Skip to main content

Full text of "Michelangelo poeta"

See other formats


'CO 

icn 









CO 



Insigna, Arturo 

Michelangelo poeta 



PO 

4615 

B6Z72 



ARTURO INSINGA 



MICHELANGELO 
POETA 




LIBRERIA .MODERNA 
PALERMO 

1919 



MICHELANGELO POETA 



i ROPRIITsì LETTEE. < RL 1 



LIBRERIA MODERNA 

P \LEKMi i 

14)9 



ARTURO INSINGA 



MICHELANGELO 
POETA 




LIBRERIA MODERNA 
PALERMO 




PO. 



( OMF I.A FIAMMA DK1, ROGO.... 



I 



Dal De Sanctis al Gasparry , dal Cesarci» 
al Farinelli, tutti gii storici della nostra lettera- 
tura sono concordi nel giudicar \f. Buonarroti 
(1475-1564) supcriore ai petrarchisti pedissequi 
e infecondi del grande modello che martellavan 
versi excellentissimi per un capriccio «li moda, 
secondo ancor suona nelle boriose antologie 
liriche del '500. 

("erto , innamoralo e tumultuoso coni' era. 
Michelangelo dovea colla sua rude dolcezza 
specchiare nelle rime il suo grande cuore soave. 

[91 



indocile . meditabondo . in una forma brusca e 
isdegnosa, cupida e iraconda, ond'egli, per que- 
sto . si divezza dai rimatorucoli del tempo . c<l 
è inimitabili-, e galoppa come sole nel ciclo. 

" V Michelangelo sarebbe convenuto 

un'arte non mai concessa agli uomini, un' arte 
di mezzo fra la poesia <■ la scoltura che desse 
risalto al pensiero e poeticamente lo raffigu- 
rasse senza bisogno di curare stile e lingua, 
metro e versificazione .. ( 1 ). 

Altri critici, invece . come il Flamini . esa- 
gerano il valore della poesia di M.: "come lirico 
grandeggia solo in disparte .. per il " pensiero .. 
e la "' forma ... già che il Buonarroti " anche 
nella poesia a la virtù di non somigliare a nes- 
suno ., (2). 

Non certo per il " pensiero .. cioè per il 
contenuto, che vi sono moltissime risonanze, e 
non casuali, d'altri poeti . egli è altamente ori- 
ginale . ma p<r la forma, quasi sempre scabra 



(!) A. Fakixhlij. Michelangelo poeta, nella Raccolta 
di Studi Critici dedicata ad Alessandra d' Ancona , fé- 
aleggiandosi il XI. anniversario del sua insegnamento, 
p. .'{(ih, Firenze, 190!. 

(2) I". Flamini, // Cinquecento, cap. II, La lirica e 
'. minori forme di poesia, p. 'ini, Vallardi, Milano, 1900, 



[10] 



e mai levigata, dilìerisce dalie '" [)ejj;a,reh erie .. 
(i "bemberie» poetiche dei soncttieri del secolo 
intesi a tornir frasi ben costrutte ed eufoniche. 
e solo in quella non somiglia a nessuno: codesto 
della t'orma è il suo maggior pregio rispetto ai suoi 
contemporanei. "Quando si dice che la farin a 
è il contenuto, intendendo per contenuto una 
qualunque realtà oggettiva, si scambia la font///. 
eh' è propria dell* arte . con I' espressione ch'è 
l'esteriorizzazione pratica dell' atto conoscitivo. 
Se la l'orma esprimesse una tale realtà , certo 
serberebbe le qualità del contenuto : e si do- 
vrebbe non soltanto accettare le categorie reto- 
riche dello stile elegante, dello stile frondoso, 
dello stile asiatico e simili . ma persino si po- 
trebbe proporre uno stile matematico, uno stile 
astronomico . uno stile geografico e uno stile 
odontoiatrico. E tornerebbe in onore la teoria 
de' generi letterarii, mentre il poema epico sa- 
rebbe la l'orma della leggenda, la tragedia quella 
delle forti passioni, l'epigramma quella dell'ironia 
e della celia. Ma l'arte è pura forma, la quale 
produce di se altre forme minori e in sé le 
riassorbe continuamente: sensazioni, rappresen- 
tazioni, pensieri, passioni, sgorgate dal primo 
nucleo della crea/ione, sono anch'esse (rea/ioni: 



;ii] 



creazioni, se si vuole, di contenuto, ma che la 
forma annulla nella sua sintesi. Il contenuto è 
la forma .. ( 1 ). 

S'è parlato, dai più, d'un pessimismo mi- 
chelangiolesco . di che toccheremo in seguito. 
ma esso pullula dagli abissi della più cara in- 
timità del poeta, dall'amore, in una parola, che 
lo rende cosi secreto , così " tutto sito ,. e non 
s'acconcia, perciò, all' altrui bellezza e intendi- 
mento. 

Poeta, austero e pensoso, d'un mondo oltra- 
mondano cozza col reale . e le sue astrazioni 
sono impercettibili e ideali, ("anta solo a sé 
stesso e di sé stesso. La sua donna non è un 
tipo , cioè la solita creatura umana preziosa, 
affìttila d'insipide leggiadrie, di vezzi barocchi, 
di rotonde e scapigliate o sospirevoli imagini, 
quali usarono il Tebaldeo . 1' Accolti nominato 
l'Unico, lo Speroni, il Serafino e ('manco il Pi- 
stoia (Antonio Cammelli) nella sua famosa "Di- 
sperata „ (2). Fortunio Spira nelle sue chitar- 



<1) ( '■ A. Cesareo, Saggio su l'arte creatrice, pa- 
gine 7 1-75. I ìologna, 1919. 

(2) E.Pèrcopo, Una Disperala famosa nella Raccolta 
dì Studi Critici dedicata ad Alessandro d'Ancona, fé- 



[12] 



rollate plebee . o Bernardo rasso, o il Bembo, 

, [rchipoeta . e dittator letterario . ma Tra tutti 
costoro o limacciosi, o inamidati, o monotoni. 
M. è il più spirituale e il più nuovo . almeno 
nella forma , se mormora la sua alta passione 
a Vittoria Colonna . ed è il piti violento d'una 
luminosa sensualità, se s'ispira all'amor terreno 
per la bella e crudele ignota. Allora, egli, s'al- 
lontana da Dio o ritorna a Ini con diversa grazia 
e addimostra, nel resto della sua opera poetica 
pervenutaci frammentaria, che il genio di M. la 
mutilò , un' innamorata capacità meditativa e 
fantastica ben altra . nella mediocre sicurezza 
di visione, dall'elocuzione e dallo stile, impec- 
cabilmente gelidi e perfetti, dei lirici del secol 
versaiuolo o dall'incomposto anelito (secentismo 
.lei '400 o presecentismo) di quei contemporanei 
discordi e torbidi che. ove la greppia dei prin- 
cipi . cui asserviano la lor duttilità spirituale, 
era colma, avean , per essi, lodi ribalde e de- 
dicatorie boccaccevoli e manipoli di slacciali 
sonetti. 

La biografìa che di M. ci dà il Vasari è 



ste(jf/iandosi il XL anniversario del suo insegnamento, 
pp. 701-718, Firenze 1901, 

1131 



assai fantastica : noi preferiamo quella meno 
imaginosa e più verace d'Ascanio (/ondivi, ma 
non siamo con lui quando pensa (si contrad- 
dice, del resto, in un altro luogo dell'opera) 
ehe M. nella sua prima verdezza non ebbe 
mai a rimare. La sua poesia (quella raccolta) 
è. in verità . posteriore ai cinquant' anni anno- 
verati dal celebre artista, ma bisogna, comun- 
que, supporre che il grande, in sulla prima età, 
asserragliasse melodie nella tenaglia ferrea di 
un verso. 

Fu detto anche che molte sue rime sieno 
oscure" come affinate nella gioia acre di rima 
nere enigmatiche , ma ciò riguarda soltanto il 
simbolo o l'allegoria o il malo uso del linguaggi*» 
metaforico e , come tali . sciupano la loro lim- 
pidità, se troppo misteriose, e. se poi l'espres- 
sione si rannicchi in sé stessa e diventi con- 
cettuale, allora il pensiero appartiene all' intel- 
letto, laddove la poesia, cioè l'imagine . appar- 
tiene al cuore. Iiì tal modo si rileva la sua las- 
situdine e gavazza nel più bizzarro artificio. Non 
sappiamo più qual parte v'abbia l'idea dischio- 
data dal senso, cioè la verità e l'intelletto, e qual 
parte v' abbia trasfuso la fantasia, cioè la pas- 
sione e l'interpretazione lirica del mondo. L'a- 

|14| 



nelito religioso, di chi avea trovato il suo Dio, 

non sa più dominare 1 riè Le cose, né il mistero, 
né l'essenza creatrice e, rappresentando "nelle 
rime i snoi sentimenti individuali .. riesce " ap- 
pena mediocre „ (1). 

Si smarrisce. Rima come i petrarchisti suoi 
contemporanei, arruffa antitesi su antitesi, si 
ripete (le ripeti/ioni sono antispirituali), vola 
basso a fior di terra, si la prezioso nel con- 
cetto, mai nella forma, eh' è il fiore della sua 
personalità. 

Al secolo . in cui visse M.. difettò la co-I 
scienza morale e contro la cupidigia individuale, 
la licenza e le frodi, la voluttà e i bei delitti, 
l'adulazione e Le libidini delle contese tonò il 
Savonarola. S'accozzavano idee cristiane e pa- 
gane. Si anelava a un nuovo ideale religioso e 
politico e gli umanisti amlaron lo spirito verso 
liti armoniosi. 

Pensarono che la vita e la scienza dell'arte 
classica dovesse essere la soleggiante rivincita 
del sentimento universale romano , ma non fu 
neppure nazionale e, incapaci di potenziarne 
l'attuazione politica, disfogarono con acerrima 



ti) G. A. Cesareo, op. eit, p. 74; 

115] 



passione, in rotonde figurazioni, in morbide 
parole, in eleganze sonnacchiose e in ricerche 
dotte, quel loro sogno di splendore. V idea di 
patria dimenticava il nomo di (osare e s'annien- 
tava sol nel trionfo della tradizione letteraria 
antica e nuova (1) che permise, a onta di tale 
superiorità e dominio, di non togliere la signoria 
dolio armi allo straniero che le brandiva per 
cacciarle nel onoro profondo della nostra luce 
e bellezza e conquistava l'Italia " col (/esso... 

Svigoritisi l'entusiamo scientifico e le ado- 
rabili ninnenanne degli umanisti, il volgare ita- 
liano . per merito del popolo . ritornò alla sua 



(1) Di qui un fiotto d' italianesimo diruppe nella 
poesia contemporanea dei paesi neolatini ove si restaurò 
il ternario erotico e il sonetto trasmutato, presso gli In- 
glesi, in una serie di tre quartetti chiusi «la un distico 
monorjmo. 

In Francia, Saint-I ielais, abatino stilizzato e petulante 
diffuse, per suo. poesie nostrane, e Ronsard, della Plèiade, 
ritenuto poeta originalissimo, non valse più d'un medio- 
ero e si che parve nuovo e beilo intuonando motivi, da 
noi, yià vecchi e in disuso, e saccheggiandoci... Fiori an- 
che qualcuno, come Odetto de la N'oue, che verseggiò 
nell'idioma italico, the se poi, in Lspagna, con Auzias 
March e. in Inghilterra, con sir Tommaso Wvatt si colse, 
dell'arte petrarchesca, quel che v'era di rapsodico, cioè 
'li giullaresco e popolareggiante, questo fu un bene e 
accese il gusto per le nostre possenti ispirazioni popolari. 

1161 



plenitudine d'espressione e lìoccaròn, ricchi di 
schietto e giocondo naturalismo, capitoli e ter- 
nari frutici, strambotti <■ rispetti, frottole e im- 
provvisazioni talora persino orditi nella musica 
selvaggia e soave del dialetto originario. Ma 
l'anima di questa nuova società dubitante e prona 
adorava secondo l'utile, era tortuosa e motteg- 
gevole e senza fede. 

Lo spirito cristiano dilacerato e sberteggiato 
rumava sotto la gaia e beffevole ribaldaggine 
del popolo: contro a quello che fu l'ideale del 
M. E. non rimase, delia lede, se non la formula 
e il frasario. 

