 
poiché nessun astro le comunica la 
sua virtù prima che il sole l'abbia 
ridotta cosa gentile (purificata) ; ma 
solo quando il sole per sua potenza 
ne ha tratto fuori ciò che v' era di 
cattivo, r astro le comunica la sua 
virtù. Allo stesso modo il cuore, reso 
da natura nobile, p\iro e gentile, viene 
innamorato da una donna che opera 
su di lui come 1' astro sulla pietra. 

Amore sta nel cuor gentile nella 
medesima condizione in cvii la fiam- 
mella in cima alla candela splende 
chiara e sottile a suo talento ; né in 
diverso modo vi potrebbe stare, tanto 
è fiero ; perciò 1' indole malvagia con- 
trasta amore come 1' acqua, col suo 
freddo, il caldo del fuoco ; amore 
prende stanza nel cuor gentile per- 
ché lo riconosce luogo a sé conforme, 
come r acciaio trova la sua naturai 
sede nella miniera del ferro. 

Il sole batte tutto il giorno sul 
fango e tuttavia né il fango cessa di 
esser cosa vile né il sole perde, per 
questo contatto, niente del suo ca- 
lore. Dice un superbo : « Io son no- 
bile di stirpe ». Io rassomiglio lui al 
fango e il sole alla nobiltà ; perchè 
non deve credere alcuno che vi possa 
essere nobiltà senza gentilezza d'a- 
nimo {coraggio = cuore) neppure in 
dignità reale (rede = re) se questa 
nobiltà non deriva da virtù ; allo 
stesso modo che I' acqua si lascia 



— 245 



»5plende in la intelligenza de lo cielo 
deo creator, più eh' a' nostri occhi 

('1 sole ; 
quella 'ntende '1 so f attor oltra '1 velo, 
lo ciel volgendo a lui vibidir tole, 
e consegue al primero v. 45 

del giusto deo beato compimento : 
così dar dovria il vero 
la bella donna, che negli occhi splende, 
de '1 so gentil talento, 
«he mai da lei vibidir non si disprende. 

v. 50. 



Donna, deo me dirà, che presumisti ? 

siando l'anima mia a lui davanti : 

lo ciel passasti e sino a me venisti 

e desti in vano amor, me per sembianti: 

eh' a me conven le laude, v. 55 

« a la reina del reame degno, 

per cui cessa ogni fravide. 

Dir li potrò : tenea d'angel sembianza 

che fosse del to regno, 

non fea fallo, s'eo li posi amanza, v. 60 



attraversar dalla luce solo alla su- 
perficie e il cielo conserva gli astri 
e la luce. 

Dio creatore risplende nella Intel- 
ligenza celeste (angelo) più che il 
sole ai nostri occhi ; la Intelligenza 
comprende il suo Fattore svelata- 
mente e volgendo il cielo prende 
{tole = toglie) ad obbedirgli ; quindi 
ottiene prima di tutto la completa 
beatitudine nella fruizione del giu- 
sto Dio. Allo stesso modo la bella 
donna, che splende negli occhi, do- 
vrebbe manifestare tutta la sua gen- 
tile inclinazione a chi non cessa (di- 
simpara, disapprende = disprende) di 
obbedirle mai. 

Donna, quando la mia anima sarà 
al cospetto di Dio egli mi dirà : « Che 
presunzione fu la tua ? Hai saputo 
oltrepassare il cielo ed innalzarti fino 
a me, e nondimeno incappasti in un 
oggetto di amore vano che di me non 
aveva altro che 1' apparenza. Sappi 
che a me soltanto si conviene la lode 
ed alla regina (la Vergine) del reame 
degno (il Paradiso) per virtù della 
quale fu distrutta la frode (peccato 
originale) ». — Io gli pntTo dire : 
« Aveva le sembianze d' un angelo 
del tuo regno, quindi non mi si 
ascriva (fea = faccia) a colpa se io 
le ho posto amore ». 



VI. 



Madonna, il fino amore eh' eo ve porto 
me dona sì gran gioia et allegranza 
eh' aver me par d' amore, 
che d'ogne parte m'adduce conforto ; 
quando di vo' me membra, la 

('ntendanza v. 5 
•a far me dà valore 
a ciò che la natura mia me mina, 



Madonna, 1' amore elevato che io 
vi porto mi dà sì gran gioia ed alle- 
grezza che mi par d'avere di lui, 
che da ogni parte mi reca conforto. 
Quando mi vien fatto di ricordarmi 
di voi, il mio intendimento (da me 
riposto in voi) mi dà virtù per com- 
piere ciò a cui la mia natura mi 



— 246 



ad esser di vo', fina, 

cosi distrettamente inamorato 

che mai in altro lato v. IO 

amor non me po' dar fin piacimento ; 

anzi d'aver m'allegra ogne tormento. 



Dare allegranza, amorosa natura, 
senz'esser l'omo a dover gioi' compire, 
inganno me somiglia : v. 15 

ch'amor quand' è di propia ventura 
di soa natura adover a il morire, 
così gran foco piglia ; 
et eo, che son di tale amor sorpreso, 
tegnom'a gl'ave meso v. 20 

e non so che natura de' compire, 
se non eh' audivi dire 
ch'in quello amore è periglioso inganno 
che l'omo a far diletta e porta danno. 



Sottile voglia ve portia mostrare v. 25 

come di vo' m'ha preso amore amaro, 

ma ciò dire non voglio 

che 'n tutte guise deggiovi laudare : 

però più spietosa ven dechiaro 

se biasimo ven toglio, v. 30 

e flavi forse men danno a soffrire ; 

ch'amor poi fa bandire, 

che tutta sconoscenza sia in bando, 

e sol ritrae il comando 

e l'accusanza di colui c'ha il male : 

e l'accusanza di colui c'ha il male: v. 35 

ina vo' non biasmeria ; i stea se vale. 



spinge {mina = mena), per esser cioè 
così fortemente innamorato di voi, 
o eccelsa, che amore non mi potrebbe^ 
mai dare verace piacere se io po- 
nessi il mio affetto in un' altra donna ; 
anzi per questo amore son lieto di 
soffrire ogni tormento. 

Mi sembra un inganno, o donna 
di natura amorosa, il concedere alle- 
grezza all' uomo senza che questi poi 
sia destinato a dover conseguire una 
gioia intera e completa ; perchè amo- 
re, quand' è di sua particolare qua- 
lità, naturalmente produce la morte, 
tanto incendio ei riesce a suscitare ; 
onde io, che son vittima appunto di 
una tale passione, dubito d'essermi 
messo a un gran rischio né so che 
cosa debba compiere la natura, se 
non che ho inteso dire esservi in- 
ganno pericoloso in quel!' amore che 
seduce 1' uomo a procedere nell' in- 
trapresa e poi non gli reca altro che 
danno. 

Ben vi potrei mostrare la mia 
brama acuta dicendovi come un amore 
amxiro mi ha preso di voi, ma ciò non 
voglio io dire perchè in qualunque 
modo mi son prefisso di lodarvi ; ma 
appunto per questo tanto più posso 
chiamarvi crudele (priva di pietas o 
compassione) in quanto io vi tolgo 
ogni biasimo e forse vi toccherà a 
soffrir danno minore ; perchè amore 
inoltre comanda che ogni genere di 
sconoscenza sia bandita e ritira il 
suo ordine soltanto quando colui che 
ha sofferto per quella sconoscenza 
{colui e' ha il male) presenta V accu- 
sanza {querela) ; ma io non potrei 
biasimarvi né denunziarvi per que- 
.sto ; uniformatevi dunque a ciò se 
vi torna. 



247 — 



Madonna, da vo' tegno et ho '1 valore; 
però m'avvene, istando vo' presente, 
che perdo ogne vertute, 
che le cose propinque a '1 lor fattore 

V. 40 
si parten volentera e tostamente, 
per gire ov' en nascute, 
da me fanno partute e venen 'n vui 
dove son tutte e piui ; 
e ciò vedemo fare a ciascheduno, v. 45 
che si mette in comuno 
più volentera tra gli assai e boni, 
che non stan sol, se 'n ria parte no' 

(i poni. 



In quella parte sotto tramontana 

sono li monti de la calamita, v. 50 

che dan vertute a l'aire 

di trar lo ferro ; ma perch'è lontana, 

vole di simil petra avere aita 

per farlo adoverare, 

sì che l'ago si drizza ver la stella; v. 55 

e vo' pur sete quella, 

che presedete i monti de '1 valore 

onde si spande amore ; 

e già per lontananza non è vano 

che senza aita adovera lontano, v. 60 



Ahi deo, comò foraggio et in che guisa? 
che ciascun giorno canto a l'avenente, 
né 'ntenderme non pare 
che 'n lei non trovo alcuna bona intisa, 
com'eo possa mandare umilemente 

V, 65 
a lei merzè chiamare : 
e so eh' ogne parato e saggio fino 
ch'amor che m' ha in dimino 
mostra eh' ogne parola ch'eo for porto 



Madonna, da voi ripeto e posseggo 
ogni mia buona qualità ; perciò av- 
viene che, in vostra presenza, io 
perdo ogni mia virtù, imperocché le 
cose vicine alla loro origine ci abban- 
donano subito e volentieri per tor- 
narsene al luogo dove son nate, 
ond'é che le mie virtù fanno par- 
tenza da me e vengono in voi dove 
si trovano quelle tutte quante ed 
altre ancora. Così vediamo fare a 
tutti quelli che si mettono insieme 
a preferenza coi molti e buoni, pri- 
maché restar soli, a meno che tu 
non li ponga in luogo malvagio (che 
allora preferiscon star soli). 

Nei paesi posti verso settentrione 
si trovano i monti della calamita, i 
quali comunicano all' aria la virtù 
speciale di attirare il ferro ; ma sic- 
come essa (calamita) resta piuttosto 
lontana di qua, è necessario eh' ella 
abbia il concorso d' una pietra simile 
a lei perché possa agire, così che 
r ago (della bussola) si drizzi in di- 
rezione della stella (Polare). E voi 
per r appunto siete la stella che pre- 
siede ai monti di quella virtù da cui 
deriva amore ; questo anzi è tanto 
più efficace della calamita che non 
è reso vano da nessuna distanza, per 
grande che sia, ed opera anche di 
lontano e senza alcun altro coeffi- 
ciente. 

