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Full text of "Lectura Dantis"

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1 



* IL CANTO V DELL'INFERNO 
letto da CORRADO RICCI nella 

SALA DI DANTE IN ORSANMICHELE $}? 






LECTVRA DANTIS 




* IL CANTO V DELL'IN- 
PERNO letto da CORRADO 

RICCI NELLA SALA DI DANTE IN 
ORSANMICHELE $ $ # * # * 




# $ FIRENZE, 

G. C. SANSONI 
Editore. #» $ 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Firenze, Tip. (J. Carneseechi e figli — Piazza Mentana 



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I. 



Dante nel canto V dell'Inferno accenna breve- 
mente a diversi celebri peccatori e peccatrici dell'an- 
tichità come Achille, Paride, Semiramide, Elena, Di- 
done, Cleopatra, ed a Tristano, il gentile cavaliere 
della Tavola Rotonda. Rende cosi omaggio ai poeti 
che, prima di lui, cantarono grandi amori e grandi 
colpe; ma si riserba di rivestire della sua larga poe- 
sia, non una rimembranza classica, ma un fatto con- 
temporaneo che corrisponda alla curiosità e al sen- 
timento proprio e del suo tempo, che « palpiti, in- 
somma, d'emozione recente». 

E quello, appunto, di Francesca è il primo dei fa- 
mosi episodi della Commedia, i quali, oltre al valore 
poetico, hanno un pregio storico, perché si svolgono 
su fatti accaduti quando il poeta viveva. 

Ma nella storia ch'ei fa, il maggior campo è la- 
sciato alla fantasia. Non può infatti sfuggire come 
passi rapido su ciò che è noto, per arrivare sollecito 
dove l'immaginazione supplisca a ciò che non si sa, 
sveli cioè il mistero che tormenta gli avidi di cono- 
scere ciò che rimase occulto. Il conte Ugolino non 
insiste sui fatti che prepararono la sua terribile fine. 



- 6 - 

Che per l'effetto de' suoi ma' pensieri 
fidandomi di lui, io fossi preso 
e poscta morto, dir non è mestieri. 

Ma è quello che non si seppe, quel che non s'in- 
tese, che gli fornisce argomento all'alto brano. Nes- 
suno entrò mei doloroso carcere, la cui porta era in- 
chiodata, se non la mente di Dante, che vide la tra- 
gica agonia flel conte e di coloro che l'età novella 
facea innocenti. 

Bonconte da Montefeltro non indugia a narrar 
la battaglia di Campaldino, ma ciò che rimase sco- 
nosciuto a tutti, dopo ch'egli scomparve in essa : la 
sua ferita, la sua fuga, la vita che gli si spegne nel 
nome di Maria, il conflitto fra dèmone e angelo pel 
possesso dell'anima sua, l'uragano che si scatena sul 
Casentino, il suo corpo travolto in Arno dalle acque 
dell'Archiano e la sua sepoltura sotto le arene e le 
ghiaie. 

Cosi nell'episodio di Francesca. Non una descri- 
zione di quel poco che poteva esser noto a' suoi tempi, 
ma la storia intima del nascere, crescere e divampare 
dell'amore e il racconto di ciò che successe fra i due 
cognati quando amore li vinse. 

Infatti anche nei giorni vicini al triste avveni- 
mento poco si dovette sapere più della loro fine e 
della ragione per cui Gianciotto li aveva uccisi. I par- 
ticolari dell'amore e della tragedia rimasero soffocati 
nella morte dei due personaggi e nel fiero angoscioso 
sdegno del terzo, e se anche qualche o famigliare o 
parente ne seppe alcuna cosa, non certo favellò, che 
nessuno, né giudice, né milite, poteva nulla nella casa 
dei Signori. Ciò che avviene nelle dimore dei potenti 
non s'indaga, sf che del fatto di Paolo e di Francesca 



— 7 - 

non si conobbe certo più di quanto si sappia oggi con 
certezza del come finirono l'arciduca Rodolfo e la baro- 
nessa Vetzera. 

II. 

Guardiamo brevemente alle persone e alla storia. 

I due fratelli Paolo e Gianciotto Malatesta, nel 1263, 
« non erano più fanciulli » perché un breve pontificio 
del 6 novembre « ci fa sapere che amendue qualche 
tempo innanzi erano stati già provveduti di certe 
pensioni a carico dei monasteri di Romagna, prò sin- 
cera devotione quam gerunt ad Romanam Eccle- 
siam ». In un atto del 1264 sono chiamati scolar es, 
« per la quale annunciazione ancora potrem capire che 
già erano giovinetti » . 

Si sa infatti che Paolo, appena sei anni dopo, sposò 
Orabile Beatrice di Ghiaggiuolo, dalla quale ebbe due 
figli. Fu poi eletto Capitano del Popolo in Firenze 
nel 1282; e poiché quella carica non era conferita a 
chi aveva meno di trent'anni, cosi è da concludere 
che Paolo fosse nato intorno al 1250 o, al più tardi, 
nel 1252; ma dal fatto che le sue nozze successero nel 
1269 si è spinti ad accettare la data più remota. Poco 
restò in carica a Firenze, perché, andatovi nel no- 
vembre del 1282, il primo giorno del febbraio se- 
guente, ossia poco più di due mesi dopo, chiese li- 
cenza d'andarsene. 

Francesca, a sua volta, dalle nozze con Gianciotto 
— delle quali non si conosce la data — ebbe una fi- 
gliuola, chiamata al battesimo, col nome dell'ava pa- 
terna, Concordia. 

La tragica fine dei due amanti sembra, infine, ac- 
caduta in Rimini, come vedremo, nel 1285. 



L'autore dell'Ottimo Commento scrisse che Paolo 
« uomo molto bello del corpo e molto costumato » 
era « acconcio più a riposo che a travaglio » e Ben- 
venuto da Imola ripete, traducendo, le stesse parole, 
seguito poi da molti altri. Ma, prima i poeti moderni 
nelle loro tragedie e nelle loro ballate e romanzerie, 
poi alcuni storici non ne convennero, e fecero di 
Paolo un eroe, un valoroso condottiero, di cui la bel- 
lezza non fu il solo privilegio. I documenti e le no- 
tizie, che si hanno, poco aiutano quest'opinione. Anzi 
il fatto che, subito dopo aver raggiunto l'alto ufficio 
di Capitano del Popolo in una città come Firenze, 
volle esserne dispensato, può benissimo provare ch'egli 
era «acconcio più a riposo, che a travaglio». 

Gianciotto all'incontro è descritto come l'antitesi 
di Paolo : deforme, risoluto, battagliero, forte insomma 
d'animo e di braccio. Combatte contro Guido da Mon- 
tefeltro, aiuta nelle lotte Guido di Monteforte e regge 
la Podesteria del bellicosissimo Forlì, di Faenza e di 
Pesaro. 

III. 

« 

Sulle nozze di Gianciotto con Francesca, a' tempi 
di Dante correvano certo diverse dicerie, e fors'an- 
che qualche ipotesi o leggenda sulla tragedia. Dante, 
inoltre, di venticinque anni, ossia nel 1290, quando il 
caso era già avvenuto, potè vedere il padre di Fran- 
cesca, Guido Minore da Polenta, Podestà in Firenze. 

Ora è necessario, pur riassumendo, rilevare dagli 
antichi commenti quelle dicerie, e vedere, come e 
quanto valgano all'intelligenza d'alcuni versi del 
canto V, pel fatto che molte volte il poeta tenne 
conto delle versioni popolari, 



_ 9 - 

Il Boccaccio, che ebbe parenti in Ravenna e si 
recò in quella città più volte e parlò con alcuni, stati 
famigliari di Dante e dei Polentani (tutte cose pro- 
vate da documenti non discutibili) raccolse e scrisse 
che la bella ravennate non era stata promessa a Gian- 
ciotto, bensì a Paolo, che poi per inganno le fu tolto. 
Infatti « al tempo dato venne in Ravenna Polo, fra- 
tello di Gianciotto, con pieno mandato ad isposare 
Madonna Francesca. Era Polo bello e piacevole uomo, 
e costumato molto: ed andando con altri gentiluomini 
per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da 
una delle damigelle di là entro, che il conoscea, di- 
mostrato da un pertugio di una finestra a Madonna 
Francesca, dicendo, quelli è colui che dee esser vo- 
stro marito: e cosi si credea la buona femmina. Di 
che Madonna Francesca incontanente in lui pose 
l'animo e l'amor suo. E fatto poi artificiosamente il 
contratto delle sponsalizie e andatone la donna a Ri- 
mino.... si dee credere che ella vedendosi ingannata, 
sdegnasse; né perciò si rimovesse dall'animo suo 
l'amore già postovi verso Polo». L'Anonimo Fioren- 
tino (come più tardi Girolamo Rossi e il Clementini 
storici romagnoli) si tiene al racconto : « Acciò che 
la buona donna non rifiutasse il marito, fece venire 
Polo a sposarla per Gianciotto suo fratello, et cosi 
credendosi aver Polo per marito ebbe Gianciotto. È 
vero che innanzi ch'ella fosse sposata, essendo un di 
Polo nella corte, una cameriera di Madonna France- 
sca glicl mostrò et disse: quegli ha tuo marito. Ella 
il vide bello, posegli amore et contentossene. Et es- 
sendo ita a marito et trovandosi a lato Gianciotto et 
non Polo, Cornelia credea, fu male contenta ». 

Tale racconto si trova pure, ma in parte diverso, 



- to - 

nelle chiose pubblicate da lord Vernon e nel com- 
mento del Landino; ma appunto perché diverso, prova 
che diversa era la fonte, e, indirettamente, ch'era opi- 
nione comune che a Francesca fosse promesso uno 
dei fratelli Malatesta e ch'ella poi fosse data all'altro. 
Ecco la chiosa: « Chapitando a Ravenna un buffone e 
veggendo questa giovane tanto bella, disse alla madre 
di questa fanciulla che aveva cerchato la corte di 
quattro signori né mai avea veduto più bella giovane 
di questa, né di giovani avea veduto più bello gio- 
vane che Paolo de' Malatesti, e che se queste due bel- 
lezze si potessino accozzare insieme a matrimonio, 
mai non si vide più bella choppia. E ciò sentendo la 
madre, mai non pensò se non che questo parentado 
si facesse ; e fatto il parentado a parole e venendo 
Lanciotto a Ravenna per isposare Francescha pel 
fratello e veggendola si bella disse che la volea per 
sua donna, e, non essendo chi '1 contradicesse essendo 
signore, la tolse e fu sua sposa ». 

E il Landino : « Francesca fu femina di bellezza e 
di maniere excellentissima... Dicono che la madre sua 
la voleva dare a Paolo et Lanciotto andò a Ravenna 
per sposarla per lui: ma vedendola si bella et inna- 
morato, se ne la chiese per sé, et perché era huom 
potente et terribile, gli fu data più per paura che per 
amore ». 

IV. 

Rispetto alla parte segreta delle relazioni fra i due 
cognati nessuno invece (ed è naturale) offre notizie, 
se non parafrasate dal canto di Dante. Sulla morte, 
appena qualche particolare, forse inventato dalla fan- 
tasia eccitata del pubblico. 



- 11 - 

L'Ottimo dice che Gianciotto « prese una spada e 
conficcolli insieme in tal modo, che abbracciati ad 
una morirono ». Il Boccaccio invece: « E perseverando 
Polo e Madonna Francesca in questa dimestichezza; 
et essendo Gianciotto andato in alcune terre vicine 
per podestà, quasi senza alcun sospetto, insieme co- 
minciarono ad usare. Della qual cosa avvedutosi un 
singulare servidore di Gianciotto, andò a lui, e rac- 
contògli ciò, che delle bisogne sapea, promettendogli, 
quando volesse, di fargliele toccare e vedere. Di che 
Gianciotto fieramente turbato occultamente tornò a 
Rimino : e da questo cotale, avendo veduto Polo en- 
trar nella camera di Madonna Francesca, fu in quel 
punto menato all'uscio della camera, nella quale non 
potendo entrare, che serrata era dentro, chiamò di 
fuora la donna, e die di petto nell'uscio, perché da 
Madonna Francesca e da Polo conosciuto, credendo 
Polo, per fuggir subitamente per una cateratta, per 
la quale di quella camera si scendea in un'altra, o in 
tutto o in parte potere ricoprire il fatto suo ; si gettò 
per quella cateratta, dicendo alla donna, che gli an- 
dasse ad aprire. Ma non avvenne come avvisato avea; 
perciocché gittandosi giù si appiccò una falda d'un 
coretto, il quale egli avea indosso, ad un ferro, il 
quale ad un legno di quella cateratta era. Perché 
avendo già la donna aperto a Gianciotto, credendosi 
ella, per lo non esservi Polo, scusare : ed entrato 
Gianciotto dentro, incontanente s'accorse, Polo essere 
ritenuto per la falda del coretto ; con uno stocco in 
mano correndo là per ucciderlo, e la donna accor- 
gendosene, acciocché quello non avvenisse, corse ol- 
tre presto, e misesi in mezzo tra Polo e Gianciotto, 
il quale aveva già alzato il braccio con lo stocco in 



- 12 - 

mano, e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne 
quello, che egli non avrebbe voluto, cioè, che prima 
passò lo stocco in petto della donna, che egli aggiun- 
gesse a Polo. Per lo quale accidente turbato Gian- 
ciotto, siccome colui che più che sé medesimo amava 
la donna, ritratto lo stocco, da capo riferì' Polo, ed 
ucciselo; e cosi amenduni lasciatigli morti, subita- 
mente si parti, e tornossi all'ufficio suo. Furono poi 
li due amanti con molte lacrime la mattina seguente 
seppelliti, ed in una medesima sepoltura». 

Un'allusione in questo racconto, quando si ritenga 
esatta, può servire alla cronologia. Il Boccaccio dice 
che Gianciotto informato della tresca, venne a Rimini 
per vendicarsi, da una terra vicina, ov'era Podestà. 
Egli è stato Podestà a Forlì nel 1276 o 78; a Pe- 
saro nel 1285, nel 1291 e pili volte dopo; a Faenza 
nel 1293. 

S' è visto che nel 1283 Paolo vivea ancora, avendo 
nel febbraio di quell'anno chiesta licenza di lasciar 
la Podesteria di Firenze. Nel 1290 invece la tragedia 
era avvenuta. Ora la sola Podesteria di Gianciotto, 
che si registri fra il 1283 e il 1290, è quella da lui te- 
nuta in Pesaro (città infatti vicinissima a Rimini) 
nel 1285. Questo dunque, secondo le indicazioni del 
Boccaccio e gli argomenti che si possono levare dalla 
storia, sarebbe l'anno in cui i due cognati furono uc- 
cisi; ed è infatti opinione prevalente. 

V. 

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e i cavalieri, 
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 



- 13 - 

lo cominciai : « Poeta, volentieri 
parlerei a qne' due, cìie insieme vanno 
e paion si al vento esser leggeri ». 