Si visse secondo natura e bellezza e questa 
fu la più alta originalità dèi '500. OTcoscienza, 
iun-i dalle astratte speculazioni, rinfronzoli il 
-usto, con innamorata freschezza, d'ogni più 
leggiadra figurazione. 

Esultarono i sensi e l'imaginazione s'in- 
fiorò d'aeree musiche. Si divenne pratici, armo- 
niosi, multanimi. Dal cuore di qualcuno, dopo 
la gioia e il tumulto, l'ebbrezza e i canti, i giuo- 
chi e le cacciagioni, i suoni e i festini, scop- 
pierà il tenero grido de! rimpianto, la passione 
accorata e beffarda, un non so che d'artigliante 
e d'amaro come nel Trionfo di lì<i<:<<> ed Arian- 

[171 



ria di Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico: 

Chi nuol esser lieto, sia: 
Di do man non c'è certezza. 

Qui il poeta a dietro di se tutte le rose sor- 
ridenti del paganesimo e precorre il brivido del 
mondo moderno, e il suo cuore è condotto alla 
fonte dei gaudio, quasi per lamentarsene, già 
che dopo la voluttà l'anima cade nella tristezza. 

Ma v'à di più in questi versi che scrutano 
e pungono ed è l'assenza d'ogni ideale politico 
e religioso, dei dovere e della virtù, della patria 
e di Dio. a cui sottentra, eoi crudo naturalismo. 
l'affermazione dell'uomo: la poesia del Poliziano 
"pittore della natura., e l'espressione letteraria 
di Battista Alberti "'pittore dell'uomo.,. Accanto 
a questi due iìoriron, tra brigate e accademie, 
gli italici rosignoli, ma l'Ariosto e il Macchia- 
velli attingeranno poi la perfezione e riassume- 
ranno tutto queirentusiastico movimento di pen- 
siero o di poesia. 

Dovea, però, esservi un lato negativo nel- 
l'ideale di quell'età come atto creatore e fu l'i- 
mitazione e per la poesia, il basso impero 
letterario del petrarchismo che '• livellava . e 

1181 



" facea da imbianchino „ (1). Era una fede in- 
domita: recarsi, per esempio, in pellegrinaggio 
ad Arquà o a Valchiusa o sulle rive dolci e 
fresche e chiare della Sorga valeva un visitare, 
ci me oggi, Lourdes o Loreto per impetrar la 
grazia, ma i colpi di sole del miracolo non frut- 
tificaron la luce. Da questi luoghi comuni del- 
l'idillio col Canzoniere del Petrarca, l'amorosa 
"Bibbia del tempo.. (2). ondo apparvero ben 
167 edizioni, non potè svellersi M. 

Non sembra, pero, ch'egli abbia avuto un'im- 
mediata conoscenza della poesia erotica del Pe- 
trarca . un po' ritrosa e sentimentalmente cri- 
stiana dove già pur scintilla la limpida sensua- 
lità classica, ma piuttosto gliene sia venuta più 
d'un'eco dalle rime del Magnifico e dal Poliziano, 
dal Boiardo e dal Tebaldeo , dal Serafino . da 
Veronica Gàmbara e Giovanni Guidiccioni, dal- 
l'Ariosto e dal Bembo e dal Molza e sovratutto 
da Bernardo Accolti detto l'Unico Aretino. Da 
questi poeti . e non direttamente dal Petrarca, 
egli procede: quelli, sui vecchi canovacci dei- 



dì F. Flamini. p. ci/., p. 194. 
(2) A, Farinelli, op. eli., p. 312. 

1191 



l'amorosa lirica, cavano la stessa invenzione e 
taluni ne falsano Io spirito e Y essenza, ma. in 
M.. limita/ione è involontaria, è come qualcosa 
di estraneo al modello, né per il sentimento, 
per esempio, erotico, egli non s'attiene che sol- 
tanto alla parvenza accidentale, meccanicità o 
superficialità esteriore. Se in quelli, poniamo, 
la bellezza della lor donna è (piasi sempre una 
contraffazione della Laura petrarchesca, in AI. 
è un ideale musicale suscitato sempre da ima- 
gini reali, una chiara felicità della bellezza, una 
costellazione del cielo vicina a Dio (Vittoria 
Colonna), ondo possiamo imaginare , a piacer 
nostro, la marchesa di Pescara, perchè la sua 
bellezza è sfuggevole, indeterminata, ovvero un 
ideale terrestre, una personificazione, quasi, del 
desiderio come quando lo ispira la donna sua 
bella e crudele e ignota tal che sentiamo la mi- 
steriosa gioia di poterla ricostruire. In quei pe- 
trarchisti, adunque, che rimavan per ingraziarsi 
le gentildonne o le vistose cortigiane mercenarie. 
l'anima non à colore, vacua n'è la sonorità, ci- 
vettuola o stizzosa o tutta allumacature la frase, 
che i principi rimeritavano con opime mercedi, 
o hi società o il popolo decorava donando loro 
i frequentissimi epiteti di " unico „ e "divino* 
I2i)l 



quando, come per Bernardo Accolti d'Arezzo, 
lo chiamò, e cosi parve, V Unico, in Roma, dove 
tutti traevano in delirio dietro al mago improv- 
visatore insieme agli accademici e ai prelati 
della (uria. NI., invece, che pur * dai rei tempi 
costretto, Eroi dipinse a cui fu campo il letto .. 
(secondo le orgogliose e fiere parole dell'Alfieri), 
à di congeniale, con i poeti sullodati, la povertà 
dell'invenzione, le imagini, le contraddizioni e 
le esagerazioni . l'abbagliante " girandola delle 
metafore variopinte r (1), un'ispirazione che ve- 
niva cavata, come abbiamo detto, da un mec- 
canismo esteriore, aia dentro a tale convenzio- 
nalità si agita una potenza improvvisa e sincera, 
fantasiosa e geniale che non può esser ridotta 
ad un frasario poetico, una spirilo torbidamente 
musicale dall' aguzza individualità . un senso. 
quasi, d'angustia, da cui tenta divincolarsi. < L >ui 
('■ il suo unitivo originale: la torma. Qui è la 
sua grandezza e la sua sintesi. Attraverso a 
questa forma indoviniamo il ritma titanico di 
M. L' espressione sembra contaminare tutte le 
condizioni della grazia e attraverso lo sdegno 
e la malinconia sobbollo il rimpianto appassio- 

il) F. Flamini, op. cit, p. 170. 

[21] 



nalo, la selvaggia ed errabonda musica di sé 
stesso che vive in tristizia : " E quel già dolce, 
amaro or par ch'i' sa/la .. (CIX, 81). 

Ancora: in Michelangelo lo sfondo (dipinti, 
affreschi, scolili re. rime) riproduce lo spirito 
dell'uomo e il resto (selve, nubi, fiori, costella- 
zioni, mari, monti) scompare in un perfetto oblìo 
della realtà. 

Quel mondo delle coso naturali che trovò, 
allora, in Poliziano, la più alta e profonda genti- 
lezza di forma, non esiste per M., nò l' infoca, 
nò lo blandisce. Non è una conquista dei suoi 
sensi. L'armoniosa potenza di Dio si manifesta 
e moltiplica sol nella natura umana , eh' è la 
l'onte <!i tutta 1* arte michelangiolesca. La sua 
passione neglige il paesaggio e ànima della sua 
vita interna, d'un'umanità grandiosa e raccolta, 
i morbidi affreschi, della Cappella Sistina, dove 
non freme alcun raggio della fantasia del Ghir- 
landaio, suo maestro. " il più dolce e più pla- 
cido maestro che Firenze abbia mai visto» (1). 
o avviva ciclopiche figurazioni. 

La sua genialità non è speculativa, vale a 



(1) Wat.tkk Pater. — // Rinascimento, Studi d'arte 
e dì poesia, p. «7— Napoli. 1912, 

[22] 



dire scientifica come in Leonardo, e li' è "le Don 
Juan d< la connaissance. Comme le séducteur 
de Alo/art qui voudrail posseder Loutes les fem- 
mes, Léonard a voulu savoir, il a tout su; sans 
aucun prolìt ni pour lui. ni pour nous „ (1). 

L' infinita e abissale anima dell' uomo am- 
maga M. ohe è solamente l'artista, il pittore dei 
fenomeni intimi. La vita esteriore, se deva lu- 
meggiarla, deriva, anche qui, dalla sensibilità 
petrarchesca ed i versi : 

(CLXVI) Al dolce mormorar d'ui\ Ho, 

Ch'aduggia 'li oerd'ombra un chiaro fonte.... 



non sono . nella loro impassibile coincidenza 
verbale che mnemonici, insinceri, fiacchi: ri- 
membrano imagini che àn suscitate delle sen- 
sazioni non proprie, e sono, perciò, fuori del- 
l'arte. L'arte comincia dov_£ finisce fimita/ione 
o il ricordo. 

Solo tardi, nel suo ultimo frammento lirico 
in ottava rima, a più di 80 anni, l'affaticato e 
voraginoso Michelangelo dirozza, leviga, illeg- 
giadrisce il suo sentimento (CLXIII) e conclude 



ili ì. Péladan, Epilogue, in Leonardo iln I inci, 
Conferènze fiorenti!/-, p. 301 — .Milano. 1910 



[23] 



felicemente la sua vita. Solo tardi il grande si 
concilia con la natura e scrive al Vasari che 
■'non si trova pace se non ne' boschi., e signo- 
reggiato da un ; ' /moro piacer e di maggiore 
stima ... indugiando sui colli dilettosi e opulenti 
di Spoleto, prorompo cupido e tenero nel cuor 
infinito della natura e gli è inusitata gioia " ve- 
der l'ardite capre „ disfamate dall'erbose cime 
e il lor pastore ("e 7 mastro ior ..) " sfogare 
et cor colta st/o rozza rima „. 

Nella vita campestre, dove non s'affolta ca- 
ligine di frodi adunche, nò ùlula libidine di con- 
toso . o il livore e la cupidigia, i triboli e le 
insoavità non travagliano il buon bifolco, è pre- 
murata la pace, la grand' anima eroica della 
fatica e della libertà. Questo mondo rappresenta 
l'avvenire, ma M. è inesorabilmente venuto assai 
tardi a libarne la felicità e il segreto. 

Dal vecchio che " fa poche parole I Fuor 
dell'uscio a sedere e stassi ed sole., ai più gio- 
vini contadini " eli* a solcare i colli vanno „ è 
un'effusione di purezza e di parsimonia : 

Di fuor dentro si rede quel che anno: 
l'are sansa oro e sanza sete alcuna. 

In questi) ultimo frammento lirico è la sin- 
[24] 



tesi mirabile della fantasia di M. La forma, e 
solo per questo, è portentosamente originale, 
nella sua selvatiche/za. attinge quasi "un'arte 
di-mezzo fra la poesia e la scoltura,, ili. onde 
leggendo le ottave intese a personificare, con 
assiepante luminosità . un mondo astrailo in 
concetti astraiti, obliamo il poeta per far luogo 
al suo dinamismo plastico di maestro in pietra 
riva. 

Va. in lui . tale ardire da districarsi dalla 
fìtta siepaglia delle personificazioni ariostesche 
e dar corpo ad allegorie, a simboli, a denomi- 
nazioni, e via seguitando, per esempio, alla A- 
varezza e all'Accidia, alla Lussuria e alla In- 
vidia, alla Ricchezza e alla "lieta» Povertà, al 
Dubbio " armato e zoppo . che " va saltando 
covili la locuste .. e al Perchè ~ magro .. che 
" 'ritorno alla cintura À molte ridare e non 
son fante giuste „ e " va di notte „, al Come e 
al Forse che "son parenti stretti „, al Vero 
"povero e noria .. che " un occhio à sol .. e al 
Falso ~ cli'a insti sol fa guerra^ e va * co gii 
occhi onesti e bassi in ver la terra. ; vestito 
d'oro e di vari ricava' ... 



(1.) A, Farinelli, op. eìt., p. 306. 

