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Full text of "Lectura Dantis"

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# IL CANTO I DELL'INFERNO 
letto da ISIDORO DEL LUNGO 

NELLA SALA DI DANTE IN ROMA $? 






LECTVRA DANTIS 




PERNO LETTO DA ISIDORO 

DEL LUNGO nella sala di 

tANTE IN ROMA # con APPENDICE 
FACSIMILE concernenti la LEZIONE 
DEI VERSI 4-9 o|(? $ $ $ $ $ cf? 




* * FIRENZE, 
G.C. SANSONI 
Editore. $» $ 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Firenze, Tip. G. Carnesecchi e figli — Piazza Mentana 



vfé JJV tjf* vf*i vjw i^JV uf* s/f* wjy vTJsi t/Jw wj^ wfy *J* wjw vfv wjv wTJv Jjv >/Jy wf< Jf* 



« Nel primo capitolo de la prima parte, la qual si 
« chiama Inferno, l'Autore fa proemio a tutta l'opera » : 
cosi, o con somigliante dicitura, si legge in molti de' più 
antichi e pregiati manoscritti della « Comedia » ; i 
quali poi al secondo Canto appongono: « Capitolo se- 
« condo de la prima parte, nel qual fa proemio a la 
« prima cantica, cioè a la prima parte di questo libro 
« solamente ». Con ciò si venivano a considerare come 
proemiali i due primi Canti; proemiale al Poema l'uno, 
proemiale all'Inferno l'altro, e il « trattato », dice il 
Butese, incomincia col terzo « Per me si va nella 
città dolente ». Nel canto primo, la selva con le al- 
tre cose e Virgilio; nel secondo, l'antefatto, narrato 
da Virgilio, della discesa di Beatrice a lui per muo- 
verlo in soccorso di Dante. Ma proemio a tutta l'o- 
pera, e aggiunto per tale ufficio ai 33 normali di cia- 
scuna Cantica, è questo primo Canto o Capitolo. Ca- 
pitoli i cento canti, come canzoni le tre cantiche, e 
comedia il Poema: denominazioni tutte, che attestano 
il primigenio carattere, tutto popolare, che dagli au- 
tentici intendimenti del Poeta accolsero e si appro- 
priarono gli uomini dell'età sua. E « comedia » egli 



- 6 - 

stesso il Poeta, due volte nell' Inferno, dice umilmente; 
« tragedia » invece, con alta reverenza, la gesta vir- 
giliana d'Enea: ma « Poema sacro» e « sacrato Poe- 
ma », nella Cantica terza; .suggellando anche col ti- 
tolo la mistica nobiltà di quei concetti, de' quali ch'e- 
gli abbia avuto sin dalle prime mosse il sentimento 
e il proposito, ben lo addimostra la triplice invocazione 
• alle muse, all'ingegno, alla mente », sul principio 
del canto secondo. 

La denominazione « comedia », a cui la religio- 
sità del tema e l'ammirazione fecero poi ne' tempi 
soggiunger « divina », attiene alla dottrina dantesca 
sul linguaggio della poesia, teorizzato nel De valgavi 
eloquentia : tragico, comico, elegiaco; cioè alto, mez- 
zano, umile. Dante, dopo avere alle canzoni filosofiche 
« d'amore e virtù » applicato dal latino di Virgilio 
« lo bello stile », ossia il linguaggio « tragico » del 
ncovolgare italico; e ne' sonetti e ballate d'amore, 
che le .donne gentili pianamente ripetessero, 1' « ele- 
giaco > ; chiedeva al « comico » , cioè al linguaggio 
che più è in mezzo alle cose, le energie di una rap- 
presentazione compiuta, qual egli si proponeva, della 
realtà umana, dalle visioni del divino riflessa. Donde, 
per ragioni dunque, innanzi tutto, di forma, il titolo 
« comedia » ; rispondente poi, nella sostanza, allo svol- 
gimento dell'azione sua in scene, che d'una in altra 
procedono pel giro de' nove giorni computati sino al 
perdersi nella infinità senza tempo, con successione 
molteplice di luoghi per una linea continuativa (che 
dà unità a quel molteplice); linea continuativa, prima 
discendente, poi ascendente, e in ultimo trasvolante 
le sfere celesti sino all'infinità del divino. 

Questo canto primo, e proemiale al Poema, dice lo 



smarrimento di Dante nella selva peccaminosa della 
gran valle della vita; la tentata ascensione del colle 
luminoso; l'impedimento delle tre fiere ; l'apparizione 
di Virgilio salvatore; l'incamminarsi con lui alla con- 
templazione dell'eternità ne' suoi tre regni di giu- 
stizia. 

È la notte dal giovedì al venerdì santo, dal 7 al- 
l'8 di aprile del 1300: la discussione dei giorni, quella 
(pur voluta fare) dell'anno, sono aliene dall'assunto 
nostro. L'uomo nel vigore e bollore delle virili pas- 
sioni, 

nel messo del cammin di nostra vita, 

cioè a trentacinque anni, calcolando biblicamente a 
settanta il corso di questa, si è ritrovato per la selva 
oscura, ossia il male, che ingombra la grande valle 
della vita attiva. La scena è dunque una valle ; in 
essa, una selva, la quale occupa la più profonda parte 
della valle, e si prolunga e congiunge con le falde di 
un colle, la cui sommità i raggi del mattino sono per 
illuminare. La valle selvosa può immaginarsi situata, 
dell'emisfero nostro, sopra un punto qualsiasi, purché 
toccato dalla circonferenza della quale il Poeta pone 
centro Gerusalemme, creduta punto medio di esso 
emisfero, e ch'egli immagina antipode al monte del 
Purgatorio nell'emisfero australe. Infatti da qualsiasi 
punto dell'immenso circolo, che è la base del cono 
rovescio in cui è conformato l'inferno, è egualmente 
possibile l'entrata nel circolo stesso, e quindi la mossa 
a discendere di cerchio in cerchio lungo i fianchi ri- 
stringentisi del cono. Né collocare la selva presso 
Gerusalemme, come, per contrapposizione alla selva 
del Paradiso terrestre su quel monte del Purgatorio, 



arriderebbe, e in dritta linea con la Gerusalemme ce- 
leste, possiamo; ove si ripensi che se Gerusalemme 
sta sopra al centro del baratro infernale, il sotterra 
di Gerusalemme è assolutamente vuoto, e quindi non 
acconcio al discendere, quale egli se lo descrive, di 
Dante. 

Dalla valle, chi abbia tenuta la diritta via, cioè 
chi rettamente viva ed operi, ascende agevolmente 
al bene, che solo esso è felicità, solo esso è principio 
e cagion di tutta gioia, sotto i raggi benefìci del vero 
supremo. Ma chi 

la diritta via abbia smarrita, 

chi percorrendo la valle abbia deviato nella selva, o pe- 
risce in essa, perché nel male è la morte dell'anima (il 
male non lasciò giammai persona viva); o se, ravve- 
dendosi in tempo per la paura e l'affa tmo stesso che 
l'avvilupparsi nel male dà all'anima, si argomenti 
d'uscirne, si trova appiè del colle in condizioni più sfa- 
vorevoli all'ascensione perché da luogo pili basso che 
non dalla valle non selvosa, e dovendo superare fieri 
conrasti: cioè, chi travia nel male deve poi usare grandi 
sforzi e combattere per risollevarsi verso il bene. 

Dante, che è esso medesimo l'uomo quale egli ce 
lo rappresenta cosi traviato e smarrito, non descri- 
verà la selva. Ci passa sopra con uno de' suoi versi 
potenti, 

tanto è amara che poco è pili amara morte : 

e la morte, cioè la morte dell'anima, descriverà parte 
a parte nel regno della morta gente, nell'Inferno, al 
quale la selva corrisponde, siccome il male vissuto al 
peccato punito. Della selva dirà solo quanto occorre 



- 9 - 

al suo trattato del bene ch'egli ci trovò {trattar del 
ben ch'io vi trovai, è frase attinente alle intenzioni 
morali didattiche del Poema), cioè ne dirà solamente 
quant'occorra alla intelligenza del viaggio spiritale 
contemplativo che fu la sua salvezza, il suo bene, e 
che egli trovò nella selva in persona di Virgilio, che 
a quel viaggio -lo indirizzò, lo confortò, lo condusse. 
Le altre cose {altre, non alte; lezione questa non eoe 
rente al contesto) le altre cose ch'ei v'ha, nella selva, 
scorte, sono, sull'estremo di essa, appiè del colle, le tre 
fiere, che nella selva, se Virgilio non era, lo avreb- 
bero ricacciato. 

E quanto a dir qual era cosa dura 
questa selva selvaggia e aspra e forte, 
che nel pensier rinnova la paura, 

tanto è amara che poco è più morte: 
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, 
dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

La connessità sintattica di queste due terzine (quali 
io ve le ho lette) in un solo concetto (connessità, che 
da qualche altro interprete fu già confusamente sen- 
tita), è confortata anche da autorità di manoscritti 
contro la volgata e tradizionale lezione, Ahi quanto 
a dir qual era è cosa dura (con lo spiacevole ac- 
cozzo di quell'era è). Vi piaccia confrontare le due 
sintassi e le due versioni : « Ahimè quanto è cosa 
dura descrivere quale era quella orribile selva, di pau- 
rosa memoria! essa (la selva, si domandano fnella le- 
zione che io non accetto] i commentatori, o la cosa ?) 
essa è dolorosa quasi al pari della morte. « Ma... », 
logicamente dovrebbe susseguire, « Ma tuttavia la 
descriverò... » Invece sussegue: « Ma per trattare di 



- 10 - 

ciò che vi trovai di bene, dirò delle altre cose che in 
essa selva ho veduto ». Con che la conchiusione devia 
dalla premessa. L'altra versione, quella che si appoggia 
e a manoscritti autorevoli e a buone ragioni di critica, 
ci dà questo logico e agevole senso: « E quanto al 
dire qual dura cosa era quell'orribile selva di pau- 
rosa memoria, basti ch'ella è dolorosa quasi al pari 
della morte: ma per trattare di ciò che vi trovai di 
bene, non mi asterrò dal dire delle altre cose che in 
essa ho vedute » (e quelle ce le descrive davvero), il 
cui incontro e contrasto, col ricacciarlo dentro al buio 
della selva, è stato cagione dell' offrirglisi soccorre-, 
volmente Virgilio. Alla futura critica del testo, la 
sentenza. Io intanto vi leggo que' sei versi nella ma- 
niera che son convinto essere l'autentica. * 

Il traviamento dell'uomo dall'aperta valle nella 
selva aspra e forte, si fa per le insidiose attrattive 
del male senza eh' egli se ne accorga. Nessuno di 
quanti nella selva ci perdiamo sa ben ridire coni ' ei 
v'entrò; tanto si è pieni di sonno (cioè dell' assonna- 
mene de' buoni istinti, nel sopraffare de' cattivi) in 
sn quel punto che abbandoniamo la verace via. Ben 
può un salutare risveglio dei sentimenti nostri mi- 
gliori, farci avveduti, che, sprofondati nella selva, 
tanto più faticoso ci è addivenuto lo ascendere verso 
l'altezza luminosa della virtù. E poiché, traverso alla 
selva, saremo giunti a pie del colle col quale quella 
valle confina e termina; e da cotesta più bassa parte 
di essa valle, ci avverrà di guardare in alto e vedere 
le spalle, la sommità, del colle vestite dei raggi del- 
l'astro benefico che mostra a tutti la strada da dover 

l Vedi, a pag. 49 è segg., Appendice e Facsimile concernenti la lezione dei 
tersi 4-9. 



- Il — 

tenere, mena dritto altrui per ogni calle ; ci faremo 
animo, e ci riavremo un poco dalla paura che ci ha 
fin nel fondo del cuore rimescolato il sangue, durante 
la buia traversata, la notte affannosa, della selva : e 
come il naufrago che si volge al mare donde a mala 
pena campato, e guata, ci volgeremo indietro verso 
il passo orrido, il passo della valle selvoso, che non 
lasciò giammai persona viva, ossia nel quale chi s'av- 
viluppa ostinatamente e s'impiglia è uomo morto; e 
ci poseremo un poco, piglieremo fiato, e poi ripren- 
deremo la via che ci siam voluta rendere più diffì- 
cile, la erta via dell'ascensione. Si: ma le passioni sa- 
ranno più forti di noi, e ci ricacceranno indietro. 

Ma poi ch'io fui al pie d'un colle giunto, 
là ove terminava quella valle 
che m'avea di paura il cor compunto, 

guardai in alto, e vidi le sue spalle 
vestite già de' raggi del pianeta 

(pianeta il sole, secondo il sistema tolemaico) 

che mena dritto altrui per ogni calle. 

Selva profonda; colle da ascendere; altezza luminosa; 
aombrano inferno, purgatorio, paradiso. 

Allor fu la paura un poco qucla, 
che nel lago del cor 

(la cavità del cuore ch'è ricettacolo del sangue) 

/;/ era durata 
la notte ch'i' passai coti tanta pietà. 

E come quei che con lena affannata 
uscito fuor del pelago alla riva 
si votgr all'acqua perigliosa e guata, 



- 12 - 

(scena e figura, che ci paiono nel verso di Dante trat- 
teggiate da Leonardo) 

cosi l'animo mio, che ancor fuggiva, 

(virgiliano: « animus meminisse horret luctuque re- 
fugit » ; e un altro latino « aufugit mini animus ») 

si volse indietro a rimirar lo passo 
che non lasciò giammai persona viva. 
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso, 

(lezione di questo verso men grata all' orecchio per 
quell'arcaico èi (ebbi), ma che pur è voluta dai più 
autorevoli testi, ed è meglio conforme e graduata 
alla giusta misura del breve posare, non riposare, di 
Dante) 

ripresi via per la piaggia diserta, 

si che il pie fermo sempre era il più basso. 

Verso di prolifica, non che bizantina, commentatura; 
del quale io vorrei sperare di avere antivenuta la 
spiegazione (che è quella data bonamente dagli anti- 
chi espositori), se vi ho ben fatto comprendere, come 
il Poeta significhi con esso, che da quel più basso 
fondo della valle, nella quale egli inselvandosi si era 
cacciato, più aspra si presentava l' erta di salvezza, 
che non sarebbe stato salendo dalle parti della valle 
non selvose e men basse, donde avrebbe potuto, come 
poi fa appiè del colle del Purgatorio, « prendere il 
monte a più lieve salita » : perciò 

il pie fermo sempre era il più basso , 

inquantoché nel movimento alternato de' piedi di chi 
sale, il piede che si alza viene ad essere sopra un 



— 13 - 

piano pili elevalo, che non il piede il quale intanto 
sta fermo (come il contrario, di chi scende) : e ciò 
tanto pili, quanto da più. basso luogo si salga verso 
più alto. 

Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta, 

(avvertite bene, si è sempre nella selva; e questa, dal 
fondo della valle, nel quale Dante è sceso, investe 
con l'estrema sua boscaglia le falde del colle) 

quasi al cominciar dell'erta, 

(a mala pena incominciato a salire, subito appena in- 
cominciate a salire le falde tuttavia boscose del colle) 

.... ecco .... 
una lonsa. 

Le tre fiere (la cui immagine Dante esemplò forse da 
una delle profezie di Geremia), le tre fiere siccome 
cose ch'egli ha scorte nella selva, non possono figu- 
rarsi fuori di essa; ed è infedele al concetto del 
Poeta la iconografia dantesca, che suole rappresen- 
tarcele sul colle, e quasi da esso discendenti verso 
il Poeta. No: esse, i tre peccati, sbucano dalla selva; 
in essa sono, che è il male della vita: e Dante le in- 
contra salendo la prima erta, su per la quale la selva 
a poco per volta cessa. 

E prima incontra la lonza, poi il leone, poi la lupa 
cioè gli fanno ostacolo, secondo la volgata interpre- 
tazione, prima la Lussuria, poi la Superbia, poi l'Ava 
rizia o Cupidigia; od anche (con rispondenza, che io 
credo illusiva, al verso di Ciacco) Superbia, Invidia 
ed Avarizia : ma, secondo il criterio di simmetria al- 
1 ordinamento etico e penale dell'Inferno e del Pur- 



— 14 - 

gatorio danteschi, la Frode, la Violenza, l'Incontinenza; 
con ordine decrescente di gravità, e crescente di pe- 
ricolo, imperocché nel peccato men grave, nella forma 
del male di men dannosi effetti, è più facile rimanere 
impigliati e cosi remossi dal bene. 