Ed egli a me: « Vedrai, quando saranno 
più presso a noi, e tu attor li prega 
per quell'amor che i mena, e quei verranno ». 

Dante è già disposto all'emozione dalla vista di 
tanti dannati per amore, è già giunto da pietà, è 
quasi smarrito, quando scorge nell'aer denso due leg- 
gieri spiriti d'amanti, che volano rapidi insieme, quasi 
fossero meno sbattuti qua e là dalla bufera. Questa 
singolarità desta in lui la brama di sapere chi siano, 
di conoscere la loro storia, tì quindi di chiamarli e 
di parlar con loro. 

Perché uniti? Forse perché un'arma sola li trafisse 
insieme? Forse perché i loro corpi furono raccolti in 
uno stesso sepolcro? Non credo. Vi sono sentimenti 
che si esplicano o possono esplicarsi soggettivamente, 
senza, cioè, la necessità di un essere su cui si river- 
sino. Tali, ad esempio, la gioia, la malinconia, la noia. 
L'amore e l'odio invece sono esclusivamente ogget- 
tivi. Perciò Dante ha messo insieme Paolo e France- 
sca, il conte Ugolino e l'arcivescovo Ruggeri. Tutti 
e quattro si sono trascinato all' inferno il fardello delle 
loro reciproche passioni. I primi sono tenuti uniti, 
anche oltre tomba, dall'amore; i secondi dall'odio; i 
primi commovono il poeta sino a svenire ; i secondi 
lo sollevano a sdegno. 

tu, che mostri per si bestiai segno 
odio sopra colui che tu ti mangi 

Virgilio, temperando la brama di Dante, risponde : 



- 14- 

Vedrai, quando saranno 
piti presso a noi ; e tu allor li prega 
per quell'amor che i mena, e quei verranno. 

Dunque, anche in questo concetto un superbo con- 
trasto col canto del conte Ugolino! Paolo e Francesca 
si cpmmovcranno e parleranno in nome dell'amore; 
il conte Ugolino dirà, nella speranza che le sue pa- 
role accrescano infamia al traditore che rode. 

«Per quell'amor che i mena! » Tutto l'episodio si 
svolge infatti sul tema dell'Amore, e il nome fatale 
di lui e il verbo amare e i participi amato e amante 
si ripetono ben dieci volte, incalzandosi talora come 
a ben fermare che di tutto fu cagione la violenza in- 
domabile di quel sentimento. 

E Dante nell'ansia nemmeno aspetta che gli siano 
d'innanzi. 

Si tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce: « anime affannate 
venite a noi parlar, s'altri noi niega ». 

Questo l'affettuoso grido, affettuoso per l'alta deli- 
catezza di due sentimenti : il riconoscimento e la 
commiserazione del loro affanno (o anime affannate) 
e il pensiero della loro pena nel verso: 

venite a noi parlar, s'altri noi niega, 

come se Dante dicesse : « Non vorrei esser cagione 
che voi foste aggravati d'altro castigo, oltre quello 
cui siete dannati, se rispondete al mio invito. Venite 
soltanto se Altri, se Dio noi niega ». E Dio, anziché 
negare, concede e favorisce, facendo che per alcun 
tempo il vento taccia. 

Pensando al volo di tutte le anime, travolte in- 



- 15- 

sieme dalla bufera infernale, Dante a vea presa l'ima- 
gine della moltitudine degli storni che emigrano al 
freddo tempo, e pei gridi che gettavano avea pensato 
alle gru; qui a far fede del volo rapido, leggero, di- 
ritto, onde i due formosi amanti erano andati a lui, 
spinti, non da un buffo di vento, ma dal desiderio e 
dal volere, egli ricorre alla similitudine dei colombi, 
che volano al nido per impazienza d'amore. 

Quali colombe dal disio chiamate 
con l'ali aperte e ferme, al dolce nido 
volan, per l'aer dal voler portate ; 

cotali uscir dalla schiera ov' è Dido 
a noi venendo per l'aer maligno 
si forte fu l'affettuoso grido. 

E Francesca comincia: «O creatura non morta, o 
corpo ancora animato, cortese, pio, che per l'aria 
persa (ossia oscura, rischiarata appena dalle vampe 
dell' infocata città di Dite) giungi a visitare me e 
Paolo, che, morendo uccisi, lasciammo al mondo una 
macchia del nostro sangue ; se non avessimo demeri- 
tato dalla bontà di Dio, noi lo pregheremmo per la 
tua pace, perché mostri d'aver compassione della no- 
stra ambascia ». 

« O animai grazioso e benigno 
che visitando vai per l'aer perso 
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

se fosse amico il Re dell'universo 
noi pregheremmo lui per la tua pace, 
poiché hai pietà del nostro mal perverso. 

Non preghiera questa, che nell'Inferno ogni preghiera 
è morta; ma profondo, delicato desiderio di preghie- 
ra, quand' invece gli altri dannati bestemmiano la 



- 16 - 

virtù divina. « Oh, potessimo giovarti con le nostre 
preghiere avanti a Dio, ma esse ci muoiono sulle mi- 
sere labbra ! » 

Di quel che udire e che parlar ti piace 
noi udiremo e parleremo a vui, 
mentre c/ie il vento, come fa, si tace. 

A questo punto Francesca riassume poeticamente la 
sua vita: 

Siede la terra, dove nata fui, 

su la marina dove il Po discende 

per aver pace co' seguaci sui. 
Questa terzina, non sempre rispettata dalla critica 
che l'ha detta perifrasi inutile ed ha voluto vedere 
nell'ultimo verso sino una strascicatura fatta per la 
rima, a me sembra mirabile sotto molti aspetti. Fran- 
cesca accenna alla città dove nacque, senza nomi- 
narla per un line senso di pudore, quasi la turbasse 
il pensiero del padre e dei fratelli ancor vivi in essa. 
Ben diversamente Pia de' Tolomei, innocente, non 
teme di ricordar la sua Siena, ove visse felice, e la 
Maremma, dove mori consunta. Poi in quell'ultimo 
verso, proprio in quell'ultimo verso, Francesca av- 
verte come un contrasto al suo tormento che sarà 
eterno, mentre anche il gran fiume, dopo cosi lungo 
cammino e dopo tanto tributo di confluenti, trova pur 
la sua pace nel mare. E tutto questo senza pensare 
alla bellezza, per cosi dire, paesistica, che solo può 
intendere chi ha visto il Po, vasto, solitario, muto, 
solenne, alla sua foce, dove sembra rallentare e fer- 
marsi, veramente stanco, veramente desideroso di 
pace, ben diverso da quel che appare nella lieta sol- 
lecitudine del corso superiore. 



— 17 — 

Poi l'anima di Francesca scatta impetuosa, e con 
un triplice grido Amore, Amore, Amore incolpa la 
passione di tutto: della loro felicità, del loro peccato, 
della loro morte, della loro dannazione, perché ap- 
punto la passione giunse per lei « all'onnipotenza del 
fato ed operò come fosse la sola divinità della vita ». 

VI. 

Ma non posso procedere senza sollevare diversi dub- 
bi sull'interpretazione solita della terzina che segue: 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 

I commentatori interpretano : « Amore prese Paolo 
per la mia bella persona, che mi fu tolta da Gian- 
ciotto quando mi uccise, e il modo ancor m'offende, 
perché mi colse sull'atto del peccato e non lasciò 
tempo a pentirmi ». Il De Sanctis dice: « Frase oscura 
e perciò di poco effetto, ma dove è indicato tutto un 
episodio dell'anima nel momento che le fu tolta la 
bella persona ». 

Io non credo, ripeto, a quest'interpretazione per 
molte ragioni. 

Avanti tutto perché con essa si perde ogni senso 
d'ordine e di progressione rispetto alle terzine che 
seguono, perocché, in quella, Francesca alluderebbe 
alla sua morte, per poi dire nella seguente che s'in- 
namorò di Paolo e poi, nell'altra, ripetere ancora che 
Amore la condusse a morte insieme a Paolo. 

E in tal caso che significa mai « il modo ancor 
m'offende? » Che fece Gianciotto di diverso di quanto, 
prima di lui e dopo ed oggi, hanno fatto e fanno mi- 



— 18 - 

gliaia di mariti traditi? — Gianciotto si che aveva 
argomento d'essere offeso del modo onde la sposa e 
il fratello lo trattavano ! Nell'atto che scopre la tre- 
sca, deve esser cosi devotamente freddo da lasciar 
tempo a chiamare il prete, farla confessare, far la co- 
munione e poi colpire ? Io non intendo. Un altro di- 
vino genio, quello che più s'accosta alla grandezza 
di Dante, Shakespeare, ha ben affrontata tale situa- 
zione, dove fa che Otello solleciti Desdemona alla 
preghiera prima di morire. 

— Avete pregato Iddio stanotte, Desdemona ? 

— Si, mio sposo. 

— Se vi risovvenite di qualche peccato, di cui non 
abbiate chiesto al cielo e ottenuto grazie, fatelo tosto. 

— Ahimè, signore ! che volete voi dire con queste 
parole ? 

— Obbedisci e sii svelta, io passeggerò la stanza 
intanto che la tua anima si prepara.... Tu sei nel tuo 
letto di morte! — 

Questo dialogo fa venire i brividi. Ma la situa- 
zione drammatica è del tutto diversa. Otello non isco- 
pre, come Gianciotto, all'improvviso la colpa della 
moglie e l'oltraggio del proprio fratello ; ma cede 
gradatamente al tarlo terribile e lento del sospetto 
e della gelosia. Nella lotta per non cedere all' im- 
pulso dell'ira e strangolare Desdemona, si esplica 
tutta la tragica e fiera indole d'Otello. 

Ebbene io penso che nelle parole 

Amor 

prese costui de la bella persona 

che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende, 

siano adombrate le voci che correvano intorno alle 



- 19 — 

nozze di Francesca e all'inganno di cui fu vittima, 
cosa che parvero intravedere il Foscolo e il De 
Sanctis, senza però precisare un'interpretazione. La 
bella persona non è, credo, quella di Francesca, ma 
quella di Paolo, che tutti indistintamente, commen- 
tatori e cronisti, chiamavano per l'appunto bello, in 
contrasto di Gianciotto deforme. 

In tal caso, a me tutto sembra chiaro, quasi Fran- 
cesca dicesse : « Amore prese costui da la bella per- 
sona, la quale mi fu tolta, perché, dopo essermi stato 
mostrato e promesso lui, fu sostituito con suo fratello 
brutto e sciancato, e il modo, ossia l'inganno, m'of- 
fende ancora». Quel « de la » equivale a « da la » 
(Amor prese costui da la bella persona) ; e, di cosi in- 
tendere, altri esempi danteschi acconsentono. 

Allora Francesca non chiama vanamente bella sé 
stessa, ma chiama bello l'amico; non rinunzia a un 
efficace argomento di discolpa, proclamandosi ingan- 
nata per la sostituzione d'un bell'uomo con altro ripu- 
gnante ; non altera l'ordine parlando della sua fine, 
prima che suoni, il verso 

Amor condusse noi ad una morte ; 

e il racconto procede serrato e ordinato. « Nacqui a 
Ravenna — Amore prese Paolo da la bella persona 

— Questa mi fu tolta, con tale inganno che mi sento 
ancora offesa — Io m'abbandonai, felice di piacergli 

— Fummo uccisi insieme ». 

VII. 

Amor che a nullo amato amar perdona, 
Amore, il quale non dispensa dall'amare, nessuno che 



-So- 
sia amato, o, con altre parole, Amore che obbliga 
qualsiasi persona amata a riamare, 

mi prese del costui piacer si forte 

che, come vedi, ancor non m'abbandona. 

Questi due versi non mi sembrano in genere chia- 
ramente spiegati. Non so se quelle parole « del co- 
stui piacere » possano veramente significare « del pia- 
cere di amare costui » oppure « m' innamorai del 
piacevole aspetto o piacenza sua ». Comunque sia, mi 
si conceda anche questa volta d'esprimere un dubbio: 
se non si tratti, cioè, anche qui dell'uso, comune in 
Dante, di sopprimere l'articolo, come « diss'io lui»: 
« risposi lui » ecc. e che null'altro il poeta vi voglia 
dire (in prova e complemento del verso: Amor che a 
nuli' amato amar perdona) se non che « del diletto 
di piacere a costui fui tanto presa che l'Amore, come 
vedi, non mi abbandona nemmeno dopo la morte, 
nemmeno tra le pene dell'inferno », perché (e questo 
ritengo indiscutibile) quell'ancor non mi abbandona 
non è qui da riferirsi a Paolo, ma ad Amore. 

E conclude : 

Amor condusse noi ad una morte : 
Catna attende chi vita ci spense 

ossia: il luogo d'inferno, che ha nome da Caino, per- 
ché vi si puniscono i traditori del proprio sangue, at- 
tende l'anima di Gianciotto, e dice « attende » perché 
il poeta mette il suo viaggio nei regni d'oltretomba 
al 1300, mentre Gianciotto visse sino al 1304. 
Il verso che segue : 

Queste parole da lor ci fu porte 



- 21 - 

ed alcuni argomenti d'indole morale, come l'asprezza 
di quel terribile : 

Caina attende chi vita ci spense, 

in contrasto con la consueta dolcezza e rassegnazione 
di Francesca, hanno generata la lunga polemica se, 
nell'episodio parli solo Francesca, oppure anche Paolo, 
o se almeno non sia detto da lui quell'ultimo verso, 
donde balza un'onda inaspettata d'ira e d'odio. 

Io sto con quelli che pensano che parli solo Fran- 
cesca, e che il tacito assentimento di Paolo valga 
come se parlassero tutti e due. Se di diverse persone, 
che si sono trovate presenti a un avvenimento, una 
sola narra e le altre convengono, è facile dire « hanno 
raccontato». Francesca discorre in plurale (noi che 
tignemmo il mondo di sanguigno — noi pregheremmo 
— noi udiremo e parleremo) riserbando, come è ovvio, 
al singolare quello solo che riguarda separatamente 
a lei o a Paolo. Si è detto sino, che tutto ciò che è 
in plurale è pronunziato dai due insieme ! Proprio un 
duetto teatrale! Ma perché, in tal caso, quando si 
tratta del singolare, Paolo non interviene per conto 
proprio, e lascia che favelli solo Francesca? (Amore.... 
prese costui). Il De Sanctis scrive felicemente che la 
sola donna parla, e Paolo è l'espressione muta di lei. 
Che doveva dire infatti ? Non è la donna che in tal 
caso può cattivarsi di più la pietà e il perdono? Ella, 
debole, appassionata, ha tradito bensì il marito; ma 
gli fu unita per inganno; egli invece ha tradito il 
fratello, e la sua parola potrebbe parere meno com- 
movente. Del resto, perché Francesca non deve avere 
nessuno di quegli scatti irruenti e coraggiosi, che 
anche le donne più timide hanno quando si tratta di 



-22- 

difendere una persona adorata? Perché non può in- 
sorgere imprecando a colui che, da Caino, ruppe il 
petto fraterno del suo Paolo? Infatti questi, cosi senza 
parole, cinto di mistero, col suo animo che si stempera 
in pianto, al ricordo del tempo felice, assume l'aspetto 
alto e severo di chi giudichi sé stesso nell'acerbità 
del pentimento. 

