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Full text of "Prose I : Lezioni, Elementi di retorica"

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LE PROSE 



FILIPPO Muum 



I I' 



D.% RAVBliltA, 



già Professore, di Eloquenza lel iiatrio Collegio. 



EDIZIONE ACCRESCIUTA E MIGLIORATA DALI/ AUTORE. 



I 



FIRENZK. 

COI TIPI DI FELICE LE MONNIER. 



1854. 









ifvoi' (%• <^y C-^C^ ^ 



LE PROSE 

DI 

FILIPPO MORDANI. 



LE PROSE 



DI 



FILIPPO MORI) VISI 



GIÀ PUOFESSOUe DI KLOQUENZA NKL PATHIO COLLEGIO. 

EDIZIONE ACCRESCIUTA E MIGLIORATA 
dall' AUTORE. 



Exsut eram; requìesque milii, non Tania |>etita est. 
ovn». 



FIRKNZE. 
COI TIPI ni FELICE LE MONNIER. 






HARVARD COLLEGE LIBRARY 
H. NELSON GAY 

RISORGIMENTO COLLECTION 

COOUDGE FUNO 

1931 



ALLA STUDIOSA 



GIOVENTÙ ROMAGNUOLA 



CHE 

LA NUOVA EDIZIONE 

DI 

QUESTE PROSE 

FAVOREGGIÒ 



DEGLI 



UOMINI ILLUSTRI 



DELLA CITTX DI RATBNNA 



LIBRO DNO 



PAROLE DELL'AUTORE, 

PREPOSTE ALLA SECONDA EDIZIONE DI QUESTE VITE 

FATTA IN RAVENNA DBI. 1837. 



Lettore, 

Sono pochi anni eh' io impresi ascrivere queste 
vite de miei illustri concittadini; ed è itato mio inten- 
dimento di mettere avanti gli occhi de' giovani le virtù 
de' nostri passati, per accendere vie piti gli animi 
loro alle opere onorate e magnanime. Ho scritto bre- 
vemente, perchè la gioventù non sopporta lungfie let- 
ture; ed anche per seguire V esempio di quel Cor- 
nelio Nipote, che in brevissimo dettato toke a narrare 
le gesta de' più eccellenti uomini della Grecia e di 
Roma. Ed ho fatto parola di queravegnani soltanto, 
che mi è parso vadano innanzi agli altri per bontà 
di cuore e per valentìa d'intelletto o di mano. Ne'giudici 
dati su le opere loro non mi sono lasciato andar in- 
consideratamente dietro l'altrui autoì^ità; ho detto quel 
che sentiva. Mi terrò fortunato se queste poche carie 
varranno a svegliare e mantenere la virtù cittadina; 
e a m>ostrar falsa e bugiarda la sentenza del cdebre 
piemontese, Carlo Denina, il quale, non ben dotto 
delle cose nostra, affermò: che Ravenna dal restaura- 



mento deUe italiche lettere, pel giro lungo di otto se- 
coli, non ha prodotto un ingegno, che sia da notare 
nella storia dello spirito umano. Pòrto fidanza che 
queste mie cure non torneranno ingrate a que' ge- 
nerosi, che tengono viva nel petto la carità della pa- 
tria; a quali, e a te benevoh lettore, questo libro io 
raccomando. 

VILIPPO HORDAm. 



^n^n>»ff!BO«WB^^ 



ASPASIO 



Il primo de* ravegnani illustri (avendo risguardo 
air ordine de' tempi) si è Aspasio il Sofista, titolo che 
in antico voleva significare sapiente, tna poi, dice il 
Perticar! , si fece nome d' obbrobrio da ivergognwrne i 
pessimi de' sapienti ; ond' è che *\ fiorentino Varchi 
r avea più in odio che 1 male del capo. Nacque Aspa- 
sio in Ravenna, città fra le antiche nobili d' Italia , 
antichissima nobilissima; e per la eccellenza dell' in- 
gegno e per le opere composte e per gli avuti onori 
divenne illustre e famoso. Ebbe i primi ammaestra- 
menti da Demetriano suo padre, uomo valente nel- 
r oratoria^ nella critica e nelle matematiche discipli- 
ne: poscia udì Pausania ed Ippodromo, maestri celebri 
neir arte del dire , da' quali apprese anche la greca 
favella. E comechè egli, al ragionare di Fìlostrato , 
non avesse da natura il dono della estemporanea 
eloquenza, se lo procacciò con la fatica e con l' arte, 
sk fattamente da destar nel più delle genti diletto e 
maraviglia. Trascorse molte lontane regioni per amore 
della sapienza, dove gli avvenne alcuna volta di dover 
disputare con altri retori, o vogliam dire sofisti. Es^ 
sendo poi egli, in Roma, ed il suo nome gìunto«a no- 
tizia di Alessandro Severo imperadore , queir ottimo 
prìncipe, che degli studi si dilettava, e "rirtuòso te- 



8 ASPASIO 

neva in pregio i virtuosi, fattolo venire alla corte , lo 
accettò in protezione e gli die' officio di suo secreta- 
no. E dicono eh' ei lo condusse seco quando si partì 
di Roma con 1* esercito alla volta della Seria, per ab- 
bassare r alterigia del persiano Artaserse, cbe aveva 
mosso le armi contro l'imperio: e forse fu anche con 
esso lui allor cbe andò a fiaccare Y orgoglio de' bar- 
bari, i quali, valicato il Danubio e '1 Reno, davano il 
guasto alle provincie romane. E se questo fu, egli si 
trovò alla morte di Alessandro, uceiso crudelmente 
nella Gallia dalle romane legioni ammutinate, neUa 
età verdissima di circa ventìsei anni, e nella luce 
stessa della vittoria; la cui fine, che a tutti i buoni fu 
vivamente dolorosa, al nostro Aspasio dovette essere 
senza dubio dolorosissima. Queste cose avvennero 
r anno di Cristo 2^. Morto Alessandro, prese Aspasio 
a tenere scuola di eloquenza in Roma con assai nomi- 
nanza ed universale sodisfazione ; imperocché egli 
trattava 1* arte sua con molta più gravità e nobiltà 
degli altri retori di qu e' giorni. Non chiedente, ebbe in 
Roma cariche e magistrati. Presedette all'annona, 
forse ancor vivo Alessandro , quando il buon principe 
tolse col suo denaro a radrizzare quel magistrato 
presso che caduto pel mal governo del suo anteces- 
sore Elagabalo. Altri onori dì molto splendore erangli 
oiferti dal senato romano, ma egli li rifiutò, dicendo 
la sentenza del sapiente da Mitilene : e Non vogliate 
darmi cosa, di che molti m'abbiano ad invidiare, ed i 
più la desiderino per sé. » E questo sia testimonio 
della sua avvedutezza e moderazione. Compose pa- 
recchie orazioni centra di Aristone e di altri suoi ma- 
levoli, delle quali Snida ci ha serbato memoria; ma'! 
tempo non le lasciò giugnere fino a noi: ben sappia- 



ASPASIO 



9 



mo eh' erano a' suoi dì cerche e lette da' savi. Nelle 
epistole scritte a nome dell' imperadore adoperò uno 
stile contenzioso , né bastevolmente chiaro : perchè 
Filostrato (quegli che fece in greco le vite de' sofisti) 
che fu suo amico, glie ne scrisse; ond' egli si volse 
poi all' antica semplicità. 11 Montfaucon ebbe trovato 
nella libreria trevisana di Venezia un codice conte- 
nente l'ortografìa di Aspasio, ma essendo stati altri 
due scrittori dì questo nome , non può dirsi di certo 
se sia opera del nostro ravegnano^ 11 predetto Filo- 
strato, che scrìveva de' sofisti mentre Aspasio era an- 
cora in vita, dice eh' ei fu uomo dottissimo, eloquen- 
te: non arrogante, né vanamente ambizioso: buon co- 
noscitore de' tempi e degli uomini: di fama grande, 
onorata. Morì in Roma molto avanti in età , forse im- 
peranti Yaleriano e, Gallieno, e fu lodato publica- 
mente ne' rostri. 



IO 



GIOVANNICIO 



Al tempo eh' era esarca in Ravenna Teodoro 11 
patricìo, negli anni di Cristo circa 679, v'ebbe un ra- 
vegnano per nome Giovanni, di grande nobiltà, molto 
savio per iscienza, di costumi mansueto; e percioc- 
ché egli era assai delicato di complessione, dì statura 
men che mezzana, i suoi cittadini lo chiamavano Gio- 
vannicio. Avvenne che cercando V esarca un uomo , 
che gli sapesse scrivere gli editti e le lettere imperia- 
li, alcuni de'ravegnani gli lodarono assai Giovannicio. 
L'esarca mandò tosto per lui , desideroso di vederlo; 
pensandosi forse che le fattezze del corpo dovessero 
in lui rispondere alla grandezza dell'ingegno. Ma quale 
fu la sua maraviglia quando si vide innanzi quell'omi- 
ciuolo, sottile nella persona , e negli atti dimesso? 
Poiché tutto cogli occhi dal capo alle piante 1* ebbe 
ricercato , e non rinvenne in che stésse tanta gran fa- 
ma, voltosi a quelli che glie lo aveano lodato: — È 
egli cotesto, disse, il valentuomo? — e rise. Ma 
quelli gli dissero com' egli era delle greche e la- 
tine lettere studiosissimo: ne facesse la prova. Per- 
chè fattasi venire una lettera, che gli scrisse in gre- 
co l'imperadore, glie la die' a leggere. Allora Gio- 
vannicio , divenuto alquanto rosso nel viso, siccome 
colui che modestissimo era, gli s'inchinò riverente, 



GIOVANNIGIO 11 

e disse: — Piace al mio signore eh* io la sponga in 
greco in latino? — A queste parole V esarca forte si 
maravigliò, e diègli una scrittura latina, che la do- 
vesse leggere in greco. Il che avendo egli fatto molto 
bene, lo commendò assai, e lo tolse al suo servigio. 
Indi a tre anni Tìmperador Costantino Pogonato die' or- 
dine all'esarca che gli mandasse quel dotto uomo, che 
gli scriveva le lettere. Onde Giovannicio andò alla 
corte deir imperadore in officio di secretarlo; e per 
le sue virtù , e pel valore dell' ingegno gli venne in 
grandissima confidenza e affezione. Morto nel 685 il 
buono imperador Costantino, e succedutogli Giusti- 
niano n Rinotmeto suo figliuolo, testa leggiera e be- 
stiale, Giovannicio tenne per poco quella carica; pe- 
rocché, come raccolgo dalle antiche memorie, ei si 
ridusse a vivere in patria nel 691^ alcuni anni innanzi 
che '1 detto imperadore , per congiura fattagli contro, 
fosse cacciato dal seggio imperiale. Mentre che Gio- 
vannicio stette in Ravenna , vòlto tutto il suo animo 
agli studi, compose molti versi latini; e dotto co- 
m'era nelle scienze divine, scrisse sacri libri, di cui 
si valse la chiesa ravegnana. Ed in queste e simili 
occupazioni passava la vita, quando nel 705, recupe- 
rato Giustiniano il perduto impero , con fiero animo 
cercò a morte coloro, che tenne rei dell'ordinata co- 
spirazione, e fra questi furono i ravegnani: contro 
a' quali mandò Teodoro generale dell' esercito di Si- 
cilia, con molte navi piene d'armati. Entrato costui 
nella terra, fé' mettere in ferri i principali cittadini, 
infra i quali Giovannicio; e data la città al saccheg- 
giamento e alle fiamme, trasportò i prigionieri a Co- 
stantinopoli, che poi furono presso che tutti fatti mori- 
re. Non può dirsi a parole come questa crudeltà aspreg- 



DEGLI 

UOMINI ILLUSTRI 

DELLA CITTX di RATEIfNA 

LIBRO UNO 



ik AGNELLO 

cìamento al suo lavoro circa air anno 830. Fece per 
certo un* opera non molto bella , perocché è scritta in 
latino sermone che sente del barbaro, sì è inelegante 
e guasto lo stile; ma pregevole per questo, di averci 
conservato non poche notizie intorno alle antiche co- 
stumanze di quel suo secolo; e fatti degni di essere alla 
umana memoria raccomandati. E se vorrem ricordarci 
eh' egli visse in dolorosi anni, quando Y Italia non ve- 
deva che armi straniere, non udiva che barbare favel- 
le, essendo gli uomini^ non alle lettere, ma alle cru- 
deli guerre intenti, s^irepao . censori meno ,rigi(|i, 
giudiici più benigni 4^11' opera di, lui; la quale fu stam- 
pata 1^ prilla volta in .MQdj^na del 1708 con belle 
dissertazioni ed p$servazioni deli' abate Benedetto Bac- 
chini,, dottissima uomo, ch^ la trasse da un codice 
della biblioteca degli Estensi, E appresso fu corretta 
e ristampata nella grande raccolta degli scrittori delle 
cose italiche da quel sommo ingegno di Lodovico Anto- 
nio Muratori; ed è pur ricordata dal Yossio, dairOudi- 
no, da Benvenuto imolese, dal Pigna, dal Mazzocchi, 
dal Yandelli, dal Paciaudì>dalMuzzqcchelli, dal Tira- 
boschi e da Scipione Maffei. Di altre operette vuoisi 
autore il nostro istorico. Se crediamo al Menckenio e 
air Echard fu egli, che scrisse la breve cronica, laqual 
porta il nomadi Andrea prete italiano; ma'l Muratori 
e r abate Ginanni sono di contraria sentenza. Girola- 
mo Rossi gli attribuisce anche una istoria breve della 
guerra di Totila, che si crede perduta. Detto delle 
opere di lui, resta a dire alcuna cosa delle forme della 
persona, e della imagine dell' animo suo. Ritraggo dai 
versi barbari dello Scolastico (cioè di colui che so- 
prantendeva alle scuole ravegnane), che'l nostro isto- 
rico fu di statura piccolo, ma di volto avvenente, 



AGNELLO 15 

pronto di lingua e di capace intelletto. Fu ripreso dal 
Baccbini siccome uomo un po' troppo cupido di gloria, 
e lodator di sé stesso più che si convegna: né io 1 
vorrò negare, ma ricorderò soltanto che non fu mai 
anima gentile, la quale non fosse tocca dall'amor della 
lode. Acceso nella carità della patria, fu molto dolente 
quando Lotario 1 imperadore, qua venuto, portò seco 
in Francia il prezioso sepolcro di porfido, in che era- 
no chiuse le ossa di queir arditissimo Mauro arcive- 
scovo, òhe col favore dèiriìnperador Costante si tolse 
dall'- obedieilza della chiesa romana, e venne in tanta 
alterìgia da volgere T anatema contro il t)òntéfice. E 
perchè '1 nòstro istorico mostrò di lodare faltero ani- 
mo di costui, e disse alcune irate parole contro di 
papa Paolo, eh' ebbe in Roma prigióne T arcivescovo 
Sergio, dal Muratori fu detto di mente avvèrsa ai pon- 
tefici romani , e '1 Baccbini lo tenne anche scismatico. 
Ma è difeso diali' abate Giuseppe L\ii^i Amadesi con 
una bella dissertazione, che va innanzi alla cronótassi 
degli arcivescovi rtivegnani; alla qu^le riniettiamo chi 
volesse sapere più pienamente della vita di lui. 



r 



16 



GUIDONE 



Di non pìccolo giovamento ai geografici studi fu 
veramente V opera di Guidone ravegnano, la quale, 
al dire dell'Andres, «può considerarsi come T ultimo 
avanzo dell' antica geografia, che in qualche modo la 
lega con quella de' bassi tempi. ]» Questo Guidone, che 
alquanti scrittori vogliono nato nel settimo secolo (io 
tengo con quelli che più a ragione dicono nel nono) 
è meglio conosciuto pel nome di Anonimo o Geografo 
da Ravenna. Flavio Biondo e Rafaello da Volterra scri- 
vono che fu sacerdote : vero è eh' ei fu uomo di sem- 
plici costumi, lodevole per bontà di vita, dotto alcun 
poco dì greco, e studioso delle sante scritture. E ch'ei 
fosse natio di questa nostra città, non vogliamo che 
si creda all'altrui testimonio, ma a lui medesimo, che 
nel libro quarto dell'opera sua, venendo a dire delle 
città d' Italia poste presso il lido dell'Adriatico, ricorda 
la patria con queste parole : « Ravenna nobilissima , 
nella quale io espositore dì questa cosmografìa, come- 
chè idiota, con l' aiuto di Cristo sono stato generato.» 
Questa opera di Guidone (o a meglio dire , l' epitome 
di questa opera) giacque dimenticata nella biblioteca 
reale di Parigi insino al 1688, che dal dottissimo mo- 
naco Placido Porcheron fu illustrata di note, divisa in 
cinque libri a comodità del leggitore, e data alle stam- 
pe. Il primo libro è come il prolegòmeno dell'opera: 



GUIDONE 17 

nel secondo è descritta T Asia: Y Africa nel terzo: nel 
quarto T Europa: il quinto annovera le città situate in 
su i lidi del Mediterraneo, in un con le isole dell'uno 
e dell'altro mare. Hanno alcuni chiamato in colpa il 
nostro cosmografo per aver citati autori oggidì sco- 
nosciuti, e nominate città e terre, di che per gli altri 
geografi non fu mai fa^ta parola : le quali riprensioni 
come sieno giuste, altri sei vegga. A noi ò manifesto 
che anche M. Tullio ed Eusebio e '1 beato Agostino 
(per tacere di altri molti) ci conservarono nomi d'uo- 
mini e di luoghi a noi ignoti, né hanno per questo 
avuta dai posteri là mala voce di menzogneri. Ma a 
scolparlo della barbara latinità e delle altre mende, 
qual cosa potrà dirsi da noi? Diremo coir autorità di 
Giovan Gasparo Beretta approvata dal Muratori: la 
geografia publicata dal Porcheron non essere V opera 
intera del buon ravegnano , la quale nel secolo deci- 
moquinto pervenne alle mani del celebre Antonio Ga- 
lateo, che ne inserì alcuni brani nelle sue scritture: 
ma sì una epitome fatta per un anonimo d'incerta età, 
ignorante delle lettere e delle cose di geografia. Impe- 
rocché (sono le parole del Beretta) e dai frammenti 
prodotti dal Galateo veggiamo non essere Guidone 
così barbaro, incolto, manco e gretto, come appare 
nel codice porcheroniano. i> L' opera intera di Guido- 
ne, che ancor non vide la luce, è a desiderare che per 
le investigazioni di alcuno erudito sia tratta dai pol- 
verosi scaffali delle biblioteche. Queste cose erano da 
dirsi intomo alla epitome della geografia di Guido- 
ne: e vogliamo aggiugnere, che sapendo noi essere 
stata da chiarissimi uomini commendata, come furono 
il Porcheron, il Vossio, il Wesselingio, FEcItart; e 
veggendola ristampata nel i696 con le note di Jacopo 



18 GI3ID0NE 

GroDOvio, uno de' più addottrinati del suo secolo, e 
da capo nel 1722 per le cure di altro Gronovio di 
nome Àbramo, non ci possiamo recare a credere ciò 
che scrive il Tiraboschi/ non essere cioè'l nostro 
Guidone che e un misero copiatore... della carta peù- 
tingerìana , e di qualche altro geogn^afo più antico, e 
in oltre un ignorante impostore, che conia e forma a 
suo talento autori e nomi, come meglio gli piace: > 
ma anzi diremo con le parole di altro eruditissimo, già 
sopra nominato (l*abate Àndres),Ghe in questa epitome 
€ fra molte storpiature dì nomi di città e provincie, e 
fra vari errori geografici , si leggono alcune notìzie, 
che interessano la geografia e che rendono queir ope- 
ra molto cara agli amatori di tale studio. » Il qual An- 
dres, come avesse in animo di rispondere alle accuse 
mosse dal Tiraboschì, segue a dire: e L' attuale idro- 
grafo della marina francese Buache... ha publicate 
recentemente le sue osservazioni suli' antica carta iti- 
neraria dei romani , detta comunemente carta peùtin- 
geriana, e sulla geografia dell'anonimo di Ravenna. 
Con questa ha ratificato e supplito molti nomi e luo- 
ghi di paesi o alterati o mancanti in quella, e molti 
lumi crede potersene parimente ritrarre per l' itine- 
rario di Antonino, per le parti orientali dell'Asia, e per 
le occidentali dell' Europa poco risguardate negl' iti- 
nerari romani; e mostra che'l geografo ravennate è 
assai più stimabile che non si crede comunemente. > 
Così l'Andres. Di altre opere vuoisi autore il cosmo- 
grafo nostro, perocché '1 Volterrano, il Vossio, il Fà- 
bricio ed altri scrissero, lui aver composte le vite de' 
pontefici romani: e Girolamo Rossi tenne per sua la 
istoria della guerra de'goti e di Narsete; le quali scrit- 
ture oggi più non sì trovano. 



19 



PIETRO DAMIANO 



Il nome di Pier Damiano» maraviglia d'ingegno e 
di virtù , è passato per oltre a sette secoli sino a noi 
chiaro e famoso: né è per venir manco nella memo- 
ria degli uomini; anzi splenderà come stella nella per* 
petua eternità. Nacque Pietro in Ravenna l'anno 1006 
di oneste persone, ma di umile e povera famiglia; ed 
ebbe il principio della sua vita assai sventurato. Con 
ciò sia che appena venuto al mondo, un fratello di lui, 
vòlto sdegnosamente alla madre: — Deh vergogna! (le 
disse) Ecco stanno qui tanti, che in questa casa none 
più luogo. — Per le quali parole s' accese la donna in 
tanta ira da negare il latte del materno petto al suo 
figliuolo: e le avrebbe patito il cuore di vederlo mo- 
rire, se una buona femina non avesse tolta la madre 
da quella empietà. Venuto Pietro negli anni della pue- 
rizia, e mortogli'! padre e la madre, stette appresso 
di un suo fratello , il quale (fosse mal animo o dome- 
stica strettezza) il mise a guardare gli armenti. Se non 
che Iddio spirò al cuore di un altro suo fratello per 
nome Damiano (quegli che fu poi arciprete della chiesa 
ravegnana) il santo pensiero di tórre il fanciullo da 
quella miseria e farlo educare negli studi, mostrando 
Pietro insin da que' teneri anni forza ed acume d' in- 
gegno, e cuore aperto alla pietà. E per questo amore 



20 P. DAMIANO 

del fratello vuoisi eh' ei fosse poi chiamato Pietro di 
Damiano. Fece i primi studi in Faenza , e poscia andò 
a Parma ad apparare le lettere e le scienze , nelle quali 
riuscì maraviglioso ; e fra' suoi precettori fu un tal Ivo- 
ne, di che egli stesso lasciò memoria. Aveva appena 
compiuti gli studi , ed era cerco ed ascoltato come ce- 
lebre maestro; sì che molti giovani venivano a luì da 
tutte parti, a' quali egli insegnava le scienze, che si 
chiamano liberali. Perchè in breve tempo divenne ric- 
co: e la gioventù e la ricchezza gli destavano in cuore 
i diletti della carne , eh* ei cercò di mortificare con di- 
giuni e con vigilie; e del denaro fé' parte a' poverelli, 
cibandone alcuni alla propria mensa. Ma poi esperto e 
disingannato delle cose umane , e niente altro piacen- 
dogli in questo mondo, se non gli studi, desiderò di 
menare la vita lungi da ogni rumore e reo costume 
di cittadini; ed intorno al 1034, nella età di circa ven- 
totto anni, si ridusse al monastero dì Fonte Avellana. 
È questo un eremo situato alle radici del Catria (monte 
che dicono levarsi all'altezza di 5241 piede di Parigi), 
vichi di Gubbio quattordici miglia: luogo solitario ed 
orrido, stanza del silenzio e della quiete. E qui '1 buon 
eremita si fece così fermo al servigio di Dio, 

Che pur con cibi di liquor d'ulivi 
Lievemente passava e caldi e gieli , 
Contento ne' pensier contemplativi. 

La quale tranquillità solitaria non gli venne mai a fa- 
stidio ; anzi si dolse di doverla spesse volte lasciare. 
Né in questo monastero solamente , dove vestì l'abito 
di s. Benedetto e professò e fu priore, ma sì in quelli 
della Pomposa , di Glugny e di Montecasino, dove al- 
cun tempo soggiornò, fu a' monaci tutti di esempio, e 
loro maestro in ogni genere di virtù e di scienza. Ora 



P. DAMIANO 21 

la fama della sua pietà e dottrina non potendo in qaelle 
solitudini starsi rinchiusa, erasi già divulgata in Italia 
ed oltr' alpi; laonde venne desiderio a Gebeardo arci- 
vescovo di Ravenna di averlo, almen per poco, nella 
patria. Ed egli per carità del natio luogo vi si condus^ 
se; e forse di qua inviava a Giovanni vescovo di Cese- 
na il suo libro de' gradi della parentela e della cogna- 
zione (testimonio splendidissimo di quanto ei valesse 
nella scienza delle leggi), e scrìveva ad Arrigo III re 
di Germania raccomandandogli l'arcivescovo ravegna- 
no. Appresso, nel 1046, esaltato pontefice Clemente II, 
si trasferì a Roma : poi all' Avellana. Ed erasi appena 
renduto all' eremo , che lo stesso Arrigo gli comandò 
di tornare a Roma, perchè fosse di aiuto al pontefice 
col suo consiglio. E da indi in qua Pier Damiano (rife- 
risco le parole del Tiraboschi) < fu quasi di continuo 
occupato ne' più rilevanti affari ecclesiastici. Non vi 
ebbe quasi sinodo, a cui egli non intervenisse. La si- 
monìa e r incontinenza del clero erano allora i vizi , 
che troppo bruttamente guastavano la chiesa di Dio; 
ed egli e co' suoi libri, e co' viaggi intrapresi a diverse 
città, usò di ogni sforzo per estirparli. > Non sappia- 
mo quanto egli stésse in Roma : scrivono alcuni che 
quindi tornando rallegrasse di nuovo la patria di sua 
presenza ; e forse fu in questo tempo eh' ei vestì mo- 
naco nel cenobio di s. Apollinare in Classe il nipote 
suo di nome Marino. Frattanto l' anno 1057 morì '1 
sommo sacerdote Vittore II , ed entrò pontefice Ste- 
fano IX, il quale «ben conoscente (così'l Muratori) 
della rara virtù e letteratura di Pier Damiano, dall'ere- 
mo il chiamò a Roma , e l' alzò al grado di cardinale 
e di vescovo d' Ostia. Ripugnò forte ad accettar que- 
ste dignità '1 santo monaco, con resistere finché potè 



22 V. DAMIANO 

alle preghiere di esso papa e di molti vescovi; ma Fin- 
timazione della scomunica , se non obediva, quella fu 
che in fine V espugnò. :» Ito Pietro alla sedia vescovile, 
pensi ciascuno con quanta carità ed amore^ intendesse 
al bene delle genti ; eh' io dirò seguitando quel che gli 
avvenne in Roma indi a poco tempo. Dopo la morte 
deir ottimo pontefice Stefano, che seguì nel 4058, il 
popolo romano concitato a tumulto aveva eletto Gio- 
vanni vescovo di Velletri, appellato poi Mincio; a che 4 
nostro Pietro s' era contraposto, perocché quella ele- 
zione non fu fatta secondo il cànone. E non avendolo 
voluto sacrare io pontefice, e veggendo la città rime- 
scolata per le brighe de* faziosi, stretto dalla necessi- 
tà, si fuggì. Fra questo mezzo il concilio sanese levava 
alla suprema dignità Gherardo vescovo di Firenze, che 
prese il nome di Nicolò 11, e Mincio (che s'era fatto 
chiamare Benedetto X) spontaneamente depose le in- 
segne pontificali , e gli furono tolti i gradi di vescovo 
e di sacerdote: perchè rimasa vacua la sedia di Velle- 
tri, fu data a Pietro in governo. Né molto tempo andò 
che levatasi in Milano una setta di eretici , il nuovo 
pontefice lo inviava colà suo legato insieme con An- 
selmo vescovo di Lucca, che poi fu papa Alessandro H. 
Nel quale ufficio i due legati ftirono per poco a rìschio 
della vita: tanto era forte quello sdegno de' cherici 
milanesi contro di loro; ma'l Damiano, cui non man- 
cava r animo ed abondava V ingegno, vìnse queir ira 
e li ridusse alla pace. Di che esso medesimo ne fa te- 
stimonio nell'opuscolo, che intitolò al celebre cardi- 
nale Ildebrando. Dopo le quali cose, amando Pietro di 
ridursi all'eremo e fuggire ogni appàrehzadi principe, 
mandò al papa un opuscolo intorno alla rettun^ia delle 
sue dignità, per disporre l'animo di lui a fargli quella 



P. DAMIANO 23 

concessione. Ma non guari dipoi avvenne ch'esso papa 
morì^ e gli fu surrogato Alessandi*o li; ed allora il 
Damiano recò ad effetto il suo desiderio. E porche al- 
quanti, più cupidi di onori che divirtù, gli davano bia- 
simo di quella renunzia, egli scrisse la sua apologia e 
la indirizzò al papa e al cardiuale Ildebrando , eh* era 
il tutto della corte di Roma. Erasi Pietro riparato no- 
vellamente all'Avellana, fermp di voler menare lari- 
manenta vita in dolcissima quiete di studi e di opere 
sante; qqand'ecco intervenne cosa» che gli tolse di 
riposare più a lungo nella tranquilla meditazione. Im- 
perocché successe di que' dì che Cadaloo vescovo di 
Parma, arrogatasi 1* autorità del pontefice romano, tra- 
vagliava la chiesa. Onde mosso Pietro da buon zelo, 
scrisse al re Arrigo IV che facesse cessare quello sci- 
sma, e mandò due lettere a Cadaloo piene di fortissi- 
me parole. Lo scisma cessò, e papa Alessandro inviava 
subitamente il Damiano al sinodo diCh&lons su la Sen- 
na; ed il santo eremita , ancorché vecchio e mal sof- 
ferente i disagi del cammino, inchinatosi alla volontà 
del pontefice, si partiva a quella volta, passando le 
nevose alpi nel cuore del verno. Mi paiono degne che 
qui si notino le parole, con che Alessandro il lo- 
dava ai vescovi delle Gallie; « Dai che (die' egli) occu- 
pati in moltissimi negozi ddla chiesa ci è tolto di ve- 
nire a voi, abbiamo procurato di mandarvi «n tale 
uomo,. di cui non V ha alcun altro di maggiore auto- 
rità nella chiesa di Roma, dopo di noi;, cioè Pier Da^ 
miano vescovo ostiense, il quale é veramente l'occhio 
nostro, e dell' apostolica sede immobile firmamento, i^ 
Tornato Pietro dalla Francia, si condusse a Fonte Avel- 
lana, poi a Montecasino , indi a Roma, e di là a F^ 
renze, a fine di acchetare le discordie, de! monaci di 



2<l< P. DAMIANO 

Yallombrosa col vescovo fiorentino: nel che ebbe a 
sostenere le calunnie e le contumelie di alcuni iniqui 
e dolosi uomini , e massimamente di un tal frate Teuzo- 
ne, il quale (per dirlo con la frase del Muratori) era 
ubriaco di uno zelo in^creto. Ma a lui non fu difficile 
di osservare in sé stesso quella moderazione e que' pre- 
cetti, con che pieno di tanta sapienza, e scrivendo delle 
virtù morali , aveva saputo ammaestrare tutti gli uo- 
miui. Queste cose pur compiute, tornava Pietro alla 
quiete dell' eremo, dove stette quasi cinque anni, me- 
ditando sopra il niente delle cose umane, e scrivendo 
opere, le quali hanno gittata una bellissima luce nelle 
tenebre di quella ignoranza. Ma nel i069 gli fu rotto 
da capo il suo riposo, perchè a richiesta di papa 
Alessandro gli convenne ire oratore in Germania. 
Messosi dunque in viaggio, e giunto a Francfort, s'ab- 
boccò con la maestà di Arrigo IV, e per forza di ra- 
gioni vinse r animo del re sì fattamente, che '1 tolse 
giù dal suo proponimento di ripudiare la moglie. La 
quale legazione felicemente adempiuta, tornò a Roma, 
e poi a Montecasino. Così passavano queste cose, 
quando occorse che in Ravenna uscì di vita Y arcive- 
scovo Arrigo, il quale per la sua protervia era stato 
separato con le censure dal consorzio de' fedeli : né i 
prieghi del Damiano, che gli era amico, avevano po- 
tuto fare che fosse benignamente ricevuto in grazia 
dal pontefice. Per lo che Alessandro, entrato in forte 
sospetto non i ravegnani fossero stati sedotti da lui, 
mandò Pietro a Ravenna; il quale fu accolto da' suoi 
cittadini con indicibile allegrezza, e fattigli tutti quegli 
onori, che a un tanto uomo si convenivano; onde gli 
fu agevole il riordinare le cose. Dopo di che sì rimise 
in viaggio verso Faenza: ma giunto al monastero di 



P. DAMIANO 25 

s. Maria fuor della porta di quella città, vecchio e 
debilitato dalle fatiche, fu preso da una febre mortale, 
ed ai 22 di febraio, Y anno Ì01% duodecimo di papa 
Alessandro, rendè lo spirito al delo. Alla solenne fu- 
nerea cerimonia trasse tutta la città con infinito cor- 
doglio, ed il suo beatissimo corpo fu deposto con 
grande onore in un' arca di marmo nella chiesa pre- 
detta, ma non vi fu sculto Y epitafio ' eh' egli aveva 
fatto a sé stesso. Iddio mostrò poi segni della santità 
sua alle genti : perchè meritò di essere posto sovra 
gli altari. E crescendo la divozione de' popoli verso 
quelle ceneri venerande, l'anno i354 a' 3 di aprile 
dall'abate Matteo da Cagli ne fu fatta la traslazione 
in più degno luogo; e poi nel i826 dalla chiesa di 
s. Maria furono recate solennemente nel duomo, dove 
oggi sono con celebre culto onorate. Comechè '1 
Damiano fosse così di sovente occupato ne' publici 
negozi , ei potè pur condurre un grande numero di 
opere: imperocché abbiamo di lui otto libri di epi- 
stole a pontefici, imperatori, re, principi, cardinali, 
vescovi ed altre illustri persone ecclesiastiche e se- 
colari. Abbiamo sessanta opuscoli di argumento di- 
verso, in che sono raccolte parole e sentenze, che si 
vorrebbero leggere anche a questi dì, principalmente 
dagli ecclesiastici. Ed essendo in lui vigore di poetica 
fantasia, scrisse inni ed altre maniere di versi. Ma 
de' settantasette sermoni, che vanno sotto il nome di 
lui, dicianove sono di Nicolò monaco di Ghiaravalle, 
come osservò già Casimiro Oudino. Fece anche al- 
cune storie di celebri uomini, ed infra le altre quella 
del dotto e santo anacoreta ravegnano Romualdo, 
morto nel 1027, che fu tradotta da Agostino Fortunio 

e stampata dai Giunti in Firenze. Alcune di queste 

ò 



26 P. DAMIANO 

opere Tidero la luce nel secolo decimosesto, ma fu- 
rono presso che tutte raccolte in quattro rolumì ed 
illustrate di note dal monaco Costantino Gaetani sira- 
cusano per comandamento di papa Clemente YIÌl, ed 
impresse in Roma dal 1606 al i640: poscia in Lione, 
in Parigi, in Venezia, in Bassano. Alquante altre, che 
non furono note al monaco da Siracusa, sono anno- 
verate dair abate Ginanni, fra le quali è un sermone 
fatto italiano da Nicolò Àurìfico e stampato n^ 1384. 
Ebbe Pietro, oltre a Damiano e a Marino, altri fratelli: 
ebbe due sorelle , Rodelinda e SufBcia, alle qnali una 
sua lettera indirizzò : ebbe due nipoti, Marino monaco 
sopra detto, e Damiano che fu abate di Nonantola e 
poi cardinale. I^a sua effigie è rimasa a noi in un an- 
tico dipinto, dov'eglì fu ritratto di naturale in abiti 
pontificali. Fu f^etro in grande autorità appresso ai 
pontefici Leone e Stefano noni, Nicolò ed Alessandro 
secondi, non meno che al terzo e quartp Arrigo, ed 
alla vedova Agnese imperatrice. Fu altamente stimato 
e stretto neir amicizia de' dottissimi monaci Alfano, 
Desiderio, Alberico; e fors*anco di quel suo chiarissi- 
mo concittadino Giovanni (dalla picciolezza del corpo 
detto Giovannellino), morto in Fescamp' nel 1078, e 
celebrato dal Fleury. Fu utile co' suoi consigli e con 
le sue opere alla religione, sprezzator di ricchezze e 
di onori, costante nel giusto, da paura sicuro. In lui 
somma prudenza, prontissimo ingegno, efficacia a per- 
suadere maravigliosa, e nelle facendo gravi sollecitu- 
dine e destrezza incredibile. Vero maestro della dot- 
trina di Dio, e tutto pieno di quello antico spirito di 
Girolamo, di Agostino, del magno Gregorio, alzò li- 
bera la voce contro le nuove pompe, i disonesti co- 
stumi, la scelerata ipocrisia. Nelle lettere umane e 



P. DAMIANO 



27 



nelle scienze dì somma e forse unica erudizione fra 
tutti gli uomini de* tempi suoi. Scrittore robusto, ener- 
gico, alto, facondo, come appare anco da quel brano 
di un suo discorso , che con tanta forza e grazia di 
stile ne vulgarizzò '\ Perticari. Non potrei né saprei 
narrare le tribulazioni, i pericoli, le fatiche, le asti- 
nenze, le vigilie, gli stenti, le peregrinazioni, i freddi, 
ì caldi , le macerazioni della sua carne. Il primo che 
ne dettò la vita fu Giovanni monaco suo discepolo; 
dopo di lui più di cento scrittori italiani, francesi, 
inglesi, tedeschi, spagnuoli ne hanno raccolte le lodi 
nelle opere loro; e sarebbe qui lunga e forse noiosa 
cosa r annoverarli. Ma basti per tutti '1 divino Alli- 
ghieri, il quale nel suo allegorico viaggio al paradiso 
finse di aver favellato con la beata anima di lui, chiusa 
dentro la luce del settimo pianeta; e gli fé' dire quelle 
grandi parole, che ciascuno può leggere nel sacro 
poema. 



28 

PIETRO TRAVERSARI 



Pietro, della casa chiarissima de' Traversali , il 
terzo di questo nome, fu figliuolo di Guglielmo 11, ed 
il maggiore e 1 più onorato cittadino ravegnano, che 
fosse a' suoi tempi. In lui garzonetto fu da lodar 
molto l'ardire dell* animo, e la pietà verso del padre: 
imperocché avendo Ottone, legato dell' imperador Fe- 
derico I, avute parole con Guglielmo Traversari, 
stretta la spada, gli si avventava, minacciando lo con- 
durrebbe schiavo air imperadore ; se non che Pietro 
accorse in aiuto al padre coli' armi, e dalle mani del 
fiero nemico lo tolse. La quale azione magnanima gli 
die' gran nome , e lo fé' celebre per tutta Romagna. 
Poscia l'anno 1177, venuto a Ravenna Timperador 
Federico , fu da Pietro ricevuto a grandissimo onore, 
e alloggiato nelle sue case con quasi reale magnificen- 
za. E gli fu anche compagno allora che T imperadore 
(già vinto dagl' Italiani nella gloriosa battaglia combat- 
tuta tra Legnano e '1 Ticino) umiliato , caduto di ani- 
mo , andò a gittarsi a' piedi di papa Alessandro III in 
Venezia. Perchè salito il Traversari ad alto grado di 
estimazione, fu fatto podestà di Ravenna, e della vi- 
cina Cervia signore. Questo egregio uomo ebbe in 
molti casi contraria la fortuna, specialmente ne' fatti 
dell' armi: siccome avvenne quando i ravegnani colle- 



P. TRAVERSARI 29 

gàti co' forlivesi per vendicare le ingiurie ricevute da 
que' di Cesena , nel dicembre del i202 vennero alle 
mani co' nemici vicin di un luogo detto Castiglione ; 
nel qual fatto Pietro, comechè combattesse da valo- 
roso , rimase prigione con diciasette de'suoi. La quale 
avversità lo colse anche nel Ì2i6, allorché ebbe a far 
guerra contro a Ruggiero figliuolo primogenito del 
conte Guido signore di Modiglìana: ma fatta poi la 
pace, si sposò in moglie la sorella di Ruggiero. Avve- 
gnaché le terre di Romagna fossero a questi tempi 
suggette ali' imperadore, non pertanto si reggevano a 
modo di republica; ed avveniva sovente che le gare 
de' potenti, che agognavano il principato , tenessero 
divisi gli animi de' cittadini. Era in Ravenna Ubertino 
di Guido Dnsdei, uomo ricco e ambizioso, capo de'ghi- 
bellini, e nemico alla potenza del Traversari. Per la 
quale inimicizia vennero all'armi ed al sangue : e piena 
essendo la città di grida e di tumulti , Pietro, aiutato 
dalla famiglia de' Mainardi da Bertinoro, cacciò di Ra- 
venna i suoi nemici, e se ne fece signore. Ciò fu ai 2 
di ottobre del 1218. Né sia chi voglia dargli biasimo 
per questo fatto ; perocché ei non fu tiranno , sì bene 
padre della sua patria, com' é manifesto dal non aver 
voluto mutare in veruna cosa la forma del civil reg- 
gimento. In oltre fu giusto; non guastò i costumi an- 
tichi; premiò '1 merito de' cittadini, e sollevò con la 
sua protezione la virtù oppressa da nemica fortuna. 
Questa cosa non dovette punto piacere a Federico li 
re di Sicilia (non ancora coronato imperadore): pe- 
rocché, come si ha per memoria di que' tempi, nel 
settembre del 1220 mandò in Italia Corrado vescovo 
di Spira e di Metz, suo cancelliere, il quale ridusse a 
pace Ubertino Dusdei col Traversari, e fece governa- 



30 P. TRAVERSARI 

tore di tutta Romagna, col titolo di conte, Ugolino di 
Giuliano da Parma. Il quale Ugolino essendo in Ra- 
venna , e forse usando superchierìa, non andò guari 
che fu morto, e si credette che Pietro T avesse fatto 
ammazzare: ma questo fu un sospetto , né mai seppesi 
il vero. Dolse molto al cuore di Federico la morte di 
costui, e mandò' di presente chi facesse inquisizione 
del reo; ma non si trovò chi fosse ardito contro a Pie- 
tro testimoniare. Hanno alcuni fatto memoria che '1 
Traversari negli ultimi anni del viver suo facesse pas- 
saggio oltre mare al soccorso della Terra Santa co'più 
valorosi de' ravegnani , e di là tornasse alla patria con 
grande gloria. Visse Pietro tutta la vita con voce del 
più grande romagnuolo che fosse a que' giorni, e me- 
ritamente: perocché fu prode uomo; in affari di pace 
e di guerra esperto, e per natura ad ogni grande cosa 
inclinato; e ne' pericoli e nelle avversità non abbassò 
mai l'altezza dell'animo. Le quali virtù gli acquista- 
rono il cognome di Magnammo, che ne' posteri gli 
durò. E si vuol anche dire che per l' inclita fama, che 
di lui era, principi e re non isdegnarono di tórre in 
mogli le sue figliuole , e che '1 divino Allighieri lo pose 
ad esempio a'romagnuoli de' suoi dì, i quali, trali- 
gnati dai loro avi, secondo eh' ei dice, erano tornati 
in bastardi. Avvenne la sua morte a' U di settembre 
del 1225, in età di presso a ottant' anni. Fu portato a 
sepelire con quasi reale pompa, accompagnandolo 
tutti i principali cittadini e assai folla di popolo , e 
deposto in una grande arca di marmo nel tempio di 
s. Giovanni Battista. Narrano gli storici che nel i50i 
venuto desiderio ad Antonio Franchini ravegnano, 
dotto uomo e curioso osservatore delle antiche cose , 
di aprire quel monumento, ne lìi trovato il cadavere 



P. TRAVERSARI 31 

COSÌ intero, come quando vi fu messo, in abito listato 
a vari colori, con calze, socchi e guancialetti di cuoio 
stampato in oro, e molte foglie di lauro sovra sparse : 
e dicono che avea in capo il diadema, ed una cintura 
a' lombi, nella quale erano scritte in greco queste pa- 
role: — Pietro della stirpe de* magni Traversari, so- 
cio di re, dell* antichissima Ravenna principe, sempre 
felicissimo. — Morto lui, ebbe il dominio di Ravenna 
Paolo suo figliuolo, col titolo di duca: uomo anch'esso 
per virtù, prodezza e generosità di animo non punto 
minore del padre, che passò di vita nel 1240, e fu se- 
pelito con molto splendore nel monumento di Teode- 
rìco re, detto oggidì s. Maria della Rotonda. 



32 

GUIDO NOVELLO DA POLENTA 



Uno de' ravegnani da commendarsi con eterne 
lodi è certamente Guido Novello figliuolo di Ostasìo 1 
da Polenta, famiglia che fu delle principali nella no- 
stra città, e congiunta dì sangue con le più illustri 
d' Italia. Il primo germe di passione, che mettesse ra- 
dice nel cuore di lui sin da' teneri anni, fu '1 desiderio 
di gloria : ond' è che dièssi ansiosamente allo studio 
di tutte quelle arti , che si convengono a nobile e gen- 
til cavaliero; ed in breve tempo acquistò assai nome a 
sé , e splendore a' suoi avvenire. Era giovane di forse 
ventotto anni , quando nel 1304 i comacchiesi, cui era 
grave a sostenere la signoria degli Estensi , manda- 
rono legati a Ravenna, offerendo sé stessi sotto la 
suggezione de' ravegnani : perché Guido andò a Co- 
macchio con una scelta mano di cavalieri, saettatori, 
pedoni, e ricevette la città in nome del senato e po- 
polo ravegnano. E prova del suo coraggio diede a' ce- 
senati, de' quali era podestà, allorché nel 1314 difese 
a lungo la città loro dalle armi nemiche , e fé' ritirare 
gli avversari di là dal ponte : comeché poscia ei me- 
desimo, vistosi inferiore tanto di forze a' nemici, fosse 
costretto di abbandonare l'impresa. Avvenne nel 1316 
che Lamberto II da Polenta signore di Ravenna morì, 
e fece eredi delle sue sustanze il nostro Guido ed 



G. N. DA POLENTA 33 

Ostasio II figliuolo di Beniardìno I, nipoti di lui: i 
quali, due anni appresso, tennero il principato della 
città. Era Guido, più che ai maneggi della corte, in- 
clinato alla quiete degli studi, e molto della yulgar 
poesia dilettandosi 9 scrisse alcune rime piene di una 
amabilissima soavità, come mostra questa breve can- 
zone, per niente antica ta : 

Novella gioia il core 
Mi move ad allegrezza , 
Per la somma dolcezza , 
Che tattor sento per grazia d'Amore. 

Più d' altro amante mi deggio allegrare , 
E star sempre gioioso; 
Che Amor per grazia m' ha fatto montare 
A stato dignitoso : 

Ed ha dato riposo 
Al mio grave languire, 
Facendosi sentire 
Con conoscenza il suo gentil valore. 

Ma Ostasio era tutto il contrario : astuto, simulatore, 
alle facende gravi sollecito e destro; né bastandogli 
avere più parte e autorità nel governo , voleva arro- 
garsi ogni cosa. Fratello a Guido era Rinaldo , dalla 
ravegnana chiesa eletto arcivescovo della città , uomo 
per somma liberalità e cortesia caro air universale 
de' cittadini , e per questo publico favore, potente. 
Perchè Ostasio, a cui quella potenza era molesta, e 
gli sapeva male che Guido fosse il ben voluto dal po- 
polo, si strinse in occulta amistà a' facinorosi: e com- 
pra con promesse e largizioni la sempre mobile ple- 
be, tolse Rinaldo di vita, corse la terra per sua, e 
Guido, che di que' dì era podestà a Bologna, senten- 
ziò a perpetuo esilio. E questo fu nel settembre 
del 1322. Il generoso animo di Guido quella ingiuria 



34 G. N. OA POLENTA 

non pati: raccolse soldati dai bolognesi, e co' fuoru- 
sciti ravegnani e con Cecco degli Ordelaffi signore di 
Forlì nel 1323 venne a Ravenna, entrò *\ borgo Adria-* 
no , e appressò gli armati alle mura; mosso dalla spe- 
ranza che dentro si facesse movimento per lui. La 
quale Speranza essendogli andata fallita, perchè Osta- 
sio, avutone spia, aveva messo molto bene le guardie 
per tutta la città, ritornò a Bologna, con animo d* ivi 
rimanersi sino a che la fortuna si mutasse. Ma non vi 
stette molto : che accorato dal troppo eccessivo dolore 
per la occisione del fratello, e per, la ingiuria fattagli 
da Ostasio, in ancor giovane età, lo stesso anno 1323, 
alla dolente vita pose fine. Egli avea tolto a sua donna 
una contessa Caterina (non so di che casa), dalla quale 
ebbe i figliuoli Ostasio III e Lamberto IV , che a lui 
sopravissero. Principe in vero degno dì miglior for- 
tuna; chiaro di magnanimità, di valore nelle armi , di 
amore verso le lettere ;* ma chiarissimo e in tutti i 
secoli glorioso per aver dato cortesemente rifugio a 
Dante Àllighìeri, allorché questi esiliato dalla patria 
da una crudele fazione , venne a cercar vita riposata 
e tranquilla nella Romagna. Dolsegli nel cuore la di- 
sgrazia del sapientissimo uomo: e tocco dalla miseria 
nella quale il vedeva condotto, senza essere richiesto 
da lui, lo invitò alla sua corte, lo raccolse nella sua 
casa , r onorò e beneficò largamente, e per sino alla 
morte (che avvenne del 1321, a' 14 di settembre) 
r ebbe a maestro e ad amico dolcissimo ; e si valse di 
lui ne'publici afiari, inviandolo oratore a' veneziani. 
E morto, onorò di pompose esequie il suo corpo: ne 
fé* portare il feretro sopra gli omeri de' principali cit- 
tadini: gli die' sepolcro in un* arca di marmo; ed egli 
stesso con lunga ed ornata orazione parlò delle virtù, 



G. N. DA POLENTA SS 

degr infortuni, dell'altissimo ingegno e della maravi- 
gliosa dottrina del divino poeta. E dice il Boccaccio 
eh' egli aveva nelF animo di più nobile sepultura ono- 
rarlo, se indi a poco, come abbiamo veduto, non gli 
fossero venuti manco lo stato e la vita. 



1 



36 

GIOVANNI MALPAGHINr 



Avendo ora a scrivere dì Giovanni ravegnano , 
cognominato il Grammatico (vale a dire letterato) , 
uno de* più grandi ingegni, che abbia avuto mai la 
città nostra , anzi \ Italia, voglio in prima avvisato chi 
leggerà queste carte, eh* io fuggendo le quistioni che 
si fanno dall' ab. Giuanni e dal Tiraboschi , se debba 
dirsi de* Malpaghini o de' Ferretti, e se fossero una o 
due diverse persone; mi tengo in tutto alla sentenza 
del chiarissimo cavaliere Giovan Battista Baldelli , lu- 
me delle toscane lettere poco fa spento ; il quale nella 
sua opera su '1 Petrarca, ragionando alcuna cosa del 
nostro Giovanni, ha messo un po' di luce nella oscu- 
rità di questa istoria. 

Giovanni de' Malpaghini figliuolo di Jacopo (se- 
condo altri di Convertino o Conversano) nacque in- 
torno al 4346, ed ancor giovanetto si trasferì a Vene- 
zia appresso Donato degli Àlbanzani, umanista nobile 
di que'dì, che gli fu ad un tempo ospite e precettore ; 
e conosciutolo d' ingegno rarissimo e di spirito ele- 
vato, il raccomandò all'amico suo Francesco Petrarca 
dimorante allora in Venezia; il quale lo accolse in sua 
casa come un padre accoglierebbe un molto diletto 
figliuolo, secondo che si ricava da queste parole di 
una sua epistola latina, scritta nel i361 a Giovanni Hoc- 



G. MALPAOHINI 37 

caccio, che qui reco vulgarìzzate: «Un anno dopo che 
ti partisti di qua» venne in casa mia un giovanetto 
d' indole gentile. Duolmi che tu noi conosca, comechè 
egli conosca te molto bene : che ti vide spesso in Ve- 
nezia in casa tua, dove io abito, e appresso il nostro 
Donato; e, come sogliono i giovani, ti squadrò atten- 
tamente. Ma ed acciocché tu 'ì conosca come da lungi 
si può, ed il vegga per entro le mie lettere, egli è 
nato in sul lido d'Adria, e, se non fallo, al tempo 
(verso il 1346) che tu eri colà in ufiScio di legato appo 
r antico principe (Ostasio II da Polenta) di quel luogo 
(Ravenna) , avolo di lui (Guido VI di Bernardino II) 
ch'ora n' è signore. Il giovanetto è di picciola condi- 
zione e povero, ma di tale continenza e gravità chela 
loderesti in un vecchio: d' ingegno acuto, di viva e ca- 
pace memoria, e, quello eh' è più, ferma. In undici 
giorni apprese a mente la mia bucolica, composta, 
come sai, di dodici egloghe, e me ne recitò una al 
giorno in sul venir della sera, e all' ultimo due, sì 
bene e speditamente, come avesse il libro dinanzi agli 
occhi. In oltre, ciò che raro è a questa età, ha molta 
forza d'invenzione, grande estro e petto amico alle 
Muse.... Il vulgo non è così ingordo dell'oro, com'egli 
r ha in dispregio: indarno tu gliel* offeriresti. A mala 
pena ei piglia quanto gli basta a vivere. Nell'affetto 
alla solitudine, nella sobrietà e nelle vegghìe gareg- 
gia meco, e spesse volte mi vinca Che più ?,Con tai 
costumi s'è guadagnato l'animo mio sì fattamente, 
eh' èmmi caro non manco che se mi fosse figliuolo, e 
forse meglio; da che '1 figliuolo (così sono ora i gio- 
vani) vorrebbe padroneggiare, e questi ama di star 
sommesso, è pospone ogni suo comodo alla voglia mia, 
lontano da desiderio o speranza di premio, e tratto da 

4 



38 ù. WkWki&aitii 

solo kmote, cMifidando forse dì fàr&i più eccellente 
conia mìa cònversaziotie. Già 9oh dtte anni ch'egli 
venne a starsi meco: e ci fosse venuto più per tempo! 
ma molto innanzi non avrebbe potuto per la età. » Fin 
qaVÌ Petrarca: e segue contando come il nostro gio- 
vane avesse raccolte, e di sua mano trascritte in un 
volume, presso che tutte le sue lettere sciolte dal me- 
tro; lavoro tentato da altri quattro amici del poeta, e 
poscia abbandonato, disperanti di poterlo recare a fioe 
per la confusione in che erano quelle lettere. Poi tor^ 
na a dire del grande amore di Giovanni alla poesia, e 
che i versi di lui tengono sovente dd grave, dd le- 
pido, del maturo, tal che esso Boccaccio li avrebbe 
per fattura di vecchio poeta, non sapendone Fautore. 
È da ultimo ricorda come avesse vólto F animo alla 
imitazione di Virgilio, e quali avvisi ^i gli porgesse 
intomo all'arte dell* imitare. Erano tre anni che que- 
sto giovane ravegnano si veniva formando alla scuola 
del gran Petrarca, e già col leggere, collo scrivere, 
col meditare, coir imitare le opere del maestro era 
per divenire di giorno in giorno migliore, e prossi- 
mo a levarsi in altissima nominsuiza: aUorcbè non con- 
tento a quella vita, è moretMlosi di voglia d'ire pel 
mondo non tanto a solazzo, quanto per investigare i 
costumi delle diverse genti , il dì ultimo di aprile se 
n'andò al suo maestro, e gli disse che si voleva par- 
tire. Questa cosa quanto grande dolore m^tesse nel- 
r anima di quello incomparabile uomo , ne sono testi- 
monio due lettere eh* egli scrisse a Donato, delle quali 
io porrò qui vulgarizzati alcuni brani, die meglio 
fanno al mio proposito : « 11 nostro giovane (cosi '1 Pe- 
trarca) che tu per lo passato, ed io pooo fa m'aveva 
adottato in figliuolo.... quegli che alla mensa, nelle 



G. MÀIUPAGHINI 39 

camminate y nelle compagnie , ne'colloqoi non pur 
palesi ma secreti , negli scber^ e nelle cosq mie gravi 
io trattava non come umile famigliare, ma caro com- 
pagoo, né come straniero, ma nato del mio stesso 
saogue..., il mio amore e la mia delizia , ieri in su 
Torà del vespro» con volto e cuore mutato sen venne 
a me. Disse di non volere starsi più meco, di volersi 
sabito partire. Io tocco, o piuttosto percosso da que- 
ste voci, gettata la carta e la penna, e cacciato ogni 
pensiero, come desto da un profondissimo sonno, te- 
neva gU oGòhi fìssi nel volto di lui oUe parlava, ma- 
ravigliando e meco stesso commiserando Y incostanza 
di quella mente.... E poiché gli ebbi ben Ietto raoimo 
nel viso , domando : che volesse dir ciò , e se da me o 
da qualcuno degli amici o servi fosse stata fatta o non 
fatta cosa che F avesse condotto in quella delibera- 
zione. Egli ingenuamente disse che nulla di questo: 
ed aggiunse, lui non ignorare di non aver avuto mai 
stanza né più tranquilla né più onorata ohe con meco. 
Queste cose diceva lacrimando, né mi parve cb'ei si- 
mulasse. > Dal séguito della lettera é chiaro il perché 
di quel subito mutamento di Giovanni; con ciò sìa 
che domandato di nuovo dal Petrarca che ne volesse 
dir la ragione, rispose i « Perché più scrìvere non 
posso. » ^ messer Frauoesco qua^ ridendo: iNon io 
tenni già te come scrivano, ma come figliuolo: se non 
iscriverai, potrai leggere, ragionerai meco , mi sarai 
compagno, adornerai questa picciola casa» la quale te 
forse adornerà:! e ti farà degno di luogo magf;iore. » 
A cui Giovanni: «Tu, disse, getti le parole: non so- 
sterrò io mai di starti iu casa inoperoso. È a me più 
grande animo di quel che credi; né tu puoi fare ch'io 
mi satolli ozioso dell' altrui pane, Ho proposto d' an- 



40 G. MALPAGHINI 

darmene ; e piacciati o no, porrò ad effetto il mio pen- 
siero. ]» Così egli: e già senza mettere tempo in mezzo 
si usciva di Padova con intenzione assai ferma d'irsene 
a Napoli, qus^si e per suscitare (dice il Petrarca) dalle 
ceneri mantovane un nuovo ravegnano Virgilio: » e di 
colà ad Atene, a Costantinopoli e più oltre. Dilunga- 
tosi di poco dalla città, ed ecco , chiusosi 1 cielo di 
scuri nuvoli, si mise un mal tempo con pioggia minu- 
ta, ma da durare; ed ei valicava 1* apennino, e con 
istento da non potersi dire giugneva a Pisa. Quivi 
agitato da inquieti pensieri si fermava alquanti gior- 
ni, aspettando una nave che lo portasse in Avignone. 
Itosene al lido, guardava spesso fra 1 mare, se vedes- 
se alcuna vela da lungi, ma vela non appariva: onde 
stanco, annoiato e male in arnese ripassò Tapennino, 
s' inviò alla volta di Pavia, pensandosi eh' ivi fosse il 
Petrarca. Ora egli non v'era: sì Francesco da Brossa- 
no suo genero, che lo raccolse cortesemente, e come 
seppe che '1 Petrarca era venuto, gliel condusse di- 
nanzi. Era Giovanni così mal concio dal faticoso cam- 
mino, e sì disfigurato, che pareva meglio un cada- 
vere cavato del sepolcro, che un uomo vìvo; tal che '1 
Petrarca in veggendolo sclamò: e È vero questo tuo 
volto ? Odo io le tue parole? Vivi tu? Se' tu corpo 
d' ossa e di carne, o una vana imagine?» E tutto in- 
tenerito gli corse con le braccia al collo , e con beni- 
gno atto di volto, e con amorevoli e dolci parole lo 
consolò. € Ma già panni (segue esso a dire)' eh' ei mi 
si faccia avanti un' altra volta, e mi chiegga il conge- 
do. Hogli dì già apparecchiata altra pecunia pel viag- 
gio; e perchè, veggendosi attraversati i suoi disegni, 
non si adiri meco , troverà '1 denaro in pronto , aperta 
la porta, e me in silenzio. » E ben s' appese; da che 



G. MALPAGHINI il 

Giovanni, non ispaventato punto dal primo viaggio, 
tentò '1 secondo nelle Calabrie, per amore di appren- 
dere la greca lingua da que' valenti maestri, che là si 
trovavano; e di quindi ripigliando il cammino se uban- 
do a Roma. E questo si ha in due lettere del Petrarca 
a Ugo da s. Severino ed a Francesco Bruni, che certo 
mostrano favellare del Malpaghini; anzi pare a lui in- 
diritta anche l' altra breve lettera ad un tal vagante^ 
conche messer Francesco si congratula che sia giunto 
a Roma , e lo esorta a por termine ai tanti viaggi. Egli 
è da credere che Giovanni tornasse poi al suo maestro, 
e stésse con esso lui insino al i374, in che quel divi- 
no ingegno passò all' altra vita; avendo Coluccio Sa- 
lutati, uomo dotto in ogni sapienza, e che fa di quel 
tempo, lasciato memoria die Giovanni convisse col 
Petrarca intorno a tre lustri. Dopo il 1370 prese il 
nostro Grammatico a tenére scuola di belle lettere in 
Padova , e fu accettissimo ai signori da Carrara, che 
gli diedero il grado di loro canceUiere, come di sotto 
si dirà. Dal i375 al i379 insegnò eloquenza in Bellu- 
no, e in appresso (al dire di alcuni) in Venezia; poi 
dal 1388 al 1302 in Udine. E nel i397 i fiorentini lo 
invitarono a leggere nella loro città : ma egli non ten- 
ne l'invito, perocché avendo recuperata la signoria di 
Padova nel i390 Francesco Novello da Carrara (eragli 
stata tolta pochi anni innanzi da Giovan Galeazzo Vi- 
sconte signor di Pavia), Giovanni che insin da giova- 
netto era stato devoto a quella casa, vi tornò in ofiS- 
cio di cancelliere, e forse vi stette insino a che la 
fortuna si volse nuovamente ai Carraresi nemica : il 
che fu nel I4M. Nel qual anno egli s' era ridotto in 
Firenze in cerca, o in avventura di miglior fortuna: e 
di là l'amico suo Salutati, già detto, lo proponeva per 

A* 



&2 G. MALPAGHINI 

maestro a- Cario Halaiesta, raccomandandoglielo con 
queste parole: e Non so se in tutta 1* Italia dal mar 
d'Adria a quel di Toscana, e dal Faro insino alle Alpi 
che partono da noi la Germania e la Gallia, troverai 
un ingegno eguale a costui. » Indi a poco però (e ten- 
go subito dopo la morte di Filippo Villani) la republi- 
ca tiorentina, che, come narrai, lo areva invitato a 
leggere eloquenza nel 1397, lo elesse da capo, e poi 
lo confermò nel 1413 con decreto orrevolissuno scritto 
in latino e publicato la prima volta dal canonico Sai- 
vini; nel qnale si dice; che e il dottissimo uomo mes- 
ser Giovanni de' Malpaghini da Ravenna sino a questo 
tempo (doè al Hiì) ha letto per parecchi anni nella 
città di Firenze, ed ha spiegato con assai diligenza 
r arte retorica ed ì principali autori, ed alcuna volta 
il libro di Dante: nelle quali cose ha ins^natì molti 
con decoro non picciolo della città. » Dalla scuola dei 
nostro Giovanni, come s'ba dagli storici, uscirono i 
più chiarì uomini del secolo decimoquinto, cioè a 
dire Lionardo Bruni, Paolo Sforza, Vittorino da Fel- 
tre, Roberto Rossi^ Gasparìno Barziza, Pierpaolo Ver- 
gerìo,Ognibene da Vicenza, Guarino Veronese, Carlo 
Marsuppini, Ambrogio Travereari (nato in Portico so* 
pra Forlì, d* orìgine ravennano), Poggio Bracciolini, 
Francesco Barbaro, Lionardo Giustiniani, Francesco 
Filelfo, Jacopo d* Angelo e Secco da Polenta, che in 
una sua latina opera inedita, cits^ dall' ab^ Mehus, 
lasciò questa onorata testimonianza^ del suo maestro: 
« Leggeva in questa cittàndi Padova nudriee dalle let- 
tere Giovanni ravegnano, uomo e per la santità de'co- 
siumi, e per gli studi della umanità e della eloquenza, 
a mio avviso il primo fra i dotti che allora fiorissero 
nel paese d' Italia. Imperocché da questo m«estro non 



G. VALPAGHINl h3 

solo apprenderi V dogaenza, eh* ei veniva con belFor- 
dìne spillando, ma anco i costami e la onestà della 
vita: nelle quali cose egli instniiva co' precetti non 
meno che con Y esemiMO, » E quasi consimili lodi gli 
sono date da Flavio Bicmdo, da Rafoeilo da Volterra, 
da Leandro Alberti, dal De-Sade e da altri delle età 
conseguenti, e Alcuni però (scrive il Tiraboschi) hanno 
esagerate troppo tal lodi, dicendo eh' ei fu *1 primo a 
richiamare la tersa e colta latinità in Italia ; il qual 
vanto ad assai maggior diritto si dee al Petrarca. » Né 
io alla sentenza di questo eruditissimo contradirò: pa- 
rendomi che ne venga bastevole gloria a Ravenna dal 
dirsi madre del secondo ristoratore della italiana, o 
meglio europea letteratura. Molte opere compose Gio- 
vanni, ed alcune se ne conservano manoscritte ne' co- 
dici delle principali biblioteche di Padova, di Roma, 
di Parigi e di Oxford; e fra queste sono da ricordare 
la istoria della famiglia Carrarese, che intitolò aRodolfo 
guerriero, figliuolo di Francesco il vecchio , di quella 
magnifica casa : la sua entrata alla corte: la sua apolo- 
gia: il libro delle cose memorande: la istoria d'Elisia. 
Ma i suoi elogi, i dieci libri delle epistole,le egloghe,le 
chiose al sesto della Eneide, ora non sono più. Due 
soli frammenti delle opere di Giovanni hanno veduto 
la luce per cura del card. Quirini, che li trasse dalla 
biblioteca del Vaticano, e forse sono le sue cose di 
manco pregio. Non posso lasciar di notare per onore 
della patria, che a questi tempi viveva anche Gugliel- 
mo Ghezzi ravegnano, fisico celebre, a cui '1 Petrarca, 
comechè ai medici sì avverso, una sua amorevole let- 
tera indirizzò, e fu forse amico del nostro Giovanni 
Insino a che anno il Malpaghini conducesse la vita, 
per gli storici non si racconta: è congettura dell' ab. 



a G. MALPAGHIMI 

Mehus eh* ei mancasse verso il 4420. E se voglianio 
dar fede a Giovan Pietro Ferretti, morì a Ravenna di 
grande età, e fu portato a sepelìre con publica fune- 
ral pompa al tempio di s. Mama, poco fuor della porta 
di questo nome; il qual tempio fu poi disfatto dalle 
fondamenta in un col monastero de' Minori nel 1514, 
per ragioni che ora non mette bene di ricordare. 



i5 

DESIDERIO SPRETI 



Uomo per sangue e per dottrina, ma molto più 
per eccellenza d'indole, nobilissimo, fu Desiderio 
Spreti istorìco, nato nel i4i4. La buona educazione 
avuta dal padre (che anch' esso ebbe nome Desiderio) 
coltivò nel suo petto un fecondo amore di opere ono- 
rate e magnanime. Furono suoi studi giovanili le let- 
tere greche e le latine, non meno che la giurispru- 
denza, della quale fu peritissimo. Leggendo molto 
nelle istorie, imparò a conoscere gli uomini, e a giu- 
dicare con saviezza de' casi umani : dilettavasi sopra 
tutto della lettura di G. Crispo, nobile spirito, che gli 
mise in cuore un caldo affetto di patria carità. Era egli 
giovane che non passava ventisei anni, quando Osta- 
sio V da Polenta, signore di Ravenna, faceva ammaz- 
zare alcuni de' principali cittadini, che tremando delfa 
sua potenza, avevano in odio U governo di lui, e con- 
giuravano di dare la città a' veneziani. Avreste veduto 
Obizo Monaldini, chiarito ribelle, fuggirsi della patria 
sconosciuto; poi preso e tormentato in Fori); indi in 
Venezia a tradimento ucciso : e Matteo Balbo con Ja- 
copo Tombesi posti in carcere tetro, poscia marto- 
riati, e ad uno di loro mozza la testa dal carnefice. 
Morto Jacopo de'Raisi, cavaliere deUe leggi perito; 
altri esiliati, avvelenati, impiccati. Il nostro Desiderio, 



46 D. SPRETI 

che fu presente a que' fatti orridissimi, soleva poi dire 
che la memoria di quel tempo era acerba, dolorosa; 
cosa terribile a udire, a vederla crudele. Ma egli av- 
venne non molto dipoi, che veggendo Ostasio in tutta 
la città una tacita mestizia e scontentezza, e cono- 
scendo sé essere divenuto l'obietto dell'odio comune, 
a Venezia si condusse, dandosi egli stesso nelle mani 
di coloro, che niente altro desideravano se non torgli 
la signoria della patria. Allora il popolo ravegnano, 
concitato tumultuosamente alle armi, si ribellò da lui, 
e trasse in folla alla piazza gridando: — Viva la repu- 
blìca, vìva s. Marco! — E questo fu del 1441 a' 24 di 
febraio. Il senato veneziano <da cui OAscostamente era 
mosso questo tumulto) accettò di buona voglia la 
città, che pareva venire spontanea alla sua devozione; 
e mostrando di favorire alcuni de' più potenti rave- 
guani, confinò Ostasio con la moglie Ginevra» nata di 
Astorre Manfredi, e '1 figlioletto unico Girolamo, nel- 
r isola di Gandia, con provisiooe annuaria di scudi 
ottocento d'oro; dove non andò poi guari che tutti e 
tre morirono, non senza sospetto di morte loro pro- 
curata dai troppo crudeli nemici. Seguiterò raccon- 
tando come per questo abbassamento di Ostasio tutto 
si rall^rasse 1' a^imo dello Spreti:, siccome quegli 
che odiava mortalmente il governo de'Polentani, e 
aveva ancore alla veneziana republica. Negli anni con- 
seguenti, essendo la città in pace^, propostosi di scri- 
vere quanto più brevemente potesse la istoria rave- 
gnana, partì l' opera sua in piccioli libri. Descrisse nel 
primo il sito della città; parlò della sua origine, e 
yenne narrando come fosse negli antichi tempi vasta, 
polente, famosa. Pianse nel secondo le discordie e le 
gare degli ambiziosi cittadini, che per poco non ridus- 



D. SPRETI W 

sere la patria in roina e soIHodiiie: disse de* Traver- 
sali e de'Polefitani che la signoreggiarono, tutta la 
sua grande ira contro di questi ultimi versando. E nar- 
^ rata nel terzo la caduta di Ostasio V, ultimo de*Polen» 
tani , con magnifiche Iodi '1 governo de' veneziani 
esaltando, mostrò le speranze della futura prosperità. 
È questa istoria scritta nelF idioma latino, puro, fa- 
cile, chiaro, preciso quanto si potesse scrivere in 
que'dì, e di belle e gravi sentenze adomata. Fu im- 
pressa la prima volta nel 1489 (già morto Fautore), 
e Jacopo Franchi ravegnano, letterato e poeta, a Ni- 
colaò Foscaro la intitolò : fu fatta italiana prima nel 
secolo decìmosesto, poi nel decimottavo dal mar- 
chese Camillo Spreti, uomo della patria amantissimo. 
Né solo questa istoria compose Desiderio, ma -1 Rossi 
ed il Burmanno ricordano un'altra operetta di lui, che 
più non si trova. Fece anche alcune poesie latine, e 
fu forse il primo a mettere in luce una raccolta di an- 
tiche iscrizioni. Visse caro a'suoi cittadini, da cui fa 
mandato oratore a papa Nicolò Y, e poscia al senato 
de' veneziani. Costante e schietto amatore delle azioni 
virtuose, era suo detto: doversi con le opere egua- 
gliare, e se né bastano le forze, superare i fatti glo- 
riosi degli antenati. De' quali magnifici pensamenti ei 
nutriva la giovinezza de' suoi figliuoli, e molto godeva 
il paterno cuore veggendoli crescere nelle virtù. La 
donna sua ebbe nome Andrea di Masio Cristiani; e 
mortagli, dicono sposasse una de' Proli , che a lui so- 
pravisse. Fiorì nella grazia di Vitale Landò e di Ja- 
copo Antonio Marcello, cavalieri veneziani assai lodati 
per senno e gravità di costumi, a' quali dedicò la sua 
istoria, e V amicizia loro con ardente studio ricercò. 
A' 23 di novembre del 1474 fece suo testamento, e 



48 D. SPRETI " ^ 

forse in queir, anno stesso lasciò questa vita mortale. 
Il popolo lo pianse y e seguì '1 feretro quando il cprpo 
si portava a sepelire nel tempio di s. Francesco, detto 
a que' dì s. Pier Maggi(H*e. 



49 

GURLINO TOMBESI 



Gurlino Tombesi nacque di stirpe nobile, antica. 
Appena fuor di fanciullo si die' al mestìero dell'armi; 
e per la dispomzione della natura, è pel molto esercii 
zio, divenne in breve perito della scienza militare, e 
bastante a sostenere con le fatiche del corpo e con la 
sollecitudine deU' animo qualunque gravissima impre- 
sa. Ond' è che in quella memorabile battaglia fatta fra 
grìtalìani e i francesi in sul fiume del Taro Tanno 1495, 
essendo agli stipendi della republica veneziana, sotto 
al cui dominio era a que'tempi la città di Ravenna , 
pugnò contro V esercito del re Carlo Vili tanto egre- 
giamente, da meritarsi fama di forte e valoroso guer- 
riero; la quale gli si accrebbe non poco, com'ebbe 
poscia repressa Y arroganza e V audacia de' francesi , 
incendiando a Novara le fortificazioni loro. Dopo di 
cbe volendo la republica de' fiorentini farsi sug^etta 
la città di Pisa, e avendo i pisani chiesto soccorso al 
senato veneziano , fu mandato Gurlino a difendere la 
libertà di Pisa; il quale combattè bravamente contro 
Paolo YiteUi da Qttà di Castello, uomo nell'arte della 
guerra assai riputato, e salvò la città, che non ve- 
nisse in potere de'suoi nemici : onde i pisani, die nella 
fede di lui e nel valore si confidavano assai, gli die- 
dero titolo di capitano, governandosi in tutto col 



50 G. TOMBESI 

consìglio suo. Ma saputo i veneziani come Baiazette 
imperadore de' turchi faceva grande apparecchio dì 
guerra, temendo non egli avesse neir animo dì muo- 
vere lor contro, vollero fortificato il Friuli: e chia- 
marono Gurlino e Bartolomeo d* Alviano al presidio 
di quella provincia. In questo mezzo Baiazette con un 
esercito forte di cento* cinquanta mila combattenti , 
entrato nella Morea, espugnò Modone, ov' era Anto- 
nio Fabri ravegnano, fatto dai veneziani capo del pre- 
éidio di quella città, che combattendo fla forte, finì la 
vita con molta gloria. Indi prese Goìroiie, e pose V as- 
sedio a Napoli di Romania. Perchè 1 veneziani , spa^ 
ventati da queste vittorie del nemico, mandarono di 
presente colà Benedetto da Pesaro insieme col Tom- 
besi: il quale die* si fòtte prove del suo valore, che 
Baiazette, senza tentare altro, si tomo con l'armata 
a Costantinopoli. Laonde il Pesaro, di' era il capitano 
delle navi veneziane, fé' Gurlino di tutte le sue genti 
proveditore, anzi glie ne diede il generale comando: 
e insfeme con esso , tolte di molte navi a' nemici , re- 
stituì alla republica Egina, Lesbo, Tenedo, Samo- i 
tracia, ed altre isole e città state prese da Baiazette. 
E giunte loro in soccorso le navi spagnuole, nmodate 
dal re Ferdinando V, e capitanate da Gonsalvo Er^ 
nandes còrdovese, pensarono che fosse da strìgnH'e 
la città di Cefalonìa, da cui ha preso il nome tutta 
l'isola; e Gurlino fu de' primi die venne all'assalto. 
Il quale fattosi sotto le trlncfèe nemiche, combattendo 
con disperato coraggio, e ardente di onesta ambizione j 
di fare qualche opera degna della virtà e gloria sua , 
dalle ostili artoi percosso, cadde. Il Pesaro e TErnan- ' 
des, che lo teneano carissimo, vistolo pieno di san- | 
gue e di mortali ferite, vollero, quasi contro la vo- 



HI 



G. TOMBESI 5i 

loutà sua, fosse portato a Ravenna, dove , poco dipoi, 
ai 25 di aprile del i501 passò della presente vita. I 
ravegnani dolenti della morte dell' illustre cittadino , 
ne onorarono il cadavere con solenne pompa di fune- 
rale: e nella chiesa di s. Nicolò, al luogo del suo se- 
polcro ,^ posero alcuni versi latini che dicevano : lui 
nella forza del corpo e nel valore dell'armi aver su- 
perato il grande Alcide e '1 forte Ettore. Lasciò Gur- 
lino, fra gli altri, un figliuolo di nome Gurlotto , che 
in pQco tempo rinovò in sé '1 valore del padre, e dal- 
l' imperador Massimiliano I, sotto le insegae del quale 
militò, fu donato di una trireme. Anche i veneziani 
iofìostrarono il grato animo loro alla meoipria di Gur- 
Uqo, assegnando con putulico deoreto im' annua prò- 
visione ai figliuoli maschi di lui, e dotando di una li- 
bra e mezzo d' oro Je sue figliuole. 



sa 

PIETRO TOMAI 



Non istàrò mica in dubio di annoverare fra' più 
illustri raveg^nani Pietro de' Tomai, viyuto nel secolo 
decimoquinto; legista di gran nome non solo in Italia, 
ma e nelle straniere nazioni. Air alto ingegno di lai 
era aggiunto un dono rarissimo di memoria, e vigor 
d'animo così eccellente, che, come si conta di Giulio 
Cesare, scrìveva, leggeva, dettava e ascoltava ad un 
tempo. Giovanetto dì dicianove anni studiò in Padova 
le leggi sotto la disciplina di Alessandro da Imola, 
giureconsulto valente e riputato. Dice egli stesso che 
teneva a memoria le intere lezioni , comechè lunghis- 
sime, di Alessandro, e le scriveva di parola a parola, 
recitandole innanzi a gran numero di scolari , e risa- 
lendo dalle ultime parole alle prime. E soggiugne co- 
m' ei voltava tosto in versi quelle lezioni , e le ripe- 
teva con grande maraviglia di tutti. Udendo una volta 
predicare Matteo Bosso, scrisse le prediche di lui e 
glie le portò. Uscirei del mio proposto di voler de- 
scrivere brevemente queste vite de' ravegnani , se al- 
tri arditissimi esperimenti della sua maravigliosa me- 
moria volessi raccontare; di che scrisse egli stesso 
un'operetta latina intitolata Fenice^ stampata la prima 
volta nel 149i. Spargendosi per tutto la fama dell' ec- 
cellenza del Tomai, fu chiamato ad insegnar dalla ca- 



P. TOMAI 53 

tedra le leggi in Bologna, in Pavia, in Ferrara, in Pi- 
sa, in Pistoia, in Padova con istipendi onoratissìmi. 
Avvenne che insegnando égli in Padova, il duca della 
Pomerania Bugislao, venuto a Venezia Tanno i497 , e 
saputo della gran fama di Pietro, pregò Agostino Bar* 
barìgo doge della republica , che gli piacesse conce- 
dergli un tanto uomo. Di mala voglia consentì '1 Bar- 
barigo; pure per non disdire al duca, finse di parerne 
contento. Bugislao gli mandò di presente a Padova 
suoi legati, invitandolo ad andare con esso lui a Grip&- 
vrald. Tenne Pietro Y invito, e si parti dell' Italia con 
la moglie Lucrezia e co'molti figliuoli che aveva avuti 
di lei; accompagnandolo i giovani tedeschi , che da- 
vano opera alle leggi nello studio di Padova. Già la 
fama della sua venuta a Gripsvrald n' era gita innan- 
zi, onde quel giorno ch'egli entrò allato al duca, fd 
una solennità: da tutte le contrade trassero affollati ì 
cittadini a vederlo. Quivi insegnò le leggi per alquanti 
anni, e '1 duca fu sì preso della scienza di lui, die gli 
pose grandissimo amore, e gli fece tanti favori, che 
ne fu detto per ogni luogo. Ma essendo morti a Pietro 
tutti i suoi figliuoli, da uno in fuori nomato Vincenzo 
(che fu pur esso valente giureconsulto), e trovandosi 
ben avanti di età, volle tornare in Italia, e ne chiese 
licenza al duca. Il quale, avvegnaché forte glie ne do- 
lesse, e s* ingegnasse di trattenerlo, pur visto che 
aveva fermo r animo a quest' andata, ^i fece lettere 
di raccomandazione, acciocché di città in città , per 
qualunque luogo passasse, fosse con onore ricevuto. 
Federico duca di Sassonia, prìncipe sommamente sa- 
vio e buono, avendo sentito che '1 Tomai tornava in 
Italia, gl'invio messi, pregandolo che non gli fosse 
grave di prendere quel viaggio per ire a lui a Wìt^ 

6* 



5& P. TOMAI 

temberga. Mosso Pietro da questa benignità di Fede- 
rico, senza punto indugiare, colà si condusse. Il du- 
ca, fattegli ttttt^ quelle cortesie che si potevano 
maggiori, cercò di ritenerlo con onestissime condi- 
zioni: ma non potè molto il. Tomai ivi dimorare, che 
un funesto contagio, il quale aflUssequel paese, lo 
forzò a fuggirsene in Cofeaia; dov'è incredibile a dire 
con quai^ letizia di quelle genti vi fosse accolto. Con- 
tano che tanto pc^lo si ragunava ad udire le lezioni 
di lui, che non era luogo che alla folla bastasse. Ora 
il nome del Tomai erasi diffuso per tutta la Germania 
in modo, che lo stesso imperadore Massimiliano I in- 
ttf veniva sovente atte sue disputazioni. Si legge an- 
cora la lettera che gli scrisse Giovanni re di Dani- 
marca invitandolo alla corte, ed è piena di altissime 
lodi: sappiamo pure ch'ebbe lo stesso invito da'duchi 
di MecUemburgo. Ma Pietro a questi inviti non cede : 
aveva fermo di voler tornare in Ualia, tocco dall'amore 
della patria; perocché, com'ei dice, l'antica Ravenna 
desiderava di rivederlo. Era la domenica delle palme, 
forse del ibOb, quando, presente molto popolo, lesse 
un suo discorso , e con parole di grande affetto si dolse 
di dover lasciare quella città; e mandò al senato una 
degia latina, dando così l'ultimo addia Pochi giorni 
dopo la pasqua si partì di Colonia, e venne a Magon- 
za. Una gran calca di gente gli uscì incontro: fugli 
detto come i sapienti di quel luogo desideravano 
udirlo disputare; oud' egli, nel cosjpetto del cardinal 
Santa Croce, espose alcuni passi delle divine scrit- 
ture oon tanta copia di eloquenza, cl^e sceso della ca- 
tedra, iu salutato cogli viva. Da Magonza non venne 
altramente in Italia, ma secondo il dire di alcuni, 
tornò a atarsene un'altra volta in Wittemberga; né di 



P* TOHAI 55 

questo ci è nota la cagione. Si raceog^ie da alcaiie 
parole di m» sua opera, recate dal Fabrictò , eh' egìi 
pervenuto aH^uUama vecchiezza, esa^o delle cdse del 
mondo, voHòssì affatto alla reKgionè, e, preso uioile 
abito, entrò nella regola di s. Francesca: la moglie 
sua seguì l'esempio di lui, e in un monastero di sante 
donne si chiuse. E questo avvenne intomo al 1511. 
Dopo di che non si sa quello che di lui seguisse: ma 
pare vicino al vero ch'indi a poco mancasse di vita in 
Wittemberga. Questo chiarissimo uomo, che pel suo 
sapere fu di gran maraviglia a tutto il settentrione ; 
amato ed altamente onorato da principi, re , impera- 
dori ; che nelle terre di Germania mise in più alta 
estimazione il nome italiano; questo sì degno uomo 
non potè sfuggire i colpi della fortuna e la maligna in- 
vidia delle genti. Perocché visse in Padova povera- 
mente a cagione della molta figliolanza, e stette alcun 
tempo ritirato per debiti: in Colonia ricevette una 
grave ingiuria , che gli mise nell* anima sdegno e do- 
lore. Molti nemici gli procacciò '1 suo franco e libero 
favellare, ma più glie ne fece il grande ingegno e la 
celebrità del suo nome. Fu di membra forti e grosse : 
assai dedito agli studi , e vegghiava le notti scrìven- 
do. Ebbe molta disposizione alla poesia , ma pòco vi 
attese. I volumi da lui composti trattano di scienza 
legale, e sono scritti neir.idioma latino. Per essi si 
levò a tanta altezza, che ninno de' giuristi suoi con- 
temporanei lo sorpassò: e le stampe che nel decimo- 
sesto secolo ne furono fatte in Venezia, in Vicenza, in 
Roma , in Lione, in Roano, in Parigi, in Colonia , in 
Lipsia, in Francfort, dimostrano come a que'dì fos- 
sero cercati e letti. Il tedesco Ortwino Grazio suo 
amico tolse a difenderlo dalle mordaci parole degl'in- 



56 P. TOMAI 

vidiosi con un opuscolo, che a Pietro indirizzò. Que- 
ste detrazioni non oscurarono già in minima parte la 
fama di luì, clie tutta bella e splendente passò ai pre- 
senti uomini, e gli manterrà gloriosamente vivo il no- 
me ne' secoli che verranno. 



57 



MARCO FABIO CALVI 



Di Marco Fabio Calvi/ maravigliosa e rarissima 
indole d'uomo, si vogliono qui dire alcune cose. Ei 
nacque nel decimoquinto secolo, e sin dalla prima età 
impiegò '1 chiaro ingegno nella filosofia, e studiò pro^ 
fondamente neW etica ; scienza che conduce a cono* 
scere gli uomini e i loro doveri. Diede anche felice 
opera alle lettere umane, greche e latine; e dilettòssi 
non poco delle istorie e delle antichità. Sappiamo che 
fu molto caro a papa Leone X , principe per natura 
libéralissimo, e benigno a tutti quelli che sapesse va- 
lenti in alcuna arte o studio: il quale, chiamatolo a 
Roma, lo accolse con dimostranza dì grande afietto : 
lo fece commendatario del priorato di s. Alberto , e 
rettore della chiesa di s. Pietro in Trentola nel con- 
tado ravegnano: gli assegnò anche una provisione 
onorata, e volle fosse suo famigliare e continuo com- 
mensale. Con le quali comodità egli potè porre tutto 
il suo ingegno negli studi; e fu '1 primo che si facesse 
a recare in latino dal greco gli ottanta libri della me- 
dicina d' Ippocrate, opera laudabilissima, che gli co- 
stò la fatica di cinque anni, e fu poi stampata in Roma 
nel 1525, e intitolata al pontefice Clemente VII. Scrisse 
similmente in latino un libro delle antichità romane, 
lodato da Nicolò Bergero;^ e fece altre operette mi- 
nori. Ebbe il Calvi molta fama non solo pel suo per- 
spicace ingegno, ma ancora per la volontaria povertà 



58 M. F. CALVI 

e severità della vita. Imperocché egli fu di costumi 
gravi, antichi: non contaminato d'ambizione: seppe 
temperar sé medesimo, vincere le proprie cupidìtà. 
Non pigliandosi un pensiero delia sua vita, viveva in 
Roma solitario, in una povera cameretta, ed erano 
suo cibo ì legumi , le frutta e le erbe a modo de* pit- 
tagorici : ed anche nella vecchia età di ottant' anni fu 
sì assiduo nello studio, che ne trasse una grave e pe-. 
ricolosa infermità. Per questa sua maniera di vivere 
fu forse da alcuni avuto a dispregio, ma i saVi lo com- 
mendarono assai. Ebbe somma intrinsichezza con Ra- 
faello da Urbino, il quale, giovanetto, portava tanta 
reverenza all' austera vita dell' ottimo veochio , che '1 
teneva in conto di maestro e di dolcissimo padre: e 
avvenne forse pe' cousigli del Calvi, che Rafaello, co- 
meché dato un po' troppo a' carnali amori , non pose 
mai alcuna oscenità nelle sue pitture, com'era l'usanza 
de' pittori de' tempi suoi. Il fine della vita di lui fu 
lacrimevole, e non é da passarlo in silenzio. Conta 
Pierio Yaleriano che l'anno 1527, venuto ra Roma il 
duca di Borbone con le scelerate armi imperiali , fu 
messa quella città crudelmente a sacc&;^el quale av- 
venimento molti eccellenti uomini perirono di mala 
morte (e fra questi fu Marco Dente ^travagliano, :eele- 
bre intagliatore di stampe): altri furono taglieggiati, 
e con ogni guisa di tormmito straziati. Anehe il po- 
vero vecchio, venerabile per la età» non giovandogli 
né la scienza né la virtù sua a salvarlo .da quel furo- 
re, fu preso; e non potendo pagare per la «la libe- 
razione la taglia postagli di non so qual somma dì 
denaro, fiì condotto fuori di Roma da que- ribaldi con 
licenza militare; e ridotto in tanta miseria , che non 
molto dì poi, in uno spedale, di fame e di stento finì. 



59 

NICOLÒ FERRETTI 



La famìglia de' Ferretti fu di antica onorata gen- 
tilezza, e diede alla nostra città parecchi uomini illit- 
stri nelle cose degli stadi; iirprimo de* quali è questo 
Nicolò , figliuolo di Giovanni. Egli nacque nel secolo 
deGimoqainto> e cresciuto ad età dì garzone, studiò 
latino alla scuola dì Guarino veronese e di Lorenzo 
Valla, e da Costantino Lascari fu nella greca lingua 
ammaestrato. Sotto la disciplina d' uomini così dotti , 
e per Y amore che pose allo studio, in breve tempo si 
adornò dì quelle lettere, alle quali diamo il nome di 
belle; e riuscii eccellente sì nella poesia, sì nello sciolto 
sermone latino, per quanto potean portare que'tempi. 
Perchè divulgata la fama del suo sapere nel circo* 
stante paese, fu cerco air ammaestramento della gio- 
ventù, e tenne scuola di eloquenza in Venezia, in Ce- 
sena, in Forlì e in altre città della Gallia Cisalpina, 
ponendo ogni sua cura di giovare a quelli che amava- 
no avanzarsi negli studi, e mettendo negli animi de' 
giovani l'amore della virtù; la qual cosa gli fruttò 
somma gloria per tutta la vita. Né la occupazione del- 
l' insegnare gli tolse tempo al comporre ; imperocché 
scrisse libri latini dell'arte del dire:' commentò le epi- 
stole di M. Tullio, le comedie di Plauto, le satire di 
Giovenale: compose quattro libri di odi, molti libri di 



60 N. FERRETTI 

lettere : recò dal greco in latino dodici orazioni di 
Demostene ; e fece alcune altre opere di non minor 
pregio, ma presso che affatto perdute con danno non 
lieve della buona letteratura. Intorno a' trentacinque 
anni, cioè nel mezzo del cammino dell* umana vita , 
desideroso di trovarsi una compagna con la quale po- 
tesse rallegrarsi nelle prosperità, e nelle avversità 
condolersi , si sposò a donna molto principale della 
sua città, di nome Bona Franchini, giovane ben com- 
posta di tutti gli approvati costumi, e sì conforme al 
suo cuore, che veramente potevano dirsi due anime 
in una carne; la quale tra gli altri figliuoli gli partorì 
Giovan Pietro e Giulio, che fecero ritratto dalla pater- 
na virtù, e furono una consolazione della sua vita. 
Ebbe fra' suoi amici Marcantonio Goccio, detto Sa- 
bellico, uno de' buoni ingegni che fiorissero di que' 
giorni, e Giorgio Gomaro cavalier veneziano di gran- 
de autorità, e di nome celebrato per prudenza e per 
senno. Fra gì' invidiosi delia sua lode (che anche que- 
sto non è da tacere) fu Giovan Francesco Quinziano 
Stoa da Brescia, mediocre ingegno, mala lingua, ani- 
mo superbo. Visse il Ferretti settantotto anni sino 
ai 19 gennaio del 1523; e fu cosa notabile che in quel 
medesimo dì ch'egli passò di vita, in quello stesso 
morì la moglie Bona: sicché i corpi loro congiunti fu- 
rono condotti al sepolcro. La morte di lui fu lacrimata 
da tutti i cittadini; ed il suo nome rimane ancora alla 
patria caro ed onorato. 



61 

BERNARDINO CATTI 



Yivea su*l cominciare del decimosesto secolo Ber- 
liardino Gatti, poeta non dispregevole, anzi ne'snoi 
giorni celebre. Ei fn discepolo di Nicolò Ferretti negli 
studi delle belle lettere: poi, ancor giovanetto, se 
n' andò a Padova , dove diede felice opera alla civile 
giurisprudenza sotto la disciplina di Giovanni Gam- 
peggi e di Giasone del Maino ; e assai per tempo si 
fece conoscere dì giudicio sì saldo da poter conten- 
dere co' vecchi assennati. Dilettandosi sopra tutto 
della poesia vulgare e della latina, fu 'I primo che 
usò in Italia i versi retrogradi ^ già trovati antica- 
mente da quel Sotade greco, che (s'è vero quel che 
se ne conta) fu fatto chiudere in una cassa di piombo 
e gittar in mare da Ptolomeo Filadelfo, per cagione 
de' suoi carmi mordacissimi. Gompose anche sonetti 
di parole latine rimate, e inventò certe sestine da lui 
dette insolite. Le quali tutte maniere di verseggiare, 
comechè mostrino nell' autore un molto sottile e pa- 
ziente ingegno, nondimeno (per quel che ne pare a 
me) non sono degne d' imitazione. In quella calda età 
giovanile, che suole accendersi facilmente alle amo- 
rose lusinghe, innamorò d' una giovanetta, che molto 
piacque a' suoi occhi, e la celebrò col nome di Lidia: 
e per simiglianza del nome da lui posto all'amata fan- 

6 



63 B. CATTI 

dalla, Lidio volle essere appellato; come si vede nelle 
sue poesie, stampate in Venezia del i502. Dice Vin- 
cenzo Garrari che 1 Gatti fu podestà di Cesena neli519; 
e noi sappiamo che dai rave^n^anì, lodantisi di lui co- 
me di raro ornamento, fu fatto assai volte de' venti- 
quattro di giustizia, ch'era un magistrato, il quale 
ogni sei mesi si mutava; e fu inviato oratore ai pon- 
tefici Leone X e Clemente VII per negozi della patria 
importantissimi. Valse non poco, com'è detto, nelcom- 
por poesie; aia se quel tempo ch'egli spese uel trovar 
nuove varietà di ritmi, l' avesse posto nelio studio de- 
gli aflétii e de' peosia*!, e aeU'arte dello stille, sarebbe 
certo salito a maggior perfezione e nominanza ch'egli 
non fece: tuttavia que' suoi modi di verseggiare tro- 
varono molta grazia presso gli uomini di queUa età, 
e furono lodati e citati in esempio. Né solo suo studio 
fur^MQO le poesie , ma dott^ com' era nella scienza 
della ragion civile, scrisse alemie legnai eonsuttazioBi, 
che la negligenza de' maggiori nostri non ha saputo 
conservare. Ebbe in moglie Marina Drudi di casa ra- 
vegnana, la quale a lui premorì. Fu '1 G^ti uomo di 
molta probità, e di grande autorità ndla patria sua: 
utile cittadino e buon magistrato; ed i suoi costumi , 
usando fra le persone , furono «seai piacevoli e gentili. 
A Leooatrio Lof«dano doge de' veneziaiii, vecchio ve- 
nerando e della pairia zelantissimo, coinè a Uberai 
protettore, alquanti suoi earmi iotitolè. Ebbe anche 
amicizia col cav. OuidareUo OuidarelU^^ ravegnano, 
egregio uomo , di valor grande neir amù, la eui morte 
co' suoi versi lamentando, e a modo de' poeti magni- 
ficandolo, dice eh'— era un Catone ia pace, u» Marte 
in guerra. — Della sua fine non si sa. 



63 



NICOLÒ RONDINELLl 



Nm bsoérò ancora di ricordare Nicolò Rondioelli 
nato ne) secolo decimoquinto , il quale nella pittura sì 
fattamente si adoperò, eh' è degno si faccia di lui ono- 
revole memoria. Sappiamo da Giorgio Vasari , eh' egli 
studiò alla scuola di Giovanni Bellini, valentissimo di- 
pintor veneziano, e che imitò così bene la buona ma- 
niera di dipignere del maestro, che Giovanni si valse 
di lui in assai opere sue, e si teneva contento di averlo 
avuto a discepolo. Cresciutogli poi V animo, e datosi 
a far da sé, condusse molti dipinti degni di lode; de' 
quali tutti io non dirò, ma solo di alcuni ragionerò 
brevemente. Era al tempo del Vasari nel duomo della 
nostra città, all' altare di s. Maria Maddalena, una ta» 
vola del Rondinelli, dentrovi la imagine sola di quella 
santa; e sotto, in una predella, v'avea dipinto di 
figure piccole, ma granose, tre istorie della vita di 
Cristo: quando apparisce alla Maddalena sotto le for- 
me di ortolano: quando s. Pietro , uscito di nave, eam*- 
mina sovra le aeque verso del Salvatore: e nel mezzo 
a queste fece il battesimo di Cristo. E andie a' dì no-^ 
stri, nella chiesa che ha '1 titolo della s. Croce, si veda 
una tavola di lui, dov* è dipinta la Vergine col bam- 
bino, e in alto sopra la testa della Vergine due ange- 
letti tengono il diadema, riportato in argento, secon- 



Qi N. RONDINELLI 

do la consaetadine de* passati tempi, nata da devota 
intenzione, ma non punto lodevole; e più a basso, alla 
destra è s. Girolamo, alla sinistra s. Caterina. Dipinse 
eziandio due belle tavole, eh' erano già in s/ Giovanni 
Evangelista, ma poi non è molto che furono portate a 
Milano; nell'una delle quali era s. Giovanni conse* 
crante la chiesa, nell' altra i martiri Ganzio, Ganziano, 
Ganzianilla. In s. Domenico è di sua mano la tavola 
dell' aitar maggiore in testa al coro, la composizione 
della quale (secondo il dire del Lanzi) esce dal monoto^ 
no di quella età. In essa è figurata la Vergine col pic- 
colo figliuolo, s. Domenico, s. Pietro martire, s. Rai- 
mondo, ed altri santi in attitudini diverse: esatto ne 
è '1 disegno, lodevole la diligenza ne' vestiti; ma è 
malconcia dalla polvere, e vorrebbe essere collocata 
in luogo, dove opportuno lume la rischiarasse. Sopra 
tutte le opere del Rondinelli '1 Vasari notò quella ta- 
vola, che ne' passati anni era posta in s. Giovanni 
Battista; ora è nelle case del cav. Lovatelli; nella quale 
vedi dipinta la regina de' cieli col figliuolo , messa in 
mezzo da due angeli, e sotto, alla sinistra è s,. Seba- 
stiano, alla destra s. Alberto frate carmelitano, la eui 
testa era bellissima, e tutta la figura molto pregevole; 
dico era, perchè a questi dì è stata guasta, col volerla 
troppo ripulire. Per queste opere," ed altre molte 
di' io non ho nominate, fu '1 Rondinelli commendato, 
e tenuto in gran conto non solo in Ravenna, ma in tutta ^ 
la Romagna; e '1 Vasari lo disse pittore eccdlente di- 
llgentissimo, e che molto nell'arte si affiaiticò. Del pa- 
dre e della madre di lui non sappiamo: né se avesse 
moglie e figliuoli. Giovanetto ebbe amistà grande con 
Baldassare Carrari buon dipintore, suo compatriota, 
di cui vedovasi in s. Domenico una bella tavola , in 



N* RONDINELLI 06 

una figura della quale era ritratto il volto di esso Ron- 
dìnelli. Fu suo discepolo nella pittura Francesco da 
CotigDola, il quale colorì assai vagamente, ma non 
ebbe tanto disegno, quanto il maestro. Condusse il 
Rondinelli la sua vita sino agli anni sessanta; e morto 
in patria, nella chiesa di s. Francesco furono le sue 
ossa sotterrate. 



e* 



GIOVAN PIETRO FERRETTI 



Vengo ora a Giovan Pietro Ferretti, poeta ed 
istorico di bellissima fama. Nato di Nicolò e di Bona 
Franchini intorno al 1482 , come fu ad età convenevo- 
le, apparò le lettere latine dal padre, e nelle greche 
ebbe a maestro Demetrio Mosco , persona dotta e da 
bene. Venuto negli anni della giovinezza, si applicò alla 
ragion civile ed ai cànoni, studiò in divinità; ma so- 
pra tutto ebbe in amore la poesia, arte che fu sempre 
cara alle anime gentili , e a cui egli era disposto dalla 
natura. Poscia a Roma si trasferì, dove svegliando l'in- 
gegno a cose maggiori, e visto come niun ravegnano 
avesse per anche fatta una piena e compiuta istoria 
della patria, si mise a quell'opera; e rivoltando le 
pergamene degli archivi, e facendo un lungo esame 
di scrittori greci e latini , acquistò dell' antichità una 
conoscenza non comune. E per amore alle opere de' 
suoi concittadini, trasse da' codici vaticani gli otto li- 
bri dell' istoria latina di Obone, prete ravegnano, che 
visse poco dopo il pontificato di Alessandro III, de' cui 
fatti conta la sua istoria. Dimorò alcun tempo in Vene- 
zia e in Ferrara, conversando molto domesticamente 
con Celio Calcagnino e Gillo Gregorio Giraidì, uomini 
eruditissimi, i quali nelle opere loro hanno lasciata di 
lui onorevole ricordanza. Tornato poscia a Ravenna , 



G. P. FERRETTI 67 

già consecrato sacerdote, fa fatto proposto della chiesa 
di s. Agnese, e canonico cantore del tempio metropo- 
litano. Fu anche promosso al grado di protonotarlo ; 
ed era vicario generale del cardinal Benedetto Accolti 
arcivescovo di Ravenna, quando Paolo III, eh' aveva 
in molto concetto la sua sapienza, lo chiamò alla cor- 
te. Ond' ei sì condusse da capo a Roma, e vi stette 
parecchi anni in grande estimazione appresso tutti, 
insin che nel i54i, essendo vacato il vescovado di 
Milo, il pontefice, che '1 giudicava degno di quell'ono- 
re, glier offerse. Entrato in questa nuova dignità, in- 
tervenne co' più doUi ecclesiastiei del suo tempo a 
quella memorabile sinodo tridentina, fatta per definire 
i dogmi e riformare la vita e ì costumi del clero. Nel 
iM9 il pontefice lo trasmutò al vescovado di Lavello 
nella Puglia, dove stette caro e venerando a quelle 
genti sino al 1554 : perocché essendo oggimai pieno 
d* anni, e desideroso di riposare V animo nella dolce 
patria, alla sua chiesa renunziò; spendendo il restante 
della vita nel dar compimento alle molte opere , che 
aveva incominciate. L* abate Pierpaolo Ginaiini ne an- 
novera più di novanta , e tutte furono da lui compo- 
ste nella lingua latina e nella greca, ad imitazione del 
suo dottissimo padre. È da ricordare per la prima 
l'istoria ravegnana, partita in tre decadi, dalla fonda- 
zione della città sino a' tempi dell'autore, della quale 
pochi frammenti ci rimangono. Ben si trovano mano- 
scritti nella vaticana i sette libri della storia dell'Esar- 
cato; la genealogia della regia casa de'Traversari; la 
vita di Calla Placidia regina, e un libro degli uomini 
ilhistri di Ravenna e di Forlì. Giovaiie scrisse alcuni 
poemi, fece una tragedia, quattro libri di epigrammi 
latini, un libro di epigrammi greci, dieci egloghe, 



68 G. P. FERRETTI 

elegie^ selve, inni, odi, epitalami. Non mi fa perciò 
maraviglia che da' suoi contemporanei gli fosse dato 
il titolo di poeta e la corona deU' alloro, parendomi 
ch'ei la meritasse; comechè io sappia che di tal fronda 
si coronavano in que' dì anche le fronti de' poco de- 
gni. Di così grande numero di versi non uscirono in 
publico che pochi epigrammi latini, stampati nelle al- 
trui opere, e quel carme con che egli lodava nel 1510 
la città di Siena, dov' era stato ad apparare le leggi. 
Dotto, siccome dissi, nelle greche lettere, ebbe tras- 
latato in latino sei orazioni d'Isocrate, tre comedie 
di Aristofane, ed alcune operette di Basilio, di Plu- 
tarco, di Fìlostrato, di Erodiano, di Cipriano, di Teo- 
doro Gaza, di Bessarione; e tutte queste versioni, per 
colpa di chi dovea conservarle, perirono. Solamente 
veggiamo stampata la traduzione de* consigli d'oro, 
che Agapito diacono mandava all' imperador Giusti- 
niano: e di questo dobbiamo riferirne grazie ad Esu- 
peranzio Ferretti, figliuolo di Giulio, e nipote del 
nostro autore. Lungo sarebbe contare tutte le opere 
composte da lui; onde basti questo per conoscere chi 
egli sia stato, e come sieno vere le lodi che gli sono 
state date dall'Alberti, dal Gasarlo, dal Bardi, dal- 
l' Olmo, dairUghelli, dal Tiraboschi e da altri celebri 
scrittori. Oltre la dottrina, che in lui fu grande, come 
abbiamo veduto, la natura lo fé' adorno di bellissime 
virtù. Anima cortese, prudente, allegra di dir bene 
de' buoni: petto acceso di santa amicizia. Portava un 
grande amore a tutti i suoi concittadini, e principal- 
mente ad Androvandino, valente giovane, il cui nome 
sarebbe fuori della memoria degli uomini , essendosi 
smarrite le sue opere, se '1 Ferretti non ne avesse fatto 
parola.Lodò anche co* suoi carmi Francesco de'Rosi,^* 



G. P. FERRETTI 69 

altro rayegiiaiio, persona di spirito, gran cercatore 
d'antichità, che ne' primi anni del decimosesto se- 
colo viaggiò la Siria, fu in Damasco, e di là portò in 
Italia codici rarissimi, e ne fece presente a papa Leo- 
ne. Il giorno sei maggio del i557 il nostro Ferretti, 
Tccchio di settantacinque anni, fini '1 cammmo della 
vita, e la morte. sua dolse a ogni ordine di persone. 
I suoi funerali si fecero con solennità nella chiesa di 
s. Giovanni Evangelista , dove ricevette onorevole se- 
pulturà; sopra la quale il nipote Esuperanzio fe'porre 
a sue spese Y anno i58l^ una iscrizione latina , che 
l'alto senno di lui e gli onori in vita goduti agli avve- 
nire certificasse. 