Prima, dunque, e con l'assalto dei tre meno grave, 
la Frode ; dalla quale l'animo bennato, più che da qua- 
lunque altra forma di male, istintivamente ripugna, 
seconda la Violenza, a' cui eccessi l'animo anche ben- 
nato può talvolta lasciarsi andare : terza, e più di 
tutte anche ad animo bennato pericolosa, la Inconti- 
nenza nelle sette sue forme o capi di peccato, la cui 
forza mortale, troppo spesso irresistibile, è negl'istinti 
medesimi, se non si governano, dell^ umana natura. 
La Lonza frodolenta poi, che prima delle altre male 
bestie e più aderentemente e più insinuativamente, 
sebbene con men grave pericolo e da sperar di can- 
sarlo, contrasta i passi dell'uomo nel riprendere la 
diritta via, è (passando al simbolo politico) il Co- 
mune italiano nel quale Dante vive cittadino ed opera, 
è (e perciò la Lonza investe Dante più presto e più 
da vicino) è la sua guelfa, astuta, ingegnosa, Firenze. 
Il Leone, più gravemente infesto e da incuter timore, 
è la « gran potenza », come dicevano, della real Casa 
di Francia, la violenta patrona del Comune guelfo. La 
Lupa, insaziabilmente bramosa di tutto, il pericolo più 
grave e da disperarne fino a tempi migliori infin 
che il Veltro verrà, è la Curia romana. Una lonza, 
dunque, 

una lonsa leggiera e presta molto, 

(una fiera agile, mobilissima... par di vederla...) 
che di pel maculato era coperta 



- 15 - 

(di apparenze ambigue, svariate; versipelle); 

e no)i mi si partia dinanzi al volto, 

(la vi viene addosso, vi sta alle costole, non vi si leva 
di tra' piedi... Anche il canbarbone mefistofelico ag- 
gira, incalza, accerchia, avvolge, il Fausto leggen- 
dario...) 

ansi impediva tanto il mio cammino, 
ch'io fui per ritornar più volte vòlto 

(bisticcio o equivoco, di quelli nei quali Dante tra- 
scorre in questo e in qualche altro luogo del Poema; 
come di cosiffatti si deliziavano i rimatori di maniera 
provenzale e guittonesca). 

Ma tali, visibili a tutti e perciò incontroverse, ca- 
ratteristiche della Lonza dantesca, son esse distintivi 
appropriabili alla Lussuria? appropriabili all'Invidia? 
o non piuttosto alla Frode ? — E quanto al significato 
della Lonza politico, sono da avere a mente due cose. 
L'una, che questa bestia ambigua (ambigua anche zoo- 
logicamente ; tanto che gl'interpreti traducono lonza, 
a comodo delle respettive interpretazioni, chi in pan- 
tera chi in lince chi in leopardoyla si trova, proprio 
col nome di lonza (« leuncia » nel latino fiorentino, 
cioè popolare, del 1285 (e cosi il Boccaccio, nel Com- 
mento, ha « una leonza, o lonza che si dica »), la si 
„ trova, dico, in un documento consiliare, che ci atte- 
sta presso il Palagio del Potestà avere i contempo- 
ranei di Dante veduta in gabbia la « lonza » ; come 
dietro al Palagio de' Priori ruggirono per secoli, co- 
ronato simbolo della Signoria popolana, i leoni. L'al- 
tra cosa da notare è che in Malebolge, e non in altra 
parte dell'Inferno, pone Dante, come nell'olimpico 



- 16 - 

lacunare del Palazzo dei Dogi Paolo Veronese la sua 
Venezia in gloria, cosi Dante in Malebolge, nel re- 
gno della Frode, pone il trionfo di Firenze : 

Godi, Firenze, poi che sei si grande, 
che per mare e per terra batti l'ali, 
e per l'inferno il tuo nome si spande! 

Dunque la lonza politica e Firenze frodolenta sono la 
stessa malnata cosa nell'ira e nella simbologia del 
Poeta. Dunque la Lonza è la Frode : e le altre due 
Fiere sono in quella simbologia le altre due grandi 
rappresentanze del male, Violenza e Incontinenza. 

Ma la lonza sgomenta si, non però disanima, lo 
smarrito viatore. È una bella mattinata di primavera, 
come in sulla creazione dell'universo: 

Tempo era dal principio del mattino, 
e 7 sol montava in su con quelle stelle 
ch'eran con lui quando l'Amor divino 

mosse da prima quelle cose belle ; 

{cose belle, le stelle, qui dove le vede ancora prima 
di entrare sotterra, e nelle ultime linee dell' Inferno 
quando torna a rivederle riuscendo all' aperto sulla 
marina del Purgatorio: le « belle stelle » che taluno 
dei dannati, durante il cammino tenebroso, gli augura 
angosciosamente di « rivedere ») 

si che a bene sperar m'era cagione 

di quella fera 

(Cioè che avrei superati glinpedimenti ch'ella mi fa- 
ceva) 

alla (dalla) gaietta pelle 

(leggiadra per varietà e vivacità di colori;, 
l'ora del tempo e la dolce stagione:.... 



— 17 — 

Come le bellezze della natura, godute in stagione ed 

ora propizia, massime dopo sofferte sensazioni oppo- 
ste, dispongono l'animo, e quasi lo dischiudono, a con- 
(idarc di sé e delle cose che ne circondano; cosi' è 
ohe Dante, scampato, come crede, agli orrori della 
selva, e resa lena al corpo affannato, trae da quella 
serenità di mattino, nella mitezza primaverile, cagione 
a sperare che gli verrà fatto di sbarazzarsi della lonza, 
non feroce né aggressiva, e non spaventevole, anzi di 
aspetto gentile e grazioso, ma solamente importuna 
e circuente. 

A cotesto bene sperare di felice esito nell'avven- 
tura della Lonza, appartiene un altro luogo della 
prima Cantica, che ha con questo relazioni di capi- 
tale importanza. Una delle speranze che a Dante si. 
affacciarono, di liberarsi dalla Lonza, era stata (egli 
stesso in quell'altro luogo del Poema ci narra) di 
« prenderla » e soggettarsela mediante una « corda *, 
che la notte dopo, fra il sesto e il settimo cerchio del- 
l'abisso, egli, per comando di Virgilio, si scinge dai 
Manchi, e la consegna al Maestro, il quale effettiva- 
mente se ne serve per assoggettarsi Gerione, la « sozza 
imagine di froda > che deve calarli in Malebolge: 

Io aveva una corda intorno cinta, 
e con essa sperai alcuna volta 
prender la lonza alla pelle dipinta. 

È, senza dubbio, uno doi passi del Poema più mi- 
steriosi; non dicendosi ivi espressamente che corda 
sia quella, né scorgendosi bene comi- il gettarla - 
Virgilio « giuso in quell'alto burrato » abbia per ef- 
fetto, questa volta conseguito, il, prendere » o al- 
meno l'avere a sé, il variopinto Gerione, come 1' « al- 



- 18 - 

tra volta » fu a Dante effetto « sperato » il « pren- 
dere con la corda » stessa la variopinta Lonza. Dal 
che appunto la identità de' due simboli in « imagine 
di froda » emerge, checché altro in contrario si vo- 
glia sottilizzare, provata a fit di logica e suggellata. 
Or io, senza troppo digredire su questo argomento, il 
quale altresì per la vita di Dante ha importanza non 
di mera curiosità, affermo sembrarmi nel vero coloro 
(e sono ormai i più) i quali da uno de' meglio autorevoli 
fra gli antichi commentatori derivano l'opinione, che 
cotesta corda, la quale Dante dice di avere a' fianchi 
materialmente, sia il cordone o cordiglio di san Fran- 
cesco, e propriamente quello dei secolari ascritti al 
Terz'ordine francescano; a quella « grande fraterni- 
tà », come il Sabatier la chiama, mediante la quale il 
Santo dell'universale amore vagheggiò, di là dal con- 
vento de' suoi frati, diffondersi per tutta la società 
cristiana una unione di pace, che attuasse nella vita 
di tutti i giorni, in tutte le condizioni sociali e civili, 
le virtù magnanime dell'Evangelo : sovrana fra que- 
ste, l'amore del prossimo, il bene altrui ; virtiì che 
combatte e sottomette quel pravo intendimento del- 
l' « ingiuria altrui » che, secondo l'etica di Dante, è 
il substrato del peccato ; e più profondamente, della 
forma di peccato « più a Dio spiacente » la Frode. 
Contro la Frode, sotto aspetto di Lonza, sperò Dante 
gli sarebbe valso, fra i parteggiami e maldisposti 
uomini dell'età sua, parteggiante e mondano egli stesso, 
il sacro cordiglio, cioè non tanto la qualità sua di Ter- 
ziario, che egli (come giustamente rileva un altro mo- 
derno critico di religiosità medievale, il Kraus) avrebbe 
avuta comune « con centinaia di migliaia, con milioni 
forse, di suoi contemporanei », quanto l'amore oppo- 



- 19 - 

sto all'odio, la carit;i fraterna al rancore o alle « ree 
volontà " ; le < ree volontà », deplorate dal magnanimo 
Dino: contro la Frode, personificata in Gerione, gli 
vale ora, nell'eternità contemplata al lume e con la 
scorta e la forza della Ragione, quel simbolo dell'a- 
more e della carità che avvincono i figliuoli d'un me- 
desimo padre, simbolo del « vincol d'amor che fa na- 
tura », del vincolo che ne' peccati di frode si « an- 
cide » e si spezza ; quel simbolo di bene attuosamente 
voluto nelle opere, che trionfa del male voluto e ope- 
ralo nella forma di peccato più « sozza » secondo 
Dante, e più profondamente (sempre secondo la sua 
teoria nobilissima) più profondamente « lesiva dell'u- 
mana coscienza » : 

la frode onci' ogni coscienza è morsa. 

lì, ciò è ben altro, mi sia lecito il dirlo, che la corda 
cingulum castitatis », mediante la quale si vorrebbe 
•ondo l'altra interpretazione delle tre fiere) che 
Dante avesse sperato di vincere, nel mondo di qua, 
gli assalti, poveruomo, della lussuria; per finir poi 
con l'accorgersi nel mondo di là, che la virtù di quello 
specifico, inefficace contro le lonze in gonnella leg- 
giadre e dipinte, era invece eccellente per assicurarsi 
de' Gerioni di quel mondo e di questo. 

Ma la lonza, di fronte alla quale i ripetati tentativi 
e le virtuose speranze di Dante fallivano, non era sola: 

. . . . a be/ie spirar m'era cagione 



uni non si, cnc paura non ini desse 
la vista, che m'apparve, d'un leone. 

Anche questa volta il verso, come subito appresso 



— 20 — 

nel ritrarre le magrezze fameliche della Lupa, seconda 
mirabilmente l'evidenza scultoria delle immagini, e 
l'impressione che da quelle emana e quasi si diffonde. 

Questi parea che contra me venesse 
con la test'alta e con rabbiosa fame, 
si che parea che l'aer ne temesse. 

Ed una lupa, che di tutte brame 
sembiava carca nella sua magrezza, 
e molte genti fé' già viver grame, 

questa, mi porse tanto di gravezza 
con la paura ch'uscia di sua vista, 
ch'io perdei la speranza dell'altezza 

(cioè di potere ascendere alla sommità luminosa del 
colle). - 

Ho già accennato le ragioni, sia rispettive al senso 
morale, sia al politico, secondo le quali è la grada- 
zione del farsi innanzi, l'ima dietro l'altra, le tre Fiere; 
e della maggiore o minor forza di ciascuna di esse, 
nel contrastare il ravviamento di Dante sulla diritta 
via. Mi si permetta qui aggiungere, quanto al si- 
gnificato politico, come la vita civile di Dante, e la 
condizione della Parte sua Guelfa reggente in Firenze 
in quella primavera del 1300, siano tanto fedelmente 
ritratte in questa scena appiè del colle, nella « di- 
serta piaggia » selvosa, quanto è più possibile chie- 
dere alla rappresentazione fantastica d' una storica 
realtà. La scissione di parte Guelfa in Bianchi e Neri 
si è venuta maturando : ancora pochi giorni, e « già 
trabocca il sacco » : la cittadinanza guelfa, in tutti e 
tre i suoi ordini di popolo grasso, popolo minuto, 
Grandi, parteggia, peggio che da Guelfi a Ghibellini. 
« Niuno » (parole d'uno di loro, Dino) « niuno non si può 



difendere, che con l'animo non si dia alle dette parti, 
chi a una chi a un'altra ». Dante, non meno degli 
altri smarrito in quella « trista selva » ; col tardo, im- 
potente, rammarico di esser « giù caduto » dalle serene 
contemplative idealità della sua « vita nuova », irrag- 
giate prima dagli « occhi giovanetti » di Bice viva, e 
poi dalle « visioni » e dalle « spirazioni » con le quali 
ella, dalla « vita seconda », dopo « salita da carne a 
spirto », lo ha « rivocato »; Dante, sopraffatto ormai 
dalle cure della vita attiva, « smarrito nella valle » 
si trova alle prese con quella sua guasta e corrotta 
cittadinanza, in mezzo alla quale vive, che non gli 
si parie dinanzi al volto, che da tutte le parti lo ag- 
gira e lo confonde e lo sgomenta, ma non gli toglie 
tuttavia quelle medesime oneste speranze, che con- 
segnò alla storia nelle dolenti sue pagine l'altro grande 
cuore de' Guelfi Bianchi, il Compagni : non « poter 
pensare che altro che a concordia si sarebbe, per amor 
di parte e di patria, potuti venire »; e che 1' « umiltà» 
dei « buoni uomini » avrebbe trionfato della « grande 
malizia » dei « malvagi cittadini pieni di scandoli ». 
Ma dietro i Guelfi Neri, è Casa di Francia: e dietro 
questa, e sopra tutti, Corte di Roma, papa Bonifazio. 
E i Neri « tanto han fatto con papa Bonifazio », cosi 
bene ne han saputo carezzare i violenti sdegni e le 
fiere ambizioni teocratiche, che egli « ha promesso « di 
prestar loro la gran potenza di Carlo di Valos de' Reali 
di Francia ». E Francia si fa avanti; è già in vista: 

... la vista che m'apparve d'un leone..., 

spargendo intorno a sé, con la tradizionale reverenza 
per la Casa cristianissima, il terrore di quella sua 
« grande potenza », 



— 22 - 
(... si che purea che l'aer ne temessi 

e dietro, sommovitrice, la Lupa, la Curia bonifaciana, 
profano ricettacolo di tante passioni terrene, quante 
la Incontinenza nel magro orrido corpo di bestia af- 
famata ne accoglie; la Curia, adulteratrice della Chiesa 
di Cristo, e oltrapoten'te guastatrice dell'umano con- 
sorzio 

(... e molte genti fé' già viver grame...), 

sul quale attinge indegnamente dal principio religioso 
una forza superiore a qualsiasi altra, più che il Leone, 
più che la Lonza, e toglie la speranza di quell'altezza, 
verso la quale dovrebbe essa confortare le anime che 
vi aspirano. Anime travagliate, che disingannate della 
vita, « disviluppate > a mezzo « del mondo lallace », 
guardano incerte, trepidanti, dal basso all' alto, dal- 
l'oscuro alla luce; e riprendono, con speranza ahimè 
scarsa, a salire; e fanno tesoro del poco che vengano 
guadagnando sulla strada malagevole, come 1' avaro 
di qualsiasi anche menomo acquisto.... 

E quale è quei che volentieri acquista... 

Ma come all'avaro poi 

...giugne il tempo clic perder lo face, 
che in tutti i suoi pensie,r piange e s'attrista ; 
tal mi fece.... 

cosi 

l'antica lupa 

che più di tutte l'altre bestie ha preda 

per la sua fame senza fine cupa; 

(Incontinenza, negli ordini morali; Curia mondana nei 

civili) ; 

bestia senza pace, 



- 23 — 

che non l'ha né la dà; ripiglia subito il sopravvento 
sul benincamminato, gli fa perder terreno: non cir- 
cuitiva come la Lonza, non aggressiva come il Leone; 
ma lentamente, bensì senza tregua, avanzantesi, inve- 
stendolo senza scampo, incombendogli, per ricacciarlo 
al buio fondo dov'ella, la mala bestia,, nel peccato 
trionfa: 

tal mi fece la bestia senza pace, 
che venendomi incontro a poco a poco, 
mi ripingeva là dove il sol tace. 