Vili. 

Una delle cose più notevoli, più profonde dei versi 
già letti, è il senso indefinito di verecondia, onde 
Francesca tace la storia del suo peccato. « C innamo- 
rammo — dice soltanto — e fummo uccisi ». Non chie- 
sta, nulla aggiunge dell'ora in cui fu perduta, e Dante 
china il capo pensoso e non lo solleva se non riscosso 
dalla voce di Virgilio, ed anche allora, vinto dalla 
commozione, non torna subito con le domande alla 
donna, ma esclama in sé stesso : « Oh quanti soavi 
pensieri, quanto desiderio d'amore trassero costoro 
alla morte ! » E cosi, nata nell'anima del poeta la 
brama di sapere quali fossero quei pensieri e quel de- 
siderio, egli vince il ritegno d'interrogarla, ed, espressa 
tutta la sua compassione con le parole e con le la- 
grime, insiste : « Nel tempo, in cui sospiravate ancora 
di speranza, come conosceste e manifestaste a vicenda 
il vostro affetto, la vostra brama?» Né Francesca ri- 
sponde direttamente alla domanda. Ella, in un su- 
premo riguardo, cerca di ritardare ancora la confes- 
sione, con la bella e vera sentenza di Boezio, che 
nulla è più doloroso che pensare ai giorni felici quando 
si è nell'angoscia (e ciò può confermare Virgilio, già 
cosi beato su nel mondo). Ma poiché Dante non è 
spinto a conoscere da malsana curiosità, ma dalla sua 



— 23 — 

viva pietà e dal bisogno di ritemprarsi alla virtù, ed 
è favorito dalla grazia divina, Francesca confesserà 
tutto, quantunque fra i singulti. 

Da che io intesi quell'anime offense, 
chinai 7 viso, e tanto il tenni basso, 
finché il poeta mi disse : « Che pense ? » 

Quando risposi, cominciai: « O lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
menò costoro al doloroso passo ! » 

Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 
e cominciai: « Francesca, i tuoi martiri 
al lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore 
che conosceste i dubbiosi destri ? » 

Ed ella a me : « Nessun maggior dolore 
che ricordarsi del tempo felice 
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore. 

Ma se, a conoscer la prima radice 
del nostro amor, tu hai cotanto affetto ; 
farò come colui che piange e dice ». 

A questo punto s'imagini: l'ansia di Francesca, che, 
alfine vinta l'intima lotta, svela l'ora segreta e la scia- 
gurata vittoria de' sensi : l'ansia di Paolo, che risente 
sulle labbra di lei risvegliato il ricordo del momento 
in cui delirò d'amore, e quella dei due poeti con 
l'anima rigonfia della piena onda della pietà. 

E nel racconto, nel suono stesso delle sue parole, 
è come un misterioso raccoglimento, che sembra to- 
gliere quel gruppo di quattro persone al fragore e 
alle angoscie circostanti, comecché l'intensa attenzione 
le distogliesse dal più vedere e sentire il furioso vor- 



- 24 - 

tice e le grida degli altri dannati, e la pietà e la te- 
nerezza le sollevassero dai fieri sentimenti e dalle 
bestemmie, onde rintronano le bolge infernali. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
di Lancelotto, come amor lo strinse : 
soli eravamo e senza alcun sospetto. 

Paolo e Francesca, già presi da forte simpatia, leg- 
gono degli amori di Lancelotto e della regina Gi- 
nevra, amori favoriti da Galeotto. Sono soli, lontani 
da ogni sguardo, senz'alcun sospetto rispetto agli al- 
tri, o forse (e meglio, come lascia pensare, la frase 
«per diletto») anche rispetto a sé stessi. Leggono: 
« Dice Ginevra a Lancelotto : 

— E quanto è che voi mi amate tanto ? 

— Dal giorno ch'io fui cavaliere. 

— Per la fede che voi mi dovete, donde viene que- 
sto amore che voi avete messo in me ? 

— Dama, da voi, che di me faceste un vostro 
amico, se la vostra bocca non mi ha mentito. 

— Amico mio, come? 

— Dama, io venni davanti a voi, quando io presi 
licenza del re ; e vi accomandai a Dio ; e dissi ch'io 
era vostro cavaliere in tutti i luoghi. E voi mi di- 
ceste che volevate che io fossi vostro amico. Ed io 
dissi: Addio, dama. E voi mi diceste : Addio, mio 
bello e dolce amico. Questo fu il motto che mi fece 
valente uomo, se io il sono, né mai poscia fui a si 
gran pericolo, che io non me ne ricordassi ; questo 
motto mi ha riconfortato contro tutti i nemici miei; 
questo mi ha guarito da tutti i inali ; questo mi ha 
fatto ricco in messo la povertà » , 



-25 — 

Ginevra cosi ama Lancelotto, ma gode a tormen- 
tarlo, sino a che egli, credendosi deriso, è per cadere 
tramortito. Galeotto la rimprovera : « Donna, abbiate 

pietà. Egli è tale che v'ama più di sé medesimo 

Certamente non vi domanda mai cosa alcuna perché 
teme ; ma io ve ne prego per lui ; e se bene io non 
ve ne pregassi, si lo dovreste voi procacciare, perché 
pili ricco tesoro non potreste conquistare già mai... 
Vi prego dunque che gli doniate l'amor vostro e lo 
ritegnate sempre per vostro cavaliere ; che divegnate 
sua dama per tutta la vostra vita, e l'avrete fatto 
più ricco che se voi gli aveste donato tutto il mondo ». 

Si comprende che questa lettura commovesse i due 
cognati, presi d'affetto, e che essi guardandosi negli 
occhi impallidissero, mentre le fiamme del desiderio 
si destavano ormai irrefrenabili. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso : 
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Furono vinti quando lessero che i due amanti della 
Tavola Rotonda si baciarono lungamente. « Ed ora 
fattosi notte grandemente ; e la luna era levata e 
facea chiaro si che ella lucea per tutta la prateria ». 
Un tremito scuote la bella persona di Paolo che ac- 
costa il suo volto a quello di lei. Gli aliti si confon- 
dono, le labbra si toccano, il libro cade! Ah, mezzano 
fra di loro fu il libro e chi lo scrisse, come Galeotto 
lo fu tra i due antichi amanti ! 

Quando leggemmo il desiato riso 
esser baciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso, 



- 26 - 

la bocca mi baciò tutto tremante : 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse ; 
quel giorno più non vi leggemmo avante. 

Alle parole 

Questi, che mai da me non fia diviso, 
la bocca mi baciò, 

il De Sanctis nota : « Quando Francesca è vinta, quando 
il peccato, ch'era già nell'anima, si rivela, nel punto 
stesso del bacio, anzi prima ancora che il peccato le 
esca di bocca, tra « questi » e « la bocca mi baciò » 
tra l'amante e il peccato si gitta in mezzo l'inferno, 
e il tempo felice si congiunge con la miseria, e quel 
momento d' oblio, il peccato, non si cancella più, di- 
viene l'eternità ». 

Taluni hanno creduto che dopo l'accenno al bacio, 
il verso : 

Quel giorno più non vi leggemmo avante, 

significhi che furono uccisi, e che non ebbero altra 
colpa se non quel bacio. Ahimé, il luogo d' inferno, in 
cui i cognati si trovano, mostra che quel mirabile 
verso adombra la colpa! Ed è cosi bello, sarei per 
dire cosi verecondo in bocca a donna non volgare, che 
tutta, bensì, si confessa, ma che pure è trattenuta nei 
limiti della dignità ! Là dove ella finisce il racconto, 
comincia appunto il periodo delle colpe gravi ; ma 
ella non deve, non può più parlare. 

Al dolore che promuovono i detti di Francesca, al 
largo lagrimare di Paolo tanto più commovente nel- 
l'aspetto di un uomo giovine e forte, Dante sente 
l'anima velarsi d'angoscia e cade svenuto. 

Cosi si compie l'effetto d'una commozione prepa- 



-Sf- 
ratasi di lunga mano, sin da quando alla vista degli 
altri dannati « pietà lo giunse e fu quasi smarrito ». 

Mentre che l'uno spirto questo disse 
l'altro piangeva, si che di pietade 
io venni meno si com'io morisse, 

e caddi, come corpo morto cade. 

Tutto questo immortale dramma d'amore, dal quale 
emerge la figura più viva, umana ed appassionata 
della nostra letteratura, non occupa che settanta versi; 
ma appunto per tale brevità è grande la poesia dan- 
tesca. Ogni detto, ogni più lieve accenno ha la sua 
ragione, il suo significato; e perciò, per intendere e 
commoversi, bisogna fermarsi ad ogni pensiero, ad 
ogni parola, e considerare l'uno e l'altra nel loro va- 
lore, nella loro sovrana bellezza, e non passar oltre 
frettolosi. In ispecie su questo canto è facile passar 
oltre frettolosi, per averlo letto ed imparato a me- 
moria troppo presto nelle scuole, quando la nostra 
mente non poteva ancora intenderne lo splendore ar- 
tistico, e il nostro cuore lo splendore psicologico. Né 
io certo lo farei studiare allo scolaretto troppo gio- 
vane, cui la noia dell'arido dovere e la inesperienza 
ottenebrano troppe bellezze. Leonardo ha scritto: 
« Siccome mangiare senza voglia si converte in fasti- 
dioso notrimento, cosi lo studio senza desiderio, gua- 
sta la memoria, col non ritenere cosa ch'ella pigli ». 
La sorpresa d'una poesia cosi sublime dovrebbe 
esser riserbata a chi ha studiato, pensato, amato, sof- 
ferto. Solo allora gli brillerà in tutta la sua luce di- 
vina. 



- 28 - 



IX. 



Vittorio Imbriani, ingegno forte, ma bizzarro, chiede: 
«Per qual motivo, Dante s'indusse ad eternare cosi 
splendidamente la memoria di Paolo e della France- 
sca? Qual forza, qual necessità, qual ragione gli fece 
preferire quello esempio di lussuria funesta, a tanti 
altri, che le storie gli offerivano ? Fra gli scandali di 
que' tempi, perché giusto quello? Non ce n'era dei 
fiorentini, forse? » 

E sorpreso da un dubbio terribile si domanda se 
non sia probabile che le canzoni amorose di Dante 
dirette a una donna di nome Pietra, non fossero di- 
rette a Pietra di Donato di Brunaccio sua cognata, e 
se l'abbellimento morale e la grande pietà e lo sve- 
nimento stesso del poeta non significhino ch'egli ha 
messo al primo entrare nell'inferno quell'episodio 
« per dare a sé medesimo un esempio del dove avrebbe 
potuto condurlo la passione ». 

In mancanza di gravi prove, mi ripugna di seguire 
una simile ipotesi, come non è possibile seguir l'al- 
tra che l'Alighieri cercasse d' ingraziarsi i Polentani 
o compensare Guido da Polenta della sua ospitalità, 
idealizzando un fatto che si giudicava né più né meno 
che una tresca volgare. Dante non fu a Ravenna, se 
non dopo il 1315, quando il canto era da tempo scritto 
e forse divulgato; e il Guido, che l'ospitò, era nipote e 
non il padre di Francesca, già morto da diversi anni. 

Comunque si pensi, è chiaro che, dal poema dan- 
tesco, l'adulterio di Paolo e di Francesca esce abbel- 
lito moralmente ; esce compatito, scusato. È ben vero 
che Dante mette i due cognati all'Inferno, ma dal- 



-29 - 

l'Inferno egli stesso li risolleva con la pietà. L'alma 
sdegnosa di lui, cosi spesso terribile, inesorabile, con- 
tro i dannati, si commove e, come s'è visto, vien meno 
alla narrazione di Francesca, mentre condanna, con 
la sola frase cruda e spietata di tutto il brano, l'of- 
feso Gianciotto ad esser fitto nel duro gelo della 
Caina, e trascura d'un cenno quanti soffrirono per 
colpa loro, come Orabile, vedova di Paolo, il cui do- 
lore nessun poeta compensò, e che pur vide rapito a 
sé l'amore del marito e rapito il padre a due teneri 
figliuoletti. 

Guido Novello da Polenta, che, quando avvenne 
l' uccisione di sua zia, era già fanciullo di sei o sette 
anni, doveva saper bene come le cose erano passate; 
e se nessun rancore conservò verso l'Alighieri d'aver 
messa all'Inferno la sorella di suo padre, segno è 
ch'ei vide che la fama di lei dalla grande poesia usciva 
nobilitata sino a formare un pregio della sua casa ! 
In una ballata dimostrò infatti di conoscere e d'amare 
quel canto ; quasi anzi, di menarne vanto, perché ne 
trasse il verso : 

Si che già mai da te non fia diviso. 

C'è proprio da credere che Guido Novello pen- 
sasse, come più tardi pensò Vincenzo Acciaiuoli, il 
quale « avrebbe pagato di buon animo qualunque 
moneta, perché Dante avesse fatto menzione nella 
Commedia d'alcuno della sua casata, e avesselo pur 
cacciato nella più cupa bolgia d'inferno». 



-30- 

Cosi discesi del cerchio primaio 
giù nel secondo, che men loco cinghia, 
3 e tanto più dolor, che pugne a guaio. 
Stavvi Minos orribilmente e ringhia : 
esamina le colpe nell'entrata, 
6 giudica e manda, secondo che avvinghia. 
Dico, che quando l'anima mal nata 
li vien dinanzi, tutta si confessa ; 
9 e quel conoscitor delle peccata 

vede qual loco d'inferno è da essa: 
cignesi con la coda tante volte, 
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 
vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
15 dicono e odono, e poi son giù volte. 

« O tu, che vieni al doloroso ospizio, 
gridò Minos a me, quando mi vide, 
18 lasciando l'atto di cotanto ufizio, 

guarda com'entri, e di cui tu ti fide : 
non t'inganni l'ampiezza 'dell'entrare ». 
21 E il duca mio a lui: «Perché pur gride? 
Non impedir lo suo fatale andare : 
vuoisi cosi colà, dove si puote 
24 ciò che si vuole, e più non dimandare ». 
Ora incomincian le dolenti note 
a farmisi sentire : or son venuto 
27 là dove molto pianto mi percote. 

Io venni in loco d'ogni luce muto, 
che mugghia, come fa mar per tempesta, 
30 se da contrari venti è combattuto. 

La bufera infernal, che mai non resta, 
mena gli spirti con la sua rapina, 
33 voltando e percotendo li molesta. 