[25] 



% 



Ecco M. scultore che vuol soverchiare M. 
poeta ed reco, torse perchè il suo Canzoniere 
è stato da lui medesimo mutilato e ci è perve- 
nuto a schegge, tal che nelle sue rime, frantu- 
mate e tormentose . è lo sforzo di valicare i 
limiti imposti dalla realtà, l'odio innamorato di 
tutto ciò eh' è inerte , una marea insonne che 
monta, una fame, in fondo, d'infinito, " un muo- 
ver oltre _ verso l'eterno e l'illimite : di c|tii. il 
tormento da cui si difìla una rapace malinconia 
e " la freddezza e l'indifferenza delle cose (anche 
se le "cose., sono "uomini») fa sorger l'odio 
per l'esterno „ (1). che lo asserpenta nella so- 
litudine 



II 



S'è fatto un gran discorrere oggidì intorno 
ad un pessimismo michelangiolesco. Il Pater lo 
dice " uno spirito gemente e senza dimora „ cui 
la morte è " la sua vera amante .. dapprima 
" come il maggior dolore e la sventura peggiore, 
con un pugno di terra per cervello: poi la morte 



J 



(1) M. Buonarroti, Poesie, cfr. prefazione di Gio- 
vanni Amendola, p. 17. Lanciano, 191 i. 

[26]. 



nella sua più alta distinzione „)(!); d'Annunzio 
lo chiama 1" uomo più triste di nostra gerite : 
l'Amendola accenna a " una tristezza piena d'u- 
manità .. (2). 

A l'arte di M. "fu ignoto il sorriso.. (3) 
scrive Adolfo Venturi e altri, corno C. Ricci di- 
sfiorano a volo i versi di Michelangelo. (ìli sto- 
rici dell' arte e della letteratura . sin qui nomi- 
nati . non dinotano la parola pessimismo che 
non aderisce alle rime di M., ma uno scrittore, 
come lo Scheffler dà troppo bagliore e pondo 
all'elemento platonico e filosofico e a questi lega 
(pici senso della morte cosi caratteristico in 
Michelangelo. 

Lasciando da parte altri giudizii, o tradu- 
zioni dei versi michelangioleschi che non ci 
soddisfano (4) dal Farinelli, luminoso e sagacis- 
simo, che decapita le dotte e disinvolte fantasie 

1 1 1 Walter Pater, op. cit, pp. 96-97. 

(2) Michelangelo Buonarroti, op. cit., p. 15. 

(3) Adolfo Venturi, Michelangelo e Raffaello, in 
// Messaggero della Domenica (lettarario), anno 1, nu- 
mero 25. Roma. 15 dicembre 1918. 

(4) Verseggiare o riportare in idioma straniero le 
poesie di M. è asperrimo, e assai rari ne sono i volga- 
rizzamenti. Lacrimevole, per esempio, è la traduzione 

[27] 



del Borinski, alle più recenti noie del senatore 
\)i- Lorenzo, troppo superficiale, si riassume in 
codesti tutto quel che la critica nazionale à sa- 
puto dire intorno al pessimismo del Buonarroti. 
Il problema è . dunque, ancora in fiore ed in- 



delle sullodate rime imprese dal Lannau-Rolland f1|. 

Un altro, il Grimm, avverte che u sarebbe impossi- 
bile tradurre a dovere quei versi in lingua tedesca. Mi 
vi sono provato varie volte, ma sempre mi riuscì impos- 
sibile il riprodurre la semplicità grandiosa sia del pen- 
siero che delle parole „ [2], Ma non v' à, in quei versi, 
né schiettezza, nò grandiosità: due soli uomini nel mondo 
ebbero il dono della " semplicità grandiosa .. : Tacito e 
haute. La verità è che il Grimm dovea leticare con le 
difficoltà d'un poeta straniero sc evro di leggiadria e sca- 
bro, talvolta impropr io dal misto bizzarro e dalla rima 
stringata e, in vani luogh i, oscuro o enigmatico g terri- 
bilmente incisivo, ondò che. per non averlo compreso, 
avrebbe dissipato, volgarizzandolo, la forza dell'originale 
ed è caduto in un errore di estimazione parlando di 
" semplicità grandiosa sia del pensiero che delle parole,,, 
mentre è provato che " troppo nel Buonarroti la forma 
è riluttante al pensiero . [3] e che 1' intima struttura di 
una poesia, e, quel che importa, il suo ritmo, non soffrono 
equivalenti. 

f!] A. Lannau-Rolland, Michel-Ange pocte. Première 
traduction complète de ses poésies, prAcèdée d'une elude 
sur Michel-Ange et Vittoria Colonna, Paris, 1860. 

\'2\ H. Grimm, Michelangelo, traduzione dal tedesco 
di Augusto di (ossida, voi. 11. cap. XI. pp. 141-142, Mi- 
lano, 1865. 

[3] F. Flamini, op. di., p. 202. 



[23] 



* 



soluto. V a o non v' a pessimismo nell' opera 
poetica di M.V E se gli fu ignoto il sorriso non 
bisogna frugarne, forse, il mistero in quel suo 
verso : " La mia allegrezz' è la maninconia .. 
(LXXXI)V 

In verità . il senso della morte in M. non 
discolia mai da un sentimento pagano ed epi- 
cureo. La sua intuizione generale della natura 
umana è astratta. Il male fisico e morale che 
uncina l'umanità non gli fa negare, e meno li- 
mitarla a tal segno da distruggerla, la Provvi- 
denza. Il mondo non è per lui un giuoco del 
caso e non dispera metodicamente come il Leo- 
pardi che precipita nel dolore e ned india cose 
e uomini. M. è più nobile e generoso. E il poeta 
meditabondo del "di là» e a Dio sogguata in- 
namoratamente. 1/ antico concetto dell' indiano 
Sakya-Muni "il male è l'esistenza,, e le sistema- 
zioni di Schopenhauer e di Hartmann non sono 
che un beffardo e amaro scoramento sull' ini- 
quità Stupidità delle leggi e ritengono il male 
tìsico e morale del mondo come necessario e 
inesorabile ed universale, la i'aìc come un'irri- 
sione senza quel fascino da cui pullula la po- 
tenza entusiastica del creare, i multi, gli eroi. 



Y&\ 



X empia sorte, in una parola l'intera Natura come 
tavola, inganno, frode, menzogna. 

L'umanità. Dio, la patria: ecco tre grandi 
fonti di poesia: Leopardi vi s'appressa, ma per 
dolersene: Michelangelo che sa a In che career 
quaggiù l'anima rive , (LNXIII, 19) tende alla 
felicità. Leopardi non crede alla felicità vera, 
ciucila, a cui anela, altro non è che un fantasma 
roseo, forse l'Amore, forse la Morte, forse " ['in- 
finita vanità (ivi fatto ..: M. la sente in Dio, ma 
noi possiamo aggiungere con le parole di Ca- 
terina Mollica, fantasia soleggiente, melodiosa, 
dominatrice che "la felicità è nel credere ch'ella 
esista ... Leopardi è spinto dal dolore. Michelan- 
gelo dall' amore : Leopardi procede per linee 
interne , à un carattere strettamente personale 
ed è guidato da un egotismo ciclopico e stolto 
che il sentimento può accettare, ma la ragione 
rifiuta, cioè l'insania di pensare a sé stesso, in 
un tumulto appassionato e cupo , come a un 
centro verso il quale irrompono le gioie o le 
ire di tutta la creazione, il pessimismo leopar- 
diano s' addimostra, in un primo momento, in- 
duttivo e. come tale, egli si diparte dal proprio 
dolore, onde appare incerto e relativo, ma di- 
viene, poi. puro e insospettabile e, perciò, più 

|30j 



razionale, che dal dolore universale rampolla 
il dolore individuale (processo deduttivo). 

Michelangelo . invece . procede per linee 
esterne " // bel di fuor ch'a gl'occhi piace .. 
alla concezione della belle/za astratta e superiore 
■• Trascende nella fornai universale .. (LXXIX). 

M. è un "pessimista convinto,, (1). ben 
che non spasimi e affoghi " ogni creata cosa 
nel dolore e nel nulla _ come il Leopardi, e il 
Farinelli soffolce la sua affermazione su un ri- 
ferimento comune ai due poeti. 

Leopardi trova (Canto notturno di unpasto- 
re errante 'teli' Asia) che "è funesto a citi nasce 
il dì natole .. e Michelangelo " che n' del quel 
solo à miglior sorte ch'ebbe /il suo parto piò 
pressa la morte. (CIX, 34). Nel " più pressa , 
bisogna emendare la lezione critica del Frey 
in '" più presta ... 

Un eguale ricorso poetico foscheggia altrove^ 
(LXXIII, Ti in M. e il Frey trascrisse non pressa 
ma presta come . del resto . richiede la parole 
in tutti e due i luoghi : 



£ 



(1) A. Farinelli, op. cìt., p. 323 

13 i| 



* 



iQui son sepulio e poco innanzi nato 
ÌEro: e son quello, al (/noi fu presta e cruda 
La movie, sì che l'alma di ine nuda 
S'accorge a pena aver cane/iato sfato. 



Nel Leopardi la fede è naufragata misera- 
mente: l'idea della morte iivjn lo libera dal serpe 
del dubbio, ma lo inanella di oceaniche e spa- 
simevoli plenitudini: l'infelicità, essendo caduca, 
deve pur macerarsi e spegnersi alfine e. sicco- 
me il problema verrebbe ad aggropparsi sem- 
pre più, il Leopardi estima, disaurorato e vano, 
che la vita stessa è un dolore in sé e per sé 
(dolore cosmico», così che " è funesto a chi 
nasce il dì natale, e mozza ogni indugio (me- 
glio non veder la luce» per non dimandarsi poi 
ancora perchè si deva morire. 

In M. è. all'interno, un cozzo fiero e roseo 
tra il desiderio (l'amore) e la tristezza che ne 
seguita (la morte). Se dopo la voluttà l'anima 
s'attrista, cioè muore, il martirio della passione 
" Mille piacer non vogliono un tormento .. 
(LXXIV) nel cuor del veglio gorgoglia e tra- 
bocca. In lui lottan l'angelo e il serpe. Egli non 
vede la vita tutta chiara e profumata, bensì 

1321 



malinconosa. Se " n' del quel solo à miglior 

SOrte : ebbe >>/ sin, paria più pressa la 

morte* (CIX , 34), gli è perchè M. vuol di- 
schiodarsi dalla vita terrena <• afferma . nella )fc 
medesima poesia, d' esser ,^ià vecchio e di co- 
noscere perciò " lardi .. \ "diletti ., .■ le alle- 
grezze del inondo. 

È l'amore, anche qui, l'amori che gli sfar- 
falla, da torno, rapace e tenero e Io bacia, vi- 
luppa, acceca, strangola; sol " la vergogna <■ Il 
timon Degli anni... non </li rinnovella ' ; Che 
'l vecchio e dolce erroi -l guai chi troppo 

rir, L'anim' ancide e nulla <d carpa giova» 
!<» sgomento, certamente, che il senso uccida 
l'anima, e l'amore voglia, in altre rime. " pari 
stato e giovanezza ... 

I.. dunque, erroneo pensare a un pessìr 
mismo michelangiolesco, se siam concordi con 
lo stesso Farinelli in questo che M. " incorreg- 
gibile amant<' de! bello fu l'italiano più profon- 
damente e tenerament< religioso dei suoi tempi .. 

Altrove il poeta si lamenta lo artigli un -e 
guace pensiero di morte sol perchè innamora- 
tamente ama ed à timor folle di perderlo . il 
suo amore. 

« Ili ama temi- di morire. 



(CXXVI) Ognor che. l'idol uno si rapresenta 
Agli ocelli del mie cor debile e forfè. 
Fra l'uno e V altro obbietto entra la morie, 
li più 'l discaccia, se più mi spaventa. 

A differenza delia concezione pessimistica. 
M. invoca, è vero, la morte, ma come vittoria 
sul mondo . e la idealizza . e nel pieno isplen- 
dore di Dio ( "t/1 del quel solo à miglior sorte»), 
dopo le struggenti doglie di quaggiù, s' attinge 
la liberazione e la bellezza. 