TO 



GIULIO FERRETTI 



PrìTìci]ynli&simo in dottrifta legale, e molto deRe 
latìtìe lettere'perito, fu Glnlìo Ferretti figlinolo df Ni- 
colò e fratello di Giovan Pietro, de'qnali abbiamo 
ragionato alcuna cosa. Sotto la educazione e gli am- 
maestramenti paterni passò Giulio la sua prima età, 
mostrando e con parole e con fatti di dover essere 
quel valentuomo che poscia divenne. Imperocché con- 
tano di lui , che infin da giovanetto ebbe così in amore 
lo studio, che anche alla mensa tenesse alcun libro 
dinanzi a sé, e cibandosi leggesse. Il padre, veggendo 
il figliuolo di un ingegno così pronto e vigoroso, e 
molto bene promettendosene, lo mandò a Padova; 
dove, voltato l'animo determinatamente alle leggi, 
per suo studio tanto in quella scienza acquistò, che 
non molto dipoi fu aggregato al collegio de' giurecon- 
sulti di Roma. I suoi cittadini si valsero spesse volte 
di lui, inviandolo oratore a' presidenti e legati della 
Romagna: ma orrevolissima sopra le altre fu l'amba- 
scerìa a papa Clemente VII. Quel pontefice gli fece 
gratissime accoglienze, e fu sì preso del sapere e della 
virtù di Giulio, che lo volle a corte, e gli die' titolo di 
cavaliere e conte palatino; e menatolo seco in Bolo- 
gna, lo presentò alla maestà di Carlo V, quivi venuto 
a ricevere dalle mani del papa la corona dell' impe- 



G. FEAAETTI 71 

rio. U quale accettò '1 Ferretti neUa sua frotezione, 
lo feee mo cavaJì^o, e ^ dette facutt& ebe potesse 
porre nell'arme della sua casa T acpitla imperisde jcob 
la corona; onore stunato grandissimo a «pie* dk; ed 
oltre a qu^esto k> raccomandò a dot Ketro di To- 
ledo, <cbe in luogo suo reggeva il ragno di Naf^olL Qua 
condottosi Giulio^ se n'andU) dì pneseote ai Vieenè, 
cbc gli fece assai carezze e oortesie, A pei'chè issqfieva 
per fama deUa sua molta perizia e npotanone nelle 
leggi > e » anche perchè io vedeva caro all' impara- 
dore: onde gli conferì molti ononàti r«gg»enli, 
eleggendolo a giudice regio, e a prefetto delia Pu- 
glia; e nelle cose di governo voile tenesse poi sempre 
il primo Hiogo appo tei. e IquaK «fliei, dìoe V. Oiar- 
lanfft^ eeencitò egli molti aani^ e con tanta sincerità 
e bontà^ dte non pigilo anai cosa alena, se non il. 
vitto, quando andava per servigio Fegio, e non si fece 
filai vineece per dosi, me per nrnai» rispetti. » Y«olsi 
andke dire a sua lode com^egli, fatto commessario 
della Campania, fu iBsempìo di coraggio e éì giustizia, 
e punì severamente i rubatori 4e}le strade, e gli 
uomini di mala vita. Per questo modo venne più 
avanti nella grazia del Toledo, e di molti signori; 
principalmente di don Ferrante I Gonzaga' signor di 
Guastalla, e di Maria Gardena, dotta nelle greche let^ 
tere e nelle latine. Gomechè *1 Ferretti fosse di con- 
tinuo impedito da importantissimi negozi, e mole- 
stato da cure gravi, come son quelle di chi ha a 
mantenere le ragioni dei governi, ed amministrare 
a' popoli la giustizia ; nientedimeno fu, com' è 
detto, sì agli studi inteso, che, e prima e durante 
la sua dimora in Puglia, potò scrivere libri la- 
tini di scienza legale, ricordati da Girolamo Rossi 



72 G. FERRETTI I 

nella istoria delle cose ravegnane, e nella vita 
che scrisse del nostro Giulio. Compose anche poe- 
sie, e fece le addizioni a Bartolo da Sassoferrato, 
tenuto a que'dì '1 principe de' giureconsulti. Le ope- 
re che'l Ferretti lasciò manoscritte appo la morte, | 
furono date alle stampe dal figliuolo Esuperanzio, e in- 
titolate a Filippo II re delle Spagne. Dopo una ben 
condotta Tita di sessantanni, fu cólto dalla morte 
nella città di s. Severo in Puglia agli otto marzo 
del i547, lasciando di sé in tutte quelle genti gran- 
dissimo desiderio per la memoria delle sue virtù; e { 
fu sepelito onoratamente nel tempio della Trinità, 
dove forse anche oggi si vede il suo sepolcro. Fu 
uomo molto religioso: nelle sue azioni grave e circo- 
spetto: parco nel cibo: di poco sonno: tolerante il 
freddo a maraviglia. Andava sempre a capo scoperto, 
qualunque aria o- stagione facesse. Aveva in odio i 
balli, i suoni, i giuochi ; non pertanto fu manieroso 
ed affabile nel conversare, e molto signore degli af- 
fetti dell'animo suo. In età d' uomo tolse moglie, ed 
ebbene figliuoli; fra' quali Esuperanzio fu non igno- 
bile legista, e governatore di Giovenazzo nel regno 
napolitano. 



73 

GIOVAN BATTISTA PESCATORE 



Era di poco sotterra la spoglia mortale dì Gio- 
vali Pietro Ferretti, quando Ravenna nel 1558 ebbe a 
piangere la morte di altri tre illustri suoi figliuoli; vo- 
glio dire di Girolamo Re, nomato Fornarino, oratore 
è poeta elegante: di Agostino Rubboli, dotto nelle 
scienze legali, forte petto, acceso nell* amor della pa- 
tria: di Glovan Battista Pescatore, poeta non ignobile 
de' suoi dì, del quale intendo ora di favellare. Pochi 
sono i particolari a noi rimasi della vita di quest'uomo: 
quello che sappiamo di certo si è . eh' et da giovane 
fornì la sua mente di utili cognizioni. Essendo poi 
molto inclinato alla poesia vulgare, si diede a leggere 
le finzioni degl'italiani poeti; ed entrato nell'amore 
delle Muse , a quello tenne vólto sempre il suo pen- 
siero. Era uscito di que' giorni '1 grande e maraviglioso 
poema di Lodovico Ariosto, ed il nostro Pescatore 
r ebbe letto più volte con infinito piacere; anzi non 
potend.o ritener in sé T ardente fantasia, e postosi in 
cuore di ricreare gli uomini con le fole de' romanzi, 
compose un poema di venticinque canti in ottava 
rima, che seguisse la materia del Furioso, e fu da lui 
intitolato la vendetta di Ruggiero. Ma prima (nel 1548) 
aveva mandati in luce quaranta canti di un altro poe- 
tico lavoro^ pur esso in ottave, detto la morte di Rug- 

7 



74 G. B. PESCATORE 

giero, che dedicò a Troilo Cerro da s. Genesi, gover- 
natore della nostra città. E questa si è la maggiore 
opera che facesse mai *ì Pescatore, comechè esso la 
chiami sua giovanile fatica, fatta in breve tempo € piut* 
tosto per esercizio di mente , che per vaghezza di 
fama. » Pose in questo poema, a modo di episodio, 
quel caso " pietoso e lacrimevole, che '1 Boccaccio 
finse avvenuto a Nastagio degli Onesti ravegnano, 
com* è a leggere nella quinta giornata del Decamero- 
ne. Dopo le ristampe del i550 e i55i corrèsse il suo 
poema, e, aggiuntovi un canto, lo mise di nuovo alla 
luce nel i557, indirizzandolo alla maestà di Enrico li 
re di Francia. Se io ho qui a dire intomo a quest'uomo 
la mia opinione, parmi che '1 Pescatore sarebbe riu- 
scito buon poeta, se avesse accompagnato la natura 
con l'arte. Perocché egli mostra, a dir vero, abon- 
dante vena nelle descrizioni, ma lo stile è snervato, 
scolorito, senza grazia e senza armonia. In una cosa è 
certamente da lodare, cioè di aver posto ne' suoi 
poemi qualche seme di morale utilità sotto il velame 
de' versi. Oltre a queste poesie, compose alquante 
comedie, una delle quali, appellata la Nlna, fu stam- 
pata in Venezia nel i557, come ha scritto Leone Allacci 
nella dramaturgia. Alcuni hanno anche detto eh' egli 
ebbe publicatì ì poemi dell' innamoramento di Rug- 
giero, e della morte di Ruggieretto ; ma se questo sia 
vero non so. Le ricordate opere fecero illustre nel 
secolo decimosesto il nome del nostro ravegnano, cui 
la patria onorò del grado di senatore. Furono suoi di- 
scepoli nella poetica, oltre Giulio Morigi e Vincenzo 
Garrari, uomini chiarissimi, Alberto Donati, Cesare 
Bezzi, Diomede Mondin!, Giovan Maria Maioli, Ottavio 
Abbiosi figliuolo di Agostino, tutti concittadini suoi, e 



G. B. PESCATORE 75 

degQÌ che '1 nome loro si faccia palese. Ebbe l'amore 
di Liona Àldobrandini ravegnana, valente rimatrìce di 
quell'età, ricordata da lui nel suo maggior poema 
con questi versi : 

Poscia Liona Aldobrandina mia, 
Che tanta festa mostra, scorgo al lido, 
Si grata nel sembiante, umile e pia, 
Che sembra Yener madre di Cupido. 

Se bene il nostro ravegnano fosse di nobile schiatta, 
non apprezzò molto quell'onore che viene dal sangue e 
dalla rlcc:hezza, anzi disse che € sola la virtù è quella, 
che rende Y uomo etemo ed immortale. » Fu buono e 
savio e costumato; dì complessione allegra, di facile 
inclinazione all'amore, e di niente altro desideroso 
che di stampare in questa umana polvere un* orma, 
che alla memoria de' venturi '1 raccomandasse. Ab- 
biamo detto eh' egli finì l'ultimo suo giorno nel 1558: 
ma dove sieno le sue ossa sepolte gli storici non 
hanno fatto parola. 



76 



TOMASO GIANNOTTI RANGONI 



Tomaso Giannottì, per la saa molta scienza so- 
pranomato il Filologo, fu uomo da paragonarsi con 
ciascuno di quelli, che nella memoria deUe cose raye- 
gnane antiche o nuove è rimasto più famoso. Lo di- 
cono nato intomo al i49d a' 10 di agosto, nella con- 
trada di Ravenna che anche a questi dì è appellata 
Girotto. ^^ Secondo alcuni fece gli studi in Ferrara, 
se<^ondo altri in Venezia e in Padova : che che sia di 
ciò, è certo eh* egli fece grande profitto nella mate- 
matica e nell'astronomia, le quali scienze lesse poi 
dalla catedra con chiaro nome. Attese principalmente 
alla medicina, e ciò che a ogni parte di quella s' ap- 
partiene con molta accuratezza andò investigando; 
intantochè di quell'arte diventò eccellentissimo dot- 
tore; e fu invitato a insegnarla publicamente negli 
studi di Padova, di Bologna, di Roma. Strettosi in 
amicizia col conte Guido Raugoni, protettore degli 
scienziati e celebre guerriero, andò a stare con lui, 
anzi lo seguì in alcune militari spedizioni: e pel molto 
amore che gli pose quel valentuomo, s' acquistò '1 
cognome de' Rangoni, che poscia sempre si manten- 
ne. La sua ordinaria stanza fu la magnifica Venezia 
e la studiosa Padova ( così egli stesso era usato di 
nominarle), dove praticò l'arte sua con tanta riputa- 



T. GlANNOTTl RÀNGONI TI 

zione, che in qualunque parte d* Italia era chiamato 
da* ricchi infermi con ismisurato stipendio. E di que- 
sta sua arte scrisse moltissime opere, che a que' dì 
furono in pregio. Abbiamo di lui a stampa un dialogo 
dell'ottima felicità degli uomini, contro a ciò che 
n'aveano detto il maestro sommo di sapienza Ari- 
stotele e gli altri filosofi; e un libro su quel morbo 
fiero, ch'entrò in Europa al finire del decimo- 
quinto secolo coir oro e colle gemme americane, e 
dalle Gallie si tolse il nome : le quali due opere in- 
titolò al conte Guido sopra ricordato. Dopo di che, 
pe' conforti de' cardinali Verallo e di Carpi, scrisse un 
libro del modo di allungare la vita oltre i centoven- 
t'anni, e lo dedicò nel Ì5S0 a Giulio III, levato in 
queir anno alla pontificai dignità. In questo libro ei 
dice di ayer descritto quanto aveva raccolto ne' volumi 
altrui con lunga ed assidua lezione; ed infra quelli 
che vissero centovent'anni annovera il suo dotto con- 
cittadino Romualdo anacoreta, che la chièsa adora per 
santo. QuQjst' uomo, avvegnaché sapientissimo, essen- 
dosi dato alla vanità dell' astrologia giudiciaria, si av- 
visava di predire il futuro secondo le disposizioni delle 
stelle; ed avveniva poi che sovente prendesse inganno, 
come ha osservato prima di me '1 conte Giacomo Leo- 
pardi, uno de' più grandi ingegni dell'età nostra. Al 
pontefice Pio IV nel 156B, poscia nel 1574 a Grego- 
rio XIII, intitolò r altra opera sua delle mediche con- 
sultazioni. Volendo esser breve, non ricorderò gli altri 
volumi da questo preclartssimo uomo composti , ma 
non lascerò già di notare come sieno presso che tutti 
scritti neir idioma latino, in istile non chiaro né ele- 
gante; imperocché ei non mancò di molto studio, ma 
r arte dello scrivere trascurò. Avendo messe insieme 

7* 



78 T. GIANHOTTI BANCONI 

grosse somme di denaro, le spese tolte a bene 
de' prossimi, a pnblica utilità. Comperò io Padova 
il palazzo de' Gritti, e con libérale animo ?i ordinò 
un collegio coir assegnamento d'annuali rendite, dove 
venti giovani , principalmente ravegnanì, fossero alle 
scienze in quel famoso studio nutriti, e ne mandò let- 
tera al nostro comune il dì 7 luglio del i5S2 ; il qnal 
collegio più di ducato quarant'anni bastò, né voglio 
ora menzionare per quali cagioni recenti e notissime 
fosse cessato. Ma che dirò io della biblioteca ivi 
aperta a beneficio universale, e da lai ornata con do- 
nativo di scelti volumi, specialmente orientali, per 
novero mdti, per qualità singolari ? Né meno starò a 
numerare gli strumenti di studi contemplativi e ope- 
rosi, le pitture, le anticaglie, le rarità, che mercé 
la liberalità di lui ivi furono ragunate e ammirate. 
A sue spese fece riedificare dalle fun^amenta il tem- 
pio di s. Giuliano di Venezia con disegno di Jacopo 
Sansovino e di Alessandro Vittoria. Restaurò anche 
ed abbellì la chiesa di san Geminiano, eh' ora nou é 
più ; cose tutte da far onore non pure ad un privato 
cittadino, com' era il Giannotti, ma a qualunque gran 
principe. Altre memorie del suo cuor generoso lasciò 
nel testamento fatto in Venezia a' 2 di agosto i576. 
Visse quanto alla età e alla gloria tempo lunghissimo, 
perocché lo fanno morto nel d577 d' ottantaquattro 
anni; e vivo e morto ebbe onori, a cui non giunse 
nessun ravegnano né prima né dopo di luì. Dal doge 
Girolamo Prioli fu fatto cavaliere, e guardiano grande 
della scuola di s. Marco , onore che fu nella veneta 
repubblica di grandissima estimazione: anche la pa- 
tria gli fece ricchi presenti in denaro , e , benché 
lontano, lo scrisse nel numero de'ftuoi consiglieri. Nelle 



T. GIANNOTTI RANGONl 79 

Statue di bronzo e di marmo scalte alle sembianze di 
lui, e per ^comandamento del senato Teneziano poste 
in luoghi onorati della città, si vede ch'ei fu di aspetto 
pensoso, grave, venerabile. Fu anche effigiato in me- 
daglie di bronzo, di argento, di oro; ed iscrizioni 
greche, latine, ebraiche, caldèe, incise in marmi da 
durare ne' secoli, ricordanoai presenti uomini, e ricor- 
deranno a' venturi, le sue grandi virtù. La spoglia 
mortale dell'ottimo uomo, lacrimata dai veneziani, 
da* suoi concittadini desiderata, fu deposta con pu- 
blìca pompa di esequie nella chiesa predetta di 
S. Giuliano. 



80 



COSIMO MAGNI 



Segue ora che si dica di Cosimo Magni; " forte 
generoso spìrito, cupido di gloria , caldissimo di pa- 
tria carità. E se bene poche memorie ce ne abbiano 
conservate gli storici, questo sol fatto ch'io son per 
narrare, mostrerà aperto (se ben discerno) qual va- 
lente uomo fosse costui. Ed acciocché alle menti 
de' leggitori venga chiaro e ordinato il mio ragiona- 
mento, parmi innauzi da ricordare come il magnanimo 
Teoderico, insin dai primi anni del suo regno, ac- 
crebbe ed abbellì l'antica Ravenna di splendidi e sun- 
tuosi edifici; e fra gli altri adornamenti fu una statua 
equestre in bronzo, di singolare bellezza, che alcuni 
dotti tennero rappresentasse l'imagine dell' imperador 
Antonino; dal vulgo, che si di sovente muta i 
nomi alle cose, detta Regisole; '* né é mica da scam- 
biarla all'altra dell'Ercole Orario, né a quella che 
Carlo Magno portò in Àquisgrana. Era questa statua 
locata sovra il ponte di Augusto, presso le mura del- 
l' orto che fu de' padri predicatori, dove in que* dì 
scorreva il fiume Padenna. Ora egli avvenne che in- 
tomo agli anni di Cristo 728, qua venuto Liutprando 
re longobardo, e posto assedio alla città, dopo alcuni 
giorni, per infame tradimento di alcuno de' nostri, 
se ne fece signore; ed infra le altre cose che tolse 



e. MAGNI 81 

a' ravegnanìy e a superba pompa del suo trionfo ebbe 
portate a Pavia, fu la statua nostra dell'Antonino. Ed 
erano otto secoli eh' ella adornava il fóro di quella 
reale città, allorché nel 1527 Odetto di Fois, signore 
di Lautrech, calato in Italia con un esercito di francesi 
e di altri collegati , forte di oltre venticinque mila 
combattenti, venne a campo a Pavia. Quattro giorni 
ne battè e diroccò le mura con le artiglierie : ma i 
pavesi, facendo V estremo delle forze loro, sé e la pa- 
tria bravamente difendevano; perchè '1 Lautrech, 
impaziente della dimora, propose di grandi premi a 
chi fosse ardito scoprire gli ordinamenti de' nemici e 
fare la via alla città. E stando tutti in silenzio, peroc- 
ché la cosa era spaventosa e di grandissimo rischio, 
si fa innanzi al Lautrech il nostro Cosimo, giovane 
di soli venticinque anni, militante nella schiera del 
conte Guido Rangone in prò de' francesi, e, udendolo 
tutti, dice queste o simiglianti parole: — Dentro- di 
quelle mura che voi, signore, combattete, è locata 
una statua di maraviglioso lavoro, gik adornamento 
della mia terra natale; qua (sono ora molte età pas- 
sate) dalla forza di prepotente nemico condotta. Que- 
sta chieggovi a mercede del pericolo proposto da 
voi; e per la patria ve la chieggo, a cui infino da 
ora consacro il sangue e la vita. Vinto o vincitore 
ch'io rimanga, pòrto meco la speranza che la me- 
moria di questo patto non perirà. — Mentre egli di- 
ceva, erano in lui intenti gli occhi e i volti di tutti, 
maravigliando il. coraggio e l' altezza dell'animo del 
giovine; e più degli altri ne restò ammirato il Lau- 
trech, il quale ben volontieri concedette quanto Co- 
simo domandava, e gli fé' cuore all' impresa. Ed ecco 
vedevi '1 ravegnano muovere alla volta delle mura: 



82 G. MAGNI 

già ne ha gaadato le fosse: già s' avauza in mezzo allo 
scoppio delle armi nemiche ^ sotto infiniti e* sassi e 
moli die i difensori precipitano dall'alto. Due vdte 
ne fu respinto : non gli venne manco il cuore per 
questo: menava a cerchio la terribile spada, ed alto 
gridando e mostrando a' francesi la via, primo a forza 
entrò la ruina del muro, e dietro a lui tutto furiosa- 
mente l'esercito si riversò. Così fu presa Pavia; e 
dice il Guicciardini che per otto giorni vi fu usata dai 
vincitori crudeltà grande, ed ogni cosa fu piena di 
rapine, d'incendi, di spavento e di morte. Mentre co- 
loro erano intenti al predare, il buono e valoroso 
Cosimo trasse co' suoi commilitoni alla piazza, co- 
mandando che la statua fosse messa a terra dalla sua 
base. Allora i pavesi, recantìsi la perdita di quel si- 
mulacro a grandissima calamità e miseria, correvano 
piangenti e supplicanti al Lautrech: non volesse to- 
glier loro quel testimonio di nobilissima e antidiissima 
memoria; darebbero tant' oro quanto bastasse a fare 
a Cosimo una murale corona. Se ne scusava il Lau- 
trech; ed 11 Magni (grande veramente di animo come 
di nome) F offerta corona rifiutava. Perchè veggendo 
i pavesi che a niente tornavano i prieghi e le lacrime 
loro, vennero alla forza e all'inganno. Redlva Cosimo 
lietissimo alla patria, a modo di trionfante, sovra una 
nave per la corrente del Po, e aveva seco il premio 
del suo valore: ed era già pervenuto a Cremona, 
quando il custode della rócca di qudla città, cosi dai 
pavesi indettato, uscivagli contro improviso con una 
forte mano di armati. Coloro, cavate le spade, anda- 
vano addosso a Cosimo, e avvegnaché fieramente il 
combattessero, ei memore di sua guerriera virtù fece 
loro grandissima resistenza, è n'ebbe molti feriti e al- 






G. MAGNI 83 

quanti uccisi; ma in quel trambusto la statua venne in 
poter de' nemici, e da capo fu condotta a Pavia. So 
bene che altri, fra' quali è Paolo Gìovio, contano la 
cosa alcun poco diversamente; ma io aggiusto fede 
al Rossi, il quale fu di quel secolo, ed avendo notato 
di errore lo stesso Giovio, mostra di aver avuto buona 
contezza di questo fatto. Poco appresso venuto Cosimo 
a Ravenna, e'I popolo ravegnano volendo meritare 
la non facile virtù dell' incomparabile cittadino, fe- 
cero porre nel fòro una tavola dipinta, in che tutta 
quella istoria era significata. Così i buoni maggiori 
Bostri (se i grandi antichi fatti ai meno grandi non è 
disconvenevole raffigurare) st facevano degni de' ce- 
lebrati tempi della Grecia, quando gli ateniesi a Mil- 
ziade vincitor de' persiani nel campo di Maratone con- 
simiie premio ebbero decretato. E siccome quel trctfeo 
di Milziade non lasciava pigliar sonno a Temistocle, 
secondo che ci ha racconto Plutarco; così'l trofeo 
di Cosimo scaldava del santo amor della patria i 
petti di altri due ravegnani, Cesare Grossi e Pier 
Maria Aldrovandino : e le porte di bronzo " ritolte 
nel 1528 agli stessi pavesi, dì clie i nostri storici rac- 
cootano, e àeAìe qaaU anche oggi un piccolo avanzo 
rimane, sono testimonio chiarissimo del mio ragiona- 
re. Tornando al Magni, egli s'ebbe da' suoi concitta- 
dini un' altra paMiea dimostranza di amore, e fu que- 
sta: che volendo la sorella di lui consecrarsi vergine 
nel monastero del Corpo del Signore, il senato le 
statuì conveniente dote dal publico erario. Ma poco 
bastò a Cosimo la vita per godere di questi onori; pe* 
rocche Bernardino Catti, che fece in versi latini '1 suo 
epitafio, dice eh' ei morì nel 1529, nella freschissima 
età di ventisette anni. 



84 

LUCA LONGHI 



La pittura , da cui viene un bel diletto al viver 
civile, fu cara a Luca dì Francesco Longhi, come 
nefamiofede i molti dipinti di lui, che adornano la 
sua terra natale. Entrato in questo mondo nel 1507 
a' 14 di gennaio, trapassò '1 corso della vita senza 
uscire quasi mai di Ravenna ; dove apprese l'arte stu- 
diando da sé, non ci essendo noto che avesse alcuno 
a maestro. Lo stile eh' egli adoperò ne' suoi dipinti è 
semplice, grazioso, vicino sempre a bella natura; dal 
che si conosce esser false le parole di Giorgio Va- 
sari da Arezzo, il quale nella vita di Fra ncesco Prima- 
ticcio, favellando del nostro Longhi, pare che voglia 
il vanto dì aver migliorata la maniera di lui. Imper- 
ciocché, detto come fosse il Longhi assiduo, diligen- 
te, di bel giudicio, e che faceva le cose sue con pa- 
zienza e studio, SI che se fosse uscito di Ravenna 
sarebbe divenuto maravìglioso, soggiugne: <l ed io 
ne posso far fede, che so quanto egli acquistasse, 
quando dimorai due mesi in Ravenna (l'anno 1548) 
in praticando e ragionando delle cose dell' arte, j» Que- 
sta milanteria dell'aretino mosse a forte sdegno 
l'animo di Vincenzo Carrari, il quale nella orazione 
recitata in morte del nostro pittore, mostrò non aver 
potuto il Longhi imitare V affettata maniera di messer 



L. LONGHI 85 

Giorgio, e disse che € se bene in quelle vite de* pit- 
tori sia stato piuttosto freddamente lodato e posto 
in luogo non particolare, ma per trapasso, non deve 
perciò* essere riputato pittor vulgare , anzi nobilissi- 
mo, e che da esso la pittura stessa abbia ricevuto 
qualità e nobilita. ^ E questo parlare non discorda 
punto da quello del Lanzi, affermante: essere < il 
gusto del Longhi diverso dal vasaresco, e simile più 
ad Innocenzo da Imola, che ad altro pittore di que* 
tempi. )> Ebbe il nostro Luca due maniere (altri le 
dicono tre): nella prima è più semplice e naturale 
nel disegno, più delicato nel complesso delle tinte: 
nella seconda appar più composta, più largo ne' din- 
torni, più forte nel colorito. Della prima maniera 
sono nella pinacoteca ravegnana due bellissime tavo- 
lette. Vedi neir una Gesù bambino testé nato, con la 
Vergine genuflessa, s. Giuseppe ed alcuni pastori in 
atti di adorazione; e in cima al quadro è un coro di 
angioletti che cantano, cosa graziosissima ! Nell'altra 
è Gesù morto, con le braccia abbandonate e ca- 
scanti, sostenuto da due angeli; e nel dinanzi sono 
due ligure (s. Bartolomeo e *1 monaco che fece far 
la pittura) inginocchiate, che con pietà e venerazione 
guardano in quelle esangui membra. In questi due 
sacri dipinti pose il Longhi una devozione di maravi- 
gliosa dolcezza. Della seconda maniera è pur ivi una 
bella tavola, in che è ritratta la Vergine in seggio col 
picciolo figliuolo, s. Paolo, s. Barbara con due santi 
vescovi pontificalmente vestiti; e sotto siede un put- 
tino sonante Tarpa, con volto lieto e con si care mo- 
venze, che allegra chiunque il rimira. Anche in s. Agata 
Maggiore il quadro della santa, in che è intitolata 
la chiesa, è lavoro di lui, ma è stato ritocco in più 

8 



86 L. LQ»GUi 

luoghi e guasto. Una tavola molto stimabile del no- 
stro Luca fu già in s. Domenico» ed oggi è nella qua- 
dreria de' marchesi Cavalli, con la quale nobilissima 
casa ebbe il Longhi congiunzione di sangue. Vi è 
figurata la reina de* cieli seduta in trono, che solleva 
la destra al suo divin pargoletto, perchè benedica 
due garzoncelli che sono a basso del quadro^ accen- 
nati ad essa Vergine da s. Vincenzo Ferrerio : alla si- 
nistra del trono è un angeletto, e più sotto s. Antonio 
abate. Dice il Carrari che questa tavola tiene deUa 
maniera di Tiziano: certo ha ud* aU^nrezza di colori' 
che molto piace, e le teste sono vivissime : e vuoisi no- 
tare che fu fatta nel iSMf cioè quattro anni prima 
che '1 Vasari venisse a Ravenna. Molti altri Spìnti del 
Longhi sono per le case de' nostri cittadini: uno ve 
n' ha in ForìimpopoU : un altro» e beUissifliio (la Resur- 
rezione di Cristo), in Gatteo; e, secondo il Lanzi, ve 
ne sono in Ferrara, in Mantova, appresso Padova, in 
Rimino, in Pesaro e altrove. Ebbe anche dipinta a un 
nobile e ricco bolognese una Venere, che fu molto lo- 
data; ed al eav. Pomponio Spreti, poeta ravegoano e 
suo amicissimo, fece una tavola, entrovi la Madonna 
col morto figliuolo e s. Giovanni ; la quale dovette 
essere cosa assai pregevole, peroccliè i poeti cos^ csm- 
tavano: 

fattura celeste e pellegrina, 

Chi per cosa mirabil non t'ammira? 

e lo Spreti la mandava in dono al canfinal d' Urbino. 
Si compiacque non poco d' o|>efare ne* ritratti, e fu 
valentissiiiio nel rappreaenlar siaiiglianti i volti delle 
persone. Giovan Battisla Àrmenìni faentino ne' suoi 
Veri precetti della pittura scrisse : che essendo il no- 



L. LONGHI 87 

stro Luca e venuto a notizia d' Annibal Caro, segreta- 
rio di monsignor Giovanni Guidiccione, allora presi- 
dente di Romagna^ il Caro, come giiHlieioso^ l'intro- 
dusse a monsignore, e lo fece ritrarre con molta 
lode del giudizio del segretario, e dell'arte del pittore; 
onde non fu meraviglia se Michelangelo Buonarroti 
in Roma lo lodasse» e predicasse per maraviglioso. > 
Effigiò anco ai naturale Giovan Battista e Girolamo 
Rossi, zio e nipole ; i cardinali Alessandro Sforza e 
Giulio della Rovere ; Giovan Battista Boria, Francesco 
Sangiorgio, Cristoforo Buoncompagno, Ulisse Aldro- 
vandi e Carlo Y imperadore. E nella nostra pinaco- 
teca veggiamo anche oggi'i ritratto di Giovanni Arri- 
goni ravegnano, cosi vivace che par di carne. Taccio 
gli altri per non riuscire infinito. Dilettandosi di di*- 
pignere a fresco, fece nella canonica di s. Maria in 
Porto, nella sala del capitolo, la imagine del Salva- 
tore, secondo che scrisse Francesco Beltrami, dotto 
prete ravegnano; ma per essere stata disfatta quella 
sala, la pittura non è più. L' ultima opera che fece il 
Longhi, e che potè compiere pochi giorni innanzi che 
morisse, si è la istoria delle nozze in Cana di Galilea, 
fresco bravamente disegnato e colorito, che vedesi in- 
fondo al refettorio che fu de'monaci camalddensi della 
nostra città. È una dipintura di maniera più grande, 
che ha una bella disposizione di figure con bene acco- 
modate attitudini, dove, a detto del Garrari, gli occhi 
« stanno in dubio se in que' mutoli lineamenti 
de* membri vi sieno vivi e spiranti corpi. > Vi sono 
molte simiglianze di persone, anzi vi è ritratto lo 
stesso Luca, ^* che ^ede a mènsa, in abito die pare 
di pellegrino, ed in atto di farsi dar bere ad un moro. 
Gli fu d'aiuto in questa opera il figliuolo Francesco, 



88 J.. LONGHl 

anch'esso buon pittore, ma non giunse alla eccellenza 
del padre. Dalle poche cose da me ragionate sin qui^' 
ha potuto ciascuno comprendere qual valentuomo sìa 
stato Luca Longhi : e quanto eccellente nelF arte, al- 
tretanto virtuoso e da bene. Vero cristiano nel cuore, 
e di sì tenera e delicata coscienza , che avvegnaché 
per lo continuo esercizio dell' arte avesse messo in- 
sieme un po' di denaro, non consentì mai che fosse 
posto a guadagno. Per amore al suo luogo nativo e 
alla sua famiglinola non volle uscire quas(i mai di Ra- 
venna, come ho detto, se bene strettamente ne lo pre- 
gasse monsignor Guidiccioni, che lo voleva alla corte. 
Ingenuo, pieno di carità, nettissimo d' invidia , loda- 
tore liberale di tutti, da vile ambizione lontano. Fa- 
vellando spesse volte col Carrari, e dicendogli questi 
per via di scherzo come il Vasari glie Vavea ctnfa, 
il nostro Luca se ne rideva, non se ne curando per 
niente. Amoroso verso il suo sangue, molto si rat- 
tristò perla morte di una sua cara figliuola, di nome 
Maddalena, sì che ebbe d'uopo del conforto degli 
amici. Fu di corpo robusto, di statura più grande 
che piccola: testa un pò* calva : fronte rugosa : volto 
.lungo e scarno: carnagione uli vigna: occhi pendenti 
in nero con vista acutissima: naso alquanto largo 
nelle narici: barba prolissa, rada di peli che tira- 
vano al bigio. Andava alcun poco curvo per la età, 
e nella sembianza pareva melanconico, ma poi, usando 
cogli amici, era giocondo. Pervenuto alla vecchiezza 
di settantatrè anni, infermò gravemente di catarro, 
morbo contagioso che venuto di Francia si era dif- 
fuso per le terre d* Italia, né per arte di medico si 
poteva vincere. Il buon vecchio veggendo presso il 
suo letto la moglie, le nuore^ i figliuoli e i nipoti, 



L. LONGHI 89 

porgeva loro affettuosamente la mano: diceva essere 
omaì giunta Y ora sua : non recargli affanno il mori- 
re, perchè lasciava questa valle di pianto, e n'an- 
dava a stanza piii felice ; bene increscergli '1 partirsi 
da loro, che vedeva così mesti e dolorosi. Alle quali 
parole correvano agli occhi di tutti le lacrime , e '1 > 
cuore n' era stretto di grande pietà. Tre giorni in- 
nanzi che passasse, chiuse gli occhi, né li volle 
aprire mai più, per disusarli, cred'io, dalle cose del 
mondo. E in quésto, quindici anni dopo, ebbe imi- 
tatore il filosofo de* poeti, il grande Torquato. Morì 
a' 12 agosto del 1580, lasciando fra gli altri figliuoli 
una figliuola di nome Barbara, '^ giovane di amabil 
indole e di avvenenza egregia, la quale nell' arte pa- 
terna con molta lode si esercitò. Tutti i magistrati, 
tutte le più notabili persone vollero accompagnare 
il suo corpo alle esequie; il che fu esempio di virtù 
e di pietà assai commendabile. Fu sotterrato nel chio- 
stro di s. Domenico, appresso la sacrestia , con iscri- 
zione latina, *^ che oggi è dentro la chiesa, nella 
parete a mano destra di chi entra per la porta mag- 
giore. Anche Vincenzo Carrari, che gli fu amico e 
l'ebbe in grandissima estimazione, dettò un bello 
epitafio : né v* ebbe alcuno che della sua morte si 
rallegrasse, o tosto la dimenticasse; ma anzi fu la- 
crimata co' carmi di Agamennone Cavalli, dì Bruno 
Giardini, di Federico Lunardi, di Alessandro Fusconi, 
di Marcantonio Granelli e di altri ravegnani di fama 
non oscura; e per molte maniere fu mostrato di sua 
persona desiderio e rimembranza. 



90 

FELICIA RASPONI 



Imitando il costume de' romani , ì quali le esequie 
delle valorose donne con publica orazione celebrava- 
no, loderò con alquante parole la vita di Felicia Ra- 
sponi, femina per la bellezza insigne del volto e della 
persona, per la nobiltà dell' intelletto e per lo vigore 
dell' animo degna di eterno nome. Nata nel 1523 di 
Teseo e di Giovanna Fabrì, ancora picciola fanciuUetta 
di tre anni la colse una grave disavventura; chè'l 
buono ed amoroso padre per morte le mancò. Rimasa 
in governo della madre, donna superba e crudele, 
ebbe a sostenne di mali trattamenti, insin che fu po- 
sta a educare in un monastero. Ivi, non contenta ai 
donneschi esercizi, perchè non fosse in lei cosa da de^ 
siderare, volle erudirsi nelle lettere italiane e latine, 
le quali , essendo ingegnosissima, apparò con incre- 
dibile agevolezza. Ed era giovanetta di diciasette anni, 
o poco meno, ed una bella fama erasi già levata di 
lei; così che Annibale Caro, quel padre di ogni italia- 
na eleganza, che allora trovavasi in Ravenna con mon- 
signor Guidiccioni presidente della Romagna, mara- 
vigliando quella tanta bellezza , ed il senno virile che 
sopra gli anni era maturo, fece in sua lode, secondo 
che trovo scritto, tre nobilissimi sonetti. Le quali lodi 
della figliuola (cosa incredibile , e pur vera ! ) in cam- 



mmmmmmm 



F. RASPONI 91 

bio dì vincere, eccitavano maggiormente la materna 
perfidia: onde la povera giovane, nel fiore della età e 
della bellezza, veniva chiusa nella solitudine melanco^ 
nica del chiostro, e fatta vergine sacrata, comechè 
r animo suo fosse del tutto alieno dalla monastica 
professione. Non lamenti che a nulla giovano , non di- 
sperato dolore , ma rassegnazione e costanza inesti- 
mabile vedevi nella virtuosa fònciùlla; la quale insin 
dai primi anni avendo provate asprìssime le punture 
delle tribulazioni , ora né trista né lieta abbracciava 
la croce di Cristo consolatore. Le monache di s. An- 
drea (che in questo antico cenobio, oggi disfatto, pro- 
fessò) ebbero nella Rasponi un esempio continuo di 
pietà vera e di saviezza; e le buone le portarono tal 
reverenza, che lei tre volte ricusante vollero abadessa 
del monastero. Questa dignità le dava cure molestis- 
sime, e fatiche da non reggerle quella sua tenera e 
gentil complessione; tanto che, scrive Girolamo Rossi, 
cadde in frequenti e gravi infermità. Niente di meno 
adempiè sempre l'officio di ottima superiora: man- 
tenne il grado suo con giustizia e bontà, e fece rifio- 
rire la disciplina. Nelle ore del riposo intendeva agli 
studi della filosofia di Aristotele e di Platone, né quel 
suo paziente ingegno di così sottili considerazioni e 
astrazioni si annoiava. Volle anche addottrinarsi pro- 
fondamente nelle opere de' padri santi, e nella sacra 
e civile istoria. £ come fosse grande la sua erudizio- 
ne, appare da due operette ch'ella compose a con- 
forto di sé e ad ammaestramento delle monache com- 
pagne. La prima fu un ragionamento della cognizione 
dì Dio, impresso in Bologna nel iS70. E dopo due 
anni mise in luce un dialogo, dove (nella lettera di 
dedicazione) ricordevole dell* ofilcio suo sgridè le mo- 



92 F. RASPOM 

nache suggette, che, non sapendo applicar 1* animo a 
qualche virtù, giitavano il tempo in ragionamenti e 
in opere vane. Le persone che parlano in quel dia- 
logo sono una tal madonna Fulvia e un messer Quin- 
zio, disputanti quale de'due stati sia 'ì più perfetto, il 
monacale o '1 secolare. Fu questo dialogo celebrato 
dai nostri poeti, e da due rimatrici ravegnane (che 
anche le donne in quel secolo fortunato davano opera 
alle lettere), Manetta Leoni e Serafina Maioli monaca, 
alla Rasponi molto diletta. Per queste opere venne la 
nostra autrice in grande nominanza, si che ninno 
scrittore ebbe poscia a far menzione di lei, che non 
la chiamasse co* nomi di donna prestanimimat di alto 
inteìleUo e di prudenza ammirabik. Né solo valse a 
dettar prose dotte ed eleganti, ma mostrò '1 suo valore 
anche neUa poesia : e voglio ne sia testimone questo 
sonetto, con che ella tolse a confortare il suo amatis- 
simo nipote Girolamo Rossi, da maligna invidia" tra- 
vagliato : 
■ 

Rossi gentil, buono ò sperare in Dio, 
Poiché '1 più sono gli uomini inendaci; 
E chindon spesso sotto amiche paci 
Guerre, e cor empio sotto volto pio. 

Però se fede in uom, s'aito desio 
T'inganna or, non languir, ma soffri e taci: 
Son le pietà del cielo anco vivaci , 
Che porran fine al tuo dolor si rio. 

Gli chiedi intanto notte e giorno aita; 
£ forte e saggio a Tarti altrui t' opponi. 
Serbando il tuo candor poro ed illeso: 

Acciò, quando sarà dal cor sbandila 
La doglia, veggia che de* saggi e buoni 
Sifì è 'l valor da ria fortuna offeso. 



F. RASPONI 93 

Queste parole di consolazione tornarono assai care 
air animo del Rossi, il quale, mosso da quello esem- 
pio, si mise a raccogliere i precetti de* sapienti, e 
compose il suo libro consolatorio nelle avversità, che 
poi, in pegno di gratitudine, alla confortatrice donna 
volle intitolato , e lo segnava del suo nome poco dapoi 
l'ultim'ora dell'ultimo dì dell'anno 1569. Per tal 
modo conducendo la vita questa eccellente ravegnana, 
e già per la seconda volta sobbarcatasi al peso grave 
di reggitrice, ammalò a morte, e ai tre di luglio 
del i579, nel suo sesto cinquantesimo anno, finì di 
patire. Fu sotterrata orrevolmente nella sua chiesa, e 
sovra la pietra che le copriva il sepolcro gli uomini 
di que' dì scrissero alcune latine parole, " che '1 Fa-? 
bri e Fab. Ginanni ci hanno conservate; le quali di- 
cono eh' ella passò con molto detrimento della patria 
ed universale dolore. Ed io stimo che la sua morte 
fosse più che agli altri lacrimevole a Giovanni Arri- 
goni ravegnano, medico e letterato, il quale aveva 
celebrata la bellezza di lei con rime affettuose e gen- 
tili; se bene quel valentuomo anch* egli, d#po sette 
mesi e tredici giorni, di questo mondo si diparti. 



9k 



TOMASO TOMAI 



Camillo di Lorenzo Tomai, filosofo e mecfico illa- 
stre , morto nel 1549 , lasdò erede della sua scienza e 
della sua fama' il figlinolo Tomaso , del quale voglio 
ora dire alcuaa cosa. Aveva Tomaso nella saa giova- 
nezza dato opera, oltre alle sdenze paterne, anche 
alle lettere italiane, e studiato nelle antiche istorie. 
Sappiamo che essendo la città di Venetia travagliata 
da una mortifera pestilenza , ei fu chiamato colà dal 
senato veneziano, e molto si adoperò insieme col fra- 
tei suo Lorenzo, anch'esso dottorato nella medic'ar- 
te, perché la città da quel fiero morbo si liberasse. E 
i veneziati furono sì contenti di lui , che non volevano 
che si partisse: ma visto che non v'era modo di te- 
nerlo con doni ed onori , alla patria lo rimandarono. 
Qua tornato il Tomai , scrisse un discorso del modo di 
preservare gli uomini dalla peste, che fu poi stampato 
nella città di Bologna. Comechè l'arte sua, nella quale 
aveva gran nome, lo tenesse il più del tempo occupa- 
to, nondimeno le ore di ricreamento egli spendeva 
tutte negli studi delle lettere e della filosofia , siccome 
quegli che non si poteva vedere ozioso. Piacemi di ri- 
ferire le parole proprie, acciocché appaia anche qual 
fosse la maniera dello scrivere di lui. Dopo di aver detto 
che gli umani ingegni impigriscono non esercitandosi , 



T. XOMAl 9o 

che ranima ìBviliaee, cbe i buoou umori sicorrompoiKH 
e che non è male sopra la terra che dall'ozio non aia 
cagionato, S(^giugne : e Laonde per fuggir io in tutto 
e per tutto que&to crudel nemico, quella poca parte 
del tenpo che da' miei importanti studi della profitte- 
vole medicina mi è avanzato, èmmi venuto fatto il 
presente compendio sópra alcune cose degne di me- 
moria dell'antica nostra citltà di Ravenna. E perdiè 
(come dice il divino Platone) l'uomo non è nato a sé 
stesso, ma alla patria, ai parenti ed amici; però ho 
pensato esser cosa degna ferme partecipi i miei cit- 
tadini con metterlo alla luce del mondo. » Queste pa- 
role scriveva egli al card. Pietro Donato Cesi, prin- 
cipe della nostra città beoemerilo, mandandogli la 
stampa fatta in Pesaro nel i574 della sua istoria di Ra- 
venna. La quale opera à divisa in quattro parti; e se be- 
ne lo stile non sìa dispregevole, la materia non vi è 
bene né ordinatamente disposta; e le racccmitate cose 
non sono sempre aCtinte alle fonti del vero. Essendo 
questa istoria stata impressa con assai errori, il Tomai 
ne fu di cuore travagliatissimo; ond'è che, dopo di 
averla riveduta e corretta, la fece ristampare in Ra- 
venna nel 1580. Ma prima della istoria aveva mandato 
in luce un dialogo meteorologico, nel quale ragiona 
brevemente dì molto maravigliosi effetti dalla natura 
prodotti, e l'aveva intitolato a Girolamo Rusticucci, se- 
cretarlo dì Pio y pontefice. E negli anni appresso, cioè 
del 15821, pubblicò per la prima volta Fidea del giar- 
dino del mondo; libro in che raccolse i pensieri di 
molti autori sì nelle materie filosofiche, e sì in cose 
dilettevoli e gioconde : il quale nel secolo sestodecimo 
e nel conseguente venne in celebrità, e fu ristampato 
molte volte; Smzi, come scrive Muzio Manfredi, era 



96 T. TOMAI 

cerco e letto avidamente dagli uomini e dalle donne 
non solo d' Italia, ma di Fiandra , d' Inghilterra, dì Fran- 
cia. Queste due operette del nostro Tomai mostrano, 
a giudicio mio, quanto poco sapessero delle naturali 
scienze gli uomini di quell'età, e come fossero ammor- 
bati dalla superstizione, tenendo per vere e sante le 
più strane opinioni degli antichi. Oltre queste opere, 
ebbe composte alcune poesie, che ora più non si tro- 
vano; da un sonetto in fuori , con che pianse la morte 
di Cristina Racchi ravegnana. Nel i564 fu capo del ma- 
gistrato de' savi, ch'era a que'dì, ed è ancora oggi, 
grado di sommo onore nella nostra città. Mori assai 
vecchio e con buona rinomanza nel i595. Fu strettis- 
simo amico di Luigi Groto, quegli che appena nato 
perde '1 lume degli occhi; di Antonio Beffa Negrini, di 
Muzio Manfredi, di Vincenzo Maioli da Russi, uomini 
nelle lettere eruditi. Ebbe anche un altro fratello di 
nome Gioachino, che per dodici anni lesse medicina 
nella sapienza di Roma, e della poesia vulgare si di- 
lettò. 



97 



MARCO BUSSATO 



Io tengo verissima T opinione di Lucio Moderato 
Columella, cbe possa bene una città essere interamente 
felice senza le arti da passare il tempo, e fino senza 
gli avvocati; ma senza Tarte prima di che si conforta 
la civiltà, voglio dire T agricoltura, non vi possa es- 
sere né uomini né vita. Per questo mi paiono degni di 
alte lodi que* nobili intelletti, che si volsero a studio 
così proficuo e così necessario: fra' quali non é certo 
da porre nell'ultimo luogo Marco Bussato, fiorito poco 
dopo la metà del decimosesto secolo. V'ha di lui un li- 
bro intitolato Giardino d'agricoltura^*^ opera lodatissi- 
ma da quanti ebbero cagione di favellarne, e princi- 
palmente da Filippo Re; la quale fu stampata la prima 
volta in Venezia del 1592. Discorre in essa le nature 
de' differenti terreni , e quel eh' essi promettono o nie- 
gano alla industria e alle fatiche dell'agricoltore. Inse- 
gna il modo di medicare i campi sterili e arenosi: 
narra come gli affaticati é spossati si possano rinvigo- 
rire col fimo. Tratta dell'arare, del seminare, mietere 
e battere de' grani. Parla del tempo atto a vindemia, 
e viene narrando la fattura de' vini, e '1 modo di con- 
servarli , è come si racconciano i torbidi e tristi. Tutto 
questo sommariamente. Molto però si distende nel mo- 
strar la maniera del piantare, potare , coltivare le 

9 



98 M. BUSSATO 

molte specie d'arbori fruttìferi e di viti, e nel discor- 
rere le tante forme de'nestì, de' quali non ha, secondo 
M. Tullio, più ingegnoso trovato T agricoltura. Nota 
brevemente i pregi de' cedri, de' limoni, degli aranci: 
tocca gl'innesti de' fiori; né lascia di dire alcuna cosa 
delle colombaie e delle peschiere. Ha pur descritto che 
si convegna fare ogni mese de' lavori campestri; il che 
fece anche il Davanzati, ma con manco parole. Usci- 
rei troppo del mio proposito, se tutto volessi raccon- 
tare che in quello utilissimo libro si contiene: avrò 
però detto a bastanza, se aggiungerò le parole di un 
dotto editore, le quali vanno innanzi all'opera del Bus- 
sato nella stampa fatta in Bassano del 1794. Dice che '1 
nostro georgico € s'acquistò merito singolarmente per 
quella parte , che riguarda la coltura degli alberi, màs- 
sime fruttiferi , e ci die' de^li ottimi insegnamenti per 
piantarli, per allevarli e per incalmarlì; e quel che 
più importa, per eseguirne i tagli opportuni secondo 
le qualità, le situazioni, il bisogno ed anche il piace- 
re; il tutto accompagnando con acconcie ligure: e ciò, 
notisi ad onor dell'Italia, prima assai che M. Quintiniè, 
M. Normand ed altri dotti francesi pensassero a dar 
istruzione sopra il taglio di questa specie di piante. 
Laonde anche per ciò '1 suo libro dee essere accetto 
agl'italiani, e tenuto in istima ed onore. » Così eglL 
Essendo gli scritti una imagine dell'animo dello scrit- 
tore, e leggendo io in quest'opera del Bussato, mi è 
parso di poter raccogliere eh' ei fosse uomo di natura 
buona e sincera, vivuto'nel santo costume degli anti- 
chi, industrioso, assiduo alle facende. È suo detto, che 
€ in ogni operazione si procede regolatamente ser* 
vando la mediocrìtà. » Anteponeva la quiete della so- 
litaria villa allo strepito noioso delle città, piene di 



M. BUSSATO 99 

adulazioni servili» di mentita umiltà, di artificiate men- 
zogpae; ove sono e le superbie e le invidie e le ingiu- 
stizie e le disonestà e le persecuzioni e le calunnie. 
Nelle lettere e nelle scienze fu bastevolmente ammae- 
strato : cercò e trovò modo di migliorare Fagricoltura 
con le sue esperienze; ed ebbe lette le opere di Cato- 
ne, di Varrone, di Virgilio, di Plinio, del Golumella, 
del Palladio, del Grescenzi: né i greci Esiodo, Teofra- 
sto. Ateneo gli furono sconosciutìk Assaggiò anche la 
poesia, ma non v' era da natura disposto. Lo stile di lui 
è semplice e chiaro; alle volte un po' negletto, ed of- 
feso di vocaboli municipali. Ma sia questo il fine della 
sua vita. 



100 

GIULIO MORIGI 



Seguendo l'ordine de* tempi, farò menzione di 
Giulio Morigi , il quale, secondo eh* io trovo scritto , 
nacque di Cristoforo nel i538 a' 5 di gennaio, e gli 
antenati suoi furono gentiluomini. Fatto adulto, e 
non bisognoso di guadagnarsi la vita con le fatiche 
dell' intelletto o delle braccia, attese Giulio agli studi 
delle lettere, che (come dice egli stesso) nelle pro- 
sperità danno diletto, e nelle avversità consolazione; 
ed avendo la mente piena di fervide fantasie, si volse 
allo studio degl'italiani poeti, ponendo un grande 
amore alle rime soavi di Francesco Petrarca. Aveva 
compiuti appena i vent' anni, quando la molto lusin- 
ghevole bellezza di Aurelia del Pozzo gli ebbe messa 
in cuore un'ardente passione, che di giorno in giorno 
moltiplicando , giunse a tanto da tdrgli ogni alle- 
grezza, ogni consolazione della vita. Gomechè'l po- 
vero giovane fosse da così fatto male travagliato, 
non tralasciò già di attendere agli studi, anzi per 
uno sfogo del cuore rivolse il suono delle do- 
gliose rime a impietosire la desiderata donna; e 
compose il Damoue innamorato, raccontando sotto 
la finzione di un pastore gli affetti che gli turba- 
vano l'anima, e lo tenevano in pena: ma i carmi 
del timido amante non valsero punto a mettere pietà 



G. MORIGI 101 

nel pelto di quella superba e ritrosa bellezza. Egli 
fece l'estremo delle sue forze per vincere la sua 
passione veeméntissima, e non potè. Allora si tolse 
dagli occhi d.i colei, e per disacerbare in parte il 
suo cordoglio fuggì dalla patria, peregrinò alle rive 
del Tevere, visitò i monumenti Ideir eterna Roma; e 
dopo veduti altri luoghi, solcò ìe acque dell'Adria- 
tico, vide Aurelia in Venezia, e di là dolentissimo alla 
patria fece ritorno. E poiché c(A mutare de' luòghi 
non aveva potuto cacciar dék- petto quella sollecitu- 
dine , tornò agli studi intralasciati ; e còifT è degli 
animi mesti, cui preme un forte disdegno della ini- 
quità degli uomini e della fortuna , si die' a coudur 
vita solitaria e ritirata in una villetta del contado 
ravegnano, dove scrisse, secondo che gli dettava 
l'animo e la sua passione, un volume di poesie. 
Recò nella nostra favella, e in versi sciolti dalla rima, 
i cinque libri delle disavventure di Ovidio; e simil- 
mente vulgarizzò la Farsaglia di Lucano, alla quale 
aggiunse due libri sino alla morte di Cesare. Volle 
anche tentare il poema eroico, e compose il Carlo vit- 
torioso; venticinque canti in ottava rima, i quali 
non si sono ancora veduti stampati, eh* io sappia. 
Altre poesie minori lasciò manoscritte appresso la 
morte. A me sembra che quest'uomo verseggiasse 
con facilità grande, ed abbia mostrato di non ignorare 
la politezza dello scrivere; ma se volesse alcun dire, 
che i versi di lui tengono sovente del languido e 
del negletto, né hanno la soavità e la mestizia, che 
fanno così care le rime del gentile Petrarca, non gli 
sì potrebbe contrastare. Dopo molti anni di sospiri 
e di vani desideri, pare ch'egli abbandonasse la male 
amata donna, vólto il suo affetto ad altra non meno 

9* 



102 G. MORlGi 

bella e leggiadra, Lavinia Spreti, che poi morendo lo 
lasciò sconsolato e doloroso. E^noipi^ lórattristò an- 
che la morte del vecchio padre, ioltd dal mondo da 
sceleratì sicari la notte.de29 gennàió;i576: onde il 
pietoso figliuolo q^eì miserabile caso con le sue rime 
lamentò. Fu '1 nostro Giulio buono e leale, modesto, 
non. ambizioso, sensitivo e sdegnoso: amò non per 
liMdine, ma per gentilezza di cuore: antepose sempre - 
r oscurità del ritiro allo splendor delle cariche; é 
lo star lungi dalle spiacevolezze e dai fastidì de' mal- 
vagi uòmini gli era di tanta consolazione, che aveva 
la solitudine della sua villa per un molto soave ri- 
poso. Spesse'volte la invidiosa ignoranza de' suoi ne- 
mici gli die' travaglio, ma non pertanto egli non in- 
vilì; soleva anzi dire che la virtù, quanto è più 
oppressa, tanto più surge gloriosa. A molti valentuo- 
mini fu in pregio, da molte académie fu richiesto, e 
fra' suoi amici annoveriamo Torquato Tasso, Gabriel 
Fiamma, Battista Guarino, Muzio Manfredi, Angelo In- 
gegneri, Tarquinia Molza, Onofrio Zarrabbini, le cui 
rime in Venezia fé' publicare. De' suoi cittadini aveva 
carissimi Melchiorre Forastieri poeta, Francesco Lon- 
ghi pittore e Vincenzo Garrari storico, col quale si 
dolse che gli fosse toccato di provare in questa vita 
(sono le sue parole) <r cuore sì fiero ed animo sì ne- 
mico di donna, e d'uomini così ingrati. » Ebbe un 
fratèllo di nome Lionardo, il quale scrisse in italiano 
la istoria della patria, che non fu impressa mai, ed oggi 
più non si trova. A' 3 febraio del i6i0 uscì di questo 
mortale secolo, avendo settantadue anni; e gli furono 
fatte le esequie e tumulate le ossa nel maggior tempio 
della nostra città. Queste cose sapemmo di lui: ora 
è a dire degli altri. 



103 



GIROLAMO ROSSI 



Fecero in ogni tempo so stessi famosi e là patria 
loro immortale que' gentili spiriti, che tutta in onorati 
studi condussero la vita, ed opere di senno e di virtù 
a' posteri tramandarono. Infra 1 quali niuno negherà 
che non sia da riporre Girolamo Rossi, filosofo, ora- 
tore, poeta, medico ed istorìco celebratissimo. Nato 
di Francesco Rossi, uomo di antica nobiltà, e d*Isa- 
bella figliuola a Giovan Giacomo Lodoviccfaio, nel mese 
di luglio del 1539, e posto sgicor fanciullo agli studi , 
apparve subitamente a quanto dovesse riuscire. Im- 
perocché aveva quindici anni, senza più, quando ebbe 
recitata in publico una sua orazione latina delle lodi 
del card. Ranuccio Farnese il dì che con solenne pompa 
entrò arcivescovo di Ravenna. Aveva Girolamo un suo 
zio da lato di padre, Giovan Battista Rossi frate carme- 
litano ; dottissimo uomo, venerabile per la innocenza 
della vita, elevato poscia alla prima dignità dell'or- 
dine; il quale dimorando in Roma, chiamò colà 1 ni- 
pote, perchè ivi desse opera alle lettere, alla filosofia 
e alla medicina : e Girolamo vi studiò con sì felice 
riuscimento da potere in assai breve tempo fare il suo 
nome non meno nelle lettere, die nelle scienze chia- 
rissimo. Poscia trasferitosi a Padova, nello studio ce- 
lebre di quella città fu addottorato a grandissimo 



104 G. ROSSI 

onore e nella filosofia e nella medicina. Pervenuto alla 
età di rentotto anni, per volontà del padre, che non 
aveva più figliuolo che lui , si ammogliò a Laura di 
Giovan Battista Bifolchi, gentildonna ravegnana, con 
la quale visse in maravigliosa concordia, e n' ebbe as- 
sai figliuoli , che pel favore che loro fece la memoria 
del padre, e per le proprie virtù, salirono a gradi di 
onore. Le paterne sollecitudini e le cure domestiche 
non poterono già toglierlo anche per poco a' suoi dol- 
cissimi studi ; che auzi vi attese con maggior fervo- 
re. Imparò la favella de' greci : lesse per molti anni 
ìnnumerabili scrittori d* ogni genere istorie: conversò 
per lettere co' più dotti del sub tempo, e per tal modo 
venne in quella eccellenza eh' è nota a ciascuno. 
Compose un libro delle distillazioni che fanno alla me- 
dicina, e con ragioni e con esperimenti la verità del- 
l' arte chimica dimostrò. Questo libro ebbe non poca 
fama in que* giorni, e fu stampato in Ravenna, in 
Venezia, in Basilea. Commentò l'opera di A. C. Celso: 
scrisse un dialogo della ignoranza, improbità ed in- 
felicità de' medici, ricordato da V. Carrari, ma che forse 
più non si trova. Fece un buon numero di orazioni: 
distese le vite di papa Nicolò IV, e di Giulio Ferretti 
giureconsulto, suo compatriota. Queste opere, ed altre 
molte ch'io non ricordo, furono composte da lui nel- 
l'idioma latino, nella candidezza del quale non è punto 
inferiore a' più colti scrittori dell' età sua. E se bene 
neir italiano non agguagliasse la facultà che aveva nel 
latino, in che ebbe posto maggiori studi e più eser- 
cizio % tuttavia il suo libro consolatorio nelle avver- 
sità, dove raccolse gli ammaestramenti degli antichi e 
moderni filosofi, parmi degno di lode. Fra le poesie 
vulgari che abbiamo di lui fu pregiato un poemetto 



G. ROSSI 105 

in ottave, descrivente la pace seguita in Ravenna a' 13 
maggio del 1562, dopo la discordia civile che fé' ver- 
sar molto sangue. Non sarà, credo, discaro ch'io qui 
ne rechi alcuni versi, spiratigli dall'amor santo delia 
patria; alla quale in sul finire del carme avendo vòlte 
le sue parole, e detto di quanto dolore gli fosse al- 
l' anima il, vederla così scaduta, così invilita, prende 
con zelo di pietoso figliuolo a farla accorta de' suoi 
mali, e: Mira, le dice. 

Mira i consigli tuoi come sen vanno 
Tulli in favorì, e a tua raina eslrema ; 
Si che, meschina, danno sovra danno 
Senti, e nissan si gran peso ti scema: 
Per molta che la senta angoscia e afifànno, 
Per soma grave che t' alQBiigga e prema, 
Si dolgon teco molti, ma non vuole 
Soccorso darti alcun, se non parole. 

E se qualche Ino figlio pur si sforza, 
Misera! in qualche parte consolarti, 
Subitamente gli vien fatto forza, 
E contraposli fierì inganni ed arti : 
Ogni consiglio suo sì sprezza e smorza ; 
Or chi dunque potrà mai lieta farti. 
Se sotto il peso omai tu morì , e come 
Un vuol, non può sottrarti a si gran some? 

Dove la nobiltà ? dove ora sono 
Le lue ricchezze, e gli almi sludi e rari ? 
Sorda a quel vivo, illustre e chiaro suono 
Del magnanimo Pietro Traversar!. 
Gli Anaslagi e mill' altri, a cui perdono 
Chieder dovreste tralignati e impari 
Voi cittadini, voi posti in oblio 
Vi siete, intenti a basso e van desio. 



106 G. ROSSI 

Forbite la vergogna, se vergogna 
Il cor v' agghiaccia e vi fa rosso il volto ; 
Altro che gare e van favor bisogna , 
E sdegno aver privato in voi rivolto. 
Vostro valor sol di dormirsi agogna ; 
Poco vedete e parvi veder molto, 
Di che ne piange questa patria, questa 
Madre già cosi lieta, or si funesta. 

Movete dunqne ornai dal pigro sonno 
La testa, e in volisi désti alma virtbte: 
Pigliate il vero T)nor per scorta e donno, 
Né stanche sien le man, le lingue mute. 
Gli animi vostri sollevar la ponno 
Dal suo covile, e darle ampia salute. 
A che dunqne si bada ? od io più piango? 
Ésca ornai la meschina , ésca del fango. 



Vuol anche essere ricordata una sua canzone, conche 
celebrò la gloriosa vittoria delle armi cristiane contro 
de* musulmani nel golfo di Lepanto. Le predette opere 
sarebbero state sufficienti a dare onorevole fama al 
nostro Rossi, ma quella che gli fece gran nome e ri- 
putazione in vita e dopo morte si è la sua istoria; co- 
piosa ed elegante narrazione delle cose ravegnane dal 
principio della città sin presso al fine del decimose- 
sto secolo; opera da pregiarsene grandemente la pa- 
tria , anzi la nazione italiana. Ora se Girolamo spese 
la sua vita e r ingegno a prò de' suoi cittadini, ne fu 
bene rimunerato come si conveniva. Imperocché quelli 
che reggevano le bisogne del nostro comune in que'dì 
con savio avviso decretarono: la istoria del Rossi fosse 
stampata a publiche spese: niuna gravezza si met- 
tesse sopra i beni di lui, del padre sao e de' suoi 



m 



G. ROSSI 107 

figlinoli maschi: per due anni gli fossero dati scudi 
cento : fosse condotto medico della città: fatta de' se- 
natori, tutto che centra le leggi della patria, che non 
volevano posto in quella dignità chi avesse vivo il pa- 
dre senatore. Per tal modo queir ottimo senato ono« 
rava la virtù de' suoi cittadini, e la rendeva lieta e 
consolata di premio: il che si diffondeva poi in san- 
tissimo lume d' esempio appresso quelli che nella me- 
desima età vivevano; non vi essendo cosa che meglio 
vaglia a muover Y animo degli uomini , e che faccia pa- 
rer loro manco grave la disciplina degli studi, quanto 
Tenore e la utilità che per essi se ne ritrae. E Girolamo 
rispose con tanto affetto all' amore de' suoi concittadi- 
ni, che infino all' estremo della vita fu disposto sem- 
pre al bene comune. £ comechè per la fama cbiaris^ 
sima ch'era di lui nell'arte della medicina fosse 
richiesto dai municìpi di Fano, di Pesaro e di Urbino, 
e gli fossero anche offerte le catedre negli studi famosi 
di Ferrara, di Bologna e di Roma, per amore del na« 
tio luogo non si volle partire di qua. Bene andò molte 
volte ambasciadore a cardinali, quando la patria lo ri- 
chiese; e nel 1604 fu mandato oratore a papa Cle- 
mente Vili per confermare in benigna volontà quel 
pontefice inverso le cose de' ravegnani. Il papa, vec- 
chio oltre i settant' anni e cagionevole della persona, 
molto di buon animo lo accolse, e lo volle a corte in 
officio di suo medico ; ma poco vi potè Girolamo dimo- 
rare, perocché trovandosi in età di presso a sessanta- 
sei anni, queir aria di Roma non si confaceva piii alla 
natura sua : ond' è che tornò a Ravenna nella prima- 
vera del 1605, e non molto dopo, a' 26 di ottobre, 
ebbe a piangere la morte della sua donna. Negli ul- 
timi suoi anni commentò, secondo che ho detto, gli 



108 G. ROSSI 

Otto libri della medicina di A. G. Gelso , ed aveva di 
pochi mesi recato a fine il suo lavoro, aUorchè gli 
prese una forte disenterìa. Disperato da' medici, e 
sentendo la sua fine avvicinarsi , chiese, ai cardinali 
Bonifacio Gaetano legato e Pietro Aldobrandino arci- 
vescovo eh' erano presentì, e gli porgevano salutevoli 
ammonizioni e conforti, che gli fosse portato il viatico. 
Il che fatto, e comunicatosi con divozione non facile 
a dirsi , venendo sempre meno di forze , a dì 8 settem- 
bre del 1607 rese lo spirito, l figliuoli gli fecero dar 
sepultura in s. Giovan Battista de* carmelitani appresso 
le ossa de' suoi antenati, con esequie onorevoli, con- 
correndo tutto il popolo ravegnano a vederlo per l'ul- 
tima volta. Fu 'l Rossi di convenevole grandezza e di 
aspetto grave : ragguardevole per la bontà de'costumì, 
siccome quegli che aveva accolte nell' animo le dot- 
trine de' principali filosofi, non a pompa, sì a regola 
della vita. Per questo piacque a lutti i buoni, né si 
ardirono di biasimarlo quegli stessi, che noi seppero 
imitare. Ebbe l'amicizia di Paolo Manuzio, di Garlo 
Sigonio e del card. Gesare Baronio ; e de' suoi cittadi- 
ni molto gli fu caro Biagio dall' Osso giurista, Cesare 
Martellini oratore e Francesco Gorelli, gentil poeta, 
a cui diede in moglie la sua minor sorella. La memo- 
ria di questo egregio ravegnano durerà onorata fra' 
suoi, non meno che fra gli estrani, sino a cheie virtù 
ed i gentili costumi troveranno pregio e grazia appres- 
so gli uomini. 



109 



VINCENZO CARRARI 



Degna di essere posta ad esempio parmi che sia 
la vita di Vincenzo Carrari, cittadino nobilissimo, 
figliuolo di Mario e di Giovanna degli Àndreoli, nato 
nel 1539 a' 14 dì settembre. Cominciò assai giovanetto^ 
a dare opera agli studi, che si confanuo alla prima 
età: poscia se n'andò a Bologna: indi a Ferrara; 
ne' quali luoghi attese con tutto l'animo alle buone 
lettere, alla filosofia, alle leggi, nulla a dietro lascian- 
do di ciò che nelle scuole è solito insegnarsi a' pere- 
grini intelletti. Compiuti questi studi, e già dotto in 
ogni divina e umana ragione , prima di tornare alla 
patria, visitò le terre della Romagna : e desideroso di 
sapere quel che fecero i nostri maggiori, raccolse le 
antiche memorie, e le istorie tutte con difiìcile e per- 
tinace studio ricercò. Dopo di che, tornato a Ravenna, 
e trovandosi in quella età nella quale l'uomo può 
eleggersi lo stato della vita, volle farsi sacerdote. 
Essendogli poi data a reggere la chiesa di s. Maria 
che va in cielo (detta comunemente in Coelos-eo), fé' 
aperto alle genti che nel cuor suo erano tutte quelle 
virtù, che debbono essere in chi ha vólto l'animo ad 
invisibile regno. Esercitò nella patria e fuori onora- 
tissimi magistrati. Scrisse e disputò a favore della 
chiesa ravegnana: perchè fu molto accetto all' arci- 
io 



110 V. CARRARl 

vescovo Buoucompagno, che lo inviò oratore a papa 
Gregorio XIII; e per segno di maggior affezione gli 
offerse un canonicato nella sua chiesa. Ma questo av- 
venne solamente nel 1584. Fu 'l Carrari molto assi- 
duo negli studi, e non v' ebbe mai chi lo vedesse ozio- 
so, né sazio di faticare. Fece assai opere, che furono 
bastanti a mettere in fama il suo nome ; fra le quali 
mi piace di ricordare l'istoria de' Rossi da Parma, 
eh' egli intitolò all' altezza di Alessandro Farnese , 
principe di quella terra: e l'orazione in morte di 
Luca Longhi, eccellentissimo dipintore ravegnano, 
scritta a consolazione de' figliuoli e degli amici. Com- 
pose alcune rime, della soavità della poesia dilettan- 
dosi : e commentò quella canzone, con che '1 Petrarca 
celebrò le lodi de' fratelli da Correggio, quando questi 
nel 1341 ebbero cacciato di Parma Mastino dalla Scala, 
che se n'era fatto tiranno; per lo che 'l nostro Vin- 
cenzo è stato annoverato fra gli espositori delle rime 
di quel soavissimo poeta e filosofo moralissimo. De- 
scrisse in poche parole la vita di Cristina Racchi Lu- 
nardì ravegnana, gentile di sangue e di costumi, ed in 
que' tempi la più bella persona del suo paese. Sono 
ancora parecchie opere di luì composte nella lingua 
latina, che molto gli era famigliare. Appresso la morte 
lasciò una istoria manoscritta di tutta la Romagna, 
lodata da Girolamo Tiraboschi, lume chiarissimo del- 
l' italiana letteratura. Ma'l suo dialogo dell'amicizia: 
il discorso della utilità e grandezza delle istorie: il 
libro delle origini delle famiglie rav^nane : le genea- 
logie degli Spreti, de* Cesi, de'Malatesti, deTamesi, 
de' Varani, de'Pii, de* conti Guidi, nel comporre le 
quali opere, secondo ch'ei medesimo dice, aveva 
fatta molta diligenza di studio, sono quasi del tutto 



mm 



V. CARRARI IH 

smarrite. La morte di questo valentuomo avvenne 
l'anno d596, il quinto di papa Clemente YIII. E per- 
chè egli, oltre il naturale senno e la molta dottrina, 
fu amico della verità e del giusto; prudente e mode- 
sto; a tutti affabile e benigno; è da credere che la 
sua morte fosse ai buoni sospirosa e lacrimevole. Non- 
dimeno non mi par da tacere, per ammaestramento di 
quelli che vivono, in lui essersi provato vero il detto, 
che non fu mai virtù senza invidia; perocché fu molto 
travagliato da alcuni con detrazioni e maledicenze, i 
quali non potevano patire di scorgere nella sua vita 
una continua censura de' loro difetti, e che fosse in 
tanta grazia dell' universale. Le quali ingiurie, in vero 
gravissime, comechè egli le sentisse profondamente 
nell'anima, amò meglio dimenticare, che farne ven- 
detta ; lasciando a noi un esempio di virtù, e un testi- 
monio della bontà del suo cuore. 



112 



GABRIELLO PASCOLI 



Voglio qui rinovare la memoria di Gabriello Pa- 
scoli, il quale visse nel secolo decimosesto, e fu in . 
voce dì letterato. Quelli che ci hanno lasciate memo- 
rie di lui, dicono che da giovane prese l'abito de' ca- 
nonici lateranensi, e la religione loro professò: e che 
non guari dopo fu a Padova a compiere gli studi delle 
umane lettere e delle sacre scienze, a' quali aveva dato 
in patria comìncìamento. Poi fece la sua dimora quando 
in Cesena (dove fu abate della canonica di s. Croce), 
quando in Ferrara, ed anche in Pavia e in Piacenza; 
ne' quali luoghi fu avuto in conto d*uomo erudito e di 
oratore eloquente. La natura lo dotò d' ingegno, che 
fu dagli studi accresciuto, perchè valse a scrivere al- 
cune opere che gli fecero nome : e la prima cosa che 
fu veduta a stampa di lui, è un libro intitolato il glo- j 

rioso trionfo della Croce, ch'egli indirizzò a Bianca 
Capello veneziana, nuova donna di Francesco 11 de'Me- 
dici, per isplendor di bellezza e per avventure molto 
famosa. Cantò in ottava rima il lamento della Vergine 
nel partirsi da lei per ire alla morte della Croce il suo 
divinò figliuolo. Questa prosa e poesia piacquero agli 



mm 



G. PASCOLI 113 

ttoniìni dì quel secolo, e Torquato Tasso celebrava 
r autore con questi versi: 

Yoi sacrate a la Croce or prose or carmi, 
Ch'è più vittoriosa e grande insegna, 
E con lei trionfate ancor dì morte. 

Ebbe pure scrìtto un carme in lode della Capello; e da 
questi due poemetti in fuori, se altri vèrsi compose, 
io non ne ho avuto contezza. Mise anche in luce il per- 
fetto ritratto dell'uomo , opera divìsa in sei giornate, 
fatta a maniera di dialogo, nella quale si disputa della 
nobiltà dell'uomo, della miseria in che cadde dopo la 
colpa, della necessaria cognizione di sé stesso, della 
divina bontà. Ed in appresso fé' uscire il cortigiano di- 
sperato, ch'ei dice disteso ne' suoi giovanili anni, in- 
sìn da che era a studio in Padova, per satisfare ad al-* 
cuni suoi amici e compagni, che di questa cosa assai 
nel pregarono. Dà principio all'opera (che ha faccia 
di romanzo, ma forse fu vera istoria) una descrizione 
breve della battaglia combattuta tra' cristiani e' turchi 
nel mare di Grecia a' 7 dì ottobre i57d , la più solenne 
cke sì vedesse da Cesare Augusto in qua. E viene con- 
tando come dopo la sanguinosa pugna e vittoria delle 
armi cristiane , alcuni di que' celebri guerrieri , anzi 
che tornare alle case loro, sen gissero a diletto chi 
qua e chi là per diverse parti del mondo; e come uno 
di questi, ridottosi a Genova, e poi venutogli talento 
di ripassar il mare, s'avviasse alla volta della Spagna. 
E là pervenuto, e continuaudo tuttavìa il suo cam- 
mino, una matina in su'l levar del sole entrasse con 
un suo compagno in una foresta deserta e opaca ,^ove 
s'avvenne in un giovane pallido, magro, abbattuto, 
traente la vita a modo di fiera* Era costui un italiano 

10* 



Ili G. PASCOLI 

(forse natio di Ravenna ), di nome Gioseffo, di gentil 
sangue, cresciuto dai parenti in tenerezze e in delìzie; 
le quali avendogli guasto il cuore, di casa fuggitosi, 
s' era condotto alla corte di Barcellona^ dove gli ac- 
caddero di strane avventure, ch'ei, molto dolorosa- 
mente piangendo, al guerriero narrò. Il quale mosso 
a compassione de' suoi casi, gli disse parole di tanto 
conforto, che '1 tolse giù dal crudele pensiero di vo- 
ler ivi finire di miseria e di stento. Perchè 'I cortigia- 
no, vòlta in isperanza la disperazione, tornò alla 
corte; e fatto scaltro dalle altrui iniquità, la beffatrice 
donna schernì per sì fatto modo, che la trasse alla 
morte. Onde avuto bando della persona, poi condan- 
nato nella testa, potò fuggirsi , e salvo sdle paterne 
case si ridusse. Giulio Somasco, che fu l'editore di 
questo libro, dice essere pieno (fi molti belli avverti- 
menti a' cortigiani e a tutte sortì d' uomini; e legger- 
visi per entro discorsi d' amore, di gelosia, d'invidia, 
d'ingratitudine, d'inimicizie, di frodi e cose simi- 
glianti. Anche questa opera del Pascoli fu bene ac- 
colta da ognuno, e non andò molto che fu ristampata. 
Dopo di che trovandosi egli da parecchi anni in Pia- 
cenza, già attempato, descrìsse in prosa latìna il giu- 
dizio di Paride, ridotto a senso mistico; della quale 
materia aveva disputato publioamente secondo l'usaiih 
za. E datolo poi alle stampe, lo volle dedicato a Giu- 
seppe Yivoli, dotto ravegnano e suo prqteggitore. 
Secondo che dice l' ab. Ginanni, pare ch'ei chiudesse 
in patria il suo ultimo giorno, ma tace Tanno della 
sua morte. Nelle prose del Pascoli è molta erudizio- 
ne, uè lo stile è spregevole , se ne togli alcuni pochi 
traslati che senton di vizia I versi sono languidi e 
freddi : tuttavolta nel lamento della Vergine è qualche 



mm 



G. PASCOLI 116 

calore di affetto; perchè l'editore, che fu un tal Gio- 
vanni Negro, lo giudicò e molto degno ed atto a com- 
movere a devozione e pietà i cuori umani. » Dal Ro» 
sini, dal Pennotto, dal Passerino, dal Crescenzi fu Ga- 
briello celebrato per uomo di vita intera, conspicuo per 
pietà; le quali virtù è a dolere che non si trovino 
sempre congiunte con le facultà deir^ingegno e colla 
dottrina. 



Mi ' l"^i«'»ll I l»l»l' 



116 

CELSO MANCINI 



Contemporaneo ed amico del Pascoli fu Celso 
Mancini: egli pure religioso dell'ordine laieranense, 
e uomo d' ingegno sottile e speculativo» che condusse 
quasi tutta la vita nello studio della filosofia; non sì 
però che anche ad altre discipline non intendesse , 
avendo detto il Borsetti ch'ei fu teologo, filosofo, ora- 
tore e poeta insigne de* suoi dì. A tutte le sue opere 
(una sola eccettuata) diede la veste deir idioma latino, 
non per ignoranza della nuova favella, ma per quasi 
una pompa dell' antico sermone. Nel 1586 avendo 
composto tre libri della cognizione dell'uomo , gì' in- 
titolò al gran Carlo Emanuele, principe del Piemonte, 
dicendo di aver tolto a far quel lavoro punto dallo «li- 
moU) dell' onore: parole che non dovettero esser dis- 
care a quel giovane guerriero, così ambizioso di fa- 
ma. Dopo questo tempo cadde infermo di pericolosa 
malatia; e tornava appena a rifiorire nella sanità , 
quando cure d' animo molestissime lo travagliarono. 
Intanto Alfonso li, avuta cognizione del sapere di lui, 
lo chiamava a Ferrara a leggere publicamente la 
morale filosofia nello studio di quella città. Ed ei vi si 
condusse; e nel 1591 mandò fuori tre opuscoli, la ma- 
teria de' quali è tutta intorno le cose della filosofia. 
Nel primo parlò de' sogni: ne spiegò le naturali ca- 



e. MANCINI 117 

gionì: disse della varietà loro: recò le sentenze di De- 
mocrito, di Sinesio, dì Porfirio, di Aristotele e degli 
altri filosofanti; e pose in fine T opinion sua, poco 
dissimile da quella del Muratori nella forza della fan- 
tasia umana. Al trattato de' sogni segue una disputa- 
zique del riso e del ridicolo; materia che, al dire di 
Quintiliano , fu difficile anche ai due sonmii intelletti 
di Demostene e di M. Tullio. U Mancini definì che 
sia '1 riso, e quante sieno le specie del ridicolo dimo- 
strò. Nel terzo opuscolo ragionò del come si formi la 
visione, o sia deir atto del vedere; questione che fu 
molto celebre appresso gli antichi. Queste scritture 
del nostro ravegnano , che si ponno tenére come la 
parte seconda dell' opera su la cognizione dell'uomo ^ 
vennero in fama e furono ristampate di là dai monti , 
secondo che hanno detto il Draudìo e 'l Mangeti. Egli 
avvenne poi che l' anno 1594 fu nella Romagna e in 
altri luoghi d' Italia una grande carestia e mortalità 
di gente; perchè tutte le menti erano commosse a 
spavento, e (al testimoniare del Muratori) € non altro 
che pianti e grida si udivano per ogni parte. ^ Cadde 
allora in animo a Gelso di scrivere una operetta ita- 
liana a conforto di quelle miserie; ma ella (per quello 
che a me ne pare) fu ragionata troppo sottìlm^te 
co' pensieri de' filosofi. A questa opera un tal don Ca- 
listo Galante da Imola fece un proemio, nel quale 
dice che i concetti dell'autore e sono vestiti d' uno 
stile puro, candido, netto, con parole significanti e 
proprie. » Né questa fii adulazione: che lo stile è ve- 
ramente facile , chiaro ed alcun pocQ elegante. In ap- 
presso se ne andò a Roma /dove fu accetto a Ginzio 
Aldobrandino, detto il cardinal di s. Giorgio, nipote 
di Clemente YIII, che allora sedeva. E qui avendo ogni 



118 G. MANCINI 

comodità di studiare, scrisse e mise in luce la grande 
opera del diritto de' principati , o sia della ragion di 
stato^ la quale fu carissima al papa e a tutta la corte, 
perchè prese a difendere i diritti del pontificato con- 
tro le opinioni di Ambrogio Catarino, di Nicolò San- 
dero, di Domenico Soto e di altri teologi celebratissi- 
mi di quel secolo. È questa opera divisa in nove libri, 
ed ogni libro in capì, secondo le materie : è piena di 
utili documenti, ed ornata di begli esempi tolti dalle 
storie. Non voglio che mi paia fatica porre qui vulga- 
rizzati alcuni de' suoi politici apotegmì. Die' egli: «La 
forza di un principe essere posta meglio nelle leggi e 
nella sapienza, che nelle armi: la sua vita dover essere 
a tutti di esempio. — Non dover il principe amare più 
i nobili che gl'ignobili: non calcare i buoni , non sol- 
levare i pravi. — Avere Iddio dato a' principi le ric- 
chezze, non tanto a lume e splendore della maestà lo- 
ro, quanto perchè gli studi e le virtà de'suggetti 
abbiano incremento. » Quindi esaltò con bellissime 
lodi Leone decimo, Paolo terzo e Gregorio terzodeci- 
mo, i quali usarono magnanima liberalità inverso 
de' letterati, e n'ebbero in cambio l'immortalità del 
nome. Voglio anche ricordare altri due ravegnani , 
che scrissero di politica poco dopo al nostro Celso, 
cioè Apollinare Calderini ed Aurelio Marinati; il pri- 
mo de'quali ebbe composti cento discorsi sopra la ra- 
gione di stato di Giovanni Boterò,*' comechè soli ven- 
tisei vedessero la luce: il secondo scrisse della mo- 
narchia del pontefice romano , ma la sua fatica non fu 
veduta, ed insieme con altre opere di lui stassi nasco- 
sta nella biblioteca del Vaticano. Ora, tornando al no- 
stro proposito, il pontefice, grato ai prestati servigi, 
promosse il Mancini al vescovado di Alessano nelle 



G. MANCINI 119 

Puglie ; e questo fu a'd9 aprile del 1597. Quindici anni 
resse Celso la sua chiesa con giustizia e bontà: e dato 
alle opere belle, arricchì '1 tempio di supellettili; am- 
pliò '1 palazzo vescovale; larghe elemosine al popolo 
distribuì. Né avendo per la nuova dignità intralasciati 
i suoi filosofici studi, nel 1606 die' a stampare un 
commentario di cose metafisiche, ch'io non ho po- 
tuto vedere; e dopo sei anni, nel 1612, finì in Àles- 
sano i suoi giorni, come ha testimoniato l'Ughelli. Fu 
di natura melanconico, di complessione delicata, di 
fievole sanità; e forse per. questo aveva preso n^H'aca- 
demia degV informi '1 nome dì Egro. Visse caro a molti 
signori e principi, e le sue cose furono celebrate 
co' ver^i di Giulio Morigi, di Pandolfo Zalamella, di 
Giovan Maria Maioli, suoi dotti concittadini. Seppe al- 
cun poco di greco, e nel latino scriveva con molta 
facilità. Disse ei medesimo: « che non ispregìava al- 
cuno e da tutti apparava volontieri; » con tutto que- 
sto però sì la vita e sì gli scritti di lui furono mòrsi 
dal dente reo dell* invidia. Ma egli non se ne diede 
pensiero , né uscì di sua quieta natura, nimica di ac- 
cattar brighe. Eraugli dinanzi alla mente queste pa- 
role del gran Boccaccio a Pino de'Rossi: e non si dee 
alcuno uomo, quantunque giustamente e santamente 
viva, maravigliare né impaziente portare, se trova 
chi la sua fama e le sue opere con ignominioso sopra^ 
nome s' ingegna di violare o di machiare. > Così fece 
il nostro Celso; e manco misero gli corse il cammino 
di questa vita. 



120 



LORENZO SCALABONI 



Parmi che non sia da lasciar senza lode la pietà, 
la modestia e la dottrina di Lorenzo Scalaboni , cele- 
bre evangelizzante e scrittor sentenzioso e morale. 
Questi nella giovinezza di sedici anni renunziò '1 mon- 
do , e fece professione nella regola de' frati eremitani 
di s. Agostino: e posciachè ebbe compiuto T ordina- 
rio corso degli studi nel suo luogo natale, T affetto 
alle lettere in lui non scemò, anzi cogli anni andò sem- 
pre crescendo. Era suo diletto leggere ne* volumi 
de' padri santi, greci e latini, a' quali non poneva in- 
nanzi altro libro che l'evangelio. Ed avendogli la be- 
nignità de' cieli conceduto lunghissima vita, potè con- 
durre un numero grande di opere, che uscirono quasi 
tutte alla luce, lui vivo: nelle quali trattò sacri 
subietti, ed ebbe in pensiero di comporre gli animi 
alla pietà e alla religione; a quella religione ch'è mae^ 
stra di pace e di amore, e luce splendentissima di 
verità. Da prima fece alcune operette in prosa italia- 
na , ma di picciol valore. Poscia verseggiò quattro 
canti di sesta rima su la creazione e reparazione del 
mondo. Mise anche a stampa meglio che trecento 
sonetti a celebrazione della Vergine; e ridusse in 
versi italiani il Magmficat, la Salve e simili devozioni. 
E queste poesie, comechè non guaste dagli arditi tra- 



L. SGALABONI 121 

slati COSÌ in pregio a' suoi dì, non hanno però né bel- 
lezze dì concetto, né nervi, né grazie di stilej ed egli 
stesso schiettamente il confessò. Le migliori opere di 
lui, a giudicìo mio, sono le prose latine; e se la di-^ 
zione non é sempre elegante, é bastevolmente corret- 
ta. L' ab. Ginanni annovera insino a ventisei opere 
scritte dal nostro Lorenzo, ed impresse in Roma, in 
Bologna, in Pesaro, in Ravenna. Ne' suoi discorsi mo- 
rali su la passione di Cristo recò in mezzo gli apo- 
tegmi de' cristiani dottori. Ragionò della dignità del 
sacerdozio, che non si ha a conferire agi' indegni : 
parlò de' vizi della gola, dell'avarìzia, della simonia: 
disse della oppressione de' buoni e dell'esaltamento de' 
tristi,^ e cose altre sì fatte. Diceva anche : dovere l'ora- 
tor sacro adornar le sue parole con l'arte dell'elo- 
quenza, ma non falsificare il vero. Pervenuto all' età 
di ottantun' anno, di niente altro si doleva che di non 
poter più gustare la dolcezza degli studi; perocché 
aveva debole la memoria, i suoi occhi si erano quasi 
oscurati, gli tremavano le mani, e tutte le forze erano 
presso che abbattute: solo diceva stargli nel pensiero 
il gielo e '1 silenzio della tomba. Laonde non sia qui 
inutile il ricordare a' giovani che lo studio è un con- 
forto della vita, e che la vita senza la dottrina é come 
una imagine della morte. Ebbe Lorenzo alcuni onori 
nella sua religione, e li meritò, comeché poco se ne 
curasse. In Roma stette tre anni : fu anche in altri 
luoghi, ma non vi fermò la sua dimora, non vi avendo 
trovato quiete, secondo che disse ei medesimo in que- 
sti versi: 

Varcai paesi molti, nò trovato 

Ho mai cosa che queti '1 mìo pensiero. 

il 



132 L. SClUkBONI 

Onde si tornò alla patria, nel convento dell* ordine, 
dov' ebbe grado di maestro in teologia ed oflBcio di 
priore. Ed essendo amico delle opere belle, ragunò 
nel cenobio molti libri per lo stadio: adornò la chiesa 
di supellettili, la restaurò di culto dirino. Fu in pre- 
gio a' cardinali Antonio Barbemi, Pietro Aldobran- 
dino e Luigi Capponi : ma {hù che 1* estimazione de' 
principi dovette rallegrarlo l'amore che gli portava 
Domenico Yaleriani suo concittadino, retore e poeta 
non ignobile di quel secolo. Oltre gli storici nostri , 
hanno fatto commemorazione di lui '1 Mirco, il filar 
racci, il Cinellii il Graziano, TElsio, l'Herrera, ilGan- 
dolfo, FAllevordio, l'Allacci. Morì Lorenzo il giorno i3 
di giugno, l'anno della cristiana salute i649, e della 
sua vita ottantesimoterzo, lasciando al mondo V esem- 
pio delle sue virtù. 



123 

GIUSEPPE PASSI 



Giuseppe Passi figliuolo di Giovanni. Àndie que- 
sti fu un dotto ravegnano , e la sua vita fu piena di 
strane vicende, né è degna che oscura si rimanga. 
Entrò nella scena di questo mondo il giorno i3 di 
ottobre del 4569; e sortì da natura un ingegno sve* 
gliato, acconcio agli studi, ma non disgiunto da un' 
indole calda e fortemente sdegnosa. Aveva passato 
gli anni suoi giovanili, dando opera alle buone lettere, 
ascoltando i principali maestri di filosofia , leggendo 
d'ogni fatta libri, specialmente le finzioni de' poeti e 
le verità degli storici; e con tenace memoria ritenne 
le cose apprese, che gli furono poi di grande giova- 
mento nel comporre le opere, che avea concepute 
nell'animo. Da prima fé' uscire i difetti donneschi; 
trentacinque discorsi, che senza alcuna compassione 
dell* umana fralezza scoprono tutti i vizi delle femi- 
ne; e vincono in acerbezza di parole e di sentenze il 
Labirinto di Giovanni Boccaccio, il Centone di Lelio 
Capilupi ed il Carme del greco Simonide. Chi trat- 
tasse di tali materie a questi dì, farebbe cosa da gua- 
dagnarne le risa; ma in quel beato secolo decimose- 
sto le teste degli uomini avevano altri pensieri, e i 
più begl' ingegni d' Italia, fra' quali lo Speroni e '1 Fi- 
renzuola, tenendo via diversa da quella del Passi , 



12& G. PASSI 

empivano le carte ragionando della bellezza e dignità 
feminile. Si racconta clie le buone ravegnane arsero 
di smisurata ira contro del Passi, parendo loro ch'egli 
avesse voluto vituperare tutte quante le Temine, e 
distogliere gli uomini dallo stringersi nel vincolo del 
matrimonio. Allora Muzio Manfredi da Cesena scri- 
veva cento sonetti a lode di cento ravegnane, e Jacopo 
Sassi da Ravenna, commentando un sonetto di Ber- 
nardo Tasso , toglieva a difenderle. Ma era sì accesa 
queir ira, che per belle lodi spegnere non si potè. 
Cercando io le cagioni che mossero il Passi a scrì- 
vere questo suo libro, panni di poter asserire che 
fosse vendetta di amore tradito. Comunque si sia , 
egli ebbe il torto in questo, di aver allargato lo sde- 
gno oltre i termini del convenevole. Ed ei medesimo 
se ne avvide, e volle porvi alcun rimedio, mettendo 
in luce un trattato dello stato maritale, dove con molti 
esempi di antichi e moderni scrittori dimostrò quello 
che una donna maritata deve schivare, e quello che 
far le convegna. Esaltò le femine che per bellezza , 
per grazia, per iscienza, per costanza, per castità 
furono famose. Parlò della scelta della moglie, e 
disse come sia da eleggere di buona famiglia, giova- 
ne, di mezzana bellezza, di pan conditone; e ne am- 
maestrò del modo con che si deve educare a virtù. 
Questa opera piacque all'universale, e fu stampata 
tre volte in pochi anni, e poi recata in latino e ri- 
stampata in Àmberga. D' indi a non molto , non gli 
parendo forse di aver fatto a bastanza per acchetare 
le femine, se la prese co' maschi, e diede a stampa 
la mostruosa fucina delle sordidezze degli uomini; ti- 
tolo il quale dimostra che V autore era entrato nel 
secolo decimosettimo. È quésta un' opera grande, di- 



G. PÀSSI 125 

visa in due parti, contenenti tra Y una e Y altra qua- 
ranta discorsi. La portò egli stesso a Vincenzo Gon- 
zaga, duca di Mantova, al quale la intitolò; e fu da 
quel signore accolto graziosamente, trattenuto con 
molta cortesia, e regalato di magnifici doni. Anche 
questa amara censura de' vizi maschili fece sdegnare 
qualcuno; ma quale intendimento egli avesse nel 
comporto , apparisce chiaramente da queste sue pa- 
role, tolte dal prologo della parte seconda: e L'autore 
di questa Fucina ha procurato per quanto ha potuto 
di escludere il vizio, e giovare agli uomini con la no- 
tizia del male prudentemente scoperto, con esempi, 
con sentenze, con motti, con detti, con ricordi e con 
ammaestramenti. > Dice però, sapere che alcuni lo rir 
puterebbero audace, e € nato a questo fine di dir male 
di tutti, e lacerare ognuno con la sua lingua; » ma 
eh'ei non se ne curando punto , voleva solamente che 
niuno ignorasse, lui aver battaglia co' vizi, non cogli 
uomini. Essendo questo strano cervello più inclinato 
alla censura che alla lode , non fa punto maraviglia 
che avesse assai nemici e morditori, se non della vi- 
ta, delle sue opere. Di fatto, recitando una volta una 
sua lezione sopra un luogo della Gerusalemme libe- 
rata, vi fu chi volle fargli dell' aristarco addosso, e 
con maligne parole scemargli riputazione; onde 
stampò un discorso di ben parlare per non offendere 
persona alcuna, e la saccenteria di colui molto bene 
schernì. Publicò anche un commento sopra alcuni 
versi italiani del Petrarca, ne' quali '1 poeta dice che 
la gentile anima della sua Laura terrà la più beata 
parte del cielo. Da giovane, essendosi dilettato della 
poesia vulgare, fu ricevuto in alcune poetiche socie- 
tà, e nella nostra academia degl'informi era detto 

44* 



126 G. PASSI 

r Ardito^ e ben gli stava quel nome. Comecbà sapesse 
molto di greco e di latino, volle scrivere le sue opere 
nella lingua italiana, e la sua maniera di dire è pia- 
na, scorrevole, senz'artificio; ma per aver tocco il 
secento, le ultime cose sue sono in fatto di stile 
manco buone, non però dispregevoli. Forse alcuno 
potrebbe riprendere nelle sue scritture un soverchio 
di erudizione e di citazioni: del qual vizio, se egli é 
tale, non seppe sempre guardarsi né anche quel po- 
tente ingegno di Daniello Bartoti. Previde ei medesi- 
mo che i posteri avrebbero sentenziato così ; onde 
disse che non voleva già con quelle tante alligazioni 
e guadagnarsi lode di giudicioso e d*unico intelletto, » 
81 confortare di buone autorità le cose eh' egli asse- 
riva. Veramente se quest'uomo avesse tolto a trattare 
altri subietti, non mi è dubioch'ei poteva farsi un 
bel nome fra' prosatori, e condurre la vita piìi con- 
solata e più lieta. Imperocché sappiamo eh' egli nel- 
r ancor giovane età di circa quarant' anni , trovandosi 
mal contento, anzi sdegnato e sazio delle cose del 
mondo, si ritirò alla solitudine, vestendo l'abito de' 
monaci camaldolensi in s. Michele di Murano, appresso 
Venezia : e dove fino allora era stato chiamato Giu- 
seppe, fu detto don Pietro, com'è a leggere in una 
sua operetta della magic' arte, stampata nel 1614; 
nella quale dimostra che le maraviglie che si contano 
di essa arte possono succedere in via naturale, e dice 
di aver trattata quella materia e piuttosto istorica- 
mente che scientificamente, e ciò per la malvagità 
de' tempi. » Non fu appena entrato in quella vita spi- 
rituale, che gli prese una grave e lunga infermità: 
della quale come fu libero, e rimesso un poco in for- 
ze, passò al monastero di s. Croce dell' Avelfona, e vi 



G. PASSI 127 

dimorò due anni, insegnando a' monaci la morale teo- 
logia. Poscia venne a Faenza in s. Ippolito, dove si 
fermò più anni, e i faentini, che conobbero il suo 
sapere, molto lo pregiarono. Da ultimo tornò a Mu- 
rano con dignità di priore, e forse vi stette sino alla 
morte, la quale avvenne intomo al i620, essendo vi- 
vuto poco più meno di cinquanf anni. Di questa 
fatta, per quel che se ne conta, furono i costumi e la 
vita dì Giuseppe Passi. 