A questo punto è la divisione del Canto proemiale 
(lasciando questa volta, come scolastiche e minuziose, 
le partizioni, — per altri Canti opportunissime, anche 
esteticamente, — dei vecchi espositori), è, dico, a questo 
punto la divisione del Canto nelle due sue parti : 

la Selva e le Bestie, che l'una e le altre sono il male; 

la Ragione umana e Sapienza antica, salvatrici, 
nella persona di Virgilio poeta. 

Non apparizione luminosa, come, a suo tempo, sulla 
vetta del Monte santo, sarà Beatrice/ non figura cir- 
condata d'alcun emblema della sua immortale gran- 
dezza, perché non autentica anzi posticcia è la corona 
d'alloro con che i figuratoli grafici del viaggio dan- 
tesco incappellano accademicamente Maestro e Disce- 
polo ; jna con attributi convenienti ad una grande virtù 
rimasta per lungo tempo compressa e soffocata, come 
La ragione nell'intimo della coscienza, come la sapienza 
e l'arte" grecolatine per entro le ombre addensate e 
le accumulate rovine della Barbarie; — Virgilio, il 
poeta non però morto mai, che al Risorgimento della 
civiltà è una delle insegne più altolevate e più ful- 
gide; che lo stesso barbaro medioevo ha nelle spire 



- 24 — 

della leggenda attratto dalle scuole alle piazze, pei 
farne un taumaturgo ed un mago; e gli scoliasti e 
teologi han rintracciato nella poesia de' suoi paslòr 
i presentimenti del Cristianesimo, e nel suo lìnea ita 
lieo gli auspicii della predestinazione eterna eli Roma 
— Virgilio agli occhi di Dante si offre, mentre egli è 
dalla lupa ricacciato nel cuor della Selva, apparen- 
dogli in un angolo di questa, ombra pallida, silen- 
ziosa, e che a Dante sembra, per le ragioni del sim- 
bolo, sia come persona da lungo silenzio disavvezza 
del far sentire la sua voce : la voce della Ragione al- 
l'uomo traviato; la voce della Sapienza all'uomo dei 
tempi che allora appena vengono dispogliando il greve 
involucro della Barbarie. 

Mentre ch'io rovinava iti basso loco, 
dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
chi per lungo silenzio parca fioco. 

Ma Dante non sa ancora chi costui sia : dinanzi 
agli occhi mi si fu offerto chi... la forma più indeter- 
minata, notate, di indicazione pronominale.... uomo vi- 
vente? ombra? chi sa? e il suo rivolgersi al miste- 
rioso interrompitorc di quella solitudine paurosa, 

quand'V vidi costui nel gran diserto, 

è, né altro può essere, un angoscioso grido d'invoca- 
zione verso l'ignoto : 

ìuiserere di me, gridai a lui, 

guai che tu sii, od ombra o uomo certo. 

La parola di Virgilio ; — la prima delle tante conforta- 
taci, ammonitive, ammaestrative, severe, che egli ri- 
volgerà a Dante, da questo punto, che si offre a sai- 



-25- 

varlo, sino a quando, sulle soglie del paradiso terrestre, 
redentolo dalla servitù del male, rintegrato nel « sano 
e dritto arbitrio » di sé, lo licenzierà alle rivelazioni 
celesti per le quali Beatrice, l'angelica Beatrice, lo 
aspetta; — la parola del Maestro è solenne: 

Risposerai: Non uomo... 

La figura simbolica si annunzia subito : simbolica del 
soprumano: non uomo. L'ignoto, testé invocato dispe- 
ratamente da Dante nell'estremo pericolo, si deter- 
mina: ed è cosa di là dall'umano. Dall'umano, nel quale 
Dante è tinche rimarrà nella selva; dall'umano, del 
cui male, del cui brutto, ivi presso gli sovrastanno, 
orribile incarnazione, le Fiere, e più a ridosso, fin 
colaggiiì venutagli implacabile alle spalle, la Lupa ; 
l'umano peccaminoso e bestiale, dal quale Virgilio, 
che è l'umano inlluito dal divino, e mosso da questo 
(da Beatrice), lo salverà. 

Non uomo; uomo già fui. 

il simbolo assume persona; ma quale persona? — Chi 
ho mai, deve Dante dimandarsi, chi ho io mai dinanzi 
a me ? — E la persona si fa storica, e si rivela : prima 
italiano ; poi vissuto in Roma, in Roma imperiale ; poi 
poeta ; poi Virgilio : 

e li parenti miei furon lombardi, 
e. mantovani per patria atnbedui. 
Nacqui sub Julio, 

(fra il settimo e l'ottavo secolo di Roma, fra gli anni 
70 e 19 avanti Cristo) 

ancor che fosse tardi 

{tardi pe' trenta anni, di che Giulio Cesare precede 



- 26 - 

Virgilio : ma la grandezza cesarea, veramente, si svolse 
negli ultimi venti anni della sua vita, fra il sesto e il 
venticinquesimo di Virgilio) 

e vissi a Roma sotto il buono Augusto 

(sotto Cesare Ottaviano, che negli ultimi otto anni da 
Virgilio vissuti fu Augusto) 

al tempo degli dei falsi e bugiardi. 

Un pagano, dunque, nato "nella Gallia romana ci- 
salpina, vissuto fra Cesare e Augusto, che ha veduto 
in Roma la fondazione dell'Impero. Il buono apposto 
ad Augusto è titolo, per Dante, quasi equivalente al 
divus imperiale; e ne fregia anche il Cesare ger- 
manico, « sotto lo imperio del buon Barbarossa », in 
uno de' più esotici e antitalici impersonamenti che 
questo abbia avuto. 

Poeta fui... 

Oh come a Dante, già compreso di reverenza pe 
grandi nomi che V ombra ignota ha pronunziati, di 
Roma e d'Impero; e di pia compunzione altresì com- 
preso, nell'aver dinanzi a sé quest'uno de' pagani, che 
possono ora, di là, riconoscere le verità di fede, e la 
palingenesi delle anime nell'oltretomba cristiano; oh 
come a Dante poeta balza il cuore alla parola poeta, 
« il nome che più dura e più onora! » 

Poeta fui ; e cantai di quel giusto 
figlino l d'Anchise 

(< pius Aeneas »), 

che venne da Troia 

(« Troiae qui primus ab oris Italiani fato profugus La- 
vinaque venit litora ») 



- 27 - 

poi che il superbo ll'ion fu combusto 

i ceciditque superbum Ilium »). Dante ha dunque a 
se dinanzi, Dante ode i suoi stessi versi pronunziar- 
gli, Virgilio. Virgilio bensì è, innanzi tutto, il suo 
soccorritore : a tale uopo « Beatrice lo ha fatto an- 
dare » ; non per soltanto rivelarglisi nell' aureola di 
poeta, nella missione di esaltatore della provviden- 
zial grandezza di Roma, e figura quasi sacerdotale 
della Sapienza antica; ma, di tali augusti caratteri cir- 
condato, ravviarlo, per virtù razionale, dalle « pre- 
senti cose » e loro mondana illusione, lungo gli ardui 
sentieri della vita contemplativa, alle altezze dell'ideale 
e del divino. 

Ma tu perche ri/orni a tanta noia ? 

moia, nel senso, frequente agli antichi nostri, di ben 
più che « tedio » : è la « molestia grave, con pericolo 
od anche già con danno », il male e peggio, come or 
ora, della selva, dirà Dante stesso) 

perché non sali il dilettoso monte, 
cli'ù principio e cagion di tutta gioia? 

Il dilettoso monte, il colle, è immagine similare del 
Purgatorio, del Monte santo, lungo i fianchi del quale 
si consuma l'espiazione che è principio e cagione di 
beatitudine ; e il colle ben sa Virgilio che non può 
ormai « essere salito » dal traviato e sprofondatocela 
selva mondana. Ma la domanda perché non sali? è 
la maniera pili efficace sicché Dante stesso, nella 
risposta, confessandogli quella sua impotenza, si ac- 
conci ad accogliere da Virgilio la proposta e i con- 
forti al viaggio spiritale che dovrà, per vie ben di 
verse, ma conducenti al medesimo ultimo termine. 



- 28 - 

alla grande finalità divina, riabilitarlo al bene e sal- 
varlo. 

E Dante risponde, ma con aspetto dimesso e ver- 
gognoso, come si addice al trovarsi in presenza d'una 
delle più alte nobilitazioni dell'umana natura : 

Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte 
che spande di parlar si largo fiume ? 

(dal poeta, come da fonte, deriva e si diffonde bene- 
fico il fiume della parola che avviva e feconda; e di 
Omero dice Ovidio « fonte perenne ») 

risposi lui coti vergognosa fronte. 
O degli altri poeti onore e lume, 

(onorare l'arte, avendone profondo il sentimento e la 
reverenza; e illuminarne con l'esempio il segreto ma- 
gistero : questo è de' grandi e pochi) 

vagliami 

(nell'atto stesso che paga, con abbondanza di cuore, 
il tributo al Maestro, insinua subito la necessità che 
egli ha dell'aiuto suo): valga a me, per ottener que- 
sto aiuto, 

il lungo studio e 7 grande amore 

che m'han fatto cercar 

(svolgere parte a parte con amorosa diligenza) 

lo tuo volume 
(il libro delle tue opere). 

Tu se' lo mio maestro 

(che insegna il magistero dell'arte) 

e 'l mio autore 



59 - 

('che ispira e informa L'ingegno); 

tu se' solo colui da cui io tolsi 
lo bello stile che m'ha fatto onore. 

Cioè, non già il latino vero e proprio, interpretazione 
che rimpiccolisce l'immagine e l'intenzione, oltre poi 
al contraddire alla positiva storia della cultura di 
Dante anteriormente all'anno della Visione ; ma è da 
intendere per lo bello stile lo stil « tragico », ossia no- 
bile, alto (ripeto qui), secondo la triplice distinzione, 
da Dante seguita, di « tragico, comico, elegiaco » alto, 
mezzano, umile : lo stile, dunque, proprio della « tra- 
gedia » virgiliana, e proprio altresì delle Canzoni filo- 
sofiche, per le quali, già assai prima dell'anno della 
Visione, il nome di Dante, se'« ancora molto non so- 
nava », e certamente non quanto poi sonò, era bensì so- 
pra alla comune rinomanza de' rimatori nel « parlar 
materno », e ne aveva avuto onore. Da uno de' quali 
rimatori, Bonagiunta, facendo Dante, in un episodio del 
Purgatorio, chiamare « nuove rime » e « dolce stil 
novo » la sua poesia giovanile d'amore, vi comprendeva 
e quella di stil tragico (le Canzoni) e, sempre secondo 
cotesta sua medievale denominazione, quella (i So- 
netti e le Ballate) elegiaca. Allo stil comico (cioè fi- 
gurativo, senza eccezione, delle realtà della vita) era 
riserbata la Comedia; e con la Comedia, la suprema 
grandezza di Dante. 

E cosi reso, con tanta solennità d'affetto, l'omag- 
gio suo reverente al Maestro immortale, 

Vedi la bestia 

prosegue, con altrettanta intensità di linguaggio 

Vedi la bestia per cui io mi volsi: 



30 

(per cagion della quale io mi sono volto per ritornare- 
giù nella selva; la bestia che mi ha fatto tornare in- 
dietro; e tace delle altre due, perché quella il cui osta- 
colo aveva sentito invincibile, e più gagliarda la forza 
di repulsione dal colle verso la. selva, era stata la lupa: 
si la lupa dell'incontinenza, e si la lupa curiale) : 

aiutami da lei, famoso saggio 

(« Saggio, Savio », titolo d'onore e di reverenza, che 
il Medio Evo attribuiva volentieri anche a poeti; con 
sentimento di ciò che poi il Vico teorizzò sulla « sa- 
pienza volgare e poetica *, antecedente, nella storia 
de' popoli, alla « sapienza filosofica), 

eli 'ella mi fa tremar le vene 
(frase tal quale degli anatomisti medievali) 

le vene e i polsi. 

E queste parole dice Dante a Virgilio con lacrime. 
Sono le lacrime della resipiscenza non confortata an- 
cora dalla speranza: lacrime amare, che spreme il 
sentimento della propria debolezza, e il rammarico 
del bene perduto. Virgilio asciugherà queste lacrime, 
rintegrerà la speranza, incorerà la fiducia; annun- 
ziando vie di salyezza altre da quelle che l'uomo ca» 
duto in basso, ruinato in basso loco, sole ormai av- 
visa possibili, dalla valle fuor della selva su pel colle. 
L'uomo, tutto ormai involto nelle « cose presenti » e 
sensibili, ne' « beni secondi », e verso questi perduta 
la « misura » del retto « amore » ; e cosi divenuto 
« preda » de' molteplici appetiti del peccato di « fame 
senza fine cupa », 1 incontinenza; potrà ancora esser 
salvo, se consentirà alla Ragione, che essa dai peri- 
coli e dalle fallacie della vita attiva lo volga senz'ai- 






ti — 

tre alla contemplativa ; se alta Sapienza antica darà 
degnamente la signoria del proprio intelletto e del- 
l'animo, sin ora vilmente mancipati alle giornaliere 
passioni; se, cittadino di città guasta e « partita », si 
eleverà all'ideale della civile e religiosa unità che 
Dio ha congiunta ai fati di Roma, da Virgilio consa- 
crati nel verso sovrano. Questa contemplazione delle 
cose sovrasensibili, questo emancipamento razionale, 
« da servo » dell incontinenza « a libertà » di virtù, 
questa visione ideale degli umani destini ; sono il viag- 
gio pei tre regni, nel quale e mediante il quale Vir- 
gilio a Dante, che piange umiliato e sgomento, an- 
nunzia e promette salvezza : 

A te convieu tenere altro viaggio, 
rispose poi che lagrimar mi vide, 
se vuoi cani par d'esto loco selvaggio: 



Ond'io per lo tao me' penso e discerno, 
che tu mi segui, ed io sarò tua guida ; 
e trarrotti di qui per luogo eterno, 

ove 

Ma prima che questo gli abbia detto, e del viag- 
gio proffertogli gli abbia tracciato pel mondo eterno 
l'itinerario; vuole Virgilio, che del male, dal quale è 
per salvarlo, sia a Dante ben manifesta la rea 'natura; 
sappia di questo male, nel mondo nostro, le condi- 
zioni e le nocive funzioni morali e civili ; e quali, ri- 
spetto ad esso, le future sorti dell' umanità, in rela- 
zione sempre con quelle abeterno poste di Roma. E 
il salvatore di Dante, assumendo persona di vate del- 
l'umanità, si fa profeta. 



— 32 

.1 te convien teucre altro viaggio... 
che questa bestia, per la qnal tu gride, 

(« miserere di me ! gridai a lui ») 

non lascia altrui passar per la sua via 

(che è pure la via della vita umana; perché la incon- 
tinenza è negl'istinti secondo i quali, da potersi però 
e doversi governare razionalmente, è la vita che si 
vi ve), 

ni a tanto io impedisce che l'uccide 

(lo precipita nel peccato, lo ripinge nella selva, nel 
male, nella morte dell'anima); 

ed ha natura si malvagia e ria, 
che mai non empie la bramosa voglia 
e dopo il pasto ha più fame che pria 

(la insaziabilità è carattere espresso della inconti- 
nenza; carattere ribadito addosso alla lupa anche là 
dove nel Purgatorio la maledice come < bestia affa- 
mata » che più delle altre fa « preda » di anime). 

Molti son gli animali a cui s'ammoglia 

(tanti quanti i peccati che sotto l'unico nome di In- 
continenza comprende la filosofia; e designandoli col 
nome esauriente di capitali o mortali, la Chiesa), 

e più saranno 

(qui spicca il volo la profezia) 

e pili saranno ancora, infin che il Veltro 
jerrà. che la farà morir con doglia 

fin che verrà un virtuoso che inaccessibile a inconti. 
nenza, e perciò scevro da qualsiasi disonesto commer- 



33 



ciò con la Lupa, ne stirperà dal mondo i malefici effetti, 
facendola morire di dolorosa morte). Ciò, innanzi tutto, 
nei limiti morali dell'allegoria : la quale però, a que- 
sto punto, fa suo principale il significato civile o po- 
litico, pur rimanendo e di conserto con esso proce- 
dendo il significato morale. 

