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Full text of "L'uomo di genio come poeta"

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nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . google . com 



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ADOLFO PADOVAN 



uUoA\o PI Genio 

COME POETA 



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SGUARDO GENERALE 

IL POETA PITTORE - IL POETA SCULTORE 

IL POETA MUSICISTA 

CONCLUSIONE 



SECONDA EDIZIONE 





ULRICO HOEPIJ 

EDITORE LIBRAIO DELLA REAT, CASA 
MILANO 

. 1904 



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L'UOMO DI GENIO 

COME POETA 




Adolfo Padova n 



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L'UOMO DI GENIO 

COME POETA 



SGUARDO GENERALE 

IL POETA PITTORE - IL POETA SCULTORE 

IL POETA MUSICISTA 

CONCLUSIONE 



Seconda Udizione 




Ulrico Hoepli 

EDIXORE LIBRAIO DELLA REAL CASA 
MILANO 

1904 






PROPRIETÀ LETTERARIA 



Tipografia Umberto Allegretti — Milano, via Orti, 2. 



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A 

Lucia padovan 



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M176462 



Ho scritto questo libro con la serena tranquil- 
lità di chi medita solo e in silenzio perchè, nel 
campo degli studi, io sono restio e selvaggio, sono 
anzi uh solivago ostinato. 

Il mio illustre Editore, che le mie opere stampa 
e diffonde, spontaneamente offrendomi le sue vaste 
officine, il suo nome ìiotissimo e la sua fervida 
operosità editoriale, mi permette di esser libero 
d'ogni divisa di scuola e di metodo, vale a dire 
autonomo e indipendente. 

Per questo fatto la mia opera ha il pregio della 
sincerità. Sarà malfatta o inesperta, rozza o di- 
sadorìia, ma io mi riconosco in lei come in uno 
specchio. 

Non mi scuso di aver studiato cinque poeti 
soltanto perchè il mio libro non è di bella let- 
teratura, ma di ricerca e di analisi sull'indole del 
genio; ho dunque scelto alcuni autori fra quelli 
a me piil noti. E sono: Dante e Carducci fra i 
poeti scultori, Petrarca e Pascoli fra i poeti pit- 
tori e il Metastasio fra i poeti musicisti per poter 
studiare genii ed ingegni e comparare delle opere 
che distano di secoli. Di molti altri ho taciuto 
apposta per non affastellare di tutto un po\ 



__ viu 



■ — "" " • ^/>7 T)' Annuncio — 

vaesisia sensitivo e seni ^^anU — '^j^^V^' 

^_ battagliero irruente ^ gitano __ del Pa- 
_ auZro e fosco «^^'f^^j, glorie itaUche -- 

del Maxxoni - esperto «n / ^^ ^^^^io, sem- 
ganxe - del Fogf^^^ 1^ __ mum<x> fecondo 
Ilice e mano — del Panxaccm omesso 

pltce e piano ^minarne aleuni, no 

e passionale — V^^ "■ ^^^ sembrare m^» 

delle citaxioni ^'^f'Zoe ogni c(yrom per P^^^' 
pieride vacante ^\'^^%sere l'ape (yp^aia oM 
saggine, mentre vo .«-^g in miele. , . 

e^rerte il P^l^- ; ^po^ù. » an^^- 
Ancora: per *"""' ^^oora^e degli ^^uAith 

carne r.elle f g^rlSore^, P^tt.^ /^ .^t 
paria morente di ^^ __ ^^, -^ 3„ppi^ _ foa " 

.^cal*; r.m«no pe^;^ ^«i poeta com.scalt<^ 
piuto uno studio or9>* . 

pittore e mudcista. connaturati i fj 

Il mi. l^^VfS; .ogfe il lettore ai|; 
e i, <lifettidiogn^J^2^^^/,,rnpati.egl^f^^^ 

^^^ana è, come t«o»7 , 

Milano, febè^-^'" ''^^- ^ p. 



SGUARDO GENERALE 



' La poesia nacque il giorno in cui l'uomo 
manifestò un pensiero con una imagine. Essa 
è dunque antichissima e i più vetusti docu- 
menti poetici a noi pervenuti, non sono che 
i vestigi di un'arte già adulta, quantunque 
ingenua e primitiva ancora come la bella e 
vasta raccolta di inni cantati dagli avi e rag- 
gruppati nel Rig-Veda. 

Pensasti mai, lettore, agli antichissimi Aria 
della Battriana che migravano dagli altipiani 
dell'India verso l'Europa spingendo innanzi i 
loro armenti e i loro greggi, col pungolo nella 
mano e l'inno vedico sulle labbra? Son essi 
i nostri progenitori, i padri celti pelasgi ger- 
mani e slavi; essi sempre che, nel loro cam- 
mino di conquista, abbandonarono lungo la 
via percorsa la modesta colonia prolifica e 
laboriosa, come il fiume abbandona sugli ar- 
gini i detriti del proprio letto. 

A. Padovan. 1 



•l *\\^'**\\l \ «V» , / Capitolo primo 



Con gli anni, coi secoli, modificandosi e tra- 
sformandosi, dominante o soggiogata, la pic- 
cola colonia s'espandeva, moltiplicava, diven- 
tava autonoma e, a norma del clima e della 
regione adottiva, foggiava gli usi e i costumi, 
arricchiva la propria lingua di vocaboli man 
mano che un nuovo strumento o un nuovo 
fenomeno si doveva battezzare, man mano che 
una scoperta naturale o un fatto storico si 
avverava e cosi, a poco a poco, come la 
sabbia del mare seppellisce le valve dei mol- 
luschi defunti, la colonia ariana seppelliva il 
proprio passato con le novità del presente 
e fondava sulle morte spoglie l'edificio delle 
future nazioni. 

Varietà di clima e di suolo, di flora e di 
fauna, davano ambienti diversi e quindi di- 
versi furono i costumi e gli usi che le colonie 
adottarono; varie in seguito le civiltà e le ma- 
nifestazioni artistiche successive. Storia di se- 
coli è questa, genesi di nazioni, ma come oggi 
il geologo perforando il suolo ha esumato le 
antiche conchiglie sepolte, cosi lo storico, ri- 
salendo alle più antiche fonti del sapere, rie- 
vocò gli usi e i costumi, i riti e gli inni dei 
pastori ariani, esumò insomma i quattro libri 
dei Veda. 

Opera vetusta e magnifica, testimonianza 
di una poesia ingenua ma forte, rozza ancora 
ma ricca di stupende intonazioni liriche. 



Sguardo generale 



Gli antichissimi Aria, all'aurora al mezzo- 
giorno e alla sera, innalzavano le loro pire e 
invocavano dalle divinità protezione o con- 
siglio. Erano padri di famiglia e sacerdoti a 
un tempo che proferivano, in voce di poesia, 
le loro preghiere e le loro imprecazioni. E 
quando fra di essi sorgeva l'inspirato, l'uomo 
fantasioso e geniale che più addentro inve- 
stigava i misteri della vita e della morte, che 
era sensibile alle meraviglie della terra e del 
cielo, la preghiera s'annobiliva, diventava un 
inno, e allora l'imagine infiorava il pensiero 
e il ritmo aderiva al verso. 

Ecco qui, sul mio tavolo, nella traduzione 
francese del Langlois (^) il Rig-Veda, il più 
sincero di tutti i poemi, la più antica rac- 
colta di inni, composta in parecchi secoli e 
che risale all'epoca in cui furono costruite le 
piramidi d' Egitto, vale a dire più di quattro- 
mila anni or sono. Che libro meraviglioso! 
Quanta poesia addensata nelle pagine di que- 
sto volume ! Nessuna lettura è più dilettevole 
'di questa all'ombra dei castagni, in mezzo ai 
monti coperti di eriche e di ginestre. Sfo; 
gliamo insieme, lettore, il libro vetusto e go- 
diamoci dunque alcune belle imagini che ho 



(') Paris, Maisonneuve et Cie., 1872. 



Capitolo primo 



segnato nei margini; solo allora saprai di 
quanta sostanziale freschezza s'avvivi l'inno 
vedico e riconoscerai stupefatto la recondita 
venustà di una poesia creata quaranta secoli 
or sono. Questo tuffo in un remoto passato è 
necessario refrigerio per chi si accinge a stu- 
diare l'uomo di genio come poeta; è una pre- 
parazione degna, prima di affrontare con 
Tarme della critica serrata nel pugno, il poeta 
scultore, il poeta pittore e il poeta musicista 
singolarmente. 



Agni, dio del fuoco; Indra, dio dell'etere; 
Roudra, dio del vento e l'Aurora, nunzia del 
giorno: ecco le divinità celebrate con mag- 
gior entusiasmo dagli antichi poeti indiani. Per 
esse il soma prelibato, per esse ancora la strofe 
imaginosa, la preghiera che si solleva all'al- 
tezza dell'inno. ^ 

Il dio del fuoco. Agni, mastro d'ogni ce- 
rimonia, figlio del sole, conforto delle notti 
insonni, infiamma gli antichi poeti ed inspira 
ad essi la strofe viva e sostanziale che in- 
carna l'idea. 

Parasara lo imagina « circonfuso d'uno splen- 
dore incomparabile^ che compie senza perplessità 



Sguardo generale 



la sua opera santa ed è nel focolare come la sposa 
fedele: abbellisce tutto ^ (p. 83). <i^ Tu ti circondi 
degli altri 'esseri come la ruota dei suoi raggi » 
soggiunge Dirghatamas (p. 134). Agastya an- 
cora « Agni, fiammeggiando sulla sua pira, ab- 
braccia la sua preda, come le acque abbracciano 
un'isola^ (p. 153). E Somahouti incalza: « Sul 
frascame egli agita le sue fiamme come il cavallo 
bardato agita la sua criniera:» (p. 168). <s^ Infie- 
rendo sul ciocco che divora, egli brilla, corre comi 
l'acqua, rintrona coìne un carro. Egli segna^ bru- 
ciando, un nero sentiero e seduce come il cielo 
ridente di tra le nuvole » (p. 168). 

E Gay a soggiunge: « Con gran pena si po- 
trebbe afferrarti, o Agni, tu guizzi come un gio- 
vane serpente. Il legno consuma sotto le tue lingue 
infuocate come la piota sotto il dente del bestiame » 
(p. 269). E un altro profeta, Soutarabhara, or- 
goglioso come un moderno egoarea, saluta il 
dio del fuoco cosi: « / nostri inni sono per te 
ciò che i grandi fiumi sono per il mare; essi 
aumentano la tua forza e la tua grandezza » 
(p. 270). E Parasara impersona la terribile 
divinità operante con una imagine stupenda, 
là dove dice che Indra « Eccitato dal vento, s'av- 
venta sulla foresta e strappa la capellatura della 
terra » (p. 83;. « Vieni, grida a Indra Gotama, 
che la tua forza ti riempia come il sole riempie 
il cielo de'' suoi raggi » (pag. 91). 



Capitolo primo 



Pragatha invece ci ricorda che « i devoti ser- 
vitari s^ affrettano verso le libazioni come le mosche 
verso il miele » (p. 362). E Pryamedha affet- 
tuosamente apostrofa: « Vieni coW abbondanza. 
Non essere in collera con noi. Dio grande, sii 
sollecito^ come il marito d'una giovane sposa » 
(p. 397). Indra, il dio dell'etere, ha pure in- 
spirato gli antichi poeti. Gritsamada gli ri- 
volge queste parole : « Le nostre offerte sono 
abbondanti e vengono a te per accresceìx la tua 
grandezza come le onde verso l'Oceano » (p. 170). 

Altrove, nell'inno di Paroustchhepa^ sì legge: 
« Nelle alte sfere, o Indra, tu giganteggi coi canti 
dei tuoi fedeli come il cielo coi fuochi del sole » 
(p. 128). E Viswamitra soggiunge: « Come il 
cratere di un vulcano il nostro desiderio si espande; 
riempilo tu che sei il maestro dei beni » (p. 208), 
e lo stesso poeta, acceso dall'impeto lirico, 
risaluta il dio terribile con le belle parole: 
« Come una madre abbraccia i suoi figli, tu ab- 
bracci e cielo e terra che si distendono nelVim- 
mensità » (p. 215). « Come V uncino percuote V al- 
bero per farne cascare il frutto maturo scrolla, 
Indra, su di noi i tuoi tesori per colmare i 
nostri voti^ (p. 218). <^ Come Vacquxi riempie il 
mare profondo così tu colmi i voti de"* tuoi sacri- 
ficatori » (p. 218) e un altro poeta, geuiale an- 
ch'esso, aggiunge : « Re, che il mondo invoca, 
possiamo noi conoscere la felicità lusingandoti eoi 



Sguardo generale 



nostri inni come lo scudiere lusinga i suoi ca- 
valli con la voce ! ^ (p. 280). « Coìne le acque, dice 
Sounohotra, fanno la felicità delVuomo smarrito 
nel deserto j le invocaxioni e i sacrifizi nostri son 
la tua gioia, o Indra. » (p. 325) e Bharadwadja, 
poeta filosofo, non inneggia al dio, ma esclama 
sconfortato: <c. possiamo noi attraversare i mali 
della vita come s'attraversa un fiume in un bat- 
tello^ (p. 344). 

Sounahsepa invece, con anima di poeta e 
d'osservatore insieme, ammonisce: <^ Terribile 
Indra, che gli altri iddìi efficacemente sollecitati 
da te e come te sensibili alle nostre lodi, siano per 
noi come Vasse che sostiene e fa girare le ruote 
del carro, » (p. 58). 

L'Aurora poi, che fu per molti secoli tre- 
pidamente attesa durante le lunghe notti insi- 
diose, raccolse anch'essa gli inni più belli, le 
imagini più leggiadre : « Senza mai urtarsi, 
senza accostarsi, irrorate di dolce rugiada, la Notte 
e V Aurora, sono unite di pensiero e divise di 
colore T^. € B mondo era immerso nel sonno:, tu 
annunzi che è venuto il tempo di camminare, di 
godere la vita, di pensare al sacrifizio, d'aumen- 
tare la propria fortuna. L'oscurità regìiava. — 
L'Aurora rischiara di lontano l'orizzonte e sa- 
luta tutti gli esseri. Vieni a rianimare tutto ciò 
che vive, Aurora, vieni a vivificare tutto dò 
che è morto, T* (p. 111). Cosi il poeta Coutsa 



8 Capitolo primo 



nel SUO inno magnifico che potrebbe oggi an- 
cora essere argomento di poesia per un poeta 
contemporaneo. L'ultima frase poi, nella sua 
nuda verginità, espone un assioma scientìfico: 
« Vieni a rianimare tutto dò che vive, Aurora, 
vieni a vivificare dò che è morto. » 

E Cakchivan saluta la Dea con un'imagine 
bellissima: « U Aurora, riccamente vestita, è si- 
mile alla sposa amorosa che discopre sorridendo 
agli occhi del marito i tesori della sua beltà. ^ 
(p. 122-23). Ricordi, lettore, l'ode barbara car- 
ducciana alla Dea rugiadosa? 

Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo 
Biflettendo ne gli occhi il desiato amore, 
tu sorridendo lasci cadérti i veli leggiadri 
e le virginee forme scnopri serena a i cieli. 

Non forse è questa la bella imagine di 
Cakchivan rammodernata dal Carducci? 

Un altro poeta, Satyasravas, dinanzi allo 
spettacolo dell'Aurora, sogna anch'esso le vir- 
ginee forme « Ella sembra, dice, che si levi e si 
scuopra come la fandulla che esce dal bagno. > 
(p. 303). E Vasichtha soggiunge con fervoroso 
entusiasmo: « Figlia del cielo, amante del mondo, 
essa apre gli occhi per la felidtà dei popoli. » 
(p. 382). Bellissima e profondamente sentita 
è pure l'invocazione di Courma ai Viswadevas 
(p. 183): « Iddii, lungi da me le catene e i 



Sguardo generale 



mali! Non fate di me dò che il cacciatore fa 
d'un uccello ch'egli abbandona fielle mani di un 
fanciullo/ » 

E Sounahsepa rivolge a Varouna le dolcis- 
sime parole: « Verso te, come l'ugello al suo 
nido, volano i miei pensieri per invocare una 
prospera vita, » (p. 55). 

« Egli mi ha accettato per moglie, esclama 
Cakchivan in un suo rendimento di grazie, 
ed io Vho caro come lo scudiere la fruita che 
impugna » (p. 124). In un altro inno, dedicato 
a Roudra dio del vento, Gritsamada esclama : 
« come l'uomo bruciato dal sole si rifugia all'om- 
bra, similmente io vengo, forte della mia in- 
nocenza, a ripararmi sotto la tua protezione» 
(p. 185). E un poeta filosofo rivolge ai Vis- 
wadevas la profonda sentenza « Il savio è fatto 
per dirigere gli altri lungo la via dov'egli cam- 
mina per il primo » (p. 287). 

Come vedi, lettore, la poesia dei Veda è 
già adulta, ricca di gemme preziose e ancor 
piena di calda vita dopo quaranta secoli di 
storia. Ma che cammino da allora ad oggi; 
quante civiltà nate e sepolte, quante vittorie 
e quante sconfitte celebrarono o deplorarono 
i poeti venienti! 

Da Valmiki a Carducci, da Omero a Ro- 
stand, la poesia di tutti i tempi e di tutti i 
popoli si evolse gradualmente e il poeta fu 



10 Capitolo primo 



sempre necessario a celebrare ogni gesta 
eroica, ogni bellezza naturale^ ogni scoperta 
fomosa. E quando un poeta di genio esaltò 
un eroe, l'eroe divenne anch'esso, immortale. 



Siccome la storia della poesia è la storia 
del mondo io ti invito lettore a una fuggevole 
e rapidissima corsa attraverso i secoli perchè 
tu possa poi orientarti ed apprezzare i raf- 
fronti e le comparazioni che sorgeranno fre- 
quenti quando ci metteremo a studiare alcuni 
poeti singolarmente. 

Circa tre mila anni or sono, nel tempo in 
cui s'espandeva in China la religione di Fo 
e regnava Salomone sul popolo d'Israele, un 
poeta ignoto ma geniale, compose il « Cantico 
dei Cantici » il più bel libro della Sacra Scrit- 
tura; contemporaneo, forse, o di poco poste- 
riore, il greco Omero recitava i divini episodi 
de' suoi poemi, pellegrinando per le agore del- 
l'antica Grecia. 

Si fonda Roma: Numa Pompilio crea la 
prima comunità di arti e mestieri ed ecco 
che nasce Tirteo, il creatore dell'ode bellica 
nell'anno in cui fu fatta la più antica osser- 
vazione di Venere da noi conosciuta. Quan- 



Sguardo generale 11 



d'egli muore, Tullio Ostilio demolisce Alba 
Longa, poi si fonda Bisanzio, si distrugge 
Ninive, principia la guerra dei romani con- 
dotti da Tarquinio Prisco ed ecco Saffo ed 
Alceo, poeti mirabili per l'armonia del verso 
e la ricca varietà dei metri: in quel tempo 
principiano le prime rappresentazioni sceni- 
che sui teatri ambulanti e nasce Pindaro, il 
più grande lirico deirantichità. Servio Tullio 
istituisce il primo censo romano e l'uso di 
riscattare gli schiavi ; Pitagora insegna, Ciro 
fonda il vasto impero persiano ed appare 
Eschilo, il creatore della tragedia greca coi 
suoi drammi di lagrime e di sangue. 

Poi Roma fonda la repubblica. Milziade 
vince a Maratona, nella Cina remota si dif- 
fonde il verbo di Confucio ed ecco Sofocle, 
il più gentile e perfetto tragico dell'antichità 
che suscitò colla sua Antigone un cosi caldo 
entusiasmo da esser fatto generale insieme 
con Pericle nella guerra contro Samo. — Ero- 
doto intraprende i suoi viaggi famosi, Fidia 
scolpisce le sue statue crisoelefantine, Zeusi 
dipinge «Elena nel tempio Giunonico», So 
crate Platone e Aristotele si seguono filoso- 
fando; Scopa Lisippo e Apelle uguagliano i 
maestri; trionfa e muore Alessandro il Grande; 
principiano le guerre puniche, ed ecco Plauto, 
attrezzista di teatro, mercante, mugnaio e 



12 Capitolo primo 



sommo commediografo latino. Neir India lon- 
tana intanto fioriva Vyàsa, designato autore 
del Mahàbhàrata, il gigante dei poemi che 
nelle sue centodiecimila strofe narra la grande 
epopea nazionale. Gli dei dell'Olimpo vedico 
sono già diventati degli eroi e combattono le 
battaglie umane, la mitologia del popolo di- 
venta la storia religiosa e civile del suo pen- 
siero, Telemento lirico epico e drammatico si 
incorporano sicché il poeta, simile a un Mida 
ideale, converte in oro ogni cosa. 

I romani vincono la loro prima battaglia 
navale nel tempo in cui Teocrito scrive i suoi 
idilli e quando essi rimangono padroni di tutta 
ritalia, dalla capellatura alpina ai calcagno 
siculo, nasce in Cartagine Terenzio, l'amico 
di Scipione minore, il quale, come un astro 
sporadico, s'accende brilla e si spegne dopo 
ventisei anni di vita. 

La Macedonia e la Grecia diventano delle 
Provincie romane, Cartagine s'accascia sulle 
proprie rovine, e mentre Giulio Cesare sorge 
e trionfa, Lucrezio espone in versi la filosofia 
di Epicuro col proposito di liberare gli animi 
dal giogo della superstizióne e scrive delle 
pagine stupende sulla natura in fiore, sulla 
peste fatale, sulla fanciulla trascinata agli 
altari dalle crudeltà di rito: ecco l'Eneide 
di Virgilio, decenne lavoro di un poeta so- 



Sguardo generale 13 



vrano, e le elegie di Tibullo e dì Properzio, 
le Odi e le Satire di Orazio finché, durante il 
secondo triumvirato, nel tempo in cui Marco 
Agrippa costruisce il Pantheon, Ovidio scrive 
le Metamorfosi, i Fasti e diventa il più fecondo 
poeta dell'età augustea. 

Omai una nuova èra principia: Gesù Cristo 
predica la sua fede, catechizza i discepoli poi 
muore crocefisso; e mentre il cristianesimo 
in mezzo alle tenebre e alle persecuzioni si 
diflbnde ecco Stazio, l'autore della Tebaide 
col suo magnifico decimo canto sulla morte 
di Capaneo. 

In quel tempo Vespasiano inizia il Colosseo, 
Plinio publica la sua Storia Naturale, il Ve- 
suvio 'seppellisce Pompei ed Ercolano e l'im- 
pero di Roma si slarga vasto e magnifico fino 
alla Gran Brettagna. Poi Tolomeo fonda il suo 
sistema, l'impero comincia a decadere e men- 
tre la sua immensa compagine si sgretola e si • 
sfascia, nell'India remota appare Kàlidàsa, lo 
Shakespeare orientale, l'autore di Qakuntala, 
Urvàsl, Malavikà e Agnimitra, drammi splen- 
didissimi nei quali il vivo e profondo senti- 
mento della natura si sposa ad una 'forma 
poetica cosi suggestiva che, oggi ancora, ci 
seduce. 

Eccoci alle soglie del medio evo: gli Unni, 
i Goti i Visigoti, irrompono come una grossa 



14 Capitolo primo 



fiumana pei^ ogni luogo, si contendono i do- 
mini, asserviscono i popoli con la brutalità 
della loro forza selvaggia eppoi, di schiavi 
diventati padroni, versano nelle vene esauste 
degli aborigeni il loro sangue giovane e ar- 
dente. Dalla mescolanza delle lingue barbare 
col latino volgare si forma l'italiano, il francese, 
lo spagnuolo, il portoghese e il rumeno e, nel 
tempo in cui Belisario toglie Roma agli Ostro- 
goti, fiorisce la poesia araba, la qastda ima- 
gi nosa e ridondante e quando i Merovingi 
con Dagoberto toccano Tapogeo, il Corano di 
Maometto, fra il sibilo delle spade e il palpito 
dei vessilli, diventa il libro sacro dell'Islam. 
Siam giunti al mille. Umberto Biancamano 
timidamente occhieggia nella storia come ca- 
postipite della dinastia sabauda, principia a 
manifestarsi l'attività commerciale di Genova 
e di Pisa nel Mediterraneo e, nel tempo in 
cui si costruisce la cattedrale di S. Lorenzo 
in Genova ed Avicenna cementa Aristotele, 
appare in Persia Firdusi, uno dei più grandi 
poeti del mondo, che raccoglie nei cento ven- 
timila versi del suo « Libro dei Re » un com- 
plesso* di tradizioni che abbraccia venti secoli 
di storia! Due anni dopo la sua morte Guido 
di Arezzo semplifica la notazione musicale e 
introduce in musica le terze maggiori e mi- 
nori. Poi si inizia e si compie il ciclo gran- 



Sguardo generale 15 



dioso delle crociate ed ecco in Germania l'e- 
popea nazionale dei Nibelunghi e, nella vec- 
chia Castiglia, il poema sulle gesta del Cid. 

Mutano i tempi e seguono le vicende: Bar- 
barossa compie la sua usurpazione ed è scon- 
fitto a Legnano; Gengiskàn fonda il più vasto 
impero che sia mai esistito e gli è contem- 
poranea la celebre tenzone fra amante e ma- 
donna di Giulio d'Alcamo, uno dei più antichi 
documenti della nostra favella. Federico II 
fonda a Palermo l'Accademia da lui presie- 
duta e, nel tempo in cui Niccolò Pisano e 
Cimabue iniziano gli splendori dell'arte e San 
Tommaso compone la « Summa », Dante Ali- 
ghieri compita l'alfabeto. 

La gloria della poesia italiana principia 
dunque con l'apparita di una stella. Mentre 
Dante compone la « Vita nuova » e la « Com- 
media » M^rco Polo esplora l'Asia, Clemente V 
trasporta la sede dei papi in Avignone; scoppia 
in Sicilia la rivoluzione dei Vespri, Arnolfo 
di Cambio costruisce il duomo di Orvieto e 
la Chiesa di Santa Croce in Firenze, finché, 
alla morte del poeta, l'arte della guerra si 
avvia verso la modernità perchè Bertoldo 
Schwarz ha ritrovato la polvere da fuoco. 

Fioriscono in seguito Francesco Petrarca 
in Italia e Goffredo Chaucer in Inghilterra: 
durante la loro vita Marin Fallerò pone la 



16 Capitolo primo 



prima pietra del nuovo palazzo ducale in Ve- 
nezia e Gian Galeazzo Visconti decreta l'e- 
rezione del duomo di Milano. Giovanni van 
Eyck inventa la pittura a olio, Cola di Rienzi 
tenta di ripristinare in Roma la repubblica. Ed 
ecco che un lampo di genio guizza per tutti 
i cieli: Giovanni Gutenberg ha inventato la 
stampa, ha cioè aperto la via a tutti i fiumi 
dello scibile. Leonardo, Raffaello, Michelan- 
gelo stupiscono il mondo coi loro capolavori 
e, nell'anno stesso in cui il Verrocchio inco- 
mincia il mausoleo del cardinal Forteguerri, 
avendo per allievi Leonardo da Vinci e il 
Perugino, e Paolo Toscanelli scrive al Co- 
lombo la sua famosa lettera per incitarlo a 
Ripassar la dotte nascono le spederie^j nasce 
in Reggio Lodovico Ariosto. 

Ivano in, dopo aver fondato l'impero russo 
che liberò dalla soggezione dei tartari, muore 
nell'anno in cui il Bojardo principia a scri- 
vere l'Orlando Innamorato. 

Cristoforo Colombo intraprende il viaggio 
famoso; Vasco di Gama gira il Capo di Buona 
Speranza e mentre Gustavo Wasa libera la 
Svezia dalla dominazione danese Hans Sachs, 
calzolaio di Norimberga, scrive il poema 
« U Usignuolo di Wittemberg » preludio della 
Riforma. Ed ecco Martin Lutero col suo 
* Catechismo » , Copernico con le « Rivoluzioni 



Sguardo generale 17 



celesti^ ecco infine i <i^ Lusiadi t> di Camoens, 
il poema epico nazionale dei portoghesi che 
celebra le loro imprese marittime. 

Fioriscono Giovanni Kochanowski in Polonia 
e Torquato Tasso in Italia, che operano fe- 
condissimi nel tempo in cui Francesco Drake 
compie per la prima volta il giro del mondo 
e prospera la monarchia di Savoia con Ema- 
nuele Filiberto; e mentre Paolo Veronese 
dipinge nel palazzo ducale di Venezia, Mar- 
io we scrive il Faust e. Shakespeare i suoi 
primi drammi. 

Entriamo ora nel seicento. Corneille e 
Milton, quasi coetanei, si trastullano ancora 
bambini quando Harvey scopre la circolazione 
del sangue e Keplero pubblica la sua « Astro- 
nomia nuova » , trionfano poi, col Corneille, Ea- 
cine e Molière in Francia, Nicolò Zrinyi in 
Ungheria, il Marino in Italia, il Milton in In- 
ghilterra. Nello stesso anno in cui Corneille 
rappresenta la « Medea » Galileo immagina 
l'applicazione del pendolo agU orologie quando 
Molière mette in scena il « Tartufo » , Milton 
pubblica il suo poema. 

Secolo forte fu- quello, delirante di sublimi 
intuizioni, di gesta eroiche, di innovazioni 
feconde: fu il secolo di Richelieu, di Mazza- 
rino e di Cromwell. Nel seicento infatti Galileo 
scopre i satelliti di Giove, Huygens scorge 

A. Padova». 2 



l'anello di saturno, Newton dimessa l'a^^^^ 

zione universale, Leibn^-f;^rl^^^^^ 
differenziale e Papin ci dà 1* J"™ y^- 

a vapore. Claudio ^onteverde compo^^^^ 

rianna e l'Orfeo, la pittura ^t-l^^^^^^^o, la 
l'Allori, il Dolci, il Palma, Il Domemcn , 
scoltura col Bernini; mentr_e, «^^^^f '.^..^ti 
stiamo ad una rinascita. o^mbrandt 

dipinge iliaco a. *W»»,^^X»a., 
la «iJowda di «o«e»,Muriuoi» ^ la 

VanDyc.i.^^^j^^^^^/V,Tr',^„ 

;r:;^er::Cssin.,^.-^^^^ 

Fra tank e si varia operosità poMica^^^^^ ^ ^ 
tifica e artistica, Molière sm ^ ^^^ Milton 
Racine 1' ^Atalm » , Cornei ® Sventura di 

il « Paradiso perduto » , Z.rinyi ^ j^j^q de^l^ 
Sxiget*, Martino Opi^^ ] ^^uAdone*- 
poesia tedesca », e il ^^"^^''^^ 

♦ 

II 26 aprile del 1^99, ^^^^ fj^agto 
lattia di fegato, m'^*^'^^,^^^" colo molle e ca- 
e principia, il settecento, u ^^ ^io 

priccioso in cui trionfa 1 aicoA^ 

e lo spadirxo i^crue^*^' ^^^e, ^d ai- 

Quando leietro 11 Granae, 



Sguardo generale 19 



cune capanne svedesi, getta le fondamenta 
di Pietroburgo, THolberg, scrive il suo poema 
eroicomico « Peder Paars » e il Voltaire, gio- 
vinetto, frequenta il collegio dei gesuiti. 
Quando Linneo pubblica il suo lavoro im- 
mortale sulla classificazione delle piante e 
il Pergolese compone lo ^ Stabat Mater^y in 
Olanda il van Haren scrìve il poema sulle 
« Avventure di Friso » . Mentre Klopstock è 
ancora in fasce il Vico stampa la « Scienza 
Nuova » e il Metastasio rappresenta a Napoli 
il suo primo dramma finché, allorquando il 
poeta tedesco, fatto uomo, finisce i venti canti 
della sua « Messiade », Lavoisier e Schede di- 
chiarano per i primi che l'acqua è un corpo 
composto e iniziano la nuova chimica. 

Goethe ed Alfieri nascono nell'istesso anno 
in cui Rousseau pubblica la sua prima opera: 
Schiller e Burns appaiono anch'essi coetanei. 
Alessandro Pope scrive il suo famoso « Riccio 
rapito » e traduce in inglese l'Iliade, lo Chénier 
in Francia e il Monti in Italia assistono, Tuno 
al nascere della rivoluzione di cui fu vittima 
innocente, l'altro all'avvento e alla gloria na- 
poleonica e quando la strangùria toglie la vita 
al Voltaire, il Monti pubblica i suoi primi saggi 
poetici e Carlo Goldoni richiama il sorriso sulla 
scena italiana. Prima che il secolo si chiuda 
nascono Byron, Heine, Puskin, Michiewicz, 



20 Capitolo primo 



Leopardi, Uhland, Lamartine, Shelley, Fo- 
scolo, Tégner, Czelakowzky e Bryant. 

E principia il secolo XIX nel cui grembo 
il genio poetico s'afforza e si ritempra per 
l'operosità di. quelli che v'entrano adulti, per 
il fervore dei giovani che nacquero dopo la 
caduta del Direttorio. La rivoluzione prima, 
le gesta napoleoniche dopo, sono ai poeti 
incitamento e stimolo. Attraverso le folte e 
intricate vicende avvenute durante la vita 
di Napoleone, ogni popolo riconosce di quando 
in quando fra i suoi poeti un novello Tirteo. 

Nell'anno stesso in cui muore il Monti, 
Adamo Mickiewicz pubblica il suo poema 
« Corrado di Vullenrod » nel quale suonano a 
stormo le campane dell'insurrezione polacca; 
e quando muore il Foscolo esce l'ultimo vo- 
lume dei Promessi Sposi. Per tutta l'Europa 
mentre la scienza, avuta la prima macchina 
a vapore da Papin e la pila da Volta, mol- 
tiplica le invenzioni e le scoperte, il risveglio 
poetico si espande, nuovi ideali vigoreggiano, 
sicché l'intera umanità sembra una enorme 
crisalide che mette le ali. 

Le ferrovie percorrono i continenti, i pi- 
roscafi solcano i mari, una vasta maglia di 
vene aeree s'intreccia e infittisce intorno al 
globo e la parola vi circola e pulsa come il 
sangue. Le singole nazioni sentono più ad- 



Sgipardo generale 21 



dentro i vìncoli della fratellanza universale, di- 
ventano anch'esse gli organi vitali del mondo. 
Il poeta partecipa a questa operosità insolita 
come un corpuscolo travolto nel circolo impe- 
tuoso della vita. Emozioni sconosciute lo tur- 
bano, invenzioni e scoperte lo iniziano a mi- 
steri creduti imperscrutabili e la sua arte, 
riflettendo lo stato dell'animo, aderisce meglio 
al proprio tempo, ne ritrae le caratteristiche 
colla fedeltà d'uno stampo che impronta l'im- 
magine. 

In Spagna José Espronceda scrive « El 
Diablo mundo » e lo Zorrilla, dopo i dician- 
novemila versi della sua « Leyenda del Oid » 
è incoronato con gran pompa nell'Alhambra; 
in Ungheria Alessandro Petòfl diventa il primo 
lirico della nazione; in Russia il Puskin e il 
Lermontow sono salutati innovatori; in Ger- 
mania fioriscono Heine, Uhland e Lenau; in 
Inghilterra il Tennyson; in Polonia il Michie- 
wicz; in Francia Victor Hugo Lamartine e 
Musset; in Norvegia il Wergeland; in Svezia 
ilTégner; iu Boemia il Czelakowsky; nell'A- 
merica lontana Bry ant Poe e Longfellow. Eppoi? 

Poi il presente, l'oggi, nomi noti a tutti e 
vicende contemporanee ; una morbosa smania 
di novità e di innovazione. L'analisi psicolo- 
gica s'acuisce e sottilizza, il metodo scienti- 
figo si esplica anche in poesia. Dappertutto, 



22 Cavito^ mimo 



CapUoH |hu 



ma specialmente dove ferve operosa la ci- 
viltà, trovi il poeta singolare che persegm 
un'arte nuova, preannunziata, intuita forse, 
ma incerta ancora. Il Rig-Veda, il Ramàyàna, 
il Mahàbhàrata sono diventati favolosi, si nega 
resistenza di Vyàsa di Valmiki e di Omero, 
si vuol persino abbattere Shakespeare dal suo 
piedistallo di gloria. 

La scienza offre al poeta contemporaneo 
un patrimionio di cognizioni cosi vistoso, la 
storia una messe di fatti cosi folta, che il poema 
— sintesi completa di usi e di costumi, di glo- 
rie e di sconfitte — soverchia omai la poten- 
zialità del poeta il quale, operando in un campo 
più ristretto, ha finalmente sentito e rivelato 
neir opera sua l'enorme anima universale che 
palpita ritmicamente dappertutto, l'ha sentita 
e l'ha cantata nel cuore dell'uomo e dell'uc- 
cello, nel cratere del vulcano enei calice di 
un fiore. I poeti contemporanei esplorano dun- 
que tutte le vie e solcano il monte della gloria 
di nuovi sentieri; i più si avviano sulle orme 
dei maestri eppoi, a un certo punto, si gettan 
da una parte e proseguono soli: son questi 
gli imitatori dei sommi nelle loro opere gio- 
vanili i quali poi, fatti adulti, scopron sé stessi; 
altri invece, audaci e ribelli fin dall'inizio, 
aflfrontan l'erta senza guida e senza scorta 
e la voce della propria anima sposano aka 



Sguardo generale 23 



poesia come la vibrazione si sposa alla nota: 
e questi sono gli innovatori, la vanguardia 
coraggiosa che tante vittime abbandona lungo 
il cammino. 

Di questa immensa legione quali i geni e 
quanti gli ingegni? Arduo quesito, tortuoso e 
ingannevole come un labirinto, arduo e intri- 
cato come un crittogamma a triplice chiave. 



Il poeta è un animatore è, quasi sempre, 
un veggente. Ogni cosa egli abbellisce, ogni 
vicenda innalza e sublima e il grande fascino 
che tutti gli aedi diffondono, l'immensa loro 
popolarità per cui certi poeti sposano il loro 
nome a quello della terra che li ha generati (^) 
deriva da una illusione. Convergi, lettore, la 
tua attenzione su quello che ora ti scrivo e 
avrai la prova di fatto. 

Due nozioni og*ni uomo riconosce in sé du- 
rante la sua vita mortale: il reale, vale a dire 
ciò che possiede ed ha e Tideale, vale a dire 
ciò che non ha ma desidera di avere. Eifletti 
su questo aforismo e vedrai che esso incarna 



(*) Patria di Dante, di Goethe, di Shakespeare, ecc. 



24 Capitolo primo 



un vero. Qualunque sia la tua proprietà e il tuo 
bene, qualunque sia Tincremento della tua ric- 
chezza e della tua felicità sempre, lettore, tu 
nutri di giorno in giorno dei nuovi desideri 
perchè, in fin fine, il desiderio è il pungolo 
della speranza ed è connaturato all'uomo e 
pur vario sempre come la sua stessa effigie. 
Ebbene, il poeta, fra tutti gli uomini di genio, 
è quello che apparentemente soddisfa i nostri 
desideri, adescandoci col miraggio di una 
idealità conseguita ; egli insomma allaccia il 
reale all'ideale, è il grande illusionista d'ogni 
anima sitibonda. 

Ne vuoi le prove? Eccole: Ripensa, lettore, 
agli autori da te conosciuti e vedrai anzitutto 
che le tue predilezioni non sono costanti, ve- 
drai cioè che certi poeti, in gioventù predi- 
letti, nell'età matura hai forse obliato, tribu- 
tando la tua ammirazione ad altri scrittori 
che prima ignoravi o trascuravi. Ancora : ri- 
pensa ai poeti preferiti e poniamo siano essi, 
fra gli italiani, il Dante, l'Ariosto e il Leo- 
pardi. Dovrai ancora riconoscere che, non 
sempre, ti sentirai portato a leggere le loro 
opere con egual fervore ma, a norma del tuo 
stato d'animo, sceglierai or l'uno or l'altro 
autore. 

Che cosa significa questo fatto cosi comune? 
Significa che quando preponi un poeta a un 



Sguardo generale 25 



altro, la lettura che tu prescegli risponde in 
quell'ora ai tuoi desideri, soddisfa insomma 
la sete della tua idealità, ti porge un con- 
forto, illusorio se vuoi, ma eflfìcacissimo per 
tutte le anime sensibili. Io son quasi sul punto 
di parafrasare il celebre motto di Brillat-Sa- 
varin: «dimmi che cosa mangi e ti dirò chi 
sei» sostituendo alla vivanda la strofe. 

Il poeta insomma, tende a impersonare e 
vivificare l'ideale, quello che meglio vi rie- 
sce diventa un poeta sovrano. (Questo il mo- 
tivo per cui la materia plastica che ogni 
poeta foggia nel canto è composta di imagini 
di simboli e di allegorie, vale a dire di pro- 
cedimenti che concretano l'astratto, che pos- 
sono vestire di forme le passioni e i senti- 
menti, i vizi e le virtù, che raffigurano cioè 
tutto il mondo dell'ideale. 

La poesia può dunque espandersi dovunque 
come l'aria e la luce, di modo che il poeta 
può sfrondare l'albero della scienza a norma 
delle proprie vocazioni. Canti egli la tempesta 
che sconvolge l'oceano o quella che infrange 
il cuore dell'uomo, il vagito e il rantolo di un 
mondo o di una creatura, tutte le arti, tutte le 
scienze, gli offrono gli elementi necessari per 
comporre le imagini che rischiarano ogni più 
astruso pensiero, che amplificano ogni piccola 
idea come lo specchio e le lenti il paesaggio. 



26 Capitolo primo 



Creatore e animatore a un tempo: ecco 
il poeta sovrano. Quantunque egli non oc- 
cupi nella scala della genialità il primissimo 
posto — che spetta allo scienziato — egli è 
più famoso di ogni altro suo fratello spiri- 
tuale e, in fatto di popolarità, è sopravvan- 
zato dal guerriero e dal profeta soltanto. Di- 
vulgatore d'ogni conquista, dalla scoperta 
scientifica al viaggio famoso, dalla gesta eroica 
alla teoria filosofica, col magistero della pa- 
rola, coli' avvenenza dell' imagine, col velo 
dell'allegoria e l'efficacia del simbolo, an- 
nobilisce ogni cosa, ogni ideale tramuta in 
realtà ogni più cruda realtà idealizza. Fra gli 
uomini di genio egli solo può invadere il 
campo di tutte le arti e di tutte le scienze 
senza trascorrere e suggere per ogni dove il 
nettare prelibato per il suo bugno mellifero. 

Vuol essere un filosofo perchè la sua indole 
lo inclina a scrutare i problemi della vita e 
della morte dell'essere o non essere? Ecco 
Lucrezio Caro col « De rerum natura » il più 
bel fiore della filosofia epicurea e Giacomo 
Leopardi che spreme nei suoi « Canti » il pes- 
simismo di Schopenhauer. 

Vuol essere un poeta scienziato perchè lo 
spirito d'osservazione è connaturato alla fan- 
tasia poetica? Ecco Virgilio che scrive i quat- 
tro libri delle Georgiche, poetando i precetti 



Sguardo generale 27 



sull'agricoltura, Tarboricoltura, rallevamento 
del bestiame e l'educazione delle api. 

Vuol essere un poeta guerriero perchè sente 
nel sangue la fiamma bellicosa che lo con- 
suma? Ecco le esortazioni anapestiche di Tirteo 
inspirate alla musa della strage e dello ster- 
mìnio; ecco i canti marciali di tutti i popoli, 
dal SchwertUed di Teodoro Kòrner alla Mar- 
seillaise di Rouget de Tlsle, dal « die Wacht 
am-Rhein^ di Max Schneckenburger all'inno 
di Goffredo Mameli. 

Vuol essere un poeta esploratore perchè 
l'irrequietudine innata lo inclina alla vita 
nomade e avventurosa? Ecco la decenne pe- 
regrinazione di Ulisse neYH Odissea di Omero, 
ecco i Lusiadi di Gamoens, protagonista Va- 
sco di Gama. 

Vuol essere infine un poeta profeta perchè 
nutre sentimenti mìstici ed è sensibile a tutti 
i dolori che affliggono il genere umano? Ecco 
ancora Federico Klopstock coi venti canti 
della sua Messiade nei quali si celebrano le 
meraviglie del cristianesimo, la vita e la pas- 
sione del Redentore; e Giulio Variboba, il più 
illustre degli albanesi, con la sua « Vita di 
Maria Vérgine-». 

Ma esiste proprio il poeta filosofo, profeta, 
scienziato, esploratore e guerriero? Potremmo 
noi studiarne i prototipi separatamente fer- 



Capitolo primo 



mando per esempio la nostra attenzione su 
Leopardi, Klopstock, Lucrezio, Camoens e Tir- 
teo e designandoli come poeti filosofi, profeti, 
scienziati, esploratori e guerrieri? Se pensiamo 
all'argomento da loro trattato si, ma rispetto 
alla poesia per sé stessa, vale a dire alla 
tecnica del verso, il poeta non può essere 
che scultore pittore o musicista. Giacomo 
Leopardi ad esempio è un filosofo perchè i 
suoi canti sono Feco fiorita degli aforismi di 
Schopenhauer; egli però, mettendo in poesia 
quei pensieri, li esprimerà scultoreamente pit- 
toricamente o musicalmente. 

Scultorea sarà la sua poesia se il verso è 
sintetico, la strofe rapida e serrata, densa e 
concisa — caratteristica di Dante e di Car- 
ducci — pittorica, se ricca di parole croma- 
tiche, di sembianze e vedute abilmente ritratte 

— caratteristica del Petrarca e dell'Ariosto 

— musicale infine se il poeta s'abbandona 
all'armonia del verso prodigando gli aggettivi 
ridondanti e i vocaboli sonori come Lamar- 
tine e Metastasio. 

Pensa or tu, lettore, a questo fatto e rico- 
noscerai che il poeta, riguardo all'argomento 
della sua poesia, può essere sì un filosofo, un 
profeta, un guerriero, uno scienziato o un 
esploratore se il soggetto vi corrisponde ma, 
come artefice di versi, egli è unicamente scul- 
tore pittore o musicista. 



Sguardo generale 29 



Quand' io pensai per la prima volta questo 
mio studio sull'uomo di genio come poeta — 
fu una sera d'inverno nel caldo silenzio del 
mio studio — sopra un foglio di carta dise- 
gnai un impalcato disposto cosi: 

poeta scultore Giosuè Carducci 

» pittore Francesco Petrarca 

» musicista Alfonso de Lamartine 

» filosofo Giacomo Leopardi 

» guerriero Tirteo 

» esploratore Luigi Camoens 

» scienziato T. Lucrezio Caro 

» profeta Federico Klopstock 

Pochi giorni dopo ero già salito al sommo 
dell' impalcatura coi materiali accumulati 
quando mi accorsi che la mia costruzione non 
era né solida né equilibrata. Vidi cioè che l'ar- 
gomento della poesia poteva essere estraneo 
alla caratteristica del poeta il quale, come 
artefice di versi, qualunque sia il soggetto 
del suo canto, è scultore pittore o musicista 
soltanto. 

E ragionai allora cosi: Se io suppongo un 
medesimo tema svolto da vari poeti vedrei 
che Dante e Carducci gli conferirebbero una 
impronta scultorea, Petrarca ed Ariosto pit- 
torica, Lamartine e Metastasio musicale per- 



30 Capitolo primo 



che ciascun d'essi sorti dalla nascita la pre- 
valenza di una delle tre virtù. E allora smontai 
il castello tremolante, lo rifeci in più modeste 
proporzioni ed ecco l'ossatura solida e com- 
patta del mio edificio il quale gravita ora su 
tre cariatidi fondamentali, vale a dire la scol- 
tura la pittura e la musica aggiogate al tem- 
pio della poesia. 

Studiando l'uomo di genio come poeta noi 
trascureremo dunque il soggetto del canto per 
dimostrare in che modo il poeta ha espresso 
le proprie idee o le altrui per stabilire quindi la 
caratteristica individuale: l'idiosincrasia poe- 
tica : elemento importantissimo perchè quali- 
fica l'artista e rivela l'indole sua. 

Io riconosco insomma in ogni artefice di 
versi uno' scultore un pittore o un musi- 
cista imperfetto che una delle tre arti non col- 
tivò perchè la strapotente sua imaginazione 
lo fece poeta, vale a dire uno scrittore inchi- 
nevole a creare dei quadri delle statue o delle 
musiche col magistero della parola. Pittura 
e scoltura animate, musica che pensa: ecco 
cos'è questa figlia dell'imaginazione che noi 
chiamiamo poesia. 

L'altezza della fantasia soverchia dunque 
nel poeta la sua iacLole acaltorea pittorica o 
musicale. Questa sllsl vocazione innata però 
non è distrutta ma Xstt^nte, somiglia alla, cri- 



Sguardo generale 31 



salide sopita che cova nel sonno la resurre- 
zione prossima. 

E quando il poeta, eccitato dal furor crea- 
tivo, stimolato dalla fantasia operante com- 
pone, allora la virtù segreta si svela, insorge 
e s'accony)agna via via al pensiero, nutre la 
strofe della sua sostanza sicché la poesia ri- 
sulta scultorea pittorica o musicale, riflette 
cioè r indole dell'artista e ne. impronta lo stile. 

I grandi poeti poi, i gent sovrani, sortirono 
quasi sempre le tre caratteristiche insieme 
pur dimostrando la prevalenza d'una di esse. 
Per tale vicenda essi raggiunsero le eccelse 
vette dell'arte, riuscirono a scrivere delle 
opere nelle quali le forme 1 colori e i suoni 
concorrono a creare il capolavoro. 

Vediamo or dunque di . dimostrare queste 
verità, studiamo insieme, lettore, il poeta scul- 
tore il poeta pittore e il poeta musicista sin- 
golarmente. 






CAPITOLO SECONDO 



IL POETA SCULTORE 
(DANTE) 



Plastico come la creta, come il 
marmo compatto, sia il tuo verso 
o poeta! 

da ima qagida araba. 



^JlDOVAN. 



IL POETA SCULTORE 



La S2^jxgolaritk più spiccata del genio dan- 
tesco & l'indole scultorea. Dante Alighieri, 
come p. oeta sovrano, è pittore, musicista, fl- 
voaoto, scienziato, esploratore, guerriero e pro- 
leta; ma la gua dote predominante, quella 
mag-g-iormente palese e tenacemente conna- 
turata a.i suo ingegno è d'indole scultorea. 

JVoj vedremo come, quasi sempre, là dove 
egJi SI rj_vela altissimo, ci presenta la statua 
li bassorilievo. E la vicenda è notevole per- 
ché l'inc^ole scultorea rivela nel poeta inte- 
x«EL^ ^*.nimo, forza di carattere ed- infles- 
sibilità di volere, poiché gli elementi che la 
caratterizzano, queUj anzi che la improntano, 
sono la suprema vivezza, la rigidità, la bre- 
viloquenza. 

In Dante lo stile é sintetico, breve e ser- 
rato, conciso e vibrante, immune d'ogni prò 
Ussita; uno stile eie fog-g-ia le idee, le ima 



36 Capitolo secondo 



gini e i personaggi, condensando il maggior 
numero di pensieri nel minor numero di parole. 

« Multum in parvo » ecco il motto che lo 
contraddistingue. 

Quasi sempre, quando Turge il bisogno, il 
poeta scultore, con spontaneo impeto lirico, 
ci dà la parola cristallina che circoscrive 
in poche frasi ciò che altri avrebbe diluito 
in un periodo: egli insomma dice cose e non 
parole e le sue parole son di sillabe e di idee 
a un tempo. 

Ripensiamo per poco alle varie manife- 
stazioni del nostro poeta sovrano: Il soave 
episodio di Francesca, che dal Boucher a Mosè 
Bianchi ha suggerito un'intera galleria di qua- 
dri e rincontro con Matelda al sommo del Pur- 
gatorio: ecco il pittore. 

« La dolce sinfonia di paradiso > che risuona 
per tutta la terza cantica con degli spunti 
melodici soavissimi: ecco il musicista. 

L'apostrofe all'Italia e a Firenze nel canto 
sesto del purgatorio; la predica di San Pietro 
contro i pontefici nel ventisettesimo del pa- 
radiso: ecco il profeta. 

La divisione della città di Dite colla strut- 
tura morale dell'Inferno nel canto undecimo: 
ecco il filosofo. 

Il fantastico viaggio e la tragica morte di 
Ulisse che precipita nel gorgo con la navi- 
cella avventurosa: ecco l'esploratore. 



Il poeta scultore - Dante 37 

L'astronomia tolemaica e la fisica aristo- 
telica ripartite per tutto il poema e dichia- 
rate con le belle imagini evidenti: ecco lo 
scienziato. 

La « Roma vedova e sola che dì e notte chiama: 
Cesare mio, perchè non 7n'acco?npagne? » . I fre- 
miti di sdegno e di ribellione, l'invito ad Ar- 
rigo VII imperatore: ecco il guerriero. 

Ecco insomma il poeta altissimo, multiforme 
e multanime, taumaturgo di tutte le arti e 
di tutte le scienze. Ma se noi rievochiamo in 
Dante il poeta scultore, non uno o due canti, 
non poche terzine raccogliticce, ma tutto il 
poema risponde al nostro appello perchè dap- 
pertutto trovate Tatteggiamento scultoreo, la 
mossa gladiatoria, una qualche rigidità di 
forma o di espressione che ricorda la linea 
epica monumentale. 

Un contrassegno d'indole scultorea, che 
appare per tutto il poema, ed è costante e 
continuo come la terzina e Tendecasillabo, è il 
vocabolo sintetico, la parola plastica che co- 
stringe in poche sillabe il verbo e l'attributo 
e conferisce allo stile quella forza di rilievo per 
cui l'idea diventa la vivente realtà delle cose. 
Questi vocaboli ricorrono cosi numerosi e fre- 
quenti nella Divina Commedia da compilarne 
un dizionarietto nel quale si potrebbero stam- 
pare con dei caratteri più vistosi parecchie 



38 Capitolo secondo 



parole che Dante ha di proprio arbitrio co- 
niato; talvolta con si larga prodigalità, da 
innestarne due in un verso solo. 

«S'io mMntaassi, come tu mMmmii » 

Ecco i verbi intuare (penetrare in te) e im- 
miare (compenetrarsi, divenir meco una cosa 
stessa). Due parole fuse di getto, che il poeta 
ha inventato, tanto era prepotente in lui l'abi- 
tudine della concisione. 

E ricordo ancora, fra i vocaboli più rap- 
presentativi, i verbi: accarnare, concreare, 
dibarbare, dischiomare, dismagliare, imbe- 
stiare, imborgare, impelare, impolare, incie- 
lare, incinquare, indonnare, inforsare, ingra- 
dare, sgagliardare . . . . i quali però, noverati 
così di seguito a guisa di repertorio, sem- 
bran aridi al pari di un cumolo d'ossa, ma 
quando invece ci si presentano serrati nel 
verso come fra le branche di un forcipe, ac- 
quistan veramente l'aspetto di un pezzo di 
carne che palpita e sanguina. Ricordate? 

Nella ghiaccia dell' Antenora, allorché il 
poeta afferra Bocca degli Abati per la cuti- 
cagna e gli strappa un ciuffo di capelli per 
costringerlo a nominarsi, il dannato grida: 

perchè tu mi dischiomi ^ 
né ti dirò chMo sia, né mostrerolti. 



Il poeta sculiore - Dante 39 

Nell^. bolgia dei falsatori di metalli, dinanzi 
a un peccatore che con Tugne si traeva giù 
la scabbia, Virgilio interroga: 

o tu che con le dita ti dismaglief 

Nella seconda cornice del purgatorio Ri- 
nieri da Calboli, alle parole del poeta che si 
nomina con una perifrasi^ risponde: 

Se ben lo intendimento tuo accarno 
Con lo intelletto... 

Nel Purgatorio ancora, sul sesto girone, 
alludendo ai bimbi che metteranno un giorno 
la barba, troviamo la parola che suggerisce 
la visione immediata: 

Prima fien triste, che le guance impeli 
Colui che mo' si consola con nanna. 

Nel Paradiso, ricordando la natura ange- 
lica che s'addensa su per la chiostra gloriosa: 

Questa natura si oltre s'ingrada 

In numero, che mai non fu loquela,. 

Né concetto mortai che tanto vada. 

e altrove: 

Dio vede tutto e tuo veder sHnlui 



40 Capitolo secondo 



E quel verbo sontuoso e magnifico che 
comprende ogni cosa creata ed è più plastico 
della stessa creta nella sua significazione 
ideale? Ricordate? 

Siamo al termine della visione; la pre- 
ghiera di san Bernardo ha commosso la Ver- 
gine e Dante, rifatto degno e puro, giunge 
il suo aspetto col Valore infinito, riesce cioè 
a saziarsi nella contemplazione della divinità. 
Che ci dice egli di Èssa? Ci dice che ha ve- 
duto, raccolte in un sol punto, tutte le me- 
raviglie sparse per l'universo, sostanza e at- 
tributo, accidente e lor costume: tutte le gioie 
dunque, tutte le bellezze, fuse in una gioia 
e in una bellezza unica. E per dichiarare al 
lettore V innumere tesoro delle meraviglie 
che egli vide in un sol punto conchiuse, il 
poeta termina la famosa terzina con un verbo 
breviloquente: 

Nel suo profondo vidi che sMnterna, 
Legato con amore in un volume, 
Ciò che per l'universo si squaderna; 

Leggendo quest'ultimo verso là nostra at- 
tenzione converge intiera su quel vocabolo 
che allarga gli orizzonti della fantasia oltre 
ogni confine sicché dobbiamo ammirare la 
prepotente plasticità di quella parola che In- 
gigantisce tutti i pensieri. 



Il poeta scultore - Daiite 41 

E non cito di più perchè dovrei smidollare 
tutto il poema e scriverei allora un discorso 
sulla plasticità dei vocaboli danteschi che 
ci svierebbe dalle nostre investigazioni. Ho 
voluto soltanto trascrivere alcune parole scul- 
toree per ricordare che il vocabolo plastico, 
simile alla gemma che Torafo serra nell'in- 
cassatura preziosa, sfolgoreggia di nuove luci 
quando un uomo di genio lo trasceglie e lo 
innesta nel verso. 

Per poco che si conviva con lo spirito di 
Dante, rileggendo e commentando il suo libro 
divino, quella sua maschia rigidità di stile, 
quella sua forma terribilmente espressiva, 
quel suo dire breve e serrato, e persino la 
sporgente ossatura del verso, sembran colpi 
di scalpello vibrati sul marmo che diventa 
statua. 

I poeti pittori invece, come il Petrarca fra 
i contemporanei di Dante e il Pascoli fra i 
viventi, sono più prolissi, lumeggiano i loro 
concetti con dolci e soavi sfumature, con dei 
tocchi leggeri e delicati, usano la penna a 
guisa di pennello e, singolarmente nella scelta 
degli aggettivi e degli epiteti, si dimostrano 
coloritori espertissimi, presentandoci tutte le 
varie gradazioni della scala cromatica. Non 
così dei poeti scultori ; essi, anche quando di- 
pingono, distendono i loro colori senza am- 



42 Capitolo secondo 



morbidirli e addensano Tombra eloquente là 
dove il pittore invece la lumeggia con delle 
sfumature. 

La qualità specifica del genio di Dante come 
poeta scultore è altresì palese nella struttura 
del poema che si può definire: un edificio ar- 
chitettonico simmetricamente pensato e co- 
struito non soltanto neirinsieme delle sue 
linee monumentali, ma in tutti i dettagli di 
portici e di colonne, di porte e di finestre, di 
mensole e di trabeazioni; armonioso* e pro- 
spettico persino nelle leggiadre quisquilie 
decorative di modanature e di cornici, di 
fregi e di rosoni, di maschere e di cimase: 
sontuosissimo tempio dalle mille guglie scol- 
pite che in voce di poesia ci canta la gloria 
dei secoli come un immenso organo di marmo 
canoro animato da un artefice sovrano. L'ar- 
chitettura di questo immenso edificio risulta 
dall'ordine e dalla proporzione delle sue parti; 
ed io non apro una parentesi analitica per dimo- 
strarlo poiché si contano omai a decine i vo- 
lumi dei jcommentatori pazienti ed eruditi sulla 
struttura architettonica del poema, sulla ma- 
tematica corrispondenza delle sue parti sicché 
noi sappiamo che persino il numero dei versi 
si pareggiano, perché V Inferno ne conta 4720, 
il Purgatorio 4755 e il Paradiso 4758. Ricor- 
derò invece che Dante, come se avesse voluto 



Il poeta scultore ^ Dante 43 

insistere sul fermo proposito di comporre un'o- 
pera di bella simmetria, ci avverte egli stesso 
che vorrebbe diffondersi ma glie lo vietano 
la misura del canto e il rigido confine che 
si è imposto (1). 

Elemento importante poi, che grida a tutta 
voce esser Dante un poeta scultore, sono i 
personaggi e le scene della Divina Commedia 
e precisamente le figure più vigorose, gli 
episodi più notevoli e suggestivi son quelli 
che ritraggono l'atteggiamento scultoreo, la 
mossa gladiatoria o la linea monumentale. 
Senza ch'io dica, tu stesso, lettore, ricordi su- 
bito le maschie figure dei dannati che Dante 
ha scolpito e le ombre di Filippo Argenti e 
di Farinata, di Capaneo e di Giasone, di Ber- 
tram dal Bornio e di Ugolino, si levano, vive 
e spiranti davanti a te, come se fossero sfug- 
gite allo Stige, all'arche, al fuoco, alle sferze, 
alle spade e alla ghiaccia. 