128 

MASSIMIANO ZAVONA 



Restringerò in poche parole tutto quello che ho 
trovato scritto di Massimiano Zavona, figliuolo unico 
di Nicolò e di Claudia Pescatori, famiglie ambedue di 
onoratissima gentilezza, venuto al mondo nel marzo 
del i579. Questi insin da' suoi giovanili anni si mostrò 
adomo di ogni più bella virtù ; docile, officioso, cor- 
tese, sincero, sempre intento a coltivare il suo inge- 
gno, che avea acuto e speculativo, e sopra tutto del 
leggere amantissimo. Finito lo studio di letteratura 
nel suo luogo natale, fu dal padre mandato a Bolo- 
gna; ed ivi usò per più anni alle scuole de' maestri 
nella morale e naturale filosofia, studiò in medicina, 
e ne prese la laurea di dottore, compiuto Y anno tren- 
tesimoprimo; e nel suo diploma, che ancor si conser- 
va, è detto uomo preclaro per la scienza, modesto 
pe' costumi, ornato d'ogni sapere. Ricondottosi quinci 
alla patria, e desideroso di procacciarsi l'amicizia 
de' buoni, si strinse di benevolenza con Alessandro 
Monaldini, figliuolo di Vespasiano, medico e lettera- 
to; e molto adoperarono insieme perchè fosse insti- 
tuito in Ravenna il collegio de' medici, come seguì 
nel i615. E Fanno appresso, benché pendesse un poco 
alla maturità, condusse in moglie una tenera giovi- 
netta, Diana di Giulio Eredi , dalla quale ebbe tre 



M. ZAYONA 129 

figliuoli maschi e quattro femine; e visse con lei in 
grandissima pace trentasei anni. Nell'agosto del 1626 
la morte dell* ottimo padre gli fu una ferita al cuore; 
se non che 1* uom saggio, negF infortuni della vita, 
si riparava sempre al porto della filosofia, la quale, 
al ragionare di M. Tullio, e nelle prosperità porge 
agli animi nostri iitile e piacere, e nelle avversità al- 
tro riposo che lei non abbiamo. » Era in que' dì data 
fuori una voce: quest'aria ravegnana essere corrotta 
e micidiale; la qual voce trovando facile credenza in 
molti, e principalmente nel card. Marc' Antonio Fran- 
ciotti , *• legato della Romagna, quel da ben prìncipe 
soggiornava qua di mala voglia, temente ogni ora non 
gli entrasse addosso la febre. Ed a cavargli dal petto 
quella paura, il nostro Antonio Donati, uomo nobile e 
addottrinato, scrisse una bella operetta, ed al Cardi- 
nale la intitolò. Ma non cessando per questo il dir 
de' maligni, ed il Zavona non potendo patire che alla 
patria fosse fatta quella ingiuria, dettava in latino la 
sua opera intorno all'aere ravegnano, che venne in 
luce otto anni dopo quella del Donati, cioè nel 1649: 
e scrisse di aver preso, comechè vecchio, a combat- 
tere a prò della patria, contro gli oppositori di lei, 
con le ragioni de' filosofi e Y autorità della storia. E 
di vero ei dimostrò la salubrità di questo cielo con 
tanta forza di ragioni, quanto il portava la scienza 
delle cose fisiche e l' arte della critica di que' dì, che 
forse meglio non si poteva. Ed esaminate e confutate 
le opinioni degli avversari, sentenziò: la bontà del 
nostro aere provenire dalla vicinanza dell'ameno, 
odoroso e sempre verde bosco de'pini ; e sopra tutto 
dallo spirar degli asciutti e freddi venti, che ci ven- 
gon dal Norte, i quali, disperdendo le umide nebbie. 



130 M. ZAYONA / 

e le impure e grosse evaporazioni delle paludi e delle 
lagune, ne recano la serenità. 11 che fu rafiermato da 
fisici valentissimi, il Grassetti e 1* Angeli: e prima di 
loro dal nostro Gasparo Desiderio Martinetti in una 
sua dissertazione impressa in Ferrara del 1746. E que- 
sto vogliamo qui riferito per coloro, che fossero igno- 
ranti delle cose nostre. Ma ritomo al Zavona; il quale, 
meglio che nelle sottili ragioni de' filosofi, fondava 
r opinion sua ne' fatti, che sono i soli e veri maestri 
degli uomini, e : — Qui , in questo luogo d' aere così 
maligno, tu vedi (diceva egli) vecchi robusti del corpo, 
con freschezza di mente condur la vita sin quasi ad 
un* estrema decrepità. Qui giovani di membra ben con- 
formate; statura giusta ; muscoli forti ; faccia ben co- 
lorata; costumi ammodati; ingegno destro e pronto, 
atto alle lettere alle scienze alle arti. Qui donne con 
bella e graziosa disposizione di corpo, animo gentile, 
onesto contegno, nobile portamento; Qui fandulletti 
vispi, allegri, d* indole vivace, tinti di vermiglio la 
guancia. E la verdezza di questi 4^mpi, pieni di arbori 
e di biade, sono dovizie che tu non le trovi se non in 
terreno rallegrato da benigna luce di cielo. — Né è 
a dire che Tamor della patria velasse gli occhi della 
mente a lui, uomo di sincerìssima fede e dì libera 
sentenza; il quale, a conservar sana Tarla del suo 
paese, esortava, anzi ardentemente pregava, i magi- 
strati: a chiudere le cloache, che mettevano nelle pu- 
bliche vie: purgar le latrine: porre in conveniente 
luogo il macello : tener r maceri della canapa e del 
lino lontani; e toccò accortamente la mala costumanza 
di sepelire gli umani corpi nelle chiese. Né fu allora 
uom religioso, che ardisse di levar la voce contro di 
lui religiosissimo ; ppsciaché le constìtuzioni de* sacri 



M. Z AVON A 131 

cànoni vietarono, che, secondo gP irutituti de' maggiori^ 
nelle chiese non si desse sepultura a cadaveri. Un anno 
dopo eh' ebbe mandata alle stampe questa sua dotta 
fatica, cioè nel i650, publicò in Bologna il suo libro 
dell'abuso del tabacco; operetta ch'egli aveva prima 
distesa in latino, e. finita di comporre fin dal 1646; 
ma poi, meglio consigliato, la rifece italiana. È noto 
con quanto calore si disputasse dai nostri buoni vec- 
chi intorno alla virtù e utilità di quella pianta, che di- 
cono aver il suo nome dalV isola di Tabaco, una delle 
Antille neir America del settentrione; la quale recata 
in Europa, fu annoverata neir istoria delle piante col 
nome di Nicoliana, per un Giovanni Nicot, ambascia- 
dorè a Lisbona di Francesco II, che la portò di là pel 
primo nel reame di Francia. Ma forse è saputo da 
pochi com'ella avesse da prima fieri nemicfe potenti, 
e come V usarne si vietasse in Ispagna dalle ecclesia- 
stiche leggi : in Inghilterra si punisse colla lésina che 
traforava le narici ; e dai fedeli di Maometto perfino 
colla morte ignominiosa del palo. Ed ora, giusta il 
detto del Salvini, « s' è renduta al mondo, che va die- 
tro a lei come impazzito, non solo dilettevole, ma ne- 
cessaria. :» Ed anco la medicina se ne valse a vari usi, 
specialmente a nettare ed incarnare le piaghe, a di- 
fendere le ferite dal flusso del sangue. L' operetta che 
ne scrisse il nostro ravegnano è partita in otto capi, 
e vi si ragiona : del pome del tabacco : della sua forma 
e figura : delle sue specie e diflTerenze : del suo tem- 
peramento. Poi della maniera di prepararlo : del po- 
tersi guarire con esso molte e svariate infermità: 
della forza sua purgativa; in fine dell' abuso che ne 
fanno gli uomini. E sono notabili queste parole, che 
si leggono nel capo ottavo : <( Fui sempre e sono di 



132 M. ZAVONA 

parere, che *1 tabacco (adoperato nel modo che oggidì 
si costuma) sia molto nocivo alla sanità, e che tal uso 
si debba più tosto chiamare abuso. > E non pochi sen- 
tiranno come lui. " Àyeya il Zavona scritto in latino 
altre opere mediche, che rimasero inedite ; ed io ho 
veduto, e si conserva nella biblioteca del nostro co- 
mune, un codice scritto di sua mano, in due volumi, 
il primo di carte 581, Y altro di 618 numerate, ed è 
un suo commentario sopra il libro di Galeno intomo 
al conoscere e curare il mal delle reni; e mostra che 
egli avesse in pensiero di publicarlo, perocché vi 
si legge r approvazione perla stampa de]lo storico 
Girolamo Fabri, fatta il 1 dicembre del 1651. Ma indi 
a quattro mesi, ai 12 di aprile del 1652, mancò ai 
vivi nella vecchiezza di settantatrè anni; ed i cieli gli 
furono così benigni, che gli diedero una morte senza 
dolore. Uomo di animo buono, di diritto gludicio, e 
prudente nelle cose del mondo; e comechè vivuto in 
tempi che le lettere e le arti inclinavano verso il peg- 
gio, si tenne netto da quelle novità che guastavano 
lo stile, e le sue opere publicate possono a' miei detti 
rendere testimonianza. Raccontano che la moglie di 
lui gli sopra visse ancora per più di trent* anni, sino 
a' 23 di febraio del 1684, durando la vedovanza per 
un caro affetto aìle ceneri del marito. Questa illustre 
casa si estinse totalmente con la morte di un Giulio 
Zavona, figliuolo di Paolo, Y anno della incarnazione 
di Cristo 1745. 



133 

LUCA DANESI 



Luca Danesi, figliuolo di Cristoforo, nacque a* 22 
agosto del 1598 di onesti parenti; e quando a discreta 
età fu cresciuto, fece gli studi delle lettere, e diede 
opera alle leggi. Ma per una certa incostanza ch'era 
in lui naturale, lasciate le leggi, comechè ne avesse 
conseguito grado di dottore, inclinò 1* animo alla ma- 
tematica, e studiò anche in altre discipline, massime 
nella scienza di dirigere le acque, che i moderni chia- 
mano idraulica^ nella quale divenne valente. Poi si 
détte al pericoloso mestiere dell'armi, che «ben presto 
gli venne in tedio (e certo la è cosa strana, che un 
uomo vada a porre la vita in pericolo su per le guer- 
re, se noi facesse per salute e per gloria della patria, 
o per qualche altra onorevole cagione); onde abban- 
donò la milizia, e tornò agli studi. Andò poscia go- 
vernatore a Comacchio, e fu molto caro a quelle 
genti; perocché era in lui molta bontà di cuore, e 
non cessò mai, come potè, far di gran bene e mini- 
strar la giustizia. Per la fama che s' era acquistata 
grandissima nella scienza delle acque, dai pontefici 
romani e dalla republica veneziana fu elelto a frenare 
i fiumi dell'Umbria e le acque del Po ; pel quale uffi- 
cio venne in molta riputazione. Si dilettò eziandio 
dell'architettura, e co' suoi disegni furono murati 

12 



13)^ L. DANESI 

assai belli edifici, sì in Ravenna e sì in Ferrara. Riuscì 
pur raro in trovar nuove invenzioni, in alzar pesi, in 
far salire acque, in gìttar ponti : laonde in Gomacchio 
e in Ferrara fu fatto sopra le fortificazioni di quelle 
città. E nel tempo che fu governatore di Gomacchio 
si fece, con suo disegno, quel ponte che vedesi anco 
oggidì, dagli architettori molto lodato. Fu accetto a 
papa Urbano Vili ; ed Innocenzo X gli die' titolo di 
matematico pontificio. Fu anche fatto cavaliere a spron 
d'oro e conte palatino. Scrisse della scienza mecanica 
e delle utilità che si traggono dagl' ìnstrumenti di 
quella; opera cavata da* manoscritti del divin Galileo, 
che fu impressa in Ravenna nel i649, e se ne fa men- 
zione dal celebre Vincenzo Viviani. Mandò pure in 
luce un trattato di geometria pratica, e tre discorsi 
sopra le acque del Po, le inondazioni del Tevere, e 1 
Gavo Gontarino in quel di Ferrara. Molti disegni ed 
operette in più volumi raccolte lasciò dopo la morte. 
L' amore dei natio luogo, che ne' petti gentili è sem- 
pre un affetto caldissimo, fìi assai grande nel Danesi, 
come in molti casi si potè conoscere; ma non mai 
meglio che nel fatto seguente. Era la notte de' 27 
venendo il 28 di maggio del i636 (notte piena di la- 
crime e di spavento), quando le acque del Montone 
e del Ronco, che a que'dì correvano presso la città 
di Ravenna, cresciute per pioggia di molti giorni , e 
per forza di vento che le respingeva indietro dal mare, 
rotti gli argini e atterrate le mura, in poco d' ora 
entrarono impetuosamente nella città, levandosi in 
alcuni luoghi all' altezza di due stature d'uomo.'* Non 
io verrò qui ricordando que' miseri che annegarono: 
non dirò delle case in ruina : tacerò i pianti , i lameih- 
ti, le grida de' cittadini. Sarà più caro ch'io ricordi 



L. DANESI 135 

la virtù del Danesi, che in quel caso miserando a 
tutto fu presto : non fatica o travaglio di corpo lo 
tenne: non perìcolo di morte lo spaventò. Per opera 
di lui in pochi giorni la città fu vota dalle acque; e 
con iscavate fosse, e con alzati argini, i suoi cittadini 
da nuovo pericolo sovrastante rassicurò. Perchè da 
ogni buono gli furono date lodi e benedizioni, e gli 
si debbo da noi durevole e publica la gratitudine. Era 
il Danesi amatore delle antichità e delle patrie me- 
morie; onde aveva raccolte nella' sua easa parecchie 
iscrizioni antiche, che furono vedute dal Montfaucon: 
aveva anche tolto a voltare. in italiano ristoria latina 
di Girolamo Rossi, che non so se recasse a compimen- 
to. Pervenuto ali* età di presso a cìnquant' anni, in 
Cento se n*andò a stare; dove fattosi ordinar sacer- 
dote, condusse il restante de' suoi giorni in opere di 
pietà e di religione ; e morì in buona vecchiezza 
r anno 1672, lasciando non punto vile la memoria 
della sua vita. Quivi nel tempio di s. Michele furono 
le sue ossa sepolte. 



136 

CESARE RASPONI 



Se r aomo potesse gloriarsi della nobiltà della 
schiatta, e Don fosse questo un dono della cieca e mo- 
bile fortuna, molto avrebbe da pregiarsene Cesare, 
figliuolo di Francesco Rasponi e di Clarice Vaini da 
Imola, sangui nobilissimi, nato a'i5 dì luglio nel d615. 
Prima che fosse uscito di fanciullo, gli morì '1 padre. 
La madre di lui, donna di gran virtù, a cui era nel 
cuore la educazione de' figliuoli, se ne andò a stare a 
Roma, dove era un suo zio cardinale; e visto che iusìn 
da quegli anni Cesare mostrava un' indole buona ed 
inclinata allo studio , perchè non si sviasse ne' piaceri 
della città, lo pose nel seminario regnano, di valenti mae- 
stri proveduto. Furono suoi primi studi le lettere la- 
tine e le ebraiche, nelle quali fece tanto profitto che'l 
pontefice ne prese maraviglia , e lo regalò di medaglie 
d'oro; e appresso gli diede una badia che gli rendeva 
trecento scudi. Cresciuto poi in età, diede opera alla 
lingua greca: studiò in filosofia, e andò a Bologna ad 
apparar l'instituta civile. Poscia tornato a Roma, pose 
tutto r animo alla scienza delle antichità, nella quale 
ebbe a maestro un uomo chiaro , Alessandro Donati 
sanese. Fu prima canonico di s. Lorenzo in Damaso, 
poi di s. Giovanni in Laterano: del qual tempio avendo 
raccolte e ordinate le antiche memorie, scrisse una 



G. RASPONl 137 

istoria latina in quattro libri, che intitolò a papa Ales- 
sandro VII, e fu stampata in Roma del 1656. Già era il 
Rasponi per le sue virtù venuto a notizia della corte, 
e *1 papa gli aveva dato spontaneamente titolo e abito 
di prelato, e conferite cariche di molto splendore; 
delle quali si mostrò degno per le maniere con che 
ebbe adempiuti gli uffici, che gli furono commessi. 
L' anno i648 andò in Francia con la madre, passando 
per Firenze e per Genota; e giunto in Parigi fu a far 
reverenza alla regina, e a quella gran testa politica del 
cardinal Mazzarrini. E di questo suo viaggio scrisse 
un diario, notando le cose da lui vedute, che più gli 
parvero degne di ricordanza. Tornato poi a Roma, e 
fattosi consecrar sacerdote, papa Innocenzo X Io fece 
secretarlo della consulta. La scienza in che molto valeva 
il Rasponiera la politica. Conosceva ben a dentro il cuore 
degli uomini: era de' governi civili Uitendentissìmo, ed 
avea maniera efficace a conciliarsi gli animi delle per- 
sone; perchè '1 Magalotti e'I Muratori gli danno lode di 
gran prelato f e d*uomo assai destro e saggio. Per questo 
avvenne ch'egli potè ridurre ad amore fraterno le mor- 
tali discordie, che in que*dì erano fra alcuni signori e 
prinoipi d'Italia. E per la sua vigilanza fu pur liberata 
Roma dalla peste, ch'ogni dì toglieva di vita un gran 
numero di persone, tutta la città contristando. In- 
tanto nel 1655, morto papa Innocenzo, era salito al 
pontificato il card. Fabio Chigi sanese, col nome di 
Alessandro VII; principe ornato di buone lettere e 
di umanità di costumi , il quale faceva tanta stima del 
nostro Rasponi, che si valse di lui in cosa che molto 
gli stava nell'animo, e gli turbava la pace. Imperocché 
egli intervenne il dì 20 di agosto (era l'anno 1662) 
che i córsi stanti a presìdio in Roma ebbero fatto in- 

i3» 



138 G. RASPONI 

giurìa alla famiglia del duca di Grequì, eh' ivi era am- 
basciadore per la maestà di Lodovico XIV re di Francia : 
perchè'! duca, uomo tutto bile e furore, s' era uscito 
di Roma bravando e minacciando. II papa^ dolente di 
questo fatto, mandò '1 Rasponi a trattar di concordia 
coi duca a ponte Buon vicino su' confluì della Savoia; 
ma'l duca voleva cose, a che '1 Rasponi non aveva fa« 
cultà, e '1 papa non le voleva concedere: onde se ne 
tornò senz' ^ver nulla ottenuto. Allora il re, per {spa- 
ventare il pontefice, mandava nel parmigiano e nel 
modenese sei mila fanti e intomo a due mila cavalli, 
dando vista di voler entrare nello stato della Chiesa. 
Il papa, che non aveva aiuto da veruna parte contro 
il potente nemico, mandò da capo il Rasponi a Pisa, 
fattogli un breve ^ con parole di grande onore, e da* 
tagli ogni facultà; il quale avendo trattato con mon- 
signor di Bourlemont plenipotenziario del re, a' i^ 
febraio del 1664 fu fatta la pace; avendo il pontefice 
ceduto Castro e Ronciglione, che s'aveva, come dicono, 
incamerati. In questo difficile negozio fu conosciuta 
maggiormente la prudenza e destrezza del nostro pre- 
lato; per la cui tornata a Roma, tutta la città si mise 
in festa e in allegrezza, ed ei vi fu ricevuto con sì 
grandi dimostrazioni di onore, che apparve quanto 
quella pace fosse da tutti desiderata. Il papa da ora 
innanzi r ebbe più caro che mai, e per mostrargli 
come fosse grato a' prestati servigi; il dì 15 febraio 
del 1666 lo fece cardinale del titolo che chiamano di 
s. Giovanni a porta latina: e nell'anno appresso, che 
fu l'ultimo della vita di papa Alessandro, gli diede il 
governo della provincia di Urbino. La qua! legazione 
essendogli confermata dal nuovo pontefice Clemen- 
te IX, il Rasponi « condusse colà, e quelle genti eh- 



G. RASPONI 139 

bero a lodarsi di lui : ma non vi potè far lunga stanza , 
imperocché trovando quel cielo non confarsi alla na- 
tura sua, dovette tornare a Roma; e quindi resse quella > 
provincia con amore e saggezza grandissima. Negli 
aitimi anni gli fu rotta la sanità da un lungo e doloroso 
male di calcoli, ch'ei sopportò con pazienza e rassegna- 
zione, insin che giunta Fora sua, a' 21 di novembre 
del 1675 con quiete di animo e serenità di volto spirò. 
Le sue esequie furono fatte con solenne pompa e fune- 
bre laudazione nel tempio di s. Giovanni in Laterano , 
ove fu sotterrato; leggendosi ancora oggi al suo se- 
polcro una iscrizione latina , che ricorda com* egli la- 
sciasse erede delle sue sustanze T ospizio di quelli che 
vengono alla fede di Cristo, fondato in Roma da un 
altro ravegnano, Francesco Negri, come ho scritto 
nella vita di luì. Per dire alcuna cosa delle sue morali 
virtù, era in quest'uomo molta candidezza d'animo, e 
amore alla rettitudine. Portò somma affezione alla ma- 
dre, la cui morte l'ebbe tocco nel più vivo del cuore, ed 
al sepolcro di lei fé' porre una iscrizione degna di pie- 
toso figliuolo. Ebbe anche caro Francesco Rasponi 
suo nipote, che vesti l'abito de' gesuiti, ed è illustre 
per un'opera che fece in comune col padre N. M. Pal- 
lavicino, e per la stima che facevano di lui '1 conte Lo- 
renzo Magalotti e '1 padre Paolo Segneri. Quel po' di 
tempo che gli lasciavano le cure gravi del suo mini- 
stero ^perocché ebbe sempre posti elevati nel gover- 
no) spese tutto negli studi; ed oltre la istoria sopra 
nominata, compose orazioni e rime, ed altre operette 
che non videro per anche la luce. Ben sono a stampa 
le lettere che scrisse all' ab. Michele Giustiniani e a 
Pietro Adriano Vanderbroeck, co' quali ebbe famiglia- 
rità. Difese dalla invidia de' suoi nemici quel cervello 



140 G. RASPONl 

bizzarro di Salvator Rosa, poeta satirico, e assai vsk 
lente pittore. Fu caro a Cristina Alessandra regina di 
Svezia, che dì que'dì, lasciato il regno al nipote, in 
Roma dimorava. E i ravegnani tanto si pregiarono del 
loro concittadino, che a papa Alessandro VII, morto 
da sei anni, perchè gli aveva data la porpora de' cardi- 
nali, vollero posta una statua di bronzo, che ancor 
si vede. 



Ul 



FRANCESCO NEGRI 



Quanto possa l' inclinazione della natura negli 
uomini si conosce chiaramente in Francesco Negri , 
nato di parenti avventurati ed onesti nel secolo de- 
cimosettimo; il quale, insin da che era picciol fan- 
ciullo, ebbe grande vaghezza di vedere nuove genti , 
costumi diversi, regioni lontane. E questo suo desi- 
derio mise poi ad effetto nella matura età , come più 
avanti diremo. Da principio si esercitò nelle scienze 
geografiche ed astronomiche: ammirò le dottrine 
de' filosofi, e le seguì; anzi aveva raccolte le sentenze 
loro in un volume, e se ne valeva all'uopo nel par- 
lar famigliare e nelle scritture. Tratto poi dalla vo- 
lontà sua alla vita sacerdotale, studiò molto nelle 
opere de' santi padri, e in que' libri sacri che possono 
nutrir l'intelletto, non di enimmi e di sofismi, ma di 
utili verità. Avvenne una volta che leggendo per di- 
letto nella storia delle genti settentrionali dì Olao Ma- 
gno, gli si raccese l'antico desiderio nel cuore : e di- 
spose di voler vedere que* luoghi, dov'è una notte 
buia e un giorno lucidissimo di due mesi continui; la 
terra coperta da nevi e ghiaccio quasi etemo; monti 
deserti, foreste ignudo, terren morto e squalido, in 
cui non s' appiglia seme, non germoglia fil d'erba. Il 
dirsi che insino a que' dì non era stato italiano , che 



Iba F. NEGRI 

avesse scrìtto di quei luoghi siccome testimonio di 
veduta,^ gli faceva acute le brame, uè si potè più 
tenére. Uscito dunque della patria nell'età di quaran- 
ta anni, o in quel torno, peregrinò la terra di Svezia , 
e la Norvegia, e la Lapponia, e la Finmarchia sino al 
Capo-Nord; e si condusse colà attraversando lunghe 
pianure, balzi di montagne, scogli d'alpi, folte bo- 
scaglie: valicò tiumi e torrenti: vide congelarsi '1 ma- 
re. Assai delle volte ismarrì la via , e s'andò avvol- 
gendo qua e là per intralciati sentieri, a tal ora 
tornando indietro, ch'ei si credeva andare innanzi; 
poiché viaggiava senza compagni , sconfidato (dice eì 
medesimo) di trovare chi avesse un corpo di ferro e 
un animo di bronzo come il suo. Patì freddi non tol&- 
rabili, fu presso a morir di fame e ad annegare; con 
tutto ciò non avreste veduto volto più lieto, animo 
più allegro del suo. Teneva consolato sé stesso con 
queste parole: € Questo patimento presente finirà con 
questa giornata, e '1 giubilo di aver veduto quello che 
in essa hai osservato, durerà teco tutto il tempo di 
tua vita. ^ In questo suo viaggio pose studio ai co- 
stumi delle diverse genti che visitò: disse delle loro 
l^ggi» della religione, della superstizione: i loro eser- 
cizi, il cacciare, il pescare notò: favellò de' conviti, 
delle nozze, de'funerali: descrisse tutto che era, o gli 
parve degno di maraviglia, narrando unicamente le 
cose da lui vedute, e le cagioni e gli effetti loro con 
ogni sollecitudine investigando. E fu sì tenero della 
verità e della sua fama, che stette alcuna volta in du- 
bio se avesse a mettere in carta quel vero, che ha la 
faccia della menzogna , ricordandosi della nota sen- 
tenza dell' Allighieri.'* Nella città di Stocolma fu ac- 
colto con dimostrazioni d' onore dal signor di Chas- 



F. NEGRI 143 

san , ch'ivi risedeva per la maestà di Lodovico XIV re 
di Francia; il qoale ebbe sì in pregio le virta di htì, 
che gli apriva tutti i secreti della sua coscienza. Quivi 
potè vedere la cerimonia solenne e lugubre fatta alJa 
spoglia del conte di Kònigsmarc, stato a que'dì nelle 
armi famoso. In Osterod (luogo presso a due gradi 
alla zona glaciale) albergò appresso il gran cancel- 
liere di Norvegia, Ovidio Bielke, che gli usò ospitai 
cortesia; ed essendo in sul partire da lui, quel si- 
gnore, quasi scherzando: — Voi, disse, andate a mo- 
rire in questo viaggio, poiché avete a combattere 
due potentissimi nemici, la zona glaciale el verno 
crudelissimo; ma consolatevi, ch'io racconterò la vo- 
stra ardita morte nella giunta che ho in animo di fare 
alle croniche di Norvegia. — Il Negri rispose rin- 
graziandolo di questo onore, ma eh* egli voleva fare 
in modo, che sua eccellenza non avrebbe pigliata 
quella fatica per lui. Andando suo cammino, pervenne 
in Nordlandia , ed ivi vide e descrisse cose a raccoii" 
tare maravigltose. Dice però non essere tutto vero 
quanto narrasi pe' geografi e per gli storici del fa- 
moso vortice (eh' egli chiama voragine) della Norve- 
gia, nomato Malstroem, presso Mosken e Vaeroe. Mi 
duole che '1 valente geologo, Leopoldo di Buch (morto 
il 4 marzo di quest'anno 1853), il quale osservò que- 
sta novella Gariddi all'aprirsi del presente secolo, non 
abbia saputo che un ravegnano, cento quarant'anni 
prima di Ini , era stato in quelle parti medesime , e 
(quel che gli avrebbe recato maraviglia maggiore) in 
tempo di verno e su piccola barchetta aveva fissato 
quella voragine, e gli era bastato il cuore di misu- 
rarne il profondo. Trascorsa eh' ebbe il nostro Negri 
tutta la Finmarcbia sino al Capo-Nord, e non trovan- 



lU F. NEGRI 

dosi, com'ei dice, più in là verso il polo terra dà uo- 
mini abitata, si tenne contento, e dispose dì lasciare 
quell'aspro cielo, e quell'ingrato terreno. Eternando, 
fermòssi in Gopenaga, dove visitò Carlo Yanmander, 
custode del museo del re, a cui manifestò non so che 
naturali osservazioni, che '1 Yanmander ebbe carissi- 
me, e disse che ne voleva fare memoria. Della cui ve- 
nuta andate novelle in corte. Federico III lo fece ve- 
nire a sé, e volle sentire del suo viaggio, ^ vedere le 
curiosità che seco aveva recate; maravigliando forte 
quel re, che un italiano, nato sotto questo cielo felìr 
ce, avesse avuto cotanto ardimento di cacciarsi fra le 
nevi e i ghiacci del settentrione. Dopo tre anni, 
nel i666, rientrò questo buon ravegnano nella sua 
patria, fra le abbracciate de' congiunti e degli amici, 
congratulanti con esso lui del ritorno. Indi a poco , 
piacendo al cardinal Paluzzo Altieri arcivescovo la 
buona vita del nostro Negri, gli die* in governo la 
chiesa, che chiamano di s. Maria in Coelos-eo: nel 
qual tempo, dando esso opera agli studi, scrisse e 
publicò un discorso della reverenza dovuta a' sacri 
templi. Notò anche gli errori della storia di Olao Ma- 
gno , e li pose innanzi al suo viaggio settentrionale 
(stampato in Padova, lui morto, nel i700). Fu a Roma 
più volte, e colà molto adoperò a bene della patria , 
trattando negozi importantissimi; e procurò eh' ivi 
fosse fatto un ospizio per quelli che vengono alla fede 
di Cristo. Fu sacerdote lontano dall'avarizia, dall' ar- 
roganza, dalla ipocrisia.*' Ebbe in orrore la menzo- 
gna: molto si piacque di recar a pace le discordie, e 
porgere salutari consigli. A viso aperto difese assai 
volte i buoni dalle ingiurie de' tristi, e fu solito dire, 
che gli altri erano nati per fare il bene, ed egli per 



F. NEGRI liSh5 

guastare il male. Arguto nel favellare, faceto e pia- 
cevole: aborrì sempre coloro che ti fanno in viso il 
buono e l'amico, ed hanno il «verme della invidia nel 
cuore. Fu onorato in vita dell' amicizia del conte Lo- 
renzo Magalotti, e di grandi signori e principi : dopo 
morte fu lodato da Giovanfrancesco Vistoli, dotto ra- 
vegnano, t^h' ebbe con esso lui intrinsichezza per qua- 
rant* anni. Lo stile eh* egli nelle sue opere adoperò è 
semplice, chiaro, ** non offeso da' viziosi traslati, 
eh' erano sì in pregio a' suoi dì: perchè anche in que- 
sto merita commendazione. A' 27 dicembre del i698 , 
già vecchio di settantacinque anni, finì'l viaggio di 
questa vita, lasciando a tutti quelli, che di lui ebbero 
conoscenza, dolore e desiderio. 



13 



iW 



OittOLAMO FABRI 



Ella è «MI totaaa rara ia qoecto iikx^o» die 
ruomo Bella sua tenena i€Éà «' avvenga a cbi sapfMa 
e voglia aiMPargti Jiel canore l'amor «anto della ^a^^m- 
za, e un desiderio moderato di fama. Questa fortuna 
toccò a Girolamo Fabri, figliuolo di Aurelio e di Ce- 
cilia Mastalli , nato nel dicembre del 1627, il quale 
ebbe i primi eccitamenti alla virtù da un suo zio da 
lato di padre, di nome Lodovico; perchè Girolamo, 
ricordevole dell'amorevolezza di quell'uomo da bene, 
lo riveri mentre visse, e, morto, lo pianse sovra il 
sepolcro. Alle scuole del seminario ravegnano fece il 
nostro Fabri gli studi della grammatica e della reto- 
rica, e di tredici anni era ito così innanzi da poter 
dare opera alla filosofìa ed alle teologiche scienze, e 
far mostra di sé per via dì publiche disputazioni, co- 
m' era l'usato del secolo. Trovavasi in Roma a que'dì 
un buon ravegnano, monsignor Francesco Ingoli, il 
quale per la sua dottrina nelle scienze sacre era ve- 
nuto in molto favore di papa Gregorio XV, che l'aveva 
fatto secretarlo della congregazione di propaganda; 
officio che gli dava fatica da non poterla sostenere da 
sé : onde chiamò a Roma il Fabri, che allora non aveva 
più di vent'anni; della cui opera molto si valse, e 



G. FABKl 147 

d'intima famigliarità gli fu generoso. In quelle ore 
che aver potè libere dalle occupazioni iva Girolamo 
alle scuole dell* archiginna^, dove intese al diritto 
civile e canonico, e gli studi della teologia rinovò. 
Fattosi poi sacerdote, Luigi Capitoni fiorentino, no- 
stro arcivescovo, lo elesse a canonico teologo della 
sua chiesa, Tanno 1650, avendo appena tocoki i ven- 
titré anni. Poco appresso, essendosi condotto da capo 
a Roma, a zelare i diritti del capitolo ravegnano, vi 
si fermò tre anni, e fece una buona raooolls^ di anti- 
che memorie, per iscrìvere poi le opere che sin da 
quel tempo aveva concetto nel suo pensiera E quindi 
tornato a Ravenna con iaperanza di potersene stare 
in pace fra i parenti e gli amidi, non fu già vero che '1 
potesse; perocché '1 card. Marcello Santa Croce, ve- 
scovo di Tivoli, il quale teneva in molto pregio la 
scienza del Fabri, lo volle suo ì4cario generale. Ma 
Girolamo non istette in qudia carica che poco più di 
tre anni: perchè era sì vivo in lui '1 desiderio di ri- 
dursi al natal luogo, die renunziò insino ad alcuni 
vescovadi, che gli venivano offertiw Ben accettò di 
buon animo il titolo di protonotario apostolico, e se 
ne piacque; anzi scrisse una operetta latina de*pro^ 
tonotari apostolici, della dignità e dell'ufficio loro; 
del quale sulnetto ninno aveva trattatosi diSusamente 
prima di lui. Vótóe poi tutto^ il pensiera a scrivere 
le sacre memorie della città nostra^ che furono stam- 
pate in Venezia del 1664. È un volume diviso in due 
parti: descrìve nella prima le diiese tutte della 
città, e le principali del contado: nella seconda sono 
racconte le vite degli arcivescovi ravegnson. Comecbè 
questa opera abbia il titolò di sacre memorieE, V ba 
tuttama delle buone noiizte alla civile istoria perii- 



ìkS G. FABRI 

nenti; onde anche per questo è da sapergli grado 
della sua fatica. Nel i675 mise in luce la efemèrìde 
sacra ed istorica di Ravenna, lavoro di manco pregio 
delle sacre memorie. E dopo tre janni fece stampare 
la Ravenna ricercata» .compendìo istorico delle cose 
più notabili della nostra città, partito in tre giornate 
a comodo del forestiero, che qua a vedere i nostri 
antichi monumenti si fosse condotto. Queste tre 
opere mostrano com'ei fosse conoscente della patria 
istoria, quantunque l'ab. G. A. Pinzi abbia notato in 
esse alcuni errori, e datogli colpa dì poco accurato 
scrittore. Nella sua gioventù aveva dettate alcune ora- 
zioni ed altre operette latine: dal che appare ch'egli 
ebbe fatto studio di quella lingua; e se bene sieno 
lontane dalla purità de' classici, nulla però dimeno per 
quel secolo così corrotto e guasto in materia di let- 
tere, sono da lodare. E in italiano fece la relazione 
dell'operato dal padre don Francesco Manco nelle 
Indie, orientali, e la descrizione della città e del con- 
tado di Tivoli ; le quali due opericciuole furono pu- 
blicate. Queste fatiche del nostro Fabri gli accattarono 
r amicizia e la stima di molti dottissimi uomini, e 
sopra gli altri di Leone Allacci, Luca Olstenio, Ferdi- 
nando Ughellì, Godefrido Enschenìo, Daniele Pape- 
brochio: e de' suoi concittadini Girolamo Bendandi, 
Basilio Paradisi, Francesco Lolli, letterati ; e di An- 
tonio Carnevali, astronomo in que' giorni famoso. Di- 
lettòssì un poco della poesia latina e vulgare, e fu 
scritto alle academie di Gubbio e di Firenze. Passò a 
vita migliore nel i679 ai 17 di settembre, non vivutì 
che cinquantadue anni; ed in su la morte fece erede 
del suo avere il capìtolo della metropolitana. Il cada- 
vere di lui fu sepolto nella chiesa di s. Michele in 



G. FABRI 1&>9 

Africisco, a lato alle ceneri di Lodovico suo zìo, con 
epitafio latino, che poi a' dì nostri, essendo presso che 
disfatto quel tempio, fu recato in s. Domenico, nella 
parete di rincontro al titolo sepolcrale del valentis- 
simo dipintore Luca Longhi. 



18* 



150 

SERAFINO PASOLINI 



Se bene Serafino Pasolini sia stato il manco ce- 
lebre degli storici nostri, pure merita che '1 suo nome 
non si taccia. li legnaggio di lui fu antico ed illustre, 
e vuoisi venuto da Bologna e trapiantato qua in sul 
finire del secolo quartodecimo. Suo padre si appellò 
Piermaria, la madre fu Isabella Biancoli, e nacque a' i9 
giugno del i646. Al battesimo gli era stato posto il 
nome di Pierfrancesco, che poi fu mutato in quello di 
Serafino quando il giovanetto vestì l' abito de* canonici 
lateranensi nel cenobio di s. Maria in Porto della pa- 
tria. Quivi apprese le sacre scienze, e poscia per quin- 
dici anni le professò: diede anche opera alle lettere, 
come si poteva in queir infame secento. Ma una do- 
lorosa infermità degli occhi , che '1 tenne per sette 
anni continuamente indisposto, gli tolse di poter me- 
glio profittar negli studi. La natura, che gli negò al- 
tezza d' ingegno, gli diede animo non basso e desi- 
deroso di durevole fama. Perchè venne pensando 
come potesse far cosa che i posteri avessero a ri- 
cordare. E veduto che molte memorie di patria 
istoria si erano perdute per la negligenza degli uo- 
mini e r ingiuria del tempo, si mise a scrìvere i 
Lustri ravennati; istoria condotta a modo di annali, 
dal principio della città insin quasi agli ultimi suoi 



S. PASOLINI 151 

giorni; dicendo egli stesso di aver corsi i ravognani 
fatti pel giro lunghissimo di tremila trecento venti- 
sette anni. E nella lettera di dedicazione al libro 
terzodecimo scrìve : che nel ctunporre quella istoria 
ha € avuto per primario oggetto» con la rimembranza 
de' nostri inaìgni antenati, ia&ammar i posteri a man- 
tenere e accrescere le glorie di questa non men 
nobite, che antichissima patria. » Alto e magnanimo 
concetto » da non potersi a bastanza lodare ! Così 
avesse egli saputo riordinar meglio quel suo lavoro, 
ed usar diligente cura neH' appurare le cose; impe- 
rocché ci è noto cb'ei le metteva in carta così, come 
le veniva raccogliendo da ogni Datta libri, o le udiva 
dalle credale genti. Che ia quanto a' tropi viziosi ed 
alle altre mende dello stile, ne vogliamo diiamare 
in colpa quel secolo delirante. E questo ho voluto 
qui toccare, non per frodarlo della lode che gli è 
dovuta (avendoci egli conserv^ato la memoria di al- 
cuni fatti degni di ricordanza, massime delia età in 
che visse), ma solo perchè non sienodai poco esperti 
tenute vere tutte le cose che in quella sua storia si 
leggono. Vi ha di lui altri opuscoli divoti, storici, 
filosofici, i. quali (secondo me) hanno pregio minore 
de' Lustri ravennati. Ma del suo affètto versò la pa- 
tria e verso gli studi ben mi piace di addurre un 
altro splendido testimonio, ed è questo : eh' egli pel 
primo si adoperò acciocché fosse instituita una bi- 
blioteca publica, a utilità e comodo de' suoi concitta- 
dini. Il quale lodevolissimo desiderio di lui (così troppo 
di sovente o l' ignoranza o l' avarizia o la malignità 
stanno contro alle opere sante e belle ! ) non potè 
avere effetto insino al 1692, in che fece la benigna 
fortuna che fu scelto a capo del magistrato munici- 



152 S. PASOLINI 

pale il conte Girolamo Rota, cittadino ornato di let- 
tere e della patria zelantissimo; il cui nome è qui po- 
sto ad onore, perchè vegga chi vive che la memoria 
de* buoni non muore mai. Èmmi pur dolce e debito il 
ricordare che Vincenzo Coronelli cosmografo (il quale 
disse questa città qtuui dUettissma tua pairia) adomò 
la nuova biblioteca con dono delle sue opere. Furono 
al Pasolini due fratelli, Ignazio e Cherubino, cultori 
anch'essi delle lettere e da lui amati teneramente. Ed 
ebbe pur caro ipsin che visse quel Giuseppe Giusto 
Guaccimanni raveguano, étato suo discepolo nelle 
cose di filosofia ; il quale fu poi in voce di poeta, pre- 
giato dalla regina di Svezia, Gristma Alessandra, 
ed onorato dell'amicizia di Alessandro Marchetti, di 
Francesco de Lemene e di Carlo de' Dottori. La vita 
di Serafino fu di sessantanove anni e sei mesi; ed il 
giorno che va innanzi alla festa del natale di Cristo, 
nel i715, di questo mortale secolo trapassò. 



153 



RUGGIERO CALBI 



Savio uomo e di grande valore nelle lettere e 
neir arte della medicina fii 'l dottor Ruggiero Galbi 
dell'ordine de' patrizi, figliuolo di Giovan Battista e 
di Maria Donati, nato nell' agosto del 1683. Dicono 
essere stata in lui sin da' primi anni una prontezza 
d' ingegno maravigliosa ; e che in corto tempo ebbe 
apprese in patria la grammatica, la retorica, la filo- 
sofia e le scienze sacre. Dopo di che ito a Ferrara, ivi 
si applicò alla medicina; nella quale arte divenne po- 
scia così celebre, che i medici tutti della patria, e 
molti di quelli che nelle città vicine avevano nomi- 
nanza, superò ; e fu avuto in pregio dal Lancisi, dal 
Yallisnieri, dal Laurent!, dal Beccari, dal Morgagni. 
Per la qual cosa, essendosi divulgata la fama del suo 
nome, il duca di Guastalla chiamavalo a sé in oflScio 
di suo medico, e lo invitavano anche molte illustri 
città d' Italia con buone provisioni: ma egli, che sen- 
tiva in cuore la carità della patria, di qua non volle 

I partirsi mai ; solamente non rifiutò d' ire, per ragion 

di consulti, quando a Bologna e quando a Padova e 
altrove. Né fu valente solo nella medicina, ma nella 
chirurgia altresì, come mostrano alcune operette che 
andò publicando. Scrisse una dissertazione contro le 

ì opinioni del celebre dottor Cocchi, che professava 



Ì5k R. GALBI 

medicina nello studio di Perugia, e leggesi negli opu- 
scoli raccolti dalFab. Calogerà. E nel 1713, col nome 
di Pandolfo Maraviglia, publicò alcune considerazioni 
sovra ì Cinque disinganni chirurgici per la cura delle 
ferite, composti da Antonio Boccaccini: alle quali 
considerazioni, scritte con molta modestia, ed appro- 
vate dall'autorità del Lancisi e del Yallisnieri, fu 
chi ebbe ardimento di contradire. 9fà *1 Galbi stam- 
pava tosto un altro scritto, ed avvertiva il lettore 
che in quel piccolo opuscolo era agitata una delle 
più importanti e celebri quistioni di chirurgia, e 
eh' ei lo mandava in lace confidando di recare alcun 
vantaggio alla natura umana: imperochè « la vita 
(die' egli) è '1 maggior bene dell' uomo; ond' è troppo 
nociva la temerità di chi medicando non si appalla 
alle più probabili e sode opinioni. > Cosi '1 nostro 
Calbi. Non vuoisi anco tacere che della scuola me- 
dica di lui uscì un eccellente ravegnano, Gasparo 
Desiderio Martinetti, che fece chiaro il suo nome 
per un volume di fisico-mediche- dissertazioni, stam- 
pate in Cesena nel d769. Alio studio della medicina 
e chirurgia congiunse il Calbì quello delle belle let- 
tere, e della poesia principalmente. Disse egli stesso 
che insino dalla tenera età fu preso dall'amore di 
questa arte divina, e che non potendo in nessun 
modo abbandonare le Muse, aveva tolto a subietto 
de' suoi versi le cose della filosofia. Dìfatti nel Ì7i3 
diede compimento alla sua opera della filosofia nsh 
turale; e fattala vedere a Pier Jacopo Martelli, a Lo- 
dovico Antonio Muratori, ad Eustachio Manfredi e 
ad altri eruditi, mosso dai consigli loro, la misa in 
luce nel ilì^y e nel discorso al leggitore sono que- 
ste parole: e quando io difenda opinione, che poco 



R. GALBl 155 

ti vada a sangue, pregoti a ooDsideranni oome poeta; 
allo ioeoiitro quando sentirò teco, m'apjMvyrerai come 
filosofo: che in tutti i modi desidero di sodisfarti. S'è* 
ti parrà ch'Io non sia troppo fornito di fcurmole 
esquiàte, di vìve ima^ni e di poetìcbe idee, pon 
niente air isq^resa «a cui mi son posto, e poi pro- 
ferisci '1 giudizio. » 'Questa opera è partita in cmque 
trattati: del oos^ naturale: del corpo animato: del- 
l'anima ragionervole : detta prima cagione: delle me- 
teore. Ogni trattato ^ diviso in tanti sonetti, ed ogni 
sonetto ha ianavà uè bello «rgamonto in itrosa, 
eh' è come ìA commento di quei tal punto di filo- 
sofia. Si fanno in questa opera (che i giornali di que' 
dì dissero scritta con assai grazia e dottrina) delle 
belle e curiose osservazioni : come si formi la visio- 
ne: come si rappresenti la varietà de' calori: come 
si renda sensibile l' odore, il suono, il sapore. Si ra** 
giona del tremuoto, della origine deUe fonti, del 
flusso e reflusso del mare, del vento, delle nubi, della 
rogiada, della nebbia, della pioggia, della neve, della 
tempesta, del tuono, del fulmine, delle comete, del- 
l' iride; e con molta sottigliezza d'ingegno si cor- 
reggono alcuni errori del grande Cartesio e di altri 
filosofi. Poi diede sdle stampe la filosofia morale, quella 
cioè che dà le regole di viv^e o«estaB»ente, .e regge le 
azioni della volontà. È pur essa in simile modo descrit- 
ta, e in cinque traltati divisa, in ohe si parla de' beni 
e de' mali, de' vizi e delle virtù. Sopra tutto favellò a 
lungo del piacere e del dolore; imperocché ei diceva, 
che « le altre passioni sono k) dilettevoli Ovmoleste, in 
quanto che al piac^r^ o al dolore si riferiscono; i> e 
pose in fine una o^TK^ne s«i la MH^a^ai. Publicò anche 
altre poesie diverse, qnando cmn il am» nome prò- 



156 R. GALBI 

prio, quando con Y anagramma di Gerrugio Gliba. E 
lasciò manoscritto un poema di dodici canti in ottave 
su la morte del giusto e del peccatore; con molti ca- 
pitoli di scherzevole argumento. Ebbe una mente ben 
composta di ordinati pensieri: forte imaginativa: fa- 
cilità grande di verseggiare; e nelle sue poesie tro- 
vansi spesso di belle imagini, talvolta colorate con al- 
cuna bontà di stile. Fu molto studioso della Gerusa- 
lenmie del Tasso, come appare da questi versi, in che 
parla di Ravenna e del suo pineto, ove il santo rave^ 
guano anacoreta Romualdo, ancor giovanetto, si sen- 
tiva infondere nel cuore pensieri di cose celesti: 

Non molto lungi da sue mora giace 
Bella selva di pini al mare in riva, 
Che sempre verdeggiante alletta e piace 
Al peregrìn che in quelle spiagge arriva. 
Di vari augelli e belve anco è ferace; 
Là Rombaldo a fame preda usciva, 
£ giovinetto ancor nel natio cielo 
Esercitò le membra al caldo e al gielo. 

Ma quando il sole su '1 merìggio ferve, 
O per stanchezza o per sedar la sete, 
Lasciava di tracciar cignali e cerve, 
D' un mscel riposando all' onde liete. 
Air alla sapienza il loco serve, 
E gr infonde nel sen dolce quiete: 
La cara solitudine ei desia, 
E sente affetti non svegliati in pria. 

Oh come, egli.dicea, qui panni scarco 
Viver dalle noiose acerbe cure: 
Par che un buon genio qui m' attenda al varco, 
E prometta al mio core alte venture. 



IL CALBI 157 

Per mille belle fantasie qai varco, 
Scevro da inevitabili sciagure: 
Qai in oggetti innocenti immergo i sensi , 
La mente alzando a' beni etemi immensi. 



Fiorri Calbi neir amicizia de' suoi concittadini, Teseo 
Francesco dal Corno, Francesco Ignazio Gentili, Ip- 
polito di Alberto Lovatelli, Marc' Antonio Ginanni," 
Carlo Taroni , Fabrizio Nicolò Bezzi , Francesco Anto- 
nio della Torre, uomini tutti nelle lettere versaUssi- 
mi, come pare da alcune cose loro cbe sono a stampa. 
Fu desiderato il decimo di aprile del 1761, dopo una 
lunga vita di settantasette anni compiuti: e comechè 
non lasciasse alcuno della sua famiglia, che con lui si 
spense, nondimanco non morì già illacrimato: che in 
luogo del domestico pianto ebbe il publico; ed i suoi 
discepoli, delle virtù di tant' nonio conoscenti, gli fe- 
cero le funebri onoranze nella chiesa di s. Francesco, 
dove fu sepelito. 



i4 



158 

GIUSEPPE GINÀNNI 



Fra gli dnorati dttàdiiii, cifé con le opere loro 
questa nó^ra aniticìi 'pdCria ndbiHtai^ooD, vaol essere 
rrcòtH)ato ircònte Gfa^eppe Glliafiiiii, 'figlinolo di Pro- 
-spelilo è della coiit^da Isabèlla Fantu^zl, nato a' 7 no- 
vehibi*e*dèl 1692. Ndla tónera età perdette iliMidre e 
la liiìidre', è 'limààe ^alla èura dell' ato paterno, che 
Tebbe in luogo di figlinolo. Avefva Giuseppe sette anni 
quaiìdo'ftì mésso nel coUejfiò di Ravenna , acciocché 
si forbisse delle sciènte e delle arti che si convengono 
a gentiluomo; e dopo dieci anni tornò alle case del 
padre. Oja ninno si maraviglia ch'egli, giovanetto di 
anni diciasette, in molta felicità di ricchezza, piena- 
mente padron di sé stesso, si desse a quella vita, che 
pare al più degli uomini una beatitudine. Non un pen- 
siero di studi : irsene a diletto nella vicina selva uc- 
cellando e cacciando: godersi in altri piaceri con li- 
cenza da giovane e da signore. In questo modo pa- 
reva ch'ei all'ozio neghittoso costumando la vita vo- 
lesse lasciar perire queir ingegno, che pur grande gli 
aveva dato natura: se non che occorse quello eh' io 
dirò. Aveva egli un zio da lato di madre, Antonio Fan- 
tuzzi, in casa cui usava sovente. Avvenne un dì (e fu 
il 5 dicembre del 1714) che quel buon uomo, per su- 
bito sfinimento delle forze vitali , che i medici chia- 



G. omj^^i 159 

mano dncofCy naUe sua braccia reselo spinto* Que- 
sta morte così improvisa mplto angus^tiò T animo del 
giovane, e ne prese sì latto spavento, che perde 1 cibo 
e '1 sonno. Divenne maUncoAQSo : spe^^ bàttiti al cuo- 
re: pallidezza nel volto: dimagpiq^ento di tutta 1^ per- 
sona; perchè era comune opinione avesse a finire in 
breve. I congiunti di sangue. i cari amici, gli furono 
d'intorno con gagUsurdissi^ì prieghi. Non yoj^^se di- 
sperarsi; andasse a Padova; sentisse \ QiQdici di quel 
celebre studio. E come eglino dissero, così fece. Im- 
perocdiè fu a Padova, scoprì la cagione del suo m^le 
ad Antonio Vallisoieri, delle naturali scienze dottissi- 
mo, e di grandei riputazione nell'art^ della medicina: 
il quale consigliò Giuseppe a lasciar qij^ella vita piena 
di ozio e di tedio, e darsi alla quiete giocondissima 
degli studi. Questo, e non altro, il rimQdiq del. suo 
male. Non essere faticosa nò sconsolata, conie par^, 
la vita dello studioso: bello ogni giorno acquistar co- 
gnizioni : piti bello aver la speranza di vivere , merco 
degli studi, neirammirazion de' venturi. Queste parole 
ebbero tanta forza nell'animo del Ginanpì, che dispose 
di voler tenere il consiglio di quel sapiente. E tornato 
a Ravenna, si die' da prima per ricreamento dell' afìi- 
mo a cose di mecaqica: a fabricar orologi: lavorare al 
tornio: far vernici. Ma i^oprs^ tuttp gV e^^i caro ui^ s^o 
giardinetto, che si veniva cqltivando da sé, e v'avea 
erbe e fiori e arbuscelli molti ^ diversi, da Ictntano 
delo recati. E in questo tempo andava raccogliendo i 
volumi di quella scienza, che appellasi botanica , o sia 
notìzia della virtù delle erbe ; e passo passo si cour 
dusse a voler intendere ciò ch'ella si fosse. Né bastan- 
dogli questo, strinae amistà cop Giulio Pontader^ e 
Pier Antonio Micheli, die nella detta scienza avevano 



160 G. GINANNI 

gran nome; anzi al Micheli mandò una buona raccolta 
delle piante del contado ravegnano, da queir illustre 
botanico molto desiderate e avute care. Raccolse an- 
che da più parti dell' Italia assai marine conchiglie e 
marmi e fossili ed altre curiosità naturali: anzi finnel- 
r Africa e nelle Indie ne mandò cercando. E a tanto 
giunse in luì l'amore della naturale filosofia, che solo 
questo studio gli faceva cara e consolata la vita : nel 
quale in brevissimo tempo, congiungendo insieme il 
nobile ingegno e l'ardente desiderio, fé' mirabile pro- 
fitto. Nel 1737 mise in luce un bel libro da lui com- 
posto delle uova e de'nidi degli uccelli, con una dis- 
sertazione su varie specie di cavallette, che gli fruttò 
gran lode; tanto che gli academici dell' ìnstituto bolo- 
gnese lo aggregarono a sé, e glie lo fecero sapere per 
lettera orrevolissima di Francesco Maria Zanotti. Il 
quale onore, non cerco, ma offertogli spontaneamente 
da que' valentuomini , lo inanimò mólto più a faticar 
negli studi: onde negli anni conseguenti scrisse epi- 
stole e dissertazioni degli esperimenti fatti da lui so- 
vra i testacei, i fossili e gl'insetti; e in un volume le 
cose naturali del suo museo raccolse. E aveva già re- 
cata a compimento una molto pregevole opera delle 
piante che vegetano nel mare Adriatico, intitolata al- 
l'alto ingegno di Scipione Maffei, suo amicissimo, 
quando nel 1753 a' 23 di ottobre, afflitto da lunga in- 
disposizione, finì *1 corso delle fatiche presenti. Uomo 
leale, giusto e pietoso; modesto e cristianamente umi- 
le. Lasciò che 'l suo corpo fosse sepelito nella chiesa 
della Madonna degli Angeli, senza pompa di esequie; 
e '1 suo museo e i suoi libri, dopo morti due suoi ni- 
poti, voleva posti in luogo onorato del collegio rave- 
gnano, acciocché se ne giovassero gli studiosi delle 



G. GINANNI 161 

naturali scienze. Ebbe ad amici molti celebri aomioi 
di que'dl. Fra gli stranieri nomino solo il filosofo di 
Rèaumur, che gli scrisse da Parigi lettere pienissime 
di lodi e congratulazioni. Fra gl'italiani G. Monti, 
G. A. Targioni, G. Bianchi, A. Zeno. Fra' suoi concit- 
tadini Ruggiero Calbi, filosofo , medico e poeta; di cui 
ho ragionato. Chi avesse desiderio di conoscere le fat'- 
tezze del volto di questo eccellente uomo , le potrà 
vedere ritratte in una medaglia che a suo onore fu 
gettata in bronzo nella città di Firenze , un anno in^ 
nanzi ch'ei passasse di questa vita. 



14» 



162 



PIER PAOLO GINANNI 



Non sì può negare die f abate Pierpaolo Ginanni 
non sìa stato un uomo di grande dottrina, e quel che 
più stimo, di singolari virtù : perchè hassi ora a scri- 
vere di lui. Nel maggio del 1698 il conte Alessandro 
Ginanni ebbe da Leonida Zanchi sua donna un tìglio- 
letto, che al battesimo nominò Baldassare; il quale 
aveva poi ad essere un bellissimo adornamento del 
suo illustre legnaggio e della patria. Cresciuto questo 
caro fanciullo nella età di quindici anni, e fatti i primi 
studi alle scuole de' padri del Gesù , mostrando animo 
divoto e verso le sacre cose pietoso , fu chiuso nel- 
r abito de* monaci neri cassinensi; ed allora mutò 1 
nome di Baldassare in quello di Pierpaolo. Nel 1714, 
già professo neir ordine, e compiuto il corso della 
filosofia, fu mandato a Roma ad ascoltare i lettori delle 
leggi canoniche e della scienza teologale : ed egli che 
aveva un ingegno docile e ad ogni disciplina disposto, 
molto in quegli studi approfittò. Ma era venuto il 
tempo che dovesse Pierpaolo, secondo l'usato de' mo- 
naci, di discepolo diventar maestro, ed istruire i no- 
vizi nella dottrina appresa a quelle scuole. Passò dun- 
que a Firenze : dove, visto che s' era dato il bando 
air antica filosofia , con animo allegro si mise a rifare 
gli studi: e poco appresso tornò a Ravenna, a leggere 



P. P. GINANNI 163 

nel monastero di s. Vitale. E fu allora ch'ei mandò 
fuori una sua operetta latina, in che fece brevemente 
ristoria della tìlosofia. Poi fu da capo inriato a Roma, 
ad insegnare nel collegio di s. Anselmo. In Roma diede 
opera, innanzi alle altre cose, a Arsi dotto nelle anti* 
chità; e presa amicìzia col conte Avotio Trotti, ad 
instanza di Ini scrisse le memorie storiche detta casa 
antica degli Alidosi. In qaesto mezzo era il nostro Ci- 
nanni stato promosso a posti elevati nella religione; i 
quali onori, né ambiti né chiesti, nulla cangiarono 
della schiettezza de' suoi costumi, e gli raccesero vìe 
più r amore agli studi e la nobile brama d* illustrare, 
come meglio potesse , il suo luogo natrie. Onde tor- 
nato qua neirautunno deli 737, raccolse in un volume 
molte rime di poeti ravegnani dui 1290 al i3^*^ e tutte 
ebbe viste le carte più dimentiche de' nostri archivi. 
Indi ad alcuni anni si trasferiva in Assisi, a reggere il 
monastero di s. Pietro; e nella breve dimora che vi fece, 
scrisse e fé' pubblica una lettera contro un tal prete 
faentino, con che provò RavauKk e non Faensa essere 
la patria di Pier Damiano; e questo fece con tania 
forza di ragioni, che l'avversarlo gli si arrese per vinto. 
Di là mosse nel 1743 alla volta di Roma, eletto abate 
del cenobio di s. Paolo, dove stette cinque anni, ac* 
cetto alle più dotte persone. Dal 1748 al Ì76B fa po*- 
slo a governo de* monasteri di Ravenna, di Cesena e 
di Riminai dal quale ulllciu r^ortò molta kde di 
bontà e di zelo. Gontinnasdó negli stadi, e intento 
ad onorate fatiche , compose tre dissertazkmi alla istcv- 
ria della patria appartenenti. La prima difende le let- 
tere ravegnane contro ciò* che n'avea detto in una 
iscrizione latina monsignor dìmM Battista Passeri: la 
seconda discorre l'orighie àtìSf esarcato e la dignità 



16ÌI- P. P. GINANNI 

degli esarcbi: ragiona la terza del mirabile monu- 
meuto di Teoderico re. Fece anche altre coserelle di 
minor conto, che parte furono stampate, e parte inedite 
si rimangono. Ma la sua più grande opera sono i due 
volumi delle memorie storico-critiche de' nostri scrit- 
tori: dove di assai ravegnani, la cui fama era nascosta 
nel tempo, ei mise i nomi alla luce; il che fu segno dì 
animo grato inyerso degli avi, ed è la gratitudine una 
nobilissima virtù dell* uomo. Lo stUe che '1 Ginanni 
adoperò ne' suoi scritti è quale si usava dai più nel 
passato secolo, offeso cioè di parole e di locuzioni 
straniere; ma la erudizione è grande, e l'amore verso 
la patria grandissimo. Verseggiò alcuna volta a sollievo 
delie cure, o richiesto dagli amici. Lesse nelle acade- 
mie sovente, e disse nelle chiese. Fece una raccolta 
pregevole di medaglie imperiali, consolari e cittadine: 
adornò la libreria di s. Vitale di molti volumi a stam- 
pa, e di manoscritti antichi e rari: ragunò in una pic- 
cola cappelletta, ov' è l'avello dell'esarca Isaacio, al- 
cune anticaglie, che anche oggi si veggono. E al Mu- 
ratori e al Gori, amici suoi, mandò un buon numero di 
antiche iscrizioni, che que'due eruditissimi nelle opere 
loro hanno publicate; e delle memorie per lui rac- 
colte a rischiarare le antiche istorie, ne fé' dono a 
quanti glie ne venivano chiedendo. Uomo ragguarde- 
vole per la gravità de' suoi costumi: prudente e cir- 
cospetto in tutte le cose : modesto nelle parole, e di 
fede incontammata. Negli studi cercò la pace del cuo- 
re, bene unico del saggio sopra la terra. Fu, come 
dissi, esaltato debitamente a gradi di principale splen- 
dore; ma egli non era di coloro che ne' titoli pongono 
principalmente la dignità delle persone. Dai grandi 
pontefici Lambertini e Ganganelli, chiarì ancora, infra 



P. P. GINANNI 165 

le altre virtù loro, pel patrocinio delle lettere, fu ap- 
prezzato sommamente. Ebbe intrinsichezza co' primi 
ingegni della nostra città, e specialmente col eonte 
Ippolito Gamba Ghìselli, la cui vita si trova qui innanzi. 
N^li ultimi suoi anni rimase interamente privato del 
vedere , né poteva più tenersi ritto in su i piedi per 
estrema debolezza di nervi: la quale miseria ei sop- 
portò con animo tutto rassegnato ai voleri del cielo; 
aspettando Fora sua, che venne il dì 8 gennaio 
del 1776. 



166 

GIUSEPPE ANTONIO PINZI 



Per modestia e integrità di costumi, e per fatica 
onorata di studi, vuoisi pregiare non poco la vita di 
Giuseppe Antonio Pinzi, figliuolo dì Bernardo e di 
Lucia di Stefano Medri, nato nel 1713 a' 7 di novem- 
bre. Il padre ebbe molto a cuore la educazione del 
figliuolo , che vedeva ben disposto alle cose degli studi, 
e di quieta e posata natura; onde lo pose tosto sotto 
la direzione di valenti maestri, che nelle scienze lo 
addottrinassero. Compiuto il corso delle scolastiche 
discipline nel suo luogo nativo, e sentendosi inclinato 
alla professione sacerdotale, subito che fu ad età, si 
legò negli ordini sacri: né per questo intralasciò i suoi 
dolci esercizi delle lettere, e specialmente quelli della 
poesia. Pose un grande amore a Virgilio, a Tibullo e 
agli altri classici del secolo di Augusto , ed acquistò 
sapere ed arte e gentilezza di dire. Perchè da Ferdi- 
nando Romualdo Guiccioli ravegnano, uomo dotto ed 
arcivescovo della patria, Y anno 1746 fu fatto profes- 
sore di eloquenza nel seminario; e dalla scuola di lui 
uscirono molti valentuomini, fra* quali '1 Zirardini. 
Diede anche opera alla istoria e alle antichità, e fu rice- 
vuto neiracademia oddiana e nella società de* letterati 
ravegnaaL Gomechè la complession sua fosse fievole 
e rotta sovente da increscevoli malatie, nondimeno 



G. A. PINZI 167 

potè Gdmpoi^^e alcaue operette, che gli hanno data 
ana "chiara rìhomaKza.'Feeevti latino una dissertaato- 
^ ée' nummi ravegnanì, divisa in «ei parti, che fu 
9tfitnpàta in Venesianel 1750, e Tisliimpata'da Filippo 
Àrgelatibokigte^ 'nella sua raceoita de'numini ita- 
liani, con uiia bdtei appendice ^nr del nostro autore. 
I dotti di (pie* giorni dissero motte lodi di queslsa ope- 
t*adel Plnsi, e soprattutto ammirarono la bontà dello 
stHe. :In italiano aUbìatifO Èi c^mpa una dissertazione 
di lui, nella qustle idlmùstra qualfofis^la concezione di 
'Ravenna al tenipo de'romani; e avvegnaché in qnesta 
iserittìata ala daf pregiare la erudlfeiotte, iù latto di stile 
>non é}mMto'lodevicAe^,aVeMo egli atteso poco siila 
itaMatia'fóveha, isecoàdòT tesatoci que' tempi. Scrisse 
non so q«a»te dissertazioni «ttl palKo 'ecclesiastico, 
iche Apost»(Mo*Z^o desiderò 41 vedere. E trovo anche 
ricordato eh' egli avesse distesa ih tótlno una disser- 
tazione su gY iddi ravegnani , e la vita di Girolamo 
Rossi storiografo; e mandasse a Girolamo Ferri da 
Longiano, suo amico, molte lettere elegantissime. Nelle 
poche poesie latine che ci restano di lui è assai gen- 
tilezza di pensieri, e una cara soavità di stile ''che in- 
namora. Avendo quest* uomo vaghezza di conoscere i 
costumi delle diverse genti, l'anno 1769 renunziò la 
scuola, e fu in Germania in ufficio di secretano di 
monsignor Cesare Alberico Lucini, legato alla corte 
elettorale di Colonia. Penso che fosse grande la sua 
allegrezza quando monsignor Lucini, dovendo passare 
alla corte di Spagna, lo condusse seco a Madrid, il 
che fu nel 1767; se bene gli tornò subito in pianto, 
per la morte presso che improvisa di queir ottimo si- 
gnore. Partitosi di là mesto e doloroso, e visiggiate 
le Fiandre e la Olanda , si ridusse nuovamente in Co- 



168 G. A. PINZI 

Ionia appresso monsignor Giovan Battista Gaprara 
(stato vicdegato della Romagna nel 1758), che tì era 
nunzio del pontefice. In questi suol viaggi notò molte 
cose degne di memoria, e fece pensiero di scrivere 
un poema, forse a simiglianza del Dittamondo di Fa- 
zìo degli liberti, nel quale voleva descritti tutti i paesi 
del mondo. E n* avea già condotto a fine U primo can- 
to, quando il giorno 26 febraio del 1769 cadde infer- 
mo del male di petto; il quale fattosi fortemente ma- 
ligno, dopo du« giorni gli spense la vita, non avendo 
ancora finiti cinquantasei anni. Fu 1 Pinzi onorato 
deir amicizia d' uomini chiarissimi, di L. A. Muratori, 
di P. M. Paciaudi, di G. B. Passeri , di A. Olivieri, di 
F. M. Ricci, di G. Bianchi e del conte E. Dandini. Ma 
sopra gli altri V ebbero caro Valerio Vonck da Nime- 
ga, e *\ dottissimo veneziano, Apostolo Zeno, che a lui 
molte sue lettere indirizzò. 



169 



FRANCESCO GINANNI 



Dilìgente ricercatore delle cose della natura» e 
della patria splendidissimo ornamento, fa '\ conte 
Francesco Ginanni, figliuolo di Marcantonio e di Ales- 
sandra de' Gottifredi, nato nel 1716 a' 13 di dicem- 
bre. Raccontano eh' egli insinda fanciullo non si dava 
diletto' di giuochi, cercava le solitudini , volgeva il 
suo amore agli studi; segni indubitati di mente a bene 
composta e di anima non vulgare. Avendo compiuto 
il corso della grammatica, il padre, a richiesta di Vin- 
cenzo Piazza, poeta e cavaliere, lo mandò alla corte 
.di Antonio Farnese duca di Parma, perchè ivi appren- 
desse gentilezza e nobiltà di costumi. Ma i rumori e 
gli strepiti delle corti agi' ingegni inclinati alla pace 
degli studi non furono cari già mai ; né '1 potevano 
essere al nostro Francesco, tutto che giovanetto , che 
non passava i quattordici anni. Di fatto quella maniera 
di vivere gli parve ben tosto una miserabile servitù, 
e venne in desiderio di privata quiete. Della qual cosa 
avvedutosi l' ab. Giuseppe Magiali, che de' paggi del 
principe era governatore, adoperò eh' ei potesse, ol- 
tre agli esercizi cavallereschi , intendere a suo piaci- 
mento anche agli studi delle lettere e delle scienze. Di 
che '1 Ginanni fu molto lieto, e pose l'animo alle cose 
della retorica, e la poetic'arte apprese da Carlo Fru- 

i6 



170 F. GINANNI 

goni, troppo celebre in que' giorni. Avvenne in questo 
mezzo che '1 daca uscì della presente vita; onde stette 
Francesco appresso Enrichetta da Este, vedova del 
morto principe, che Y ebbe carissimo, e diègli facoltà 
di frequentare il publico ginnasio. Dopo la retorica e 
la poetica , si applicò alla filosofìa ed alle matemati- 
che, nelle quali scienze invigorì Y intelletto; ma non 
per questo diede già corniate alle lettere, anzi le ebbe 
sempre per amiche, molto a ciò confortandolo il eul- 
tissimo marchese Ubertino Laudi. Nel 1732 invoglia- 
tasi la duchessa d* ire a Piacenza, anche il Ginanni 
n*andò con lei; e questo nuovo soggiorno gli fu assai 
grato , perchè gli diede maggior comodità di studiare. 
Ivi strinse amicizia con molti valentuomini, da cui ap- 
parò la morale filosofia e F ottica e T architettura: 
prese anche amore alla lingua greca ed alla francese. 
Con r animo adorno di tante cognizioni tornava Fran- 
cesco alla patria nel 1739 ; e passando per Modena 
volle visitare il grande Lodovico Antonio Muratori, 
che gli fu cortese di utili ammonimenti. Da prima ' 
formò un libro di geometria, a modo di dialogo, che 
per più anni fu insegnato ai giovani nelle scuole di 
Pesaro. Dilettandosi poi degli artifici della mecanica, 
lavorò con maestria grande telescopi, barometri, ter- 
momètri ed altri strumenti di'simil fatta. Fece la to- 
pografia de* suoi poderi: misurò con F arte della tri- 
gonometria la città ed il contado ravegnano. E comechè 
intendesse alla poesìa per solo piacere , nondimanco i 
suoi versi sono in sì gran numero, che furono raccolti 
in due volumi, ma non hanno veduto ia luce. Il suo 
prlncipal desiderio fu la naturale filosofia, a che die- 
de opera con tutto lo spilfito;' Aveva Giuseppe Ginanni, 
zlb di If'i^aTifcèècò J falta'lri Wa casa una buona' raccolta 



F. GXNAMNI 171 

di naturali curiosità ; la quale fu accresciuta dal no- 
stro autore, e descrìtta in un volume, stampato iq Luc- 
ca. Fece anche la vita del zio, e. ne publicò le opere 
inedite, onorando per tal modo la sua memoria. E 
nel i 759 mise alle stampe un dottissimo libro delle 
malatie del grano in erba, che gli diede grande ripu- 
tazione in Italia e fuori ; ^ perchè. Andrea Rubbi, nel- 
r elogio che scrìsse di^ lui , non dubitò di proporlo 
come maestro nella scienza dell' agricoltura. Altre 
belle ed erudite opere del Giuanni , che lungo sareb- 
be il ricordare , furono inserite negli opuscoli del Ca- 
logerà, nelle novelle del Lami, nel giornale d' Italia, 
e ne' saggi della società letteraria di Ravenna, fondata 
da, lui nel i753 ; utile instìtuto che troppo presto ven- 
ne a mancare. Poco prima che uscisse di vita, aveva 
condotto a compimento un altro nobilissimo lavoro , 
la istoria civile e naturale delle pinete ravegnane ; " 
nella quale trattò della loro origine e situazione, .delle 
fabrìche antiche e moderne, delle terre, df;ll' acqua, 
delFaria, .de* fossili, de' vegetabili, degli animali: 
opera contenente mplte notizie dì antiqhijtà sa^ra e 
civile , impressa in Roma nel 1774 , otto anni dopo la 
sua morte. Diceva il Ginanni, essere il pineto rave- 
gnano un antico e celebre e ragguardevole bo^co : 
perciò dolevasì che fosse guasto e menato a risina. 
Ricordava come il pontefice Sisto V l'avesse chiamato 
ornamento d'Italia^ e scritto insino a tre brevi pejp la 
sua conservazione. Aggiugneva, non potersi dubitare, 
e l'esperienza tutto dì confermarlo, €Qhe Ravenna non 
abbia a riconoscere la boiftà del suo clima da|le sue 
pinete singolarmente. » Ma le parole d^U' egr<?gio uo- 
mo furono indarno, da che i^egue tuttavia il disfaci- 
meato di questo bosco amenissimo deliziosissimo, 



172 F. GINANNÌ 

sempre caro a' poeti, e sopra modo carissimo all'Alli- 
ghìeri, al Boccaccio, al Byrou. Mentre Francesco era 
tutto intento ad ornare la patria con le opere del suo 
ingegno, e volgeva nella mente di far un lungo viag- 
gio oltremare, per veder nuove città e nuovi costu- 
mi, assalito da una febre mortale, la notte degli otto 
marzo 1766 si partì di questo mondo, nelFancor ver- 
de età di quarantanove anni, due mesi e ventisei 
giorni. Il card. Gaetano Fantuzzi ravegnano e monsi- 
gnor Nicolò Oddi nostro arcivescovo stettero presso 
al suo letto sino a che rese lo spirito, porgendogli di 
contìnuo salutevoli conforti. Fu sepelito nella chie- 
suola di Braccio Forte, appresso il sepolcro di Dante, 
entro V avello de* suoi maggiori; e la morte di lui fu 
cagione agli amici j a tutta la città di grandissimo 
dolore. Alla nobiltà della schiatta (per dire de' suoi 
costumi) aveva congiunto qualità onoratissime della 
persona: che egli era buono, onesto e cosi schietto 
che ti apriva ciò che aveva nel cuore. Giovane, non 
sopportò tanto pazientemente le cose che venivano 
contro la volontà sua, come fece poi nella matura età, 
ammaestrato dalla filosofia. A lui non piaceva punto 
la vita de' suol pari, data alla mollezza, alla pigrizia, 
all'ozio, al sondo, infiacchita fra le piume : cavalcava 
solamente molto spesso, giovandogli quello esercizio 
alla sanità. Di sé e delle cose sue parlava poco e mo- 
desto : « Tutti convengono (diceva) che la perfezione 
della storia naturale dipenda dall' attenzione, e dal 
candore delle osservazioni. Né dall' una , né dall' altro 
certamente ho saputo io mai allontanarmi per l'amore 
che debbo alla verità. »E nelle sue opere lasciò anche 
scrìtta questa sentenza : e Sono i piaceri dello studio da 
riputarsi più puri di quanti altri mai, e più degli altri 



F. GINANNI 173 

adattati a far darare la tranquillità dell' animo. » Nel 
giudicio era netto di passione: degli altrui meriti non 
invidioso: de' vizi nemico: della religione caldissimo 
amatore. Fu scritto nelle academie di Perugia, di Ber- 
na , di Parigi , di Londra; e rallegrato dalle lettere de' 
più chiari ingegni di Europa, piene di belle lodi e ve- 
raci. La fama, che le più volte è un tardo tributo de' 
posteri, in tutto il corso della vita lo accompagnò; e 
fu ragione, che non hawi al mondo uomo più grande 
di chi accresce con la forza del suo ingegno le umane 
cognizioni. Fu di statura mezzana, di molta magrezza, 
di complessione debole, estenuata dalle veglie e dalle 
fatiche. Non lasciò prole, che moglie non aveva me- 
nato, tenendo non potersi concordare la vita dello 
studioso con le cure gravi di maritò e di padre; ma 
le opere da lui composte ben varranno, assai più che 
i figliuoli, a mantenergli vivo il nome e glorioso insi* 
no alla più lontana posterità. 



i6* 



in 

IPPOLITO GAMBA GHISELLI 



Anche un breye tributo di lode vogliamo donare 
al conte Ippolito Gamba Ghiselli, fidinolo di Giovanni 
e della contessa Lucrezia Gambi , venuto al mondo 
nel i724 il diciasettesimo di novembre. Nato in nobile 
fortuna^ le ricchezze non furono in lui un ostacolo 
della virtù, come in molti suole adivenire» ma anzi un 
forte eccitamento t imperocché egli attese di buon'ora 
alle lettere ed alle scienze^ e se bene'anoor gtovan^si 
fosse reso in panni sacerdotali» non tralasciò per 
questo gli studi ameni e dilettevoli. Allettato dalla dol- 
cezza della poesia, scrisse molte migliaia di versi, 
come dire sonetti, canzoni, odi, inni, epitalàmi, ca- 
pitoli, elegìe, epigrammi. Fece un ditirambo silvestre 
ed una tragedia; e cominciò un poema eroicomico in- 
titolato le nuove Amazon!, o sìa la guerra d* Amore, 
che non so se recasse a fine. Compose anche un altro 
poemetto giocoso in tre cantì.^ Le quali poesie mo- 
strano (pare a me) molta vivezza d' imaginazione nel 
nostro Ippolito, ma in fatto di stile non sono com- 
mendabili, essendo egli vivuto in tempi che gV italia- 
ni, sviati dietro le arti degli stranieri, avevano in pre- 
gio un certo nuovo modo di scrivere, sciolto d' ogni 
legame, senza nervi, pieno di parole e di rumore. 
Ideò anche e condusse un poema latino su la restau- 



.I.! wVW.J'M 



I. GAMBA OHI8ELL1 175 

razione di Ravenna, ed altre maniere di versi in quel- 
la lingua descrisse, che essendo rimasi inediti e 
da me non veduti, non posso fame parola. Ben sono 
da pregiare le prose per la molta erudizione; le qtiali 
trattano presso; che tutte di materie istorkhe in difesa 
della patria. L'anno 1766 un Lovillet, '* via|^giatore 
fiammingo in Italia (vuoisi nascósto sotto questo nome 
il p. Andrea Ruhbi gesuita), ebbe asserito: la Rotonda 
di Ravenna essere un monumento romano, non fatto 
a serbare le ceneri del grande Teoderìco. Alia quale 
opinione accostatosi '1 conte Rinaldo Rasponi, e messa 
in luce una sua operetta intitolata, Ravenna liberata 
dai goti; il nostro Ippolito ch'era di contraria sen- 
tenza y scrisse e publicò nel 1767 le memorie su l'an- 
tica Rotonda ravegnana» provata opera e mausoleo dì 
Teoderìco re de' goti; e s'ingegnò di confutare tutto 
che era stato detto dall' avversario. . Poscia stampò 
nella nuova raccolta calogeriana una dissertazione so- 
pra il sepolcro di Dante AllighieH, da lui recitata nel- 
r academia arcivescovale di Ravenna, e disse : avere i 
ravegnani onorate in ogni tempo le cenerì di quegli 
uomini eccellenti , che qua venuti come ad ostello di 
pace, vi resero l'estremo spirito; e volle mostrare 
contro il Lovillet che le ossa del divino poeta furono 
tumulate nel luogo dove sta'nno anche oggi , '* e sta- 
ranno in perpetuo. Nel 1768 diede a imprimere una 
diàtriba intorno a varie cose di storia ravegnana, messe 
in dubio dal viaggiatore fiammingo; e l'ab. Lami ne 
fece ricordanza onorata nelle sue novelle. Fra le cose 
manoscritte del Gamba non sarebbero forse indegne 
di venire alla luce alcune orazioni e dissertazioni di 
storiche e naturali curiosità, come sono quelle : della 
origine delle corone militari : de' fanciulli nell' utero 



176 I. GAMBA GHISELLI 

della madre : delle aurore boreali. E a queste possia- 
mo aggìugnereil poemetto latino di Marcello Pallonio, 
descrivente la sanguinosa battaglia di Ravenna del 151 2, 
da lui recato nel verso italiano e chiarito di note. Ma 
basti insin qui delle letterarie fatiche di questo rave- 
gnano, il cui nome è degno di onore anche per le sue 
domestiche virtù. Che in vero se viene ali* uomo una 
bella lode dalle opere della mente, una maggiore ne 
viene dalla bontà della vita. Fu Ippolito prudente e 
costumatissimo sacerdote : amico di quella fama che 
nasce dalle virtù proprie, e non viene dagli avi : spe- 
culatore delle memorie antiche, e nel procurare e di- 
fendere Tonore della patria, ardentissimo. Spirito nou 
abietto, stimava il maggiore de' mali morire alla me- 
moria degli uomini, essere sepolto nella oblivione. Fu 
capo della ragunanza letteraria ravegnana, e assesso- 
re deir academia degl' informi. La morte ne lo tolse 
a' 16 luglio del 1788, in età di sessantatrè anni; 
ed ebbe sepolcro nella chiesa di s. Maria Maggiore , 
sovra il quale dal pietoso e diligente nipote, conte 
Paolo Gamba Ghiselli, fu posta un'iscrizione latina, 
che conservasse né' futuri la memoria dell* egregio 
uomo che abbiamo lodato. 



177 



ANTONIO ZIRARDINI 



Nacque Antonio o, come interamente si nominò 
al battesimo , Filippo Antonio Zirardini nel dicembre 
dell'anno 1725. Il padre di lui fu Giovan Claudio, dot- 
tor di leggi, e la madre Bartolomea Mazzolini. Questi 
buoni genitori cogl' insegnamenti e con l'esempio die- 
dero forma air animo del caro figliuolo; e quando fu 
a' dieci anni lo posero nel seminario ravegnano, dove 
fece gli studi di grammatica, di umanità, di retorica, 
di filosofia; e fu anche adottrinato nelle scienze sacre. 
In tutte le quali discipline sopravanzò d'assai i suoi 
condiscepoli, sì per la forza dell' ingegno, sì pel deside- 
rio dell'imparare. Farmi cosa da non doversi tacere 
ch'egli ìnsin da' primi anni avea carissime le patrie 
memorie, e non erano libri che leggesse con maggior 
diletto quanto gli storici ravegnani, lo Spreti, il Rossi, 
il Tomai: né questo amore alla patria istoria gli passò 
col tempo, ma anzi crebbe in lui maggiormente. Uscito 
poi del seminario, e venuto più avanti nell'età, applicò 
la sua mente allo studio delle leggi, e fece in esse 
tanto progresso da meritarne di ventitré anni'l grado 
di dottore. Il padre desiderava che'l figliuolo atten- 
desse al fóro, e del suo guadagno arricchisse vie più 
la famiglia: ma egli, uomo di alto intendimento, d'in- 
terissima coscienza, e d'animo totalmente alieno da 



178 A. ZIRARDINI 

quello ingratissimo studio, si volse a meditare ì volumi 
de* sommi giureconsulti Cuiacio e Gotofredo, dando 
opera al diritto delle genti ed al publico; scienza che 
(secondo il Grozio) fu chiamata da Tullio ad ogni altra 
superiore, e disse che sta ne'trattati, ne'patti, nelle con- 
venzioni de' popoli, de* re, delle nazioni, non meno che 
nella ragion della guerra e della pace. Ed essendo in- 
tento a coltivare il suo ingegno e a crescere in cogni- 
zioni, non volle lasciare indietro gli studi importantis- 
simi della cronologia e della crìtica; ed ebbe letti più 
volte e considerati gli storici immortali. Cesare, Livio, 
Sallustio, Tacito e gli altri chea questi conseguono. Fu 
poscia a Roma, e là dove i più vanno in cerca di splen- 
didi onori, ei, contento ad una mezzana fortuna, niente 
altro cercò che tutto darsi alla lettura degli scrittori 
greci e latini, sacri, e profani: studiare nella orìgine 
delle leggi imperiali : investigare le più rare memorie, 
che ci sono rimaste ne' bronzi e ne' marmi: fare a sé 
presenti e famigliari '1 senno , i costumi e le opere 
degli antichi. Ivi strinse amistà con mplti celebri uo- 
mini, con Costantino buggeri, coU'ab. Gaetano Marini, 
con Gaetano Fantiizzi ravegnano, dottissimo cardinale. 
Indi a tre anni, per far contento il desiderio d^l padre, 
lasciò Roma e tornò a Ravenna: né questo fu già senza 
dispiacer suo, perocché quella dimora in Roma gli era 
di grande profitto alle opere phe aveva in animo di 
fare. Con la fama del suo nome ebbe tosto messa di sé 
tale opinione ne' suoi cit'taclini, che quelli ^he procu- 
ravano le cose puWìche gli diedero la catedra del ci- 
vile diritto, e la pretura della città: ma questo secondo 
onore^ eome quello che gli toglieva tempo a' suoi di- 
lettissimi pensieri, non molto dopo renunziò. Suole lo 
studio, al dire del Boccàccio, solitudine e. tranquillità 



A. ZraARDINI 179 

di aiiìtno desiderare. Questo conobbe Antonio, e si 
die' a vivere solitario: le settimane intere chiuso nella 
sua casa, rimosso dalla veduta delle genti: dormir 
poco: le notti vegghiar su le carte. Fece da prima un 
pregevole volume delle instituzioni civili, il quale è a 
dolere che non sia stato stampato mai; perocché è or- 
nato di molta dottrina, e corregge gli errori e gli abusi 
de' forensi nella intelligenza ed applicazione delle leggi. 
E perchè egli non si teneva molto contento delle cose 
sue, dopo di averlo dettato in italiano, lo distese più 
diffusamente nella lingua latina , nella quale era usa- 
tissimo. In quest' uomo fu sì grande il desiderio di 
fare altrui giovamento , che, oltre le lezioni eh' ei leg- 
geva dalla catedra, tenne insìn che vìsse aperta una 
scuola nella propria casa, dove si ragunavano ad 
udirlo i principali cittadini ; anzi, per la fama eh* era di 
lui in fatto di giurisprudenza , uomini per dignità rag- 
guardevoli venivano dalle terre e città vicine a visi- 
tarlo, per averne il suo giudicio in cause difficilissime. 
Nel 1762 mise in luce i due libri degli antichi edi- 
fici profani di Ravenna, stampati in Faenza cinque anni 
innanzi : opera scritta italianamente, e che poi rifece 
più ampia in elegante idioma latino (ma che ancora ine- 
dita si rimane a detrimento della ravegnana istoria), 
nella quale si animira il suo molto acume d'ingegno, 
e la profonda erudizione. Ma dove lascio i commentari 
latini elegantissimi su le novelle leggi del giovane Teo- 
dosio e di Valentiniano terzo? Da gran tempo i giure- 
consulti d'Europa desideravano ài vedere in ìstampa 
e chiarite di, buone illustrazioni queste novelle^ che 
* Lionàrdo Adami da Bolsena aveva àetito trovarsi in un 
codice della bibliotèca òttòbò^^^^^ di Roma. 'Le aveva 
vedute e trascritte il celebre Enrico Brenckmanno, 



180 A. ZIRARDINI 

le aveva promesse al publìco Giovan Daniele Rittero, 
ma € la gloria (sono parole di un giornale italiano) dì 
stampare la prima volta le sudette novelle era tutta 
riservata alla nostra Italia, ed al eh. dottor Antonio 
Zirardini giureconsulto ravegnano. » E aggiungono 
que* giornalisti, avere il nostro autore illustrato le 
dette novelle con tanta copia di dottrina e di erudi- 
zione, che per questa opera non ha più l'Italia a in- 
vidiare alla Francia il Gotofredo. Né a questo è punto 
dissimìgliante il giudicio, che ne hanno dato uomini 
sapientissimi, e eh* io potrei qui recare, se l'amore 
della brevità non me ne distogliesse. Un anno dopo 
che '1 Zirardini ebbe fatta stampare in Faenza la men- 
tovata opera, rab.Cristofano AmaduzzìpublicòinRoma 
le stesse novelle con le sue dichiarazioni, e volle far 
credere (dice il Marini) « di non aver letto il libro del 
giureconsulto ravennate, che pur aveva tutto corag- 
giosamente espilato.» La fatica che'l nostro Antonio 
sostenne nel condurre questo lavoro gli ebbe sì affie- 
volite le forze, che cadde ammalato, e fu in pericolo 
di morire. Ma appena videsi un po' rifiorir nella sanità, 
tornò agli studi, ch'erano per lui la ricreazione la 
più soave, anzi'l solo conforto della sua vita. Gli ca- 
pitarono innanzi due brani di antica istoria, di autore 
ignoto, che Enrico Valesio publicò nel 1636, e sono 
conosciuti pel nome di Anonimo Valesiano. Da que- 
sti opuscoli raccolse molte memorie a rischiarare la 
patria istoria , e non è a dire se gli fossero carissimi. 
Alcuni dotti avvisavano: il trionfo celebrato in Roma 
e in Ravenna l' anno 519 (di che è memoria nell'Ano- 
nimo sopra detto) essere stato fatto con la pompa de- 
gli antichi trionfi romani. Il Zirardini, tenendo con- 
traria sentenza, congetturò: essere stato una festa 



A. ZIHARDIM 181 

magnifica fotta per quelli che venivano levati alla con- 
solar dignità da' re goti, dopo conquistata V Italia; e 
ne scrisse una bella dissertazione italiana, che fu letta 
da lui stesso nella società letteraria di Ravenna; la 
quale era allora in sul nascere, ma che non doveva 
durar lungo tempo. Dopo gli edifici profani si mise ad 
illustrare i sacri templi; ma 1* opera sua non potè 
aver compimento, che fu sopragiuDto dalla morte. 
Dettò anche assai latine esercitazioni sovra le antichità 
ravegnane ; ed alla istoria del Rossi ed alla disserta- 
zione de* nummi ravegnani del Pinzi aveva fatte delle 
chiose e delle giunte. Studiò neirarte di compor iscri- 
zioni, e molte ne scrisse e alquante ne publicò. Ebbe 
della disposizione alla poesia latina, come pare da al- 
cuni versi che sono stampati, ma non vi attese gran 
fatto. À queste opere se ne vuole aggiugnere un'altra, 
grandissima in vero ed unica, la raccolta ed illustra- 
zione de' papiri; la quale gli costò la fetica di dieci 
anni, e forse anco la vita. Ho narrato in altro luogo ^ 
come le carte tutte di questo pregevolissimo lavoro 
venissero alle mani di monsignor Gaetano Marini: né 
è qui da.rinovar la quistione, se monal^nore siasi gio- 
vato, ò no, de' manoscritti del buon ravegnano: quelli 
che hanno, lette le cose da me ragionate e da' miei op- 
positori , bene il potranno giudicare. Ora dico segui- 
tando, che i volumi dal nostro Antonio composti fanno 
grandissimo onore alla patria, perocché quasi tutti 
parlano di lei, suo contìnuo desiderio e pensiero. Fu 
per questi eh' egli vide la sua casa annoverata con pu- 
blicò decreto fra le piìi illustri della città, ed il suo ri- 
tratto posto in segno di onore nella sala de' senatori. 
Questi gli diedero fama che per tutta Italia e fuori sì 
diffuse. Questi lo fecero desiderar professore di pu- 
le 



182 A. ZIRARDINI 

blico diritto dagli studi celebratissimi di Pdrma, diRa- 
Yìa e di Ferrara. Qaesti gli acquistarono Tamicina di 
presso che tutti i dotti della sua età, e principalmente 
del Morgagni, del Ferri, del Paciaudì, dell* Olivieri, i 
quali l'ebbero in amore e in riverenza. Fu '1 Zirardiui, 
come da quelli che'l conobbero ho udito, di comu- 
nale grandezza, di complessione un po' delicata, di co- 
lore tra pallido e bruno. Osservò i costumi antichi: fu 
netto d' invidia : nemico de' frìvoli parlari: amico della 
conversazione de' saggi. Ebbe animo avverso alle cor- 
tigianie, alle cerimonie, a tutte quelle viltà degli uo- 
mini, che si coprono sotto l'onesto nome dì civiltà. 
Non è cosa da potersi dir facilmente il grande rispetto 
ch'egli aveva.per la religione, e la delicatezza della sua 
coscienza. Solamente alcuni gli apposero troppa voglia 
di fama; ma la gloria, al sentenziare di Tacito, é l'ul- 
tima vesta che lasciano anche i filosofi. Morì di morte 
inaspettata la notte che va innanzi al primo giorno 
di aprile del 1785, e fu creduto che la eccessiva ap- 
plicazione agli studi gli avesse logorate le forze, e 
tolta così di subito la vita. Il suo cadavere fu posto 
sopra un funebre letto nella chiesa di s. Barbara; ed 
il popolo vi convenne in folla a vederlo. Le fattezze 
del suo volto, non guaste dalla subita morte, e '1 suo 
quasi naturale colore, fé' credere a molti che non fosse 
passato di vita. Riportato a casa, ne furono fatte le 
esperienze; ma lo spirito se n'era uscito. Di là con gran 
pompa di lumi, e lunghissima processione di chericato 
e dì compagnie, seguendolo tutti i principali cittadini 
e gran parte della gente minuta, fu condotto al tem- 
pio di s. Francesco, e sepelito nel monumento de'suoi 
maggiori. 



183 



LORENZO FUSCONI 



Non é da trapassare tacendo la buona vita dì Lo- 
renzo, figliuolo di Natale Fusconi, cittadino di onesta 
condizione y nato il dì 22 agosto del 1726. Giovanetto 
attese molto agli studi, cbe si chiamano di gramma- 
tica e di umanità, e presto imparò quelle cose, a che 
era indirizzato. Nella età di quindici anni entrò air or- 
dine de' minori conventuali, e stette poi sempre con- 
tento allo stato che s* aveva eletto. Studiò filosofia in 
Cremona e in Bologna; e in Feirara diede opera alla 
teologia. Indi fu a Roma, e colà tenne dispute sottili, 
sì che fu chiamato teologo; titolo che a que'dì voleva 
dire sapientissimo. Poscia lesse filosofia in Bologna e 
in Ferrara : e per queste fatiche di studi, e per la bontà 
deir ingegno e del cuore , la sua religione con gradi di 
onore lo meritò. Fu dotto nelle istorie, ed ebbe elo* 
quenza oratoria, che fé' manifesta predicando ed evan- 
gelizzando publicamente in Padova, in Venezia, in 
Firenze, in Torino, in Roma, con grande applauso. 
Ma 'l suo. amore era la poesia. Udiamo quel che scri- 
veva egli stesso, scherzando, a' suoi amici: 

Se tanle volte per timor mei tacqai 
Sofirite, amici, eh' ana vòlta io dica 
Ch'io son poeta, e che poeta io nacqui; 



18&> L. FUSGONl 

Ch' avido d' ogni delfica fatica 
Mi die' natura an caor naovo e una mente 
Dei riti occulti delle Biase amica. 

Oh quante volte nna favilla ardente 
Trovò mia madre fra le pinme ascosa 
Della picciola mia calla innocente; 

Ond' ella sempre del mio mal gelosa 
Trasse indietro la man gridando: Al foco, 
Che non s' abbruci il bambinel che posa. 

Oh quante volte strepitoso e roco 
Vide ronzarmi agli occhi e al viso intorno 
Alato insetto del color di croco, 

E spendean ella ed esso in parte il giorno, 
Ella a oprar con la destra, egli coir ale, 
Gh' ei più cacciato più facea ritorno. 

Non sapea quella, che fuoco immortale 
Eran queste faville, e '1 biondo insetto 
L'estro, che i cuori a suo talento assale. 

Febo, s*io mento e vane glorie affètto. 
Il tuo bel raggio, che mi accese ognora , 
Mai più non tomi a riscaldarmi '1 petto. 

E noi diremo che non mentì, perocché veramente ei 
nacque poeta; e ne' suoi versi trovi di quando in 
quando alcune belle imagini, ed una franchezza e vi- 
vacità di colorito, che piace. Ma de* misteri dello stile, 
senza di che nessuna scrittura , sia di prosa sia di ver- 
so, non potrà dirsi bella già mai, seppe egli ben poco. 
E questa, più che sua , fu colpa del secolo e della con- 
dizione della sua vita; e lo scrisse ei medesimo al prin- 
cipe della Rocella, don Vincenzo Caraffa, in una let- 
tera del d\ 8 ottobre 1787, dalla quale traggo queste 



L. FUSCONI 185 

parole: € .... Ora io, se bene ho scrìtto in mia yita 
infiniti versi, posso asserire con verità di non averne 
né assai né punto studiata l'arte, né avervi posto pen- 
siero e cura di applicazione. Messami indosso la sagra 
tonaca ali* età di anni 15, fin da quelle ore venni obli- 
gato alle scienze gravi con tal rigore, che guai a me se 
mi si fosse trovato in mano il Petrarca o '1 Tasso. Man- 
dato poi a dettare agli altri '1 poco ch'io appreso àvea 
nelle scuole, e poi costretto a comporre un Quaresi- 
male e salir su i pergami; poi a presedere in vari luo- 
ghi a'religiosi miei confratelli , ho spesi gli anni più 
freschi della mia vita, a pensar ben altro che canzih 
nette e sonetti. > Così egli, con molta modestia e schiet- 
tezza di cuore. Ma parmi si faccia debito a chi scrive, la 
vita di lui dare un altro saggio della sua maniera di 
poetare : ed io '1 farò di buon grado , recando in mezzo 
alcuni suoi versi; non già i tanto rumorosi sonetti in 
morte del Battista e di Cesare al Rubicone, ma sì questo 
ch'egli dettò sovra alcune pianticelle di rose, dette di 
Gerico, il quale ha, secondo me, più naturalezza di stile : 

Plcciole rose, di coi farsi in vita 
Soléa delizia, il crìn fregiarsi e '1 pelio 
Colei che spesso a lagrimar m' invita 
Privo per sempre del suo dolce aspetto. 

Per chi nella deserta aia fiorita 
Questi poveri germi al suol commetto, 
S' ella, cui già piaceste, al ciel salita 
Forse or voi più non cura e *ì nostro affetto? 

Crescete. Allor che torni lieto aprile, 
Di vostre in tesserò gemme novelle 
Alla cara sua imago un serto umile. 

S' ella è tanto benigna, e voi si belle. 
Non avrà forse di vedersi a vile 
Cinta in terra di rose, in del di stelle. 

16* 



/ 



186 L. FUSCONI 

E bella e graziosa e gentile, e cbe molto tiene della 
mollezza di Anacreonte, si è una sua canzoncina 
per vezzosissimo fanciulletto; della quale adornerei 
queste carte , s'ella non si leggesse in presso che tutte 
le moderne poetiche antologie. Perchè, tornando alla 
sua vita, dico : che essendo nel 1769 pervenuto il pon- 
tificato al cardinal Ganganelli (già frate minore con- 
ventuale) che prese il nome di Clemente XIV, il Fu- 
sconi andò a Roma a baciargli i piedi. L'ottimo e 
sapientissimo principe accolse con lieta fronte il suo 
dotto amico e confratello: lo volle maestro in divinità 
neir archiginnasio romano; e se una morte spietata 
non lo avesse tolto così per tempo al mondo, pare che 
lo avrebbe locato in quel grado di dignità, eh' è presso 
alla sedia pontificale. Le prose e poesie del nostro Lo- 
renzo, trattone il Quaresimale, furono raccolte in 
quattro volumi e stampate in Parma, lui vivo. Al- 
tre sue rime videro la luce dopo la parmense edizio- 
ne; ed una scelta delle poesie di lui fu pure impressa 
in Milano nel 1820. Questo egregio uomo fu in molta 
grazia de' principi della Toscana e della Savoia; e 
fra' suoi amici si annoverano i chiari nomi de' Ferri, 
Bertela, Frugoni. Mazza, Lami, Fabroni, Zanetti, Ro- 
berti, Ceretti. Le città d' Imola e di Spoleti lo scrissero 
fra' loro cittadini, e più di venti academie si onorarono 
di averlo a sodale. Dopo la morte di Clemente ponte- 
fice , che gli fu all' animo di assai grave dolore, fermò 
la sua dimora in Faenza; e vi stette pìfi anni caro a 
monsignor de' Buoi, vescovo di quel luogo, e ad An- 
tonio Laghi faentino, celebre per le sue versioni la- 
tine. Si ridusse ultimamente in patria nel 1796, dove 
poetando passò la vita sino al termine di lunghissima 
vecchiezza; e contano che intorno a questi tempi es- 



L, FUSCONI 187 

sendo venuto a Ravenna F illustre cantor di Basville, 
Vincenzo Monti, fu alla casa di lui per fargli dimostra- 
zione di riverenza. Morì a' 4 di agosto del iSUy in età 
. di ottantasette anni » undici mesi e sedici giorni. E 
perchè era in voce di poeta appresso ogni condizion 
di persone, la novella della sua morte corse tosto per 
tutta la città. Io aveva allora sedici anni ; ed essendo 
il suo cadavere stato esposto nella chiesa di s. Fran- 
cesco, volli vederlo. Entro nel tempio quando cessava 
il canto lugubre de' sacerdoti, che gli pregavano la 
pace e la luce eterna del cielo. M'appresso alla bara, 
spogliata del funereo panno, dov' ei giacca nell'abito 
della sua religione, nudi i piedi e le mani a croce in 
stt '1 petto. Oh quanta mestizia mi scese allora nel 
cuore ! Spesse volte, usando egli alla casa di un suo 
zio materno, k) l'avea udito ragionare intorno a cose 
di studi, con un amore così ardente, che ben mo- 
strava com' egli avesse messa nelle lettere tutta la sua 
delizia. E parmi ancora di vedere quella faccia virile, 
quel portamento grave» quell'aspetto venerando. La 
sua morte fu dolorosa a tutti i buoni ravegnani, e par- 
ticolarmente a Luigi Fusconi, notaio, figlio del fratello; 
il quale nella parete, a mano sinistra di chi entra il 
tempio predetto, pose una elegante iscrizione latina, 
che dice le lodi di lui» composta da Bartolomeo Bor- 
ghesi savìgnanese, uomo chiarissimo. 