Il Veltro (io vi espongo, o Signori, senza arrogarmi 
infallibilità, ma con pieno convincimento da lunghi 
anni di studi e di riflessioni confermato, quella che 
ormai è noto essere la interpretazione mia e di altri 
« migliori miei », pur contro autorevoli e degnissimi 
contradittori) il Veltro è un uomo virtuoso e conti 
ncntissimo, che si proporrà di stirpare dal viver ci- 
vile la incontinenza, restituendo nel mondo la primi- 
tiva rettitudine di costumi. L' opera di quest' uomo, 
sovranamente morale spirituale e religiosa (taluno 
degli antichi non credè altro Veltro adeguato alla fi- 
gura dantesca, se non Cristo e l'avvento del regno 
suo ristaurato fra gli uomini), l'opera di quest'uomo 
non potè essere da Dante attribuita che a un futuro 
Pontefice: quello che il Medio Evo pietosamente va- 
gheggiò col nome di « Papa angelico ». Pontefice, ahimè 
(sospirò Dante con quel molti son gli animali a cui 
la Lupa s'ammoglia, e più saranno ancora), Pontefice 
il quale, cosi virtuoso e insieme (caratteristiche del 
Veltro) animoso e gagliardo, è ancora di là da ve- 
nire! E questa locuzione, e ^iù saranno ancora, esclude 
(e i commentatori trecentisti, tanto più cauti dei do- 
povenuti, ben se ne accorsero) esclude assolutamente 
qualsivoglia allusione a Veltr i detcrminati e allora vi- 
venti; con che sono senz'altro tolti di mezzo e il vir- 
tuoso pontefice Benedetto XI, e (pei sostenitori d'un 
Veltro imperiale) 1' austera e melanconica figura di 



- 34 - 

Arrig o VII, e quei (tutt'altro che virtuosi) venturieri 
ghibellini, sopra i quali con fortuna favorita dal ca- 
suale riscontro di altra dantesca (nel XVII del Para- 
diso) figura di profezia, primeggiò, presso molti e an- 
che insigni interpreti, Cane (Veltro, si disse, anche 
nel nome) Cane Scaligero. 

Molti son gli animali a cui s'ammoglia, 
e più saranno ancora 

(come molti i peccati, e forme di peccati, che l'incon- 
tinenza abbraccia e fa suoi, cosi la Curia Romana fa 
lega, e farà ancora, con molti non pur cattivi pastori 
ma lupi [« in veste di pastor, lupi rapaci; pastori, cui 
i fiorini han fatto diventar lupi * : sono altri atteggia- 
menti danteschi della medesima allegoriaj ; con molti, 
dunque, cattivi e pontefici e prelati [si abbiano pre- 
senti la terribile immagine del fóro infocato destinato 
in Malebolge, l'un dopo l'altro, ai pontefici simoniaci, 
e nel cerchio degli Avari, la moltitudine spaventevole 
di coloro che « tutti fur chcrci...e papi e cardinali »]) 

e più saranno ancora 

(ancora per molto tempo ; perché lontano, di là da ve- 
nire, è il rintegramento della società civile e della 

Chiesa di Cristo), 

infin che il Veltro 

verrà, che la farà morir con doglia 

(fin che l'animale con cui la Lupa s'ammoglia [la zoo- 
grafia allegorica era popolare nel medioevo in pro- 
fezie sul Papato e la Chiesa; e basta vedere quelle, 
a Dante note, che andavano sotto il nome 

del calavrese abate Gioachino 
di spirito profetico dotato]. 



• 35 - 

invece di ossero uno dei solili lupi, sarà an zi l'a ni- 
malo nemico naturalmente del lupo, un veltro, ani- 
male non coniuge, ma giustiziero, della lupa malnata), 
che la farà dolorosamente morire. 

Questi non ciberà 

(non avrà, non vorrà, per suo cibo) 

terra 

oossessi terreni, signoria temporale, giurisdizioni d'im- 
pero) 

ìié peltro 
(metallo, pecunia), 

ina sapienza e amore e virtute 

ima il cibo dello spirito, che solo si addice a un eroe 
spirituale e a un pontefice), 

e sua nasion sarà tra Feltro e Feltro 

(e la sua nascita sarà tra Feltro del Friuli e Mon- 
tefeltro di Romagna, nell'Italia superiore, come paese 
più immune dai sinistri iniìussi della Curia Romana e 
della francese Casa d'Angiò. Esclude le regioni itali- 
che più aderenti, e geograficamente e politicamente, 
a Roma sede della Curia. Designazione, quel tra Fel- 
tro e Feltro, della cui eniminatica indeterminatezza 
[cotesti feltri sono in continua lavorazione nelle « fu- 
cine stridenti » della crittografia dantesca] fu ingiu- 
stamente censurato il Poeta ; ingiustamente, perché 
lenimmatico, anzj l'indecifrabile finché il fatto non si 
sia avverato, sono i caratteri essenziali delle profe- 
zie: e sulla base d una indicazione geografica del 
luogo di nascita {nazione per « nascita, origine » era 



— 36 - 

allora d'uso tornirne), faceva buon giuoco all'enimma 
la significazione materiale del sostantivo feltro, della 
quale poi gì' interpreti si sono impossessati feroce- 
mente, esclusivamente, sbizzarrendovisi sopra e tra- 
scurando, nel doppio senso, l'intenzione ai due Feltri 
geografici. 

Di quell'umile Italia fia salute, 
per cui inori la vergine Camilla 
Eurialo e Niso e Turno di ferute. 

Qui è reminiscenza virgiliana: — espressa remini- 
scenza nel nominarsi eroi dell'Eneide; e sLay^exia, 
da ambedue gli eserciti troiano e laziale, perché in 
quella guerra erano, cosi gli uni come gli altri, in- 
strumento all'attuazione di ciò che Dio aveva stabi- 
lito, cioè della grandezza civile e religiosa di Roma,' 
di Roma predestinata al papato (« cose che furon ca- 
gione di sua vittoria [d'Enea] e del papale ammanto »), 
al papato, virtuoso ed eroico ne' suoi inizi, poi con le 
ambizioni temporali guasto dalla Lupa : — e virgiliana 
reminiscenza, meno espressa, ma altrettanto sicura e di 
non dubitabile interpretazione, queir umile Italia, che 
è l'« humilem Italiani », quale nel III dell'Eneide appa- 
risce dall'alto mare ai naviganti con Enea. È insomma 
l'Italia cisappennina, la « bassa » Italia; in opposi- 
zione alla transappennina o « alta », scolpitamente in- 
dicata ne' suoi termini tra Feltro e Feltro. 

Questi la caccerà per ogni villa 

(« di città in città » : e allude specialmente ai Co 
munì, e più ai Comuni guelfi; e la frase ogni villa 
ben si addice al numero e respettiva piccolezza di 
quei tanti staterelli: e l'immagine di questa universal 



- 37 - 

cacciata di terra in terra ben risponde all' autorità 
universale del Romano Pontefice), 

fin che l'avrà rimessa nell'inferno 

(e questa è altresì immagine, quanto sconveniente ad 
autorità civile, sia pur quella a tutte sovrastante del- 
l'Impero, altrettanto conveniente a Pontefice, potestà 
spirituale — e regione l'inferno, una delle tre spiritali 
sulle quali nessun'altra autorità, fuor quella del Ponte- 
fice, potrebbe arrogarsi da questo mondo giurisdi- 
zione) 

nell'inferno, 

là onde invidia prima dipartala 

di dove, già prim a, già da molti secoli, la tirò fuori l'in- 
vidia di Lucifero, il gran peccatore. Invidioso, contro 
Dio prima, nella sua ribellione; invidioso poi contro 
l'uomo, inducendolo all'incontinenza^ e con ciò tirando 
fuori dall'inferno la mala bestia ; ed invidioso altresì 
contro la Santa Chiesa di Dio, addossandole la Curia 
incontinente e mondana, la Curia lupa e moglie di lupi. 
Il Pontefi ce virtuoso, il Papa angelico, la rimetterà 
nell'inferno, come Incontinenza e come Curia. E uf- 
ficio cosiffatto, Dante, geloso osservante dei limiti fra 
le due, da lui egualmente reverite, autorità pontificia 
e imperiale, non potè mai, né ragionevolmente con- 
cepire, e nemmeno per passione politica volere, attri- 
buito ;i un Imperatore. Che se altrove, con altre imma- 
gini (principale quella del « Cinquecento dieci e cin- 
quejuQSsia DX I ), ebbe la mira all'Impero, quelle im- 
magini sono ben distinte da questa del Veltro; echi 
ne fa una cosa col Veltro, non è Dante, ma sono i 

dantisti. 

Ond'io 



-38 - 

(qui dunque, finita la digressione profetica, ripiglia, 
con la profferta di Virgilio a Dante razione del Poema; 

Ond'io per lo tuo me' 

(pel tuo meglio, per la tua salvazione) 

penso e discerno, 

(pensiero ragionato e discretivo de' partiti da prendere > 

che tu mi segni, 

(me Ragione, me antica Sapienza, me il tuo Maestro 

e il tuo Autore) 

ed io sarò tua guida ; 

e trarrotti di qui per luogo eterno 

(intendete e inferno e purgatorio, distinti subito ap- 
presso), 

ove (nell'inferno, udirai te disperate strida, 
tediai gli antichi spiriti dolenti 

(che da secoli e secoli sono in dannazione), 

che la seconda morte ciascun grida: 

(ciascun de' quali, o grida [secondo una tra le varie 
interpretazioni], invoca, una seconda morte, che lo 
sottragga a quella atroce eternità di pena ; o [secondo 
altra interpretazione, forse più attendibile] attesta, di- 
mostra in sé, con fiero spettacolo, od anche con le di- 
sperate strida,, quella che la Scrittura e i Padri chia- 
mano appunto la seconda morte, cioè la morte del- 
1 anima, la dannazione) 

e (nel purgatorio) vederai color che son contenti 
nel foco 



- 39 — 

(cioè le anime, che nel purgatorio dantesco espiano 
le colpe con diverse, come anche nell'inferno, maniere 
di pena: nel foco, propriamente i soli lussuriosi; ma 
qui foco, e altrove « foco temporale » chiama il purga- 
torio, e « foco eterno » l'inferno, appropriandosi senz'al- 
tro l'immagine popolare e teologica di quei luoghi di 

pena 

contenti 

nel foco, perché speran di venire 

quando che sia alle beate genti 

(al paradiso): 

alle qua' poi se tu vorrai salire... J 

I versi, ultimi del Canto proemiale, che seguono, 
suggellano d'un'impronta luminosa le estreme linee 
dell'azione in esso contenuta. Sopra l'oscurità di quel- 
l'angolo di selva, nel quale Dante si è soffermato di- 
nanzi a Virgilio; — e gli è alle spalle cupa e minac- 
ciosa la lupa, e a minor vicinanza non han cessato 
di fronteggiarlo ostili le altre due fiere; — su quella 
oscurità che vien facendosi maggiore col declinare 
del giorno, e a Dante risveglia le paure della notte 
ivi passata con tanta pietà, si apre, per le parole 
di Virgilio, un lembo luminoso di cielo, e in quella 
luce di paradiso si annunzia Beatric< 

anima fui.... 

Ma Virgilio ne parla come ne può parlare un reietto: 

anima... a ciò di ine più degna... 

La coscienza del suo paganesimo ha sonato doloro- 
samente nella parola di lui (in da quando si è fatto 
conoscere siccome uno de' vissuti a tempo degli Dei 
falsi e bugiardi. Ora la nota è anche più dolorosa. 



- 40 - 

Se Dante vorrà salire al cielo (e lo vorrà, mediante 
una, lungo il viaggio, graduale conformazione della 
volontà propria a quella di Dio). 

anima fia a ciò di me più degna 

(è Virgilio che sente, per quanto grandissimo, la sua 
inferiorità dinanzi alla cristianità di quell'anima; ed 
è poi la Ragione, e la Sapienza antica delle cose 
umane, che s'inchinano alla Scienza delle cose divine 
o Teologia razionale, alla Fede); 

con lei ti lascerò nel mio partire: 

Virgilio che ha da Beatrice (come nel canto secondo 
egli stesso narrerà a Dante) l'ufficio pio di condurre 
Dante traverso al viaggio contemplativo di inferno e 
purgatorio, sino a lei che lo solleverà alle più sublimi 
visioni paradisiache; Virgilio, dopo avere operato_se- 
condo le prescrizioni e le intenzioni di lei, si ritrarrà 
al discendere di Beatrice dal cielo nel paradiso ter- 
restre: e il suo ritrarsi, anzi sparire, ma lasciandolo, 
con lei (parola piena di affetto), sarà colassu pianto 
filialmente da Dante, come qui è da Virgilio stesso 
prenunziato con accorato sentimento della propria 
indegnità a condurre Dante più oltre, più in alto, sino 
alla beatificante visione di Dio: 

che queW imperador che lassù regna, 
perch'io fui ribellante alla sua legge, 

(cioè uno di quelli, pur virtuosi, che non adorar de- 
bitamente Dio; e che vissuti innanzi Cristo, non ap- 
partennero all'antica legge dei « credenti in Cristo 
venturo » : e questi ribellanti a cotesta legge, se vir- 
tuosi, stanno relegati in un recesso, luminoso del 
limbo) 



- 41 - 

non vuol che in sua città per me si veglia. 
In tutte parti impera, e quivi regge, 

(Trasario che il Poeta imperialista pensatamente ap- 
pulcra intorno a questa quasi gerarchia intrinseca 
della onnipotenza di Dio : Signore dell'universo, e reg- 
gitore del cielo; quasi a esemplare di ciò che quag- 
giù l'Imperatore del mondo e Re dei Romani) 

quivi è la sua cittade 

(la « Roma onde Cristo è Romano ») 

e l'alto seggio 
(la residenza): 

o felice 

(e qui la voce di Virgilio finisce in un sospiro) 

o felice colui cu' ivi elegge! 

Breve, e con affetto già liliale verso il suo salva- 
tore, e di sé fin d'ora rincorato, risponde Dante : 

Ed io a lui: Poeta, 

(quello che poi nel viaggio chiamerà coi pili dolci nomi 
di « guida, duce, maestro, padre », qui è, nella primi- 
tiva maestà in che gli si è rivelato, « il Poeta ») 

io ti richieggio, 
per quello Dio che tu non conoscesti 

(questo pregarlo per lo Dio non conosciuto è, quanto 
solo può essere, una pur comunanza cristiana fra 
essi due), 

acciò ch'io fugga questo male 

(la selva, o la lupa che ve lo ricaccia) 

e peggio, 



— 42 - 

(cioè che il pericolo attuale divenga danno irrepara- 
bile.; che io, ora pericolante, mi perda» 

che tu mi meni là dov'or dicesti, 
si ch'io vegga la porta di san Pietro 

(quella dell'eternità beata, di cui san Pietro ha, cosi 
del purgatorio come del paradiso, le chiavi), 

e color che tu fai 

(rappresenti a me) 

cotanto mesti 
(gli spìriti dolenti). 

Allor si mosse, ed io gli tenni dietro. 

E s'incammina, retrocedendo, per entro la selva 
(« entrai per lo cammino alto e Silvestro », come dirà 
in fine del canto seguente), poiché dalla selva è la via 
verso l'inferno. Retrocede verso la selva e verso l'in- 
ferno. Ma questa volta Dante non la percorrerà, la 
selva, come lo smarrito della gran valle della vita: 
non precipiterà nell'Inferno, ma lo viaggerà domi- 
nandolo. È secolui Ragione e Sapienza ; e i suoi passi 
sono rivolti per vie, ardue e malagevoli ma sicure, di 
salvazione e di trionfo. 

In questa aspirazione all'alto e al bene, e alle vit- 
torie della parte nostra migliore sulla difettiva e pec- 
cante, e al trionfo dell' uomo in Dio, ultimo termine 
di tuttociò che è ; sta la perpetua grandezza della poe- 
sia dantesca. La forma, inimitabilmente appropriata, 
le aggiunge: ma il suo mirabile è ch'ella ha viva 
sostanza di pensiero e sentimento umani. Ispirata 
dall'amore e dal dolore, negli occhi e sulla tomba 
d'una donna: educata nei contrasti della vita pubblica 



- 43 - 

e nelle agonie dell'esilio; nutrita del succo vigoroso 
dell'antico sapere, contemperato al sentimento cri- 
stiano; la poesia di Dante risponde, e risponderà sem- 
pre, a quanto di più nobile possa di sé promettere la 
poesia umana all'intelletto ed al cuore. 

