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Full text of "Ocere teatrali del Sig"

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Gif t of 
Prof. Wnu Muechenheim 
In memory of his wife, 
Elizabeth Bodanzky 
Muechenheim 



\ 



OPERE TEATRALI 

DEL SIQ. AVVOCATO 

CARLO GOLDONI 
Veneziano-. 

CON KAMI ALLUSIVI. 

TOMO DECIMONONO. 

La Vedova Scaltra* || la donna Volubile . 

la Castalda • li Pettegolezm delle Donne « 



L A 

VEDOVA SCALTRA 

COMMEDIA 

DI TRE ATTI Iti PROSA 

Rappresentata la prima volta in Milano nell'Bstats 
dell- Anno MDCCXLVUI. 



A 3 



PERSONAGGI, 

ROSAURA Vedova di Stefanello dei Bisognosi , e figlia 
del dottore Lombardi. 

ELEONORA sua sorella. 

PANTALONE dei Bisognosi, cognato di ROSAURA , 
amante di ELEONORA. 

Il DOTTORE LOMBARDI bolognese, padre delle sud- 
dette due sgrelle. 

Milord RUNEBIF Inglese . 

Monsieur le BLEAU Francese. 

Don ALVARO de Castiglia Spagnuolo, 

Il CONTE di Boscq nero Italiano. 

MARIONETTE Francese, cameriera di ROSAURA, 

ARLECCHINO, cameriere di Locanda, 

BIRIF , cameriere di Milord . 

FOLETTO, lacchè del CONTE. 

Servi di PANTALONE. 

yn Caffettiere, e suoi garzoni. 



J,a Scena si rappresenta in Venezia, 



AT- 



Védova Jca/tra. . 



Atto L Sci. 



ààkl,»' -. «tir. ■■umili 



./- , r ,',. 



ATTO PRIMO. 

SCENA P« I M A. 

Notti» 

Camera di Locanda eoa tavola rotonda apparecchiata , sopra 
coi varie bottiglie di Ikruori con sottocoppa , e bicchieret- 
ti, e due tondi con salviette, candelieri con candele. 

M i/. &**&& Mmu. U MUmhD. Mvmt* il Ci; di h$uo Ner*. 

Tutti a sedere alla tavola rotonda , con bicchieri in mano pie- 
ni di vino , cantando una canzone alla frane, intuonata da 
M. le Bleau > e secondata dagli altri, dopo la quale 



E, 



Mon. JLiVviva la bottiglia, evviva 1" allegria.' 
T*r. Evviva. 

Cm. Questo nostro locandiere ci ha vcianieatedatouaabuo* 
na cena. A 4 Moh. 



A ^^ AW ti VÉDOVA SCAtTAA v t 

ììon.È* stata passabile ; ma voi altri italiani joòh ave- 
te nel mangiare il buon gusto di Francia. 
Con. àfcbiamo anche noi dei cuochi francesi. 
1 Mcn. Eh sì , ma quando vengono in Italia perdono la 
^ • ..buona maniera d| cuoceiè. Oh se sentiste comesi 
mangia aj Parigi! Là è dove si raffiaan le cose. 
Mil. Voi altri 1 francesi avete questa malinconia in ca- 
•|k>, chetata vi sia altro mondo , che Parigi» Io 
• " sono un feubno inglese , ma- di Londra non parlo 

* ...rnai.-; . «Vi ' i 
\Mjplo rido, ijuyidfr. sento esaltar Parigi* Madrid è 

*. la RmrU del mondo V i'v.. .* \ »* 
' G#: %n^|PttÌèi t io vi : : ##éi **$é> Italiano'. 
Tutto} 41 hiooio^è £*&£&< t per tut*> si sta be* 
* tic r Quando s'^ba 'dt* qi^ttcrinfi ini tasca-, X dell' 
ilfegtà'hi-caqik-'- .41.» l.],! 
Uon. Bravo camerata rviva P«KgfìaV' Dopo utu* bud- 
na cena , ci vorrebbe a conversazione una bella 
. giovane. SiamC vicini al levar del scile» potremo; 
risparmiare d' anfore a letto . Ma che dite di 
quella bella vedova , che abbiaino avuto V onore 
di servire alla festa di ballo la scorsa notte? 
Mil. Molto propria, e civile. 
Alv. Aveva una gravità, che rapida, 
Mon. Tareva una francése ; aveva tutto il brio delle 

mademoiselles di Francia. 
Con. Certo la signora Rosaura è donna di molto gar- 
bo, riverita, e rispettata da tutti, (e adonta da 
questo cuore. ) 
Mon. Alon: viva madama Rosaura. (versa del vino* tutti m 
Alv.Vivz donna Rosaura. 

Con. ( 

(Monsieur U Bleau tatuo** nuovamente In mede* 
( sitnn cantone francese , e depo tutti replicano In strofe. 

SC&- 



S C E N A II 

Arlecchino , # ittts. 

Arlecchino si ferma con ammirazione ed ascoltai» la 
canzone . Terminata che l' hanno > s ( accosta alla 
tavola, si empie un bicchiere di viio, canta an- 
che egli la canzone stessa > bere , poi col bic- 
chiere se ne va . 

<;#*. JDRìyò cameriere J lodo il suo spirito. 

-4/a/. Voi altri ridete di simili sciocchete? In Ispagna 
un cameriere per tale impertinenza si sarebbe gua- 
dagnato Cinquanta bastonate. 

Jf«if.E in Francia costai farebbe la sul fortuna. I be- 
gli spiriti vi sono applauditi. 

Mài. Voi altri stimate gli uomini di spirito , e no! 
quelli di giudizio. 

Jtom.Ma torniamo al nostro proposito . Quella Vedo* 
va mi sta nel cuore. 

APv. Io già sospiro per lei. 

C#». Vi consiglio a non fissarvi in questo pensiero/ 

*f#». Perche? 

Cos. Perche la signora Rosaura è una donna nemica 
d' amore, sprezzante degli uomini , e incapace di 
tenerezza. (Meco sólo grata, e pietosa.) 

J#«*. Eh sia pur ella Selvaggia più d' una belva, sé Un 
vero francese, come sono io, arriva a dirle alcu- 
ni di quei nostri concetti , fatti apposta per In- 
cantare le donne, vi giuro s che la vedrete sospi- 
rare, e domandarmi pietà, 

j£l*v. Sarebbe la prima donna , che negasse corrispon- 
denza a don Alvaro di Castiglia . Gli uomini del- 
la mia nascita hanno il privilegio di farsi correr 
dietro le femmine. 

Cm. 



90 LA VZPQVA SCALTRA 

fZon. Eppure con questa né* la disinvoltura francese, 
ne la graviti spaglinola potrà ottenete cosa al- 
cuna. So quel che dicp ; la conosco, credetelo a 
un vostro amico. 

jton. Sta notte la vidi guardarmi sì attentamente > che. 
ben m'accorsi dell' impressione > che fatta avevano 
i miei occhj nel di lei cuore . Ah nel darle la 
mano peli' ultimo ipiouc mi parlo sì dolcemente, 
che fu miracolo non le cadessi prostrato ai piedi ! 

Alv.lo non soglio vantarmi delle finezze delle belle 
donne } per altro avrei molto da dir per confon- 
dervi. 

Co». ( Ardo di gelosia. ) 

Àf 0». Monsieur Pantalone, dì lei cognato , e mio buon 
amico. Non lascerà 4* introdurmi . 

Afa II Dottore suo padre è mio dipendente . Mi sarà 

; egli di scorta . / 

Con. (Sarà mia cura di prevenirla.) 

J4il, Ehi? (chiama, e $ alxA da seder*, 

SCENA IIL 

> 
Arlecchino ^ e ietti , foi Mitri camerieri di locanda. 

Ari. JUUstrisstmo , cosa comandela? 

fltil. Vieni qui. '( lo tir* in disparte , ili altri tre re* 
{stono a tavola mostrando parlar fra di loro. 

Ari. Son qui . 

Mil, Conosci madama Rosaura , cognata di Pantalone 
dei Bisognosi? 

Ari. La Vedova ì La cognosso. 

Mil. Tieni questo anello, portalo a madama Rosaura. 
Dille, che io manda a lei milord Ruaebif . Dil- 
le, che e quel!' anello , che nella passata notte 

ella 



jfTTOPfiltfO. ir 

ella stessa mi ha iodato; e dille, che questa mat? 
tina sarò da lei a bere la cioccolata. ' 

Ari. Ma , signor , la vede ben . . . 

Mil. Tieni sei zecchini per re . 

Ari. Obbligatissimo ; no diseva per questo, ma no vo» 
rave, die el sior Panralon.... 

Mil. Vanne, o ti farò provare il bastone. 

Ari. Co l'è cusì, no la s' incomoda. Anderò a servir* 
la , e farò anca mi quel , che se sol far da qua- 
si tutti i camerieri delle Locande. (parte. 

Mil. Ehi? (Vengono tre servitori di Locanda.) Prendili 
lume. (ad uno dei servitori , il quale porta un 
candeliere per servire il Milord.) Amici, un poco 
di riposo . ( parte servito dal cameriere , corno sopra. 

llon. Addio , Milord . Andiamo a dormire per un mo- 
mento anche poi . Credo non vi sarà bisognosi 
lume . ( tutti s alzano . 

Con. Se non ci vedremo nclT albergo , ci troveremo al 
Caffi. • 

Mon. Questa mattina forse non mi vedrete. 

Con. Siete impegnato? 

Mon. Spero di esser da madama Rosaura,' 

Con. Questo è impossibile. Ella non riceve veruno. 

(parte servito da un servitore col lume. 

Mon. Sentite, come si riscalda il Conte ? Egli è inna- 
morato piò di noi > e forse gode quella corris- 
pondenza, che noi andiamo cercando. 

Al-u. Se fosse cosi, sarebbe molto geloso, 

Mon. E' italiano, e tanto basta. (parto servito da un 

(altro corno sopra . 

Alv.Siz pur geloso quanto vuole; sia pur Uosaura fe- 
dele, i dobloni di Spagna sanno fare dei gran 
prodigj . ( parte anch' egli servito da un altro . 



SCE- 



t* LA VEDOVA SCALTRA 

SCENA IV. 

Giorno . 

Camera di Rosaura con sedie. 

Rosaura , e Marionétte vestita all' uso ielle 
cameriere francesi . 

Ros. VJAra Marionette , dimmi tu , che sei nata fran-* 
cese , e sei stata allevata a Parigi , che figura 
farei io, se fossi colà fra quelle madame? 

Mar. Voi avete dello spirito, e chi ha dello spirito in 
Francia fa la sua figura. 

Ros. Eppure io non sono delle più disinvolte; in Italia 
ne troverai moltissime di me pia briose, e pron- 
te di lingua, e sciòlte nel Costume. 

Mar. Volete dire di quelle , che in Italia si chiamano 
spiritose, e nói le diremmo spiritate . A Parigi 
piace il brio composto > una disinvoltura manie- 
rosa, una prontezza corretta, ed un costume ben 
regolato . 

Rós. Dunque colà le dònne saranno molto modeste. 

Msr. Eh non si piccano poi di tanta modestia . Tatto 
passa per galanteria, quando è tatto con garbo. 

Ros. Ma dimmi , per essere stata tutta la notte al 
ballo, sono io di cattivo colore? 

Mot. Siete rossa naturalmente , ma questo in Francia 
non basterebbe. Colà le donne per comparire , han- 
no d* adoperare il belletto . 

Ros. Questo poi non l' approverei , Non vi se vedere 
una giusta ragione. 

Mar. Parliamoci qui tra noi . guai è quella delle mo* 
de di noi altre donne , che sia regolata dalla ra» 

gio- 



ATT0ÌK1M0. zì 

ne ? Forse il tagliarci i capelli , nei quali una 
Tolta consisterà un pregio singolare delle donne? 
Il guardinfante , che ci rende deformi ? Il tor- 
mento , che diamo alla nostra fronte per sradica- 
re i piccoli peli ? Tremar di freddo 1' inverno, 
per la vanita di mostrare quello > che dovremmo 
tener nascosto? Eh tutte pazzie , signora padrona» 
torte pazzie. 

&§s. Basta, io non mi voglio fare riformatrice del se- 
colo. 

Mmt. Fate bene; si va dietro agli altri. Se vi rendeste 
singolare , forse non sareste considerata. 

Jto. Anzi da qui avanti voglio sfoggiar le mode eoa 
un poco più d'attenzione. Sin* ora fui nelle mani 
d'un vecchio tisico > ma giacché la sorte me ne 
ha liberata colla sua morte, non vo* perdere mi- 
seramente la mia gioventù . 

Msr. Sì , trovatevi un giovinetto , e rifatevi del tem- 
po perduto . 

Hi'. Converrà» eh* io faccia speditamente . E* veto» 
che il signor Pantalone mio cognato mi tratta 
con civiltà, ma finalmente non posso più dire di 
essere in casa mia, e vivo con della soggezione» 

Msr. Ma, non vi mancheranno partiti : s siete giovane» 
siete bella , e quello , che più importa , avete 
una buona dote. 

R9s m In grazia di quel povero vecchio, che 1* ha au- 
mentata. 

A£*r. Ditemi la verità , avete niente per le mani? 

£#x. Cosi presto ? Sono vedova di pochi mesi . 

Jfor.Eh le mogli giovani dei mariti vecchj sogliono 
pensar per tempo a sceglier quello, che deve lo- 
ro rasciugare le lagrime . Mi ricordo aver fatto 
lo stesso anch'io col primo marito, che ne ave- 
va settanta. 



x-f LA VZVÙVA SCALTRA 

Kos. Mi fai ridere. Il Conte non mi dispiace. 

Àf*r. Non sarebbe cattivo partito» ma t troppo geloso. 

Kos. Segno , che ama davvero . 

Mario vi consiglierei -star a vedere, se vi capita qual- 
che cosà di meglio . Oh se poteste avere un fran- 
cese! Beata voi! 

Hos. Che vantaggio avrei a sposar un francese? 

Mar. Godereste tutta la vostra libertà , senza timore 
di dargli una minima gelosia ; anzi con sicurez- 
za , che quanto più foste disinvolta* tanto più 
gli dareste nel genio. 

Aos. Questa è una bella prerogativa. 

Mar. I mariti francesi sono troppo comodi per le don- 
ne . Credetelo a me , che lo dico per prova . 

kos. Mia sorella ancor non si vede. 

Mar. Sarà alla tavoletta. 

Kos, Non la finisce mai. 

Mar. Poverina ! Anch' ella cerca marito . 

Kos. Bisognerà, che lo provediamo anche a lei. 

Mar. Se non ci pensaste voi , vostro padre la lascie- 
rebbe invecchiare fanciulla. 

Ito. Per questo la tengo meco. 

Mar.F poi una buona ragazza. 

JR*s. Mi pare, che mio cognato la miri di buon occhio. 

Mar. S' ella sperasse , eh' egli morisse tanto presto , 
quanto ha fatto il vostro , forse lo piglierebbe. 
Per altro mi pare abbia ciera di volerlo giovane , 
bello, e di buona complessione. 

2(0$. Chi e costui, che viene alla volta della mia camera? 

Mar. Un cameriere della Locanda dello Scudo di Fran- 
cia. Lo conosco, perché vi sono stata alloggiata . 
F molto faceto. 

2to. Viene avanti con gran liberti . Domandategli che 
cosa vuole. 

Mar. Lasciatelo venire , che n avrete piacere . 

SCE- 



JfTOtAiMÓ. ìf 

SCENA V. 

Arlecchino, t detti. 

Art. VjON grazia , se poi entrai ? Reni servida / 
Obbligatisikno «ile sue grazie .• 

jbn. Bel complimento! 

Mmr.Se Te k> dice; è* granosissimo . 

ArL Se la se contenta , gh' ho da far un* ambassada . 

R#/. Dite potè» che io vi ascolto. 

ArL Milord Runebif là revefisse. 

Rai. Questi è un cavaliere inglese , che ho sedato li 
scorsa notte alla festa di ballo, (d Marionette. 

M*r. Lo conosco. F un cavalier generoso. 

^rfr/. £ dopo averla reverida > el dis , che stamattina el 
vegnira a bever la cioccolata , e per segno della 
Tenti el ghe manda sto anello. 

M*s. Mi maraviglio di te, e* di chi ti usanza con si- 
mili ambasciate . Se Milord vuol venire da me a 
bere la cioccolata è padrone, ma quell'anello mi 
offende . Egli non mi conosce . Digli > che ven- 
ga» e imparerà meglio a conoscermi. 

Ari. Come 1 . La ricusa un anello? Da chi ala impari 
sta bratta usanza? Al <fi<Tancutf (a) donne, che 
recusa regali, ghe ne son poche. 

Més. Orsa non più repliche, riportalo à chi te 1' ha 
dato , e digli , che Rosaura non ha bisogno dei 
suoi anelli. 
Ari, Mi rest attonito , stupefatto , maravejl . £1 me 
par un insonio. Una donna recusa un anello? V 
è un miracolo contro natura/ 

M*r. 
(a) Al ii*rm t fgi % 



té ZA V%T)QVA SCALTRA 

Mmt. Galantuomo , lasciatemi vedere codest* anello ," 

Ari. Vardelo pur. Anca Marionette se farà maraveja, 
perchè gnanca in Franza no se farà sti spropo- 
siti. 

May. Ma. come è bello! Varrà almeno trecento doppie» 
e voi lo volete lasciar andare ? 

Ito, Ti pare» che una donna civile abbia da ricevete 
un regalo cosi alia -prima senza un poco di com- 
plimento ? 

Msr.Sìy sì, dite bene. Riportatelo a Milord > e dite- 
gli, che venga a bere la cioccolata. ( La padro- 
na ne sa più di me. ) 

Ari. Anderò , ghe lo dirò , raconterà a tutta Vene-» 
zia > che una donna ha ricusa un anello , ma 
son sigaro , che tutti la crederà una favola . 

{porte. 

M*s. Alcuni forestieri hanno di noi altre italiane una 
pessima prevenzione. Credono » che 1* oro» e le 
gioje, che portano dai loro paesi » abbiano a di* 
rimira a renderci loro schiave. In quanto a me» 
se ho da ricever qualche regalo > voglio prima 
farmi pregare per accettarlo , e voglio.» che 1\ aver- 
lo accettato sia tutta la mercede di chi lo porge* 

JAmt. Brava» signora padrona ! Questo è un bellissimo 
sentimento non cosi familiare a tutti» e non co* 
sì facile da porsi in esecuzione. Ma toma il ca% 
meriere . 

tot. £ seco vi è il Milord. Egli al certo non perde 
tempo. 

May. Gì" inglesi hanno poche parole , e molti fatti . 

Kos. La loro troppa serietà non mi piace. 

Mst. $ì : ogni quarto d' ora dicono dicci parole . 

Ros. Introduci 1' Inglese » e poi va a frullare la cioc- 
colata . 

May. Intanto passero il tempo con Arlecchino. 



ATTOtRIMO. t 7 

&9s. Non gli dir confidenza. 

M*r.Eh» so vivere anch' io. Sono francese , e tanto 
basta. (psrte. 

S C E N A VI. 

Bassura, fot Milord. 

JU/. Oe Milord avrà per me de* sentimenti convene* 
voli al mio carattere» non ricuserò d* ammetter- 
lo alla mia convenazione. E forse forse col tempo... 
Ma eccolo, che viene. 

Mil. Madama. 

Mss. Milord» vi son serva. 

Mil. Perchè non vi siete compiaciuta di ricever questo 
picciolo anello ? Mi diceste jersera > che vi pia* 
cera. 

JUs. Tutto quello che piace» nome lecito di conseguire. 

Mil. Anzi si desidera quello», che piace. 

ito. Desiderare» e prendere non è il medesimo. 

Mil. Madama» non replicherò per rispettare le vostre 
proposizioni. 

Jt#s. Accomodatevi. 

MA. Tocca a voi. 

ita Favorite. 

Mi/. Non mi tormentate con cerimonie. (sudont. 

JUf. Come avete riposato il resto della notte? 

Mil. Poco. 

Iti. Vi piacque il fintino di jersera? 

Mil. Molto. 

Rjos. Vi erano delle belle donne? * ' 

Mil. Sì, belle. 

h»s. Milord» qual piò vi piace fra quelle, che si po- 
tevan dir belle? 

Mil. Voi» madama. 

L* Vedova Scsltrs. B &*** 



r* LA VEDOVA SCALTRA 

&t>s. Oh volete scherzare. 

Mil. Credete, lo dico di cuore. 

Res. Io non inerito una distinzione si generosa. 

Mil. Meritate molto , e non vi degnate di accettar 
poco. 

Kos. Non accetto > per non essere obbligata a conce- 
dere. 

Mil. Io non pretendo nulla da voi. Se prendete l'anel- 
lo, mi fere piacere; se l'aggradite» soa soddis- 
fatto. 

Kos. Quando è cosi, non voglio usare atto villano con 
ricusate le vostre grazie. 

Afii. Prendete, (si cav*V anello y e le dì a Resaura . 

Kos. Vi ringrazerei , se non temessi di dispiacervi. 

Mil. Se parlate, mi fate torto. 

SCENA VII. 

Marionette con due chicchere di cioccolata sulla» 
guantiera.) e detti. 

Hot. JLjCco la cioccolata. 

Mil. Madama, (prende una, tazza y e la dà a Rosaura. 

Kos. (Che stile laconico!) (beve. 

Mil. Marionette, tu sei francese? (bevendo . 

Mar. Sì signore/ (fa un* riverenxs 

Mil. Madama dee servirsi con attenzione. 

Mar. Fo quel ch'io posso. 

(Milord rimette l* tazza sulla guantiera > # 

(sotto vi fono uns monet*. 

ydar.( Questa e per me . Una doppia l (guardandolo} 

(d* se. 
Res. Prendi . (rimetto la tazza- , e Marionette vede /' anello. 
Mar. Mi rallegro dell'anello. (piane a- Rosaur*. 

Res. Sta cheta. (piano * Marionette . 

Mar. 



ATTO PRIMO. % 9 

Msr.Haa parlo. (por?* vi* U gtmntitr*. 

Mil. Voi siete vedova , non é cosi? 

jR#;. Lo sono, e se trovassi un buon partito, tornarti 

forse ... 
MiL Io non ho intenzione di prender moglie. 
*•*. Perchè? 

Mil. Mi piace la libertà . 
A#s. E amore non vi molesta? 
MiLAmoy quando vedo una donna amabile. 
Rts. Ma il vostro é un amor passeggiero. 
J$i7. Che? Si deve amar sempre? 
M*s. La costanza é il pregio del vero amante. 
Mil. Costante finché dura l'amore, e amante finche è 

vicino l'oggetto. 
JU*. Non vi capisco. 
Mil. Mi spiegherò. Io amo voi, vi sarò fedele finché 

vi amo, e ri amerò fino che mi sarete vicina. 
R$s. Dunque, partito che sarete di Venezia , non vi 

ricorderete di me? 
Mil. Che importa a voi, ch'io vi ami in Londra, eh* 

io vi ami in Parigi? Il mio amore vi sarebbe 

inutile, ed io penerei senza frutto. 
Jta. goal frutto sperate finché mi siete vicino? 
Mil. Vedervi, ed esser ben veduto* 
JU& Siete un cavaliere discreto. 
Mil. Una dama d'onore non fa sperare di più. 
Jt#*. Siete adorabile. 
MiL Saa tutto vostro. 
X*. Ma finché state a Venezia. 
M^Cosi penso. 
JUc (Che beli* umore!) 
MiL (Quanto mi piace!) 

Mar* (T$ms.) Signora, il signor Conte vorrebbe far- 
vi una visita. 
tss. Il Come di Bosco Nero? 

B % Msr. 



£* ZA VEDOVA SCALTRA 

Mar. Pei l'appunta. 

Ros. Porca un'altra sedia, e fallo venire. 
Mar. Obbedisco. (A questo geloso non casca mai nul- 
la di mano . ) (porta la sedia , e parte . 
Mil. Madama > il Conte è vostro amante? 
Ros. Vorrebbe esserlo. 

SCENA via 

11 Centi, e detti. 

Con. XV Inerisco la signora Rosaura. (sostenute. 

Ros. Addio > Conte. Sedete. 

Con. Mi rallegro della bella conversazione. 

Mil. Amico avete fatto bene a venire . Io faceva morir 
di malinconia questa bella signora. 

Con. Anzi l'avrete molto ben divertita. 

Mil. Sapete il mio naturale. 

Ros. Marionette, con vostra permissione, (s'alza , iti- 
ra Marionette in disparte , e le parla piano . ) 
(Dirai ad Eleonora mia sosella, che venga qui j 
e fa che si ponga a sedere prèsso a Milord. Vor- 
rei) che la cosa finisse bene.) (parte Marionette + 

Con. Non mi credevo cosi di buon' ora trovarvi in 
conversazione s si vede, che siete di buon gusto. 

Ros. Milord ha voluto favorirmi di venire a bere la 
cioccolata da me. 

Con. Eh si, siete generosa con tutti. 

Ro . Conte» voi mi offendete. 

Mil. (Costui è geloso come una bestia.) 

C*n. Veramente non si può negare , che Milord non 
abbia tutte le amabili qualità desiderabili in un 
cavaliere. (ironico, 

Mil. ( Sono anhojato . ) 

SCE- 



A T T P R 1 M O. it 

SCENA IX 
EUonora* e ditti. 

EU. Hi* Permesso il godere di sì gentile conversazione ? 

Ros. Venite, Eleonora , venite. m 

Mil. Chi è questa signora? (* Rottura. 

Ras. Mia sorella. 

EU. E sua devotissima serva. 

( Milord la satisfa seti* parlare . 

Ros. Sedete presso a Milord. (ad Eleonora. 

EU. Se me lo permette. 

MiL Mi fate onore. (senza mirarla. 

EU. Ella è inglese , non è vero ? 

MiL Si, signora. (corno sofra. 

*EU. E' molto tempo, che è in Venezia? 

MiL Tre mesi. (corno sopra. 

EU. Gii piace questa città? 

MiL Certamente. {corno sopra. 

EU. Ma, signore, perchè mi favorisce con tanta as- 
prezza? Sono sorella di Rosaura. 

Mil. Compatitemi , ho la mente un poco distratta . ( Co- 
stei non mi va a genio.) 

XXU. Non vorrei sturbare i vostri pensieri... 

MiL Vi sono schiavo. (s'alza . 

Mas. Bove, dove, Milord» 

MiL Alla piazza. 

Ras. Siete disgustato? 

Mil. Eh pensate. Oggi ci rivedremo. Madama, addio* 
Conte a rivederci. 

Ras. Permettete, ch'io almeno ... (vuol alzarsi. 

Mil. No, no, non voglio. Restate a consolare il pove- 
xo Conte. Vedo, eh* egli muore per voi . Vi amo 
anch'io, ma appunto perchè vi amo, godo ia 

B $ ve- 



j* LA VEDOVA SCALTRA. 

vedervi circondata da più adoratori , che facciano 
giustizia al vostro inerito > e applaudiscano alla 
mia scelta. {parte . 

SCENA X. 

Rfisaur*, Eleonora, ed il Conte. 

Zie. OOrclIa, bella conversazione, che mi avete fat- 
ta godere; vi son tenuta davvero! 

Ros. Compatite. Quegli è un uomo di buonissimo cuo- 
re, ma ha le sue stravaganze. 

Eie. Per me non lo tratterò più certamente. 

Con. Milord ha '1 bellissimo cuore > ma io V ho ama- 
reggiato dal dolor di vedermi mal corrisposto . 

Rot. Di .che vi lagnate ? 

Con. Di vedervi far parte delle vostre grazie ad un 
forestiere . 

Ros. Ma chel Sono io cosa vostra ? Mi avete forse 
comperati^ Sono vostra moglie ? Pretendete di co- 
mandarmi ? Dichiaratevi, con miai autoriti? Con 
guai fondamento? Conte, io vi amo > e vi amo 
più di quello, che voi pensate ; ma non voglio 
per questo salificarvi la mia libertà. La conver- 
sazione, quand'è onesta, e degna delle persone 
civili. La donna di spirito natta con tutti , ma 
con indifferenza. Cosi ho fatto sin' ora , e se al- 
cuno ho distinto, voi siete quegli * ma se ve ne 
abusate, io vi rimetterò nella massa degli altri > 
e forse vi sbandirò affatto dalla mia casa. 

(parte. 



SCE- 



- ■ 



ATTO PRIMO. 2$ 

SCENA XI. 
£leemers y ti il Conti. 

TU. Olgflor Conte, siete rimasto molto sconsolato. 
Ma, vostro danno; la maledetta gelosia è il fla- 
gello delle povere donne. Fa bene mia sorella a 
levarvi questa pazzia dal capo. In quanto a me, 
se mi toccasse un marito geloso , lo vorrei far 
morir disperato. {parte* 

C*n. Come si può fare a non esser geloso? Amo una 
bella 'donna, e la trovo a sedere accanto d* un 
altro. Oh! La conversazione è onesta , e civile. 
Sarà, non lo nego. Ma si comincia colla civiltà, 
e si termina colla tenerezza . Anch' io mi sono 
innamorato un poco alla volta. Sia maledetto chi 
ha introdotto il costume di questo modo di con- 
versare. ' n (f trte. 

SCENA «*. 

Strada con la casa di Rosaura. 
// Votnre, t Tant alene . 

P*m. J-i A xé cussi , el mio caro amigo , e parente . 
Mio fradello Stefanelo xè morto senza noi , e ac- 
ciò non perissa la nostra casa senza eredi, me son 
resoko de maridarme mi. 

&*. La massima non è cattiva . Tutto sta , che vi 
riesca- d* aver figliuoli. 

to. Ve dirò , son avanza in età ? ma siccome m* ho 
sparagna in zoventù, cussi spero de Valer qual- 
cosa in vecchiezza. 

£ 4 P*. 



** LA VEDOVA SCALTRA 

Dot. Avete stabilito» e fissato con chi accompagnarvi ? 

Pan. Mio fradefo ha tiolto per muggier siora Rosau- 
ra, e nri inclincrave a siora Eleonora , e cassi 
tate do le vostre patte le saria in casa mia, quan- 
do che vu, cola solita vostra cortesia , no me 
disc de no. 

Dot. Io per me sarei contentissimo j e vi ringrazio del* 
la stima, che fate di me , e delle mie figlie . 
Basta» che Eleonora sia contenta, prendetela» eh' 
io ve T accordo . 

Pan. Ve dirò, la zè avena a star in casa mia , in 
compagnia de so sorella , onde spereria > che no 
la ctisesse de no, e me par, che no la me veda 
de mal occhio. 

Dot, Io» se vi contentate» ne parlerò con Eleonora; voi 
ditene una parola a Rosaura , e fra voi e me » 
col consiglio della sorella» spero la cosa riuscir! 
in bene. Amico» vo. per affar di premura » e a* 
vanti sera ci rivedremo. (fétte. 

SCENA XIII. 

Pantalone » fot tnonsieur U BUau . 

Pan. J2*Ppur e vero» se mi no gh* aveva quela putta 
in casa» mi no me insuniava de matidarme. Gh' 
ho {*) chiapà a voler ben» e no posso viver sen- 
za de eia. 

Uon. Monsieur Pantalone» vostro servitor di buon cuore. 

Pan. Servitor obbligatissimo» monsù le fileau. 

M$m. Voi tenete in molto prezzo la vostra persona. 

Pan. Perché disela cussi? 

Aito. Perché vi lasciate poco godere da* vostri ami- 
ci. 

Pan. 
(a) fri». 



ì 



4 
1 



ATTOPKÌMO. iy 

Afe Oh k vede; son vecchio. No posso pia far (a) 
nottoiae, el goto mepiase, ma bisogna che vaga 
lizier, e co le donne ho battio la retiiada. 

Afa». Eppure io non mi batterei con toì a far all'a- 
more con una bella donna . Siete vecchio, ma li 
portate bene i vostri anni. 

Pmb. Certo, che schinele mi no ghe n'ho. 

Mm. Evviva monsieur Pantalone de' Bisognosi . Io ho 
una bottiglia di Borgogna di dodici anni , che 
po tr ebbe dar la vita ad un morto. Voglio che ce 
la beviamo insieme» 

fm. Perchè no? Per una botiglia (b) ghe stago. 

Mm. E voi come state di vino di Cipro ? Una volta 
ne ho bevuto del buono alla vostra casa. 

Vm+ Gn'ho una barila preziosa , con una ( r) mare 
cussi per f etta, che farave deventar bone anca le 
lavarne dei ifaschi. 

Mm. Buono» buono. Lo sentiremo. 

Pm». Quando toIc. 

Mm. Alon; chi ha tempo non aspetti tempo. 

Pm. Adesso no xè tempo. In casa ghe xè della sug- 
gezion. Lassemo che le donne le vaga fuora de 
casa, e pò staremo colla nostra libertà. 

Mm, Le dorme non mi mettono in soggezione . An- 
diamo, andiamo. 

Pjhl Bisogna averghej|^ poca de convenienza. 

Mm. Eh madama ^Raura arri piacere, che le andia- 
mo a far un poW di conversazione . E' una don- 
na di grande spinfc : avete una gran cognata , 
signor Pantalone. 

lem. ( Adesso ho capio, che sorte de vin eh' el vonve be- 
rei; ghe xè anca in casa quela putta . Nò vorave . ké 

No, 
(a) Nmmte. (b) Ci sei. 
(e ) L* fieri* del vm* > cht nel mestati n cmserv* 9 
€ l* rendi migliiri , 



26 LA VEDOVA SCALTRA 

Nò, no, alla larga.) Certo» la xè una vedoa 

propria, civil , e modesta. (* Monsieur. 

Mon. Amico , fatemi il piacere , conducetemi a darle 

il buon giorno . 
Pan. Oh la fiala, mi .gh'ho nome Pantalon, no gh'ho 

nome ( s) condusi. 
Mon. Voi , che siete il padrone di casa, potete farlo . 
Pan. Posso farlo, ma non devo farlo . 
Mon. Perchè? 
Pan. Perchè ? Ghe par a eia , eh' el (b) cugna abbia 

da (e) bater el canafio alla cugnada? 
Mon. £h lasciate questi pregiudizj . Siate amico , siate 

galantuomo. Farò io lo stesso per toì. 
Pan. Mi la ringrazio infinitamente, no gh'ho bisogno 

• de sti servizj, e no son in stato de fargliene. 
Mon. O io son pazzo , o non mi capite . Mi piace la 

signora Rosaura, vorrei vederla da vicino ; vi 

prego, che mi facciate l' introduzione , e pare a 

voi, che vi chieda una gran cosa? 
Pan. Eh una cagatela . A chi non patisce k (d) ga- 

torigole , no voi dir gnente . 
Mon. Ma io poi vi anderò senza di voi. 
Pan. La se comoda . 

Mon. Illa è vedova. Voi non le comandate. 
Pan. La dise ben. 

Mon. Volevo aver a voi quest' obbligazione . 
Pan, Non m'importa gnente. 
Mon. Un altro si pregierebbe di potermi usare una tal 

finezza . 
Pan. E mi son tutto el contrario. 
Mon. Non è galantuomo chi non sa servire all' amico «, 
Pan. In te le cosse lecite , e oneste . 

Mon. 
( a ) Condusi , dal verbo condurrò , s* intendo per mex.- 
zano. (b) Cognato. (e) Batterò il canafio, per 
metafora far il mexxano. ( d ) Il sollecito . 



ATT0?R1M0. zy 

Me». Io sono un onest'uomo. 

fan. Lo credo. 

Men. Volete una dozzina di bottiglie? Ve le manderà. 

Fan. Me mara veggio dei fatti vostri. No gh'ho biso- 
gno dele vostre botiglie , che in ti liquori ve pos- 
so (*) sofegar vu, e cinquanta della vostra sor- 
te. Ste esibizion le se ghe fa ai omeni de altro 
carattere , no a Pantalon dei Bisognosi . M' ave 
inceso • Ve serva de regola ; per vu in casa no 
ghe xc né Cipro, ne Candia. (farti. 

SCENA XIV. 

Monsknr le Bis** , poi Marionette . 

Mem. Ah, ah, ah. Costui mi & rider di cuore. E 
un buon uomo, ma è troppo italiano. Ma che 
m' importa , s* ei non mi vuole introdurre e Che 
bisogno ho io di questo mezzo ? Non ho fran- 
chezza bastante per battere, e farmi aprire? O di 
casa. (latte. 

Mar. Chi batte > ( alla finestra . 

Man. Vi e Madama ... oh ! Marionette ! 

Mar. Monsieur le fileau ! 

Men. Tu qui? 

Mar, Voi in Venezia ? A 

Men. Sì. Madama Rosaura è in casa ? 

Mar. Salice , salite , che parleremo con comodo . 

( chiude la finestra , ed afre la forra . 
A4*». Oh questo e il yero vivere, (entra in casa . 



(a) Affogare. SCE- 



uB LA VEDOVA SCALTRA 

SCENA XV. 

Rossur* * sedere leggende un libre, pei 
Marionette . 

Ito. XJElla erudizione» che è questa! Chi ha scritto 
questo libro» l'ha fatto con animo di farsi ben 
Volere dalle donne . ( legge . ) Il padre deve prov- 
vedere ali* figli* il nutrito , ed eli* deve provve- 
dersi del cicisbeo . Questo sur* V intimo segretario 
dell* Signor* , e di esso *vrk più soggezione , che 
del putrito . L* person* più utile *d un buon ma- 
rito suol essere il cicisbeo , perchè questo lo sollev* 
di molti pesi y e moder* lo spirito inquieto di un* 
moglie bixxurr*. Questo autore incognito non ha 
scritto per me . Io fui che fui maritata , non ho 
voluto d' intorno questi ganimedi > che pretendo- 
no comandare più del marito. Chi non ha cicis- 
bei» è soggetta ad un solo; chi ne ha , moltiplica 
le sue catene . 

M*r. Non vorrei disturbare la vostra lezione . 

Ros. Prendi questo tuo libro > non fa per me . 

M*r. Che non piaccia a voi , ' mi rimetto ; ma crede- 
temi', che in oggi è la grammatica delle donne. 
Ma lasciamo ciò , che meno ci deve importare . 
Signora mia, la sorte vi offre una felicissima con- 
giuntura di profittare del vostro merito. 

£*;.. Ed in che modo ? 

M*r. Vi è uncavalier francese » che arde per le vostre bel* 
lezze, e sospira la vostra corrispondenza. 

Ros. Come si chiama questo cavaliere ? 

M*r. Monsieur le Bleau. 

Kos. Ah lo conosco. Jer sera ballava de* rninué al te- 
sti- 



ATTO PRIMO. zf 

» 

trino con una grande affettazione; quando mi dava 

la mano, pareva mi volesse storpiare. 

A£w. Ciò non importai è un cavaliere molto ricco, e 
nobile, giovine» bello, e spiritoso; niente geloso, 
niente sofistico , e poi basta dire, che sia francese. 

Kts. Tu non vuoi lasciar questo vizio di esaltare in 
ogni minima cosa la tua nazione . 

AUr. Ma se dico la verità . In somma egli è nell'an- 
ticamera , che aspetta la permissione di entrare . 

A". E tu V hai introdotto in casa con tanta facilità ? 

Mar. £' mio paesano . 

A". Che importa a me, che sk tuo paesano > Devo 
saperlo anch' io . 

AUr. Eh via non mi fate la scrupolosa . Anch' egli 
avrà degli anelli. 

Ros. Eh non mi £are 1* impertinente , che poi poi . . . 

M*r. Builo, bado, signora padrona. Se non volete eh' 
ei passi . . . 

SCENA XVI. 

Monsuur U Bica», • ditti. 

M$n. JL\ A Arionette , dorme madama ? 

Mar. Nò, signore, ma per ora non può..; 

ìdon, Jili , se non dorme, dunque permetterà , eh* io 
m'avanzi. {entra mila camera. 

Mar. Che avete fatto? (aMonskur. 

Mas. Signore; qui non si costumasi francamente... 

Man. Eccomi a* vostri piedi a domandarvi perdono della 
mia impertinenza. Se avete hello il cuore, come 
bello è il vostro volto , spero non me lo saprete 
negare . ( s inginocchia . 

Mar. (Bravo, monsieur le Bleau! ) 

Mas. Alzatevi: 1' erro* vostro non è si grave » che v* 

ab- 



Sv LA VEDOVA SCALERÀ 

abbiate a gettar ai piedi di chi non merita- si te- 
nere umiliazioni. 

■Man. Oh cielo! Le vostre parole mi. hanno ricolmo il 
cuore di dolcezza. 

Ros. (Ancorché vi sia un poco di caricatura , questa 
maniera obbliga infinitamente.) 

Mon. ( Marionette , di te non ho più di bisogno ; puoi an- 
dartene a far gli aftàri di camera.) 

Mar. Mi comanda, signora padrona? 

Ros. Avanza due sedie . 

Mar. Eccole . ( Ricordatevi , monsieur , del costume dei 
nostro paese.) (aMensieur. 

Mon. Sì, i guanti per la cameriera vi saranno . 

Mar. ( In. quanto a questo poi mi piace 1* usanza in- 
glese. Quel subito è là bella cosa. {fatte, 

SCENA xvir. 

Rosaura y e monsieur le Bleau. 

Men.J\lì madama! il cielo, che fa tutto bene, non 
può aver fatta voi sì bella per tormentare gli a- 
manti} onde dalla vostra bellezza argomento la 
vostra pietà. 

Ros. Siccome so di non esser bella > cosi non mi van- 
to di esser pietosa. 

Abw» La bassa stima, che volete aver di voi medesi- 
ma, proviene dalla vostra gran modestia. Ma vi- 
va il cielo! Se Apelle dovesse ora dipinger Vene* 
re y non potrebbe fare che il vostro ritratto . 

Ito. La troppa lode, monsieur, degenera in adulazione . 

Mon. Io vi parlo col cuore sincero , del miglior senno > 
ch'io m'abbia, da cavaliere, da vero francese » 
voi siete bella sopra tutte le belle di questa terra , 

Kos. ( £ seguita di questo passo .) 

MofK 



JlT T V K 1 M O. 3 * 

J4m» Alla bellezza naturale avete poi aggiunta la beli' 
arte di perfettamente assettarvi H capo , che mi sem- 
brate una Flora. Chi vi ha frisato, madama? La 
nostra Marionette? 

Kos. Ella per l'appunto. 

Afe». Conosco la maniera di Parigi. Ma, vi domando 
perdono, un capello insolente vorrebbe desertare 
dai vostro tuppè. 

Mas. Non sarebbe gran cosa. 

Mea.Oh perdonatemi» sta male. Lo leverò» se vi con- 



Ita. Chiamerò la cameriera . 