188 



MARCO FANTUZZI 



Con r esempio deile virtù del conte Marco Fan- 
tuzzi io mi confido di poter mettere negli animi de' 
giovani, specialmente nobili e ricchi, buon desiderio 
d' imitarlo. Comincio dal ricordare eh' egli entrò in 
questa vita a' i5 di agosto del 4740, e che gli fu pa- 
dre un ravegnano di grande nobiltà e ricchezza, per 
nome Costantino : né ebbe manco illustre il sangue 
materno , essendo la madre di lui della casa de* conti 
Gazoldi da Mantova. Dagli errori giovanili lo tenne 
lontano la sua natura buona e sincera, e l'aver usato 
famigliarmente insino da' primi anni co' valentuomini 
della nostra città , col Pinzi, coli' ab. Ginanni, col Zi- 
rardini ; anzi quest'ultimo gli fu anche maestro nella 
giurisprudenza, e tutti e tré gli spirarono un grande 
amore per lo studio della patria istoria. Stette dodici 
anni in Roma appresso il card. Gaetano Fantuzzi, fra- 
tello di suo padre, ove apparò costumi gentili, ador- 
nò di utili cognizioni 1* intelletto, e in giovane età die- 
de di sé quella speranza, alla quale non dovevano poi 
essere nel tempo avvenire inferiori le sue azioni. Era 
a que* dì '1 comune de' ravegnaui aggravato da molti 
debiti, travagliato da liti anticate. Il nostro Fantuzzi, 
giovane di ventinove anni, ma per maturità di senno 



-x^ 



M. FANTUZZI 189 

a niuno de' suoi concittadini inferiore, avendo la mente 
piena dell'antica ravegnana j^ndezza, si pose in cuore 
di soccorrere col denaro, coir ingegno, con tutte le 
forze la patria pericolante: e per amore di lei non gli 
fu grave deporre quel bene, che ai savio è principal- 
mente carissimo , la privata quiete. Eletto con pieno 
consentimento di tutti i buoni, acciocché desse ordi- 
ne e modo alle cose publiche, rifece due volte il viag- 
gio dì Roma, non risparmiando né denari, né fatiche; 
e fé' aperto a papa Clemente XIV da che provenisse 
la nostra publica calamità. Fu ardito di dire ciò che 
sapeva dover dispiacere a molti potenti, e a quelli 
principalmente che 1 privato loro comodo al comun 
bene anteponevano; i quali gli destarono contro odi 
crudeli, e con ragioni apparenti si sforarono di tor- 
gli la fama d' uomo intero e religioso. Ma troppo-bene 
era saputa la onestà della vita, la bontà de* costumi, 
la rettitudine del cuore di lui ; perché le male arti 
degr iniqui tornarono a niente. Non ebbero già fine 
con questo le cure e le fatiche dell* egregio uomo a 
prò de' suoi cittadini , ma anzi da qui presero comin- 
ciamento: perocché ne' dodici anni eh' ei tenne il ma- 
gistrato supremo della città non fu mai stanco di pro- 
curare, per quanto potè, la utilità e '1 decoro di que- 
sta antichissima patria. Dettò i capitoli di un nuovo 
catasto : propose una strada che mettesse nella Roma- 
gna superiore; e voleva interrate le valli, diseccate le 
paludi, migliorata l'agricoltura, rifatto il codice di 
leggi agrarie, ampliato il porto, abbellito di edifìci '1 
canal navigabile. Cose tutte alla nostra £ittà decorose, 
utili, necessarie; perciò mi duole che l'avarizia e la 
viltà di pochi miei concittadini gli stésse contro, e in 
vece di lode e di premio, glie ne desse biasimo e tra- 



190 !tt. FANTUZZI 

vaglio. Perchè egli, vistosi attraversati i suoi disegni , 
con isdegno di animo generoso depose quel magistra- 
to; e toltegli le minori cariche « si ritirò con la donna 
sua, Anna dal Como, nella deliziosissima villa di Gual- 
do, a lui più cara che la luce stessa degli occhi : di- 
cendo che gli sarebbe dolce premio della soa fatica 
lo star lungi dal cospetto degl'ingrati. Slegato in 
questo modo dai publici negozi, non condusse già la 
vita in ozio superbo, ma si die' allo studio dell' agri- 
coltura , che molto gli era in amore; e di suo ing^;no 
trovò una machina idraulica , ' con che traeva l' acqua 
dai fiumi arginati ad irrigare i campi vicini. Fece fare 
dispendiosi lavori ad una cava di carbon fossile, tro- 
vata presso il «astello di Sogliano; e di quella cava, e 
delle solfanarie della Romagna scrisse alcune memo- 
rie. Amante del fabricarc, inalzò nuovi edifici; gli an- 
tichi e cadenti restaurò, abbellì. Fra tanto era venuto 
il pontificato alle mani di Pio VI, che della virtù del 
Fantuzzi avendo conoscenza , Io fece procuratore di 
tutta la Emilia con imperio. Egli di mala voglia con- 
senti di ricevere quello incarico , che altri avrebbe 
desiderato ; tuttavia lo tenne con molta dignità dieci 
anni, né mai dimandò, uè volle stipendio. Ed ora, e 
in appresso, e sin che durò quel goyerno, fu sempre 
cerco e avuto caro il consiglio di lui , specialmente in 
ciò che a civile economia si atteneva. Ma è da d'n*e adi- 
cuna cosa degli studi e delle opere sue, che pur tutte 
furono vòlte al bene della patria. Infin da quando era 
giovane aveva cominciato a cavar dalla polvere degli 
archivi le antiche scritture de' secoli detti di mezzo, 
siccome quelli che ricordano l'antica nostra gloria; 
e potè poi coir assiduità e diligenza sua raccoglierne 
sì grande numero, da formarne sei grossi volumi, che 



M. FANTVZ2I 191 

negli ultimi anni della sua vita fece stampare in Vene* 
zia. Ottocento sessantacinque sono i monumenti in 
questi sei volumi raccolti , de' quali sessantadue con* 
tengono in sé i compendi di altri quattrpmila cento- 
trentasette monumenti; onde cbi porrà mente che 
questa è fatica di un uomo, tolto sovente agli studi da 
occupazioni publiche, infelici, penose (come dice ei 
medesimo); dovrà non poco maravigliare. Avrebbe vo- 
luto illustrare il suo lavoro con nuove dissertazioni, 
con note , con indice cronologico , che di tutta la ma- 
teria ragionasse; ma pfr morte non potè porre ad ef- 
fetto il ben conceputo pensiero. Con questa fatica (e Io 
disse più volte) altro non ebbe neir animo, se non di 
mettere ne' suoi ravegnani un po' di amore per la pa- 
tria istoria, provedere almanco che di tante antiche 
cose la memoria non perisse. E veramente ei fece 
opera da sapergliene grado chi si ponesse a riordinare 
la storia ravegnana, potendo trarre da questi monu- 
menti assai belle notizie per confermare i fatti veri, 
chiarire gli oscuri, togliere i falsi, aggiungerne de* 
nuovi. Non voglio tacere come spesso l'affliggeva il 
pensiero, che non si troverebbe poi sì facilmente 
chi volesse mettersi alla fatica di una nuova istoria ; 
perocché diceva (ed é pur vero), non essere così vivo 
in noi r amore del luogo natale, come essere ne do^ 
vrebbe. Prima de' monumenti ebbe stampata in Cese- 
na splendidamente una operetta latina , composta per 
contentare il cuore di Pio VI, il quale amava che si 
sapesse, la sua casa essere congiunta di sangue con 
quella degli Onesti, o de' Duchi, famiglia ravegnana 
che fu di antichissima nobiltà, e chiara. per quel Pie- 
tro, detto il Peccatore, ** ricordato nel poema dell' Al- 
lighieri. Aveva scritto ducento trentacinque memorie, 



192 M. FANTUZZl 

o sia dissertazioui, tutte utili e importanti egpualmente; 
nelle quali tolse a trattare sabietti di politica, di sto- 
ria, di economia civile, di agricoltura, di mineralogia, 
d' idraulica, ^di critica, di publìco e privato diritto; ed 
anco delle arti, della milizia, del commercio. Alcune 
di queste dissertazioni furono raccolte in un volume, 
stampato nel 1804; molte ne arse egli stesso, altre ne 
perdette. Compose anche orazioni: fece un codice di- 
plomatico: scrisse le memorie della vita di Giovanan- 
drea Lazzarini da Pesaro, col quale ebbe ad usare fa- 
migliarmente: italianizzò dal francese T opera dd 
sig. Venel intorno al càrbon fossile. In tutte queste 
opere è da lodare la bontà dell' ingegno di lui : non 
cosi lo stile, troppo umile e pedestre; parlo dell'ita- 
liano , che nel latino ebbe non mediocre perizia. Vo- 
gliamo anche essergli grati deir aver procurato che si 
stampasse in Roma la storia delle pinete ravegnane 
del conte Francesco Ginanni. Ho detto de' suoi studi: 
ma come potrei io dir degnamente della sua fede,, 
della sua costanza, della sua onestà? Erano già enr 
trati i francesi in Italia, anzi nella Romagna; fuggito il 
legato; pieno ogni cosa di tumulti, ogni cuor di spa- 
vento. Il Fantuzzi con petto imperturbato mantenne 
alcun tempo in fede la provincia al pontefice con po- 
testà di questore : ma come vide disperate le cose, av- 
visando sé non essere sicuro per la malevolenza de' 
nemici, montato in nave, solo, nel silenzio della not- 
te, fé' dare le vele ai venti, e sbarcò in Ancona. E 
numerato al tesoriere del pontefice il denaro publico 
che seco avea recato, navigò a Siponto nella Puglia : 
di là passò a Napoli, poi a Roma. Visitò papa Pio , 
vecchio ottuagenario, infermo, addolorato, omai vici- 
no alla sua ora estrema ; e lo vide uscir di Roma pri- 



[ 



m 



M. FANTIJZZI 193 

gìoniero il dì 20 febraio del 1798. Allora lasciava me- 
sto quella città, viaggiava alla volta di Firenze , si 
riparava in Venezia. Ivi per un sollievo dell' animo 
mandava fuori i^sei volumi de' monumenti ravegnani, 
secondo che abbiamo detto. Nel 1802 era in Firenze , 
e di là fece ritorno a Venezia; poscia se n'andò a stare 
a Pesaro , dove caduto in mala disposizione, ai 10 gen- 
naio del 1806 uscì di questo mondo nella età di 65 
anni, 4 mesi e 25 giorni, e nella chiesa di s. Giacomo 
ebbe sepultura. Tale fu la vita di Marco Fantuzzì, sem- 
pre giusto ne* publici affari, non mai ligio di alcuno, 
avverso all' adulazione, lontano da ogni viltà, e vera- 
mente nato a cose virili e magnanime. Delle sem- 
bianze di lui ci serba memoria la effigie sculpita in 
marmo, che si può vedere nella nostra academia delle 
arti belle; ma io più volontieri mi fermo a contem- 
plare la imagine dell'animo suo, la quale vorrei posta 
di contìnuo innanzi alle menti de' miei concittadini , e 
di quelli principalmente a cui fortuna fu larga de' suoi 
doni, e natura die' nobile intelletto -e cuore gentile. 



i7 



19fc 



CAMILLO SPRETI 



Solea già dire Marco Tallio, qael lume della 
romana eloquenza, che se Y uomo riceve dalla patria 
infinite comodità, eidebbeanchesostenereper la patria 
qualunque disagio. E questa memorabile sentenza era 
sovente in bocca del marchese GamfHo Spreti , che la- 
sciolla scritta nelle sue opere, e mostrò co' fatti come 
gli fosse penetrata neir animo. Nacque Camillo a' 14 
di febraio nel 1743 del marchese Giulio e di Faustina 
Casali romana. Il padre gli morì presto. Egli, com- 
piuti nel collegio di Modena gli studi che si conveni- 
vano al grado suo di gentiluomo , ed entrato all'ordine 
de' cavalieri di Gerusalemme, si condusse all' isola di 
Malta a farvi le carovane, e di ventun' anno tornò alla 
patria. Dove, temendo non il suo nome si rimanesse 
oscuro in tanta chiarezza de' suoi passati , seguitò a 
dare opera alle lettere, con intendimento d' illustrare, 
per quanto il comportasse il suo ingegno , la storia 
ravegnana. Né le cure di marito (da che ebbe condotto 
in moglie Gertrude Rossi, di casa nobilissima) uè V af- 
fetto a' figliuoli poterono scemargli punto di questo 
suo ardcntissìmo amore. Ai 27 maggio del 1799 entra- 
vano i tedeschi in Ravenna, capitanati dal colonnello 
De Grill : poco dopo creavano una reggenza provin- 



e. SPRETI ^ ' 195 

ciale, e n'era eletto a presidente il cav. Camillo; il 
quale non molto dipoi, per cagione di sanità, quella 
carica renunztava, e poscia, pregato, per solo a^ffetto 
alla patria, la ripigliava. Le principali magistrature, 
che di quando in quando gli erano offerte, costante- 
mente recusò , né accettoUe se non allora che vide di 
poter fare alcun bene a' suoi concittadini. Mutaronsi in 
appresso le cose tutte d'Italia, ed il pontefice Pio VII 
tornando a Roma dalla Francia, ov'era stato prigio- 
niero, piegò un poco il suo cammino per visitare que- 
sta antica città; ed il marchese Spreti a' 16 di aprile 
del 1814 lo accolse nel suo palagio con isplendida 
magnificenza , lieto quanto mai dir si possa di un 
ospite così glorioso. Ed il papa, per dargli alcun se- 
gno di amore , lo creò suo cameriere secreto a spada 
e cappa : e giunto a Roma, Io nominò consultore della 
legazione di Ravenna nelle cose civili e criminali ; e 
per tre epistole latine il suo affetto gli raffermò. Desi- 
deroso, come dissi, il nostro Camillo d'illustrare le 
antiche cose della patria, ridusse in vulgare la istoria 
latina di Desiderio Spreti, uno de' suoi maggiori ,*in- 
titobndone la stampa all' altezza di Carlo Teodoro 
duca di Baviera ; ed aveva in animo di continuarla a 
modo di annali insìno a' suoi dì, né so perchè non 
mettesse poi ad effetto il lodevole pensamento. Vi pose 
bensì delle note, ed una giunta di meglio che cinque- 
cento iscrizioni copiate dai marmi : trascrisse quelle 
che leggonsì ne* volumi dell' Appiano, del Rossi, del 
Grutero, del Doni, del Gudio, del Reinesio, del Fa- 
bretti, del Muratori, e molte ne raccolse da due ma- 
noscritti antichi. E tutta questa grande congerie d'iscri- 
zioni ei divise in tre classi, e ad ogni classe pose copio- 
sissime note a foggia di commenti , tratte dalle opere 



196 e. SPRETI 

di diversi autori ; ed aggiunse uu indice delle abbre- 
viature, e un altro che mostra le cose contenute nelle 
iscrizioni, ragionato a modo del Grutero, del Reine- 
sio, del Gori. Della quale gravosa fatica è da dargli 
lode, perocché i marmi , a che gli antichi raccoman- 
darono la memoria de' fatti loro,* recano una bella 
luce alla istoria. Poscia nel 1804 publicò un suo com- 
pendio storico dell'arte di comporre i musaici, con 
in fine la descrizione degli antichissimi musaici rave- 
guani, che, al dire di Pietro Selvatico, sono i prìnd 
veri monumenti deWarte cristiana. E comechè avanti 
di lui ne avessero ragionato il Ciampìni ed il Furietti 
nelle dotte opere loro, eì tuttavia confidò che le sue 
cure sarebbero grate a' suoi concittadini, a* quali con 
molto affetto ricordava, e quasi pregava, avessero a 
cuore questi avanzi venerandi di antichità, che gli 
stranieri e' invidiano, e noi (nostra vergogna ! ) poco 
ci peniamo di conservare. Ed in fine di questa opera 
si leggono due suoi ragionamenti, da lui recitati in Fi- 
renze nella società colombaria e dei georgofili, l'uno 
sovra la pineta ravegnana, Y altro su le api; avendo 
anche di suo ingegno trovato una machinetta, o nuovo 
alveare, per la conservazione delle medesime. E 
nel 1822 furono stampate in Faenza le sue memorie 
intorno i domini e governi della città di Ravenna. Com- 
pose altri opuscoli di minor conto, e fu anche verseg- 
giatore: ma sì i versi e sì le prose non hanno, a dir 
vero, molta bontà di stile. L'ultimo de' suoi lavori, 
venuto a luce solamente nel 1840, decimo dalla sua 
morte, è la istoria della Casamatta , ^' antichissima so- 
cietà di pescatori , ch'ebbe origine insin dal 498, e 
poi fu nobilitata coli' aggregamento de' principali cit- 
tadini, e dura tuttavia, ed ha sue leggi e cónstituzioni. 



e. SPRETI 197 

Per toccare alcuna cosa appartenente alla sua natura, 
ei fu uomo di provata integrità, nella cui mente era- 
no pensieri grandi, e non da privato. Nelle opere di 
pietà fu caldissimo: sovveniva quegli onesti cittadini , 
la povertà de* quali era tenuta celata dalia vergogna. 
Cortese ed affabile nel conversare. Mi ricorda che ra- 
gionando ei meco a' 25 agosto del 1826 di qùe* buoni 
ravegnani , pel senno e per la virtù di cui la patria è 
venuta in molto splendore ; e detto io, che avrei vo- 
luto vedere le imagìni loro poste in luogo onorato , 
le quali facessero fede al forestiero che noi non sia- 
mo ancor morti alla gloria ; vidi a questo dire tutto 
rallegrarsi 'l volto di quel buon vecchio, il quale 
stette alcun poco sopra di sé, indi, strettami la mano, 
sciamò : — Deh, perchè non sono io nella mia prima 
fortuna ! — Le quali parole mi mostrarono chiaro che 
dentro di quelle membra asciutte e fredde era anco 
viva una favilla di animo generoso. Così viveva il no- 
stro Camillo, quando nel maggio del 1830, oppresso* 
dal peso di ottaatasette anni, infermò gravemente , e 
dopo pochi giorni morì. Volle che 'l suo corpo fosse 
sepelito senza pompa di funerali nella chiesa di s.6io- 
van Battista, appresso le ossa di suo padre. Ed io ere** 
do che'in quelle ultime agonìe' della morte, avendo- 
gli 1 male lasciato intero conoscimento, si ricordasse 
r egregio uomo di ciò che aveva scritto ei medesimo: 
che « la nobiltà de' natali e le ricchezze sono beni 
efimeri ed eventuali, che svaniscono al terminar della 
vita: non così accade dell' uomo virtuoso. Egli sopra- 
vive a sé stesso, e passa ad una nuòva esistenza nella 
memoria de* posteri , quando anche cede al comun 
destino la fredda scorza di sé medesimOi > 



i7* 



198 



CAMILLO MORIGIA 



Eccdlenie per ingegao» e per molti ornamenti del- 
l' animo, fu 'ì conte Camillo Morigia, di antica casa ed 
illustre; nato di Giovan Battista e di Laura Monaldini 
a* 15 settembre ^eì 1743. Cresciuto amorevolmente 
da' suoi parenti, e già in età convenevole di poter ap- 
prendere le scienze, passò ateuni amii nello stadio 
della matematica sotto la disciplina del suo dotto con* 
cittadino Dionigi Monaldini. Apprese anche diverse 
lingue, studiò nelle istorie, e detta scienza idraulica fu 
intendentissimo: ma essendo tirato da natura alle cose 
del disegno, voltò affatto il ben disposto animo air ar- 
chitettura; arte la più necessaua e utile agli uomini, 
neHa quale eoa molta sua lode si adoperò. Co' dise- 
gni di lui si sono fatti in Ravenna parecdii edifici; ed 
iodi qne'solifarò ricordo che gii hanno dato rinomanza 
maggiore. Era Tanno 1780, quando il bnon card, haigi 
Valenti, legato della Romagda, postosi in cuor^ di ri- 
fare il moMimento di Dante Allighieri, che per vec* 
chiezza di ducento novantasette anni mmacciava mi- 
na, non rifiutò Y ingegno del Morigia^ il quale rizzò 
un adorno tempietto, di forma quadrata, quindici pal- 
mi largo per ciascun lato, a cui fa coperchio una cu- 
poletta emisferica. Finita questa opera, Tanno 1782, 



G. MORIGIA 199 

nella strada dì s. Palerniano appresso il vicolo Paioli* 
colo riedificò a spese del comune il ginnasio rave- 
gnano; fabrica ben intesa, e condotta con proporzioni 
assai buone. Poscia col disegno e con la presenza del 
nostro Camillo fecero i canonici di s. Maria in Porto 
rinovare la faccia della loro chiesa, già murata nel 1553 
col modello di Bernardino Tavella ravegnano. Fu par- 
tita in due ordini di architettura, Tono inferiore ionico, 
l'altro superiore composito; ma v* ha chi la dice or- 
nata soverchiamente, e gli dà biasimo di aver posto 
due ordini di colonne Tono sopra 1* altro, interrotti 
dalla cornice, fuori del buon ordine antico: altri altre 
cose ragionano. Noi sappiamo ch'ei dovette accon- 
ciare il suo disegno aUe vecchie fondamenta, ed alla 
volontà di dbi fece edificare. È anche opera sua l'arco 
trionfale eretto V anno i785 nel borgo di porta Sisi, 
in capo alla strada che va a Forlì. £ intorno questo 
tempo fu pur rifatto col modello di lui, in piazza mag- 
giore, il prospetto della chiesa de* santi Sebastiano .e 
Marco, che serve oggi alla dogana: è di ordine rustico, 
e sopra, in una torricella, vedesi '1 publico orologio. 
Molte altre fabriche fece il nostro Camillo a persone 
private, ch'io non riferisco: ma non è già da tacere 
eh' egli aveva dato il disegno della dogana di mare 
da elevarsi presso le mur^ urbane, dov' è la darsena 
del canal navigabile. Nò sola la patria si giovò di questo 
egregio uomo, ma fu richiesto da que' d' Urlnno, che 
inalzarono col disegno di lui 'l prospetto del duomo 
della loro città. Ed i canonici lateranensi di Piacenza, 
volendo rifare la facciata del loro tempio, invitarono 
a gara d'ingegno gli architetti d'Italia. Infra quelli che 
vennero^ a concorso era il giudicio severo di France- 
sco Milizia : nondimanco piacque O/fu eletto il modello 



200 e. MORIGIA 

del nostro ravegoano. 11 quale pose in qaesta opera 
molta diligenza, come avesse presentimento ch'es- 
ser dovea raltima che farebbe; e fu cominciata 
nei 1786, é in otto anni compiuta. Tornato da Piac^i- 
za, dorè si era condotto, comineiò a sentirsi indispo- 
sto della persona ; fu preso da un mal di stomaco con 
vomiti penosi, e in poco tempo si ridusse della vita sì 
allo strepo, che i medici deputati alla cura di lui dif- 
fidarono totalmente della sua vita. Allora egli, come- 
che si sforzasse di sostenere con la virtù dell' animo 
la debolezza del corpo, e mantenesse sempre nel fa- 
vellare r usata piacevolezza, pure peggiorando di più 
in più, e tenendo vicina la sua ora, a' 13 gennaio 
del 179S fece testamento, e '1 giorno 16 tutto rasse- 
gnato alla divina volontà , senza turbam^ti e senza 
paure, passò di questa mortale air eterna vita, non 
avendo più che cinquantun' anno, quattro mesi e due 
^orni. Si credette per alcuni che la sua morte fosse 
proceduta da veleno datogli in Piacenza dagl'invidiosi 
del suo avanzamento nell' arte, ma io non posso dirlo 
di certo: anzi so che altri asserisce, essere stato aperto 
il cadavere, e trovatogli un male organico nello sto- 
maco. Parecchi disegni delle opere di lui furono messi 
inistampa: e fu anche impressa una sua lettera al 
conte Ippolito Gamba Ghiselli, la quale ragiona del- 
l' antica Rotonda ravegnana ; ed un* altra al card. Giu- 
seppe Garampi intomo alle vòlte leggieri, composte di 
vasi vuoti di terra cotta. AUsl fama di valente archi- 
tettore ebbe il Morigia aggiunta quella di buono, e la 
meritò. Egli modesto, egli continente, egli industrio- 
so, amante la patria, atrabile con gli amici, amo- 
roso verso i discepoli, con tutti piacevole ed uma- 
no. Non condusse moglie, non ebbe iiglluoli, ma i 



e. MORIGIA 201 

poveri, che in vita e morendo largamente beneficò, 
lo piansero come loro padre. Dispose nella sua ulti- 
ma volontà che i suoi libri, le stampe, i disegni, le 
medaglie , gli strumenti matematici geometrici idro- 
statici, e le cose pertenenti alla civile e militare ar- 
chitettura, alle arti belle, all'agricoltura, alla isto- 
ria, ai mestieri, tutto fosse posto nella biblioteca di 
Glasse a utilità de' suoi cittadini. Lasciò che '1 suo 
corpo fosse umilmente sotterrato nella chiesa di 
s. Maria Maggiore, e volle incise sopra la pietra del 
sepolcro queste parole: 

CAMILLO MORIGIA 

ULTIMO DI SUA FAMIGLIA 

SI RACCOMANDA ALLE VOSTRE ORAZIONI. 

La pietà dì Barbara e Francesca sorelle dì lui, eredi 
della sua sustanza, gli eresse il bel monumento, che 
nella predetta chiesa si vede; dov'è la efiìgie del 
Morigia sculta in marmo, con elogio *' latino since- 
ro ed elegante , che ricorda a chi legge le sue de- 
siderabili virtù. 



GASPARO GARATONI 



Yerameute Gasparo Garatoni fu un valent* uomo, 
e degno che di lui si faccia onorata memoria; pe- 
rocché, quanto è ad erudizione, io tengo ch'eì non 
fosse secondo a niuno della sua età. Ma vuoisi co- 
minciare da csipo. Giuseppe Enea suo padre, di no- 
bile schiatta, seppe molto di fisica e dì matematica, 
ed ebbe in moglie Teresa dMgnazio Busetti, da cui 
nel 1747 gli nacque Gasparo. Questi , mortogli '1 par 
dre nell'adolescenza, dopo fatti i primi studi delle 
lettere in Ravenna , passò a Bologna. Quivi senza al« 
cuna intermissione diede opera ali* eloquenza ed alla 
filosofia, e sì fattamente profittò, che in età di tre- 
dici anni tralasciò di andare alla scuola. Aveva egli 
avuto da natura un' indole ferma e disposta alla vir- 
tù, ed era tocco continuamente da desiderio arden- 
tissimo di farsi nome per- opera d'ingegno. Sì che, 
itosene a Roma, dièssi a praticare co' savi, ponendo 
amore al greco e al latino idioma , e studiando prin- 
cipalmente in queir arte, che i greci critica appella- 
rono. Studio in vero difficilissimo, siccome quello 
che air acutezza del giudicio vuole congiunta e pro- 
fonda cognizione dell'antichità, e pratica degli scrit- 
tori, e delicato sentire in fatto delle favelle, e ani- 



G. GARATONI 203 

mo di fatica sofferente; le quali €ose*tutte erano a 
maraviglia nel nostro Gasparo. Ond' è che egli an- 
dava accuratissimamente investigando e raccogliendo 
le scritture de' buoni autori latini, e quelle teneva 
sempre dinanzi a sé ; ma sopra tutto ebbe carissime 
le opere di M. Tullio, che lesse e meditò lungo tem- 
po. Anzi, fatto prefetto della biblioteca barberiniana, 
ove sono codici assai pregiati delle orazioni di Tullio, 
fé' pensiero di leggerle tutte da capo, di commen- 
tarle e correggerle ne' luoghi a noi pervenuti guasti 
per la ignoranza de' copiatori : e , messa mano al 
lavoro, trentasette anni continui in quella faticosa 
opera sudò. Dal 1777 al 1788 furono stampati in Na- 
poli nove volumi delle sue latine illustrazioni, nelle 
quali col grande Ingegno e con la molta diligenza 
appare il sommo sapere di lui. E poco appresso ne 
mandava colà per la stampa il ilecimo, quando (fosse 
caso o mala invidia degli uomini) per la via andò 
perduto ; né più se n' ebbe novella. Avvegnaché que- 
sta cosa gli desse grande molestia, non .pertanto 
tenne fermo nel suo primo proposta, e si mise a 
rifare il lavoro. E ne volle avvisato il suo' Giusep- 
pino Turchi con queste parole, scritte in Roma a* 12 
maggio del 1790: € .... io sono tanto disgraziato, 
che non ne posso più. Pòrto una continua croce pe- 
santissima nel solo dover rifare 210 facciate delle mie 
note a Cicerone, perdutesi, come vi avrò detto, nel- 
r andare a Napoli per mia enorme disgrazia. MI si 
logora la salute, e '1 buon umore: non solo non ho 
voglia di scrivere , ma né pur di parlare. » La fama 
eh' egli per questa opera s' ebbe procacciata gran- 
dissima nelle lettere, non istette rinchiusa entro i 
confini d'Italia, ma alle straniere genti passando, 



19fc 



CAMILLO SPRETI 



Solea già dire Marco Tullio, quel lume della 
romana eloquenza, che se V uomo riceve dalla patria 
infinite comodità, ei debbe anche sostenere per la patria 
qualunque disagio. E questa memorabile sentenza era 
sovente in bocca del marchese GamHio Spreti, che la- 
sciolla scritta nelle sue opere, e mostrò co' fatti come 
gli fosse penetrata neir animo. Nacque Camillo a' 14 
di febraio nel 1743 del marchese Giulio e di Faustina 
Gasali romana. Il padre gli morì presto. Egli, com- 
piuti nel collegio di Modena gli studi che si conveni- 
vano al grado suo di gentiluomo , ed entrato all'ordine 
de' cavalieri di Gerusalemme, si condusse all' isola di 
Malta a farvi le carovane, e di ventun' anno tornò alla 
patria. Dove, temendo non il suo nome si rimanesse 
oscuro in tanta chiarezza de' suoi passati, seguitò a 
dare opera alle lettere, con intendimento d' illustrare, 
per quanto il comportasse il suo ingegno , la storia 
ravegnana. Né le cure di marito (da che ebbe condotto 
in moglie Gertrude Rossi, di casa nobilissima) né V af- 
fetto a' figliuoli poterono scemargli punto di questo 
suo ardcntissimo amore. Ai 27 maggio del 1799 entra- 
vano i tedeschi in Ravenna, capitanati dal colonnello 
De Grill : poco dopo creavano una reggenza provin- 



m^ 



e. SPRETI ^ ^ 195 

ciale, e n'era eletto a presidente il eav. Camillo; il 
quale non molto dipoi, per cagione di sanità, quella 
carica renunziava, e poscia, pregato , per solo affetto 
alla patria, la ripigliava. Le principali magistrature, 
che di quando in quando gli erano offerte, costante- 
mente recusò , né accettolle se non allora che vide di 
poter fare alcun bene a' suoi concittadini. Mutaronsi in 
appresso le cose tutte d'Italia, ed il pontefice Pio VII 
tornando a Roma dalla Francia, ov* era stato prigio- 
niero, piegò un poco il suo cammino per visitare que- 
sta antica città; ed il marchese Spreti a' 16 di aprile 
del i814 lo accolse nel suo palagio cou isplendida 
magnificenza, lieto quanto mai dir sì possa di un 
ospite così gloiioso. Ed il papa, per dargli alcun se- 
gno di amore, lo creò suo cameriere secreto a spada 
e cappa : e giunto a Roma, lo nominò consultore della 
legazione di Ravenna nelle cose civili e criminali ; e 
per tre epistole latine il suo affetto gli raffermò. Desi- 
deroso, come dissi, il nostro Camillo d'illustrare le 
antiche cose della patria, ridusse in vulgare la istoria 
latina di Desiderio Spreti, uno de' suoi maggiori ,*" in- 
titolandone la stampa all' altezza di Carlo Teodoro 
duca di Baviera; ed aveva in animo di continuarla a 
modo di annali insino a' suoi ^\, né so perchè non 
mettesse poi ad effetto il lodevole pensamento. Vi pose 
bensì delle note, ed una giunta di meglio che cinque- 
cento iscrizioni copiate dai marmi : trascrisse quelle 
che leggonsi ne* volumi dell'Appiano, del Rossi, del 
Grutero, del Doni, del Gudio, del Reiuesio, del Fa- 
bretti, del Muratori, e molte ne raccolse da due ma- 
noscritti antichi. E tutta questa grande congerie d'iscri- 
zioni ei divise in tre classi, e ad ogni classe pose copio- 
sissime note a foggia di commenti , tratte dalle opero 



ao6 



PAOLO COSTA 



Paolo Costa fu prosatore, poeta, filosofo gran- 
de;^' e vuoisi assimlgliare a que* rarissimi ingegni, 
che, nudrìti di virile sapienza, e non contenti di vulgar 
lode, aspirarono a sublime e durevole &ma con opere 
di assai beneficio ammortali. Ond'è che la patria si 
onora del nome di lui; ed io, giusta il mio proposito, 
mi farò a discorrere sommariamente i particolari più 
notabili della sua vita, con la quale porrò fine a que- 
sto libro de' ravegnani illustri. 

Domenico di Nicola Costa, nobile ravegnano, tolse 
a sua donna la contessa Lucrezia Ricciardelli faentina, 
ed infra gli altri figliuoli ebbe di lei questo Paolo, di 
che ora ragiono; il quale nacqne a dì 13 giugno 
del 1771, un poco dopo la levata del sole. Lascio 
stare la puerìzia di lui, che rade volte quella età è 
degna di memoria, e dico solamente ch'egli era te- 
nero fanciulletto quando fu posto nel collegio della 
patria, dove stette dieci anni; nel quale spazio di 
tempo poco altro fece che leggere le poesie del 
Frugoni e Virgilio recato nelF idioma italiano, avendo 
del latino pochissima conoscenza. Uscito poi del col- 
legio, e preso amore alla poesia, si diede a for vei*si, 
che furono molto lodati dagli uomini di que* dì ; la 



P. COSTA 207 

qual cosa gli crebbe animo. Ma egli sentì tosto il bi- 
sogno di essere aiutato a ragionare dirittamente; per- 
chè si volse a cercar le opere de' filosofi, e fu sua 
grande ventura che gli venisse alle mani la logica 
del Condillac, che con somma diligenza meditò; ed 
alia luce di quel vero parve che la sua mente tutta si 
rischiarasse. Poscia gli entrò in cuore un grande de- 
siderio d'ire allo studio di Padova, allora fiorente 
d' uomini prestantissimi. Ed il buono e prudente pa- 
dre, veduto che '1 figliuolo dava speranza di sé, fu 
contento che seguisse le inclinazioni avute dalla na- 
tura. Ito dunque a Padova, fu ammaestrato dallo 
Stratico nelle cose della fisica, e udì eloquenza dal 
Cesarotti, che spiegando a' suoi discepoli le bellezze 
di Omero e di Ossian, aveva levato grandissimo grido 
per le terre italiane. Dopo tre anni tornò a Raven- 
na, la quale si reggeva a popolo, essendo mutata per 
la venuta de' francesi la forma dell'antico governo. 
La sua virtù gli aperse la via agli onori: fu fatto cit- 
tadino moderatore, e posto a sedere nello scanno de' 
magistrati; le quali cariche tenne con decoro, e da 
uomo onesto e da bene. Accadde indi a poco che 
le armi tedesche cacciarono i francegi di quo; onde 
Paolo si riparava a Bologna. Queste cose ho io rac- 
colte da quel suo carme indiritto al conte Giovan An- 
tonio Roverella, nel quale lasciò testimonio della sua 
vita; e piacemi di recar qui gli stessi suoi versi, ac- 
ciocché chi non avesse ancor letto cosa di lui, vegga 
con quanta nettezza e gagliardia di stile sapeva que- 
st' uomo esporre i suoi concetti : 

.... A magre scuole 
Nudrlf la mente; selle lunghi verni 



208 P. COSTA 

Porsi le orecchie pazienti indarno 
Ai precettor latini, e a me trilustre 
Parver Virgilio e Fiacco arabi e goti. 
In sa r aprii degli anni alto desio 
Di gloria m' arse, e alle antenoree mara 
Per vaghezza di lauro e mirto io corsi. 
De' Bardi '1 canto dagli euganei colli 
Agli orecchf mi venne, e rozza lira 
Temprai all' arpa caledonia. O folle 
Pensieri squalide rupi, orridi boschi. 
Precipitosi rapidi torrenti, 
Ciel nubiloso, duri petti, atroci 
Alme simili al loco, ond' ebber vita, 
Obietti son, che mal si affanno ai dolci 
Campi, air àer sereno, ai miti studi 
Di questa molle Italia! e pur, lasciate 
Le rive d' Arno, i giovanili ingegni 
Correano insanamente a cercar fiori 
Per la Scozia sassosa, ed io con loro 
Opra e sudor perdea. Quando suir Alpe 
Spiegato air aura il tricolor vessillo 
Attonite mirar V ausonie genti, 
E sanguinosi '1 Po, l'Adda, il Ticino 
Abbeverare i gallici cavalli ; 
AUor lascio la Brenta e al patrio Viti 
Ritomo.^Oh tempi miserandi ! oh cieche 
Umane menti I libertade è frutto. 
Che per virtù si coglie : è infausto dono. 
Se dalla man dello straniero è pòrto! 
I depredati campi, i vóti scrigni 
Piange il popol deluso : ira di parte 

I petti infiamma : ad una stessa mensa 
Seggon nemici '1 padre e '1 figlio : insulta 

II fratello al fratello : ascende in alto 
Il già mendico e vile , e della ruota 
In fondo è posto chi ne avea la cima : 



P. COSTA 

A slranìo ciel fuggon le Muse ; io piango 
La mal concetta speme , e nel Cataro 
Leggo fati più ìniqai ; indi i ciTìli 
Odi' e della Romagna il tempestoso 
Cielo fuggendo, qui, dove d'appresso 
Della torre maggior la Garlsenda 
S'incurva, in lieto e Gdo porto approdo. 

Ho detto che furono cacciati i francesi di qua : ag- 
giungo ora eh' e* vi tornarono in breve, e che *1 no- 
stro Paolo fu da capo chiamato ai publici offici. Poco 
innanzi a questo tempo, e nella fresca età di ventisei 
anni, condusse in moglie unt giovane costumatissima, 
della casa de* conti Milzetti, di nome Giuditta, dalla 
quale non ebbe figliuoli. Era già cominciato il re- 
stauramento <}elie lettere italiane, essendo manife- 
sto a ciascuno com' elle nel passato secolo fossero 
scadute ed invilite. E questa lode della spenta bar- 
barie e della ravvivata gentilezza del dire è da con* 
cedere a que* pochi , che primi entrarono la buona 
via. Né ultimo fra questi fu *1 Costa, il quale avendo 
ripigliati gli studi poco fa interrotti, e stretta amistà 
cogli eccellenti ingegni del Palcani, dello Strocchi, 
del Giordani, del Montrone, accortosi dell* errore, si 
dipartì dal mal cammino de' corruttori , e ponendo 
continuo studio nelle mirabili opere de* nostri clas- 
sici, acquistò sapere ed arte di scrivere. Fatto del 
collegio elettorale, fu a* comizi cisalpini in Lione ; e 
di là tornato a Bologna, ivi si usò negli studi, e venne 
a quella perfezione del senno e del giudìcio, a che 
rade volte veggiamo giugneregli uomini. Fu^publico 
professore ne* licei di Treviso e di Bologna : poi tenne 
catedrà nella propria casa; e noi abbiamo che ap- 
presso lui , per la fama della sua dottrina, ed anco per 

n* 



210 P. COSTA 

guadagnarsi titolo d'allievi della sua scuola, si ra- 
gunavano i più nobili de' giovani italiani. Infra i quali, 
a numerarne alcuni, fu'l conte Antonio Papadopoli, 
che raccolse le memorie della vita del suo maestro ; 
e Cesare Matte! , che quanto vivo lo amò, tanto ora 
lo piange morto , e procaccia con tutto il suo potere 
di apparecchiargli splendido e durevole monumento. 
Una delle poesie del Costa, che vuole essere qui ri- 
cordata per la prima, sono le stanze, con che de-' 
scrisse le principali sculture insino allora compiute 
dall'immortale Canova; le quali furono impresse 
del 1809, per festeggiare lo sperato avvenimento di 
quel grande nella, città di Bologna. E fa veramente 
finzione poetica sì bene iroaginata, e con descrizioni 
evidenti e versi nobilissimi, che quel sottile giudicio 
di Pietro Giordani ebbe a dire : « non essersi invano 
da lui invocato al suo cantare il genio dell'Ariosto. » 
Poi, tre anni appresso, allorché '1 conte Giulio Per- 
ticar! sposava in moglie la figliuola di Vincenzo Monti, 
levò al vero Giove un inno^ che risplenderà lungo 
tempo fra le cose più belle dell' italiana poesia, anzi 
fra quelle che più sono vicine alia eccellenza de' greci 
e de' latini. E quando le statue antiche, già locate 
nel museo di Parigi, furono restituite all'Italia, ei 
fece uscire il canto del Laocoonte, con che, entrando 
nel concetto dello scultore divino, mirò ad imprimere 
negli animi l' affetto dei terrore e della compassione; 
e mirabilmente vi riuscì. Intorno a questi tempi es- 
sendo il nostro Paolo preso da tanta noia e melanco- 
nia, che quasi voleva rompere in mezzo gli studi, 
per cagione della perversità di certi ignoranti, invi- 
diosi ed ipocriti, i (Juali facevano ogni sforzo di oscu- 
rare la chiarezza del nome suo; il Perticari, che aveva 



P. COSTA 211 

ripiena l'anima della sapienza di lui, e l'amava di 
verissimo amore, gli scrìsse una epistola, nella quale 
sono queste parole di molto soave conforto : & fisci 
della tua tristezza : e pensa che devi vivere per la 
gloria, e non per questa maladetta canaglia di vivi, e 
degli avversari d'ogni bene* Imitiamo gli antichi cri- 
stiani, che si gloriavano nello scandalo della croce. 
Sono di presente gli studi lo scandalo degl'igno- 
ranti. E noi gloriamoci in questo beatissimo scan- 
dalo, che ci frutterà '1 cibo della mente, che è 'l 
primo bene delta vita : e la buona fama , eh' è una 
seconda vita dopo la morte. Tutte le altre cose sono 
misere, vili, minori a te: lasciale dunque, o guardale 
solo per ispregiarie: e ricordati che tu devi molto al 
tuo nome, e all' onore di questa povera Italia : e che 
sarebbe gran colpa, se ti rimanessi da' tuoi studi. 
Non dar questo trionfo a gente che troppo ne ride- 
rebbe: e che la si debbo punire facendola rodere 
eternamente d' invidia. Chi vivea più travagliato del 
tuo Àllighieri ? Componiti a quello specchio : ed usa 
della tua bile, non per morderti la lingua e tacere, 
ma per versarne sulle carte quanta puoi, e quanta 
l'iniquità degli sciocchi 'l permette. )» Così '1 Perticari. 
Onde Paolo si attenne al consiglio dell'amico, e 
. scrisse pòi alcune prose e poesie, in che le parole 
agguagliano lo sdegno della sua mente: ed è fra 
queste un sermone contro gì' ipocriti, che a me pare 
assai bello; e tengo opinione che s'egli avesse vo- 
luto mettere più di sovente l' ingegno in questa ma- 
niera di poetare, sarebbe gito del pari al Gozzi e 
agli altri più lodati maestri. Trapasso alcune altre 
sue rime, che videro la luce in Firenze del 1830; le 
quali tutte per la bontà loro troveranno sempre gra- 



212 P. COSTA 

zìa dinanzi a quelli, che della poetic*arte hanno 
intelletto e sentimento. E vep^o al suo pregevole 
libro della elocuzione; ragionato non da meschino 
retore, sì da filosofo profondissimo ; nel quale l'au- 
tore s' è messo dentro le ragioni più intime de' poeti 
e degli oratori, ed in poche carte né ha dato pre- 
cetti utilissimi, cavati dall' indole dell'intelletto e del 
cuore umano: e può dirsi, lui avere in questa sua 
opera i più nobili ingegni degli antichi non solamente 
pareggiati, ma superati. Le quali lodi come sieno 
vere Io mostra il pregio in che è tenuto questo suo 
libro presso i cultori delle buone lettere, e le molte 
edizioni che se ne sono fatte in parecchie città 
d' Italia. Essendo poi '1 Costa intento sempre ai bi- 
sogni della sua nazione, e veggendo che le stampe 
del vocabolario italiano fatte dagli Academici della 
Crusca e dall'Alberti e dal Cesari noii avevano po- 
tuto appajg^are il desiderio comune, venne in pen- 
sic^ro di farne una ristampa egli stesso : e perchè la 
compilazione di un vocabolario è opera da molte 
menti e da molte braccia, tolse a compagni nell'ar- 
dua fatica alcuni valentuomini; e senza punto sgo- 
mentare mise mano al lavoro, che fu intitolato 
all' illustre autore della Proposta, Vincenzo Monti. 
Questa opera, partita in sette volumi, ebfie comin- 
ciamento nel giugno del 1819, e fu compiuta nel 
luglio del 1828 ; e noi diremo per amore del vero 
eh' ella riuscì migliore delle precedenti, essendo che 
assai amende vi furono fatte, sì nelle definizioni e sì 
ne' vocaboli, molti de' quali, specialmente pertinenti 
alle scienze e alle arti, furono per la prima volta 
notati: ma è lontana dalla desiderata perfezione, 
come lo stesso Costa con ingenua schiettezza con- 



P. COSTA 213 

fesso. A questi gravi lavori (dilettando anche nelle 
cose degli stadri variare) altri ne interponeva di 
più ameno argomento, traducendo a gara con quella 
anima gentilissima del conte Giovanni Marchetti le 
odi di Anacreonte. Yentidue sono le odi vulgarizzate 
dal nostro autore con maestria non picciola; e la 
quarta parve al eh. Salvator Betti incomparabile ver- 
sione, anzi « la più bella e perfetta cosa che abbiano 
dettata le grazie italiane a concorrenza di ben tra- 
durre le greche. )» E poiché siamo a dire delle tradu- 
zioni di lui , è da aggiugnere eh' egli ebbe recato 
in politi versi italiani la Batracomiomachia, poema 
antichissimo, che per la bontà dello stile fu reputato 
da molti opera di Omero. Tradusse similmenle il canto 
decimo delle Metamorfosi di Ovidio, quasi perchè si 
vedesse ch'egli avrebbe saputo dare all'Italia una 
versione pari in bellezza alle lodatissime del Caro , 
dello Strocchi e del Monti. Distese in prosa una come- 
dia , il cui subietto è tolto da una novella narrata nel 
Gii Blas, romanzo celebre del Le Sage, e fu rappre- 
sentata nel teatro di Ravenna la notte de' 24 novem- 
bre 1825 : nella quale rise la stoltezza di coloro, 

. . . che van di non sua lande alteri, 
E '1 gran nome di loro antica gente 
Yantan plebei nell' opre e ne' pensieri. 

Compose in egual modo la Properzia de' Rossi, azione 
tragica, posta pur essa su le scene ravegnane a' 25 
agosto del 1828. E verseggiò una tragedia, formata 
alla similitudine del Don Carlo dello Schiller, di quello 
Schiller, che, a giudicio dello Schlegel, è *1 vero fon- 
datore dell'alemanno teatro. E continuando le sue fa- 
tiche, commentò la divina comedia dell' Allighieri, di 



214 P. COSTA 

di cui scrìsse anco la vita : e questo suo commento 
raccoglie tutto che di buono nelle altrui chiose si 
trova: chiarisce alcuni luoghi che rimanevano oscuri : 
è scritto con brevità ed eleganza; né raffredda T animo 
di chi legge con amore il sacro poema. Dettò l'elo- 
gio del Perticar!, e fece uua novella, appellata Deme- 
trio di Alodone, « esemplari (così '1 eh. B. Gamba) dì 
favella eulta e immaculata. » Ma con che degne lodi 
potrò io ricordare il suo discorso della sintesi e del- 
l' analisi? Avevano di questa materia scritto molto 
oscuramente gl'ideologi prima di lui, ed egli seppe 
ordinare i suoi pensieri, ed esporli con tanta chia- 
rezza, che certo questa aurea scrittura (che anco i 
francesi hanno voluto recare nella loro favella) du- 
rerà sempre come testimonio del suo sottile ingegno, 
e della lucidezza della sua mente nelle cose più 
astruse della filosofia; e sarà di non picciolo giova- 
mento a coloro che studiano alle scienze < astratte. 
Con queste ed altre opere, ch'io non ho ricordate, 
aveva il nostro ravegnano fatto celebre il suo nome 

] dentro l'Italia e fuori, quando giunse l'anno 1831. 

! È noto quali politiche vicende avvenissero a questo 
tempo, e come alcuni, eh' erano caduti nella disgra- 
zia del governo papale, andassero esuli in diverse 
parti del mondo. Fu di questi sventurati Paolo Co- 
sta, il quale nella età di presso a sessanta anni, ed 
afflitto dal male della pietra, si partiva d' Italia con 
infinito dolore; ed imbarcatosi con la donna sua, 
prese il cammino alla volta di Corfù, dove in pochi 
giorni approdava. Essendo il suo nome giunto anche 
in quelle contrade, vi fu accolto da tutti gì' isolani 
con indicibile allegrezza; ed i più notabili cittadini, 
anzi i magistrati stessi del luogo, furono alla casa 



P. COSTA 215 

di lui in segno di reverenza. Ivi prese ad instruire i 
giovani in quella filosotia, alla quale per assai lungo 
spazio della sua vita aveva dato opera ; e lasciò scritto 
eh' ei si reputerebbe fortunato, se venisse giorno che 
i discepoli della sua scuola potessero <: coli* esempio 
delle virtù loro far vergognare que* ciechi, che '1 
male generato dair ignoranza e dall* errore attrìfiui- 
scono alla sapienza. » Ed a questa novella patria, 
a questa antica madre dell' italico sapere, che di si- 
curo e lieto ricovero gli fu generosa, lasciò un te- 
stimonio durevole del suo tenero affetto, intitolando 
alla gioventù delle isole ioniche 1* ideologia, com- 
posta da lui alquanti anni prima del suo sbandimen- 
to. Nella quale mostrò l' origine d' ogni sorta d* idee: 
dichiarò la natura del ragionamento, e fece cono- 
scere qual sia*l suo potere, e quale il suo limite: 
procacciò d' indicare il modo, onde si possono aiutare 
ed accrescere le forze mentali, sì per lo conoscimento 
del vero, sì per Y esempio delle arti. E tutta questa 
dottrina da lui stabilita è della scienza ideologica so- 
lido e verace fondamento.** Nel mentre che questa sua 
opera si veniva stampando, fosse che queir aria non 
gli conferisse molto, a'I sostenuto disagio del navi- 
gare avesse accresciuta la sua mala disposizione, in- 
fermò; e come potè riaversi alquanto, desiderò di 
rivedere Y Italia, tenendo a simiglianza delFÀllighieri 
per incomportabile cosa Y esilio : onde scrìsse agli 
amici, i quali si adoperarono in modo, che gli ot- 
tennero il ritorno. Quando seppero i corfioti ch'ei 
si partiva, molto se ne dolsero. Lo pregarono: gli 
piacesse rimanere con esso loro; e a ritenerlo gli 
offerirono onori e catedra con provisione annuale di 
settecentoventi scudi. Egli mise innanzi a tutto la sa- 



216 P. COSTA 

iiità sua, e piuttosto convalescente che sano, mon- 
tato in nave , salpò. A' 24 maggio del 1832 era in 
Ancona; e di qui scrisse alla madre ch'ei tornava 
per riposarsi alla sua villa *^ (che aveva in luogo 
ameno, detto il Cipresso, non molto lungi da Bolo- 
gna), ed ivi attendere con pace agli studi sino alla 
morte. In altra lettera de' 17 giugno, inviata alla so- 
rella, sono queste parole : e II mio esilio è stato un 
vero trionfo, poiché, come dissi a nostra madre, sono 
stato onorato da tutta la Grecia in modo particola- 
re... Io ne ringrazio Iddio che ha voluto premiare la 
purità delle mie intenzioni, e le fatiche che ho du- 
rate negli studi. Ora mi sono messo in riposo, e 
penso soltanto a ricuperare la sanità, e le mie cure 
non sono inutili, perciocché... l' appetito é ritornato, 
e coir appetito le solite forze e '1 buon colore del 
volto, di* era sparuto e magro. Questi cibi, que- 
st'aria, la vista lieta di questi colli, la compagnia 
degli antichi amici hanno operato ciò che non po- 
terono le medicine; e anche di questo ne ringrazio 
Iddio. » Quando tiel suo campestre ritiro, e quando 
nella città conduceva Paolo i suoi ultimi anni : e per- 
ché quel suo ingegno, né per la età né pel malore 
che/1 cruciava di continuo, non erasi punto indebo- 
lito; anzi pareva pigliar forza e vigore; compose 
parecchi opusculi, che tutti vennero in fama. Scrisse 
del mesmerismo, e l' ebbe per una vanissima super- 
stizione. De* moderni classici e romantici le buone e 
male qualità dimostrò. Ne' colloqui con Aristarco con- 
futò una opinione delFab. La Mennais; ed intorno a 
questa operetta così leggesi in una sua lettera al- 
l' egregio traduttore di Tibullo e di Properzio, mar- 
chese Antonio Cavalli: « lo non scrivo per adulare 



P. COSTA 



217 



alcuno: scrivo per la verità. Dica il mondo quello 
ciie vuole: la mia coscienza è pura, e le mie ra- 
ioni sono di tal peso/clìe saranno, quando che sia 
ler essere, conosciute. > Combattè alcuni prìncipi 
i quali sono fondate le teoriche dell'Hume, del 
lìd, del Kant e di altri filosofi» Fece un'appendice 
ideologia, nella quale disse contro la sentenza 
»» Rosmini, che aveva tolto a screditar le dot- 
dei Locke e del Condillac, ed a recare a nuova 
1 sistema delle idee innatCi *^ Propostomi* dì es- 
, taccio le lettere al Ranalli, al Biondi, al 
lì; ma non posso passare sotto silenzio l'epi- 
Gesare Mattei, uè i quattro sermoni sovra 
Tai^B^oetica, dedicati a Giordano de'. Bianchi mar- 
Montrone; nelle quali poesie è vivezza 
i, j^erità di precetti, leggiadria di stile, ar- 
vìgliosa. In questo meano Pietro Flacca- 
ifo, aveva preso a stampare in Parma le 
*' del nostro autore, da lui stesso emen- 
erano già usciti tre volumi contenenti le 
osofia, allorché '1 mal suo inveterato non 
do più pace, ed avendogli presso che con- 
forze, si mise in letto> dove assalito da pun- 
issimo statuì di farsi cavare la pietra, e 
dolore o la vita. Il dì 20 dicembre del i836 
[ letto una lettera alla sorella, nella quale 
sua deliberazione; e eh' ci s'è acconcio 
a, e messo totalmente nella clemenza di 
in fine soggìugne: « o ci vedremo presto 
nei^Bterial corpo in Ravenna, o in ispirito in para- 
li dimani, verso le dieci ore del matino, ve- 
chirurgo, non die' Paolo alcun segno di tur- 
nto, così che quelli che in lui conobbero sempre 

19 



218 P. COSTA 

una certa natura timida e paurosa, forte maraTigliaro- 
no. E mentre il ferro entrava nelle carni, non diede 
un grido, non mise un lamento, né con altro segRo 
mostrò di risentirsi; ma la ferita fu così acerba, 
che *1 fé' cadere in deliquio. Soccorso, tosto si rieUie: 
domandò più volte e volle vedere la pietra, eh' era di 
straordinario volume. Tutti furono presi da grande 
allegrezza die *1 ta^io fosse stato così felice: ma 
ohimè eh' ella tornò subito in pianto ! Un mortifero 
sopore si diffundeva in quel corpo caduco e sfinito, 
né giovavano più gli aiuti né i ristori dell' arte salu- 
tare. Insin ch'egli non perdette il conoscere, por- 
geva conforto a* congiunti, àgli amici, a' discepoli, die 
stavano taciti e mesti intorno al suo letto. Li prq^- 
va: tenessero memoria di lui, non dolorosa, ma lieta: 
avessero in pregio le più sante fra le cristiane virtà. 
Così diceva, quando ad un tratto gli vemie manco 
la voce, e parve rapito nelle sue profonde speculazió- 
ni. 11 dotto p. d. Paolo Venturini, die V amico suo 
non aveva abbandonato mai, rinforzò la parola, pre- 
gando il Signore che ricevesse suo spirito. Sonava 
l'ora undecima della notte, ed egli era già entrato ndla 
eternità. Allora si levò un pianto per tutta la casa : 
la moglie dì lui in tanto dolore, in tanta afflizione, 
in tante lacrime rimase, che non sarà mai pm conso- 
lata. Il suo corpo fu con modestissima pompa con- 
dotto alle esequie, e trasportato al publico cimitero, 
dove ebbe riposo. Questa fu la vita di Paolo Costa, so- 
stenitore ddle lettere e degli studi italiani, maestro 
sommo della razionale filosofia. La natura lo aveva 
dotato dì forte e facondo ingegno; lo studio g^i diedo 
la dottrma; l'osservazione de' buoni autori, il giudi- 
cìo: l'eserdzio, lo stile. Fino alle estreme giornate 



P. COSTA 519 

della sua Tìta e co» le parole e con gli scrìtli sì ado- 
però di mettere nel cuore degli uomini V amore della 
sapienza, Fodio dell'errore; ed in piccioli volumi 
diede all'lUdia grandi e pregevoli cose. Teneva: essere 
ufficio principalissiAio del filosofo cercare il vero, pur- 
gare i costumi, indirizzare le volontà umane al vi- 
vere onesto e pacìfico. Fu da alcuni, ignoranti e indi- 
screti, tacciato d' esser nemico al buon nome italiano, 
e dì tarpar l'aliai genio, cioè agi* ingegni, per aver 
lui voluto dimostrare che la ragione umana è pre- 
scritta fra certi confini. Questa cosa gli cagionò affanno 
e travaglio grandissimo; se non che la speranza di 
far giovamento all'universale gli era dì molto con- 
forto nelle sue trìbulazioni, e sclamava sovente : Verrà 
tempo che '1 vero sarà manifesto, e si dirà eh* io ebbi 
combattuto Y errore. Le grandi (Qualità di quest'uomo 
furono accompagnate da alcun difetto: non era forte 
a bastanza da mantenersi sempre quello in tutti gli 
avvenimenti: ne' domestici ragionari sentenziava alle 
volte inconsideratamente, e provocato a disdegno 
usciva in troppo acerbe parole. Con tutto questo 
però la sua mente fu sempre lontana da invìdia, da 
odio, da ogni malvagio desidèrio. Fu ascritto in molte 
academié, e chiesto a professore in città precipue 
dell'Italia. Ebbe bel numero di onoratissimi amici: 
sovra gli altri portò singolare affezione al Perticar] , 
al Marchetti, al Pieri, al Farìni, all' Ahgelelli, al Ta- 
nari, al Fortìs, al Valorani; ed a* suoi concittadini 
J. Landoni, A. Cavalli, A. Cappi,*® S. Fabri; ed a 
que'lumi delle romane lettere, il Betti, il Biondi, l' Ode- 
scalchi, il Muzzarelli. Fu di giusta statura, di membra 
robuste e nervose, di volto non bello, ma avente 
un che di ragguardevole, come può vedersi nella 



320 P. COSTA. 

effigie che ci è rlmasa di lui. Le sue lodi sono state 
raccolte da Ferdinando Ranalli In un elogio breve 
schietto elegante, il quale assai meglio che queste 
mie umili e disadorne parole farà manifesto a* futuri 
quanto grand' uomo sia stato a' suoi dì Paolo Costa. 



221 

ANNOTAZIONI 



* Il Tiraboschi è stato veramente un po' troppo se- 
vero nel giudicare 1* opera dell'Anonimo ravennate,. e al- 
cuna volta anche ingiasto: et Lo incolpa di aver detto che 
le Alpi greche (graia) sono una città. L'Anonimo, nel passo 
citato dal Tiraboschi, egli stesso dice : juxla Àìpes est civi- 
ta$ qum dieilur Graia; vicino alle Alpi v'ha una città 
chiamata Greca. Il che è assai diverso. » In oltre et ... per- 
chè r Anonimo di Ravenna l' abbia copiata (la carta pett- 
tingerìana), come lo incolpa il Tiraboschi , è bisogno che 
esso Anonimo abbia viaggiato in Alemagna, e siagli ca- 
duta nelle mani cotale carta, il che non può nò asserirsi 
nò negarsi ec. » Vedete la storia della letteratura itaUana 
di P. L. Gìnguenò, trad. dal prof. B. Perotti. 

' L' epitafio che '1 Damiano fece a so stesso , e che 
non fu mai sculto sovra il suo sepolcro , com'egli deside- 
rava, ò questo: 

QUOD . NtNC , ES . FVJMVS . lE^S . QVOn . SVMVS . IPSE . FVTVRVS 

HIC . SIT . NVLLA . FIDES . QVA^ . PERITVRA . VIDES 

FRIVOLA . SINCERIS . PRAECVRRVNT . SOMNIA . VERIS 

SVOGEDVNT . BREVIBVS . SAEGVLA . TEMPORIBVS 

VIVE i MEMOR . MORTIS . QVO . SEMPER . VIVERE . POSSIS 

QVIDQVID . ADEST . TRANSIT . QVOD . MANET . ECCE . VENIT 

QVAM . BENE . PROVIDIT . QVI . TE . MALE . MVNDE . RELIQVlT 

MENTE . PRIVS . CARNI . QVAM . TIBI . CARNE . MORI 

COELICA . TERRENIS . PRAEFER . MANSVRA . CADVCIS 

MENS . REPETAT . PROPR1VM . LIBERA . PRINCIPlVM 

SPIRITVS . ALTA . PETAT . QVO . PRODIT . FRONTE . RECVRRAT 

SVB . SE . DESPICIAT . QVIDQVID . IN . IMA . GRAVAT 

SIS . MEMOR '. ORO . MEI . CINERES . PIVS . ASPICE . PETRl 

CVM . PRECE . CVM i GEMITV . DIO . SIBI . PARCE . DEVS 

Ì9* 



222 ANNOTAZIONI 

' In Fescamp, città di Francia nella Normandia, mori 
GioTannelliiio, come abbiamo detto, nel 1078, a'22 di fé- 
braio; e fa sepelito nella cappella di s. Giovan Battista 
con questa iscrizione: 

HIC . lÀJCWr , ANTE . OMNES . PIVS . INNOCWSQVE . IOANNES 

CVIVS . CORPVS . HVMYM . MENS . TENET . ALTA . POLVM 

REXIT . GVILIBLHO-. PBIMO • MORIENTB . SECTNOYS 

HOC . NOSTBVM . PAAILI • STEMMATE . COENOBIVM 

* Giannozzo Manetti cosi scrisse di Gaido Novello : 
a Dantes igitur Apennini montibns soperatis Fhuniniam 
contendìt. Ea forte tempestate Guido Noyellus Ravennae 
caeteraram urbium eius provineiae vetustissimae praesi- 
debat, vir in omni doclrìnarum genere prae caeterisprìn- 
cipibus eruditus. » £ noi vogliamo anco dar lode al buon 
ravegnano dell' aver accolto il principe degl' italiani poeti 
nella patria nostra, quando andava qua e là per le con- 
trade d' Italia, fnendicando sua vita a frusio a frutto. E sia 
pur lode al nostro Domenico Mezzano, che fu de' primi a 
commentare la divina comedia; e a Taccio dal Corno, il 
quale si adoperò alla difesa di esso Dante con Jacopo Maz- 
zoni da Cesena suo amicissimo. 

B L' epitafio del Tombesi fu trasportato dalla chiesa di 
8. Nicolò air oratorio di s. Carlino , ed è questo : 

TCMfBESlTS . OVIRLINTS . EBAT . PATBIAQ . BHAYBNNAS 

INCLYTVS . EOO . NOTVS . ET . HBSPBBIO 

PBAEFEGTYS . PEniTVM . FIOYS . YENETIQ . SENATVS 

BOBYR . EBAT . PISIS . EXTITIT . YNA . SALTS 

QVI . MAGNYM . ALGIDEM . SYPERASSET . ET . HECTOBA . DYBYM 

SEU . PATER . OMNIPOTENS . TRAXIT . AD . ASTRA . YIRYM 

A . S . M . D . I . YII . K . MAH 

STE . G . FR . AERE . &YO . P. 

ANT . BONF . CAR . 

' La famiglia Calvi è la stessa che quella de'Guiccio- 
li,' anche oggi fiorente. Yeggasi'l libro intitolato: Monu- 



ANNOTAZIONI 223 

menta genealogica nohilis famiiim ravennalis de Guicciolis , 
qui et Caltanei de Dulia » et Girondini , el Calvi, nec non 
GuizoUseu Visoli appellali fuere. Il eh. G. A. Testa in più 
luoghi della sua insigne opera delle malatie del cuore fa 
molto onorevole ricordanza del nostro Calvi. 

^ Le parole di lode, che *l Bergere ha trìbiiite al no- 
stro Calvi per la sua opera delle romane antichità , sono 
queste: « In figoris plurfum folioram Romam depictam 
publicarunt praeter alios M. Fabios Calvus ravennas , qui 
Rufi et Yictoris XIIII regiones secutus Romam exhi- 
bnit XIIII foliis, seu figuris, quarum unaquaeqne snam 
continet regionem separatim cum omnibus aedificiis sacris 
et profanis, publlcis et privatis, quae in unaquaque re- 
gione fuisse ex historiis constai. Has XIIII tabulas sepa- 
ratas si quis ordine conjungat, et connectat, non putem 
ullam fere aliam figaram, quae nobis exactius, fidelius et 
melius veteris Romae summom decorem , et splendorem 
sit exhìbitura, et ostensura. » 

Mi è dolce cosa il ricordare che un altro celebre ra- 
vegnano vivente, il prof. Luigi Rossini, ha publicato con 
le stampe molte sue belle incisioni di romane antichità. 

^ Marco Dente fu lodato da Benvenuto Cellini , dal 
Vasari , dal Tiraboschi e da altri. Il nostro Vincenzo Car- 
rarì nella orazione in morte di Luca Longbi lo disse « in- 
tagliatore di maravigliosa, anzi unica eccellenza, come si 
può conoscere per la carta degF Innocenti , e del Paride 
di Rafaello da Urbino; alle quali co' suoi intagli aggiunse 
di modo vaghezza e bellezza, che fin qui non si è trovato 
alcuno, che di gran lunga se gli avvicini, non che lo pa- 
reggi, e fu ammazzato, con gran perdita di quell'arte, nel 
sacco ultimo di Roma ec. » Altro ravegnano, di nome Sil- 
vestro, fu valente in quest'arte dell'intagliare; di cui ab- 
biamo una bellissima slampa in rame, che rappresenta il 
trono di Nettuno. E vuoisi anco dire, che insin dal 1245 



22iS^ ANNOTAZIONI 

la città nostra ebbe dato air Italia Tinventore delle stampe 
in legno. Vedete il trattato della incisione in legno del 
Papillon. 

' DI Nicolò Ferretti abbiamo a stampa na libro , cbe 
ha questo titolo: De ele^ntia lingtiae lalinae servanda in 
episiolii et oralionibuB amponendU, praecepla sumpia ex 
auetorihus prabalUsimU: etiam de cùmpotilione omnium 
praepotUionum latinarum et earum significalUme, Fa im- 
presso in Forlì del 149({, per op^ra e spesa di Paolo Goa- 
rìni de' Gnarini forlivese, e di Giovanni Jacopo de' Bene- 
detti bolognese. Libro rarissimo , stato ignoto sin qui a 
tqtti gU scrittori di cose ravegnane.. 

*^ Al sepolcro del cav. Gnidarello Goidarelli dicono 
fo^se posta questa iscrizione: 

STEMMA . DOMYS . PATRIAE . NITOR . ATQYB . ILLYSTRIBVS . ACTIS 
CLARV$ . ET . INSI6NIS . HIC . GVIDARELLE . lACES 

La bella statua in marmo, cbe lui morto ci rappresenta, 
vuoisi opera del ravegnano Giacomello Baldini , scultore 
egregio, ma vinto a questi di da altro, ravegnano, il prof. 
Gaetano Monti, morto in Milano pocbi anni fa. 

" Fra' quadri di celebri autori, che adornano il deli- 
zioso palagio de'marchesi da ^agno, posto all'ameno colle 
di CaslelvecchiQ, il sig. Giuseppe Palazzi , publico retore 
in Savignano, dice che merita ipeciale rieardaxione una 
tavola antica rappresentante Nostra Donna col divin Pargo- 
letto e s. Giovanni^ originale heUissitno del fiondinelloy di- 
scepolo del Bellini. 

" Infra le lettere del card. Jacopo Sadoleto si legge il 
breve ch^ papa Leone X scrisse al nostro de' Rosi l' an- 
no ltfi7y ringraziandolo de) dono fattogli di codici ra- 
rissimi. 



ANNOTAZIONI 225 

*' Questo pieloso caso è descrìtto nel canto Y, e co- 
mincia alla stanza 2i: ce Giace in Romagna ana città fa- 
mosa. » Fu dipinto da Sandro Botticelle fiorentino nelle 
case de' Pucci, in quattro quadri di piUura molto vaga e 
beìlay secondo il giudicio del Vasari. A di nostri è stato 
messo in elegantissimi versi italiani dal cay. Dionigi Stroc- 
chi e dal prof. Paolo Costa. 

** Questa contrada prese il nome da Girolamo Guac- 
cimanni , detto 6<rolto, il quale ivi avea le sue case. Se- 
condo che scrive il Tomai , fu Girotte un magnifico ìtomo , 
e visse al tempo di Bernardino Gatti, che lo ricorda nelle 
sue poesie. 

^^ Parecchi scrittori fecero ricordanza onorata del 
nostro Cosimo Magni nelle opere loro, e quasi tutti , non 
so '1 perchè, hanno errato nel nome. Il Giovio lo dice 
Ostasio; il Coronelli, Lorenzo; Leandro Alberti, Cosmo di 
Magna, 

^' Di ^esta Slalua ecco quello ch'io ho trovato scrìtto 
dal Malaspina nella Guida di Pavia. £i dice: che nella 
piazza situata fra la catedrale e '1 palazzo vescovile, detta 
la piazza piccola, era collocata una Statua equestre di 
bronzo, appellata Regisole, la quale rappresentava un impe- 
ratore romano, da alcuni creduto Lucio Vero, da altri 
Antonino Pio o Marc'Aurelio. Secondo lui, era lavoro me- 
diocre de' bassi tempi , probabilmente tolto a Ravenna sotto 
il regno de' goti o de* longobardi: e crede che dal gesto 
della^ano. destra il popolo ignorante raffigurasse in lei 
l'imagine di Giosuè che ferma il sole, e perciò la chia- 
masse Regisole, — Questa Statua fu atterrata » distrutta 
nell'invasione francese del 1796, come dice il Malaspina; 
e come racconta anco il Botta nella storia d'Italia all'anno 
sopra detto con queste parole: « Già i pavesi medesimi 
irritati ad un piantamento di un albero della libertà , che 



226 ANNOTAZIONI 

dagli amatori del none fraBcese si era Catto slitta piazza , 
con atterrare anche nd fiotto medesimo una slatna eque- 
stre di bronzo, che si credeva antica, e di on imperator 
romano, sì erano sc^leTatì la matina dei ventitré maggio, e 
correvano la città armati e fàribondi. Era la pressa gran- 
disuma svila piazza. » 

" Dieci erano i cancelli, o le porte di bronzo, che 'I 
valor ravegnano tolse e ritolse a' qoe' di Pavia. Ora se ne 
conserva uno solo: gli altri (stoltissimo consiglio l) fareno 
dis&tti per rifondere le campane del publico. Sotto questo 
avanzo, che vedesi nella prima sala del palazzo del co- 
mone, è scritto cosi: 

EX . PORTIS . AENEIS . lYRE . BELLI 

TICINO . OLIM . BWLSIS . A . RAVENNAT 

PATRIAMQ . DENTO . ADVECTIS . CASSARE 

GROSSIO . DVCE . JLfOXO . MDXXVHI 

*^ Da qaesti versi del cavalier Pomponio Spreti si 
raccoglie che '1 Loijghi, nella dipintura delle nozze in 
Cana di Galilea, ritrasse esso predetto cavaliere in mezzo 
di sé e del figlìaolo Francesco: 

In quelle illustri nozze 

Di Cana in Galilea , 

Ove tante alme bea 

L'alta presenza del Figliuol di Dio, 

Fra '1 tuo Francesco e mio, 

A canto a te, per più, Luca, onorarne, 

Degnasti di ritrarrne. 

*^ Volendo esser breve, non ho ricordato altri dì- 
pinti del Longhi, che sono in Ravenna e fuori: ma Tamico 
mio, sig. conte Alessandro Cappi, secretarlo della nostra 
Academia di belle arti, ha già recata a fine la sua Uhi- 
strazione di tutti i principali dipinti del Longhi; opera di 
molto pregio, la quale si va ora stampando in Ravenna 



ANNOTAZIONI 227 

con isplendore tipografico, e adornamento di tavole in 
so '1 rame e in so l' acciaio. 

'^ Barbara Longhi nacque nel ltf52: mi è ignoto 
l' anno della saa morte. Il Vasari scrisse di lei , che es- 
sendo ancor picciola fancioUetta disegnava molto bene, ed 
avea cominciato a celarire alcuna com con assai buona 
grazia e maniera. È par ricordata con lode dal Lanzi, dal 
Ticozzi e da Ambrogio Levati; il quale, nel dizionario 
delie donne illustri, dice: « Non ci rimane di questa va- 
lente artista che un solo quadro esistenle in Ravenna: 
ella segui lo stile di suo padre^ che era stodlato molto e 
preciso. In una orazione tenuta in lode del padre , inedi- 
ta , ma letta dal Lanzi, si trovano le laudi anco delia 
figliala Barbara, cbe si dice aver usate idee dolci , varie 
e granose, forte impasto di colori, simde a quello d'Inno- 
cenzo da Imola, benché men grandioso. » 

*^ L'iscrizione, posta al sepolcro del Longhi, è 
questa : 

n . o.M 

LYCAM . LONGVM « PICTQRBM . HOC . TV 
MYIX) . AD . SErfTLTVRkU . DATVM . MI 
RATVm . IflRABITVRQ . MON . RAVENNA 
SOLVM .QVAE. PATRIA. EST . SED . PICTO 
RVM.TOTA . rrALIA . COETVS .CVI . PICTO 
RES . QVOSQ . OPTÌmOS . SVA . VIRTVTE 
RESTITUISSE . DVM . VIXIT . VISVS . EST 
NVNC . SVBLATVM. EX . OCVLIS . LVGENT 
DVMQ . ERIT . PICTVRAE . SENSVS . LVGE 
BVNT. VIXIT. AN.LXXIII .BfEN .VII.OBIIT 
AN . A PARTY . YìBGl . CI9I0XXC. MENSE 

SEXTILI 

FRANGISCYS . ET.BARBARA.PICTORES. ET 

VINCENTIYS . FILII . PATRI . OPTIME 

MERITO . PP . 



238 ANNOTAZIONI 

E questo si fa l'^afio^ che detto '1 Garrarì: 

VUTORES . CIVE5 . VE , AVT . ADYENAE 
CELEREM . YOSTRVM . SISTITE . GRESSVM 
QVI . SIM . VEL . FVERIM . DVBITET . NEQVÌS 
AVT . QVAERAT . MEA . HEIC . CVBANT . OSSVA 
SI . NOMEN . LVCAS . LONGVS . ARTE . PICTOR 
HCX: . NESCII . NE . ESSETIS . VOLEBAM . MODO 
IN . REM . YESTRAM « ABITE .FESTINI . ET VALETE 

**. L'invidia fa sempre nemica della virtù: onde non 
è da fare le maraviglie se 1 Bossi, dotto nomo e virtuoso, 
ebbe degli emali invidiosi della saa bella nominanza , i 
qoali però non gli poterono naocere mai \ ed egli se ne 
vendicò dispregiandoli , e tacendo affatto i nomi loro nella * 
soa istoria. A questi emnti invidiosi allude il sonetto della 
Rasponi, ed il «ffgaento epigramma del nostro Francesco 
Gorelli, cognato ed amico al Rossi per tutta la vita. 

In Historiam Hieronymi Rubai. 
Dicite , praestantes cives , prò munere tanto , 

Qui vostrum scripsìt maxima facta patrum, 
Praemia quae Rubèo faerint , qui claret in omni 

Yirtute, et claris nobilitatus avis? 
Non statuae aut arcus (homlnum haec monumenta priorum), 

Sed summis tantum quae venit, Invidia. 

^ Al sepolcro della Rasponi, nella oggi disfatta chiesa 
di s. Andrea, era posta questa iscrizione: 

D . o . M 

FELICIAE . RASPONAE . RARISSIMAE . FEMINAE 

QVAE . PRVDENTIA . ET . rVDlCIO . SVPRA . SEXVM . SlNGVLARI 

CYM . HVIVS . COENOBII . ABBATISSAM . II . GERERET 

NON . ABSQVE . INGENTI . ILLFVS . lAGTVRA . ET . OMNIVM. MOERORE 

OBIIT . V . NON . QUINTIL . M . D . LXXIX 

VIXIT . ANN . LVI 

** La prima opera che di Marco Bussato si vedesse 



ANNOTAZIONI 229 

alle stampe, è la Praiica ùtomki deU' innestare gU arbori. 
Ravenna, Cavaxza, 1<(73. 4. fig. Filippo Re ne ha aTvisaU 
che questo a primo opuscolo non è che una parte del- 
l' ctpera seconda (il Giardino di agricoUnra), stampata di- 
cianov' anni dopo la prima. » 

*' II Boterò si sdegnò un pocolìno eh' altri avesse vo- 
lato fare una giunta alla sua opera ; e cosi scrisse nel li- 
bro. Delti e faUi memorabili ecNapoHy 1674: « ApoUinare 
Calderini, che ha stampato bon so che Aggiunte, mal a 
proposito, alla mia ka^ont^di tiatOy propose al granduca 
di Fiorenza Francesco oc. » - 

*' Il card. Marc' Antonio Franciotti luc(hese fu fegato 
di Romagna nel 1640 e 41. Tomano a molta sua lode que- 
ste parole, che di lui scrìsse il Pasdini nè'vAoi Lustri ra- 
vennati: a II Cardinale legato (M. A. Franciotti) riflet- ^ 
tendo essere necessaria alla nostra città una librerìa pu- 
blica, chiamò avanti di sé molti cittadini più prudenti per 
consultare il modo e la maniera che si doveva tenere , e 
fu concluso di erìgerla nel luogo nel quale ora si giuoca 
alla racchetta, esibendo il medesimo legato una éerta 
somma di denaro per dar principio alla compra de' libri. » 

''Parecchi valenti medici hanno, dopo ilZavona, 
trattato di questa materia; ma sopra gli altrì il dottor B. 
Boussiron nella sua operetta, Dell* azione del tabacco sulla 
salute ec, , tradotta in italiano, e stampata a Livorno del 
184tf. 

^ Di questa deplorabile inondazione è ricordo negli 
storici nostri , il Fabri, il Pasolini, il Fantuzzi; e per en*- 
tro il tempio di s. Vitale si legge questa memoria: 

DE DIE XXVIIl MAH MDCXXXVI 

NEC SACRIS PAECENS RVIT VNDA HVCVSQ. VIATOR 

MOLLITER VT lACBANT FLVMINA NOSTRA ROGA 

20 



230 ANNOTAZIONI 

** Questo hrwe fa inserito dal Fabri nella efemeride 
sacra «d istorìca di Ravenna antica, a e. 72. 

^ 11 Negri è Teramente il primo viaggiatore italiano, 
che sìa ito peregrinando sino al Capo-Nord. Nelle parole 
che vanno innanzi al suo Viaggio settentrionale, dice egli 
stesso: « Trentanni sono scorsi, da che io giunsi di ri- 
torno in Italia, cioè nel 1066, e tre altri avanti io aveva 
cominciato a scrivere la mia relazione della Scandinavia; 
però se alcuni dopo quel tempe hanìio stampato prima di 
me cose concementi a questo particolare, io aveva discorso 
e scrìtto prima di loro.» Erra dunque chi ha asserito che '1 
cav. G. Acerbi, il quale fece il suo Viaggio al Capo-Nord 
nel 1709, fu '\ primo italiano che sia giunio a vedere m 
propri occhi cotesla uMma parte della boreale Europa. Vedi 
r Antologia df Firenze, agosto 1832, a e. 26. 



'^ Sempre a quel ver, e' ha faccia di menzogna, 
Dee r uora chiuder le labra quaot' ei puote, 
Però che senza colpa fa vergogna. 

Dante, Inf. e. XVI. 

'* Allorché '1 celebre Montfaucon venne a Ravenna , 
fu a visitare il nostro Negri, e cosi lasciò scritto di lui nel 
suo Diario italiano: <c Die septembris teriia (1698) d. Fra»- 
ciscum Negrium, ravennensis cujnsdam ecclesiae euraium, 
ut vocant, invisimus: erat ille senex vir bonus et candi- 
dus, sine fuco et fallaciis more majorum: qui diu peregri- 
natus, maximeqoe in septenlrionalibus plagis, itinerarium 
ac descriptionem paraverat illarum regionnm, quam cum 
typis dare coepisset extìnctus morbo est. Is in borio suo 
rosam arix>rem ostendebat, in cujus ramorum ambra ho- 
mines plus quadraginta consistere possunt: strobilos item 
servabat, seu pinea poma, ex quorum meditullio emerge- 
bat surculus, cui alii strobili adnati. » 



ANNOTAZIONI 231 

^ Il Gamba, nella Serie dei leali di lingua (quarla 
edizione), cosi ragiona di questo Viaggio del Negri: a Sono 
otto langhe lellere scritte sin dall' anno 1666 , che con- 
tengono una minata relazione in ottima dizione ejHstolare 
dei viaggi dall'autore stesso fatti in Lapponia e nella 
Scandinavia, con notizie curiose che risguardano i costumi 
de' Lapponi, de'NorvegI, de'Danesi, degli Svezzesi, e di 
altri popoli settentrionali. » 

^ Marc' Antonio Ginanni è l' autore dell'irle dei Bla- 
9aney citata dal Gamba ne' suoi Testi di lingua con queste 
parole: « In quesl'ojtera, nel suo genere magistrale, stanno 
in ordine alfabetico indicati i nomi italiani dell' arte bla- 
sonica, ed ha al fine un dizionario alfabetico dell'arte 
araldica, francese e italiana, e poi altri tre indici. Ha dato 
una decorosa illustrazione di questo lavoro il Lami nelle 
Nùv. lelUr. fiorenL an. 17ft7 , e. 433, e 1761, e. 17. » 

*' Per un saggio del poetare latino del Pinzi metto 
qui questo epigramma di lui , che si legge a e. 21 della 
sua dissertazione de' nummi ravegnani: 

De Sacello Gallae Placidiae. 
Ardua quae surgil gelidis spectanda sepulcris 

Et circum tristi fronde revincta Domus; 
Aogustos cohibet manes, queis Roma triumphos 

Detulit: heu clneres quam brevìs urna tegit! 
Heic spectanda Parens,* jacet beic " generosa Propago , 

Occidui heic " Frater jam caput Imperii. 
Quare age lacrimulis tumulos consperge Viator: 

Ni facias, dura durior es silice. 

^ <x II Trattalo delle malatie del grano ec. ha assicu- 
rata all' autore (Francesco Ginanni) l' immortalità , e gli 

* Placidia. 

' Valenlinianus III. 

' Honorìas. ' 



232 ANNOTAZIONI 

acqaiglò gli encomi dì HaUer, che lo antepose a quello di 
Tillel sallo stesso argomento. » Filippo Re. 

# 
*^ « Qoesta stona costò air autore (Francesco Ginanol) 
nno studio indefesso di molti anni , ed usci in luce postu- 
ma, fi ricca di notizie sacre e profane, e di curiose ossero 
razioni sui naturali prodotti del territorio Fayennate ec. » 
B. Gamba nella Serie dei testi di lingua. 

^ II Lovillet è una maschera oscura, che gira perla 
republica delle lettere. Parecchi ravennati pretendono 
d'averla perfettamente riconosciuta , e descrivendone gli 
abiti e le fattezze, la dicono ammantata di nero, e tutta 
simile a quella di cui cantava il poeta di Venosa al Y 
de' suoi sermoni: Eie niger est, hune tu. Romane, caioelò. 
Cosi '1 Gamba Ghiselli nella sua diatriba' su vari punti 
d' istoria ravennate posti in dubio dal Lovillet. 

'' « Nel quindicesimo e nel sedicesimo secolo i fioren- 
tini fecero parecchi tentativi per ottenere dai cittadini di 
Ravenna un tesoro (le ceneri di Dante Allighierì) , che 
dopo si lungo tempo impararono ad apprezzare; ma i ra- 
vennati, che lo avevano in ogni tempo tenuto in gran 
conto, resistettero alle loro instanze: quindi è che rima- 
sero mai sempre fuori della sua patria le ceneri di un 
grand' uomo, ch'ella (Firenze) non ^ppe in vita onorare, 
come meritava, e che desiderò invano di possedere dopo 
la sua morte. » Cosi '1 Ginguenò nella storia della lettera- 
tura italiana. 

'^ Vedete più avanti in questo volume la Lettera al 
sig. conte F. L. 

^* Pietro degli Onesti, cognominato il Peccatore, fu 
uomo di angelica vita: fondò la chiesa e '1 monastero di 
A^ Maria in Porto sul lido adriatico, a due miglia da Ra- 



ANNOTAZIONI 233 

venna; e v'ebbe il sepolcro, cbe ancor si vede, con que- 
sta iscrizione : 



HIC . SITVS . EST . PETKVS . PECCANS . COGNOMINE . DlCTVS 

evi . DEDIT . BANG • AVLAM . HERITORVM • CONDERE . CHRISTYS 

ANNO • MILLENO • CENTENO . DEBITA . SOLYIT 

IN • PECIMOQVE . NONO . DEFVNCTVS . CORPORE . DORMIT 

QVARTO • KALENO . APR1LIS 



DIi; AVTEM III • JYL . MDGCXXI . RECOGN 

CORAM ILLVSTRISSIHO AC REVERENDISSIMO 

ARCHIEPISCOPO CRISPO PR 

EX ROGITV D . PETRI MALANDRÀ 

*' Malta, voce latina, significa stuoia; e l'usavano i 
trecentisti, come si vede in questo passo : a E allora quelli 
istesono una matta in un cantoncello, perch'egli vi si ripo- 
sasse e dormisse. (Vii. ss. Padri, voi. 2, a e. 21 ; Mila- 
no, 1830.) Onde Casa-malta varrà quanto Casa fatta o co- 
perta di stuoie ; e tali dovevano essere negli antichissimi 
tempi le case de' nostri pescatori. 

*' Questo elogio, od inscrizione, fu dettato da Gaspa- 
ro Garatoni ravegnano, dolente della morte del suo illu- 
stre concittadino ed amico ; il quale scriveva da Roma il 
di 7 marzo del 1795 al dottor Giacomo Turchi : « All'afiDi- 
zione, che mi reca lo stato del nostro Gìuseppino, si è no- 
vellamente aggiunta la morte del mio Morigia, per cui 
onorare ho scritti questi pochi versi, che non prima invio 
alle sue sorelle, che a voi, avendomi esse domandata una 
inscrizione da apporsi ad un monumento, che gli vogliono 
erigere col suo ritratto, incontro all' umìl sepolcro da lui 
voluto. Ma stiano in pace i morti.... » I versi elegantissimi 

20» 



234 AM NOTAZIONI 

del nostro Garaloni, scalti nel monumeiito del Moriva, 
sono questi! 

CAMILLl . EFFIGIES . HAEC . VIATOR . EST . MOR1GIAE 
IN . QVO . NOMEN . F AMILI AE . INTERIIT . NOBILISSIMAE 
QVOD . SVSTINERE . lAM . QVINAM . POTVISSENT . POSTERI 
POSTQVAM . SVMMARVM . TALE . HOC.SPECIMEN . VIRTVTTM . EXTVLIT 
LAYDEM . ARCHIMEDIS . ARTIBYS . PRIMARIAM . OBTIFTENS 
SOLLERS . DYMETIS . PROGREDÌ . ASPERIS • PROBLEMATTM 
ET . LITERARYM . AMBAGE . CALCVLOS . SYBDYCERE 
POTENS . AQVARVM . REGERE . ARBITRATV . IMPETYM . STO 
IDEM . MAGISTER . SVMMVS . ARCHITECTVRAE . CLVENS 
evi . FVCVM . INLWIEMQYE . ATTICO . DETERSIT . NECTARE 
NESCIRES . DOGTIORNE . BIG • ESSET • AN . MOOESTIOR 
PIVS . COMIS . BENIONVS . INNOGENS . ATQVE» . ABSTINENS 
ALIENO . SEMPER • COMMODO . OBSEQYENS • NTMQVAM . SYO 
AETATEM . MAXIMIS . CONTRIVIT . IN . LABOBIBYS 
QVIBYS . QYYM . A,CCESSIT . DIRA . MORBI . VIS . TAETERRIMI 
EXPERS . SENECTAE . FLORENS . MEDIO . IN . CYRgV . GLORILE 
LONGIS.IMMORIENS.CRYGIATIBYS.AEQYYM . ANIMVM. PRAESTITIT 
QYOS . LIBERYM . LOCO • CAELEBS . AMARAT . PAYPERES 
SYPREMIS . ETIAM . TABYLIS . MYNERATYS , LARGITER 
DYM • SE . PERTENVI . YOLYIT . TYMVLO . ABIECTE . CONDITYM 
HYMANA . QYIPPE . DYXIT . NIHILI . OMNIA '. CAELYM . ADPETENS 
QYO . NYNC . RECEPTYS . YT . SPES . EST . NIMIRYM . INTELLIGIT 
YIRTYTI . FACTISQYE . PUS . QYANTA . CONSTENT . PRAEMIA 
BARBARA . RASPONIA . FRANCISCA . PRANDIA 
FRATRI . OPT . DYLCISSIMO . B . M . POSVERYNT 
QYI . VIXIT . ANN . LI . MENS . lY . D .TT. DECESSIT . XVll 
KAL . FEBR . ANNO . AB . ORBE . SERYATO . claloCCXCY 

** Anehe Griacomo Leopardi lodò 1 Garatoni, scrìren- 
do ad A. F. Stella nel 1828 : « Il Garatoni e '1 sao Cicero- 
ne godono di un'altissima fama presso gli stranieri, i qaali 
si maravigliano del poco onore in cui si tiene fra noi la 
memoria di quell'uomo. Veramente il suo Cicerone in molte 
parti è ottimo. » 



ANNOTAZIONI 235 

^ 11 prof. Mario Pieri (Op. tom. U, e. 356) chiama il 
Costa uno de* più valenti leUeraii e /ì(ofo/i dell' Italia, forte 
propugnacolo della vera filosofia e del buon gueto iiaìiano, E 
.belle lodi gli hanno dato, come a filosofo, il prof. Giu^p- 
pe Caleffi nel suo discòrso storico-critico sulle vicende 
della filo^fia; e '1 d. Clemente Sancasciani nella sna di- 
fesa della filosofia italiana ec. 



*' Il prof. Caleffi nel suo 4^corso slorico-crilico sulle 
vicende della filosofia, stampato in Firenze nel 1837, così 
ragiona della ideologia del Costa: « Il libro che senza per- 
tinacia di sistema e senza entusiasmo di singolarità , ma 
per solo desiderio di essere utile alla gioventù , publicò 
, questo illustre ideologo (il Costa) intorno al metodo di bene 
comporre le ideCy di bene scomporle, e di significarle con vo- 
caboli di preciso valore ec, è particolarmente destinato a 
preservare gli studiosi dagli errori ne' quali caddero i filo- 
sofi del secolo andato, per non aver bene osservati i fatti , 
e secondo l'ordine loro composte le idee; e a far evitare 
quelli ne' quali cadono i moderni, che volendo colla sola 
forza della ragione travalicare il confine posto dal Creatore 
all'umano intendimento, si sforzano, per dirlo con le 
espressioni medesime dell'autore, di ricondurre gli uomini 
pel regno delle chimere. » 

*^ Il Costa descrisse in una lettera al prof. Mario 
Pieri '1 luogo preciso di questa sua villa, che i posteri vor- 
ranno vedere, come stanza che fu di tm uomo cosi cele- 
bre. Ecco le sue parole: « Se verrete a visitarmi, ed a 
passar meco alcuni giorni in qneste amene colline, io ne 
sarò lietissimo. Il mio casino è a un miglio e mezzo fuori 
della porta detta di s. Mamolo salendo la collina dopo 1 
due ponti, atta seconda chiesina che si trova sulla salita. 
Per questi indizi potrete trovare il luogo senza che altri 
ve lo insegni. » 



236 ARNOTAZIONI 

^ Un oerto sig. V. T. non si è vergognato di scrìvere 
e pablicare : che « il nooyo ideologo (il Costa) fece una ri- 
trattazione della sua dottrina materialistica ed arretrata 
d' un secolo, appena il Rosmini gliene mostrò l'assurdo ed 
il vano. » A questa temeraria ed ingiusta asserzione ha 
fatto convenevole risposta il prof. Calefl9 nel citato suo di- 
scorso: e non sarà forse discaro a chi legge eh' io riferisca 
qui le sue stesse parole: « Quanto poi alla supposta ritrat- 
tazione che si pretende aver fatta delle proprie dottrine , 
appena il Rosmini gliene mostrò V assurdo ed il vano , ba- 
sterà F avvertire, giovani amici, che '1 prof. Costa era per le 
lunghe e gravi fatiche durate nello studio dell' uomo troppo 
convinto della solidità dQ' suoi principi' per non lasciarsi 
imporre dall' autorità di uno scrittore, d' altronde di mollo 
iperito, il quale vorrebbe aborriti e proscrìtti Locke, Con- 
dillac e tutta la sua scuola per sostituire ad essi nel publico 
ammaestramento la vecchia filosofia scolastica^ il misticismo 
esattalo y e un illimilalo leocralismo. E a comprovare mag- 
giormente r assurdo di tale pretesa vi concorre eziandio 
un incontrastabile fatto, e questo si è che oltre le correzioni, 
le note e le aggiunte colle quali decorò '1 Costa la seconda 
edizione della sua opera, all'oggetto di accrescere luce e 
vigore alle sue dottrine, egli collo stesso intendimento, po- 
chi di innanzi che '1 termine toccasse della sua nobile car- 
riera, altre ne somministrò al sig. Ricordi, il quale lode- 
volmente conciliando le sue tipografiche speculazioni con 
quanto può tornare ad utile e ad onore d'Italia, ne intra- 
prese e compi di recente in Firenze la terza edizione. » 

** L' edizione delle opere del Costa fu poi fatta in Fi- 
renze del 1839 per G. Formigli e P. Fraticelli, in 4 volu- 
mi, ma non è completa , come si dice. Fra le prose manca 
la novella, Demetrio di Modone, e la molto pregevole ope- 
retta sopra il Governo costituzionale ^ che usci la prima 
volta in Bologna del 1831, e fa sabito ristampata ih Pe- 
rugia. 



ANNOTAZIONI 237 

*^ Il conte Alessandro Cappi pianse la morte del suo 
illastre amico con questi versi : 

1837. 

Quei , che d' eletti stadi era conforto 
E ne segnava la diritta via, 
Quei, che i secreti delle idee scovria 
Gol forte acume dello ingegno, è morto. 

Costa, ben troppo di salute al porto 
Presta, all'uopo comun, la tua si già 
Anima ardente: alla età folle e ria, 
O santo petto, il tuo gridar fu corto. 

Gridò parola di bel vero amica, 
Né ai pia tal parve ; ipa farà ragione 
Un'altra etade cui fia questa antica. 

Qui un monumento non gli sia tardato, 
Che accenni, o patria, a quale il piò qui pone, 
Che ai figli egregi non hai spirto ingrato. 



EL06I DE6L' ILLVSTia ITALIANI 

ANTONIO CESARI 

GIULIO PERTICARI 

CESARE ARICI 



241 

ANTONIO CESARI 



Torrò quest'oggi a sabietto del mio ragionare, 
uditori umanissimi/ le lodi di queir illustre veronese, 
il quale avendo trovato a' suoi dì 'l bellissimo e dovi- 
ziosissimo idioma italiano ' malconcio e imbastardito 
per modo, ch'era in sul perdere le fattezze natie, egli, 
finché ebbe spirito di vita, col suo esempio e co' suoi 
ammaestramenti si affaticò alla grande opera di rimetr 
terlo in fiore, tornandolo all'antica semplicità e leg- 
giadria. So io bene che parlo a giudiciosi e gentili 
ascoltatori, cui non fa punto d' uopo U ricordare come 
il dettar con bell'arte, anziché una vanità, secondo 
che tengono gl'infingardi e gli sciocchi,' sia piuttosto 
un bisogno continuo della vita civile* Lasciando dun*- 
qne a parte quistioni sì fatte; che son già state discorse 
e dibattute da dotti e ciliari ingegni; entrerò a dire 
di Antonio Cesari, cioè di queir illustre veronese, che 
dianzi ho nominato. £ quantunque non pochi eccel- 
lenti scrittori abbiano prima di me celebrato questo 
insigne ed animoso lombardo, sì che meglio far non si 
possa, non vorrete voi, o ravegnani, avere per teme- 
rarie e per vane le umili mie parole, le quali son 
vòlte ad un fine, ch'essi per avventura non ebbero; 
come in su '1 chiudere di questo mio ragionare, por- 
gendomi cortesi la vostra attenzione, vi sarà manifesto. 



242 A. CESARI 

Sempre ch'io ritorno col pensiero al Cesari, su- 
bito mi corre allamemorìa il dottissimo Pietro Bembo, 
onore e lume delle italiane lettere nel deciraosesto se- 
colo; e parmi di vedere fra questr due valorosi gran- 
dissima la sìmiglianza. Studiatori ambidue, ne' primi 
lor anni, della greca lingua e della latina : cultori delle 
Muse, comechè non a bastanza caldi '1 petto di quel 
fuoco che vuol poesia: compositori di gravissime prose^ 
per nobiltà di pensieri e purezza di stile lodate : risto- 
ratori delki ornata e dc4cissima nostra favella ne' tempi 
della sua maggior corruzione. Solo in una cosa dissi- 
miglianti, che 4 Bembo visse una lunga, felice, splen- 
didissima vita alle corti de' principi, ed ebbe, premio 
di onorate foticbe, la porpora de* cardinali: il Cesari 
per contrario condusse quasi tutti i suoi giorni umile- 
mente e poveramente nella Congregazione de' Padri 
dell'Oratorio, nella quale entrò a' diciott* anni; e non 
pervenne mai (né punto li ambi) a gradi di onore pri- 
vilegiato, avvegnaché ei ne fosse molto ben degno. 
Ma in questo, ch'é '1 più, sìmigliantissimi, dell'aver 
con le opere dell'intelletto fattosi un nome, eh* anco 
nella memoria de' lontanissimi posteri sarà glorioso. 
E per ridurre questo discorso al mio proposito, dirò 
in prima delle opere che '1 Cesari diede alla luce: poi 
toccherò le sue opinioni in fatto della nostra favella: 
da ultimo ragionerò alcuna cosa de' suol costumi, e 
della inopinata e pietosa sua morte. 

Ho detto ch'ei fu studioso di greco e di latino; e 
questo si pare anche da* suoi vulgarizzamentl: impe- 
rocché dal greco trasportò nell'italiano l'Apologetico 
del Nazianzeno , e l'inno di Callimaco su i lavacri di 
Pallade; e dal latino (oltre ad aver composti in quella 
lingua carmi, iscrizioni ed elogietti di squisito sapore) 



. A. CESARI 243 

recò in versi italiani le odi con una epistola e tre sa- 
tire di Orazio, e da Catullo la Chiomardi Berenice; ed 
in prosa la Imitazione di Cristo del Kenipis, le comedìe 
di Terenzio, la Miloniana e presso che tutte le lettere 
di Cicerone. Le quali versioni se non furono egualmente 
commendate, nondimeno il libro del Kempis è una 
delle più eleganti prose uscite sul finire del passato se- 
colo; così la lingua vi è tutta pura, tutta graziosa, 
tutta gentile. E le comedie di Terenzio basterebbero 
sole a fargli etema la nominanza; per che '1 Giordani, 
dopo di averle lette: « Mi par, disse, d'intendere il 
latino quanto T italiano : e appunto per questo affermo 
che in questa traduzione (muoia io se mai vidi cosa 
più originale) trovo per tutto un'anima, una vita, un 
calore, un moto, che non mi mostra il testo. ^ Ed alla 
sentenza dì un tanto conoscitore del bello, nessuno 
vorrà contradire. Alla qual traduzione accrescono pre- 
gio grandissimo, pare a me, le morali postille, che 
l'accompagnano sempre, dove son pur notate le gra- 
zie e le veneri di nostra lingua, e toccati ì vantaggi 
eh' ella ha in alcune cose sovra della latina. 

Buon verseggiatore fu anco il Cesari, non poeta, 
nome donato a molti, meritato da pochi; e di lui ab- 
biamo a stampa meglio che un volume di rime tra 
tra gravi e piacevoli ; e sono specialmente lodati alcuni 
capitoli per una certa vivacità e nerbo dantesco, che 
ci si sente. Nelle prose però fu de' primi del suo tem- 
po, e indarno il vorranno contendere gì* invidiosi o i 
maligni; così sono elle candide schiette soavi, e ricor- 
dano la ^semplicità amabilissima degli scrittori nostri , 
che diciamo del secol d' oro. E se nella sua disserta- 
zione sopra lo stato presente della lingua italiana ei 
pose alcune sentenze ^ che dispiacquero a qualche va- 



2U A. CESARI 

lentuomo, tuttavìa fu quel lavoro meritamente coro- 
nato dair Academia italiana di scienze, lettere ed arti; 
tanto belle osservazioni e ragioni contiene queir ope- 
ra. E siccome nella dissertazione si studiò di mostrare 
h scadimento della lingua italiana, eia vera sua for- 
ma e naturai indole rimettere in luce; così nel gentilis- 
simo dialogo delle grazie , che le venne appresso, ebbe 
in animo di continuare e compiere quel lavoro, met- 
tendo in mostra le più care eleganze di essa lingua, e 
facendone avvisar il pregio e sentir la bellezza. E 
questo diss' egli nel proemio al suo dialogo, deside- 
rando che quella operetta potesse fare agli studiosi 
qualche prò. Né manco bello è *1 suo ragionamento, 
con che tolse a difendere lo stil comico de* fiorentini; 
e molto è pregevole la lettera al prof. Algarotti, mo- 
strante il modo di apprendere con facilità '1 puro Idio- 
ma italiano. Alle quali scritture vuoisi aggiugnere l'An- 
tìdoto a' giovani per guarentirli dalle novità pur in 
opera di lingua; operette care e preziose, che tutte 
dovrebbero iindar sempre in un volume congiunte. 