Sull'inizio di questa lettura del testo in Roma, che 
ho inaugurata con animo compreso di trepida reve- 
renza verso il Poeta nel quale da sei secoli l'Italia 
nostra è lei ; e verso le due città latine, nella civiltà 
moderna gloriosamente congiunte, Roma madre e Fi- 
renze che il medioevo consacrò « nobile figliuola di 
Roma » ; il mio pensiero si volge, o Signori, a quei 
simboli radiosi, che dalla Selva del peccato alla Rosa 
della beatitudine segnano come la traccia dell'ascen- 
sione ideale del Poeta e, in lui, dell'uomo : Virgilio, 
Catone, Matelda, Beatrice, e la « donna gentile del 
cielo - Maria. Virgilio : il mondo antico, e Roma 
predestinato italico seggio delle due autorità^— Ca- 
tone: la libertà virtuosa — Matelda: la vita attiva 
virtuosa —Beatrice: l'amore e la contemplazione — 
Maria: la consacrazione del divino nell'umanità. A 
questi ideali sublimi è ordinato il Poema che Dante 
ben potè chiamar sacro. Al quale è gloria d'Italia che 
siano, di secolo in secolo della storia nostra, rimaste 
congiunte le ragioni supreme dell'idioma pel quale 
siamo nazione ; e le aspirazioni di questa più vigorose 
verso il diritto suo e la civiltà universale. 



Nel mezzo del cammin di nostra vita 
mi ritrovai per una selva oscura, 
3 che la diritta via era smarrita. 



- 44 - 

E quanto a dir qual era cosa dura 
questa selva selvaggia e aspra e forte, 
6 che nel pensier rinnova la paura, 

tanto è amara che poco è più morte : 
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, 
9 dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

I' non so ben ridir com'io v'entrai; 
tant' era pien di sonno in su quel punto, 
12 che la verace via abbandonai. 

Ma poi eh' io fui al pie d' un colle giunto, 
là ove terminava quella valle 
15 che m'avea di paura il cor compunto, 
guardai in alto, e vidi le sue spalle 
vestite già de' raggi del pianeta, 
18 che mena dritto altrui per ogni calle. 
Allor fu la paura un poco queta, 
che nel lago del cor m' era durata 
21 la notte ch'i' passai con tanta pietà. 

E come quei, che con lena affannata 
uscito fuor del pelago alla riva, 
24 si volge all'acqua perigliosa, e guata ; 
cosi l'animo mio, che ancor fuggiva, 
si volse indietro a rimirar lo passo, 
27 che non lasciò giammai persona viva. 

Poi ch'éi posato un poco il corpo lasso, 
ripresi via per la piaggia diserta, 
30 si che il pie fermo sempre era il più basso. 
Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta, 
una lonza leggiera e presta molto, 
33 che di pel maculato era coperta; 

e non mi si partia dinanzi al volto, 
anzi impediva tanto il mio cammino, 
36 ch'io fui per ritornar più volte volto. 

Tempo era dal principio del mattino ; 
e '1 sol montava in su con quelle stelle 
39 ch'eran con lui, quando l'Amor divino 
mosse da prima quelle cose belle ; 
sf che a bene sperar m'era cagione 
42 di quella fera alla gaietta pelle 



45 



l'ora del tempo, e la dolce stagione : 
ma non si, che paura non mi desse 
45 la vista, che mi apparve, d'un leone. 
Questi parea che contra me venesse 
con la test'alta e con rabbiosa fame, 
48 si che parea che l'aer ne temesse. 
Ed una lupa, che di tutte brame 
sembiava carca nella sua magrezza, 
51 e molte genti fé' già viver grame, 

questa, mi porse tanto di gravezza 
con la paura, eh' uscia di sua vista, 
54 ch'io perdei la speranza dell'altézza. 

E quale è quei che volentieri acquista, 
e giugne il tempo che perder lo face, 
57 che in tutt' i suoi pensier piange e s'attrista 
tal mi fece la bestia senza pace, 
che venendomi incontro a poco a poco, 
60 mi ripingeva là dove il sol tace. 

Mentre ch'io rovinava in basso loco, 
dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
63 chi per lungo silenzio parea fioco. 

Quand' i' vidi costui nel gran diserto, 
Miserere di me, gridai a lui, 
66 qual che tu sii, od ombra o uomo certo. 
Risposemi : Non uomo ; uomo già fui, 
e li parenti miei furon lombardi, 
69 e mantovani per patria ambedui. 

Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi, 
e vissi a Roma sotto il buono Augusto, 
72 al tempo degli dei falsi e bugiardi. 
Poeta fui ; e cantai di quel giusto 
figliuol d'Anchise, che venne da Troia 
75 poi che il superbo Ilion fu combusto. 
Ma tu perché ritorni a tanta noia ? 
perché non sali il dilettoso monte, 
78 ch'è principio e cagion di tutta gioia ? 
Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte 
che spande di parlar sf largo fiume ? 
81 risposi lui con vergognosa fronte. 



4b 



O degli altri poeti onore e lame, 
vagliami il lungo stfldio e '1 grande amore. 
84 che m'han fatto cercar lo tuo volume. 

Tu se' lo mio maestro e '1 mio autore ; 
tu se' solo colui da cui io tolsi 
87 lo bello stile che m'ha fatto onore. 

Vedi la bestia per cui io mi volsi : 
aiutami da lei, famoso saggio, 
90 ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi. 
A te convien tenere altro viaggio, 
rispose poi che lagrimar mi vide, 
93 se vuoi campar d'esto loco selvaggio : 

che questa bestia, per la qual tu gride, 
non lascia altrui passar per la sua via, 
96 ma tanto lo impedisce che l'uccide ; 
ed ha natura si malvagia e ria, 
che mai non empie la bramosa voglia, 
99 e dopo il pasto ha più fame che pria. 

Molti son gli animali a cui s'ammoglia, 
e più saranno ancora, infin che il Veltro 
102 verrà, che la farà morir con doglia. 
Questi non ciberà terra né peltro, 
ma sapienza e amore e virtute, 
105 e sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 
Di quell'umile Italia fia salute, 
per cui mori la vergine Camilla, 
108 Eurialo e Niso e Turno di ferute. 
Questi la caccerà per ogni villa, 
fin che l'avrà rimessa nell' inferno, 
ili là onde invidia prima dipartilla. 

Ond'io per lo tuo me' penso e discerno ; 
che tu mi segui, ed io sarò tua guida : 
114 e trarrotti di qui per luogo eterno, 
ove udirai le disperate strida, 
vedrai gli antichi spiriti dolenti, 
117 che la seconda morte ciascun grida 
e vederai Color che son contenti 
nel foco, perché speran di venire 
120 quando che sia alle beate genti: 



47 - 

alle qua' poi se tu vorrai salire, 
anima fia a ciò di me più degna; 

123 con lei ti lascerò nel mio partire: 

che quell'i mperador che lassù regna, 
perch'io fui ribellante alla sua legge, 

124 non vuol che in sua città per me si vegna. 

In tutte parti impera, e quivi regge, 
quivi è la sua cittade e l'alto seggio : 
127 o felice colui cu' ivi elegge ! 

Ed io a lui : Poeta, io ti richieggio, 
per quello Dio che tu non conoscesti, 
130 acciò ch'io fugga questo male e peggio, 
che tu mi meni là dov'or dicesti, 
SÌ ch'io vegga la porta di san Pietro, 
133 e color che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse, ed io gli tenni dietro. 



Letto nella Sala di Dante in Roma 

il di Hi marzo 

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APPENDICE E FACSIMILE 
CONCERNENTI LA LEZIONE DEI VERSI 4-9. 



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AHI QUANTO A DIR QUAL ERA È COSA DURA.... 
E QUANTO A DIR QUAL ERA COSA DURA.... 

Che la lezione della seconda terzina A.t\V Inferno sia stata, con 
guasto ormai forse irreparabile, disviata dalla sua primitiva lezione, 
pare a me sia intrinsecamente portato da necessità di contesto, e 
confermato esternamente dagl'indizi, per non dir altro, dei codici. 
Enunzio subito la mia piccola tesi, la quale investe i versi 4-9 : 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 
questa »clva selvaggia e aspra e forte, 
che nel psnsier rinnova la paura ! 

Tanto è amara, che poco è pili motte: 
ma per trattar del ben ch'io vi trovai. 
dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

Questa è la comune lezione, se non quanto quell'ozi/, o A/i, o 
altramente, assume varietà formali di interiezione esclamativa. Ora 
io dico che non Ahi, né Ah, né altra simile interiezione esclama- 
tiva, sia la parola voluta e scritta da Dante ; ma la semplice par- 
ticella E, congiuntiva dell'antecedente terzina con quelle due, e 
coordinata all'altra congiunzione Ma del verso 8. Cosicché, rimossa 
ogni esclamazione; sanato l'ingrato spezzamento fra la seconda ter- 
zina e la terza, generatore di ambiguità se in questa siano soggetto 
di è amara, o la selva o la cosa dura ; il senso delle tre prime ter- 
zine del Poema venga pianamentead essere questo : « Nel mezzo 
del cammino di nostra vita, uscito fuor di strada, mi ritrovai in una 
selva oscura. E quanto a dire (E rispetto a dire, E dovendo dire) 
qual dura cosa era {che dura cosa era) quella selva selvaggia e aspra 
e forte, che solamente a ripensarla fa orrore, dico (dirò) che essa 
è tanto amira {spiacevole) che poco piti amara è la morte ; e con 



ciò avrei dello tulio; ma perché voglio e debbo trattare del bene 
che in quella selva trovai {cioè dell'avervi trovato Virgilio mandato 
da Beatrice a salvarlo), perciò dirò anche delle altre cose {le ire 
fiere simboleggiatiti il peccato) che in essa ho veduto ». Coerente- 
mente al quale intendimento, questa avrebbe dovuto essere, sin da 
principio, la volgata delle stampe : 

E quanto a dir qual era cosa dura 
questa selva selvaggia e aspra e forte, 
che nel pensier rinnova la paura ; 

tanto è amara, che poco è pili morte : 
ma per trattar del ben ch'io vi trovai, 
dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

Se tale lezione e spiegazione danno, rispetto al senso letterale 
e all'allegoria (come qui sopra ho dichiarato), un significato sodi- 
sfacente, bene : se si vuole che non lo diano, io non sono per af- 
faticarmici intorno, a trasfondere in altri la persuasione che non da 
ieri mi si è venuta radicando nell'animo, esser questi il testo e il 
significato naturali e legittimi. Troppa copia di dissertazioni polemiche 
ha ormai la critica del testo dantesco ! Dirò solamente dei codici. 

La critica del testo sui codici deve qui prender di mira due 
obietti: I), VE in principio del verso 4, invece di Ahi, Ah....; e 
II), qual era cosa dura, invece di qual era è cosa dura. Ciò che 
concerne il punteggiamento ....la paura ; tanto è amara...., da so- 
stituire a ....la paura ! Tanto ì amara..., non attiene ai codici, ma 
al posteriore lavorio delle stampe e degl'interpreti. Con le indica- 
zioni che qui soggiungo, non intendo esaurire la recensione dei 
codici ; che sono solamente quelli di alcune delle maggiori biblio- 
teche, o di speciali collezioni, pei quali mi ha soccorso o quel che 
n'è a stampa, o la cortesia di colleghi od amici, o l'opportunità; 
ma solamente porre in luce la proporzione che in un dato numero 
di codici abbia con la volgata la lezione, a mio avviso, legittima. 
E certo che la medesima proporzione, con cifre diverse, si avrebbe 
sopra un numero di codici maggiore; e parimente, sulla totalità di 
essi. Quanto al rispettivo pregio dei codici, sia per antichità sia 
per altri titoli, il resultato al quale perverremo dimostrerà inutile, 
o almeno non necessario, che tali titoli siano rilevati ; bastando 
l'avvertire che nemmeno questa ragion di prevalenza può esser van- 
tata da quelli che, in tanto minor numero, hanno la interiezione 
esclamativa invece della particella congiuntiva. 



- 53 



Hanno etoeì seguenti codici : 

Laurenziani : Plut. XXVI sin. i (cosiddetto di Santa Croce) ; 
Plut. XL, 2, 7, 9, io, li, 12, 13, 14, 15, -16, 17,19,21,22,23, 
25, 26, 34, 35, 36, 37, 38; Plut. XC sup. 121, 122, 125, 126, 133, 
141 ; Plut. XC inf. 42; Strozz. 148, 149, 150, 152, 153, 154, 156, 
162, 165; Medie. Palat. 72; Tempiani, 1, 6; Conventi soppressi, 
407, 443; Acquisti, 86; Ashb. 404, 827, 828, 829, 831, 832, 837; 
Append. Dant. Ashb. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 8, 9. 

Riccardiani : 1004, 1005, (*) 1006, 1010, ioli, 1012, 1017, 1018, 
1023, 1025, 1026, 1027, 1029, 1031, 1033, 1035, 1037, 1038, 1047, 
1048, 1049», 1115. 

Della Moreniana provinciale : Frullani, 7. 

Della Nazionale di Firenze: Magliab. II, 1, 29, 30, 31, 32, 34, 
35, 3 6 , 38, 40, 42, 46, 48; Palat. 313, 314, 316, 318, 320,321, 
322, 324; dei Conventi soppressi, I, V, 29; C, III, 1262; Pancia- 
tichiani, 2, 3, 5. 

Marciani: Zanetti, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56; CI. IX, 31 t>, 
32, 34, 128, 183, 276. 

Vaticani: Lat. 3197, 3200, 4776, 7566; Urb. 367, 378; Pai. 
1728; Ottob. 2358, 2863, 2864, 2865, 3316; Capp. 263, 266; Borg. 
338 ; Barb. 3644, 3974, 3975, 4015, 4024, 4071, 4079, 4092, 4103, 
4112, 4116, 4117; Borghes. 365; il cosiddetto del Boccaccio. 
Estensi: III, (*) 5; VII, D, 38; VIII, F, 20; Vili, F, 21. 

Il Trivulziano 1080 dell'anno 1337 (sottoscritto da Francesco 
di Ser Nardo); il Landiano di Piacenza del 1336; il Berlinese, 
Hamilton 203, del 1347, e i pur Berlinesi Hamiltoniani 204, 206, 
207, e Access. 2202; il Braidense AN. xv, i7/ 2 ; il Palermitano 
Guarneri, senza segnatura; il jp. Poet, della Biblioteca Reale di 
Stuttgart ; della Reale di Dresda, Ob. 25 \ della Ginnasiale di Gor- 
lizza, (f. 3 ; della Comunale di Breslavia, 226, 227, 228 ; della Co- 
munale di Francoforte sul Meno, senza segnatura ; della Ginnasiale 

A n C 

di Altona, , n. 2; della Reale di Brusselle, 14614. 

Inoltre n. 15 dei codici consultati da E. Moore (v. Contributions 
to the Textual Criticism 0/ the D. C. ecc.), indicati da lui con le 
lettere BDGHIKLMOPZWi?Ca. 



C") Di questo vedi il facsimile. 



- 54 - 

Hanno, invece della particella congiuntiva, la interiezione escla- 
mativa, in una od altra forma, i seguenti codici : 

ai o ay, i Laurenziani Plut. XL, 6 ; Plut. XC sup., 129 ; Strozz, 
155; Ashb. 405; i Riccardiani 1036, 1049^*: della Nazionale di 
Firenze, il Magliab. II, I, 37; il Palat. 319; Conv. soppr. C, ni, 
1261 : il Vaticano Ottob. 2373; della Ginnasiale di Gorliz/,a, £. 2. 

hai o hay o Aa, i Laurenziani Plut. XL, 1, 24, 31, e Ashb. 408, 
830; il Riccardiano 1045; il Palatino 323 della Nazionale di Fi- 
renze; il Marciano, Zanetti 57; i Vaticani Urb. 365 e 366, Barb. 
4 113; i codd. CQ del Moore. 

ah, i Laurenziani Ashb. 836 e 839; il Magliab. II, 1, 43; il 
Marciano XIV, 50 ; e il cod. Z del Moore (in margine). 

a, i Laurenziani : Plut. XL, 30; Strozz. 161; Palat. 73; Conv. 
Soppr. (Badia) 204; Ashb. App. io; della Nazionale di Firenze, 
il Magliab. II, I, 33 ; i Palatini 317, 326, 328; il Marciano, Za- 
netti 57. 

o, ii Laurenziano Plut. XL, 32 ; il cod. F del Moore. 

de, il Palatino 315 della Nazionale di Firenze. 