Ahimè, Dio mio, come dovrò io 
contenermi ? Perché io canto ogni 
giorno alla ventura (invano) e Ma- 
donna par che non m' intenda giac- 
ché non trovo in lei alcuna buona 
corrispondenza, tanto che mi dia 
modo di poterle mandare a chiedere 
umilmente pietà ; e so che ogni fine 
giusto e proporzionato di amore, il 
quale m' ha in sua balìa, mostra ad 



248 — 



paro uno corpo morto v. 70 

fenito a la sconfitta de '1 meo core, 
che fugge la battaglia u' vince amore. 



Madonna, le parole eh' eo ve dico 
pur mostrano che 'n me sia dismisura 
d'ogne forfalsitate : v. 75 

merzè non trova in vo' ciò che fatico, 
né par che amor per me pos^^a drittura 
sor vostra potestate ; 
né posso un qua sentire onde m'avvene, 
se non che penso bene v. 80 

che amor non potè avere in voi amanza; 
e credolo in certanza : 
ma chi voi dica de lo inamorato, 
eh' a la fine poi more e disamato. 



D'ora 'n avanti parte lo cantare v. 85 
da me, ma non l'amare, 
e stia ormai in vostra conoscenza 
lo don di benvolenza, 
ch'eo credo aver per vo' tanto narrato; 
se ben si paga, molto è l'acquistato. 

V. 90 



ogni parola eh' io dico come io ap- 
paia un corpo inanimato ferito mor- 
talmente alla sconfitta del mio cuore, 
il quale fugge dalla battaglia in cui 
amore vince. 

Madonna, le parole che io vi dico 
mostrano assai chiaramente come in 
me si trovi abbondanza di sincerità ; 
purtroppo tutto quello che io soffro 
e compio con fatica non ottiene da 
voi il meritato corapenso e pare che 
amore non abbia per me alcun di- 
ritto sopra di voi ; né io riesco ad 
intendere come e per qual ragione 
ciò avviene, se non che debbo 
riconoscere che amore non può avere 
in voi corrispondenza ; e lo credo in 
fede mia, tanto che chi vuole può 
dir benissimo dell'innamorato (di me) 
che alla fine poi muore per di più 
non corrisposto. 

Da questo momento parte da me 
la canzone, ma non già 1' amore ; ora 
sta in voi e al vostro discernimento 
il concedermi o il negarmi il dono 
della benevolenza, perché io credo 
d' aver narrato qvianto basta per voi ; 
se tvitto ciò sarà rimunerato adegua- 
tamente, il mio guadagno non dovrà 
esser poco né piccolo. 



VII. 



Tegnol di folle impresa, a lo ver dire, 

chi s'abbandona in ver troppo possente 

sì comò gli occhi miei che fen resmire 

incontra quelli de la più avenente, 

che sol per lor en vinti v. 5 

senza ch'altre bellezze li dian forza ; 

che a ciò far son pinti, 

sì comò gran baronia di segnore, 

quand' voi fare usar forza, 

tutta s'appresta in donarli valore, v. 10 



Io la tengo in conto di un'impresa 
da pazzi, a dir la verità, se uno si 
abbandona ad una verità troppo po- 
tente, proprio come gli occhi miei 
che risguardarono (fecero rimiri) ne- 
gli occhi della più bella e soltanto 
per loro merito son rimasti abbattuti 
senza che per opera di nessun' al- 
tra bellezza possano riacquistar vi- 
goria ; perché sono spinti a far ciò 
come gì' innumerevoli vassalli di un 



— 249 — 



Di sì forte valor lo coljao venne 

che gli occhi no '1 ritenner di neente, 

ma passò dentro al cor che lo sostenne 

e sentèsi piagato duramente : 

e poi li rendè pace v. 15 

sì comò troppo aggravata cosa, 

che more in letto e giace ; 

ella non mette cura di neente, 

ma vassen disdegnosa 

che se vede alta bella et avenente. v. 20 



Ben si po' tener alta quanto volo 
che la più bella donna è che si trove, 
et infra l'altre par lucente sole 
e falle disparer a tutte prove, 
che 'n lei en adornezze v. 25 

gentilezze savere e bel parlare 
e sovrane bellezze ; 
tutto valor in lei par che si metta : 
posso 'n breve contare, 
madonna è de le donne gioia eletta. 

V. 30 



l'en è eletta gioia da vedere 
quand'appare 'nfra l'altre più adorna, 
ohe tutta la rivera fa lucere 
e ciò che l'è d' incerchio allegro torna ; 
la notte s' apparisce v. 35 

com' il sole di giorno dà splendore ; 
così l'aire sclarisce 

onde '1 giorno ne porta grand' enveggia, 
eh' ei solo avea clarore, 
ora la notte igualmente '1 pareggia. 

v' 40 



gran sire, quand' ei vuol dar saggio 
della sua potenza, tutti concorrono 
a fargli onore colla loro virtù. 

Il colpo è venuto da parte di tanta 
virtù che gli occhi non lo poterono 
trattenere per nulla, ma egli passò 
dentro fino al cuore che ricevendolo 
si sentì dolorosamente ferito ; egli 
quindi dovette cedergli e abbando- 
narglisi come una persona che, ab- 
battuta da una malattia, se ne muore 
stesa nel letto né può più sollevarsi. 
Madonna invece non si cura affatto 
di nulla, ma sejie va sdegnosamente 
altera di vedersi nobile (di elevata 
condizione), bella e graziosa. 

Ben pviò tenersi nobile quanto 
vuole perchè è la donna più bella 
che si possa trovare, e fra mezzo 
alle altre pare luminosissimo sole e 
le fa scomparire ad ogni confronto, 
perocché ella possiede ornamenti, gen- 
tilezze, sapienza e graziosa favella e, 
sopra tutto e a tutte superiori, le 
bellezze del corpo ; insoinma pare che 
in lei abbia sua dimora ogni pregio ; 
e, per farla breve, posso dire che ma- 
donna è fra le donne gioia sceltis- 
sima. 

Ed è davvero una gran gioia a 
vederla quando appare più adorna 
in mezzo alle altre, che fa risplen- 
dere tutto il luogo e tutto ciò che 
la circonda acquista letizia dalla sua 
presenza ; la notte, se mai ella ap- 
pare, emana una luce simile a quella 
del sole di giorno, ed illumina talmente 
le tenebre che il giorno le porta per 
questo fatto molta invidia, perchè 
egli solo prima era chiaro ed ora 
invece la notte lo agguaglia del pati. 



— 250 



Amor m' ha dato a madonna servire, 

o voglia o non voglia così este ; 

né sacciq certo ben ragion vedire 

sì comò sia caduto a ste tempeste : 

da lei non ho sembiante • v. 45 

et ella non me fa vist' amorosa 

perch'eo divegn' amante, 

se non per dritta forza di valore, 

che la rende gioiosa : 

onde me piace morir per so amore. v.50 



Amore mi ha prescritto di servire 
a nìadonna, e nolente o volente 
eh' io mi sia, così è ; né so certa- 
mente vedere in alcun modo la ra- 
gione per cui mi son trovato in que- 
sta condizione ; da parte di lei io 
non ottengo alcun segno (di benevo- 
lenza) né ella mi fa mai dimostra- 
zione amorosa, perché io le diventi 
amante, se non per diretta conse- 
guenza della sua virtù (d' innamo- 
rare) che la rende amabile e gra- 
dita ; onde mi conviene morire per 
amor suo. 



Vili. 



Conoscer se, a voler esser grande, 

è sempre il fondamento principale ; 

e mal diritto sale 

colui che crede se maggior che sia : 

che sol questa follia 

é quella per che Tom più ci disvale, 

e vedian nel savere 

rade fiate salir in scienza 

colui che crede prima averla seco, 

che solo ancora di lei faccia punto, v. 10 



La regola fondamentale per rag- 
giungere la vera grandezza è sempre 
quella di conoscer bene sé stesso, e 
mal riesce a salire direttamente chi 
si reputa più grande di quello che 
egli non sia in realtà ; perché sol- 
tanto questa folle presunzione é quella 
per cui r uomo perde più di stima- 
Così, vediamo, nel campo della scienza, 
raramente ascendere in alto chi si 
crede di possederla del tutto prima 
ancora eh' ei ne abbia acquistato 
un' idea. 



Donna, il cantar soave, 

che per lo petto me mise la voce, 

che spegne ciò che nuoce, 

pensieri in gioia e gioia in vita m'ave. 



IX. 



Donna, il soave canto che m' in- 
dusse ad emettere dal più profondo 
del cuore la voce vostra, la quale 
spegne ogni cosa nociva, mi ha...- 



Sonetti di m. Guido Guinizelli 



X. 



Ch'eo core avesse me pò tea laudare 
avanti che di vo' fosse amoroso, 
et or s'è fatto per troppo adastare 
di vo' e di me fero et orgoglioso ; 



che sovente ore me fa svariare v. 5 
di ghiaccio in foco e d'ardente geloso 
e 'ntanto me profonda nel pensare 
che sembro vivo e morte v' ho ascoso. 



Ascosa morte porto in mia possanza 
e tale nimistate aggio co '1 core v. 10 
che sempre di battaglia me minaccia; 
e chi ne voi veder ferma certanza 
or miri, se sa leggere d'amore, 
ch'eo porto morte scritta nella faccia. 



V. 1. laudare, vantarsi ; io potevo- 

vantarmi di aver cuore prima ecc 

— V. 2. amoroso, innamorato — v. 
3-4. s' è fatto.... fero et orgoglioso, è 
divenuto altero e indomito. — v. 3. 
adastare, indugiare, trattenersi insie- 
me. — V. 5. sovente ore, spesso — 
svariare, mutare, passare da ecc. — 
V. 6. geloso, gelido, freddo ; per il 
concetto v. Petrarca, 337, vv. 10-11 
« è 'n foco e 'n gielo Tremando, ar- 
dendo, assai felice fui » e altrove. — 
V. 7. profonda, vb. transit. att. = mi 
fa internare, approfondire. — v. 9. 
morte porto ; i seguaci d'amore sono 
chiamati dal Petrarca (93, v. 4) morti 
e vivi. — V. 12 ferma certanza, sicura 
certezza. — v. 14. verso bellissimo 
per la forma e il concetto che ri- 
corda il dantesco [Inferno, Vili, 127) 
« Sovr' essa vedestù la scritta morta ». 
Similmente il Petrarca (35, 7-8) « Per- 
chè negli atti d' allegrezza spenti — 
Di fuor si legge com' io dentro avvam- 
pi « e Dante stesso [Rime) : « Egli era 
tale a veder mio colore Che facea ra- 
gionar di morte altrui ». 