Ma che è a dire di quel grande, faticoso, peno- 
sissimo lavoro, come si fu*l Vocabolario della Crusca, 
da lui fatto ristampare in Verona dal 1806 al 1811 
(sotto gli auspizi felici di Eugenio Napoleone, che te- 
neva la vece del re), con giunta e sopraggiunta di circa 
trentamila tra voci e modi di vario significato, come- 
chè non tutti trovati da lui, ma in parte raccolti dalle 
carte di Girolamo Lombardi, di dementino Vannetti 
e di Paolo Zanotti? Dirò solamente che se'l Cesari 
peccò nel registrare parecchi vieti e morti vocaboli , o 
come che sia storpienti e deformi, gli sì voleva perdo- 
nare il lieve fallo al molto amore della sua lingua, ed 
alla buòna volontà di giovare al suo paese; anzi era 



A. CESARI 245 

da essergli grati del non poco di buono che mise per 
entro a quella opera sua. E dovevano acquistargli gra- 
zia, e muovere l'animo de' suoi acerbissimi censori 
queste parole, con che egli, dopo chiesto scusa a' let- 
tori di tutti gli sbagli che ci potesse aver presi, e pre- 
gatoli di volerli donare alla malagevolezza dell'opera 
ed alla debolezza sua, così diede fine alla prefazione; 
parole troppo notabili e troppo vere: « Io desidero» 
che questa, qualunque siasi opera mia, metta negV ita- 
liani spiriti tanto di buon zelo ed amore per la bellis- 
sima loro lingua , che con magnanimo ardore si met- 
tano a coltivarla, e renderla nelle loro scritture vie più 
gloriosa: e giacché questa è '1 migliore ornamento 
d' Italisi, che nessun le potè o le potrà tórre, se ella 
per viltà vergognosa non lo rifiuta; non vogliano ce- 
dere a' forestieri la gloria d'averci- spogliato anche di 
questo bellissimo patrimonio; del quale tanto si pre- 
giarono la Grecia ed il Lazio, che per questo solo la 
loro gloria, anche dopo la perdita dello stato e del regno 
sopravive immortale: né lascino andar le cose sì a 
rotta, che gF italiani non sappiano più parlare la pro- 
pria lingua, né debbano esser di qui a poco più intesi 
dagli scrittori e maestri della medesima, che la resero 
co* loro studi celebrata e chiara per tutto il mondo. > 
Stampò anche un trattatello su la ragione del bello 
poetico; e veneratore dell' Allìghierì, dimostrò in parec- 
chi lunghissimi dialoghi le bellezze della divina come- 
dia; che quasi tutta avea a mente; il che pur valse a 
diffondere negl* italiani l'amore a quell'altissimo ed 
unico intelletto, ed alla buona poesia. E l'opera di lui 
fu degna di lode, se bene ad alcuni non sieno parati 
sempre veri i suoi giudici, e lo stesso Cesari confes- 
sasse d'aver commessi non pochi errori. Ma bene il dirò 

21* 



2&6 A. CESARI 

primo de* novellatori moderni, essendo che le novelle 
di lui possono andar con quelle de* migliori del buon 
secolo, massime le publicate dopo il 1810; le quali o 
trattino argumenti piacevoli o gravi, care ti riescono 
e graziosissime sempre. E la Luisa passa tutte le altre, 
sì pe* colori e lumi deli' eloquenza, sì per la tenerezza 
degli affetti eh' ci pose nel narrare quel caso, non fin- 
to, ma vero, e miserabilmente pietoso. E nelle biogra- 
fie chi potrà venirgli a ps^raggio? Beile le vite di Te- 
resa Saodata, di dementino Yannctti, di Luigi Gonza- 
ga; bellissima e divina quella di Cristo. E già fino 
a' suoi medesimi avversari ammirarono la eccellenza 
di questo lavoro, e l' ebbero in conto di una delle più 
nobili prose, di che si onori la italiana letteratura. 

Ed anco le molte orazioni di lui ponno essere 
modelli a chi parla al popolo dai pergami: special- 
mente quelle su la verginità, sul matrimonio, su Va- 
more del prossimo, su la dilezìon de' nemici, che ri* 
splendono non tanto per l'aureo sUle, quanto per l'al- 
tezza de' pensieri e la forza delle sentenze. E le sacre 
e morali lezioni, i ragionamenti de' fatti degli Aposto- 
li, che seguono alla vita di Cristo, le Morti de' perse- 
cutori della Chiesa, la dissertazione sopra i beni che 
la Religione cristiana portò grandissimi a tutti gli stati 
degli uomini, e finalmente il Fiore di ecclesiastica isto- 
ria sono opere, sì per la dignità della materia, sì per 
la purità, nerbo e grazia del dire, preziosissime. E a 
ravvivare sempre più l'amore del bello scrivere ne- 
gl'italiani rimise anco in luce alcune scritture di clas- 
sici antichi, lìmpide, nette e tutte fiorite di modi gen- 
tili, allora comunemente sconosciute od avute in di- 
spregio. Per che grandissime lodi si debbono al pa- 
dre Cesari dell'aver insino al compimento de' suoi 



A. CESARI 247 

giorni inteso a questa maniera di studi, che tanto giovò 
(e dica pur altri che vuole) al restauraonento delle 
buone lettere italiane; onde parmi di non averlo 
io malamente assimigliato al Bembo, e che tutta 
quanta T Italia gli debba esser grata dell' immortai 
beneficio. 

Ragionato delle opere di lui, verrò sponendo 
quali fossero le sue opinioni intomo alla nostra* 
favella. Era il Cesari fermo in questo: doversi rimet- 
tere in onore lo studio e la imitazione de* trecen- 
tisti, in soli i quali è grazia^ evidenza, proprietà, can- 
dore di voci nate e non fatte : dopo il trecento quel- 
r aurea semplicità non apparir più; e de' cinquecen- 
tisti essere in pregio maggiore quelli, che meglio 
fecero ritratto da que' primi maestri. Per lo che esor- 
tava la gioventù: avessero sempre alle roani gli anti- 
chi esemplari.* Lodevole e necessaria essere la imila- 
zione nel fatto delle lingue: mira^ero in M. Tullio, il 
quale dava continuo opera allo studio di que' vecchi 
romani, che fiorirono al buon tempo della republica, , 
Ennio, Pacuvio, Plauto, Terenzio, C. Lelio, P. Scipio- 
ne; e quanto è a proprietà andava sino allo scrupolo, 
sgridando e riprendendo il figliuolo ed il suo amatis- 
simo Tirone dell' aver abusato pur d' un vocabolo.* 
Nuove voci, con l'esempio di M. Tullio, diceva potersi 
adoperare sol quando il volesse necessità di nuovi 
trovati, ma ciò doversi fare con senno, e non essere 
dato tanto di autorità, che ai soli sperti e conoscenti 
a fondo l'italico idioma: facultà di mutar le fra», o sia 
que' peculiari modi di dire, che distinguono 1' una fa- 
vella dall'altra, non darsi ad alcuno; che per tal modo 
perderebbe la lingua le sue fattezze.* 

Queste furono le opinioni di lui , alle quali non 



248 A. CESARI 

mi pare che si possa dir contro. Ma egli non fu mai 
scrittore tanto grande, che, essendo uomo, non ca- 
desse qualche volta in fallo: e vi cadde il Cesari, ed 
anco il suo celebre avversario, Vincenzo Monti, co- 
m* altri conobbe e notò; e non per questo si meno- 
merà la stima e la reverenza dovuta ad un sommo 
prosatore e ad un sommo poeta, quali essi furono. 
Errò '1 Cesari quando disse che la lingua nostra, la 
quale si parla e scrive da tutti i dotti della nazione, si 
ha ad appellare non Ualìea, ma toscana. Errò, non 
quando nella traduzione di Terenzio, o nelle novelle, 
pose alcuni modi, che tengono un po' del basso e del 
plebeio, tolti a' comici ed. a* novellieri fiorentini, ma 
quando li adoperò nelle gravi scritture, e quando usò 
anacronismi, che disconvengono ai diversi costumi; e 
non bene se ne giustificò con l'autorità del Davanzati, 
che non sarà mai in questo reputato degno di lode. 
Ma non errò (parmi) quando, contro alla sentenza del 
Monti, tenne non essere l' uso il primo signore delle 
favelle. E diasi luogo al vero: « Nel quattrocento (di- 
ceva il Cesari), e nel secento vie peggio, i più scrive- 
vano corrotto, barbaro e falso: quello era l' uso. 
Avrebbe dunque scritto bene chi avesseli seguitati, di- 
fendendosi che così Vuso portava ? Non credo. > Né io 
pure: né '1 credete voi, o signori; perocché mi penso 
che abbiate letta la bella difesa che fece il Gozzi di 
Dante, dove appunto si dice dell' imo né più né meno 
che ci ha detto qui 'l nostro Cesari. 

Il quale fu veramente, e non senza vergogna di 
molti, avvegnaché letterati e scienziati, indegnamente 
vilipeso e straziato, ed usatagli contro , non la crìtica 
grave e dignitosa, come si dovrebbe sempre ad uomini 
diil^an merito, ma la villana e scurrile; e sopra tutto 



A. CESARI 

da quel padre Villardi, che doveva anzi aver sempre 
TaDìma piena dì gratitudine e di reverenza verso un 
tanto amico e maestro. Si cercò d'invilirlo e metterlo 
in discredito e in canzone con favole trovate a bella 
posta da'suoi nemici; di che egli se ne lamentò e dolse 
neirAntidotoJ eh* è come il suo letterario testamento, 
dettato neir agosto del 1828, cioè poco più d' un mese 
prima della sua morte. Ma degli amari scherni de' ma- 
levoli e degr ignoranti ebbe conforto nelle parole ono- 
rate de' buoni e de' saggi suoi amici, che parecchi ne 
ebbe; e quel che più mi è caro, nella nostra Roma- 
gna, dov* è ancora in pregio l'amore de' begli studi e 
de' gentili costumi. Lo difesero vivo l'Angeloni, il Pa- 
renti, il Trevisani; morto, il Bonfantì, il Bresciani, il 
Guzzoni ; e precipuamente l' abate Giuseppe Manuzzi, 
candido ed affettuoso amico suo, quanto giudicioso ed 
elegante scrittore. Se bene basterebbero i nomi di 
Carlo Botta, di Michele Colombo, di Giulio Perticari, 
che lui appellarono decoro detta nostra Italia; dette bette 
lettere ristoratore e sostegno; padre dette eleganze^ anzi 
maestro di color che le sanno. 

E qui da ultimo , a dire alcun che de' suoi costu- 
mi, ei fu sacerdote d' animo fermo e costante nel be- 
ne: libero dalle disordinate passioni: di coscienza ti- 
mida e delicata: caldissimo sostenitore del culto divino; 
e contro i vizi parlatore ardito e gagliardo. Per solo 
amore alle buone lettere italiane, non si curò molto 
di sapere le cose degli stranieri, né di erudirsi gran 
fatto nelle scienze severe , ben conoscente di quelle 
che appartengono a religioso. Ne' quali studi delle let- 
tere fu assiduo , comechè di fievole complessione, di 
poca sanità, e stimolato sensibilmente da convulsioni; 
contro le quali trovò ristoro neir estratto d' opio^el 



250 A. CESARI 

Douquct: e conta un suo diligente biografo, il signor 
Bonfanti, che giunto era a pigUame fino a venti gram 'l 
giorno, senza punto sentirne sconcerto; cosa maravi* 
gliosa e per poco Incredibile ! Quindi è eh' egli , il Ce- 
sari, soleva poi dire: a In questo mondo non fo stima 
che della grazia di Dìo e dell' opio. s Avendosi con 
parte del guadagno delle sue letterarie fatiche (che '1 
più diede a' poveri) comperato un campicello, un ca- 
vallo ed un cocchio, per questo i suoi malevoli gli 
diedero la mala voce d' interessato e di avaro ; ma è 
smentita dalF abate Trevisani , il qual disse , Y anima 
del Cesari essere stata netta d* avarìzia e d'ambizione, 
e se mai sentì al vivo alcun bisogno , fu il bisogno de* 
suoi fratelli. Negli ultimi suoi anni cercò dal viaggiare 
alcun sollievo alle tribulazioni ed alle noie della vita, 
ed una distrazione necessaria alle fatiche de' lunghis- 
simi studi; e vide, a vari intervalli, Milano, Roma, 
Firenze, Venezia , Genova , ed altre ragguardevoli città 
e luoghi di questa classica e a lui dilettissima terra. 

E nel 1828, a' iO di settembre, si partiva novel^ 
lamente di Verona alla volta della Romagna, per porre 
ad effetto il suo desiderio di venerare in Ravenna la 
tomba dell' AUighieri , ed ammirar le antidiissime e 
stupende fabrìche de' nostri templi. Trapassata Modena 
e Bologna, si fermò alcuni giorni in Faenza, dove fu 
accolto con onorevoli dimostrazioni, e visitato dagl' il- 
lustri letterati Dionigi Strocchi e Pellegrino Farini, 
eh' egli aveva in grandissima estimazione. Ai 25 prese 
la via che mena a Ravenna; ma giunto a Russi, fu cólto 
improvisamente da gagliardissima febre; nondimeno 
volle seguitare il cammino sino alla casa di campagna 
del collegio ravegnano nella villa di s. Michde, a cin- 
que miglia dalla città , per riverire il rettore Farini , 



A. CESARI 251 

che gli ebbe usata ospitai cortesia. Ivi non potendo 
più sofferire il calor della febre, si pose in letto; e co- 
mechè '1 male non paresse da prima pericoloso, dopo 
due giorni fu assalito da una sinoca infiammatoria 
così violenta , che i mediei '1 giudicaron spedito. Pre- 
sentendo il prossimo suo fine, vi si acconciò co* più 
santi e devoti affetti, e negli accesi sospiri, non po- 
tendo più con le parole, pareva volesse dire: 

Deh! chi rompe oggimai le mie catene? 
Si che fuggendo il carcere mortale, 
Voli lo spirto al desiato bene. ® 

E così stette aspettando l'ultima ora sua, che fu la 
seconda dopo la mezza notte, venendo il dì primo di 
ottobre. Tutta la vita di lui fu di 68 anni ed 8 mesi, 
essendo nato nel gennaio del 1760. 11 Farini, dolente 
a cuore di questa morte dell' uomo chiarissimo, prcH 
curò, come potè, che orrevoli gli fossero fatti i fune- 
rali nella parochial chiesa della villa; poi '1 suo corpo 
fé' trasportare a Ravenna con molta solennità, e dar- 
gli sepultura in s. Romualdo. ' 

Piansero le italiche e le latine Muse al suo tumulo 
conversi di Dionigi Strocchì, di Francesco Guadagni, 
di Giuseppe Antinori , di Cesare Bresciani, di Beunassù 
Montanari, di Bartolomeo Gualtieri; e fu chi scrisse: 
<i[ Letto di morte più magnifico e pomposo , frequenza 
di popolo più commosso e devoto, sepolcro più sauto 
avrebbe appena dato Verona al suo cittadino bene- 
merito, quanto al suo ospite diede la pia e gloriosa 
Ravenna, i^^^ Le quali parole, o ravegnanì, e le lodi 
del Cesari da me toccate in tutto il mìo discorso, a 
questo fine sono rivolte, di richiamarvi alla mente la 
vostra gentile promossa. Voi della morte di quel gran- 



252 A. CESARI 

de, come di un publico danno vi siete doluti, e, gene- 
rosi, decretaste alla sua spoglia un decoroso e nobile 
monumento : — Surga, diceste, un tronco di marmo- 
rea colonna: pósi su quello il busto delF illustre de- 
funto. Una statua di donna, «mesta negli atti, simbo- 
leggiando la patria nostra, scriva in quel tronco: cbe 
al padre Antonio Cesari veronese, letterato insigne dì 
questo secolo, hanno i ravegnani posta quella memo- 
ria. — Le vicissitudini misere de' tempi impedirono 
insino a qui, cittadini, il buon nostro volere; onta 
ne farebbe chi a noncuranza tribuìrlo il volesse : ma 
poiché un principe" magnanimo e saggio, amante 
delle opere belle, premiatore della virtù, regge que- 
sta città e questa provincia; in tanta giocondezza di 
pace, in tante allegre e sicure speranze di vie mag- 
giori prosperità; ora che gli scritti del Cesari, sopra- 
stanti all'invidia, hanno trovata lode in ogni parte 
d' Europa, abbiasi qui, in questo fido ostello de' buo- 
ni, in questo suolo sacro dalle reliquie dell' AUighie- 
ri, " abbiasi '1 cenere di lui l'onore meritamente do- 
vuto. 



253 



GIULIO PERTICARI 



È Savignano una grande e deliziosa terra della 
Romagna, fra Rimino e Cesena, nobilitata assai per 
aver dato all' Italia molti valentuomini in ogni maniera 
di lettere e scienze celebràtissimi. Vuoisi ricordar 
fra' primi '1 conte Giulio Pcrticari, che fa esempio di 
buoni studi e di soavi costumi; e nelFarte dello stile 
seppe tanto innanzi, da pareggiare i più eleganti degli 
antichi jiostri scrittori , e togliere a' moderni la spe- 
ranza di sovrastargli. Laonde prendendo ora a dire di 
luì, non farò cosa discara alle anime gentili, nelle quali 
sia amor delle lettere e carità della patria. 

Andrea Perticari ebbe condotta in moglie la con- 
tessa Anna Cassi, di famiglia pesarese antica ed illu- 
stre; e da questo maritaggio nacque il nostro Giulio 
a' 15 di agosto del i779, nell'ora prima della notte. 
Avendo in ancor tenera età móstro un mirabile inten- 
dimento, ed una molto docile e quieta natura,^ i geni- 
tori ne presero le più belle e care speranze. E parmi 
eh' eglino avessero nel pmisiero di far del loro primo- 
nato un buon sacerdote; imperocché non aveva il fan- 
ciullo che otto anni, ed ei lo vestirono cherico, lo no- 
minarono canonico della chiesa di Savignano, gli con- 
ferirono la badìa di s. Egidio, padronatico della casa. 
Ppsto poi alla scuola di Eduardo Riguardi, gli furono 

22 



25<^ G. PERTICARl 

insegnati i principi del latino, nel quale fece progressi 
così grandi, che conta il Bertuccioli, lui di soli undici 
anni aver composti e pablicati alcuni versi latini, che 
diedero a vedere come avesse perspicace l'ingegno, e 
vivo e pronto l'imaginare. 

E come fu ne' dodici anni» il padre lo mise nel 
collegio di Fano ad apparare umanità e retorica. Egli 
è qui a dolere che quel suo grande ingegno non tro- 
vasse in queste scuole un avviamento migliore; es- 
sendo che i precettori di que'dì, lasciata la cara sem- 
plicità degli antichi scrittori italiani, andavano dietro 
a parole e modi licenziosi e bastardi, togliendo il tu- 
mido e 1 falso in luogo del nobile e del vero. Mentre 
era quivi alio studio, inferno del male di sqninanzia, 
e fu presso a morire; ma poi riavutosi , andò a stare a 
Pesaro, dove il padre aveva casa e privilegio di cit- 
tadino; e questo avvenne in su 'I finire del 1796. In 
Pesaro diede opera alla filosofia sotto la disciplina del- 
l' ab. Antonio Colli , che la insegnava, publicamente 
nelle scuole del seminario. Poscia nel vegnente anno 
fece ritorno al suo luogo natio; e non avendo avuto 
mai l'animo alla professione sacerdotale, svestì gli 
abiti da cherico, e quel titolo di abate e di canonico 
renunziò. Il governo nuovo lo elesse tosto a magistrato 
della patria; né andò guari ch'ei fu fatto del consi- 
glio, ma la troppo giovane età gli era un Impedimento 
ad ottenere la carica ; se non che la reggenza impe- 
riale di Ravenna, a rìsgnardo del sapere di lui, rafr 
temperava le leggi. Ebbe anche un grado onorato di 
milizia, quantunque l'anima soavissima di questo t)uon 
romagnuolo non fosse disposta alle armi, sì alle let- 
tere. Quivi instituì academie: procurò che si murasse 
il publico teatro; e mise in onore l'arte dramatica, 



G. PERTICÀRI 255 

secondo V intendimento del sommo tragico asti- 
giano. 

Era il novembre del 1801 , ed ei si partiva alla 
volta di Roma insieme con Bartolomeo Borghesi, 
grande maestro di antichità. In Roma prese cono- 
scenza delle arti belle: si applicò alle matematiche: 
attese alla giurisprudenza, e n'ebbe Tonor meritato 
della laurea: si erudì in ogni varietà di scienze. E la 
poesia, detta da lui un benedetto conforto delle umane 
miserie, gli era a sollievo di tante occupazioni gravis- 
sime. Iva sovente recitando nelle ragunate d' Arcadia 
egloghe e idilli,' trattando subietti teneri e delicati. 
Publicò alcuni poemetti pieni, di belle imagini, come- 
che non corretti nello stile, che poscia nella matura 
età disdisse per suoi. E ad allegrare le brigate degli 
amici cantò alcuna volta nobili carmi improvisi; nel 
quale esercizio eragli per lo più compagno il cav. Luigi 
Biondi, il marchese Giancarlo di Negro, e quella bel- 
lissima edottissima giovinetta, Isabella Pellegrini,' 
la quale presa dell'amore di Giulio, e non potendo 
patire di star lontana da lui, cadde in tristezza e morì. 
Quanto valesse il Perticar! in quest' arte dell' impro- 
visare , lo mostra un suo canto sovra V amore di Ero 
e di Leandro, il quale levò tanto grido fra quelli che 
l'udirono, ch'ei medesimo se ne piacque: ma poi, 
cresciuto negli anni, e freddato un poco quel caldo 
giovanile, lasciò affatto quest^arte, e quasi dalle Muse 
si fu dipartito. 

Nel 1803 passò a Napoli, vago dì vedere quel bel 
paese, e dopo tre mesi tornato a Roma, ivi a poco 
tempo gli giunse il nunzio deHa morte del conte An- 
drea suo padre; di che egli, come pietoso figliuolo, 
molto se ne attristò, e nel novembre del 1804 si ri- 



^56 G. PERTIGARl 

condusse a Pesaro al governo della famiglia. Ma non 
vi fece lunga stanza , che gli venne desiderio di rive- 
dere la paterna casa di Savignano, ov*era nato , ov*erano 
gli amici della prima età; nel qual luogo di quiete, 
potendo ripigliare i suoi dilettissimi studi delle let- 
tere, sentiva contento il suo cuore. Piacque al go- 
verno di offerirgli la podesteria di Savignano, ed eì 
di buon animo accettò queir incarico , che gli dava 
di poter giovare al comune, e lo tenne con decoro in- 
sino al finir di settembre del 1808. Da qui innanzi se 
ne tornò a stare a Pesaro, cioè nella seconda patria, 
a lui cara non manco che '1 suo luogo natale. 

In questo tempo égli era tutto inteso alle più no- 
bili arti : ed accortosi della mala via in che s'era messo, 
seguendo l'usanza, lasciò le scuole de' moderni, rior- 
dinò la mente, e di eletti e virili studi la rinforzò. E 
perchè quando fu in Roma, avea appreso alcun poco 
di greco dalla conversazione del dottissimo Girolamo 
Amati, per acquistar pratica nell'arte dello scrivere, 
recò in italiano i romanzi di Aristeneto , Alcifrone e 
Filostrato lennio. Di questo suo lavoro ne scrisse egli 
stesso l'anno 1810 a quello sfortunato ingegno di An- 
tonio Longo, dicendogli com'ei s'era posto a quella 
opera, acceso d'amore pe' maestri d' ogni beflo, spe- 
rando (riferirò le parole proprie) che V lidia aUora 
tornerà alla squisitezza ed alla eccellenza antica^ quando 
perduto ogni sapore di oltremontana ed oltremarina ri- 
cercatezza, si farà a gustare la elegante semplicità de'di- 
vìnìssimi greci, E ad esercizio pure dì bene scrìvere 
dettò un ragionamento critico su la versione della sa- 
tira di T. Petronio fatta dal Lancetti; e scrisse molte 
altre cose eh' io non racconto. Perciocché non erano 
già queste le opere ch'avevano a levare in fama il suo 



G. PERTICARI 257 

nome: altre, e di ben altro pregio, ei ne agitava nel- 
r animo, di cui si avrà a dire più avanti. 

Ora il bello de* greci e deMatini gli spirò molto 
amore pe' classici della nostra favella, che, a detta di 
lui, avanza tutte le altre di ricchezza di grazia di soa- 
vità. Fece un lungo e sottile studio intorno il valor 
vero delle parole, e le ragioni de' collegamenti loro: 
conobbe i fiori del parlare, cioè quelle particolari 
forme da cui le lingue pigliano leggiadria; e le opere 
che da qui innanzi compose, sono di così perfetta ele- 
ganza , ^ che non puoi desiderare di più. Questa sua 
innovata maniera di scrìvere si pare da una Visione 
in terza rima, stampata nel iSll , nella quale imitò 1 
forte canto dell' Àllighieri, e la lettera d' intitolazione 
a Jacopo degli Amerighi è piena di spiriti alti e nobi- 
lissimL 

Fu Giulio adoperato dai pesaresi ne' magistrati e 
in altri negozi publici ; i quali tutti gravissimi uffici 
sostenne per solo amore del comun bene, e ne cavò 
lode e nome di bontà e di saviezza. E di vero ne sono 
testimoni i pesaresi com' egli per la cosa publica si 
adoperasse, inanimando i giovani studenti alle publiche 
scuole; giovando a tutti di consiglio e di aiuto; am- 
ministrando giustìzia he' tribunali a ogni condizion di 
persone. È da contare un Catto a confermazione di 
quello onde ragionasi; acciocché si vegga anche quanto 
potesse negli uomini la sua eloquenza. Il magistrato 
di Pesaro, per soccorrere gli artefici in dolorosi anni 
di carestia , pensò che fosse da riedificare il vecchio 
teatro, minante; ma i consiglierì di quel municipio 
erano di contraria sentenza. Si ragunavano intanto 
i comizi: il conte Giulio orava a favore di quella opera, 
usando di tutti gì' ingegni acconci a destare il calore 

22* 



258 G. PERTICARI 

delle passioni; dimostrando la lode che tornerebbe ai 
pesaresi da quello ^edificio, la necessità di un publico 
lavoro che chiudesse la via agli oziosi , e togliesse la 
fome a. una gente di miserabili, che non aveva (M che 
vivere. Egli colorò sì al vivo queste cose, che i consi- 
glieri, commossi nell'animo, si levarono dal loro seggi, 
e piangendo e applaudendo con mano, tutti di pieno 
cansentimento decretarono che '1 teatro si rifacesse. 
Così per le parole eloquenti dell* egregio uomo tu ri- 
fatta un edificio, che onora la civiltà pesarese, fu pro- 
veduto a quella publìca calamità. Ma proseguiamo 
r ordine incominciatp. 

Aveva Giulio trentadue anni, quando alcuni 
amici gli furon d' intorno con caldissimi prleghl, per- 
chè volesse ter moglie. Tenne il consìglio di costoro ; 
e amando d'imparentarsi con uomo celebrato e fa- 
moso, antepose la figlinola del primo poeta italiano 
alle nozze delle più ricche fanciulle; e a' 6 giugno 
del i6i2 sposò in Fusignauo Costanza di Vincenzo 
Monti, ^ giovinetta avvenente, di bello ingegno, cara 
alle Muse, alla quale portò un grande affetto di ambre 
insino air ultimo de' suoi dì; e sempre che gli avvenne 
di ricordarla nelle sue carte, chiamoUa co' nomi di 
doleUsima donnei sua^ della mi^ior parte di $è mede- 
simo, e la sua Imugine la disse una consolatione della 
sua vita. Non ebbe da lei più che un figliuolo, i^ui 
pose il nome di Andrea per la dolce memoria del 
padre suo; ma dopo diciotto giorni gli fa toKo dalla 
morte. 

A ben apprezzare il valore di Giulio Perticari 
(scrisse il mio celebre concittadino , Paolo Casta) con^ 
viene por mente coni egli abbia adempiuto U debito, che 
ha l'uomo di lettere col secolo in che nasce. Tutti sanno 



G. PERTIGARI 259 

che fra noi l'arte dello scrivere era venuta in basso 
dair altezza nella quale fu nel secolo decimosesto : e 
che un popolo che ha gruasta la propria favella è 
giunto air ultimo della viltà.* Per che ri vuoldar lode 
a que' generosi, che si posero in cuore di togliere 
tanta vergogna dalla nusera Italia ; e al nostro Giulio 
principalmente y il quale spese la breve sua vita det- 
tando opere piene della gravità e del senno italiano , 
per rinviare i suoi nazionali sovra le orme abbando- 
nate degli antichi scrittori. E a questo fare, volse da 
prima il pensiero a tor via dalle carte de' nostri clas- 
sici le migliaia di errori, che ne rendevano difficile e 
noiosa la lettura. Corrèsse il Convito e la Vita nuova 
di Dante: poi aiutato dall* acutissimo ingegno suo si 
mise a racconciare ed illustrare di note il più antico 
didascalico poema composto in Italia, il Dittamondo 
di Fazio degli liberti; ma la vita non gli durò tanto 
da poter condurre a fine questo faticoso lavoro, che '1 
Monti annunziava all' Italia per classico e nobilissimo. 

Nel i817, m età di trentotto anni, diede fuori 
quel suo celebre trattato degli scrittori del trecento e 
de' loro imitatori; col quale dichiarò in che pregio 
sieno da tenere, e come si vogliano imitare gli scrit- 
tori del secx)lo quartodecimo. P^rlò della fondazione 
della lingua italica illustre , divisa da tutti i volgari 
plebei: disse dell'emendare le scorrezioni de' codici 
e de'libri antichi : avvisò i giovani che cercando troppo 
le qualità bellissime del naturale del semplice del gra- 
zioso , si può cadere con facilità nel vile nell' arido 
neir affettato.'' Questa opera , che '1 buono e modesto 
Giulio chiamava U sup primo paiso ^oUnne nd sentiero 
ddle lettere, gli diede gran nome; nxmjyaianco ei te- 
mette non il lib^ro vero posto ip qqel volume gli re- 



260 G. PERTIGARI 

casse addosso Tira di molti, cui sarebbe gra^e Tudir- 
lo. Onde il Monti tolse a confortarlo, e gii scrisse da 
Milano: che ponesse giù le dubiezzc, il suo trattato 
essere lavoro eccellente.* Lodò la trepidazione di lui 
nel comparire dinanzi al giudicto del publico; ma lo 
avvertì che non è buono però 'l diiistimarn oltre U do- 
vere : che non n acquista senza correre brutti rischi la 
letteraria riputazione: ch'egli pure pagherebbe il suo 
tributo al livore^ U quale non mette mai 'l suo dente 
che sopra le cose buone; ma che 

, Morde e giova V invidia: e non isfronda 
Il suo so/fio V aUór, ma lo feconda. 

Alle quali parole dell' uomo dottissimo tutto si con- 
fortò F animo del nostro .autore; sì che indi a non 
molto mise in luce un altro classico lavoro, l'Apolo- 
gia dell'amor patrio di Dante, con che pui^ò quel 
santo petto dalla brutta machia datagli da' suoi ne- 
mici dì maligno e odiatore della patria; e ivi medesi- 
mo dimostrò le dottrine di esso Dante intorno l' ori- 
gine della nostra favella. Opera (come osservarono i 
giornalisti dell'Arcadico) (uua piena di caldi spiriti 
d' eloquenza e (T alta filosofia : e tale per nitidezza e gra- 
vità di sermone, da fare a prova con quanto di piii la- 
data scrissero i beatissimi nostri avi. Alla quale sen- 
tenza altro per me non si aggiugne, se non ciò che 
disse egli stesso il Perticari : non poter essere che un 
fiorentino legga quelle carte senza che gli cada dagli 
occhi una lacrima , alla istoria de' mali fatti indegna- 
mente portare a quel venerando sapiente. 

Anche le prose poste ne' giornali di Milano e di 
Roma splendono riccamente ornate di erudizione ; so- 
no piene di Capienza morale e civile, piene di affetti , 



Gr PERTICARI 261 

piene di soavità. Sovra le altre è tenuta bellissima 
quella, ebe ragiona della fine miserabile di Pandolfo 
Gollenuccio. Certo egli è un racconto cbe non lascia 
freddo il cuore, ma Tempie di caldissimo sdegno 
contro quello ingrato di Giovanni Sforza , principe , 
anzi tiranno di Pesaro , cbe l' ottimo e saggio uomo , 
cui doveva quel grado di signoria, a indegno suppli- 
cio condannò. E percbè '1 Pertìcari fu sempre intento 
ad ammaestrare con le sue scritture, non potè qui 
tenersi cbe non desse a' potenti questo ricordo: i me- 
riti de* letterati di gran nome parlare a' posteri : le 
vite loro esser lette come quelle dei re: più infamare 
tilt solo delitta contra il capo di un sapiente , che cento 
contra quegli oscuri, la cui memoria sfinisce colla viia^ 
Bello e grave sì è ancbe il ragionamento su '1 trattato 
di Dionigi d' Alicarnasso tradotto da Pietro Manzi : e 
r altro in cbe discorre come sarebbe utile e decoroso 
air Italia cbe in Roma, domicilio delle arti eterno, 
fosse posta una catedra di eloquenza italiana. E al 
buon letterato, al vero amator della patria , tutto go* 
deva l'animo, pensando cbe potrebbe rinovarsi la 
bella costumanza di spiegare in publico il sacro poe- 
ma , come si fa tuttavia in terre non italiane* 

Ebbe pur condotto un altro lavoro, la vita di Ni^ 
colò figliuolo di Lorenzo taverniere (detto Gola di 
Rienzo),^ cbe nel 1347 tentò di riformare lo stato di 
Roma, e fece quella sventurata fine cbe nelle istorie 
si legge. Non dovrebbe questa scrittura nascondersi 
più a lungo alla publica luce, accioccbè fosse di do- 
cumento agli uomini , se mai i tempi portassero che 
un simil caso si rinovellasse. E cbi sarà mai cbe legga 
quel suo bellissimo carme in che è descritta la sem- 
plicità della vita campestre, o la sesta egloga del Pe- 



262 G. PERTICARI 

trarca in italiani versi recata , e non gli dolga che in 
questa arte del poetare così di rado intendesse? E non 
sono elle piene di candore e di grazia, e da porsi fra 
le più polite de* nostri scrittori, le lettere ch'ei man- 
dava ai congiunti e agli amici? 

Da Roma, ov*era ito per la seconda volta nel 
novembre del 1818 , e dove stette sino al maggio del 
i820, scriveva al Bertaccioli , com'egli avea fermato 
di far vita zingaresca , e godersela viaggiando. E que- 
sto era un suo antico desiderio ; imperocché contano 
gli amici di lui che insìn dal Ì8i0 gli stava nella mente 
di andar per le terre d' Italia, e togliere a raccontare, 
come cose da lui vedute, i costumi e le usanze de' 
passati tempi. Quanto di utile, quanto di diletto non 
avrebbe recato agli uomini questa sua fatica ! Avrebbe 
descritti con bella evidenza e con dolcezza di stile i 
fatti più memorevoli, le imagini più soavi, gli affetti 
più profondi : ne avrebbe commossi a maraviglia a 
terrore a pietà. Meditava altre opere degne del suo 
alto intelletto.... ma un morbo fiero lungo doloroso, e 
che doveva essergli mortale, gli ebbe messa nel cuore 
una estrema melanconia, tolta ogni allegrezza della 
vita. Il bianco e vermiglio del volto se gli era mutato 
in pallido ed oscuro : una violenta tosse e penosa gli 
rompeva i fianchi ed il petto. Pensò che '1 mutare 
dell'aria gli sarebbe di ristoro, e si condusse a San- 
costanzo presso il conte Francesco Gassi suo cugino. 
Ivi si riebbe alquanto, e tosto ne mandò novella a 
Salvatore Betti in una lettera piena di amabile gio- 
vialità. 

Intanto il Montf piangeva di gioia all'avviso della 
tornata sanità nel suo figliuolo d'amore, e gridava 
che voleva vederlo. E Giulio che, per isVagare la 



G. FERTICAEl 263 

mente, aveva già visitati non pure i monti d^ Italia , 
ma A quelli della Svizxera e del Vallese, e la beata 
Ginevra^ e gli spaventi dell' un' alpe e delV altra, *^ si 
trasferiva a Milano, s'abbracciava con quel buon vec- 
chio, e con esso lui imprendeva un allegro cammino 
per le terre de' lombardi. Grandi furono le accoglienze 
fatte a tali due uomini dalla gentilezza di quelle genti. 
E fu giorno lietissimo a' pesaresi '1 dì 7 dicembre 
del i82i, ch'egli entrava di nuovo la città loro al- 
lato al Monti; congratulandosi ciascuno del veder 
tornato in lui 'i bene deUa sanità; ma quella allegrezza 
fu breve. Verso la fine di febraio del 1822, per nuovo 
ricadimento e pene di stomaco fierìssime , si rimise in 
letto: le carni se gli consumavano a vista d' occhio: 
ogni che di cibo gli accresceva il dolore. In questo 
mezzo, allentando un poco il male, ei volle levarsi; e 
comechè non si potesse tener bene su i piedi , pure 
aiutato dalla vigoria dell'animo, e sostenuto da due 
suoi cari amici, uscì di casa; pallido smunto sfigurato, 
appena mostrava sembiante di persona viva. Chi lo 
scontrò per le vie, veggendo un uomo sì chiaro con- 
dotto a quella miseria, sentì distrignersi '1 cuore dalla 
pietà. Dopo un breve cammino fu ricondotto alle sue 
case; ed il giorno 3 di maggio, così malato, passò a 
Sancostanzo. Dove pochi dì appresso gli entrò da 
capo la febre; prima gagliardissima, poi lenta tanto 
che al polso quasi non si sentiva. Aveva stimoli con- 
tinui al vomito e nausea ad ogni maniera di cibo ; e 
benché '1 suo male fosse tanto crudele, ei non dispe- 
rava di poter recuperare le forze e tornar agli studi. 
Ma come gli fu detto essere ornai al passo della mor- 
te, non diede segno di ^turbamento, e con animo 
quieto vi si apparecchiò^ La sera de' 25 giugno venne 



2G1^ G. PERTIGARI 

della vita sì allo slremo, che gli fu portato il viatico. 
Il dimani aggravò, e datagli la santa unzione de'mo- 
rienti, mentre il sacerdote Alessandro Perotti gli fa- 
ceva la raccomandazione dell'anima, fra '1 compianto 
de* congiunti e degli amici, e '1 dolore della sua don- 
na, a quattr* ore dopo il mezzodì, rendette 1' ultimo 
respiro. 

I compilatori de* giornali annunziarono la sua 
morte come un gravissimo e memorabile danno alle 
nostre lettere; e le città di Pesaro di Bologna di 
Firenze e di Roma con prose e con earmi la piansero 
publicamente.^^ Il Monti scriveva a Giovan Domenico 
Anguillesi : e La perdita del mio diletto figlio ed amico 
m* è stata sì dolorosa, che non avendo io potuto senza 
molte lacrime sopportarla^ V infermità de' miei poveri 
occhi s'è ridestata , a tale che di bel nuovo m'è tolto 
il poter liberamente leggere e scrivere. > Così quel 
grande: ed iva poi disfogando l'immenso affanno con 
questa pietosa apostrofe, che trovasi nel suo poema, 
la Feronìade : 

Salve, sacra al dolor mistica pianta, 

E r umil zolla che i mortali avanzi 

Del mio Giulio nasconde, in cui sepolto 

Giace il sostegno di mia stanca vita, 

Della dolce ombra tua copri cortese. 

£ tu, strazio d'amore e di fortuna, 

Tu, derelitta sua misera sposa, 

Che del caldo tuo cor tempio ed avello 

Fésti a tanto marito, e quivi '1 vedi, 

E gli parli, e ti struggi in vóti amplessi 

Da trista e cara illusYon rapita. 

Datti pace, o meschina, e ti conforti 

Che non sei sola al danno. Odi '1 compianto 

D'Italia tutta, i monumenti mira, 



G. PERTI€A|II 265 

Che alla memoria di quel divo ingegno 
Consacrano pietose anime belle. 
E se tanto d' onore e di cordoglio 
Argomento non salda la ferita 
Che ti geme nel petto , e tuttavia 
Il lacrimar ti giova, e forza cresce 
Al generoso tuo dolor V asciutto 
Ciglio de' tristi, che alla voce sordi 
Di natura e del ciel, né d' un sospiro, 
Né d'un sol fiore consolar l'estinto; 
Dolce almeno Ià fia , che su ì* avaro 
Di quell' ossa sacrate infando oblio 
Freme il pi]d>lico sdegno, e fa severa 
Delle lacrime tue giusta vendetta. 

Vìsse il Perticari soli quarantadue anni e dieci 
mesi, amato e pregiato da tutti per la sua molta 
bontà e affabilità, avendo dfitto egli stesso : che la sua 
natura era pacificay avversarla de* litigi^ inchinata alla 
lode più che alla censura. Teneva (e lo scrisse al cav. 
Biondi) non essere sapiente perfetto chi pasce la mente 
di qualche dottrina, ma chi nudre V animo di virtù^ 
e si parte dal modo de'plebei e degl'ignoranti, cacciando 
fuori di sé l'ira, V invidia, la vile ambizione^ U dt- 
spetto e V odio deU'alirui fama; parole che si vorreb- 
bero bene considerare. Stette sempre fermo nel suo 
generoso proposito dì giovare, come potesse, alle no- 
stre lettere, e diceva: che gì' italiani hanno una lin- 
gua nobile e grande: che pochi la sanno, pochissi- 
mi la scrivono; e per amore di questa lingua bellis- 
sima imprese in Roma con alcuni eletti amici la 
compilazione del giornale da lui appellato Arcadico. 
Del suffragio solo de' veri letterati si piacque ; le pa- 
role de' miseri invidiosi ebbe in dispregio; né cercò 
altra gloria che quella che viene all' uomo dal far 

23 



266 G. PERTICARI 

bene agli uomini. Amò qnanto la vita don Pietro de* 
princìpi Odescalchi e *1 Betti e '1 Biondi e 1* Amati e 
Paolo Costa, che onorò del nome di ottimo e di suo 
maestro. Fu dì persona non grande, di larghi omeri, 
di piacevole volto, d* occhi vivissimi, ed i capeglì lu- 
cidi e neri gli cascavano negletti su Y ampia fronte. 
Tale fu Giulio Perticari, il cui cenere riposa umil- 
mente nella chiesa collegiata di Sancostanzo, dove gli 
furono fatti orrevoli funerali : ma '1 nome di lui va 
famoso per le bocche degli uomini, e niuna età tacerà 
già mai le sue lodi. 



SMJ7 



CESARE ARICI 



Fu giù chi disse: avere noi italiani troppi versi; 
e perciò non molto di boom poesia.^ La qual sentenza 
non parrà lontana dal vero, ornatissimi ascoltatori, * 
se vogliasi considerare che molti sonoin Italia coloro, 
i quali nati, come si dice, ai versi e alle rime, si la- 
sciano trasportare inconsideratamente a quella loro 
naturale disposizione, ricusando il freno dell'arte, e 
rifuggendo troppo volontieri da ogni studio e da ogni 
fatica. ' I qaali» invaghiti di sé medesimi, da sé stessi 
s* applaudono e s'esaltano; tanto un puerile amore di 
gloria gli accende ! 

Pur fra cotanto numero d' inutili facitori di versi 
surge di quando in quando alcun vero poeta, il quale 
conoscendo la potenza del proprio ingegno, né sgo- 
mentandosi della fatica , perviene a dir cose belle e 
grandi, a scuotere e inalzar gli animi, a riscaldare 
e intenerir i cuori, senza uscir di natura; nel che sta 
propriamente il sómmo e '1 più difficile dell' arte. De- 
gno d' aver luo^o fra questi è Cesare Arici bresciano, 
salutato da tutta l' Italia qual restauratore della dida- 
scalica poesia, ed uno de' più bei lumi della classica 
nostra letteratura. Laonde in questo solenne e festoso 
giorno, in cui si onorano per antico costume que' gio- 
vani , che nell' intero annual corso de' loro studi hanno 



268 e. ARICI 

meritato premio o lode di diligeDti e di buoni, io dirò 
alcune parole intorno agli studi e ai costumi di questo 
poeta, che propongo a' giovani in esempio. Imperoc- 
ché in pochi degli scrittori d* oggidì si trova quel sa- 
pore e quella grazia che nelle scritture dell* Arici ; il 
quale, o togliesse a dipingere le molte e svariate scene 
della natura, o ad abbdlire gli astrusi ed aridi con- 
cetti della scienza e dell'arte, o a commovere il cuore 
con la soavità degli affetti, egli è pur sempre maravi- 
glioso; e può mettersi a paro di qual che siasi altro^ 
pili copioso e pib elegante descrittore italiano. Sarò 
breve nel mio discorso , fuggendo ogni ornato artificio 
di dire, acciocché le mie parole non tolgano fede al 
vero, che singularmente nella semplieità de' ragiona- 
menti si manifesta. 

Cesare Arici si avvenne nella sua prima giovi- 
nezza a que' tempi , che le nostre lettere avevano vizio 
di corruzione straniera, pochissimi essendo quelli che 
facessero studio intorno ai modi dello scrivere, det- 
tando ciascuno a sua fantasia; ond'é die le italiane 
scritture non piti si mostravano adomate delle forme 
greche e delle latine, che sono il fiore delle bellezze 
della natura. Egli pure, com' era de* più , studiò a pes- 
simi esemplari; ma l'ingegno vigoroso, l'acuto gìn- 
dicio, e sopra tutto quella gentilissima tempera del 
suo spirito (perocché '1 senso delicato del belio è una 
cosa che non s' insegna), il fecero accorto che non 
erano da seguire le follie di una scuola novella, la 
quale non reputa bello né aggraziato se non ciò eh* è 
o francese o inglese o tedesco. Il nostro poeta, ch'era 
Qon tutta la sua anima italiano, fuggendo le imagini 
snaturate e le ardite fantastiche bizzarrie, delizie de' 
romantici, si tenne a quella scuola che gli parve con- 



e. ARICI 

forme a ragione, e che ai padri nostri procacciò glo- 
ria immortale. Fece suo amore le opere di Virgilio, di 
Dante, dell' Ariosto; studiò! filosofi morali, che sono 
i veri maestri dell' uomo : e dì e notte ebbe alle mani 
le carte de' divinissimi greci; ai quali, com' egli dice- 
va, per singular privilegio, fu conceduto di piacer 
sempre senza pericolo di seduzione o d* inganno. E 
dava tosto a vedere quel che può far un ingegno ben 
avviato, anco in età giovinissima ; perocché di venti- 
tré anni scrisse in quattro libri la Coltivazione degli 
ulivi. ^ Ordine ne' pensieri, bellezza d'imagini, purezza 
di lingua, semplicità di stile, ed un verso sempre fa- 
cile e pieno di dolcezza e di grazia, fecero caro questo 
poema a quanti erano allora cultori degli ameni studi; 
e lo stesso Monti, la più grande delle italiane fantasie 
di que'di, se ne congratulò per lettera col giovine 
autore; e bella e confortatrice si é la lode, quando 
viene da uomo celebrato e famoso. 

Ma ella é facile cosa, miei cari giovani, così nelle 
lettere, come ne' costumi, deviare dal diritto sentie- 
ro, sol che r uomo si discosti anche per poco dalle 
guide, die lo indirizzano al bene. E questo accadde 
air Arici; il quale, per desiderio di meglio, fattosi a 
leggere i poeti moderni, principalmente il Roberti, 
piegò alcune volte ai soverchi ornamenti ed alle for- 
zate inversioni, dipartendosi alquanto dalla naturale 
semplicità degli antichi. Di che ne fa fede il poema, 
che dettò in due canti, intitolato il Corallo, stampato 
la prima volta del 1810, poco più di un anno dopo gli 
Ulivi. V'ebbe chi ne lodava la vivezza, la grazia, 16 
splendore, la mollezza dello stile; ma '1 severo Gior- 
dani, che amava e pregiava l'Arici, l' avvertì eh' egli, 
volendo andar troppo avanti, era tornato a dietro; e 

23* 



270 G. ARICI 

che le censure, che di quel suo poema a^ea lette ne* 
giornali, non erano né maligne né ingiuste. < L' auto- 
rità di così celebrato scrittore (è V Arici stesso che 
parla) mi chiarì, che quanto io avea guadagnato dopo 
gli Ulivi neir arte della compoàzione de' versi, tanto 
avea perduto nella schietta semplicità così dello stile, 
come dello sporre nettamente i miei concetti; che lo 
studio e l'amore posto alle scritture di alcuni moderni 
m* avea traviato dalla imitazione degli antichi e della 
natura. Onde cadutomi ogni pensiero di rispondere 
alle censure, ne ho fatto piuttosto profitto; e 'I com- 
piuto poema della Pastorizia ha poscia provato a tutti, 
eh' io m'era rimesso nella dritta strada, d' onde non 
uscirò più mai. » 

Ei disse il vero: e la Pastorizia è tale poema, che 
risplenderà lunghissimo tempo fra' migliori poemi di- 
dascalici , o vuoi insegnativi, della nostra Italia; nel 
quale prese a descrivere la rigenerazione delle pecore 
nostrali colle finissime di Spagna; e divise Y opera in 
sei libri. Il Giordani , poc' anzi nominato , in un suo 
dottissimo discorso, ne venne sottilmente conside- 
rando la invenzione, io stile, la lingua e '1 verso. Disse 
che r Arici seppe ben trovare la materia, bene com- 
partirla, bene adornarla e farla poetica* E perché te- 
neva che r autorità dì lui giustamente sarebbe molta 
e ne' tempi nostri e ne' futuri; e desiderava che i 
giovani, volendo leggere di cose moderne, leggessero 
in questo poema, notò alcune machiuzze lievi fra 
tante e sì sfulgoranti bellezze ; ringraziando il nostro 
poeta, che accrebbe di questo bel fiore la moderna 
italica letteratura. Del quale giudicìo non potè l'Arici 
non tenersi forte clorato e piacersene. Aveva detto 
su '1 finire della Pastorizia, com' egli già accoglie* 



e. ARICI 2T1 

va nella mentQ uà altro btoro, e tonrebbe a cantare 

Della tenera Psiche il pianto ttuaro, 
E r esilio infelice e la svenlura 
Che d'Amor la parlia quel di che, ponCa 
Di grave odio, Ciprigna la ravvolse 
D' ogni miseria al fondo, e tanti mali 
Adunò sul bel capo; 

sperando che 1 nuovo poema verrebbe carissimo ad 
ogni cuore gentile. * Ed io avviso, o signori , che que- 
sto subietto, che nasconde tanta e così soave filosofia 
sotto il velo delle pietose avventure, sarebbe stato 
egregiamente condotto dair Arici; il quale, per l'in- 
dole sua dolce e sommamente pietosa, valeva assai 
nello esprimere il più caldo affetto dell' animo , com' è 
r amore. Ma, qual che ne fosse la cagione, mutò *1 suo 
pensiero, e volse la mente ad un'opera molto più 
grande, il poema della Gerusalemme distrutta. 

Diversi farono i giudici de' dotti Intorno a questo 
tema scelto dall' Arici; ' parendo ad alcuni che la fine 
sventurata di quella miserissima città non potesse es* 
sere subietto di epico componimento. Ma non oosì 
parve all'autore; il quale ragionò a lungo di questo 
suo lavoro in un discorso academico, che lesse al 
reale Istituto di Padova. Dove € considerando che 'l 
ministero dell' epopeia, consecrata a cdebrare le im- 
prese dei valorosi, si è quello principalmente dì creare 
la maraviglia: e che l' adone , che ne forma il sugget- 
to, esser deve una, grande ed interessante, mi parve 
(dice egli stesso) di ravvisare in questo argumento tali 
necessari requisiti. » Ed appresso parlò dell' unità , 
ddla grandezza e dell* importanza del suo poema , 
eh' avea già ideato , e scompartita la narrazione in ven- 



272 e. ARICI 

tiquattro canti dì ottaveriine. E nel sesto volumetto 
delle sae opere, che uscì in luce del 1819, publicò i 
primi sei canti di esso poema , per ayerne il giudicio 
de* letterati. S' io ho a dire quel che ne sento, parmi 
veramente, o signori, che le bellezze di concetto e di 
stile, e le descrizioni, e gli episodi, che adornano 
questo saggio di poesia, sieno tali, da farne doler che 
r Arici fosse sopragiunto dalla morte, prima di aver 
potuto dare alla sua opera compimento ; tanto più ch'ei 
medesimo, nel maggio del 1833 (tre anni prima di 
morire), lasciò scritto, come s*era condotto ben oltre 
a due terzi del cammino. Perocché quella sua mente 
non si stancava mai ; e pareva acquistar lena maggio- 
re, quanto procedeva più avanti nel suo lavoro; il che 
è prova d'ingegno vivace, e divinamente fecondo. 

Mentre che '1 nostro poeta dettava la Gerusalem- 
me, veniva anche leggendo nelle opere filosofiche di 
Anton Vallisnìeri , dove quel sapiente tocca così bene 
la origine delle fonti. Questa lettura gli tornò alla me- 
moria un suo pensiero giovanile, di porre cioè in versi 
così piacevole argumento. Ne dettò un poema in quat- 
tro canti, il quale se non eguaglia in bellezza la Pa- 
storizia, le sta molto da presso; se non che alcuni non 
vi trovano quella evidente chiarezza di concetto e di 
frase, che nelle altre cose di lui: ma si ha a conside- 
rare le angustie fra le qualij com* ei dice, lo strìme U 
severo dettato della scienza; e quanto sia arduo il dare 
ai pensieri filosofici un polito e conveniente abito 
di poesia. Certamente (s' io non sono ingannato nel 
mio giudicio) la Pastorizia e le Fonti, come le Api del 
Rucellai e la Coltivazione dell'Alamanni , sono i più 
bei poemi didascalici della moderna Italia. Ed a que- 
ste opere prìncipalmente egli debbo quella gloriosa 



e. Aiiici 273 

fama, che 1 Uene e terrà lungamente vivo nella me- 
moria degli uoótini. 

Né solo ne^ poemi insegnativi fu eccellente T Ari- 
ci, ma fu anche buon poeta lirico; e può dirlo chi ha 
letto gY inni eh' ei publicava come versioni dal gre- 
co, facendone autore il poeta Bachillide. Nove sono 
questi inni, dettati in terza rima, e cantano di Amo- 
re, di Esculapio, di Venere, di Temide, di Marte, 
delle Grazie, di Giunone, di Cerere, di Mercurio ; ne' 
quali imitò Omero e Callimaco. Manco belli, secondo 
me, sono gl'inni che trattano di argumenti cristiani; 
forse per aver voluto seguire un poco il Manzoni e '1 
Borghi. Dettò anche dei drami, ^ e scrisse delle can- 
zoni alla maniera di Anacreonte. Voltò in eleganti 
versi italiani tutte quante le opere di Virgilio;* e vul- 
garizzò alcune poesie latine del Petrarca. Ed ebbe pur 
voce di buon prosatore; massime pe' commentari del- 
l' Atenèo bresciano , del quale fu socio e secretarlo , 
rallegrati di piacevoli narrazioni, che di tanto in tanto 
bisognano ad invogliare e tener vivo chi legge. Ed è 
pregiato l' elogio di Stefano Giacomazzi , medico e let- 
terato, suo compatriota; dove odi'l tenero lamento, e 
ti tocca il cuore la soave mestizia di chi piange la 
morte di un caro amico. E la vita di Dante AUighieri 
ti dà in poche carte la imagine vera di queir altissimo 
ed unico intelletto, 

a cui l'ira di parte. 

Tranne la menle e '1 cor, lutto avea tolto." 

lo lascio l'altre prose per esser breve. 

E tornando alle poesie , dico : che dopo la Pasto- 
rizia e l'Origine delle fonti , io ho carissimi i poemetti 
di luì, siccome quelli, da che, più che dagli altri suoi 



274 G. ARICI 

scrìtti, si pare l' indole amabilissima del poeta , yago 
della quiete e del riposo, lontano da ambiziosi pen- 
sieri di onore ; onde molti ingegni (ilvcggiam tutto 
dì) si corrompono y e per salire in alto si fanno servi 
ad un uomo o ad una opinione, pronti a mettere a 
stipendio la penna e la coscienza. Questi carmi del 
nostro Arici, scritti con infinito amore di stile e jnovi- 
mento d'affetti, mostrano anche la maniera propria 
del suo verseggiare, niente strepitoso, né sorerchìa- 
mente sonoro, ma piano facile chiaro semplice dolds- 
simo; maniera che lo distingue da tutti gli altri poeti 
della sua età. Quanto è bello quel suo Viaggio malinconi- 
co, scritto a sfogare la pena e '1 sentimento del cuore, 
dopo che la sua donna , da lui amata di un amor cal- 
do e verace, nella primavera degli anni, avea reso a 
Dio lo spìrito della vita ! Addolorato nel più profondo 
deir anima, disse addio alle sue belle colline ed alla 
patria ; 

che dove aspra ne incolga 

Una sciagura, anco la terra istessa 
Che ne die' vita, e i teneri parenti 
TestimoDi del pianto, e i dolci amici, ' 
Crescon travaglio air affannato core. 

Nella Brescia romana, altro carme di lui, ricor- 
dò a' suoi concittadini le grandezze della patria anti- 
ca, quando la gloria di Roma empieva il mondo di 
maraviglie; e disse bello e generoso l'amore che ne 
scalda a quanto attesta il nome e le opere e la fortuna 
de' nostri avi: e venne lodando que* magnanimi, che 
alle macerie e al lezzo e all' oblìo involarono tutto che 
vinse la guerra degli anni, restituendolo a' posteri e 



^ 



e, ARICI 275 

alla luce del sole. Ma sopra tutti gli altri carissimo e 
amabilissimo si è *\ carme, in che descrisse 

Della classica Sirmio i desiati 
Recessi, e i colli floridi, e la selva 
Degli ulivi e de' lauri, ove già visse 
Avverso alle superbe ire di Roma 
Il buon Catullo. ^^ 

Queste sono, o signori, le scritture, che per girare di 
secoli e mutar d' opinioni non muoiono mai; tanta è 
la vaghezza delle imagini, la dolcezza degli affetti, lo 
splendor dello stile, la soave armonia del verso in 
questa bellissima e leggiadrissima poesia ! '^ 

Né con minor vena di dire , e versi pieni di spi- 
rito di passione di vita, descrisse il Campo santo della 
sua Brescia; " dove il suo corpo avea ad essere sot- 
terrato. E mentre finge d* ir col pensiero per attorno 
quelle mute chiostre de'morti; ed ammira i pochi sas- 
si, sotto a* quali han quiete e riposo l'ossa e le ceneri 
de' suoi bresciani , illustri per virtù d'armi o per bont^ 
di consiglio , compreso da un subito impeto di affetti, 
non può ratenersi che non esclami : 

Ahi perchè di cosi pochi 

Veraci prodi si registra il nome? 

Forse che non produsse a' di vetusti ^ 

Altri chiari nelF armi e nel consiglio 

L' inclita Brescia? Oh miei concittadini ! 

Forti fur gli avi nostri , e generosi 

Del sangue assai; ma indarno, e non si sparse 

Per l' util nostro. E chi servir sostenne 

Domestici tiranni; e chi le parti 

Di re straniero seguitando, il sangue 

Pose e la vita mercenària a prezzo. 



2?6 G. ARiqi 

Oh santo, oh generosissimo petto di cittadino , chi 
vorrà negare a te l' ammirazione e la lode! Oh se pia- 
cesse a Dio risvegliare la tua ombra- dal sepolcro, e 
richiamare lo spirito dalla morte, quanta sarebbe, o 
magnanimo, la tua gioia, in veggendo la cara patria, 
non ancor scema di prodi, rifiorire come pianta ad 
una vita novella ! *' 

Ho toccato con brevi parole, e quasi correndo, 
tutto che fece l'Arici, come letterato e come poeta; 
ora non sono da lasciar senza onore le sue virtù, come 
uomo e come italiano. Ed oh quanto mi gode Tanirao, 
gentilissimi uditori, di potervelo mostrare qual egli si 
fu veramente, e per tutta la vita, marito padre citta- 
dino, buono ottimo incomparabile. Né mi fingo io 
queste cose , né bolle ricavate dai detti di coloro, che 
prima di me hanno celebratogli nostro poeta; avve- 
gnaché i suoi lodatori, il Nicolini il Garrer T Ambro- 
soli il Saléri il Picei il Sartorio, e l'illustre scrittore 
delle cose d' Italia, eh' io dovea nominare pel primo , 
Ferdinando Ranalli , sieno uomini avversi ad ogni ma- 
niera di adulazione; ma io volli leggere nelle opere di 
lui, per trarne la vera effigie dell' animo suo, ch'ogni 
scrittore (salvo ben pochi) vi lascia come sculpita. 

Buon marito fu '1 nostro Arici. Già udiste il suo 
lamento nella morte della diletta comJ)agna, 

dal talamo condotta 

Alla tornea nei verdi anni suoi lieti; 

e come non trovando pace né riposo , sen gisse lungi 
dalla dolce patria, lungi dai cari amici; essendo trop- 
po vero che ali* eccesso della passione non regge il 
vigor dello spirito. ^*£ fu buon padre T Arici, buono 
ed amoroso, e tutto intento alla educazione del suo 



e. ARICI 277 

6gliuolo ; a cui in tante e sì diverse sembianze di beni 
e di mali, che allegrano e attristano la vita dell' uo- 
mo , dava a vedere che fosse da seguitare, che da fug- 
gire. E spesso, levando gli occhi al cielo e la mente e 
le parole, col più vivo ardore di desiderio, volgeva a 
Dio questa affettuosa preghiera : 

Sia di questo mio figlio onice vanto, 
Sola scienza, la virtade; ei viva 
Libero e schietto, avverso ai tristi, e caro 
A' buoni, e in pregio a so medesmo. segga 
Intra i savi d' Astréa, librando i dritti 
Ond' uom con tutti e con sé stesso ha pace: 
^ Od Esculapìo il volga a' suoi precetti ; 

meglio, de' paterni intendimenti 
Il consiglio seguendo, amor lo spiri 
Deir apollineo serto, e gli succeda 
D' aver le Muse a più begli anni amiche; 
Auro noi pieghi, né faror, né speme 
Di salir alto, se virtù noi guidi; 
Ma de la vedovella e del pupillo 
Sacra gli sia la causa e la sustanza, 
£ de' miseri lassi a le nudate 
Piaghe soccorra; e se avverrà che amore 
D'onorate lo scaldi opre famose. 
Erga lo ingegno e '1 canto , e a la vìrtude 
Paghi di liberal carme tributo. 

Magnanimi sensi sono questi, o signori, e degni ch'ogni 
padre li proferisca , ogni figliuolo gli ascolti. Ma a dire 
del suo affetto ardentissimo verso la patria, T Italia, 
che sempre viva gli era nel pensiero, verrebbe manco 
ogni più colta lingua di dicitore.. Sappiamo che gli en- 
trava in cuore una profonda tristezza, 

ricordando i feri 

Tempi del sangue, e '1 rugine e i furori 

34 



278 G. ARICI 

Dell' ignovanca, onde l'Italia afflitta 
Per temute discordie andò divisa; 

e che sempre desiderò la si formasse unita e potente. 
Egli, intelletto in sapienza nndrito, stimava Tao- 
mo in quello eh' ^i é, non nelle cose che son Tuori 
di lui: e sentì sempre nel cuore quel che ne' ragiona- 
menti manifestò ; e disse che Y amore de' dolci studi 
lo involava al confiitio pericoloso delle mutabili opinioni 
degli uominit ed aUa vanità di moki desideri. Né fra le 
belle virtù di lui è da tacere la fede sincera e costan- 
te inverso gli amici; primo de' quali fu '1 conte Paolo 
Tosi , fiorente per bella fama di dottrina e di cortesia. 
E della mansuetudine del suo cuore diede specchiata 
prova , quando sostenne pazientemente le maldicenze 
di Ugo Foscolo, che gli era, più che emulo, nemico; ** 
e secondo il suo costume tentò di abbassare la buona 
opinione, che di lui avevano, come di valente poeta, 
gli uomini. Se non che '1 Monti e'I Giordani, eh' eb- 
bero sempre pel nostro poeta un' amicizia piena di 
tenerezza e di ammirazione, si levarono a difesa della 
virtù e del merito oltraggiato. E che fosse tale V Arici 
da non turbarsi per offese di malevoli e di detrattori, 
né uscir punto di sua natura posata e dolce, il raccol- 
go da questi versi, dove parla di sé stesso: 

Nò da viltade ò l'intelletto offeso; 
Né sdegno il muove, se di tòsco amaro 
L' armi sue tutte centra il nome mio 
Provò la discortese invìdia e V ira. 

Ma se i biasimi, se le maledìcenze non l'invilirono, 
né anco le lodi e gli onori poterono levarlo in super- 
bia e in orgoglio, come delle basse anime suole avve- 
nire. Gh' egli fu professore di belle lettere e storia, 



> e. ARICI 279 

poi di filologia latina nel patrio licèo; membro e se- 
cretano dell* Istituto italiano; annoverato air insigne 
Academìa della Crusca; ascritto all'ordine de' Cavalieri 
dalla maestà del re di Sardegna. 

Fu '1 nostro Arici, infino da' suoi primi anni, 
della quiete domestica desideroso; e benché, al dire 
deir Ambrosoli, si dilettasse qualche volta deUe allegre 
adunanze , nondimeno pendeva per propria natura ad 
una certa malinconia^ che poi trasfuse in tutti i suoi 
versi. E spesso gli correva il pensiero ai tempi andati 
delia prima giovinezza, quando la vita, come un so- 
gno piacevolissimo , ne va tutta in liete speranze. Il 
suo più grande amore erano però le lettere, cui sacrò 
presso che tutti i suoi anni, che furono cinquanta- 
quattro; sì che né uopo di riposo, né talvolta mal 
ferma salute, o d'occhi infermità, poterono ritrarlo 
dagli studi; di che '1 Monti gli scriveva: volesse tem- 
perarsi alquanto, se no sarebbe terzo con Omero e con 
Milton. Nèh morie, o signori, la morte che mette 
paura al più degli uomini, dal peso delle colpe gra- 
vati, atterrì lui confortato dalla sua buona coscienza; 
comechè ne vedesse sì di sovente e sì spaventosa la 
faccia nella sua Brescia. Già è presente alla vostra me- 
moria il 1836, quando un morbo crudele contagioso 
mortale, che avea disertate molte regioni di Europa, 
s' era gìttato in Italia, e travagliava specialmente le 
città de' lombardi. Era l' Arici da parecchi mesi in- 
fermo di una lenta tabe intestinale, che a poco a poco 
il finiva, ed avea per ciò a temer più degli altri la vio- 
lenza del furiosissimo malore; nondimeno ei si por- 
tava in pace tanta miseria e tanto pericolo. Pochi 
giorni avanti '1 morire scrisse alla sua figliuola, ch'era 
da lui lontana, queste parole: il cholèra fulminante co- 



280 e. ARICI 

glie dai 20 ai 30 individui al gtomo^ e muoiono genza 
rimedio. E dice che udiva campane a morto , vedeva 
falò di mobili^ funerali notturni... e V Eucaristia seìn- 
fre per le strade. Da tutta la Ietterà si par la tenerez- 
za d' amore inverso la sua famiglia, la noncuranza 
delle cose di questo mondo; dove nulla v*ha di sta- 
bile, nulla di sicuro; dove non è bene in che l'animo 
si riposi.... 

Ma troppe sono le virtù , troppi sono i meriti di 
quest uomo con le lettere e con la patria; né io li 
posso tutti nel mio breve discorso rinchiudere. Farò 
dunque fine, dolendomi con la sua terra natia , la 
qualQ. non vide giorno più tetro né più lugubre di 
quello, in che le fu tolto il suo poeta. ^* E poiché, o 
giovani, io scrissi per voi queste parole, a voi in su '1 
terminare del mio discorso mi vólgo; desideroso che 
in memoria di questo giorno , e dell' affetto che a voi 
tutti pòrto grandissimo, teliate di continuo sculpito 
nelle vostre menti quel che '1 Perticari scriveva ad un 
giovane di bellissimo ingegno, ora preclaro composi- 
tore di prose e poesie , e filosofo in Italia e fuori re- 
putatissimo, Terenzio Mamianì: € Lasciate alla turba 
degli sciocchi le strane dettature galliche, alemanne e 
caledonie: abbandonate tutto che vi può deviare e 
corrompere : sudate dì e notte su' volumi de' veri mae- 
stri : cercate la semplice natura e '1 vero: divenite an- 
tico, e sarete grande. ]» 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI A. CESARI 



^ Qaesto elogio del Cesari doveva essere recitato in 
una publica adunanza, che poi non fa tenuta. 

* Hanno il torto coloro, che italiani di nome, non di 
cuore, vorrebbero anche in fatto di lingua far sottostare la 
patria nostra agli stranieri ; ed hanno sempre in bocca l'idio- 
ma francese, e chiamano povero il nostro, e questo dicono 
senza sentirne vergogna. E pure il sig. di Voltaire cosi seri* 
ve va al Cesarotti: Io comprendo il vanUnggio che la lingua 
italiana ha sopra la nostra: essa dice lutto quello che vuole, e 
la francese non dice che quello che può. 

' « Io ho sempre notato (è '1 chiarissimo Vincenzo Gio- 
berti, che cosi scrive nella Introduzione allo studio della 
filosofìa) che gli sprezzatori della lingua in teorica, se ne 
mostrano ignoranti nella pratica; e che, all' incontro, chi 
la sa, ne confessa agevolmente l'importanza. Or se la lin- 
gua è di gran momento, egli è necessario che in ogni paese 
culto si trovino letterati che ne facciano special professione, 
e la trattino come oggetto principale, o unico, dei loro 
studi. L' opera di costoro è onorevole e utilissima; e io li 
giudico tanto benemerili della patria, quanto importa a que- 
sta r avere uomini che le preservino intatto il nobile patri- 
monio della lingua. Quanto non si ò gridato, alcuni anni 

24» 



282 ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI A. CESARI 

sono, contro Anlonio Cesari? Tutiavia, malgrado ì clamori 
levali contro quest' uomo, io lo reputo per uno de' più be- 
nemeriti italiani che siano vissuti alla nostra età. Egli ri- 
mise in onore lo studio dei trecentisti: cavò dalla polvere e 
ci diede corrette alcune preziose scritture: ci diede neirimi- 
tazione e nel Terenzio le due più belle versioni di prosa 
italiana onde possiamo vantarci dopo quelle del Cavalca, 
del Caro, del Firenzuola, del Segni, dell'Adriani, del Da- 
vanzali: arricchì quel Vocabolario, che con tutti i suoi di- 
fetti sarà pur sempre la base di ogni buon lavoro in questo 
genere: combattè colle armi del buon giudizio i corruttori 
della lingua, tanto più biasimevoli, quanto più sogliono co- 
prirsi col mantello della filosofia, e renderla agli occhi dei 
semplici complice della loro barbarie.... Si dirà eh' io non 
m'intendo d'idee, che rinovo dottrine rancide, ohe sono 
incapace di conoscere e di apprezzare i progressi del seco- 
lo. Se io abbia qualche idea o no, potrà giudicarlo chi avrà 
la pazienza di leggere i miei scritti. Questi amatori d' idee 
non considerano che i concetti falsi o volgari volgarmente 
espressi, secondo la consuetudine moderna, non hanno nes- 
sun valore; ma che i concetti veri, benchò volgari (e tanto 
più se nuovi e reconditi), quando siano vestiti di una for- 
ma elegante e pellegrina, hanno sempre molto pregio; per- 
chè la verità li rende utili, e la facondia efficaci.... Chi crede 
le parole non essere che parole, erra di gran lunga. » 
QcANTi Italiani hanno ancoba bisogno di questa lezione 

DEL dottissimo GlOBEBTI ! 

* Non è punto vero quel che dissero i nemici del Ce- 
sari, cioè aver lui voluto insegnare a' giovani di prendere 
da' trecentisti le voci e i modi rancidi e disusati, avendo 
anzi scrìtto egli stesso nella sua dissertazione sopralo stato 
presente della lingua italiana: « Ma qui io voglio aver av- 
vertilo coloro che leggeranno; che quantunque io abbia 
detto e dica, che la bella lingua si dee per noi prendere la 



ANNOTAZrONI ALL'ELOGIO DI A. CESARI 283 

prima cosa dal trecento, e da coloro eziandio che nel cin- 
quecento con tanta lode la ci conservarono; non dirò già 
per questo, che troppo piò al bello scrivere non ci biso«- 
gni: e questo è 1 giudizio, senza di cui tutto il resto niente 
pochissimo gioverebbe. Io vo' dire, quel 6no accorgimento 
che ne insegni scegliere dalla massa delle parole le miglio- 
ri, le proprie, le più acconce al luogo ed alla materia, e 
dar loro quel cotale atto, quelle fattezze, quel giro e quel 
legamento che loro stia bene. » Veggasi anche V Antidoto, 
ediz. dì Forlì del 1829. 

" Il dottissimo Carlo Dati scrisse che: — Cicerone nel- 
F accusa di Marc' Antonio non si guardò di chiamarlo a 
sindacato sopra il non più sentito superlativo piissimus, e 
che malamente avesse usato dignui, e facere eonlumeliam. 
E non è da farne gran meraviglia, perchè egli, per detto 
di Quintiliano, non la perdonò né anche al figliuolo. Ma 
quanto egli fosse accurato , e quanto e' faticasse per bene 
scrivere latino, per due luoghi delle epistole ad Attico spe- 
cialmente può dimostrarsi. — In una delle quali epistole dice 
il buon Tullio all' amico: — Vedi (u quanta più sottil^cura 
mi dia di questo (cioò della lingua), che delle vicende uma- 
ne, o di Pollione. — Noti qubstk parole il giotanb stu- 
dioso. 

" Il mio illustre concittadino, Paolo Costa, cosi scrisse 
nel suo aureo volume della Elocuzione a questo proposito: 
a l più antichi (scrittori) diedero vita e forma alla lingua, 
ed i posteri loro V arricchirono e la potranno arricchire, ma 
non senza grande biasimo potranno toglierle V esser suo. 
Siccome ad ogni nazione è speciale la fisonomia e certa 
foggia di vestire, cosi sono speciali alle varie favelle le voci 
ed i modi propri e figurati, i quali hanno attenenza co' di- 
versi costumi delle diverse genti; e perciò coloro, i quali 
vogliono introdurre licenziosamente neir idioma nativo pa- 



HSh ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI A. CESARI 

Tole e modi forestieri, operano contro ragione, e, mentre 
ambiscono di essere tenuti nomini liiMsrì e filosofi, fanno 
mostra d' obbrobriosa ignoranza. Non si lascino donqne so- 
praffare i giovanetti da quei beffardi filosofastri, che con- 
trassegnano per derisione col nome di purista chi stadia 
scrivere italianamente; ma alla costoro petulanza coll'aa- 
torìtà di Cicerone rispondano arditamente, che colai, il 
qoale la patria favella vilipende e deforma, non solo non 
ò oratore e non é poeta, ma non ò nomo. (Gic. de Orat. 
L 3.) » 

'^ Ecco le parole del Cesari: e «...volendo qaesti nova- 
tori screditare la buona lingua, non la perdonano eziandio 
agli scrittori, e (che è peggio) appongono loro cose false. 
Egli sarà un dieci anni , a me fu apposto, che avessi ado- 
perato la voce Carogna per dire il Corpo morto del Salvatore. 
Io per purgarmi gli ho provocati, che mi citassero l'ope- 
ra, il tomo, la faccia, dove io avessi osato cotesta voce. 
Nessuno mi portò mai il luogo. 11 medesimo fecero del verbo 
Andar del corpo per Morire come usato da me. Gli sfidai a 
recarmene il luogo: nessuno lo potò fare. La calunnia rima- 
se smentita da sé. » V. V Antidoto, ediz. cit. 



^ Versi di un sonetto del Cesari. Vedete le sue Rime 
gravi , part. II, Milano 1832. 



" Il coirpo del Cesari chiuso in due casse^ l'una di ro- 
vere, r altra di piombo, fu sotterrato nel mezzo della chiesa 
di s. Romualdo, sotto la cjipola, nel sepolcro che fu dei 
monaci camaldolensi. Ma a questi di, trasportate le ossa 
in altra parte della chiesa predetta, ivi è stato eretto un 
piccolo monumento alla sua memoria, disegnato e sculpito 
in marmo dall' egregio giovane ravegnano , Enrico Pazzi. 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI A. CESARI 285 

L'iscrizione fa dettata dal eh. letterato d. Celestino Cave- 
doni, ed è questa: 

SACRIS . CINERIBVS . ET . VIRTVTI 

ANTONI! . CESARI . SAG . PHILIPPIANI 

DOMO . VERONA 

PVRIORIS . CVLTIORISQVE . ITALICAE . LINGVAE 

RESTITYTORIS . PRAESTANTISSIMI 

ANNO . M . DGCC . XXVIII . KAL . OCTOBR . 

SVBVRBANA . IN . VILLA . COLLE6II . N . 

FEREGRE . DEFVNCTI 



AETATIS . SVAE . ANNO . P . M . LXVIII 

STEPHANVS . ROSSI . LIGVR 

VICE . SACRA . crVITATEM . ET . CONVENTVM . RAVENNAT . 

ADMINISTRANS 

AD . VIRI . CLARISSIMI . QVEM . SEMPER . SVSPEXIT 

MEMORIAM . PERENNANDAM 

MONVMENTVM . CVM . ICONICA . IMAGINE 

DE . SVO . PONENDVM . CVRAVIT 

ANNO . M . DCCC . LUI 

^^ Parole del sig. ab. Cesare Bresciani neir elogio del 
Cesari. 

>' 11 sig. Cardinale LUIGI AMAT, legato della città 
e provincia di Ravenna. 

*' II sig. conte Carlo Popoli, illustre letterato bologne- 
se, onorava la città di Ravenna con questi versi: 
D' odoriferi pini un loco abonda 
Dove città maraviglìosa e grande 
S'asside a la marina in su la sponda, 
£ se le sue vetuste opre mirande 
Vinse colui, che tutte cose affonda. 
La fama il grido sovr'al ciel ne spande; 
E quella ancor ne V alta sua ruina 
Par che dica a le genti: Io fui regina. 



286 ANNOTAZIONI ALL* ELOGIO DI A. CESARI 

Salve, (erra ospitale a' sacri ingegni» 
Si, che n' bai frutto di cotanto onore. 
Guardane altera i gloriosi segni 
Nel freddo avanzo del sovran cantore , 
Che vivo valse a correre i tre regni 
Del gaudio, de la speme e del dolore. 
Salve, o Ravenna; avventurosa (erra 
U' (anta gloria nostra si rinserrai 



287 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI G. PERTICARl 



^ Come fosse docile la natura del nostro Gialio, si può 
raccogliere da queste parole, tolte da nnà saa lettera al 
conte Giuseppe Mamiani; parole degne d' essere nel caore 
di tatti i giovani: « ... a' figli la volontà del padre deve pa- 
rere sempre 'onesta, e la persona deve esserne sempre 
santa. Almeno io sempre ho pensato a questo modo: e mi 
ricordo di aver sacrificato a mio padre perfino l'amore: 
che è pure la più indomabile delle umane passioni, spe- 
cialmente nel cuore dei giovinetti. )> Pertic. Op. Voi. II, 
ediz. di Bologna del 1839. 

' Il Pertieari, pochi mesi prima della sua morte, scri- 
veva air amico suo sig. Luigi Bertucefoli: « Qnand'io, 
vent'anni sono, scrissi quelle egloghe, mi sperava di se- 
guir da lungi Teocrito e Marone. Or m'avveggo che io 
tenni ria torta: e come quelli andavano in sul monte, io 
mi cacciava per fossi e per paludi. » Pertic, Op. ediz. cit. 
Voi. II. 

3 II sig. cav. Francesco Fabi Montani ha dettato una 
bella biografìa della Pellegrini, poetessa improvisante, morta 
assai giovane nell' aprile dei 1S07. V. il giornale bolognese, 
r Istitutore ee., semestre primo, 18SB, parte prima. Nota 
scritta nel 1847. 

♦ Non intendo io di fermi giudice dello stile del Per- 
tieari: dico solo quello che sento. Anche il Costa però scris- 



288 ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI G. PERTICARI 

se: essere a ì libri del PerticarL... in purgato e nobile stile 
dettati, e pieni di qael nerbo e vigore, cbe dal profondo 
della morale filosofia viene alle scriitare; ondecbè in pic- 
colo volume essi racchiudono assai grandi e pregevoli cose. » 
Ed il Costa era giudice da ciò: e lo è pure lo Strocchì, il 
quale appella le prose del nostro Giulio ichielte e iempre 
aimahUi; e dice che nel valor deUo icrivere a tal segno arri- 
vò, che ne vivrà lodalo in fin che vita e lode avranno le arii 
lodevoli. Non farà però maraviglia, se un di coloro, che 
chiamano pedanleria lo studio ch'altri pone ne* classici auto- 
ri, non siasi vergognato di scrivere e publicare in dispre- 
gio del Perticari alcuni sgraziatissimi versi. 

' La Gostanza Monti sopravisse al marito diciott' anni 
e pochi mesi, essendo morta in Ferrara a' 7 di settem- 
bre 1840, in età di qnarantott' anni, dopo tre di continua 
malatia. Scrìsse de' versi non mediocri, e fece la traduzione 
di Cornelio Nipote e di alcun grave trattato di Seneca. Ebbe 
sepolcro nella chiesa delle Orsolìne della predetta città. 

* Disse Plutarco: essere maggior infamia ad un popolo 
il perdere lingua cbe libertà; poiché (aggiunge il Perticari) 
la vita deir uomo franco non dura più di quella dell' uomo 
schiavo; laddove la favella ha virtù di. fare immortali gli 
uomini che sono morti; come ci fa fede il latino imperio 
che già tutto cadde e spari, mentre la fama de' suoi citta- 
dini si vive ancora nella sua lingua, la quale sta e dura più 
eterna che la romana potenza. — Pertic. Degli scritt. del 
trec. ec. Lib. I, cap. 1. 

"^ Con queste parole non ha mica voluto il Perticari 
distogliere i giovani dallo studiare ne' trecentisti , nò mo- 
strarsi avverso alle dottrine del Cesari, com'ha créduto 
taluno. Chi giudica a questo modo dà <c a conoscere (dice 
il Costa, la cui autorità in queste materie mi par di gran 
peso) di non aver letto per intera il libro del Perticari , e 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. PERTIGARI 289 

di non averne compresa la dottrina. Egli affermò aperta- 
mente: che grande uHlilà reca il molio siudio , che molli pon- 
gono ne* libri del trecento. Imperocché per tale maniera rifio- 
risce U bellissimo nostro idioma ^ che, già condotto ad infelici 
termini 9 era Ulcero e guasto daUa lunghezza de* tempii dalla 
forza degli stranieri, e, ciò che è più, dalla stessa nostra 
viltà. » 

" 11 cav. Monti, ragionando di questo trattato del Per- 
ticar!, disse: « aver sul capo la maledizione delle Mase, o 
qualche brutto verme nel cuore colui che '1 negasse ben 
ragionato, e tutto mirabilmente scritto con quella eleganza 
soda e virile in cui siede principalmente la forza, la di- 
gnità, la potenza della più scelta lingua italiana. x> Ed il 
Giordani lo appellò maraviglioso. 

' Di questa vita del Rienzo cosi scriveva il Perticar! 
al suo amico conte Giovan Antonio Roverella il di 16 marzo 
del 1818. « Io sapeva bene che una vita di Cola a questi 
giorni non poteva veder la luce: né alcuno il sa meglio di 
me, che ne serbo una da me scritta, e eh' io lascerò a' miei 
pronipoti, perchè nel 1900 la stampino a Filadelfia, e la 
intitolino agi' italiani futuri. » Pertic. Op. ediz. cit. VoL II. 
Il sig. Felice Le Mounier ristampa ora la vita del Rienzij 
scritta da un trecentista , con le belle osservazioni storiche 
e filologiche di Z« Re, in questa nuova edizione migliorata 
ed accresciuta. 

'^ Sono le parole stesse del Perticarla che descrisse 
questo suo viaggio in una lettera al sig. Pietro Manzi de'23 
novembre 1821. V. le Op. del Pertic. ediz. cit. Voi. II. 

'* Infra i generosi eh' ebbero carissimo il Perticar!, 
e ne piansero la morte immatura, il conte Francesco Gassi 
ricorda due de' « più chiari e in nobiltà di sangue e in al- 
tezza d' ingegno magnanimi cavalieri, che onorano questa 

25 



290 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. PERTIGARI. 

beUa penìsola: il marchese Oianearlo di Negro di Genova, 
ed il marchese Giangìacomo Trivalzio di Mflano; avendo 
il primo in quella saa splendida villa, meritamente detta 
il paradiso della città, inangnrato il busto del gran Pesa- 
rese con pnblica fèsta maravigliosa; ed essendo inteso il 
secondo a farne l' apoteosi ne' suoi deliziosi giardini di 
Ornate. » 



291 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI C. ARICI 



^ Vedi le Op. di Pietro Giordani; ediz. di Firenze 
del 1846. YoL 1, a e. 300. 

* Questo elogio dell'Arici dovea esser letto il <( ago- 
sto 1848 nel collegio di Ravenna, per la distribuzione dei 
premY a' giovani studenti: la quale essendosi fatta senza 
solennità, l'elogio non fu recitato. 

' <K La poesia italiana (cosi un moderno scrittore) ha 
pochi degni cultori in questi tempi, se bene moltissimi sieno 
coloro i quali, credendosi poeti, scrivono versi, per lagnarsi 
poi della crudeltà del destino che ingiustamente li perse- 
guita, della igncHranza del rispettabile publico che non sa 
apprezzarli, e non vuol punto curarsi dì loro.... Ma la cdpa 
di tutto ciò è in loro meidesimi.... peroeehè, anche nei poe- 
tici regni, molti sono i chiamati e pochi gl( eletti. mVedi '1 
giornale, la Rivista europea, anna II, part. ul 

* La prima edizione del poema degli Ulivi uaci in Bre- 
scia dd 1808, intitolata all' altezza imperiale di Eugenio 
Napoleone viceré d' Italia. In sul finire del quarto libro 
sono questi versi: 

Mentre i voU reggendo alla francese 
Aquila invitta, fionaparte in arme 
I troni abbatte, e ai vinti re perdona, 



^9i ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI G. ARICI 

Questi del sacro a Palla arbor cantai 
Rustici avvisi, e di mia verde etade 
Il ventesimo terzo anno volgea. 

' I lunghi aflfànni e le pietose avventure di Psiche 
(cioè dell' Anima innamorata) furono dall' Arici descritti 
neir inno all' Amore di Tespi; e Y autore trasse argumento 
da questo episodio per giovare agli uomini co' precetti della 
morale. Perocché (die' egli in una nota, che va innanzi 
all' inno) a il saper troppo non giova all' umana felicità; e 
come nelle cose d'amore sia rimosso ogni velo, 1' animo 
si rimane scontento; là terminando ogni delicato*e fino 
piacere, dove più nulla ci resti a desiderare. A questo pare 
che intendesse la sapienza degli antichi , favoleggiando di 
Psiche. » 

' Intorno al poema dell'Arici, la Gerusalemme di- 
strulla, 6 da vedere quel che ne scrissero i letterati della 
Biblioteca italiana (giornale di letteratura, scienze ed arti) 
nel tomo XYII. 

' Trovo nominati nelle Op. di P. Giordani e di V. Monti 
due drami dell' Arici , cioè l' lOgenfa e la Galiiroe. E nel 
voi. IV delle Op. di esso Arici, dopo il Corallo, seguono 
due canzoni anacreontiche, i fiagni d'Abano e le Belle 
Arti. DeNò anche una canzone sul Porto-franco di Vene- 
zia. £ fra' poemetti di kii si vuol pur ricordare la Musa 
virgiliana, che va avanti alla traduzione della Georgica di 
Virgilio. Gr inni sacri, da me veduti, sono cinque: l*' La 
Comunione de' Santi : ^ L' Ascensione di Cristo: Z"" Il Tran- 
sito di s. Giuseppe: 4'' Il Rosario: S*" Gli Apostoli. Fra le 
prose, il prof. G. Picei dice: essere scrittura pregevolissi- 
ma una sua memoria academica sopra le condizioni locali 
delle acque minerali di Bovegno e San Colombano in Val- 
Trompia. Sono anche a stampa sessantatrò lettere, che 
r Arici scriveva a' famigliari tra 'I 1800 e la vigilia della 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI C. ARICI 293 

sua morte. E fra le poesie postarne, pabticate in Brescia 
del 1838, òvvi '1 primo canto di un poema didascalico sa 
r Elettrico, an carme lirico sa i Parganiotli di Hayez, dne 
frammenti di un altro poema didascalico sa i Fiori ec. 

^ L'Arici tradusse, come ho detto nell'elogio, tatte 
quante le poesie di Virgilio, insino alle minori e messe in 
controversia dagli eruditi, come la Giride, il Calice, il Mo- 
reto ec. Della versione della Georgica leggesi un articolo 
critico nella Biblioteca italiana, tomo III. 

" Questi versi sono dell'Arici. Vedi la Sirmione, a 
e. 37, ediz. di Milano, 1827. Voglio qui avvisato il lettore: 
che tutti i versi, ch'io ho recati per entro il mio elogio, 
sono tutti deli' Arici; e non ne ho citati i luoghi per amore 
di brevità; 

^* La Sirmione é una bellissima penisoletta o isoletta 
nel Benaco, ora lago di Garda; celebre pe' versi elegan- 
tissimi dì Catullo: 

Peninsularum, Sirmio^ insularumque 
OceUey ec. 

Dell'amenità di questo luogo cosi scriveva all'amico suo, 
Plinio Tomacello, il Bonfadio: « Voglio perdere la vita, se 
giunto che sarete qua, non vi parrà d' esser venuto in luogo 
simile a quello , ove dicono abitare gli animi nostri, quando 
partiti di qua, come di un tenebroso e tempestoso mare, 
arrivano in parte, dove fermati, per non sapere che desi- 
derar più oltre, contenti in sempiterna luce si godono una 
tranquillità infinita. Però ancorché Catullo mosso da strano 
capriccio poetico con il suo fascio* andasse a vedere la 
nobile Rodi, e tutte le maraviglie dell'Arcipelago fin oltra 
lo stretto di Ponto, donde passò la prima nave di que' scelti 

* Phaselus ille^ quMtn pidetis, k9*pites te. — Catuuo. 

J5* 



Ì9k ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI C. ARICI 

cavaliMi argivi che andarono al monton d' oro; nondhneno 
ritornato che fa a questo spettacolo di nuovo paradiso, 
fece voto a Castore e Polluce di non partirsene più mai. » 

*^ Intorno alla Sinnione dall' Arici vedi l'articolo della 
BibUoteca italiana, tomo XXYII. 

** Anche di questo carme si vuol vedere il giodicio 
che ne diedero i giornalisti della Biblioteca italiana nel 
tomo XXXIIl. 

I" Il lettore vorrà ricordarsi eh' lo dettava questo elo- 
gio nel higUo del 1848. 

'* « Il dolor assai grande rifiuta il conforto , e manda 
via il confortatore. Renuit consolari anima mea^ dice il Sal- 
mo; e di Giacobbe, che credea morto Giuseppe suo figliuo- 
lo, si legge che noluit eonscìationem aecipere, Gen. 137. » 
Cosi '1 buon padre A. Cesari in una nota alla sua bellissima 
tradazione di Terenzio. Ed io sopraggiungerò anche que- 
sto patetico e veramente divino passo delle Sacre Carte, 
che ti chiama le lacrime su gli occhi, e t' intenerisce l'ani- 
ma della pietà: Vox in Ramaaudila est, ploralus et ululalus 
multus; Rachel plorans fUios suos, et noluit consolari, quia 
non sunl. E lo stesso Ariel scrisse nel suo Viaggio malin- 
conico, che: 

Invan l' anstero di Sofia precetto 
O labro che com miseri, airafflìllo 
Parla; e invan di ricordi e di parole 
Studia conforto ove la doglia abondi; 
E '1 balsamo che dolce a le ferite 
Scende, e d^ oblio le sparge e le rinserra, 
All' arbitrio del tempo è conceduto. 

'* « Rahbfosamétilé inVidioÉo alla sorgente e erescitura 
fama del giovine bresciano (Cesare Arvei) latrò Ugo Fosco- 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI C. ARICI 295 

lo: al quale rimane anch' oggi chi per pochi versi facendolo 
poeta, e per non buoni versi gran poela, ammiri '1 fumoso 
enigma de' suoi Sepolcri. Tanto miglior giudice e miglior 
uomo il buon Monti (con benevolenza calorosa, come so- 
leva) difese V ingegno veramente poetico, e validamente 
promosse la fortuna dell' Arici. II quale con molte poesie 
(pognamo non tutte di pari bellezza) e spesso con versi di 
stupendo magistero, meritò il nome che più dura e più ono- 
ra: e sarà nominato tra pochissimi che in tanta universale 
barbarie si mostrò nobilmente elegante. y> Cosi Pietro Gior- 
dani. Vedi le sue Op. Firenze, Le Mounier, 1846. Voi. 1, 
a car. 148, in nota. 

^* L'Arici, come dicono i suoi biografi, nacque il 2 
luglio 1782, di Agostino e di Caterina Brozzoni, ed usci di 
vita il 2 luglio 1836. 1 suoi concittadini, per la miseria dei 
tempi, non poterono fargli al mortorio gli onori dovuti; ma 
nell'anno appresso, 1837, a' 24 di giugno, celebrarono la 
sua memoria con una publica festa solenne; e fu decreta- 
to che la sua efSgie in busto di marmo, lavoro dell' egre- 
gio scultore veronese, Innocente Fracaroli, fosse posta in 
quel luogo del Campo santo, che 'l Municipio as^gnò ad 
onorata sepultura de' suoi benemeriti concittadini. Il prof. 
Giuseppe Nicolini cosi descrisse le esteriori sembianze del 
suo celebre amico : « Cesare Arici fu di mezzana e ben 
disposta persona, di sana e robusta complessione, di rego- 
lari, sculpite, ed anche direi belle forme d' aspetto, se non 
fosse che la infermità della vista e '1 lume presso che 
spento degli occhi faceà difettar di fisonomia e di espres- 
sione il suo volto. )» 



ELOGI DEGÙ UUISTRI STRAMBI 

LUIGI CAMOENS 

SALOMONE GESSNER 

JACOPO DELILLE 

GIORGIO BYRON 



LUIGI CAMOBNS 



Ogni volta eh* io mi torno a mente la istoria di 
alcuni preclarìssimi ingegni, eh' ebbero a sperimen- 
tare in questo mondo quel che possa l' invidia e la in- 
gratitudine ne' petti umani, io'l confesso, o signori, * 
mi prende snbito al cuore una grande, una ineffabile 
tristezza. E come non conturbarsi, veggendo Titalico 
Omero, 11 cantore della rettitudine, Dante Àllighieri, ' 
infamato per barattiere, dannato al fuoco, morto in esi- 
lio? E Incoiò Machiavelli, storico insigne, maestro di 
civile sapienza, spogliato d'ogni publìco officio, sban- 
dito, chiuso nella secreta del malfattore, posto al- 
l' ignominia e àgli spasimi della tortura? E Torquato 
Tasso, novello Virgilio, Platone novello, incarcerato 
per sette anni, schernito come demente, condotto 
alla sepultura mendico ? E tu, diyin Galileo ?.... 

Ma verrebbe prima manco questo giorno, s'io vo- 
lessi noverare ì nomi di tutti que' magnanimi, che pa- 
tirono indegne offese vivendo* Non fu però sola la 
Italia, cortesissimi uditori, non fu sola b patria nostra 
avversa a' suoi onorandi figliuoli: egli è non nazione, 
direi quasi non è dttà, in che le ininiidzie de'trìsti, le 
invidie degF ignonmti , le persecuzioni degl'impostori 
non abbiano fatto ognora lo stremo delle lor forze, 
per ricacciar nelle tenebm la luce della sapienza. E 



300 L. GAMOENS 

se bene queste iniquità degli uomìDi sieno di loro 
natura indegne di memoria; pur non ostante può '1 ri- 
cordarle tornare ad utile ammaestramento di quelli 
che vivono. Tolga però via Iddio che a voi, che mi 
ascoltate, entri mai nel pensiero voler io quest^oggi 
col presente ragionamento recare onta e vergogna alla 
nobilissima nazion portoghese, che in amore alle 
lettere, alle scienze, alle arti belle none punto in- 
dietro dalle più eulte nazioni di Europa, se mi pongo 
a raccontare i fatti del celebratissimo portoghese poe- 
ta, Luigi Carooens, sfolgorato dall'avversa fortuna, e 
dalia malignità degli uomini perseguitato. 

Fu e sarà sempre glorioso alla Spagna, non meno 
che al Portogallo, il secolo decimosesto, in che fiori- 
rono i più eleganti scrittori, principalmente poeti, 
che, presi all'amore dell* italiane Muse, adornarono 
le. aménissime regioni loro d' ogni sorta poetiche leg- 
giadrie.' Onde vanno famosi i nomi del Boscan, del 
Garcilasso, dell' Herrèra, dell' Alcazar, dell' Ercilla, 
del Leon, del Cervantes, del Vega; e, per tacere degli 
altri, de' due illustri fratelli, Lìipercìo e Bartolomeo 
Leonardi di Argensola, traenti V orìgine dalla rave- 
gnana casa de'Lunardi,^ oggidì estinta. Ma sovra 
questi vola, com' aquila. Luigi Camoens, nato di 
chiara stirpe nella popolosa e magnifica città di Li- 
sbona, Fanno Ì5i7. Gli educatori di lui molto si ado- 
perarono a fornirgli di buone cognizioni T ingegno, 
ch'ebbe da natura penetrativo e vivace: ed allevato 
alle scuole di Goimbra negli stadi de' più riputati 
autori greci latini italiani, si accese nell'amore del 
vero e del bello, levandosi sovra tutti i suoi condisce- 
poli; e ben si parve a che alta rinomanza sarebbe nn 
giorno salito col vigore della poetica fantasia. 



-i 



L. GAMOENS 301 

Ma essendo d' indole naturalmente dolce e amoro- 
sa, avea a mala pena compiuto V ordinario corso 
degli studi , quando in Lisbona s' invaghì delle belle 
ed aggraziate forme di Caterina d' Attayda, dama della 
reina; e fu tanta la veemenza di quell'affetto, in età 
che le passioni son più forti della ragione » ch'egli, 
avute parole co* suoi rivali nelF amore, fu per questo 
mandato dal governo in esHio a Santarem; luogo 
ameno, ed atto a farvi una vita ritirata e tranquilla. 
In questa solitaria dimora ei disfogava i suoi affetti 
cantando : ed i versi di lui tengono molto della soavità 
amabilissima del nostro Petrarca ; per ciò furono e 
sono in pregio appresso quelli, che hanno il cuore 
gentile. Ma ben tosto la tanto focosa passione d'amore 
era in lui vinta da un generoso desiderio di gloria, 
e dal bisogno di procacciarsi miglior ventura coli' ar- 
mi: quindi è che sì fece soldato sotto le insegne di Gio- 
vanni re, terzo di questo nome, il quale mandava un'ar- 
mata di mare a guerreggiar i Mori di Barberia. Nar- 
rano eh' egli nel campo della battaglia dettava versi 
ad accendere vie più i valorosi e ad esaltare i vinci- 
tori: ed avendo il petto pieno d'intrepidezza, mette- 
^ vasi ad ogni incontro di pericoli; per che all' assedio 
di Geuta ebbe spenta da un colpo di moschetto la luce 
dell* occhio destro; ma non per questo l' usato ardire 
dell'animo gli mancò. 

Ricondottosi poi a Lisbona con la confortatrice 
speranza, che i suoi versi e '1 suo valore nell'armi non 
andrebbero senza ricognizione di qualche mercede, 
il suo avviso gli fallì: avvegnaché l'amore delle lettere 
era ne' ricchi quasi morto; a' quali sta l'incoraggiare 
e'I proteggere la virtù bisognosa; e le nuove delicatezze 
aveano fatto venire in fastidio i virili costumi. Vide 

26 



302 L. GAMOENS 

se obliato y anzi repatato per niente, e la stessa sua 
gloria essergli di uocamento. Vide levati in altezza di 
onori non pochi discoloro, eni fortuna avea largrito 
oro ed argento , e tolto il senso comune. Da prima se 
ne turbò: poi glie ne venne tale e tanto disdegno, che, 
non potendosi dar pace al cuore, trovata una naye 
che passava alle Indie, montò in quella, con fermo 
proponimento che fiii non tornerebbe; e questo fu 
r anno 1553. Navigando qne* mari corsi dalle ardite 
prode de* suoi, si ricordava di te, Bartolomeo Diaz, 
che primo osasti scoprire il terribilissimo Capo delle 
tempeste, e fosti poi nelle perigliose acque sommerso: 
e gF inteneriva il cuore la tua lacrimevole istoria, o 
bella ed infelice Eleonora, ' che dopo il tuo naufragio, 
in un con lo sventurato marito, lasciasti la vita in terra 
di barbari e di selvaggi. 

Giunto a dar fondo a Goa, isola situata presso le 
coste del Canarà, lontana un quindicimila miglia dì 
mare da Lisbona, la più famosa e ricca del Levante, 
e capo dì tutti i paesi conquistati in quel nuovo mondo 
dal valor portoghese; al primo metter piede in terra, 
la vista di que' luoghi gli sollevò lo spirito; ed alla 
commossa fantasia si parava dinanzi '1 prode Odoardo 
Pacheco, che combattè tante volte, e sempre vinse, i 
nemici della patria; e Francesco d* Almeyda con Lo- 
renzo suo figliuolo, che fecero formidabile nelle Indie 
il nomede'portoghesi. Gli pareva di veder camminare 
sovra mucchi di cadaveri '1 tremendo Alfonso Albucher- 
che, espugnatore di Ormuz allo stretto d'Arabia, e di 
Goa, e di Malacca nelFantica Aurea Chersoneso, a cui 
r invidia rese amari gli ulfimì giorni della sua vita: 
e di accostarsi al tuo letto di morte, o Giovanni Ca- 
stro, Curio secondo, che, trionfati ì tuoi nemici, stato 



Mtt 



L. GAMOENS 303 

nella suprema dignità, con in maao i tesori di qacl- 
rindico regno, nella tua ora estrema giurasti sull'evan- 
gelio morire d* ogni terrena cosa diserto e mendico. 

Con questi pensieri nella mente, e sentendosi 
mosso dentro da un naturai fuoco, e spirito e Iena 
da cantar cose grandi, elesse il Gaomens materia di 
sublime argumento, e prese a scrivere un poema, in- 
titolato i Lusiadi (nome con che in antico erano appel- 
lati gli abitatori del Portogallo); nel quale narrò Tar- 
dità, e fino a que* tempi disperata navigazione di 
Vasco Gama alle Indie d'Oriente, aggirando le co- 
stiere deir Africa; impresa di grande utilità al traiico 
delle mercatanzie, di grande interesse siila gloria 
d%' suoi concittadini, e che, a detto di Ugo Blair, 
pose il fondamento ddla loro futura potenza e ripu- 
tazione in Europa. E nel mentre eh' egli aveva co- 
minciato a dettare .questo poema, veniva anco os- 
servando i guasti e corrotti costumi di quelle genti, 
l'avarizia de' regi ministri, intesi non al publico bene, 
sì a'ioro privati guadagni: onde più non reggendo alla 
pazienza, ritrasse in carta que'vizi con franche e libe- 
rissime parole; ed essendo la satira pervenuta nelle 
mani del viceré, don Francesco Barrette, arse d' ira 
contro il poeta e lo mandò in esilio a Macao. 