Hnk.No; voglio io aver l'onore di servirvi: aspettate. 
(Tira fisori di tasca un astuccio , da cui cava U 
forbici , s taglia il capello a Mosaura ; fot dal me- 
desimo astuccio cava uno sfillone , e U accomodai 
capili. Trovando, che non va bene, da un'altra 
tasca tira fuori un piccolo pettino nella sua custo- 
dia , o accomoda il tuffi . Da una scatola i ar- 
gento tira fuori un buf etino con polvere di Cipro , 
e le da la polvere dove manca ; pi dalF astuc- 
cio cava H coltellino per levar la polvere dalla 
fronte . Con un faxxjeletto la ripulisce > dopo tira 
fuori uno specchio , pento si guardi . e finalmente 
tira fuori una boccetta con acqua odorosa , e se la 
getta sulle mani per lavarsele, e se lo asciuga col 
faxjueletto , dicendo qualche parola ; frattanto che fa 
tutto queste funzioni, e Resaura si va moravi* 
g ! s on d e , e lascia fan , dopo , sedendo ', seguita . ) 
In verità ora state perfettamente . 

Mas. Non si può negare» che in voi non regni tutto 
il buon gusto, e non siate il ritratto della ga- 
lanteria. 

Man. Circa al buon gusto, non fo per dire, ma Pari- 
gi iacea di me altaiche stima . I Sarti francesi 

tut- 



/ »a LA VEDOVA SCALTRA 

tutti tengono meco corrispondenza per comunicar- 
mi le loro idee, e non mandano fuori una nuo- 
va moda, senza la mia approvazione. 

Hos. Veramente si vede, che il vostro modo di vestire 

non è ordinario. 
Mm.Ahl Mirate questo taglio di vita! (s'éUzs, eps* 
seggi*.) Vedete quanto adornano la persona que- 
sti due fianchi! Appunto l'equilibrio» in cui con* 
eglino situati, è la ragione , per cui mi avete 
veduto riuscire mirabilmente nel ballo. 

Mas. (Non si potea far peggio.) 

Mon. Ma io perdo il tempo in cose inutili, e mi scor- 
dava di dirvi, che mi piacete eccessivamente & 
che vi amo quanto la luce degli occhj miei , e 
desidero la vostra corrispondenza per unico refri- 
gerio delle mie pene. 

R*s. Signore , che io vCpiaccia è mia fortuna , che 
voi mi amiate e vostra bontà j ma il corrispon* 
dervi non e in mio arbitrio . 
* Mon. Da chi dipendete ? Non siete padrona di voi me* 
desima? 

Ros. La vedova è soggetta allb critica più d' altra don* 
na. Se mi dichiarassi per voi, non si farebbe al- 
• tro che parlare di me. 

Mó*. Ma voi non avete da far caso di questa gente . 
Dovete vivere secondo il buon sistema delle don* 
ne prudenti. 

BLùs. La donna prudente o deve vivere i se, o deve 
accompagnarsi con uno sposo. 

Man. Questa proposizione potrebbe non esser vera, ma 
se cosi volete, io vi esibisco uno sposo. 

£*/. £ chi è questi, signore? 

Mm. Le Bleau , che v v adora . Io , mia cara > vi donerò la 
mia mano, come vi ho donato il mio cuore. 

Jfe, Datemi qualche tempo a risolvere . 

Ma». 



ATTO P R l M 0. if 

Meo. Si, mio bene, prendete quanto tempo vi piace ; 
ma intanto non mi lasciate morire. 

(s accetta per prenderla per la mane. 

Jto. Eh, monsieur, un poco pia di modestia. 

Me*. Non si permette alcuna picciolacosa ad uno, che 
deve essere il vostro sposo? 

JUs. E' ancor troppo presto. 

Jéem. Ma io ardo, e non posso vivere. (terna cerne 

Qopra. 

Res. (Convien finirla.) (s'alza. 

Afa». Non mi fuggite . Abbiate pietà . (le va dietro . 

Res. Modestia, vi dico. Siete troppo importuno. 

Men. ( S* mgineeekia. ) Vi domando perdono. 

M*s. (E siamo da capo.) Deh alzatevi, e non mi da- 
te in simili debolezze. 

M*n. Madama, un affanno di cuor e m'impedisce levar da 
terra senza U soccorso della vostra mano. 

*". Via, v'ajuterò a sollevarvi. (gli da Umano, 

(ed egli la bacia. 

Me». Non è buon amante chi non sa .commetter dei 

forti. 
JUr. Ahi monsieur, siete troppo accorto. 

Afa». £ voi troppo bella. 
• JK#x. Orsù, non mi è permesso goder più a lungo le 
vostre grazie. 

Msm. Sarei indiscreto, se pretendessi di prolungarvi 1* in- 
comodo. Partirò per lasciarvi in tutta la vostra liberti . 

4#x. Mi riserbo ad altro tempo il rispondere alla vo- 
stra proposizione. 

Mete. Questa mano è impegnata per voi. 

£»*. Ed io non son lontana dall' accettarla . ( Ci pen- 
serò molto bene prima di farlo.) 

Me». Addio, mia regina, governatrice del mio cuore , 
e de* miei pensieri . Che bellezza ! Che grazia 1 
Peccato, che non siate nata a Parigi! (parte. 
La Vedeva Scaltra* C SC£- 



%4 tA VtbOfiA SCALTRA 

; / 

SCENA XVHI. 

-JErto! se fossi nata a Parigi» varrei qualche cosa di 
più! Io mi pregiò essere di un paese ore regna 
il buon gusto quanto in qualunque altro . Italia 
in oggi dà regola nella maniera di vivere . Unisce 
tutto il buono delle nazioni straniere > e lascia lo- 
ro tutto il cattivo. Questo e, che la rende anK 
mirabile, e che fa innamorare del suo soggiorno 
tutte le nazioni del mondo. Questo Francese noti 
sui dispiacerebbe, se non fosse così affettato. Du- 
bito, che le sue parole sieno tutte studiate , che 
Sion sia veramente sincero, e che abbia a riuscire 
più volubile dell* Inglese ; onde se quegli non prò- t 
snette d* amarmi fuori di questa città » temo che 
questi cominci anche in essa a nausearsi dell'a- 
mor mio. 



line dt IP Atto Irìmù. 



ATTO 



La lodava S*. 



AttoH.SzinrL. 




ATTO SECONDO 

SCENA PRIMA. 

Camera di Rosaura. 
U Ventre, § testura. 

M**. JL Are , che il mio genitore si sia scordato di 

me; non venite mai a vedermi. 
B#f. Figlinola mia , lo sapete $ ho i miei affari , e 

non amido entrate , conviene, che mi procacci il 

ritto co' miei sudori, 
A". Se avete bisogno di qualche cosa, comandate. 
V*t. No, non voglio caricarvi di maggiori pesi . Puf 

troppo tenendo con voi Eleonora vostra sorella , mi 

sollevate dal maggior fastidio del mondo. 
&". Bisognerebbe procurar 1* occasione Jd maritarla. 

C a v Dot, 



** S ' % ZA VEDOVA SCALTRA 

Dot. Per questo sono venuto dà voi . Sappiate , che il 
signor Pantalone vostro cognato inclinerebbe a 
sposarla. • 

Ros. Oh ! non le date un vecchie^ W 

Dot. Un vecchi? l**vete preso anche froi .*., [ 

Kos. E per quèwo vi dico , che non lo diate a lei . 

Dot. Basta , frirlerà con la ragazza , e s* ella v* incli- 
na , no» le togliamo la sua fortuna . 

Ros. Se v inclka, lo faccia. Ma avvertite di non vio- 
lentarla. 

Dot. E voi Rokur|*, N vokte rimaritarvi? 

Kos. Perchè no-? Se mi capitasse una buona occasione» 
forse l'abbraccerei. 

Dot. Vi è un cavaliere spagnuolo , che ha dell' incli- 
nazione per voi. 

Ros. Come si chiama * < - 

Dot. Don Alvaro di Castiglia. 

Ros. Lo conosco. Era jer sera alla festa di ballo . 

t>ot. Egli m' ha pregato acciò 1* introduca da voi , ed 
è venuto meco sin qui . So , che è un cavaliere 
pieno di civilti , e di onesti , onde se non ave- 
te cosa in contrario > mi farete piacere a ricever- 
lo , tanto più , che può darsi non sia inutile 
per voi la sua inclinazione. 

Ros. Quando mio padre me lo presenta , non ricuso ri- 
cevere il cavaliere spagnuolo. 

Dot. Figlinola mia, sarebbe bene, che vi rimaritaste . 
Compatitemi , se ve lo dico . Una vedova sui 
festini non fa la migliore figura di questo mon- 
do. (p*rtg . 



SCE- 



'A T T O S Z C O N D 0. $7 

S C E N A II. 
RpsMur* , fot tUn Alvaro . 

M*s. lVXl mortifica gentilmente . Ma gran conqui- 
ste , che ho fatte io jeri sera ! Tutti ^rimasero 
incantati . Non so > che cosa avessi di straordi- 
nario . Ma ecco lo Spagnuolo . Viene con passo 
geometrico . Solita gravita della sua. nazione . 

Alv. Riferisco donna Rosaura dei Bisognosi. 

R*s. M'inchino a D. Alvaro di Castiglia. 

Alv. Vostro padre mi ha obbligato > eh* io venga a 
darvi il presente incomodo > ed io non ho man- 
cato di compiacerlo , anche per il piacere di ri- 
verirvi . 

&**. Mio padre è stato troppo indiscreto a dare a voi 
un si gran disturbo, e condurvi ad annojarvi del- 
la mia stucchevole conversazione . 

Mv. Voi siete una dama di molto merito y. e però tro- 
vo bene ricompensata qualunque pena: per voi mi 
prendo. 

M*s. VmA favorire ? S* accomodi .... * 

Alv.(E ancor più bella- di giorno, che di notte.) 

( "«fc - 

M*s. ( Mi mette in una gran, soggezione . ) ( **$dt . 

Ahi. Eccovi una presa del mio tabacco. 

(le ik il torneo. 

Mm*. Veramente prezioso. 

Alv. Questo l a ebbi jeri con una staffetta speditami 
dalla Duchessa mia madre . 

JU*. Ceno non può esser migliore. 

Alv. Eccolo al vostro comando. 

JLwl Non ricuserò 1' onore di metterne un poco nella 
aia tabaccjuera . 

C } 41*. 



»s ZA VEDOVA SCALTRA 

\ 

Alv. Servitevi della mia . 

Ros. Non permetterei, che doveste restarne senza. 
Mv Ebbene > datemi in cambio la vostra . 
Ros'hLz la mia è d' argento, e la vostra e d'oro. 
Alv. Che oro ! Che oro ! Noi stimiamo T oro come il 
fango . Fo pia conto di una presa del mio tabac- 
co , che di cento scatole d'oro. Favorite. 
Ros. Pei compiacervi. (/* il ctmkio dell* sesfls.) D. 

Alvaro , come vi piace la nostra Italia ? 
Mv.F bella, ma non ci vedo queir aria maestosa > 

"che spira per tutti gli angoli della Spagna. 
Ros. E delle italiane, che ne dite ? 
u*/v.Non conoscono la loro bellezza. 
Ros. Perchè? 
Alv. Perchè s'avviliscono troppo ; e non sanno soste- 

nere bastantemente il decoro del loro mento . 
Ros. Ma che? Le vorreste superbe? 
Alv. Le vorrei più gravi, e meno popolari. 
Kos. Ma, il nostro costume è tale. 
Alv. Piano , non parlo di voi. Voi non sembrate ita- 
liana. La scorsa notte mi sorprendeste. Vidi sfa- 
villare dai vostri occhj un raggio di luminosa 
maestà , che tutto mi empiè di venerazione , di 
rispetta , e di maraviglia . Voi mi sembraste per 
r appunto una delle nostre dame , le quali mal- 
grado la soggezione , in cui le teniamo , hanno 
la facoltà d" abbattere , ed atterrare coi loro sguar- 

*«. Vi ringrazio della favorevole prevenzione , che di 

' me avete. Ma avvertite a non ingannarvi. 
Alv.Vno spagnuolo non è capace di restare abbaglia- 
to Noi abbiamo la vera cognizione del merito . 
Ros. Lo credo * ma «falche volta la passione fa trave- 

Jlfr.Ncu no, non è possibile, che gli spagnoli ami- 

no 



ATTO SECONDO. i0 

no per una passione brutale. Prima d'accendersi, 
vogliono conoscer V oggetto delle loro fiamme • 
La bellezza appresso di noi non è il pia font 
motivo dei nostri amori. 

Ros. Ma di che duncjue vi solete invaghire ? 

Ah. Del contegno , e della gravita . 

Kos. ( Genio veramente particolare della nazione • ) 

*Uv. Non vorrei esservi di soverchio incomodo • Che 
ora abbiamo? 

Ras, Sara il mezzo giorno poco lontano. 

Alv. Vediamo, che dice il nostro infallibile . {tir a fuori 

V orologio . ) Questa è 1* opera più perfetta del 
Quàre Inglése f 

Ras. In Ispagna non fanno orologj? 

Alv. Eh. pensate! In Ispagna pochi travagliano. 

Ras. Ma come vivono le genti basse ? 

Alv. In Ispagna non vi è gente bassa . 

'Ros. (Oh questo è originale!) 

Alv. ( hlentrt vuol guardato lo or* , gli case* in ttrray 

V orologio . ) Va al diavolo . ( gli dà un calcio , * 

( *• i eft * ** fondo dell* scena* 

Ros. Che fate ? Un orologio così perfetto ì 

Alv. Quello , che ha toccato i miei piedi , non é piti 
degno della mia mano. 

Ros. Dice bene. 

jf/xr. Ma voi in mezz'ora che siete meco, non mi ave* 
te ancota richiesto cosà veruna. 

Mas. Non saprei di che pregarvi , oltre 1* onore della 
vostra grazia. 

Alv. La grazia d' uno spagnuolo non si acquista sì fa- 
cilmente; siete bella, siete maestosa , mi piacete, 
vi amo , ma per obbligarmi ad esser vostro > vi 
mancano ancora delle circostanze . 

Ros. Favorite dirmi che cosa manca . 

Alv, Sapere in qual grado di stima teniate la nobiltà . 

C 4 *". 



*» LA VEDOVA SCALTRA 

Ros. Essa e il mio nume. 

Ah;. Conoscere se sapete sprezzate V anime basse , ed 

. . ignobili. 

Res. Le odio» e le abbonisco* 

Aiv. Sperimentare se avete la vinti di preferire mi 
gran sangue ad una vana bellezza. 

Rùs. Di ciò mi pregio costantemente. 

Aiv. Or siete degna della mia grazia . Questa i tutta 
per voi. Disponetene a piacer vostro, (*'«/«*• 

Res. Volete di già lasciarmi ? ( s % mIxa etU pure » 

Alv. Non voglio più a lungo cimentare il mio conte- 
gno . Comincerei ad indebolirmi . 

Res. ( Voglio provarmi se so dargli gusto all' usanza 
del suo paese . ) (si mette in graviti.). Da me 
non sperate uno sguardo men che severo. 

r Alv. Così mi piacete. 

Ros. Vi lascierò penare prima d' usarvi pietà. 

Alv. Lo soffrirò con diletto. 

Res. Ad un mio cenno dovrete trattenere sino i sos* 
pirt. 

Alv. Che bel morire per una dama , che sa sostener© 
la gravità! 

Res. Principiate ora a temermi. Partite. 

Alv. Sono costretto a obbedirvi. 

Res. Non mi guardate . 

Alv. Che incanto è questo I Che severità' prodigiosa I 
Provo il massimo dei "contenti nel sofièrire la 
maggior pena dei mondo, (si vele* un pece, m 

(con un sespire parte ^ 



SCE* 



I 







iirra srdoo 



SCENA IEL 
Rottura *qU* 



** 



Hi questo è il pia ameno carattere di quanti ne 
abbia trattati. Ha piacere di essere • tormentato , 
e in grazia di questa sua idolatrata gravità fa 
più conto dei disprezzi , che delle finezze . Ec- 
comi provveduta di quattro amanti , ognuno dei 
quali ha il suo merito , e le sue stravaganze. V 
Italiano è fedele, ma troppo geloso; l'Inglese è 
sincero , ma incostante : il Francese è galante , 
ma troppo affettato : e lo Spàgnuolo è amoroso > 
ma troppo grave . Vedo , che volendo levarmi 
dalla soggezione > uno di questi dovrei scegliere , 
ma «piale ancor non. saprei . Dubito poi che do- 
vrò preferire il Conte ad ogni altro , tuttoché 
qualche Yolta mi si renda molesto coi suoi sospèt- 
ti gelosi. Egli è il primo, che misi è dichiara- 
to; e poi ha il. privilegio sopra degri altri d'es- 
sermi quasi paesano* privilegio > che. assai preva- 
le 'in tutte le nazioni del mondo» (pah*. 

SCENA IV. 

Camera nella Locanda. 
Monntm U Bles» , ti ArUcchm* . 



M$». X U sei un uomo spiritoso j è peccato , che ti 
perdi in una locanda > ove non può spiccare la 
tua abiliti. 

M. Che dirò, patron * siccome la mia gran abilità 

.la 



** LA VEDOVA SCALTRA 

la consiste in magnar, no me par de poder ero* 
var mejo d'una locanda. 

Mon. No , amico , non è questa la tua abilità . Cono- 
sco io dalla tua beli* idea > che sei un capo d* 
opera per fare un' ambasciata amorosa. 

Ari In verità 1* è un cattivo astrologo , peréhc mi 
non ho mai farfel mezan. 

Mon. Beco , come in Italia si cambiano i termini a 
. tutte le cose . Che cos' è questo mezzana ? Un 
ambasciatore di pace , un interprete dei cuori a- 
manti , un araldo di felicità , e contenti > merita 
tutta la stima* ed occupa i più onorati posti del 
mondo . 

Ari. Ambasciator de paté , araldo di felicità , e con- 
tenti, in boti italian voi dir batter l'azzaiin. 

Me». Orsù , io sarò quello , che metterà in luminoso 
prospetto la tua persona . Concici madama Ro- 
saura cognata di Pantalone dei Bisognosi? 

Ark Signor sì, la conosso. 

MukHiL tu coraggio di presentarti ad essa in mio no- 
me , e recarie in dono una preziosissima gioja, 
ch'io ti datti? 

Atl EIo farsi qualche anello? 

Mon. Oh. altro, che anello! E* una giòja, che non ha 
prezzo. 

Ari. Perchè se 1* era un anello , no la lo toleva sigu- 
rd . Basta me proverò > ma la s* raccorda > che 
ogni fadiga merita premio. 

Men. Eseguisci la commissione , e sacai largamente ri» 
compensato. 

Ari. La me diga cara eia: Vusioria el mai sta' In In- 
. ghilterra? Salo l'usanza jie quel paese?. 

Jtfofe'Non ci sono Jtaco i e non so di qual usanza tu 
parli . \. 

idrl. I* sappia * eie in Inghilterra se usa regalar avanti. 

Mo*. 



ATTO SECONDO.* 4, 

Afe* Questo da noi non si costuma , Li mercede non 

dee precedere il merito. Opera bene > e non te* 

mere. 
Ari. Basta , mi stagli salia vostra parola. 
èUm. Non voglio però , che cu dica esser un servitore 

di locanda , che non mi conviene mandarti con 

questo titolo, 
AH. Chi ojo da dir che con? 
Mm. Devi passar per il mio cameriere , giacché come 

co sai > sono tre giorni, che 1* ho licenziato dal 

mio servizio. 
Ari. Ghe voria mo i abiti a proposito. La vede 

ben • . • 
Ut». Vieni nella mia camera • Ti vestirò alla ftan* 



Ari. Alla francese ! Oh magari ! Anca mi deventerò 



Atos, Dovrai porti sul gusto della nostra nazione , drit- 
to» svelto» spiritoso , pronto . Cappello in ma- 
no , riverenze senza fine , parole senza numero , 
e inchini senza misura. 

( ArUcchvM si v* provando , f non gli riesce . 

Afe* Ecco la gioja, che tu le devi recare . Questo è 
il mio ritratto; e son sicuro, ch'ella apprezzerà 
la delicatezza di questa effigie, più chela ricchez- 
za di tutte le gioje del mondo-. 

Ark Oh che zoggia! Oh che bella zoggia l 

Afe». Odi mio caro Arlecchino , odi il complimento , 
che le dovrai fare per me* apprendilo bene, non 
te ne dimenticare parola, poiché in ogni accento 
è rinchiuso un mistero. 

Ari. No la se dubita, la diga pur, che 1* ascolto. 

ÀI**. Tu k devi dire cosi: madama , chi aspira a far- 
vi r intiero dono, del rispettoso, e umile origina- 
le , v v invia anticipatamente il ritratto . Tenetelo 

in 



** tA VEDOVA SCALTKA 

in luogo di amoroso deposito fin tanto che la 
sorte gli conceda f onore. . . 

Ari. Basta, basta» per amor del cielo . Non me ne 
recordo più una parola • 

Àfr». Orsù vedo» che tu hai poca memoria . Sai leg- 
gete? 

Ari. Qualche volta. 

Mon. Vieni nella mia camera , che lo registrerò sopra 
un foglio. Lo leggerai tante volte anche ti resti 
nel capo . 

Ari. Se T ho da lezer fin che el me resta nella me- 
inoria, ho paura da averlo da lezer tutto el tem- 
po de vita mia. 

M**> Caro Arlecchino» seguimi» non ti trattenere. So- 
no impaziente di sentir la risposta, che madama 
avrà la bontà di mandarmi, e a misura della ri- 
sposta sarai ricompensato . Avverti ài custodire 
con ogni esattezza la gioja » che ora ti diedi* 
Gioja, che ha fatto sospirare le prime Principes- 
se a Europa . . (f*rt* . 

'Ari Gioja, che farla sospirar un pover* om dalla fa- 
me . ( f*rte . 

S C E N A V. 
Il C**tt y pei JoUtto Lacchi . 

Ct* JEVOsaura restò meco sdegnata » chiamandosi of- 
fesa dai miei gelosi sospetti . Convien placarla . 
Finalmente conosco, che la gelosia e un tormen- 
to dell' amante» e un'ingiuria all'amata. Speto 
con questa lettera facilitarmi il di lei perdono » 
e ritornare al dolce possesso della sua grazia. 
Lacchè. 



if rro s e e o n d o. + s 

T*l II tostassimo . 

Cen. Sai dove stia di casa il signor Pantalone dei Bi- 
sognosi ? 

Tel. Illustrissimo si. 

Cm. Conosci la signora Rosaura sua cognata? 

F#£ Illustrissimo si , la conosco . 

C*n. Devi andare alla di lei casa , e portarle questa 
mia lettera . 

Tal. Vosignoria Illustrissima sarà servita. 

Con. Procura £arci dar la risposta . ' 

Fól. Illustrissimo sì. 

Con. Con questa occasione osserva se vi è nessuno a 
conversazione. 

Tol. Vosignoria Illustrissima lasci fare a me. 

Con. tallo con buona maniera. 

Tot. Non abbia timore , illustrissimo , che questo è il 
nostro mestiere. Si stima più un lacchè, che sap- 
pia portare una lettera, che uno, che sappia cor- 
rer la posta. {parto. 

Con. Convien poi dire la verità, i nostri servitori ita- 
liani son tutti pieni di civiltà > qualche volta col 
troppo lustrarci ci burlano , ma non importa. L* 
adulazione è una minestra, che piace a tutti. 

(f*rte. 



SCE- 



+4 LA VEDOVA SCALTRA 

SCENA YI. 

Milord, poi Birif. 

Milord passeggia da se solo senza parlare su e già 
per la scena > poi tira fuori uno scrignetto di 
gioje, e le guarda, indi lo chiude, e chiama. 

Mil. Blrif. 

Bit. (Vieni, o si cava il t Affilo senza parlare . 
Mil. Prendi questi diamanti, portali a madama Rosau- 

raj ia conosci? 
Bit. Sì signore. 

Mil. Dille, che mando te, non potendo andar io. 
Bir. Sì signore. 
Mil. Forcami la risposta. 

Bir. Si signore. (parte. 

Mil. Mille ducati , ah! Costan poco. Merita più . Si 

fari, si farà. (parte 

SCENA VII. 

Arlecchino con un foglio in mano avuto osi 
Francese, poi D. Alvaro. 

Ari. OTA volta poi esser , che arriva a far la me 
fortuna: aboncont, ci Frances me vestiri, e spc- 
reria de avanzar l' abit , se l' è galantomo , come 
i altri francesi , che ho cognossu . No vorave 
scordarme el complimento, che ho da far a sio- 
ra Rosaura . El tornerò a lezer per cazzarmelo 
ben in te la memoria. (Apre il foglio , e ve- 
(ionio venire lo Spagnuolo t lo serra, e lo ripone. 

Alv. 



ATTO sECO&Do. 4T 

Ah. Galantuomo . 

Ari (GmmtÀm òttimo , non enfant* pirli con Ini. ) 
Con chi parlelo? 

Ah. Amico, parlo con te. 

Ari. La ringrazio della bona opinion. 

Mv. Dimmi , conosci donna Rosaura > cognata di D. 
Pantalone ? - 

Ari Signor $1, la conosco. (Diavolo tutti intorno cu- 
oia!) 

Ah. Tu avrai l' onore di presentarle in mio nome un 
tesoro. 

ArL Un tesoro? Un* {fegatella! 1 Lo presenterò; ma la- 
se recorda) che ogni premio voi la so fediga. 

Ahi. Prendi, portale questo foglio, e sarai largamente 
rimunerato . 

Ari. Ilo questo et tesoro? 

Alv.Sìy questo è on tesoro inestimabile. 

Ari Cara eia , la perdona la curiosità > «osa' elo mo 
sto tesoro? 

Ah). Questo é l'albero del mio casato. 

ArL (Sé ne rido.) (L'è un tesoro compagno della 
2oggxa del Franzese.) 

Ah/. Lo darai a donna Rosaura , e le dirai così : Gran 
dama , specchiatevi nei gloriosi antenati di D. 
. Alvaro vostro sposo , e consolatevi , che avrete T 
onore di passare ira 1* eroine spagnuole. 

Ari. La senta» el tesoro lo porterò, ma tutte ste pa- 
iole è impossibile» che mi le diga . Se la voi > 
che me le arecorda, bisogna che la le scriva. 

Ah. Sì, lo farò} vieni alla mia camera» e se mi por- 
ti una lieta risposta , assicurati > che vi sarà un 
piccolo tesoretto ancora per te. 

Arl m No vorave, che el piccolo tesoretto russe qualche 
piccolo alberetto. (Ma co ste do incombenze spe- 
so de far una bonagoxnada.) (P*m con D.Alvsro. 

SCE- 



** LA VEDOVA SCALTRA 

S C <E N A V1IL 

Camera di Rosaura eoa tavolino» catta» calamaro* 
e sedie . 

Il Dottore, ti EUoners. 

Dot. X? Igliuola mia, il partito» ch'io vi propongo, 
delle nozze del signor Pantalone è molto avan- 
taggioso per voi » mentre se il signore Stefanello 
era ricco » .sito fratello » che ha aggiunte alle prò* 
prie le facoltà ereditate, deve essere ricco al dop- 
pio. 

E/#. Caro signor padre , per dirvi la verità » non mi 
dispiace altro , che la sproporzione dell' età : io 
troppo giovine» ed egli troppo vecchio. 

Dot. La li lui età avanzata non vi ha da far ostaco- 
lo. Egli è un uomo garbato , sano » e gioviale» 
e quello che più importa » ' vi vuol bene > e vi 
tratterà da regina. 

£/#. Mentre credete yoì » che possa essere un matri- 
monio conveniente per me » non ricuserò di far- 
lo» coli' unico oggetto di obbedire un vostro co- 
mando. 

Dot. Brava, la mia figliuola; voi mi consolate . Vado 
subito dal signor Pantalone ,. e prima, che qual- 
che altra idea lo frastorni, vo' procurare d'assicu- 
rar la vostra fortuna. {f*tu. 



SC& 



ATTO SECONDO. 49 

SCENA IX 

XletnorAj fi Marionette* 

Jfc. XL Una gran lusinga quei dire sarò ricca > sarò 
padrona . Ma queir esser vecchio il marito?, non 
mi finisce . Marionette , ti ho da dar una buona 
nuova. Son fatta la sposa. 

Msr. Me ne rallegro infinitamente ; ma s'è lecito > chi 
è lo sposo? 

TU. Il signor Pantalone. 

Af*r. E questa la chiamate una buona nuova? E ne sie- 
te allegra, e contenta? 

T.le. Perchè no? Non e egli forse un buon partito? 

M*r. Sì , per una vecchia di cinquant' anni > ma non 
per voi, che siete una giovanotta . 

Eie. Anch' io pensava prima cosi 5 ma poi in riguardo 
della sua ricchezza > 1* esser vecchio mi pare che 
poco importi. 

Jdsr. Importa moltissimo, importa tutto . Domandate- 
lo a vostra sorella , che cosa voglia dire una gio- 
vane maritata ad un vecchio . Se fosse lecito il 
dirvi tutto , ve ne farei passare la voglia . Io non 
son vecchia , e dei mariti ne ho avuti tre , ma 
se dovessi rimaritarmi , lo vorrei gì ov inotto di 
primo pelo . 

Tic, Certamente, se lo trovassi, anch' io non direi di 

no. 
Mm. Per voi , che siete una giovine di buon garbo , 
disinvolta, e di spirito, vi vorrebbe per l'appun- 
to un francese. 
Xlt. Trovarlo un franclse, che mi volesse. 
Afor.Eh, quando non volete altro, ve lo troverò io. 
Im Vedova Scaltra. D EU. 



io "LA VEDOVA SCAÌTÈìA 

tle. Ma oltre Tesser giovine, lo vorrei bello , e rie* 
co. 

Mar. Di questi non ne torneano in Francia. 

Eie. Dovrò io andare in Francia a maritarmi? 

Mar. No , mia signóra , in Venezia ne capitan tutto 
dì. Ce ne sarebbe uno a proposito , il quale mostta 
essere inclinato per vostra sorella , ed essa pare , 
rche poco gli corrisponda . Potrebbe darsi che si 
dichiarasse per voi. 

tte. Sé ama mia sorella, noti si curerà di me. 

M*r< Eh , facilmente pòi questi parigini si cambiano" . 
Cori due sospiri lo fate cader in terra. 

Eie. Tu me lo dipingi per incostante. 

-Mar. Che! importa a voi ? Quando siete' maritata , vi 
basta . 

EU. £ l'amor del marito? 

Mar. Oh ne sapete poco. Parliamo d* altro . Lo volete 
vedere questo francese? 

Eie. Lo vedrò' volentieri. 

Mar. Lasciate condurre l'affare a me. Già vostra sorel- 
la è perduta per il geloso , e non fa stima' di 
verun' altro: peggio per lei. Sari la vostra fortu- 
na. Un francese! Oh che matrimonio felice! 

Eie. Ma la parola, che ho dato à mio padre di spo- 
sar il signor Pantalone? 

Mar. Ditegli che avete cambiata opinione*. 

Eie. Mi chiamerà volubile. 

Mar. Scusatevi con dir: son donna. 

Eie. Mi sgriderà. 

Mar. Lasciatelo dire. 

Eie. Minaccerà . 

è/Ut. Non vi spaventate . 

Eie. Vorrà obbligarmi per forza . 

Mot.Lsl festa non si può fare* senta di voi , battete 
sodo. 

Mie. 



Arto s k e o ar iToT n 

ile. Ho paura di non resistere. 

Mmt. Lo dirò a vostra sorella i tutte due ri assisteremo < 

ile. Cara Marionette; mi raccomando. 

SCENA X. 

R9s**ra> e détti . 

Mar. V Enite, signora Rosaura , Venite in soccorso 
della vostra cara sorella . Suo padre la vorrebbe 
dare in isposa al signor Pantalone vostro cogna- 
to; ella apprende iiò per una disgrazia, ma non 
ha coraggio di opporsi ai comandi del genitore. 

TU. Cara Rosaurà, mi raccomando a voi. 

Ros. Non dubitate, vi amo di cuore; ne voglio abban- 
donarvi ad una sicura disperazione. 11 signor Pan- 
talóne me ne ha parlato ; e quantunque mio pa- 
dre gii abbia. date buone speranze , io no pósta 
in campo la libertà , Ihe* vi si conviene nella 
èlezion dello stato , della quale mi sono io ai- 
chiarata garante a fronte di tutto il móndo. 

Zi*. Quanto vi devo! Giuro; thè il vòstro amore |>er 
me non è inferiore a Quello di madre, 

R*s. Ritiratevi nella vostra stanza. 

Eie. Se mio padre viene a sollecitarmi , e né cosà mi 
consigliate, ch'io gli risponda? 

Jtw. Ditegli, che in qdesto non potete risolvete senza 
di nie. 

tU. Mi diri, che è padre. 

***. kispòndetegli , che io son quella > che vi dà la 
dòte. 

Efe< Qoesra risposta gliela darò còl maggior piacere 

del mondo. (Manchette ricordati del Francese. > 

(pitto é Martinetti s e fsrte. 

t> i SCE- 



/* ZA V2VOVA SCALTRA 

SCENA XI. 
Ro saur*, e Marionette. 

Mar. V^Ertainente una madre non farebbe tanto per 

la signora Eleonora, quanto esibite di far voi. 
Jto. V amo teneramente . Ella e sempre stata meco , e 

in premio della sua rassegnazione procuro di ran#. 

derfa, per quanto posso, felice. 
Mar.Y è in sala qualcuno, che chiama, permettetemi» 

eh' ìq vada a velcro chi è . (t**** ♦ 

5 C 5 N A X«. 

tosti**) foi Marionette, poi Arlecchini 
vestito alla francese, 

Ras. Hi Troppo barbara quella legge , che vuol dis- 
porre del cuor delle donne a costo della loro ro- 
vina. 

Mar. Signora , vi è un cameriere di monsieur le Blcau , 
che desidera farvi un* ambasciata. 

Kos. Fa che passi. 

ffar. Sapete per altro chi è costui ? E % il cameriere 
della Locanda , e Arlecchino , il quale dal Cava- 
liere francese è stato fatto suo cameriere. 

Ras. lì Francese va replicando gli assalti ; ma io pri- 
ma di cedere, farò buon uso di tutte le mie dir 

Mar. Venite , venite, signor carnei! ere francese. 

Ari. ( Viene facendo molti inchini caricati a Rosamra « - 

#os. Bravo , bravo , non ti affaticar davvantaggio .. Parla , 

se hai qualche cosa da dirmi per parte del tuo, 

padrone . 

. .. Ari, 



r JLtr6 secò ìì'd ó. *# 

Ari. Madama , per parte de! mio padrone devo pre- 
sentarvi una zoggia. (parla con linguaggio alterato. 

Ito. A me una gidja * 

Ari. A vói madarria , ma prima di darla , o per dir 
meglio, di presentarla, devo farvi un compiimene 
to , del qual ve assicuro 1 , che nd me arecordo una 
parola. 

J*#r. Arlecchino , lai tòrto al tuo Spirito. 

Mos. Se non te lo ricordi, «ara difficile, che io lo sen-> 

Airi. L'arte dell' ornò suplisse alle avventure del caso. 
(Belle parole!) Ecco il gran complimentò rcgt^ 
strato nel candido deposito di questa carta. 

tl#*. Bravo! 

Mar. Evviva . 

Ari. Ecco il foglio. Leggetelo voi , poiché per confi-" 
darvi I" arcano, io non so né lézer, ne scriver. 
{presenta il figlio k Rosaura , 

Bos. Sentiamo, Marionette , che belle , è galanti co- 
se sa dire il nostro Francese . ( legge . ; Maddmn 
Im poca memori* del nuovo mio servitore mi òfe 
tfyà ài accinipaghdre cik queste righe un pegno 
Bella mia stimai che a voi dd drizzo . Degnatevi 
d aggradirlo , e assicuratevi , eh* et viene a voi 
accompagnato dà tutto II mio cuore. 

ììar. Che bello stile francese! 

Kos. Ebbene, miai' è la cosa , the mi devi tu fcrèscrt. 
tare ? 

Ari. Una zoggia preziosa ; una zoggia francese . Ec- 
coli, {le da il ritratto. 

Mas. E* questa la giojà? 

Mar.\i par poco? Il ritrattò di un parigino? 

ito. E* qualcosa di particolare. 

Ari. Madama j vi prego della risposta , dàlia qual di- 
li 3 p*n- 



1+ ZA VEDOVA SCAITR4 

pende la consolazión del padron, e l'interesse del 

servitor . 
Ros. Volentieri . Attendimi > che ora in un moment? 

sonp da te. (va al tavoline a scrivere.. 

Mar. Caro Arlecchino , qual nume tutelare ti ha prov- 

veduto di questa buona fortuna? 
Ari. Za , che la sorte me va beneficando sul gusto 

franzese , vago sperando <Je ppdexnrf infranzesar 

colla grazia 4* Marionette. 
Mar. Se coltiverai <jue$to ottimo gusto , credimi , farò 

qualche conto di te. 
Ari. Vedo adesso, che gh* ho della bonadisposjzion , e 

se non ho fatto fin adesso la mia figura, è sta 

causa, no so se diga el iato, la sorte, la fornai 

na> o il destino. 
Mar. Grazioso > grazioso i 
Ros. Prendi , eccp la breve risposta > che dovrai recare 

a monsieur le Blcau . Non essendo una lettera , 

non la chiudo, e non le fo la soprascritta. 
Ari. Sarala una risppsta consolatori* ? 
Rot. Mi par di si. 

Ari. Posso sperar l'effetto delle belle promesse? 
Ros, Ciò dipende dalla generosità di chi ti ha man» 

dato, 
Ari Madama > con tutto il core . ( con varie rive-* 

ftnxx . 
Mar. Troppo confidente. 

Ari. Con tutto lo spirito. (facendo riverenze , 

Mar. Troppo elegante , 
Ari Con tutta confidenza. Bon zorno a V. S. {parte t 



JCE- 



ATTO S E C O N D OT f$\ 

SCENA XIII. 
Rossur*, e Marionette* 

Jésr. V^Redeccmi > che lo spirito di costui mi piace 

infinitamente . 
Kts. E" un servitore grazioso. 
J4#r. Quando l'ha preso un francese» non può essere" 

senza spirito. 
Mss. Sappi , Marionette , che il signor-fintatane si è 

disgustato meco, per aver io parlato contro alle 

nozze di mia sorella. Quasi quasi pareva mi ve-r* 

lesse Licenziare di casa sua * ed io sono disposta. 

a prevenire il di lui congedo» 
Mmt. A voi non mancheranno case . 
Ras. Si, ma una vedova sola non isti bene. 
Msr. Conducete con voi la sosella. 
£#/. Ella ancora ha bisogno d'essere cofoodita. 
4f*r. Andate in casa di vostro padre. 
Rss. Avrei troppa soggezione. 
M*r. Maritatevi . 

Jto. Questo sarebbe il partito migliore.. 
Mmt. Etanque , perchè lo differite. 
Re*. Son confusa fra quattro amanti, 
Mmt. Sceglietene uno. 
Jt#/. Temo ingannarmi. 
Mmr. Attaccatevi al Francese» e non fallirete. 
JUi. Ed io lo credo peggio degli altri. 
Mar. Se non I9 volete voi, lasciatelo prendere a vostra 

sorella*. 
Ras. Ci penserò. 
Msr. Osservate un lacchè , eh* viene dalla sak cor* 

fendo. 

D 4 *"• 



s* va vt-DOVA Scaltra 

kos. Che vorrà mai? Fallo passare. 
Mar. Un lacche noti ha bisogno * che gti si dica . So- 
no sfacciati di natura. 

SCENA XIV. 

e FéUtto Lacchè? detti; 

fri. t3£rro umilissimo di Vossignoria Illustrissimi. 

Ras. Chi sci? 

fri. Sono Foletto lacchè dell' illustris simo signor Con- 
te di Bosco Nero, ai comandi di V. S. Illustri*- 
■ e sima. - 

Jtf*r,Lo volevo dire, -eh* era il servitóre di ufi ita- 
liano. In Italia non vi è carestia di titoli Super- 
lativi . 

Ros. Che dice il Conte tuo padrone? 

Tol. V Illustrissimo signor Conte mio padrone mandi 
questa tacerà ali Illustrissima signora Rosaura mi* 
signora . . ( U dà U Urterà * 

Kos. ( Legge fiOHé. 

Mar. Amico, siete stato a Parigi? 

2oL Padrona no. 

Mar. Saprete poco servire. 

yol. Perchè? 

Mar. Perchè la vera scuola si trova solamente colà . 

Tol. Eppure benché non sia stato a Parigi , so anch' le* 
una certa moda malto comoda per i servitori, e 
la metterò in pratica, se volete. 

Msr.E qual è questa moda? 

Tol. Che quando il padrone fa all' amore Colla padro- 
na, il lacchè fa lo stesso colla cameriera. 

Mar. Oh la, sai lunga davvero ! 

Ras. Ho inteso $ dirai al tuo padrone 

Tol. 



r At*rò $ e e o x & o; sY 

Tri. Mi per femor del cielo Jrtf onori , Illustrissima pai 

drona, della risposta in carta; altrimenti. . . 
Àfar.Non si busca la mancia, non è verof 
Tel. Per l'appunto. Chi e del mestiere lo sa. 
Mar. Che ti Venga la rabbia, lacchè dei diavolo. • 
Mss. Ora vado a formar la risposta. ( va al f svelino 4 
Tri. Francesina, còme state d'innamorati? 
J&ir.Eh, cosi, così. 

Tel. La notte si calano prescritti dalla finestra? 
Mar. Oh io non sono di quelle. 
Tri. Già me l'immagino. Ma pare, se ci venissi io, 

vi sarebbe niente? 
Hat. Chi sa? 
Tri. Stassera mi provd. 
Mitr.-Eh birbone! Sa il cielo quante ne nai! 
Tri. Certo, che col salario non potrei scialare, se no* 

avessi quattro serve, che mi mantenessero. 
Mar. Ali* larga. 
Tri. Via, via sarete la quinta. 
Res. Eccoti la risposta. 
Tri. Grazie a Vossignoria Illustrissima .' Ma volevo dir 1 

io , Illustrissima padróna , ti è nulla per il gio* 

tane?. 
Kos. Sì, prendi. (gli dk la mància. 

Tri. Obbligatissimò a V. S, Illustrissima ; e viva mil£ 

anni V. S. Illustrissima . Francesina , a rivederci 

stassera. s (parte correndo 4 

S € E N A XV. 

R$sa*r*y Marionette, pei Birif, 

Mar.(&Y , vieni, che stai fresco.) 
Jb/. Eppure dal modo di scrivere del Conte, conósco* 
ch'egli mi ama davvero. 