— 252 — 



XI. 



■Gentil donzella, di pregio nomata, 
degna di laude e di tutto onore 
che par di vo' non fo' ancora nata 
né sì conipiiita di tutto valore, 

pare che in vo' dimori ogni fiata v. 5 
la deità de l'alto deo d'amore ; 
di tutto compimento sete ornata 
e d'adornezze e di tutto bellore, 

che '1 vostro viso dà sì gran lumera 
e?) e non è donna ch'aggia in se beltate 

V. 10 
eh' a vo' davanti non s'oscuri 'n cera ; 

per vo' tutte bellezze so' affinate 
e ciascun fior fiorisce in soa manera 
lo giorno quando vo' ve dimostrate. 



V. 1. Gentil donzella ; è denomina- 
zione insolita nei poeti cortigiani così 
in lingua d' oc come del sì, e può ri- 
velare una destinataria diversa, con- 
fermando così indirettamente la qua- 
lità della colpa del Guinizelli (v. no- 
stro cap. X in fine). — v. 3. fo\... 
nata; latinismo, nata est = nacque — 
che par di vo\... ; costruzione anaco- 
lutica = di cui non è nata ancora la 
eguale. — v. 4. valore, virtù o pre- 
gio così materiale come morale. — 
V. 5. ogni fiata, sempre. — v. 6. la 
deità ; sembra che qui si faccia una 
distinzione fra le parole deità e deo 
analoga a quella che i Latini facevano 
tra le parole numen e deus ; numen 
{deità) sarebbe anche per il Guini- 
zelli la parte più intima, o essenza su- 
periore, del dio stesso. — v. 8. ador- 
nezze.... e bellore ; arcaismi, invece di 
ornamenti e bellezza. — v. 9. viso ; è 
forse come il latino visus, sinonimo 
di aspetto in generale, anziché di fac- 
cia in particolare — lumera, luce ; 
provenzalismo evidente se si con- 
fronti col francese lumière. — v. 11. 
La cui bellezza non si oscuri dinanzi 
alla vostra come farebbe, liquefacen- 
dosi, un' immagine di cera a contatto 
col fuoco. — V. 12. Per merito vo- 
stro tutte le bellezze del corpo fem- 
minile sono accentuate e ingentilite. 
— V. 13-14. Gli ultimi due versi, per 
il loro concetto, mi sembra che siano 
da confrontarsi, più che con i molti 
passi analoghi della poesia cavalle- 
resca, cogli splendidi versi di Lucre- 
zio nella famosa invocazione a Ve- 
nere, ove dice « a te germoglia Erbe 
e fiori odorosi il suolo industre » (De 
rerum natura, lib. I, vv. 9-10 ; ver- 
sione di A. Marchetti). 



263 — 



XII. 



Lamentomi di mia disavventura 
e d' uno contrarioso destinato 
di me medesmo ch'amo for misura 
una donna da cui non sono amato ; 

e dicemi speranza: sta a la dura, v. 5 
non te cessar per reo sembiante da,to 
che molto amaro frutto si matura 
e diven dolce per lungo aspettato. 

Donqua credere voglio a la speranza, 
credo che me consigli lealmente v. 10 
ch'eo serva a la mia donna con leanza; 

guiderdonato serò grandemente, 
ben me rassembra reina de Franza 
poi de l'altre me pare la più gente. 



v. 1. disavventura ; è il nostro sven- 
tura o, meglio, contrarietà. — v. 2. 
contrarioso destinato, avverso destino. 

— V. 3. for misura ; questa, per es., 
più o meno modificata, è espressione 
ancora viva nel dialetto di Bologna. 

— V. 5. sta a la dura, sta' forte. — 
6. Non cedere, non ritirarti dall' im- 
presa, per quanto tu veda che ma- 
donna non ti guarda con volto beni- 
gno (reo). — V. 7. amaro, aspro ; 
quando il frvitto, ancora molto acer- 
bo, non offre alcuna dolcezza al gu- 
sto — aspettato, attesa, aspettativa, 
paziente ; sostantivo foggiato sulla 
forma di destinato (v. 2). — vv. 10-11. 
me consigli.... cK' eo serva ecc. ; co- 
struzione alla latina {hortor ut, censeo, 
admoneo ut) ; oggi diremmo : mi con- 
siglia a far qualcosa. — v. 11. leanza,. 
lealtà, sincerità. — v. 12. sarò lar- 
gamente ricompensato (guiderdonato). 

— v. 13. Era quello il tempo in cui 
la Francia, grazie alla saggia equili- 
brata politica del re Luigi IX il 
santo, aveva acquistato grande im- 
portanza e incremento, così all' in- 
terno come all' estero ; da ciò si spie- 
ga r espressione superlativamente lau- 
dativa del Guinizelli. — v. 14. poi, 
poiché mi pare la più gentile (gente) 
di tutte r altre. 



XIII. 



Lo vostro bel saluto e '1 gentil sguardo 
che fate quando ve 'ncontro m'ancide, 
amor m'assale e già non ha reguardo 
s'elli face peccato o ver mercide. 



V. 1. Per gli effetti mirabili del sa- 
iuto di madonna si confrontino con 
questo i vari punti analoghi della 
Vita Nuova, tra i quali piacerai ri- 
cordare il primo (cap. 2) « e per la 
sua ineffabile cortesia.... mi salutò 
molto virtuosamente, tanto che mi 



254 



<jhè per mezzo lo cor ine lanciò un 

(dardo v. 5 
che d'oltra in parti lo taglia e divide ; 
parlar non posso che in gran pena eo 

(ardo 
sì corno qviello che soa morte vide. 

Per li occhi passa comò fa lo trono, 
che fer per la finestra de la torre v. 10 
*ì ciò che dentro trova spezza e fende ; 

remagno corno statua d'ottono 
ove vita né spirto non ricorre, 
se non che la figura d'omo rende. 



parve allora vedere tutti li termini 
de la beatitudine » ; si cfr. anche il 
son. XVI del Nostro, vv. 9-10. — 
V. 2. ancide, uccide. — v. 3, non ha 
reguardo, non esita, non riflette ec... 

— V. 4. se commette un' empietà o 
un atto pietoso (mercede). — v. 6. 
Che, attraversatolo da parte a parte, 
lo divide in due metà. — v. 7. Si 
ricordi il petrarcliesco « Chi può dir 
com' egli arde è in picciol fuoco ». — 
V. 8. vide ; con valore di passato pros- 
simo = ha veduto. — v. 9. Amore è 
il soggetto sottinteso, che fa 1' azione 
di passare attraverso gli occhi — 
trono, tuono, fuhm'ne. — v. 10. fer 
ferisce, colpisce, come /tede. — v. 12. 
retnagno ; metatesi invece di rimango 

— ottono, bronzo. -jTll paragone del- 
l' amante, impietrito e immobiliz- 
zato dal fiero colpo d' amore, colla 
statua è caratteristico nella sua ori- 
ginalità e di effetto immediato e pro- 
fondo. 



XIV. 



Vedut' ho la lucente stella diana, 
ch'appare anzi che'l giorno rend' albore 
e' ha preso forma di figura umana 
sovr' ogn' altra me par che dea 

(splendore ; 

viso di neve colorato in grana v. 5 
occhi lucenti gai e pien d'amore ; 
non credo cbg, pel rnnndn sia cristiana 
sì piena dijbeltatele di^alor|^ 

Et eo da lo so amor son assalito 
con sì fera battaglia di sospiri v. 10 
eh' avanti a lei di dir non seri' ardito : 



1 



V. 1. In una ballata di Jacopo da 



Lentino si dice appunto : « O stella 
rilucente Che levi la inaitina » e un'al- 
tra di Giacomino Pugliese incomin- 
cia proprio così : « Isplendiente stella 
d' albore.... » ; ed è frequentissimo, 
presso gli antichi poeti d' amore, il 
paragonare madonna alla stella m.at- 
tutina, che del resto, anche per i 
Greci e i Romani era considerata 
come L] as tro più caro a Venere. — 
V. 5. Questì^a?HPWHWffl[es5ri?tWrr^spi- 
rati a un vivo senso della realtà ar- 
tisticamente elaborata, sono cosa in- 
solita nelle rime astnisamente ideali 
del Guinizelli e da porsi in confronto 
coi migliori dei Canzonieri del Pe- 
trarca e di Cino, nonché di Dante. — ■ 



255 — 



così conoscess' ella i miei disiri, 
che, senza dir di lei, seria servito 
per la pietà ch'avrebbe de' martìri. 



V. 7. cristiana ; nel senso che coimi- 
nemente si suol dare tuttora in To- 
scana a tale parola, cioè donna in 
generale. — v. 8. valore ; nel solito 
significato di pregio morale in con- 
trapposto col precedente beliate. — 
V. 9-10. È, pur nella forma conven- 
zionale della poesia cortigiana in vol- 
gare, la descrizione degli effetti ter- 
ribili di amore alla presenza della 
persona annata, quali ci furono prima, 
cantati da Saffo (frm. 2) e da Ca- 
tullo (LI, vv. 9-12). ii Lingua sed tor- 
pet, tennis svh artus l^lamma dema- 
nat, sonitu sìiopte Tintinnant aures 
geminae, teguntur Lumina nocte ) e 
più tardi esposti da Dante {Vita 
Nuova, cap. XIV). — vv. 12 e sgg. 
È il voto costante del poeta ; si cfr. 
i vv. 87-90 della Canz. VI, i vv. 43-4 
della Canz. IV ed altri luoghi del N. 



XV. 