II De Lorenzo distorte d'un pessimismo 
michelangiolesco come se lo avesse già circo- 
scritto e. quanto alle testimonianze dei suoi 
contemporanei, adduce il mozzicone . divulgato 
da uitti . della famosa lettera 1 1 ) al Vasari: 
" non nasce in me pensiero che non vi sia 
dentro sculpita la morte, o parte d'un dialogo 
del Giannòtti , ma a nulla vale la sua fiacca e 
falsa e frettolosa impressione, del resto, immo- 
tivata, indistinta e sommaria, orba di tutte 
quelle determinazioni e visioni aderenti all'ispi- 



il) Le 4<;5 lettere di M. furono publicate nel 1875 
dal Milanesi e di fresco ristampate dall'editore Carabba 
a cura di G. Tapini. 

1341 



razione originaria e al fatto creativo ch'egli non 
sa ricostruire né coli' analisi, né «olia sintesi 
dell'ebbra musica interiore martellante in Buo- 
narroti. 

Se per pessimismo michelangiolesco si vuole 
intendere quella disposizione spirituale ed effi- 
mera che ci fletta a considerar la vita , non 
come un madrigale di gioia, ma come. qualcoséi 
che sia misera e vanevole, inconsolata e tetra. 
si ('(imprende la ricca facilezza «li fornir disser- 
tazioni sul pessimismo d'Orazio, di Dante e 
magari di Tantillo e di Redi e < perche no?) di 
Michelangelo che abbaglia, più d'ogni altro, pel 
numeroso ardere con che ripete ben 142 volte; 
la parola morte nelle sue poesie e immilla altre 
voci che le si riferiscono come mortale, morire 
(in tutti i modi e tempi), l'ora sin ino. partita. 
dipartir, tór la vita, strugge, cenere, l'ultime 
ore ' corte, mortai bellezza, lacrime, pianto, 
tenebre, affama, lamenti, doglia, e così via 
seguitando. 

(»>uei che sfiotta dall'istinto e eirino e si 
chiama poesia ove s'annodi in un sistema or- 
ganico di sentimenti, mentre ciò che scaturisce 
dal cervello è mutabile come ogni convinzione 



351 



# 



intellettuale, e si dimanda filosofìa ove s' orga- 
nizzino, in sistema, i pensieri. 



(CXLV1I) Gli amorosi pensier, <jià cani e lieti, ] 

Che fìen or, s'a duo morte m'avvicino?] -^L 
D'una so 'l certo, e l'altra mi minacciai 



evidentemente qui siamo di fronte alla ere- ; 
(lenza medievale delia duplice morte e noi pos- 
siamo raccostare " /' altra mi minaccia „ alla 
"morte secunda„ che i nonfarrà male „) (" guai 
a quelli che morranno ne !<■ peccata mortali .. i 
del ('antico de! Sole di frate Francesco. 

Questa "' aspirazione ascetica ., occhieggia 
nelle rime di M.. ma con ciò non è a credere, 
col De Lorenzo, a un pessimismo michelangio- 
lesco che investa "come il pessimismo buddhista 
e cristiano, le radici stesse della vita, che esso 
rinnega, per cercare la salvezza nella santità..! 1 ). 
già clic il pessimismo si disposa dal concetto 
di Dio : lo urge da presso a segno da annien- 
tarlo, o. con ghigno acerbo . lo cuculia senza 



d» (i. Db Lorenzo, lì pessimismo di Leonardo e 
Michelangelo, in Rivista d'Italia, anno XXII. fase. IV, 
p. 391, Milano, aprile 1919. 



1361 



infiorarlo mai d'alcuna amabile qualità e, sem- 
pre . la ragione scava un abisso caliginoso e 
tremendo tra sé e Dio. Nulla, però, nelle poesie 
«li M. cigola di tutto questo, che la sua tede è 
incorrotta e solare pur tra le amaritudini, le 
miserie . le vanità, lo scapigliato pianto della 
vita, in ogni ruga, in t'ondo, della sua ansia 
scabra e tenera. 

Sol die il suo corruccio o l'ira sieno vellu- 
tati di malinconose dolcezze, di limpide sofficità, 
quasi, come nel sonetto alla Notte (LXXVIII) 
"dolce tempo» per cui "dall'infima parte alla 
pifi alta | /// sogno spesso /tarli, ov'irt spero» \Hl- 
cioè nella bellezza di Dio. allora A l'ombra deli 
morir» renderà sana "nostra carne inferma». 
Ma è nell'amore onnipossente elio bisogna 
sorprendere la cupida e affannevole insonnia 
di M.. il significato della sua poesia, il gaudio 
attossicato del tormento, in una parola, il senso 
ch'egli à della morte. 

Nelle occhiaie pensose del desiderio si co- 
glierà .questo ritmo di morte, ch'è vita: - Vivo 
ai peccato, a air morendo vivo»; (XXV) perchè 
la vita non è sua, -imi del peccato . o altrove 
" ... ehi vice di a, arie taai non muore .. [Uh. o 
Ad Amore •• /' me la morte, in te la vita 



[37] 






n/in.. (LIX), e ancora Per la Morir di Cecchino 
Bracci *Che l'alia a viva, i,' che </ai moria sono. 
Orneson certo, che vivo ero morto.» (LXXIII.48). 

La vita è morte e la morie è vita. Di an- 
titesi traboccar! le rimo del Buonarroti. 

A una fatalo antinomia di contrari la sua 
anima rozza e melodiosa è addotta. 

Nelle poesie d'amore il culmin tocca delle 
amabili contraddizioni e questa, ch'io annoto, 
valga, quasi, per tutte : 

(V) Chi è quel che per forzo a te mi mena, 
Oilnif, oilme, oih)> e. 
Legato e stretto, e son libero e sciolto ? 

Se tu incateni altrui senza catena 
li senza mane o braccia m'ài racolto. 
Chi mi difenderà dal tuo bel volto? 

Talora da un' antitesi, sia pur vaga, egli 
sdrùcciola, infermando e corrompendo la sua 
espressione intcriore, come nel cuore di secen- 
tistiche scapigliataggini e impigrisce sopra la 
memoria dei luoghi comuni: 

H IX, 18) Sento d'un foco un freddo aspetto acceso, 

Che lontan m'arde, e sé con seco agghiaccia, 



[38] 



o f >r in' < V ardente foco un freddo iticelo, 
(CXLfll) che pare una variazione del primo 
verso (settima terzina) di quella stucchevole e 
celebre Disperata (1) attribuita da Erasmo Pèr- 
copo al Pistoia (Cammelli): " gli altri scaldatisi 
al sole, io agiaccio al foco., o " Ancudine fé 

7 cor, maniaco il seno ila fabbricar sospir 

(CXII), o *Far giorno chiar mia oscura notte 
al sole, v (CIX, 21) espresston< comune con 
messer Bembo " ...Da far giorno seren In notte 
oscura: „ {Chiome d'argento, ed. del 1530, e 3 6), 

A proposito d'imitazione, M. è andato uc- 
cellando imagini in più d'un poeta, sovratutto 
nelle poesie «li Bernardo Accolti, detto l'Unico 
Aretino. 

Prima d' ora , si sono ignorate le identità 
che corrono fra l'uno e l'altro artista, le quali 
sono assai più d'una semplice sovrapposizione 
d'un esteriore meccanismo. Chi volesse im- 
prenderò questo lavoro, avrebbe di che spas- 
sionarsi. Io mi terrò all'esame di poche fonti 
per non dilungarmi oltre. 

In che consiste V imitazione? (erto, nel- 
l' esser vicini al vero spiritò d'un modello e 

(1) E. Pèrcopo, op. ci/., p, 708 

[39] 



quanto alla (orma essa può limitarsi magari ad 
una sola parvenza accidentale : scrivendo in 
arabo, un petrarchista, per esempio, rimarrebbe 
sempre tale e i<> stesso accadrebbe anche in 
un' arie che non fosse della parola corno la 
musica, la pittura, la scoltura. Le risonanze, 
ove sieno involontarie, perchè assimilate, o i 
rifacimenti e lo analogie possono dall'artista 
esser chiamati suoi, purché, per lo spirito e per 
l'essenza, egli abbia creato un nuovo contenuto, 
cioè trasfuso nell'opera il proprio sentimento 
fondamentale. Ma quando 1' imitazione d' un 
modello è volontaria : o se ne contamina la 
qualità essenziale, e si a un tradimento della 
forma . o se ne traslata la musica originaria e 
intima con la medesima ('locuzione e imagini, 
anche in una linea, in un verso , in una sola 
frase, e si a il plagio. Allora il giudizio di esti- 
mazione intorno all' artista viene ad esser me- 
nomato e s'inciampa nel dubbio ch'egli si ri- 
cordi volentieri dei suoi modelli, 

Melin de Saint-Gelais s'appropriò moltis- 
simi sonetti del Tebaldeo e. per tacere d'altri. 
Voltaire madrigaleggiò dieci versi cavandoli da 
un bel Sonetto del Maynard, uè più. ne meno 
come, in tempi moderni, fra noi, il d'Annunzio 

[40] 






lece con una poesia del Tommaseo, ma per l'Ac- 
colti sta di serio ch'egli era contemporaneo del 
Buonarroti. Ciò avrebbe valore se un diligente 
esame sulla questione delle stampe e dei mano- 
scritti e intorno all' ordine cronologico , in cui 
furon concepite le poesie dei due artisti . non 
ci convincesse del contrario. Delle rime di M. 
non si rileva alcuna raccolta edita : sappiamo. 
invece, che le sole «'di/ioni della Virginia di 
Bernardo Accolti (Il furono dodici, la primari- 
sale al 1513 e l'ultima al 1584 (2). 

Se pensiamo poi che l'Unico era entrato 
con strepito nella grazia delle corti più alte e 
nel favore entusiastico del popolo così che. 
(piando improvvisava, " i bottegai e gli artieri, 
chiusi i loro fondachi come in giorno di festa. 



(li Le 12 edizioni della Virginia sono seguite rispet- 
tivamente da sonetti, tra i quali : Allamica haoendosi 
a partire da lei (com. Pien di mortole amara putientia) 
o da strambotti e capitoli e altri componimenti poetici. 

(2) Elvira Guarnera, Bernardo Accolti, Saggio bio- 
grafico-critico, con appendice di documenti inediti, Pa- 
lermo, 1901) nella sua pregevole opera, a carte 139, nella 
nota degli autori, che àn nominato il poeta, non ha in- 
cluso i Cataloghi del Riccoboni e del Bareni. \ r oi ag- 
giungiamo che ricordano con lode l'Accolti e l'Ariosto 
nel Furioso, cant. 4t> ott. iOe il Castiglione nel Cortigiano 
p. 10. ediz. Lyon. 1553. 



[411 



lo udivano e alleluiavano ' a fianco a^li acca- 
demici ed ai prelati della ('uria,. (1), non e af- 
fatto temeraria f idea che anche Michelangelo 
Buonarroti I" abbia potuto ascoltare e imitare. 

I'.. Accoiti M. Buonarroti 

Documento 5 (Cod. Marc. VI (Appartiene agli anni 

Ita.!, clas. IX. 135) e. 33, tra il 1504 e il 1511 secondo 

* Vale madonna mia ah. l'ordinamento cronologico 

[dura sorte... r delle rime dato dal Frey). 

...da te mi parta no: ma Come può esser, ch'io non 
[da me sfesso... [sia più mio ? 



Ad una ignota (1513-1516) 

l'omo potrò mai fare ch'io Co m'arò dunque ardire 
[mi comparta 

('Ino segna impia fortuna Sema ni ma' mio ben, te- 
le segna amor... \nermi, 'n vita, 



S' io non posso al partir 
[chiederci aita ? 

. ... so io te lasso // cor lasso con voi, che 
Xon lasso te ma la trista [non è mio. 

[abita el core... 



(1) F. Flamini, Compedio dì Storia della Letteratura 
Italiana, p. Ilo, Livorno, 1912. 



[42] 



V IX (1547 - in morte 'I 
v . < 'olonna) 

ihimta >■ lora del mio partir j M m0 rte è 1 duo! rendi 



Lhora eh' io morirò soma Un contento avvenir, che 
morir... [non mi lassa 

Morir 

ancora (CIX, 30-311 

O gran martire 

D'una doglia mortai senza 
[morire.,. 