Qual proporzione, in un recensimento esauritivo di tutti i cin- 
quecento tanti del Poema, i codici della lezione et, e, che io credo 
l'autentica, avrebbero ai codici della lezione corrotta nell'interie- 
zione esclamativa, è inducibile dal fatto che dei 229 da me potuti 
interrogare col resultato qui sopra esposto, 187 hanno la congiun- 
tiva, 42 la esclamativa : il che equivale a più dell'8o per cento in 
favore della lezione da me sostenuta. Ve n'ha poi, che offrono le 
vestigia della corruzione. Nel Landiano di Piacenza del 1336, l'ori- 
ginale lezione è et } fregato poi il t, e anteposta allV un'A : un se- 
condo correttore, hay. Nel Laurenziano strozziano 151, la lezione 
ah è di correttore, su rasura che non lascia più distinguere la le- 
zione primitiva. Ne! Berlinese 205 Yet è raschiato, e scrittovi sopra 
da mano posteriore hai; e il 202 ha, pur di mano posteriore, ah 
su raschiatura che non lascia leggibile se et e. Nessun suffragio, 
infine, recano né all'una né all'altra lezione alcuni codici, nei quali 
il verso incomincia con la parola quanto : e sono i Laurenziani 
Plut. XC sup. 124, Strozz. 147, Ashb. 406; i Riccardiani 1002, 
1024, 1109; il Marciano IX, 33. Uno, il Magliabechiano II, 1, 41, 
ha en quanto. Coi quali ultimi undici il numero dei da me inter- 
rogati ascende ai 2|o. 



- 55 - 

Non ha appoggio da alcuno dei codici interrogati la lezione Eh 
quanto (che parrebbe voler essere una specie di compromesso fra la 
congiuntiva e l'esclamativa), lezione introdotta dal Witte e ripro- 
dotta da taluno degli odierni rieditori e commentatori ; combattuto, 
pare, fra l'esser « piti naturale in questo luogo l'esclamazione », e 
la preftribilità della e o et perché « maniera narrativa, e perché 
cosi pare richiedere la corrispondenza del tanto al quanto ». Ma 
quale correlazione sintattica e logica possano avere tra loro, nel 
costrutto delle due terzine, i due indicati avverbi quantitativi (sia 
con la lezione a dir qual era cosa, sia con l'altra a dir qual era è 
cosa), rimane a comprendersi ; poiché, invece, il quanto a.... del v. 4 
fa capo dirittamente e ha sola possibile correlazione non al tanto 
è.... del v. 7, bensì al ma per.... del v. 8. 



II. 



Il secondo obietto alla mia interrogazione dei codici investe la 
seconda parte del verso, qual era è cosa dura (secondo la volgata); 
e cerca, se fra era e cosa essi abbiano o non abbiano la è. Altre 
varietà di lezione, in ciò che precede la parola era immediatamente 
(quell'era, elVera, ch'ell'era, quest'era, chenfera, com'era, quant'ella, 
e talun altro storpio), sono indifferenti al mio proposito, che è sol- 
tanto di affermare autentica la lezione qual era cosa dura; nel le- 
gittimo verso E quanto a dir qual era cosa dura; e corrotta la le- 
zione quat era è cosa dura nel verso illegittimo Ahi quanto a dir 
qual era è cosa dura. Avvertendo altresf, che l'una o l'altra di que- 
ste due lezioni (era è cosa ed era cosa) si combinano, nei codici 
indifferentemente, sia con l'una sia con l'altra delle due lezioni, 
inizianti il verso o mediante la congiuntiva ù mediante l'esclama- 
tiva, già da me raffrontate. 

Tuttociò premesso, ecco al secondo quesito le risposte dei codici. 

Hanno era cosa i codici : 

Laurenziaui: Plut. XL, 2, 6, 7, 9, 22, 23, 26, 31, 32,34,36, 
38; Plut. XC sup. 124, 126, 129, 141 ; Strozz. 147, 148, 154, 
162; Palat. 73; Conv. soppr. (Badia) 204, 407; Ashb. 405, 406, 
408 e App. Dant. (Ashb.) 4, 5, io. 

Riccardiani : 1002, 1005, ioli, 1017, 1018, 1025, 1026, 1029, 
1037, 1038, 1039, 1047, 1049% I049 bis , l l°9- 



— 56 — 

Della Nazionale di Firenze: Magliab. II, i, 37. 40, 41, 46; 
Palat. 316, 318, 319, 322, 324, 326, 328 ; Conv. soppr. C. Ili, 
1261 ; Panciat. 2, 5. 

Marciani: Zanetti 53; CI. IX, 31 »-, 31 b, 32, 33, 27. 

Vaticani: Urb. 367; Ottob. 2373, 2864, 3316; Barb. 3975, 4015, 
4024, 4071. (Negli Ottob. 2863 e 2865, che pure hanno era cosa 
è interposta la e nell'interlinea superiore). 

L'Estense Vili, F, 22. 

Il Palermitano Guarneri. 

I Berlinesi Hamilton 204, 207. 

Della Reale di Dresda, Ob. 25. 

Della Ginnasiale di Gorlizza, 9. 2, tf. 3. 

Della Comunale di Breslavia, 228. 

I codici dal Moore indicati con le sigle BCFIKL M. 

Hanno era è cosa i codici : 

Laurenziani : Plut. XXVI sin. i; Plut. XL, 1, li, 12, 13, 14, 
15, 16, 17, 19,-21, 24, 25, 35, 37; Plut. XC sup. 125, 133; Plut. 
XC inf. 42, Plut. XC sup. 122; Strozz. 149, 150, 151, 152, 155, 
161; Palat. 72; Tempiani i, 6; Conv. soppr. 443; Acquisti, 86; 
Ashb. 827, 829, 830, 831, 832, 836, 837; Ashb. Append. Dani. 
I. 2, 3, 6, 8, 9. 

Riccardiani: 1004, 1006, 1012, 1024, 1027, 1033, 1035, 1 j 1 5 . 

Della Nazionale di Firenze: Magliab. II, I, 29, 30, 31, 32, 33, 
34, 35, 3 6 , 38, 40, 435 Palat. 313, 314, 320, 321, 323; Conv. 
soppr. I, v, 29; C, III, 1262; Panciat. 3. 

Marciarli: Zanetti 50, 51, 55, 57; CI. IX, 34, 128; CI. XIV, 50. 

Vaticani: lat. 3197, 3200, 4776, 7566; Urb. 365, 366, 378; 
Pai. 1728; Ottob. 2358; Capp. 263, 266; Borg. 338; Barb. 3644, 
4079, 4092, 41 12, 41 13, 41 16, 41 17; Borghes. 365; il cosiddetto 
del Boccaccio. (Nel Barb. 3974 il verso dice: E quanto a dir ella 
è cosa dura). 

II resultato, quanto a questo n, II delia interrogazione, è: che 
delle due lezioni di codici per l'una e per l'altra, otlantasette co- 
dici suffragano la lezione era cosa; novantotto, la lezione era è cosa, 
E da credere, che se l'autentico inizio del verso E quanto a dir 
non fosse stato alterato dalla interiezione, il verso avrebbe proce- 
duto sano e salvo sino alla fine: e che lo intrudersi della interie- 
rione, predisponendo il discorso alla proposizione esclamativa Ahi 



— 57 — 

quanto.... è....^ abbia portato tale alterazione della seconda metà di 
esso verso nei codici aventi la è (di che offre traccia l'interlinea, 
come indicammo, di due Vaticani); rimanendo invece, a dispetto 
dell'atteggiamento sintattico e logico, il carattere meramente espo- 
sitivo del discorso (al qual carattere la è contraddice) nei codici 
che, pur avendo l'interiezione esclamativa, non hanno poi la è che 
dovrebbero avere. Ma, o si spieghi cosi, o si spieghi altramente, il 
fatto delle due lezioni permane; e nel vigoroso contrastare che l'una, 
quella senza la <?, fa all'altra, prepondera in favor della lezione senza 
la è l'altro fatto dell'essere in tanto maggior numero i codici nei 
quali l'inizio del verso E quanto a dir conduce e guida, non alla 
esclamazione, ma alla semplice affermazione; non al quanto è cosa 
dura a dir qual età! ma al quanto a dire qual dura cosa era. Né 
altro aggiungo, per non mancare alla promessa di non accrescere 
il numero delle dissertazioni polemiche di argomento dantesco. 



Una cosa bensì mi è doveroso soggiungere. Ed è, che a soste- 
nere il testo non esclamativo ma semplicemente espositivo, io non 
sono il primo. In una Lettera di Giuseppe Bemardoni milanese al 
signor abate D. Pietro Zambelli bresciano sopra varie lezioni al te- 
sto del Poema (Milano, 1842; a pagg. 4 e seg.), la prima di esse, 
tirate fuori da un suo esemplare del Dante landiniano del 1529, 
con « gran parte de' margini coperta di vecchie postille mano- 
scritte d'ogni fatta », e specialmente di « varie lezioni cavate la 
più parte dal testo seguito » dal commentatore Butese, la prima 
investe proprio le terzine seconda e terza del primo canto; e sem- 
bra tale all'erudito bibliofilo « da starci sopra un pochette ». E 
prosegue : « Essa è di quella tal mano antica » (che prima ha 
detto « di caratteri chiari del Cinquecento ») « senz'alcuna indi- 
cazione di persona che ve l'abbia scritta o di codice donde sia 
tolta : ed è un eh' tiferà cosa dìira nel quarto verso, in opposizione 
con tutti i testi da me veduti, i quali dicono : qual era è cosa dura. 
Stando alla qual lezione, dite, D. Pietro, non si dovrebbe legare il 
quarte verso col settimo, e fare cosi che que' quattro versi si leg- 
gessero nel seguente modo : 

E quanto a dir ch'ell'era cosa dura 
està selva selvaggia, ed aspra e forte, 
che nel pensier rinnova la paura. 

tanto è amara, che poco « più morie ; 



— 58 - 

cioè : E quanto sia a dire ch'està selva selvaggia ecc. era cosa dura, 
basti che è tanto amara, che la morte è poco pili amara di essa ? ». 
Che cosa g'i rispondesse don Pietro, uomo di finissimo gusto, della 
cui amicizia ne' suoi tardi anni con me giovine mi è caro il ri- 
cordo, non lo sappiamo : è bensì certo che nelle due terzine con 
tinto e continua il pacifico possesso, che io vorrei disturbare, della 
volgata tipografica. L'opuscolo del Bernardoni fu uno dei tanti di 
argomento dantesco, che passano lasciando appena qualche tenue 
traccia : e a me la conoscenza di quella pagina sopraggiungeva per 
caso, nell'atto di distendere questa dimostrazione di fatto, che da 
molti anni ero venuto pensando. La dimostrazione del fatto dei co- 
dici sembra a me che dovrebbe risolvere la questione : ma lo au- 
guro, senza troppo sperarlo. E cosa grossa indurre gli autorevoli 
ad annunziare alle migliaia che leggono Dante, — e quelle prime 
terzine le sanno a mente, non che le migliaia, ma le centinaia di 
migliaia, — annunziar loro che quelle terzine furono scritte male 
e male stampate, e che da autorevoli e non autorevoli si seguitano 
a leggere come non vorrebbero essere lette. 



Dalla precedente esposizione di fatto, e proposta d' interpreta- 
zione dei versi 4-9, che io pubblicai nel Bulletlino della Società 
dantesca italiana, ■ il mio illustre amico e collega Francesco D'Ovi- 
dio ha preso occasione e argomento ad una delle sue dotte e ge- 
niali conversazioni di critica dantesca, che la cortesia sua e del 
Fanfulla della domenica, nel quale lo scritto è comparso, mi per- 
mette di soggiungere a questa ristampa. 2 La mia piccola Nota alle 
due terzine dantesche si vantaggia di tale aggiunta, non solamente 
pel nome autorevole e caro, ma anche perché il D' Ovidio suppli- 
sce ad essa la parte, davvero non trascurabile, del riferimento ai 
Commenti antichi, specialmente a quello dell' Imolese, nel quale 



1 Bullettino della Società dantesca italiana; XIX, il, giugno 191 2. 

* La seconda e V altra terzina della Divina Commedia; nei numeri del 13 
e del 20 aprile 191 3 del Fan/iilla dilla Domenica ; anno XXXV, numeri 15 e 
16. Alla questione del testo attiene solamente la prima parte, che sola vien 
qui riprodotta. 



- 59 - 

ben a ragione egli trova indicato a noi e spiegato « come nascesse 
la variante con la particella esclamativa». 

Si legga prima quinto il D' O/idio scrive... e mi si condoni la 
ristampa anche di lodi indulgenti... Poi mi sia lecito appórre poche 
linee finali. 

« Parecchi decennii fa, tutti portavano seco dalla scuola la piena 
sicurezza che il Poeta avesse scritto Ahi quanto a dir qual era è 
cesa dura, e tutta la terzina costituisse un'esclamazione; e al piti 
fosse lecito porre in dubbio se la ripresa Tanto è amara accen- 
nasse alla selva direttamente, o ribadisse con una seconda qualifi- 
cazione (amara) la cosa già detta dura, cioè il trattare di quella 
selva Solo in una sfera più alta che quella della scuola, non si ta- 
ceva che VAhi non è lezione ben certa, e che da codici e da chio- 
satori antichi si raccomanderebbe piuttosto Eh, o la congiunzione 
E addirittura. Inoltre si susurrava che il Tanto è amara potrebbe 
riferirsi alia paura, invece che alla selva o alla cosa dura. 

Ma via via che è venuto crescendo lo zelo della precisione e 
della critica, la lezione Eh od E è apparsa anche nelle edizioni 
più o meno scolastiche; con la discussione, nelle chiose, delle va- 
rie interpretazioni possibili. Fra l'altre si novera anche quella di 
mettere il tanto del verso 7 in correlazione col quanto del 4, come 
dicesse : « E quanto è cosa dura (difficile) il dir di quella selva, 
tanto è cosa altresì' amara ». Supposizione infelice. Non obietterò 
che nel Poema non si ha altrove duro per difficile, mentre in tal 
senso vi si ha tante volte forte : non lo dirò, perché, se non c'è 
nel Poema, e' è nel Convivio, e ad ogni modo è di per sé ammis- 
sibile, e qui in ogni caso è sempre plausibile, che cosa dura signi- 
fichi cosa non men difficile che penosa. Noterò piuttosto che il 
tanto serve già a reggere il che poco e piti morte, ond' è che, aven- 
dosi esso a spendere in codesto ita ut, non si può ad un tempo 
adoprarlo anche per correlazione e contrappeso al quanto. Se no, bi- 
sognerebbe fare una forte sosta dopo amara, e considerar il resto 
come una giunterelìa sopravvenuta, e un pochino stracca. 

Il Foscolo, che invece riferiva, con pochi altri, Vamara a. paura, 
pretese leggere, non senza qualche antico appoggio, tanta e amara; 
illudendosi di liberare cosi il principio del Poema « dalla sintassi 
sconnessa e sospesa e perplessa». Un'illusione, dico; la quale mi 
dimostra ancora una volta come il Foscolo, pur sapendo fare lui 
bellissimi versi, era capace di malmenare talvolta la parola di 
Dante come duo farebbero altri studiosi che non sono poeti. È 
vero che, se amara dovesse per forza riferirsi a pania, dopo che 
con questo sostantivo fosse già terminata l'esclamazione, la sintassi 
parrebbe un po' monca. Si sentirebbe forse, anche in poesia, il bi 
sogno d' un pronome soggetto che richiamasse la voce paura ; 
poiché questa è bensì il termine più vicino, ma è un accusativo, 
e chiude una semplice proposizione incidente, e di un periodo ove 
due soggetti campeggiano : la cosa dure, e la selva. Ma, se per ap- 



— 60 — 

pianare la sintassi si estende col Foscolo l' esclamazione a tutto il 
verso 7, cioè sino a morte, che cosa ne nasce ? La sintassi si age- 
vola, ma l'esclamazione si rende affannosa, e finisce fredda per sti- 
racchiatura. Si provi ognuno a recitare i quattro versi tutti d' un 
fiato, e vedrà che sforzo gli ci vorrà per non effondere col terzo 
di essi tutta l' enfasi esclamativa ; e per non giungere al quarto 
con la voce mal disposta, come innanzi ad uno strascico impor- 
tuno. Gli è che in effetto amara non si ha da riferire a paura, 
epperò ogni espediente per riferirglielo torna più o meno sforzato. 
Peggio è anche quello che escogitò il mio Buscaino scrivendo : Che 
nel pensier rinnova la paura Tanto è amara che -poco è più morte ; 
e avrà voluto intendere : « che rinnova tanto la paura, e la rinnova 
amara poco meno della morte ». 