Dolente, lasso, già non m'assecuro 
che tu m.' assali, amore, e me combatti; 
diritto al to rincontro, in pie' non duro 
che mantenente a terra me dibatti, 

corno lo trono che fere lo muro v. 5 
e '1 vento li arbor per li forti tratti ; 
•disè lo core agli occhi : per vo' muro, 
gli occhi dicèn al cor : tu n'hai disfatti. 

Apparve luce che rendè splendore, 
che passao per li occhi e '1 cor ferio ; 
ond'eo ne sono a tal condizione : 

ciò furo li belli occhi pien d'amore 
che me ferirò al cor d'uno disio, 
comò si fere augello di bolzone. 



V. 1. Vedi, a proposito del prin- 
cipio di questo sonetto quanto ne 
abbiamo detto nel cap. VII. Il poeta 
è talmente abbattuto che non si ri- 
tiene punto al sicuro dagli assalti di 
Amore. — vv. 3-4. Quando tu mi 
vieni incontro io ti aspetto ritto in 
piedi, ma non posso resistere al tuo 
impeto e tu mi rovesci subito a 
terra. — ■ v. 5 trono.... fere, cfr. i 
vv. 9 e 10 del son. XTII e le note 
relative. — v. 6. Il vento colpisce 
(fere sottint.) e atterra gli alberi con 
gli urti impetuosi, colle scosse vio- 
lente. — V. 7. disè ; forma tuttora 
viva nel dialetto bolognese, con que- 
sta sola differenza che oggi presenta 
r ultima sillaba muta anziché accen- 
tata — anche muro por muoro (muio) 
è parola che per la stretta pronun- 
zia del primo dittongo contratto pò- 



— 266 — 



trebbe parere di origine bolognese 
(certo non toscana) se la sua posi- 
zione, in rima, non ci suggerisse di 
tenerne poco conto. — v. 8. ne ; è 
particella pronominale di 1* pers. plu- 
rale (ci) raramente usata come 
compi, diretto. — v. 9. Torna in 
mente il dantesco {Tnjerno, III, 133-4): 
« La terra lacrimosa diede vento Che 
balenò uva luce vertniulia ». — v. IL 
^ concetto molte altre volte espresso 
dal N. ; vedasi, canz. I, 49-50 ; canz. II 
14-15. — V. 12. Cfr. il V. 6 del sonetto 
precedente. — v. 13. Il pensiero è 
così comune in questi lirici dello ttil 
nuovo che non ha bisogno di spiega- 
zioni. G. Cavalcanti ha pure un so- 
netto che incomincia appunto ;( Voi 
che per gli occhi mi passaste il core ». 
— V. 14. bolzone ; quasi tutti gli anno- 
tatori si affrettano a dire che era una 
sorta di freccia, ma come precisa- 
mente ella fosse nessuno lo aggiunge. 



XVI. 



Voglio del ver la mia donna laudare 
et assembrargli la rosa e lo geglio, 
comò la stella diana splende e pare 
et ciò ch'è lassù bello a lei assomeglio. 

Verde ri vera a lei rassembro et l'aire 

(v. 5 
•tutti colori e fior, giallo e vermeglio, 
oro a azzurro e ricche gioi' preclare, 
medesmamente amor rafìSna meglio. 

Passa per via sì adorna e sì gentile, 
ch'abbassa orgoglio a cui dona salute, 

(v.lO 
e fa '1 di nostra fé, se non la crede, 



\ e non si po' appressar omo ch'è vile ; 

Vancor ve dico e' ha maggior vertute : 

bull'om po' mal pensar fin che la vede. 



Oltre che coi notissimi e bellissimi 
di Dante, di Gino e del Cavalcanti, que- 
sto son. va posto in relazione con 
quello « Questa è la giovinetta ch'amor 
guida » di Dino Frescobaldi, poeta 
anch' esso della nuova scuola. — v. 2. 
assembrargli, assomigliarle ; esiste pure 
la forma assemprare (lat. exemplare) 
e la parola assempro (lat. exemplum) 
che Dante ( Vita Nuova), proemio ; 
Inferno XXIV, 4) e il Cavalcanti 
pure adoperarono. — v. 3. cfr. i 
vv. 1-2. del son. XIV. — pare, si 
dimostra apparisce (V. Dante, Para- 
diso, XIII, V. 91). — V. 4. lassii ; 
modo efficacissimo, tuttora vivo nel 
popolo, per indicare il cielo. — v. 5 
aire ; le prime due vocali formano 
dittongo, sebbene 1' accento cada sulla 
prima di esse ; quindi nella pronun- 



— 257 



zia della sillaba risultante il suono 
dell' i deve quasi scomparire o, me- 
glio, sentirsi molto debolmente, come 
per es. 1' iota sottoscritto dei Greci. — 
V. 7. Ho dovuto modificare il testo 
perchè la lezione adottata dal Ca- 
sini mi pareva che, a questo luogo, 
non desse alcun senso. — 8. Secondo 
me, il soggetto sottinteso della pro- 
posiz. è sempre la donna che ha per 
predicato raffina, transit. attivo e per 
compi, oggetto amor. — v. 10. salute^ 
saluto ; la parola è in questo senso 
adoperata da molti rimatori dello stil 
nuovo e da Dante stesso che defini- 
sce Beatrice la donna de la salute, 
dopoché lo aveva salutato {Vita 
Nuova, cap. III.) — vv. 10-14. Que- 
sti effetti miracolafii^ jja<*-i*^^MMaM><jW*o 
di madonnf^ nr oducfj^ sulF animo d ei 
rip^ardanfji '^np^ oio.>^or.fi oor-^||^yì- 
stici del la rinnovazion e spirituale in- 
trpdotta dal ^^^ifl^^aUi,, nella— iLCica 
amorosa. — v. 14. Nessun uom o può 
concepir e alletti meno che puri alla 
sua presenza. 



XVII. 



Sì sono angoscioso e pien di doglia 
e di niolti sospiri e di rancura, 
che non posso saver quel che me voglia 
e qual possa esser mai la miia ventura; 

disnaturato son com'è la foglia v. 5 
quando è caduta de la soa verdura, 
e tanto più eh' è 'n me secca la scoglia 
e la radice de la soa natura : 

sì ch'eo non credo mai poter gioire, 
né convertire - mia disconfortanza 

(v. 10 
in allegranza - di nessun conforto ; 



V. 2. rancura, afflizione. — v. 3. me 
voglia è verbo riflessivo soltanto in 
apparenza significando voglia, che io 
voglia. — V. 4. ventura, sorte. — 
V. 5. disnaturato, ho perduto la mia 
natura, ho cambiato indole e natu- 
rale tendenza ; è aggettito parteci- 
piale in significato molto diverso da 
quello che siamo soliti attribuire an- 
che oggi alla parola snaturato. — 
vv. 5-6. Com' è una foglia secca 
quando, staccandosi, ha abbandonato 
la chioma verde dell' albero di cui 
faceva parte. — v. 7. scoglia, scorza, 
buccia, corteccia. Il Poeta, conti- 
nuando la metafora dell' albero, par 



17 



258 — 



soletto come tortora voi' gire, 

sol partire - mia vita in disperanza, 

per arroganza - di così gran torto. 



che voglia dire eh' ei s' è dovuto al- 
lontanare da madonna {radice o fonte 
dell' amor suo) e che quindi si è 
estinta per lui la meravigliosa appa- 
renza della bellezza di lei. Da tutto 
quanto il sonetto spira una desolata 
mestizia che mal cela, nella schiet- 
tezza dell' espressioni felicemente sug- 
gerite dalla realtà, una disavventura 
amorosa, della quale non sapremmo 
ove ricercare altri particolari. 

V. 10. È questo 1' unico, fra i so- 
netti sicuramente ascritti al Nostro, 
che ci offra 1' esempio delle rime in- 
terne ; nelle canzoni ei le usò più 
spesso — disconfortanza, sconforto. 
Questa e le seguenti parole omorime, 
frequenti nelle poesie volgari del Du- 
gento, scomparvero presto dalla no- 
stra lingua ; di esse rimane tut- 
tora arroganza. — v. 12. Pensiero 
soavemente malinconico nella sem- 
plicità originale dell' espressione. — • 
V. 13. partire, distribuire, assegnare, 
abbandonare a.... — v. 14. per il 
dispiacere del torto gravissimo che 
mi è stato fatto. 



XVIII. 



Pur a pensar me par gran maraviglia 
Cora' è l'umana gente sì smarrita, 
che largamente questo mondo piglia 
com regnasse così senza finita ; 

d'adagiarsi ciascuno s'assottiglia v. 5 
comò non fusse mai più altra vita, 
e poi vene la morte e lo scompiglia, 
e tutta sua intenzion li ven fallita ; 

e sempre vede V un l'altro morire, 
e vede ch'ogni cosa muta stato v. 10 
non si sa il meschin om rinfrenire ; 



II contenuto di questo sonetto non 
è amoroso, come la maggior parte delle 
liriche del N., ma etico o morale, da 
mettersi in relazione cogli argomenti 
delle canzoni III e VII. Sulla com- 
posizione di questo debbono però 
avere influito anche quegli elementi 
di poesia religiosa dei quali abbiamo 
detto nel nostro cap. VII. — ^ v. 1. 
maraviglia ; è il mirum o monstrum 
dei Latini. — Mi sembra, dice il P., 
anche a pensarlo soltanto, una cosa 
abbastanza strana il vedere ecc.... — 
v. 2. smarrita, traviata, fuorviata, 
uscita fuor del retto cammino. — 



- 259 



•e però credo solo che '1 peccato 
accieca l'omo e sì lo fa smarrire, 
che vive corno pecora nel prato. 