Il capitolo < Documento 5) come il sonetto 
" Allamìca havendosi a partire da lei „ furon 
composti dall'Unico prima che fuorescisse dalla 
città di Firenze, con bavaglio d'esilio per aver 
favorito Pier de' Medici nella miseranda con- 
giura. \ulla affiora, dai documenti del tempo, 
intorno al bando dell'Unico, né quando, ma pare. 
secondo una testimonianza di L. Landucci, nel 
suo Diario, a carte 157. che il poeta fosso con- 
finato ai 24 d'agosto 14*>7 insieme a " una buona 
quantità n d'altri seguaci, s'intende, che avean 
tessuto contro la republica. 

Nel sonetto quanto nel documento 5, ripor- 
talo innanzi, è incontrastabile, dunque, l' ante- 
riorità cronologica dell'Unico rispetto alle varie 

[43] 



poesie ili Michelangelo ordinate diversamente, 
come si rileva . ed è analogo lo sialo d' animo 
dei due podi. Michelangelo è accerchiato da 
una amarezza affettuosa e indocile e scivola 
sul filo della sognante malinconia dell' Accolti 
che manifesta il suo dolore fedele, vivo, trepido, 
irrequieto, ardente in doglianza del partirsi dalla 
sua donna soave, constretto a una forzata lon- 
tananza. Il confronto fra l'uno e l'altro artista 
ne illumina l'identità spirituale sotto la procella 
d'un accorato sgomento che li incalza e pur li 
rattiene, onde si dipartono, tutti e due. dal loro 
amore, ma non da sé stessi. 

B. Accolti M. Buonarroti 

(Cod. Marc. It. ci. IX. 135) XLIX (1532-33?) 

(>.'{. Art/nudo ardendo pre- Le fallaci speranze e 'l min 
{{/andò piangendo [desìo. 

Piangendo, amando, ar- 

[dendo e sospirando 



LVIII (In morte del padre, 
Firenze, 1534). 

Ond* io non danno te. ma Nel tuo morire el mio mo- 
lta mia sorte [rire imparo 

Che ih' ha fatto in amarti 
[amar la morte... 



[44] 



Anche qui un analogo travaglio màcera i 
due cantori : i particolari michelangioleschi or- 
meggiano, tranne qualche variante facile e tra- 
scurabile, le imagini dell'Accolti, anzi sono così 
vicini e uniformi al vero spirito del modello che 
l'imitazione non è più generica e superficiale, 
ma volontaria. 

L'Unico incatenati sena, in una sola poesia 
(Documento V), il pianto e l'irrequietudine, la 
speranza e il lamento, la dolorosa gioia, incre- 
dula e attonita, di rimaner più vicino, quanto 
più lontano, al suo Bene; M., invece, prodiga 
a singhiozzi schegge di melodia in più d' una 
delle sue mùtile poesie: ma la disgregazione è 
apparente, che l'unità d'ispirazione non s'inter- 
rompe mai e s'agita impetuosa come nel sotto- 
mare delle sue rime (1). Ma quando M. si di- 



ti) In Italia, fra i poeti moderni, al d'Annunzio, ine- 
sausto saccheggiatore di bellezze [1], che si distacca da' 
suoi modelli solo pel frontespizio borioso dei libri, e ve- 
nuto anche da Michelangelo Buonarroti I' eco di molte 
rimerie osé attenuto . per i concetti e l' imaginazione. 
a quanto va di più originale in M. capace di suscitare 
quella che il Lotze chiamò la -simultaneità delle impres- 
sioni molteplici e il Taine la convergenza degli effet- 
ti n (A. Graf, Foscolo, Manzoni e Leopardi, p. 181, nota, 
Torino, 1898). 

[45] 



vincola dalle influenze dei modelli, come accade 
talvolta nelle rime d* amore, allora la sua ispi- 
razione diviene altamente originale : varietà di 
movenze e di grazia, quasi un ex ioti;, dulcedo 
s'insinuano e svolacchiano soavi entro i madri- 
gali insonni. 

La capacità espressiva s'accorda colla sua 
voraginosa anima umana. Cascan le musiche e 



M. Buonarroti <l. cI'Annunzio 

((IX. 8). Forse che si, forse che no, 

pp. 22-23, Milano, 1910. 

De! Se tu può' nel del E all'improvviso dal suo 

[quante tra noi, corpo, dalla sua grazia, 

Fa' del mie corpo fu/lo un dalla sua potenza, dalle 

[occhio solo; pieghe della sua cesie, da 

Xc fie poi parte in me che tutte le linee della sua per- 

\non ti goda. sona... si formò qualcosa 

di brere e d' infinito... : lo 

sguardo, quello sguardo. 

E fu tutto. 

Altrove {Il Piacere, pagi- 
na 1 12, Milano, 1918) ricorre 
U) stesso motivo spirituale 
<li Michelangelo in d'Annun- 
zi*» che si sforza d'innova- 
re il fantasma. L'imitazione 
(piasi pare un' ingenua re 
miniscenza : 

1461 



sol resta il suo spasimo . quel ruggente amore- 
che l'assetò sin nella più tarda età. 

Per una ignota (VII) à parole, come queste, 
deliziose: "Contesta è tutto il giorno quella 

vesta chi serra 7 Detto e, giù, in fine del 

sonetto : 

E la schietta cintura, che s'annoda. 

Mi por dir seco: qui vo' stringier sempre. 

Or che farebon dunche U mie braccia! 

Per hi stessa donna lidia e crudele e ignota, 
egli martellò, in un luccicore di brama, questo 
madrigale focoso, ch'io annoto imeni, dove il 



Mi sembra, diceva ad oc- 
chi chiusi, che tu'ti i pori 
della mia pelle sieno conto 
un milione di piccole boc- 
che anelanti alla tua. spa- 
simanti per ■■ lette, 
invidiose Vana dell' nitro... 
Michelangelo è il creatore òell'espressione "Fa del 
mie corpo tutto un'occhio .so/o,; d'Annunzio. lu- 
cendo raffronto, adocchio» sostituisce -le piccole bocche 
anelanti, che sono •'invidiose l'uva dell'altra, che ognuna 
vorrebbe esser sola a godere; guizzo, codesto, più infi- 
nito e totale, incomparabile ed eterno nel verso miche- 
langiolesco : ' Né fie poi parte in me che non ti godal.. 

[\\ G. De Frenzi, // primo plagio di Gabriele dAn- 

[47| 



senso abbaia sbottando su dalla radice degli 
istinti : 

MIX. 77) Costei /"//■ SÌ delibili 

Indomit V selvaggia, 

Ch'i' arda mora e. caggia 

A (/nei ch'a peso non sie pure un'oncia, 

Il 7 saììif ne a libra a libra 

Mi svena e sfibra e 7 corpo all'alma sconcia, 

La si gode e racconcia 

Nel suo /'dato specchio, 

Ooe se vede equale al paradiso; 

Pò rolla a me, mi concia 

Sì, e' olir' all' esser vecchio, 

In quel col mie {o più bello il suo riso, 

Ond'io vie più deriso 

Sou d'esser brut lo : e pur m'è gran ventura, 

S'i' vinco a farla, bella la natura. 

Nei versi: " Po' volta a me, mi concia 
(innanzi ai "fidato specchio») ». e' olir' all'esser 



nunzio, nel Giornale d'Italia, Roma, 20 maggio 1910. - 
E. TiiovEX, // pastore, il gregge e la zampogno, pp. 373- 
381, note. Napoli, 1911. — G. Botta, in La Critica, Remi- 
niscenze e imitazioni nella letteratura italiana durante 
la seconda metà del sue. XIX, Terza aggiunta alle Fonti 
l 'annunziane, anno X, voi. X.. pp. 257 -<S3 e 423-430, Bari, 
1912. 



|4M 



vecchio | /// quel col mie fo più bello il suo 

riso, Oad' io vie più deriso Son d'esser ornilo; 

ci dispensa una bellezza dismisurata non mai 
prima e dopo di lui espressa in un rosi irresi- 
stibile incantesimo di forma. È il mago dell'illu- 
sione : dal magnifico letto al "fidato specchio^ 
rhe i profumi «lei vago e dilettoso errore forse 
appannano d' azzurrini fiati . il senso della mi- 
sura e del tempo . della tenerezza . zeppa di 
rustico miele, e del tormento "d'esser bratto x 
raccostando il suo, dinanzi il limpido cristallo. 
al viso della donna " indomit'e selvaggia ... le 
pause soavi e tristi dell" amore, in una parola, 
questa luminosa visione della gioventù, che si 
mesce colla vecchiezza, ci affascina ed impietra, 
che. l'una, è la gioia trionfale di vivere e, l'altra. 
la_matlutina placidjt à della morte. Non tumultua. 
in questo dualismo, tutta la vita ? 



Ili 



Abbiamo detto die l'I "inanità. Din e hi 
Patria sono tre grandi fonti d' ispirazione . ma 
nel Canzoniere di Michelangelo non trapassa 
alcun accento patriottico. 

Non tuona contro gli ebbri tiranni. Tra 



|49| 



chiare bende di musica la bellezza e la passione 
in un groppo voluttuoso lo stringono. 

Egli che uvea di leso Firenze con unghie 
eroiche e disperate non è soccorso da un sol 
verso incandescente di libertà. Spenta in lui 
par quest'idea. Del resto, ammonisce il Fari- 
nelli: "Che poteva egli fare per ridarle l'antico 
splendore?,, (1). Ma ribellarsi, infalconirsi contro 
i tristi . muover zuffa, colla sua spiritualità di 
leone, agli ignavi, dissonnarli, diradicarli dalle 
vane opere, dalla neghittagine . dalle frodi, fu- 
stigar quella generazione che s' ismelloniva vi- 
vendo teatralmente . creando teatralmente . as- 
servendosi teatralmente ai doviziosi principi, 
illuminar, rivelare "scrutare e riscuotere l'anima 
fiera e dominatrice di Roma nei monumenti, i 
libri, le costumanze, le statue, come avea pur 
tentato Cola di Rienzo,, (2). E non dobbiamo al 
Savonarola, che ratinò intorno a sé il popolo, 
tuonando alate e terribili invettive, se la cospi- 
razione contro Firenze s'aggorgò nel vuoto? 

La società, in cui visse Michelangelo, era 



(1) A. Farinklli. op. cif. : p. 32'». 

(2> G. A. Cesareo, Storia della Letteratura Italiana, 
p. 133, Messina. 1908. 

[50] 



quella dove pontefici, come il bellicoso Giulio II 
non preoccupandosi del dominio spirituale, sa- 
pean gridare * Fuori i bar Dani . o rispondere 
a M. che ^li chiedeva se dovesse rappresentarlo 
con un libro tra le mani: "Che libro- Una 
spada; che i<> per me non so lettere ..: Agostino 
Chigi "gran mercante della Cristianità „ assen- 
tiva che la divina Imperia, a convito, ornasse 
di se le opulente mense tra i porporati cardi- 
nali di Santa Madre Chiesa; era. alfine, l'Italia 
scurrile del Berni, macaronica del Folengo, "la 
rosa del bottino . del Frundesberg che pungo- 
lava, al sacco, su Roma, orde di lanzichenecchi 
arroganti, rissosi, predaci... 

M. non reagì, s'acquetò. L'imbelle risposta 
che fece dare, secondo praticavasi a que' tempi. 
dalla sua statua la "Notte» a G. Battista Strozzi, 
non ci appaga : 

(CIX, 17) C'oro >»'è 'i sonno e più l'esser di sasso, 
Mentre die 7 danno e la vergogna dura. 
Xon '-eder, non sentir m'è gran ventura; 
Però non mi destar, deli ! parla basso. 

Ma egli avrebbe dovuto destarsi, balzare, 
ingioiellarsi non di silenzio, bensi di riscossa, 
alacre e spedito a tutte le voci del destino, in- 

[51j 



•" 



sofferente dell'altrui cupidigia e vilezza, schiodar 
dalla sua anima l'Ercole che dormiva in lui: 
questo aspettavamo dalla sua energia indistrut- 
tibile, dalla sua opera di gigante, da tutta la sua 
vita, ch'è perenne lotta e inquietudine. 

La patria: è attraverso i suoi occhi che 
avremmo voluta vedere (; amare: la libertà: è 
attraverso il suo cuore titanico che avremmo 
voluto desiderare. 