È questa una città dell' Asia, ne* confini dell' im- 
pero cinese, a veduta del mar d* Oriente : non è oggi 
così grande in numero di casce d'abitatori, ma a'tem- 
pi del poeta fu florida per commercio e frequente 
di popolo. Cinque anni vi stette il Camoens tutto da 
sé solitario; la qual maniera di vita spense in lui ogni 
perturbazione dell'animo, ed aggiunse vigore alle forze 
del suo intelletto. Mostrano que' del paese anche a' dì 
nostri una grotta in un giardino, dove dicono lui 



304 L. GAMOENS 

aver composto il suo poema: e non è persona di 
qualche cognizione di lettere, che giugnendo colà 
non voglia vederla ; e già ne* primi anni del presente 
secolo la visitavano il capitano Krusenstern e lord Am- 
herst, • secondo che si legge nelle memorie dei loro 
viaggi. 

Ora, tornando al poema, è da osservare con Fe- 
derico de Schlegel : che il Camoens non canta già solo 
di Gama, nia ben anche della scoperta delle Indie; e 
non solamente la' signoria di quel paese e le eroiche 
gesta de' portoghesi y ma tutto quello che V antica storia 
del suo popolo somministrava di cavaUeresco , di grande ^ 
nobile f beUo: ch'egli abbracda tutta intera la poesia 
del suo popolo: che fra tutti i poemi eroici de* tempi 
antichi e moderni non ve n' ha €dcuno che sia nazionale 
al pari di questo, E per fermo non ha 'l Camoens preter- 
messa nel suo poema cosa nessuna, che vaglia a mo- 
strare la candida affezione che lo stringeva a' suoi; 
e per poco non vi ha inseriti tutti gli eroici fatti della 
nazion portoghese; i quali fatti, comechè collegati 
maestrevolmente con le poetiche finzioni, tuttavia è 
sembrato ad alcuni che sieno soverchi, e facciano 
un po' magro d' invenzioni '1 poema, come fu detto 
della Farsaglia del Coiìdovese. Ed anco quella mistura 
deir antica mitologia co* misteri della fede cristiana 
parmi che non troppo ben si convegna. 

Ma con tutto ciò '1 poema del nostro autore è an- 
cora raàraviglioso, siccoine quello eh' è adornato di 
assai belle e variate descrizioni, che sono a leggere 
pienissime di diletto. L'episodio nel canto terzo, 
con che *1 poeta pianse la morte di quella sventurata, 
quanto bella, Ines de Castro, ti cava dagli occhi le 
lacrime, se hai cuore che si apra a* teneri affetti 



L. GAMOENS 305 

della pietà. E quel gigante Adamastorre, che surge dal 
mare, levandosi col capo alle nubi tra i nembi e le 
tempeste, e con voce simigliante al rimbombo del tuono 
grida a Vasco, che non s* innoltri, minacciandolo di 
naufragio e di morte, è alta e terribile fantasia. Bellis* 
sima poi e graziosissima è la descrizione della isoletta, 
che Venere pose in mezzo all'oceano, per dare ristoro 
agli stanchi navigatori ritcffnanti dalle conquistate re- 
gioni ; e ben mostra che quel poema fu pensato sotto 
r indico cielo, nelle morbidezze dell'Oriente, e torna 
alla memoria i lieti e deliziosi orti di Àlcina e di Ar- 
mida de'nostrì grandi poeti Lodovico e Torquato. 

Vuoisi anco pregiare questo poema per la bontà 
della lingua, 1' eleganza e facilità dello stile; perocché 
chi s'intende della grave favella portoghese lo dice 
verseggiato mirabilmente; pieno di proprietà, di gen- 
tilezza, di forza, di evidenza, di armonia; e tutto caldo 
di un vero amore di patria. Per le quali doti raris- 
sime > non solo le eulte persone, ma le idiote altresì, 
se ne recano a mente i più bei luoghi, e li cantano 
poi con molto diletto di chi gli sta a udire. A me 
pare gran maraviglia ch'egli potesse in tante av- 
versità condurre a line sì bella opera , lodata dal di- 
vino autore della Gerusalemme: "^ e sempre mi tocca 
il cuore una grande compassione, quando leggo le 
parole dolenti, aflettuose, con che lamenta il suo 
stato alle patrie ninfe del Mondego e del Tago, e lor 
dice: com' ei si viva là nelle Indie, diviso tanta aria 
e tante acque dalla dolce patria, ramingo, mezzo ignu- 
do, in cerca di ricovero e di pane; ed invochi la musa 
Calliope che voglia dargli almanco tanto d'aiuto, che 
possa compiere il suo poema, e 

Dolor non vinca il travagliato ingegno. 

26* 



306 L. GAMOENS 

Se non che mi riempie l' anima di gioia, quando, ces- 
sato il saono di quel lamento, alza la dignitosa paro- 
la; e confortato dalla coscienza del proprio merito , 
grida ai codardi e ai superbi : che '1 suo canto è de- 
gno degli eroi: eh' ei non torrà ad esaltare coloro, 
che dediti al ventre e al sonno, e rotti a' piaceri più 
turpi, traggono la vita senza fiima e senza voglia di 
fama: non coloro, che, fatti servì dalla miseria del 
cuore, per la ingordigia dell'oro, adulano ai costumi 
de' potenti, insultando all' inopia del poverello; ma s\ 
quelli e' hanno da sapienza forte l'ingegno, e diparto- 
no la mente da viltà, svegliandola ad opere belle ed 
onorate. Le quali parole sono degnissime di un sa- 
piente: e veramente è debito de' grandi poeti farsi 
banditori di virtù, e dettar carmi, non a vana diletta- 
zione, ma a documento della vita civile. 

Aveva il Gamoens posto fine a questo intmortale 
lavoro, quando fu revocato dalla sua terra d'esìlio: e 
nel tragittarsi ch'egli faceva di colà a Goa, essendo la 
nave appresso la foce del fiume Mecon alle rive della 
Gochinchina, si levò una furia di vento così possente, 
che tutto mise il mare in burrasca ; onde visto che 
non v' era «campo, si gittò in mare, e potè condursi 
salvo alla spiaggia; tenendo con la sinistra mano fuori 
dell' acqua (come Gesare i commentari) le carte del 
suo poema; la sola ricchezza eh' ei portava con sé. E 
campato da quel pericolo, e toccata la terra signo- 
reggiata da' suoi, mise tosto in versi il doloroso canto, 
che le figlinole di Sion cantarono alle sponde de'fiumi 
di Babilonia. Ibi non era ancora stanca la fortuna di 
travagliarlo; e già non guari dopo il suo ri tomo a Goa, 
era ivi tratto in carcere per debiti; dove avrebbe forse 
finito r ultimo suo giorno, se un tenero amico non 



L. CAMOENS 307 

avesse data la malleveria per lui. Allora egli, cui quel 
luogo tornava molesto, e teneva sempre il cuore in- 
verso la patria; posta giù la memoria/delle passate in- 
giurie; si rimise in mare, e, nel 1569, sedici anni da 
che s'era partito dell'Europa, rivide il suo paese natio. 

La corona del Portogallo era a que' dì in capo del 
re don Sebastiano, * giovinetto di magnanimi spiriti, 
passionato per l'arte militare, e vago di farsi nome 
per qualche fatto degno de' principi suoi antenati; il 
quale avendo uditala buona fama del Gamoens, mosso 
a curiosità di vederlo, lo accolse con dimostrazioni di 
benevolenza e di onore, ed accettò volonteroso la 
dedicazione che '1 poeta volle fargli de* suoi Lusìadi , 
sovvenendolo con reale larghezza e liberalità. Per che 
parve avere la fortuna mutato il suo tenore, e pro- 
mettere al poeta una felice vecchiezza. Ma quel riso 
della fortuna fu breve ; perocché, indi a poco, inter- 
venne cosa, la quale precipitò quel giovane principe 
in una molto deplorabile mina. 

Era uscito di vita nel regno di Marocco il re 
Abdala , e succedutogli Mahamet suo figliuolo : Moluc, 
fratello del morto re, principe sommamente animoso 
e scaltrito , che per la legge degli Scerifi si pretende- 
va erede, avvegnaché infermo e presso a morire (tanto 
può negli uomini Y ambizione e la cupidigia del co- 
mando!), mosse al nipote una guerra sanguinosa e 
crudele , e gli tolse a forza d' armi lo stato. Allora 
Mahamet, cercando uno scampo alla vita, si rifuggì 
a' portoghesi, chiedendo soccorso a re Sebastiano, 
che '1 volesse rimettere in possesso del regno pater- 
no. E con le più acconee parole che avesse mostrò 
così facile la cosa, che '1 re, e per questo e stimolato 
dalla propria magnanimità, accarezzandolo e confor- 



308 L. GAMOENS 

tandolo, gli promise che l' avrebbe liberato da quella 
oppressione ed abbassato Y orgoglio del suo nimico. 
Indarno i più assennati signori della corte si studia- 
rono di porre innanzi al re 1 pericolo e '1 danno di 
tale impresa , le piccole sue forze e le grandi deli' ac- 
corto e feroce avversario. Egli, o non credesse, o trop- 
po confidasse di sé, ostinatosi nel suo proposto, ordi- 
nò subitamente si levassero genti, e si allestissero le 
navi; e volle egli stesso capitanare Y armata, eh' era 
di soli tredicimila combattenti. Non ci dicono le me- 
morie se '1 Camoens fosse con lui in questa spedizio- 
ne , la quale costò denaro e sangue a'portoghesi, forse 
più che verun' altra battaglia stata innanzi: ed ebbe 
quel fine miserando che dalle istorie ci è racconto; 
anzi nella giornata detta di Alcazar vi fu morto lo 
stesso re Sebastiano in età di ventiquattro anni. Ciò 
avvenne all' entrare di agosto del 1578. 

Per la morte del re rimase il Camoens in così 
estrema necessità d' ogni cosa, che nello scuro della 
notte un suo fedele ed amorosissimo schiavo, che aveva 
condotto seco dalle Indie, usciva ad accattar per le 
strade di che sostentargli la vita. Ei tolerò con incre- 
dibile costanza queste calamità, che avrebbero abbat- 
tuto qualunque animo meno forte del suo; e potè In 
sì doloroso stato dettare alcune canzoni piene di pietà 
e di dolcezza; le quali non è chi le legga e non male- 
dica alla fortuna, che volle contristato ed oppresso 
tanto sublime e maravìglioso ingegno. Ma se possente 
era lo spirito da non esser vinto a que' mali , fiacca in 
sé medesima n' era la carne, e già ogni giorno si ve- 
niva scemando in lui *1 calore della vita; a tal che» 
poco appresso, nel 1579, vecchio di sessantadue anni, 
si morì allo spedale degl' infermi; e fu d'uopo che un 



L. GAMOENS 309 

pietoso cavaliere ne facesse rivestire T ignudo cada- 
vero , acciocché gli fosse fatto Y onor delle esequie e 
datogli sepultnra. 

Questo fine ebbe Luigi Gamoens, il primo scrit- 
tore di epico poema in Europa, dopo i rinovati studi : 
quel Camoens, nel quale i portogiiesi si danno vanto 
di aver avuto il Virgilio, l'Orazio e l'Ovidio degl'ita- 
liani : quel Camoens eh' ebbe arricchita la materna fa- 
vella di circa duemila vocaboli, e levato alto per tutto 
il mondo U nome de' lusitani. Ma un ampio guiderdone 
di gloria gli era riserbato dopo la morte : in fatti sta- 
va da pochi anni sotterra la sua spoglia mortale, e i 
cittadini ingrati verso lui vivo, volevano eretto un 
monumento alla sua memoria: ne raccoglievano le 
opere, le rimettevano alla luce, come ornamento pre- 
cipuo della nazione; appellandolo col titolo di grande 
e di prìndps della eroica poesia. I Lusiadi commen- 
tavansi da uomini letterati, si recavano in presso che 
tutte le odierne favelle, e nell'idioma nostro dal Paggi, 
dal Nervi , dal Brlccolani ; ma egli è a dolere che Gio- 
van Battista Gontì , il quale mise in eleganti versi ita- 
liani parecchi componimenti di castigliani poeti, nulla 
ci abbia dato, eh' io sappia, del nostro autore. Né solo 
per r aureo poema de' Lusiadi é celebratissimo il no- 
me del Gamoens, ma anco per molte e diverse ma- 
niere di poesie; sonetti, odi, elegie, egloghe, epi- 
grammi, satire, comedie; tutte splendenti di pellegrini . 
concetti e di politissime locuzioni. Il Farla, il Mariz, 
il Gastera, e a' nostri dì la baronessa di Staél, hanno 
dettata la vita di lui. 

Fu '1 Gamoens di complessióne gagliarda e fatta 
per durar fatiche. Ebbe i capegli che tiravano al rosso : 
la fronte sporta e convessa: il naso molto rilevato. 



310 L. GAMOENS 

Forte era in lui la volontà: vive le passioni, ma tenute 
in freno dalla ragione. Generoso di animo, sincero di 
cuore, faceto nel ragionare, arguto nelle risposte, 
amorevole verso gli amici, benefico più che *1 com- 
portassero sue povere facultà. Per le quali cose non è 
chi parli di lui, e non lo esalti e non lo celebri con 
amplissime lodi, come si conviene a tanto ing^ao e 
a tante virtù. Onde vedete, o signori, che se potè la 
ingratitudine e l'invidia afflìgerlo con le carceri e con 
la miseria dell'esilio; se potè fargli trarre i^suoi giorni 
nelle tribnlazioni e nello stento, oscurare la chiarezza 
del suo nome non potè. E già molte migliaia di volte 
ha '1 sole móstra la sua faccia sovra la terra: molte g^^ 
nerazioni d'uomini ha spento la falce della morte: 
molti nomi di re scettrati , di principi che condussero 
la vita in ozio superbo ha sepulti la oblivione ; e 'a 
fama di lui più bella ognor i^ rinova; e pel volgere 
de' secoli non sarà mai che invecchi e discada. 



311 



SALOMONE GESSNER 



Non è persona di sì poche lettere, che non sap- 
pia come sieno eollegate fra loro le arti, che pren- 
dono il nome dalla bellezza : dò sono precipuamente 
poesia e pittura; quella colla dolcezza e T armonia 
delle parole, questa colla vaghezza e la varietà de' co- 
lori, le imagini delle cose e i costumi e le azioni degli 
uomini rappresentando. Per che fu chi scrisse: essere 
la pittura una poesia tacente e la poesia una pittura 
parlante; ed alcuni ebbero così in amore queste arti 
sorelle, che colsero in ambedue premio di lode e di du-* 
revole fama. La nostra patria, T Italia, ha un bel nu- 
mero di questi ingegni precbri : ma giusto è che si 
renda onore anco agli stranieri, non sempre invidiosi 
di ogni nostra gloria; i quali vengono ad apparare le 
nobili a^ti in questa classica terra, che dopo la eccel- 
lenza de' greci, ne fu a tutti insegnatrice e maestra. 
Farò dunque quest' oggi memorevole commendazione 
di un elvetico poeta e pittore, agi' italiani amico e ca- 
rissimo; degno d'esser posto in esempio a quanti stu- 
diano alle arti gentili. E s' io ragionando di lui in que- 
sta publica solennità e nel vostro cospetto, colti Q*gen- 
tilissimi uditori,^ non saprò per pochezza d'ingegno 
magnificarlo quanto al merito di un tanto uomo si 



312 S. GESSNER 

converrebbe, prego non venga meno a mio favore la 
vostra benignità. 

È la Elvezia divisa dall* Italia per le alpi pannine: 
vago ed oltre quello che dir si possa dilettoso paese.' 
Non vi sia grave, o signori, di salir meco col pensiero so- 
vra gli eccelsi gioghi del monte Regio.' È '1 tempo di pri- 
mavera : nessuna nube vela il bello azzurro del cielo, 
e '1 sole ha diffusa per tutto T aurea sua luce. Girate 
lo sguardo dattorno fra tante variazioni di maraviglie. 
Vedete terreno che levasi qui in amenissime collinet- 
te; più là in altissime rupi, orride per boschi e burro- 
ni. Vedete praterie allegre, campagne apriche, rigo- 
gliose di pascoli, o messe a grano e a vigneti, corse dà 
rivoletti e da fiumi. Vedete sassi ignudi, rocce scosce- 
se, capi d' alpi nevose, e giù per que' dirupi cadute 
d'acque, che gittano sprazzi e spumano e rumoreggia- 
no. Vedete pelaghetti fra ombre fresche e scerete: 
selve d' infinite sorte verzure : valli taciturne e romite: 
antri, boscaglie, foreste, grotte incavate a mano nel 
vivo della pietra. Vedete ghiacciaie immense, cui ne 
tepide aure, né pìoggie dirotte, né caldissimi soli mai 
non dissolvono ; spettacolo sovragrande e maraviglio- 
so. Dove trovaste mai, o signori, cosi bella e così va- 
riata natura? E dove la natui*a mostra tante e sì stu- 
pende varietà di bellezze, più profonde sono 1^ sensa- 
zioni che per le vie de' sensi corrono al cuore ; P^^ 
calde, più vive le imagini della fantasia. 

In questo deliziosissimo paese nacque Salomone 
Gessner, il pittore, il poeta più amabile della natura e 
della virtù; e nacque in Zurigo Fanno 4730. Nella pri- 
ma adolescenza fu dato da educare air illustre Bodmer, 
che '1 giudicò di tardo ingegno e di nessuna speranza. 
Laonde il padre di lui, che faceva l'arte del libraio, " 



S. GESSMER 313 

commise alle cure di un suo parente, abitante in Berg, 
vicln di Zurigo; persona buona, ch'avea qualche gusto 
di lettere e di arti. Il prudente uomo s'accorse tosto 
che sotto quelle apparenze di stupidità era nel giovi- 
netto una tempera dolce di animo, tutto fatto alla gen- 
tilezza. Il vedeva, lontano da ogni puerile trastullo, ed 
inclinato naturalmente alle arti del disegno, foggiar 
in cera tìgurette d'uomini e d' animali : poi, venutogli 
alle mani un romanzo,^ gettar in carta i suoi pensieri, 
come a fame una. imitazione. Allora il menava seco in 
que* luoghi, che davano veciiite vaghissime e pittore- 
sche ; e qui gli veniva leggendo nella patria favella, 
quando un idillio di Teocrito, quando una egloga di 
Virgilio, mostrandogli con quanto di artificio avessero 
saputo que' valentissimi ritrarre in carte le bellezze 
della natura. Queste furono le lezioni che *1 nuovo mae- 
stro détte al giovanetto discepolo, ben sapendo che 
l'ingegno dell'uomo non tanto prende forma dalla 
sua particolare maniera di sentire, quanto dagli og- 
getti che più spesso gli stanno dinanzi agli occhi. Da 
indi in qua portò '1 Gessner un grande amore a Teo- 
crito e a Virgilio ; spesso avendo anche alle mani i pa- 
storali versi del Brockes, poeta poco allora apprezzato, 
ma pieno d' imagini tutte cavate dalla natura. Ed es- 
sendo preso in questo tempo da una forte passione per 
la figliuola del suo educatore e maestro, fanciulla leg- 
giadra amabilissima, scrisse per lei alcuni versi 
d' amore. 

Richiamato dopo due anni a Zurigo, vi tornò con 
piena la mente di poesia. Al padre seppe male che '1 
figliuolo si fosse dato alle Muse, essendo delle cose di 
fortuna non molto agiato : onde pigliò per partito di 
mandarlo subitamente a Berlino, e '1 mise a stare con 

27 



3ìh S. GESSMER 

ua libraio, perdiè apprendesse queir arte. Obedì al pa- 
ieroo comandamento: ma non pot^ado accomodar 
r animo a A fatto esercizio, che sapeva di servitù, se ne 
volle francare. Tolse a pigione una cameretta : comin- 
ciò a dettar versi ; e, comechè assai grio vane fosse, fre- 
quentava le letterarie raunanze dei Gleim, del Lessing 
e dei Ramler. Al Ramler fece leggere una volta alcani 
saoi versi; e quel severo intelletto li ebbe per cosi mala 
cosa, che lo sconfortò dallo scrivere in metro: si te-^ 
nesso piuttosto a prose che sapessero di poetico. Ao 
colse il Gessner le censure del suo maestro con animo 
posato e quieto ; e seguendo il consiglio di lui, cercò 
le belle forme de* più politi scrittori della sua nazione, 
ne fiorì lo stile, e lo fece tenero e delicato; tanto chel 
Ramler ne prese gran maraviglia, e quando il nostro 
autore fu salito in molta rinomanza, recò poi quelle 
sue prose poetiche in elegantissimi versi tedeschi. Da 
Berlino passò in Amburgo, dove strinse uaa dolce 
amicizia col grande poeta Hagedom ; ma non vi fece 
lunga dimora, e da capo fu a Berlino a dare opera agii 
studi. Uno de' suoi primi lavori fu 1 poanetto della 
Notte; ma egli era sì sconfidato di sé, che venato a 
recitarlo in una ragunata di amici, gli mancò '1 cuore. 
S'era anche messo a disegnare e a dipignere p^^^ 
senza aiuto di maestro, confidandosi di potere con sola 
la imitazione della natura farsi nome di artista, e cavar 
guadagno dall'arte: ma visto che la sua fatica usciva 
a vóto, com' egli stesso poi confessò, e noi più avaatf 
diremo, avuta licenza dal padre, sen tornò alla cara- 
mente desiderata terra natia. 

Era di corto venuto a Zurigo il Klopstock ; e poco 
stante vi giunse anche il Wieland, due de* più riputai' 
poeti che allora fiorissero la Germania. I zurighesi fé- 



S. GESSNER 315 

cero loro grandi dìmostranze di onore : perchè al Ges- 
sner, giovane di cuore ardente e volonteroso di gloria, 
parve quella una bella occasione da metter fuori 1 suo 
poemetto della Notte. Non fu accolto con molto favo- 
re; comechè gì' intendenti vedessero in quella opera 
r attitudine di lui alla poesia descrittiva. Ei ne rimase 
un po' abbattuto dell' animo, ma non tanto che si to- 
gliesse giù dalla buona volontà di studiare; anzi mise 
mano ad altro lavoro, e n^l 1755 (in età di venticinque 
unni). fece stampare il Dafni. In questo pastorale com- 
ponimento dipinse l'anima sua innamorata delle care 
bellezze della giovinetta Heidegger, che poi condusse 
in moglie : e dicono che per la varietà delle imagini 
vince il romanzo greco del Longo, e 'I pareggia nella 
semplicità e nella dolcezza dello stile;. ma è un po' 
troppo minuto nelle descrizioni, un po' troppo diffuso 
e soverchio nella mollezza degli affetti ,* mende che si 
vogliono perdonare a chi scrive nel bollore della pas- 
sione e in età di poc' oltre a'vent'anni. Questo poema 
ebbe molta grazia nella voce della gente; ond'è ch'egli 
cominciò ad elevare lo spirito, e più avere in pronto 
l'ingegno; e l' anno appresso (1756) mise in luce i 
primi idilM^ così detti per riconoscerli dagli altri che 
poscia publicò, col nome di nuovi. 

Avvegnaché '1 Gessner avesse tolto a suoi maestri 
Teocrito e Virgilio, gridill'i di lui sono una poesia quasi 
tutta nuova. Egli ebbe trasportato il suo pensiero ai 
tempi lieti e felici della prima innocenza : non falsò le 
passioni, come fanno i romanzieri di questa nostra 
età, ma le ritrasse dalla natura ; e seppe dipignere con 
granosissime imagini e con soavità di stile 1* amore e 
l'aùiicizia, la pietà figliale e la tenerezza patema, che 
sono gli affetti più cari, e die più mettono in dolcissi- 



316 S. GESSNER 

mo movimento il cuore dell' aomo. Ed oltre questi 
preg^ difficilissimi, hanno i versi di lui anche quello 
d' invitare gli nomini alla pace, alla concordia, alFamore 
fraterno; pregio onde la poesia si fa arte divina. Gridillì 
levarono alto su Tali della fama il nome del Gessoer; 
e. meritamente : imperocché dopo i greci e i latini 
(esemplari di non superabile bellezza) io. non so dii 
sia da mettergli innanzi; tuttoché V Italia possa pur 
gloriarsi di un Sanazzaro: la Francia di un Fontenelle: 
l'Inghilterra di uno Spencer; e la Spagna di un^Garci- 



A queste poesie tutte pure, tutte piene di mira- 
bile gentilezza, da cui traluce il candore dell' animo 
del nostro Gessner, non sono mancati (come noa man- 
cano mai alle cose buone) i rigidi censori. Gli è posto 
a difetto di povera fantasia il troppo ripetere i mede- 
simi pensieri e gli affetti medesimi. Sia pure; che al 
mondo non è cosa perfetta. Con tutto qnefsto io non 
dubito di accostarmi alia sentenza dell' egregio abate 
Taverna, dicente : che in fatto di poesie pastorali i no- 
mi di Teocrito, di Virgilio e del Gessner saranno forse 
isoli, de' quali durerà lontana la fama. E già furono 
questi idilli assai volte ristampati e rimessi in onore» 
ed ora sono stati recati in qiiasi tutte le favelle viventi; 
e nella nostra d' Italia dal Bertela, dal Soave, dalla Ca- 
miner, dal Rezzonico, dal Pagani, dal Ferri, dal Trecca- 
ni, dall' Antinori, dal Procopio ; ma la nuova versione, 
o vogliasi imitazione, del cavalier Andrea Mstffei ri- 
splende sovra tutte le altre per la venustà dello stile 

e per la variata armonia del verso. 

ti 

Prima che uscissero in luce i nuovi idilli, aveva u 
Gessner sollevata lamento ali* altezza AéiV epopeiUf ^ 
composto in cinque libri '1 poema della morte di Abele» 



S. GESSNER 317 

che fu impresso del 175^. Nel quale poema v'ha de'bei 
pensieri cavati acconciamente dalle sacre Carte; né si 
potevano dipignere con pih verità di colori i semplici 
costumi de'prìnii anni del mondo: ma troppo sente 
della manièra deir idillio;' per che esso'stesso il Ges- 
sner'non si teneva contento, anzi ragionandone col 
Bertela: « La morte di Abele (disse) è a* miei occhi '1 
più disgraziato de* miei lavori ; ed è tanto piii, quanto 
Vbo udito preferirsi da alcuni alle altre mie opere. » 
Qual che si fosse il giudicio del nostro autore, questo 
affettuoso poema ebbe assai lodi da uomini letterati»- 
sìmi,^ e fu latto italiano dal Perini, dal Bernì degli An- 
toni, dal Treccani, dal Ferreri, dallo Stratico ; ed ulti- 
mamente dal giovane siciliano, Felice Bisazza^ con versi 
temperati all'antica eleganza. 

Discontento, come ho detto, il Gessner dell'Abele, 
mise tutto r ingegno e tutta la diligenza sua ad altro 
lavoro, e quattro anni appresso (nel i762) diede alla 
stampa il Primo Navigatore, poema di affetti delicati e 
d'invenzioni naturalissime; né manca di begli episodi, 
né di quelle maraviglie che sono Y anima di sì fatti 
componimenti. Grandissimi encomi ebbe questa opera 
dai dotti di ogni nazione, e fu voltata in italiano dalla 
Gaminer, dal Ferreri, dal Perini, dal Treccani, dal Pro- 
copio e dal Bozoli; ed il Cesarotti scriveva al cavalier 
Vannetti : « Che cosa ha F Italia, anzi tutta l'antichità, 
che uguagli '1 Primo Navigatore del Gessner? ^ Anche 
il medesimo nostro poeta molto si piacque di questo 
suo componimento, ed aveva posto in esso tutto il suo 
amore.^ Sono pur degni di lode e la Dipintura del di- 
luvio, carme di grande terribilità; e '1 drama pastorale 
di Evandro ed Alcinna, e l'altro di Erasto, da cui tolse 
il Marmontel il subietto del suo Silvano. Fece anche 

27» 



318 S. GESSNER 

delle novelle morali, aia non ai curò di abbellire la ma- 
teria colla bontà dello stile; onde non vennero in molta 
celebrità.'' Ben furono e sono tuttavia in pregio le let- 
tere su'l dipignere paesetti: massime quella cb'e^li 
indirizzò al signor Fuessliiì. Voi, o giovani, die avete 
messo ogni vostro studio alle buone arti, sì eh* oggi 
siete meritamente ooitfortati di premio, voi potete 
trarre da quelle lettere di molte belle eognizioni ed 
utili avvertimenti. 

Ma innanzi eh* io vada più óltre in questo discorso, 
voglio dire quanto fosse valente il Gessner nella pit- 
tura de* paesi ; arte alla quale voile recar giovamento 
non pur co' precetti, ma coli* esempio. Ho toccato di 
sopra che insin da quando ei (Rmorava la Berlino s' era 
dato a disegnare e colorir paesi; ma che poinrimase 
scorato dal conoscere che non profittava nell'arte. Ora 
venuto alla età di trent* anni, ed avrado comodità di 
vedere ogni giorno in casa del signor Heidegger, suo 
suocero, la bella raccolta di pitture fiamminghe e di 
stampe incise dal celebre Frey, gli si raccese nel pen- 
derò l'amore a quell'arte, ch'era stata il suo primo 
affetto. Ma ben s'avvide che per venire alla eccellenza 
nelle arti non è via più corta nò più spedita che la imi- 
tazione libera e franca degli ottimi esemplari. Prese 
dunque con prudente accorgimento a studiare i paesi 
dipinti dal Waterloo, dallo Svranfdd, dal Meyer, da^ 
r Ermds, dall' {lackert, dal Wonvemiann, che seppero 
raccogliere il bello della diversa natura; molto com- 
mendando e piacendogli anco sommanmite la campe- 
stre semplicità di Everdingen, di Berghem, di Poter, 
di Roos: la quiete dolcissima del Lorrain: le rupi, i 
romitaggi, le boscherecce, le solitudini <H Salvator Rosa : 
la grandiosità de'duePoussm; e l'ardita facilità di Ru- 



S. GESSNER 319 

bens, il quale, af dire del Rezzonìco, quando volle di- 
pignere fiori, paesi, animali, mostrò d'essere a tutti 
maestro. Poi osservò la natura nelle sue varie bellezze, 
e nelle pia minute parti, e si fece eccellente : racco- 
mandando come utile a'giovani la lettura-delie migliori 
opere, che trattano dell'arte e d^li artisti più celebra- 
ti; e prìncipalmente creile de' grandi poeti, che pur 
altro non sono che imitazioni della natura. 

Dilettòssl anche delle cose di musica, secondo 
di' altri ha riferito, dando lode al senno de' greci che 
avessero deUe Muse fatta una sola famiglia. E valse poi 
molto nell'arte dell'incisione: perocché sin dal 1765 
mandò in dono al suo amico Watelet dieci bei paesi 
intagliati da hii ad acquaforte. Ed in parecchie edizioni 
delle opere che uscivano da' suoi torchi (essendo che 
aveva in. Zurigo ofilcìna di tipografo e di libraio) veg- 
gonsi delle pregevoli incisioni di lui, che tutte furono 
raccolte in due volumi. 

Tante belle opere, monumenti del suo nobile in- 
gegno, aveva date alla luce il nostro Gessner, che 'l 
nome suo sonava in ogni parte di Europa, e in Fran^ 
eia vie maggiormente per le versioni che '1 Turgot, 
THuber, il Diderot avevano fatto delle poesìe di lui. 
Alcuni signori '1 trassero a Parigi, dove fti cortese- 
mente accolto ed avuto in aminirazione: e la duchessa 
di Choiseul il voleva collocato in posto onorevole nella 
milizia elvetica; ma ei recusò, perdiè fuor della pa- 
tria non poteva aver contentezza. Tornato da Parigi a 
Zurigo, ivi condusse il rimanente della vita, lieto del 
poco che ricavava dalla sua arte : se bene onori non 
gli raancarcmo né anche in quella modestissima condi- 
zionef Imperocché i zurighesi, quantunque assai tardi 
si accorgessero della virtù di lui, lo ^ssero a censì** 



320 S. GESSNER 

gliere di stato. E contano che non giunse mai a Zurìgo 
persona, per grado o per merito, ragguardevole, che 
non volesse vederlo; e che la imperatrice delle Russie, 
Caterina li, giudiciosa apprezzatri<;e de' chiari inge- 
gni, gli facesse dono di una medaglia d'oro. 

Più però che l'approvazione de' principi egli ebbe 
care le tenere affezioni della sua donna e de' figlinoli e 
degli amici: e mi è dolcissimo il ricordare eh' era fra 
questi un italiano, un romagnuolo, il riminese Bertò- 
la. Uomo illustre per molte sue opere, era stato de'pri- 
mi a recare in versi Italiani gF idilli dell'alemanno Teo- 
crito. Aveva il Gessner carissime quelle versioni, com- 
piacendosi molto che le cose sue fossero traslatate 
nella maravigliosa favella degl' italiani. Desiderava il 
Bertela di visitare personalmente il celebre poeta, di 
cui teneva, pegno di cara amicizia, le lettere: deside- 
rava il Gessner di stringere l'amico fra le sue braccia, 
ma non si poteva spiccare un passo dal suo paese. 
Ond' è che '1 Bertela mettevasi improvisamente in 
cammino per alla volta delia Elvezia, e in non so quanti 
giorni giugneva a Zurigo. Quivi seppe come il Gessner 
era fuori nella sua villa di Sylwald^ a rinvigorire gli 
spiriti e l'animo riposare. Ei si risolvette di volergli ve- 
nire innanzi sconosciuto, e finse di scrivergli una let- 
tera dall'Italia, con che gli diceva: che non avendo po- 
tuto condursi in Elvezia, il mandava visitare ad un suo 
amico; l' avesse in luogo della sua persona. Poi '1 dì 7 
di agosto (l'anno et*a il i787) al primo albóre di luce, 
in compagnia del Meister, buon letterato ed intrinseco 
del Gessner, montato su di una barchetta nel lago di 
Zurigo, dopo poche ore poneva il piede nel villaggio 
di Thalwild, situato sopra una ridente collinetta. Da 
qui a pochi passi si entra in un bosco di abeti, che 



\ 



S. GESSNER 321 

gira intorno dodici miglia, intramezzato dal fiume 
SylOy ond* è detto Sylwald. Il cammino non può farsi 
che a piedi o a cavallo, perchè 1 terreno va dolce- 
mente crescendo e rialzandosi : e come più t* innoltri, 
ti recano diletto e la vista di qua' gran corpi di piante 
e quelle folte ombre e quella solitudine piena di silen- 
zio, rotta solo dal mormorio delle acque, che ora vedi 
ed ora ti si nascondono : poi ecco, quasi a mezzo il 
bosco, un picciolo ponticello di legno traversar il fiu- 
me : al di là dichina un po' il suolo e si distende in una 
verdissima valUcella, e da un lato, vicin del Syle, surge 
un edificio semplice e solitario, intorniato da diverse 
maniere di alberi e di fresca verdura. Questo era V al- 
bergo deir amicizia, della pace, della innocenza, del 
riposo : qui nella lontananza de' rumori cittadineschi 
faceva una vita felice il Teocrito dell' Alemagna. 

Entrando la caéa, ecco farsi loro incontro in capo 
di scala' esso Gessnero, la donna sua con due figlioletti 
amabilissimi, Tua maschio e l'altro femina, e due zu- 
righesi colà pervenuti poc'anzi. Schiette, allegre, cor- 
tesi furono le prime accoglienze. Seduti, misersi tosto 
in dolci ragionamenti : e '1 Gessner : — Che fa 'l mio 
Bertela? è sano ? è lieto e contento ? e quali opere ha 
dato in luce novellamente? — À tutto questo rispose il 
Bertela come seppe il meglio, facendo pur forza di non 
si scoprhre : ma quando il Gessner venne a dirgli con 
molto afifetto quelle parole : né io 'l vedrò mai! allora, 
non potendosi più tenére, corse con la sua a cercar la 
mano dell'amico; e^balzandogli '1 cuore dall'allegrez- 
za: — Tu se', disse, il mio Bertòla, e non puoi più na- 
sconderti; — e tutto ^itenerito, gli gittò al collo le 
braccia , cadendogli da^li occhi le lacrime. Il Bertòla 
neir elògio che scrisse di lui ne ha racconti i colloqui 



322 S. GES8NER 

intorno cose di lettere e di arti ch'egli ebbe con quel 
grand' uomo. 

A me, per non andar in troppe parole, basterà di 
accennar solamente che fu nna grande ventura di que- 
st'uomo il trovarsi con donna d'indole dolcissima, di 
squisito gusto nelle lettere e nelle arti, così amorosa 
del marito, che, per distrargli 1* animo dai fastidiosi 
pensieri, tòlse sopra di sd '1 carico di amminirtrar le 
cose tutte della famiglia : egli desse opera agli studi e 
si facesse immortale. Tanta sua C(miagale felicità volle 
il poeta descriverla in un bellissimo idillio, intitolato 
il Matin d* autunno: dove, in su '1 finire, si volge a* soci 
figlioletti con questi versi, i quali, meglio che le mie 
parole, passono mostrare 'quanta fosse la contentezza 
ddla sua anima : 



E voi (eneri figli, onde bealo 
Il suo grembo mi fé', voi mi rendete 
Sovra il riso d' ogni altro avventurato. 

De le candide grazie e de le liete 
Forme materne, o teneri fancinlU, 
Voi rinovata imagine mi siete. 

Oh quante volte i semplici trastulli 
Lasciando a me correte» • mi pregate 
O che in braccio vi stringa, o eh' io vi calli! 

Oh quante volte ne la calda estate • 
Me sul duro terreno arso, anelante 
Improvisi cogliete e consolate! 

£ reduce dal campo in queir istante 
Gh' io del tugurio penetro la soglia 
Vi serrate amorosi a le mie piante, 

£ mostrato il deélo, eh' io vi raccogha ! 
£ (otti io vi raccolgo, e al nodo petto 
Tutti vi stringo con immensa voglia! 



S. GESSMER 323 

Cloel liele del poee e tra V affetto 
Di padre e di marito il oor diviso, 
Mi gioconda le veae e V iii(e)|etlo 

Una slavità di paradiso. 



8 



Fortunatissimo fu *ì Gessner anehe in que^o, che potè 
vivo (troncati ì nervi ali* invidia) allegrarsi al suono 
della sua fama ; eomechè egli, modestissimo estima- 
tore delle cose sue, tonto bassamente sentisse di sé, che 
avvenutogli alcuna volta di leggere ne' giornali le lodi 
date a* suoi lavori poetici^ domandava con ingenua 
schiettezza, se vi fosse un altro Gessner scrittore. In lui 
fu caldo^ fu verace r affetto alla patria; fu somma, fu 
costante la reverenza alle leggi della republica. Uomo 
senza boria d'onore, sdegnò sempre di vestire gli abiti 
indorati del cortigiano; ed amò di aver per amici que* 
che fiorivano con voce di buoni e di savi, nulla apprez- 
zando coloro ch'erano messi in alto, non dalla virtù, 
ma dalla fortuna. Provava molto diletto nel sentire le 
avventure di quelli, di cui aveva in ammirazione le 
opere. Essendo poi carissima al suo cuore la melanco- 
nia che ne inspira la solitudine, godeva alcuna volta ire 
da sé su le sponde del fiume Limmat, ed ivi, passeg- 
giando, meditare. Si piaceva del libero conversar co- 
gli amici, fra' quali era talvolta faceto, arguto e festan- 
te; e in casa co' suoi figliuoli abbassavasi a giovaneg- 
giare. Avreste dato di lui un giudicio non vero, 
veggendolo, bendiè di ^rado, nelle numerose adunan- 
ze, Bd'primo Incontro cogli sconosciuti: aHora mo- 
strava nono di fireddi spinti; tingeva il volto nel co- 
lore della modestia; pareva quasi non potesse trovar 
parole da far risposta agii encomi. £ perchè quelli che 
misurano gli «omini dall' apparenza non abbiano a ma- 



^k S. GESSNER 

rayigliare, recherò qui i detti sentenmosi del principe 
de' prosatori italiani viventi, il quale ragionando del 
divino Canova : « Abbiano (disse) documento nel Ca- 
nova coloro, che vanamente curiosi di essere con per- 
sonaggio di cui molto si parli, stupiscono se lo incon- 
trano di raro nelle oziose compagnie; e più se lo tro- 
vano assai dìsforme da quello che lo avevano imagi- 
nato. I quali dovrebbero o sapere o ricordarsi che due 
qualità necessariamente sono proprie a grandissimi 
ingegni, semplicità e malinconia : attissime a produrre 
di que' meditati e peregrini lavori che sono ammirati 
ne' secoli: inettissime di gradire alle mense de*ricch]| 
e ne' gabinetti delle femine eleganti ; dove è sì odioso 
il serio e profondo pensare, e '1 mostrare aperto nelle 
parole e ne' volti l'animo; dove ha tutto il pregio 
l'adulare, la simulazione^ il ridere e deridere, e '1- toc- 
care fuggevole di mille volubili inezie. )» Così '1 Gior- 
dani. 

Io tornando al Gessner soggiungo, che partitosi 
da lui '1 Bertela, si fu ravvivato nel suo petto l'antico 
desiderio di vedere questa italica terra, e Roma spe- 
cialmente, Roma, dicev* egli, fatta immortale dai Ra- 
faelli e dai Michelangioli, quanto fosse già dai Fabi e 
dagli Scipìoni : dove aveva il suo maggior fìgliuolo, 
qua mandato a studiar l'arte della pittura; del cui in- 
gegno molto si prometteva, molto si teneva contento. 
Ma mentre eh' egli era tutto in questi allegri pensieri, 
cadde subitamente infermo di paralisia; ed il male 
venne così fiero, che in breve tempo gli finiti corso 
della vita, a' 2 di marzo del 1788, non avendo più che 
cinquantasette anni. Si racconta cosa di grande com- 
passione, ed è : che in quelle ore estreme la sua giovi- 
netta figliuola, cui egli amava tenerissimamente, staa- 



S. GESSNER 325 

dogli da Iato, teneva fra le sue le mani paterne che già 
cominciavano a freddare; e prendendo in cuore T af- 
fanno, invitata da lui, posava il capo sovra lo stesso 
origliere del moribondo padre. Anima virtuosa ! se 
più non sei in questa carne mortale, deh goditi in se- 
colo migliore la mercede debita a tanta figliale pietà ! 
La morte del Gessner fu sentita con dolore da 
tutti quelli che avevano in pregio la bontà e 'l sapere; 
e r academia di Manheim proponeva un premio a chi 
meglio avesse saputo dettare la vita di lui. Lorenzo 
Mascheroni la piangeva in un idillio; ed Ippolito Pin- 
demonte, pervenuto indi a otto mesi a Zurigo, ne vi- 
sitava la casa e la villa, voleva vederne il sepolcro, e 
con versi pieni di affettuosa mestizia dolevasi di essere 
^unto troppo tardi, immemore 

Che 'I più bello e '1 miglior dura qui poco. 

Appresso le mura di Zurìgo è una verde penisoletta 
di forma triangulare, divisa in ampli ed ameni viali, 
con arbori intorno che da tutte parti la ombreggiano : 
è '1 passeggio publico e più frequentato da' cittadini. 
Qui gli è stato eretto un degno monumento, opera 
dello scultore Trippel; e quando al venir della sera il 
sole si abbassa e par che muoia fra quelle piante, non 
è cuore che non ricordi con un sospiro il coltivatore 
delle arti belle e delle più amabili virtù, il grande 
Gessner. 



38 



JACOPO DELILLE 



'Avendo io a fafr «dkis da qneifto covifi^pictto luogo 
la iiQÌa débile vooe, iti giorno soleiide e lieffo di tante 
uare sp^anze , ({aatiti iswio questi giovani egregi, cfce 
vengono al meritato onore del premio; ^ sia con vo- 
stro piacere, gentilissimi ascoltatori, eh' io «egna vfl 
mio divisamento," e pretta con l)reve discorso a 
commemorare le virtù di 4in eccellente poeta stranie- 
ro, la cui vecchiezza toccò i primi anni di questo seco- 
lo. Di buon grado fo io que^t* oggi menzione di lai; 
perocché '1 francese Jacopo Delille fu del numero dì 
qne' magnanimi pochi , dhe alla naturslle bontà deWiìt' 
telletto fecero sempre compagnafarcfttitodine ddcoo- 
re, r amore del vero: ed avvemitosi in tempi doloro- 
sissimi dì guerre e di fazioni /di csilaniità e di perìcoli, 
lasciava a noi un insigne e mollo ulàìe esempio dilò^ 
tezza e di mfoderazìone ; dimostrando con quanta p^ 
zìenza e rassegnazion d'animo sieno da soppoftò^*^ 
que' casi, a' quali prudenza umana non può rimediare. 
Che se qualche spirito difficile volesse qui darmi bi^ 
Simo, perch'io, anziché raccogliere in queste coirtele 
lodi di alcuno de' nostri italiani , mi sia dato a cele- 
brare uno straniero; vo' ch'egli sappia, com'io am- 
miro la virtù dove che io la ravvisi, né guardo al 
luogo, in che altri nacque e visse, sì alle arti alle 



qudli ebbe yòV^ il suo.j^nsiero, e a quanto di valore 
e di fema in esse* acquistò. 

Ma per no», ivjoiliplicare i» parole, forse non 
punto necessarie, entro al mio subietto. E. dirò in pri- 
ma : recarmi non pieckda maraviglia^ cIiìì essendo la 
poesia un fuoco, proprio dell' animo, & ìMì quelli 
ehe deVa indole de' francesi ragionarono^ ajvendo^delito 
com' essi hanno 11 cuore pieno di spirili arditi e vi* 
vaci, assai tardi vedesse poi T Europa uscire del gal- 
lico paese poeti, degni della nostra ammirazione.^ Imr 
peroccbè, né quel riuiomato romanaùere, Guglielmo 
Lorris, che visse verso la metà del dueento ; né *l suo 
continuatore Giovaiw di lAeiiitt; aè '1 Chartier, né '1 
Marot, né '1 Rab^ai^,, nel Roneavd, né'lRegnier, 
né '1 Desportes, aè lo stesso Matherbe, che tennero il 
poetico regno per cpiattro secoli, non furono faH che 
la Fi:ancia possa meoairne gran yanto^ Sedo al eomin- 
ciap del secento,. massime quando l^uigi quartodectmo 
(re grande, se la s9iodata cupidigia dielì comando ma 
gli avesse alcuna volta ijatenebrato r intelletto , eor- 
rottO; il cuore) tolse a proteggere, ad onorare le scien- 
ze, le lettere, tutte le lo<)ev.ott atti e gFiogegnit, 
sarsero poeti di celebrata nominaMa nel mondo. Che, 
a tacere di tanfei altri, U viiptj»090 Fénéloi^ doBaya alla 
patria U poema del Telemnco, per docanM^itil egregi 
dì morale e di poUtiea , per v^ìvezza ed evidenasai di 
descrizioni , per purezaa di Kn^a, proprietà di; frase, 
nobiità grazia leggiadria di stite , commendiabili»simo. 
E mentre il sublime CorneiUe metteva in sul la scena 
il Cid, r Orazio, il PoUuito, il Ciana, e cotta grandezza 
e terribilità de' sentimenti scoteva il cuore in petto agli 
aditori; Y elegante e delicato Bacine con la Fedra, con 
l'AjBdromaca, con l'Atalia, col Mitridate einpiva le ani- 



328 J. DELILLE 

me loro dì dolci e tenere commozioni. Allora fiorì 'I 
Molière; allora il Boileau, il Lafontaine, il Despréaux, 
il Quinault, ed altri non pochi dettatori d'oggi genere 
di poesia. Né dopo costoro, nella età saccedente, fu- 
rono manco chiari i nomi diGioVan Battista Rousseau, 
del GrébìUon, del Gbaulieu, delGresset, del Lebrun, 
del Voltaire; e di questo Delille, subietto (già *1 dissi) 
del mio odierno ragionamento. 

Fortunato giovane ! che avesti per tempo chi sep- 
pe informarti con le severe discipline lo spìrito , am- 
maestrandoti a spregiare le voluttà, infrenare le ar- 
denti voglie, moderare i tuoi desideri; e che a tutte 
le cose è da mettere innanzi la buona coscienza e la 
vita virtuosa. Aveva il Delille sortita un* anima dispo- 
sta ai nobili e dolci affetti ; una mente capace del vero 
e del bello; un ingegno adomo di tutte le grazie di ri- 
dentissima fantasia. E voltosi a quello studio dove il 
piegava la sua natura, si diede in prima a legger le 
opere de* migliori poeti nazionali, che sopra ho men- 
tovati, da cui apprese chiarezza, ordine d' idee, ele- 
ganza di locuzione: poi messosi a meditar profonda- 
mente le poesie di Virgilio, e fattane la sua delizia, 
dentro al cuore sentì come una voce che pareva dir- 
gli: Levati sovra la schiera del vulgo. Ma le buone let- 
tere sono cosa di grande fatica, di lungo tempo, ed 
hanno bisogno che fortuna le guardi con occhio cor- 
tese. Ed egli, già uscito del collegio di Lisieux, dove 
fu posto ad apparar lettere umane e gentili costumi, 
mancatogli '1 padre assai presto, era rimaso povero, 
senza aiuti uè protettori; ed a sostenere la vita, 
stretto a laborioso e troppo umile ufficio ; avendoci 
contato un suo amorosissimo discepolo , il Delambre : 
che colui, eh' avea ad essere in breve uno de*più ono- 



J. DELILLE. 329 

rati nomi della Francia, era ridotto a dar lezione di 
sintassi latina a' fanciulli * nel collegio di Beauvais. 
Bench* egli sentisse a pieno la potenza del proprio in- 
gegno, e si vedesse così abbandonato e negletto, non 
cadde d* animo, né venne meno a sé stesso. E quind*in- 
nanzi, per acquistarsi un certo splendore di nome, si 
mise a scrivere delle odi: fece una bellissima epistola 
che indirizzò al Laurent, nella quale trattò delle arti 
mecaniche; e sin d* allora conobbero i francesi la di- 
sposizione di lui a divenir sommo neir arte de' versi; 
maravigliando la maniera facile e singulare, con che 
aveva saputo vestire le cose più comuni di nitide for- 
me e leggiadre. 

Imperò venuto a notizia de' grandi e de* prìncipi, 
i quali dalla testimonianza della publica voce accolse- 
ro giudicato e certo il merito di lui, fu chiamato a 
leggere umane lettere nel collegio di Àmiens. E fu in 
questo luogo che 'l Delille sommise a una ardita e ma- 
lagevole prova il suo ingegno. Dico ad una prova ar- 
dita e malagevole, o signori ; perciocché '1 trasportare 
da un idioma ad un altro i nervi, le grazie, gli spiriti 
di un classico poeta, ella si è opera che dimanda acu- 
tezza e vigoria d' ingegno non ordinaria ; tanto più se 
l'autore, con che ti stringi a paragone, abbia molta 
gagliardia di forze. E tale si è Virgilio, massime nelle 
Georgiche ; essendo che quel grande cantò delle ville 
e de' pastori in una maniera più perfetta, che non 
ebbe fatto dell' armi e degli eroi; ed è '1 suo poema 
fiorito di tropi, di metafore, di locuzioni, che assai 
difficilmente si ponno recare in altra favella. E questa 
si fu r opera che '1 Delille voltò nel verso francese, 
non a modo d' interprete, ma di traduttore, il quale, 
più che alle parole, tien dietro alla sustanza de' con- 

28* 



330 J. DBLILLE 

cetti : e con tanto senno e maestria d' arte condusse 
il suo lavoro y che pochi libri ha la francese letterata- 
ra hi questo genere così eccellenti ; * se bene , giudice 
il dottissimo e chiarissimo cavaliere Dionigi Stroccbì, 
€ le frequenti perifrasi, alle quali dalla indole dì sua 
favella era costretto, non sempre abbiano consentito 
a queir egregio di poter ritrarre ìa rapidità la densità 
delle idee, che si chiudono nello stile dell' autore. » 
Uscì allora di Francia una voce: lui solo, il Delitle, 
aver saputo tradur degnamente quel poema in favella 
viva. Il che, forse, fu vero sino a questi giorni, che 
r Italia non avea per anche veduta la stupenda versio- 
ne del nominato cavalier Strocchi; lavoro di squisita 
bellezza, e che certo sta sopra il francese, quanto la 
lingua nostra poetica, tutta piena di eleganze greche 
e latine, vince quella di Francia. 

Non sarebbe agevole a dire come il signor di 
Ferney, eh' avea per impossibile cosa la traduzione 
delle Georgiche; specialmente in quella sua lingua, 
ch'ei chiamava mendica superba; ne restasse atto- 
nito e confuso. Il quale scrisse ben tosto alla insi- 
gne academia di Parigi, supplicando: volesse acco- 
gliere fra* suoi un giovane , eh' avea arricchito il 
materno linguaggio co' bei modi della virgiliana poe- 
sia , ed ingrandita la gloria della nazione. Ma questo 
così illustre testimonio di un uomo , il quale era in 
grido del miglior poeta che allora avesse vivo la 
Francia, non bastò a spegnere la mala invidia di 
alcuni, doviziosi e potenti, i quali, ancorché cono- 
scessero il suo valore, gli portavano odio e*l vole- 
vano oppresso. Costoro, non potendo altro, cavaro- 
no dalle carte più dimentiche degli archivi r antico 
vnlgarizzamento, che del predetto virgiliano poema 



J. DELILLB 331 

fece già '1 Martin , e quello del Lefranc de Pompi- 
gnan; e misero in mostra i saggi, che n'avea dato 
il giovane Malfilàtre, e T episodio d' Àristèo tradotto 
dal Lebrun, perchè si vedesse dbì egli avea avuto 
modelli da imitare. Il Delille , confortato dall' auto* 
rità de* sapienti, rise di quella misera vanità, né fece 
risposta mai; mantenendo così la dignità dell'uomo 
di lettere , che troppo spesso veggiam da molti ver- 
gognosamente invilita. Solo si giovò ad emendare il 
suo lavoro delle osservazioni del Clément, quando 
le trovò giuste, e non dettate dalla passione; il che 
fu argomento della docilità del suo ingegno. 

Ma innanzi che questo fosse , s' era trasfierito a 
Parigi, alla nuova catedra nel collegio de la Marche ; 
dove la stima, che già in tutti era di luì, crebbe a 
tanto, che assai volte fu richiesto ad arringare nel 
parlamento e nella solennità delle academie : ed era 
frequente e numeroso Faccorrervi delle genti a udir- 
lo ; imperocché , oltre alla bontà de' concetti e alla 
politezza del dire, di che erano ornati sempre t suoi 
componimenti, ei li recitava, sì prose e sì versi, conT 
un garbo e una grazia maravigliosa. Ora lo studio 
eh' egli avea posto nelle virgiliane bellezze, fu una 
face che tatto gli accese il petto; e lasciando libero 
il volo alla sua fontasia, tolse a scrivere poemi. Non 
cantò d'amori e d'armi, ma come era mosso dal 
cuore, la quiete soavissima de* campi e i piaceri in- 
nocenti della natura, imprimamente mise a luce il 
poema de* Giardini: nel quale è da lodare la variata 
armonia de' versi , la tenerezza degli affetti, la viva- 
cità delle imagini, la freschezza d^ eolorito. Se ow 
che alcuni gli hanno posto a vizio lo spesseggiare 
in deserizioni troppo minute, e *1 troppo vagar ch'ei 



332 J. DELILLE 

fece pe' vasti campi della fantasia. Pare che '1 Delille, 
accumulando iu questo suo poema presso che tutte 
le bellezze della natura e dell' arte, volesse dante 
una imagine di quelle ville amenissìme, che noi di- 
ciamo alt inglese f e dovremmo dive aW italiana ; es- 
sendo che noi fummo i primi a dare esempio alFEu- 
Fopa di sì fatte delizie. * 

Anche questo poema non fu salvo dai morsi 
degl'invidiosi; né poteva, essendo quel lavoro, che, 
più che altro, dovea raccomandare il nome dell'au- 
tore alla memoria de' futuri. Ei lasciò che ognun 
pensasse a suo senno , né fece parola di rincresci- 
mento: non é però a dire che quelle offese non le 
sentisse; che per fermo duole al saggio, non la cen- 
sura grave e senz' ira, movente dall' amore del vero, 
sì quella che nasce dalla malevolenza e dall'astiosa 
emulazione. E forse per questo, ma certo per una 
cotal naturale vaghezza di correre un poco il mon- 
do, e vedere altri paesi, altri costumi, tenne il cor- 
tese invito del dotto e gentil giovane, il conte de 
Choiseul Gouffier,^ suo amicissimo, che '1 re inviava 
ambasciadore a Costantinopoli. 

E veleggiando V azzurro mare di Grecia, venne- 
gli talento di visitare la città di Atene. Non saprei 
dire a quanti affetti gli si aprisse il cuore nel met- 
tere il piede in quella classica terra. Era preso come 
da un senso di religione, e parca tolto a sé stesso. 
L' avreste veduto aggirarsi qua e là ansioso, in cerca 
delle ruine che ne sono rimase: e, trasportato da 
un focoso impeto di fantasia, inchinarsi riverente 
davanti alle tombe, ove dorme il cenere de' forti che 
diedero per la patria il sangue; e maledire alla rea 
fortuna, tenente un popolo, stato il fiore della sa- 



J. DELILLE 

pienza e '1 maestro del mondo, ognor chino sotto il 
giogo e la sferza del barbaro maomettano. Nel ri- 
mettersi in mare per ire a Costantinopoli , fu vicino 
ad esser preso da due fuste di pirati , che andavano 
Ili corso per quelle acque; e tremando tutti della 
paura, ei stette impavido e tranquillo: poi, scam- 
pato del pericolo, narrano che dicesse scherzando: 
maravigliarsi forte come que* ladroni non avessero 
pensato punto all'epigramma, ch'egli avrebbe scritto 
contro di loro. 11 che mosse i compagni a riso; e '1 
detto si divulgò per tutta Francia, e fu letto ne' gior- 
nali. A Costantinopoli si trattenne il verno, e quasi 
tutta la estate vegnente. Usanza di lui era, al primo 
rosseggiar del matino, uscire a ricrearsi per quelle 
verzure di prati e di poggi. Qui Y aria è più sere- 
na, più splendente il raggio del sole, qui tutto è 
un sorriso della natura ; ed egli non potè non sen- 
tirsi commosso. Quanti giocondi pensieri erano allora 
in quella sua anima ! Qui ideò '1 poema della Ima- 
ginazione, che verseggiava di giorno in giorno, get- 
tando in carta i suoi concetti , così come venivano 
dalla riscaldata fantasia ; ma che poi , freddato quel 
primo bollore, rivide ed emendò: e dopo i Giardini, 
è la più pregevole opera eh' abbia fatta il Delille. 

Il quale tornato a Parigi con cinta la fronte di 
alloro novello , molto se ne allegrarono i congiunti, 
gli amici, massime i discepoli di lui, che pel suo 
valore e per la piacevolezza delle maniere caramente 
l'amavano ed aveano in riverenza. Ed egli, già pro- 
fessore di poesia latina nel collegio di Francia, mise 
sempre ogni cura a tener ferma nella via del retto 
e del bello la gioventù, la quale pone ora il suo 
diletto nelle follìe de' romanzi. Ma tanto suo ripo» 



sato Vivere gli fu subito turbato; aYvegnacliè in que- 
sto mezzo iDutaronsi le umane sorti, e tutto andò 
softsopra quel regno. Amatore sìncero de"paei£ci studi, 
si rinchiuse nelle secrele sue stanze» piangendo in si- 
lenzio i mali de^la cara patri£^ da diversi spirti» in 
un medesimo tempo agitata. Nò questo tMierst in 
casa discosto dalla gente veaiva g'ià da eodarda paura, 
uè da coscienza aggravata di colpa , sì da c«ior te- 
nero » aborrente da qiuel forore, dtt" avea v^lte le 
sanguiaose armi contro il petto de* cittadini. Con ciò 
sia che a mostrare la invitta costanza di lui, voglio 
mi basti '1 fatto, che ora racconlerò; il quale, quanto 
sia grande e notakile, lascerò che lo estimiate voi, 
eultissimi ucMtori, cui non ò punto ignota la itsfcoria 
di qae' tempi infelici. 

Due giorni iauanzi aHa fenta, che fa delta dd- 
tEmz wpremo^ il feroce Robespierre gli mandava 
dicendo: scrives&eun inno per quella soleanità. EgK, 
il DeliHe, francamente rifiinlarsi; e comie colui ebe 
gli riferiva quel comando fu n^enuto alle minaede , 
il nosÉro poeta, alzandogli ia faecia gli occhi slavìV- 
lanti di un nobile disdegno: --* Non soa,. disse, non 
son di coloro cui trema Y ainma in pettoi alla veduta 
del patibolo, breve- e spedito scampo 'm A grandi 
miserie. -^ ÀHa qaale intrepidezza del magnanimo 
uomo la stessa audacia de* suoi nemici sbalordì; Di 
che si puòt conoscere: ili saggio essere in ogni fortu- 
na quel medesimo; ed anco incontro a* pericoli Jd- 
cotttro alla morte serbare intera la dignità, la libertà 
del sentimenta e della parola. Ma poi veggendo ogoi 
cosa inelioar verso il peggio; e le carceri stivale 
d' ogni varietà e condizione di gente; e messe al taglio 
della mannaia le teste ouoramde di un Lavoisier, dì un 



-^:^=*d 



J. DELILLE 335 

^ Bailly , di «n Maiessherbes; ie tutti i tnigliori cittadini, 
spaventati eamti^ obedire, tremare al cenno dé'de- 
' cemvin crudelìssnni; detestando e eomariserando a 
'- quella (wntanvinata e tradita libertà^ * se ne msà di 
^ Parigi. 

^ E ridottosi a Saint Diez , terra natale della sua 

« donna, ivi tornò agli studi intralasciati, tolerando 
'■* con animo quieto e vòlto sereno il volontario esìlio 
•»' e la cangiata fortuna. E rifattosi sopra la versione 
.«! della Eneide virgiliana , inconxìQciata mok'anni avanti, 
le die* coHkpimento; ma essendo ^lì |mi Baturalmen- 
,1. te disposto >a descrivere -dBie a nanrare, questo suo 
<x Yulgarizzamento non gK riuscì co^ perfetto, quanto 
^. quello delle Georgiche. Dimorò qoi «n anno o poco 
più: indi si trasferì- a Basilea; e poi a Glairesse/ 
fu su le rive del lago di Bienne, dì rimpetto all'ame- 
;:) na isoletta, che fa asilo ali' infelice autor deH'Emi- 
li lio/^ £ quel bel lago, quelte ubertose campagne, 
qua' paschi fioriti, quelle tacite valli , ^fàe* boschi om- 
g brosi, quelle ooHtnette che in varie aspetto si mo- 
ti stravaso al suo sguardo , e sopra tutto Y hidele unia- 
ii na e «cortese degli aibitanti , èu'tta Y amoia gli ricreò. 
i Qui dettava il poema de* Tre regni deUa natura, e 

r altro che intitolò V Uomo de' campi, o sia le Geor- 
giche francesi^ nel quale anzi che V arte dì celtivare 
il terreno, iasegia goder le deliaie della campagna. 
E sì in questo, e si negli altri suoi poemi, imita- 
tore felicissimo di Virgilio, con versi melaaconici 
soavi, espresse tutte le più tenere afféziatti del suo 
cuore; tutte le abitudini della «uà vita; tutte le ii- 
membranze pMi care deHa sua pHma età. E quando 
descrìve ^ «llegrì soggiorni deUa helb Limagna , 
ond' egli era nato, ^ e obe forse wm rivedrebbe mai 



336 J. DELILLE 

più : quando deplora le sciagure della patria desolata» 
e già già ruinante;' e gli torna aHa memoria che Tiro 
più non sussiste, che Tebe periva, che gli occhi 
cercano indarno l' antica Roma ; 'ed esce in queste 
pietose ed animate parole: 

O Francia I o patria mia! 

O di dolor soggiorno t A tal pensieri 
Non san qaest' occhi ratenere il pianto, " 

e tu ancora piangi, o lettore, se hai cuor gentile. Diede 
fine a questo poema delle Georgiche con una affettuosa 
apostrofe al suo diletto Virgilio, pregando il cielo : vo- 
lesse far coutenti i suoi voti, e concedergli ancora 
qualche anno di vita, e giorni felici. 

Sacri alla villa, alFamistade, al canto. 

E 'l cielo udì la preghiera del nostro poeta ; il quale 
potè parecchi anni gustare la dolcezza delle lodi, cbe'l 
mondo dava alle sue opere : perocché ella è pur vera 
la sentenza del celebre baron Manno, ciò è : che V uo- 
mo, il quale « diede onorato saggio di sé nello studio di 
qualche scienza, sente un bisogno a tutti gli altri pri- 
mo di ottenere nella stima comune quella parte di 
gloria che gli é dovuta, i^ 

Ora, avvegnaché in nessun luogo avesse il Delille 
dimorato più tranquillamente che in questo villaggio 
di Glairesse, e nella vicina città dì Soleure, pur non- 
dimeno (non si sa la cagione) se ne partì alla volta 
della Germania. Fece la sua stanza a Brunswick, e vi 
dettò '1 poema, cui diede il nome della Pietà, o, come 
dice TAndres, della Compassione ; il quale, al sentire 
di questo istorico « sembra una galleria di vari qua* 
dri di suggetti compassionevoli, anziché un ordinato e 



J. DELILLE 337 

ben condottò poema. » Egli ebbe qui a dolersi forte 
degli occhila' quali a poco a poco moriva la luce; e se 
bene gli bastassero per vedere le cose assai da vicino, 
non ne discemeva però altro che un non so che di tor- 
bido e confuso. Ma a sollievo del suo male avea preste 
le cure deiramorosissima donna sua, ch'egli ricorda in 
questo poema con parole di grande affetto. Quindi tra- 
passò a Londra, dov' era il cavalier de Mervè, nativo 
di Francia, dal quale ebbe aiuti e conforti a tradurre 
il Paradiso perduto dell'Omero britanno. Perocché es- 
sendosi al Delille (come già al Milton) ottenebrata af- 
fatto la vista, esso Mervè gli veniva leggendo il testo 
di quel poema ; ed egli '1 voltava con mirabile facilità 
nel verso francese. E, dopo le Georgiche, è la più lo- 
data delle sue versioni, comechè compiuta in manco 
di quindici mesi.* Ma a quelli, che con esso lui se ne 
congratulavano, rispondeva: che gli era costata la 
vita; poscìachè, subito dopo, fu tocco da un colpo di 
paralisìa. 

Dal quale riavutosi, essendo al declinare del- 
l' età, sospirava con tutto il cuore alla patria, da cui 
già sette anni si trovava lontano. E vi tornò di fatti 
nel 1801, quando Napoleone Bonaparte, col titolo di 
primo console, padroneggiava la republica; né più in 
tvtta Francia (tanto è mutabile quella gente !^) s'udiva 
una voce uscire da libero petto, salvo quella del valo- 
roso ed incorrotto Garnot.^* Il nostro Delille, che dal 
poema de* Giardini avea banditi abco i simulacri de' 
conquistatori, appellandoli mostri 

Sìlibondi di sangue e di rapine, 

non potè farsi amico a quell'Uomo, che, come disse 
Aristotele dì Alessandro, tuUa punta della lingua a»€a 

S9 



3S8 J. DELILLK 

la vila e la VMrl^. £ quantuugue povero, iioa brigò 
per aver prena, anai, offertigli^ lì ricnsb; conienta atte 
ODoravze modeste dell* aeadenìay aUa quale toroò col 
S«ard, col Moretteè ed altri suoi dotti amiei. Né glk 
avendo la fredda veceblezza lotto il calor delia mente, 
niae mano al poema della GonvertasioBe; nel (|«ale, 
seeondo alenai, appar tntta quanta la fèatvvttà del sn» 
IngegvQ. Ei vi ritrasse Pimagine dell' uomo amabile; 
e tutti quelli che i conoeoevauo detta persona, disser 
eoneordi: aver Ini d^ùnto sé stesso. Cuor sensitivo e 
puro e sebietto ; indole amabile, affettuosa, gentile ; 
tempera dolce di animo non sotto alcun v^ di si»u- 
Iasione coverto, deb perebè tutti gli uomini non ti si- 
migliano! 

Vi farà forse maraviglia, a signori^ s'io dirò cbe 'I 
Delille, veecbio di setlantaci»que anni, eleco e mal»* 
tìccies traeva ancora dalle corde della cetera una soave 
armonia. Imperocché ave» cominciato, e alquanto in* 
nanzi condotto, il poema su la Vecchiezza, " dicendo 
a* suoi amici, com'egli era tutto piena di quei suhklio; 
e Tavrebbev cred* io^ recato a fino ogni poco, più che 
gli fosse stalo conceduto di vite. Ma im ritocco la 
quinta voMa dal male, elie gli toglieva U muovere 
delle membra, comeché la menile stèsse sempre iniersi 
e viva insin che io spìrito si partt dolb carne. Ebbe 
contìnuo intorno al suo l^to una corona ^ letterati e 
di amici, cogli ocdii lacrimosi, colle mani al cielo le- 
vale, preganli : gli fosse ancora lontana la scura ora 
di morte. Ei sentendosi prèsso a finire, e voltosi al 
pianto, ai gemiti, ai lamenti della sua donna, con voce 
interrotta e fioca : — Poiché, disse, naturai cosa è a 
ciascuno il morire, dà pace, o donna, ten priego, dà 
pace al tuo ouor doloroso : ti conforti '1 pensiero ch'io 



J. D&IdLLS 339 

tutto non andrò sotterra^ e che eterna durerà nel 
mondo la rinomanza di me . . . Ricorda il nostro con* 
iugale amore; e memore del mio desideriov'* sotto 
In cheta e solinga otnbra di un salice^ presso il mor- 
morare di un limpido rito, poni la mia umile tomim; 
ma sia '1 loco consecrato dalla religione de' nostri pa- 
dri, e la Croce inviti 1 passeggiero a pregar pace al 
mio cenere * . . Là| su V imbrunir di un bel giorno» ver- 
rai tutta sola; e mesta spedendo appo il mio monumen- 
to, chiamerai '1 mio nome.». Forse dal cielo io ti ri- 
sponderò. — Disse ; e tosto perde la parola e i sensi, 
e indi a poco placidamente spirò : e fu '1 primo giorno 
di maggio, Tanno 4813. 

La morte di lui fu udita da tutti con quella espres- 
sion di dolore, che ad una gran perdita si conviene; 
ed il suo corpo, imbalsamato, anzi che si sepelisse, fu 
per onore tenuto parecchi dì in una publica sala del 
collegio di Francia, tutta messa a bruno. Era vestito 
delle usate vestimenta; il volto scoverto; la fronte in- 
ghirlandata d'alloro. Le esequie si celebrarono con 
pompa e panegirico ; né v' ebbe di que' dì nella popo- 
losa Parigi persona adornata di qualche gentilezza di 
lettere, che noi volesse vedere per l'ultima volta sul 
fèretro, ed essere in abito di lutto a' suoi funerali. In- 
fida quelli che diedero più vivi i segni del dolore fu- 
rono i discepoli di lui, i quali seguitarono la spoglia 
dell'uomo immortale al cìmiterio del padre Lachaise,^^ 
dove gli fu rizzato un piccolo monumento, secondo 
eh' avea voluto egli stesso. 

Non pochi illustri francesi scrissero de' costumi 
e degli studi di un tanto uomo, il Delambre e 'i Re- 
gnault e '1 Tissot e l'Arnault e '1 Michaud.^' Ed io, 
l'anno trentesimoprimo dalla sua morte, io volli ricor- 



3&0 J. DELILLE 

dar qui le sue lodi: e sono lieto di avere, quanto le 
mie piccole forze valevano, celebrato un uomo virtuo- 
so; un uomo veramente degno di rimanere in esem- 
pio di voi, miei cari giovani. Vedete in Jacopo Delille 
come il saggio dispregia le lusinghe del vizio, non sì 
lascia piegare da servile adulazione, non abbagliare 
dai miseri onori : non si spaventa alle minaccio de' tri- 
sti, non blandisc'e la prosperità de* potenti, non ma- 
cula le sue mani di sangue fraterno : vive sicuro, con- 
tento e tranquillo sotto 1* usbergo della coscienza nelta 
che lo francheggia ; ed il suo nome, vincitore dell* in- 
vidia e del tempo, non teme il giudìcio della severa 
posterità. 



3&i 

GIORGIO BYRON 



l.a Hnomaiiza di Giorgio Byron, come di poeta, è 
grande, e la sua immatura morte è stata a tutti i gen- 
tili spiriti dolorosa. Molti chiari uomini, nazionali ed 
estrani, hanno scritto di lui; alcuni con ischiettezza di 
parole, altri con fole da romanzieri. Io, per quanto il 
comportano le piccole mie forze, prenderò a toccare 
i più notevoli fatti di questo straordinario ingegno, che 
per quasi due anni ebbe a sua dolce stanza la nostra 
antica e nobilissima Ravenna. Sarà da me fuggita in 
tutto r adulazione; seguirò *I semplice e nudo vero; e 
dirò sole quelle cose, che troverò approvate da per- 
sone gravi, e da loro fedelmente narrate.^ 

E per cominciare con ordine il mio racconto, dico : 
che la famiglia de' Byron fu per chiarezza di stirpe e 
gloria di antenati annoverata fra le più ragguardevoli 
della Gran Bretagna ; e che la madre del nostro Gior- 
gio, Caterina Gordon, della contèa di Aberdeen nella 
Scozia, ebbe congiunzione di sangue con la real casa 
degli Stuardi. Il padre di lui, per nome Giovanni, fu 
uomo di strano ingfegno e di vita scostumata. Giorgio 
venne a loee ai 92 di gennaio del 1788 nella città di 
Douvres, giusta la fede che ne fa 1 Dallas, uomo per 
morale sapienza riverito, parente ed amico che fu del 
nostro poeta. Posdachè ebbe passata V infanzia ne* giuo- 

J9' 



Bkì G. BYRON 

chi e negli esercizi, che fanno al crescere delle forze 
e della persona, e non ancora compiuti i cinque anni, 
fu posto a' primi studi nelle scuole di Aberdeen. 11 
padre eragli uscito di vita a Valenciennes nel 1791; e 
poco appresso gli morì anche il zio, lord Guglielmo 
Byron : il quale non avendo lasciati figliuoli, trasmise 
in lui '1 suo titolo e la possessione colla badia di New- 
stead; già soggiorno di ritiratezza e di quiete alla vita 
monastica, poi patrimonio onorato de* suoi progem- 
tori. Essendo Giorgio piccolo fanciullo di dieci anni, 
gli fu dato a tutore il conte di Carlisle, il quale aveva 
col giovanetto un qualche vincolo di parentela : ma o 
fosse costui avverso alla madre del giovane, donna biz- 
zarra fastidiosa superba, o avesse poco amore al 
nipote, il patrimonio affidatogli amministrò mala- 
mente, e la fede di tutore tradì. Da Aberdeen fu 
messo in una privata casa di educazione a Dulwìch : 
poscia nel celebre collegio di Harrow, dove stette 
quattro anni. 

Aveva il nostro giovane dati prima d' ora segni 
notabili d' ingegno alto e profondo, di rara memoria, 
d' indole piena di fuoco, pronta e risoluta. S* era mó- 
stro colerico, inquieto, disattento: poi appassionato 
del leggere, innamorato delle bellezze di natura ; so- 
pra tutto inclinato alla solitudine ed alla melanconia 
in una maniera eh* avea del singulare. Vedesi anche 
oggidì nel cimitero di Harrow una tomba, sovra la 
quale era solito starsi seduto le ore intere, colla mente 
tanto approfondata ne* pensieri, che pareva quasi un 
corpo senz* anima. Venuto assedici anni, cioè a quella 
eia che la gioventù è presa facilmente alle lusinghe 
ingannevoli del piacere, si condusse a compiere gli 
studi a Cambridge : e qui fu veramente dove con ìm- 



845 

G. BYRQ. ^ 

peto imppoviso ruppero 11 freno l ^^. 

erano le vacanze, passava il terr>^ «^e 

appresso la madre, ora in Londra, i ^ 

ma di solazzi, dove non avendo chi '1 j. 
strettissima pratica con giovanastri d^ 
che gli guastavano il cuore e lo spirito. 

Prima di lasciare affatto lo studio di 
il che fu all'aprirsi del 1808, aveva dato h. 
una piccola raccolta delle sue poesie giovanìi> 
titolò Ore d' ozio. Ed ecco uscire dai giornali d. 
burgo un' amara e villana censura contro di que 
con che egli era deriso e messo in beffa come 
scrittorello di nessun conto. Non vi è angoscia 
cuore pari al tormento che in lui cagionò quella lev 
tura. Pieno di rabbia e di dispetto, si ritirò alla badia 
di Newstead, centotrentasei miglia distante da Londra ; 
ed in quella fantastica e a Itii carissima solitudine dava 
compimento alla terribile satira de' Bardi inglesi e Re- 
visori scozzesi, tutta trasfondendo su le carte la bile 
che gli bolliva nel petto ; mostrando per tal modo a 
quella detestabile canaglia degl' invidi e de' maligni 
eh 'egli era poeta più assai che coloro non avrebbero 
voluto. Ma se bene facesse con ciò tacere i suoi avver- 
sari, e vedesse caduta la loro audacia, s' ebbe tirato 
addosso l'odio di molti ; con ciò sia che alle sferzate 
dovute a' tristi, mescolò acri parole anche contro de* 
migliori ingegni, che allora fiorivano. 

Poco avanti che questa satira venisse in publico, 
il nostro Giorgio, già uscito della* minore età, s'era 
condotto a Londra per prendere, come s' usa, il suo 
posto nell'assemblèa de' pari. Qual vergogna, quàl con- 
fusione non fu per lui, giovane di tal nascimento e di 
tanto ingegno, doversi presentar solo a quel nobile 



3kì ^ O. BYRON 

chi nsesso, senza un congiunto che V accompagnasse, 
e dnza pur un amico die *1 facesse sedere al suo fianco! 
fuinnoiato, discoutento della sua vita, col cuor pieno di 
ptrìstezza, tutto che vedovasi intorno gli era a fastidio : 
7 provava in sé que' tardi dispiaceri che sogliono pro- 
vare tutti coloro, che hanno posto il piede nella mala 
via delle passioni. E comechè '1 Dallas tentasse più 
volte con amorevoli conforti di sanare 1* infermo cuor 
deir amico e di renderlo alla perduta quiete, tutto ve- 
niva a dir niente: ei si gittò al disperato, e per sot- 
trarsi da* suoi malevoli, divisò di abbandonare gli agi 
domestici e peregrinare a paesi stranieri. Ài 2 di luglio 
del 1809 salpò dunque da Falmouth con tre servi, e col 
signor Hobhduse, il dolcissimo de* suoi amici; e diede 
partendo un tenero addio alla sua terra natale, se bene 
non vi avesse lasciato persona che cara gli fosse, trat- 
tane la madre. 

La navigazione, per lo spirare di favorevole vento, 
riuscì prospera, e sulla metà del quinto giorno pervenne 
a Lisbona. Attraversò *1 Portogallo: fu a Siviglia, indi 
a Cadice, sempre a cavallo, correndo un paese di presso 
a cinquecento miglia, settanta per giorno. Da Cadice 
passò per mare a Gibilterra ; e toccando nel cammino 
le isole di Sardegna, di Sicilia, dì Malta, giunse alla 
Prèvesa. Messosi dentro FÀlbania, si trasferì a Gianni- 
na, poi a Tepaleno, dove fece riverenza ad Ali pascià, 
uomo nelle istorie famoso. E tornato alla Prèvesa, 
verso la metà di novembre pigliò la strada dell* Acar- 
nania e deli* Etolia : s* avviò a Missolungi : poi a Pa- 
trasso, a Yostizza, a Delfi. Traversò la Livadia ; visitò 
gli avanzi di Cheronèa, di Orcòmeno, dell'antica Tebe; 
vide la pianura di Platèa, e passato il Citeròne, a' 24 
dicembre entrava in Atene. Quivi stette il rimanente 



G. BYRON 345 

deHa vernata, andando attorno a vedere gli antichi mo- 
numenti, e correndo più volte a cavallo la pianura di 
Maratona. A' 5 di marzo del 1810 si rimise in mare, 
non sapendo egli stesso dove avesse a finire il suo 
viaggio. Die' volta alle Smirne, e dopo viste le ruine di 
Efeso, indirizzò 1 corso a Costantinopoli. Arrivato alla 
Troade, smontò della nave per visitar que* campi an- 
cora così memorandi. Ai Dardanelli, mentre la nave 
stava su le ancore aspettando il vento, tragittò a nuoto 
r Ellesponto da Sesto ad Abido,*per imitare, dicev' egli, 
il signor Leandro di amorosa memoria. E tanto si pia- 
ceva di questa sua valenteria, che lo scrisse più volte 
alla madre e agli amici, e fin dentro i suoi poemi ne 
i'e' ricordanza. 

A Costantinopoli giunse il 14 di maggio ; e quel 
delizioso terreno, e quella temperie cosi soave di cie- 
lo, tutta r anima gli rallegrò. Veduta ogni curiosità del 
paese, fece un giro al Bosforo sino al Mar Nero e alle 
Slmplegadi Cianèe. Ma volendo V Hobhouse ritornare 
in Inghilterra, ei sciolse di Costantinopoli per alla 
volta della Grecia, e in quattro giorni fu da capo in 
Atene, dove fece una lunga dimora di dieci mesi . Né 
questo tempo gli passava già tutto in ozio : eh' ei s* era 
dato a studiare il greco moderno ; a raccoglier notizie 
su i costumi di quelle genti ; a scrivere una satira a 
foggia della poetica di Orazio. E la vista del Partenone 
gli spirò un carme contro di lord Elgin, che per amore 
alle arti belle, o per brama d' oro, ebbe quasi disfatto 
quel miracolo di architettura. Da Atene fece alcude 
gite nella Morèa, passando sette volte Tistmo di Corin- 
to; né i disagi di pìoggie, di venti, di cocentissimi soli 
lo sgomentarono. Avea anco fatto disegno di condursi 
in Egitto, e già si disponeva a quel viaggio; ma scrit- 



3&6 G. BYRON 

togli dagli amici che le cose sue domestìdie andavano 
in rulna, tornò a Londra. 

Dove gli entrò subito in cuore una fiera melan- 
conia; che Tessere tutto dia colloquio con curiali, con 
usurai» con gente di simil fatta, gli recava una noia 
mortale. E a colmo di sventura, ecco vernigli da New- 
stead una lettera: partisse tosto» volendo veder viva 
la madre. Questa novella tutto lo conturbò ; e subita- 
mente si mise in cammino. Giunse a notte: trovò muta 
la casa: sali su per le scale; e nel silenzio e nelle la- 
crime di chi gli venne d' incontro s* avvide di quel che 
era. Allora si ritirò nella camera della madre, gittòssi 
in ginocchio a pie del suo letto^ rompendo in un com- 
passionevole pianto. E disse poi ch'avea perduto l'unica 
amica ch'avesse in questo mondo;* dal che si pare 
com'egli fosse buono ed amoroso figliuolo. 

Dal viaggio d*Oriente aveva portato seco due canti 
di un suo poema, il Pellegrinaggio di Ghilde Harold, il 
quale è come una nuova Odissea, in che *1 poeta tolse 
a raccontare le sue avventure. Ma ei li teneva si a vile, 
che pregato dal Dallas di lasciarli stampare, temette 
non gli scemassero riputazione : amava meglio si pu- 
blicassero le sue Imitazioni di Orazio» dalle qliali pa- 
reva promettersi novella nominanza. Quanto però fos- 
s' egli ingannato nel suo giudicio, lo mostrò '1 poco 
conto che i nazionali fecero di quelle Imitazioni, e '1 
moltissimo in che ebbero il poema. In questo mezzo, 
mentre si stampava il Pellegrinaggio, arringò con 
molto calore nell'assemblèa dei lord a difesa degli ope- 
rai di Nottingham» che stimolati dalla fame avevano 
fatto tumulto e spezzate le machine da lavoro. Dalla 
quale arringa cavò gran lode: ma una maggiore glie 
ne venne quando usci in luce il poema ; e fu sì grande. 



G. BYRON 847 

che non si potrebbe raccontare. Tutti ne parlavano: 
era iti tutti un desiderio di far conoscenza di lui e di 
averlo per amico. Gl'impressi esemplari non bastando 
alia curiosità de' lettori, fu rifetta, dopo tre giorni, la 
ediiTione. E gli scrittori de*gioniali, che poc'anzi avean 
voluto gittarlo nel fango, ora il mettevano in cielo; ed 
anco gli stessi suoi nemici, quelli ohVgli avea malme- 
nati nella satira, gli scrivevano versi di lode, lo grida- 
vano ad una voce il primo poeta della nazione, f! 
crebbe a A alto %egno la stima di lui, cbe *1 principe 
reale volle vederlo e fargli un'allegra acooglienza; e 
Gualtiero Scott, il celebre romanziere, gli scriveva dalla 
Scozia parole di grandissimo confbrto. A dir breve, 
non fu mai uomo cbe la sì giovane età (avea a mala 
pena compiuti i ventiquattro anni) e in sì corto tempo 
si levasse a tanta rinomanza. Altre^ due volte egli, il 
nostro poeta, arringò nell'assemblèa dei lord, qnando 
a favore de'catolici d'Irianda, quando in prò del mag- 
giore Cartwrigbt; ma non erano gran cosa, a parlare 
il vero , quelle sne arringhe, e meglio che coir arte 
depli oratori, ei valse ad accrescere la sua fama co' poe- 
tici -componimenti. 

Dopo i due canti del Pellegrinaggio publicò '1 poe- 
metto del Giaurro, stampato cinque volte in cinque 
mesi : poi la Sposa di AMdo, novella piena di teneris- 
simi affetti : indi 'l Corsaro, Il quale ebbe tale acco- 
glìensa e favore, che in solo un giorno ne Airone ven- 
duti tredicimila esemplari; cosa rara e quasi senza 
esempio. Laonde il nome di lui sonava in ogni più lon- 
tana parte del regno; e, passato il mare, si spargeva 
in tutta l'Europa e nell'Asia e nelle Americhe. Una 
grande, una estrema letìzia allora gli prese al cuore: 
tenne dì aver tocca la cima d* ogni bene terreno, e si 



3&8 G. BYEON 

lasciò abbagliare dallo splendore di tanta gloria. Dis- 
avventurato ! cbe non sapeva es^r qua giù continuo 
il mutamento delle cose e del tempo : non sapeva cbe 
alla gloria tìen dietro l'invidia; e che dalla più alta ri- 
nomanza era presso a cadere nel più basso dispregio. 
Di fatto, per pochi versi intitolati le Lacrime, incorse 
tosto nella disgrazia del principe reggente, e nell'odio 
de' cortigiani. Ed ecco compri giornali censurarlo, 
morderlo, maledirlo : ecco satire, ecco libelli, ingiurie, 
derisioni d'ogni maniera: non più '1 primo poeta del 
regno essere il Byron, anzi l'ultimo di tutti i poeti. À 
queste nequìzie suol condurre gli uomini la malevo- 
lenza e l'ira di parte ! Sommo fu '1 suo dolore al ve- 
dersi dagli sparlamentì de' maligni e de' codardi oscu- 
rar la chiarezza di quel nome, che l'alto ingegno e i 
carmi nobilissimi gli avevano meritato. Ónde preso da 
un forte disdegno i^oleva disfare tutti i suoi nuovi la* 
vori; e appena il buono ed affezionato amico suo, ì/ 
libraio Giovanni Murray, potè toglierlo da quel pensie- 
ro. Che che però fosse di questo, un mese dopo ei 
diede fuori '1 poema del Lara, che, a giudicìo di alcuni, 
è come un sèguito al Corsaro; e nel quale dicono aver 
lui voluto descrivere in gran parte sé stesso. 

Ora il nostro poeta traeva i suoi giorni nel tedio 
e nella costernazione; ed alcuni suoi benevoli, a' quali 
incresceva forte di lui, presero partito di vedere se '1 
potessero legare a matrimonio, sperando che la coniu- 
gai compagnia basterebbe a cavarlo di quella noia e a 
rallegrargli la vita. Egli, piegandosi al volere degli 
amici, chiese per isposa Anna Isabella, figliuola unica 
del baronetto Mìlbank, bella, di pnesti costumi e nella 
freschezza della età; ma la voce che correva di lui, 
come di giovane scostumato, fé' sì che quella pudica 



G. BYRON 34.9 

il rifiutasse. Sentì dentro l'anima T offesa di quel rifiu- 
to, ma non si lasciò scoraggiare per questo, anzi ado- 
però sì fattamente con lettere e con versi d'amore, 
che la costanza di lei fu vinta; ed egli la condusse al- 
l'altare a' 2 di gennaio del 18i5. Contano, che al pro- 
ferire delle solenni parole egli era come fuori dì sé, e 
tutto in tremore. Allegri però furono i primi mesi di 
quelle nozze, essendosi condotto a Londra con la donna 
sua, e là vivendo alla grande, secondo che alla qualità 
del suo grado si conveniva: ma la ricca dote della mo- 
glie non bastava a sostenere le nuove spese, né a sa- 
tisfare a' creditori ; ond' è di' ei tomòssi alla nialiaco- 
nia di prima. Ella é cosa da far maraviglia, come in 
tanta miseria e afflizione di spirita non venisse in lui 
manco il vigor dell* ingegno, il quale pareva anzi pi- 
gliar forza maggiore; perocché scrìsse a questo tempo 
le Melodie ebraiche, l'Assèdio di Corinto e la Parìsina, 
compassionevole caso d' amore, che al sentenziare di 
Cesare Cantù, « é forse ihlavoro più finito del Byron, 
e quello ove più s' ammira lo squisito senso del bello.^ 
Ai 10 dicembre gli nacque un£i figlioletta, nomata 
Augusta Ada, che mise un po'di dolce nel molto amaro 
della sua vita ; ma avea ad esser breve anco questa 
sua contentezza. Imperocché quelli e' hanno scritto di 
lui, dicono che a mezzo il gennaio la Milbank se-ne tornò 
alle case del padre. Egli gridò, protestò, venne alle pre- 
ghiere: ma la donna tenne fermo nel suo proposto; 
onde fu fatta la scritta della separazione. Allora co- 
minciò '1 mormorar della gente; ed i suoi nemici pi-» 
gliaron da questo nuova cagione di offenderlo. I gior- 
nali tornarono a detestarlo, ad aborrirlo come il più 
vituperato e reo della terra; né si ponno dire a mezzo 
gli scherni e le calunnie orribili/ di che lo caricava la 

30 



S50 6^ BYROK 

midiosa setta de' suoi malevolii A conforto di questi 
mali, standoti ^H sequestrato dalla gente, dettava un 
tenerissimo Addio alla moglie, che letto poi dalla ba- 
ronessa di Staèl, quella valente donna ebbe a dire : 
che avrebbe voluto essere infelice come lady Byron, 
ed aver inspirati A bei versi al suo sposo. Fece anebe 
l'Abbozzo d'una vita privata contro di una tal rnada^ 
ma Charlement, creduta da lui cagione &ogm sua 
sventura. Ma veggendo cbe qnett' odio si manteneia 
ostinato, s* avvisò di partire. 

Era Tanno 1816, e '1 tempo di primavera, quando 
ei lasciò 1 suo paese per non averci mai più a tottiar 
vivo« Montò in nave ool giovane Polidori italiano, cbe 
tolse a suo secretano, e date ai venti le vele, dirizzò 1 
corso alla volta della Fiandra. In pochi giorni die' fondo 
adOstendas oda questo luogo s'avviò verso Brusselles, 
e volle veder Waterloo. Poi, attraversata la Fiandra, 
costeggiò le belle ed amene rive del Reno: e di qui 
andò a Basilea, e per la via di Berna, Morat e Losanna 
piegò verso Ginevra; dov'era allora il poeta P. B. 
Shelley, inglese pur esso, il quale era un altro lui per 
sìmiglianza d' indole, di età, di studi e di avventure.* I 
due poeti strinsero tosto Ana cordiale amistà, o come 
dir fratellanza ; e bello era il vederli nelle notti serene, 
al chiaror della luna, ire a diporto su pìcciola barchetta 
per le acque del lago. Stato il Byron intorno a un mese 
in Ginevra, passò alla villa Diodati, non molto di quivi 
discosta; e dimorando in quella dolce quiete, non sen- 
tiva più al cuore l'amarez^, che dianzi lo teneva 
scontento. Insieme col Shelley fece una gita ne' din- 
tomi del lago, visitando luoghi df cara e tenera rìcor^ 
danza. Vide a Chilloit la prigione, ijove Francesco di 
Bonnivaf stette sei anni in catene; e a Losanna venerò 



la splìtadioe in che Gibbon abitò, e compose la sua sto- 
ria immortale. Poi toroava a Diodati, e quindi a Gop* 
pet per riverire la Staél, e da capo ancora a Diodati; 
e qui pose igne al terzo canto del Pellegrinaggio, tutto 
pieno d'una mirabile delicatezi» d'affetto e di una 
dolce qialincoiiia. E ne' cinque mesi ebe dimorò nella 
Svìzzera ebbe pure scritto la Monodia di Sbèridan, il 
Prigioniero di Chillon, le Tenebre, il Sogno ed alcune 
stanze con una epistola alla sorella sua, di nome Au* 
gusta. 

Dopo di che, disposto di passare le Alpi e scen- 
dere in Italia,^ per la strada dai Sentpione e del Lago 
Maggiore, viste le isole Borromèe, all'entrar d'ottobre 
giunse a Milano. Era spesso in casa di Lodovico de 
Breme, dove conveniva il Monti, il Pellico e quanti 
erano in Milano uomini valenti nelle lettere. Da Mi* 
lanp a Verona, poi a Venezia. ^^ Veneisia (così egli) mi 
piacque quanto m'aspettava, e s) che m'aspettava as- 
sai. È uno di que'siti eh* io conosceva prima di aver 
veduti, e quello die, dopo l'Oriente, esaltava di più la 
mia imaginazione. — Alloggiò da prima in Frezzeria, 
ed #)gni matina, montato in gondola e remando da sé, 
se i^'a^ava a s. Lazaro a studiarvi l'armeno da que' 
dotti e cortesi tuonaci* E in questo tempo compose il 
Manfredo, drama maraviglioso a tremendo. Poi, al 
ftfiir di aprile del 48t7, mosse di Venezia alia volta di 
Roma: e giunto a Ferrara, si faceva chiudere dentro la 
prigione del Tsfsso, e n'useiva eolia mente piena àk un 
carme su le miserie di quell'uomo divino; che poi 
^tendeva nel viaggio, e pervenuto a Firenze, manda- 
vaU) tosto in Inghilterra bella e compito, la Firenze 
stette solo un giprno, ^m^piando di veder Roma, e 
scriveva al Murray; — Di Roma io son incantato... la 



G. BYKON 

è una bella cosa a vedersi, più bella che la Grecia... Ho 
visitato Alba, i suoi laghi, la sommità del monte Alba- 
no, Frascati, Arida, V intemo e i dintorni della città. — 
Tatto questo in manco d* un mese. In Roma ideò 1* ul- 
timo canto e '1 più sublime del suo Pellegrinaggio, 
che poi verseggiò alla Mira, luogo delizioso del pado- 
vano; dove passò la state e 1* autunno, e dove scrisse 
anche il Beppo, caso burlesco d' amore, che gli era stato 
conto a Venezia. ^ 

In questo tempo di mezzo aveva il nostro Byron 
acconce le cose sue in guisa che stavano bene; e ven- 
duta la badia di Newstead,'' restavagli una rendita 
netta di quattromila sterlinì. Parendogli poco agiata 
la casa, s' era tramutato a Canal grande nel palazzo 
Mocenigo; e qui lo sfoggiare, il deliziare, il benificare 
r aveano messo in bocca di tutti i veneziani : ma egli 
avea anco dato sì libero corso a' suoi viziosi appetiti, 
che, a dire il vero, era una compassione. Perchè 1 
Dallas, che gli scriveva a contidenza di amico, prese 
ad aprirgli liberamente Tanimo suo, ancor che potesse 
dubitare di recargli dispiacere. Ma io non so maravi- 
gliarmi a bastanza che da tanta bassezza potesse quel 
suo ingegno levarsi di quando -in quando a voli di al- 
tissime fantasie; essendo certissima cosa che fra que- 
ste turpitudini scrisse i primi canti del Don Giovanni, 
ed il Mazeppa,' e Tode a Venezia, ed anco le memòrie 
della sua vita, ch'ei donava a Tomaso Moore, celebre 
poeta e suo amicissimo, ma che colui non ci ha vo- 
luto conservare. Se però non era in quest'uomo sin- 
gularissimo mancato co' vizi '1 vigore delFanimo, il 
corpo snervato dalle delizie e dalle lascivie non era per 
durar lungo tempo : e già stava indisposto d'una fe- 
bretta, che si credeva comunemente lo consumerebbe 



G. BYRON 353 

a maniera di tìsico; se non che dal fondo di quelle 
laidezze venne a cavarlo un novello amore. 

Nell'aprile del Ì8i9 era in Venezia una giovane 
ravegnana,^ gentile di sangue e per bellezze famosa^ 
congiunta di fresco a troppo attempato, comechè mo- 
bilissimo marito. 11 Byron la vedeva in casa della Ben- 
zeni; ella vedeva lui, e *1 vedersi e l'innamorar Tun 
dell'altro era tutto una cosa. Il poeta la seguiva a Ra- 
venna," dove giunse a' 40 dì giugno, e prese albergo 
nella strada di Porta' Sisì, allato alla piazza di s. Fran- 
Cesco, vicinissimo al sepolcro di Dante ; e vi stette sin 
che 'J cav. Alessandro Guìccioli" gli die' alloggio nel 
suo palazzo. Carissima ebbe il Byron questa nostra 
patria, 

Vetusta rócca di cadente impero, 

secondo ch'ei la chiamava; e vi dimorò presso a due 
anni lieto, contento, amato e riverito. Ricordo ancora 
il giorno eh' egli insieme col celebre medico Francesco 
Aglietti, in abito alla solenne, fu a visitare il sepolcro 
dell' Allighierì." Portava seco un volume delle sue ope- 
re, che posò su l'avello, senza dir parola, tutto assorto 
nel suo pensiero. E sempre che passava dinanzi a que- 
sto monumento, si scopriva il capo in segno di rive- 
renza; ed io stesso bollo veduto più volte. E qui fece 
una dolce amicizia col conte Pietro Gamba,*' bel gio- 
vane, di nobile intelletto, il quale (se morte non 
l'avesse tolto al mondo .cosi per tempo) sarebbe riu- 
scito eccellente nella profession delle lettere e delle 
armi. Con>questo suo amico iva sovente al vicino pi- 
neto :'e fra quegli alberi di ombrose chiome e di attis- 
simi tronchi, fra quelle tenere e freschissime verzure^ 
e quella solitudine ampia e taciturna; allo stormir 

30* 



36t e. lYRON 

delle fronde, al mormorio del non loslano mare, ranì- 
ma sua pareira si ravvivasse, tutta elevandon a subli- 
mi cogitazioni, ivi medilo la Profezia di Dante, e soleva 
partirsi di là alla calata del sole^ ora che gli metteva 
in.caore una dolcissiaia malinooniA, e ch*ei descrisse 
in questi versi del suo po^ia, il Don Giovaani : 

Ave Maria! la lerrat i mari, il cielo 
Te sàlutan neUl' ora pia divina. 
Ave Maria 1 oh benedetta l' ora 
A te devota, e '1 clima e '1 luogo, dove 
Spesso gustai quell' armonia sdave, • 
Che vìen dall' alto, e calma i venti. Piagne 
La squilla da lontan: la litania 
Surgendo spira colla sera; e l' aura 
Se lene geme tra i virgulti, credi 
Errar per la foresta un pio sospiro. 
Ave Maria! V ora del prego è qcreita : 
Ave Maria I d' amore è questa V ora: 
Ave Maria! s' ergan gli spirti nostri 
Sin a te, sino al Figlio tuo celeste. 
Ave Maria, come a veder m' è caro 
U volto grazioso, e gli occhi inchini^ 
, E sul capo la mistica colomba 
Lene posarsi! dolce ora di sera 
Appo la ròcca, nel solingo bosco 
D' annodi pini, onde Ravenna è cinta. 
Là presso il mar, crepuscolo Steve 
Di pura voluttà to m' inondasti ! >* 

E qui dettò aiicbe, come testimoniano alcuni, il Fatie^ 
ro, il Caino, il Sardanapalo ; i canti terao, quarto e 
«punto del Don Giovanai,^^ ed avea tolto a voltar in 
inglese il Moi^fsmte maggiore del Pulci. Ma a rompere 
la quiete della sua vita avvenne ael loglio del i9Sti che 



G. BYRON 355 

parecchi raTCgnani, incolpati di ribellione, dovettero 
ire in esilio; e fra questi '1 Gamba. L'animo sensitivo 
del Byron ne fu perturbato: e vennto a Ravenna il 
Sbelley, e datogli per consiglio di abbandonare questo 
sventurato paese ^ egli» per compiacere all' amico ^ 
su *1 finir d'ottobre mosse verso Toscana; e dolente 
si partiva da noi, còme cbi lascia cosa molto cara al 
suo cuore." 

Giunto in Toscana, soggiornò cpiando a Pisa e 
quando a Montenero presso Livorno; ed anco qui gli 
fu sturbata la pace da novelle di grandissimo dolore. 
Imperocché '1 20 aprile del i822 gli morì a Bagnaca- 
vallo una sua naturale figlioletta dì nome Allegra," 
ch*^1i amava teneramente: e poco dipoi l'amico 
Shelley; del quale si conta, che mentre se ne andava 
per nave a Lerici (ciò fu '1 dì 8 di luglio), si mise im- 
proviso una fortuna dì ventò, che tutto il lago scon- 
volse, e là dov'egli era affondò. Il cadavere di lui, git- 
tato a proda dalle onde, dopo quindici giorni fu tro- 
vato ai^resso Viareggio. 11 Byron, che 1* avea amato 
vivo, volle mòrto onorarlo quanto poteva il più. Era 
un campo allato al mare : qui fra aromati e lacrime, 
lui presente, fu arso quel cadavere, e '1 cenere in una 
urna riposto, mandato a Roma.^' 

Verso il finir di settembre passò a Genova, do* 
Y* era il Gamba ; e per amore alla vita solitaria UÀse ad 
affitto la villa Salueizo in Albero, tre miglia liniigi dadla 
città; ed ivi dimorò q[ttasi dieci mesL Aveva in questo 
mezzo scritte alcune opere: le tragedie de' Due Fo- 
scarì e del Werner; il mistero Cielo e Terra;** la Vi- 
sione del giudizio; l'Iscda; il Secolo di bronzo ; il De- 
forme trasformato; ed altre maniere di versi, di prose, 
di tradaaoni, cbe lungo sarebbe a riferire. Alcune di 



356 G. BYRON 

queste opere, specialmente le tragedie, furono meglio 
lavorate e piii finite ; comechè diversamente paresse 
ad alcuni, i quali per metterle in dispregio le taccia- 
vano di classkUmo, Non sìa qui inutile l'osservare, che 
questo straordinario ingegno col crescere degli anni, 
e con le nuove cognizioni che veniva acquistando sotto 
questo ridente cielo d'Italia, erasi, accorto della mala 
via da lui tenuta in fatto di lettere. Imperocché, se 
bene ne' suoi poemi (al sentir d'uomini d'ottimo inten- 
dimento) v'abbia altezza ne' sensi, efficacia nelle paro- 
le, dolcezza e veemenza di affetti, varietà di forme e 
di verso; tuttavia abbandonandosi egli ad un certo 
furore d* ingegno, riesce spésso disordinato ed oscuro 
tanto, che non s'intende. Ed è pure ostentatore di vana 
e, talvolta empia filosofia; e troppo si piace, e quasi 
diresti che gli gode l'animo di esprimere al vivo le 
passioni e le angosce tutte che straziano il cuore umae 
no; perchè fu appellato da alcuni 'l poeta della tri- 
stezza e della disperazione. 