V. 3. Il concetto espresso dall' av- 
verbio largamente è quello di senza 
scrupoli, quale precisamente è ri- 
masto neir espressione esser di ma- 
nica larga. — v. 4. finita, fine. — 
V. 5. Ciascuno s' ingegna (s' assotti- 
glia) di vivere come se non ci fosse 
il mondo di là, ma la morte, giun- 
gendo imprevista, scompiglia e de- 
lude tutti i suoi piani. — v. 9. e sgg. 
Gli uomini vedono purtroppo ogni 
giorno morire qualche loro simile e 
che tutto perisce, ma non riescono 
per queste considerazioni a domi- 
nare i propri sensi. — v. 11. rinfre- 
nire ; è il nostro infrenare, che in- 
dica r azione coercitiva esercitata 
dallo spirito sulla materia. — v. 12 
sgg. Onde, conclude il N. da uomo 
del Medioevo qual era, io non credo 
che questa completa cecità e impre- 
videnza della propria rovina derivi 
all' uomo da altro che dal peccato il 
quale, secondo le teorie cristiane, to- 
gliendo la grazia divina, toglie al- 
tresì il lume della ragione. 



XIX. 



Fra l'altre pene maggior credo sia 
por la soa libertate in altrui voglia, 
lo saggio dico pensa prima via 
di gir che vada che non trovi scoglia; 

omo ch'è preso non è in soa balia, v. 5 
conveneli ubidir, poi n'aggia doglia, 
eh' a augel tacciato dibattuta è ria 
che pur lo stringe e di forza lo spoglia. 

In pace donqua porti vita e serva ; 
chi da segnore alcun merito vole, v. 10 
a dio via più che voluntate chere ; 



Anche questo sonetto è di conte- 
nuto {Diuttosto moraleggiante, seb- 
bene in qvialche punto siano evidenti 
le allusioni alla passione amorosa. — 
vv. 1-2. Il P. crede che la maggior 
pena che vi possa essere al mondo 
sia quella di rimettere la propria 
libertà all' arbitrio degli altri. — - vv. 
3-4. Dalla costruzione regolare delle 
parole contenute in questi due versi 
il pensiero risvilta precisamente così : 
Il sapiente, prima d' incamminarsi, 
pensa bene a quale strada deve pren- 
dere per non incontrare ostacoli. — 
V. 5-6. Quando un uomo è stato preso. 



— 260 — 



e vo', IT) esser, di regula conserva, 
peric^ate a lo proverbio che dir sole : 
a bon servente guiderdon non pere. 



non è più padrone di sé stesso e gli^ 
è necessario obbedire in qualunque? 
modo, anche se (poi = poiché) ne 
debba ricever dolore. È la teoria, di 
cui ha già espresso la pratica, fatta 
a sue spese, altrove (canz. VII, vv. 
41-2). — vv. 7-8. Il paragone è tratto 
dalla caccia coi lacci dove, com' è- 
noto, r uccello prigioniero, se pre- 
tende agitandosi di liberarsi, non solo 
non vi riesce, ma anzi non fa altro 
che stringere sempre di più i legami 
che lo tengono avvinto. — v. 9. Quella 
dunque che si può consigliare a chi 
è incappato in tale sventura è di ras- 
segnarsi alla sua servitù; e male ta- 
luno pretenderà qualche ricompensa 
(merito) che chi la ripete da un tal' 
signore, (Amore), faccia pur conto di 
chiedere a Dio qualcosa di più che 
il libero arbitrio, cioè 1' impossibile. 
— V. 12. messer. Il personaggio, a 
cui il G. indirizza questo son. e che 
egli nomina così in questo luogo, ci 
è purtroppo ignoto né siamo in grado 
di dire che egli possa identificarsi con 
qualcuno degl' illustri destinatari, a 
cui furono mandati i seguenti. — 
V. 14. L' ultimo conforto che il P. dà 
al prigioniero di amore é di aver pa- 
zienza e servire con abnegazione, 
certo cheo prima o poi il compenso, 
ci sarà anche per lui. 



XX. 



A FRA' GUITTONE D' AREZZO 



O care padre meo, di vostra laude 
non bisogna ch'alcun omo s'embarchi, 
ehè in vostra mente entrar vizio non 

(aude, 
ehe Sor di se vostro saver non l'archi. 



Il pensiero del P., specialmente- 
nelle due prime strofe, non é tanto 
chiaro, forse anche perché egli volle- 
usare alcune parole e alcuni modi 
strani e dicifiSli a intendersi, propri 
di quella maniera oscura che tanto. 



[M 



JtP^ 



261 



A ciascun reo sì la porta, e l'avide v. 5 
t?h' assembra piùt via che Venezia 

(Marchi ; 
fntr'a'gaudenti ben vostr'alma gaude, 
che al me' parer li galdi han sovra 

•^£iM*K (l'archi. 

Prendete la canzon, la qual eo porgo 
al saver vostro che l'aguinchi e cimi, 

(v.lO 
che a vo' in ciò solo coni' a maestr' 

(accorgo, 

<^h'eirè congiunta certo a debel vimi ; 
però mirate di lei ciascun borgo 
per vostra correzion lo vizio limi. 



P'X^r 




era piaciuta a Guittone. Nondimeno 
pare eh' ei voglia dire : Non creda 



chiunque di potersi intromettere (s'em- 
barc/ii) a ])artcci[);u'e della vostra lode, 
perchè nell' animo vostro, dignitoso 
e netto, non ardisce (aude) entrare 
la cdIj):! senza che il vostro senno 
non riesca a scacciarla fuori. Archi ; 
congiunti\o di un verbo arcare or- 
mai caduto in disuso, simile al nostro 
archeggiare = a ll_ojitan are a colpi di 
arco . — vv. 5 e sgg. Continua il P. 
osservando che anche i rei (inetti) 
se ne tengono di questa lode di Guit- 
tone e ascoltandola montano in su- 
peri ts. come se fossero dei cittadini 
più i«/"bili e autorevoli di Venezia ; 
da tajn questi mondani romori 
ormai 1' anima di Guittone è alie- 
na e gode le dolcezze spirituali 
(v. quanto abbiamo osservato in 
prop. nel cap. Vili) tanto che, 
secondo il N. {al ' me' parer) que- 
ste consolazioni di cui egli ora frui- 
sce superano di gran lunga gli en- 
comi e le invettive della critica poe- 
tica. — V. 9 e sg. Per il pensiero in 
generale vedasi quanto si e detto nel 
cap . Vil i. — V. 10. aguinchi ; meta- 
tesi, per agiunchi, da un arcaico 
agiuncare. — Questa come la se- 
guente sono espressioni tolte al lin- 
guaggio de gli agricoltori. Il P. g rega 
Guittone di legare la sua canzone 
con giunchi (riordinarla) come un fa- 
scio di talh o di polloni in una pianta 
e ne pareggi le punte {cimare, cioè 
ne tolga il troppo e il vano). — v. 11. 
accorgo = accorro. — v. 12. vim i, 
vimini ; sempre nel sig nificato me- 
taforico or ora accennato. — vv. 
13-14. Esaminate perciò bene ogni 
sua parte e i difetti scompaiano {li- 
mare ; intrans.) per opera della vo- 
stra correzione. 



262 — 



XXI. 



A SER BONAGIUNTA ORBICIANI DA LUCCA 



Omo eh' è saggio non corre leggero, 
ma a passo grada sì com voi misura : 
quand' ha pensato riten so penserò 
infino a tanto che '1 ver l'assicura. 

Foli' è chi crede sol veder lo vero v. 5 
e non pensa che altri i pogna cura ; 
non se de' omo tener troppo altero 
ma de' guardar so stato e soa natura. 

Volan per aire augelli di stran guise 
et han diversi loro operamenti, v. 10 
né tutti d' un volar nò d'uno ardire : 

deo e natura il mondo in grado mise 
e fé' dispari senni e 'ntendimenti, 
però ciò ch'omo pensa non de' dire. 



L' intonazione di questo sonetto è 
piuttosto sentenziosa e cattedratica 
e il contenuto, sebbene si possa avvi- 
cinare al carattere morale delle al- 
tre poesie già menzionate, più spe- 
cialmente d' indole letteraria. Esso 
rappresenta una polemica, più o meno 
ardente, che si dovette accendere fra. 
il N. e r Orbiciani a causa delle in- 
novazioni poetiche introdotte dal Bo- 
lognese. Vedasi qvianto ne abbiamo 
detto nel nostro cap. Vili. — v. 1. leg- 
gero ; è il levis dei Latini adoperato 
in senso morale (non proceda colla 
testa nel sacco, sventatamente). — 
V. 2. grada ; latinismo {gradior e i 
suoi composti) per avanzarsi — mi- 
sura == modus, moderazione, cautela. 
— vv. 5-8. Il pensiero, contenuto in 
questa 2^ quartina, di per sé chiaro 
e preciso, é illuminato anche meglio- 
da quanto é detto nel frammento 
della canz. Vili e in altri luoghi di 
questo Canzoniere. — v. 9. aire ; ve- 
dasi quanto é detto in nota al v. 5 
del son. XVI. — siran ; troncamento 
insolito, anzi irregolare per i moderni 
invece di strane ; qui significa di di- 
verse specie, qualità. — v. 10. ope- 
ram,enti ; parola ormai caduta in di 
suso, per uffici, opere. Il pensiero con- 
tenuto in questo e nel verso seguente 
assurge, se condo 1' intenzione dell'au- 
tore, dal caso particolare degli ani- 
mali, che hanno in natura un campo 
speciale di azione, a quello più ge- 
nerale degli uomini, secondo 1' antico- 
precetto omne cuique suum. — v. 13. 
dispari senni ; è il diversi operamenti 



— 263 



del V. 10. — ■ senni sono le intelli- 
genze, intendimenti le volontà, di- 
verse nei diversi individui. — 
V. 14. Perciò chiunque, prima d'aprir 
bocca, pensi a quel che vuol dire e, 
quando ci ha pensato ben bene, stia 
zitto. 



XXII. 



Chi vedesse a Lucia un var cappuzzo 
in co' tenere et conio li sta gente 
e' non è om di qui 'n terra d'Abruzzo 
che non ne inamorasse coralmente ; 

par sì Lorina figliuola d'un Tuzzo v. 5 
di Lamagna o di Franza veramente 
e non se sbatte co' di serpe muzzo 
comò fa lo meo core spessamente. 

Ah, prender lei a forza, oltra so grato, 
e baciarli la bocca e '1 bel visaggio v. 10 
et li occhi suoi, ch'en due fiamme di 

(foco ! 

Ma pentomi però che ra' ho pensato 
eh'esto fatto porìa portar dannaggio 
e nltrui despiaceria forse non poco. 