Mar. 



*$ ZA VEDOVA SCALTRA. 

Jfar. Dovreste meglio capirlo dal legalo fattovi è* 
monsieur le 3kau> egli mandandovi il suo ritrat- 
to, mostra il desiderio dir ha di star sempre eoa 
voi. 

Jto. Non mi piace quclf espressione di mandarmelo co* 
me una gioja. 

Jfrfr.Via., via, v'ho capito. Avete per il Conte il eoo* 
re già dichiarato. Buon prò vi faccia. 

Kos. Credimi, ch'io sono tuttavia indifferente. 

Mar, Poter del mondo! Ecco un'altra ambasciata. Que* 
sta è una gran giornata per voi. 

Ros. Costui chi sarà ? 

filar. Non lo ravvisate? Un servitore inglese, 

Kos. Sari il cameriere del Milord. 

Mar. Passate. (verse la porta, 

fyr. Madama. (fa una rèvermx*. 

Mar. ( Oh ecco la serietà . ) 

Kos. Che bramate, galantuomo? 

Bir. Milord Runcbif manda me» perché non può venie 
egli, 

Mos. Bene, e cosi? 

Bir. Manda questa bagattella. (le da le gioje. 

ftos. Oh che bella cosa; osserva Marionette, che ma* 
gnifiche giojej 

Mar. (Quest'é* ben altro, che la lettera amorosa.) 

*»*. (E che il ritratto.) Ha detto nulla? (aBirif, 

Bir. No, madama. 

Ros. Ringraziatelo, 

Bir. Madama. (fa una riverenza y e vuol partire. 

V*s. Prendete > (gli vuol dar la mancia, 

j'\ Maraviglio, madama. (non la vuole, e parte % 



SCE* 



SCENA XVI. 

f0SM*r*> e M*rion*tt*> f$i ArletMm vestiti 
44 tvrvitvre sfépswlo* 

Msr. iNoN la fatto cosi l'I taluno, no. 

F$s w E non l'aTtebbc fatto nemmeno il Francese. 

Msr.Mz quest'Inglese dice davvero. Spende alla gene* 
rosa , e inufa da principe . 'Bisogna dir che sia 
molto ricco. 

fist. £ quanto ricco > altrettanto generoso . £ questo 
mentri Ione chi diamine è> 

M«r. Oh ! Questi è Arlecchino vestito da servitore spa- 
iatolo . 

Kos. Che mutazione è questa? 

M*r. Qualche bizzarria del suo vago cervello. 

siri. Guardi H cielo molti anni donna Rosaura. 

(si cav* il e*f fello. 

ita. Cbe scene son queste ì Quante iigurc .pretendi di 
fare ? Chi ti manda ? 

ML Don Alvaro di Cattigli* > mio signore. 

(fi C0VS il tMpfitU. 

Jk/. £ che ti ha ordinato di dirmi > 

Ari. Manda ft donna Rmaunt un tesoro • 

( etm* seprs . 

Msr. Canchero! un tesoro? CU sarà venato dall'Indie . 

*#/. £ in che consiste questo tesoro? 

Ari. Ecco. ( si csvs il ctfpelU . ) Chinate il capo. 
Questo è l'albero della casa ii don Àlraro, mio 
signore . (f* m inchino . 

ACar.Oh che prezioso tesoro! 

&>s. Eh non è cosa da disprc&arai . (la frtndé,) fffc 
detto altro? 

*<*>/. Ha detto , ma tanto ha detto > che mai , e poi 

piai 



*t . ZA VEDOVA SCALT&A 

mai me lo sarei ricordato , se prudentemente irà 
questa carta non me Io avess* scritto . 

(dà un foglio a Kosaura ♦ 

kos. Ora ti porterà la risposta. ' (*va ài tavolino. 

Aftjr.Ma dimmi un poco, che pazzia è questa di trot- 
tarti d'abito? 

Ari. Rispetto, e gravita. 

-Mar. Glie? Sei gii entrato in superbia? 

Kos, Eccoti la risposta. / 

Ari, Servo di donna .Rasatura, (si Uva il cappèllo , è 

(se lo rimette; 

dto. Buon giorno . 4 

Ari Addio Marionette * (porte con graviti * 

SCENA XVII. 
testura i e Marionette. 

Mar. \Jh che figura ridicola l Se abbandoni li gn£> 
zia francese , ha perduto il merito' . 

Ros. Vuoi che ti dica , che costui si porta molto ben**, 
e che si sa perfettamente / trasformare in tutti 1 
caratteri. 

Mar. Signora padrona, i vostri quattro amanti vi han- 
no regalata . Chi di essi vi pare , che sia pia 
meritevole della vostra gratitudine? Gii m'aspet- 
to sentirvi dire l'Inglese; quelle gidjé sano assai 
bdlle. 

Mot. No, Marionette, nemmen per questo ltf preferisca' 
agli altri. La pace , e l'amore non si comprano' 
con simil prezzo . E poi Milord non vuol moglie * 
s Mar A Dunque mi do a credete non avrete difficoltà a 
decidere, che abbia ad essere preferito quello del 
ritratte . 

Mas, 

f 



ar,rro secondo. 4* 

Ito. Nemmeno . Quei finti colorì non mi possono assi* 
curare dejla sua fedeltà.. : 

Msr. Fareste caso forse eli quel bell'albero? 

£#;. Non so disprezzare una nobiltà sì cospicua ; ma 
ella non basta per porre in quiete il mio spirito. 

Mar, Ih già lo so. La lettela del geloso avrà il pri- 
mo luogo. * 

Bis. Marionette, t'inganni. So anch'io* che un amanj 
te pei giustificarsi colla sua cara , sa fingere > e 
sa inventare. 

Afer. Dunque non ne aggradite nessuno? <> 

Kos. Anzi tutti. 

Àfer.Ma tutti non li potete sposare, 

A*s. Uno ne sceglierò. 

Mat.JL quale? 

Ras. Ci penserò . £ credimi , che nel risolvere non mi 
consiglierò coi cuore , ma con la mente . Non 
cercherò la bellezza, ma l'amore, e la fedeltà » 
San vedova , conosco il mondo , e so distingue- 
re , ehe per scegliere un amante , serre aprire 
un sol occhio , ma per scegliere un marito > 
conviene aprirgli ben tutti due , e se non ba- 
sta, aggiungervi anche il microscopio della pru- 
denza, (parte. 

M**- E poi > iarà come il solito di noi altre donne > 
si attaccherà al suo peggio» ( jw . 



SCE» 



il LA VtDOVA SCÀLtàX. 

SCÈNA XVTlt 

- • Strada 

Milord, 9 il Citte. 

fcw». lVjLllord, quant' è che non siete nato da ma- 
dama Rosaura? 

Mil. {Passeggia^ è non risponde. 

Con. Veramente è ima danna di grande spirito . Meri- 
ta le attenzioni dei personaggi più riguardeYoU « 
Voi avete fatto un'ottima scelta . Confesso' ,. che 
aveva per lei qualche pòco d' inclinazione ; ma 
dopo che ho veduto , che vi siete per lei dichia- 
rato, ho pensato di ritirarmi; (£i non Vuol par- 
lare ; non posso scoprir nulla . ) Questa sarebbe 
l'ora opportuna di farle una visita. Quando io ci 
andava , non perdeva questi preziósi momenti . 
Ma che diavolo ì siete mutolo' ? Non parlate ? 
Che temperamento è il vostro ? Da questa vo- 
stra serietà non capisco se siate allegro , o ma- 
linconico •• 

Mil. Questo* è quello, che non capirete mai. 

Con. Lode al cielo, che avete parlato . Approvò mol- 
to il vostro costume'; questa credo possa dirsi la 
più fina politica ; ma noi altri italiani non ab- 
biamo l'abilità di praticarla. Parliamo troppo - 



SC£- 



j t x o secondò: */> 

S Q E N À XIX. 

Birif dalla parte di Milord, Toletto* dalla parte del 
Cónte, e detti. 

Eh. Signore. 

Tel. Illustrissimo. 

( // Centi facendo cenno à Tolette , che non parli 4 
{ed egli gli da la lettera, 

MiL Facesti * (a Birif, 

Bir. Si signore. (a Milord. 

MiL Aggradi? (a Bir'tf. 

Bir. Ringrazia. (d Milord. 

MiL Non occorr* altro. ( gli dà un borsellino con denari * 

(Toletta osserva. 

Bir. {Va una riverenza , è parte. 

Cote. (Fa cenno a Toletto, che ss né vada . Egli sten- 
de la mano per la manda . Il Conte lo scaccia . 

Tol. (Bella Italia! Ma cattivo servire!) parte. 

Con. (Colui ha portato uni risposta al Milord: dubito 
sia qualche ambasciata di Rosaura . ) Amico , -mi' 
rallegro con voi. Ma ! Cosi va 4 a chi è fortuna- 
to. Le donne corrono dietro . Le ambasciate tch 
lino. Madama Rosaura 1 . . . 

MI. Siete un pazzo. (parte. 

Con. A me pazzo» vira il ciclo ! Si pentirà d'avermi 
ingiuriato . Risponderà all' invito della mia spa- 
da. . . Ma che dice la mia cara Rosaura ? Mi 
consola , o mi uccide ? Leggiamo qualufiqne sia 
la sentenza dell' idol mio . ( legge piano . ) Oh me 
felice! Oh cara Rosaura ! Oh caratteri * che mi 
fendete la pace al cuore ! £ fia vero , che io sia 
degno dell'amor tue* , unico mio tesoro ? Posso 
dunque sperar pietà ? M f incoraggisci ad amarti , 

a set- 



*4 LA VEDOVA SCALTRA 

a serbarti fede? Sì, lo fatò, mia cara . Si lo fa- 
rò , non temere . Milord , no , 'non ti temo -, ben 
dicesti, ch'io era pazzo a crederti amato , a te* 
merri rivale. Io sono al possesso del di lei cuo- 
re. Rosaura sarà mia , lo bramo , lo spero , e 
questo foglio quasi quasi me ne assicura, (parte, 

SCENA XX. 

Don Alvaro passeggiando , poi Arlecchino vestito 
alla spagnuola . 

Alv. \J Rosaura sa poco le convenienze , o Arlec* 
chino è un pessimo servitore . Farmi aspettare si 
lungamente , è una cosa troppo indiscreta j non 
la soffrirei per un. milione di doppie . Se viene 
colui, gli voglio dare cento bastonate . Così non. 
si tratta co* cavalieri miei pari . . . Ma . . . for- 
se ... L* esame dei miei antenati la terrà occu- 
pata . Sono ventiquattro generazioni . Principia da. 
un re. Tanti principi vi sono tutti osservabili., 
E* compatibile questa tardanza. 

Ari. Cavaliere . ( nm veduto da D. Alvaro , che passeggia . 

Alv. Che rechi ? 

Ari. Viva il Re nostro signore . ( si cava il cappello , 
ed anco D. Alvaro . ) Donna Rosaura vi vuol 
gran bene . 

Alv. Lo so . Che ha detto del mio grand* albero? 

Ari. V ha baciato , e ribaciato più volte . Inarcava le 
ciglia, stringeva i denti per maraviglia. 

Alv. Le hai fatto puntualmente il complimento ? ^ 

Ari. A tutta perfezione. 

Alv. Che ha risposto? 

jirl. Ecco.i venerandi caratteri di donna Rosaura. 

(si cava il cappello y. e gli da un foglio. 

Alv. 



ATTO SECÓNDO. te 

Ah.Wùo Cuore, preparati alle dolcezze, (légge.) Ac- 
cetto con somme aggradimento il rifritto , che vi 
skte degusto mandarmi. .. Che dice il ritratto ? - 

(ad Arlecchino. 

Art. (Oh poveretto mi? L'ho fatta. In vece de dar- 
ghe la risposta, che andava alu, gh'hodà quel- 
la del Francese. Ma niente , spirita, e franchez- 
za, e ghe remedierò . ) 

Ahv. B%ne non rispondi ? 

Ari. L'albero della vostra casa è il ritratto della vo- 



Ah;, Così r intendevo ancor io. Perla stima eh* io faccio 

dell originale . E l' originale come e' entra ? . . 

(ad Arlecchino. 
Ari. Ditemi un poco. Chi è il primo in queir albero} , 
Ah/. Uà re di Castiglia-. 
Ari. Vedete la furberia della donna ! - La superbia del 

sesso 1 Fa stima di quel re, che i l' origine , o sia 

l'originale della vostra casa. 
Ah. Cosi F intendeva ancor io. // mio non ve lo fot" 

sa mandare , perchè non i* ho. 
Ari Ella non ha alberò. Vedete bene . 
Alv. V intendo ancor io. Tanto stimo questa gioja pre- 
ziosa... Gioja preziosa? (ad Arlecchino. 
Ari. Vuol dir un tesoro, che è 1* albero. 
Alv. V intendo ancor io. Che lo voglio far legare in 

me cerchio doro. Oh diavolo ì In un cerchio d* 

oro il mio albero? 
Ari Vuol dire in una cornice dorata. 
Ah. Cosi 1* intendeva ancor io . E portarlo attaccato al 

petto. Un quadro di quella grandezza attaccato al 

petto ì 
Ari £h non 1* intendete) è frase poetica. Lo porterà 

sempre nel cuore, o nel petto, che vuol dir 1* 

istesso. 
la Vedova Scaltra. E Alv. 



$é LA VEDOVA SCALTRA 

Ah. Per V appunto così 1* intenderò ancor io . Addio ; 

(vuoi partire. 

Ari. Cavaliere. 

Alv. Che vuoi ì 

Ari. Come state di memoria? 

Alv. Che temeraria domanda ! 

Ari I cavalieri, che promettono, mantengono la pa- 
rola. 

Alv. tìzi ragione j non me ne ricordava. Mi4|i ser- 
vito bene» dero ricompensarti * Tu hai portato 
un tesoro a donnaRosaura, ecco un tesoretto an- 
ra per te. (gli dk sm figlio piegmto. 

Art. Che è questo? 

Alv. Questa è una patente di mio servitore . (parte. 

Ari. Ab malaffettissimo ! A mi sto teso r etto? Cussi se 
burla i poveri galantomeni ? Ma me vpi vendi- 
care. Certo , certo qualche vendetta voi far. Ma 
fé qua elFranzesc» presto» presto, che noi me 
veda * che se el Spagnol m' ha budado » questa 
tursi me refferà. 

SCENA XXI. 

HensUur te Ble** gusnUtuiósi i* un specchietto, 
poi Arlecchino vestito mIU francese. 

lion. Uà Ppure questa parrucca non mi para accomo- 
data a dovere. Questo riccio non vuoi riposarsi 
• bene sopra quest'altro. La parte dritta mi sem- 
bra un taglio di temperino pia lunga della sini- 
stra. Ah converrà, ch'io dia il congedo ai mio 
parrucchiere» e ne faccia venir uno di Parigi . 
-Qui non sanno pettinare una parrucca . * £ questi 
calzolaj non si possono soffrire . Hanno il vizio* 
di rare le scarpe larghe » e non sanno » che non 

ébea 



ATTO SECONDO. 6j 

è ben calzato chi non si sente stroppiate . Ah I 
gran Parigi l gran Parigli 

(Arlecchini fm m*Ut tìvtrtnx** td inchini cn- 

(r testi s Monsiwr. 

ita. Beavo, fatavo ; ti poni bene . Sei staro da Ma* 
dama? 

Ari Sooo stato. Ah non ci fessi stato! 

ita. Perchè di" tu questo ? 

Ari. Che bellezza! Ohe grazia ! Che occhjl Che naso! 
Che bocca! Che senato! ( con *ff mszwu. 

ita. (Costui pare sia stato a Parigi, (gusto è il di- 
letto de' nostri servitori. S'innamorano anch'essi 
delle nostre belle. ) Presentasti il ritratto? 

Ari. Lo presentai» ed essa lo strinse teneramente al 



Jto». Ah taci, che mi fai liquefar di dolcezza. 
Ari. Non si saziava di mirarlo, e baciarlo. 
ito». Oh cara ! Le recitasti il mio complimento ? 
ArL ho recitai accompagnato da qualche lagrima. 
ita. Bravo Arlecchino» l'ho detto > che sei nato a 

posta. (kbscis, 

ArL Ah signore, consolatevi. Ella... oh cielo! 
itosi Che fece , caro Arlecchino , che fece ? 
ArL Sentendo quelle belle parole, si svenne. 
ito*. Ta mi arricchisci , tu mi beatifichi > tu m' innal* 

zi al trono della felicità. Ma, dimmi, ti die la 

risposta? 
Ari. (Diavolo! Adess che penso l'ho dada r quell'ai* 

tro!) Me l'ha data.. . ma;.. 
ito». Che mit 
Ari. L'ho persa. 
ito». Ah indegno, scellerato» che uil Perdere ma tossi 

cosi preziosa? Giuro ài cielo non so chi mi tea» 

ga> che non ti passi il petto con qisesta spada. 

(cétvm U sfndn* 
l a ArL 



fc* ZA VEDOVA SCALTRA 

lari. Ubo trovada, l'ho trovada. (Più tosto, cKc for- 
me ammazzar , ehe darò quella del Spagnolo. ) 
Tegnl, eccola qua. 

Mon. Ah caro il mio Arlecchino , refrigerio delle mie 
pene'; araldo de* miei contenti! (V abbraccia * 

Ari (Adesso el me abbrazza, e prima el me voleva 
sbudelar . } 

Mon. Oh carta adorata , che rinchiudi il balsamo della 
mie piaghe ! Nel? aprirti mi sento strugger il 
cuor dal contento. Leggiamo . Ammiro somma- 
mente il magnifici Mero della vòstra casa. Come* 
l' albero della -mia casa ? (ad Arlecchini . 

Ari. (Ecco la solita istoria.) Non la capite? • 

Mon. Io no . 

Ari. Ve la spiegherò mi. Voi non siete unico di vo- 
stra casa? 

Mon. Sì . 

Ari. Non dovete voi ammogliarvi ? 

Mon. Bene . 

Ari. Il matrimonio non rende i frutti? 

Mon. Sicuro. 

Ari. Quello che fa i frutti non si dice albero? 

Mon. Egli è vero. « 

Ari. Dunque^voi siete 1* albero di vostra casa . 

Mon. il madama Rosaura 4-eosì sottile J 

Ari. Anca de pia. 

Mon. Che donna di spirito ! Zd ho veduto , che voi 
tratti f origino da principi , e da monarchi. E- 
questo come e* enexa ? 

Ari. Eppure voi altri francesi siete acuti , e non la 
capite ? 

Mon. Confesso il vero , no* l'intendo. 

Ari. Guardando eT vostro ritratto , vede quella bella 
idea, queir idea nobile , e grande, e vi crede di 
razza de* principi, e de* monarchi. 

Mon. 



ATTO SECONDO^ 4* 

Mm.Scì un grand* uomo, {lo bacia.) Avanti. Se avrì 
town di essere ammesta fra tante ertine .... 
Quali sono queste eroine ? 

M m Quelle , che vi amano . 

Meo. Dici bene , e son molte . Sarà nobilitate anche 
r albero della mia casa. E questo, che vuol di- 
re ? 

JrL Alloca sarà nobile lei, ed anche il vecchio suo 
padre , che e 1' albero della sua casa . 

ili». Evviva il grande Arlecchino . Meriti, una recogni- 
zione senza misura . 

JLrl. ( Oh manco mal i ) 

Me». Vo pensando, che posso darti per un'opera cosi 
bene eseguita. 

Ari. Un inglese per una cosa simile m* ha dà una 
borsa. 

Me». Una borsa ) F poco . Non avrai fatto per lui 
quello , che hai fatto, per me . Meriti un premio 
illimitato , una recognizione estraordinatia . Ma 
ecco, ecco , ch'io gu m'accingo a premiarti in 
una maniera corrispondente al tuo gran merito . 
Eccoti un pezzo di questa carta , eh' è la gioja 
più preziosa di questo mondo . (gli dà un pezza 
( di torta di Rasama* e parte* 

SCENA XXIL 

Arlecchino, poi Marionette y $ti esce di casa* 

Ari ( J\ Està attonito colla carta in mano, guarda»* 

da. dietro a Mensiemr. ) 
Mar. Monskor Arlecchino , che rare voi ? . 
drL Scava pensando alla generosità d v un francese . 
Mar. Di monstoir le Blean * t1* 

E j Ari 



La Védova Jcaara . 



Aito UT. Sc.IX. 




zjr^r/^ 



ATTO TERZO- 

SCENA PRIMA. 
Camera di Rosaura. 



o, 



fasMMrs> t Msrimetti* 



lUs. V-/ Di , Marionette , ti voglio confidare una mia 
invenzione > che forse non ti sembrerà meno spi- 
ritosa di quelle, ciie sogliono porre in uso le 
tue madame. 

M*r. Eh quanto a questo , ve 1* ho sempre detto . Voi 
avete uno spirito superiore alle altre italiane. 

Ito, Voglio fare una sperienza dell* amore , e della fe- 
de dei miei quattro amanti . Coli* occasione del 
* \ .. car- 



a t t o ' T re r * o; • rj 

carnovale , e delle maschere , to' travestirmi , t 
covandomi separatamente > vaglio fingermi con 
ciascheduno un' incognita amante > e vedere » se in 
grazia mia sanno disprezzate un* avventura amoro- 
sa ; anzi perchè' la prora sia pia efficace , mi fin- 
gerò della nazione di ciascheduno di essi , e coli* 
ajoto di un abito bene assettato, della maschera » 
delle lingue , che già sufficientemente io possiedo , 
e di qualche caricatura all'usanze di quei paesi» 
cercherò, di farmi credere sua paesana . Mi lusin- 
go' di riuscirvi, che per imitare io valeva un Mi- 
nilo fin da ragazza . Chi saprà «esistere a questa 
tentazione , sarà da me prediletto . 
iter» Non mi dispiace il pensiero ; ma preveggo bene 

probabilmente , che non ne sposerete nessuno. 
**. Pesche t 

JftV. Perchè è difficile , che un uomo resista > solleti- 
cato da una tentazione A forte, 
fi**. L' eflètto deciderà . Per sostenere i varj caratteri > 
ho bisogno però di qualche istruzione • Tu puoi 
giovarmi nef- personaggio francese . 
Afrr.E anco nelT inglese, sendo stata in Londra tre 
anni, e tutto consiste in saper unire 1* amoroso 
al serio, e in certe riverenze curiose , che sono 
particolari alle donne di quella nazione . 
to. M'ingegnerò di riuscirvi. 
Mgr. Ma la voce vi darà a conoscere. 
&'. La maschera altera facilmente la voce . 

SCENA II. 

fsntaUniy $ ditte. 

te. V>l On grazia , se poi intrai? (di dentro, 

tot. Passi, signor cognato» è padrone. 



T# ZA VZDOVA SCALTRA 

£*». Cara non cugnada, san «regnù a domaiidarghe 
scusa , se stamattina gh'ho parla con un pochet- 
te de caldo; i omeni bisogna compatirli co i gh" 
ha delk debolezze , che li predomina > e spero che 
giunca per questo no k me varderà de mal* oc- 
chio. 

Xsrs. Voi late meco una parte» che toccherebbe a me 
piuttosto praticate con voi. Dorrei io chiedervi 
scusa, se eoa qualche asprezza mi sono opposta 
alle nozze di mia sorella. Caro signor cognato , 
se dk non vi acconsente , volete voi sagrificarea 
un capriccio/fa mostra quiete, e la di lei gioventù > 

?sn. Co eia no toì , pazienzia . Ma se poderave con 
qualche bona maniera veder de metterla a segno. 
Basta» ptrarindciìdo da sto negozio , sappia fìa 
mia, che se v'ho da qualche motivo de andar 
via de sta casa, l'ho dito in arto de colera, son 
pendo d'averlo dito, e ve prego de starghc , per- 
chè se andessi via me portercssi via el cuor. 

ito. Signor Pantalone > vi ringrazio infinitamente delle 
vostre generose espressioni, e giacche dimostrate 
tanta bontà per ne } ardisco pregarvi d' una gra- 
zia. 

Psa. Comande, fia, farò tatto quello, che volc. 

Ros. Sono stata ferocità da alcune dame di varie con- 
versazioni» vorrei questa sera» se ve ne contenta- 
te , trattarle anch' io con jqualche piccolo diver- 
timento nelle mie camere . 

?**. Sé parona , me maravegio . Comande pur , anzi 
ve manderò mi le cere, el rinfresco , e 'tutto 
quel, che bisogna. 

Kos. Sempre più s'accrescono k mie obbligazioni. 

Pan. Vardc , se qualche volta ve vegnissc una bona 
congiuntura de lassar correr a sàora Leonora qual- 
che parola in mio favor, inònueghe » che no la 

pcn- 



ATT0TEK2Ó. rs 

pensa a frascherie 3 che la pensa a far el so 
stato. 

Jtàt. Faro il possibile, lo farò di cuore , e spero ne 
vedrete gli effetti. 

7». Sa, cara cugnada , me console . Na altri poveri 
vecchj semo giusto co fa i putelli , gh' aremo gu- 
sto de vederse a (*) coccolar. (psrte. 

SCENA III. 

RfiSAMrty e Maritnttm 

Msr. V Ostro cognato vuoi morire , dando in simi- 
le generosità. 

ito. Amore fa fare delle gran cose. 

Afjr. Ma volete davvero persuadere Vòstra sorella ? 

ito. Pensa tu, se voglio fare simile pazzia ! V ho det- 
to per lusingarlo. 

Mmt. E la conversazione delle dame che cosa è ? 

JUf. Un pretesto per invitare i quattro rivali. 

Mmt. Siete pronta davvero nelle vostre invenzioni . 

Mss. Cosi convien esseie . Ma andiamo , che avanti 
sera voglio far la scena , che gii t' ho detto . 
Gli abiti gli ho di già preparati. 

JAsr. Dove troverete i vostri quattro adoratori ? 

Jto. Al caffi. Verso sera non mancano mai. 

Mmr. Il cielo ve la mandi taona . 

Ito. Chi non ha coraggio di procurare la sua fortuna, 
snostra espressamente di non meritarla, (psm. 

Mìmt. lo vedo, che in Francia , in Inghilterra , in Italia , 
e per tutto il mondo le donne sanno molto bene 
dove il diavolo tiene la coda, (f/trtt . 



SCE- 
( a) Accsrex.zsr$ ; 



74 LA VEDOVA SCALTRA 

S C E N A IV. 

Strada con casa di Rosausa. 

Momieur It Bleau da una parte , « D t Alvaro dalV 

altra, tutti due con i viglietti di Isauro. 

in mano > osservandoli . 

Mon. ( X O dunque sono V albero di una - casa ? Questa 
frase non mi pare adattata . ) 

Alv. ( Il mio alberò è lo stesso , che il mio ritratto ? 
Ciò mi sembra manifesto sproposito . ) 

Mon. ( La mia origine da principi , e da monarchi ? 
Sarebbe un' ironica derisione > ) 

Alv. ( Lo stipite dell' albero non può chiamarsi l'ori- 
ginale . ) 

Mon. ( Sarebbe una bella figura rettorica , chiamar suo 
padre col titolo d'albero della sua casal) 

Alv. ( Un quadro attaccato al petto ? Non si può ero» 
dere . ) 

Mon. ( Arlecchino l' intende male . ) * 

Alv. ( Il servo non l'interpreta bene. ) 

S C E N A V. 

Ar tocchino , e dotti. 

Arlecchino osserva , vedo li due, che leggono • Si avan- 
za fra loro pian piano , e vedendo, che hanno i dum 
viglietti in mano > dati ad essi per orrore , dice 
loro . 

C 

Ari. V-JOn buona grazia, (fronde li duo viglietti ad 
osi di mano, e li cambia > dando ad ognuno il 

tuo > 



ATTO TERZO. 77 

sue, pei oom mms riverenza, *IU mutai* forte . 
Li due restano , leggono . 
Me». ( Accetto con sommo aggradimento il ritratto > 
che tì siete degnato mandarmi , per la. stima , 
che io fo dell' originale . ) Oh ora parla di me . 

Ah» ( Ammiro sommamente il magnifico albero della 
vostra casa.) Questa è V espressione, che si con- 
viene. 

i/e»- (Il mio non Te Io posso mandare, perchè non 
r ho . ) Pazienza . 

-4iv. (Ho veduto, che voi traete V origine da princi- 
pi, e da monarchi.) Bene, cosi è. 

Mom. (Tanto stimo questa gioja preziosa , che la vo- 
glio far legare in un cerchio d'oro , e 1 portarla 
attaccata al petto . ) Oh espressioni adorabili ! Oh 
carta per me felice! (Ubsui*. 

Alv. ( Se avrò l'onore di esser ammessa fra tante eroi- 
ne, sarà nobilitato anche l'albero della mia ca- 
sa.) Non sari per lei pòca gloria. 

Hm. (Comi esegui male la commissione.) 

Alv. (Arlecchino falsificò il viglictto. ) 

Me*. ( Scommetto , che T ha cambiato con quello di 
D. Alvaro. 

Alv. ( Potrebbe avere equivocato col Francese . ) 

Mom. Amico , avete voi inviato qualche albero a ma- 
dama Rosaura? 

Alv. Ditemi prima, se Voi le avete spedito il vosrro 
ritratto . 

Mom. ìo non lo nego. 

Alv. Ed io lo confesso . 

Mom. Mi consolo con voi della stima , in cui tiene la- 
vostra casa. 

Alv. Ed io mi rallegro con voi del conto , che fa del- 
la vostra avvenenza . 

Mom. Voi siete al possesso della sua grazia. 

Alv. 



9$ LA VZJ>OVA SCALTRA 

Alv. E voi siete 1* arbitro del di lei cuoce . 

Mon. Dunque noi siamo rivali . 

AlfQ. E per conseguenza nemici . 

4/#a. La grazia di madama Rosaura non è sì scarsa > che 
non possa supplire ^ll'aftèro di due amanti. 

Alv. D.Alvaro di Castiglia non soffice, ohe gli sì usur- 
pi la metà del cuore della sua bella . 

Man. Che intendete di fare ? 

Alv. Intendo , che a me In cediate. 

Man. Questo noi sarà mai . 

Alv. La contendano le nostre spade . 

Man. £ volete morire per una donna ? 

Alv. Eleggete ; o rinunciare , o combattere • 

M$n. Non ricuso il cimento . 

Alv. Andiamo in luogo opportuno. 

Afa». Vi seguo dove vi aggrada. 

Alv. ( Eppure mi converrà avvilir la mia spada.) 

(forte . 

Man. Viva amore » vivala beltà di Rjosauraj vado a com- 
battere già sicuro di vincere . .. (vuol fMrtirt^ 

SCENA VL 

Mamiaur la ZU**y a Mmanttta di cmìs. 



r.CiH 



M*r. JLj H moosicur le Jtteaat 

Man. Marionette ! 

Mar. Volete vedere mademoiselle Eleonora? 

Man. Volesse il cielo, eh* io avessi questa fortuna ; 

MMr.Qtz ]a àccio venir alla finestra. (t*tr*. 



«CE- 



JtTTO'TimXO. *p 

S C £ N A va 
Umsiewr le BUa*, fpi Mlemar* mila futura. 



àtm. J-l* Attenderà eoa impazienza. . . Ma D. Almo 
mi aspetta al duello ... e che ? Dovrei lasciar 
di veder una bella donna per battermi con. un pazzo» 
(Eleonora viene stia finestra.) Ma ecco il nuovo 
sole , che spunta dall' oriente di quel balcone . 
F bella molto . Bella quanto Rosaura . Merita non 
inferiore la stima . Mademoi selle > non isdegnar 
te , che un cuore sorpreso dalla vostra bellezza vi 
consacri tutte le sue adorazioni . 

%U. Signore io non ho Tonor di conoscervi. 

ite. Sono un vostro fedelissimo amante , 

Mie. Amante di quanto tempo ? 

Mm. Dal momento > in cui ora yi vidi . 

Ile. £ cosi presto v'innamorate? 

Mem. La bellezza ha la virtd di obbligar il cuore ad 
amarla. 

Ile. Mi pare , che vi vogliate prendere spasso di me , 

idem. Vi giuro sul carattere di vero francese > che v* 
amo con tutta la tenerezza» 

TU. Ed io con vostra grazia non vi credo* 

Jtaw Se non mi crédete , mi vedrete morire sotto U 
vostra finestra . 

Zie. Bellissime espressioni da CaUoandro. 

Mm. Voi deridete la mia passione, ed io piango ama- 
ramente per voi . (fi*& € * f*mger*- . 

JEfr. Sapete anche piangere* Vi stimo infinitamente. 

ite. Possibile , che il calore dei miei infocati sospiri 
non arrivi colasse a intiepidire il gelo della vo- 
sxf* eroderti? 

zu. 



€0 LA VEDOVA SCALT&A 

Ile. Non ci sono ancora arrivaci. 

Mon. Deh > mia bella, fatemi aprir questa porca > e per- 
mettetemi , che io possa sospirare più da vicino . 

Ile. No, no, sospirate all'aria, che meglio tempe- 
rerete i vostri calori. 

Mon. Voi siete bella , ma siete troppo tiranna. 

Ih. (Ecco mio padre. £' meglio» che mi ritiri.) 

(fnrte. 

SCENA Vili. 

Monsieur le Blesm, poi il Dottoro . 

Mon. V-/ H cielo , cosi mi lasciate ? Senza dirmi addio 
da me vi partite ? Ah spietata , ah crudele ! 

Dot. Signore» con chi l'avete? 

ita». Voi che all'abito mi parete un dottore, sentite 
la mia cagione. Questa barbara ragazza chiamata 
Eleonora, sorda a* miei prieghi, ingrata a' mici 
pianti, non vuole accordarmi corrispondenza, mi 
nega pietà . 

Dot. Vossignoria dunque è innamorato di quella ragaa> 
- za* 

Mon. L' amo quanto me stesso. Non vedo per altri oc- 
chj , che per' i suoi . 

Dot. Quaht* è che è innamorato^ di lei? 

Mon. Sono pochi momenti . Or ora i* ho veduta perla 
prima volta a quella finestra. 

Dot. E' una maraviglia, che cosi presto si sia inna- 
morato. 

Mon. Noi altri francesi abbiamo Io spirito pronto , ed 
U cuore tenero. Uno sguardo è capace di farci 

-•" morire. _ ... 

Dot. Quanto duca poi questo loro affitta? 

Mon. 



ATTO TERZO. St 

If #». Fioche comanda amore , eh* e il sovrano dei no* 

stri cuori . 
Ito. £ se amore comandasse > che domani non sene 
ricordasse più , le converrebbe obbedirlo ? 

Àfr». Senza dubbio. 

Ito. Dunque . può principiare adesso a dimenticarsi di 
Eleonora. 

Uon. Perché dite questo ? 

Ito. Perchè io non voglio , che Eleqnora soggiaccia a 
questo pericolo. 

ìion. Ma voi , che parte avete negli affari di made- 
moiselle Eleonora ? 

Ito. Per levarla da ogni dubbio, sappia, che io sono 
suo padre . 

Mon. Ah monsicur , ah mio eccellente Dottore > ah ca- 
ro amico, venerato mio suocero, fatemi il piace* 
re di non impedirmi , eh' io possa amare le vo- 
stre figliuole . 

Da#. Tutte due ? 

ìion. Sì , caro , sono egualmente amabili . 

Dot. Questa sorta- d* amore chi è , che lo comanda ? 

Mon, La cognizione del merito . 

Ito. Come si può mai amare più d' un oggetto ì 

Mtn.XJn francese ha fiamme bastanti per amarne an- 
che cento . 

Ito. Vossignoria vada in Francia a dar pascolo alle sue 
fiamme. 

Jfrff.Ah si, conosco dalla vostra bella fronte aercua , 
dai vostri occhj pietosi , che avete compassione 
di me . Su via comandate > che aprano quella 
porta. 

Ito. Questa non è casa mia , ma ciò non ostante la 
farò aprire. 

Uon. Evviva la virtù , evviva il padre felice di dae pe- 
regrine bellezze. , • 
L* Vedova Scaltra. F £". 



%z LA VEDOVA SCALTM.A 

X)*r. ( Batte , * si fa aprire . 

Mon. Siatemi di scorta . 

Bit. In quésti paesi il padre non fa la scorta agli 
amanti delle figliuole; con sua licenza. 

( entra , e serra la porta. 

Me». Mohsienr » montieur. festa , basta , se il padre 
ha chiusa la porta > non là terranno sempre set* 
rata le figlie. (parte. 

S C E N A nt 

Strada con bottega di <affc con sedili , e quanto oc- 
corre per servizio della bottega medesima'. 

Cafttrirrtj e garzoni, Milord, ed il Conte. 

Con. JL/Ammi il caffè . (portano il caffè al Conte * 
ed a Milord ) Eh non date il carni a Milord \ 
egli è avvezzo a bere la cioccolata dalle dame > 
non gli piaceranno le bevande delle botteghe . 

MiL ( Scuote il capo , e beve . 

Con. Ma di quelle cioccolate ne vogliamo bere pia 
poche, Milord mio caro. 

MiL (Fa lo stesso. 

Con. Con questo vostro non rispondete sembrate alle- 
vato più fra le bestie , che fra gli uomini . 

MiL ( Lo guarda bruscamente . 

Con. La signora Rosaura avrà conosciuto il vostro sel- 
vatico temperamento. 

MiL (S* alza da sedere, ed esce fuori dalla bottega. 

Con. Si» fate bene l prendere un poco d'aria. . 

Mil. Monsieur, venite* fuori. 

Con. Con qaal autoriti mi comandate? 

MiL Se siete cavaliere* dovete battervi meco. 

Con. 



• A fr r ò~ t ìx io: - i* 

C#». Son pronto a soddisfarti. (s* shÀyt esce dì 

{bottega, 
ìiik Impftxace a parlare poco > e bete. 
Ce*. Non ho bisógno d k imparare a viver da voi. - i 
Jitf. A noi . (mettk mane i e fa U ttesn il Conte i 
C#* Come tokte combatte» ?' ' : > 

Jfi/. A primo «angue. N ; 

C#». Benissimo . ( quelli della lettiga tatui» di se}m- 
. {rarlit 

Ma. Non mi movete» o vi taglio la feccia. 
Con. Lasciateci combattere * La disfida 8 al primo sai» 

gaè. 

( jì battevo y e il Conta retto fkfèts m mn èoàcciò. 
Co». Ecco il sangue. Siete soddisfatto.» 
MiL Sì. (nfom la spadai 

Con\ Vado a fumi visitar la ferita ^ . {partii 

i C ' È N À . X. 

Àfilord, pi ìtotaurà toàschetot* atf mglos* . 

Afi/* i3e un* altra volti mi offende , la: frfita non sa* 
rà sanabile al certo . Questo motteggiar italiani 
non mi piace . Gli uomini tei nati si dtbhòtìé 
rispettar 1' un l'altro i sé là luittìde ii ìa s'avajttl 
troppo, degenera in disprezzo ; Mi chi è Quésta 
maschera vestita ali' ingttt»? 

i#i. ($ manze, e fa una rivotmxjn alt usa delie Jon* 
ma inglesi i 

MiL ( Questa non è italiana . Quell' inchini* graziose 
ti conoscere > eli' e d' Inghilterra . ) 

Mas. ( S" accetta a Milita, e gli fa etn altri mtbiuò « 

MiL M ada m a , moito compita , volete uSè ì 

Mot. ( Fé emme di ma* * 

£ t MiL 



94 tA VEDOVA SCALTkJf 

MiL Cioccolata? ■ ^ 

Kas. ( Fa cenno di no . 

MiL Volete Ponce? • .'.*•■. 

Kos. ( Fa cenno di ù. •'...'• 

Jtf#. (Oh è inglese.) Poitat* Ponce. (ai oafettim} 

Chi vi ha condotta in questo paese I » 

Ito. Mio padre . 

Affi. Che mestiere fa? * 

Kos. II mestiere , che fate voi , # 

MiL Siete dama ? 

Kos. Sì , Milord. . .- . ) 

MiL Oh sedete» sedete, (avanza una sodi* 9 o fé da 

ha man dai***) Mi conoscete? 
Kos. Pur troppo. .. .e L - ., J 

Mil. Che.! mi amate? 

JRof. CJon tutto il cuore, n, ■ 

MiL Dove mi avete veduto ? 

Kos. In Londra.. . (U portano -iti Ttoneo> ed essa bey*< 

MiL Chi siete ? 

Kos. Non posso, dirlo» 

MiL Io vi conosco? 

Kos. Credo che si . 

MiL Vi amai? 

Kos. Non lo. so. 

MiL Vi amerò adesso 

Mos. Siete impegnato. . < 

MiL Con chi? 

Ros. Con madama Rosauta- . 

MiL Nulla ho promesso . ' • . 

Kos. Siete in libertà? 

ifii Io sono. 

Kos. Posso sperare? 

MiL Sii madama. 

Kos. Mi amerete? 

MiL Ve lo prometto. - r * 



ibi. Sateie mio? 
iti/. Ma chi siete? 
Jta Non posso dirlo. 
MiL Alla cieca non m' impegnò . 
Itr. Stassera mi Vedrete. 
MiL Dovei 

Bés. Ad una conversazione. , - 
MiL Ma dove? 
JtaftLo saprete. 
«Mi/. Avrò l' onòr di sehrirvi : 
**s. £ madama Rosaura? 
MiL Cederà il luogo ad una mìa paesana ; 
Màt, Sarò in altr* abito. 
MiL Non vi conoscerò. 
Ito. Datemi un segno per fiumi conoscere ; 
MiL Mostratemi «juest' astuccio . ( lo dà «» éùtuccié 

(£ oro » 
Mot. Tanto mi Basta. (i°*fc*. 

MiL Volete parata? (s'ali*. 

JUt. Sì. 

MU. Vi serrilo. 

X»j. Se siete cavaliere» non nii seguite: 
MU. Vi obbedisco. / 

JR#r. Milord, addio, ($li fk il solfo inchini > » f*toi 

SCENA Xh . 

lti/«4 soli: 

VjlHE piacere 1 trovar ima ptfttióta fuor di paese ! 
Quanta grazia si uova in quegl' inchini ! Che dol- 
ce maniera di parlare senza superfluità ! Questa 
dama mi conosce , mi ama , e mi desidera ; se è 
bella, quanto è gentile, è molto amabile; e me" 
aita , ebt io k dia nel mio cuore la preferenza -. 
I 3 Ro- 



ftf LA VEDOVA SCALTRA 

Rosaura esige molto di stima , ma questa è da* 
ma, ed è mia paesana > due condizioni , che mi 
costringono a preferirla. (fwft* 



5 C E N A XH 
p, Alv*Y0 > poi Ar lecchi** < 



^,M< 



LOnsieur le JJleaó mi è fcggito , e oaspciK 
tato dall' ira non mi roteai per vedere » se mi 
seguiva . Non è azione dà cavaliere ; cki fugge i 
colpi della mia spada , proverà quelli del mia 
bastone. Lo cercherò» lo traverò. Porta il caffi. 
(I gwum MI ttfittkre fort^m* m XX Aàvsre il 
caffi co» *lf*4nti Utsiìtmi, 

Ark ( Avanxjmdosi verse la, botttg* osservi P Mfp*rec+ 
chi* del csfe per A Alvsre ) ( Ade» V i tempo: 
de refarme con el Spagnol . ) Cavaliera , il eie* 
lo vi guardi per molti anni. 