Quando giungon davanti alla ruina, 
quivi le strida, il compianto e il lamento, 
36 bestemmian quivi la virtù divina. 
Intesi, che a cosi fatto tormento 
ènno dannati i peccator carnali, 
39 che la ragion sommettono al talento. 



- 31 - 

E come gli stornei ne portan l'ali, 
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
42 cosi quel fiato gli spiriti mali: 

di qua, di là, di giù, di su gli mena ; 
nulla speranza gli conforta mai, 
45 non che di posa, ma di minor pena. 
E come i gru van cantando lor lai, 
facendo in aer di sé lunga riga, 
48 cosi vid' io venir, traendo guai, 

ombre portate dalla detta briga: 
perch' io dissi : « Maestro, chi son quelle 
51 genti, che l'aer nero si gastiga ? » 

«La prima di color, di cui novelle 
tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
54 fu imperatrice di molte favelle. 
A vizio di lussuria fu si rotta, 
che libito fé' licito in sua legge 
57 per torre il biasmo in che era condotta. 
EU' è Semiramìs, di cui si legge, 
che succedette a Nino, e fu sua sposa : 
60 tenne la terra che il Soldan corregge. 
L'altra è colei, che s'ancise amorosa, 
e ruppe fede al cener di Sicheo ; 
63 poi è Cleopatràs lussuriosa ». 

Elena vidi, per cui tanto reo 
tempo si volse, e vidi il grande Achille, 
66 che con amore al fine combatteo. 

Vidi Paris, Tristano ; e più di mille 
ombre mostrommi e nominolle a dito, 
69 che amor di nostra vita dipartine. 

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e i cavalieri, 
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 
Io cominciai: «Poeta, volentieri 
parlerei a que' due, che insieme vanno, 
75 e paiono si al vento esser leggieri ». 

Ed egli a me : « Vedrai, quando saranno 
più presso a noi ; e tu allor li prega 
78 per quell'amor che i mena ; e quei verranno ». 



-32- 

Si tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce : « O anime affannate, 
81 venite a noi parlar, s'altri noi niega ». 
Quali colombe dal disio chiamate, 
con l'ali aperte e ferme, al dolce nido 
84 volan per l'aer dal voler portate : 

cotali uscir della schiera ov' è Dido, 
a noi venendo per l'aer maligno, 
87 si forte fu l'affettuoso grido. 

« O animai grazioso e benigno, 
che visitando vai per l'aer perso 
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno : 
se fosse amico il re dell'universo, 
noi pregheremmo lui per la tua pace, 
93 poiché hai pietà del nostro mal perverso. 
Di quel che udire e che parlar ti piace 
noi udiremo e parleremo a vui, 
96 mentre che il vento, come fa, si tace. 
Siede la terra, dove nata fui, 
su la marina dove il Po discende 
99 per aver pace co' seguaci sui. 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
prese costui da la bella persona 
102 che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 
Amor, che a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer si forte, 
105 che, come vedi, ancor non mi abbandona. 
Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi vita ci spense ». 
108 Queste parole da lor ci fur porte. 

Da che io intesi quelle anime offense, 
chinai '1 viso, e tanto il tenni basso, 
in finché il poeta mi disse: «Che pense? » 
Quando risposi, cominciai : « O lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
114 menò costoro al doloroso passo! » 
Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 
e cominciai : « Francesca, i tuoi martiri 
117 a lagrimar mi fanno tristo e pio. 



33 



Ma dimmi : al tempo de' dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore, 
120 che conosceste i dubbiosi desiri ? * 

Ed ella a me : « Nessun maggior dolore, 
che ricordarsi del tempo felice 
123 nella miseria; e ciò sa il tuo dottore. 
Ma se a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
126 farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
di Lancelotto, come amor lo strinse : 
129 soli eravamo e senza alcun sospetto. 
Per più fiate gli occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso : 
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
Quando leggemmo il disiato riso 
esser baciato da cotanto amante, 
135 questi, che mai da me non fia diviso, 
la bocca mi baciò tutto tremante: 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; 
138 quel giorno più non vi leggemmo avante. » 
Mentre che l'uno spirto questo disse, 
l'altro piangeva si, che di pietade 
141 io venni meno si com'io morisse; 
e caddi, come corpo morto cade. 



Letto nella Sala di Dante in Orsanmichele 

il di i° Giugno 

MDCCCLXXXXIX 



^ 



( 



BIBLIOGRAFIA 



Non registro qui né i commenti alla Divina Commedia, né le 
storie della letteratura italiana, né le vite di Dante dove pur si 
parla di Paolo Malatesta e di Francesca da Polenta ; ma soltanto 
gli scritti che trattano esclusivamente di quei due personaggi o del 
canto V dell' Inferno. 

Luigi Tonini, Memorie storiche intorno a Francesca da Rimini 
(Rimini, 1852); Marino Marini, Le osservazioni critiche sulle Me- 
morie storiche intorno a Francesca da Rimini pubblicate nel i8j2 
dal dottor Luigi Tonini (Roma, 1853); Luigi Tonini, Risposta 
alle osservazioni critiche di monsig. Marino Marini sulle Memorie 
storiche intorno a Francesca da Rimini (Rimini, 1853); Marino 
Marini, Appendice alle osservazioni critiche intorno a Francesca da 
Ritnino (Roma, 1854) ; Luigi Tonini, La Francesca da Rimini 
(Rimini, 1870); Nicola Santi, Riflessi sulla morte di Francesca 
da Rimino e di Paolo il Bello (Fossombrone, 1861) ; Matteo Ro- 
mani, II quinto canto del poema sacro (Reggio-Emilia, 1869); An- 
tonio Maschio, Francesca da Rimini (Venezia, 1871); Ulisse 
Poggi, La donna dannata (Reggio-Emilia, 1875); Angelo Ronzi, 
Paolo e Francesca nella Divina Commedia (Venezia, 1877); S. De 
Chiara, // canto V dell' Inferno : saggio di un commento alla Di- 
vina Commedia (Napoli, 1880); Lorenzo Stoppato, La Francesca 
di Dante — saggio critico (Ravenna, 1880) ; Corrado Ricci, Fran- 
cesca nel Don Chisciotte di Bologna del 27 dicembre 1881 ; Ano- 
nimo, Francesca nella Rivista illustrata settimanale di Milano del 
14 maggio 1882; Vincenzo Genovesi, Sull'arte della Divina Com- 
media riguardo della Francesca da Rimini (Firenze, 1882) ; Char- 
les Yriarte, Francoise da Rimini (Parigi, 1883); Luigi Mo- 
randi, La Francesca di Dante (Città di Castello, 1884); Termine 
Trigona, « Amor che a nullo amato amar perdona r. nuovo coni- 



16 — 

mento (Melfi, 1887); Alberto Rondanj, / tre canti più famosi 
della Divina Commedia (Firenze, 1889); H. C. Bari.ow, Francesca 
da Rimini, her lamentalion and vindication, with a breef notice 0/ 
the Malatesla (Londra, 1889) ; ALBERTO RONDAMI, // marito di 
Francesca da Rimini nel Canto Quinto dell' Inferno (Parma, 1890); 
Nicolò CAROLLO, Perché Francesca e Paolo indivisi nel_j-££ctia-U- 
condo dell'Inferno (Alcamo, 189 1); C. U. Posocco, la Francisco 
da Rimini secondo la storia e secondo l'arte (Teramo, 1892) ; Carlo 
del Balzo, Francesca da Rimini nell'arte e nella storia (Napoli, 
1895); Alfredo Niceforo, Paolo je Francesca in Crim inali e de - 
generati dell' Inferno dantesco (Torino, 1898) ; Corrado Ricci, Fran- 
ces~cà~\n Flegréà di Napoli del 1899; I. Filomusi-Guei.fi, Fran- 
cesca da Rimini nell'Italia letteraria di Bologna del 15 luglio 1899; 
Luciano Venusi, Monografìa della Francesca da Rimini di Dante 
(Benevento, 1900) ; Corrado Ricci, Francesca da Rimini e i Po- 
lentoni nei monumenti e nell'arte nell' 'Emporium, voi. XIV, (Ber- 
gamo, 1901) ; Francesco Torraca, II canto V dell' Inferno nella 
Nuova Antologia del luglio 1902 (ristampato in Studi Danteschi, 
Napoli, 19 11); Vincenzo Ckkscj^j, l'episodio di Frauce&ta* (Pado- 
va, 1902) ; Camillo Trivero, // tipo psicologico della Francesca di 
Dante nella Rivista di Filosofia e scienze affini di Bologna, dell'ot- 
tobre 1902 ; Giuseppe Presutti, Francesca da Rimini nella storia 
e nella tragedia di Gabriele d'Annunzio (Torino, 1903); Ferdi- 
nando Martini, Francesca da Rimini nel Giornale d'Italia di 
Roma, del 6 dicembre 1904; Gino Farolfi, La tragica e leggen- 
daria storia di Francesca da Rimini nella letteratura italiana, nel 
Programma della civica Scuola superiore di Trieste ann. 1904- 
1905 ; Edoardo Calenda, Ancora Francesca nel volume Rapida 
(Napoli, 1909) ; Enrico Porrello, Francesca da Rimini (Caltanis- 
setta, 191 2) ; Guglielmo e Maria Locella, Dantes Francesca da 
Rimini in der Literatur, bildenden Kunst und Musik (Eszlingen 
a. N., 19 13); G iulio A. Levi^ Se Francesca da Ruiihiì '.nell' epi- 
sodio dantesco sia una natura debole magnanima, in Dodici studi 
critici per nozze Neri-Gariazzo (Città di Castello, 19 12). 



* 



IL CANTO V DELL'INFERNO letto 
da CORRADO RICCI nella « casa 

DI DANTE )) IN ROMA ^j? OJS? 0|? $? 



LECTVRA DANTIS 




IL CANTO V DELL'INFERNO 
letto da CORRADO RICCI 

NELLA « CASA DI DANTE » IN ROMA 




% $ FIRENZE, 
G. C. SANSONI, 

Editore. $? c|? 



PROPRIETÀ J.ETTEKARIA. 



Firenze, Stab. G. Cgrnesecchi e figli, Piazza Mentina. 1. 



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Dante condotto «nel primo cerchio che l'abisso 
cigne » non ode pianti; ma sospiri, effetto di dolore, 
senza martirio, 

ch'avèan le turbe eh' erari molte e grandi 
e d' infanti e di femmine e di viri 

confinati nel Limbo « perché non ebber battesmo > 

eh' è parte della fede che tu credi ; 
e se furon dinanzi al Cristianesmo 
non adorar debitamente Dio. 

Perciò, vero, proprio, e doloroso supplizio di dan- 
nati comincia nel secondo cerchio, ossia coi 

peccator carnali 
che la ragion sommettono al talento. 

Questo minor grado di colpa, e conseguentemente 
di pena pei lussuriosi, rispetto a tutte le altre colpe 
umane e pene ultramondane, destinate a piti bassi 
cerchi, richiama alla mente il fatto che Dante stesso 
non si riteneva immune da tal vizio. Egli, infatti, che 
poi passa incolume per tutti i martirii eterni dell' In- 
ferno e temporanei del Purgatorio, quand'è prossimo 



- 6 — 

a salire nel Paradiso terrestre, nel girone settimo dei 
Lussuriosi prevede ch'ei pure sentirà il tormento 
delle fiamme, ed esita ad entrarvi. Virgilio allora gH 
mormora, con grave reticenza : 

Ricordati, ricordati.... 

quando lo vide star par fermo e duro, 
turbato un poco disse: « Or vedi, figlio, 
tra Beatrice e te è questo muro », 

si che Dante preso ardimento penetra nelle fiamme. 

Come fui dentro, in un togliente vetro 
gittato mi sarei per rinfrescarmi, 
tant' era ivi l'incendio senza metro. 

Lo dolce padre mio per confortarmi, 
pur di Beatrice ragionando andava, 
dicendo : « Gli occhi suoi già veder panni 

Cosi il poeta confessa la sua passata sensualità, di 
cui parlano pure antichi biografi e commentatori, e 
che noi abbiamo richiamato qui, non solo come ra- 
gione al posto dato ai lussuriosi nel cieco mondo, ma 
alla pietà che assale Dante, pel tormento di Paolo e 
di Francesca, sino alle lagrime, sino allo svenimento. 

Dante dunque, lasciato il Limbo, entra con Vir- 
gilio nel secondo cerchio dove Minosse, il savio di 
Creta, orribile ma giusto, decide in qual posto, se- 
condo le colpe, debbono cadere, per l'eternità, le anime. 
Ciò egli indica fasciandosi a tante riprese il corpo 
con la coda, per quanti gradi esse debbono discen- 
dere. E poiché Dante solitamente prese i suoi demoni 
dalla mitologia e dalle figurazioni pagane, come Ca- 
ronte, Cerbero, il Minotauro, le Arpie, i Centauri,, 
cosi io penso che l'immagine di Minosse fosse sug- 



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gerita al poeta da qualcuna di quelle statue mitria- 
che, ritenute demoni nel medioevo, che appaiono più 
o meno cinte dal serpe. Minosse, accortosi subito che 
Dante cammina ancora con la sua gravità di polpe e 
d'ossa (ossia non è ancor morto ed ombra), si oppone 
alla sua entrata, per la quale interviene Virgilio. I 
versi dantéschi sono qui cosi chiari e facili da non 
richiedere commento. 

Cosi discesi dal cerchio prunaio 
giti nel secondo, che men loco cinghia, 
e tanto più dolor che pugne a guaio. 

Stavvi Minos orribilmente, e ringhia : 
esamina le colpe nell' entrata, 
giudica e manda secondo che avvinghia. 

Dico, che quando l'anima mal nata 
gli vieti dinanzi, tutta si confessa; 
e quel conoscitor delle peccata 

vede qual loco d'inferito è da essa: 
cignesi con la coda tante volte 
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; 
7'anno a vicenda ciascuna al giudizio; 
dicono e odono, e poi son giù volte. 

« O tu che vieni al doloroso ospizio » 
disse Minos a tne, quando mi vide, 
lasciando V atto di cotanto ufìzio, 

« guarda coni' entri e di cui tu ti fide : 
non t'inganni V ampiezza dell' entrare! » 
E il duca mio a lui: « Perché pur gride? 

Non impedir lo suo fatale andare : 
Vuoisi cosi colà dove si puote 
ciò che si vuole, e più non domandare ». 



- 8 - 

La bufèra inferna I che mai non resta, è degna 
£éna a chi, per passione d'amore trascesa a lussuria, 
fu agitato ed agitò; e travolse sé stesso e altrui nella 
cólpa e nel vizio. La bufera conduce gli spiriti, li 
scuòte, travolge, abbatte, percuote, tormenta; ed essi 
che gemono sempre, quando sogguardando vedono, 
al di sotto, l'abisso profondo dell'Inferno, presi da 
terrore gettano più alte strida e pili clamorosi pianti. 
E qui pure la poesia procede limpida e di sicura in- 
terpretazione. 