Anche dell' indole di questi due 
ultimi sonetti si è, più o meno diret- 
tamente e largamente, parlato nei 
capp. Vili e X della 1** parte. — v. 1. 
var, variegato, variopinto, variamente 
ricamato. — v. 2. 00% capo ; così al- 
meno usa anche Dante questa pa- 
rola in numerosi casi (Infern., XX, 
76; XXI, 64; Purg. Ili, 128; Pa- 
ard. Ili, 96) — gente, è 1' aggettivo 
gentile abbreviato (cfr. son. XII, 
V. 14) e usato in forza avverbiale, con 
significato identico al nostro bene. — 
V. 3. terra d'Abruzzo ; questa espres- 
sione geografica ci fa capire che la 
patria del poeta doveva essere piut- 
tosto lontana da quel luogo, e quindi 
potrebbe servire, come prova indi- 
retta, a conferma di quanto si è detto 
nel cap. I. — v. 4. coralmente, di 
cuore ; è parola così frequentemente 
usata in questo senso dai poeti cor- 
tigiani che infiniti sarebbero gli esempi 
che se ne potrebbero addurre. — 
V. 5. A quali persone si alluda non 
appare troppo chiaramente ; si cfr. 
però con la nota posta al v. 13 del 
son. XII. — V. 7. co' ; attenendoci a 
quanto abbiamo detto in nota al v. 2. 
dovremmo spiegare capo, ma forse 
qui sarebbe piuttosto da intendere 
coda. 

vv. 9 e sgg. Per la esatta intelli- 
genza di questo luogo si veda quanto 
abbiamo osservato nel cap. X. — 



— 264 — 



V. 11. verso mirabilmente pittorico e 
originale nella vivezza dell' espres- 
sione. L' argomento del sonetto in 
generale ricorda, più che i sonetti e 
le canzoni, le ballate amorose di Guido 
Cavalcanti e specialmente quella « In 
un boschetto trovai pasturella », la quale 
offre una situazione (vv. 19-20) molto 
simile a quella indicata dai vv. 9-11 
del presente. 



XXIII. 



Diavol te levi, vecchia rabbiosa, 
e sturbigion te fera in su la testa : 
perchè dimori in te tanto nascosa, 
che non te ven a ancider la tempesta? 

Arco da '1 ciel te mandi angosciosa v. 5 
saetta che te fenda, e sia presta : 
che se finisse toa vita noiosa, 
avrei, senz'altro aver, gran gioi' e festa. 

Che non fanno lamento gli avolture 
e nibbi e corbi a l'alto deo sovrano, 

(V. 10 
ehè lor te renda V già se' lor ragione. 

Ma tanto hai tu^sugose carni e dure, 
che non si curano averti tra mano ; 
però rimani, e quest'è la cagione. 



Anche per questo sonetto, in gene- 
rale, si vedano le osservazioni fatte 
da noi nel cap. X. Il suo argomento, 
nviovo anch' esso nella lirica del no- 
stro, ma diverso dal precedente, ri- 
corda i sonetti realistici composti pa- 
rallelamente agli ideali da tutti più 
o meno i poeti volgari dell' ultimo Du- 
gento ; se ne veda un esempio in 
quelli scambiatisi fra Dante e Fo- 
rese Donati. — V. 1. la dieresi nella 
parola rabbiosa fa sì che, scompo- 
nendo il dittongo, la voce del let- 
tore è costretta a insistere e tratte- 
nersi più a lungo su essa ; efficace 
trovata dell' arte per esprimere la ma- 
levolenza del poeta. — v. 2. sturbi- 
gion ; nessuno vorrà dire che sia pa- 
rola toscana, ma piuttosto di un dia- 
letto settentrionale, se p^u-e non pre- 
cisamente del bolognese ; vale tem- 
pesta, turbine. — v. 5. arco ; non si 
creda che sia 1' arcobaleno, ma un 
arco offensivo probabilmente quello 
di Amore. Anche in questa seconda 
strofa le dieresi frequenti ottengono 
quel medesimo effetto di cui ho ac- 
cennato nella nota al v. 1. — v. 9. 
avolture, avvoltoi ; secondo la forma 
latina, di cui conserva perfino la ter- 
minazione {vultures). — v. 11, già; 



— 265 



latinismo (jam), ormai ; — ragione, 
diritto, spettanza; tu spetti a loro 
ormai. — Il v. 12 soprattutto è 
quello, mi pare, sul quale si può fon- 
dare meglio che sugli altri la mia 
ipotesi circa 1' origine e lo scopo di 
questo sonetto. Con questo e coi 
versi segLienti 1' ironia raggiunge ve- 
ramente r amarezza pungente del sar- 
casmo. — V. 14. rimani ; è Indica- 
tivo, non, Inìperativo presente. 



Poesie incertamente attribuite 
a m. Guido Guinizelli. 

XXIV. 

Questa canzone è attribuita a G. Guinizelli soltanto da 
G. M. Barbieri (DelV origine della poesia rimata ; Modena, Tira- 
boschi, 1790; pag. 146-7); la maggior parte dei codici ne fa 
autore Tommaso da Faenza e uno solo, il Palatino, (418) l'assegna 
a messer Siribuono giudice. 

Spesso di gioia nasce et incomenza 

ciò eh' adduce dolore 

a core umano, e parli gioì' sentire, 

e frutto nasce di dolze semenza 
V. 5 che d' amaro savore 

spess' ore 1' ho veduto addivenire ; 

dicol per me, che 'n folle intendimento 

credendom' aver gioia, 

gaudente incomenzai 
V. 10 amor di gioia plagiente et altera 

per uno sguardo, ond' ebbi allegramento, 

laond' eo patisco noia ; 

da poi eh' eo' namorai 

stata m' è sempre selvaggia e guerrera. 

V. 15. Ben mi credetti aver gio' compita 

quando lo dolze sguardo 

vidi ver me giecchito et amoroso, 

ora dispero, poi che m' è fallita, 

e di mortale dardo 
v. 20 sentomi al core colpo periglioso. 

Ah, che per gli occhi passao, similmente 

comò per vetro passa 

sanza lo dipartire, 

e oltra luce de lo sole spera ; 



— 267 — 

V. 25 e corno specchio passa immantenente 
figura, e no' lo passa, 
me credo, a lo ver dire, 
lo meo cor è partuto e morte spera. 

Sperando morte, oi deo, porla guarire 
V. 30 la mia crudel feruta, 

sì eh' eo non fosse in tutto a inorte dato ; 

che ricevuta 1' ho per folle ardire, 

laudando mia veduta, 

e credendom' aver gioioso stato, 
V. 35 penso eh' amor porìa in gioi' tornare, 

sol per una sembianza, 

che d' amoroso core 

perseverando da lei me venisse, 

eh' a Pelleus la posso assimigliare, 
V. 40 feruto di soa lanza 

non guerìa mai, s' altrove 

con ella forte no' lo riferisse. 

Donqua, m' è uopo di chiamar mercede 

de lo so fallim.ento 
v. 45 e umiltate e inerzè di lei mostrare : 

ma '1 so gran pregio no' lo mi concede 

dire che tradimento 

potesse loco in tal donna trovare 

in cui è sanino e tutta conoscenza ; 
v. 50 per ciò merzè le clamo 

che fallir non porìa 

merzè, ove son tutte altre vertvite ; 

e non dovrìa dar morte, a mia parvenza, 

lo viso eh' eo tanto amo : 
v. 55 sguardando anti dovria 

tutt' altre morti guarire e f erute. 

Poi che 'n speranza di mercede, rendo 
ne lo so segnor aggio 
vimilemente core e corpo e vita, 

V. 60 tutto valere in ella conoscendo, 
so che salute avraggio, 
e del meo male per merzede aita : 
eh' a simigliante de lo bon segnore 
quand' omo a chi combatte 

v. 65 s' arrende per oltrato. 



— 268 — 

ogne fallire e torto li perdona : 
sì segnoreggia in ella nobel core 
che de '1 leone abbatte 
orgoglio sormontato, 
V. 70. e umiltate ha messa in lei corona. 

XXV. 

Dei codici, il Vaticano 3793 e il Laurenziano-Rediano 9 at- 
tribuiscono questa canzone a Paganino da Serezano, e il Pala- 
tino 418 la reca anomima ; quasi tutte le Raccolte a stampa di 
poesie antiche la dicono del Guinizelli. 

Contra lo meo volere 

amor me face amare 

donna di grande affare, — troppo altera ; 

però che '1 meo servere 
V. 5 non me porla aiutare 

per lo so disdegnare, — tant' è fera : 

che la soa fresca cera 

già d' amar non s' adotta, 

né giorno non annotta — là ov' appare. 
V. 10 Donqua s' aggio provato 

r affanno e lo martire 

eh' amor face sentire — a chi gli è dato, 

d' amor prendo commiato — e voi' partire. 

Lo partir non me vale ; 
V. 15 eh' adesso me riprende 

amor, chi non offende — poi li piace, 

che tutto lo meo male 

di gran gioi' si riprende, 

s' ella inver me s' arrende, — ed' amar face 
V. 20 pur uno poco in pace 

la mia piacente donna, 

eh' amor di bona donna — non discende ; 

donqua s' a lei piacesse 

d' amare eo 1' amerìa : 
V. 25 con meco porterìa — lo mal eh' avesse, 

e, poi lo mal sentesse, — il ben vorrìa. 

Si com' omo distretto 
che non potè fuggire 
conveneli seguire — 1' altrui voglia, 
V. 30 me tene amore afflitto. 



— 269 — 

che me face servire, 

et amando gradire — e più m' orgoglia 
madonna che me spoglia 
di coraggio e di fede ; 
V. 35 ma s' ella voi merzede — consentire 
tutto lo meo corrutto 
sera gioi' e dolzore : 

ma più li fora onore — s' a '1 postutto 
me tornasse in disdutto — di bon core. 

V. 40 Ahi, piacente persona, 

cera allegra e benegna, 

di tutte altezze degna — ed' onore ; 

ciascun omo ragiona : 

quella donna dislegna, 
V. 45 che mercede disdegna — et amore : 

donqua vostro valore 

e merzede me vaglia 

eh' a foco me travaglia — che no' spegna 

e vostra conoscenza 
v. 50 ver me d' amor s' inflame 

e a ciò me rechiame — benevolenza, 

avendo al cor soffrenza — che eo 1' ame. 