Alv. Buon giorno , Arlecchino . 

Ari. ko da parlar con V. S. circa , se la me intende , 

Alt*. Circa a che ? Non ti capisco . ^^ 

Ari, Per parte di donna Rosaura. 

Alv. Caro Arlechino , consolami con qualche, sicurezza 
dell'amore della mia dama. 

Ari La m' ha manda a chiamar , 1* era a tavola , co* 
me T è eia a s;q tavolin » che la magnava > e 
tra pianti» e sospiri la confondeva coi più deli» 
cati bocconi et nome venerabile di D, Alvaro di 
Cartiglia. 

Alv. Cara Rosaura preziosa parte di questo mio cuo- 
re, pimmi fedelissimo araldo dei miei contenti, 
dimmi che ha «ila detto di me? 

Ari M« dal* licenza, che nell'atto» che ghe rapprei 

sen-i 



ATTO TERZO. *f 

sento le so paiole , possa anca gestir > come la 
fava eia? 

jifo. Tutto ti accordo , tutto , purché nulla mi occulti 
del suo amoroso ragionamento. 

Ari. Essendo al deser , la prese un biscottin , giusto 
sul desegno de questo , e bagnando! in un liquor 
alquanto tetro, come sto eaflè, e magnando! de- 
licatamente in sta graziosa maniera . (mangia il 
biscottino ) La disse: va > trova don Alvaro, e di- 
gli, che di lui non me oc importa un fico. 

(ridondo fugge 9 

SCENA XIII. 

D. Alvaro > poi ménsteur lo Vie*** 

Mv. Ah villano , briccone, 1 Fermatelo, ammazzate, 
lo , portatemi la di lui testa . Donna Rosaura 
non è capace di questo , ella mi ama, ella mi 
stima; quell'indegno ha provocato i fulmini dell* 
ita mia. 

Mon. Non mi ascrivete a mancanza . . . 

Mi/. A tempo «ungeste. Ponete mano alla spada. 

(fono mono . 

Min. Mia bella Rosaura , consacro a te questa vittima . 

(fa lo stesso. 

-Alv. Fuggire e atto da uomo vile . 

Jfor. Ora mi proverete > s' io so fuggire . ( si battono . 



I 4 «CE* 



ft* LA VfÙOVA SCALTkA 

SCENA XIV. 
Rosaura in maschera alla francese, t detti* 

Bos. ( XltNtra m mezzo ai due , // fa fermare , e 
dice al Francese.) Monsieur, che fate voi? 

36»». Bella maschera, mi batto per la mia dama. 

Kos. E voi yolete arrischiar la vita per un' - italiana , 
, . mentre tante francesi penano , languiscono , muo- 
jono per gli occhj vostri ? 

Afa». Ma se il rivaie mi sfida , non posso ricusare il 
cimento . 

Ros. Il rivale cesserà di volere la vostra morte > se voi 
non gli contenderete il suo bene. 

Man. E dovrei cosi vilmente ? ... 

Ros. Se temete di cederla per viltà , cedetela per una- 
dama di .Francia, che sospira per voi . 

Men. E chi è questa ? 

Kos. Eccola ai vostri piedi . (/ inginocchia) Abbiate pie- 
tà di chi vive sol per amarvi. 

Mon. Alzatevi , mio tesoro , che voi mi fate morire , 

Kos. Non sia vero , eh' io m' alzi , se non mi assicura* 
te dell' amor vostro . 

Men. ( S* inginocchia anch' egli ) Sì * mia cara , giuro di 
amarvi, prometto a voi la mia fede. 

Ros. Ah, che non posso credervi. 

lAen. Credetelo , mia speranza , eh' io sarò tutto vo- 
stro. 

Ros. Come ? Se combattete per un* altra bellezza ? 

Afa». Lascerò quella per voi. 

Ros. Rinunzktela al vostro rivale. 

Men. Attendete : or ora sono da voi . ( parte da Re- 
saura , e s* accosta a D. Alvaro ) Amico , questa 

d*. 



ATTO TERZO. Sfi 

dama francese sospira per me , é desidera V amor* 
mio. S'ella si dà a conoscere , s'ella mi piace > 
Rosaura è vostra . Piacciavi per un momento so* 
spendere il nostro duello. 

Ah/. In vano sperate fuggirmi nuovamente di mano . 

JfakSon cavaliere. O vi cedo Rosaura, o di qui non 
parto senza combattere . E* lecito a* cavalièri il 
patteggiar col nemicò. 

Alv. Le regole di cavalleria da noi si studiano prima • 
dell* alfabeto. Servitevi, che ve raccordo. 

(ripone U spada) e si ritir* noli* bottega. 

Mon. Madama . Eccomi a yoi . Cedo Rosaura , se *1 co- 
mandate. Fatemi il piacere almeno» ih* io possa 
bearmi nel vostro volto . 

Kos. Per ora non posso farlo . 

Mon. Ma quando avrò il contento di vagheggiarvi ? 

Kos. Fra podhc ore. 

Mon. Mi conoscete, mi amate, sospirate per me? 

Kos. Si, e per voi lasciai Parigi , per voi abbandonai 
le delizie di Francia , e venni peregrina in Italia /- 

Men, (Grand* amore delle dame francesi' Gran fedeltà 
delle mie paesane! Gran forza delle mie attratti- 
ve ! ) Ma io non posso vivere , se non mi date 
il contento di vedervi per uh momento . 

Kos. Questo è impossibile. 

Me». Chi ve lo vieta ? 

Ros. II mio decoro . Non Conviene , che una dama 
d'onore si faccia vedere in una bottega senza la 
maschera , che la difenda dal guardo altrui . 

Mem. Eh in Francia non si osservano questi riguardi . 

Mos. Siamo in Italia , convien uniformarsi al paese. 

Mm. Andiamo in un luogo più ritirato . Non mi la- 
sciate morire . 

Moo. No , restate , ed io parto . 

Mm. Vi seguitò assolutamente . 

Kos. 



** IA r?.T)OVA SCALTRA 

ftw. Se ardirete di farlo * non mi vedrete mai pia . 
Jtftf», Siete venuta per tormentarmi ? 
s $ps. Stasscrami vedrete*, e permeglio conoscermi» fa- 
voritemi qualche segno da potervi mostrare. 
Mon, Eccovi una piccola bottiglia di sans Parerle . 

, (le dà un* btrìjliett*. 
Ito*. Con questa mi darò a conoscere. 
M$n. Dove y mia cara, potrò vedervi? 
JU*. Sarete avvisalo . 

lìon. Oh cielo ! fa volar presto queste ore importune . 
« Jfo*, Oh stelle i fate , che il cuor sia contento . 
>fp». Ah madama» siete troppo crudele! 
Ita. Ah monsicur , mi -avete mal conosciuta . (f*rt* , 

5 C E N A XV, 

Monsicur le Bh*u , e don Atotr* , 

jAen. J-i Non posso seguirla ! E mi è vietato vederla ! 
Chi mai può esser costei ? Una francese venuta 
par me a Venezia? Non è, che io non lo meri- 
ti» ina durò fatica a crederlo. Non potrebbe dar- 
si » che fosse una di queste maschere del bel tem- 
po , che si fosse presa divertimento di me ? Ed io 
così francamente ho creduto , e mi sono sentito 
ardere d'amore per lei? Gran virtù del bel ses- 
so l Gran calamita dei cuori ! Ma io » sulP incer- 
tezza di un incognito oggetto cederò Rosaura al 
rivale? Ah sarebbe troppo precipitosa la corsa , 
C .inconsiderato 1' impegno , Sono in libertà di 
pretender Rosaura» né veglio perderla » senza as- 
sicurarmi di un acquisto migliore . Don Alvaro , 

Alv. Che chiedere? (;' «/««, e ti fu *vsnt$ . 

Mon.hi dama francese negò v di Arsi conoscere » ut 



*ATTOTM*XO}* t< 

tono in grado di preferirla a Rosaura cosi cieca- 
mente. 

jtiv. La cederete -vostro malgrado . 

Afop. Saprà difenderla il mio valore. 

Alv, Amore > e la. vittoria sono due numi > che serto* 
no al merito di don Alvaro. 

idem. Questa volta gli avrete nemici . ( si b*tr<m* 

SCENA XVI, 
Immoti n**dm#* *U* spAfmwky r détti 4 

H#f, VMvalieri, trattenete 1 colpi. 

Ali** (Una dama spagnuolal) 

Jrftv. Madama il vostro cenno disama il mie braccio» 

e i rostri begli occhj accendono d' amor il mio 

cuore. 
Jto. Non tì conosco , Parlo a don Alvaro di Ca« 

stiglia. 
Ah*. Che richiedete da un vostro servo? 
Jto. Far partite U Francese . Voglio parlarvi eoo 1W 

berta, 
^iv. In grazia, ritiratevi per qualche momento* 

(* Mmfienr. 
Jfr*. Volentieri. (Ecco terminal» H secondo duello.) 



S£E~ 



>* tA VtVbVA SCALTRA 

SCENA XVII. 
Rass*r*j e don Alvaro r 

#9*. JL/ON Alvaro , mi maraviglio di voi , e sacca 
dovrà maravigliarsi la Spagna tutta, che posta in 
non cale l'illustre nobiltà della vostra prosapia i 
rogliate abbassarvi a sposare la figlia <T un vii 
jriercànte . A voi , che siete" nato in Ispagnl non 
fa orrore questo nome di mercante ? Ah se la Du- 
chessa vostra madre ne fosse intesa , morirebbe 
dalla disperazione. £>otì Alvaro , il vostro sangue ) 
la vostra patria , la vostra nazione v* intimano il 
pentimento ; e se' tatto ciò non avesse forza pet 
dissuadervi» ve lo comanda una incognita dama» 
la quale , avendovi concesso segretamente 1' onore 
' della sua grazia , ha acquistato il diritto di co^ 
mandarvi . ( tutto questo discorso molto grave y * 

(sostenute*. 

'Alv. ( Oìihè ! Soli pièno di confusione! . La voce di 
questa dama fa in me V effètto , che fece l' incan- 
tato scudo neir animo di Rinaldo. Conosco l'er- 
rore, detesto la mia viltà. Rosaura è bella , ma 
non è nobile; merita affetto ,• ma non Castighi- 
no . ) Nobilissima dama , che tale vi dimostra la 
maniera > con cui mi avete parlato; dal rossor 
del mio volto comprenderete la confusion del mio 
cuore , e se la vostra bontà mi offerisce l' occàsion 
d'emendarmi.. 

tbs. Troppo presto pretendete d'aver purgata una mac- 
chia , che vi rendeva il ridicolo delle Spagne . Si 
richiedono segni maggiori di pentimento . 

Alv. Don Alvaro , che non conosce altro Sovrano, ci» 

il Re 



• atto t.jb r z a. : M 

3 Re suo signore , è pronto a sottomettersi all' 
impero d'un eroina. 

JUf. Per primo castigo del vostro vile, e vergognoso 
alletto , dovete amarmi senza vedermi , ed obbe* 
dirmi senza conoscermi. 

Ah. Ahi questo e troppo... 

JIìj. E' poco al vostro delitto. Amarla figlia d'unmer* 
cadante! 

Ah. Avete ragione. Si, lo farò. . 

Zps, Dovete serbarmi fede, coli* incertezza del premio, 

Mv.Oimèi voi mi fate tremami 

Ros. Dovete dipendere da' miei cenni, senza chiedermi 
la ragion del comando. 

Alv % Si , lo farò . Ah ! Che di sentimenti: sì gravi* .* 
nobili non sono caj&fi . se non le dame $pv 
gnuole, 

&s. Vi seguirò dappertutto in modo da non- esser 
cono$ciiira>, sa norj quando vorrò approvare, o di* 
sapprovare la vostra condotta . Datemi un. segno 
per pQte* ciò eseguire se#za. parlarvi . 

«4fr, Tenete questa mia tabacchiera. 

( U dà tfmll* x cW eUm ds Kotaur*. 

ito. F fase regalo di. qualche bella? 

Mv.H* un cambio di Rosaura; appunto me ne privo» 
perche la sprezzo ..-•.. , 

Jta, Or cominciai» a piacerini* 

Alv.Lode al cielo. 

jta. Don Alvaro > scordatevi dei veltro decoro > é dejf 
amor mio. 

4lv. Sarò fedele osservatore di jnia parola. 

Ito. Ci ri vedremo. 

Ah. Potessi almeno sapere <& siete-J . .> 

&*s. Quando voi lo saprete , vi prometto,' che Stupire- 
te. (j>*m* 

Ali;. Ahi Certamente questa è^uftft /jcUc^rftJQ^damg 

di 



04- tA VZT>OVA SCAlTAA 

41 Spagna .. Questa è una Principesca di me inva- 
ghita, zelante dell' onor mio. Amore, amore, tu 
mi voleri avvilito * tnà il nume tutelare della mia 
nobiltà mandò la bella incognita % salvare Tono- 
re della mia illustre famiglia. (parte* 

SCENA XVIIL 

Strada rimo ti. 

Il tonto* 4À AtUtchino> 

Ce*. V^HE cosa mi vai dicendo , che non t'intendo* 
Art. Digh ftissì, the- la ignora Ros*dra ha manda a 

invidar la locanda per la conversaanon de stas* 

sera. 
Gè*. Che diavolo dici > Ha irumdatl ad invitar la lo* 

candat 
Art. Voggio dir .... Sia maledetto! Una burla, che ho 

fatto a un Spagnuoio» *V ba feto» tanto ridere $ 

cke rido ancora^ e no so cossa, che me diga, 
Con. Hai forse fatto gualche scherzo a D. Alvaro? 
Arì. Cteto a elo . 
Con. £ in che consiste? 
Ari Finzendo portarghe tm' ambassada dilla «ignora 

Rosaura ..< 
fc«». Dunqoé don Alvaro àa 1' accesso delk signore 

Rosaura ? 
Ari. Signor- ti , 1' acetoso , t secesso . £ ttassera f è 

invida anca lu alla conversazion della Vedoa. 
Con. Anch' egli s ed io aon sono del nafeicro degl* in- 
vitati? 
Ari. Padron si ; questo è quello , che volerà dir deli" 

ajntattiad» fc«* atta locanda. 

Ce* 



A *T T O T T R Z Ó. pi* 

O*. Oia ho capito . La signora Rosaura questi «tra' 

darà una cotiveruadcne in sua casa? 
AtL Signor si. 
C$n. L'invito sao mi consola , mi timo di rittbvaré 

nei convitati altrettanti rivali. 
Jri. No ve ckibitè gnente . Una donna de garbo sA 

soddisfar tutti senza difficoltà . 

SCENA xix. 

bèsMftr* tAAicbertuà e$n zendsle *llà Veneziana $ 
9 ietti, 

kosaura viene passeggiando con qualche caricatura, 
guardando latteamente il Conte senza parlare. 

€**. V-r Sterra Arlecchino > come quella maschera mi 
guarda con attenzione. 

Ari Goardevene, sior, perchè delle volte se crede de 
trovar d sol d* Agosto > e se trova la luna de 
Matto. (parte é 

dm. E cosà, signora maschera 5 che cosa comanda? 

(Rosnstra aspira» 

Con. Questi sospiri con tne sonò inutili : alle finzióni 
donnesche una volta credevo . Ora è passavo il teny 
pò. Ho aperti gli octhj. Se vi era qui mònsitux 
le Bleau, era la vostra fortuna. 

Jto. Voi offcnàete una dama, che non conoscete. 

Cto». Perdonate, signora * ma coti quella maschera, in 
queir abito, e sola, avevo ragion di crederti an- 
ziché una dama , una ordinaria pedine - 

Mèi. Amore £k simili stravaganze , 

C#». Siete innamorata di me? 

Mas. Pur troppo. 

e**, 



9S LA VZDOVA SCALTRA 

Cpn, Ed io niente di voi. 

Kos. Se mi conosceste, non dirette cosi. 

Con. Foste anche la Dea Venere , non ri sarebbe peri- 
colo , che vi amassi . 

Kos. Perchè? 

Qon. Perchè il mio cuore è già impegnato per altro 
oggetto. 

Kos. E per chi? Se e lecito di saperlo. 

Con. In questo posso soddisfarvi . Quella > che adoro , 
e la signora Rosaura Balanzoni. 

Ras. La Vedovai 

Con. Per l'appunto. 

Kos. Quanto siete di cattivo* gusto ! Che ha di bello 
colei ì 

Con. Tuttoj e poi piace a me, tanto basta. 

Kos. Ella non e nobile. 

Con. E' tanto savia, e civile , che supplisce al difetto 
della nobiltà;, ma ella nasce di casa nobile bolo- 
gnese , e la famiglia dei Bisognosi è delle anti- 
che di questa città. 

Kos. Rosaura credo sia impegnata con altri. 

Con. Se lo credete voi , non lo credo io ; e quando 
ciò fosse , saprei morire» ma non mancarle di fe- 
de. 

Kos. Siete troppo costante. 

Con. Fo il imo dovere. 

ita Ma io > che sospiro per voi , non posso sperare 
pietà ? 

Con. Vi dissi > che nulla potete sperare. 

Kos. Se mi darò a conoscere , forse sarete obbligato ad 
amarmi. 

Con. Voi pensate male, e non vi consiglio a scoprirvi 
per minorarvi il rossore della ripulsa. 

Kos. Dunque partirò. 

Con. Andate pure . 

Kos. 



f*$. Vocici almeno una memoria, della vostra 'persona , 

£ia Perché rolete ricordarvi d* uno, ohe no» vi 
ama? 

JU*. Fatemi questo piacere» datemi «piatene ricordo. 

Ce». (Ho capito.) Se volete un mezzo ducato , ve io 
posso dare. 

Ito. Non ho bisogno del vosrto denaro. 

Ce». Dunque che pretendete? 

Mes. Questo fazzoletto mi serve, (gli Uva il frxxolet* 

( te di mso* e parte .. 

(T#% Manco male . Me lo poteva dire alla prima , che 
faceva all'amore col mio fazzoletto . Che razza, 
di gente si trova in questo mondo ! Cosi a' que- 
sta ora, verso la sera, la piatta è piena di que- 
ste bellezze incognite . Questa e delle più diserei 
te , che si è contentata di un fazzoletto : vi sono 
quelle , che tirano' alla borsa. Io non saprei adaù 
tanni a .trattarle . La donna venale è una cosa 
troppo orrida agli occhj mici, {f ane : 

SCENA XX 

Ramerà di Hosaura accomodata per la convtrwuionc 
con tavolini, e sedie, e varj hgfil^ 

£/mmt«) e Marionette , 

}Ur.\-JHE ne elite eh? Il signor Pantalone come sfog- 
gia a cera ! Tutto fa per voi . 

J.U. Eppure io, avendoci meglio pensato, non lo vo- 
glio assolutamente. 

X«r. Ditemi, come vi e piaciuto il Francese? 

Jle. Ti dirò la verità. Il suo volto mi piace > il suo 
brio mi va a genio, la sua disinvoltura /ni rapi- 
sce, ma non mi fido delle sue parole. 
£# redev* Scaltra. G Mmt. 



># IA VEDOVA SCALTMA 

M*r. Perchè ? 

Mie. Perche fa troppo 1* innamorato a prima vista , e 
dice cose , che non sono da credere . 

JM*r.Ma ai fatti credereste? 

Mie. Quel, che è di fatto , non si può non credere, 

fdar. Dunque se vi desse la mano di sposo, non vi sa» 
rebbe che. dire. 

Mie. Ma non lo fari. 

M*r.L se lo facesse, sareste contenta? 

Mie. Certo , che sarei contenta * è un uomo assai be% 
fatco. 

Mar.. Che mi date di mancia» se vi fo avere questa for- 
tuna? 

Mie. Senti, un buon regalo davvero. .. 

list. Ma promettere , e attendere non sono amici , è 
egli vero? 

Mie. Anzi attenderò più di quel, che prometto. 

J4«K.Orsù, lasciate fare a me ,. «he speco sarete coni 
tenta. 

Mie. E mia sorella che dirà? So pure , eh' ella ancora. 
yi pretendeva. 

Msr. Ella ne ha quattro da scegliere -, ma per quello , 
che io vedo, questo non è il suo più caro, 

Mie. Basta, ~M fido di te. 

J6sr. Ed io son donna di parola . Ho fatti più inatri- 
monj in questo mondo, che non ho capelli in ca- 
po . Ecco vostra sorella s per ora non le dite 
nulla. 

fle. Mi lascio condpxre dalla, mia maestra. 



SCEr 



iÀT T Ò T i 2? Z Ói -. 'W 



SCENA XXI. 
R»saur4j e d*tt*. 

k$s. Oorella, siete sollecita a prender postò. 

EU. Per l' appunto venivo ora da voi . 

Bei. Sentite, se mi riesce , stassera voglio stabilire il 
mio nuovo accasamento -, e voi , che farete senza 
di me ? , 

lir. Spero, che non partirete di questa casa senza ave*: 
re stabilito anche il mio. 

ft#;. Volete il signor Pantalone? 

Zie. 11 cielo me ne liberi. 

S# i. Dunque , che posso fare ? 

Mmt. Diamine ! Che in tanta gente non Vi sia mio spo- 
so per lei? 

àit. Cbc l Si fa un matrimònio , come una partita à 
tresette? Ecco gente.. 

SCENA XXIÌ) 

il Conte, ì detti. 

6 signora, a ricéver r onore 1 delie vb* 



XLCcomi , 



stie grazie. 

S#/. Sono io l'onorata, se vi degnate di favorirmi; 

list. ( Il signor Conte geloso e venuto il primo . j 

Me*. Sedete, (siede Rosaur* oppresse il Gente , ed E Uè* 

(*o~r+ in Altra parte. 

Ce». Obbedisco. Signora, vi ringrazio delle cortesi es- 
pressioni «iella vostra lettera. 

fez. Assicuratevi che sono dettate dal cuòre . 

àist. (Egli se Tha tirata da vicino per non la perde* 

G * $C* 



ìbt> LA VEDOVA SCALTKA 

SCENA XXIII. 

D. Alvaro, e detti. 

Alv. JtXlveriscò donna Rosaura. 

Ros. Serva di don Alvaro. (s'alza; 

Alv. La baona notte a tutti . 

Kos. Favorite. (accenna, che sieda. 

Alv. (Non vorrei, che vi fosse la dama incognita.) 

(guarda qua , e là , poi siede presso testura}. 

Mar. ( Anche questo sta bene . ) 

Alv. Dove avete posto il mio albero? 

Bos. Nella mia camera. 

Alv. Dovevate esporlo qui in sala ; acciò fosse ammi- 
rato da tutta la conversazione. 

Mar. Anzi lo metteremo su là porta di strada , accia 
sia meglio veduto. 

Alv. ( Francese impertinente . )' " 

S C'È N A XXIV. 
Milord, e detti. 

Mil. lVXAdama, mademoiselle. (* Eleonora) Mes-r 
• sieurs. (alti due cavalieri. 

Ros. Milord , umilissima . ( / aitano , e tutti lo salu- 
tano . J Compiacetevi d* accomodarvi . 

(a Milord. 
idi?. Madama. (siede appresso il Conte. 

Mar. (Madama! madama! Noti sa* dir altro , che ma- 
dama. Nella sua bocca stanno male anco le pa- 
role francesi.) 
Kos. Milord s'è incomodato a favorirmi» 

Mil. 



ATyT O TERZO. i*g 

èid.lo sono il favorito, 
Msr.(Ok non Jm detto poco.) 

SCENA XXV. 
^Lnsum^lt £/<*»* e detti, 



.M. 



Ito. IV JLAdan» Rosaura » Vostro* nmiliasimo servito* 
re. Mademoiselle Eleonora > m* inchibo alle 70* 
seve bellezze . Amici * soft rostro schiavo. Ma- 
rionette, buona sera, (tutti t'mlzme, U ssl$t~ 

(tino • 

JaVsr. ("Questo almeno rallegra la conversazione.) 

Mss. Moosieur* prendete posto. \ 

ito. U passo e preso» per quel ch'io *edo ; ma non 
importa . Sederò vicino a questa bella ragazza.) 
(sud* fra D. Alveroy §i ÈUmèts) Madama Ro- 
saura, io resto maravigliato» 

Km. Di che ? 

ito. Credeva di vedervi una gioja al petto > e non la 
vedo. 

Jta. Volete dire il ritratto? 

Èém. Parlo di quello. 

Mss. Or ora ne sarete meglio infermato. 

Mmt. (In quanto a questo poi la mia padrona fa poca 
, giustizia al merito . ) 

fts*. Signori miei, giacché vi siete degnati cti favorir- 
mi, ed io sono qui sedendo in mezzo di tutti 
quattro, prima che si moltiplichi la conversazio- 
ne, inrendo di farvi un breve discorsetto. Io so- 
no stata, benché senza merito , favorita , ed ho 
da tutti riportato varie dimostrazioni di scima , 
e di affetto. D. Alvaro coli' offerta del grand' al- 
bero della sua casa > m' insuperbisce . Mensieur le 
G 3 Bleau 



tt» LA VEDOVA SCALTRA 

Blcau col suo ritratto m'incanta. Milord eoa tìo 
che giojc mi sorprende . U Conte con espressio* 
ni di tenerezza, di rispetto , e di amore mi ob- 
bliga, e mi convince. Votai esser grata a tutti, 
ina dividermi non è possibile ,- onde converrà che 
ad un solo mi doni. La scerta , ch'io farò, non 
sarà capricciosa , né sconsigliata , ma figlia di 
buoni riflessi , giusta , e doverosa . Milord non 
Vuol prender moglie , ma tuttavia , se mai nel 
vedersi in confronto cogli altri , gli nascesse in 
mente qualche pretensione sopra di me, tnadama 
inglese m' impone dirgli , che si ricordi , che a 
madama Rosaura nulla ha promesso, che con es- 
sa è in libertà , ma che all' incontro innamorato. 
dai begl' inchini della sua paesana , a quella ha 
promesso amore , e fedeltà \ e perchè al mio 
discorso prestiate fede , vi manda questo astuc- 
cio , e vi dice , che chi ve lo rende e quella 
stessa, che lo ha ricevuto, (reni* V astuccio a mi- 
Uri) Monskur le&kau eoo generose espressioni» 
con amorose tenerezze , e dolci sospiri, mi lu- 
singava *4eir amor suo , ed egli potea sperar la 
mia mano ; ma una certa francese incognita 
mi ha data la commissione di ricordargli , che 
siccome ha ceduto Rosaura al suo rivale , cosi 
non la può più pretendere , e qnest' acqua San»» 
pareille gli rara risowenire il suo impegno, e gli 
dirà, che l'incognita è quella , che lo rimprove- 
ra, (gli dk U bottigliette* MSmupmr$'dk)Ò. Alva- 
ro parimente si era guadagnata la mia stima , e 
• forse ancora la mia predilezione, ed abbagliata, 
dagli splendori della sua nobiltà , quasi quasi mi 
era dichiarata per. lui; ma gii sovvenga , che la 
dama «pagnuola non conosciuta , mettendogli in 
orrore le nozze di una mercantessa > gli ha co* 

man- 



ut TTQ TERZO. mù$ 

ito d' abbandonarla , e di amar lei, benché 
incognita, e senza speranza i e per tegno della 
ma fiticgiu/ì one, e del suo pentimento, ecco la 
tabacchiera della Vedova da lui dispreizata, {gli 
rend* U tahmscbUr*) Al Conte poi; che con tan- 
ta inciviltà tratta le maschere , e con tanta ap- 
prezza le donne civili, e nega un leggiero favore 
ad una, che sospira per. Ini, rincrescendogli sino 
la perdita si vile di nn fazzoletto di seta ; fo a 
sapere, fhe quella maschera, che glie l'ha invo- 
lato», alla presenza dei suoi rivali gli dà la ma* 
no, e lo dichiara suo sposo. ( forg* la mano al 
Cent* , il quale con taurtxxa d affi*** t ***+- 
glia. 
C*n. Oh me beato! Oh momento felice ! Oh mano, che 

mi consolai 
Miik Viva il Conte, vi sarò buon amico. 
Mar. (V ho detto , che avrebbe fatto come la mosca 

d'oro.) 
Mv. Non credeva , che le donne italiane fossero, cosi 
maliziose , ( / alza ) ne che arrivassero con una 
finzione a profanare il carattere dd|ft. spagnuo- 
le . J&esto delitto vi rende orribile agli occhj 
miei} parto per non pia rimirarvi, e per castigo 
del vostro avanzato ardimento, vi privo dell'ono- 
re della mia protezione . ( forre. 
Mm. Madama Rosaura , la perdita della vostra perso» 
na mi cos teie fa bc maliche sospiro > se vi marita* 
ste nel!' Indie , ma siccome vi siete maritata al 
nostro Conte, e resterete con Ini in Italia, la fa- 
ciliti di vedervi mi scema il dolore d'essere esclu- 
so dalla vostre nozze. Vi sarò il medesimo onesto 
minante , e se il Conte non vorrà essere nemico 
dalla gran moda, avrò l'onore di essere il vostro 



104 LA VEDOVA SCALTRA 

Ctn. No, rnoasicur, vi ringrazio . La signora Rosaura 

non ha bisogno di voi,.. 
J*»».Fate un viaggio a Parigi, e vi sanerete di questa 

Jtfar. Monsienr le Blcaa « mi dispiace di vedervi fere 
■ una cattiva figura > e per il zelo della mia na- 
zione, e del vostro merito , bramo. di face qual- 
che cosa per voi. La signora Rottura è gii im- 
pegnata; se voi non voleste digiunate, quand' al- 
cri cenano , vi sarebbe la bella occasiono. 

Mon. Sì , cara Marionette > fammi questo piacere : ma- 
ritami tu alla francese. Cosi sema pensarvi. 

Mm. Ecco la vostra sposa. < 

Mm. Mademoiselle ? Volesse il cielo ! Ma ella non mi 
crede^ e non ha amore per me. 

Mmt. La conoscete poco.. Ànsi arde per voi.- 

Mon. Ditelo , mio tesoro , è vero quanto Marionette mi 
dice? 

Eie. E' verissimo. . 

Men. Volete esser mia sposa ? 

Eie. Se vi degnate. 

M$n. Viva amore , viva Imeneo . Signora cognata io 
sono doppiamente oonrenio. Conte, ora non sare- 
te di me geloso. 

Ce*. Ciò non ostante mi tante piace* a prendervi un 
alloggio separato dal mio, 

Mmk Povera signora Rosaora, quanto vi compiango) 

Jta* Pazza ! Tu non conosci la mia felicita . 



SCE- 



ATTO TÈRZO. w 

SCENA ULTIMA, 
Ttntslone , il Dottori, e detti. 



?4». V-iOmc va la conversazione, patroni? 

Vtt. Che mai avete fatto a D. Alvaro , che va di- 
cendo imprecazioni contro tutte le donne d' Ita- 
lia? 

ilo*. Signor Pantalone , signor Dottore , mio ama- 
tissimo suocero , mio venerabile cognato , la- 
sciate che con uri tenero abbraccio vi partecipi 
aver io avuta la fede di sposa dà questa bella 
ragazza. 

Tarn; Còme! Che novità xè questa? 

Dot. Senza dirlo a me , che sono suo padre ? 

Kos. Avcvasi destinato di farlo prima di concludere* 
le loro nozze.. Ecco in una conversazione stabiliti 
due matrimonj , iì mio col Conte di Bosco nero , 
e quello di mia sorella con monsieur le fileau : 
avete voi niente in contrario? 

Dot. Ho sempre lasciato fare a voi 5 se lo cttdete ben 
fatto , io non mi oppongo. 

firn. ( Bisogna parer bon , e far de necessita virtù . ) 
Mi ho desideri le nozze de siora Eleonora > ma 
colla speranza , che la lo fesse de cuor . Co no 
la aveva per mi inclinazion > nò gh'ho perso gnen- 
te a lassar una' putta > che me podeva far morir; 
desperà .• 
Mm. Evviva il signor Pantalone . 
Hi/. Egli pensa con ragione veramente inglese . 
Mas. Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mid 
disegno . Ecco assicurato lo stato di Vedova > e 



*•*, t A VEDOVA SCALTRA 

di una fanciulla , stati egualmente pericolósi « 
Confesso di arer operato nelle mie direzioni da 
^scaltra, ma siccome la mia scaltrezza non è mai 
stata* abbandonata dalle massime d'onore, e dalle 
leggi della civil società > cosi speco che sarò , sé 
non applaudita , compatita almeno , e fono fan* 
kitidiata. 



fine foiik tommidifi. 



Ubi 



#07 

NOI RIFORMATORI 

DELLO STUDIO DI PADOVA, 

J\ Vendo veduto per la Fede di Revisione , ed Approt 
razione del P. Fr. <Ji>; Tommaso Mascheroni In- 
quisito]; Generale del Santo Oifizio di Venezia nel 
libro intitolato ; Le Commedie 4't Carlo Goldoni ec. 
non vi esser cosa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica, e parimente per Attestato del Segreta- 
dò Nostro > niente contro Principi , e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antonio Zana Stara- 
pator di Venezia che possa essere stampato , os- 
servando gli ordini in materia di Stampe , e pre- 
sentando le solite Copie alle pubbliche Librerie òU 
Venezia, e di Padova. 
Dat. li xo. Aprile 17$*. 

( Andrea Qjurini nifi 
( f ietto Barharigo Ri/. 
( 'Francesco Morojim j.° C*t/. Pf* £tq| 

Itegistrato in Libro a Carte 18 8, ali k?®S)* 

Giuseppe C l $c*r. 

20. Aprile 17 16. 

Registrato a Carte 134. nel Libro esistente presso 
gli Illustrissimi ed Eccell. Sig. Esecutori contro 
la Bestemmia. 

Giannantonio Maria Cessali Nad. 



LA CASTALDA 

COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA 

Rappresentata per la prima volta in Venezia l'Amtyi* 
no dell' Anno MDCCLVII. 




LM.Cs**ld*. 



H 



PER- 



è 

PERSONAGGI, 

PANTALONE de Bisognosi , mercante Veneziano . 

ROSAURA sua nipote , 

BEATRICE amica di ROSAURA . 

FLORINDO amante di ROSAURA. 

OTTAVIO povero , e superbo . 

LELIO , ricco , ignorante . 

CORALLINA, Castalda nei poderi di PantaldnV, 

BRIGHELLA, servo di BEATRICE. 

ARLECCHINO , servitore di OTTAVIO . 

UN SERVITORE di PANTALONE. 

UN VILLANO . 




La Seca jpta in una villa di pantalóne , sulla 

[iauira notissima de' Veneziani . 



l 
A T- 



I*ll*Utd/iÙ. 



Jml.Sc.2. 




Ztiltt ìfh\ 



AtT O #RIM O 



SCENA PRIMA 






Corsllmd, ed Arlecchino sedare dà 
che manti* , e bevt M 

C#r. ZxNimo, animo, mangiate, ci te, Avz buòtt 
prò ri faccia ; 

&l. Oh che onorata Castalda! Oh quanto, che ve sòn 
obligli Casi sti bocconcini la mattina per el fre- 
sco me tocca el cuor. 

C#r. Mangiate, che ve lo do volentieri. (Già il padrone 
non sa niente, ed io mi voglio far degli amici, 
per tutto quello che potesse nascere . ) {da se. 

M. Alla vostra fatate; (beve. 

H * Cor. 



# LA CASTALDA 

x C*fr. Viva il signor Arlecchino . 

Ari. Oh caro ! Oh che vin ! Oh che balsamo ! Alla 

; vostra salute . ( bev$. 

Cor. E* del meglio che sia in cantina . Ai miei amici 

voglio dar di quel buono. 
Ari. Ma, vu sì fortunada, che servi un patron ric- 
co: ma mi servo un maledetto spianta , povero» 
e superbo . 
Cor. Ditemi , come vi tratta il signor Ottavio > 
Ari. El me dà tre pietanze al zorno. 
• Cor. Tre pietanze'? Non e* e male . In che consistono 
\ ~ queste tre pietanze ? 

ArU Polenta , acqua , e bastonade . 
' Cor. Oh il caro pazzo , che siete ! 
Azi,. Alla vostra salute . t fteve . 

Cfr. Buon prò vi faccia. Qjfu almeno in casa /del $i- 
- w_ gnor Pantalone si mangia a tutte le pre j * 
~*%j4rJi> Questa 1' è la' rabbia del me padron. Che i altri 
A magna, e lu no. 
Cor. E pure va egli ancora spesse v^lte a mangiare 

qui e là. 
Ari. Oj^^^n^ssi perchè el ghe va. 
Cor. J 1 ragione va egli ? 

Ari M cs i mai immaginar. 

Or.lP i mr e . 

Ari. il i la fame . 

Cor. (J Ipevo da me. > 

Ari. E mi mo savi per cossa , che vegno qui ? 
Cor. E voi per qual motivo ? 

Ari- Per 1' appetito . Alla vostra salute , ( l>*v? t 

Cor. Bra. vo i sempre puf mi piacete . 



5CE- 



à t T O T R X M 0. I 

I 

scena n. 

Ottavi* in Mbit» succinte dà campagna , § ditti: 

Ott. \^J He cosa fai qui ? ( ad Arlecchino alterato : 

Ari La compatissa . . . alia so salute . ( beve : 

C$r. Serva di VosustrisSima . ( dd Ottavi* ? 

Ott. Buon giorno . ( À Cor. ) Animo , levati di. li. 

( ad Arlecchino . 

Ari. Se la comanda anch' eia. (ad Ottav. 

Cor. Abbia la bontà di lasciarlo terminare la colazione . 

btt. Via di là , dico , ghiottone , villanaccio , indis- 
creto . Hai tu bisogno d' andar a mangiare fuori 
di essa ? 

Ari. Coir.occasion , che in casa no se magna . . . 

Ott. Briccone , npn mangi tu di quello , che mangio* 
anch' io ? 

Ari. Sior sì , Y è vero . 

Ott. Dunque di che ti lamenti? 

Ari. Me lamentò , che magnemo pòco tutti do . 

Ott. Pezzo d'asino! un mio servitore quK> il giorno à 
mangiare qua , e là per le case? 

Or. In campagna e lecito. Vi vanno x>li, pos- 

sono andar anche i servitori. f 

Ott. I miei servitori , non hanno bm rfcl vostro 

pane . 

Cor. Oh quanto fumò! 

Ott. Che dite ? 

Cor. Fanno il bucato ; viene uri fumo , che non si può 
éof&ire . 

Ott. Presto; va al mio palazzo a spazzar le camere. 

( ad Arlecchino . 
M Oh che fumo! " 

H j Ott. 



£ -ZA C ASTAZ3A 

• 

Qtt. Come? 

Ari. No la sente? £1 bugado, 

Ott. Animo, non fare, che ti dia delle bastonate. 

Ari Sentili! bastonadc, una delle tre piatanze. (aCoK 

Ott. Vattene, disgraziato. 

Ari Sior padron , una parola in segreto , e vado ria. 

subite . 
Ott. Che vuoi? 
Ari Sta mattina ho magna ben. La polent a solita de ca^ 

$a la salveremo per doman . (piano ad Ott. , e farti , 

SCENA lì*. 
Ottavio , e Corallina^ . 

Qtt. X M pertinente ! Costoro non pensano , che a man-» 
giare, che a divertirsi, e non si curano di ser- 
vir il padrone. 

Cor. Arlecchino, signore, non mi par cattivo figliuo- 
lo . F vero , eh* egli e un poco semplice , ma qual- 
che cosa da tutti convien sof&irc , ed è meglio un 
servitore un pocd semplice, piuttosto che troppo 
accQrto^Jjerche dirò, come si suol dire, il senv- 
plicc I \ pt: gnoranza -, il furbo per malizia. 

Ott. Guai cuui e attento al servigio del suo par 

k , se ne va , e m; pianta senza dar- 
mi lì I la cioccolata. 

Cor. La farà i eancora presto . 

Ott. Questa è 1* ora , eh' io la prendo . La sera non 
ceno, se tardo a prenderla, mi si illanguidisce lo 
Stomaco . 

Cor. Se comanda, che la serva io , la servo subito. 

Ott. Briccone ! Non avrà nemmeno acceso il fuoco . 
Non sarà a tempo la cioccolata nemmeno da qui 
ad un* ora. 

Cor, 



JlTTO PRIMO. f 

Cor. Via signore , che serve , se la vuole , la cioccolata 
tiera è al fuoco j presto , presto si fa . 

Ott. Via; giacché è pronta, la beverò qui. 

Cor. (Gii me l'immaginava.) Compatirà, se non sa- 
ri da suo pari. 

Ott. La sentirò volentieri, perchè di cioccolata io me 
ri incendo assai. 

Cor. So, che ella è dilettante; e che sia la verità, fa 
va assaggiando per tutto. 

Off. £ quando dico io, che è buona , possono star si- 
curi, che è 'tale. 

Cor. Sentiri la nostra. (Godo moltissimo a far li ge- 
nerosa colla roba del mio padrone.) (parte. 

S C E N A IV. 

* Ottavio solo. 



Q 



Uesto salame ha un odor, che rapisce. Sarà per- 
fettissimo, e la Castalda lo dà a mangiare alla 
servitù . Poveri padroni ! Questi Castaldi , questi 
fattoti ci assassinano; per me per altro è finita. 
In cinque, o sei anni ho spacciato tutto il mio 
patrimonio, ed ora mi e mancato il? potere , e 
mi è restata la volontà. Anch'io una volta dava 
da mangiare a tutti, e ora non ne ho nemmeno 
per me. Quel salame, e quel pane mi tirano fie- 
ramente la gola. Se non avessi vergogna ... Ma 
vergogna di chi? «Non vi è nessuno. Presto, pre- 
sto, due fette di salame, e un bicchierino di vi- 
no . Ch fame , oh fame ! Sei pur dolorosa ! 
(mangia .)( O buono! Non ho mangiato il me- 
glio . Ma ! La fame condisce tutte le vivande . 
Sentiamo questo vàio, (versa da bere . ) Prezio* 
so ! ( bevendo m 

H 4 SCE- 



• LA CAST AÌD À 

SCENA V. 

farallins coli* cioccolata > ed il suddetti. 