Ora incominciati le dolenti note 
a far misi sentire; or son venuto 
là dove molto pianto mi percote. 

Io venni in loco d'ogni luce muto, 
che mugghia come fa mar per tempesta 
se da contrari venti è combattuto. 

La bufera infernal che mai non resta 
mena gli spirti ; con la sua rapina, 
voltando e percotendo, li molesta. 
. Quando giungon davanti alla ruina, 
quivi le strida, il compianto, il lamento ; 
bestemmiar! quivi la virtù divina. 

Intesi che a cosi fatto tormento 
ènno dannati i peccator carnali 
che la ragion sommettono al talento. 

E come gli stornei ne por la n l'ali 
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
cosi quel fiato gli spiriti mali, 

di qua, di là, di giù, di su li mena ; 
nulla speranza gli conforta mai . 
non che di posa, ma di minor pena. 

Poi all'appressarsi d' un volo d'anime che appaiono 



- 9 — 

in lunga riga, come le lamentevoli gru, si che è con- 
sentito distinguerle ad una ad una, quand' invece altri 
gruppi erano passati confusi e incomposti come gli 
stornelli, Dante apprende da Virgilio man mano : esser 
Semiramide imperatrice di molte nazioni, varie di 
linguaggio, succeduta a Nino nel regno degli Assiri; 
poi Didone regina di Cartagine che, pur avendo fatto 
voto di castità alla morte di Sicheo, si diede ad Enea; 
poi Cleopatra ed Elena, che, rapita da Paride, è causa 
dèlia guerra di Troja, e Achille che, preso d'amore 
per Polissena, trova la morte; e Paris e Tristano.... 

E come i gru vati aiutando lor lai, 
facendo in aer di sé lunga riga, 
cosi vid' io venir, traendo guai, 

ombre portate dalla delta briga : 
perch'io dissi: « Maestro, chi son quelle 
genti, che V aer nero si gastigaP» 

« La prima di color, di cui novelle 
tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
fu imperatrice di molte favelle. 

A visio di lussuria fu si rotta, 
che libito fé' licito in sua legge, 
per torre il biasmo in cui era condotta. 

EU' è Sentir amis, di cui si legge 
che succedette a .Vino e fu sua sposa, 
tenne la terra che il Soldan corregge. 

L'altra è colei, che s'ancise amorosa., 
e ruppe fede al cener di Sicheo ; 
poi è Cleopatras lussuriosa . 

Elena vidi, per cui tanto reo 
tempo si volse, e vidi il grande Achille 
che con amore alfine combatteo. 



- 10 — 

Vidi Paris, Tristano... e più di milh 
ombre mostrommi, e nominoli?, a dito, 
che amor di nostra vita dipartale. 

Questi primi accenni a personaggi antichi, sono 
come l'omaggio che Dante rende a quanti, nel pas 
satp, storici o poeti o romanzieri, narrarono di grand: 
colpe d'amore. Ma poi egli non s'arresta a ripetere 
sia pure in nuova veste, ciò che altri cantò o rac 
contò; ansioso, com'è, di animare con la sua poesia 
con la sua passione, non una rimembranza classica 
o un fatto d'altri tempi, ma una tragedia avvenuta 
a' tempi suoi; piena, come si direbbe oggi, di attua 
lità ; viva, cioè, ancora, nel sentimento e' nella curio 
sita della società in cui viveva: materia nuova, che 
toccata, a sua volta, da una grande anima di artista 
balzerà come l'antica, e torse più dell'antica, vitale 
vigorosa, magnifica ed eterna. 

E questo appunto di Francesca è il primo dei ce- 
lebri episodi del poema dantesco che, oltre al grande 
splendore poetico, hanno un' importanza storica per- 
ché si svolgono su fatti accaduti quando il poeta vi- 
veva, e corrispondono, quindi, oltre che alla morale 
e alla psicologia di chi li commetteva, alla morale e 
alla psicologia di chi li giudicava. Naturalmente, nella 
storia ch'egli tesse, grande campo è lasciato alla fan- 
tasia che ricostruisce sulla scorta delle possibilità, 
alla fantasia che corre sulla strada della logica, ri- 
spetto tanto ai fatti quanto ai sentimenti. 

Anzi, come non ha voluto riprendere per tema di 
particolari narrazioni ciò che la storia o l' Iliade o 
la Tavola rotonda avevano già raccontato, cosi evita 
pure di fermarsi su quanto correva per le bocche di 



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tutti - . Egli vuole che la fantasia indaghi, divini, canti 
di quelle tragedie ciò che nessuno potè sapere; rompa 
quindi il mistero degli atti e delle angoscie che ri- 
masero ignote od oscure; soddisfi all'avida curiosità 
di conoscere ciò che rimase segreto. Ma, intanto, la 
sua poesia piena di profonda intuizione sgorga am- 
piamente umana, non ristretta ai soggetti dell'episo- 
dio forse nella realtà volgare, e piena di una sovrana 
passione, tanto più sublime del fatto, di quanto la 
mente e il cuore di Dante eran più alti di quelli di 
Paolo e di Francesca. 

Ricordiamo il canto d'Ugolino. Il poeta seguendo 
lo stesso modo, da lui fa dire, con allusione all'arci- 
vescovo Ruggieri, 

Che per l'effetto de' suoi ma' pensieri, 
fidandomi di Ini, io fossi preso 
e poscia morto, dir non è mestieri; 

ma tosto soggiunge : 

però quel che non puoi avere inteso 
ciò è come la morte mia fu cruda, 
udirai.... 

È quindi ciò che non si seppe che porge argo- 
mento alla terribile poesia. Nessuno entrò nel dolo- 
roso carcere, la cui porta era inchiodata; nessuno 
assistette alla straziante agonia del conte e dei figli, 
se non la mente e il cuore del poeta. 

Del pari egli, a Buonconte da Montefeltro, non fa 
descrivere la battaglia di Campaldino, né ciò che tutti 
o molti seppero; ma ciò che cercarono invano di sa- 
pere: com'egli, cioè, o il suo corpo, trafitto, scompa- 
risse dal piano di Certomondo senza che più nessuno 



— 12 - 

riuscisse a trovarlo, Bé a saperne novella. Onde Dante 
gli chiede : 

Qua/ J orsa o qua/ ventura 

ti traviò sìjuor di (ampa/dino 
che non si seppe mai tua sepoltura ? 

E Buonconte narra ciò che nessuno seppe: come 
fu ferito, e faggi, e cadde, e sentendosi mancare chiuse 
le braccia in croce, e si raccomandò a Maria, e si 
spense; e sopravvenne l'uragano, e diluviò, e le acque 
dell'Archiano lo travolsero in quelle dell'Arno, e que- 
ste lo ficcarono in un gorgo su cui passarono le sab- 
bie e le ghiaie seppellendolo per l'eternità. 

Cosi nell'episodio di Francesca. Non il racconto 
di ciò che tutti seppero e ripeterono, ma la tragedia 
interna e chiusa del nascere, aumentare, divampare 
dell'amore, e l'incrociarsi degli sguardi sospinti dalla 
complice lettura, e il bacio, e la colpa. 

Ciò che allora corresse per le bocche di tutti, ve- 
dremo. Fin d'ora però amiamo dire che i particolari 
dell'amore rimasero ignoti e quelli della tragedia 
confusi e strani. L'orrenda verità la seppero per un 
attimo i due amanti, tosto travolti nella morte ; e, se 
la ricordò a lungo Gianciotto, la ricordò in fiero an- 
goscioso silenzio. Che, del resto, se anche qualche 
famigliare o milite o parente o religioso ne conobbe 
qualcosa, non certo favellò. Ciò che avveniva allora 
nelle dimore dei potenti né giudice, né pubblico in- 
dagava, comi oggi indaga. 



Cerchiamo anzitutto di conoscere quali furono nella 
realtà i personaggi della tragedia rìminese. Paolo e 



- 13 — 

Gianciotto, figli di Malatesta da Verucchio, nel 1263 
«■ non erano pili fanciulli ». Un breve pontificio fa co- 
noscere che, per la loro sincera devozione dimostrata 
alla Chiesa romana, erano stati provveduti qualche 
tempo prima di certe pensioni a carico dei monasteri 
di Romagna. In un atto, poi, dell'anno seguente, sono 
chiamati sco/ares, ciò che li dimostra già adole- 
scenti. 

Infatti, appena sei anni dopo, Paolo sposò Orabile 
Beatrice di Ghiaggiuolo, dalla quale ebbe due figli. 
Fu poi nel "282 chiamato a Firenze per coprirvi la ca- 
rica semestrale di Capitano del Popolo, la quale non 
si concedeva a chi avesse meno di trentanni; e que- 
sto prova che egli era nato intorno al '2S0. 

Francesca, a sua volta, dalle nozze con Gianciotto 
Malatesta, ebbe una figliuola, chiamata al battesimo, 
col nome dell'ava paterna, Concordia. 

La tragica morte dei due amanti sembra, infine, 
accaduta in Rimini nel 1285. 

L'anonimo autore dell'Ottimo Commento scrisse 
che Paolo « molto bello del corpo e molto costumato » 
era « acconcio più a riposo che a travaglio ». Benve- 
nuto da Imola confermò il giudizio che altri segui- 
rono. Ma, modernamente, prima i poeti, poi i novel- 
lieri, poi i tragici, poi anche alcuni storici non ne 
convennero, si che fecero di Paolo un eroe come Tri- 
stano, come Lancelotto, in cui la bellezza fu pari al 
cuore, l'ingegno pari al valore. Ma io non veggo ge- 
Sta di lui che conforti tale opinione e penso, invece, 
che può ben convenire alle parole esser egli stato 
« più acconcio a riposo che a travaglio » il fatto che, 
recatosi a Firenze nel novembre del 1282, il 1° del 
febbraio seguente, ossia poco meno di quattro mesi 



- 14 - 

prima di aver compiuto l'accettata missione di Capi- 
tano del Popolo, chiese ed ottenne licenza d'andar- 
sene. 

Gianciotto invece (non Lancillotto o Lanciotto come 
taluni scrivono, ma Giovanni ciotto, ossia zoppo, onde 
Gianciotto) risulta storicamente l'antitesi del fratello: 
egli è difettoso, ma battagliero, attivo, fiero, risoluto. 
E che fiero e risoluto fosse, dimostra anche il modo 
col quale punì il fratello e la moglie che lo tradi- 
vano. Combatte contro Guido di Monte feltro, aiuta 
nelle guerre Guido di Monforte, regge con fermezza 
le podesterie di città difficili e bellicose come Forlì, 
Faenza e Pesaro. 

Anzi sembra ch'egli sorprendesse gli adulteri, giun- 
gendo occulto da Pesaro. Il Boccaccio, infatti, rac- 
conta che Gianciotto, informato della tresca, venne a 
Rimini per vendicarsi, da una terra vicina ov' era 
Podestà. 

Ora, sapendo che Paolo viveva ancora nel '283, che 
all'incontro nel '290 la tragedia era avvenuta; e non 
trovando nel corso degli anni intermedi se non la 
podesteria del '285 ossia quella di Pesaro, a noi piace 
di convenire nell'indicazione del Boccaccio. 

Intanto, per questo e per quello che dirò in ap- 
presso, sento bisogno di fare una professione di fede. 
Il Boccaccio, più che ammiratore, a buon dritto, ado- 
ratore di Dante, ben presto si diede a raccogliere 
notizie, cosi pel suo trattato della vita del poeta, come 
pel suo commento della Divina Commedia. Ma poiché 
le notizie raccolte espose con la vivacità e il colorito 
del novelliere e nessuno potè mai e può dimenticare, 
per merito di lui, esser egli l'autore del Decamerone, 
cosi man mano certa critica, diffidente più del dia- 



— 15 - 

volo, venne a dargli del fantastico e a dichiararlo 
inventore di fiabe e peggio. Altra critica, però, più 
attenta ai documenti e più cauta nelle conclusioni, 
potè dimostrare quanto di vero era nei racconti del 
Boccaccio e provare che il novelliere, per quanto ri- 
guarda Dante, ha spesso saputo anche essere storico. 

Le notizie poi relative a cose di Romagna e agli 
ultimi anni di Dante egli raccolse direttamente in Ra- 
venna dove aveva parenti dai quali era solito recarsi. 

Egli dunque sentf, là, ciò che poi riferi di Dante 
e di Francesca, e se qualche volta potè non narrare 
il vero, si fu perché le novelle correnti avevano al 
vero mischiato il non vero, come è succeduto, suc- 
cede oggi e succederà sempre. Perché se una par- 
ziale intrusione del non vero bastasse a toglier fede 
ad ogni racconto, non le pagine del Boccaccio, ma la 
storia cesserebbe d'esistere. 

Comunque, è sicuro che anche ciò che si riferisce 
a certe dicerie e a certi sentimenti, diffusi in certi 
momenti e in certi luoghi, appartiene alla storia. 

Vediamo ora quali fossero nel trecento le voci 
correnti sulla morte dei due cognati. 

L'Ottimo dice semplicemente che Gianciotto « prese 
una spada e conficcolli insieme in tal modo che ab- 
bracciati ad una morirono ». Il Boccaccio, invece, offre 
lunghi particolari : « E perseverando — scrive — Polo 
e Madonna Francesca in questa dimestichezza, et es- 
sendo Gianciotto andato in alcune terre vicine per 
podestà, quasi senza alcun sospetto insieme comin- 
ciarono ad usare. Della qual cosa avvedutosi un sin- 
gulare servitore di Gianciotto, andò a lui, e raccon- 
togli ciò che delle bisogne sapea, promettendogli, 
quando volesse, di fargliene toccare e vedere. Di che 



— 16 — 

Gianciotto fieramente turbato, occultamente tornò a 
Rimino: e da questo cotale, avendo veduto Polo en- 
trar nella camera di madonna Francesca, fu in quel 
punto menato all'uscio della camera, nella quale non 
potendo entrare, che serrata era dentro, chiamò di 
fuora la donna, e die di petto nell'uscio; perché da 
madonna Francesca e da Polo conosciuto, credendo 
Polo, per fuggir subitamente per una cateratta, per 
la quale di quella camera si scendea in un'altra, o 
in tutto o in parte potere ricoprire il fatto suo ; si 
gettò per quella cateratta, dicendo alla donna, che 
gli andasse ad aprire. Ma non avvenne come avvi- 
sato avea; perciocché, gittatosi giù, si appiccò con una 
falda d'un coretto, il quale egli avea indosso, ad un 
ferro, il quale ad un legno di quella cateratta era. 
Perché, avendo già la donna aperto a Gianciotto, cre- 
dendosi ella, per lo non esservi Polo, scusare ; ed en- 
trato Gianciotto dentro, incontanente s' accorse, Polo 
essere ritenuto per la falda del coretto; con uno stocco 
in mano correndo là per ucciderlo, e la donna accor- 
gendosene, acciocché quello non avvenisse, corse ol- 
tre presto e misesi in mezzo tra Polo e Gianciotto, 
il quale aveva già alzato il braccio con lo stocco in 
mano, e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne 
quello che egli non avrebbe voluto, cioè, che prima 
passò lo stocco in petto della donna, che egli aggiun- 
gesse a Polo. Per lo quale accidente turbato Gian- 
ciotto, siccome colui che più che sé medesmo amava 
la donna, ritratto lo stocco, da capo riferì Polo, ed 
ucciselo ; e cosi amendui lasciatigli morti, subitamente 
si partia e tornossi all'ufficio suo. Furono poi li due 
amanti con molte lagrime, la mattina seguente, sep- 
pelliti, e in una medesma sepoltura». 