Quando fra due amanti 

amore equalemente 
V. 65 si mostra benvolente — nasce bene, 

di queir amore manti 

piaceri un omo sente, 

gioia al core parvente — e tutto bene : 

ma s' ella pur si tene 
V. 60 ad uno e 1' altro lassa, 

quello penando atassa — e sofferente 

del maJ d' amor gravoso, 

pieno di desianza, 

vive in disperanza — vergognoso : 
v.' 65 donqua s' eo son dottoso — non è infanza. 

Merzè, donna gentile, 
a cui piacer aspetto 

nostro senno perfetto — me conforte ; 
e per me non s' avvile 
V. 70 tenendomi in dispetto, 

eh' eo non aggio sospetto — de la morte : 
e ciò me piace forte. 



— 270 — 

solo eh' a vo' non sia 
ritratto a villania — per sospetto : 
V. 75 che se vo' m' aucidete 
ben dirìa Paganino : 
troppo fora al dichino — ben sapete 
r alto pregio che tenete — in dimino. 

XXVI. 

La maggior parte dei codici e delle Raccolte a stampa attri- 
buisce questa canzone a Gino da Pistoia ; ma il codice Vaticano 
4823 la assegna al Guinizelli e, insieme con lui, altri pochi edi- 
tori di Rime antiche. 

La bella stella, che il tempo misura, 
sembra la donna che m' ha innamorato, 
posta nel ciel d' amore ; 
e come qviella fa di sua figura 

V. 5 a giorno a giorno il mondo illuminato 

così fa questa il core 
de li gentili, e di quei e' han valore, 
co '1 lume che ne '1 viso le dimora ; 
e ciaschedun V onora, 

v. 10 però che vede in lei perfetta luce, 
per la qual ne la mente si conduce 
piena virtute a chi se n' innamora ; 
e quest' è che colora 
quel ciel d' vm lume che a li buoni è duce, 

V. 15 con lo splendor che sua bellezza adduce. 

Da bella donna più eh' io non diviso 

son io partito innamorato tanto 

quanto convien a lei, 

e porto pinto ne la mente il viso ; 
V. 20 onde procede il doloroso pianto 

che fanno gli occhi miei. 

« O bella donna, luce eh' io vedrei, 

s' io fossi là dond' io mi son partito 

afflitto sbigottito » 
V. 25 dice tra se piangendo il cor dolente : 

più bella assai la porto ne la mente 

che non sarà nel mio parlar udito 

per eh' io non son fornito 

d' intelletto a parlar così altamente 
v. 30 né a contar il mio mal perfettamente. 



— 271 — 

Da lei si move ciascun mio pensiero, 

perchè 1' anima ha preso quahtate 

di sua bella persona ; 

e vienimi di vederla un desidero 
V. 35 che mi reca il pensier di sua beliate, 

che la mia voglia sprona 

pur ad amarla e più non m'abbandona, 

ma fallami chiamar senza riposo. 

Lasso, morir non oso 
v. 40 e la vita dolente in pianto meno ; 

e s' io non posso dir mio duolo a pieno, 

non me '1 voglio però tenere ascoso ; 

eh' io ne farò pietoso 

ciascun cui tiene il mio signore a freno 
V. 45 ancora eh' io ne dica alquanto meno. 

Riede a la mente mia ciascuna cosa 

che fu di lei per me già mai veduta 

o eh' io r udissi dire ; 

e fo come colui che non riposa, 
v. 50 e la cui vita a più a più si stuta 

in pianto ed in languire : 

da lei mi vien d'ogni cosa il martire ; 

che se da lei pietà mi fu mostrata 

et io r aggio lassata, 
V. 55 tanto più di ragion mi de' dolere 

e s' io la mi ricordo mai parere 

ne' suoi sembianti verso me turbata 

o ver disnamorata, 

cotal mi è or quale mi fu a vedere ; 
V. 60 e viemmene di pianger più volere. 

L' innamorata mia vita si fugge 

dietro al desio eh' a madonna mi tira 

senza niuno ritegno ; 

e '1 grande lagrimar che mi distrugge, 
v. 65 quando mia vista bella donna mira, 

divienimi assai più pregno, 

e non sapre' io dir qvial io divegno ; 

eh' io mi ricordo allor quand' io vedia 

talor la donna mia, 
V. 70 e la figura sua eh' io dentro porto 

surge sì forte eh' io divengo morto : 

ond' io lo stato mio dir non potria. 



— 272 — 

lasso, eh' io non vorria 
già mai trovar chi mi desse conforto, 
V. 75 fin eh' io sarò da '1 suo bel viso scorto. 

Tu non sei bella ma tu sei pietosa, 
canzon mia nova ; e cotal te n' andrai 
là dove tu sarai 

per avventura da madonna udita : 
V. 80 parlerai riverente e sbigottita 

pria salutando, e poi sì le dirai, 
com' io non spero mai 
di più vederla anzi la mia finita, 
perch' io non credo aver sì lunga vita. 

XXVII. 

Questa canzone vien data anonima da alcuni codici ; il codice 
Boncompagni n. 7 1' attribuisce a Monaco da Siena, mentre al- 
cuni editori di Rime antiche, fra cui il Carducci, l'hanno sup- 
posta opera del Guinizelli. 

Madonna, dimostrare 

ve vorria com' eo sente 

la grave pena, che per vo' sofferò ; 

da poi che me fa stare I 

v. 5 a vo' fedel .servente 

amor, vedendo '1 vostro viso clero, 

di cui amico vero 

credea esser tenente, 

però eh' amor sovente 
V. 10 sol per servir gli amanti meritare. 

E s' eo per aspettare 

di servir fedelmente 

me trao inganno, mettromi in dispero, 

e arò consumare, 
v. 15 com' om d' amor perdente, 

che si distrugge corno al foco cero ; 

che eo non ho sentero 

di salamandra neente, 

che ne lo foco ardente 
v. 20 vive, e me conven morte pigliare 

S' eo mor, donna, biasmare 
credo v' ara la gente ; 



— 273 - 

però sacciate che in tal guisa pero 

com' omo eh' è in lo mare 
V. 25 e la serena sente 

quando fa '1 dolce (canto) eh' e sì fero 

e r om eh' è piacentiero 

de lo canto piacente 

si fa in ver lei parvente, 
V. 30 e la serena aucidelo 'n cantare. 

Et eo per affidare, 

oi lasso, simplemente 

sono feruto d' uno dardo intero ; 

ciò è il vostro guardare, 
V. 35 che sì amorosamente 

me dimostraste, eh' ora m' è guerrero ; 

e sì corno sparvero 

posso dir veramente 

eh' eo son pres' malamente, 
V. 40 quando 1' ausello vede cibellare. 

Però san dimorare, 

canzonetta piacente, 

va, di' a madonna esto motto veritiero : 

comò non po' avanzare 
v. 45 la beltà lungamente, 

se pietà non 1' adduce primero ; 

et eo pietanza chero, 

e ritorno tenente 

al vostro son frangente, 
V. 50 sì com cervo eh' è lasso di cacciare. 

XXVIII. 

I codici quasi tutti, gli editori e illustratori antichi e mo- 
derni sono così concordi nell' assegnare questa canzone a Gino 
da Pistoia che io ho creduto sufficiente trascriverne qui solo una 
parte a soddisfazione di quei pochissimi i quali la ritengono opera 

del N. 

Avvegna i' m' abbia più volte per tempo 
per richiesto pietade a amore 
pur confortar la vostra grave vita ; 
e' non è ancor sì trapassato il tempo, 
v. 5 che '1 mio sermon non truovi il vostro core 
piangendo star con 1' anima smarrita 

19 



— 274 — 

fra sé dicendo : « già sarà in ciel gita, 
beata cosa eh' uom chiamava il nome ; » 
Lasso me, quando e come 
V. 10 vedermi potrò io visibilmente, 
sì che ancora presente 
far i' vi possa di conforto aita ? 
Dunque mi udite, poi eh' io parlo a posta 
d' amor, a li sospir ponendo sosta. 

V. 15 Noi proviamo che in questo cieco mondo 
ciascun ci vive in angosciosa noia, 
che in ogni avversità ventura il tira : 
beata 1' alma che lassa tal pondo 
e va nel cielo dov' è compita gioia ! 

V. 20 glorioso il cor fuor di corrotto e d' ira ! 
Or dunque di che il vostro cor sospira, 
che rallegrar si dee del suo migliore ? 
che dio nostro signore 
volle di lei, come avea 1' angel detto, 

V. 25 fare il cielo perfetto : 

per nova cosa ogni santo la mira, 
ed ella sta dinanzi a la salute, 
ed in ver lei parla ogni virtute. 

Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia 
v. 30 che dovreste d' amor sopraggioire, 

che avete in ciel la mente e 1' intelletto ? 



XXIX. 

La maggiore e miglior parte dei codici attribuiscono questa 
canzone a Gino da Pistoia ; il Grion solo (art. cit), riferendosi 
ad un elenco di rime antiche edito dal Colocci, la dice opera di 
Guido Guinizelli. 

Tanta paura m' è giunta d' amore, 
che io non credo giammai spaurire, 
né che in me torni ardire 
di parlar mai, sì sono sbigottito ; 
V. 5 in ciascun membro mi sento tremare, 
lo qual ogni mio senso fa smorire 
e in tal guisa smarrire, 
che lo intelletto par da me- fuggito ; 



— 275 — 

per eh' io mi veggio a tal mostrare a dito, 
V. 10 che, se savesse ben cosa è amore, 

convertirebbe '1 su' riso in sospiri, 

che per li miei martìri 

pietate li farla tremar lo core ; 

però, canzon, eh' ogn' uom t' ascolti e miri : 
V. 15 se da viltate mi venne paura, 

ti mando che per me parli sicura. 

Canzone, i' so che ti dirà la gente : 
perchè quest' uom fu di tremor sì giunto ? 
che non parlava punto ? 