£òr. Ofgnore, buon prò le faccia. 

Ott. (Tossendo . ) Maledetta tosse i Quando mi prende 

• la tosse f se non bevo mi affogo*. 
CtV. Le piace quel vino? 

Ott. Non ha che fare con quello della mia Iantina. 
Cor. Lo so, che il suo è gagliardissimo , anzi mi è 

stato detto , che sia andato in fumo, 
Ott. Date qui la cioccolata. 
Or, Eccola. 
Òtt. Oibò. . . 

Cor. Perchè torce il naso ? Non le par buona 1 
Ctt. Eh ! Così , còsi mezzanamente . 
Cor. Tutti dicono che è preziosa . 
Ott. Non ha che far colla mia. t 

€or. La sua arri più bel colore. 
Ott. Certamente. 
Cor. Sarà amaretta . 
Ott. Si, questa è troppo dolce. 
Cor. Sarà rn^bó più densa. 
Ott. Quésta veramente è liquida. 
Cor. Nella caldajfa. riesce meglio. 
Ott. Come e' entra la caldaia ? 
Cor. Me 1* ha detto Arlecchino , signote. 
Ott. Che cosa ?" 
Cor. Che da lei si fa la cioccolata nella caUaja. 
Ott. Sì, quando l'invito è grande. 
Cor. E poi la tagliano in fette . . . 
Ott. Orsù,, parliamo d'altro 5 voi non siete di qjpsta 

villa. • 
Cor. No signore , son di Toscana ,' ma sono stata molto 

tempo in Venezia , maritata in casa del signor 

Pan- 



JtTÒtktMÒ. ? 

pantalone de* Bisognosi . Restai vedova , ed ora 
sono tre anni» che servo in qualità di Castalda. 
Òtt. Basta, si vede, che la sapete lunga. 
Or. £ si sono innocenre come 1* acqua . 
Ott. Come l 'acqua de' maccheroni eh ! 
Cor. Oh appunto queir acqua > coti cui ella si lava in- 
viso. 
Ott. Siete un* impertinente. 
Cor. Davvero ? non mi conosco .*Ho piacere , eh' ella mi 

abbia avvertita . Da qui avanti mi saprò regolare . 
Ott. Colle persone della mia condizione si parla con 

rispetto . 
Cor. Capperi ! Eccome ! 
Ott. finalmente son chi sono . 
Cor. Finalmente cHa é . . . 
Ott. Che cosa sono ì 

Cor. Quel, che ha da essere , e che sarà. 
Ott. 'Che vuol dire? 

Cor. Eh m' intendo dà me , quando dico torta . 
Ott. Non vorrei, che vi prendeste' spasso 4* me. 
Cor. Oh la mi compatisca , so il mio dovere . Illu* 

strissimo mi raccomando alla sua protezione. 
Ott m Dove posso comandatemi . 
Cor. Grazie alla boriti sua. Permetta , cnVle baci l* 

mano. 
Ott. Oh, no, no.. . . 

Cor. La prego:*. ( gliel* bdcid < 

Ott. Via , brava , portatevi tene , , e se non trovate^ il 
vostro conto a stare con Pantalone , verrete a 
stare eoa me . 
Or. Oh il ciel volesse 1 Mi licenzerò se dice dav- 
vero. • 
Ott. Non voglio far mal* opera con questo buon uomo . 
Ma occorrendo . . . basta , sapete do/ è il palaz- 
zo. Addio. (parte. 

SCE* 



IP l A CAST ALDA 



E 



5 C E N A VI. 

Corallina sul* . 

H so dov' è quel nido di passere . E* un palazzo» 
che casca a pezzi. Che caro signor Ottavio ! In 
casa sua si sguazza quando piove. Si , anderòa 
star con lui, e tutti due andremo poi a stare eoa 
qualchedun altro . Con tutto che egli sia spianta- 
tissimo, ha un' albagia del gran diavolo. Io , 
grazie al cielo , non ho bisogno di lui ; non cam* 
bierei il padrone , che ho , con quanti ne conosco 
nei nostri contorni. Egli è il più buon uomo di* 
questo mondo. Mi vuol bene, mi tratta bene, o 
spero con esso lui di fare la mia fortuna . 

SCENA VII. 

Trangiotto servitori > e l* sttddctt* . 

JV*. VJ Orallina , il padrone è alzato . 

Cor. Presrordtmque , eh* io vada a portargli la ciocco- 
lata . 

Tr*. L' acqua l' ho messa ora al fuoco ; lasciate , che si 
riscaldi . 

Cor. Ve n era di .fatta nella cioccolattiera , 

Tra. Ve n' era , ed ora non ve n è più . 

Cor. Chi T ha bevuta ? 

*>#. Io. 

Cor. Buon prò vi faccia , e buon sangue . 

Frt. Dovreste dire anche buone carni, e buone ossa , 
e buono , e forte temperamento . 

Cor. Sì , caro Frangiotto , governatevi bene j nutritevi 

bc- 



tene ; se avete ad esser mio , vi voglio bello , 

grosso , e robusto . 
Trm. Tocca a voi a pensarci. 
Cor. A me tocca? 
Trm. Si, a voi Se ho di essere cosa vostra > tocca a 

toì a ingrassarmi . -, 

Cor. Colla biada del padrone ci ingrasseremo cut£4 due» 

non abbiate timore . 
Jrm. Basta, che voi vogliate, potete far tutto . Egli si 

fida di voi . 
Cor. Sono tre armi , che non solo faccio io a mio mo* 

do, ma egli nicdes ; mo fa a modo mio. 
Trm. Vostro marito , quando viveva , non aveva egli il 

possesso in casa , che avete voi . 
Cor. Né io ardiva allora di metter bocca , fcra un uomo 

bestiale . Ma adesso > cjie grafia al cielo me ne 

son liberata . . . 
Trm. Grazisi ai cielo eh ? 
Cor. Si , non ho da ringraziare il cielo , che mi ha le* 

varo d'attorno un marito ij pia fastidioso di 

questo mondo ì 
Trm. Prima di prenderlo > che cosa vi pareva di lui ? 
C§r. Gli voleva bene ; mi pareva una pasta di zucchero « 

Non vedeva 1' ora di prenderlo , e ppi p diventa-: 

to un demonio. 
Trm. Corallina mia , a me volete bene \ 
Ccr. Lo sapete , senza che ve lo ridica . 
Im. Vi pare , eh' io sia per essere^ un buon marito ? 
Or. Alla cera mi par di si . 
Trm. Ma di me v* annojerete voi presto ? 
Cor. Chi sa ! per ora spero di no . Tocca a voi por-* 

tar /i bene . 
Tsà. Se morissi presto, direste voi , sia ringraziato U 

ciclo ? 
Cor. Secondo la vita, che mi farete fare. 

Trm,, 



«ì* LA C ASTAtbÀ 

JFra. Facciamo i nostri patti prima . 

Cor. Facciamoli . 

Ira. Prima di tutto . 

Cor. Prima di tutto . . . principicrò io ; Prima di tutto * 
vèglio fare a mio modo . 

trd. A vostro modo in che? 

Cor. In tutto . 

Fra. In tutto? 

Cor. Sì, in tutto. 

Ira. Ed io ? 

Or. È voi a mòdo mid; 

tra. Sicché voi tutto. 

Or. In questo tutto. 

Ira. E per # mc niente. 

Cor. E per voi tutto. 

tra. Ma come tutto per nte , sé volete tutto far voi ? 

Cor. Il tutto per me non ha da pregiudicare al tutto per voi . 

Ira. Spiegatevi, eh* io non vi capisco. 

Or. Siete puf zotico. Tutto per me H maneggio' <fi 
casa , tutte pei me le ciliari, tutto per me il fa- 
re , il disfare , Y andare , lo stare * il tornare , il 
disponere , il comandare .• 

Irà. Per voi? 
I Or. Per me. 

tra. E per mèi 
, Cor. Tutto per voi , il mangiare > ii bevete , il lavorare . 

Irà. E non altro? 
i Or. E per voi tutto il cuore di Corallina, e Corallini 

istessa tutta tutta per voi. 

Ira. Per me? 

Or. Per vói . 

Ira. Tutta? 

Cor. Tuttissima. 
j Ira. A crederlo vi ho qualche difficolta. 

> Or. Mi fate torto , signor Frangigtto . ' 

I - tré. 



ATTOfRJUO. *f 

Tr*. Compatitemi, son uno, che parlo schietto. 

far. Di che cosa potete voi dubitare? 

Tr*. Che siccome facciamo noi a metà col padrone de* 
beni suoi , egli non abbia a fare a metà con mf 
del cuore di mia consorte . 

Or. Del cuore non sarebbe gran cosa . 

Tr*. Si » ho parlato con modestia . Ma c'mtencfom** 
quando dico del cuore , nV intendo anche detta co* 
rateila . 

Cèr. A questo proposito, vi dirò p|ima di tutto * esse* 
re la gelosia il peggior canchero , chp sof&ir si 
possa . Che questa poi è il piti bestiale , e piti 
inagionévole in chi serve» e ha bisogno di colti** 
Tarsi il padrone} e per ultimo, essendo il nostro 
padrone vecchio , dabbene , e di poca &lu*e , yo'\ 
siete un pazzo a dubitare di lui. 

Frs. Per altro, s'ei non fosse vecchio, e di poca s*-r 
Iute, potrei dubitare dunque. 

Or. Potreste dubitare di lui, ma ftpn 4* nw. 

Frs. Questo è quello, ch'io voleva dire. 

Ci. Orsù , lasciamo da parte queste malinconie . La-» 
sciatemi badar per ora a metter da parte più cV 
io posso per istar bene dopo la di lui morte. 

Frs. E lo stesso posso far ancor* io . 

C§r. Si, facciamolo tutti due . Gii, v^defe , eie tutu» 
passa per le mie mani . 

Ir*. Vi è sua nipote, che mi dà un poco di «ogg*» 
zione. 

C#r. A me niente . La signora Rosaura mi vuol bene . Se? 
condando io qualche sua inclinazione, qualche suo 
amoretto, l'ho fatta mia. Siccome ho procurato^ 
e procuro di guadagnarmi l'amore, e la stima di 
tutti quelli , che frequentano questa, casa , 

ìrs. L'amore, e la stima di tutti \ 

C$r. Di tutti. 

fri 



r* LA CASTALDA 

tra. Anche del signor Lelio, e del signor Florindò? 
Cor. Anche del diavolino, che ri porti ; signor gelosd 
" sguaiato . 
Pra. Via, non andate in collera . Ditemi almeno in 

qual maniera intendete voi di cattivarvi l'affetto 

di queste tali persone. 
Cóf. Facilissimamente. Facendo la generosa don tutti ; 

dispensando le grazie del padrone , senza da lui 
- dipendere, e facendomi merito colla roba sua. 
Tra. E del rostro non donate niente? 
Cor. Niente'; non sdn sì pazza. 
ir*. Niente , niente ? 
Cor. Nulla affatto. 

Tra. Nemmeno un' occhiatura , uri vezzettò . . . 
Cor. -Un canchérino» che vi mangi 5 un pezzo di légno, 

che vi bastoni . . . 
Tta. Ma vk , noti vi riscaldate si presto . Finalnnhttf 

se parlo . . . 
Cor. Voi non dite dhe degli spropositi ; 
Tra. Parlo per amore. 
Cor. Parlate per ignoranza. 
Tra. Vi voglio bene. 
Cor. Non è vero. 
Tra. Sì ... 
Càt. Ecco il padrone. 
Tra. A rivederci. 
Cor., Addio. 
Tra. Vogliatemi bene* 
Cor. No. 
Tta. Maledetta 1 
Cor. Asine/ 



4CE- 



A T T P R ! M O. ti' 

$ C É N A Vii, 

hmtahtte , e ditti . 

Pj». V^Om'ela? 

Pm. Signor padrone, la riverisco. (p*rti. 

Cw. Ecco quij sempre mi tocca gridare. 

Tmm. Per cossa ? Còssa le sta* 

C*r. Frangiotto è un asinaccid j non mi ubbidire , mi 
& andare in collera. 

Tmm. Baron! £1 manderò via. Chianielo* voggiò lieen^ 
ziarlo subito. Ndl ve ubbidisce? Lo roggio man- 
dar via. 

Gir. Basta i, perdoniamogliela per questa volta . Se si 
manda via, ne possiamo trovare un peggio < Ba- 
sta correggerlo. 

T*m. Dorè xelo? CJiiamelo . Voggio «larghe uria roman- 
zila . Che el vegna qua md . Sentire cossa che 
ghe dirò. 

C*r. No, signor padrone, siete troppo caldo; non vo* 
glie, che la bile vi faccia male. Lasciate fare a 
me, lo correggerò io. 

Tm. Si fia, fé Vu, crieghe, leve portar rispettò, e chi 
no ve voi obbedir > via subito de sta casa. 

Ccf. Mi preme, che il padrone sia ben servito. 
Tmm. Coss* alo fatto colu ? Per cossa gh* àveti cria ? 

Cw. Non ha ancora fatta bollire la Cioccolata . Sa , die il 
padrone é svegliato * sa , che gli devo portare la cioc- 
colata , ed egli non V ha ancora fatta bollire . 
fm. In facci l'ho aspettada un pezzo ; ho chiama * * 
marni m'ha resposo. Ma diseme , cara vu : je- 
ri se ghe n'ha fatto boggier un bastoif de sio 
onze ; s'ala consumè tutta» 
Or. Si, signore, tutta. 



$4 LA CASTALDA 

fsn. Quando? Come? Chi l'ha bevua? 

Per. Jcri sono capitaci tre forestieri % Stamattina è Te- 
nuto il signor Ottavio * si è consumata. 

fan. E a tutti, chi va, e «hi vien, s' ha da dar la 
cioccolata ? _. 

Cor. Caro signor padrone , non credo , che trovar pos- 
siate una dpnna economa più di me * procaro di 
risparmiare il vostro > ma fino a quel segno , che 
non pregiudichi il vostro decoro. Un uomo della 
vostra sorta , ricco, senza figliuoli , che ha una 
nipote, che non ha bisogno di voi , che volete 
che dica U mondo, se vi date allo sparagno, al- 
la spilorceria ? Diranno , crje siete uà avaro , si 
burleranno di voi , e infatti se non vi godete sino 
che s^cte al mondo i vostri beni , chi li goderà 
. dopo la vostra morte ? Pur trpppo vi sarà chi man- 
derà a male il vostro, e tripudierà alle vostre spaU 
. - le, senza nemmeno fare un brindesi alla buona 
memoria dei signor Pantalone. 

f*n. Cara fia , disè ben . Gh' ho delia roba , son solo \ 
e fin , che son solo non gh' è bisogno , che pen- 
sa né a avanzar, né a sparagnar . Ma no son 
gnancora tanto vecchio , che no possa sperar $T 
accompagnar me , e no gh' ho tante schinclte in- 
torno , che no possa sperar d' aver fioi . la sto 
caso bisognerave andar con un poco de regola > 
con un poco d' economia . 

Ctr. ( Non vorrei , che gli venisse in capo di prender; 
moglie, Avrei finito allora di comandare , e di 
metter da parte . ) ( d* se , 

M». (Corallina xè vedoa* la xè una donna de garbo» 
la me piase , ghc roggio, ben -, chi sa, che! lindi 
no me resolva de tarla per muggier ? ) ( 4* se . 

Cor. ( Conviene , eh' io procuri di sconsigliarlo. ) 

( dm h* 
f*n. 



A T T O P R l M 0. jy 

Tm*. Cossa me diseu sul proposito , che ave sentio > 

Fanrvio mal , se me maridasse ? 
Or. Malissimo j non potreste far peggio . 
JU*. Mo perchè ? 

C*r. Per più ragioni , signore : se lo faceste j>er aver 
successione , vi converrebbe sposar una giovane , e 
questa poco contenta della vostra età , vi farebbe 
disperare per tutti i versi . Voi siete avvezzo a 
godere fino al giorno d* oggi la vostra liberta ; 
perchè volete perderla miseramente allora quando 
ne avete più. ài bisogno ? Se lo fate per il gover- 
no > a chi ha denari , come voi avete , non man- 
ca servitù , assistenza , governo . Se poi la vec- 
chiezza in voi fa quegli effetti , che non ha fat- 
to la gioventù , prendete aria , fatevi passar il 
caldo, e imparate da me, che benché giovane > 
donna , e vedova sacrifico volentieri tutti gli sti- 
moli dell' appetito al tesoro preziosissimo della 
cara mia liberti. 
JU». (Ho inteso, no faremo gnente.J 
Or. Piuttosto pensar dovreste , signore , a collocar la 
nipote . E' tempo , che le troviate marito . Che 
volete voi fare di quest" impiccio in casa ? Dovre- 
ste esserne bastantemente annojato . 
Fs». Gnente fu . A mi la me serve de devertimento . 
Or. jfcion prò vi faccia . Se a voi serve . di diverti- 
mento , a me riesce di poco gusto . 
Pm». Sì, ve compatisso , cognosso anca mi , che sta 
putta in casa ve dà del da far . La mariterò ; lo 
farò presto , più per contentante vu , che per con- 
tentarla eia . Cara Corallina , vede , se son pron- 
to a darve ogni soddisfazion j ma voria , che an- 
ca vu ve buttessi un pochetto più condessendente 
con mi * che ve uniformessi un poco più al ^Ùo 
genio , alla mia inclinazion . 
I* Castalda, l Cor. 



fi LA C AST ALDA 

Cor. In che proposito, signore ? 

Tan. Siri proposito , che v ho dito. Mi me vorria ma- 
ndar .*, 

Cor. Non seconderò mai una simile bestialità . E se la 
Gate , Corallina non. è più per voi . 

Van. Ma possibile ì ... 

Cor. Tant' è , vi dico . Se parlate fìi moglie , vi lascio , 
vi abbandonò > non • resto un* ora con voi . ( In 
quésta casa non voglio padrone , che mi comandi- 
no . Si mariti Rosaura ; resterò io sola a piangere 
la morte d' un vecchio ricco , e tanto pia là pian- 
gerei amaramente , <juand' egli mi lasciasse erede 
di tutto il suo . (parte.- 



H 



SCENA IX 

Pantalone solo . 

O inteso. Custia la zè una femmena , che inten- 
de le parole per aria ; la se n* ha accorto , che 
ghe voggio ben , che gh' ho per ella della passion ; 
sentindome -parlar de matrimonio , la prevede > che 
m' intendo parlar de eia/ e in sta etae, che son... 
bisogna , che no ghe comoda un vecchio . No so 
cossa dir . Da una banda la compatisse , ma dall' 
altra sento , che ogni di più me scaldo , e no sa 
come che la sari . 

SCENA X. 

Rosaura , ed il suddetto . 

Ros. OErva, signore 210. 

?/•*, fiondi siorìa , nezza . Cossa fai ? Steu ben ? Ve 
conferisse 1* aria della campagna ? 

Kos. 



Atro p r i M*ó. u 

tot. Meglio assai , che quella della città . QÀ almeno 
si respira un poco . Noti si sta in uua sepoltura > 
come star mi tocca in Venezia. 
?**. Certo fia> dbtc la verità . A Venezia le putte ci* 
Vii , le putte savie , che gii ha bona educazìon , e 
bona regola in casa, le vive con una gran riser- 
va, con una gran soggizidn ; ma pò in campagna 
le tratta, le conversa > le gh* ha libertà . Mi per 
altro , compatirne , sta cossa no la posso appro- 
var ;se a Venezia se custodisse le putte per zelo 
dei so decoro , s* averia dà far 1* istessd anca in 
villa , dove ghe zè 1* istesso pericolo , e 1* istessé 
òccasion. V'ho mena fora anca st' anno , perchè 
gieti solita végnirghe ogni anno colla bona memo- 
ria de Stefanellò vostro pare, e mid caro fradel- 
lo; ma per altro, Rosàura cara» no son contentò 
de sto modo de villeggiar . Vu sé una putta savia , 
una putta prudente* , virtuosa , e modesta > ma 
1* usanza cattiva , el cattivo esempio ve fa far 
delle cosse , che no sta ben ; e son seguro , ebe 
vu medesimi le Condanne nel tèmpo istesso', che 
ve trave impegnada de far cusi. 

R*s. Signore , fatemi là finezza di dirmi quali sono 
quelle cose , che vi dispiacciono , e che giudicate 
sieno da me latte per ragion di cattivo esempio. 

Pjf». Lo savé quantd mi , gh' ave giudizio che basta 
per distinguer ci ben dal mal . Per esempio , a 
Venezia , se sta in ritiro , e qua se va tutto al 
zorno a rondòn . A Venezia se vien ornerà , se 
vien roventi! per casa , le putte no le sé vede > 
e qua le xè le prime a ricever, a complimentar. 
Li rigor grandò , e qua libertadazza : se zoga, se 
spassiza , se chioccola , e qualche volta , se se in- 
cantonà , e qui nissun disc gioente , e par che la 
Campagna permetta quel > che la città proibisse j 
li| e pur 



' *# ZA CAS TALI) A 

e pur, crederne lo, fia mia, tarato l'aria de citta « 
quanto 1' aria de villa , quando no se se rego- 
la , le produse le medesime malattie . 

Ros. Caro signore zio, voi sapete, eh- io sono schietta 
di cuore , e schietta di labbro . Accordo tutto 
qucllp , che dite . Vedo anch ! io come va la fac- 
cenda , conosce benissimp , eh* e ssendo io in casa 
con voi senza altre donne del sangue , npn ci sto 
bene > onde crederei ben fatto , che vi liberaste 
voi dall' incomodo , che vi reco , e liberaste me 
ancora dall' imbarazzo , in cui sonp . 

fan. Voleu tornar a Venezia ? 

Ros. E poi ? Non vedo , che questo sia provvedimento , 
che basti . 

fan. Inclinaressi andar in un ritiro ? 

Ros. Oh no signore , non ci ho mai nemmeno pen- 
sato. 

Tom. Ho capio . Ve marideressi ne vero ? 

Ros. Bravo signore zio . Alla terza ci avete colto . 

fan. Veramente ghe doveva chiapar alla prima . 

R$s. Perdonatemi , s* io vi parlo troppo liberamente . 
So, che a me non converrebbe , ma V occasione 
mi ha dato animo, e poi la campagna permette. 

fan. Sentì , fia mia , per maridarve no gh* ho gnente 
in contrario . La vostra dota xè pronta ; se in 
età discreta ; ma me despiase solamente restar 
solo in casa , senza una persona dal cuor. Se fosse 
viva vostr'amia, la mia cara muggier, v* averave 
maridà , che saria un anno . 

Ros. Caro signor zio , fate una cosa . Rimaritatevi an- 
cora voi . 

fan. Eh via! Cossa diseu? Son troppo vecchio» 

( ridendo . 

Rjos. Siete ben tenuto , allegro , brillante . Ne trovere- 
ste di quelle poche , che vi prenderanno ; io se 

tro- 



jÌ T T P JR I M O. i{ 

trovassi un vecchietto grazioso , come siete vói/ 
lo prenderei senza nessuna difficoltà. 

Tm*. Si? Lo coressi? 

JU/. Perché no? 

TÀm. Ve dirò : ghe xè sior Astolfo , omo de scssant* 
anni , ma ritto , civil , e onorato . £1 xè mio* 
amigo , so che el ve toxia ; vu lo tóressi ? 

Ito. Signore. . : . ho paura di nò. 

T*n. Uo diseu, che toressi un vecchio? 

Rts. V ho detto , è vero . Ma .... 

?**, Ma che ? . 

JU/. Ma per dirvela > signore .... 

T*n. Toressi un zovene pia volentieri . 

R*s. Il signote zio e un uomo , che legge nel cuoié 
delle persone . 

T*n. Trovarlo md sto tóvene. 

Mas. Trovarlo?... 

Tm». Sì, trovarlo. Bisogna aspettar , che el capiti: 

Btr. Ih! Capiteti; 

Tm*. Credeu , che l v abbia dà capitar prestò ? 

&#*.. £h si > signore , presto ; 

ite*. Sartvelo forsi capiti ? 

Bar. Potrebbe anch' essere . 

Tm». Brava . Chi zelo , cara siorà ? 

Rès. Spero non inderete in tollera: 

Tm». No , gnente affatto . Chi telo ? 

Ras. Conoscete il signor f lorindó ? . . ; 

Tm». Lo cognosso . 

A*/. Che vi pare di lui ? - 

Tm». No ghe xè mal. Ma sé pòdef i* trovar maggio. 

Ras. Non è forse un giovane proprio , e civile ? Non . è 
da nostro pari ? 

Tm». Si, xè vero; ma el gli' ha poche intrae> pochi bez- 
zi *, e questi a| di d' ancuo i xè <Juei , che se stima . 

Mas. E* vero , signore ; ma quando pòi ... 

I « SCÈ- 



$% tA C AST ALV 4 

SCENA XI. 
Brighella , e detti . 

fri. VJh de casa. Se poi vegnir? {di dmtre f 

Pan, Chi ci Vegni avanci. 

Sri. Servitor umilissimo de Vusostrissima . 

Pan. Bondì sioria , cosa comandai ? 

Bri. Lustrissima padrona ghe fazzo umilissima reverenza r 

(a Rùsaurs. 

Kos. Vi riverisco . 

Bri La lustrissima siora Beatrice mia padrona manda 
a far riverenza al Lustrissimo sior Pancalon , e al* 
la Lustrissima siora Rosaura ; la manda a veder 
come i sca de salute » se i ha dorando ben {a scorr 
sa notte , e la fa saper alle siorie loto Lustrissi- 
rae , che adess' adesso la sari qui col sterzo , in 
compagnia del Lustrissimp sior Lelio , a bever U 
cioccolata da Vusustrissime . 

Pan. Caro amigo, me £è star zoso el fià . Siora Beatri- 
ce , e sior Lelio i vien <b mi a bever la ciocco-* 
lata . 

Bri. Illustrissimo si. 

Pan. Mo no me lustre altro Je tavarnelle > che i ve» 
gna , che i tè patroni . 

Bri. Viva Vusignoria Illustrissima * sempre galante , 
sempre gentile . ( Semfer idem . ) Con pennission 
loro . M' umilio a Vusustrissime . Servitor umilissi- 
mo de Vusustrissime . (p*rte f 



: $CE- 



Pm. d( 



jt'T'T'O P A I'M 0\ ir- 

SCENA XII. 

Pantalone y e Kù saura . 



JOstù ei me stroppia de cerimonie. 
Ras. Ho piacere , che venga la signora Beatrice . Ci 

terrà un poco di compagnia . 
Pam. £ sior Lelio , che xè con eia , lo cognosseu ? 
Kos. Lo conosco solamente di -vista . Non T ho trattato 

mai , ma sento dire , che sia un po' scioccherello . 
Pan. £1 gh* ha una bona intrada , el xè fio solo . L* è 

nato ben;- questo me pareiave più a proposito per 

tu . £1 xè gnocchetto ? Meggio per vu , cara fia , 

lo manizerè a vostro modo. 
ftts. Voi dite bene, ma io.. . 

SCENA' XIII. 

Corallina y e ditti. 

Cor. Olgnore > una visita . (s Pantalone . 

Pan. £1 so , siora Beatrice . 
Cor. Un' altra . 
Pam. Sì, el sior Lelio. 
jCow. Un' altra. 

Pam. Che diavolo J Casa mia xè la casa della comu- 
nità . Chi xè st' altra visita ì 
Cor. Il signor Florindo. 
Jto. Il signor Florindo/ 

Pan. Coss è patrona , ve giubila el cuor ; ( * Ros. 

Mos. Eh ! Niente . Diceva cosi per modo di dire . 
Pam. Cossa avemio da far de tutta sta zente t 
Cor. Volete forse mandarli via? 
fan. No digo mandarli via : ma a disnar no ceno . 

I 4 Cor. 



34 LA CAST Alt) A 

tot. Anzi , dovete invitarli * che dice la signora Rosag- 
ra? 

kos. Per me sono indifferente . Ma crederei non fòsse 
mal fatto . 

Tan. Farse magnar el nòstro; xè malissimo fatto . 

Cor. Via signor Pantalone > mostratevi generoso . Final- 
mente non sono che tre persone. 

Tan. E el servi tor, che xè quattro. 

Cor. Bene , quattro . 

SCENA XIV. 
Trangioteo, e detti. 

fra. i3lgnòr padrone, ima visita. 

Tan. Lo sa verno ,- patron. 

Tra. Non occorr* altro . 

Tan. Disè; chi inténdeu de dir: Siora Beatrice co sidt 
Lelio , o sior Florindo ? 

Fra. Ne l' uno , ne V altro . 

Tan. No? Mo chi? 

Tra. Il signor Conte Ottavio'. 

Tan. Sieu maledetti, quanti che se. Che n* è pidf. Gh* 
è altri ì 

Tfa. Col sub servitore , 

Tan. Un altro servitor? Diseghe, che nò glie son . 

( Trangiotto parte . 

Cor. Eh via , signore ; non date in queste viltà . Un 
piò , un meno è Io stesso . Vengano tutti ; signor 
Pantalone è gentile, è cortese , e aflabiie , e ge- 
neroso . 

Tan. Son stufò . 

Cor. Acchetatevi par amor ini*. 

Tan. Vftt amor vostro*? 

Cor. Sì. 

Tan. 



■J T T O P R I M Ò. *S 

Fa*. Sì. Me quieto. No digo gnente. Ma. .. cospetti 
de baco! 

Or. Che cosa vorreste dire , signore ? 

Tom. Sì , me voi mandar. (parte. 

Cer. Oh sì, che fareste la bella cosai 

M*s. Lasciatelo fere , Castalda) che. si soddisfaccia anche 
fati il povero vecchio . 

Or. Brava : certamente tornerebbe a voi bene > eh' egli si 
accasasse , avesse dei figliuoli, e fosse obbligato la- 
sciare agli altri quello , che alla sua morte deve 
esser vostro. 

£**. Corallina mia , dite il vero . Non ci aveva bada- 
to . Io stessa sollecitava un danno per me . Vi 
ringrazio i che mi avete suggerito una cosa buona. 
Nò, no, stia pure com'è; non lo consiglierà più 
a maritarsi. 

Or. Questa e una cosa > che la dovete procurare per 
voi. 

Mas. Certamente , se potrò, non mi lascerò fuggir l'oc- 
casione. 

Or. Il signor Florindo pare non vi dispiaccia . 

M*s. Anzi, per dirvelà, mi piace assai. 

Or. Volete voi, che io m'adoperi a vostro vantaggio? 

Jto. Mi farete piacere . 

Or. Lasciate fare a me. 

Àu. Vado a ricevere la signora Beatrice. 

Or. £ il signor Lelio come vi soddisfa' ? 

1U*. Niente adatto. Gli uomini sciocchi non li posse/ 
soffrire . (parte . 

Or. £ a me piacciono tanto. Se avessi a scegliermi un 
maritò, sempre lo cercherei scioccherello più tosto y 
-che spiritoso ed accorto. Anche Frangiottò è de- 
bolino di spirito ; ma qualche volta > quando ci 
pensa, sa dire la sua ragione j e poi è troppo or- 
dinario. Lo vado lusingando per averlo a mia dispo* 



*f tA C AST ALD A 

sizione occorrendo ; ma se trovo meglio, io lascio „ 
Fin che vive il signor Pantalone, se posso, voglio 
stare con lui , e non voglio che si mariti . Se 
prendesse me , anelerebbe bene ; ma la Castalda non 
la vorrà prendere ; e poi non mi ha mai detto 
niente di ciò, non mi ha mai dato un menomo» 
motivo per potermene lusingare . Mi & delle fi- 
nezze-, ina non sono di quelle , che dico io . Ba- 
sta , tiriamo innanzi cosi . Solo lui , sola io , vi- 
va ancora un pajo di anni , e m* impegno di fe- 
re la mia fortuna. Vero e, che per avanzare tut- 
to per me > dovrei far tener di mano al padrone, 
ma se facessi così, mi renderei odiosa > e sospetta 
a tutto il resto del mondo . Vo' far il mio inte- 
resse con buona grazia » non voglio essere di quel* 
Je Castalde, che vogliono tutto per loro , ma di 
quelle pili accorte , che sanno pelar la quaglia sen- 
za farla strillare.. 



fine delt AttQ ?rim$. 



ÀT- 



ha. Castalda 



'AtolT.JcV. 




ATTO SECONDO 

SCENA PRIMA. 
Rosaht* > Beatrice. 

fa*. JLjA vostra -compagnia in ogni tempo mi è ca- 
ra y ma ora più che mai , qui in questo luogo , 
ove mio zio mi fa morir <U malinconia.' 

2es. Sono venuta a posta per divertirvi , ed ho con- 
dotta meco a tal fine un personaggio deliziosissi- 
mo per una bella villeggiatura. 

I«f. Il signor Lelio , vorreste dire . 

Bt«. Sì per 1* appunto . 

f*s. So , eh" egli è un originale ridicolo , ma io per 
dirvcla > non so che farne. 

Bes. 



2* LACASTAtVÀ 

Bea. E sì professa egli di essere innamorato cfì -Voi * 
Re*. Come ? Dove mi ha egli veduto ? 
Bea. Non vi ha veduta mai ; ma egli s f innamora co- 
sL Sente discorrere di una fanciulla, sente le h> 
di , che a lei si danno , e tanto basti , perché 
^innamori sensa vedérla. 
Ros, E* sciocco davvtro dunoue. 

Bea. Ma è ricco, Rtfsaiira mia. Felice quelli, che sa- 
pesse adattarsi ... ' , 
Re$, , Q|i io non rfii adatterei certamente, 
£e*. Io so io il perchè non sapreste tìtló. 
X*s t Sì , voi capete tutto il cuor mio.. Ve VJti> cònfk 

dato, è vèto; imo il signor Flórindo^ *-\ . ;' 
Bea. E* qui anc6r egli. v 

R&L ^fe r ave ce' condotto voi? 
Bt,i. Non è venuto con me; ma jeri sera alla conver- 

' sazione si è stabilito ài ritrovarci qui tutti . 
Rèi Avete fatto bènissimo . Vi sono veramente obbli- 
gata. 
Bea. Ma che diri il signor Pantalone ? 
Ros. Non so; veramente egli e poco amante della so- 
cietà ; ma miesèa volta converrà, che ci stia. 
Ree. Se vedo , che non mi accolga con buona gra- 

zia ... 
Ros. Chi è quello , che viene ? 
Bis. Il signor Lelio. 
Ros; Andiamo per un' dtra parte . 
Bea. Eh no, riceviamolo, che riderete; 
Ras. lì signor f brindo doVè, che non ri vede venire? 
Rem. Verrà anche lui. Sarà forse andato prima dal si- 
gnor Pantalone. 
R*s. Voglia il cielo, eh' egH non gli faccia alcune del- 
le cue solite sgarbatezze . 



à€E~ 



V 7 T S E C O N B O. z* 

SCENA II 
Lelio y e dette. 

lei. IVI Adama, io mi era quasi perduto nel laberin* 
to di queste camere. 

Bes. Infitti non si sapeva dorè voi foste. (aBos. 

JLel. E' questa la padroncini di casa) (* beatrice *A 

( difendo . 

Ras. Sono una vostra umilissima serva. (* Lilio incbi- 

(nandaù* 

lei. Dite il vero; e ella la serva? (a Beatrice. 

Bes. (Ditegli di si.) (piano a Beatrice. 

Bea. (Facciamolo.) Si, è la cameriera. (a Lelia ; 

Lei. Me, ne rallegro infinitamente . - Se è così bella la 
cameriera , con un argomento a fottuti quanto 
sarà più bella la sua padrona! 

Bea. (Come ci sbroglieremo noi?,) (a Rdsauraì 

Bai. Vi prendete soggezione di un simile babbuino? ' 

( piano . a Beatrice . 

lai. Cameriera bellissima, come avete nome? (a Ros. 

Mae- Corallina, signore. 

Jfr*. (Oh bella! Il nome della vostra Castalda.) 

(piano. a Boi* 

Kos. (Mi è venuto alla bocca, non so dir come. ) 

(piano aBea„ 

Lei. Corallina I Questo è uno di quei nomi , che mi 
piacciono infinitamente. 

Bea. Perché? 

Lei. Perchè vi $i vede V ingegno di chi un tal noma 
le ha dato . Non vedete voi , eh' ella ha i coral- 
li nel labbro ? La natura 1' ha suggerito > T arte 
fiia provveduto , ed è il di lei nome anagram- 
ma purissimo della di lei bocca. 



%q LA C ASTALDA 

tea. Bravissimo. (Che ve ne pare?) {piane* Rat. 

Kos. ( Non lo credeva ridicolo a questo segno . ) 

(piano a Beatrice. 

Lei. Che dice ? ( a Bea. piano . 

Bea. Loda il vostro spirito. (piano à Lelio. 

lai. Corallina mia, se voi noti foste una serva, avre- 
ste a quest' ora fissato iT~thiodo alla ruota' della* 
fortuna. 

Kos. Che vuol dir , signore ? 

Bea. Non 1* intendete ? Egli si sarebbe dichiarato per 
voi , 

Bus. Noti posso crederlo. Non ho io attrattive bastan- 
ti per obbligar il cuore di un cavaliere co>ì 
gentile . 

Lei. Basta > non proseguite > non mi guardate si ' tene* 
ra, non mi parlate si dolce, che or ora dimenti- 
candomi chi voi siate, degenero da quel che so- 
nò. 

tot. Con sua licenza, signore. {vuol partirò. 

Lei Non mi private si presto del bel piacere... 

Mot. ( Amica y compatitemi s* io vi lascio . ) 

(piano a Beatrice. 

tea. (Dovè andate con tanta fretta?) {piano a Ros. 

Bot. (Dove mi porta il cuore.) (piano a Bea. 

Bea. (V'ho inteso. À rintracciare Flórindo.) 

{piano a Rasatura. 

Lei. (Che dice ella dì me ? ) {a Boa. 

Bea. Ella è incantata del vostro merito. ( a Lei. 

Lei. Ah se voi saprete aspirare ali* acquisto della mia 
grazia... (a Rat. 

Rat. Serva umilissima della sua cara grazia, {parto. 



SCE- 



ATTO SECONDO. ^ 

SCENA Ut 
Beatrice y e Lelio. 

LeL X Arte ruvidamente così ? 

Bea. Come volete , eh' ella resista alle dojci parole y 
die voi le dite ? Una povera giovane si sente 
solleticata dai vostri vezzi , è forzata partire per 
modestia , per confusione. „ 

Lei. E* verissimo , dite bène . Questa è la mia disgra- 
zia . Quasi tutte le donne ini piantano per vere- 
condia. Ma chi è quest'altra bellezza, che viene 
alla volta nostra? 

Be*. Aspettate... ella è... (accresciamo il divertimen- 
to.) (da se. 

tei. Che ? Non /a conoscete ? 

Bea. Non volete eh' io la conosca ? E* là signora Ro- 
ttura» la nipote del signor Pantalone. 

Lei. Giusto cielo ! Già mi sento ardere nel vederla an- 
cor di lontano. 

Bea. Non viene qui , per altro . 

Lei. Andiamole incontro s muojo di voglia... « 

Be*. Anderà ad incontrarla. 

Lei. Voglio esserci ancor i?. 

Bea. Aspettate prima , eh* io le dica chi siete . 

Lei. Mi raccomando alla eloquenza vostra. 

$ed. Farà giustizia al merito. 

Lei. Io pòi terminerò di convincerla , di conquistarla .• 

Bea. Trattenetevi un sol momento . ( Corallina ha dello 
spirito. Seconderà là burla,) (parte. 



SCE- 



E 



I LA CASTALDA 

SCÈNA IV. 

Itilo sch . 

Un gran destino il mio ! Che non abbia a passai 
un giorno senza che m* innamori ! £ talvolta più 
bellezze in un giorno successivamente m' incanta- 
no. Buon per me! che con eguale facilità me ne 
scordo; per altro, fra tante fiamme, sarei andato 
in cenere cento volte , 

$ C E N A V, 

Beatrice y Corallina, e ditti, 

fea. XLCco qui la signora Rosaura, che vuol riverir- 
vi, e conoscervi. 

Lei. Conoscerà ella un adoratore della sua bellezza. 

Co*. ( Son nell' impegno ; bisogna starci . ) Signore la prò 
go di non farmi arrossire. 

£*/. Quanto più arrossirete , tanta più semiglieretc alta 
rosa , e tanto più vi starà bene di Rosaura il 
nome. 

fea. Il signor Lelio è mirabile nel ritrovare le allego* 
rie dei nomi . 

Lei. Mi piacciono i greci in questo . Tutti i loro no* 
mi hanno qualche significato . 

Bea. Il vostro ha significato veruno? 

Lei 11 mio vien da Lelex re dei Lacedemoni , e poi 
il mio nome, ed il mio cognome sono Ana.gram- 
matici ; Lelio C apretini ; Il mio core a lei . 

Bea. Non mi pare purissimo quest* anagramma . 

Lei. Vi saranno solamente tre , o quattro lettere cam- 
biate ♦ 

Ccr % 



ATTO SECÓNDO. 3? 

Or. Lei i un signor virtuoso, per quel ch'io sento. 

Lei Ah Toi siete più virtuosa di me. 

Or. Io ? Come ? 

Lei. Mi spiegherò con un paragone. Passa saltando per 
i solchi non suoi un esperto villano; vede, cono- 
sce , ammira màraviglioso innesto di provido agrtf 
coltole : chi ha maggior merito , chi ha maggior 
pregio? L'operatore» o il conoscitore? 

Tale voi siete nel confronto mio : ~ 

Intendami chi può , che m* intend' io. * 

Be*. E* anche poeta il signor Lelio. 

Lei. Per ubbidirla . 

Or. Risponderò ancor io con un paragone . Passa per 
la via il somarello. Conosce all' odore la biada ; 
che merito ha egli per averla riconosciuta ? 

LiL Ha il merito, che intendo aver io nell'aver cono- 
sciuto la vostra bellezza , biada amorosa pei? que- 
sto cuore . . 

Cor. Ciro quei cuore , che non isdegna il paragone d* 
un somarello . 

Lei In maceria d' amore tutti gli animali s* accordano» 

Bem. Vi accorderete voi colla signora Rosaura? 

Lei. Cosi ella non fosse recalcitrante. 

Or. Sarei pia ostinata del mulo , se non mi arrendessi . 

Lei. Signora Beatrice , sono perduto j non san più mio . 

Bts. £ di chi voi siete al presente) 

lei Di questa rosa vermiglia > che mi ha fitta nel cuo- 
re una dolce spina. 

Or. Cosi presto, signore, vi ho penetrato? 