- 17 - 

Ora è chiaro che, mentre le parole dell' Ottimo pos- 
sono essere parafrasi o interpretazione o conseguenza 
del verso: * Amor condusse noi ad una morte» ed 
anche dell'altro « questi che mai da me non fia di- 
viso >, il racconto del Boccaccio si svolge tutto su 
particolari non necessari al commento, e quindi indi- 
pendenti dalla poesia dantesca, ciò che dimostra che 
non derivavano da questa, ma correvano in Roma- 
gna come notizia o credenza comune. 



Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e i cavalieri, 
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 

lo cominciai : « Poeta, volentieri 
parlerei a quo' due, che insieme vanno, 
e paiou si al volto esser leggeri. » 

Ed egli a me: « Vedrai quando saranno 
più presso a noi, e tu attor li prega 
per quell'amor che i mena, e quei verranno * . 

La pena, inflitta a quei dannati in genere, ha già 
turbata l'anima di Dante. « Pietà mi giunse e fui quasi 
smarrito » ha confessato, quando nell'aria scura, lie- 
vemente rischiarata dai riflessi di fuoco che giungono 
dalla lontana città di Dite, intravede due leggere om- 
bre, portate insieme dalla bufera.... 

Perché unite ? — Facciamoci fin d' ora la domanda, 
ma riserbiamoci di rispondere a miglior tempo. 

Virgilio, placando la brama di Dante, risponde: 

Vedrai quando saranno 
piti presso a noi, e tu aliar ti prega 
per quell'amor che i mena ; e quei verranno. 



— 18 - 

« Per quell'amor che i menai» Tutto l'episodio 
si svolge infatti sul tema dell'Amore, e il suo nome 
fatale e il verbo amare e i participi amato e amante, 
risuonano nei pochi versi ben dieci volte, incalzan- 
dosi sino in triplice ripresa come a ben fermare che 
di tutto — colpa, tragedia, inferno — fu causa l' indo- 
mabile violenza di quella passione. 

E Dante nell'ansia nemmeno attende che gli si:tn 
giunti dinanzi : 

Si tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce : « O anime affannate, 
lenite a noi parlar s'altri noi niega ». 

Questo il grido affettuoso per la bontà di due sen- 
timenti: il riconoscimento e la commiserazione del 
loro affanno (o anime affamiate) e ir pensiero della 
loro pena nel verso: 

venite a noi parlar s'altri noi niega, 

quasi Dante dicesse: « Non vorrei che per mia colpa, 
qualora rispondeste all'invito, voi foste gravate di 
maggior castigo. Venite soltanto se Altri, se Dio, noi 
niega ». E Dio noi niega, che anzi fa che intorno alle 
due anime la bufera a un tratto s'arresti e il vento 
taccia. 

Abbiamo visto come, pensando all' immenso e vario 
volo di tutte le anime travolte nel turbine infernale, 
Dante abbia ora richiamata l'imagine degli stornei che 
emigrano in frotta al freddo tempo, ora quella delle 
gru allineate e gemebonde. Qui invece a far fede del 
volo rapido, diritto, leggero onde gli amanti erano 
andati a lui, -sospinti, non più dal vento, ma dal de- 



- 1Q - 

siderio e dal volere, egli ricorre alla similitudine dei 
colombi che volano al nido per impazienza d'amore: 

Quali colombe, dal disio chiamate, 
con l'ali aperte e ferme al dolce nido 
voi a ìi, per l'aer dal voler portate ; 

colali uscir dalla schiera ov' è Di do 
a noi venendo per l'aer maligno, 
si forte fu /' affettuoso grido. 

E Francesca comincia: «O creatura non morta, o 
corpo ancora animato, cortese, pietoso, che per l'aria 
densa e rossastra sei. giunta sino a noi, che, morendo 
uccisi, lasciammo nel mondo un segno del nostro san- 
gue; se non avessimo demeritata la bontà di Dio, noi 
lo pregheremmo per la tua pace, tanta è la pietà che 
dimostri verso di noi, cosi castigati e tormentati. 

anima/ grazioso e benigno 
che visi /andò vai per l'aer perso 
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

se fosse amico il Re dell' Universo, 
noi pregheremmo Lui per la tua pace 
perché hai pietà del nostro mal perverso. 

Xon preghiera questa, che , nell' Inferno ogni pre- 
ghiera è morta; ma intenso, soave desiderio di pre- 
ghiera, quando invece gli altri dannati bestemmiano 
la virtù divina e le fanno contro vituperosi gesti. 
« Oh potessimo giovarti con le preghiere, ma queste 
non possono formarsi sulle nostre misere labbra ! > 

Di quel che udire e che parlar ti piace 
noi udiremo e parleremo a vui, 
mentre che il vento, come fa, si tace. 



— 20 - 

Poi Francesca accenna al luogo dove nacque : 

Siede la terra, dove nata fui, 
su la marina dorè il /'<> discoide 
per aver pare CO' seguaci sui. 

Taluni hanno chiamato questa magnifica terzina 
una parafrasi lunga e inutile. Ora si guardi. Fran- 
cesca allude vagamente a Ravenna dove nacque, senza 
nominarla per un delicato senso di pudore, quasi la 
turbasse il pensiero del padre e dei fratelli ancor 
vivi in essa. Pia de' Tolomei, perché innocente, non 
indugia, all'incontro, a nominar la sua Siena, ove visse 
casta, e la Maremma dove mori consunta. Poi, in 
quell'ultimo verso, proprio in quell'ultimo verso, Fran- 
cesca avverte come un contrasto al suo tormento che 
sarà eterno, mentre anche il gran fiume, dopo cosi 
lungo cammino, e dopo tanto tributo di confluenti 
raggiunge pur la sua pace nel mare ! E tutto questo 
senza guardare al superbo tocco nostalgico che tra- 
versa la mente di lei pel ricordo della nativa pianura, 
e alla bellezza paesistica che solo può intendere chi ha 
visto il Po, vasto, solitario, solenne, muto, verso la foce, 
dove sembra rallentare e fermarsi, veramente stanco, 
veramente desideroso di pace, ben diverso da quel 
che appare nella lieta sollecitudine del corso alpestre. 

Ma a che tormentarsi con ricordi di pace, tra il 
tumulto senza fine dell'Inferno? L'anima di Fran- 
cesca si scuote, e scattando impetuosa, col triplice 
grido: Amore, Amore, Amore, incolpa la passione di 
tutto: della felicità sua e di Paolo, del loro peccato, 
della loro morte, della loro dannazione, perché ap- 
punto la passione giunse per lei < all' onnipotenza del 
fato ed operò come fosse la sola divinità della vita ». 



- 21 - 

Amor che al cor gentil ratto s'apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 

Amor, clic a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer si forte 
che, come vedi, ancor non m' abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte. 



Triste, ora, dall'altezza di tali versi scendere al 
pianici reno delle chiose: ma necessario! 

Amor che al cor gentil ratto s' apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta, e il modo ancor in' offende. 

I commentatori spiegano : Amore prese Paolo per 
la mia bella persona che mi fu tolta da Gianciotto 
quando mi uccise, e il modo ancor m'offende, perché 
mi colse sull'atto del peccato e non mi lasciò tempo 
a pentimento ». Però — si badi — il De Sanctis ha 
detto: « Frase oscura e di poco effetto », e il Foscolo 
ha cercata diversa interpretazione, perché la comune, 
errata, non lo appagava. 

Con essa, anzitutto, si perde ogni senso d'ordine e 
di progressione rispetto ai versi che seguono, peroc- 
ché in quella terzina Francesca alluderebbe già alla 
sua morte, per poi dire, nella seguente, che s'inna- 
morò di Paolo e poi, nell'altra, ripetere ancora che 
Amore la portò a morte insieme a Paolo. 

Che Dante abbia messo in bocca a Francesca un 
breve racconto della vita di lei e che questo debba 
procedere cronologicamente è ovvio. Infatti esso co- 



- 22 - 

4 

mincia dalla nascita e finisce alla morte. Ebbene : 
qualora si persista ad intendere che la bella persona 
sia quella di Francesca e che le parole « mi fu tolta » 
significhino * fui uccisa», s'avrà tale un disordine 
nella narrazione e una ripetizione cosi strana e 
vana, da parere indegna, non dico di Dante, ma d'o- 
gni minore poeta. Infatti Francesca verrebbe a dire: 
« Nacqui a Ravenna — Paolo s'innamorò di me — 
Io fui uccisa — Allora m' innamorai di lui — Fum- 
mo uccisi insieme*. 

E, si badi, questo già vide e notò uno dei più agili 
ed acuti commentatori di Dante, mille miglia lontano 
dal pensare a quell'interpretazione che noi da un 
terzo di secolo andiamo sostenendo. Alludiamo a 
Raffaele Andreoli, il quale, poco oltre alla metà del 
secolo scorso, scrisse : « Il parlar di sua morte qui 
prima che della corrispondenza all'amor di Paolo, 
non sarebbe naturale in Francesca; la quale infatti 
più opportunamente ne parla di poi ». 

E, poi, che significa « Il modo ancor m'offende? » 
Non fece forse Gianciotto ciò che prima di lui e dopo 
e ora e in futuro, hanno latto e tanno e faranno mi- 
gliaia di mariti traditi ? Gianciotto si che aveva ar- 
gomento d'essere offeso del modo onde la sposa e il 
fratello lo trattavano ! Alcuni dicono che le parole 
« il modo ancor m'offende » possono alludere al fatto 
di non avere Gianciotto lasciato a Francesca il tempo 
di pentirsi. Come mai, nell'atto che egli, fiero e vio- 
lento, scopri la tresca e il vergognoso tradimento del 
fratello, poteva esser cosi devotamente calmo, da la- 
sciar tempo a Francesca di chiamare il prete, farsi 
confessare, far la comunione e poi dichiararsi pronta 
ad essere uccisa? Un altro altissimo genio, quello 



- 23 — 

forse che più s'accosta alla grandezza di Dante r Shake- 
speare, ha ben affrontato tale situazione, dove fa che 
Otello solleciti Desdemona alla preghiera prima di 
morire: 

— Avete pregato Iddio stanotte, Desdemona ? 

— Si, mio sposo. 

— Se vi risovvenite di qualche peccato di cui non 
abbiate chiesto al cielo e ottenuto grazia, fatelo tosto. 

— Ahimè, signore! che volete voi dire con queste 
parole ? 

— Obbedisci e sii svelta : io passeggerò la stanza 
intanto che la tua anima si prepara... Tu sei nel tuo 
letto di morte! — 

Questo dialogo la rabbrividire e ricorda quello an- 
cor più terribile tra Cristina di Svezia e il conte Mo- 
naldeschi, ch'ella in fine abbandona ai manigoldi di- 
cendo : * Uccidetelo, ma prima abbiate cura della sua 
anima ». 

Ma le situazioni eran del tutto diverse. Cristina 
castiga, con torbida ferocia, le imprudenti vanterie 
del conte da lei raccolte con paziente indagine; Otello 
non iscopre, come Gianciotto, all'improvviso la colpa 
della moglie e l'oltraggio del proprio fratello; ma 
cede gradatamente al tarlo terribile e lento del so- 
spetto e della gelosia. Nella lotta per non abbando- 
narsi all'ira e strangolare Desdemona, si rivela ap- 
punto tutto il tragico tumulto del cuore di Otello. 

Ma quelle parole di Francesca interpretate cosi 
come s'è voluto finora non sembrano aver senso. 
L'ha detto il De Sanctis, l'ha sospettato il Foscolo, 
l'ha riconosciuto il Fornaciari, l'hanno mostrato 
quanti hanno proposto, contrariamente al testo di tutti 
i codici, che si legga : « e il mondo ancor m'offende ». 



— 24 - 

Ebbene; io penso che nelle parole 

Amor.... 
prese costui de la beila persona 
che mi fu tolta, e il modo amor m offende 

siano adombrate le voci che correvano precisamente 
a' tempi di Dante, intorno alle nozze di Francesca e 
all'inganno di cui ella sarebbe stata vittima. 

Si senta. Il Boccaccio racconta che alla giovine 
donna ravennate non era stato promesso Gianciotto, 
bensì Paolo, che poi, per inganno, le fu tolto. Infatti, 
egli narra, « al tempo dato venne in Ravenna Polo, 
fratello di Gianciotto, con pieno mandato ad isposare 
madonna Francesca. Fra Polo bello e piacevole uomo e 
costumato molto: ed andando con altri gentiluomini 
per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una 
delle damigelle di la entro, che il conoscea, dimostrato 
da un pertugio di una finestra a madonna Francesca, 
dicendo : quelli è colui che dee esser vostro marito : 
e cosi si credea la buona femmina. Di che madonna 
Francesca incontanente in lui pose l'animo e l'amor 
suo. E fatto poi artificiosamente il contratto dello 
sponsalizio e andatone la donna a Rimino... si deve 
credere che ella vedendosi ingannata, sdegnasse; né 
perciò si rimovesse dall'animo suo l'amore già po- 
stovi verso Polo». L'anonimo fiorentino (come più 
tardi Girolamo Rossi e il Clementini) si tiene al rac- 
conto : « Acciò che la buona donna non rifiutasse il 
marito, si fece venire Polo a sposarla per Gianciotto 
suo fratello, et cosi credendosi aver Polo per marito, 
ebbe Gianciotto. È vero che innanzi ch'ella fosse 
sposata, essendo un di Polo nella corte, una came- 
riera di madonna Francesca gliel mostrò et disse : 



— 25 — 

quegli fio Ino marito. Ella il vide bello, posegli amore 
et contentossene. Et essendo ita a marito et trovan- 
dosi a lato Gianciotto et non Polo, Cornelia credea, 
hi male contenta ». 