Sennonché è venuta ora fuori nel Bullettino della Società Dan- 
tesca (XIX, 128-34) una chiosa di Isidoro Del Lungo, la quale 
emenderebbe la lezione e l' interpretazione in modo cosi radicale, da 
mandare all'aria tutte le cincischiature fatte insino ad oggi su que- 
sti quattro versi. L'emendazione non m' è giunta nuova, avendola 
io udita già più anni sono dalla viva voce di lui: da quella voce 
cosi viva, che in me lascia sempre tale un vestigio « che Lete noi 
può tórre né far bigio ». E mi è caro di ritrovarla oggi esposta 
com'egli sa fare : con quella sua tanta solerzia d'erudizione ed ele- 
ganza di parola e limpidezza d' idee, che o ti trascina ad assen- 
tire o ti costringe a molta circospezione nel contradire. Non po- 
tendo questa volta assentire, liberamente manifesterò e ragionerò il 
mio del resto non totale dissenso. 

Egli dunque stabilisce questa lezione: 

E quanto a dir qual era cosa dura 
questa selva selvaggia e aspra e forte, 
che nel pensier rinnova la paura ; 

tanto è amara, che poco è più morte. 

E parafrasa : « E quanto a dire qual dura cosa era quella selva 
selvaggia e aspra e forte, che solamente a ripensarla fa orrore, dico 
che essa è tanto amara che poco più amara è la morte ». 

Cominciamo dalla lezione. La quale egli fonda su un bello 
spoglio di un cospicuo numero di codici : beninteso per soli due 
punti a cui i codici possono servire, cioè qual debba essere il mo- 
nosillabo iniziale del verso 4, e se tra era e cosa ci abbia o no a 
stare un è; che in quanto alla punteggiatura e al legame tra il 
verso 6 e il 7, tra 1' una e 1' altra terzina, non è affar di codici, 
ma, come ben dice lui, attiene al posteriore lavorio delle stampe 
e degli interpreti, Ora, sui 229 codici che l'amico mio ha potuti 
interrogare, ben 187 hanno in cima al verso et od e, e soli 42 Lati 
la esclamativa, e nelle più varie forme : ai, ay, hai, hay, ha, ah, 
a, o, de. Altri 1 1 manoscritti ha pure sbirciati, nei quali o il mo- 
nosillabo iniziale manca, o la esclamativa è dovuta a correzione su 
raschiatura di et o di e, o di cosa che non si lascia scorgere; ed 



61 - • 

uno ha en quanto. Da questi ragguagli non è possibile trarre altra 
conclusione se non quella che il Del Lungo finamente e con giusta 
compiacenza ne trae. La lezione autentica sarà :. E quanto. Non 
solo la relativa scarsezza dei codici che portano l' esclamativa, ma 
le troppe varianti, né tutte grafiche, di questa, e l'aversi essa qua 
e là per mera correzione, mostrano chiaramente che la lezione ge- 
nuina fu la semplice copulativa ; e che poi questa sembrò insuffi- 
ciente e strana a certi lettori e trascrittori, sicché se la ridussero 
ad esclamativa. Veramente, a me sarebbe piaciuto che il Del Lungo 
tenesse distinto l' elenco dei codici che danno et da quelli che 
danno e, giacché di questi secondi non si può a rigor di termini 
esser del tutto sicuri che ciascuno volesse con e indicare la copu- 
lativa o non piuttosto l'esclamativa. Come in certi codici essa è 
scritta a, o, de, ai, ecc. cosi qualcuno di quegli e potrebbe anche, 
chi sa, essere scritto con l' intenzione che valesse ek. Ciò dico per 
un mero scrupolo, ma credo perfettamente anch' io che la congiun- 
zione copulativa, comunque scritta, fosse nell'intenzione dei piti 
dei copisti, e sia proprio la parolina uscita dalla penna di Dante. 
Intendiamoci bene però sulla conseguenza che da ciò si abbia 
a cavare circa la questione se l' intera terzina sia o no da pren- 
dere come un' esclamazione. Qui mi pare opportuno guardare a Ben- 
venuto da Imola, che scrive Ah quanto, e chiosa : — « Hic autor, 
descripturus istam sylvam, primo vult ostendere quam sit difficile et 
laboriosum describere ipsam ; ideo incipit ab exclamatione, dicens 
cura adniiratione : ah quam durum est dicere qualis erat ista via 
viciorum. Et hic nota quod ista. litera Ah in pluribus textibus re- 
peritur corrupta sic : E quanto a dir; quod nullo modo stare po- 
test, quia numquam litera posset construi, et tota oratio remaneret 
suspensiva, et etiam illud E non haberet quid copularet. Unde ne- 
cessario debet dici Ah vel Ahi exclamative, quod tantum vnlet in 
vulgari fiorentino; et est adverbium admirantis, sive dolentis ». — 
Tale postilla, non solo ci conferma che in molti manoscritti [in 
pluribus textibus) correva la lezione E quanto, ma ci fa toccare con 
mano come nascesse la variante con la particella esclamativa. Ben- 
venuto è persuaso, e secondo me giustamente, che la terzina co- 
stituisca un'esclamazione; ma, a torto, si immagina che l'esclama- 
zione non possa aver luogo se non con la particella esclamativa. 
Non s'accorge che basta il quanto per sostenere una frase escla- 
mativa. Asserisce che la particella copulativa non avrebbe che cosa 
copulare ; che il testo non si potrebbe in niun modo costruire, e 
che tutto il discorso rimarrebbe sospeso. Perciò reputa necessario 
surrogare un fiorentinesco Ah o Ahi alla copulativa, che gli pare 
una corruttela. Procede insomma a un' emendazione critica del te- 
sto vulgato, tanto che sente il bisogno di dimostrare la necessità 
sintattica dell' emendazione, e si crede poi anche in debito di ri- 
chiamare che in volgar fiorentino si esclama con Ah o Ahi : un ri- 
chiamo tanto ovvio da parerci molto ingenuo, anche perché la par- 
ticella Ah è già latina, latinissima; un richiamo che di certo, non 
gli sarebbe mai venuto in mente di fare chiosando un verso ove 



62 ~ 

la lezione vulgata fosse appunto Ah /44/. e che qui gli pare non 
superfluo sol perché vuole lui introdurre questa particella in cam- 
bio dell'altra! 

Ora, quel che accadde nientemeno che a Benvenuto, accadde 
certo ad altri antichi, come suppergiù a più d'un moderno; cioè 
di non badare che ai l'esclamazione basta benissimo il quanto. E di 
non badare che anche VE copulativa, aoa solo può accomodarsi a 
un quanto esclamativo, ma spesso vale pur essa a rinforzare 1' en- 
fasi ammirativa. Ognuno ricorderà frasi di questo couio : « Mi tro- 
vai rinchiuso in una stanzaccia, e quanto era scura! e che tanfo ci 
si sentiva ! » Invece l' Imolese ed altri ragionarono o ragionano 
come se fossero avanti a questo dilemma : o si legge ah, ahi, eh 
l Wiite, Casini, Scartazzini-Vandelli), o almeno e con intenzione 
che valga eh (Scanazzini lipsiense), ed allora la terzina è tutta 
un'esclamazione.; ovvero si legge e congiunzione, ed allora il di- 
scorso piglia un fare narrativo, quieto, quasi cascante (Blanc), e 
magari ne viene di dover mettere in correlazione il quanto del 4 
col tanto del 7, oppure d' intenderle come quanto è a dir (Buti). 
Solo fra le strette d'un tal dilemma, dico, si ricorse a mutare in 
esclamativa la copulativa iniziale. Ed è naturale che soprattutto la 
mutassero in ah od ahi, che si trova alti e sedici volte nel Poema, 
laddove 1' eh vi si troverebbe al più una sola volta (Inf. XVI, 28) ; 
cioè, a parer mio, neppur una, giacché li il surrogare 1' esclamativa 
alla copulativa, che ci sta a maraviglia, è una sofisticheria. Ma quel 
dilemma, lo ripeto, non tiene ; ed io, come già fece il Cesari, e 
come il Vandelli dell'Attuari, leggo E quanto, pur mantenendo alla 
terzina l'enfasi esclamativa tradizionalmente riconosciutavi ; e spiego : 
« e quanto dura cosa è il dire qual era questa selva che mi fa 
paura solo a ripensarci! » 

Al Del Lungo lo spoglio dei codici diede : 98 voci a favore 
della vulgata lezione, qual era è cosa dura; 87 a favore della lo- 
zione qual era cosa dura, ch'egli preferisce. Alcuni codici hanno 
eh' eli' era, com'era, e simili altre storpiature, di cui egli a ragione 
non ha tenuto conto. Avverte bensì che le due lezioni essenzial- 
mente importanti, era è cosa ed era co~a, si combinano nei codici, 
indifferentemente, sia con 1' una sia con l'altra delle due lezioni 
inizianti il verso o mediante la congiuntiva o mediante 1' escla- 
mativa. Come poi intendessero il verso quelli che lo scrivevano, 
poniamo, Ahi quanto a dir qual'era cosa dura, io non lo so: il 
Del Lungo non lo cerca, né forse mette conto di ricercarlo. Sul 
verso era nata una confusione che rendeva possibile ogni garbuglio, 
ogni compromesso stordito. Ma quel che importa è di scrutare che 
cosa veramente dica il suffragio dei codici. La maggioranza sta per 
la lezione vulgata, per 1' è cosa dura ; e benché non sia una mag- 
gioranza cosi schiacciante come quella che concerne la parolina ini- 
ziale del verso, maggioranza è pure, e ci dà il diritto, e, perché 
no ?, il dovere, di rimanercene fedeli alla sostanza dell' interpreta- 
zione tradizionale, specialmente se presa nel modo che abbiamo detto. 



— 63 — 

A quali inconvenienti dà luogo codesto modo ? A tre soli, caso 
mai ; e sono o sarebbero piccoli inconvenienti sintattici, o meglio 
stilistici. L' uno è l'attiguiià di due voci dello stesso verbo, era ed 
ì. Ma è un' inezia : attenuata pure dal trattarsi di due voci del 
verbo sostantivo, ossia del verbo il più frequente, il più scolorito, 
il più inevitabile; e dì due voci bisillaba l'una monosillaba l'altra, 
e tutte e due tra le più spicce e lisce della loro categoria, e che 
fra tutte e due nella prosodia del verso non fanno che un magro 
bisillabo. 

Il secondo guaio sarebbe che, se il Tanto è amara non ripic- 
chia sulP è cosa dura, ma si riferisce alla selva, ne risulta un' in- 
congruenza di tempo tra il qual era e il Tanto è amara. Ma è 
questa una vera incongruenza, o non piuttosto, a ben considerarla, 
una bella finezza ? Già qualche altro 1' ha più o meno accennato. 
Dapprima la selva si presenta al poeta come una rimembranza pau- 
rosa, e dice era; poi col parlarne, col qualificarla selvaggia ed 
aspra e forte, col dir questa selva, col dir che essa gli rinnuova 
la paura al solo pensarci, ei se l'è rifatta tanto presente aTanimo 
tanto vicina, da poter dire ch'essa è amara. Alla fin fine quella 
selva simbolica e prossima ali' uscio dell' Inferno non è cosa che 
debba dirsi finita col viaggio di lui all'altro mondo, incendiata 
dopo il passaggio di lui per essa, o sparita per repentino dibosca- 
mi nto ; ma è sempre li dov' ei l'ha lasciata. Ed egli ne può, ne 
deve parlare, come di cosa ancora esistente ; ed il passato era è 
sialo tutto relativo al racconto dei casi suoi, tutto correlativo al 
mi ritrovai, tutto soggettivo. 

La terza ruga di stile è la troppa vicinanza del quanto escla- 
mativo, e riferito alla durezza o penosa difficoltà del qualificare la 
selva, col tanto asseverativo, e riferito, se cosi si vuole, alla selva 
stessa; la qual vicinanza può sedurre li per li il lettore a credere, 
come infatti alcuni han creduto, che i due avverbii stiano in cor- 
relazione tra loio. Nessuno studioso di Dante, a dir vero, può af- 
fermare in buona coscienza che di tali rughe il Poema sia molto 
schivo; ma per non disconoscer nulla, riconosciamo pure che il 
lieve divario di funzione fra il quanto e il tanto ha qualche cosa 
di dissonante. 

Questa dissonanza diverrebbe naturale e piacevole, e l'altra fra 
il qual era e IV amara sparirebbe, se amara si riconneltesse a 
cosa dura. Ma è meglio riferirlo alla selva, come quasi tutti gli 
«ntichi tennero, e i più dei moderni opinano. I versi immedi ita- 
mente consecutivi Ma per trattar del ben ch'io vi trovai Dirò dal- 
l'altre cose ch'io v' ho scotte, paiOB dimostrare che della selva ap- 
punto si parli nel primo verso, alla selva si attribuisca 1' amari'u- 
dine. Kppoi, astrazton fatta dal contesto successivo, sembra già di 
per sé poco verosimile che il poeta faccia quella ripresa non per 
ribattere sulla qualità raccapricciante della selva stessa, ma per 
rincarare sulla durezza del proprio tema narrativo con ascrivergli 
anche l'amarezza. Si capirebbe che sin dal primo momento egli 
avesse detto esser cosa dura e quasi mortalmente amara il tra'tar 



— 64 - 

d'una selva cosi orrenda; non altrettanto si capisce che, limi 
come si è dapprima a chiamar duro il tema, salti poi su, Ire versi 
dopo, ad insistere che è anche amaro : con che parrebbe dar in 
una vuotaggine, batter troppo sull'estrinseco anziché sulF intrinseco, 
sul soggettivo anziché sull'oggettivo. Siccome però codeste non sono 
che sfumature, non oseremmo dire impossibile che proprio questo 
il poeta facesse. E ancorché nell'esordio della nuova terzina avesse 
ripigliata 1' idea della durezza del tema facendolo anche amaro, 
sempre avrebbe potuto col vi trovai accennare alla selva, come a 
quella che campeggiava nella sua immaginazione e nella precedente 
terzina. E si può perfino soggiungere che se il duplice avverbio vi 
ci riporta alla selva, dal canto loro il Ma per trattar e il Dirò 
paion riportarci al quanto a dir, e insomma riguardare il fatto sog- 
gettivo più che l'oggettivo, il discorso sulla selva pili che la selva 
in sé. In conclusione, credo che Vantata sia predicato della selva, 
ma concedo che il riconnetterlo a cosa dura non è un assurdo. E 
son quindi disposto a comparare, se si vuole, anche questa mezza 
incertezza, tra gì' inconvenienti dell' interpretazione tradizionale : 
tutti lievi bensì, discutibili, e qualcuno forse solo apparente. 

Ma mi conceda ora il Del Lungo d' indagar quelli a cui va in- 
contro l'interpretazione sua. 

Il poeta, anche secondo l' interpretazione tradizionale, ha già 
detta oscura la selva, ed altresì l'ha indirettamente bollata come 
storta o sinistra col dir che vi si trovò per avere smarrita la via 
diritta; e quindi passa a qualificarla per selvaggia e aspra e forte ; 
e dipoi, perifrasticamente, per paurosa ; e da ultimo ripiglia che è 
amara. Scusate s' è poco ! Cinque attributi espressi, e due impli- 
citi ! Or, bisogna convenirne, questa litania di attributi in cambia 
<1* una descrizione viva, efficace, non si può dir bella. Egli avrà 
avuto le sue ragioni per iscansàre qui la descrizione vera e pro- 
pria, ed una tra le altre può essere ch'ei si riserbava per qualcosa 
di molto meglio, per la selva dei suicidi. Ma in fin de' conti la 
sua fantasia è qui slata o ha voluto essere poco operosa, e 1' im- 
maginativa del lettore rimane inerte, poiché si trova innanzi ad una 
notizia e ad un giudizio, non già ad una rappresentazione. Al di- 
fetto di questa par che il poeta s' ingegni di supplire accatastando 
epiteti. Ora, se anche quello di dura si dà alla selva, la soprab 
bondanza dei connotati di questa diviene ancor più fastidiosetta. 
Gli attributi espressi, col salire a sei, metterebbero viepiù in mo- 
stra il difetto che diciamo, e quasi scemerebbero piuttosto che ac- 
crescerla, quella qualunque efficacia che pur ha la definizione della 
selva. 