Michelangelo mancò, in ciò . al suo genio: 
la ragione esita, intoppa, s'impenna, ma il sen- 
timento giustifica l'artista. 

Pochi lirici, d'altronde, nel '300 offrono 
soggetti con intendimenti storici e politici. 

Sol Galeazzo di Tarsia, dopo il Petrarca, è 
capace di salutare divinamente 1' Italia in un 
sonetto (ed. Bartelli . p. 33) che non a pari, e 
vale piii di mille zibaldoni in rima come La 
obsidione di Padua d'un tal Cordo leguleio, o 
i diari/ di Marin Sanudo del tempo, o la poesia 
d'arte, più foglie che gemme, sbocciata intorno 
a Lovodico il Moro pallido, ansioso, turbolento. 
o ispirata dal sacco di Roma- come dall'assedio 
di Firenzi' e di Siena. 

In Contro i Pistoiesi di M. (LXVIII) "... ( 'ani 
fu de' vostri anticedenti, .. ove sfrècciola un 

[52] 



raggio eroico e solare di quella poesia che non 
scarpello mai per incuorare l'Italia alla speranza 
e divellerla dalla mina, ancor quelli rimbrotta: 

Invidiosi, superhi, al del ni mici, 
La, carità >let prossimo v'è a noia, 
l'I sol tifi rostro danno siete limici. 

Versi politici, codesti, non patriottici e noi 
li rimemoriamo, ma por dolercene: M., se l'avesse 
sentita scalpitar nel suo cuore, avrebbe dato 
alla Patria la poesia più imaginosa e formidabile. 

Nulla (Ji tutto ciò. Taluni divulgano ancora 
oggidì come le nobili rime, indirizzate alla Donno 
(CIX, 4-".). personifichino la città di Firenze, ma 
nel limpido madrigale non v'à alcun monito o 
cenno che ci muova a identificar la Donna con 
la patria, né vi folgora scatto magnifico di ri- 
volta, bensì quietudini . 

La Donna di M. non è se non una Venere 
celeste: a lui par "cl/r 7 del SÌ dorma „ se (dia 
fu creata 'per ///nifi... anzi per inill<> amanti* 
e se - un. sol s' appropria quel eh' è 'iato a 
tanti. .. La sua bellezza spirituale appartiene a 
tutti. Tutti posson libarla. Siccome ella poi è 
"d'angelica forma, cioè creatura sovrana e non 

[53] 



vituperata, e tramanda 'piasi odor 'li cielo, bi- 
sogna che gli amanti (il gaudio che gli occhi 
provano a vederla) non maculino i "desìr santi „ 
(non sieno, i lor occhi, lussuriosi), che, per gli 
amanti . è più l felice stato „ la ricca povertà 
della speranza "ima miseria, di speranza piena., 
che la sazietà della brama " ove gran desir 
gran copia a/frena ... 

Nessuna allusione, dunque, alla patria nelle 
rimo di Michelangelo . nò in quelle di colore 
chiaro e assai meno in quell'altre annuvolate 
dal vapor pigro del simbolo e dell'allegoria, e 
rivolte, per esempio, a qualche altra Donna, o 
al Sole, a Febo come a Tommaso de' Cavalieri. 
e via seguitando. 



IV 



•" È stato detto che tutti i grandi fiorentini 
furono preoccupati della morte: oltretomba! 
oltretomba ! è il motivo costante de' pensieri 
loro, da Dante al Savonarola;.. (1), ma AL, che 
è "ignaro del mondo spirituale,,, è più maturo 



(!) \V. Pater, op. cit., p. 101. 
[54] 



di .Dante e la sua credenza nell'immortalità non 
è formalistica come quella del grande ghibellino 
che crea, con quella mirabile prefazione poetica 
alla divina Comedia. eh' è la Vita Nuova, il 
perfetto modello dell'amore imaginativo. Dante 
crede nella resurrezione del corpo e la donna 
angelicata, Beatrice, non disella, neppur in cielo. 
la sua forma corporea. Non così avviene per 
Michelangelo ispirato dalla tradizione platonica 
dell' anima che transita . diveltasi dalla carne. 
traverso novelli modi di vita, donde la chiaro- 
veggenza dell'amore che precedette la vita me- 
desima (platonico stato prenatale): "fa. sol dov'l 
f ama' prima r (XCII): ecco perchè nei belli 
occhi di Vittoria Colonna trova il cielo, e vede 
"nutrie in ogni altra beliate. (CXXXV). 

Parve al Berni (1) d'aver lette le rime di 



(1) In un Capitolo del Berni a Fra Bastiano del 
Piombo [1] non ist'uggì al mordacissimo scrittore e facil 
poeta giocoso il maschio privilegio della l'orma del Buo- 
narroti che è 

novo Apollo, e ìiovo Apelle: 

Tacete unquanco pallide viole, 
E liquidi cristalli, e fere stelle 
Ei dice cose, e voi dite parole: 

M. rispose in nome di Fra Bastiano a Francesco 

[55] 



ti S' -fA , 






i 









Michelangelo " tutte nel mezzo di Platone .. e 
aneli*' noi. contro il giudizio degli altri critici. 
crediamo che M. abbia avuto una profonda co- 
noscenza degli scritti platonici del Simposio e 
del Fedro come, del resto . della tradizione la- 
tina che di tutte l'opere apprestò Marsilio Ficino. 
Il Varchi gli attribuisce la conoscenza del 
Convito. Quel platonismo, che fece si gran stre- 
pilo tra gli scrittori umanisti e le dissertazioni 
dell'accademia platonica ai tempi di Michelan- 
gelo, sembrò, e fu così, uno contraffazione del 
sentimento: da Guido Guinizelli ai lirici del '500 
si citareggiò con le torme astratte della bellezza 
metafìsica, divenuta convenzionale e trasmessa. 
perciò, da un artista all'altro, sino a l'acquistare 
una propria indipendenza di forma in Buonar- 
roti clVò fuori delle idee platoniche di Dante 
e Petrarca , e il Condivi ci informa , avendolo 



Berni (Risposta dei Buon'. irroto in nome di Ira Ba- 
stiano, LYII) : 

Il nostro B>uon arroto che v'adora 
1 islo la vostra, se ben veggio, pormi 
Ch'ai del sì ti eri mille rotte ogn'ora;... 

[ij Francesco Berni, Opere burlesche, con annota- 
zioni e con un saggio delle sui lettere piacevoli, p. 32, 
Milano, 1806. 



[56] 



inteso ragionare intorno all'amore, aver "udito 
poi, da quelli che si trovarono presenti, lui non 
altrimenti dell'amor parlare <li quel che appresso 
Platone scritto si legge ,.. 

Che Michelangelo s'adimasse nel vivo cuore 
dei concetti platonici e di questi testimoniasse 
in una adorna e ricca orazione, detta nella fon- 
dazione di un'Accademia di Lettere, d' armi, e 
di musica (li. è cosa assai chiara. 

Dalla credenza nella immortalità dell'anima 
al pensiero della morte, è una placida luce spi- 
rituale, ma dall'amore scoccan scintille di gemiti. 

Se " Chi d'amor s'arma, vince ogni for- *p. 
fama» (XXVII), altrove l'anima sua 'conia 
morte parla.. (CX) e il corpo 'di dì ìiì dì spera 
lasciarla \ onde V immaginato cammin pi- 
glia : pure, l'amore è "pronto in risia. Te- 
merario, audaci, (trinaia e forte! Chee'penSÌer 
della morie \ Nel tempo suo di me discacci 
fori. ! Per trar d'un arbor secco fronde e fiori.» 

Amore e Morie : neh" uno, arde la gioia di 
vivere, ed essa à un limite : neh' altra, vive il f '' 
sovrano piacere, cioè l'infinito. J 



(l) Prose Fiorentine raccolte dallo Smarrito, acca- 
demico della Crusca, tom. 1, par. 1, voi. 111. oraz. VII, 
presso Domenico Occhi, in Venezia, 1730. 

[57] 



L'amore l'adduce alla morte: ceco la tra- 
gedia di Michelangelo. Che tali pensieri s'insi- 
gnorissero di lui con abbarbicate e fitte ritòr- 
tole, è dichiaralo dallo stesso in Delle lodi dì 
Pier Francesco Carni» (1). 

La passione, che è radice di pianto, lo fa 

\ vivere r perire. Cerca nella morte il nuovo senso 

| della vita come il cieco nel buio crea occhi 

\ nuovi in tutto il suo corpo <• per il gelo <• per 

il fuoco. Il fuoco è un'essenza sublime : 

(( \ i Come fiamma più cresce più contesa 

Dal nerìto, ogni virtù, che 'I cielo esalta, 
Tanto più splende quant'è più offesa. 

È 1' antico motto della face che " agitata 
crescit ,. in altre rime vuol rinnovarsi come fe- 
nice o si disdice : 

(XXXIII) Che ne riporterà' dal vivo sole 

Altro che morte? e non come fenice. 

(1) a Le due sezioni sopra il sonetto di Monsignor 
della Casa: 

Amor per lo tuo calle a morte vassi. ; 
siccome diverse, e publiche, e private sue dicerie non 
m'escono altresì dalla mente, le quali egli con tanta al- 
tezza di pensieri, e di stile sopra di questo glorioso ar- 
ringo vi fé sentire „ (M. Buonarroti, in Prose fiorentinr, 
o/i. cit., oraz. VI, p. 86). 

[58] 



Scuoter da sé il proprio corpo è render 
più sola e melodiosa l'anima, è un caparrarsi 
" anzi morte .. " eterna vita .. (CU. che "le fa- 
voli del mondo „ l'àn smagato dal "contemplare 
Iddio .. : bisogna ( LXXXLX > aver l'ali per seguire 
" un angel ,. altrimenti 

// seme a' sassi, al cento le parole 
Indarno (sparge e l'intelletto a Dio. 

Con fedeltà incorrotta M., dunque, à le pu- 
pille intento alle cime, cioè al paradiso e a Dio 
che I' attira, però che sopra ogni fiacchezza e 
falsità, servilità, menzogne e ire e maschere 
rosate d'inganno egli è maciullato dal desio di 
morte che non sovvertirà 1' unica leggo che lo 
governa: l'amore, e questo, in terra, può esser- 
gli rapite perchè defesso, o peccatore, o vecchio, 
ma allora 

(CXXH) >>'« la memoria sol resta l'orecchio 

Non (fiora senza grazia l'esser recefi io. 

In cielo, invece, dopo il vàlico, l'amore per- 
dura. 11 continuo pensiero della morte à fatto 
discorrere i più intorno a un pessimismo mi- 
chelangiolesco che non esiste . come abbiamo 
illustrato : che anzi la tristezza gli era conge- 

[39] 



niale conio il lume al frugnuolo elio, a notte, si 
para por chiappar pesci o uccelli, abbagliandoli. 

In verità, per la morto del giovinetto Cec- 
chino Bracci, nipote di Lui^i del Riccio, Miche- 
langelo si sfojò in 50 componimenti poetici a 
martellare il diletto tema. 

Accanto a versi belli come questi 

(LXXIII, 5) La beltà, che qui giace, al mondo vinse 
Di tanto ogni più bella creatura, 
Che morte, ch'era in odio alla natura, 
Per farsi amica a, lei, Vancise e strinse. 

ve ne sono di burlevole quasi, e irriverenti 

(LXXIIT, 6) Qui son de' Bracci, deboli all'impresa 
Cantra la morte mia per non morire; 
Meglio era esser de Piedi per fuggire 
Che de' Bracci e non far da lei difesa. 

che mi richiamai! per la lepida imagine le rime 
Sopra il Deposito della Mancina, amante del 
poeta Gandolfo Porrino, morta nel 1544: 

(CIX, 67) In noi vice, e qui giace la divina 

Beltà, da morte am'il suo tempo offesa. 
Se con la dritta man face' difesa. 
Campava ; onde noi fé', ch'era Mancina. 

Lo zio di Cecchino Bracci rimunerava il 
[60] 



poeta con trote, tartufi che " sforzerébono il 
cielo e, altrove (LXXIII, 23), appicca alle rime 
salaci osservazioni: "Questo dicono le trote, e 
udii io; però, s'è' versi non vi piacciono, non le 
marinate pin senza pepe ... 