V. 20 dov' era '1 suo parlar d' amor allora ? 
deo, teme questi così mortalmente 
solo una donna, per cvii amor F ha punto 
che si stava disgiunto 
d' ogni sentor, com' uom di vita fora ; 

V. 25 né rispondea eh' era peggio ancora ? 
E tu, canzone, allor ti trai avanti 
e dì che avea però tanta temenza 
di stare 'n sua presenza, 
eh' altra fiata vidi per sembianti 

V. 30 che dimostrò eh' io I' era in dispiacenza : 
là 'ndio mi vergognava ancor più forte, 
che dato non m' avea però la inorte. 

Vergognavasi sol perch' io era vivo 
che morto non m' aveva e corrutto 

V. 35 che m' ha tanto distrutto 

già lungo tempo per lo suo sdegnare ; 
paura avea perchè io era del cor privo 
e perchè amore mi stringea sì tutto, 
eh' io non potea far mutto ; 

V. 40 ed ogni volta eh' io 1' udìa parlare, 

mi sermontava amor tanto, che stare 
non potea il meo spirito in (quel) loco 
che bella sua figura oltrepiacente 
uno splendor lucente 

v. 45 oco 

ente 

e non avea chi mi desse conforto : 

ben fu miracol eh' io non caddi morto. 

Cosa vivente nel mondo non temo 
V. 50 così come fo' lei, per cui mi tene 



18 * 



- 276 — 

amore in tante pene, 
che il dì divento morto molte fiate ; 
però se presso a lei smarrisco e temo, 
maraviglia non è se ciò m' avvene, 

V. 55 che amor, cui servir vene 

ciascun per forza, no' ha in lei potestate ; 
dunque conven che per sola pietaté 
acquisti 'n lei per su' onor mercede, 
che la morte cui teme ogni persona 

v. 60 per lei m' è dolce e bona : 

però dio, che '1 sa bene e il mio cor vede 
et che forza e sàvere e vertìi dona, 
metta ne lo suo cor tanta pietanza, 
eh' ella proveggia inver la mia pesanza. 

V. 65 La pesanza d' amor sì forte sento, 

che non sol lo smarrir pres' ho da quella 

perdendo la favella 

e star lontan pensoso tuttavia ; 

ma se così continua il tormento, 
V. 70 perch' io non mora prenderà novella, 

né già bona né bella, 

a tutto '1 mondo de la vita mia, 

che de la mente per malinconia 

uscir sì tutti, che picciolo e grande 
V. 75 maladiranno amore e sua natura : 

tanto è mia vita oscura 

e lo dolor, che sovra me si spande, 

che r anima mia piange e si rancura ; 

e non ho posa mai né non avraggio, 
V. 80 pauroso son sempre e più saraggio. 

Canzon, con tutto tu non aggi detto 
di mille parti 1' una di mi' stato, 
chi ben t' avrà 'scoltato 
non parlerà di me, ma sospirando 
v. 85 andrà fra sé parlando : 

ahi deo, com' è di costui gran peccato. 

XXX. 

Questa canzone in alcuni codici si trova anonima, in altri 
è detta opera di re Manfredi ; il Bilancioni, forse male interpre- 
tando un luogo dantesco {De vnlg. eloq., I, 15), la ritenne com- 
posta dal Guinizelli. 

Donna, lo fino anìore 
m' ha tutto sì compreso. 



— 277 — 

che tutto son donato a voi amare ; 

non po' pensar lo core 
V. 5 altro che amore acceso, 

e come meglio vi si possa dare : 

e certo lo gioioso cominzare 

isforza r an:iorosa mia natura, 

ond' io mi credo assai magnificato, 
V. 10 e 'nfra gli amanti in gran gioi' coronato. 

Eo porto alta corona, 

poi eh' eo vi son servente, 

a cui m' assembra alto regnar servire, 

sì alta gioi' mi dona 

V. 15 a voi stare ubidiente 

pregone voi che '1 degnate gradire : 
e vero certamente credo dire, 
che 'nfra le donne voi siete sovrana 
di ogni grazia, e di vertù compita, 

V. 20 per cui morir d' amor mi saria vita. 

Se lingua ciascun membro 

de '1 corpo si facesse, 

vostre bellezze non porian contare ; 

ad ogni gioi' v'assembro 

v. 25 che dicer si potesse, 

ciò avete bel che si può divisare : 
molto ci ha belle donne e d' alto affare, 
voi soprastate come il ciel la terra, 
che meglio vale aver di voi speranza, 

v. 30 che d' altre donne aver ferma certanza. 

Ancor che sia gravezza 

lo tormento d' amore, 

ma ciò eh' abbo d' amor m' assembra bene ; 

e nulla crudelezza 

V. 35 potè pensar lo core 

che aveste, donna, 'n voi che non s' a v vene 
gioco e sollazzo me sostene in pene 
sperando eh' avvenir può la gran gioia : 
meglio mi sa per voi mal sostenere, 

V. 40 che compimento d' altra gioia avere. 

Madonna, il mio penare 

per fino amor gradisco, 

pensando eh' è in voi grande conoscenza ; 



— 278 — 

troppo non de' durare 
V. 45 r affanno che soffrisco, 

che bon segnor non dà torta sentenza ; 

compiutamente è 'n voi tutta valenza, 

merito voi siete e morte e vita, 

piti vertudiosa siete in meritare 
V. 50 che io non posso in voi servendo amare. 

XXXI. 

Questi 3 sonetti (XXXI-XXXIII) si trovano adespoti nel 
Chigiano L. Vili, 305 e negli altri codici, ma lo Zambrini pubbli- 
candoli (1877, Imola) e poi il Grion (art. cit.) congetturarono 
non infelicemente che si debbano ascrivere al N. 

La divina potente maestate 
con volontate di far nova cosa 
mostrò s forzatamente la bontate 
de la gran deitate che in lei posa ; 

v. 5 sì che trasnaturò 1' umanitate, 

che di beltà è fatta sì forzosa, 
una figura eh' ave angelitate, 
se ben guardate soa cera amorosa. 

Dunque chi osa loda divisare, 
V. 10 simile o pari di lei non si trova, 

perdut' ha prova chi le voi contare ; 

ma chi voi far d' intaglio cosa nova 
presente mova vo', donna, guardare, 
poranne trarre esemplo, se la prova. 

XXXII. 

In un bel prato di fiori e d' erbetta 
il dì di Pasqua m' arrivò amore, 
dove avea donne di pregio e d' onore 
e ciascuna facea sua ghirlandetta ; 

v. 5 poco stante levj'irsi suso in fretta 
et fecero una danza con sentore, 
s' al potentissimo signore amore 
portasser fede leale e perfetta. 



— 279 — 

Sovr' ogni altra era bella e gentile 
V. 10 quella che mi sguardò sì dolcemente 
et mi parlò d' amore tutta umile ; 

che se mi fosse dato interamente 
a quella che mi fa pensar sottile, 
ben mi farei di lei tosto servente. 

XXXIII. 

S'i' fosse in mia virtù, che i' potesse 
distinguer lo mio cor eh' è su' signore, 
non ho penser che imaginar volesse, 
donna, di farmi vostro servidore ; 

V. .5 pensando ben che non si convenesse 
a tal donna sì picciolo amadore, 
ver cui niente fora ben eh' avesse 
mille per un, più eh' io non ho, valore. 

Ma vo' sapete che in uman podere 
v. IO non è distretto, né rinchiuso giace 
lo spirito e' ha libero volere ; 

dunque, se que' a vo' servir mi face, 
mio inamorar non vi de' già spiacere, 
che contrastar non posso, sì li piace. 

XXXIV. 

Nel codice Laurenziano-Rediano 9, che solo lo presenta, si 
trova questo sonetto subito dopo la risposta di Guittone al 
son. XX del N. ed è seguito da un altro sonetto di risposta dello 
.stesso Guittone. 

Alquanto scusa 1' omo dicer fermo 
di cosa eh' elio palpi o veggia ad occhi» 
tale languisce crudelmente fermo 
in altrvii forza ligato con sprocchi ; 

V. 5 e 'n breve pensi d' imbracciar lo schermo, 
lo qual non falsa per ferir de stocchi, 
che tanto è sodo che non teme gviermo : 
ben doverea pensare a cui che tocchi. 



— 280 — 

che qual è quello che spart' ha semenza 
V. 10 che se raddoppierà di simil seme 
e tal fo desiato ante comenza, 

che per soperchio giustizia lo teme : 
unde giustizia conven eh' il semenza 
poi contra '1 giusto scudo seco inseme. 

XXXV. 

(Il codice Casanatense d. V. 5 (e. 110 a) attribuisce questa 
Sonetto a Guido Guinizelli). 

Madonna mia, quel dì eh' amor consente 
eh' i' cangi core, volere o maniera, 
o eh' altra donna mi sia pivi piacente, 
tornerà F acqua in su d' ogni riviera, 

V. 5 il cieco vederà il muto parlente 
et ogni cosa grave fia leggera ; 
sì forte punto d' amore et possente 
fu '1 giorno eh' io vi vidi a la 'mprimiera. 

Et questo posso dire in veritate 
v. 10 eh' amore et stella fermaron volere 

eh' io fosse vostro et hanlo giudicato ; 

et se da stella è dato, non crediate 
eh' altra cosa mi possa mai piacere, 
se dio non rompe in ciel ciò e' ha firmato. 



.-ft 



INDICE 



PARTE PRIMA — La Vita 

CJapitolo I — La patria -P«,7- <^ 

■Capitolo II — La stirpe 30 

Capitolo III — I parenti 4(i 

Capitolo IV — Cenni biografici 70 

Capitolo V — Figli e ciscendenti 90. 

Capitolo VI — Vita pubblica od e. ilio 108. 

Capitolo VII — La educazione letteraria . 127 

Capitolo Vili — Relazioni con illustri contempcranei 165 

Capitolo IX — Guido Guinizelli e Dante 182 

Capitolo X — Il peccato di Guido 208 

PARTE SECONDA — il Canzoniere. 

1. — Canzoni di messer Guido Guinizelli 238 

2. — Sonetti di messer Guido Guinizelli. 251 

-3. — Poesie incertamente attribuite a mescer Gudo Guinizelli . 266 



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