Ora egli stesso lodava i classici della sua terra: 
aveva in riverenza il sommo ingegno del Pope : repu- 
diava i suoi antichi giudici: gli doleva di aver dato 
mano a guastare la poesia del suo paese. E tutto que- 
sto scrisse ei medesimo allo scudiere G. Murray in 
una lettera, eh' è*a stampa.*^ Libera e magnanima con- 
fessione, degna in vero del grande uomo eh' egli fu, 
per la quale diede a vedere che, vivendo, si sarebbe 
messo sul diritto sentiero, riformando sempre in me- 
glio la sua maniera, come avea già cominciato a vi- 
vere in migliori costumi. 

Ma avendo veduto e sofferto assai del mondo, 
stavasi là nella solitudine di Albàro, coli* animo non 
lieto e pensante a' giorni avvenire. I tanti suoi affetti 



G. BYRON 357 

gli si erano mutati in uno spasimar dèlia gloria ; onde 
fé* pensiero di partirsi, e rivolse gli occhi, il cuore, 
ogni suo desiderio alla Grecia, la quale risurta già da 
tre anni, pugnava con incredibile costanza per la reli- 
gione dì Cristo e per la sua libertà. Tolse a compagni 
alcuni pochi amici, e fu di questi '1 Gamba. Dicono che 
quando fu in su '1 partire, come avesse il cuore pieno 
di un tristo presagio, lacrimò : ma tosto che la nave 
entrò le onde (e fu'l dì i6 di luglio 1823), tutto si ras- 
serenò. In quattro giorni furono a Livorno, dov' ebbe 
alcuni versi, che gli mandava il Goethe, poeta prestan- 
tissimo della Germania, i quali molto lo consolarono. 
Ai 25 sciolsero da Livorno, e dopo una felice naviga- 
zione di dieci giorni, gittarono l'ancora ad Argostoli, 
principal porto di Gefalonia. Ei stette a bordo della 
nave aspettando lettere dall' Inghilterra; e fra' questo 
mezzo fece una gita all'isola d'Itaca,' divisa da Gefa- 
lonia per un picciolo stretto di mare. Visitò la caverna 
d'Ulisse, la fontana d' Aretusa, ì bagni di Penelope, e 
si partiva beneficando con larghezza da principe que' 
poveri isolani. 

Intanto s' era per tutto la Grecia sparsa la fama 
della venuta di sì grand' uomo ; ed al suo ritorno ad 
Argostoli gli fu recata una lettera dello stratarca 
Marco Botzaris, con la quale il prode sulioto gli dava 
avviso che neUa notte vegnente assalirebbe il campo 
nemico: invocava il suo soccorso: lo ringraziava del 
suo amore verso la Grecia. Scese finalmente nell'isola, 
e andò a stanziare a Metaxata , piccolo villaggio a 
sette miglia da Argostoli; dal qual luogo scrisse in 
Inghilterra, che la sua possessione di Rochdale si 
recasse in contanti. Erasi posto nell' animo (oh ma- 
gnanimità senza pari ! ) di dar tutto a prò de' suoi 



A 



868 Q, BYKON 

greci; ji* quali pur scrisse, pregandoli con molto af- 
fetto di metter fine alle civili discordie. E saputo 
cbe *1 prìncipe Haurocordato era a Missolungi, per 
Ig stima gi*ande cbe faceva dì )mì> il dì S8 dicembre 
navigò a quella volta. 

U viaggio fu da priiqa felice : poi incorsero venti 
contrari; npndimanco preae terra la mMioa del 5 
gennaio 1624, Tutti gli ordini de' cittadini gli usci- 
rono incontro festeggiatili ad accorto alla spiaggia, 
e con esso loro il principe j^aurocordato. Udivansi 
viva di popolo, allegri suoni dì musici stnttoisnti, 
mescolati al rimbombo delle artiglierie. }1 Byron pa- 
reva contento: e comecbè avesse bisogno di ripo- 
sare l'animo e'I corpo affaticato» non ebbe alctua 
cura di sé ; e fu ano primo pensiero di ten^^ as- 
soldati i valorosi, ma tremendi e turbulenti sulioti, 
e di versar peli* erario grossa somma di denaro per 
le spese deir armata di mare, Né col 3enno aolo e 
con ia ricchezza, sì anche con la mano voleva recar 
giovamento alla diletta sua Grecia: e già agitava nelb 
mente di occupare Lepanto, che si teneva dai turchi, 
disegnando esser capo di t^le impresa; ed i sogni 
di quel breve dormir cbe faceva» eràmo eoodvr ese^ 
citi, affrontar nemici, vincerli, disfarli. In questi peo- 
9ieri> ecco albeggiare U giorno 33 gennaio, anniver- 
sario del suo nascimento: ilqual gionio avendo egli 
per aolennissimo, volle celebrarlo in versi; con che 
diceva r ultimo addio air amore, e tutto ai veniva 
infiammai^do ad ma morte onorata. Bla ia tanto da 
lui vagheggiata impresa di Lepanto, qual die si fosse 
la cagiona, non ebbe ei&tto. Ei se ne turbò; e per 
questo turbamento ddlo spirito, e per le durate fa- 
tiche del corpo , ^ ^nco pec l'aere maligno del luogo 



G. mmoif 359 

avea debitllata la cdinplessione per sì fatto modo , 
cb' era già Ticino ad ififennare. Gonfortavanlo gli 
aftii€l : andas^ al Zaote od d Èefbtodia, ivi tornereb-^ 
be nel vigore dì prima. Non voti*: era meglio, disse, 
morire facendo alcuna oosé, die starsi inoperoso: 
poi s'aveano a tenére in freno i sulioti, che indo* 
miti e feroci tamuttuavano : aveva dato alla Grecia 
le sue sustanse, le darebbe anco la vita. 

Gìk entrava ta primavera, ed una grande é po- 
derosa oste tnrchesdft si Allestiva in Tessaglia a nuovi 
combatflmentit e gli emimi de' greci non si concor^ 
davano; ma 1* ora tfllìma del Byron era ornai giunta. 
A' 9 di aprUe usciva a cavatcsire col Gamba: nel ri- 
torno, a tre miglia dalla città, rottosi '1 tempo, co- 
minciò 8 piovere ruindsàmente^ laonde giunsero a 
casa tutti molli e in sudore. Indi a poco il Bjrron Al 
soprapredo da un'ardente febre e da fortidolori.il 
dimani, parendogli di star meglio, montò à cavallo 
e fece una corsa presso un boschetto d' ulivi; perchè 
la febre ne' giorni seguenti si augumentò, ed i me- 
dici Bruno e Millingen vollero aprirgli la vena e sce- 
margli 'l sangue: ^- No, no, diss' egli, io tengo col 
dottor Reid, essere la lancetta più micidiale della 
lancia. — indarno i medici gli venivano allegando le 
ragioni loro. Alla fine il Millingen, fatto ardito:— Si- 
gnore, gli disse, sé non avete cara la vita, almanco 
non Vogliate buttar via '1 sénno, che forse non po»- 
treste poi recuperare m^ più. -^Egli comprese bene 
che valessero dire ({ueste pstrolé, e ne fn spaventa^ 
to: tolse il braccio di «otto le lenzuola, e: — Ca* 
vate, disse, sbrlgatevl.---Gliene fliróno tratte dà venti 
onée; ma crebbe tosto la febre, ed ei venne in de* 
lirio. Il giorno susseguenle (17 aprile) aumentando 



360 G. BYRON 

r iB&uninazione, fu cavato altro sangue; ma la infer- 
mità ingagliardiva, e di pericolosa si fé' mortale. Si 
venne la terza volta al sangue, egli furono applicati 
ì senapismi. Il 18, verso le tre ore dopo mezzo giorno, 
volle uscire del letto e passare nella stanza contigua: 
era sì spossato, che non si poteva reggere in su i 
piedi; ond' è che Tita, il suo servo veneziano, il ve- 
niva sostenendo. Posto a sedere, domandò non so 
che libro, e lettenealcune parole, fu stanco. Aiutan- 
dolo il servò, tornò alla sua camera e si rimise nel 
letto. Intanto raggravava di più in più, e. ad inter- 
valli perdeva la mente. Il più amoroso e fidato de' 
suoi famigli, di nome Fletcher, era sempre alletto 
di lui cogli occhi pieni di lacrime. Ei conobbe la 
gravezza del suo male ; e si sforzava di dettare l'ul- 
tima sua volontà, ma la voce gli veniva meno. — Vo- 
lete, signore, gli disse Fletcher, ch'io rechi penna 
e carta da scrivere? — Oh! no, rispose, è troppo 
tardi.... io sono alla morte.... Andate.... dite a lad] 
Byron.... — E qui le sue labra balbutiano voci, che 
non erano intese: poi, raccogliendo tutti gli spiriti, 
s'udivano chiare queste parole: — Mia cara figlia.... 
mia cara Ada !.... mio Dio!.... Augusta!.... Hobhouse!.... 
tutto è finito. — Speriamo di no, disse il servo; pur 
sia fatta la volontà del Signore. — Sì, rispose egli 
con forza, e non la mia. — Fletcher gli porgeva di 
quando in quando non so qual pozione da' medici 
comandata. Alle sei della sera entrò nell* agonia della 
morte, e per ventiquattro ore rimase senza moto e 
sentimenti , né dava altro segno di vita , che un af- 
fannoso respiro. 11 giorno i9, che fu in lunedì, a sei 
ore e un quarto della sera, aprì gli occhi , e poco 
stante spirò. 



G. BYRON 361 

Grande oltramòdo fu l'afflizione che mise in tutta 
la Grecia la novella di questa morte. '^ A ciascuno 
doleva all'anima la fine di lui così giovane, così bello, 
così benefico, così celebre per tanti componimenti 
sparsi pel mondo. Ma^ que' di Missolungi, che aveva- 
no provati sì recenti e sì grandi i benefici del loro 
novello concittadino , non se ne potevano dar pace. 
Da per tutto s' udivano voci di dolore. UscivaPla sera 
stessa un decreto del principe : all' alba del dì ve- 
gnente sarebbero tirati dalla batteria maggiore tren- 
tasette colpi di cannone, quanti appunto erano gli 
anni dell'illustre trapassato: si serrassero le botteghe: 
cessassero per tre dì i negozi, i giudizi e le publi- 
che ricreazioni: ciascuno portasse per ventun gior- 
no i segni del cordoglio: in tutti i templi preci e 
compianto. Solenne e commovente fu l' accompagnar 
del cadavere alla chiesa. La bara coperta di nero pan- 
no, con sovra un elmo, una spada e una corona 
d'alloro, era portata da quattro officiali, e seguita 
dalla soldatesca co' fucili vólti a ritroso, e da im- 
mensa folla di gente. Dopo cantate le preci consuete 
e detta l' orazione laudatoria, fu tenuto sopra terra 
ancora un giorno : poi riportato alla sua abitazione, 
curato ed unto di balsamo , e chiuso in una cassa. 
Fu proposto che s' avesse a condurre ad Atene e de- 
porlo nel tempio di Teseo ; ma questo consiglio non 
fu seguito. 11 colonnello Stanhope lo trasportava a 
Londra, dove giunse a' 6 di luglio. Di qui fu trasferito 
a Westminster in casa di Odoardo Knatcbull, che '1 
fé' porre sopra un magnifico letto alla curiosità dì 
chi lo volle vedere; e dopo alquanti dì fu recato alla 
piccola chiesa del villa^io di Hucknall, appresso 
Newstead, e sepelìto nel monumento de* suoi passati.*' 

31 



362 G. BYRON 

Fu *1 Byron di persona giusta e ben fatta ; di 
volto piacente, grave, melanconico. Ebbe i capegli 
di color castagno, lucidi e ricciuti; la carnagione tra 
pallida e bianca; spaziosa la fronte; gli occbi azzurri, 
vivissimi; e la bocca ed il mento di una bellezza 
maravigliosa.*' Solo zoppicava alcun poco da un pie- 
de, di cbe era grande il patire, grande il vergo- 
gnarsi ch'egli faceva. Amava la politezza, il nobile 
vestire , i bei . cocchi e cavalli , le pompose livree. 
Vago per natura degli esercizi strepitosi e gagliar- 
di, del cavalcare, del cacciare, del lottare, delFar- 
meggiare, ne' quali non era secondo ad alcuno; e 
nel nuoto, primo di tutti. Uomo di subito cambia- 
mento a' contrari estremi : ora dedito a* banchetti, 
agli amori, a'solazzi, alle lussurie, ad ogni voluttà: 
ora vitto cosi semplice e parco, cbe più non si po- 
trebbe a un rigoroso digiuno; fuggir ogni allegrai 
compagnia, chiudersi nelle sue case, non lasciarsi 
parlare uè quasi veder da persona. Schietto amico 
del vero, scopriva e vituperava egli stesso i suoi ^ 
fetti, non li nascondeva sotto il mantello delle virtn, 
come gV ipocriti tristi fanno. Pe' poveri e per tutti 
gr infelici ebbe una carità sommamente operosa, te- 
nera, compassionevole.'* Nel conversare fu libero, 
ai&bile, manieroso: spesso però si metteva in su 'l 
grave, mostrando alquanto di alterezza. Fu anche un 
pò* dato alle vane osservazioni de' sogni, degli augùri 
e de' pronostichi. Ebbe però ferma credenza in Dio, 
e nella spiritualità degli animi umani , che cbe ab- 
biano voluto dire coloro, i quali per poco non lo 
giudicarono un ateo« Essendo avidissimo del legge- 
re, e di sovreccellente memoria, apprese cognizioni 
varie, infinite. Conosceva il greco e 'l latino, ed al- 



G. BYRON 363 

con poco r armeno, il romaico, Titalìano e'I fran- 
cese. Delle arti belle non sentiva molto avanti; ma 
la musica gli rapiva la mente, e '1 còmmovea sino 
alle lacrime. Le sue più forti passioni erano la glo- 
ria, l'amore, la libertà; le quali per essere smodate 
non gli lasciarono mai posar 1* animo, né vìvere un' 
ora sola tranquillo. Vigoroso^ alto aveva Y ingegno, 
ed a fatica poteva ritenere la calda e vivissima fan- 
tasia ; ond' è eh' ei dettava nobili versi con quella 
facilità ch'altri farebbe le prose più rozze e pede- 
stri. La Sposa d' Abido fu lavoro di quattro notti : 
il Corsaro di dicci dì: il Lara fu scritto in manco 
d* un mese: il Prigioniero di Chillon in due giorni. 
Che più? Compose in sogno presso che tutta la si- 
militudine bellissima dello scorpio, che leggesi nel 
Giaurro. '^ E pure, con tanta eccellenza d' ingegno» 
con tanta corporale bellezza, con tanta copia di so- 
vrabondanti ricchezze, visse e morì infelice. Onde 
parmì da conchiudere con la sentenza di un moder- 
na sapiente: € Tremendo mistero di dolore è la vita: 
ed invano è volerlo intendere; invano volere scan- 
sarlo. » 



364. 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI L. CAMOENS 



^ Questo elogio fa recitato in una privala adunanza di 
dotte e civili persone. 

* Dante ÀlUghieri. — In parecchi luoghi della divina 
comedia ed in alcune sue lettere si dolse Dante della invi- 
dia e della ingratitudine de' suoi concittadini; e sperò (mi- 
sero I ) che '1 poema sacro vincerebbe la crudeltà che '1 ser- 
rava fuori del bello ovile, cioè di Firenze. I suoi nemici 
trionfarono dell'averlo oppresso, ma i posteri hanno ma- 
ledetto alla loro memoria. 

Nicolò Machiavelli, — a Non può negarsi che '1 Machia- 
velli... non si dimostri uno de' più profondi, e de' più 
esperti politici , che mai sieno vissuti, e i discorsi sulla 
storia di Livio son pieni di riflessioni giustissime, che sco- 
prono il raro genio dì chi le scrisse. Ma le massime e i con- 
sigli, che, singolarmente nel libro del Principe, eì propo- 
ne a' reggitori delle città e de' regni son tali, che ogni 
uomo religioso e saggio non può udirli che con orrore. » 
Cosi '1 Tiraboschi ; ed io tengo T opinione di lui : ma ben 
dirò che fu ingiustamente offeso da quella arrogante e tor- 
bulenta razione, che volle mutata in Firenze la forma del 
civil reggimento ; e che non si può leggere senza orrore 
che un uomo di tanto merito verso la patria fosse barbara- 
, mente messo a' tormenti per un'accusa, che non fu mai 
provata vera. Egli stesso, il Machiavelli, cosi si doleva al 
magnifico Lorenzo di Piero de' Medici: « E se Vostra Ma- 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI L. CAMOENS 365 

gnìficenza dall' apice della sna altezza qualche yolta vol- 
gerà gli occhi in questi luoghi bassi , conoscerà quanto io 
indegnamente sopporti- una grande e continua malignità di 
fortuna. » 

Torquato Toiso, — Benché sieno note comunemente le 
grandi infelicità del primo poeta epico italiano, tuttavia si 
leggano queste parole , eh' egli scriveva poco prima della 
sua morte ad Antonio Costantini suo amicissimo: a ... Non 
è più tempo eh' io parli della mia ostinala fortuna, per non 
dire della ingratitudine del mondo, la quale ha pur voluto 
aver la vittoria di condurmi alla sepuUura mendico , quan- 
do io pensava,» che quella gloria, che, malgrado di chi non 
vuole, avrà questo secolo da' miei scritti, non fosse per la- 
sciarmi in alcun modo senza guiderdone, i» 

Galileo Galilei. — « ... La mia vita (cosi '1 Galileo al 
p. Vincenzo Rinieri) non è stata finora che un so$;getto 
d' accidenti e di casi che la sola pazienza di un filosofo può 
riguardare con indifferenza,.. I nostri simili, per quanto ci 
affatichiamo di giovarli, a diritto e a rovescio procurano 
di renderci la pariglia coli' ingratitudine, co' furti, colle 
accuse, e tutto ciò si trova nel corso della mia vita... Per 
essere ragionevole, sono stato riputato poco meno che ere- 
tico. » 

' (c Al princìpio del secolo decimosesto le lingue na- 
zionali giacevano ancor neglette, e sola Tltalia poteva van- 
tare ne' suoi vulgari scrittori esemplari da paragonare in 
qualche modo àgli antichi, e da proporre alla imitazione 
dei moderni. La Spagna fu la prima nazione che abbrac- 
ciò l'esempio dell' Italia; e la lingua spagnnola infatti è 
V unica, che conti come 1* italiana pel suo secolo d' oro il 
secolo decimosestò.x) Giovanni Andres, dell' Orig. d'ogni 
lett. Tom. JL part. I, nella introduz. 

^ Il cel. Nicolò Antonio, istorico spagnnolo, nella sua 
Bibliolh. Hispan., ragionando di Lupercio Leonardi, lo dis- 
si* 



366 ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI L. GAHOENS 

se: (K orìgine Italus ex Leonardoram stirpe Ravennatensìs 
in Romanìae Provincia Urbis, ande Leonardomm aiHpella- 
lionem derivare a propinqais acoepimns. » 

* Di qoesla Eleonora di Sala, figlinola che fa d'an ge- 
nerale poHoghese, e moglie ad Emanuele Losa di Sepol- 
veda, veggasi la storia di Portogallo del Bertolotti. Tom. II, 
da e. 176 a 181, ediz. di Milano del 1834. 

* Nel voi. Ili d^ Viaggio fatto intomo al mondo dal 
capitano A. G. di Krosenstern negli anni 1803-1806, é que- 
sta annotazione: a 11 sig. Drommond ha vicino aHa saa casa 
(in Macao) un gran giardino tenuto con molta cura e mdta 
spesa. In questo giardino é la grotta, dove si vuole che 
r Omero portoghese abbia scritta la sua Lusiade, e che per- 
ciò si chiama la grotta di Camoens. » Ma nel voL III del 
Viaggio di lord Amhèrst alla China, scritto da H. Ellis, e 
fatto intomo al 1816, si dice, che ir il giardino che racchio- 
de la tomba (cioè la grotta) del Camoens non si presenta 
vantaggiosamente, perchè assai trascurato dal proprietarìo 
attuale. Ciò non impedisce che non sia un sito di piacevole 
ritiro. La tomba (grotta) formata da una crepatura di rape, 
è slata guastata da un sostegno di moro che si è collocalo 
da una parte. Il busto del Camoens, male eseguito, è posto 
entro una grata «mile ad una moscaiuola. » 

^ Non è picciola lode del Camoens che T. Tasso voles- 
se apprendere V idioma portoghese solamente per leggere 
il suo poema, e, lettolo, dettasse questo sonetto: 

Vasco, le cui felici ardite antenne 
Incontro al sol che ne riporta il giamo 
Spiegar le vele e fer colà ritorno, 
Ov' egli par che di cadere accenno ; 

Non più di te per aspro mar sostenne 
Quel che fece al Ciclope oltraggio e scorno, 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI L. CAMOENS 367 

Né chi (arbò le arpie nel sao soggiorno , 
Né die' più bel sobìetto a colte penne. 

Ed or quella del colto e buon Luigi 
TanC oltre stende il glorioso volo, 
Che i tuoi spalmati legni andar men lange; 

Onde a quelli a cui s' alza il nostro polo, 
£d a chi ferma incontra i suoi vestigi , 
Per lui del corso tuo la fama aggiunge. 

^ Io sono affezionato alla memoria di questo giovinetto 
principe, non solo perchè fu di cuor buono e generoso, e 
prese a proteggere e ristorare il Gamoens, ma anco perchè 
accolse con amorevolezza e molto onorò in Lisbona Gio- 
van' Battista Rossi ravegnano , dottissimo uomo ed oratore 
eccellente ; il quale era ito colà per affari della sua religio- 
ne, essendo generale dell'Ordine carmelitano. Ecco quello 
che ne scrisse Vincenzo Garrari: « Giunto poi (il Rossi) in 
Portogallo a Lisbona, il re Sebastiano di età di tredici anni, 
bellissimo e graziosissimo, similmente la regina, sorella di 
Garlo V imperadore, ed Enrico cardinale infante, con in- 
solito favore lo mandarono a visitare a nome loro dai pri- 
mi baroni della corte, e lo costrinsero, dopo che egli ebbe 
visitati i sudetti principi, e donna Isabella e donna Maria 
infante, a predicare. Perchè Gian Battista, richiamando 
dal lungo silenzio l' abito di quello officio, con elegante e 
pura lingua castigliana il di degl' Innocenti gli espose il 
vangelo, con l'occasione del quale gli dichiarò anco qual 
(osse r officio dell' ottimo re. » 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI S. GESSNER 



* Questo elogio Tu letto nell' academia dì belle arti in 
Ravenna il giorno della solenne distrìbazione de' prenal, 17 
giagno 1840. 

* « È la Svizzera senza dnbio il pia vago e '1 più ricco 
paese in cai la natura abbia versato i sooi doni: essa in- 
spirò neir immortale Gessner quell'altissima fantasia cbel 
rese il più tenero di tutti i cantori della natura. » Cosi 1 
Zimmerman ne' suoi libri della solitudine. 

' 11 sig. conte Tullio Dandolo, nel suo Viaggio per b 
Svizzera orientale, voi. II, a car. 98, parlando di questo 
monte, dice: a Alto settemila piedi sovra il livello del ma- 
re, seimila sovra il lago di Zug, tutto verdeggiante per 
boschi nella parte inferiore, per prati nella più elevata, il 
Righi (ifofw Regiui) giace nel cuor della Svizzera , iso- 
lato a modo da potersi i^ppellare po§to avanzalo dell'Alpi ec.n 

^ Il romanzo storico venuto alle mani del giovinetto 
Gessner fu 1 Robinson Crusoé, scritto da Daniele de Foe 
inglese. Questo romanzo è stato a' nostri di voltato in ita- 
liano da Gaetano Rarbierì, ed impresso in Milano del 1840. 

* L'Abele del Gessner, cosi poco apprezzato dall'au- 
tore, com' ho detto nell' elogio, e biasimato dalRyron e da 
altri, ha avuto l'onore di molte versioni in quasi tutte le 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI S. GESSNER 369 

odierne favelle, e questa panni una prova della sua molta 
bellezza. £ stato tradolio neir idioma francese dairHuber: 
nell' inglese da mistriss GoUyer: nello spagnuolo da P. Le- 
jeune: nello svezzese da L. Eckebom: nel danese da mad. 
Biebl: nelF angaro da Fr. de Kusinski: nel russo da G. Za- 
charow ec. 

^ « Io trovo nel Primo Navigatore (diceva lo stesso 
Gessner al fiertòla), trovo attrative cbe mal comprendo 
come sieno uscite dalla mia mente: si, quest' opera mi reca 
tuttora diletto; io la rileggo sovente, mi fa balzare il cuore, 
mi crea dolci magie alla imaginazione ec. » 

"^ Anche da questo si comprende che le scritture, le 
quali non hanno pregio di lingua e di stile, non vengono 
in fama; ed essere verissimo il detto di Aristotele recato 
dal Monti ne' suoi dialoghi, cioè: che ogni discorso pi- 
glia PIÙ EFFICACIA DAL MODO DI DUE, CHE DAL SUGO MEDE- 
SIMO de' goncettl Perciò molto a ragione il sig. Gantù nel- 
l'Indicatore lombardo sgridò coloro (sono le sue stesse parole) 
che deilano in uno siile scompiglialo, con frasi squarciale alla 
" francese o alla sellenlrionale, senza evidenza, senza proprietà* 
' / quali poi lo sconcio siile pretendono onestare coW abusato 
^ nome di libertà, e col professare di non voler ridurre il pen- 
' siero servo alla parola. Ma nel fatto è pigrizia indegna: è un 
^ non vedere come sien luti* uno pensar bene e scriver bene, 
1 

ì ^ Traduzione del chiarissimo ed onorando sig. cav. An- 

drea Maffei. 
t . ' 



3T0 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI J. DELILLE 



* Questo elogio del Belille fa recitato nel collegio di 
Ravenna, per la solenne dispensa de' premi', il di 14 ago- 
sto del 1844. 

* Io m' era proposto nell' animo di dettare gli elogi de' 
più rinomati poeti stranieri : e della mia fatica, qaal ch'elb 
si sia , ebbi dato jcome on saggio (nelle mie Prose VarU, 
stampate in Ravenna del 1842) gli elogi del Gamoens, de) 
Gessner e del Byron ; a' qnali m' è piaciuto di agg^iangere 
questo del Delille. Ma le presenti mie occupazioni , e la mal 
ferma mia salute, vogliono eh' io abbandoni affatto rinco- 
minciato lavoro. Questa nota Tu scritta nel 1844. 

^ Marcantonio Mureto, francese, un de' migliori lette- 
rati del secolo decimosesto, diceva anch' egli: farsi non po- 
ca maraviglia, che avendo la sua patria insino a qae* dì 
avuto in gran copia uomini prestanti in lettere e scienze , 
poetarum iamen (sono le sue parole) magna gemper a nobis 
fueril inopia laboratum. Vedi la prefazione alle 8ae cose 
giovanili, intitolata ad cìaritHmum virum Janum Brionem, 
l'anno lBtt2. 

* Il Castelvetro affermò che '1 Caro si diede nella saa 
gioventù ai tnestiere angoscioso d' insegnare le prime lettere 
a' fanciulli, tacèiandolo in questa guisa (dice il Seghezzi) di 
viltà d'esercisio. Sia pure, per uom d'ingegno, queste nae- 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI J. DELILLE 371 

stiere angoscioso qaanto voole il Gastelvelro , perocché an- 
che M. Tullio scriveva: quo quisque esl ingeniosior, hoc do- 
cet laborioiius; egli però non sarà mai on vile esercizio. 
Quanto di bene non ne verrebbe alle lettere, se i primi in- 
stitotori della gioventù fossero tutti un Jacopo Delille e un 
Annibale Caro! 

^ L'illustre baronessa di StaSl, nel suo discorso sulla 
maniera e la utilità delle traduzioni , fatto italiano da Pie- 
tro Giordani, dopo detto perchè l'arte de' versi sia appo 
i suoi nazionali piena di malagevolezze, soggiugne: sono 
perciò rare Ira* francesi le buone traduzioni poetiche ; eccetto 
le Georgiche volgarizzate daW abate DeliUe, 

* L' invenzione del giardino irregolare, detto dlVinglese^ 
è certamente degF italiani. Il primo a idearlo e a metterlo 
in effètto fu Cario Emanuele I , duca di Savoia; ed il Tasso 
lo descrisse nella sua Gerusalemme , come si raccoglie da 
una lettera di lui a Giovanni Bojlero. Ecco i versi del Tasso: 

Poi che lasciar gli avviluppati calli, 
In lieto aspetto il bel giardin s' aperse : 
Acque stagnanti, mobili cristalli, 
Fior vari, e varie piante, erbe diverse, 
Apriche collinette , ombrose valli. 
Selve e spelonche in una vista offerse; 
E quel, che '1 bello e '1 caro accresce a V opre, 
L' arte, che tutto fa , nulla si scopre. 

Vedi le Appendici alla dissertazione su i giardini inglesi 
d' Ippolito Pindemonte. 

^ Il conte de Ghoiseul Gonffier fu giovane di molto 
spirito, amantissimo delle arti belle, ed autore del Viaggio 
pittoresco della Grecia. Il Delille ne fece onofato ricordo nel 
quarto canto del suo poema, V Imaginazione. 



372 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI J. DELILLE 

* Dopo la festa dell'Elite sapremo, che avvenne il 
giorno 8 di giagno (20 pratile) 1794, e il terrore non era 
mai stato più graode, non solo nella Convenzione, ma nelle 
Prigioni, e per tatta la Franeia... La facilità a far morire 
ed a morire era divenata straordinaria... Le teste cadeva- 
no, dopo la legge del 22 pratile, a cinqaanta e sessanta 
per giorno. » Cosi '1 Tbiers nella storia delia rivoluzione 
francese. Orrìbili fatti, che fecerq a qoel noovo governo ne- 
mici i più liberi e sablimi animi di Francia e di Eeropa: 
ond'é, che Ippolito Pindemonte scriveva ad an amieo: « le 
ultime noove di Parigi mi hanno attristato non poco. 
Molte persone da ine conosciate incontrarono la stessa sorte 
(la scare) in qaella infame città, nella qaale vorrei non es- 
sere stato mai.... Veggo anch' io che poco qai si peosa 
air Italia: 

Voi, cai Foriana ha posto In mano il freno 
Belle belle contrade. 
Di che nulla pietà par che vi stringa, 

voi non meritate né meno d' essere apostrofati co' ver» 
del divino Petrarca. » Vedi, o lettore, la bellissima Ftto 
che del Pindemonte dettò '1 mio illastre amico, sig. conte 
Bennassù Montanari veronese, impressa io Venezia del 1834. 

' Di Glairesse e de' soci amenissimi dintorni ne fece il 
Delille una cara ed affettaosa ricordanza nel quarto canto 
del suo poema, (a Pietà, 

^^ Il governo di Berna, coi apparteneva T isoletta di 
Saint Pierre, « volle riparare nella persona di Jacopo De- 
lille al rigore, che i suoi predecessori aveaao esercitato 
verso Roassean, cacciandolo in bando da qaeir isola deli- 
ziosa, dov'era andato a celare le sue sciagure, la sua dif- 
fidenza é la soft celebrità. Il poeta ottenne il diritto di cit- 
tadinanza in quella stessa isola, da cui T illustre prosatore 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI J. DELILLE 373 

era stato bandito. » Y. la Biografia universale antica e mch 
dema. Fol. JT, Venezia 1824. 

^ Il Delille nacque aidÀigueperse, piccola città nella Li- 
magne d'Àuvergne, il di 22 giugno del 1738. Fu figlinolo na- 
turale di Antonio Montanier avvocalo presso il parlamen- 
to : la madre ^ donna di alti spiriti, fu del sangue che diede 
aHa Francia il tanlo celebre cancelliere de l'Hòpital. Il 
Montanier mori poco dopo il nascimento del figliuolo, la- 
sciatogli una men che mediocre fortuna. Il Deliile nella sua 
giovinezza vesti gli abiti cherìcali, e fu semplice tonsura- 
io ; e da qui gli venne il titolo di abate datogli dalla baro- 
nessa di Sta61 e da altri. 

" Tyr n'est plus,Thèbes meurt, et les yeux cherchentRome! 
O Franco, d ma patrie! d séjour de douleurs! 
Mes yeux à ces pensers se sont mouillés de plenrs. 

Cosi '1 Delille, nel canto III delle Georgiche francesi. Questi 
versi furono scritti nel 1793. 

*^ fien parmì dicesse il Perticari, poetando della na- 
zione francese, cioè 

Che parteggiando in sempre vario affetto, 
Stingue a la state ciò che al verno crea. 

Si leggano anche le lettere che '1 celebre autore della sto- 
ria delle guerre di Fiandra, Guido Benti voglio, stato nun- 
zio in Francia, scrisse da Parigi nel 1617 ad Agostino Pal- 
lavicino e ad Annibale Manfredi. 

** L'egregio storico delle cose di Francia, F. A. Mi- 
gnet, ci ha conservate le memorande parole che 'I Carnet 
disse quando Bonaparte si metteva in capo la corona im- 
periale; parole degne di un gran cittadino. Quanto a me, 
ammiro Napoleone (e chi potrebbe non ammirarlo!) come 

32 



374 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI J. DELILI^E 

il pia gran capiUDO eh' abbia aralo V Europa e 'I mondo ; 
a eoi la gloria (dirò col celebre amico mio sig. prof. Salva- 
tore Belli) fu compagna gran tempo permwlrarlo iiaUano: il 
i$guipoé la tvetUura per punirlo tf* aver o/èea la wmaestd di 
tal nome. V. l' insigne opera, VIUmire liatia, pari. II, dia- 
logoir. 

» Ho ricordate dentro V elogio le principali opere del 
Delille ; e qai aggiongerò cbe fra le sae poesie origliali si 
Tool par mentOYare an dilirambo sa rimmorlalità deirani- 
ma, nna epUlola so V ntilità de* viaggi, nn' ode alla Benefi- 
cenza, ona talira su '1 lasso. E fra le prose, un diseor» 
aeademico in lode di la Condamine, e la prefazione al vol- 
garizzamento delle Georgiche di Virgilio. Tradusse anche 
dalF inglese il Paetaggio del «. Goliardo, poema della du- 
chessa di DeTonshire, dama lodala di bellezza e d'ingegno 
raro, morta nel maggio del 1806. 

** Non mi è pernio disconvenevole mettere in bocca 
al Delille moribondo alcuni concetti di lai sopra il siyo se- 
polcro, espressi nella bellissima epislola poetica, che indi- 
rizzò a sua meglio, la quale va innanzi al soo poema pre- 
diletto, l'Imaginazione, nella stampa che ne fu fatta in Pa- 
rigi del 1806. Sono in essa notabili questi versi : 

Écoute donc, avant de me fermer les yenx, 

Ma dernière priére et mes demiers adieux. 

Je le Tai dit: au boul de celle courle vie, 

Ma plus chère espérance et ma plus douce envie, 

Cesi de dormir au bord d'un clair ruìsseau , 

A l'ombre d'un vieux chène cu d'un jeune arbrissean, ec. 

" a La necropoli di Parigi é un colle, che, chiamato 
cento anni sono il monte Luigi, attorniato da ameni giar- 
dini e molli verznre, ora non presenta che funebri mona- 
ménti inalzali dalF amore, dalla gratitudine, e pia spesso 
daUa vanità e dall' orgoglio: lapidi circondate da babibaici 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO Dì J. DELILLE 375 

salici, da platani; cespagli di mirto e di bosso; spaziosi 
viali, ombrati da altìssimi cipressi; urne, cippi, giardi- 
netti seminati di giacinti, amaranti, gelsomini, mamme- 
lette ed olezzanti viole; sulla cima una rozza e massiccia 
chiesetta, dove prima surgeva una casa più comoda che 
vasta , più elegante che ricca. Aggirandomi tra questo fu- 
nereo campo, io scorgeva tumuli di ogni maniera e d'ogni 
ordine... Il poeta arrestasi dinanzi a modesta tomba, vi 
getta uno sguardo e legge la brevissima epigrafe: Giacomo 
Delille, A quel nome ricorda che posano colà le ossa del for- 
tunato traduttore dell' epico latino ; il cantore della Pietà, 
della Imaginazione ec. » Cosi Domenico Zanelli in un arti- 
colo intitolato: Una visita al cimitero del padre Lachaise a 
Parigi. In cotesta necropoli, e nello stesso monumento del 
Delille, fu sepelita la moglie di lui, M. Youdechampe, la 
quale sopravisse allo sposo diciotto anni, essendo morta in 
Parigi del 1831. 

^^ Se altri francesi hanno fatto parola del Delille , io 
non ne ebbi contezza ; né so che in Italia sia stato scritto 
mai nessun elogio di lui. Ben ho letto alcune traduzioni in 
versi italiani de' suoi poemi , e sono queste. I Giardini , 
poema trad. dall' ab. Antonio Garzia, e dal Lastri. La Pietà, 
poema trad. da d. Paolo Murari, e dal Gioiti. L* Uo^ 
ma de* campii o sia le Georgiche francesi^ poema trad. dai 
can. Carlo ErcoìdinuEneìVÀnlologia de* poeti stranieri (ediz. 
di Perugia, Voi XI) sono inseriti alcuni brani de'suoi poe- 
mi, vulgarìzzati da Girolamo Polcastro. 



376 



ANNOTAZIONI ALL'ELOGIO DI G. BYRON 



' Ho raccolto le memorie di questo elogio da quanto 
hanno detto del Byron i signori R. G. Dallas, prof. Giuseppe 
Nìcolini e Cesare Canta ; e da lutto che lo ste^ Byron ha 
lasciato scritto di sé nelle sue lettere, ne'suoi giornali e 
nelle sue poesie. 

* Intorno al tragitto dell' Ellesponto fatto a naoto dal 
Byron è da vedere la lettera ch'egli scrisse in Ravenna il 
giorno 21 febraio 1821 all'amico suo, il libraio Murray.— 
y. le Op. del Byron trad. da Carlo Rusconi, ediz. di Pa- 
dova, a e. xviii. 

* Nelle stanze ultime del canto secondo del Pellegri- 
naggio pianse il poeta la perdita della madre con versi 
soavemente mesti. Io non ho potuto leggerli senza sentir- 
mi commosso. 

^ Il celebre Zimmermann cosi . lasciò scritto ne' sooi 
libri della solitudine: « ... i grandi ingegni di rado sono 
amati ed onorati dalle genti , come di rado è odiato e di- 
leggiato colui che vive a modo dei più, vale a dire bassa- 
mente e vilmente. Ma egli è pur forza confessare che v'ha 
qualche cosa di grande in quell'uomo, contro di cui altri 
grida di continuo, a cui ciascuno getta la sua pietra, in 
cui sì rintracciano e si credono trovare infinite ridicolosi- 
tà... Io non vidi mai in Alemagna uomo peggio inteso e 



w^'^m 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. BYRON 377 

più schernito del conte di Backeboarg; e non pertanto me- 
rita il suo nome d'essere annoverato fra i più grandi nomi 
tedeschi. » Tradaz. del prof. Carlo Villa. 

s Diceva il Byron: a ... v'è chi si permette di critica- 
re amaramente Shelley. Il suo nome si trova accoppiato a 
quanto v' è di disonorevole: egli è nondimeno uno degli 
uomini più amabili e più stimabili eh' io mi conosca. Io gli 
sono intimamente affezionato da molti anni, ed ogni anno 
cresce la mia slima per lui... Un giorno ei tornerà, come me, 
ad ammirare Pope... y>t\. fiyron Op. ediz. cit. a e. 69. 

* Il Byron chiamava V Italia un paese lutto poelieo, che 
Vania la favella la più nobile ed insieme la più dolce; e non 
si stancò mai di celebrarne le glorie , di lamentarne le 
sciagure... perchè è degno eh' ogni buono italiano l'onori, 
e ne pianga la morte immatura. 

'' Di mal cuore vendette il nostro poeta questa abita- 
zione de' suoi antenati, alla quale portava un tenerissimo 
affetto, e da giovanetto l'aveva celebrala co' suoi versi: 
veggasi r elegia tradotta dal Rusconi, che comincia: «New- 
steadl dimora splendida un tempo, oggi in ruina; asilo di 
religione, orgoglio del pentito Enrico, tomba di guerrieri, 
di monaci e di dame ec. » A Newstead, nel giardino, è 
mostrata ai forestieri dal colonello Wildman, che n'é 
oggi '1 possessore , una quercia che piantò '1 Byron , e so- 
vra la quale scrisse alcuni versi; ed il monumento di un suo 
cane di Terranuova, illustrato pure co' versi del poeta e 
con epìtafio. Il sìg. Walpole fece della badia di Newstead 
una bella descrizione, che può vedersi nel voi. II, a e. 180 
dell'opera: Carteggio di lord Byron con un amico. Firen- 
ze, 18a2. 

* In una edizione delle opere del Byron, fatta a Lon- 
dra, si dice che '1 poemetto del Mazeppa fu composto nel- 

32» 



378 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. BYRON 

V autunno dH 1818 a Rcsoernuu Io fo ossenrare all'autore di 
quella noia ebe '1 Byron venne a Ravenna solaoiente nel 
giugno del 1819. 

' A questa nobile e Goltiaaima ravegnana (contessa Te- 
resa Gamba) il nostro poeta intitolò con un bel sonetto la 
»aa Profeiia di Dante , scritta a suggestione di lei. £ di lei 
[larlano pare le affettuose stanze del Byron, che comincia- 
no: « Fiume che bagni coi tuoi flutti le antiche mura ec.» 

** Il prof. G. Nicolini bresciano dice nella sua vita dd 
Byron, che « il giorno del Corpus Domini giunse ( il poeta) 
a Ravenna. In si piccola' città, si poco im[)ortaQte per od 
forestiero, si fuori di mano per un viaggiatore, non fo poco 
il dire che se ne fece ec. » La città di Ravenna è fuori di 
mano per un vtaiyyiotore, ma non poco imporUmte per un 
forestiero. Doveva anzi dire il sig. Nicolini che gli antichis- 
simi e mirabili monumenti della nostra città traggono qua 
'4IÌ continuo i più colti forestieri di tolte le nazioni. E per- 
chè non creda che V amore della patria m'abbia fatto velo 
al giudicio, lo prego che voglia leggere un breve e recen- 
tissimo articoletto, scritto da non so chi, che trovasi nei 
nom. 17, anno lY, dell'Appendice amena del Solerte. 

*^ Il conte cav. Alessandro Goiccioli, dotto ofiììe ma- 
tematiche discipline, è morto quasi ottogenario in Venezia, 
dove da parecchi anni dimorava, nell' aprile del 1840. 

*' Il sig. Cesare Gantù ha scritto, che '1 Byron in Ra- 
venna or vititaoa la tomba di Gastone di Poix^ or queUa di 
Dante. Il valoroso Gastone fu ucciso vicin di Ravenna nella 
tanto famosa battaglia del 1542, ma '1 corpo di lui non 
ebbe in Ravenna il sepolcro: fu portato a Milano, dove 
gli furono fatte splendide esequie e nobile monumento. 

*^ Della morte di Pietro Gamba cosi scriveva Paolo 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. BYRON 379 

Costa al celebre prof. Salvatore Betti, in una lettera delti 9 
aprile 1827. <x Avrai saputa la morte di Pierino Gamba. 
Povero giovane! dopo tante prove d'ingegno e di valor 
militare, dopo tanti onori ricevuti, è morto di un tifo. Al- 
meno fosse morto nel campo di battaglia, che un cosi ono- 
rato fine avrebbe bene corrisposto alla sua vita! » 

** Questi versi si leggono nel libro intitolato: LordBy- 
ron, disctyrso di Cesare Canlù, a e. 153. Ediz. di Milano 
del 1833. 

*^ Il Don Giovanni del Byron è un poema di sedici 
canti : il primo ed il secondo furono scritti a Venezia ; il 
terzo, quarto e quinto a Ravenna; il sesto , settimo, otta- 
vo , nono , decimo e undecime a Pisa ; gli altri cinque a 
Genova. 

" Che '1 Byron avesse molto cara la città di Raven- 
na , si può anche raccogliere da queste sue parole , eh' ei 
disse una sera all' illustre capitano sig. Medwin: « Eccetto 
la Grecia, non v' è paese al quale io sia stato più affezio- 
nato che a Ravenna; e senza i torbidi politici che vi oc- 
corsero , è probabile che non V avrei mai lasciata. Gli abi- 
tanti del paese sono le migliori persone di questo mondo , 
e le loro donne dotate di una bellezza straordinaria. Quelle 
di Tivoli e di Frascati che si vantano tanto, non sono che 
sabine a confronto delle ravennati... Ho pure trovala molta 
educazione... a Ravenna nelle alte classi della società. Il 
clima è delizioso. Non avevo a temere visitatori importuni, 
essendo quel paese fuor di strada pei viaggiatori. Non po- 
tevo stancarmi delle mie scorse nella foresta dei pini. Vi 
si respira il Decamerone; è una terra poetica. Francesca 
abitava a Ravenna, Dante vi fu esilialo e vi morì. V'è in 
queir aria qualche cosa che ispira. » V. le Op. del Byron, 
ediz. cit. a e. 14. 

*^ La spoglia di Allegra fu trasportata in Inghilterra, 



380 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO Di G. BYRON 

e sepelita nella chiesa di Harrow , con questa iscrizione 
dettata dal Byron: 

IN MEMORIA 

D* ALLEGRA 

figlia di g. g. lord byron 

morta a bagnacayallo 

in italia il giorno ix aprile mdcccxxii 

nell*etX d'anni cinque e tre mesi. 

ANDRÒ A LEI MA ELLA NON RITORNErX A ME. 

{r Samuel, XX, 23») 
" In morte del poeta Shelley, sepolto nel cimitero in- 
glese a Roma, leggesi un bel carme della contessa Teresa 
Gamba ravegnana, che comincia così: 

A quella tomba che negletta vedi 
Fra i tumuli superbi ec. 
V. La Ghirlanda, fiore di letteratura. Bologna (1844) a e. 23. 

^' Il mistero Cielo e Terra fu cominciato dal Byron in 
Ravenna a* 9 di ottobre del 182t, ma essendo indi a poco 
partito alla volta di Pisa, ivi gli die'compimento. Fu lavoro 
di soli quattordici giorni. — Byron, Op. ediz. cit. a e. 44. 

^ Questa lettera a gir G. Murray scudiere può vedersi 
fra le poesie del Byron stampate in Milano del 1830, in uo 
volumetto della Biblioteca universale. In essa lettera è so- 
pra tutto osservabile questo passo: a Si dirà per avventura 
che fra costoro (i romantici della sua nazione) io fui, e sono 
forse ancora, dei più notabili. Vero è por troppo, e me ne 
vergogno. Io sono stato uno dei fabricatorì di questa Babi- 
lonia, causa della confusion delle lingue; ma non mai uno 
degr invidi distruggitori del classico tempio di quel nostro 
precursore (il Pope).... Io considero la presente come una 
età di decadimento per la poesia inglese ; né riguardo di 
persona, o di me stesso, mi stoglierà mai dal cosi pensare, 
e dal dire il vero.» Cosi *1 Byron: ed il prof. Nicolini, eh' é '1 
traduttore della lettera, ha aggiunto in nota: «Taluni chia- 



ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. BYRON 381 

meranno forse questa dichiarazione una delle stravaganze 
di quest' uomo singolare. Il traduttore non conosce nulla di 
più magnanimo e di più commovente. » 

^ Non solo nella Grecia, ma anco nella nostra Italia 
fu lamentata e pianta la fine immatura di cosi straordina- 
rio ingegno. « La morte di lord Byron (scrisse il Monti a 
Paolo Tagliabò) è una gran perdita per le Muse. I roman- 
tici il vogliono tutto loro. Ma egli, nutrito ne' gravi studi 
de-' classici greci e latini , detestava la setta romantica , 
come la più frivola e pazza di quante mai ne nacquero in 
Elicona; e il suo romanticismo è d'un genere cosi subli- 
me , che Omero medesimo perdonerebbe. » 

*' Nel coro della chiesetta di Hucknall si legge sculta 
in marmo bianco questa .iscrizione in memoria del poeta, 
fattagli porre dalla sorella di lui, V onorevole Augusta Ma- 
ria Leigh. 

NELLA TOMBA QUI SOTTO 

DOVE MOLTI DE* SUOI ANTENATI E SUA MADRE 

STANNO SEPOLTI 

GIACCIONO GLI AVANZI DI 

GIORGIO GORDON NOEL BYRON 

LORD BYRON DI ROCHDALE 

NELLA CONTEA DI LANCASTRO 

AUTORE DEL PELLEGRINAGGIO DI CHILDE BAROLO. 

NACQUE IN LONDRA IL GIORNO 

%% DI GENNAIO 4788 

MORÌ A MISSOLONGHI NELLA GRECIA OCCIDENTALE 

IL GIORNO ^19 DI APRILE 4824 

IMPEGNATO NELLA IMPRESA GENEROSA Di RITORNARE 

QUEL PAESE ALLA SUA ANTICA LIBERTÀ 

E RINOMANZA. 



SUA SORELLA L' ONOREVOLE 

AUGUSTA MARIA LEIGH 

POSE QUESTA LAPIDE PER SUA MEMORIA. 



383 ANNOTAZIONI ALL' ELOGIO DI G. BYRON 

* c Lord Byron era gmine dì grande e beUa perso- 
na, quadro e ben dintornato, (|i larghi omeri , di petto in- 
tero e toroso, e di nobile aapetto. I dolci occhi cileslri po- 
savano bellamente sotto la spaziosa fronte, ch'era ornata 
da certi capelli di color paglierino, finissimi, riccinti e so- 
pra Tana •tempia raccolti. Di che per leggiadro teneasi, e 
in conio di forte e nerboruto godea d' essere avuto dalla 
genie. » Cosi *1 chiarissimo p. Antonio Bresciani nel suo 
elegantissimo Viaggio nella Savoia ^ nel Fossigny e neUa 
Svizzera, 

'^ Il Byron teneva a Ravenna un giornale, nel qaale 
si trovano registrate queste parole: « Fatta la carità, com- 
prato uno scellino di salute Se la salute potesse comprarsi, 
io ho donato in questa vita a' miei simili (talvolta pel vi- 
zio, ma, se non pia spesso, almeno più largamente per la 
virtù) più che oggidì non posseggo, lo non ho mai ne'mìei 
giorni tanto dotiate a un'amica, quanto talvolta ad un mi- 
sero in onorevole povertà: ma non vale. I ribaldi che 
m' hanno continuamente perseguitato, trionferanno finch'io 
vivrò; e non mi sarà resa giustizia, se non quando la ma- 
no che verga queste linee sarà fredda come i cuori che 
m' hanno trafitto. » — Nicol. Vit. del Byron. Voi. IV, a 
e. 79-80. 

'^ li Leopardi, scrivendo all'illustre prof. Puccinotti, 
disse: essere il Byron uno dei pochi poeti degni del secolo e 
delle anime sensitive; ond' é eh' ei meritò di avere in Italia 
assai traduttori. I noti a me sono questi : G. Nicolini , 
P. Rossi, G. Gazzino, L. Castiglione, M. Mazzoni, P. Isola, 
M. Leoni, G. M. Bozoli, P. De Virgiliis, M. Morrone e 
C. Rusconi. Anche il nostro conte Pietro Gamba, eh' era 
gentile verseggiatore, fece la versióne della Spo<a<ffii6i</o, 
parte in versi e parte in prosa, che fa stampata in Ge- 
nova del 1823. 



THE NOVELLE STORICHE 

RODOLFO ED ELISA 

PAOLO E FRANCESCA 

INES DE CASTRO 



385 



RODOLFO ED ELISA' 



Nel tempo che p^r Tìmperador Carlo Y reg- 
geva la città di Napoli '1 marchese di Villafranca, 
doa Pietro di Toledo, signore stimato alquanto severo 
e vendicativo, ma dell'arti del regnare instruttissimo; 
essendo che ( come accade, massime nelle grandi città 
popolate) andavano di notte per la terra di male bri- 
«gate di scelerati uomini , ogni cosa empiendo di ruba- 
menti e di malefici ; il savio signore fece notificare per 
publico bando/ che colui '1 qual fosse trovato di notte 
per la via con iscala o di legno o di corda o d'altro 
che si fosse , avesse a perdere la vita. Non passò guari 
di tempo da poi che fu fatta questa legge, che un gentil 
giovane napolitano, sopra i diciotto anni della sua età, 
bello, ricco e di grande animo , s'accese ferventemente 
di una nobile giovinetta sua pari , ben formata della 
persona, e di volto piacevole e ridente, ma la più 
astuta e maliziosa femina, che vedesse mai luce di 
sole. La quale accortasi dell'amor di Rodolfo (così 
chiameremo il giovane), e piacendole di essere amata 
e vagheggiata da molti, gli si mostrò così di subito af- 
fezionata; e sempre che '1 vedeva, con tanto pietoso 
sguardo lo veniva mirando, che voi avreste giurato 
eh' ella non avesse in cuore altro affetto che lui. Onde 

93 



386 NOVELLA I 

non si potrebbe dire come Rodolfo, cb' era d* ingegno 
facile a fidarsi e a creder bene, e non aveva pratica di 
leggere nel cuor delle femìne, tutto dell' amore di la 
si consumasse. 

Abitava la giovane in una contrada molto solita- 
ria : ed essendole il padre e la madre morti , era.rimasa 
in custodia di un suo zio paterno, nomato Corrado; 
uom ricco , assai ben oltre di tempo, e di fiera e strana 
natura ; il quale non poteva così ben guardar la nipo- 
te, cb'ella con sue arti feminìli, quando il destro le 
veniva , noi sapesse scaltritamente ingannare. L' inna- 
morato giovane , a cui sarebbe parso di non poter vì- 
vere se non l'avesse veduta, com'è costume degli 
amanti , Incominciò a passare davanti alla casa d'Elisa 
(che questo sarà 'i nome che porremo alla giovane), 
se gli venisse fatto di poterle parlare: e tante volte 
passò che un giorno, in sul far della sera, alla finestra 
vedutala, accostatosi, le discoperse come potè *] gran- 
dissimo amore che le portava, e ch'ella molto davanti 
negli atti degli occhi suoi avea troppo bep eonoseiu- 
to; e da lei informato della maniera che avesse a tene- 
re, se più da presso le voleva parlare, si partì. Itosene 
a casa, ed avuli a sé due saoi servidori, dei quali 
molto si fidava, disse loro ciò che intendeva di fare: 
ed essendo già grande ora di notte , ed ogni nomo an- 
dato a dormire, fu con essi al luogo destinato; dove 
impose loro che stessero sopra la via, e spiassero se 
alcun venisse, e gliel facesser sentire. E messosi a pie 
della finestra dell'amata fanciulla, non vi fu stato gua- 
ri, che Elisa lo vide, e mandata giù una cordicella, con 
essa su tirò la scala di sottìl fune, che Rodolfo avea 
recata seco, ed agli arpioni della finestra T accomandò 
in modo , eh* egli vi potè salire sicuramente : il qnale 



RODOLFO ED ELISA 387 

entrato nella cambra, fu con grandissima festa dalla 
giovane ricevalo. E ragionato a lungo de* loro amori, 
stando il giovane a buona speranza di non esser vedu- 
to, sì perchè la notte era ben alta e 4 buio grande» ed 
anche perché quel cammino non era frequentato, tanto 
indugiò che già cominciava così un poco a rilucere il 
cielo : onde volendosi partire, Elisa con prieghi e con 
lusinghe s'ingegnava di trattenerlo; e dimostrando ne^ 
gli atti e nelle parole di voler morire, se non le pro- 
metteva che le vegnente notte sarebbe tornato a lei, 
con le lacrime lo licenziava , ed egli assai dolente dì 
averla così tosto a lasciare , si partiva. 

Mentre il giovane aveva posto il piede nella scala 
per doversi giù calare, ed ecco i famigli della corte, 
che addavano minutamente ricercando tutte le parti 
della città, ivi sopragiunsero : onde che i due , die sta- 
vano 8u la via a spiare, presi da paura, avendo più ri- 
. sguardo alla propria salute, che allo scampo del loro 
signore, incontanente cominciarono a fuggire. Rodol- 
^ fo, questo veggendo, si tenne morto, e volle rientrar 
nella camera; ma colei che dianzi, tutta amore, Favea 
dentro raccolto , o fosse viltà di animo , o malignità di 
cuore, o tutte e due queste cose insieme, che noi so 
ìmaginare, gli serrò la finestra addosso. Ora che cuor 
fosse quello del misero giovane, ciascuno che ben ami '1 
può di leggieri considerare: il quale pel sopra venuto 
caso sostenne tanto dolore , che fu per cadere a terra ; 
pur fatto animo, volse all'amata giovane queste paro- 
le: — Aprimi, la mia Elisa; io sono il tuo Rodolfo : son 
colui che poc'anzi hai accolto con tanto affetto. Non 
conosci tu la voce che pur ora ti sonava così dolce? 
puoi tu sì tosto esserti dimentica di me, che sopra ogni 
mio bene, e più che la propria vita ti amo ? mi vuoi 



388 NOVÈLLA 1 

dunque veder morire ? e quale così subito sdegno ha 
potuto spegnere iute '1 grande amore?— E veggendo 
che a niente tornavano le sue parole, soggiunse: — 
Oh Infelicissima mia sorte!. oh sfortunato Rodolfo, e 
sopra tutti gli amanti dolorosissimo ! Ricordati alman- 
co , o crudele, delle mie amorevoli parole, poiché di 
me non ti cale, quando , benché tardi , ti pentirai di 
questa tua folle deliberazione. — 

Lamentandosi '1 povero giovane in questa guisa, 
qne' dispietati ministri gì' intimarono di scendere a 
terra o nel trarrebbero a forza; perchè egli, mesto 
nell'animo, ma con volto sicuro, giù discese. Allora 
fattosi innanzi 'I capo di coloro, con certi suoi birre- 
schi atti e parole: — Noi vogliamo sapere, disse, per- 
chè siete salito su quella scala, e chi sono i due, che 
al venir nostro fuggirono. — U giovane, udito questo, 
rispose : — Quel eh' io mi facessi noi saprai tu , che a 
te di saperlo non appartiene. — Se non a me, replicò 
colui con un mal viso, al signore di questa terra , mal 
tuo grado, il dirai. — E detto questo, a' suoi lo fé' pi- 
gliare; e distaccata la scala, come ad assassino o ru- 
batore di strada , glie la posero su le spalle a testimo- 
nianza del suo delitto, e allora allora alle carceri della 
corte il menarono. Andava il misero giovane tutto do- 
lente, sapendo che di questo grave pena gli dovea se- 
guire ; e pensava per la via così fra sé quello che po- 
tesse dire che a scusa gli valesse, senza offendere la 
onestà di colei , che se ben sì crudele gli sì fosse mo- 
strata, nientedimeno gli era nel cuore. 

Il reggente preposto alle criminali quistioni fu su- 
bito al viceré suo signore; il quale, inteso il miserando 
caso, diede ordine a ciò che si avesse da fare. E per 
non esser mosso a pietà dalle preghiere e dalle lacri- 



RODOLFO ED ELISA 389 

me altrui in onta della giustizia, senza indugio parti- 
tosi di Napoli, se n'andò, come per via di diporto, a 
Pozzuolo , luogo molto delizioso , ivi a poche miglia 
lontano. La matìna del seguente giorno il reggente ebbe 
a sé i giudici, e narrò loro il fatto, e disse dèi bando 
che v'era, e mostrò l'esamina ov'era raffermo il delit- 
to dal giovane confessato: il quale interrogato più vol- 
te , non fu mai vero che volesse dire perchè fosse sa- 
lito sopra quella scala; e comechè 'Isospetto di reità 
gli dolesse più che 'I perdere la vita , nondimeno fu 
nel suo cuore tanta generosità , che per non tórre il 
suo buon nome alla male amata fanciulla, dissimulò e 
nascose in tutto il suo amore ; né volle manifestare chi 
fossero i due che seco aveva condotto,* e tacendo si di- 
spose a morire. I giudici, esaminato diligentemente il 
caso, avvegnaché fosse chiaro lui non esser uomo di 
tal condizione che per furto o per altro misfatto fosse 
là su salito, ma solo amore avervelo condotto; con 
tutto ciò, non avendo egli detta né pure una parola a 
difesa della causa sua , lo giudicarono, secondo il ban- 
do, a perdere la vita. 

Subito che in Napoli si diffuse la dolorosa novel- 
la, a ciascheduno incresceva della disgrazia di un gio- 
vane tanto da bene: nobili, popolani, uomini, donue, 
tutti dolentemente ne piangevano, essendo che egli, 
per le sue buone qualità e gentili maniere, era molto 
amato nell' universale e tenuto caro. Mentre così pro- 
cedevano le dette cose, alcuni gentiluomini se n'anda- 
rono a Pozzuolo al viceré, per vedere se si potesse. ri- 
durre a pietà di quel povero giovane, che innocente 
moriva; ma tutto invano, che né per prieghi né per 
lacrime non si potè mutare il cuore di lui: perocché 
quella bestia di Corrado, saputo il caso, accecato dalla 

33' 



390 NOVELLA 1 • 

sua ira, s* avvisava di poter con la morte del giocane 
tor via Tonta che nella nipote gli pareva aver ricevu- 
ta, e faceva instanza che si punisse secondo la legge; 
onde il signore voleva che si facesse giustizia. 

La mesta novella di sì crudel sentenza ali* infelice 
padre di Rodolfo in poco spazio di bocca in bocca 
pervenne; il quale sino a qui era stato nella speranza 
che, mediante le preghiere di tanti signori, il figliuol 
suo avesse potuto campar dalla morte. Avreste veduto 
quel povero vecchio , da ogni calore abbandonato, co- 
me morto cadere; e risentitosi, quasi fuor di senno 
divenuto, tutto percuotersi 1 volto, empiere dì lamenti 
la casa, e chiamarsi tristo, lasso e doloroso. Poscia, 
fatto sellare un suo cavallo , quantunque debole per 
gli anni, arditamente sopra qneUo montò; e T aiuta- 
rono a salire sette sue figliuole, sorelle a Rodolfo, 
scinte e scapigliate, e la madre con esse, piangenti 
tutte ed empiendo Tarla di lamentevoli voci. Il quale 
spettacolo cavò le lacrime dagli occhi di tutti quelli 
che vi si trovaron presenti. 

Giunto il mìsero vecchio al cospetto del prmcipe, 
gli si gittò appiedi; e tutto tremante, con voce rotta 
dai sospiri, appena potè dire queste parole: — Cle- 
mentissimo signore, io so che voi, come padre, inten- 
dete il figliale amore, ed io ho preso animo di racco- 
mandarvi, non gi& questa mia vita cadente, ma la te- 
nera età del mio figliuolo. S* egli è meritevole della 
morte, avendo contrafatto alla disposizione delle vo- 
stre leggi, ecco ch'io pongo la mìa vita per lui; pren- 
detela, io ve ne priego, e sodisfate alla legge severa: 
lavate col sangue del padre la colpa che 1 pochi aAni 
e'I troppo amore bau fatto reo appo voi'l misero 
figliuolo. Deh ! per amòre dì voi, e per amore de* vostri 



RODOLFO ED ELISA 391 

figliuoli, e per amore di qualunque cosa avete più 
cara in questa vita, abbiate misericordia di luì, vinca 
nel vostro cuore la pietà de' suoi teneri anni, e rende- 
tegli pace. — E detto questo, cadde in terra tramor- 
tito. Mossero le parole e la vista miserabile del dolente 
vecchio a tanta compassione il cuore del Toledo, che 
quasi con le lacrime in su gli occhi , levatolo in piedi , 
disse: — Sallo Iddio, o buon padre, che di voi m' in- 
cresce ; e per la vostra pietà abbiatevi la grazia della 
vita del vostro figliuolo, sì veramente che T offesa parte 
ne sia contenta. — E qui si tacque. 

Tornato il padre a Napoli con la buona novella, 
e lieti tutti dello scampato pericolo del giovane; i pa- 
renti e gli amici dì Corrado sì posero in mezzo, perchè 
l'amoroso fallo col maritai giogo si emendasse. Ma 
quel fiero e bestiai uomo , non zio, anzi nemico della 
fanciulla, e nemico a sé stesso, stava pur fermo di 
voler vendicata la ricevuta offesa nel sangue di quello 
infelice : e non i più stretti parenti, non i più cari amici 
poterono trargli '1 conceputo sdegao dal cuore. E tu, 
vile e infedel femina, se alle mute preghiere avessi 
aggiunto un coraggioso ardimento, avresti salvato chi 
per te era condotto a morire. Tu, cacciato il feminil 
timore, dovevi uscir di tua casa, e col volto lacrimo- 
so, e lamentandoti, e battendoti '1 petto, e straccian- 
doti i capegli, gridare: — Salvatemi , salvatemi lo spo- 
so: lo sposo che i cieli mi diedero, voi tórre non mi 
potete: io ì chiamai, io gli porsi la scala, io la fine- 
stra gli apersi. Io sono l'offesa, che perdo la mia vita, 
il mio onore; non già '1 mio crudel zio: s'egli come 
reo il condanna, e '1 vuole a morte, ed io come inno- 
cente lo assolvo, e vita gli dono. E se una troppo se- 
vera legge vuole ch'ei muoia, me, non lui innocente, 



392 NOVELLA I 

uccidete. — E chi dubita che se tu ita ne fossi al si- 
gnore con queste parole , accompagnate da qne'moti, 
da que*sospiri, da quelle lacrime, da quelle strida, che 
in petto pone giusto dolore, e Tira insegna, e sommi- 
nistra lo sdegno , chi dubita che tu non avessi trovato 
pietà pel tuo amante , e a lui la vita , e a te salvo V ono- 
re? Ma ella niente di questo fece, niente disse; fu 
dunque rea della morte di quel meschino. 

Essendo venuta meno del tutto la speranza di 
poter placare Y ostinato animo di Corrado , il presi- 
dente della giustizia, per ordine del suo signore , ccv- 
mandò che la sentenza fosse eseguita senza darle di- 
lazione; e nel luogo dove il giovane era stato còlto la 
notte su quella scala fece fabricar un palco tant*alto, 
che da tutti si potesse vedere. Come si seppe per la 
citth eh* ei dovea andare alla morte , si vide di nuovo 
cangiar il volto alle pietose genti, e voci lamentevoli 
e dolorose nuovamente si udirono. Io non verrò qui 
descrivendo tutto V orror di quel giorno , che le mie 
parole non basterebbero a tanto, e T animo da natu- 
rale pietà commosso ne- rifugge: dirò solamente che 
fu spettacolo ai riguardanti oltre ogni credere mise- 
rabile, vedere fra la pompa di neri e orrendi appara- 
ti, in mezzo ai confortatori delF anima, quello sfor- 
tunato giovane, chiaro di sangue, nobile di costarne, 
ragguardevole di bellezza , e per V età degno di scusa 
e perdono, andare a morte, e per una crudel donna 
andare a morte. 

Egli con forte animo, e fermo viso, né punto 
spaventato dalla morte vicina , pervenne al palco : e 
sopra di quello salito, avendo di rincontro a vederlo 
morire tutto il popolo, levata alta la fronte, il venne 
guardando; e in quel profondo silenzio disse così: — 



RODOLFO ED ELISA 393 

Quantanque la mia passata vita sìa stata sempre tale 
da aon mettere ragionevolmente di me in alcuno di 
voi una minima sospezione , nondimanco io so molto 
bene quanto difficile sia, a chi è incolpato di reità, 
persuadere a tanta moltitudine la sua innocenza. Io 
non posso già negare, e non niego, che forzato e 
spinto da' miei vanì pensieri, e non chiamato o cerco 
dair altrui volere, feci quello eh' io non dovea; ond' è 
eh' io mi acqueto e mi do pace del mìo destino. Sola- 
mente vorrei fosse nel piacere di Dio eh* io solo per 
questo errore patissi, ch'io patirei, io morrei volon- 
tìeri; ma perchè le più volte l'ignorante vulgo suol 
eon maligne parole vituperare » mordere, lacerare il 
buon nome di chi non erra, io temo (e questo timore 
mi contrista tutta l' anima) non si creda eh' io avessi 
compagnia al folle ardimento, che dall' onestà fosse 
lontana. S'egli v' ha alcuno fra di voi che '1 creda , è 
grandemente ingannato. Vi ricordi che non mente 
chi è presso a morire. — E avendo finito queste pa- 
role, sotto il tagliente ferro lasciò la vita. 

Fu la trista fine di questo da ben giovane a cia- 
scuno che '1 conobbe d' inestimabile doglia cagione; 
e pe' cerchi e per le piazze della città, nobili e po- 
polani di sì rigida giustizia lungo tempo favella- 
rono. 



3»k 



PAOLO E FRANCESCA* 



Guido terzo, figlìaolo di Lamberto primo da Po- 
lenta,* fa principe accorto e valoroso; e nel MCCLXXV, 
con Vaiato d'armati cavalieri, che gli mandò Gio- 
vanni Malatesta signor di Rimino, cacciata di Ravenoa 
la famiglia nobilissima e potentissima de* Trayersarì , 
ebbe il governo della città nelle mani. 

Aveva Guido, tra gli altri suoi figliuoli, nna fi- 
gliuola nomata Francesca, di tanta bellezza, eh* era 
nna maraviglia a vederla: ed oltre ciò di costami gen- 
tili e soavi, onesta e saggia, e nell'età da marito; 
perchè da molti con istantissima sollecitudine era in 
matrimonio richiesta. Ma Guido Tavea promessa a 
Giovanni, si per mostrargli la gratitudine dell* animo 
suo per Valuto poc'anzi recatogli a farsi signore della 
patria; ed anche perchè voleva con le nozze della 
figliuola mantenersi quella profittevole amistà. Impe- 
rocché era il Malatesta a que' dì molto potente signo- 
re, prode nell'armi, astuto e di altissimo animo : co- 
mechè di non piacevole aspetto, e per caduta che 
fece ancor fanciullo, contrattiglisi i nervi , rìmaso 
zoppo da un piede; ond'era appellato Gianciotto.' Il 
quale avendo il pensiero a tor donna, e conoscendo 
Francesca, e piacendogli sommamente, di questo pa- 



PAOLO E FRANCESCA 395 

rentado fu molto lieto e contento. E perchè egli era 
uoai tatto d'armi e d'affari, non potendo partirsi di 
Rimino, mandò a trattare Y accordo delle nozze Paolo 
suo fratello; giovane bellissimo del volto e della per- 
sona , e '1 più leggiadro e gentil cavaliere che a que' 
tempi si conoscesse. Venuto Paolo a Ravenna, e con- 
dotto da Guido alla figliuola , non sì tosto le fu da- 
vanti, e Francesca l'ebbe veduto, che ài subito per- 
dutamente lo cominciò ad, a mare. Ma sapendo averla 
il padre proméssa a Giovanni, e non sicura se a Paolo 
fosse caro il suo amore , temendo e vergognando si 
t^ine dentro il petto l'amorosa fiamma nascosa. 

Gonchiuso pertanto il parentado, e tornatosi Paolo 
a Rimino, Francesca, per la partita di lui, rimase 
sconsolata; e giorno e notte a lui solo pensando, so- 
steneva nell'anima tristissimi pensieri, che di conti* 
nuo la molestavano, tossendole il cibo, il sonno ed 
ogm dolcezza della vita. La madre, tenera ddla 
figliuola, veggendo il vivo colore del suo volto essere 
mutato in pallidezza, più e più volte la dimandò che 
fosse di ciò la cagione, e se male si sentfese: ed ella 
addoeeva quando una scusa e quando un'altra; s) che 
la madre, non potendone raccogliere il vero, e cre- 
dendo lei consumarsi per bramosia delle nozze, tanto 
disse che Guido sollecitò dì darle marito. lidie avendo 
inteso Francesca, né volendo fare scontento il deside- 
rio del padre, a obedir si dispose. 

Delle quali nozze essendo venuto il giorno , la 
pompa fu grande e magniiea, ed ogni parte della casa 
di Guido fu piena di lieta festa, di danze e di doicis^ 
simi canti. E appresso queste allegrezze, la uDvelbi 
sposa con onorevole compagnia d' uomini e di donne 
a Rimino n'andò; dove le feste per più giorni si rinO" 



396 NOVELLA 11 

varono con corse dì cavalli e giostre: ma come stèsse 
ranimo di Francesca non è da dimandare. La quale, 
avvegnaché onorata fosse siccome moglie del signor 
della terra, e avuta cara dal marito; nondimeno reg- 
gendosi priva per sempre di colui, ch*avea tanto ama- 
to ed amava, e che così di sovente vedeva, e col quale 
spesso favellava , le era a sopportare indicibìl dolore. 
E dair altro canto a Paolo erano cominciati forte a 
piacere i modi gentili di Francesca: e quel suo volto 
così composto a mestizia avea un non so che di dol- 
cezza, che lo moveva a pietà; sì che le prese a voler 
bene , anzi ad amarla ardentissimamente; ma del fra- 
tello temendo, non ardiva scoprirsi, né manifestare il 
suo desiderio. 

In cotal guisa adunque amandosi Y un l' altro se 
cretamente, avvenne caso, che più '1 loro amore a^ 
crebbe, ed insieme la loro miseria fece maggiore. Era 
allato al palagio del Malatesta un dilettevole giardino 
con erbe, con fiori, con frutti d' ogni maniera; ed 
avea in fondo una celletta attorniata di verdi alberi, 
che con la freschezza delle ombre vincevano il calore 
del giorno, sì che*l sole, essendo allora nel colmo 
dell'estate, co' suoi raggi non vi poteva. Usava alcnna 
volta Francesca di venire a diporto in questo luogo, 
ove il cielo aperto e luminoso, e l'aer dolce e soave, 
e veder le piante verdi e i fiori, e udir gli uccelli sa 
per gli alberi cantare soavemente, erano un po' di 
conforto al suo cuore affannoso. Qui venne un dì tutta 
sola, ed entrata nella celletta, e postasi a sedere , si 
mise a leggere il libro degli amori di Lancilotto con 
la regina Ginevra , credendo con quella lettura di sce- 
mar le sue pene, e le veniva crescendo. Perocché, come 
leggeva in essogli affanni e le miserie con che Amore 



PAOLO E FRANCESCA 397 

afflisse quelle dae anime innamorate, quasi del suo fine 
presaga, rompea sovente in pianto mescolato a co- 
centissimi sospiri; e talvolta, non s'avvedendo ella 
stessa, il nome di Pàolo fra que' sospiri ricordava; ed 
avea sì la mente in quella pietosa istoria occupata , 
che del venire di lui non s' accorse, se non come sei 
vide a lato sedere. Levòssi allora, tutta divenuta ver- 
miglia nel volto per la vergogna, e veggendosi sola, 
volle fuggire; ma Paolo la tenne, così dicendo: — 
Perchè vuoi tu fuggire, o dolcissima donna mia, a 
me più cara che la luce di questi occhi ? Non ho io 
udito le tue amorose parole ? non ho io veduto il tuo 
pianto? non conosco io la tua pietà? So che non mi 
odi né odiar mi potresti. Le tue gentili sembianze , i 
tuoi soavi costumi hanno sì preso di te '1 mio cuore , 
ch'io son tuo, e tuo vivrommi, né sarà mai che al- 
cun altro amore abbia forza di potermi *1 tuo spe- 
gnere dalla mente. Ma se mi ami, perché sì a lungo 
mi hai nascosto il tuo affetto ?... Oh Giovanni !... oh fra- 
tello!... oh me per sempre infelice ! — 

Disse, e più dir voleva; ma Francesca, rompen- 
dogli le parole: — Cessa, rispose, o Paolo, di più 
tormentarmi parlando: t'amai quando puro, inno- 
cente era il mio amore, più di me stessa io allora ti 
amava; né si sentì mai dolore simUe a quello che ho 
sopportato poscia eh' io ti perdei : e se fosse piaciuto 
a Dio, a me era assai più a grado la morte, che '1 più 
vivere senza di te. Ora ti ricordi. Paolo, eh' io sono a 
Giovanni, al fratel tuo, congiunta d'indissolubile no- 
do, di un nodo che pub rompere sola la morte. Deh ! 
se m' ami, come di', poni freno al tuo disordinato ap- 
petito: abbi risguardo all' onor tuo, all'onore di tuo 
fratello, al mio. Io non posso credere, considerati i 

3i 



398 tVOTELUL U 

tuoi costniDiy che ta non sia per volere da me cosa 
altro che onesta; ma se mi sono in qaesto pensiero in- 
gannata , tìtì f Paolo, sicttro eh' io mi lascerei in- 
nanzi morire, eh' io facessi cosa che la mia onestà, e 
r onore del mio marito offendesse. — E dette queste 
parole, da molti sospiri interrotte, e parendole di sen- 
tir gente pel giardino andare, nò volendo essere con 
Paolo veduta o udita jragionare, dettogli addio, di pre- 
sente si partì. 

Mentre essa cosi favellava. Paolo sosteneva in- 
comportabile dolore; e queste parole entrarono per 
sì fatta maniera nell'animo del povero giovane, die 
fu per disperarsi. Ma poi, partitosi di 15, e pensando 
seco medesimo il proponimento delle temine essere 
mutabile, prendeva speranza che gli verrebbe par fatto 
di poter una volta godere del suo desiderìa Poi vol- 
gendosi per la mente la fedeltà, la modestia, la ca- 
stità di Francesca, tornava a disperare; e così d' uno 
in altro pensiero spesso passando, il suo amore in Ini 
si raddoppiava, e quanto più difficile e periglioso 
questo suo amore vedeva, tanto più pareva che in lai, 
venendo meno la speransa, crescesse il desio : onde, 
passati alquanti dì, le rimoveva sìmigiianti parole; ma 
sempre invano, che la virtuosa donna pur ferma stava 
a mantenere sua onestà. Di che egli cadde in una fiera 
malinconia, e dopo essersi seco a lungo doluto, fìi ten- 
tato d' uccidersi: pur tenendosene, dispose di volersi 
partire, e per alquanto tempo in akun altro luogo 
andarsi a dimorare; perocché corii facendo scemereb- 
be r&more^E detto addio al fratto e agli annd, tutto 
chiuso nelle armi, e toUo a compagno nn suo fidato 
scudiere, si ns(à di Rimino; questa lettera a France- 
sca, dopo partito, inviando. — Il non potere, o dol- 



PAOLO E FRANCESCA 399 

cissima donna, vincere la mia ardente passione, ham- 
mi indotto a lasciare il mio luogo nativo , e ad ire pel 
mondo a spegnere il fuoco, che i tuoi bellissimi oc- 
cbi accesero dentro il mio cuore; se T affanno ch^ io 
provo sarà tale da lasciarmi la vita. Vivi tu intanto 
felice ; e di me e dell'amore eh' io ti portava sovente 
ti ricorda. A Dio. — 

Francesca, come seppe della partita di Paolo , e 
lesse la lettera, tutta isvenne, sì fatto dolore nel suo 
cuore senti. Ma pur veggendo che altro essere non 
poteva, e temendo non il marito del suo dolor s'av- 
vedesse , e volessene saper la cagione, s' ingegnò di 
darsene pace. Aveva Giovanni creduto fermamente che 
Paolo , sapendolo prode della persona e desideroso di 
gloria, si fosse partito di Rimino per ire ad accattarsi 
coir armi nome e fama di valoroso; niente di questo 
amor sospettando, perocché avaa la moglie sua per 
savia ed onesta, come la era di fatto. La quale gli diede 
in più anni un figlioletto per nome Francesco, ed una 
figlioletta cui pose nome Concordia , simigliantissima 
nelle fattezze del volto alla beltà della madre ; perchè 
Giovanni vivea contento in lieta e dolce pace, e della 
moglie sua con tutti se ne lodava. 

Da poi che Paolo si fu uscito di Rimino, andò 
cercando molte terre d' Alemagna e di Francia , ove 
gli convenne mostrare alcuna volta come avesse si- 
curo il cuore, pugnando per la salvezza e l'onor suo 
contro degli assassini e rubatori delle strade. E se- 
condo che alcuni voglion dire, egli fu anco agli sti- 
pendi dell' imperador d' Oriente , e n' ebbe gradi ed 
onori; il che io non affermo per vero. In tutti i quali 
luoghi , ancorché spesso si ricordasse della sua don- 
na, e fosse forte da amor trafitto, pur ebbe tanto di 



r 



bOO NOVELLA II 

costanza, che per molti anni vinse qaella battaglia. 
Ma poi tenendo il suo amore, se non ispento del tut- 
to , in grandissima parte scemato , fece pensiero di rì- 
tornarsene alla patria, e rivedere il fratello e gli ami- 
ci. Per ciò messa ogni cosa in ordine, sen veline ad 
Ancona : e pochi d\ appresso, ristoratosi ivi del lango 
viaggio, in Rimino entrò; dì che Giovanni fece gran- 
de festa, e tutta la casa e gli amici si rallegrarono. 

Ma questo fu l'ultimo giorno della pace di Fran- 
cesca ; imperocché non sì tosto gli occhi suoi eoo 
quelli di Paolo si furono riscontrati, che la fiamina 
dello amore, quasi spenta, si fece più viva. E 'i ve- 
dersi assai volte il giorno, sedere alla medesima men- 
sa, sotto il medésimo tetto prender riposo , era un 
aggiugnere esca al fuoco di che ambidue ardevano. 
Ond' è che Francesca era tornata ne' malinconici pea- 
sìeri; ed il suo dolore era tanto più acerbo, quanto 
cou persona alcuna non ardiva di scoprire il suo ma- 
le. Ma questo suo amore era si celato, che di quella 
malinconìa ninno credeva ciò essere la cagione; dalla 
sua vecchia nutrice infuori, che ai noti segni conobbe 
amore. La quale entrata un giorno nella camera di 
Francesca , e trovatala sola sopra il suo letto giacere, 
con gli occhi rossicci per fresco pianto, così le prese 
a dire: — figliuola, a me cara al pari della vita mia, 
quali sollecitudini, quale affanno è mai questo? Aprimi 
l'animo tuo : versa in questo vecchio petto tutta la 
tua tristezza. Il tuo pallido volto, i continui sospiri 
mostrano aperto che tu occulta hai nel cuore una 
pena che ti consuma : dillo : favella : iscoprì 'l tuo de- 
sio : non sarà cosa che non s' adempia , solo che fare 
si possa. — 

Francesca , ascoltate le amorose parole deUa sua 



PAOLO E FRANCESCA 401 

nutrice, alzò un poco ì languidi occhi ; e sopra un go- 
mito poggiando la persona, come F affanno le lasciò 
avere le parole, rispose: — mia buona madre; che 
ben tal nome sì conviene a' tuoi anni edalla tua pietà; 
a che cerchi sapere ciò eh' io vorrei nascondere a me 
stessa? Ma se ti è caro intendere i nostri mali, io 
tutto ti farò manifesto il mio secreto. — E qui, rifa- 
cendosi dal primo giorno che vide Paolo , tutto il suo 
amore le discoperse, di continuo sospirando e pian- 
gendo ; e poi soggiunse: — Ma io non vorrei già che 
tu mi tenessi rea per questo : io sono sol del pensie- 
ro: non tradirò la santa coniugai fede io mai... Ma 
come rompere questo nodo ?... come spegnere la fiam- 
ma che arde?... ohimè! ella è impossibile cosa. Im- 
però, mia buoila madre , va , di' a Paolo che , se m'ama, 
fugga di nuovo : più non mi guardi : più non mi sol- 
leciti : non voglia togliermi queir onore, che poi ren- 
dere non mi potrebbe. E tu, benigno Iddio, se de'mì- 
seri sono Ji prieghi ascoltati, io ti priego, abbi pietà 
di me sopra tutte le donne infelice, e d'onesto aiuto 
mi soccorri. — E questo detto, tacque. 

La buona femina in quel modo migliore eh' ella 
seppe la consolò : Non volesse anzi tempo consumarsi 
d'affanno: andrebbe in cercaci Paolo, e gli mostre- 
rebbe il suo dolore: se ne desse pace: solo un sospet- 
to, lei e Paolo e tutta la casa potrebbe condurre a 
raina. Lasciasse dunque i tristi pensieri: cacciasse la 
malinconia: richiamasse la perduta quiete, ed il con- 
forto e r allegrezza del cuore. Queste cose le diceva 
la nutrice, ed era sì dentro commossa, chea gran pena 
potè ritenere le lacrime. 

Intanto, facendomi un pò* a dietro, mentre pro- 
cedevano le dette cose, Giovanni era ito in alcune 

34» 



MA NOVELLA li 

terre vicine per podestà ; ed erano podii mesi che colà 
si stava /quando gli giunse lettera da un sao Cedei ser- 
vitore, che lo avvisava della maìincooia della moglie; 
onde tornò speditamente a Rimino. E tornato , seppe 
più chiaramente da quel suo favorito c<Mne stessero le 
cose; aggittgnendo colui che Licisca, la vecchia nu- 
trice di Francesca, portava lettere ed ambasciate ora 
all'uno ora all' altro, e teneva vivo il fuoco di queUo 
amore. Giovanni, saputo questo, ancora che fuor dì 
modo se ne turbasse, e ne prendesse fortissimo sde- 
gno, il seppe meglio tener nascosto che i dne amanti 
non avevano fatto il loro amore : e giurato di volerne 
vendetta, ogni atto, ogni parola, ogni passo della mo- 
glie e del frateHo fece spiare. 

Ma Paolo, a cui Amore avea presso che tolto il 
debito conoscimento, luogo e tempo convenevole aspet^ 
tando, colse il momento di entrar nella camera di 
Francesca, che sola v'era: né vi Ai appena entrato 
che, accortosene colui che stava; ivi spiando, lo fé* sen- 
tire a Giovanni ; il quale senza essere da alcuno vedu- 
to, fu subitamente all'uscio della camera della moglie, 
e posesi in luo^^o che, non visto, tutto udir potesse 
e vedere. Stavasi Francesca seduta, ed innanzi le era 
Paolo, che le venivadioendo parole da mutar il caore; 
e più appressandosi, lei suo amore ed utAco desio 
chiamava. Le quali parole come udì Giovanni, non si 
può dire che acoesa colera gli entrasse subito nell'ani- 
mo; perchè mosso dall' onta alla vendetta, corse con 
la mano alla q»da die avea a lato, e gittatosi dentro, 
fa loro addosso quasi prima che se ne avvedessero , a 
gran voce gridando: —Anime ree. — E '1 così dire e'I 
passare ad entrambi d* un colpo con la spada il petto, 
fu tutto una cosa. Essi caddero, e in poao d' ora mo- 



PÀOLO E FRANCESCA &03 

rirono. Havvi chi scrìsse: i corpi loro essere stati di là 
gittatì in mare, e poscia ricolti e senza onore sepeliti; 
ma altri diversamente questo medesimo fatto raccon- 
tano. Dicono essi che Giovanni , veduta morta la mo- 
glie e *1 fratello , ponesse modo alla sua ira , e gì' in- 
crescesse di coloro che avea tolti dì vita, e li facesse 
sotterrare ambidue onoratamente in s. Agostino di Ri- 
mino: e aggiungono che nel secolo decimosesto, 
aperto il sepolcro, furono trovati que' corpi con le 
vestimenta di seta benissimo conservate. 

Questo lacrimevole fatto, accaduto nel settembre 
del MGCLXXXIX, mise n^lta pietà nel cuore delle te- 
nere donne e degli amorosi giovani. E giunta la dolo- 
rosa novella a Ravenna, Gii^ido prese nimistà col Ma- 
latesta, ma non durò lungo t^npo: perocché i prin- 
cipali cittadini di Ravenna e di Rimino, temendo non 
questa discordia ravvivasse gli antichi mali, tanto si 
adoperarono per ridurre a concordia gli animi loro , 
che la pace si conchiuse nel marzo del seguente anno; 
poco più di cinque mesi da che era il miserabile 
caso avvenuto. 



VA 



INES DE CASTRO* 



Racconterò breTemente la pietosa e lacrimabile 
morte d' Ines de Castro, e 1» vendetta fiera e terribile 
eh* indi a poco ne sepiitò. E se bene questa mestl^ 
sima narrazione possa por un poco perturbar le menti 
de' legrg^itori, ella nondimeno chiude in sé questo utile 
documento: che i disordinati pensierì e gr indocili af- 
fetti, traendone spesse volte di felice stato , pongono 
r anima in grandissima miseria. 

Si legge nelle antiche istorie, die Alfonso re di 
Portogallo, quarto di questo nome, avea dato in mo- 
glie al suo unico figliuolo don Piero la figliuola di don 
Manuele di Penafiel, detta per nome Costanza ; prin- 
cipessa adornata d'ogni più beila virtù, principalmente 
di singoiar pudicizia; ma sovra tutte le donne sforta- 
natissima, non avendo potuto mettere amor di sé nel 
suo marito e signore, il quale era à forte invaghito 
di una damigella del^ principessa sua moglie, che non 
vedeva più nulla da lei in fuori. Perchè la povera Co- 
stanza, a cui era il marito unico bene, traeva i suoi 
giorni in una eontinua malinconia; e rifiutando ogni 
maniera di conforto, non faceva altro che piangere 
e consumarsi. 

Ines de Castro fu la giovinetta che piacque agli 



INES DE CASTRO <p05 

occhi di don Piero; il quale ne par degno di compas- 
sione, avendo posto il suo affetto in una delle più ama- 
bili creature che si vedessero mai; e di forme così 
care, che se alcuno si foSse fatto a mirarla, a pena 
avrebbe potuto credere lei essere cosa di. questo mon- 
do. E a tanta e sì rara bellezza di corpo, tutto era con- 
forme lo spirito: ella saggia, ella modesta, ella manie- 
rosa , ingenua , gentile, di costumi soavissimi. La quale 
conoscendo che '1 suo signore la riguardava con dilet- 
to, tutto r animo rivolse a lui , e le piacque di essere 
amata da un tanto prìncipe; ma onestissima essendo, 
aveva questo suo amore per disonesto e per reo. Anzi 
fu alcuna volta eh' ella si rivolse in sé stessa con sì 
fatto rimprovero: — Ahi misera! quanto era il meglio 
che tu non fossi nata già mai ! Ecco, ingrata d* ancel- 
la , tu ardi in disonesto fuoco ! Questa è dunque la 
reverenza, e questa l'affezione che tu porti a colei, 
che tanto ti apprezza e ti accarezza e ti ama? Or non 
sai tu eh* ella è disconvenevole cosa amar uomo che 
d' altra femina sia? E può anco essere che tu sii così 
cieca dello intelletto, che tu non vegga doversi '1 prin- 
cipe tenére da te in luogo di tuo signore? Perché dun- 
que alzasti cotanto il tuo pensiero ? e dove hai tu , 
dove hai la speranza e 1 desir tuo collocato ? E che 
vergogna sarà a te, se questo iniquo affetto verrà in 
palese? Volgi, volgi la mente a più lodati pensieri, né 
ti lasciar a vana e lusinghevole speranza trasportare. — 
Così diceva fra sé: ma non potendo.por giù V amore 
che gli portava , e visto che per sua sola cagione la 
principessa n' era giunta all' ultimo d^lla sua vita, se. 
ne dolse insino al cuore, e la pianse lunghissimo tem- 
pò: poi, sollecitandola il principe , ella si rendè. 
Questo amoreggiamento non fu così secreto che 



406 NOVELLA m 

non ne pervenisse la novella ad Alfonso, il quale se , 
ne turbò fuor di modo» forte biasimando il figliuolo , 
che avesse posto il cuore in donna non a sé convene- 
vole; vergognando che, dopo la sua morte , avesse a i 
portare la corona una damigella di non real sangue. 
E molto gli crescevano lo sdegno le parole di alcuni i 
cortigiani » e sopra tutto di Gonssles, di Pacheco e di | 
Cosilo, ì quali avevano depravato l'intelletto dalla 
esorbitante ambinone, ed erano stimolati da crudele 
invidia, non potendo patire che una privata casa salis- 
se in grande ed onorevole stato; ond' è che tenta- 
rono più volte di sturbare V amore e le nozze del 
principe con Ines, esortando il re a proporre al 
figliuolo un novello nodo di maritaggio. Ma Teffetto 
fu lontano dall'avviso loro: perocché 1 principe, il 
quale avrebbe voluto prima la morte , che abbando- 
nar la sua douna, ostinatamente si mise al niego; 
né fu uomo che '1 potesse rimovere. 

Dicono gli storici, che uscito Alfonso d'ogni spe- 
ranza di poter isviare il figliuolo da quello amore, 
diede luogo a perversi e disperati pensieri, e si l'ira 
gì* infiammò l'animo, che dispose di non voler viva 
Ines ; fosse poi che si volesse. Della quale feroce de- 
liberazione di Alfonso accortasi la reina Beatrice, 
madre del principe, vide colla mente il male che ne 
potrebbe seguire; e stringendola l'affezione del figliuo- 
lo, avutolo a sé, tutto quel secreto gli discoperse. 
Ascoltò don Piero le parole della madre, ma non 
potè lasciarsi credere che nel petto di Alfonso fosse 
cosi grande la jnalignità e la crudeltà; anzi entrò in 
sospetto, poscia ebbe per fermo, che '1 ra^onare 
della reina venisse da Alfonso, per condurlo con quel- 
lo spavento a fare il suo volere. 



INES DE CASTRO . 407 



/ 



Era costume del principe ire spesse volte con 
allegra compagnia di giovani signori^ quando nelle 
ombrose selve vicine e quando negli aperti campi; 
ed ivi darsi piacere e bel tempo cacciando e deli* 
ziando. Perchè Alfonso veduta T opportunità del tem- 
po^ che 'I principe era lontano, giudicò di mettere 
ad esecuzione il suo malvagio pensiero: e partitosi 
con fellone animo quanto piii nascosamente potè da 
Montemayor con alcuni suoi fidati uomini d' arme» 
si condusse a Goimbra» dove Ines abitava. La quale 
avvisata dai servì che '1 re era alle porte del suo 
palagio, arrossò cosi un poco e le battè '1 cuore, 
fra sé pensando che cosa esser potesse eotesta. Pur 
fatto animo, e presi per le mani i suoi figlioletti , 
andò alla porta per riscontrarlo; e con aspetto umile 
e riverente, e voce dolcissima: — Deh! (disse) onde 
ho io questa grazia che 1 grande Alfonso sen venga 
a me? Entri *ì mio signore nella casa della sua an- 
cella, poiché si è degnato di venire a visitarla.*^ 
E detto questo, abbassava gli occhi, piegando le gi- 
nocchia a terra, e presentandogli i suoi tre figlio^ 
letti. La mesta bellezza di quella infelice, e le care 
accoglienze, e la vista di quegl' innocenti fenciulli, 
che tutte avevano nel volto le fattezze del padre, 
misero tale una pietà in Alfonso, che sentì mutarsi '1 
cuore ; onde abbracciati i nipoti, e dette non so che 
paròle, il più tosto che potè si rimise in cammino per 
dover tornare donde si era partito. 

Egli pareva che in Alfonso fosse entrata un po' 
di compassione inverso d* Ines; e nel vero era cosi; 
ma Gonzales e gli altri due tristi, feggendo tornar 
vano il loro disegno, di sollecitare il re con ogni 
lor potere non finiron già mai; e fecero tanto, ch'egli 



406 NOVELLA ni 

acconsenik loro di compiere il dditto. Farono di ciò 
lieti e gioiosi più che non si potrebbe dire i tre, 
non uomini no, ma orrendissimi mostri, i quali per 
matta ambizione e sceierata invidia, perdato il lume 
dell' intelletto, correvano a bruttarsi le mani nel san- 
gue d'una innocente. 

Avea giàl sole tolta al nostro mondo la luce, 
e la notte veniva oscurissima per fitte nubi che tutto 
ascondevano il cielo; e gli accesi baleni che corre- 
vano per r aria, e '1 cupo rimbombo de* tuoni em- 
pivano le menti di terrore e di spavento. I tre fello- 
ni, con petto non conoscente paura, mossero in 
queir ora al tradimento : e giunti che furono al pa- 
lagio d' Ines, entrarono, non so come, nella camera 
dov' ella era; la quale assalita improvi&mente da 
que'tre, che conobbe tosto per suoi nemici, e veg- 
gendosi quivi sola senza aiuto di alcuno, si tenne 
morta; e fatta croce delle braccia, con una voce 
tutta tremante , disse : — Iddio m'aiuti! — Né prima 
ebbe finite queste parole, che, passata il petto da 
tre punte di pugnale, cascò boccone sovra il sao 
volto, e spirò. 

Morta che fu la bellissima donna nella guisa ch'è 
detto, i ribaldi, senza aver persona dietro che li cac- 
ciasse, ma solo spinti dalla coscienza machiata disi 
abominevole peccato, quanto ei poterono più ratti, 
si diedero a fuggire. Accadde che un famigliare d'Ines 
gli ebbe conosciuti ; e sapendo trovarsi '1 principe 
poco fuori della terra, dove avea un suo ricchissimo 
palagio, in quel silenzio della notte, affrettando più 
che potè '1 passo, pervenne a lui; il quale prende- 
va in letto riposo, affaticato e stanco dai cacciare 
del giorno. E destok), con ansio petto e parole rotte 



INES DE CASTRO 4.09 

' dal singhiozzo del pianto : — Mio signore , disse, Gon- 

^ zales, Pacheco e Coello hanno morta la tua Ines:hoUa 

f veduta che nel suo sangue cadeva. — 

k Don Piero, udito questo, parve che gli fosse dato 

I d' un coltello al cuore: gli mancarono tutte le forze a 

un tratto, e fuggitosi '1 lume da' suoi occhi , venne in 

deliquio : poi ritornato ne' sensi, e riavuto alquanto lo 

s spirito , contano eh' ei fece il maggior pianto che mai 

ì si vedesse; e parlò così pietose parole, eh' era una 

ì compassione a sentire. Poscia , vinto dall' affanno , 

r diede per poco al sonno gli occhi dolenti : ed eccoap- 

ì parirgli davanti la misera anima dell' uccisa Ines, san^ 

guinosa e con pallida faccia ; e mostrandogli le aperte 

piaghe, pareva che cosi gli dicesse: — Vedi, il mio 

> sposo, vedi a che dura morte m' hanno tratta i nostri 

nemici : deh ! se tu serbi memoria del primo affetto , 

sorgi, vendica 11 mio tradito sangue: io te ne priego 

per r amore de' nostri figliuoli. —Ed in questo pareva 

a lui che gli stendesse le mani, come per abbracciar- 

( lo: poi entrava nel buio, e gli spariva dinanzi. 

Allora, rotto il doloroso sonno, tutto tremante si 
risentì: gittòssi subitamente a terra del letto, gridando 
gli fossero pòrte le armi ; e pòrtegli, si rivestì ; e rive- 
stito^ s' incamminò a gran passi alla casa d'Ines. E vi- 
sto poi co' propri occhi '1 cadavere della sua donna, e 
la faccia di lei scolorata, e '1 petto pieno di sangue, 
tutto il prese un sudor freddo come di morte. E dato 
in un larghissimo pianto, così pietosamente disse: 
— Oh belle e care membra, ove fu rinchiusa Y anima 
gentile, che tenne lieta e contenta la vita mia!... quali 
ora io vi rivedo? — Ahi fiera vista!... E chi le sangui- 
nose piaghe vi aperse?... Crudelissimo padre! empì 
sicari !... e voi tutti cadrete... Alla vendetta io vivo... e 

u 



410 NOVELLA UI 

avrolla piena, orrenda, inaudita. — DA doiuaa, come 
potrò io YÌTere senza di te?... Ogni mio diletto, ogni 
mio bene, ogni mia gioia teco te ne portasti; e solo 
m' liai lasciato pianto, tristezza, intolerabile affanno... 
Ed io non potei ricevere gli ultimi baci? lo non potei 
darti l' estremo addio?... Or chi sentì mai tanta ango- 
scia, quanta si è quella eh* io proTO?... Ines, o amor 
mio, perchè non odo io più le tue parole? perchè non 
rispondi al mio lamento? Favellami !... Ma che diss*io?... 
e dove sono?... Eterno Iddio, tu che solo il puoi, a 
questa morta spoglia il rapito spirito deh ! rendi. — 

E dopo essersi con queste ed altre simiglìanti pa- 
role a lungo mmaricato, rivolgendosi per la mente la 
crudeltà de* suoi nemici, usciva in ismanie, and io 
deliri da forsennato: e fatto un volto fiero, tingevate 
spada in quel sangue, di che rosseggiava il terreno; 
e con terribile voce invocava la morte sovra la testa 
de' traditori. E ancor duravano le pompe del mo^ 
torio d'Ines, eh' ei tutto pieno di un mal talento» 
parili della città; e tolti a compagni del suo furore 
Fernando ed Alvaro fratelli d' Ines (vedete a che lo 
spinse la sua passione ! ) , fece esercito contro del 
padre: corse con quello a dare il guasto alle Pro- 
vincie, dove aveano terreni e castella gli uccisori 
della sua donna; ed ogni cosa fu piena di rapine, d*in- 
cendi, di terrore e di morte. 