Ed è t'orza, quindi, che vi sia d' ogni cosa 

idosi obligato a farne mille : 

(LXXIII, 33) Se ciao al mondo '/'alcun vita fui, 

Che gli è qui terra or la bellezza mia, 
Mort'è non sol, ma crudel gelosia 

'cuti per me non mora, innanzi a lui. 

E annota: "Cose goffe! La fonie è secca; 
bisogna aspettar che piova, e voi avete troppa 
fretta ... A Michelangelo poeta, era. sottentra 
Michelangelo giocoliere . ma noi pre-feriamo il 
primo al secondo. 



V 



Nel dialogo di Donato Giannotti, Michelan- 
gelo confessa: 'Sappiate che io sono il più 
inclinato uomo ad amar le [tersone, che mai in 
alcun tempo nascesse. Qualunque volta io veggo 
alcuno che abbia qualche virtù, che mostri qual- 
che destrezza d'ingegno, che sappia fare o dire 

[61] 



qualche cosa più acconciamente che gli altri, 
io sono costretto ad innamorarmi di lui, e me 
gli do in maniera di preda, ch'io non sono più 
mio. ma tutto suo 

Qui è la giustificazione e l'allettamento del- 
l'innamorato veglio, il polline d'oro che appiglia 
e feconda, onde l'anima gli si gremisce di arco- 
baleni nell' esaltazione della bellezza maschile 
e femminile. Morire non può essergli triste, per- 
chè anche, oltre le stelle, la passione avrebbe 
avuto il roseo volto della felicità, quella forma 
spirituale d' amore che in cielo si tramuta in 
beatitudine. 

E in terra? Quaggiù Michelangelo amerà 
come amante il leggiadrissimó giovin romano 
Tommaso de' Cavalieri d' una tenerezza che 
" à dell'anormale ,. (1) e gli caparrerà u il pa- 
radiso „ (CIX, 101) e concederà al poeta e al- 
l'amico d'amarsi " Vun l'altro e nessun sé me- 
desmo „ (XLIV). 

Anche Shakespeare celebra nei suoi armo- 
niosi Sonetti l'adorabile, ignoto amico e à co- 
mune con Michelangelo " la casta voglia „ (XLIll ). 
ma nell'uno è la sua propria imagine colorata 



(i) F. Flaminj, op. ci/., p. 202. 
[62] 



e amplificata, l'anima, quasi, che s'incipria, allo 
specchio, «li stelle, un movimento estetico dove 
la passione non trabocca : nell'altro, l'anima si 
trascina dietro il corpo immansueta e oppressa 
di fiori, e non sappiamo se v' abbia più parte 
il tormento dell'anima o il tormento dei sensi. 
Forse, dovette essere un amore ideale, ma gli 
accordi, che il suo canto suscita, trapassano i 
limiti della ragione. 

Nell'uno, è più purezza e nell'altro più strug- 
gimento ; Shakespeare è più Dio, Michelangelo 
è più uomo. 

•< IX, ioli lien può talor col mie 'niente desio 
Salir la speme e non esser fallace, 
Che s'ogni nostro affetto al del dispiace, 
. I che fin fatto arebbe il mondo Iddio'/ 

Altrove (L) "' come grazia, ch'abonda <t chi 
ben chiedi .. il vago Tommaso, colcatisi * il gior- 
no e il sol nelle su' antica traccia,, farà (0 
felia quel dì, se questo è certo/) che Miche- 
langelo stringa (e non già per mio merlo) 

Il disiato mio dolce Signore 

Per sempre nell'indegne e pronte braccia. 

In un mutilo sonetto, rivolto a un altro gio- 

[63] 



vane (forse a Gherardo Perini) che " co' begli 
occhi „ gli 'promise aita,, (XXXV) il culto del 
bello solleverà dal profondo imagini care e do- 
lenti come un vento di soavità se inturgidì fio- 
rate mussole : 

Quinci oltre mi legò, quivi >ni sciolse. 

Per me qui piansi e con doglia infinita 
Da questo sasso vidi far partita 
Colui, e a me mi tolse e non mi volse- 

L'amore di M. per le donne non lo distolse 

da quello per gli uomini. La figurazione della 
bellezza femminile è duplice: si riassume, in 
fondo, nelle rime alla bella e crudele ignota e 
in quelle a Vittoria Colonna. 

Delle prime abbiam già toccato: abbondanza 
di gaudii ella offre e disfrena e arditi e frenetici 
smarrimenti, e i sensi dilania : le vie che me- 
nano a lei verdeggiano «li piacere, giocondità, 
follie, infingimenti, maraviglie, o di graziose in- 
terrogazioni come : 

(CXXI) S'alcuna parte in donna è che sie bella, 
Benché l'altre sieri brutte, 
Dtbb'io amarle tutte 
Pel gran piacer, ch'i' prendo sol di quella? 

e conclude * che l'uso agli occhi ogni malfatto 

sana 

[64] 



Vittoria Colonna, invece, per M. (intorno ad 
essi la !a\ola inchiomò (ìli di soave angoscia) 
rappresenta la rosa della spiritual solitudine. I 
la sua Laura <• le rime per lei sono un luogo 
di Iure 

Veglio, Michelangelo, entrò nella grazia di 
• lucila cara intimità, velata di umili ombre, e 
mansuete. 

In sul fiorire del 1 .^42 bisogna riportare la 
loro più candida e avvinta comunione di anime 
che corse ininterrotta sino al 1547, anno della 
morte di Vittoria. 

Ella, che s'era rannicchiata in sé, sola, tutta 
sola e pura . dopo la morte del Marchese di 
Pescara, suo tenero signore, nella battaglia di 
Pavia, in una sola notte, pel dolore della gioia 
mozzata, s'ingigantì da toccare gli astri. 

E rinchiusa in sé, si prodigò in opere di 
pietà. Non è l'orse la pietà una manifestazione 
spirituale d'amore V 

Amarla significava piegarsi al bello nel suo 
più nobile e generoso modo. Poteva vivere ed 

re t'elice. Volle morire, vivendo, e incoro- 
narsi di tristezza, inespugnabile fiore, cosi creò 
intorno a sé ammirazione, non amore. E il suo 
amore fu santo. 

[65 j 



aT 



f 



E le sue Rime Spirituali (.. ..dolci, leggia- 
giadri e sucri inchiostri» XCIJI), ben che più 
scarne "di forme e di concetti- del Canzoniere 
di Gaspara Stampa, rispecchiano la fede del 
suo core segreto. Nei Dialoghi del pittore Fran- 
cisco de I Iolanda 11) uno ve n'à che illumina 
i rapporti di Vittoria con Michelangelo, i quali,, 
stanchi e senza sole, disciolti dalle seduzioni 
della terra, in una solitaria chiesa romana trat- 
tano d'arte e di San Paolo, ma oltre la scorza 
delle molteplici notizie e i rimessiticci della leg- 
genda, albeggia pur sempre vaporosa e silen- 
ziosa, incorrotta e fedele la purezza di Vittoria. 

Certo, da allusioni nei sonetti di M., l'aurora 
di questa amicizia immortale fu saettata da una 
dubitosa tentazione, quasi un si e un no moves- 
sero (2) il poeta, ma è un solo segno, uno smarri- 
mento di primavera che resta fiore e non at- 
tossica. 



(1) 11 Dialogo della Pittura di F. de Holanda fu 
edito dal Raczynski nel 1<S4b. 

(2) Michelangelo " avea molto ragionato con se me- 
desimo se quest'ultima passione non sarebbe forse la 
più. immite, la più desolata di tutte: un dolce amaro, un 
si e no mi muovi „ (W. Pater, np. cit, p. 93 



|<V,| 



Questa passione non fu acerrima e squal- 
lida, nt poteva esserlo. 

- qualche rima si bacia desolatami 
con un'altra vicina è perchè si sceveri m< - 
la placidità pensosa e inebbriata che sovr; 
il poeta. 

I Vittoria lo sorregge e lenis< 

C1X, 12) <<>>><>■ non puoi non esser cosa bella 
ìser non puoi che non sia 

le sospira Michelangelo, e conclude " c'iin cor 
pietoso vai quant'im nn bel riso.. 

In A l" Marchesa di Pescara (CIX. 97j 
Michelangelo .-'. "il cor confuso, "Fra il vizio 
< la virtude* come * chi l del tion che 

per ogni sentier si perde >> manca ,. L'anima 
'(in sé franca^ non Hetta "a gli error nostri^ 

terreni, *mit bn >tQ„ cioè la poca vita 

che gli avanza, e " meri cieco viva 9 . 

Le rime in doglianza per la morte di Vit- 
toria "donna alta < sincera* (XCVIII) appaiono 
come il più bel commentario alle Rime Spiri- 
tuali di ciucila. Noi la sentiamo intera e quasi 
intera la ^conosciamo : ella è un " felice uc- 
(( IV). 

167] 



Per lei, il poeta in ogni orlo di canto in- 
fonde una tumultuosa freschezza. 

(XCIXi Ben doverrìeno al sospirar mie tanto 
Esser seco oramai le fonti e fiumi, 
S'i' non gli rinfrescassi col mie pianto. 

Ter lei, "ara ora in cielo chi almeno merrà 
i mantaci, che quaggiù non aveva nessun com- 
pagno alla fucina, do' si esaltano le virtù,, com'è 
dichiarato da Michelangelo in un'aggiunta acco- 
data al sonetto (CI) perchè il nipote Leonardo 
ne intendesse il significato. 

(CI) E perchè 7 colpo è di valor più pieno 
Quant'alza più se stesso alla fucina, 
Sopra 1, mio questo al del n'è gito a volo. 

Per lei arse e si strusse: il "foco., "die gli 
è spento | Di fuor irì affligge e mi consuma 
drento... .. 

Pur che vedesse " ardendo _ da un luogo 
luminoso pendere il suo " greve tormento ,., ne 
avrebbe giubilo e si sfamerebbe . e " morte e 
strati,, gli sarebbero "festa e gioco». 

Vittoria, nelle rime di M.. è come un colpo 
di sole che crea. La bellezza irresistibile di Dio 

[68] 



s'addensa in essa, e Dio "per la stia boera 
/tarlo Giulio per ascoltarla \ San [allo tal, 
c//r ma' più. sarò mio.» parole, queste ultime. 
che richiamano quelle di Leopardo: "Salvatico è 
chi si salva,, aggiungendo: "E se tu sarai solo, 
tu sarai tutto tuo. ,. 

Leonardo cerea, nella solitudine, la salvezza 
("quella vista interiore che è il privilegio dello 
sol ih ali to',. Wordsworth), mentre Michelangelo 
vuole che a se stesso " più non torni „ perchè 
non è più solo chi ama. Vede "morte in ogni 
oliva beltate „ che non sia '* il suo bel rollo .. : 
amar Vittoria è lo stesso che affrancarsi dalle 
colpe e annientarsi in Dio. 



VI 



Sembra che Michelangelo dalle quattro ani- 
me, (essendo pittore, scultore, architetto e poeta) 
traesse da " i dovi sassi .. (CI) col " rozzo mar- 
fflfo ,. i fantasmi per le sue rime con grandezza 
di echi. Più d' un motivo dantesco è nella sua 
poesia come nella sua scoltura e non può ne- 
garsi che l'ima e l'altra sieno stati d'anima, cioè 
motivi lirici, che l'una e l'altra sieno sovratutto 
Michelangelo. 

[69] 



" Le creazioni di Michelangelo appartengo- 
no ad Linci stirpe superiore, più possente, quasi 
di semidei, come parimenti in un altro campo 
le creazioni poetiche di Schiller sono spesso su- 
periori alla misura generale „ (1). 

(Vìa. prima, lo "stesso Salviati allacciò l'idea 
che l'arte di M. avesse gareggiato con la divi- 
nità (2). Se la scoltura è la più finita delle arti 
e la più immollilo, egli riesce a romperne la 
rigidezza esagerandone il contenuto, con profili 
a lama, immurmurandovi tanta vita e ardor di 
lotta da suscitare, fuor dei candidi blocchi, un'a- 
spirazione atletica verso l'infinito in una forma 
che, per essere quasi tronca nel punto migliore. 
attinge indistruttibili effetti dinamici. 