Lei. Al primo balenare dei vostri sguardi. 

Or. Caviamola questa spina ... 

txk No ; raddoppiatela con un' altra . 

Or. Come» 

Lei Guardatemi dolcemente . 

Cm. Cosi ? 

L* Ctsttlds. K Ul. 



f+ Z<* CASTALDI 

Lei Così . La spina Tiene * Seguitate . 
Cor. Povero signor Lelio ! 
tei. La spina è al petto* 
Or. Mi fate pieci. 
Lei Basta» basta; la spina è dentro. 
Or. Siete dunque doppiamente ferito? 
Lei. Sii lo sono. 
Or. Che posso far per guarirvi? 
Iti. Le punture delle spine si guariscono colla rosa , 
' come le morsicature del cane si guariscono col suo 
pelo. 
3m. Lo capite , signora Rosaura ? 
Or. Non troppo. 
Lei. Mi spiegherò più chiaro . . 
Cor. No> no vi dispenso. 
£W. Ah barbara! 
Or. Ah furbo! 

Lei. Un* altra spina . Non posso più . 
Or. Mi dispiace non esser io arbitra delle mie rose.- 
Lei. Andrò a chiederla al giardiniere . 
Bea. Che vuol dire ? 
JaI. Vuol dire, 

Che l'odoroso fior chiedendo al zio... 

Intendami chi può , che m' intenò" io . ( parti* 

SCENA VI. 

Beatrice, t Cornili**. 

Beg. VJHE vi pare di questo pazzo ? 

Cor. F originale davvero . 

Bea. Voglio, che lo godiamo. Si ha a seguitare la bur- 
la. 

Or. Seguitiamola pure; ma baciate voi » signora , che 
non mi si dica , eh* io mi avanzo in cose , che 



ATTOfKIMO. u 

non convengono al mio carattere . Giustificatemi 

presso degli altri . 
$es. Già la cosa durerà poco* Partiremo clamai a due, 

o tre ore al più. 
Cor. Non volete restare a pranzo? 
&*. No , non ci . resterò j niuno ancora mi ha deci» 

niente. 
Or. La signora Rosaura sarà contentissima , che voi 

restiate . 
Im. £ il signor Pantalone ? 
Or. Il signor Pantalone fa a modo nostro \ fra lei , C 

me lo facciamo dire di sì a tutto . 
£#*. Spiacemi , che meco vi è questo pazzo di Lelio ; 

non mi conviene lasciarlo partir solo, se qui è ve- 
nuto con me. 
Or. Resti a pranzo egli pure ♦ Non vi é nessuna dif- 
ficoltà. 
Sem. Dubito, cne il signor Pantalone...* 
Or. Non ve 1' ho detto, signora ì II signor Pantalone 

fa tutto quello , che noi vogliamo . 
£*». So, eh' egli non passa fra gli uomini liberali , 
Or. £ noi lo facciamo liberale * egli ama la solitudine $ 

e noi gli facciamo.,. 
3m. Noi , noi \ voi badate a dire noi facciamo , e,d io 

credo , che siate voi sola quella , che fa . * 
Cor. Per dir il vero * il povero mio padrone si lascia 

assai regolare da me . 
Jm. Meglio per lui . Almeno gli farete fare una miglior 

figura nel mondo • 
Cor. Certo che i suoi denari glieli fo spender bene . 
Be*. In fatti una volta si parlava di lui con pochissima 

stima . Tutti lo avevano per avaro . 
Cor. £ io sarebbe ancora , se non foss' io . 
Mos, MfL % Corallina mia , fra voi e me , dove andrà a 

K % fini* 



ft LA CAST ALT) A 

finire questa parzialità , che ha per voi il signor 
Pantalone. 

Cor. Chi può saperlo? Morendo , mi potrebbe lasciar 
qualche cosa. 

Bea. E vivendo nen potrebbe rare di più . 

Cor. Certo > che qualche cosa gli cavo di sótto . - H 
mio tempo non Io getto via . 

Bea. Non sarebbe il primo caso , che un vecchio pa- 
drone sposata avesse la sua castalda . 

Cor. Oh siamo lontani assai . 

Bea. Perchè? 

Cor. .Perche non. mi hai mai dato un menomo cenno 
per poterlo sperare . Anzi , per dirvi la verità , si 
e meco spiegato , che ha intenzione di accasarsi . 

Sta. Con chi? 

Cor. Non mi ha detto con chi 5 ma se avesse qualche 
idea sopra di me > si sarebbe spiegato . 

Bea. Corallina mia , giacche siamo su questo proposito, 
vi dirò. . . sono vedova anch' k> , e non sarei 
lontana dal prenderlo , s* ei mi facesse una con- 
. tradece • 

Cor. Signora Beatrice carissima , su questo proposito 
non so che dire . Egli è padrone della sua vo- 
lontà > voi avete del merito , ma io non ci vo- 
glio entrare. Se vuol fare la pazzia di rimaritar- 
si > è padrone di farla . Se voi siete venuta qui 
per questo , maneggiatevi per akra via . Vado a 
vedere in cucina... 

Bea. Corallina , non vi sdegnate... 

Cor. Già in questo mondo tutti pensano al loro inte- 
resse . 

B:*. Io diceva cosi ... 

Cor. E non guardano per V interesse di pregiudicare a 
quello degli altri . 

Bes. 



.ATTO SECONDO, 37 

Be*. Siamo entrate in questo ragionamento... 

Or. E' diffìcile per altro , che venga una padrona in 

questa casa , fino che ci sono io. 
Bem. Ne io ci Terrei certamente ... 
Or. Basta . Ho piacer di saperlo . 
B**. Vi dico, che non sono qui ... 
Or. Credetemi , che vi sari da discorrere , 
Bcm. Se non mi lasciate parlare .... 
Or. Ho inteso tanto che basta, signora, 
Bts m Voi mi credete dunque ... 

Or. Credo quello , che vedo , credo quello , che sen- 
to ; e se varranno le mie parole... 
3**. Mi volete lasciar parlare si , o no ? 
Or. Pariate , signora . 
Be*. Vi dico liberamente, che io ... 
Or. Ed io vi dico , che non farete niente , 
£t«. Ma questa poi e una impertinenza. 
Or. Prendetela , come vi pare ... 
Bes. Siete voi la padrona di questa casa > 
Or. Anzi sodo la serva. 

Be*. Parlate dunque con più rispetto. I 

Or. Se vi ho offeso , vi domando perdono. 
Bt*. Che occorre che vi riscaldiate per qmto ? Se ave- 
te gelosia , che vi rubino il vecchio , non vi sarà 
nessun* , che voglia pregiudicarvi .... 
Or. E se ri fosse chi, volesse farlo , r -avrebbe a fere 

eoa me. Con sua buona licenza... 
Be*. Sentite , voglio giustificarmi . 
Or. Ho che rare, perdoni , son dimandata , Un'alba 
Tolta poi con più comodo . Serva nmiliycmre . ( Ho 
«coperto terreno; vi limedierò.) . (far te „ 



K 3 SCE- 



i$ LA CASTA IDA. 

S C E N A VJ1. 

lettrice sol*. 

VJOstei mi farebbe montar in collera davvero , colla 
sua impertinenza. Ma già che sono in villa per 
divertirmi , voglio che anch' ella mi serva di 
divertimento. Se tanto ci patisce temendo di per- 
dere il dominio di questa casa > vo' farla dispe- 
rare davvero. (/*rf#. 

SCENA Vili. 

RosaurMy • Tlorindo. 

ìbs m \£ W ora non e' è nessuno* posso sentire ciòi 

che volete dirmi $ ma dite presto , perché potremo 

esser sorpresi . 
fio. Per dirvi dunque tutto in poco , sappiate Rosaura 
I mia» che sono qui venuto per amor vostro. 4 
Ros. Questo già me 1' immaginava . So che mi volete 

bene > e spero , che mi siate fedele . Ma avete 

altro da dirmi? 
TU. Sì } ho delle cose importantissime da comunicarvi » 
JLos. Spicciateti dunque, per amor del cielo . 
Tic. V amor mio mi sollecita a desiderare le vostre 

nozze . * 

Ros. Ed io le desidero quanto voi 3 andiamo innanzi . 
F/#. Già sapete , che non ho alcuno > che mi comandi ; 

che son padrone di me medesimo ... 
Ito. Queste cose le so j venghiamo alla conclusione ♦ 
Tlo. Quella lite, che m'inquietava... 
Km. Ora ci mancava la lite. 
JF7#. E' terminata. L'ho vinta. 



ATTOSBCONBO. ?p 

K#*. Me ne rallegro . Spicciatevi . 

F/#. Ho comperata una casa grande ... 

Rts. £e seguitate di questa passo , ri pianto assoluta- 
mente. 

TU. Cara Jtosaura , sono Tenuto espressamente per 
questo . 

Ito. £ come pensate di contenervi? 

FU. Penso chiedervi al vostro zio... 

È*s. Eccolo 11 , eh' egli viene • Parlategli dunque sobi- 
to , eh' io mi ritiro . (p*rte. 

FU. Egli viene opportunamente. Ma é in compagnia 
con un altro. Lo vorrei solo . Passero nei cortile» 
e attenderò 3 momento più favorevole . (forte. 

SCEMA IX. 

tm. V^lAro sior Lelio , la prego de lassar le cerimo~ 
nie da banda > e le parale studiae : la ma diga el 
to sentimento chiaro , schietto, alta bona » sefla 
voi , che T intenda» e se la voi , che ghe respon- 
da a proposito. 

Ltl. Dito dunque» brevemente, e chiarissimamente par- 
lando... 

fsm. Via, da bravo. 

Lei Che siccome gli effètti simpatici dall' attrazione 
operano ned' individui umani .^ 

Pan. Torneino da capo. 

iti. Cosi la magnetica possanza ^clle amorose. papilla 
della nipote hanno attratto gli effluvj dell' acceso 



?m. Mo che diavolo de parlar xè questo 1 
lei. Onde ~ 

K 4 ?**. 



*9 £i CAST ALBA. ' 

Fan. Onde... . 

Lei. Quantunque sia 11 merito mio a quello della ni* 

potè vostra eterogeneo... 
Fan. Eterogeneo... 
Lei Mi consolo, e mi animo con il poeta. 

„ Che ogni disuguaglianza amore uguaglia.' 
Fan. Ala fìnio? 

Lei. No, signore; ho principiato appena. 
Fan. Avanti che la se innoltra nel discorso, vorla che 

ghe diga mi do parole? 
Lei. Le ascolterò con quel piacere , con cui si odono 

le melodie più sonore. 
Fan. Ho capio quel che la me voi dir . 
Lei Eflètto della vostra perspicacissima mente. 
Fan. Ghe piase mia nezza JCosanra ì 
Lei. Come alle api la fresca rosa. 
Fan. Che intenziortmo gh v ala sul proposito de sta riosa? 
1*1. Coglierla vorrei sul mattino j levandola dal giar- 
dino vostro per trapiantarla nel mio . 
Fan. Ho inteso tutto . Ma co sta sorte de termini so 

se tratta un aliar serio de sta natura. Parlemose 
-. schietto. Sior Lelio, burleu, o diseu da seno? 
Z//. Parlo del miglior senno, ch'io m'abbia. 
Fan. Mia nezza ve piase. 
Lei La preferisco a Diana, a Venere > ed alle gratis 

istesse . 
Fan. Che intenzion gh'aven sora de eia? 
Lei Se una propizia stélla... 
Fan, Lassemo star le stelle , e la luna , parli sul so» 

do ; la voleu per muggier ? 
Lei. Ecco il punto, ove tendono le linee dei miei de* 

siderj. . 
Fan. (E no gh'é remedio > che el voggia lassar sei 

strambotti.) , 
tal. Yoi scrutatore degli animi innamorati.» 

fan. 



ATTO' SECONDO. *t 

pj». Alle corte > sior Lelio. Mia nezza no gh'ha altro 

die siemile ducati de dota. 
Lei. Perdonate • Vostra nipóte ne ha assai di pia . 
Fsm. No xè vero. No la gh'ha de pia; tanto ha ava 

so mare , e tanto ghe dago a eia. 
Lei. Oltre la dote materna... 
té». Ve digo, che no la gh'ha altro. . 
Lei Ed io asserisco di si.. 
Tsm. Voleu saver più de' mi? 
LtL II tk> non può privarla di quel tesoro , eh' ella 

possiede. 
tm. Del mio son patron mi ; e ve torno a dir , no 

la gh* ha de più de sie mile ducati . - 
Lei. là io sostengo , eh' ella. ne ha trentamila. 
Tarn. Come? ' 
L*L Eccovi T aritmetica dimostrazione . Diecimila il 

bel labro, diecimila il suo bellissimo cuore. 
?m. Ve contentai de sta dota ? 
Lei. Son contentissimo. 
Tm». Anca senza i sie mite in contanti? 
LtL Questi non li calcolò un zero. 
?**. Co r è così-, ve k dago , coi trentamMe. 
Lèi. Aggiungete: altri dieci mila le porporine sueguan- 

eie. 
Pmb. La gh' ha anca una bella man ; quanto voleu > 

che la calcolano ? . 
Ltl. Un tesoro. 

**m. Si, un tesoro. Co la ve comoda , la. xè vostra . 
LtL Vcfhm ligsnt btmmts. 
P«. Per mi son contentissimo. Sentirò se Rosata* xè 

contenta anca eia. 
LtL Ella lo desidera , siccome la vite: aspira avvitic- 
chiarsi all' olmo . 
Imt. Come lo saveu ì 
Lei. Me lo assicurano le di lei voci. 



4M ZA CASTALDA 

Psn. Ave partì eoa eia; 

Lei Olà mcnsieur. 

P*». £ la zè contenta? 

Lei Contentissima. 

Piti, piseu dasseno? 

Lei. Lo giuro sulla purezza dell' onor mio» 

fan. Quando gh'aveu parla? 

Lei. Poc'anzi. Teste domina fattrice. 

fan. Me consolo infinitamente. 

Lei. La esultazione vostra produce la gùibbilazione dell' 
animo mio. 

?*n. Sior Lelio, razzo stima del rostro carattese > ma 
voria > die lassessi sto modo de parlar strava* 
gante. 

Lei. Mi lascierò da voi condurre «piai navicella erran- 
te dal suo prudente piloto. 

V*n. Parlerò con mia nezza. 

Lei. Colla cinosura dei miei pensieri. 

fan. Co mia nezza ve digo... 

Lei. Coli* oroscopo delle mie fortune amorose, 

Fsn. Con quel, che volè , 

Lei. Ed io anderò frattanto a porger voti a Cupido , 
che àccia volare rapidamente il tempo , e faccia 
splendere nel terzo cielo la bella stella di Vene- 
re,, pronuba dei nostri fortunati Imenei. 

T*n. Mo dove diavolo troveu sci sptopotkazxi 1 

Lei. Deh, mio amorosissimo suocero, non li chiamate 
con questo nome. Io , vedete, io ho sfiorato con 
un faticosissimo studio i più bei fiori del secolo 
oltrepassato . 

?*». £ per questo... 

Lei. £ per tanto . 

Men vo dall' idol mio... 

Intendami chi può , che m'imend' i* . {f*nt. 

SCE. 



jìT r 0' $ mì: o n n o. ** 

SCENA X. 

TmtoUùiu, f$i Msnmrs. 

Fmm. J-J £' el più bel inatto del mondo'; ma coesa 
importa > El zé ricco , ci xi nato ben j ci zè 
innamora de Rosaura , el la tol senza gnente , el 
disc anca, che la zè* contenta. Co l'è cosi, per- 
cliè no ghe 1' oggio db dar ? 

ito. (Non so se Florindo atra parlato con lai; non lo 
vedo pia. Sarei curiosa dir Sapere...) 

Tmh. Siora urna, regni qaà ino* 

K#x. Che comanda da me il signore fcio ? 

Pan. Starnata* patimmo de matrimonio > e el baion 
ne zi carati sul brattai, 

Rot. ( Ha parlato senz* altro . ) 

?«i». Cossa diseu? No me respondè? 

Re/. Sapete, che io dipendo da voi. 

P«s. Gh*avè parla però. ' 

R*s. Un momento per accidente . 

Tsm. £ in quel momento, gh* ave ratto saver, che noi 
ve dispiase. 

JU*. Può essere , che sia cosi . 

?**. Brava siora, brava. Vegrùmo alle cotte: the in- 
tenzion gh* aveu ? 

Jt#/. Torno a ripetere, che io mi lascio da voi con- 
dirne. 

?j». Donca, se ve lo datò per mar io, 16 tote . 

X#/. Non lo ricuserò certamente. 

Pm». Sta cossa la se poi far {cesto ,' 

*#r. Vi ha parlato? 

A*. £1 m'ha partì. 

Rh. £ voi siete. contento? 

ftm. Co sé contenta va, son contento anca mi . 



4* LA C AST ALBA • 

Ros. Per me son contentissima. 

Fan. Se vede, che el Te voi ben; noi cerca dota . 

Ros. (Fior indo mi ama davvero. ) 

Fan. Siorà Beatrice cossa disscla ? Ve consegiela a farlo ? 

Ros. Come sapete, ch'ella sia informata? 

Fan. Elo m'ha dico tutto. 

Ros. Lar signora Beatrice è mia amica 5 non desidera 
che il mio bene. 

Fan. £ mi lo desidero più de tutti. 

Ros. Caro signore zio , quanto vi sono tenuta ! 

Fan. No vedo Torà, che sic logada; e dopo, sappiè 4 , 
£a mia , che me voggio maridar anca mi . 

Ros. Caro signor zio, siete troppo avanzato . . . 

Fan. Oh via siora dottoressa , no me stè a seccar , che 
deboto mando a monte tutto , anca per vu. 

Ros. No , no , signore zio . Maritatevi pure , fate be- 
nissimo. 

Fan. Prima vu , e pò mi . 

SCENA XI. 
F brindo > e detti. 

Fio. ( lVJLl farò vedere 5 Rosaura mi Uscieri il cam- 
po di poter parlare. ) 

F.c<. Venite avanti , signor Fior indo. 

Fan. Patron mio riverito . 

Fio. La riverisco divotamente . ( a Fan* 

Ros. Grazie al cielo» il mio signore zio è contento. 

(nFlor. 

Fio. Gli avete voi parlato prima di me? 

Ros. No; gli ho parlato dopo j ma mi ha detto ogni 
cosa. 

Fan. Che discorso x£ questo ? Mi no lo capisso . 

Fio. Dunque signore > siete voi contento ... 

Ros. 



A T ? O SECONDO. +g 

Ftos. Si, ri dico è contentissimo. 

firn. Mo de «ossa? 

R*s. Delle mie nozze parliamo. 

Pm. Sior sì> l'ho promessa, sotT contento , la xc no- 

▼izza. (* Fiorendo. 

FU. Promessa a chi? 

Tmm. A sior Lelio. y 

Rèi. Al signor Lelio ? (« F*n. con sorpresa . 

Pus. Mo a chi donca? 
Kos. Non al signor. Florindo? 
?4». Co sior Florindo mi no gh' ho giunca parla. 
£»;. Non avete voi parlato con mio zio ? ( * FUr. 
Ile. Veniva ora per parlargli. 
2«r. Povera me ! Di chi avete poi parlato fin' ora ? 

(* Pan. 
Fsn. Ho parla de sior Lelio . No alo anca parla con 

va? No seu contenta de torlo? 
R*s. Non é vero , signote . 
FU. (Che confusione è questa?) 

SCENA XII. 

Cortili»*, # ditti. 

Cor. Olgnor padrone , una parola in grazia .' 
Fm». Aspettò , cara vu , che senta cossa xè sto nego- 
zio, (m Corsi. 
Cor. Il negozio , che io ho da dirvi , preme assai . 

Favorite ascoltarmi. 
?«*. Veglio subito. Ma sior Lelio m'ha dito... (*Ros. 
Cor. Di questo parlerete poi. Badate a me, signore. 
Fsn. FI m'ha anca zurà . (« Ros. 

Cor. Sia maledetta la mia fortuna... 
Fmm. Via, no ande* in colera, son con vu . Parleremo 
mo dopo-, andé via de mia. (* Ros. 

*". Per cariti, signore... 

Fsn. 



44 LA C AST AID Jt 

Pan. Ande vii > ve digo „ No fé , che vt daga una 
man in tei muso. (a Mas. 

Hos. (Pazienza. Oh cieli! Che cosa sarà di iati) (par. 

Pan. E età, patron > *se no la comanda gncnte, la me 
permetta, che gh* ho un poco da far . ( * FUr. 

Pio. Signore» io voleva parlarvi per la signora Rottura, 

Pan. Xè rardi, patron, la xè andada via. 

~Bl$. Ma le e un equivoco . .. 

Pan. G>n so bona grazia, adesso no ghe posso badar, 

Pio. Parleremo poi con pài comodo. 

Po». Sior si, sior si, tutto quel che la voi. 

pio. Vi son servitore* 

Pan. Patron caro. 

Pio. (Lelio non me la rapirà certamente.) (>*!**• 

SCENA Xllt 

Coralline, $ Pantalone. 

fan. VJOmpatime, cara iia: se savessi... 

Cor. Signor Pantalone quello, che mi preme dirgli, è 
questo. La prego di darmi la mia buona licenza. 

Pan. La vostra licenza ì Per cossa ? 

Cor. Terchc già credo , che poco ancora potrò start 
eoa lei, onde prima, che abbia d'andarmene con 
mala grazia, è meglio farlo a tempo, e con pro- 
prietà. 

Pan. Che novità xè questa ? Che motivo gh' aveu de 
andar via de su casa? Ve trattio mal ì Ve po- 
deu lamentar de mi? 

Cor. Si , signote, mi posso giustamente lamentate di lei. 

Pan. Mo perché? Cessa v'oggio fatto? 

Cor. Io non godo più la sua confidenza; a me non si 
svelano i suoi segreti . Si lavora sott* acqua , si 
fanno gli accordi senza che io li sappia, per 

poi 



ATTO SECONDO. 4* 

poi tutto ad un tratto darmi un calcio > é man~ 
danni fuor delia porta. 

Tmm. Mi resto incanta, che me parie cusl . No v'-xn* 
tendo, no so cotta* che roggie dir. 

C*r. SÌ , sì > finga pure di non capirmi . Intanto mi 
dia la mia licenza $ che me ne voglio andare. 

Tm». Siora no, no voi darve gnentc, no voi che andé 
in nissun liogo; e sin che vivo, Corallina ha da 
star con mi. 

C*r. Corallina , se voi vi marirate , non ci starà un 
momento* 

T*m. Via ; se no volc, che me inarida, no me man- 
derò , gh' averò pazienza > ma voggio , che stc 
con mi. 

Cor. Signor padrone, vorrei cjie mi diceste la verità. 

Tm*. Nove dirave una busia per tutto l'oro del morfio. 

C*r. Con onesta signora Beatrice , che ora è qui ve- 
nuta, il signor Pantalone ha vcrun interesse? 

7tm. Cnente afratto ; la xè amiga de mia nezza . La 
xè vegnua a trovarla eia « Co mi no l'ha da far 
né bezzo, ne bagatin. 

C§r. Dunque questa cara signora 5 oan qual ibridamene 
to parla ella di matrimonio? 

Tmb. Cossa voleu , che ve diga ? Anca a mi me par 
da stranio » che la vegna qua a far de sti petes~ 
golezzi. 

Or. Dunque lo sapete anche voi? 

Tdm. Lo so certo: 

Cm. Chi ve l'ha detto? 

Tm*. Me l'ha dito sior Lelio. 

Cw. Dunque il signor Lelio fa il mezzano alla signo- 
ra Beatrice. 

fmm. No , piuttosto par , che siora Beatrice tazza la 
mmana a siot Lelio. 

C*r. Pache si sposi con voi? 

Fmm, 



4* LA CAST ALDA 

Fan. No co mi, co mia nezza. 

Cor. E la signora Beatrice con chi ? 

Fan. Cossa soggio mi? Con nissun. s 

Cor. Ma non. e ella la signóra Beatrice , che aspira al* 
le vostre nozze? 

Fan. Alle mie nozze? Com'ela? No so gnente, conte- 
mela mo. (con allegria. 

Cor. (Oh che caro vecchietto ! Osservatelo , come si 
mette in allegria , sentendo parlar di nozze ! ) 

Fan. Me partè de cose, che non ho mai sencio a mo- 
tivar. Co siora Beatrice non ho mai parla. 

Cor. Sari dunque una sua idea , una sua presunzione. 
Ma qualunque siala cosa, signor padrone , ci sia- 
mo intesi, se voi vi maritate , me ne vado im- 
- mediatamente. 

lah. Donca per mi el matrimonio l' ha da esser bandio ? 

Cor. E se aveste giudizio , non ci dovreste pensare 
nemmeno. 

Fan. Mo. per cossa ? Songio mi el primo vecchio , che 
parla de maridarse ì * 

Cor. Se i mali esempj servissero di scusa > - tutti pò- 
trebbono giustificarsi. 

Fan. Dove fbndeu la vostra rason, per creder che rus- 
se in mi sto gran mal, se me mandasse? ' 

Cor. Prima di tutto nella vostra eri pericolosa per voi , 
e poco comoda per. una consorte . Secondariamen- 
te per causa della vostra salute , alla quale non 
può che pregiudicare il matrimonio. Poi per la 
vostra economia , che con una moglie vedreste 
precipitata, e finalmente, perchè in quest'età con 
una sposa al fianco andreste a pericolo > che al 
quadro delle vostre nozze si facessero da alcuno 

, le cornici. 

Fan. Circa sto ultimo, gh' aveva in testa, che no ghe 
fussò pericolo . Perchè son omo dei mondo . Sm 

co- 



ATTO SECONDO. + 9 

cognosser i caratteri delle persone, e no me im« 
barcherave senza navegar al scguro . 

Or. Chi vorreste voi trovare , che vi rendesse certo 
contro le persecuzioni della gioventù ? Qualche 
vecchia forse? 
Pam. Oibò . Co avessi da farla > la vorave zovene . 

Or. £ con una giovane al fianco, un vecchio ? come 
voi siete... 

Pam. Mo no ghe ne zè delle zovene da ben , e ono- 
rate? 

Cor. Ve ne son certo. Ma trovarle , quando si vogliono ... 

P». Per esempio 5 vu no saressi una de quelle ? 

Or. Io? Vi e alcun dubbio? Non sono io una giova* 
ne onesta ? Mio marito non si e mai doluto di me . 

?sn. £ se ve temessi a mandar , faressi 1' istesso con 
el secondo mario. 

Or. lo non mi mariterò mai , per non lasciare il si* 
gnor Pantalone. 

Pan. Ve poderessi mandar senza Iassarme. 

Or. Quando avessi marito , non potrei servir il padrone . 

Pan. Serviressi el mano. 

Or. £ se mio marito non volesse , che io servissi il 
signor Pantalone ? 

Pan. £ se sior Pantalon russe vostro mario? ' 

Or. Come! che dite! 

1*4». Via; andereu in colera per questo? Siora si , la 
mia intenzion la gicra de sposarve vu 5 ma za , 
che no volcj za che me criè, pazienza > soffrirà 
cosi , fino che poderò . 

Or. (Oh poter di bacco ! Che cosa sento? Qui con- 
viene , eh' io vi rimedj . ) (da $9, 

Tom. Se ve sposasse vu , ghe sarave pericolo del qua- 
dro colle corróse? 

Or. Signore, mi maraviglio di voi, sapete chi sono » 

Tom. La mia economia anderavela in precipizio? 

La Castalda . L Or. 



j$ t A CAST AÌÒ A 

C&r. Pare a voi , che io non sappia dirigere una casa ? 

Spendete con ragione? Risparmiar con decoro? 
fan. E la mia salute con vu saravela pregiudicada ? 
Cor. Niuno meglio di me sa il vostro bisogno . Sono 

avvezza governarvi da tanto tempo ; sareste sicuro 

del inio amore, e della mia attenzione. 
fan. Stveu qual saria la difficoltà ? La prima > che ave 

dito: che un omo della mia età sarii poco co* 

modo per una rauggier. 
Cor. Queste* potrebbe darsi con altre , ma non con me. 

Non sono di quelle io. 
Pan. Donca, Corallina cara, che mal saravelo, check 

paron ve deventasse mario? 
Cor. Non mi pare , che ci dovesse essere male alcuno . 
Pan. Per cossa donca m' aveu dito tanta roba, quando 

ho parla de maridarme? 
£#r. Non mi avete mai detto, che parlavate di rtic» 
Pan. Donca adesso cossa me diseu? 
Cor. Per ora non vi do positiva risposta . 
Pan. Mo quando donca? 
Cor. Maritate la signora Rosaura. 
Pan. Spero d'averla maridada. 
Cor. Con chi? 
Pan. Co sior Lelio. 
Cor. Rosaura e contenta? 
Pan. Sior Lelio dise de sì. 
Cor. Ed io vi dico di no . Ma viene la signora Bea* 

trice. Fatemi il piacere di partir subito. 
Pan. Volentiera . Arrecordeve quel , che v' ho dito . 
Cor. Ci parleremo. 
Pan. £ che no ghe sia altre difficoltà . Per la salute 

gnentej per l' economia me fido j per la zelosia, 

ve cognosso, e per Tetae, Corallina , laseghe pen- 
sar a mi. (t* rt ** 

SCE- 



Eg 



ATTO SECONDÒ. H 

SCENA XIV. 
Coralli** scia . 



li va di .qua , e Beatrice gira di là . Séta* altro ld 
vuole abbordare. Non le verrà fatto. Ho scoper- 
ete quello , che qòn mi sarei si facilmente creda- 
to . Vuojc sposar the ? S* ella è cosi , io faccia 
pure , che farà ^benissimo 1 ,; ed io da qui irinanzi , 
àe ho da diventare? padrona , cambiefo Stile affat- 
to, non .farò più la generosa con tutti . In que- 
sta casi gli scrocconi non troveranno più da far 
4 bene. 



Im* bW Atto So*nd** 



A T- 




ATTO TERZO- 



SCENA PRIMA. 



Or. 



a 



Coralli** y fot Frangiotto. 



*RA sì, mi conviene mutar registro. Chi me 
l'avesse mai detto , che io dovessi divenir padro- 
na! Sciocca , ch'io sono stata! Non me ne sono 
accorta mai , non ci pensava . Ora mi dispiace 
quello > che si è gettato. Mi pento ora delle su- 
perflue spese > che ho fatte fare al signor Panta- 
lone . Per causa mia tanti > e tanti -hanno man- 
giato a diluvio j ma in avvenire la cosa non an- 
elerà così . Si tratta di risparmiare per me , si ri- 
sparmiera davvero . Ecco Fraagtotto . Ha finito 

* £Ot 



^rro nuo, >i 

costui di farmi le grazie . Non voglio però ancora 

dir tatto , poiché il padrone si potrebbe ancora* 

• pentire. Non diciamo quattro, finché non è nel sacco. 

ir*. Corallina mia, quando sto due ore senza vederci, 

patisco . 
C*r m Ed io patisco , quando vi vedo. 
Tr* m Questo é segno , che mi volete bene. 
€#r. In che senso lo prendete voi il patimento , che h» 

nel vedervi? 
Tra. Lo prendo, e lo capisco nel vero senso. Io amo; 

per esempio , la minestra di maccheroni , e se li vedoj 

patisco , quando , vedendoli , non ne possa mangiare . 
Cèti Io ali* incontro patirei più > se vi dovessi mangiare. 
Ttm. Lo credo anch'io; perché mi volete bene; 
Cor. Davvero? 
£Vj0. Si certamente; Se fossi io cosa che si mangiasse * 

finirei di essere il vostro caro Frangiotto . 
ter. Mi consolo, che non lo siate, e non lo siete mai 

statd. v 

Tra. Brava; questo è amor vero . Se fossi già cosa vcn 

stra i passato sarebbe quel fortunato principio del-" 

le nostre contentezze matrimoniali. 
Or. Questo principio non verrà mai. 
JFtm. Sempre più conosco , che mi amate . Chi ama j 

teme . 
Or. Io non ho alc*m timóre . 
Tra-. Perché siete sicura dell'amar mio; 
O. No , perché ali* amor vostro non ci penso un fico .' 
TV». Come! 

C0r. Vi pare, che questo sia segno v d* amore? 
F». Mi par di no , veramente < 
Or. Ho piacere, che non vi stiate più a lusingare. 
Trm>. Conosco per altro, che voi scherzate. 
Or. Nò, no, assicuratevi, che parlo sinceramente. 
jF>*. Ma cornea Vi siete cangiata eod presto? « 

1 3 Cor. 



>* LA CASTALDA 

t)tt. Colui e un ghiotto, che non si sazia mai." 
Cor. Ella avrà desinato. (*d ÓtL 

tìtt. No, sono venuto a pranzare col vostro padrone . 
So , che egli ha dei forestieri . Non gli dispiace- 
rà , che io gli serva di compagnia . 
Cor. Anzi si chiamerà onorato da un personaggio di 

tanto merito. 
AH. È mi farò i onori della cusina. 
Cor. Bravissimo ; vi resteremo obbligati. 
Ott. Ma la cosa va troppo in lungo: per me non par-» 
lo , che sono avvezzo a mangiar tardi , e ohi man- 
gia bene ogni giorno , non patisce si facilmente . 
Ma i forestieri che hanno fatto il viaggio per 
acqua , avranno buono appetito . 
Ari Mi ogni zorn* me par d'esser in mar* Ho seni' 

pre una fame da mariner . 
Cor. Bisognerà dunque sollecitare * 
'Ott. Farete una cosa buona. 
Ari. Anca mi vt sarò obbliga . 
Cor. Voglio andare in cucina , e gridar col cuoco , se 

non fa presto. 
Ott. Sì, ditegli, che se non fa gran cose, non impor-f 

ta; ma che solleciti. 
Cor. Anch' ella, per quel che sento, anelerebbe a tavo* 

la volentieri. 
Ott. Non parlo per me 5 parlo per i forestieri . 
Ari. E mi no parlo per i forestieri, parlo per mi „ 
Cor. Ora darò piacere a tutti. Vado in cucina, e torno* 
Ari. Vegnirò anca mi, se la se contenta. 
Cor» No, non v'incomodate* 

Ott. Portatevi da vostra pari , che un giorno... Chi 
sai La casa mia sarà sempre a vostra disposizione* 
Cor. Farò capitale delle sue generose espressioni. 
Ari. Anca mi ve esebisso delle espressioni cordialissime » 
Cor. So quanto mi posso compromettere dell' uno , © 

dell* 



jtTTOTZ&ZO: st 

dell* altro . Vado , e torno . ( Or* ora voglio da* 
giisto a questi due affamati. ) ( parte t 

SCENA III. 

Ottavio , ed Arlecchino t 

Ott. J.VJ.A tu ti vuoi sempre frammischiare con me; 
Ari. Caro sior padron, semo qua tutti do per l'iste»- 

sa causa. >N 

Ott. Io sdn qui per la ronvers&ionc . 
Ari. £ mi son qui per la conversazion . 
Ott. Non ti basta mangiare una volta al giorno? 
Ari. Se ozi posso magnar do volte, randerà per quei 

dì, che sugo senza magnar. 
Ott. Se qualche giorno stai senza mangiare , non puoi 

lagnarti , sendo ancor io alla medesima condizione» 
Ari. La miapanza no l'ha gnome da far colla vostra. 
Ott. Il servitóre non può pretendere di aver più del 

padrone. 
ArL E ci padron no 1* ha da pretender se el magna 

elo, che zuna el so servitor. 
Ott. Basta per oggi , te la passo. 
«rftfrJ/'Xlagnemo ozi, che un altro zerno qualcòsa sarà* 
Ott. Credi tu, che oggi staremo bene? . 
Ari. Mi spexerave de si. 

Ott. Ci sono dei forestieri ; la tavola «ara magnifica * 
Ari. Anca in cusina no se starà mal . 
Ott. Ecco Corallina, che torna. 
Ari, Tutto xè all'ordene. Paxecchiemose a divorar < 



SCE- 



i$ 1ACASTALDA 

SCENA IV P 

Corsili**^ e ditti. 

Cor. UlCcomi di «toma. 

Ott. Come va la cucina? 

Cw. Male. 

Ari Cossa gh'c de novo? 

Cor. Male. 

Ott, II cuoco non ha fatta* 

Cor. Ha fatto. 

-rfr/. No xè cotto > 

&r. £ % cotte. 

Ott. Dunque non si mette in' tavola I 

Cor. Non si mette in tavola. 

Ari. No se magna? 

C<rr. Non si mangia pi$. 

n . Più ? 

C«r. Più. 

Ari. Mai più? 

Or. Mai più. 

Ott, Come va questa «osa? * 

*rfW. Cèm'eio sto negozio? 

Cor. Vi dito. Il croco fatato un bellissima desinare» 

Ott. Bravo . 

-*W. Pulito. 

Cor. Una zuppa 4' éiÈe-eoo due capponi . 

Or/ 1 . Buonissima. 

Ari. Preziosissima. 

Cor. Un pezzo di carne pasticciata, squisita, 

3tt. (Oh cara!) 
V/. (Oh vita mia!) 
Cor. Un arrosto di vitello , che consolava , 
Ott. Arlecchino i 

Atk 



A T T Q T E R Z O. S9 

Jrl Star padroni (tonsolsndost fr+ di loré. 

Or. E poi tre, o quattro piatti di ultimo gusto. 
Ott. Tutto bene. 
Ari. No se poi far meggiq. 
Or. £ poi... 
Ott. E poi? 
Ari E cusì? 

Or. £ poi $ e cosi , e così e cosi , e poi . Indovinacela , 
Ott. Che cos'è? 
Ari. Cos'è* sta? 
Cpr. Si è attaccato fuoco al cammino . Tutte le pei** 

tc4e sottosopra , le vivande disperse , il desinare 

in fumo. 
Ott. Eh! 
ArK Oh! 

Or Onde» signori miei, per oggi non si decina pia. 
Ott. Ih! 
^r/. Uhi 
Or. Però vi consiglio a non perdete il tempo In va* 

no, e andarvene a casa vostra. 
Ott. Da me non si è provveduto niente; 
Ari. No gh" avemo gnanea legne da impizzar ei fogo; 
Or. L'osteria non i moko lontana. 
Ott. Io all'osteria? N<m vi è pericolo» che ci vada. 
yfr& Non avemo un soldo. 
Or. Fate cosi -, andate a passeggiate > che vi passerà la 

fame. 
Ott. Ma il vostro cuoco tornerà a cucinare . 
Or. Oggi da noi non si desina pili. 
Ari. Se cenerà sta «.era? 
Or. Nemmeno. 
Ott. { forestieri come faranno? 
m>r. Or* ora se ne aneleranno, 
jtrl. Senza magnar? 
C#r ; Scoia mangiale, 

Ott. 



60 LA CAST ALDA 

On. E voi altri di casa non mangerete niente? 

Cor. Per oggi beverem^ la cioccolata. 

On. La tornerò a bevere ancora io . 

Ari. La bcverò anca mi. 

Cor. Or che ci penso, anche la cioccolata è in fumai 

On. Dunque? 

Cor. Dunque qui non si mangia > qui non si bere • 

Ari Senio licenziaci. 

Cor. Licenziati , e spediti . 

Ari. Senza remedio? 

Cor. Senza remissione. 

On, Andiamo. Era venuto qui per la compagnia, non 
era venuto qui per mangiare . A casa mia non* 
mi manca da desinare . Arlecchino , va subito a 
scannare due , o tre capponi . Schiaccia il capo a 
sei piccioni 5 ammana dodici quàglie del mio 
serbato jo. Avvisa il cuoco» che presto presto tiri 
la pasta per un pasticcio , e prepari una fauta ce» 
na> e voi Gorallina tate sapere «Ila compagnia del 
signor Pantalone , che in casa mia vi sarà da ce- 
na per tutti. (parte. 

Ari. Siora sì, diseghe a tutti , che i regna dal mio 
padron , che ghe sarà da cena per tutti , se i ghe 
ne porterà . ( parte j 

Cor. Gli scrocconi non torneranno più. Conosceranno , 
che non si vogliono . Se ho da esser io la padre*-; 
na, vo* risparmiare ; e quello , che vorrebbontf 
mangiar gli altri, lo vo* riserbare per me. 

S t E N A V. 

Corallina y e Rtsaura. • j^ 

Ito. V^Oràllinà mia, aiutatemi. . * 

Cor. Che c'è, signora Rosaura? Comandatemi -, san 
tutta per voi, Rai 






JL T T O T E R Z O. 61 

fss. Mio zio vuol maritarmi con quello sguajato di 
Lelio; nega di volermi dare a Fiorindo, ed io se 
non ho per marito questo , npn ne prendo altri 
assolutamente . 

Or. (Oh mi preme, ch'ella si mariti.) Non dubitate, 
signora , che farò io in modo, che sarete contenta . 

Hos. So, che mio zio ha della stima di voi . 

Cor. Così voi aveste della bontà per me. 

Xm. Che dite mài, Corallina ? Sapete pure , che vi vo- 
glio bene. 

Or. Ora ho bisogno, che mene vogliate pia che mai. 

Kos. Ed io ho bisogno di voi , nel caso in cui sono . 

Cor. Aiutiamoci insieme dunque. 

Kos. Che potrei fare per voi ? Disponete di me medesima , 

Cor. Sappiate , «ignora Rosaura , che , poche ore sono , 
il jsignor Pantalone mi si è dichiarato amante. 

Kos. Buono; tanto meglio per me. 

Cor. £ mi ha proposto di volermi sposare, 

Mss. Va benissimo. Fatelo, Corallina , fatelo per amor 
del cielo. 

Cor. Lo farò più volentieri , se voi mi date «animo a 
farlo . 

JU#. Ditegli di si a mio zio, ma con una coadizione. 

Cor. Con qual condizione? 

Kos. Che a me dia per marito il signor Fiorindo. 

Cor. £ per il resto siete contenta? 

Kos. Contentissima. 

Cor. Non dubitate dunque, che il signor Fiorindo sari 
per voi. 

Kos. £ voi resterete la padrona di questa casa. 

Cor. (Questo è quel, ch'io desidero.) 

Kos. Altrimenti io non mi marito; e avrete in casa una 
è- disperata . 

jfcw. Venite meco. Andiamo a vedere , se si può* par- 
lai» al signor Fiorindo. 
\ 9* 



t r 



è* iA CASTAÌÒÀ 

Hos. So 11 zio mi vede... 

Co*. Se siete meco, non abbiate paura. 

Ras. Andiamo dunque, se cosi vi piace. 

Cor. Oggi saremo tutte due contente . Ma ohi Io sari 
pia di noi ? 

Kos. Spererei, che dovesse esser maggiore la oda con- 
tentezza. 

Cor. Per qua! ragionò? 