Tale racconto si trova pure, ma in qualche parte 
diverso, nelle chiose edite da lord Vernon e nel com- 
mento del Landino; ma appunto perché diverso, prova 
che diversa era la fonte e, indirettamente, ch'era pur 
sempre opinione comune che a Francesca fosse pro- 
messo uno dei fratelli Malatesta e ch'ella poi fosse 
data all'altro. Ecco la chiosa: « Chapitando a Ra- 
venna un buffone é veggendo questa giovine tanto 
bella, disse alla madre di questa fanciulla che aveva 
cerchato la corte di quattro signori, né mai avea ve- 
duta più bella giovane di questa, né di giovani avea 
veduto più bello giovane che Paolo de' Malatesti e 
che se queste due bellezze si potessino accozzare in- 
sieme a matrimonio, mai non si vide più bella chop- 
pia. E ciò sentendo la madre, mai non pensò se non 
che questo parentado si facesse; e fatto il parentado 
a parole e venendo Lanciotto a Ravenna per isposare 
Francescha pel fratello, e veggendola si bella disse 
che la volea per sua donna, e, non essendo chi 1 con- 
tradicesse essendo signore, la tolse e fu sua sposa >. 

E il Landino : « Francesca fu femina di bellezza e 
di maniere excellentissima... Dicono che la madre sua 
la voleva dare a Paolo, et Lanciotto andò a Ravenna 
per sposarla per lui: ma vedendola si bella et inna- 
morato, se ne la chiese per sé, et perché era huom 
potente et terribile, gli fu data più per paura che per 
amore ». 

Ora di tali voci, diffuse e ripetute anche se non 
vere, Dante tenne conto : e tutto a me par chiaro e 



- 26 - 

logico. La bella persona è quella di Paolo che, come 
s'è visto, da tutti era chiamato precisamente il bello, 
in contrasto fors' anche con Gianciotto deforme. 

Francesca viene a dire: «Amore prese costui da 
la bella persona, la quale mi fu tolta, perché, dopo 
essermi stato mostrato e promesso, egli lu sostituito 
con suo fratello brutto e sciancato, e il modo, ossia 
l'inganno, m'offende ancora ». Quel « de la > equivale 
a « da la* {Amor prese costiti da la bella persona) 
e, di cosi intendere, altri esempi danteschi acconsen 
tono. E ciò, quando, non si preferisca senz'altro, come 
io vorrei, la variante « da la ! » 

Allora Francesca non chiama, con vanità certo 
non consentita dalla severità del canto e del luogo, 
bella sé stessa, ma chiama bello l'amico; non rinun- 
zia a un grande argomento di discolpa, proclamandosi 
ingannata per la sostituzione del bell'uomo con l'al- 
tro ripugnante: le parole: il modo ancor m' offende, 
tornano superbamente appropriate ; e il racconto pro- 
cede ordinato, serrato e continuo : « Nacqui a Ra- 
venna — Amore prese Paolo, da la bella persona — 
Questa mi fu tolta, con tale inganno, che ancora mi 
sento offesa — Io m'abbandonai, felice di piacergli — 
Fummo uccisi insieme. 

E ora, ripetiamo la domanda che lasciammo senza 
risposta: — Perché, le anime di Paolo e di Francesca, 
unite ? 

Dicono taluni: perché uscite da corpi còlti e tra- 
fitti insieme. 

Ma come pensare che Dante trar potesse da una 
feroce e cruenta consacrazione d'una volgare flagran- 
za, il singolare dono a quell'anime di non disgiun- 
gersi mai? 



- 27 — 

Si è pure pensato: v'hanno nel mondo sentimenti 
che vivono a sé e si manifestano in piena soggetti- 
vità, senza, cioè, la necessità di un essere sul quale 
riversarsi ed esercitarsi. Tali, ad esempio, la gioia, 
la malinconia, la noia. 

L'amore e l'odio sono invece esclusivamente og- 
gettivi. Perciò Dante ha tenuto insieme Paolo e Fran- 
cesca, come ha tenuto insieme il conte Ugolino e 
l'arcivescovo Ruggeri. Tutti e quattro, in altre pa- 
role, sono discesi all'Inferno col fardello delle loro 
reciproche passioni: i primi congiunti anche oltre 
tomba dall'amore; i secondi dall'odio. 

Ma allora perche Dante non vede all' inferno con 
Elena, Paride ; con Achille, Polissena ; con Paris, 
Vienna; con Tristano, Isotta ? 

Ma ben si libra su tutti il pensiero che la divina 
concessione fatta ai due cognati d'andare insieme e 
di non essere più, per l'eternità, divisi sia mossa, in 
quel luogo d'eterna giustizia, da un atto, appunto, 
d'eterna giustizia: lasciar congiunte quelle anime 
offense che l'iniquità umana, con basso inganno, aveva 
disgiunte, e l'amore ricongiunte portandole al peccato 
e alla dannazione. 

Voi vedete quale completa armonia di concetti e 
quanto ordine e quanta precisione verbale escano 
dalla nuova interpretazione! E noi speriamo che finirà 
per trionfare sulla vecchia quantunque ci sia noto 
che anche i mostri quando riescono a invecchiare 
fanno le ossa dure. 

Amor che a nullo minilo amar perdona, 

Amore il quale non dispensa colui che sia amato, dal 
riamare, 



— 28 - 

mi prese del costui piacer si forte 

che conte vedi ancor non mi abbandona. 

« mi diede tanta bramosia di piacergli, di corrispon- 
dergli, di riamarlo che, come vedi, non mi abbandona 
nemmeno dopo la morte, nemmeno tra le pene del- 
l' inferno » perché (e questo ritengo indiscutibile) 
quell'arco/' non m'abbandona non <■ qui da riferirsi 
a Paolo, ma all'amore. 
E conclude : 

Amor condusse noi ad una morte: 

Caina attende chi vita ci spense, 

ossia: il luogo dell'Interno che ha nome da Caino, 
fratricida, perché vi si puniscono i traditori del pro- 
prio sangue, attende l'anima di Gianciotto e dice 
« attende » perché il poeta mette il suo viaggio nei 
regni d'oltretomba al 1300 mentre Gianciotto visse 
sino al 1304. E chi oserebbe negare che Dante, scri- 
vendo « Caina attende », oltre che al fatto dell'ucci- 
sione, non risalisse col pensiero anche al primo e 
non meno crudele tradimento fatto da Gianciotto al 
fratello, di togliergli la donna amata e di sposarla 
riluttante ? E che altro può significare quel chiamar, 
subito dopo, le anime dei due cognati offense? 
Il verso che segue : 

Queste parole da lor ci far porle, 

ed alcuni argomenti d'ordine psicologico, come l'a- 
sprezza di quel terribile : 

Caina attende chi vita ci spense, 

in contrasto con la rassegnata mitezza di Francesca, 
hanno fatto lungamente discutere se nell'episodio 



— 29 — 

parli solo Francesca, oppure anche Paolo o se almeno 
costui non dica l' ultimo verso donde balza come 
un'onda inattesa d'ira e d'odio. 

Io credo che parli solo Francesca, e che il tacito 
assentimento di Paolo valga come se parlassero en- 
trambi. Se di due persone che si sono trovate pre- 
senti a un fatto, una sola narra e l'altra conviene, e 
facile poi dire: « hanno raccontato ». Dante stesso, 
appena detto: Hai mi rivo/si a loro, parla a France- 
sca, e Francesca discorre in plurale (noi che tignemmo 
il mondo di sanguigno — noi pregheremmo — noi 
nel iremo e parleremo) ogni qualvolta l'avvenimento 
o il sentimento riguarda insieme lei e l'amante, ri- 
serbando, com'è naturale, il singolare per ciò solo 
che riguarda separatamente o lei o Paolo. Si è detto 
sino che tutto ciò che è in plurale è pronunziato dai 
due insieme. Proprio un duetto teatrale ! Ma perché, 
in tal caso, quando si tratta del singolare, Paolo non 
interviene direttamente e lascia che parli sempre Fran- 
cesca ? (Amore prese cosini). Il De Sanctis scrive fe- 
licemente che la sola donna parla, e Paolo è l'espres- 
sione muta di lei. Che doveva dire, infatti? Non è la 
Jonna che, in tal caso, può cattivarsi di più la pietà 
e il perdono? Ella, debole, appassionata, ha tradito 
bensf il marito, ma gli fu unita per inganno; egli 
invece ha tradito il fratello, e la sua parola non po- 
trebbe essere che fiacca e sinistra. Del resto, perché 
l'amante romagnola non deve avere nessuno di que- 
gli scatti irruenti e coraggiosi che anche le donne 
più timide hanno quando si tratta di difendere una 
persona adorata? Perché non può insorgere impre- 
cando a Gianciotto che, dopo aver tòlta lei al suo 
Paolo, ruppe a costui anche il petto fraterno? Infatti 



— 30 - 

Paolo, cosi senza parole, cinto d'angoscia e'di mistero, 
con l'anima che si stempera in pianto, al ricordo del 
tempo felice, assume l'aspetto alto e severo di chi 
giudichi sé stesso nell'acerbità del pentimento. 

Uno dei sensi più delicati e più profondi dei versi 
già letti, è il senso di verecondia col quale France- 
sca tende a velare la storia del suo peccato. « Ci in- 
namorammo — confessa soltanto — e fummo uccisi *. 
Non chiesta, nulla dice dell'ora in cui fu perduta, si 
che Dante piega il capo pensoso, e non lo solleva se 
non riscosso dalla voce di Virgilio, e nemmeno allora 
azzarda l' ardita domanda : 

Da che io intesi quell'anime offense 
chinai il viso e tanto il tenni basso, 
finché il poeta mi disse : « Che pense ? » 

Quando risposi, cominciai : « O lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
menò costoro al doloroso passo ! » 

Ma sòrta cosi nell'anima del poeta la brama di 
sapere quali fossero quei pensieri e quel desio, egli 
vince il ritegno ed espressa tutta la sua pietà, lagri- 
mando, chiede : 

Poi mi rivolsi a loro e parla' io 
e cominciai : « Francesca, i tuoi martiri 
al lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi : al tempo dei dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore 
che conosceste i dubbiosi desiri ?* 

Né Francesca risponde subito alla domanda. Ella, 
presa di riguardo, ritarda ancora la confessione, con 
la celebre sentenza di Boezio che nulla è pili dolo- 



- 31 - 

roso che pensare ai giorni felici quando si è nell'an- 
goscia; e ciò può confermare Virgilio già cosi amato, 
onorato, beato su nel mondo. Ma poiché Dante non 
è spinto a chiedere e a conoscere da malsana curio- 
sità, ma dalla compassione e dal fatale bisogno di 
ritemprarsi ad ogni virtù di fronte ad ogni vizio, o, 
meglio, pena d'ogni vizio, ed è favorito dalla Grazia 
divina, Francesca confesserà tutto, piangendo, mi 
schiando, cioè, singulti, lagrime e parole. 

Ed ella a me: « Nessun maggior dolore 
che ricordarsi del tempo felice 
nella miseria, e ciò sa il tuo dottore. 

Ma se a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
farò conte colui che piange e dice*. 

L'intima lotta è vinta: oramai i due poeti cono- 
sceranno l'ora segreta e la sciagurata vittoria dei 
sensi. Ma nelle parole di Francesca è come un mi- 
sterioso raccoglimento, che sembra togliere quel 
gruppo di quattro persone al tumulto e al fragore 
della bolgia infernale. 

♦ Noi leggevamo un giorno per diletto, 
di Lancelotto, come Amor lo strinse: 
soli eravamo e senza aleuti sospetto ». 

Paolo e Francesca, leggono dunque degli amori 
di Lancilotto e della regina Ginevra, amori favoriti 
da Galeotto. Sono soli, in luogo appartato, lontano da 
ogni sguardo, senz'alcun sospetto riguardo agli altri, 
o forse (come lascia pensare la frase per diletto) an- 
che rispetto a sé stessi. 

Leggono : 



- 32 - 

— Dice Ginevra a Latice/otto : E quanto è die voi 
mi amati tanto ? 

— Dal giorno ch'io fui cavaliere. 

— Per la fede che voi mi dovete, donde viene que- 
sto amore che voi avete messo in me? 

— Dama, da voi, che di me faceste un vostro (imi co, 
se la vostra bocca non ha mentito. 

— Amico mio, come? 

— Dama, io venni davanti a voi, quando io presi 
licenza dal re; e vi accomandai a Dio; e dissi ch'io 
era vostro cavaliere in tutti i luoghi. E voi mi di- 
ceste che volevate che io fossi vostro amico. Ed io 
vi dissi: Addio, dama. E voi diceste: Addio, mio 
bello e dolce amico. Questo fu il motto che mi fece 
valente uomo, se io il sono, né mai poscia fui a si 
gran pericolo che io non ine ne ricordassi : questo 
motto mi ha confortato contro tutti i nemici miei : 
questo mi ha guarito da tutti i mali : questo mi ha 
fatto ricco in messo alla povertà ». 

Ginevra cosi ama Lancelotto, ma gode a tormen- 
tarlo sino a che, egli credendosi deriso, è per cadere 
tramortito. Interviene Galeotto che la rimprovera : 
« Donna abbiate pietà. Egli è tale che v'ama più di 

sé medesmo Certamente non vi domanda mai cosa 

alcuna perché teme ; ma io ve ne prego per lui : e se 
bene io non ve ne pregassi, si lo dovreste voi procac- 
ciare, perché più ricco tesoro non potreste conqui- 
stare già mai.... Vi prego dunque che gli doniate 
l' amor vostro e lo ritegnate sempre per vostro cava- 
liere ; che divegnate sua dama per tutta la vostra 
vita, e V avrete fatto più ricco che se voi gli aveste 
donato tutto il mondo » . 

Si comprende che questa lettura commovesse i 



- 33 - 

due cognati, già fortemente presi d'affetto, e che essi 
fissandosi negli occhi impallidissero, mentre le fiamme 
del desiderio divampavano ormai irrefrenabili. 

« Per piti finte gli occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso, 
ma solo un punto fu quel che ci vinse ». 

Furono vinti quando lessero che i due amanti della 
Tavola Rotonda si baciarono lungamente: « Ed era 
fattosi notte grandemente, e la luna era levata e fi- 
cea chiaro si che ella Iucca per tutta la prateria ». 
Un tremito scuote la bella persona di Paolo che ac- 
costa il suo volto a quello di lei. Gli aliti si confon- 
dono, le labbra si toccano, il libro cade. Ah, complici 
e mezzani, tra di loro, il libro e chi lo scrisse, come 
Galeotto, già, tra i due antichi amanti ! 

« Quando leggemmo il disiato riso 
esser baciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fi a diviso, * 

la bocca mi baciò tutto tremante ; 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; 
quel giorno più non vi leggemmo avanle ». 

Alle parole 

Questi che mai da me non fui diviso 
la bocca mi baciò... 

il De Sanctisnota : « Quando Francesca è vinta, quando 
il peccato, ch'era già nell'anima si rivela, nel punto 
stesso del bacio, anzi prima ancora che il peccato le 
esca di bocca, tra « questi » e *la bocca mi baciò » tra 
l'amante e il peccato, si gitta in mezzo l'inferno, e 
il tempo felice si congiunge con la miseria, e quel 



-34— 

momento d'oblio, il peccato, non si cancella più, di 
viene l'eternità ». 