Tutto il poema è opera monumentale, do- 
vunque trovi la statua * o il bassorilievo, in 
ogni bolgia, in ogni cerchio, in ogni girone, 
c'è la forma plastica che bestemmia o che 
prega, che insorge sdegnosa o che si accoscia 
dolorando, la figura carnale insomma che il 
poeta scultore ha modellato. 



(*) Piirg., XXIX, 97 e XXXIII, 136. 



44 Capitolo secondo 



Nella schiera degli artefici scultori però vi 
vi sono tempre d'artisti diversissime e fra 
una statua di Michelangelo e una di Canova; 
come fra r« Ercole in riposo » di Pietro Puget 
e r « Apollo e Dafne » di Guglielmo Couston la 
differenza è palese anche agli occhi profani. 

Da una parte la maschia robustezza, un'e- 
suberanza di vitalità che schizza da tutti i 
pori, e muscoli turgidi e tendini tesi e nervi 
vibranti; dall'altra la femminea mollezza del- 
l'atteggiamento, le membra carnacciute e tor- 
nite, la castigata leggiadria delle attiche mo- 
venze. Il moto opposto alla quiete, la gran- 
diosità alla grazia. Due caratteri d'artista in- 
somma che diflferiscono ma si equivalgono; 
due scuole famose che ebbero i loro idoli e 
i loro profeti : Michelangelo e Puget, Canova 
e Thorwaldsen. 

Dante, come poeta scultore, è l'anima di 
Michelangelo che parla in voce di poesia. 

E il poeta scultore, che sorti dalla natura 
un temperamento michelangiolesco, possiede 
un dono rarissimo, una virtù somma che gli 
permette di innalzarsi con fermo volo là dove 



Il poeta deultore ' Dante . 45 

pochissimi arrivano. Perchè? Perchè Tarte 
michelangiolesca, oltreché plasmare dei pen- 
sieri e dei sentimenti, con la sua tecnica ori- 
ginale, ne suggerisce dei nuovi a chi con- 
templa. 

Lo scultore di genio che ci presenta delle 
figure poderose, sbozzate soltanto neirinsieme 
dei rilievi più salienti, ma che mostrano an- 
cora le impronte della subbia e dello scal- 
pello, senza pulitura di lima, senza leviga- 
tura di smeriglio; sicché l'osservatore igno- 
rante le direbbe incompiute, conferisce al- 
l'opera sua un fascino grande perchè costringe 
lo spettatore a un lavoro di fantasia per cui 
esso compie mentalmente quell'opera di fini- 
mento che l'artista ha trascurato e cosi si 
illude di essere il collaboratore dell'opera 
d'arte. 

Eccoci dinanzi alle tombe della Cappella 
Medicea in Firenze. I due mausolei si fanno 
riscontro; le quattro figure umane che im- 
personano l'Aurora e il Crepuscolo, il Giorno 
e la Notte, sono adagiate sulle semplici ar- 
che funerarie. Non una di quelle statue può 
dirsi materialmente finita; esse son là mu- 
scolose e vibranti, ma in più parti soltanto 
sbozzate sicché tu quasi supponi che lo scul- 
tore debba ritornare col calcagnuolo, la gra- 
dina e il trapano per togliere in qua e là il 



48 Capitolo secondo 



di Capaneo invece è una statua del Bernini, 
una concezione irruente ma squilibrata la 
quale, essendo fatta maggiore di quanto do- 
vrebbe essere, genera il barocco. 

Plasmando Farinata il genio scultoreo di 
Dante s'abbandonò al proprio impulso e creò 
il capolavoro: reincarnando l'ombra di Capa- 
neo invece dimostrò lo sforzo di una crea- 
zione voluta e quindi artifiziosa. 

Un altro fatto, che riescirà palese ad ogni 
studioso, rafforza il confronto fra il genio di 
Dante e quello di Michelangelo e affratella 
le due creature sovrane. Come Michelangelo, 
coltivando simultaneamente la scultura, Tar- 
chitettura e la pittura riesci a darci tre ca- 
polavori, quali sono il Mosè, la cupola di 
San Pietro e il Giudizio universale; cosi il 
genio multammo di Dante poeta eccelse sin- 
golarmente nelle arti predilette dal Buonar- 
roti, fu cioè architetto scultore e pittore mi- 
rabile. Architetto nella simmetrica costruzione 
del suo poema, scultore nei canti di Farinata 
e di Ugolino, pittore in quelli di Francesca 
e di Matelda. E non cito gli altri passi noti 
e famosi come quelli di Pier della Vigna, di 
Buonconte da Montefeltro, di Manfredi, di Cac- 
ciaguida, perchè in essi non c'è un'impronta 
tutta scultorea o tutta pittorica, ma risentono 
dell'una e dell'altra, son canti nei quali la 



Il poeta scultore - Dante 49 

pittura la scoltura e la musica si alternano 
o si immedesimano come elementi informativi. 

Un altro fatto, d'eflScacia grandissima, che 
conferma la singolarità scultorea del genio dan- 
tesco, sono le perifrasi e le immagini ripartite 
per tutto il poema con prodigalità cesariana. 
Rileggendo con un po' d'attenzione le tre can- 
tiche, noi vediamo sovente che Dante, quando 
ci vuol ricordare un personaggio senza no- 
minarlo, ce lo presenta in atteggiamento scul- 
toreo. 

Cosi Bidone è ^ colei che s'ancise amorosa; t^ 
AnjSarao « quello a cui s'aperse^ agli occhi de' 
tebariy la terra; > l'Aurora « la chiarissima an- 
cella del sole; » San Domenico « il santo atleta » 
Eliseo « colui che si vengiò con gli orsi; » Enea 
e V antico che Lavinia tolse ;^ Pasifae colei « che 
s'imbestiò nelle imbestiate schegge » . Il poeta in- 
somma obbedisce all'impulso innato della sua 
indole scultorea; persino Iddio, che è puro 
spirito, forma invisibile e intangibile, è rein- 
carnato nelP « Ortolano Etemo ». 



L'aver Dante sortito dalla natura un inge- 
gno di poeta scultore, l'essere questa sua fa- 
coltà poetica la più spiccata, gli conferisce 

A. Padovah. 4 



50 Capitolo secondo 



un'impronta di originalità per cui egli è un 
vero genio rappresentativo. 

Quei poeti che manifestano nelle loro opere 
un'indole scultorea pronunziatissima sono in- 
fatti i più originali perchè, con le imagini, le 
perifrasi, i simboli, le allegorie, le similitu- 
dini, la plasticità dei vocaboli, con tutti gli 
elementi insomma di cui la poesia s'informa, 
non solo modellano la statua, ma riescono a 
mostrarci una figura d'ossa e di carne di la- 
grime e di sangue, che parla, gestisce e rivive 
poi idealmente nella memoria d'ogni lettore. 

Ora con un Mteggiamento di parole, ora 
con un'imagine efficace, essi ci rappresen- 
tano la verità che respira, non come la si 
indovina nel quadro in cui la prospettiva si- 
mula la lontananza e la vicinanza e le om- 
bre scimmieggiano il rilievo, ma come ce la 
dà la statua nella quale, i tendini, i muscoli, 
le vene e i nervi, sono realmente impietrati 
sicché basta talvolta un guizzo della fantasia 
e la figura s'imporpora, parla e cammina. 

Ciò che lo scultore non può fare, quel mi- 
racolo per cui Pigmalione vivificò Galatea e 
che Michelangelo parafrasò gridando al suo 
Mosè: adesso parla! il poeta sovrano lo com- 
pie perchè, con l'artifizio dell'arte sua, dopo 
di aver modellato la statua può farla par- 
lare e gestire, può attribuirle le passioni che 



Jl poeta scultore - Dante 



51 



lo esagitano e allora la fredda rappresenta- 
zione plastica acquista un'attrattiva che stra- 
vince ogni altra creazione d'artista perchè 
diventa vitale. 

Questo il motivo per cui il poeta sovrano, 
che è scultore o pittore, nel presentarci i suoi 
eroi, quando infonde in essi l'alito della vita 
e li fa parlare ed agire, diventa filosofo, scien- 
ziato, esploratore, guerriero o profeta a norma 
delle parole che mette loro nella bocca e delle 
passioni che loro infonde. 

Abbiamo detto che il poeta scultore è denso 
e rapido, succinto e conciso, plastico e forte: 
aggiungiamo ancora che esso rivela l'indole 
michelangiolesca in Dante, quella canoviana 
nel Foscolo e nel Poliziano. Il poeta meno ori- 
ginale è invece il poeta musicista, quello cioè 
in cui predomina l' indole musicale perchè, ^ 
abbandonandosi egli all' onda della melodia 
che gli fluisce spontanea col verso, riesce 
prolisso e fiacco, monotono e stucchevole e ne 
studieremo le ragioni più innanzi quantunque 
possiamo fin d'ora asserire che tutti gli im- 
provvisatori e quasi tutti i poeti prediletti 
dalla folla appartengono alla categoria dei 
poeti musicisti. 



52 Capitola secondo 



Donde viene al poeta scultore questo sug-. 
gello individuale cosi rilevato e riconoscibile 
per cui manifesta quel suo preciso e saldo 
carattere che lo fa più originale del poeta 
pittore? 

Comparando il (Juadro e la statua noi po- 
tremo facilmente dimostrare le caratteristiche 
che distinguono il poeta scultore dal poeta 
pittore. 

Il quadro, è noto ad ogni pupilla veggente, 
si compone di elementi più vari e più com- 
plessi di quelli che informano l'opera sculto- 
rea, due fra di essi notevolissimi perchè sono 
degli artifizi ai quali la scultura non deve sog- 
giacere e cioè la prospettiva, che sostituisce a 
un oggetto la sua imagine descritta, e il chia- 
ro-scuro, che simula il rilievo sopra una su- 
perficie piana. Il pittore dunque, per imitare 
il vero, deve ricorrere a varie finzioni, deve 
manipolare un maggior numero di ingredienti 
e ottiene Tefifetto con delle invenzioni astute 
alle quali lo scultore si sottrae. Siccome la 
graduazione dei colori è infinita, siccome ogni 
pittore possiede una gamma cromatica indivi- 



Il poeta scultore - Dante 53 

duale che lo inclina a sentire e quindi ad usare 
con maggior larghezza un colore piuttosto che 
un altro, così il vero, in pittura, si raggiunge 
con sacrifizi più gravi e più duri che non in 
un'opera scultorea nella quale la purezza della 
linea e la correttezza della modellatura sono 
ì soli elementi essenziali, qualunque sia la 
materia con la quale la statua è plasmata. 

Questo riguardo all'opera d'arte. Quanto 
all'osservatore poi il fenomeno si complica an- 
cora perchè anche chi contempla il quadro 
possiede la propria nota cromatica individuale 
che lo inclina a preferire una tonalità di co- 
lori sopra le altre; ed ecco il motivo di certe 
predilezioni, affatto soggettive, che pareggiano 
per numero e per varietà gli elementi che 
formano l'opera d'arte. 

Chi contempla un quadro subisce dunque 
l'imposizione dell'artista fino a un certo li- 
mite, vero è che nel numero degli ammira- 
tori v'ha sempre chi loda il disegno, chi in- 
vece il colorito, chi la prospettiva, chi il 
chiaro-scuro; ciascuno insomma è portato a 
godersi maggiormente quello che sente di 
più e che meglio risponde alla sua nota or- 
ganica; raramente quindi tutti i fattori che 
compongono il quadro trovano un'eco di vi- 
brazioni unisone in ogni spettatore. La sta- 
tua invece, siccome risulta di un unico com- 



54 Capitolo secondo 



plesso di superflci che danno il rilievo, è 
meno soggetta alla critica che non lo sia un 
dipinto e, quando è veramente bella, acca- 
rezza gli occhi di tutti. 

Un esempio palpabile e chiaro varrà più 
d'ogni dissertazione a provare la verità del- 
l'asserto. 

Scegliamo alla ventura due capolavori e 
cioè un quadro e una statua e siano fra i più 
noti: la Madonna della Seggiola di Raffaello 
nel Palazzo Pitti in Firenze e la Venere di 
Milo al Louvre di Parigi. Non occorre ban- 
dire una pubblica votazione per concludere 
che il pubblico, pur ammirando V opera so- 
vrana, è più inchinevole a sindacare il quadro 
che la statua, appunto perchè nel quadro vi 
sono un maggior numero di elementi che ecci- 
tano la critica, che anzi la aizzano. È noto al- 
tresì che gli stessf analisti di professione ma- 
nifestano i pareri più vari e discordi davanti 
al quadro che non davanti alla statua." 

V'ha chi loda nella Madonna della Seggiola 
la vivezza dei colori, altri invece la trova 
un po' illanguidita; l'uno s'accende d'entusia- 
smo dinanzi al volto della Vergine, quest'al- 
tro ci trova a ridire, chi esalta la perfezione 
del disegno, chi invece ne scorge delle pec- 
che; tutti, insomma, davanti all'opera pitto- 
rica, possono manifestare la loro equazione 
personale con una certa libertà di pensiero. 



Il poeta scultore - Dante 



Cavalcasene e Crowe, dopo di aver ammi- 
rato le forme « cosi maestrevolmente model- 
late, i lineamenti cosi puri, lo sguardo tanto 
soave T> aggiungono che « se l'abilità del pit- 
tore si mostra nella felice disposizione delle 
figure, questo effetto però lo ha potuto con- 
seguire sacrificando in alcun modo la natura 
dell'arte » e osservano ancora che la Vergine 
tiene il ginocchio sinistro troppo alto Q). Il 
Passavant invece dice che il quadro ha 
« qualcosa dell'affresco » che « la maniera in- 
gegnosa, franca e magistrale del dipinto » av- 
valorano questa sua congettura ('-^). LoSpringer 
trova che « le forme fiorentine sono sostituite 
dalle forme romane e alla delicatezza di un 
bel colorito chiaro sottentra un tono ampio 
e pieno d'effetto ». - 

Sulla Venere di Milo invece il giudizio della 
folla e quello dei critici è quasi concorde e il 
tributo di lodi che le generazioni v'hanno a 
mano a mano recato sono unanimi. Perchè? 
Perchè ad informare la statua concorrono 
meno elementi che non pel quadro, perchè 
infine, siccome la statua rappresenta un at- 



(*) Cavalcaselle e Crowb. Raffaello e le sue opere, 
Firenze, Le Mounier, 1890, voi. II, pag. 265-66. 

(^) Passavant I. D. Raffaello d^VrUno, Firenze, Le 
Monnier, 1899, voi. II, pag. 275. 



56 Capitolo secondo 




timo deUa vita colto dal vero ^,^^^rl^ ^^.^ 
in tutto rilievo, essa riesce a ^^ ^ul^^^^ ^^] 
maggior efficacia non dovendo lo ^ .^^ e ^^^ 
correre alle finzioni della V^^^^^\^, ^j-to ^^^' 
chiaro-scuro che sono degli artifizi 
perati per contraffare la realtà. -^^ni^^^*^ 
Per ristessa ragione U poeta che rr^ j^i^Boe 
delle tendenze spiccatamente scultore ^^^^^j:.cx 
assai meglio del poeta pittore a "^"^^^t^ri^^ 
i suoi personaggi nelle loro ^^^^^..^.^j-e V^^' 
e risulta più originale del poeta pi^ ^ . ^ ^evo 
che i mezzi di cui si serve per imitar ^ p^et^ 
sono meno complessi di quelli cu 
pittore adopera. 



^ ^ 



3^1t0eT)te 



scili" 

Ho detto che Tindolo essenziial^''''^^^^ ^jx 

torca di Dante come poeta ha ^^^/! -y^i ch^ 
genio rappresentativo, uno dei "P^? .\^ale? ^^^ 
dimostrano un'impronta, tutta iud^"^^ ^^^ ;Ma 
incarnano cioè un rae-fcodo e ^^^^ acb'^S^^' 
Dante è un genio sovra^xio ciò sig^^ ccell®^^^^ 
pur essendo un poeta scMiltore V^^ ^.^^ Anzii? 
è altresì poeta pittore » i>oeta ^^^^^^^genta 1* 
quasi sempre, anche c3_x:ia,ndo ^^ 1? ^^^e, i^' 
figurazione viva e spix-^fc*iite del su 



fi poeta scultore - Dante 57 

tuendo, per virtù d'ingegno, la necessità di 
crearle intorno un ambiente affinchè il perso- 
naggio possa muoversi ed agire non al modo 
di un automa ma come una creatura vera, 
ci dipinge con. larghe e robuste pennellate 
l'aspetto del luogo circostante ed allora la 
subbia e la gradina, il pennello e la tavo- 
lozza s'alternano con varia vicenda. È da 
notare però che Dante, quando mette mano 
al pennello, lo impugna alla maniera di Mi- 
chelangelo: è sempre uno scultore che di- 
pinge. Anzi, talvolta, certe sue scene fanta- 
siose, ci ricordano gli scenografi dell' epoca 
aurea: il Ferdinando Bibiena e il Giambat- 
tista Piranesi i quali presentarono con gran- 
diosa imponenza d' assieme le belle visioni 
pittoriche e le poderose prospettive con dei li 

mezzi sbrigativi, adoperando cioè le vaste ' 

pennellate satolle, i forti contrasti dei chiaro- 
scuri e gli scorci audaci di sotto in su. 

Quando Dante dipinge (pochissimi passi ec- 
cettuati) cura la massa, l'effetto e trascura il 
dettaglio. Raramente riesce a pennelleggiare 
le morbide sfumature nelle quali eccelle il 
Petrarca e stupisce addirittura l'Ariosto. 



58 Capitolo secondo 



Eppure c'è un canto nella Divina Commedia 
che il lettore cavilloso potrebbe ricordarmi 
con Tintenzione di screditare l'indole sculto- 
rea del poeta. 

Nel primo girone del Purgatorio, là dove 
procedono chine sotto il peso dei massi gra- 
nitici le anime dei superbi, Dante scorge 
lungo la parete dello scaglione, certi basso- 
rilievi scolpiti nella roccia, i quali raffigurano 
storie ed atti di somma umiltà. 

Giustappunto rileggendo quella descrizione 
mediocre sorge spontanea la domanda : Que- 
sta è dunque la virtù di Dante scultore? E 
l'arte del poeta ci sembra impicciolita per- 
chè si sminuzza, pedanteggia, singolarmente 
nel modellare il bassorilievo di Trajano che 
compie l'atto di giustizia a beneficio della ve- 
dovella prosternata. 

Perchè questo? Se veramente è connatu- 
rata al poeta l'indole scultorea, egli doveva ap- 
punto in quella digressione manifestare aper- 
tamente la forza plastica del suo pollice scùl- 
tile. Cosi ragiona l'osservatore superficiale, 
cosi sofistica il critico miope. Ma se si giù- 



Il poeta scultore - Dante 59 

dica imparzialmente questo fatto è una nuova, 
anzi una più chiara conferma della nostra af- 
fermazione. 

Dante è scultore grande e potente per virtù 
innata, per impulso spontaneo e irrefrenabile, 
ci dà insomma la vera statua soltanto quando 
essa gli appare come un pensiero non cercato 
e non voluto; sul primo balzo del Purgatorio 
invece non si tratta di una creazione interiore 
ma di cosa preesistente, che è estranea al poeta 
e che egli s'ingegna di descrivere al lettore: 
è insomma una figurazione veduta fuori di 
sé e non dentro sé. Quando Dante scolpisce 
la gigantesca* figura di Farinata, la statua 
si forma e si incarna per una serie di im- 
pulsi creativi che muovono dal cuore al 
suo cervello e dal cervello alla penna. Ogni 
parola che Dante spende intorno ad essa é 
un atto riflesso d'una imagine pensata, un 
colpo di subbia che toglie il superfluo e 
dà rilievo a un qualche dettaglio, sicché la 
figura si vien formando a poco a poco, di 
mano in mano ch'egli, vedendola e senten- 
dola ingigantire dentro di sé, s'accende di 
entusiasmo e con le parole schiette, polpute 
e sintetiche, riesce a mostrarla anche al let- 
tore. Per tal modo il poeta, assorto e ra- 
pito in quell'interna visione, s'abbandona in- 
tero, col corpo e coU'anima, al flotto dei propri 



60 Capitolo secondo 



pensieri, asseconda con la penna gli impulsi 
della fantasia, senz'altra preoccupazione fuor- 
che quella di manifestare i suoi sentimenti, 
di portare e rifare fuori di sé, in forme visi- 
bili e tangibili, il fantasma ideale della sua 
anima sognante. 

Allora Dante è crudamente sincero, riesce 
suggestivo e manifesta con la prepotenza del 
genio l'indole scultorea innata. 

Nel primo girone del Purgatorio il fatto è 
psicologicamente diverso perchè il poeta si 
trova davanti ad una serie di bassorilievi già 
scolpiti i quali rappresentano certi atti di 
umiltà ch'egli, prima di mettere in versi, 
ha trascelto di sulle pagine della storia. H 
compito di Dante non è dunque quello del 
poeta che crea, ma del poeta che descrive. 
Creando egli si concede tutto intero al fan- 
tasma che gli appare e che vuol vestire di 
ossa e di polpe e l'entusiasmo, che è passione, 
soccorre Fintelligenza, che è ragione ; mentre 
quando descrive il cuore può anche tacere, 
la passione è sopita e il verso allora non scorre 
più fluido e ardente, vivo e sostanziale, ma 
si svolge nell'uniforme monotonia del ritmo 
e del metro. 

Dante, nel primo girone del Purgatorio, 
perchè osservò e riprodusse un bassorilievo 
che vedeva fuori di sé fu impersonale: nel- 



Il poeta scultore - Dante 61 

rultimo cerchio deirinferno invece, plasmando 
con le proprie mani gli atteggiamenti deirU- 
golino e dei suoi figliuoli di mano in mano 
che la visione si materiava dentro di lui, rie- 
sci personalissimo. 

Nella cornice dei superbi dunque Tartiflzio 
dell'arte, nella ghiaccia dell' Antenora un mi- 
racolo d'arte e di passione a un tempo. 

Vediamo ora come nel canto di Ugolino il 
poeta scultore riesca a presentarci dei bas- 
sorilievi vivi e potenti e con che mezzi e per 
quali impulsi di spontaneità creativa. Cer- 
chiamo di sorprendere l'uomo di genio mentre 
lavora; di scrutare i segreti della sua arte 
sovrana. 



La bocca sollevò dal fiero pasto 

Quel peccator, forbendola a' capelli • 
Del capo, ch^egli avea di retro guasto. 

Poi oominciò : 

Ecco il primo bassorilievo, digrossato con 
pochi ma fermi colpi di scalpello. Il poeta in- 
fatti non dice verbo del viso di Ugolino, ne 
descrive soltanto Tatteggiamento e il lettore 



62 Capitolo secondo 



è stimolato a compiere il primo sforzo men- 
tale, deve cioè raffigurarsi la fisionomia e 
la mimica del Conte, colmando la lacuna 
voluta da Dante: è il primo lieve incitamento 
che ci costringe a portare una parte del 
nostro io nelFopera d'arte, per cui principia 
fra lo scrittore e il lettore quella corrispon- 
denza di vibrazioni che preannunzia raccordo 
imminente. 

« Pai cominciò: » E T Ugolino parla a Dante, 
gli si presenta, lo impietosisce, e segue il se- 
condo bassorilievo: 



Breve pertagio dentro dana muda 



M'avea mostrato per lo suo forame 

Più lune già, quand' io feci il mal sonno 
Che del futuro mi squarciò il velame. 

Tutto questo in piena luce, nello sfondo poi, 
come segnata a graffito, la visione del sogno 
presago e funesto che fece TUgolino nella notte 
e cioè i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi 
che cacciano il lupo e i lupicini al monte. 
Anche qui nessun vocabolo cromatico, nessun 
aggettivo che ricordi Toscurità umidiccia della 
carcere, nessun epiteto pittorico al racconto 
dei sognati lupicini inseguiti, ma soltanto po- 
che parole che ricordano la forma e non il 
colore: «Cagne magre, studiose e. conte». 



Il poeta scultore - Dante 63 

n terzo bassorilievo si annunzia con le pa- 
role: 

Quando fui desto inuanzi la dimane, 

Pianger sentii fra il sonno i miei figliuoli 
Ch'eran con meco, e dimandar del pane. 

E immediatamente segue l'apostrofe al poeta: 

Ben se' crudel, se tu già non ti duoli 
Pensando ciò ch'ai mio cor s'annunziava. 
£ se non piangi, di che pianger suoli T 

Come si vede la scena si anima, già il calore 
della vita imporpora la scoltura e i personaggi 
manifestano apertamente la commozione che 
li esagita. Ed ecco il quarto bassorilievo ; cir- 
coscritto da tre terzine: 

Già eran desti, e l'ora s'appressava 
Che il cibo ne soleva essere addotto, 
E per suo sogno ciascun dubitava. 

Ed io sentii chiavar l'uscio di sotto 
All'orribile torre ; ond' io guardai 
Nel viso a' miei figliuoi senza far motto. 

Io non piangeva; sì dentro impietrai; 
Piangevan elli ; . . . . 

Michelangiolesca davvero questa figura- 
zione, prepotentemente suggestiva perchè qui 
il lettore non è stimolato, ma è addirittura 
sferzato a lavorar di fantasia allorché, giunto 



64 Capitolo secondo 



\ 
t 



al terribile verso: « Io non piangeva; si den- 
tro impietrai ; » la mente eccitata gli sug- 
gerisce l'orrendo aspetto dèirUgolino, ch'egli 
può atteggiare come vuole quanto ai pic- 
coli dettagli fisionomici, i quali saranno più 
evidenti ed acquisteranno maggior forza di 
rilievo a norma dell'impressionabilità di chi 
legge. Ognuno però ha dinanzi a sé, ben 
chiara e circoscritta, la figura del Conte 
nell'atteggiamento appena digrossato in cui 
lo ritrasse il poeta e cioè immobile, con le 
pupille fisse, impietrito dal dolore. 

La plasticità di questo traslato è d'una chia- 
rezza suprema, esso rappresenta il colpo di 
subbia decisivo alla figura del traditore e pa- 
lesa lo stato dell'animo suo. Noi siamo dunque 
commossi da due vibrazioni unisone poten- 
tissime: l'emozione estetica, che è suggerita 
dalle sembianze scùltili del personaggio e l'e- 
mozione passionale dall'orrendo presentimento 
che lo strazia; ormai non siamo più spetta- 
tori del dramma, crediamo veramente di es- 
serne gli attori. 

E la tragedia incalza e precipita verso la 
catastrofe: 

Però non lagrimai, né rispos' io 

Tutto quel giorno, né la notte appresso, 
Infin che l'altro sol nel mondo uscio. 



Il poeta actUtore - Dante 65 

Come è angosciosa questa sosta, questa lunga 
pausa dì inaudito dolore! Il poeta prolunga 
nel tempo, per un giorno e per una notte, 
la visione deirUgolino impietrito, finché: 

Come un poco di raggio si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 
Per quattro Tisi lo mio aspetto stesso. 

Ambo le mani per dolor mi morsi 

e 1 figli, pensando che quell'atto manifestasse 
una voglia famelica, si levano e si offrono al 
padre. E questa scena rappresenta il quinto 
bassorilievo. Anche qui nessuna pennellata su 
quelle cinque faccie, (tanto pallide sul fondo 
cupo della carcere buia!); il poeta, rifiutatore 
aperto d'ogni lirismo, scolpisce, non dipinge, 
e lascia che il lettore imagini i visi smorti 
e sparuti delle vittime, lo costringe anzi a 
ricordare quei dettagli ch'egli ha taciuto, e 
noi, nel fervore della fantasia operante, diven- 
tiamo inconsciamente i collaboratori dell'opera 
d'arte. 

Poscia che fummo al quarto dì venuti, 
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi 
Dicendo: Padre mio, che non m' ajuti T 

I figli allora cascano esausti l'uno dopo l'altro 
a' piedi del padre ed ^gli, già cieco, si mette 

A. Padovan. .'> 



66 Capitolo second-o 



a brancolare vagellando sui cadaveri per due 
giorni interi, finché, allibito dal digiuno, stra- 
mazza anch'esso sui cari corpi disfatti. 

Ci son qui tre episodi scolpiti in una sola 
cornice; un trittico eloquente che riassume 
la catastrofe finale: Gaddo che invoca Tajuto 
del padre. Il padre delirante che brancica 
sui cadaveri dei figli e per ultimo Tepilogo 
fatale; il bassorilievo della morte, vale a dire 
il padre esanime sulle spoglie putrescenti. 

Tre terzine procellose e vibranti che ti 
succhiellano addentro la visione. Un poeta 
pittore, neir ultimo atto di questo dramma, 
avrebbe scritto parecchie pagine, si sarebbe 
indugiato in dettagli minuziosi di lumi, di 
ombre e di scorci ; un poeta musicista avrebbe 
messo nella bocca d'ogni morente grida di 
aiuto e di disperazione, ridestando fors'anche 
la cupa eco nella carcere sotterranea; un 
poeta filosofo, valendosi dell' esperienza di 
Ugolino e dell'ingenuità dei figliuoli, avrebbe 
intessuto un dialogo platonico sul tipo del 
Fedone; Dante scultore invece scrive tre sole 
terzine che comprendono le cinque agonie e 
le cinque morti e quando la tragedia è com- 
piuta, con un endecasillabo lagrimoso o san- 
guinante, ci dà l'epilogo, scolpisce cioè il suo 
ultimo bassorilievo: 

Poscia più che il dolor potè il digiuno. 



Bmn 



Il poeta scultore - Datìte 67 

Atrocissimo verso, vieppiù terribile e sug- 
gestivo perchè di dubbia interpretazione. 

Il lettore impressionabile spiegherà che il 
dolore fu più forte del digiuno, ed ecco TU- 
golino morto di schianto sui cadaveri intatti 
dei figliuoli. 

Il lettore impassibile dirà invece che il di- 
giuno ha sopraffatto il dolore, ed ecco il padre 
che addenta le carni della sua carne. 

Nell'ambiguità di questo verso dunque, che 
può essere pietoso o mostruoso, Dante ha in- 
consciamente rivelato un segreto d'arte dei 
sommi poeti; questo : L'uomo di genio non 
suggerisce ma suscita pensieri, muta cioè lo 
spettatore in attore il quale è maggiormente 
commosso e compreso della sua parte fittizia 
perchè vi partecipa con la propria anima, 
vale a dire con una mimica tutta interiore, 
più intensa quindi e più vera di quella creata 
dal comico col gesto. 

Prima d'accingersi a scrivere questo canto 
il poeta ha forse pensatamente voluto queste 
omissioni e queste ambiguità, queste sintesi 
scultoree e l'alternarsi dell'emozione estetica 
e passionale che abbiamo notato? 

No, Dante obbedì all'impulso della sua in- 
dole, scrisse come il cuore gli dettava, con 
quella irrefrenabile spontaneità lirica che gli 
SUggeri, a tempo e luogo, le famose invettive 
contro Firenze e contro il papato. 



%B Capitolo secondo 



Siamo noi critici che davanti all'opera sua, 
analizzando e raffrontando, possiamo scrutare 
l'arte del poeta e dimostrare le caratteristiche 
essenziali del suo genio. 

Dante non seppe forse mai d'essere un poeta 
scultore nato, come l'Ariosto certamente non 
Sisara mai detto: Io sono un poeta pittore. Essi 
furono sinceri, stamparono il loro carattere 
nell'opera, con la stessa tenacità e prontezza 
con cui il torsello impronta la moneta. Ed 
è appunto perchè secondarono sempre la loro 
voce interiore che noi possiamo oggi, stu- 
diando le opere, investigare e deiSnire l'in- 
dole degli autori poiché l'analisi è sempre 
più ampia e serena, la critica più agevole 
e spedita, quanta maggior sincerità è nell'o- 
pera d'arte. 

Se furono al mondo dei poeti che segui- 
rono senza perplessità e senza esitazione gli 
impulsi dell'anima nel creare sono essi i poeti 
sovrani, gloria e vanto d'ogni popolo, multi- 
formi e multanimi come le divinità, poeti na- 
zionali e universali al tempo medesimo perchè 
sì fanno capire da tutti, fra i quali primeg- 
giano e trascendono Omero e Virgilio, Dante 
e Shakespeare, Goethe e Victor Hugo. 

Sovrani nell'arte veramente, ma grandi ca- 
ratteri, eroi della forza e della volontà, sde- 
gnosi dei vani ed oziosi parlari, serenamente 



Il poeta scultore ^ Dante 69 

impassibili anche fra le angustie delle servitù 
quotidiane. 

Provatevi di adoperare il bulino critico sui 
libri dei poeti mediocri, dei naufraghi fa- 
mosi come Matteo Palmieri, Fazio degli liberti 
o Federico Frezzi per studiar l'uomo attra- 
verso le opere e cadrete in un ginepraio 
cosi fitto e spinoso da lasciarvi i brandelli. 
Questi poeti infatti, durante la loro vita, si 
preoccuparono massimamente di dilettare il 
pubblico che doveva giudicarli e quindi am- 
manivano la vivanda d'uso: erano l'eco di 
tutte le voci, lo specchio di tutti i pensieri 
e talvolta, come il Marino nel seicento e il 
Metastasio nel settecento, ebbero, durante la 
vita onori e gloria che i poeti sovrani ra- 
ramente godettero. 

Oggi però le forti e terse lenti della cri- 
tica s'affisano inesorabili sulle loro opere sic- 
ché la frode è scoperta, l'adulterazione svelata 
e il poeta, che i nostri avi avevano celebrato 
come un genio, diventa per la generazione 
attuale soltanto un ingegno, talvolta lo si cita 
appena come un talento. 

Per questo fatto, quando mi capita fra le 
mani un libro di qualche critico cruscaio che 
ristampa e commenta gli scritti di questi glo- 
riosi naufraghi del Parnaso, omai diventati 
cosi numerosi che non li ospiterebbe la ca- 



70 Capitolo secondo 



verna Coricìa, sono stimolato a gridargli: A 
che tanto spreco di mente e di mano, d'eru- 
dizione e di pazienza, intorno a un'opera che 
manca del primo, del più essenziale requisito 
del genio: la sincerità? Studiamo i mediocri, 
ma soltanto per l'efficace apprezzamento per 
cui i geni, al confronto, sfolgorano di nuove 
luci, come sfolgora la gemma preziosa ac- 
canto all'imitazione. Studiamo i naufraghi ma 
per scoprire le ragioni del loro naufragio, 
per incitare chi sa e può a volere la gloria 
e non la notorietà. 

Questo io pensavo rileggendo di questi 
giorni l'episodio del conte Ugolino nel quale 
si manifesta piena ed intera la rude schiet- 
tezza dell'indole dantesca ed anche mi son 
chiesto il motivo per cui questo canto, adorno 
di cosi stupendi bassorilievi, diffonde una vera 
energia di magnetismo sulle moltitudini ed 
è noverato fra i più belli di tutto il poema. 
Ed ecco, a mio giudizio, la ragione profonda 
e viscerale di questa attrattiva: 

Rileggendo l'episodio per intero si nota su- 
bito, a un primo esame, che il poeta scol- 
pisce prima il bassorilievo suscitando in chi 
legge un'emozione estetica e poi, valendosi 
dei mezzi che l'arte sua gli concede, infonde 
nella scoltura l'alito della vita e fa gestire e 
parlare i suoi personaggi, suscitando l'emo- 
zione passionale. 



Il poeta scultore - Dante 71 

Questo sapiente alternarsi della visione pla- 
stica e deiremozione affettiva, che si rinnova 
or si or no per tutto il canto con un crescendo 
impetuoso, è un'attrattiva irresistibile, è Tarte 
dei sommi che ci inviluppa nel cerchio fatale 
della fascinazione e finisce per sedurre i più 
restii, facendoli partecipare col cuore e col 
cervello al dramma che il poeta ha imaginato. 

L'artificio d'arte per cui il canto di Ugo- 
lino riesce a commoverci fino alle lagrime e 
strapparci altresì un grido di ammirazione 
per la sua sobria struttura scultorea è dun- 
que di una semplicità grande. Il lettore è 
adescato e sedotto e s'accende d'entusiasmo 
perchè il poeta gli presenta la visione e gii 
suggerisce immediatamente l'emozione. Non 
appena egli ci ha scolpito il bassorilievo, ri- 
movendo in noi l'impressione estetica, ci dà 
l'invettiva o il racconto e suscita l'emozione 
passionale, eppoi (arte dei grandi ingegni è 
questa) quando il dramma giunge al suo punto 
supremo, non c'è più il verso che scolpisce 
eppoi quello che infonde nella scoltura la vi- 
talità del gesto e della parola, ma c'è il colpo 
di scalpello decisivo, il vocabolo sovrano che 
fonde e lega la nozione plastica e la passio- 
nale : si dentro impietrai. Questo verbo, messo 
là in quel tempo e in quel luogo è vera- 
mente un verbo rappresentativo, E se voi leg- 



72 Capitolo aeconfìn 



1 



gete altrui questo bellissimo canto yedrete che 
chi ascolta incomincierà ad esser tutto vostro, 
intento al dramma col cuore e col cervello, 
proprio quando l'Ugolino, sentendo chiavar 
l'uscio dell'orribile torre, guarda nel viso a' 
suoi figliuoli senza far motto e non parla, non 
piange, non gestisce, ma rimane impietrito. 

Dante l'ha forse voluta questa parola so- 
stanziale? L'ha egli forse trascelta ad arte? 
Senza dubbio, no; essa sprazzo li per li dalla 
sua mente sovrana perchè era l'unico verbo 
plastico e vivo che la sua indole di poeta 
scultore poteva suggerirgli e se esso non fosse 
stato, giunto a quel punto del suo racconto, 
egli l'avrebbe creato, come creò a luogo e 
tempo, i verbi disunare, intreare, intuare, im- 
miare, inluiare. 

Questo fatto significa che il genio si ribella 
sovente alle regole stabilite dai più, •varca 
talvolta anche i confini della grammatica 0), 
ma si ribella soltanto quando le leggi dell'arte 
gli impediscono la libera manifestazione del- 
l'idea, quando il patrimonio della lingua non 
gli offre il fabbisogno. Allora supplisce alla 
mancanza con l'inventiva e questo strappo è 



(*) Ti ricordo, lettore, il verso 148° del IV canto del- 
l' Inferno : « La sesta compagnia in due si scema » . 



Il poeta 80uUorè. -^ Dante 



73 



quasi sempre efficace perchè la parola fresca 
e vergine è una creazione geniale. 



È nel canto di Farinata che Dante modella 
la statua. Una statua gigantesca che insorge 
da un avello infocato ed è plasmata con si 
fermo e spontaneo volere, che ci appare in- 
flessibile ed austera come un antico semone 
redivivo. Di tutte le figure dantesche questa 
è forse la più viva e la più possente, quella, 
che il poeta senti consanguinea e riprodusse 
con si grande evidenza ' rappresentativa da 
lasciare in essa, ben definiti e palesi, i segni 
dell'esser suo. 

Vedi là Farinata chi s' è dritto : 
Dalla cintola in sn tntto il vedrai. 



Ecco lo Sguardo sintetico che abbraccia il 
monumento nel suo insieme, quando la tela 
che lo inviluppava cade d'un tratto per terra. 
Ed è la plasticità di una sola parola che scol- 
pisce il dannato: Egli è dritto , dice Dante; 
tutto d'un pezzo dunque nella schietta e ma- 
schia rigidità delle sue forme. Dopo questo se- 



74 Capitolo secondo 



guono altri versi 
della fÌ2*ura: 



i che rivelano l'^sp^^^ 



Ed ei s^ergea col petto e colla fron ^^^ 
Come avesse lo inferno in g^a» ^**^^ 

Son dunque il petto e la fronte, i ric^^ ^^^^ 
del cuore e del cervello, che il po® gtveV^ 
in rilievo per significare che ^^^^^'^^!^^^ ^esta^» 
rinferno in disdegno. Arte dei grandi è q^ ^^^^ 
che vede prontamente e nettamente ^^^^, 
il pollice creatore deve, con ^^^^^^"^.^^^e ^^ 
stenza, premere la creta al fine di ^^ ^^^ 
vita. Farinata aveva V Inferno in S ^efi^^* 
spitto, questo voleva significare ^ ^ Que- 
• Un qualunque scultore avrebbe espr^^ ^^ 
sto sentimento con una, mossa gVaài^^ ^ ^^, 
gesto espressivo o un. attitudine P^^^^^Ivt^^^^ 
rebbe stata arte volgaire. l^o scnUor€> ^^^^q, 
invece ti presenta \xx\a figura d'vxvv^. ^^ ^^; 
stezza ieratica, ma oo-jx^erge Vatte^^^ g^4\ 
petto e sulla fronte x>erc\iè son ^^^^ . prin- 
deirintelligenza e do^Xi affetti: i ^^'^^^^^^^.j^vp 
cipali d'ogni azione vxmàna. In ^^^^^^^ntì,!* 
dunque, fermamente^ TnodeWati e sp^^ 
fronte austera e il petto magnanitft^ ^^^ 
l'indole di Farinata.. , ,^ pre- 

Dante, in questi x><^<^^ì versi, ^^ l'efli^' 
sentato la statua s.^u.s editando i^ ^^L^^*^ 
zione estetica ed o:r-^- salendosi ^^ 



Il poeta scultore - Dante 75 

della parola, le infonderà l'alito della vita, ri- 
velerà cioè al lettore l'intima essenza dei 
sentimenti ch'egli ha adombrato e desterà 
in lui l'emozione passionale. Farinata inter- 
roga, s'indispettisce, sentenzia; ma non si 
disfigura; assiste anzi impassibile al commo- 
vente episodio del Cavalcante, tutto chiuso 
nel suo pensiero come un cavaliere nell'ar- 
matura, e quando riprende, in voce di pro- 
feta, la magnifica perorazione Dante insiste 
una volta ancora sull'atteggiamento statuario 
del suo eroe e perchè la figura si stampi nel 
nostro cervello con un'impronta indelebile, ci 
ricorda che quel magnanimo a cui posta re- 
stato gli era, non mutò aspetto, non mosse 
collo, non piegò sua costa. 

È assolutamente impossibile di circoscri- 
vere con delle parole più incisive e sintetiche 
la bronzea rigidità di una statua. Nessuna 
altra figura evocata nel poema rivela l'indole 
scultorea in modo cosi aperto e sincero. Fa- 
rinata è il capolavoro di Dante scultore è per 
lui ciò che fu il David per Michelangelo e 
l'Ercole morente per Pietro Puget. 

Lo scalpello e la parola, governati dal ge- 
nio, possono dunque concorrere a uno scopo 
unico, la creazione cioè della statua materiale 
e di quella ideale, vale a dire il marmo che 
parla e la parola che impietra. E questo è 



76 Capitolo secondo . 



ancor uno dei mille esempi che provano la 
strettissima parentela delle lettere e delle arti. 

Quando invece TAlighieri vuol suscitare 
nell'animo del lettore la visione estetica del 
personaggio descrivendogli soltanto lo stato 
d'animo in cui si trova, ci dà ancora la statua 
ma egli non è più un precursore di Miche- 
langelo, bensì ci ricorda Lorenzo Bernini. 

Nel canto quattordicesimo delllnferno Dante 
evoca l'ombra eroica di Capaneo: uno dei sette 
re della Grecia, alleati di Polinice contro Tebe, 
il quale, tutto acceso da arder bellicoso, iner- 
picatosi sulle mura della città assediata, men- 
tre ferveva il fragore della battaglia, sfidò 
Giove a difenderla con si empia provocazione 
che il dio, sdegnato, lo colpi della folgore 
trisulca e lo uccise. Capaneo è dunque una 
brutta copia del Prometeo eschileo è insomma 
un impulsivo millantatore e simboleggia la 
temerità, che è l'arroganza dei deboli, men- 
tre Prometeo impersona il coraggio, che è la 
superiorità dei forti. Per sé stessa dunque 
la figura di Capaneo possiede di già varii 
elementi scultorei ed il poeta Stazio, dodici 
secoli prima di Dante, narrando la tragica 
morte del guerriero scrisse una delle più belle 
pagine della sua Tebaide. 

L'Alighieri ritrova ora Capaneo nel terzo 
girone del settimo cerchio infernale, là dove 



'' ^-'m 



Il poeta scultore - Dante 



sono puniti con la pioggia di fuoco i violenti 
contro Dio e, secondando l'indole sua conna- 
turata, ce lo riplasma in questi versi: 

Chi è quel grande^ che non par ohe curi 
Lo incendio^ e giace dispettoso e torto 
Sì, ohe la pioggia non par ohe il maturi? 



La forma umana ch'egli ci mette davanti 
è dunque distesa per terra: è enorme e giace 
dispettosa e torta sotto le falde infocate. Di- 
spettosa e torta: ecco i due aggettivi che il 
poeta rimesta col verso per delineare Tatteg- 
giamento di Capaneo, due attributi psicologici 
i quali, appunto perchè si riferiscono ad uno 
stato dell'animo, non suscitano nel lettore" 
nessuna chiara visione estetica, bisogna anzi 
ch'egli compia uno sforzo di fantasia per ima- 
ginare la posa del dannato. 

Soltanto quando Capaneo insorge con la pa- 
rola, parafrasando V antica bestemmia, sol- 
tanto quando Virgilio lo riprende con tanta 
forza di voce che Dante mai aveva udito l'u- 
guale, l'impetuosità indomita dell'eroe ci sug- 
gerisce la mossa in cui fu atteggiato. Dante 
però non suscita la visione plastica con pa- 
role scultoree, ma stimola invece il lettore 
ad imaginare la positura di Capaneo a norma 
dei suoi gusti, purché essa corrisponda all'in- 
vettiva con la quale il dannato manifesta 
l'ira sua. 



78 Capitolo ieoondo 



Quei commentatori e quei critici i quali 
citarono Capaneo come una delle figure più 
plastiche del poema furono dunque tratti in 
inganno dall'apparenza, attribuendo a Dante 
quella visione plastica eh' essi stessi hanno 
concepito. 

Ne vogliamo una prova? Eccola: Date a 
leggere a dei disegnatori il canto di Farinata 
e poi iavitateli a ritrarre graficamente la fi- 
gura dell'eroe e vedrete che tutti saranno 
concordi nel riprodurre la rigidità, arida e 
schietta del fiorentino, che s'erge gigante col 
petto e con la fronte e non muta aspetto, 
non muove collo né piega costa. Ritentate 
• ora la prova col canto di Capaneo e vedrete 
che ciascuno potrà scapricciarsi a suo talento 
nel ricomporre la posa del dannato. 

Ho qui sul mio tavolo parecchie fra le mi- 
gliori edizioni illustrate della Divina Com- 
media e, raffrontandole, m' accorgo d' aver 
pensato il vero. 

Lo Scaramuzza infatti ritrae l'eroe a se- 
dere, ma di scorcio, con la mano sinistra 
sulla terra e la destra sulla coscia. Giovanni 
Flaxmann, lo mette anch'esso a sedere, ma 
di fronte, con le due palme calcate sul suolo. 
Alberto Martini, nell'edizione dell' Alinari, ce 
lo presenta invece resupino con la testa pro- 
tesa come per uno sforzo doloroso. Nell'edizione 



Il poeta scultore - Dante 79 

del Landino del 1491 è adagiato per metà, 
nella molle attitudine di una Venere tizia- 
nesca. Bartolomeo Pinelli lo mette a sedere 
con la gamba destra piegata, la palma sul 
ginocchio nell'attitudine di chi sta per sor- 
gere all'improvviso. Nell'edizione del Vellu- 
tello, impressa in Venezia dal Marcolini nel 
1544, giace supino con le braccia aderenti 
alla persona, nella flaccida posa d'un gigan- 
tesco Enopio, coronato d'edera e d'alloro e 
cotto dal vino. Gustavo Dorè infine lo adagia 
tra la moltitudine dei dannati, con le braccia 
alzate, i pugni chiusi, le gambe flesse, simile 
ad un ragno mostruoso in forma d'uomo. 

Sfogliate ora quegli stessi volumi là dove 
l'artista si è trovato dinanzi alla bronzea fi- 
gura dell'Uberti e troverete gli illustratori con- 
cordi. Questo fatto significa che nel canto di 
Farinata Dante modella la. statua, in quello 
di Capaneo invece ce la suggerisce; nell'uno 
gli elementi plastici ci sono veramente, nel- 
l'altro sono soltanto adombrati. 

Eppure la figura di Capaneo risulta statuaria 
anch'essa ed ho anzi detto che rappresenta 
l'esagerazione dell'arte michelangiolesca, ri- 
sente cioè del barocco. Perchè? Per effetto 
del contrasto voluto da Dant^ il quale mette 
nella bocca di Capaneo delle parole eroiche 
che contraffanno i suoi veri pensieri e vo- 



80 Capitolo secondo 



gliono esprimere la forza, mentre sono una 
sforzo, ostentano il coraggio mentre sono una 
spavalderia. 

Questo artifizio psicologico, pur essendo ef- 
ficace a dimostrare la tracotanza di Capa- 
neo, conferisce alla figura di lui un aspetto 
plastico ridevole perchè innaturale ed esa- 
gerato. Avete mai veduto, nelle arene, quei 
cìmons che scimmieggiano gli atleti, simu- 
lando atti e contrazioni di forza, mentre 
sollevano dei grossi pesi di carta pesta? Il 
Capaneo dantesco mi ricorda costoro. Dante 
non ha dunque scritto nessun verso veramente 
plastico sull'atteggiamento di quell'eroe, ma lo 
fa parlare da gradasso perchè il lettore, co- 
noscendone il carattere, riveda l'uomo* E questo 
fatto si avvera ma in modo che il personaggio 
risulta deforme e grottesco e quindi plastica- 
mente imperfetto. 

Invece, in questo canto, ci volevano proprio 
delle parole d'ossa e di polpe che rincarnas- 
sero tutta intera la figura del dannato ribelle. 
Farinata, eroe magnanimo^ s'erge col petto 
e con la fronte e noi abbiamo già notata la 
prepotente plasticità di quel verso che con- 
verge l'attenzione dello spettatore sulle due 
parti più nobili del corpo umano le sedi cioè 
dell'intelletto e della passione. Capaneo, che 
non rappresenta la forza ma lo sforzo, doveva, 



Il poeta scultore - Dante 81 

pur nei versi danteschi, esser plasticamente 
ritratto in quella mossa gladiatoria che cer-^ 
tamente Dante avrà imaginato ma che tra- 
scurò di riprodurre. Allora soltanto il figlio 
di Ipponoo e di Laodice avrebbe potuto chia- 
marsi una figura michelangiolesca, come ve- 
ramente ci si presenta nel decimo canto della 
Tebaide che ancora ti ricordo, lettore, in ap- 
poggio della mia affermazione. 



Ho detto che l'indole scultorea di Dante si 
manifesta in tutto il poema aggiungo ora che, 
eccettuati pochi canti del Paradiso, la Divina 
Commedia è un magnifico duomo vocale ove 
l'arte dello scalpello signoreggia. Se dopo la 
lettura delle tre cantiche, si abbraccia con 
uno sguardo sintetico la moltitudine dei per- 
sonaggi che le popolano, per poco che la fan- 
tasia s'accalori, ci sembrerà d'aver visitato 
lo studio di un grande scultore. Dovunque 
noi troviamo le traccie della sua operosità. 
Ecco la statua compiuta, già tradotta nel 
marmo ed impeccabile di forme e d' espres- 
sione; il torso erculeo dai turgidi rilievi che 
addensan l'ombre eloquenti nelle cavità si- 

A. Padovan. G 



82 Capitolo secondo 



nuose; il busto sbozzato appena e pur già 
vivo e spirante; la testa inviluppata nell'u- 
mido pannolino che maggiormente ci attrae 
per quel divieto che la nasconde; ed ecco 
ancora, intorno intorno, innumerevoli saggi 
di espressioni e di atteggiamenti colti dal 
vero: membra mùtile, maschere contraffatte, 
palme protese, pugni serrati, dita insieme 
tessute. Da per tutto insomma, nella creta, 
nel gesso, nel marmo, V impronta sovrana 
d'un pollice esperto, che rivela al critico le 
varie manifestazioni dell'artefice e lo sforzo 
continuo e pertinace per riprodurre l'attimo 
della vita. 

Chi non ricorda, fra le forme scultoree, 
i mostri ripartiti nell'Inferno, gli strani con- 
nubi d'uomini e di fiere che Dante ha tra- 
scelto per simboleggiare vizi e passioni? 

Nel campo delle arti plastiche io conosco 
un unico grande scultore d'animali : Antonio 
Luigi Barye, cosi vero ed esatto che si disse 
di lui: se un suo bronzo s'infrange portane i 
cocci a Cuvier e vedrai che il grande natura- 
lista li ricomporrà. Ebbene, i mostri scolpiti 
da Dante ricordano l'arte diligente di Luigi 
Barye. Cerbero, le. Arpie, i Centauri, il Mi- 
notauro e Gerione, sono modellati con si 
grande magistero d'arte che lo scultóre, da- 
vanti ad essi, non deve più creare, deve sol- 



Il poeta scultore - Dante 83 

tanto copiare. E si noti che descrivendo degli 
innesti bestiali e mostruosi il poeta compie 
una più dura fatica perchè non ritrae un vero 
qualsiasi, ma condensa e solidifica una visione 
puramente immaginaria. 

La Divina Commedia, nei vart personaggi 
delle tre cantiche, è dunque un'immensa gi- 
psoteca alla quale han posto mano e cielo e 
terra. Provatevi di fermare il pensiero sulle 
figurazioni del poema e vedrete che esse, 
neirevidenza della visione interiore, ad una 
ad una, riappariranno dinanzi a voi a po- 
polare questa vasta galleria dantesca nella 
quale spiccano sovrani la statua di Farinata 
e gli anaglipti dell'Ugolino. 

Ma ci sono molte altre figure vigorose e 
massiccie, quali compiute, quali appena sboz- 
zate : 

Vidi presso di me un veglio solo, 
Degno di tanta reverenza in vista, 
Che più non dee a padre alcun figliuolo. 

Lunga la barba e di pel bianco mista 
Portava, a' suoi capegli simigliante, 
De' quai cadeva al petto doppia lista. 



È la testa di Catone uticense, il suicida ma- 
gnanimo, ma che immediatamente ci ricorda 
quella di Leonardo nel monumento del Magni 



84 Capitolo secondo 



in Milano. E quest'altro? 

Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero! 
E quanto mi parea nelPatto acerbo, 
Con Pale aperte, e sovra i pie leggiero! 

L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 

È il demonio che il poeta scorge nel cerchio 
dei barattieri, ricordate? Ebbene, date le ali 
al Mercurio del Giambologna ed ecco il dia- 
volo di Dante bronzeo e snello davanti a voi. 

Negli occhi era ciascuna oscura e cava, 
Pallida nella faccia, e tanto scema. 
Che dall'ossa la pelle s' informava. 

Parean l'occhiaie anella senza gemme: 
Chi nel viso degli nomini legge « omo » 
Ben avria quivi conosciuto l'emme. 

Sono i corpi dei golosi, corpi estenuati e 
secchi sui quali l'anatomista potrebbe tentare 
una dimostrazione osteologica senza scarnifi- 
carli. La loro spaventevole magrezza dà rilievo 
ai tendini, ai muscoli, alle ossa: sono persone e 
paion scheletri, son scheletri e paion persone. 
Non vi ricordan forse queste figure il San Bar- 
tolomeo scorticato, opera mirabile di Marco 
d' Agrate nell'interno del duomo di Milano? 

Più oltre ecco un altro gruppo: 

Guardate là, come si batte il petto! 
L'altro vedete, ch'ha fatto alla guancia 
Della sua palma, sospirando, letto. 



Il poeta scultore - Dante 85 

Due bassorilievi, ma che già rivelano il fre- 
mito della vita nell'atteggiamento appena sboz- 
zato in cui Tartefice li ha composti. La se- 
conda figura poi è singolarmente notevole per 
l'evidenza della posa riprodotta con due versi 
soltanto. Ognuno infatti la vede quell'ombra 
accosciata, con la guancia sulla palma, e il 
cubito sulla coscia, la vede nella positura e 
nell'espressione perchè il poeta, con la pa- 
rola « sospirando » ci ricorda anche il suo cor- 
ruccio ostinato. 

E la figura di Bertram del Bornio che diede 
i cattivi consigli al re Giovanni e che Dante 
trova nella bolgia dei scismatici? Dove un 
altorilievo più terribilmente scultoreo dopo 
quello del conte Ugolino? Di questo famoso 
trovator provenzale, decapitato dalla giustizia 
di Dio, che cammina reggendo per le chiome 
la propria testa sanguinante e, giunto sotto 
l'arco del ponte, distende il braccio in alto e 
presenta ai poeti il capo mozzo affinchè lo 
riconoscano ? 

Io vidi certo, e ancor par 'eh' io '1 veggia, 
Un bnsto senza capo andar sì come 
Andayan gli altri della trista greggia. 

E il capo tronco tenea per le chiome, 
Pésol con mano, a guisa di lanterna, 
E quel mirava noi, e diceva : < O me ! » 

Di sé faceva a sé stesso lucerna, 
'Ed eran due in uno, e uno in due; 



86 Capitolo secondo 



È questo il primo motivo plastico, vigoroso 
e strapotente perchè oltre ad essere sculto- 
ricissimo esercita su di noi la suggestione del 
nuovo terribilmente truce. 

Quando diritto al pie del ponte fae, 
Levò il braccio alto con tutta la testa, 
Per appressarne le parole sue, 

Che furo: 

Ed ecco il secondo altorilievo scolpito in tutta 
la pienezza della mossa gladiatoria, sicché la 
figura s'erge davanti a noi nel suo màcabro 
atteggiamento così vera e spirante che il pro- 
digio immaginario sembra realtà. Con un lie- 
vissimo impulso della fantasia il lettore com- 
pleta la scena e vede, nello sfondo, il ponte 
che si inarca sopra l'abisso e il viso ester- 
refatto dei due poeti che guardano intentis- 
simi. 

Anche qui, giova notarlo. Dante non spende 
nessuna parola pittorica intorno all'orrendo 
spettacolo, non un aggettivo che rammenti 
un colore, ma soltanto dei vocaboli che cir- 
coscrivono la forma e modellano l'atteggia- 
mento. 

Un poeta pittore avrebbe spremuto sulla 
sua tavolozza la più schietta lacca sanguigna 
per impiastricciare quel torso decapitato e 
quel collo reciso, avrebbe insistito sul con- 



Il poeta scultore - Dante 87 

trasto efficace del sangue caldo e rosso che 
colava giù giù lungo il pallido braccio disteso, 
imbrattando il corpo esangue del reprobo e 
rigando il sentiero d'una striscia vermiglia. 
Dante invece, perchè è uno scultore nato, 
perchè in ogni occasione, non appena l'argo- 
mento della scena lo consente non dipinge 
ma scolpisce, si preoccupa soltanto della 
figura di Bertram del Bornio e sdegna di 
scrivere una parola qualunque che avvivi 
con un po' di colore l'orrenda apparizione; 
sdegna di scriverla proprio in questo episo- 
dio nel quale predomina il più robusto, il più 
caldo, il più acceso di tutti i colori, la tinta 
prediletta dal Tiziano e dal Rubens: il colore 
del sangue. 

Questo ho voluto dire per dimostrare, an- 
cora una volta, la prevalenza dell'indole scul- 
torea nel nostro sommo poeta. 



Son queste dunque le statue e i bassorilievi 
più potenti e suggestivi plasmati da Dante 
quando egli tratta la creta, con mano ar- 
dente e veggente, ma per tutto il poema la 
figurazione scultorea, palese o adombrata, 



88 Capitolo secondo 



appare congenita perchè il poeta scultore 
non solo ci modella con l'arte della parola la 
statua o il bassorilievo, ma rivela altresì la 
sua indole plastica nello stile succinto e con- 
ciso, denso e rapido, breve e serrato; possiede 
insomma la rara virtù di esprimere un'idea 
nel miglior modo possibile col minor numero 
di parole e con parole che sono talvolta elo- 
quenti ed evidenti come la visione dell'oggetto 
o del gesto a cui si riferiscono. 

Questa piena e gagliarda duttilità della frase, 
quest'agile snodamento dilingua e di stile, 
ci danno la terzina ardita e bella, rigida e 
soave a un tempo e dimostrano un'energia ine- 
sausta cosi spontanea che sembra un istinto. 
Come l'artefice esperto, curvando e torcendo 
il ferro, compone quei mirabili intrecci che 
si ammirano nelle ferriate del quattrocento e 
infrasca volute e ravvolge spire in cui rigi- 
dità e leggiadria, leggerezza e solidità, si ac- 
coppiano e si immedesimano, cosi il poeta, 
assoggettando il verso agli impulsi della fan- 
tasia modellatrice, riesce forte e aggraziato, 
attinge cioè l'estrema potenza coli' estrema 
semplificazione. 