Oltre a ciò, non bene si comprenderebbe perché mai gli altri 
predicati, come l'oscurità, la selvatichezza, l'asprezza, la difficoltà <> 
impraticabilità, e l'amarezza, siano appioppati direttamente alla selva, 
t- la durezza invece abbia il privilegio d'esserle attribuita in forma 
più sostantivata {cosa dura), e, con vantaggio sui tre epiteti, in co 
struzione veramente predicativa. Non istarò ad aggiungere che iì 



- o5 — ' 

qual era cosa Juru per qual dura cosa era, mi sa un po' di culi- . 
torto, e, quanto al ritmo, di troppo sdrucciolevole. Nessun paral- 
lelo mi suggerisce la memoria, e nessuno ce ne ricorda il Del 
Lungo. Vero è che il verso medesimo come tradizionalmente si 
costruisce e s'intende {guanto è cosa dura a dir qual era questa 
selva), può parer che contenga esso pure un costrutto di tal sorta; 
ma il caso è un po' diverso, per trovarsi il quanto staccato da è 
cosa dura, e per valer quest' ultima frase un dutum est nel senso 
più ordinario. Ma lasciamo andare simili festuche. Chi può presu- 
mere d'avere più che il Del Lungo domestichezza coi nostri clas- 
sici e più sicuro aurium iudicium? Se a lui pare che il costrutto 
possa andar bene, non oserò averlo io in sospetto. 

Ho detto dianzi che non si vede chiaro perché proprio la du- 
rezza dovrebb' essere la qualità sintetica e sostanziale, da poggiarsi 
sopra di essa la quasi definizione della selva, mentre l' oscurità è 
accennata preliminarmente, e la selvatichezza e il resto vengono 
come semplici epiteti. Ciascuna delle note caratteristiche significate 
dai tre epiteti di mezzo potrebbe legittimamente barattare il posto 
con quella che sarebbe messa in trono nel verso precedente. In 
altri termini, sembra che il poeta avrebbe potuto con altrettanta 
opportunità esprimersi, per esempio, cosf : « E dovendo dire qual 
cosa aspra era questa selva selvaggia e dura e forte, dirò che è 
amarai». Ma v' è di più: che il poeta per dir qualmente la selva 
era dura uscirebbe a dir che è amara! Non voglio dar troppa im- 
portanza al divario tra queste qualificazioni, metaforiche quasi 
tutte, e fino a un certo punto commutabili 1' una con l'altra. Non 
voglio insinuare che costi si avrebbe una stonatura come di chi 
dicesse: « Se volete sapere quanto è rosso quell'oggetto, sappiate 
che è giallo » . E tuttavia l'articolazione del discorso svolgentesi 
nei quattro versi, sarebbe, ridotta in formula, questa : « E se ho 
a dire quanto era A questa selva B, C, D, dico che ella era E ». 
Con le formule, lo so, non si giudica il discorso concreto, e tanto 
meno quel della poesia ; ma qui è chiaro che se A ed E, la du- 
rezza e l'amarezza si concepiscono come due cose diverse, diventa 
strana l'espressione del poeta, che dopo aver promesso di spiegar 
la durezza della selva esce a definirla amara ; e se invece le due qua- 
lità si concepiscono come equipollenti, l'andamento del periodo riesce 
poco sapido, dà nel vuoto, nelF idem per idem. Via via che si conce- 
pisca maggiore o minore il divario o la somiglianza tra i due ter- 
mini, il discorso perde di vacuità e guadagna di. stranezza, ovvero 
perde di stranezza e acquista di vacuità. 

Inoltre, se quanto si salda con a dir; riuscendosi al senso di 
circa il dire, dovendo dire, e se il Tanto è amara deve un poco sti- 
rarsi fino a valer dico che è cosi amara; il discorso assume un tono 
freddo, troppo freddo. Non che narrativo, diventa proprio esposi- 
tivo, didattico, scolastico. Simili atteggiamenti il poeta li piglia al- 
l'occorrenza, in ispecie quando si fa catechizzare sopra certi temi 
dalle sue guide o da altri sapienti; e nel Paradiso ce ne dà saggi 
talora curiosi. La cui fina intenzione drammatica non- è. general- 



— 66 — 

mente compresa; come quando san Tommaso spiega certe sue pro- 
posizioni ripetendole testualmente, e chiosandole come se fosse in 
cattedra o scrivesse la Somma ! Ma qui, sul principio del Poema, 
appena incominciato un racconto che vuole insinuarsi nell' animo 
del lettore, perché darebbe subito nello scolastico e nel compas- 
sato ? Un interlocutore non e' è ; il lettore, fresco fresco della prima 
notizia dello smarrimento dell'autore in una selva oscura, non ha 
ancor nessuna curiosità viva, ad appagamento della quale l'autore 
debba suppergiù dirgli : « e poiché capisco che tu vuoi che io dica 
qual cosa dura era quella selva, ebbene io ti dico che era amara 
poco men della morie >. Qui non e' era un Non surse il secondo 
o un Se non si vaneggia da ripigliare e svolgere ; qui il lettore 
non è ancora giunto a tale stato d'animo, da potersi anche a lui 
rivolgere parole rassomiglianti al Giacché tu vuoi saper cotanto ad- 
dentro. Invece l'autore ha bisogno di cominciar a destare la com- 
mozione del lettóre mostrandosi lui stesso commosso. Non vuol 
mettersi a descrivere, ma vuole almeno definire con enfasi, con ca- 
lore, con impeto; ed è naturale che pigli il tono dell'esclamazione 
di maraviglia e di raccapriccio. Esclama qui come farà poi per i 
peccatori della landa infocata (XVI, 10-12): 

Ahimè, che piaghe vidi nei lor membri 
Recenti e vecchie, dalle fiamme incese ! 
Ancor men duol, purch' io me ne rimembri I 

In questo terzo verso il pensiero e la voce fanno una sosta, in cui 
il poeta assapora un ricordo doloroso, e il lettore argomenta dal- 
l' affanno del semplice ricordo la terribilità della cosa ricordata. E 
cosi ha da essere anche nel terzo verso dell'altra terzina, che dice 
la stessa cosa, 

Che nel pensier rinnuova la paura 1 

È un verso che vuol essere assaporalo, e sonar conclusivo ; lad- 
dove nella nuova interpretazione che stringe insieme i quattro 
versi, sul terzo verso, pur tanto degno di rilievo, la voce sarebbe 
costretta a scivolare, il pensiero a sorvolare, come su una paren- 
tesi. Anche il Già pur pensando di Ugolino (XXXIII, 6), anche La 
mente di sudore ancor mi bagna del poeta (III, 132), sonò versi 
che chiadono la terzina e importano una sosta. E tutto il primo 
canto pretende d'essere sommamente drammatico, tragico, agitato. 
L'autore mira a mostrare sé impaurito, soprattutto impaurito, tanto 
che subito ribatte sulla voce paura : 

Che m'avea di paura il cor compunto (15). 
Allor fu la paura un poco queta (19). 
Ma non si che paura non mi desse (44). 
Con la paura che uscia di sua vista (53). 

E lasciamo andare le perifrasi, come l'animo mio che ancor fug- 
giva. Adunque il rinnuova la paura è il primo spunto del motivo 



- 67 - 



fondamentale del canto; e giusto questa frase avrebbe a smorzarsi? 
Che nel Poema, come inculcò per coonestare la lezione sua il Bu- 
scamo, non siano infrequenti i casi in cui il senso d' una terzina 
si compie col primo verso della terzina seguente, sta bene ; ma 
che questo non usuale accavallamento, questo periodo di quattro 
versi, abbia a supporsi qui, subito dopo la prima terzina del canto, 
della cantica, del poema, è un altro discorso. E altra cosa è, si 
badi, quando il periodo piglia due terzine intere. Nessun guada- 
gno quindi, sotto il rispetto della convenienza ritmica, stilistica, 
estetica, si ha dal metter qui un costrutto formalmente stentato e 
sostanzialmente didattico : anzi una vera perdita rispetto ai fini del 
poeta, che son quelli di comunicare al lettore un'agitazione e un 
terrore pari al suo, e di ottener con l'espressività lirica del suo 
turbamento ciò che non vuole ottenere con una descrizione vivace 
e pittoresca. 

Non sarà poi da omettere che due dei tre o quattro inconve- 
nienti stilistici che abbiamo riconosciuti in questi versi intesi se- 
condo l' interpretazione tradizionale, non spariscono ma perman- 
gono, se s' intendono come propone il Del Lungo. Anzi s' inaspri- 
scono. Il rapido passaggio dall'Imperfetto al Presente, dal qual era 
al Tanto è, che vedemmo insussistente se l'i? amara non fosse che 
una ripresa di è cosa dura, e trasformantesi in una. finezza di stile 
se amara è applicato alla selva, resta, e diviene più singolare e 
urtante, se, fusi insieme i quattro versi in mia compatta formula 
scolastica, si riducono a una frase come questa : « E dovendo dire 
qual cosa dura era questa selva, dirò che è amara ».La troppa vi- 
cinanza, poi, di un quanto esclamativo ad un tanto asseverativo e 
sostegno di un che dipendente (una vicinanza che turba un po- 
chino perciò che fa balenare il sospetto di un quanto e tanto cor- 
relativi, sicché effettivamente indusse taluni a punteggiare e inter- 
pretare come se la correlazione vi debba essere davvero), ci ritorna 
tal quale nella nuova interpretazione : ove il quanto che equivale 
a circa, relativamente, e il tanto per cosi, troppo si rassomigliano 
e si richiamano acusticamente l' un l' altro, mentre per il senso 
nulla hanno da spartire, e suscitano il desiderio che l'autore scri- 
vesse piuttosto EU' è si amara o qualcosa di simile. 

A una siffatta pesatura, di ragioni prò e contro, l' illustre dan- 
tista non ha voluto por mano, e deliberatamente si è ristretto a 
mettere la nuova interpretazione nella sua miglior luce, dichiarando 
di non volerla propugnare con un' argomentazione insistente, né 
entrare in polemiche. La qual cosa « assai di lieve si comprende » 
da chiunque abbia una consumata esperienza, e dura e amara, delle 
controversie dantesche, e m' induce un ansioso timore di parergli 
forse indiscreto insistendo io. Ma l'autorità sua è tale da tirar fa- 
talmente a discutere. D'altra parte egli ha il merito incontestabile 
d'aver provato all'evidenza che convien leggere E quanto, e d'aver 
anche messo in sodo che la maggioranza dei codici dà era- è cosa, 
cioè la lezion vulgata. Il nostro dissidio dunque si riduce a questo, 
che lui pel secondo punto preferisce attenersi alla minoranza dei 



— 68- 

codici, che dà era cosa, tà io mi sto anche per esso alla maggio* 
ranza, e vorrei che egli pure fosse interamente docile ai risultati 
del suo stesso spoglio accuratissimo. Mercé il quale il verso abbiasi 
definitivamente a leggere E quanti a dir qua l era è cosa dura, con- 
tentandosi dell' interpretazione fin oggi prevalsa, che considera l' in- 
tera terzina come un periodetto esclamativo. 11 suo lavorio è stato 
tult' altro che vano: poiché ad ogni modo ha condotto a fermare la 
lezione genuina; a rendersi esatto conto dell'interpretazione che ri- 
sulterebbe dall' incrociamento della lezione della parola iniziale, 
quale c'è imposta dalla maggioranza dei codici, con la lezione 
dell'interno del verso quale ci sarebbe insinuata da una minoranza 
considerevole; e ci ha spronati a migliorare e rafforzare l'inter- 
pretazione più cornane. 

Il D'Ovidio, dunque, accettando che la E copulativa, portata 
dall' 8o per loo dei manoscritti, « sia proprio la parolina uscita 
dalla penna di Dante», crede possa -tuttavia conservarsi alla pro- 
posizione il valore esclamativo, intendendo cosi : — ...mi ritrovai 
per una selva oscura e senz'uscita. E quanto è cosa dura a dir 
qual era quella. selva selvaggia ecc.! — ; cioè, «E oh quanto è 
cosa dura... » ; e, conseguentemente, preferendo, contro gli 87 co- 
dici che hanno qual era cosa dura, la lezione dei 98 qual era è 
cosa dura; e poi seguitando, con la volgata delle stampe, a far 
punto a rinnova la paura, e a tener da sé l'altra terzina Tanto è 
amara ecc. 

A me par « cosa dura », e non ammissibile, attribuire al co- 
strutto di quella, che delle due terzine in questione è la prima, 
un ufficio esclamativo retto dalla copulativa, e sopra una esclama- 
tiva sottintesa appoggiato, il quale non si esercita se non nei casi 
d' una progressione enfatica che qui non esiste affatto, né in ciò 
che precede né in ciò che segue. Diremo si: « Quanto era buono 
quel valentuomo! e quanto benefico, e come ingegnoso nel tener ce- 
lato il bene che faceva, e quanto sdegnoso d'ogni pensiero men che 
alto e gentile!» Od anche cominceremo, se volete, con un « E 
quanto era buono quel valentuomo ! » ma per seguitare la progres- 
sione degli altri « e quanto », « e come », ecc.; non per fermarci, 
diciam cosi, sulle mosse. Ciò, almeno, di regola. Ora, né fra i primi 
tre versi del Poema e il quarto esiste tale attacco od esclamazione 
antecedente, né fra il sesto e ciò che segue si continua esclama- 
zione di sorta. La volgata è questa : « A trentacinqu'anni mi tro- 
vai smarrito per una oscura sélva senza sentiero. E quanto è cosa 
dura a dir quale era cotesta selva selvaggia ecc. che fa paura a ri- 



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pensarci !> Chi' non sente l'aspra secchezza di questo discorso ? che 
balza e rimbalza com' una palla lasciata cadere senza ribattuta. E 
ciò sul bel principio del canto proemiale e del Poema; dove troppo 
meglio si addice l'ampia e agevole voluta di periodo, che sussegue 
ed amplifica l' enunciazione del tema, investendo, e attraendo ai 
versi 5-6, mediante la correlazione sintattica tra « E quanto a 
dire... » e « Ma... dirò... », i versi 7-9. « A trentacinqu'anni mi 
trovai smarrito per una oscura selva senza* sentiero. E quanto a de- 
scrivere di questa selva l'orrore, vi basti che essa è quasi da quant'è 
la morte ; ma poiché in cotesta selva trovai quel bene di cui in- 
tendo far soggetto il mio Poema, dirò anche le altre cose in essa 
vedute ». Rimane poi fermo lo svalutamene che a quella esigua 
maggioranza di 98 su 87 codici, per la lezione « qual era è cosa 
dura », osservai provenire dalla influenza che sulla giuntura del 
periodo dovette esercitare l'alterazione iniziale di esso, voluto fare 
esclamativo (con VAhi, Ah, ecc.) da semplicemente espositivo che era. 
Quanto alle osservazioni che con la consueta finezza istituisce 
il D'Ovidio sulla dicitura e lo spirito dal testo, mi consenta l'ot- 
timo amico di non uscire ormai dalla posizione che in questa tesi 
lessicale ho presa, di indicatore o denunciatore di codici, e basta. 
Tale denunciazione era bene fosse fatta; e benissimo è stato ch'egli 
l'abbia illustrata col riferimento a Benvenuto e agli altri antichi. 
Nell'altro campo ormai non entrerò io. Piuttosto aggiungerò, mo- 
stratomi da Giuseppe Vandelli, un altro di quei riferimenti ; e cioè 
al Commento inedito (laurenziano) di frate Guido da Pisa : « Ista 
« silva, in qua auctor errasse se dicit, est hic mundus : qui dicitur 
« silva obscura per ignorantiam, silvestris per boni carentiam, aspera 
< per mali affluentiam; fortis et dura per difficultatem evadentie, 
« quia durum est et forte de hac silva evadere. Vel ali ter accipe 
« per istam silvam civitatem Florentie ecc. » Anche il Pisano, come 
si vede, fa della frase cosa dura un'opposizione qualificativa della 
selva ; il che inchiude la lezione da me sostenuta qual era cosa 
dura quella selva. Rispetto alla qual lezione, troppo è cortese il 
il D'Ovidio a rimettersi nel giudizio mio, se più o men bene corra 
la frase qual era cosa dura, per < com'era cosa dura », secondòché 
legge appunto {com'era cosa dura) il testo a cui frate Guido ap- 
pone la sua postilla : né dalla cortesia dell'amico voglio arrogarmi 
maggior licenza, che questa di considerare la frase qual era cosa 
dura una semplice e innocente trasposizione di «qual dura cosa 



- 70- 

era>| dicitura che non sento offendere menomamente né l' orecchio 
né l' intelligenza né il gusto. Oppure, quel « quale » risolventesi 
in un a come » non parrà avere equivalenza diversa, se anco non 
identico l' ufficio, che in altri luoghi del Poema : « Qual suole il 
fiammeggiar delle cose unte... >, « Qual fece la figliuola di Mi- 
noi...», «Qual venne a Climenè... », ed altri consimili, frequenti 
nelle locuzioni comparative anche di altri poeti. 



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