Il che come pervenne alle orecchie di Alfonso, sì 
accorse del suo grande errore e gli parve di aver mal 
fatto : e assai gli dolse il sapere d*essere in odio a tutti 
per la uccisione d' Ines; onde fece pregare il figliuolo 
che deponesse le armi. Ma egli tenne pur fermo nel 
suo primo proposito: e solo si lasciò muovere alquan- 
to , allorché la reina sua madre se ne andò a lui, da 



INES DE CASTRO ìli 

parecchi signori accompagnata; e con le lacrime agli 
occhi:— Mio caro figliuolo (gli disse), vedi a che '1 tuo 
fortissimo sdegno ha ridotto il tuo misero padre. Deh! 
poni modo all' ira tua: caccia da te ogni rancore: lì*- 
bera da questo infortunio la casa nostra. Non volere, 
figliuol mio, non voler contristarmi in questo poco di. 
vita che mi rimane, non voler porre la mia mente in 
perpetuo pianto. Abbi pietà di me : mostrati beni- 
gno ed umano, e perdona al tuo mal consigliato 
padre. — 

Alle parole ed alle lacrime deUa madre ei si die' 
vinto ; e disse che gitterebbe via le armi, sì veramente 
che gli fossero dati nelle mani gli uccisori della sua 
donna. La qual cosa increbbe forte ad Alfonso, sicco- 
me quegli che aveva comandato il sanguinoso delitto, 
e ben vedeva ch'ei gli avrebbe dati alla morte: non<- 
dimanco, desiderando spegnere in parte la grande ira 
del figliuolo, li sbandeggiò di tutto il suo reame : e non 
guari dopo, afflitto, infermo e dagli anni oppresso, 
senza aver potuto rivedere il figliuolo, dolentemente 
di questo mondo si dipartì. 

Avea don Piero trentas^i anni quando pose mano 
al governo del regno, fermo più che mai nell' animo 
di voler vendicata la morte della sua sposa, E saputo 
che gli uccisori di lei si erano ridotti nel regno di Ca- 
stiglia, fece alleanza con quel re» il quale, secondo il 
patto, gli diede nelle mani Gonzales e Goello: Pache- 
co, avvisato del pericolo, con la fuga si rimise in 
salvo, ricoverandosi nell'Aragona, il cui re avea ni- 
mistà con don Piero, ed era fra loro acerba e conti- 
nua guerra. Arse in grande ira don Piero, come seppe 
essersi quell'omicida ribaldo rifuggito al suo nemico; 
e quasi a solazzo ddla vendetta > incrudelì maggior- 



Hi NOVELLA 111 

mente contro a que' due meschini. Senza indugio li 
fé' porre a'tonmenti, per ispiarne il vero; e non avendo 
potuto cavar loro di bocca parola che i complici del 
misfatto manifestasse, li dichiarò traditori della pa- 
tria, e i loro beni ridusse in publico. 

E r impeto della forte indignazione segnitaodo, 
né contento a morte ordinaria e sempfice, comaDdò 
che davanti *1 suo reale palagio fosse levato un palco 
per dare a coloro il meritato castigo. Venuto il dì or- 
dinato, tutta la cittò fu a vedere quello spettacolo di 
dolore. I due felloni, cavati di carcere e menati al 
luogo della pena , ivi (orribile cosa a dire !) furono 
aperti nel petto, e ancor vivi e spiranti, trattone il 
cuore con molto sangue , pascendo il re gli occhi pro- 
pri del loro strazio e martirio.* I corpi ne furono arsi, 
e le ceneri gittate al vento. Morte vituperosa , ^lis^ 
randa e spaventevole ! 

Posciachè in don Piero fu pago il desiderio deib 
vendetta, volle a tutti mostrare che né per mortene 
per lunghezza di tempo non era punto scemato i& ^^^ 
l'amore ardentissimo immenso che alla sua donna por- 
tava. Si condusse quindi a Castagnedo, ed ivi convo- 
cati i grandi del suo dominio, fece lor manifesto che 
Ines era stata sposata da lui per sua legittima mogii^ 
nella città di Braganza del MCCCLIV : mostrò le bolle 
del pontefice che concedevano quelle nozze, e volle si 
sentissero i testimoni. Il che essendo fatto, dichiaro 
che i figliuoli avuti da Ines avevano a succedere ne 
beni della corona dopo di lui. E come il re diede fine 
al suo parlare, tutti risposero concordemente che cosi 
fosse ; e avuta licenza, si partirono. 

Allora il re fece fare nel monastero di Alcobassa 
due sepolcri di bianchissimo marmo, nell'uno de'quali 



INES DE CASTRO 413 

si avea a rinchiudere il suo cadavere, nelF altro le ce- 
neri d'Ines. Né bastandogli questo a conforto del suo 
dolore, volle dare uno spettacolo unico ne' passati se- 
coli, ch'io ora riferirò, e mostra in vero quanto fosse 
grande il delirio della sua mente. Fece dissotterrare 
la spoglia d'Ines, sepolta già da sette anni nella chiesa 
dì s. Chiara di Coimbra; e vestita de' reali vestimenti, 
le pose in capo la corona da regina, acconciandola 
sotto il trono, come se ancor fosse vìva. Venivano tutti 
i signori: venivano le dame della corte , ed inchinato 
lo scheletro, baciavano quelle ihani nude di carne, 
giurando fedeltà e obedienza. Indi quelle morte ossa 
furono locate sovra un alto carro, tutto nero e messo 
a mestizia; e la corte, quanto si è lunga la strada , 
che da Coimbra ad Alcobassa conduce , le accompa- 
gnava. 

Decimava mesto il sole verso il suo tramonto 
quando la funeral pompa moveva. Ed era una pietà 
vedere nobilissimi sìgnoì*i, in abiti da duolo, ire taci- 
turni innanzi al carro, col capo basso, involto in un 
cappuccio: a' quali seguivano le dame in vesti brune , 
velate di candido manto. Lunghesso la via piangevano 
i servi, recanti le faci ferali, che allumavano il cam- 
mino; ed un suono di musici strumenti flebile lugu- 
bre, quasi umano lamento, rompeva di quando in 
quando il fioco e lento salmeggiar de' leviti. Non è 
possibile descrivere i vari sentimenti di pietà , di af- 
fetto, di maraviglia a che furono commossi i cuori di 
tutti quelli, che videro la mestissima cerimonia. 

Dopo questi estremi onori fatti alla memoria della 
sua Ines, visse il re soli sei anni : nel quale spazio di 
tempo il seme delle virtù,* che non fu mai spento nel 
suo petto y tornò a germogliare. Morì nel MCCCLXYII ; 

35« 



iik NOVELLA lU — IBES DE CASTRO 

e quaodo il suo corpo fa chioso nel sepcricro, si leTò 
un uuiTersale compianto, il quale fe'manifesto quanto 
la morte di lai fosse a tatti vivamente dolorosa. Ebbe 
re Piero un animo grande, generoso, ardentissimo 
di gloria, e di costanza inestimabile; ma troppo ìnipe- 
tooso nell'ira, troppo tenero nell'amore. Haiiao gii 
storici conservato memoria di questo sno detto , cbe 
gli era in bocca sovente : — Un re die lascia passare un 
giorno senza aver beneficato persona, non è degno 
del nome di re. — Or piaccia a Dio die questa sentenza 
del monarca portoghese sia di continuo innanzi alle 
menti di tutti i re della terra. 



U5 
ANNOTAZIONI ALLA NOVELLA I 



^ Questa novella fa scritta nel 1827, e stampai^ p^ Ja 
prìma volta in Ravenna del 1832 insieme con l'altra, inti- 
tolata Paolo e Francesca, scritta nel 1828. Di tutte e due se 
ne fa menzione n^Ua Bibliografìa delle novelle italiane in 
prosa del eh. Bartolomeo Gamba, ediz. di Firenze del 1835, 
a e. 230. 

* Il Giannone nel lib. 32, cap. 1, della istoria di Napoli 
tocca brevemente questo bando del Toledo ed il fatto de- 
scritto nella presente novella. Ecco le sue parole: a ...ma'l 
Toledo detestando le corruttele, ed i publici scandali, fece 
publicar un severissimo bando, col quale s'imponeva pena 
di morte naturale senza remissione alcuna, a chiunque per- 
sona si fosse trovata di notte con scale di legno , o di fu- 
ne, o di qualunque altra materia. » E poco appresso segue 
a contare che questo bando del Toledo a .... fu fatto ese- 
guire con molto rigore, siccome infelicemente avvenne 
nel 1549 {si ha forse a leggere 1542) ad un nobile, che 
còlto di notte mentre scendeva per una di queste scale 
dalla finestra d' una gentildonna, lo fece decapitare ; con 
tutto che per salvarlo sì fossero interposte la principessa 
di Salerno, e quella di Sulmona, e quasi tutta la no- 
biltà. » 

Anche m. Agnolo Firenzuola descrisse questo pietoso 
avvenimento in un carme, che comincia: 

lagrime , del mio giusto dolore 

FirlA rAmnaortiA _ ai* 



Fide compagne, ec. 



da lui dedicato a m. Clemenza Roca, nobile matrona prate« 
se, con lettera scritta in Prato a' 20 di settembre 1542. 



416 ANNOTAZIONI ALLA NOVELLA I 

' D caso raccontato da me in questa noyeUa tiene oi 
po' di simiglianza con quello della Dianora de* Bardi e é'if 
polilo Buondeìmonli narrato dal proposto Lastri Dell'Osser- 
vatore fiorentino, voi Vili, e. 28; il qoal caso avvenne ic 
Firenze, forse del 1229, al tempo delle fazioni; ma firn 
lietamente, cioè con le nozze de'doe amanti. Vedi anco 
il Becchi nel suo Ulostratore fiorentino, anno III (1838. 
car. 79. 



417 

ANNOTAZIONI ALLA NOVELLA II 



^ Nel descrivere qnesta novella, quanto si è alla so- 
stanza del fatto, io mi sono attenuto alla storia ravegnana 
di Girolamo Rossi ed alla rìminese di Cesare Glementini; 
salvo le giunte acconce a si fatto genere di componi- 
menti. 

* Il padre di Francesca fu veramente Guido terzo , 
figliuolo di Lamberto primo, appellato Guido Minore o '1 
Vecchio; il quale si fece signore di Ravenna del 1275, nel 
modo eh' è detto in questa novella. Molti celebri scrittori 
hanno creduto che questo Guido terzo, padre di France- 
sca , sia quel Guido stesso che accolse in Ravenna Dante 
Allighieri, il che è falso. Il cortese accoglitore di Dante 
fu Guido quinto Novello, figliuolo di Ostasio primo, ed ebbe 
la signoria di Ravenna. insieme con Ostasio secondo suo 
fratel-cugino nel 1318, com'io ho scritto nel mio Libro 
de* Ravegnani illustri. Ora, a prova di quel che dico, porrò 
qui sotto r albero genealogico della casa de'Polentani, che 
ho tratto in parte dalla storia del Rossi, e noterò appiè 
di esso i luoghi dove lo storico ricorda le persóne neir al- 
bero registrate. 



418 



ANNOTAZIONI ALLA NOVELLA II 



Guido da PolaaU. * 



r 



T 



Lamberto I. Garcmia 1. 

I 
Guido HI 

Minore, 

padre di 
Francesca.' 



Alberico. 

I 

Guido II 

MaggiofC, 

detto aiKhe 

Riccio. ' 



Girolamo. 



! 

Gualfrede. 



Bernardino. 



Caffo* 



Bannino.* 

I 

I 

Guido IV. 



1 

Lamberto II, 
m. nel Ì3i6.s 



Ostatio I. 



I 1 ■ 1 1 

Ostasio II, Guido IV. Guido V Geremia li. Asio. RiniU* 
signore dì NoTello, eletto mx 

RaT. eoa chotticolao dilanau, 

Guido V .1 Dante. * ucom ae/ 

* Gianciollo è voce composta di Gian (Giovanni) e dì 
dotto (zoppo). Da akani, quantonifae eradUi, sì è scntlo 
e ai scrìve tuttavia per errore LaneUMo. 

< Rub, Sist. Rmv, pmg. 460. 
' Id. pag. 449, 450. 
S Id. pag. 4S4. 
« ìd. pmg. 648. 

B id. pag, 631. F. il suo UsUmenU n» Mon, Bav. del Famtaa, 
iom. ni, a carf. 191. 

* Rub. Hlst. Rav. pag, 661. 
f Id. pag. 634^ 641. 

S Id. pag, 496, 634, 636, 636. F, Bocc. FU, di Dante , e Giaaui 
Scritt. Rav. tom. II, a cari. S13. 

* Rub. Misi, Rav.pag. 641, e Fahri Sac. Mem. di Rap, a e. SS. 



419 

ANNOTAZIONI ALLA NOVELLA III 



^ <K Chi non piange alla tenera e patetica narrazione 
della morte di Agnese di Castro, a cui la eloquenza del 
Camoens ha saputo dare tanta celebrità? » Queste parole 
dell' Andres m'invogliarono a leggere l'intero poema del 
Camoens, intitolato i Lusiadi, dove, nel canto terzo, è de- 
scritta con molta soavità di affetti la morte dì quella bellis- 
sima ed infelicissima Ines, eh' è stata subietto a lacrimose 
tragedie; e mi venne allora il pensiero di scrivere questa 
novella. 

* « Son parecchi, lo so, i quali per laude voli ragioni 
portano opinione dover la storia lasciare nell'oblio somi- 
glianti enormezze, che disonorano l'uman genere; ma so 
ancora che s' elle non giovano al volgo, ben sanno a van- 
taggio del volgo giovarsene i sapienti. » Parole dell'illustre 
sìg. ab. Giuseppe Taverna. 

' Delle virtù di questo re grandi cose contano gli sto- 
rici: non si parti mai dal voler delle leggi: fece a' deboli 
scudo contro de' forti : tenne conto di ognuno , nobile o 
ignobile eh' egli si fosse, purché saggio e da bene. Ed il 
Camoens ne' suoi Lusiadi^ cosi cantava di lui: 

£i si giusto regnò, che ognor seguace 

Fé' la dovuta pena al rio delitto, 

E frenar il lascivo ed il rapace 

Solo di saggio re stimò diritto: 

I potenti costrinse, ed all' audace 

L'infermo oppose, e all' oppressor l'afflitto; 

E tanti diede di giustizia esempi, 

Quanti Alcide e Teseo nei prischi tempi. 

< Canto IIIj st, 135) tradtu, di A. iVerW. 



NECROLOGIA 



GIUSEPPE CRISPINO MAZZOTTI 



La notte de' due novembre, Ì82S, fu V ultima di 
m. Giuseppe Crispino Mazzotti ravegnano; uomo nato 
agli studi delle buone lettere , specialmente della poe- 
sia. E di vero s' egli ne* primi anni della sua gioventù 
non si fosse dato a quelle scuole, dove le migliori 
dottrine erano dette rancidumi y e solo'teneasi in pre- 
gio un cotal modo di scrivere senza nerbo , senza gra- 
zia, pieno di francesismi e di licenze plebee, avrebbe 
potuto farsi nome di mollo eccellente verseggiatore; 
perocché avea sortito dalla natura una mente sveglia- 
ta, un ingegno pronto ed una fantasia ardita e vivace. 
E questo si pare da* suoi versi, che opportunamente 
andava publicando, e da non pochi altri, che inediti 
rimangono appresso i nipoti di lui.* Laonde fu ben 
presto aggregato alle antiche academie ravegnane de- 
gl' Informi e de' Concordi, ed all'Arcadia di Roma col 
nome di Agesandro Etolio; e strinse una cara amici- 
zia col suo concittadino, il p. Lorenzo Fusconi, ■ che 
fra i poeti di que'dì era in molto grido. Avendo poi 
messo tutto Y animo suo nelle ecclesiastiche discipli- 
ne, e già consecrato sacerdote, venne in tanto con- 
cetto di m. Codronchi arcivescovo, che quel pruden- 
tissimo signore si valse di lui in cose di grande momento: 
lo volle maestro delle scienze filosofiche e teologiche 



KA MECROLOGU 

nelle scuole del seminario; e poscia, nel 1802» gli die' 
a reggere la parochial chiesa di s. Maria Maddalena. 
E poco innanzi y a* tempi della republica cisalpina, 
fa deputato alle biblioteche ed a' musèi delle abolite 
comunità religiose; indi, sotto F imperiale reggenza, 
professore di belle lettere e prefetto delle publicbe 
scuole. 

Ma nel i809, calunniato da' suoi nemici, stette 
prigione sette mesi nel convento de' padri cappaccini: 
nel qual luogo, essendo gli studi un conforto defle 
nostre avversità, tolse a recare in italiano e a restrin- 
gere in compendìo un* opera non anco stampata di 
Emanuele Lacunza,* composta nell* idioma spagnuo- 
lo; la materia della quale è intorno al misterioso re- 
gno de' Millenari; e vuoisi vedere quel che ne disse 
il dottissimo p. Giuseppe Maria Puiati, cui non fu sco- 
nosciuta la traduzione del Mazzotti; perocché nel suo 
Esame della opinione de' moderai Millenari catoiici, 
impresso in Venezia del 1814, dopo detto che '1 La- 
cunza ebbe spesi ben trent' anni a meditare il diviao 
libro dello Apocalissi, e che condusse un*opera d'im- 
mensa fatica e di graude erudizione, soggiunse : e mai 
suo manoscritto (che mi si fa supporre non essere per 
anco stampato) fu poi tradotto in latino , ed a Ravenna 
in buon italiano ancora da un valente paroco. i^ Aven- 
do poi 'l Mazzotti rivisto e corretto il suo compendio, 
e propostosi di darlo alla stampa, vi avea fatto delle 
note e delle illustrazioni; ma dai teologi di Roma non 
fu approvato, parendo loro che '1 Lacunza in alcune 
cose co' padri della Chiesa non si concordasse. 

Era nel Mazzotti un desiderio grande , nudrito in 
cuore da molti a.nni , di visitare gli antichi e moderni 
monumenti della gloriosa città , che fu già capo del- 



DI G. G. MÀZZOTTI 425 

/ 

1' universo; ond* è che nel giugno del 1814 mosse alla 
^olta di Roma. E sodisfatto a quella sua curiosità, dopo 
baciati i piedi a papa Pio VII, e presentatogli alcuni 
suoi canti di terza rima, che aveva dettati ad onore di 
lui, se ne tornò alla patria. Il pontefice ebbe caro 
queir omaggio, e ne serbò memoria; e sapendolo 
uomo valente negli ecclesiastici studi, all'entrar di 
dicembre del 1817, lo elesse vescovo di Tivoli; e ne 
fece avvisato V arcivescovo Codroncbi con lettera la- 
tina, nella quale sono queste parole: probatam Nobis 
ilUus virtutenif ac merita tantum spectavimus; qtiare 
prò certo habemus ipsius operam Tiburltnae Ecclesiae 
ita utikm futuram, ut gaudendum Nobis sit in eum pò* 
tis$imum nostros oculos conjecisse. 

Solenife fu la festa della sua consecrazione, fatta 
in Ravenna per ro. Codroncbi, assistenti i vescovi di 
Faenza e di Rimino; e fu a' trentun maggio del 1818. 
Mentre ch'egli in Tivoli fece dimora, avvenne cosa che 
non è da passarla sotto silenzio. Era nell' anno 1819 
venuto in Italia Francesco I d' Austria con l' impera- 
trice sua moglie e V arciduchessa Carolina sua figliuo- 
la: il quale, dopo visitate le città di Milano, di Vene* 
zia « di Firenze, passò a Roma; e volle anche vedere 
la superba Tivoli.^ Sono i dintorni di questa città molto 
deliziosi per le verdi collinette tutte rivestite di vigne 
e di uliveti. Furono già quivi presso le amene ville, i 
dolci solitari recessi di Mecenate , di Catullo, di Varo, 
di Ventidio, di Fiacco: ora se ne veggono le mute 
ruine, i mucchi delle pietre coperti di musco, i tron- 
chi delle mura scassinate e ròse dal tempo. E l'antico 
Aniene, che cade giù, rumoreggiando, da alte rupi, 
con quella sua orrida bellezza t' empie ancora l'anima 
di maraviglia, e di non so che dilettevole melanconia. 

36* 



&26 NECROLOGIA 

Era r imperadore rimaso tutto «ttonito a quello spet- 
tacolo della natura , e fermatovisi per circa mezz' ora 
a goderne: poi, entrato in città a prendere riposo, il 
Mazzotti fu a fargli reverenza, offerendogli alcuni suoi 
poetici componimenti. L' imperadore lo riceyè in 
cortesi parole e con atti di molta benignità, mostran- 
do di aver caro quel dono: ed essendo poi in sul par- 
tire, chiestogli '1 Mazzotti se avesse per anco veduta 
la villa Adriana: rispose che no; ma ben voleva ve- 
derla. La Maestà vostra, soggiunse il Mazzotti , potrà 
scorgere in que' pochi avanzi la misera e fugace vanita 
delle grandezze di questo mondo.' Il qual detto, per 
contenere in sé un molto difficile ammaestramento alla 
vita di un prìncipe, mi par degno di molta commenda- 
zione; e fu dair imperadore ricevuto sì a grado, che, 
tornato a Roma, glie ne fece grandissime lodi appo il 
pontefice. 

Ora r aria di que' colli tiburtini , sempre umida 
per r abondanza delle acque (come cantò già '1 Veno- 
sino*), facendogli male al capo, il pontefice, che molto 
lo amava, nel marzo del i820 lo tramutò al vescovado 
di Cervia ; di che egli ne fu lietissimo , per essere 
quella città così vicina al suo luogo natale. Ma ìndi a 
poco piacque a Dio di chiamare all'altra vita papa 
Pio VII, di santa ed onoratissima memoria, e di esal- 
tare al pontificato il regnante Leone XII; laonde alcuni 
avversari della dignità del Mazzotti, che stavano appa- 
recchiati a nuocergli, si attentarono con le malizie loro 
dì metterlo in discredito al nuovo pontefice. Avvisato 
di queste calunnie, tutto sì turbò nella mente; e se 
bene fosse vecchio di presso a sessantacinque anni e 
cagionevole, nondimeno, per non perdere la grazia 
dell* innocenza, dispose *d* ire a' piedi del pontefice ; 



DI G. C. MAZZOTTI 427 

uè fece indugio alla partita, che fu a' quattro di otto- 
bre del i8S4. E giunto a Roma, il papa, conosciuto il 
falso di quelle accuse, forte glie ne dolse, e lo con- 
fortò a fare buon animo : ma non volendo che soste- 
nesse danno di queir andata, lo rfstorò delle spese; e 
quanto era a' detrattori , disse: stare in lui usare del- 
r autorità sua. Della qual cosa egli tutto si consolò ; 
e ringraziar soleva poi Dio che gli fosse stata mossa 
quella persecuzione , essendogli tornata ad onore, non 
senza vergogna de* suoi nemici. E perchè la stagione 
era in tutto disacconcia al viaggio , propose di passa- 
re ivi la vernata , e di mettersi in via al primo muò- 
vere e fiorir della primavera. La quale essendo venu- 
ta , e saputo apparecchiarsi pel suo ritorno in Cervia 
luminarie ed altri segni di publica allegrezza, volle 
fuggire quella pompa ; e data voce che sarebbe rien- 
trato la domenica dell' olivo , che in queir anno 1825 
cadde ai ventisette di marzo, giunse poi '1 ventìsei, 
verso la prima ora della notte. 

Non è da tacere a commendazione di lui , che, se 
bene gli fossero noti i suoi malevoli, e potesse darne 
loro il meritato castigo, non glìel sofferse il cuore; 
anzi ogni ingiuria ricevuta rimise, memore soltanto del 
divino precetto: amate i vostri nemici; fate del bene anco 
a quelli che vi portano odio. Ma , come notai poc'anzi, 
era già da qualche tempo intristito della persona , e 
d' uomo di bello aspetto e di buona complessione, ora 
per la gravezza de' pensieri, e per le molte noie e fa- 
stidi divenuto debile e spossato; per che si ridusse 
alla sua villa di Cannuzzolo, lungi da Cervia nove mi- 
glia, dove si riparava ogni anno, quando faceva il 
caldo grande e peggiorava l'aria della città. Ed in quel 
tranquillissimo riposo gli pareva di trovare conforto 



hSS NECROLOGU DI G. C. MAZZOTTI 

al cuore; ma *\ giorno ventisette di ottobre, dopo lun- 
ga camminata, essendo tutto sudato, né avendosi al- 
cuna cura, infreddò; ed in su Fora del pranzo, sopra- 
venutagli col vomito la febre, si mise al letto, dal 
quale non avea più a levarsi, e finì in pochi giorni. Il 
suo cadavere fu recato alla città, e con solenne pom- 
pa alla catedral chiesa trasportato, dov' ebbe le ono- 
ranze del mortorio dovute al suo grado. Nella pietra 
del sepolcro è stata sculta una elegante iscrizione la- 
tina, ^ dettata dal celebre professore Filippo Schiassi. 



429 
ANNOTAZIONI ALU NECROLOGIA DEL MAZZOTTI 



^ Le prose e poesie del Mazzetti , fratello di mia ma- 
dre, si conservano da me in nn volarne autografo di car. 
595 numerate; vi sono però qna e là de' fogli in bianco, e 
pare che V autore avesse in pensiero di scrivervi sopra al- 
tri suoi componimenti. 

' Il Fnsconi scrisse al Mazzetti alcune lettere, che mo- 
strano la stima che faceva di lui: gli originali di dette let- 
tere sono appresso di me. Altri amici ed estimatori ebbe 
il Mazzetti , fra'quali non si vuol tacere Onofrio Minzoni, 
Emanuele De Lubelza , Giuseppe Luigi Traversari , Ca- 
millo Spreti, Pompeo Raisi, Giuseppe Loreta, el'ab. Luigi 
Godard, che dettò in lode di lui un sonetto, publicato in 
Roma con le stampe del De Romanis. 

' D. Emanuele Lacunza nacque di nobile stirpe nella 
città di s. Giacomo , capo del regno del Chili neir America 
meridionale, a' 19 luglio 1731. Vesti l'abito de' gesuiti 
nel 1747. Fu studioso delle matematiche e dell'astronomia, 
ma sopra tutto delle sacre Scritture. Cacciati i gesuiti da' 
domiDì' della Spagna Y anno 1767, passò in Ralia, e pose 
la sua stanza inaimela, dove mancò a' vivi il di 17 giugno 
del 1802. 

* Tiìfurque superhum , scrisse Virgilio nel settimo li- 
bro dell'Eneide, vel oh iUas rupes (dicono i commentatori), 
propler quar supinum dicilur ab Horalio, et altum a Mar- 
nali; v«2 o6 superbiam, quia cum Romanis jam poUniissimis 
Tihurlet ausi sunl bellum gerere, anno U. C, circiter 400. 

^ Non posso tenermi di non metter qui questo bel 



430 ANNOTAZIONI ALLA NECROLOGIA DEL MAZZOTTI 

passo di una prosa del p. Cesari, il quale, come il Maz- 
zo(U, dalle mine della villa Adriana , tolse cagione di ram- 
memorare agli uomini la vanità delle umane grandezze: 
« Gli avanzi medesimi della villa Adriana a Tivoli, dicono 
bene quel ch'ella era , la sfolgorata maestà, e le smisorale 
delizie alle quali serviva. Or che è? alcuni avanzi di ma- 
riccie guaste e cadenti, qualche pezzo di volta , qualche 
mezzo arco in aria: ed ora non resta di lei altro , che b 
memoria ed il nome ad alcuni vestigi, che ci mostrano; 
qui fu la reggia, qui l'ippodromo, qui '1 luogo della nau- 
machia, e nulla più. Oh vanità dell'umana superbia I qaeDo 
che già fu palazzo imperiale^ è ora povere catapecchie e 
casolari di contadini: e su' teatri , dove sonarono le glorie 
di quel sovrano, e gli adulteri de'snoi iddìi, ora passa fl 
vomere e pasturano le capre ed i buoi, qua fini quel gm 
fumo. Adunque fumo, e nuli' altro che fumo è la grandezza 
del mondo. » 

' • Eripe te morae, 

Ne semper udum Tibur, et Esalae 
Declive contempleris arvnm ec. 

Horat. Lib.ilIL Od. 29. 

'' V iscrizione dettata dall' illustre prof. F. Seliiassi è 
la seguente: 

HEIC . SITVS . EST 

lOSEPHVS . CRTSPINVS . MAZZOTTVS 

DOMO . RAVENNA 

POST . PONTIFICATVM . TIBVRTINVM 

PONTÌFEX . ECCLESIAE . CERYIENSIS 

QVEM . DOCTRINA . PIETATE . RELIGIONE . FVLGENTEM 

CANDIDA . HVMANITAS . CARITASQ . SINGVLARIS 

TNVMQVEMQVB . PERPETRO . COMPLEXAE 

ORAVEM • NEMIN1 

▲CGBPTVM . PROBATVMQ . OMNIBVS . REDDlOBllS 

BREVI . CONFECTVS . MORBO 

NATVS . A . LIVI . D . VII 

ABIIT . AD . SVPEROS . POSTRIDIE . KAL . NOV . 

Aimo . SAGRO . M . Dece . XXV . 



LETTERE 



433 



AL SIGNOR M. M. 



Alla vostra lunga lettera indirizzata a me (chiun- 
que siate che avete voluto celarvi sotto le iniziali M.M.) 
farò risposta di poche e schiette parole. E prima dirò: 
che Voi con quel vostro articolo stampato nel Gior- 
nale degli Arcadi sovra l' epitalamio dell' Ariosto , re- 
cato in versi italiani dal prof. G. I. Montanari, avete 
mancato al debito della santa amicìzia. Perocché se in 
quella versione, la quale splende dì molte bellezze, 
erano alcune piccole machie che offendessero il vostro 
sottile intelletto , non dovevate per questo correre a 
divulgarle ; dimentico che '1 buon amico scopre le 
mende al suo amico, non in palese, ma in secreto: e 
chi altramente fa , male fa, né si vuole imitare. E que- 
sto io dico non per farvi '1 maestro, ma perchè m'avete 
richiesto del mio parere. Ora se '1 prof. Montanari 
volle difendere il suo vulgarizzamento contro la criti- 
ca vostra, ei fece ciò che avreste fatto voi stesso. Ma 
egli (dite voi) è uscito in contumelie, ed invettive indegne 
d^ un letterato, indegnissime poi dell'amicizia che il lega- 
va a me, da cui sempreera stato di ogni buon ufficio corri-' 
sposto. Veramente a me pare non molto buono l'ufficio 
che gli avete reso poco fa nelF Arcadico. E che dite 
poi di amicizia? Aveva egli a credere che quella cen- 
sura gli venisse da un amico (essendo voi nascosto 

37 



434 LETTERA AL SIC. M. M. 

sotto la maschera), o non doveva più tosto pensare che 
da uii nemico? E queste contumelie ed invettive in 
che consistono elle ? In dirvi che avete una cattiva Uh 
gtca, che non avete letta la poetica di Orazio^ che avete 
smanìa di criticare senza mterto, e cose simiglianti; 
le quali maniere di dire perdono molto dell'acerbezza 
loro, essendo indiritte ad un anonimo. E voi , che fatto 
avete voi? Con parole accese d*ira, e pensatamente 
maligne, avete mòrso e lacerato il suo nome. Il che è 
di vergogna ad un uomo usato nella filosofia e dime- 
stico delle Muse, come stimo che siate voi. E se non 
fosse ch'io sono qui senza i libri, vi farei anche toccar 
con mano che voi siete errato dove scrivete della po- 
vertà di dottrina epigrafica nel Montanari; vestendo 
io lodate le sue epigrafi da un amico mio, e di queste 
cose molto ben conoscente , G. F. Rambelli. Fuggo di 
ricordare tutte le ingiurie che sono in quella vostra 
mordace epistola, ma non mi consente già'! cuore di 
non dichiarare qui aperto: che io ho amato ed amo il 
prof. Montanari, compagno degli studi miei giovanili: 
che r ho provato sempre verso di me caldissimo e ve- 
race amico: die lo stimo per la bontà del suo inge- 
gno, e godo di vederlo onorato dell' amicizia di molti 
savi e reputati uomini che sono oggi in Italia. Quanto 
si è air ofiesa che m' avete fatto, intitolandomi quella 
vostra lettera in dispregio di chi sapevate essermi 
amico, io non chieggo da voi altra amenda che questa. 
Togliete il velo dell' anonimo con che vi siete coper- 
to, e fate ch'io vi conosca. Non vogliate disonorare voi 
stesso entrando nella congrega di que' letterati, che 
G. Perticar!, quel fiore di dottrina e di gentilezza, so- 
leva chiamare rabbuffati, iracondi , battitori^ duellato- 
ri, anzi carnefici^ e gli parevano esciti non dalle scuole 



J 



LETTERA AL SIG. M. M. k9& 

dell' academia , ma dal tangué e dalle coltella dell' anfir 
teairo. Cacciate il dispetto che yi è entrato nell'animo : 
tornate l' urbanità e 'I decoro nelle vostre scritture : 
mettetevi in pace con chi dianzi era a voi congiunto 
d' amore: date questo esempio di virtù agli uomini, 
poiché dato avete loro un esempio di vizio; ed allora 
tenetemi pel vostro carissimo amico ^ eh' io vi abbrac- 
cio e vi dono tutto me stesso. 

Di villa nel contado ravegnano, 
a' 28 di ottobre 1835. 



i36 

AL SIGNOR CONTE F. L. 






Ella sa bene eh' io desidero di farle piacere , e 
che mi reco a ventura che mi comandi: ho perciò fatto 
copiar subito quel brano delia vita del Zìrardini, che 
dettai pel conte Hercolani da Forlì; e dove panni 
di aver dimostrato evidentemente che monsignor Ma- 
rini s' ebbe nelle mani tutte (dico tutte) le carte dei 
mìo buon ravegnano pertinenti alla grande Opera 
de' Papiri. Dopo lettolo, vegga anche la Prefazione 
che '1 Marini fece al volume de' Papiri diplomatici 
stampato in Roma del 1805 : e mi dica poi con la 
solita schiettezza sua, s' io ho avuto ragione di scri- 
vere che Monsignore non mantenne la sua parola; 
voglio dire che non fece del Zirardini quella men- 
zione onorata che aveva promesso, lo tolsi via tutto 
questo passo dalla vita del Zìrardini nel mio Libro 
de' Ravegnani illustri (Ravenna, per le stampe de* Ro- 
veri, 1837; seconda edizione), perchè essendo quei 
Libro stato fatto per la gioventù , ho voluto esser 
breve e conciso più che mi è stato possibile. Ella 
segua ad amare chi è gratissìmo all'amor suo; e mi 
tenga ricordato e raccomandato agli amici. 

Di Ravenna, a' 21 di maggio 1838. f 



Era il Marini stretto da molti anni in amistà 
grande col nostro ravegnano : sapeva il lavora che 1 



I.ETTERA AL SIC. CONTE F. L. 437 

Zirardini avea alle mani, ed ebbe mostrato deside- 
rio di vederlo ; perchè '1 Zirardini gli mandò '1 pri- 
mo libro y avvisandolo che non ne dovesse favellar 
con alcuno : e 1 Marini ^ così gli scrisse da Roma 
r anno 1777 a' 9 di luglio : —Non temete che io parli 
con alcuno di ciò che ho letto nel vostro primo li- 
bro, e siate una volta sicuro di me. Aspetto ad ogni 
modo a settembre il secondo libro; e ben vi dico 
che mi farete andare in collera, se non mi state alla 
parola. — Avendo poi inteso come il buon ravegna- 
nOy per poca sanità, fosse costretto di lasciar in ab- 
bandono il suo lavoro, così gli scrisse a' 25 di otto- 
bre: — Gonvien dire che le Muse sieno ben irate 
contro i Papiri, essendo voi sì ostinato nel vostro pro- 
posito di volere ad ogni maniera abbandonare un'ope- 
ra che vi avrebbe assolutamente immortalato, anche 
più di quello dobbiate essere per gli altri vostri 
libri... Pensateci anche un altro poco, e sostenete 
anche per altri pochi mesi la fatica cominciata da 
tanti anni, e non vogliate rompere nel porto, ed 
errare in sulla porta. — Ma visto com' ei tenesse fer- 
mo nella presa resoluzione, gli scrisse di nuovo a' i2 
di novembre: — Per persistere in sententia, converrà 
eh* io rivolga F intero pensiero alla coUezion de' Pa- 
piri : ma senza che voi mi mandiate le vostre osser- 
vaziomi estratte dagli adversaij, sarebbe meglio man- 
daste gli adversarj stessi, che così vi avreste questa 
fatica di meno. Vi dico certamente, che o questi o 
^g^elle mi saranno oltremodo carissime e preziosis- 
sime ; e tutto quello che imparerò dalle vostre carte, 
si saprà dal pubblico religiosamente. Aiutatemi dun- 
que in ciò più che potete, e non vi stancate, ed 
apritemi liberamente i vostri ricchi foruli... Quod dabis 

87' 



&38 LETTERA AL SIC CONTE F. L. 

aeeipiam, e vi sarò grandemente obbligato, o piut- 
tosto ve lo sarà la repubblica delle lettere.— E a* ^ 
novembre: — Quante piùi cose manderete» e più gra- 
zia mi farete; e tomo ad assicurarvi che perniom 
cosa sarete privato della debita lode e gloria : cosi 
potessi io essere un degno banditore, come yoì i 
meritate... Garatoni anch' esso unisce i suoi voti i 
miei per avere le dissertazioni che promettete^ e i 
materiali che volete mandare per la fabbrica; io ne 
avrei ben pochi, onde senza di voi non è possibile 
far cosa che vaglia.— E a' 20 dicembre:— Vorrei che 
voi aveste la pazienza di uoire in fasdo quello cbe 
mi manderete » e di sigillarlo per maggior cautela 
e sicurezza: vorrei anche- che mi mandaste le prime 
copie, e gli abbozzi, perdio tutto può servirete 
sopra tutto sospiro le cose vostre così informi co# 
sono, che so bene che ne trarrò dell' oro in abbon- 
danza. — 

Ma veggendo il Marini che per lettere la cosa 
andava troppo in lunga, venne egli stesso a Raveona 
nel i779, e trovato T amico suo in mal termine di 
sanità, si fece a domandargli ciò che tante volteggi 
avea chiesto per lettere. Acconsenti *1 Zirardini al 
desiderio di lui, e gli mise nelle sue mani (concie 
parole stesse del Marini nella Prefazione air Opera 
de' Papiri) la pia gran parie delle còse che sopra i "*' 
pirt avea già scritte; e volle accompagnar quelle carte 
con una epistola latina, che '1 Marini ha stampata. 

Pochi anni appresso che accaddero queste cose 
morì *l nostro ravegnano , lasciando in tutti che lo 
conobbero un vivo dolore e un gran desiderio di se; 
e '1 Marini così scriveva da Roma ai dottor Francesco 
Maria Miserocchi , discepolo affezionato al nostro »«' 



LETTERA AL SIG. CONTE F. L, 439 

tore, il dì 16 aprile del 1788: — L' Italia ba perdalo 
il maggiore giureconsulto, e Rayenna la miglior parte 
di sé... si prenda tutta la cura delle earte e scritti del 
defanto, che debbono contenere un vero tesoro... 
Faccia di tutto perchè non si perda nulla e non vada 
in altre mani, che sarebbe assai facile si vestisse di si 
belle penne qualche brutta ccumaochia. Se v* è cosa 
che riguardi i Papiri , e le Iscrizioni cristiane raven- 
nati, me ravvisi. — Avendo poi saputo per una stam- 
pa che pubiìcò in Faenza il conte Marco Fantuzzi, 
chiarissimo letterato ravegnano, stato discepolo del 
Zirardini , che fra le carte manoscritte del nostro au- 
tore era la parte V e VI de' Papiri, domandò anche 
queste, così scrivendo al dottor Miserocchi '1 18 di 
giugno: — La parte VI delF Opera papiracea del dot- 
tor Zirardini mi manca del tutto, e de' capi della par- 
te V ne ho pochi, e questi in latino: sarebbe però 
ben fatto unir tutto insieme, ed ella col sig. conte 
Marco potrà pensare di far ciò. — Ma qui non si era 
spiegato chiaramente che volesse anche queste due 
parti, onde gli scrisse di nuovo a' 2 di luglio: — Quello 
che si è trovato spettante ai Papiri sarebbe bene fosse 
mandato a me per unirlo al rimanente, che verrà pur 
un giorno che io penserò a pubblicare quest'Opera im- 
portantissima. — 

Il conte Marco Fantuzzi, mosso da queste parole, 
mandò al Marini tuffo che ebbe trovato intorno ai Pa- 
piri, e volle che '1 publico lo sapesse; perocché nel 
Prospetto del primo volume de' Monumenti raven- 
nati (a car. XI) scrisse cosi: — Mancato di vita il Zi» 
rardini, interpretando io la di lui intenzione, mandai 
al Marini tulle le altre sue carte sopra i- Papiri. — E 
questo conferma il Marini stesso nella sua lettera al 



UO LETTERA AL SIG. CONTE F. L. 

dottor Miserocchi, dettata a' 21 di agosto del 4785 
— Scrissi, due ordinari! sono, al nostro signor conti 
Marco... e lo ringraziai dell' avermi trasmesso il retti 
deir Opera ie'Pafìrì^ che mlconserverò gelosamente 
e ne farò uso una volta, se a Dio piacerà.— 

Da tutti questi brani di lettere , e dalle cose sii 
qui ragionate, parmi chiaramente mostrato, che Tab. 
Gaetano Marini ebbe nelle mani tutte le carte del no- 
stro autore pertenenti ai Papiri. Duolml ec. 



ut 



AL PROFESSORE 

PROSPERO VIANI 



Infinite grazie debbo io riferirvi, mio caro Viani, 
del dono che mi avete fatto di quella versione d' oro 
del sig. ab. Giuseppe Brambilla, lo l' ho letta per ben 
tre volte , e questo vi dica senz' altro se m' è piaciuta. 
In somma io tengo che dal Davanzati in qua non sia 
stata fatta versione più forte né più nervosa di questa. 
Di grazia scrivete a quel da ben signore, che ne voglia 
dar vulgarizzate tutte le opere più belle del filosofo 
Cordovese, come n' ha dato questo Libro della Provi- 
denza : certo e* farebbe all' Italia un dono preziosissi- 
mo. A me pare ch'abbia ragione il Bartoli, il qual 
dice : che < Seneca lieva a farsi maggior di sé stesso 
r animo di chi 1* ode , perocché '1 porta a mettere il 
suo nido , e la sua quiete sopra quanto inquieta, dis- 
ordina , manomette tutta la generazione degli uomi- 
ni. E tale in ciò é '1 vigor dell' esprimere i suoi ma- 
gnanimi sensi, che non vi par leggere una morta 
scrittura, ma udire in essa vivo vivo il suo spirito.i> 
Per questo il gran Petrarca l'avea spesso alle mani, 
e dalle opere di lui, e da quelle di Cicerone e di 
s. Agostino ne cavava quanto faceva al suo bisogno: 
e quindi (così '1 Coruiani) nelle sue produzioni latine 
s' incontrano delle pagine intere , che non sono che 



M LETTERA AL PROFESSOBE P. YIANl 

CoA vivi con gii uomtd , come $e Iddio ti vegga : cu 
parla con DiOf come u gii uomivi ti aecoltìno. Sta saso 



L. ANNEO SENECA A LUCIUO S. 

LETTERA XLIY 



Tu vuoi da capo farti piccolo appo me , e dirw 
che prima la natura, poi la fortuna t' hanno tnttttù 
malignamente; con ciò sia che ti potessi trar fuorìdel 
vulgo, e venire alla più grande felicità degli uom 
Se v'ha alcun bene nella filosofia, egli è questo, che 
non ha risguardo a gentilezza di sangue. Tutti gli ^ 
mini, se ragguardiamo alla origine prima, sonoda- 
gl' Iddi. Sei cavaliere romano , ed a quest' oT^n^ i'^ 
condotto r industria tua. E di vero non è dato a tutti 
poter sedere ne' quattordici gradi. Non tutti sobo^ 
cevnti in senato. Anche la milizia fa cerna di ^^ 
che hanno a sostenere fatica e pericolo. La hao^ 
mente a tutti è comune : tutti in questo siamo nobà 
Né la filosofia discaccia da sé alcuno, né lo elegge, ^^ 
a tutti risplende. Socrate non fu patriciot Cleante at- 
tigneva acqua ad inafiiar giardini, ed in questo (oe- 
stiere indurò le sue mani. Platone andò ignobile a filO" 
sofia, fu dessa che '1 fece nobile. E che è che t^ 
disperi di poter farti a costoro siraigliante? Tutti qn^ 
sti sono maggiori tuoi , se tu ti fai degno di essi E^ 
ne farai degno , se ti persuaderai d'essere avanzato a* 
ninno in nobiltà. Noi abbiamo ciascuno un gnodeDi^' 
mero di antenati, Y origine de' quali é fuori tf ^S^ 



LETTERA AL PROFESSOHE P. VIANI Ì45 

memoria. Ei non v*ha re, dice Platone, che non sia 
di legnaggio di servo» né servo, che non sia di legnag- 
gio di re. Tutte queste cose sono mescolate per molta 
varietà de* tempi, e fortuna le ha sossopra rivolte. Qual 
dunque éì è 'ì nobile vero? Chi da natura è ben dispo- 
sto a virtù. A questo solo è da risguardare. Altramen- 
te, se vuoi cercar gentilezza nell' antichità della stir- 
pe, troverai che tutti abbiamo origine da quel principio, 
innanzi al quale non era alcuna cosa. Dal comincia- 
mento del mondo, infino a questo tempo, un alternato 
ordine di cose ci ha tratti dallo splendore e dalla sor- 
didezza. L'atrio pieno di antiche imagini non fa Tuomo 
nobile. Ninno de' passati è vivuto per dar gloria a noi , 
e non è nostro ciò eh' è stato innanzi a noi. È Tanimo 
che fa nobile Y uomo, a cui è dato da qualunque con- 
dizione levarsi sopra la fortuna. Fa ragione dunque di 
non essere cavaliere romano, sì uno schiavo fatto li- 
bero: tu puoi conseguir questo, d'essere avuto pel 
solo nobile fra quelli che sono dì schiatta nobile. Ma 
in che modo? dirai tu. Se distinguerai i beni e i mali 
non secondo il giudicio del vulgo. Vuoisi considerare 
non da dove vengano, ma dove vadano le cose. Se 
v'ha cosa che possa fare beata la vita, questa è 
buona per sé stessa, però che la non può mutarsi 
in male. In che dunque errano gli uomini? In que- 
sto, che, desiderando ciascuno la vita beata, pren- 
dono le apparenze di lei in luogo di essa; e mentre 
che la cercano, quelle si fuggono. Imperocché la 
somma della vita beata essendo riposta in una se- 
cura tranquillità, e in una ferma fiducia di quella, 
gli uomini cercano cagioni di sollecitudine; e per un 
sentiero di vita pieno d' insidie , non solamente porta- 
no i pesi delle cure, ma gli strascinano. Per tal modo 

ss 



4M LETTERA AL PROFESSORE P. YUNI 

vanno sempre più lungi dal conseguire ciò dbe cer 
canq; e quanto più s* afiaticano » tanto più sono ìid- 
pediU , e fatti tornare a dietro, come appunto suol 
avvenire a quelli , che corrono per un labirinto, che h 
stessa velocità loro gì' impedisce e trattiene. Sta sano. 



447 



AL SIGNOR A. C. 



Vi mando, o carissimo, alcun! versi inediti dì ser 
Andrea Viarani da Faenza, cavati da un codicetto 
cartaceo, che fu acquistato in Imola dal conte Giaco- 
mo Manzoni; ed avuti in dono dalla cortesia del signor 
cavaliere Dionigi Strocchi, di quel venerando e dottis- 
simo cavaliere, che '1 Perticari appellava meritamente 
maestro e autore d' ogni greca e italiana eleganza. 

A voi non è ignoto che la famiglia de' Viarani , 
detta anche nelle antiche scritture da Tigliarana, de 
Vaglarana e Viarana^ fu delle nobili della vostra 
Faenza ; e che mentre tenne la signoria della patria 
Astorre di Guidantonio Manfredi , molto valse appres- 
so di quel signore per grazia e per autorità , ed ebbe 
parte grandissima in quasi tutti i civili negozi : ma poi, 
uscito di vita Astorre a'2 di maggio del 1468, e succedu- 
togli nel dominio Carlo suo figliuolo, Ugolino de' Via- 
rani legista e ser Andrea con Silvestro figliuoli di lui, 
che, vivo Astorre, si erano mostrati a Carlo nemici, 
furono banditi come ribelli. Costoro (secondo che 
scrive il Marchesi nella sua istoria) si ripararono a 
Forlì, messi nella grazia di Pino degli Ordelaffi da 
queir anima trista e scelerata del conte Ghinolfo da 
Romena; col quale essendosi collegato il nostro An- 
drea, uomo di buon ingegno, ma d' indole perversa, 



4^8 LETTERA AL SIG. A. G. 

e seguendo i mali consigli di colui, si diede a tentai 
cose di grande nequizia : perchè non tenendo» poi» 
curo in Forlì, passò a Ferrara, indi a Modena; doTt 
non potendo riposare 1* animo inquieto, congiurò ifr 
sicme col magnifico Lodovico de'Piì, principe di Carpi 
di togliere al signor dì Ferrara il dominio e la vita. 

Era di que* dì signor di Ferrara e duca di Mode- 
na il marchese Borso da Este, principe di natura mafr 
sueta, pieno di liberalità e magnificenza, e non pani 
simigliante a coloro, che, al dire di Baldassar ùé 
gliene, € senza risguardo perseguono i buoni e i san 
ed esaltano i mali : né comportano che nelle città s/eno 
amicizie, compagnie, né intelligenze fra i cittadini, 
ma nutriscono gli esploratori, accusatori, omicidiai, 
acciocché spaventino e facciano divenir gli uomini 
pusillanimi, e spargano discordie, per tenergli d^ 
giunti e debili; e da questi modi procedono poi infi- 
niti danni e mine ai miseri popoli, e spesso crodei 
morte, o almen timor continuo ai medesimi tiranni.) 

Borso non era no principe di questa fatta, "^f 
come ho detto poc' anzi, fu affabile, magnanioiOi^ 
reggeva il suo pT)polo con prudenza e con amore; (^ 
quali virtù 1 facevano a tutti i buoni ragguardevole e 
caro. Né fu poetica adulazione quella deirAriosto, ciie 
di lui cantò nel suo poema : 

. . . vedi '1 primo duce, 
Fama de la saa età, V inclito Borso, 
Che siede in pace e più (rionfì adduce 
Di quanti in altrui terre abbiano corso : 
Chiuderà Marte, ove non veggia luce , 
E stringerà al Furor le mani al dorso. 
Di questo signor splendido ogni intento 
Sarà, che '1 popol soo viva contento. 



LETTERA AL SIG. A. G. hM 

Ma tornando alla congiura, ecco ciò che ne scris- 
se il Muratori nella parte seconda delle Antichità 
Estensi: e In esso anno (1469) si scoprì in Modena un 
trattato contro la vita del ducaBorso, menato da Gian 
Lodovico, et altri de' Pii da Carpi; e fu creduto con 
secrete insinuazioni di qualche potentato. Appena 
r ebbe penetrato Ercole Estense governatore di essa 
città, che quantunque i congiurati pensassero di far 
lui signore degli stati, pure costantissimo fu nella fede 
verso il fratello Borse: in segno di che fatti carcerare 
i machinatori , li mandò prigionieri a Ferrara adì %6 
di luglio del 1469. » Il Muratori non ha qui ricordato 
il Viarani, se bene costui fosse de* capi della congiura, 
com' è a vedere nel Diario ferrarese di que' dì, che lo 
stesso Muratori mise in luce nel voi. XXIY della grande 
raccolta degli scrittori di cose italiane. 

Leggesi dunque in quel Diario: che 'l magnifico 
Giovan Lodovico signore di Carpi e messer Andrea da 
Vigilarana faentino si erano convenuti di spegnere il 
duca Borse, e recare Ferrara, Modena, Reggio e tutto 
il Polesine di Rovigo alle mani del signor Ercole fra- 
tello del duca. S'avea anche a tórre la signoria di Ra- 
venna a' veneziani. Faenza a Carlo Manfredi, Forlì a 
Pino degli OrdelaiB , e metterle nel dominio di Ercole. 
Non saprei io dire quali necessità o quali speranze mo- 
vessero costoro a tale deliberazione : egli pare però 
che fossero partecipi della congiura il duca di Milano, 
i fiorentini e Ferrante re di Napoli. Ma non andò gran 
tempo che questo maneggio, com* è ragionato di so- 
pra, venne in palése. Vide allora il signor Ercole che 
la congiura non era fatta a bene di lui , sì a ruina 
della sua casa; e stimando piti la fede dovuta al fra- 
tello, che la grandezza sua, gittò a terra quella ma- 

38« 



450 LETTERA AL SIG. A. €. 

chinazione: poi tenendo esservi perìc^o nel diferire, 
fece tosto pigliare i conspiratori, i quali furono cod- 
dotti a Ferrara e chiusi nelle carceri del Castello 
vecchio. 

11 duca volle che ne fosse fatta V esamina pe' ma- 
gnifici conti, cavalieri e dottori messer Paolo de' Co- 
stabili gentiluomo ferrarese, suo consigliere secreto, 
e messer Antonio de' Guidmii da Modena ; i quali co- 
nosciuta la reità di coloro, li giudicarono ad aver 
mozza la testa, e ne confiscarono i beni alla camera 
ducale. « Et adì XII de Angusto (sono parole del Dia- 
rio sopradetto) fu facto uno Tribunale alto suso h 
piazza di Ferrara per meggio li banchi del Cambio, et 
lì a suono di campana, et di corno, poste per Io Po- 
destade le bandiere fuora, li fu lecto la condemoa- 
tione suso el pozolo de la Rengera nuova ; fu per lo 
dicto Podestade pnblice suso dicto Tribunale factoli 
tajare la testa a tutti due, et Zoanne Ludovico hayest 
in dosso una Tabara di rosato di grana, et uno ZIppo- 
ne di cetanino cremisino , et le Calze di rosato di 
grana; et quello Andrea liavea uno Zippane di ceta- 
nino negro; et poi furono poste in doe capse impego- 
late, et portate per li Battudi consueti a simili cose^ 
Sancto Polo a sepelire, et 11 stanno. » 

Questo miserabile fine ebbe la fellonia di ser An- 
drea Viarani; il quale, dopo la sentenza di morte, si 
volse con tutto 1* animo alla religione, e compose i 
versi che qui sotto vi trascrivo,* o mio buon amico: 
ne' quali se alcun vìzio di dire vi potesse offendere, 
avete a considerare che questi sono versi improvisi di 
un moribondo. Addio, ed amatemi come fate. 

Di Ravenna, a' 30 dì agosto 1839. 



4SI 



AL SIG. VALENTE MONTALTI 



Come sìa acerba e lacrimevole cosa il perdere per 
sempre una persona a noi cara, que' soli '1 ponno sa- 
pere che r hanno provato. E troppo bene il sappiara 
noi, mìo egregio signore, or che la Morte, togliendo 
via dal mondo il celebre prof, don Cesare Montalti, ha 
privato voi di un zio amorevole e grato , me di un dot- 
tissimo ed eccellentissimo amico. E tanto più ne deb- 
bo increscere la perdita di luì, quanto che, se bene 
fosse molto avanti negli anni, aveva tuttavia intere le 
forze della ben complessionata persona, né punto af- 
fievolita la vigoria di quel suo poetico ingegno, del 
quale potevamo ancora prometterci frutti maravi- 
gliosi. 

Abbia però'l nostro dolore alcun conforto, ri- 
pensando con che fermezza di cuore ei seppe sofflerire 
la crudeltà del male che *1 tormentava , e con che se- 
renità di animo si venisse disponendo all'estremo pas- 
so. E di questo ne ho testimonio un suo amicissimo, 
il quale condottosi a Cesena poco prima che '1 nostro 
don Cesare fosse ali* ultimo della vita, ed avvenutosi 
in lui nella via fuor delle mura , che va al public© ci- 
mìterio , e maravigliando di trovarlo in quel melan- 
conico luogo tutto solo e raccolto in sé stesso: Mi è 
caro questo passeggio (gli disse il Montalti): è là, è a 



452 LETTERA AL SIG. Y. MONTALTl 

queWofpìxìo della Morte, eh*io debbo ora tener volto o( 
mio pensiero. Con le quali parole diede a vedere che 
aveva per vicinissima la saa fine , e la desiderava co 
un soave riposo. 

Non èmmi ignoto che ogni senno umano, qv 
tnnque grande, ha i suoi mancamenti; né pong 
prof. Moutalti sopra la condizione comune. Ma d 
troveremo noi, mio pregiatissimo signore, quella 
viva carità della patria che tanto gli scaldava il pc 
Dove quella così generosa bile contro Y ignoranza 
vorrebbe spenta ogni bella opera nel mondo ?Ard 
di amore , com' egli era , pe' buoni studi, e tutto al 
dalla superstizione, ebbe in alto dispregio coloro, 
si sono fatti rìnovatori di una filosofia ne' suoi prì 
pivauìssima, ne' suoi effetti perniciosa; coloro 
temerariamente presumendo di sé, gettano via 1 1 
pò a disputare di cose che intelletto d' uomo noi 
tra intendere già mai. Egli veneratore del giusto i 
vero : libero da ogni invidia : verso gli afflitti coni 
sionevole: verso gì' indigenti benefico: non cn^^ 
oro: non ambizioso di dignità; non voltabile di ai 
ad ogni cambiamento di cose. Queste virtù , eh 
paiono delle più principali, saranno poste in e 
luce da chi torrà a scrivere la vita di lui : né dovi 
sciarsi indietro tutto il bene eh' egli ha recato ali 
tere latine ed alle italiane co' suoi nobilissimi co 
nimepti, e l'onore che viene da essi alla n 
Romagna, fiorente anch'oggi d'uomini prestai 
ogni maniera di scienze, di lettere, di arti belle. 
Io ho recato qui meco in questa mia villerecc 
litudine alquante poesie del nostro don Cesare; e 
riles^endo a sollievo del mio dolore, e quasi ( 
di vederlo e di ragionare con esso lui. Quanta gt 



LETTERA AL SIG. V. MONTALTI 453 

di pensieri, quanta virgiliana eleganza in quel suo 
carme, con che l'onorando vostro concittadino, conte 
Eduardo Fabbri, si congratulava al card. Nicola Ri- 
ganti, suo zio materno, allorché questi andò vescovo 
di Ancona! Quanta tibulliana soavità di affetti nella apo- 
strofe ai Mani di Vincenzo Monti , e nelle elegie pian- 
genti la morte di Stefano Bonsignore, di Francesco 
Ginnasi, di Federico Marchetti e della Marianna Mon- 
tatti sorella sua amatissima I Quanta catulliana nitidez- 
^ za e venustà nell'endecasillabo al Trovanelli! E quelle 
' sue versioni di non pochi leggiadrissimi componi- 
menti del Monti, del Marchetti, del Yalorani, del Ro- 
:• verella, non sono tutte vaghezze latine del secolo del- 
i r oro ? A me non paiono versioni , ma cose originali , 
% da potersi meglio ammirare che commendare. Taccio 
Ci r elegia per l'esimio poliglota, Giuseppe Mezzofanti, 
t)V elevato alla dignità di cardinale; e Y epistola alla illu- 
ni strc Costanza Monti; ed i versi di melanconico subiet- 
p; te per la jnorte di Marino Bruschi sammarinese. 
itti Né solo nella latina poesia, nella quale veramente 
Qi'fu de' primi del suo tempo, ma ben anco nella italia- 
lei na colse il nostro autore una degna corona : che egli 
\l ebbe attinto ai limpidi fonti de'più lodati nostri scrit- 
> i: tori, come vedrà chi faràssi a leggere il suo oraziano 
tèssermene su i predicatori moderni, e l'ode alcaica al 
i[ii: conte Estense Mosti , e la canzone in morte di Enri- 
iBj? chetta Barbieri, e l'epistola al Prati, stato suo disco- 
lia polo nello studio delle lettere e della filosofìa; in che 
.^ sono questi bei versi, i quali mostrano quanto egli 
yl avesse in amore quel da ben giovane, e di qual tene- 
,^: rezza' fosse compreso per questa italica terra : 

re/ Giovin caro al mio cori letiziando, 

jsif Rammento il giorno ancor, candido giorno, 



454 LETTERA AL SIC. V. MONTALTI 

Che la mente a sbramar d* eletti stadi 

Salir ti vidi imberbe, abbaadonata 

L'amenità dei ino paterno elivo, 

Ove d* Olimpo al par, di Pelio e d'Ossa 

Oltra le nubi la turrita fronte 

Al ciel sospinge il libero Titano, 

Coi grave é risguardar dall' ardao scoglio 

Propinque genti, di viKude amiche. 

Al dolce riso non ancor sortite 

Del bel sereno, in che al favor di stella 

Benigna esso, sol nno, oggi s' india. 

Ai sacri aditi allora io ti fai duce 

Di Pallade Minerva; i primi allora 

Germi in cor t' avvivai de' generosi 

Sensi d' onore, e di quel poro e sanlo 

Dì patria amor, cote ad altissìm' opre , 

Che a pochi in petto or ferve, e por Io ascolli 

Sonar per tutto sol bugiardo labro 

A mille e mille; dell'Ausonia terra, 

D'eroi già cuna, tralignata prole, 

Che di Ciprigna, e di Mercurio all'are, 

E dei potenti formidati al nume 

Devota ignobilmente, avvisa enorme 

A comportarsi ed intrattabil pondo, 

Elmo, scudo, visiera, asta e lorica, 

Bellicoso d' austeri avi retaggio; 

Venerando retaggio, e sprone un giorno 

Forse a gran prove di animose braccia. 

Se r italo valor morto non sìa: 

Tu non curar di ìei^ ma guarda e passa. 

E sono pur degni di molta lode i suoi vulgarizzn 
menti di alcuni idilli di Mosco e di Bione, e de'begi 
epigrammettì .della greca Antologia. Queste tutt^ 
poesie io leggeva poc' anzi, come ho detto qui sopra 
e so avervene altre molte uscite di quella sua pura < 



LETTERA AL SIG. V. MONTALTl h5Ò 

nobile vena , le quali io non vidi mai, e ne ho grandis- 
simo il desiderio. Perchè prego voi, mio gentil signo- 
re , voi che avete V animo pieno di gratitudine e di 
reverenza verso di un tanto zio, che vogliate fame 
una compiuta raccolta, e darle fuori insieme con 
quelle che sono ancora nascoste alla publica luce. 
Questo è '1 monumento più durevole e più glorioso 
che si possa erigere alla sua cara ed onorata memo- 
ria. I romagnuoli, anzi gì' italiani tutti (parlo di quelli 
elle hanno in pregio le buone lettere) aspettano da 
voi questo dono : ed io quanto più posso ve ne ripre- 
S^o, e mi vi raccomando. 

Di villa Gambellara nel ravegnano, 
a* 10 di settembre del 1840. 



456 



AL SIGNOR F. C. 



Ho la vostra lettera piena di cortese affetto, e ^^ 
ne so grado. Io non lessi mai carme greco né Iati» 
intorno a quella poverella di Aristoclèa: ben] 
dirvi però che Plutarco ne' suoi Opuscoli nioraIi,(ioR 
ragiona degli amori sventurati , ha una breve ^oé 
letta, che descrive quel caso compassionevole, e diift 
assai ben giovane, recai in italiano, e fu impressa do' 
volte ad occasione di nozze, ma non ne ho più aicfl'» 
stampa. 11 sig. Levati , nel suo dizionario delle donnf 
illustri , non la ricorda per niente. Forse Y eblie p^ i 
una Tavoletta; ma '1 grande Plutarco pare ce ^^^^ 
data come una istoria verissima. Favola o storia à^^ | 
si sia, io ve la scrivo qui sotto : 

ARfiSTOCIJÈA I 

UTOBIA O* AMOBI 

DI PLUTARCO CHERONEO 

In Aliarto castello della Beozia fu una fanciulla 
forme molto bellissima, il cui nome era Aristoc 
figliuola di Teofane* Innamorarono di lei duegio^^" 
Stratone d' Orcomèno e Callistene d' Aliarto. EraSli^ 



LETTERA AL SIGNOR F. C. 457 

Ione assai ricco uomo, e sì acceso delle bellezze della 
fanciulla, che ne menava smanie; perocché V avea ve- 
duta in Lebadia mentre si lavava nella fonte Ercina, 
avendo a portare ì canestri al tempio di Giove pel sa- 
crificio. Ma Callistene era il più innanzi neir amore , 
siccome quegli che n'era parente. Teofane non sa- 
pendo che fare, e temendo Stratone, che in ricchezze 
e in gentilezza di sangue presso che tutti i Beozi 
avanzava, dispose d'andarsene a consultare l'oracolo 
di Trofonio. Stratone, cui da' famigli della giovane 
era detto ch'ei n' era il ben veduto, rimetteva la cosa 
nel giudicio della fanciulla. Come Teofane ebbe do- 
mandata la figliuola nel cospetto di molte persone, 
qual de' due ella eleggesse a marito, ed ella detto, che 
Callistene; non potè far Stratone, che lo sdegno, che 
per quella ingiuria gli era entrato nell' animo, subita- 
mente non dimostrasse. Da india due dì, n'andò a 
Callistene eaTeofane, e disse loro: Che, avvegnaché '1 
suo mal Genio avessegli invidiata la dolcezza di quelle 
nozze, egli pur desiderava che fra loro intera si rima- 
nesse la prima amistà. E quelli del suo buon volere 
molto Io commendarono, ed anche lo invitarono al 
convito delle nozze. Egli mise a ordine un buon nu- 
mero d'amici, e ad essi molti de' famigli suoi accom- 
pagnò secretamente. Mentre la fanciulla , secondo il 
costume del paese, viene alla fonte che chiamano Cis- 
sòessa, per fare prima delle nozze solenne sacrificio 
alle Ninfe , le uscirono addosso tutti coloro che stava- 
no in aguato, e la rapirono. Dall' una parte traevala 
a sé Stratone, e Callistene co' suoi dall' altra; onde la 
misera fanciulla straziata, fra le mani de' rapitori, 
avanti che essi se ne avvedessero, lasciò la vita. Calli- 
stene si tolse tosto dagli occhi di tutti; e fosse eh' ei 



458 LETTERA AL SIGNOE F. G. 

sé stesso uccidesse» o n'andasse in perpetuo esil 
dalla Beozia , ninno potè sapere che avvenisse dì li 
Stratone, veggendolo tutti» sopra il corpo della mor 
fanciulla si uccise. 



Voi avete 1* anima delicata , e trovate diletto ii 
questi subietti di mestizia e melanconia. Parvi quesu 
un argumento da cavarne una Romanza? Fate m 
Sono il vostro sincero ed affezionato amico. 

Di Ravenna, a' 17 di ottobre 1840. 



459 



AL SIGNOR G. Z. 



È così, comeyoi dite, mìo pregiatissimo amico: 
noi siamo veramente pellegrini in questa valle dell'esi- 
lio e del pianto, ed è forza che tutti ci dividiamo una 
volta gli uni dagli altri ; ma egli è bene a dolere che 
la Morte ci tolga prima i migliori. Pochi giorni fa era 
con noi *1 nostro monsignor Santo Valli, ed ora se n'è 
ito alla patria de' beati, che non è da credere altra- 
mente di un uomo che fu esempio a molti di bontà e 
di saviezza. L* amorosissimo nipote di lui , sig. dottor 
Giovanni , è così perturbato da questo infortunio, che 
non ritrova conforto al suo dolore, ed io gli ho vedu- 
to piovere le lacrime dagli occhi , e n'ho provata al 
cuore una tenerissima compassione ; e non posso fare 
eh' io non mi condolga ora con esso lui, e con voi 
parimente , che gli siete tanto amico, (}i una perdita 
così grande. Aveva Monsignor nostro n«ir ultimo suo 
dipartirsi pregato il nipote, che al suo corpo fosse 
dato riposo nella chiesa della Madonna degli Angeli ; 
ed è stata fatta la volontà sua , e '1 dì delle esequie ce- 
lebrato con la mestissima pompa, che al grado della 
sua dignità era conveniente. Dentro la cassa, dove fu 
chiuso il cadavere, sono state poste alcune parole la- 



Ì60 LETTERA AL SIG. G. Z. 

tine, messe in pergamena, che ridotte in italiano di- 
cono così: È QOI DEPOSTO SANTO F. DI LUIGI YAUI RA- 
VENNATE, DOTTORE IN AMBE LE LEGGI, DELLA SAKTA 
METROPOLITANA CHIESA DI EAVENNA ARCIPRETE, PROVICi- 
RIO GENERALE ARCITESCOVALB, E DELLA R. FABRIGi DI 
8. PIETRO COMMESSARIO : PRELATO INSIGNE DI PRUDEIOA 
PIETÀ REUGIONE, IL QUALE DI ANNI L3U: CmUSB SANTA- 
MENTE I SUOI GIORNI, COME SANTAMENTE ERA TITHO. 
Al XXVI DI MARZO L* ANNO DI N. S. MDCCCXLI. GIOTAB 
VALU, DOTTOR DI LEGGI, VICECONSOLE DE* FRANCESI, IL 
ZIO DESIDERATISSIMO BENEMERITO P. Q. M. La morte di 

lui è stata lacrimata dai cittadini, tanta era la mode- 
stia de' suoi costumi e la gentilezza delle sue maniere; 
che sono appunto le virtù, che ti acquistano la bene- 
volenza comune. Imperocché, se bene egli fosse io 
conspicne dignità ecclesiastiche, non era per questo 
montato in superbia, ma a tutti mostrava animo e 
cuore di amico. E mosso da quella carità di cristiano, 
che vuol giovare e far bene^ a chi può, sostenne fa- 
tiche, ed ebbe brighe e pensieri per conservare e di- 
fendere le sustanze de* poverelli: ed amante debuom, 
ne pigliava volontieri la protezione, e pareva che glie 
ne godesse il cuore; cose che tutte sono commenda- 
bili e meritorie.. Fu, dissi, uomo senza ambizione; ^ 
comecbè fermissimo nel mantenere le sue ragioni) 
non uscì mai della pacifica sua natura, né fece mai 
cosa alla quale avesse contro la sua coscienza. A p^^ 
sona non venne meno di sua fede, e la religion suaft 
semplice, non fucata; e può dirsi di lui ciò che '1 ce- 
lebre e piissimo padre Antonio Cesari scrisse del suo 
dementino Vannetti: « Prova che egli nelle divin« 
cose sentisse sì bene, fu in lui quel medesimo che a 
cuni, anzi santocchi che buoni, possono aver tirato» 



_ LETTERA AL SIG. G. Z. 461 

sinistra opinione; voglio dire quella idea grande e ma* 
gnifica che della religione si era formata, lontana da 
quelle picciolezze e frivole meschinità, onde alcuni, 
sperandole far buon servigio, la smozzicano, storpia- 
no e impoveriscono. Certe divozioncelle ambigue, che 
possono far lega con ogni vizio, e che hanno però 
presso al volgo gran fama e tiran gli sguardi, non le 
spregiava, ma né le seguiva: la divozion sua era un 
sentimento di pia maraviglia, di generoso ossequio, di 
forte amore alla sua religione. » E se alcuno vi vo- 
lesse dire, carissimo, che la inimicizia de' tristi gli 
recò qualche volta affanno e tribulazione, questo pure 
fu vero; né vi farà maraviglia, ben sapendo che la 
stessa innocenza ha i suoi persecutori. Nondimanco 
r indole soavemente temperata dell' animo suo, e quel- 
la avvedutezza , eh' era in lui da natura , lo fecero ac- 
cetto alle più persone, e principalmente alla eccel- 
lenza di monsignor Antonio Codronchied alla eminenza 
del card. Chiarissimo Falconieri, nostri arcivescovi, 
che 1' ebbero a consigliere e ad amico dolcissimo : e 
fu anche cognito a molti signori, ed alla maestà di 
Federico Guglielmo IV re di Prussia, che gli scrìsse da 
Erdmannsdorf , e se ne conserva la lettera dal diligen- 
tissimo nipote. Il quale, come ho detto» é s|^to per que- 
sta morte del zio posto in gravissime sollecitudini , e 
non ha pretermesso di fare per lui tuttoché gli é stato 
suggerito dalla sua pietà: e per dargli un novello te- 
stimonio del suo immenso affetto, ha voluto che gli si 
rifacciano i funerei uffici nel giorno trigesimo con 
molto solenne e lugubre cerimonia; ne' quali fu letto 
r elogio del trapassato ' (scritto dal valente padre L. 
da B. C), e pensa di darlo alle stampe, perché rimanga 
vie più onorato il nome del zio, eh' egli come un suo 

39' 



402 LETTERA AL SIG, G. Z. 

secondo padre riveriva. Se questo avverrà, io farò cbe 
voi ne abbiate subito un esemplare , sapendo quanto 
siate affezionato a quella benedetta memoria. State 
sano. 

Di Ravenna, a' 28 di aprile i84i. 



463 



A LODOVICO BORTOLOTTI 

TIPOGRAFO 



Mi è venuta alle mani a' passati di la lettera, che '1 
principe de' nostri epici poeti, Torquato Tasso, scrisse 
al cardinal Gioyan Girolamo Albani; dalla quale si co- 
nosce il perchè dal duca di Ferrara , Alfonso li, fosse 
Torquato tenuto prigione nell* ospedale di s. Anna. * 
Questa lettera vide la luce la prima volta nella Biblio- 
teca italiana, che si publicava a Milano del Ì8i6: poi 
fu subito ristampata in Roma ; e mi par degna di es- 
ser letta e considerata. Non imprendereste voi a farne 
una nuova edizione? Fatela, che '1 nome del Tasso 
debbe tornare carissimo a tutti i ravegnani; perocché 
quel grande onorin Y antica patria mia della sua pre- 
senza. 'Non saprei ben dire in qual anno, ma così 
leggo in una lettera di lui scrìtta in Mantova il dì 10 
novembre del i586 ad un cavalier ravegnano, della 
casa nobilissima de' Pignati: e Grande sventura è stata 
la mia, che le mie lettere non abbian ritrovata V. S. 
in Ferrara, o la ritrovino ne l'ora del partire: ma la 
sua cortesia è maggiore , perchè lo star lontano non 
la priva de 1* affezione che mi portava; né la partenza, 
de la memoria. Si ricordi (eh' io glie le ricordo volen- 
tieri) quanto cortesemente m' accolse in Ravenna , 



46( LETTERA A L. BORTOLOTTI 

mosso non da alcun obligo, ma da la sua gentil nato- 
ra. Io son uomo che non posso esser Tinto se non da' 
beneficii ec. > TroTO menzionati dai nostri storici un 
Tomaso , un Battista ed un Gasparo Pignata, figliuoli 
di Agostino e pronipoti di Guido, come vìventi a 
que* dì; ma ai soli Battista e Gasparo è dato il titolo 
di cavalieri. Era Gasparo un celebre giureconsulto/ 
e, secondo il Tomai, fu luogotenente di Cereio, e spesse 
volte oratore in Roma della nostra republtca a diversi 
pontefici. Lo ricorda anche il Rossi parecchie volte; e 
Natal Conti nella istoria latina de* suoi tempi lo disse: 
vir insigm facultate dteendt, et it^enio. Io tengo (oon 
raffermo però di certo) ch'eì soggiornasse alciu 
tempo in Ferrara o per negozi del nostro Comune o 
per sue private faconde, ed ivi stringesse amicizia col 
sig. don Cesare da Este, e fosse ben accetto alli 
corte. Sei sono le lettere che Torquato indirizzò al 
nostro cavaliere nel 1586 ed 87; e mostra che '1 baco 
ravegnano si desse cura di fargli capitare colà in 
Mantova (dove il povero Tasso erasi condotte^ uscito 
che fu della carcere) le sue scritture, i libri ed al- 
tre masserizie. Mi farete favore di stampare anche 
queste sei lettere, le quali tornano a lode del ca- 
valier ravegnano ; e le lo<|i di un cittadino sono par 
lodi della patria. Finisco con farvi la preghiera che 1 
celebratissimo sig. Pietro Giordani fece già al tipo- 
grafo milanese, Vincenzo Ferrano: stampale più cht 
potete de' buoni libri; e il men che potete de" cattivi. E 
vi desidero di cuore ogni contentezza. 

Di Casa, a' 20 di giugno 1842. 



465 



AL PROFESSORE 

GIUSEPPE IGNAZIO MONTANARI 



Non una lettera, come dici, ma bensì una breve 
vita della poetessa da Mitilene io dettava, fa ora due 
anni; la quale fu sta^mpata per nozze illustrissime. 
?fon ne ho più un esemplare; nondimeno per amore 
di te, dolcissimo degli amici, non voglio che mi sia 
grave trascriverla qui sotto. Ella si è questa : 

SAFFO 

Saffo fu da Mitilene nell' isola di Lesbo ; ed i 
suoi versi e gli sventurati amori Y hanno fatta chiara 
e famosa per tutto il mondo. Fiorì ai tempi di Alceo , 
illustre poeta suo concittadino, il quale accesosi di 
lei , e vergognando di scoprirle il suo desiderio, così 
le scrisse: 

Io te'l direi, ma per vergogna il taccio. ^ 

E Saffo gli rispose: 

Sozzo pensier convìen che '1 cor ti tocchi , 
Poich' a mostrarlo faor vergogna e tema 
Ti son freno a la lingaa e velo a gli occhi. 

Questa poetessa ,ne' suoi verdi anni, si legò in matri- 
monio con un ricco uomo di Andro, per nome Cèr- 



M6 LETTERA' AL PROF. G. I. MONTANARI 

cola, da cui ebbe una figliuola senza più: poscia. 
venutole a morte il marito, s* invaghì perdatamenta 
delle bellezze del giovanetto Paone, che l'ebbe 
in dispregio; ond' è che Saffo, datasi alla dispera- 
zione, si gittò in mare dal promontof io di Leucade, 
ed annegò. Fu Saffo , secondo alcuni , non troppo 
bella del volto: di statura mezzana: ebbe il color 
delle carni bruno: gli occhi vivi, allegri, parlanti 
con maravigliosa dolcezza. Trovò nuovi ritmi, e scris- 
se degl'inni, delle odi, delle elegie ed altre maoie- 
re di versi, ne' quali espresse i suoi ca^ infelici con 
tanta forza, con tanta tenerezza di affetti, che tu se' 
stretto a dire leggendo: costei ardeva dì veementis- 
Simo amore. I cittadini di Mìtilene si pregiarono così 
fattamente dì lei, che vollero sculpita la sua ìms- 
gine nelle loro monete; ed in Siracusa (dove, fug- 
gendo dalle persecuzioni delle invidiose femine di 
Lesbo, alcun tempo dimorò) era, nel pritanéo, nm 
bella statua fatta alle sue sembianze dallo scultor 
Silanione. Donna di alti spiriti e di maschio petto , 
ebbe per la eccellenza del suo poetare il nome di 
decima Musa; e Dionigi d'Alicamasso e Cassio Leo- 
gino recarono nelle opere loro i suoi carmi ad esem- 
pio. Il conte Alessandro Verri fece delle avventure 
di Saffo un gentile romanzo , che fu impresso la pri- 
ma volta nel 1780; e di alcuni frammenti che ci ri- 
mangono delle poesie di lei si leggono, e sono lodate, 
le versioni del Costa, del Marchetti e del Perticar]. 



Tu vuoi ora sapere quel eh* io mi faccia, e quali 
sieno i miei desideri. Io vivo scontento del presen- 



LETTERA AL PROF. G. I. MONTANARI 4-67 

te , ma ho '1 cuore pieno di una lieta speranza del- 
l' avvenire. Vo leggendo la bella istoria delle no- 
stre lettere scritta dal signor Ginguené; ' il quale ra- 
gionando (nel terzo volume) delje poesie latine di 
Francesco Petrarca, m'ha tornato alla memoria che 
tu, nel 1835, désti a luce un molto bel saggio di 
traduzione della Scipiade; il primo eroico poema che 
r Italia ha veduto dopo i rinovatì studi. Poni, ti 
prego, ogni tuo pensiero a questa opera, uè ti spa- 
venti la fatica, ma pensa alla lode che grandissima te 
ne verrà. 

Del rimanente io posso dirti di me quel che dice- 
va di sé stesso Y illustre poeta. Luigi Carrér: 

Poco bramo; tesori non sogno; 
A diflQcil poter non agogno ; 
Non invidio lo scettro dei re. 

Ma bisogno ho d' an core che m' ami , 
Che fratello, che amico mi chiami, 
Che s' allegri, che pianga con me. 

Addio. Scrivimi spesso, che le tue lettere mi sono oro, 
e tutta mi consolano Y anima. 

Di Ravenna, a' 15 di febraio iSU. 



MS 



AL DOTTORE 

LUIGI BONDOLI 



Non posso significarvi a parole quanta mestìzà 
m* abbia messa nel cuore la vostra letlem. Yeramente 
ginsia è la cagione del vostro dolore ; cbè '1 perdeff 
per sempre un amabilissimo ed unico figlioletto, 
com'era il vostro Cassio, e perderlo in sì tenene 
fiorente età, mentre veniva crescendo a bellissiise 
speranze, ella è per un padre amoroso, qual siete 
voi, la pili acerba di tutte le umane disavventure. 
Pur se alcun conforto può venire a noi poveri mor- 
tali negl'infortuni della nostra vita, egli si è que- 
sto, di trovare anime gentili, che si accompagnino 
al nostro cordoglio, e piangano al nostro pianto. E 
voi, mio caro Luigi, voi e la vostra buona Marian- 
na, avete avuto in questa gravissima disgrazia m 
così soave conforto: perocché,, come raccolgo dalle 
vostre lettere, cotesti cittadini di Fiume hanno mo- 
strato in effetto quanta operosa e cristiana carità 
nutriscono ne' loro petti; e l'hanno mostrato eoa 
ogni maniera di tanto amorevoli e pietosi uffici, à 
ne' giorni della infermità del vostro figliuolo , sì in 
quelli che hanno seguita la sua morte, che di vero 
è cosa da far piangere di tenerezza. Ma se etema. 
come dite, durerà in voi la gratitudine vostra inyer- 



LETTERA AL DOTTORE L. BONDOLI &69 

SO di que' generosi, io prego voi a non volere che 
eterno duri questo vostro dolore. Pensate die a tutti, 
presto o tardi, ne sovrasta la morte, e che non sono 
da reputar miseri quelli che in giovane età, uscen- 
do dì questa valle di lacrime, sono iti ad un mondo 
migliore. Miseri, e più che miseri, siamo noi.... Ma 
troppe cose avrei a dirvi, e mi manca il tempo. Vale. 
Iddio sia la vostra consolazione. 

Di Ravenna, a' 3 di gennaio i846. 



40 



MO 



ANNOTAZIONI ALLE LETTERE 



^ Le lettere autografe del Marini al Zirardini e al Mì- 
serocchi, dalle quali io trassi i brani che ho pablicati, mi 
furono prestate gentilmente dal sig. canonico Gioyan Clau- 
dio Zirardini, ora defunto. 

' Io donava questi versi inediti del Viarani all' egre- 
gio sig. dottor Francesco Zambrini faentino , che li publlcò 
neir Utile-Dulci del 1846. E poscia li ristampai io stesso 
nel secondo volume delle mie Prose, impresse in Bologna 
dal Sassi nel 1847. 

' Questo elogio funebre di monsignor Santo Valli» det- 
tato dal p. Lorenzo da Brisighella, deff. e guard. capp., fa 
stampato in Ravenna del 1842 nella Tip. del yen. Semina- 
rio Arciv. • 

* Quando scrissi questa Lettera non sapeva nulla della 
tanto colerosa questione insorta fra '1 professor Giovanni 
Resini e '1 marchese Gaetano Capponi; volendo il primo 
che la principale cagione delle sventure del divino Tor- 
quato sieno stati gli amori con la principessa Leonora ; ed 
il secondo, il trattalo mediceo, proposto al Tasso da Sci- 
pione Gonxaga nel ltf7{S. Vedete le due curiose operette : 
RosiNi, Saggio sugli amori di Torquato Tasso e sulle cause 
della sua prigionia, Pisa, Capurro, 1832. —Capponi, Saggio 
sulla causa finora ignota delle sventure di Torquato Tasso. 



AVnOTAZIONI ALLE LETTERE 4>71 

Firenze, Pezzati, 1840-6. E dopo queste, vedete il DUcoT'- 
so del 8ig. Cesare Guasti, che va innanzi alle Lettere di 
Torqoato Tasso (voi. ni), da lai disposte per ordine di 
tempo ed illastrate. Firenze, Le Mounier, 18{S3. 

" M' è caro il ricordare che nella mia Ravenna, come 
ad ostello di sicurezza e di pace, venne a ricoverarsi 
nel mUÒ anco Bernardo Tasso, padre di Torquato, nel 
tempo delle sue più gravi disavventure. Ecco quel che ne 
scrisse il celebre Ginguené nella sua storia della lettera- 
tura italiana: «L'imperatore (Carlo Y) ed il papa (Paolo lY) 
vennero in discordia: il duca d'Alba, allora viceré di Na- 
poli, mosse contro Roma, e s' impadronì d' Ostia e di Ti- 
voli. Roma non era in grado di opporre né anco una lieve 
resistenza, ed il Tasso (Bernardo), temendo di cadere nelle 
mani degl' imperiali , e di essere messo a morte come ri- 
belle, ottenne a gran fatica, nella costernazione in cui era 
la corte romana, il permesso di andare in cerca di un al- 
tro asilo: ma non gli fu conceduto di trasportar seco alcu- 
ni mobili di qualche valore, avanzo delle antiche sue fa- 
cullà, e solo bene che potesse lasciare ai figliuoli. Fece 
partire frettolosamente Torquato alla volta di Bergamo sua 
patria , dove lo mandava nel seno de' parenti ; e tranquil- 
lo oramai su quanto avea di più caro s' avviò a Ravenna, 
e vi pervenne sproveduto d'ogni cosa, senza abiti, senza 
biancheria, con due camicie sole, ed il suo poema di 
Amadigì. » 

' È molto probabile che '1 cav. Gasparo Pi guata finisse 
la sua vita in Yenezia del i59J , o in quel torno, essendo 
certissima cosa eh' ivi dettò '1 suo ultimo testamento , ro- 
gato dal notaio veneziano Scipione Giliola. Egli però s'avea 
fatto un nobile sepolcro in Ravenna , e vedesi anche oggi 
appresso il muro laterale della chiesa di s. Nicolò. È una 
grande arca di marmo greco; lunga m. 2. tiZ ; larga m. 1. Itf ; 
alta col coperchio m. 1. 94; istoriata di figure a basso ri- 



179 ANNOTAZlOm ALLE LETTERE 

lievo. Fu illosirata da m. GioTanni Ciampini romano neBi 
Bua opera intitolata : VeUra mùnimenla ee. Nel coperchio 
sono scolte qoeste parole, tramezzate da una Croce : 

FIGNATORYM 

AONATIONI EX GTIDONE 

OASPAR PRONEF. I. ▼. D. ET JBQ. P. P. 

^ Qoesto e gli altri tre versi, che segoono, sono di 
A. Caro nella traduzione della Retorica di Aristotele. 

* ce La storia letteraria italiana di Gingoené , ioadle 
ai yeri Italiani, è però buona a far che i Francesi apprei- 
zino nn po' meglio gli stodi d' un popolo che fa maestro 
loro e di tutta l'Europa moderna. » Cosi scrìToya P. Gior- 
dani a L. Papi '1 6 maggio 1813. 



ISCRIZIONI 



40* 



ISCRIZIONI VJ5 



8<rilta a ridiinta M luiapw 6 tareina. 

AD ONORE 

DI 

GAETANO BALUFFI 

ANCONITANO 

DELU SANTA IMOLESE CHIESA 

PONTEFICE 

CHE NELLA BASILICA ORSUNA 

RICEVE LA PORPORA DE' CARDINALI 



IL X GENNAIO M. DCCC. XLVII 

FESTANTE CONGRATULANTE 

IL SENATO ED IL POPOLO RAVEGNANO 

LE TUE EGREGIE VIRTÙ 

E LA DOTTRINA AMMIRATA DAI SAGGI 

FECERO TE CARO A QUEL GRANDE 

A QUEL MAGNANIMO 

E VERAMENTE PIO 

CHE IN VATICANO REGNANDO 

È AMORE £ DELIZIA DI TUTTE LE GENTI ' 



476 ISCRIZIONI 



8eriiU ti mum M tuiàf» è Catlel Mepeie. 



A 
SILVESTRO CAMERINI 
CAVAUERE COMMENDATORE 
PER NATURALE PERIZIA IN OPERE IDRACUCffi 
MARAVI6LI0S0 
IL QUALE PIENO DI EVANGELICA CARITÀ 
DELLA RENE ACQUISTATA RICCHEZZA 
ASSEGNAVA SCUDI ANNUI CGG 
IN PERPETUO 
A FAVORE DE* GIOVANETTI POVEW 
DI QUESTA SUA TERRA NATALE 
CHE VOLLE EDUCATI ALLE ARTI UTIU 
ALLE MORALI DISCIPLINE 
IL MUNICIPIO 
PERCHÈ DI TANTO BENEFICO INSTITDTO 
SI CONSERVASSE NE' POSTERI LA MEMORIA 
CON UNIVERSALE SUFFRAGIO 
QUESTQ MONUMENTO DECRETÒ 



L'ANNO M. DCCC. XLK 



^Pi 



ISCRIZIONI " WTt 



Scritta a petizione di monsignor Pellegrino Farini. 

OGNI ANIMA GENTILE 

DIA LODE A TE 

FRANCESCO RIZZOLI 

DOTTORE 

PROFESSORE D'OSTETRICIA 

NEL BOLOGNESE -ATENEO 

TE BUONO TE SAGGIO TE BENEFICO 

TE NELL'ARTE PRESTANTISSIMO 

GRIDA LA FAMA 

LA QUALE DOPO L'ESTREMO TUO GIORNO 

FARÀ PIÙ CHIARO IL TUO NOME 

E PIÙ GLORIOSO 

DOLCE SOAVE CONFORTO A CHI VIVE' 

VITA ADORNATA DI VIRTÙ 

NELLE MISERIE DI QUESTO MONDO 



478 isCHizioia 



Scritta ai ìasUua id pnfenor GnliiM iiùlnlli- 



GIULIANO ÀNNIBALLI 

QUANTO DEE ALLEGRARSI 

IL TUO CUORE PATERNO 

OGGI CHE NEL LICEO FILARMONICO FELSW 

AL BENE AMATO TUO FIGUUOLO 

TEOTIMO 

SI DÀ ONORE DI UUREA 

MERITATO 

PER PERIZI GRANDE NELL'ARTE 

DOLCISSIMA SOAVISSIMA 

LA QUALE 

COI MODULATI SUONI 

RECA TANTE E COSÌ CARE DILEriTAZIONl 

ALL'ANIMO UMANO 



ISCRIZIONI V19 

A VOI 

GUALTIERO FURST 

WERNERO STAUFFACHER 

ARNOLDO DI MELCHTAL 

CHP 

SPENTA. CON MAGNANIMO SDEGNO 

LA FEROCE TIRANNIDE 

DI ALBERTO AUSTRL^CO IMPERATORE 

PONESTE LE FUNDAMENTA 

DELLA ELVETICA LIBERTÀ 



QUI 

FERITO A MORTE 

DA 

FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE 

DUCA D'URBINO 

CADDE 

FRANCESCO ALIDOSIO 

CARDINALE 



IL XXIV MAGGIO DEL M. D. XI 

FREMENTE DI SDEGNO 

GIULIO TI P. M. 



480 iscaiziOHi 



ANTONIO CESARI VERONESE 

RISTORATORE DELL'ITALICO IDIOMA 

E SCRITTORE FRA' PREffl DEL SUO SECOLO 

IN QUESTA CAMERA 

ESALÒ L'ULTIMO RESPIRO 

LA NOTTE CHE VA INNANZI 



AL I DI OTTOBRE DEL M. DCCC. XXVIII 



REGGENTE 

LA RAVEGNANA PROVINCIA 

IL CARDINAL LUIGI AMAT SARDO 

PRINCIPE 

BENEFICO PROVIDENTISSIMO 

A COMODITÀ DE' VUNDANTI 

ED INCREMENTO DEL COMMERCIO 

FU GITTATO QUESTO PONTE 

SOPRA IL RONCO 

VÙ MIGLIA DA RAVENNA 



L'ANNO M. DCCC. XLffl. 

ERA GONFALONIERE 

IL COMMEND. GABRIELLO RASPONI 



ISCBIZIONI 



A 

MARIA \TERGINE 

VOTO 

PI GIULIANO MONALDINI 

CAV. DEU.' ORDINE DI S. STEFANO 

E DEUA CONTESSA 

ROSA DELLA TORRE 

CONIUGI 

RUINATl COL COCCHIO 

NELLE ACQUE DEL MONTONE 

PRESSO RAVENNA 

IL XVi MAGGIO M. DCCC. XXXÌ 

E MIRACOLOSAMENTE 

SALVATI 



«81 



A 

DIO REDENTORE 

SUPPLICAZIONI PER L'ANIMA 

DI 

LUCIA GHERARDINI MONCHINI 

INGENUA CARITATIVA .DEVOTA 

MOGLIE E MADRE AFFETTUOSISSIMA 

MORTA DI XLVi ANNI 



IL XX FERRAIO M. DCCC. XLVII 

il 



482 iscuzioia 

CHIARA 

DI LEONARDO MONCHINI 

CITTADINA RAVEGNANA 

MADREFAHI6LIA PIA CASALINGA LIMOSINIERA 

VISSE ALQUANTO MENO DI LX ANNI 

SINO ALLA NOTTE DELLI Vm OTTOBRE 



M. DCC. LXXXI 

LASCIÒ IN PWNTO IL MARITO 

MATTEO DI DOMENICO MORDANI 

E VI FIGLIDOU 



QUI SONO LE SPOGLIE 

DI 

MATTEO F. DI DOMENICO MORDANI 

RAVENNATE 

CONSOLE DELLA UNIVERSITÀ DEGLI OREFICI 

E ARGENTIERI DI TUTTA ROMAGNA 

UOMO SINCERO DEVOTO BENEFICO 

MORTO NELLA PACE DEL SIGNORE 



IL XIV LUGLIO M. DCC. LXXXII 

VISSE ANNI Dt 

DOMENICO. FRANCESCO. MARU. ANTONIO 

MARUNO E LEONARDO 

AL PADRE OTTIMO DESIDERATO 

P. P. 



ISCRIZIONI 483 



SEPOLCRO 

DI 

MARIA MORDANI 

MOGLIE CHE FU A LUIGI GAMBI 

NOTAIO RAV. PUB. COLLEG. 
MORÌ LA NOTTE DE'XÌV OTTOBRE 



M: DCCC. XX 
COMPIUTO L'ANNO LXfi 



SIGNORE 

DONA LA ETERNA PACE 

A 

MARIANO MORDANI 

TUO SACERDOTE 



CHE PER XVIII ANNI 

FU RETTORE DELLA CHIESA 

DE'S. S. GIOV. E PAOLO* 

USCITO DI VITA 



LA NOTTE DEXXVIU AGOSTO 



M. DCCC. XXIV 
DI A. Ivi M. ÌV G. XXVT 



hSk nCBIZIONI 

DOMENICO MORDANI 

ARGENTIERE 

MOLTO NELLA SUA ARTE REPOtATO 

INGENUO SOI^RTE OPEROSO 

NACQUE IL XXfi" GIOGNO 

M". DCCi Ul 

MORI CELIRE IL IX NOVEBIBRE 



M. DCGC. XXIV 



ALLA QUIETE 

DI 

ANTONIO MORDANI 

UOMO DI ANTICA FEDE 

E DI COSTUMI INCORROTTI 

IL QUALE 

DOPO UNA BEN CONDOTTA VITA 

DI i^ ANNI 



LA MATINA BELLI XXVIII GIUGNO 



M. DCCC. XXIX 

^ASSÒ DI QUESTO SECOLO 

COMPIANTO 

DALLA MOGLIE ANNUNZIATA MAZZOTH* 

E DAI FIGLI FILIPPO E CHIARA. » 

AVE 
ANIMA NOSTRA DESIDERATISSIMA 



iscRizioin usa 



FRANCESCO MORDANT 

SACERDOTE 

VISSE COME FUORI DEL MONDO 

IN GRANDE SEMPLICITÀ DI COSTUMI 

E CONSUNT O DALLA D ECREPITEZZA 

DI LXXXXim ANNI 

SALMEGGIANDO 

RESE LO SPIRIT O A DI O 

IL XXII MARZO M. DCCC. LI 



ETERNA PACE 

ALLA CONTESSA 

ORSOU D'IPPOLITO WVATELU 

RAVEGNANA 

CHE 

NELLE SACRE LETTERE 

LEGGENDO E MEDITANDO 

APPRESE TUTTO ESSERE VANITÀ 

NELLE COSE DI QUESTA VITA MORTALE 

E POSE OGNI SUO AFFETTO 

ALL'UNICO FRATELLO 

GIOV. BATTISTA CAV. COMMENDATORE 

ED A* NIPOTI 

CUI FU MADRE AMOROSISSIMA 

VISSE NUBILE A. LXXV M. IH 

CHIUDENDO CON DEVOTA FINE 

_ I SUOI GIORN I 

AVDIC. M. DCCC. XLIX 



M6 iscBiaoNi 



Rdh li» CHt di TiOt il «aahelbn dU fata M fine l«m 
«II* wàf^ il Imm. 

NELLE AMENE VERZURE 

DI QUESTI CAMPI 

LUNGI DAI FASTIDI DELLA CITTÀ 

FIUPPO MORDAMI 

MURAVA A 'SÉ ED A' SUOI 

QUESTO UMILE ABITURO 

L'A. M. DCCC. IBSff 

DICENDO 
CON GIUSEPPE PARINI 

QUESTE CHE ANCOR NE ATANZANO 

ORE FUGACI E MESTE 

BELLE CI RENDA E AMABILI 

LA LIBERTADB AGRESTE 



487 
ANNOTAZIONI 



1 Io dettava questa epigrafe in quello stesso anno(i847), 
che r anima franca e liberissima di Pietro Giordani scrì- 
yeya al suo Giancarlo di Negro: « Io pure sono pieno di 
riverenza, e di amore per questo vero e grande miracolo 
di papa ec. » 

* Morta che fu la mia ottima madre, Pietro Giordani 
fece a mìa preghiera questa iscrizione (già stampata nel 
secondo volume delle sue opere, ediz. cit, a carte 295), da 
porsi sotto il ritratto di lei: 

AlfNUNZUTA DI FILIPPO ICÀZZOTTI 
VEDOVA. DI ANTONIO MORDANI 
UN* ANIMA COL FIGLIO FILIPPO 

CHE l'adorata com'esempio d' OQNI YIRTtr 

E LA perdette IL XVII NOV. MDCCCXLIV 

' La mia carissima sorella mori nell'ottobre del 1849. 
Poco prima eh' io fossi costretto di lasciar quel terreno 
che copre V uno e V altro mio parente, scrissi questa epigrar 
fé, che un giorno farò sculpire neHa pietra del suo sepol- 
cro: 

ALLA SUA 

BUONA E DILETTA SORELLA 

CHIARA DI ANTONIO MORDANI 

FECE IL FRATELLO FILIPPO 

CON MOLTE LACRIME 



USCITA DI QUESTO REO MONDO 

ICBLL'aNNO TUO QUARANTESIMO NONO 

VIVI NEL SANTO REGNO 

DOVE SOLO k GIUSTIZIA DOVE SOLO È PIEtX 

M. DGGC. XLTX 



INDICE 



DEDICAZIONE Pag. I 

DEGLI UOMINI ILLUSTRI DELLA CITTÌ DI RAVBHHA 
LIBRO UNO 

Parole deir Autore S 

Aspasio 7 

Giovannicìo 10 

Agnello 13 

Guidone 16 

Pietro Damiano 19 

Pietro Traversari 28 

Guido Novello da Polenta 32 

Giovanni Malpaghini 36 

Desiderio Spreti • • • • ^^ 

Gurlino Tombesi 49 

Pietro Tomai S2 

Marco Fabio Calvi 67 

Nicolò Ferretti . . , 69 

Bernardino Gatti 61 

Nicolò Rondine]]! 63 

Giovan Pietro Ferretti 66 

Giulio Ferretti 70 

Giovan Battista Pescatore 73 

Tomaso Giannotti Rangoni , . • 76 

Cosimo Magni 80 

Luca Lunghi 84 

Felicia Rasposi 90 

Tomaso Toiùai 94 

Marco Bussato " 97 

Giulio Morlgi 100 

Girolamo Ressi 103 



490 . IHDICE 

Vincemo Carrarì Pag. 109 

Gabriello Pascoli 112 

Celso Mancini 116 

Lorenio Scalaboni 120 

Gioseppe Passi 123 

Massimiano Zavona 128 

Loca Danesi 133 

Cesare Rasponi 136 

Francesco Negri I4t 

Girolamo Fabrì 146 

Serafino Pasolini 160 

Ruggiero Calbi 153 

Gioseppe Ginanni 1K8 

Pier Paolo Ginanni 162 

Gioseppe Antonio Pinzi 166 

Francesco Ginanni 169 

Ippolito Gamba GhiseUi 174 

Antonio Zirardini 177 

Lorenzo Fasconi 183 

Marco Fantozzi 188 

Camillo Spreti 194 

Camillo Morìgìa « 198 

Gasparo Garatoni 202 

Paolo Costa 206 '^ 

ÀnnoUuioni al libro de' Ravegnani iUuiiri 221 

BLOGI DBOL' ILLUSTRI RALUlfl 

Antonio Cesari % 241 '^ 

Giulio Pertioarì 2«3 ^ 

Cesare Arici 267 

Annotazioni ali' elogio di À. Ceiari 381 

— — di 6r. Perlieari 287 

— — . <K C. Arici 291 

ti^cfi iwcìl' illustri stbakieri 

Luigi Camoens 299 

Salomone Gessner , .... Sii 



INDICE h9i 

Jacopo Delille Pag. 326 

Giorgio fiyron 341 

Ànnokaùmi aU* elogio di L, Ccmoens .364 

— — diS. Gesiner 368 

— diJ. Deime . 370 

— ^ di G. Byron 876 

TRB NOySLLB STOUCHB 

Novella I, Rodolfo ed Elisa 386 

— II, Paolo e Francesca 394 

— • III, Ines de Castro 404 

Annoiazioni àUa novella I 416 

— aUa novella II 417 

— aUa novella HI 419 

mSCBOLOGU 

Giuseppe Crispino Mazzetti 423 

Annotazioni alla necrologia di G, C, Mazzoni .... 429 

LETTERE 

Al sig. M. M ; 433 

Al sig. conte F. L., con an brano della vita di A. Zi- 

rardini 436 

Al prof. Prospero Yiani, coi vulgarizzamenti delle let- 
tere X e XLIY di L. A. Seneca 441 

Al sig. A. C 447 

Al sig. Valente Montalti 461 

Al sig. F. C, col yulgarizzamento di una novelletta di 

Plutarco cheroneo 466 

Al sig. G, Z 469 

A Lodovico Bortolotti tipografo 463 

Al prof. Giuseppe Ignazio Montanari, con la vita di 

Saffo 466 

Al dottor Luigi Bondoli 468 

Annoiazioni <Me ledere ........«..* 470 



UMI INDICE 

ttCUZlONI 

Onorarie Pag. 47tf 476 477 478 

Istorìche 479 480 486 

Votiva 481 

Funebre ivi 

Sepolcrali 482 483 484 485 

ititiolcuionì aUe iscrizioni 487 



7^ 



.1 I 



•HMI*!' 



Freno del presente Telane: Paoli 



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