Taluni hanno pensato che, dopo l'accenno al ba- 
cio, il verso 

Quel giorno piti noti vi leggemmo avante 

significhi che i due amanti furono uccisi, e che non 
ebbero altre colpe se non quel bacio. Ahimè, il luogo 
d'inferno, in cui i cognati si trovano, mostra che 
quel mirabile verso adombra la colpa ! Ed è cosi 
bello, sarei per dire cosi verecondo in bocca a donna 
non volgare, che tutta bensì si confessa, ma che pure 
è trattenuta nei limiti della dignità! Là dov'ella 
chiude il racconto, comincia appunto il periodo delle 
colpe gravi; ond'ella non deve, non può, non vuole 
piti parlare. 

All'angoscia che destano le parole di Francesca, 
al largo lagrimare di Paolo tanto pili commovente 
nell'aspetto di un uomo giovine e forte, Dante sente 
l'anima propria chiudersi nel dolore, e cade svenuto. 

Mentre che l'uno spirto questo disse, 
l'altro piangeva, si che di pietà de 
io venni men cosi coni' io morisse, 

e caddi come corpo morto cade. 

Ora io domando: non sembra a voi tutti d'aver 
assistito a una lunga e possente tragedia ? Non avete 
voi vista da tale poesia emergere la figura di Fran- 
cesca viva, umana, appassionata: e percorrere tutti i 
gradi della passione, e svelare.sentimenti e fatti, vo- 
luttà e dolori, colpe e tormenti, e accampar scuse tra 
lagrime e reticenze, tra gridi e gemiti, come in un 
succedersi vasto di quadri o di atti pieni di forza, di 



- 35 - 

dolcezza, di pietà ? Ebbene : questo immortale dramma 
d'amore non occupa che settanta versi, ossia la breve 
misura di cinque sonetti. Ma ogni frase, ogni accenno 
ha la sua ragione d'arte, ha il suo significato mo- 
rale. 

E perciò, per misurare intero lo splendore, di que- 
sta poesia; per intendere, non tanto le parole, quanto 
la loro anima; non tanto col cervello quanto col cuore, 
bisogna indugiare sopra ogni pensiero* ascoltare ogni 
più sommesso accento, osservare ogni più lieve fre- 
mito, cogliere ogni più rapido sussulto; parlare con 
Francesca e, come Dante, interrogarla, soffrire, pian- 
gere con lei. 



Cosi discesi del cerchio primaio 
giù nel secondo, che men loco cinghia, 
3 e tanto più dolor che pugne a guaio. 
Stavvi Minos orribilmente, e ringhia: 
esamina le colpe nell'entrata, 
6 giudica e manda secondo che avvinghia. 
Dico, che quando l'anima mal nata 
gli vien dinanzi, tutta si confessa ; 
9 e quel conoscitor delle peccata 

vede qual loco d'inferno è da essa: 
cignesi con la coda tante volte 
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte ; 
vanno a vicenda ciascuna al giudizio ; 
15 dicono e odono, e poi son giù volte. 



- 36 - 

« O tu, che vieni al doloroso ospizio » 
disse Minos a me, quando mi vide, 
18 lasciando 1' atto di cotanto ufizio, 

«guarda com'entri, e di cui tu ti fide: 
non t'inganni l'ampiezza dell'entrare!» 
21 E il duca mio a lui: < Perché pur gride? 
Non impedir lo suo fatale andare: 
vuoisi cosi, colà dove si puote 
24 ciò che si vuole, e più non dimandare ». 
Ora incomincian le "dolenti note 
a farmisi sentire; or son venuto 
27 là dove molto pianto mi percote. 

Io venni in loco d'ogni luce muto, 
che mugghia come fa mar per tempesta 

30 se da contrari venti è combattuto. 

La bufera infernal che mai non resta 
mena gli spirti; con la sua rapina . • 
33 voltando e percotendo, li molesta. 

Quando giungon davanti alla ruina, 
quivi le strida, il compianto e il lamento; 
36 bestemmian quivi la virtù divina. 
Intesi che a cosi fatto tormento 
ènno dannati i peccator carnali 
39 che la ragion sommettono al talento. 
E come gli stornei ne portan l'ali 
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
42 cosi quel fiato gli spiriti mali, 

di qua, di là, di giù, di su gli mena ; 
nulla speranza gli conforta mai, 
45 non che di posa, ma di minor pena. 
E come i gru van cantando lor lai, 
facendo in aer di sé lunga riga, 
48 cosi vid' io venir, traendo guai, 

ombre portate dalla detta briga; 
perch'io dissi: « Maestro, chi son quelle 

31 genti, che l'aer nero si.gastiga ? » 

«~La prima di color, di cui novelle 
tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
54 fu imperatrice di molte favelle. 



- 37 - 

A vizio di lussuria fu si rotta, 
che libito fé' licito in sua legge 
57 per torre il biasmo in cui era condotta. 
EU' è Semiramis, di cui si legge 
che succedette a Nino, e fu sua sposa ; 
60 tenne la terra che il Soldan corregge. 
L'altra è colei, che s'ancise amorosa, 
e ruppe fede al cener di Sicheo ; 
63 poi é Cleopatràs lussuriosa », 
Elena vidi, per cui tanto reo 
tempo si volse, e vidi il grande Achille 
66 che con amore al fine combatteo. 

Vidi Paris, Tristano.... e più di mille 
ombre mostrommi, e nominolle, a dito, 
69 che amor di nostra vita dipartine. 

Poscia eh' io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e i cavalieri, 
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 
Io cominciai : « Poeta, volentieri 
parlerei a que' due, che insieme vanno, 
75 e paion si al vento esser leggieri *. 

Ed egli a me : « Vedrai, quando saranno 
più presso a noi; e tu allor li prega 
78 per quell'amor che i mena, e quei verranno >. 
Si tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce : « O anime affannate, 
81 venite a noi parlar, s'altri noi niega >. 
Quali colombe dal disio chiamate, 
con l'ali aperte e ferme al dolce nido 
84 volan, per l'aer dal voler portate : 

cotali uscir della schiera ov'è Dido 
a noi venendo per 1' aer maligno, 
87 si forte fu l'affettuoso grido. 

« O animai grazioso e benigno, 
che visitando vai per l'aer perso 
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 
se fosse amico il Re dell' Universo, 
noi pregheremmo Lui per la tua pace 
93 perché hai pietà del nostro mal perverso. 



— 38 - 

Di quel che udire e che parlar ti piace . 
noi udiremo e parleremo a vui, 
96 mentre che il vento, come fa, si tace. 
Siede la terra, dove nata fui, 
su la marina dove il Po discende 
99 per aver pace co' seguaci sui. 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
prese costui da la bella persona 
102 che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 
Amor, che a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer si forte 
105 che, come vedi, ancor non mi abbandona. 
Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi vita ci spense ». 
108 Queste parole da lor ci fur porte. 

Da che io intesi quelle anime offense, 
chinai '1 viso e tanto il tenni basso, 
in finché il poeta mi disse: « Che pense?> 
Quando risposi, cominciai : « O lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
114 menò costoro al doloroso passo! » 
Poi mi rivolsi a loro e parla' io, 
e cominciai: « Francesca, i tuoi martiri 
117 al lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, 
a che e come concedette Amore, 
120 che conosceste i dubbiosi desiri ? > 

Ed ella a me : « Nessun maggior dolore, 
che ricordarsi del tempo felice 
123 nella miseria, e ciò sa il tuo dottore. 
Ma se a conoscer la prima radice 
del nostro^ amor tu hai 'cotanto affetto, 
126 farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
di Lancelotto, come amor lo strinse: 
129 soli eravamo e senza alcun sospetto. 
Per più fiate gli occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso : 
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse. 



- 39 — 

Quando leggemmo il disiato riso 
esser baciato da cotanto amante, 
135 questi, che mai da me non fia diviso, 
la bocca mi baciò tutto tremante; 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; 
138 quel giorno più non vi leggemmo avante >. 
Mentre che l'uno spirto questo disse, 
l'altro piangeva, si che di pietade 
141 io venni men cosi com'io morisse, 
e caddi, come corpo morto cade. 



Pronunciata nella Casa di Dante in Roma 

il di 8 di marzo 

MCMXIV 



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BIBLIOGRAFIA 



Non registro qni né i commenti alla Divina Commedia, né le 
storie della letteratura itatiana, né le vite di Dante dove pur si 
parla di Paolo Malatesta e di Francesca da Polenta ; ma soltanto 
gli scritti che trattano esclusivamente di quei due personaggi o del 
canto V dell' Inferno. 

Luigi Tonini, Memorie storiche intorno a Francesca da Rimini 
(Rimini, 1852) ; .Marino Maiuni, Le osservazioni critiche sulle Me- 
morie storiche intorno a Francesca da Ri/nini pubblicate nel i8jj 
dal dottor Luigi Tonini (Roma, 1853); Luigi Tonini, Risposta 
alle osservazioni critiche di monsig. Marino Marini sulle Memorie 
storiche intorno a Francesca da Rimini (Rimini, 1853); Marino 
Marini, Appendice alle osservazioni critiche intorno a Francesca da 
Rimino (Roma, 1854); Luigi Tonini, La Francesca da Rimiti ì. 
(Rimini, 1870); Nicola Santi, Riflessi sulla morte di Francesca 
da Rimino e di Paolo il Bello (Fossombrone, 1861); Matteo Ro- 
mani, // quinto canto del poema sacro (Reggio-Emilia, 1869); An- 
tonio Maschio, Francesca da Ri/nini (Venezia, 187 1); ULISSE 
Poggi, La donna dannata (Reggio- Emilia, 1875) ; Angelo Ronzi, 
Paolo e Francesca nella Divina Commedia (Venezia, 1877) ; Cor- 
rado Ricci, I^tttta aperta ad Adolfo Borgognoni su di una inter- 
pretazione dantesca \Inferno, Canto V) nel Preludio, IV (Ancona, 
1880) p. 51; S. Dk Chiara, II canto V dell' Inferno : saggio di un 
commento alla Divina Commedia (Napoli, 1880) ; Lorenzo Stop- 
l'Aio, La Francesca di Dante — s< l gg><> critico (Ravenna, 1880); 
CORRADO Ricci, Francesca nel Don Chisciotte di Bologna del 27 
dicembre 18S1 ; Anonimo, Francesca nella Rivista illustrata setti- 



- 42 — 

manale di Milano del 14 maggio 1882 ; Vincenzo Genovesi, Sul- 
l'arte della Divina Commedia riguardo della Francesca da Rimini 
(Firenze, 1882) ; Charles Yriarte, Franfoise da Rimini (Parigi, 
1883); Luigi Morandi, La Francesca di Dante (Città di Castello, 
1884); Termine Trigona, « Amor che a nullo amato amar per- 
dona » nuovo commento (Melfi, 1887); Alberto Rondani, I tre 
canti più famosi della Divina Commedia (Firenze, 1889); H. C. 
Barlow, Francesca da Rimini, her lamenlation and vindication, 
■with a breef notice of the Malatesta (Londra, 1889); Alberto Ron- 
dani, Il marito di Francesca da Rimini nel Canto Quinto dell' In- 
ferno (Parma, 1890) ; Niccolò Carollo, Perché Francesca e Paolo 
indivisi nel cerchio secondo dell' Inferno (Alcamo, 1891); C. U. Po- 
socco, La Francesca da Rimini secondo la storia e secondo Parte 
(Teramo, 1892); Carlo del Balzo, Francesca da Rimini nell'arte 
e nella storia (Napoli, 1895) ; Alfredo Niceforo, Paolo e Fran- 
cesca in Criminali e degenerati dell' Inferno dantesco (Torino, 1898); 
Corrado Ricci, Francesca in Flegrea di Napoli del 1899; J. Fi- 
lomusi-Guelfi, Francesca da Rimini nell'Italia letteraria di Bologna 
del 15 luglio 1899; Luciano Venusi, Monografia della Francesca 
da Rimini di Dante (Benevento, 1900); Corrado Ricci, Francesca 
da Rimini e i Polentani nei monumenti e nell'arte nell' Emporium, 
voi. XIV, (Bergamo, 1901) ; Francesco Torraca, 77 canto V del- 
l'Inferno nella Nuova Antologia del luglio 1902 (ristampato in 
Studi Danteschi, Napoli, 191 1) ; Vincenzo Crescini, L 'episodio di 
Francesca (Padova, 1902); Camillo Trivero, // tipo psicologico delta 
Francesca di Dante nella Rivista di Filosofia e scienze affini di 
Bologna, dell'ottobre 1902; Giuseppe Presutti, Francesca da Ri- 
mini nella storia e nella tragedia di Gabriele d'Annunzio (Torino, 
1903) ; Ferdinando Martini, Francesca da Rimini nel Giornale 
d'Italia di Roma, del 6 dicembre 1904; Gino Farolfi, La tragica 
e leggendaria storia di Francesca da Rimini nella letteratura ita- 
liana, nel Programma della civica Scuola superiore di Trieste ann. 
1 904-1905; Edoardo Calenda, Ancora Francesca nel volume Ra- 
pida (Napoli, 1909); Enrico Porrello, Francesca da Rimini (Cal- 
tanissetta, 1912); Guglielmo e Maria Locella, Dantes Francesca 
da Rimini in der Literatur, bildenden Kunst und Musik (Eszlingen 
a. N., 1913); Giulio A. Levi, Se Francesca da Rimini nell'epi- 
sodio dantesco sia una natura debole o magnanima, in Dodici studi 
critici per nozze Neri-Gariazzo (Città di Castello, 19 12); Alderino 



- 43 - 

Bondi, La Francesca di Dante (Savignano di Romagna, 1914' ; 
Enrico Corradini, Dante e Francesca nel Marzocco, XIX, n. 23 
(Firenze, 7 giugno 1914); Corrado Ricci, La * bella persona » nel 
Giornale d'Ltalia dell' 8 marzo 1914. Diverse lettere e articoli in- 
torno alla « bella persona » furono poi pubblicati nel Piccolo Giornale 
,i' Lialia del 18, del 15 e del 22 marzo 1914 e nel Corriere di 
Romagna del 9 marzo e del 4 maggio 19 14. 



11 Fornaciari in nota, al verso 97 dell' Inferno V, ha 
scritto: [Dante] « indica Ravenna patria di Francesca da Po- 
lenta, che andò sposa in Rimini a Gianciotto Malatesta, mentre 
era già innamorata del cognato Paolo che credeva sposare 
per un inganno tesole dal padre di lui (il modo ancor m'offen- 
de) >. Vedi Dante Alighieri, La Divina Commedia con po- 
stille e cenni introddntivi del prof. Raffaello Fornaciari 
(Milano, 1903) p. 23. 



Questo opuscolo non è una semplice ristampa del mio 
commento al Canto V dell' Inferno, già edito dal Sansoni 
in Firenze, ma è stato per molto nuovamente scritto e con 
diverse aggiunte. 

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