Ma per quali occulte virtù potette Dante 
giungere a cosi nitide, chiare e precise rap- 
presentazioni? E come seppe egli con l'arte 
della parola scritta suscitare la vita in un 



Il poeia scultore - Dante . 89 

mondo di morti e popolare quel mondo di eroi, 
di angeli, di dèmoni e di mostri d'ogni specie 
con si spiccata evidenza rappresentativa da 
destare nel lettore l'illusione della realtà? 

Segreto di natura, rispondo, alto segreto fi- 
siologico di squisita sensibilità nervosa, che 
lo rendeva acuto e sottile, linceo e veggente, 
sicché egli, profondandosi nella visione o com- 
prensione di un fenomeno qualunque, riesciva 
a sviscerarlo intero, a ripossederlo in imagini 
e somiglianze chiarissime. Quelle visioni e 
comprensioni diventavano fibre della sua carne, 
sicché ogni cellula del suo cervello, dopo aver 
afferrato l'imagine o la nozione si riplasmava 
in quelle e poteva poi, vibrando, renderla in 
voce della stessa nota. 

Questo lavorio febbrile, intenso, accanito, 
di tutti i giorni, di tutte le ore, durato sin- 
golarmente negli anni giovanili, quando cioè 
ogni cellula é turgida di succhi, doviziosa di 
elasticità, accumula nel cervello del poeta di 
genio queir inestimabile tesoro di energie 
ch'egli vibrerà poi con fermo volere. E quando 
l'ora propizia è giunta, quando una qualun- 
que emozione passionale o intellettiva suscita 
nella creatura sovrana il brivido impreveduto, 
la fittissima maglia nervosa vibra come per 
uno scrollo improvviso e allora il genio crea, 
allora, con la violenza di un getto che all'aria 



90 Capitolo secondo 



balzarle energie rattenute sprizzano gagliarde, 
finché, calmata la prima foga impulsiva, che 
è la conseguenza naturale d'ogni commozione, 
il poeta si ritrova un altr'uomo: 

Rifatto sì, come piante novelle 
Rinnovellate di novella fronda, 
Puro e disposto a salire alle stelle. 

Si ritrova cioè simile all'alpigiano che inerpi- 
candosi fra le nebbie, d'un tratto, attraverso 
la nuvola lacerata vede, dall'alto, la valle il 
piano e il mare fino all'estremo orizzonte, in- 
vasi e allegrati dal sole. 

Allora il poeta raccoglie dentro sé il fascio 
delle sue energie; gli occhi della mente si 
rivolgono addentro, esplorano le impressioni 
che le cose e gli avvenimenti gli lasciarono 
nella memoria e canta. 

Chi può ridire la gioia di quelle ore, la fer- 
videzza di quello spirito esagitato? Essa é cosi 
grande che veramente « non la sa chi non 
la prova ». È una gioia tutta intima, una dol- 
cissima febbre intellettuale che resuscita le 
vicende più lontane, le memorie più oscure, 
i ricordi più sepolti e li porta al di fuori ma- 
teriati in forma di poesia. 

E in questo preciso momento che si mani- 
festa nella sua intensità piena e gagliarda 
l'indole del poeta, perché egli, nello sforzo 



Il poeta scultore - Dante tìl 

che compie per rendere evidenti le visioiii 
interiori, sarà scultore, pittore o musicista, 
alternerà cioè le forme, i colori e i suoni con 
maggior abilità quanto più alto e fecondo 
sarà r ingegno, più vasta e possente la fan- 
tasia. Siccome poi il suo perfetto sistema ner- 
voso ha veduto e sentito ciò che gli occhi 
miopi e le corte intelligenze della mediocrità 
non possono, il suo cervello, anfora sacra di 
oscuri problemi, riesce al nuovo e all'ina- 
spettato, ci dà insomma Topera di gioia e dì 
bellezza eterna: la Divina Commedia, 



CAPITOLO TERZO 



IL POETA SCULTORE 
(CARDUCa) 



IL POETA SCULTORE 



Un altro poeta, forte e geniale, dimostra 
nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: 
poeta contemporaneo, latinamente italiano fin 
nelle midolla: Giosuè Carducci. 

Abbiamo veduto che Dante, come poeta 
scultore, è l'anima di Michelangelo che parla 
in voce di poesia, vedremo ora che il Car- 
ducci rispecchia invece nell'opera sua ora la 
classica plasticità di Houdon, ora la forza atle- 
tica di Puget, ora l'impetuosità del moto di 
Francesco Rude. 

Egli è insomma un ingegno moderno, figlio 
del nostro secolo, perchè rivela nella sua poesia 
certi fremiti di vita, certe singolari movenze 
leonine che gli antichi, né in scultura, né in 
pittura, né in poesia non conobbero mai. 

Anch'egli, come Dante, predilige l'atteggia- 
mento plastico, la mossa gladiatoria, talvolta 
anche la stranezza barocca. Ed é questa sua 



96 Capitolo terzo 



spiccatissima indole scultorea che fa di lui 
uno dei poeti più personali e originali del 
secolo decimonono. 

Un raffrontò fra la poesia carducciana e il 
poema dantesco non è né irriverente, né inop- 
portuno, ma fecondo di risultati per lo stu- 
dioso del genio che vuol palpeggiare l'uomo 
attraverso le opere. Anche il Carducci, come 
tutti i grandi poeti, é scabro ma forte, ruvido 
ma nerboruto ; e rivela per tutta l'opera sua 
la maschia impronta dell'uomo che ha in 
punta di penna ciò che sente nel cuore e dice 
apertamente la verità, anche quando le sue opi- 
nioni non corrispondono alle esigenze dei più. 

Ciò posto ed accertato noi possiamo, senza 
esitazioni e senza perplessità, sfogliare le opere 
per scoprire l'uomo e singolarmente le carat- 
teristiche dell'indole sua. 

Dai sonetti dei Juvenilia alla Canzone di 
Legnano possiamo seguire passo passo l'evo- 
luzione ed i progressi delle forme scultoree 
carducciane, certissimi di cogliere il segno, 
appunto perché abbiamo davanti a noi l'opera 
d'un poeta che fu sempre sincero. 

Giosuè Carducci é anch'esso uno scultore 
nato. Già nelle sue prime poesie rivela la fa- 
coltà della sintesi, lo sforzo tenace e continuo 
per costringere in pochi versi un fascio di 
idee. Questa mirabile attitudine, ch'egli sorti 



i 






Il poeta scultore - Carducci 97 

dalla natura, si rassodò col maturar degli anni, 
rifulse sovrana nelle odi barbare e si distende 
come una saliente linea monumentale per tutta 
l'opera ^a. Prende le mosse da qualche at- 
teggiamento scultoreo appena adombrato nelle 
poesie giovanili, si leva poscia diritta e sicura 
verso il culmine supremo e s'impronta di ma- 
schia robustezza dal 1878 al 1889, nel qual 
tempo le figurazioni plastiche rivelano i segni 
di una singolare genialità. 

Ricordando le forme e gli atteggiamenti 
scultorei danteschi noi abbiamo imaginato di 
visitare lo studio di uno scultore famoso, sem- 
pre eguale a sé stesso però; ricordando le 
statue e i bassorilievi che ci presenta il Car- 
ducci, non potremo più raffrontarli all'opera 
scultorea di un solo artista, ma saremo co- 
stretti di rammentarne parecchi. Giosuè Car- 
ducci insomma, essendo vissuto nel secolo della 
stampa, del vapore, dell'elettricità e della ra- 
diografia, avendo partecipato giovinetto alle 
lotte per l'indipendenza italiana, spettatore 
attento e sensibile a tutte le innovazioni della 
modernità conquistatrice, vide e conobbe tante 
cose nuove e mirabili che il secolo di Dante 
ignorò. 

L'indole sua di poeta scultore doveva dun- 
que necessariamente manifestarsi in modo di- 
verso di quella « del vicin stoo grande > rein- 

A. Padovan, 7 



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98 




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tuito ^-sideliaeot,!^^ ^rat^^.^^^^eiio co." 

'*'® <?i queiie 



Il poeta actiUore - Carducci 99 

modificazioni lente e continue che la civiltà 
ha portato nel mondo per cui il medio evo, 
man mano che si allontanava, appariva sem- 
pre più grave e pesante, sempre più ingombro 
di pregiudizi e di superstizioni: un mondo 
grigio insomma, che aveva già perduto la 
salda e rigida impassibilità dell'epoca romana 
e non possedeva ancora l'agile e pronta im- 
pressionabilità moderna. Un periodo transi- 
torio dunque, quel momento caratteristico che 
si osserva nel crepuscolo, quando non è più 
notte e ancora non è giorno; che sono pochi 
momenti di incertezza nel fenomeno aurorale, 
mentre nel fenomeno storico quei momenti 
contan per dei secoli e rappresentano appunto 
Tepoca che decorre dal 476 al 1492 e che fu 
detta*, per consenso collettivo, medioevale. Se 
dunque mi si richiedesse un raffronto per me- 
glio significare le differenze fra la poesia scul- 
torea del trecento e quella del secolo decimo- 
nono, rammenterei le schiere dei militi delle 
due epoche. Nel medio evo il trionfo dei mu- 
scoli, nell'evo moderno il trionfo dei nervi, due 
cose belle, forti e possenti, che si equivalgono 
ma diversificano. 

È questa la differenza essenziale che di- 
stingue il poeta scultore prima di Galileo da 
quello che dopo Galileo apri gli occhi alla 
luce. Dante, imaginando il suo Lucifero, ha 



100 Capitolo terzo 



impersonato la leggenda e, coU'evidenza della 
sua arte plastica rappresentativa, ci vuol dire 
che un verme reo veramente ci fu. Carducci 
invece, con altri procedimenti tecnici, sfata la 
favola di Lucifero e suggerisce al lettore non 
la figura di un angelo ribelle, ma il complesso 
di quelle forze ribelli che quel mito rappre- 
sentava. 

11 Lucifero dantesco, grottesca mostruosità 
medioevale, confitto nella ghiaccia, dall'enorme 
testa tricipete, esaligero e villoso, vegetante 
da secoli nelle tenebre, eternamente immobile 
e schiavo di una Volontà inflessibile: ecco il 
medio evo personificato nel simbolo più vero 
e più suggestivo che si conosca. 

Passano i secoli, le tenebre si diradano a 
poco a poco, si inventa la stampa, si scopre 
l'America, la Riforma suscita un alito di nuova 
vita; finché un uomo di genio, Galileo, inau- 
gura il metodo sperimentale e diffonde nelle 
tenebre la luce. 

Il Lucifero medioevale a quel bagliore in- 
solito si desta, si svincola dalle strettoie mil- 
lenarie, raggiante, tonante e folgorante di vita 
sull'universo 



Ed esce; e indomito 
Di lido in lido 
Come di turbine 
Manda il suo grido, 



Il poeta scultore - Carducci - ,- ■'^ -101 

L ^-''-'-; . . • : : 

Come di turbine 

L'alito spande: 

Ei passa, o popoli, 

Satana il grande (p. 385). (*) 

Ed ecco l'inno al pensiero ed alla scienza, 
ecco il Satana carducciano, la plastica incar- 
nazione dell'evo moderno nel suo simbolo più 
spiccante. 

Questa diversità di concezione plastica che 
abbiamo ora notato fra il poeta scultore del 
trecento e quello del secolo decimonono è 
palese altresì non soltanto nel campo della 
poesia, ma anche in quello della scoltura ma- 
teriale. I greci credevano veramente alle di- 
vinità da loro modellate. Ignari del metodo 
scientifico, ogni forza naturale, benefica o ma- 
lefica, era da essi impersonata in una divinità 
intelligente e volitiva. Scolpendo i loro dèi e 
i loro eroi essi partecipavano alla creazione 
dell'opera d'arte con quell'entusiasmo forte e 
sentito che soltanto la fede nell'ideale può 
suscitare, e riescivano quindi, per virtù d'in- 
gegno e di passione, a formare delle statue 
meravigliose per l'evidenza della bellezza mo- 
rale sicché Fidia e Scopa, Prassitele e Li- 



(*) Per evitare un soverchio ingombro di note cito la 
pagina soltanto dal volume delle « Poesie di Giosuè Car- 
ducci* 2* ediz., Bologna, Zanichelli, 1902. 



ff02: :\ „ ; Capitolo terzo 



sippo diventarono famosi. Le loro divinità però, 
nella perfezione dello stile ingenuo e puro, 
sono stereotipe, tutte modellate sopra un'unica 
forma arcibellissima e sempre impeccabile, 
per cui la scoltura greca non è per noi un'arte 
individuale, ma nazionale. 

Detronizzati gli dèi con l'avvento del cri- 
stianesimo, sfatati i. pregiudizi e le supersti- 
zioni col diffondersi del metodo sperimentale, 
mentre ogni forza della natura veniva a mano 
a mano soggiogata e governata dall'intelli- 
genza, l'artista si rammodernava, nuove e 
più complesse sensazioni, ignote agli antichi, 
nuove idee, sempre rinnovantesi, gli ispira- 
vano delle figurazioni plastiche che si venivano 
spogliando del convenzionalismo di scuola per 
affermarsi invece con degli atteggiamenti più 
svariati e delle espressioni più vere: era in- 
somma l'arte della nazione che diventava 
prima regionale e poi individuale, vale a dire 
originale. 

L'uomo di genio, creatore per impulso in- 
nato, libero d'ogni vincolo, portava con sicura 
fede l'anima sua nell'opera d'arte senza preoc- 
cupazioni di scuola, di stile o di metodo. A 
mano a mano che la libertà di pensiero e di 
coscienza divenivano legge alla vita, l'artista 
acquistava anch'esso la libertà d'azione, era, 
si può dire, stimolato dagli stessi avvenimenti 



Il poeta scultore - Carducci 103 



a tentare il nuovo nell'arte poiché la scienza 
cercava il nuovo dappertutto e fu in questa 
affannosa ricerca, in questi replicati esperi- 
menti che Tuomo di genio, abbandonandosi 
all'onda della propria inspirazione, riusci tal- 
volta a creare la scuola, il metodo e lo stile 
al tempo medesimo e fu allora proclamato 
un innovatore. 

La scoltura, come tutte le arti sorelle, non 
corse più Tampia strada maestra, calcando le 
orme di tutti, ma volle raggiungere egualmente 
la meta per sentieri inesplorati. Per tal modo 
i veri geni, come Michelangelo e Bernini, Ca- 
nova e Thorwaldsen, Puget e Rude, Ranch 
e Begas, per vie diverse, talvolta opposte, 
solcarono il monte della gloria e tutti rag- 
giunsero la vetta, tutti insomma rivelarono 
nelle loro figurazioni plastiche una nota ori- 
ginale e personale che fu -un segno dei tempi. 

La scoltura moderna ha soverchiato Tan- 
tica nell'espressione di certe sottigliezze che 
conferirono alla creta un aspetto vitale più 
mosso, più irrequieto, più suggestivo. 

I moderni scultori insomma, diventati per 
virtù di evoluzione dei perspicaci analisti, 
riescirono a ritrarre e ad approfondire quelle 
tenui gradazioni sentimentali che gli antichi 
hanno sempre ignorato non soltanto nel marmo 
ma nelle fibre stesse della loro carne. 



104 Capitolo terzo 



I fremiti impercettibili dei nervi, le lievi 
contrazioni dei muscoli, le blande increspa- 
ture della pelle; tutte quelle caratteristiche 
di nervosa mobilità che concorrono a vivifi- 
care la creta sono evidenti in tutte le scol- 
ture attuali e si notano persino nelle statue 
mitologiche, copiate dai moderni sulle antiche. 

Provatevi a comparare le teste di alcune 
opere di Canova con altre dell'antica scol- 
tura greca, vale a dire: il Perseo, la Venere, 
il Pugillatore e il Centauro morente di Ca- 
nova con l'Apollo del Belvedere, la Venere 
medicea, il Gladiatore di Villa Borghese e il 
Lacoonte. 

L'atteggiamento è identico, l'espressione 
anche, ma le teste del possagnese, sebbene 
non raggiungano l'alta perfezione delle an- 
tiche, sono veramente più vere e più vibranti, 
riplasmano cioè un Attimo della vita con mag- 
gior intensità significativa. 

Se confrontiamo poi l'intera Venere me- 
dicea con quella di Canova, dopo un'analisi 
accurata, noi vedremo che quest'ultima ci 
sembrerà forse men bella ma è certamente 
più viva dell'altra. E se la Venere canoviana 
compariamo a quella modellata da Begas, il 
fremito della vita sarà più appariscente. 

Questo dunque io dico : nella Venere medi- 
cea vedo la calma e tranquilla posatezza della 



Il poeta scultore - Carducci 105 



donna che si denuda per farsi ammirare, in 
quella di Canova questo stato di quiete già 
appare come un atteggiamento momentaneo ; 
nella Venere di Begas quell'attimo è transi- 
torio per cui sembra che la dea debba a un 
tratto insorgere, invilupparsi e fuggire. 

Nella statua antica dunque il gesto e l'e- 
spressione che l'artefice ha voluto riprodurre 
sono veramente impietrati nel modo più pieno 
e più completo, la statua moderna invece, es- 
sendo modellata con mano più irrequieta ed 
impaziente, impietra anch'essa il gesto e Te- 
spressione voluti ma suggerisce Tattimo che 
precede e quello che segue con maggior evi- 
denza rappresentativa. Men bella forse, meno 
impeccabile dell'antica ma più vera e vi- 
brante certamente. 

Cosi è della poesia scultorea di Omero e 
di Stazio, comparata con quella di Milton e 
di Carducci. Studiando ora dunque alcuni fra 
i migliori modelli del nostro grande poeta con- 
temporaneo proverò, spero, la giustezza del- 
l'affermazione. 



Una vigorosa figura v^j . j^^ spicca nella 
poesia a Vittorio Emari^.^ .^j j^it^rHilia, ^in- 



106 Capitolo terzo 



golarmente bella e potente perchè il Car- 
ducci ottiene un effetto scultoreo immediato 
senza sforzo palese, senza ricorrere cioè agli 
artifizi delFarte. Ricordate? 

Il poeta rammenta alcuni giovani eroi del- 
Tindipendenza italiana, quando gli sorge im- 
provviso nella memoria il nome di Giacomo 
Medici. Subito lo vede in atteggiamento scul- 
toreo e ce lo presenta in una posa gladiatoria 
splendidissima : 

« Hu la mole arsa e distrutta 
Medici solo orribilmente dritto. » (p. 211). 

Che bella statua piena di vita e di movi- 
mento! Eppure il poeta non scrive che una 
sola parola per significare Tespressione del 
suo eroe e due per comporlo nella positura 
voluta. Giacomo Medici è solo e dritto: ecco 
il gesto; ma egli è orribilmente dritto: ecco 
Tespressione ; la figura giovanile poi s'erge 
sulla mole arsa e distrutta: ecco infine il pie- 
distallo che completa Topera monumentale. Il 
poeta rha modellata sobriamente, curando 
la massa, V insieme dei rilievi più salienti e 
trascurando quei dettagli che però il lettore è 
portato a imaginare da sé con la stessa pron- 
tezza e facilità. con la quale si completa una 
frase melodica quando lo spunto ce la sug- 
gerisce. 



Il poeta scultore - Carducci 107 

D Carducci ci presenta dunque il piedistallo 
e la statua fusi in un complesso armonico pieno 
di vigore, di forza e sopratutto di vivacità 
che ci ricorda l'arte sovrana di Francesco 
Rude, nel famoso gruppo « Le départ » sul- 
l'Arco del Trionfo a Parigi. 

Altrove, nella poesia Le noxxe, dei Levia 
Gravia, il Carducci ricorda Michelangelo e, 
naturalmente, lo ritrae in atteggiamento scul- 
toreo: 

AUor contempla il Buonarroti anelo, 

E sovra il marmo combattuto posa 

Lento la man rugosa 

Dinanzi al folgorar di due pupille, (p. 302) 

Quale diversità di concezione fra la statua 
di Giacomo Medici e quella del Buonarroti! 
Quest'ultima è una grave e solenne figura, 
d'una compostezza Houdoniana, tarda e pen- 
sosa come una statua vegliante un sepolcro. 
E i procedimenti tecnici sono anche qui di 
una semplicità geniale. Di veramente plastico 
non c'è che la mano rugosa ma che dice tutto 
perchè rievoca, con un solo epiteto, il Miche- 
langelo vecchio e il poeta converge l'atten- 
zione del lettore sulla mano perchè essa è il 
mirabile strumento con cui l'artefice suscita 
nel marmo la vita. L'andatura piana e solenne 
del verso, l'aggettivo « lento » che ricorda il 



108 Capitolo terzo 



m©do del gesto, conferiscono alla statua quella 
maestà imponente che fu nell'indole e nella 
persona del grande fiorentino. La statua è dun- 
que anche qui completa ma sarebbe una cosa 
fredda ed inespressiva ed ecco che il poeta 
le infonde l'alito della vita : ecco il verso vi- 
brante che illumina le pupille del vegliardo 
e, quasi lo ringiovanisce. 

Parecchie volte poi il Carducci, ricordando 
un eroe prediletto, ce lo presenta a cavallo 
e ci modella allora la statua equestre. 

Nelle Rime nuove in una poesia a « Faida 
comune » ritrae il celebre condottiero ghi- 
bellino Uguccione della Faggiola e lo atteggia 
cosi: 

Tutto ferro Pampio busto, 

Ed il grande capo ignudo, 

Sta su '1 grande cavai bianco 

E imbracciato ha.il grande scudo, (p. 709) 

Grande il capo, grande il cavallo, grande 
lo scudo. È il monumento medioevale tozzo 
e massiccio; rozzo ed enorme come quello 
eretto sulla tomba di Barnabò Visconti che 
oggi si vede nel Castello di Milano. Il poeta, 
con intuizione geniale, ha proprio plasmato 
un monumento primitivo e accenna soltanto 
all'insieme delle linee generali perchè i det- 
tagli, considerati ad uno ad uno, risultereb- 



Il poeta scultore - Carducci 109 

bero quasi sempre puerili e ridevoli. Nessun 
cenno dunque sulla plasticità dei particolari, 
anzi il poeta usa un aggettivo unico, il più ge- 
nerico degli aggettivi, e ripete sempre quello 
per il capo del guerriero, per il corpo del ca- 
vallo e per lo scudo imbracciato: tutti e tre 
son grandi! 

Come invece il Carducci ridiventa uno scul- 
tore moderno quando modella la figura di 
Carlo Alberto o quella di Napoleone! 

È un'arte plastica nuova, più mossa, più 
impaziente e più irrequieta, quale appunto ri- 
chiedeva l'indole degli eroi raffigurati e il 
momento dell'azione. 

paUido, dritto su l' arcione, immoto, 
gli occhi fissava il re: vedeva Pombra 

del Trocadero. (p. 955 j 

Nessun cenno sul cavallo, la plasticità del 
verso converge intera sul cavaliere, che è 
dritto in arcioni, pallido, immoto, fisso lo 
sguardo in un punto lontano. 

Non vedete come la statua vien formandosi 
a poco a poco davanti a voi per una serie 
di scatti impulsivi, man mano che il poeta 
scrive la parola plastica e calzante? 

Quando poi il Carducci ci vuol mostrare 
l'eroica figura di Napoleone I, allora egli in- 
vade il campo della scoltura e della pittura 



110 Capitolo terzo 



a un tempo, pur di conferire alla sua visione 
l'evidenza della realtà: 

Di greppo iu greppo su '1 cavallo bianco 
saetta il còrso. SpìovoDgli le chiome 
in doppia lista nere per l'adusto 

pallido viso, 
e neri gli occhi scintillando immoti 
fòran dal fondo del pensier le cose. (p. 965) 

Scultorei e pittorici questi versi perchè ri- 
traggono la mossa impetuosa del cavallo e 
del cavaliere e ci ricordano altresì il man- 
tello dell'animale, la chioma corvina, il viso 
pallido e gli occhi scintillanti del condottiero. 
Provatevi di rileggerli ancora una volta e ri- 
pensate poscia al « Bonaparte passant les Al- 
pes » del David e vedrete che l'opera poetica 
e la pittorica rendono l'emozione col suono 
della stessa nota. 



Molte altre figurazioni plastiche ingemmano 
le poesie carducciane e manifestano aperta- 
mente l'indole scultorea del poeta. Alcune 
sono anzi cosi salde e potenti che proprio si 
possono raffrontare a delle vere statue ma- 
teriali. 



j 



Il poeta scultore - Carducci 111 

Ricordate l'ode barbara « Per la morte di 
Napoleone Eugenio? » 

sta ne la notte la còrsa Niobe, 
sta sulla porta donde al battesimo 
le uscfano i figli, e le braccia 
fiera tende su '1 selvaggio mare : . 

e chiama, chiama, se da T Americhe, 

se di Britannia, se da Parsa Africa 

alcun dì sua tragica prole 

spinto da morte le approdi in seno. (p. 43) 

Non rivedete voi in questi versi la bella 
figura di donna con le braccia protese, scol- 
pita nel monumento delle Cinque Giornate 
che il Grandi eresse in Milano? 

Neirode « Il Cadore » un'altra statua (J'eroe 
si drizza vivacissima nella sua mossa gladia- 
toria: 

Oh due di maggio, quando, saltato su '1 limite de la 

strada al confine austriaco, 
il capitano Calvi — fischiavan le palle d' intorno — 

biondo, diritto, immobile, 

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando, 
il foglio e *1 patto d'Udine, 

e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio, 
con la sinistra sventola! (p. 978) 

Anche questa figura è pulsante e vibrante 
di vita dal capo ai calcagni. 'Il poeta ce la 



112 Capitolo terzo 

ritrae con si evidente plasticità che ^^^^^^^ 
appare impietrata e simile al ^"^''''^^^^otta- 
il Butti scolpi per il monumento della y> 
glia di Legnano. i. 

Tutti i dodici sonetti del fa ira sono » ^^^ 
pellati con dei veri tocchi Rudiani P®^ 
gli avvenimenti del settembre 1792, l^f^\^^' 
dopo la lettura, un'impressione scultoriciss^^ • 

Persino la folla, accalcata e aspettante, sug- 
gerisce al poeta la visione scultorea: 

Gruppo d'antiche statue severo 
Sotto i nunzi incalzautisi con l'ore 
Sembra il popolo: (p. 730) 

Ricordate il pietosissimo episodio della si- 
gnorina Sombreuil che per salvare il P^^^^ 
* dalla ghigliottina si bevve una tazza di calao 
sangue umano? 

Oh, sei la Francia tu, bianca ragazza 

Che su n tremulo ijadre alta sorgendo 

A espiare © BaWar be-vi con pronta 

Mano il sangxie de» tuoi piena U tazzat (p. T ) 

Che prepotente rievocazione! E come l'esile 
figura della fanciiiHa ingigantisce quando il 
poeta, plasmandola alta sorgendo sul tremulo 
padre con l' orr exx <3Lsi coppa fra le mani, esclama: ; 

Oh, sei la le^xranoia U\, bianca ragazza! ^ 



Il poeta Bcultare - Carducci 113 

Quella figura non è più la statua della 
Sombreuil, ma impersona la nazione, diventa 
il simbolo della patria in uno dei momenti più 
epici della sua storia. Che stupendo motivo 
per un anagliptico possente come il Costan- 
tino Meunier! 

Le forme plastiche, gli atteggiamenti scul- 
torei, si susseguono man mano che si sfoglia 
Topera del poeta. Nella poesia In una chiesa 
gotica possiamo anzi sorprendere la tecnica 
del Carducci quando riproduce una veduta 
scultorea reale e la riplasma nel verso. Egli 
vi riesce con una forza di rilievo si spiccata 
e una cosi franca nitidezza di forme che pro- 
prio si rivede ciò ch'egli ha veduto. Scrive 
dunque il poeta: 

le arcate salgono chete, si slanciano 
quindi a toI rapide, poi si rabbracciano 
prone per l'alto e pendale, (p. 815) 

Se il titolo della poesia non lo dicesse, leg- 
gendo questi versi, si capirebbe egualmente 
che si parla dello, stile gotico severo nel quale 
Tarco s'inizia con una bella curva panciuta 
poi, d'un tratto, sale rapido fino al sommo, 
quasi dirittamente. Ripensate alle navate in- 
terne del duomo di Colonia o della cattedrale 
di Strasburgo; comparate i versi all'opera ar- 

A. Padovan. 8 



114 Capitolo terzo 



chitettonica e vedrete che le due impressioni 
si identificano. 

Un poco più innanzi^ nella medesima poesia, 
si legge: 

vederti, o Lidia, 
vorrei tra un candido coro di vergini 
danzando cìngere l'ara d' Apolline 
alta ne' rosei vesperi 

raggiante in parie marmo tra i lauri, 
versare anemoni dalle man, gioia 
da gli oechi fulgidi, dal labbro armonico 
nn inno di Bacchilide. (p. 817-8) 

È uno squisito bassorilievo, classicamente 
puro, come il profilo della Santa Cecilia di 
Donatello. La fanciulla, tra un bianco coro 
di vergini, sostando nella danza, cinge con le 
belle braccia l'ara del dio, versa anemoni e 
canta. 

Una figura d'altorilievo è dunque Lidia, 
graziosamente atteggiata presso l'altare di 
candido marmo; nello sfondo, a mezzo rilievo, 
il coro delle vergini osannanti. 

E il candido coro, il parlo marmo, Vanemone 
classico (anemone-nemorosa) bianco anch'esso, 
rafforzano la visione scultorea perchè sugge- 
riscono al lettore la materia nella quale il 
bassorilievo fu scolpito. 

Anche nell'ode barbara Fantasia troviamo 



.m 



Il poeta scultore - Carducci 115 

un altro bassorilievo che, per la severa pu- 
rezza della linea e la squisitezza del tocco, fa 
riscontro a quello citato: 

Veggo fancinUe scender da l'acropoli 
ÌD ordin lungo; ed han bei pepli candidi, 
serti hanno al capo, in man rami di lauro, 
tendon le braccia e cantano, (p. 874) 

Nello sfondo dunque TAcropoli marmorea, 
lungo il sentiero dal colle al piano, le fan- 
ciulle, avvolte in candidi pepli, scendono in- 
coronate, con le braccia protese, impugnando 
le fronde del lucido alloro. 

La descrizione è cosi esatta che ti viene 
lo schizzo del bassorilievo in punta di penna 
a una prima lettura. 

E anche qui, per rafforzare la visione scul- 
torea, il poeta usa lo stesso procedimento tec- 
nico con cui ha plasmato la scoltura prece- 
dente. Ricorda infatti l'Acropoli, che è mar- 
morea, e avvolge le fanciulle d'una soprav- 
veste candida. 



Ma il più vasto e magnifico bassorilievo 
dell'opera poetica carducciana s'ammira nei 
Juvenilia in una poesia dedicata ad Omero. 



116 Capitolo terzo 



V eccellenza della poesia scultorea raggiunge 
qui il suo punto supremo perchè la carat- 
teristica del poeta si fonde e si lega col Terso 
in modo cosi pieno e completo che non sai più 
distinguere la virtù poetica dalla scultorea, 
come non distingui il rame e lo stagno nella 
moneta di bronzo a fior di conio. 

Leggendo quei versi proprio ci sembra di 
circuire una bellissima erma di puro marmo 
pentelico, finamente istoriata nelle sue quat- 
tro faccio. Udite: 

Un drappeUetto 
di garzon e fanciulle (avevan bianco 
il vestimento e lauri in pugno avvolti 
de la mistica lana) intorno al vate 
stringeasi con amor: — Vieni ^ o poeta, 
a i nostri numi; e i nostri avi ne canta. — 
£ l'adducean per mano. (p. 114) 

È questo il primo bassorilievo nel quale si 
nota ancora e subito il procedimento tecnico 
preferito dal Carducci per informare una vi- 
sione plastica: i garzoni e le fanciulle sono 
bianco-vestiti. 

Poco più oltre ecco l'altro motivo: 

Egli passava: 
Gli ondeggiavan di popolo le strade ; 
e le madri accorreano, i pargoletti 
Protendendo al poeta. Orava' a' numi 
nell'entrar de le porte, (p. 114) 



Il' poeta scultore - Carducci 117 

Che fitta rappresentazione di figure dentro 
questa cornice ! Sembra d'esser davanti a un 
bassorilievo del Bambaja nel monumento a 
Gastone di Foix! 

E come ha saputo il poeta scultore mettere 
in evidenza qualche personaggio per allegrare 
runiformità della folla addensata intorno ad 
Omero e che occupa tutto il quadro! « Le 
madri accorreano, i pargoletti protendendo 
al poeta » . Bellissimo motivo che ravviva con 
una mossa felice tutta la scoltura. 

Questo episodio della madre che solleva da 
terra il bimbo curiosetto e lo presenta al 
poeta è veramente efficace perchè dà movi- 
mento alla scena e vi introduce la posa af 
fettuosa che suggerisce i dolci pensieri. 

Procediamo ancora ed eccoci davanti alla 
terza fronte istoriata: 

Ne l'agora sedea, curvo a la terra 
Il capo venerando; e parca Giove 
Quando ne Pareopago discende 
Da la reggia d' olimpo. Erangli intorno 
In su Paste di lunga ombra appoggiati 
I prenci figli degli eroi : diverso 
E d'infanti e di femmine e di vegli 
E di chiomati giovinetti un vulgo 
Addensato co gli omeri attendea. (p. 115) 

In questo bassorilievo la sola figura di Omero 
è quella che risalta e sopravanza, quantun- 



118 Capitolo terzo 



que sia seduta, composta però nell'atteggia- 
mento abituale ad un cieco, curvo cioè a 
terra il capo venerando. Intorno intorno i prin- 
cipi degli eroi, appoggiati all'aste, e il vulgo 
innumere di vecchi, di donne, di ragazzi, in- 
tentissimi. 

L'evocazione della testa di Giove, compa 
rata a quella di Omero, è di una evidenza 
scultorea grandissima perchè vi ricorda subito 
quella del famoso Giove di Otricoli nella sala 
rotonda del Museo vaticano: una testa fidiaca, 
magniloquente, dalla fronte ampia, dalla folta 
capellatura, dalla barba intonsa. 

Ebbene, suggerisce il poeta. Omero aveva 
una testa fatta cosi, o meglio cosi io l'ho ima- 
ginata e te la presento. 

Ecco infine il quarto bassorilievo; l'epilogo: 

il cielo 
patrio rideva in suo difEuso lume 
allegrato del sol : riscintillando 
in vista ardea la ionia onda famosa, 
e biancheggiavan Innge i traci monti. 
Ed Omero cantò, (p. 115) 

La veduta si slarga, diventa grandiosa e 
imponente. H profilo dei monti, la distesa del 
mare, il disco del sole, occupano lo sfondo. 
La folla c'è ancora, la si indovina, ma ap- 
pare addensata, come in iscorcio. Una figura 



Il poeta scultore - Carducci 119 

sola spicca in piena luce: quella del vecchio 
Omero poetante. 

Queste quattro scene presentano con si 
grande vivezza l'aspetto di quattro bassori- 
lievi che proprio, leggendo i versi, non sem- 
bra che il poeta li abbia scritti secondando 
una sua visione interiore, ma si è portati a 
credere ch'egli illustri una vetusta erma dis- 
sepolta nelle Cicladi, cosi vera e sentita è la 
forza del rilievo e la plasticità del verso. Noi 
però sappiamo che il Carducci modellò quelle 
scene seguendo gli impulsi della sua fantasia, 
distillando da essa la più pura essenza della 
sua caratteristica scultorea. 

Sfogliamo ancora il volume carducciano ed 
ecco che i bassorilievi ricorrono ancora fre- 
quentissimi. Nella poesia « Su Monte Mario » 
il poeta vede, in un lontano avvenire, l'ultima 
famiglia umana, ristretta fra i tropici, nel mo- 
mento in cui la terra emana gli ultimi fremiti 
del suo calore e, portato naturalmente ad una 
visione scultorea, ci modella questa scena: 

fin che ristretta sotto Pequatore 
dietro i richiami del caler fuggente 
PesteBuata prole abbia ona sola 
femina) un nomo, 

che ritti in mezzo a' ruderi de' monti, 
tra i morti boschi, lividi, con gli occhi 
vitrei te voggan su l'immane ghiaccia, 
Boìe, calare, (p. 905) 



120 Cucitolo terzo 



Màcabra visione veramente, ma che stu- 
pendo soggetto allegorico per un'arca fune- 
raria che racchiudesse la salma di un geologo 
o di un astronomo! 

Sfogliamo ancora. 

Ecco un altro motivo i cui materiali però 
sono tolti a prestito dalla vera scoltura. H 
poeta personifica T Italia schiava, donna di 
tutti, arrendevole e consenziente: 

Crin morbido e bello, 
Sen largo ha mia madre; né dice mai uo. 

Sou fòri fulgenti di dorie colonne 

I talami aperti di sue voluttà: 

Su '1 gran Campidoglio si soigne le gonne 

E nuda su l'urna di Scipio si dà. (p. 396) 

Lascivo, ma plasticissimo atteggiamento, 
degno di uno scultore erotico. E come abbon- 
dano in questi pochi versi gli elementi sta- 
tuari ! Il poeta non dice il colore dei capelli, 
ma parla della loro morbidezza, non chiama 
candido il seno ma lo dice largo, e le membra 
inferiori paragona a colonne finché, pla- 
smata l'intera figura, il poeta te l'arrovescia 
nuda sull'urna di Scipio, nell'atteggiamento 
di una najade del Rutelli sulla fontana di 
piazza Trevi in Roma. 

Anche riesce il Carducci a presentarci in 
forma scultorea un'intera regione, racchiu- 



Il poeta scultore - Carducci 121 

dendo un vasto paesaggio in piccolo spazio, 
come se egli lo vedesse attraverso un binoc- 
colo, capovolgendo le lenti. La veduta rasso- 
miglia allora a quei perfetti rilievi plastigra- 
fici formati e coloriti ad uso pedagogico. 

Pieve che allegra siede tra' colli arridenti e del Piave 
ode basso lo strepito, 

Anronzo bella al piano stendentesi lunga tra Tacque 
sotto la fosca Ajàrnola, 

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d'alto 
la valle in mezzo domina, 

e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti 
tutto il verde Gomelico, 

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti, (p. 980) 

Par proprio di esser chini su di una veduta 
panoramica a rilievo ove si scorgono tutti 
i dettagli: monti e valli che s'inarcano, fiumi 
e torrenti che si snodano serpeggiando, borgate 
e ville che svariano fra i boschi e i campi 
verdi. Una veduta reale insomma, fresca e ri- 
dente, come la si abbraccia dalla navicella 
di un areostato a cinquecento metri dal suolo. 

Sfogliamo, sfogliamo ancora. 

Nell'ode barbara a « Sirmione » persino il 
lago di Garda assume un aspetto scultoreo 
ed è paragonato a una immensa coppa ar- 
gentea, coronata agli orli d'una ghirlanda in- 



122 Capitolo terzo 



tessuta con ramoscelli d'olivo e di lauro: 

somiglia d'intorno il Benaco 
una gran tazza argentea, 
cui placido olivo per gli orli nitidi corre 
misto all'eterno laaro. (p. 835) 

Se v'ha una veduta atta a suggerire al 
poeta un bel quadro di paesaggio quella di 
un lago è certamente fra le migliori perchè 
ricchissima di elementi pittorici. Acqua e 
cielo, colline e torrenti, isole e promontori, 
boschi e vigneti, ville e paesi, presentano una 
cosi ricca varietà di colori da contentare i più 
celebri paesisti: Salvator Rosa o Ruisdael, 
Turner o Constable. 

Ebbene, anche qui, l'indole scultorea del 
poeta soverchia l'argomento e sdegna il qua- 
dro, proprio dove esso è intrinseco alla na- 
tura del luogo. 

In una vicenda come questa io scorgo nel 
Carducci un artefice il quale, avendo fra le 
mani una tavolozza ricca di bei colori, invece 
di dipingere il quadro, mescola le paste in- 
sieme, le intride, le rimena e con la mistura 
policroma si modella la statuetta, pur di se- 
condare la sua indole scultorea. 

Talvolta però 1' arte plastica carducciana 
varca i limiti della poesia ed allora il poeta 
cade nelle forme barocche per cui abbiamo 



Il poeta scultore - Carducci 123 

certe personificazioni esagerate che ricordano 
le opere di Mattia de Rossi, Giulio Cartari e 
Paolo Mochi, che furon i mediocri imitatori 
di Lorenzo Bernini. 

Nel Canto delV Amore c'è appunto una di 
queste figurazioni barocche che, a una prima 
lettura, stupisce il lettore e desta in lui la 
meraviglia; ma, se poi ci si ritorna su col 
pensiero analista si vede che la forza è sforzo, 
l'entusiasmo enfasi: 

Nel roseo lume placidi sorgenti 

I monti si rincorrono tra loro, 

Sin che sfumano in dolci ondeggiamenti 

Entro vapori di viola e d'oro. 

Forse, Italia, è la tua chioma fragrante 

Nel talamo, tra' due mari, seren, 

Che sotto i haci de l'eterno amante 

Ti freme efibsa in lunghe anella al sen ? (p. 497) 

Visione grandiosa, ma che trascende i limiti 
della poesia e diventa subito grottesca non ap- 
pena si voglia raffrontare Timagine con la 
realtà. L'immensa catena di montagne che 
si dilunga da nord a sud sembra al poeta la 
chioma fragrante dell'Italia adagiata fra i due 
mari. Che cosa v'ha di più morbido, di più 
fine e di più pieghevole d'una folta e lunghis- 
sima capigliatura? Che v'ha di più scabro, di 
più massiccio e di più rigido d'una catena di 



124 Capitolo terzo 



montagne? Due cose opposte dunque, anzi 
diversissime per cui la comparazione è sol- 
tanto possibile per la somiglianza fra la chioma 
fluttuante e la linea ondulata della catena 
montuosa. 

Altrove, nella poesia « Ad una bambina » 
si legge: 

Quella in fulvi riflessi radiosa 
Chioma che l'agii capo t' incorona 
Farmi la selva di castagni ombrosa 
Che là su l'apuane alpi tenzona, (p. 571) 

Anche qui — a un primo esame — sembra 
che il poeta abbia ancora invaso il campo 
della scoltura, varcando i limiti della poesia; 
e dico della scoltura e non della pittura quan- 
tunque si legga di « una selva ombrosa » 
perchè Timagine non può sussistere riguardo 
al colore della selva: bisognerebbe supporre 
una bambina coi capelli verdi; è scultorea 
invece perchè è soltanto possibile il raffronto 
fra la folta e scapigliata chioma della bam- 
bina e la spessa selva che tenzona al vento 
sulle Alpi. Questo ho voluto ricordare per- 
chè si noti che il Carducci, anche quando 
cade nel barocco, propende sempre ad esa- 
gerare come poeta scultore e non come poeta 
pittore tanto è avvinta all'indole sua questa fa- 
coltà plasmatrice. 



Il poeta scultore - Carducci 125 

L'imagine però è in questo caso esattissima, 
né secentista, né barocca, purché si legga 
tutto il sonetto. Il poeta infatti ha imperso- 
nato in quella bambina la giovinetta anima 
del mondo: il tempo in cui vissero nelFarmi 
i forti padri e così la visione scultorea risulta 
equilibrata e il raffronto fra la bimba e la 
selva, non é più una stonatura, come non lo 
sono, in un gruppo allegorico, la farfalla che 
simboleggia Tanima, il putto bendato che im- 
persona l'amore o il vecchio smunto e canuto 
che incarna il tempo. 

Bellissima e tutta scultorea é la personifi- 
cazione di Roma nei Levia Gravia: 

Date al vento le chiome, infavillanti 
Gli occhi glauchi, del sen nuda il candore, 
Salti su '1 cocchio ; e V impeto e il terrore 
Van con fremito anelo a te d'avanti, (p. 363) 

Rileggete ancora l'ultimo verso di questa 
quartina. Non vedete che persino V impeto e 
il terrore, che sono due forze astratte, assu- 
mono per il poeta scultore una forma che oso 
dire palpabile? 

IMmpeto e il terrore 
Van con fremito anelo a te d'avanti. 

Due energie, che il poeta rende visibili e 
tangibili come il flato che si condensa. 



126 Capitolo terzo 



Nella poesia « Scoglio di Quarto » il Car- 
ducci ci dà la statua di Garibaldi: 

Al collo leonino avvoltosi 
il pnncio, la spada di Roma 
alta su l'omero bilanciando, 
stiè Garibaldi, (p. 848) 

C'è qui un vero bozzetto monumentale, ap- 
pena digrossato, ma che già suggerisce, nella 
sua mossa gladiatoria evidentissima, tutte le 
particolarità dei dettagli. 

In un'altra poesia a « Garibaldi » il Car- 
ducci ritrae ancora l'eroe prediletto non mo- 
dellando la statua ma ombreggiando un dise- 
gno, un rapido disegno a due tinte, nel quale 
sono notevoli la forza del rilievo e l'evidenza 
della prospettiva. È insomma lo schizzo che lo 
scultore traccia sul foglio ed ombreggia alla 
lesta prima di modellare il bassorilievo: 

Il dittatore, solo, a la lugubre 

schiera d'avanti, ravvolto e tacito 

cavalca: la terra ed il cielo 

squallidi, plumbei, freddi intomo. ip. 844) 

Se non ci fosse quest'ultimo verso con quei 
tre aggettivi di scialbo colorito anche questa 
quartina sarebbe tutta scultorea. Essa invece ci 
ricorda piuttosto una di quelle copie dal gesso, 
ombreggiate a carboncino e lumeggiate col 



Il poeta scultore - Cardticci 127 

bianchetto, che eseguisce lo scolare nei primi 
corsi di studi accademici. Difatti, in tutta la 
quartina, non c'è una parola che sprema o 
ricordi un colore. Lugubre è la schiera che 
segue il dittatore ; il cielo e la terra squallidi, 
plumbei, freddi intorno. Quando il Carducci 
si dimostra poeta pittore ci ricorda quasi 
sempre, in qualche tocco, la sua indole scul- 
torea; un bel quadro, dipinto con cura, con 
le lievi sfumature e le soavi pastosità di co- 
lorito come lo presentano frequentemente il 
Petrarca, l'Ariosto e il Pascoli; il Carducci 
rare volte ce lo dà. Quando dipinge egli pre- 
dilige il disegno in bianco e nero, talvolta 
rafforzato con qualche pennellata satolla e ri- 
sentita, ma senza sfumature, senza le sapienti 
morbidézze dei passaggi: 

e tra Pernio 
eccidio passavan su i carri 
diritte e bionde le donne amale, (p. 839) 

Il disegno è completo, si vedono i carri 
trascorrer veloci tra l'eccidio e su di essi le 
donne amale che s'ergon diritte e sdegnose. 
Sarebbe un bel bassorilievo, ma un capriccio 
del poeta, che illumina con una striscia di 
colore i capelli delle conquistatrici, muta quel 
bassorilievo in un aspro ma vigoroso schizzo 
avvivato d'una pennellata giallognola. 



128 Capitolo terzo 



Bellissimi invece e veramente pittorici sono 
i versi seguenti: 

Potente 
ruppe il sole a le nubi sormontando, 
e incoronò d'un' iride scendente 
. la bella donna che sorgea pregando, (p. 675) 

Anche qui però il poeta non dipinge il suo 
quadro, ma ce lo suggerisce con una parola 
sintetica che racchiude nelle sue cinque let- 
tere il fescio di tutti i colori, la gamma com- 
pleta d'ogni tavolozza: 

e incoronò à^xm^ iride scendente 

la bella donna che sorgea pregando. 

Queir imfe è una parola magnifica; è la 
sostanza stessa della creazione estetica e ci 
mostra intero lo spettro solare con le sue 
sfumature digradanti in un modo che non 
può aver riscontro nemmeno nei quadri di 
John Constable che fu uno specialista fa- 
moso nel riprodurre gli arcobaleni. Togliete d> 
quei versi quel vocabolo smagliante ed avrete 
un'eclissi totale perfetta. 

Ricordate l'aneddoto di Apelle che faticava 
di mente e di mano intorno a una testa di ca- 
vallo da lui dipinta per chiazzarne le nari di 
bava sanguigna? D'un tratto, come il vano 
tentativo lo impazientiva, afferrò una spugna 



Il poeta scultore - Carducci 129 

che gli serviva per detergere i pennelli e la 
lanciò di forza contro il dipinto ed ecco, per 
un caso fortuito, il miracolo avvenne. La 
spugna percosse proprio sulle nari del cavallo 
e vi lasciò un'impronta mischiata di si varii 
colori che imitava perfettamente la schiumosa 
bava del destriero. 

Ebbene il Carducci replicò qui, pensata- 
mente, e con gran forza d'effetto, ciò che per 
caso capitò ad Apelle. Incapace forse di scri- 
vere una bella quartina per ritrarre l'au- 
reola di cui volle incoronare la bella donna 
che sorgeva pregando, le scagliò attraverso le 
vetrate della chiesa il fascio di tutti i colori, 
l'iride luminosa, e il suo nimbo ideale, car- 
pito direttamente al cielo, soverchia per in- 
tensità di luce e per forza di colorito la tec- 
nica dei più grandi paesisti. 

Nondimeno non si può supinamente asserire 
che il Carducci sia incapace di scrivere un 
quadro veramente pittorico. Egli ne dipinge 
alcuni che son degni del pennello di Nicola 
Poussin e riesce talvolta ad ottenere degli ef- 
fetti così nuovi e impreveduti da emulare i 
poeti pittori nati. « Alle fonti del Clitumno », 
r« Idillio maremmano », le « Rimembranze di 
scuola », « I Poeti di parte bianca », racchiu- 
dono dei paesaggi cosi veri e naturali che 
dimostrano nel Carducci delle doti pittoriche 

A. Padovan, 9 



130 Capitolo terzo 



singolarissime. E s'egli possedesse in egual 
misura la virtù musicale (che è invece in lui 
la più deficiente) sarebbe davvero un poeta 
moderno degno dei più alti confronti. 

Vediamo ora come impugna la tavolozza e 
il pennello quando depone la subbia, il cal- 
cagnuolo e la gradina. 



Un vero quadretto pittorico, pieno d'aria 
e di sole, si legge nei Poeti di parte bianca: 

Come pioggia d'aprile a la campagna, 

Che bacia i fiori e su le larghe fronde 

Crepita: ride tra le nubi il sole 

E ne le gocce pendole si frange; 

Getta odore la terra; Tali bagna 

La passeretta, al ciel levasi e- trilla: (p. 317) 

E un bellissimo dipinto, soleggiato dal pen- 
nello del Fontanesi: vale a dire un palpito 
dì vita che risaluta la natura. E come è ef- 
ficace quell'ultimo verso che allegra cou uno 
spunto musicale onomatopeico tutto il pae- 
saggio ! 

Pali bagna 
la passeretta, al ciel levasi e trilla: 



Il poeta scultore - Carducci 131 

Migliore e più modernamente pittoriche sono 
1^ due terzine dell'* Idillio maremmano » che 
CI presentano un vastissimo paesaggio, ritratto 
con ferme pennellate, a densi tocchi rapidi 
e sicuri, pieno di luce e di rilievo come una 
vasta tela del Segantini: 

Oh lunghe al vento sussurranti file 

Be* pioppi ! oh a le helPombre in su '1 sacrato 

Ne i di solenni rustico sedile, 

Onde lanino si mira il piano arato 

£ verdi quindi ì colli e quindi il mare 

Sparso di vele, e il campo santo è a lato! (p. 666) 

Nel « Sogno d'Estate » il pennello carduc- 
ciano s'ammorbidisce, lavora di punta, s'in- 
dugia lento e paziente a ritrar minuzie, ci 
dà insomma il quadro ideale, dipinto con la 
diligenza di un preraffaellita soavissimo. 

Correa la melodia spiritale di primavera; 

ed i pèschi ed i mèli tutti eran fior' bianchi e vermigli, 

e fior' gialli e turchini rìdea tutta Perba al di sotto, 

ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de' prati; 

e molli d'auree ginestre si paravano i colli, 

e un'aura dolce movendo quei fiori e gli odori 

veniva giti da '1 mare ; nel mar quattro candide vele 

andavano, andavano cullandosi lente nel sole, 

che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva, (p. 910) 

Cbe vigile accuratezza nei dettagli, che co- 
noscenza intima e profonda della natura! E 



132 Capitolo terzo 



come ricorrono spontanei alle labbra questi 
pochi versi dinanzi al quadro della « Prima- 
vera » di Sandro Botticelli ! 

Pittura completa ho detto, singolarmente 
per l'equilibrio del colorito. V'ha il rosso e 
il giallo, che son tinte calde; il turchino che 
è freddo e il verde intermedio. I colori sono 
vivaci e satolli e si vede che il poeta ha pro- 
prio voluto il dipinto perchè ad ogni cosa da 
lui ricordata s'accompagna l'aggettivo cro- 
matico; i peschi e i meli son bianchi e ver- 
migli; l'erba s'ammanta di fiori gialli e tur- 
chini, il trifoglio è rosso, le ginestre sono auree, 
le vele candide e il sole circonfonde mare e 
terra e cielo sfolgorando. 

Par proprio di vedere un pittore che spreme 
sulla sua tavolozza tutta la gradazione delle 
tinte l'una dopo Taltra e le trasceglie poi di 
quando in quando per avvivare il disegno. 
Un quadro ideale dunque ma che stravince 
la luminosità di tutti i divisionisti perchè sfol- 
gora in esso la luce del sole che forse nessun 
pennello umano potrà riprodurre. E l'aura 
che muove dolcemente i fiori e gli odori è 
la sobria nota musicale che dà la naturalezza 
al paesaggio e gli infonde la vita. 

Come si vede, Giosuè Carducci, quando 
vuole, può e sa darci il quadro pittorico 
completo quantunque egli risalti e sopravanzi 



/{ poeta scultore - Carducci 133 

quasi sempre come poeta scultore perchè egli 
possiede un ingegno equilibrato e proteico 
che sente ed esprime le forme, i colori e i 
suoni. 

Ma se si dovesse stabilire un rapporto nu- 
merico per rendere evidenti le proporzioni di 
queste sue tre virtù cento passi poetici si do- 
vrebbero classare cosi: sessanta scultorei, 
trenta pittorici e dieci musicali. 

E fra quest'ultimi stupenda è r« Ave Maria 
della Chiesa di Polenta » veramente dolcis- 
sima e romantica come una sonata in re be- 
molle o in sol bemolle. Notevole altresì per 
la profonda e sentita musicalità di quell'ora 
vespertina che Dante era già riescito a mu- 
sicare nel canto ottavo del Purgatorio (^). 

Scrive dunque il Carducci: 

Una di flauti lenta melodia 

passa inyisibil fra la terra e il cielo : 

spiriti forse ohe furon, che sono 

che saranno? 
Un oblio lene de la faticosa 
vita, un pensoso sospirar quiete, 
una soave volontà di pianto 

ePanime invade. 
Taccion le fiere e gli uomini e le cose« 
roseo '1 tramonto ne Inazzurro sfuma, 
mormoran gli alti vertici ondeggianti 

Ave Maria, (p. 1015) 



(') Era già Pora che volge il disio. 



134 Capitolo terzo 



Ma questa è musica! Il poeta ha scritto 
alcuni versi che non si possono dire ma si 
devono per forza cantare ed io mi ricordo 
come, fin dalla prima lettura, fossi sponta- 
neamente portato a trascriverli sul fronte- 
spizio della « Sera » di Schumann che singo- 
larmente prediligo. 

Provati, lettore, a leggerli per te solo, im- 
mediatamente prima dell'audizione musicale, 
e vedrai quante belle visioni ti suggerirà poi 
la pagina del musicista di Zwickau! 

Ma come è riuscito il Carducci a ottenere 
un effetto così spiccante senza varcare i li- 
miti della poesia? 

Con un artifizio d'arte semplicissimo: ripar- 
tendo cioè i tre versi melodici migliori uno 
per ciascuna quartina. Per tal modo egli ha 
prolungato il motivo in minore continuandolo 
al modo deirorgano quando si insiste sopra 
una nota o quando non la si smorza nell'uni- 
sono degli archi striscianti sui violoncelli. 

I tre versi veramente musicali che rendono 
il rombo delle campane ondanti son questi; 

I. Una di flauti lenta melodìa 
II. Una soave volontà di pianto 
III. Mormoran gli alti vertici ondeggianti. 

Quest'ultimo poi è il più musicale di tutti 
il verso onomatopeico perfetto. 



Il poeta scultore - Carducci 135 

Se il Carducci avesse raggruppato 1 tre en- 
decasillabi in una sola quartina, avrebbe com- 
piuto lo sforzo vano del poeta che vuole in- 
vadere il campo della musica ed avrebbe 
varcato i limiti della poesia. Ripartendoli in- 
vece a distanza ottenne l'effetto melodico senza 
sconfinare perchè ad ogni verso onomatopeico 
se ne accompagnano degli altri che lo cemen- 
tano; non dunque la musica soltanto ma la 
poesia musicale. E anche questo è un esem- 
pio che dimostra il saldo equilibrio delF in- 
gegno poetico carducciano. 



11 Carducci stesso ha d'altronde intuito la 
doviziosa ricchezza del suo temperamento 
scultoreo e proprio si è dichiarato con grande 
sincerità nella mirabile poesia intitolata « Con- 
gedo ». Ricordate? 

Il poeta è un grande artiere, 

Che al mestiere 

Fece i muscoli d'acciaio: 

Capo ha fier, collo rohusto, 

Nudo il busto, 

Duro il braccio, e Poochio gaio. 



136 Capitolo terto 



£i co '1 mantice ridesta 

Fiamma e festa 

E lavor ne la fucina; 

Egli gitta, e le memorie 

E le glorie 

De' suoi padri e di sua gente. 

Il passato e l'avvenire 

A fluire 

Va nel masso incandescente. 

Ei l'afferra, e poi del maglio 

Co'l travaglio 

Ei lo doma su l' incude. 

Picchia e canta. Il sole ascende, 

E risplende 

Su la ironte l'opra rude. (p. 774-5) 

Che potente figurazione ideale! 

Non il quieto studiolo del poeta, ma l'offi- 
cina di un fabbro mei momento in cui ferve 
il lavoro. Non Fampio tavolo ingombro di libri 
e di carte, ma l'incudine massiccia e sonora, 
non la spaziosa scansia addossata alla parete 
e piena di libri, ma il mantice poderoso che 
soffia ansimando, non il lieve e monotono 
scricchiar della penna sui fogli, ma il colpo 
del maglio che fa schizzare le scintille intorno 
e invece del tipo classico di poeta esile e pal- 
lido, apollineo e delicato, l'atleta vigoroso dai 
turgidi muscoli d'acciaio, dal collo taurino, 
che gitta nel masso incandescente le memorie 



Il poeta scultore - Carducci 137 

e le glorie de' suoi padri e de' suoi consan- 
guinei, le arroventa, le afferra con le branche 
delle lunghe tenaglie, impugna il martello e 
con la forza del braccio e il vigile soccorso 
del pensiero le foggia a suo talento. 

Come vedi, lettore, il poeta ci dà l'autori- 
tratto, ma non si dipinge, si scolpisce: 

Capo ha fier, collo robusto, 

Nudo il busto 

Duro il braccio, e l'occhio gaio. (p. 774) 



Serrate le palpebre, acuite la memoria, ri- 
pensate alla complessione dell'uomo, a tutta 
l'opera sua di patriota e di artista e vedrete 
che nella vasta fucina ideale il grande artiere 
che picchia e canta vestirà le sembianze car- 
ducciane. 

Altrove, il Carducci stesso, parlando del 
poeta lirico, si lasciò sfuggire queste eloquenti 
parole che perfettamente s'addicono al suo 
temperamento d'artista: « Come si spinge nel- 
l'avvenire, cosi può il lirico rigettarsi nel 
passato: e può, se vuole, essere anche di nes- 
suna età, purché trovi a' suoi concetti forme 
palpabili e materiate » . 

Questo nostro poeta fu dunque sincero sem- 
pre. Quando un'emozione lo sorprende la nota 



138 Capitolo terzo 



e quel che detta dentro va significando: 

Quando l'idea ne l'anima rovente 
Si fonde con Pamore, 

Divien fantasma, e a' regni de la mente 
Vola fendendo il core; 

E la ferita stride aperta al vento, 
Geme cruenta al sole: 

Io non vi gitto le filacce drento 

Di rime e di parole, (p. 523) 

Questi versi son davvero eloquenti, sono 
uno scatto di sincerità grande, di quella dote 
ch'io riconosco essenziale nell'uomo di genio 
per cui egli traduce sé stesso nell'opera con 
la fedeltà della pellicola che ricopia la ve- 
duta. 

Sempre, quando mi trovo davanti a un 
poeta che la propria voce interiore trasforma 
in voce vocale, senza subdole perplessità, 
senza timorose esitazioni, riconosco in questo 
fatto un primo fattore del fenomeno geniale 
perchè il vero genio è originale sempre e 
non si può essere originali senza improntar 
l'opera o la gesta con le stimmate del pro- 
prio carattere. Ripensa, lettore, alle autobio- 
grafie del Cellini e dell'Alfieri, all'epistolario 
di Leopardi e di Wagner e riconoscerai che 
talvolta la sincerità del genio è cosi rude e 
pronta che non è più nemmeno una confes- 
sione ma un'auto-accusa addirittura. 



Il poeta scultore - Carducci 139 

Poesia potente, anzi prepotente è dunque 
quella di Giosuè Carducci perchè non lascia 
aperta nessuna via ai pensieri del lettore, 
nessun adito concede a visioni proprie: egli 
impone il suo pensiero, domina e soggioga 
come rocchio d'un fascinatore; costringe la 
nostra anima a vibrar con la sua, le impone 
quasi sempre Tunisòno. 

È questa, a mio giudizio, una delle prove 
più valide per dimostrare T originalità dell'o- 
pera carducciana. 



Abbiamo veduto che Giosuè Carducci è un 
poeta scultore nato, possiamo ora aggiungere 
ch'egli è lo scultore di tutto quello che è so- 
lenne, enorme, smisurato. S'egli non avesse 
sortito il dono di una possente fantasia ed 
avesse impugnato lo scalpello invece della 
penna, il nostro artefice sarebbe stato un 
emulo di Pietro Puget, lo scultore della forza, 
di Francesco Rude, lo scultore del moto, 
gli antagonisti di Nicola Couston e di Pradier 
che rappresentano invece la grazia e la quiete. 

Questa verità risulta chiarissima dall'in- 
sieme di tutte le poesie carducciane, ma è 
singolarmente provata da un fatto rinnovan- 



140 Capitolo terzo 



tesi con insistente lena per tutta l'opera del 
poeta. Questo: quasi tutte le figure modellate 
dal Carducci sono diritte, levate in piedi, nel- 
l'atteggiamento che rivela la forza, l'energia, 
l'inflessibile volere. Ricordate? 

Madamigella Sombreuil, nel fa ira: «sul 
tremulo padre alta sorgendo » (p. 731) vuota 
la tazza di sangue. Marat vede nell'aria oscure 
torme d'uomini con pugnali erti passando. 
(p. 730). Le donne amale trascorrono di sui 
carri « diritte e bionde » (p. 839). « Pallido, 
dritto su l'arcione » sta Carlo Alberto (p. 955). 
Cavalca « dritto e fermo » Enrico V (p. 490). 
« Biondo, diritto, immobile » è il Capitano Calvi 
sul limite della strada al confine austriaco 
(p. 978) « orribilmente dritto » è Giacomo Me- 
dici sulla mole arsa e distrutta (p. 211); « Ritta 
in mezzo a' ruderi dei monti » è l'ultima fa- 
miglia umana che assiste all'agonia della terra 
(p. 905); « Torreggia in mezzo al Parlamento» 
Alberto di Giussano (p. 1041); Diritta è lare- 
pubblica santa che protende le aperte brac- 
cia al sole occiduo in fra i romulei colli (p. 448); 
Son ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria 
padri (p. 788); « Sorge, pregando » la bella 
donna che il poeta incorona d'un'iride scen- 
dente (p. 675); «Su l'avello iscoverchiato, 
erto è r imperlai vate » Dante (p. 359). Vel- 
leda, la vergine eroina profetessa dei Ger- 



Il poeta scultore - Ckirducoi 141 

mani : « in nero vestimento alia levossi » (p. 289); 
Bronzetti « Quando, grida, fantasma erto fra 
i nuvoli » (p. 851) ; il Malaspina, accanto al- 
l'odorata selva del focolare « dritto in piedi 
tutta ergea la testa su i minor baroni » (p. 310). 
Eretta al cielo è la bianca testa di Guglielmo 
re (p. 459). Fieramente dritta sui nomentani 
tumoli sta la morta schiera de' caduti di Men- 
tana (p. 481), e pure diritte ci si presentano 
la còrsa Niobe sulla soglia della casa d'Ajac- 
cio (p. 843); Alessandro il Grande in fronte 
alle falangi davanti al mare (p. 812); la figura 
di Roma sul carro volante, Lidia dinanzi ai- 
Tara di Apolline, il poeta stesso nella fucina 
fragorosa.... 

Questa predilezione del Carducci per la fi- 
gura in piedi è significantissima perchè rivela 
una tempra artistica energica e risoluta, sde- 
gnosa d'ogni mollezza e di tutte quelle stuc- 
chevoli quisquilie decorative che formano il 
bagaglio di tanti egoarchi contemporanei. 

Anche nelle imagini pittoriche il Carducci 
propende sempre alle figurazioni grandiose, 
alle larghe pennellate tizianesche; raramente 
egli si china a coglier fiori per spremerne i 
tenui succhi cromatici; quando dipinge egli 
spalma i suoi pennelli sulla tavolozza la più 
vasta e la più ricca che si possa idealmente 
concepire perchè toglie l'azzurro dal cielo e 



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Il poeta scultore - Carducci 143 

Anche qui è la tempesta col suo rombo fra- 
goroso e pauroso che il Carducci ricorda per 
simboleggiare le eroiche ombre accorrenti 
all'appello dell'eroe, e cioè una forza della 
natura e la più selvaggia, la più complessa, 
la più grandiosa. 

Cosi, cosi sempre: persino la fuga di An- 
gelica, inviluppata nel candido velo e caval- 
cante per la foresta, stimola il poeta all'ima- 
gine magniloquente: 

Non vedi tu d'Angelica ridente, o amico, il velo 
Solcar come una candida nube Pestremo cielo? 

Oh gloria, oh libertà ! (p. 446) 

E nella poesia « Alle fonti del Clitumno > 
quando imagina il mitico amplesso di Giano 
e di Camesena, eccitato dall'imponenza della 
visione lirica a supporre un letto immenso 
e una cortina smisurata, adagia i suoi semoni 
sull'Apennino fumante e addensa i nembi su 
di essi per celare il congiungimento favoloso : 

Giano eterno e quanto amor lo vinse 
di Camesena. 

Egli dal cielo, autoctona virago 

ella: fu letto PApennin fumante: 

velano i nembi il graude amplesso e nacque 

P itala gente, (p. 805) 

Altrove, nella poesia « Le due torri » quando 



144 Capitolo terzo 



scorge l'ombra di Dante redimita, ingigantisce 
di tanto l'ideai figura del fiorentino che riesce 
ancora ad una imagine nella quale le nuvole 
sono la materia plastica prediletta : 

Dante vid'ìo levar la giovine fronte a guardarci, 
e, come sa noi passan le nuvole, 
vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno 
premergli tutti i secoli d^ Italia, (p. 822) 

E quand'egli scarrozza lungo il Chiarone 
da Civitavecchia, leggendo Marlowe, vede an- 
cora e sempre che 

Paer maligno feconda 
di mostri intorno le pendenti nuvole, (p. 885) 

Anche i sogni, le passioni, le energie umane, 
tutto insomma ciò che è invisibile e astratto, 
il poeta condensa e solidifica, pur di mostrarlo 
al lettore; 

Mirate, o morti: il sangue vostro irrora, 
Ricadendo, aureo nembo,.... (p. 422) 

E altrove, nella poesia in morte di Gio- 
vanni Cairoli, lo stesso sdegno del poeta va- 
pora caliginoso 

È m' accompagna de V Italia il pianto 

E, nube atra, lo sdegno : (p. 435) 



Il poeta scultore - Carducci 145 

Anche lo spirito dell' amico, nell'ode bar- 
bara « Ave » si rifugia nel grembo della pla- 
stica meteora: 

o dolce spirito : 
torse la unvola ti accoglie pallida 
là per le solitudini 
del vespro e tenue teco dileguasi, (p. 921) 

E i sogni di gloria e di poesia passano sul 
viso radiante di Alessandro il Grande come 
bianche nuvole (p. 811); le ninfe dileguano come 
le nuvole a i monti (p. 806); la coorte dei caduti 
di Mentana va come fosca nuvola (p. 483j. 

Persino il fumo che la terra esaia -quando 
il vomere dell'aratro la fende, si condensa e 
raffigura fantasimi al poeta sognante. Ricor- 
date? 

stride l'aratro in solchi aspri : la terra 
Fuma: Parìa oscurata è di montanti 
Fantasimi che ceTcano la guerra, (p. 725) 

La nuvola è proprio l'elemento preferito dal 
Carducci, inconsciamente preferito perchè si 
presta a tutte le figurazioni, è insomma una 
creta ideale, plastica e leggiera, morbida e 
obbediente; la vera materia atta a crear fan- 
tasmi, ad atteggiarli, disfarli, ricomporli an- 
cora: aereo elemento che il poeta ora con- 
densa e solidifica, ora dilata e dissolve. 

A. Padovan. 10 



X46 Capitolo terzo 



Ricordate la poesia e Per Monti e Tognetti?» 
È il papa canuto che sorge davanti al let- 
lore e che il Carducci apostrofa cosi: 

E tu pur sei canuto: e pur la vita 
Ti rifugge dal corpo inerte al cuor, 
E dal cuore al cervel, come smarrita 
Nube per Palpi solvesi in vapor, (p. ^^^l 

Ed ancora fra le nuvole evoca il Carducci 
la figura di Bronzetti nel « Saluto italico ». 

Quando? Grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli. 

(p. 851) 

Persino nella lirica intima, in quella cioè 
che invita al raccoglimento si il poeta che 
il lettore, il Carducci rivela la singolaritò- àe^ 
suo ingegno ideando una larga visione ^^^ 
imagine grandiosa e michelangiolesca co» 
elementi tolti a prestito dalla natixra. 

Ricordate la soavissima poesia, ^i jauifr^ 
Rudel, nel momento in cui la bellissima Me- 
lisenda si china sul cadavere doli' amato? 

La donna su '1 pallido amaxiti^ 
Chinossi recandolo al seno. 
Tre volte la bocca tremant^^ 
Co U bacio d'amore baci^, 

E il sole da U cielo sox-^xio 
Calando ridente ne Poncla. 
L'effusa di lei chioma bìoii^^^^ 
Sn '1 morto poeta irraggia. ^^^ q.^. 






Il poeta scultore - Carducci 147 

Che quadro meraviglioso, che vasta fecena 
magnifica! Quel raggio di sole ultimo che 
guizza su per la distesa del mare e circon- 
fonde di calda luce la coppia infelice, presenta 
un contrasto degno d'un scenogì^afo come Pie- 
tro Gonzaga che il giorno e il sole fece splen- 
dere sul colorito delle scene. 

E come spicca nel rosso del tramonto la 
chioma aurea della donna, che intensità di 
luce, che robuste25za di colore nel mescolarsi 
di quel rosso e di quell'oro! Come pallida e 
scialba ci si presenterebbe ora la tavolozza 
di quei poeti pittori che, per dipingere dei ca- 
pelli biondi, non sanno ricordare che le spighe 
dei campi. Toro fuso nel crogiuolo, o il miele 
dell'arnia intatta! 



Il Carducci insomma sdegna ogni subdola 
preziosità e attinge sempre al vero diretta- 
mente. Convinto che non si può andar oltre la 
natura, non ricorre mai agli arzigogoli arti- 
fiziosi dei poeti illusionisti, lascivoli e protei- 
formi. 

Noi dobbiamo dunque segnalarlo un artista 
mirabile, rude e sincero, forte e sereno: poeta 



1 



148 Capitolo terzo 



scultore per vocazione innata, poeta pittore 
per forza di volontà, poeta musicista per virtù 
sporadica. Un uomo di genio insomma, fiam- 
mante orgoglio dell'Italia contemporanea, ve- 
ramente degno di questo raro attributo glo- 
rioso. 



CAPITOLO QUARTO 



IL POETA PITTORE 
(PETRARCA) 



La poesie est une peintnre qui 
parie on, si Toii veut, nn langage 
qui peint. 

Makmontbl. 



IL POETA PITTORE 



E poeta pittore è più prolisso del poeta 
scultore e sì distingue subito, a una prima 
lettura, perchè egli compone con la tavolozza 
neUe mani, sempre pronto a pronunziare la 
parola cromatica, a scrivere l'aggettivo lumi- 
noso, a rafforzare V intensità di un colore con 
delle imagini tolte a prestito da quelle cose 
che le tinte schiette e pure hanno connaturate. 

Tutti i poèti; quali^più quali meno, si ri- 
velano pittori perchè i colori sono dappertutto 
come Tarla e la luce, ma il poeta pittore 
nato spicca subito per la predilezione che di- 
mostra nel colorire e sopratutto per Tabilità 
sua nello sfumare le tinte con aggettivi der 
gradanti, nell -ammorbidire i passaggi fra un 
colore è Taltro coi sinonimi eloquènti, pre- 
sentandoci ' nell' insieme di tutta la sua opera 
non soltanto le imagini del settemplice spettro 
solare, ma tutte le varie e innumerevoli com- 



152 Capitolo quarto 



binazioni che si ottengono sovrapponendo e 
mescolando le varie zone dell' iride. 

Accertato questo fatto si comprende altresì 
che anche fra i poeti pittori nati ritroveremo 
il talento, l'ingegno e il genio. 

Tutti e tre sortirono dalla natura l'indole 
pittorica, ma soltanto il genio riesce ad estrin- 
secarla nella sua gagliarda pienezza. E anche 
fra i poeti pittori di genio che impugnano 
la tavolozza di tutti i colori e sanno distri- 
buire le tinte con belle armonie, le diffe- 
renze sono notevoli, come lo sono per esem- 
pio nel campo della vera pittura fra i quadri 
di Raffaello e di Tiziano, del Correggio e del 
Rembrandt. Grandi pittori tutti, uomini di 
genio indiscutibile, ma vari nell'aspetto delle 
loro opere, nel modo cioè di sentire e di ripro- 
durre il vero. 

Cosi è dei poeti pittori nati e singolarmente 
di quelli di genio. 

Anzi, bisogna segnalare e proclamare un 
altro fatto, questo: quanto più si sale verso 
il genio più evidente e spiccata diventa l'o- 
riginalità dello scrittore sicché, talvolta, da- 
vanti a due poeti pittori famosi come il Pe- 
trarca e l'Ariosto, noi distinguiamo subito, senza 
addentrarci nell'esame minuzioso delle opere, 
che essi sono iiiversi, pur rimanendo nel campo 
della stessa arte, perchè la loro caratteristica 



Il poeta pittore - Petrarca 153 

pittorica è sottoposta alla complessione fisio- 
psichica, vale a dire al temperamento arti- 
stico individuale. 

La natura entra nei loro occhi, si specchia 
e si fissa nel cervello, ed essi, poetando, la 
riflettono segnata dall'impronta delle doti na- 
turali e delle doti acquisite. Non dunque la 
ripetizione esatta e minuta della lastra fo- 
tografica, ma un rifacimento della verità che 
si manifesta al lettore insieme all'indole del- 
Tartefice operante. 

Per questo motivo lo stesso paesaggio o lo 
stesso fenomeno naturale sono variamente ri- 
prodotti da due poeti pittori, e Tuno soverchia 
r altro neir intensità rappresentativa allor- 
quando la sua tavolozza è più ricca e la sua 
tecnica più sapiente nel significare il vero. 

n poeta pittore insomma, davanti a una 
veduta naturale, è propenso, per virtù innata, 
a sentire sopra ogni cosa l'armonia dei co- 
lori, come il poeta scultore sente invece quella 
delle forme, il poeta musicista quella dei suoni. 

E quando il poeta pittore si accinge a scri- 
vere, ridestando dentro sé le memorie e le 
visioni adunate, gli si presentano sempre più 
nitide e chiare, più frequenti e numerose le 
imagini policrome sicché egli, senza sforzo 
di volontà, portato dalla sua stessa indole, 
infiora l'opera sua di belle parole coloranti. 



154 Capitolo quarto 



di tenui aggettivi iridescenti che sfumano la 
tinta madre, ammorbidiscono i passaggi e ci 
dà il quadro con gli stessi procedimenti tec- 
nici adoperati dal vero pittore, sostituendo ai 
colori le parole, ai pennelli la penna. 

E quando il nostro poeta è sopratutto pit- 
tore, nel significato più pieno e più profondo, 
allora nelle sue poesie non si trova soltanto 
la gamm^ di tutti i colori con le loro sfuma- 
ture, ma persino le finzioni prospettiche che 
simulano le lontananze e gli sbattimenti d'om- 
bra che danno i rilievi. 

Il poeta pittore nato è quasi sempre un 
paesista anzi, in poesia, soltanto qus^ndo gli 
si porge Toccasione di ritrarre un pftesaggio 
egli può estrinsecare la sua virtù innata con 
spontanea liberalità. Noi vediamo infatti che 
i poeti pittori prediligono immensamente il 
paesaggio, si indugiano volontieri a ritrar cre.- 
puscoli e marine, prati fioriti e boschi ver- 
deggianti, laghi popolosi e valli irrigate, e il 
loro tocco si fa sempre più ^morbido e sapiente 
di mano in mano che ;si sale dal talento 
all'ingegno e dall'ingegno al genio; di mano 
in mano. che dall'evo antico si procede. verso 
la modernità. 

Il poeta pittore si abbandona raramente 
alla; propria vocazione quando .svolge, yn 
episodio d' indole passionale, perchè allora. ; il 



Il poeta pittore - Petrarca 155 

paesaggio diventa un elemento superfluo o 
secondario e la sua virtù pittorica riescirebbe 
stucchevole e puerile se fosse applicata alle 
figure con quella larghezza cesariana che è 
cosi efiScace nella descrizione di una veduta. 
Come ogni pittore poi rivela' nell'opera sua una 
tecnica individuale cosi ogni poeta pittore rie- 
sce alla rappresentazione del vero con mezzi 
propri, talvolta opposti a quelli adoperati da 
un sub fratello spirituale. 

V'ha il poeta pittore che ritrae il paesaggio 
con delle pennellate larghe e sicure, sugge- 
rendoti il quadro con dei colori accesi e puri 
tolti direttamente dalla tavolozza e portati 
nella poesia e dirà azzurro il mare, bianche 
le nuvole, verdi i prati e se dovesse soffer- 
marsi in un campo fiorito vi ricorderà i fiori 
gialli e vermigli, bianchi e celesti con delle 
tinte satolle e risentite e questo han fatto la 
maggior parte dei poeti pittori che iniziarono 
una letteratura; questo ritrovi ancora oggi 
nei canti popolari dialettali, che sono l'eco più 
fedele della fresca ingenuità primitiva. 

Il poeta pittore moderno invece usa una 
tecnica più sapiente, sa mescolare le tinte, 
rimenarle, fonderle, sovrapporle, velarle, per 
meglio avvicinarsi alla rappresentazione del 
vero, ed ecco che la distesa del mare non ti 
si presenta più come una uniforme vastità 



156 Capitolo quarto 



cerulea, ma vedi in essa il gioco delle luci, 
le bianche creste delle onde spumeggianti, 
il riflesso dei cieli, la natura del fondo e per- 
sino la densità delle acque. Le nubi, nel bre- 
ve giro di un sonetto, di bianche si fanno 
violacee, poi grigie, poi nere. Solcate dai lampi, 
squarciate dal tuono, si adunano ancora, plum- 
bee, rosse, auree e si dissolvono infine, dopo 
il temporale, nella placidità del tramonto. I 
prati non saranno più tutti verdi e i fiori gialli 
e vermigli, azzurri e bianchi, ma quel verde 
ti si presenterà con le sfumature più delicate: 
cupo là dove .l'erba è folta o dove rinnovasi il 
guaime, pallido invece sul nascer delle pipite; 
e accanto ai fiori gialli e vermigli, bianchi 
ed azzurri ritroverai il nome della pianta e 
cioè il ranuncolo e il trifoglio, la giunchiglia 
e il miosotis. 

Altri poeti pittori usano una tecnica ancora 
più studiata; ti suggeriscono la materia co- 
lorante con delle imagini sicché il lettore, 
essendo costretto a comparare due cose fra 
di loro somiglianti, vede e sente i colori con 
maggior intensità e si gode nel gioco del raf- 
fronto. Altri infine ti dipingono il paesaggio 
con sovrabbondanza di particolari, alternando 
le tinte, indugiandosi là dove vogliono at- 
trarre l'attenzione, spendendo l'aggettivo più 
vivace sul colore prediletto e poi, dopo averti 



Il poeta pittore - Petrarca 157 

presentato un bel quadro preraiffaellita, dipinto 
secondo i precetti di Dante Gabriele Rossetti, 
Millais e Holman Hunt d'un tratto, con un 
verso solo, irradiano sulla loro tela ideale 
la luce del sole che tutto circonfonde e cir- 
comprende sicché il paesaggio vive e respira 
dinanzi a noi con una evidenza tecnica mera- 
vigliosa. 

Insomma, in poesia, i poeti pittori ci dipin- 
gono il quadro ideale con gli stessi procedi- 
menti tecnici coi quali l'artefice ci dà il qua- 
dro reale e noi riconosceremo la verità di 
questo fatto raffrontando le diverse poesie pit- 
toriche, per cui ritroveremo, anche nel campo 
poetico, i divisionisti e gli impressionisti, i 
luministi e i macchiaioli del verso come ci 
sono nel campo dell'arte pittorica reale. 



Cosi pure, allo stesso modo dei pittori che 
dimostrano nei loro quadri certe spiccate pre- 
dilezioni per un colore, come il Filippo Lippi 
per le sfumature violette, il Durerò per il blu 
d'oltremare, il Tiziano per il rosso, di cui lar- 
gheggiano nei loro dipinti ; cosi i poeti incli- 
nano anch'essi a sfoggiare la tinta preferita, 



158 Capitolo quarto 



quella cioè ch'io vorrei definire la loro « equa- 
zione cromatica personale ». 

Davanti ai quadri di un grande artista an- 
che il critico miope, comparando le varie tele, 
scopre facilmente il colore prediletto; davanti 
a un libro di poesia invece la ricerca è più 
diJBScoltosa perchè si richiede la conoscenza 
di tutta r opera e un esame accurato e minu- 
zioso di ogni canto e di ogni strofe. Nondi- 
meno v'ha un mezzo semplice e sicuro per 
riconoscere, a una prima lettura, l'equazione 
cromatica personale del poeta pittore ed io 
lo suggerisco al critico volonteroso che vo- 
lesse accingersi a studiare un qualunque poeta 
coi metodi da me iniziati. 

Poniamo che il colore prediletto dal nostro 
poeta pittore sia l'azzurro. Leggendo le sue 
poesie, là dove egli dirà azzurro il mare, il 
cielo, i monti lontani, i corimbi del glicine o 
i cespi delle mammole, nessun indizio io potrò 
trarre per proclamare quel colore come il 
prediletto perchè, veramente, il mare, il cielo, 
i monti lontani, il glicine e le mammole in 
flore sono azzurri; ma s'egli, descrivendomi 
un prato, me lo riempie di mio^otis o di gen- 
ziane; se mi veste interamente d'azzurro una 
sua figura, come fece il Gainsborough nel 
suo celebre ritratto The Blue Boy; se ingemma 
di zaffiro gli orecchini della sua donna, se 



Il poeta pittore - Petrarca 159 

^^&e in turchino le stoffe e i tappeti, io potrò 

^ fidanza affermare clie l'azzurro è il colore 

^^iletto dal poeta, perchè, se fosse stato il 

®so, egli avrebbe rivestito il prato di trifogli 

^ Papaveri, la figura della sua donna di 

K^^^ ^ avrebbe incastonato negli orecchini 

^ j>^l rubino spinello. 

t^rt'^ ^^oprire con approssimazione la tinta 

V ^^tta dal poeta pittore, vale a dire la sua 

^^Uazione cromatica personale, bisogna dunque 

Sorprenderlo là dove un colore può essere 

^^^tituito da un altro. Questa ipotesi risulta 

Sempre vera e si può dimostrarla compiendo 

P^^* l'iijcrescioso ma necessario esame del- 

^P^ra poetica, scegliendo cioè tutte le parole 

fioranti eJhe ingemmano i versi per com- 

^^^e Ja, statistica esatta. 



^, adiamo ora con quali procedimenti il poeta 

. Se alla, xappresentazione del vero, accin- 

'^oci a scrutare V intimo lavorio del suo 

^^ello oi> errante. 

vj . ^ il I>oeta davanti a una veduta: sup- 

^ lairio il -mare nell'ora, in cui leva il sole. 

^ prim^ volta che questo fenomeno mil- 



160 Capitolo quarto 



lenario e pur sempre nuovo si presenta agli 
occhi sitibondi della nostra creatura sovrana. 

Noi già abbiamo dimostrato che il genio 
dipende da « uno stato fisiologico di squisita 
eccezionale sensibilità nervosa » (^) il nostro 
poeta è dunque un sensibilissimo strumento 
atto a ricevere e a sentire più intensamente 
degli altri uomini ogni emozione, vale a dire 
cioè ch'egli percepisce un fenomeno naturale 
o passionale in un modo sempre più pieno e 
completo quanto è più vasta e più fitta la 
maglia nervosa che lo involge, quanto è più 
gagliardo e possente il genio suo. 

Davanti al sorger del sole sull'orizzonte del 
mare il nostro poeta pittore di genio somiglia 
dunque ad un tersissimo specchio che riflette 
la natura perfettissimamente e, fin qui, mol- 
tissimi altri uomini, che geni non sono, pos- 
sono trovarsi nelle identiche condizioni, tal- 
volta anzi migliori, quando cioè essi possie- 
dano una vista singolare. 

11 miracolo che nel genio si compie e che 
è negato alla mediocrità, 'consiste nell'intimo 
lavorio cerebrale per cui quella veduta non 
solo s' impronta nel cervello del poeta con un 



(') Padovan a., Cos^ è il genio f 1901, Ulrico Hoepli 
editore, Milano. 



Il poeta pittore - Petrarca 161 

solco indelebile, ma si incorpora, si immede- 
sima, si confonde con la sua stessa sostanza 
cerebrale e — miracolo veramente grande 
questo — subisce quel trasmutamento per cui 
la visione dell'aurora marina, che è di luci e 
di colori, riapparirà un giorno in qualche mi- 
rifica poesia, tradotta con delle parole che la 
ripresenteranno al lettore neirevidenza della 
realtà. 

Questo fenomeno psichico, cosi oscuro nei 
suoi svolgimenti interiori, è proprio incom- 
prensibile ed inesplicabile? Dovremo noi ri- 
nunziare a penetrarne i segreti soltanto per- 
chè esso ci appare coinvolto dalle tenebre 
folte? 

No, s' anche non riusciremo a spiegarlo 
completamente, possiamo però tentarne un 
esame sommario. 

Io penso dunque cosi: 

n nostro poeta pittore nato, strumento sen- 
sibile e impressionabile, assiste allo spettacolo 
dell'aurora marina. Lo svolgersi del fenomeno 
sì fissa nel suo cervello come una serie di 
fotografie a colori che tutto lo circompren- 
dono e tanto più fortemente si fissa quanto 
è più intensa e profonda l'emozione che lo 
spettacolo aurorale desta in lui. 

Dopo questo quelle imagini, simili a un ri- 
cordo, rimangono latenti, sono inalterabili e 

A. Padovan. 11 



162 Capitolo quarto 



durature come una nozione acquisita o una 
esperienza fatta. Un giorno, in un momento 
di estro, direbbe il volgo, (vale a dire nel mo- 
mento in cui lo squisito sistema nervoso del 
genio è eccitabile) per uno stimolo qualunque, 
che può essere una parola letta o udita, un 
colore veduto o sognato, la visione di quel- 
l'aurora marina risorge nella mente del poeta 
tanto più nitida e chiara quanto più intensa 
è stata l'emozione primitiva. 

Si riproduce, dico, ma non come tutti la 
vedrebbero, bensì come Tha veduta e sentita 
lui, l'uomo di- genio, il poeta pittore nato, il 
quale, come abbiamo detto, vede e sente più 
addentro dell'uomo comune e possiede una 
equazione cromatica individuale che lo inclina 
a preferire una tonalità sopra le altre. Si 
ripresenta dunque quell'imagine attraverso 
il suo temperamento di artista geniale e sic- 
come in quell'ora il poeta è stimolato al com- 
porre, quella veduta si muterà in una poesia 
e suggerirà poi al lettore, col magistero della 
parola, l'imagine dei colori. 

E siamo ora giunti a quella fase del feno- 
meno geniale che è il procedimento tecnico 
nel quale già principia a manifestarsi l'indole 
dello scrittore. 

Il poeta, con parole iridate, con aggettivi 
cromatici, con imagini luminose ed appro- 



Il poeta pittore - Petrarca 163 



priate vuol mostrare ciò ch'egli ha veduto e 
spende intorno all'opera sua quei vocaboli 
che possono, con maggior evidenza, ripre- 
sentare la verità. E siccome quando si ode 
il nome di un colore, noi siamo per abitu- 
dine portati a vederlo, sicché basta udire 
le parole: rosso, ranciato, giallo, verde, azzurro, 
indaco e violetto per percorrere idealmente 
tutta la fascia dello spettro solare ; cosi, man 
mano che si legge una poesia nella quale le 
parole coloranti predominano e sono abilmente 
ripartite a norma della visione che si vuol 
dipingere, noi vediamo i colori, riusciamo cioè 
a ricostruire, idealmente, la veduta policroma 
reale. 

E se la poesia pittorica fu composta da un 
uomo di genio il lettore proverà talvolta una 
più intensa commozione leggendo la pittura 
di una aurora che non contemplandola, perchè 
il genio ci presenta T insieme di quei parti- 
colari che la corta penetrazione della medio- 
crità non vede e non sente se non quando 
le sono suggeriti. 

Questo io affermo riguardo air emozione 
estetica, alle forme cioè e ai colori della ve- 
duta che il poeta ritrae, ma v' ha un altro 
elemento che concorre ad informare la poesia 
pittorica e le conferisce un maggior pregio 
perchè con quello il poeta manifesta aperta- 
mente l'indole sua connaturale. Ed ecco come: 



1^ Capitolo quarto 



Il poeta pittore, mentre suggerisce con le 
parole polìcrome e con Tabil gioco delle ima- 
gini espressive l'aspetto della veduta, ma- 
nifesta altresì i pensieri che quella visione 
ha suscitato in lui, irraggia cioè sul suo quadro 
col sole della sua anima, vi infonde il palpito 
del suo cuore; illumina e ravviva di senti- 
menti la sua pittura poetica sicché il lettore 
non ha più dinanzi a sé lo spettacolo d'una 
aurora reale, ma vede l'aurora attraverso il 
temperamento dell'artista, la sente come egli 
l'ha sentita e nella poesia riconosce l'impronta 
dell'uomo che l'ha composta, riconosce cioè 
la caratteristica innata dello scrittore, che dirà 
fresca e soave se avrà letto il Petrarca, fan- 
tastica e lussureggiante se avrà letto l'Ariosto, 
mistica e buona se avrà letto il Pascoli. 

Cosi dunque, quel fenomeno aurorale, visi- 
bile a tutti, per virtù del genio si trasforma 
di visione colorata in visione poetica, di poe- 
tica in sentimentale. 

Riassumendo dunque il già detto: prima il 
quadro naturale, vale a dire l'ampia distesa 
del mare, il succedersi e il trascolorar delle 
luci, lo spagliettio del primo raggio che guizza 
scintillando e la festa di tutti i colori, la no- 
vità di tutte le trasformazioni. Il genio vede, 
sente, reincarna, immedesima e compie quel- 
r intimo lavoro intellettuale per cui, mentre 



Il poeta pitture - Petrarca 1^5 

ajssiste alle vicende dello spettacolo, nascono 
in lui ricordi o speranze, gioie o dolori, i quali, 
sorgendo insieme alle impressioni visive, si 
sposano a quelle. li fremito estetico e il sen- 
timentale aderiscono e si fondono in una 
combinazione omogenea che resterà inaltera- 
bile, indivisibile e indistruttibile finché il genio 
avrà fiato di vita. 

E quando il poeta impugna la penna per 
riprodurre coi suoi colori ideali lo spettacolo 
veduto e sentito vi ridirà altresì tutte l'emo- 
zioni provate, conferendo alla sua poesia l'im- 
pronta del proprio carattere. 

Cosi è, o meglio, cosi mi pare che debba 
essere. 



Nelle nostre indagini sulla g-enesi della poe- 
sia pittorica abbiamo supposto il poeta dinanzi 
allo spettacolo di un'aurora marina, ma la stessa 
vicenda si ripete per qualsiasi fenomeno na- 
turale che possa suggerire un quadro. 

Ancora dobbiamo chiarire e porre in ri- 
lievo i procedimenti tecnici più notevoli. Noi 
abbiamo illustrato un caso ipotetico, il più 
idealmente completo, afiBnchè il lettore potesse 



166 Capitolo quarto 



seguire passo passo la trasmutazione di una 
veduta naturale in una poesia pittorica, ma se 
egli leggesse ora qualche bella pagina poetica; 
poniamo la canzone del Petrarca Chiarej fre- 
sche e dolci acque; il canto settimo dell' «Or- 
lando Furioso » Di persoìia era tanto ben for- 
mata (1) o L'accestire di Giovanni Pascoli, po- 
trebbe forse ammonirmi di non aver colto nel 
segno perchè quelle poesie, pur essendo pit- 
toriche, gli si presentano cosi diverse da in- 
durlo a credere che ciascuna abbia avuto una 
genesi singolare. 

Cosi non è, l'origine è unica sempre, sono 
invece i procedimenti che diversificano, sol- 
tanto quelli. 

Gli aspetti della natura, come la veduta 
del mare e del cielo, del piano e dei monti, 
dei crepuscoli e delle meteore, sono gli stessi 
per tutti i poeti, ma siccome la loro indole 
gli inclina più intensamente verso una certa 
tonalità di colore, siccome fra i vari poeti 
pittori v'ha il mistico e l'esteta, l'ingenuo e 
l'entusiasta, l'egoista e l'altruista, cosi le me- 
*desime impressioni naturali lasciano nell'a- 
nimo di ciascuno un solco differente, anziJo 
stesso fenomeno suscita talvolta dei pensieri 



(*) Stauze XI e sogueuti. 



r 



It poeta pittore r Petrarca 16? 



opposti i quali ciascun poeta pittore ripeterà 
poi nei versi con la cieca fedeltà d'uno stru- 
mento che rende il suono della propria materia. 

Questo il motivo per cui la poesia pittorica 
di Leopardi è improntata di pessimismo, quella 
dell'Ariosto di giocondità festevole, quella del 
Pascoli di mistica bontà. 

Riguardo alla tecnica dei poeti pittori bi- 
sogna anzitutto notare che nessuna poesia si 
improvvisa perfetta, anzi noi sappiamo che 
le più belle poesie di ogni letteratura hanno 
sofferto il morso della lima e la politura dello 
smeriglio. 

n Leopardi, in una lettera a Giuseppe Mel- 
chiorri, confessò apertamente che gli occor- 
revano due o tre settimane per comporre una 
canzone ; l'Ariosto rifece sedici volte la bella 
ottava che descrive la tempesta (M; del Pe- 
trarca, Lodovico Beccadelli, nella vita del 
poeta, racconta di aver avuto alcuni mano- 
scritti delle rime ove una sola parola era tal- 
volta mutata quattro o cinque volte e il Man- 
zoni impiegò quattro giorni interi e consecu- 
tivi intorno al Cinque maggio, due a comporre 
e due a correggere (^), 



(') €8tendon le nubi un tenebroso velo» XVIII, 142. (Il 
foglio antografo si conserva nell'archivio di Ferrara). 

(^) Fabris C, Memorie manzoniane. Milano, Cogliati 
editore, 1901, pag. 60. 



168 Capitolo quarto 



All'abbozzo che il pittore disegna col car- 
boncino sulla tela sbiancata, corrisponde la 
traccia della poesia; alle prime larghe pen- 
nellate che Tartefice distende con fermo gesto, 
fa riscontro nel poeta la composizione del 
canto come irrompe dal cuore quando, sti- 
molato dall'estro, compone. E, fin qui, tutti i 
poeti procedono concordi seguendo l'indole 
connaturale, abbandonandosi all'impeto lirico 
che li accende e li esagita. È dopo questo 
fatto che si rivela la perizia tecnica di ogni 
singolo artista. Calmato il fervore dell'im- 
provvisazione il poeta ritorna sul suo scritto 
e lo rilegge armandosi, egli stesso per il primo, 
con le lenti dèi critico e allora toglie od ag- 
giunge, rifa o corregge, qua sostituendo, là 
rafforzando, simile al pittore che ammorbi- 
disce un passaggio, vela un drappeggio, in- 
fosca un'ombra e dà spicco a un rilievo. 

Il genio, il vero genio, spreme il più puro 
succo di tutte le sue virtù quando l'impeto 
lirico lo stimola al comporre. In quell'ora 
l'impronta del suo io si stampa netta e sicura, 
nitida e forte, perchè l'improvvisazione è fatta 
di passione e di sincerità insieme, mentre in- 
vece quando il poeta corregge o modifica, 
l'impeto geniale è sopito, vigila soltanto l'in- 
telletto per cui questo lavoro di lima e di 
smeriglio rassomiglia un poco a quello dello 



Il poeta pittore - Petrarca 169 

scultore il quale, dopo aver sformato la statua 
fusa, impugna le raspe per togliere le sca- 
brosità. 

Certamente la poesia è completa e perfetta 
quando le crudezze inevitabili dell'improvvi- 
sazione sono attenuate, ma per lo studioso 
del fenomeno geniale quella poesia non rivela 
già più la schietta indole del genio operante, 
sarà più bella ma è meno sincera, più ela- 
borata ma già lontana dalla fonte madre. Si- 
mile alle acque di un ruscello giunte alla 
pianura le quali hanno perduto la fresca lim- 
pidità della polla sorgiva; più sapide, più 
gradevoli forse, ma non genuine. 

Nel primo abbozzo di una poesia c'è tutto 
l'uomo di genio, con l'impetuosità ardente 
del suo carattere, con la schietta impronta 
della sua indole ; dopo il lavoro di finimento 
quella poesia appare già diversa e come tal- 
volta si può aver ammirato il bozzetto di un 
monumento e non poi la statua che da quello 
fu tratta, cosi talvolta una poesia estempo- 
ranea soverchia per intensità di sentimento 
e forza di rilievo quella che l'autore fatico- 
samente corresse e limò. Un raffronto fra la 
Gerusalemme Idrata e la Oerusalemme conqui- 
stata del Tasso sarebbe, in questo caso, un 
esempio eloquente e inoppugnabile. 

Questo io affermo riguardo alla sincerità del- 



170 Capitolo quarto 



Topera poetica, al suggello cioè che l'uomo 
di genio impronta in una poesia e che si 
sfigura lentamente durante la correzione ma, 
rispetto all'arte, ci vuole si la lima e lo sme- 
riglio per raschiare e pulire, ci vuole anche 
il panno per detergere, ma quando il culto 
della forma diventa bigottismo si richiede 
altrettanta potenza di sentimento e di im- 
mediatezza rappresentativa affinchè la forma 
non soverchi il contenuto, offuscandolo, an- 
nullandolo, annientandolo. Questo equilibrio 
cosi stabile e perfetto, questa aderenza as- 
soluta fra l'idea e la parola, conferiscono alla 
poesia il pregio dell'universalità e dell'im- 
mortalità, ma sono doti che raramente s'ab- 
binano, che solo i poeti sovrani posseggono, 
ed è questa una nuova prova della loro in- 
terezza flsio-psichica, della loro squisita sen- 
sibilità nervosa. 

Provatevi di sfogliare le opere di quei poeti 
che si vantano cesellatori del verso, tentate 
di studiar l'uomo attraverso l'opera e vedrete 
allora come la fatica sarà dura e l'indagine 
scabrosa! 

Il poeta di genio non trascorre mai: di- 
nanzi a due sinonimi che esprimono con egual 
forza ed evidenza la sua idea, sceglierà il più 
famigliare e non il più recondito e sopratutto 
sdegnerà i lenocinl d'arte, le imagini artifi- 



Il poeta pittore - Petrarca 171 

ziose e involute che i poeti d'ingegno adope- 
rano sovente, che i poeti di talento predili- 
gono e gli astuti vanamente ostentano. 

Dopo questo è facile arguire che il poeta 
pittore di genio e quello di ingegno ci pos- 
sono dare il quadro; mentre il poeta pittore 
di talento ci darà sempre il mosaico. 

Ed ora, con serena imparzialità, sfogliamo 
insieme, lettore, le opere di due poeti del 
pennello e della tavolozza, in esse troveremo 
le testimonianze sincere, le chiare ed indi- 
scutibili prove delle nostre affermazioni. 



Ho detto che il Petrarca appartiene alla 
categoria dei poeti pittori, aggiungo ora che 
esso è un poeta pittore nato perchè, nel suo 
Canzoniere, là dove dimostra con maggior 
sincerità l'indole sua, egli impugna il pennello 
e la tavolozza. 

Ma bisogna anzitutto affermare un fatto che 
parrà incredibile, ed è invece certo e dimo- 
strabile. Francesco Petrarca non fu un uomo 
di genio nel senso pieno e profondo che si 
deve dare a questa parola, ma soltanto un 
ingegno superiore, vale a dire fu singolare 



172 Capitolo quarto 



ma non originale e, in poesia, disse sovente 
parole e non cose, si preoccupò più della 
forma che della sostanza. Nella sua opera 
vasta e feconda manca anzitutto la sincerità, 
che noi proclamiamo uno dei requisiti essen- 
ziali e indispensabili del genio. 

La facoltà predominante di ogni poeta è 
r immaginazione, ma T immaginazione deve 
giungere fino all'entusiasmo, fino all'oblio di 
sé, perchè un poeta sia un genio. Ora, se v'ha 
uno scrittore che fu affetto da retorica mania 
di singolarità, sempre presente a sé stesso, 
vigilante sui più lievi dettagli dell'opera sua, 
preoccupatissimo dell'opinione altrui, questi 
fu Francesco Petrarca. Sommo erudito, arte- 
fice di versi ingegnosissimo, uomo vanitoso, 
anima sensibile ed impressionabile, dotato di 
una rara virtù assimilatrice, ma nxxn un forte 
carattere, non una coscienza integra e salda, 
non insomma quella spiccata personalità ar- 
tistica che impronta il genio. 

Ma, direbbe alcuno, e il Canzoniere? Si, il 
Canzoniere, nel suo complesso, é un capolavoro 
di lirica amorosa, il primo capolavoro del ge- 
nere, non essendo i suoi predecessori di Pro- 
venza e d'Italia che degli antesignani inge- 
gnosi come Camerarius di fronte a Linneo, 
Laraarck a Darwin, Pacini a Koch. Il rombo 
delle lodi secolari poi ha circonfuso il Canxo- 



Il poeta pittore - Petrarca 173 

niere di tanta gloria che esso, oramai, non 
si scompagna più dalle opere dei sommi poeti 
italiani che sono quelle di Dante, dell'Ariosto, 
del Tasso e del Leopardi. Ma questo rombo 
troppo somiglia all'eco di una voce riper- 
cossa da una caverna. Ritoma essa agli orec- 
chi col lontano fragore del tuono, mentre tal- 
volta non è che un grido infantile. Per questo 
la fama di quel libro è ora più imposta che 
accolta. 

Nel 1341, è noto a tutti, il Petrarca fu in- 
coronato poeta in Roma per le mani di Orso 
dell'Anguillara senatore, fra l'entusiasmo in- 
dicibile di tutta Italia e il lauro sacro, negato 
a Dante, non goduto dal Tasso, veniva al Pe- 
trarca conferito singolarmente e principal- 
mente per il suo poema latino U Africa, una 
glorificazione della storia romana, del valore 
antico e degli antichi monumenti, che i con- 
temporanei compararono RÌl'Eneide e procla- 
marono immortale. 

Oggi quel libro cosi famoso non solo è obliato 
ma è addirittura dimenticato, è diventato per 
i più una cosa morta e per gli studiosi rivive 
soltanto nell'episodio di Sofonisba e nei tren- 
taquattro versi del moribondo Magone. È ri- 
masto invece vivissimo e freschissimo il Caii- 
xoniere, le rime volgari che il Petrarca sde- 
gnava e che i contemporanei classarono fra 
J2:li scritti minori di lui. 



174 Capitolo quarto 



Proprio cosi. È anzi lecito affermare che 
se il Petrarca non avesse scritto il Canxcmiere 
egli sarebbe ora accomunato alla numerosa 
falange dei rimatori trecentisti, dei Mussati, 
dei Levati e dei Bonati, solo degni di studio 
per certi nuovi atteggiamenti di lingua e di 
stile. 

Quell'aureo libretto dunque è la sola, Tu- 
nica opera del poeta nella quale la sincerità 
e l'abbandono di sé occhieggiano di quando 
in quando perchè, anche nel suo epistolario, 
il Petrarca dimostra sempre la preoccupa- 
zione di figurar bene e s' ingegna di nascon- 
dere sotto una falsa modestia la vanità grande 
e sconfinata ch'era in lui (}). Se ciò gli ha 
giovato durante la vita, gli nocque invece di 
mano in mano che l'opera sua invecchiava, 
di mano in mano che la critica, affinando i 
suoi mezzi di indagine, riplasmava la figura 
dell'uomo studiandone le opere. D poema sulle 
guerre puniche, che gli meritò l'alloro, è di- 
ventato un fossile, prezioso si ma muto; il 
Canzoniere invece, scritto dal Petrarca nelle 
ore perdute, quasi per diletto, bastò da solo 



(^) Sulla vanità del Petrarca leggi, lettore, il capitolo 
di A. Bartoli intitolato « Carattere del Petrarca » nel vo- 
lume VII della sua Storia della letteratura italiana. Fi- 
renze, G. C. Sansoni, 1884. 



Il poeta pittore - Petrarca 175 

a tramandare il suo nome alla posterità. Ma 
anche in quel libro quanti mosaici monotoni, 
quanti involuti giochi di parole, imagini stu- 
diate e logogrifi sapienti! Poche,' troppo poche, 
sono le pagine scritte col cuore in punta di 
penna e quindi geniali perchè si possa clas- 
sificare il Petrarca fra i geni sovrani. Quasi 
sempre, nelle sue poesie, salta fuori l'erudito, 
ma non l'erudizione adoperata come materia 
plastica per esprimere un sentimento o per 
rafforzare un'imagine passionale, bensì l'eru- 
dizione per sé stessa, per la smania della pre- 
ziosità e del lenocinlo. Anche Dante è eru- 
dito, ma la sua erudizione egli trasforma col 
flutto rovente dei sentimenti che la investono, 
l'aVviluppano e la asserviscono ad un fine 
poetico. L'erudizione petrarchesca invece è 
una specie di truccatura del verso per cui 
esso acquista un'apparenza di giovanile fre- 
schezza che illude ed incanta finché la si 
considera nel suo complesso, ma se si acuisce 
lo sguardo, se il lettore diventa critico, quella 
freschezza appare fittizia e molto rassomiglia 
a quella dei comici sulla scena: non é arte 
ma artificio d'arte. 

Interrompi, lettore, la lettura di questo mio 
libro; chiudi per poco gli occhi, raccogliti 
col tuo pensiero e raffronta il Canzoniere del 
Petrarca con la Vita Nuova di Dante. Pur 



176 Capitolo quarto 



senza scendere alla comparazione dei singoli 
versi, riconoscerai subito, a un primo esame, 
la verità di questo fatto, riconoscerai cioè la 
differenza che c'è fra il genio e T ingegno. 

E se tu possiedi, lettore, una mente posi- 
tiva, di quelle che esigono la dimostrazione 
accanto al teorema, leggi e raffronta un qua- 
lunque sonetto del Canxanùre con un altro 
della Vita Nuova sullo stesso argomento; sfo- 
glia ad esempio il libriccino di messer Fran- 
cesco là dove il poeta invita Amore a vedere 
il bell'andamento e gli atti dolci e soavi di 
Laura Q) e confrontalo con quello di Dante 
che principia « Porta negli occhi la mia donna 
Amore ^; riconoscerai allora l'artifizio d'arte 
dell'aretino e la sincerità artistica dell'Ali- 
ghieri. 

E se dopo il teorema e la dimostrazione tu 
mi chiedessi anche il corollario, rileggi U più 
bel sonetto del Canxoniere che principia « Ije- 
vommi il mio permer in parte, ov'era » e raf- 
frontalo con quello della Vita Nuova « Tmio 
gentile e tanto onesta pare » vedrai allora che 
la studiata ingegnosità del Petrarca sarà so- 
praffatta dalla schietta genialità di Dante, 
imperocché nulla è più efiBcace di un confronto 



(') stiamo, Amor, a veder la ^^loria nostra. 



Il poeta pittore - Petrarca 177 

per distinguere Toro dairorpello, la gemma 
dalla sua imitazione. 

Nella Vita Nuova di Dante la poesia è sen- 
timento; nel Canzoniere del Petrarca i senti- 
menti sono adombrati. 

Nell'opera di Dante c'è l'emozione sentita 
e premuta, in quella del Petrarca essa è si- 
mulata e descritta: l'uno è un autore, l'altro 
un attore soltanto. 

Fu altresì notato che il Petrarca ricorda 
il Leopardi, ma fra i due c'è l'abisso che se- 
para l'ingegno dal genio; l'uno, il Petrarca, 
compose il Canzoniere per far piangere; l'al- 
tro, il Leopardi, poetò per non poter piangere, 
nel Petrarca dunque l'artifizio, nel Leopardi 
la sincerità dell'arte. 

Non voglio però esser frainteso, neppure 
vorrei che mi si accusasse di avventatezza 
per aver negato il genio a Francesco Pe- 
trarca. 

Altri critici hanno scritto press'a poco quel 
ch'io ho detto di lui e il De Sanctis recisa- 
mente afferma: « Francesco Petrarca ebbe 
grande intelligenza, squisita sensibilità, ricca 
imaginazione, poca attitudine alla vita pra- 
tica. Ebbe grande intelligenza, non tale però 
che si possa chiamare una intelligenza supe- 
riore. 

« Aveva tutte le facoltà elementari e assi- 

A. Pauovan. 12 



178 Capitolo quarto 



milative, molta memoria, grande lucidezza e 
penetrazione di mente; gli mancavano le fa- 
coltà produttive. Non aveva né originalità, 
né profondità; cioè a dire non aveva né la 
forza di trovar nuove idee e nuovi rapporti, 
e stamparvi su il proprio suggello, né la forza 
di squarciare la superficie, scartare gli ac- 
cessorii e gli accidenti, cogliere il sostanziale. 
Aveva invece le qualità scimie, di quelle che 
imitano gli stessi procedimenti meccanici, con 
tanto più di ostentazione con quanto meno di 
forza. Non era originale, era singolare;... » {^). 

Io, dunque, all'opinione del De Sanctis che 
pienamente condivido, non aggiungo che una 
osservazione: questa: Francesco Petrarca non 
rivelò tutta la potenza del suo ingegno (che 
aveva forse le qualità latenti del genio) perchè 
non fu sincero. L'avidezza della notorietà, la 
smania di voler imporre la sua dittatura let- 
teraria ai contemporanei, lo indussero a ve- 
stire una maschera che atteggiava a norma 
del bisogno, pur di esser benviso, pur di go- 
dersi quei tributi di omaggio ch'egli ardente- 
mente ambiva. 

Di quando in quando però, nel suo romi- 
taggio di Valchiusa prima, nella rustica ca- 



(') Dk Sanctih, Saggio critico sul Petrarca. Napoli, 1895, 
pag. 43. 



Il poeta pittore - Petrarca 179 

setta di Arquà dopo, {}) egli si toglieva quella 
maschera e, stimolato dagli affetti, scriveva le 
poesie del Canzoniere. Cosi abituale però era 
in lui la preoccupazione del giudizio altrui, 
cosi radicato il preconcetto di voler essere 
singolare che, anche in quei momenti, poche 
volte riesci ad obliare interamente sé stesso 
per concedersi tutto, senza esitazione e senza 
perplessità, all'impeto lirico del poeta geniale, 
a quell'impeto di passione grande e sincera 
che è l'eco di tutta l'opera dantesca, che è 
anzi la vita e la coscienza di Dante trasmu- 
tate in poesia. 

Quando però Francesco Petrarca coglie la 
sostanza dalla sua anima impressionabile per 
spremerla tutta in un sonetto o in una can- 
zone, allora egli si rivela poeta pittore nato 
e manifesta la tecnica ingenua e soavissima 
dei primissimi quattrocentisti. 

Questo mi preme di affermare e di dimo- 
strare affinchè l'indole del suo ingegno sia 
al lettore manifesta. 



(') Oh, fra la chiostra di ameni colli, la bella casetta 
che il poeta si fece edificare sul terreno donatogli dal 
Signore di Padova! Semplice e comoda, in luogo di soli- 
tudine e di pace, non lontana dalla chiesa del villaggio 
ove, sul sacrato, s'erge ora la tomba del poeta sui quattro 
pilastri marmorei. 



1 



180 Capitolo quarto 



Che il Petrarca sia un poeta pittore tutto 
il Canzoniere lo grida, ma v'ha ancora un 
altro fatto che apertamente lo conferma. 

Mentre Dante si nella Vita Nuova che nella 
Commedia nulla ci dice della sua Beatrice, 
sicché noi sappiamo appena che essa fu una 
fanciulla di belle membra {^) e dagli iridi sme- 
raldini (2) il Petrarca invece nel suo Canzo- 
niere asseconda la vocazione innata e ci ri- 
trae le sembianze di Laura con la paziente 
lentezza di un preraffaellita come il Beato 
Angelico o don Lorenzo Monaco. Egli ricorda 
infatti le forme perfette del corpo, il bel- 
l'andare, il vestire, il viso, il collo, il seno, 
i capelli, la fronte, la bocca, i denti, le brac- 
cia, le mani, i piedi e gli occhi che dipinge 
ridenti e lagrimosi e, naturalmente, in queste 
descrizioni ricorre sempre a imagini o a pa- 
role che suggeriscono i colori. 

Le belle membra della sua donna « Muri 
eran d'alabastro », i capelli li chiama volta a 



C) Purg, XXXI, 51. 
O Purg, XXXI, 116. 



Il poeta pittore - Petrarca 181 

volta « tetto d'oro >, « treccie d'oro », « bionde 
chiome » ; le mani « bianche, sottili, — E le 
braccia gentili ^; gli occhi poi non sono sol- 
tanto le « Ltiei beate e liete » ma son quasi 
sempre avvivati dal colore naturale « 'l bel 
guardo sereno », « Occhi sopra il mortai corso 
sereni*, * Fenestre di xafproT>. Talvolta anzi 
il pennello si indugia morbidissimo e pazien- 
tissimo sicché l'anima del poeta innamorato 
si sposa all'atto del pittore operante, e allora 
il verso diventa plastico e sentimentale a un 
tempo : « Da bel seren delle tranquille ciglia — 
Sfavillan sì le mie due stelle fide » , persino le 
guance « che adorna un dolce foco » s'avvivano 
sotto la pennellata petrarchesca ; ei denti sono 
« d'avorio uscio » e il collo candido si che 
« ogni latte perderia sua prova » e dedica un 
intero sonetto alla « bella man,., ove ogni arte e 
tutti loro studi — Poser Natura e 'l del per 

farsi onore; Di cinque perle orientai colore 

Diti schietti, soavi; a tempo ignudi^. 

Dappertutto insomma la pennellata sapiente, 
il tocco morbido e fine che accarezza la 
figura della sua donna e la ritrae coi pro- 
cedimenti tecnici usati dai primissimi disce- 
poli di Giotto che dipingevano, miniandole, 
le loro soavissime madonne nelle ancone dei 
tempi. In ogni sonetto, in ogni canzone, la 
pennellata c'è, talvolta anzi il poeta si gode 



182 Capitolo quarto 



di ritornar sul già fatto e ripresentare al let- 
tore la veduta dell'insieme raccogliendo le 
imagini sparse in qua e là per comporre una 
sintesi efficace. Allora egli rafforza i dettagli, 
avviva i colori ed allumina per davvero: 

La testa or fino, e calda neve il volto, 
Ebeno i cigli, e gli occhi eran due stelle. 

Quel particolare minuzioso per òui il poeta 
converge l'attenzione sulle ciglia nerissime 
non ricorda forse la tecnica ingenua dei pre- 
raffaelliti che dipingevano le loro madonne 
con le palpebre socchiuse e coi cigli segnati 
a punta di pennello come nei quadri di Vet- 
tor Carpaccio? 

Ed altrove: 

Gli occhi sereni e le stellanti ciglia; 
La bella bocca angelica, di perle 
Piena e di rose e di dolci parole, 
Che fanno altrui tremar di meraviglia; 
E la fronte e le chiome, ch'a vederle 
Di state a mezzo dì vincono il sole. 

Ed è superflua ogni altra citazione perchè in 
tutto il Ganxoniere (vale a dire nell'opera che 
è considerata come il capolavoro del Petrarca) 
si intuisce lo sforzo continuo e pertinace del 
poeta nel dipingerla sovranamente bella. E 
se non troviamo il ritratto completo in una 



Il poeta pittore - Petrarca 183 



canzone o in un sonetto questo dipende dai 
procedimenti tecnici usati dal poeta pittore 
che era minuzioso e pedante come tutti i 
preraffaelliti i quali miniavano i loro quadri 
invece di dipingerli. Cosi il Petrarca. Non 
appena convergeva lo sguardo su un mem- 
bro della donna amata, era portato dalla pro- 
pria indole pittorica a disegnarlo e a colorirlo 
come disegnarono e colorirono il Memling, il 
Van de Meere e Livien de Gand nel Bre- 
viarium Orimani che si custodisce nella Bi- 
blioteca Marciana in Venezia. Si indugiava 
cioè sui più sottili particolari per modo che 
sfogliando il Canzoniere e leggendo certi passi 
pittorici dei sonetti e delle canzoni si prova 
quella soavissima commozione che lentamente 
ci bea quando ammiriamo le belle miniature 
dei codici benedettini. 

Per formarsi, un concetto chiaro e ben de- 
finito dell'indole pittorica del Petrarca non 
basta dunque studiare un sonetto o una can- 
zone, ma bisogna ripensare a tutto il Canxo- 
niere, bisogna costringere la memoria a rag- 
gruppare in un insieme armonico tutti i par- 
ticolari pittorici che il poeta ha sparso per 
Topera sua ed allora si vedrà che la figura 
di Laura de Novas risulta completa, perfet- 
tissima di forme e vivacissima dì colorito, 
dipinta in punta di pennello, con la solerte 



184 Capitolo quarto 



diligenza e l'impareggiabile soavità d'una 
madonna di Frate Giovanni da Fiesole detto 
l'Angelico. 

Raccogliendo dunque in qua e là le pennel- 
late petrarchesche intorno alla figura di Laura, 
ci si presenta: 

« una bella persona, soavemente altera, che 
veste panni sanguigni, oscuri o persi, dalle 
trecce bionde come oro fino, dagli occhi stel- 
lanti, celesti, di zaffiro, ombrati di nerissime 
ciglia, dalle carni d'alabastro, dal bel petto 
giovanile, dal collo niveo, più bianco del latte. 
E le guance aveva adorne d'un dolce foco, la 
bella bocca angelica, piena di rose, i denti 
d'avorio, le braccia gentili, le mani bianche 
e sottili, i diti schietti e soavi, candidi i piedi. 
E il suo andare non era cosa mortale ma 
d'angelica forma e le sue parole suonavan 
altro che pur voce umana... » 

Or dimmi, lettore, davanti a una madonna 
del Beato Angelico, quali altre parole ti ver- 
rebbero in punta di penna? E se ti avessi 
presentato questa descrizione senza dirti che 
trasceglievo le frasi testuali dal Canzoniere non 
avresti forse supposto ch'io cementavo un di- 
pinto del fiesolano? 

A me pare di si e vedo in questo fatto una 
novella e chiarissima prova dell'indole pit- 
torica petrarchesca. 



Il poeta pittore - Petrarca 185 



Quali sono le più belle pagine del Canzo- 
niere, quali le migliori poesie? Non occorre 
ch'io t'inviti, lettore, a rileggere da capo e 
interamente per trascegliere, sfoglia una qua- 
lunque antologia, da quella composta da Za- 
noli Bicchierai nel 1855 alla bellissima com- 
pilata dai professori D'Ancona e Bacci, e 
saprai quali sono le pagine petrarchesche che 
ottennero l'ammirazione concorde degli stu- 
diosi. 

Una canzone, veramente bella, ristampata 
dovunque e celebrata sopra tutte è quella in 
cui il poeta si rivolge estatico ai luoghi ove 
vide la sua donna e dove fu ed è beato in 
amarla. Ricordate? 

Incomincia con un freschissimo motiyo pri- 
maverile e, fin dal primo verso, suggerisce la 
visione della natura in fiore. L'indole poetica 
del Petrarca è quivi interamente trasfusa sic- 
ché questa canzone, insieme ad altri pochi so- 
netti, è il componimento più spontaneo e più 
sincero del Canzoniere e contiene un mirabile 
quadretto ove il Petrarca ha addensato tutte 
le sue virtù di poeta pittore, sia per il modo 






1S6 



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Il poeta pittore - Petrarca 187 

gloria che suggerisce al poeta la frase bella 
e passionale che avviva il quadro, che infonde 
in esso il sentimento suo. Parca dir: Qui regna 
Amore ! 

Vedesti mai la « Diaìie soriani du bain » di 
quel pittore decoratore che fu il Boucher? 
Delicata e bianca, bionda e ridente, dai pic- 
coli piedi, dalle dita schiette e soavi; seduta 
nel luminoso paesaggio senz'ombra? 

Ebbene, quel dipinto di Francesco Boucher 
è un fortuito ma esatto cemento alla canzone 
dell'aretino. 

Bella, veramente bella è la pittura petrar- 
chesca quantunque nulla vi sia in essa di 
ben definito. Noi non sappiamo quale sia 
l'albero che si spoglia dei suoi fiori per ren- 
dere omaggio alla bellezza di Laura, non 
sappiamo se quei petali erano bianchi o rosei, 
neppure possiamo affermare se la bella donna 
era ignuda o vestita; una cosa soltanto il 
poeta ci dice: che Laura era seduta in umile 
atteggiamento e anche converge lo sguardo 
del lettore sulle trecce bionde che parevano 
oro forbito per il lucido riflesso naturale e 
cosparse di perle per le stille d'acqua che 
ancor le irroravano. 

Eppure il quadro è vivacissimo e freschis- 
simo perchè il lettore, leggendo, imagina di 
per sé ogni dettaglio; il poeta ha sbozzato 



188 Capitolo quarto 



cosi bene che un lievissimo scatto di fantasia 
lo completa, anzi si può dire che il quadro 
si vien formando man mano che si legge, 
finché, giunti alle parole : « Qui regna Amore », 
d'un tratto, il dipinto s'avviva, s'illumina; 
ed ecco che alla visione s'accompagna l'emo- 
zione; il lettore vede*e sente, ammira e gode, 
riesce cioè a sposare in una emozione unica 
la bellezza della scena e l'amore del poeta. 

Altre pagine del Ganxomere rivelano, aper- 
tamente le une e velatamente le altre, l'in- 
dole pittorica del Petrarca che sempre di- 
pinge al modo dei primitivi, con schietta in- 
genuità per cui i colori risultano puri e vivaci, 
immuni d'ogni mistura o sovrapposizione e 
sopratutto vibranti una soave armonia col- 
lettiva. 

Zefiro torna, e' 1 bel tempo riniena, 
E i fiori e l'erba, sua dolce famiglia, 



E primavera candida e vermiglia. « 
Ridono i prati e '1 ciel si rasserena ; 

E cantar augelletti, e fiorir piaggio. 

Anche qui nulla è precisato, tutto è incerto 
e pur cosi suggestivo per il lettore che la 
lacuna riempie e al silenzio del poeta sosti- 
tuisce le proprie imagini interiori! 



ì: 



m 



Il poeta pittore - Petrarca 189 

L^abito (*) eletto e mai non visto altrove ; 
Che dolcemente i piedi e gli occhi move 
Per questa dì bei colli ombrosa chiostra. 

L^erbetta verde e i fior di color mille, 
Sparsi sotto quelPelce antiqua e negra, 
Pregan pur che '1 bel pie li prema o tocchi. 

E'I ciel di vaghe e lucide faville 

S'accende intorno, e 'n vista si rallegra 
D'esser fatto sereu da sì begli occhi. 



; È proprio il quadro completo che il poeta 

jf dipinge minutamente e soavemente, adden- 
flp: sando persino le ombre nella valle circuita 
dai colli! 

Altrove, avendo il Petrarca piantato un 
lauro, prega Apollo che lo difenda dai rigori 
dell'inverno, sicché la sua donna possa sedersi 
all'ombra dei bei rami e scrive una terzina 
pittorica che è d'una modernità singolare, 
perchè, nel breve giro di poche frasi, ti pre- 
senta la figura in un atteggiamento pittori- 
cissimo, ricordandoti anche qui lo sbattimento 
d'ombra, provandoti cioè, ancora una volta, 
la sua indole dì poeta pittore nato. 

Si vedrem poi per maraviglia insieme 

Seder la Donna nostra sopra l'erba, 

E far delle sue braccia a se stess'ombra. 



^•"^ %bito -rz persona. 



190 Capitolo quarto 



Come ratteggiamento-ricorda la figura di 
Antiope nel quadro del Tiziano alla pinaco- 
teca del Louvre! 

C'è insomma nella poesia pittorica del Pe- 
trarca il grande ideale del medio evo rinvigo- 
rito e ringiovanito dal soffio della modernità. 
La sua poesia pittorica rivela l'indole dei 
tempi ma anche li precorre perchè fra le molte 
miniature curate colla pazienza di un certo- 
sino, salta fuori di quando in quando il qua- 
dretto moderno pieno d'aria, di sole, di vita. 
Ecco il motivo per cui bisogna riconoscere nel 
Petrarca le qualità latenti del genio, le quali 
avrebbero dato ben altri frutti s'egli non 
fosse stato cosi smanioso del consenso altrui 
che gli vietava la sincerità nell'arte, vale 
a dire la manifestazione spontanea dell'esser 
suo. Dove questa sincerità occhieggia, le 
stimmate del genio s'annunziano, l'idiosin- 
crasia traluce come talvolta la madreperla 
di tra le incrostazioni marine. 

È superfiuo il citare lungamente, perchè 
se tu sfogli, lettore, il libretto del poeta in- 
namorato, ad ogni pagina, troverai la pen- 
nellata ingegnosa e noterai un altro fatto che 
è una nuova e chiarissima prova per dimo- 
strare che il Petrarca fu un poeta pittore nato. 
Questo: sempre, quando il nostro poeta ricorre 
alla similitudine per celebrare la bellezza 



Il poeta pittore - Petrarca 191 

della sua donna, toglie a prestito dalla natura 
i colori e non le forme ma senza le sotti- 
gliezze d'una precisa nomenclatura. 

Per il Petrarca (come per tutti i poeti pit- 
tori primitivi) non ci sono che « fronde verdi », 
crive fiorite», e ombrose spiaggie», « arbor 
gentili », « rami belli », « cieli sereni », « li- 
quidi cristalli» non si trova mai nella sua 
poesia pittorica l'esatta denominazione di que- 
gli alberi e di quei fiori, raramente le gra- 
duazioni del verde, il trascolorar delle acque, 
l'iridescenza dei cieli; come poeta pittore egli 
è un primitivo e lo è anche nei passi musicali : 
per lui tutti gli uccelli cantano o piangono, 
i ruscelli mormorano... Eppure il nostro poeta, 
che tanto amò la campagna, che si inerpicò 
sulla vetta del Ventoux per ammirare le 
scene della natura e di quella ascensione ci 
lasciò un vivacissimo racconto nella lettera 
al padre Dionisio da Borgo San Sepolcro (^), 
che tanto tempo della sua vita si ridusse a 
viver tra le ombrose fronde, e tanta sete 
di scienza saziò nei lunghi studi, conobbe il 
nome dei vari fiori boschivi e pratensi, udì 
cantare gli uccelli e certamente distinse il 



(') Petrarca, Lettere delle cose familiari, libro IV, let- 
tera 1*. 



192 Capitolo quarto 



€ vid, videvitt » delle rondini dal e dib, dib > 
del passero; il chioccolar del merlo dal fi- 
schiar del beccaccino; il trillar dell' allodola 
dallo squittir dei falchetti ; vide e conobbe i 
ranuncoli gialli, le genziane azzurre, i narcisi 
bianchi, i trifogli rossi. 

Perchè dunque, s'egli fu un poeta pittore 
nato, non troviamo nei suoi versi il fiore e 
il suo colore sposati insieme, sicché lo si ri- 
veda idealmente nella forma e nella tinta ori- 
ginali? Perchè raramente scrive la parola 
onomatopeica eloquente che è Teco del suono 
naturale? 

Se questa deficienza si riscontrasse nel Pe- 
trarca soltanto noi dovremmo ricercarne le 
ragioni nell'indole sua, ma siccome è la de- 
ficienza di tutti i poeti del tempo, il fatto non 
è più singolare ma generale. Per infrangere 
quella consuetudine inveterata si avrebbe vo- 
luto un poeta pittore di genio; un'anima 
schietta ed entusiasta, una vibrante persona- 
lità artistica, come quella di Sandro Botti- 
celli, che dipingesse poetando. 

Allora il Petrarca sarebbe apparso a noi 
un novatore di genio come è riconosciuto 
tale, fra i pittori, Alessandro Filipepi detto 
il Botticelli. 

Se potessimo per poco rivivere nel trecento, 
con le idee e i costumi d'allora come vedremmo 



Il poeta pittore - Petrarca 193 

bene e chiaramente ! Ma è difficil compito per 
noi moderni di riportarci in quell'epoca, anzi 
impossibile perchè non soltanto dovremmo 
obliare tutto ciò che l'uomo ha fatto e im- 
parato dal 1300 in poi, ma dovremmo addi- 
rittura mutare il nostro stesso cervello il quale 
possiede, fin dalla nascita, certe facoltà la- 
tenti che sono la somma delle cognizioni ac- 
quisite dagli avi. Noi, dunque, studiando il 
medio evo, malgrado gli sforzi che facciamo 
per rivivere idealmente in quell'epoca, sup- 
ponendo i costumi, le usanze, la cultura, gli 
uomini e il mondo d'allora; non riusciamo 
mai a spogliarci completamente delle nostre 
idee; questo tentativo è un bel gioco di 
fantasia, ma è un gioco, è un bello studio, 
ma uno studio finora vano perchè incompleto. 
Tutte le opere che si prefiggono di rievocare 
il periodo medioevale sono pervase da un sof- 
fio di modernità; rifanno il medio evo ma 
attraverso il temperamento attuale. Nessun 
autore, addentrandosi nello studio delle vi- 
cende medioevali, è riesci to a resuscitare 
quei tempi come appaiono dai libri, dalle 
statue, dai quadri, dalle costruzioni e dalle 
musiche di allora, vale a dire un'orgia me- 
ravigliosa di violenze e di dedizioni, di vit- 
torie e di sconfitte, che si svolge tra neb- 
bie di errori, di superstizioni e di riti cre- 

A. Padovan. 13 



194 Capitolo quarto 



duti sacrosanti. Il medio evo insomma aspetta 
ancora lo storico di genio che lo comprenda 
e lo illustri come ha fatto Teodoro Momm- 
sen per l'epoca romana (i). 

Or dunque, riguardo ai poeti pittori del 
trecento io penso ch'essi non riescirono a com- 
prendere e a ritrarre la natura nei suoi veri 
aspetti di forme, di colori e di suoni, perchè 
la scienza, ch'era allora bambina ed empi- 
rica, se li aveva avvezzati a sofisticar meta- 
fisicamente sull'amore e sulle passioni, noa 
li aveva ancora avvezzati a sentire addentro, 
nei suoi più intimi moti, le armonie delle cose 
naturali che sono altrettanto varie e com- 
plesse come quelle del cuore umano. È stata 
la scienza, con le sue indagini pazienti e per- 
tinaci che, di secolo in secolo prima, di anno 
in anno poi, ha seguito il seme dalla gemma 
al frutto, l'uovo dall'embrione alla creatura, 
l'albero dal virgulto al fossile, le sorgenti dalla 
scaturigine al mare, la nebulosa dal sole al 
satellite, avvezzando l'uomo e quindi anche 
il poeta, a partecipare alla vita della natm'a, 
a sentirne le occulte armonie, a considerarla 
insomma sotto un aspetto nuovo e diverso, a 



C) Ben egli sentì, per il primo, la necessità di studiare 
gli scrittori del medio evo per illustrare Pantico! 



Il poeta pittore - Petrarca 195 

fargli capire ch'egli non era un re della terra 
ma un figlio di essa. 

Di mano in mano che questa evoluzione si 
compiva il poeta, che è un grande animatore, 
non concentrava più tutti i sentimenti in sé 
stesso ma li portava a poco a poco anche 
nel mondo circostante; negli animali prima, 
nelle piante dopo, nelle cose infine e na- 
sceva fra esso e la natura quella corrispon- 
denza d'affetto vero e sentito per cui lo sboc- 
ciar d'un seme poteva essere paragonato al 
germinare di un uovo, la vita della terra a 
quella dell'universo. E i poeti scultori, pittori 
e musicisti, travolti anch'essi dal moto vor- 
ticoso della scienza che frugava dappertutto, 
sempre assetata e mai sazia, impararono a 
dipingere, a scolpire e a musicare i loro versi 
copiando il vero, precisando là dove prima 
generalizzavano, fondendo insomma l'estetica 
colla psicologia. 

Non è dunque un enimma se il poeta pit- 
tore del medio evo appare a noi moderni de- 
ficiente e incerto, un po' ottuso e primitivo. 
Ignaro di scienza, non potendo addentrarsi a 
sviscerare l'intimità delle cose, egli nemmeno 
sapeva che la terra trottola pel firmamento, 
che la storia della terra si legge nel cielo 
meglio assai che sulle pagine di Aristotele e 
di Tolomeo! 



196 Capitolo quarto 



Questo Oggi noi invece sappiamo e tale espe- 
rienza, se ha reso insignificante ruorao-corpo, 
ha per contrapposto ingigantito l'uomo-intel- 
letto. Noi vediamo infatti che il poeta medio- 
evale condensa e accentra tutto sull'uomo 
e nei suoi canti non ci parla che dei suoi 
dolori e delle sue gioie, dei suoi eroismi e 
delle sue viltà, delle sue vittorie e delle sue 
sconfitte, servendosi di tutto ciò che è fuori 
di lui — animali, piante e minerali — come 
di elementi comparativi o secondari mentre 
invece il poeta moderno, che la natura inco- 
mincia a sentire e comprendere veramente, 
non è più fuori di essa ma è già con essa; 
egli la interroga ed essa gli risponde, egli la 
loda ed essa lo ammonisce. 

Ripensate i canti dei rapsodi, dei giullari 
e dei bardi, ripensate a tutte le pagine poe- 
tiche scritte prima che la scienza sperimen- 
tale iniziasse i suoi metodi e vedrete che 
l'uomo è il fulcro, il centro di tutto, egli do- 
mina e soverchia ogni cosa, anzi, cosi radi- 
cata era in lui la convinzione d'esser l'unico 
scopo del creato che portò sé stesso nel cielo, 
materiando sotto forme simboliche ma umane 
e trasformando in deità i suoi vizi e le sue 
virtù. Ed ecco l'Olimpo e il Walhalla con gli 
dèi e semidei; ecco cioè rifatta, in propor- 
zioni gigantesche, la società umana nel cielo. 



Il poeta piitore - Petrarca 197 

Tutto questo è ora distrutto, irremissibil- 
mente perduto; la terra è una immensa 
palla lanciata per l'universo e Tuomo è il 
granello di polvere aderente. Che cambia- 
mento, che rivoluzione per tutto il mondo del 
pensiero! Eran migliaia di volumi, codici e 
incunaboli, papiri e pergamene, custodi di un 
impaenso patrimonio intellettuale fin allora 
ritenuto intangibile, che perdeva il suo valore 
intrinseco e diventava superfluo, inutile, in- 
gombrante. 

E come questa vicenda ha rimpicciolito il 
corpo e ingigantito l'intelletto ! Come Tuomo, 
a poco a poco, di mano in mano che la scienza 
lacerava i veli del mistero, si è chinato più 
cauto, più attento e più amoroso a contemplar 
la natura, a studiare i costumi degli animali, 
la vita delle piante e la genesi dei cristalli! 
Come il poeta anch'esso senti a poco a poco 
l'anima della natura che rivibrava nella 
sua anima facendogli comprendere sentimenti 
e passioni che non erano in lui ma fuori di 
lui! Ed egli allora cantò il fiore, l'uccello, l'in- 
setto, non per sé, ma per essi; per la loro 
vita soltanto, riuscendo cosi a comporre delle 
poesie nelle quali l'uomo non c'è, non ci si 
trova affatto se non come artefice di versi. 
Pensa or dunque, lettore, all'importanza di 
questo fatto apparentemente insignificante! 



198 Capitolo quarto 



Il poeta è riuscito a descrivere in una sua 
poesia la rondine che intesse il nido, cova i 
piccini, li alleva, li addestra al volo e se li 
porta con sé nelle terre solatie quando rin- 
crudisce la stagione; null'altro! Egli è riuscito 
a tradurre in versi la storia millenaria di 
un mollusco che nasce e muore, affonda ed 
impietra, per riapparire, dissepolto, sul qua- 
derno di un poeta musicista. È riescito in- 
somma ad escludere sé stesso, a poetare per 
un flore, per un uccello, per un insetto, egli 
che un tempo quelle cose toglieva a prestito 
per comporre delle imagini o delle allegorie 
che abbellivano la persona o rischiaravano 
il fatto da lui celebrato. 

È una trasformazione completa della quale 
non possiamo avere un'idea netta e precisa 
perché si é compiuta lentamente, di mano in 
mano che la scienza progrediva, di mano in 
mano che l'uomo si affratellava colla natura; 
ma se sf legge Omero e Virgilio e si sfoglia 
poi subito il Tennyson o il Pascoli oh allora 
il fatto é palese, chiarissimo, innegabile. 

Il poeta moderno diede alle creature e alle 
cose un'anima ideale per cui si può dire 
ch'egli ha creato una nuova simbologia che 
sostituisce l'antica simbologia mitologica degli 
cileni. Ha cioè, anche in questo, seguito la 
scienza. Siccome egli bisognava di concetti 



Il poeta pittore - Petrarca lyO 

figurativi per materiare il sua mondo ideale, 
vedendo che gli dèi e i semoni erano diven- 
tati oggetti da museo al pari dei loro scudi 
e delle loro faretre, fatto esperto mercè la 
scienza sui costumi degli animali, sulla vita 
delle piante e sulle proprietà dei minerali, at- 
tinse le imagini, i simboli e le allegorie ai tre 
regni della natura che gli parlavano di mi- 
steri e di secreti eloquenti fin'allora ignorati, 
che- erano anzi dei nuovi e sopratutto dei 
chiarissimi elementi di comparazione. 

E attinse altresì a quel nuovo mondo psi- 
chico che la scienza gli mostrava nei suoi 
stessi organi i quali, rivelando le cellule, i 
neuroni, i globuli e le fibrille lo iniziavano 
ai misteri della vita. 

Ed ecco come lentamente, ma sensibilmente, 
il poeta sostituiva al simbolo mitologico ideale 
quello reale, ritrovava insomma nel proprio 
mondo quegli attributi buoni e cattivi che 
gli antichi conferirono alle loro deità favo- 
lose. È questo un fatto notevole ed evidente: 
di mano in mano che la scienza aumentava 
le sue conquiste il patrimonio mitologico del 
poeta, vale a dire il suo elemento prediletto, 
sminuiva di valore, diventava superfluo prima, 
poi ingombrante, infine tenebroso. 

Cosi fu che la poesia diventò sempre più 
viva e vera, consona all'indole dei tempi, 



dOO Capitolo quarto 



ancella anch' essa, come tutte le arti sorelle, 
della scienza trionfante. 



Ma questo affratellamento fra l'uomo e la 
natura, questa corrispondenza piena ed intera 
il poeta moderno l'ha veramente sentita? Non 
ancora. Quantunque la scienza coi suoi me- 
todi e con le sue investigazioni abbia aggiunto 
nuovi sensi ai suoi sensi e gli abbia insegnato 
volta a volta come nasce cresce ammala e 
muore non soltanto l'animale ma persino la 
pianta, sebbene egli abbia scoperto nei costumi 
delle creature a lui inferiori l'embriologia dei 
propri costumi, nella vita delle piante la sua 
stessa vita scimmieggiata nel sonno e nel re- 
spiro e persino nella genesi dei minerali le 
forme geometriche dei suoi ritrovati mate- 
matici, quantunque egli con la pertinace espe- 
rienza sia riuscito a carpire alla terra ed al 
cielo i segreti più reconditi, il poeta è ri- 
masto quasi estraneo a questa immensa tra- 
smutazione perchè nessun poeta di genio fu 
l'eco fedele di questa dura fatica vittoriosa, 
nessun poeta ha veramente sentito ed espresso 
quella corrispondenza d'affetti che nacque e 



Il poeta pittore - Petrarca 201 

si intensificò fra Tuomo e la natura nel tempo 
in cui i prodigi si compivano. 

Nessun poeta ha cantato l'ansia la gioia 
e la gloria di queste lotte, di questa comu- 
nione sentimentale fra l'uomo e la natura 
che sottentrava a quella puramente estetica 
dei nostri avi di mano in mano che la scienza, 
dalla prima osservazione sull' isocronismo del 
pendolo riusciva poi a sdoppiare i micròbi 
nella goccia d'acqua e le stelle nel cielo, a 
contare i globuli del sangue e le macchie del 
sole, a trasmettere la parola, l'imagine e 
l'energia sull'onde dell'etere. 

Che vastissimo campo, quasi vergine d'ogni 
orma, per l'uomo fantasioso che s'accingesse 
a dissodarlo! E quanta messe di gloria po- 
trebbe mietervi un poeta di genio descrivendo 
la natura che attraverso i secoli si spoglia 
lentamente dei suoi veli e si denuda dinanzi 
all'uomo che la interroga con le pupille in- 
tente ! 

Si vuole ora insomma, in voce di poesia, 
la sintesi di tutti i miracoli compiuti dalla 
scienza e segnalati nei millanta volumi che 
dal Saggiatore di Galileo slìV Origine delle specie 
di Darwin; dal Spedes plantaìitm di Linneo 
al Cellularpathologie di Virchow custodiscono 
il tesòro delle scoperte e delle esperienze ma- 
gnifiche. Si vuole un poeta veramente mo- 



202 Capitolo quarto 



derno che sia Taniniatore possente, interprete 
geniale fra la scienza e Tarte, che ci canti 
la natura come oggi la vediamo e la sen- 
tiamo dopo gli studi fruttuosi. 

Alcuni poeti corrisposero di quando in quan- 
do a questo bisogno nuovo, e poetarono in 
versi memorabili Tinvenzione o la scoperta, 
la teoria o la gesta, ma nessuno è riuscito a 
raccogliere in una visione armonica e sugge- 
stiva tutti i miracoli e i prodigi compiuti. 

Il poeta del nostro secolo è dunque venuto 
meno alla sua arte e ha fatto una sosta lungo 
la via del progresso perchè mentre nelle opere 
del pittore dello scultore e deirarchitetto io 
vedo la scienza diventata argomento d'arte, 
sicché posso ammirare commosso il Galileo 
in Arcetri dipinto dal Barabino, lo Jenner 
che innesta il vaccino al proprio figlio, scol- 
pito dal Monteverde, e le nuove decorazioni 
architettoniche che sviluppano l'insieme delle 
loro linee copiando il calice d'un fiore o l'elitra 
di un coleottero, nell'opera del poeta a pena 
trovo un'ode o un sonetto che illustrano un 
fatto scientifico, mentre la poesia possiede gli 
elementi per soverchiare, in questa congiun- 
tura, tutte le arti sorelle. Perchè? 

Perchè la poesia scientifica della natura è 
ancora un mondo ignoto per tutti i poeti che 
ignorano gli oculari del microscopio e del 



Il poeta pittore - Petrarca 203 

telescopio; perchè infine Tarteflce di versi è 
ancor troppo preoccupato di sé per potersi 
chinare con animo di scienziato e di poeta a 
un tempo sopra un fiore o un insetto, e can- 
tarne la nascita e la morte, le nozze e gli 
amori. 

Gli unici, i soli libri di poesia scientifica 
che affratellano l'uomo alla natura e che, 
usurpando il posto che spetterebbe al poeta, 
gli insegnano ad amarla e a comprenderla 
nella sua vera essenza, sono scritti in prosa. 
Da poeti forse? Oh, no, ma da uomini d'in- 
gegno che son troppo fantasiosi come scien- 
. ziati e troppo curiosi per esser poeti. Mi- 
chelet e Flammarion, Lessona e Figuier, con 
altri pochi, coltivarono di umili fiori pratensi 
quel campo che il poeta di genio del se- 
colo XX dovrebbe mutare in giardino. 

Ma l'Atteso verrà, forse presto, ed io mi 
auguro ch'esso sia ancora e sempre un poeta 
italiano. Oramai la scienza ha invaso tutto e 
soverchia tutto; ci ha abituati fino dall'in- 
fanzia a riflettere sopra ogni cosa, ci rende 
curiosi d'ogni fenomeno, sicché noi possiamo 
dire d'essere diventati essenzialmente osser- 
vatori per cui le molteplici e complesse sen- 
sazioni, che l'uomo scambia con le creature 
e le cose che lo circondano, sono percepite 
non soltanto da uomini d'alto ingegno come 



204 Capitolo quarto 



il Maeterlinck che analizzò da filosofo poeta 
la vita delle api, ma sono sommariamente 
intuite anche dalla folla. 

Ognuno di noi, davanti a un fiore, un in- 
setto o un cristallo prova delle sensazioni 
affatto diverse di quelle puramente estetiche 
che dilettavano i contemporanei di Dante, 
di Wolfram, di Eschenbach e di Gofiredo 
Chaucer. Troppe cose la scienza ci ha inse- 
gnato, perchè l'eco di quelle nozioni non si 
ridesti davanti alla creatura o alla cosa os- 
servate. 

S'è dunque formato in noi un mondo psi- 
chico nuovo che è una conquista moderna, 
quasi recente; sensazioni che si vanno sempre 
più intensificando e affinando man mano che 
lo scienziato compie altri prodigi ed altri mi- 
racoli. Che manca dunque? Manca il poeta 
che ci canti la resurrezione di questa idea- 
lità, e renda visibili e tangibili queste sen- 
sazioni recondite come è già riuscito ad im- 
personare l'amore e l'odio, la gioia e il dolore; 
manca ancora il poeta che vesta di musiche 
e di imagini questi sentimenti e li porti dal di 
dentro al di fuori materiati in voce di poesia. 

Allora, quando cioè questo fatto principierà 
ad avverarsi, il poeta potrà veramente chia- 
marsi in tutto e per tutto figlio del proprio 
secolo, e anche il poeta pittore paesista at- 
tingerà le eccelse vette raggiunte dal genio. 



Il poeta pittore - Petrarca 205 

lir Sfogliamo or dunque le pagine pittoriche 

^ (Ji un nostro poeta vivente e vedremo come 

iX n artefice di versi è riuscito a comprendere 

Q ritrarre la natura, di questi tempi in cui 

^(^ienza e natura sono omai diventate con- 

V sanguinee. 



^'X-C^X.O QUINTO 

^^ "ITA PITTORE 
C^E=*.A.SCOLI) 




IL POETA PITTORE 



Trascorrendo ora dal Petrarca, poeta pittore 
del trecento, al Pascoli, poeta pittore con- 
temporaneo, noi saltiamo a pie pari seicento 
anni di storia, vale a dire queirimmemora- 
bile complesso di fatti e di vicende che hanno 
mutato l'uomo muscoloso del medio evo nel- 
l'uomo nervoso del secolo ventesimo. E sic- 
come è profittevole di valutare il tempo che 
separa i due poeti pittori da noi prescelti, 
ricorreremo a dei raffronti per riassumere il 
progresso fatto nei secoli interposti. 

Paragona, lettore, il rigido e impacciato 
« Oiudixio universale » dipinto da Andrea Or- 
eagna nella cappella degli Strozzi in Santa 
Maria Novella con le magnifiche e fastose 
scene romane frescate dal Maccari nel pa- 
lazzo Madama in Roma; l'imposta in bronzo 
del battistero fiorentino modellata da Andrea 
da Pontedera con quelle del i^assaglia per 

A. Padovan. 14 



210 Capitolo quinto 



la cattedrale di Santa Maria del Fiore; la 
canzone a tre voci di Francesco Landino col 
duetto del « Tristano e Isotta » di Riccardo 
Wagner; la « Somma teologica * di San Tom- 
maso con la « Somma laica » di Erberto Spen- 
cer; raffronta la galea e l'incrociatore, il 
codice e il libro, la bombarda e il siluro, la 
gualchiera e la turbina, la lettiga e la loco- 
motiva; e potrai allora misurare l'ampiezza 
del salto che hai fatto sfogliando l'ultima 
pagina del capitolo sul Petrarca — poeta pit- 
tore del trecento — per leggere di Griovanni 
Pascoli — poeta pittore contemporaneo. 

Le stesse diversità che noi abbiamo segna- 
lato fra Dante e Carducci, vale a dire fra 
il poeta scultore del medio evo e quello at- 
tuale, risulteranno ancor più evidenti fra il 
Petrarca e il Pascoli perchè il poeta che di- 
pinge, siccome dispone di elementi più varii e 
più numerosi, può, con miglior esito, confe- 
rire all'opera sua i contrassegni della squi- 
sita mobilità nervosa che è la caratteristica 
del nostro tempo e far quindi risaltare le 
diversità fra le due epoche. Sfogliando l'o- 
pera di Giovanni Pascoli noi riconosceremo 
dunque, vivacissime e marcatissime, le atti- 
tudini dell'artista moderno che le creature e 
le cose scruta per davvero perchè porta in esse 
una parte della sua anima e sente l'anima 



fi poeta pittore - Pascoli 211 

loro: un vasto mondo psicologico che i poeti 
del trecento ignorarono, vale a dire il secolo 
ventesimo di fronte al quattordicesimo: la mi- 
mosa e il cardo messe a paragone. 

Il poeta pittore del trecento stempera sulla 
sua tavolozza i sette colori dello spettro, puri 
e semplici, e nemmeno li porta tutti nei suoi 
versi (^), il poeta pittore contemporaneo in- 
vece non soltanto sovrappone, rimesta, in- 
tride tutte le sue méstiche per ottenere le 
sfumature della tinta madre, ma in una sola 
breve poesia {^) introduce talvolta tutte le 
variazioni dell'iride, dimostrando che l'espe- 
rienza maturata nei secoli lo ha iniziato al- 
l'orchestrazione dei colori, sicché egli sa e 
può ricavare da ogni gamma i belli effetti 
artistici. 

Non più dunque il rosso, il verde, il giallo 
e via via, ma, con la tinta madre, tutte le sfu- 
mature che smorzano o avvivano l'intensità 
cromatica. Nella poesia pittorica moderna lo 
stesso colore, oij si or no, risulta cupo, lu- 
cente o sordo a norma del bisogno, sicché 
« la gran varmxion dé^ freschi mai » i^) che 



{}) È cioè deficiente nella tonalità violetta. 

(^) Vedi « Il miracolo » nelle Myricae del Pascoli. 

Purg,, XXVIII, 36. 



212 Capitolo quinto 



Dante, con indeterminatezza, costringe in un 
verso unico al sommo del Purgatorio per sug- 
gerire la visione di mille fiori policromi, il 
poeta pittore moderno dettaglia e scompone 
come il prisma il raggio bianco nei suoi ele- 
menti. 

La sua tecnica, fatta esperta e sapiente dal 
lavoro pertinace durato nei secoli, lo ha scal- 
trito in ogni artificio. Vocaboli nuovi, cose 
e fenomeni che la scienza gli mostrava sotto 
un aspetto fin' allora ignorato, gli suggeri- 
vano imagini, simboli, allegorie e metafore 
originali e precise. Era insomma come se 
un vasto mare si prosciugasse lentamente 
per largire al poeta tutte le ricchezze adu- 
nate. Fu cosi che la poesia, pur conservando 
per atavismo l'arrugginita suppellettile mito- 
logica, che era materia vitale e pulsante al 
tempo di Omero e di Valmiki, con titubanza 
prima, poi con sicurezza, infine con disin- 
voltura, attinse al vero direttamente e, spesse 
volte, da un postulato scientifico trasse un'ima- 
gine, da una scoperta famosa un'allegoria. Il 
poeta pittore poi, meglio assai dei suoi con- 
fratelli scultori e musicisti, riesci ad espri- 
mere quella concordanza di simpatia che si 
è venuta intensificando fra l'uomo e la na- 
tura perchè il paesaggio da lui dipinto rivelò 
la forma, il colore e la caratteristica essen- 



Il poeta pittore - Pascoli -213 

ziale degli esseri e delle cose che lo com- 
pongono. Kaffrontando un quadro medioevale 
con una tela moderna ciascuno nota subito 
un fatto incontrastabile, questo: il dipinto 
del medio evo è duro e freddo, rigido e im- 
pacciato; in esso le espressioni umane sono 
sempre esagerate: riso e pianto, collera e 
impassibilità, gioia e dolore; nelle tele moderne 
invece la durezza e la rigidità sono raddolcite 
e fra il riso e il pianto ritrovi il sorriso e 
la tristezza, fra la gioia e il dolore la giocon- 
dità e la malinconia, fra la collera e la quie- 
tezza lo sdegno e l'impressionabilità, tutte 
quelle sfumature sentimentali insomma che 
collegano un estremo al suo contrapposto per 
una graduazione progressiva simile a una 
scala cromatica. 

Kipensa ora, lettore, a certi involuti so- 
netti del Petrarca, a certi suoi atteggiamenti 
di lingua e di stile e riconoscerai nella poesia 
del trecento l'aspetto dei quadri, delle statue 
e delle musiche di allora, lo stile cioè di An- 
drea Orcagna, Andrea da Pontedera e Fran- 
cesco Landino. 

Per scioglierci da queste pastoie ci son 
dunque voluti sei secoli di studi e di inno- 
vazioni, il qual tempo noi varchiamo ora d'un 
balzo passando dalla poesia pittorica petrar- 
chesca alla poesia pittorica pascoliana. 



2H Capitolo quinto 



Grìovanni Pascoli è un figlio della Romagna, 
la bella regione montuosa, ricca di zolfi e di 
gessi, di viti e di gelsi, di mandorle e d'ulivi, 
che diede alle armi Francesco Sforza e Gio- 
vanni dalle Bande Nere, alle scienze il Tor- 
ricelli e il Morgagni, alle lettere il Monti e 
il Perticari, alle arti Melozzo da Forlì. Poeta 
singolare, mistico e buono, dimostra per tutta 
l'opera sua una cosi spiccata vocazione pit- 
torica e un affetto cosi intenso per la natura 
che non v'ha in Italia un altro artefice di 
versi per il quale la denominazione di poeta 
pittore nato meglio si convenga. In lui cor- 
rettezza nel disegno e morbidezza di tinte; 
soavissime sfumature e belli efletti prospet- 
tici; giusti sbattimenti d'ombra e fresca ar- 
monia d'insieme. 

Nel paesaggio poi egli dimostra le qualità 
più preziose dei moderni paesisti sicché tal- 
volta, leggendo i suoi versi, ricordi immedia- 
tamente una tela di Turner, di Constable o 
del Fontanesi. Erudito e pratico della no- 
menclatura rurale e dei lavori campestri 
egli impugna una tavolozza cosi ricca che 
dipinge tutti i dettagli, riproduce tutte le sfu- 



i 



Il poeta pittore - Pascoli 215 

mature e siccome egli riesce anche a ripetere 
certe voci e certi suoni naturali con belle 
onomatopeie, l'arte sua diventa suggestiva, 
arriva cioè al fondo dell'anima dove posano 
i pensieri più intimi, li ridesta, ti commuove 
e si fa ammirare. 

Sfogliamo dunque insieme, lettore, l'opera 
sua per trascegliere quei passi nei quali l'in- 
dole pittorica si manifesta nella sua piena e 
gagliarda potenzialità. La rassegna non sarà 
breve ma nemmeno stucchevole poiché noi 
ci accingiamo ad una passeggiata all'aperto, 
per monti e valli, per campi e boscaglie, per 
lande e brughiere e, insieme alla veduta del 
paesaggio estivo o invernale, udremo il canto 
degli uccelli, il mugghio delle mandre, i ri- 
chiami dei bifolchi. Per tutto poi il complesso 
quell'irrequieto bisogno di sensazioni nuove 
che riassumono poeticamente l' indole dei 
tempi, vale a dire la pronta e acuta perce- 
zione di ogni fenomeno naturale. 

Ecco uno dei paesaggi più sbrigativi; lo 
schizzo, il preludio necessario perchè il lettore 
s'intoni alla poesia pascoliana: {^) 



(*) Anche qui, per evitare un soverchio ingombro di 
note, abbrevio le citazioni cosi : My, = < Myricae > (Li- 
vorno, 1903, R. Giusti, editore) ; Poem, z= « Poemetti » 
(Milano, 1900, R. Sandron, editore) -, C. C, z= € Cantr*di 
Castelvecchio » (Bologna, 1903, Ditta Nicola Zanichelli). 



216 Capitolo quinto 

Un piano deserto, infinito; 
tutto ampio, tntto arido, eguale: 
qualche ombra d'uccello smarrito, 
che scivola simile a strale. 

non altro. (My. p. 19) 

e altrove: 

Scendea tra gli olmi il sole 
in fascie polverose: 
erano in ciel due sole 
nuvole, tenui, róse: 
due bianche spennellate 

in tutto il ciel turchino. (My. p: 22) 

Ancora: 

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero 
resta un aratro senza buoi, che pare 
dimenticato, tra il vapor leggero. (My. p. 69) 

un altro ancora: 

E tutto è bianco e tacito al mattino: 
nuovo: e dai bianchi e muti casolari 
il fumo sbalza, qua e là, turchino 

La neve ! (My. p. 80) 

Questi schizzi ho messo qui, l'uno dopo 
l'altro, perchè ritraggon tutti la natura morta 
e, nella loro elementare speditezza', rivelano 
al lettore i procedimenti tecnici del poeta, 



Il poeta pittore - P<i80oli 217 

gli dicono cioè che il Pascoli è semplice e 
schietto e non ricorre mai ad artifizi involuti 
per la ricerca d'un effetto. 

Quando egli ritrae la natura la riflette con 
intonazione larga e piana, con una mossa 
lenta e tranquilla, rende anzi uniforme e mo- 
notono il verso, schivando ogni preziosità di 
forma, ogni imagine vibrante o peregrina 
perchè il lettore si goda la quiete del pae- 
saggio silenzioso, e non sia distratto dalla 
contemplazione a cui lo si invita. 

Nevica : Paria brulica di bianco ; 

la terra è bianca; neve sopra neve: 
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco; 

cade del bianco con un tonfo lieve. (My. p. 158) 

Come è efficace quella spennellata bianca, 
larga pura amplissima, che invade tutta la 
tela! Sola ed unica nota fievole, il tonfo lieve 
d'un altro bianco dall'albero a terra. 

Ma se una nota vitale, pur non umana, al- 
legra il paesaggio ecco che la tavolozza del 
poeta s'avviva e il verso l'asseconda: 

Qui, quel ronzìo. Le cavallette sole 

stridono in mezzo alla gramigna gialla; 

i moscerini danzano nel sole; 

trema uno stelo sotto una farfalla. (My. p. 100) 

Non è qui palese, nella sua raffinata sen- 



218 Capitolo quinto 



sibilità, ranima del poeta educato dalla scienza 
all'indagine? Le cavallette strìdono fra ì ri- 
zomi delle gramigne, una nuvola di ditteri 
danza nel sole, uno stelo trema sotto ^una 
farfalla. È la natura copiata dal vero, son 
squisiti particolari che manifestano V acutezza 
e l'esattezza delle osservazioni, è, insomma, 
il metodo scientifico che occhieggia anche 
nella poesia. 

Quando poi l'ambiente pittorico è allegrato 
da una nota vitale umana allora il verso di- 
venta duttile e pieghevole e s'ammorbidisce 
nel pennelleggiare le forme e neiresprimere 
i sentimenti. Udite: 

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca: 

senti: una zana dondola pian piano. 

Un bimbo piange, il piccol dito in bocca; 

canta nna vecchia, il mento su la mano. 

La vecchia canta: Intorno al tao lettino 

c'è rose e gigli, tutto un bel giardino. 

Nel bel giardino il bimbo s'addormenta 

La neve fiocca lenta, lenta, lenta. (My. p. 55) 

Come l'elemento pittorico e il musicale si 
confondono e si immedesimano efficacissimi 
l'un per l'altro ! Notate ancora la bella progres- 
sione del primo endecasillabo, la neve cioè: 
fiocca^ fiocca, fiacca: ecco la pennellata pitto- 
rica; nell'ultimo essa fiocca; lenta, lenta^ lenta: 
ecco la nota musicale che suggerisce la nin- 



Il poeta pittare - Pascoli 219 

nananna. E la scena interiore è riprodotta 
con la fresca ingenuità di una pittura fiam- 
minga^ quantunque il poeta non vi spenda 
intorno che pochissime parole: il bimbo piange 
col piccol dito in bocca; la vecchia, col mento 
sulla mano, lo culla e canta. 
Ecco un altro riuscitissimo quadretto: 

Tra gli argini sn cui mucche tranquilla- 
mente pascono, bruna si difila 
la via ferrata che lontano briUa; 

e nel cielo di perla dritti , uguali , 

con loro trama delle aeree fila 

digradano in fuggente ordine i pali. (My. p. 70) 

E qui si nota un fatto che potrebbe parere 
insignificante mentre è invece singolarissimo 
e importantissimo perchè è una nuova prova 
che dimostra essere il Pascoli un poeta pit- 
tore nato. In questi versi cioè, per dar rilievo 
al disegno, egli ricorda al lettore Tefletto pro- 
spettico della veduta: 

bruna si dìfila 
la via ferrata che lontano brilla; 

e con la trama delle aeree fila: « digradano 
in fuggente ordine i pali. » È un disegno per- 
fetto, colto sul vero da una matita sapiente. 
Leggiamo ora la descrizione di un temporale: 

Rosseggia Porìzzonte, 
come affocato, a mare: 
nero di pece, a monte, 



220 Capitolo quinto 



Btracci di nubi chiare: 

tra il nero un casolare: 

un'ala di gabbiano. (My. p. 126) 

Non si potrebbe essere più efficaci e più 
precìsi al tempo stesso: poche pennellate ma 
intonatissime, forti e sicure: 

Passò strosciando e sibilando il nero 
nembo : or la chiesa squilla ; il tetto, rosso, 
luccica; un fresco odor dal cimitero 
viene, di bosso. 

Un vel di pioggia vela Porizzonte ; 
ma il cimitero, sotto il ciel sereno, 
placido olezza; va da monte a monte 

Parcobaleno. (My. p. 126) 

Che freschissima pittura in questo secondo 
paesaggio e come il poeta coglie in qua e 
là gli elementi più importanti della veduta 
per presentarci il dipinto! La chiesetta dal 
tetto rosso e luccicante, il velo di pioggia 
che affosca l'orizzonte, il piccolo cimitero, la 
plaga serena del firmamento e, da monte a 
monte, Tiride policroma. 

Ma v'ha un'altra descrizione di temporale 
che è ancora più bella perchè in essa Tele- 
mento pittorico e il musicale plasticamente 
si fondono ed è copiato dal vero un tratto di 
paesaggio attraverso il palpito di un lampo: 



Il poeta pittore - Pascoli 221 

£ cielo e terra bì mostrò qnal era: 

la terra ansante, livida, in sussulto ; 

il cielo ingombro, tragico^ disfatto: (My. p. 155) 

ecco, dunque, l'opera del vento, l'aspetto ge- 
nerale della veduta pennelleggiata con sicuri 
tocchi per tutta l'ampiezza della tela. 

bianca bianca nel tacito tumulto 
una casa apparì spari d'un tratto: 
come un occhio, che, largo, esterrefatto, 
s'aprì si cl\iuse, nella nott« nera. (My. p. 155) 

Come è pittoricamente seducevole quella 
casa « bianca bianca », quella spennellata di 
biacca purissima, traveduta in tutto quel grigio 
e quel nero che ingombra il cielo ! Ed ora se- 
guono i versi onomatopeici che ripetono, nei 
limiti della poesia, il fragore della meteora 
che sopraggiunge, scoppia, s'allontana; finché, 
nello spegnersi dell'ultima eco, dalla casetta 
« bianca bianca » apparsa al poeta come un 
« occhio largo, esterrefatto » s'ode il canto d'una 
ninna nanna: 

E nella notte nera come il nulla, 

a un tratto, col fragor d'arduo dirupo 

che frana, il tuono rimbombò di schianto : 

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo, 

e tacque, e poi rimareggiò rinfìranto, 

e poi vanì. Soave allora un canto 

s'udì, di madre, e il moto di una culla (My. p. 155). 



222 Capitolo quinto 



Quest'ultimo spunto melodico che insorge, 
dolcissimo e patetico, dopo gli aspri e frago- 
rosi accordi del tuono è un artificio d'arte 
che quasi ti commuove quantunque il poeta, 
entusiasta della sua trovata, sia trasceso fino 
al segno di farci udire il moto della culla. 
Il Pascoli però, come poeta pittore, spende 
la sua virtù innata con larga prodigalità nello 
schizzo, e rivela una sovrabbondanza di idee 
pittoriche espresse con pochi tratti di penna, 
ora ombrate a chiaro-scuro, ora acquarellate 
leggermente. Egli insomma si compiace di 
ripartire per tutta l'opera sua il bozzetto 
impressionista che ricorda le tele di Manet, 
Pissarro e Monet, vale a dire una visione 
mirabilmente esatta del colore: la sintesi dei 
fatti e delle cose in un qualunque loro aspetto 
momentaneo. 

Quarant'anni or sono, nel tempo in cui 
Edoardo Manet sollevò lo sdegno della critica 
e del pubblico, iniziando in pittura V impres- 
sionismo col suo quadro famoso « La mitsique 
aux Tuileries » certi squarci della poesia pa- 
scoliana sarebbero stati anch'essi derisi; oggi 
invece il Manet ha fatto scuola e, nei dipinti 
de' suoi discepoli, lo si saluta come un in- 
novatore. Anche il Pascoli, dunque, quando con 
la sua tecnica poetica si rivela un impressio- 
nista riesce efficace e suggestivo sui suoi 



Il poeta pittore - FasooH 223 

lettori che gli audaci e fortunosi tentativi 
dell'arte sanno apprezzare e comprendere. 

H Pascoli però è un poeta pittore eclettico, 
vale a dire multiforme, perchè sa variare i 
mezzi tecnici a norma del bisogno pur di co- 
gliere dal vero e riprodurre con esattezza un 
attimo della vita, affannandosi, al pari di tutti 
i pittori* contemporanei, di parlare, più che 
agli occhi, all'anima del riguardante. 

Sfogliando le « Myricae » , i « Poemetti » o i 
« Canti di Castelvecchio » sembra d'esser capi- 
tati nella casa di un famoso paesista il quale 
abbia concesso all'ospite di sfogliare le sue 
ampie cartelle gonfie di disegni, di studi dal 
vero, di idee espresse con la matita o col 
pennello davanti ^1 fatto o alla veduta reale. 

Per il critico sagace e per lo studioso del 
genio, una tale vicenda è fruttuosa e feconda 
perchè rivela la genesi dell'opera d'arte, l'e- 
voluzione di un pensiero che si forma, di 
un'idea che veste forme tangibili, manifesta 
insomma i vari e graduali impulsi dell'arte- 
fice operante. 

Ebbene, Giovanni Pascoli, è il poeta dello 
schizzo e dell'abbozzo; un impressionista fe- 
lice il quale, girellando per la campagna, 
sosta di quando in quando per cogliere dal 
vero un motivo di tramonto, un effetto di 
luce, una singolare confiagrazione di nubi. 



224 Capitolo quinto 



E copia bene, anzi minuziosamente bene, sic- 
ché, se tu volgi in prosa certe sue poesie 
rurali, hai delle pagine didascaliche prezio- 
sissime che potrebbero essere firmate da Paolo 
Savi o da Pietro Cuppari. 

Come davanti a un quadro di Holman Hunt(^) 
o di Millais ('^) il botanico e l'ornitologo potreb- 
bero studiare il fiore e T uccello, cosi nei versi 
del Pascoli il naturalista ritrova sovente i 
postulati e gli assiomi della scienza a lui fa- 
migliare, riconosce sopratutto l'aspetto reale 
della natura attraverso il temperamento di 
un poeta naturalista linceo e sapiente. 

Sfogliamo dunque anche noi le cartelle 
pascoliane per ammirare questi schizzi e 
questi bozzetti espressivi. Ecco qui due belli 
effetti di tramonto: 

È limpida la sera: 
segnano i boschi nn brano orlQ sottile 
su le montagne, una sottil criniera. (Poem. p. 85) 

% 

Azzurra in cielo si ritaglia 

ogni cresta de; monti; una vetrata 

a mezzo il poggio razza ed abbarbaglia, 

Sfuma gli alberi neri un vapor d'oro. (^Poem. p. 87] 



(^) Kammeiito cioè il quadro « Mattina di maggio sulk 
torre Maddalena » di Holman Hunt 
O © « V Ornitologo » di Millais. 



Il patta pittore - Pascoli 225 



Come vedi, lettore, con pochi colorì schietti 
ma accesi la veduta ci si presenta completa. 
Ecco un altro schizzo. Il poeta ha sostato 
presso ad una fonte dove convengono i pastori 
ad abbeverare le mandre. Al solito, egli apre 
il suo album e, poetando, cosi disegna: 

vengono in fila 
le gravi mucche nel calar dal monte. 

Queste, da un canto, alla marmorea pila 
succhiano Pacqua; e quando alzano il collo, 
Pacqua dalle narici nere fila. (Poem. p. 151) 

L'esattezza di quest'ultimo dettaglio è ve- 
ramente scrupolosa e d'una verità singolare, 
quasi fotografica. 

Ecco un altro disegno in bianco e nero 
sopra un fondo grigio, magnifico tema per un 
acquafortista famoso come il Rops o l'Israel : 

vedo un camposanto 
con un fosco cipresso alto sul muro. 

E quel cipresso fnmido si scaglia 
allo scirocco: a ora a ora in pianto 
sciogliesi l'infinita nuvolaglia. (My. p. 5) 

Sfogliamo ancora ed ecco in « Speraux^e e 
memorie » la visione della fata morgana : 

Paranzelle in alto mare 

bianche bianche, 

io vedeva palpitare 

come stanche: , 

A. Padovan. 15 



226 Capitolo quinto 



Volgo gli occhi ; e credo in cielo 

rivedere 

paranzelle sotto un velo, 

nere nere : (My. p. 18) 

Bianco e nero anche qui e pochi tratti di 
matita. Sfogliamo ancora ed ecco uno splen- 
dido motivo silvestre: 

L'alba per la valle nera 

sparpagliò le greggi bianche : 

tornano ora nella sera 

e s'arrampicano stanche: 

una stella le conduce. (My. p. 24) 

Oh ! il bel gregge bianco che, nell'ora del 
crepuscolo, s'inerpica su per la collina mentre 
palpita nel firmamento la prima stella! Sem- 
bra la descrizione di uno schizzo a tèmpera 
del Segantini per il suo quadro « Pascoli al- 
pini » ! Ecco qui un disegno a lapis sanguigno: 

stagliate dentro Poro e il fuoco, 
le paranzelle in una riga lunga 
dondolano sul mar liscio di lacca (My. p. 37) 

E il santuario traveduto sull'imbrunire? 

dalla grand'abside severa 
uscìa P incenso in fiocchi cilestrini. 

S'incurva in una luminosa arcata 

il ciel sovr'esso : alle colline estreme 

il Carro è ferino, e spia l'ombra che sale. (My. 41) 



Il poeta pilt&re - Pascoli 227 

Questo è proprio un disegno completo infuso 
di dolce poesia e di mistica sentimentalità. 
Eccone un altro, ancor più minuzioso, uno 
studio tratto dal vero con amorosissima cura : 

uno snello alloro 

Sorgeva presso il vecchio muro, presso 
il vecchio busto d'un imperatore, 
col tronco svelto come di cipresso. 

Slanciato avanti, sopra il muro, al sole 
dava la chioma. (My. p. 62-63) 

Si può essere più esatti nel disegno e nei 
(iettagli? Il muro è « vecchio » mostra cioè i 
fessi e le crepe deirintonaco; l'albero è snello 
come un cipresso e soverchia il ciglione pro- 
tendendo le fronde al sole. Ecco un altro 
schizzo che sarebbe un bel motivo per un 
quadro di genere dipinto dall' Induno o dal 
Pavretto: 

Cigola il lungo e tremulo cancello 
e la via sbarra: ritte allo steccato 
cianciano le comari in capannello : 

Nero avanti a quelli occhi indififerenti 

il traino con fragore di tuon ^assa. (My. p. 74) 

Eccone un altro, un po' fosco e confuso, ma 
suggestivo e potente come un disegno di Gae- 
tano Prevlati: 



22K Capitolo quinto 



Tutto è chiuso, senza forme, 
senza colori, senza vita. Brilln, 
sola nel mezzo alla città che dorme, 
una finestra, come una pupilla 
aperta. (My. p. 93) 

Un altro, che si direbbe un disegno del 
Giacomelli, lo squisito ritrattista dei piccoli 
esseri alati. Il poeta ha trovato una rondine 
morta in mezzo alla strada: 

Ora è la, come in croce, che tende 

quel verme a quel cielo lontano. (My. p. 107) 

Ecco qui un acquarello compiuto: 

la chiesetta ancor nell'alto svaria 
tra le betulle, e il tetto d'un intenso 
rossor sfavilla nel silenzio alpestre. (My. p. 135) 

E quest'altro? Guarda, lettore, è un motivo 
pietoso : 

Presso il rudere un pezzente 

cena tra le due fontane: 

pane alterna egli col pane, 

volti gli occhi all'occidente. (My. p. 142) 

E un altro, degno d'un soavissimo pennello 
fiammingo: 



Siedon fanciulle ad arcolai ronzanti, 
e la lucerna i biondi capi indora : 



_ // poeta pittore - Pascoli 229 

biondi capi, i neri occhi stellanti, 
^<>^goiio alla finestra ad ora ad ora: 

arlan d'amore, di cortesia, d'incanti. (My. p. 146) 

Come è bella e poetica rintimità di questa 
scena interiore! Fanciulle bionde, circonfuse 
aalla luce d'una lampada soave! Erano le 
scene predilette da Terburg e dal Teniers. 

Sfogliamo ancora ed ecco un effetto di 
notte: 

^o pie lacerne brillano intorno, 

là nella casa, qna su la siepe: 

sembra la terra, prima di giorno, 

nn piccoletto grande presepe. (C. C. p. 25) 

Ecco un rapido schizzo sopra una confla- 
grazione di nubi: 

S'è sfatto il cielo: a scosse 

"rientrano urlando i venti 

e vi sbisciano i lampi. (C. C. p. 118) 

E potremmo continuare poiché la cartella 
é ampia e gonfia e i disegni, i bozzetti, gli 
schizzi, saltan fuori ad ogni svolger di foglio. 
Son note, pensieri, appunti che diresti rico- 
piati dal tac<3uino di un pittore o di uno stu- 
dioso intellig-ente reduce da una mostra di 



230 Capitolo quinto 



Il Pascoli poi, pur dimostrando di essere 
sopratutto un poeta pittore, possiede altresì 
spiccatissima la virtù musicale e sa abil- 
mente trasfonderla negli elementi pittorici 
per trarne i belli effetti. Anche i suoi mo- 
tivi musicali però non sono mai completi, 
perchè egli procede con lo stesso metodo a 
lui abituale quando dipinge, non ci dà quindi 
la melodia piana e continua che s'inizia collo 
spunto e termina con la cadenza, ma soltanto 
una due battute, due o tre note, talvolta 
una sola, messe là per rafforzare o per av- 
vivare, per suscitare T emozione passionale 
insieme all'emozione estetica. 

Dove egli insiste più a lungo, ricercando 
l'effetto musicale a costo anche di ricorrere 
a certe miniate soprabbellezze poetiche per 
ottenerlo, si è nel ricordare le campane on- 
danti. Nell'opera sua la semplice e varia me- 
lodia di quel rombo vibra continua in tutti i 
modi, con tutti gli accordi possibili. Suonano 
a morto, suonano a gloria, suonano a stormo, 
battono le ore; le odi vicine e lontane, dai 
monti e dalle valli, con una insistenza cosi 



Il poeta pittore - Pascoli 231 

grande, con una onomatopeia cosi piena e 
vibrante che, dopo una lettura ininterrotta, 
ne risenti il ronzo negli orecchi come se il 
fremito di quel suono tenesse bordone alle 
pitture poetiche. Vede egli i suoi morti? Ed 
ecco che essi pregano: 
t 

al snon deUe campane, alte, lontane. (My. p. 13) 

Assiste a una freschissima alba estiva? Si 
domanda: 

Che hanno le campane, 

che squillano yìcine, 

ohe ronzano lontane? (My. p. 17) 

e quasi quasi varca i limiti della poesia per 
voler rendere con la parola il timbro dei due 
bronzi, la campana minore e la maggiore che 
squillano alternandosi: 

Tra il cantico sonoro 
il tuo tintinno squilla, 
Yoce argentina. Adoro,' 

adoro. Dilla, dilla, 

la nota d'oro. — L'onda 

pende dal ciel, tranquilla. 

Ma voce più profonda 

sotto l'amor rimbomba, 

par che al desio risponda: 

la voce della tomba. (My. p. 17) 



232 Capitolo quinto 



Bello, si dice a una prima lettura, ma ar- 
tificio d'arte palese e voluto. Canta la ninna 
nanna a un morticino ? Ecco ancora la nota 
dei bronzi: 

ÀDdiamocì, a mimmi, 
lontaiTo, lontano, .... 

Din don . . .•(My. p. 20) 

Dipinge una bella sera estiva? Ecco, alla 
fine d'ogni strofe, i monosillabi onomatopeici: 

din don dan, din don dan. (My. p. 25) 

Talvolta riesce persino a collegare in bel- 
Tarmonia il suono e il colore: 

C'è nn campanile tra nna selva nera, 

che canta, bianco, Pinno mattutino t (My. p. 38) 

Bello, nevvero? Due spennellate: un po' 
di seppia e un po' di biacca e tre parole vi- 
branti e musicali, il campanile: «canto Z'iwwo 
mattutino ». 

Ricorda egli la messa della mezzanotte? 
Ed ecco che: 

la campana, 
col vento, or s'avvicina, or s'allontana. (My. p. 54) 

Ode o sa d'una festa? Ecco ancora i sacri 
bronzi oscillanti, ecco il 

piccolo infinito scampanìo (My. p. 71) 



Il poeta pittore - Pascoli 233 

la nota festevole e gaia di un suono che 
è confuso, confuso... lontano, lontano... e la 
parola « scampanìo » rende assai bene Tono- 
matopeia. 

In una poesiola intitolata « Mezzogiorno » 
due sono i motivi musicali: ritmico e lento 
il primo, quando cioè la campana scandisce 
i tocchi ad uno ad uno nel battere le ore; 
melodico e festevole il secondo, quando tutti 
i campanili intorno, come a un richiamo, an- 
nunziano il mezzodì. 

Mezzogiorno 
dal villaggio a rintocchi lenti squilla ; (My. p. 72) 

Ecco il primo motivo; ogni parola è una 
nota, uno scocco, e l'assetto dei vocaboli ri- 
chiede proprio la sillabazione ; finché, d' un 
tratto, airimprovviso: 

dai remoti campanili intorno 
un'ondata di riso empie la villa. (My. p. 72) 

la mutazione d'accento in quest'ultimo verso 
allegra veramente d'un suono giulivo Tono- 
matopeia e dà luogo ad un vivacissimo con- 
trasto poetico. 

Ode il poeta l'Angelus? Esclama: 

sonava lontana una campana, 
ombra di romba; 



234 Capitolo quinto 



Via via 
8i senti la campana di san Vito, 

si sent) la campana di Badia, 

e gli altri borghi, di qua di là, pronti 

cantando si raggiunsero per via. (Poem. p. 19) 

e altrove, nell'ora dell'Ave Maria: 

Era nel cielo nn pallido tinnito: 

Dondola dondola dondola! - A nanna 

a nanna a nanna ! - Il giorno era finito. (Poem. p. 32) 

Ode martellare a fuoco? Ed ecco il « ton ton 
ton » manzoniano che echeggia nella notte in- 
sonnolita. Persino la squilla della bicicletta, che 
trascorre velocissima attraverso la pianura, 
tintinna ad ogni strofa nei Canti di Castelvec- 
chio col suo « dlinn..., dlinn,... » onomatopeico. 

E quando ode suonare a morto nel « Sol- 
dato di San Piero in campo » il poeta allora 
impugna egli stesso il battaglio e picchia e 
canta: 

. . . Piangi . . . pensa . . . dormi . . . piangi . . . pensa 
dormi . . . echeggiava in ogni cuor San Piero 
nell'ora dolce in cui fuma la mensa. (Poem. p. 142) 

H rombo delle campane risuona per tutta 
l'opera di Giovanni Pascoli, ricorre sempre 
come uno dei principali elementi informativi 
e conferisce alla sua poesia quel misticismo 



Il poeta pittore - Pascoli 235 

dolce e soave che la rende ancor più malin- 
conica. 

Anche il canto degli uccelli il poeta ricorda 
spesso con dei monosillabi imitativi che sem- 
bran carpiti volta a volta da un mazzatello 
di richiami. Il Pascoli anzi ostenta sovente 
questa sua bravura come s'ei volesse mo- 
strare al lettore ch'egli, al pari di un va- 
lente ornitologo, conosce assai bene la vita 
i costumi e le voci dei pìccoli esseri alati e 
ne sa imitare i trilli, i gorgheg^ e i pigolìi. 
Sovente ci ricorda il « francesco mio » del 
fringuello; la capinera che « squittinia di tra 
i piselli » ; il « sottil tintinno come d'o7V » del 
pettirosso; il « ró^, videvitt ^ delle rondini; il 
^rererere:» del cardellino; gli <^ strilli» della 
calandra; il « chiù^ àiiù » dell'assiuolo; il « haUj 
hau^ delle cincie; il ^ torvostrillo ^^ della po- 
iana; il < xvilar » dei tordi. 

Nei « Canti di Castelvecchio » c'è una poe- 
siola intitolata « Il fringìiello cieco » nella quale 
il Pascoli s'è provato ad imitare il canto degli 
uccelli e vi è riuscito senza varcare i limiti 
della poesia perchè l'onomatopeia non è otte- 
nuta con dei monosillabi senza senso, inca- 
stonati nel verso sol per esprimere un suono, 
ma con parole musicali che incarnano al 
tempo stesso un pensiero poetico. 

Ricordate? Alcuni uccelli spiano il sole; il 



236 Capitolo quinto 



fringuello canta e dice: « Finch, finché nel 
cielo volai... Finch, Finché ebbi il mio nido sul 
moro.... e la cornacchia domanda: « Ci sarà? > 
e l'assiuolo risponde: « Non c'è più! » E l'u- 
signuolo saluta : « Addio, addio, dio, dio^ dio, 
dio » , E l'allodola, levandosi dai solchi, trilla 
giuliva: «Ce, c'è, lode a Dio; e il merlo 
chioccola: « Io lo vedo » e il fringuello cieco 
dalla sua gabbia risponde desolato: « sol, 
sol, sol, sol, sole mio! » 

Come si vede in questi versi i limiti della 
poesia non sono varcati perchè l'elemento 
musicale è altresì elemento informativo del 
soggetto e se si togliessero queste parole si* 
annullerebbe anche il pensiero. 

Ma dunque il Pascoli è un poeta musicista? 
No, il Pascoli è un poeta pittore che, di quando 
in quando, tenta l'onomatopeia delle voci e 
dei suoni della natura per infondere nei suoi 
quadretti il palpito della vita. Rombi di cam- 
pane e canti d'uccelli: ecco le musiche sue. 
Nel ricordare le campane ondanti egli è so- 
vente buon musico, nel ricordare il canto 
degli uccelli, il gracidar delle rane o lo stri- 
dio degli insetti, adopera invece dei mono- 
sillabi e delle parole insensate: « vit^ videvitt^ 
« dib, dih » « bil'p, bilp » « bau, bau » « C2/, «/ > 
« chiù, chiù » « tac, tac » « rererere » « sii, sii » 
^xisteretetet » « uid, uid -» « tellterelltelltelltelliell » 



Il poeta pittore - Pascoli 237 



« gre, gre » « viòy rlOj nò, rtó, rtó, nò, nò, nò » 

« VOQOTOQOTOQOTOQOn§ » « TOQOTOQOTOQOTOQOÀl' 

Le sue onomatopeie sono dunque degli 
spunti musicali che avvivano il quadro, che 
portano cioè una nota vitale nel paesaggio. 
Ma il poeta è pittore nato. Sempre, dapper- 
tutto, ogni volta che egli nomina una cosa o 
una creatura spreme su di esse il colore in- 
trinseco; egli non s'appaga della citazione, 
come fanno i poeti scultori, ma pone loro ac- 
canto subito subito il color sostanziale: neb- 
bia di latte — tetto rosso — bacche ver- 
miglie — pannocchie bionde — grappoli 
verdi — gattici d'argento — more purpuree — 
luna glauca — girasoli d'oro — ginestre auree 

— cipressi neri — pipite verdi — gramigne 
gialle -- cardi argentei — solchi bruni — 
ombre nere — garofani rossi — aranci po- 
polati d'oro — bianchi bovi — pentola bruna 

— bucato candido — cetonie verdi — ; il cielo 
poi è dipinto nei vari aspetti delle sue infinite 
trasformazioni: bruno, turchino-rosa, rosa e 
oro, vermiglio, rigato di carmino, giallo di 
cloro, color d'opale, rosso di brage, nero di 
pece. 

Persino là dove il colore è superfluo e fi- 
gura in poesia come un pleonasma, il nostro 
poeta, in via di metafora o di allegoria, lo 



«chiM teff acqu^ . il -^^ «"tt»" \,a 

d'oro . la « P**^ ... A'nro» ^^..ca... 






d'oro ^ la « v^^ ^A'oro^* «ce..-''- ^a- 

del dolore cbe ^o*;*^*^ ^e, d»^/,,. cose- ^ 
1 color, ìco«-;t>.*S«a.l Ut 

do,e pittorica del poe^^: ,B *»*» 

tita che persino ti Ti»-^ dell'** el 

ombra sul terreno. ^ntne^l^* io q»* 

Inunapoesiola.l^^^^elli^*^'^ 
narra il poeta che g^ 

giorno intessuto il ^^'^ 

quel sul eiproBSO q^^^^,„ à'«« ;, (MJ' P' 

al bosco, lungo VI •'^'"^.^oW» * 

nell' o«.6ra mossa à'»» ^ . . pe»- 

■ B^llo, nevvero, quest'ulti^;, ^^ r^ ^-oro 
nella.t^ è franca nitidis^f^^<^l f«- 
nell'ombra ma è ragnato da g «H 
pei raggi del sole che gu^ 
g-Ii«.rxie soprastante. ^.,,toO' 
A.lti.ove in « Paese T^ottu 

Statnpat^^ iet>^^^ 
su la campagT'^*- V 



Il poeta pittore - Pascoli 239 

Altrove ancora, nel poemetto « L'asino » ci ri- 
corda il carrettiere addormentato sulle ceste 
vuote e il ciucarello nero, fermo sui quattro 
zòccoli tra il fuoco del vespro: 

L'un sulle ceste, e sulle quattro orme 

l'altro, non meno immobile del primo. 

Soltanto, Pombra sua, lunga e deforme, 

pasceva al greppo un vago odor di timo. (Poem. p. 59) 

Nel poemetto dedicato al manipolatore del 
dispaccio di Ems, il principe Ottone von Bi- 
smarck, lo sbattimento d'ombra riappare ef- 
ficacissimo nel disegno e ricorda certi stupendi 
effetti di chiaro-scuro del Rembrandt che fu 
il maestro del bianco e nero: 

Ecco: egli leva dalla bara il lento 
suo fasciame dell'ossa; e sulle porte 
esplora Paria, corazziere attento, 

dalla lunga ombra. (Poem. p. 93) 

Nei « Canti di Castelvecchio » infine, in 
una poesia intitolata il « Mendico » accenna 
il poeta a un vagabondo raggomitolato sulla 
riva del lago, simile a un mucchio di squal- 
lidi cenci e di membra, egli lo vede : 

simile a sogno di nulla, 
nell'acqua c'è l'ombra sua bruna, 
che appena si dondola e culla 
nel lume di luna. (C. C. p. 148). 



240 Capitolo quinto 



Sembrano inezie codeste, bazzècole e cose- 
relle da lasciare ai microscopisti della critica 
i quali su un verso di Dante scrivono un vo- 
lume, su un paradigma dell'Ariosto bandiscono 
una conferenza; e lo sarebbero per davvero 
se facessimo in questo libro della critica lette- 
raria; noi invece, siccome vogliamo scoprire le 
caratteristiche dello scrittore, segnaliamo que- 
ste rigaglie della poesia pascoliana come con- 
trassegni che rivelano il poeta pittore nato. 



Riguardo all'equazione cromatica personale 
il Pascoli predilige anzitutto le due tinte 
estreme e cioè il bianco e il nero, entrambi 
diluiti nelle loro sfumature, dal bianco niveo 
al color di cloro, dal nero di pece al bruno; 
seguono poi, in ordine progressivo : Toro, l'az- 
zurro, il roseo^ il rosso, il giallo, il verde, il 
biondo. 

Bionde sono quasi sempre le donne da lui 
cantate e non soltanto le sorelle Ida e Maria, 
ma anche le altre figure poetiche immagi- 
narie. Bionda la ninfa evocata nella poesiola 
« Il bosco »; bionda la fanciulla sognata e tra- 
veduta in una corsa fantastica lungo il pura 



Il poeta pittore - Pascoli 241 

Frigido, nella poesia ^ Le pene del poeta >; 
biondo il « branchetto arguto » su per T Apen- 
nino opaco d'elei in « Campane a sera »; bionde 
le fanciulle che siedono « ad arcolai ronzanti » 
in 4L Notte T^; biondi i due cugini, viva T una, 
morto l'altro; biondi i bambini sognati dalle 
madri in « Canzone di nozze ».; bionda « la fan- 
ciulla dai capelli d'oro » che tesseva cantando 
nella poesia « Per casa » ; biondo il ragazzo 
che « nella calma lucida e profonda, nudo, 
ritto sul trampolino » si butta in mare; in 
« Conte Ugolino » ; biondo l'esile compagno di 
scuola ricordato nella poesia « L'Aquilone ». 

Dai capelli neri non ricordo che le « ra- 
gazze dalle trecce nere » sedute sul margine 
della riva del Serchio nella poesia « Il To- 
rello » la fanciulla « esile e bruna » messa li 
però accanto alla compagna sua che è « esile 
e Umida » in « Digitale purpurea » e « bionda 
la Rosa » « bruna la Viola » in « Angelus » . 

Questa predilezione del Pascoli per il biondo 
è naturale vocazione sua perchè egli predi- 
lige le tinte leggere, e annacquaticce, e le 
sue méstiche ottiene sfumando o ammorbi- 
disce velando. Quasi quasi si direbbe che la 
sua pupilla non sa godere la tinta madre se 
non per un progressivo passaggio attraverso 
le sue gradazioni. 

Nella poesia pascoliana la gamma del rosso 

A. Padovan. 16 



242 Capitolo quinto 



si fa purpurea, vermiglia, carmina, rosea, 
color rame, aranciata; il giallo digrada in 
biondo, oro, color cloro ; l'azzurro diventa ce- 
leste, turchino, verde bleu, il bianco si muta 
in nero attraverso tutte le sfumature: dal can- 
dore del lino al bianco latte, al grigio, al 
bruno, al fosco, al nero, al nero di pece. 

Se alcuno insomma compiesse la statistica 
esatta dei colori distemperati nelle opere di 
Giovanni Pascoli, troverebbe in essa gli ele- 
menti per ricomporre i cerchi cromatici di 
Chevreul. Anzi, c'è una poesia nella quale 
tutti i colori dello spettro fluttuano insieme. 
S' intitola « Il miracolo » e si legge nel vo- 
lume delle « Myricae » . 

Ricordate? Nel breve giro di cinque strofe 
il poeta ha tolto dalla tavolozza e portato 
nella poesia i seguenti colori : bianco, azzurro, 
smeraldino, verde, celeste, viola, cloro, rosso, 
oro e nero. Pure nelle « Myricae > in un'altra 
poesiola intitolata « Campane a sera » appaiono 
ancora: il celeste, il vermiglio, il biondo, il 
roseo, l'aureo, il bianco, il nero, la porpora 
e l'oro. E sono dei colori schietti, non ima- 
gini cromatiche; son proprio i nomi delle 
tinte stemperate volta a volta nel verso che, 
se si dovesse compilare l'elenco policromo 
pascoliano, notando anche quei vocaboli o 
quelle iraagini che suggeriscono i colori senza 



Il poeta pittore - Pascoli 243 

nominarli, le gradazioni e le sfumature sa- 
rebbero triplicate. 

n Pascoli poi intuisce altresì spontanea- 
mente reffetto plastico dei colori. Egli sa che 
il rosso avvicina gli oggetti, che il giallo trat- 
tiene i raggi della luce, che l'azzurro infosca le 
ombre e conviene ai riflessi oscuri. Sovente, 
ottiene rilievo con questi artifizi d'arte. Forse 
che il Pascoli ha imparato questo dai fisici? 
Certamente, no. Egli è esatto perchè copia il 
vero e non scrive mai di maniera; ecco tutto, 
egli non inventa, rifa. I suoi tramonti, le sue 
albe, i suoi temporali, le sue nevicate, i suoi 
quadretti di genere, che ci ricordano i decenni 
gloriosi in cui furoreggiavano i fratelli Induno 
e Giacomo Favretto, furon veduti e sentiti con 
gli occhi aperti dinanzi al fatto o alla cosa 
sempre. Egli è cosi devoto e ossequiente al vero 
che, quando dipinge poetando, stabilisce per- 
sino la proporzione dei colori sulla tela e riesce 
sempre a mostrare al lettore la tinta che 
predomina nel quadro, quella insomma che so- 
verchia le altre per ampiezza o per intensità. 

Come vi riesce? Con un mezzo sempli- 
cissimo; ripetendo cioè la parola cromatica 
tante volte quanto più ampio è lo spazio oc- 
cupato dal colore prevalente. Ne vogliamo 
\Mia prova? 

Ecco alcan© strofe scelte qua e là, nelle 



344 Capitolo quinto 



quali il Pascoli ritrae le nevicate che ricor- 
rono frequenti per tutta l'opera sua: 

£ tutto è bianco e tacito al mattino: 

nuovo: e dai bianchi e mnti casolari ^ 

il fumo sbalza, qna e là, torchino. 

La neve ! (My. p. 80) 

e altrove: 

Vedeste in cielo bianchi lastricati 

con macchie azzurre tra le lastre rare; 

bianche le fratte, bianchi erano i prati, 

qneto ftimaya un bianco casolare, 

sfogliava il mandorlo ali di farfalle. (My. p. 85) 

altrove ancora: 

Nevica: Paria brulica di bianco; 

la terra è bianca; neve sopra neve: 
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco; 

cade del bianco con un tonfo lieve. (My. p. 158) 

E quando vuole amplificare un altro colore 
perchè nel suo quadro esso predomina, usa 
lo stesso artificio tecnico: 

Il bimbo dorme, e sogna i rami d'oro, 

gli alberi d'oro, le foreste d'oro. (My. p. 53) 

Allorché i colori prevalenti sono due: il 
bianco e il roseo, come nella descrizione deUa 



Il poeta pittore - Pascoli 245 

cameretta che accoglie una natività, ancora 
e sempre gli stessi procedimenti: 

Mammina.... bianca sopra il letto bianco 

intorno al languido origliere 

tutto biancheggia. 



tutto albeggia (My. p. 98) 

e tutto tace e « di tra un silenzio candido di 
trine, parla il mistero in suono di vagito » . 
Altrove : 

Ed un lampo alitò sul casolare, 

e bianche bianche illuminò le strade; (Poem. p« 32) 

eppoi, or si or no: « candido il monte, can- 
dida la riva » (Poem. p. 35) ; « sotto il turchino 
ciel, mare turchino » (Poem. p. 73) « giungono 
muti i passeri, dai tetti n^ri tra i salci, dalla 
chiesa nera » (Poem. p. 85).... 

La tecnica pittorica di Giovanni Pascoli, 
per quel che riguarda la ripartizione propor- 
zionale delle varie tinte e il loro prevalere 
runa sull'altra, è dunque semplicissima. Ogni 
volta ch'egli distende sul suo quadro ideale 
una spennellata dello stesso colore, gli esce 
di bocca e si incorpora al verso il vocabolo 
cromatico che lo designa. Egli te ne misura 
poi l'ampiezza e la vivacità ripetendone il 
nome se vuol espanderlo: accompagnandolo 



246 Capitole quinto 



d'un aggettivo o distemperandolo in una 
imagine se vuol accenderlo o intensificarlo. 
Procedimento tecnico d'un effetto immediato 
sul lettore, perchè gradualmente gli amplifica 
la pennellata, gradualmente gli avviva o gli 
smorza la tonalità del colore. Il Pascoli, dun- 
que, con la sua tecnica semplice e piana 
riesce più efficace del poeta pittore il quale, 
per suggerirti la prevalenza di un colore, usa 
i superlativi e per avvivarli li accompagna 
con dei vocaboli rafforzanti. • 

Tu sei allora costretto ad immaginare la 
forza ed il valore che debbono avere tutte 
quelle parole in « issimo » e gli aggettivi e 
gli avverbi < grande, molto, ampio, immenso, 
tutto » sei costretto insomma a soffermarti su 
questi raffronti per passare dall'astratto al 
concreto. Questa breve interruzione durante 
la lettura, questa lieve dissonanza, ti sviano 
dalla contemplazione della veduta, te la intor- 
bidano, te la offuscano e il paesaggio perde 
allora la sua fresca naturalezza originale. Si- 
mile a un panorama veduto attraverso a delle 
lenti che s'appannano a poco a poco pel te- 
pore dell'alito che le sfiora. 

Con semplicità di mezzi dunque il Pascoli 
è un colorista che soverchia molti altri pit- 
tori i quali usano una tecnica più sapiente e 
più elaborata. Ma nella poesia pascoliana vi 



Il poeta pittore - Pascoli 247 

ha un altro elemento che concorre a renderla 
efficacissima e penetrante, sicché lascia un 
solco nel pensiero e ricerca addentro le fibre 
più riposte al fine di commuovere, questo: 
Giovanni Pascoli è un animatore, egli conferi- 
sce alle cose da lui dipinte un'anima vibrante, 
uno spirito intelligente. Panteista poeta, più 
innamorato della natura dello stesso Spinoza, 
dal cielo, dal mare, dall'albero, dal fiore, dal 
monte, dalla nuvola, trae idee e parole, pen- 
sieri e sentimenti. Non rivela egli forse di 
quando in quando, quella bontà ingenua e 
pura che rende cosi suggestiva la persona 
del poverello di Assisi? Prenditi le Myricacy 
leggi per te solo qualche poesiola, poniamo 
ad esempio il ^Dialogoi^ e il <^ Cuore del Cipr^so^; 
deponi poscia il libro e scorri subito dopo il 
« Cantico del Sole » di San Fancesco. Sorvola 
sulla perizia tecnica del verso e vedrai che 
gli affetti e i pensieri del Santo e del poeta 
sono spesso consanguinei. Ti parrà forse strano, 
lettore, questo raffronto inatteso fra il Pascoli 
e un anacoreta del duecento, ma se tu ri- 
pensi all'indole della poesia pascoliana e al 
vivissimo affetto per la natura che esprime 
il « Cantico del Sole » lo troverai esatto e i due 
nomi accoppiati ti saranno poi famigliari come 
lo sono quelli di Leopardi e Chopin, di Dante 
e di Michelangelo, di Raffaello e di Bellini. 



248 Capitolo quinto 

In questo fatto risiede gran parte della sin- 
golarità pascoUana. Basta che egli si chini 
sopra un fiore o sopra un insetto, che levi lo 
sguardo alla sommità d'una vetta o ad una 
conflagrazione di nubi, perchè il fiore e l'in- 
setto, la montagna e la nuvola, gli rispondano 
come se possedessero un'anima volitiva ed 
operante, come se partecipassero anch'essi con 
cosciente esperienza ai tristi o lieti casi della 
vita umana. 

Non è più il poeta che parla, ma è la crea- 
tura o la cosa da lui ritratta, non è più U 
poeta che gode o soffre, ma la creatura o la 
cosa nella quale l'anima sua si è rifugiata. 
Questo fatto, che ih realtà è un assurdo inau- 
dito, esercita invece un fascino grandissimo 
sul lettore e conferisce al paesaggio un aspetto 
cosi nuovo e singolare che desta, insieme alla 
commozióne, anche rammirazione. 






E cosi l'indole del poeta non si manifesta a 
noi direttamente, faccia a faccia, con l'abba- 
gliante e crudo fulgore di un raggio di sole, 
ma occhieggia attraverso le cose da lui vi- 
vificate, ci appare nei suoi vari elementi 



Il poeta pittore - Pascoli 249 

informativi, multipla e complessa, policroma 
e iridescente come la luce attraverso il pri- 
sma cristallino. E come la luce, rifrangen- 
dosi, si scompone nei suoi elementi, cosi l'a- 
nima del Pascoli, movendo dalle cose verso 
di noi, ci mostra, a poco a poco e ad uno 
ad uno, il fascio dei sentimenti che la esa- 
gitano. Artificio d'arte si dirà. Sommo arti- 
ficio d'arte, rispondo, perchè il lettore, at- 
tratto e sedotto, si illude di udire le voci della 
natura, di conoscere le gioie e i dolori delle 
piante e degli animali mentre, in realtà, se 
chiude il libro e ripensa al complesso di tutte 
quelle voci, di tutti quei sentimenti e li rag- 
gruppa e li fonde, riavrà dinanzi a sé, ancora 
e sempre, il raggio di luce bianca: l'anima 
cioè di Giovanni Pascoli. Leggendo l'opera 
del poeta romagnolo questo fatto appare evi- 
dentissimo, perchè il sottil artificio cui ab- 
biamo accennato fa capolino ad ogni pagina 
e conferisce alla tecnica pascoliana un'im- 
pronta singolare che la rende ingegnosa. Can- 
tando la natura, che dagli inni vedici ai 
canti di Burns e di Matthisson è stata argo- 
mento perenne, il Pascoli dà rilievo a certe 
voci e a certi sentimenti ch'erano stati finora 
inavvertiti. Egli è dunque un poeta singolare 
e personale. 
Un uomo di genio dunque? 



250 Capitolo quinto 



Posta cosi la questione, dobbiamo rispon- 
dere. Un uomo di genio nel significato pieno 
e viscerale della parola no, perchè l'originar 
lità pascolìana risulta da un complesso di 
fatti che sembran nuovi per l'ingegnosità 
del poeta nel considerarli e nel rappresen- 
tarli, ma in nessuna poesia, si scelgano pur 
le migliori come < Le elegie » — « J due cu- 
gini » — « 7/ soldato di San Piero in Campo » 

— « L'accestire » — « J/ negro di Saint Pierre > 

— « La cavalla stoma. » egli dimostra quel- 
l'originalità vera e grande per cui si possa 
dire che il Pascoli è un genio. Ed io affermo 
ch'egli non è essenzialmente originale e quindi 
non è geniale, perchè tutta l'opera sua, ri- 
guardo ai sentimenti che suscita nel lettore, 
è monocroma, sempre eguale a sé stessa. 
Cantando il dolore e la bontà, il Pascoli non 
riesce mai a disgiungere il suo io dalla sua 
opera, non riesce, per altezza di genio, a ri- 
trarre con viva e possente voce le sensazioni 
o i sentimenti che egli non ha provato ma 
soltanto immaginato. Il genio invece, il genio 
sovrano, ottiene quasi sempre questo sdoppia- 
mento fra l'uomo e l'artista, riesce cioè a ri- 
trarre e descrivere non soltanto le gesta e le 
passioni sue ma anche quelle dei personaggi 
da lui vivificati. Quanto è più vasto e possente 
il genio, più e più la sua anima si moltiplica, 



/{ poeta pittore - Pascoli 251 

riesce cioè ad immedesimare azioni ed effetti 
fittizi, come se vi partecipasse per davvero, 
acquista la facoltà dì creare dei caratteri di- 
versi, di mostrarsi buono o cattivo, timido o 
coraggioso, umile o superbo, martire od eroe, 
a norma del bisogno sicché la sua anima, pur 
essendo unica, è la voce di tutte le anime e 
la sua originalità si afferma allora sovrana e 
indiscutibile. I grandi poeti, pur conferendo 
alla loro opera l'impronta personale dello stile 
del carattere, riescono a farsi dimenticare 
quando presentano un loro eroe. 

Dinanzi alle figure di Otello e di Amleto; 
di Farinata e di Ugolino; di Argante e di Tan- 
credi; di Rodomonte e di Orlando; di Carlo 
Alberto e di Alberto di Giussano, nelle opere 
di Shakespeare, di Dante, del Tasso, dell'A- 
riosto e del Carducci, io dimentico il poeta 
e rivivo invece col protagonista del suo canto, 
sento ch'egli, il genio, è riescito, appunto 
perchè è un genio, ad essere originale, a por- 
tare cioè l'anima sua nel corpo di quell'eroe, 
adattandola e asservendola cosi bene al nuovo 
officio che quel personaggio rivive col respiro 
e colla parola dinanzi a me non più come 
forma ombratile, ma come realtà. Per questo 
motivo, per questa somma virtù innata, il 
poeta di genio è multiforme e multanime, 
riesce all'inaudito e all'inaspettato, compie, 
anche in poesia, il prodigio e il miracolo. 



252 Capitolo quinto 



Giovanni Pascoli a tanto non giunse ancora. 
Le sue poesie su Gladstone, Bismarck, An- 
drée, Lucheni, non resuscitano degli uomini 
parlanti ed operanti, non li fanno rivivere 
trasumanati, ma pallidamente li ricordano 
soltanto; il poeta insomma è ingegnoso noB 
è geniale, non è capace di sostituire alla sua 
anima quella del personaggio ch'egli evoca 
ma si porta piuttosto egli stesso dentro quello, 
sicché il lettore, leggendo i suoi versi, non 
rivede Gladstone, Bismarck, Andrée o Lu- 
cheni, ma il Pascoli camuffato delle sembianze 
loro. 

Anche le figure dei suoi campagnuoU, dei 
suoi bifolchi e dei suoi seminatori si rasso- 
raiglian tutte per Tistesso motivo di impo- 
tenza creativa, perchè è il poeta insomma che 
sottentra a vestirne i panni, a parlare in loro 
vece, con le sue idee, coi suoi affetti. Ripensa, 
lettore, a tutta l'opera del Pascoli eppoi dimmi 
se v'ha in essa una figura, una sola, che ri- 
viva nella carne e nello spirito con quell'evi- 
denza ripalpitante che la ricrea nell'opera 
d'arte. Nessuna. 

Nemmeno quella del poeta? 

Nemmeno quella perchè egli, stemperando 
i suoi sentimenti in qua e là, vanamente spe- 
rando di vivificare qualche personaggio e di 
tradurre le voci occulte della natura, falseg- 



i l poeta pittore - Fascoli 258 

già anche sé stesso, travisa la sua persona- 
lità, dispiega sulla sua opera una coltre di 
nebbia che offusca le cose e il poeta con 
esse. Se il Pascoli avesse riconosciuto questa 
sua manchevole virtù e invece di portar la 
sua anima nelle cose stesse per presentarle 
sotto un aspetto nuovo si, ma sempre eguale, 
fosse rimasto al di fuori di esse egli avrebbe 
forse potuto riplasmarsi nell'opera sua, con 
quella verità sostanziale e parlante per cui 
si crea un martire o un eroe, per cui si ri- 
vela insomma l'uomo di genio. 

E gli elementi necessari a formare questa 
figura rappresentativa c'erano si nella vita 
del Pascoli e di materia viva, creta infusa di 
lagrime e di sangue, esperta di dolori sofferti 
e vissuti per lunghi anni, dal giorno fatale di 
San Lorenzo, in cui proditoriamente gli ucci- 
sero il padre, al morir della mamma e dei fra- 
telli, volta a volta, per una sequela di lutti, 
mentre il poeta con faticosa lena si inerpicava 
di tra i rovi su per l'erta del suo calvario. (0 



(') Da un librìccioo di Memorie del cauonico Federico 
Balsimelli (Reggio Emilia, Primo Borghi edit. 1899, 
pag. 73-74) trascrivo: 

«... è da sapere che potei ridarre in uu sol corpo, i 
terreni della parocchia (sparsi qua e colà in mezzo alla 
grandiosa tennta detta della Torre di San Mauro del prin- 



254 Capitolo quinto 



Questa iliade di dolori e di ansie appare si 
nell'opera del poeta romagnolo, in qua e là 
descritta col cuore in punta di penna, ma la 
figura del poeta, la creatura umana rifatta 
nel campo dell'arte, che balza fuori terribil- 
mente viva dalle poesie di Leopardi, di Heine, 



oipe Torlouìa) per via di una permutazione con altri ter- 
reni di proprietà dello stesso sig. principe. Era ministro 
di essa tenuta il sig. Ruggero Pascoli. Questi, mio amico 
e compare, era 1' uomo più fortunato e più felice eh' io 
m' abbia conoscinto nel mondo. Ministro della vasta tenuta, 
in San Mauro, del principe Torlonia, godeva di questo l<i 
confidenza e la protezione. Aveva una moglie amorosissima 
dì lui, (per nome Caterina Vincenzi) la quale egli tanto 
riamava, quanto immaginare non si potrebbe. Anche aveva 
sette figliuoli tutti pieni d'ingegno e fiorenti di sanità, 
quattro dei quali tenea in Urbino nel collegio dei Scolopj. 
Era riverito e amato, non che dai coloni della tenuta, da 
quanti il conoscevano : onde non avrebbe potuto desiderare 
miglior condizione di quella in che era posto. Ma chef 
Tanta felicità in uno istante svanì. Il giorno 10 di ago- 
sto 1867 verso le ore 6 dopo il mezzodì, mentre tutto solo 
egli faceva ritorno a casa dalla fiera di Gatteo, come fìi 
giunto vicin di Savignano, fu colpito da un' archibugiata 
che lo lasciò freddo cadavere entro la carrozza. Poco tempo 
appresso morì la sua figliuola primogenita. Margherita; 
poi il fratello di questa Luigi ; poi la moglie (certamente 
di crepacuore) e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo 
già ammogliato, il figliuol maggiore de' maschi. Ed ecco 
dispersa, anzi, direi quasi, scomparsa dal mondo una fa- 
miglia che parca fosse giunta al colmo dell' umana felicità ». 



Il poeta pittore - Pascoli 255 

di Musset oh, quella io l'ho cercata invano 
nelle « Myricae », nei < Poemetti » e nei « Canti 
di Castelvecchio ! » 

Il Pascoli dunque non è riuscito a creare 
una figura vera e immortale di eroe o di mar- 
tire, né a darci un auto-ritratto che Teroe o 
il martire sostituisca come ha fatto stupenda- 
mente Giacomo Leopardi. 

Anche il Leopardi non ha creato nessuna 
figura di eroe che possa competere cori Et- 
tore ed Achille, Farinata ed Ugolino, Or- 
lando e Tancredi, ma nei canti del Leopardi 
Teroe c'è: è il poeta stesso, e cosi vero e 
parlante, cosi prepotentemente vivo, che i suoi 
canti son carne della sua carne, lagrime e 
sangue delle sue vene. Attraverso l'opera poe- 
tica la sua figura d'uomo è veramente tra- 
sumanata ed è eroica come quella di Amleto 
e di Faust. Per questo Giacomo Leopardi è 
un uomo di genio, perchè cantando di sé e 
dei suoi dolori è riuscito a plasmare una fi- 
gura immortale con la completa evidenza 
della realtà. Questa figura di martire e di 
eroe a un tempo è il poeta stesso. 

Nulla di tutto questo nell'opera del poeta 
romagnolo. Quantunque egli parli sempre, 
apertamente o velatamente, del suo dolore e 
dei suoi consanguinei, la sua figura ci sfugge, 
la sua personalità appare nebulosa sicché il let- 



256 Capitolo quinto 



tore si domanda: perchè? Perchè il Pascoli 
non è un genio, perchè possiede l'immedia- 
tezza del sentire, ma gli manca l'immedia- 
tezza della rappresentazione, la facoltà di por- 
tare al di fuori i sentimenti suoi con quella 
evidenza piena e gagliarda, con quella forza 
di espressione vera e sentita per cui l'uomo 
di genio riesce a vestire di muscoli e di nervi, 
di vita e di pensiero, le figure di Farinata, 
Lucifero, Schyloc, Faust, Orlando e Aroldo. 
Heine e Leopardi, pur non essendo dei 
creatori di eroi come Dante e Milton, Sha- 
kespeare e Goethe, Ariosto e Byron, sono 
egualmente geni veri e indiscutibili perchè 
si sono riplasmati nella poesia con quello stile 
di senzazione vivente che rivaleggia con la 
realtà. La loro figura, trasumanata, è un auto- 
ritratto che è diventato un simbolo, è insomma 
una figura eroica anch'essa. La creazione dun- 
que c'è e dove c'è creazione riuscita c'è il 
genio, il quale giunge ad altezze inaccessibili 
e insuperabili quando questa creazione non è 
unica ma multipla, quando cioè le figurazioni 
vive e parlanti che il poeta ha modellate 
sono varie e numerose. Ecco il motivo per 
cui Omero ed Eschilo, Dante e Shakespeare, 
appaion giganti fra i giganti, sovrani fra gli 
eroi. Perchè han saputo riprodurre fuori di 
loro, con l'evidenza della realtà, non una o 



Il poeta pittore - Pascoli 257 

due figure eroiche, ma tutto un mondo dì 
eroi così veri nel dolore e nella gioia, nel- 
l'amore e nell'odio, nell'entusiasmo e nella 
collera, nel sacrifizio e nel delitto, che son 
passati nella storia come modelli significa- 
tivi che incarnano il simbolo: geloso cfome 
Otello, magnanimo come Farinata, iroso come 
Achille, eroico come Prometeo. 

11 genio dunque crea, non imita : rifa, non 
copia. Là dove egli converge lo sguardo balza 
fuori il miracolo, le creature e le cose ac- 
quistan rilievo e vita, sono insomma onni- 
potenti come la stessa verità. Dove questo 
fatto non accade, dove questa rappresenta- 
zione non è piena e completa, chiarissima e 
precisa, non c% il genio ma c'è l'ingegno o 
il talento soltanto. 

A una prima lettura si è talvolta inchine- 
voli a supporre il genio là dove non c'è che 
l'ingegno, tanto più propensi ad ammetterlo 
quanto più è impressionabile e culto il let- 
tore che, inconsapevolmente, conferisce alla 
poesia una parte delle sue idee e dei suoi sen- 
timenti. Così, se il poet^ ci dà lo spunto di una 
melodia il lettore è portato a completarla, se 
ci tratteggia una figura di eroe egli integra 
anche quella secondando gli impulsi della sua 
fantasia. Il lettore sottile e penetrevole porta 
insomma nell'opera del poeta una parte di 

A. Padova». 17 



258 Capitolo quinto 



idee, di imagini e di figurazioni che sono cose 
sue e ve le porta con maggiore abbondanza 
e sincerità alla prima lettura che non nelle 
seguenti. 

Per giudicare se il poeta è un genio o un 
ingégno bisogna dunque diffidare della prima 
impressione e leggere e rileggere parecchie 
volte, finché lo spirito critico possa conside- 
rare l'opera poetica per sé stessa, spoglia cioè 
di certe idee, immagini e figurazioni che nac- 
quero si in noi durante la lettura, ma che 
essendo cose nostre potrebbero trarci in in- 
ganno riguardo all'intensità delle emozioni 
che noi crediamo suscitate. Di mano in mano 
che si rilegge per la terza o la quarta volta 
una poesia che trovammo bella, lo spirito cri- 
tico a poco a poco soverchia la passione. 

Esso s'acuisce, s'affina, s'addentra succhiel- 
lando e mordendo, noi insomma riusciamo ad 
esplorare nel fondo, a distinguere nettamente 
quelle minuzie che prima sfuggivano all'a- 
nalisi. 

Allora soltanto si potrà ricercare se v'ha ori- 
ginalità vera o adombrata, se nell'opera d'arte 
c'è novità od imitazione, creazione o rifaci- 
mento, poiché le replicate letture hanno smor- 
zato ogni entusiasmo di prima impressione, 
hanno sgombrato le nebbie, schiarita l'atmo- 
sfera, sicché noi vediamo distintamente e 
nettamente per tutto. 



Il poeta piiUn'e - Pascoli 259 

Sottoposte a questa analisi pertinace acuta 
e sottile le opere del genio si incrinano tal- 
volta e si maculano, ma restano pur sempre 
integre e salde nella loro compattezza origi- 
naria; quelle dell'ingegno invece si sgreto- 
lano e si alterano, quelle del talento si sfa- 
sciano addirittura. Ma che penetrante lavoro 
di analisi si richiede per scoprire le maga- 
gne che Tuomo di talento, appunto perchè 
meno sincero e quindi più astuto del genio, 
riesce talvolta a nascondere anche agli occhi 
più perspicaci! Ci son voluti dei decenni di 
critica ostinata e continua per togliere l'au- 
reola del genio al cavalier Marino e al Tris- . 
sino le cui opere furono salutate immortali! 
Oggi però, fatti più esperti e soccorsi dal me- 
todo estetico, dallo storico e dall'antropolo- 
gico, noi possiamo trascegliere ed eleggere 
con buon esito sicché la classificazione ra- 
zionale dell'uomo di genio sarà un giorno 
compiuta e rideranno allora i pronipoti, come 
già oggi sorridiamo noi, sfogliando le pagine 
del Lombroso là dove troviamo citati insieme 
come gent Byron e Leopardi con Maglia- 
becchi il bibliografo; Newton e Pascal con 
Kléber il generale di Napoleone; Dante e 
Kant con Eomagnosi il filosofo ; Michelangelo 
e Leonardo con Raffaello da Montelupo; Giulio 
Cesare e Napoleone con Giovanni dalle Bande 



260 Capitolo quinto 



nere; Aristotele e Virgilio con Boissy: Boc- 
caccio Volta e Linneo con Pietro Thouar. 

n genio insomma, il genio vero, sia esso 
un poeta o un artista, un musicista o un fi- 
losofo, uno scienziato od un esploratore, un 
guerriero o un profeta, deve essere originale, 
deve rivelarsi creatore, deve portare lo stile 
la personalità nel campo dell'arte; il me- 
todo rinnovazione nel campo della scienza; 
deve essere fecondatore: un sole sempre, 
anche piccolo, ma sale e quando gli occhi 
miopi della folla, davanti airapparizione di un 
immenso pianeta, salutano il genio, deve in- 
sorgere il critico per indicare e dimostrare 
la fonte della luce vera e Tartifizio di quella 
riflessa. 

Compito di un uomo cotesto? D'una mente 
sola? 

Oh, no ! Lavoro continuo, lungo e paziente, 
della novissima scuola fisiologica del genio; 
concorde fatica di giovani studiosi che si met- 
teranno per la via in cui mi sono risoluta- 
mente inoltrato, considerando il genio come 
un alto fenomeno di fisiologia nervosa, defi- 
nendolo cioè: « uno stato fisiologico di squisita 
eccezionale sensibilità nervosa ». 

Ma prima bisogna assolutamente stabilire 
quali sono fra gli uomini citati come gent 
quelli veramente degni di tale onoranza. 



Il poeta pittore - Pascoli 261 

Gli ingegni e i talenti si studieranno si, ma 
a scopo di raffronto, per scoprire quali sono 
le manchevoli virtù per cui non potettero 
essere originali nel campo delle arti o no- 
vatori in quello delle scienze. Questi studi, 
queste indagini, ci condurranno talvolta sul 
limite di confine, nel punto cioè dove po- 
tremo imbatterci in un atleta del pensiero o 
deirazione che gli uni proclameranno un genio, 
gli altri un ingegno, precisamente come i na- 
turalisti, scendendo per la Scala zoologica, 
dinanzi a certi esemplari della flora e della 
fauna marina disputano per classificare la 
pianta o l'animale. 

È tutt'ora novizia ed esigua la schiera degli 
studiosi del genio per avventurarsi con fran- 
chezza e disinvoltura in un labirinto come 
questo. Per mia parte, se nelle mie ricerche 
sugli uomini di genio mi trovassi dinanzi ad 
una figura biforme che gli uni proclamano 
un genio e gli altri un ingegno, non oserei 
affrontarla perchè ci resta ora ben altro da 
fare. 

Prima di considerare le forme ibride dob- 
biamo studiare, coi nuovi metodi, i veri geni, 
quelli che non si incrinano sotto lo sfrego di 
nessun scalpello clinico e dobbiamo arricchire 
la nostra biblioteca di nuove monografie e 
basta nominare Virgilio, Dante, Shakespeare, 



262 Capitolo quinto 



Colombo, Newton, Kant, Goethe, Galileo, Dar- 
win, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, 
per suggerire altrettante ricerche che devono 
riprincipiare dalle origini e saranno feconde 
di risultati inattesi e di fatti ignorati pei fau- 
tori della teoria fisiologica del genio. 

Si vedrà allora come tutte le stigmate pa- 
tologiche affibbiate alla creatura sovrana non 
furono la caicsa della genialità ma la conse- 
guenza di un soverchio consumo di forza 
nervosa, si vedrà ancora che vi sono stati 
dei genii integri e sani anche dopo la crea- 
zione geniale, si dimostrerà infine che le 
psicopatie di certi genii sono altresì comuni 
all'uomo che non soverchia la mediocrità. 

Nondimeno, siccome questo libro è dedi- 
cato al poeta, dobbiamo, fin d'ora, costringere 
nel fascio di poche frasi le caratteristiche 
della poesia geniale, vale a dire i requisiti 
che deve avere l'opera del poeta per poter 
dire di lui: Egli è un uomo di genio. 



Per distinguere il poeta di genio dal poeta 
di ingegno bisogna dunque, nel corso delle 
indagini, ricordare questi precetti. 



Il poeta pittore - Pascoli 263 

Il poeta è un genio quando: 
riesce a riplasmare dei caratteri ben definiti^ 
a impersonare con l'evidenza della realtà le 
passioni dell'anima umana, a resuscitare in- 
somma o a creare quella folla di eroi vi- 
venti ed operanti: eroi d'ossa e di polpe, di 
lagrime e di sangue, che vivono immortali 
nelle opere di Omero e di Virgilio, di Eschilo 
e di Shakespeare, di Dante e dell'Ariosto. 

È un genio ancora quando: 
senza essere un sovrano creatore di eroi il 
poeta rifa sé stesso nell'opera sua e si ri- 
plasma in essa con sì schiette impronte, con 
sì sentito verismo che la sua personalità di- 
venta eroica perchè egli si ricrea un'altra 
volta, trasumanandosi in voce di poesia come 
Leopardi, Heine e Musset. 

È un genio infine quando: 
senza essere un creatore d'eroi, senza ripla- 
smare sé stesso nell'opera sua, rifa con mi- 
rabile sintesi suggestiva la verità storica pro- 
fondamente intuita e poeticamente fatta viva, 
sculta o pennelleggiata nel suo insieme con 
si grande evidenza rappresentativa da ri- 
creare i fatti eroici piuttosto che gli eroi, 
l'epopea d'una nazione piuttosto che le gesta 
di un uomo come Victor Hugo e Giosuè Car- 
ducci. 

Là dove questi fatti sono adombrati, dove 



364 



Capitolo quinte 



queste vicende si presentano come àei t^^. 
tativi, dove iasomma queste figurazioni e i-»p- 
presentazioni appaiono nebulose o ÌTice>''f' 
indeterminate o confuse, l'impronta ^^l g< 
vero non c'ò; è vana ogni ricerca^ ,r&ii*°^^ 
dimostrazione, quel poeta sarà sSs,fì§o^'*^g^ia\6. 
non originale, sarà ingegnoso ix^^ non ^ 



E a che serve que^^ ^^^^^.^^^, ^.^^^^ 
alcuno E anche p^l^^^^^ ^ ^^ ^^^^ ^ ^^ 
piace la poesin (le:\ p^ ^^^^ ^^, ^, ^^^ 

fi mi diletta; io V'^ , 



^'o.?J''''"^ 'f /'^l fu m genio e aotatam 
ingegno, ne le ^^^g coneluBìotiiacfòmtìraM^^ 
uiVonci/? la t^.^^^^^ ^^j glande aicit^m 

Questui o^%err^/oi3È ^ giudizio^ìvpexeUU^ 
gli diri t ^a^>;jg^ :/ ^^^^-n o e^ ^wl àuM%^^ '^^ 
Petrarca \\L .J^^^ // ^^?^^, -jrs/jzzo laeiv^Htì <ii 






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Il poeta pittore - Pascoli 265 

La poca consistenza della teoria patologica 
sul genio, la facilità con la quale anche delle 
persone di mediocre cultura riescono a con- 
futarla e a smascherarne le contraddizioni 
evidenti, dipende appunto da questo errore 
di principio: dal fatto cioè di aver confuso 
coi genii gli ingegni, i talenti e gli uomini 
astuti, sottoponendoli all'esame delle stesse 
ricerche come se Dante e Sbarbaro, Newton 
e Pietro Thouar, Kitnt e Tiedemann si equi- 
valessero. Bisogna dunque schiarire le acque 
intorbidate se vogliamo distinguere la natura 
del fondo, bisogna trascegliere fra i molti fa- 
mosi quelli che furono veramente originali e 
quindi geniali. 

Né il Petrarca, né il Pascoli (parrà strano 
ad alcuno di veder accoppiati questi due 
nomi, singolarmente pensando alla gloria del 
primo) non sono poeti originali ma singolari, 
uomini d'ingegno quindi e non di genio e, 
quanto al Pascoli, ne ho dette le ragioni, ri- 
guardo al Petrarca ripeto che non fu un vero 
genio per vari motivi, principalissimi questi: 

Non fu sincero. Non fu creatore d'eroi e 
di caratteri. Non rifece sé stesso nella sua 
opera con la schietta evidenza della realtà 
come avrebbe potuto scrivendo il Canzoniere. 

Perchè dunque é egli sempre celebre e fa- 
moso cinque secoli dopo la morte? La do- 



266 Capitolo quinto 

manda, che ci è venuta spontanea in punta 
di penna, merita una ponderata risposta. E 
bisogna anzitutto affermare, non come un po- 
stulato ma come un assioma, che la genia- 
lità non ha nessuna parentela né colla cele- 
brità, né colla popolarità. Il Petrarca diventò 
celebre e popolare perchè accontentò tutti ed 
ebbe per tutte le intelligenze la ghiottoneria 
squisita. Per lo studioso la fresca fonte della 
lingua che gli ricrea lo spirito e gli apre 
le ricche vene dei bei vocaboli sonori; per 
il pubblico grosso lagrime e sospiri, dolci 
frasi d'amore e di dolore che accarezzano 
gli orecchi e traducono in belle immagini pit- 
toriche e musicali le ansie e le pene del 
cuore, vale a dire le ansie e le pene di tutti. 
Celebre e popolare fu ed è dunque il Petrarca 
perchè piace universalmente e questo fatto 
è una nuova prova della sua scarsa origi- 
nalità. 

Gli uomini originali, i genii sovrani, sono 
delle nature vibranti ma saldissime, avide di 
impressioni ma di una forza pura; non am- 
biscono il consenso collettivo ma fermamente 
mirano all'attuazione del loro ideale d'arte 
che è per essi cibo e luce come Tulivo, gioia 
e dolore a un tempo come la vita. 

Quasi sempre, quando essi compariscono 
completamente armati sull'incruento campo 



Il poeta pittare - Pascoli 2$7 

di battaglia, si trovano dinanzi fautori e de- 
trattori acerbissimi e sono celebrati dagli uni, 
criticati dagli altri, finché il tempo, che ma- 
tura tutte le cose, riconosce il genio vero là 
dove c'è e la creatura sovrana ingigantisce 
mentre l'uomo di lettere che godette T im- 
mediato plauso universale impicciolisce sem- 
pre. Anche per Francesco Petrarca questa vi- 
cenda s'è in parte avverata. La gloria sua è 
fulgida, mondiale tuttora, ma Tentusiamo che 
egli suscitò durante la vita si è attenuato e 
l'ombra di Dante, la grande ombra sdegnosa, 
che il Petrarca riguardò noncurante, s'è dila- 
tata, s'è diffusa per tutto ed ha offuscato 
anche la zona di luce occupata dall'aretino. 



Studiando l'uomo di genio come poeta ho 
notato un fatto che parmi contenga i germi 
di una legge o di un assioma embrionale. Ho 
notato cioè che moltissimi poeti, i quali s'eb- 
bero durante la loro vita onori altissimi e fu- 
rono saiutati dai contemporanei come genii 
immortali così da essere paragonati ai sommi 
dell'antichità, caddero poi nell'oblio o videro 
col tempo scemata la loro fama. E bastino i 



268 Capitolo quinto 



nomi del cavalier Marino e del Trissino, fra 
i molti. 

L'autore dell'Adone, ora designato come un 
naufrago, s'ebbe gloria ed onori inauditi e 
sbalorditivi. Ho qui sul mio tavolo una vita 
del poeta scritta da Giov. Francesco Lore- 
dano e pubblicata in Venezia nel 1633, otto 
anni dopo la morte del poeta. Alla pagina 
trentesima leggo queste parole: « J marmi e 
bronzi cadranno nell'oblio sepolti dalla propria 
antichità. Il Marino viverà ad onta del tempo e 
degli anni ». E la voce del Loredano era al- 
lora l'eco di tutte le voci, la sintesi di tutti 
i pensieri. Perchè accade questo fatto? Perchè 
il poeta che suscita l'ammirazione dei contem- 
poranei al segno d'esser salutato immortale 
dalla folla acclamante è l'uomo del momento, 
l'ingegno pronto e vivace che sa profittare 
dell'occasione e porta nella società in cui vive 
l'elemento desiderato che soddisfa pienamente 
i desideri dei contemporanei. È quindi natu- 
rale che quest'uomo d'ingegno si preoccupi 
più dell'opinione pubblica che della sincerità 
dell'opera sua : contentare la folla ecco il suo 
scopo, destar la maraviglia e l'entusiasmo, 
eccola méta verso cui l'ansia l'incalza. E il 
Marino e il Trissino, che questo precetto ten- 
nero come un dogma poetico, dopo tanta gloria 
caddero nell'oblio, mentre il Petrarca rimase 



Il poeta piiiore - Pascoli . 269" 

e rimarrà celebre, non per il poema l'Africa 
che gli meritò l'alloro, ma per il Canzoniere 
che è il libro della sua intimità, nel quale 
è meno palese la preoccupazione di conten- 
tare il pubblico, il libro insomma che è la più 
.prossima espressione del suo io poetico. Guai 
per lui se il Petrarca scrivendo i sonetti del 
Canzoniere si fosse proposto di destar la me- 
raviglia del lettore come volle nel narrare le 
gesta di Scipione ! Quel piccolo volume, che 
ancora va per le mani di tutti, sarebbe ora 
accomunato ai nove libri del suo poema. Non 
è questa una novella prova che conferma 
come uno dei requisiti essenziali dell'uomo di 
genio deve essere la sincerità? 

Proprio cosi: il Canzoniere rese famoso il Pe- 
trarca perchè, di quando in quando, l'uomo di 
ingegno vi risulta sincero e grande. Pur troppo^ 
cosi radicata era nel poeta l'idea di compia- 
cere il pubblico che anche nelle Rime vol- 
gari assecondò le abitudini contratte sicché, 
poche volte si toglie la maschera di letterato 
magnifico e quindi la fedeltà del suo pennello 
appare turbata dalla preoccupazione del pen- 
siero. Allora riesce monotono e stucchevole, 
allora mostra, anche al crìtico miope, l'arti- 
ficio d'arte per cui talvolta la singolarità può 
sembrare originalità. 

Rileggi, lettore, alcuni di quei suoi sonetti 



270 Capitolo quinto 



pieni di artificiosi contrasti, là dov'egli si 
sbriglia a scorrerie erudite (i) e vedrai allora 
quanta sia poco sincera l'opera del celebre 
aretino, quanto cioè egli sia lungi da quella* 
schietta spontaneità per cui il genio riesce 
a stampare nell'opera sua l'impronta del pro- 
prio io. E dopo tutto il Canzoniere è l'opera 
del Petrarca nella quale egli ha lasciato un 
pochino travedere sé stesso. Uomo d'ingegno 
dunque ma non di genio, singolare ma non 
originale, pur avendo sortito dalla naturale 
spiccatissime qualità del poeta pittore nato. 



In questi due capitoli, lettore, ti ho dunque 
presentato due poeti pittori che geni non sono 
e cosi di proposito ho voluto per aver agio 
di dimostrare le differenze che corrono fra il 
genio e l'ingegno, per esporre i metodi che 
si devono adottare nella classificazione. 



(^) Per esempio, i sonetti che ^principiano : 

Quand'ìo movo i sospiri a cbiamar voi 
O passi sparsi! oh! peixsler vaghi e ptontll 
Non Tesin, Po, Varo, Axrxo, Adige e Teko 
Pace non trovo, e non Iolo da fiai guetra 
Amor m'ha posto come sogno a strale. 



Il poeta pittore - Pascoli 271 

Fra i figli della gloria che nacquero poeti 
pittori ritalia possiede però un vero genio 
sovrano in Lodovico Ariosto, il prediletto di 
Galileo, il dio di Voltaire. Originalissimo, fe- 
condo, fantasioso, creatore gigante dì una 
schiera d'eroi, poeta energico per eccellenza, 
nel suo « Orlando Furioso » egli ci ricorda 
le vaste tele popolose e suggestive di Jacopo 
Tintoretto e di Paolo Veronese. Ma Topera 
sua è cosi stupenda, cosi ricca di elementi 
pittorici, cosi originale nell'evidenza rappre- 
sentativa, che sarebbe avventatezza il discor- 
rerne brevemente per cui io addito la figura 
di lui allo studioso fervente che volesse por- 
tare un nuovo contributo alla teoria fisiolo- 
gica del genio, studiando Lodovico Ariosto 
come pittore, illustrando cioè con una mono- 
grafia completa e novissima le caratteristiche 
connaturali al poeta che, fin dal 1500 fu da 
Anton Francesco Doni cosi ritratto: 



E ti pinge una cosa così bene 

Che ti pare d'averla avanti agli occhi 

Con gli occhi vedi, con le man tu tocchi 
Ciò eh* egli scrive. 



Versi mediocri, ma significativi, degna ci- 
tazione per il frontespizio di un libro sull'A- 



^..^^'^''''' 



272 Capitolo quinto 

riosto pittore, ch'io m'aspetto a^^^^ ^^i^. 
vido e zelante apostolo della t^eol^^ 
gica del genio da me divulgata. . .^i^. 

Pure, non so tenermi dal consigli^^^^' ^^^ 
tore, un passatempo istruttivo che ^^"^ ^^^^ 
prova singolare — impensabile fors^ ^^ 
— sull'indole pittorica dell'Ariosto. . 

Prenditi V Orlando furioso illustrata ^^ ^ . 
decoratore sovrano che fu Gustavo ]y^^^\ 
svolgi le pagine figurate. Riconoscerai sU^^^^ 
in quelle illustrazioni due mirabili prer^^ 
tive : la perfetta aderenza fra la poesia e il 
disegno e la straordinaria eflScacia rappr^^^ 
sentativa raggiunta dal Dorè in questo ^^^^ 
cemento grafico. 

Mai, io credo, due fantasie e^\xW>vv^\ 
poeta l'una di pittore l'altra, ^^ ^^^mv^\ 
stanza di secoli, riconosciute 001^"^^ \V 
mai l'arguta festevolezza del v^ ^^^g\ì ee* 
linea si ritrovarono sorelle nella ^^^ ^ JiJ 
taneità rappresentativa. Per cui ì ^^^a 
se messer Ludovico potesse ricotv^ ^^^^oh 
sciame dell'ossa e levarsi, vivo ^^^^^Ul/ 
di Ferrara per sfogliare le millai^^^^^ ^^m 
del suo poema, non i critici, non ^ ^^^^^ì 
tori, ma primo fra tutti saluterebb ^^^^^te- 
fratello spirituale Gustavo Dorè. ^ ^^^e u^ 

Leggendo il poema l'idea, che 
dell'arte, diventa una visione, rio^i, ^^'^ioia 



1 



Il poeta pittore - Pascoli 273 

disegni la visione s'incarna e respira (^). Gu- 
stavo Dorè, dunque, la cui matita, or si or 
no, chiari l'opera di Dante e di Milton, di 
Chateaubriand e di Cervantes, di Rabelais e 
di Coleridge, nel poema ariostesco potette 
creare il capolavoro perchè V Orlando furioso 
è già, per sé stesso, un'immensa, magnifica 
e sfarzosa tela vocale. 



Ed ora vediamo, lettore, chi sia e che cosa 
sia, nel campo della genialità, il poeta mu- 
sicista. 



(*) Considera, singolarmente, le illustrazioni al Cantò XI, 
Stenza 37, Canto XV, St. 62, Canto XVI, St. 19, 
Canto XXXIV, St. 53 e 60. 



A. Padovan. 



CAPITOLO SESTO 



IL POETA MUSICISTA 
(METASTASIO) 



La poesìe est la tiuiHii^uu tlv Va me 
et snrtont des ànici! ^ikadb^s bi «hdt 
siblos. 

Volta laa. 



IL POETA MUSICISTA 



La poesia non può competere con la mu- 
sica, essa può soltanto scimmiottarla, può va- 
lersi cioè di alcuni elementi musicali per 
ravvivare nel lettore un sentimento iraitantlo 
col ritmo, col metro, con la rima, colle asso- 
nanze e colle onomatopeie le voci della natura. 

Fra le arti belle la musica è dunque so- 
vrana; essa sola promuove le emozioni più in- 
tense e più complesse perchè, col fascio delle 
sue vibrazioni, assale tutto il nostro sistema 
nervoso, ci coinvolge nel vortice dei suoi fre- 
miti ai quali partecipiamo non soltanto con la 
sostanza grigia che s'annida dietro la tem- 
pia, ma con tutto T intreccio della compagine 
umana, dalla pelle alle ghiandole, dal muscolo 
al nervo. Poesia, pittura e scultura invece non 
eccitano delle commozioni cosi vive e sentite, 
non riescono cioè a condurci fino all'abban- 
dono di noi stessi, nel dominio dell'estasi, at- 



278 Capitolo testo 

traendo a sé il pensiero e 1'^^®''° !P^uesto 
Vuoi convincerti, lettore, della verità (Uq^^ 
fenomeno senza ch'io mi indugi intt» ^^^^^^ 
dimostrazione? Ripensa alla poesìa, al q ^^ 
alla statua e allo squarcio musicale pi ^^ ^^ 
che tu abbia veduto e udito eppoi 1'*"'^° j^^ ^a 



varie impressioni. Riconoscerai ^^'^^^^^^:^^ 

vuic, saia stata i vux-jm-^^-^ iwi— rìCOT- 

vessi daU'astratto passare al concreto 



più intensa, la più immediatamente P^^^^^, 
vole, sarà stata l'emozione musicale. 1^ 



dando ad esempio l'ode di Carducci ^^ ^^^ .^ 
del Clitumno, La Source di Giovanni ^^^,^J^^y 
Napoleone morente di Vincenzo Vela e ^^ 
tesimo del Venerdì Santo nel <!^ Parsifal ^ ^^^ 
gner; vale a dire una poesia, un ci^^ ^'^ g^^. 
statua e una pagina sinfonica di ^^^ ^^^^, 
tisti contemporanei, dovrei confess^^^ ^^^^^ 
tanto la musica wagneriana suscit»* ^ ^^^ 
multo di emozioni clie ci mette ^1 -: 



siasm» 



]0- 



sangue, ci appassiona, ci entnsi 
lenemente ci vinco e ci attrae 
dell'estasi. 

Riconosciutala -srorità. di questo 
ginerai facilmente, lettore, Vitiap^^^''''^^^'^ 
acquistano in poesia, gli eleift®^^ . ., 
come essi siano in-trinseci allaP^^^^ 
che obbedisce alle leggi del rit# ^ ^^ 
come possano essere rafforzati o'"'^^ 
per mezzo della rim bl, dell'assonai 



Il poeta musicista - Metastasio 279 

matopeia. Questo fatto è cosi universalmente 
riconosciuto che tutti i poeti prediletti dalla 
folla, dai cantori dialettali ai versaioli di ta- 
lento, fanno spiccare la melodia del verso con 
delle parole nelle quali ciascuna sillaba, ri- 
spetto al ritmo, equivale alla nota nel canto 
e al passo nella danza. 

Pensa or dunque, lettore, quanta forza di 
espressione può ottenere e quante belle emo- 
zioni può suscitare il poeta di genio che sorti 
dalla natura l'indole musicale innata e che 
di questa sua virtù abbellisce la strofe, me- 
scolando e fondendo gli elementi musicali con 
quelli scultorei o pittorici e Tindefìnibile se- 
duzione di certe poesie ti si farà palese. 

Bisogna però dichiarare un fatto che è un 
importante coefficiente della poesia musicale 
e che serve di norma allo studioso per clas- 
sare il genio e l'ingegno anche fra quei poeti 
che noi diciamo musicisti. Questo: Il genio 
riesce sempre ad ottenere la musicalità del 
verso senza varcare i limiti della poesia anche 
quando usa la rima, l'assonanza e l'onoma- 
topeia; l'ingegno invece e il talento riescono 
sì anch'essi a darci la quartina o l'ottava me- 
lodica, ma invadendo il campo della musica. 

Come si può dunque distinguere e giudi- 
care? 

L'analisi si può compiere senza fatica le- 



280 Capitolo sesto 



vando dalla poesia tutti quei vocaboli che in- 
formano l'idea melodica per esaminarli par- 
titamente. Io dirò dunque che il poeta musi- 
cista non ha varcato i limiti della poesia 
quando le parole canore introdotte nel verso 
non soltanto gli conferiscono la musicalità, ma 
sono altresì necessarie, anzi indispensabili, a 
svolgere l'idea poetica, sicché, s'io dovessi to- 
glierle, il concetto sarebbe alterato© sconvolto. 
Dirò invece che il poeta musicista varca i 
limiti della poesia quando la musicalità del 
verso è ottenuta con ridondanza di aggettivi 
con dei pleonasmi che accarezzano gli orec- 
chi, ma che sono inutili o superflui a dichia- 
rare il pensiero poetico, sicché potrei sop- 
primerli senza oflFuscare l'idea. 

Il poeta musicista di genio non varca mai 
i limiti della propria arte, quello di ingegno 
o di talento, abbandonandosi all'onda della 
melodia, ci dà il verso che suona e che non 
crea, compone cioè della musica adoperando 
le parole invece delle note. 

Tutti i poeti prediletti dalla folla apparten- 
gono a questa categoria e cantano cosi bene 
i loro pensieri che il musico esperto potrebbe, 
con lievissima fatica, sottoporre ad ogni sil- 
laba la sua nota corrispondente ed ottenere 
cosi una frase musicale che dallo spunto alla 
cadenza si svolge con melodica continuità. 



Il poeta mu8%oÌ8ta - Metastasio « 281 

Ma se tu esamini poi quelle strofe e vi schiumi 
i vocaboli sonori, vedrai allora che farraggine 
di parole introdotte all'impazzata per ottenere 
la poesia musicale! 

Pur son essi quelli che godono l'applauso col- 
lettivo e che risuonan sulle bocche di tutti. 
Perchè? Perchè il poeta musicista, dilungando 
i propri concetti, riesce più aperto alle me- 
diocri e corte intelligenze, perchè infine la 
musicalità della poesia è più comprensibile 
della virtù scultorea e pittorica. 

Ripensa, lettore, ai versi di Arnaldo Fusi- 
nato, che fu un poeta musicista di talento; 
ripensa ai Postuma di Lorenzo Stecchetti, che 
è un poeta musicista d'ingegno; sfoglia le 
opere dell'uno e dell'altro ed avrai le prove 
di fatto. 

Entrambi sono dei poeti musicisti nati ma 
l'uno: il Fusinato, quando si abbandona alla 
sua vocazione, varca sempre i limiti della 
propria arte per invadere il campo della mu- 
sica; vi trovi quindi sovrabbondanza di ag- 
gettivi, pleonasmi frequentissimi e la pausa 
del pensiero che coincide sempre con la rima; 
l'altro: lo Stecchetti, riesce talvolta efficace 
senza trascorrere — come nella poesia // 
Guado dei Postuma, e neìV Annunciazione dei 
Nova Polemica — ma sovente asseconda an- 
ch' esso la fluidità melodica del verso e ci 



OfiO 

Capitolo setto 



t^'l 



dà parole parole e parole, che suonan bene 
ma dicon poco; compone cioè della musica e 
non della poesia musicale. Per tal modo, quel 
pensiero che r arte sintetica del poeta scul- 
tore costringerebbe in un verso solo, egli stem- 
P®^^ in un sonetto, stirando Tidea, ritorcen- 
M ^^^^ in volute e rabeschi civettuoli, simile al 

m musico versatile che con un'unica frase me- 

I; Iodica aflfattura la canzonetta sentimentale. 

1; Raifronta or tu le rime dello Stecchetti con 

I '^ romanze di Paolo Tosti e di Luigi Denza 

^:- ^ comparando i loro procedimenti tecnici ri- 

- troverai le ragioni essenziali della loro po- 

polarità. 



Il poeta che possiede e dimostra una spic- 
catissima indolo musicale è, a mio gìnàim 
il più sfortuna,to dei poeti, singolarmente poi 
s'Qgli asseconda la sua vocazione sprovvisto 
di cultura. Eg-li è allora fatalmente portato ad 
annacquare ì i^r-opri concetti, ad usare quei 
vocaboli gener-ici che non si prestano nèB 
precisare VidG^^ né a dar risalto alla forma; 
è portato air atouso della rima che contrai 
la cadenza e e^l±^ ostentazione della onooi^^^ 
Peia vibrante ci i xnusicalità ma vuota di senso. 



Il poeta musicista - Metastasio 283 

Il poeta, dunque, che si sente musicista nato 
(e si riconosce subito di tra i suoi confratelli 
spirituali per la facilità dell'improvvisazione) 
se vuol conseguire la gloria deve assogget- 
tarsi al duro e pertinace studio della lingua, 
deve, ancor più del poeta scultore e del poeta 
pittore, raccogliere e ricordare un'infinità di 
nomi e di aggettivi, di sinonimi e di contrap- 
posti, rendendosi esperto del loro valore, af- 
finchè egli, quando è stimolato dalla sua voca- 
zione a carezzare la melodia del verso, possa 
ottener V effetto musicale, non accozzando 
delle parole corrotte e senz'anima, ma dei vo- 
caboli che risuonano e creano contemporanea- 
mente. Pur troppo invece quella virtù innata 
che lo fa poeta per istinto — sicché talvolta 
alcuni come il Regaldi e la Milli verseggia- 
rono per delle ore all'improvviso — lo svia 
dai forti studi e lo rende sdegnoso d'ogni soda 
cultura. Questo il motivo per cui raramente 
il poeta musicista nato attinge le altezze del 
genio; i migliori, vale a dire i più esperti, 
non sono che degli ingegni. Eppure nella 
schiera dei poeti musicisti troviamo gli aedi 
prediletti dalla folla, quelli che godono la no- 
torietà, che si fanno leggere avidamente da 
tutti e son celebrati per consenso collettivo, 
come il Fusinato e lo Stecchetti in Italia, il 
Béranger e il Lamartine in Francia. Proprio 
cosi. 



284 Capitolo sesto 



Il Lamartine è certamente il più bell'esem- 
plare di poeta musicista nato che vanti la 
Francia (^), ma noi gli possiamo contrapporre 
il Metastasio che fu addirittura un musico 
poeta. Entrambi però, l'uno nel campo del- 
l'elegia, l'altro in quello del melodramma, ri- 
masero degli ingegni, appunto perchè secon- 
darono sempre con molto fervore l'inspira- 
zione melodica innata, abbandonandosi alla 
loro abitudine naturale con l'arrendevolezza 
di una femmina amorosa. Furono dunque essi 
dei poeti musicisti nel senso pieno e profondo 
perchè se tu leggi una qualunque pagina delle 
Méditatmm di Lamartine o una qualunque 
scena dei drammi di Metastasio sarai costretto 
a cantare il verso invece di recitarlo e po- 
trai talvolta, dopo aver letto una strofe, ri- 
peterla subito sostituendo alle sillabe le note. 
Il poeta musicista nato è dunque quasi sempre 
un uomo di ingegno e non di genio perchè 
la sua stessa indole, che lo inclina a comporre 
delle melodie (vale a dire a manifestare delle 
idee adorne di aggettivi canori e di pleonasmi 



(^) Soavissimo poeta ei fa, ma uomo esecrabile per oguì 
italiano. Giovane, oltraggiò Pltalia nel V canto ch'ei volle 
aggiungere al Giovine Aroldo di Byron ; vecchio, vitnj>erò 
l'austera grandezza di Dante nel Cours familier de litté- 
rature (III, 372, ecc.). 



/{ poeta 7nu8ici8ta - Metastasio 285 

ridondanti) gli vieta T immediatezza della rap- 
presentazione che raggiunge la massima in- 
tensità nel poeta scultore e che è pur cosi 
spiccata nel poeta pittore nato. Il poeta mu- 
sicista insomma è il più prolisso di tutti i 
poeti e, se può talvolta piacere in qualche 
poesia, nel complesso della sua opera invece 
riesce stucchevolmente uniforme, perchè ti 
lascia negli orecchi il ronzo continuo d'una 
cantilena che vorrebbe essere poesia ed è 
invece musica, per cui Tidea rimane sepolta 
e soverchiata dall' onda incalzante del suono» 
Egli si manifesta talvolta geniale quando è 
poeta e musico veramente, vale a dire quando 
quest'uomo privilegiato, in un momento di 
straordinaria lucidezza nervosa, infiammato 
di furor poetico e commosso da una passione 
sublime, per un miracolo inaudito, riesce a 
spremere dal suo cervello la poesia e la mu- 
sica vibrando il suono e la parola simultanea- 
mente. In questo caso le due arti sorelle ap- 
paiono si strettamente avvinte e necessarie 
runa per Taltra che sembrano, non dico con- 
sanguinee, ma gemelle addirittjira. Questo pro- 
digio d'arte estemporanea ha genialmente e 
integralmente compiuto Rouget de l'Isle com- 
ponendo la Marsigliese, il più bel canto patriot- 
tico del mondo, che non ha rivali né com- 
petitori se non forse nella famosa marcia di 



Ì86 CapU&lo »e9fo 

Eàkócz^' introdotta dal Berli oz ne] 
ìmxÌQìic di Faìtst, 

FeDomeiio raro però, unico i 
quale la poesia e la musica apf 
mente binate^ per cui questo in: 
surrezioiie e della redenzione d 
davvero g'eniale e rende degna 
figura del giovino capitano di 1/on: 
Provatevi di ricantare quelle p 
tandovì un qualunque motivo he 
sponda al ritmo e aì metro del 
drete che nessuno sorpasserà qi 
composto la notte del 24 aprile : 
j^burgOj dopo la procUimaziooe d 

La poesia ]jon è certamente mi] 
fattura uè per forma; lo stile é 
forte^ negletto ma nerboruto e 1; 
seura^'^ine della lingua dìmobtriì 
ralità del compositore. 

Maschia e vigorosa, ardita e 
essa eruppe col canto, nacque 
insomma uno dei più lucidi e ci 
di comunione assoluta fra la music 
Anche Riccardo Wagner ri usci 
ottenere questa tenace aderenza 
e la parola, a costringerli inf^ieme 
vmcoli che sembrano inseparabl 
pera del lip^sicsc il genio del mus 
chia quello del poeta e anche qua 



Il poeta mìi8ici8ta - Metastasio 287 

di aver udito uno squarcio potente in cui la 
musica e la poesia sembran gemelle, un pon- 
derato esame ti dimostrerà invece che il verso 
fu rivestito di musica ma non nacque con 
essa come appunto fu delia Marsigliese. Con 
questo io. non voglio già asserire che il du- 
plice atto creativo di Rouget de Tlsle soverchi 
r opera grandiosa di Riccardo Wagner, ma 
voglio soltanto segnalare allo studioso del 
genio un fenomeno di creazione estemporanea 
nel quale la musica e la poesia sono conge- 
nite, per cui abbiamo una melodia sublime e 
delle strofe inspirate che sono inseparabili 
perchè derivarono da un unico fremito ner- 
voso (^). Ed è proprio un raro fenomeno questo 
perchè se tu sfogli, lettore, qualche altra pa- 
gina poetico-musicale di Rouget de V Me (che 
pur molte ne ha di belle come le Chant du 
9 thermidor, Le Chant de guerre de Varmée d'E- 



Cj Mi sovviene che lo Spencer cita come nn esempio 
sovrano di perfetta aderenza fira l'espressione e la melo- 
dia P aria famosa di JMeyerbeer < Robert, toi qne j' alme » 
e V esempio è davvero eloquente ma il genio di Wagner 
troppi ne diede di consimili e quindi stravince, anche in 
questo, l'autore degli Ugonotti. 
Scrive dunque lo Spencer : 

« egli combina, meglio di qualunque compo- 
sitore io abbia udito, i due elementi richiesti nella bella 
musica — V espressione drammatica e la melodia. Nella 



2M Capitolo mslo 

(lyptBjLe Ckantdn combat, Roland ù 
riconoscerai che nessuna di qu' 
zionì può competere con la Marsi 
renza \'n\ la parola e il canto t'api 
Talvolta la poesia soverchia la 
vente la musica sopraffa la poe 
Ed anche il gagliardo e perse v 
compiuto da Riccardo Wagner 
m * due arti in un amplesso fecondo fi 

i il fascino musicale dell'operai 

immensamente superiore a quell' 
non solo soverchia^ ma asservisc 
Anche Arrigo Boito, cho pur ci h 
e musica nel suo Mefistofele e e 
bene la consanguineità delle d 
tando i primi versi del canto ott 
gatorio al Canio della sera di Schi 
musico che poeta, il qual fatto 
le due arti si possono accompag 
congiungersi bisogna che in un 






éHiìim tTì\ Rnonì e Vulputiud negli ■ Ugoi\t 
^Jl2e]ìo che Wagner ctìTcu di t^ire e, comMo 
acìrvi. Noijostiiiiitì tutto ciò che è stato 
lui, io eontimit^ro ad applaudire Meyerbc 
luoatrata qualvbi* opera iu cui ia verità t 
la qnfvlità ijielDilica sono meglio «nito eh* 
Ijerts toi que j' aimu » , 

Wperictìr — Funi e oommetiti, trad. 
pujT, yo. Tori 11 u ltl03, Fratelli Boaoji edi 



à^ 



Il poeta musicista - Metastasio 289 

fervore creativo erompano insieme dal cervello 
di un uomo geniale. Rouget de Tlsle ha com- 
piuto il prodigio, e l' ha compiuto senza posse- 
dere né il genio musicale di Riccardo Wagner, 
né quello poetico di Victor Hugo. 

Ma il fenomeno é raro, unico forse, perché 
la musica domina sempre, sovrana assoluta, 
anche quando figura come un comento della 
poesia. 



Vi fu un tempo in cui il poeta declamava i 
suoi versi accompagnandosi con la musica e 
SaflFo ed Alceo di Mitilene e le cantatrici e le 
citariste greche nei triclini romani, improvvi- 
sarono sovente il verso e l'accordo. Oggi l'an- 
tica usanza é obliata, ma il poeta si affanna 
ancora e sempre per conferire alla strofe la 
sonante fluidità melodica, per avvivarne gli 
affetti cogli elementi musicali. 

Ma siccome non si può creare con le pa- 
role una melodia vera e spiegata, ma solo é 
possibile di introdurre nel verso qualche spunto 
musicale al quale tien bordone la varietà del 
metro, cosi, se il poeta asseconda continua- 
mente la propria tendenza, diventa prolisso 
e monotono, ci dà la nenia omofona e caden- 

A» Pauovan. 19 



S90 CapUoU SÉBio 

55atiu Una poesia si impronta di bc 
qiiista vivacità quando Telement 
tcnuamente infuso e parcnmeute 
gerisce la melodia senza afìannai 
^ar]a e tutti i poeti di genio qu 
intuirono usfindo le parole canoj 
srol^ere un motivo fluido e contili 
infondere od avvivare T espress 
sentimento. Bisog:na ricordarsi che 
ha già in sé connaturata una m( 
L'he risulta dal ritmo e dal me ti 
ancor più allorquando la rima, or 
segna la cadenza* Ora, se il poet 
lonomatopeia, s'egli affattura il vei 
parole armoniose per renderlo più 
norOj faciimeute varca ì limiti de] 
per invadere il campo della musi 
hall fatto e fanno sempre i poeti 
questo è il vizio palese di tutta 
]^ Te tastarlo che^ fra gli italiani, 
musicista sovrano. Egli in fatti, ad 
sillabe a modo di note^ vestì di 
sentenze che correvano per le boc 
e compose delle ariette poetiche ci 
c>£;;ni comento orchestrale perchè 
moni a con naturata. Che il Metastas 
un poeta musicista nato tutta ìa s 
tittesta, ma noi sappiamo altresi 
vìjuij scontrato per le vie di Re 



ili >i 



Il poeta musicista - Meiastasio 291 

passi giovinetto mentre improvvisava in un 
capannello di ragazzi, stupefatto d'una cosi 
spiccata virtù poetica, lo prese seco e lo avviò 
allo studio delle lettere. Questo fattarello (che 
fa riscontro al noto episodio di Cimabue e di 
Giotto) prova ancora una volta che il poeta 
musicista nato è improvvisatore per istinto. 

Nessun artefice di versi è infatti più del 
poeta musicista sollecito e disinvolto neirim- 
provvisare, ma questa facilità naturale, per 
cui la strofe erompe calda fluida e vibrante 
come una protesta d'amore, si ritorce a danno 
del poeta stesso, gli vieta cioè la concisione 
e la chiarezza, rende la sua poesia sbiadita 
nelle forme e nel colore, l'orecchio solo ade- 
scando con la semplicità carezzevole d'una 
ninna-nanna. E che la virtù musicale sia in 
poesia la più diffusa, e quindi la meno pre- 
gevole, le letterature di tutti i popoli lo at- 
testano. Sfogliate una qualunque antologia di 
canti popolari e riconoscerete in ogni scrit- 
tore un poeta musicista nato; riconoscerete an- 
cora, studiando singolarmente un poeta qual- 
siasi; il suo Idt-motif prediletto, vale a dire 
la mèmore frase caratteristica che ricorre 
frequente e che fa riscontro all'equazione cro- 
matica da noi segnalata nel poeta pittore. 

Pietro Metastasio, dunque, sorti dalla natura 
la virtù musicale che s'affinò e crebbe di mano 



292 Capitolo sesto 



in mano che la cultura e l'esperienza accesti- 
vano ed ebbe il difetto comune a tutti i poeti 
musicisti nati, assecondò cioè completamente 
la vocazione interiore, affogando il pensiero 
sotto Tonda incalzante della melodia. Lo studio 
della musica, la convivenza quotidiana coi 
compositori più rinomati del suo tempo, affor- 
zarono ed accrebbero di tanto questa sua pro- 
pensione che nei suoi drammi tutte le arie e 
tutti i cori cantano veramente da sé. Siccome 
però fra i suoi confratelli spirituali egli è pur 
sempre primo e maestro, sfogliamo insieme, 
lettore, Topera sua per cogliere in qua e là 
qualcuno dei suoi motivi migliori. 



Ecco uno spunto melodico che imita assai 
bene il chioccolio del ruscello e il fremito del 
vento: 

L'onda che mormora 
Tra sponda e sponda: 
L'anra che tren^ola 
Tra fronda e fronda. 

In questa strofe ciascuna sillaba non cor- 
risponde forse a una nota ? Provatevi di ripe- 
tere soltanto le parole accoppiate cosi: Onda, 



<^> ^/^ ^ p ^-^^^iusicisia - Metastasio 293 

tf^,Cf/^ ^OiK^Q/)-' ^^^^^^^? tremola; ed avrete 

V^- ^^"^ >^^ J^PlJ^^ imitativa che il ritmo e il 

^^^^ ''^^ ^^%^,^^o e rafforzano bellamente. 

^^ ^^i^^^^^^o motivo che sotto il velo 
^«^- ^^t>oleggì8i il prorompere d'una 

^ «Jarlla montagna 

Q ^® dai ^v-axchi ignoti, 
^. ^ poir Isb campagna 
J^^^^^^^o i campi interi, 
^/ ^'^«'^a'n.^ao i voti 
ìv!^^ ^^^^^'<3» D-Occhieri 

^ ^If ^^'afiri*a:fco mar 

^^V/- ^^^^ ^"^cxeiggior forza e con più 
zz^ :mr^^Y>pTeseu.tsitÌYSi, cosi: 

\)^^^o 1 *'*=^^^ <^lae gonfio d'umori, 

^c\ ^^. n» '^^^-■^^z^ i^f scioglie in torrenti, 

Seco "^ » C5apanne e pastori 

^q '% gj ^*^ "-"tii^gno non ha. 

f\ ^ ^^ìa \i ^ ^^^^^ fira gli argini stretto 

I ^i <^erbo -«3- '^^'^i^o ^ confonde le sponde, 

^ì^ ^K ^^^"^^f^-^ndo sen va. 

,K^ M ^m*=^^^ ^-->^ musicali abbondano eflfì- 

^tì U*- ^^ ^a^^^ ^^^ verso, rincalzar dei 

^^ . I^sie^-^ ■^X'monia imitativa che ri- 

^^e t>- ^^^ ^elle frasi ed è rafforzata 

~*^--*- <3lxe, conferiscono alle strofe 



Wi CapliQlù naslù 

inr impronta melodica adattissii 
meiìto, ma bisogna pur ricoDo^'^f' 
fetto ottenuto è un po' banale e 
fa riscontro a eerti finali sìufi^^i^^ 
apposta per strappare T applauso, 

E se tu rilegai j lettore, per un f 
soltanto questi sette versi, ricODOS 
il vizio loro connaturato: vedrai ci 
monta imitativa è voluta di prop' 

Ma voglio metterti innanzi un t 
ritengo efficacissimo a mostrarti 
nel campo della poesia musicale 
sce sempre a soverchiare Thv^ 
quando il poeta di gerxìo è uno 
e quello d^ ingegno è invece mi 
cista, 

bicordi, nel canto notio dell 
tesco, il sopraggiungere del n 
che col tocco della sua, Ve^nr.^ ^ 
di Dite? ^^^^ ^IP 

Xou altrimenti f«ttr. u 
I.«t.ct,,oso p«^ „^^l ^''^«^ <^' 
i Cbe «e, la eelvà T^*^ 

Dmausii polveroso va. « 



, I ^ 



Il poeta musicista - Metastasio 295 

Che stupenda descrizione! E come la poesia 
dantesca sopravanza quella del Metastasio pur 
nell'espressione musicale! Eppure Dante è sin- 
golarmente un poeta scultore, mentre il Me- 
tastasio è musicista nato. Dunque? Dunque, 
non è maraviglia perciò; l'uno è un genio, 
l'altro è un ingegno e Tattitudine a percepire 
e a significare le sensazioni è nel genio più 
pronta, più accentuata e più gagliarda. 

Ecco perchè l'uno stravince l'altro, ecco 
perchè, nel campo dello stesso fenomeno na- 
turale tradotto in poesia, i versi danteschi 
risultano più armoniosi di quelli del Meta- 
stasio, quantunque il decasillabo usato dal 
poeta romano, per i suoi tre accenti ritmici 
sulla terza, sesta e nona sia il più adatto a 
contraffare il tumulto della meteora. Ma nelle 
terzine dantesche quanta forza d'espressione e 
come la sonora musicalità della parola si fonde 
con gli elementi pittorici e scultorei avvi- 
vando la scena! Essa si svolge davanti al let- 
tore con una evidenza meravigliosa appunto 
perchè il poeta si dimostra pittore, scultore 
e musicista contemporaneamente e, mentre 
nei versi metastasiani il motivo musicale è 
quello che spicca e predomina imitando il 
rombo confuso della fiumana che straripa e 
dilaga, nelle terzine dantesche il rombo si si 
sente, ma è un frastuono che non offusca la 



296 CkipH&lo Si! sto 

ì 

I 'Visione scultòrea e pittorica della ! 

' _-j «I ti ma terzina poi si pnò trascriver 

^^^ lil- i chiaro esempio in cui Telemento i 

'wÈÈj^^Uà pittorico e lo scultoreo sì mescolai 

^^^^"^ penetrano e si plasmano in un cosi 

geneoj serrato e compatto. 

Il turbine trascorre veloci ssimOj i 

♦ stiUKft alcun ruttei 

Li r^ini scliiiinui, iibbàttie e porta 
Di QUII ^i polveroso Vìi euperbo 
E fu fuggir le fiere ed ì paatuTi. 

La progressione esatta e ferraainei 
dei rami schiantati, abbattuti e 
pittoricità di quel verso c^e ti i 
volti nel polverone della Mata, 
pastori fuggitivi, mentre bai 
orecchi il fragore del turbine < 
terzine precedenti, proprio ti 
scena dal vero, nei Bvioiii nel 
colori. Per il suono ìi^tx la musi 
della terzina, per le foi^xxie 1 rs 
dis piarsi, le iiere ed i pastori 
lori infine la nuvola» ^x^igia ciit 
ravviluppa. Anche viei versi 
trovi -seit-e, armeritii^ eapann 
j volti dal fiume rigonfio che - 

sen va ^ ma air io furori del 
del decasillabo cli<3 x^etide V 



M 



Il poeta mtisioista - Metastasio 297 

hai dinanzi a te, terribilmente vera ed esatta, 
l'aspetto della scena che Dante, perchè fu un 
uomo di genio, ha potuto rifare di sul vero, 
mentre il Metastasio, che fu un ingegno, ha 
soltanto, e non bene, copiato. 

Noi abbiamo dunque una prova chiarissima 
e innegabile che quando in uno squarcio poe- 
tico rartista alterna e intreccia con somma 
maestria gli elementi scultorei, i pittorici e 
i musicali, Tevidenza della descrizione risulta 
immediata. E se tu e aguzzi qui lettor ben 
gli occhi al vero » riconoscerai che l'elemento 
musicale è proprio quello che dà vita all'am- 
biente e suggerisce la visione del moto, senza 
di quello avrai il quadro o la statua ma ste- 
reotipato l'uno, rigida l'altra: basta che un 
elemento musicale qualunque, che può essere 
voce di acqua o di vento, di creatura o di 
cosa, si innesti alle forme e ai colori perchè 
la scena palpiti e respiri come se fosse vera 
e vitale. Vuoi tu, lettore, una nuova prova 
che più chiaramente dimostri la vivezza della 
rappresentazione dantesca? Raffronta i versi 
della Commedia a quel passo dell' Or Zanrfo fu- 
rioso nel quale l'Ariosto, che pur fu un uomo 
di genio, li imita cosi: 

Qaal talor, dopo il tuono, orrido vento 
Sabito segno , che sossopra voi ve 
L'ondoso mare, e leva in un momento 



208 Capitola sestv 

Da ttìrm fitio aì ciel PoHcnra poiv^< 
Fugfgon le lit^re, e coi pnstor rsu*^ 

Come vedi, abbiamo qui rim^tgi' 
la cosa, reco ma non la yoce^ e 
zione di Dante è pur sempre la più 
più vera. 

Ed ora riprendiamo Topera del ^ 
per riscegUere qualche altro mot 
cale. Ecco alcuni versi che cullai 
nenia omofona il Bomraesso gorg< 
r acqua: 

L^oDdsh dal mar tliviaa 
Bagna la valle « il monte? 
Yft paaieg^iera in fiume, 
Vtt prrgloniera in fonte, 
^1 or moni senipr© e ^eme, 
Fiaebn uorr tonisi, al luiir 
Al mur doT^elhii nacque 
Pnye a (^quietò ^li mTLOt\ 
Dove da luuijlil «iriror\ 
Spera di ripoa»]r. 

(Quest'arietta non cant^. foi 

non ha proprio bisogno <iel 
strale per essere avvi^v^ift^t^ì 
rebbe appena un treiULilo ^^ 
dina elle seconda-sse il T-Yxot^ 



{'} Orìtuido Furiono, Cmitc> 



Il poeta musicUta - Metastasio 299 

Eccone degli altri, nei quali il poeta in- 
neggia al perdono: 

To lo sai che bel contento 
Sia quel dire : offeso io sono ; 
Lo rammento, 
Ti perdono, 
E mi posso vendicar ; 
E mirar frattanto afflitto 
L^offensor vermiglio in volto, 
Che pensando al suo delitto 
Non ardisce favellar. 



Altri ancora: 

Sarò qual madre amante 
Che la diletta prole 
Minaccia ad ogni istante, 
E mai non sa punir. 
Alza a ferir la mano. 
Ma il colpo giti non scende 
Che ancor la man sospende 
NelPatto del ferir. 



E questi, che imitano la risonanza dell'eco 
con due rime baciate: 



Tra ì sassi e fra le piante 
Eco tal or si asconde 
E al pastorel risponde 
Mentre cantando va. 



3O0 



Cetpl^h fpaitì 



i 



! 



I 



Ed ecco rallegorìa dì un guerri 
anche vinto^ incute timore: 

Leon jJii^g^^^ ^ morte 
Seuttì mancar U t^U^a, 
Qu^riiu. Ja «aa ferita^ 
Nfe «^avrìliBoa aacor. 
Cosi fr.^ l'Irò eatrerue 
Mussai miuiu^cia e frein€ 
Che fa tremar moren*Io 
Talvolta il ea&ciator. 

Qui roiiomatopeia è abbastanza 
il frequente ricorrere della crre^ 
banale dal settenario cadenzato eh 
a cantare il verso invece di reci 

Sfogliamo ancora ed ecco un'ar 
larissima, cesellata con intelletto 
espertOj che termina con un decì 
significativo da suggerire una b 
pittorico-niusicale : 

Cbi mai iiod vide fìijyr^r le epo 
hi% jjriìua voltii che va per Toh 
Credo ogni sttslla per lai funeai 
Teme ogni ^etìro come tempost 
Un. piecol moto tremar lo fa. 
Ma r*?tìo t?rtperl:o ai pò cu teme, 
Cliu ilormo al ij^noijo del mar e 
O sulla prora cantando va. 

Quest'ultimo verso è veramer 



Il poeta musicista - Metastasio 301 

che, avendo il lettore negli orecchi la cantilena 
che lo precede, d'un tratto, gli suggerisce la 
placida visione del marinaio che dalla prora 
del suo naviglio diffonde per T infinito silenzio 
il canto soave. 

Come vedi dunque, non appena Tomofonia 
s'allegra d'una pennellata pittorica o d'un at- 
teggiamento scultoreo -ex poesia s'abbellisce, 
diventa naturale e suscita in noi un'emozione. 
Quando invece predomina sovrana la sonorità 
musicale rafforzata dall'onomatopeia e dalla 
rima, abbiamo davanti a noi una cosa grigia 
e incerta come un accordo diminuito, una 
nenia uniforme e monocroma che finisce' per 
diventale molesta. Voglio dire con questo che 
io reputo somma dijBflcoltà la composizione di 
una poesia musicale la quale, colla prevalenza 
degli elementi canori, riesca a commuovere 
il lettore. 

Una poesia tutta pittorica come V Accestire 
del Pascoli, o tutta scultorea come il sonetto 
Il bove di Giosuè Carducci eccita affetti o 
pensieri, una poesia invece tutta musicale ci 
lascia indifferenti e rivela subito, anche al 
critico inesperto, la vanità di un artifizio d'arte 
che può essere talvolta ingegnoso, ma che ra- 
ramente è geniale. 

Sfogliamo ancora. L'opera metastasiana è 
una ricca miniera di arie melodiosissime, le 



302 Capitolo sesto 



quali 


aderiscono cosi bene a cer 


polari^ incorporando 


sentenze, mas 


verbi 


, che son diventate famose 


cono, 


musicalmente, 


Taforismo v< 




Sembra gentile 


Fra Poi 




Nel verno un fiore, 


LMstess 




Cbe in sen d'aprile 


Che in i 




8i disprezzò. 


Non si 



Notissimo è il proverbio : « Gli 
noscono nelle sventure » . Fate e 
il Metastasio ed ecco che subito 
musica cosi: 

Come dell'oro il fuoco 
Scopre le masse impure, 
Scoprono le sventare 
Dei falsi amici il cor. 

« L'abito non fa il monaco » ec 
detto che va per le bocche di tutl 
metastasiana lo traduce nei celel 

Se a ciascun P interno affanni 
Si leggesse in fronte scritto, 
Quanti mai che invidia fanno 
Ci farebbero pietà, 

« Chi muore esce d'affanni » di 
e il poeta raccoglie la sentenza ( 

Non è ver che sìa la morte 
Il peggior di tutti i mali, 
È un sollievo dei mortali 
Che son stanchi di softfir. 



Il poeta musicista - Metastasio 303 

« Iddio è in cielo, in terra e in ogni luogo » 
compita il bambino, parafrasando la profonda 
sentenza panteista, ed ecco come il Metastasio 
ne spreme il succo nell'arietta notissima : 

Dovunque il guardo io giro, 
Immenso Dio, ti vedo : 
Nell^opre tue t'ammiro, 
Ti riconosco in me. 
La terra, il mar, le sfere, 
Parlan del tuo potere : 
Tu sei per tutto, e noi 
Tutti viviamo in te. 

Volete una variazione musicale sul motto: 
« La speranza è sempre verde ? » Ecco ancora 
i versi del Metastasio che felicemente tra- 
ducono : 

Speranza lusinghiera, 
Fosti la prima a nascere 
Sei l'ultima a morir. 

« Un bel tacer non fu mai scritto » « Cosa 
fatta capo ha » « Acqua passata non macina 
)iù » s'ode sovente ripetere e in Toscana ag- 
^iungon con umorismo « Parola detta e sasso 
irato non fu più suo » ed ecco che il nostro 
oeta musicista, con facile vena, sposa il detto 
I verso e compone la cabaletta: 

Voce dal sen fuggita 
Più richiamar non vale; 
Non si trattien lo strale 
Quando dall'arco uscì. 



I 



204 Capitolo »eÉÌù 

5 Quando Dio aiuta ogni cosa 
IMetastasio comenta: 

Nei cnmniTn i1i tiuatra vita 
Se li ZIA 1 rai del gol cort<;a© 
8ì dmorrisce ogni nlmti arclìt 
Trema il cor, vacilla il pie. 
A fompir l^ bsUo imprese 
L^ìirte giova, il senno lia p; 
Ma vanBggia il seniio e Par 
QTiaiìdo amico il oiel dou è. 

4 Chi ha uno vuol cento t& e i 
lare è risaputo e celebre in tul 
italiani a significare che il desidei 
e si espande come un fuoco di 
nostro poeta j ancora e semprej co 
trova lo spunto e canta cosi: 

Prende del cor Tìuiporo 
Otjfiii leggier desio i 
ì\ prima nn pìc^iol rio 
Torn^Tjtfì poi m fa. 

4 C'è più guai che allegrezza 
pane senza pene » ed ecco il tema 
motivo: 

Siom navi alPontle algent 
La sciti te iij abbandono; 
Impetuosi veoti 
1 ìwsìt'ì all'etti sono ; 
r^gui ili letto e scoglio 
Tutta la vita i> mar 




Il poeta musicista - Metastasio 305 

Bicordi, lettore, il famoso detto di Ovidio 
nel « De Arte amandi »? (^) « Gutta cavai la- 
pidem » a indicare la fermezza e la costanza? 
Bicordi ancora le molte sentenze che da quello 
si spiccarono? « Buona incudine non teme 
martello » « Fa il dovere e non temere » e 
il € Chi indura vale e dura »? Il nostro poeta, 
che fu veramente il fecondissimo musico di 
tutti i proverbi, canta anch'esso: 

Biancheggia iu mar lo scoglio, 
Par che vacilli e pare 
Che lo sommerga il mare 
Fatto maggior di sé. 
Ma darà a tanto orgoglio 
Quel combattuto sasso; 
E il mar tranquillo e basso 
Poi gli lambisce il pie. 

É superfluo ch'io citi ancora, singolarmente 
poi essendo già escito per le stampe, fino dal 
1873, un prezioso opuscoletto che le massime 
e Je sentenze metastasiane raccoglie e clas- 
Siflea e che io ti ricordo, lettore, se tu volessi 
goderti, in voce di musica, gli intercalari co- 
muni (^). Questo però io affermo: Per il Me- 
*&§tl§ÌO Ogni poesia era melodia, ogni verso 

'^^ ^' . ' ^.Up del Mtftcxsiasio per G. Castrogiovanni, 
(2) Foe9\e scelte «^ 

20 
A. PAPOVAH. 



3oe 



CiipiÈoio MitA 



uno spunto, ogni parola un acc.or( 
laha una nota. Egli fu ed è tuttor; 
l'esemplare dì poeta musicista ne 
veri la patria letteratura. 

JEusicista dei suo tempo però, ^ 
del tempo in cui fiorirono il Por{ 
mellì e il Mafteij i quali addensare 
loro perizia di compositore suirai 
rando il rimanente che era affi^ 
sccpolo più esperto e più volon 
veniva quindi che il recitativo era 
e trascurato, Taria invece sempre 
ma estranea all'opera^ come un tìoj 
come un gioiello in una petraia, m 
avyenenzaj per sedurre lo spettai 
tarlo air applauso. Infatti cosi app 
ni va: era Tarla, la cabaletta aggrs 
nusta quella che era risaputa da 
deliziava il pubblico. E il Me tastai 
iioseeva anche la musica per avei 
da Nicolò Porpora, èì abbandonò 
zione innata seguendo' Tandazzo de 

Le sue poesie non sono, soltant 
ma rimettono rambielitè in cui vis 
Quando egli intona un, motiva io 
ribadisGOj assolutamente incapace < 
sulL'i trama ilei metro prescelto una 
variazione. Nell'opera del poeta v( 
ho trovato nessun squarcio poetic 



Il poeta niuHcista - Metaàiasio 307 

che sulla cadenzata modulazione del ritmo e 
del metro svolga una qualunque melodia, ob- 
bligando il ritmo e il metro a compiere Tofficio 
di accompagnamento. Questo il motivo per 
cui il Metastasio, come poeta musicista, è un 
ingegno e non un genio. Se egli fosse riescito 
a scrivere dei versi nei quali il ritmo e il 
metro fossero Taccompagnamento di una qual- 
siasi melodia sovrapposta, egli avrebbe allora 
lasciata una impronta geniale nell'opera sua. 
Invece la musicalità delle arie metastasiane, 
è sempre, ottenuta con la nenia continua del 
settenario, deU'ottonaÀo o 4^1 decasillabo che 
si ripetono stereotipati, senza che Tonomato- 
peia e Tasson^^nza riescano^ darci uno spunto 
melodico originale. 

Se questo fatto si fosse avverato noi di- 
remmo ora forse che il Metas^asio fu un poeta 
musicista di genio, poiché egli apparirebbe 
come un precursore della tecnica poetico- 
musicale moderna che ha ottenuto degli ef- 
fetti singolarissimi, per; cui ai può dire che 
/istrumentazione ,del| verso è ornai iniziata. 
E il , MjBtasrtasio^ che fu poeta per istinto, 
e fosse stjato ua ge'uio, avrebbe potuto com- 
»iere il prodigio perchè nel campo della vera 
iui^ÌQa,< lui vivente, i precursori di genio ci 
irono. Egli vide e conobbe Benedetto Mar- 
elio, Hà^ndel e Gluck che furono i poderosi 



a08 Cdpitùlo e^Bto 

atleti dell'armonia fra lo stuolo 
tori d'ingegno che musicarono i i 
come il Predierij il Conti, THas 
il Caldara^ il Bonno, il Conforti 
Il I\[etastasio dunque^ pur esaet 
musicista nato, compose si della 
Iodica, ma sempre con uniform< 
piedi e di tempi sillabati, senza 
dell*oiìomatopeìa e dell'assonanza 
solo possibile la poesia sinfonial( 
io definirei Fistrument azione dell' 
il ritmo, il metroj ronomatopeiaj 
e la rima concorrono, come i vai 
all^effetto voluto. E s'io ti ricoi 
VAì^e Maria che chiude Tode ali; 
Polenta di Giosuè Carducci t*aìi 
un bello esempio di strumentazi 
ottenuta senza varcare i limiti d* 
pur senza il concorso della rima 
nanza che sono efficacissimi eleir 
sicalìta. Il Metastasio insomma^ ] 
un poeta musicista nato, non n 
potenzialità del genio perchè fu 
tore, un artefice piuttosto che iir 
anche qui torna a proposito Toaser 
abbiamo già fatta sulla siacerità 
sul fatto cioè per cui la creatui 
nei campo dell'arte, è origitiale solti 
Topera sua incarna sentimenti e 




Il poetxi musicista - Metastasio 309 

raci, rappresenta insomma il fremito di tutto 
il suo sistema nervoso che si tramuta in una 
canzone, in un quadro, in una statua o in 
una sinfonia. 

Il Metastasio fu troppo amante del quieto 
vivere, troppo voglioso di pace e di tranquil- 
lità per concedersi con tutto il fervore del- 
Tanima alla vocazione poetica che lo incitava 
al comporre. Poeta cesareo, benvoluto alla 
corte di Vienna, egli poteva regolar la sua 
inclinazione poetica come un buon orologio, 
scrivendo sonetti, idilli, elegie, epitalami e 
drammi ad ora prestabilita, con queir istessa 
disinvoltura con la quale un esperto operaio 
compie la sua fatica quotidiana. Ma tutte queste 
opere, e son molte davvero, non furono scritte 
per amore dell'arte ma per dovere di profes- 
sione; non quindi il poeta esagitato dall'entu- 
siasmo che impugna la penna e compone tradu- 
cenj^o il gran palpito della sua anima ardente, 
ma Tartefice che si mette a tavolino per ese- 
guire le commissioni ricevute, che scrive un 
iramma per l'onomastico dell'imperatore o per 
e nozze del principe; che deve, in ogni evento, 
lomporre la canzone augurale, assoggettan- 
osi a tutte le richieste con la querula obbe- 
ienza del poeta di corte. Come si vede anche 
ambiente non era favorevole allo sviluppo del 
enio che vuole, in ogni sua manifestazione 



i 



^WH 




310 Capitolo sesto 

artistica, la piena ed assoluta ] 
siero e d'azione e per quest'app 
animo risoluto ostinato indomita 
a sé stesso nell'opera e nella 
la sua rapida ascensione senza 
scare dai tenerumi delle corti 
conservative. 

Il IMetastasio invece si servi 
come di una virtù proficua p 
es temporalità gli permetteva di 
a profusione. L'indole musicale, 
nava a vestir di melodia ogni t 
riva poi all'opera sua quel fasci 
e capriccioso che rispondeva 
tempo, che era anzi un segno dei 
lo stile roeoeùf il minuetto, il gui 
giubba ricamata e le galanterie 
turìeri. 



Veramente nei miei studi si 
frequenti letture di biografie di 
io non saprei citarti, lettore, 
sovrana che visse la vita sere 
di Pietro Metiistasio. Come e: 
sibile che quest'uomo, pur a.vei 
natura un vivacissimo temper 



Il poeta musicista - Meiastasio 311 

i ma sempre geloso del proprio benessere e degli 
agi della vita, riuscisse a creare un'opera ve- 
ramente geniale? Anche l'Ariosto visse alla 
corte e ne godette i favori, ma fra le am- 
r^ bascerie e i componimenti augurali, quando 
lo pungeva l'inspirazione, egli s'appartava, in- 
fiammato dalla visione interiore, e tutte le sue 
eixergie convergeva sul poema mirabile che 
et>be seco sempre, che fu il pensiero costante 
d'cjg"ni suo più caro desiderio. Continuamente, 
tutti i giorni, tutte le ore, all'opera prediletta 
della sua fantasia portava un contributo. Ed è 
pur noto a tutti l'accanimento del Tasso in- 
torno alla Oerusale?nme che fu lo scopo supremo 
della sua operosità negli anni migliori della 
vita, pxima cioè che lo spirito e il corpo si 
affralissero miseramente e anche sappiamo 
conae e^gli si accingesse, già malato e incu- 
rabile, a. rifare tutto il poema, col fermo pro- 
posito di togliere o scemare i presunti difetti 
che la critica malevole gli aveva attribuito. 
Questa dedizione intera dello .spirito e del 
corpo all'idea che sublima, questo entusia- 
smo sincero e inestinguibile per l'opera d'arte 
prediletta dal genio, il Metastasio non l'ebbe 
mai o, se talvolta lo senti, sdegnò di nutrirlo. 
PoQtd> musìcìstei, dotato di una straordinaria 
facilità di vena, sapeva tramutare in poesia 
Off ni pensiero eon la destrezza d'un giocoliere 



I< 



■|!| 



312 CapUùjQ snto 

che palleggia le più fragili cose, 
eizio, quasi quotidiano, questa su; 
perfezionò di tanto ch'egli poteva p 
sare poetando; ma la sua anima ; 
sempre estranea all'opera d'arte; 
erano delle emozioni sentite eppi 
nel versi, perchè sedeva calmo e 
a tavolino e poteva^ ancor serena 
varsi, lasciando a mezzo una scei 
chiamava altrove. Era insomma 
comporre per abitudine contratt 
mentre U cervello operava, il cu^ 
condava il pensiero, Per questo io i 
fu ed appare ancor oggi a noi come 
decoratore del verso, un artefice d 
piuttosto che un grande poeta. Pen 
a un vero uomo di genio, a un 
gloria che fu l'opposto del Metastj 
sate, dicOj a Vittorio Alfieri, airope: 
ed austera, opera dì fuoco e di sfer 
siero e d'azione; rileggete VAutc 
Sanlj il Filippo e la 3Iirra e vi appai 
dal pensiero vibrante^ dalle passi e 
magnammo, libero ed uno, come 
lui vaticinata. Ritroverete insomii 
rità, vale a dire l'impronta essenz 
Ilio, Tuomo che rifa sé stesso ueiroi 



( 1 1 P icordftte ^ nel r au tob iog rafi ^j 1 e parole 



Il poeta musicista - Metastasio 313 

E in fatto di sincerità l'Alfieri è un proto- 
tipo esemplare perchè la sua opera ti ricorda 
l'autore, non solo moralmente ma altresì fi- 
sicamente. Chi non vede infatti negli eroi 
evocati dal grande astigiano quel viluppo di 
nervi che scatta in voce di poesia e si di- 
spiega evidentissimo nel dire conciso e scul- 
toreo, nella frase dura ed asciutta, nell'azione 
rapida e serrata? 

Il Metastasio invece, nei cinquant'anni se- 
renamente vissuti alla corte austriaca, non 
seppe non volle dedicarsi a un'opera che 
fosse scritta per amor d'arte e di gloria e 
nemmeno nel periodo della perfezione, che 
dal 1733 giunge fino al 1740, vale a dire dalla 
rappresentazione délV Olimpiade a quella del- 
V Attilio Regolo, nemmeno allora il nostro poeta 
musicista senti la sferza dell'entusiasmo che 
incita il genio a creare il capolavoro, che 
solo di quel desiderio lo infiamma e lo esalta. 



aggiunga, che io ayendo yedato il Metastasio a Schoenbrunn 
nel giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflession- 
cella di uso, con nna faccia sì servilmente lieta e adula- 
toria : ed io giovénilmente plutarohizzando, mi esagerava 
talmente il vero in astratto, ohe io nop avrei consentito 
mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa 
appigionata o venduta all'autorità despoti ca da me sì cal- 
damente abborrita » (Alfieri, Vita - Epoca terza, giovinezza j 
capitolo Vili). 



4 



3U 



CttpUolo setito 



La Clemenxa dì Tlto^ designata a 
me il suo dramma migliore^ non 
schìa impronta della genialità i 
stra il massimo sforzo compiuta 
ratore sapiente, espertissimo e 
l'arte del verseggiare. 

Eppure, quando si legge, noli 
AeìV Attilio Regolo, lo stupendissi, 
Teroe ai romani — due pagine 
bisogna riconoscere che il Meta; 
v^elò completamente se stesso e 
Tarte tutto quello che avrebbe 
In quella scena^ breve ma potei 
puto la migliore ch'egli abbia se 
solleva, per un istante, la sua 
tezza dell'epica, dimostrando cht 
della genialità era latente in lui. J 
tantina di ver si soltanto, un la 
maggioro in un cielo plumbeo e i 
nota sicura Jiel frastuono confus' 
sonante, e la magnifica peroraz 
poi con un coro settenario fra 
egli abbia scritto. 

-So il Metastasio, per un anno s 
sentito quella divina commozi( 
ad operare con fervorosa ener 
entusiasmo che esagita il genio 
completamente a quell'idea e 
se la si IH.- eri tà profonda ed 






Il poeta musicista - Metastasio 315 

dettò Taddìo di Regolo ai romani fosse stata 
costante, egli non sarebbe oggi caduto nel- 
Toblio ma forse ci avrebbe dato il capolavoro. 

Colpa dunque tutta sua se egli, pur essendo 
dotato di molti requisiti geniali, non riusci a 
darci l'opera che sfida il tempo? Tutta sua 
forse no, perchè il secolo che lo nutrì non fu 
un secolo incitatore ma servile, fu il secolo 
dell'Arcadia e il nostro poeta è un contem- 
poraneo del Cesarotti che contaminò Omero^ 
del Bettinelli che denigrò Dante e del Vol- 
taire che calunniò Shakespeare. Nell'ambiente 
artifiziato della corte s'ammolli, si modellò 
su quello, secondò, con soverchia compiacenza, 
i capricci di tutti, cercò la notorietà non la 
gloria, fu vanitoso non orgoglioso; un ingegno 
non un genio. 

S'egli avesse scritto un dramma, uno solo, 
ma spremendo in esso le sue migliori virtù 
di musico e di poeta, s'egli avesse realmente 
sofferto il morso di quella « smania » cosi bene 
definita dall'Alfieri, noi potremmo forse citare 
insieme i drammi del Metastasio e le tra- 
gedie dell'astigiano. Oggi ancora, dopo le cri- 
tiche severe dei dotti, le censure dei saccenti 
e il disdegno dei più egli è, nel campo della 
poesia italiana, la personificazione del poeta 
musicista nato e se altri poeti di genio, ri- 
velando le Ipro doti musicali, hanno fatto me- 



316 Capitolo sesto 



glio di lui, nessuno ha profuso si largamente 
la gaia e plastica fluidità melodica, pochis- 
simi han saputo costringere bisillabi e mono- 
sillabi a dipingere l'idea con dei semplici ac- 
cordi parlati. 

E, giova notarlo, il Metastasio, come poeta 
musicista, pur non essendo un genio, è singo- 
lare; rivela uno stile non ben definito ma ca- 
ratteristico e predilige certi spunti melodici 
che rappresentano, nella sua feconda produ- 
zione, una specie di Idt-motif che occhieggia 
spesso di tra le scene dei suoi drammi e, dopo 
una lettura continuata, diventa famigliare co- 
me la voce di un consanguineo, sicché basta 
che lo spunto s'annunzi perchè il lettore lo 
compia precorrendolo. 

Il leit-motif metastasiano, la melodia che 
serpeggia per tutta l'opera del poeta, costante 
come la pulsazione di un'arteria, è il tema 
dell'acqua semovente ch'egli svolge benissimo 
e comehta con ingegnose variazioni imitando 
il chioccolio dei ruscelli, il gorgoglio dei fonti, 
il risucchio del mare, il muggito dei fiumi, il 
rombo delle tempeste, lo scroscio delle ca- 
scate. Quasi tutte le sue famose arie si cul- 
lano negli ondeggiamenti o nei tumulti delle 
^cque, quasi tutte le sue comparazioni ci ri- 
cordano il liquido elemento, ma siccome il 
motivo, pur variando di intensità, è sempre 



Il poeta musicista •* Metastasio 317 

eguale a sé stesso, finisce per diventar mo-' 
notono sicché tutte le arie, complessivamente, 
si rassomigliano come un branco di pecore 
e proprio ci vuole l'occhio esperto e sagace 
del critico pastore per classificarle razional- 
mente. 

Concludendo: la virtù musicale del Meta- 
stasio si esplica nel ritmo, nel metro e nella 
rima; sono questi i tre elementi che la in- 
formano. L'onomatopeia raramente vi con- 
corre e questo manchevole contributo è quello 
appunto che spoglia la melodia d'ogni vera 
originalità e la rende omofona e stucchevole. 
Nondimeno, se il Metastasio non si rivela allo 
studioso come un uomo geniale egli é pur 
sempre superiore all'Apostolo Zeno che fu, 
come lui, poeta ufficiale alla Corte di Vienna. 
Il fatto poi ch'egli riempi tutta l'Europa del 
suo nome, per cui fu salutato dai contempo- 
ranei come immortale, significa che l'opera 
sua rispondeva alle esigenze e ai gusti del 
settecento, era cioè, in fatto di poesia, un ri- 
flesso dei tempi. Ed è già bella fama per un 
artista quella di sedurre, anzi di entusiasmare 
i contemporanei col fascino della propria arte. 
Il Metastasio dunque, sebbene non dimostri 
quell'impronta ferma e decisa che caratte- 
rizza Dante nella poesia, Rembrandt nella 
pittura, Michelangelo nella scultura e Bee- 



318 Capitolo sesto 



thoven nella musica, emerge nel proprio 
tempo. 

Io dico insomma che mentre è possibile 
di leggere dei brani di Paolo Rolli, Lodovico 
Savioli, Gherardo de' Rossi e Jacopo Vitto- 
relli, che furono contemporanei del Metastasio, 
senza poter distinguere; un qualunque squar- 
cio metastasiano rivela subito l'autore come 
il gusto della vivanda rivela la droga che 
l'ha condita. 

Ecco perchè il Metastasio fu personale senza 
essere un genio ed ebbe uno stile pulito e 
bello quantunque di facile andatura; come 
l'ebbe, nel campo delle arti graficlie Gustavo 
Dorè, che fu un pittore mediocre, ma nei suoi 
disegni cosi singolare ch'essi si distinguono 
d'un colpo d'occhio per quel loro contorno 
secco e deciso per quelle espressioni fisiono- 
miche risentitissime. Pare dunque a me che 
questi uomini i quali dimostrano una certa 
originalità sortirono veramente della natura 
-le dot;i latenti del genio, ma non potettero 
' esplicarle perchè la forza del carattere (che 
nel geùio gareggia con la potenza dell'intel- 
letto) era debole o fluttuante. 

Bisogna esser ben forti, agguerriti jìòteo 
i varii saliscendi della fortuna, per sollevare 
al disopra d'ogni vicenda umaEia il proprio 
sogno d'arte, puro e incontaminetto; ^ tramu- 



Il poeta musicista - Meiastasio 319 

tarlo poi in realtà visibile e tangibile per tutti 
gli uomini. Ripensa, lettore, alla genesi dei 
capolavori che il mondo ammira, dalle tra- 
gedie shakespeariane al Faust di Goethe; dal 
David di Michelangelo alla Venei^e canoviana ; 
dalla Lezione di Anatomia di Rembrandt al 
« 1814 » di Meissonnier; dalla Passione di San 
Matteo di Sebastiano Bach ai Messia di Haendel, 
e riconoscerai che gli uomini di genio che li 
hanno compiuti preposero la loro arte ad ogni 
altro affetto, si concedettero interi al loro so- 
gno di gioia, di bellezza e di gloria. Ci vuol 
dunque una trapotente energia per rinunziare 
a tutto quello che piace alla mediocrità — 
vale a dire il quieto vivere, la ricchezza, le 
trite e minute gioie dell'esistenza — ma il 
gebio questo sacrificio lo compie e lo compie 
con entusiasmo perchè l'opera o la gesta alle 
quali SI è votato, che può essere un poema 
una sinfonia, un quadro o una statua, una 
invenzione o una battaglia, è Vunico scopo 
della vita e la sua energia inesausta e tutti 
gli elementi estranei dei quali può disporre 
egli indirizza ed avvia per aiutarsi nel suo 
cammitio. 1E se nasce ricco, come talvolta ac- 
cade, la ricchezza pospone alla gloria, intento 
solo a convergere il fascio di tutte le sue 
foiTi^ p^T raggiungere la méta voluta. 
L'esempio di Vittorio Alfieri e di Giorgio 



L 



320 Capitolo sesto 



Byron sono, in questo momento, d'una evi- 
denza limpidissima. 

H genio dunque, oltre alle facoltà mentali 
ch'egli possiede dalla nascita, per cui si può 
dire ch'egli principia già ad essere un genio 
nell'utero materno, possiede altresì una grande 
forza di carattere e una volontà inflessibile 
che s'accompagnano alla potenzialità intellet- 
tuale come forze ausiliari o concordi. 

Ed io non ho bisogno, lettore, di ricordarti 
le gesta dei figli della gloria per avvalorare 
questa mia affermazione. Tutte le biografie dei 
sommi lo dimostrano e le opere dello Smiles 
hanno tanto insistito sulla perseveranza del 
genio che, quasi quasi, dopo la lettura, tu 
credi ch'essa sia l'elemento essenziale del- 
l'uomo che diventa famoso. Cosi non è: il 
verbo è il genio, l'attributo per cui il genio 
si esplica è la forza del carattere. Attributo 
cosi importante però che talvolta basta da 
solo ad un uomo di mediocre cultura per di- 
ventar celebre e famoso, singolarmente nel 
campo delle arti minori come sarebbero la 
critica artistica o letteraria, le ricerche sto- 
riche linguistiche, in tutti quei lavori in- 
somma nei quali l'uomo di talento e l'uomo 
astuto si dimostrano abilissimi e finiscono per 
emergere anch'essi. Incapaci di comporre l'o- 
pera d'arte la cementano; impotenti a creare 



Il poeta musicieia - Metastasio 321 

compilano, e col lavoro continuo e ripartito 
recano ogni giorno una pietra al loro edificio 
e finiscono per compierlo. Un edificio quasi 
sempre immane, ma imperfetto, che si impone 
per la quantità del lavoro e non per la qua- 
lità come la Sfinge di Menfi e la piramide di 
Cheope di fronte alla Venere di Milo e al 
Partenone. E s'io ti rammento, lettore. Cesare 
Cantù e Angelo De-Gubernatis, riconoscerai 
subito i prototipi italiani di questa innumere 
schiera. 



Nella categoria degli ingegni, dei talenti e 
degli astuti si osserva dunque un fatto sin- 
golare che ci spiega perchè questi uomini, 
pur movendosi nell'orbita del genio, sono ste- 
rili e infecondi come le api neutre e le for- 
miche operaie. 

Fra gli uomini di ingegno ve ne sono di 
quelli che sortirono dalla natura le facoltà 
latenti del genio, ma non ebbero grande ener- 
gia di carattere e il Metastasio è fra costoro. 
Altri invece furono dotati di una straordinaria 
energia e di una volontà tenacissima, cui però 
non faceva riscontro la potenza dell' intelletto 
e questi non son manipolo, ma legione addi- 

A. Padovan. 21 



322 Ckipitolo sesto 



rittura, coraposta di dotti e di eruditi i quali, 
alla deficiente facoltà sintetica, suppliscono 
con la perizia analitica, lucida ed acuta tal- 
volta (^) e quindi feconda di riscontri inattesi e 
di scoperte singolari; sovente invece rozza e 
ottusa vale a dire incompetente e disutile. 

È questo lo sciame dei talenti e degli astuti; 
il pulviscolo cosmico che s'aggira nell'orbe 
dei soli e dei pianeti vale a dire nell'orbita 
degli uomini di genio e di quelli d'ingegno. 
Elementi preziosissimi però perchè essi sono 
gli intermediari fra la creatura sovrana e la 
folla avida di sapere, sono le formiche attere 
e le api operaie che accumulano, nutrono, al- 
levano, custodiscono. Senza di essi, anche il 
genio che crea, come la regina delle api che 
genera, non avrebbe ragion d'essere perchè, 
in fin fine, il genio è un solitario, è fonte di 
luce e di calore, ma ci vuole, intorno ad esso, 
chi usufruisce e dispensa. Bisogna altresì no- 
tare che il genio è altruista mentre invece 
l'ingegno e il talento sono egoisti sempre. Il 
genio crea od inventa per sfogare quell'esu- 
beranza di forza nervosa che s'accumula in 
lui mentre studia ed osserva; e l'atto egli 
compie con fervoroso entusiasmo perchè si 
tratta di un bisogno sentito e impulsivo. 



(') Come in Francesco de Sanctis, Francesco D'Ovidio 
Alessandro d'Ancona... 



/{ poeta miisicista - Metastasio 



Pensate voi che Dante, Colombo, Galileo, 
Michelangelo e Raffaello creassero i loro ca- 
polavori o compissero la loro gesta senza 
sentire addentro uno stimolo prepotente e in- 
vincibile? Che essi, nel fervore del comporre, 
del dipingere, dello scolpire o dell'operare, 
si fossero preoccupati della pubblica opinione 
o d'un guadagno immediato? No, certo, essi 
non facevano che rispecchiare al di fuori ciò 
che sentivano addentro con forza e sincerità 
pari all'altezza dell' ingegno e alla tempra del 
carattere. E siccome il genio vede e sente 
più che non riesca a vedere e a sentire la 
mediocrità cosi esso, per la propria genera- 
zione, è un precursore o un veggente che i 
coetanei talvolta misconoscono o trascurano, 
che i posteri invece, fatti esperti e progre- 
diti, celebrano ed esaltano. Fra questi eroi 
del gesto e della parola e la moltitudine in- 
consapevole che talvolta inveisce (rammenta 
il dileggio della ciurma e la sassaiola degli 
indigeni contro Colombo) talvolta invece ac- 
clama (rammenta l'incoronazione di Napo- 
leone) s'apre una voragine che gli ingegni, i 
talenti e gli astuti sormontano congiungendo 
i due scrimoli. 

Alcuno potrà osservarmi che un limite ben 
distinto fra il genio, l'ingegno, il talento 
e l'astuto non esiste, ma che passando dal- 



324 Capitolo sesto 



runa all'altra manifestazione intellettuale si 
devono varcare certi termini dove il genio e 
l'ingegno, i talenti e gli astuti combaciano 
sicché riesce difficile stabilire la loro entità. 
Questo fatto è evidente perchè si potrebbe 
salire di grado in grado dall' idiota all'analfa- 
beta, dall'analfabeta al genio per una scala 
ascendente la quale, ad ogni gradino, soppor- 
terebbe un uomo. E la vicenda si rinnova 
altresì nel campo della biologia animale, dal 
protoplasma all'antropoide, ma come il zoologo, 
pur riconoscendo la progressiva ascensione 
delle specie, ha singolarmente classificato e 
notomizzato ogni animale, cosi lo studioso del 
genio, spezzando la catena ideale che lo guida 
dall'analfabeta all'eroe, esaminerà ogni anello 
per sé stesso, studierà cioè l' uomo-genio l'uomo- 
ingegno, l'uomo-talento e l'uomo-astuto e non 
il fenomeno generale. 

Virgilio e Lucrezio, Dante e Tasso, Goethe 
e Schiller, Shakespeare e Milton sono uomini 
di genio incontestabile, ma non sì equivalgono 
perchè Virgilio, Dante, Goethe e Shakespeare 
giganteggiano su tutti. 

Ogni uomo di genio dunque fa parte per 
sé stesso e come il medico ha finalmente ca- 
pito che bisogna studiare l'ammalato e non la 
malattia, cosi noi dobbiamo ora studiare l'uomo 
di genio e non il fenomeno geniale II com- 



Il poeta musicista - Metastasio 325 

plesso delle singole biografie, che debbono 
essere storiche, estetiche e antropologiche a 
un tempo, fornirà poi allo studioso venturo 
il materiale per la definizione sintetica inop- 
pugnabile, come le molteplici osservazioni 
astìronomiche e zoologiche fornirono al New- 
ton e al Darwin gli elementi che li condus- 
sero a formulare le loro leggi. 

La progressione e' è ed è una progressione 
continua che si sviluppa armonicamente sic- 
ché si potrebbe segnare una parabola ascen- 
dente che ci conduca via via dal versaiolo 
al poeta sovrano, vale a dire da Arnaldo Fu- 
sinato a Giosuè Carducci. E siccome il genio 
dipende da una squisita struttura del sistema 
nervoso ed è un fenomeno di alta fisiologìa, 
esso non è un privilegio delFuomo soltanto 
ma si estende a tutti gli animali dall'insetto 
air uccello, dal pesce al mammifero. Un esem- 
pio concreto varrà a dimostrare la verità 
dell'asserto. Fra gli animali all'uomo più noti, 
il cane, il cavallo e il gatto sono famigliari 
ad ogni persona. Ora fra una stessa razza di 
cani barboni o terrier s, di gatti di Man o 
d'Angora, di cavalli arabi o Mustangs, sempre 
si nota qualche individuo nel quale le fa- 
coltà intellettuali sono più sviluppate, per certi 
fatti che veramente rivelano l'esistenza di 
una genialità animale. E basta che tu sfogli, 



326 Capitolo sesto 



lettore, il libro del Romanes sulla « Intelli- 
gence des animaux » per convincerti come, 
nei limiti della potenzialità animale, anche fra 
le bestie v' ha il genio e r ingegno il talento 
e l'astuto. 

Una forma larvata della genialità umana 
bisogna dunque ammetterla anche negli ani- 
mali perchè la fllogonia ci insegna, colle sue 
ricerche pazienti e colle sue osservazioni ite- 
rate, che, pur nel campo della stessa famiglia 
animale, vi sono degli individui che sover- 
chiano assolutamente la potenza intellettuale 
dei compagni, e rappresentano quindi l'intel- 
ligenza superiore. 

Quando la biologia animale avrà approfon- 
dito e risoluto i grandi problemi che tuttora 
incombono, lo zoologo venturo potrà tentare 
su tutti i mammiferi, dall'ornitorinco al gorilla, 
quelle ricerche di psicologia fisiologica che 
sono ancor oggi appena iniziate per l'uomo 
stesso e allora tutti i fatti raccolti dal Romanes 
sull'intelligenza degli animali appariranno ge- 
niali per la famiglia cui si riferiscono e si 
vedrà che sono dovuti a una più squisita strut- 
tura nervosa. 

Abbracciando con uno sguardo sintetico l'e- 
voluzione delle specie si riconoscerà ancora 
che dall'ameba all'uomo si giunse per una 
serie di scatti geniali che, di secolo in secolo, 



Il poeta mu8ÌoÌ8ta - Metastasio 327 

fecero progredire gli esseri lungo la via del- 
l'evoluzione psichica ed avremo allora la prova 
chiara e indiscutibile che il genio si spicca 
direttamente dalla struttura fisiologica e di- 
pende da « uno stato di squisita, eccezionale 
sensibilità nervosa » . 
Hoc opus, hic labor est. 



l 



! 



CAPITOLO SETTIMO 



IL POETA MUSICISTA 

(CONTINUAZIONE) 



IL POETA MUSICISTA 



(continuazione) 



Torniamo ora, dopo la nostra digressione 
aul fenomeno geniale, al poeta musicista e 
vediamo come, non un ingegno ma un genio, 
riesca a manifestare nell'opera sua la virtù 
musicale. E attingiamo, ancora e sempre, alla 
gran fonte madre: La Divina Commedia. 

Abbiamo già veduto che la qualità più spic- 
cata del genio dantesco, quella che lo carat- 
terizza è sintetica; sicché il grande fiorentino 
è un poeta scultore nato precisamente come 
Giosuè Carducci, ma Dante è altissimo anche 
come poeta pittore e come poeta musicista 
perchè sorti dalla natura il complesso delle 
tre doti con la prevalenza di quella scultorea. 

È risaputo da tutti che la terza cantica è, 
nel suo insieme, la più armoniosa del poema, 
ma per studiare la poesia musicale dantesca 
dobbiamo cogliere il meglio in qua e là, an- 



332 Capitolo settimo 

che lìGÌV Inferno e nel Purgatorìo doYealcm 
terzine mirabili rivelano delle squisitezze me- 
lodiche inavvertite dai più. 

Bisogna anzitutto ricordare che parecchi mu- 
sicisti hanno rivestito di note i versi del poeta 
e, dal lamento del conte Ugolino, modulato 
sopra un concerto di viole da Vincenzo Ga- 
lilei alle «Laudi alla Vergine» scritte da 
Giuseppe Verdi sui noti versi del canto XXXni 
del Paradiso, ci fu il Donizetti che medio- 
cremente musicò l'episodio di Ugolino; Arrigo 
Boito che trascrisse la Sera di Schumann in 
la bemolle e la adattò ai primi versi del 
canto Vili del Purgatorio; Filippo Marchetti 
che, alla melodiosa implorazione della Pia di 
Tolomei, sposò la nenia delle proprie note; 
Mor lacchi che musicò uno squarcio delXXXllI 
canto deir Inferno e Gioacchino Rossini che 
compose il canto del gondoliere del suo Oielh 
sul lamento di Francesca da Rimini, (}) noncliè 
una serie di altre composizioni che si inspi- 
rarono al poema, dalla sinfonia «Dante» a 
grande orchestra di Giovanni Pacini a quella, 
stupendissima per forza di colorito e per evi- 
denza rappresentativa, scritta da Francesco 
Liszt, le quali potrebbero formare una singo- 



(V) Nessun maggior dolore — che ricordarsi del tempo 
felice nella miseria. 



Il poeta musicUta - (Continuazione) 333 

larissima antologia musicale dantesca che nes- 
sun comentatore pensò di raccogliere e pub- 
blicare integralmente in un volume (i). 

Ma, eccettuato il canto del gondoliere nel 
terzo atto dell' Otello rossiniano e le compo- 
sizioni verdiane, non una musica adattata ai 
versi del poema aderisce efficacemente al 
pensiero con quella salda tenacità per cui il 
suono e la parola sembran talvolta gemelli e 
inseparabili come nel racconto del Lohengrin 
alla fine del terzo atto, o nel duetto d'amore 
del Tristano e Isotta. 

Per contrapposto vi sono nella Divina Com- 
media alcune terzine nelle quali il poeta ha 
infuso la sua virtù musicale con si vibrante 
spontaneità che una qualunque melodia so- 
vrapposta diminuirebbe l'effetto invece di raf- 
forzarlo e, appunto perchè nacquero poetiche 
e melodiche a un tempo, sono immusicabili 
e sopporterebbero appena un accompagna- 
mento liscio liscio e naturale che fosse come 
il canovaccio sotto la fioritura del ricamo. 

Ricordate la scena terza nel primo atto del 
Lohengrin di Riccardo Wagner? 

Il biondo cavaliere del cigno, invocato da 



(*) Quella di Filippo Marietti, aggiunta al suo studio 
80 € Dante e la statistica delle lingue » è una piccola 
parte del tutto. 



334 



Capitolo settimo 



Elsa di Brabante, approda sulle rive ith 
Schelda e si fa paladino dell'innocenza calun- 
niata, ma proibisce alla fanciulla di chiedergli 
chi egli sia; e questo divieto canta e ribadisce^ 
con ferma voce, cosi: 

Mai devi domandarmi, 
Né a palesar tentarmi 
DondMo ne venni a te, 
Né il mio nome quaPè! 

I primi due versi sono un semplice recita- 
tivo, ma quando V eroe del Graal pronuncia 
la frase « DondUo ne venni a te» lai melodia as- 
seconda il pensiero con un motivo di si inef- 
fabile dolcezza che proprio ci ricorda una 
celeste dimora e quella frase cosi scorrevole 
che spicca soavissima e pura, è d'una efficacia 
indicibile appunto perchè l'anima di chi ascolta 
e Immediatamente conquisa e portata ad im- 
^aginare il magnifico tempio del Graal di 
vìZù '^J''^'''^'' ^^oe è disceso per proteggere la 

^ieeardo''^''^^ ^' ^*^''^ ^"'^^'^' ^'^'''^ '^' 
fettosn ^^^er ha adoperato con si bell'ef- 

nel seeofn^^^^^y ^^ riscontro a quello di Dante 

Esortai "^^^^^^ dell'in^rno. -^ Ricordate? 

^''^Pretider ^^ Virgilio. ^^ P^^*^ esita ad in- 

"^^^^ovaz^o^ *^ tenebroso viaggio: il glande 

"^^"^dato Hs. ^^lora ffli racconta come egU fosse 

^^atrice e, ripetendo le dolci pa^ 



Il poeta mH8Ìo%8ta - (Continuazione) 335 

role udite da lei, a un certo punto, parla cosi: 

Io son Beatrice che ti faccio andare: 
Vegno di loco ove toroar disio, 
Amor mi mosse, che mi fa parlare. 

Rileggi, lettore, con fervidi accenti, questa 
mirabile terzina e la musicalità del verso 
« Vegno di loco ove tornar disio » riescirà forse 
a commoverti. Si sente, proprio si sente, che 
quella frase melodiosa, messa 11, tra due versi 
cadenzati, suggerisce la visione di un luogo 
di beatitudine lontana. Quél « disio » che ti 
obbliga a strisciar la voce per pronunciarlo 
e ti ricorda altresì col proprio significato 
ranelito verso un bene voluto è un vocabolo 
che spreme la musica e il pensiero a un tempo. 
Esso è prezioso come un accordo perchè chiu- 
de il verso con un sospiro e gli conferisce 
queirindeflnibile soavità per cui esso fa ri- 
scontro alla frase del Lohengrin. Questa è la 
poesia musicale del genio che la melodia crea 
ed ottiene, non soltanto colla monotona cadenza 
del ritmo e del metro, ma con una parola 
bella e canora che riflette i moti delFanima 
e seduce con T armonia intrinseca. 

Artificio d'arte questo ? Dante, scrivendo il 
verso : « Vegno di loco ove tornar disio » e Wa- 
gner musicando le parole « Dond'io ne venni 
a tei^ hanno pensatamente cercato l'effetto ? 
Chi può dirlo senza esitazione? 



336 . Capitolo aettimo 



10 però suppongo che si il poeta come il 
musicista — due tempre diamantine, due 
grandi anime sdegnose e schiettissime -- 
hanno dettato, Tuno i suoi versi, l'altro la sua 
musica, secondando V empito della fantasia 
sicché r effetto è venuto spontaneo e senza 
artificio. 

Convergendo l'attenzione sulla scena ima- 
ginata Dante sognava il Paradiso di Beatrice 
e Wagner la dimora del Graal ed entrambi, 
compresi dal sogno interiore, con la virtù del 
genio operante, lo portarono dal di dentro al 
di fuori, nella poesia l'uno, nella musica l'al- 
tro, materiato con si schiette impronte che 
ora si la terzina dantesca come la melodia 
wagneriana suscitano negli uditori la stessa 
emozione che le ha informate, vale a dire la 
visione del Paradiso e quella del Graal. 

Un altro mirabile esempio di musicalità 
dantesca lo abbiamo nelle due ultime terzine 
del V canto del Purgatorio. — Ricordate? 

È il canto di Buonconte da Montefeltro, uno 
dei più belli del poema. 

11 magnifico racconto del guerriero morto 
sulla riva dell' Archian rubeato termina con 
la visione dell'Arno gonfio e impetuoso che 
travolge il corpo dell'eroe « per le ripe e per 
lo fondo » eppoi « di sua preda » lo ricopre e 
lo cinge. Ed ecco, mentre il lettore è intento 



Il poeta musicista - (Continuazione) 337 

a considerare lo spettacolo grandioso e pur 
commovente, avendo negli occhi la visione 
del ferito che fugge sanguinando per la pia- 
nura e negli orecchi il muggito del fiume ri- 
gurgitante, vale a dire la rovina di un'anima 
fra le rovine della natura; repente ecco un'om- 
bra che insorge e parla subito subito, soave 
e piana, non appena Buonconte si tace. 

E una voce di donna, quella di Pia de' To- 
lomei, la bella senese creduta adultera dal 
marito e precipitata a tradimento dalla finestra 
del castello nel burrone sottoposto. 

Deh, quando tu sarai toiDato al mondo, 

E riposato dalla lunga via, 

Seguitò il terzo spirito al secondo, 
Ricorditi di me che son la Pia! 

Siena mi fé, disfecemi Maremma: 

Salsi colui che innanellata, pria 
Disposata, m'avea con la sua gemma. 

Perchè la soavità melodica di questi versi 
risalti in tutta la sua pienezza bisogna leg- 
gerli dopo il racconto del montefeltrano il 
quale, con l'insieme delle sue parole, che ri- 
petono musicalmente la cadenza del ritmo e 
del metro, provocano un contrasto efficacis- 
simo allorquando la voce della Pia diffonde 
la sua melodiosa implorazione. 

la che modo ha Dante ottenuto questo ef- 

A. PadoVAN 22 



338 Capitolo settimo 



fetto melodico, cosi bello e suggestivo? Con dei 
mezzi semplicissimi, copiando cioè fedelmente 
il vero. Ed ecco come: L'ombra che parla è 
una donna, una donna supposta giovane e 
bella; i versi che il poeta mette nella sua 
bocca contengono delle parole le quali, mu- 
sicalmente, rappresentano le note acute della 
tastiera che bisogna, per viva forza, pronun- 
ziare a gola stretta: «lunga via» «io son la 
Pia» «innanellata pria». In musica una me- 
lodia che sale verso gli acuti ti vien succhiel- 
lando nell'anima un'emozione che si rafforza 
e perdura tanto più viva e intensa quanto più 
la voce e il suono raggiungono le alte tonalità. 
Ora, se dai una ripassata a queste due terzine, 
riconoscerai che esse ridestano in noi una 
commozione e la rafforzano col dolce sibilar 
delle rime che elevano il tono della melodia 
e la sospingono verso gli acuti. Cosi è, e mi 
pare che questo fatto sia stato finora inosser- 
vato. Dante insomma è riescito, con la melo- 
dia infusa nel verso, a render palese il timbro 
di una voce femminile e c'è riescito con si 
spontanea evidenza che, se la Pia invece di 
nominarsi si celasse, tu diresti egualmente: 
È una donna che parla. 

L'autore del Ruy Blas, Filippo Marchetti, si 
è provato a musicar l'implorazione della Pia 
de' Tolomei con una paginetta per mezzo so- 




^ poeta mttsicista - (Continuazione) 339 



^^^Vo 1 ^ sebbene egli abbia in tessuto un 

^gg^ /^^to e malinconico, la lettura è più 

^^iH ^^^ dell'audizione e riesce ancor più 

^^^tr ^^^*® dopo Tepisodio di Buonconte pel 

Oqj^^^ fra la tonalità grave e Tacuta. 
^^nìo ^. ^^^h lettore, la mente sovrana del 
^ttì ^^^sce, inconsciamente forse, a certi ef- 
^^^ìo sembrano, a un primo esame, un ar- 
"^ifi^l.^ ' Mentre invece rappresentano il vero 
-^^op^. bell'arte e, in questo caso, si tratta 
^^e^j- ^ di un principio musicale applicato alla 
^ tr^ ^on mirabile intuizione. 
f ^^^o ^ *^^ bellissimo squarcio melodico, il più 
^^^0(^ ^^^® di tutto il poema, è la notissima 
^^ione et! canto Vili del Purgatorio: 



^^ 



A , ^'à 1 ' orar elle volge il disio 
A ^ar/^ant>i e intenerisce il core 
^ ^. ^ì e' ÌJ2^n detto a' dolci amici addio; 
p Jo ao^%^o peregrin d' amore 
Q. ^^e, Ao oele squilla di lontano, 

^ paia» il giorno pianger che si more. 

^^ ^ %. 

%\ '\^'^fi fc>^ili:&4^imi versi Arrigo Boito adattò 
^0^ jV ^i^ll'^^- ss^ra di Schumann, trascriven- 
\^^Vt^ kìD^ :»riirTM-olle, e ne ottenne un effetto di 
\ ^ipj^'^o-^II-iiliBrxoonia. Ma la strofe e la mu- 
\h hu ^^:f)iT± It^ -^=^-c3iano ed io preferisco ripetermi 



^'^\]t<^ Il_^^ <Jue terzine senza il comento 
S p:m:^^^ ^^f'fex^isco ricordarle per me stesso 



340 Capitolo settimo 



quando le campane del vespro dondolano nel- 
r aria e Tanima inclina a fantasticare. Anche 
il canta della sera di Schuraann è, per sé solo, 
più attraente perchè non suggerisce dei pen- 
sieri, ma culla i tuoi pensieri, ti lascia libe- 
ramente portare le tue idee nella musica, per- 
cui remozione risulta spontanea e, sopratutto, 
individuale. 

I due ultimi versi sono davvero mirabili 
per Tonomatopeia che rendono con evidenza 
chiarissima e perchè la squilla di lontano che 
suona a compieta e pare il giorno pianger che 
si muore, traduce un sentimento che è di tutti 
gli uomini nell'ora vespertina, singolarmente 
di quelli che son lungi di casa loro: un pen- 
siero di sospirosa malinconia, ricordo ata- 
vico di quel timore che angustiava gli anti- 
chissimi Aria al sopraggiungere della notte 
insidiosa. 

Dante non descrive il tramonto naturale, 
ma lo ricorda col suono della squilla che 
piange lontana il morir del giorno e la ma- 
linconia dell'ora addensa in quel disio che ri- 
dice il fremito della commozione umana su- 
scitata da quel ronzo di bronzo. 

Se tu sei, lettore, un'anima capace di ac- 
cogliere e godere le squisite emozioni musi- 
cali, provati di ripetere le due terzine dan- 
tesche, eppoi, da un esperto pianista, fatti 



Il poeta musicista - (Continuazione) 341 



suonare la «&ra nella montagna » di 6rieg(^) 
oppure €U Angelus > di Paolo Chimeri C-^) e pro- 
verai veramente quell'indefinibile commozione 
lagrimosa che il tramonto suscita neiranime 
gentili. 

I versi di Dante sono cosi profondamente 
sentiti e riflettono con si piena intensità i 
mesti pensieri serotini che ritornano spon- 
tanei alle labbra ogni volta che il sonno del 
sole ci ravviluppa nei vagabondi pensieri. — 
Io non ricordo nessun altro squarcio poetico 
sul tramonto che possa competere colle due 
terzine dantesche, se non forse la chiusa del- 
l'ode carducciana alla chiesa di Polenta (^). 



^^1 poema dantesco, pur tacendo le nume- 

OBe onomatopeie, che sono la forma più co- 

^ne dello spunto musicale, frequentissime 



V ) Nello squarcio senza parole di Grieg udrai una voce 
* che canta, una nenia simile a un richiamo. È un sa- 
*^ risole elle tramonta? È un invito alla sua rinascita? 
Qno e i 'altro insieme. 

v) Be]U8aÌTÈa.Oy singolarmente P introduzione che rende le 
^^ dello cf^m pane ondanti. 
f)y^i il capitolo IIP, pag. 133. 



\ 



342 Capitolo settimo 

sono le frasi melodiche vivificanti. Eicordate, 
nel tredicesimo canto del Purgatorio gli esempi 
di carità e di amore che ammoniscono gli invi- 
diosi? Son voci che risuonano per l'aria, voci 
angeliche che trascorrono osannando. U primo 
esempio di carità che s'ode cantare è quello 
di Maria alle nozze di Cana, la quale, solle- 
cita del bene altrui, si rivolge a Cristo con 
le parole: Non hanno vino! E Cristo allora fece 
il primo miracolo. Questa la leggenda che 
Dante pone in musica cosi: 

La prima voce che passò volando 

« Finum non hahent » altameute disse, 
E retro a noi l'andò reiterando. 

E una terza terzina magnifica, di un effetto 
melodico stupendo nella quale ogni parola 
canta da sé, significando un suono che tra- 
scorre rapido per Tarla e s'affievolisce gra- 
dualmente; sicché, quando' tu leggi l'ultimo 
verso : « E retro a noi Vandò 7^eiterando » risenti 
proprio Faerea voce che s'allontana, ripetendo 
ancora come un'eco langv^ida e morente: «R- 
num non habent.., vinmn non habent.,,, » 

Questa non é più poesia ma é musica ad- 
dirittura, é l'estremo effetto musicale ottenuto 
da un poeta senza varcare i limiti della pro- 
pria arte. 

Leggendo questi tre versi cosi melodici e 



Il poeta musicista - (Continuazione) 343 

cosi belli proprio io son per credere che Dante 
Alighieri, come imparò il disegno, conobbe 
altresì la musica e forse la apprese da quel 
soavissimo Casella suo, che diede il suono al 
madrigale di Lemmo da Pistoja e racconsola 
le anime dell' antipurgatorio. Io tengo per 
vere le parole del Boccaccio nella vita del 
poeta, là dove scrive: « sommamente si dilettò 
in suoni e canti nella sua giovinezza e, a cia- 
scun che a quei tempi era ottimo cantatore e 
sonatore, fu amico ed ebbe sua usanza » . Come 
si può non ammettere questo, se il Paradiso, 
nel suo complesso, ci appare come una mae- 
stosa sinfonia poetica? Ogni canto della terza 
cantica ha la sua gemma, sia essa una melodia 
connaturata al verso stesso; sia invece il ri- 
cordo di canti e suoni che scendon dall'alte 
sfere e riempion di giubilo l'anime elette. E 
il danzar dei beati, il fulgore delle luci che 
s'accompagnano alle melodiche terzine e al 
concento delle chiostre osannanti, conferiscono 
al Paradiso dantesco una grandiosità sinfo - 
niale che ti rammenta le più belle pagine 
di Beethoven. 

Ricordo, fra le mie intense commozioni in- 
tellettuali, l'audizione di un concerto solenne. 
— Avevo assistito, con l'anima negli orec- 
chi, ad una mirabile esecuzione della nona 
sinfonia di Beethoven, che mi era ormai fa- 



344 Capitolo settimo 



migliare per averla già udita parecchie volte 
alcuni anni prima. Quella sera, rimasto quasi 
digiuno per meglio godermi la musica, ero 
simile a un'intonatissima arpa vibrante percui 
ogni melodia suscitava in me delle visioni. 
Durante l'adagio, che svolge la più bella frase 
melodica creata da un uomo di genio, certi 
versi di Dante s'accompagnarono spontanea- 
mente all'onda dei suoni, come il battito del 
cuore s'accompagna all'emozione. E dopo il 
concerto, mentre era ancor vivo il fremito mu- 
sicale, ho riudito mentalmente l'adagio, ri- 
leggendo per intero il trentesimo canto del 
Paradiso. Per tale vicenda, vale a dire per un 
semplicissimo fenomeno di consonanza ner- 
vosa, io ho compreso in una emozione unica 
l'adagio beethoviano e il canto dantesco. Ben 
so che questo è un fatto soggettivo e s'io 
dovessi ricercarne la genesi direi che cosi 
doveva accadere perchè, di quei mesi appunto, 
io stavo rivedendo con lo Scartazzini la nuova 
edizione del suo comento dantesco; ma so al- 
tresì che tutte le anime ferventi e sensibili, 
durante l'esecuzione di uno squarcio musicale, 
son portate a ricordare i versi di qualche poeta. 
E se ti provi, lettore, a studiar per te stesso 
questo fenomeno, che certamente ti sarà noto 
per esperienza fatta, raffrontando il carattere 
della melodia con quello della poesia che Tau- 



Il poeta niìmcista - (Continuazione) 345 

dizione della musica ti ha ricordato, ricono- 
scerai subito che nelle strofe si ritrovano 
degli elementi musicali che fanno riscontro 
all'indole della melodia che te le ha suggerite, 
riconoscerai per esempio che le poesie di 
Leopardi e le sonate di Chopin sono spiritual- 
mente consanguinee e se ti è famigliare l'opera 
del recanatese, durante un'esecuzione dei Pre- 
ludi o dei Notturni, riescirai, non per forza di 
volontà, ma per naturale impulso interiore, a 
seguire il suono ripensando ai versi. E questo , 
fatto dimostra che anche nella poesia leopar- 
diana gli elementi musicali abbondano. 

E poiché ho citato il Leopardi debbo dire 
che, fra i poeti italiani. Dante compreso, è il 
solo che manifesta nell'opera sua, fuse in un 
equilibrio quasi perfetto, le tre virtù tecniche 
essenziali: la virtù pittorica, la musicale e 
la scultorea. Se si volesse sottilizzare e com- 
piere uno studio dettagliato sul genio leopar- 
diano, noi vedremmo che egli è singolarmente 
un poeta pittore, ma questa sua virtù innata 
soverchia di poco la virtù musicale e la scul- 
torea percui si pu6 asserire senza esitazione 
che Giacomo Leopardi, riguardo alla tecnica 
della poesia, non è il genio più vasto, ma il più 
equilibrato che vanti la nostra letteratura, più 
equilibrato dello stesso Dante che pur lo so- 
verchia di tanto nella forza e nell' immedia- 



346 Capitolo settimo ^_^ 

tezza della rappresentazione. La potenza s^" 
torea di Dante è una virtù magnifica, una forza 
sovrana ed esuberante che compie dei proQig^; 
ma fra questa dote innata e la virtù pittorica 
e musicale lo squilibrio è notevole e pal^^^; 
Dante e Carducci prevalgono come P^^^^ 
scultori, Ariosto e Petrarca come poeti pittori, 
Monti e Metastasio come poeti musicisti. In 
Giacomo Leopardi invece le tre virtù tecniche 
sono tre forze equivalenti perchè ritrovi nelle 

. sue poesie la dote pittorica, la scultorea e la 
musicale affratellate in una proporzione con- 
corde. Ed è appunto per Tequilibrio delle tre 
virtù che Giacomo Leopardi raggiunse nel 
verseggiare quella perizia tecnica che sente 
e fa sentire le idee da ciascun vocabolo sfgfli- 
flcate, che rasenta la perfettibilità nelle « ^^" 
cordanze » e la raggiunge nella canzone « A 
Silvia » . 

Nella tecnica della poesia il Leopardi dun- 
que, pur non potendo competere con Dante 
che lo stravince in grandezza e vastità di 
genio, è il più equilibrato dei nostri poeti, 
precisamente come, nel campo cibila musica 
da camera. Federico Chopin è più. equilibrato 
di Beethoven e di Schumann. L^^getelacaii- 
zone «A Sìlvia» di Leopardi, jFa,te\i suonare 

i'improvviso in fa diesis magg^io^eàiClaopta 
e, si nel campo della poesia ec>:ic»ein 



il poeta musicista - (Continuazione) 347 



totmi ^^i<^a da camera, riconoscerete i pro- 
l'^QuV^^^ dico della potenza geniale, ma del- 
l'^n^t perfetto fra il genio che crea e 

<^u ^^^ ^^ asseconda con tutti i suoi mezzi 
^^ente concordi. Riconoscerete cioè che 
J^ Parole di Leopardi e le note di Chopin sodo 
j^^ ^ e lucide, composte e ordinate, fedeli e 
^(? tenti significazioni dei pensieri e degli affetti, 
(^jgni vocabolo nella poesia di Leopardi, come 
og'ai accordo nella musica di Chopin, danno 
sempre un giusto risalto all'idea la quale si 
rischiara di mano in mano che la lettura e 
l'audizione procedono; essi sono dunque tec- 
nicamente equilibrati perchè davanti alla loro 
opera non siamo costretti a forzar la mente 
per sbrogliare il concetto che ci si dispiega 
da sé, fermo, sicuro e preciso. 

In tutta l'opera di Dante invece gli elementi 
scultorei predominano e soverchiano ed è in 
Dante tanta potenza di genio che lo inclina 
a ra^fforzaive ed ingrandire Temozione e la vi- 
sione qaicidi, se v'ha altezza d'ingegno insupe- 
xata, non c'è però quell'equilibrio tecnico che 
la forza la grazia e la nobiltà rimpasta in- 
sieme. Cosi radicata è in Dante la turgidità 
scolosB della, rappresentazione ch'egli, an- 
quando é poeta pittore o poeta musicista, 
me te ^^^ virtù con la pienezza di tutte 
1 forze scattz^axido talvolta con impeto ga- 



348 Capitolo settimo 



gliardo anche quando T impetuosità è super- 
flua. Simile in questo a un atleta che si av- 
venta sempre con la piena vigoria dei suoi 
muscoli qualunque sia la fatica richiesta. Ne 
risulta che i canti migliori del poema hanno 
ciascuno una fisionomia spiccata; scultorei 
sono ad esempio il canto di Farinata e quello 
di Ugolino; pittorici quelli di Buonconte di 
Montefeltro e di Francesca da Rimini, musi- 
cale il trentesimo del Paradiso. Dove insomma 
le caratteristica si manifesta essa risalta sem- 
pre sovrana. 

Il motivo dunque per cui un canto di Dante 
suscita in noi un' impressione ben definita e 
profonda risiede nella singolarità della sua 
tecnica che sdegna Tequilibrio e propende 
invece ad ottenere Telfetto per forza di con- 
trasto. 

E i grandi poeti di genio, che sono i ves- 
silliferi d'una letteratura: come Goethe, Sha- 
kespeare e Victor Hugo, son tutti esuberanti, 
riescono cioè, ove l'argomento lo chiegga, a 
scolpire a dipingere e a musicare con grande 
intensità di espressione; raramente invece 
sanno riunire in armonioso equilibrio i tre 
elementi; c'è sempre una caratteristica che 
prevale sovrana e spiccatissima. 

Il Leopardi invece non si può classare né 
fra gli scultori, né fra i pittori, né fra i mu- 



1 . ..^^^^ Il poeta mu8icisla - (Continuazione) 349 

^ va' • 

, j ^Gisti perchè rivela Tequilibrio delle tre virtù. 

Ij: ^ .^^^ è ch'egli è sempre eguale a sé stesso e, pur 

lU' ,^^^^oscendo fra le sue poesie il bello e il 

sr^ f^^ssimo, nel suo complesso, l'opera leopar- 

^ ■' ^^na, risulta armonica mentre i poeti sovrani, 

^: Per deficienza di equilibrio, hanno squarci 

^- fi ^^^^fi^i ^ scadenti, rivelano insomma quella 
. ^^^uazione fra il sublime e il mediocre che 

J j ** conseguenza diretta e immediata della 

' ^ tecnica abituale. 



^Jj^ elementi musicali, abilmente introdotti 

^^f f^o^sisL, sono efficacissimi sussidi di belli 

i 0/ ^ ^ <3ome la poesia scultorea e pittorica 

Q ^^^TJiO in noi visioni di forme e di colori, 

K ^^^.%i^^ xr:iusicale è quella che le forme e i 

V ^^^^ jr^^v^^v^iva, perchè la virtù del suono in- 

.^^^v il isi unificato della parola. Quando il 

^U^ > fi:i. mjuaa descrizione di paesaggio, intro- 

^ ^.A U i3<i><^flo del vento, il canto degli uccelli 

^^N ^^o^»^<=> delle campane, la veduta non è 

)^^nto x:m.^arm^ quadro mirabile copiato dal vero 



l[^o ^ ^^ "v^^^ro stesso che canta in voce di 



f^. ^^' ^^^^ elementi musicali insomma ri- 

^onel ^%^^rso la vita, infondono nel quadro 

^Uaat^^-fcuiQ, il palpito e il respiro. E se tu 



350 Capitolo settimo 



vuoi, lettore, un esempio persuasivo, fra i 
molti che ti potrei citare, rileggi il XXVIII 
canto del Purgatorio. 

La divina foresta, spessa e viva, che mi- 
tigava la salita del sole, si presenta agli oc- 
chi sitibondi del poeta. Ed egli, prendendo la 
campagna lento lento, s'inoltrava allegrato 
su per il suolo fragrante 

Vago di cercar dentro e d' intorno 
La divina foresta spessa e viva^ 
Che agli occhi temperava il nuovo giorno, 

Senza piti aspettar, lasciai la riva, 
Prendendo la campagna lento lento 
Su per lo suol che d*ogni parte oliva. 

La divina foresta ci sta dunque d'innanzi, 
spessa e viva; dice il poeta, e noi la imagi- 
niamo, spessa si, vale a dire folta, ma viva 
non ancora: essa è pennelleggiata sobriamente, 
ma è là, rigida e muta, coi suoi mille alberi, 
coi suoi innumerevoli steli fioriti. D'un tratto 
l'elemento musicale è introdotto dal poeta nel 
verso: il fremito del vento insorge e si e- 
spande investendo con dolce murmurc le fron- 
de immobili percui l'immensa arpa vegetale, 
dalle mille fibre canore, vibra come se fosse 
tocca dalla mano di un musico possente. Ed 
ecco che il lettore non ha più davanti a sé il 
quadro soltanto, ma la visione di una vera 



Il poeta musicista - (Continuazione) 351 

foresta: la nota vitale che prima mancava 
adesso c'è, poiché all'elemento pittorico s'è 
aggiunto l'elemento musicale. 

Un'aura dolce, senza mutamento 

Ayere in sé, mi feria per la fronte 

Non più di colpo che soave vento; 
Per cui le fronde, tremolando pronte. 

Tutte quante piegavano alla parte 

U' la prim' ombra gitta il santo monte. 

E non è tutto perchè al soffio del vento 
s' aggiunge ora il pispiglio degli uccelli tra 
le frondi saltellanti e questo nuovo motivo 
musicale afforza la verità del paesaggio. Anzi, 
c'è di più, il poeta si vale di questo elemento 
melodico che, per l'indole delle sue voci, si 
svolge nella tonalità degli acuti, per istrumen- 
tare il verso, sicché il rombo del vento è 
bordone al coro pennuto. Noi abbiamo dunque, 
combinati insieme, la melodia e l'accompagna- 
mento, vale a dire il trillo delle note acute 
sorretto dalla nenia dei gravi accordi/ Le 
fronde, dunque, non si scostavano dalla loro 
positura 

Tanto, che gli augelletti per le cime 

Lasciasser d'operare ogni lor arte: 

Ma con letizia piena Póre prime. 
Cantando, ricevieno intra le foglie, 

Che tenevan bordone alle sue rime. 



352 



Capitalo nHtiwo 



Ed ecco piEi anrhir nii tolse ud rìi 
Che ìuyfT sinistrai con sqb jiìcl^ì 
PiegaYA l'erba eliu in sua riva 

Hai tu mai udito, lettore, 
E:?qtiarcJo sinfonico che ingem 
del Siegfried di Riccardo Wagi 
col titolo * Idillio della foresti 
musicale del lipsiese non fa 
Ili versi danteschi? Con le vo 
dei legni e degli archi^ coi pi 
ilei polifonici: il fremito del 
degli uccelli, il fruscio delli 
espressi con si piena verità n 
dici ascoltando la musica: ci 
come avrai dianzi esclamato^ le 
che bella musica! 

I due uomini di genio dunqi 
limiti delta propria arte, sonc 
stare in noi la visione pittori 
di una foresta, coi versi Viiy\ 
l'altro, E siccome sì il poeta < 
ricordano una foresta soprann 
quella di Dante si espande ^ 
Purgatorio e ^j nella di Wagne 
mitologico^ il riscontro fra le d 
Cora pii'i intenso ed evidente, 

8e dunque un giorno j lettore 
portunità di riudire il terz'att 



Il poeta musioieta - (Contimuiziont) 353 

rileggiti e recati a mente le prime sedici ter- 
zine sul paradiso terrestre. E durante il placido 
sonno dell'eroe addormentato sotto gli alberi, 
quando le voci della foresta principiano a 
cantare nell'orchestra, quei versi ricorda e 
ripeti se vuoi spiritualmente convivere con 
due geni sovrani, nel tempo in cui furono 
entrambi commossi dagli stessi sentimenti che 
l'uno tradusse in versi e l'altro in armonie. 

Nel campo della poesia la musicalità della 
strofe è dunque un elemento vivificatore, quello 
insomma che alle forme e ai colori di una 
veduta conferisce il palpito e il respiro. 

Ascoltando una frase musicale la nostra 
maglia nervosa vibra all'unisono con quella e 
il godimento cresce e si rafforza quando un 
nuovo motivo accelera o rallenta le vibra- 
zioni mutandone la lunghezza e l'intensità. 
Provati, ascoltando della musica, di notare 
il momento in cui l' emozione è più sentita 
eppoi paragona l'attimo emotivo con la frase 
melodica che l'ha suscitato : riconoscerai su- 
bito che il tuo piacere è cresciuto allorquando 
ci fu un mutamento di tonò. Talvolta poi 
l'emozione che suscita una bella musica è 
cosi intensa che il fremito interno si espande 
e percorre tutta la maglia nervosa con si 
estesa e concorde vibrazione che invade il 
tessuto cutaneo per cui ci si sente accap- 

A. Padovan. 23 



354 



Capiiolo setiimo 






pollare la pelle; ebbene, nota e 
nota altresì la frase musicale 
risponde e vedrai ancora che, 
mento, la melodia è passata da 
ad un'altra con grande efficacia 

Leggendo Topera di un poeta 
fenomeno si riproduce^ meno 
perchè la poesia non può Cora] 
musica, ma con gli stessi procec 
leggi un canto del Tasso, dopo 
sentirai addentro il ritmo eadeiis 
e, fin qui, hai una nenia sempre 
stessa che rappresenta lo sche 
dell'endecasillabo. Ma se il poe 
sulla trama del ritmo, innesta ui 
vo che muta in noi le vibraxio 
egli conferisce al verso quel fa^ 
bile che suscita l'emozione musi 

Un esempio: ricordate, nel X^ 
Paradiso dantesco le parole di 
poeta è intento con gli occhi 
donna che, di sfera in sfera saL 
di nuove bellezze. Ed ella, per e 
quella contemplazione, soavemt 

Perchè U% faocìa mia fl\ t' mnatno 
Cb© ta non ti rivolgi al boi ^ 
Che sotto \ Ttì:ggi di Citato a' ■ 



Chi HO 11 sente V efficacia mn 




Jl poeta musicista - (Continuazione) 355 

st'ultimo verso che, col mutar dell' accento, 
raiforza rarmonia deirendecasillabo? 

Come vedi, lettore, anche qui, l'elemento 
musicale è elemento di vita che allegra la 
visione e le conferisce un aspetto di insolita 
vivacità. Esso è insomma il riempitivo neces- 
sario, anzi indispensabile, al poeta che voglia 
ravvivare le forme e i colori, vale a dire la 
figura o il quadro da lui poetati. E senza ch'io 
mi dilunghi in citazioni, ripensa per te stesso 
agli squarci poetici che prediligi, a quelli che 
suscitarono in te le emozioni più intense e 
considerali ora tecnicamente. 

Tu vedrai che l'immediatezza dell'espres- 
sione e la verità della vita sfolgorano nel verso 
quando l'elemento musicale s'accompagna o 
si incorpora agli elementi scultorei e pittorici. 
Nella poesia insomma la musica è simile al 
sofl&o che ridesta la fiamma, simile all'alito 
infuso nel neonato asfittico. 

Ma quando il poeta adopera i soli elementi 
musicali per render melodiosa la strofe come 
ha fatto il Metastasio, allora essi nuocciono 
invece di giovare perchè non ravvivano dei 
versi scultorei o pittorici, ma risuonano con 
delle parole vuote di senso, spesso inutili o 
superflue, che accarezzano gli orecchi senza 
incarnare l'idea. 

Infatti, per cogliere e studiare alcuni squarci 



356 Capitolo settimo 



di vera e grande poesia musicale, noi dob- 
biamo sfogliare le opere dei grandi e trasce- 
gliere ora la terzina, ora l'ottava, poiché le 
poesie tutte musicali non si levano dalla me- 
diocrità. 

Bisogna ancora notare un fatto singolaris- 
simo, questo: nel campo della poesia scultorea, 
da Dante a Carducci, in quello della poesia 
pittorica, dal Petrarca al Pascoli, noi abbiamo 
veduto che si son fatti dei notevoli progressi 
tecnici, abbiamo constatato che il poeta con- 
temporaneo è riescito ad esprimere scultoria- 
mente e pittoricamente certi sottili dettagli, 
certi fremiti singolari, che furono inavvertiti 
dai loro predecessori, siano pur essi un genio 
sovrano come Dante o un ingegno poderoso 
come il Petrarca. 

Nelle figurazioni scultoree carducciane, vale 
a dire di un poeta attuale, abbiamo notato 
la perfetta corrispondenza con l'arte scultorea 
moderna che nei suoi atteggiamenti plastici 
riusci a fermare nel marmo e nel bronzo 
tutti i fremiti dell'irrequietezza odierna per cui 
la statua sarà forse men bella, ma più vera 
si certamente. 

Nei quadretti pascoliani abbiamo egualmente 
segnalato, nell'esattezza dei particolari, nella 
tecnica distribuitiva dei colori, negli effetti 
prospettici e persino negli sbattimenti d'ombra, 



Il poeta musicista - (Continuazione) 357 

rimmenso progresso che la poesia pittorica 
ha fatto dal Petrarca in pòi. 

Nel campo della poesia musicale invece il 
poeta è rimasto addietro perchè i migliori 
squarci melodici noi dobbiamo ancora cercarli, 
per quanto riguarda il nostro idioma, nel poe- 
ma di Dante, vale a dire in un libro scritto sei 
secoli or sono. Nel campo della vera musica 
invece, dalle canzoni dei Battuti e dalle laudi 
medioevali, da noi decifrate e trascritte di 
sui codici della biblioteca Magliabecchiana, 
slam giunti via via fino alle quattro sinfonie 
di Brahms e alle audacie istrumentali di Ric- 
cardo Strauss. 

Durante questi sei secoli, nel tempo cioè 
in cui si svolgeva in grandiosa linea ascen- 
dente l'evoluzione musicale, il poeta non ha 
saputo profittare e la melodia e l'armonia 
del verso varcarono di poco gli estremi limiti 
raggiunti da Dante. Questo fatto significa forse 
che le leggi della poesia, vale a dire i cànoni 
del ritmo e del metro sono inviolabili? Potrà 
il poeta musicista nato arrivare un giorno al- 
l' istrumentazione del verso? 

Alternando metri, mutando ritmi, introdu- 
cendo assonanze e onomatopeie, rime baciate 
e alternate, la musicalità del verso risulterà 
polifonica, noi avremo insomma l'orchestra- 
zione delle idee e la parola — che è il re- 



358 



CapUolo mtimù 



spiro dell' intelligenza — si pr 
malleabile, obbediente, a ere 
poetica. 

Tutto questo per virtù della ] 
essere forma colore o suono, < 
ritrarre ogni sfumatura di pe 
bocca del poeta, soverchia n 
il quadro dipinto e la musica e 
le tre arti collega e fonde ìns 
flessibile come una lama^ mor 
volo come una mano, nitida e 
crìstallOj vaporosa e fuggevole 
sorda come la pietra, sonora C' 
rotta e fiera, larga e piena, sot 
viva e sostanziale, tutto s'adu; 
per lei è fattibile. Essa può scoi 
e musicare, spremendo nelle f< 
e nei suoni l'essenza del pens 

Noi abbiamo infatti veduto ^ 
acquista la parola quando un 
la signoreggia e, ad ogni scatto 
ad ogni impulso del cuore, la y; 
proprietà entro una stanza se 
Qual è allora il marmo, il qua( 
che può rimbeccarla a fronte 
iiìma stessa del poeta di gen: 
trasfusa nel verso? Se egli co: 
pria voce a tutte le cose com 
foresta ? 



\ 



Il poeta musicista - (Continuazione) 359 

Ti sei mai trovato, lettore, nei folto di una 
pineta quando Testate è colma? Vedresti un 
immenso colonnato arboreo coi suoi verdi ca- 
pitelli al sommo, simile a un vecchio tempio 
scamozzato e coperto di borraccina. Non uno 
strepito, non uno scalpiccio, fuorché il tuo, 
sul terreno arsiccio. Pure tu sai che in quel- 
Timmobiltà apparente sbocciano i germi della 
vita e ne scorgi le traccie nella resina che 
trasuda di tra le scaglie, negli aguglióli tè- 
neri, nell'acre umidore che impregna l'aria. 
Ma se un soflQo di vento trascorre per quella 
foltezza, lo smisurato organo vegetale risuona 
sotto invisibili dita. E in quel rombo allora 
tutte le cose, dalla scaglia che si sfalda agli 
aguglióli che vibrano, dal tronco che freme 
allo strobilo che cade, rendono la loro nota. 
Ebbene, il poeta rassomiglia al vento; Eolo 
giovinetto che dà voce a tutte le cose e non 
soltanto alle chiome arboree d'una pineta, ma 
alle fitte chiome nervose della sua stessa carne, 
ai soli e alle anime, al cielo e alla terra; ri- 
conduce insomma ciò che v'ha di divino in 
lui a quello che v'ha di divino nell'universo. 

Nessuna meraviglia dunque se, in un tempo 
forse non lontano, un uomo di genio, novatore 
e ribelle, riescirà a comporre una poesia sin- 
fonica, pastorale od eroica, che — nei limiti 
dell'arte del dire — sia una vera innovazione 



dee 



Capitolo setHmQ 



geniale, una nuova forma d'art ( 
soltanto traveduta attraverso i 
moderaissìmi poeti contemporan 
futuri allora^ dai confronti sapie 
Tissiraa poesia egli squarci sìnfo 
potranno segnalare e dimostrare, 
evidenza, la consanguineità dell 

A tanto arriveremo purché 1' 
genio sovrano. In questo caso 
di certe leggi di ritmica e di 
oggi farebbe sbraitare tutti i ( 
d rati ci j porterebbe ad effetti nu 
scinti perchè è il genio che in 
se distrugge riedifica e riedific 
mente, corrispondendo la sua ci 
interno fremito nervoso che r? 
suo ioj la sua eiìtità, vale a dir 
genio. 

Kella grande famiglia umana i 
dìgio di fisiologia nervosa che p 
compierò un miracolo d'arte coi 
E la novità intuita dal genio, quai 
ima nuova forma di bellezza^ div^e 
posteri, a dispetto dei pedanti e d 
che vedonoj in ogni assalto ai lor 
tistiei, una violazione ìmm edica 

Ne! campo della poesia ìtaliar 
nomeno è un fatto recente anche p 
se tu pensi allo odi barbare di 



il* 




Il poeta musicista - (Continuazione) 361 

ducei e alle aspre polemiche che hanno su- 
scitato allorché, in pieno sdilinquimento ro- 
mantico, rinnovarono l'antico sotto nuove 
forme. (^) 

L'istrumentazione del verso, dunque, che 
già occhieggiava nelle assonanze leopardiane, 
che vagamente s'annunzia nelle Laudi del 
D'Annunzio, ma senza efiflcacia ancora, sarà 
un giorno un fatto compiuto; quando cioè un 
vero poeta sovrano sortirà quella spiccata virtù 
musicale che fu la caratteristica precipua 
di Pietro Metastasio. Ma il Metastasio era un 
ingegno e, per sollevare la poesia musicale 
alle altezze polifoniche, ci vuole un genio mo- 
derno della tempra di Dante, dell'Ariosto o 
del Leopardi. 



Se qualcuno ora mi chiedesse come do- 
vrebbe essere il poeta ideale, dopo queste 



(^) Vuoi tu dare un tuffo in un passato recente che ti 
sembrerà remoto? Leggi il discorso di Giuseppe Chiarini 
« / critici italiani e le prime odi barbare » (Giosuè Car- 
ducci, impressioni e ricordi di G. Chiarini, Bologna, Zani- 
chelli 1901) e se ti basta l'animo di raffirontare il vitu- 
perio d' allora colla lode attuale, esclamerai stupefatto : 
Possibile? Purtroppo, sì. Così fu. 



362 



Capitolo settimo 



nostre investigaMoni, noi dovi 
dere che un poeta di genio p 
gere come un novatore e un n 
sortisse di natura la virtù acuì 
e musicale. Ma non fuse iusie 
tetto equilibrio, bensì proporz: 
stribuite. 

Virtù scultorea anzitutto, e pi 
possente, perchè con essa si e 
forma, si ottiene immediatezza 
tazione. 

Virtù pittorica dopo, con la 
abbeliisce i suoi concetti ; rem 
sibili le creature e le cose ster 
i loro colori naturali. 

Virtù musicale infine per ii 
pittare e nelle scolture la vita 
completando il vero. 

Supponendo dunque che il fu 
vesse con l'arte sua riplasma 
umana; con la virtù scultorea la 
e di polpe, con la pittorica la ni 
e di umorij con la musicale le 
pito e il respiro. 

Queste tre virtù possedette De 
evo e manifestò nell'opera sua 
evidenza rappi^eaentativa che 
rappresenta la più vasta e ma 
zione del tempo. 



■0 



Il poeta musivUla - (Continuazione) 



36^ 



Ci vuol ora un poeta italiano che quelle 
tre virtù reincarni in una Divina Commedia 
dell'epoca attuale, in un' opera vibrante di 
modernità scultorea, pittorica e musicale che 
sia degna dell'alto confronto, che tramandi 
ai posteri un nome grande sovra ogni grande^ 
come la gloria di Eoma nel secondo secolo 
dell'impero. 

Quest'uomo verrà? — Speriamo. — 



/ 



CONCLUSIONE 



CONCLUSIONE 



Dopo una lunga e fortunosa navigazione, 
quando il marino rientra in porto, ammaina 
e imbroglia le vele, poi cala l'ancora e in- 
terra le marre. Noi pure, dopo essere andati 
alla scoperta pel vasto mare della genialità, 
dobbiamo ora rimetterci in assetto, in poco 
raccogliendo il meglio e toccandone i capi. 

Abbiamo anzitutto assodato che il poeta è 
un animatore fecondo, un uomo la cui fan- 
tasia soverchia ogni altra facoltà: artefice 
scultore, pittore e musicista che adopera come 
materia plastica, cromatica e canora V ele- 
mento più malleabile, più variopinto e più 
armonioso che si possa immaginare: la parola. 

Nell'esprimere i sentimenti che lo esagitano 
egli è, or si or no, uno scultore, un pittore 
un musicista che queste arti non coltivò 
perchè la sua trapotente fantasia lo fece poeta, 
vale a dire uno scrittore inchinevole a creare 



369 



Couvlttitione 



II' 



1 



dei quadri^ delle statue e delle 
magistero del verso. 

In Dante e in Carducci abbia 
due poeti-scoltori di genio^ nel ] 
Pascoli due poeti-pittori d'inge^ 
stasi infine un poeta-musicista s 

I geni soTranlj i creatori d'e 
strando la prevalenza di una d 
emergono anche nelle altre e 
pittori e musicisti con tanto p 
di slancio quanto più Tasta e so 
è la genialità innata. Ecco le 
indiscussa supremazia di quei 
diciamo altissimi e sublimi. 

Avendo sortito dalla natura la i 
pittorica e musicale, ebbero la 
dominio e la costrinsero a rive 
spetti dcll'idoalLtà umana, ad espri 
e sentimenti sì nel loro significa 
come nelle emanazioni dello più 
ture. Mirabili strumenti sensitivi, 
e permeabili ad ogni impression 
le doti della razza e gli aspet 
che li ha genorati. È una spec: 
jsmo psichico che conferisce all'o] 
sovrano quei contrassegni sìng' 
personaao Tindole di un popolo 
uosce la lui il prototipo glorio 
canoro della patria. 



#1 




Coìiclasione 369 



Dante e Shakespeare, Goethe e Victor Hugo^ 
Puskin e Mickiewicz, per nominarne alcuni, 
sono incontaminabili e altrettanto rappresen- 
tativi come la lingua parlata, la bandiera della 
nazione, la città capitale, o la dinastia im- 
perante. 



Abbiamo, nel corso delle indagini, dimo- 
strato che il genio è originalità schietta e 
pura, novità forte e sana; abbiamo indicata 
quali sono le caratteristiche della poesia ge- 
niale, {}) mostrando altresì la differenza fra 
il poeta di genio e quello d'ingegno per se- 
gnare i confini e stabilire i metodi delle ri- 
cerche future. 

Tutto questo, non per scemare la fama degli 
scrittori, ma per stringere sempre più dav- 
vicino i veri geni affinchè le nostre ricerche 
riescano fruttuose e possano un giorno gui- 
darci a scoprire l'essenza del genio, a com- 
pilarne la storia naturale che, dopotutto, è la 
storia del pensiero umano dal primo guizzo 
perspicace per cui l'uomo da una confrica- 



C) Capitolo V, pag. 262 e seguenti. 
A. Padovan. 24 



$70 Cottelttidmtt^ 

' zione trasse la favilla ed ebbe h 
scoperta delle oscillazioni elett 
pensiero diffuse per Tétere smii 
semovente. 



Metto dunque la parola fine j 
con una aspettazione fiduciosE 
perchè mi lusingo ch'esso rend< 
tramuta lo scritto in stampato i 
il ^'enio a un poeta o lo indù: 
giustificare la parola gloriosa p 
ferirla. 

3Ii riprometto altresì ^se pur qu 
un'orgogliosa speranza) che d'oi 
meggiando la vita e le opere di i 
lunque, sia esso un genio o un 
talento un astuto^ si dovrà p 
la caratteristica innata, vale a 
scultorea, pittorica o musicale. 

Se questo fatto accadrà la mi 
tica avrà ottenuto un premio, i 
periore ai lunghi studi e al g] 
ma al merito intrinseco dell' op^ 
mente. 




Conclusione 371 



Ed ora che abbiamo ormeggiato la navicella 
avventurosa concediamoci, lettore, un po' di 
riposo: pensiamo a nuove provviste di vet- 
tovaglia per ritentare, fra non molto, una 
nuova e forse più ardita esplorazione pel vasto 
mare della genialità. 



INDICE -SOMMARIO 



Prefazione 'pcLg, Vii 



Capitolo Primo — Sguardo generale pag. 1 

La nascita della poesia — Un tuffo in un passato 
remoto — Il ^ Big -Veda t> — La poesia attraverso i 
secoli — Che cos' è un poeta — Come egli possa 
invadere il campo delle arti e delle scienze — Le 
caratteristiche congenite. 

Capitolo Secondo — Il poeta scultore (Dante 
Alighieri) 'pag. 33 

Perchè Dante è un poeta scultore — l vocaboli sin- 
tetici, la struttura del poema, statue e bassorilievi — 
L' indole michelangiolesca — Dante e Michelangelo 

— Le perifrasi — L' originalità del poeta scultore — 
Il quadro e la statua — La « Madonna della Seggiola » 
e la « Venere di Milo » — Universalità del genio dan- 
tesco — L' episodio di Traiano — l bassorilievi di 
Ugolino — La suggestiva ambiguità di un verso — 
La sincerità, dote precipua del genio — I naufragi^ 

— Ragioni intrinseche del fascino poetico — Parole 
che scolpiscono una statua — Una figura berninesca 

— Disegnatori discordi — L'officina di un poeta scul- 
tore — Saggi plastici — Come crea il poeta di genio. 



374 



Jiidice-Sovìmario 



Capitolo Terzo 
Carducci) . . 



Il poeta scultore (Giosuè 
2mg. 93 






Il poeta scultore contemporaneo — Dai « Juvenilia » 
alle « Odi Barbare » — Il Lucifero dantesco e il Satana 
carducciano — Scultori antichi e moderni — Le Veneri 

— Mosse gladiatorie — Statue e altorilievi — L'erma 
dedicata ad Omero — Un rilievo plastigrafico — 
Figurazioni barocche — Come si dipinge il poeta scul- 
tore — Constable, Carducci e Apelle — Giosuè Car- 
ducci come pittore e come musicista — L' ofiScina 
del poeta — Lo scultore della forza e del moto — 
Figure erte e dritte — Una tavolozza naturale — 
L' elemento plastico ideale — Graduatoria delle carat- 
teristiche, carducciane — Egli è un uomo di* genio. 

Capitolo Quarto — Il poeta pittore (Fran- 
cesco Petrarca) ]^ag. 149 

Caratteristiche del poeta pittore — Geni, ingegni o 
talenti — Perchè i poeti pittori prediligono il paesaggio 

— Le varietà tecniche — L'equazione cromatica per- 
sonale — L' intimo lavorio di un cervello operante — 
Procedimenti individuali — Il valore degli abbozzi 

— Il Petrarca non è un genio — € Il Canzoniere » 
e la « Vita Nuova » — Leopardi e Petrarca, ossia 
genio e ingegno — Il i)oeta pittore del trecento — 
Il ritratto di Laura de Novas — Una canzone del 
Petrarca e un quadro del Boucher — Schizzi e qua- 
dretti — Madonna Laura e PAntiope del Tiziano — 
Le deficienze del poeta pittore medioevale — I bene- 
fici influssi della scienza — L' affiratellamento fra il 
poeta e la Natura — La sosta della poesia lungo la 
via del progresso — Ciò che si spera e si attende. 

Capitolo Quinto — Il poeta pittore (Giovanni 
Pascoli) $ag. 207 

Seicento anni di storia — Il poeta pittore del trecento 
e quello contemporaneo — Il quadro medioevale e il 



Indice-Somììiario 375 



quadro moderno — Perchè il Pascoli è un poeta pit- 
tore nato — Schizzi, disegni e quadretti — Effetti 
prospettici — Un paesaggio traveduto nel palpito di 
un lampo — Le cartelle del poeta -pittore — Accordi 
e spunti musicali — Le campane ondanti — Il canto 
degli uccelli — Il « Fringuello cieco » — Monosillabi 
insensati — La smania del colore — Gli sbattimenti 
d' ombra — Le tinte predilette — Tutti i colori dello 
spettro in cinque strofe — La ripartizione dei colori 
— Il Pascoli e un anacoreta del duecento — Perchè 
il Pascoli non è un genio — Differenza £ra il poeta 
di genio e quello d' ingegno — Le incoerenze di Lom- 
broso • — La definizione del genio — Come si può 
distinguere il poeta di genio da quello d' ingegno — 
Petrarca e Pascoli — Due naufraghi famosi — Un 
poeta pittore di genio — Lodovico Ariosto e Gustavo 
Dorè. 



Capitolo Sesto — Il poeta musicista (Pietro 
Metastasio) pag. 275 

La musica sovrana delle arti — I limiti fra la mu- 
sica e la poesia — Perchè il poeta musicista è il piti 
X^opolare — Gli improvvisatori — Lamartine e Me- 
tastasio — La « Marsigliese » di Kouget de V Isle — 
Le aderenze fra il snono e la parola — Wagner, 
Boito e Meyerbeer — Gli elementi musicali nella 
poesia — Le abiette di Metastasio — Il genio e V inge- 
gno nella poesia musicale — Uno spunto melodico di 
Metastasio, di Dante e delP Ariosto • — Strofe che 
cantano da sé — L' armonizzazione dei proverbi — 
Perchè il Metastasio è un ingegno e l'Alfieri un genio 
— LMnfluenza dell'ambiente — Il leit-motif meta- 
stasiano — La tempra del carattere e la forza di 
volontà — Ingegni, talenti e loro manifestazioni — 
La progressione graduale — La genialità negli ani- 
mali — Speranze future. 



376 Indice-Sommario 



Capitolo Settimo — Il poeta musicista (Con- 
tinnazioiie) pag, 329 

Dante Alighieri come poeta musicista — Episodi mu- 
sicati — Il divieto di Lohengrin e V esortazione di 
Beatrice — Una voce di donna — La musicalità del 
tramonto — Arrigo Boito e il « Canto della Sera * di 
Schumann — Il massimo effetto musicale ottenuto 
dai un poeta — Beethoven e il XXX canto del Pa- 
radiso — Le poesie di Leopardi e le sonate dì Chopin 

— L' equilibrio delle tre doti poetiche — Esuberanza 
di esse nei geni sovrani — Gli elementi musicali rifanno 
nel verso la vita — Il Paradiso terrestre e uno squarcio 
del « Siegfried » di Wagner — Impressioni della mu- 
sica e della poesia musicale — Una terzina dantesca 

— L' istrumentazione del verso — Le virtù della 
parola — La pineta canora — Il futuro poeta musi- 
cista — Il poeta ideale. 

Conclusione pag. 365 

Caratteristiche del poeta — I geni sovrani — Il 
mimetismo psichico — I vessilli canori della patria 

— Legittime speranze. 



ERRATA-CORRIGE. 

alla pag. 204 leggi invece 

Wolfram, di Eschenbach Wolfram di Eschenbach 

e alla pag. 271 leggi invece 

energico enargico 



MILANO - ULRICO HOEPLI, EDITORE - MILANO 



DI 

Adolfo Padovan 



LE CREATURE SOVRANE 

L'uomo di genio — I grandi dolori — Le grandi gioie — 
L'mgoglio — La morte — I naufraghi — Il genio 
nel futuro — Conclusione. 

Seconda edizione tutt'affatto rinnovata ad uso della 
gioventù e delle scuole, 1901, iu-16, di pag. viii-342, 
L. 3. Legato L. 4. 

I FIGLI DELLA GLORIA 

Preludio — Il 'poeta — Il musicista — L^artista — 
Il filosofo — Lo scienziato — Il guerriero — L'esplo- 
ratore — )l profeta — Conclusione, 

1901, in-16, di pag. 464, L. 4. Elegante legatura, L. 6. 

CHE COS'È IL GENIO? 

1901, in-16, di pag. 64, L. 1,50. 



-t)^ 



IL PENSIERO DEGLI ALTRI 

Spigolature gionialiere dai poeti italiani, con le pa- 
gine d'album settimanali e introduzione. 2* edizione 
migliorata, di pag. xiii-454, L. 2,50, legato con coper- 
tina di nuovo stile L. 3,50. 

Dirigere Commissioni e Vaglia ali' Editore ULRICO HOEPLI - Milano. 



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^^^1 THE UNIVERSITY OF CALIFORNIA UBRARY 


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