Vuol vincere le limitazioni della materia e 
cade nel particolare dove l'artista si disfoga e 
affina rapido, nello splendore della più plastica 
libertà, il proprio sogno. 

In Raffaello il particolare è {'armonia; in 



(1) A. Grimm, op. cit., voi. I, cap. Vili, p. 308 

(2) L. Salviati. Primo libro delle orazioni nuora' 
mente, raccolte, p. 47, per i Giunti, Firenze. 1575. 

[70] 



Michelangelo, il titanismo (3): ceco i due ter- 
mini estremi dell'anima italiana. 

Le creature «li M. «marmi, affreschi, dipin- 
ture) non sono che dei ciclopi {Prometeo della 
Sistina, Duriti. Mosè, Bacco,...), son disadorne 
ma eroiche, come sferzate dalla terribilità d'un 
destino inesorabile, e dirupano nella tristezza. 
Sulla volta della (appella Sistina, nelle lor cat- 
tedre, i profeti sbarran le pupille leonine e gron- 
dano dolore sulle sorti dell'umanità: nella prima 
scena, per esempio, della Creazione, Iddio, s'in- 
castra impetuoso tra nuvoli di luce e flutti 
d'ombre. 

11 mondo ancora non è escito dal caos e 
Geremia curvo < i gemebondo in sé, e possente, 
sul rugoso omero, sente roteare il ciclone urle- 
vole. Come l'arcobaleno della perla è prodotto 
da una malattia della conchiglia, così dalia furia 
della bora eromperà il sole e la luna, ma Dio 
à già dipartito la luce dal buio e da un antro. 
disserrandosi vorticoso e irresistibile, tra sciami 
d'angeli, la terra dalle acque confina con gesto 
immortale e improvviso. 



(3) A. Insinga, // sorriso della Gitici nda, in Audax, 
anno I, num IV, p. 5. Palermo. 1919. 

[71] 



Dal serpente, che s'avviticchia all' albero 
della vita, alle fulminee sue spire ; dagli uo- 
mini squallidi e morenti, incalzali dal Diluvio 
all'incantata zona di terra, ch'è il Paradiso ter- 
restre, non ancor tranghiottita dalle acque vo- 
raginose, la figurazione del Diluvio è irta di 
scogli, di sitibonda sabbia, d'arbori tutti nudi 
e vedovi di foglie e di fiori che squittiscon di- 
speratamente sotto la raffica. 

Ma perchè Dio s'annunzia al primo uomo 
con selvaggia potenza e desolazione, e non con 
dolcezza e serenità V 

Ter dirgli che il suo destino è terribile? 

Per dire, forse, a Michelangelo, la ruina di 
Firenze e d'Italia V 

Nulla di tutto questo. 

La Creazione dell'Uomo aveva signoreg- 
giato il torbido spirito medievale e la sua con- 
cezione fu trasmessa dalla tradizionale leggenda 
agli artisti con motivi fissi sino a conferirle in- 
numeri significati e, nessuno che la rinnovasse, 
poteva reclamarla come tutta sua. Dalla "vora- 
cissima bocca del tempo,, (1) era cavata. Que- 
lli (1. Vasari, Vite de' più eccellenti pittori, srul 
tori e architetti, illustrate con. note, voi. I, p. 207, Mi- 
lano, 1807. 

[72] 



sto medievalismo di M. gli fere accogliere dalle 
scuole fiorentine quegli elementi eh' eran stali 
consacrati nel trattare della Creazione, onde 
egli raffrontò l'imperfezione degli uomini con 
la grande/za Smisurata di Dio. ne ingiganti ap- 
passionatamente il modo espressivo, castigò la 
carne dell'uomo, ch'è opera del dolore, trasfe- 
rendogli plenitudine di spiriti. 

E non è la bellezza una irregolarità di pro- 
porziono ? E la vita non può erompere, in un 
attimo, da uno schianto ? E non " v' àn poche 
cose al mondo che. come il dolor*', lasciano, 
allorché cessano, una gioia profonda di vivere, 
in tutte le vene*? (Caterina Mollica). 

In Michelangelo, la tradizione del senti- 
mento del dolore è spiritualmente ininterrotta 
e corre dalle sue rime, come abbiamo detto, 
alle espressioni coloricne e marmoree. Scoltura 
e poesia in lui sono un' insaziata passione : è 
poeta quando traffica il marmo ed è scultore 
quando martella i versi e, imaginarlo colle mani 
mozze, vai quanto negare la sua poesia come 
la sua scoltura. 

Michelangelo è un Genio e non è meno di 
Dio : l'uno e l'altro crearono e in Michelangelo 
come in Dio abita l'immortalità. 

[73 



TAVOLA DEI CAPITOLI 



roLO I, — Preambolo e lineazioni della lirica 

nel '500 9 

Capitolo 11. — Intorno a un pessimismo miche- 
langiolesco. Antitesi e imitazioni. 
Originalità .... . 

111. - La Patria 

Capitolo IV. » oltretomba. Tradizione platoni- 
ca. Michelangelo giocoliere . y . 54 

Capitoli» V. - -,'tazione della bellezza mi- 

schile e femminile ... „ 6 

-coltura e poesia. Frammenti 
della Creazione. Lo spirito eroico 
nell'arie di Michelangelo. Com- 
miato <->' J 



I WOLA BIBLIOGRAFICA 



! Salviati, Primo libro delh orazioni nuovamente rac 

colte, per i Giunti. Firenze, 1575. 

[•'. Bersi, Opere burlesche, con annoia/ioni e con un sag- 
gio delle sur U'ifere piacevoli, Milano, 1806. 

<i Vasari, l ite de' più eccellenti pittori, scultori e ar- 
chitetti, Wnstrat< con note, voi. XVI, Milano. 1807- 
1811. 

G. Biagioli, Rime di Mici Buonarroti il vecchio, 

col coniento, Parigi, 
A. Condivi, Vita di Michelangelo Buonarroti, 1 

1 ». Giaxnotti, Opere, Milano. I 

QUATREMÈRE DE QUINOV, h ' C& OUDra- 

ges -ics plus célèbres arckitectes dt> XI e siede jusque 
à la fin do XVIII' . accompagnée de la vue du plus 
remarquable édifice de cimenti <i'eu.\: Aree 17 pian- 
ches. Voi. 11. Paris. 1830. 

Qi atremkke de QuixQy, Histoire de la vie et desouvra- 
ges de Michel- Ange Bonarroti, ornée d'un portrait, 
Paris, 1835. 

D. Gianxqtti, (Jpere politiche e letterarie, collazionate 
sui manoscritti e annotate da /'. L Polidori. prece- 
dute da nn discorso di Atto Vannucci , voi. 11. Fi- 
renze, 1850. 

< h. Calemard de Lafayette, Dante, Michel- Ange, Ma- 
chiavell, Paris, 1852. 



A. Lanxau-Rolland, Michel-Ange poète. Première traduc- 
tion complète de ses poésies , précédée d' une étude 
sur Michel Ange et Vittoria Colonna, Paris, 1860. 

M. Buonarroti, Le rime di Michelangelo Buonarroti, pit- 
tore, scultore e architetto, cavate dagli autografi e 
pubblicate da C Guasti, Firenze, 1863, 

fi. ( ìrmjmL Michelangelo, traduzione dal tedesco di Au- 
gusto di Cosilla, voi. 11, Milano, 1865. 

A. «'.otti, Vita di Michelangelo Buonarroti, Firenze, 1875. 

M. Buonarroti, Le lettere pubblicate coi ricordi ed i cori' 
tratti artistici per cura di Gaetano Milanesi, Fi- 
renze. 1875. 

F. I)u Sanctis, Storia della Letteratura Italiana, terza 
edizione, voi. Il, Xapoli, lo7 ( ». 

A. Graf, Attraverso il cinquecento, Torino, 1888. 

('. . Thomas, Michel-Ange poett, Étude sur Vexpression de 
l'amour platoniq uè dans la poesie italienne du Moyen 
Age et de la Renaissance {XIV-XV1 siècles), Paris- 
Nancy, 1892. 

L. Schbffler, Line Renaissance, Studie, Altenburg. 1898. 

Haddington Svmond , Michelangelo Buonarroti, Confe- 
renza in La \'ita Italiana nel Cinquecento, voi. Ili, 
Pli. 497-532, Milano, 1894. 

< '.. Mazzoni, La lirica nel Cinquecento, conferenza in La 

Vita Italiana nel Cinquecento, voi. II, pp. -109-455, 

Milano, 1894. 
C. Frby, Die Dichtungen des Michelag aiolo Buonarroti, 

heransgegeben und mit hritischen Apparate versehen, 

Berlin. 1897. 
A. CjRAp, Foscolo. Manzoni e Leopardi, Torino, 1898. 

N. Db Sanctis, La lirica amorosa di Michelangelo Buo- 
narroti, Palermo, 1898. 



Addington Symond, The life of Michelangelo Buonarroti 
London. 1898. 

E. Sui. mi. Studi sulla filosofia naturale di Leonardo <la 

Vinci, Modena. 1898. 

F. Flamini, // Cinquecento, cap. 11., La /''riva e le minori 

forme di poesia, pp. 201-3, Vallardi, Milano, l' M| <». 

^jéSièsì^Mirhelnnf/elo poeta, nella Raccolta di Studi j{ -FABIA £1lIj- ..] 
Critici dedicataad Alessandro d'Ancona, festeggian- 
dosi Il XI. annioersario delsuo insegnamento, pp. 305- 
334, Firenze, 1901. 

Elvira Guarnera, Bernardo Accolti, Saggio biografico- 
critico, '(,>/ appendici 'ti documenti inediti, Palermo. 
1901. 

< ì. A. Cesarko, Sfuria della Letteratura Italiana. Mes- 
sina, 1908. 

( '.. 1>k Frenzi, // primo plagio di Gabriele d'Annunzio, 
nel i'<iornni< d'Italia, Roma, 20 maggio 1910. 

J. Pèladan, Epilogue in Leonardo da \ r inci, Conferenzi 

fiorentine. Milano. 1910. 

i .. (Ì'Annunzio, Forst chi sì, forse che no, Milano. 1910. 

E. Thovbz, // pastore, il gregge e la zampogna, Napoli, 

1911. 

M. Buonarroti, Poesie, con prefazione eli Giovanni A- 
mendola. Lanciano, 1911. 

\V. Pater, // Rinascimento. Studi d'arte e di poesia, tra- 
duzione di A. De Rinaldis, Napoli, 1912. 

P. De Bouchad, Les poésies de Michel — Ange Buonar- 
roti et de \ittoria Colonna. Essai sur la lyrique 
italienne du XVI siede, Paris, 1912. 

F. Flamini, Compendio di Storia della Letteratura Ita- 

liana. Livorno, r"»12. 

G. Botta, in La Critica, Reminiscenze e imitazioni nel- 

la letteratura italiana durante la seconda metà del 



s,r \7 V Terza aggiunta alle Fonti Dannunziane, 

anno X, voi. X, p. 257-63 e 423-30, Hari, 1912. 
M. Buonarroti, Lettere, con prefazione di Giovanni Pa- 

pini, voi. 11. Lanciano, 1913. 
A. Oberdorker, Saggio su Michelangelo, Mi!ano-\ T apoli- 

Palermo, L913. 
T. Parodi, Poesia <> letteratura, Conquista di anime e 

studi di critica. Bari, 1916. 
<;. d' Annunzio, // Piacere. Milano. 1918. 
A. Farinelli, Michelangelo e nanfe e altri brevi saggi. 

Torino, 1918. 
\. Venturi, Michelangelo e Raffaello in // Messaggero 

delta Domenico [letterario), anno 1, num. 24-25, Roma, 

dicembre 1918. 
C. Du Lorenzo, Il pessimismo ali Leonardo e Michelan- 
gelo, in Rivista d'Italia, anno XXII, fase. IV, pi». 389- 

393, Milano, aprile 1919. 
A. Insinua. Il sorriso della Gioconda, in Audax, anno I, 

num. IV, Palermo 1919. 
G. A- Cesareo, Saggio su l'arie creatrice. Bologna. 1919. 



LIRE TRE 




PLEASE DO NOT REMOVE 
CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET 



UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY