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Full text of "Il Panteon Origini Del Cristianesimo"

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SALVATORE MINOCCHI 


IL 

PANTEON 




FIRENZE 

SUCCESSORI B. SEEBER 

LIBRERIA INTERNAZIONALE 

20, Via Toroabuoni 

1914 




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Po* o ^vop. Ceee-J^iuli 


SALVATORE MINOCCHI 


IL PANTEON 

ORIGINI 

DEL CRISTIANESIMO 


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Eraclito. 



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FIRENZE 

SUCCESSORI B. SE E BER 

LTHRF.KIA INTERNAZIONALE 

20, Via Tornalmoni 

1 i» 14 


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Proprietà Letteraria 


893-913 — Firenze, Tipografia Enrico Ariani * Via Ghibellina, 51-53 


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AL LETTORE 


La sentenza comune degli storici, che innanzi tutto 
il cristianesimo sia la sintesi del giudaismo, non ha più 
valore. Il materiale scientifico , pubblicato negli ultimi 
decennii, persuade a rintracciare le origini del fatto 
cristiano nel complesso della intera civiltà greco orien¬ 
tale, durante i secoli prossimamente anteriori e se¬ 
guenti alla istituzione dell 9 impero romano. Apparso 
nella storia in forma giudaica, il cristianesimo è nelle 
sue profonde radici creazione « ellenistica », dove son 
misti tutti gli elementi di vita religiosa, che, dentro 
il giudaismo e intorno ad esso, costituirono un dì la 
pienezza dei tempi. 

I più fervorosi assertori di questa nuova concezione 
storica hanno però il grave torto di costruire le origini 
del cristianesimo prima di tutto sulla negazione della 
esistenza di Gesù: pretesa assurda, folta di inestrica¬ 
bili difficoltà . Ma gli errori di chi ci ha preceduti nel- 
V arduo cammino vieterebbero dunque di percorrere le 


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IV 


intatte vie del pensierof È impossibile comprendere il 
cristianesimo , altrimenti che accettando il presupposto, 
dato dalla tradizione e comprovato dalla critica, della 
reale esistenza e del valore di Gesù, come iniziatore 
specifico della religione cristiana . Da questo principio 
muove a ricostruire le origini del cristianesimo V opera 
della quale il presente volume è fondamento e introdu¬ 
zione. 

Firenze , dicembre 1913 ., 

L'A UTORE. 


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PARTE PRIMA 


Il Tempio. 


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Capitolo Primo. 

I Profeti. 


Israele apparisce nella storia come un popolo misto 
di tribù consanguinee o unite da comuni interessi eco¬ 
nomici. Son beduini feroci che un insaziato stimolo 
di povertà e cupidigia caccia dalle steppe d’ Arabia, 
e che fra oscure vicende riescono a penetrare, un venti 
secoli prima dell’era cristiana, su l’altipiano a oriente 
del Giordano, allora come oggi aperto al fluttuare dei 
nomadi (1). È un’onda della vasta corrente migratoria 
che in quell’ età remota da secoli va riversando le 
genti semitiche dai deserti nativi ]>er gli ubertosi piani 
dell’ Eufrate sino alle coste del Mediterraneo. <Già 
molte altre tribù affini a Israele per sangue, parola e 
costumi hanno occupato le terre di qua dal Giordano : 
i Fenici le rive del mare, gli Amorei o i Cananei, la 
regione montuosa deH’interno, dalla catena del Libano 
alle estreme bassure del mar Morto (2). 

Un’ irrefrenabile voglia di rapina e di guerra, for- 
s’ anche la pressione minacciosa da Oriente delle tribù 
aramee spinge, un quindici secoli innanzi l’era nostra, 
Israele oltre i guadi del Giordano, a gettarsi in grosse 
masnade qua e là pel territorio cananeo ed occuparne 
i campi coltivati. Le guarnigioni egiziane, che difen¬ 
dono la Palestina, non riescono ad impedire questa in- 


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— 4 — 


vasione di «Ebrei», o abitatori d’ «oltre» il fiume, 
come sono appellati. 

l. Origini del regno d’Israele. 

U età della gloria, che dai confini del Sinai aveva 
già portato vittorioso il « nuovo impero » egiziano per 
tutta la Siria, volge ora al tramonto. Invano i Cana¬ 
nei, chiusi nelle loro fortezze, dirigono ai faraoni della 
decimaottava dinastia, gli Amenofi III e IV, urgenti 
messaggi chiedenti agguerrite milizie, per ricacciare 
di là dal fiume i « Chabiri » ; invano si sforzano iso¬ 
lati e discordi fra loro, di resistere alP orda prepo¬ 
tente e devastatrice* I Chabiri ormai sono sparsi in 
tutta la Palestina, dalle rive dell’ Oronte in Siria ai 
confini dell’ Egitto, e il territorio del Giordano, dal 
deserto siro-arabico al Mediterraneo, va diventando 
lentamente ebreo (3). 

In progresso di tempo V intrecciarsi di alterni in* 
teressi politici e commerciali fra Ebrei e Cananei crea 
rapporti di buon vicinato, se non d’ amicizia. Da no¬ 
madi pastori poco a poco gli iuvasori si adattano al 
vivere stabile e agricolo dei vecchi abitanti ; e con i 
beni dell’ agricoltura pur ne accettano i costumi la ci¬ 
viltà i miti religiosi ed il culto. Adorano le stesse di¬ 
vinità campestri ; si lasciano assorbire dai vinti, e ten¬ 
dono sempre più a perdere, misti e fusi con essi, 
T antica autonomia. 

A questa decadenza morale, che importa anche 
più o meno soggezione politica, si oppongono, però, 
diverse tribù ebraicne, in intimi rapporti con altre di 
là dal Giordano ; quelle specialmente accentrate fra il 
monte Garizim e il Tabor e dai prossimi fecondi piani 


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— fi¬ 


di Jezreel al monte Carmelo proteso sul mare. 1/ in¬ 
nato spirito di libertà recato dal deserto rende impos¬ 
sibile a questi barbari di uniformarsi al vivere civile; 
ed insorgono contro i Cananei in nome della loro reli¬ 
gione nativa, del loro dio Jahvé. Un turbine d’ entu¬ 
siasmo sollevasi in mezzo a Israele, udendo la voce 
inspirata dei guerrieri che lo chiamano, in nome di 
Jahvé, alle battaglie e alla strage. Le tribù sparse 
e isolate si adunano in armi e prorompono irresistibili 
sulle genti di Canaan, di nuovo riducendole in ser¬ 
vitù (4). 

La Palestina intanto rimaneva sempre più abban¬ 
donata a sè stessa. L’impero egiziano, dopo lunga vi¬ 
cenda di guerra con gli Hetei deir Asia Minore, di¬ 
scioltosi e conteso fra dinastie rivali, s’ era. indebolito 
così da ridursi una volta tributario degli Assiri; nè 
conservava ormai più alcun potere diretto sulle genti 
della valle del Giordano (5). In tali congiunture le 
tribù di Israele, acquistata la preponderanza militare 
e politica sul resto del paese, andarono assorbendo 
lentamente nella loro compagine sociale vecchi popoli 
indigeni, ed eran tratte quindi a organizzare il loro 
dominio sulla regione che ormai potevano considerare 
loro patria definitiva. In altra età, vivendo sotto mo¬ 
bili tende, in mezzo al deserto potevano sfuggire alle 
incursioni nemiche, seco portando via con i cammelli 
e con i loro greggi celeremente ogni avere (6). Ma ora 
bisognava difendere a piè fermo le cittadine dimore e 
le campagne intorno mature di messi e di frutti ; era 
d’ uopo tenere un esercito, e dargli un capitano che ne¬ 
cessariamente era un re. Così la frequente invasione dei 
Madianiti da Oriente fa sorgere dapprima un piccolo 
regno nella città di Sichem presso il Garizim; e la 


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— 6 — 


conquista poi de’ Filistei dalla parte del mare provoca 
r insurrezione del popolo ebreo e la costituzione del 
regno d’ Israele a’ tempi di Saul. 

Abituati alla lor nuova vita, i Figli d’Israele este¬ 
riormente s’ erano ormai del tutto conformati ai co¬ 
stumi civili di Canaan. Alleanze e fusioni vie più in¬ 
time con la popolazione cananea, se avevano irrobu¬ 
stita la consistenza sociale dei Figli d’ Israele con ele¬ 
menti di civiltà superiore al nativo uso barbarico, 
d’ altro lato però contribuivano a dare un forte colo¬ 
rito indigeno alla stessa espressione più viva dell’ani¬ 
ma ebraica, la religione di Jahvé. Questi era asceso al 
grado de’ molti dii palestinesi che con i loro popoli fe¬ 
deli, entro le città singole, s’ eran divisi la signoria 
del paese. Il ciclo delle feste pastorizie novilunari 
era si trasforma to in quello sabbatico e agricolo delle 
raccolte, determinate aneli’ esse dalle fasi della divi¬ 
nità lunare. Il culto semplice e rozzo dei nomadi erasi 
civilizzato a norma dei riti cananei. Jahvé si adorava 
in figura idolatrica o nell’ attributo simbolico di un 
piccolo tauro dorato, e a lui venivano offerte, come re¬ 
ligione voleva, le primizie delle raccolte, le vittime 
eccellenti del gregge, e in più solenni casi 1’ ostia de¬ 
gnissima del sacrificio umano. Un sacerdozio nuovo 
andava si organizzando sulle norme di quello cananeo 
dotto nei miti sacri, e capace di rivelare ai fedeli 
israeliti, con l’oracolo delle sacre sorti, la volontà 
stessa del Dio (7). 

2 . I sacerdoti del deserto. 

Questo rinnovameuto del pensiero ebraico, quell’u- 
guagliare Jahvé al grado degli dii del paese, quell’ ab¬ 
bassare Israele alla pari dei popoli vinti, non poteva 


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7 — 


mancar di eccitare, come già per P addietro, una pronta 
reazione in quegli uomini che volevano più rappresen¬ 
tare V anima antica del popolo, e che furono detti i pro¬ 
feti. Essi erano rimasti di qua dal Giordano i medesimi 
sacerdoti liberi che s’ incontrano anc’ oggi nel deserto 
fra i mobili accampamenti delle tribù beduine (8), 
gente astratta dalla vita, e trasferita nel mondo della 
divinità fra i demoni e le anime nude dei morti, poveri 
sognatori temuti dal volgo. Posseggono la scienza del 
bene e del male, che trasmettono ai figli, ai discepoli; 
è la scienza del mistero e del miracolo, largita loro 
dai divini. La loro verga ha poteri magici, e a loro vo¬ 
glia incantano i serpenti, entro cui vive il demone ; 
rivelano gli autori dei più segreti delitti, ritrovano og¬ 
getti smarriti, preannunziano raccolte o carestia, pre¬ 
vedono la pioggia o la siccità, sanno dire terribili pa¬ 
role, atte a fare ogni bene, ogni male alle persone, 
alla campagna, ai greggi. Soprattutto son medici e 
guariscono ogni sorta di morbi, anche istantaneamente, 
con i loro scongiuri e le magiche unzioni d’ olio o sa¬ 
liva. Talvolta con brevi sentenze, a vicenda giuste od 
equivoche, dirimono liti diffìcili pendenti fra le tribù, 
prossime a degenerare in sanguinose battaglie. 

Tali furono i sacerdoti che in tempi già lontani 
ebbe Israele in mezzo al deserto, e che eran immigrati 
con esso, eccitando Lorda alle pugne, di qua dal Gior¬ 
dano. Nei territorii di conquista, non pochi fra loro 
erano riusciti in parte ad accettare la vita e le civili 
tradizioni indigene, con le analoghe forme del culto 
religioso. Molti altri, però, di padre in figlio, di mae¬ 
stro in discepolo, tenaci conservavano V antica fede, 
e tanto più reagivano contro la novità del culto nazio¬ 
nale, che sfigurava Jahvé in un dio cananeo, quanto 


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— 8 — 


più il sacerdozio organizzato tendeva a menomare od 
abbattere il loro potere. Sparuti e truci, in vesti ferine 
al modo antico, percorrevano il paese ridestando in « 
mezzo al popolo la innata antipatia del nomade per il 

vivere agricolo. Non solevano ber vino, frutto corrorn- 

£ 

pitore ed eccitatore di vizio. Sparlavano degl’ ìdoli, dei 
sacrifici, dei riti palestinesi. Il popolo israelita, di varia 
stirpe oggimai, non li conosceva, o li aveva quasi di¬ 
menticati. Ma essi uniti in gruppi, come menando vita 
cenobitica, vecchi e giovani insieme, adunavansi a ce¬ 
lebrare i novilunii di Jahvé per i quadrivii o nelle piazze 
cittadine. E quivi, al suon di rozzi strumenti musicali, 
cantando ed eccitandosi, fra barbare danze s’infer¬ 
voravano, si straziavano, finché su loro cadesse lo spi¬ 
rito del dio. Ebbri allora di selvaggia follia, dimostra- 
vansi capaci di tutto : di orribili sacrifici umani alla 
faccia di Jahvé, di oracoli contro il re che costavano 
loro la vita, di carmi elevatissimi per esaltare Fanima 
del popolo alle belle imprese audaci. Talvolta invece 
si sottoponevano per anni interi a qualche abitudine 
strana di attività che avesse valore simbolico (9). 

Che cosa volevano ? Che Jahvé fosse adorato come 
già nel deserto, quando il popolo isolato per le oasi 
misteriose lo credè incomparabile ed unico, ben al di¬ 
sopra degli dii di Canaan. Volevano che la Palestina 
fosse riconosciuta, coni’ era, terra esclusiva di Jahvé 
che alla testa de* suoi guerrieri un dì ne tolse possesso. 
Erano fautori intolleranti di libertà, di dominio, di 
gloria per Israele ; sapevano A 9 interpretare le più 
riposte energie della irrequieta anima israelita. Le 
tribù non tardarono a ritrovare in essi vecchie cono¬ 
scenze obliate ; F animo dei guerrieri tornò ad esaltarsi 
alle ben note voci di battaglia e di gloria. Avevano 
riaccese le indomite passioni, riconquistata Fanima del 


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— 9 — 


popolo ; in breve tempo il regno <T Israele cadde in 
pieno potere dei profeti. 

Lo stato regio odiavano i profeti, che nella duplice 
imposizione del servizio militare e dei diritti fiscali, 
vedevano un nefando attentato alle naturali esigenze 
di libertà e dignità umana godute da Israele nel de¬ 
serto (10). Ma poi che in Palestina, di fronte alla mi¬ 
naccia d’invasioni straniere, la elezione di un re fu ne¬ 
cessità, essi vollero che il re innanzi tutto si obbligasse 
a tutelare gli interessi del popolo ; che il culto di Jahvé 
fosse P unico officiale dello stato, e gli altri combat 
tuti o repressi ; che in conseguenza i Cananei venissero 
davvero trattati da servi, il dominio del paese, la ric¬ 
chezza, le cariche pubbliche, riserbate ai soli Israeliti. 
Saul primo re nazionale, consacrato con Polio dei pro¬ 
feti, partecipa alle loro sfrenate danze sacre, fra lo 
stupore del popolo. Ma poi che egli è timido cultore 
di Jahvé, crede di dover fare accordi politici con le 
genti palestinesi, i profeti si uniscono a David, nuovo 
apparso dalla tribù di Giuda, gli versano sul capo il 
corno &’ olio simbolico, e danno principio a un* altra 
dinastia. David è adoratore entusiasta di Jahvé ; non 
sdegna di danzare nel coro dei profeti, a gran dispetto 
di sua moglie Micol, dice la tradizione. Ma Salomone 
suo figlio scende a patti con i culti stranieri, e i pro¬ 
feti gli contrappongono Geroboamo. che in Siohem 
fonda il regno indipendente A 9 Israele. 

3. La rivoluzione profetica. 

A qual potenza fossero giunti i profeti, si vide nel 
secolo nono, fra le vicende per cui fu abbattuta la di¬ 
nastia di Omri, dopo diversi re succeduto a Geroboamo. 
Omri, capitano eccellente, aveva dato al regno una co- 


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— 10 — 


istituzione politica clie rese tra gli Assiri conosciuto 
il suo nome, come vero fondatore dello stato israe¬ 
litico (LI). Non lungi da Sichem egli s’era creata città 
capitale la stupenda Samaria, che di sopra alla pingue 
campagna guarda lontano il mare Mediterraneo ; e d’in¬ 
torno a Samaria un forte regno, che al figlio suo e suc¬ 
cessore Achab procurò V ambita alleanza e le nozze 
con la figlia del re di Tiro. Fu tempo di prosperità e 
di civile progresso. I culti cananei, se pur non bene 
accetti, furono tollerati, e in Samaria elevato, alla pari 
col santuario di Jahvé, quello del dio tirio con sacer¬ 
doti e riti e solennità convenienti. L’ alleanza ed il li¬ 
bero esercizio d’ ambo i culti, come degli altri, era ov¬ 
via espressione naturale della concordia che tutti i 
popoli dii Palestina ugualmente doveva animare a 
resistere al comune nemico, agli Aramei, che da poco 
insediati nel regno di Damasco si avanzavano ten¬ 
tando di occupare la valle del Giordano. 

Questa savia politica fu la rovina della dinastia. 
I profeti insorsero contro il regio delitto di lesa mae¬ 
stà di Jahvé, destinato a riversare sul popolo, dice¬ 
vano essi, i più orrendi gastighi del dio. Perchè Jahvé 
era geloso della sua dignità, e non avrebbe esitato 
a scagliare contro i suoi fedeli medesimi i fulmini ri- 
serbati ai nemici d’Israele, e a travolgere anche il 
suo popolo in un generale disastro. Il profeta Elia, 
fremente di divino furore, si distinse fra tutti nella 
propaganda popolare contro i culti fenici e cananei, 
incitando i veri Israeliti a convertirsi subito dalla 
mala via presa, e a restaurare la sola religione di Jahvé 
nella terra d’Israele. I frutti della sua attività matu¬ 
rarono durante la vita di Achab, e la rivoluzione 
scoppiò regnando suo figlio. In un momento propizio, 
che P esercito israelita trova vasi lontano da Samaria 


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— 11 — 


a difendere i contini oltre il Giordano dalla pressione 
aramea, Eliseo prediletto discepolo e continuatore di 
Elia, spedì segretamente al campo d’Israele un profeta, 
che chiesto di vedere a solo a solo Jehu, capitano degli 
Israeliti, gli versò V olio sul capo, e pronunziata la 
formula di consacrazione fuggì. Jehu, con pochi guer¬ 
rieri, lasciò subito il campo ; e innanzi che il re avesse 
sentore del fatto, gli andò incontro inaspettato nei 
piani di Jezreel, e lo colpì a morte. Corse in Samaria, 
dove intanto per ordine suo facevasi strage della fa¬ 
miglia reale, e fece trucidare i sacerdoti del dio fenicio, 
e il tempio suo distrutto ridurre a latrina. L’ ira di 
Jahvé, placato dal sangue di tante vittime, allora fu 
quieta, e Israele, proclamarono i profeti, ottenne nuo¬ 
vamente la sua grazia (12). 

L* avvento di Jehu sul trono d’Israele significò per¬ 
tanto la sanzione del culto di Jahvé, nel territorio 
israelitico, e la proscrizione di ogni altro ; in conse¬ 
guenza, rotta qualsiasi alleanza con i regni vicini, reso 
impossibile il viver pacifico con la popolazione indi¬ 
gena, considerata come una plebe servile. E ciò quando 

10 stato d’Israele aveva necessità di massima coesione 
politica, per resistere all* urto già impari del regno 
arameo. Ma i profeti eran essi capaci di vedere oltre 

11 chiuso orizzonte delle loro idee primitive ? Jehu dovè 
assicurarsi il regno, dichiarandosi vassallo degli As¬ 
siri, e inginocchiandosi, V anno 842, al cospetto del gran 
re con i tributi del suo popolo. Noi li vediamo oggi 
sopra la stele di Salmanasar incisi questi Ebrei, dai 
folti sopraccigli al basso della fronte sfuggente, dal 
naso aquilino piantato in mezzo al viso tra gli zigomi 
grossi ; V ispida barba scende per le gote fino al mento, 
d’intorno alla tumida bocca (13). 

Nondimeno gli Aramei, durante il regno di suo fi- 


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— 12 — 


glió Joaehaz, riuscirono a mantenere V occupazione 
parziale del regno israelitico ; e lo avrebbero alla fine, 
senza dubbio, conquistato del tutto, se d’ anno in 
anno gli Assiri, formidabili, non avessero gravata vie 
più la loro potenza sul regno di Damasco, ultimo 
baluardo che loro ancora vietasse di gettarsi per la 
valle del Giordano sulle ambite ricchezze dell’Egitto. 
Le rinnovate spedizioni assire contro il regno arameo, 

10 fiaccarono; e Geroboamo II potè riprendere allora 

11 territorio israelitico annesso a Damasco e restituire 
al suo popolo per qualche decennio pace e benessere. 

La bella Samaria, ricca di biade e commerci, era 
rimasta come per V innanzi capitale del regno, ove 
tutta accentravasi la vita d’Israele, rumorosa e gaia 
di festiva letizia. Ma centro religioso nazionale era 
oggi il tempio di Betel, situato più a mezzodì verso il 
confine giudaico sul dorso dell’ altipiano, onde si av¬ 
valla profondo il letto del Giordano sino all’ orrida foce 
del mar Morto. Era già tradizione che Betel fosse un 
tempio israelitico ; e già il primo Geroboamo lo aveva 
riconosciuto, insieme al tempio di Dan situato alle 
fonti del Giordano, santuario legittimo di Jahvé non 
meno del Sion. Caduto in dimenticanza e messo da 
parte, quando Omri e i suoi figliuoli inalzarono i 
templi di Samaria, d’ allora in poi era diventato un 
covo di ribelli sacerdoti e profeti. La rivolta di Jehu 
senza dubbio fu preparata da loro, ed essi ora gode¬ 
vano il frutto della loro sanguinosa vittoria. 

Al santuario dove Jahvé si adorava nell’ attributo 
di un tauro, accorreva per le festive solennità dei nò- 
vilumi e delle raccolte il popolo de’ suoi fedeli da ogni 
parte del regno, e finanche dalla Giudea con primizie 
ed offerte. Il grande altare del dio, nei sacri atrii del 


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— 13 — 


tempio, non era privo di vittime sgozzate in onor suo, 
e dell’ adipe loro ascendente di tra le fiamme in fumo 
graveolente al cielo. Fra danze e canti, al suono di rudi 
flauti ed arpe, coi sacerdoti fraternizzava il popolo nei 
comuni banchetti inebrianti. In straordinarie occa¬ 
sioni non mancavano certo, e la dura età sopportava, 
i sacrifici umani, specialmente di teneri bambini dai 
genitori offerti sul rogo innanzi al dio (14). 

Quivi il dio rivela vasi a’ profeti, a’ sacerdoti ; e quivi 
Israele ascoltava negli oracoli sacerdotali la dottrina 
e la parola del suo dio. Non era stato Jahvé, assoluto 
signore della Palestina e del mondo sino ai confini 
estremi del deserto e del mare, che aveva in tempi re¬ 
moti data al popolo la terra del Giordano, in persona 
di Abramo padre dei figli d’Israele ? Il dio stesso non 
apparve al suo discendente Giacobbe su quel monte di 
Betel ? E migrato in Egitto e cresciutovi Israele in gran 
popolo, non li aveva il dio sottratti con mirabili por¬ 
tenti alla turpe servitù del faraone, per mano di Mosè 
e di Giosuè celebrati nei canti popolari ? E i costumi 
e le leggi più antiche, e più sacre, che formavano la« 
gloria d’ Israele, non provenivano forse dal dio rive¬ 
latosi ne’ sacerdoti, a principiare da Mosè? Che aveva 
a temere Israele dai vili di Canaan? Che cosa dagli 
Aramei, che il dio onnipotente per mezzo di potenza 
straniera aveva ora abbattuti nella polvere? E se anche 
altri popoli lontani e temuti avessero osato di muovere 
all’ assalto dei fedeli di Jahvé, che cosa potevano con¬ 
tro la volontà di un dio capace di sterminarli in pochi 
istanti con i suoi celesti fulmini? Anzi sarebbe stato 
il giorno di Jahvé, quello nel quale Israele vedrebbe lo 
sterminio di tutti i suoi nemici (15). 


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— 14 — 


4. I profeti de’tempi nuovi. 

11 sacerdozio uscito dalle scuole profetiche assapo¬ 
rava così, nella sua spensierata letizia, il trionfo lun¬ 
gamente conteso. Quando a un tratto di mezzo alle as¬ 
semblee levossi a predicare audacemente Amos, un 
pastore giudeo, triste come Y arida Tecoa, adiacente 
ai dirupi del mar Morto, ond’ era venuto. Egli non 
era un discepolo delle scuole profetiche ; ma non aveva 
forse diritto alla parola, poi che lo spirito del dio lo 
invase e io incitò a parlare! Chi poteva mettere in dub¬ 
bio la onnipotenza di Jahvé ? Ma era forse il dio sol¬ 
tanto d ? aristocrati e sacerdoti, e non anche dei misero 
popolo, anzi il dio particolarmente difensore de* suoi 
fedeli oppressi ? Quale avvenire di gloria e di pro¬ 
sperità potevan mai ripromettersi coloro che, pure 
fruendo dei prodotti e del commercio del paese, dissan¬ 
guavano i sudditi con le gabelle, rapinatori, violenti, 
corrotti nel costume ? Che cosa valevano innanzi al 
dio quelle feste, quelle vittime, quei banchetti di sa¬ 
cerdoti, mentre gemeva il popolo sotto il loro dominio 
come una plebe di schiavi ? Sarebbe pur venuto il 
« giorno di Jahvé » ; ma guai a chi lo attende, a chi lo 
invoca. ! Quel giorno il dio porrebbe fine ai bagordi de’ 
suoi sacerdoti. Un fortissimo popolo, non si osava no¬ 
minare gli Assiri, sarebbe pur venuto, per ordine suo, 
a far la sua vendetta. Quello sarà il dì dell’ignominia, 
della cattività in terra straniera (16). 

La predicazione di Amos mise a rumore i fedeli. Il 
gran sacerdote di Betel per comando del re gli ingiunse 
di tornarsene in Giudea. Ma il rude figlio del deserto 
aveva colto nel segno, ed espresso un pensiero che 


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— 15 — 


molti già nutrivano anche in seno alle scuole profetiche. 
Pochi anni dopo, Osea, un altro profeta, e questi sa¬ 
cerdote ed israelita, sorgeva a continuare la parola di 
Amos. Difficili i tempi. L’Assiria minacciosa premeva 
a ridosso del regno arameo, e in Samaria cercavano 
di sopraffarsi P un V altro gli avversi partiti, gli uni 
per il tributo, gli altri per l’alleanza con l’Egitto. 
Contro la torbida politica d’oggi, Osea tornava ad 
insorgere in favore del popolo. Abbondano i motivi di 
sconforto. Dalla corte al tempio, tutti son rei d’ op¬ 
pressione, violenza e falsità a danno della plebe labo¬ 
riosa ed ignara. Pure Israele non fu tale un dì quando 
per le libere oasi, fuori del mondo e ricco della grazia 
del dio, conduceva più semplice vita. La sua venuta in 
Palestina, il mescersi coi figli maledetti di Canaan, 
è stata la sua rovina. L’ antico sacerdozio di Jahvé 
degenerato alla pari di quello cananeo ; il dio stesso 
ridotto, come un altro qualunque di Canaan, a un ido- 
luccio, a un vitello ; il culto e i riti inquinati d’intol¬ 
lerabile prostituzione. I sacerdoti con i loro oracoli 
insegnano al popolo forse la vera dottrina di Jahvé ? 
No, ma quella degli dii cananei, in cui fu trasfor¬ 
mato. 

Di tanta corruzione d’Israele motivo e causa pre¬ 
cipua fu la istituzione del regno, sciagura irreparabile, 
nefanda iniquità perpetrata contro le tradizioni d’ I- 
sraele, contro la più precisa volontà di Jahvé. Il trono 
e P altare hanno insieme cospirato alla rovina del po¬ 
polo. Israele è in ira al suo dio ; il disastro è immi¬ 
nente ; gli Assiri si apprestano ad essere gli esecutori 
spietati della celeste condanna. Invaderanno il regno, 
tutto porranno a ferro e fuoco ; Israele cadrà decimato 
nella orribile strage, e i superstiti saranno, miseri, 


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— 16 — 


deportati in paese straniero. Tuttavia un conforto 
rimane fra la incombente rovina; Jahvé colpirà tutti 
i malvagi che avranno meritato P estremo gastigo, ma 
largirà il perdono a’ suoi fedeli. Chè Jahvé ama Israe¬ 
le, e saprà dopo i giorni dell’ ira crearsi un nuovo po¬ 
polo che compia la sua volontà, e ne meriti la grazia 
e ì prodigi (17). 

Così truci previsioni non dubitavan di manifestare 
contro Samaria gli altri profeti giudei, Michea ed 
Isaia, che nel generale disastro affermavano andrebbe 
coinvolta pure la loro patria. Non mancavano, certo, 
profeti per annunziare al popolo, proclive a speranza, 
un avvenire lieto nel nome stesso del dio. Ma presto 
gli avvenimenti dettero bene a conoscere chi fra le av¬ 
verse parti avesse ragione. Dopo la morte di Gero- 
boamo II, perisce la sua dinastia fra rivolte sangui¬ 
nose di palazzo. Il regno, variamente conteso fra capi¬ 
tani d’esercito, trascinasi per un ventennio, mentre i 
partiti contrari P un sopra l’altro riversano gli alterni 
biasimi e P onte. Nel 732, presa Damasco dagli Assiri, 
finisce il regno araineo. I crudeli conquistatori, il cui 
nome fa tremare i più forti, s’inoltrano dal Libano 
entro la valle del Giordano, invadono il regno israe¬ 
lita ; e Samaria, la stupenda Samaria, dopo tre anni 
d’assedio, cade nel 722 in potere di Sargon. È la 
strage, P incendio, la rovina. Il fiore di tutto Israele, 
pressoché trentamila superstiti, è ammassato e so¬ 
spinto verso Ninive e la Mesopotamia, a vivere fra 
genti nemiche e a servizio di altri dei. In loro vece una 
folla di barbariche genti è chiamata a coltivare la re¬ 
gione. E il popolo d’Israele, travolto dal furore del 
suo dio, scompare dalla storia (18). 


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— 17 — 


NOTE. 

(1) A. Jausskn, Cou1ume8 des Arabes au Pays de Moàb (Paris 
1908) pp. 417-432; 6 ved. in genere tutto il libro. 

(2) H. Winckler, Forderasiatische Geschichte (Leipzig 1905), 
pag. 2-4. — L. Caetani, Studi di storia orientale , voi. I (Milano 1911), 
pp. 176-199. — Un tentativo di ricostruire la storia antica del 
popolo d’ Israele, tenendo conto delle nuove scoperte archeologi¬ 
che e storiche, è stato fatto da R. Kittkl, Geschichte des Wolkes 
Israel , I (Gotha 1912). 

(3) S. Minocchi, Mosè e i libri mosaici (Modena 1911) pp. 14- 

16, con le opere ivi citate. — « Chabiri » è, secondo ogni proba¬ 
bilità, la pronunzia babilonese del nome ebraico nar Ebreo , dal 
verbo analogo «c passare », « andar di là ». s 

( 4 ) Per la storia degli antichi Ebrei, ved. in genere, oltre la 

celebre Israelitische und Jiidische Geschichte di J. Wellhausen, di 
cui recentemente si è pubblicata la sesta edizione, anche B. Stade, 
Storia del popolo d 1 Israele (vers. dal tedesco, Milano 1906), in due 
grossi volumi. La Histoire du peuple d ì Israel, di Ernesto Renan, 
è anc’oggi una lettura piacevole ed istruttiva. — « Jahvé » è la 
pronunzia del nome divino presso gli antichi Ebrei, adottata dai 
critici, in luogo di quella tradizionale HlrV ? « Jehova* frain¬ 
tesa e certo errata. 1 

(5) Winckler, Vorderas. Gesch. p. 34. 

(6) Jausskn, Coutumes des Arabes , pp. 165-180. 

(7) A. Loisy, Le sacrifico humain dans Vantiquité israélite , nella 
Revue d } Histoire et de littérature religieuses , 1910, fase. 4 t e 6. — 
H. Vincent, Canaan d f après V exploration recente (Paris 1907) 
pp. 188-204. — Un autentico esempio di sacrificio umano ci è ri¬ 
masto nella Bibbia (I di Samuele, 15) là dove Samuele uccide Agag 
« al cospetto di Jahvé», cioè sopra Paltare innanzi all’idolo. — 
Sull’oracolo delle sacre sorti, ved. Minocchi, Mosè , p. 74. 

(8) Jaussen, Coutumes des Arabes, p. 385-389. 

(9) B. Stade, Die Religion Israele und die Entstehung des Ju- 
dentums (Bibl. Theologie des A. T., I: Tubingen 1905), p. 66 
sgg. — Il profeta Osea, per significare i rapporti di Jahvé con 
la nazione israelitica peccatrice, tollerò prima gli adulterii di sua 
moglie, poi la ripudiò, e quindi nuovamente la « comprò ». Stade, 
op. cit. p. 221. 

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— 18 — 


(10) Ugualmente £ difficile sottoporre al tributo i beduini 
moderni: Jausskn, C . d. Arabes, pp. 119-123. 

(11) Bét. Chutnrt, Casa di Orari, sogliono dire gli Assiri il re¬ 
gno d’Israele. 

(12) Libro II dei Re, cap. 9 e 10. — Possiamo accettare come 
storiche, in sostanza, le notizie tradizionali, per quanto le figure 
di Elia ed Eliseo siano estremamente leggendarie. 

(13) J. Benzinger, Hebraische Archeologie (Freiburg i. B. 1894>, 
p. 103. — Madatu sha lana mdr Chutnrt, Tributo di Iehu figlio di 
Omri , è scritto, in cuneiformi, al di sopra delle figure nell’obelisco. 

(14) Sul costume palestinese, a quel tempo, di immolare bam¬ 
bini alla diviniti!, specialmente i primogeniti, ved. Vincent, Ca¬ 
naan, pp. 117, 188 sg., 191, 195 sg. — Il racconto del sacri¬ 
fizio d’Àbramo, formatosi verso quest’epoca, suppone l’uso fra gli 
Ebrei di cosiffatti sacrifici, e tende a restringerli nel senso che 
sia lecito sostituire il figlio unico con una vittima animale. 

(15) Verso quest-o tempo si formano le prime raccolte di tra¬ 
dizioni sacre nazionali, giunte a noi frammentarie e disperse nei 
libri mosaici, denominate l’una documento Jahvista, l’altra docu¬ 
mento Elohisia, dal diverso uso che fanno, a vicenda, del duplice 
nome divino, Jahvé o Élohim. Ved. Minocchi, Mosè , p. 32 sgg. 

(16) Naturalmente la profezia di Amos, e così ogni altra del 
pari, è considerata secondo i resultati della critica biblica mo¬ 
derna: Stadk, Rei. Israeli, pp. 217-220. 

(17) Stade, op. cit. pp. 220-225. 

(18) « Al principio del mio regno e nel primo anno del mio 
regno.... Samaria assediai e conquistai.... 27,290 abitanti trassi 
schiavi; 50 carri da guerra, per la mia regale potenza, tolsi di 
là.... la restaurai, la feci sì come prima. V’insediai popoli di 
tutte le terre, miei captivi. Miei ministri vi stabilii per gover¬ 
natori; tasse e tributi imposi, come agli Assiri ». Annali di. Sar¬ 
gon, in H. Winckler, Keilin8chriftliches Textbuch zum Alten Te - 
stament (Leipzig 1909), pp. 38-39. 


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Capitolo Secondo. 

La Legge. 


La tragica distruzione del regno d’Israele aveva in 
tutti lasciato un senso di terrore innanzi alla severa 
maestà di un dio che, a tutela di un rigido principio 
di giustizia, non aveva dubitato di infliggere alle classi 
dirigenti un gastigo disastroso per la nazione intera. 
Ma nessuno poteva mai credere che, per quanto legit¬ 
tima, V ira del dio sarebbe andata così oltre da pro¬ 
durre il totale annientamento del suo popolo. Ciò fa¬ 
cendo, non sarebbe egli rimasto, a scapito della sua di¬ 
gnità fra gli altri dei di Canaan, senza adoratori? 
Quanto più radicale, perciò, era stato lo sterminio di 
Israele, tanto più le speranze dei cultori di Jahvé vol- 
gevansi al superstite regno di Giuda, che in altra età, 
durante un mezzo secolo, resse pure i destini di tutti 
gli Ebrei. 

1. Regno di Giuda. 

Fino alla istituzione del regno, i Figli di Giuda, 
sparsi per i dintorni del mar Morto, eran vissuti si può 
dire estranei alle tribù israelite dell’ alta Palestina. 
Una striscia di terra cananea, dal mare ai Giordano, 
dominata dal popolo di Jebus, fortificatosi in Gerusa¬ 
lemme, separavali dai confini della tribù di Beniamino, 


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— 20 — 


Testrema a mezzodì delle israelitiche. Debora. la pro¬ 
fetessa dei dintorni di Betel, non aveva chiamato alla 
riscossi! contro il dominio di Canaan nel nome di Jahvé 
i figli di Giuda, quando in età lontana gli Ebrei di qua 
dal Giordano ancora non avevano un re ; nè Giuda 
avrebbe potuto rispondere all'appello (1). Eppure 
Jahvé non era meno il loro dio, sin da quando, lasciati 
gli squallidi deserti del Sinai, avevauo in tempi remoti 
cercata una patria migliore verso i campi coltivati del 
Giordano. La fortuna non li aveva assistiti. Non erano 
penetrati più in su dell’ altipiano di Ebron fino a Bet- 
leem pei dirupi occidentali del mar Morto, che coi fe¬ 
tidi vapori esalava eterno ricordo delle vendette del 
dio su città peccatrici. In altra età, narravano le tra¬ 
dizioni, la regione fu un paradiso ; ma le aride steppe 
d ? intorno al mortifero lago serbavano ora le tracce 
della maledizione di Jahvé (2). 

I Figli di Giuda s’erano così avventurati fra popoli 
forti in un paese avaro dei beni della vita per i suoi 
stessi antichi abitatori. Un’ aspra lotta fra i vecchi 
e i nuovi venuti era perciò inevitabile ; ma chi poteva 
resistere alla selvaggia audacia dei masnadieri del de¬ 
serto, intesi a conquistare la terra che Jahvé duce in¬ 
vincibile dava loro in retaggio ? Quelle poche migliaia 
di beduini fierissimi, vaganti con greggi fra il Sinai e 
il mare Morto, avvezzi alla miseria e alle più aspre 
fatiche, erano pure riusciti a sostenersi come tribù 
predominanti per tutto il territorio occidentale. Ed a 
quella cenciosa aristocrazia militare non mancò final¬ 
mente 1’ occasione di farsi un regno, allorché dal Me¬ 
diterraneo irruppero i Filistei e dai fertili piani del 
mare, con un esercito forte e civilmente organizzato, si 
spinsero ad invadere le terre montuose degli Ebrei. 


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— 21 — 


11 nuovo re Saul, eletto in Israele per opporsi al 
pericolo filisteo, aveva il suo centro militare nella tribù 
di Beniamin, non lungi da Gerusalemme e da Betleem. 
Fece di tutto quindi per rinvigorire la sua posizione 
strategica, e attirò fra i suoi guerrieri David, valo¬ 
roso betlemita, che alla testa di un qualche centinaio 
di masnadieri giudei correva la campagna, combat¬ 
tendo i Filistei, depredando gli indigeni, signoreg¬ 
giando ovunque. Ma F ambizioso giovane, fra le vi¬ 
cende della guerra, non tardò a separarsi da Saul, e 
ad ottenere in compenso dai Filistei diritti regali sul 
territorio di Giuda. Saul, scoperto di fianco e venuto 
a battaglia decisiva, soccombette lasciando la vita sul 
campo. Tutto il paese d’ Israele ad occidente del Gior¬ 
dano cadde in potere de’ Filistei. Ma dopo qualche 
tempo David, proclamato re di Giuda in Ebron dai 
capi del popolo, riuscì ad avere dalla sua il partito 
profetico e militare israelita, si dichiarò re d’Israele, 
a capo della riscossa nazionale contro Filistei e Cana¬ 
nei, e con un audace colpo di mano prese d’ assalto 
Gerusalemme, ricongiungendo così il territorio giu¬ 
daico a quello israelita. Un valore guerresco straordi¬ 
nario ne secondò le ambizioni. I Filistei con le loro 
potenti milizie sconfitti e ricacciati verso il mare ; tolto 
il giogo ignominioso da Israele di qua dal Giordano ; 
riunite al regno le tribù israelite oltre il fiume con la 
strage di tutta la famiglia di Saul e dei suoi parti¬ 
giani ; sottomessi di là dal Giordano gli Ammoniti, 
ad oriente del mar Morto i Moabiti, più oltre a mez¬ 
zodì verso il Sinai sino alle rive del mar Rosso gli Idu- 
mei, popoli ebraici affini a Israele ed a Giuda; d’un 
tratto, insomma, i Figli d’Israele fino a ieri accoz¬ 
zaglia di tribù politicamente impotenti, si trovarono 


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ad aver ottenuta non solo la indipendenza, ma ad es¬ 
sere a Giuda congiunti in un solo stato potente (3). 

David era ben persuaso di aver creato lui la co¬ 
scienza nazionale degli Ebrei ; e, pur fra le incessanti 
spedizioni militari, suo primo pensiero fu di dare al 
nuovo regno la sua capitale. Gerusalemme, inizio 
de’suoi trionfi, a confine tra i due territori d’ Israele 
e di Giuda, si prestava allo scopo. Era città costruita 
su due colline contigue, separate fra loro, e dal resto 
del territorio tutt’ intorno, da valli dirupate e pro¬ 
fonde. Non difettava V acqua, prima necessità per ri¬ 
durla a fortezza. David lasciò la collina occidentale, 
militarmente meno difensibile, alla gente di Jebus che 
pacifica vi abitasse ; per sè e per i suoi riserbò la col¬ 
lina orientale naturalmente fortissima, che la valle 
del Cedron separa dal monte Oli veto, e la Geenna dalla 
collina di fronte (4). Nella costa più bassa dispose le 
abitazioni giudaiche ; e la parte più elevata, detta il 
Sion, dalla cima di arida roccia, con larga effusione di 
sangue animale ed umano, consacrò al suo dio Jahvé. 

In quella occasione vi trasferì con gran solennità, 
da una città vicina dove giaceva in oblio, V arca santa 
d’Israele. Le origini deir arca, destinata ad essere il 
simbolo della divinità e il palladio nazionale degli 
Ebrei, rimangono ignote. È una mera leggenda il rac¬ 
conto che la fa costruire nel deserto da Mosè, per cu¬ 
stodirvi le tavole del decalogo rivelato dal dio. Proba¬ 
bilmente conteneva P idolo o un feticcio di Jahvé, ed 
era stata celebre anni prima qual misteriosa dimora 
di « Jahvé delle schiere » nel santuario di Silo non 
lungi da Betel, eh* era portata in guerra dagli Israe¬ 
liti, come per garantire una certa vittoria. Caduta 
in mano ai Filistei, ma per timore religioso da essi 


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restituita, venne abbandonata. 11 popolo non ci aveva 
più fede. Ora che i Filistei erano stati vinti, e P onta 
del dio vendicata nel loro sangue, David non dubitò 
di rendere onore a questo monumento della religione 
israelitica, per sancire fin da principio P autorità del 
santuario fondato sul Sion, in nome di Jahvé. I suoi 
sacerdoti non mancarono certo di rivelare al popolo, 
nei loro bracoli, che Jahvé per punire i peccati d’ I- 
*raole aveva loro inflitta P ignominia di lasciar cadere 
l a rea sacrosanta nelle mani dei Filistei. Il Sion aveva 
del resto modesta apparenza ; come suole fra i beduini, 
l’arca era tenuta sotto una tenda di pelli, in vece 
di santuario. Al figlio e successore Salomone fu riser¬ 
bato P onore di erigerle un tempio (5). 

2. Il Tempio salomonico. 

La stessa cima del Sion fu scelta a loco di fonda¬ 
zione. La cerimonia della prima pietra fu senza dubbio 
solennizzata con sacrifici umani. Grandi opere di adat¬ 
tamento, sostruzioni e terrapieni, doverono servire ad 
allargare e spianare il dosso del monte, che potesse 
contenere in un medesimo piano, leggermente incli¬ 
nato verso la città bassa, gli edifici dei tempio e della 
reggia, a costruire i quali da Tiro furono chiamati 
artisti fenici. Un muro di cinta separò le costruzioni 
salomoniche dal rimanente della città bassa, e nella 
parte più alta, divisi dalla reggia entro un recinto 
speciale, i vasti locali del tempio. Formavano una 
corte rettangolare, alla quale accedevasi per una gran 
porta del muro di cinta ad oriente di contro al monte 
Oliveto. Al lato opposto di occidente, sorgeva il san¬ 
tuario dalle massicce muraglie, alte un quindici metri, 


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— 24 — 


su un rettangolo ili circa trenta di lunghezza per dieci 
di larghezza. La porta d’ingresso del tempio era si¬ 
tuata ad oriente. Accedevasi per una gradinata nel ve¬ 
stibolo, T architrave sopportato da due grosse colonne 
di stile fenicio ; e quindi nell’ interno, che dal tetto 
coperto a terrazza su grosse travi di cedro, e da feri¬ 
toie praticate attraverso le pareti, riceveva scarsissima 
luce. LA trovavasi un piccolo altare per deporvi i pani 
azzimi della proposizione, che ogni sabato venivano 
offerti dai sacerdoti in sacrifizio a Jahvé ; e un grosso 
candelabro a illuminare il sacro ambiente. In fondo 
alla sala, un tramezzo di ricche e pesanti cortine di¬ 
vide va lo dal « santuario » propriamente detto, ultimo 
breve spazio di pochi metri, affatto oscuro, dove pro¬ 
tetta da due cherubini, tauri alati di stile fenicio ba¬ 
bilonese, colloca vasi Parca santa, reduce dalle sacre 
processioni fuori del tempio. Il pavimento, del pari che 
le interne pareti, era tutto ricoperto di tavole di ce¬ 
dro e cipresso ; e di fuori tutt’ intorno alle grosse mu¬ 
raglie trilaterali addossavansi numerose celle murate 
per uso dei sacerdoti, a contenervi i sacri arredi e i 
vasi e il tesoro e gli archivi del tempio. 

Davanti al sacro edificio, sopra la viva roccia cul¬ 
minante del Sion, sorgeva il grande alture per le vit¬ 
time animali, in mezzo al vasto atrio aperto sotto il 
cielo: un quadrato di dieci metri laterali, rialzato per 
cinque sul piano delP atrio, di pietre e di bronzo fine¬ 
mente lavorato, cui si montava per una gradinata. 
Larghe mobili vasche di bronzo sopra ruote portavano 
qua e là sino al livello delP altare P acqua necessaria 
a purificarlo dal sangue e da ogni altra lordura del 
rogo, che discendeva in canali e pozzi sottostanti. 
Tutt’ intorno alP altare, per le varie parti dell’ atrio, 


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eran le sedi stabilite per i sacerdoti ed i musici ; piò 
oltre la folla del popolo. I sacerdoti non erano che mi¬ 
nistri del re, capo supremo della religione come pur 
dello stato. Essi fungevano in ordine e per autorità 
del re, che nelle solenni occasioni come Gran Sacerdote 
offriva al dio le vittime — talvolta un suo figliuolo — 
sul grande altare a bruciare (6). 

Con la suntuosa erezione della reggia e del tempio, 
Salomone aveva mostrato ai popoli circostanti del¬ 
l’Asia, che il nuovo regno palestinese, fra le opposte 
ambizioni dell’ Egitto e della Assiria, aveva coscienza 
della sua forza e della sua grandezza. Ma egli aveva 
in realtà osata un’ opera troppo sopra le forze econo¬ 
miche del giovane stato ; troppo aliena dai rudi senti¬ 
menti di un popolo, allora allora distolto alle semplici 
abitudini della vita beduina. Per quanto le spedizioni 
commerciali, da Salomone organizzate d’accordo col 
re di Tiro sin oltre il mar Rosso, abbian sortito un 
esito felice; e per quanto nel costruire i regali edifici 
egli si servisse delT opera obbligata di masse d’Israe¬ 
liti, nutriti di staffile assai più che di cibo ; nondimeno 
le spese incontrate in quest’ opera per lui e per i suoi 
dì gigantesca furono gravi sì da dover sottoporre gli 
Israeliti ad una intollerabile esazione fiscale. Fra 
gente abituata alla libertà del deserto, incapace di 
comprendere le più elementari esigenze dello stato 
regio, v 9 era più che motivo a provocare la rivolta. 
1/israelita Geroboamo, ministro di Salomone per i tri¬ 
buti d’Israele, si mise a capo dei ribelli ; un profeta 
sancì P iniziativa versando sul capo V olio della con¬ 
sacrazione regale, e alla morte di Salomone Israele ri¬ 
vendicò, contro il figlio e successore Roboamo, la sua 
indipendenza (7). 


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— 26 — 


3. Il profeta Isaia. 

Arse a lun^o fra i due regni la guerra, Giuda con¬ 
siderando gli Israeliti come vassalli, ed Israele al con¬ 
trario reputando la Giudea provincia del suo regno. 
La vittoria non arrise ad alcuno dei due combattenti, 
perchè il regno più forte, Israele, fu ne’ suoi giorni 
migliori tormentato di fianco dalla minaccia aramea. 
Ma il piccolo regno di Giuda, indebolito dalla lunga 
lotta e dalla naturale povertà del territorio, perdute 
le colonie moabite e idumee, decadde sempre più fino 
a ridursi pressoché tributario del regno settentrionale. 
La rivoluzione profetica che scosse la compagine israe¬ 
litica, quando venne sul trono la dinastia di Jehu, 
dette modo al regno di Giuda di riprendersi la indi- 
pendenza, e rioccupare perfino le vecchie colonie idu¬ 
mee. Ma il suo destino di soggiacere a Israele sarebbe 
stato inevitabile, se a loro volta gli Israeliti non fos¬ 
sero andati soggetti prima alla preponderanza aramea, 
e quindi alla invasione degli Assiri, che li cancellò 
dai viventi. 

Ezechia, regnante allora in Gerusalemme, certa¬ 
mente assaporò Tamaro piacere di mirare da lontano 
gli alti incendii di Samaria ; ma dovette accorgersi 
presto eh’ egli aveva assai poco motivo di gioia nella 
fine miseranda de’ suoi nemici domestici. Suo padre 
Acaz, in punto di soccombere all’assalto di Israeliti e 
Aramei, alleati ai danni di Giuda, se n’era liberato 
invocando l’intervento degli Assiri. Ma qual altro ri¬ 
sultato aveva prodotto la caduta di Damasco e di Sa¬ 
maria, se non quello di rendere Giuda, con tutto il 
resto della Palestina, vassallo e tributario dell’Assi - 


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— 27 — 


ria ? Alla morte di Sargon, nel 705, Ezechia con altri 
re palestinesi istigati dall’ Egitto nonché dalla Babi¬ 
lonia, rivale di Ninive, osò scuotere il giogo rifiutando 
il tributo. Ma il successore Sinachirib, tosto che ebbe 
assicurato il trono, scese con grande esercito in Pale¬ 
stina, col proposito di aprirsi attraverso la Giudea il 
cammino alla conquista delP Egitto. Giuda fu messo 
a distruzione dalle avanguardie assire ; le città forti 
smantellate ed arse, masse di popolo deportate in 
schiavitù. I legati del 'gran re presentaronsi a Ezechia 
presso le mura di Gerusalemme, superbamente inti¬ 
mando la resa e il tributo. Conscio della terribile gra¬ 
vità del momento, Ezechia si sottomise ; prelevò nel- 
P estremo frangente i tesori del tempio per sodisfare 
P esigenza dell- enorme tributo. Ma mentre dalla Siria 
aspettavasi la venuta del gran re col grosso delPeser- 
cito sulla via dell’Egitto, ad un tratto si sparse (a. 701) 
la notizia che Sinachirib aveva tolto il campo, preci¬ 
pitosamente tornando su’ suoi passi in Assiria. Il 
perchè della improvvisa ritirata non fu conosciuto. 
Il regno di Giuda uscì salvo dalla gravissima crisi, 
ma fiaccato per sempre (8). 

Sono gli anni in cui grandeggia in Gerusalemme 
la nobile figura di Isaia. Ben diversi dai fanatici en¬ 
tusiasti d’ un tempo, i profeti oggi eran uomini di pen¬ 
siero e di fede, nei quali ferveva irriducibile l’ antica 
anima ebraica del deserto. Incapaci di comprendere 
i molteplici accomodamenti del costume civile, nutri¬ 
vano profonda antipatia per gli equivoci compromessi 
e le alleanze, cui le vicende politiche obbligavano lo 
stato giudaico ne’ suoi rapporti con quelli limitrofi. 
Un insanabile contrasto fra la loro fede in un dio on¬ 
nipotente, capace di elevare il suo popolo sopra ogni 


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— 28 — 


altro a gloriosi destini, e la triste realtà di uno stato 
politico in dissolvimento, di cui tutto faceva preve¬ 
dere la non lontana rovina, animava il pessimismo 
dei profeti e ad un tempo il loro orgoglio di solitari 
veggenti di verità proiettate negli albori lontani delle 
origini. Un passato realmente sconosciuto, e nel quale 
era facile ad ognuno collocare sì come realtà i suoi 
desiderii, doventava nell’ animo loro, pieno di fede in 
Jalivé, regola e norma del presente e dell’ avvenire. 

Israele e Giuda vissero felici uu dì nel deserto. Là, 
isolati dal mondo, non conobbero le corruzioni della 
vita civile, ma soltanto la fede in Jalivé, che d’ anno 
in anno ricompensava di beni la loro virtù e finalmente 
dava loro in magnifico dono P amenissima valle del 
Giordano. Ma Israele venuto in Palestina, ingrato al 
suo dio, fece causa comune con gli iniqui suoi abita¬ 
tori, dei quali il dio aveva comandata la strage, e si 
era caricato così di tutte le loro colpe. Gli uomini 
s* erano inchinati a Molok e ad altri dii fenici e ca¬ 
nanei ; le donne fatte devote al culto inverecondo di 
Tamuz ; diffuso e radicato più che mai il culto dei 
morti. Lo stesso Jahvé avvilito, egli il dio vivo ridotto 
in figura di un idolo o di un vitello, e onorato d’ in¬ 
fame prostituzione maschile come un dio del paese. 
IP onde nel popolo il dilagare del vizio : la tirannia 
dello stato regio, P oppressione fiscale, la violenza 
delle classi dirigenti a danno della plebe ; nelle donne 
un lusso sfrenato, e in tutti frode e tradimento e pes¬ 
sima corruzione del costume. Chi avrebbe ormai potuto 
trattenere lo sdegno del dio contro un popolo in mezzo 
a cui la misura del peccato era colma ? Forse P al¬ 
leanza con P Egitto ? Vana speranza, là dove soprav¬ 
venivano gli Assiri, strumento irresistibile dell’ ira 


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— 29 — 


sua. Al pari di Samaria, la banchettante orgogliosa, 
anche Gerusalemme avrebbe dovuto soccombere al fato 
che con le sue opere aveva da sè maturato, e andar 
travolta nel sangue. Di mezzo allo sterminio, il dio 
avrebbe egli stesso cercato di salvare un « resto » de’ 
fedeli che daranno origine poi a un popolo nuovo, 
grato al suo dio, che Jahvé ricolmerebbe di prospe¬ 
rità (9). 

Isaia lamentava si che le sue convinzioni trovassero 
scarsi seguaci ; e di venir fatto segno a continue de¬ 
risioni sprezzanti da parte degli alti dignitari del 
regno, dei quali senza dubbio molti non erano di puro 
sangue giudeo. Che meraviglia ? Non era naturale che 
gli Ebrei penetrati in Palestina, e acquistatovi il pri¬ 
mato militare e politico, ne adottassero i civili co¬ 
stumi, e si fossero agli indigeni concordemente uniti 
con equa gradazione di diritti per la tutela degli in¬ 
teressi comuni, contro il sempre minacciato pericolo 
della invasione e della servitù da parte dell’ Egitto o 
dell’ Assiria ? Non era imprescindibile necessità, se 
Giuda non voleva crearsi negli iudigeui altrettanti 
nemici, accettare o tollerare, magari favorire e se¬ 
guire, i culti fenici o egiziani, come fecero già Omri e 
Salomone, o quelli cananei, eli’ era religione legittima 
degli antichi abitatori del paese? Agire altrimenti, 
equivaleva a mettere il regno in istato di guerra con¬ 
tinua, di cui per gli stessi Giudei non potevano esser 
prevedute che conseguenze rovinose. 

Eppure, la predicazione profetica, politicamente 
assurda, conteneva in sè un principio di forza, il mo¬ 
tivo di un lento ma sicuro trionfo. Rappresentando al 
popolo Jahvé come dio onnipotente, tutore di ogni giu¬ 
stizia, dei diritti di tutti gli oppressi, signore unico 


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;h> — 


della Palestina e del mondo — il piccolo mondo della 
rozza mentalità giudea — il dio a cui convenissero, so¬ 
prattutto in Israele, onori divini, si rinvigoriva d' as¬ 
sai l 7 innato senso di orgoglio e di fiducia in sè me¬ 
desimi, cip è nelP animo de’ beduini ; si creava sempre 
più in Israele ed in Giuda il sentimento della unità 
nazionale e dei destini storici del popolo ; si produ¬ 
ceva, insomma, negli Ebrei una virtù d’ espansione, di 
cui non si tardò a raccogliere frutti fecondi. 

4. L’idolatria giudaica. 

La situazione orribile in cui vennero a trovarsi i 
Giudei nei dì che gli Assiri, invaso il regno e distrutte 
le sue città, preparavansi ad. entrare col furibondo 
Sinacliirib in Gerusalemme, deve avere persuasi molti 
a credere che un qualche grande peccato nazionale in¬ 
citasse Jahvé a punire così gravemente il suo popolo. 
Ora nella improvvisa salvezza dall’ imminente peri¬ 
colo, dai fedeli attribuita a un miracolo del loro dio, 
essi vedevano un segno della predilezione di Jahvé, 
che non aveva permesso P estremo scempio di Giuda, 
la distruzione della città e del suo tempio. Vedevano 
un severo ammonimento a rispettare le esigenze della 
santità di Jahvé, a non associargli nel culto altre di¬ 
vinità indegne di lui. 

Isaia continuava a predicare, che la conversione 
sincera all’antica fede in Jahvé era Punico modo di 
sfuggire ai gastighi del dio, e non già P alleanza con 
l’Egitto, o il tributo all’Assiria. Giuda fidasse in 
Jahvé e nella sua potenza, e non c’era più da temere, 
ìson aveva egli dunque in un istante abbattuto l’eser¬ 
cito di Sinachirib ? Lo stesso Ezechia rimase impres- 


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— 31 — 


sinuato dalle parole del profeta ; e per quanto perso¬ 
nalmente non avesse molta fede in Jalivé, stimò che 
bisognasse purificarne il culto, almeno in certi limiti, 
secondo le intenzioni dei profeti, confermate, non vi 
ha dubbio, da oracoli sacerdotali. In che cosa consi¬ 
stesse la riforma religiosa di Ezechia, non sappiamo 
con precisione. Ci è noto, bensì, che egli fece rimuo¬ 
vere dal tempio e spezzare un serpente di bronzo, che 
la tradizione diceva di origine mosaica, ed a cui sole- 
vansi offrire sacrifici d’ incenso (10). 

Per allora non seguì altro. Se pure vi erano gruppi 
d’intransigenti giudei, specialmente nel ceto militare 
e sacerdotale, che sognavano un ritorno alle gloriose 
tradizioni di David, tuttavia nella massa del popolo, 
di formazione etnica svariata, nè educata alla scuola 
dei profeti, le recenti sconfitte erano apparse come 
prove della impotenza di Jahvé di fronte alP Assiria, 
ed avevano singolarmente fatto cadere in disuso il culto 
di quel rozzo dio del deserto. Gli antichi dii cananei 
avevano riacquistato il perduto favore. Specialmente 
le divinità della potentissima Assiria, che teneva in 
Gerusalemme, come stato vassallo, funzionari e sol¬ 
dati, furono ormai dai più considerate uniche vere, de¬ 
gne di preferita adorazione. Con V avvento di Manasse 
al trono di suo padre Ezechia trionfarono in tutta la 
Giudea, ma più ancora in Gerusalemme, i vecchi e 
nuovi culti idolatrici che V antica civiltà, babilonese 
aveva già da secoli introdotti in Palestina. 

Manasse era ben tepido cultore di Jahvé ; già nella 
sua dinastia era tradizionale il culto dei morti, radi¬ 
cato profondamente nel popolo, e che riprese ora vi¬ 
gore più di prima, come anche quello degli alberi, delle 
fontane sacre. I vecchi dii di Canaan, Milkom, cui fin 


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— 32 — 


dal tempo di Salomone era stato sull' Uliveto edificato 
un tempio, Molok, il dio rigido e tetro che nella Geenna 
gradiva V immolazione e il rogo dei figli primogeniti, 
Astarte lasciva con le grotte e i boschetti su le al¬ 
ture, ottennero nuovi onori. Le donne, che il culto ma¬ 
scolino di Jahvé non soddisfaceva, erano specialmente 
devote dei morti, oppure bruciavano incensi e levavano 
canti a Istar e al di lei amatore infelice Tamuz, divi¬ 
nità babilonese tornata di gran moda. Lo stesso tempio 
di Jahvé fu adibito al culto ed ai riti degli dii assiri. 
Là dove fu V arca — da qualche tempo distrutta, come 
sembra, fra le vicende guerresche del piccolo regno — 
ora venne collocato il trono del dio Samas, il sole, e 
presso al tempio nutriti i sacri cavalli, destinati a 
portarlo fra il popolo nelle processioni solenni. Sovra 
il tetto a terrazza del tempio, e così su molte case ari¬ 
stocratiche di Gerusalemme, furono disposti i minu¬ 
scoli altari per il culto babilonese degli astri. Dal ve¬ 
stibolo del tempio i sacerdoti di Samas annunziavano 
al popolo gli oracoli e la dottrina del gran dio assiro ; 
i sacerdoti fedeli al vecchio Jahvé, messi in disparte, 
V oracolo del loro dio soffocato. La tradizione nazio¬ 
nale, insomma la coscienza di un popolo, sembrava do¬ 
ver perire, sommersa in un gran vortice di reazione 
politica (11). 


5. Reazione sacerdotale. 

Il lungo regno di Manasse avvalorava sempre più 
P idea nella nuova generazione, che Jahvé era un dio 
vinto e sopraffatto e il suo culto una memoria del 
passato. In contrario però una intensa e secreta atti¬ 
vità rianimava le grandi famiglie, puramente giudee, 


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— 33 — 


della vecchia aristocrazia militare e sacerdotale. Era 
bene da attendersi. La religione di Jahvé non era ormai 
più quella di ogni altro dio palestinese, nè poteva 
subire paciticamente le stesse vicende politiche. Per 
quanto ridotti di numero, gli adoratori di Jahvé, i rap¬ 
presentanti dell’ antic o sangue giudeo, erano gente 
pervenuta a un certo grado di civiltà. Chi ritrovava 
più in loro i feroci beduini d’ un tempo lontano, qua 
e là vaganti fra le rapine e la strage alla ricerca d’una 
patria, migliore delle oasi native sj>erdute fra le sabbie 
del deserto? Il lungo contatto coi popoli civili del- 
PAsia, e il regime,del sommo potere, nel territorio oc¬ 
cupato, aveva poco a poco attillato il loro spirito, for¬ 
mata l’anima loro al senso morale, educata la mente a 
una cultura pari a quella dei popoli circonvicini. In 
pari tempo la loro innata voglia di libertà e di domi¬ 
nio, il disprezzo invincibile per i popoli indigeni da loro 
assoggetati, il chiuso ciclo delle tradizioni patriarcali, 
che rende sempre disadatti a fondersi con popoli di 
stirile diversa le tribù del deserto, avevan mantenuto 
nelle famiglie giudee un sentimento di superiorità, di 
separazione dalle genti fra le quali vivevano, che con 
gli anni, nonché attenuarsi, erasi invece andato sempre 
più rafforzando, e aveva raggiunto un alto grado spiri¬ 
tuale nell’ idea della divinità e dei loro rapporti reli¬ 
giosi con Jahvé. 

I Giudei possedevano ora una propria letteratura, 
creata in parte da loro, in parte ereditata da Israele, 
di cui essi formavano il superstite e più degno elemento. 
Eran racconti storici raccolti dalle scuole profetiche 
fra le illustri tradizioni delle belle gesta del popolo, 
e che di là dai tempi gloriosi di David e di Salomone 
rimontavano per V età eroica d’Israele innanzi l’epoca 
3 


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dei re tiuo alle origini, adombrate dalla persona gi¬ 
gante di un profeta guerriero Mosè, e più in là lino al 
tempo remoto dei padri e al principio di tutte le cose. 
Erano tradizioni legislative e religiose, prodotto di an¬ 
tichissime consuetudini, formulate per iscritto solo in 
età recente. Erano raccolte di oracoli sacerdotali ano¬ 
nimi, parola del dio, tenute a memoria o segnate negli 
archivi del tempio, che, appena superata l’età dell’ori¬ 
gine loro, venivano astratte dalla storia e proiettate 
fin nel tempo delle origini a ricevervi una sanzione 
di autorità divina (12). 

Tutta la tradizione nazionale che aveva in essi 
creata chiara e salda una coscienza religiosa diversa 
da ogni altra all’ intorno, era respinta così con volontà 
irresistibile nell’epoca niosaica, allorquando gli an¬ 
ziani del popolo uei sacri banchetti fruivano della pre¬ 
senza del dio. La religione di Jalivé prendeva le forme, 
nella coscienza attuale giudea, di un patto di alleanza 
solenne fra il dio e il popolo, per cui Jalivé sceglieva 
come suo prediletto Israele, e questi si obbligava in 
conseguenza a non venire mai meno ai doveri del culto 
e a non abbandonarlo per seguire altri dii. Come dun¬ 
que i Giudei, che conoscevano la grandezza di Jahvé, 
in mano a cui gli Assiri non erano che ciechi istru- 
menti dell’ira sua contro i peccatori, per toglierli di 
mezzo a’ suoi fedeli, potevan oggi rimanere inerti di 
fronte al sacrilego oltraggio che in Giuda si faceva al 
loro dio, vilipeso e reietto come un vinto ? Bisognava 
ad ogni costo resistere a questa menomazione dei di¬ 
ritti dell’ unico vero dio, e preparare i giorni della ri¬ 
scossa, che ormai non poteva mancare. Perchè gli As¬ 
siri medesimi dovevano pagare il fio della loro prepo¬ 
tente empietà. 


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— 35 


Tali le idee che animavano la classe militare e sa¬ 
cerdotale giudea, messa in disparte durante il governo 
di Manasse, docile strumento in potere dei funzionari 
assiri, residenti a Gerusalemme. La voce dei profeti 
crasi ammutolita ; ma tanto più viva all’ opposto dovè 
essere P occulta attività, per iscritto od a voce, del¬ 
l’aristocrazia giudea, intenta a maturare un forte moto 
di reazione. Noi non sappiamo se e quanto il vecchio 
Manasse personalmente si oppose a qualsiasi tentativo 
di rivolta del partito sacerdotale ; non sappiamo se e 
quanto il suo figlio e successore Aiuoli, che seguì la 
politica paterna, dovè all’elemento reazionario di 
finire assassinato, dopo circa un anno di regno, da una 
congiura di palazzo. Sappiamo bensì, o di leggieri ci 
è lecito affermare, che quando a lui successe, di soli 
otto anni, suo figlio Giosia, il partito nazionale già do¬ 
veva essere forte, organizzato e j>ronto ad ogni au¬ 
dacia, appena i mutevoli tempi consentissero ai vecchi 
aristocratici di rialzare il capo. In brevi anni l’Assiria 
non era più lo stato onnipotente di prima ; la inva¬ 
sione degli Sciti dal centro dell’Asia, destinata a scon¬ 
volgere il mondo civile dalle rive del Tigri fino a 
quelle del Nilo, aveva scompigliate le forze militari 
del grande impero, e dato vigor nuovo ai popoli ba¬ 
bilonesi, medi e persiani, per combattere e soverchiare 
P antico dominatore. Dal culmine della gloriai della 
potenza in pochi decenni l’Assiria decadeva fino al 
margine della rovina. 

6. Il profeta Geremia. 

La immensa catastrofe, che sembrava avvicinarsi a 
gran passi, non era che P effetto dell’ ira di Jahvé con¬ 
tro gli iniqui oppressori del suo popolo. La voce dei 


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profeti tornava a farsi udire. 11 profeta Sofonia nelle 
affollate piazze di Gerusalemme parlava al popolo 
avido di ribellione, e prometteva in nome di Jalivé 
P imminente gastigo delle genti che avevano abbando¬ 
nata la sua legge, e vilipeso il suo nome. Gli Sciti che 
s’inoltrano innumerevoli tutto ponendo a soqquadro, 
e dovunque seminando la distruzione e la morte, sono 
essi gli esecutori della vendetta del dio sul mondo per¬ 
verso. 11 gran giorno è vicino dell’universale sterminio 
di tutti i peccatori. La ricchezza e la superbia non li 
salverà dalla morte dovunque si trovino. Ninive sarà 
distrutta. La Palestina essa pure soccomberà; Geru¬ 
salemme andrà salva, a condizione che gli abitatori si 
convertano al vero dio (13). 

Ed ecco farsi innanzi, fra la generale inquietudine 
dei torbidi tempi, un giovane pallido e triste, caratte¬ 
ristico esempio di profeta, destinato ad aver tanta 
efficacia sulla storia futura del suo popolo. È Geremia 
di Anatot, cittadina a pochi chilometri a settentrione 
di Gerusalemme, di famiglia sacerdotale. Per lui pro¬ 
fetare non è passeggierà esaltazione dell’ animo ; non 
è un semplice episodio della vita. Egli è profeta nato. 
Lo spirito di Jahvé s' è riversato in lui tino dal seno 
della madre sua. Egli non può far altro ; vivrà e mo¬ 
rirà profetando. Come ogni profeta, è astratto dalla 
vita ; il suo passaggio nel mondo non sarà che l’espres¬ 
sione di un pensiero inflessibile e senza apparente 
contatto con la immediata realtà. Avrà innumerevoli 
nemici, scarsi seguaci ; vivrà solitario e sdegnoso, mite 
e ostinato nelle sue vedute ; chiuso nel suo dolore e 
irriducibile, alieno da pubblici uffici, misto alla società 
e pur sempre solo, senza sposa e senza figli. 

Pessimista insanabile, Geremia pensa che P abitu- 


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dine al peccato fa come seconda natura corrotti gli 
uomini sin dall 7 infanzia e propensi al mal fare. Tutti 
delinquono, tutti hanno abbandonato il vero dio, tra¬ 
sgredita la legge morale che da Jahvé solo deriva, per 
darsi agli altri dii falsi e bugiardi, commettere ogni 
sorta di turpitudini. Pessimo esempio di corruzione e 
di colpa dà più di tutti la corte, lo dànno sacerdoti 
e profeti, con i quali Geremia non vuole aver nulla 
che fare. Egli stesso, del resto, non ha miglior stima 
di sé, peccatore al pari degli altri. Se un giusto solo 
vi fosse in Gerusalemme, Jahvé perdonerebbe. Ma poi¬ 
ché tutti peccano, e dappertutto regna la violenza, la 
frode, il mal costume, tutti andranno soggetti alla 
condanna che sta per pronunziare la inflessibile giu¬ 
stizia di Jahvé. Le iniquità commesse abbandonando 
con la religione di Jahvé la verità e la giustizia ; se¬ 
guendo i turpi riti delle divinità straniere, e le super¬ 
stizioni impure di Astarte e del culto famigliare ilei 
morti ; soprattutto P uso infame, contro il quale Ge¬ 
remia è il primo dei profeti che finalmente insorge a 
protestare, di bruciare innanzi a Jahvé, in orrendo 
onore del dio, i propri figli medesimi ; tutto insomma 
cospira a far credere che lo sterminio di Giuda è im¬ 
minente. I colpevoli saranno deport iti su quelle terre 
di Babilonia, le cui divinità hanno ^dorato, e dove tra¬ 
scineranno la misera vita di una plebe ridotta in schia¬ 
vitù (14). 

Non è da credere che idee così estreme trovassero 
in Gerusalemme numerosi seguaci. Se già fra i parti¬ 
giani dell 7 idolatria erano esse oggetto di derisione e 
sarcasmo, non meno tra gli stessi fautori della restau¬ 
razione nazionale provocavano P ira di quanti, sacer¬ 
doti e profeti o guerrieri, intendevano far opera di 


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ricostruzione più che di critica demolitrice. Essi non 
erano disposti affatto a considerare sì grave e irrime¬ 
diabile la situazione dello stato ; ma nutrivano la più 
viva fede che, instaurato di nuovo il puro culto di 
Jahvé, il dio non avrebbe più oltre avuto motivo di 
sovvertire l’ordine attuale della pubblica cosa e avrebbe 
posto in opera la sua onnipotenza, per ridonare a 
Giuda Pantica prosperità. Nondimeno il solo fatto che 
Geremia potesse così parlare al popolo, senza esporsi 
in pari tempo alla vendetta dei pubblici poteri, dimo¬ 
stra già in quale abbattimento fosse allora caduta 
P autorità degli Assiri in Gerusalemme. La Giudea 
soltanto di nome era ormai regno vassallo delP im¬ 
pero di Ninive, che assalito da ogni parte si sfasciava 
e accennava a crollare nelP ultima rovina. Dimostra 
soprattutto quanto fosse cambiata in Gerusalemme la 
situazione dei partiti avversi, nazionale e idolatrico, 
e come la classe militare e sacerdotale di sangue giu¬ 
deo, che aveva lino allora lavorato in segreto per la 
restaurazione, avesse ormai già preso il sopravvento. 
Ci spiega insomma come fu possibile, preparare e riu¬ 
scire a porre in atto, con improvvisa audacia, il colpo 
di stato delPanno diciottesimo del regno di Giosia (15). 

7. La riforma deuteronomica. 

Di questo avvenimento (a. 021), di tanta impor¬ 
tanza storica, possediamo scarse notizie. Safan, mini¬ 
stro del re, presentasi nel tempio a togliere dal tesoro 
le somme destinate ai lavori di riparazione del san¬ 
tuario. Gli si fa incontro il sacerdote Elcia, e gli porge 
uno scritto che dice trovato negli archivi del tempio, e 
s’ intitola « libro della dottrina » di Jahvé. Il docn- 


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mento è breve : Safan lo legge. Sono precetti dati dal 
dio medesimo a Israele, vi si dice, già nell’ età dei pa¬ 
dri, a Mosè istitutore delle sacre tradizioni nazionali, 
circa il modo di compiere puramente i riti nel tempio 
e celebrare le sue solennità, annunziando terribili ga- 
stigiii e irreparabili disastri, quando si venga meno 
agli obblighi del patto d’ alleanza fra Jahvé e il suo 
popolo. Safan lo porta al re, che dalla lettura riceve 
impressione di vivo spavento, e si affretta a consultare 
la corte. Nessuno par dubitare che il documento in 
realtà tragga origine dai tempi di Mosè. È interrogata 
in proposito la profetessa Hulda moglie di un alto cor¬ 
tigiano Sallum, la quale senza dubbio gode fra il po¬ 
polo autorità grandissima. Ella pronunzia un oracolo, 
secondo cui fa d’ uopo purificare subito e rinnovare il 
culto nel tempio, se non si vuole incorrere nelle pene 
minacciate dal dio. Giosia raduna quindi gli anziani 
del popolo, fa leggere nel tempio in pubblica assemblea 
il « libro della dottrina », che perciò di comune con¬ 
senso e per sanzione del re, viene riconosciuto e pro¬ 
mulgato come legge di stato. 

Ne derivano conseguenze gravissime. Sono aboliti 
tutti i culti, tranne V unico di Jahvé ; proscritte le 
vecchie divinità cananee di Camos, Milkom, Molok, 
Astarte, coi loro infami sacrifici umani, ed abbattuti 
i loro santuari ; tolti dalla terrazza sopra il tempio 
gli altari dei riti astrali, bruciato il trono di Sa mas 
e allontanati quindi i suoi cavalli sacri ; vietato il culto 
di prostituzione a Istar e Tamuz, caro all’aristocrazia 
femminile giudea ; proibiti gli oracoli ed i banchetti 
funebri in onore dei morti, anche quelli tradizionali 
delle regie tombe davidiche. 

Si purifica e si rinnova il culto di Jahvé. Viene 



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bruciato V « albero sacro » del dio, un gran palo pian¬ 
tato nel terreno a fianco dell’ altare dei sacrifici e re¬ 
putato contenere già lo spirito presente di Jalivé ; è 
abolito il rito esoso della sacra prostituzione ma¬ 
schile, e distruttone Fediticio ; aboliti finalmente anche 
gli infami sacrifici umani, e abbattuto nella Geenna 
l’alta re ignominioso che già vide passare i>er le fiamme 
i teneri giovinetti delle nobili famiglie giudee. Non 
solo ; ma per impedire che altrove si mantenga un culto 
diverso che tenti sodisfare i bassi istinti della super¬ 
stizione popolare, ogni altro santuario di Jahvé, fuori 
di quello di Gerusalemme, è dichiarato profano, e i 
sacerdoti obbligati a fissare quind’ innanzi la resi¬ 
denza nella capitale, e adibiti, con diritto a pensione, 
ai servigi inferiori nel tempio. E così a norma della 
nuova legge si celebra in Sion, la prima volta a me¬ 
moria d’ uomo, la solennità della pasqua. La grande 
riforma religiosa è compiuta. Ignoriamo se vi furono, 
da parte degli avversari, tentativi di reazione ; se mai, 
furono prontamente repressi dalla coalizione organiz¬ 
zata degli elementi nazionali militari e sacerdotali (16). 

Non ci è giunto nei precisi suoi termini il docu¬ 
mento che Elcia fece mostrare al re, con la frase in¬ 
tenzionale di averlo «trovato» nel tempio. La descri¬ 
zione, però, che ne offre il « Libro dei Re » si coordina 
talmente in armonia con le prescrizioni sull’ accen¬ 
tramento del culto in un santuario unico, sulla abo¬ 
lizione di ogni altro, sui riti da compiere per celebrare 
in degno modo certe solennità, sui gastighi minacciati 
ai colpevoli di lesa maestà divina, contenute nel 
quinto dei libri mosaici, detto alla greca « Deutero¬ 
nomio », da doverne concludere certamente, che la 
riforma ebbe per iscopo di elevare a « legge » di stato 


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una « dottrina » di Jahvé, i cui frammenti e le parti 
costitutive ci sono pervenute disperse nel Deuterono¬ 
mio. Perciò modernamente questa riforma è detta 
« deuteronomica ». Nè sappiamo qual valore debba 
darsi alla frase sacerdotale per cui fu detto il libro 
« trovato » nel tempio, mentre non può essere dubbia 
la sua recente origine, forse appena di qualche anno 
prima, in seno alla congiura sacerdotale. Può darsi 
che con la espressione « trovare nel tempio » Elcia vo¬ 
lesse dichiarare solo 1’ autorità divina di quel libro, 
frutto di oracoli sacerdotali inspirati dal dio ; o vo¬ 
lesse accennare che il documento, se pure di recente 
fattura, esprimeva lo spirito di tradizioni più antiche, 
risalienti fino a Mosè (17). In ogni modo il popolo, 
commosso dal V oracolo della profetessa Ilulda, e di 
fronte al fatto compiuto della riforma, non tardò 
quindi a credere che il libro realmente provenisse dai 
padri e rimontasse a Mosè. 

Con la riforma deuteronomica si compie nel po¬ 
polo ebraico un profondo rivolgimento, oltreché reli¬ 
gioso, anche sociale e politico. Sopra 1’ autorità dello 
stato è situata quella inappellabile della divinità, rap- 
preseutata da una legge scritta cui deve sottostare an¬ 
che il re. Questi, finora a capo della religione e del 
clero, offriva i sacrifizi,- o li offrivano in sua vece i sa¬ 
cerdoti ministri suoi, soggetti al regio potere. La nuova 
legge assumendo la tutela per sè del sacerdozio gli 
conferisce diritti d’autonomia, e stabilisce che l’au¬ 
torità sacerdotale, rappreseli tante immediata del su¬ 
premo potere divino, è sujieriore a quella medesima 
del re, che dai sacerdoti riceve la legge e la interpre¬ 
tazione della legge. 

La religione, principio d’attività sociale e pertanto 


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politica, diventa un privilegio riserbato alla classe sa¬ 
cerdotale, mediatrice unica fra la divinità ed i fedeli. 
La suprema affermazione del diritto religioso, eli’ è 
T offerta dei sacrifizi, sinora propriamente spettava al 
esipo della famiglia e innanzi tutto al re ; oggi invece si 
fa diritto esclusivo del ceto sacerdotale. La uccisione 
delP animale, già opera del padre di famiglia, era un 
atto religioso finora che iniziava il banchetto fami¬ 
gliare e gli dava pertanto un carattere specificata- 
mente religioso. D’ ora in poi, il sacrificio del capo di 
famiglia sarà un atto meramente profano ; avrà solo 
valore religioso se compiuto nel tempio per mezzo di 
un legittimo sacerdote. E creasi la divisione, contra¬ 
ria al progresso civile non meno che religioso, fra 
sacerdoti e laici, fra atti religiosi cultuali ed atti 
umani morali. La religione, che aveva ragion d’ essere 
vitale e interiore, si trasforma così gradualmente in 
funzione liturgica ed esterna. Di più ; la religione af¬ 
fermata come valore assoluto per via di una sacra 
scrittura naturalmente immutabile, perchè parola di¬ 
vina, si presta ad impedire qualsiasi ulteriore pro¬ 
gresso verso più alti ideali. È il principio del dogma, 
negazione della vita spirituale, che segna la fine di una 
coscienza religiosa nel momento in cui presume di ren¬ 
derla perfetta. Il profetismo, fautore di religione sem¬ 
pre più elevata, il profetismo libero e vittorioso, oggi 
è colpito a morte, e lentamente soggiace alla sua de¬ 
cadenza.. Il vero profeta comincia ad essere eretico. 
La riforma deuteronomica pone la prima pietra al- 
V edificio del concilio di Trento. 


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8 . Crisi del regno. 

La riforma del culto fu ideata ed eseguita con imi 
troppo diversi da quelli del profeta Geremia, perché 
potesse questi avervi parte diretta. Il partito deutero- 
uomista era fondato sulla persuasione che la condanna 
di Giuda da parte del dio non fosse inevitabile. Anzi 
la riforma sinceramente applicata era un mezzo sicuro 
non solo per isfuggire al gastigo, ma per riottenere 
la prosperità del passato. Numerosi profeti, soprat- 
tutti Anania l’avversario di Geremia, eccitavano sif¬ 
fatte speranze nel popolo fedele, che in grande mag¬ 
gioranza, è facile crederlo, partecipava aneli’ esso 
quella fede. Odiato e disprezzato dai grandi e dalla 
plebe, Geremia si trovò solo come im vinto. 

Sul bel principio i fatti parvero dar ragione a esu¬ 
beranza ai riformatori e a Giosia. La invasione degli 
Sciti, che devastò come un turbine l’Asia anteriore, 
svanì lasciando illesa Gerusalemme. Jahvé vegliava 
evidentemente, a che la sua città non fosse espugnata, 
nè profanato il suo tempio. 11 tirannico dominio degli 
Assiri, ai quali più che altro era imputata la corru¬ 
zione del culto e la presente miseria, cadeva rovesciato 
dall’ urto concorde degli eserciti babilonesi, medi e 
persiani, accorrenti all’ assedio di Ninive. Giosia non 
solo aveva recuperata la indipendenza politica, ma era 
riuscito perfino a impadronirsi del vecchio territorio 
israelitico, almeno in gran parte, e a riportare il re¬ 
gno in quell’ ampiezza di confini eh’ ebbe ai tempi di 
David e di Salomone. Chi poteva ormai più dubitare 
del favore onnipotente di Jahvé, che guidava il suo 
popolo fedele sulla via dei trionfi ? In tutta la regione 


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di Samaria furono estese subito le riforme del culto e 
soppressi i santuari di Jahvé, per quanto rammentas¬ 
sero nella tradizione nazionale illustri fatti della vita 
de’ patriarchi. Quali pratici risultati si ottenessero, 
lo ignoriamo. Il paese, del resto, non era più israelita 
che di nome. La gran deportazione del tempo di Sar¬ 
gon aveva, si può dire, distrùtto la civiltà israelitica. 
La popolazione rimasta era tornato a mischiarsi con 
i vecchi adoratori degl’ idoli e, penetrativi in gran nu¬ 
mero nuovi gruppi aramei, la lingua aramaica diffon- 
devasi ognor più e si andava sostituendo all’ ebraico. 

Queste difficoltà avevano ben poco valore per gli ar¬ 
denti partigiani del culto deuteronomico, alla testa 
dell’esercito. E quando il faraone Necao, approfittando 
della critica condizione dell’Assiria, s’inoltrò dal- 
P Egitto in Palestina e rioccupò la Siria, come al 
tempo degli Amenofi, Giosia chiamato a sottomettersi 
osò resistere, ed anzi misurarsi contro il sire egiziano. 
Nei piani di Jezreel, sacri alla gloria e ai canti di 
Israele, presso la formidabile fortezza di Mageddo oc¬ 
cupato dagli Egiziani, fu data la battaglia (a. 609). 
Dopo sforzi di valore meritevoli di miglior sorte, P e- 
sercito giudeo vi fu compiutamente disfatto, e lo stesso 
re Giosia ferito sul campo fuggì a ripararsi in gran 
fretta in Gerusalemme, dove giunto, quarantenne ap¬ 
rila, morì. Quale misera fine i>er lui, restauratore del 
culto, degno delle grazie del dio, a confronto di Ma- 
nasse, P idolatra, morto naturalmente in tarda vec¬ 
chiezza ! 

Il popolo si sceglie a re un tiglio di Giosia, ligio alle 
idee dei deuteronomisti, ma il faraone vincitore lo de¬ 
stituisce, e in vece sua chiama sul trono, in qualità 
di vassallo, un altro figlio di Giosia, imponendogli 


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— 45 — 


forte tributo. La riforma deuteronomica riceve un 
grave colpo. Coi rinati culti indigeni, invano sop¬ 
pressi, penetra e domina oggi la religione egiziana e 
vengono di moda i riti occulti, fiorenti sulle rive del 
Nilo. 

I tempi sono gravi di vicende impensate. Nel 606 
cade Ninive, la sua fine inattesa empie di stupore 
V Oriente ; il mondo assiro è diviso fra Medi e Caldei. 
Questi restaurano V antico impero babilonese, si river¬ 
sano a conquistare la Siria e Y Egitto. Necao è bat¬ 
tuto (a. 605) a Carcliemis nell’alta Siria dal principe 
ereditario caldeo Nabucodonosor, e il regno di Giuda 
cade a un tratto in potere della risorta Babilonia. 
Gerusalemme è dilaniata dagli avversi partiti. I deu- 
teronomisti conservano fede incrollabile nella potenza 
del dio, che non permetterà la distruzione del tempio, 
e sono intrattabili. I loro avversari, propensi al culto 
idolatrico, preferiscono 1’ alleanza con V Egitto. Altri 
invece vorrebbero una sottomissione leale ai Babilo¬ 
nesi. Sono i meno, e odiati da tutti, come nemici della 
patria. Fra questi è Geremia. La plebe, eccitata dal 
partito deuteronomista e dai suoi sacerdoti e profeti, 
lo esecra. Per poco non lo uccide un dì, nei cortili del 
tempio, che lo spirito di Jahvé lo incitò a profetare, 
in presenza di tutti, la futura distruzione della città 
e del tempio. 

9. L’ultimo decennio. 

Finalmente i Giudei si ribellano. I Caldei con forte 
esercito scendono in Palestina e tutto devastano. La 
tragica desolazione dura del tempo ; quindi, nel 597, è 
posto assedio a Gerusalemme. Si vuole organizzare la 
difesa, ma il turbamento dei partiti avversi la rende 


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— 46 — 


impossibile, e il nuovo re Joiakin, un altro tiglio di 
Giosia da tre mesi asceso al trono, preferisce la resa ai 
Caldei. In catene è deportato in Babilonia, e con lui 
settemila del regno, fra i quali un tremila giudei, 
tutta T aristocrazia militare e sacerdotale, i fautori 
della riforma deuteronomica, insomma il più puro espo¬ 
nente della coscienza naziouale ebraica. Rimangono in 
città le classi medie, agricole e commerciali, avvezze 
a servire, e portate ora d’ un tratto a capo dello stato. 
Con esse Nabucodonosor spera farsi un regno devoto, 
e sceglie a re Sedecia, un altro figlio di Giosia. Ana¬ 
nia, il falso profeta, conforta il popolo abbattuto nella 
costernazione, predicendo entro due anni il ritorno del 
re Joiakin, con i deportati in Giudea. Geremia, il pes¬ 
simista ostinato, consunto dal dolore, apre V animo 
ora alla luce di una speranza. Gerusalemme e il tempio 
verranno distrutti e deportato il popolo in esilio ; ina 
compiuta la grande espiazione, Jahvé restaurerà lo 
stato giudaico e vi ricondurrà il popolo convertito e 
fedele. 

Motivi a confidare, che la città sarà salva dall’ ira 
del dio, non vi sono. L 9 idolatria riprende il soprav¬ 
vento, come se la riforma deuteronomica quasi non 
fosse avvenuta. Torna in onore il culto babilonese degli 
Astri, specialmente di Samas, il sole, e fra le donne 
i riti di Istar e Tamuz. Eppure la borghesia salita al 
potere nutre ora la migliore fiducia ; con la deporta¬ 
zione di Joiakin e dell* aristocrazia, sono usciti da Ge¬ 
rusalemme', per decreto del dio, i veri colpevoli, e 
l’avvenire presentasi favorevole ad un tentativo di 
guerra per V indipendenza. Sedecia consigliato, ecci¬ 
tato dagli avversi partiti, coalizzati per la riscossa 
nazionale dalla tirannia dei Caldei, conclude un’ al¬ 
leanza con V Egitto, e si ribella a Nabucodonosor. 


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— 47 — 


Furioso il gran re viene con 1’ esercito in Siria. Il 
generale Nabusardan s’inoltra in Giudea, pone V as¬ 
sedio a Gerusalemme. Gli abitanti si preparano a di¬ 
sperata resistenza; ben sanno che, espugnata la città, 
il gastigo sarà crudelissimo, e confidano d’altronde 
che nel supremo istante, allorché ogni umana virtù 
si dimostri impotente, apparirà Jahvé con i suoi ful¬ 
mini a salvare il suo tempio e la santa città. Geremia, 
invecchiato fra tante vicende, esorta il popolo esaspe¬ 
rato che lo aborre, lo teme, lo venera, a sottomettersi 
ai Caldei, a rassegnarsi all’ineluttabile. È imprigionato 
nella regia fortezza, messo in salvo dalla furia popo¬ 
lare ; di notte il re Sedecia, travestito va da lui per 
consiglio. 

A un tratto, 1’ assedio che da più mesi stringe la 
città in un cerchio di ferro, vien meno. L’ esercito cal¬ 
deo lascia Gerusalemme. Che succede ? Si è dunque 
rinnovato lo stupendo miracolo del tempo di Ezechia ? 
Jahvé dunque si appresta a intervenire ? Ma la gioia, 
repressa a stento, poco dura. I Caldei portatisi in¬ 
contro all’ esercito egiziano sui confini della Giudea, 
lo hanno assalito, sbaragliato, distrutto, e tornano ora 
a riprendere l’assedio interrotto. E il destino si compie. 
Dopo orribile lunga vicenda di assalti e difese 1’ eser¬ 
cito caldeo sfonda le mura, e per le aperte brecce en¬ 
tra in città (a. 580). La strage, V incendio imperversa : 
raggiunge il tempio, vi penetra, lo inonda del sangue 
de’ suoi sacerdoti e del fumante cumolo della sua vasta 
rovina. È l’umano sacrifizio di un popolo nel cospetto 
di Jahvé; il giudizio tremendo del dio ha compimento. 

I Giudei scampati al massacro, a migliaia sono 
spinti come greggi col loro re verso la Siria, dove Na- 
bucodonosor li attende, per giudicarli. Le genti circon¬ 
vicine, nemiche di Giuda, Ammoniti, Idumei, Sa mari - 


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48 — 


tani, sceudono a masse, mentre i Caldei s’ allontanano, 
a invadere le terre giudee. L’anarchia predomina 
ovunque. I Giudei graziati e rimasti, spaventati di 
tanto disastro, fuggono aneli’ essi ; si avviano per l’E¬ 
gitto, preferendo alla patria crudele l’esilio volontario 
in paese straniero. E coudueono seco verso Betleem, 
con gl’ idoli loro, il vecchio profeta che conosce il fu¬ 
turo. Dalle dolci colline betlemite, d’onde mescolato 
ai fuggenti rivolge Geremia 1’ ultimo sguardo alla città 
di Jahvé, si vedono gli incendii fumanti della reggia e 
del tempio, eminenti di sopra alla rovina e alla strage 
insepolta ; e si levano canti di dolore che vincono il 
silenzio dei secoli : le « lamentazioni » (18). 


NOTE. 

(1) Libro dei Giudici, cap. 5. 

(2) Stilla formazione geologica del mare Morto, ved. Vincent, 
Canaan , pp. 361-373. 

(3) Non è il caso qui di tener dietro alle ipotesi dei critici 
sulla maggiore o minore storicità delle notizie lasciate dalla Bib¬ 
bia intorno a David e a Salomone. 

(4) La Geenna, o ebraicamente valle dei figli di 

Hinnom , oppure o:n valle di Hinnom , vuole essere identifi¬ 
cata con la odierna Wadi er-Rawàbi, che ricinge all’esterno la 
collina occidentale. Ma può darsi che fosse situata in direzione 
della valle del Tiropeon, che separava (oggi quasi colmata) le due 
colline, e precisamente verso la parte più bassa, dove la vallata 
coincide da più parti nella piscina di Siloe. 

(5) Jaussen, Coutume* dee Arabe*, pp. 173 sgg. 

(6) I. Benzinger, Hebrài8che Archeologie, pp. 383 sgg. — È de) 
tutto consentaneo ai costumi religiosi dei popoli pale9tiuesi a <juel 
tempo, che, sotto i fondamenti del tempio edificato da Salomone, 
sia stata murata viva nna qualche nobilissima donzella giudea, per 
servire di genio tutelare all’edificio. Ved. l’op. cit, di H. Vincent, 


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Canaan, e inoltre S. Minocchi, La Palestina ignota in Nuova An¬ 
tologia, 1° febbraio 1909, p. 423. 

(7) È onrioso osservare, ohe quello solito a dirsi « scisma delle 
tribù d’Israele da Giuda», fu invece considerato fra gli Ebrei 
come scisma di Giuda da Israele. 

(8) « Di Ezechia il Giudeo, che non erasi piegato al mio giogo, 
assediai 46 città forti murate, eoe. 200,150 nomini, giovani vec¬ 
chi maschi femmine, eoo. computai come preda e trassi captivi. 
Lui medesimo chiusi in Gerusalemme, sua capitale, come in una 
gabbia, eco. Le sue città che avevo saccheggiate, le distaccai dal 
suo reame, e le detti a Mitinti re di Asdod eco. Il timore della 
gloria della mia maestà vinse Ezechia ; e la sua gentaglia e i suoi 
soldati, che a difesa di Gerusalemme, sua capitale, aveva convo¬ 
cati, furono presi da terrore, eco. Con 30 talenti d’oro, 800 talenti 
d’argento, mi inviò pietre preziose ecc. le sue iigliole, le dame di 
palazzo, i musici e le cantatrici, a Ninive, mia capitale. Mandò 
suoi ambasciatori a presentare il tributo e dichiarare la sua sot¬ 
tomissione ». Iscrizione di Sinachirib, in Wincklkr, Keilinschr. 
Textbuch, pp. 45 sgg. — Sembra la causa della improvvisa par¬ 
tenza di 8inachirib essere stata la notizia di torbidi in Babilo¬ 
nia. Questa infatti si ribellò, e fu poi nel 689 dal dominatore 
assiro conquistata e distrutta : Wincklkr, Vorderasiatisoh . Qe- 
schichte , p. 43. 

(9) B. Stadk Die Religion Israels , pp. 225-229. — S. Minocchi, 
Le Profezie di Isaia , tradotte e commentate (Bologna 1907). 

(10) B. Stadb, op. cit. pp. 233-235. 

(11) B. Stadk, op. cit. pp. 335-246. 

(12) Sullo svolgimento storico della letteratura ebraica, prima 
di Manasse, ved. K. Buddk, Geschichte der althebràischen Litteratur 
(Leipzig 1909), pp. 7-105. 

(13) B. Stadk, op. cit. p. 250. 

(14) B. Stadk, op. cit. pp. 251-260. 

(15) B. Stadk, op. cit. pp. 260 sgg. 

(16) Libro II dei Re, cap. 22-23. — Buddk, op. cit. pp. 105-115. 

(17) Ved. le osservazioni di Buddk, op. cit. p. 109. 

(18) S. Minocchi, Le Lamentazioni di Geremia (Roma 1897). 


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Capitolo Terzo. 

La costituzione teocratica. 


Durante il decennio che precedette la line del regno 
di Giuda, V aristocrazia militare e sacerdotale giudea 
deportata in Babilonia col re Joiakin, nutrì viva spe¬ 
ranza che finalmente Jahvé, quando più dolorosi par¬ 
rebbero correre i tempi, sarebbe apparso al popolo, 
avrebbe liberata la città ed il suo tempio dalP estremo 
assalto, sani e salvi ricondotti col re Joiakin i suoi 
fedeli in Giudea. I deportati dei 597, promotori della 
riforma, stimavansi, fra tutti i Giudei, soli veramente 
puri e degni della grazia di Jahvé. Ad essi repugnava 
di credere che per le colpe dei padri, invece che per le 
proprie, fossero stati così tratti schiavi in paese stra¬ 
niero. Benché poteva dirsi la Babilonia per loro paese 
straniero, essendo Jahvé signore di tutta la terra? No ; 
ma il dio era migrato personalmente con essi dal Gior¬ 
dano all’Eufrate; lo stato giudaico, provvisoriamente 
abolito. In Gerusalemme Jahvé, dio di giustizia 
avrebbe fra poco eseguito il giudizio di condanna sui 
rei. Dove appunto erano stati commessi i peccati, erano 
pur rimasti i peccatori, tratti al sicuro i giusti. Ma per 
la gloria di Jahvé, per la degnità del suo nome, Geru¬ 
salemme e il tempio alla fine andrebbero salvi dall’ e- 
norme rovina. 


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— 51 — 


1. II profeta Ezechiele. 

Non tut<£ partecipavano siffatte illusioni. Un gio¬ 
vane sacerdote, Ezechiele, da Jahvé incitato a profe¬ 
tare, osò farsi innanzi tra i nobili emigrati a disingan¬ 
narli, preannunziando imminente, da parte del dio, 
la distruzione di Gerusalemme, di cui vedeva un pre¬ 
sagio nella improvvisa morte della diletta sua moglie. 
Ma non fu creduto. E d’ altronde ben altro peso di 
tradizione persuadeva sacerdoti e guerrieri ad applau¬ 
dire i profeti che annunziavano, malgrado tutto, spe¬ 
ranze e conforti. Troppo, nell’ idea religiosa del mondo 
a quel tempo, V autorità di un dio valutavasi in rap¬ 
porto alla potenza di lui, dimostrata realmente col di¬ 
fendere il suo tempio e i suoi fedeli dall’assalto d’altre 
genti e d’ altri dei ; la loro illusione era fede univer 
sale (1). 

Quale sbigottimento di sacerdoti, che umiliazione 
di profeti, che dolor di guerrieri, alla notizia della mi¬ 
seranda fine della patria, della stirpe, del culto! Ben 
pochi, néi primi tempi d’ignominia e d’ orrore, dove¬ 
rono pensare a dar ragione a quei pessimisti ostinati, 
che guardando assai più dall’ alto il mondo dello spi¬ 
rito avevano saputo antivedere ed annunziare il vero. 
La immensa maggioranza, un centomila, dei rimasti 
in Giudea, proletari della gleba e del commercio, igno¬ 
ranti e incapaci di comprendere una fede tanto mai 
superiore, se pure ieri seguirono per la legge del pub¬ 
blico potere il rinnovato « ulto di Jahvé, tornarono 
alle abitudini superstiziose degl’idoli, al culto dei 
morti e dei demoni. Nel miglior caso ripresero a prati¬ 
car la vecchia religione famigliare di Jahvé, conside- 


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rato, malgrado tutto, un non rinnegatale simbolo della 
nazione ebraica. Del resto, anche fra i dieci e diecimila 
deportati in Babilonia, gente di media cultura, edu¬ 
cati alla scuola dei profeti, la rovina luttuosa del tem¬ 
pio fu di scandalo enorme. Molti ne furono tratti ad 
abbandonare il dio nazionale e a seguire gli dii vin¬ 
citori, die i loro padri al tempo di Manasse avevano 
adorato. 

Ma a così desolante rinunzia dei cari ideali non po¬ 
tevano rassegnarsi coloro, non troppi, che di cultura 
elevata e di sensi più dignitosi non dubitavano ancora 
di affermare, contro tutte le smentite della storia, la 
sovrana grandezza di Jalivé, principio della vita nazio¬ 
nale e spirituale del popolo. E, mentre V anima loro 
agitavasi fra le tempeste d’ una crisi di coscienza sa¬ 
lutare, essi osavano tornare a scandagliare il problema 
religioso, e a domandare se, ]>er avventura, non vi fosse 
nella loro negazione di un’ idea religiosa volgare V ar¬ 
cano motivo di una più alta verità. Avrebbero, dunque, 
ragione quei profeti sino ieri vilipesi e perseguitati, 
che annunziavano la distruzione, non come una vittoria 
di altri dei su quello d’ Israele ma bensì come la prova 
luminosa della onnipotenza di Jahvé, signore di tutte 
le genti, e che appunto di un popolo straniero s’ era 
servito a punire e umiliare i suoi fedeli ? Non avevano 
d’altronde quei profeti annunziato che al giudizio uni¬ 
versale di sterminio di tutti i peccatori, succederebbe 
la restaurazione dello stato giudaico e di un nuovo e 
glorioso Israele? E non erano essi, i deportati, gli eletti 
di Jahvé, il principio della speranza? In chi se non in 
loro, avevano i profeti, compreso Geremia, riposta 
fede, per la futura rinascita del vero e giusto popolo 
di Dio? 


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— 53 — 


La voce del sublime ammonitore, morto in Egitto, 
non sarebbesi udita mai più; ma quale santa fiamma 
d* ideali non trovò cuori vivi da consumare? Ed ecco 
di tra la nuova generazione dei sacerdoti deuterono- 
misti, avversari di Geremia, sorge Ezechiele e ne con¬ 
tinua P opera. Ezechiele non ha della religione il con¬ 
cetto così spirituale e inteso alla vita morale, che 
splende in Geremia. La sua predicazione ritrae delle 
vec-chie idee naturali ritualistiche alle quali è pure in¬ 
formata la legge deuteronomica. Jahvé per lui è un es¬ 
sere di aspetto pensieri e sentimenti singolarmente 
umanizzati, ed abita nel tempio di Gerusalemme, come 
in sua propria dimora. Regna Jahvé su tutte le genti 
col terrore della sua divina maestà ; guai alP uomo, 
chiunque egli sia, che ne offende col peccato, sia pur 
lievemente, la regai dignità. Il gastigo sopraggiunge 
immancabile, orrendo (2). 

Ezechiele non ha veduto i giorni della riforma ; non 
dubita che la legge deuteronomica rimonti alle origini, 
e contenga la parola del dio rivelata a Mosè, nel mo¬ 
mento di contrarre una santa alleanza col suo popolo. 
Egli pensa che Israele, venuto in Palestina, si è la¬ 
sciato corrompere ed attrarre al culto degli dii delle 
genti, s’ è inquinato dei vizi della più turpe idolatria, 
ha meritato da Jahvé il gastigo cui è soggiaciuto dopo 
la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Ma tutti 
gli altri popoli ugualmente e ancor più gravemente 
d’Israele hanno peccato dietro le seduzioni idolatri¬ 
che ; tutti li attende un prossimo giudizio di condanna 
da parte del dio. I giorni del terrore per le genti idola¬ 
tre, saranno la salvezza d’Israele. Il ritorno perciò 
dei fedeli in Palestina è imminente, e con esso la re¬ 
staurazione di un regno di giustizia e prosperità, retto 


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dalla gloriosa dinastia davidica. Il nuovo stato, però, 
non è opera d’Israele ; ma ci*eazione di Jahvé per 
T onore della sua dignità nel cospetto dei popoli. In¬ 
vano tenteranno alla line dei tempi orde lontane bar¬ 
bariche, i popoli di Gog, di riversarsi come un dì gli 
Sciti, all’assalto del piccolo regno degli eletti d’Israele. 
Con uno spaventoso terremoto il dio sovvertirà i fonda¬ 
menti della terra, e le voragini li inghiottiranno (3). 

Ezechiele, già vecchio, si compiace di raffigurarsi 
la felicità d’Israele nel regno del suo dio. Per effetto 
di profonda trasformazione fisica, la Palestina diventa 
un paradiso terrestre : un’ immensa pianura, fecon¬ 
data, come intorno agl’ irrigui canali di Babilonia fra 
cui dimora il profeta, da corsi d’ acqua perenne. In 
mezzo ad essa, in cima a un’ alta montagna visibile 
a tutte le dodici tribù d’Israele, radunate colà da ogni 
parte del mondo, sorge la nuova Gerusalemme, ricca 
di fonti d’acqua defluente a indolcire 1’ asprissimo 
mar Morto, e a fecondar la valle maledetta, dove un 
dì furon Sodoma e Gomorra. Nel tempio ricostruito 
con incredibile magnificenza, abiterà personalmente 
Jahvé, e il suo popolo fedele lo servirà sicuro della sua 
grazia, perchè — proclama solennemente il profeta — 
d’ ora in poi nessuno verrà oltre punito per le colpe 
dei padri, ma soltanto per le sue proprie. La santità 
del dio esige, però, che l’atrio d’intorno al grande 
altare sia ri serbato esclusivamente alla tribù sacer¬ 
dotale dei Figli di Levi : le funzioni e dignità sacer¬ 
dotali, tra le famiglie levitiche, assegnate alla sola 
dei Figli di Sadok. Soltanto un atrio esterno e sepa¬ 
rato sarà concesso al popolo che non avrà più motivo 
di profanare il tempio, come in passato, allorché tutti 
avevano diritto di accedere al santuario. Anche la reg- 


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già dovrà rimaner fuori del recinto del tempio, e il re 
►stesso, t ome laico, avrà un poter limitato e di carattere 
amministrativo. Vero re d* Israele sarà il dio, e suoi 
ministri i sacerdoti (4). 

2 . Cattività di Babilonia. 

La parola di Ezechiele non suscitò fra i deportati 
notevoli simpatie. La massa del popolo era ormai sfi¬ 
duciata. I profeti nazionali che un giorno ebbero 
plauso generale, e predissero sempre in nome del dio 
la salvezza di Gerusalemme, s’erano oggi dimostrati 
falsi, ed i profeti veri, già derisi da tutti, esigevano 
per essere compresi una cultura e una virtù di fede a 
cui soltanto un nucleo di gente eletta poteva elevarsi. 
La plebe non li ascoltava, non dava loro importanza. 
Forse perciò, nonché per le difficili condizioni politiche, 
i vaticinii d’ Ezechiele, contro V uso dei vecchi profeti, 
non sono, almeno in gran parte, predicati in mezzo 
alla folla, ma fin dall’ origine invece segnati per 
iscritto, quasi nascosti in un libro per oggetto di me¬ 
ditazioni o di alterni dibattiti fra pochi. Sono questi 
gli eletti, cioè i separati dal volgo, e riusciti con alacre 
sforzo di pensiero ad armonizzare i principii della legge 
deuteronomica con le nuove esigenze di una fede, creata 
nell’ animo loro dalla parola del profeta educato alla 
scuola di Osea e di Geremia (5). 

Questa età di forzata inazione per i deuteronomisti, 
risolvesi in un’ epoca di raccoglimento interiore. È 
il principio di una rinascita dello spirito ebraico, che 
ripone nel prossimo avvenire le speranze dal passato 
crudelmente abbattute. Il presente non è di pigra at¬ 
tesa, ma anzi rii più intensa attività, come prepara- 


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— 56 — 


zione al futuro; fa d’uopo riconsiderare, rielaborare 
il passato, di guisa che conosciuti gli errori di un 
tempo si riesca in avvenire ad evitarli, e la storia sia 
maestra della vita. Una vasta tradizione nazionale, 
storica e legislativa, multiforme e confusa, è conse¬ 
gnata in quegli scritti che hau salvati all' incendio in 
Gerusalemme e portati seco loro in terra d’esilio; in 
quelli è tramandata la memoria del passato, la scienza, 
la speranza d’ Israele. I jSl legge deuteronouiica, rivelata 
nel tempo delle origini, composta da Mosè, per essi 
è a fondamento della storia e della vita nazionale. E 
poiché la più antica tradizione profetica e storica d’ I- 
sraele la ignora e la contradice, essi, che la fede in¬ 
cita e spinge volenti o inconsapevoli oltre i confini 
della storia, la riprendono dunque in esame, e non 
tardano a modificarla, rifarla, altrimenti sopprimerla, 
talché a torto o a ragione armonizzi con la legge deu- 
teronomica, la quale non dev’ essere ignorata o con¬ 
tradetta impunemente. Così anche son raccolte j>er 
iscritto, classificate, ordinate, numerose tradizioni le¬ 
gislative, consuetudini popolari, oracoli sacerdotali, 
di origine contemporanea alla legge deuteronouiica, de¬ 
stinata a interpretarla e arricchirla di nuove ed auto¬ 
revoli rivelazioni divine, necessarie a costituire la fu¬ 
tura società d’Israele al suo ritorno in Palestina (6). 

Così fra i ricordi angosciosi e le ardenti speranze, 
passavano i decenni. Alla morte di Nabucodonosor (a. 
562), tutti i cuori balzaron di gioia. Il successore di lui 
rendeva libertà e onori regali al vecchio Joiakin, dopo 
trentasette anni di oscura prigionia. Non fu la luce, 
fu un lampo. E la generazione che aveva conosciuto 
la via dell 1 esilio, e ascoltò i profeti annunzianti V im¬ 
minente ritorno, scompariva portando nella tomba su 


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— 57 — 


terra straniera la sua speranza e il dolore. Quando 
l’Asia politica ad un tratto — era corso un mezzo se¬ 
colo — parve crollare dalle fondamenta all’ impulso 
terribile d’ una sovrumana potenza, e rovinar F antica 
Babilonia con F impero caldeo. Un grande conquista¬ 
tore, alla testa di popoli ignoti e formidabili, era ap¬ 
parso nella luce della storia e da Oriente inoltravasi 
fino al Mediterraneo, atterrando innanzi a sè nelF im¬ 
peto della invasione regni ed imperi. Il suo nome era 
Ciro. La conquista di Ecbatana lo aveva insignorito 
della Media ; la vittoria di Sardi (a. 546), fatto Creso 
re di Lidia prigioniero, rendevalo arbitro ormai del¬ 
l’Asia Minore. Non gli restava che abbattere con un 
ultimo colpo la decrepita Babilonia e F Egitto, alleati 
di Creso, e il mondo civile era suo. Certo un destino 
pieno di mistero spingeva così popoli ed imperi alla 
loro subitanea dedizione in potere di un uomo (7). 

In quei turbinosi anni, quali sentimenti agitarono 
la massa dei captivi Giudei? Non lo sappiamo. Certo 
i sopiti entusiasmi doverono tornare ad accendersi nei 
più fervorosi, che videro prossima F ora sognata di re¬ 
denzione. Un pensatore ignoto, che passò i lunghi giorni 
del duolo meditando sulle carte dei profeti, anima di 
poeta e di mistico non capace di vivere senza guardare 
al cielo, donde viene ogni luce di speranza e di amore, 
sfogava in un libro, poi congiunto ai vaticinii d’Isaia, 
la piena degli affetti che i grandiosi avvenimenti su¬ 
scitavano in lui. Chi dubita ora ? Israele ha espiato 
fin troppo le sue colpe, e il felice momento della- rina¬ 
scita è giunto. Chi è F autore primo di tanto commo¬ 
vimento di popoli, se non Jahvé creatore ed unico si¬ 
gnore del mondo, in mano a cui stan le sorti di tutte 
le genti, di fronte a cui gli dii sono pezzi di metallo o 


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— 58 — 


di legno in ligula di idoli vani ? È P ora di Jahvé per 
Israele. Il divino giudizio sulle genti, che hanno tra¬ 
viato dietro gl' idoli, e oppressero Israele iniquamente, 
assai più che Jahvé concedesse, è vicino a compiersi 
ormai, per la mano di Ciro, P eletto di Jahvé. Babilo¬ 
nia, la grande colpevole, sarà presa d’ assalto, riempita 
di strage, ed i suoi templi ridotti a un cumulo di ro¬ 
vine. E allora Jahvé da tutte le regioni adunerà il suo 
popolo, e lo ricondurrà felice e glorioso in Giudea ; 
e sotto i passi dei reduci il deserto si trasformerà in un 
giardino, la Palestina diventerà un paradiso. In Geru¬ 
salemme, sul Sion magnificamente risorto, apparirà 
dal cielo Jahvé re del suo popolo. Sarà un regno di 
amore, di giustizia, di felicità ; e il suo divino spirito, 
che è vita immortale si riverserà sugli umani. (La di¬ 
nastia davidica è dimenticata). Ciro e le genti scampate 
al giudizio del dio allora dovran riconoscere la po¬ 
tenza di Jahvé, e si convertiranno, si uniranno a 
Israele, formeranno un solo gran popolo. Israele sarà 
P aristocrazia della nuova umanità, e le genti saranno 
felici di lor sudditanza (8). 

Dolevasi il profeta che le sue previsioni lasciassero 
freddi i Giudei. Infatti, la triste realtà era troppo 
lontana dalle amplificazioni poetiche del nuovo Isaia. 
Sta il fatto, però, che gli eventi parvero presto dar ra¬ 
gione, almeno in parte, alle audaci speranze. Nel 539 
Babilonia fu realmente conquistata dai Persiani ; Ciro, 
però, abolito P impero caldeo, vi entrò portatore di 
pace, e tenne a grande onore di rispettare i templi ve¬ 
nerandi della città millenaria. E P anno stesso il nuovo 
dominatore asiatico, che rimase fedele a’ suoi dii. vo¬ 
lendo farsi amici i Giudei al confine egiziano, dette 
loro facoltà di tornare liberamente in patria. 


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— 59 — 


3. Origini del giudaismo. 

Più di quarantamila risposero all’ appello, e pre¬ 
sero, senza entusiasmo, la via del ritorno. Li condu¬ 
cevano, delegati dalla corte persiana, Zerobabele ni¬ 
pote del re Joiakin, e Josua nipote dell’ ultimo gran 
sacerdote. Non eran molti coloro che un mezzo secolo 
prima vi passarono, disillusi dei loro profeti. Ma la 
giovane generazione poteva forse meglio affidarsi alle 
nuove promesse? Nonché mutarsi in giardino il de¬ 
serto, la Palestina in un paradiso, al loro arrivo in 
Giudea i reduci sperimentarono quali e quante diffi¬ 
coltà si opponessero a reintegrarli nei loro primieri 
diritti, là dove immigrazione di genti straniere aveva 
ormai creata una solida rete d’ interessi politici e com¬ 
merciali. La plebe giudaica rimasta in patria, tornata 
alle superstizioni dei domestici dii e del culto dei 
morti, perduta quasi del tutto la coscienza politica, 
s ? era lasciata assorbire dai nuovi elementi, e abban¬ 
donato P uso del linguaggio ebraico nativo, ora quasi 
più non parlava o intendeva che P aramaico, lingua 
degli scambi commerciali per tutta PAsia anteriore (9). 

I Giudei di ritorno si misero volenterosi alP opera 
di ricostituire lo stato, sotto P alta autorità di Zero¬ 
babele, nominato dalla corte persiana governatore di 
Gerusalemme. La restaurazione del culto, nel quale 
si accentrava tutta la religione del giudaismo, fu la im¬ 
mediata preoccupazione dei reduci. Purificato e rial¬ 
zato P altare Sei sacrifizi, fu posata con solennità la 
prima pietra del tempio, che doveva magnifico risor¬ 
gere sulle rovine delP antico ; fu organizzato il ciclo 
dei riti quotidiani e festivi, modesti come esigevano le 


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— 60 


presenti condizioni economiche della comunità. Questa 
ricongiuuzione di tutta la vita giudaica intorno al 
tempio ed al culto, fra un popolo soggetto al dominio 
straniero e impedito di manifestare qualsiasi attività 
politica, produsse ben presto P effetto che la legge deu- 
teronomica aveva preparato in principio. Zerobal>ele, 
erede dei diritti dinastici, in pochi anni decadde al 
grado di un semplice amministratore civile, e la somma 
della pubblica autorità passò nelle mani di Josua, che 
quindi innanzi si nomina col titolo di Gran Sacer¬ 
dote. 

Il sacerdozio diventato classe predominante versava 
ora in gravissima crisi sociale. La legge deuteronomica 
aveva obbligato a immigrare in Gerusalemme le fami¬ 
glie sacerdotali dei santuari di Jahvé, sparsi per il 
paese, e a stabilirvisi come leviti o inservienti. Ma 
questi erano invece riusciti, in massima parte, a con¬ 
servare i loro diritti al sacerdozio, per quanto ai 8a- 
dokidi fosse rimasta, come per P innanzi, P alta di¬ 
rezione del tempio. Ed ecco ora si aveva per la città 
una folla di quattromila sacerdoti, costretti a vivere 
tutti con le offerte volontarie di poche migliaia di fe¬ 
deli, la più parte poveri aneli'essi. La situazione econo¬ 
mica della comunità si fece (Panno in anno più dura, 
la vita più triste, più incerta la costruzione del tempio. 
La lotta per P esistenza infieriva tra i gruppi delle av¬ 
verse famiglie, quando un avvenimento sopraggiunse 
a risolvere improvvisamente la crisi che minacciava di 
soffocare del tutto il giudaismo nascente. 

Alla morte di Oambise, figlio di Ciro, nel 522, scop¬ 
piò una guerra di successione, che scosse profonda¬ 
mente P impero persiano, e parve inifcio della sua ro¬ 
vina. I più animosi Giudei ripresero coraggio, la fede 


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— 61 — 


nel giudizio di Dio che doveva, secondo i profeti, an¬ 
tecedere la prossima glorificazione d’Israele in co¬ 
spetto di tutte le genti rinacque, eccitò nuove speranze. 
Nei cortili del tempio un certo Aggeo riprendeva con 
povero pensiero e in un cattivo ebraico ad arringare il 
popolo come i vecchi profeti, esortandolo a qualsiasi sa- 
critizio per far risorgere il santuario, e assicurando che 
al termine della ricostruzione Jahvé apparirebbe a di¬ 
morarvi con la sua gloria, e le prove dolorose d’ I- 
sraele avrebbero fine. Confermava 1’ audace speranza 
il sacerdote Zacaria, che prometteva imminente il giu¬ 
dizio di Jahvé su le genti e la esaltazione del popolo. 
Zerobabeìe, egli stesso, avrebbe rinnovati gli splendori 
del regno davidico, peraltro a fianco di Josua Gran 
Sacerdote (10). 

Le esortazioni profetiche non caddero a vuoto. Fu 
collocata di nuovo (a. 520) la prima pietra del tempio, 
e data mano, forse con elargizioni di Giudei arricchiti 
in Babilonia, e quivi rimasti in gran numero, alla rico¬ 
struzione. Ma le illusioni sortirono breve durata. L’im¬ 
pero persiano, che parve un istante cadere sotto il 
peso della enorme sua mole, risorgeva con Dario 
d’Istaspe più saldo che mai. Il mondo è pacificato ; 
regna la quiete nell’Asia. Da Samaria sopraggiunge 
Tattenai, governatore persiano, a rendersi ragione del 
perchè siasi ripreso a costruire il tempio senza auto¬ 
rizzazione del potere centrale. I lavori sono interrotti, 
ed i Giudei pieni di sgomento. Come Jahvé può tolle¬ 
rare quell’ oltraggio al suo nome? Si aspetta, per con¬ 
tinuare, il beneplacito di Dario, che lo concede. Nel 
515 il nuovo tempio s’inaugura, senza entusiasmo. È 
disadorno, povero, diverso troppo da quello inalzato 
da Salomone, per un culto religioso non puro. Le pro- 


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messe di Aggeo e Zacaria aneli’ esse falliscono. Quindi 
in poi di Zerobabele non si lui più notizia ; destituito 
forse dall’ alta sua carica finisce dimenticato. 

4. Rifiorimento idolatrico. 

Dopo tante delusioni, la fede è spenta nei più. La 
legge deuteronomica, fulcro della vita giudaica, è se¬ 
guita più come abitudine troppo difficile a sostituire, 
che qual norma di religione veramente sentita. Essa 
non ha del resto, come a’ tempi del regno, valore ese¬ 
cutivo per tutti, e nel territorio giudaico segue ognuno 
i riti che vuole. E, fra i reduci meglio intenzionati, in¬ 
superabili esigenze pratiche rendono pure impossibile 
costituire in seno al giudaismo quel culto integrale di 
Jahvé, quella religione di santità, che i profeti hanno 
sempre supposto dovesse antecedere Y apparizione del 
dio nel tempio e fra il suo popolo. Non è possibile ai 
reduci di rimanere stranieri alla popolazione, che ha 
in mano la ricchezza del paese, e che nella ricostru¬ 
zione del nuovo stato giudaico vuole essere partecipe 
dei diritti della classe dirigente aristocratica e sacer¬ 
dotale. Si può vivere nemici di tutti ? La città non è 
fortificata ; le antiche brecce sono ancora aperte ; ban¬ 
de di beduini s’inoltrano a depredare fin nei pressi del 
tempio. 

V’è di più. A migliaia son tornati i Giudei di Ba¬ 
bilonia senza lor donne. Sposano dunque donne del 
paese, e lo fanno tanto più volentieri in quanto di fre¬ 
quente un buon matrimonio è Y unica maniera di ele¬ 
vare il proprio stato economico. Ed ecco ora la stirpe 
sacerdotale di Jahvé, che la legge deuteronomica se¬ 
parò dal genere umano, tornare a mescolarsi, del pari 


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che i laici, con le impure stirpi indigene, israelitiche, 
samaritane, ammonite, idumee; fra esse è in grande 
onore tuttora P idolatria, che le spose con la dote tra¬ 
smettono al marito giudeo. Ed ecco ricondotti in Ge¬ 
rusalemme, e sin nelle famiglie sacerdotali, i culti ido¬ 
latrici, e ascoltati gli oracoli dei morti più di quelli 
di Jahvé, tenuti oggi in dispregio per la mancanza 
delle sacre sorti, destinate a dar loro un valore d’in¬ 
fallibilità (11). 

I riti del tempio decadono. Senza rispetto alcuno 
per la tremenda maestà del dio, gli si offrono animali 
di scarto, difettosi, malati. Si fanno voti e digiuni ; 
ma son pratiche esteriori, contaminate dalla corru¬ 
zione predominante nel ceto sacerdotale, che più mo¬ 
stra pietà religiosa. I sacerdoti fra loro si calunniano 
e oltraggiano, si derubano P un P altro a vicenda ; e 
tutti insieme opprimono il povero e depredano gli averi 
degli orfani. Il tempio è teatro di violenti alterchi fra 
nemici implacabili ; spesso fra i gruppi avversi Podio 
eccita liti sanguinose innanzi all’ altare del dio. Vi è 
più alcuno, in quel triste tramonto d’ideali, che serbi 
fede ancora nelle promesse dei profeti ? (12). 

Un ostinato nucleo di sognatori persiste, la cui fede 
non può essere scossa da nessuna vicenda della storia, 
perchè vivono fuori del mondo presente. Ed è a loro, 
in privato e per iscritto, che ancora si va rivolgendo 
la superstite anima di qualche raro profeta. Uno di 
loro biasima aspramente i sacrifici di animali difet¬ 
tosi o malati e ammonisce i sacerdoti, che Jahvé ri¬ 
fiuta le vittime del tempio di Gerusalemme, mentre 
a lui tutti i popoli offrono, nei templi delle genti, vit¬ 
time pure. Il terribile giudizio divino incombe ormai 
sui colpevoli ; dopo di che, instaurata la giustizia, ap- 


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parirà Jahvé tra i suoi fedeli nel tempio, e li colmerà 
d’ ogni bene come un padre i suoi tìgli (13). 

Quindi il gruppo degli eletti, dei puri, si risveglia 
a nuove speranze. Sarebbe dunque prossimo il gran 
giorno, e la venuta del dio non tarderebbe più oltre ? 
Un profeta ha P alta missione di annunziare P avvento 
celeste : anima di poeta anche lui, come il secondo 
Isaia, che è P autore suo prediletto, e anche lui, come 
il grande innominato delP esilio, incapace di altri 
pensieri che non siano conforto e gioia. Egli si sente 
pieno dello spirito di Jahvé, consacrato e inviato ad 
annunziare la lieta novella, libertà ai prigionieri, le¬ 
tizia a coloro che hanno il cuore spezzato. Egli non 
avrà pace, nè mai tacerà, sino al dì ormai non lontano 
che la giustizia in Sion si manifesti. Le colpe dei sa¬ 
cerdoti fecero ritardare la venuta del dio ; ma è pros¬ 
sima P ora suprema in cui pure avrà termine il pec¬ 
cato. Gli oppressori d’Israele, i rei di lesa maestà 
divina, saranno eliminati dal giudizio del dio, e la 
gloria di Gerusalemme e del popolo eletto finalmente 
splenderà come un sole (14). 

Per quanto in uno spirito siffatto i magnifici 
sogni fioriscano, anche non eccitati da circostanze 
speciali, nondimeno si ha da presumere, che P ignoto 
poeta* scrivesse i suoi carmi profetici — aneli* egli è 
uno scrittore — mosso da un fatto che in quei mede¬ 
simi anni subentrò ad agitare la vita giudaica, e ve¬ 
ramente parve provvidenziale in rapporto alle speranze 
dei profeti. 

I Giudei eh’ eran rimasti in Babilonia, arricchitisi 
là col commercio, andavano seguendo con ansia le po¬ 
vere vicende della comunità. La dolorosa situazione 
in cui essa da quasi un secolo vanamente s*involgeva, 


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— 65 — 


li addolorava a fondo. Quale era ingomma la causa di 
così lungo ritardo all’ apparizione di Jahvé, che pro¬ 
lungava anche a loro la dimora in terra straniera ? 
Erano senza dubbio le colpe d’idolatria e i conse¬ 
guenti vizi morali dei reduci. Se non fossero avvenuti 
i matrimoni con donne d’ altra stirpe, ovvero si potes¬ 
sero annullare, restituendo agli eletti d’Israele V au¬ 
tonomia e la coscienza della loro separazione dal resto 
del genere umano, un principal motivo di peccato sa¬ 
rebbe già tolto. Ciò tuttavia non bastava. Per rico¬ 
struire lo stato giudaico e la comunità in guisa che 
il tempio e la regione di Gerusalemme doventassero 
terra sacrosanta, degna della presenza di Jahvé, oc¬ 
correva una nuova « dottrina » religiosa e civile a 
compiere e sostituire quella deuteronomica. Occorreva 
far sì che in armonia col governo persiano si riuscisse 
a comporre un nuovo codice, atto a sodisfar le esigenze 
civili e morali del popolo giudeo. Proclamato in Giu¬ 
dea come legge di stato, e regola pura di vita di tutti 
i cittadini, esso avrebbe imj>edito il ripetersi dei col¬ 
pevoli scandali, almeno entro i contini della terra 
santa. 

5. Il Codice sacerdotale. 

Un lavoro siffatto che riorganizzasse così la sacra 
tradizione sacerdotale, di cui la legge deuteronomica 
era soltanto una parte, come poteva essere composto 
in Gerusalemme, fra il turbinare continuo delle av¬ 
verse passioni ? Esso fu elaborato nei circoli delle fa¬ 
miglie sacerdotali rimaste in Babilonia, e il sacerdote 
Ezra, della nobile stirj>e dei Figli di Badok, studioso 
versatissimo delle antiche tradizioni nazionali, ne fu 
il compilatore. Ebbe aspetto di un' opera storica, ten- 

5 


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— Go¬ 


dente a ritrattare secondo verità, pertanto a trasfor¬ 
mare e falsare di nuovo, come fecero i deuteronomisti, 
la tradizione religiosa, orale o scritta, dalla creazione 
ai diluvio, a Abramo, a Mose, a Giosuè. 

I fatti principali della storia del mondo son rac¬ 
contati in guisa da farli valere come origine del giu¬ 
daismo ; soprattutto la osservanza del riposo sabbatico 
proveniente dalla creazione, e il rito della circonci¬ 
sione, che si fa risalire ad Abramo. Ma il complesso 
della dottrina d’ Israele si fa rimontare a Mosè, rive¬ 
lata da Dio sul monte Sinai, il contenuto è analogo 
alla legge deuteroiiomica, nel carattere suo cultuale, 
ma diverso ed anche contrario al deuteronomico nel 
senso che separa più di prima dalla classe sacerdotale 
cui spetta il diritto, la plebe laica sopra cui grava il 
dovere. L’ offerta annuale delle primizie del campo, 
dei primi nati del gregge, e il riscatto dei primogeniti 
per i sacerdoti, le decime d’ ogni prodotto per i leviti, 
la tassa personale di un terzo di siclo devoluta al 
tempio, è precetto obbligatorio, come V osservanza del 
sabato, della circoncisione, del divieto di sposare donne 
straniere. Il principio dinastico è dimenticato, nè po¬ 
trebbe trovar posto in un regime teocratico, fondato 
sulla autorità di Dio, ossia dei sacerdoti e special- 
mente dei Figli di Sadok, fatti perciò discendere da 
un leggendario Aronne fratello di Mosè. Infine l’opera 
narra come dopo la morte di Mosè la Palestina fu da 
Giosuè divisa fra le dodici tribù d’ Israele. 

Questo codice sacerdotale raggiunge 1’ ultimo ter¬ 
mine della riforma deuteronomica. L’offerta al dio del 
santo sacrificio, nell’ uuico tempio legittimo del po¬ 
polo d’Israele, eh’ è reputato quello di Gerusalemme 
costituisce la massima forma del sentimento religioso. 


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e da quello riceve carattere la religione integrale. Il 
sacrifìcio antico era un’ offerta libera che il capo di 
famiglia faceva delle primizie a vicenda del campo o 
del gregge alla divinità, quasi a renderla partecipe 
dei beni dati all’ uomo, e di cui 1’ uomo s’ impingua 
nei famigliari banchetti. Oggi invece il sacrificio è un 
atto meramente liturgico, diretto ad espiare le colpe 
dell’ uomo in cospetto del dio. E V espiazione è un 
fatto misterioso e sacramentale, che si compie esclù¬ 
si vamente per mezzo del sangue versato alla divinità. 
I vecchi sacrifici vegetali, che nell’ età del regno ave¬ 
vano valore autonomo, oggi sono un annesso secon¬ 
dario del sacrificio animale. Questo ha valore e nome 
vario, a seconda delle intenzioni con le quali si offre ; 
in certi casi comporta che la vittima immolata sull’al¬ 
tare. per riceverne il sangue, sia spezzata e distri¬ 
buita per il banchetto sacro. In altri casi, invece, ha 
da essere tutta disposta e bruciata sopra l’altare, 
dopo la immolazione, ed è il sacrificio in olocausto. 

Ugualmente le festività hanno altro carattere. Nel 
deserto Israele non conobbe che la festa del novilunio, 
e la immolazione dei priminati del gregge a prima¬ 
vera ; culto semplice e rude di pastori, a cui la luna 
è il più benefico nume. In terra di Canaan, i Figli 
d’Israele dovevano accettare la nuova situazione del 
loro vivere agricolo : il riposo del sabato dal duro 
lavoro campestre, e la solennità delle raccolte. Nel 
tempo più antico si festeggiava soltanto la fine delle 
messi ; poi la solennità fu scissa in tre, dalla pri¬ 
mavera all’autunno: la prima, detta degli «azzimi» 
a primavera, al momento di iniziare la falciatura 
dell’ orzo, la seconda dopo sette settimane, al ter¬ 
mine della messe, la terza in autunno, per la rac- 


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colta del vino e dell’ olio, qamido la popolazione di¬ 
mora occupata dì e notte nei campi entro capanne 
di fogliame. La riforma deuteronomica, mentre accen¬ 
trava il culto in Gerusalemme, tolse alla triplice so¬ 
lennità il suo vecchio carattere agricolo, e le dette un 
significato storico e nazionale. La festa degli azzimi 
fu combinata con la rituale uccisione dell’ agnello 
primo nato a primavera, col nome di « pesach », o 
« pasqua », di senso ignoto, in memoria del « pas- 
saggio » d’Israele dall'Egitto in Palestina; ed è 
quella fissata dal codice sacerdotale j)er il 14 (plenilu¬ 
nio) dei primo mese dell’ anno (civile) detto di « ni- 
san», con durata di otto giorni. La seconda venne 
fissata dopo sette settimane, ossia 50 giorni, dall’ ini¬ 
zio della prima ; è quella che avrà poi nell’ epoca greca 
nome di « Pentecoste ». La terza delle capanne, in me¬ 
moria della dimora d’Israele nel deserto, dura poi 
sette giorni e si celebra dal 7 al 15 (plenilunio) del 
settimo mese, in autunno. Ad esse il codice sacerdo¬ 
tale aggiunge inoltre la solennità novilunare del set¬ 
timo mese, principio d’ autunno e dell’ anno cultuale, 
e quella dell’ « espiazione », il 10 del settimo mese (15). 

Come abbiamo accennato, ogni traccia d’autorità 
regia, ogni memoria davidica era scomparsa da questo 
progetto di legge, elaborato dal ceto sacerdotale giu¬ 
deo. Tale decisione tornava non soltanto a vantaggio 
della classe sacerdotale, che veniva ad assumere così 
un predominio esclusivo sul nuovo stato giudaico, ma 
era condizione di assoluta necessità di fronte alla corte 
persiana, che non avrebbe certo tollerata una restau¬ 
razione, quanto si voglia teorica, del regio potere sup¬ 
posto dalla legge deuteronomica. Al contrario la corte 
persiana, notoriamente animata da largo spirito di tol- 


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leranza verso le religioni del vastissimo impero, non 
poteva che veder di buon occhio 1’ introduzione in 
Giudea di una legge capace di ricostruire la società 
civile in un territorio sin oggi in condizioni miserrime. 

6. Promulgazione della Legge. 

Artaserse il Longimano concesse infatti al sacer¬ 
dote Ezra facoltà di applicare come legge nel terri¬ 
torio di Gerusalemme il suo codice sacerdotale. Ed 
Ezra, venuto in Giudea con un migliaio e mezzo d'al¬ 
tri reduci, si dette con ogni energia a eseguire il suo 
disegno. I primi atti furono rivolti a togliere di mezzo 
la causa più vistosa dello scandalo d’idolatria in cui 
erano ricaduti i Giudei. Propose, cioè, di annullare 
sull’ istante i matrimoni conclusi con donne straniere, 
che dovevano esser rinviate, con la dote, alle loro fa¬ 
miglie. L’ingenua pretesa, dato l’uso antico e legit¬ 
timo di simili contratti matrimoniali, dato il gran nu 
mero e in molti casi l’alta dignità dei personaggi, laici 
e sacerdoti, implicati nella faccenda, gli eccitò contro 
attivissime inimicizie i>ersonali. L’ effetto fu ben quale 
era da attendersi. Ignoriamo come siano andate le 
cose, ma sta il fatto che poco dipoi Ezra, co’ suoi 
propositi da dittatore, denunziato al rappresentante 
persiano in Samaria, e colpito da un monito del po¬ 
tere politico, dovè lasciare la Giudea e tornare in 
Babilonia senz’ essere riuscito a far nulla (16). 

Il giudaismo decadde in peggiore anarchia: ma 
l'idea era lanciata, e non tardò ad avere compimento. 
Dopo tredici anni in Susa, capitale persiana, un pel¬ 
legrino da Gerusalemme descriveva lo stato miserando 
della patria all’eunuco giudeo Nehemia, coppiere alla 


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mensa del Gran Re, e nelle grazie della regina. Ne- 
hemia infervorato chiese ed ottenne dal sovrano un 
congedo con pieni poteri per la ricostituzione giudaica 
sul fondamento del codice sacerdotale di Ezra. Viene 
a Gerusalemme (a. 445) quasi in incognito, modesto 
e semplice. Lascia stare V affare dei matrimoni, ed or¬ 
ganizza V opera di tutti gli amici e del popolo in guisa 
da riuscire, malgrado le mene de’ suoi intriganti av¬ 
versari, soprattutti del venturiero Sanballat, semigiu¬ 
deo di Bethoron, a restaurare nel pii) breve tempo le 
mura della città, sì da porre Gerusalemme in istato di 
efficace difesa dalle minacciose incursioni di Ammoniti 
e Idumeni. Ezra intanto è ritornato col suo codice di 
Babilonia, e non mette tempo in mezzo a promulgare, 
quasi diremmo per sorpresa, la nuova legge. 

Una mattina il popolo è convocato nel tempio in 
generale assemblea. Secondato da altri sacerdoti, si fa 
Ezra innanzi a leggere il testo del codice ; tratto tratto 
che vien letto in ebraico, è tradotto e interpretato alla 
plebe, che parla e intende solo V aramaico. Il popolo 
che ascolta n’ è, dicesi, profondamente commosso, 
piange e confessa il gran peccato, vuole a gran voce 
rinnovare il patto d’ alleanza concluso col dio a piè 
del Sinai, e tornare a fruire come un tempo dei favori 
di Jahvé. I sacerdoti si volgono a confortare i dolenti. 
La « legge » fatta oggi conoscere soltanto in parte, è 
approvata così per plebiscito nazionale. La lettura in¬ 
terrotta a mezzodì si prosegue sino a fine il giorno 
dopo in casa di Ezra, presenti i capi delle famiglie che 
firmano solennemente, anche a nome del popolo, il de¬ 
creto di promulgazione. Una gran festa nel tempio 
suggella V avvenimento (a. 444). La «dottrina» sacer¬ 
dotale d’ora in poi è « legge » di stato, obbligatoria 
per tutti (17). 


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Chi poteva allora comprendere che il popolo giu¬ 
deo aveva così confermato il proprio servaggio politico 
in balìa di una corte straniera e la sua dedizione per¬ 
petua alla classe sacerdotale, riconosciuta in possesso 
d’ un’ autorità inappellabile — derivante da Dio — di 
cui avrebbe usato ed abusato a proprio vantaggio e a 
danno altrui ? Anzi, parve raggiunto invece il culmine 
delle umane aspirazioni, e trovata la via per riotte 
nere i miracoli di felicità che un giorno Israele nel de¬ 
serto ebbe dalla potenza creatrice del dio. Nessuno 
sentì che in quel cumulo d’ aride ed opprimenti pre¬ 
scrizioni liturgiche, le quali pur dovevano formare la 
vita religiosa di Israele, erano soffocate, con l’oracolo 
sacerdotale e la predicazione profetica, le più pro¬ 
fonde cause di progresso della coscienza religiosa, della 
civiltà, della prosperità di una nazione. Troppo ardore 
di gloria e d’immortalità faceva cadere Israele in un 
mare di sterili sogni. 

Diciamo il vero. Non tutti furono ugualmente en¬ 
tusiasti della legge che il sacerdozio, sostenuto dal- 
V autorità del governo persiano, aveva così promul¬ 
gata. Il fervore interessato o convinto di un certo nu¬ 
mero di Giudei, nei cortili del tempio, potè essere in¬ 
terpretato come assenso di tutti, là dove a nessuno era 
lecito di alzarsi a protestare. Ma il partito sacerdotale, 
che impose la legge d’ accordo con la corte di Persia, 
ben sentiva di aver gettato sul popolo semplice ed igno¬ 
rante un peso intollerabile. Nehemia, dodici anni dopo 
la promulgazione, ritornato (a. 432) da Susa a Geru¬ 
salemme, trova che in realtà la legge non è affatto 
osservata. Di sabato si lavora come prima, e si tiene 
mercato ; non si pagano decime, talché leviti e can¬ 
tori sono costretti a lasciare il servizio del tempio e 
a lavorare per vivere ; e come prima si sposano donne 


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straniere. Nehemia s’intromette energicamente: le 
decime sono pagate per forza, e per forza si deve ripo¬ 
sare di sabato. La faccenda dei matrimoni è troppo 
delicata, e si lascia insoluta, limitandosi ad aspri rim¬ 
proveri. Però, monito a tutti, è dato un esempio. Un 
sacerdote nobilissimo, nipote del Gran Sacerdote, ha 
sposato una figlia di Sanballat, il ricco avversario, e 
non j>ensa a fare divorzio ; Nehemia lo mette in bando 
con la famiglia, e lo condanna alla perdita dei diritti 
civili. E la prima scomunica ; ma è anche una vendetta 
personale (18). 


NOTE. 

(1) B. Stade, Die Beligion Israele etc., pp. 275-282. 

(2) B. Stade, op. cifc. p. 282-295. 

(3) Sembra, anzi, che Ezechiele intenda alludere ad una se- 
conda invasione scitica. Gog è il principe dellMmpero di Magog. 
Ved. Apocalissi, XX, 7. 

(4) B. Stade, op. cit. pp. 295-300. 

(5) Profeti « scrittori » sogliono esser detti coloro di cui ab¬ 
biamo gli scritti nella Bibbia, a principiare da Amos. Ma tino ad 
Ezechiele, essi sono ancora propriamente profeti « oratori >. 

(6) Sul rifacimento o sulla redazione deuterouomistica dei libri 
dei Giudici , di Samuele (I e II) e dei Re (I e II), nonché sulla inser¬ 
zione del Deuteronomio primitivo nel complesso delle tradizioni 
nazionali rappresentate dai documenti Jahvista ed Klohisia , ved. 
K. Budde, Althehrdische Litteratnr , pp. 115-135; S. Minocchi, Mosi, 
p. 32 8g., p. 45 sg. 

(7) Giustamente osserva il Wincklkii, Vordernsiatiscke Ge- 
schickte, pp. 24 sg. che insomma la restituzione dello stato giudaico 
e la facoltà del ritorno de* Giudei in Palestina, datò dal momento 
in cni Evilmerodach, successore di Nabucodonosor, rese la libertà 
al vecchio Joiakin. Ciro dette compimento a un diritto acquisito dai 
Giudei, e che la morte precoce di Evilmerodach impedì venisse 
attuato prima. La profezia del secondo « Isaia » riceve da tale 
osservazione nuova luce. 


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(8) B. Stadk, op. oit. pp. 302-311 ; S. Minocchi, Le profezie 
d’ Isaia . 

(9) Propriamente la plebe giudaica era un miscuglio di varie 
stirpi aggregate alla tribù dei Figli di Giuda nei tempi del regno. 
La riforma deuteronomica certo ebbe scarsissima efficacia sul rin¬ 
novamento dei loro costumi religiosi. Così tra gli Arabi palesti¬ 
nesi, malgrado tanti secoli d’Islamismo, si sono mantenute fino ad 
oggi le costumanze religiose degli antichissimi sacrificii famigliari 
e del culto dei Divini; ved. A. Jausskn, Coutumes des Arabes, 
pp. 294 sgg., pp. 337 sgg. 

(10) B. Stadk, op. cit. pp. 314-316. 

(11) B. Stadk, op. cit. pp. 329-332. 

(12) Su quest’epoca storica abbiamo scarsissime notizie, che ri¬ 
leviamo dalla profezia cosi detta di « Malachia » e da quella del 
terzo Isaia. Ved. S. Minocchi, Le profezie d } Isaia. 

(13) B. Stadk, op. oit. pp. 332-335. 

(14) B. Stadk, op. cit. pp. 337-339. 

(15) B. Stadk, op. cit. pp. 343-351. — S. Minocchi, Mosè, 
pp. 38-45. — Sui sacrifici e le feste giudaiche nel loro svolgimento 
storico, ved. I. Bknzinobr, Hebràitche Archàoìogie , pp. 431-478. 

(16) B. Stadk, op. cit. pp. 334-337. 

(17) B. Stadk, op. cit. pp. 339-342. 

(18) Libro di Nehemia , cap. XIII. 


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Capitolo Quarto. 

Misteri dell’Oriente. 


Lìj storia (T Israele e ili Giuda, tratteggiata sin qui 
rapidamente, si estende per lo spazio di circa un mil¬ 
lennio. È un succedersi di venti o trenta generazioni, 
la cui vita riesce a trasformare i costumi e il pensiero 
di un popolo. Quelle tribù di « Chabiri », che già ir¬ 
ruppero d’ oltre il Giordano, anelando strage e rapina, 
insofferenti d’ogni ordinamento sociale, che raffre¬ 
nasse in loro la selvaggia libertà del deserto, oggimai 
sono un popolo domato da catene straniere e che rin¬ 
salda i vincoli della sua servitù assoggettandosi ad 
una nuova legge, la legge del suo dio, che ne opprime 
la virtù religiosa e morale. Come quei masnadieri di¬ 
vennero un’ accolta di sognatori ? Come quel dio di¬ 
struttore, che rispecchiava i loro istinti crudeli, oggi 
è nume di giustizia e verità, principio creatore e prov¬ 
videnza del mondo, severo coi peccatori, ma largo di 
grazia e felicità in Israele, e in esso per i giusti di¬ 
spersi fra le genti ? 

Certo, così mirabile ascensione nelle vie dell’ idea, 
per cui gli Ebrei dovevano nella storia terzi ottenere 
un nome con i Greci e i Romani, innanzi tutto è frutto 
dell’ innata energia spirituale, che in alto grado pos¬ 
seggono le stirpi semitiche. Ma non si spiega ancora, 


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se consideriamo gli Ebrei una gente isolata fra le 
nazioni sue contemporanee. L y avversa situazione geo¬ 
grafica impedì a Israele ed a Giuda di raggiungere 
quella pienezza di dominio politico, che in altre con¬ 
tingenze il valore e la tenacia della stirpe senza dubbio 
gli avrebbero ottenuta. Ma il medesimo fato lo co¬ 
strinse, di secolo in secolo, a vivere P animo aperto 
alle opposte correnti della civiltà, ad assorbirle e far¬ 
sene volta a volta propagatore. 

1. Vicende religiose dell’Egitto. 

La Palestina, insuperabilmente circoscritta nella 
valle del Giordano, ebbe più o meno sempre il destino 
politico segnato da esigenze puramente geografiche. 
Territorio situato fra mezzo alle due più possenti na¬ 
zioni del mondo antico, le valli delP Eufrate e del Nilo, 
i popoli dominatori delP Asia anteriore, Babilonesi, 
Assiri, Caldei, Persiani, tutti considerarono la terra 
xPIsraele come via di passaggio alla conquista delle 
intatte ricchezze dell ? Egitto. L’ Egitto, per contro, 
stimò sempre il possesso del Giordano necessario non 
solo a mantenere P occupazione della Siria, ma di più 
ad assicurare la propria indipendenza dalla incom¬ 
bente minaccia dei grandi imperi asiatici, ai quali poi 
dovette finalmente soccombere. Nessuno stato potè so¬ 
stenersi da solo in Palestina: Fenici e Cananei, Ara- 
mei di Damasco, Israeliti, Giudei, tutti furono P un 
dopo P altro falciati com’ erba al passaggio distruttore 
delle armate egiziane od asiatiche, insorgenti a conten¬ 
dersi il dominio del mondo civile. Ma fu pure dall’ urto 
incessante, fu da questa compenetrazione di avverse 
civiltà sulle terre dei Figli di Israele, che lo spirito 


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ebreo riuscì a creare i supremi valori religiosi per i 
quali generò nel dolore una nuova umanità. 

Gl’ Israeliti medesimi affermavano di avere cou 
P Egitto, fino dai tempi delle loro origini, rapporti di 
convivenza commerciale e sociale. Innanzi Mosè, i pa¬ 
triarchi ebrei, durando sul Giordano la carestia, 
scendono a dimorare nell’ ubertosissimo Egitto e di 
là secoli dopo tornano, diventati un gran popolo, sotto 
la guida di Mosè. È difficile determinare la storia sog¬ 
giacente a queste leggende ; sta il fatto però, che i 
Figli d’Israele si presentano dapprima in Palestina, 
quando essa da un secolo circa è in potere dell’ Egitto 
e florida di vita egiziana. 

Nell’epoca dei « Chabiri » (sec. XIV), P impero 
egiziano, di millenni vetusto, era già nel pieno merig¬ 
gio della potenza e della gloria. L’ asiatica invasione 
degli Hiksos togliendo a’ paesi del Nilo per molti de¬ 
cenni la libertà nazionale, da tempi immemorabili 
goduta, aveva pur costretto i Faraoni col loro popolo 
a uscire dal perenne isolamento primitivo, a ricacciare 
i barbari e a slanciarsi vittoriosi dietro di loro per 
l’Asia fino alle rive dell’ alto Eufrate (1). Era stato 
bene un secolo di spedizioni guerresche, quello tra il 
decimosesto e il decimoquinto iunanzi P era nostra, 
un secolo di vittorie. E le due civiltà remotissime del- 
P Eufrate e del Nilo, per così lungo tempo separate, 
rotto dagli Hiksos P argine del Sinai, come due mari 
irruppero P una nell’altra. Ciò non poteva accadere 
senza un commovimento profondo di tutto P impero. 
Alla luce dell’Asia, P Egitto, ritornando a guardare 
nel suo spirito, grave di un cumulo di tradizioni con¬ 
fuse, vide che tanti secoli di civiltà e di concordia non 
erano ancora riusciti a formargli la coscienza reli- 


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— 77 — 


giosa, ideale unità delle anime, per cui un popolo as¬ 
sorbe e fonde in «è medesimo le genti attratte nel- 
V orbita della sua potenza politica, e crea civiltà du¬ 
rature. 

Quel giovane malaticcio e di gentile aspetto, che 
fu Amenofi IY (1375-1358), egli sognò di dare all’ E- 
gitto e all’ impero V unità di coscienza che ancora 
mancava al suo splendore. Sotto specie di rinnovare 
il culto solare di Ra, ovvero di Aton, da antica età 
celebrato nel tempio di Eliopoli, egli volle che d* ora 
in poi la religione unica di Aton. il sole, sostituisse 
in tutto l’impero egiziano i differenti culti regionali, 
e Aton fosse da tutti adorato quale unica divinità. La 
coraggiosa riforma intendeva sopprimere i vecchi riti 
locali, superstiziosi e plebei, specialmente degli dii 
animaleschi, che gli Egiziani avevano ereditato dalle 
originarie tribù rivali del Nilo (2). Amenofi voleva 
inoltre difendere lo stato civile dalla esagerata po¬ 
tenza che i sacerdoti di Tebe, nell’ Alto Egitto, anda¬ 
vano acquistando sul dominio dei faraoni, via via che 
il loro dio locale Anione si appropriava, a confronto 
degli altri dii dell’ Egitto, le vittorie che avevano 
creata dall’ estrema Nubia all’ Eufrate la grandezza 
del « nuovo impero ». Egli cambiò il suo nome in 
quello di Iknaton «splendore di sole», e abbandonata 
pure la residenza di Tebe edificò nel Medio Egitto, là 
dove sono oggi le deserte rovine di E1 Amarna, la 
nuova sua capitale, e la reggia e il tempio magnifico 
della religione di Aton. 

La riforma di Amenofi in sostanza era un rinnova¬ 
mento del costume nazionale, maturatosi a contatto 
della civiltà asiatica ; era una liberazione dello spirito 
egiziano legato ed oppresso da tanto carico di tradi- 


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zioni, di culti, di concezioni oltrepassate, verso una 
vita meno convenzionale, più naturale, meno ieratica, 
più umana. Forse la sua religione non aveva inaugurato 
una nuova teologia, nè aperti inesplorati orizzonti 
morali ; era però un energico slancio di civiltà che 
Amenofì voleva promuovere, e che rende a noi tardi 
lettori così commoventi gl* inni religiosi dal faraone 
composti in onore di Aton e trascritti sulle pareti di 
nobiliari tombe in E1 Amarna (3). 

Il tentativo fallì. Dopo la morte di Amenofì, de¬ 
cadde con la dinastia e andò in rovina pure la reli¬ 
gione di Aton. La reggia e il tempio vennero abbat¬ 
tuti dalla sacerdotale ira di Tebe, che disperse 
dalla faccia della terra la memoria dell’ « empio Ik- 
naton ». La riforma erasi urtata d’improvviso contro 
troppi interessi, e troppo radicate abitudini, per 
trionfare in mezzo a un popolo così tenace conserva¬ 
tore come quello egiziano. I templi ritornarono ai loro 
dii e i sacerdoti alle loro speculazioni teologiche, volte 
indarno a cercare un’ armonia nel persistente accozzo 
di tante tradizioni poste Y una sull’ altra, senza eli¬ 
minarne veruna (I). 

2. La Resurrezione di Osiride. 

Della nessuna efficacia che la riforma di Amenofì 
ebbe sull’ educazione religiosa dello spirito egiziano, 
una causa più profonda è da cercare nella consistenza 
infrangibile che aveva ormai raggiunto in mezzo al 
popolo il culto dei morti. La memoria rituale dei de¬ 
funti è tra le forme più elementari di religiosità, che 
s’incontrano fra i popoli in via d* esser civili. Ma nes¬ 
sun popolo, come gli antichi Egiziani, è riuscito a 


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scoprire neL culto dei morti i valori clie nutriscono 
la vita spirituale, e a farne una religione pura, capace 
di sopravvivere nel mondo greco e romano. Ed è la 
religione dei defunti che ci rende pur oggi così ama¬ 
bili questi figli singolari del Nilo : ché dai loro monu¬ 
menti severi, dai tranquilli ipogei sepolcrali cui ricuo- 
pre la sabbia del deserto, dai papiri rivelatori del 
loro pensiero, nel nostro animo penetra un effluvio di 
fraternità, di tepore umano fragrante ; come se là in 
Egitto fosse da tanti secoli sepolto alcunché di noi 
stessi, e noi ne riprendessimo oggi il possesso (5). 

O quieti ipogei di Sakkara, case dell’eternità, sotto 
le arene eterne d’occidente a fianco delle immense pira¬ 
midi e della mite sorridente Sfinge, per le cui dipinte 
sale errai, visitatore pensoso; là dove un dì mi parve 
così dolce F abitare coi morti, ed esaltarmi a vivere, 
oltre la fuggitiva esistenza terrestre, nei regni dello 
spirito, dov’ è di là dalla morte una più vera vita ! 
Anch’ io volli essere quel giorno un figlio dell’ Egitto, 
e fu mia divinità la santa triade di Osiride, Iside, 
Horo. Chi mi porta in Abido ad assistere ai dram¬ 
matici misteri del dio ? Ecco Osiride, il re giusto e 
buono del primigenio Egitto, che regna per la felicità 
de’suoi sudditi, e cui uccide Set, il fratello nemico : 
come se inesorabile fato vietasse agli umani quaggiù 
di ottenere felicità dagli dei. Ecco Iside, la sposa di¬ 
letta, che piange in accenti sublimi sopra la spoglia 
esanime dell’ adorato morto, e per la calda virtù del- 
F immortale amore lo risuscita a vita novella, non pe¬ 
rituro, ma destinato a regnare dove chi è morto vive 
per non morire. Ecco Horo, il figlio che Iside ebbe, 
vergine e madre, dall’ energia del dio resuscitato, e 
eh’ ella in solitudine nutrì fuggitiva, cresciuta e di- 


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venuto, invece del padre, signore e redentore deir E- 
gitto. Date voi, sacerdoti delle tombe, al defunto che 
avvolto nelle bende imbalsamate conserva oltre i mil¬ 
lenni la integrità del suo corpo e la figura del viso, 
dategli mentre s’avvia incontro ad Osiride pe’ regni 
bui d’ Occidente il libro dei morti, che gli sia guida e 
luce nel periglioso viaggio. Venuto al cospetto del dio, 
giudice inappellabile delle opere sue, possa egli van¬ 
tare giustizia, pietà, onestà pubblica e privata, e ot¬ 
tenga di passare nella gloria di Osiride, di risorgere 
in Osiride, di trasformarsi in Osiride. Lasceremo nel 
suo dolore solo, il defunto bisognoso di conforto, ora 
che gli è sfuggita la dolce luce del dì ? Preparate o 
sacerdoti il banchetto funereo, nel bell’ ipogeo dove 
abita, e lasciate un posto per lui a mensa con i pa¬ 
renti, con gli amici di un tempo. Frangete il pane in 
presenza di lui, e lo vedrete in ispirito partecipare 
alla cena. Venga la dolce sposa e versi lacrime sulle 
virtù scomparse del diletto ; celebrino gli arpisti le 
sue lodi ; le belle sacerdotesse, vestite di tenue velo, 
danzino e lo dilettino sì come un tempo. Bella è la 
vita, godiamone mentre che i giorni fuggono (6). 

Il culto dei morti da età remotissima nutrì lo spi¬ 
rito egiziano, elevò al più alto grado il sentimento di 
famiglia, vi creò la religione della donna e del fan¬ 
ciullo. Quale popolo ha inalzato nella vita spirituale 
la donna, più delP egiziano, che ne fece il principio 
animatore della sua civiltà? Ditelo voi, nobilissime 
sacerdotesse tebane, spose immacolate di Amone, che, 
declinando il « nuovo impero », foste le imperatrici 
sacerdotali del Nilo, ed oggi dalle vostre tombe oscure, 
chiuse nell’ adorabile mistero dei vostri sarcofaghi, la 
pietà di lontani ammiratori fa ricomparire alla luce! 


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Quale altro popolo mai, fino dalla più alta antichità, 
volse Pacarne del pensiero a conoscere gli arcani prin- 
cipii della sapienza che i savi d’ una in altra genera¬ 
zione trasmettono ai figli ? Imchotep, F antichissimo 
savio, viene esaltato agli onori della divinità (7). 

I Figli d’ Israele, per quanto avessero contrario 
T Egitto ai primi tentativi di invasione di qua dal 
Giordano, appena stabiliti in territorio cananeo, e co¬ 
stituitovi un regno, trovaronsi di fronte P impero me- 
sopotamico, da oltre un millennio conquistatore della 
Palestina. Ebbero quindi a persuadersi che, di contro 
alla dura prepotenza dei signori delP Eufrate o del 
Tigri, P Egitto era P unica nazione sulla quale potes¬ 
sero contare per una saggia politica, se non di al¬ 
leanze sincere, almeno di difesa dei naturali diritti. 
Sin dall’età degli Amenofi, il dominio egiziano si era 
indebolito in Asia, nè i Faraoni potevano pensare ad 
un governo di oppressione sulle genti della valle del 
Giordano, nate a formare il loro baluardo dinanzi 
alla risorta potenza degli Hethei, regnanti sull’ Asia 
Minore e in una parte della Siria. Le dure vittorie, 
con cui Ramses II e i Faraoni della decimanona di¬ 
nastia mantennero ancora per un secolo dopo gli Ame¬ 
nofi la preponderanza egiziana sui paesi dell’ alto Eu¬ 
frate, doverono sempre più consigliare un regime di 
amichevole concordia con gli abitanti del Giordano (8). 

II regno d’Israele, tanto più quello di Giuda, ave- 
van nell' Egitto confinante il solo stato forte e dispo¬ 
sto, nel suo proprio interesse, a difenderne V indipen¬ 
denza e rinvigorirne la forza dal duplice punto di vista 
politico ed economico, perchè meglio riuscissero ad 
opporsi alle invasioni assire, caldeo-babilonesi e per¬ 
siane. Questo già spiega il perchè gli Ebrei come i 

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Fenici, che avevano moltissimi rapporti commerciali 
con i paesi del mar Rosso, si alleassero facilmente 
con F Egitto, malgrado i sacrifizi e i pericoli cui, ciò 
facendo, eventualmente si esponevano, e malgrado la 
opposizione dei profeti, giudicanti da un punto di 
vista meramente religioso. Quali e quante ragioni po¬ 
litiche avessero i Giudei per riunirsi all’ Egitto, si 
vide allorché, rovinata Gerusalemme dai Caldei, pre¬ 
ferirono abbandonare la patria piuttosto che sotto¬ 
mettersi al regime straniero, e migrarono in massa 
verso il Nilo. L’ Egitto doventò una seconda patria, 
dov’ essi poi trovarono quelle ricchezze e quella libertà 
che quasi sempre loro negò la terra, nativa. 

3. Splendore di Babilonia. 

Malgrado F attinenza naturale fra F Egitto e la 
Palestina, la Babilonia fu quella che vi impresse più 
profondo e durevole il carattere della sua civiltà. 
Quando F Egitto, dopo la invasione degli Hiksos, si 
avventurò dal Sinai alla conquista dell’ Eufrate, già 
da oltre un millennio Babilonia aveva fino in Siria e 
in Palestina estesa la potenza politica delF antichis¬ 
simo impero. Un ventotto secoli prima delF era cri¬ 
stiana i conquistatori e re del basso Eufrate, Sargon 
di Agade e suo figlio Naramsin, avevano aggrandito 
il loro dominio — e non erano i primi — fino alFAsia 
Minore e sulle coste del Mediterraneo, segnando ovun¬ 
que luminose tracce della cultura, della religione, dei 
loro ordinamenti sociali. 

La civiltà babilonese è già vetusta a quei tempi. 
I cosiddetti popoli « sumerici », emersi dal crepuscolo 


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della preistoria, son riusciti a crearla da millenni, 
fissando sopra tavolette d’ argilla, seccata al sole o 
cotta al fuoco, o incidendo nella dura silice i miste¬ 
riosi simboli del pensiero, cioè la scrittura. Ma hanno 
dovuto da secoli cedere il predominio dell’ Eufrate e 
del Tigri a invasioni successive di Semiti, dall’ Ara¬ 
bia nativa. Sargon e Naramsin, primi grandi asser¬ 
tori di civiltà semitica in riva all’ Eufrate, introdu¬ 
cono anche nei documenti politici e amministrativi il 
loro linguaggio semitico ; ma il sumerico rimane e 
durerà altri millenni come linguaggio deir uso sacer¬ 
dotale e religioso (9). 

Sono i tempi in cui nasce Babilonia, la città dei 
remoti splendori, sei o sette secoli dopo in tutto il 
mondo asiatico famosa, qual residenza della dinastia 
onde fa parte il ben conosciuto Hammurabi. La di¬ 
nastia di Hammurabi è frutto di una nuova formida¬ 
bile ondata di Semiti, inoltratisi, circa la metà del 
terzo millennio, ad occupare gran parte delPAsia an¬ 
teriore; è l’età nella quale i Cananei occupano la valle 
del Giordano ed i Fenici le rive del Mediterraneo. 
Anche Hammurabi è un principe conquistatore, ed il 
suo grande impero, pari forse o poco meno a quello 
di Sargon, si estende dall’Asia Minore al mar Rosso, 
fra genti di origine varia, ma che già in altri secoli 
ebbero dall’ Eufrate i primi impulsi alla vita civile. 
Hammurabi ne riorganizza la costituzione sociale col 
suo celeberrimo codice, frutto maturo di una civiltà 
decadente, che s’inoltra alla ricerca di nuovi oriz¬ 
zonti (10). 

La religione dei popoli del basso Eufrate, nucleo 
centrale dell’ impero, da secoli vie più si va liberando 
fuor dai nativi limiti dei culti locali, e riordinando 


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— $4 — 


in una teologia, in cima a cui sta la suprema triade 
di Anu dio del cielo, somma potenza creatrice, Illil, o 
Bel, della terra, signore dell* umanità, Ea dell’oceano, 
principio d’ ogni sapienza. Sono gli dii di Erek, Nip- 
pur, Eridu, le tre città che in tempi remotissimi, or¬ 
mai favolosi, regnarono in quel centro del mondo, 
iniziatrici della civiltà. Il pensiero sacerdotale s’ è de¬ 
finito ora in un sistema di carattere astrale. Millennii 
di pazienti osservazioni astronomiche hanno rovesciata 
T idea dell’ antico beduino, che la circostante atmo¬ 
sfera sia parte accessoria del mondo, rispetto alla 
terra, ed hanno mostrato in contrario che il cielo è 
centro onde V essere irradiasi e feconda la terra. Esso 
possiede in sè vita immutabile eterna fatale, con le 
periodiche sue rivoluzioni planetarie e stellari. Esso 
è norma della vita terrestre, n’ è il principio feconda¬ 
tore e distruttore insieme. L’energia vitale ascen¬ 
dente dalle piante agli animali ed alP uomo è un ri¬ 
flesso di quella celeste, suo prototipo insuperabile. Il 
cielo è la dimora degli dei, come la terra dell’ uomo. 
Come l 9 uomo va peregrino durante la terrena esistenza 
in questa o quella regione, così muovonsi gli dii plane¬ 
tari o stellari nelle loro celesti mansioni. Eccelle su 
tutti- la triade di Samas, il sole, Sin la luna, Istar, dea 
dell’ amore e della guerra, stella di Venere o Sino. 
Quella dal cielo domina sopra la terra, ne determina 
V incremento annuale, le stagioni, i mesi, i giorni (11). 

Il cielo è la patria della vita ; nelle infeme regioni 
sotterra è il regno della morte, dove cadono, compiuto 
il terrestre viaggio, i mortali, a menarvi triste esi¬ 
stenza, miserabili ombre, fra innumertobil quantità 
di demoni, intenti a corrompere sopra la terra e di¬ 
struggere V opera creatrice degli dei. Un dì, narra il 


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mito, imperava su loro la tremenda Ereskigal ; ma 
Nergal, il guerriero, sforzò la tetra reggia, assalì lei 
stessa sul trono, la vinse, e n* ebbe V impero e la fece 
sua sposa (12). 

1/ universo, raccontano i miti, è un succedersi ci¬ 
clico di generazioni e di mondi, in un perpetuo ritorno 
di corruzione e creazione dalla preesistente materia 
del caos, operata da avversi poteri dei bene e del male, 
del cielo e dell’ inferno. Sì come a primavera risorge 
d* anno in anno la morta- natura, così nei secoli eterni 
a sua volta corrompesi e vien meno V un mondo, e in¬ 
vecchiano i suoi dii, e si avvicenda V origine di nuovi 
mondi creati da piò giovani dii. Erano già decrepiti, 
dice il mito babilonese, gli dei della triade suprema 
Anu, Bel, Ea. Ai replicati assalti del Dragone d’a- 
bisso, Tiamat, minava il mondo nel caos. Nessuno 
degli dei osava opporsi al fato dell’ immane disastro, 
che avrebbe ugualmente colpito la terra ed il cielo con 
tutti i viventi ; nessuno dei divini usciva ad affron¬ 
tare in lotta suprema il Nemico. Allorquando nel con¬ 
sesso degli dei apparve Marduk. dio di Babilonia, astro 
di Giove, sole di primavera, e, mostrato il potere in¬ 
superabile della sua parola magica, ottenne di potere 
per tutti misurarsi a tenzone singolare col Drago, 
e, se mai vincitore, conseguire su tutti V impero del 
mondo. La lotta fra il cielo e P inferno, tra Marduk 
e Tiamat, fu orribile e lunga ; ma soccombette final¬ 
mente il mostro, ne andò distrutto V esercito, e Mar¬ 
duk vittorioso dai loro corpi trasse materia a nuovo 
cielo e a nuova terra. Egli impera sul mondo rinno¬ 
vato per la giustizia e per la verità, nume invincibile, 
onorato negl’ inni qual redentore e datore di vita agli 
umani. Con Marduk la civiltà di Babilonia, auspice 


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la dinastia di Hammurabi, dominava nell’Asia e pene¬ 
trava con lenta profondità secolare nei costumi e nel 
pensiero delle genti (13). 

Nella teologia babilonese Marduk, V architetto sa¬ 
piente del mondo, figurava come figlio di Ea. Ma « le¬ 
gittimo figlio » dell* oceanico iddio era chiamato Ta- 
muz, il dio della rinascita primaverile, vegetale e ani¬ 
male, nonché della fecondità a lato di Istar, che le 
donne prediligevano. E il mito narrava che sceso ahi! 
troppo presto fra le ombre il giovanetto Tamuz, Istar 
non si dava più pace di aver perduto il suo divino 
amante, e discese per lui nell’ inferno, affrontò le po¬ 
tenze della morte, per restituire, forse, alla luce e 
alla vita il suo dio. Ci pervennero gl’ inni e le elegie 
che nei templi e nei floridi boschetti lamentavano fem¬ 
minilmente la morte d’anno in anno del giovinetto 
immortale (14). 


4. Miti e sacramenti della vita. 


11 problema della vita e della morte era 1’ idea 
centrale della religione. Privilegio d’ogni essere di¬ 
vino V immortalità, ciò per cui eccellevano gli dii sul 
genere umano. L’ uomo sarebbe diventato un dio, se 
fosse mai riuscito a non morire. Come raggiunger l’im¬ 
mortalità? Raccontavano i miti che Adapa, il proto¬ 
tipo dell’ umanità, preparatore della mensa di Ea nel 
paradiso di Eridu, era stato un giorno condotto fino 
al cielo di Anu a rispondere di offese fatte ai divini ; 
poi per intercessione di Tamuz aveva finalmente ot¬ 
tenuto di poter gustare il cibo e la bevanda della vita, 
che lo avrebbe reso immortale, trasformato in un dio, 


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Ma egli ingannato da Ea, reputatili cibo e bevanda 
di morte, li aveva rifiutati, ed era decaduto dal cielo 
sulla terra destinata ai mortali (15). 

Narravano quindi i poemi, che in remotissime età 
Bel, montato in furore contro il genere umano, lo aveva 
abbandonato in preda a violenti disastri, e voleva 
distruggerlo affatto per via di un diluvio riversante 
su la terra le acque infinite del caos. Ma fortunata¬ 
mente Chasisatra, il « Gran Savio » ammaestrato da 
Ea, era riuscito a sfuggire all’ universale sterminio, 
ed aveva così restituito il genere umano alla vita. Il 
patriarca aveva anche nome Utnapistim ed uomo ot¬ 
tenne F immortalità e fu accolto nel mondo dei 
divini. Un suo discendente, Gilgames, re di Erec e con¬ 
quistatore, costernato dalla morte delF amico e com¬ 
pagno delle sue gesta Engidu, temendo anche per sè 
la terribile fine, s’ era recato, con periglioso viaggio, 
oltre le vie del sole di là dai confini del mondo, nel 
paradiso dalF antenato Utnapistim, per apprendere da 
lui quel segreto delF immortalità, ond’ egl$ sentiva 
così violento desiderio. Utnapistim gli aveva rivelato, 
che F immortalità è dono di un dio, a cui F uomo per 
sè mai non potrebbe assorgere. A intercessione, però, 
della divina sua sposa gli aveva fatto conoscere F erba, 
che gustata rende ai vecchi la giovinezza, celata in 
fondo al mare. Gilgames era sceso nelF abisso a im¬ 
possessarsene, ma con essa tornato alla luce, gli era 
stata d’ un tratto involata dal serpente. Pieno di do¬ 
lore Gilgames era tornato in Erec, ed evocato Engidu 
dai regni delle ombre aveva pur tentato di sapere 
quale esistenza fosse riserbata di là dalla morte. En¬ 
gidu eragli apparso, ma per rattristarlo vie più con la 
visione del duolo in mezzo a cui trascinano sotterra i 


; 



f 


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morti la loro ombratile vita. Tale il destino dell T uomo, 
a cui nessuno, per sua umana virtù, pur con tanto 
desiderio di vivere, misero! poteva sottrarsi (16). 

Un potere ineluttabile, esercitato in seno alla na¬ 
tura da innumerevoli demoni od anime vaglie, intese 
ad agitare, a tormentare, a corrompere ogni vivente 
quaggiù portava il genere umano sul declivio fatale del 
nulla, in cui tutti cadevano. Solo riparo a tanta vo¬ 
lontà di morte eran gii dii, che adorati, pregati, ope¬ 
ravano la salvezza, la redenzione. Gli dii amavano 
T uomo, eh’ era loro fattura e in cui stava nascosta, 
principio di vita, una parte, forse il sangue o lo spi¬ 
rito, del loro proprio essere divino. Essi avevano sve¬ 
lati i segreti delia loro potenza e le cause del loro 
dominio sul mondo ai sacerdoti, fatti mediatori tra i 
divini e gii umani. I sacerdoti sapevano il linguaggio 
degli dei, le parole misteriose che esattamente pronun¬ 
ziate hanno poter decisivo contro i demoni, per fugare 
ogni male e liberare ogni uomo dai dolori conseguenti 
a’ suoi peccati. Accorreva il popolo ai templi ad offrir 
sacrifizi e a pregare; a confessare le colpe e ricevere 
dai sacerdoti il conforto del perdono divino ; ad esservi 
battezzati con F acqua che purifica F anima ; a parte¬ 
cipare ai banchetti sacerdotali in comunione col dio ; 
ad esservi guariti, con potenti esorcismi, da ogni ma¬ 
lore. Così la religione operava un continuo ritorno 
dalla morte alla vita, per la celeste grazia degli dei (17). 

Anzi v’ erano anche fra gli uomini, come in lontane 
età, taluni privilegiati, aventi dono d'immortalità, 
e die perciò dovevano equipararsi agli dii. Erano i re, 
succeduti nelFimperio dei mondo agli eroi della divina 
antichità. Essi, non come il volgo, erano di materia 
corruttibile, non generati umanamente come il resto 


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degli uomini. Ma possedevano in proprio una divina 
energia, lo spirito e la vita degli dei, perchè erano fi¬ 
gli di divini ; conoscevano il dio loro padre e la dea, 
madre di dio, che li aveva spiritualmente fatti nascere 
alla divinità. Il loro alito (spirito) la loro saliva aveva 
una virtù vivificante, come nei sacerdoti (18). 

5. La Bibbia babilonese. 

Quale profonda efficacia la cultura babilonese ot¬ 
tenesse tra i popoli palestinesi argomentasi abbastanza 
da ciò, che dopo Y età di Hammurabi i principi di Pa¬ 
lestina corrispondono fra loro epistolarmente in ba¬ 
bilonese, per quanto essi parlino uua lingua abba¬ 
stanza diversa. Anzi, al tempo della invasione ebraica 
di qua dal Giordano, vi si redige in lingua e scrittura 
babilonese fino la corrispondenza ufficiale con Y impero 
egiziano, per quanto il babilonese nulla abbia di co¬ 
mune col linguaggio e con i geroglifici usuiti in Egitto, 
e i faraoni perciò debbano tenere alla corte scribi e 
interpreti particolari (19). 

È impossibile precisare in che rapporti d’ origine 
sia la religione d’Israele con quella babilonese. La 
leggenda che di Abramo, progenitore degli Ebrei, fa 
un cittadino di Mesopotamia peregrino nella terra pro¬ 
messa da Jahvé, in un’ età che all* incirca sembra ac¬ 
cordarsi a quella di Hammurabi, potrebbe esser in 
dizio di dover ricercare in Babilonia certi essenziali 
caratteri della religione e pertanto della civiltà degli 
Ebrei. La medesima divinità di Jahvé, che Israele 
portò seco dalle terre orientali del Giordano, appar¬ 
tiene forse al panteon semitico babilonese? In ogni 
^ modo Y intimo parallelismo che Jahvé, personificazione 


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demonica della natura, rappresenta con gli attributi 
meteorici e umani dell’Adad babilonese, dio della tem¬ 
pesta e del fulmine, quindi anche della guerra, induce 
a supporlo; per quanto il problema, reso più oscuro 
dall’ incerto significato del nome «Jahvé», non si 
presti facile a dare soluzione sodisfacente (20). 

D’ altronde non vi è dubbio che, in tutto lo svolgi¬ 
mento della sua civiltà, Israele subì vivamente la pe¬ 
netrazione della coltura babilonese. La sua concezione 
del mondo è analoga a quella che i Babilonesi da se¬ 
coli avevano diffusa tra i popoli dell’Asia anteriore. 
La religione, i miti, il culto, le leggi, V espressione 
estetica e letteraria del pensiero, tutto reca fra gli 
Ebrei carattere babilonico. Jahvé prende vie più gli 
attributi solari di Marduk ; per esso, come per Mar- 
duk, la creazione del mondo è il risultato di una lotta 
col Dragone dell* abisso, potenza distruttrice del caos. 
Adamo, i patriarchi, Noè, hanno i loro prototipi nel 
pensiero babilonese. Il racconto del diluvio tradisce 
dipendenze letterarie, che osiamo dire immediate, con 
F episodio babilonese inserito nel poema di Gilga- 
mes (21). Le disposizioni liturgiche, feste, riti ed ora¬ 
coli sacerdotali, rispecchiano le forme religiose babi¬ 
lonesi. La legislazione mosaica, sintesi di un millennio 
di vita civile in Israele e in Giuda, ebbe la sua origine 
in Babilonia. Vi son leggi di Mosè che, a distanza di 
più di un millennio, riproducono quasi alla lettera ar¬ 
ticoli del codice ormai ben noto di Hammurabi (22). 
Leggenda, poesia, storia, tutto nella sacra Scrittura 
manifesta la imitazione di primigenii esemplari babi¬ 
lonesi, per cui essa è un albero ebraico germogliato 
dapprima sopra le rive dell’ Eufrate, e trapiantato 
poi su quelle del Giordano. I culti babilonesi introdotti 


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oflicialmente in Giudea col dominio politico assiro, du¬ 
rante il regno di Manasse, non avrebbero mai ottenuto 
diffusione subitanea e così larga popolarità, da sosti¬ 
tuirsi fino al culto di Jahvé nel tempio di Sion, se un 
lungo periodo di preparazione non avesse già innanzi 
piegato P animo ebraico a vedere negli dii di Babilonia 
alcunché di superiore al dio nazionale. 

La riforma deuteronomica venne appunto ideata, 
e fu imposta come legge, per opporsi al pericolo im¬ 
minente che la popolazione giudaica perdesse con la 
sua religione il carattere etnico originario. Ma la ci¬ 
viltà dell’ Eufrate era ormai penetrata talmente nel 
sangue della gente ebraica, che nè la reazione dei pro¬ 
feti, nè la conseguente proscrizione sacerdotale, riuscì 
ad ottenere P intento. La rovina del regno e la catti¬ 
vità in Babilonia obbliga i Giudei nuovamente a mol¬ 
tiplicare i contatti con i Babilonesi ; e in ogni ulteriore 
espressione della coscienza ebraica, sempre più evi¬ 
dente apparisce, malgrado gli sforzi in contrario, la 
dipendenza dalla civiltà di Babilonia. 

Immagini mitiche di origine mesopotamica fiori¬ 
scono inevitabili già nei profeti della restaurazione, 
Ezechiele e Zacaria, che iniziano le contemplazioni 
fantastiche dei futuri scrittori giudaici, intessute di 
mitologia babilonese. Ogni ideale manifestazione del 
giudaismo teocratico germina al sole di Babilonia. 
Tale la concezione delle origini e della storia del mon¬ 
do, rappresentata nel codice sacerdotale di Esra. Tale 
la poesia dei salmi : preghiere del peccatore che chiede 
perdono o del giusto che soffre e domanda contro i 
nemici vendetta; canti di riconoscenza, di amore, di 
giubilo ; sono tutti imitazione pedissequa, si può dir 
letterale, della vasta letteratura innologiea, dissepolta 


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dalle rovine dei templi mesopotamici (23). Che più? 
Le stesse pagine famose dei profeti, che dopo V esilio 
ritraggono in nobili carmi la passione dolorosa e la 
morte del Giusto come pegno di espiazione degli al¬ 
trui peccati presso la divinità ; o quelle che fanno coin¬ 
cidere V avvento della umana redenzione e V era di 
una felicità perfetta con l’apparizione d’ un re, tìglio e 
inviato di un dio per la salvezza dei popoli, dopo età 
di dolore e di ingiustizia sociale ; queste elevatissime 
forme della coscienza religiosa ebraica, destinate ad 
aver tanta efficacia sul pensiero delle prime genera¬ 
zioni cristiane, sono di origine babilonese, oltreché, al¬ 
meno in parte, egiziana. La missione profetica, in¬ 
somma, fermento vitale ond’ è nata la religione cri¬ 
stiana, non è un fatto isolato nella storia di un singolo 
popolo, ma frutto di tutta la civiltà del passato, len¬ 
tamente maturata nelle profondità dello spirito, at¬ 
traverso il dolore le speranze e i sogni di oscuri mil¬ 
ieu nii (24). 


6. Jahvé dio d’Israele. 

La penetrazione dell’ idea religiosa orientale in 
Israele gradualmente ne trasforma il concetto della 
divinità. Nel periodo più antico, il dio israelitico 
Jahvé è un demone meteorico, personificante il cielo 
in tempesta. Abita nella caligine, invisibile dentro le 
nubi. I cherubini, in guisa di tauri alati per le vie del 
cielo portan l’aereo cocchio di lui, e i serafini, ignei 
serpenti guizzanti nel mezzo del cielo, lo attorniano ; 
gli uni e gli altri, « Figli di Dio ». La sua parola è 
il tuono e T arma il fulmine, con cui distrugge i ne¬ 
mici. È un dio di guerra, avvezzo alle rapine e al san- 


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gue ; spira violenza ed eccita le schiere d’Israele alla 
battaglia. È uno spirito, di natura diversa dall’ u- 
mana ; consta di sottilissimo essere igneo, ma del resto 
ha figura e sentimenti umani (25). 

Jahvé è unico, ma soltanto come dio d ? Israele nei 
limiti dell’orizzonte naturale e morale del popolo da 
lui creato. Altri orizzonti, altri popoli, sono in domi¬ 
nio di altri dei, e il devoto Israelita, uscito dai con¬ 
fini del suo territorio, sente il dovere di adorarli. La 
Palestina invece è sua proprietà; quivi dal Binai con¬ 
dusse i suoi fedeli. Combatte e vuol distrutti senza 
pietà gli dii e i popoli palestinesi, che osano conten¬ 
dere ai Figli d’Israele il legittimo loro possesso. 

L’unicità di Jahvé in rapporto al suo popolo è 
contaminata però dalla fede volgare nella virtù so¬ 
vrumana e pertanto nella divinità d’innumerevoli es¬ 
seri, spirituali anch’ essi e più o meno invisibili, de¬ 
moni o anime nude, popolanti i deserti, animanti 
alberi, fonti, pietre, dimoranti presso le tombe, nelle 
grotte, per le rovine solitarie; maschi o femmine se¬ 
condo il caso, paurosi temibili, che fanno quasi sem¬ 
pre del male, raramente del bene. L’ antico Israelita 
si sente attorniato, assediato, in mezzo a questa folla 
di demoni o d’anime vaghe, che dappertutto la notte 
entrano per le case a spaventare i dormienti, a tormen¬ 
tare i fanciulli. All’ apparizione, le madri 

« balzan nel sonno esterrefatte e tendono 

nude le braccia sull’amato capo 

del lor caro lattante, onde noi desti » 

il loro lungo gemere notturno. Li placano col sangue 
di frequenti sacrifici domestici, ne onoran di suffiti 
gl’ idoletti, si muniscono di amuleti per fugarli. Spe¬ 
cialmente le anime degli antenati sono oggetto di ve- 


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— su — 


aerazione : esseri privi della dolcezza di vivere, biso¬ 
gnosi di cibo e di conforto. I parenti e gli amici si 
uniscono con loro in banchetto funereo, confortandoli 
di cibi e di soavi lamenti. Li interrogano sui misteri 
del futuro, e ne hanno, in compenso della loro pietà, 
oracoli che sono previsioni e consigli preziosi (26). 

Le donne specialmente mantengono viva in famiglia 
la tradizione sacra del culto dei morti. La religione 
di Jahvé, riflesso di vita barbara, in cui le tribù non 
concedono alla donna valore sociale, è un culto affatto 
maschile. Non è concesso alle donne di consacrarsi 
al dio col sanguinoso rito della circoncisione ed otte¬ 
nere così il diritto della sua protezione (27). Jahvé 
è un dio mascolino solitario, né ha, come gli dii di 
Babilonia, dell’ Egitto e fino di Canaan, la sposa di¬ 
vina al suo fianco. La donna, come ente morale, j>er lui 
non esiste. Le donne israelite perciò si disinteressano 
del culto officiale, e conservano in seno alla famiglia 
la religione dei morti, ne raccolgono gli oracoli, ese¬ 
guiscono i riti delle tombe. Vi sono tombe sacre a di¬ 
vinità femminili, Rachele, Miriam, Debora, il cui re¬ 
sponso è celebre in tutto Israele. Il sacerdozio officiale 
persegue come superstizione il culto dei defunti ; ma 
questo permane ostinato, e, se non pubblico, occulto. 
Fra i riti domestici V antico Israelita trova più da vi¬ 
cino sè stesso. Saul abbandonato da Jahvé, nei giorni 
in cui va incontro alla sconfitta e alla morte, recasi 
di nascosto presso la maga di Endor ad evocare Y om¬ 
bra del profeta che un dì gli versò V olio della regai 
dignità, ed ottenere da lui conforto e speranza. At¬ 
tratto dal potente incantesimo femminile, appare il 
divino Samuele dalle viscere nere della terra, ma per 
annunciargli il gastigo imminente del dio e la mise¬ 
randa sua fine (28). 


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7. Origini del monoteismo. 

L’antico Israelita non ha P idea di creazione. La 
circostante natura è per Ini un fatto assoluto. Jahvé, 
principio energetico del piccolo mondo israelitico, è 
situato non sopra ma entro la natura, e ne dipende. 
Per quanto superumano, oltremisura sapiente, poten¬ 
te, Jahvé non sa tutto, non può tutto. È piuttosto una 
ragione necessaria a spiegare P origine di tutto ciò 
che intorno all’ nomo e nell’uomo avviene, di cui P I- 
sraelita non avverte la causa visibile. Qualsiasi avve¬ 
nimento straordinario e misterioso, di cui non si co¬ 
noscono le cause materiali e sensibili, ogni « miracolo » 
insomma, è opera del dio, della potenza sua, che 
in virtù del suo spirito compenetra e la natura e 
T uomo (29). 

In questa concezione della divinità manca una vera 
e propria ragione morale. Jahvé è santo, ma la sua 
santità non consiste che nella sua tremenda maestà, 
nella sua dignità inaccessibile. Jahvé è giusto, ma la 
sua giustizia, che tutela i diritti degli oppressi, ine¬ 
sorabile con gli oppressori, non informasi ancora ad 
una norma di vita morale. Jahvé è V autore imper¬ 
scrutabile del bene e del male nella natura e nel- 
T uomo : anzi V antico Israelita, là dove più manife¬ 
stasi violenza di distruzione e terribilità di sciagure, 
più riconosce P opera immediata del dio. La sua reli¬ 
gione perciò è un «timore di Jahvé» (30). 

Questa idea del divino, comune alle altre genti 
palestinesi, persiste in Israele fino alP esilio di Babi¬ 
lonia, ed anche più oltre. Ma via via che il suo pen¬ 
siero, assorgendo a più nobili ideali, vede sotto di sè 


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dilatarsi il chiuso orizzonte nativo in un vasto com¬ 
plesso di cieli di terre di mari, di genti adoratrici di 
altri dii; quanto più la sua coscienza religiosa è dai 
profeti educata a conservare nell* urto delle avverse 
nazioni F autonomia e il senso della propria dignità 
morale e sociale, tanto più si sublima nelF idea del 
suo dio. E non esita quindi a confessare personificata 
in Jahvé la divinità universale di tutte le genti, in¬ 
nanzi a cui gli dii stranieri non hanno valore. Jahvé 
acquista il carattere di un dio situato al di sopra 
della universa natura, senza limiti di potenza e sa¬ 
pienza, signore assoluto del mondo. Diventa il princi¬ 
pio creatore e provvidente dell’ universo, e F opera 
sua sempre più si uniforma alla eterna ragione del 
bene, clF è norma delT azione morale fra gli uomini. 

La nuova concezione religiosa procede lentamente 
ed incerta. Geremia dice più volte che al paragone di 
Jahvé gli dii delle genti son vanità e falsità, ma non 
arriva a negarne addirittura V esistenza. Per Eze¬ 
chiele Jahvé, per quanto spirituale, è un essere visi¬ 
bile, quasi corporeo. Sulla fine dell’ esilio il secondo 
Isaia afferma che gli dii delle genti non esistono af¬ 
fatto, ma solo gP idoli loro di legno o di metallo ; 
non trova ascolto. Dopo P esilio Zacaria non osa più 
dire che il male procede da Jahvé, bensì da Satana, 
spirito a lui sottomesso. Ma Satana, come lo rappre¬ 
senta anche il «libro di Giobbe», è un «messaggero» 
del dio, che accede liberamente alla reggia celeste di 
Jahvé come uno degli angeli suoi. Il codice sacerdo¬ 
tale di Ezra riconosce in Jahvé il creatore del tutto, 
ma senza superare il concetto babilonese che la crea¬ 
zione divina, come quella delP artefice umano, è ope¬ 
rata su P eterna materia preesistente delP oceano cao- 


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tico, dove sono commisti gli elementi primordiali del 
mondo. La coscienza del giudaismo faticosamente si 
eleva al monoteismo, finché rimane avvolta fra le idee 
religiose che esaltano tutto P Oriente dal politeismo 
al dualismo di Zoroastro e dei « magi » o sacerdoti 
persiani (31). 


8. U profeta Zoroastro. 

La religione dualista che si andava formando in 
Oriente viepiù che la scienza del bene e del male por¬ 
tava P uomo a vedere la ragione suprema della vita 
nelP attività di un principio di verità e di giustizia, 
lasciavasi ormai ben addietro le vecchie teologie dei 
molteplici dii. Le civiltà politeistiche dettero già vivo 
impulso alla coscienza morale ; ma il politeismo traeva 
le sue profonde origini dalP idea primitiva materiale 
amorale del mondo, secondo cui tutto procede dal caos 
primigenio, anche gli dii creatori ed immortali, come 
ogni altro vivente generati dal suo seno. Era questa 
concezione che appariva alle nuove generazioni as¬ 
surda. Come nella natura gli opposti concetti di cielo 
e di terra, di luce e di tenebre, di vita e di morte, nulla 
avevano tra loro di comune, anzi erano eternamente 
separati di per sé stessi ; così nel mondo morale le 
idee di bene e di male, di felicità e di dolore, di amore 
e di odio per sé stesse esistevano e traevano ragion 
d’essere ognuna da un principio separato in cui vi¬ 
vevano, e impersonato in duplice divinità continua- 
mente Puna in lotta con l’altra ; Ahura Mazda e Anra 
Mainyu (32). 

Quando apparve Zoroastro (sec. VII-VI av. Cr.) 
a predicare la sua fede, la religione dei Persiani aveva 

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già (la secoli attraversato quel ciclo di successive cre¬ 
denze, che riscontrammo negli altri politeismi d’O- 
riente. I magi, di cui Zoroastro è profeta e maestro, 
vantavano lino d’ allora tradizioni antichissime, nelle 
quali sopravvivevano tracce di un culto dei morti o 
demonico, trasformatosi o caduto in desuetudine vie 
più che, dalla terra, la coscienza inalzavasi al cielo. 
Il mito di Yima, V uomo primigenio, eh’ ebbe V impe¬ 
rio nell* età delT oro e signoreggia là come un Osiride, 
dove immortali vivono gli eroi dell’ antichità ; e V altro 
della lotta fra il dio creatore Atar, il fuoco, e il Dra¬ 
gone, principio distruttivo della vita, che rammenta 
il Marduk babilonese in guerra contro Tiamat, ba¬ 
stano a dimostrarlo. Il profeta Zoroastro non modificò 
in apparenza la gerarchia politeistica, nè il complesso 
dei riti religiosi de’ suoi contemporanei adoratori del 
fuoco ; ma introdusse nel vecchio organismo del culto 
nazionale un principio morale che dette alle genti della 
Persia nuovo impulso vitale, e che interpretava a me¬ 
raviglia le tendenze ormai maturatesi nell’ animo 
loro (33). 

Ahura Mazda, spirito invisibile, increato e crea¬ 
tore del mondo, è la « Sapienza », la scienza del bene 
e del male, essenzialmente buono, autore del bene, e 
con ciò della legge morale. La sua dimora è nel pu¬ 
rissimo cielo. Stanno al suo fianco e dintorno al suo 
trono di luce sei o sette nobilissime creature sue, gli 
Amscia Spenta, dei quali i primi due, Vohu Manah, 
«Ragione» pura, creatore intermedio della terra, e 
Amscia Vahista, la perfetta «Giustizia», reggitrice 
del mondo e tutrice della legge morale, con lui for¬ 
mano una sorta di trinità. Spenta Armaiti, la santa 
«Umiltà», è di natura muliebre, figlia e sposa ad un 


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tempo di Ahura, e madre del genere umano. Per 
quanto nella storia della religione persiana gli Amscia 
Spenta tradiscano sovente la primitiva origine natu¬ 
ralistica, nella teologia zoroastriana son pervenuti 
alla sublimità di puri enti ideali. Grado inferiore di 
divinità posseggono gli Yazata, tra i quali otterranno 
poi gran fama il dio Mitra, giudice dei morti, e la dea 
Anahita, divina beltà fecondatrice, in onor di cui le 
fanciulle offrono allo straniero il loro fior verginale. 
Hanno anche dimora nei cieli e sopra la terra una im¬ 
mensa quantità di Fravasci, angeli di natura spiri¬ 
tuale essi pure, che eseguiscon nelP universo la legge 
del bene. Di contro al regno di Ahura, è il regno di 
Anra Mainyu, principio del male, delle tenebre, della 
morte, da cui tutto proviene ciò che nel mondo è do¬ 
lore menzogna ingiustizia. Aneli’ egli come Ahura è 
increato, puro spirito, potenza creatrice. Anch’ egli è 
attorniato da una quantità innumerevole di mali spi¬ 
riti, specialmente di natura femminile, e da essi pro¬ 
cede il peccato, P impurità, ogni male. Loro dimora 
è il buio delle regioni interne, ma s’incontrano pure 
nei deserti, per le rovine e nei luoghi solitari ed in¬ 
colti (34). 


9. La religione dei Magi. 

Uno stato sempiterno di guerra, tra le due su¬ 
preme potenze del bene e del male, è il carattere pro¬ 
prio della vita nelP universo ; lottando incessanti gli 
spiriti maligni per ottenere essi soli P impero del 
mondo, e ostacolare Ahura nella sua creazione di bene, 
felicità, immortalità. L 9 uomo, che sopra il duplice 
concetto ha sistemata così la nuova idea del mondo, 


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r uomo, creato da Aliura, sente gli avversi principii 
entro di lui combattenti, ed oscilla tra il bene ed il 
male, tra la virtù ed il peccato, tra la vita e la morte, 
in preda ai maligni, ma oggetto delle cure affettuose 
degli angeli. Ma egli ha pure un mezzo per salvarsi 
dalle potenze del dolore e della morte. E consiste 
nell’ osservanza della legge morale che Ahura rivelò 
a Zoroastro, ed egli e i magi hanno tramandata negli 
inni e nelle antiche tradizioni componenti PAvesta, 
sacra Scrittura persiana. Di questa religione della 
legge il culto è parte precipua, e comprende inni e 
preghiere, riti precisi e lunghi nei templi della pe¬ 
renne adorazione del fuoco, pura essenza di cui è com¬ 
posto lo spirito divino ed umano. Il tempio del fuoco 
è una cella oscura, isolata dal contatto dei laici, in un 
vasto cortile a’ cui lati sono eretti i cubicoli sacerdo¬ 
tali, come un chiostro monastico. Tale era quello, 
almeno, che compreso di sacro timore vidi un giorno 
a Bakù sul mare Caspio, ma deserto di fedeli e di sa¬ 
cerdoti, col santuario profanato e privo dell’ ardente 
luminosa presenza del dio ; monumento d’ insigne re¬ 
ligione, che va scomparendo (35). 

I riti del culto erano con fervore seguiti dai per¬ 
siani, perchè il magismo insegnava non tanto averne 
di bisogno gli uomini, quanto la divinità che dai sa¬ 
crifici offerti e dalle preghiere dell’ uomo traeva mi¬ 
steriosa virtù e nuovo potere a combattere le potenze 
del male. Ma nella religione di Zoroastro i riti non 
erano più Y essenza della vita religiosa. Questa in¬ 
vece consisteva nell’ osservanza pratica della legge 
morale. L’esercizio delle più eccellenti virtù, giustizia 
verità fedeltà, pietà per chi soffre, amore del pros¬ 
simo, formavane il caposaldo. La purità personale, il 


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— 101 — 


lavoro soprattutto agricolo, la conservazione e la ri- 
produzione della vita, erano i doveri principali di 
questa nobilissima, per quanto arida, concezione reli¬ 
giosa. Del pari che le malattie, i peccati di trasgres¬ 
sione esigevano, per essere liberati dai demoni e puri¬ 
ficati, penitenze e riti espiatori faticosi e lunghi, nei 
quali V esorcismo sacerdotale, per via di formule sa¬ 
cramentali, aveva grandissima parte. L’ acqua si come 
il fuoco era elemento di purità, mezzo per eccellenza 
purificatore del corpo e deir anima (36). 

Come la vita è la massima attuazione dell’ essere 
puro, così la morte, dell’ impurità. Ma per V uomo il 
morire non è un cadere nel nulla ; di là dalle parvenze 
della morte, persiste la vita individuale e cosciente. 
Jj istante supremo della dipartita dal mondo era og¬ 
getto delle più gravi cure nella religione persiana. 
Purificazioni e preghiere continue si facevano sopra il 
morente, che non venisse in potere dei demoni affollati 
intorno a lui. Quindi il cadavere è depositato in soli¬ 
tario edificio, framezzo alla nuda campagna, detto la 
« torre del silenzio ». L ? anima del defunto viaggia 
verso il cielo ond’ è venuta, e dove va incontro, da 
parte della divinità, a un lungo e minuto esame di 
tutta la vita, e al giudizio finale che sentenzia s* ella 
è degna di entrare nella beata immortalità. La sua 
sorte è decisa al quarto giorno dalla morte; fino 
a quel punto per tutti i tre giorni successivi all’ ul¬ 
timo respiro, riti e preghiere funebri si compiono 
d’intorno al fuoco santo, tra i fedeli si frange e si 
comunica il pane consacrato a Sraoscia, la divina 
guida dell’ anima nelle vie dell’ eternità. Un comune 
banchetto, beneficenze ai poveri e offerte ai sacerdoti, 
dan termine al rito funereo. L’ anima liberata è rice¬ 
vuta in cielo dal creatore suo Vohu Manali (37). 


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— 102 — 

Alla fine dei tempi, una vergine concepirà e darà 
alla luce Saosciant, il redentore dell’ umanità. Egli 
sarà figliuolo o reincarnazione di Zoroastro, e nella 
sua vita nuova promuoverà vittoriosamente nel genere 
umano la eterna salvezza dalle potenze del male, per 
la conversione alla legge. Al momento stabilito da 
Ahura, tutte le anime si riuniranno ai loro elementi 
corporei, e gli uomini risorgeranno visibilmente così 
come furono un tempo. Iddio eseguirà P universale 
giudizio e la separazione finale tra i buoni e i cattivi, 
gli uni, redenti all’immortalità, e gli altri abban¬ 
donati alla seconda morte. Tutti dovran passare at¬ 
traverso la prova del fuoco, refrigerio soave per i 
giusti, e tormento divoratore per gli empi. E P uni¬ 
verso allora sarà consumato dal fuoco, e ne uscirà 
rinnovato per la creazione di Ahura (38). 

10. La scoperta di Dio. 

La fede di Zoroastro, che declinando il sesto secolo 
ascendeva con Dario d’Istaspe (a. 525) sul trono del 
mondo, non era già il prodotto esclusivo di un uomo, 
nè il retaggio di una gente isolata dalle altre ; bensì, 
nel fluttuare continuo del pensiero fra PAsia e P Eu¬ 
ropa, dal Pacifico alP Atlantico, per vie molteplici e 
meravigliose, ancora ignorate o mal note, era il frutto 
di una tendenza di civiltà universale, maturato nella 
solitudine di una intelligenza superiore. La leggenda 
che fa di Zoroastro un peregrino in Babilonia, lumi¬ 
nare di civiltà per tutte le genti, è P interpretazione 
d’ una precisa e innegabile realtà spirituale (39). Po¬ 
poli e imperi invano si andavano agitando fra guerre 
aspre e sanguinose ; P anarchia politica in Asia non 
soverchiava il carattere vero dei tempi che per la 


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— 103 


umana coscienza, irrequieta e anelante verso nuovi 
ideali, era di raccoglimento e di meditazione. 

In Egitto la reazione alla riforma degli Ameuofi 
aveva in Tebe esaltati i sacerdoti di Amone sul trono 
imperiale dissolvendo la compagine antica del dominio 
dei faraoni. Nella guerra estenuante che seguì tra le 
due serie di principi temporali e spirituali, tra il pa¬ 
pato e F impero sul Nilo, 1’ Egitto finì per disfarsi. 
Le vecchie dinastie faraoniche, riavuto il potere, ab¬ 
bandonarono Tebe, città sacerdotale, e ricostruirono 
un debole impero nel basso Egitto a Sais (40). In que¬ 
sta etiì saitica (a. 663-525), terminata con la invasione 
persiana, si riassomma, col ritorno alle più antiche 
forme di civiltà egiziana, la più ardita e comprensiva 
speculazione teologica, che ai filosofi greci offre nuovi 
elementi di pensiero (41). 

Così a quel tempo in Assiria il magnifico Assur- 
banipal (a. 668-626), contemporaneo di Manasse e si¬ 
gnore del regno di Giuda, supera tutte le glorie de* 
predecessori, raccogliendo nella sua reggia, come fa¬ 
ranno quindi i Tolomei in Alessandria, gl’inesausti 
tesori della civiltà babilonica (42). Caduto l’impero 
di Ninive, i gran re caldei in Babilonia (sec. VI) si 
fanno promotori munifici d’un rinnovamento reli¬ 
gioso, che produce come in Egitto la resurrezione im¬ 
provvisa della cultura antica, sepolta già da millen¬ 
ni (43). 

E 1’ epoca durante la quale ogni popolo, che avrà 
nome nella storia, vede sorgere profeti a condurlo 
verso più alti orizzonti del pensiero. Laotse e Confu¬ 
cio (sec. VI-V a. C.) annunziano alla Cina più sublimi 
ideali di vita (44). Il Buddha (sec. VI-V), dopo la 
teologia del Vedanta brahmanico, trae dal mondo 


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— 104 — 


delle teorie nella società e nella storia le arditissime 
speculazioni tilosodelie delle scuole del Sankia (45). 

E per le rive del Mediterraneo, dopo i primi tenta¬ 
tivi della scuola ionica, con che il vecchio Talete (sec. 
VII-Vi) trapianta nella coscienza greca il pensiero 
cosmologico di Babilonia e d’ Egitto, Pitagora (sec. 
VI) che la leggenda vuol discepolo di Zoroastro, esco¬ 
gita per superiori forme di pensiero una nuova so¬ 
cietà religiosa (46). Senofane (sec. VI-V) si avanza a 
contradire la fede popolare negli dei e insegna P esi¬ 
stenza d’ un dio solo, anima della natura. Parmenide 
ed Eraclito (sec. VI-V) ascendono a più elette conce¬ 
zioni del mondo, in specie di spiritualità con le opposte 
teorie, profondamente vere, dell’ essere e del divenire. 
Anassagora (sec. V) Y amico di Pericle oltre le vane 
credenze del politeismo volgare, insegna che il mondo 
è opera di una mente creatrice, e sfugge con P esilio 
alla condanna a morte che sarà la corona di So¬ 
crate (47). 

Sono questi medesimi tempi nei quali un piccolo 
popolo, perduto fra le nazioni, e agitato da tante vi¬ 
cende, il popolo di Giuda, tende a formarsi del pari 
una nuova coscienza con la riforma deuteronomica, 
mentre il profeta Geremia (sec. VII-VI) procede al- 
P avanguardia del pensiero. Anche Giuda, non meno 
che i Persiani ed i Greci, nel suo rinnovamento religioso 
vede il principio della sua grandezza e della gloria 
civile. Non meno di Zoroastro, che muor vecchio sui 
campi di battaglia (48), o dei filosofi greci, mescolati 
alle interne vicende della patria, i profeti vivono in 
mezzo alle lotte politiche, e le sconfitte trasformano 
in motivi di più eccelse vittorie. E dovunque, nei 
grandi imperi asiatici, o tra le piccole genti del Medi- 


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— 105 — 


terraneo, da Gerusalemme ad Atene, questo affannoso 
avanzarsi alla ricerca di Dio, questo anelare a com¬ 
prendere e possedere lo Spirito, è un unico fatto so¬ 
lenne, è V ascensione delP uomo verso la luce e P im¬ 
mortalità. 


NOTE. 

(1) J. H. Brbadsted, A History of Egypt from thè earliest 
Times to thè Persian Conquest (2* ediz., New York 1911), pp. 253 sgg. 

(2) Brbadsted, op. cit. pp. 355 sgg. — A. Erman, La Reli¬ 
gione Egizia (Vere, di A. Pellegrini, Bergamo 1908), pp. 77-86. — 
Sopra la religione primitiva degli Egiziani, ved. pure Erman, 
op. cit. pp. 13 sgg. 

(3) Brbadsted, op. cit. pp. 371-376. — Erman, op. cit. 
pp. 81 sgg. — Yi si ritrova, a leggerli, il linguaggio dei Salmi; 
ved. Salmo 104, e così molti altri. Principio dell’inno (Brbadsted, 
p. 371). 

Il tuo apparire è magnifico nell’orizzonte celeste, 

Aton vivente, principio della vita! 

Quando tu sorgi a Oriente neU’orizzoute celeste, 
diffondi in ogni terra la tua bellezza. 

Sei bello, grande, fulgido, alto sopra la terra, 
i tuoi raggi comprendono il paese, tutto tu crei. 

(4) Brbadsted, op. cit. p. 392. 

(5) Erman, op. cit. pp. 102-168. — Per pih ampio notizie 
sulla vita privata degli Egiziani antichi, ved. A. Erman, Aegypten 
und aegyptUchee Leben im Altertum (Tiibingen 1885), pp. 213-279, 
413-441, 493 529 ecc. 

(6) Sul mito di Osiride, ved. Erman, Religione t pp. 46-50, 
171-175. — Sulle rappresentazioni drammatiche del mito di Osi¬ 
ride in Abido, ved. Brbadsted, op. cit. pp. 171, 207. — Si con¬ 
fessa il defunto innanzi a Osiride (Erman, Religione t p. 119); «c Io 
non ho fatto nessun peccato.... Io non ho detto male di nessuno, 
presso il suo superiore. Io non ho fatto soffrir la fame a nessuno. 
Io non ho fatto piangere. Io non ho ammazzato. Io non ho ordi¬ 
nato d’ammazzare.... Io non ho scemata la misura del grano. Io 
non ho avvantaggiato il peso della bilancia » ecc. eco. 


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— 106 — 


E canta l’arpista (Brkadsted, p. 206): 

.Segui il tuo desiderio mentri* vivi, 
versa mirra sopra il tuo capo, 
rivestiti di panni tini; 
impregnati di lussuose fragranze, 
vere letizie degli dii. 

Moltiplica i tuoi piaceri, 

che non sia aggravato il tuo cuora ; 

tino a che il dì del pianto ti raggiunga, 

(piando il cuore immobile non sente il loro dnolo; 

]>erchè nessun lamento rievoca l’uomo dalla tomba. 

(7) Ekman, Aegypten, pp. 400 sg. — Breadsted, op. cit. p. 575. 
— Le tombe delle sacerdotesse di Amone furono scoperte dal Giu¬ 
bati t in Deir el Bahri, l’anno 1891, e i loro sarcofaghi trovansi 
al piano superiore del gran Museo del Cairo. 

(8) Breadsted, op. cit. pp. 399-414. 

(9) Wincklkr, Yorderasiaiische Geechichte , pp. 7 sg. — Mor¬ 
ris Jastrow, Die Religione Babyloniens und Assyriens (Giessen 
1902) pp. 18-23, crede ancora non risoluta la questione della esi¬ 
stenza storica di una lingua « sumerica ». Avendo io, a tal pro¬ 
posito, interpellato il celebre assiriologo F. Hommel, forse il pii! 
profondo sumerista vivente, al Congresso archeologico di Roma 
1912, questi mi rispose disapprovando le riserve del dotto ameri¬ 
cano. Ved. la questione riassunta in O. Weber, Die IAtteratur der 
Dabylonier und Assyrer (Leipzig 1907), pp. 5 sgg. 

(10) Weber, op. cit. pp. 248-262. — Sui remoti periodi della 
civiltà babilonese, ved. H. Winckler, Die babylonische Kultur 
(Leipzig 1902), pp. 13-16. 

(11) P. Dhorme, La religion assyro-babylonienne (Paris 1910), 
pp. 65-120; Jastrow, op. cit. pp. 48-267. 

(12) Weber, op. cit. pp. 102 sg. — I miti babilonesi sono tra¬ 
dotti e commentati in P. Jensen, Assyrisch-Babylonische Mythen 
und Epen (Tom. VI, 1 della KeilinschHftliohc Bibliothek , Berlin 1889 
sgg. 11 mito di Nergal è riferito anche in H. Gressmann, Altorienta • 
lische Texte und Bilder zum Alten Textament (Tiibingeu 1909) pp. 69-71, 
(vera, di A. Ungnad). 

(13) Weber, op. cit. pp. 44 sgg. — Gressmann, op. cit. pp. 1- 
31 (A. Ungnad). — Trascritto, tradotto e commentato è il Poema 
della Creazione anche in P. Dhorme, Choix de textes religieux <w- 
syro-babyloniens (Paris 1907), pp. 1-84. — Sulla cosmologia babi- 


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— 107 — 


lonese, alla quale riportasi il poema, ved. A. J eremi as, Das Alte 
Textament im Lichte dee alien Oriente (Leipzig 1906), pp. 1-75. 

(14) Ved. il mito della discesa di Istar all' inferno in 
Gressmann, op. cit. pp. 65-69 (A. Ungnad) e in Dhorme, Textes, 
pp. 326-340. Per la letteratura, ved. Weber, op. cit. p. 99. 

(15) Weber, op. cit. pp. 108-111; Gressmann - Ungnad, 

pp. 34-38; Dhorme, Textes y pp. 148-160. — Il nome stesso di Adapa 
forse non è estraneo alla forma del nome di Adamo, per quanto 
« Adamo » in ebraico voglia dire opportunamente 4 uomo ». 

(16) Sul poema di Gilgames ed i frammenti epici intorno al 
Diluvio, ved. Weber, op. cit. pp. 71-99; il poema, in trascri¬ 
zione e versione, in Dhorme, Textes y pp. 182-324; in versione, con 
largo commento, in H. Gressmann e A. Ungnad, Dae Gilgamesoh- 
Epos (Gottingen 1911). Pronunzio « Engidu » alla sumerica, giusta 
le osservazioni di Ungnad, p. 75, il nome che siuora era dagli 
assiriologi semiticamente letto € Eabani ». « Chasisatra », metatesi 
del nome piò usato « Atra-chasis », Ve Arcisavio », è il nome del¬ 
l'eroe del Diluvio anche nella leggenda greca riferita da Berosso : 
Sioov&qos. Ved. il testo greco in Winckler, Textbuch , pp. 88-90. 

(17) Dhorme, Religion , passim. Per la letteratura innologica 
e rituale, ved. Weber, op. cit., pp. 115-198; Jastrow, op. cit. I, 
pp. 267 sgg. II, pp. 1 sgg. riferisce tradotti moltissimi esempi in 
proposito. 

(18) Dhorme, Religion , pp. 146-173. La saliva, adoperata pure 
nel rito cattolico (ved. Marco , 7, 33 ecc.), era un mezzo di gua¬ 
rigione dei morbi anche fra gli Egiziani. 

(19) Weber, op. cit. pp. 270-276; Jeremias, op. cit. pp. 287- 
324; H. Vincent, Canaan y pp. 56 sg. 

(20) Sul dio Adad, ved. Jastrow, op. cit. pp. 146-150; 
Dhorme, Religion r p. 50. Il significato del nome di HliT « Jahvé » 
è assolutamente inoerto. Quello dato dalla Bibbia (Esodo, III, 14) è 
una recente interpretazione in senso teologico. I critici moderni 
tendono a spiegarlo nel senso di « Colui che percorre » (il cielo 
con la folgore o la tempesta) o simili ; ved. Sta de, Die Religion 
IeraelSy p. 29. 

(21) Por la comparazione dei miti babilonesi con le leggende 
bibliche, ved. S. Minocchi, La Genesi tradotta e commentata con 
discussioni critiche (Firenze 1908). — Ecco un frammento del rac¬ 
conto biblico del diluvio : « E (Noè) mandò fuori il corvo, che uscì 


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— 108 — 


volando qua e là, sinché fu rasciugata l’acqua di sopra la terra. 
E mandò via da sé la colomba.... ma la colomba non trovò dove 
posare il suo piede, e tornò da lui verso l’arca.... Attese pure 
altri sette giorni, ecc. » 

Ed ecco il corrispondente frammento babilonese, di origine 
anteriore a quello biblico, di oltre un millennio. Parla Utnapi- 
stim : 

Sopragginnto il settimo giorno, feci uscire una colomba e le detti 1 a via, 

e volò la colomba qua e là, 

ma poi ch’ella non trovò loco, tornò.... 

E feci uscire un corvo e gli detti la via; 
e il corvo andò e vide scomparse le acque: 
mangia, pesticcia e gracchia, e piti non torna. 

(22) Ved. A. Jkrkmias, Mose» und Hammurabi (Leipzig 1903), 
pp. 33 sgg. Ecco due esempi fra gli altri : 

Hammurabi (art. 195): «Se un figlio batte suo padre, gli 
saranno tagliate le mani ». 

Mosfe {Esodo, XXI, 15) : « Chi batte suo padre o sua madre, 
sarà punito con la morte ». 

Hammurabi (art. 250): «Se un toro nell’andar per istrada 
cozza un uomo e lo uccide, la questione non lascia adito a pre¬ 
tese ». 

Mosfc {Esodo, XXI, 28) : « Se un toro cozza, e uccide un uomo 
o una donna, il proprietario del toro va libero ». 

Il seguente articolo di legge, però, contempla ugualmente 
qua e là il caso che il toro sia già noto al padrone come pro¬ 
penso a cozzare, e il padrone sia colpevole di negligenza per non 
averlo ben guardato; in tal caso da Hammurabi è condannato a 
forte ammenda, da Mosè ò messo a morte. È curioso osservare che 
la legge mosaica, posteriore di oltre un millennio, aggrava la giu¬ 
stizia del codice babilonese. 

(23) Stadk, op. cit. pp. 290 sg., 325-327, 345. Sui rapporti 
fra i Salmi babilonesi e quelli biblici, ved. Jastrow, op. cit. II, 
pp. 133-137. — S. Minocchi, I Salmi tradotti (Roma 1905). 

(24) Dhorme, Religion, 171-173; Textes , 372-378; Weber, op. 
cit. 133-139. Una profezia babilonese sulla futura distruzione di 
Babilonia, somigliantissima a quelle di Ezechiele e Geremia circa 
la fine di Gerusalemme, ved. in Grr6Smann - Ungnad, Texte, 
pp. 75 sgg. Sui profeti doli’ antico Egitto, ved. Brkadstkd, op. 


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— 109 — 


oit. pp. 204 sgg., il quale afferma pure la dipendenza dei profeti 
d’Israele dal profetismo egiziano; testi profetici egiziani sono tra¬ 
dotti in Gressmann, Texte, pp. 204-210 (vere, di H. Ranke). 

(25) Stade, op. cit. pp. 83 sgg. 

(26) Stade, op. oit. pp. 185-189. 

(27) Snl rito della circoncisione, cui vengono sottoposte, poco 
innanzi il matrimonio, le fanciulle di molte tribù arabe, anche 
oggidì, ved. A. Jaussbn, Coutumes dee Arabes, p. 35. 

(28) Libro I di Samuele, cap. 28. L’ombra di Samuele vi è 

rappresentata col nome di cioè come nno degli Elo- 

him, dei Divini . È noto che, in progresso di tempo, il monoteismo 
ebraico riassommò col nome plurale di Elohim il nome singolare di 
Dio ; idea nuova, male espressa con vecchia parola. 

(29) Stade, op. cit. p. 86. 

(30) Stade, op. cit. pp. 87-91. La frase ebraica HliTl ntO* 
« timore di Jahvé », è solenne per designare l’oggetto della vita 
religiosa. E contenuto teologico, legale e rituale della religione, è 
invece detto nini rnw « dottrina » (senso originario) o € legge » 
(senso acquisito) «di Jahvé»; od anche semplicemente miDH 
« la legge », « la Thoràh ». 

(31) Che Geremia credesse nella esistenza di altri dei, oltre 

quello nazionale Jahvé, lo dimostra lo Stade, op. cit. p. 259. 
— In Zacaria, Satana è ancora un semplice « angelo », 

« messaggero » di Jahvé, e il buo nome jtDtm (con l’articolo) è 
ancora un semplice appellativo generico : « l’accusatore », ó xazrj- 
ycog in Apocalissi, XII, 10. 

(32) Chantepir de la Saussayb, Manuel d’Histoire des Beli - 
gions (Paris 1904), pp. 433-484 ( Les Perses). 

(33) W. Jackson, Zoroaster, thè Prophet of ancicnt Iran (New 
York 1901). 

(34) Chantepie, op. cit. pp. 450 sgg. 

(35) In quel territorio, ricchissimo di miniere petrolifere, il 
fuoco perenne della sacra cappella consisteva in una accesa esa¬ 
lazione di gas di nafta, proveniente dalle viscere della terra. Or 
è qualche decennio, essa fu distolta a poche centinaia di metri da 
un industriale russo, e adoperata a muover le sue macchine; così 
ebbe fine il santuario. 

(36) Chantepie, op. cit. pp. 463 sgg. 


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— 110 — 


(37) Chantepie, op. cit., pp. 470 sgg. 

(38) Sulla religione persiana, paragonata al giudaismo, ved. 
W. Bousset, Die Religion dee Judentums tm neutestamentlichen 
Zeitaltcr (Berlin 1906), pp. 540 sgg. e specialmente pp. 584-592. 

(39) Jackson, op. cit. pp. 90-92. 

(40) Breadsted, op. cit. pp. 565 sgg. 

(41) Breadsted, op. cit. pp. 356-358, 580. 

(42) Weber, op. cit. pp. 27-29. 

(43) Jastrow, op. cit. pp. 250-266. 

(44) Chantepie, op. cit. pp. 43 sgg. 

(45) C. Formichi e F. Belloni Filippi, Il pensiero religioso 
-e filosofico delVIndia (Firenze 1910). 

(46) Jackson, op. cit. pp. 7, 90. 

(47) P. Wkndland, Die hellenistischròmische Kultur in ihren 
Beziéhungen tu Judevtum und Christentnm (Ttibingen 1912), pp. 96- 
106. 

(48) Jackson, op. cit. pp. 119 ecc. 


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Capitolo Quinto. 

Ellenismo. 


Il regime teocratico instaurato dalla legge di Ezra 
per sè non aveva altro scopo che di separare dal mondo 
gli eletti di Jahvé, passati per le prove purificatrici 
della grande espiazione. La massa dei reduci era si¬ 
gnoreggiata pur sempre dalla vecchia aristocrazia sa¬ 
cerdotale e militare, che non voleva cedere i diritti di 
predominio acquistati a prezzo di sangue sin dalP età 
di David. Ma poiché la separazione dei reduci dagl’ido¬ 
latri non si poteva mantenere integra, là dove convi¬ 
vessero genti dedite alla superstizione e capaci di cor¬ 
rompere con la seduzione muliebre e il subornamento 
economico ; la legge di Ezra, per amore o per forza ag¬ 
gregando gli abitatori del territorio giudaico alla co¬ 
munità degli eletti, volle rendere appunto impossibile, 
dove la vita era regolata dai precetti del dio, l’opera 
corruttrice degli uomini. Si obbligò dunque il popolo, 
con minaccia di gravissime pene, a sostenere le spese 
del culto nel tempio; si vietarono affatto i matrimoni 
con donne d’ altra stirpe. 


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— 112 — 


1. I Samaritani. 

Ma se il primo decreto uguagliava la plebe di Giu¬ 
dea a una massa servile e tributaria, V annullamento 
dei matrimoni misti metteva fuori il popolo giudeo 
dalla vita sociale, tali sempre essendo state le condi¬ 
zioni della Palestina da essere oltremodo difficile, se 
non impossibile, nel più dei casi ottemperare alla 
legge. Specialmente veniva privata del diritto di ap¬ 
partenere agli eletti la vecchia plebe israelitica, sparsa 
per la provincia di Samaria, e ormai talmente com¬ 
mista di Ammoniti, Aramei, lino di Babilonesi, da non 
aver più altro distintivo di Figli d’Israele che la po¬ 
stuma sopravvivenza del culto di Jahvé, quale i san¬ 
tuari idolatrici di Samaria o di Betel avevano un dì 
celebrato. 

Quei rimasugli impuri d’Israeliti chiedevano ora 
di essere aggregati alla comunità, riconosciuti an¬ 
eli’ essi degni di poter aspirare come adoratori di Jahvé 
alla nobiltà che la legge conferiva ai fedeli. Ma le au¬ 
torità sacerdotali di Gerusalemme rimasero inflessi- 
bili nel negare a quegli idolatrici cultori di Jahvé il 
diritto di appartenere comunque al giudaismo. Era in 
fondo Y antica opposizione di stirpe, per cui Giuda 
e Israele si considerarono sempre due popoli estranei, 
storicamente uniti insieme da David, ma pronti a con¬ 
tendersi ognuno il predominio sull’ altro. E Giuda che 
ormai si stimava unico erede legittimo del nome an¬ 
tico d’Israele, ridotto a puro titolo di nobiltà, posse¬ 
deva una coscienza superiore a quella della plebe israe¬ 
litica e reputava perciò indegno di sè tornare a mi¬ 
schiarsi con essa. 

Ne avvenne uno scisma. I gruppi israelitici non riu- 


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— 113 — 


scirono a persuadersi che il fatto di non essere stati 
in esilio li escludesse dal partecipare alle promesse 
dei profeti, mentre avevano essi pure coscienza di ap¬ 
partenere al popolo di Jahvé, ed erano disposti ad ac¬ 
cettare la tradizione della legge che, nell’ età delle 
origini, era stata dal dio secondo i sacerdoti giudei 
rivelata a Mosè. D- altro lato anche in seno al giu¬ 
daismo i malcontenti doverono esser parecchi, a giu¬ 
dicare dalla confusione che regnava in Gerusalemme 
prima della riforma, e dagli ostacoli inoltre che incon¬ 
trò V applicazione della legge. Molti di loro perciò, 
soprattutto i colpiti dal decreto sui matrimoni misti, 
preferirono esiliarsi dai confini del territorio giudaico, 
portando seco la legge, parola del dio non sottoposta 
ad alcuna autorità d*uomo. Ed unitisi ai gruppi 
israelitici della Samaria fondarono sul monte Garizim 
un altro tempio analogo a quello di Gerusalemme, or¬ 
dinato secondo la legge di Ezra e retto da sacerdoti 
di origine prettamente giudaica. 

Il monte Garizim a Sichem, tra Betel e Samaria, 
figurava come il centro più antico del territorio israe¬ 
litico, celebre già nei ricordi della tradizione mosaica, 
nella quale di Gerusalemme si faceva appena menzione. 
La tollerante autorità j>ersiana concesse V erezione del 
santuario ; ed ebbe così origine la comunità samari¬ 
tana la cui costituzione specialmente sembra doversi 
alP iniziativa di quel sacerdote Manasse che in Geru¬ 
salemme, per non aver voluto ripudiare la moglie, da 
Nehemia fu scomunicato. Il fanatismo giudaico in 
questo fatto che non poteva evitare vide un nefando 
attentato alle sue prerogative, e con odio implacabile 
invocò sopra i ribelli per la libertà di coscienza i ful¬ 
mini dell’ ira divina (1). 

8 


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— 114 — 


2 . U giudaismo del deserto. 

Ecco pertanto in che modo il giudaismo ha rag¬ 
giunto P apice della vita, ed è pervenuto alla piena co¬ 
scienza di sé. Jahvé gli ha concesso in retaggio i ter- 
ritorii del Giordano, gli ha promesso il dominio su 
tutte le genti in cambio della sua fedeltà, e il po¬ 
polo vuole serbarsi fedele al suo dio, e s’ è perciò a 
lui solennemente votato. Nessun dio straniero fra i 
Giudei ha potuto coesistere o resistere di fronte a 
Jahvé, celebrato come P unico, l’onnipotente. Ma una 
tanta esaltazione poco a poco è riuscita a soverchiare 
non solo la potenza di tutti gli dii, bensì l’attività di 
Israele medesimo. Nella storia che precede Y esilio 
Jahvé si dimostrava eccitatore delle energie popolari, 
e Israele vinceva cooperando a fianco del dio, come il 
soldato in mezzo alla battaglia è causa della vittoria. 
Ma la line miseranda di Samaria e Gerusalemme, se, 
auspici i profeti, ha confermata la fede antica nella 
grandezza di Jahvé, al contrario ha fiaccato lo spirito, 
esaurita P energia d’ Israele. La storia è una maestra 
della vita ; e il popolo ha creduto di comprendere, per 
la virtù espia tri ce dell’ esilio, che, rimanendo infalli¬ 
bili le dinne promesse, la maestà l’onore del dio esige 
che il glorioso rinnovamento di Giuda sia Popera esclu¬ 
siva della divinità, e che non v’ abbia P uomo alcuna 
parte. Tanto imparò Israele e questa fede gli è norma 
di vita. 

Per il poj>olo eletto P esistenza non ha che uno sco¬ 
po: osservare la legge. E la legge è rivolta a un solo 
intento; l’adorazione e il culto di Jahvé. A che cercar 
di ottenere la libertà politica, conquistarsi P indipen- 


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— 115 — 


(lenza ; a che affannarsi dietro la civiltà delle genti, 
immischiarsi nella vita orientale, se tutto ciò è causa 
di peccato, nè giova alla grandezza d’Israele, la quale 
non sarà opera d’ uomo, ma solamente del dio? Jahvé 
apparirà prossimamente a inaugurare il suo regno, 
non appena Israele avrà potuto sistemare, in virtù 
della legge, la purità del suo culto. Il rispetto dovuto 
alla tremenda santità del dio nazionale impone un 
gran rigore di cerimoniale entro la reggia del tempio 
che gli servirà di dimora. Ministri del dio, soli degni 
di avvicinarlo, saranno i sacerdoti che una speciale 
foggia di vestire, anzi la consacrazione con V olio del 
crisma sacro, distingue e sublima dal popolo. Ad essi 
spetta compiere i riti quotidiani e festivi dei sacrifici 
sopra il grande altare e delle offerte dentro il san¬ 
tuario ; ad essi di intercedere presso il dio in favore 
del popolo. Al loro fianco i musici, i cantori, i leviti 
con inni e preghiere rivelano i sentimenti della comu¬ 
nità devota, che non cessa di lodare il suo dio, e invo¬ 
carne l’avvento. Al popolo, appartato nei cortili esterni 
del tempio, il dovere di moltiplicare i proventi del 
santuario, con numerose offerte volontarie e con tassa¬ 
tivi tributi d ? animali, di primizie, di decime, perché 
sopra V altare non manchino le vittime, e mai non 
venga meno l’agiatezza sacerdotale. Tutti debbono poi 
serbarsi puri, degni del dio. Le occasioni di contrarre 
impurità sono molte, inattese, inevitabili ; lunga, co¬ 
stosa, penosa la purificazione. È una legge di ferro, 
che fa il popolo schiavo di gente imbelle, sui>erbamente 
avvolta in candidi lini. I precetti son rigidi ; sui tra¬ 
sgressori grava frequente la pena di morte (2). 

^otto il carico opprimente della legge, perisce in 
Israele il sentimento della vita civile. Ogni impulso 


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— 116 — 

di genio alle arti della pittura o scultura è soppresso 
in radice dal principio, che V ideale rappresentazione 
dell’ umanità sia culto idolatrico, e faccia rei di lesa 
divinità. Il tempio, riedificato ancora da architetti fe¬ 
nici, è nudo di qualsiasi figura umana, dipinta o scol¬ 
pita. È il deserto ideale dei profeti ; e così deve es¬ 
sere tutto il territorio giudeo. Anche la scienza è 
bandita là dove V intelletto s- esaurisce nella osser¬ 
vanza del culto. Fra i sacerdoti trovansi dotti di prò-, 
fessione, ma per fondere in un’ opera sola i vari do¬ 
cumenti con cui durante i secoli s’ è formato il com¬ 
plesso della legge, doventata ora libro di Mosè. Altri 
scrittori si dedicano, come fecero i deuteronomisti, a 
esaminare di nuovo la tradizione storica e profetica, 
a rimaneggiarla, falsarla, talché rappresenti bene o 
male il passato, come se la legge realmente fosse esi¬ 
stita già dai tempi di Mosè (3). 

3. Greci e Giudei. 

Quale distanza separa i Giudei smarriti nel so¬ 
gno di un impervio ideale da ? Greci che si avanzano 
alla conquista del mondo ! Eppure quanti tratti di ras¬ 
somiglianza nella storia degli uni e degli altri! Sono 
popoli recenti, che vogliono crearsi una patria sulle 
rive del Mediterraneo da tanti secoli sede di regni po¬ 
tenti. Lottano a lungo ambedue per farsi uno stato, 
consolidar la propria indipendenza politica. Ambedue 
consuma una sete insaziabile di libertà, sicché quando 
dovrebbero tutti concordemente unirsi per resistere a 
comuni nemici, allora più si odiano, si avversano 
inconciliabili. Soffrono questi e quelli le invasioni 
d’ una potenza tanto superiore, e V uno e V altro vit- 


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— 117 


tima <T intestine discordie perdono finalmente V au¬ 
tonomia nazionale. Ma perché nella guerra contro l’in¬ 
vasione straniera trionfano i Greci là dove Israele soc¬ 
combe ? Perché la moribonda libertà degli Elleni tra¬ 
sformasi in rinnovamento del mondo civile, mentre gli 
Ebrei da sé barbaramente si votano alla morte perpe¬ 
tua ? I fati della storia ebraica e greca hanno ap¬ 
punto ragione di essere nell’ orientamento diverso per 
cui 1’ un popolo e V altro fin dalle origini va siste¬ 
mando 1’ idea dell’ universo e della vita. Dotati d’in¬ 
domabili energie, agita V uno e 1’ altro una ribelle vo¬ 
lontà di progresso nelle vie dello spirito; e anelano 
a raggiungere un’ ideale di gloria unico fra le genti. 
Ma se Israele nell’ età più antica reputò la umana 
virtù atta a collaborare alla onnipotenza divina per la 
grandezza del popolo; le vicende successive della sto¬ 
ria hanno formata in lui la persuasione, che 1’ opera 
umana ha carattere distruttivo del bene, che la felicità 
può venire soltanto dal dio, da cui bisogna attendere 
la propria redenzione. Israele è riuscito a situare lo 
spirito creatore del bene di là dalla natura e dalla sto¬ 
ria, fuor di sé, nel suo dio. Pieno di pessimistico scorag¬ 
giamento, dopo tante dolorose vicende, ha perduto la 
fede nell’ uomo, in sé medesimo. Sogna una gloria 
ch’è fuori del mondo presente, e raggiungibile solo per 
divina virtù. Egli attende da altri che da sé la sua 
liberazione; vinto dalla sciagura, con la sua legge 
abdica, per quanto è in lui, a compier nella storia la 
missione per cui fu chiamato ad emergere singolar¬ 
mente nel fluttuare dei popoli. 

Ezra è contemporaneo di Socrate ; V uno e V altro 
così diversi, pure ebbero tanta influenza sui destini 
del loro popolo. Essi ritraggono al vivo P idea che va- 


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— 118 — 


riamente spinse Greci ed Ebrei nelle vie della storia. 
Credono questo e quello nella creatrice attività dello 
spirito, e vivono per questa tede. Ma intanto che per 
Ezra lo Spirito, Jahvé è situato fuori dell’ agire del- 
V uomo, invece per Socrate vive nell’ interno deir a- 
nima, inseparabile, a noi superiore come ideale, ma 
dentro di noi come demone che incita ad operare per¬ 
ché Y ideale raggiungasi. E Y ideale è nel mondo, è 
nella vita presente ; il principio attivo è nell’ uomo, 
chiamasi inspirazione, ragionamento, riflessione. Il 
peccato, distruttivo dell’ essere, é nell’ uomo e nella 
natura ; ma nell’ uomo è la forza perenne della vit¬ 
toria. 

Tale atteggiamento non è particolare di Socrate. 
Il popolo greco è ben lungi dal preconcetto omerico, 
analogo ai motivi rituali della legge di Ezra, che gli 
dii vanno sollecitati con pingui offerte a muoversi in 
favore dell’ uomo. Allorquando Isaia ed Ezechiele pro¬ 
clamano che i Figli di Giuda debbono aver fiducia 
non in sé, ma bensì nel beneplacito del potentissimo 
Jahvé, capace di liberarli da qualsiasi mala ventura, 
Eraclito e Democrito, contemporanei de’profeti, sulle 
rive del non lontano Jonio ammoniscono esser inutile 
pregare gli dii se Y uomo invece può e deve operare la 
sua redenzione (I). 

4, I Greci in Asia. 

Questo principio, che la felicità non altrove è da 
cercare che nella storia e nella vita umana, e che ri¬ 
siede nell’ uomo lo spirito attivo del bene, è il motivo 
fondamentale della civiltà greca, diametralmente op¬ 
posto a quello in cui decadde esausto Israele. Qui è 


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— 119 — 


la ragione profonda della vittoria ellenica, e dello 
sfacelo giudaico nel medesimo secolo. È P ottimismo 
inviolabile, è la fede nella invitta virtù naturale, clie 
forma la grandezza del popolo greco. Dalla divinità 
la potenza è trasferita nella umanità, la umanità me¬ 
desima è già inalzata al grado della divinità. 

Dai templi dell’ Oriente, dovunque si scrive e si 
parla a servigio delle aristocrazie dominanti, il sa¬ 
pere discende in mezzo al popolo ; staccasi dal sacer¬ 
dozio e si rende accessibile ai laici. La matematica e 
la medicina cessano di far parte della teologia, e di¬ 
ventano scienze laiche del pari che la filosofìa. Storia, 
arte, poesia, tralasciano la rigidità primitiva del loro 
carattere ieratico, ed entrano fra il popolo come ele¬ 
menti di libera umanità. L’attività dello spirito si 
coordina intimamente alla vita politica e civile. Per¬ 
venuti i Greci nel giro di poche generazioni a un per¬ 
fetto sviluppo sociale, tolgono ai Fenici il primato del 
commercio nel Mediterraneo, sono in terra e sul mare 
invincibili contro la Persia e P Egitto, a vicenda in 
favore dell’ Egitto e della Persia. Nella immensa ric¬ 
chezza del suo genio, il popolo greco, sopraffatto perchè 
diviso, può far getto della propria autonomia, dinanzi 
al crescente splendore della giovane potenza macedone. 
Esso vive per una gloria ben superiore ormai, quella 
di dare alle genti la sua civiltà e farne un mondo 
greco, nella guisa che già sognò Israele un mondo 
ebraico. 

La invasione della civiltà greca in Oriente, con 
Alessandro, era un riflusso di idee da IP Occidente 
verso la patria rp origine. Gli Elleni si vantavano di 
possedere e di avere secondata nelPanimo una fiamma 
divina, accesa al fuoco sacro dell' Oriente. Questi do- 


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minatori del pensiero erano figli, in ispirito, deir Egitto 
e dell’Asia. Il sistema della vecchia scuola ionica tra¬ 
disce al più superficiale esame rapporti cosmologici di 
origine con la teologia babilonese. I filosofi elea ti e 
pitagorici si reputò che in Egitto avessero appresi i 
principii delle loro dottrine, e innanzi tutto quello 
di un « Logos », « Ragione » o « Parola » suprema, da 
Dio procedente e creatrice deir universo. Il divino 
Platone, di cui si esalta la originalità, è anticamente 
stimato un discepolo di Zoroastro (5). 

La civiltà greca è un ritorno del pensiero orientale 
rinnovato nella scienza, nelle lettere, nelle arti belle. 
Quale rinnovamento! Di quanto le speculazioni plato¬ 
niche o aristoteliche si lasciano addietro le frigide teo¬ 
logie dei mitografi babilonesi, o del panteismo egi¬ 
ziano, del dualismo persiano ! Qual distanza tra i pro¬ 
feti cPIsraele e gli oratori d’Atene ! GP inni dei templi 
orientali possono forse contendere con le sublimità 
eroiche di Pindaro? Che cosa han di comune le figura¬ 
zioni drammatiche dei miti di Marduk o Tamuz, espo¬ 
ste innanzi al popolo in Babilonia, o di Osiride nei 
templi di Abido, con le « Baccanti » di Euripide ? 
Le ieratiche sculture dei templi e delle reggie d’Oriente 
manchevoli di prospettiva e di movimento, possono so¬ 
stenere il paragone con le statue di greco scalpello, 
libere, vive, leggiere, come eterei candori? 

Uno spirito nuovo rianima la vita orientale. È un 
sentimento ignoto di libertà, di ottimismo, che per¬ 
vade P Oriente, invecchiato nel terrore e nella tetrag¬ 
gine. Là dove il potere politico, impersonato in un re 
pari a un dio, è tirannide onnipotente, sotto cui piegasi 
il popolo come oppresso da un destino fatale; dove 
la religione è sbigottimento e paura : dove la società 


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confondessi nelP anarchia, perchè si va perdendo la 
fede nelP nomo : la penetrazione stupenda della civiltà 
greca, che è per tutti redenzione e bellezza, rappre¬ 
senta assai più di un fatto storico. È la resurrezione 
di un mondo, la creazione di un’ altra umanità. L’in¬ 
vidia degli dei non concesse che Adapa gustasse cibo 
e bevanda d’immortalità ; ed a Gilgames rapì P erba 
che rende giovani. I Greci, educati alle audacie di 
Prometeo, trassero giù dal cielo la fiamma della vita, 
e ne fecero dono alP Oriente. Dalle rovine dei secoli 
la civiltà risorge: è P ellenismo (6). 

5. Impero di Alessandro. 

Dalla riforma di Ezra alla fine delP impero per¬ 
siano il giudaismo trascorre un periodo d’arida quiete. 
Gerusalemme non ha governatore persiano, e il Gran 
Sacerdote vi esercita poteri larghissimi. Il regime 
teocratico piace alla classe sacerdotale, ed essa altro 
non chiede. La plebe invece si agita. Insofferente di 
giogo ribellasi P Egitto alla corte di Susa, che nelle 
successioni sanguinose degli Achemenidi palesa la pro¬ 
fonda corruzione dell’ impero cadente. I Greci, vinci¬ 
tori di Dario e di Serse, formano il nerbo migliore 
delle milizie ribelli. Seguono decenni di guerre. La 
Palestina e la Siria, specialmente durante le campa¬ 
gne di Artaserse Ocho, son crudele teatro di devasta¬ 
zioni e battaglie fra le armate avversarie. Un gruppo 
di Giudei si rivolta, fa causa con P Egitto, si fortifica 
in Gerico. Artaserse va contro la città, la prende e la 
distrugge (a. 353) ; i Giudei scampati al massacro son 
deportati schiavi in Babilonia. 

Vent’ anni dopo, Alessandro. Vincitore sull’ Isso, 


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— 122 — 


piega subito per il Mediterraneo, ad assicurarsi il per¬ 
fetto dominio del mare. Si attarda nell’assedio di Tiro, 
conquista Gaza, inoltrasi a Pelusio, fa suo 1’ Egitto. 
Sulle rive del Delta niliaco, di fronte alla Grecia, in 
paese già pieno di Greci, fonda Alessandria, la prima 
e celeberrima fra le molte città che sin nell’ India 
s’intitoleranno al suo nome. Ritorna in Asia e af¬ 
fronta l’esercito dell’ ultimo Dario, nei piani del- 
F Eufrate. Il suo luogotenente Parmeuione ha frat¬ 
tanto occupata la Siria e la Palestina dal Libano al 
mare Morto. Nel giudaismo un qualche discepolo 
oscuro dei vecchi profeti ha vaticinii ancora per rive¬ 
lare in questi grandiosi avvenimenti la mano del dio, ed 
imminente ormai la redenzione. I sacerdoti però tran¬ 
quilli si assoggettano al generale macedone (a. 332). 
Un po’ di tempo, e il grido delle vittorie elleniche per¬ 
viene a Gerusalemme. L’ impero di Persia è caduto, 
ed i Giudei finiscono di persuadersi che la loro condi¬ 
zione non muta, e che soltanto hanno cambiato pa¬ 
drone (7). 

La inaspettata morte d’Alessandro gettò 1’ im|>ero 
greco in preda a’numerosi pretendenti, fra’suoi ge¬ 
nerali, Sii tra pi delle provincie. La guerra si accese più 
viva fra Tolomeo di Lago, signor dell' Egitto, Seleuco 
in Babilonia, Antigono nel Mediterraneo. Tolomeo 
aveva d’un tratto (a. 320) occupata Fenicia e Pale¬ 
stina e parte della Siria. Da prima la fortuna arrise 
ad Antigono. Ma venuto sull’ Isso a gran battaglia, 
vi restò da Seleuco sconfitto e ucciso sul campo. L’an- 
tigonide Demetrio dovè lasciare la Siria in mano al 
nemico, ma per più anni mantenne il suo dominio sul 
mare. Finalmente ne’ suoi tentativi di riprendersi 
l’Asia cadde poi prigioniero di Seleuco. Fu ha sua fine. 


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Il gigantesco impero d’Alessandro tornò così a divi¬ 
dersi fra l’Asia e 1’ Egitto, fra Seleucidi e Tolomei. 
Un’ èra nuova di cronologia incomincia nell’ Asia a 
computarsi ellenicamente (a. 312) dal regno di Se- 
leuco, che in Siria sulle rive dell’ Oronte, a j)oca di¬ 
stanza dal mare, fonda la sua capitale, dal nome del 
padre, Antiochia (a. 301). 

La Palestina rimasta in potere dei Tolomei fu causa 
di guerre continue con la dinastia seleucida, che mal 
tollerava di avere i contini del regno a sì poca distanza 
da Antiochia. La pace intervenuta finalmente, nel 249, 
fra Antioco II Dio e Tolomeo II Filadelfo, che dette 
al re seleucida in isposa la figlia Berenice, parve assi¬ 
curare ai Tolomei quella parte dell’ Asia che l’Egitto 
era solito reclamare per sua. Ma ucciso tosto Antioco 
dalla prima sua moglie, e successo il figlio di costui 
Seleuco II, ricominciò la guerra con Tolomeo III Ever- 
gete, le cui vittorie portarono il regno seleucida sul 
margine della rovina. Così là Palestina, contesa invano 
da’ principi dell’ Asia anteriore, restò per quasi un se¬ 
colo in mano de’ Tolomei. 

6. Crisi del Giudaismo. 

Di queste rivalità doverono i Giudei ben poco inte¬ 
ressarsi. D’ altronde, chiunque fosse il vincitore, sape¬ 
vano che avrebbero dovuto corrispondere ugualmente 
un tributo ai Seleucidi o a’ Tolomei. Ma presto si accor¬ 
sero che la loro naturale simpatia per 1’ Egitto non era 
oggi delusa. Forse la prima volta nella storia speri¬ 
menti vano ora di aver nei successori de’ faraoni, piut¬ 
tosto che tiranni politici, protettori lienevoli della loro 
civile integrità, e promotori della prosperità nazionale. 


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Ter amore o per forza i Tolomei avevano trasferito 
gran numero di Giudei nel Delta niliaco, special- 
mente in un vasto quartiere d’ Alessandria. E aggre¬ 
gando così lo stato giudaico alle sorti del giovane e 
un po’ malfermo impero, avevano concessa in contrac¬ 
cambio a Gerusalemme piena autonomia di regime re¬ 
ligioso e cittadino, ed aperte ai Giudei le ricchezze 
del nuovo mondo ellenico. D’ altro lato 1’ esplicita ri¬ 
nunzia alla vita politica, fatta dal giudaismo, natu¬ 
ralmente volgeva per le vie della pace e del commercio 
quelle energie che un tempo erano quasi sempre state 
motivo di guerra. 

Questi fanatici, che le devastazioni assire e caldee 
non erano riuscite a domare, si fecero ora distinguere 
per la loro mitezza e devozione. Furono adoperati lar¬ 
gamente nell’ amministrazione dell’ Egitto, e vennero 
loro affidati gli appalti delle gabelle. I più audaci ed 
avidi gittaronsi in imprese bancarie, entrarono in pos¬ 
sesso di capitali immensi ; ed invitati a corte ebbero 
i dolci sorrisi delle superbe regine dei Tolomei. I do¬ 
tati d’ingegno letterario si dedicarono agiatamente 
agli studi, presero a gareggiare con le celebrità greche 
che la munificenza tolomea chiamava dalla Grecia in 
Alessandria, centro intellettuale del mondo. Dovun¬ 
que i Giudei si mescolarono ai Greci, vissero con i 
Greci, accordarono i loro interessi con quelli dei Greci. 
Dimenticarono in una o due generazioni il parlare 
aramaico, capirono sempre meno 1’ ebraico. Parlarono 
greco, e vollero scrivere in greco. Tradussero in greco 
per uso della lettura nelle sinagoghe le sacre Scritture 
nazionali, a cominciare dalla legge, e rivelarono ai 
Greci i tesori della loro sapienza; presero insomma 
aspetto di popolo greco (8). 


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La improvvisa rinascita della vita nazionale insu¬ 
perbì i Giudei, abituati ad essere conosciuti in Oriente 
come un popolo destinato a rifornire i mercati di 
schiavitù. Nella ingenua credenza di possedere soli la 
verità rivelata, obbligati d’ altronde ad ammirare la 
superiorità degli Elleni nella cultura e nella civiltà del 
mondo orientale, s’ atteggiarono ora a patroni e mae¬ 
stri della greca sapienza. I punti di contatto della legge 
giudaica e del pensiero greco erano assai numerosi, 
e i Giudei si stupirono di ritrovare nella letteratura 
occidentale, espressi in un linguaggio insuperabile 
per armonia ed intima virtù d ? idee, quei principii 
sull’ unità di Dio, sulla sua provvidenza, sulle ragioni 
supreme della vita morale, che Israele credeva inac¬ 
cessibili alla umana intelligenza e rivelati a lui solo 
fino dai tempi di Mosè. In che rapporto di origine 
stavano fra di loro siffatte armonie fra la legge è la fi¬ 
losofia, tra i sette savi e Mosè? Fra i Giudei non poteva 
esservi dubbio che la legge mosaica non fosse la ispira¬ 
trice prima dei più puri ideali della sapienza greca. 
E poiché la tradizione ellenica non serbava la menoma 
traccia di una dipendenza filosofica dei Greci da Mosè, 
i nuovi scrittori giudaici dell’ ellenismo non tardarono 
a comporre scritti anonimi, attribuiti a antichi autori 
greci, che confessavano appunto dovere alla legge di 
Mosè il segreto della loro sapienza (9). 

Tanto fervore interno del giudaismo ellenistico 
mostra ch£ vi dovevano essere Greci, specialmente di 
poca cultura, disposti a credervi, e a trovare nella fede 
giudaica la soddisfazione di intime aspirazioni del- 
V animo che non avevano sfogo nel politeismo. Ma i 
Giudei medesimi intanto, mentre così facevano, a ra¬ 
gione od a torto, per vanità o convinzione, propaganda 


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religiosa fra i Greci, andavano subendo una crisi pro¬ 
fonda di coscienza. Di là dal luttuoso pessimismo in 
cui li aveva gettati la tradizione profetica, di là dalla 
oppressione della legge per un troppo lontano ideale, 
lo spirito ellenico in essi rinnovava la fede nell’ uma¬ 
nità, creava nell'anima loro un altro ideale, non più 
di rinunzie e di schiavitù, bensì di accettazione ilare 
ed alacre del mondo presente. Non il solo costume 
esteriore, ma la stessa religione giudaica andavasi el¬ 
lenizzando. 

Circa un secolo dopo la invasione di Alessandro, 
1’ ellenismo diffuso per le coste del Mediterraneo e nelle 
prime città dell’Asia anteriore, era già largamente 
penetrato in Gerusalemme. Un profondo rinnovamento 
operava si nelle coscienze, dovuto non soltanto all’ in¬ 
fluenza dell’ ellenismo alessandrino, ma anche della 
prossima Antiochia, che a gara, con Alessandria andava 
intorno a sé accentrando la vita di tutto il rnoudo ci¬ 
vile. Gl’ intimi rapporti che i Giudei, da vicende di 
guerra o da lucrose attrattive dispersi in Egitto o nel¬ 
l’Asia, mantenevano con la madre patria, avevano cam¬ 
biato affatto la situazione nella città santa. Il concetto 
profetico rappresentato dalla legge, che la salvezza e la 
prosperità del popolo eletto coincidesse con lo ster¬ 
minio di tutte le genti, andava ora di contro alla nuova 
esperienza dei fatti cedendo il passo a idee pili pratiche 
e saue : che, cioè, si dovesse conseguire nella vita pre¬ 
sente, per impulso di umana attività, la grandezza na¬ 
zionale. La gloria d’Israele consisteva non già in iso¬ 
larsi dal mondo, ma nel mescolarsi alle genti, fonden¬ 
dosi nell’ armonia della civiltà greca e partecipando 
così ai destini del popolo greco. 

Tali doverono essere le idee ferventi già in seno al- 


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127 — 


1’ aristocrazia sacerdotale, allorché, decimando il terzo 
secolo, il seleucida Antioco III riusciva con fortuna 
ed energia a risollevare le sorti del regno cadente, dopo 
le reiterate spedizioni di Tolomeo IV Filopatore. È da 
credere che i Seleucidi già da tempo facessero opera 
di penetrazione politica fra le genti di Palestina, e par¬ 
ticolarmente in Giudea. Fatto sta che alla morte di To¬ 
meo Filopatore, mostratosi a quanto sembra esigente 
e crudele coi Giudei, un partito politico avverso all’E¬ 
gitto e propenso all’ unione col regno seleucida si ma¬ 
nifestò subito in Gerusalemme : e rese perciò facile ad 
Antioco, rotto l’esercito dei Tolomei alle fonti del 
Giordano, di cacciare da Gerusalemme la guarnigione 
egiziana chiusa nella fortezza di Akra, adiacente alla 
collina del tempio, e sostituirla con una guarnigione 
siriaca (a. 198). 

Fu un momento decisivo nei destini del giudaismo. 
La penetrazione ellenistica aveva ormai maturato nelle 
classi più colte ben altra idea del mondo da quella 
ond’ebbe origine la legge. La vita gioconda dei Greci, 
la loro nobile filosofia, V amabile scetticismo e la ten¬ 
denza eclettica in materia di religione, aveva in molti 
Giudei formata una coscienza diversa dall’ antica. Se 
nella borghesia erano ancora in gran numero coloro che 
avvezzi alla legge, espressione dell’ orgoglio nazionale, 
non vedevano più in là del ristretto orizzonte giudaico ; 
nella classe sacerdotale e nella nuova aristocrazia della 
finanza e del commercio erano invece moltissimi coloro 
che volevano un rinnovamento nazionale a norma dei 
tempi cambiati e delle esigenze civili. I medesimi Figli 
di Sadok, che tenevano la dignità del gran sacerdozio, 
sostenevano apertamente, dirigevano anzi il movimento 
di giorno in giorno più forte del partito ellenista. 


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— 128 — 

La religione di Jahvé andava trasformandosi, come 
negli altri stati dell’ Oriente mediterraneo, in un culto 
ellenistico. Trasfigurata dal pensiero greco, pur mante¬ 
nendo carattere monoteistico, avrebbe assunto riti e 
dottrine diverse da quelle dei padri. Avrebbe aperto 
il tempio, la città, la Giudea, alla vita e alle belle arti 
dei Greci. Il giudaismo ortodosso, con la sua vecchia 
legge, si sarebbe ridotto ad una setta, accentrandosi in¬ 
torno a un nuovo tempio, ma destinata a soccombere. 
Che cosa mancò dunque perché ciò non si avverasse, e 
fossero cambiate le sorti della storia? La tolleranza dei 
sommi poteri politici. Nella vana speranza del suo dio 
il giudaismo, fondato sopra una legge che i tempi mo¬ 
stravano priva di scopo, si esauriva in un sogno, dal 
quale in breve secolo di libera fede sarebbesi destato 
ugualmente per rinnovarsi o morire. La protezione be¬ 
nevola dei Toiomei lo aveva grandemente indebolito. 
Al giudaismo era necessaria la persecuzione per riacqui¬ 
stare nuovi motivi di vita. Qualunque fosse V esito 
della lotta, morendo sarebbe scomparso con una spe¬ 
ranza inadempiuta, o vincendo resusciterebbe con la 
sua fede. Antioco IV Epifane salvò, perseguitandolo, 
il giudaismo. 

7. La persecuzione ellenista. 

Antioco è forse il principe più caratteristico delPel- 
lenismo asiatico. Egli è V uomo delle contradizioni e 
degli eccessivi ideali. Parve ai contemporanei volta a 
volta un pazzo od un genio. Antioco è soprattutto un 
promotore entusiasta della civiltà greca .nell’Asia. El¬ 
lenizzare il mondo è più che una politica per lui ; è 
la sua religione. E di questa religione su la terra An- 


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- 129 — 


tioeo è il dio, come lo dice pure il divino cognome di 
Epifane. La celeste divinità di Antioco, educato alla 
greca, è naturalmente una sola: Zeus Olimpico. Di 
Zeus egli è nel mondo il vicario e rappresentante, quasi 
T incarnazione. Nell’ intimo dell* anima Antioco in¬ 
somma è un despota, in cui ribollono oggi le sublimi 
pretese dei dominatori orientali. Egli è un dio, così 
vuole affermarsi nel cospetto dei popoli. Sogua di rin¬ 
novare con la conquista egiziana P impero del mondo, 
e di estendere sopra le genti il regno della sua divinità 
e imporre col suo dio a tutto P Oriente il culto di sé. 
Un conquistatore egiziano o babilonese non avrebbe, 
secoli prima, pensato altrimenti, quando il regno di 
Giuda adorò gli dei delPAssiria. Ma PAsia non era più 
quella, né più lo stesso popolo di Giuda (10). 

Antioco IV, il cui precipuo fine era P occupazione 
delP Egitto, largheggiò d’ ogni sorta di favori con gli 
ellenisti di Gerusalemme, quanto invece fu severo con 
la parte conservatrice che preferiva alla sua la domina¬ 
zione egiziana. Il partito ellenista fu docile istrumento 
nelle mani del re, e si dette alacremente a lavorare per 
la riforma greca del giudaismo. Erane a capo un fra¬ 
tello di Onia gran sacerdote, di nome Gesù, ma che 
grecamente facevasi chiamare Giasone. Questi brigò 
talmente da ottenere, mediante una gran somma di 
denaro, che Antioco destituisse dall’ alta carica Onia, 
per farsi quindi eleggere in vece di lui. Divenuto così 
Gran Sacerdote (a. 173), Giasone fece di tutto per ri¬ 
durre Gerusalemme a città greca, sul tipo di Antiochia 
che il re sontuosamente abbelliva. Egli fece costruire 
un ginnasio e una palestra, per P educazione ginnica 
e militare dei giovani alla maniera greca. E per la pri¬ 
ma volta, con grandissimo scandalo dei conservatori, 

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si videro i Giudei circoncisi, nudi alla guisa ellenica, 
eseguire i marziali esereizii, e i sacerdoti medesimi ap¬ 
passionarsi ai ludi, trascurando perfino la liturgia del 
tempio. 

Un tale stato di cose era impossibile in Gerusalem¬ 
me, senza destare nella parte avversa vivaci contrasti. 
Antioco, incapace di comprendere quanto vi fosse, in 
simili tumultuose proteste, di estranio alla politica e 
avente ragion d’essere esclusivamente in principi di 
coscienza religiosa, non vide nelle molte riluttanze ad 
accettare P ellenismo, che resistenza barbarica ad una 
civiltà superiore, o peggio una manovra di avversari 
per favorire a suo danno la politica egiziana. E s’in¬ 
furiò, e trascese a invasioni a mano armata, a sac¬ 
cheggi crudeli od inutili contro Gerusalemme ed il 
tempio, intanto che passava e ripassava dalla Giudea 
per P Egitto. Finalmente decise (a. 168) di mettere la 
scure alla radice. La Giudea stabilmente riunita al- 
P impero seleucida, per forza aveva da essere elleniz¬ 
zata. Furono abbattute le mura di Gerusalemme. Fu 
rinforzata la fortezza d’Akra, e munita di una piò po¬ 
tente guarnigione siriaca. La religione giudea fu quindi 
innanzi abolita. Sconsacrato il tempio di Sion, fu de¬ 
dicato a Zeus Olimpico, e la statua colossale del dio 
inalzata sul fondo delP altare dei sacrifizi. Pena la 
morte, fu poi vietata la celebrazione del sabato e delle 
altre feste giudaiche, vietato circoncidere i propri figli, 
vietato di serbare i volumi della legge. In tutte le città 
della Giudea si elevarono altari al dio d’Antioco, ed i 
Giudei doverono sacrificare alla sua divinità. 

Un così radicale cambiamento, che veniva ben più 
che a trasformare il culto di un popolo, a distruggerne 
fin la coscienza, ad annientare un millennio di vita ci- 


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vile, non potè essere posto in esecuzione, senza molte 
violenze e nequizie. L ? alta aristocrazia sacerdotale, 
che doveva avere con sé larga parte di popolo minuto, 
cedette e consentì al rinnovamento del culto. Jahvé, in 
fondo, non era più di Zeus, un dio valeva l’altro, nella 
concezione idealistica diffusa dalla scettica filosofìa 
greca. Molte famiglie sacerdotali, però, di grado infe¬ 
riore, insieme a molti laici scrupolosi, fuggirono e si 
nascosero qua e là tra i dirupi del mar Morto, od anche 
si lasciarono sgozzare senza resistere, quando vennero 
assaliti di sabato, in cui P uso delle armi era proibito. 
Per qualche tempo allora Gerusalemme prese P aspetto 
di città greca. La volontà di Antioco pareva avesse 
vinto. 

Un tentativo di rivoluzione non poteva mancare. In 
Modein, città minuscola del territorio giudaico, mentre 
in presenza d’ un ufficiale d’Antioco i Giudei vengono 
a compiere i nuovi riti del culto, il vecchio sacerdote 
Matatia PAsmoneo, non potendo più reggere, scagliasi, 
la spada in mano, contro il Giudeo che sacrifica al dio 
straniero e lo uccide col funzionario assistente. Cinque 
figli circondano l’audace, gli prestano man forte. Fugge 
con essi il vecchio insanguinato, e con pochi seguaci 
risoluti gettasi alla campagna. È creato un centro, un 
rifugio per tutti coloro, e son molti, che si sentono 
pronti a morire per la legge e P idea nazionale. Si di¬ 
scute e si ammette il principio che si possa far uso delle 
armi, benché solo a legittima difesa, in giorno di sa¬ 
bato. La rivolta è iniziata. La religione di Jahvé, abo¬ 
lita in Gerusalemme, viene ristabilita nella città di 
Masfa, non lontana da Betel, che frattanto è in mano 
ai ribelli (a. 167). 

Un buon numero di malcontenti, chi per entusiasmo 


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religioso chi per voglia di preda, si unirono ben tosto 
ai segnaci di Matatia l’Asmoneo, e si organizzarono in 
bande armate. Bisognava soprattutto aver libere le 
spalle per isfuggire ad ogni inseguimento di milizie si¬ 
riache, passando lestamente il Giordano. Da prima i 
masnadieri limitaronsi a correre per il paese, abbat¬ 
tendo qua e là nei capoluoghi gli altari di Zeus, ria¬ 
nimando e chiamando alla riscossa i Giudei rimasti 
fedeli, e trucidando inesorabilmente i colpevoli d’ apo 
stasia, di connivenza verso il nuovo culto. Divennero 
il terrore degli abitanti, e arrestarono subito il pas¬ 
saggio alla nuova religione. Chi si fosse compromesso 
menomamente, sapeva che ineluttabile sentenza di 
morte pendeva su lui. I Siri non disponevano di troppe 
milizie, per poter dare la caccia efficacemente ai ri¬ 
belli. Venuto a morte il vecchio Matatia (a. 166) gli 
successe nel comando militare il figlio Giuda il Mac¬ 
cabeo, che tentò disciplinare le sue poche migliaia, con 
le quali prima o poi si sarebbe dovuto misurare contro 
i Siri. 

La rivolta si estendeva, facevasi minacciosa. Giuda 
vincente già in qualche scontro, attraeva gli sguardi 
e le speranze, piò o meno, dei Giudei rimasti fedeli. 
Antioco obbligato ad imprendere una pericolosa spe¬ 
dizione contro i Parti, ai confini della Mesopotamia, 
incaricò il generale Lisia, con poche forze, di andare 
contro Giuda. Ma questi si era fatta una piccola ar¬ 
mata di forti guerrieri, aveva V esperienza, duramente 
acquistata, della guerra in due anni di vita brigante¬ 
sca; in più battaglie riuscì a sconfiggere prima i luo¬ 
gotenenti di Lisia, poi Lisia medesimo. Così gli rimase 
via libera per rioccupare fino Gerusalemme, pur senza 
poter espugnare la cittadella delPAkra. I Giudei ri- 


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presero intanto (a. 165) possesso del tempio, e, forti¬ 
ficatolo contro qualsiasi tentativo di invasione dei Siri 
accasermati nell’ Akra, vi abbatterono la statua di 
Zeus, tolsero via i segni del culto ellenista ; con sacer¬ 
doti fedeli vi rinnovarono solennemente il culto di 
Jahvé. L’ interruzione era durata tre anni precisi (11). 

8. Il profeta del libro di Daniele. 

Le gravi crisi che avevano più volte minacciato di 
annientare la coscienza e la stirpe d’Israele, mani¬ 
festarono sempre Y opera attiva nel suo più intimo 
seno di un nucleo vivo, astratto nel mondo delle idee, 
a mantenervi il fermento della perenne immortalità: 
sognatori che non si lasciavano scoraggiare da alcuna 
vicenda, la cui fede era più salda di qualsivoglia offesa 
della storia ; uomini di poca cultura, ma che si davano 
a scrivere quando non si poteva parlare. Questo gruppo 
di ostinati idealisti ci apparisce al tempo di Giuda in 
un’ associazione di « devoti » organizzata evidente¬ 
mente per far argine al dilagare del pericolo greco. 
Essi sono i più accaniti avversari del partito elleni¬ 
stico, ma forse anche i più deboli. 

Lo combattono con la preghiera, non con le armi. 
Molti di loro, fuggiti dall’ irrompere della furia di An¬ 
tioco, non hanno osato affrontare serenamente la morte, 
e rifugiati qua e là tra le impervie montagne di Giudea, 
si sono uniti a Giuda, dopo le sue vittorie. Ma i più 
esaltati nella loro fede sono rimasti inerti a meditare, 
a pregare nei loro nascondigli, a notare su rozzi volumi 
la piena delle immagini effuse dallo spirito nelP anima, 
perduta in seno alla divinità (12). 

Sono essi i nuovi « profeti », che appariscono in 


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Israele nell’ ora del pericolo a ravvivare una speranza 
eterna, quando più sembrerebbe svanire. Non sono più 
profeti all’ antica maniera, quando la profezia era prò- 
clamazione di verità non comprese dal sacerdozio e dal 
popolo. Ora la verità è posseduta, la legge rende inutile 
od impossibile il raggiungere nel giudaismo verità su¬ 
periori. La « profezia » non è che una conferma delle 
promesse fatte dai profeti e dalla legge sancite, rap¬ 
presentata in forma di visioni, « rivelazioni » o « apo¬ 
calissi » come grecamente si dice ; con esse la divinità 
fa conoscere al genere umano i misteri dellia sua 
provvidenza e i fatti destinati ad avverarsi, quando 
1’ era annunziata dai profeti a compimento della legge 
avrà finalmente principio. Sono scrittori anonimi che, 
invece di parlare in proprio nome, preferiscono attri¬ 
buire a questo o a quel celebre antico savio o profeta 
le loro fantasiose « rivelazioni », credute poi dal popolo 
agevolmente di origine antica. 

Uno di loro descrive la figura leggendaria di Da¬ 
niele, deportato in Babilonia alla corte di Nabucodo- 
nosor, là diventato famoso come interprete di sogni a 
confronto con i sacerdoti caldei, e favorito da Dio di 
visioni rivelatrici del futuro. Di mezzo all’ oceano in 
tempesta, emergono e s’inalzano una dopo l’altra 
quattro belve, una leonessa con le ali d’aquila, un 
orso, una pantera, e una quarta indefinibile, terribi¬ 
lissima come un mostro chimerico. Son quattro imperi, 
assiro babilonese, medo, persiano e greco seleucida. La 
quarta bestia ha dieci corna, altrettanti re, e un corno 
occhiuto, Antioco, che dice bestemmie, perseguita gli 
eletti, ne abbatte la religione. Ma ecco è giunta 1’ ora 
del giudizio divino. Un vegliardo, Iddio, circondato di 
luce fiammante e da miriadi di angeli, sedeva in tro- 


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uo. Fu aperto II libro celeste, dove è segnato il destino 
di tutti gli umani. La sentenza divina è pronunciata 
sopra la bestia quarta, uccisa, gettata nel fuoco. 

« Ed ec co, come un Uomo su le nubi del cielo ascen¬ 
deva, e pervenne al vegliardo, e gli fu portato dinanzi. 
E fu data a lui la potenza, la gloria e V imperio, che 
tutti i popoli e le nazioni e i linguaggi fossero a lui sot¬ 
tomessi. La sua potenza è eterna, non passerà mai, 
e il suo imperio non sarà abbattuto » (13). 

Quando avverrà il gran rinnovamento ? L’angelo 
Gabriele insegna a Daniele, che i settanta anni asse¬ 
gnati nella profezia di Geremia, per esprimere appunto 
la durata dell’ attesa profetica e stabilire il termine 
d’arrivo del giudizio finale, sono da intendere quali 
settimane di anni. Iniziate nel tempo fissato dal libro 
di Geremia, hanno appunto il lor compimento nella 
presente età del regno di Antioco. Dalla profanazione 
del tempio, diventato « abominio di desolazione », al 
momento della apparizione di Dio e della fine del 
mondo, hanno precisamente da decorrere tre anni e 
mezzo, oppure, secondo un altro computo, millecento- 
cinquanta giorni. 

« In quel tempo si leverà Michele, il grande arcan¬ 
gelo che protegge il tuo popolo, e vi sarà angoscia come 
non vi fu mai dacché vi sono nazioni. E in quel tempo 
saranno salvati del tuo popolo tutti coloro che si tro¬ 
veranno scritti nel libro. E molti di coloro che dor¬ 
mono nella polvere della terra si ridesteranno, gli uni 
a vita eterna, gli altri per onta ed ignominia eterna. 
E i savi rifulgeranno come lo splendore del cielo, e 
coloro che hanno convertito le turbe alla giustizia come 
stelle nell’ eternità » (14). 

L’avvento del giudizio di Dio in favore degli eletti è 


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la creazione di un mondo, cbe un abisso di esistenza se* 
para da quello presente. Dove sono i guerrieri di Giuda, 
che han giurato di immolarsi per la salvezza della pa¬ 
tria? Non sono dunque essi gli esecutori della giusti¬ 
zia divina? Non li reputa degni di tanto il profeta ! 
essi non sono per lui che un « piccolo aiuto », un segno 
trascurabile dei tempi! La salvezza e la gloria d’Israele 
è nelle mani di Dio, opera solo di lui. Il solitario e 
tetro sognatore guarda con indifferenza, quasi direi 
con disprezzo, alle piccole prove faticose delle milizie 
di Giuda. Eppure in mano a Giuda era il destino delia 
patria (15). 

Un grave fatto, onde corse notizia in Giudea, e vi 
allude anche V autore dei libro di Daniele, era avvenuto 
nel frattempo. Antioco era morto nella guerra coi 
Parti, lasciando la corona in difficili condizioni al tiglio 
Antioco, un fanciullo. Giuda stringeva d’assedio la 
guarnigione siriaca, che non avrebbe potuto mante¬ 
nersi a lungo. Lisia con grandi forze si affrettò dalla 
Siria in compagnia del giovane Antioco Y. Giuda con 
le scarse milizie dovè scontrarsi con lui non lungi da 
Betleem, e scampò a una terribile disfatta fuggendo 
per le montagne con gli avanzi del piccolo esercito. 
Così Lisia potè ricongiungersi alla guarnigione del- 
l’Akru, e assediò la collina del tempio ch’era in mano 
ai ribelli. 

I rinchiusi trovaronsi ora nella peggiore situazione. 
Lisia dal canto suo non aveva tempo da perdere : in 
Siria Filippo, nominato dall’ Epifane morente tutore 
del nuovo re, dimostrava pretendere al trono, a cui 
Lisia pure aspirava. Allora parve a tutti, ora che An¬ 
tioco era morto, e V idea di ellenizzare il giudaismo 
perita con lui, la inanità della guerra. Lisia offrì, con- 


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cesse la pace (a. 163), sul principio di libertà religiosa, 
d’autonomia civile, come durante il regno di An¬ 
tioco III. I Giudei si mostrarono arrendevoli, anche 
gli intransigenti « devoti », pronti a cedere alla Siria la 
città e tornare in sua dipendenza. Fu conclusa la pace. 
Menelao, Gran Sacerdote in carica, Menelao, ellenista 
senza scrupoli, che aveva tolto V alta dignità a Gesù 
Giasone col tradimento, fu deposto, e qual pessimo 
consigliere dell’ Epifane dannato a morte. In luogo 
suo il re creò Gran Sacerdote un ellenista moderato, 
Eliakim Alcimo, che parve a tutti gradito, e sulla cui 
degnità non potevano sorgere dubbi. La guerra per 
T idea era finita ; incominciava quella per un fine po¬ 
litico. 


9. La gesta maccabea. 

Giuda che non poteva rimanere contento di una 
pace conclusa senza lui, rifiutò di obbedire al trattato, 
e rimase in istato di guerra. Egli avrebbe seguitato a 
combattere fino a che non avesse ottenuta la libertà 
della patria. Fra i cittadini di Gerusalemme si riforma¬ 
rono tosto gli avversi partiti, i promotori dell’ellenismo 
contro i fanatici della legge, e tornarono a dilaniarsi. 
Alcimo, costretto ad appoggiarsi al partito ellenista, 
venne a trovarsi subito in situazione difficile, e si dovè 
rivolgere al re Demetrio I, che una rivoluzione improv¬ 
visa aveva portato sul trono dei Seleucidi. Occorreva 
tornare ad abbattere la risorta potenza di Giuda. Il 
generale Nicànore con piccola armata gli andò contro 
(a. 161) ma venuti a battaglia rimase sconfitto ed uc¬ 
ciso. Giuda trionfò ; la Giudea si esaltò d’ entusiasmo 
per lui. Bisognava riparare al pericolo di una nuova 


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insurrezione giudaica energicamente. Con forte eser¬ 
cito Bacchide, governatore della Palestina, tornò ad as¬ 
salire il Maccabeo. Nei pressi di Bethoron fu data la 
fatale battaglia. Prese da scoraggiamento le milizie 
di Giuda si sbandarono, e P immortale eroe con poche 
centinaia di valorosi, votalo alla morte, si gettò contro 
i Siri, ne sfondò P ala destra, fu avvolto dalla sinistra, 
vi rimase inviluppato e schiacciato (a. 160). Il cadavere 
fu trasportato a Modein là dove, anni prima, suo padre 
iniziò la rivolta, e dove più tardi gli fu dal fratello 
Simone inalzato un monumento di gloria (16). 

Suo fratello Gionata raccolse i fuggiaschi e pro¬ 
segui la guerra. Ma la lotta in realtà era finita. Bac¬ 
chide riordinava il paese, distribuiva qua e là guarni¬ 
gioni siriache, sopprimeva dovunque i partigiani di 
Gionata. Ciò parve, prevalendo il partito ellenista, 
restituire alla lotta carattere religioso. Dal canto suo 
Alciino, con ardite riforme, cercava togliere il giudai¬ 
smo dall’ isolamento in cui la legge avevalo ridotto. Nei 
cortili del tempio fece abbattere il muro di cinta desti 
nato a separare e tener fuori i gentili dai Giudei. Nel 
frattempo morì (a. 159). Gionata intanto e Simone 
con una banda d* armati si trincerarono in Tecoa, nei 
pressi del mar Morto, fino dai tempi di David rifugio 
inaccessibile dei masnadieri di Giuda. Di religioso la 
guerra non aveva che il nome o il ricordo. Le incur¬ 
sioni di Gionata erano ormai razzie di gente bandita 
dal consorzio civile, ai quali un altro genere di vita non 
era più possibile. Tale stato di cose continuò per anni, 
finché Bacchide a cui non riuscì di impossessarsi di 
Gionata con una sortita improvvisa, venne a patti con 
lui, gli dette pace, amnistia, diritto di battere indi- 
sturbato la campagna. Gionata si stabilì non lungi 


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da Betel, in atteggiamento sovrano; pacificò il terri¬ 
torio, vi passò per le armi i partigiani dell* ellenismo. 

Le vittorie di Giuda e V accanita resistenza di Gio- 
nata fruttificarono. Il regno seleucida si agitava fra 
due pretendenti, Demetrio I ed Alessandro Baia. Que¬ 
sto e quello voleva amico Gionata col suo piccolo eser¬ 
cito. Demetrio gli concesse di trasferir la sede a Geru¬ 
salemme, dove fortificò nuovamente la collina del tem¬ 
pio. Ma Alessandro Baia lo trasse dalla sua parte, d’un 
tratto nominandolo, dopo V interregno di Alcimo, Gran 
Sacerdote, e donandogli porpora e corona (a. 153). Così 
figurò regalmente alle nozze di Baia con la figlia del re 
dell’ Egitto, in Tolemaide, dov’ egli vittorioso celebrò 
la vittoria sopra Demetrio. Raggiunta la sovranità, 
Gionata fece di tutto per consolidarla, abilmente de¬ 
streggiandosi fra le debolezze e i bisogni dei conten¬ 
denti siro-greci ; finché tratto, anni dopo, in inganno 
da un cortigiano di Antioco VI, figlio di Baia, si la¬ 
sciò chiudere in Tolemaide, e perì assassinato (a. 142). 

Simone fratello prese il comando in vece sua, e ne 
compì V impresa. Riedificò le mura e i fortilizi di Ge¬ 
rusalemme. Prese il porto di Joppe e qualche altra 
città non giudea, ne cacciò gli abitanti e le dette ad 
abitare a Giudei. Dopo lungo e difficile assedio, espu 
gnò la cittadella delPAkra, e mise fine al dominio se¬ 
leucida in Giudea. Il debole Demetrio II, figlio del 
primo, a sua volta segnò V abdicazione, concludendo 
un trattato di pace ed esenzione dal tributo, con cui 
nella sostanza, se non nella forma, riconobbe la piena 
indipendenza del giudaismo. Un plebiscito del popolo, 
spontaneo che fosse o provocato, decretò il gran sacer¬ 
dozio ereditario nella famiglia di Simone Asmoneo. De¬ 
cadde perciò stesso da ogni diritto la discendenza sto- 


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rica dei Sadokidi, di cui V ultimo, Onia, già dal tempo 
dell’ Epifane immigrato in Egitto, aveva eretto nella 
città di Leontopoli un nuovo tempio a Jahvé. Principe 
temporale e spirituale, nel giudaismo per la prima 
volta Simone batteva moneta. Un èra nuova giudaica 
nel 142 s’ iniziava, accanto a quella greca seleucida. 
Inni di gloria esaltavano il trionfo delP Unto di 
Dio (17). 


NOTE. 

(1) Il nome di Manasse, genero di Sanballat, primo Gran Sa¬ 
cerdote dei Samaritani, è dato da Giuseppe Flavio (Antiq. XI, 
1, 2; Vili, 2 sgg.), ma, per errore, situato nell’età di Alessandro. 
I Samaritani accettarono come sacra Scrittura nazionale i soli 
cinque libri di Mosè, contenenti la legge, che in quei decennii 
ebbero redazione definitiva (Pentateuco). Rifiutarono gli altri libri 
profetici e storici, che allora non avevano carattere sacro, ed erano 
a ogui modo favorevoli troppo al giudaismo. 

(2) A. Bertholet, Diejudische Religion von der Zeit Ezras bis 
zum Zeitalter Christi (Bibliche Theologie dee Alton Testamento. II: 
Tiibingeu 1911), pp. 9-73. 

(3) È l’epoca di origine dei due libri così detti delle Cronaohe 
o Paralipomeni , nonché della redazione ultima dei libri mosaici : 
Bertholet, op. cit. pp. 73-83; Budde, Althebràieche Litteratur , 
pp. 183-239. 

(4) H. Schmidt, Veieres Philosophi quomodo iudicaverint de pre¬ 
dóne (Giessen 1907), pp. 2-4. 

(5) Jackson, Zoroaster , p. 231 : Platone, narra un antico ano¬ 
nimo, dopo essere stato in Egitto, èk&cov slg $oivlxrjv nsQihvxzv 
èxeìoe ITegoaTg xai e/Àa&e nag* avxotg xtjv Zcogoàoxgov naiòeiav. 

(6) P. Wendland, Die helleni8tisch-rdmische Kultur, pp. 1-11. 

(7) Bertholet, op. cit. pp. 144-149. 

(8) È una mera leggenda, che la versione alessandrina della 
Bibbia sia dovuta all’iniziativa di Tolomeo Filadelfo, e fosse com¬ 
piuta per opera di Settanta interpreti. 

(9) La pih celebre ed importante di queste falsificazioni giudeo- 
elleniste è contenuta nei libri dei così detti « Oracoli delle Sibille », 


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— 141 


celebri nell 7 antichità cristiana. Su tutta la letteratura giudaico- 
alessandrina, ved. E. SchDrrr, Getchichte des jiidischen Volkes im 
Zeitalter Jeeu Christi (Leipzig 1886), II, pp. 694 sgg. e special- 
mente pp. 789 sgg. 

(10) Di Antioco IV parla il contemporaneo Polibio nella Storia 
GeneraUy XXVI, 10; SchUrer, op. cit. I, pp. 147 sgg. 

(11) In memoria di questo avvenimento fu istituita la festa 
della « consacrazione » del tempio, ebr. nsun •> che durava otto 
giorni a principiare dal 25 di Kislev (dicembre); detta nel Nuovo 
Testamento xà èyxalvia ( Giovanni , X, 22). 

(12) I « devoti » erano detti a quel tempo ebraicamente 
DH’pn grecamente ’AoiSaìot : Schùrer, op. cit. I, pp. 147 sgg. 

(13 ) Daniele VII, pp. 13 sgg. in lingua aramaica. Alcuni tratti 
de 7 libri di Daniele e di Ezra, invece che in ebraico, ci sono per¬ 
venuti, non si sa bene come, in aramaico. Per « uomo » è ado¬ 
perata la espressione semitica ovvia di « figlio d 7 uomo ». 

Ecco la frase intera : T *' * 

wn nn« trjs -o? sw n» 

« Ed ecco, con le nubi del cielo, come un figlio d J nomo prove¬ 
niente era (dal mare) ». 

(14) Daniele , XII, 1-3 in ebraico. Il BertholEt, op. cit. 
pp. 221 sgg. identifica, nel pensiero del libro di Daniele, il « figlio 
dell'uomo » con Michele arcangelo, in quanto dotato di umana, 
non ferina, sembianza; ipotesi indimostrabile. — Il vaticinio 
delle 70 settimane ( Daniele , IX, 25-27) è oscurissimo, e guasto 
nella dicitura del testo ebraico ; non ha nulla che vedere con la 
venuta del Cristo nel mondo, come lo intendono arbitrariamente 
i teologi cattolici. Prende come punto di partenza i vaticinii di 
Geremia (XXV, 11 sgg., anno 604 ; XXIX, 10, anno 596) relativi 
ai settantanni (numero tondo) della captività babilonese, e, re¬ 
putandoli pronunziati al principio della captività (a. 586), com- 
puta la durata dell'esilio in sette settimane di anni (fino al Gran 
Sacerdote « unto » Josua a. 538). Da questa data poi alla uccisione 
violenta del « Cristo », cioè dell 7 « unto » di Dio (allude al Gran Sa¬ 
cerdote OnialII, perito nel 171 durante la persecuzione dell'Epifane) 
computa 62 settimane di anni, cioè 434 anni. In realtà interce¬ 
dettero fra i due termini 367 anni; ma questi errori di cronologia 
sono ben perdonabili a un profeta. Dorante l'ultima settimana, 


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— 142 — 


dal 171 al 164, si hanno guerre e desolazione per mezza setti¬ 
mana, dal 171 al 168, e la cessazione del culto tradizionale nel 
tempio per altra mezza settimana, dal 168 al 164, a cui segui¬ 
rebbe l'avvento del giudizio di Dio e della line del mondo. Ecco 
una possibile traduzione od interpretazione : « Settanta setti¬ 
mane son deli ni te per il tuo popolo e per la santa città, perché 
abbia un termine l'iniquità, si compia la misura dei peccati, siano 
espiate le colpe, addotta eterna giustizia, sigillate le rivelazioni 
profetiche, e consacrato il santuario. Sappi e intendi: Dal punto 
della parola pronunziata, che si riedifichi Gerusalemme, fino a nn 
principe, a un « unto », corrono sette settimane. Poi, per sessan- 
tadue settimane, strade e piazze saranno edificate, in tempi d'an- 
gnstia. E dopo sessantadue settimane, un « unto » sarà tolto via.... 
e la città e il santuario saranno desolati da un principe.... e sino 
al termine guerra, angoscia, desolazione. E vien meno per molti 
l'alleanza (la religione di Jahvé) per una settimana ; e durante la 
(seconda) mezza settimana cessa olocausto ed offerta.... ». Il libro 
di Daniele dovette esser composto nell'anno 165. 

(15) Daniele , XI, 33 sgg. « I savi del popolo (come l'autore 
del libro) ammaestreranno molti, e per molti dì periranno di spada 
o per le fiamme, nel carcere o nel saccheggio. E nel tempo del 
loro venir meno, otterranno la salute di un piccolo aiuto; ma si 
aggiungeranno loro molti (fra i soldati di Giuda) con falsi pro¬ 
positi ». 

(16) Anche la disfatta di Nicànore fu celebrata con la istitu¬ 
zione di un'altra festa nel tempio, che non durò a lungo. 

(17) Il si ciò d'argento di Simone — vietata la figura umana — 

rappresentava da un lato un giglio con tre fiori e intorno la scritta: 
nenp > Gerusalemme Santa, e dall' altro un calice con 

la scritta: SpB% Moto d’Israele. Il siclo giudaico, uguale 

al tetradracma fenicio 1 del tempo, valeva tre delle nostre lire. 


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Capitolo Sesto. 

Giudaismo. 


Uh regno seleucida forte e saldo avrebbe certa¬ 
mente, come Antioco sgrava, domata la rivolta del 
Maccabeo. Se il giudaismo sarebbe uscito dalla lotta 
trasformato o distrutto, è difficile prevedere. Ma che 
valgono le supposizioni, mentre ammiriamo il trionfo 
dell’ audacia di Giuda, ribelle ai privilegi tardi con¬ 
cessi da Lisia? Il gesto dell’ eroe rigenera Israele ad 
una nuova storia. 

Tre secoli prima, uu sacerdote inerme, vinto da ine¬ 
sorabile destino, s’ era umiliato innanzi alla maestà 
del Gran Re, per ottenere alla legge quel valore poli¬ 
tico, che solo poteva salvare dal pieno dissolvimento 
la vacillante fede del giudaismo. Ma la legge sancita 
dalla corte di Susa, che parve ai credenti iniziare la 
gloria d’Israele nel mondo, lo esauriva per sempre, 
soffocandolo in lenta agonia. Un sacerdote guerriero* 
era sprto ora a provare, con le armi alla mano, che 
Israele non doveva morire prima di aver compiuta la 
sua grande missione, e che la legge, l’anima, la co¬ 
scienza di un jK>polo non poteva dar vita a una. na¬ 
zione, se non a patto d’ essere principio di attività re¬ 
ligiosa a un tempo e politica. Il Maccabeo ribelle ai 
decreti di Lisia e di Alcimo combatteva in realtà, due 



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144 — 


nemici, ugualmente temibili, annidati fra il popolo : 
il sacerdozio ellenistico e il fanatismo pietista-, il Gran 
Sacerdote e F anonimo autore, a lui ben noto, del libro 
di Daniele. Egli vinse V uno e l 9 altro morendo per af¬ 
fermare un ? idea : i suoi fratelli n’ ebbero V eredità, 
trionfarono per lui. Fu la vittoria della verità e della 
vita : bisogna gioirne. 


1. La nuova coscienza giudaica. 

Ma che tragico destino incombeva sulla bella vit¬ 
toria ! Giuda combatteva e moriva, Gionata e Simone 
trionfavano per una fede morta o moribonda, di cui 
V effimero rinnovamento non riusciva a nascondere Pin- 
tima disgregazione. La crisi religiosa giudaica, non sa¬ 
nata, anzi forse acuita dalla riforma di Ezra, s’ era an¬ 
data di decennio in decennio aggravando, vie più che 
nei riti del tempio il monotono ciclo annuale delle so¬ 
lennità ripeteva col sangue delle vittime e col canto 
rassegnato dei Salmi i vani appelli alF inaccessibile 
iddio. La rovinosa fine delF impero persiano, il riap¬ 
parir di postumi profeti, annunziatori del prossimo 
avvento del dio, e il nuovo disinganno del pacifico re¬ 
gno d’Alessandro con la invasione trionfale della ci¬ 
viltà greca nell’ Asia, dette alfine alla parte più in¬ 
telligente d’Israele chiara coscienza dei problemi che 
andavano agitando la nuova anima ebraica. La classe 
specialmente aristocratica e sacerdotale che, dedita 
alla vita del pensiero, tuttavia uniformavasi in pratica 
alle esigenze della legge, ebbe presto a mostrare V effi¬ 
cacia che il pensiero orientale ed ellenico aveva ogni 
dì più nella coscienza giudaica. I problemi fondamen- 


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— 145 — 


tali della azione morale, che la legge nel suo sistema 
religioso della storia d’Israele dava per già risoluti, 
eran di nuovo messi in discussione, presentati agitati 
e definiti tutt’ altro che a favore della legge. 

Un pensatore ignoto, spirito genuino di grande prò- 
feta, col poema stupendo che ha il titolo di «libro di 
Giobbe», tornava a collocare sulle bilance del pen¬ 
siero il tormentoso quesito del perchè del dolore. La 
legge ignorava la fede nell’ immortalità personale, e la 
ignorava pure P autore del « Giobbe ». Di qui nasceva 
il problema. Sentenziava la legge che P uomo virtuoso 
è felice, e chi patisce dolore dunque ha peccato. A que¬ 
sta opinione volgare contradiceva il poeta: e creando 
in persona di Giobbe la figura del giusto che soffre, 
domandava, poiché un dio è P autore di tutto, come 
dunque era giusto quel dio che lasciava i fedeli soffrire 
in preda al dolore, se il dolore era effetto del peccato ? 
Nessuna soluzione possibile al pauroso problema ap¬ 
pariva al filosofo ; ed egli, per non rigettare i principii 
della sua religione, terminava finalmente P appassio¬ 
nato dibattito con P amara parola : mistero (1). 

Era la stessa formula del dubbio, che usciva dallo 
spirito profondo di un altro filosofo, l’autore dell’« Ec¬ 
clesiaste». Dopo aver lungamente ricercate, nella sa¬ 
pienza orientale e nel pensiero greco, le ragioni su¬ 
preme della vita e i principii cui deve informarsi P a- 
gire dell’uomo, conchiudeva esclamando soltanto : « Va¬ 
nità delle vanità, tutto è vanità ». La fede religiosa 
non poteva recare conforto all’ infinito dolore di chi 
era riuscito a penetrare nel segreto di tutte le cose ; 
e il savio non altrimenti poteva ormai risolvere il per¬ 
chè della vita, se non accettando da forte P esistenza 
quale è, con le fugaci gioie il disinganno e la morte. 

io 


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— 146 — 


Mangia orati con letizia il tuo pano*, 
bevi eoa lieto auimo il tuo vino. 

Le tue veeti siano candide sempre 
e d’ unguento non sia privo il tuo capo. 

Gioisci della vita con la donna che ami, 
per tutti i dì del tuo vivere vano (2). 

La legge non sodisfaceva alle nuove aspirazioni del- 
V anima: la sapienza, o, come dicevasi grecamente, 
la « gnosi » si sovrapponeva alla legge, tendeva a so¬ 
stituirla. Il libro dei « proverbi », composto sui modelli 
della sapienza egiziana, educava a un concetto della vita 
in cui le obbligazioni del culto non avevano parte, e 
dove la religione acquistava carattere essenzialmente 
morale. Redatti nell* età del dominio persiano, i Pro¬ 
verbi ci rivelano un lato della coscienza giudaica, di 
cui la legge altrimenti non ci farebbe neanche sospet¬ 
tare V esistenza. Sono il frutto più puro del seme sparso 
dalla parola dei profeti in favore di una concezione 
della vita, libera da ogni asservimento al culto volgare 
della divinità (3). 

Nelle classi colte giudaiche la tendenza a sorpas¬ 
sare le esigenze materiali del culto, sancite dalla legge, 
non verrà meno giammai, per quanto aumenti vie più 
la venerazione della legge, sintesi storica della coscienza 
nazionale. Pochi anni prima che Antioco apparisse a 
turbare così violentamente P esistenza prosperosa e pa¬ 
cifica del giudaismo, uno studioso laico, Gesù di Siracb, 
aveva in piccol volume raccolta la « Sapienza » della 
vita. Il Siracide appartiene a quella media borghesia 
giudaica, che, nei decenni innanzi P età del Maccabeo, 
orasi fatta tenace conservatrice della legge di fronte al 
sacerdozio innovatore. Antiellenista convinto, egli vuole 
sacerdoti che mantengano inalterata la legge, e vuole 


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— 147 — 


che la legge sia scopo alla vita (li ogni Giudeo. Nella 
legge è tutta quanta la sapienza divina ed umana, e chi 
sa la legge sa tutto. Ma il Siracide giudica la legge non 
più quaj libro d’indole più che altro liturgica, bensì 
come un valore prevalentemente morale. La ragion 
della legge, quale principio del culto, è sostituita da 
quella che la considera identica alla sapienza di¬ 
vina (4). 

Il libro del Siracide è il codice esemplare del giudai¬ 
smo borghese, pervenuto col trionfo degli Asmonei a 
sopraffare ogni tentativo di riforma ellenista. Ma è 
ben lungi dal rappresentare tutta la produzione lette¬ 
raria, a cui la rinnovata attività del pensiero dette ori¬ 
gine in seno al giudaismo. Opere di scienza morale, 
come la <c Sapienza di Salomone » ; inni e preghiere, 
come i « Salmi di Salomone » ; racconti piacevoli a scopo 
di edificazione religiosa, come i libri del savio « Achi- 
kar», di «Tobia», di «Giuditta», di «Ester»; leg¬ 
gende antiche o narrazioni storiche, come i libri dei 
« Giubilei », dei « Maccabei » ; « apocalissi » o rivela¬ 
zioni sul genere di quella di « Daniele », d’indole spesso 
misteriosa e occulta, attribuite a celebri savi dell’ anti¬ 
chità, i Patriarchi, Enoc, Mosù, Baruc, Ezra e le Sibille 
delle genti, per descrivere i miracoli del regno di Dio 
nella creazione e nella palingenesi di tutto il creato 
dopo la fine del mondo ; è una vasta letteratura popo¬ 
lare, scritta in greco assai più che in ebraico — lingua 
sacra ormai sostituita nell’ uso volgare dall’ aramaico 
o dal greco — nella quale si mischia 1’ antica fede con 
la nuova, la legge derivato dalla predicazione profe¬ 
tica con la « gnosi » o sapienza necessariamente assor¬ 
bito attraverso la lunga consuetudine col pensiero ba¬ 
bilonese, egiziano, persiano, e con la civiltà greca. 15 


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— 148 — 


uua confusione inestricabile di aspirazioni indefinite e 
contraddenti si ; è una foresta di idee senz’ ordine di 
ragione cbe le sistemi fra loro. È insomma il giudaismo, 
pervenuto alla piena coscienza di sé, cbe si attiene te¬ 
nace alla legge, principio e ragione della sua grandezza 
storica, ma cbe già sente di essere dai limiti del suo 
piccolo mondo antico portato in una nuova età verso 
orizzonti infiniti. Un 7 altra religione, quasi malgrado 
suo, si forma nel suo spirito, cbe si lascia addietro 
la legge e con essa la storia e V esistenza della nazione 
ebrea (5). 


2. Concetto di Dio. 

La fede in un dio solo, più che mai viva in Israele 
ora che il mondo civile riconosce la unità divina dell’Es¬ 
sere, si è tanto elevata e spiritualizzata, cbe il suo rap¬ 
porto con la figura di Jahvé è da considerare piut¬ 
tosto un dato di coscienza, cbe una vera identità con¬ 
cettuale. Il giudaismo vuole che il Dio di tutte le genti, 
oggi sostituitosi al politeismo, altri non sia che il dio 
Jahvé dei patriarchi. Realmente è una diversa con¬ 
cezione della divinità maturatasi nel mondo civile, e 
cbe Israele riceve dall 7 ellenismo e congiunge alla fede 
del passato. 

Il nuovo Dio è l'Essere perfetto e indefinibile, fuori 
e sopra l’ambiente di natura. « Altissimo » è perciò de¬ 
nominato, ed abita al disopra dei cieli più alti, invi¬ 
sibile. Le descrizioni cbe lo rappresentano, dànno a ve¬ 
dere un pensiero ancora imperfetto della sua purità 
spirituale. Egli è raffigurato in immagine, non pura¬ 
mente simbolica, di un veglio venerabile, assiro nel più 
luminoso dei cieli sur un trono di fiamme, circondato 


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— 149 — 


da miriadi di angeli. Ma in ogni modo V eterea essenza 
di fuoco, che ancora è inseparabile dal concetto di 
Spirito, sempre più nella mente dei credenti trasfor¬ 
masi in valore ideale e morale di sapienza giustizia e 
bontà. Sentimenti che nell’ uomo sogliono esprimere un 
vizio, piuttosto che una virtù, come 1’ ira o il furor ven¬ 
dicativo, oggi si negano a Dio. Anche la sua santità 
acquista il carattere etico di incompatibilità del divino 
col male. Per quanto ancora non si sia raggiunta V idea 
di creazione dai nulla, pure ogni altro concetto cede in¬ 
nanzi alla onnipotenza di Dio, alla perfetta sua suffi¬ 
cienza a sé stesso. Il suo creare è attività continua in¬ 
faticabile, e si confonde quasi con V idea della sua prov¬ 
videnza nel mondo. Egli tiene esattissimo novero del 
genere umano nel suo gran libro celeste ; e vi scrive 
d’ogni individuo il nome che ne rappresenta l’essere 
individuale, specialmente quello dei giusti che elegge 
alla gloria. 1T idea che Dio è V ultimo fine dell’ uomo, 
e dà al bene e al male sanzione di premio o di pena, re¬ 
sta fondamentale, per quanto il modo di retribuzione, 
nella vita presente o in un’ altra, si presenti oscuris¬ 
simo o involga un problema insolubile (6). 

Il giudaismo identificava la divinità unica e suprema 
di tutte le genti e dell’ universo col vecchio dio pale¬ 
stinese Jahvé; nondimeno la distanza fra Y uno e l’al¬ 
tro era tanta, che non poteva non manifestarsi anche 
alla sua coscienza. Ed intuì sempre più che il suo con¬ 
cetto di Dio era ormai quello di un essere innominabile, 
perchè incomparabile ; mentre il nome è distinzione per 
effetto di comparazione. Il nome e 1’ esistenza di Jahvé 
importa di per sé il nome e l’esistenza d’altri dii, da 
cui vuole distinguersi. E però d’ora innanzi il giudaismo 
evita di dare al suo Dio un nome qualsiasi, o meglio 


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preterisce denominarlo coi titoli generici della fede 
ellenistica, non privi di originaria contaminazione ido¬ 
latrica: per esempio «Signore», «Oriente» «Cielo», 
simili altri. Il nome di Jalivé è pronunziato solamente 
nel tempio, e si ode dalla bocca del Gran Sacerdote, be¬ 
nedicente il popolo. Ma, come nome di Dio, è trasfor¬ 
mato già nel Mistero supremo, complesso di tutti i mi¬ 
steri, la cui piena conoscenza dà la scienza totale della 
Divinità, ed è P attiva espressione della sua onnipo¬ 
tenza. Ha massimo valore esoreistico per la guarigione 
dei morbi, e per cacciare i demoni dal corpo umano (7). 

Per quanto, dunque, il principio dell’ unità di Dio 
creatore persuadesse i fedeli ad affermare che tutto neì- 
P universo è opera della sua onnipotenza ; nondimeno 
P idea trascendente della sua maestà, quale « Re dei re 
e Signor dei signori », induceva a pensare che P opera 
di Dio nel mondo si compiesse non immediatamente, 
ma per P attività media di essenze divine coordinate 
a lui. Il concetto eh’ egli fosse impassibile ed immuta¬ 
bile e d’altronde la tendenza, naturale specialmente 
nei (Semiti, a personificare le semplici astrazioni del 
pensiero, produsse la fede che P opera creatrice e prov¬ 
vidente di Dio si attuasse nel mondo per via di enti 
divini, oscillanti uella loro natura fra P attributo inse¬ 
parabile, e la « ipostasi » o persona separata da Dio. 

Già nella tradizione del giudaismo antico la per¬ 
sona di Jahvé come Spirito sovente distinguevasi da 
quella del suo spirito (alito! vitale ; ed ugualmente 
ambedue manifestavano virtù creatrice, sia che lo spi¬ 
rito derivato fosse concepito identico allo Spirito ema¬ 
nante, sia che ne venisse separato. Ora alla ipostasi 
dello Spirito di Dio, si aggiunge P altra della Sapienza 
divina, in ispecie di onnipotenza ideatrice e creatrice 


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del inondo a norma del volere di Dio. Ani-ora oscillante 
fra F attributo e la persona nei « Proverbi » e nel libro 
di Gesù il Siracide, assume invece un carattere schiet¬ 
tamente ipostatico nel libro della « Sapienza di Saio- 
mone », che un Giudeo scrisse in greco in Alessandria 
durante il primo secolo innanzi F era nostra. Una 
ipostasi analoga, destinata a ricevere la consacrazione 
cristiana, fu reputata quella della Parola di Dio, greca¬ 
mente « Logos », nel pensiero dei Giudei palestinesi, 
non meno che alessandrini, indipendentemente da ogni 
influenza platonica. E F antico principio che F uomo è 
simile a Dio, perché il dio creatore suo ha come lui 
umana figura e sembianza, non è abbandonato, ma, 
sembra, elevato a dignità di ipostasi divina col nome 
di « Uomo », spirituale essenza del genere umano, da 
cui F umanità riceve la ragione delF essere, e che se¬ 
miticamente vien espressa nel libro di Daniele con la 
frase di «Figlio delF Uomo » (8). 

3. Angeli e Demoni. 

Secondo le vec chie credenze, Jahvé nelFattuare Fo- 
pera sua nel mondo è reputato servirsi del suo « mes¬ 
saggero » ; sia che il dio venga rappresentato come 
avente con F idolo suo dimora nel santuario, d’ onde 
non può operare immediatamente a distanza, sia che 
ad una più evoluta coscienza religiosa risulti sconve¬ 
niente di far apparire personalmente agli uomini la 
maestà divina. In ogni modo, però, il « messaggero » 
di Jahvé è pari alla potenza e dignità del dio, e l>ene 
spesso identico del tutto a lui, od oscillante, come le 
suaccennate ipostasi, fra F attributo e la persona. Nella 
nuova concezione i messaggeri, o grecamente «angeli» 


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— 152 — 


di Dio, sono considerati sostanze personali distinte da 
Dio e per natura inferiori, sue creature e da lui di¬ 
pendenti che lo servono ed eseguiscono gli ordini suoi 
nelle infinite contingenze del regime universale. Esseri 
spirituali di purissima fiamma come le stelle cui si 
ricongiungonoj ed alle quali son creduti identici, o com¬ 
posti di aura splendidissima personificante meteore, 
lampi, venti, la pioggia, la grandine, piante, fontane 
e simili, sono innumerevoli, ed ogni uomo, come inse¬ 
gnarono già Zoroastro ed i magi, ha un angelo custode 
al suo fianco. D’ ordinario si manifestano in figura di 
umani alati, luminosissimi in candidissime vesti. 

Dimorano in cielo per l’aere sublime, e i più puri 
sono prossimi al trono e al cospetto di Dio. Di essi alcuni 
han dignità di arcangeli, stanno immediatamente presso 
Dio sopra gli altri in gloria e potenza; ma il numero pre¬ 
ciso è sconosciuto, e varia, come nelle dottrine zoroa- 
striane — derivate da concetti babilonesi — da quattro 
a sei o sette. Anche gli angeli sono divisi in più gradi 
sociali: « Serafini, Cherubini, Serpenti, Principati, Do¬ 
minazioni, Potenze, Virtù, Troni», ed altri. Ciascuno 
ha un nome speciale, che ne esprime l’essenza, e il 
giudaismo si dà gran premura di conoscerlo, e fa sa¬ 
pere i nomi di un gran numero d’angeli natural¬ 
mente in ebraico. Fra gli arcangeli eccelle Michele, il 
più vicino a Dio, vigile protettore d* Isilaele con¬ 
tro tutti i nemici, colui che tiene il libro della vita, 
registra le sentenze divine e le eseguisce, come il 
« vezir » di un principe orientale ; Gabriele, divino 
ambasciatore nel mondo per altissimi voleri di prov¬ 
videnza, custodisce P entrata del paradiso terrestre 
a capo di « Serpenti e Cherubini » ; Raffaele, giusti¬ 
ziere degli angeli ribelli a Dio, interpreta ai pro- 


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feti le rivelazioni, guarisce i morbi fisici dagli spiriti 
mali provocati nell’ uomo ; Uriele, il signor della luce, 
regge il moto degli astri, e domina sui regni dell’in¬ 
ferno, dove il sole la notte s ? immerge (9). 

Gli offici degli angeli son vari, secondo che lo esige 
V ordine dell’ universo. Nella reggia celeste di Dio guar¬ 
dano e proteggono la inviolabile santità del suo trono, 
e inneggiano a lui celebrandone incessanti le lodi, fra 
il concento di divine armonie e il salir di eterei incensi 
alla divinità. Rivelano agli uomini le verità divine, 
fungono da interpreti dei misteri del cielo ; intercedono 
sovente in favore degli umani avanti al trono di Dio, 
hanno parte nel governo del mondo, in ogni manifesta¬ 
zione della natura e della storia. Gli angeli inferiori 
guardano ogni uomo in particolare, gli angeli superiori 
governano intere nazioni. Nell’ assemblea, dei celesti 
gli arcangeli son finalmente autorevoli consiglieri di 
Dio (10). 

La concezione degli angeli ci offre di spiegare perché 
nel giudaismo officiale si dimostrino fra gli uomini di 
più elevata cultura, specialmente fra i sacerdoti, in¬ 
vincibili ripugnanze ad ammetterne fin resistenza. Real¬ 
mente gli angeli inquinano la dottrina dell’ unità di¬ 
vina, secondo il buon concetto tradizionale ; e, come lo 
dimostra il nome semitico di « Figli di Dio », oppure 
« Dii » senz’altro, loro attribuito, non sono che gli dii 
delle vecchie credenze, per cui modificato nella forma 
il politeismo è passato tutto intero nel monoteismo. 
Queste dottrine, perciò, son più che altro una sapienza 
occulta, coltivata dalle sette che fioriscono in seno al 
giudaismo (11). 

Tale contaminazione dell’ unità ebraica di Dio coi 
politeismo ellenistico è ancora più visibile nel rappre- 


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Hentarsi che fa il giudaismo popolare gli esseri i quali 
son nell’ universo principio attivo del male e del do¬ 
lore. Vi sono già, secondo le credenze giudaiche, angeli 
preposti ad offici in rapporto con cause di dolore nel 
mondo : V angelo della morte, V angelo deU’ atosso, gli 
angeli destinati a produrre le « piaghe » del mondo, 
guerre pestilenze carestie, da cui sono colpite, per de¬ 
creto di Dio, le nazioni. In genere, però, il dolore si 
reputa effetto di un principio del male, distinto e im¬ 
personato in un numero sterminato di demoni, cattivi 
e volti ai male, come gli angeli sono buoni ed inclinati 
al bene. Il mondo dei demoni sostituisce la fede ]>oli- 
teistica negli dii capaci più di male che di bene — Jahvé 
era uno di loro nel tempo più antico — nonché nei de¬ 
moni o anime dell’ antica religione naturalistica. Di¬ 
versamente dalla dottrina dei magi, i demoni sono con¬ 
siderati creature di Dio, in origine buoni aneto essi, 
ma poi divenuti cattivi e operatori di male, perché fat¬ 
tisi rei di peccato ; coloro specialmente che, nelle età 
remote dei più lontani padri, amarono le belle figliuole 
degli uomini e si mescolarono ad esse, rendendosi con 
la loro caduta passibili di gravissimo giudizio di 
Dio (12). 

Sono essi che inducono gli uomini all’ idolatria e in¬ 
segnano il male. Specialmente sono gii autori di ciò 
che nel mondo ha fama e merito di civiltà : V arte di 
lavorare i metalli e di fare le anui ; V arte dei profumi 
e degli unguenti del lusso muliebre ; V arte della scrit¬ 
tura e del libro ; finalmente ogni sorta di magia. Essi 
producon nell’ uomo ogni dolore, ogni morbo, del con¬ 
tinuo lo tentano a malfare. Cercano di invadere il corpo 
umano e trattarlo sì come proprio. Laonde è necessaria 
un’altra magia, che con irresistibili esorcismi di rivela- 


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— 155 


zione celeste, riesca a sopraffare la potenza demonica. 
11 nome di Dio, degli angeli, di celebri savi e profeti, 
è adoperato nelle formule pronunziate per cacciare i 
demoni dall’ uomo o dalla natura, per guarire le malat¬ 
tie, per ricondurre la prosperità fra i greggi o nei 
campi. Nel giudaismo anche aristocratico lo scongiuro 
dei demoni largamente si pratica ; si va formando una 
intera letteratura esoreistica, che farà in Oriente i 
Giudei celebri come potenti esorcizzatori (13). 

La dimora ordinaria dei demoni è nelle regioni sot¬ 
terra, nella tenebra eterna, dove immortali vivono come 
gli angeli su nella luce. E come gli angeli aneli’ essi 
sono ordinati in gerarchia sociale, organizzata allo 
scopo di conquistare il mondo e imperale sul genere 
umano. Che vi siano riusciti, lo dimostra il trionfo del 
politeismo, il dilagare de’ vizi che ne sono Y effetto, la 
condizione anarchica in mezzo a cui si dibatte oggi V u- 
manità. Essi sono i dominatori del mondo presente e 
del secolo. Formano un regno, ed a capo è il principe 
dei demoni e di questo mondo, colui che contradice a 
tutto ciò eh’ è Dio, ed ha nel regno del male le fun¬ 
zioni medesime di Dio nel mondo del bene. Il principe 
dei demoni e il re del tempo presente è volta a volta de¬ 
nominato Beliar o Belial, Beelzebub o Beelzebul ; ov¬ 
vero ha il vecchio nome di Satana, V « Avversario ». In 
quest’ ultima figurazione ha perduto 1’ asjietto generico 
di angelo « accusatore » innanzi a Dio, quale apparisce 
ancora nel libro di Giobbe, per acquistare il valore di 
re delle tenebre, quasi di una divinità del male, come 
Nergal in Babilonia, Anra Mainyu tra i magi (14). 


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4. La tradizione e la Bibbia. 

Iddio che ha dato agli angeli il potere di regger le 
nazioni e governare le genti, si è riserbato per sé il 
diretto regime del popolo d’Israele, la stirpe santa 
degli eletti, che ha predestinato alla gloria ed al domi¬ 
nio del mondo. E soltanto a Israele ha voluto rivelare 
la verità, che salva dal peccato e dalla morte, e la cui 
scienza contiene e largisce vital beatitudine: dico la 
legge. La legge è la forma più eccelsa della sapienza 
di Dio, è la corona della creazione, la più illustre me¬ 
raviglia che la divina provvidenza mai potesse attuare 
nel mondo. La legge è così gran miracolo, che non ba¬ 
stano più ad esaltarla e mostrarne V immenso valore 
le portentose descrizioni che nei libri mosaici descri¬ 
vono la rivelazione sul Sinai. La leggenda tradizionale 
ora di gran tratto si esagera. Iddio F ha rivelata per 
mezzo degli angeli, dei quali innumerevoli cori assiste¬ 
vano al gran fatto, nelle settanta lingue delle genti. 
Solo Israele potè comprenderla, farne tesoro. Essa non 
è ormai cosa creata, ma si esalta come ipostasi, analoga 
o identica alla Sapienza divina (15). 

L*eccellenza della legge naturalmente induce ad 
esaltare il suo autore Mosè, come esaltano i magi Zo- 
roastro, dator della legge di Ahura. Mosè nel giudaismo 
diventa un santo di grandezza unica e superumana, 
ed alla sua divinità non altro si oppone che il princi¬ 
pio irriducibile del monoteismo. Mosè non è morto, 
però, come narrano i libri mosaici ; è asceso vivo al 
cielo, o nel paradiso terrestre, come Elia trasporta¬ 
tovi da un turbine igueo, e assorge fino a dignità di 


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un essere spirituale incarnato ma preesistente al ge¬ 
nere umano (16). 

La legge, per quanto incomparabile, non è il solo 
dono che Dio abbia fatto al suo popolo, rivelando la 
verità che è guida alla via della vita. Oltre la legge, 
vi sono le tradizioni sacre. Esse comprendono i libri 
tramandati dair antichità, composti da profeti inspi¬ 
rati da Dio a parlare ed a scrivere secondo il voler suo, 
per educare e guidare nelle vie della salvezza Israele 
ribelle e peccatore, degno dei più gravi gastighi. Sono 
« profeti » in largo senso, ai quali il giudaismo oggi 
annovera uomini celebri come Giosuè, Samuele, David 
e Salomone. Gli avanzi dell’antica letteratura nazio¬ 
nale, profetica e storica, onde abbiamo accennato l’o¬ 
rigine e le vicende, oggimai dopo tanti disfacimenti 
e rifacimenti aggiunte e varianti, si sono irrigiditi in 
un piccolo numero di libri, attribuiti a pochi autori, 
aventi autorità e dignità di profeti. Sono i libri 
di «Giosuè», dei «Giudici», di «Samuele» e dei 
« Re » ; le profezie d’Isaia, Geremia, Ezechiele e dei 
« Dodici » profeti minori, che tutti insieme formano 
una sacra Scrittura, aggregata alla legge dei cinque 
libri mosaici. Son contenuti in una dozzina di ro¬ 
toli o volumi, in papiro o in pergamena, ciascuno 
incluso secondo le esigenze librarie del tempo in una 
sua custodia o grecamente « teuco » ; e la legge che ha 
da essere distribuita in cinque rotoli è in Alessandria 
detta «Pentateuco» (17). 

Tale è 1’ eredità ricevuta dai padri, che la bufera 
seleucida rischiò di distruggere ; e che, restituita alla 
venerazione d’Israele dalla insigne vittoria maccabea, 
il popolo di Dio conserva gelosamente come la sua vita 
medesima. Con questi libri non è chiuso il ciclo della 


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tradizione contenente, nella fede giudaica, la rivela- 
zione divina. Molti altri libri corrono per le mani dei 
dotti o fra il popolo, esaltati come opere inspirate da 
Dio e prossime agli onori della divinità. Il giudaismo 
non dubita che siano stati scritti da coloro cui furono 
dal loro primo apparire attribuiti ad arbitrio : David 
o Salomone, Giobbe o Daniele. Fanno parte della sacra 
letteratura nazionale i « Salmi », che il giudaismo 
vuole sian opera di David, cui furono intitolati. Ten¬ 
dono già ad aggregarsi a quelli i libri ascritti a Giobbe, 
Salomone, Ezra o Daniele, che siano comunque repu¬ 
tati composti nell* età dei profeti, da Mosè a Nehemia. 
Gli altri riconosciuti opera di autori recenti, come il 
libro di Gesù il Siracide o quelli dei ((Maccabei», spe¬ 
cialmente le numerose « apocalissi » o rivelazioni di 
Enoc, anteriore a Mosè, di Mosè, Baruc, Ezra, che de¬ 
scrivono la fine del mondo, contaminando troppo con le 
fantastiche speculazioni angeliche il monoteismo, at¬ 
tenderanno iuvano la- loro consacrazione, e saranno 
finalmente messe fuori del <( canone », cioè della norma 
officiale della fede giudaica (18). 

Per quanto il concetto della rivelazione — inteso 
in guisa affatto materiale, come se Dio parlasse ebraico 
— in principio applicato soltanto alla legislazione 
del Pentateuco, venisse esteso insensibilmente anche 
al resto dei libri mosaici ; per quanto poi fosse allar¬ 
gato a comprendere gli scritti dei profeti, anzi anche 
i libri cosiddetti storici, pur rimanendo tutti moral¬ 
mente di valore inferiore alla legge ; per quanto si vo¬ 
lesse fare del canone un campo aperto alla nuova pa¬ 
rola di Dio ; nondimeno il giudaismo soffriva di quel- 
V esaurimento religioso, cui lo aveva ridotto il possesso 
della legge ; sentiva la sua vita ormai legata al pas- 


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sato, morta o in via. di morire. Nel fervore della in¬ 
surrezione maccabea il giudaismo stesso manifestava 

10 strazio della crisi dell’ anima sua, levando a Dio 

11 gemito di chi è nelle tenebre e aspira alla luce: 
« Non vi è più profeta ! » L’ èra dei profeti, della reli¬ 
gione viva e progressiva, incomincia, secondo il giu¬ 
daismo, da Mosè e finisce, giustamente, con Ezra (19). 

Ora i Giudei sentivano che le scritture profetiche 
aggregate alla legge non bastavano a sodisfarne la 
vita religiosa attuale, necessariamente investita dalle 
ulteriori forme di pensiero, che la civiltà ellenistica 
faceva penetrare in Israele. E v’ era ancora una dif¬ 
ficoltà: né la legge, né le altre scritture contenevano 
V esposizione chiara e organica della verità. Se anche 
disposte e redatte nell’ ordine migliore possibile, ave¬ 
vano pur sempre bisogno di un’ interpretazione auto¬ 
revole, come ogni codice al momento di venire prati' 
camente applicato ; quanto più non ne abbisognavano 
nella loro presente mescolanza di tradizioni dispara¬ 
tissime? A tali difficoltà, il giudaismo presunse di ri¬ 
mediare allargando V idea di tradizione fino a che 
rappresentasse tutta la verità rivelata, ed affermando 
che essa, rivelata da Dio tutta a Mosè, e da Mosè tra¬ 
smessa- a viva voce in segreto agli anziani del popolo, 
quindi gelosamente conservata e tramandata in Israele, 
rappresentava tutta la verità religiosa. In conseguenza, 
la legge assumeva il carattere di rivelazione parziale, 
distratta dal complesso della rivelazione integrale, o 
tradizione, e pubblicata a’ tempi di Mosè. Per tal guisa 
malgrado che V èra della rivelazione sia chiusa, passa 
e penetra nella coscienza giudaica, sotto nome di tra¬ 
dizione, tutto ciò che rappresenta le esigenze della co¬ 
scienza attuale, non solo allo scopo di interpretare la 


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legge, ma bensì di superarla e fino di opporvisi. Que¬ 
st 19 opera di tradizione in cui verrà fissato ulteriormente 
il frutto del pensiero religioso giudaico, e che acqui¬ 
sterà tanto valore da essere esaltata fin sopra la legge 

— la viva voce ha sempre più virtù della lettera morta 

— sta per essere creata dagli scribi (20). 


5. I dottori della legge. 

L* orìgine degli scribi è da cercare nei tempi in cui, 
verso il settimo secolo, incominciò a diffondersi per 
l’Asia mediterranea la cultura e 1’ arte di scrivere. La 
diffusione fu lenta, e lungo tempo rimase più che altro 
prerogativa del ceto sacerdotale, che aveva già tenuto 
segregata nei templi la scrittura e la scienza. Ezra, 
celebrato a’suoi dì come «scriba veloce», era un sa¬ 
cerdote. Dopo di lui, 1’ arte di scrivere andò vie più 
penetrando in seno al giudaismo, come in Grecia dopo 
Eraclito sacerdote e filosofo, e con essa la cultura fra 
i laici, nei quali la diretta conoscenza della letteratura 
nazionale svegliò naturalmente il desiderio di coope¬ 
rare alla conservazione e allo sviluppo della tradizione 
giudaica. L’ invasione della civiltà greca in Oriente, 
di carattere laico, dovè aiutare non poco a diffondere 
in mezzo al giudaismo la cultura fra i laici, anche fra 
quelli avversi all’ellenismo: e il libro di Gesù il Sira¬ 
cide ci informa che al suo tempo vi erano laici versati 
nello studio della legge, che insegnavano per denaro 
a discepoli la loro dottrina, come i filosofi greci (21). 

Il trionfo della rivoluzione maccabea dovè contri¬ 
buire a dare al ceto degli scribi laici tanto più incre¬ 
mento e autorità, quanto più essi medesimi avevano 
cooperato a salvare i libri sacri dalla persecuzione di 


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Antioco, e quanto più il sacerdozio con le sue simpatie 
per Y ellenismo s ? era pressoché reso indegno di inter¬ 
pretare autorevolmente la legge e le altre scritture. 
Sta il fatto che, dopo la vittoria della borghesia laica, 
fin dagli anni dei primi Asmonei, gli scribi e dottori 
della legge acquistano sempre maggiore autorità nel 
giudaismo, sino a venire equiparati, od anzi sostituiti, 
nell’ interpretazione della legge, al sacerdozio. Non 
sempre sono di agiata condizione economica; anzi, di 
frequente assai poveri debbono vivere (come quindici 
secoli appresso V immortale Spinoza) esercitando un 
qualche mestiere manuale, e ricavando pure del gua¬ 
dagno dalle lezioni ai giovani che formano ai più dotti 
ambita corona. Insegnano a quel tempo in casa loro, 
in maniera dialettica fra maestro e discepolo ; ma vo¬ 
lentieri parlan fra mezzo al popolo nei mercati o per 
i quadrivi ed ottengono in compenso dei loro ammae¬ 
stramenti gli onori della celebrità, e di essere inter¬ 
pellati col titolo solenne di « Rabbi ». In molte occa¬ 
sioni sono invitati a decidere circa giudizi pubblici e 
privati, su questioni o liti ambigue relative alla pratica 
applicazione dei precetti della legge (22). 

In questo senso di maestri e interpreti della legge 
e delle altre scritture sacre, sono gli scribi i continua- 
tori — quanto diversi ! — dei profeti, e tengono viva e 
promuovono in mezzo a Israele la coscienza religiosa 
nazionale. Non soltanto hanno parte preponderante e 
decisiva nella composizione del canone delle Scritture, 
ma si credono lecito, come un tempo già fecero i deu- 
teronomisti, o gli scribi del secolo di Ezra, di intro¬ 
durre nel testo dei sacri libri aggiunte e varianti, note 
o correzioni marginali ai manoscritti, facilmente quindi 
inserite da scrittori posteriori nel testo. Le più autore- 
li 


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voli aggiunte, se di carattere narrativo, manifestano 
subito r allargamento leggendario che la tradizione 
più antica va continuamente subendo ; se di carattere 
legislativo, dimostrano lo spirito di sottigliezza inter¬ 
pretativa, entro cui già s’ inviluppa e inaridisce il giu¬ 
daismo. Tali aggiunte, naturalmente, data la fissazione 
quasi definitiva del testo sacro, non sono di molto ri¬ 
lievo. Ma le leggende storiche o le interpretazioni della 
legge, che rappresentano V opera multiforme degli scribi, 
sono al contrario gran mole e trovano il loro sfogo nella 
letteratura vagante, o si vanno fin d ? ora- poco a poco 
aggregando a formare col tempo il cumulo opprimente 
dei Talmud. Del resto la loro interpretazione giuridica 
o teologica della legge, nonché delle altre scritture, l>en 
di rado ha valore propriamente religioso e morale, e 
conferisce in alcun modo al progresso della vita reli¬ 
giosa. Nel più dei casi, si tratta o di cercare al minuto 
le possibilità numerosissime in cui praticamente si ri¬ 
solva V applicazione della legge, come determinando i 
casi infiniti nei quali si trasgredisce il riposo del sa¬ 
bato ; ovvero di giustificare per mezzo delle scritture 
qualsiasi più strana e avventata opinione teologica, 
col sorprendere nel testo sacro, oltre il senso letterale 
ordinario, significati allegorici sommamente arbitrarii, 
o analogie non fondate sovente che su mere convenienze 
di parole (23). 

6. Vita del devoto giudeo. 

Lo studio della legge minuto, continuo, è d’altronde 
necessità per il Giudeo devoto, la cui preoccupazione 
é di eseguirla tutta in modo perfetto. L’esecuzione 
della legge occupa intera la vita sua quotidiana. Se i 


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doveri delle sacre primizie e delle decime ai sacerdoti 
e leviti, o quelli relativi a voti fatti a Dio, concernono, 
soltanto speciali occasioni dell’ anno ; i precetti sui 
retto uso dei cibi, circa la purità corporale contaminata 
dai contatti sessuali, dalla presenza di un cadavere, da 
tante contingenze della vita ordinaria, costringono ogni 
giorno, ogni momento, a precauzioni infinite. L’ob¬ 
bligo settimanale del riposo sabbatico, rigorosissimo, è 
causa di penosa preoccupazione per il devoto giudeo, 
il quale nel giorno destinato al culto di Dio più sente 
che la religione è per lui veramente un grave giogo op¬ 
primente Y anima e il corpo. Eppure, a tutto ciò non 
si ribella il devoto ; ma vi si rassegna con V umile, 
spesso alacre, volontà di colui che è persuaso, tale e non 
altro essere il terribile fato delT uomo. 

Perché Y esecuzione della legge forma per lui ancora 
Y aspirazione più alta ; la conoscenza della legge, eh’è 
verità e vita, è il suo più nobile orgoglio. La religione, 
secondo il devoto giudeo, è conclusa tutta quanta nella 
legge, né si può essere al mondo religiosi altrimenti 
se non conoscendola, e perfettamente compiendola. Egli 
nutre odio profondo per i gentili che ignorano la legge, 
e perciò la trasgrediscono continuamente ; e disprezza 
non meno i suoi stessi connazionali plebei, senza cul¬ 
tura, i quali non conoscono la legge abbastanza per ese¬ 
guirla convenientemente, e peccano pertanto e s*ab¬ 
bassano al grado dei gentili. La sua religione è perciò 
un’ aristocrazia ; sono pochi necessariamente gli eletti 
di Dio, perché non v’ è salute là dove non è scienza 
della legge (24). 

11 devoto giudeo aggiunge in quantità opere buone 
volontarie a quelle imposte dalla legge. Visita malati 
e prigionieri, reputa suo dovere di giustizia fare molte 


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elemosine, digiuna facilmente e per lungo tempo, prega 
ogni giorno, al mattino, alla sera, nel mettersi a tavola, 
nel viaggiare, nelle malattie, nei pericoli, sempre. Per 
quanto la sua vita non abbia carattere ascetico, nondi¬ 
meno la sua maniera di vivere ha già teudenza a un 
ideale ascetico. In famiglia è severo nei modi : tiene i 
figli duramente soggetti e li sferza- senza pietà ; le fi¬ 
gliuole chiuse in casa, così anche la moglie. Considera 
il libero amore come il più turpe dei peccati ; il matri¬ 
monio è per lui soltanto un mezzo a procreare figliuoli ; 
ed osserva la legge in tanti casi che gli vieta il contatto 
sessuale. Egli ha per la donna, del resto, il più vivo 
disprezzo. La considera causa e principio di ogni pec¬ 
cato, dall’origine del mondo in poi, frivola, supersti¬ 
ziosa, insopportabile. Ringrazia Dio di non averlo fatto 
nascer donna ; non le riconosce il diritto di aver parte 
nei riti del culto ; a mensa la presenza di lei non vale 
al compimento dei doveri della preghiera. Re ne se¬ 
para con facilità, ripudiandola (25). 

La religione giudaica, tutta intesa a eseguire i pre¬ 
cetti e i consigli della legge, ha un prevalente carat¬ 
tere di esteriorità rituale, tanto più perché il Giudeo 
reputa preciso dover suo di mostrarsi il più possibile 
a compiere la legge, eh’ è suo vanto gloria corona. Ma 
non perciò alla sua vita manca, almeno in teoria, un 
concetto morale. È l’ideale a cui doveva giungere la 
rassegnazione passiva della riforma di Ezra : quello di 
una borghese mediocrità. Evitare la miseria come il 
fasto, 1’ avarizia del pari e la lussuria ; fuggire la com¬ 
pagnia dei plebei come quella dei grandi ; sincerità, 
prudenza, moderazione nel goder la vita ; mostrarsi ca¬ 
ritatevoli. non esser troppo amici di nessuno : ogni eroi¬ 
smo. ogni ribellione, ogni audacia, che metta in discus¬ 
sione il proprio nome nella società, è vizio e colpa (26). 


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Ma con tutta la pena che si dà il devoto giudeo di 
eseguire appuntino la legge, non riesce ad avere la co¬ 
scienza di vivere in grazia di Dio, d’ esser immeritevole 
de’ suoi gastiglii. I precetti della legge sono tanti, così 
minuti a conoscere, difficili a praticare ; egli sente del 
continuo la distanza che v’ è fra la sua vita e l’ideale 
esigenza della legge. E ciò produce in lui un sentimento 
di peso, di inquietudine e tristezza. Il peccato, per via 
della donna, entrò nel mondo tino dai primi giorni del- 
T uomo sulla terra. D’allora in poi, coltivato dalle pas¬ 
sioni e dalle seduzioni demoniache, è doventato abitu¬ 
dine inveterata, seconda natura, infiltratasi nella carne 
dell’ essere umano, come un fomite che, senza ledere 
la libertà né diminuire la colpa, trascina sempre irre¬ 
missibilmente a trasgredire la legge. 

L’idea di peccato è per il devoto giudeo uno spaven¬ 
tevole incubo, che 1’ opprime dì e notte col i#ensiero 
della tetra presenza di Dio giudice. Invero, sempre più 
va penetrando qua e là nel giudaismo l’idea che Dio 
è padre benevolo e misericorde, non solo nei riguardi 
dell’ intero Israele, ma in rapporto anche a singoli in¬ 
dividui. Questo concetto, però, della paterna volontà 
divina, è relativo piuttosto al futuro Israele, quando 
nel regno di Dio i Giudei perfettamente fedeli e in 
grazia di lui meriteranno nome di suoi figli. Ma nel 
mondo presente, e finché non avvenga il giudizio divine 
che separi gli eletti dai reprobi, Iddio è un re, è un 
giudice inesorabile. Per quanto l’ideale religioso abbia 
identificato Dio con la perfetta bontà, e pertanto il 
devoto giudeo si senta tratto ad amarlo e a rivolgergli 
preghiere ferventi, nondimeno predomina ancora l’an¬ 
tica concezione della divinità, che produce il dolore nel 
mondo ; e la religione è « timore ». I molti riti a cui si 
sottopone il devoto giudeo, la circoncisione, il batte- 


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simo, le sacre abluzioni, le offerte sacrificali al tempio, 
non hanno alcun valore positivo di conferirgli sacra¬ 
mentalmente la grazia di Dio. Egli prosegue a viver 
tuttavia nella coscienza del peccato, e in una sempre 
mai rinnovata vicenda di conversione e pentimento. 
La legge rimane per esso una via che conduce infalli¬ 
bilmente a salvezza, e ne conferisce per merito il diritto 
a colui che la compie; ma nello stesso tempo è un 
ideale che mai non perviene a raggiungere (27). 

7. Di qua dalla morte. 

Grande incertezza e varietà di idee ha il giudaismo 
circa la sanzione di premio o di pena, che è V ultimo 
fine della legge. Nel concetto informatore della legge 
medesima, da parte di profeti e sacerdoti che la compo¬ 
sero e la promulgarono, qualsiasi idea d’una san¬ 
zione oltre tomba, in una vita di là dalla morte del- 
T uomo, è da escludere affatto. Nell’ antico Israele, 
beninteso, ammettevasi che i defunti continuassero, 
presso le tombe e intorno al luogo della morte, ad esi¬ 
stere come che sia nelle tenebre inferne della terra, nel 
colmo della notte vaganti per le dimore degli uomini. 
Ma la loro non meritava già nome di vita ; era un mero 
residuo vitale, fuori del mondo dove ha ragion d* es¬ 
sere V attività creatrice e provvidenziale di Dio. Ap¬ 
pariva un* ombratile esistenza di vago affanno, per cui 
più non avevano applicazione possibile i reali valori 
della vita, come quelli della felicità o del dolore. L’idea 
d’immortalità, eh’ è sanzione della legge, non ha con 
queste ombre dei defunti rapporto veruno (28). 

Pertanto, secondo i pregiudizi del giudaismo offi¬ 
ciale, la ricompensa di premio o di pena, che la legge 


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porta con sé, si verifica soltanto nei limiti della vita pre¬ 
sente. La legge ben eseguita opera la salute dell’uomo 
per sé medesima, perché libera dai gastighi con cui Dio 
punisce i peccatori, e inoltre perché, essendo principio 
divino di verità e giustizia, non può non esser causa 
di bene e felicità per chi vive a norma di quella. Però, 
questo è un concetto propriamente moderno, formato 
in seguito alla vana attesa ed all’inesplicabile ri¬ 
tardo di Dio a instaurare nel mondo la gloria d’Israele. 
La sanzione della legge promessa dai profeti è quella 
per cui viene assicurata ai fedeli la salvezza nazionale, 
al momento in cui Dio verrà a inaugurare il regno degli 
eletti, e a distruggere dalla terra i colpevoli in Israele 
non meno che in mezzo alle genti. 

Tale idea del regno di Dio coincidente con la spe¬ 
ranza di una sovranità del popolo d’Israele fra i gen¬ 
tili, attuata da Dio nella storia per la sua onnipotenza, 
è ancora viva e salda nella letteratura giudaica. Però 
al vecchio concetto, che il giudizio di Dio sopra le genti 
e sui malvagi del suo popolo debba compiersi per via 
di una grande battaglia, tra Isrq^le guidato da Dio con 
miriadi di angeli e i suoi oppressori politici e religiosi, 
destinati a perir tutti nei loro peccati, se ne va ora un 
altro sostituendo, che il giudizio divino abbia forma 
tutta forense e pacifica. Iddio apparirà con i suoi an¬ 
geli, separerà gli eletti d’Israele dai peccatori innu¬ 
merevoli : verrà quindi eseguita la condanna, la distru¬ 
zione cioè di tutti i malvagi per mezzo di un immenso 
rogo umano, che li divorerà mentre Israele si terrà na¬ 
scosto in un’ oasi in mezzo al deserto (29). 

Compiuto il divino giudizio, Israele da tutte le na¬ 
zioni farà in patria trionfale ritorno. Gerusalemme 
e il tempio, umbilico della terra, saranno riedificati 


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— 168 — 


con magni licenza celeste. Gli eletti d’Israele domine¬ 
ranno per sempre sopra tutti i gentili, che i decreti di 
Dio salveranno dal generale sterminio, e che ricono¬ 
sciuta la potenza del Dio degli Ebrei si convertiranno. 
1)’ allora in poi la legge, eseguita da tutti a perfezione, 
ricondurrà sul mondo una ideale felicità. Partoriranno 
le donne senza dolore i figli : tutti vivranno fino alla 
più tarda età (30). 

8 . Di là dalla morte. 

Cosiffatta sanzione della legge con la futura gloria 
d’Israele era logica naturalmente nel pensiero dei pro¬ 
feti, secondo cui V avvento del regno di Dio si sarebbe 
compiuto entro il ciclo della loro generazione. Ma do¬ 
veva apparire manchevole al tardo giudaismo, che or¬ 
mai da piò secoli viveva d’inutile attesa. Nonché tra 
i veri fedeli non persistesse la fede, più o meno fondata, 
che V avvento di Dio si verificherebbe ai loro giorni. 
Ma V esperienza storica da lungo tempo ammoniva, di 
cercare al grave problema soluzione più confacente 
alle profonde esigenze della vita morale. Non aveva già 
Ezechiele proclamato, che dopo P espiazione dell’ esilio 
ogni individuo, giusto o peccatore, d’allora in poi 
avrebbe il premio o la pena delle opere sue, compiute 
a norma della legge o contro la legge? 

Questo principio solenne della giustizia morale esi¬ 
geva o V avvento immediato del regno di Dio, o la pra¬ 
tica corrispondenza tra la virtù e la felicità, tra il pec¬ 
cato e il dolore. Ora a troppi appariva che nel mondo 
un’ armonia siffatta veniva in tanti casi contradetta 
dalla realtà delle cose. Ogni dì si vedevano i giusti per¬ 
seguitati, uccisi nel fiore degli anni, malgrado la loro 


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— 169 — 


virtù, e i peccatori rei di turpi delitti morire in tarda 
età, fra ricchezze ed onori. Se nelle sventure del giusto 
potevasi ancora persistere a voler riconoscere V effetto 
di colpe ignorate, non per tanto commesse ; nella vita 
felice degli empi si doveva finalmente comprendere, che 
il problema della retribuzione delle opere umane non 
era stato finora interpretato e risoluto a norma di 
perfetta giustizia e verità. E niuna soluzione ormai 
sembrava possibile, se non per la fede che, dopo la vita 
presente, V uomo immortale in un mondo diverso dal 
nostro ottenesse il compenso da Dio del premio o della 
pena dovuta alle opere sue. È la fede che vedemmo 
formulata, la prima volta, dalF autore del libro di 
Daniele, innanzi al fiero spettacolo dei Giudei caduti 
martiri della legge divina e dei persecutori ellenisti, 
vittoriosi contro gli uomini e Dio (31). 

La fede in una sanzione di là dalla vita presente, 
doveva certo essere penetrata ben addentro in seno al 
giudaismo, se V autore del libro di Daniele potè annun¬ 
ziarla in modo esplicito e solenne. Fino allora, però, 
non se ne trova traccia nella pubblica letteratura giu¬ 
daica. Lo stesso Gesù Siracide, un quindici o vent’ anni 
prima del libro di Daniele, aveva espressamente esclusa 
una sanzione situata di là dalla tomba. Il giudaismo 
officiale era troppo abituato all’ idea tradizionale pro¬ 
fetica, per poter di leggieri accettare le nuove sognate 
speranze. Fra i sacerdoti si continuerà a negare in qual¬ 
siasi maniera la possibilità di una vita dopo la morte, 
che permetta la retribuzione da parte di Dio del premio 
o della pena dovuta alle esigenze della legge. D’ al¬ 
tronde V idea dell’ immortalità personale era stretta- 
mente congiunta al presupposto dualistico dell’esistenza 
autonoma dell’ anima, e della separazione dello spirito 


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— 170 


dalla materia. Era una conseguenza de* principii reli¬ 
giosi di Zoroastro e filosofici dei Greci, secondo cui lo 
spirito umano è indipendente dalla materia corporea, 
preesiste ai corpo e in esso vive come in un carcere, 
dal quale liberato con la morte ritorna alla vita celeste. 
Tale infatti è il pensiero della « Sapienza di Salomone », 
che alla guisa platonica insegna la preesistenza e P im¬ 
mortalità dell’ anima umana (32). 

Ma il dualismo ellenistico non aveva alcun rapporto 
per sé con i principii teologici del giudaismo, secondo 
cui V anima, lo spirito, è alcunché di essenzialmente 
uno con la vita del corpo, in ragione e funzione di per¬ 
sona. Il giudaismo popolare, di fronte alla doppia in¬ 
fluenza del pensiero tradizionale e di quello ellenistico, 
naturalmente adottò un termine medio : la resurrezione 
dei morti nella loro primitiva e perfetta integrità na¬ 
turale di anima e corpo. Questo miracolo della onni¬ 
potenza di Dio, che per la virtù del suo spirito nuova¬ 
mente inalato vivifica i morti, non si sarebbe potuto ve¬ 
rificare nei limiti del mondo presente. Avverrebbe sol¬ 
tanto alla fine dei tempi, con V avvento del regno di 
Dio, come il libro di Daniele aveva annunziato. 

La credenza nella resurrezione, derisa e condannata 
dal giudaismo officiale, non meno che dal fine intellet¬ 
tualismo dei Greci, fu la via per cui penetrò nel giu¬ 
daismo popolare, specialmente fra le occulte dottrine 
delle sette, il complesso delle speculazioni orientali re¬ 
lative alla fine del mondo, che andarono vie più sover¬ 
chiando la vecchia idea tradizionale del regno di Dio, 
in Israele. Era ovvio, dei resto, che V ideale profetico di 
un regno di Dio, limitato alla restaurazione d’ Israele 
nel mondo presente, non fosse più conciliabile con la- 
idea della divinità spirituale e invisibile, creatrice del- 


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— 171 — 


T universo, dimorante nel più alto dei cieli. L’opposi¬ 
zione che ormai separava i concetti di bene e di male, 
di vita e di morte, e la necessità ognor più evidente di 
cercare una sanzione del bene e del male fuori di questo 
mondo di dolore e peccato, in un mondo ulteriore di 
giustizia e di felicità, persuadeva i credenti a immagi¬ 
nare il regno di Dio nell’ universo come un avvenimento 
di là dalla storia e dalla vita naturale. 

Il mondo presente è teatro della lotta fra Satana e 
Dio, tra il bene e il male. Satana domina il mondo, 
e lo corrompe e lo attrae sempre più nella sSa distru¬ 
zione. Verrà un giorno che il regno del male avrà rag¬ 
giunto un limite estremo di diffusione e violenza. Guer¬ 
re, pestilenze, anarchia, avvicendate a terribili disastri 
fisici, porteranno fiuo all’ ultima rovina la terra e le 
genti. Sarà il punto fatale della fine del mondo. Allora 
Dio interverrà dal cielo con gli angeli suoi per porre un 
termine all’ opera corrompitrice di Satana, ed instau¬ 
rare il suo regno di giustizia e di verità. Al rumore del- 
1’ angelica tromba, come tuono d’immenso fragore, i 
morti dalle tombe resusciteranno, vivi come già furono, 
e andranno a presentarsi in Gerusalemme al giudizio di 
Dio. Tutte le loro opere, segnate nel libro della divina 
sapienza, verranno allora pesate sulle bilance della per¬ 
fetta giustizia. In conseguenza i buoni saranno separati 
dai cattivi, e ognuno riceverà il premio o la pena dovuti 
alle opere loro. 

Gli eletti del vero Israele, coronati di gloria, in 
magnifiche vesti si appresteranno a fruire le delizie del 
banchetto celeste ; e godranno dall’ alto del Sion la 
visione degli empi arsi vivi dalla divina potenza nella 
sottoposta Geenna, ridotta a un vasto bracere, là dove 
furono un giorno i templi dedicati ai sacrifizi umani. 


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— 172 — 


Seguirà F infinito cataclisma. Questo mondo corrotto 
sarà tosto divorato da un incendio acceso da Dio ; e sa¬ 
ranno creati i nuovi cieli e la nuova terra. Allora sarà 
il mondo un paradiso ; sparirà ogni distanza e differenza 
tra il cielo e la terra. Gli eletti nutriranno con F albero 
e la fonte della vita la loro beatitudine immortale. Vi¬ 
vranno come gli angeli, liberi dalla concupiscenza car¬ 
nale. Avrà termine la vita sessuale, ed il genere umano 
riceverà F estremo suo sigillo. Con Satana e gli angeli 
suoi, gli empi saranno gettati nelle tenebre infernali 
sotterra, fra tormenti di fuoco inenarrabili, sia che deb¬ 
bano subire colà una seconda morte, sia che per decreto 
di Dio vi rimangano dannati in eterno. Non altrimenti 
nel mondo avrà fine, col peccato, il dolore (22). 

NOTE. 

(1) Bebtholet, Die jiidieche Religion, pp. 98 sgg. Come è noto, 
la scena originale ohe apre il poema di € Giobbe * è prototipo del 
Prologo in Cielo nel Fausto di Goethe. 

(2) Ecclesiaste, IX, 7-9. —■ Bertholkt, op. cit. pp. 155-165.— 
Nel testo ebraico Y Ecclesiaste reca il titolo di « Kohelet >, parola 
d'incerto significato. Come il libro di Giobbe, anche V Ecclesiaste 
fu poi € castigato » con aggiunte e varianti, per attenuarne 1 ? em¬ 
pietà; e cosi fece parte della Bibbia. 

(3) Bertholkt, op. cit. pp. 83-98. 

(4) Bkrthoi.et, op. cit. pp. 169-194. 

(5) Sulla nuova letteratura giudaica, ved. SchOrkr, deschi - 
ehte des jiidischen Volkes, II, pp. 575 sgg. ; Budde, Althebràische 
Litteratur , pp. 337-422 (di A. Bertholkt); W. Bousset, Die Re¬ 
ligion des Jndentums im neutestamentlichen Zeitalter (Berlin 1906), 
pp. 6-53 e 54-59. — I libri più importanti son tradotti e commen¬ 
tati in E. Kautzsch, Die Apokrgphcn und Pseudepigraphen dee Alien 
Pestamente (TUbingen 1906). — Il Bertholkt (p. 8 del voi. Jud. 
Religion) annovera tra le fonti per lo studio del giudaismo anche 
i papiri aramaici recentemente scoperti a Elefantina in Egitto 


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— 173 — 


(editi da E. Sachau 1908); ma è da dubitare che siano falsi¬ 
ficazioni moderne. In ogni modo Futile che se ne può ritrarre è 
scarso, 

(6) Bertholbt, Jìiditche Religion, pp. 359-364; Bousskt, op. 
cit. pp. 347-367 e 410 sgg. 

(7) « Adone » è nome semitico in senso di « Signore ». Da 
questo tempo incomincia il nome Jàhvé nella Bibbia ebraica ad 
essere sostituito con altre analoghe espressioni semitiche, nella 
lettura, per esempio Adonai (« mio Signore », da un anteriore 
Adoni, « mio signore ») o Elohim (« Dio »): quindi, nel testo ebraico 
vocalizzato, sono adattate al nome Jahvé (HltT) 1® vocali di Ado¬ 
nai, e viene scritto Hill* ? donde la errata pronunzia di « Je- 
hova » o « Geova ». 

(8) Bertholbt, op. cit., pp. 374-395; Bousset, op. cit. 
pp. 394-409. Ved. per la derivazione dei concetti giudaici dai ba¬ 
bilonesi e persiani, C. Clemkn, Religionsgeschichtliche Erklarung 
dee Neuen Teslaments (Giessen 1909) pp. 63-90. 

(9) Bousskt, op. cit. pp. 368-381. — Michele, « Chi-come-Diof » 
Gabriele, «Eroe di Dio». Raffaele, «Medicina di Dio Uriele, 
« Fuoco di Dio ». 

(10) L’origine politeistica di concezioni simili è chiara. 

(11) Figli di Dio, o Dii, son nominati ancora gli angeli nei 
Salmi dell’età persiana e greca, adoperati per la liturgia nel tem¬ 
pio : Bertholbt, op. cit. pp. 249 sgg. 

(12) Minocchi, La Genesi. 

(13) SchCrbr, op. cit. II, pp. 691-693. 

(14) « Beliar » è deformazione di « Belial », la cui precisa 
origine, e quindi il significato, non si conosce. « Beelzebul » cioè 
« Signore della dimora (celeste) », denominazione di una divinità 
solare palestinese; « Beelzebub » o « Signore delle mosche», divi¬ 
nità palestinese cui erano Bacre le mosche, come le colombe ad 
Astarte - Afrodite, ecc. 

(15) Bousskt, op. cit. pp. 136 sgg. 

(16) Bousset, op. cit. pp. 140. 

(17) Bertholbt, op. cit. pp. 344 sgg.; Bousset, op. cit. 
pp. 164-176. 

(18) Conviene tuttavia tener conto del fatto, ohe queste opere 
son pervenute fino a noi, perché Fantichità cristiana le stimò 
inspirate da Dio. Anzi talune entrarono a far parte della Bibbia 


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cristiana, come il libro del Siracide (1 1 Ecclesiaetico), quelli de* Mac¬ 
cabei, ed altri. 

(19) Salmo LXXIV, 9; I de 1 Maccabei, IV, 16; XIV, 41. 

(20) Bousset, op. cit. pp. 176-186. 

(21) Bousset, op. cit. pp. 186-197. 

(22) Bertholet, op. cit. pp. 342-358. 

(23) Lo svolgimento « narrativo » delle sacre Scritture, per 
opera degli scribi e dei rabbini, si dice ebraicamente Haggadà, 
e quello legislativo, Halachà. Alcuni esempi di Haggadà bì sono 
introdotti nella Bibbia (Lenitico, XXIV, 10-14, 23; Numeri , XVII, 
1-5), e così pure di Halachà (NumeH, XIX, 14-22). Ma la gran 
massa delle tradizioni rabbiniche d’ambo le specie formò nei primi 
tre secoli cristiani le raccolte della Misnàh, e poi quelle ulteriori, 
assai più vaste, del Talmud. Ved. L. H. Strack, J Einleitung in den 
Talmud (Leipzig 1908), pp. 6-22. 

(24) Bousset, op. cit. pp. 136-163, 211-232. 

(25) Bousset, op. cit. pp. 410-496; Bertholet, op. cit. 
pp. 414-435. 

(26) La Sapienza del Siracide (libro de\Y Ecclesiastico) è per 
questo lato una delle opere pili nefaste che siano state scritte, per 
la enorme efficacia che ebbe sulla educazione cristiana. 

(27) Bertholet, op. cit. pp. 407-414 ; Bousset, op. cit. 
pp. 428-452, 459-470. 

(28) Salmo VI, 6 ecc. — Presso gli Ebrei P inferno aveva nome 
di « Sheòl », Vw- 

(29) Bousset, op. cit. pp. 245-277. 

(30) Bertholet, op. cit. pp. 435 sgg. ; Llemen, op. cit. 
pp. 90-130. 

(31) Daniele , XII, 2. 

(32) Sapienza Vili, 20 ; II Enoc XXIII, 5. 

(33) Bousset, op. cit. pp. 277-329; Bertholet, op. cit. 
pp. 457-472. 


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Capitolo Settimo. 

La pienezza dei tempi. 


L’ Atene di Pericle, che a Maratona e a Salami na 
erasi coronata di gloria, arrestando sulle rive delP Eu¬ 
ropa e respingendo in Asia le armate del Gran Re ; di¬ 
venuta signora del mare, centro radioso della civiltà 
degli Fileni, pareva destinata a fondare quel grande im¬ 
pero greco che avrebbe rivelato al mondo intero nuovi 
ideali di vita. La guerra ostinata e barbarica del Pe 
loponneso mostrò quali cause profonde d’ indisciplina 
e di rivalità, spingessero gli uni sugli altri questi Greci 
che crearono la libertà e la democrazia, per rimanerne 
essi medesimi vittima. La implacabile Sparta, alleata 
con la Persia, abbatté finalmente la temuta potenza 
di Atene, e tutt’ e due poi caddero in potere dello stra¬ 
niero. Fu buona fortuna che questi fosse un discepolo 
e propagatore della civiltà greca, la quale trovò in esso 
virtù di esaltarsi verso nuovi trionfi. 

Quando Filippo il Macedone dava a suo figlio Ales¬ 
sandro per maestro Aristotele, la politica greca soggia¬ 
ceva a una crisi decisiva non solo della vita cittadina, 
ma eziandio de’ principii teorici. Le vecchie idee demo¬ 
cratiche, se pure aveva n condotto a resultati magnifici 
di prosperità nazionale, tuttavia s ? erano in pratica di¬ 
mostrate così pericolose, così facili a promuovere la 


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17 G — 


corruzione e il dissolvimento d’ ogni ordine civile nel 
popolo, clie la fede nel loro valore era scossa profonda¬ 
mente. I filosofi nuovi della storia e della politica non 
esitavano a manifestare le preferenze loro in favor di 
un regime coordinato ad unità dalla mente illuminati! 
e dal braccio potente di un uomo, costituito a capo di 
uno stato monarchico. Nell’ animo dei Greci affaticati 
dalle sterili lotte, in cui s’ erano consumate le forze dei 
piccoli stati rivali, sorgevano confuse aspirazioni verso 
l’ignoto ideale di una salda e pacifica monarchia univer¬ 
sale. atta a dare al pensiero ed alla vita ellenica tutto 
l’impulso creatore di ricchezza e di gloria ond’era ca¬ 
pace. Alessandro che alla testa di un esercito macedone 
e greco passava PEllesponto e osava il miracolo della 
conquista mondiale, per diffondere ovunque la civiltà 
d’ Atene, era accompagnato dai voti della grande mag¬ 
gioranza degli Elleni. Alessandro vincitore dell’ ultimo 
Dario, successor dei faraoni e del gran re, Alessandro 
trionfatore in Babilonia, aspirante, da vivo, agli onori 
della divinità, malgrado le ironie dei letterati greci, 
era seguito dal plauso, dalla riconoscenza dei popoli. 

La sua morte precoce, rendendo la successione dif¬ 
ficile, minacciò di travolgere in generale sfacelo il 
troppo rapido e vasto impero dei Greci nell’Asia. Ma 
l’Oriente era esausto, dopo tante vicende di guerre e 
di rivolgimenti sociali ; era troppo diviso e impotente 
per riedificare l’abbattuto edificio delle sue costitu¬ 
zioni politiche. I generali macedoni poterono libera¬ 
mente pensare a combattersi, perché si rivelasse di tra 
loro « il più degno » di succedere ad Alessandro. Ma 
nessuno di loro potè vincere quella che per l’Oriente 
era fatalità della storia: il subitaneo risorgere del- 
T Egitto e dell’ Asia, di nuovo separati e in lotta con- 


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— 177 — 


tinua fra loro ; la fiacchezza ognor più visibile dell’ uno 
stato e dell’ altro a organizzarsi in saldo ordinamento, 
e a resistere alla invasione di potenze straniere. 

1. Decadenza dell’impero ellenista. 

Così mentre Seleucidi e Tolomei fra loro si logora¬ 
vano in guerre disastrose ed inutili, due popoli ugual¬ 
mente si avanzavano a contendersi da Oriente e da Oc¬ 
cidente l'eredità di Alessandro : i Romani ed i Parti. 
La dinastia seleucida, erede in Asia delle tradizioni 
babilonesi, assire, persiane, destinata essa sola a sop¬ 
portare P urto degli uni e degli altri, forse avrebbe 
potuto riuscire a consolidare P impero, se, durante il 
primo suo secolo, quando la piccola Roma alle prese 
coi Sanniti e con Pirro inoltrava si penosamente oltre 
i confini d ’Italia a incontrare in Sicilia la potenza 
gigante di Cartagine, e quando ancora le orde tumul¬ 
tuose dei Parti stavansi formando in nazione, fra le 
barbare genti dell’ Asia tatarica, ella avesse impiegate 
le migliori sue forze a costituire un regime ben ordi¬ 
nato alP interno, disciplinato ai confini. Ma P iniquo 
governo civile di oppressione e spoliazione dei sudditi, 
le dissensioni dinastiche, le incessanti discordie con 
P Egitto, tutta una falsa politica di superbie e di de¬ 
bolezze, ne preparò invece la fine sicura. E quando An¬ 
tioco III, valoroso e tenace, risollevava alquanto le 
sorti del regno, per riconcentrarne le forze contro i 
Parti sempre più minacciosi, e ricostituiva nel Medi- 
terraneo la potenza delP impero ellenistico d’Asia, 
incontrava sulla via dell’ Egitto i Romani che, vinta 
Cartagine, umiliata la Macedonia, alleati alla Grecia, 
protettori dei Tolomei, gli si opponevano in vinci bil- 

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— 178 — 

mente, e a Magnesia infrangevano per sempre (a. 190) 
la potenza del regno seleucida. Antioco IV V Epifaue, 
risoluto a rifarsi delle provincie di Mesopotamia, ca¬ 
dute in man dei Parti, conquistando il cadente impero 
egiziano, fu fermato alla vigilia dell’ ultima vittoria 
dall’ intimazione romana (a. 168) e dovè ritirarsi en¬ 
tro i confini, senza neanco osare la sorte delle armi. 
Da quel dì la rovina del regno seleucida prosegue ra¬ 
pida ancora un secolo, arrestata nel suo precipitare 
dalle guerre civili clie al tempo dei Gracchi, dopo la 
distruzione di Cartagine, agitarono Roma, e dalla crisi 
politica cui soggiacque il nascente impero romano nel- 
P età di Mario e di Siila. 

I Giudei furono i primi fra gli orientali ad insor¬ 
gere contro i re seleucidi per la indipendenza nazionale. 
Nella lotta, che da soli contro il regno non avrebbero 
mai sostenuto con vittoriosa fortuna, trassero giova¬ 
mento dalle noie che già dava ai Seleucidi la crescente 
penetrazione dei Parti, e dalle limitazioni che nelP or¬ 
dinamento delP esercito essi avevano dovuto accettare 
dai preponderanti Romani. Non sappiamo tino a qual 
punto sia vera la notizia relativa a un preteso trattato 
di alleanza di Simone Asmoneo con la repubblica ro¬ 
mana. Sembra invece che soltanto a Giovanni Ircano 
suo figlio riuscisse di concluderla e non senza fatica, 
respinta già una volta la domanda (1). 

Realmente i Giudei non avevano una situazione in¬ 
dipendente dai re seleucidi. Già sotto il principato di 
Simone, rimasto Demetrio II prigioniero dei Parti, il 
re Antioco VII Sidete fecesi innanzi ad esigere che Si- 
mone restituisse le città da lui prese, ma non appar¬ 
tenenti al territorio giudaico, soprattutto il porto di 
Joppe, o che perciò pagasse gravissimo contributo. Le 


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— 179 — 


esigenze del re naturalmente condussero ancora alla 
guerra, trascinatasi debolmente più anni. Alla fine, 
assediato Giovanni Ircano in Gerusalemme, dovè ca¬ 
pitolare, e Giudei reputarsi ben felici di potersi Ulce¬ 
rare dal gran pericolo corso, previa la consegna delle 
armi, il tributo di cinquecento talenti, e lo smantel¬ 
lamento delle mura della città (2). 

Antioco VII aveva le sue buone ragioni per usare 
così parcamente dei diritti di vincitore, e mantenere 
il giudaismo nella situazione politica eh’ era già riu¬ 
scito a crearsi. Ma i suoi progetti perirono poco dopo 
seco lui (a. 128) nella guerra contro i Parti, sostenuta 
con varia vicenda, terminata poi con la sua morte e 
con la perdita definitiva delle provincie transeufrati- 
che. Ircano ne approfittò per sottrarsi al predominio 
seleucida, ricostruì le mura e fortificò la città, edificò 
al lato settentrionale del tempio sulla cima del Sion 
la nuova fortezza di « Baris », si circondò di una guar¬ 
dia composta di soldati mercenari, e riuscì finalmente 
a concludere con i Romani un* alleanza, che gli per¬ 
mise di poter passare dallo stato di difesa alla con¬ 
quista della Palestina, naturale retaggio d’Israele. 
Occupò talune importanti città oltre il Giordano, sot- 
tomise Siehem, assoggettò i Samaritani, distrusse il 
loro tempio sul Garizim, invase P Idumea e ne co¬ 
strinse gli abitanti a passare al giudaismo e a farsi 
circoncidere. Così ora intendevano i Giudei, già in lotta 
contro P Epifane per la coscienza, la libertà religiosa 
(a. 128). 

Pose assedio a Samaria. La vecchia Samaria israe¬ 
litica, distrutta da Alessandro e poi ricostruita, era 
stata nuovamente popolata di immigrati macedoni. 
Ircano e i suoi ardevano di penetrare in quel covo del- 


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— 180 


l’ellenismo, a farvi le vendette del giudaismo orto¬ 
dosso. Antioco il Ciziceno dalla Siria accorse in aiuto. 
Si venne a battaglia, e i Giudei sconfìtti ricorsero, per 
salvarsi dalla mala ventura, all’ alleanza romana. I 
Romani ordinarono ad Antioco di non varcare i confini 
dello stato giudeo. La guerra proseguì stanca da parte 
della Siria, perdurante ostinata fortunata per i Giudei. 
Dopo lungo assedio Samaria fu presa d’assalto (a. 110) 
e, secondo la parola dei profeti, disfatta sì da renderla 
inabitabile. 

2 . Regno giudaico degli Asmonei. 

La distruzione di Samaria e V occupazione del vec¬ 
chio territorio israelita, che coronò gli sforzi militari 
del lungo principato d’Ircano, sodisfecero quasi in¬ 
teramente all’ antica aspirazione dei Giudei di ricon¬ 
quistare la terra promessa al popolo eletto, e posse¬ 
duta nei tempi lontani di David. Oggi la prima volta 
dallo scisma d’Israele e di Giuda, Gerusalemme per 
merito dei Gran Sacerdoti asmonei tornava a domi¬ 
nare sul regno che fu di Salomone, e il giudaismo as¬ 
sorgeva a una potenza politica quale da Salomone mai 
non aveva raggiunta. Che differenza v’ era tra i Gran 
Sacerdoti asmonei e gli altri re dell’Oriente? Gli anni, 
nei quali il titolo di Gran Sacerdote era concesso al 
capo di una gente soggetta allo straniero, erano ben 
passati. Oggi Israele era libero e signore del proprio 
destino. 

Giuda Aristobulo, figlio e successore d’Ircano nella 
somma dignità sacerdotale, prese il titolo di re « Fi¬ 
lelleno ». Si assicurò il trono, dicesi, col far morire di 
fame sua madre, e gettando i fratelli in prigione, 


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— 181 — 


tranne uno suo prediletto, che poi mise a morte. Morì 
egli stesso, circa un anno dopo ; la sua moglie Salome 
Alessandra liberò i fratelli dal carcere, e fece succedere 
nel regno e nel Gran Sacerdozio un di loro, Gionata, 
o Janneo, Alessandro, che la sposò benché di essa più 
giovane. Aristobulo aveva imitato la vita guerresca 
del padre, ampliato dal lago di Tiberiade alle fonti del 
Giordano e più in là il dominio giudaico in Galilea 
e in Iturea (a. 103), costringendo gli abitanti a circon¬ 
cidersi e a passare al giudaismo. Alessandro, fatto uc¬ 
cidere un fratello di cui sospettava, continuò la mede¬ 
sima vita del campo fra continue spedizioni militari 
per estendere i confini del regno. Non senza fatica e 
dopo vari rovesci sottomise il litorale filisteo di popo¬ 
lazione ellenistica, imponendo gravi tributi ; poi si 
gettò alla conquista del territorio a oriente dei Gior¬ 
dano. Ma i paesi limitrofi al deserto, che due millenni 
prima erano stati in possesso dei «Chabiri », gli ante¬ 
nati di Janneo, ora da qualche secolo venivano poco a 
poco occupati da un’ altra gente semitica, che lenta¬ 
mente avanzatasi ad aver parte nella storia: gli Ara¬ 
bi. I confini del deserto siro-arabo erano disseminati 
di principati indipendenti, da Damasco alle rive del 
mar Rosso Rin oltre V Idumea, dove avevano i Na¬ 
batei costituite un regno, e capitale la rupestre Petra. 
Uno di loro, Obada il Nabateo, scontratosi con Ales¬ 
sandro sull’altipiano di Gaulan a oriente del Giordano 
superiore, lo sconfìsse completamente e ne distrusse 
1’ esercito. 

A Gerusalemme scoppiò la rivoluzione. I farisei da 
tempo non celavano il loro malcontento di vedere così 
viziosamente riunite nella stessa persona le funzioni 
pacifiche del Sacerdote con quelle sanguinose di un 


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— 182 — 


principe militare. 1/ avevano già detto ad Ircano ; 
1’ avevano ripetuto a gran voce ad Alessandro mede¬ 
simo, qualche mese prima nel tempio, dov’ egli di ri¬ 
torno dal campo con le mani bruttate di strage aveva 
offerto i miti sacrifici solenni ; essi non tolleravano un 
pontefice-re. Ora il popolo istigato da loro, e scosso 
alla notizia di tanto disastro, tumultuò ; si venne alla 
guerra civile. 

Alessandro, circondato dalle falangi mercenarie di 
Pisidia e Cilicia, a imitazione di Ircano, e come lui 
sostenuto dalla classe sacerdotale organizzata nel par¬ 
tito nuovo de’ sadducei, resisteva da forte ; nessuna 
delle parti riusciva ad ottenere il sopravvento. I ri¬ 
belli chiamarono in soccorso Demetrio III Euchero, 
che appiccata gran battaglia nei dintorni di Sichem 
sconfisse Janneo. Il pontefice-re fuggitivo riparò per i 
monti di Samaria, senza esercito e senza consiglio ; 
e forse il Seleucida pensava ora a riprendere per sé 
la perduta provincia di Giudea, quando il popolo, che 
non dimentica, fu vinto dal ricordo che Alessandro era 
pure il nipote di Giuda il Maccabeo. Seimila ribelli 
passarono a’ suoi ordini, la guerra continuò. Deme¬ 
trio tornò ne’ suoi stati, e Alessandro vittorioso rien¬ 
trò in Gerusalemme, seguito da gran numero di fari¬ 
sei prigionieri (a. 88). Ottocento di loro, i capi della 
sedizione, furono crocifìssi d’ intorno alle mura, men¬ 
tre dinanzi agli occhi de’ morenti le spose e i teneri 
figli perivano scannati. I farisei dettero al pontefice- 
re nome di « Tracio » (carnefice) (3). 

Janneo, sbarazzato de’ suoi nemici, stordi vasi nelle 
lussurie e passava il più del suo tempo a condurre 
spedizioni militari. Le ultime sue campagne di là dal 
Giordano ottennero felice successo. Parecchie città 


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— 183 — 


greche o elleniste furono conquistate, gli abitanti co¬ 
stretti al tributo o alla circoncisione. Di ritorno a Ge¬ 
rusalemme, Alessandro ebbe a voce di popolo gli onori 
di un magnifico trionfo. 

Morto (a. 76), gli successe nel regno la vecchia mo¬ 
glie Alessandra, che si affrettò a conferire il gran sa¬ 
cerdozio a suo figlio Giovanni Ircano. I farisei ne fu¬ 
rono contenti, e divennero sostenitori del principato 
femminile, che evidentemente dispiaceva ai sadducei. 
Alessandra, però, seppe usare del regio potere con mo¬ 
derazione, rilasciando gran parte delle sue attribu¬ 
zioni al Sinedrio, nel quale ella introdusse il nuovo 
elemento degli scribi e dottori della legge. Il suo regno 
durò nove anni, pacifico e prospero. Ella tenne conti¬ 
nuamente occupato Aristobulo, minor fratello d’Ir¬ 
cano, in lontane ed inutili spedizioni guerresche. Sa¬ 
peva che la pace sarebbe finita con lei. 

Alla morte della madre, Aristobulo con Y esercito 
marciò su Gerusalemme, contro Ircano dichiaratosi 
pontefice e re. Presso Gerico fu la battaglia; Ircano, 
sacerdote imbelle, vi fu disfatto e abdicò in favore del 
fratello al pontificato ed al regno. Ma Antipatro, un 
idumeo reggente V Idumea per Ircano, lo istigò a 
proseguire la lotta, e riuscì a farlo appoggiare, con¬ 
tro grossi compensi, dal re dei Nabatei, Harit III il 
Filelleno. Aristobulo battuto e inseguito si rifugiò in 
Gerusalemme, dove si parteggiava furiosamente per 
Y uno o Y altro dei fratelli. L’assedio e la guerra conti¬ 
nuavano senza vermi risultato, quando ad un tratto 
vennero a riversarsi in Giudea le legioni di Roma. 


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— 184 — 


3. La conquista romana. 

Con Mitridate andavano in rovina gli ultimi ten 
tativi in Asia Minore per ricostruire 1’ impero elle¬ 
nistico asiatico sugli avanzi di quello che fu di Ales¬ 
sandro. Siila aveva ricacciato Mitridate nel Ponto, e 
reso al Mediterraneo carattere di lago romano. Ora 
Pompeo continuava 1’ opera del truce dittatore, e vit¬ 
torioso inoltravasi fino alle rive dell’ Eufrate, abbat¬ 
tuti dovunque i nemici del nome romano, restituita 
alle genti dell’ Asia anteriore la libertà, sotto il pro¬ 
tettorato munifico di Roma invincibile. Roma attuava 
1’ idea politica nuova, là dove era fallita la missione 
di Atene : associare i popoli tutti nell’ unità di una 
vasta alleanza di pace, crear 1’ impero della civiltà, 
non più sovra il principio del dispotismo brutale, come 
gli antichi e i nuovi conquistatori dell’Asia, ma sul 
principio della libertà, della cooperazione di tutti alla 
prosperità universale. 

Roma attuava nella vita i più sublimi ideali della 
democrazia ellenica, ed erede di Atene e di Alessan¬ 
dria facevasi continuatrice di civiltà, rinnovatrice della 
storia. L’ Oriente era sazio, era stanco di oppressione 
e tirannide; anelava alla pace, alla vita del pensiero, 
alla contemplazione religiosa. Con lo stesso abbandono 
fatalistico, con cui s’ era difeso e resisteva a vecchi 
e nuovi oppressori, getta vasi ora in braccio di quella 
salda forza, che con la liberazione prometteva pace e 
ricchezza, associandolo alla fortuna e al destino di 
Roma. E le legioni romane, annientato Mitridate, cor¬ 
revano l’Asia come in trionfo pacificatore dal Ponto 
all’ Egitto. 


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— 185 — 


Pompeo che dall’Armenia, arbitro dei regni del- 
P Aria, si avanzava lentamente per la Siria, vi si fece 
precedere dal suo luogotenente Emilio Scauro. A gara 
con le città e i tirannelli emersi dal naufragio del re¬ 
gno seleucida, anuie i rivali giudei, Ircano ed Aristo- 
bulo, si affrettarono a inviargli ambasciatori con ric¬ 
chissimi doni. Aristobulo giunse per il primo, ed ebbe 
il favore di Scauro (a. 65). S’insediò pertanto da re 
in Gerusalemme, mentre Ircano e i suoi partigiani 
erano costretti a ritirarsi. Sopravvenne Pompeo. I fra¬ 
telli recaronsi ad incontrarlo a Damasco, facendo 
ognuno valere i propri diritti. Aristobulo, che offrì 
sontuosissimi doni, si mantenne altiero ed ambiguo, 
ed irritò a suo danno la ben nota suscettibilità del 
patrizio romano. Pompeo si riserbò di decidere, dopo 
P arrivo in Giudea. 

Aristobulo, tra urtato e sgomento, ondeggiava fra 
la resa e la difesa. Tornò a Gerusalemme, preparò la 
resistenza. Pompeo lo seguì. A1P ultimo istante, Ari¬ 
stobulo abbattuto si recò al campo romano, chiese 
pace, promise tributo. Ma Gabinio, incaricato di an¬ 
dare a riscuoterlo, giunto dinanzi a Gerusalemme trovò 
le porte chiuse, e la gente armata a resistere. Pompeo 
s’infuriò, fece prigione Aristobulo, si avanzò contro 
Gerusalemme. La parte d’Ircano, guidata dagli astuti 
consigli d’Antipatro, gli aprì le porte della città ; le 
milizie d’Aristobulo s’asserragliarono nel quartiere 
del tempio, robustamente difeso dalla fortezza di Ba- 
ris. L’ esercito romano lo assediò, lo espugnò (a. 63) 
dopo tre mesi: Pompeo entrò col seguito nel tempio, 
penetrò nel santuario, vide i sacri tesori, ma non toccò 
nulla. Ordinò che il culto venisse regolarmente ripreso. 
Trasse prigionieri di guerra anche i figliuoli di Ari- 


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— 186 — 


stobulo, con gran numero de’ suoi partigiani. Quindi 
riordinò su nuove basi lo stato giudaico. Ircano fu 
riconfermato nel gran sacerdozio, ma la regia autorità 
gli fu tolta, e accresciuto il potere di Antipatro. Le 
conquiste giudaiche in Celesiria e rulla costa del Me¬ 
diterraneo non furono riconosciute. Le città ellenistiche 
del Giordano furono liberate dalla servitù politica e 
religiosa del giudaismo, dotate di civile autonomia, 
aggregate alla nuova provincia di Siria. La Galilea 
fu annessa alla Giudea, ma ne venne staccata Sa¬ 
maria col territorio adiacente, restituitale la indipen¬ 
denza. Pompeo fu celebrato come un liberatore. 

L’ esito della giornata di Farsaglia (a. 48) costrinse 
Ircano e il suo ministro Antipatro a volgersi dalla 
parte di Cesare. Antipatro ebbe tosto 1’ occasione di 
mostrare la sua lealtà coi fatti al nuovo arbitro d’Asia, 
impiegando a favore di Cesare tutte le sue milizie, per 
liberarlo allor che si trovò con le legioni stretto e mal 
ridotto in Alessandria. Cesare seppe ben ricompen¬ 
sare (a. 47) il segnalato servigio di quell' Idumeo, 
nominandolo cittadino romano e confermandolo go¬ 
vernatore di Giudea, ministro d’Ircano. Questi fu 
mantenuto in carica di Gran Sacerdote. 

La battaglia di Filippi (a. 42) che divise V impero 
di Roma tra Ottaviano e Marco Antonio, lasciava a 
quest’ ultimo la signoria dell’ Oriente. Ma Antonio che 
dalla Grecia per 1’ Asia Minore avanzavasi in Siria 
diretto in Egitto, trovava lo stato giudaico abbastanza 
cambiato dal tempo di Cesare. Antipatro divenuto on¬ 
nipotente, considerato dal popolo come avente regale 
autorità, pur con i benefici che col suo tatto politico 
aveva assicurato alla Giudea, non era riuscito a catti¬ 
varsi la simpatia né la tolleranza degli intransigenti 


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Giudei. Essi lo avevamo fatto morire di veleno. Ma 
la sua dinastia era fondata. Antipatro aveva già prima 
costituiti i suoi figli Fasaele ed Erode con lo stesso po¬ 
tere di lui. quello sulla Giudea e Gerusalemme, 1’ altro 
in Galilea. Alla sua morte (a. 43) Ircano, pover uomo 
incapace, nulla fece per volgere in proprio favore gli 
eventi, e le cose continuarono a andar come prima. 
Antonio, già stato anni innanzi in Giudea e ricevuti 
utili servigi da Antipatro, riconfermò (a. 41) nell’ of¬ 
ficio quasi regale i suoi figli. Questi seppero con molti 
donativi farsi da lui perdonare la inevitabile colpa di 
aver parteggiato in favore di Cassio, quando venne 
in Oriente ad allearsi contro i cesariani coi Parti. 

I Parti non lasciarono di approfittare del disordine 
in cui gettò 1’ Oriente, dopo la morte di Cesare, la 
guerra civile di Roma. Già tenuti appena a freno dalle 
insigni vittorie di Pompeo, essi erano ora superbi del 
trionfo ottenuto sui Romani, sconfiggendo le legioni di 
Crasso, e, padroni della Mesopotamia, si apprestavano 
alla conquista dell’ Asia anteriore. Ed infatti, mentre 
Antonio fra le braccia di Cleopatra dimenticava in 
Egitto la grande impresa asiatica di vendicare V onore 
di Roma oscurato da Crasso, 1’ esercito dei Parti pene¬ 
trava in Siria. Il partito giudaico, avversario d’Ircauo 
e degli antipatridi, non mancò di giovarsene. Il super¬ 
stite figlio di Aristobulo, Matatia Antigono, sfuggito 
alla prigionia romana ed ai sicarii de’ pompeiani, 
entrò in rapporto con gli invasori, mentre il popolo 
giudeo all’ annunzio dei sopravvenienti « liberatori » 
d’ Oriente tumultuava e in massa si ribellava ai Ro¬ 
mani. Antigono promise ai Parti mille talenti e cin¬ 
quecento donne dagli « harem » di Fasaele e di Erode; 
ebbe Y investitura del regno e del gran sacerdozio. 


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Forti distaccamenti di cavalleria partica entrarono 
con lui in Gerusalemme e lo ristabilirono sul trono 
degli Àsmonei (a. 40). Ircano e Fasaele nel frattempo, 
recatisi a trattare al campo dei Parti, vi furono te¬ 
nuti prigioni. Fasaele si uccise ; Ircano ebbe dai ni¬ 
pote Antigono mozzati gli orecchi, per farlo inabile 
al sommo pontificato. Quindi fu tratto dai Parti cap¬ 
ti vo in Mesopotamia. 

4. Erode “ il Grande 

Erode riuscito a fuggire e ad internare il suo « ha¬ 
rem », con le milizie fedeli, entro la inespugnabile Ma- 
sada sulle rupi occidentali del mar Morto, riparò tra 
i Nabatei, passò in Egitto, e seguito alle calcagna dai 
sicari di Antigono riuscì a sbarcare in Italia. A Roma 
s’ incontrò con Antonio e Ottaviano, che presero viva 
parte in suo favore, e lo presentarono in Senato. An¬ 
tonio non dubitò di perorare per lui, perché avesse 
titolo di re de’ Giudei. Lo concedette il Senato; ed 
Erode si recò in Campidoglio, accompagnato da’ suoi 
due protettori ed amici, a ringraziarne gli dei. 

Tornò subito in Palestina, dove Antigono frattanto 
da brigante taglieggiava il paese per raccogliere il tri¬ 
buto promesso ai Parti. L’ odio ai Romani che presu¬ 
mevano imporre il principato di un Idumeo eccitò in 
sommo grado lo spirito di ribellione fra i Giudei, e 
Pinsediamento di Erode, malgrado gli aiuti del procon¬ 
sole di Siria Ventidio, che nel frattempo aveva respinti 
i Parti, si fece con lentezza e difficoltà. Solo dopo tre 
anni dal decreto di Roma, Erode riuscì finalmente a 
venir sotto le mura di Gerusalemme. I Farisei, stanchi 
della politica pessima del pontefice e re, consigliavano 


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la resa ai ^Romani ; non furono ascoltati. In dne mesi 
la città fu presa <T assalto, fra massacri e saccheggi ; 
Erode fu re (a. 37). Antigono si arrese supplichevole 
nelle mani del luogotenente d’ Antonio, che trovavasi 
allora in Antiochia. Insultato e imprigionato, fu ri¬ 
messo ad Antonio, che intendeva serbarlo per il trionfo 
di Roma. Ma Erode ottenne, mediante fortissime 
somme, che fosse subito decapitato. Così finiva P ul¬ 
timo dei re Asmonei. 

Tra i preparativi dell’ assedio, Erode aveva con 
gran pompa celebrate le sue nozze con l’asmonea Ma- 
riamme, nata da Alessandra figliuola d’ Ircano, il mu¬ 
tilato di Antigono. Sembrò un matrimonio d’ambi¬ 
zione ; ed era invece la realtà di un sogno di passione 
insaziabile. Ora, divenuta regina, il popolo amava il 
vivo ricordo della dinastia nazionale, impersonata in 
quella dignitosa bellezza. Erode consumavasi in una 
doppia gelosia d’ amore e di regno. Mariamme aveva 
un fratello, Giuda Aristobulo, come lei figlio d’ Ales¬ 
sandro il fratello maggiore &’ Antigono. Il giovane 
Aristobulo, che nella sua persona riuniva i diritti del 
duplice ramo degli Asmonei, era una spina infitta 
nel cuore di Erode. La madre Alessandra sottilmente 
alacremente congiurava ; Salome, sorella di Erode, 
sorvegliava, spiava. Aristobulo doveva essere eletto 
al sommo pontificato ; ma Erode, che deteneva il diritto 
di nomina, non voleva saperne. Dovette accondiscen¬ 
dere ; le principesse asmonee P ottennero per mezzo di 
Cleopatra, di cui erano intime amiche. Era pericoloso 
contradire ai desideri della signora di Antonio, che 
sulle rive del Nilo dimenticava il mondo. 

Aristobulo diciassettenne, incoronato e vestito della 
porpora pontificale, suscitò P entusiasmo del popolo: 


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Erode vide e tacque. Alcuni mesi dopo, Alessandra 
dava in Gerico una gran festa e Aristobulo con gli al¬ 
tri coetanei giuocava a tuffarsi nelle vasche reali. Fu 
tenuto dai suoi giovani amici col capo sott’ acqua, 
tanto che vi affogò ; il re fu dispiacentissimo. Dovè 
tuttavia comparire in presenza di Antonio, che in mar¬ 
cia con V esercito verso V Armenia passò da Laodicea. 
D’accordo con Alessandra, Cleopatra ambiva di rovi¬ 
narlo, desiderando annettere il regno all’ Egitto. Erode 
si aspettava la peggio ; ma in Antonio prevalsero gli 
interessi politici ; si limitò a far cedere a Cleopatra 
notevoli parti del più ricco territorio giudeo, cui ella 
soprattutto aspirava. Erode fu lieto, e con viso ridente 
ricevè in Gerusalemme la famosa beltà. 

Scoppiata la gqerra fra Antonio e Ottaviano, Erode 
contò di rifarsi il favore di Antonio, che in Oriente 
pareva dovesse riuscir vincitore, prendendo parte alla 
guerra. Cleopatra ne lo fece distrarre, e mandare a com¬ 
battere i Nabatei. Quando, perciò, dopo lo scontro 
d’Azio (a. 31), Ottaviano si avviò per V Oriente a pren¬ 
dervi possesso dell’ impero d’Antonio, fu facile ad Erode 
che andò a presentarglisi a Rodi, in figura dimessa, 
ottenere la grazia del vincitore, al cui servizio mise 
tutte le sue milizie per la campagna egiziana contro 
Cleopatra. Ottaviano Augusto lo confermò nel regno 
(a. 30) ed anzi glielo accrebbe. 

Prima di partire per Rodi, aveva dato Erode ese¬ 
cuzione alle ultime sue volontà. Aveva fatto uccidere 
il vecchio Ircano, tornato di Babilonia al principio 
del regno, e ordinato, se non tornasse, di uccidere 
ugualmente Alessandra e Mariamme. Al ritorno, un 
terribile sospetto, eccitato vie più da Salome suo cat¬ 
tivo genio, che Mariamme io avesse tradito, nell’ as- 


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senza, con P ufficiale incaricato di guardarla, lo spinse 
a farla condannare a morte. La regai donna osò affron¬ 
tare il patibolo con al fierezza, sopportando in silenzio 
gli estremi insulti di sua madre. Erode in preda alla 
disperazione del perduto amore, parve impazzire. Tor¬ 
bido, solitario, implacabile, continuò la sua via brutta 
di sangue. Ohe valore poteva egli dare alla vita degli 
altri, se aveva lino ucciso il proprio amore? Così V un 
dopo P altro morirono, vittima de’ suoi sospetti, e la 
turpe Alessandra, e i figli suoi avuti da Mariamme, 
Alessandro e Aristobulo, e cinque giorni prima di mo¬ 
rire anche il maggiore Antipatro, che doveva succeder¬ 
gli. I contemporanei non seppero decidere se avesse 
torto (4). 

Inutile parlare della severità inesorabile usata con 
tutti gli altri. Fu il regno del terrore. I cittadini di 
Gerusalemme non ad altro attendessero che al proprio 
lavoro. Vietato il riunirsi comunque per le strade o 
nelle case. Una estesissima polizia segreta sorvegliava 
tutti quanti giorno e notte ; ogni gesto notato, ogni pa¬ 
rola denunziata. I sospettati sparivano nelle segrete di 
stato ; i convinti di colpa giustiziati ; alcuni tentativi 
di cospirazione, soffocati nel sangue. I Giudei, gli 
eterni irrequieti, trovarono il serpente atto a domarli ; 
sentirono il dente delPidra, a cui bisognava piegarsi, 
e quale volevano i tempi estremamente difficili. Un 
esercito mercenario di Traci e Germani stava d’ intorno 
al principe inaccessibile, e ne eseguiva gli ordini. 
Erode era sacro alla maledizione dei posteri, come il 
perfetto tipo del tiranno in odio a Dio e agli uomini ; 
ma il lungo suo regno segnò il massimo sviluppo di pro¬ 
sperità, cui potesse arrivare il giudaismo, talmente da 
destar P ammirazione di tutto P Oriente. 


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La condizione sua di « re alleato », cioè dipendente 
dai Romani, gli vietava di far guerre oltre i confini, di 
concludere alleanze senza il previo consenso del Se¬ 
nato; impedi vagli insomma di mostrare qualsiasi vel 
leità conquistatrice. Ma Erode nondimeno si fece gran 
nome in Oriente, quale promotore magnifico di civiltà 
ellenistica. Seguace del giudaismo per necessità pra¬ 
tica, ma realmente di nessuna fede, protesse con ugual 
tolleranza la libertà e il diritto di tutti i cittadini. 
Amava dirsi « Filantropo » e « Filelleno ». Teneva a 
corte un circolo di dotti ellenisti, con i quali si dilet¬ 
tava a parlare di retorica e filosofia ; preferito sugli 
altri Nicolò di Damasco, che come oratore officiale in¬ 
nanzi ad Augusto più di una volta gli rese importanti 
servigi. Fece risorgere le città ellenistiche del regno. 
Riedificò Samaria, città ellenistica, V arricchì di bei 
colonnati, tuttora in parte superstiti fra i coltivati 
campi, e la chiamò Sebaste in onore d’Augusto. Riedi¬ 
ficò sul Garizim il tempio dei Samaritani, distrutto 
dagli Asmonei. Creò nuove città, e della vecchia « Torre 
di Stratone » sul mare fece il centro commerciale e 
marittimo del regno, che nominò Cesarea. E i princi¬ 
pali centri della Siria, e le Isole, e Atene e Sparta e 
Olimpia dotò di templi e terme e portici con magnifi¬ 
cenza. 

Ornò Gerusalemme di palazzi e giardini, vi edificò 
un teatro, un circo, un ippodromo. Con tali edifìci pro¬ 
fani non fece che approfondire V inestinguibile odio che 
i Giudei serbarono sempre contro il « semigiudeo », rap¬ 
presentante il giogo satanico di Roma. Egli se ne do¬ 
leva, e pensò di farseli grati, riedificando il tempio 
eh’ era pur sempre quello di Zerobabele, vie più me¬ 
schino e povero quanto più Gerusalemme prosperava. 


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Il suo proposito, invece, destò nuove contrarietà, op¬ 
posizione più acerba; per riuscire, dovè mettere in 
opera tutta P autorità, e dare minutissime assicura¬ 
zioni circa il modo di non interrompere il culto divino. 
Fu riedificato parte a parte sul preciso modello dei 
tempio di Zerobabele, ma più vasto, più bello. L’ opera 
incominciata nell’anno 19, terminata nelle parti prin¬ 
cipali dopo otto anni, continuò ancora per un’ ottan- 
t’anni, fino quasi alla vigilia dell’ ultima sua rovina. 
Giganteschi terrapieni e sostruzioni furono ancora ne¬ 
cessari a rialzare e ingrandire il piano rettangolare 
destinato a contenere i sacri edifìci, P altare dei sacri¬ 
fizi, gli atrii d’intorno, e i magnifici porticati a colonne, 
dritti sopra la valle profonda del Cedron ; superbo so¬ 
pra tutti il porticato lungo a quattro colonne di fila, 
detto «di Salomone». Perché i Giudei non avessero a 
inorgoglirsene troppo, Erode rifece, ingrandì, ridusse 
formidabile, la fortezza annessa al muro settentrionale 
del tempio, e cambiolle il nome di Baris in quello di 
«Torre Antonia». Dall’alto delle sue mura, i fidi le¬ 
gionari sorvegliavano e dominavano P intera spianata 
adiacente dei sacri cortili. 

5. I Sadducei. 

Quest’opera meravigliosa, che di gran lunga si la¬ 
sciava addietro il leggendario splendore degli edifici 
salomonici, era tanto più necessaria, quanto più de¬ 
gnamente poteva rappresentare il valore dello stato giu¬ 
daico in Oriente. Il tempio di Gerusalemme, questa 
creazione di David e della legge deuteronomica, era il 
centro di tutto il giudaismo sparso nel mondo civile. 
Di fronte ad esso, il tempio di Leontopoli, fondato (a. 

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170) da Onia fuggitivo in Egitto negli anni della rea¬ 
zione ellenistica, benché retto dalla vecchia dinastia 
dei Sadokidi, non ebbe importanza notevole, nemmeno 
per i Giudei dimoranti in Alessandria. Di quanto il 
giudaismo erasi impinguato nel commercio, ed anche 
politicamente s’ era inalzato di grado con la resurre¬ 
zione maccabea e il regno indipendente degli Asmonei ; 
di tanto era cresciuto lo splendore del tempio, espres¬ 
sione di quella fede alla quale i Giudei ora dovevano i 
loro trionfi. La vittoria del giudaismo era vittoria della 
legge, e la legge era visibile nel tempio. Da ogni parte 
del mondo i Giudei non dimenticavano il tempio, e tutta 
la loro ricchezza vi affluiva in rivoli d* oro per la ma¬ 
gnificenza del culto, alla cui sontuosità contribuivano 
i poveri non meno dei ricchi. 

Si era ormai ben lontani dalla triste penuria dei 
tempi di Ezra. Le rendite del tempio esuberavano, i 
tesori colmavansi d’ oro, anche nei più difficili momenti 
della vita nazionale. Migliaia di sacerdoti, centinaia 
di leviti musici cantori inservienti, curavano, F esecu¬ 
zione quotidiana dei riti e F offerta dei sacrifici, ad 
altro non intenti che a servire nel tempio e dare al 
culto il massimo splendore, nei sacri arredi e ne’ pre¬ 
ziosi utensili adoperati per la liturgia. Il popolo affol¬ 
lava ogni giorno, dalle ore del primo sacrificio mat¬ 
tutino, gli atrii sacri d’ intorno al grande altare, in 
atto d’orazione seguendo i riti sacerdotali, o rispon¬ 
dendo « Amen » alle invocazioni dei Salmi. Nei dì fe¬ 
stivi e sabbatici F affluenza naturalmente era di gran 
lunga maggiore per V intera giornata ; in occasione 
poi di grandi solennità, soprattutto per la festa di Pa¬ 
squa, una folla numerosissima di pellegrini giudei da 
ogni parte del mondo accorreva in Gerusalemme e si 


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ammassava nel tempio, gloria della stirpe, orgoglio 
della coscienza ebraica; sì che pareva, dicono i contem¬ 
poranei, che la Palestina affluendo nella santa città si 
vuotasse di abitatori (5). 

Il giudaismo si era talmente accentrato nel tempio, 
che lo scopo cui la classe sacerdotale mirò con la ri¬ 
forma di Ezra poteva dirsi ormai pienamente raggiunto. 
Il sacerdozio era diventato, malgrado tutto, arbitro e 
dominatore della nazione giudea. Il popolo non avrebbe 
potuto ribellarsi a’ suoi sacerdoti, senza in pari temi>o 
coinvolgere la propria distruzione. Occorre tener conto 
di ciò, per comprendere il valore del sacerdozio di Ge¬ 
rusalemme, in questa età di crisi del giudaismo insieme 
religiosa e politica. Con la riforma di Ezra, consolidata 
dai secoli, il sacerdozio era diventato termine neces¬ 
sario alla vita giudaica, qualunque potessero essere le 
sue vicende storiche. La crisi ellenistica, che aveva pro¬ 
fondamente scosse le basi del giudaismo, era un fatto 
di carattere sacerdotale, la cui decisiva e pacifica effi¬ 
cacia sul popolo forse fu intralciata soltanto dalla 
pazza presunzione di Antioco, di trasformare di un 
tratto o abbattere la religione d’Israele. Le vittore di 
Giuda il Maccabeo, rivendicatrici di libertà politica 
non men che religiosa contro P autorità sacerdotale, 
non riuscirono a togliere la direzione della cosa pub¬ 
blica dalP autorità dei sacerdoti, notoriamente elleni¬ 
stici. Gli Asmonei pervenuti al sommo potere, come 
rappresentanti e promotori di una reazione popolare, 
o per meglio dire borghese, non poterono sostenersi 
altrimenti che grazie all’ appoggio dell* aristocrazia sa¬ 
cerdotale e finanziaria, le cui vedute politiche e reli¬ 
giose avevano già combattute. 

Di fronte alle esigenze del giudaismo popolare, P al- 


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leanza dei sommi pontefici asmonei col partito sacerdo¬ 
tale dovè parere e parve nn tradimento. La borghesia 
si distaccò vie più dai Gran Sacerdoti, quanto più era 
acerrima avversaria dell’ aristocrazia sacerdotale, detta 
allora dei « Sadducei ». La reazione del partito bor¬ 
ghese fariseo si manifestò vivacissima, come accen¬ 
nammo, durante il regno d’ Alessandro Janneo, ma 
s’era già organizzata sotto il Gran Sacerdozio di Gio¬ 
vanni Ircano, prossimo successore di Simone. Il regno 
di Alessandra, che mantenne separata la dignità regia 
da quella pontificale, fu in sostanza un compromesso 
col partito fariseo ; e con la introduzione di farisei 
nel sinedrio si venne a riconoscere i diritti acquisiti 
dalla borghesia nel regime della pubblica cosa, a fianco 
della classe aristocratica. Ma le susseguenti vicende, 
tra i due figli pretendenti a succedere sul trono di Ales¬ 
sandra, mostrarono che i farisei non avevano potuto 
vincere la classe sacerdotale, che voleva la regia auto¬ 
rità unita alla pontificale. Naturalmente poi V occupa¬ 
zione romana e il dominio degli antipatridi, ai quali i 
farisei si mostrarono piuttosto favorevoli, ridusse nuo¬ 
vamente i sadducei ne’ limiti di un’ aristocrazia priva 
di potere politico, ma non tolse alla classe dei sacerdoti 
di mantenersi come prima a capo della vita nazionale, 
mentre invece il palpito fariseo non vi ebbe più che una 
parte indiretta e morale (G). 

Regnante Erode, i sadducei, deposta ogni velleità 
di predominio politico, assumono l f aspetto di un par¬ 
tito religioso e filosofico. Come rappresentanti organiz¬ 
zati delT aristocrazia, hanno, malgrado il nome nuovo, 
radici profonde nella storia nazionale. Essi sono i di¬ 
scendenti genuini di quell’ aristocrazia sacerdotale e 
militare, che resse già le sorti del regno di Giuda, pro- 


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mosse attivamente la legge deuteronomica, fu deportata 
eoi re Joiakin in Babilonia nel 597, e fu la instauratrice 
della riforma di Ezra. Soltanto, V elemento militare, 
datosi ora al commercio, erasi trasformato in aristo¬ 
crazia della finanza. Quel che sappiamo delle loro idee, 
a prima vista li fa credere conservatori tenaci della vec¬ 
chia tradizione israelitica, fissata nella legge, alieni da 
ogni spirito di progresso civile di là dalla legge, che 
pure è frutto di uno stato di coscienza così lontano da 
quello cui è pervenuto il giudaismo. Essi mantengono 
rigido il principio dell’ unità di Dio, talmente da non 
riconoscere Y esistenza degli angeli, né quella di altri 
esseri spirituali divini o demonici, che possano comun¬ 
que limitarla o contaminarla. Come in antico, non cre¬ 
dono ad altra forma d’ immortalità che quella del po¬ 
polo quale società collettiva, negano la vita dell’ anima 
di là dalla morte, tanto più la resurrezione in un 
mondo diverso dal presente. 

Ma chi guardi più a fondo, vedrà che il sacerdozio 
sadduceo, sotto il suo preteso carattere di un gretto 
e arretrato attaccamento alla tradizione nazionale, è 
un partito di idee affatto moderne. I sadducei sono oggi 
quegli stessi ellenisti, che circa un secolo fa, minaccia¬ 
rono di piegare il giudaismo verso una trasformazione 
religiosa e morale che lo avrebbe potuto distruggere. 
E il vecchio sacerdozio d’ Israele» che trovammo sem¬ 
pre a capo della cultura e della civiltà, in contrasto con 
la parte meno colta e più superstiziosa del popolo. Esso 
oggi non vede più il mondo con i semplici ingenui cri- 
terii di un* età tramontata. Nei profeti che noi diciamo 
« veri », agitatori del popolo, credette sempre il sacer¬ 
dozio assai poco; i suoi furono sempre più che altro, 
specialmente innanzi 1’ esilio, « falsi » profeti. Ma dopo 


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il secolare disinganno susseguente alla riforma di Ezra, 
anche i profeti « veri » si sono mostrati « falsi » nelle 
loro promesse mancate, e il sacerdozio ha oggi perduto 
la fede nel dio nazionale. Esso ha raggiunta, cioè, una 
fede superiore e più vera. La crisi della religione de* 
sadducei è agitata e approfondita in due opere, che ap¬ 
pariranno moderne ben duemiP anni dopo : Giobbe e 
V Ecclesiaste. 

La religione per essi non ha più valore per sé, ma 
soltanto come mezzo educativo del popolo e simbolo 
esteriore della vita nazionale, inseparabile ormai dal¬ 
l’osservanza della legge. Ellenisti nel fondo delPanima, 
cioè scettici ed eclettici, i sadducei hanno della divinità 
un’ idea quasi astratta e impersonale. Dio per essi è al¬ 
cunché fuori del mondo e della vita, ma perciò stesso 
anima del mondo, immanente nella vita. Negano perciò 
la provvidenza, e di ogni fatto storico o morale ricercano 
la causa nell’uomo; idea questa prettamente ellenica, 
e contraria alle credenze della legge. Persone di col¬ 
tura superiore e di larga tolleranza religiosa, soprat¬ 
tutto essi detestano le superstizioni o credenze del po¬ 
liteismo e del dualismo orientale, che con la inevitabile 
invasione della civiltà asiatica penetra largamente nel 
popolo giudeo, attraverso la fede, ignorata dai padri, 
nella resurrezione dei morti, negli angeli, nei demoni, 
nell’ avvento di un mondo creato da Dio, previa la di¬ 
struzione di questo presente. Essi non credono più che 
il regno di Dio, annunziato dai profeti, e per cui fu 
elaborata e promulgata la legge, abbia a consistere in 
una apparizione di Jahvé nella storia del mondo, per 
la prosperità e la gloria d* Israele, in mezzo alle genti. 
Credono invece, a norma de’ principii della filosofia 
greca, che il popolo d'Israele debba soltanto in sé e 


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nella propria virtù cercare V attuazione dell’ ideale so¬ 
gnato un dì da’ profeti. Il popolo, che non li com¬ 
prende, ed anzi più che mai si attiene alla legge da loro 
insegnata già secoli prima, li tratta come increduli 
volgari, gente intesa non ad altro che ad arricchire 
e opprimere la povera plebe. Fra clero e popolo, la 
separatone creata dai sacerdoti con la riforma di Ezra 
ha scafato un abisso die nulla varrà più a colmare. 


6. I farisei. 

Questa scissione, del resto, ha ben remote origini. 
Rimonta senza dubbio ai primi tempi del regno di 
Giuda, quando i veri Giudei di sangue ebreo erano an¬ 
cora una minoranza militare e sacerdotale fra le tribù 
indigene, che finirono per accettare il culto di Jahvé 
ed essere aggregate ai Figli di Giuda. La borghesia 
agricola, sempre tenuta soggetta più o meno dalla 
classe dominatrice, noi la vedemmo per la prima volta 
assumere il potere in Gerusalemme, poco innanzi la 
sua distruzione col re Sedecia, in seguito alla deporta¬ 
zione dell’ aristocrazia in Babilonia, manifestando su¬ 
bito la sua irriducibile antipatia per coloro che la si¬ 
gnoreggiarono, ed ai quali intendeva essere uguale. 
In religione questa borghesia è di carattere misto ; in 
mezzo ad essa s’incontrano svariate credenze, dalla 
più esagerata ed esclusiva devozione a Jahvé, alla su¬ 
perstizione più bassa e alla più turpe idolatria. Sono 
gente di poca cultura, facili quindi a trascendere nel 
fanatismo. 

Nella confusione politica conseguente al ritorno dal- 
P esilio, la borghesia coopera alla disgregazione che su¬ 
bisce la religione di Jahvé, sino alla riforma di Ezra. 


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Ma chi riesce a compiere questa riforma è poi unq di 
loro, il fanatico eunuco Neheinia. Il codice sacerdo¬ 
tale riconduce la borghesia nell’ antica soggezione ; 
ma la riforma ellenistica, caldeggiata dal sacerdozio, 
esige troppo alta cultura e fine educazione per i essere 
favorita, e non è compresa da loro, gente ignorante, 
incline più alle pratiche del culto tradizionale, thè alla 
vita superiore del pensiero. Quelli che fra di loro hanno 
una certa cultura, e presumono di rappresentai^ la co¬ 
scienza genuina d'Israele, risoluti si oppongano al- 
T ellenismo ; e i fanatici poi si organizzano in una as¬ 
sociazione per la difesa del giudaismo « puro », £he s’in 
titola de’ « Pii », dei devoti. Non prendono parte dap¬ 
prima alla ribellione di Giuda, d’ iniziativa Sacerdo¬ 
tale e che s’ appoggia piuttosto al proletariato incolto 
e tumultuoso, se non quando ne debbon riconoscere i 
reali progressi e la utilità-. Accettano però il compro¬ 
messo ellenistico di Lisia e di Alcimo ; tornano quindi 
a sostenere Gionata, il fratello del Maccabeo, quando 
le autorità del governo seleucida vengono a patti con 
lui, rendendolo moralmente padrone dello stato giu¬ 
daico. Plaudono al trionfo di Simone: ma non sono 
troppo entusiasti del nuovo dominio asmoneo. Sotto 
Giovanni Ircano tornato ad essere quello che furono 
sempre, incontentabili oppositori d ’ogni governo co¬ 
stituito ; e ed presentano d 9 un tratto allora col nome 
nuovo di «farisei», o «separati» (7). 

Sono gli eletti di Dio, i puri i santi destinati alla 
gloria promessa dai profeti, i nobili della religione, 
gli aristocrati della virtù. Perciò vivono cosciente¬ 
mente separati dal resto del mondo : separati dal volgo 
peccatore, che non ha come loro una scienza, non sa 
come agire secondo la legge; separati dai sadducei. 


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l’aristocrazìa dominante, piena di colpe e di delitti ; 
separati dal mondo dei gentili, degli empi cui attende 
il gastigo di Dio. 

I farisei sono i genuini continuatori dei profeti, che 
i loro padri un tempo derisero e perseguitarono. Cre¬ 
denti rozzi e fanatici, come al tempo della riforma di 
Ezra, vivono nella speranza del regno di Dio, attendono 
la salvezza e la gloria d’ Israele, come un dì Geremia 
o Ezechiele, solamente dal miracolo dell’ onnipotenza 
divina, esclusa la correspettiva attività umana. Si ab¬ 
bandonano alla provvidenza, come a un fato che si com¬ 
pia nel mondo, senza cooperazione dell’ uomo. La ri¬ 
volta di Giuda il Maccabeo, lo accennammo, li lascia 
dapprima indifferenti, poi ne approfittano. Si oppon¬ 
gono agli Asmonei, appena questi riuniscono la dignità 
regia alla sacerdotale. Preferiscono la dominazione 
straniera a quella dei sacerdoti. Sopportano Erode, 
domandano V occupazione romana. Odiano tutti, intol¬ 
leranti e pieni d’ amore di sé. 

Lo spirito sadduceo ha lasciato i capolavori di 
Giobbe e dell’ Ecclesiaste, incomprensibili al volgo. I 
farisei, gente borghese, diffondono le idee loro con ro¬ 
manzetti superstiziosi, come il buon libro di Tobia, un 
Giudeo che osserva la legge in terra straniera, o quello 
discutibile di Giuditta, la bella che al nemico de’ Giudei 
dà copia di sé per ucciderlo, e quello cattivo di Ester, 
dove ogni buon Giudeo può assaporare il piacere di una 
strage di gentili operata da' suoi compatrioti. Talvolta 
nella loro impotenza politica, si limitano a piangere 
con i «Salmi di Salomone», descrivendo i sadducei 
come modelli dei vizi più raffinati, e sospirando verso 
la salvezza di Dio, che li liberi da tutti i peccatori e li 
faccia signori del mondo, com’ essi soli meritano. Tal 


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altra con le apocalissi, quelle attribuite soprattutto ad 
Enoc, si abbassano ancora di più nel dimostrare P odio 
che nutrono contro di tutti, e la superbia loro di pre¬ 
destinati alla gloria della nuova redenzione. Malgrado 
la fanatica devozione per Jahvé, essi sono compene¬ 
trati dalla vecchia idolatria orientale, e le figurazioni 
politeistiche babilonesi, o dualistiche persiane, ali¬ 
mentano i loro sogni in forma di visioni abbaglianti 
della futura gloria d’ Israele, appena conciliabili coi 
monoteismo, caposaldo della vita giudaica. Ed è in 
questo essere pervasi di civiltà orientale, che essi si 
mantengono ancora accessibili al progresso perenne 
della religione, al diffondersi della superstizione nel 
mondo. È in questo miscuglio caotico di credenze po¬ 
polari e teologiche, assorbite dall’ Oriente, che stanno 
elaborando, in occulto, la loro fede apocalittica nella re¬ 
surrezione, negli angeli, nella fine del mondo e nella 
nuova creazione, che i sadducei aborrono e magari per¬ 
seguitano (8). 

Con tutto ciò, la legge rimane il sommo principio, 
la pietra di paragone del fariseismo. I più colti tra i 
farisei, quelli che pubblicamente rappresentano meglio 
i caratteri del fariseismo officiale, disapprovano la de¬ 
formazione apocalittica del giudaismo, e negano per¬ 
fino o a mala pena concedono la possibilità di una vita 
futura con la resurrezione dai morti. La legge, sola, 
o tutt- al più la sacra tradizione nazionale, inclusa nel 
canone delle Scritture, è la ragione di essere della loro 
coscienza religiosa. Sopra la legge studiano il giorno e 
la notte, e dalla legge traggono le norme della vita 
privata e sociale. Da questo nucleo d’ uomini di più 
elevata cultura, ma poveri e spesso obbligati a un me 
stiero per vivere, derivano gli scribi o i dottori della 


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— 203 — 


legge, interrogati in giudizi civili e penali, privati e 
pubblici, onorati dal popolo, ammessi all’ onore di far 
parte del sinedrio. Ma la legge in mano a loro è ormai 
ben altra cosa da quella che i loro padri ricevettero 
al tempo di Ezra. Da una imposizione che fu del sacer¬ 
dozio, essa va sempre più diventando liberazione dal 
sacerdozio. 

Il fariseo tiene al tempio, perché il tempio è il cen¬ 
tro visibile, è la gloria del giudaismo. Alle primizie, 
alle decime, alla tassa personale, che corrisponde pun¬ 
tualmente, aggiunge doni e voti che vanno ad accre¬ 
scerne la già stupenda ricchezza. Ma ora che i sacer¬ 
doti, promulgata la legge, hanno dovuto sopprimere 
in conseguenza l’oracolo, e la loro parola non vai nulla» 
perché tutto il valore è nella legge, il fariseo disprezza 
i sacerdoti, e non sa più che farsene. La legge è il suo 
libro, 1’ esemplare della sua vita. Nella legge, conside¬ 
rata come un mezzo di santificazione personale e pri¬ 
vata, egli trova i principii neeessarii a renderlo puro 
e grato a Dio, di là da qualsiasi intermedia persona 
sacerdotale. Il sacerdozio promulgò la legge per do¬ 
minare il popolo; la legge serve al popolo per ribel¬ 
larsi (9). 

7. Istituzione delle Sinagoghe. 

Del resto, se nel tempio e per mezzo del tempio il sa¬ 
cerdozio predomina sul giudaismo, i farisei hanno in 
loro potere 1’ anima popolare, la dirigono a lor piaci¬ 
mento con le sinagoghe. La siuagoga è conseguenza 
della riforma deuteronomica. Nessuna legge sacerdotale 
potrebbe sopprimere quelle che sono per la vita di una 
religione esigenze sociali imprescindibili. La concen¬ 
trazione del culto nel solo tempio di Gerusalemme do- 


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veva necessariamente condarre i Giudei dimoranti lon¬ 
tani dalla capitale, a crearsi in qualche maniera un 
sostitutivo dei templi di Jahvé, che solevano essere il 
centro sociale del loro culto religioso. Riunioni profane 
e laiche avrebbero pur surrogate le assemblee liturgiche 
dei santuari soppressi, anche se non fosse avvenuta la 
distruzione del tempio e la cattività in terra straniera. 
Ma l’esilio fu causa che a tali adunanze si dette un 
valore religioso assoluto per la vita del giudaismo, là 
dove il riunirsi a parlare e pregare era ormai diventato, 
con la rovina del tempio, 1’ unica forma di comunione 
del popolo con la divinità. Il principio di possibilità 
di una religione senza tempio, né sacerdoti, né sacrifìci 
di sangue nasceva dalla logica dei fatti, con la deporta¬ 
zione in Babilonia; e così era fondata incrollabile la 
ragion d’ essere delle sinagoghe. Ritornati i Giudei in 
Palestina, le esigenze della vita religiosa, per gli abi¬ 
tanti a distanza da Gerusalemme, fecero il resto. 

La persecuzione di Antioco trovò costituiti in Pale¬ 
stina per le città giudaiche numerosi locali adibiti a 
riunioni religiose, e li distrusse. La reazione borghese 
all’ ellenismo dell’ aristocrazia sacerdotale dovè certo 
aver influenza nella loro progressiva formazione. La vit¬ 
toria di Giuda il Maccabeo e il trionfo degli Asmonei, 
quindi appresso la reazione popolare o borghese contro 
l’alleanza asmonea con la classe sacerdotale, tanto 
piò contribuì allo sviluppo delle sinagoghe in tutto il 
paese, quanto più il giudaismo preponderava ovunque 
dopo l’insperato trionfo. Il tempio era inquinato dai 
sacerdoti, e la legge veniva ognor più considerata qual 
fondamento unico e totale della religione giudaica, che 
ciascuno poteva osservare e studiare direttamente e 
dovunque. 


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Nel tempo erodiano, le sinagoghe sono in Palestina 
una istituzione intangibile, e formano una rete col- 
legante insieme fra loro le città e le grosse borgate 
giudaiche. Ogni sabato i devoti giudei si radunano in 
queste loro sale semplici e nude, più che altro edificate 
in riva al mare o presso al fiume o a una fonte. La 
direzione è tenuta da taluno, che sia creduto degno 
della fiducia pubblica, e che vien detto «archisinagogo». 
Vi si leggono in comune tratti scelti della legge e anche 
dei profeti in lingua ebraica, tradotti e interpretati in 
aramaico, lingua ordinaria del popolo. Quindi un uomo 
qualunque, in possesso di una certa cultura, libera¬ 
mente scelto o presentatosi, tiene agli adunati un di¬ 
scorso, un’ omelia sul testo sacro, appropriata alle va¬ 
rie condizioni religiose e sociali del tempo. La riunione 
termina col canto d* inni e con benedizioni, proferite 
dagli anziani sui devoti, che rispondono «Amen». Le 
adunanze di sinagoga hanno un vero carattere litur¬ 
gico : sono d’ obbligo per gli intervenuti le rituali ablu¬ 
zioni ; e pregando rivolgono la faccia e la persona 
verso Gerusalemme in direzione del tempio, dimora di 
Dio. 

Ma la sinagoga non è solo un luogo di preghiera e 
di edificazione religiosa, in occasion di sabati o di feste : 
serve anche di scuola per i giovani, che vogliono cono¬ 
scere la legge, complesso di tutta la scienza; è luogo di 
riunione de’ Giudei per qualsiasi motivo religioso o 
politico, pubblico o segreto. Tutte le sinagoghe, sparse 
per le città dove sono Giudei, sono unite fra loro da 
rapporti di fraternità che congiungono insieme il giudai¬ 
smo. Sebbene in teoria le sinagoghe siano un fatto so¬ 
ciale di tutta la vita giudaica, in realtà fioriscono più 
che altro per merito dell’attività farisea, sono in 


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mano de’ farisei. Per i sacerdoti nel tempio la religione 
è una liturgia ; tra i farisei, nelle sinagoghe, è viva pa¬ 
rola, è nutrimento dell* anima (10). 

Le sinagoghe divennero istituzione di alto valore so¬ 
ciale oltre i confini della Palestina, tra i Giudei della 
« dispersione », fra coloro, cioè, che secondo le pro¬ 
messe dei profeti sarebbero tornati in patria, radunati 
da tutte le genti, al momento della venuta di Dio per 
fondare il suo regno in Israele. La dispersione giudea 
era già stata forzatamente iniziata, lo abbiamo visto, 
dalle vittoriose invasioni assire e babilonesi, e si era 
mantenuta in Babilonia anche dopo l’editto di Ciro, con¬ 
cedente il ritorno in Palestina. Alla deportazione in 
Babilonia era seguita nello stesso tempo, come ac¬ 
cennammo, la immigrazione volontaria in Egitto. Un 
incremento straordinario di cosiffatta dispersione, co¬ 
mune ai popoli dell’ antichità, ma tra i Giudei carat¬ 
terizzata dal fatto di conservare dovunque tenace¬ 
mente i legami sociali e religiosi che li ricongiungevano 
fra loro e alla patria, manifestasi durante P età del 
predominio ellenico. Fra le guerre di distruzione, che 
infieriscono in Asia e nell’ Egitto con la caduta del- 
P impero persiano, i Greci, minoranza militare, in paesi 
di stirpe nemica tanto diversa dalla loro, e pronta 
alla rivolta, hanno bisogno di affidare, almeno in parte, 
la difesa territoriale e specialmente P amministrazione 
civile a gente della cui fedeltà non sia da dubitare. La 
stirpe giudaica di origine orientale, che non si assi¬ 
mila alle genti asiatiche, di potenza politica scarsis¬ 
sima o trascurabile, di grande e fortunata attività 
commerciale, di energie spirituali inesauribili, fa mi¬ 
rabilmente al caso loro. I Tolomei con la forza o con 
le promesse gran quantità ne traggono in Egitto, popo- 


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landone un grosso quartiere della splendida loro Ales¬ 
sandria, e ne spargono sin per le lontane città di Libia, 
a Cirene. I Seleucidi trapiantano dalla lontana Babi¬ 
lonia numerose famiglie giudaiche per le città dell’Asia 
Minore e della Siria, e favoriscono l’immigrazione in 
Antiochia e a Damasco. Pompeo con la deportazione di 
molti di loro come schiavi a Roma, poi con la loro libe¬ 
razione, ne popola il Trastevere. Il genio ebraico segue 
di volontà questa via nuova aperta alla ricchezza e 
al desiderio di dominazione morale del mondo, che pe¬ 
rennemente lo agita. Si mescola ai Greci, si associa 
ai Romani, si unisce a loro nello sfruttamento commer¬ 
ciale delle ricche e decrepite nazioni orientali, invade 
e compenetra ovunque il mondo ellenistico. Gruppi di 
Giudei, numerosi più o meno, si condensano nei porti 
principali del Mediterraneo, in Fenicia, in Asia Minore, 
a Cipro, nell’ Arcipelago, in Grecia, in Italia, fin nella 
Spagna. I Giudei sono poveri in patria, e il popolo di 
Gerusalemme è una plebe affamata ; tra le genti son 
ricchi, e riversano le loro ricchezze ad accrescere la ma¬ 
gnificenza del tempio. 

Ma il tempio, bello come un’idea, era troppo lon¬ 
tano ; i difficili pellegrinaggi non potevano appieno so¬ 
disfare lo spirito religioso ed etnico, che teneva insieme 
uniti i Giudei. A questo desiderio, di mantenere viva 
e indefettibile la sociale unità del giudaismo, sodisfa¬ 
cevano le sinagoghe. Le sinagoghe della dispersione 
erano anche più che in Palestina vivi centri d’unione, 
di fraternità, d'intimità. Ogni Giudeo errante per le 
città straniere sapeva di essere solo in mezzo alle genti, 
odiato o disprezzato da tutti. Il suo primo pensiero era 
perciò di andare alla sinagoga, dove certo avrebbe tro¬ 
vato non solo il conforto della preghiera, ma le infor- 




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— 208 


inazioni necessarie, conoscenze preziose, aiuti d'ogni 
sorta, amici sicuri. Qualsiasi novità o probabile attesa 
di eventi si poteva conoscere o discutere liberamente 
tra Giudei, entro le mura discrete della sinagoga. Nella 
dispersione, le sinagoghe erano espressione di vita re¬ 
ligiosa, di valore superiore od analogo a quello del tem¬ 
pio, anche talvolta per la magnificenza esteriore. La 
sinagoga di Alessandria, il paradiso della finanza giu¬ 
daica, era una suntuosissima basilica, tramezzata da 
due file di colonne, e vasta così che non tutti riuscivano 
ad udire la voce del predicatore o di colui che orava. 
aChi non la vide, lasciarono scritto i rabbini, non 
ha visto la gloria d* Israele a quei giorni » (11). 

8 . La propaganda giudaica. 

In Palestina il fariseismo si opponeva ai gentili, 
considerati là come intrusi e dannati a subire gli im¬ 
minenti gastighi di Dio, per il loro empio culto degli 
idoli. Nella dispersione, al contrario, assumeva un 
carattere di propaganda vivissima in seno al gentile¬ 
simo, per attrarre gP idolatri al giudaismo. Il vario 
atteggiamento era giustificato nelle pagine degli an¬ 
tichi profeti, tra i quali P idea degli eventi, che accom¬ 
pagnerebbero P apparizione divina in mezzo a Israele, 
oscillava ugualmente tratto tratto fra lo sterminio delle 
genti e la loro conversione al dio Jahvé. Quello che in 
Palestina, tranne casi speciali, a mala pena era possi¬ 
bile, cioè P unione fra Giudei e gentili, là dove il giu¬ 
daismo organizzava^! contro le genti per la suprema 
difesa nazionale; era, al contrario, nella dispersione 
un fatto ordinario. In Palestina un grave impedimento 
alla fusione morale del giudaismo con le stirpi elleni- 


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che, consisteva pur anco nella lingua adoperata nel tem¬ 
pio e nelle riunioni sinagogali, fosse P ebraico della 
liturgia e delP alta cultura, o P aramaico del popolo 
e delP uso volgare. Ma nella dispersione i Giudei si 
erano da secoli ellenizzati, e non solo parlavano greco, 
ma fin nella lettura sinagogale adoperavano ormai la 
traduzione greca alessandrina delle sacre Scritture, 
ed usavano il greco come lingua di istruzione religiosa 
e di preghiera. 

La propaganda giudaica in seno alP ellenismo atti¬ 
vissima anche innanzi la insurrezione maecabea, prese 
vie maggiore impulso dalla conseguita vittoria e dalla 
ricostituzione del regno giudaico, nella quale era facile 
a tutti i credenti di vedere un miracolo della provvi¬ 
denza divina, o almeno di riconoscere la possente vita¬ 
lità sociale e religiosa dei Giudei. Ora la situazione del- 
P Oriente ellenistico presentavasi oltremodo favorevole 
all’ opera del giudaismo ; in quanto che nella crisi in 
cui s’involgevano e agitavano le vecchie religioni orien¬ 
tali. nella generale aspirazione verso una pura fede mo¬ 
noteistica, iniziata dal dualismo zoroastriano, e por¬ 
tata ad alte cime di pensiero dal genio filosofico dei 
greci ; nella convinzione diffusa e sempre piu salda, 
che la divinità fosse troppo sovrumana e spirituale per 
essere adorata comunque in forma idolatrica, il giu¬ 
daismo appariva come la sola religione che potesse van¬ 
tare di essere monoteista e da secoli avversa a IP ido¬ 
latria, fin da quando tutto il mondo civile era dedito 
al culto degP idoli. Da questa opinione alla fede che 
il dio dunque adorato dai Giudei, e rivelatosi a loro 
nelP antichità, fosse Iddio Ottimo Massimo, cui tutto 
il mondo aspirava, e dal quale attendevasi il principio 
di un secolo nuovo di giustizia e di verità, il passo era 

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breve, specialmente fra persone di scarsa cultura. 
Molti gentili, perciò, che usando tutti i giorni con Giu¬ 
dei conoscevano la loro fede e avevano motivo di apprez¬ 
zarla, si lasciavano dare da questi orgogliosi mercanti, 
che reputavansi i nobili e i santi di l)io, V attestato 
di stima e di fiducia di essere degni di appartenere 
anche loro alP aristocrazia dello spirito, e lasciavansi 
persuadere a farsi giudei. 

Questo ci spiega perché, in un mondo nel quale i 
Giudei dalle classi colte e dal pubblico erano in genere 
vilipesi e additati come esempio di religione assurda 
e superstiziosa, nonché di empietà contro i numi, fos¬ 
sero pure in gran numero i convertiti al giudaismo, 
talché le sinagoghe ellenistiche in Egitto ed in Libia, 
in Siria e in Asia Minore, in Grecia e in Italia, atti¬ 
ravano intorno al nucleo dei veri Giudei una larga co¬ 
rona di gentili, aspiranti più o meno alla fede giudaica 
e ad ottenere nel regno futuro di Dio i privilegi pro¬ 
messi dai profeti agli eletti. Per passare al giudaismo, 
però, i convertiti dovevano naturalmente adempiere le 
condizioni dovute. Principali erano tre: offrire un sa¬ 
crifizio nel tempio con effusione di sangue, in espia¬ 
zione dei peccati ; conseguire per mezzo di un battesimo 
la purità legale ; sottoporsi alla circoncisione. Erano 
questi i veri convertiti, a cui dava si il nome di « prose¬ 
liti », e venivano equiparati agli altri Giudei. Ma quel 
dover subire la circoncisione, odiosissima ai Greci, e 
sommamente vituperata in tutto V Oriente ellenistico, 
faceva recedere troppi dal .passo decisivo verso il pro¬ 
selitismo. Bensì molti gentili simpatizzavano con la 
religione giudaica, ma però non andavano più oltre 
della fede nell’ unità di Dio e nella sua provvidenza, 
nella retribuzione finale delle opere buone o cattive 


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— 211 — 


* 

secondo le esigenze della legge ; disposti ad osservare 
tutt’ al più il riposo del sabato, a battezzarsi ed a fare 
le abluzioni purificatriei, a non mangiare animali o 
altri cibi offerti agli dii, o in altra guisa dichiarati 
impuri dalla legge mosaica. Erano detti i « pii », i 
« timorati » di Dio, ben accettati nelle sinagoghe, e 
trattati dai Giudei famigliarmente, se non come appar¬ 
tenenti al giudaismo, però come disposti ad arri¬ 
varvi (12). 

Per le donne non esistendo V impedimento della 
circoncisione, erano molte quelle che, per reazione sen¬ 
timentale contro la idolatria del gentilesimo, ne’ cui 
templi la prostituzione era ancora, dopo tanto pro¬ 
gresso civile, un rito sacro spesso obligatorio anche per 
le fanciulle, si convertivano al giudaismo ; per quanto 
il carattere mascolino del dio de’ Giudei e V aridità del 
culto, privo di simboli e immagini atte a sodisfare i 
sentimenti e la immaginazione, vi facessero grave osta¬ 
colo. L’ aggregazione di donne al giudaismo è un fatto 
propriamente ellenistico, perché in Palestina il carat¬ 
tere mascolino del culto rendeva più difficile a una 
donna l’appartenervi, come persona avente valore so¬ 
ciale nella comunità (13). 

Con 1’ aggiungersi di tanti elementi esteriori al giu¬ 
daismo della dispersione, V ideale palestinese del fari¬ 
seismo s’intorbidiva, e si contaminava di religione 
orientale. In Palestina la separazione tra Giudei e 
gentili, tra circoncisi e incirconcisi, contribuiva a dare 
al fariseismo un prevalente carattere di pura religione 
della legge, aliena possibilmente dà influenze orientali. 
Ma nella dispersione il gran numero dei « timorati » 
non circoncisi, arrecava confusione di idee, e induceva 
un necessario adattamento da parte de’ Giudei al gen- 


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— 212 — 


ti lesi ino, che veniva a risolversi in una penetrazione 
vie più sensibile di costumi e ideali religiosi esterior¬ 
mente giudaici o giudaissati, ma che non serbavano 
meno il loro primitivo carattere gentilesco e orientale. 

9. L’idea messianica. 

Ciò che al giudaismo popolare, singolarmente della 
dispersione, conferiva virtù persuasiva nella propa¬ 
ganda fra i gentili, era la fede che prossima, forse im¬ 
minente, incombesse la fine della storia e del genere 
umano, ed il rinnovamento dell’ intero universo. Que¬ 
sta preoccupazione non era esclusiva del giudaismo, 
ma comune in Oriente, ond’ era penetrata nella mente 
giudaica. I cosmologi babilonesi assumevano a principio 
della loro teologia cosmogonica, la vita dell* universo 
avere essenzialmente carattere ciclico, nel succedersi 
indefinito di sempre nuove generazioni dell’essere. Am¬ 
mettevano pertanto che nel mondo il ciclo dell’ esi¬ 
stenza, dalla nascita alla morte, si avvicendasse come 
nel destino di ogni altro vivente. L’ universo, per de¬ 
creto o prescienza della divinità, aveva un periodo di 
vita determinato, oltre il quale corrompevasi e veniva 
a perire, e doveva nuovamente esser creato, salvato dai 
principii distruttivi, insiti in esso come la morte nel- 
T uomo. Dai più remoti cosmologi babilonesi, che ave¬ 
vano cercato di fissare, per via di calcoli astronomici, 
fondati sulla evoluzione celeste in rapporto all* an¬ 
nuale precessione del sole lungo i segni dello zodiaco, 
V età del mondo e pertanto il momento cronologico del 
suo principio e quello della sua fine ; la scienza orien¬ 
tale si era preoccupata sempre di conoscere quale sa¬ 
rebbe la durata del mondo, e quando mai verrebbe 


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— 213 — 


T istante della sua distruzione. Le opinioni variavano, 
secondo gli speciali sistemi teologici e cosmologici ; ma 
rimaneva in genere la persuasione, che il mondo fosse 
prossimo a finire, e la nuova creazione di Dio non fosse 
lontana (14). 

Anche in seno al giudaismo, gli scrittori delle apo¬ 
calissi si sforzavano di determinare il momento della 
fine del mondo. Per quanto, nondimeno, avventurassero 
cifre, rimaneva V idea che. pur essendo 1’ istante della 
universale catastrofe matematicamente fissato e irre¬ 
vocabile, esso era conosciuto da Dio solo, e non restava 
agli uomini che attenderlo con vigilante timore. Tutto 
induceva a credere che fosse imminente ; perciò quanti 
volessero andar salvi dal gastigo di Dio, ed essere 
eletti alla gloria della beata immortalità, s’ affrettas¬ 
sero a convertirsi dai loro peccati, a far opere di pe* 
nitenza, a appartenere al novero de’ pochi eletti, ai 
quali Dio riserbava le gioie della nuova creazione. La 
fiacchezza politica, che aveva portato V Oriente a ca¬ 
dere successivamente in dominio de’ Greci e de’ Romani, 
genti così diverse da quelle dell’Asia anteriore, e che 
ora manifestavasi tanto più irrimediabile nei tenta¬ 
tivi sterili di agitazioni, volte a ricostruire le autono¬ 
mie nazionali fra le eterne mine degli imperi dell’ Eu¬ 
frate e del Nilo, era oggi interpretata da tutti come 
prova innegabile dell’ esaurimento vitale del genere 
umano e dello sfacelo in cui stava per inabissarsi la 
vita. 

Specialmente nel giudaismo la onnipotenza politica 
dei gentili idolatri, che tornavano a signoreggiare, 
dopo il trionfo asmoneo, sul popolo eletto, veniva in¬ 
terpretata quale riprova dell’ estendersi del regno 
ognora più vasto della Potenza del male, che prelu- 


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— 214 — 


deva alla fine di tutte le cose. L’impero romano aveva 
riunito nel suo dominio idolatrico il mondo civile. Tutti 
i popoli degni di un nome ora obbedivano a un uomo, 
che si reputava divino, e veniva onorato come dio. 
Chi poteva più dubitare, che di momento in momento 
non apparirebbe in aspetto di imperatore del mondo 
il Nemico di Dio, la vivente incarnazione del male e 
del dolore, il fautore del peccato e della menzogna, 
P esponente della estrema corruzione del genere uma¬ 
no, e pertanto delP universo? Le sue caratteristiche 
esteriori, che lo avrebbero fatto riconoscere, traevansi 
dalla memoria, lasciata fra i Giudei dopo di sé, da An¬ 
tioco P Epifane e da Erode (15). 

L’apparizione pertanto del Nemico del Bene sarebbe 
stata il segno della fine dei tempi. Ma di fronte a colui 
che impersonava la potenza del male, sarebbe apparso 
agli uomini il celeste inviato di Dio, a preparare nel 
mondo il suo futuro regno della giustizia e della ve¬ 
rità. Egli sarebbe stato consacrato re della nuova uma¬ 
nità beata, non come i re d’Israele con la unzione 
ordinaria dei profeti ; ma con quella simbolica e spi¬ 
rituale di Dio, per cui regnano i re. Finché rimaneva, 
perciò, ignoto il suo nome, era designato col titolo re¬ 
gale di «Messia», in greco il «Cristo», che ò quanto 
dire «Unto» e consacrato da Dio alla dignità regia. 
Come P idea del regno, così pure il concetto del Messia, 
nel giudaismo, oscilla fra la vecchia aspettativa pro¬ 
fetica di un eroe nazionale, e quella di un essere di¬ 
vino, propria degli scrittori apocalittici. Nella spe¬ 
ranza del popolo palestinese, per meglio dire giudaico, 
il Messia è rappresentato quale eroe della stirpe da¬ 
vidica, che misteriosamente apparirebbe in nome di 
Dio, e appellando Israele alle armi, con l’aiuto di 


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— 215 — 


angeli innumerevoli, rinnoverebbe nel mondo le gesta 
trionfali di David, instaurerebbe il regno degli eletti 
in Gerusalemme. Altre volte, invece che figlio, o rein¬ 
carnazione di David, era ritratto in figura di semplice 
profeta o sacerdote ; veniva identificato a taluno degli 
antichi profeti, che non andarono già soggetti alla 
morte ma furono esaltati in paradiso ; quali, ad esem¬ 
pio, Enoc Ezra Baruk o specialmente Mosè ed Elia. 
Questi sono rappresentati anche come precursori del 
Messia, mandati a prepararne la venuta alla fine dei 
tempi (16). 

L’idea de’ precursori del Messia ò specialmente in 
rapporto con le credenze, diffuse tra i Giudei della di¬ 
spersione, in un Cristo sovrumano, non avente caratteri 
di umanità, ma piuttosto di ente divino, che dimora 
nel cielo, preesistente alla creazione, per natura do¬ 
tato di gloria e potenza fin sopra gli angeli. Il suo 
apparire nel mondo, pertanto, non ò quello di un uomo, 
che opera con i semplici mezzi dell’ ordinario potere ; 
ma sibbene dell’ « Uomo », o del « Figlio dell’ Uomo » 
secondo il fraseggiare semitico, nello splendor della 
scienza e onnipotenza di Dio, sceso dal cielo a com¬ 
battere e vincere il Figlio di Satana, nemico suo, l’An¬ 
ticristo. Con la parola che ha poteri divini, il Cristo 
fonda il regno della giustizia e della verità : compie 
il giudizio finale, ohe separa gli eletti da’ reprobi, crea 
il mondo incorruttibile dell’immortalità, dopo la di¬ 
struzione di quello presente (17). 

Questo concetto non ha più nulla a vedere con le 
figurazioni dei profeti; ed è invece derivato dalle reli¬ 
gioni orientali specialmente dalle teologie babilonesi 
e persiane, in relazione alla immagine del regno di Dio, 
considerato come un nuovo mondo. Nel giudaismo, in 


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cui la doppia concezione del regno nazionale o univer¬ 
sale a vicenda presentasi mescolata e confusa, oscilla 
pure Y idea corrispondente del Cristo. Gli estremi ter¬ 
mini dell’ uno e dell’ altro, del Messia nazionale e del 
Cristo divino, naturalmente restano distinti e separa¬ 
bili ; ma si nota vie più la tendenza ad esaltare in guisa 
sovrumana anche il Messia davidico, che per modo ar¬ 
cano e mirabile apparisce d’ un tratto a salvare Israele 
dal dominio politico degli oppressori. Siffatta indeter¬ 
minazione dei caratteri propri del Cristo, è dovuta 
alla difficoltà di concretare in un uomo forme e prero¬ 
gative d’ indole puramente spirituale e divina, e dimo¬ 
stra la irrequietudine delle aspirazioni che agitavano 
allora il giudaismo. La fede messianica era un caos 
informe di idee, di speranze, di immagini, a cui mancava 
il principio integrante e creatore: la parola dell’ uomo 
fatale. 


NOTE . 


(1) J. Wellhausen, Israelitisohe und jiidieche Geschichte (Ber¬ 
lin 1895), p. 258, n. 1. 

(2) Il talento attico valeva circa L. 5000; quello siriaco circa 
L. 1200. 

(3) Ben ottomila cittadini di Gerusalemme avversari del re, 
presi da terrore, fuggirono la notte appresso, e si esiliarono dalla 
Giudea. 

(4) Ved. SchUrkr, Geechiohte dee Jiidiechen Volkee , I, pp. 335 
sgg. — Sembra che i figli in ogni modo fossero, se non colpevoli, 
sommamente imprudenti. Anche i sospetti di Erode su Mariamme 
pare fossero ben fondati. 

(5) Bousset, Die Religion dee Judentume, p. 83; Bertholet, 
Die jiidieche Religion , pp. 42 sgg. 


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(6) SchUrer, op. cit. Il, pp. 314-348 ; Bertholet, op. cit. 
pp. 295-316 ; Bousset, op. cit. pp. 213 sgg. — Sembra che il 
nome di Sadducei, in Giuseppe Flavio e nel Nuovo Testamento 
ZaòòovxaXoL, debba reputarsi derivato dall’ebraico opn* nel 
senso di sostenitori dei diritti dei Figli di Sadok. 

(7) Bousset, op. cit. pp. 211-219. Il nome di Farisei, o #a- 

Qiaàtot , è derivato dall’ebraico OT*n£>’ però nella forma ara- 
maioa ® • Il popolo minuto, che non conosceva e 

non praticava appuntino la legge, era detto dai farisei 

« il popolo della terra » ; ved. Giovanni , VII, 49. Invece ogni 
fariseo è per l’altro suo correligionario un IJH * un « com¬ 
pagno ». 

(8) Un notevole documento della sapienza farisea è il breve 
libro detto delle « Sentenze dei Padri », in ebraico rida 
giunti fino a noi fra i trattati della Misnà. 

(9) Bousset, op. cit. pp. 111-136. 

(10) SchUrer, op. cit. II, 349-382; Bertholet, op. cit. 
pp. 338-342; Bousset, op. cit. pp. 197-203. 

(11) Tr. SukkA, LI, 2. — SchUrer, op. cit. II, pp. 493 sgg. ; 
Bertholet, op. cit. pp. 473-495 ; Bousset, op. cit. pp. 68-82. 

(12) SchUrer, op. cit. II, pp. 548-575; Bousset, op. cit. 230. 
— Il battesimo dei « proseliti » era detto ebraicamente 

I TiQoorjXvxoL sono nominati negli Atti degli Apostoli (II, 10) ac¬ 
canto ai Giudei ; Paolo predicando si rivolge agli Israeliti, o Giu¬ 
dei, ed ai oefìófisvoi, oppure ai qpoflovfÀEvoi (xòv &8Óv), fra i quali 
il cristianesimo ottenne grandissimo favore (Atti XIII, 16 e 26, 
43 e 50 ; XVII, 17), nella òiaonoga o « dispersione ». 

(13) Talune donne si resero talmente benemerite del giudaismo 
nella dispersione, da ottenere il titolo di àQxtovvàytoyoq e di moto* 
synagogae. 

(14) Bousset, op. cit. pp. 282-286. Sembra che i computi 
piò larghi aspettassero la line del mondo per l’inizio del terzo 
secolo dell’era cristiana. Nel Tr. Sanhedrin 97 si legge che « tutti 
i termini sono oltrepassati ». 

(15) Bousset, op. cit. pp. 291-294. 

(16) Bertholet, op. cit. pp. 422-450; Bousset, op. cit. 

pp. 255-267. La frase HlPl* i in greco 6 xvqìov, è 

comune nella Bibbia per indicare il re o il gran sacerdote. 


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(17) Bousset, op. cit. pp. 297-308. — In progresso di tempo, 
il rapporto differenziale, tra la concezione giudaica nazionale del 
regno di Dio e quella universale trascendente, fn armonizzato con 
il mezzo termine di un regno terreno del Messia celeste, dopo la 
sua vittoria sugli empi, innanzi la One del mondo : I ai Corinti, 
XV, 23-28. La durata del regno del Messia fn variamente com¬ 
putata. Il libro IV di Ezra parla di 400 anni; di 1000, P« Apo¬ 
calissi ». Perciò questa opinione, nella chiesa cristiana, fu detta 
l’eresia del « millenarismo ». Ved. Bousset, op. cit. pp. 330-333. 


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PARTE SECONDA 

Il Cristo. 


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Capitolo Ottavo. 

Dalla Legge al Vangelo. 


A1P epoca in cui siamo pervenuti con la storia del 
giudaismo, la legge e ì profeti già formano da più ge¬ 
nerazioni un sol libro, un sistema religioso coordinato 
alla vita sociale, di cui più non si dubita che esprima 
la divina verità. Le Scritture non solo rappresentano 
Y idea del mondo, quale un popolo è riuscito a conce¬ 
pire, dopo secoli di civiltà, ma rivelata da Dio conten¬ 
gono la scienza dell’ universo e del suo mistero pro¬ 
fondo nello spazio e nel tempo. A fondamento sta il 
caos, indefinibile oceano che riempie il gran tutto, 
oscillante fra V essere e il nulla, dove informi e com¬ 
misti fermentano i principii di tutte le cose nella tene¬ 
bra eterna, e d’ onde trae Iddio la materia prima che 
è d’ uopo alla creazione del mondo. La terra convessa, 
e a vicenda reputata un disco o un quadrato, poggia e 
fluttua sulle acque del caos, che la riempie al di sotto 
e penetra per le aperture onde spicciano i mari, i 
fiumi, le fonti. Altissime montagne, fondate sopra il 
caos a mo’ di colonne, sostengono la triplice o settem¬ 
plice volta del cielo, attorniato anch’ esso dal caos, 
onde le nubi trasudano, la pioggia e la grandine. Com¬ 
posti di solidissima materia cristallina, i cieli si inal¬ 
zano concavi V uno sull* altro, ed incombono sopra la 


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terra, non così alti però che dalle più eccelse montagne 
non vi si possa entrare; anzi le aquile giungono, for¬ 
zando il volo, a sbattervi contro le ali (1). 

Anche i cieli, come la terra di cui son Y esemplare, 
hanno mari e fiumi e giardini. Vi dimorano immortali 
e beati i Figli di Dio, preesistenti al creato, e volen¬ 
tieri uguagliati agli astri planetari ed alle stelle. Nel 
più alto dei cieli, là onde ogni luce proviene, è Dio 
stesso. 


1. La tradizione e la scienza. 

La terra fu in origine un paradiso, giardino di deli¬ 
zie inesprimibili. Iddio vi collocò Y uomo e la donna 
Adamo ed Èva, che lo coltivassero, beati immortali. 
La trasgressione fatale del divino precetto, di non man¬ 
giare il frutto della scienza del bene e del male, sov¬ 
vertì Y ordine di provvidenza, trasformò in deserto la 
terra colpita da maledizione, dette F umanità in preda 
alla morte, fece minare le generazioni vie più nel pec¬ 
cato. Dio si pentì d’ aver creato Y uomo, e decretò di 
distruggere il genere umano, provocando dalle aperte 
cateratte del cielo per alcun tempo Y irrompere delle 
acque del caos a sommergere tutta la terra. Ma un 
giusto vi era, Noè ; Dio lo salvò dal diludo con la fa¬ 
miglia di lui, principio di una nuova umanità. Questa 
non fu diversa dall* antica, e il peccato, e con esso il 
dolore e la morte, tornarono a diffondersi sopra la 
terra ; ma Iddio non volle abbattere le sue creature di 
nuovo. Di tra la massa rea del genere umano, tolse il 
popolo d’ Israele, lo protesse, lo predilesse, stabilì con 
esso un patto di eterna alleanza, e là dove tutte le 
genti, dimentiche di Dio, traviavano in perdizione, a 


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Israele fu rivelata, per mezzo di Mosè, la legge di 
verità che adduce a salvezza. Troppo spesso nei secoli 
andati, Israele ingrato e fedifrago, ha mancato ai do¬ 
veri del suo patto, e si è lasciato andare per le vie delle 
genti. Iddio severo e longanime ha educato Israele ri¬ 
belle con gastighi frequenti e con la nobile parola dei 
profeti ; 1’ opera sua non fu vana. Giuda, P erede unico 
dell’antico Israele, popolo destinato su tutti alla glo¬ 
ria, ha finalmente appresa la volontà divina, e serba 
la fede. Il giudaismo possiede con la legge e i profeti 
il tesoro della sapienza di Dio, un libro che da solo 
vale ogni letteratura. 

Tutto è dimenticato : la congiura e V inganno della 
legge deuteronomica ; la imposizione violenta del co¬ 
dice sacerdotale, per un segreto accordo con lo stra¬ 
niero imperante ; una e due volte, la deformazione, la 
falsificazione della letteratura nazionale, che rappre¬ 
sentasse la storia dell’ antico Israele, come se real¬ 
mente la legge rimontasse a Mosè: tale P opera dei sa¬ 
cerdoti, oggi increduli, che il popolo ha dimenticata, 
se forse mai la conobbe. Tanto più sono ormai dimen¬ 
ticate le fallaci previsioni dei profeti ; chi se n’accorge 
ora che la speranza messianica, dopo tante smentii e 
della storia, ha più fedeli che mai? Mentre i secoli 
che videro nascere il libro divino, e ne seppero le umane 
vicende, ogni dì più s’inabissano nell’ antichità, tutto 
nelle Scritture è parola di Dio, verità che non si di¬ 
scute, ma si riceve adorando. 

Queste considerazioni non ci farebbero volgere lo 
sguardo addietro, dopo aver posto mano serenamente 
all’aratro, se non fossimo obbligati a soffermarci dal- 
P incombente pensiero, che tale idea delle origini della 
natura e della storia, da due millennii uscita dalla ri- 


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stretta cerchia del giudaismo, s ? è diffusa larghissima¬ 
mente in mezzo alle nazioni, ha compenetrato di sé per 
diecine di secoli il cuore stesso della civiltà, ed è sin 
oggi accolta, ed insegnata, come unica assoluta verità, 
tra innumerevoli anime nelle quali la fede mortifica la 
libertà del pensiero e con ciò vi arresta il progresso 
scientifico e morale. Fu sì vasto e profondo Y errore, 
e tanto pochi sono anc’ oggi i liberi, che ci sembra la 
liberazione un fatto di ieri. Non è storia di ieri che 
Bruno era dannato al rogo — tardo avanzo sacerdo¬ 
tale di sacrifici umani al dio d’ Israele — e Galileo co¬ 
stretto all’ ignominia, rei d’ aver V uno e Y altro con 
Y alterna virtù della ragione e della scienza, spezzata 
la saldezza cristallina dei cieli, entro cui soffocava rin¬ 
serrato lo spirito umano, e avergli resa la eterea libertà 
dell’ immenso? Non ieri forse il rigido pensiero di Kant 
e 1’ audace dialettica di un Hegel esploravano alla luce 
dell’ idea, nei piò lontani regni del mistero, di là dalla 
natura l’infinito, e nell’essere eterno scoprivano, là 
dove un giorno furono le dimore di Dio, lo spirito solo, 
nel suo trionfante dolore, umano a un tempo e divino? 

Sono uomini d’ oggi coloro che in quella Germania, 
dove la libertà scientifica meglio che altrove sembra ar¬ 
monizzarsi al rispetto dell’ antica tradizione, ugual¬ 
mente necessaria al progresso spirituale del mondo, 
da Enrico Ewald a Bernardo Stade, hanno sottoposto 
a una critica sagace e feconda le Scritture del Vecchio 
Testamento, e sono così pervenuti, con 1’ opera lenta 
di un secolo, a ricostruirne le origini e le graduali vi¬ 
cende. Essi sono riusciti a sorprendere nei libri dei 
profeti innanzi tutto le tracce sicure ed autonome del- 
T antichità d’Israele, e le hanno separate con cura mi¬ 
nuta e guardinga dagli aggregati di più recente fattura. 


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Hanno così ritrovato e seguito il iilo tenuissimo delle 
origini e dell’ incremento, attraverso ben dieci secoli, 
dei libri di Mosè contenenti la legge, la quale nonché 
essere il punto di partenza della storia d’ Israele e di 
Giuda, come la tradizione cristiana insegnò, ne costi¬ 
tuiva al contrario il coronamento e la fine. 

La grandiosa riedificazione di un passato già pieno 
di misteri, il rovesciamento di un ordine che tanto 
pesò nei destini del mondo civile, è stato fortunata¬ 
mente coadiuvato dal progresso generale delle scienze 
durante il secolo scorso. La filologia scrutò a fondo 
come non mai i significati vetusti dell’ ebraico delle 
sacre Scritture, paragonato a quello dei Semiti affini 
agli Ebrei, l’arabo, per esempio, 1’ arameo, il babilo¬ 
nese. L’archeologia restituì alla luce, dissepolti dalle 
antiche rovine, i tesori di civiltà, che gli imperi a vi¬ 
cenda succeduti nel dominio del mondo lasciarono di¬ 
spersi per le valli dell’ Eufrate, del Tigri, del Nilo, 
e dovunque. La scienza storica ha ricostruito, sui mo¬ 
numenti superstiti e sulla scorta sicura dei documenti 
dell’antichità, le millenarie vicende dell’ Egitto e del¬ 
l’Asia, indipendenti ormai dalle scarse e confuse no¬ 
tizie che avevano tramandate la Bibbia e la cultura 
classica. Finalmente la scienza religiosa, paragonando 
il Vecchio Testamento con le antiche religioni orien¬ 
tali, soprattutto con quella babilonese e persiana, ha 
ritrovato in esse 1’ origine della sacra Scrittura, ed ha 
portato a concludere che la religione dei Figli d’Israele 
e di Giuda rientra del tutto nel quadro generale della 
storia e dimostra 1’ unità spirituale dei popoli (2). 

Era per il cristianesimo necessità imprescindibile 
di accettare come proprie le dottrine del giudaismo, 
e togliere da quello in retaggio ugualmente la legge e 

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-* 


— 226 — 

i profeti come libri da Dio rivelati. Infatti, che cosa 
era il Cristo, se non il compimento inseparabile della 
speranza giudaica, rappresentata appunto dalle sacre 
Scritture? La legge, stato intermedio fra V èra del pec¬ 
cato e della giustizia, fra la morte e la redenzione, coor- 
dinavasi al Cristo, ed essa quindi traeva la ragione 
dell’essere suo. I profeti annunziando la venuta del re¬ 
gno di Dio e la futura gloria d’Israele, dopo il giudizio 
di separazione dei giusti dai reprobi, intendevano al 
Cristo ; ed il Cristo nelle pagine loro riscontrava le 
prove della sua dignità, dell’ autorità, della gloria d’in¬ 
viato da Dio a redimere il genere umano, a compiere il 
giudizio universale dei buoni e de’ rei, a inaugurare il 
regno della giustizia e della verità. Incomprensibile 
senza i profeti e la legge, il Cristo, situato nel centro 
delle sacre Scritture piene della sua luce, irradiavasi 
splendidamente col loro riflesso, nel duplice carattere 
suo divino ed umano. 

2 . Narrazione evangelica. 

Come i profeti avevano costantemente predetto, 
nella pienezza dei tempi era venuto il Cristo, incarnato 
in Gesù. Nell’istante definito da Dio, per inviare nel 
mondo il Figlio suo medesimo a salvare 1’ umanità dal 
peccato e dalla morte, l’arcangelo Gabriele, nella città 
di Nazaret in Galilea, era apparso alla vergine Maria, 
fidanzata a Giuseppe, ma non ancora sua sposa, ad 
annunziarle che fra le donne prescelta a madre del Fi¬ 
glio di Dio esfca concepirebbe nel seno, per virtù dello 
Spirito Railto, e partorirebbe un figliuolo, cui dovevasi 
porre nome Gesù, perciò che egli avrebbe salvato il suo 
popolo dai loro peccati. Accortosi della precoce gravi- 


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— 227 


danza Giuseppe, fece proposito di ripudiarla ; ma illu¬ 
minato da un angelo lasciò clie si adempisse quel mi¬ 
stero di provvidenza. 

Giuseppe discendeva dalla regia stirpe di David; 
perciò quando per decreto d’ Augusto il legato di Siria 
Quirinio registrò il censimento della popolazione sog¬ 
getta alla sua autorità, Giuseppe dovè recarsi da Na¬ 
zaret con la sposa in Giudea a Betleem patria di Da¬ 
vid, per essere colà censito. Quivi Maria dette in luce 
il mirabile figlio, e sopra la povera culla, nel divino 
splendore notturno, gioirono gli angeli, e inchinaronsi 
adoranti i pastori. 

Avvertiti e guidati da una stella, vennero dall* O- 
riente i magi ad adorare il Cristo apparso al mondo ; 
e pervenuti nei giorni di Erode in Gerusalemme, chie¬ 
devano ove fosse nato il Cristo. Erode turbatissimo in¬ 
terrogò i sacerdoti, i quali risposero, secondo le pro¬ 
fezie, dover nascere in Betleem ; e là i magi senz’ altro 
si recarono, con doni al celeste bambino di oro d ? in¬ 
censo e di mirra. Ma Erode temendo per il regno, fece 
crudelissimamente in Betleem e nei dintorni trucidare 
tutti i fanciulli dai due anni in già, contando per tal 
guisa di far perire il Cristo. Giuseppe, avvertito da un 
angelo, con Maria e con Gesù riparò frettoloso in 
Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode ; quindi 
tornò a dimorare a Nazaret, poiché seppe che invece di 
Erode in Giudea regnava Archelao figliuolo di lui. 

I suoi genitori solevano recarsi a Gerusalemme per 
la festa di pa-squa. Gesù dodicenne recatosi con loro 
alla festa, fu da essi smarrito ; sicché erano sulla via 
del ritorno quando, accortisi che il giovinetto non tro- 
vavasi neanco fra parenti ed amici, venuti pure colà, 
tornarono a cercarlo in Gerusalemme. Dopo tre giorni 


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lo ritrovarono nel tempio ad ascoltare e interrogare i 
dottori, meravigliati altamente della sapienza delle sue 
risposte. Al rimprovero dolce della madre, Gesù re¬ 
plicò che doveva occuparsi delle cose del Padre. Ed essi 
non compresero. E tornò con loro in Nazaret, dove suo 
padre Giuseppe era operaio falegname, e rimase loro 
soggetto. 

Sei mesi prima di Gesù, una parente di Maria, Eli¬ 
sabetta sposa a Zacaria sacerdote era stata in Giudea, 
non senza divino miracolo, madre di un bambinello cui 
per celeste consiglio fu posto nome Giovanni. Fu Gio¬ 
vanni il Battista, che, nell’anno decimoquinto dell’im¬ 
pero di Tiberio, Ponzio Pi lato essendo governatore di 
Giudea ed Erode tetra iva in Galilea, sotto il gran sa¬ 
cerdozio d’Anna e Caifa, apparve sul Giordano a pre¬ 
dicare il battesimo di penitenza ed a preannunziare la 
imminente venuta del Cristo. In quei giorni medesimi 
infatti venne Gesù da Nazaret, e da Giovanni si fece 
battezzare nel Giordano. In quel sublime istante fu la 
umiltà del Cristo esaltati! da Dio. Sopra di lui com¬ 
parve in immagine d’ una colomba, lo Spirito santo, 
che lo riempì di sé stesso e della divina sapienza. Quindi 
si ritirò Gesù nel deserto, 1A dove digiunò quaranta 
giorni, ed ebbe a subire una triplice tentazione di Sa¬ 
tana. 

Incarcerato Giovanni per ordine del nuovo Erode, 
Gesù lasciò la Giudea, e tornò in Galilea a predicare 
Tavvento del Regno e iniziarvi il ministero messianico. 
Si liberò dai vincoli della famiglia, e fissò dimora a 
Cafarnao sul lago di Tiberiade. Suoi primi discepoli 
furono quattro pescatori, i due fratelli Simone Pietro 
e Andrea, e gli altri due fratelli Giacomo e Giovanni, 
figliuoli di Zebedeo. Dopo alcuni suoi primi miracoli 


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consistenti nel cacciare i mali spiriti dagli indemoniati, 
e nel guarire i malati con la potenza della sua parola, 
per esempio in sinagoga di Cafarnao dove s’era recato 
ad insegnare, Gesù si sceglie dodici discepoli, che 
chiama apostoli, e da loro seguito e dalle turbe, sale 
sul monte e promulga i prineipii della nuova dottrina, 
destinata a sostituire la legge mosaica ; è il discorso 
del monte. La forma caratteristica del suo insegna¬ 
mento son le parabole, similitudini tratte da immagini 
della vita ordinaria, a designare la natura del regno di 
Dio, eh’ egli è venuto nel mondo a costituire, e con le 
quali predica, da prima ai discepoli e al popolo sulle 
rive del lago. La dottrina delle parabole è, per un in¬ 
scrutabile consiglio di provvidenza, insegnamento ar¬ 
cano. Esso rimane incompreso dagli uditori volgari, 
ed il suo vero senso è rivelato ai fedeli predestinati 
da Dio alla gloria del Regno. 

La dottrina ili Gesù Figlio di Dio ha per sé stessa 
i caratteri d’ una rivelazione, compresa ed accettata 
dagli eletti. Ma V autorità messianica della parola di 
Gesù è provata a esuberanza innanzi a tutti, tranne 
agli ostinati nel male che chiudono gli occhi alla luce, 
da gran numero di miracoli come la liberazione degli 
indemoniati, la guarigione di malati, la resurrezione 
di morti. L’opera messianica di Gesù svolgesi non 
solamente nella città di Cafarnao, ma per tutta la re¬ 
gione circostante del lago di Tiberiade, e più in là in 
Galilea. L’avvento del regno messianico è largamente 
annunziato, e là dove non recasi personalmente, Gesù 
invia gli apostoli, nonché un gruppo numeroso di altri 
discepoli, ad annunziare V « evangelio », la « buona 
novella », a cacciare i demoni, a guarire i malati per 
autorità sua. Lo seguono a migliaia turbe di popolo, 


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— 230 — 


eh’ egli più <T una volta nel deserto sazia mirabilmente 
con pochi pani. 

Nel frattempo Giovanni il Battista era morto per 
ordine di Erode. Ed il Cristo, coni’ era da attendersi, 
fu fatto segno a violente persecuzioni da parte del giu¬ 
daismo officiale, specialmente dei farisei, dei Saddu¬ 
cei, degli Erodiani, che non potendo resistere in aperta 
polemica alla potenza della sua parola, dalle calunnie 
e dalle derisioni passarono al proposito di farlo morire. 
Gesù si partì quindi con i discepoli errando qua e là 
per le parti di Tiro e di Cesarea di Filippo. A Cesarea 
Simone, chiedendo Gesù chi credessero i discepoli fosse, 
mentre al popolo pareva un profeta, rispose affermando 
essere egli il Cristo. Perciò da Gesù ebbe cognome di 
Pietro, perchè su quella « pietra » avrebbe egli fondata 
la sua chiesa. Dipoi Gesù condotti su altissima mon¬ 
tagna i discepoli suoi prediletti, Pietro, Giacomo e 
Giovanni, trasfiguratosi dinanzi a loro, dette loro a 
conoscere la gloria divina del Cristo, ed apparvero in 
colloquio con lui Mosè ed Elia ; avvenimento mirabile, 
circa del quale Gesù ai discepoli ingiunse il silenzio, 
fino a che egli non fosse resuscitato dai morti. 

Quindi Gesù s’avviò, passando per la Samaria, verso 
Gerusalemme, dove sapeva che avrebbe, per la reden¬ 
zione del mondo, incontrata la morte, passaggio alla 
resurrezione. L’ una e l’altra da lui per ben tre volte fu 
preannunziata ai discepoli, tardi e retrivi a compren¬ 
dere i genuini caratteri del vero Messia. Era prossima 
la festa di pasqua. Gesù insegnava nel tempio, da lui 
purificato cacciandone i profanatori, e confondeva con 
le sue risposte farisei e Sadducei. I sacerdoti che ave¬ 
vano fatto proposito di condannarlo, trovarono in 
Giuda, uno dei dodici apostoli, chi loro offrì di tradirlo. 


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in compenso di denaro. Il Cristo, che tutto sapeva e che 
avrebbe potuto con la sua sola parola distruggere in 
un attimo i suoi nemici, lasciò che i decreti di Dio 
si compissero. La sera, però, nella quale doveva esser 
tradito, innanzi 1’ arresto, durante la cena giudaica 
dell’agnello pasquale, ucciso e mangiato secondo le pre¬ 
scrizioni della legge, prese Gesù pane e vino, li bene¬ 
disse e ne dette a tutti gli apostoli, dicendo : « Prendete, 
mangiate, questo è il mio corpo ; bevete da esso tutti, 
questo è il mio sangue ». Così veniva dichiarato irrito 
il «vecchio testamento», V antica alleanza d’Israele 
con Dio, e promulgato il « testamento nuovo », il nuovo 
patto fra Dio e il genere umano. 

Dopo di che, nell’ orto di Getsemani, sofferta nel 
pensiero della morte imminente una cruda agonia con¬ 
fortata dalla rassegnazione a Dio Padre e dalla appa¬ 
rizione di un angelo, Gesù tradito con un bacio da 
Giuda cadde in mano ai satelliti dei sacerdoti, e fu da 
loro legato e condotto nella casa del Gran Sacerdote. 
A capo del Sinedrio, lo interrogò questi nel nome di 
Dio che dicesse, se veramente era il Cristo; Gesù so¬ 
lennemente confessò di essere il Cristo. Fu dichiarate 
allora blasfemo e reo di morte. Al mattino fu trasferito 
al tribunale di Pilato, perché ne pronunziasse la con¬ 
danna alla crocifissione. Pilato ben convinto della in¬ 
nocenza di Gesù, fece quanto potè per liberarlo, e 
perfino lo mise al paragone con un delinquente volgare, 
certo Barabba, pronto a concedere libero quale dei due 
volessero. Ma i Giudei preferirono Barabba, e ad ogni 
costo vollero Gesù crocifisso ; ciò che, previa la flagel¬ 
lazione, venne eseguito. 

I discepoli fuggirono tutti, al momento dell’arresto 
di Gesù nell’orto di Getsemani. Soltanto Pietro ardì 


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seguire la lungi il maestro, sino dentro la casa del 
Gran Sacerdote. Ma interrogato se fosse dei discepoli 
di Gesù, venne meno alla fede e tre volte lo rinnegò. 
Nessuno dei discepoli assisteva alla morte di Gesù 
sulla croce. Solo da lungi alcune pie donne, tra cui 
Maria di Magdala, venute di Galilea, videro morire il 
Cristo, e poterono osservare la tomba nella quale da 
Giuseppe di Arimatea fu deposto il sacro corpo. I Giu¬ 
dei, però, che sapevano aver Gesù predetta dopo tre 
giorni la resurrezione, domandarono a Filato ed otten¬ 
nero, che fosse fatta al sepolcro di Gesù buona guar¬ 
dia durante tre giorni, temendo che i discepoli venia- 
cero a portar via il cadavere per dare a credere al 
popolo esser la tomba vuota, perchè era resuscitato. 
Invano, però! ché all’alba del terzo giorno ad un tratto 
la terra tremò, si scosse intorno al sepolcro, ed atterrò 
le guardie. E Gesù immortale e impassibile resuscitò 
dalla tomba, aperta e occupata dagli angeli. Venute 
le pie donne al sepolcro, per imbalsamare Gesù sec ondo 
il costume giudaico, trovarono vuota la tomba, e quivi 
dentro gli angeli che dettero loro V annunzio della re¬ 
surrezione avvenuta. Gesù apparve poi personalmente 
ai discepoli in Galilea e a Gerusalemme ; per ultimo in 
loro presenza, dalla cima del monte Oliveto, visibil¬ 
mente ascese al cielo. Di là, come predisse annunziando 
la imminente distruzione di Gerusalemme e del tempio, 
verrà glorioso al momento della fine del mondo per 
giudicare i vivi e i morti. 


3 . I vangeli secondo la chiesa. 

Questa sommaria rappresentazione della vita di 
Gesù è tratta dal racconto che in modo sostanzial- 


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mente uniforme ci offrono i tre primi vangeli di Mat¬ 
teo, Marco e Luca, detti perciò «sinottici» o paralleli. 
Ma la tradizione cristiana possiede uu quarto vangelo, 
quello cioè di Giovanni, che sebbene esteriormente si 
presenti con carattere proprio e indipendente dai tre 
precedenti, ha gran valore per ricostruire V avvento 
messianico e definire il carattere divino del Cristo. Non 
solo nel vangelo di Giovanni leggonsi fatti nuovi della 
vita del Cristo, nei sinottici non rappresentati, come 
la conversione dell’ acqua in vino alle nozze di Cana, 
suo primo miracolo, P incontro di Gesù con la Sama¬ 
ritana, la resurrezione di Lazaro, la presenza della ma¬ 
dre di Gesù e del prediletto discepolo a piè della croce ; 
ma nella guisa più meravigliosa v ? è descritta la sua 
divinità. Più ancora, Giovanni dimostra la predica¬ 
zione messianica di Gesù in Gerusalemme, ed accenna 
chiaramente alla durata del pubblico suo ministero, che 
sarebbe realmente di due o di tre anni, mentre i sinottici 
paiono concludere P opera sua, quasi esclusivamente 
in Galilea, nel breve giro di un anno. In nessun modo, 
pertanto, la tradizione cristiana ha conceduto che possa 
venire scisso il quarto vangelo dagli altri, ma sempre 
anzi ha creduto che i sinottici debbano essere collocati 
nella sfera del quarto, fusi con esso in un’armonia sola. 
Le divergenze o le contradizioni che, nel comporre in¬ 
sieme la unite dei vangeli, facile è riscontrare fra gli 
uni e gli altri, non sono che apparenti, e da un retto 
discernimento, non disgiunto da spirito di fede cri¬ 
stiana, eliminabili. 

Per quanto poi la vita di Gesù, narrata dai vangeli, 
si manifesti piena di mirabili avvenimenti, che esigono 
continua razione intermedia della onnipotenza divina, 
la tradizione cristiana non esitò a riconoscervi il ge- 


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Duino racconto di veri fatti storici, avvenuti così come 
si narrano. Perchè i vangeli son opera di testimoni 
oculari, il primo dell’ apostolo Matteo, e il quarto del- 
P apostolo Giovanni, figliuolo di Zebedeo ; o proven¬ 
gono da uomini in cui P antichità riconobbe discepoli 
e rappresentatori della dottrina degli apostoli, come 
Marco discepolo e interprete di Pietro, Luca discepolo 
di Paolo, apostolo delle genti. Anzi la chiesa cristiana 
fino dai primi secoli riconobl>e perciò, che i vangeli del 
Nuovo Testamento, fra i molti scritti a quei tempi in¬ 
torno a Gesù, soli avevano il sigillo della assoluta ve¬ 
ridicità, perché di essi appunto Dio s’era servito per 
far conoscere al mondo nella sua verità P avvento 
messianico, inspirando gli autori che scrivessero per 
rivelazione quello che intorno al Cristo han traman¬ 
dato (3). 

La chiesa cristiana, pertanto, presenta a fonda¬ 
mento religioso la vita di Gesù narrata dai vangeli, 
come un avvenimento della storia inserito nel corso na¬ 
turale delle umane vicende ; e nondimeno i vangeli 
dànno del Cristo un’ immagine quasi del tutto sopran¬ 
naturale, lo rappresentano come la visione di un dio, 
la cui vita è un complesso di miracoli che continua- 
mente interrompono P ordine delle leggi naturali. Vien 
fatto di chiedersi : dunque chi era Gesù? Era un uomo, 
era Dio? Apparteneva alla nostra medesima specie, 
alla natura umana in anima e corpo, o non era che 
la divinità comunque intesa, apparsa in mezzo agli 
uomini in loro sembianza? La questione agitò per quat¬ 
tro secoli la chiesa antica, fino a che presunse risol¬ 
verla nel concilio di Calcedonia, dogmatizzando che il 
Cristo fosse il Verbo incarnato, seconda persona della 
divina trinità, che, pur senza lasciare la sua natura 


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celeste, aveva assunta inseparabilmente la umana in 
anima e corpo. La dottrina di una duplice natura del 
Cristo, vero Dio e vero uomo, più che altro era di¬ 
retta a salvare il principio che Gesù, redentore del 
mondo e fondatore della religione cristiana, avesse real¬ 
mente come uomo partecipato della vita nostra ; ma in 
verità la chiesa fu sempre più o meno indifferente al- 
T umanità di Gesù, e volse ogni sua cura a mantenere 
intatto il principio della divinità, necessario a che il 
cristianesimo ottenesse valore di religione assoluta, 
confermato dal calcedonese col dogma di una sola per¬ 
sona divina del Cristo in due nature(4). 

4. Principii della critica moderna. 

Questa fede che sodisfaceva le ideali tendenze degli 
antichi, propensi a condannare la natura viziata in 
radice, e a situare in un mondo soprannaturale e di¬ 
vino, inserito a viva forza nella storia, i valori morali 
della vita, regnò indisturbata nella chiesa, fintanto che 
durò lo stato d’ animo ond’ era V espressione, ed al 
quale per sé coordinatasi. Ma poi che, al termine del 
medio evo, fuori dalle secolari agitazioni barbariche, 
nuovi regni sorgevano a raccogliere la ormai dispersa 
eredità di Roma ; popoli nuovi intendevano a creare, 
di contro agli antichi, la storia dei tempi moderni; e 
nuove lingue emerse dal naufragio del mondo romano 
formavansi a manifestare un*altra coscienza; quando 
al sorgere della rinascita, la rovina del sistema aristo¬ 
telico in filosofia restituiva al pensiero la luce atta a 
conoscere i diritti della investigante ragione, e il crollo 
cosmografico del vecchio universo all* urto dell’ idea 
copernicana acuiva il sentimento di una nuova conce- 


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zione dell’ universo ; quando le rinnovate scienze stori¬ 
che dimostrarono tutte le religioni ugualmente vantare 
e riconoscere la inserzione continua del miracolo nella 
vita dell’ umanità, ciascuna a favore esclusivo di sè ; 
allora giustamente P intelletto cristiano volle conoscere 
se e tino a qual punto, insegnando la chiesa che i mira¬ 
coli d’ogni altra religione erano falsi, fossero invece 
veri quelli soli che essa reclamava per suoi. 

Naturalmente la Bibbia fondamento del cristiane¬ 
simo fu con liberi intendimenti ripresa in esame ; e, 
innanzi tutto furono riletti i vangeli, quadruplice 
pietra angolare sopra cui fu edificata la coscienza dei 
popoli civili, principio e ragion d’essere delle nazioni. 
Ed allora dal testo separato dei quattro documenti tra¬ 
dizionali circa la vita e P opera di Gesù Cristo, dei 
quali la devota antichità aveva per fortuna conservato 
il nativo ingenuo tenore, apparvero stridenti e nume¬ 
rose le contradizioni insanabili che da un vangelo al- 
P altro urtavansi a vicenda, scuotevano, traevano in 
rovina l’edifìcio già costruito come storia con le par¬ 
venze esterne di tanti miracoli. Per P appunto le con¬ 
tradizioni erano più intollerabili dove avremmo voluto 
più che altrove preciso concorde il racconto: nelle pa¬ 
gine cioè relative alla nascita di Gesù da una vergine 
e alla sua resurrezione dai morti. Le narrazioni circa 
la nascita miracolosi!, ignote a Marco, indifferenti a 
Giovanni, venivano da Luca e Matteo presentate in 
modo che P una a vicenda ignorava quell’ altra, come se 
i fatti narrati fossero ignoti altrimenti che nella sola 
forma in cui ciascuno li dava. E i racconti relativi alla 
resurrezione, ignoti aneli’ essi a Marco nel loro saliente 
carattere di miracolo avvenuto visibilmente — sic¬ 
ché Man o ebbe a subire un’ aggiunta posteriore inse- 


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rita alla line del vangelo — erano fra loro talmente con- 
tradittorii nel testo degli altri tre evangelisti, da 
doverne concludere che essi più che di un fatto reale 
parlavano, ciascuno a piacer suo, di visioni intellet¬ 
tuali provocate dalla fede. 

La chiesa protestante e cattolica dannò quelli che 
liberamente cercavano qual mai valore avessero i prin- 
cipii che obbligavano la coscienza e la vita : i a razio¬ 
nalisti » per essa furono uomini falsi, corruttori del 
vero. Ma nei motivi della sua condanna fors’anche si 
svelava il circolo vizioso opposto a limitare le ricerche 
di libere coscienze ; mentre si concedeva che i vangeli 
fossero esaminati come semplici documenti di storia e 
argomenti di ragione a preparare l’assenso della fede, 
e si vietava poi che lo studioso esprimesse diverse con¬ 
clusioni da quelle che la chiesa per P autorità delegata 
da Dio rivelaute aveva mai sempre insegnate. 

Una simile situazione non poteva riuscire a sodi¬ 
sfare gli animi in buona fede. Era fatale ormai che la 
verità si dicesse. E appena che nel secolo deciniottavo 
inoltrato la società civile convinse la chiesa a restrin¬ 
gere il diritto di difesa nei limiti esclusivi della libertà 
di coscienza, se ne videro tosto gli effetti. I cultori di 
studi religiosi, vie più che il rinnovamento del pen¬ 
siero filosofico e storico portava a ricostruire con la 
ragione e La natura P essenza stessa della religione, si 
sentirono tratti a distogliere P opera di Gesù dal com¬ 
plesso dei trattati teologici o dalla selva dei commen¬ 
tari esegetici alle sacre Scritture, per situarla invece 
sul solido terreno della storia. L’antichità cristiana, 
contenta della fede nella divinità, indifferente alle sorti 
umane del Cristo, non sentì mai la necessità di scrivere 
una vita di Gesù. Questa à una pura creazione del pen- 


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siero moderno, intento a ricercare nelle origini del 
cristianesimo la ragion d’ essere storica del suo svol¬ 
gimento; e principiò nel secolo decimottavo con i 
primi scrittori di tendenza razionalistica, Giovan Gia¬ 
como Hess, Giovanni Adolfo Jakobi. Essi però non 
giungono ancora a sopprimere del tutto il miracolo 
dalla narrazione evangelica presa come storia; Gesù 
viene e agisce nel mondo, anche per essi, quale un es¬ 
sere divino. Però il miracolo è già singolarmente de¬ 
prezzato. Dov’ è agevole e possibile, senza alterare 
troppo la frase evangelica, viene eliminato; più ancora 
essi dichiarano, lo Jakobi per esempio, contro V in¬ 
segnamento della chiesa, che « il miracolo non è giusti¬ 
ficazione della dottrina di Gesù, ma solamente serve 
alla gloria della sua vita ». La dottrina di Gesù ha in 
sé medesima, nel suo valore morale di insuperabile su¬ 
blimità, la giustificazione di cosa divina. Il carattere 
teologico e dogmatico della dottrina di Gesù, cui tenne 
così radicalmente la tradizione cristiana, è trascu¬ 
rato o messo affatto da parte (5). 

Con queste timide investigazioni delle origini del 
cristianesimo s’ oscilla ancora malcerti fra la conce¬ 
zione teologica del medioevo e la storica dei tempi mo¬ 
derni. Il primo che osò porre spietatamente sincero 
ne’ suoi termini storici la narrazione evangelica fu Er¬ 
manno Samuele Reimarus, professore di lingue orien¬ 
tali in Amburgo, in una voluminosa ricostruzione sto¬ 
rica e filosofica dei fondamenti cristiani, che da vivo 
non potè pubblicare, ma clic circa dieci anni dopo la 
sua morte, avvenuta nel 1768, fu frammentariamente 
data in luce dal Leasing, con la premessa di non con¬ 
cordare nelle opinioni espresse dall’ autore. Nel fram¬ 
mento « sullo scopo di Gesù e de’ suoi discepoli », il 


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Reima rus, rilevate le contradizioni dei documenti evan¬ 
gelici che impediscono di poter accettare come elementi 
di verità storica i fatti miracolosi narrati dagli evange¬ 
listi, affermava che in realtà nessun miracolo era stato 
operato da Gesù nella sua vita mortale ; nè altrimenti 
i farisei gli avrebbero mai domandato, così solenne¬ 
mente come fanno, un « segno dal cielo » a riprova del¬ 
la sua messianità, un « segno » che Gesù non potè dare 
né volle. 

La messianità di Gesù, fìnch’ ei visse, non ebbe già 
i caratteri soprannaturali e divini, attribuiti dalla 
tradizione cristiana. Gesù invece aspirava semplice- 
mente ad essere un agitatore politico, un Messia na¬ 
zionale per redimere il popolo giudeo dalla servitù dei 
Romani. Dimostratosi vano il tentativo di una insurre¬ 
zione in Galilea, perché il popolo non volle secondarlo, 
si portò coi discepoli a Gerusalemme nella speranza 
di miglior fortuna; ma quivi al contrario lo incolse 
Parreste e la morte. I discepoli suoi, sbigottiti, ma 
non abbattuti dal tragico destino incontrato dal loro 
duce e maestro, decisero, dopo giorni di ansia e d’in¬ 
certezza, di proseguire nelP agitazione fra il popolo, 
servendosi, per fare impressione, di un mezzo assai sem¬ 
plice. Tolsero via di nascosto, dalla tomba in cui venne 
seppellito, il cadavere di Gesù, lo deposero altrove, ed 
al termine di cinquanta giorni, poiché si rese impos¬ 
sibile verificare ormai P esattezza dei fatti, vennero 
fuori a dire che era risorto dai morti fuor dalla tomba 
sua rimasta vuota, e che presto sarebbe tornato a sal¬ 
vare Israele (6). 


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5. Il razionalismo. 


I vangeli così rimaneggiati si acconciano bene a 
ridurre la vita di Gesù a un romanzo pili o meno inte¬ 
ressante. È ciò che fecero appunto Carlo Federico 
Bahrdt, verso la line del secolo decimottavo, e Carlo 
Enrico Venturini, che pubblicò anonima un’opera in 
quattro volumi a Kopenhagen sui primi dell’ottocento. 
Nella mente d’ambedue gli scrittori, il miracolo è af¬ 
fatto eliminato dalla vita di Gesù, e i fatti meravigliosi 
narrati dai vangeli sono costretti arbitrariamente nei 
limiti di eventi naturali. Ad esempio, il mirac olo del- 
T acqua resa vino alle nozze di Cana, non altro fu in 
realtà che una gradita sorpresa da Gesù preparata agli 
amici, ai quali il vino mancò, facendo presentare del 
vino portato di nasc osto e di cui gl’invitati ignoravano 
la provenienza. Gesù venne tentato non dal diavolo, ma 
da un fariseo che faceva la parte dei diavolo. Il Bahrdt 
e il Venturini ritraggono la vita di Gesù nel senso che 
egli fosse un discepolo occulto degli Esseni, vissuto in 
Egitto e dopo svariate vicende sottoposto alla prova 
della morte per gli scopi di propaganda voluti dalla 
setta segreta cui era affiliato. Non è affatto vero che 
Gesù morisse per la crocifissione; secondo il Bahrdt 
quella fu una commedia appunto architettata dagli Es¬ 
seni, e dalla quale Gesù si riebbe con qualche ammac¬ 
catura; secondo il Venturini, Gesù fu realmente con¬ 
dannato, ma, curato un po’ prima di soccombere, potè 
agevolmente risanare. Egli passò il resto della vita in 
solitudine fra le montagne, da cui scese raramente per 
qualche improvvisata ai discepoli. L’ultima appari¬ 
zione la fece a Paolo sulla via di Damasco. Poi non se 
ne seppe pili nulla (7). 


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Chi crederebbe mai che il Venturini per comporre la 
« storia naturale del grande profeta di Nazaret » tenne 
in gran conto i commentari critici ai vangeli del Pau- 
lus? Enrico Eberardo Paulus, professore di lingue 
orientali e poi di teologia, uomo di grande attività e 
coltura, collega di Schiller nell’ insegnamento, amico 
di Kant, di Wieland, di Goethe, è il più rappresenta¬ 
tivo, come autore d’ una vita di Gesù, del razionalismo 
scientifico applicato, sui principii del secolo decimo- 
nono, a ricostruire la storia del fondatore della reli¬ 
gione cristiana. Egli aveva già pubblicato da molti anni 
il suo voluminoso commento ai vangeli, quando piut¬ 
tosto vecchio dette in luce nel 1828 la « Vita di Gesù », 
arida e disamabile, quant’ era invece attraente quella 
del Venturini. Eppure la costruzione scientifica del 
Paulus non differisce molto da quella romanzesca del 
suo predecessore. Anche il Paulus elimina il miracolo 
dalla storia evangelica. I fatti meravigliosi, narrati 
dai vangeli, sono ridotti a fatti naturali : Gesù pas¬ 
seggia sul mare ; non sopra all’ acqua, ma in riva. Le 
guarigioni non sono che ben riuscite cure, a norma 
della semplice e superstiziosa medicina orientale. Per le 
resurrezioni il caso varia ; Gesù ridona alla vita alcuni 
moribondi, creduti morti, ma solamente assopiti o colti 
da sincope, e portati troppo presto a seppellire. La tra¬ 
sfigurazione è una visione che dal basso del monte i 
discepoli hanno di Gesù sulla cima, investito dal sole 
mattutino, a colloquio con due persone ignote, da essi 
reputate Mosè ed Elia. 

Il Paulus modifica le precedenti teorie sulla resur¬ 
rezione. Gesù fu realmente condannato e inchiodato 
alla croce. Ma essendo la pa-squa imminente, ne fu tolto 
la sera stessa. I crocifìssi solevano vivere per più giorni 

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sulla croce. Gesù non era morto. Collocato nella tomba, 
che in Oriente ha la forma di una stanza con letto di 
pietra su cui è deposto il cadavere, 1’ aria fresca del se¬ 
polcro e le unzioni balsamiche, praticate sul suo corpo 
dai discepoli, finiscono per rianimarlo. Getta i lini, 
entro i quali lo avevano avvolto, ed esce e va e trova 
i suoi discepoli, che lo reputano resuscitato; vive na¬ 
scostamente quaranta giorni con loro; poi sul monte 
Oliveto si separa per isfuggire a un nuovo arresto. Una 
nebbia sopraggiunta lo toglie ai loro sguardi sopra la 
cima del colle, mentr’ essi ne discendono. Non lo rivi¬ 
dero più, e lo dissero quindi asceso al cielo (8). 

Il Paulus dovè alla eloquenza di Herder, se non fu 
destituito dalla cattedra che occupava in Jena. Ma il 
pensiero del grande romantico nulla aveva di comune 
con quello del rigido nazionalista. Queir anima di 
poeta, incapace di tollerare le sottigliezze teologiche, 
nelle quali intristiva il sublime ideale evangelico, come 
avrebbe approvato le frigide ipotesi del Paulus, che 
ugualmente riducevano il vangelo e la vita del Cristo 
a un’ insipida prosa volgare ? Il Gesù dei vangeli era 
poesia; essi erano il poema messianico, la cui storia 
veniva idealizzata dai ricordi e dai simboli del Vecchio 
Testamento. Mentre il razionalismo pretendeva di po¬ 
ter impunemente distogliere dal racconto evangelico la 
bellezza dell’ idea, per ritrovarvi la verità storica, come 
non si accorgeva che, messa in disparte l’idea, il pre¬ 
sunto fatto storico non serbava ragione di essere, come 
principio creatore del fatto cristiano ? 

Il Paulus in sostanza era rimasto impigliato nel vec¬ 
chio pregiudizio teologico, che in ogni modo la narra¬ 
zione evangelica dovesse contenere non altro che una 
serie di fatti materiali ; distoltone il midollo del mira- 


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colo, non rimaneva più che un misero guscio. Ma se 
non può il miracolo avverarsi come fatto materiale, 
perché è solamente un* idea, questa ha davvero bisogno 
del fatto soggiacente per sussistere come principio di 
fede religiosa ? Hegel dimostrava di no. Per rimanere 
sul terreno storico, la origine forse dei racconti, re¬ 
lativi alla nascita e alla resurrezione del Cristo, esi¬ 
geva per essere spiegata un qualsivoglia fatto soggia¬ 
cente ? Ma già la Francia rivoluzionaria aveva con la 
penna di Yolney e Dupuis paragonato il vangelo alle 
leggende ellenico-romane della mitologia, per conclu¬ 
derne che la narrazione della nascita del Cristo da una 
vergine, e quindi della resurrezione dai morti, erano 
miti analoghi a quelli che produsse in quantità la reli¬ 
gione pagana. Perchè non si sarebbe potuta applicare 
la stessa teoria mitica al rimanente della narrazione 
evangelica, per estrarne il valore ideale che al disopra, 
magari al di fuori, dei singoli fatti ha presieduto al- 
P origine del cristianesimo? 

6. Gesù e il Cristo mitico. 

Tale fu P opera di David Federico Strauss. Egli 
aveva ancor giovanissimo imparato dal Baur a Tubinga 
con quali criteri dovevasi giudicare la Bibbia e special- 
mente il Nuovo Testamento ; a Berlino aveva appreso 
da Hegel la libertà della ragione critica innanzi al van¬ 
gelo. Di soli 28 anni pubblicò nel 1835 la sua « Vita di 
Gesù», in due grossi volumi. La tradizione evangelica 
era considerata piuttosto come una serie di problemi, 
che quale narrazione coordinata in un tutto. I tratti 
dei vangeli relativi a ciascuna questione erano insieme 
via via raccolti, avvicinati, esaminati minuziosamente. 


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Le incoerenze e le contradizioni saltavano fuori da sé, 
e le teorie della vecchia teologia ecclesiastica s’abbat¬ 
tevano all’ urto della critica fine ed acuta del giovane 
innovatore. Quindi facevasi contro al sistema raziona¬ 
listico ; le ipotesi dei critici recenti, particolarmente 
del Paulus, erano messe alla prova, disfatte, polveriz¬ 
zate. Il « fatto » evangelico, che i razionalisti con tanta 
pena di fantasia, se non di dottrina scientifica, avevano 
sostituito al miracolo tradizionale, dovunque risolve- 
vasi in un’ idea, in un mito, in un simbolo creato dalla 
mente e dalla fede primitiva cristiana con ricordi del 
Vecchio Testamento, nel quale i fedeli cercavano e tro¬ 
vavano profeticamente il racconto della vita di Gesù. 
Chi ne usciva più malconcio, agli occhi dei teologi con¬ 
servatori, era il quarto vangelo di Giovanni, sulla cui 
veracità storica la tradizione ecclesiastica aveva sino 
allora stabilita la massima prova della divinità di Gesù 
Cristo, e che si risolveva tutto intero in un complesso 
di simboli, senza valore in rapporto alla vita reale di 
Gesù (9). 

L’ opera del Paulus era stata uno scandalo atto a 
far inorridire i timorosi dell’ ortodossia, ma in fondo 
non aveva turbato i riposi dei vecchi teologi. Quella 
invece dello Strauss fu un grido di guerra, che risve¬ 
gliò in Germania, anzi nel mondo, un’eco immensa. 
Il clamore delle polemiche salì dovunque altissimo in¬ 
terminabile ; e la profonda impressione di terrore e sbi¬ 
gottimento, che fece tra i cattolici e gli anglicani, 
ugualmente che fra i luterani, mostrò abbastanza, che 
il giovane candidato a una cattedra’ aveva colto nel 
segno. Non che lo Strauss dicesse novità. Su quali nar¬ 
razioni del vangelo non si erano prima di lui avven¬ 
turate qua e là ipotesi mitiche? Ma lo Strauss era il 


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— 245 — 


primo a riordinare, a sistemare il lavoro, a fonderlo 
nell’anima propria in una organica dimostrazione, pre¬ 
sentata in istile severo e limpido, che convinceva, se 
considerato liberamente senza pregiudizi. Molti lo con¬ 
futarono con sincerità, perchè non lo avevano letto. 
Il libro dello Strauss era il frutto maturo della scienza 
del bene e del male, che V Europa cristiana finalmente 
aveva addentato. 1/ autore, pervenuto in un giorno 
alla piena celebrità, fatto segno all’ odio implacabile 
della patria generazione, peregrinò invano alla ricerca 
d* una cattedra d 7 insegnamento ; ma nessuno gli tolse 
la gloria di aver aperto nuovi orizzonti di luce alla cri¬ 
tica biblica. Dopo un secolo quasi di studi indefessi, 
la sua « Vita di Gesù» non è ancora invecchiata. 

Lo Strauss era riuscito con 1’ opera sua nientemeno 
che a lasciare nell 7 ombra il quesito fondamentale, per 
cui s 7 era pensato a comporre una vita di Gesù, e per 
risolvere il quale crasi accinto a scriverla. Il suo la¬ 
voro infatti era riuscito a far sapere la vita ideale del 
Cristo, quale appariva alla prima generazione cristiana, 
ma non diceva chi dunque fu realmente Gesù. Ed a tale 
domanda egli avrebbe in prima dovuto rispondere. Sul 
terreno della storia era rimasto già bene o male il 
Faulus, dal racconto dei vangeli ricavando una sene 
di fatti destinata a render ragione di ciò che storica¬ 
mente fu la vita di Gesù. In molti casi quei « fatti » 
erano senza dubbio male a proposito dati come realtà 
storica, e dovevano esserne espunti, appartenendo al 
ciclo delle idee. Ma in altri casi, è certo, il Paulus 
aveva ragione di vedere nel racconto evangelico non 
altro che la trasformazione miracolosa di eventi origi¬ 
nariamente naturali. Quali erano, e come da essi po- 
tevasi trarre materia a ricostruire dunque la vita di 


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Gesù? Lo Strauss non aveva risposto. Per quanto egli 
ammettesse una storicità di Gesù, soggiacente alla vita 
ideale del Cristo, rappresentata dai vangeli, in realtà 
si era lasciato prender la mano dalla teoria, ed aveva 
talmente esagerato, nella tradizione evangelica, la pre¬ 
senza del Cristo mitico, da non rimanergli più modo 
di poter costruire il Gesù storico. 

In fondo, P uno e P altro, Paulus e Strauss, eran 
caduti vittima del medesimo errore : quello di aver ac¬ 
cettato, a beneplacito della tradizione ecclesiastica, 
fallace se anche antica, il principio di massima, che i 
vangeli fossero opera di testimoni oculari, contempo¬ 
ranei di Gesù e de’ discepoli suoi, di apostoli, cioè, 
o di seguaci degli apostoli. Se i vangeli sono un rac¬ 
conto di testimoni oculari, argomentava il Paulus, come 
poter negare che un nucleo di realtà soggiaccia anche 
là dove più evidente apparisce la figurazione ideale? 
Ma se almeno in parte la tradizione evangelica dimo¬ 
stra, che i quattro scrittori offrivano racconti pura¬ 
mente ideali, con che criterio si limita il diritto di 
riconoscerne la presenza dove meglio convenga? L* uno 
e P altro in sostanza ammettevano il mezzo termine di 
un trapasso logico dal fondamento storico della vita 
di Gesù alla trasformazione ideale nella vita del Cri¬ 
sto ; ma P opera loro soffriva le conseguenze di un puro 
errore di metodo, consistente nelP accingersi a scrivere 
la vita di Gesù, senza essere prima riusciti a separar 
nei singoli vangeli i vari strati di tradizione, senza 
dubbio prodotti nel ciclo di più generazioni, che dalla 
primitiva realtà di Gesù, tramandata eventualmente 
da testimoni oculari, gradualmente spiegasse il for¬ 
marsi della figurazione ideale del Cristo. Occorreva 
pertanto innanzi tutto preparare il terreno al lavoro 


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247 — 


cou una previa critica (lei vangeli ; una critica, inten¬ 
diamo, pili piena, profonda, ricca di risultati che non 
fosse la adoperata sinora dai due opposti investigatori 
delle origini del cristianesimo. Ma per ciò. per potere 
sicuramente distinguete in prospettiva storica di una 
successiva evoluzione ideale, i racconti evangelici, oc¬ 
correva un punto fisso di riferimento nella storia della 
chiesa primitiva. Dove trovarlo, e qual era? 

7. La Scuola di Tubinga. 

Il merito di averlo determinato spetta all’ insigne 
fondatore della « scuola di Tubinga », Ferdinando Cri¬ 
stiano Baur. Egli non era un critico della Bibbia, né 
possedeva tutto Tacume necessario a risolvere le tante 
questioni puramente letterarie che implica per sé la 
tradizione evangelica ; era uno storico della Chiesa ed 
in compenso aveva un geniale e profondo sentimento 
della realtà della vita nelle origini del cristianesimo. 
Ormai si concedeva che i vangeli, anzi tutta la lette¬ 
ratura del Nuovo Testamento non formava un gruppo 
di libri che la inspirazione divina segregasse dal par¬ 
tecipare al destino di tutte le opere prodotte dal pen¬ 
siero. Il Nuovo Testamento, al contrario, ed in esso 
specialmente i vangeli, puri documenti umani, debbono 
venire inseriti nel complesso dell’ antica letteratura 
cristiana, e giudicati come un frutto storico dell’ età 
in cui ebbero origine e dalla quale trassero i loro ca¬ 
ratteri di composizione e di forma. Se V origine del 
Nuovo Testamento, malgrado le testimonianze della 
tradizione ecclesiastica da sottoporsi alla riprova cri¬ 
tica, è di per sé un problema, la cui soluzione dipende 
da quanto già sappiamo di sicuro per altre fonti circa 


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la storia della chiesa antica ne’ primi due secoli; i 
vangeli per P indole della loro armonia, come anthe 
delle loro divergenze, importano un quesito che ha da 
essere possibilmente risolto alla luce di quei documenti 
che meglio rappresentino le idee delle prime genera 
zioni cristiane. Abbiamo già nel Nuovo Testamento, 
afferma il Baur, qualche cosa che fa al caso nostro : 
sono le quattro lettere di Paolo ai Gala ti, ai Corinti, 
ai Romani, che sole sfuggono a qualsiasi dubbio sulla 
loro genuina provenienza dall- apostolo, e sono certa¬ 
mente testimoni di quella età che. secondo la tradi¬ 
zione, avrebbe anche prodotti i quattro vangeli. Esa¬ 
miniamo prima quale è dunque il cristianesimo delle 
quattro paoline, e quindi potremo discutere sull’ ori 
gine dei vangeli. 

Per quanto manchevoli, i risultati a cui, partendo 
dalle lettere di Paolo, pervennero il Baur e i discepoli, 
nel determinare V età dei quattro vangeli, furon subito 
diversi totalmente da quelli della critica razionalistica 
e romantica, e riuscirono a mettere primi ne’ veri suoi 
termini il problema delle fonti per la vita di Gesù. Il 
quarto vangelo fu subito trasferito nel secolo secondo, 
e qualificato per opera d’ uno scrittore diverso da Gio¬ 
vanni di Zebedeos anzi opera di un ellenista antigiu¬ 
daico, versato nelle nuove dottrine della « gnosi ». 
Poteva bensì contenere elementi di verità storica circa 
la vita di Gesù — la scuola di Tubinga fu a tal ri¬ 
guardo sempre oscillante ed incerta — ma in genere 
non era che una serie di simboli circa la vita e l’opera 
del Cristo, indirizzati a uno scopo di dimostrazione 
teologica. Il vangelo più antico dal quale si potevano 
trarre i materiali, per ricostruire comunque il Gesù 
della storia, era Matteo, composto nello stadio di tempo 


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nel quale il cristianesimo era una setta in seno al 
giudaismo. Nel vangelo di Matteo soprattutto avevano 
valore quei « logia » o « detti » di Gesù, che Papia di 
Hierapoli, testimone Eusebio,nel secondo secolo disse 
aver Matteo scritti in lingua ebraica, e che in sostanza 
corrisponderebbero al « discorso del monte » e agli al¬ 
tri passi analoghi di questo vangelo. Come i due prece¬ 
denti vangeli, anche Luca non è un lavoro storico, ma 
apologetico : combatte il giudaismo di Matteo, e pone 
in rilievo il carattere del cristianesimo paolino. Potè 
essere scritto durante il primo secolo, certo dopo la 
distruzione di Gerusalemme, avvenuta P anno 70 ; e, 
sebbene possiamo riconoscerlo eventuale fonte storica 
per la vita di Gesù, pure i caratteri di dimostrazione 
simbolica, che qua e là lo ravvicinano singolarmente 
a Giovanni, lo rendono molto sospetto. Marco, infine, 
è una tarda composizione sulle tracce di Luca e Mat¬ 
teo, allo scopo di togliere a vicenda i caratteri giudaiz- 
zanti o paolini ; è un lavoro di superamento e pacifica¬ 
zione fra le opposte tendenze, che divisero le prime 
generazioni cristiane, e non ha valore storico indipen¬ 
dente dagli altri (10). 

Le teorie della scuola di Tubinga avevano ormai 
finalmente collocati sul terreno della storia i vangeli 
come fonti della vita di Gesù. Esse offrivano il criterio 
generico a conoscere nei vari strati della tradizione 
evangelica quanto era puro simbolo, e quanto invece 
realtà storica soggiacente. E la voce autorevole del 
Baur e de’suoi scolari in Germania, Panno 1863, ri¬ 
sonava in eco mirabile nella « Vita di Gesù » di Er¬ 
nesto Renan. Quest’ opera unica nel suo genere, desti¬ 
nata al popolo e anc’ oggi letta fra il popolo come mezzo 
secolo fa, per quanto concepita in virtù del pensiero 


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scientifico tedesco, recava profondo il carattere del 
genio latino ; era un lavoro d’ arte facile a criticare, 
difficile ad emulare, come son pure gli altri del deli¬ 
zioso scrittore. Un sentimento nuovo di umanità spri- 
gionavasi da quella visione di terre, di cieli, di laghi 
palestinesi, che V autore comprese, come forse, a parer 
suo, li vide e comprese Gestì. E quel Gesù non era il 
Cristo austero della teologia, il nume inaccessibile dei 
gotici templi; ma un soave consolatore, un sognatore di 
felicità, cui pareva ignoto il dolore, ignota la morte, 
quasi sulle sue labbra non fiorisse che il sublime evan¬ 
gelio deir amore. E lo portava amore a Gerusalemme, 
incontro al dolore e alla morte, su quella croce d’onde 
immortale nei secoli avrebbe confortate innumeri 
anime. 

Che cosa aveva in comune il Cristo dei teologi, arido 
e incomprensibile, col Gesù di quel capolavoro, leg¬ 
giero, festivo, per le cui agili pagine un sorriso aleg¬ 
giava ad ora ad ora dubitante o commosso? Già si sa¬ 
peva che Strauss aveva abbattuto per sempre il Cristo 
dei teologi ; ma chi avrebbe restituito alla coscienza 
moderna il Gestì della storia, da situare nel panteon 
degli eroi dell’ umanità? Le conquiste faticose della 
scienza dovevano ricevere la sanzione dell’ arte, per 
rimanere acquisite al pensiero civile ; e fu V opera di 
Ernesto Renan. La chiesa cattolica e il protestante¬ 
simo nelle nazioni latine poterono impedire la diffu¬ 
sione deiropera di Strauss, più famosa che conosciuta ; 
né d’ altronde i teoremi stringati del severo tedesco 
erano- buoni ad allettare gli animi in Francia o in Ita¬ 
lia. Il pensiero del Renan ruppe gli argini costruiti 
dai secoli : il suo libro non conobbe frontiere, passò 
trionfalmente in mezzo al popolo oltre le Alpi ed il 


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Reno. La chiesa ne proibì la lettura ai fedeli, anche a 
quelli muniti di permesso per le opere all’ Indice ; bensì 
poterono leggere le deboli confutazioni, e lo scandalo 
non fu minore. In Germania lo Strauss volle emularlo, 
pubblicando Panno appresso un’altra «Vita di Gesù 
per il popolo tedesco » ; ma fallì nell’ impresa (11). 

8 . Il vangelo di Marco. 

L’accusa principale fatta al libro di Ernesto Renan 
è quella di essere, piuttosto che una vita di Gesù, un 
romanzo sulla vita di Gesù. Ma è possibile scrivere di 
Gesù qualche cosa che non rischi di essere un romanzo? 
La difficoltà fu prevista dall’ autore medesimo, e biso¬ 
gna dire che in fondo non era colpa sua. Se il Renan 
non aveva trovato nelle fonti della vita di Gesù il 
mezzo termine atto a ricostruirne la storia, la respon¬ 
sabilità non ricadeva su lui, quanto sopra gli epigoni 
delia scuola di Tubinga, i quali, nonché avanzarsi nelle 
vie della critica scientifica, tornavano indietro sul- 
V orme segnate dal Baur circa il quarto vangelo. Il 
Baur aveva dimostrato, che il vangelo attribuito a Gio¬ 
vanni, chiunque fosse V autore, non certamente V apo¬ 
stolo della tradizione ecclesiastica, doveva conside¬ 
rarsi uno scritto tendenzioso del secondo secolo, il cui 
valore, come fonte storica della vita di Gesù, era per¬ 
tanto estremamente incerto. Ma i suoi continuatori, 
per esempio il Weizsàcker che gli successe in cattedra 
a Tubinga, credettero poter ritornare su le sue con¬ 
clusioni, per riconoscere invece nel quarto vangelo le 
tracce di una duplice composizione, 1’ una più tarda 
in rapporto ai discorsi attribuiti a Gesù, e giudicati 
privi di storicità, e V altra risultante da ricordi di ori- 


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gine apostolica, notevolmente più antica. Questa opi¬ 
nione media, di cui fa uso esplicito il Renan, è un 
compromesso che serve a inviluppare di nuovo que¬ 
stioni risolute una volta. 

Ma V errore precipuo della scuola di Tubinga, che 
impedì non solo al Renan di pervenire attraverso i 
vangeli al Gesù storico, ma intralciò grandemente il 
progresso degli studi scientifici in Germania, fu il giu¬ 
dizio nel quale sempre più si ostinarono il Baur e i suoi 
discepoli, rispetto a Marco, reputato una compilazione 
dai precedenti vangeli di Luca e Matteo, senza valore 
storico. Marco, per dire il vero, era da mezzo secolo 
chiamato in causa per una colpa non sua. Non gli si 
perdonava d' aver dato troppi elementi alle ricostru¬ 
zioni dei razionalisti, specialmente del Paulus ; d’onde 
l’animosità delio Strauss contro questo vangelo, che 
prestavasi meno degli altri al simbolismo mitico. E i 
teologi conservatori hanno sempre tenuto un po’ il 
broncio airautore del secondo vangelo contenente frasi 
scabrose per la divinità di Gesù Cristo. Gli oppongono 
perciò gli altri vangeli, che ne van privi e si prestano 
meglio a figurare i simboli del Cristo teologico. In- 
somma gli interessi apologetici, in senso hegeliano del 
pari e conservatore, turbarono durante più decennii la 
considerazione spassionata con cui si sarebbe dovuto 
indagare il problema dell’origine del secondo vangelo. 
Già Herder, per ispirito d’intuizione geniale se non per 
convinzione dimostrativa, aveva insistito nel dire che 
Marco non aveva i caratteri di una compilazione poste¬ 
riore, rispetto agli altri sinottici, ma doveva conside¬ 
rarsi come il testo evangelico più originario, e il più vi¬ 
cino pertanto alla realtà della storia. L’ opera dello 
Strauss che, abbiamo accennato, con l’intento di scri- 


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vere una vita di Gesù, riusciva soltanto a comporre 
la figura ideale del Cristo, procedendo dai sinottici 
al quarto vangelo senza incontrarsi mai col Gesù sto¬ 
rico, doveva inanimare a nuovi studi, per riconoscere 
se e quali elementi di storicità rimanessero occulti nei 
vangeli, soprattutto nei sinottici, dato il chiaro carat¬ 
tere simbolico del quarto vangelo. Si tornò a esaminare 
i sinottici per riuscire in essi a trovare il vangelo più 
antico e originale dei tre. Lo stesso anno 1838 vide 
uscire le opere del Weisse e del Wilke sopra lo stesso 
argomento, i quali pervenivano 1’ uno e l’altro indipen¬ 
dentemente ad ugual conclusione: che i sinottici com¬ 
parati e ponderati a vicenda nella loro composizione 
mostravano senza dubbio possibile la originalità e 
indipendenza di Marco rispetto a Luca e Matteo ; anzi 
Matteo e Luca si rivelavano opere dipendenti da Marco 
ambedue. 

Né il Weisse né il Wilke ebbero per allora for¬ 
tuna ; ma la verità finalmente doveva trionfare. Il Baur 
e la sua scuola, nel credere Marco una tarda compila¬ 
zione da Luca e Matteo, esprimevano più un’ opinione 
di gusto personale, che un risultato ottenuto dalla 
critica letteraria. Il loro Marco del secondo secolo 
era un’idea che serviva al loro sistema di ricostruire 
le origini del cristianesimo. Ma si poteva fare del 
problema sinottico una questione di gusto, mentr’ era 
innanzi tutto da risolvere con le norme obiettive della 
critica? Nel medesimo anno nel quale Ernesto Renan 
pubblicava la vita di Gesù, Enrico Giulio Holtzmann in 
Germania riesaminava il quesito dei vangeli sinottici, e 
poneva in luce chiarissima, che Luca e Matteo, nonché 
essere fonti di Marco, seguono anzi di passo la sua nar¬ 
razione. Marco certissimamente è alla base dì Luca 


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e Matteo. La scuola di Tubinga si oppose alla dimo¬ 
strazione dell’ Holtsmann ; ma dovè finalmente ricono¬ 
scere la propria disfatta. L’ assoluta priorità del van¬ 
gelo di Marco, rispetto agli altri due di Luca e di 
Matteo, non è più un’ ipotesi ; è un dato acquisito 
alla scienza (12). 

9. Sistema della critica evangelica. 

Ecco pertanto coni’ è sistemata dall’ Holtzmann 
od anzi dalla critica moderna in Germania F età dei 
vangeli, in rapporto al loro valore come fonti per la 
vita di Gesù. 

Il nucleo primitivo della tradizione evangelica non 
è costituito da un racconto cronologicamente ordinato, 
dal battesimo o dalla nascita alla morte e alla resur¬ 
rezione, ma da una raccolta di « Logia » o « Detti » 
di Gesù, d’indole sentenziosa e parabolica, che non 
esclude perciò narrazioni di fatti necessarie a spiegare 
F origine di qualche sentenza. I Logia son certamente 
anteriori al 70, probabilmente composti dapprima in 
aramaico, lingua materna di Gesù, e realmente conten¬ 
gono tradizioni derivate da testimoni immediati fra i 
discepoli suoi. Essi sono pervenuti incorporati nei due 
vangeli di Matteo e di Luca, in qualità di « discorso » 
fatto da Gesù ai discepoli « sul monte » secondo Mat¬ 
teo, « in pianura » secondo Luca. In Luca, rispetto a 
Matteo, il discorso è assai breve, e altri detti del « di¬ 
scorso » di Matteo si trovano sparsi quà e là per il terzo 
vangelo ; ma in compenso il testo di Luca ha un sapore 
più originario e vicino alla prima dicitura. In Matteo 
il discorso dei logia è più lungo, ma dimostra evidente 
il lavorio di aggiunte e varianti, fatto dalla ulteriore 


» 


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tradizione al testo primitivo. Il valore storico dei lo¬ 
gia, criticamente ricostituiti, è fuori di discussione. 

Marco è il più antico dei vangeli. Non solamente il 
suo scrivere conciso e rude, in urto bene spesso con le 
ideali esigenze della vita del Cristo, lo rivela, a con¬ 
fronto di Luca e Matteo, meno lontano dai fatti cui 
si riferisce ; ma il disegno con cui rappresenta la vita di 
Gesù è a fondamento reciproco di Matteo ugualmente 
e di Luca. Il suo valore storico è incomparabile; tutta¬ 
via dovè essere composto dopo il 70, un mezzo secolo 
circa da che era morto Gesù, già morti Pietro, Paolo, 
Giacomo di Zebedeo e Giacomo fratello di Gesù, ed 
anche, sembra, Giovanni di Zebedeo. Se il presente 
vangelo di Marco, redatto in greco, sia ulteriore edi¬ 
zione di un Marco primitivo, noto a Luca e Matteo, è 
una questione affatto secondaria. Molti lo negano. 

Matteo, come gli altri vangeli originariamente scritto 
in greco, è posteriore a Marco, forse un decennio e forse 
anche di più. Lo usufruisce variando Lordine di nar¬ 
razione con notevoli aggiunte: soprattutte il discorso 
del monte, quindi parabole, profezie messianiche appli¬ 
cate alla dimostrazione del Cristo, nonché tratti special- 
mente relativi a Pietro e alla sua dignità di capo degli 
apostoli e della chiesa. Nella sua redazione primitiva, 
Matteo doveva essere esteriormente simile a Marco, 
privo cioè dei racconti su la nascita e la risurrezione ; 
e tale forse lo conobbe Luca. Nello stato in cui ci per¬ 
venne, Matteo risulta posteriore a Luca, e fu redatto 
in guisa definitiva forse nei primi decenni del secolo 
secondo. Il suo valore storico, a parte i logia, è asso¬ 
lutamente trascurabile. 

Luca vorrebbe essere uno storico. Egli ha davanti a 
sé « molti » vangeli, e intende finalmente di scrivere 


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« il vangelo », narrazione veridica e istruttiva, della 
vita e dottrina di Gesù. Egli non è affatto quel tenden¬ 
zioso scrittore, in senso paolino, che parve al Baur; 
lo spirito paolino è in Luca, perché a’ suoi tempi, e 
già nel tempo di Marco, era compenetrato nelle chiese 
onde trassero origine i vangeli. Ciò nondimeno Luca, 
se pure vuol far opera imparziale di storico, non ha 
meno di Marco e di Matteo carattere apologetico. I 
vangeli non sono lavori di critica storica, ma scritti 
con iscopo di edificazione religiosa in seno alle chiese 
cristiane. Marco è pure a fondamento del testo lucano : 
questo possiede in proprio, oltre i logia, i racconti della 
nascita e resurrezione, diversi, come notammo, da 
quelli di Matteo, varie parabole tra le più belle, qualche 
notizia di fatto relativa a Gesù, insieme a varie deter¬ 
minazioni cronologiche, sfuggite o indifferenti agli al¬ 
tri due vangeli. Le notiziole e i dati cronologici — per 
quanto contradittorii — sono preziosi; di fronte a 
Marco, il resto non ha valore apprezzabile. L’ origine 
di Luca è da cercare sulla fine del primo secolo. 

Giovanni non ha che vedere con i tre precedenti van¬ 
geli. Beninteso, il quarto vangelo conosce i sinottici, 
ma solo per distaccarsene, in quanto ne assume i mo¬ 
tivi a rappresentazioni simboliche e speculazioni sue 
proprie circa V opera e dottrina del Cristo. Giovanni 
appartiene a un’ altra età, è V espressione di un’ altra 
coscienza religiosa, diversa da quella onde nacquero 
i tre primi vangeli. È un mistico ellenista antigiudaico 
che verso la metà del secondo secolo, forse in Asia Mi¬ 
nore, medita un suo concetto di « gnosi » cristiana, sul 
tema della divinità assoluta del Cristo, e dell* unità 
della chiesa, raffigurata, dopo il Cristo, in Pietro. La 
sua non è una storia, né egli volle essere storico. In 


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qualche notizia di fatto parrebbe voler indicare parti¬ 
colari storici o geografici ; ma si dimostra alla prova 
così ignorante della Palestina, che è pericoloso usu¬ 
fruirne. Il quarto vangelo è un romanzo di mistica 
religiosa intorno al Cristo Dio, vivente sulla terra: 
esso è il poema immortale della fede cristiana (13). 

I nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che fi¬ 
gurano a principio dei vangeli, in nessun caso sem¬ 
brano quelli dei loro autori. 

NOTE. 

(1) Bertholet, Die jiidische Religion , pp. 395-407, 127-133. 

(2) Clkmen, Religionsgeschichtliche Erklarnng, pp. 3-29. — 
O. Pflkiderer, Die Entwicklung der prò testati tischen Theologie in 
Deutschland seit Kant und in Grossbritannien seit 1825 (Freiburg 
i. Br. 1891). 

(3) R. Cornely, Hislorica et critica Introduotio in Utriusque Te¬ 
stamenti Ubro8 8acro8 (Paristis 1885 ecc.). Ci asteniamo dal citare, 
oltre questo erudito gesuita, i teologi cattolici, i quali sogliono 
in due o tre paginette risolvere tutta intera la questione evan¬ 
gelica. Ben altro valore scientifico hanno le pubblicazioni della 
Scuola Biblica domenicana a Gerusalemme, eventualmente citate 
in questo lavoro, per quanto non possiamo usufruire, per la no¬ 
stra sistemazione storica del cristianesimo, degli studi, per altro 
eccellenti, del Lagrange. 

(4) H. Denzinger, Enchiridion symbolorum (Freiburg i. Br. 
1908, pp. 65 sgg. : iva xaì xòv avxòv Xgtoxòv vtòv xvqiov povoyevfj 
(, èxòtòaoxo/nev) iv òvo gpvoeoiv àovy%vxo)g, dxgé.Tzcog dSiaigéxcog d^a>- 
gtoxcog yvo)Qi£ó/uevov.... ocotofiévrjg óè pàÀkov xfjg iòióxrjxog èxaxègag 
gpvaecog, xaì elg iv ngóawjzov xaì (.itav vnóoxaoiv owxgexovotjg. 

(5) A Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung (Tiibin- 
gen 1913), pp. 27 sgg. 

(6) Schweitzer, op. cit. pp. 13-26. 

(7) K. H. Venturini, Natiirliche Geschichte des grossen Pro - 
pheten von Nazareth ; l a ediz. 1800-1802; 2 a ediz. 1806, in 4 voi. 
di 2700 pag. 

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(8) H. E. G. Paulus, Das Leben Jesu ala (irundlage einer reinen 
Ge8chichte dee Urcki'istentum8 (Heidelberg 1828; 2 voi. di 1192 pag.). 

(9) La prima edizione della Leben Jesu dello Strauss contava 
1480 pag. La terza edizione (1838) fn dall'autore modificata in 
guisa da dare alquanto di sodisfazione agli inviperiti teologi ; i 
quali, però, non mostrarono alcuna riconoscenza. Con la qnarta 
edizione (1840) lo Strauss riparò l'errore commesso, tornando a 
riprodurre il testo delle due prime. — Cacciato fuori dalle Univer¬ 
si t-ii, lo Strauss si dette alla vita politica, fu eletto deputato, e 
militò fra i conservatori. 

(10) Ved., per esempio, F. C. Baur, Dot Christentum und 
die christliche Kirohe der drei eisten Jahrhunderte (Tttbingen 1860), 
pp. 23 sgg., 73 sgg. — Il valore degli studi critici della Scuola di 
Tnbinga intorno ai vangeli, non rilevato dallo Schweitzer, è messo 
in chiara luce dall'insigne discepolo del Baur, O. Pflkidkrer, 
Die Entwioklung der protestantischen TKeologie in Dentschland etc., 

pp. 268-281. 

(11) Schwkitzer (pp. 193-199) e Pflkidkrer (pp. 300-303), 
nel giudicare la nuova vita di Gestì dello Strauss, differiscono no¬ 
tevolmente; il secondo è assai piò favorevole. Mi vien fatto di ram¬ 
mentare, che la crisi scientifica della mia coscienza cattolica ebbe 
principio dalla lettura, a vent'anni, del libro del cardinale Cape- 
celatro sulla vita di Gestì del Renan. 

(12) H. J. Holtzmann, Die synoptische Evangelien : ihr Ur- 
sprung und geschichtlicher Charaktei' (Leipzig 1863, p. 514). L'opera 
dell' Holtzmann è stata poi sistemata nel duplice volume con cui 
egli iniziò e compì V Hand-Commentar zum Neuen Testament (Frei¬ 
burg i. Br. 1892-1893), divenuto classico in Germania. Il com¬ 
mento ai sinottici vi ò compreso in sole 304 pagine. 

(13) Il giudizio intorno a Matteo, Luca e Giovanni è redatto 
in maniera da combinare con la mia personale opinione in pro¬ 
posito. La questione relativa ai logia e a Marco sarà discussa a 
parte, come merita, nel capitolo che segue. — Del resto, i dottissimi 
studi pubblicati in Italia da Alessandro Chiappelli, a tale propo¬ 
sito, mi dispensano dal dare pitì ampie informazioni ; ved. special¬ 
mente A. Chiappelli, Nuove Pagine sul Cristianesimo antico (Fi¬ 
renze 1902). 


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Capitolo Nono. 

Dal mito alla storia. 


Leggendo i commentari ai quattro vangeli di Giulio 
Enrico Holtzmann, dove con raro acume di libera cri¬ 
tica è accuratamente rilevato quel tanto che le singole 
testimonianze, considerate per sé stesse, comportano 
di senso immediato, si resta poco a poco persuasi che 
scrivere una vita di Gesù sia cosa possibile, anzi ab¬ 
bastanza facile. Il simbolo e la storia mescolati, quasi 
tra loro irriconoscibili, nella tradizione evangelica, sono 
disintegrati e presentati con tale abilità, in quelle po¬ 
che centinaia di pagine dove V insigne critico tedesco 
ha condensato mirabili tesori di scienza, che lo stu¬ 
dioso è tratto passo passo a ricostruirsi nell’ animo 
quella ideale vita di Gesù, che forse è la più bella e 
la più vera-, perché non fu mai scritta. In ogni modo 
la via, che lo Strauss aveva smarrita, e il Renan aveva 
sbagliata per arrivare al Gesù storico, attraverso il 
simbolismo dei vangeli, apparisce trovata. 

E molti fra i cultori della Bibbia cercarono in Ger¬ 
mania di riassumere e sistemare dunque i risultati della 
scienza, per comporre quella vita di Gesù che pur anco 
era un desiderato della coscienza tedesca. Non vi era più 
dubbio che il Cristo dei teologi luterani ortodossi fosse 


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stato rovinato per sempre dalla ragione moderna. Non 
vi era più posto nel pensiero del secolo decimonono 
per un Dio nato uomo da una vergine e resuscitato 
dai morti. Era dunque crollato con esso il fondamento 
medesimo della religione cristiana? Troppi fra i prote¬ 
stanti mostravano la volontà di serbarsi ugualmente 
sinceri cristiani e sinceri studiosi. Se il cristianesimo 
arido dei conservatori non aveva attrattive per essi, 
al contrario sentivansi più vivamente portati verso la 
concezione del cristianesimo puro, rinnovato per virtù 
della scienza. Aspiravano ad una fede amica delle one¬ 
ste libertà della critica, ed anzi dalla critica scienti¬ 
fica liberamente esercitata volevano la religione resti¬ 
tuita alla sua purità delle origini, liberata dalle scorie 
secolari del dogmatismo teologico, sì che tornasse a 
rifulgere come ne’ primi suoi giorni la perfezione della 
sua vita morale. Da un siffatto stato d’ animo, definito 
« protestante liberale », era ovvio che s’ingenerasse una 
nuova armonia tra la scienza e la fede, lo spirito si di¬ 
rigesse a creare una nuova concezione religiosa del Cri¬ 
sto, atta a sodisfare del pari le esigenze del sentimento 
e i diritti della ragione. 

1. « Essenza del Cristianesimo ». 

Il Gesù dei protestanti liberali non procede da Dio 
come ente divino lui stesso, e non è generato da una 
vergine ; è un puro uomo che nasce e vive fra gli uomini. 
Non è uomo, però, come gli altri. La sua coscienza è 
mistero di altissima psicologia, che fa d’ uopo indagare 
nei principii costitutivi del popolo e dei tempi in cui 
nacque, per riuscire a interpretarne vie meglio la dot¬ 
trina morale. E questa è V espressione dell'anima sua, 


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rivelatasi al mondo in età di circa trent’ anni. Gesù pre¬ 
sentasi al popolo come un profeta, e predica 1’ avvento 
del Regno, ma non è già profeta pari agli altri, e di 
gran lunga supera Giovanni il Battista, perciò che 
insegna in virtù ed autorità propria. La sua dottrina 
culmina nell’ enunziato di Dio «Padre» degli uomini, 
e gli uomini « Figli » di lui, tra loro fratelli. Egli in¬ 
troduce nel mondo un sentimento religioso nuovo di 
incomparabile fecondità, onde sono derivati i precetti 
della giustizia interiore, contro il fariseismo, del per¬ 
dono delle offese, dell’ amore dei nemici, di ogni più 
eletta virtù. La sua dottrina non è dogmatismo teolo¬ 
gico, ma si eleva anzi al di sopra della legge mosaica, 
per assumere i puri caratteri di un’ etica feconda ugual¬ 
mente per tutti i popoli e per tutti i tempi, d’indole uni¬ 
versale e umana, pertanto assoluta e divina. La sua 
non è «una morale», né «una religione»; ma è «la 
religione» e «la morale». 

La dottrina di Gesù riceve luce dalla sua forte per¬ 
sonalità. I miracoli suoi propriamente né son prove 
della sua divinità, né fatti che avvengano sopra o con¬ 
tro le leggi di natura. Nei limiti di leggi naturali, fin 
oggi poco note nella loro capacità ultima, i racconti 
evangelici di fatti miracolosi, straordinari quindi e ine¬ 
splicabili, compiuti da Gesù, si possono accertare come 
storici. Lo spirito di lui, certo, possedeva una virtù di 
attività immensamente superiore alla ordinaria degli 
eroi « spirituali ». In qualche caso, ad esempio nelle re¬ 
surrezioni. un’altra spiegazione è necessaria; ma bi¬ 
sogna poi tener conto del colorito orientale, di solito 
esagerato, che i nudi fatti vennero ad assumere nella 
tradizione evangelica. La vita di Gesù, che è pertanto 
parola ed opera volta a redimere gli uomini dal dolore 


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e dalle sue cause, e a condurli a salvezza, rivela così 
al mondo che P anima sua è in comunicazione perfetta 
con la divinità, il cui rapporto con P umanità è nuova¬ 
mente espresso nel principio di Dio Padre degli uomini 
e dell’ uomo Figlio di Dio. Gesù apportatore della ri¬ 
velazione ha un sentimento unico e incomparabile di 
questa umana filiazione adottiva in rapporto con Dio. 
E questa coscienza egli esprime affermando la sua mes- 
siauità. Egli ha fede di essere il Messia ; non il fallace 
Messia d’ una rivoluzione politica in seno al giudai¬ 
smo contro il dominio romano ; ma il « vero Messia », 
eletto da Dio come primo tra i Figli del mondo mes¬ 
sianico a designare agli uomini la via per raggiungere 
i beni supremi dello spirito. Egli sa che la sua mes- 
sianità non è tale da essere compresa dal popolo ; e 
perciò la tiene nascosta, e la rivela dapprima soltanto 
a’ discepoli. Egli sa che P opera sua, spregiata dal 
volgo che iguora gii altissimi valori della vita, odiata 
dalle autorità giudaiche mondane e corrotte, gli pro¬ 
curerà, invece di riconoscenza , P abbandono del po¬ 
polo, e la persecuzione dei potenti fino alla morte 
sulla croce. Ma egli va incontro serenamente alla cro¬ 
cifissione perché ha fede in Dio, e sa che oltre la morte 
lo attende la resurrezione alla gloria. 

Questa generica idea della vita di Gesù non è nuova 
per quelli che hanno letto il famoso libretto di Adolfo 
Harnack su P « Essenza del Cristianesimo ». Nella se¬ 
conda metà del secolo scorso non pochi in Germania 
tentarono di ricostruire da tal punto di vista il Gesù 
storico ; ma nessuno riuscì nell’ intento, e armonizzò 
meglio le esigenze della critica con i principii della 
fede, di Teodoro Keim, con la « Storia di Gesù di Na- 
zara » in tre grossi volumi. Il Gesù del Keim ò un 


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profeta clie ha piena coscienza di essere il Messia pro¬ 
messo e sperato in Israele. La sua predicazione del re¬ 
gno imminente di Dio ottiene dapprima gran seguito 
tra gli abitanti della Galilea ; ma le persecuzioni del- 
1 J autorità e la propaganda maligna di scribi e farisei 
gli tolgono il favore popolare e rendono vie più difficile 
il compimento pacifico delF opera sua. Le disillusioni 
però, nonché scoraggiarlo, invece lo confermano nella 
fede messianica, la quale anzi si eleva a un alto grado 
di spiritualità. Egli crede che il regno di Dio, nonché 
imminente è già principiato con lui e con i discepoli, 
nucleo del nuovo Israele, eletti alla gloria in un mondo 
diverso da questo. Riconosciuto da Pietro e confessato 
quale il « vero » Messia, egli su Pietro fonda la sua 
chiesa, e ló costituisce, dopo sé, a capo del reguo. Cer¬ 
cato attivamente da’ suoi mortali avversari, in continuo 
pericolo di vita, egli passa fuggiasco qua e là gli ul¬ 
timi mesi delP anno galileo. E non vedendo ormai di¬ 
nanzi a sé che la morte, come fine della sua afferma¬ 
zione messianica, le va incontro arditamente, con la 
speranza nella resurrezione (1). 

Questo semplice schema non lascia vedere la gran 
somma di lavoro critico adoperata a costruirlo, né la 
esuberante ricchezza di conoscenze storiche tesauriz¬ 
zate ad illustrarlo, né tanto meno P arte letteraria o 
il profondo sentimento religioso messo in opera a rap¬ 
presentarlo. Eppure tanto sforzo d’ingegno non è riu 
scito a risolvere con sodisfazione il problema. Non bi¬ 
sogna dimenticare che, messo fuori di causa il quarto 
vangelo, il materiale offerto dai sinottici per la vita di 
Gesù, eliminato il quantitativo dei racconti fra loro 
paralleli, tutt’ al più si riduce a diecine di pagine. 
Se da queste procediamo a sottrarre le narrazioni o i 


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discorsi attribuiti a Gesù, ma che gli convengono solo 
come ente simbolico, mitico, che cosa rimane? È questa 
risultante, destinata a darci un’ idea precisa e con¬ 
creta della vita del Gesù storico, che di necessità viene 
dispersa e soffocata nelle duemila pagine quasi, peraltro 
bellissime, del Keim, e nei lavori di poco più piccoli 
di mole, ma inferiori di merito, del Beyschlag e di Ber¬ 
nardo Weise. La vita di Gesù è ricostruita, più che sui 
materiali lasciati dalla tradizione evangelica, sulle in¬ 
duzioni « storiche » tratte rielaborando i vangeli in rap¬ 
porto alla storia dei tempi onde trassero origine, o edi¬ 
ficate sopra i fondamenti generici della psicologia, 
che riveli il segreto della coscienza di Gesù, e pertanto 
dell’opera sua. I materiali evangelici sono continua- 
mente disintegrati e ricomposti in guisa da rappresen¬ 
tare non tanto l’idea loro propria, ;na piuttosto il pen¬ 
siero di colui che, studiandoli da questo o da quel 
punto di vista, ne trae questa o quella forma ideale 
della vita di Gesù. 

D’ onde il gran numero di ipotesi, di arbitrii, di 
sostituzioni, nel coordinare il racconto allo scopo vo¬ 
luto. Dove trovasi mai nei vangeli la dimostrazione del 
« secondo periodo » di ministero galileo nel quale, ve¬ 
nuto Gesù in disgrazia del popolo, erra qua e là fuggi¬ 
tivo per salvarsi dalle insidie nemiche ? Eppure su 
questa ipotesi il Keim costruisce il fondamento di una 
crisi di coscienza, sofferta e superata da Gesù, circa il 
valore eh’ egli attribuisce alla sua messianità e lo scopo 
cui dirige la vita. Insomma, non abbiamo in questi ten¬ 
tativi, per quanto rispettabili e di severa probità scien¬ 
tifica, una costruzione storica di Gesù, ma solamente 
la interpretazione dei materiali evangelici, offerti dal 
cristianesimo. Siamo nel campo del romanzo storico, 


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non propriamente della storia. Si sarebbe tentati di 
dire che i lavori di Augusto Federico Gfroerer e di Lo¬ 
dovico Noack, che proseguon nell’ epoca medesima a 
svolgere le ipotesi romantiche del Venturini, differi¬ 
scono solamente di grado. 

2. Il problema di un Gesù storico. 

Il Keim ha il gran torto di fondare 1’ opera sua pili 
che altro sul vangelo di Matteo, da lui reputato il più 
antico. In conseguenza dà un valore storico a tradi¬ 
zioni evangeliche, puramente simboliche e di più tarda 
origine, come quella nella quale Gesù concede a Pietro 
il primato. La questione però è secondaria, in rapporto 
alla critica fondamentale che merita quell’ opera e le 
altre congeneri. Oscar Holtzmann il più recente e dotto 
autore di una. « Vita di Gesù » in senso protestante li¬ 
berale, benché abbia preso a guida del lavoro il vangelo 
di Marco, entro il quale ha cercato di disporre i logia 
e la restante tradizione evangelica, reputata, con troppa 
larghezza, provvista di carattere storico, e per quanto 
abbia ridotto grandemente di numero le pagine del li¬ 
bro a confronto de’ suoi predecessori, non è riuscito 
a salvarsi dalle difficoltà militanti già contro di loro. 
È pur sempre un gran fluttuare di storia dei tempi 
in cui visse Gesù, ed in essa e con essa di ipotesi, di 
opinioni personali circa i passi evangelici, di induzioni 
meramente psicologiche su quella che dovè essere ma 
non si riesce a sapere se veramente fosse la vita di 
Gesù (2). 

Si vede bene iusomma, che la difficoltà di comporre 
un’opera tale non è negli scrittori, né dipende da pre¬ 
giudizi teologici, ma risiede nella stessa tradizione, e da 


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quella è inseparabile. Non bisogna dimenticare che nel 
vangelo di Marco, al quale attribuimmo un gran va¬ 
lore storico a confronto degli altri, abbiamo non una 
storia, ma, come nei logia di Matteo, una semplice 
istruzione teologica a line d’ insegnamento per i fedeli 
in seno alle chiese primitive. Senza punti di partenza 
o di sostegno cronologici, né per la vita di Gesù, né 
per la storia del suo tempo, tranne quanto è permesso 
rilevare dal nudo nome di « Pilato »; senza un ordine lo¬ 
gico atto a collegare insieme i fatti e mostrarne il re¬ 
ciproco rapporto, Marco offre una serie limitata di nar¬ 
razioni sconnesse o unite insieme artificialmente, per le 
quali è impossibile raggiungere il Gesù storico in guisa 
da potere con sicurezza ricostruirne la vita. Più si legge 
il vangelo di Marco, più si sente che V autore non co¬ 
nosce né vuole dar a conoscere il Gesù storico, ma 
esclusivamente si preoccupa di rappresentare ai fedeli 
il Cristo della fede. È sintomatico invero, che il più 
profondo conoscitore di Marco ed il sostenitore vit¬ 
torioso della priorità del secondo vangelo sugli altri, 
Enrico Giulio Holtzmann non abbia mai pensato a scri¬ 
vere una vita di Gesù ; e che il Weisse, difensore origi¬ 
nale della maggiore antichità di Marco, abbia esplici¬ 
tamente rinunziato a qualsiasi velleità di costruire la 
vita di Gesù su notizie talmente disparate o manche¬ 
voli. Due luminari della scienza biblica, storici delle 
origini del cristianesimo, Otone Pfleiderer e Giulio 
Wellliausen arrivano alla stessa conclusione (3). 

Ma se ci volgiamo a indagare ancora più a fondo 
il perché Marco non possa venire usufruito in senso sto¬ 
rico, ci troviamo di fronte a una questione anche più 
grave. Tome gli altri vangeli. Marco raffigura un Gesù 
che apparisce cP un tratto, quasi non fosse mai nato, 


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in qualità di Messia al momento del battesimo. Nel- 
l’istante eh’ ei rivelasi al mondo, lo Spirito santo di¬ 
scende su lui, e dal cielo è proclamato Figlio eletto di 
Dio. Fin d ? allora la sua dignità messianica è piena e 
perfetta ; nessun accenno mai riscontrasi in Marco, 
tanto meno negli altri vangeli, che nell’ anima di Gesù 
siasi compiuto quel processo evolutivo di una sempre 
più chiara e precisa coscienza messianica, in cui tanto 
volentieri s’ indugiano gli scrittori protestanti liberali. 
Gesù in Marco è il Messia, per essere anzi precisi, è 
il Messia delle chiese cristiane. Non è ancora il Messia 
di Giovanni ; certo, però, quello di Paolo : un essere di¬ 
vino, preesisteute alla creazione, creatore del mondo 
egli stesso, che lasciata per alcun tempo la gloria dei 
cieli discende su la terra in ispecie e qualità, d’ uomo, 
per redimere gli uomini, e salvare gli eletti del vero 
Israele con la sua morte medesima, predestinato a ri¬ 
prendere la sua divina natura con la resurrezione. Ben¬ 
ché uomo, egli vive nel mondo dello spirito ; Mosè ed 
Elia parlano con lui ; suoi ministri sono gli angeli, i 
demoni lo riconoscono. È onnipotente, e non può non 
fare miracoli ; è onnisciente e sa il futuro, sa gli arcani 
dell’animo. Egli va incontro alla morte, sapendo che 
ha da risorgere dopo tre giorni. Se la sua divinità non 
dimostrasi pienamente sopra la terra, ciò dipende per¬ 
ché non lo vuole, lino a che non sia risorto dai morti. 
Egli ha gran cura anzi che rimanga segreta, e tuttavia 
non riesce che in parte ad ottenerlo. Come celare in¬ 
fatti compiutamente nel mondo P opra di Dio? (4). 

Ora, o che noi vediamo, come sembra, nel vangelo 
di Marco rappresentato il Cristo della speculazione 
di Paolo, o ci limitiamo a riconoscervi il Cristo su¬ 
perumano del giudaismo contemporaneo, che in so- 


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stanza non differisce ; è certo in ogni modo che il Cri 
sto di Marco è un ente metafisico, oggetto della fede, 
un’ idea, un simbolo, ma non persona storica. Non si 
perviene alla storia arrivando solamente al Gesù Cri¬ 
sto del vangelo di Marco : fa d’ uopo disintegrarlo, se¬ 
pararne la sua qualità messianica, per ritrovar co¬ 
munque di là dal Cristo ideale il Gesù della storia. È 
possibile questo? 


3. Gesù è esistito? 

Il Paulus che aveva cercato di utilizzare tutte o 
quasi tutte le narrazioni evangeliche in un significato 
puramente storico, privato cioè del carattere miracoloso 
che impediva di riconoscervi elementi di storia, non 
vi era riuscito; una quantità di « fatti», relativi alla 
vita di Gesù, reluttavano assolutamente a venir ado¬ 
perati come storia, vuotati del loro principio ideale in 
cui stava la loro ragione di essere. E questi « fatti » 
erano i precipui su cui tutta la « storia » del Paulus ri¬ 
maneva fondata ; il tentativo era fallito. Succedeva lo 
Strauss. Questi dimostrava il carattere puramente 
ideale de’ piti importanti tratti dei vangeli, e intendeva 
passarvi attraverso per giungere a definire il Gesù 
della storia ; ma pur in genere riconoscendo la storicità 
di Gesù, non riusciva a incontrarsi per tutti i quattro 
vangeli che in un Cristo ideale, presentato in figura¬ 
zioni simboliche tratte dal Vecchio Testamento, che 
nutriva la fede delle prime generazioni cristiane. Pochi 
anni dopo, un altro studioso dei vangeli, Bruno Bauer, 
sottoponevasi al lavoro critico con audacia e speranza. 
Quando in Germania i teologi erano in gran da fare, 
per salvare il carattere storico del quarto vangelo, ab- 


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battuto dall’ opera di Strauss, egli riconosceva agevol¬ 
mente nulla trovarsi in Giovanni che pretendesse a 
storia ; e che il quarto vangelo altro nou era che descri¬ 
zione estetica di pure idee teologiche, per meglio dire 
delle concezioni maturate in seno alla chiesa dalle 
esperienze religiose, o rivelazioni del Cristo. Bruno 
Bauer accettava senz’ altro la teoria del Weisse e del 
Wilke, misconosciuta allora dai teologi, che fosse 
Marco il piu antico dei vangeli, il primitivo, e che per 
quello, se mai, dovevasi cercare la via che guidava al 
Gesù storico. 

Ma qui pure s’imbatteva nella solita barriera insu¬ 
perabile di idee : la figurazione del Cristo. Come Gio¬ 
vanni, anche il secondo vangelo non era una storia, 
ma rappresentazione letteraria di un simbolo imperso¬ 
nante la fede e le speranze messianiche del cristianesimo 
antico. Da prima Bruno Bauer non negava la storicità 
di Gesù ; ammetteva che una potente persona reale, 
se pure ignota o mal riconoscibile, fosse esistita a dare 
con la dottrina e con V opera impulso alla fede cri¬ 
stiana e alF origine del secondo vangelo. Ma in pro¬ 
gresso di tempo si convinse che nel Gesù di Marco, e 
in quello a più forte ragione degli altri vangeli, era rap¬ 
presentato un simbolo puro : la immagine dell’ uomo 
religioso che redime sé stesso dal peccato per via d’una 
simbolica morte e resurrezione, e che vive così risusci¬ 
tato divinamente operando per morire e rivivere con 
una redenzione perenne. Il cristianesimo sarebbe nato 
dal seno delle idee stoiche armonizzate alle platoniche, 
le quali predominavano la civiltà greco-romana nel- 
r età dell’impero. Seneca, Luciano, Persio, Petronio, 
sarebbero, senza saperlo, i veri suoi fondatori ; ma Pi- 
dea si sarebbe realizzata solo in certe comunità giudai- 


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che elleniste, incarnata nella loro speranza messianica. 
Così le prime comunità cristiane si sarebbero formate 
in Roma e in Alesandria durante la seconda metà del 
primo secolo, e avrebbero trovato in Marco, o in un van¬ 
gelo anteriore di cui Marco è la seconda redazione, il 
descrittore estetico delle loro credenze. Naturalmente 
la letteratura del Nuovo Testamento è posteriore a 
Marco. Anche le quattro lettere di Paolo a’ Calati, ai 
Corintii, ai Romani, che la critica afferma intangibili, 
sarebbero fattura del secolo secondo (5). 

La esistenza (li Gesù era stata negata già in Francia, 
sulla fine del secolo decimottavo. Nel suo famoso li¬ 
bro, o romanzo filosofico, su « Le Rovine », il Volney, 
nel 1791, espresse V idea, che le origini del cristiane¬ 
simo dovessero cercarsi nel culto delP antichità per gli 
astri, raffigurati in mitiche figure di eroi; tale sarebbe 
il Cristo dei vangeli. Cinque anni dopo, Carlo Fran¬ 
cesco Dupuis riusciva a dare in luce con P aiuto dei 
suoi ammiratori un’opera voluminosa, composta molti 
anni prima, sulla « Origine di tutti i culti »; nella 
quale, raccolti e esaminati i materiali mitologici del- 

V antichità classica e compariti alle visioni mitiche del- 

V « Apocalissi », concludeva che i vangeli ci offrono la 
rappresentazione di un mito prevalentemente astrale, 
e che Gesù fu un eroe mitologico analogo a Ercole e 
Osiride. Queste audaci affermazioni che impressiona¬ 
rono Napoleone, amico di Volney, erano troppo di¬ 
stanti dalla mentalità dei loro tempi, e si fondavano 
anche, bisogna riconoscerlo, su materiali di studio e 
di comparazione scarsi e mal noti troppo, da poter 
riuscire ad attrarre l’attenzione del pubblico, da creare 
un movimento d’ opinione in loro favore. Erano desti¬ 
nate ad attendere i loro giorni (6). 


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Ed ora Bruno Bauer perveniva alla stessa nega¬ 
zione, ma per tutt’ altra via, e con tutt’ altri argo¬ 
menti. Non eran più le semplici analogie fra i miti 
orientali ed il mito presunto del Cristo, che portavano 
a concludere per la non esistenza di Gesù ; ma il diritto 
cammino della critica storica e letteraria applicata 
ai vangeli. Tuttavia fa d’ uopo notare che 1’ opera del 
Bauer non ottenne la dovuta considerazione in Germa¬ 
nia. In parte le sue negazioni erano troppo avverse al 
principio cristiano ; in parte le polemiche asprissime 
impedirono ogni mezzo d’ intendersi tra il Bauer e gli 
odiati « teologi ». La congiura del silenzio non stancò 
T infaticabile lavoratore, che serenamente aspettava, 
di là dalla morte, il suo tempo. Esso venne. Al prin¬ 
cipio del secolo, il pastore evangelico Alberto Kalthotl, 
dopo avere stampata una « Vita di Gesù » sui risultati 
della critica comunemente ammessi, e a venie confessata 
la storicità, in ulteriori pubblicazioni propugnava al 
contrario la teoria della non esistenza, modificando 
però le conclusioni del Bauer nel senso che le origini 
del Cristo dovessero cercarsi propriamente non nelle 
idee filosofiche degli scrittori dell’età imj>eriale, ma nel 
movimento sociale comunistico delle classi plebee, quale 
venne rappresentato da certe comunità sinagogali elle¬ 
nistiche, abituate a figurarsi il loro Cristo ideale e a 
concentrarvi le loro speranze di un prossimo rinnova¬ 
mento civile (7). Il Kalthoff, del pari che il Bauer, 
dava al Cristo delle prime comunità cristiane il valore 
di un simbolo etico, nel quale non aveva ancora parte 
la concezione mitica prestabilita da Volney e Dupuis. 
Erano però maturi i tempi in cui la divinazione dei 
dotti francesi avrebbe ricevuta la conferma del pen¬ 
derò moderno. Lo Strauss aveva mostrato nel Gesù dei 




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vangeli una rappresentazione « mitica », ovvero leg¬ 
gendaria, composta di elementi tolti dal Vecchio Te¬ 
stamento, ma per questo non aveva messo in dubbio 
la reale esistenza di Gesù. I nuovi cultori di studi re¬ 
ligiosi riscontreranno ormai nel Gesù dei vangeli non 
altro che un mito orientale, senza alcun fondamento 
vero e proprio nella realtà d’ una persona storica. 

4. La gnosi e il cristianesimo. 

Nel 1903, mesi dopo la pubblicazione dell’ « Essenza 
del Cristianesimo » di Adolfo Haraack, che pareva un 
manifesto del sistema protestante liberale, V orienta¬ 
lista Federico Delitzsch teneva alla presenza di Gu¬ 
glielmo li un discorso sul tema: «Babilonia e la Bib¬ 
bia ». Non erano novità quelle che l’illustre assiriologo 
era venuto ad esporre all’ uditorio elettissimo ; si trat¬ 
tava bensì di portare in facile stile a conoscenza del 
« mondo » quelli che da decenni erano i più sicuri ri¬ 
sultati degli studi comparativi fra i molteplici docu¬ 
menti della letteratura babilonese, nuovamente sco¬ 
perti, e quella biblica ; di mettere in luce i rapporti 
di dipendenza e di derivazione, accertati dalla critica 
linguistica e storica, che la Bibbia ha frequentissimi 
col pensiero religioso, con le leggi, con i riti di Babi¬ 
lonia. La conferenza del Delitzsch fece impressione 
immensa in Germania, dove tali discussioni appassio¬ 
nano profondamente ; andò diffusa a diecine di migliaia 
d’esemplari, come già poco prima la trionfante «Es¬ 
senza del Cristianesimo », e quasi ne attutì, volle ab¬ 
batterne, il valore apologetico. Parve questa, e forse 
era tale, una rivelazione per la coscienza tedesca, abi¬ 
tuata a considerare la Bibbia ebraico-cristiana come 


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un valore storico e ideale assoluto nella vita dell’ uma¬ 
nità. La cultura protestante liberale, non meno cbe la 
conservatrice, aveva sino allora cercato di mantenere 
nel circolo chiuso dei dotti, se non anche di ignorare 
il piu possibile, le polemiche assai pericolose circa i 
rapporti d’ origine fra la Bibbia e le antiche lettera¬ 
ture d’ Oriente, fra il cristianesimo e le contemporanee 
religioni orientali. Ma bisognava ormai avere il corag¬ 
gio di guardare serenamente la verità in faccia. 

Negli ultimi decenni, una ricchezza enorme di ma¬ 
teriali scientifici, ignoti alle passate generazioni, era 
venuta ad accrescere il tesoro delle nostre conoscenze 
dell’ antichità religiosa. Non solo le mirabili scoperte 
in Egitto ed in Asia e i rinnovati studi delle sacre 
letterature dell’ India, della Persia, di Babilonia, ave¬ 
vano aperta la via a sistemare la storia delle religioni 
antiche nel quadro generale della civiltà; ma docu¬ 
menti in quantità grandissima tratti fuori dalle tombe 
dell’epoca romana, iscrizioni, papiri, frammenti d’ar¬ 
gilla scritti, recarono luce inattesa sul pensiero reli¬ 
gioso e civile dell’ oriente ellenistico al tempo delle 
origini del cristianesimo. La civiltà dell’ Asia e di 
tutto il Merliterraneo, cbe al volgere dell’èra greca in 
quella cristiana parve la negazione del cristianesimo, 
manifesta va si invece, come una forma di pensiero e 
di vita vicinissima al principio cristiano, e nel suo seno 
il cristianesimo stesso risultava compreso del pari che 
la parte nel tutto. In che consiste infatti il motivo 
precipuo della fede cristiana, se non nell’idea della 
morte e resurrezione del Cristo, a cui l’apostolo Paolo 
dette sì alto valore di redenzione umana? Eppure si 
può dire, che tutto 1’ Oriente, durante i primi secoli, 
fu sotto l’impero di questa medesima fede socialmente 
18 


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diffusa e sistemata nelle sue religioni. Il dualismo per¬ 
siano che, con la scoperta dell' anima, rivelò già il prin¬ 
cipio della fede nella redenzione dell’ uomo in un 
mondo superiore e divino, aveva assunto dovunque 
forme varie di religione, espresse nel culto di un dio, 
simbolo dell* anima, e in un mito enarrante la morte 
e la resurrezione delP essere divino di lui, costituito 
a prototipo della umana salvezza. Comunque si chia¬ 
masse questo dio, Mitra o Attis in Asia Minore, in 
Siria Adone, succeduto a Tamuz, in Egitto Serapide, 
succeduto ad Osiride, era sempre uguale il concetto a 
cui s’informava, uguale il mito che rappresentava ; 
i fedeli di Mitra e di Adone nei loro arcani templi 
univansi gli uni e gli altri a celebrare in simboliche 
cene eucaristiche i misteri del dio, e quelli di Attis e 
Osiride ugualmente nelle sacre processioni esaltavano 
la gloria e la potenza del loro divino redentore (8). 

1/ affinità originaria delle religioni orientali col 
cristianesimo, nato e formatosi nella età medesima, 
diffuso a gara con quelle per V impero romano, poi riu¬ 
scito a sovrapporsi e ad abbatterle e a sostituirle, non 
può essere negata o messa in dubbio. Si tratta solo di 
determinare, se il cristianesimo sia una creazione della 
stessa specie ; se debbasi il Cristo risolvere, del pari 
che Mitra o Adone, interamente in un mito. La tra¬ 
dizione ecclesiastica delP antichità ci ha conservato 
memoria delle lotte sostenute dalla chiesa per libe¬ 
rarsi dalle eresie della « gnosi » ; cioè dalP assorbente 
penetrazione, in seno al cristianesimo, delle dottrine 
segrete, che il dualismo orientale ed ellenista aveva 
elaborato nelP intento di ottenere con la conoscenza 
di una verità rivelata la salvezza eterna dell’ anima. 
Si tratta di sapere, se le eresie della gnosi sarebbero 


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un prodotto esteriore, maturato temporaneamente nel- 
V orbita del cristianesimo, o se invece al contrario il 
cristianesimo in origine fosse un’ « eresia », cioè una 
« setta » gnostica. E tutto si riduce alla questione, 
se di là dal mito del Cristo vi sia stata in realtà l’opera 
autonoma del Gesù storico, per cui vieu naturalmente 
il cristianesimo ad acquistare carattere affatto diverso 
da quello degli analoghi culti orientali. 

5. Gesù è un mito gnostico ? 

Malgrado V indole conservatrice che mantiene in 
Germania il protestantesimo liberale e ortodosso, circa 
la dignità insuperabile della religione cristiana, era 
impossibile ormai che la scienza comparata delle reli¬ 
gioni non vi portasse i motivi di feconde polemiche. 
L’orientalista Pietro Jensen, conoscitore profondo 
della letteratura assiriologica, pubblicava nel 1900 un 
grosso volume di raffronti del Vecchio e del Nuovo 
Testamento col poema babilonese di Gilgames, per con¬ 
cludere che in questo prototipo dei poemi omerici era 
la trama generale della figurazione «storica» di nu¬ 
merosi eroi della Bibbia, dalle origini del popolo d’ I- 
sraele fino all’epoca inoltrata della chiesa primitiva. 
Mosè, Elia, Gesù, Paolo medesimo, erano rappresen¬ 
tati secondo un modello schematico, che passo passo 
seguiva 1’ epopea babilonese celeberrima in tutto P O- 
riente. La loro vita pertanto non era nello stato in 
cui ci pervenne che mera leggenda. Lo Jensen non ne¬ 
gava tuttavia che Paolo o Gesù fossero esistiti real¬ 
mente ; affermava che il Gesù dei vangeli e il Paolo 
degli « Atti degli Apostoli » sono figure insomma leg¬ 
gendarie (9). 


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Opinione diversa, ma fondata sulla esistenza di 
Gesù, esprimeva F antropologo inglese Giacomo Gior¬ 
gio Frazer. Questi ricollegava il fatto originario del 
cristianesimo, cioè la morte e resurrezione del Cristo, 
ad un motivo tutto occasionale, costruito su ipotesi 
varie e derivato da ciò, che un antichissimo rito, in 
rapporto coi sacrifici umani, consentiva la temporanea 
esaltazione di un re carnevalesco, poi condannato a 
morire. Di queste barbare usanze son conservati i ri¬ 
cordi nelle feste sacee di Babilonia, nei saturnali cele¬ 
brati in tutto F impero romano. Un simile rito sareb- 
besi, opina il Frazer, festeggiato nel giudaismo per la 
festa detta di « Purim ». In primavera, allora princi¬ 
pio delF anno, si sarebbe così giustiziato Gesù, facen¬ 
dolo però duraute un mese, da Purim alla Pasqua, 
figurare qual re da burla prima di crocifiggerlo. Sarebbe 
stato invece rimesso in libertà il delinquente Barabba, 
come i vangeli narrano, a confronto di Gesù, per signi¬ 
ficare in tal guisa dopo la morte del dio, anche la sua 
simbolica resurrezione. Dal culto di Gesù, del tutto tra¬ 
sformato nella leggenda evangelica, per la influenza 
delle credenze messianiche e dei riti orientali spettanti 
agli dii morti e poi resuscitati, avrebbe avuto origine 
il cristianesimo (10). 

Queste ipotesi sono elaborate più allo scopo di porre 
quesiti degni di studio, che di negare in principio Fesi- 
stenza di Gesù e il carattere profetico della sua vita. 
Ma il letterato inglese Giovanni Robinson tentò invece 
di costituire sui fondamenti esclusivi della mitologia 
comparata le origini del cristianesimo, negata Fesi- 
stenza del suo storico iniziatore. Il cristianesimo, se¬ 
condo il Robinson, è un prodotto del movimento <f gno¬ 
stico», caratterizzato, cioè, dal moltiplicarsi di sette 


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in possesso di una « gnosi » o dottrina misteriosa reden¬ 
trice, rappresentato da comunità giudaico-elleniste, 
che mescolavano insieme la vecchia speranza messianica 
con le infiltrazioni recenti di culti e miti orientali. 
Gesù non è mai vissuto. Il nome di Giosuè, di cui Gesù 
è la forma volgare aramaica, devesi reputare, dice il 
Robinson, proprio di un dio giudaico, antichissimo, cui 
fu reso un culto solare anche dopo la proscrizione del 
politeismo in seno alle sette giudee. Nell’ epoca del cri¬ 
stianesimo, Giosuè-Gesù, a contatto della fede messia¬ 
nica con i culti orientali relativi ai miti di Attis, 
Adone, Mitra, Dioniso, Osiride, di cui celebra vasi nei 
templi annualmente la morte e la resurrezione, si è 
trasformato in quello del Cristo evangelico. I racconti 
della nascita e quelli della morte e resurrezione non 
sarebbero che rappresentazioni dei riti drammatici sul 
mito di Gesù, celebrati nei templi cristiani primitivi. 
I miracoli della vita di Gesù sarebbero speciali applica¬ 
zioni al dio cristiano dei fatti della vita di Eracle, Dio¬ 
niso, e d’altri simili dii (11). 

Il matematico e filosofo americano Guglielmo Be¬ 
niamino Smith cercava di compiere con invenzioni sue 
proprie la dimostrazione del Robinson, affermando che 
i Nazarei, primitiva designazione dei cristiani, esiste¬ 
vano, come rileverebbe» da Epifanio, costituiti in una 
setta già innanzi la pretesa epoca della vita di Gesù, la 
cui denominazione di nazareo o nazareno non prover¬ 
rebbe affatto dalla sua presunta città nativa di Naza¬ 
ret ; e che Gesù già prima dell’ era cristiana sarebbe 
stato adorato, qual dio degli Ebrei, da sette guostiche, 
come parrebbe doversi concludere da un inno dei Naas- 
seni riferito da Ippolito, e da papiri magici nuovamente 
scoperti. I vangeli, perciò, non sarebbero un racconto 


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della vita di Gesù, ma bensì una descrizione estetica, 
un mito continuato sugli ideali motivi di propaganda 
in seno al cristianesimo antico (12). 

Come quella di Jensen, V opera dello Smith, benché 
pubblicata in tedesco, non era riuscita a oltrepassare 
la chiusa cerchia dei dotti, cioè dei teologi ; e i teologi 
ne avevano fatta giustizia in poche parole, e poi s’erano 
imposti il silenzio, come per i libri del Bauer. A rom¬ 
pere l’incanto ci voleva un’ opera breve, sintetica, di 
propaganda e polemica che, malgrado il soggetto sca¬ 
broso e difficile, interessasse il mondo giornalistico. 
La fece e pubblicò, nel 1910, il Drews (13). 

Il filosofo tedesco Arturo Drews, con le sue duecento 
pagine, non poteva riuscire ad esprimere novità interes¬ 
santi in materia tanto complessa ; bisogna riconoscere 
che non aveva neanco la competenza voluta. Egli perciò 
limitavasi a condensare in forma popolare, contro i 
teologi liberali, quanto avevano prima di lui dimostrato 
o supposto i predecessori, e a presentarlo in guisa ac¬ 
cessibile alle persone di media cultura. Il pregio del 
suo libro non consisteva in certe nuove ipotesi, come le 
altre molto discutibili, portate in campo a spiegare le 
origini della leggenda di Gesù e degli apostoli ; ina 
bensì nello stile disinvolto, nei piacevoli accenni umo¬ 
ristici, nel fervore deir esposizione con cui veniva 
presentata al pubblico una questione scientifica, quale 
rivendicazione di manomesse libertà di spirito. Con quel- 
T opera il Drews voleva eccitare uno scandalo contro 
i metodi scientifici apologetici dei protestanti liberali, 
contro il sistema storico dell’ « Essenza del Cristiane¬ 
simo », che rischiava di addormentare la coscienza 
tedesca in una religione che non aveva diritto di esistere, 
nonché di trionfare sulle altre concezioni del pensiero 


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moderno. L’ effetto fu raggiunto. Subitamente il libro 
andò diffuso, e attrasse 1’ attenzione generale. Colpiti 
in pieno petto i liberali, che non poterono fingere ormai 
di ignorarlo, si affrettarono a dire ai quattro venti che 
il Drews, incompetente, non aveva diritto a interloquire 
nò si doveva prendere sul serio. I monisti presero al¬ 
lora le difese del Drews, in nome della libera filosofia 
moderna. Gli orientalisti colsero la bella occasione per 
rammentare al pubblico ed ai teologi, che i resultati 
della filologia semitica, specialmente babilonese, nel 
campo della storia comparata delle religioni, dovevano 
un po’ meglio e piti sinceramente essere apprezzati, se 
davvero voleva si far opera di ricostruzione scientifica 
delle origini del cristianesimo. Alle polemiche sui gior¬ 
nali avvicendaronsi le discussioni contradittorie in pub¬ 
bliche assemblee, nelle quali i protestanti liberali par¬ 
vero forse troppo preoccupati di sopraffare il Drews. 
I cultori piti insigni della scienza protestante liberale 
in gran numero presero parte alla levata di scudi in 
favore del loro sistema ; e notevoli scritti di confuta¬ 
zione, fra gli altri, pubblicarono Giovanni Weiss, En¬ 
rico Weinel, Carlo Clemen. Il Drews volle a tutti ri¬ 
spondere con un secondo volume, acerbo ed inutile. 
La questione, rimasta nei termini del suo primo libro, 
venne meno e svanì (14). 

6. La tradizione ecclesiastica. 

Le polemiche eccitate dal Drews misero a nudo per 
un po’ di tempo la crisi religiosa profonda che agita 
vie pili lo spirito cristiano tedesco, in lotta esasperata 
fra l’antica fede che non vuole abbandonare, e le nuove 
esigenze del pensiero filosofico e storico tendenti ad 


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abbatterla. La coscienza tedesca provò un senso di ma¬ 
lessere e di sbigottimento, non dissimile forse dal fre¬ 
mito che V aveva riscossa settantacinque anni prima 
con la pubblicazione dello Strauss. Ma la situazione 
era diversa. L’opera dello Strauss era nel genere suo 
perfetta dimostrazione scientifica, la quale serba an- 
c’ oggi il suo valore ; il libretto del Drews era un ab¬ 
bozzo di questioni, nonché dimostrate, appena sosteni¬ 
bili. 

Il Drews rimproverava giustamente ai teologi libe¬ 
rali di voler dare del cristianesimo una ricostruzione 
puramente scientifica, pur avendo V intento apologetico 
di ritemprare V anima cristiana tedesca. « Gesù, disse 
il Kalthoff, è diventato per i protestanti un vaso, dove 
ogni teologo versa le sue idee ». Il difetto irreparabile 
della teologia liberale era pur sempre quello di consi¬ 
derare Gesù non come Dio, tuttavia come un uomo 
ideale, modello ad ogni altro, e di vedere nelle sue pa¬ 
role una dottrina etica, e religiosa perfetta, buona per 
tutti i tempi e tutti i popoli ; di aver trovato nella sto¬ 
ria i dati religiosi assoluti di Dio Padre e del Figlio di 
Dio, che sono invece oggetto soltanto di fede ; e tutto 
ciò in nome della scienza filologica e storica. Anche 
ammesso per lecito, come faceva V Harnack e gli altri 
del pari, astrarre dal complesso dei vangeli frasi stac¬ 
cate e interpretate in senso religioso moderno, per edi 
ficare con esse la dottrina idealmente perfetta, desti¬ 
nata a fondamento di un cristianesimo « puro » ; come 
non si accorgevano i liberali che il voler collocata la 
perfezione spirituale nel passato e in un uomo vissuto 
in altri tempi, era un mettere ostacolo ai motivi del 
progresso civile e un soffocare le esigenze dello spirito 
religioso, che ha la sua culminante attività nel tempo 


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presente e la sua relativa perfezione nell’ attuale realtà 
di un' idea inizialmente futura? Il Drews aveva ragione 
di invocare un cristianesimo che invece di attrarre le 
anime indietro nel passato, fosse una liberazione della 
coscienza individua, procedente incontro a Dio nell’av- 
venire. Ma come si potrebbe perdonare al medesimo 
Drews di aver adoperata a tale scopo di polemica reli¬ 
giosa contro i teologi liberali la tesi, proposta con en¬ 
fasi, difesa con ostinazione, della non esistenza di 
Gesù? (15). 

Se il quesito dovesse risolversi in termini di teologia, 
nessuno avrebbe diritto a intervenire più della tradi¬ 
zione ecclesiastica, la quale rappresenta non un’ipotesi, 
come arbitrariamente afferma il Drews, ma un dato 
di fatto costituito non solo da un’affermazione due volte 
millenaria, ma sostenuto da argomenti storici degni di 
molta considerazione- Di là dalla solenne affermazione 
del concilio di Calcedonia, che della vera e reale natura 
umana del Cristo faceva un dogma ecclesiastico, nella 
metà del quinto secolo, tino ai padri del cattolicismo, 
Ignazio, Policarpo, Giustino, Ireneo, che difendono 
contro gli gnostici la umanità di Gesù, di cui pure con¬ 
fessano la divinità ; nella chiesa cristiana universale è 
indubitata e mai vacillante od incerta la voce che pro¬ 
clama la storica esistenza di Gesù. E sono proprio gli 
gnostici che per via delle loro dottrine la confermano 
e la suppongono. Nulla era più contrario alle teorie dua¬ 
listiche della teologia gnostica, che dover riconoscere, 
accettando la fede cristiana, il valore di redenzione dal 
peccato e dalla morte, contenuto nell’ opera umana e 
nella morte di Gesù. Ciò che da Paolo in poi formava 
la base incrollabile della religione cristiana, era invece 
lo scoglio a cui si abbatteva la religione gnostica cri- 


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stianeggiante, per la quale un valore di redenzione 
era insito esclusivamente nella spirituale natura divina, 
e non aveva nulla di comune con le opere della natura 
umana e corporea. Solo il Cristo era principio di salute, 
ma non Gesù. 

Gli gnostici pertanto si sforzavano di coordinare 
i loro principii teologici alla fede cristiana, affermando, 
secondo Basilide. che fra il Cristo redentore e V uomo 
Gesù, due enti, due nature distinte, non vi erano rap¬ 
porti di reale unità, e che solo Gesù, non il Cristo, era 
morto sulla croce. Secondo Satornilo e i Valentiniani 
il Cristo celeste impassibile erasi unito realmente al- 
T uomo in Gesù, ma ad un’ umanità non materiale come 
la nostra, sibbene eterea superumana. Queste afferma¬ 
zioni, che all* evidenza mostrano gli sforzi di una teo¬ 
logia preconcepita di liberarsi da un dato di fatto in¬ 
negabile, la storica esistenza di Gesù, ci portano alla 
prima metà del secondo secolo, subito dopo la composi¬ 
zione dei nostri vangeli. E proprio inesplicabile, se Gesù 
non fosse esistito, la perfetta ignoranza degli gnostici 
a tale riguardo ; e più ancora inesplicabile, se avessero 
saputo alcun che della non esistenza di Gesù, il fatto 
che non usufruissero di questo dato per risolvere la 
difficoltà, affermando contro la chiesa che il Cristo come 
uomo non era mai stato. 

7. Testimonianza di Paolo. 

La fede della chiesa primitiva nella vera e reale urna 
nità di Gesù risaliva fino a Paolo ed alle esplicite te¬ 
si imonianze rilasciate da lui nelle sue lettere intorno 
alla metà del primo secolo, un venticinque o trent’ anni 
dopo la morte di Gesù. I più o meno propensi a negare 
la storicità di Gesù, son necessariamente contradetti 


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dalle testimonianze paoline; e si ostinano, perciò, da 
Bruno Bauer in poi, specialmente in Olanda, a voler ri¬ 
conoscere spurie tutte le lettere di Paolo, tarda com¬ 
posizione di scrittori ecclesiastici anonimi durante il 
secondo secolo. La critica moderna realmente ha do¬ 
vuto riconoscere che non solo le lettere, attribuite ad 
altri apostoli nel Nuovo Testamento, non furono mai 
scritte da loro ; ma che diverse fra quelle medesime di 
Paolo non sono sua fattura, composte invece nel secondo 
secolo, a imitazione più o meno delle genuine di Paolo. 
Quali esse siano e quante precisamente è ancora dispu¬ 
tabile ; ma rimangono sempre a fondamento le quattro 
ai Galati, ai Corinti, ai Romani, che P antichità cri¬ 
stiana conobbe per sicuramente paoline già sul finire 
del primo secolo, e che per P armonia delle idee, per il 
carattere organicamente personale della dottrina, per 
qualità intrinseche di stile e di forma, vittoriosamente 
resistono a qualsiasi esame critico, e manifestano al 
vivo la loro immediatezza con le circostanze di fatto 
onde realmente presumono di aver avuto origine. 

Bisogna riconoscere, bensì, che i teologi liberali te¬ 
deschi, mentre difendono giustamente P autenticità 
delle quattro paoline, dovrebbero aver il coraggio di 
ammettere che in esse, e specialmente nella prima ai 
Corinti, redatta assai confusamente, si devono trovare 
interpolate varie aggiunte posteriori, che sebbene anti¬ 
chissime — appartengono al secondo secolo — non 
sono tuttavia di mano di Paolo. E le principali, dicia¬ 
molo pur francamente, sono proprio quella famosa circa 
il carattere sacramentale dell’ ultima cena del Cristo, 
e P altra sulle varie apparizioni ai discepoli, dopo ri¬ 
sorto dai morti. Portare in mezzo quale testimonianza 
di Paolo in favore del Gesù storico simili passi, che cer¬ 
tamente Paolo non ha mai scritti, come fanno così vo- 


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lentieri i protestanti liberali, non può che pregiudicare 
la buona causa presa a difendere, e invigorire le dene¬ 
gazioni dei critici olandesi, i quali argomentano duu- 
que, se questi passi fan parte integrale delle lettere 
paoline, che queste non sono di Paolo (16). 

Ma del resto, anche distolte dalla testimonianza di 
Paolo le interpolazioni, le sue lettere rimangono del 
pari testimonio inconfutabile della esistenza storica di 
Gesù. La teologia di Paolo è fondata interamente sul 
principio, che il Cristo è diventato redenzione per il ge¬ 
nere umano, appunto perché si incarnò in ispecie di 
umanità. Se Paolo non sodisfa la nostra curiosità di 
sapere alcuuché della vita del Gesù storico — il Gesù 
ente divino dei vangeli non era per anco formato — ciò 
devesi al fatto che la persona umana la quale interessa 
noialtri, era indifferente alP apostolo che la considerava 
da un punto di vista diverso. Per Paolo Gesù non era 
che il Cristo, Figlio di Dio, Y Uomo ideale sussistente 
nella gloria dei cieli, creatore del mondo e dell’ uma¬ 
nità a sua somiglianza, il quale a salvare dal peccato 
e dalla morte il genere umano evasi come vuotato della 
sua divina essenza, erasi esinanito ed abbassato lino al- 
P umanità nascendo in forma d ? uomo, per morire e 
resuscitare, e divenire così prototipo fattivo della nostra 
resurrezione prima e dopo la morte, nel duplice signi¬ 
ficato etico e reale. E pertanto il Cristo in Gesù ap¬ 
parve ed è vissuto « in carne », generato di donna dalla 
progenie davidica, secondo la credenza di Paolo, ed è 
morto sopra la croce. Senza un vero Gesù storico, che 
non sia creazione di Paolo, come sostiene il Drews, ma 
anzi il presupposto su cui la teologia paolina è fon¬ 
data, le lettere apostoliche doventano peggio che enigmi ; 
sono assurde e contradittorie (17). 


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8 . La divinità di Gesù. 

Coloro che vorrebbero composte nel secolo secondo 
le lettere paoline, si scandalizzano invano della « gnosi » 
qua e là dominante ; si meravigliano a torto, che un con¬ 
temporaneo si movesse così facilmente a considerare 
Gesù e onorarlo sì come un dio. Nell’ Oriente elleni¬ 
stico la gnosi, la conoscenza cioè di verità divine per sé 
stesse, una volta apprese, operanti la immortalità dello 
spirito, era al tempo di Paolo un principio comune di 
scienza. Un Giudeo ellenista, come Paolo, la cui cultura 
l’obbligava a usare il linguaggio «scientifico» del tempo, 
nat uralmente esprimeva si secondo i più generici argo¬ 
menti della gnosi, e del pari seguendo le tendenze del 
pensiero stoico o platonico, analogo alla gnosi, preva¬ 
lente nelPAsia anteriore (18). Sul fondamento di sif¬ 
fatte idee, divinizzare un uomo era in quelPepoca di 
civiltà un fatto che riceveva spiegazione integrale. Per 
comprenderlo occorre penetrare, di là dal nostro con¬ 
cetto della vita e dell’essere nell’antico Oriente, in 
quel piccolo mondo conchiuso fra la terra ed i cieli 
cristallini, avvolti dal caos oceanico ; là dove forse ap¬ 
pena il sommo Iddio dell’ empireo, invisibile e inacces¬ 
sibile, possedeva i caratteri di un essere immateriale, 
ma dove gli altri esseri divini, procedenti o emanati da 
Dio, erano concepiti, per quanto spirituali, come so¬ 
stanze eteree non dissimili e analoghe anzi allo spirito 
umano, distinto dal corpo e dotato di vita sua propria. 
In un mondo là dove i re sono reputati dii, e gli impe¬ 
ratori e un Antinoo potevano essere creduti degni di 
onori divini, bisogna riconoscere che l’idea di un uomo¬ 
dio era molto, ma molto più semplice di quanto a noi 


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possa apparire. Essa doveva a un dipresso coincidere 
nel grado di sovraumanità secondo il quale noialtri 
distinguiamo dai soliti coloro che diciamo uomini di 
genio. 

La preesistenza delle anime alla creazione del mondo 
derivata dalla preesistenza dei divini, nel politeismo, 
e che sta a fondamento della preesistenza del Cristo 
nella dottrina di Paolo, era diffusa in Oriente. Con 
essa era diffusa la credenza che non tutti cadessero 
morendo in preda alle potenze dell* inferno ; ma i più 
virtuosi potessero venir salvati da Dio, ed esaltati di 
là dalla morte in una vita celeste, che li rendeva esseri 
divini. A cominciare da Paolo, il cristianesimo attri¬ 
buisce la partecipazione della divina natura non solo 
al Cristo, ma a tutti i fedeli che muoiono in seno alla 
chiesa, dove il Cristo ha dignità di primogenito fra 
molti fratelli. Naturalmente il motivo a distinguere e 
separare vie più di grado e natura la divinità del Cri¬ 
sto da quella dei fedeli, era già offerto a Paolo dalle 
credenze orientali in un dio subordinato mediatore fra 
Dio e gli uomini, il quale avesse un grado di potenza 
e di gloria unico, e simile a quello posseduto dai re, 
a confronto dei sudditi. Non che Paolo propriamente 
derivasse la sua teologia del Cristo dio dai miti di 
Adone, di Mitra o di Osiride. Ma era tratto dalla sua 
concezione ellenistica del mondo a concepire il Cristo 
a norma delle idee filosofiche e religiose del suo tempo. 
La divinità di Gesù fu il risultato ovvio della tendenza 
a concretare in un uomo realmente vissuto la fede uni¬ 
versale che sino allora volgevasi intorno a puri sim¬ 
boli, la cui reale inconsistenza troppo chiara appa¬ 
riva ad un Giudeo. La simpatia che ebbero le sette della 
gnosi per il cristianesimo nasceva pure da una mede- 


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sima esigenza di sostenersi più che sopra i simboli degli 
dii ignoti alla storia, sopra un dio che realmente 
era esistito, uomo in tempi storici e a loro vicini. Fu 
lo stesso profondo motivo che fece trionfare il cristia¬ 
nesimo sopra le rivaleggianti religioni d’ Oriente e di 
Koma, e rese cristiani i figliuoli degli adoratori di 
Attis, di Mitra, di Adone, di Osiride 09j. 

Coloro che negano la esistenza di Gesù fanno gran 
caso del silenzio degli antichi scrittori profani intorno 
alla vita ed ali-opera di colui che sarebbe stato il graude 
iniziatore di una religione universale ; e pongono in 
evidenza il fatto che le scarse testimonianze in propo¬ 
sito, o son notizie vaghe e inattendibili, o riferimenti 
alla pura tradizione cristiana senza un valore proprio, 
anche laddove si ammetta che non sono interpolazioni 
di penna cristiana. Se bene però si considera, il silen¬ 
zio intorno a Gesù degli scrittori più antichi, quelli 
cioè le cui opere sopravvissero al naufragio della let¬ 
teratura ellenistica, non ha nulla di strano. L’ opera 
di Gesù, d'indole religiosa piuttosto che politica, non 
era tale da dover lasciare alcuna traccia notevole nella 
storia del giudaismo. Gesù soppresso immediatamente 
dalla condanna romana, la sua morte non ebbe altro 
carattere, agli occhi del mondo, che di un incidente di 
cronaca, negligibile in tempi di irrequietudine e di fer¬ 
vore nazionale, che innanzi e dopo Erode a molti Giu¬ 
dei d* anno in anno procurava la stessa condanna. Il 
cristianesimo, inoltre, per lungo tempo fu associazione 
segreta, fino dagli anni delle sue prime origini in Ge¬ 
rusalemme, una setta d ’indole occulta, e per la sua 
dottrina analoga alle sette della gnosi e dei misteri. 
I fedeli delle singole chiese, sparse nel mondo elleni¬ 
stico dagli anni di Paolo fino al secondo secolo, erano 


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scarsi di numero — poche diecine al piu per ogni 
chiesa — né di leggieri potevano attrarre P attenzione 
dei letterati. Come fatto sociale il cristianesimo, pari 
all’altre religioni e conventicole diffuse per POriente e 
in tutto Pimpero, perseguitato in patria, male apprez¬ 
zato in seno al gentilesimo, non interessava neanco 
i poteri politici, se non nei casi in cui, come racconta 
Tacito in rapporto alP incendio di Roma, o riferisce 
Plinio al tempo di Traiano, venisse a conflitto con 
le pubbliche autorità. Talché quando dal secolo secondo 
in poi il cristianesimo attirò gli sguardi del mondo 
civile, non era più possibile parlare delle origini sue, 
altrimenti che adoperando la tradizione ecclesiastica 
offerta dai vangeli. 

9. L’epoca di Gesù. 

Siamo disposti ad ammettere che difficilmente si 
possa, dalle malcerte e fuggevoli testimonianze antiche, 
dedurre alcuna cosa in favore della storicità di Gesù ; 
per quanto il brano di Tacito, falsamente reputato una 
interpolazione cristiana, si presti forse ad essere un 
argomento in proposito (20). Concediamo che siano 
interpolati i passi dello storico giudeo Giuseppe Fla¬ 
vio, là dove parla in senso prettamente cristiano di 
Gesù e delP opera sua. Ma neghiamo risolutamente, 
che il silenzio conseguente di Giuseppe equivalga alla 
negazione della esistenza di Gesù. Giuseppe, di fami¬ 
glia sacerdotale, di spirito sadduceo non meno che 
fariseo, era naturalmente propenso a non dare valore 
di sorta al movimento messianico de’ tempi suoi, tanto 
più che voleva contentare la sospettosa curiosità dei 
suoi protettori imperiali. Non solo egli non parla di 


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Gesù, ma neanco del cristianesimo, che pure a’ suoi 
tempi, sul termine del primo secolo, era una setta re¬ 
ligiosa autonoma (21). Osservazione analoga ha da 
farsi per il silenzio del Talmud, espressione caratte¬ 
ristica chiusa in sé medesima, del fariseismo intransi¬ 
gente. Come movimento ellenistico e messianico, ana¬ 
logo alle varie religioni dei misteri, il cristianesimo, 
al pari d’ altre sette giudaiche gentilesche, rimaneva 
in tutto fuori della considerazione del giudaismo fa¬ 
riseo (22). 

Gli avversari del Gesù storico danno a veder la fiac¬ 
chezza della tesi presa a difendere, là dove vogliono 
corroborarla con un qualche argomento positivo. Noi 
saremmo disposti a concedere, che, se la chiesa cri¬ 
stiana da un punto di vista dogmatico reputò doversi 
credere Gesù persona storica, sia difficile trovare con¬ 
ferme alla non esistenza, le quali senza dubbio erano 
eliminate. Ma in ogni modo vorremmo che i negatori 
della storicità di Gesù, quando dicono d’ aver trovato 
le prove della loro affermazione, portassero in campo 
alcunché meglio di semplici supposizioni, le quali a 
ugual diritto si prestano per essere affermate e negate. 
Non v ? è indizio che ci invogli a credere anteriore al- 
T èra cristana Y inno dei Naasseni, riferito da Ippo¬ 
lito, in cui si esalta la divinità di Gesù (23). Epifanio 
è scrittore assai malfido, per poter agevolmente per¬ 
suadersi dalle sue confuse notizie sugli eretici, che i 
Nazarei — la setta del cristianesimo antico — fossero 
organizzati come chiesa già innanzi Y èra cristiana (24). 
Che nei vangeli abbiasi Y appellativo di «nazareo», o 
«nazareno», dato a Gesù, in senso piuttosto ecclesia¬ 
stico che patronimico, ciò non importa conclusione 
alcuna, data la tarda epoca in cui furono da’ « Naza- 

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rei », o cristiani primitivi, compilate le tradizioni re¬ 
lative a chi era per la pubblica opinione « Gesù il Na- 
zareo », e solo tra i fedeli aveva nome Gesù Cristo. 
Ma, in ragione di origine, « Nazareo » può ben derivare 
da «Nazara» o «Nazaret», luogo di nascita di Gesx\, 
appellato pertanto Nazareo, e quindi come lui spiri¬ 
tualmente detti « nazarei » i primi cristiani. 

I negatori del Gesù storico per sostenere la ipotesi 
che « nazareo » sia puro nome di setta, innanzi V èra 
cristiana, e proveniente da incerta etimologia religiosa, 
oppongono che Nazaret, dai vangeli detta luogo di na¬ 
scita di Gesù, in Galilea, è ignota a tutta intera la tra¬ 
dizione giudaica, la quale ci ha trasmessi invece a die¬ 
cine i nomi di città di Galilea al tempo di Gesù ; ed è 
ignota pure la sua posizione geografica alla tradizione 
cristiana, prima del terzo secolo. Noi non vorremmo 
dare soverchio peso a tali affermazioni ; ci limitiamo 
a osservare, che la «città» di Nazaret tradizionale, 
situata in una valle non lungi dal Tabor, qui non ha 
che vedere. Essa è già in contradizione col vangelo di 
Luca, secondo il quale la « città » nativa di Gesù era 
in cima ad un monte ; situazione generica atta invece 
a mostrare, che V autore del terzo vangelo non aveva 
chiara idea del paese natale di Gesù. Noi ci atteniamo 
a Marco, il quale non dice che Nazaret fosse realmente 
una «città», ma soltanto la «località» famigliare, e 
quindi nativa di Gesù (25). 

All’ infuori di queste tenuissime ipotesi, fondate 
bene o male su dati di fatto, gli avversari del Gesù 
storico non riescono a trovare un modo plausibile di 
spiegare le origini del fatto cristiano. La supposizione 
che Giosuè = Gesù fosse il nome d* un antico dio so¬ 
lare degli Israeliti, trasformatosi poco a poco nel 


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Cristo dei Nazarei, non ha valore di sorta. Il nome 
stesso nel suo significato d’ origine lo contradice, poi¬ 
ché Gesù-Giosuè non è un nome autonomo, in proprio 
senso applicabile solo a sè stesso, ma un nome derivato, 
come tant’ altri consimili, dal vecchio dio Jahvé. Signi¬ 
fica « Jahvé salvezza», come nel nome Isaia, ed è ap- 
pb'cabile quindi soltanto alle persone degli adoratori 
di Jahvé, cioè a fedeli israelitieo-giudei (26). Perdersi a 
confutare altre supposizioni del genere, non vai la pena. 
Tra i negatori della storicità di Gesù il cristianesimo 
resta un fatto indimostrabile nelle sue cause. È natu¬ 
rale. Quando si è negato il Gesù storico e P autenticità 
delle quattro principali lettere di Paolo non s* ha più 
modo possibile di interpretare come fatto storico P o- 
rigine del cristianesimo. 

10. Gesù seppe di essere il Cristo? 

Per quante difficoltà presenti la questione, occorre 
per risolverla cercare altre vie da quella che finisce col 
negare la storicità di Gesù. È un uguale problema 
quello che insomma presentasi investigando le origini 
di altre religioni. La reale esistenza del Budda, di 
Confucio, di Zoroastro, si è posta in dubbio o negata 
per gli stessi motivi per cui s ? è negata o messa in 
dubbio la esistenza di Gesù. Si è studiata la vita dei 
tre spirituali eroi delP Oriente nelle tradizioni lasciate 
alla posterità dai loro stessi discepoli, e s’è trovato il 
simbolo di un ente ideale, modello di perfezione quale 
mai non potrebbe avverarsi nella realtà dei fatti, ma è 
prodotto esclusivo del sentimento dei fedeli. I critici 
però non si sono appagati della conclusione contraria 
alla storicità dei tre grandi iniziatori, ma hanno più a 


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fondo ricercato se potevasi per avventura nei documenti 
della tradizione separare il simbolo, creato dalla fede, 
dalla realtà offerta dalla storia ; se di là dalla triplice 
leggenda v’ era un Budda, un Confucio, un Zoroastro 
appartenente alla storia (27). È possibile metter in 
opera questo processo medesimo di differenziazione per 
distinguere dal Cristo della fede il Gesù della sto¬ 
ria? In più precisi termini, quella figurazione di Gesù, 
ente divino e soprannaturale, che il vangelo di Marco 
ci offre in qualità di Messia, può essere distolta dal 
nucleo originario della tradizione sì da dare argomento 
ad affermare la presenza del Gesù storico? 

La dimostrazione di questo importante quesito fu 
data, or sono dieci anni, dopo gli scarsi accenni di 
Bruno Bauer e di Gustavo Volkmar, da Guglielmo 
Wrede dell’ università di Breslavia, immaturamente ra¬ 
pito alla scienza, nel suo libro così discusso e dura¬ 
mente avversato dai protestanti liberali, sul « segreto 
del Messia nei vangeli ». Osserva il Wrede che in Marco, 
per quanto Gesù si presenti fino dal suo battesimo in 
perfetta dignità di Messia, pure vuole mantenersi come 
tale interamente occulto, nel tempo stesso che opera 
fatti miracolosi, per sé non aventi altro scopo che ri¬ 
velarlo al mondo nella sua qualità messianica. Anche 
la sua dottrina ha ugualmente carattere arcano. Il po¬ 
polo non la comprende, non deve capir nulla. Solo ai 
discepoli è dato di poterla comprendere ; ma in pari 
tempo neanch’ essi arrivano a capirla, se Gesù non ne 
rivela il significato riposto d* indole messianica. La 
trasfigurazione dimostra in prima ai discepoli, e non 
a tutti, la dignità e la gloria sovrumana di Gesù, quale 
Messia celeste e divino, dopo che Pietro è riuscito a 
comprendere, senza che Gesù lo abbia detto, e confes* 


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Bario Cristo. Intanto che s’incamminano Gesù e i 
suoi discepoli verso Gerusalemme, egli rivela essere de¬ 
stino che il Messia debba in Gerusalemme soffrire la 
morte e dopo tre giorni risorgere ; ma i discepoli an¬ 
cora non comprendono, ed anzi sfugge loro il signifi¬ 
cato medesimo della parola « risorgere », in realtà chia¬ 
rissima ad ogni Giudeo di quel tempo. In presenza però 
del Sinedrio, dopo V arresto, egli dice bensì di essere 
il Cristo, ma il Cristo che ha da « venire », dopo la re¬ 
surrezione, mentre invero, secondo la tradizione evan¬ 
gelica propria di Marco, egli è « venuto » di già, e dopo 
la resurrezione non potrebbe essere atteso che il « ri¬ 
torno » (28). 

Si sono escogitate molte ipotesi per risolvere lo 
strano enigma di Gesù che è Messia, ma in pari tempo 
non vuole e non riesce anzi ad essere compreso nella 
sua qualità messianica. Si parla della sua ripugnanza 
ad essere dal popolo o dai discepoli preso per un Mes¬ 
sia politico e nazionale, invece che spirituale e univer¬ 
sale. Si è voluto nel contegno di Gesù vedere una specie 
di graduale rivelazione ai discepoli, educati in pregiu 
dizi giudaici, delle sue qualità di Messia spirituale 
e celeste. Ma un esame spassionato del testo evange¬ 
lico mostra che sono interpretazioni cercate per bisogno 
apologetico. L’ unica naturale ed ovvia spiegazione del- 
Penigma, che pervade il vangelo di Marco, è accennata 
nel racconto della trasfigurazione, dove Gesù ai suoi 
prediletti discepoli dice di non far conoscere al mondo 
la sua qualità di Messia, rivelata sul monte, fintanto 
che non sia resuscitato dai morti. In realtà i discepoli, e 
Pietro sopra tutti, non hanno compreso il carattere di¬ 
vino e celeste della messianità di Gesù, se non dopo la 
sua resurrezione, per la fede nella resurrezione, la quale 


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lo esaltò per volere (li Dio ad essere il « Cristo », come 
Pietro medesimo dice negli « Atti degli Apostoli », e 
« Figlio di Dio » come argomenta Paolo scrivendo ai 
Romani. Il quarto vangelo dice la stessa cosa in rela¬ 
zione alla intera dottrina di Gesù, quando asserisce che 
era destinata a restare ai discepoli incomprensibile, 
fino a dopo la sua resurrezione, dal momento in cui 
per la fede nella resurrezione i discepoli pieni di Spi¬ 
rito santo, secondo gli « Atti », dissero la parola della 
verità rivelata. In conclusione, pertanto, se Gesù man¬ 
tenne nascosta, durante la vita mortale, la sua dignità 
messianica, se i discepoli non lo compresero come Mes¬ 
sia, e in qualità di Messia non poteva « venire » se non 
dopo la sua resurrezione, ciò induce ad affermare con 
tutta certezza che da vivo Gesù non si dette mai per 
Messia, né i discepoli lo tennero tale. Solo dopo la 
morte in realtà lo credettero essere il Cristo, destinato 
a « venire » nel mondo in qualità di risorto. 

Gesù dunque non ebbe, né, dato il carattere metafi¬ 
sico e soprannaturale del concetto di Messia, i>oté avere 
coscienza messianica. La difficoltà di asserire che Gesù 
credesse comunque di essere il Messia, è vivamente sen¬ 
tita dai più dotti protestanti liberali, i quali tendono 
a confessare che Gesù della sua dignità messianica 
parlava come di una fede e speranza, di una grazia 
che Dio gli concederebbe dopo la morte in virtù della 
resurrezione. Ma giustamente osserva il Wrede, che 
questo è un mezzo termine di spiegazione moderna, 
ignota al testo evangelico, secondo cui da Marco già 
risulta esser Gesù durante la vita mortale vero e pro¬ 
prio Messia, che la resurrezione rivela poi al mondo 
nella fede della sua chiesa. Il vero è che, innanzi la 
morte di Gesù, la sua messianità non fu in modo al- 


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cuno un dato storico, ma un’ interpretazione posteriore 
derivata dalla fede della chiesa nella sua resurrezione 
dai morti (29). 

il. 11 vangelo primitivo. 

11 carattere occulto della messianità di Gesù du¬ 
rante la vita mortale, che predomina oggi nel nostro 
vangelo di Marco, non è quello tuttavia primigenio 
della generazione apostolica. Esso è preceduto da una 
forma di tradizione evangelica, secondo cui Gesù come 
un « profeta » agiva ed insegnava apertamente, e la 
sua qualità messianica, per anco indefinita, era rico¬ 
nosciuta dal popolo. Questa idea serba tracce di sé in 
Marco medesimo, dove parlasi eventualmente di pubblici 
miracoli di Gesù e della sua dottrina, sentenziosa o pa¬ 
rabolica, pubblicamente esposta e da tutti compresa. 
I tratti più notevoli di questa tradizione primitiva, 
che nel Gesù della storia specialmente consideravo, a 
norma anche dell’ idea di Paolo, il valore messianico 
della passione e morte, son la dimostrazione di giubilo 
fatta a Gesù dal popolo al momento del suo trionfale 
ingresso in Gerusalemme, e la confessione in presenza 
del Gran Sacerdote, in cui Gesà rivela &’ esser egli il 
Messia, per la resurrezione, prossimo a manifestarsi. 
Tale asserzione è analoga alle parole di Pietro negli 
« Atti w e di Paolo, per cui Gesù è il Cristo in virtù 
della resurrezione. 

Un simile principio, coni’ è ovvio, rischiava di com¬ 
promettere il valore di effettiva redenzione riconosciuto 
da Paolo nella passione e morte di Gesù. Fu ben presto 
perciò sostituito nelle chiese paoline dalP altro che a 
Gesù attribuiva la dignità messianica già durante la 


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vita mortale, misconosciuta e occulta al popolo giu¬ 
deo, ed incompresa affatto dai discepoli. Dal vangelo 
di Marco apparirebbe che questa nuova interpretazione 
della messianità di Gesù, nella tradizione evangelica 
ebbe due forme, orali o scritte poco importa, di vangelo, 
fuse in Marco F una nelP altra. La prima s* iniziava 
con la trasfigurazione — venuta del Messia sopra la 
terra accompagnato da Mosè ed Elia — con la quale 
Gesù si rivelava ai discepoli, e manifestava il mistero, 
per loro incomprensibile, della passione e morte. Quindi 
rapidamente descriveva Laudata di Gesù a Gerusalemme, 
senza vari episodi ora inserti, per essere là croci¬ 
fisso e quindi subito resuscitare come alla sua reale di¬ 
vinità conveniva. È questo in linea di massima il van¬ 
gelo di Paolo, che di Gesù apprezza solamente il valore 
messianico — cioè non istorico — riconosciuto nel fatto 
della passione e morte. 

In breve questa forma di vangelo imperfetta, fu sur¬ 
rogata dalF altra, in cui Gesù veniva rappresentato 
Messia già dalF inizio del pubblico suo ministero, da¬ 
tato dal battesimo di Giovanni, suo precursore ed 
« Elia ». La confessione di Pietro che in Gesù arriva a 
comprendere la dignità del Cristo, prima che si riveli 
trasfigurato ai discepoli, parrebbe un mezzo termine di 
collegamento fra F una e F altra forma di vangelo. 
L’ avere retrocessa la messianità di Gesù fino al batte¬ 
simo, lasciava adito a considerare quali « opere del Cri¬ 
sto » alcuni fatti e detti di Gesù, ricordati in seno 
alla chiesa, a cui la precedente generazione non aveva 
attribuito gran valore, perché più o meno fuori del suo 
concetto del Cristo, ma dei quali col tempo s’intuiva 
F intrinseca importanza per la costituzione della chiesa. 
Il Cristo in questa forma di tradizione evangelica ope- 


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rava e parlava come tale, restando occulto al popolo; 
ma facendosi capire ai discepoli, se pure con difficoltà. 
11 più notevole esempio di tal sorta di tradizione erano 
certe parabole sul carattere del regno di Dio, che Gesù 
pubblicamente aveva dette, ma il cui vero significato era 
soltanto ai discepoli esposto da lui. La trasformazione 
teologica del dato storico nel caso non riuscì bene, at¬ 
tesoché le parabole di cui più si serbava memoria, come 
antiche e genuine di Gesù, nonché essere incomprensi¬ 
bili senza la loro interpretazione, sono quanto di più 
semplice e chiaro possiamo immaginare, e rese oscure, 
se mai, dalle loro spiegazioni simboliche. 

La interpretazione teologica della vita di Gesù nel 
senso che la sua messianità, benché reale, fosse rimasta 
ignota al popolo giudeo, e incompresa agli stessi disce¬ 
poli, aveva ragion d' essere finché, durante il ciclo delle 
prime generazioni cristiane, permaneva comunque un 
ricordo della realtà storica di Gesù. Ma poi che giù nel 
corso della vita mortale Gesù fu dalla chiesa presentato 
in qualità di Messia, respinto dal giudaismo a sua pro¬ 
pria rovina, sempre più si avvertì V intima contradi¬ 
zione, in cui si dibatteva la nascente letteratura evan¬ 
gelica, di un Cristo che apparisce come quello di Marco 
sulla terra e non vuole ne può venir compreso né rico¬ 
nosciuto finché non sia sparito dai viventi e dalla sto¬ 
ria. La teoria del Cristo occulto, troppo ormai radicata 
per essere espunta dai vangeli, andò sempre più atte¬ 
nuandosi e cedendo invece il posto alla credenza del 
Messia manifesto e rinnegato. Il vangelo di Luca serba 
ancora vive tracce della vecchia interpretazione, ma in 
quello di Matteo essa è grandemente affievolita. In Gio¬ 
vanni è scomparsa del tutto, nel senso che le opere del 
Cristo si manifestano al mondo, in prova della sua 


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divina missione, disconosciuta dalla mala fede giudaica ; 
ma permane ancora nel senso che la dottriua del Cristo, 
da Gesù rivelata durante la vita mortale, è nella sua 
divina sublimità incomprensibile agli stessi discepoli 
sino al momento in cui, dopo la resurrezione, sono per¬ 
vasi, come narrano gli «Atti», dallo Spirito e trasfi¬ 
gurati essi pure in esseri divini (30). 

La fede della chiesa primitiva nella divinità di Gesù 
Cristo, per la resurrezione esaltato alla dignità messia¬ 
nica, faceva del Risorto il principio di una vita divina 
del genere umano, consistente in nuove esperienze reli¬ 
giose, e nella rivelazione della celeste verità che dà la 
« conoscenza », la « gnosi » capace di virtù redentrice 
per V anima che la. possiede. Il Cristo vivente di là 
dalla resurrezione, il Cristo della gnosi, naturalmente 
non era il Gesù della storia; ina la sola persona mes¬ 
sianica di Gesù Cristo, espressa nelle visioni, nelle ri¬ 
velazioni, nella vita dei fedeli in seno alla chiesa. Il 
Gesù della gnosi era un concetto, nel quale facilmente 
le sette orientali, affini al cristianesimo, potevano in¬ 
serire ed inserivano, in guisa di rivelazione o narrazione 
simbolica, le loro idee, le quali col Gesù della storia, 
cioè col cristianesimo positivo, non avevano nulla che 
vedere. La chiesa primitiva sentì presto la necessità 
di difendersi da questo pericolo di sfacelo religioso, 
prodotto dalle dottrine del Cristo della gnosi. E V ef¬ 
fetto ne fu, che non solo il Cristo della gnosi fu retro¬ 
cesso in Gesù, considerato Messia già nella vita mortale ; 
ma la dottrina « gnostica » della chiesa primitiva, cioè 
la tradizione evangelica relativa a quanto il Risorto 
aveva fatto e insegnato, fu retrocessa a integrare l’opera 
di Gesù Cristo prima della sua morte, e ricollegata così 
in unità storica e logica col Gesù fondatore della chiesa 


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cristiana. Perciò nei vangeli, frammisti ai ricordi tra¬ 
sfigurati dell’ opera e dottrina del Gesù storico, si ri¬ 
scontrano le figurazioni simboliche o mitiche della fede 
cristiana, le rivelazioni di una dottrina superiore e 
intrinsecamente messianica, e sino è tramandata Peco 
delle vicende della chiesa negli anni che seguirono pros¬ 
simamente alla morte di Gesù, durante i quali la teo¬ 
logia informatrice dei vangeli nacque o prese ordina¬ 
mento sistematico. Il vangelo di Marco è il meno ricco 
di materiale simbolico, ritraente non il Gesù storico, 
ma il Cristo della fede ; Matteo e Luca ne serbano tal 
quantità che soverchia di gran lunga il ricordo del Gesù 
storico. Il vangelo di Giovanni finalmente è del tutto 
simbolico, e la trama del Gesù storico è intessuta di 
« gnosi » rivelata dal Cristo, quale secondo gli « Atti », 
nella fede cristiana primitiva, egli aveva insegnato agli 
apostoli durante i quaranta giorni fra la resurrezione 
c F ascensione (31). 

12. n Figlio dell’ Uomo. 

Per raggiungere,. dunque, il Gesù storico, occorre 
innanzi tutto riconoscere e metter da parte quegli ele¬ 
menti simbolici che propriamente intendono raffigu¬ 
rare il Cristo nella sua vita divina di là dalla resur¬ 
rezione, e che furono ad arie inserti nella vita di Gesù. 
Naturalmente rimangono fuori di considerazione il 
quarto vangelo, e i racconti della nascita a principio 
di Luca e Matteo. I vangeli sinottici, anzi, non possono 
venire esaminati che in rapporto a Marco, il solo che dia 
affidamento, meno qualche notizia di Luca, di conte¬ 
nere elementi di storica realtà. 

La storicità del battesimo, per quanto combinata 


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con la elezione messianica, è fuori di discussione. I 
cristiani di suo non avrebbero mai fatto di Gesù un di¬ 
scepolo del precursore ; e P imbarazzo in cui questo 
fatto mise la chiesa, è evidente nel racconto di Matteo, 
dove il battesimo del Messia per opera del Battista è 
rappresentato quale mistero di provvidenza. Ma è privo 
di storicità il racconto sinottico circa la tentazione di 
Gesù, per parte di Satana; la notizia ha in Marco, 
però, elementi di verità che non sembrano da trascu¬ 
rare. È anche da reputare senza valore storico la istitu¬ 
zione dei dodici apostoli per parte di Gesù. Senza insi¬ 
stere sulla circostanza che solo il numero « dodici » è 
fisso, e che non tutti i nomi sono ben determinati, da 
poter dire che la tradizione abbia in realtà conosciuto 
chi fossero i « dodici » ; i tratti di Marco in cui son 
nominati i dodici apostoli, privi di colorito locale e cro¬ 
nologico, si manifestano una tradizione di carattere 
ascitizio e posteriore. Si noti poi che dando alla « mis¬ 
sione degli apostoli » un valore cronologico, si otter¬ 
rebbe il dato contradittorio, che gli apostoli siano in¬ 
viati al termine del ministero galileo, al momento in 
cui essi accompagnano invece Gesù in viaggio per Ge¬ 
rusalemme. Insomma, come accennano già chiaramente, 
alla fine del loro vangelo, Matteo e Giovanni, con gli 
« Atti degli Apostoli», la istituzione e missione dei 
« dodici » è opera del Cristo risorto, non del Gesù sto¬ 
rico. Ciò non toglie però che Gesù facesse alcuni disce^ 
poli, tra i quali Pietro e i due figliuoli di Zebedeo. Il 
nome Pietro, dato a Simone, non è da credere un appel¬ 
lativo messo da Gesù, ma il semplice cognome ordinario 
aramaico-ellènista di Simone, nome giudeo, che poi 
nelle vicende della chiesa prese il significato, non avuto 
in origine, di « Pietro » fondatore, « pietra » angolare 


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della chiesa. Già vedemmo che il nome di Gesù fu re¬ 
putato aneli’ esso preordinato da Dio (32). 

Che i dodici apostoli siano istituzione del Cristo, 
non di Gesù, è confermato dal fatto, che nella tradi¬ 
zione evangelica essi sono in pili o meno inseparabile 
rapporto con fatti e dottrine i>er cui apparisce chiaris¬ 
sima la qualità messianica di colui che opera e insegna, 
e che viene designato con gli appellativi solenni di « Fi¬ 
glio di Dio», più ancora di «Figlio dell’ Uomo ». Ri¬ 
levasi da Marco assai bene, che Gesù non mostrò predi- 
lezione per il nome di Dio come « Padre ». Circa di 
questo egli senza dubbio partecipava le idee del giudai¬ 
smo contemporaneo, che sapeva a Dio convenire il 
nome di « Padre », ma non lo adoperava a preferenza 
d’ ogni altro. Il divino appellativo di « Padre » è carat¬ 
teristico invece della chiesa primitiva, entro la quale 
i fedeli si consideravano situati nel regno messianico, 
e dotati della prerogativa di « figli di Dio ». Tali essi 
erano, e Paolo già lo aveva affermato, per virtù reden¬ 
trice del Cristo, il quale era il primo tra i nuovi fi¬ 
gliuoli di Dio, e più di tutti aveva diritto di chiamarlo 
col nome di Padre. Dall’ uso ecclesiastico, un tale ap¬ 
pellativo passò poco a poco nella tradizione ; raro in 
Marco, frequente in Luca e Matteo, dove sostituisce 
talvolta il nome comune di « Dio », proprio del secondo 
vangelo. Naturalmente il doppio appellativo di Figlio 
e di Padre, nei vangeli attribuito al Cristo e a Dio, ha 
un significato di eccellenza, rispetto a quello vigente 
per i semplici fedeli (33). 

« Figlio dell’ Uomo » è un attributo messianico già 
incontrato nel libro di « Daniele » ; è una semplice pe¬ 
rifrasi aramaica per «Uomo». Quando Paolo costruiva 
la sua dotta teologia intorno alla natura del Cristo, 


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e lo considerava come F « Uomo » celeste, prototipo 
dell’ umanità, preesistente alla creazione e creatore egli 
stesso, incarnato in Gesù, non faceva che sistemare un 
concetto acquisito alla chiesa attraverso le visioni di 
« Daniele » e di « Enoc ». Gesù, come Cristo, era V « Uo¬ 
mo ». Quale carattere avesse tale appellativo, come de¬ 
rivato a vicenda o dalla mitologia orientale, o dalla 
dottrina giudaica delle divine ipostasi, non è cosa che 
ora fa d’ uopo investigare. A noi basta fissare V ori¬ 
gine delia designazione evangelica. La tradizione greca 
dei vangeli preferì senza dubbio, allo scopo di evitar 
malintesi, conservare la dizione aramaica di «Figlio 
delF Uomo», in uso nella chiesa primitiva, per nomi¬ 
nare il Cristo, invece di renderla col semplice nome di 
« Uomo », che avrebl>e facilmente ingenerato confu¬ 
sione. Dal quarto vangelo in poi, il concetto semitico 
paolino del « Figlio delF Uomo » è soverchiato, com* è 
noto, da quello ellenista del « Logos », Parola o Verbo 
di Dio, incarnato in Gesù (34). 

13. I « logia » di Matteo. 

Gesù non adoperò mai la parola «evangelio», per 
designare F oggetto della sua predicazione. Nella tra¬ 
dizione letteraria della chiesa primitiva, il termine 
greco «evangelio», ossia «buona novella», è adope¬ 
rato esclusivamente, anche in Marco, per designare un 
fausto avvenimento non da compiersi nell’ avvenire, 
quale sarebbe in bocca di Gesù alF inizio del suo mini¬ 
stero, ma già compiuto. « Evangelio » è dapprima il 
contenuto della fede cristiana, annunziato non da Gesù, 
ma dal Cristo risorto, e cioè dalla chiesa medesima 
dopo la morte di Gesù, causa e principio di sal¬ 
vezza (35). Nella tradizione sinottica F « evangelio » 


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è specialmente condensato nel « discorso del monte » 
di Matteo. La dottrina del Gesù storico non aveva al¬ 
cun carattere particolare, a confronto dell’ insegna¬ 
mento comune al suo tempo e fra i suoi connazionali. 
Constava, cioè, di « sentenze ». La parola aramaica od 
ebraica equivalente a « sentenza » ha un significato 
complesso che dal semplice detto sentenzioso va tino 
all’ enigma difficile a risolvere, dato in termini di com¬ 
parazione, d’ analogia o di allegoria. Allorché la tra¬ 
dizione evangelica della chiesa primitiva dal suo nucleo 
originario palestinese arainaieo si svolse in quello elle¬ 
nistico, il termine ebraico-aramaico fu interpretato in 
due maniere, 1’ una indicante il semplice insegnamento 
sentenzioso col nome di « logia », o « detti », e 1’ altra 
determinata col nome di « parabole », ossia discorsi 
allegorici di carattere enigmatico e di riposto signifi¬ 
cato (30). 

L’ insegnamento « parabolico » rimase nei vangeli 
caratteristico di Gesù, perché coordinato a rappresen¬ 
tare il concetto puramente teologico della venuta del 
Messia occulta ne’ miracoli e nella dottrina. In realtà 
le « parabole » non furono caratteristiche della dot¬ 
trina di Gesù più di quanto lo fossero tra i suoi con¬ 
temporanei. Bensì l’insegnamento parabolico è carat¬ 
teristico della tradizione evangelica , la quale da Marco 
in poi, come vedemmo, subisce l’influenza teologica 
del Messia incomprensibile. Però le molte parabole di 
Luca e Matteo, le quali hanno per oggetto il Cristo o 
il suo regno, cioè la chiesa primitiva, non sono derivate 
da Gesù, ma rappresentano invece la dottrina del Cri¬ 
sto. Marco che ha per sé la maggiore probabilità di 
riferire parabole genuine di Gesù, non riesce a por¬ 
tarne tuttavia che pochissimi esempi (37). 

Pertanto, le parabole non sono che una parte della 


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— 304 


dottrina di Gesù, la quale è andata incontro ad un al¬ 
largamento inopinato per motivi di interpretazione 
teologica del Cristo. La dottrina del Gesù storico è 
contenuta nel termine generico di « logia », ossia « det¬ 
ti ». Questi logia si può dire che formano la tradizione 
dei sinottici ; per lo meno riempiono da soli *a tenue 
trama della narrazione. I primi fedeli, per cui soltanto 
il Cristo aveva valore incomparabile, si interessavano 
poco dei fatti e delle opere del Gesù storico. Però essi 
serbarono memoria di quei fatti e di quei detti, i 
quali erano tali da edificare il cristianesimo, e dove¬ 
vano quindi attribuirsi al Cristo. Perciò i vangeli si¬ 
nottici hanno quel loro carattere di ricordi sconnessi 
e disordinati, il cui scopo è anzitutto, anche se sono 
racconti, di esprimere il valore di qualche detto di 
Gesù in cui hanno, tratto tratto, ragion d’ essere cul¬ 
minante. I vangeli non sono perciò che una raccolta 
di « logia ». Di qui la invincibile difficoltà per trarre 
da essi elementi a scrivere la vita di Gesù. 

La questione dei logia c ? induce a esaminare il va¬ 
lore della opinione dei critici protestanti liberali, i 
quali riconoscono nel « discorso del monte » di Matteo, 
ossia pure nel « discorso in pianura » di Luca, una 
primitiva raccolta, modificata più o meno, di logia di 
Gesù, anteriore allo stesso vangelo di Marco, e di ori¬ 
gine linguisticamente aramaica, dotata di grandissimo 
valore storico. Tale opinione, è noto, ha il suo punto 
iV appoggio nello storico ecclesiastico Eusebio, il quale 
riferisce avere se ritto nel secolo secondo Papia, che 
P apostolo Matteo avrebbe composto dapprima « in 
ebraico » i logia del Signore. I protestanti liberali, 
però, con che diritto identificano i « logia di Matteo », 
secondo Papia, col nucleo del «discorso del monte»? 


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— 305 — 


Invece, è ovvio credere che Papia intenda parlare del- 
P intero vangelo di Matteo, creduto in antico una ver¬ 
sione dalP ebraico. Certo, Papia prende un grosso 
abbaglio, circa P età e P origine del primo vangelo ; 
ma quanto a tal proposito sia male informato, lo dimo¬ 
stra del resto la notizia che dà subito dopo del vangelo 
di Marco, detto da lui riferire la dottrina delPapostolo 
Pietro, mentre invece apparisce che Marco, se ha dot¬ 
trine teologiche da sostenere, sono quelle di Paolo. 

Il vero è che la tesi dei protestanti liberali circa il 
valore originario e Pimportanza storica dei «logia», 
reputati una cosa medesima col «discorso del monte », 
è una mera- supposizione per riuscire a costruire il 
Gesù « storico » della loro teologia. I logia di Matteo 
non sono un documento originario, ma anzi la più 
tarda redazione di un nucleo primitivo, il quale tro¬ 
vasi proprio nel vangelo di Marco, dopo il racconto 
della trasfigurazione. Il « discorso in pianura » di Luca 
rappresenta uno stato intermedio dei logia, tra Marco 
e Matteo, e può contenere magari frasi genuine di 
Gesù, non conservate da Marco. In Matteo, però, i lo¬ 
gia del « discorso del monte » son propriamente una 
catechesi ecclesiastica, contenente la pura dottrina del 
Cristo che promulga la nuova legge, abrogata quella 
giudaica, e fonda con la sua chiesa una nuova reli¬ 
gione nel mondo. Hanno assai meno valore come testi¬ 
monianza del pensiero di Gesù. Di fronte ad essi, come 
recentemente ha provato Giulio Wellhausen, Marco è 
sempre la fonte originale, e nella tradizione dei van¬ 
geli P unico testimone della forma nucleare aramaica 
del vangelo cristiano (38). 


20 


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— 306 


14. Tradizioni evangeliche. 

11 simbolismo messianico anche in Marco pervade 
intera narrazione, e riduce a pochi, in genere, i fatti 
che si lasciano interpretare in senso storico. Il signi¬ 
ficato simbolico dedle guarigioni istantanee di sordi e 
ciechi, delle resurrezioni di morti, si fa evidente appena 
le mettiamo a confronto con le profezie relative al- 
T opera del Messia nel Vecchio Testamento, dove hanno 
valore soltanto morale. Lo stesso è agevole dire della 
duplice moltiplicazione dei pani, soave parabola della 
chiesa primitiva. Sono privi ugualmente, a mio parere, 
di verità storica i racconti relativi all’ insegnamento 
ed all’ opera di Gesù nelle sinagoghe. Dalla tradizione 
evangelica rileviamo che Gesù non aveva abbastanza 
cultura da poter tenere discorsi in sinagoga ; né d’ al¬ 
tronde faceva gran conto della legge mosaica, né la co¬ 
nosceva abbastanza per predicarla. I vangeli non ci 
sanno riferire che cosa mai dicesse Gesù in sinagoga ; 
mentre sanno invece qual fosse V insegnamento suo in 
casa, o in riva al lago, o in aperta campagna. Il cri¬ 
stianesimo nascente, in realtà, non ebbe dapprima rap¬ 
porti con le sinagoghe, le quali eran in mano dei fa¬ 
risei. Gli « Atti » danno chiaramente ad intendere che 
i primi fedeli insegnavano e predicavano altrove che in 
sinagoga ; solamente con Paolo, il fariseo convertito, 
incomincia la polemica e la lotta cristiana in sinagoga. 
Quindi la fede ebbe grandissimo sviluppo, e la tradi¬ 
zione evangelica, in memoria delle origini ecclesiasti¬ 
che mise V insegnamento in sinagoga coro' una delle 
opere del Cristo (39). 

Narrazioni simboliche debbono reputarsi la confes- 


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sione della messianità di Gesù in bocca di Pietro ; la 
tragligli razione che è P epilogo della fede dei primi di¬ 
scepoli dopo la morte di Gesù ; V ingresso trionfale del 
Cristo in Gerusalemme, secondo la profezia messianica 
di Za caria. La puriiicazione del tempio da’ suoi pro¬ 
fanatori è gravemente compromessa dal carattere pro¬ 
fetico e messianico del racconto evangelico. Gli episodi 
relativi alla dimora di Gesù in Gerusalemme e nel tem¬ 
pio van sottoposti a critico discernimento, e alcuni son 
certamente dottrina della chiesa e del Cristo, non di 
Gesù. Non ha valore storico la « rivelazione » o apo¬ 
calissi che, secondo i sinottici, il Cristo fa in segreto 
a’ suoi discepoli, circa i segni della prossima fine del 
mondo. Si tratta invece d* un documento giudaico, nello 
stile di ((Daniele», modificato dalla teologia della 
chiesa, e attribuito a Gesù (40). 

L’ultima cena poi di Gesù con i «dodici », sia come 
cena pasquale, sia come istituzione eucaristica, è un 
puro simbolo della redenzione cristiana, elaborato a 
poco a poco in seno alla chiesa primitiva. La tradizione 
evangelica serba tracce però di un motivo, che può es¬ 
sere storico. L’agonia nel Getsemani è pure una stu¬ 
penda interpretazione psicologica e religiosa, in senso 
messianico, di un dato irrevocabile di fatto. Il tradi¬ 
mento di Giuda, « uno dei dodici », non ha caratteri di 
storicità nella vita di Gesù ; che ne avessero bisogno le 
autorità giudaiche per riuscire ad arrestare Gesù, non 
è punto credibile. Il processo di Gesù alla presenza del 
Sinedrio, non è storico. Il Sinedrio non poteva profe¬ 
rire sentenze di morte. Esso è un dato leggendario con 
cui la chiesa nascente giudicò responsabile il giudaismo 
di aver fatto morire in Gesù il « Figlio di Dio ». Perciò 
Figlio di Dio si dice Gesù innanzi al Sinedrio, e come 


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— 308 — 


tale, cioè in qualità di Cristo della chiesa, è condan¬ 
nato. La tradizione ecclesiastica parla così ai fedeli 
del mondo greco-romano, per riversare tutta sui Giudei 
la colpa della morte di Gesù, e per fare apparire in 
Filato V autorità romana propensa a favor di Gesù 
riconosciuto innocente (41). 

La negazione di Pietro non è storia, ma simboleggia 
il fatto che, morto Gesù, Pietro fu retrivo dapprima 
a credere alla sua resurrezione; essa storicamente pre¬ 
cede la confessione innanzi la trasfigurazione. Il con¬ 
fronto di Gesù con Barabba, e la derisione sofferta 
quale re da strapazzo, per parte dei soldati romani, 
sono dati difficili a spiegare ; non sembra però che le 
ipotesi incerte del Frazer apportino luce al problema. 
In ogni modo si possono trascurare come leggende. Non 
sembra essere storico Pepisodio del Cireneo così coni’ è 
narrato dai vangeli ; non la crocifissione dei ladroni 
allato a Gesù, giustificata da presunzioni profetiche. 
Compimenti di profezie, e perciò veri simboli, sono le 
derisioni del popolo e dei sacerdoti in faccia al croci¬ 
fisso ; così anche l’esclamazione del centurione romano, 
appena Gesù è morto, che fosse veramente il «Figlio 
di Dio ». Gesù finalmente non muore, come pretendono 
i sinottici, il giorno di pasqua ; anche questo è un 
adattamento teologico (12). 

15. Zoroastro e Gesù. 

Distolta così dai vangeli la tradizione messianica, 
di carattere puramente simbolico, noi possiamo farci 
un’idea del Gesù della storia, ma frammentaria e 
mancante di colorito personale. Ci vieta di raggiungere 
l’immediatezza storica il modo schematico con cui per 


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— 309 — 


lino scopo religioso apologetico è narrata la vita di 
Gesù. L’antico Oriente amava di rappresentare così 
in maniera ideale uniforme i fondatori delle religioni. 
Per questo lato, merita d* esser presa in considerazione 
la teoria, esagerata del resto, con la quale Pietro Jen- 
sen ravvicina il carattere schematico della vita di Gesù 
col poema babilonese di Gilgames. 

Per rimanere persuasi che i vangeli, a principiare 
da Marco, ci offrono un disegno di Gesù che rimane sim¬ 
bolico anche dopo qualsiasi eliminazione di simboli, 
basta metterlo a confronto con lo schema della vita di 
Zoroastro, formatosi nella religione dei magi indipen¬ 
dentemente dalla tradizione cristiana, ed a cui forse 
il cristianesimo deve alcuni elementi. Di Zoroastro 
pure favoleggiasi che discendesse da regai diuastia. La 
sua venuta nel mondo fu annunziata dai profeti : ed egli 
pure è figlio della Gloria di Ah ara, anzi di tutta la 
santa trinità del dualismo persiano. Alla sua nascita, 
gli angeli con inni manifestarono la letizia celeste, e 
la natura intorno celebrò il grande avvento. (11 sorriso 
di Zoroastro infante è passato, malgrado i sarcasmi 
dei padri ecclesiastici, nell’arte cristiana). Fanciullo, 
è perseguitato dai falsi sacerdoti, e ricercato a morte 
dall’ iniquo, re Durasrobo. In etù di soli sette anni con 
la sua divina sapienza riempie di stupore e confonde i 
falsi sacerdoti, come Gesù a dodici nel tempio; dai 
quindici ai trentanni di lui non si sa niente, se non che 
di circa venti anni si separa dalla famiglia, come Gesù. 
A trentanni ha la prima rivelazione di Almra, come 
Gesù nel battesimo. Pervenuto al pieno possesso della 
celeste verità, è tentato dal demone Anramainyu in 
modo affatto analogo a Gesù. Iniziata la sua predica¬ 
zione, converte alla fede il cugino Maidhyoimaonha, e 


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«e fa il prediletto suo discepolo, come è Pietro, o Gio¬ 
vanni secondo il quarto vangelo, per Gesù. Dopo molte 
vicende e meraviglie, muore, dice la storia, a 77 anni 
ucciso per la fede; passa, vuol la leggenda, come Elia, 
prototipo di Gesù, investito dal fuoco celeste ad una 
vita divina (43). 

Le eresie della gnosi cristiana tentarono, ma in¬ 
darno, di trasformare in simil guisa la tradizione evan¬ 
gelica del passaggio del Cristo alP altra vita. La cro¬ 
cifissione, che mise a dura prova il cristianesimo 
nascente, e che nessuna fede avrebbe potuto inventare, 
rimase, soprattutto per merito di Paolo, la suprema 
ragion d’ essere della nuova coscienza religiosa. Essa 
fu il più solenne dei sacrifici umani, offerti alla divinità 
per la redenzione degli uomini, ed è il sigillo della sto¬ 
ricità di Gesù. Dopo sì lunga e sì complessa indagine, 
la critica moderna ù riuscita a concludere, che una 
vera e propria vita di Gesù, che non sia un romanzo psi¬ 
cologico, è impossibile scriverla coi materiali scarsi e 
frammentami a noi pervenuti. Ma Gesù ù pure esistito ; 
ed ha creato, a prezzo del suo sangue, la sua religione. 


NOTE. 

(1) T. Kkim, Die Geschiehte Jesu von Nazara (Zurich 1867, 
voi. I di pp. 446 ; 1871, voi. II di pp. 616; 1872, voi. Ili di 
pp. 667). 

(2) O. Holtzmann, Das LebenJesu (Tiibingen 1901, di pp. 417). 
Di Gesti e delPopera sua parla Oskar Holtzmann anche nella Sto¬ 
ria del Giudaismo e delle origini del Cristianesimo , annessa alla Sto¬ 
ria del popolo di Israele , di Bernardo Stade, citata (vere, ital.). — 
Lo stesso Oskar Holtzmann ha poi modificato profondamente le 
sue opinioni circa la vita e Popera di Gesti, e ha cercato di darne 
la dimostrazione, nel libro: War Jesus Ekstatikerf (Tiibingen 1903, 
pp. 139). 


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(3) O. Pflkidkrkr, Dos Urchristentum, teine Schriften und 
Lehren in geschichtlichem Zusatnmenhang besehrieben (Berlin 1902) 
pp. 615 segg. — J. Wrllhauskn, Einleitung in die drei ersten 
Evangelien (Berlin 1911) pp. 103 seg. 

(4) Marco I, 24 ; V, 30 ; Vili, 17, 31 ; XIII, 3 segg. ; XIV, 
9 ece. 

(5) Le teorie estreme del Bauer sono contenute soprattutto 
.nell'opera : Christus und die Càsaren. Der Ursprung dee Christentums 
aus dem romischen Griechentum (Berlin 1877). — Per le altre opere 
del Bauer, ved. Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung 
pp. 141 segg. 

(6) Volney, Lee Ruines f oh Méditations tur les Révolutions des 
Empires (Paris 1791, eco.). — Dupuis, citoyen francata, Ongines de 
(ou8 tee cultes, ou Religion universelle (Paris, Pan III de la Répn- 
blique uue et iudivisible ; tre voi. di pag. 556, 304, 825). 

(7) A. Kàlthoff, Das Christusproblem. Grundlinien tu einer 
Sozialtkeologie (Leipzig 1902). 

(8) A. Deissmann, Licht von Osten. Das Neue Test amen t und 
die neuentdeckten Texte dei’ ellenistisch-ròmischen Welt (Tiibingen 1909). 
F. Cumont, Les Religione Oi'ientales dans le paganismo romain (Pa¬ 
ris 1909); ved. anche le altre opere dell'insigne scrittore belga 
sulla religione di Mitra. — Wkndland, Die hellenistisch-ròmische 
Kultur, pp. 96-187. — Fra gli Italiani ba raccolto Ermenegildo 
Pistelli, ne' suoi frequenti viaggi in Egitto, larga messe di papiri 
ellenistici, che attendono di essere pubblicati dalla sua mano si¬ 
cura : ved. E. Pistelli, Papiri evangelici in Studi Religiosi (Firenze. 
1906, fase. II). 

(9) P. Jknskn, Da8 Gilgamesch-Epos in dei • Weltliteratur (Strass- 
burg 1906) pp. 811 segg. — La questione è riassunta dall’autore 
medesimo nell'opuscolo : Moses , Jesus f Paulus , drei Varianten dee 
babylonischen Gottmenschen Gilgamesch (Frankfnrt a. M. 1910). 

(10) J. G. Frazbr, The Golden Bough. A Sludy in Magic and 
Religion (London 1900), II, 115-160. 

(11) J. M. Robinson, Christianity and Mythology (London 1900) ; 
Pagan Christs ; Studies in comparative Hierology (London 1911) ; A 
short History of Christianity (London 1902). 

(12) W. B. Smith, Der vorchristliche Jesus (Giessen 1906) ; 
Ecce Deus; die urchristliche Lehre des rein goti lichen Jesu (Jena 1911). 

(13) A. Drews, Die Christusmythe (Jena 1910, pp. 238). — I 


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negatori del Gesù storico hanno tendenza a forzare il signi ficaio 
dei dati offerti dalla mitologia orientale per adattarli meglio alla 
loro tesi : ved. le giuste osservazioni di H. Zimmekn, Zum Streit 
und die Chris tusmy thè. Das babylonische Material in seinen Haupt- 
pnnktcn dargestellt (Berlin 1910) pp. 4-13, 36 eoe. 

(14) J. Weiss, Jesus von Nazareth , Mythus oder Geschichte t 
(Tiibingen 1910, pp. 171). — H. Weinel, Ut das “ liberale ” Je- 
sus-Bild wideilegtì (Tiibingen 1910, pp. 111). — C. Clemen, Der 
geschichtliche Jesus (Giessen 1911). — A. Drkws, Die Christusmythe . 
Zweiter Teil : Die Zeugnisse fiir die Geschichtlichkeit Jesu (Jena 1911). 

— Su tutta la questione, ved. Schweitzer, op. cit. pp. 444-564. 

— La questione fu discussa degnamente in Italia da A. Di So- 
Ragna, Il mito di Cristo (Firenze 1911), un giovane dal quale gli 
studi religiosi hanno diritto di attendere fecondo lavoro. 

(15) Drkws, I, 225 segg. 

(16) A. Schweitzkr, Geschichte der Paulinischen Forschung 
(Tiibingen 1911) ; G. A. Van dkn Bergh van Eysinga, Die holldn- 
dische radikale Kritik des Neuen Tcstamcnls (Jena 1912). — Io credo 
che siano interpolati i versi 23-32 del cap. XI della I lettera ai 
Corinti , intorno alla ceua eucaristica ; e i versi 3-11 del cap. XV, 
della stessa lettera, circa le apparizioni del Risorto. Naturalmente 
esorbita dai limiti del presente lavoro il darne la dimostrazione. 

(17) Calati II, 21 ; III, 13 ; IV, 4 ; I Corinti IX, 15; Il Co¬ 
rinti V, 16 ; Romani I, 3 ecc. In genere, basta leggere le lettere 
di Paolo senza preconcetti, per essere persuasi senz'ombra di dub¬ 
bio possibile, che esse suppongono la storica esistenza di Gesù, e 
sopra quella fondano la loro propria teologia. — Weiss, op. cit. 
pp. 94-113 ecc. 

(18) Gli elementi di « gnosi » contenuti nel Nuovo Testamento 
sono messi in chiara luco nella classica opera di H. J. Holtzmann, 
Lehrbuch der Neutestamentlichen Theologie (Freiburg i. B. 1897) 
Voi. I, pp. 476-486. — Sui riti delle religioni orientali, paragonati 
con quelli della chiesa primitiva, di oui si parla nel Nuovo Testamen¬ 
to, ved. Clemen, Religionsgesch. ErklUrung des N. T. pp. 185-207. 

(19) Credo che fra i più recenti studiosi delle origini del cri¬ 
stianesimo vi sia una tendenza esagerata a valutare nella teologia 
di Paolo la diretta dipendenza dalle religioni dei gentili. La di¬ 
pendenza però di Paolo dalla concezione scienti fico-religiosa dèi 
mondo in vigore al suo tempo, e rappresentata dalla filosofia stoica 


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o platonica e dalla religiosità orientale ellenistica, rimane fuori di 
dubbio. 

(20) Kurth Linck, De antiquisrimti veterum quae ad Jesum Na- 
zarenum speotant testimoniti ^Giessen 1913, pp. 115), dopo un minuto 
esame critico, conclude (p. 108) : oh© il passo di Giuseppe Fla¬ 
vio, Antiq. XVIII, 63 seg. intorno a Gesù non è autentico, ma è 
autentica V allusione di Antiq . XX, 200 ; che il passo di Sueto- 
xio, Claudio 25 non concerne Gesù, ma P allusione in Nerone 16, 
2 è autentica ; che il brano di Tacito, Anna!. XV, 44, e le let¬ 
tere di Plinio a Traiano 95, 96, sono originali, e testimoniano in 
favore della esistenza di Gesù. 

(21) Wkiss, op. cit. 85-94. 

(22) Le testimonianze guidaico-talmndiche intorno a Gesù sono 
state raccolte tutte in piccol volume da H. L. Strack, Jesus, die 
Haretiker und die Christen nach den alt e sten jiidischen Angaben (Leip¬ 
zig 1910) ; sono scarse e confuse. Pare che, secondo il Talmud, 
Gesù sarebbe vissuto al tempo di Alessandro Janneo. I testi però 
sono talmente imbrogliati, che non si ricava nulla di preciso su 
cui poter fondare un' affermazione storica. 

(23) L ’inno dei Naasseni, presso Ippolito, Philosof. V, 10, 
principia con una introduzione cosmogonica, in modo analogo a 
tanti inni babilouesi, cui segue una invocazione di Gesù al Padre 
celeste, perché lo invii sulla terra a rinnovare la creazione del 
mondo. È un documento gnostico che non ha nulla, proprio nulla, 
di necessariamente precristiano. 

(24) Basta leggere il testo di Epifanio, Panar. XXIX, 6, per 
persuadersi di leggieri, che non si può ricavar nulla di sicuro da 
questo rozzo compilatore della fine del quarto secolo; ved. Wei- 
nel, op. cit. 100-102. Come poi lo Smith trovi argomento, in fa¬ 
vore della sua tesi, nella presenza del nome di Gesù in papiri ma¬ 
gici greci del quarto secolo, è difficile capire. La semplice frase 
esoreistica : oqxi£cd oe xaxa rov {hov tcov Efigaicov Itjoov , è forse una 
negazione della esistenza storica di Gesù? Ma essa indica soltanto 
che lo scrittore della formula conosceva coloro che, pur essendo 
« Ebrei », credevano nella divinità di Gesù. « Ebrei » è sinonimo 
qui di « Cristiani », come nella lettera agli < Ebrei » che fa parte 
del Nuovo Testamento. — Tralasciamo poi di considerare Fargo- 
mento che, in favore della sua tesi, lo Smith presume di trarre 
dalle parole magiche contenute nello stesso papiro : ooxi£co oe xaxa 
jov /uaQjiaQxovQi& vaoaagi vaisfiaQE7iai7tagt ; Wkinel, op. cit. 102 seg. 


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(25) Luca IV, 29 ; in Marco VI, 2, ciò che fa supporre essere 
Nazaret una « città », è la circostanza della predicazione di Gesù 
nella « sinagoga » del paese. Ma, come avremo occasione di osser¬ 
vare, Gesù secondo la storia non ha mai predicato in sinagoga, e 
la circostanza addotta in Marco è leggendaria. — L' ipotesi che 
« Nazaret » sia sinonimo di « Galilea », è stata avventurata dal 
Cheyne, Encyclopedia Biblica, al nome, fondandosi su Giovanni I, 
46 con VII, 41. 52 ecc. — Nazaret nella tradizione evangelica ò 
scritta a vicenda Na£agh (-é$), di solito, e Na£agà [Luca IV, 16> ; 
e Gesù vi è denominato NaCogaìog, od anche Na£oga7og, e NaZa- 
gtjvóg (in taluni codici anche NaCogrjvóg). Secondo gli Atti XXIV, 
5, Paolo è imprigionato a Cesarea come un principale fautore irjg 
tcòv NaCwgatcov algèoewg ; è chiaro perciò che fuori della chiesa, 
dove i fedeli si denominavano fratelli o santi, i primitivi cristiani 
erano conosciuti col nome di « Nazorei » o « Nazarei », denomi¬ 
nazione conservata nell* islamismo fino da Maometto, che nel Co¬ 


rano, sovente parla dei in plurale. La derivazione da un 




singolare ^1 ^ o ^ \ mostra da sé che la parola araba, 


eome suole, è ereditata da un termine aramaico più antico. Co¬ 
munque si giudichi il termine di « Nazareo », esso non ha nulla 
che fare con quello di « Nazireo », appellativo di chi apparteneva 
a una data associazione religiosa in Israele e in Giuda, e che era 

detto perciò o*riSa m Perché questa parola è scritta con la 


sibilante dolce, e P altra invece con la dura enfatica, del tutto 
separata nei linguaggi semitici. Iufatti « Nazaret », in arabo 

9 x OS ✓ 

geoidi , anche in ebraico dovrebbe scriversi nm ( Ciò non 


toglie, però, che Epifanio abbia potuto confonder© i nazarei con 
i nazirei , e dare la imbrogliata notizia, a cui si attaccano i ne- 

S " 

gatori del Gesù storico). L'appellativo patronimico arabo f 

è analogo a un presunto ebraico clic potrebbe dar ragione 

• S T 

del nome Na£cogaTog, e degli altri consimili sopra esaminati. 

(26) Gesh , è la pronunzia aramnica popolare di Giosuè, 

gitfìrv, il quale come il nome di Isaia, è assoluta¬ 

mente in rapporto al nome di Jahvé, che ne forma l'elemento di¬ 
vino esclusivo. 


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315 — 


(27) Chantkpie de la Saussaye, Manuel d' Histoive dee lle- 
ligiotiSf 47 segg., 373 segg., 439 seg. — Sul problema dì Confu¬ 
cio in particolare, ved. le osservazioni di H. J. Allen nelle Tran- 
sactions del III Congresso Internazionale di 8toria delle Religioni 
(Oxford 1908) I, pp. 115 segg. 

(28) W. Wrede, Dai Messiasgeheimnis in den Evangelica (Got- 
tingen 1913 : zweite unveriinderte Auflage). Il Wrede morì nel 1906 
a 47 anni ; la prima edizione del suo lavoro è del 1903. 

(29) Anche 1* Harnack nelle aggiunte al 60° migliaio del suo 
libro Dos Wesen des Christentuma (Leipzig 1908, p. XII) ha sen¬ 
tito il bisogno di ricorrere a questa spiegazione intermedia della 
messianità di Gesii. E cosi pare scossa, a leggerne gli ultimi scritti, 
l'opinione del Loisy, che sul principio della coscienza messianica 
di Gesù ha costruito la mole del suo commentario ai Sinottici. In 
questioni tanto difficili, non è raro di vedere uomini dotti, come 
un Weizsiicker o un Pfieiderer, mutare opinione, dopo averla so¬ 
stenuta in notevoli pubblicazioni scientifiche. 

(30) Wrede, op. cit. pp. 150-206. 

(31) L'idea del cristianesimo primitivo, che a Gesù « risorto » 
faceva risalire la rivelazione della verità redentrice, è rappresen¬ 
tata nel celebre documento gnostico intitolato Ilioxtg 2o<p(a, se¬ 
condo cui Gesù, dodici anni dopo la sua morte, insegna finalmente 
ai discepoli la yvwoig della verità, che nella sua vita mortale 
espresse (nei vangeli) solamente èv jiaoaftoXrj. Superfluo rilevare che 
si tratta di una dottrina affatto eretica. 

(32) Sul carattere simbolico della istituzione degli apostoli, 
ved. Wei.LHAUSEN, op. cit. 138-147. — Che Pietro IJsrgog, o Cefa 

fosse il semplice nome ellenista e ordinario dell' uomo al¬ 
trimenti detto, con nome giudaico, Simoue, risulta dall'uso comune 
fra Giudei ellenisti di avere due nomi, di cui quello ellenistico è 
il piu adoperato ; così Paolo , nome ellenista di Santo o Saul. Sul 
modo oon cui vengono imposti in Oriente i nomi ai bambini, ved. 
Jausskn, Coutumes des Arabes, p. 16. 

(33) Marco XXIV, 25 con Matteo XXVI, 29 ecc. 

(34) 8econdo il Wellhauskn, op. cit. pp. 123-130, l'espressione 
6 viòg t ov àv&gconov anche in Marco II, 10. 28, prima della confes¬ 
sione di Pietro, significa semplicemente uomo ; mentre dopo la con¬ 
fessione avrebbe il significato teologico di Figlio dell'Uomo. Lo 
stato presente della tradizione evangelica in Marco non permette 
simili differenze : basta leggere il contesto senza preoccupazioni, 


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— 316 — 


per accorgersi che pure in Marco II, 10. 28 non è l'uomo, ma il 
Cristo che rimette i peccati ed è signore del sabato, cioè sovver¬ 
titore della legge mosaica. — Circa l'idea ohe Paolo ebbe del 
Cristo, ved. Holtzmann, Neutest. Theologie II, pp. 65-97 ; H. Wei- 
nkl, Die Beligion Jesu und des Urohristentnms (Biblische Theologie 
dee Neiieìi Testamenls , Tiibingen 1913) pp. 406-422. — Sui rapporti 
del concetto dell' « Uomo » ideale e platonico a vicenda nel Nuovo 
Testamento e nelle antiche religioni orientali, ved. Clkmkn, Reli- 
gionsgesoh. Erklàrung des N. T. pp. 116-124. 

(35) Wellhausen, op. cit. pp. 98-104. È notevole il fatto che 

mentre si reputava finora risalire Puso cristiano della parola xò 
evayyé/Licov alle profezie del secondo Isaia (Da, XL eegg.), invece 
oggi si è dimostrata di provenienza schiettamente ellenistica. In 
uua iscrizione di Priene in onore di Angusto, che rimonta al 9 in¬ 
nanzi Cristo, dopo avere esaltato P imperatore come salvatore del 
mondo, si aggiunge : j}()£ev de reo xóojuin xcòv di' avxòv evayyekioov 
yevé&Àiog xov &eov : « la nascita del dio (Augusto) fu principio al 
mondo di lieta novella (plur. in senso singolare) per (merito di) 
lui ». . . 

(36) È il termine ebraico aramaico che ha 

T T T : — 

senso latissimo di « sentenza, detto, proverbio, parabola, alle¬ 
goria, favola, enigma », e che sta a fondamento comune dei logia 
e delle parabole evangeliche. 

(37) La mancauza di originalità letteraria nelle parabole e in 
genere in tutto P insegnamento di Gesii è giustamente*, contro i 
protestanti liberali, rilevata dal Drkws, II, pp. 341-394. Ved. inol¬ 
tre P. Fiebig, Die Gleichnissreden Jesu in Lichte der rabbinischen 
Gleichnisse des neutestamentlichen Zeitalters (Tiibingen 1912). — An¬ 
che il Wellhausen mette in rilievo la povertà del contenuto para¬ 
bolico nel nucleo della tradizione evangelica primitiva. 

(38) Wellhausen, op. cit. 157-176. — Ved. per tutta la que¬ 
stione, ne' suoi particolari storici e critici, A. Loisy, Les Évangiles 
Synoptiques (Ceffonds 1907), li, pp. 3-58 e 534-646. — La nessima 
originalità e priorità storica dei logia di Matteo, di fronte a 
Marco, qualunque cosa possano dire in contrario i protestanti li¬ 
berali, è ormai cosa giudicata. Superfluo rilevare che essa mo¬ 
difica profondamente la concezione che sin qui la scienza moderna 
aveva sistemato circa le origini del cristianesimo ; e obbligherà 
prima o poi a trasformare del tutto il metodo e il contenuto della 


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— 317 — 


«c Teologia dol Nuovo Testamento » come scienza storica, quale è 
oggi insegnata nei lavori, del resto eccellenti, di Giulio Enrico 
Holtzmann e di Enrico Weinel. Un tentativo fallito di ricostruire 
possibilmente il testo primitivo dei logia è quello di A. Harnack, 
Spriiche und Reden Jesu : die ziceite Quelle des Matlhdus und Lnkas 
(Leipzig 1907). Sul primitivo carattere aramaico di Marco, vedasi 
Wellhausen, op. cit. 7-32, 64-79 ecc. 

(39) Luca IV, 21 segg. mostra che in realtà non conosce che 
cosa mai Gesù potesse aver detto nell’ « omilia » che avrebbe te¬ 
nuto al pubblico ; sono poche frasi staccate dal contesto delle cir¬ 
costanze da cui presumono di aver avuto origine. — Negli Atti 
(II, 46 ; III, 11 ; V, 25, 44) i primi cristiani si radunano nel tem¬ 
pio e nelle case ; al contrario (IX, 20) Paolo convertito predica 
subito a Damasco nelle sinagoghe. — Che Gesù non abbia mai 
insegnato in sinagoga è anche l’opinione del Wellhausen. 

(40) V originario documento giudaico sarebbe contenuto in 
Marco XIII, 6-8 ; 14-20 ; 24-31, o all’incirca : ved. Loisy, op. cit. 
II, pp. 393-487. — Si suole ascrivere al periodo dol ministero di 
Gesù in Giudea anche il famoso aneddoto dell’ adultera da Gesù 
non condannata, espunto dalla tradizione dei sinottici, e pervenu¬ 
toci inserito nel quarto vangelo (Vili, 1-11). È ovvio che il rac¬ 
conto vuol riferire un gindizio del Cristo, e non ha nulla di sto¬ 
rico. 

(41) Loisy, op. cit. II, 592-658. 

(42) Weiss, op. cit. 48-51 ; Wellhausen, op. cit. 130-134. 
Taluni di questi racconti ed altri consimili hanno un valore, dopo 
la morte di Gesù, nella storia della chiesa primitiva. 

(43) Jackson, Zaroaster , passim. — Su alcuni parallelismi fra 
la leggenda del Buddha e quella di Gesù, ved. C. Formichi, Asva- 
ghosa poeta del buddhismo (Bari 1912), pp. 101-120. 



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Capitolo Decimo. 

L’Ammonitore. 


Quando Erode morì (a. 4 av. Cr.), lasciò il regno 
diviso tra i figliuoli, Archelao, Antipa e Filippo, nati 
a lui da varie mogli. Il suo testamento, però, non aveva 
valore che dopo la sanzione eventuale dell’ imperatore. 
E quindi i tre aspiranti all’ eredità V un dopo 1’ altro 
dalla Palestina recaronsi a Roma, a perorar ciascuno 
la sua causa a danno del fratello, ed attendervi la pro¬ 
pria sorte dalle decisioni d’Augusto. Quintilio Varo, 
intanto, legato della Siria, mandò Salano a Gerusa¬ 
lemme, come procuratore provvisorio del regno ero 
diano, con una legione a guardia della fortezza del tem¬ 
pio, detta la «Torre Antonia », e del palazzo reale con 
i tesori fino all’ arrivo degli eredi. 

1. Dopo Erode. 

L' odio da tanto tempo accumulato negli animi dalla 
spietata tirannia di Erode, contro la dinastia degli An- 
tipatridi ed i Romani che la sostenevano, alla prima 
occasione scoppiò. Già innanzi che Archelao partisse 
da Gerusalemme, nei giorni precedenti la festa di pa- 
squa, il popolo tumultuò nei cortili del tempio. Passati 
a fil di spada gli agitatori, la solennità fu interrotta, 
e rimandati indietro i pellegrini. L’ eccitazione era al 


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— 319 — 


colino. A Pentecoste tornarono in folla i Giudei, da 
ogni parte della Palestina, ad accalcarsi nel tempio, 
e in tre schiere assalirono Sabino. Nacque una zuffa 
terrìbile fra legionari ed insorti. Questi furon ricac¬ 
ciati dai Romani nei sacri cortili ; Sabino entrò nel 
tempio e fece man bassa sul tesoro sacerdotale. I Giu¬ 
dei montarono in gran numero sul fastigio dei grandi 
porticati, che circondavano gli atrii sacri, e di là tem¬ 
pestavano i soldati. Questi dettero fuoco alle magni ti- 
che tettoie di cedro, che i peristilii sorreggevano, e i 
porticati franarono con grande fragore. In un attimo, 
Gerusalemme fu in armi ; i legionari col procuratore 
doveron retrocedere, e vennero assediati nei loro palazzi. 
I fanatici intanto sollevavano in massa la Giudea me¬ 
ridionale e il paese oltre il Giordano. La ribellione su¬ 
bito fu estesa in Galilea, dove ogni moto giudaico aveva 
ripercussione. Un certo Giuda, tiglio di un venturiere 
a cui Erode mozzò il capo, proclamò la rivolta, invase 
Sefori co’ suoi scherani, e saccheggiata la fortezza dette 
armi al popolo. L y eccitazione era indicibile ; i farisei 
si dice che attendessero, per la morte di Erode, Y ini¬ 
zio delP era messianica (1). 

Con grandi forze Varo arrivò dalla Siria ; incendiò 
Sefori e ne vendè gli abitanti. Attraversò la Samaria, 
rimasta quieta perché ellenista, passò in Giudea, la 
pacificò al modo romano con largo tributo di sangue ; 
duemila prigionieri furono crocifìssi. Entrò in Gerusa¬ 
lemme dove intanto era tornata la calma, e si mostrò 
arrendevole coi cittadini ; Sabino era fuggito col te¬ 
soro del tempio. I figliuoli di Erode sopraggiunti po¬ 
terono entrare in possesso, ciascuno per la sua parte, 
del regno di Erode, secondo che Augusto aveva deciso 
ratificando dopo matura riflessione il testamento. Ad 


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Archelao toccò la Giudea e la Samaria, in qualità ili 
etnarca, o principe di piamo grado; come tetraira, o 
principe di secondo grado, ebbe Alitipa la Galilea, e la 
regione di là dal Giordano inferiore, detta Perea ; Fi¬ 
lippo fu tetrarca di Batanea, Traconitide, Gaulan, oltre 
il Giordano superiore. Nessuno ebbe titolo di re. Una 
deputazione di Giudei, andata a Roma a chiedere la 
deposizione dinastica degli Antipatridi e il diretto do¬ 
minio dei Romani, non ebbe ascolto. 

Quest’ ordine di cose non si protrasse a lungo. Ar¬ 
chelao, sui>erbo e crudele come il padre, mancava di 
quel tatto, di quell’ energia, che così a lungo fece sop¬ 
portare il regno di Erode. La fastosa vanità sua, 
dissanguatrice del popolo ; il disprezzo per la legge 
mosaica ; P aver trattato come send, destituiti ed inal¬ 
zati a caso, i Gran Sacerdoti ; V essersi unito in matri¬ 
monio, contro le prescrizioni della legge, con la vedova 
d’ un suo fratello, già sposa a un idolatra, Giuba il 
Numida; i suoi capricci, insomma, provocarono contro 
di lui più volte solenni rimostranze de’ Giudei all’ im¬ 
peratore. Il vecchio Augusto n’ ebbe assai ; lo spodestò, 
e lo mandò a confino a Vienna sul Rodano. Quivi finì : 
aveva regnato nove anni. 

2 . La dominazione romana. 

Fu aggregato il territorio alla provincia di Siria, e 
affidato al governo di un procuratore, scelto fra i cava¬ 
lieri romani. Egli doveva risiedere a Cesarea sul mare, 
abitata non meno da Giudei che da molti gentili, e 
dove F estrema suscettibilità giudaica non poteva ac¬ 
campare esigenze. Solo allorché le feste richiamavano 
a masse nel tempio i pellegrini facili ad agitarsi, re- 


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cavasi a Gerusalemme. Era a capo delle milizie, aveva 
il diritto esclusivo di pronunziar condanne a morte, 
prelevava le tasse. Quella del fìsco gli era presentata 
dai poteri amministrativi ; i proventi delle gabelle 
erano per appalto consolidati, e venivano esatti da 
Giudei, avidissimi e odiatissimi, con nome di pubbli¬ 
cani. A’ Giudei fu lasciata, del resto, amplissima au¬ 
tonomia. Libera la religione, a norma della legge. Pro¬ 
tetto da Roma il culto nel tempio, ed ogni giorno 
offerte due vittime animali per la salute dell’impera¬ 
tore. L’ amministrazione civile e i giudizi penali, di qua 
dalla pena di morte, rilasciati all’ autorità del senato 
giudaico, detto allora sinedrio. 

Era questa, malgrado il nome greco, una vecchis¬ 
sima istituzione, che insomina risaliva all’ autorità 
propria dei capi di famiglia in un popolo ordinato so¬ 
cialmente in tribù. Soverchiata più o meno in Israele 
dal regio potere, comparve nuovamente e tornò a pre¬ 
ponderare, quando al regno di Giuda succedette, dopo 
P esilio, la comunità governata dal Gran Sacerdote. 
Durante V età greca la vediamo ricomparire tra mezzo 
alle avverse competizioni degli ultimi Asmonei, ed es¬ 
ser poi ne’ vari centri giudaici restaurata dal procon¬ 
sole Gabino, quindi da Cesare coordinata al dominio 
del Gran Sacerdote Ircano II. Erode, che a suo tempo 
ebbe nemico il sinedrio, se ne sbarazzò agevolmente 
con una strage sommaria, e creò un altro sinedrio 
d’uomini a lui devoti, inattivi ed inutili. L’autono¬ 
mia civile, ora concessa da Roma, gli rese quasi tutta 
l’autorità naturale; però subordinandolo al Gran Sa¬ 
cerdote che dipendeva a sua volta dal procuratore ro¬ 
mano. Oggi il sacro collegio in assemblea componevasi 
d’una settantina di membri, scelti fra i capi delle 
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— 322 — 


grandi famiglie giudaiche, specialmente di quelle prin¬ 
cipesche le quali avevano avuto fra i loro un sommo 
pontefice. Come accennammo, sotto gli xlsmonei, en¬ 
trarono a far parte del sinedrio anche le celebrità del 
giudaismo borghese, versato nello studio della legge; 
e questo diritto acquisito fu mantenuto da Roma (2). 

La istituzione in Giudea del nuovo regime, diretto 
il piu possibile ad ottenere la pacificazione degli animi, 
desiderata dai Romani e da’ piti ragguardevoli Giudei 
dell’ aristocrazia sadducea, dette motivo a nuovi tor¬ 
bidi. La vecchia affermazione dei profeti, che Israele, 
eletto di Dio, nobilissimo fra tutti i popoli, non poteva 
sottostare ad altra gente, aveva fatto ridere i contem¬ 
poranei ; oggi era diventata P assillo infervorante Pa¬ 
nima del giudaismo. Sulpicio Quirinio, successo a Varo 
come legato della Siria, assumendo P anno 6 delP èra 
nostra, in nome di Roma, P autorità sul nuovo terri¬ 
torio, decretò innanzi tutto un censimento della po¬ 
polazione dimorante in Giudea, per fissare lo stato ci¬ 
vile delle famiglie ed avere un criterio ad applicare 
la tassa fiscale. Censimento e imposizioni di tal sorta 
erano sempre state intollerabili agli occhi degli Ebrei 
ed il motivo più forte in bocca dei profeti ad eccitar 
le plebi contro i re nazionali. Che meraviglia, dunque, 
se P ordine di Quirinio eccitò in tutto il paese fermento 
gravissimo, e non si potè compiere se non mettendo 
subito la Palestina in stato d’ assedio? Il ribelle fa¬ 
natico del tempo di Varo, Giuda il Galileo, passò di 
nuovo a sollevare il popolo, predicando che gli eletti 
di Dio non debbon tributo che a lui, e non possono, 
senza tradire la loro coscienza e la legge, assoggettarsi 
ad alcun re straniero. Quanti tra i farisei più fervo¬ 
rosi vedevano nei loro confratelli, remissivi al domi- 


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— 323 — 


nio di Roma, altrettanti traditori della causa nazio¬ 
nale ; quanti Giudei consideravano il partito sadduceo 
dominante e il sinedrio e il Gran Sacerdote un’ accolta 
di cani, alleati con Roma ai danni del popolo ; quanti 
«zelanti», cioè intransigenti nella legge preferivano 
ad una obbrobriosa servitù la morte, ormai creduta 
passaggio a un’ altra vita, si unirono a Giuda. La ri¬ 
volta falli : Giuda ed i suoi finirono schiacciati o di¬ 
spersi. Ma sopravvisse V idea. Il partito degli intran¬ 
sigenti, degli « zelanti » come si chiamavano, oggi a 
tanti insoffribile ed antipatico, finirà per soverchiare 
tutti gli altri, in poco più di mezzo secolo, e impadro¬ 
nirsi di Gerusalemme ne’ dì fatali deir ultima dispe¬ 
razione (3). 

3. Ponzio Pilato. 

Sotto i primi procuratori, Coponio, Marco Ambi- 
vio ed Annio Rufo, nominati dal vecchio Augusto 
(a. 7-15), sembra che non avvenissero fatti notevoli. 
Ma le difficoltà di una costante armonia fra- i due pub¬ 
blici poteri, romano e giudaico, d’anno in anno dove¬ 
rono farsi piu gravi. Quello che più in pratica impor¬ 
tava, era il riuscir a trovare chi sapesse esercitare nel 
giudaismo la carica di Gran Sacerdote con tale abi¬ 
lità da toruare gradito ai Romani e non dispiacere ai 
Giudei. Valerio Grato, scelto procuratore da Tiberio 
1’ anno 15, decise di arrivare in ogni modo a mettervi 
le mani. Creò P un dopo 1’ altro e destituì tre Gran 
Sacerdoti, finché in Giuseppe Caifa, P anno 18. non 
ebbe riscontrato P uomo adatto e capace. Per molti 
anni Caifa resse il difficile incarico, e lo mantenne 
anche sotto il procuratore Ponzio Pilato, successo a 
Grato P anno 26. 


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— 324 — 


Pilato non sembra, dalle scarse notizie che offrono 
gli antichi scrittori, avesse il tatto e la pieghevolezza 
occorrenti a far tollerare, se non a rendere gradita, 
la sua autorità. Un suo contemporaneo lo descrive spie¬ 
tato di carattere ed inflessibile, e gli attribuisce di 
essersi fatto colpevole d’ ogni sorta di corruzioni, vio¬ 
lenze, rapine, di aver pronunziato in gran numero sen¬ 
tenze di morte senza processo, di aver commesse cru¬ 
deltà moltissime e intollerabili ; non è però il giudizio 
di uno storico, bensì di un avversario. Pilato rese forse 
la sua condizione difficile sino dai primi giorni. Pre¬ 
tese, contro V uso de’ suoi predecessori, di entrare in 
Gerusalemme con le coorti munite dei vessilli sor¬ 
montati dall’ immagine dell’ imperatore. Le tenebre e 
la nebbia favorirono V entrata nella santa città di 
questi emblemi idolatrici ; e vi rimasero. Appena i cit¬ 
tadini lo seppero, a turbe riversaronsi a Cesarea, cir¬ 
condando il palazzo del procuratore, e tumultuosa¬ 
mente chiedendo che P abominazione idolatrica venisse 
rimossa. Pilato sopportò la dimostrazione, durante cin¬ 
que giorni e cinque notti consecutive. Ma poi fatta ac¬ 
cerchiare dai soldati quella plebaglia, fece dai legionari 
intimare la morte, se non tornavano alle loro case. Ma 
dinanzi alle spade sguainate, i Giudei porsero il collo 
dichiarando, che prima volentieri sarebbero morti piut¬ 
tosto che rassegnarsi a tale trasgressione della legge. 
Pilato stupefatto non osò la carneficina, e fece ritirare 
i vessilli da Gerusalemme (4). 

Per allora i Giudei non pensavano a ribellarsi. Il 
popolo era, certo, eccitatissimo, facile sommamente ad 
esaltarsi alla voce degli agitatori, ma i grandi partiti 
a capo della vita nazionale si mostravano propensi 
alla quiete. I sadducei che avevano in loro potere la 


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— 325 — 


somma delle cose, e nei quali lo spirito ellenista aveva 
spento la fede profetica, aon potevano che favorire il 
governo romano, ed eran per lo meno interessati a 
tollerarlo. Un movimento rivoluzionario doveva bensì 
attendersi dai farisei, e una parte di loro cominciava 
a manifestarlo, associandosi agli zelanti. Ma il grosso 
del partito rimaneva ancora tranquillo, non tanto per¬ 
ché fosse persuaso di non poter sopraffare la potenza 
romana — simili idee non capivano in quei cervelli — 
ma piuttosto perché pensavano che la rivoluzione e la 
vittoria, o sarebbero inutili o dannose. A che, infatti, 
aveva giovato la insurrezione giudaica negli anni del- 
l 9 Epifane? I veri traditori della legge, i perversi ne¬ 
mici della patria, avevano vinto alla fine ; cioè V ari¬ 
stocrazia sacerdotale, il partito de’ sadducei. Il fariseo, 
devoto più che mai agli antichi profeti, non mostrava 
di avere alcuna fede nella virtù di umane ribellioni 
e nella forza delle armi. Egli attendeva serio ed osti¬ 
nato la Sua salute da Dio, mentre dava ogni cura 
a viver puro e mantenersi degno della gloria riserbata 
agli eletti. Solo Iddio avrebbe pensato a purgare la 
santa città e la sua reggia del tempio dai sacerdoti 
iniqui, protetti da Roma. Il giudizio divino era ormai 
prossimo, e il fariseo con ansia preparavasi al grande 
avvenimento, rifugiandosi tutto nella legge. 

Lo abbiamo detto: la legge era stata dai sacerdoti 
creata per il tempio a consolidare nel tempio la loro 
autorità sulla nazione ; ed essa oggi in mano ai farisei 
era un principio di liberazione dai sacerdoti e dal tem¬ 
pio. I farisei, però, che nella legge trovavano argo¬ 
mento a giudicare severissimamente i sacerdoti, non 
osavano implicare nell’ audace loro condanna il tem¬ 
pio medesimo. Esso rimaneva per loro la intangibile 


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— 326 — 


dimora di Dio, entro il quale a suo tempo sarebbesi 
manifestato al mondo. In altra età i profeti, Geremia 
per esempio, osarono annunziare, che i peccati d’Israele 
resero necessaria da parte di Dio la distruzione di Ge¬ 
rusalemme e del suo santuario. Ma oggi Israele era 
puro, i farisei che lo rappresentavano avevano co¬ 
scienza di essere santi ; e accennare ad una possibile 
distruzione del tempio era una bestemmia intollera¬ 
bile. E qui era la contradizione, che agitava il pensiero 
fariseo ; di avere già trovato nella legge un nuovo punto 
d’ appoggio alla loro coscienza religiosa, senza poter 
riuscire a liberarsi dal pregiudizio antico che rimaneva 
pure il fondamento dell’odiato dominio sadduceo : il 
culto nel tempio. Eppure buona parte de’ Giudei se ne 
erano più o meno liberati, ed erano ascesi più in alto 
nelle vie dello spirito, coinvolto nella condanna dei sa¬ 
cerdoti anche il tempio. Fra questi gli esseni. 

4. Gli Esseni. 

Gli esseni formavano come un’associazione mona¬ 
stica, sparsa per tutti i centri del giudaismo palesti¬ 
nese, in numero di oltre quattromila all’epoca nostra. 
La più gran parte di loro abitava in Giudea, soprat¬ 
tutto nella regione adiacente al Giordano; e sembra 
avessero il centro dell’organizzazione in Engaddi, im¬ 
pervia solitudine avvallata fra i dirupi sovrastanti al 
mare Morto. Di origine recente per il nome, al pari dei 
farisei, rinnovavano sotto altra- forma vecchie tendenze 
israelitiche alla vita religiosa in comune, di cui avemmo 
esempio nelle scuole profetiche e nelle società dei 
Nazirei, dei Recubiti,-ed altre innanzi l’esilio. La 
profonda venerazione che nutrivano per Mosè, l’attae- 


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— ;m — 


cemento inviolabile che avevano per la legge, la cura 
minuta, peuosa, d’ ogni istante, di tutta la vita, che 
adoperavano per mantenere la purità del corpo secondo 
i precetti mosaici, li manifesta evidentemente per veri 
e propri Giudei. Ma invece pare strano che rigettassero 
del giudaismo quello che pure a norma della- legge era 
il centro del culto religioso, l’offerta delle vittime ani¬ 
mali alla divinità. Questo solo dimostra come fossero 
penetrate nell’ anima loro, e in generale in tutta la 
coscienza giudaica, le nuove idee religiose diffuse in 
Oriente dall’ellenismo asiatico, inducente più miti 
sentimenti nel concetto del rito religioso. 

Nel giudaismo gli esseni, ed alle porte di Gerusa¬ 
lemme, assai più die una setta, rappresentano un nuovo 
orientamento della coscienza giudaica, ‘«atura degli 
ideali dell’ ellenismo asiatico. E un cristianesimo in¬ 
forme, entro cui ugualmente riluce la dottrina dei magi 
zoroastriani ed apparisce il culto pitagorico e rivivono 
antichissimi riti semitici. Gli esseni rigettano la schia¬ 
vitù, proclamando l’assoluta uguaglianza degli uo¬ 
mini. In pari tempo il loro disprezzo per la donna, 
causa d’ ogni sciagura, fa loro condannare il matrimo¬ 
nio, o lo accettano a malincuore come un giogo sata¬ 
nico. Tengono in sì gran pregio la verità, hanno sì 
grande orrore della menzogna, che reputano inutile, 
e condannano l’uso del giuramento. Credono che nel 
mondo tutto avvenga a motivo di cause fisse e determi¬ 
nate nell’eternità; e indagano le forze profonde del- 
l’essere, o ne invocano da Dio la rivelazione, per la 
salute degli nomini dal male e dal dolore, nel presente 
e in avvenire. Esercitano V arte della magia celeste, e 
cercano di apprendere i nomi propri degli angeli, d’in¬ 
superabile potere magico. Sono medici, souo profeti. 


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Menano vita semplice in comune, più volentieri nei 
borghi che nelle città. A tutto preferiscono 1' agricol¬ 
tura ; non amano il commercio. I proventi del loro per¬ 
sonale lavoro son devoluti al capo della comunità, e 
distribuiti fra tutti ; nessuno ritiene alcuna cosa per sé. 
Si levano di gran mattino, e pregano rivolti al sole che 
sorge. Vanno al lavoro sino a mezzodì, prendono un 
bagno, e si adunano in sala comune per desinare. B 
quella il loro tempio, dove entrare non può chi non 
è puro, ed è inviolabile la sua clausura agli estranei. 
Avvolti in bianche tuniche, in silenzio, si assidono com¬ 
postamente. Il panettiere e il cuoco distribuiscono a 
tutti un pane e del companatico ; quindi levasi il capo 
a pregare in atto sacerdotale, ed essi rispondono. Poi 
mangiano pur silenziosi, e come avendo premura di ri¬ 
tornare al lavoro. Al termine, pregano ancora. Tale 
T incruento sacrificio della loro religione. Prediligono 
cibi vegetali e di solito bevono acqua. Poi tornano al 
campo fino a sera per la cena in comune. I giorni di ri¬ 
poso radunansi a conversare circa le loro dottrine e a 
meditarvi sopra. Odiano ogni altra scienza, ricusano 
ogni studio che non sia di cercare P essenza di Dio e 
dei celesti, V origine del mondo e le virtù insite nelle 
cose, lo stato oltre la morte delP anima separata dal 
corpo, reputata immortale. Ma le loro dottrine sono 
arcane, e per nessun motivo le rivelano ai non iniziati. 

Per arrivare a conoscerle ed essere ammessi nelPor- 
dine, fa d’ uopo assoggettarsi a lunga prova. In genere 
gli esseni preferiscono adottare come loro figliuoli i 
teneri fanciulli, e poco a poco educarli al medesimo ge¬ 
nere di vita. Chi viene quindi ammesso al noviziato, 
deve passare un anno in solitudine, sì come loro; puri¬ 
ficato poi da un solenne battesimo, o bagno della sacra 


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iniziazione, passa due anni ancora in solitudine, prima 
di poter fare la professione, ed avere diritto di cono¬ 
scere la « verità rivelata ». Ed allora egli deve pronun¬ 
ziare un giuramento, Y unico, di mantenersi onesto, ve¬ 
ridico, fedele a Dio ed alla legge sempre, di preferire 
la morte alla rivelazione dei segreti dell’ ordine, soprat¬ 
tutto dei nomi degli angeli. Pare che un documento del 
pensiero segreto degli esseni sia giunto fino a noi nel- 
V « Ascensione di Mosè », composta nei decennii suc¬ 
cessivi alla morte di Erode, e di cui ci è rimasta una 
vecchia traduzione latina (5). 

5. Rinascita del profetismo. 

Il favore popolare di cui godevano gli esseni è ar¬ 
gomento della crisi di coscienza che agitava a quel 
tempo il giudaismo. Gli esseni invero non disconosce¬ 
vano il tempio, lo onoravano con donativi ; ma repu¬ 
tando impuri i sacrifici di vittime animali, sconsacra¬ 
vano in conseguenza il centro sociale e religioso del culto 
che era il grande altare dei sacrifizi, e profanavano la 
liturgia. Era il termine di superamento d’ una reli¬ 
gione ridotta a una pura espressione di riti esteriori. 
L’ audace novità della riforma deuteronomica aveva il 
suo sigillo. I sacerdoti crearono a loro vantaggio la le¬ 
gislazione teocratica, rendendo vano l’oracolo e vana 
la parola dei profeti ; ma vennero ad uccidere perciò 
il principio vitale dello spirito ebraico. La religione 
costretta nei materiali vincoli del culto esterno, con 
i quali V avevano aggiogata alla loro fortuna, deperì, 
venne meno ; e la legge, con la quale credettero identi¬ 
ficarla, sfuggì loro di mano, e diventò contro di loro 
argomento in bocca agli avversari. Ma che cos’ era la 


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legge, parola morta, <li fronte a quella viva di sacer¬ 
doti e profeti, mortificata appunto dalla legge? L* ansia 
delle memorie non turbava i riposi de’ sadducei, oggi 
che il sacerdozio, educato al pensiero ellenista, aveva 
perduta la fede ; ma i farisei sbigottivano al truce ri¬ 
cordo, .sentendo vie più che la legge arida e grave ormai 
non poteva sostituire la parola profetica, fluente linfa 
dell’ anima. E il dolor fariseo si concentrava, come in 
un disperato abbandono, nel grido supplichevole alla 
divinità provvidente: «Non v ? è più profeta!» (6). 

Ma intanto che il fariseismo, irretito nei lacci entro 
cui T avevano gettato i sacerdoti, cercava indarno nella 
« tradizione » la virtù religiosa emulatrice del « pro¬ 
feta », un vigor nuovo come di rinascita agitava V antica 
anima ebraica. 1/ immenso commovimento di popoli 
e di civiltà, che da più di tre secoli esaltava, come 
oceano tempestoso. V Oriente alla ricerca di nuovi prin- 
cipii religiosi, non indarno aveva attratto il giudaismo, 
di là dalla sua legge nazionale, in seno alla vastissima 
corrente del mondo ellenista. L* urto di tante onde di 
pensiero aveva abbattuto e travolto, nel fatale naufra¬ 
gio dell* antichità, le credenze di un tempo ; ma una 
nuova coscienza religiosa, come creazione dal caos, poco 
a poco veniva ad emergere ed inalzarsi, V ali aperte, 
al cielo. Il giudaismo anch’ esso dovè seguire i suoi 
fati ; e a gara con i popoli dell’Asia e del Mediterraneo 
correre incontro al suo rinnovamento, innanzi che i 
destini della storia ne sigillassero il termine dell' esi¬ 
stenza. 

E V esaltazione dell* anima, anelante per V infinito, 
apparve come un rifluire di vita nelle vene inaridite, 
e una nuova effusione dello Spirito sopra la terra, quale 
un dì nel nome di Dio la predisse il profeta : 


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331 — 


« Riverserò allora lo spirito mio sopra tutta la 
carne ; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno. I 
vostri vecchi avranno sogni, e i vostri adolescenti ve¬ 
dranno visioni. Fiuo sopra gli schiavi e le schiave in 
quei giorni riverserò il mio spirito» (7). 

E creati dalla forza dello spirito, sorsero profeti 
nuovi. E la rivelazione del futuro nella vita dell' uomo, 
e nei destini delP umanità, tornò ad essere il principio 
animatore del popolo eletto, la preoccupazione assil¬ 
lante degli eroi dello spirito. Il profeta Menahem, un 
esseno, preannunzia il regno a Erode, e P ira di Dio per 
i suoi futuri misfatti. Simone, un altro esseno, spiega 
un sogno alP etnarca Archelao, d’ onde ricava che re¬ 
gnerà dieci anni. Un profeta samaritano eccita i suoi 
correligionari a cercare i vasi sacri che Mosè nascose 
entro il Garizini, e con i suoi discepoli è fatto massa>- 
crare da Pilato. Sono dispersi indizi di un movimento 
profetico, di cui poco dimostrasi invero alla superficie 
della storia, perché le rivelazioni di più grave momento 
avevano carattere segreto, soprattutto le relative alla 
fine del mondo, e non erano partecipate che ai propri 
amici o discepoli (8). 

6. Giovanni il « Battezzatore ». 

In quei giorni «apparisce nel deserto Giovanni il 
Battista, a predicare un battesimo di penitenza in re¬ 
missione dei peccati » (9). La tradizione evangelica, 
già lo notammo, ha trasformato in un simbolo quell’ au¬ 
stera figura. In nessun modo Giovanni fu annunzia- 
tore del prossimo avvento del Cristo, e precursore di 
Gesù; ma invece si mostrò profeta autonomo ed ori¬ 
ginale. Che provenisse, come narra Luca, di famiglia 


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— 332 — 


sacerdotale, è mera leggenda, nata e formatasi tra i 
suoi discepoli, nei decennii seguiti alla sua morte. Con¬ 
veniva di attribuire a un capo di setta 1’ autorità sa¬ 
cerdotale, come a Gesù convenne, poiché fu reputato 
essere il Cristo, la discendenza dalla famiglia di David. 
Giovanni fu realmente uomo del popolo, come 1’ antico 
suo predecessore e conterraneo Amos nel deserto di 
Giuda e senza dubbio visse pari ad Amos, pastore o 
agricoltore che mai fosse, del sudore della sua fronte. 
Fu popolano, e intese a predicare la redenzione del 
popolo. 

L’indole della sua predicazione, che accentrasi nel 
rito del battesimo — la immersione, cioè, che il peni¬ 
tente faceva di sé stesso tutto quanto nell’ acqua del 
Giordano — fa pensare che fosse in relazione con gli 
esseni, frequenti in quel deserto, se non proprio esseno 
anche lui. Il suo battesimo aveva un carattere sacra¬ 
mentale, che ne dimostra come fra gli esseni V origine 
ellenistica, e somiglia soltanto esteriormente al batte¬ 
simo, o purificazione giudaieo-levitica, che imponevano 
ai gentili i farisei nel diventar proseliti del giudaismo, 
il rito di Giovanni era non per gli estranei, ma per i 
Giudei. Giovanni non chiamava al suo battesimo né 
l’aristocrazia sacerdotale dei sadducei, né la borghe¬ 
sia farisea ; volgevasi alla plebe. Egli sapeva già che i 
farisei, e i sadducei non meno, reputavansi uomini 
puri, e mai non si sarebbero curati nemmeno di vol¬ 
tarsi per guardare l’ammonitore plebeo. Non al fa 
sto de’ sadducei, né all’ orgoglio de’ farisei, ma bensì 
all’ umile popolo potevano dirigersi rampogne come 
le sue : 

« Razza di vipere ! Chi v’ ha mai persuasi di sfug¬ 
gire all’ ira ventura? Ma fate frutti degni di penitenza; 


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— 333 — 


e non prendete a dire entro voi stessi : Abbiam per pa¬ 
dre Abramo. Io v’ assicuro che Dio da queste pietre 
medesime può far nascere figli ad Àbramo. E già la 
scure è posta alla radice degli alberi ; e ogni albero che 
non fa buoni frutti, sarà tagliato e dato al fuoco » (10). 

« E Giovanni era vestito con una pelle di cammello, 
e mangiava locuste e miele selvatico » (11). La tradi¬ 
zione offre in queste parole la leggendaria rappresen¬ 
tazione dell’immagini tetre che agitavano V anima del 
profeta. Come Amos e Geremia, Giovanni è un pessi¬ 
mista. Nauseato della corruzione che rode la compagine 
d’ ogni classe sociale, e più che altrove ferve in Gerusa¬ 
lemme, la « santa » città, volge incontro al futuro lo 
sguardo pien di corruccio, e non vede nel giudizio im¬ 
minente di Dio che gli effetti tremendi del peccato, 
la distruzione e il nulla. Il giorno dell’avvento di Dio 
sulla terra, sarà di sterminio ; e non solo per le genti 
traviate nell’ errore dei secoli, ma eziandio, e singolar¬ 
mente, per le classi giudaiche, che il vero Dio conob¬ 
bero e furon ribelli. Colpirà tutti ugualmente la di¬ 
vina condanna ; soprattutto coloro che conobbero la 
verità e la giustizia, e furono ingiusti, mendaci. Ma 
la povera plebe che pecca nell’ ignoranza, V umile plebe 
che soffre la tirannide sacerdotale, quella merita di es¬ 
sere salvata. E Giovanni la chiama al suo battesimo. 

Giuseppe Flavio in accordo con la tradizione evan¬ 
gelica, ma in senso storico più vivo, accenna che Gio¬ 
vanni s* era fatto, predicando, molti discepoli (12). 
Quando apparve sul Giordano a battezzare, in pubblico 
atteggiamento, senza dubbio Giovanni non era ignoto 
ai conterranei. Da tempo essi dovevano conoscere Y uo¬ 
mo severo semplice inflessibile, che passava la vita sul 
lavoro, ed aveva per tutti parole eh’ erano idee. Ed 


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— 334 — 


oggi che d’un tratto era disceso lo spirito di Dio 
sopra di lui, ed egli era venuto presso Gerico, la città 
di delizie sadducea, predicando in riva al Giordano Li 
penitenza e il battesimo, nell* imminente attesa del 
giudizio sterminatore, certo il popolo non gli mancò. 
Simili apparizioni eccitavano al sommo V entusiasmo 
degli animi tesi, e prorompevano subito in dimostra¬ 
zioni politiche. Ma V autorità vigilava ; sopprimeva 
spietatamente. 

7. La morte del profeta. 

È difficile dire il perché Giovanni essendo a Gerico 
— forse per i festivi pellegrinaggi al tempio — non si 
trovò di fronte Caifa Gran Sacerdote, cui spettava la 
polizia di quel territorio.Ma Caifa era uomo troppo 
abile, per non cavarsi d’impaccio in altre maniere. 
Forse fu lui ad istigare Antipa, di toglier via di mezzo 
in qualche modo V uomo troppo loquace. E Giovanni, 
passato il Giordano, vi fu arrestato per ordine del te- 
trarca di Galilea. 

La tradizione evangelica assegna come causa del- 
T arresto una frase del Battista, il quale avrebbe bia¬ 
simato Antipa — o Erode come dicono i vangeli — di 
essersi congiunto in matrimonio con la moglie un 
fratello, cosa vietata dalla legge. 

« Infatti Erode fece arrestare Giovanni, lo incar¬ 
cerò a motivo di Erodiade, moglie di Filippo suo fra¬ 
tello, che aveva sposata. Perché Giovanni diceva ad 
Erode : Non ti è lecito avere la moglie di tuo fratello. 
Onde Erodiade lo insidiava, cercava di ammazzarlo, e 
non poteva ; ché Erode temeva Giovanni, sapendolo 
uomo giusto e santo, e lo proteggeva ; sentendo lui ri- 


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— 335 — 


malleva sopra pensiero, e volentieri lo ascoltava. Un 
dato giorno, però, che per V anniversario della sua na¬ 
scita Erode a’ suoi ministri e dignitari e a’ principali 
della Galilea dette un banchetto, la figlia d’ Erodiade 
entrò a danzare, e piacque a Erode e a’ convitati. Onde 
il re disse alla fanciulla: Chiedimi ciò che vuoi, ed io 
te lo darò. Poi le giurò: Qualunque cosa chiedi, io ti 
darò, foss’ anche la metà del mio regno. Costei uscì, 
e domandò a sua madre: Che cosa debbo chiedere? 
Ella disse : La testa di Giovanni il Battista. E subito 
rientrata sollecita presso il re, gli domandò : Voglio 
che nell’ istante tu mi dia la testa di Giovanni il Bat¬ 
tista. E il re fu grandemente rattristato, ma per ri¬ 
spetto al giuramento e a’ convitati non volle contra¬ 
riarla. E mandò un carnefice con l’ordine di recare la 
testa di lui ; ed egli andò e in carcere lo decapitò, e recò 
la sua testa sopra un piatto. E la dette alia fanciulla, 
e la fanciulla poi la dette a sua madre. Avutane notizia 
i suoi discepoli, portaron via il suo corpo, e lo depo¬ 
sero entro la tomba » (13). 

Il racconto, semplice e tragico, mirabilmente ritrae 
i costumi delle piccole corti orientali ; ciò non è suffi¬ 
ciente, però, a garantirne la verità storica. Tralasciamo 
di considerare, che il marito lasciato da Erodiade, in 
cambio di Antipa, non era Filippo, il quale aveva in¬ 
vece sposato Salome, la figlia d’ Erodiade eh’ è anonima 
nel testo evangelico. Anzi, non insistiamo neanche sul 
fatto che, accettata la storicità di questa narrazione, 
si disordina V unica cronologia possibile de’ vangeli 
in rapporto alla vita di Gesù. Ma non si può celare che 
il racconto contradice espressamente alla notizia data 
dal Flavio, che Giovanni, arrestato, fu internato nella 
fortezza di Machero sulle rive orientali del mar Morto. 


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— 336 — 

Era ben naturale ; il Battista passava là oltre, quando 
cadde in potere del tetrarca. Dato questo, la scena del 
vangelo è impossibile come dato storico, mentre Antipa 
trovavasi a banchetto nella sua residenza a Tiberiade 
in Galilea. 

La narrazione evangelica non è che una leggenda. 
A tutt’ altro pensava il tetrarca, e lo accenna anche il 
Flavio, che a sentire volentieri il Battista o ad usargli 
riguardo. Il racconto poco a poco s’ è formato nella 
comunità de’ suoi discepoli, forse verso P anno 40, che 
il nipote di Erode» Agrippa I, regnava in Giudea. Non 
potendo negare che Giovanni fosse morto giustiziato 
per ordine di Antipa, cercarono di togliere P odiosità 
del fatto, nelP opinione pubblica lesivo dell’ onore del 
loro maestro, affermando che Antipa voleva bene a 
Giovanni, e eh’ era stato causa della morte il capric¬ 
cio crudele di una donna. Anche i cristiani vollero sca¬ 
gionare Pilato della condanna di Gesù, e riversarne 
invece la colpa sui Giudei. 

Il vero è che Giovanni, per motivi di pubblica quiete, 
ebbe il capo mozzato come ogni altro agitatore politico, 
in quegli anni tremendi ; e forse nella morte egli non 
seppe che la scintilla della sua parola, tra la folla di 
oscuri venuti al suo battesimo, aveva acceso in un’anima 
la fiamma di un incendio inestinguibile. 

NOTE. 

(1) SchCrer, Geschichte des jiidischen Volkes, I, pp. 346 segg. 

(2) Sciiùrer, op. cit. pp. 377 segg. 

(3) Uno di questi « zelanti t> figurerà poi tra i dodici apostoli, 
in persona di Siraone detto appunto in Luca (VI, 15) ZrjXfottjg. 

(4) ScHtlRER, op. cit. pp. 408-411. L’ avversario di Pilato, 
che ha lasciato di costui un pessimo giudizio, ò Agrippa I, le cui 


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— 337 — 


* 


parole ci sodo state conservate da Filone, Ad Caium , 38 : quivi 
stesso è descritto come nomo « di carattere inflessibile, duro e 
pien di arroganza ». 

(5) SchUrer, op. cit. II, pp. 467-493 ; Bertholet, Die jiidi- 
eche Religion , pp. 311*323 ; Bousset, Die Rcligion dee Judentume , 
pp. 524-536. La derivazione del nome di « Esseni » o € Essei » è 
ignota : pare che significhi € Devoti », e provenga dalla duplice 
forma plurale aramaica di XDn > semplice |*Dn ’Eoorjvol, o enfa¬ 
tica K*pn ’Eooaìot. 

(6) Bousset, op. cit. pp. 452-458. 

(7) Joel II, 28-29 ; Bertholet, op. cit. pp. 139-144. 

(8) A questo punto dovrebbero prendersi in considerazione, 
come documenti di coscienza sociale, le « Odi di Salomone », se 
fossero in realtà da credere composte in seno al giudaismo, verso 
quest’epoca (e quindi interpolate in senso cristiano), come vuole 
▲. Harnack, Ein judisch-christliches Psalmbuch ausdem ersten Jahr- 
hundert (Leipzig 1910). Ma per me non vi è dubbio, che le bellissime 
Odi siano di origine invece schiettamente cristiana (verso il prin¬ 
cipio del secondo secolo) ; ben altro spirito vi aleggia dentro, da 
quello del giudaismo, per quanto si tratti di uno scritto a ten¬ 
denza « giu dai zzante ». Nulla dimostra, come P Harnack vorrebbe, 
che lo scrittore sia un Giudeo, e ohe all’epoca sua esista il tem¬ 
pio di Gerusalemme ; ma bensì, che Gerusalemme e il loco santo 
del tempio rimane il centro immutabile della religione nel mondo. 
La tentata dimostrazione dell’ Harnack si agita aifatto nel vuoto. 

(9) Marco I, 4. 

(10) Luca III, 7-9 : è probabile che Luca usufruisca di un’an¬ 
tica tradizione giovannita ; anche 1’ Harnack, Spriiche und Reden 
Jeeuy p. 88, la inserisce nella sua ricostruzione dei logia. 

(11) Marco I, 6 ; secondo il testo ricostruito da J. Wellhau- 
sen, Dae Evangelium Marci (Berlin 1909) p. 4. — Le locuste, o 
cavallette, miste con polpa di fichi secchi, sono anc’ oggi cibo 
ordinario fra i beduini palestinesi. 

(12) Giuseppe Flavio, Anfiq . XVIII, 5, 2 : € Erode uccise 
costui, un buon uomo, che ammoniva i Giudei di essere virtuosi 
e giusti gli uni con gli altri, e devoti verso Dio, e che si faces¬ 
sero battezzare. Poiché il battesimo gli appariva gradito, purché 
non venisse usato qual rimedio ai peccati, ma per la purificazione 
del corpo, a dimostrare la purità dell’anima per la giustizia. E 

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poiché altri si noi vano a lui, profondamente commossi all 1 udire 
le sue parole, Erode temè che tanta influenza sopra la gente po¬ 
tesse eocitare una sommossa, poiché seguivano in tutto i suoi con¬ 
sigli ; e peroiò stimò meglio di prevenire i suoi propositi di no¬ 
vità col trarlo via di mezzo, piuttosto che aversi dopo a pentire 
della rivolta già avvenuta. Così Giovanni per l’odio di Erode fa 
incarcerato nella già mentovata fortezza di Machero, e quivi uc¬ 
ciso ». 

(13) Marco\ I, 17-29; Wkllhacjsen, op. cit. pp. 45-47; Loisy, 
Le$ Kvangiles Synoptiques I, pp. 916-929. 


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Capitolo Undecimo. 

Il Profeta. 


Dai pascoli di Betleem adouisiaci, ni’internai pere¬ 
grino in primavera per P alto montuoso deserto di 
Giuda, sparso di radi arbusti. Dalle cime dove fu Tecoa 
in* inoltrai tino a’ margini, sotto di cui sprofonda il 
mare Morto, e scesi cautamente tino a metà del bara¬ 
tro, per i dirupi orridi, alla fonte di Engaddi. Era di 
sera, e i raggi d’ occidente rimbalzavano in vividi co¬ 
lori per la vasta conca ferrigna. Pochi alberi irti di tri¬ 
boli, coi loro vuoti ed aridi « pomi di Sodoma », inter¬ 
rompevano a pena la desolata monotonia del paese. 
Dalle fumide esalazioni del mare fremente liberatami 
un tenue vento. Ululanti sciacalli percorrevano, come 
insaziati demoni, il silenzio della notte oscurissima. 
E al mattino discesi giu nel fondo, sino alle rive sparse 
d’asfalto e di sale, e gustai sulla punta dell’ indice 
V amaro interminabile dei gravi flutti. Per i campi di 
Sodoma raggiunsi i valli quasi intatti di legioni ro¬ 
mane ; e inerpicatomi su per V erta parete mi arram¬ 
picai fiuo alla cima, ed aggrappato all’ aggere romano, 
scavalcai finalmente i propugnacoli della fortezza di 
Masada, rifugio inespugnabile di tutte le rivolte giudee. 
Sulle meste ruine, che videro tante disperazioni, fol¬ 
gorava il sole implacabile dal cielo bianco e privo co¬ 
stantemente di nubi ; e risonava cupo il sotterraneo al 


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silenzioso muovere dei passi. Dovunque dal fastìgio 
di quella rupe immensa Y occhio vagante per la solitu¬ 
dine dominava su regni della morte, fino alle opposte 
rive di Machero ; e la landa vastissima, coperta da un 
crudele biancore, pareva non dovesse risorgere più mai, 
eternamente uccisa dalle folgori del sole inimico. Quale 
orribile maledizione pesava dunque nei secoli sopra i 
destini umani? Perché la vita è un lutto, e la speranza 
un desiderio vano? (1). 

E con V animo pieno di lacrime lasciai quel tristo 
mondo, e risalii per la campagna nuda, ove fu Gerico, 
le rive del Giordano. E poco a poco vidi la profonda 
vallata, aspra di triboli, cambiarsi in lussuriosa fecon¬ 
dità di messi, vie più che m’ inoltravo incontro ai verdi 
monti di Galilea. Piani e colline floride ardevano liete 
del sole, maturante la messe, e per i prati sparsi del 
sangue degli anemoni il candore estremo dei fiori de¬ 
periva esausto in un dì, per la troppa letizia di vivere. 
Ho io dimenticato forse il giorno, che dalP alveo nero 
di basalto del fiume sacro ascesi per la ripida costa 
su Paltipiano gaulanita? Dalle splendide altezze soli¬ 
tarie, sparse di gigli, d’ un tratto vidi cupido la molle 
conca del lago profonda aprirsi fino ammonti opposti, 
al cui piè sorge ancora Tiberiade ; ed irradiava il sole 
una fervida luce, ovunque per i verdi piani e i colli e 
le montagne erette a specchio della limpida distesa del- 
Y acque. La gloria dei cieli mi parve incombere sopra 
la terra, ed elevarsi i monti a sostenere la volta in¬ 
comparabile di un tempio paradisiaco. Dalle eteree 
dimore scendevano sulla terra i divini, mentre, Fanima 
compenetrata d’immortalità, giù per le balze verdi 
andavo incontro alla beata riva. Grave e fragrante in¬ 
torno V atmosfera assopiva in dolci languori lo spirito 


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meditabondo, cullato dal soave avvicendarsi delle onde. 
Egli fu qui. Per entro la verde chiostra ch’io vedo, 
gli rivelò dapprima la vita i suoi misteri. L’anima sua 
generata da colei che nell’ universo unica eternamente 
è vergine e madre, la divina Natura, di qui si ricon¬ 
giunse alla divinità, per la virtù dell’infinito amore (2). 

1. La patria di Gesù. 

Là dove oggi è silenzio e solitudine, ferveva allora 
intensa la vita commerciale e politica. Molte borgate 
e città, di qua e di là dal lago oblungo, sorgevano a 
occidente del pari che ad oriente, e imbarcazioni in 
gran numero da commercio e da pesca lo percorrevano. 
Il lembo settentrionale, là onde deriva il Giordano, era 
un centro floridissimo d’incrocio delle vie carovaniere 
della Siria con quelle provenienti dall'Arabia. La ra¬ 
gione orientale, cui sovrastano i contrafforti dell’ al¬ 
tipiano di Gaulan, onde varie città come Gamala, 
Bippos, Apheka dall’alto proiettavano sul lago 1’ im¬ 
magine dei loro colonnati, faceva parte della tetrarchia 
di Filippo. In Cesarea, presso la vastissima grotta di 
Pan, da’ cui recessi oscuri grosso erompe il Giordano, 
s’ era il tetrarca edificata la sua principesca dimora ; 
ma pure sulla sponda del lago amenissimo, a setten¬ 
trione dov’ era il borgo di Betsaida, aveva costruito 
una bella città di stile greco, a cui dette, in onore di 
Giulia figlia d’Augusto, nome di Julia. 

La riva occidentale, men dirupata e a vicenda di¬ 
sposta in colline fiorenti, e in fertilissimi piani, cele¬ 
bre soprattutto quello assai vasto di Genesaret, faceva 
parte invece del territorio di Antipa. Cafarnao, Mag- 
dala, altre borgate e città intorno e presso il lago, 



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facevano lieta corona. Ma tutte erano state di recente 
oscurate dalla nuova città che in riva al lago Antipa 
aveva fatto costruire per sua residenza (a. 17) e in 
onore di Tiberio imperante aveva nominata Tiberiade. 

La popolazione del lago era delle piu miste. Se 
1’ elemento giudaico vi fosse in prevalenza, è difficile 
determinare. Da tempi remoti era quello un distretto 
abitato da genti di varia stirpe, particolarmente ara- 
rnea — e V aramaico v’ era parlato da tutti ; — ed 
oggi molti greci vi si erano aggiunti, per guisa che il 
paese aveva acquistato un carattere spiccatamente el¬ 
lenista. Hippos, sull’ altipiano, ferace di cavalli, era 
città interamente greca, e erosi del pari Gadara a poca 
distanza dal lago, che al pari di Hippos faceva parte 
della « Deca poli » istituita da Pompeo. E Tiberiade 
stessa non era propriamente abitata da Giudei, i quali 
ricusarono per molti decennii di andare a dimorarvi, 
perché sorgeva sopra le rovine di un cimitero antico. 
Vita e costumi e riti del gentilesimo quivi si mesco¬ 
lavano col giudaismo; presso le sinagoghe, direi quasi, 
sorgevano i templi idolatrici. Molto a disagio trova- 
vasi sul lago di Tiberiade il devoto giudeo ; là piti che 
altrove occorreva minuta conoscenza della legge, per 
isfuggir le occasioni di trasgredirla usando del conti¬ 
nuo con i gentili di cui rigurgitava il paese. Il fari¬ 
seismo vi era più rigoroso e guardingo, sì da riuscire 
a distinguersi dalla folla dei peccatori. E peccatori 
chiamava il devoto giudeo, istrutto nella legge e zela¬ 
tore di fariseismo, non solamente i gentili, ma gli stessi 
Giudei del basso popolo, cui era mal nota, la legge, e 
che nelle molteplici relazioni col mondo facilmente la 
trasgredivano, non avendo altra norma d’ agire che la 
propria coscienza morale (3). 


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— 343 


2. La vocazione divina. 

La vita di Gesù rimane avvolta nel più profondo 
mistero fino al momento del battesimo. La tradizione 
evangelica in quella circostanza lo qualifica venuto da 
Nazaret di Galilea, e senza dubbio intende con ciò si¬ 
gnificare il suo paese nativo. Ma dove era mai Naza¬ 
ret? Il vangelo di Marco non dice che fosse una « cit¬ 
tà » ; e Luca accenna alla « città » di Nazaret in un 
racconto che troppo tradisce il suo carattere del tutto 
simbolico. Invece le esigenze narrative di Marco per¬ 
suadono a non cercare Nazaret lungi dal lago, e a non 
la credere identica a quella determinata dalla tradi¬ 
zione ecclesiastica, a più di trenta chilometri dalla 
riva settentrionale. Da Marco apparirebbe, come ve¬ 
dremo. che Nazaret non fosse da Cafarnao più lontana 
di una camminata. Era probabilmente una semplice 
località ; forse non lungi dalla pianura di Genesaret, 
la fertile campagna in riva al lago, presso Magdala e 
non lungi da Cafarnao, nominata anche nel Talmud e 
presso antichi scrittori (4). 

Il racconto evangelico dimostra che Gesù nacque 
di famiglia povera, e assai numerosa. La madre sua 
chiamavasi Maria, i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, 
Giuda e Simone ; i nomi delle varie sorelle non ci fu¬ 
rono tramandati. Nei rapporti di lui con la famiglia, 
come vedremo, il padre non apparisce, anche là dove 
pure dovrebbe ; segno che, quando Gesù iniziò la sua 
predicazione, esso già morto. È impossibile deci¬ 
dere se avesse nome Giuseppe, come vogliono Luca e 
Matteo, del resto riportando tradizioni affatto leggen¬ 
darie. Gesù crebbe povero, costretto a procurarsi di 


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che vivere, come gli altri fratelli, col lavoro. Che fosse 
di mestiere falegname, non si può dire con sicurezza ; 
la parola del testo evangelico ha il generico significato 
di « operaio ». Che sapesse leggere e scrivere, privilegio 
allora di dotti, non si rileva dalla tradizione di Marco ; 
il racconto evangelico dimostra che non aveva neppure 
quella media cultura, propria in genere dei farisei, e 
di cui un esempio ci è rimasto in persona di Paolo. 
Tuttavia non può dirsi che fosse un volgare ignorante. 
Partecipando con P anima fervida e intenta ai moti 
religiosi del suo tempo, superò ben presto i confini del 
viver plebeo, e raggiunse con P agile pensiero le alti¬ 
tudini spirituali (5). 

« Ed in quei giorni accadde, che Gesù venne da 
Nazaret in Galilea, e da Giovanni si fece battezzare 
nel Giordano» (6). Così la storia dissigilla in Marco 
il mistero della vita di Gesù, dopo avere accennato al 
precursore. Animato da quali sentimenti, da quali spe¬ 
ranze, lasciò la patria? Fu triste o lieta, dunque, la 
sua fanciullezza? Come gli apparve P universo e Dio, 
in ispecie d’amore o di dolore, quando allo spirito 
rivolto al cielo dapprima fu rivelata P esistenza di un 
mondo migliore? Che idee, quali entusiasmi dettero 
primi impulso alla sua fede? Chi accese in lui la virtù 
della divinità? Non lo sappiamo. Bensì possiamo dire 
che il battesimo rende testimonianza, eh’ ei dovesse 
credersi peccatore. Egli dunque non appartenne agli 
eletti d’Israele ; non ebbe la coscienza del puro giu¬ 
daismo, né P anima sua fu educata al fariseismo. Per 
lui la legge non fu tutta la religione, né reputò la 
legge causa unica di santità. Nella legge si rifugiava 
il devoto Giudeo, e tuttavia peccando traeva soltanto 
da quella motivo ed argomento a purificarsi. Gesù non 


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crede, invece, pienamente alla legge ; Giudeo abituato, 
più che convinto, a vivere secondo la legge. La legge 
dà coscienza a’ veri Giudei di essere nel novero dei 
giusti e dei santi ; ed invece Gesù si considera un pec¬ 
catore. Uomo come gli altri, senza i soliti pregiudizi 
giudaici, passò la vita sua non fra gli eletti, separato 
dal volgo dei gentili, ma visse fra i peccatori, coi gen¬ 
tili e alla guisa dei gentili, e peccò al pari di tutti, e 
sente ora il bisogno della gran redenzione dalle colpe 
di gioventù, al principio della sua virilità. Crede in 
Dio e nel prossimo avvento del suo regno con la inge¬ 
nuità d’ un fanciullo. La voce di Giovanni è per tutti, 
per lui più di tutti, un ammonimento supremo. Dalle 
profondità del suo spirito una indomabile forza lo spinge 
in alto ed agita, mentre d’intorno a lui tranquilli e 
ignari gli uomini vivono paghi ancora di sé. Chi può 
non obbedire a Dio che chiama? Gesù lascia il lavoro 
quotidiano, indegno di lui, e trepidando va dove lo 
spirito vuole. 

La tradizione evangelica, armonizzando col batte¬ 
simo la elezione di Gesù a Figlio di Dio, esprime senza 
dubbio in maniera simbolica un dato storico. Il batte¬ 
simo non fu per Gesù, come sarà stato per tanti, un 
qualunque episodio della vita, provocato piuttosto dal 
timore superficiale d’ un avvenire oscuro ; fu V espres¬ 
sione fervida di tutto V essere. La parola, V esempio 
di Giovanni, in lui furono vitale energia, che trasfigura 
in sé V anima umana, e finalmente svela all’ immortale 
il suo destino all’ immortalità. Il giovane operaio di 
Galilea, battezzato, sentì d’ esser profeta ; e non potè 
non essere un profeta. 


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3. La tentazione di Satana. 

« E subito lo spirito lo portò via nel deserto ; e 
stette nel deserto quaranta- giorni, colà tentato dal 
Satana ; e visse con le fiere, e lo servivano gli an¬ 
geli » (7). La tradizione ha già in Marco, tanto piu 
in Luca e Matteo, una forma simbolica ; ma nulla vieta 
che sia V interpretazione messianica di un fatto sto¬ 
rico. In preda a* suoi pensieri, Gesù dopo il battesimo 
errò per breve tempo solitario nel deserto di Giuda, e 
visse nella patria degli esseni, confuso tra i seguaci 
di Giovanni. I propositi eccelsi che aveva osato for¬ 
mare, nell’ istante solenne del battesimo, ora lo sbi¬ 
gottivano. Non temeva gli uomini, no. Che cosa possono 
gli uomini, di fronte a Dio? E Dio lo ispirava, e ron- 
devalo invulnerabile ai colpi della potenza umana. Ma 
lo atterriva l’idea, che la missione profetica, cui s’era 
dato, importava una lotta fatale contro Satana e i de¬ 
moni innumerevoli. Era un combattere d’ uomo contro 
i « Divini », che ardivano misurarsi con Dio nel con¬ 
tendergli V impero del mondo, ed ogni giorno pare¬ 
vano approssimarsi vie più alla vittoria finale. 

Dovunque oggi nel mondo signoreggiavano i demoni, 
e con loro il peccato il dolore ogni male regnava sopra 
la terra. Emersi dalla tenebra sotterra, fetide esala¬ 
zioni dell’ inferno, i demoni in orda infinita s’ erano 
sparsi nel mondo, riempivano di sé l’ aria e la terra, 
corrompendola e mortificandola, in caccia sempre del- 
V uomo per indurlo al peccato, operare il dolore e la 
morte dal di fuori con i loro maligni propositi, o, po¬ 
tendo. riuscire in ogni modo a penetrare in lui, pos¬ 
sederlo come loro dimora prescelta, straziarlo con i 


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morbi die in lui sape va n produrre, ed alla fine ucci¬ 
derlo. La credenza nei demoni per Gesù è ben altra 
cosa die un puro principio teorico ; egli, non meno di 
un arabo palestinese moderno, li sente intorno a sé, 
li vede, ci parla, quando sull 7 imbrunire essi ascendono 
in frotte dalla terra, qua e là vagolanti ululanti (8). 
Oh ! chi potesse ricacciarli giù nel profondo, eterna 
loro dimora. Ma V uomo è conquiso dalla loro tremenda 
presenza ; V uomo solo non ardisce, non può. Solo Dio 
vince i demoni con la sua onnipotenza , se 1’ uomo non 
fa ostacolo all 7 opra divina nel mondo, e se coopera, 
per quanto è in sé, al trionfo di Dio. Lo spirito di Dio 
caccia i demoni ; e V uomo redento, che sa e sente di 
possederlo, può tutto contro i demoni, perché trionfa 
in lui l 7 onnipotenza divina. La redenzione dell 7 uomo 
dal potere dei demoni, è la liberazione del genere 
umano e del mondo dai principii del male, è per sé 
stessa l 7 avvento del regno di Dio sulla terra. Un 
tempo anche Gesù fu preda di Satana, visse in balia 
de’ demoni ; redento e liberato in virtù del battesimo, 
indarno oggi il Satana tenta di riaverlo in suo possesso. 
Lo spirito di Dio Uoccupa tutto, lo riempie di sé, né vi 
lascia adito al demone : e il demone vinto lo teme, per¬ 
ché sa che in Gesù opera Dio. 

« Quindi poiché Giovanni fu imprigionato, Gesù si 
recò in Galilea, a predicar l 7 e vangelo del regno di Dio. 
e diceva : Il tempo è compiuto, ed è prossimo il regno 
di Dio. Fate penitenza » (9). L 7 arresto del Battista 
è un nuovo terribile effetto dell 7 arcana potenza di Sa¬ 
tana. Il profeta cacciato a morire nel fondo di un car¬ 
cere, per aver annunziato l 7 avvento di Dio giudice 
giusto e severo ; dispersi i suoi discepoli, e costretti 
al più duro silenzio, l 7 opera redentrice di Dio sulla 


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terra ancora una volta interrotta; Satana ha vinto. 
Lo spirito di Gesù non si abbatte nell’ avversità, ma ne 
trae nuovo slancio di fede. Possono forse gli uomini, 
possono i demoni resistere a Dio onnipotente? L’età 
del suo regno è vicina ; egli lo vuole, e P uomo può 
volere con lui fiducioso. Giovanni ha parlato ; ora par¬ 
lino quelli che intesero la sua parola. 

4. Principio dell’era messianica. 

La tradizione evangelica è più oscura che mai sul 
principio del ministero di Gesù in Galilea. Rileviamo 
bensì che, tornato sulle rive del lago, non s’interessa 
più della famiglia, e si dà tutto all’ opera per la quale 
si sente chiamato. « Passando in riva al lago di Galilea 
vide Simone e Andrea, fratello di Simone, gettar le 
reti in acqua ; ché eran pescatori. E Gesù disse loro : 
Seguitemi, eh’ io vi farò pescatori d’ uomini. E tosto 
essi lasciarono le reti, e lo seguirono. E andando poco 
più oltre, vide Giacomo, figliuolo di Zebedeo, e Gio¬ 
vanni suo fratello, in una barca, a rassettare le reti. 
E tosto li chiamò, e lasciarono il loro padre Zebedeo 
nella barca coi mercenari e lo seguirono » (10). 

Come Gesù riuscì a fare i primi discepoli, la cui 
vocazione è narrata quale opera del Cristo, è più age¬ 
vole supporre che descrivere. Probabilmente erano amici 
coetanei, eh’ egli sapeva animati dagli stessi ideali, già 
innanzi di lasciar la Galilea per recarsi in Giudea, 
e che ora al ritorno infervorò delle ardenti speranze. 
Fra i quattro, Andrea figura, nella tradizione di Marco, 
come persona affatto secondaria; mentre Simone, Gia¬ 
como e Giovanni sono gl’ inseparabili compagni dell’ o- 
pera di Gesù, e testimoni intimi di tutto il viver suo. 


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Simone, detto Pietro ellenisticamente, è il primo di 
tutti. La sua preeminente dignità di discepolo è rile¬ 
vata dal fatto che, come sembra, Gesù lasciata la fami¬ 
glia si stabilisce in casa di lui stesso a Cafarnao, e quivi 
ha V occasione di operare uno de’ suoi primi « miracoli » 
risanando la suocera di lui colta dal demone della feb¬ 
bre. « E tosto — dice al solito Marco — egli andò nella 
casa di Simone e di Andrea, con Giacomo e Giovanni. 
E vi era la suocera di Simone, giacente con la febbre, 
e tosto glie ne parlano. Ed egli avvicinatosi a lei, la 
fece levare, prendendola per mano, e la febbre la lasciò, 
ed essa prese a servirli» (11). 

Al tempo di Gesù predominava la persuasione fa¬ 
talista, che in genere le malattie si dovessero all’ opera 
delle potenze del male, e fossero un effetto naturale del 
peccato, che a’ demoni dava il diritto di esercitar la loro 
attività a danno delP uomo. I morbi specialmente di 
carattere interno e materialmente invisibili, come feb¬ 
bri, paralisi, ed ogni forma di pazzia o di epilessia, 
reputavansi prodotti dalla energia maligna di demoni 
particolari, riusciti a penetrare in corpo all* uomo, e 
a corromperne in questa o quella guisa i principii vi¬ 
tali. La guarigione pertanto non era opra del medico, 
inteso a modo nostro, ma del sacerdote, che per divina 
virtù poteva liberare dal demone il paziente, o redi¬ 
merlo a un tempo dal dolore e dal peccato che ne era la 
causa. I rimedi, per così dire, adoperati in proposito, 
battesimi o lavacri, unzioni con olio o saliva, aliti sa¬ 
cerdotali in faccia al paziente, non possedevano già 
propriamente un valore medicale, ma erano soltanto 
materia e simbolo sacramentale della formula pronun¬ 
ziata dal sacerdote sul malato, nella quale era tutta 
la virtù di guarire e redimere il sofferente, liberandolo 


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col suo celeste potere mugico dal demone, che veniva ri¬ 
cacciato nell’ inferno. 

La riforma deuteronomica aveva reso impossibile 
a’ fedeli giudei di recarsi a interpellare in tutti i casi 
il sacerdote e ottener la sua potente mediazione, quando 
era- in preda al demone di questo o di quel morbo. Spe¬ 
cialmente i Giudei che vivevano lontani da Gerusa¬ 
lemme, usufruivano quindi dell’ opera libera di quelle 
persone, che pur senza appartenere al sacerdozio pote¬ 
vano ugualmente esercitare la medicina a norma del 
metodo allora in vigore. Solo in alcuni casi di morbi epi¬ 
demici, come per la verifica ufficiale della guarigione 
dalla lebbra, V intervento del sacerdote era per legge 
necessario a tutelare i principii della difesa sociale. 
L’ arte medica in genere, pero, era liberamente eser¬ 
citata, e sottratta ai poteri dello stato, perché il valore 
della guarigione in fondo non risedeva nella persona 
che faceva il medico, ma nelle formule magiche, le 
quali, esattamente adoperate, costringevano a inter¬ 
venire contro i demoni a favor del malato la onnipotenza 
divina, infallibile e insuperabile. V’ erano formule po¬ 
tentissime che chiamando per nome qualche arcangelo 
od altri angeli forti in modo speciale contro questo o 
quel demone li obbligavano a mettersi subito a disposi¬ 
zione del medico, per guarire prontamente il penitente. 
Gli esseni, celebri medici, sapevano un gran numero di 
nomi d’angeli; li tenevano, però, segretissimi, perché, 
saputo il nome dell’ angelo in causa, ciiiun pie poteva 
far da medico. In altri casi, invece, per guarire il ma¬ 
lato e liberarlo dal demone, bastava fargli intimazione 
in uome di qualche profeta o qualche savio dell’ anti¬ 
chità o de’ tempi moderni, specialmente conosciuto 
per aver nel suo spirito la forza attiva di cacciare i 


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demoni e guarire le malattie. I demoni die lo fuggivano 
quando egli visse, lo fuggono ugualmente dopo morto. 
Solo chi aveva coscienza di possedere entro di sé lo Spi¬ 
rito, la divina virtù che vince i demoni, come i profeti, 
poteva arrischiarsi a cacciare i demoni dal corpo dei 
malati ed a guarirli, in suo proprio nome, o nel nome di 
Dio che valeva genericamente lo stesso. Così faceva 
Gesù (12i. 

Ovvio è il pensare die siffatte cure non riuscissero 
bene agevolmente. In tal caso la mancata guarigione 
non era attribuita a un difetto della formula sacra 
posta in uso, con buon successo, in altri casi. La colpa 
era o del medico, che non V aveva pronunziata bene, o 
del malato che in qualsiasi modo aveva messo ostacolo, 
con la sua volontà peccaminosa, a che ottenesse la for¬ 
mula sacramentale, cioè 1’ onnipotenza divina insita 
in quella, il suo compimento. Insomma, per parlare 
il nostro linguaggio, la guarigione era 1’ effetto di una 
potente suggestione psichica esercitata dal medico so¬ 
pra il paziente, e che esigeva, per essere attiva e frut¬ 
tuosa, una corrispondenza perfetta di « fluido nerveo » 
tra l’operatore e il malato; esigeva, dicevasi, la fede nel- 
1’ uno e nell’ aJtro. Gesù era in questo senso uomo di 
fede potentissima, e cioè possedeva in alto grado l’ener¬ 
gia suggestiva personale. Marco serba ancora memoria 
della straordinaria virtù dello sguardo che era negli 
occhi di Gesù ; gli altri vangeli sopprimono questi ed 
altri simili accenni all’opera del Gesù storico. Gesù 
raccomandava istantemente, per tal motivo, che aves¬ 
sero fede coloro che a lui si rivolgevano per guari¬ 
gione ; fede nell’ opera sua, nella sua predicazione del- 
V avvento imminente del regno di Dio. Egli era troppo 
pieno dello spirito di Dio, per poter ascrivere le gua- 


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rigioni mancate ad altra causa che alla mancanza di 
fede ne’ suoi ascoltatori. 

La fede era la cosa più difficile ad ottenere dai pa¬ 
zienti ; ed era V argomento d’ ogni medico, che non 
vedeva riuscire a bene le sue cure infallibili. E al ma¬ 
lato non rimaneva che aver pazienza ; e rassegnarsi 
a andare di qua e di là da questo e da quel medico, 
fino a trovar la sua buona ventura. Appena si spargeva 
la notizia, che v’ era un uomo nuovo, capace veramente 
a fare il medico e a guarire da ogni malattia, e a cui 
venisse fatto in realtà di cacciar via i demoni dal corpo 
dei malati, era un subito accorrere di gente alla sua 
porta. Così avvenne a Gesù la sera stessa, dice il van¬ 
gelo, che risanò la suocera di Pietro. 

« La sera , sul tramonto del sole, gli portarono quanti 
avevan male, e gli indemoniati ; sicché tutta la città 
s’ era adunata alla porta. Ed egli guarì molti, soffe¬ 
renti per varie malattie, e cacciò molti demoni ». 

« La dimane, prestissimo all’ alba, levatosi uscì per 
andare in un luogo deserto, e stava là in orazione. E 
Simone gli corse dietro, e gli altri con esso ; e trovatolo 
gli dicono : Tutti cercano di te. E disse loro : Andiamo 
ne’ paesi vicini, sì che là pure io predichi ; ché per 
questo io sono venuto. E andava predicando, e cac¬ 
ciando i demoni ». 

« E dopo alquanti giorni, tornato di nuovo a Ca¬ 
farnao, si sparse eh’ egli era in casa. E tanti trassero 
quivi, che non capivano più nel piazzale davanti la 
porta. Ed arrivò gente a portargli un paralitico soste¬ 
nuto da quattro ; i quali non riuscendo ad accostar¬ 
glielo, per via della folla, scoperchiarono il tetto dove 
egli era, e giù dall’apertura calarono il lettuccio in cui 
giaceva il paralitico. Vedendo la loro fede, Gesù disse al 


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paralitico : Figlio, ti son rimessi i tuoi peccati : io ti 
dico, levati, prendi il lettuccio e torna a casa tua. Ed 
egli si levò, e preso il lettuccio se n 9 andò via dinanzi 
a tutti ; per modo che tutti stupefatti lodavano Dio e 
dicevano: Non abbiam visto mai di tali cose» (13). 

5. La contradizione. 

A questo punto la tradizione evangelica mette Gesù 
in contrasto con i farisei del paese. Essi rappresenta¬ 
vano dovunque la media cultura borghese in seno al 
giudaismo, e, orgogliosi di avere nella legge il conte¬ 
nuto integrale della verità religiosa, a nessuno ricono¬ 
scevano il diritto di agire e di parlare in nome di Dio, 
fuor degli stretti limiti della legge medesima. Gesù che 
alla maniera di Giovanni, e anche più decisamente, 
ignora la legge, e non opera in nome della legge ma 
bensì per lo spirito di Dio eh’ egli possiede, è per i 
farisei non un Giudeo, ma uno dei gentili : non un 
giusto, ma un peccatore. Ed infatti, essi notano ai di¬ 
scepoli, non usa egli, al pari d’ un gentile qualunque, 
con persone alle quali un fariseo si guarderebbe bene 
dall’ usare riguardi d’ amicizia o convivenza? Sentiamo 
Marco : 

« E nuovamente venne in riva al lago, e il popolo 
accorreva intorno a lui ed egli insegnava. Passando per 
là oltre, vide Levi figliuolo d’Alfeo, seduto al dazio, e 
gli disse: Seguimi. Ed alzatosi, quegli lo seguì. Ed ac¬ 
cadde poi che si mise a tavola a casa di lui, e molti pub¬ 
blicani e peccatori sedevano con Gesù e co’ suoi disce¬ 
poli, gli scribi de’ farisei, a vederlo mangiare con 
pubblicani e peccatori, dicevano a’ suoi discepoli : Egli 
mangia insieme con pubblicani e peccatori ? Gesù, che 

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udì, rispose loro : Non i sani han bisogno del medico, 
ma gli ammalati : non sono venuto per chiamare i giu¬ 
sti, ma i peccatori » (14). 

È superfluo mettere in rilievo la profonda ironia 
di queste parole : Gesù, del resto, risponde come era ov¬ 
vio in bocca ad un discepolo di Giovanni il Battista. 
Ma i farisei non disarmano. In fondo essi hanno po¬ 
tenti motivi economici e sociali, per contradire Gesù 
e non dargli tregua. Anch’ essi, come possono, fanno 
da medici, vanno cacciando i demoni, e le cure ben riu¬ 
scite sono ricompensate. Nondimeno essi combattono 
Gesù a filo di logica. Per èssi Gesù, che non si attiene 
alla legge, è un peccatore, è un gentile, malgrado ap¬ 
parisca un Giudeo. Come riesce, dunque, a cacciare i 
demoni, poi che i fatti non si posson negare? Non certo, 
essi vanno spargendo, per virtù di Dio, ma per mezzo 
del diavolo, come i gentili fanno guarendo i malati. 
Gesù non è un profeta, come da molti si comincia a 
credere, è un emissario di Satana, un ministro di Beel- 
zebub. Non è lo spirito di Dio in lui, ma in lui dimora 
anzi un potentissimo demone, che a’ demoni comanda 
come a’ suoi sottoposti. L’ opera sua di medico per que¬ 
sto è fortunata. Dal loro punto di vista i farisei son 
logici, e non mancano certo fra il popolo molti che 
approvano. Gesù è indignatissimo di questo apprezza¬ 
mento, maligno altrettanto che dialettico, e non può 
sopportare che il carattere vero e genuino di tutta V o- 
pera sua venga falsato tanto perfidamente. Egli prote¬ 
sta contro l y asserzione de’ farisei ; la loro non è tanto 
un’ offesa fatta a lui personalmente, quanto un oltrag¬ 
gio a Dio che opera per mezzo suo, una bestemmia con¬ 
tro lo Spirito santo ; uno di quei peccati, che, nel 
concetto fatalistico del tempo, non son passibili di 


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redenzione, e dannano chi lo commette a non poter aver 
parte nel regno di Dio. Ascoltiamo il vangelo : 

« Poi tornarono a casa. E Ih di nuovo si adunò tanta 
folla, che neanco potevano mangiare. E risaputolo i 
suoi vennero a prenderlo, poiché dicevano. È un forsen¬ 
nato. E gli scribi arrivati da Gerusalemme dicevano: 
Egli possiede Beelzebub, e, per virtù del principe dei 
demoni, discaccia i demoni. Ed egli li chiamò presso 
di sé, e per similitudine diceva loro : Come può il Sa¬ 
tana cacciare il Satana? Se un regno è in sé medesimo 
discorde, non può sostenersi quel regno ; e se una casa 
è discorde in sé medesima, quella casa non può soste¬ 
nersi. E se il Satana è contro sé ribelle ed è discorde, 
non si può sostenere, e va in rovina. Nessuno può en¬ 
trar mai nella casa del forte, e depredarne le suppel¬ 
lettili, se prima non lega quel forte ; ed allora potrà 
depredarne la casa. Amen, io dico a voi, tutto alF uomo 
verrà perdonato, qualunque cosa possa bestemmiare; 
ma colui che bestemmia lo Spirito santo non otterrà 
perdono mai, e rimane colpevole di eterno peccato. 
Poiché dicevano essi : Egli ha uno spirito immondo. 
— Allora sopraggiungono sua madre e i suoi fratelli ; 
e rimasti di fuori gli mandarono qualcuno a chiamarlo ; 
ché frattanto una folla stava seduta intorno a lui. Gli 
dicono : Tua madre e i tuoi fratelli son là fuori, e ti vo¬ 
gliono. Ed egli rispose : Chi è mia madre, e chi sono 
i miei fratelli? E guardando tutt’ intorno i sedenti poi 
disse : Chi fa la volontà di Dio, costui m’ è fratello so¬ 
rella e madre » (15). 

Questo racconto semplice, così vicino alla realtà sto¬ 
rica, contiene uno dei fatti più importanti della vita di 
Gesù : i rapporti di lui con la famiglia. Probabilmente 
Gesù contro il volere, o almeno i consigli, de’ suoi era 


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andato in Giudea. Tornato in Galilea, stimò inutile 
o pericoloso rientrare in famiglia, mentre la sua mis¬ 
sione di profeta esigeva per essere adempiuta la più 
perfetta libertà di spirito. Per il momento, trovò in casa 
di Pietro la fraterna ospitalità che faceva per lui. La 
madre e i fratelli che intanto li lui non sapevano più 
nulla, arrivano a conoscere d’ un tratto, dalle voci 
sparse del pubblico, a quale nuovo genere di vita si sia 
dato Gesù. E vanno per trovarlo e ricondurlo, con le 
buone o con le cattive, alle ordinarie abitudini d'operaio 
casalingo. Il racconto evangelico ci porge motivo a sup¬ 
porre, che non abbiano fatto per raggiungerlo più di 
pochi chilometri. Ma appena vedono di che si tratta, 
ogni loro proposito vien meno. Gesù è sfuggito loro ir¬ 
remissibilmente di mano. 

« È un forsennato ! » Questa è la parola, ben diversa 
dall’insinuazione maligna de’farisei, del dolore, dello 
sbigottimento materno e fraterno. È la prudenza vol¬ 
gare, è la saviezza borghese, è 1’ opinione de’ contem¬ 
poranei che conobbero Gesù fanciullo e giuocarono in¬ 
sieme con lui, e cresciuto lo ebbero compagno e amico 
nella vita ordinaria. Sono gli infiniti mediocri, i quali 
si erigono a giudici di questo incomprensibile eroe dello 
spirito, che inizia, e non lo sanno, un’ èra nuova nella 
storia umana. Non è quella parola che interessa noi 
tardi posteri, ma la risposta di Gesù che essa ha pro¬ 
vocata. In ogni secolo, sotto ogni cielo, è il sublime 
disprezzo di tutti i pregiudizi sociali, che anima la 
vita dei grandi iniziatori, dal Budda a Zoroastro, a 
Maometto, a Francesco d’Assisi, a Lutero. 


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6. La parola creatrice. 

Non solo : ma il racconto di Marco fa conoscere il 
genuino carattere della dottrina di Gesù. Gesù non è 
un dottore come gli scribi, o come i farisei che fanno 
scuola, e tengono a che il popolo li distingua dal volgo 
col nobile appellativo di « rabbi » ; Gesù è uomo d’ a- 
zione. Egli ha troppo scarsa cultura, per poter di leg¬ 
gieri concepire la sua missione profetica in forma d’una 
teoria da propagare; il suo regno di Dio è integral¬ 
mente una vita da promuovere, una rinascita da pro¬ 
pugnare. Il suo insegnamento, prima in casa e ouindi 
in riva al lago, è secondario allo scopo che innanzi 
tutto s’è prefisso : cacciare i demoni e redimere chi 
soffre dal peccato e dal dolore, cooperare infaticabil¬ 
mente alla vittoria di Dio sulle potenze del male. I 
suoi detti, più che altro similitudini secondo il gusto 
orientale, tratte dalla visione della vita o dal semplice 
buon senso popolano, lasciano scorgere bene il carat¬ 
tere occasionale che ne dimostra V origine : sono rispo¬ 
ste alle difficoltà che i suoi nemici, o forse i suoi di¬ 
scepoli, gli oppongono mentre procede nel sublime 
cammino. 

La sua parola, V annunzio attivo e impellente del 
regno di Dio, è un seme gittato alla terra ; se non frut¬ 
tifica come dovrebbe, se non ottiene troppo numerosi 
discepoli, che cosa importa? Egli semina, e Dio nel 
mistero della sua provvidenza matura la messe. Ma 
come da sì umile principio avrebbe origine un così gran 
fatto? E il granellino di senapa, risponde Gesù, non 
diventa, se vien seminato, un bell'albero? E quel poco 
di lievito che la massaia mette nella pasta non serve 


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a fermentare la massa (li farina per il pane? Ma perché 
dare scandalo ai buoni, gli osservano i farisei, me¬ 
scolandosi coi peccatori? Ma sono i peccatori a cui fa 
d’ uopo la redenzione e V opera del regno di Dio. Il 
pastore più s’ interessa della pecora eh’ egli ha smar¬ 
rito. 

« Ed egli prese di nuovo — seguita Marco immedia¬ 
tamente — a insegnare in riva al lago ; e s’ adunò gran 
turba intorno a lui, sicché dovè montare in una barca 
sul lago, e la folla stava in riva. E diceva : Sentite : 
Un seminatore uscì per seminare. E seminando, parte 
cadde lungo il cammino, e vennero gli uccelli e lo man¬ 
giarono. E parte cadde su terrea petroso, dove non 
c’ era molta terra ; e presto germogliò, perché non era 
in terra fonda. Ma sorto il sole riarse, e non avendo 
radici inaridì. E parte cadde fra i pruni, e i pruni creb¬ 
bero e lo soffocarono, sicché non fece frutto. E parte 
cadde nel buon terreno e fruttò, crebbe e rese V uno 
trenta, V altro sessanta, V altro cento. E diceva : Chi 
ha orecchi per intendere, intenda ». 

« E diceva : Tale è il regno di Dio, come se un uomo 
getta il seme in terra, poi dorme e veglia notte e dì, 
e il seme spunta e s* erge, ed egli non sa come. Da sé 
produce la terra, prima V erba, poi la spiga, quindi 
il grano pieno entro la spiga ». 

« E diceva : Come si può figurare il regno di Dio, 
con qual similitudine si può rappresentare? È come 
un grano di senapa che, quando si semina in terra, è 
più piccolo d’ ogni altro seme su la terra. Ma poi eh’ è 
seminato, cresce e diventa il più grande fra’ legumi e 
fa gran rami » (16). 

« E diceva : A che cosa si può paragonare il regno 
di Dio? Esso somiglia al lievito, che una donna prese 


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e mischiò con tre misure di farina, sinché tutto fu fer¬ 
mentato » (17). 

« Che vi pare? Se uno ha cento pecore, e di esse va 
una smarrita, forse ei non lascia al pascolo le novan¬ 
tanove e va in cerca di quella smarrita? E s’ egli la 
ritrova, amen, vi dico che se ne rallegra più che per 
le novantanove non ismarrite» (18). 

Gesù è un grande ottimista : lo si direbbe incapace 
di comprendere fin V esistenza del dolore nel mondo, 
e di contemplare altrimenti la vita che in ispecie di 
bontà e di bellezza : 

« Beati i poveri — dice a’ suoi discepoli — perché 
di loro è il regno di Dio. Beati coloro che piangono, 
perché saranno confortati. Beati quelli che hanno fame, 
perché saranno saziati» (19). 

« Io vi dico : Non vi preoccupate dell’ anima vostra, 
che cosa mangerete, né del vostro corpo, come vesti¬ 
rete. L’ anima non è più che il nutrimento, e il corpo 
non vale più della veste? Guardate i corvi : non semi- 
nan né mietono, né adunano entro i loro granai, e Dio 
li nutre. Non siete voi da più di loro? Chi di voi con 
le sue preoccupazioni può accrescere d’ un cubito la 
sua lunghezza? E del vestire, perché vi preoccupate? 
Considerate i gigli come crescono! Non lavorano essi 
e non filano. Ma io vi dico: neanche Salomone, con 
tutta la sua gloria andò vestito mai come uno di loro. 
Se dunque Dio nel campo V erba che oggi vi è, e do¬ 
mani è gettata nel forno, veste così, quanto più voi, 
gente di poca fede?» (20). 

« Non si comprano due passeri per un quattrino? 
E nessuno di loro cade in terra, senza che Dio lo vo¬ 
glia. Tutti i capelli della vostra testa sono contati. 
Non temete ; ché voi siete da più di molti passeri » (21). 


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— 360 


Questo discepolo di Giovanni, quanto è diverso dal 
maestro! Quello che nella mente del Battista ò il mo¬ 
tivo della predicazione, P annunzio dell’ imminente 
giudizio di Dio per la distruzione violenta del mondo 
corrotto e de’ peccatori ostinati, non apparisce mai 
nella dottrina del « profeta di Nazaret », se non come 
allusione casuale provocata dalle accuse de’ farisei. 
Per Giovanni il regno di Dio è innanzi tutto la estir¬ 
pazione del male; per Gesù, la creazione del bene. Per 
Giovanni la vita dello spirito è situata oltre i confini 
del mondo naturale ; invece per Gesù la religione è 
una virtù insita nella vita presente, potenza creatrice 
delle forme spirituali nella natura medesima. Perciò 
Giovanni veste e si nutrisce come un asceta; reputa 
inseparabile la religione dal rito. Esige dai discepoli 
il battesimo, e vuole che digiunino, e insegna loro a 
pregare secondo formule prestabilite. A queste forme 
esterne di religione Gesù non dà valore. Fu battezzato, 
ed egli non battezza ; non digiuna, né insegna a digiu¬ 
nare, malgrado i farisei di ciò si scandalizzino ; non 
si preoccupa mai di formulare preghiere per uso ri¬ 
tuale dei discepoli. 

Forse perché Gesù è uomo di scarsa cultura, non 
comprende le esigenze sociali della vita religiosa, né 
apprezza V importanza del rito o del costume ascetico? 
La sua è religione della vita, è fervore perenne dello 
spirito nella natura. Egli accetta la vita e la natura 
sublimata nello spirito e resa divina. Un beato ottimi¬ 
smo è il carattere indelebile di tutta V opera sua. Egli 
è il miglior discepolo del secondo e del terzo Isaia, 
quanto invece Giovanni ritrae di Amos e di Geremia. 


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— 361 


7. Alla conquista del mondo. 

« E dice loro quel dì, sul far della sera : Passiamo 
all’ altra riva. E lasciata la gente lo prendono, così 
coni’ era, entro la nave, e là v’ erano pure altre navi. 
E sopravvenne una forte procella di vento, talché i 
flutti riversavansi sopra la nave, e di già la nave si 
empiva. Ed egli stava in poppa, dormendo sul capez¬ 
zale. Ed essi lo svegliarono e gli dissero : Maestro, non 
te ne importa che noi andiamo perduti? Allora egli si 
alzò, e rampognò il vento e disse al mare: Taci, sta 
quieto. E cessò il vento, e si fece grande bonaccia. 
E disse loro : Di che mai vi spaventate? Avete voi sì 
poca fede? E provarono essi gran timore, e fra loro 
dicevansi : Chi è costui, che pure gli obbediscono il 
vento e il mare?» (22). 

Questo racconto in Marco dà termine al capitolo 
delle parabole. Così come ci è pervenuto, esso non è 
che la rappresentazione simbolica della divina autorità 
del Cristo, che sembrava dormire noncurante della sua 
chiesa, intanto che la mistica nave, percossa dalle 
tempeste del mondo sollevate da Satana, minacciava 
I>er poco di sommergersi, una diecina d’ anni dopo la 
morte di Gesù. Nel migliore dei casi può darsi che 
nondimeno un fatto storico rimanga a fondamento del 
racconto. Il lago di Tiberiade, così quieto, limpido, 
liscio, frequentemente s’agita ai colpi di vento che 
sfuggono dal vallone settentrionale, e tormenta le pic¬ 
cole barche da pesca vaganti qua e là. Sono cose di non 
grave momento, pur facendo impressione in chi trovasi 
lontano dalle rive ; non v’ è niente di strano che Gesù 
abbia talvolta gridato al demone del vento di tacere, 
e la tempesta si calmasse. 


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— 362 — 


Checché ne sia, la narrazione è estranea al rima¬ 
nente del contesto. E infatti al principio del racconto, 
Gesù « è preso nella nave » dai discepoli, segno che 
dunque innanzi stava in riva ; mentre invece tutto il 
capitolo, nel contesto precedente, lo dimostra già se¬ 
duto nella nave ad insegnare le parabole. Vero scopo 
della inserzione sembra quello di mettere in rilievo 
la decisione di Gesù, dopo avere per qualche tempo li¬ 
mitata V opera sua alla città di Cafarnao ed a’ suoi 
dintorni immediati, di estendere più oltre la sua atti¬ 
vità, naturalmente restando in vicinanza del lago. 

« E pervennero all’ altra riva del lago nel paese dei 
Gadareni. E coin’ essi sbarcarono dalla nave, gli si 
fece incontro un uomo con uno spirito immondo ; il 
quale dimorava fra le tombe. E nessuno lo potè mai 
legare, nemmeno in ceppi; e in ogni tempo, notte e 
giorno, se ne stava entro le tombe e per i monti, e 
gridava e percotevasi con pietre. Tosto eh’ ei vide Gesù 
da lungi, accorse e si gettò davanti a lui, esclamando : 
Che cosa ho io da fare con te, o Gesù? Io ti scongiuro 
per Iddio, non darmi tormento. E gli domandò : Come 
ti chiami? E disse : Mi chiamo Legione, perché siamo 
in molti. E molto lo pregò che noi cacciasse via da 
quella terra. E v* era là su per il monte una mandra 
di porci a pascolare, ed essi lo pregavano : Lascia che 
noi possiamo entrare nei porci. E lo permise loro. E 
uscirono fuori gli spiriti immondi ed entrarono nei 
porci. E la mandra si buttò a precipizio giù nel lago, 
in numero di duemila, e affogaron nel lago. E i man¬ 
driani fuggirono a raccontarlo in città e per i villaggi. 
E venne la gente a vedere che cosa fosse accaduto. 
Giunsero presso Gesù, e videro V indemoniato a sedere, 
vestito, in senno, ed ebbero paura. E i testimoni rac- 


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— 363 — 


contarmi loro quanto avvenne all’indemoniato, e la 
cosa dei porci. E presero a pregarlo, che andasse via 
dal loro territorio. E poiché fu montato sulla nave, 
lo pregò quello già stato indemoniato di poter rima¬ 
nere con lui. E non glie lo permise, anzi gli disse : Va’ 
a casa tua, presso la tua famiglia, e narra quanto fece 
Dio per te, eh’ ebbe pietà di te. E quegli andò, e prese 
a divulgare per la Decapoli quanto Gesù gli aveva fatto, 
e tutti n’ erano meravigliati » (23). 

Malgrado il colorito leggendario e la mancanza di 
storicità di certi particolari, non mi pare in sostanza 
che si possa contestare la verità storica di questo rac¬ 
conto. Esso anzi è caratteristico della libertà di spi¬ 
rito con la quale adempiva Gesù la sua missione pro¬ 
fetica, non solamente nei limiti del territorio giudaico 
di Galilea, ma nel paese ellenistico della vicina Deca- 
poli, là dove un fariseo per tale scopo non avrebbe mai 
messo piede. La narrazione però, ci fa sapere che il 
tentativo di Gesù non sortì buon esito, e che la dimo¬ 
strazione della sua singolare potenza, nel cacciare i 
demoni dai poveri folli invasati, in pratica non ebbe 
altro effetto che di farlo tornare su’ suoi passi subito 
verso Cafarnao. Il ritorno, secondo il vangelo di Marco, 
sarebbe per Gesù stato occasione a far due nuovi mi¬ 
racoli, la guarigione improvvisa della donna sofferente 
di un flusso di sangue da dodici anni, e la resurrezione 
dai morti della figlia del capo di Sinagoga Giairo. Il 
racconto, se anche proviene da un nucleo primitivo, 
reso però irriconoscibile, di verità storica, non può 
avere, come V abbiamo oggi, che un valore simbolico in 
rapporto alla divina potenza del Cristo (24). 


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8 . Verso T ignoto. 


Da questo momento la narrazione evangelica smar¬ 
risce tino quel tenue ordine logico, che fin qui ci aveva 
aiutati a coordinare in senso cronologico i pochissimi 
fatti rilevati del ministero pubblico di Gesù in Ga¬ 
lilea. È impossibile giungere a conoscere con una certa 
precisione, fra le narrazioni simboliche che Y una dopo 
T altra si succedono, le vicende particolari dell’ opera 
suu. Ai racconti puramente ideali che esaltano V opera 
del Cristo in Galilea e a’ suoi continui miracoli, fra cui 
la duplice moltiplicazione dei pani, fa duro contrasto 
la persistente incredulità dei contemporanei, «nella 
sua patria », dove è più conosciuto. « E coloro che udi¬ 
vano — osserva Marco — n’ erano stupiti e dicevano : 
D ’ onde ha egli ciò? Quale sapienza fu concessa a lui? 
E prodigi siffatti avvengono per via di lui ? O non è 
egli Foperaio, figliuolo di Maria, e fratello di Giacomo 
e Giuseppe e Giuda e Simone? Ed anche le sue sorelle 
non stanno qui fra noi? E si scandalizzavano di lui. E 
Gesù disse loro : Un profeta è onorato, tranne che nella 
sua patria, fra i suoi congiunti e nella sua famiglia. E 
quivi egli non potò far nulla. Ed era meravigliato della 
loro incredulità ; e percorreva i villaggi tutt* intorno e 
insegnava» (25). 

I farisei d' altronde, ed è naturale, non gli davano 
requie. Non tralasciavano occasione di porlo in mala 
vista presso il popolo, cercando specialmente di per¬ 
suadere i Giudei, che egli non aveva autorità di sorta 
per insegnare mentre ignorava la legge, e ne trasgre¬ 
diva i precetti. Essi una volta lo avevano redarguito 
del fatto, che i suoi discepoli osavano mettersi a tavola 


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senza lavarsi le mani, secondo il rito della purità le¬ 
gale. Gesù, ohe non lo aveva potuto negare, s’era per 
tutta risposta scagliato contro di loro, rimproverandoli 
invece di riuscire per amor della legge, ed applicando 
a lettera la legge, a violare i principii della onestà na¬ 
turale. Altra volta vedendolo assumere sempre più 
l’aspetto e i modi di un profeta, « i farisei vennero fuori 
e presero a discutere con lui, e per tentarlo gli chiesero 
un segno dal cielo. Ed egli sospirando profonda mente 
disse : Perché domanda un segno questa generazione? 
Amen, io vi dico, nessun segno sarà dato a questa ge¬ 
nerazione » (26). 

Gesù dovè insomma persuadersi che, svanito il buon 
augurio della prima sorpresa popolare, l’opera sua 
di profeta del regno di Dio intristivasi aU’omhra del- 
l’avversione implacabile de’ farisei, organizzati tutti 
addosso a lui solo, appena confortato da qualche vacil¬ 
lante discepolo. Il suo nobile impulso abbattevasi mi¬ 
seramente, fra P indifferenza dei più, contro la intran¬ 
sigenza provinciale di quel gretto giudaismo borghese. E 
v’era- di più. Se i farisei pareva si limitassero a combat¬ 
terlo con la parola, in ben altra maniera prepara vasi 
a immischiarsi nella faccenda la corte della prossima 
città di Tiberiade, ed i molti Giudei che l’ambi¬ 
zione o l’interesse di piacere a Roma, e di giovarsi a 
lor prò della situazione politica, eccitava a mostrarsi 
fautori di Antipa e della sua -casa, e formavano il par¬ 
tito così detto degli Erodiani. Per quanto già sospetto, 
qual discepolo di Giovanni, finché Gesù si era limitato 
ad annunziare P avvento del regno di Dio nella città 
di Cafarnao e per gli immediati dintorni, 1’ opera sua 
non poteva aver attirato gran che l’attenzione del pub¬ 
blico. 


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— 360 — 


Ma poi eh’ egli aveva creduto di estendersi in un 
raggio d’azione piu ampio, dando occasione a fatti 
che turbavano la pubblica quiete, come quello avve¬ 
nuto a Gadara, d’ onde fu espulso con le buone, la sua 
predicazione religiosa e la sua medicale attività assu¬ 
meva il carattere inquietante di una intollerabile 
agitazione sociale, di fronte a cui P autorità politica 
trova vasi costretta a intervenire (27). Quale fosse il 
pensiero, a tal proposito, del tirannello di Tiberiade, 
forse Gesù non sapeva ; ma era facile immaginarselo, 
dopo la triste fine poco innanzi subita dal Battista 
nelle segrete di Machero. Non era uomo Antipa, da 
usar riguardi a un plebeo, che aveva contro tutti i 
farisei. Se tuttavia preferisse all’ arresto e alla con¬ 
danna la fuga di Gesù dal tetrarcato, è difficile pre¬ 
sumer di sapere. Fatto sta che « taluni farisei si fecero 
avanti a dirgli: Esci, e va’ via di qua, perché Erode 
(Antipa) ti vuole ammazzare. Ed egli disse loro: An¬ 
date a dire a quella volpe: Ecco, io caccio i demoni, 
•e fo guarigioni oggi e domani, e domani P altro sono a 
termine. Mi occorre oggi e domani, tuttavia, e il dì 
appresso fare viaggio, perché non istà che un profeta 
abbia a perire fuori di Gerusalemme» (28). Questo in¬ 
ciso del vangelo di Luca, credibilmente tratto dal 
nucleo primitivo della tradizione evangelica, ci fa cono¬ 
scere uno de’principali motivi, per i quali Gesù ab¬ 
bandonò la ingrata ed infeconda terra di Galilea, e 
volse P animo a Gerusalemme, ad una vita inutile 
preferendo il martirio. 


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— 367 — 


NOTE. 

(1) Dopo la distruzione di Gerusalemme, i Romani impiega¬ 
rono tre anni a impadronirsi di Masada, la quale non aveva altro 
ingresso che nna ripidissima scala scavata nella pietra e denomi¬ 
nata « il serpente ». I Romani riuscirono a espugnarla gettando 
un gigantesco terrapieno, fra le rupi della fortezza e il campo 
d’ assedio : all* ultimo momento gli assediati si uccisero tutti fra 
loro, e neppur uno cadde vivo in mano dei Romani. 

(2) Come è noto, il piano del lago di Tiberiade, e tanto più 
quello del mar Morto, è a centinaia di metri sotto il livello del 
mare, e Paria vi è d’estate quasi irrespirabile. 

(3) Rammentiamo che in Galilea, violentamente giudaizzata 
da Aristobulo Asmoneo, l’elemento giudaico puro non era nume¬ 
roso ; gli abitanti erano più Giudei per religione, che per sangue 
e costumi. — La discussione rilevata da Paolo Haupt, The Ethno - 
logy of Galilee, in seno al III Congresso internazionale di Storia 
delle religioni, e riferita nelle Transactions (Oxford 1908) I, pp. 302- 
304, circa il quesito se Gesù fosse di sangue giudaico semitico, o 
non piuttosto ario, apparisce un po’, come suol dirsi, bizantina, 
perché non abbiamo elementi per collocarla sopra un solido ter¬ 
reno scientifico. 

(4) Pare che la forma originaria ebraica del nome « Genesa- 

ret » sia « Ginnesar », cioè alla sua identificazione con 

« Nazaret » si oppone una doppia difficoltà, fonetica e grammati¬ 
cale. In ogni modo Nazaret dev’essere cercata nelle vicinanze del 
lago. 

(5) Abbiamo già rilevato che il tratto di Giovanni Vili, 1-11, 
dove Gesù è rappresentato in atto di « scrivere » in terra, non è 
storico. 

(6) Marco I, 9. 

. (7) Marco I, 12-13. 

(8) Jaussen, Coniarne* dee Arabe* , pp. 294-323. 

(9) Marco I, 14-15. 

(10) Marco I, 16-20. 

(11) Marco I, 29-31. 

(12) La tradizione evangelica in Marco ha conservato diverse 
parole aramaiche, come ialina xovfi (o Qa^i-da xovfu, Wellhauskn, 


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— 368 — 


Dos Evangelium Marci , cap. V, 41), eqxpaffa (VII, 34), le quali fi¬ 
gurano come formule esoreistiche pronunziate da Gesti in persona, 
e quindi meritevoli, per sé medesime, di esser tramandate nel loro 
originario valore e potere. Queste espressioni, però, appariscono 
in racconti di carattere, non istorico, ma simbolico, e la loro pre¬ 
senza dimostra soltanto che furono credute pronunziate da Gesti, 
quando gli episodi del vangelo di Marco furono tradotti primiera¬ 
mente dall* arimi ai co in greco. La parola effetti è passata nel ri¬ 
tuale cattolico. 

(13) Marco I, 32-39 (meno 1' inciso intermedio dell' ultimo 
verso) ; II, 1-12 (meno i versi 6-10, che evidentemente sono una 
inserzione posteriore). 

(14) Marco II, 13-17. 

(15) Marco III, 20-35. — « Amen », « così sia », è un'espres¬ 
sione ovvia innanzi a qualche detto sentenzioso. 

(16) Marco IV, 1-9 ; 26-28 ; 30-32*. 

(17) Luca XIII, 20-21. 

(18) Matteo XVIII, 12-13. 

(19; Luca VI, 20-21 ; Matteo V, 2 segg. 

(20) Matteo VI, 25-30 ; Luca XII, 22-28. 

(21) Matteo X, 29-31 ; Luca XII, 6-7. — Tolgo i passi non 
appartenenti a Marco, dalla presunta edizione critica dei «logia» 
elaborata dall' Harnack, Spruche und lieden Jeeu, pp. 88 segg., 
là dove mi pare di poter riscontrare, con maggiore probabilità, 
tracce di genuine sentenze di Gesti. 

(22) Marco IV, 35-40. 

(23) Marco V, 1 20 (tolta al v. 7 una frase troppo « messia¬ 
nica » e che ha carattere di aggiunta posteriore). Gli esorcizzatori 
solevano domandare il nome del demone, per potergli intimare 
l'esorcismo. — Al v. 1 il testo ordinario ha : « nel paese dei Ge- 
raseni ». Ma Gerasa, città della Decapoli, era troppo lontana dal 
lago, per credere che il testo evangelico vi alludesse. I oommen- 
tatori moderni, specialmente con intendimento apologetico, hanno 
identificato « Gerasa » con una « Kersa » odierna presso il lago, 
sull' altipiano di Gaulan. L' ho vista, di tra le rovine dei colon¬ 
nati di Gamala, a breve distanza ; ma neanch' essa prestasi bene 
al racconto evangelico. Un vallone intermedio fra i suoi dirupi e 
il lago impedisce che i porci potessero cadervi a capofitto. Sono 
stato a Gadara (« Mqeis »), d'onde precipita ripido il costone del- 


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— 369 — 


V altipiano nel torrente Jarmnk, a poca distanza dal lago, e mi 
sembra ohe la lezione, sostenuta dai codici : « nel paese dei Gada- 
reni *, si presti a confortare la storicità del racconto. Natnral- 
mente esso ha già in Marco un colorito leggendario. 

(24) I tratti ellenistici contenuti nella tradizione evangelica 
sono assai numerosi ; ma per ora ci preme rimanere il più possi¬ 
bile sul terreno storioo, di qua dalla morte di Gesù. 

(25) Marco VI, 2 b -6 (meno il secondo inciso al v. 5, come os¬ 
serva il WKLLHAU8EN, op. CÌt. p. 42-43). 

(26) Marco Vili, 11-12. 

(27) Da Cafarnao a Gadara correvano in linea retta circa 25 
chilometri, e circa quindici sulle rive del lago da Cafarnao a Ti- 
beriade. 

(28) Luoa XIII, 31-33. 


24 


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Capitolo Duodecimo. 

La Pine. 


È impossibile dire quanto tempo sia corso fra il 
battesimo e la morte di Gesù. I vangeli sinottici, o 
in sostanza quello di Marco, fanno impressione che la 
vita pubblica di Gesù non uscisse dentro i limiti di 
un anno solo, assunto come termine la pasqua che per 
Gesù fu P ultima del viver suo. La conclusione, invero, 
sarebbe contradetta dal quarto vangelo, il quale fa 
menzione di almeno due pasque, celebrate da Gesù in 
Gerusalemme. In tal caso la sua predicazione sarebbe 
per lo meno durata due anni. Ma la testimonianza di 
Giovanni, che a piacer suo riordina la vita di Gesù, 
a norma di preconcepiti motivi teologici, non merita 
troppa attenzione. Tanto è vero, che il quarto vangelo 
non sa iniziare P opera di Gesù a Gerusalemme, in oc¬ 
casione della prima pasqua, che con la ben nota cac¬ 
ciata dei profanatori dal tempio, la quale invece nella 
tradizione sinottica indissolubilmente vien connessa 
all’ultima pasqua, causa prossima della sua condanna. 
Segno questo, che la primitiva tradizione evangelica 
non conobbe altra pasqua da Gesù passata dopo il 
battesimo in Gerusalemme, se non quella soltanto nella 
quale gli toccò di morire (1). 


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1. La data storica. 


Senza dubbio, anche i sinottici, rappresentando 
la sua vita pubblica negli apparenti termini di un 
anno, non pensano a stabilire alcun dato cronologico, 
ma hanno in mente un fine catechistico. Ciò che a loro 
interessa più di tutto, è presentare Gesù come oggetto 
di fede religiosa, e solo perciò intendono descrivere 
il Gesù crocifisso e risorto, durante quella pasqua che 
fu V ultima della sua vita. Tutto il resto è veduto in 
iscorcio, e vuol preparare il lettore al fatto centrale 
in cui, secondo loro, è V essenza dell’ evangelo. Nulla 
però si oppone, tutto anzi cospira a far credere, che 
realmente il pubblico ministero di Gesù sia durato 
appena un anno, compreso pure il tempo indefinibile 
eh’ egli passò in Giudea, in qualità di discepolo di 
Giovanni il Battista. Come abbiamo accennato per 
Giovanni, le condizioni politiche del giudaismo a quel 
tempo, dati gli animi pronti alla rivoluzione per cui, 
comunque intesa, la speranza messianica era impulso 
di estrema eccitazione, presentavansi piene di pericoli. 
In Galilea, del pari che in Giudea, i governanti erano 
perciò decisi a impedire che alcuno, giovandosi della 
effervescenza popolare, riuscisse ad attirare intorno a 
sé le simpatie generali, e, come avvenne più volte, 
desse motivo a imitili sommosse. Un pronto arresto 
e la rapida esecuzione della giustizia doveva porre ar¬ 
gine immediato ad ogni tentativo. Così, certo, d’ un 
tratto fu soppresso Giovanni ; ed uguale provvedimento 
dovè essere adottato per Gesù. 

Rimarrebbe invece, piuttosto, a determinare in 
quale anno cadesse la predicazione, e pertanto la morte 


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— 372 — 


di Gesù. Marco, il quale non ha, come dicemmo, preoc¬ 
cupazioni di storico, non pensa a dare — né le sue 
fonti gli offrivano — alcuna indicazione cronologica. 
L’ unico punto d’ appoggio eh’ egli offra, per una de¬ 
terminazione largamente approssimativa delP epoca di 
Gesù, è quello dove accenna che la sua morte avvenne 
essendo procuratore romano Pilato, che dovè giudi¬ 
carlo e condannarlo. Ponzio Pilato resse la Giudea, 
come sappiamo d’altronde, dall’ anno 26 al 36 del- 
P era nostra. Sarebbe una ben magra sodisfazione al 
nostro desiderio di conoscere il più possibile con preci¬ 
sione la data memorabile del gran fatto cristiano; se 
fortunatamente non avessimo nel vangelo di Luca 
la indicazione che P anno, intorno a cui si disputa, 
coincide appunto col decimoquinto delP imperatore Ti¬ 
berio. Attesa P importanza che Luca stesso dà a questa 
affermazione, da lui corroborata con altri sincronismi, 
data la volontà eh* ei ci manifesta col suo vangelo 
di fare opera storica, oltreché apologetica, è da presu¬ 
mere che abbiamo qui la testimonianza accertata di 
una tradizione primitiva. 

V anno decimoquinto di Tiberio, computandolo 
naturalmente, come solevano fare gli storici del tempo, 
dalla morte d’Augusto, in parte corrisponde al 28 
delP era cristiana, e dà motivo a concludere che avve¬ 
nisse la morte di Gesù per la pasqua delP anno 29. 
Perciò, sarebbe stato battezzato nella primavera del 
28. Per dire il vero, Luca con questo dato cronologico 
nota soltanto immediatamente quando Giovanni il 
Battista cominciò a predicare sul Giordano. Tuttavia 
la solennità, con la quale Luca presenta P unica indi¬ 
cazione cronologica del suo vangelo, induce senz’ altro 
a far credere, che la data in questione è complessiva 


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— 373 — 


della predicazione di Giovanni e della vita pubblica 
di Gesù, dal battesimo alla morte. E ciò porta nuova¬ 
mente a concludere, come troviamo già presso taluni 
padri della chiesa, che realmente dunque V opera di 
Gesù (e di Giovanni) fu compresa tutta quanta in un 
anno, dalla pasqua, all’incirca, del 28 alla pasqua 
del 29. Se vogliamo, questa data coincide a un dipresso 
con T anno quarantesimosesto dall’ inizio della rico¬ 
struzione del tempio, intrapresa da Erode, a cui ac¬ 
cenna pure il quarto vangelo, qual presuntiva epoca 
della presenza di Gesù in Gerusalemme (2). 

2 . L’anno di nascita. 

Quanti anni avesse allora Gesù, parrebbe definito 
con precisione abbastanza da Luca, allor che accenna 
all’ età di « circa trent’ anni », come inizio della sua 
predicazione. Ma purtroppo questa designazione hà 
tutta 1’ aria d* un dato puramente simbolico, o per lo 
meno ipotetico, per significare che allora, quando il 
Cristo con la sua passione e morte redense il mondo, 
era nel fior della sua virilità divina. David aveva tren¬ 
ta anni, secondo la leggenda, al principio del regno ; 
e trent’ anni Zoroastro, quando apparve al mondo 
come profeta. Notiamo che, secondo il quarto vangelo, 
Gesù al momento della vita pubblica avrebbe avuto 
più di quarant’ anni, ed anzi poco meno di cinquanta. 
Alcuni padri della chiesa hanno affermato quindi, 
contro Luca, che Gesù fu messo a morte, se non vecchio, 
certo in età matura. Son motivi sufficienti a dubitare, 
die Luca realmente si appoggiasse a dati di fatto nel 
dire che Gesù, quando morì, aveva circa trent’ anni. 
Dove il quarto vangelo contradice ai sinottici, che co- 


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— 374 — 


nosce benissimo, possiamo esser sicuri, o poco meno, 
che veramente non hanno un fondamento storico (3). 

1/ affermazione di Luca, dicesi che sarebbe confer¬ 
mata da Matteo, secondo cui Gesù sarebbe nato prima 
ancora della morte di Erode, avvenuta P anno 4 innanzi 
P era nostra. Ma questa indicazione di Matteo non è 
data propriamente dall’ evangelista, ma presunta dai 
racconti circa la nascita del Cristo a Betleem, che sono 
puri simboli e leggende ; e però male si presta a con¬ 
clusioni di natura storica. Di piò è contradetta da Luca 
medesimo, il quale afferma invece solennemente, che 
Gesù nacque al tempo del censimento di Quirinio, av¬ 
venuto come dicemmo al termine del regno d’ Archelao, 
dieci anni dopo Erode, Panno 6 dell’era nostra. Per 
quanto anche il dato di Luca abbia lo stesso difetto di 
riferirsi a racconti di carattere puramente simbolico, 
cioè alla nascita del Cristo in Betleem; nondimeno pre¬ 
senta qualche indizio di fondamento storico. Esso in¬ 
fatti concorderebbe col presupposto di Marco, il quale 
lascia credere che, al principio del suo ministero pro¬ 
fetico, Gesù fosse poco più che ventenne, ancora, o 
quasi, figlio di famiglia. La madre ed i fratelli di Gesù 
non avrebbero pensato a andarne in cerca, e a ricon¬ 
durlo a casa magari per forza, se Gesù realmente non 
era così giovane ancora da permettere alla madre ed 
ai fratelli di trattarlo quasi come fanciullo. In tal caso 
P espressione di Luca, che Gesù avesse P età di « circa » 
trent’ anni, dovrebbe esser intesa nel senso generico di 
un’età «sotto» i trent’anni, e inoltre in quello equi¬ 
voco di « quasi » trent’ anni, P età perfetta della viri¬ 
lità. 

Se ammettiamo che Luca con la frase : « circa tren- 
t’anni », abbia voluto dare un’ indicazione precisa, 


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siamo indotti a concludere che dunque Gesù, nato nél- 
l’anno del censimento di Quirinio, sarebbe morto l’anno 
25, all’ incirca, dell’ era nuova. Ciò sarebbe in con¬ 
tradizione col precedente anno decimoquinto di Tiberio, 
ma in armonia con altri dati relativi alla morte del 
Battista, la quale ha certamente preceduto la fine di 
Gesù. Perocché, se accettiamo come storica la tradi¬ 
zione evangelica, che Giovanni sia stato imprigionato 
per aver biasimato il matrimonio di Antipa con Ero- 
diade, non sembra più possibile attenersi alla data pre¬ 
stabilita dell’ anno 28, decimoquinto di Tiberio. Infatti 
il matrimonio di Antipa con Erodiade provocò la fuga 
e il ripudio della sua prima moglie, la figliuola di Areta 
re degli Arabi ; quindi la inimicizia di Areta medesimo 
e la guerra fra i due, aggravata a torto o a ragione 
da motivi politici. Óra la guerra avvenne, e fu con¬ 
dotta a termine con la disfatta di Antipa, nell’ anno 
36, pochi mesi innanzi la morte di Tiberio. È possi¬ 
bile, e diciamo, presumibile, che la figliuola di Areta 
sia stata ripudiata otto o nove anni prima? 

E se concediamo che il dato della tradizione evan¬ 
gelica non abbia valore, perché secondo ogni probabi¬ 
lità leggendario, la difficoltà non sparisce. Giuseppe 
Flavio accenna che i Giudei reputarono un giudizio di 
Dio la sconfitta di Antipa in punizione della morte 
inflitta al Battista. Ora, a rigor di termini, è anche 
possibile che il popolo giudeo mettesse in rapporto la 
mala sorte del tetrarca con una iniquità da lui com¬ 
messa, fra le altre, otto anni prima. Non è invece cre¬ 
dibile, però, che la morte di Giovanni fosse un fatto 
recente, nella memoria del popolo, quando Antipa sof¬ 
ferse la disfatta? 

In conseguenza, non pochi fra i critici moderni sono 


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propensi ad ammettere, lanciato cader 1’ anno « decime 
quinto di Tiberio », che Gesù fosse condannato a morti 
nella pasqua dell’ anno 35, 1’ ultima che Pilato ebbe A 
passare, come procuratore, in Gerusalemme. Queste 
incertezze dimostrano, in ogni modo, che con i d^ti 
scarsi e contestabili della tradizione evangelica è im¬ 
possibile ricostruire ne’ suoi precisi termini la creno¬ 
logia di Gesù. Dobbiamo rassegnarci a non conoscere, 
con sicurezza, né 1’ anno della nascita, né quello della 
morte di colui che, scissa in due la ragione dei tempi, 
si collocò nel centro della storia (4). 

3. Vita di Gesù. 

La causa principale di tante incertezze è da cercare 
nel fatto, che i giovanniti al pari de’ cristiani non 
s’interessavano punto di definire nel tempo la vita e 
le vicende dei loro maestri. Già la loro credenza nella 
prossima fine del mondo avrebbe disturbato, se pure 
1’ avevano, il loro senso storico e cronologico. Giuseppe 
Flavio medesimo, che pure intese fare opera storica., 
e realmente ha dato ne' suoi scritti notizie di molta 
importanza, non dimentica anch’ egli in tanti casi di 
fornire indicazioni cronologiche? Il vero è che i cri¬ 
stiani della prima generazione, cui la povera nudità 
della storia presentavasi tanto diversa dalle loro ideali 
aspirazioni, non avevano alcun desiderio di serbare 
esatta memoria delle vicende del profeta durante la 
vita mortale. Essi anzi volevano dimenticarle, soppri¬ 
merle o trasfigurarle, perché rappresentassero alla fine 
le simboliche immagini del loro spirito religioso. Ra¬ 
pidamente così la vita del Cristo venne sostituita a 
quella di Gesù, e astratta dalla storia e da qualsiasi 


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combinazione cronologica: talché quando, passati non 
pochi decennii, finalmente uno « storico », Luca, volle 
determinare le principali date della vita di Gesù, 
urtò contro una rete di leggende, che lo avvolsero nella 
contradizione. 

Paolo è testimone che al suo tempo i cristiani s’in¬ 
teressavano di un solo fatto storico della vita di Gesù ; 
del fatto, beninteso, e non del dat;o cronologico : la sua 
passione e morte, redentrice de’ suoi fedeli e del mondo. 
Quel minimo di storia era necessario per costruire la 
fede. Ma poiché la deguità messianica del Cristo fu re¬ 
trocessa, dalPepoca della resurrezione, nella vita mor¬ 
tale di Gesù, fu necessario ancora un minimo di storia 
per costruire il simbolo; e il vangelo che prima conte¬ 
neva, come accennammo, la sola narrazione del Cristo 
morto e risorto, fu dilatato sino al tempo del battesimo 
e all* inizio delPopera messianica di Gesù in Galilea. 
Ma la vita reale di Gesù non offriva per loro quasi nulla 
di « messianico » , per cui mettesse conto di tramanda re 
il ricordo. Gesù cacciava i demoni ; ma lo facevano 
tanti anche tra i farisei, al tempo e nella patria di 
Gesù. Aveva predicato il regno di Dio, ed incitato il 
popolo alla vita morale ; ma era questo allora un sog¬ 
getto comune di insegnamento, e la dottrina di Gesù 
non aveva o non dimostrava singolare importanza, 
paragonata a quella di un fariseo, di un esseno special- 
mete o di un giovannita. Paolo anzi trovava in questo 
fatto della nessuna degniti storica di Gesù, nuovo ar¬ 
gomento alla sua fede nel Cristo, eletto da Dio nella 
persona umile d* un qualsiasi uomo del popolo, senza 
valore apparente, affinché più splendesse la onnipotenza 
creatrice della sua unica gloria (5). 

Qui sta il motivo per cui non si sa nulla affatto di 


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Gesù innanzi il battesimo, e di Gesù dopo il battesimo, 
tranne qualche racconto relativo al principio della sua 
vita pubblica. La vita di Gesù non fu narrata ed anzi 
fu taciuta, quando si conosceva ; e quando invece non 
si conobbe più, venne agevolmente ricomposta con po¬ 
che e magre tradizioni mitiche e leggendarie. Ecco 
perché a pena ricomparisce in Marco il Gesù storico, 
dopo gli scarsi cenni galilei, già sulla via di Gerico 
verso Gerusalemme, dove, secondo il vangelo, recasi 
solamente per morire (6). 

« Ed egli uscì di là. e veune nei confini di Giudea. 
E gli presentarono dei fanciulli, perché li toccasse. 
E i discepoli ne li sgridavano. Ma Gesù in veder ciò, 
fu contrariato, e disse loro: Lasciate che i fanciulli 
vengano a me; non li impedite. Perché di tali è il regno 
di Dio. E li abbracciò e li benedisse, ponendo sopra 
loro le mani ». 

« E poiché si fu messo in viaggio, uno accorse, e gli 
s’inginocchiò davanti e gli chiese : Buon Maestro, che 
debbo io fare, per ottenere la vita eterna? E Gesù gli 
rispose: Che mi dici tu «buono»? Nessuno è buono, 
tranne Dio. Tu sai i comandamenti : non ammazzare, 
non fare adulterio, non accusare falsamente, non de¬ 
fraudare, onora il padre e la madre. Egli disse : Tutto 
questo osservai fino dalla mia gioventù. E Gesù lo 
guardò con amore, e disse: Una cosa ti manca; va\ 
vendi tutto quel che possiedi e dàllo a’ poveri, ed avrai 
un tesoro nel cielo. E quegli fu contristato, e andò via 
dolente ; perché aveva molte possessioni ». 


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4. A Gerusalemme. 

Il vangelo serba memoria di una tradizione primi¬ 
tiva, secondo cui Gesù, lasciata la Galilea, avrebbe 
passato qualche tempo in territorio giudaico fra le due 
rive del Giordano, là dove appunto qualche mese prima 
Giovanni esercitava il suo ministero, incontrandovi 
molte simpatie. Gesù evidentemente, disgustato de’ suoi 
compatrioti galilei, interessati per le guarigioni che vi 
faceva cacciando i demoni, ma del resto contrari o 
indifferenti alla sua predicazione profetica, tanto più 
volentieri dovè tornare fra i discepoli e gli amici di Gio¬ 
vanni in Giudea, quanto più era ovvio per lui, discepolo 
e continuatore dell’ opera del Battista, di poter giusta¬ 
mente contare sopra V aiuto e la cooperazione dei gio- 
vanniti. È difficile credere, però, che egli, Galileo ed 
ellenista, abbia, fra quegli asceti del giudaismo vol¬ 
gare, trovata gente disposta a sostenerlo efficacemente ; 
e fu forse una nuova delusione quella che, dopo un po’ 
di tempo, lo persuase a cercare in Gerusalemme e fra 
il popolo libero da pregiudizi il terreno proprio a spar¬ 
gervi il seme della parola. Egli avrebbe trovato facil¬ 
mente nei cortili del tempio, in prossimità della Pa¬ 
squa, Giudei di sentimenti affini a’ suoi, là convenuti 
da ogni regione, e capaci di comprenderlo e unirsi a 
lui nel preparare l’avvento del regno di Dio sulla terra. 
Questo gran fatto, che secondo lui sovvertirebbe tutto 
il regime sociale, senza essere forse imminente, non gli 
pareva tuttavia lontano. Egli aveva già detto una 
volta, sembra, a’ discepoli in Galilea (7) : 

« Amen, io vi dico, sono alcuni qui fra i presenti, 
che non gusteranno la morte finché veggano il regno di 
Dio venire con potenza». . 


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— 380 — 


Ed ora, in via per recarsi a Gerusalemme, aveva ri¬ 
petuta la stessa persuasione, considerando i fanciulli 
come la generazione predestinata da Dio alla gloria 
del regno ; e consigliando al ricco di disfarsi degli averi 
in prò dei poveri, se voleva esser certo di partecipare 
con loro al beneficio del nuovo regime sociale, che 1’ av¬ 
vento del regno di Dio inizierebbe nel mondo. Non 
v’ era tempo da perdere, mentre era urgente Y opera 
deir uomo a preparare Y opera di Dio, e faticoso e 
lento il suo procedere, fra Y avversione di molti e l’in¬ 
differenza dei piu. Un istante perduto era una colpa. 

Secondo i vangeli, Gesù sarebbe entrato in Gerusa¬ 
lemme, a principio di settimana innanzi la pasqua, e 
vi sarebbe stato crocifisso durante la festa. Già di¬ 
cemmo che tale descrizione dell’ ultimo tratto di vita 
di Gesù è in rapporto con V idea puramente teologica 
dei Cristo, che si reca a Gerusalemme unicamente per 
morirvi nella sua qualità messianica, la morte essendo 
il fatto centrale e singolare di tutto Y essere suo, 
come persona storica. Infatti, tanto i primi come gli 
ultimi termini di una siffatta rappresentazione non han 
valore storico. 1/ ingresso trionfale del Cristo nella 
santa città dei profeti dal monte Oliveto, e la sua morte 
proprio il dì di pasqua, nella realtà non hanno fonda¬ 
mento di sorta. Invece, la cacciata dei profanatori dal 
tempio e del pari Y ultima cena possono aver avuto 
, un qualsiasi motivo storico ; ma così come ci vengono 
rappresentati dalla tradizione evangelica, sono due 
atti solenni del Cristo, signore del tempio e signore 
del sacrificio, nei quali è diffìcilissimo scorgere gli ele¬ 
menti eventuali di storica verità. 

Pertanto è da concludere, sulle tracce di una tradi¬ 
zione dei vangeli anteriore e primitiva, rispetto a quella 


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di Marco, che Gesù venne a Gerusalemme un qualche 
tempo prima della festa di pasqua, per esempio circa 
un mese, quando in Gerusalemme celebravasi la festa 
di « purim ». Del resto, la breve distanza di Gerusa¬ 
lemme da Gerico, centro dei giovanniti, e dove egli re¬ 
cavasi certo sovente, fa pensare che non avesse dimora 
fissa nella città santa. Sapeva bene come e quando gli 
convenisse di apparire nel tempio, o solo o in compa¬ 
gnia di giovanniti, a passare la giornata insegnando, 
oppur discutendo, ciò che valeva lo stesso, dato il me¬ 
todo d’insegnamento in uso a quel tempo (8). 

È presumibile, e in fondo non vi è contraria neanco 
la tradizione evangelica, che Gesù si recasse in Giudea 
solo e senza discepoli, ed a Gerico poi fosse raggiunto 
dagli amici Pietro, Giacomo e Giovanni, pochi giorni 
innanzi la pasqua. Mescolati alla folla abituale dei pel¬ 
legrini, i quattro Galilei vennero insieme a Gerusa¬ 
lemme per passarvi la solennità. L ’ingresso trionfale 
di Gesù nella città dei profeti, lo abbiamo detto, è 
ignoto interamente alla storia. Piuttosto non ha 
niente d’ impossibile, per sé, la cacciata dei profana¬ 
tori d* intorno al santuario. Nei cortili esterni del tem¬ 
pio si teneva, specialmente in quei giorni di grande 
affluenza di devoti, un piccolo mercato, rumoroso come 
suole in Oriente, per la vendita di minuti animali, per 
esempio colombe, destinati alle offerte sacrificali, e per 
il cambio in moneta nazionale giudaica, sola accettata 
dai sacerdoti per la tassa capitale, delle monete cor¬ 
renti romane o greche, nel paese. Venditori e cambia¬ 
monete, allora come oggi in Oriente, frodavano certo 
a man salva il povero Giudeo di provincia, che veniva 
là pieno di fede e ignaro di come si vivesse nella città 
capitale. Doveva essere questo un traffico esoso al pò* 


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polo, un’ offesa alla sua religione sincera, ed anche, 
diciamolo pure, alla sua volontà di non- pagare le 
tasse. 

E però non vi è nulla di strano, che Gesù, sostenuto 
dalla simpatia popolare, abbia così provocato una di¬ 
mostrazione, e sia venuto anche a vie di fatto contro 
gli odiati intermediarii del sacerdozio venale. Piut¬ 
tosto si direbbe eh’ è un atto volgare, alieno della no¬ 
bile ingenuità di Gesù. Ma è la narrazione in sé mede¬ 
sima, che vien redatta in termini così messianici, da 
non lasciare distinguere, se comunque il fatto è storico, 
la genuina forma primitiva dell’ episodio. Ed è pure 
incredibile, se il fatto è vero come lo racconta il van¬ 
gelo, che le autorità sacerdotali siano rimaste inerti 
di fronte alla pubblica offesa, che Gesù in sostanza 
avrebbe fatto al giudaismo officiale, nonché agli inte¬ 
ressi sacerdotali. V’ era più che motivo per procedere 
all’arresto immediato di Gesù, senza eccitare troppo 
il malvolere del popolo. 

5. Condanna del Tempio. 

La situazione, altrimenti, presentavasi affatto di¬ 
versa. Gesù si limitava ad insegnare, a diffondere tra i 
pellegrini V idea del prossimo avvento del regno di Dio, 
e a confortare, come gli antichi profeti fecero prima di 
lui nel medesimo tempio, la loro fede esausta con nuove 
speranze. E perciò si comprende agevolmente come 
non fosse possibile a’ sadducei, irritatissimi, di arre¬ 
stare Gesù solo perché predicava la parola dei pro¬ 
feti. Il popolo sarebbe insorto. E doverono restringersi 
a cercare di cogliere in fallo, per trovare un motivo 
d’ arresto, il novello agitatore. 


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« E mentre egli girava per il tempio, gli si fecero 
davanti gli scribi, e gli dissero: Con quale autorità 
fa’ tu questo? E chi ti dette potestà di farlo? E Gesù 
disse : vi domanderò una cosa ; e se mi rispondete, io 
vi dirò, per via di quale autorità fo questo. Il batte¬ 
simo di Giovanni era dal cielo, o dagli uomini? Rispon¬ 
detemi. E quelli riflettevano tra sé : Se diciamo : dal 
cielo; allora ci dirà: e perché non gli avete creduto? 
E se diciamo: dagli uomini? E questo non osavano, a 
motivo del popolo, perché Giovanni era tenuto per vero 
profeta. E risposero a Gesù : Non lo sappiamo. E Gesù 
replicò loro : Neanch’ io vi dico, per via di quale au¬ 
torità fo questo ». 

« E gli mandano alcuni farisei, con gli erodiani, 
per coglierlo in parola. E vennero e gli dissero : Mae¬ 
stro, sappiamo che sei verace, e non ti preoccupi di 
nessuno ; perché non guardi in faccia agli uomini, ma 
insegni secondo verità la via di Dio : È lecito pagare la 
tassa a Cesare, o no? Ed egli, conoscendo la loro fal¬ 
sità, disse loro : A che mi tentate? Porgetemi un de¬ 
naro ch’io veda. Glie ne porsero uno, e chiese loro: 
Di chi è questa immagine, e la scritta? Risposero : Di 
Cesare. E Gesù disse loro : Date a Cesare quel eh’ è 
di Cesare, e a Dio quel eh’ è di Dio. E rimasero stupiti 
di lui ». 

« E la turba lo ascoltava volentieri. E nella sua dot¬ 
trina egli diceva: Guardatevi dagli scribi, che amano 
di aggirarsi in veste lunga, e d’esser salutati nelle 
piazze, e ottenere i primi posti nelle sinagoghe ed a 
mensa nei banchetti ; e divorano gli averi delle vedove, 
pur facendosi vedere lungamente a pregare. Essi rice¬ 
veranno un peggiore gastigo ». 

« E seduto dirimpetto al tesoro, egli osservava la 


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gente mettere la moneta nel tesoro. E molti ricchi da¬ 
vano molto ; ma, venuta una povera vedova, vi gittò 
due spiccioli, che fanno un quattrino. Allora egli 
chiamò i suoi discepoli e disse : Amen, io vi dico, que¬ 
sta povera vedova ha messo più di tutti coloro che get- 
taron nel tesoro. Perché tutti vi misero del loro super¬ 
fluo ; mentr’ essa con la sua penuria vi mise tutto ciò 
che possedeva, ogni aver suo». 

« E quando egli uscì fuori del tempio, uno de’ suoi 
discepoli gli disse: Maestro, vedi che pietre, e quali 
edilìzi ! E Gesù disse : Vedete voi questi magnifici edi- 
fizi? Non vi rimarrà pietra sopra pietra, che non sia 
rovinata » (9). 

Le ultime speranze di Gesù s’ erano ormai spezzate 
contro la dura esperienza. L’ oggetto della sua mis¬ 
sione profetica, la preparazione operosa del regno di 
Dio sulla terra, appariva in realtà ben diverso dalle 
semplici illusioni di prima. Cacciare i demoni, guarire 
gP infermi, confortare i dolenti, e seminare sulle vie 
della fede la parola della giustizia e della carità, era 
agevole, forse, ma vano. Qualsiasi tentativo di reden¬ 
zione umana — e il popolo anelava a redenzione — era 
destinato a fallire dinanzi alP infrangibile regno del 
male, organizzato per la violenza e la menzogna da 
queir aristocrazia sacerdotale e da quella borghesia 
farisea, che si vantavano rappresentanti di Dio, ed 
erano, al contrario, potenze di Satana. Quale ingenuo 
profeta potevasi illudere, dunque, di volgere al bene 
tanta e così ostinata corruzione sociale? Come sarebbe 
possibile ottenere alcunché dalle classi dirigenti, le 
quali avevano ormai rovesciati i valori della vita, e 
scambiate le attribuzioni del bene e del male, di Sa¬ 
tana e di Dio? Era pur vero che dal vecchio mondo non 
vi era più nulla da sperare, poiché il tempio medesimo, 


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dimora della divinità, era non più che un covo di lupi 
in parvenza d’agnelli. La redenzione del popolo, V av¬ 
vento di Dio sulla terra, non si sarebbe ormai potuto 
compiere che per la distruzione violenta del regno di 
Satana e di tutti i suoi seguaci, e Dio, per raggiungere 
il fine supremo della salvezza degli eletti, non avrebbe 
certamente dubitato di coinvolgere nella grande rovina, 
come fece altra volta, il suo medesimo tempio. 

La frase di Gesù, che nel vangelo non ha carattere 
di segretezza, fu senza dubbio udita anche da altri 
che da* discepoli, o dagli amici di lui. Dovevano ab¬ 
bondare le spie, ed egli era certo sorvegliato. Chi sa 
che la domanda non gli sia stata fatta da taluno, che 
voleva passare per discepolo e gli si mise a fianco uni¬ 
camente per tentarlo? In tal caso, riuscì nell’ intento. 
Gesù si tradì. Geremia, oltre sei secoli prima, s’ era 
salvato a stento dalla morte, per aver predetta ugual¬ 
mente la distruzione del tempio : a mala pena lo aveva 
protetto dalla furia popolare la sua gran rinomanza 
ed il rispetto che per lui aveva la corte. Era un’ età 
più rozza, ma civilmente più libera. Gesù ora trova- 
vasi alla mercé d’una plebaglia vile di sacerdoti e 
scribi, decisi tanto più a fargli pagar cara la sua « be¬ 
stemmia» contro il tempio, quanto più si sentivano 
dalla parola del profeta chiamati responsabili della ro¬ 
vina. Da che Gesù proferì la sublime sentenza, dovè 
sapersi già votato alla morte ; certo, mai come allora 
sentì la sua dignità di profeta. 

«Era la pasqua e gli azzimi, dopo due giorni. E 
pensavano i grandi sacerdoti e gli scribi come impos¬ 
sessarsi di lui con qualche inganno ed ucciderlo. E di¬ 
cevano : Non durante la festa, ché non avvenga tu¬ 
multo nel popolo » (10). 

Le autorità decisero di mandar subito ad effetto il 

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loro proposito di arrestare Gesù e farlo morire, per po¬ 
ter riuscire a toglierlo di mezzo prima di pasqua, in¬ 
nanzi cioè che principiassero gli otto giorni della so¬ 
lennità. Nonché avessero scrupolo a farlo crocifiggere 
nei giorni della festa ; ma avevano timore che Gesù 
appunto per quei giorni preparasse una qualche som¬ 
mossa popolare, o che i numerosissimi pellegrini, ec¬ 
citati dalle predicazioni di lui, prendessero a spalleg¬ 
giarlo e rendessero, se non impossibile, più difficile e 
pericolosa la sua condanna a morte. Bisognava far 
presto: arrestarlo la sera medesima, alla chetichella, 
farlo morire la dimane subito, e così liberarsi di lui 
un giorno o due prima che si avesse la pasqua. 

6. Il giorno della morte. 

I dati cronografici della tradizione evangelica a 
questo punto sono assai confusi. La loro indecisione 
proviene dal fatto che al nucleo primitivo del racconto 
è stata soprammessa la concezione simbolica, secondo 
cui la cena pasquale de ? Giudei è fatta coincidere con 
la cena eucaristica istituita dal Cristo, in passaggio 
dal vecchio al nuovo testamento, dalla legge musaica 
alla libertà cristiana. Il giorno ebraico, si sa, prin¬ 
cipiava non alla mezzanotte, ma, col tramonto del sole, 
ai « primi vespri » della sera precedente. Con V ultima 
cena pertanto, Gesù avrebbe solennizzato il principio, 
e cioè i primi vespri, della festa pasquale, e sarebbe 
stato quindi crocifisso nella giornata di pasqua innanzi 
il tramonto. 

II quarto vangelo non tiene in conto questa combi¬ 
nazione cronografìca, e fa invece coincidere la morte di 
Gesù col giorno innanzi la pasqua, quello cioè nel quale, 


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a sera, principiati i vespri di pasqua, si uccideva il 
simbolico agnello pasquale, prototipo di Gesù. Anche 
Giovanni, che non fa parola dell’ ultima cena eucari¬ 
stica, è mosso dal pensiero di armonizzare la morte del 
Cristo con un’ idea teologica ; ma la libertà presa di 
fronte ai sinottici, dimostra bene che ancora a suo 
tempo sapevasi storicamente Gesù non essere morto 
di pasqua, né avere celebrato coi discepoli la cena pa¬ 
squale giudaica, per la ragione ovvia che la sera di pa¬ 
squa — quella, cioè, che antecede la levata del sole di 
pasqua — egli era già morto (11). 

E realmente il dato dei sinottici contradice alle 
parole già riferite di Marco, secondo cui le autorità 
del sacerdozio si propongono di arrestare e far morire 
Gesù, innanzi che sopraggiunga la festa di pasqua, 
la quale principierà fra due giorni. La tradizione pri¬ 
mitiva, che certo non conobbe il pensiero dei sacerdoti, 
presunse giustamente di determinarlo, riferendosi a 
quanto era avvenuto. Poiché Gesù era morto nel giorno 
che doveva computarsi come antivigilia di pasqua — 
cioè quello nel quale al tramonto del sole principiava 
la vigilia di pasqua — se ne poteva arguire che i sacer¬ 
doti avevano voluto ucciderlo, con tanta sollecitudine 
e dopo una parvenza di processo, perché avevano ti¬ 
more di dar motivo comunque, facendo altrimenti, a 
un tumulto popolare. 

Certo, la frase blasfema da Gesù pronunziata in¬ 
torno al tempio, e subito notata senza dubbio da testi¬ 
moni che avevano interesse ad aggravarne la portata, 
finì per compromettere del tutto la situazione già va¬ 
cillante di lui, non soltanto di fronte ai sacerdoti, ma 
anche in mezzo al popolo, cui essa non poteva tornare 
insomma che sgradita. Ma in ogni modo alle autorità 


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non sarebbe mancato un qualsiasi motivo o pretesto di 
sopprimere il giovane incauto, pretendente a profeta, 
anche se mai Gesù si fosse comportato con la maggior 
possibile prudenza. Non questa o quella frase ormai 
poteva decidere del suo destino, mentre, discepolo e 
continuatore dell’ opera di Giovanni, egli era inviso 
a tutte le classi dirigenti, a’ farisei come a’ sadducei, 
del pari agli erodiani che a’ fautori del regime romano. 
Era la sua medesima affermazione profetica, che impor¬ 
tava la morte ; il regno di Dio non poteva essere testi¬ 
moniato che a prezzo di sangue. 

Gesù ormai lo sapeva. E una sera, a parca mensa 
con gli amici, forse all’ ombra di qualche antichissimo 
olivo, nel mite splendore della notte imbiancata dalla 
luna crescente, aveva come inteso festeggiare la sua 
dipartita dal mondo, triste e pur nondimeno confortata 
da soavi speranze. Egli e gli amici suoi quella sera si 
permisero il lusso di un calice di vino, bevanda rara 
fra i poveri, che nel comune ricordo, fra i viventi di 
qua e di là dalla morte, sancisse la indelebile frater¬ 
nità delle anime. 

« Amen, io dico a voi, — aveva detto Gesù nel- 
F istante supremo di portare il calice al labbro — 
io non berrò più oltre di questo frutto della vite, fino 
al giorno che io lo beva nuovo nel regno di Dio » (12). 

Quando il fatto avvenisse, o la sera medesima la 
quale finì con F arresto, o giorni prima, è ignoto : forse 
così fu solennizzato F incontro di Gesù a Gerusalemme 
con i tre amici venuti di Galilea per vederlo, e passare 
la festa con lui, pochi giorni innanzi la pasqua. 

La più antica tradizione evangelica ci ha conser¬ 
vato il nome dell’ultima dimora di Gesù: il «Getse¬ 
mani », o « torculare d’ olio ». Se sia questo un nome 


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comune o proprio invece d’ una special località, è dif¬ 
ficile dire ; ma in ogni caso è designato un tratto del 
monte Uliveto, ad oriente di Gerusalemme, le cui pen¬ 
dici ano/ oggi sono sparse di olivi millenarii. In una 
circostanza, come quella di pasqua, nell’ affluenza enor¬ 
me di pellegrini al tempio, era difficilissimo trovare 
albergo nelle case ; per lo meno, la plebe doveva ri- 
nunziarvi. Né era, del resto, necessario. La stagion 
delle piogge era finita, e i pellegrini poveri dormivano 
qua e là per i dintorni, come suole in Oriente, all’ a- 
j»erto, chiusi ed avvolti ognuno nel proprio mantello. 
Il giorno lo passavano girando, e i più devoti intenti 
a pregare nel tempio. I gioghi dell’ Uliveto si popola¬ 
vano di Galilei, provenienti da Gerico, avendo fatto 
viaggio lungo la valle del Giordano per evitar di pas¬ 
sare attraverso la Samaria. I vangeli rammentano 
espressamente che Gesù e gli amici solevano trascorrere 
nel tempio le ore del giorno — come fanno pur oggi 
i musulmani di Gerusalemme — e la sera ritrarsi per 
la notte nel Getsemani, su le pendici oscure dell’Oliveto. 
Fra la gente, che numerosa andava e veniva, scherani 
e manutengoli dei sacerdoti senza dubbio tenevano 
d’ occhio e spiavano i menomi atti di Gesù e de’ com¬ 
pagni, per non lasciarsi sfuggire al buon momento la 
preda. 


7. Fra Dio e Satana* 

I tre amici quella sera doverono accorgersi, che d’in¬ 
torno a Gesù si macchinava alcunché di sinistro, e, 
irritati più che sgomenti, avevano fatto proposito di 
respingere la forza con la forza, ed opporsi a qual¬ 
siasi sopruso degli avversari a danno del maestro. Ri- 



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sulta ciò chiaramente dal racconto di Marco ; e Luca 
narra, anzi, che dicessero allora a Gesù : « Ecco qui 
due spade. Ed egli disse loro : Basta così ». Il suo 
spirito era compreso da ben altri pensieri (13). 

La terribile profondità dell’ essere umano certo 
mai non gli parve così tetra, come ora che stava per 
rendere, con una morte atroce, ragion della vita. Che 
cosa valeva, al confronto, P ora solenne del battesimo, 
quando tutta la luce del cielo si immerse nell’ anima 
sua? Che cosa Y entusiasmo spensierato con cui sulle 
fiorite rive del patrio lago, egli, il profeta, in lotta di¬ 
chiarata contro Satana e i suoi, aveva separato, con 
la parola che crea, il mondo del dolore che fu, da quello 
dei beati che è? Allora egli era forte della onnipotenza 
di Dio, e la luce serena della fede gli nascondeva 
F abisso vertiginoso del dubbio. Ora non più ; di fronte 
alla morte sicura, d’ un tratto gli sembrava di ritro¬ 
varsi solo, e di erigersi solo contro Dio. 

Mai non aveva sentito, come in queir ora fatale, 
drizzarsi incontro a lui la maestà, di Dio, presente nel 
tempio, che dall’ alto del ripido colle spiccava coi su¬ 
blimi colonnati enorme nel cielo, rischiarato dal lume 
crepuscolare d’ occidente. L* immenso gigante, che gli 
sovrastava di faccia, creazione millenaria della fede di 
tante generazioni, lo conquideva con la potenza invin¬ 
cibile della religione che esso rappresentava unico nel 
mondo. E chi era egli dunque, il profeta, che con la 
sua parola imponderabile aveva osato insieme condan¬ 
nare, coi sacerdoti iniqui, il tempio di Dio? Con quale 
autorità, dunque, egli aveva osato sentenziarne la ro¬ 
vina? Chi lo aveva inspirato a parlare : Satana o Dio? 

Dall’alto dei cieli stellati la notte incombeva sul 
mondo. I tre amici non sembra che fossero preoccupati 
troppo né della loro sorte né di quella del loro maestro. 


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e forse speravano anzi che passata la festa tranquilla, 
com’ era nelle loro intenzioni, le autorità non avrebbero 
avuto motivo di dar corso a nessuna giustizia ed avreb¬ 
bero potuto far ritorno con gli altri pellegrini in pa¬ 
tria loro. Ma Gesù, che sentiva la tremenda solennità 
di queir ora, dìbattevasi in preda a inesprimibile agi¬ 
tazione d’animo. Era quella ben V ora di Satana. Quel 
Satana che già V ebbe in potere, innanzi il battesimo, 
e che dopo il battesimo ebbe dal novello profeta a su¬ 
bire disfatte ignominiose, tornava ora all* assalto, e 
penetrando nella carne viva dell’ uomo si vendicava tor¬ 
cendogli il cuore e dilaniandolo. E il giovinetto profeta, 
nella tempesta orribile, cercava tremando salvezza dalle 
folgori del Nemico, e rifugiavasi in Dio. La tradizione 
evangelica ci ha serbato indelebile il ricordo della ten¬ 
tazione di Satana, cui soggiacque Gesù, trasfigurato 
nella persona del Cristo. 

« Egli ritenne seco Pietro, Giacomo e Giovanni ; 
e cominciò a tremare e ad angosciarsi. E disse loro: 
La mia anima è contristata si da morirne ; rimanete 
qui, e vegliate. E inoltratosi un po’, gettossi a terra 
e pregava, che, se era possibile, passasse da lui quel- 
V ora. E diceva : Abbà, Padre, tutto è possibile a te ; 
togli via questo calice lungi da me. Però, non quello 
eh’ io voglio, ma quello che vuoi tu. E venne, e li trovò 
che dormivano, e disse a Pietro: Simone, tu dormi? 
Non puoi dunque vegliare un poco? Vegliate e pregate, 
affinché io non entri nella tentazione; ché lo spirito è 
pronto, ma la carne è debole. E di nuovo andò, e pregò. 
E tornò, e trovò che dormivano ; e i loro occhi erano 
gravati, talché neppure sapevano che cosa gli dicessero. 
E tornò la terza volta, e disse loro : Voi dormite così, 
e riposate? Basta; alzatevi, andiamo». 

« E subito, mentre ancora parlava, apparve una 


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turba, con spade e bastoni, d’ appresso i grandi sacer¬ 
doti e gli scribi e gli anziani. E gli gettarono le mani 
addosso, e lo presero. Ma uno dei presenti, sguainata 
la spada, colpì un servo del Gran Sacerdote, e gli 
mozzò un orecchio. E Gesù prese a dir loro : Come 
contro a un ladrone siete usciti, con spade e bastoni, 
a impadronirvi di me? Ogni giorno ero nel tempio fra 
di voi, e non mi avete preso. Allora lo abbandonarono 
tutti, e fuggirono » (14). 

I manigoldi, sicuri di aver Gesù nelle mani, non 
stettero a rincorrere oltre i fuggiaschi. Legarono sal¬ 
damente il prigioniero, e silenziosi, forse neppur ri¬ 
spondendo a quella domanda in verun modo, lo spin¬ 
sero di là dal letto del Cedron, con esso dirigendosi 
su per il colle del tempio. Alta la luna in cielo rischia¬ 
rava il cammino. Fra i molti dormienti all’ aperto, 
nessuno s’ era accorto o si curò di quanto succedeva. 
I mal intenzionati erano molti, fra tanto affluire di 
popolo nella santa città. Manipoli di guardie nella 
notte, in giro con un arrestato, non sorprendevano al¬ 
cuno con la loro presenza. Giunti al sommo della ri¬ 
pida salita, al piano del tempio, una porta socchiusa 
si aprì, e si richiuse prestamente dietro Gesù ed i suoi 
sgherri. Tutto era finito. 

8. « Re de* Giudei ». 

II genere di morte cui venne sottoposto Gesù, ci fa 
sapere che fu processato e condannato come ribelle po¬ 
litico dalP autorità romana. Ma restano a conoscere i 
motivi d* accusa, sui quali venne instrutto dai sacerdoti 
il processo, e riferito a Pilato nel presentargli Gesù. 
La tradizione evangelica serbò memoria di uno dei capi 
d’ accusa, formulati da testimoni, e cioè la parola bla- 


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sfema di Gesù, relativa alla futura distruzione del tem¬ 
pio. Ve n’ era, per il sinedrio, più di quanto bisognasse 
per la condanna a morte. Ma sarebbe stato forse suffi¬ 
ciente per ottenerla da Pilato? I vangeli raccontano 
invece, che la sentenza di morte fu pronunziata sul 
titolo, pubblicamente affisso, di « Re de’ Giudei ». 

Certo, è ammissibile, che l’accusa., sovrapposta alla 
croce, di « Re de* Giudei », sia conseguenza leggendaria 
del fatto puramente simbolico, secondo cui Gesù di¬ 
nanzi al sinedrio, solennemente convocato, confessò 
la sua vera qualità di Messia e Figlio di Dio. Ma è 
probabile, invece, il contrario, che, cioè, la scritta del- 
V accusa, infìssa alla croce, abbia essa provocato la 
inserzione nel racconto evangelico della rivelazione 
messianica in presenza del sinedrio. È difficile, infatti, 
che i sinottici abbiano formulato per primi una frase 
che al carattere messianico del Cristo dava un colore 
così spiccatamente politico ; mentre, anzi, è la loro 
preoccupazione quella di scindere il Cristo dal Re de’ 
Giudei, e opporre il « vero » Messia celeste a quello 
« falso » politico. 

Ammesso, pertanto, che sia storico il titolo d’ accusa 
affisso in croce, torna naturalmente in discussione la 
messianità di Gesù. Pur rimanendo escluso, come di¬ 
cemmo, che Gesù mai potesse aver conoscenza d’ essere 
il Cristo, od il Messia celeste, qual è rappresentato nei 
vangeli, possiamo dire che si reputasse predestinato ad 
essere Messia terreno e politico, quale era atteso o 
sperato largamente dal giudaismo? Abbiamo in Gesù 
dunque, un predecessore di quello che poi fu, cento 
anni dopo, in lotta coi Romani al tempo di Adriano, 
Bar Cocabà? Gesù sarebbe il David redivivo della 
tradizione giudaica? 

Che realmente Gesù provenisse dalla famiglia di 


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David, la più antica tradizione evangelica non sola¬ 
mente lo ignora, anzi lo esclude. L’ episodio nel quale 
Gesù in Gerusalemme ribatte il pregiudizio fariseo, 
che il Cristo debba essere un discendente di David, 
mentre invece è il signore di David, se anche non è 
storico, mostra assai bene, però, quello che di Gesù 
creduto il Cristo, si sapesse e pensasse fra i primi fe¬ 
deli cristiani (15). 

Ma inoltre è da considerare, che il David redivivo 
della tradizione giudaica-, il Messia politico atteso e 
sperato dal popolo, come redentore nazionale dal giogo 
romano, è una figura, per quanto umana e terrena, di 
carattere soprannaturale, e rappresentata piuttosto 
con i colori meravigliosi di un eroe dell’antichità, pro¬ 
cedente fra i « segni » più evidenti della onnipotenza 
divina in prò del suo popolo. Differisce sovente ben 
poco, e solo di grado, dal Messia trascendente. Ed anche 
questo ignora in rapporto a Gesù, anzi lo esclude, l’an¬ 
tica tradizione evangelica, la quale invece mostra che 
Gesù, dinanzi alla questione de’ farisei, rinunziò espli¬ 
citamente a far « segni » o miracoli, come argomento e 
riprova della sua dignità straordinaria (16). 

Gesù realmente, per compiere V opera sua, non 
aveva affatto bisogno di possedere comunque una espli¬ 
cita coscienza messianica. Gli poteva bastare, e gli 
bastò, la coscienza di essere un profeta. Infatti, 
l’ideale del Messia per sé era indipendente dalla con¬ 
cezione giudaica del regno di Dio, e da essa del tutto 
separata; anzi il complesso organico della migliore e 
più autentica tradizione giudaica quasi sempre la igno¬ 
rava. Bensì possiamo dire che, nella concezione tra¬ 
scendente e universale del regno, la figura divina del 
Messia era coordinata all’idea della somma Divinità 


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invisibile e inaccessibile, in qualità di mediatore tra Dio 
e il genere umano. Ma questo termine medio era inutile, 
anzi nocivo, nella concezione messianica terrestre e 
politica, la quale, a norma della dottrina prevalente 
nei profeti, esigeva anzi per sé di considerare V avvento 
del regno di Dio, come V inaugurazione di un perfetto 
regime teocratico sacerdotale, alieno affatto dallo stato 
regio. All’ idea teocratica del regno, la speranza di un 
Messia davidico si sovrapponeva soltanto per la viva¬ 
cità dei ricordi che fra il popolo di Qiuda lasciò Da¬ 
vid con la sua dinastia (17). 

Però, fa d’uopo osservare, che l’opera di Gesù come 
quella degli altri profeti, pur avendo un carattere emi¬ 
nentemente religioso, non cessava di essere tuttavia in 
fondo pure politica. Se Gesù avesse potuto proseguire 
indisturbato nella sua propaganda, senza dubbio 
avrebbe iniziato un movimento popolare, d’ indole 
schiettamente rivoluzionaria, che lo avrebbe di suo 
portato a capo di una nuova forma di vita sociale, della 
quale egli veniva, se adoperiamo il termine in uso a 
quel tempo in Oriente, ad essere il Re. 1/ opera di Gesù 
attiva e fattiva essa stessa del regno di Dio sulla terra, 
si prestava a cosiffatto risultato, o almeno offriva il 
destro ad essere interpretata in cotal guisa, assai più 
di Giovanni il Battista, il quale invece attendeva, in 
passiva rassegnazione, P inizio del regno dalP onni¬ 
potenza di Dio. 

Il carattere messianico, insomma, era implicito nel- 
V attività e nell’ opera di Gesù, ma non poteva diven¬ 
tare in lui vera e propria coscienza personale, se non 
quando la sua messianità effettivamente dal popolo ve¬ 
nisse riconosciuta. Ecco perché già in Marco la confes¬ 
sione di Pietro, innanzi la trasfigurazione, ha valore di 


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un fatto centrale e decisivo, se pure enunziata in rap¬ 
porto ad una concezione messianica situata al disopra 
della storia. Pietro, cioè la chiesa primitiva, confes¬ 
sando Gesù essere il Cristo, crea la sua degnitù messia¬ 
nica, ed a Gesù conferisce la coscienza di essere il 
Cristo. La messianità non era un dato di coscienza in¬ 
dividuale ; era un fatto di coscienza sociale. Il Messia 
era tale solamente ed in quanto riusciva ad operare la 
rendenzione d’Israele ; e un profeta, o guerriero, in 
tanto poteva riuscir ad essere il Messia, in quanto la 
fede del popolo da lui redento nella realtà dei fatti di¬ 
mostrava, eh’ egli aveva potenza redentrice e dunque 
dignità messianica. Bar Cocabà vittorioso fu da Rabbi 
Akibà conosciuto per « vero » Messia ; poiché soccom¬ 
bette ai Romani, fu poi detto un «falso» Messia (18). 

9. Saectili silentium. 

La tradizione evangelica, la quale sa riferire la opi¬ 
nione de’contemporanei, che Gesù fosse un vero pro¬ 
feta, non serba alcun ricordo di una riconosciuta mes¬ 
sianità di Gesù, in senso puramente terreno e politico. 
Realmente fa d' uopo anche dire, che i risultati pra¬ 
tici ottenuti da Gesù, di nessun valore apparente, non 
potevano dare motivo, né affidamento a credere eh’ egli 
avrebbe potuto esercitare un' efficace attività in favore 
della liberazione d’Israele dal giogo romano. Di piò 
lo stesso carattere mite e spirituale della predicazione e 
deir opera di Gesù, non si prestava ad essere interpre¬ 
tata in questo senso. Ciò non toglie però che i suoi 
nemici, e particolarmente il sinedrio, che voleva ot¬ 
tenere da Pilato la sua condanna a morte, abbia potuto 
dare presuntivamente un carattere siffatto alT opera 
di Gesù, e lo abbia così rappresentato al procuratore 


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romano come un pericoloso agitatore politico, in tale 
atteggiamento da far sospettare che preparasse di 
lunga mano la rivoluzione e la guerra, come se avesse 
intenzione di farsi re de’ Giudei. Era il modo più equi¬ 
voco, ed anche il più spiccio, per ottenere una pronta 
sentenza di crocifissione. Messa 1’ accusa in questi ter¬ 
mini, a Gesù tornava difficile il negare come il conce¬ 
dere ; né poteva sperare clemenza, o per lo meno un 
processo regolare a’quei tempi, in quei giorni, là in 
Gerusalemme, da un uomo come Pilato (19). 

« E la mattina per tempo, poi che ebbero tenuto 
consiglio, i Gran Sacerdoti, con tutto P alto consesso, 
Gesù legato condussero e consegnarono a Pilato. E lo 
interrogò Pilato: Tu sei il re de’Giudei? Ed egli ri¬ 
spose : Tu lo dici. E i grandi sacerdoti lo accusavano 
gravissimamente. E Pilato lo interrogò di nuovo : Non 
rispondi tu niente? Vedi, di quanto ti accusano. E 
Gesù non rispose oltre piu nulla, talmente che Pilato 
se ne meravigliò ». 

He vi son giorni in cui Pilato non ha tempo da per¬ 
dere, sono quelli di pasqua in Gerusalemme. Il reo non 
ha negato ; dunque è confesso. Il processo è finito. Se¬ 
gue immediata la condanna a morte (20). 

«Pilato allora fece flagellare Gesù, e lo dette per 
esser crocifisso. E i soldati lo condussero via nelP atrio 
del pretorio ; lo vestirono di porpora, e gli posero in 
capo una corona di spine, che avevano intrecciata, e 
presero a salutarlo : Salute, o re de’ Giudei. E con una 
canna gli percotevano il capo, e lo sputacchiavano, e 
piegati i ginocchi gli si prostravano innanzi. E poiché 
P ebbero così deriso, lo spogliarono della porpora, gli 
rimisero indosso le sue vesti, e lo menaron via per 
crocifiggerlo ». 

Abbiamo già notato che il racconto ha un forte co- 


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lorito simbolico e leggendario. È difficile pensare che 
i legionari avessero tempo e modo, mentre Pilato stava 
rendendo giustizia, di far simili giuochi. La tradizione 
evangelica, nondimeno, esprime tanto al vivo quelli che 
senza dubbio doverono essere i sentimenti della solda¬ 
tesca, rispetto a Gesù, da far credere che nella mez- 
z’ ora necessaria a redigere la sentenza ed a compiere 
le formalità giudiziarie, per darle corso immediata- 
, mente, abbian potuto commettere qualche cosa di si¬ 
mile (21). 

« E lo condussero al Golgota, che tradotto significa : 
luogo del Cranio. E gli porsero a bere del vino con 
mirra, e non ne prese. E lo crocifissero, che era* P ora 
terza. E in una scritta v’ era registrato il titolo del- 
P accusa : « Il Re de’ Giudei ». 

Dove fosse il Golgota, è ignoto; certamente fuori 
di una delle porte della città, prossime al tribunale. 
Riman difficile identificarlo col luogo sopra cui fu edi¬ 
ficata la chiesa, riunita oggi con quella così detta del 
« santo sepolcro ». Non si è potuto ancora dimostrare, 
che la località fosse a quel tempo fuori di porta (22). 

In ogni modo Gesù, prestamente adempite le forma¬ 
lità giudiziarie, di buon mattino ancora, prima che la 
città riempiasi di pellegrini, dal tribunale è condotto 
al luogo del supplizio. Il tratto è breve. Le guardie del 
sinedrio ebbero cura di tenerlo sgombro, e Gesù del re¬ 
sto è scortato da un manipolo di legionari, incaricati 
dell’ esecuzione, agli ordini di un centurione. Giunti 
al luogo del Golgota, in un terreno aperto in vista della 
pubblica via cui sovrastano alte le mura, e allonta¬ 
nati di là i pochi curiosi, i legionari presto afferrano 
Gesù, lo denudano tutto, lo stendono sopra la croce 
già pronta, in forma di T, e con quattro grossi chiodi 


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vi conficcano subito le mani e i piedi del dolente. Una 
buca è scavata nel frattempo, e col suo peso umano il 
piè della croce, sollevata, vi cade, rincalzato solida¬ 
mente. Un cartello preparato è confitto al di sopra della 
croce, poco più alta della statura d’ un uomo, con la 
causa della condanna : « Il Re de’ Giudei ». Perché 
il peso del corpo non distacchi le mani da’ chiodi, di¬ 
lacerando le palme, un paletto di legno è fitto in mezzo 
al tronco della croce, verso il punto dell’inforcatura, 
e il paziente è costretto a abbandonatisi, fra le an- 
goscie dell’ orribile supplizio. I soldati rimangono di 
guardia, finché sia morto. 

È P ora terza, secondo la tradizione evangelica ; 
cioè le ore nove del mattino, a computare dalla mezza¬ 
notte. Chi è stato a Gerusalemme, nella stagione di 
pasqua, anc’ oggi facilmente può vedere nelle tre ore 
circa seguenti al mezzogiorno — da sesta a nona secondo 
il computare giudaico — il cielo, sereno al mattino, 
oscurarsi di fitta caligine. La chiesa primitiva non di¬ 
menticò di notare P affettuoso ricordo della natura in¬ 
torno condolente al solitario martire (23). 

« E verso P ora sesta, venne una tenebra sopra tutta 
la terra infino alP ora nona ». 

Ma la tradizione evangelica presume di sapere an¬ 
che di più ; che negli ultimi istanti del suo terribile 
esistere Gesù, per poco dissi, disperò (24). 

«E alP ora nona, Gesù gridò: Eloi, Eloi, lama sa- 
bactani ; che tradotto significa : Mio Dio, mio Dio, 
perché mi hai abbandonato? Ed uno corse e riempì 
una spugna d’aceto e messala sopra una canna gli 
porse da bere ». 

Chi fu il legionario, che offrì al morente il conforto 
di un poco di « posca », la bevanda acetata dei soldati, 


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per le fauci riarse dal dolore? E pronunziò davvero 
Gesù quelle parole? O la tradizione presunse, con 
quella frase messianica tratta dai Baimi, di interpre¬ 
tare V ultimo pensiero del Cristo, che, mentre muore 
vittima di Satana, si slancia con lo spirito sublime in 
Dio, per non cadere nel baratro? Forse. Possiamo dire 
che il verso pare ricostruito su P espressione più an¬ 
tica (25) : 

«E Gesù, dato un grido, spirò». 

Il resto è mistero. 


NOTE. 

(1) Giovanni II, 13 ; V, 1 ; XII, 1. 

(2) Luca III, 1>3 ; Giovanti* II, 20. — Sulla cronologia del 
Nuovo Testamento, ved. O. Holtzmann, tfeutestamentliche Zeitge - 
echichte (Freiburg i. B. 1895) pp. 118-136. 

(3) Luca III, 23 ; Giovanni Vili, 57. — II di Samuele V, 4. 

(4) Matteo II, 1 ; Luca II, 1 segg. — La presunzione dei teo¬ 
logi, che vi sia stato un altro censimento di Quirinio, prima di 
quello dell’ anno 6, è largamente confutata da SchOrer, Gesoki- 
chie dee jiidiechen Volkes , I, 426-455. — Sulla cronologia del Bat¬ 
tista, ved. SchCrkr op. cit. I, 368 seg. — La proposta di ritar¬ 
dare la morte di Gesti fino alla pasqua dell’ anno 35 fu partico¬ 
larmente difesa dal Keim, e quindi accettata da vari critici ; anche 
il Wellhausen inclina verso quella opinione. Per parte mia pro¬ 
pendo a credere che Gesù, nato verso P anno del censimento di 
Quirinio, avesse al momento della morte, nel 29, poco più di venti 
anni. « Der Eindruck seiner Laufbahn — osserva benissimo il 
Wellhausen, Einleitung t 104 — beruhte darauf, dass eie nicht 
abgeschlossen, sondern jiih unterbrochen wurde, nachdem eie kaum 
begonnen hatte ». 

(5) I ai Corinti II, 2 ; I, 27-30 ecc. 

(6) Marco X, 1*, 13-14, 16 (il v. 15 lo considero un’aggiunta 
posteriore) ; X, 17-22 (ved. le note del Wellhausen, Dos Evang . 
Marci y pp. 80 seg.). Se il primo passo è in ordine cronologico, e 
ne dubito, i « discepoli » possono essere amici giovanuiti. 

(7) Marco Vili, 39. 


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(8) La festa di « purim » cadeva il 14 e 15 del mese di « adar » 
(marzo). Istituita, come sembra, durante 1’ età persiana ; il signi¬ 
ficato del nome è ignoto. 

(9) Marco XI, 27-33 ; XII, 13-17 ; 38-40 ; 41-44 ; XIII, 1-2. 
Le monete con la testa dell’ imperatore erano quelle d’argento, che 
non avevano propriamente corso nel paese. È arrischiato conclu¬ 
dere dall’episodio, ohe Gestì non avesse argento in tasca, per quanto 
ciò sia probabile per altri motivi. Gestì provoca i farisei a mo¬ 
strare e leggere la moneta, per rignardi polemici. È assolutamente 
poi fuori di luogo il trarre dalla frase finale di Gestì non so quali 
teorie moderne di separazione della chiesa dallo stato ; Gestì con 
la sua risposta non intese, come nota il Wellhausen, ohe a trarsi 
d’ impaccio, in un modo qualsiasi, dalla domanda farisea. 

(10) Marco XIV, 1-2, con la nota del Wellhausen, op. cit. 
p. 108, sul senso primitivo di questi due versi, i quali suppon¬ 
gono che Gestì sia realmente morto due giorni innanzi la pasqua. 

(11) Giovanni XIX, 14, 31. 

(12) Marco XIV, 25. 

(13) Luca XXII, 38. 

(14) Marco XIV, 33-42. Il verso 38 è modificato a norma di 
quanto osserva il Loisy, Les Évangiles Synoptique #, II, pp. 561 seg. 
— Marco XIV, 44-50, modificato a seconda della opinione già 
espressa a proposito di Giuda Iscariote, la cui figura è troppo co¬ 
lorita in modo messianico, per essere accettata come storica. Tut¬ 
tavia è probabile che Gestì avesse che fare con qualche spione, 
falso amico del momento (non apostolo, nè dei « dodici »), che lo 
tenne d’occhio e lo fece la sera stessa arrestare. — L’espressione 
xa&* rj^isQav fa ragionevolmente concludere ohe Gestì siasi trat¬ 
tenuto in Gerusalemme per uno spazio di tempqjsuperiore ai pochi 
giorni avanti pasqua, sistemati nella tradizioni evangelica. 

(15) Marco XII, 35-37. 

(16) Ved. il XVII dei Salmi di Salomone t e gli altri nume¬ 
rosi tratti dei libri giudaici citati nei lavori del Bousset e del 
Bertholet. 

(17) Bousset, Die Beligion dee Judentume , p. 255-257 ; Ber¬ 
tholet, Die judi8che Religion , p. 444-446. — Per la Misnàh, nu¬ 
cleo del Talmud, che rappresenta le idee del giudaismo fariseo 
più ortodosso, il Messia si può dire che non esista ; almeno, non 
se ne tiene conto, tranne una volta nel Tr. Sotà IX, 15. 

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(18) Bar Cocabà, il « Figlio della Stella », è perciò detto nel 
Talmud Bar Cozibà, il « Figlio della menzogna ». — Che Gesù sia 
stato considerato un Messia nazionale è anche l’opinione del Well- 
hausen, Einleitung, pp. 79-84, il quale però accentua troppo il ca¬ 
rattere politico, e pertanto messianico, dell’opera di Gesù. — Sulla 
questione, ved. il libro, nuovo e interessante, di G. Rosadi, II 
Processo di Gesù (Firenze 1904 ecc.), per quanto nei particolari le 
sue opinioni circa l’intricato problema differiscano sovente dalle 
nostre. 

(19) Marco XV, 1-5. — La risposta di Gesù : « Tu lo dici », 
benché nel fraseggiare semitico soglia avere carattere di conces¬ 
sione affermativa, a rigore però nè afferma, nè nega. 

(20) Marco XV, 15-20. 

(21) Marco XV, 22-23 ; 25-26. Il v. 25 è di carattere schiet¬ 
tamente messianico : Salmo XXII, 19. 

(22) Vi è pure grande incertezza sulla situazione del tribu¬ 
nale, dove fu da Pilato condannato Gestì. Gerusalemme è stata 
così a fondo devastata dalla rabbia delle guerre di religione, che 
è difficilissimo rintracciare la posizione precisa degli antichi edi- 
fizi. 

(23) Maroo XV, 33. 

(24) Maroo XV, 34-36, secondo il testo stabilito dal Wellhau- 
8KN, op. cit. p. 131 seg. 

(25) Marco XV, 37. La frase di Gesù nel v. 34 è uguale al 
principio del Salmo XXII ; ciò che fa pensare, ohe si possa aver 
qui una parola di Gesù, modificata però in senso messianico, si 
è la dizione aramaica nella quale ci è stata tramandata, a diffe¬ 
renza del testo ebraico originale del Salmo, ond’ è riferita. — In¬ 
fatti la trascrizione greca di Marco ci dà la frase aramaica : 

no 1 ? 

mentre il testo ebraico porta : 

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Correzioni 


TESTO. 


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33, liu. 

18, 

assoggetati 

leggi: 

assoggettati. 

242, » 

16, 

nazionalista 

» 

razionalista. 

264, » 

8, 

Weis© 

» 

Weiss. 

289, » 

24, 

cristana 

» 

cristiana. 


NOTE. 


17, nota 

2, Wolke8 

leggi : 

Volkee. 

18, » 

13, Archeologia 

» 

Arch oologie. 

106, » 

9, Religione 

» 

Religion . 

» » 

12, Textament 

» 

Testament. 

107, » 

13, id. 


id. 

140, * 

1, XI, 1, 2 ; Vili, 2 

» 

XI, 7, 2 ; 8 ; 

311, * 

8, ellenistisch 

» 

hellenistiech. 

312, » 

13, and 

» 

ut*. 

313, » 

22, giudaico 

1> 

gindaico. 

» » 

23, Philosof 

» 

Philoeoph. 

316, » 

38, II 

» 

I. 

317, » 

48, Zaroaeter 

» 

Zoroaeter. 

368, » 

12, effeta 

» 

ephphetho. 


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* 


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INDICE DEL VOLUME 


Al lettore. Pag . in 

Parte Prima. — Il Tempio. 

Capitolo Primo. — I Profeti .3 

1. Origini del regno d’Israele, p. 4. -2. I sa¬ 
cerdoti del deserto, p. 6. - 3. La rivoluzione pro¬ 
fetica, p. 9. - 4. I profeti de’ tempi nuovi, p. 14. 

Note.17 

Capitolo Secondo. — La Legge .19 

1. Regno di Giuda, p. 19. -2. Il Tempio salomo¬ 
nico, p. 23. - 3. Il profeta Isaia, p. 26. - 4. L’ido¬ 
latria giudaica, p. 30. - 5. Reazione sacerdotale, p. 32. 

- 6. Il profeta Geremia, p. 35. - 7. La riforma deu- 
teronomica, p. 38. - 8. Crisi del regno, p. 43. - 


9. L’ultimo decennio, p. 45. 

Note.48 

Capitolo Terzo. — La costituzione teocratica ... 50 


1. Il profeta Ezechiele, p. 51. - 2. Cattività di Ba¬ 
bilonia, p. 55. - 3. Origini del giudaismo, p. 59. 

- 4. Rifiorimento idolatrico, p. 62. - 5. Il Codice 
sacerdotale, p. 65. - 6. Promulgazione della Legge, 
p. 69. 

Note.72 


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— 406 


Capitolo Quarto. — Misteri dell'Oriente. . . Pay . 74 

1. Vicende religiose dell’Egitto, p. 75. - 2. La Re¬ 
surrezione di Osiride, p. 78. - 3. Splendore di Ba¬ 
bilonia, p. 82. - 4. Miti e sacramenti delia vita, p. 86. 

- 5. La Bibbia babilonese, p. 89. - 6. Jahvé dio 
d’Israele, p. 92. - 7. Origini del monoteismo, p. 95. 

- 8. Il profeta Zoroastro, p. 97. - 9. La religione 
dei Magi, p. 99. • 10. La scoperta di Dio, p. 102. 


Note.105 

Capitolo Quinto. — Ellenismo.Ili 


1. I Samaritani, p. 112. - 2. Il giudaismo del de¬ 
serto, p. 114. - 3. Greci e Giudei, p. 116. - 4. I 
Greci in Asia, p. 118. - 5. Impero di Alessandro, 
p. 121. - 6. Crisi del Giudaismo, p. 123. - 7. La 
persecuzione ellenista, p. 128. - 8. Il profeta del 
libro di Daniele, p. 133. - 9. La gesta raaccabea, 


p. 137. 

Note.140 

Capitolo Sesto. — Giudaismo.143 


1. La nuova coscienza giudaica, p. 144. - 2. Con¬ 
cetto di Dio, p. 148. - 3. Angeli e Demoni, p. 151. 

- 4. La tradizione e la Bibbia, p. 156. - 5. I dot¬ 
tori della legge, p. 160. - 6. Vita del devoto giu¬ 
deo, p. 162. - 7. Di qua dalla morte, p. 166. - 8. 

Di là dalla morte, p. 168. 

Note.172 

Capitolo Settimo. — La pienezza dei tempi. . . . 175 

1. Decadenza dell’impero ellenista, p. 177. - 2. Re¬ 
gno giudaico degli Asmonei, p. 180. - 3. La con¬ 
quista romana, p. 184. - 4. Erode il « Grande », 
p. 188. - 5. I Sadducei, p. 193. - 6. I Farisei, 
p. 199. - 7. Istituzione delle Sinagoghe, p. 203. 

- 8. La propaganda giadaica, p. 208. - 9. L’idea 
messianica, p. 212. 

Note.216 


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407 


Parte Seconda. — Il Cristo. 

Capitolo Ottavo. — Dalla Legge al Vangelo . Pag . 221 
1. La tradizione e la scienza, p. 222. - 2. Narrazio¬ 
ne evangelica, p. 226. - 3. I vangeli secondo la 
chiesa, p. 232. - 4. Principii della critica moderna, 
p. 235. - 5. Il razionalismo, p. 240. - 6. Gesù e 
il Cristo mitico, p. 243. - 7. La Scuola di Tubin- 


ga, p. 247. - 8. Il vangelo di Marco, p. 251. - 9. 
Sistema della critica evangelica, p. 254. 

Note.257 

Capitolo Nono. — Dal mito *11* storia .259 

1. « Essenza del Cristianesimo », p. 260. - 2. Il 


problema di un Gesù storico, p. 265. - 3. Gesù è 
esistito?, p. 268. - 4. La gnosi e il cristianesimo, 
p. 272. - 5. Gesù è un mito gnostico?, p. 275. 
- 6. La tradizione ecclesiastica, p. 279. - 7. Te¬ 
stimonianza di Paolo, p. 282. - 8. La divinità di 
Gesù, p. 285. - 9. L’epoca di Gesù, p. 288. - 10. 
Gesù seppe di essere il Cristo ?, p. 291. - 11. Il van¬ 
gelo primitivo, p. 295. - 12. Il Figlio dell’ Uomo, 
p. 299. - 13. I « logia » di Matteo, p. 302. - 14. 

Tradizioni evangeliche, p. 306. - 15. Zoroastro e 


Gesù, p. 308. 

Note.310 

Capitolo Decimo. — L'Ammonitore.318 


1. Dopo Erode, p. 318. - 2. La dominazione ro¬ 
mana, p. 320. - 3. Ponzio Pilato, p. 323. - 4. Gli 
Esseni, p. 326. - 5. Rinascita del profetismo, p. 329. 


- 6. Giovanni il « Battezzatore », p. 331. - 7. La 
morte dei profeta, p. 334. 

Note.336 

Capitolo Undecimo. — U Profeta .339 


1. La patria di Gesù, p. 341. - 2. La vocazione 
divina, p. 343. - 3. La tentazione di Satana, p. 346. 


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— 408 — 


- 4. Principio dell’era messianica, p. 348. - 5. La 
contradizione, p. 353. - 6. La parola creatrice, p. 357. 


- 7. Alla conquista del mondo, p. 361. - 8. Verso 
l’ignoto, p. 364. 

Note. Pag* 367 

Capitolo Duodecimo. — La Pine.370 


1. La data storica, p. 371. - 2. L’anno di nascita, 
p. 373. - 3. Vita di Gesù, p. 376. - 4. A Gerusa¬ 
lemme, p. 379. - 5. Condanna del Tempio, p. 382. 

- 6. Il giorno della morte, p. 386. - 7. Fra Dio e Sa¬ 
tana, p. 389. - 8. « Re de’ Giudei », p. 392. - 9. 
Saeculi silentium, p. 396. 

Note.400 




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