Jtos. Perchè il mio fiposo è giovasi > e il vostre è 
vecchio. • (psrre . 

Or. Per me vorrei, eh' egli avesse altri ventanni di 
più , parche per ogni anno gli crescessero . mille 
scudi. (psrte. 

SCENA Vt 

Mittrice', 4 F*m*l*mt. 

te*. JL Àvoxisca, signor Pantalone : pare eh' ella mi 
sfugga. 

Poh. Son qua , cossa me coraabdela * 

Ita». E* vero , che ho scarso merito , ma k sua genti- 
lezza e tanto grande , che mi fa sperar qualche cosa. 

F*n. Cara siora Beatrice, la me mortifica . Se posso 
servirla , la me comanda. 

Bea. Veramente è star» troppo ardire il mio, venir qui 
a darle incomodo... 

t*m» Me maraveggio < La tè vegnua a favorir mia aezzau. 

Bea. Eh signor Pantalone > non sono venuto fui per là 
signora Rosaura. , 

?«». No ? Mo per cossa doncà ? 

Me*. Non idi è lecito dir di pili, rio dette anche troppo * 

fon. ( No la me despiase ; no la xè miga cattivo tocco . 1 

Jta»» Voi la mariterete presto Ja vostra nipote'. # 

JUu. Certo -, più presto, che poderò. ( 



irro tnzo, fi 

Bc*. E poi rescerete solo. 

?*». Ma ! Pur troppe . 

Bt*. Eh no , non resterete solo . Avrete la cara com* 
pagaia della vostra Castalda. 

Pan. Certo per dir el vero, de Corallina no «ne posso 
lamentar . 

Me*. Ma finalmente è una serVa. 

Psn. La zè una serva... 

Bea. Chi sa? Potrebbe anche divenir padrona. 

JU». Noi safia el primo caso. 

Bem. Beli* onore pei altro , chrvoi fareste alla vostra cast I 

Pmn, Saravelo un disonor per mi? 

Me*. Non so con qual faccia vorreste comparire fri i 
galant' uomini pari vostri. 

Psm. (L'ha fatto tanti altri* lo posso far anca mi, ) 

Bt*. Vi mancherebbero migliori paniti , se ne voleste? 

P*» m In sta età nò xc cusì facile. 

Be*. Più facile di quello * che vi pensate • 

P*m. Dizela dasseno? 

Bt*. Un uomo sano, ben fatto coinè siete voi, è de^ 
siderabile dà qualunque donna. « 

Pj». Oh che cara siora Beatrice 1 

Bt*. Molto pia poi da una vedova, che non ibbia cer- 
te frascherie nel capo. 

Pan. Cusì diseva anca mi. 

£m. Basta, che la vedova sia una donna civile, e non 
sia una servacela. 

P*m. No saveria cossa dir. 

Bcm. Ah signor Pantalone, se mf fosse, lecito di parlare . 

P*m. La parla, cara eia, la diga con libertà. 

Mtrn. Voi siete troppo innamorato della vostra Castalda» 
*P*w. Ghe dirò ... se podetave anca dar ... 

Bt*. Basta, se mi potessi di voi fidare. 

P4». La. se fida j no so mjga un putello, 

*€*. (Panni, che egli vada cedendo.}. (à* se* 

P*n. 



* 4 LACASTALD4 

Pan. (Se Corallina sentisse, poveretto mi!) (da sei 
Bea. Se vi confido ima cosa» mi promettete di tenerla 

in voi? 
Pan. Siora si , ghe lo prometto da galantomo . 
Bm. Bene, sappiate dunque.... 

SCENA VII. 

Corallina > * detti. 

Cor. V-/ H ! Perdonino «ono venuta innanzi senza 

badare. 

?*». Vegnì, vegnì, rossa voleu? 

Cor. Non voglio dar loro soggezione . Con sua licen- 
sa. (in atto di partire. 

Fan. Vegnl qua, ve digo. (No vorria desgustarla . ) 

Bea. Se ha qualche cosa da fare, lasciate pur , eh* el- 
la vada. (a Pont. 

Cor. Per ora non ho da far niente . Ma partirò per 
lasciar in libertà la signora Beatrice. 

Bea. Io di voi non mi prendo soggezione veruna. 

Cor. No , signora ? E pure può essere che io glie ne dta . 

fan. (Me par de esser in tun brutto intrigo.) 

Cor. ( Ora sono in impegno . ) 

Bea. (Se potessi fidarmi di questo vecchio?) 

Gor. Signor padrone, lo non sono mai stata di queRe, 
che abbiano voluto far dispiacere a nessuno . Ve- 
do , che la signora Beatrice mi guarda di mal' oc- 
chio, eiide sarà meglio , che io me ne vada di 
questa casa . 

Pan. Mo per cossa ? Sior no . Siora Beatrice xc una 
persona de garbo; no la gh* ha motivo de var- 
darve storto. Mi son paron de sta casa. Savcquel 
che v'ho 4ito za un ora , e me mara veggio, che 
parie cusl. 

Bea. 



ATTO TERZO. 6$ 

Mos. ( £' innamorato, non farò niente . ) 

Or. Vi dirò signore: é vero , che io non voglio dar 
dispiacere a nessuno; ma ho anche la delicatezza 
di non volerne soffrire. 

Pm». Chi ve da despiaser ? De cossa ve lamenteu ? 

B*m. La delicatissima signora Corallina vuol vedersi so- 
la. Ha troppa gelosia della sua autorità. 

Or. Penso al mio stato, penso al mio interesse, e sor* 
compatibile , se temo di perdere la mia fortuna . 

Pm». Ma come ? In che maniera ? Cossa ve andeu in- 
cordando? 

Or. Volete , eh' io vi dica il mio sogno ? Eccolo qui , 
signore : la signora Beatrice è una persona civile , 
una garbata vedova, una fresca donna. Ella è ve- 
nuta qui per accidente , e potrebbe restarvi per 
sempre . Il signor Pantalone > che vuole rimaritar- 
si, non farebbe cattiva giornata accomodandosi con 
una persona di tanto merito . In tal caso , che 
sarebbe di me ? La prima cosa : Corallina via . Vi 
pare , che abbia io ragione di scuotermi , e di 
domandarvi anticipatamente la mia licenza? (a Pan. 

Pm». No xè vera nissuna de ste cosse. (a Corsi. 

Et». Il signor Pantalone non ha veruna stima di me. 

Pm». La stimo anzi moltissimo. (. * Be». 

Cor. Il signor Pantalone non ha per me alcuna premura . 

Pm». No podc dir cusi : savi quel , che v' ho promesso . 

Or. Se è vero quello, che mi avete promesso , con- 
fermatelo ili faccia della signora Beatrice . 

Pm». Volè mo che diga in lazza della zente ... , 

Cor. Vi vergognate a dirlo ? 

Pm». Me vergogno un pochetto . 

Cor. Dunque siete un bugiardo , che mi vuol tradire . 

Be». Eh via , signor Pantalone . Pariate liberamente s se 
qualche cosa le avete detto per lusingarla, disia* 
pannatela . 
Lm CtstMld*. M Cor. 



66 LA CAST ALI) A 

Cor. Via , senza soggezione > dichiaratevi per la signora 
Beatrice . In confronto di lei devo cedere per ogni 
ragione . 

Bea. Il signor Pantalone è uomo civile, né vorrà farsi 
ridicolo per la piazza . 

Pan. (San tra V ancuzene, e el martello.) 

Cor. Caro signor Pantalone , conviene alfine , che ci se- 
pariamo del tutto . Perdonatemi , se non vi Jbo 
servito a misura del vostro merito ; non potrete 
però dolervi dell' amor mio , e della mia fedeltà . 
Per voi ho sagrili cato , posso dire > la più bella 
mia gioventù. Per voi ho lasciato tanti partiti 
per nuovamente accasarmi ; ma tutto era dovuto 
alla vostra boati. Vi lascio, signore > e ri pre- 

Edal cielo ogni bene . Vi domando perdono , se 
avuto l'ardire di lusingarmi d' essere da voi 
amata. Le mie speranze erano fondate sulle vo- 
stre generose espressioni j ma ora conosco 1' ingan- 
no mio, confesso la mia viltà, il mio demerito; 
e procurerò di scancellar la mia colpa a forza di 
lacrime, e di sospiri. (piangendo. 

Bea. (Che maledetta arte ha costei!) 

Pan. ( Singbitz&andó . ) No cara fia ... no me abbando? 
ne j ve voi ben ... sarc mia .;. 

Bea. Signor Pantalone... 

. Pan. Lasseme star , siora . Corallina xc el mio cuor , 
le mie vissere. 

Bea. Dunque... 

Pan. Donca la voi sposar. 

Bea. Signora Corallina, me ne rallegro, con lei. 

Cor. Quando sarò sposata le risponderò. ' 



SCE-r 



ATTO TERZO. 6* 

scena vni. 

Lelio, e detti. 

lei v3lgnorc > eccomi a ricevere il premio delle amo- 
rose mie pene . Sono sei óre e più , db* io ardo 
d' amore : è tempo ormai , che mi concediate ristoro . 

Fa». Xè sic ore , che se innamora ? Ve par assae ? Mi 
xè pia de sie anni» che sospiro > e ancuo speco 
de consolarne: 

Lek Consolate me ancora, per guanto vi è caro il fa- 
vore del Dio bendato . 

Pam. Adesso manderemo a chiamar la putta , è senti- 
remo da eia. 

Le!. Non e' e bisogno di mandarla à chiamare . Propi- 
zia sorte l'ha qui condotta. 

Ami Dove xela? 

Lei. Avete voi le traveggole? Eccola la beila rosa ver- 
miglia ... 

Fa». Chi ? La Castalda ? 

Lei. Questa qui, si, signore. Io non sapeva *, che aves- 
se nome Castalda. 

Csr. (Va benissimo per Rosaura. ) {d* se. 

Fa». Xelo matto sto sior? Cossa dìselo? (+ Cor* 

C*r. Signore , è corso un equivoco . figli mi ha preso 
per vostra nipote. 

Fa». E vu ave lassa cortei? (s Cor. 

C*r. Ringraziate la signora Beatrice • Ella à l'autrice 
di si bella scena . Élla per 1* appuntò , che vi ha 
condotti in casa due giovani ptft • involarvi « la. 
nipote , e la serva. 

Tam. Cusi , siora Beatrice ? 

&ca. Uno scherzo non mette in esse** cosa «AcujU . 

ÌA» é Ma de sti scherzi iti casa mia nò ce ohe ne fa- 
Ai ^ ^ ti 



ti LA CAST ALDA 

rà più > patrona . Ala scntio , sior Lelio ? Questì 
no la xè mia uezza , la te srada fin' adesso la 
mia Castalda, che tuoi dir la custode , la dire* 
trice , o sia la fàttora de sti mii Ioghi della rilla . 

Lei. Non so che dire . Spiacemi il cambiamento del 
grado > ma io non posso cambiar amore « Là spen- 
sero quantunque. 

Pan. No la la sposerà comunque ; 

Bea. Caro sior Lelio» la vuol per se il signor Pantalone . 

Cut. Eccola la di lui nipote . Favorite signora Ròsau-* 
ra ; venite innanzi . 

SCENA IX 

Résaura, e detti. 

Àós. JLJCcomi, chi mi Vuole/ 

Pan. Vedeu , sior ? Questa xè mia nezz& . ( a Lelia . 

Lei Corallina? 

Pan. No Corallina, Rosaura; Corallina xè quella. Cossi 
xè sto baratin de nomi? 

Càr. Tutti vezzi della signora Beatrice. 

Pan. Cara eia là prego.... (a Beat. 

Bea. Ho inteso, ho inteso. In casa Vostra noti mi vo- 
lete più. (a Tati. 

Lei. Signor Pantalóne, la dosa è accomodata. 

Tan. Come ? 

Lèi Sposerò la signora Rosaura . 

Pan. E 1' amor > che gh' avevi per una , se baratta ed 
l'altra? 

Lei Così e ; ardo pef te signora Rosaura . Conrien 
dire , che la forza del nome attragga dal mio 
cuore le fiamme. 

Rt>s. Ah signore zfé, vi pare , che un tal marito pos- 
sa piacermi? 

Lei, 



jtTTÓXÈ&ZO. *9 

Leh Si, mia cara, troverete in me quel merito , chd 

non cade sotto la pupilla degli oechj. 
Or. Signor Pantalone > ora e tempo di pubblicare la 
vostra intenzione . Dite alk presenza della nipo* 

te, vostra unica erede, l'idea che avete sopra di 

me , e sentiamo s' ella abbia nulla iti contrario . 
Hm, Sii fi* mi*> «appiè, che no destina de toflaper* 

mia maggior . Sta contatta ? Ve despia&ló sto 

matrimonio ? 
Ru. Per me son contantissima , anzi vi consiglio di 

farlo presto. 
Bt*. Mi meraviglio di vói, signora Kosàuft, ette sì po' 

co curate il decoro vostro... 
Tarn. Eia patrona, la se ne ifnpa&a in ti fatti soi ,• 

Siora sì , la voggio sposar , e che sia la verità , 

alla presenza de mia nezza , e de tutti , Voggio" 

darghe la man. 
Or. Ed io alla presenza di tutti raccerta. 
JBt*. Ora sonora Rosaura , durerete fatica a trovar ma-* 

rito. 
Lei. Son qui io, la prenderà io ; quello eh' Élla ha 

perduto, glielo renderò io. 
Or. Non s* incomodi , signor Lelio , che afta signora 

Rosaura non mancheranno mariti . Signor Pantalo- 
ne, ora son vostra moglie. 
PM. Si, cara, sé mia rnuggier. 
Or. La signora Rosaura dunque viene a essere nipote mia • 
Ts». Va sé so amia , e ghe sé in lògo de mare . 
Or. Quando dunque é cosi, la mariterò io. Favorisca y 

signor Florindè, ( *v$rs4 U setns , 



SC£- 



io LA CAST ALV A 

SCENA ULTIMA. 
Fior indo, è ietti . 

Fio. XLccomi a consolarmi con voi... 

Cor. Ed io per potermi con voi consolar egualmente ; 
ecco , che vi offerisco della signora Rottura la mano . 

Fio. Sarò felicissimo > s'ella acconsente > e se l'accorda 
amorosamente il signor Pantalone . 

Fan. Quel che fa Corallina , xè sempre ben fatto . 

Lei. Ed io resterò senza moglie? 

Bea. Dopo due matrimonj ridicoli) vi varrebbe il terzo. 

Cor. Si può far facilmente , s ella si marita col signor 
Lelio. (# Mestrue. 

Lei. Io non dico di nò. 

Bea. Ed io per non soffrire altre impertinenze da que- 
sta casa, sarà meglio che io me ne vada. 

C$r. Compatisca , signora» se qualche cosa le è dispia- 
ciuto . Finalmente, credo di essere compatibile 
anch'io. Son' anni che servo il padcone , ed egli 
in premio della mia servirà , o per meglio dire 
per effetto della mia condotta > di serva mi ha 
volato fare padrona , e sul punto di fac ut si bel 
passaggio , ogni cosa mi dava ombra , ogni cosa 
mi faceva tremare . Ora sono contenta > ora sono 
sposata , e si moltiplica il mio contento con quel- 
lo della signora Rosaura . Se per lo passato, soao 
. stata al signor Pantalone un' amorosa serva > rU 
sarò in avvenire una discreta moglie , studiando 
ogni più dolce maniera, perchè egli non si pen- 
ta d' avere onorato colla sua mano la sua Ca- 
stalda . 

Fine della Commedia. 

Uoi 



7? 

3ST OI RIFORMATORI 

DELLO STUDJO DJ PADOVA, . 

J\\tndo veduto per la Fede di Revisione , ed Appio* 
vazione del P. Fr. Gio: Tommaso Mascheroni In- 
quisitor Generale del Santo Offizio di Venezia, nel 
Libro intitolato : Le Commedie di Carlo Goldoni ec m 
non vi esser cosa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica, e parimente per Attcstato del Segreta- 
rio Nostro > niente contro Principi » e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antonio Zana Staro» 
pator di Venezia che possa essere stampato , os- 
servando gli ordini in materia di Stampe , e pre- 
sentando le solite Copie alle pubbliche Librerie di 
Venezia, e di Padova. 
Par, li io. Aprile 178*. 

( Andrea Qmerini £if, 
( Pietro Barbarico Rif. 
( Francesco Morosini a,° Cav^Proc. Rif, 

Registrato in Libro a Carte 188. alNum. 1709. 

Giuseppe Gradendo Segr^ 

zo. Aprile 17 %6* 

JUgistrato a Carte 134. nel Libro esistente presso 
gli Illustrissimi ed Eccell. Sig. Esecutori contro 
la Bestemmia. 

Giannantonio Mah* Co ss ali Nod* 



LA DONNA VOLUBILE 
COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA 



Rappresentata per la prima volta in Venezia il Cai* 
norak dell'- Jorio MDCCLKI. 



1* Dmtm VMM*. N BER- 



PERSONA GG I. 

PANTALONE mercante Veneziano. 

SS? 4 }*«¥-• 

COLOMBINA prima cameriera. 

CORALLINA seconda cameriera . 

Il DOTTOR Brattami * 

FLÒRINDO di lui figliuolo . 

BEATRICE. 

ELEONORA. 

LELIO. 

ANSELMO mercante ricco delle Vallate di Bergamo. 

BRIGHELLA servitore di PANTALONE. 

Un Cameriere di ELEONORA. 

Un Servitore di BEATRICE. \ 

TIRITOEOLO servitore di ANSELMO. 



La Scena si rappresenta in Venezia* 



AT- 



%*D*nn* JGùtAife - 



jfttùI.ScJL. 




ATTO PRIMO- 

SCENA PRIMA, 

Camera di Rosata». 

BtsMMf* vestita pomposamente a sedere ad un tavolino 
collo sf occhio m mano. 



Q 



Uesta scuffia mi sta malissimo ; non si confà nien- 
te ali' aria del mio viso ; mi fa parer brutta . Se 
Tiene il signor Florindo , e mi vede con questa 
scuffia , non mi conosce più . Oh nc*i mi servo 
mai pia di questa scuffiata 1 Gran disgrazia è la 
mia! Ho cambiato più di trenta scuffiare ; tutte 
per un poco mi servono bene , a poi cambiano 
N % la 



* LA DONNA IVLUBILE 

V '.fa mano» e mi servono male. Questa scuffia non 
la voglio assolutamente . Ehi , donne » dove siete ? 
Dove siete donne? 

S C E N A II. 

Colombina , e dett* . ' ■ 

' Col. J-jCcomi , «ignora . 

Ros. Guarda, Colombina > questa scuffia mi sta male, 
non e egli vero? 

X:&L Mi pax 3 cjie stia bene . <; 

R#i m Oìtk> -, non mi posso vedere . 

CoL E pure e quella, che vi piaceva tanto . Jeri di- 
ceste , che non avete inai avuto una «scuffia me- 
glio fitta. 

Kt»j. Jeri mj ^pareva , che ''guidasse bene , e oggi no . 

Col. Compatitemi, signora padrona, siete un poco vo- 
lubile . 

Ros. Impertinente, cosi parli di me? 

C* /. Via , compatitemi , 1' ho detto senza intenzione d* 
offendervi . 

Ros. Va via di qua. 

Col. Non credeva, che l'aveste per male. So, che mi 
volete bene , e che da me soffrite qualche bar- 
zelletta. 

Ros. Non voglio barzellette. Corallina, dove sei ? 

( cbisms . 

Col. Come , signora , chiamerete la sottocameriera ? 
Farete a me questo torto ? 

Mos. Mi voglio far servire da chi voglio io , e tu va 
via di qui. 

Col. Vi aveva da dire una cosa • per parte del signor 
Lelio. 

Ros. Non loglio sentir parlar di Lelio.. 

Cai. 



ATTQFAIMO. $ 

Cd Mi diceste pare jeri , che lo salutassi per f*&% 
vostra. 

R*s. So, che e stato in casi della signora Eleonora > 
mo lo voglio pia per nulla. 

CW. La signora Eleonora è pur vostra amica. 

Ita A , a > * mia amica ! Se verri da me» ci avri 
poco gusto. 

C$1. Ma, cara signora padrona, io vi voglio bene » e 
vi parlo per vostro bene . Jeri avete filtro tante 
finosze alla signora Eleonora ; avete dette tante 
belle parole al signor Lelio > e oggi non lo vole- 
te ientir nominare. Che concetto volete , che si 
faccia di voi? 

£*. Va via di qua . 

C*L Sa , ri , vado. ( Vi vuol pazienza > e bisogna com- 
patire il temperamento.) 

$ C E N A IU. 

Cérslli**, g R$ss*rM. 

Mài. VjOrallina. 

Or. Signora. 

R*s. Non sentir Ti ho chiamato tre volte. 

e#r. Compatitemi , ho sentito ; ma quando vi è G*t 
kantuna, non ardisco vanire» 

Jto. Perché ? 

C*r. Perchè colei mi perseguita ; dice, eh" io sono la 
«ottocameriera , che a me non tocca a venire ili 
carne», e qualche volta si ditela di allungare le 



Jt#* Pttfra Corallina , vien qol caca , ci voglio tutto 
il mio bene . Irr arrenile voglio servitoli tnicat 
mente di te . 

C*w. (Oli! «Che vuol dire questa sttfttagftlfi* ? } N 



è LA DONNA VOLUBILE, 

•Jtor. Dimmi': non è vero, che questa scuffia starnale» 

Cor. SÌ , sì , signora , sta malissimo. ( Voglio secon- 
darla . ) 

kos. Oh , tu sci una giovane che intende . Colombina è 
una ignorantaccia . 

Cor. Non fo per lodarmi 5 ma anch' io 'so far qualche 
cosa . 

Mos. Sai far le scuffie? 

Cor. Sì , signora , le sa fare : ne ho fatta una per la 
signora Diana vostra sorella. 

Kos. Lasciamela vedere . 

Cor. Subito . ( farti por fig litro U scuffi* , poi ritorna . 

Ros. Colombina non la voglio più , è troppo pettego- 
la. Corallina da qualche tempo in qui ha messo 
giudizio: e* divenuta una buona cameriera , mi vo- 
glio servir di lei. 

Cor. Signora , ecco la scuffia . 

Ros. Bella, bella.» mi piace infinitamente . Tu ne sai 
molto più di Colombina. 

Cor. ( Oh che miracolo l Ha* sempre sprezzate fé mie 
fatture , e oggi le loda . ) ' ( d* se . 

Ros. Tu sei una giovane spiritosa. 

Cor. Signora, io non so se abbia fatto bene, o male, 
ma credo di aver fatto bene. 

kXos. Che cos* hai fatto ? 

Cor. E 1 venuta per ritrovarvi la signora Beatrice , ed 
io le ho detto , che siete impedita . 

Afe;* Perché le hai detto cosi t 

Cor. Perchè jeri sera ho sentito quanto male avete det- 
to di lei .. Ho sentito , che .eravate con essa fie- 
ramente arrabbiata , onde ho giudicato , che non 
• k vogliate rjoeyere. * 

ftp?.. Hai fatto, male : mi dispiace, che sia andata via. 

Cor. Non sarà andata via . Si è fermata a.d is co ri e i e 
con vostra wejl*. r : .. -• ' 



ATTO PRIMO. r 

Ita Ptettt>, falla ycnirc da me. 

Cn. Ma, jeti sera... ,n v \ 

Més. Jeri sera mi sono state dette delle cose di lei, 

che ho scoperto non esser vere -. Io non ho coU 

leu , e le voglio parlare. 
Or. Dunque la farò venire. (Oh che cervello volubile !) 

{fitti. 

*#/. Quella cara Eleonora me la pagherà . Sa, che- il 
signor Lelio ha della stima per me , ed ella pro- 
cara tirarlo a se ? Che amica finta ! Che cuor 
doppio ! Ma Lelio non avrà più da me una fines» 
za. Quando amo, voglio esser- salali :.;•/ r. •' 



M, 



S C E, N A IV. 
ìéstric* V * Mtssur*. 



LI dispiace esservi di.- disturbo . . .•> > 

JUi. No» cara amica > ansi mi avete sarto UuT piacer 

«ingoiare a favoròmi, colla vostra vìsita •• :. 
So*. Mi è stato detto una cosa > ma non la credo* 

Mi è stato supposto > che jcri sera travate in 

collera meco. .-.'.» 

t#s. Io, in collera con voi? Mi .maraviglio'» che; coca 

• mi avete latto ? 
Bau Questo è quello , che diceva sta me » non sa 

d'avervi fatto nulla. * 
Jto. Male lingue, amica cara, male lìngue . Che sì , 

che indovino chi ve Tha detto ? 
Bem. Via, indovinate. 
X*s. La signora Eleonora. 
Bm. No, v'ingannate. 
M*s. Ahti eh' ella non poi essere stata , 
Bes, Vi giuro sull* onor mio, che. non c\.itero. * 
iUr. Dunuue , chi ve 1* ha detto ì 

. » N 4 A». 



* LA DONNA VOLUBILE 

$t*. Non posso dirlo. 

Kos. Se non me lo dice , dirò , che non fitte conto di 

me. 
£«** Via, la dirò., è stata Corallina* 
B*s. Corallina? Oh disgraziata! 

SCENA V. 

Ctrtllms, $ detti* 

Ctr. ^Ignora.., 

3*#. Va via di qui. 

Or. Senta». 

R*s. Va via di qua , ti dico , e in questa camera non 

venir mai pia. 
Cor. La signora Diana vuol la sua scuffia . 
Ito. Tieni questo bel cencio . {giUU gotta in facci*. 
Cor. (Se lo dico, che è pazza.) (f*r$*„ 

Bos. Mi dispiace > che per cause mia pendiate ad 

odiate quella povera ragazza. . 
&*/. Ditemi amica , quantT è che non avete veduto il 

signor Florindo ? > 

jBes> E* qualche giorno, che non lo vedo, 
£•*• Che dite eh ? Che giovine .di garbo-, . „ che bel 

giovine .„ Sediamo , sediamo: ehi * chi è di* li > 
Vos. ( Come 1 Rosaura amante di Florindo « Costei è 

mia rivale. J ' 

■ » 

S C E N A VI 

Colombina y e le dm suddette* 

S. ,.. • 
Ignora, • >•..;:•• % 

Kos. Pòrca due sedie. 
Coi Signora si. 

• ito. 



Mèi. Che hai, ci» sei ingrugnata* 

Col. Perchè non si fa serrile da Corallina ?;...; 

Ito. Via, ria, patfarella. Sai, che U collera mi pas- 
• sa presso* . , ' . •_ „ 

CW. ( Non è mai per un giara» intiero del medesima 
umore.) (ne* U 4m niieffi >pm**^ 

ita.- Orsi sediamo» e disserriamo un poco diFlctowkx. 
.Non e vero* ch'egli è un .bel. giovine? 

Ite*. Si j è verissimo. (Ma per te non sarij (.d* se. 

Ai. Ha die begli occhj . Ha delle cosette boeme . - 

Bm. Ma ditemi , còme ve la passate col. signor Lelio? 

Anu Oh, non me lo state a nominare nemmeno. JEgli 
è sema garbo» senza grazia; nonio posso vedere. 

2fe«. Cqme dite ora tanto mak del signor Lelio , se 
l'altro giorno era il vostro diletto? 

Ito. Non lo conosceva bene . ,Oia F ha conosciuto me-, 
glio i e poi fa le grazie con la signora Eleonora . 

Jn* (Ora capisco perché ne dice male.) . : (ds *r 9 

Jto, Ma quei Florindft, che direni studi Càio Fior indo, 

non è un giovane* che consola a mirarla^ .• 
àjna Lo sa il signor Pantalone vostro padre * che vi 
piace Ftarjndò ? 

A*;. Non lo sa ; anzi jeri mi propose per marito un 
certo Anselmo inescante di montagna ». ed io. per 
rabbia ho detto di. si . 

-2tot> ti ora , come andata con vostro padre t 

Rsf^ Dàxà di sto « 

Jfo». Basta, che siate a tempo, d non vi voglia obbli- 
gare a sposarlo , . 

*#/. Oh non vi è pericolo. Mio padre mi ama tene- 
ramente ; fa tutto quello eh! io vogliocp non mi 
disgutte^bbe per tutto l*wo dei rnpndo « Caca 
«saptorà Beatrice , voi siete la pia cara amica , 
ch'io m'abbia, a voi solrxònfid» itsaio tfuorc. 

Co- 



io LA BOHKA VOLUBÙS 

Come mai potiti fise a patiate col signor Ho» 

riodo! * • 
Rt*. Ingegnatevi. 
jRw # Voi mi potreste ajutarc; potreste condurlo da me 

in compagnia vostra. 
J*a Clio! Vorreste, 'eh* io vi facessi la mezzana! 
Rms. A un* amica non si può fare un piacete» Farei lo 

stesso per voi.. finalmente, Fiorando ed lodiamo 
■ da maritare . 
Be*. Basca * ne parleremo. (Anzi to' fate il possibile, 

perchè nemmeno lo veda.) 
, Rcs. Oh, ecco mio padre . ( s simun. 

S C E N A VII 

Pjnàrft**, • 1$ $nàà**$ . 

Ervitor obbligarissimo . (s Btsttù** 

£t* Gli som serva , signor Pantalone. 
fan. Fia mia cassa fasta? Xesra de bona voggia? 

. (m Rossm*. 
Ros. Ora mi sento bene . Vi è qui k mia cara 'amica, 

che viene a consolarmi. 
*4». Si? Ho piaser, che la siora Beatrice te sta cara» 

e che la se degna de farte compagnia. 
Ros. Si, signora Beatrice» venite spesco. a ritrovarmi , 

venite ogni giorno, venite a pranzo con noi. - 
2*4w Vi ringrazio delle vostre cottosi esibizioni > sarò 

guanto prima a rivedervi . ( Verrò per discoprir 

terreno, ) Se mi date licenza , io parto* 
Rt>s. ;Eh no , non partite . . 
JVwt. Lassa» che la vaga* che t'ho da parlar. 

; - . . .(Jtùfc* * Jtafwr*. 
£r*~Per compiacervi .resterò * * x ..* . > - 



arro pjr i.m o. . . tx 

Mps. Basta > se volete andare , siete padrona. i&*ci cu* 

riosa di sentire .che casa ha dal dirmi mio-padre .) 
£e*. Non voglio, che diciate^ aheub non iste volen* 

tieri con voi . Resterò ancora un poco . . ^ . \ 
Rts. No, no, non vi prÒKlete-mconflxfo : andate pine. 
£**. Ma se vi dico, che resterò^ 
2U*. Ma se vi dico, «he andiate. •- ... 

BeM. Pare, che ora .mi discacciate; 
Ito*. Oh, no cara, non vi discaccio. • . 

3m. Basta > anderà. : ; 

Kos. (Sì, andate, e ricordatevi di condor Fiorini).) 

•{piano J» Ja* 
Sm. Bene, benej riverisco il signor Pantalone: amica, 

addio. * j -! 

Tan. Ghe fazzo reverenza. 
he*. Per ora ho rilevato tanto che basta „ Sapuò rego* 

Ianni. <.>;:••* 

SCENA Vili 

Témtmlotu , e JR*j**r*. ..." .rw 

E. * 
Bene, signor padre, che «osa avete daxDrmi? 
Pmb. T'ho da dar una bona nova. » 
1U/. £ in che consiste ? 

P*#. £1 Sansa ha fatto pulito. £1 t'ha messo in gra- 
zia a quel sior Anselmo, che ti sa; l'ha mostri 
de trovarme a caso, e semo in parola. 
Ito. Ma io non io conosco, e dubito -di non' volerlo. 
Ah*. Mo se gier sera ti m'ha dka.de sK- 
JUs. Se ho da maritarmi , nonvogHo andar lontana da 

questa città. *j . 

Tsn. Cara fia, el xé un, omo ricco de mitkmLs un 
omo che va alla. bona -, ma che gh* ha deL bezzi 

as- 



Il . ZA BORNA POWBÌUL 

éssae » che ac tram ben > e dw al so paese tè 

stima come uà gran signor . 
Ito. Confinarmi .sopra ntui montagna, i Oh non tara 

possibile* ... 

Pam. Ma perchè gier seta m* astu dica de sì ì 
Kos. L'ho detto senza pensare. 
fin. Bella cossa! Adesso per causa toa son in tun bel 

impegno . Ho promesso a quel galantomo de far, 

che el te veda. > e no so come far a mancar. 
Ros. Oh, se mi vuol vedere è padrone. Fatelo pur ve- 
nire. N 
fém. £ se ti ghe piasessi? 
ftp. Non. basta , eh* io piaccia à lui j bisogni vedere 

se egli piace a me . 
Pan. £ se a ti el te piasessc? 
Bék Oh> è impossibile, 
ts*. Perché impossibile? Vienqua desgraziadelta , viefl 

<juà, confidetecon mi; ti sa, chete voggio ben. 

Gh* astu gualche amoretto ì 
Ito. Per dirVela... non ho coraggio 4 
t*n. Via, parleme liberamente, ti téla mia cara fia. 

Ti xè la mia prima , a ti te voggio più ben ; 

farò de tutto per Consolane. 
Ras; Caio signor padre , Io prenderei volentieri il signor 

Florindo . 
?m*. Florindo xc un putto, che no me despiase, Biso* 

gnerà veder mo, se elio te vorrà ti. 
Sjos. Eh, mi vorrà, mi vorrà* 
?*n. Lo sastu de seguro ì 
Kos. Mi vorrai mi vorrà. 
?*n. Mi vorrà, mi vorrà* eh putta, putta. Basta de* 

strighete presto, che n<f voggio pia deventar ma*» 

to . Co t'ho maridà ti , voi maridar peli' altra > 

. e pò son fera de tutti i intrighi . 
**/♦ Che?: Non maritate mia sordi* prima di joe. 



ATTO P Jt 2 M O. * 9 

As». No , no te dubitar, no te fero sto torto. 

ito. Eh, datemi il signor Fiariodo. 

?*». Oggio d'andar mi a cercar el Jnarioper mia fu* 

Ito. No, no, Terrà egli da toì . 

?m. Se d vegpixà , te prometeo de oonsolarte, 

Rn. Caro padre , voi mi date la vita* 

?«*, Ma arrecordite ben , se vie* aio sior Anselmo , 
fcuogna, che lo riceva per civiltà» e che « lassa 
veder per convenienza. 

Ita Si» si» eie mi reda pare ; ma aitando ini averi 
veduta, potrà leccarsi le dita. 

fém. £ pur la sarave la to fortuna» 

ito. Io non penso, che a esser contenta . A me non 
importa di denari» di abiti, -di grandezze. Se tro- 
vo un marito , che mi voglia bene , non cerco 
altro. (Caro il mio florindo , stimo pie un tan- 
tino del tuo bene, che aon istuno male-milioni .) 

Tarn. Ma! co se gh* ha delle putte , san se su mai 
quieti* Vi <jul st' altra. Vardè co granda chela 
vien. Anca ella un de «ti dì , si ben che da xc 
una gnocca, la vorrà mano. 

SCENA IX* 

Ita*», t Fmt * Ì H$9. 

J>s». kJ£rva sua, signor padre* 
?*». Bendi sioria, siora fe. 
J>mi Vorrei pregarvi d'una grana* 
Fmm. Cossa voleu starar 
J>U. Non voatei pai dormire con Corallina. 
*mb. Paddi 

TH* m Perchè la notte' si sogna , e mi dà dei pugni . 
Tmn. Vede ben , vu domi ce* GotaUina, Itmura dor- 
me 



t+ LA DONNA WWEILM 

me con Colombina . Ve dago una. cameriera per 

una , acciò che abbié compagnia. 
Di*. Ma io con Corallina non rogito pia dormire. 
P*n. Sola» no sta ben, che dormi. 
Di*. Anche Corallina ha detto , che non Tuoi più dor- 
mire con me* 
P*». Nò? Per cossa? 
Di*. Perchè dice ,- che un giorno acari in compagnia 

di Brighella. 
T*n>: Benissimo , i se fe l' amor , se i se sposerà » i 

starà insieme.. 
Di*. Se Corallina può star con. Brighella» vi posso star 

re anch'io. 
?*»: Orsù , a monte sti discorsi. Ande a lavorar . Fé 
< . sa le yostre camise , le vostre traverse : parec- 

chieve anca vu la vostra dota. 
Di*. Oh, la. mia dote , è un pezso, eh' è ratta. 
2*n. Chi ve l'ha fatta? 
J>ù». Mia madre. 
¥*». Vostra more v* ha lassa della robba , e dell' in- 

trada, e mi ve darò jie mille ducati. . 
Di*. Sei mila ducati? Quanti soidi fanno? 
T*n. Ti staressi fresca , se ti volessi contar sie mille 

ducati in. tanti soldi . Sastu , che i fa più de 

settecento mille soldi? 
Di*. Già io non. so contar altro, che sino al venti. 
F*n. Brava, ti xè una putta de garbo . Co ti averi 

da governar una casa , ti farà una bella figura. 
Di*, lo governar la casa? Ci sono le cameriere . 
?*n. Oh no digo in sta casa. 
Di*. Che! Mi volete mettere a setvire ? 
?*». Ve voi metter a servir un mario . 
Dia. Se avessi un marito vorrei, ch'egli servisse me. 
?**. Come mo vorressi , eh* d ve servisse? 
Di*. Vorrei, che mi scaldasse i piedi. 

tsm. 



.A T TV PRIMO. l? 

ftns. Che ei Te scaldasse i pie, e non altro? *. 

2>is. I piedi, e le mani. Che cosa si & dei mariti? 
Servono per iscaldarsi . 

Jhm. Mi no so cossa ti intendi de dir. Sastu oossa , 
che tè mano ? 

Iti». Oh se lo so. E* quella cassetta , che serre per 
scaldare le donne > quando hanno freddo. 

Tmb. Ai scalda pie ti ghe disi mano? 

Dm. Qui tutti dicono cosi . ... 

Fmb. ( Mo h xè un poco troppa semplice .) Mi mo , 
redistu, te roggio dar un' altra sorte- de mario. 

Dia. Io lo prenderò come me lo darete . 

Jta». Te darò un omo per mario, che te tegnirà com- 
pagnia, che stari con ti, di e notte, e cussi no 
ti gh' arerà paura, e no ti dormiri più con Co-» 
rallìna. 

Dia, Vi sono due giorinotti , che mi hanno esibito di 
tenermi compagnia» 

?m*. (Oh, bisogna, che la destriga presto). Chi xelit 

DiiL.lJno è il figlio del signor Pancrazio, e 1* altro il 
figlio del signor Fabrizio. 

tm. (No i me dcspiase né V un, né V altro) . Chi 
torresst pia rofenriera de sti do ? 

Z>ìm. Io li prenderei tutti due. 

Tmm, (Oh poveretto mi!) Via, andè là, parleremo. 

Iftk Se me ne arete a dare un solo , datemi il figlio 
del signor Fabrizio. - 

*mb. Perché mo quello, e no quell'altro? 

Dm, Perche- è paà grande. 

Tm*. Oh ria, no voi sentir altro. 

Di*. Basta > -fine ma . Con Corallina non rogito pia 
dormite. Se roi non mi «vate compagnia, pre- 
gherò qualcheduno , rhe renga a farorirmi • 

Ts*. Oh, lagheiK tiortria de fori pochi, che la Er- 
rori* 



i* za domita mnmiu 

vorirave . Ada mi ghe rimedicrò . Set patta z# 
troppo semplice » e in casa no la sta ben; o li 
manderò , o la manderò da so amia , che le ima 
donna» che gh'ha giudizio . Gran cassa xè que- 
sta ! se le -putte xè furbe , le poi fallar per ma* 
iizia , se le xè gnocchc , fc poi precipitar per 
troppa innocenza . Xè meggio non avergliene; 
ma co se ghe n'ha, bisogna badarghe» co r r egger 
le spiritose , illuminar le semplici , con quelle ri- 
gor , con queste dolcezza , e con tutte oechj in 
tesa , giudizio in casa , e co le xè in ti anni 
della discrezioft > deserigarle de casa > darghe sta* 
to , e liherarse dal peso de custodirle » e dal pe- 
ricolo de rovinarle» (f*rt*. 

SCENA X. 

Cor*llinA) 9 Brighellm* 

C$r. -L* Così, Brighella mio» quando condoliamo le 
nostre nozze. 

2*. No ve dubitè» faremo presto . Ho dito quakfec 
cosa al padron » e anca la me agiuterà . Se spo- 
seremo» metteremo su una botteghetta» e lassere- 
mo star de servir. 

C&r. Oh il cielo lo voglia i Questo servire è pur una 
cosa cattiva > e poi in questa casa non ci starci 
per causa della signora Rosàura ... E* fastidiosa; 
si cambia da un momento all' altro , e non ma 
può vedere. 

3rì. Soportè ancora un poco* e non Te dubito» che ve 

sposerò. (Quanto ti è minchiona, se. ti lo credi. ) 

'* . • ; (** **• 

O. £ poi vi è anche quella cara Colombina » che mi 
perseguita-, e non mi lasciar aver fatue, 

Bri. 



ATTO* RIMO. 17 

Jrj. Ande remo via,.c non la vedere mai più . 

Cor. Ma quando si conchiudcranno le nostre nozze? 

JM, Aspetto de aver fatto un poco de capital de aver- 
zer bottega > e pò subito se distrigheremo . 

jC*r. Quanto vj Rancai ? 

$r/, Se gh" avesse, tre zecchini» compreiia della cordella \ 
che me manca , e poderia destrigarme anca dol- 
man .- Do z ecchini ti gh'bo, e mene manca uno 

Cor. Vi manca un zecchino ? 

$ri. S} ben,, con tre «wccbini fohp a cavallo. 

Cor. Se fossa-vero,, ve lo darei k> . 

Bri. Cornei A mi no ine cn&èì Demclo , e vedere. 

ppr. Ora lo vado a prendere. V ho avanzato dai mio 
salario. Caro Brighella » Te Io dò. Di voi mi fi- 
do, e vi pregQ a far proto. 

Bri. Andelo atoj,ciadQor*me sbrigo . 

Cor. ( Non vedo 1' ora di Hftite di questa casa . Oh 
se potessi essere sposa prima di Colombina , la 
vorrei far crepar d' invida . (P* rte * 

fri. Intanto chiapperemo sto Cecchin . Mi maridar me ? 
Oh, np son cussi matto. Me vado divertendo co 
stc massexe , e co le posso .pelar > > lo razzo col 
jnazor gusa> del rfiQn&fr. , • 

S C \ N A XU 

ColomUnA* è XrigMfc * 

Col. IJRighella, la padrona vi cercava. 

fri. Chi ? Siora Rosaura ì No vojq diventar mattò eoa 
eia. 

Col. Voi siete Mn servitore garbato. Voliate tutte le co- 
se a vostro modo. 

fri. Cara siora Colombina , mi nò so cossa che gh* 
abbiè con mi . Da poco in qua no mt podc veder . 
£* Donna Volubili. '' Q Col. 



i$ 1A DOtìNA POLÌTÈhM 

Col. Che cosa v* importa di me ? Non atee* doratimi * 
che è la vostra diletta? 

Bri. Corallina, lamia diletta? Chi v'ha ditosp sprò> 
posito ? . 

Col. Eh, che non son orba , he sorda. Vedo , e sèn* 
to > e so quel i che dico* 

Sri In verità v* ingannè . 

Col. Ditemi un poco , che tosa facevi jeri seta nclk 
sua camera? 

Bri. Ve dirò, ve parlerò sinceramente . Xè arriva uh 
mio parente in cattivo stato , e* P è ricorso da 
mi . Mi no gli' ho bezzi da podcrlo agiutar . Gite 
n'ho domandi al padfon, noi me n* ha volsudò 
dar. Corallina ha sentidò, che me lamentava, la 
m'ha dito se voi un zecchin , che la me Io im- 
presterà , mi ho accetta la se esibizioii , e la tìf 
ha promesso de darmelo*. 

Col. Ve l'ha dato? 

Bri. No la me l'ha gnancora il. 

Coi Basta , 4é vi foste degnato di parlare con me , tfia 
zecchino ve lo avrei dato ancor io . 

.Bri. Cara Colombina» semo ancora in tempo. Zà> che 
Corallina non me 1* ha dà , mi ti torrò pia vo* 
lentiera da vu, che da eia. 

Col. Ma poi non mi guarderete in faccia. 

Sri. Me maravejo > son un galantomo : son un orna * 
che sa esser grato , e a chi me fa un servizio * 
procuro de fargliene do, se posso. 

Col. A me basterebbe una cosa sola . 

Bri Che voi dir? 

Col. Che mi voleste bene. 

Bri. Mi mo , Ab volerve ben n<* me contentò , 

Col. No ? Perche ? 

Bri Perchè ve vorria anta sposar • 

C$1. Oh guanto sarebbe meglio V 

Bri 



ÀT T O 'i À 1 Jl Ò. rp 

Bri In quattro paiole se fa tutto. Subito , cfic m ti€ 
destrigà de sto mio parente , la discorreremo . 

ci/. Andatevi a spicciare. 

Bri. Co gh'ho «1 zecchin, vago subito. 

Ctl. Lo vado a prendere in questo momento . ( Voglio 
hi morire di rabbia quella pettegola di Coralli 
na . ( fam\ 

tri. Oh che bella cassa! cavarghe un zecchin per una; 
e burlarle tutte dol £cco qua Corallina. 

SCENA XII. 

CwàLtium, è BrigbilU. 

à*r. liCcomi con lo zecchino. 

Bri. Oh bora! Ve son: tanto obbliga. £1 metteremo 

in conto de dota. 
Or. Tenete , e oliando mi sposerete yò ne datò altri 

tre. 
Bri Stava, pulito. (Poi esder* che ghe li magnasene 

za sposarla.) {d* sé; 

€*r. Ricordatevi di far presto . 
Sri. No Ve dnbitè gnente. Me preme anca mi . 
Cor. Ecco qui Colombina . 
Bri. Ande via , no re lasse veder. 
O. Oh, Toglio iter qui . Non ho paftfa dt lei; 

SCENA xni 

CoUmbin*, § ditti. 

Cd. Signor Brighella, gli fi potrebbe' dirima parola 1 ! 
Bri, Son a servirla» patròna. Aspetti. (a Cpràllins. 
CW. ( Sempre con colei . j (ds sì. 

Cwr. (Che mai vorrà da Brighella >)* \d* i*. 

q » C$1. 



s 



.*o LA DOSNA SOLUBILE 

Col. (Ve 1* ha dai» ella lo zecchino? ) 

(piano s Brighella. 

Bri. (Oibò, no l'ho volesto.) (fumò * Colom. 

Col. ( Eccolo . ) ( di lo zjeuhina a Bri. 

.Bri* (Brava, sto cor Te vostro.) 

Cor. Gran segreti, signor Brighella. 

Col. Che importa a Tei, signora? 

Or. Se non me oc importasse , non parlerei. 

Col. Parli porr, è padrona. 

Bri. ( Adesso, adesso le fa baruffe. ) (da so. 

Col. E- forse il suo sposo , Brighella ? 

Cor. A lei non sono obbligata a rispondere . 

Col. Dite, signor Brighèlla , avete a lei donato il vo- 
stro cuore? 

Cor. Oh no, signora, 1' averi, donato a Jet - 

3ri. El mio cupr V ho vendè : l' è sta compri per vi 
zecchin . Chi m' ha da sto «occhi* , ha acquista e 
mio cuor. No cenema*, Jto^fida ^m'ave* inceso 
tant9, che basta. 

Cor. (Dunque, Brighella è mìo!) («V» so, e pam. 

Col. (Il cuore di Brighella è venduto a ipe . ) 

(da so, e sfsrto. 

scena xiy. 

Rrf*m*> e Brighella, fot ColomUm. 

Ros. y 1 ho mandato a chiamare, e non siete venu- 
to, (m Bri. 

Bri. VegaiYO in questo momento . 

fys. Presta , andate dalla signora Beatrice , e ditele, 
che l' appetto » che venga subito , subito, e non 
jnanchi. 

fri. La sarà servila , n, . (f/orto. 

Bas. 



ATTOFRIMO. *i 

JUs. SÌ y voglio sposarmi a Fiorine!* per far rabbia i 

quello sguaiaA di Lelio. 
C#/. E qui la signora Eleonora . 
M*s. Non la voglio ricevere . 
Cd. Che Volete, che io le dica» 
Jtcx. Dille , eh' lo sono impedita. 
C#/. Io non so còme fate. 
Jtw. Non la voglio: 
CW. Eccola , non siamo a tempo. (ptrtei 

SCENA, XV. 

-_ Rpssur*, ed Eleonora. 

k*s. ( V^lHE impertinenza ! ) ( 4* te; 

ZU. Compatitemi, se sodo venuta candì. 

Mss. Eh! non importa. 

'Eie. Che avete; che mi parete dì mal umore? 

R*s. Ho poca volontà di parlare. 

JEle. Siete in collera ? L'avete meco? 

Ree. f Sa là sua coscienza. ) (da se. 

Mie. £ che si, '•he indovino, ette cosa avete? 

Res. Può essere, che lo salpiate meglio di me . 

Mie. Oh, se 1* so? Siete disgustata per via dell'aman- 
te. . 

Rss. Sì , signora > per via dell* amante ., 

Mie. E vi dispiace , che una , che vi fa 1* amica , proci** 
curi di levarcelo . 

R*s. Mi pare che questa sia un'azione indegna. 

MU. Avete ragione, e vi compatisco sé siete adirata. 

Jt##. E venite voi stessa a dirmelo ? 

EU. Ve lo dico , perché siamo amiche : E quando ho 
saputo , che là signora Beatrice tenta levarvi il' 
signor Florindo, musone* sentita ardere di sdegno 
fé* parte vostra i 



** ZA DONNA VOLVBILB 

fys. Come I Beatrice amoreggia con Fiorine* ? 
Eie. Che non lo sapete? + 

TfLos. Non lo so : ditemi qualche cosa , 



I tU. Sappiate , che Florindo va in casa di Beatrice qua* 

§i tatti i giorni , e stanno a parlare insieme, e 
sonp innamorati mprti. 

Ras. (Ah, traditrice! Cosi mi tratta?) (4*xc, 

J.U. Ella vien qui, vi fa l'amica , e poi lavora sott* 
acqua. 

Hot. Non occorr* altro ; so quel , che ho da fare . 

Eie. Delle amiche come me > ne troverete poche. 

Kw. Ditemi , cara Eleonora > il signor Lelio viene da 
voi ? 

Ile. Oh, non ci viene. Voleva provarsi a venire; ma 
v i0 non 1' ho voluto . ( Subito ! le dirò la verità . ) 

'Ras. Dunque Lelip è poca cosa di buonQ , e voi siete 
un' amica fedele . 

T.U. Lelio aveva prpmessq 4* amarvi | 

Ros. Me l'aveva promesso. 

TU. Dunque ho fattp bene a non riceverlo ? 

JRg;. Avete fatto benissimo , e vi sono obbligata . 

Eie. Oh , io colle amiche tratto sinceramente > non fac- 
cio come la signora Beatrice. 

B**, Ella è un* amica finta , e da qui avanti non 1^ 
tratterò più. Voi sarete la mia compagna. 

tU. Di me vi potete fidare. 

SCENA XVI. 

Beatrice, * fatte. 

He*. OoN qui a vedere quel che volete da me. 
Ras. Niente , signora , la riverisco . (p* rt * . 

JQi*. Mi lascia con questo bel garbo ? Che maniera di 
trattar è questa ? Che mai J f è saltato in testa ? 

dhc 



ATTO IH IMO. z? 

Che cosa ha con me? Due ore sono mi fa mille 
finezze; oca ini manda a chiamare , e mi riceve*. 
cosi? 

XU. Non sapete ? Bisogna compatire la debolezza deli 
naturale. 

fyt. In casa sua non ci vengo mai pia. 

EU. Io ci sono venuta per chiarirmi d' una cosa * per 
altro non ci veniva né* por io. 

$r* Che razza di vivere! Ora d' un umore» ora d'un 
altro. 

tU, E' un temperamento > che incomoda infinitamente. 
Voi mi piacete, che siete sempre uguale , since- 
ra , e propria . ' 

Jtas. Cara Eleonora , anche voi siete latta secondo il 
mio cuore. In ventivi voglio bene. ("Non- trop- 
po per altro. ) 

EU. Ed io son contenta , quando sono con yoi . 

ite*. Andiamo via di qui > venite con me. , 

EU. Andiamo. 

Bts. (La sua amicizia mi giova > perché, non iscopra 
a Rosaura l'amor mio per Florindo. . (f*rte. 

EU. (La coltivo» perchè non dica , eh* io tratto con 
Lelio.) (fané. 

SCENA XVII. 

Altra Camera. 

Tdmt*Un* y 4 Rossmtm. 

Tm. V^/Rsu > vicn qui , fia mia > ti sari contenta: 
ho parli col sior Dottor , pare de Florindo : sed- 
ino amici, e tra lu , e mi s* avemb giusti , Flo^ 
riodo sari ,to mar io. 

*#*. Signor padre, io non lo voglio più. 

o 4 ?**: 



Ì4 ZA DONNA VOLUBILE 

Pan. Come! Non ti lo voi più? 

Rps. Ho pensato meglio. E en giovinastro , che non 
ha giudizio, non lo voglio. 

&»0. Oh bèlla ! Adesso , che ho parla coi Dottor > ti 
me voi iàx far la figura del babuin * No basta , 
che abbia da mancar de parola a siof Anselmo , 
ho da mancar al Dottor? 

Kos. Piuttosto prenderò il signor Anselmo. 

?*n. Veramente gh' ho dit» al sior dottor Balanzoni / 
che gh' aveva sto mezzo impegno co sto mercan- 
te , che \ai dir sposandote à questo» no ghe sa- 
ria tanto mal; ma se ti volessi uri altro / ti me 
sietteressi in tun brutto" impegnò. 

ttps. Prenderò il signor Anselmo . 

t+*. Senti > adesso 1' ho visto qua vesin ; vago A , sé 
lo trovò lo. mando qua . Elo vederà ti j ti ti lo 
vederi elo, e se el genio s* incontra* * presto pre- 
sto concluderemo. ( No vedo T ora de dèstrigar- 
me ste do putte de casa , questa principalmente : 
oca voggio/ ora ritin voggios la (k dar volta al 
Cervello.; (fiurtté 

SCENA XVI1L 
È*M*rd sol*, poi CtUnAin*. 

F' 
Lorindo ingrato! Cosi tratta con me? Ma non* 

e degno dell' amor mio : no non lo voglio più ; 
piuttosto se avessi à lare un sproposito , lo farei 
con Lelio... ma egli voleva andar dà Eleonora... 
può estere anche , che non sia vero . 
Col. Signora, è qui un cerco signor Anselmo » che vor- 
rebbe riverirla . 
Kos. Venga, venga, è padróne. Vi e mio padre? 
Col. Ha detto a me , che l' ittfretea , che va ad un - 

ser- 



Afro ? a / n*ó m . j* 

servizio , e subito viene. Mi ha detto , eh 1 io stùi 
in anticamera. 

S#j. Via, via , fallo passare . Ehi , dimmi, che figu- 
ra e? 

C$L Mi pare un' anticaglia. Io lo credo una bella ca- 
ricatura, (furt**- 

Ito. Per far dispetto a questi ganimèdi incivili j voglio 
sposarmi al signor Anselmo. * 

SCENA XIX. 

J*ulmi> i U sHàdmày fot €*Umkmà>; 

J*s. VjHIéqnl?_ Oh Illustrissima, tccelkntdV pe- 
doni; 

JUiL Signore ; perchè ni date qtfcttrf titolo? 

4»/. Faccio il mio dovete con una dama. 

B*t. lo sooà Rosauta figlia de^ signor Pantalone , 

Ans. La signora Itosaura ? La figlia del signor Panta- 
lone? Con qufcl gtan mappamondo? ( il gmrdm*' 
fimn.) Servisof umilissimo; 

Ito. Favorisca y è ella il signor AnseiirtO? 

Ans. Sono io per servili* . 

£#/. Voóle accomodarsi? 

Ans. Oh; io non sono stane* . EMa sarà stanca >' por- 
tando quel diavolo di peso addosso . 

M*t. Questo * ^ vestire > che si pratica qui da noi . 

Ans. Io non no mai veduto iM cosa simile . Favori*-' 
ca: quelle giòje quanti mila ducati varranno? 

JUi. Oh, non vagliono canto » Costellano al J>ii tre 
zecchini . 

Ans. Tre zecchini? Di che cosà sonò? 

Bus. Sodo pietre false . 

Ans. Diavolo! Pietre false? É pttthé fojtatè il eolio 
le pietre Jan»* 

Ita 



S#i. Perche si usana . 

Ans. ( Dove si usano le cose ftf se > non v' e da far 

bene.) (***** 

fas. Ho anche delle gioje buone > ma qualche Tolta 

poeto le false per «pn consumarle. 
4qs. Ma in vece di portar le false , sarebbe meglio 

non portar niente» 
Jto. Si usa cosi. 

Aps. Le gioje false si usano , quei ricci si usano ; 
quella polvere bianca si usa > quei piastrelli neri 
si usano, quei veli si usano , quei nastri si usa- 
no» quei guanti si usano» .quel gran calderone si 
usa. Ella usa» io non uso. Qui si usa y da noi 
»: non si usa. Sijmpj» mia» vi domando scusa. 

( in Mtro di partire . 
frs. Sentite.; io fin oca. mi sono unifamata al costo* 
me delle persone •> con cui ho dovuto, trattare ; 
ma se avessi a maritarmi» cercherei £ adattarmi 
all' uso de) paese » e al piacer del marito . 
•4K. Signora» per duvela > se io avessi V onore di es- 
sere vostro marito » vorrei prima » che tacessimo 
una dozzina di patti fra voi e, me. 
Kos. Mi troverete facilissima a condiscendeie . 
Ans. Prima di tutto quella capponaia» no cereamente.. 
Ip.hft un'antipatia con quella macchina, che mi 
si gela il sangue quando la vedo . - ( jtl gusrdsn- 

(fimt* * 
il** Benissimo» di questo si può far a meno, 
Ans. Gioje false » no certo . 
Bps. Qualcjie cosa al collo ci vuole-, / 
Ans. O buone , o niente . 
Ras. Signor si» mi contento. 
Ans. Polvere» no sicuro. 
.ty* Si può andar senza. 

Ans. Tanti imbrogli di pizzi » di fla**i , tutto via , 

*•* 
\ 



ATTO P R 1 M Q. % f 

Xos. Si, tutto Tia. 

A*'. ( La giovane si va accomodando beat. ) (J* **, 

Jto. (Quando il marito è buono, si può far tutto.) 

(d*so f 

Ans. Geo , argentò sugli abiti non ne voglie • 

fos. Non ne portato. 

Coi Signore , con licenza, (*d Anselmo) (F qui il 
signor Lelio, che desidera parlarvi 5 egli sa, che 
siete in collera con esso lui , e vi vorrebbe pla- 
care. ) (pi*no * M*s*m*i 

Jbs. (Placarmi? Vengo subito.) (a Colombina . 

Col. (Che bella figura per una giovinetta ! le non lo 
prenderei certamente.) (fumo *Ros., ef*rte^ 

Ans. Per tornare al nostre* proposito , io non voglia 
conversazioni . 

Ras. Via, via, signore; basta cosi .Volete troppe cose», 
parleremo poi con più comodo. (parìe, 

jlns. Costei e una pazza . Eh , eh* io sarei stolido, ss 
io volc*$i ammogliarmi in una città . £' meglio». 
che mi prenda una donna delle - mie montagne \ 
ma lassù non \ è nessuna , che mi piaccia. Se, 
potessi trovare una cittadina senza ambizione,, sa,? 
rebbe il caso mip: ma sarà difficile. 

S q £ V A XX. 

_^ Disn* , ed Anselmo. 

Ans. *£ Uella giovane , dite al vostre padrone , che 
vado via» e ci rimederemo. (* Disn*. 

I>U. Al mio padrone? Chi crede ella ch'io sia? 

Ans. Non siete una serva del signor Pantalone? 

Zie* No' signore, io sono sua figlia. 

Ans. Ah , voi siete, {a figlia del signor Pantalone ; e 
chi era quell* altra signora > che ha parlato con 
me ? Vi*. 



*i .LA DONNA VOMERE 

Dia. Alia sorella maggiore. 

/Us. Cara ragazza, compatite Tenor mio. Qdella era 

Tonica magnificamente ; cade ho preso voi per la 
, cameriera . 

Dia. Ella e vestita meglio, parile dar' essere sposa. 
Ans. Ah; si, si, l'intendo. (Quando si vuol vendere; 

« mette la mercanzia in iì gara. Tutto falso, cut* 

co falso. Quanto mi piace péti f idea di Questa 

giovinetta!) 
Di». ( Mi guardi , e parche rida > non Tonti **0te la 

faccia tinti . ) ( d* * . 

Ans. E voi ragazza mia * no* Ti fiuete sposa? 
Dia. Io sposa? Signor no. 
Ans. Vostro padre che vuol fere di voi? 
Dia. Mi vuol dar marito. 
A»t. Oh beli al marito^ e sposo*; non é tutt' uno? 
Dia. Tutt* uno? 
Ans. Si, è tutt* uno. 

Dia. Ora capisco. Signor si, mi furò sposa. 
Ans. Avete mai fatto all' amore ? r 
Dia. Signo* no. Ner* sono mai andata sttl tetto. 
Atos. (Còme sol ietto? 
Dia. Le gatte , «piando fanno • ali' amore * vanno sul 

tetto , io non ci sono mai stata. 
Ans. (Questa è una ragazza semplice > miesta sarebbe 

il caso per me. (Come avete nome? 
Dia. Diana. 
Am. Cara là mia Dianina , volete eh' io vi trod una 

sposo ? 
bia. Non s'incomodi, me lo troverà mio padre. 
Ans. Sentite, se volete, io vi farò mia sposa. 
Dia. Bisognerà, che m'insegnate come si fa. 
Ans. Sì , v'insegnerò; (Non ho cremato ; che si pose»* 

se trovare in città una ragazza così innocènte . ) 

Tenete ^uest' anellino . 



W V. ••*> -4TT0 P R iHXk*-:' , <3» ' 
Di*, A me? Me Io donate? " l \~ \ 

Ans. Si, ve lo dono, , ~ *1 -j 

pi*. Oh carino : oh bellino ! Lo vado a mp^rratt ai 
mia sorella . .;„, - ^ ' * ' ." • 'y " j 

-^im. Venite ^ul , sentite .♦ ,,^W r * ? J 

2>i#. .Lo voglio far vedere a Colonna, a CoràìjkL « ' 
Paajuina , e anco a^a^lièdeìlijbvandaja ... " y ^*r/*. 
-rf>é. Costei è semplice** 5£co4frei$ innocente; Se pos- 
so , voglio veder doverla ^jttima 'eli ella si guà-j 
sti. In citta imaÉfemi^icita d£ quésti sWf'No^i 
ravreimaic^. - * | / <K^ 

r * JiJ-** i*r*R*: ; '+'' t~*- -V*l .v! | 



J% (kit Attuari?* 



AT- 




t'r^rjg friìnr *m~ 



AtTÓ £3g<5d$ffiO> 

SCÈNA t> à I Al A. 

lei. V-JAra signora ftosaurc , io* vi amo teneramen- 
te , ma voi mi ponete alla disperazione . Ogni 
cosa v* inquieta ; Tutto vi fa ombra ; sospettate 
di tutto . Voi non mi credete » e se non merito 
la vostra fede , sarò forzato a tralasciare d* ar- 
marvi. 

É*s. Se mi voleste bene , noti anelereste da questa , e 
da quella a far la conversazione. 

Lei. Vado qualche volta a sfogare con quale hrduna Ut 
labbia, che voi ai fitte provare. 



A^t T Ù S È Ù O tf D Ùi it 

ht. Io so distinguete chi sa esser fedele'. * 

Lei Potete dire, Che io non vi sia fedele? 
fa. Che cosa andate a fere dalla signora Eleonora ? 
Lei. Ci dóno andato ... qualche volta . . . perchè 'so cfe 
dia è vostra amica . Sono andito' pct trattar con 
lei , acciò tì parlasse. 

fa. Si, si, so rutto. Vi siete provato a far all'amo* 
re con Eleonora , ed ella non ha voluto . , perchè* 
e una, donni prudente > per altro se ella vi ave** 
se abbadato, voi mi avreste piantata. 

Iti. (Li cosa è ratti al contrariò ; mi non vagti» 
dirlo per non fare una mal* azione. 

fa. Non rispondete eh ? Vi confondete eh ? 

U\ t Signori , io non mi cbrlrbndd . Vi dico , che son 
fedele * voi , che à voi voglio bene i se lo cre- 
dete sarò contento, se poi non lo volete credere, 
mi converrai iver pazienta* y £ ti kscierè in li*- 
berti di ardire chi volete . 

fa. Sentite... Io vi voglio bene, e vi credo; ma se mi 
dicono certe cose, non posso lari? a meno dì noè 
dubitare*. 

lei. Non bisogna creder tutto . Chi riporta', meritereb- 
be gli fosse' strappata U lingua j mentre queste 
graziose persóne, che parlano nell'orecchio, sonò 
la rovina delle famiglie . Anche i me è stato 
detto, Che' guardate di buon occhio il sigrtorFIo- 
rindo ; ma io non lo Credo. 

fa. Non* avete nemmeno i crederlo. Fiorando amoreg- 
gia colla signora Beatrice. 

*W. Mi è stattf dettò', che vostro padre* voleva mari* 
tarvi con ori forestiere. 

fa. E* vero; ma io non voglio'. 

lei Dunque concludiamo : mi volete 5 bene , ©- non mi 
volete bene? 

fa/ Sì, vi voglio knc / 

Ut. 



-3$ £4 J>ONNA VOIU&ZZ 

tei. Mi credete» o non mi credete ? 
$*/. Vi credo. Patini sentir mio padre. 
Lei. Abbiamo fatto la pace? 

JUs f Sì, si , abbiamo fatta la pace t Ritiratevi , eie 
non vi yecja, ? . ( ***** $*** ? 

SCENA II, 

?«***/*»*> « RèSMMT*. 

f*n. VJTRaa matta , e he ti xè $tada a lassar andai 
el sior Anselmo. 

Kos. Non mi piace per sdente v 

?4». Te piacerà ve beni so bezzi. £1 jjh'hale scarselle, 
piepe de zecchini . Basta ti sarà causa della fot- 
tum de tq sorella. 

X*s. La fortuna pernia sorella? Come? 

Fan. Sì . L' ha yistQ Diana j la gh' lui piasso , e el me 
l'ha domand&da. 

ibi. Ma voi pon gliela darete . 

?*n. No gbe la darò? Anzi no vedo l'ora, che el se 
la *pga. 

R»s. Mia sorella sarà più ricca di me? 

fan. fior Anselmo 1* è un omo fatto alla grossolana ; 
ma se vede, eh? el x% generoso. Appena T ha parla 
con Diana, ci gh' ha dona un anello de diaman- 
ti , che costerà trenta lecchini , 

Jto. (A me questi amante non m* hanno mai donato 
niente.) 

?4* Basta, to danno. Mi t' aveva procura per ti .sta. 
fortuna, to danno. Vago a ^dispone* le cosse > e 
staséra la ghe darà la man. {psrt** 

f$s. Oh , quel che mi conrisa sentire ! Mia sorella , 
eh' è più ragazza > si sposerà prima di me ? Ma 
questo non è niente. Ella sarà più ricca 4* mc * 

Ma 



ATTO SECONDO. jj 

Ma peggio ancora . Ella avrà dei regali, ed io no? 
Che merito ha colti da essermi preferita ? Ah , so 
ti perche il signor Anselmo lascia me , e prende 
lei * per causa di questo cerchio > per causa di 
queste porcherie di pietre false, per causa di que- 
ste freddure. Basta» ci penserò; non voglio asso- 
lutamente , che si dica , che mia sorella minore 
abbia avuto pia fortuna di me . (t* rt * • 

SCENA III. 

Strada. 

// Vettore , t T Urinilo . 



T, 



X>ot. M. Ant* i : ho data la parola al signor Pantalone. 

J7*. Perdonatemi , tutto farò ; ma sposare la signora 
Rosaura, no certamente. 

Dot. Perchè dite cosi? So pure, che una volta avevate 
dell'inclinazione per lei. 

Tic. E 1 verissimo : una volta aveva qualche passione per 
lei-, ma ho scoperto il suo carattere , e non in 
impiccierei più con essa per tutto 1* oro del mon- 
do . 

2>#r. Che cosa v* ha mai fatto ? 

J7*. E* troppo volubile . Ora dice una cosa , ed ora ne 
dice un* altra! . Ascolta tutti , fa caso di tutto , e 
quando le viene in capo qualche grillo , fa sgarbi , 
volta le spalle, e non si sa il perché . 

Z>#f. Queste sono freddure . Quando la gioventù fa air 
amore , per lo più succede cosi ; basta > io ho da- 
ta la parola al signor Pantalone > e vói non do* 
vete farmi rimanere un fantoccio. 

Fl* m Caro signor padre , vi prego , dispensatemi . 

Lm Down* Volubili. P Ptf. 



U tA DONNA VOLUBILE 

Dot. Non v* è dispensa . Io sono padre , voi siete mio 
figliuolo , m* avete ad ubbidire . 

FU. Basta > lo farò per ubbidirvi . 

Dot. Bravo ) cosi mi piacete . Il signor Pantalone non 
ha altro 1 che queste due figlie , e dopo la sua 
morte , elleno si divideranno la pingue di lui ere- 
dità . 

FU. Io non intendo di disgustarvi. 

Dot. ( Mio figliuolo veramente e un buono ragazzo . ) 

SCENA IV. 

Pattatone , e ditti . 

fan. ( V^H diavolo! Xé qua el Dottor. Come farog- 
gio a destrigarme ? 

Dot. Oh , signor Pantalone > giungeste opportunamente , 
poiché m' era incamminato verso la casa vostra , 
per dirvi , che mio figlio è prontissimo di rice- 
vere per sua sposa la signora Rosauia, vostra fi- 
gliuola . 

fan. Caro sior Dottor no so cossi dir : sen pìen de? 
confusion j no so come far a parlar . 

Dot. No ,• caro amico , non avete motivo d v esser con* 
fuso , perché anzi mio figliuolo , ed io ci credia- 
mo onorati assai per un tal matrimònio. 

Fan, Ve dirò..,. Sé pare vu anca» e savéche delle vol- 
te' l'amor de pare fa far dei sacrifizj . 

Dot. Che ? Intendete forse di sagrificar vostra figliuo- 
la, dandola' a mio figlio? 

Fio. Se non vuole , s* accomodi , Noi non la vogliamo , 
s* egli non é contento*. 

Fan. Per mi lo vorria con tutto el cuor; ma mia fia M . 
caro Dottor compatì . „ Mia fia no xè disposta a 
farlo. 

FU. 



ATTO S E C QK D 0» Si 

ih % Oh bene, se non è disposta , non è giusto di 
violentarla . 

D$t. Come ! siamo uomini , o siamo ragazzi ì Voi stes- 
so me T avete offèrta > e poi dite , che non è 
disposta? 

Pém. Cossa voleu , che ve diga t Qhì ho una passion , 
una mortificazion per sta . cossa , che me sento a 



D»r. Se mi permettete , le parlerò io , e forse forse 
colla mia maniera mi riuscirà di fare miei , che 
voi non avete potato . Signor Pantalone siete u* 
galantuomo ? 

Psn. Cussi me vanto . 

Dot. Yoi di questo matrimonio siete contento ? 

Tm*. Contentissimo. Basta» che giuste sior Lelio * che 
persuade mia fu > e mi son contento . 

Dtff. Si farà tutto. Vostra figliuola si sposerà don Fio* 
rindo: vi ^riverisco. (farti. 

?«». Sior Florindo, averò gusto > che là sia soa; ma 
gh'ho paura. 

FU, No, non. dubitate, io non la voglio. Dica, e' fac- 
cia mio padre quel che vuole , vostra figlia non la 
sposerò-, e se la sposassi per forza, se ne pentirà. 

( farti. 

Im. Aseo J Co là tè cussi * no ghe là dago assoluta* 

(furti. 



P x S«E % 



Si . LA DONNA JQLVB1LZ 

SCENA Y, 

Camera, 
€ol*mbins> e Gorsllin*. 

V 

Poi. y IA , animo , prendete uno straccio > e ripuli- 
te la polvere di questi tavolini , e queste sedie, 

Cor. Questa e una cosa , che la potete hk anche voi . 

Col. Queste cose non toccano a me : toccano a voi . 

Cor. Perchè a me» e non a voi? 

Col. Perchè io sono cameriera , e voi sottocameriera, 

Cor. Che vuol dir questo sotto ? lo non so di sotto, 
ó di sopra. San venuta anch'io a servire per ca- 
meriera . 

Col. Da me a voi v* è una gran differenza ì 

Cor. In che consiste questa gran differenza ? 

Col. Io servo per disgrazia ; per altro , sono una per- 
sona civile. 

Cor. Ed io , che credete , eh' io mi sia? Mìa madre 
andava in andrien. 

Col. La mia signora madre ha portato il manto* e sia- 
mo cittadini , e abbiamo dei campi > e delle ca- 
se; ci sono, stati portati via ; ma se avessi il mo- 
do di fare una lite, vorrei andare in carrozza. 

Cor. Io ho quattro cugine , che hanno dell' Illustrissime , 
ma non si degnano di me, perchè sono venuta a 
servire . Chi 1* avesse mai detto ? Una casa , cor 
me era la mia! In casa nostra sempre corte ban- 
dita . L" oro , e 1* argento andava per i cantoni . 

Col. Ih , ih, gran ricchezze i Basta, ora servite ; e ii\ 
questa casa siete la sottocameriera. 

Cor. Cameriera si ; ma sottocameriera np . 

fot. Si , sotto , sotto . 

Cor^ 



ATTO S E C Ò ti & d. if 

fc*r. No » no , sotto mai . 

C#i E se non avrete giudizio, vi farò* mandar via. 

Or. Non me n* importa niente ; già presto prestò mi 
mariterò. 

CéL Sì , me ne rallegro . Lo ha trovato lo sposo ? 

Or. Signora si, l'ho ritrovato.* 

O/. Bravi . E chi è , se e lecito ? 

C§tì (Voglio dirlo per farle rabbia). Vuol saperlo? F 
Brighella. 

Or. Brighella! Òn, oh quanto mirate ridere. Brighella 
non e un boccone per lei . rfon è marito per una 
toctocamcricrs < 

Or. Se non è per la sotto, sarà per là sópra. 

O/. Sì signori, saia per me. 

t#r. Per lei? ( Oimè i Mi fa venire i dolori colici;) 

O/. Povera Brighinella! Sì per me . Non avete senti- 
to, ch'egli ha venduto il cuòre a quella che gtt 
ha datò un zecchino ? , 

Or. Appunto per questo. Lo zecchino glie 1' ho dato' 
io, e il suo cuore 1' ha dato a me. 

Cèl. Voi gli avete dato un zecchino ? 

Or. Signora sì , id . 

O/. Eh via* che siete- pazza . Glie rhó* dato io. 

Or. Voi ? Siete una bugiarda. ' 

O/. Se non glie V ho datò io ,~ che il diàvolo vi porti». 

Or. Se non glk l'ho dato io, die il diàvolo vi stra- 
scini. 

O/. C Sarebbe bella, che l' avesse preso da' tutte due.) 

Or. (Non credo mai, che Brighella rtf dbfta burlato.) 

Ol. Adesso, adesso . Ehi Brighella. 

C*r. Sì, 4. Facciamolo venire. Brighete. 



$C£- 



If LA DONKA VOLUBIIE 

SCENA VI. 
BrighelU > e ditte . 

Bri. V^HI me chiama ? 

Col. Dite un poco -, non ho dato a toì un zecchino ì 

ari. Siota sì . (rw csric*t$$r* t 

Cor. £ io non ve 1* ho dato ? 

Bri. Siora sì. {come sofrm. 

Coi Ma non avete detto , che il vostro cuore l' avete 
venduto a quella , che vi ha dato lo zecchino? 

Bri. Siora sì . (comi sefrs . 

Col. Lo zecchino ve 1* ho dato io ? 

Cor. Ve l'ho dato io ? 

Bri. Siore sì. (come sofrm ^ 

Col. Dunque il vostro cuore è mio. 

Cor. Anzi è mio . 

Bri. Sióre sì . ("*?* Pf* • 

Col. Ma, spiegatevi: è mio, o di Corallina? 

Or. Dite su} è mio , o di Colombina ? 

Bri. L' è* de tutte do . 

Co/. Cornei Io lo voglio tutto. 

Or. Ha da esser tutto mio . 

Bri» Via, le se quieta. Mi gh'ho tanto de cuor» graiVr 
do* e grosso ; ghe ne per vu; ghe n' e per va» 
ghe n e per altre quattro , se occorre . 

Col. Np, no assolutamente , o tutto mio» o niente. 

Cor. Io pure 4ico lo stesso , o tutto il vostro cuore » 
o tenervi quello, che dar mi volete. 

Bri. No so coesa dir . Co no Je se contenta de mez- 
zo , el torrò indrio . 

Col. Datemi il mio zecchino. 

Bri. L'ho speso. 

Por. Datemi il tnio . 

Bri. 



ATTO SECO tf -J> 0.. $p 

Bri Ubo adoperà. 

Col. Dunque come abbiamo da fare ? 

C*r. Che risolvete ? 

Bri Deme tempo, e risolverà . 

C#/. Quanto tempo volete ? j 

*ri Deme tre.» o quattro zorni . 

Vi Oibo, oibò,. # ^ 

Or. Signor no, signor no... 

CpL Vi do tempo fino a domani . (fan* . 

Or. £d io, Ano a questa sera, (farw. 

SCENA VII. 

Brighili* , gè Anselmo . 

Bri. V-Jh che gustai Oh che spasso! Oh che bel- 
la cosa ! Se posso , ghc voi magnar quel porhetro, 
che le gh'has godermela, e torme spasso . 

Ans. Galantuomo, siete voi di casa ? 

Bri. Sior si, son de casa/ 

Ans. Vi è il signor Pantalone* 

Bri. Noi gh' è . 

Ans. Ditemi*, si potrebbe riverire lana figlinola? 

Bri. Qual so fiola ì 

Ans. No quella da quei calderone, ^nell'altra. 

( acctnifcil £M$srdinfs*t*. 

Bri. Ho inteso s Ja pia wrene. 

Ans. Sì , la piò giovsae f la poi semplice , quella eoa 
par più una donna* 

JRrì. Inai doveria più pater una donna tjneii' altra, che 
1* è maggior . 

Ans. Oh, quella pare una macchina da fuochi aitifiziali. 

Bri. Donca la voi la piccola? 

^ins. Si, se mi volete rat il piapft* 

$ri. Ma... Sior Paatalon no so se el sa ammumà. 

P 4 Ans. 



4* tA DomtA VOtVÈItt 

'Atos. Ho parlato con lui , ed è contentissimo ; 

Bri. Basta... Vedremo... ( Ghel dirò prima a siora Ro- 
saura , sentirò cosa la dirà . ) ( parte . 

Ans. Se fessi andato al mio paese con una moglie in-» 
cerchiata, e piena di vetri al Còllo , mi avrebbe- 
ro fatto le fischiate . La Signora Rosailra non fa 
per me: ha troppe diavolerie d' intorno . Sua sorel- 
la mi piace» perchè e modestina , ed ha afta te* 
ste civile, ma positiva t 

SCENA Vili. 

kosimra vestita modestamente , ed Anselmo. 

Ras. l3£rva sua . I? ella , che mi domanda ? 

Mas. Signora... siete voi?... Non vi conosco* bene. 

Jtùs. Ha parlato con me , e non mi conosce > 

Ans. Siete figlia del signor Pantalone t 

Kos. Sì, signore. 

Ans. Siete la maggiore , o la minore ? 

Rós. Son la maggiore per servirla. 

Ans. Compatitemi , non vi conosceva . Che cosa avete 
fatto della vostra botte? 

Kos. Me la son levata, perchè a voi non piaceva. 

Ans. E le pietracce , che avevate al collo , derve sono*/ 

£•*. L* ho settate via , perchè non vi aggradivano . 

Ans. Perche avete lasciato 1* abito da madama ? 

Mas. -Mi son messo questo per piacer a Voi* 

Ans. Per piacere a me ? Che v' importa il piacermi , o 
il dispiacermi?. Io ho promesso al signor Pantalo- 
ne di sposare l'altra vostra sorella. 

Jtai. Spero* che rion farete a me questo torto. 

Ans. Se volevate , eh' io prendessi voi , dovevate venire 
vestita cosi, da figl'uola propria, e civile /e noa 
mascherata da Lucrezia Romana. 

**s. 



ATTO SECONDO. 4* 

ito. Io faccio tutto quello che vogliono. Xii era messi 
quegli abiti per far a modo delle cameriere ; per 
altro il mio genio e questo . Io vesto quasi sem- 
pre cosi. 

jAns. Ma quei ricci, e quella polvere. 

Jto. Non no avuto tempo di pettinarmi . Domani au 
vedrete assettata nella mia solita semplicità. 

jÌhs. Per quel che ho inteso V altra volta , che ho par-f 
lato con voi , vi piacciono le conversazioni. 

JUs. Oh ! il cielo me ne liberi . Sono anzi di spirito 
solitario. Mi piace stare nella mia camera . 

Ans. E pure quando ho principiato a voler proibirvi là 
conversazione , avete detto: troppe cose , troppe 
cose » e mi avete piantato . 

R*s. Ho voluto dire , eh* io sono debole di memoria , 
che se mi dite troppe cose ad un tratto , non le 
terrò a mente : sono andata subito a disabbigliar- 
mi , ed eccomi quale voi avete mostrato deside- 
rarmi . 

Ans. Cara signora, n^n so che dirvi» Mi spiace l' equi- 
voco seguito ; ma io sono un * galantuomo . Ho 
promesso alla signora Diana, e le devo mantene- 
re la paiola». 

Ito. Io sono la sorella maggiore, e tocca a me a ma- 
ritanni prima. 

Ams. (Per dirla , ora che la vedo rassegnata a vivere 
a modo mio > mi pento quasi d' averla- lasciata „ 

(da se. 

Ros. Signore, io sarò ubbidiente : viverò a modo vostro, 

An$ é Ma, come volete eh' io manchi a vostra sorella? 

Jyrs, £cco mia sorella, 



5CE- 



+* tA DONNA VOLUBILE 

SCENA IX 

Dimm in gu*rdinf*nt$ , e detto, 

Ans. V>iHI siete voi signora t 

J)i*. Non mi conoscete ? Son quella a cui avete dato 

l'anello. 
Ans. La signora piana ? 
Vi*. Sì, signore. 
Ans. (Oh cosa vedo!) Perché vi siete cacciata dentro 

in quel laberinto? 
Dia, Le cameriere nV hanno reietta cosi , perchè ho da 

essejc&^sposa . 
Ans. Sposa di chi? 
Di*. Di voi, 
Ans. Di me? Chi son io-? Qualche quagliotto> che per 

prendermi vi siete messa la gabbia ? 
Pi*. Io non vi capisco . 
Ans. La capisco io. Non few pia per me. (Maledetto 

<juel campinone, non lo posso vedere. ( 'parte t 

SCENA X. 

Rosaur*, $ Di*** , 

Rai, Hi Cosi , avete sentito f ( * Dì*** , 

Di*. Che cosa ? 

Ras. Il signor Anselmo non vi vuol più » 
Df*. Non me ne importa un fico, 
Ros. Sarò io la sposa. 
Di*. Buon prò vi faccia. 
Ros. Io ho da essere sposa prima di voi , 
Di*. A me non importa di essere sposa . Bastami tro- 
var uno» che stia in mia compagnia . 

Ros. 



ATTO S 2 C O N B O. -f* 

Jt#j. Come , in vostra compagnia ? 

Dà. Che so io ? Il signor padre mi ha detto , che quan* 
do un uomo sta in compagnia di una donna , si 
chiama marito . 

Xjs. £ cosi vorreste anche voi marito ? 

Di* Ho paura dormir sola. 

Ito. Non dormite con Corallina ? 

Dà. Sogna, e mi dà dei pugni. 

&j. Se Corallina vi dà dei pugni. dormendo > un mari- 
to ve li dar! vegliando. 

Dì*. I mariti danno dei pugni ? 

Rcs. Eccome ! £ bastonano > e maltrattano > e fracassa- 
no le povere donne. 

pis. Buono ! Il signor padre mi vorrebbe fare un bel 
servizio! Farmi fracassar da un marito.} No , no 
non lo voglio. Se Corallina non avesse U vizio di 
dar dei pugni dormendo > mi vorrei maritare con 
Jei. (t*n*> 

5 C E N A XI, 

• &ùsa*ta tei* , 



o 



H che sciocca! Oh che scimunita ! £ pure se io 
non era lesta > ella ai maritava prima di me , e 
k toccava questa bella fortuna . Se sarò moglie 
del signor Anselrap, avrò tante, e tante ricchezze} 
ma dovrei sempre andar vestita così . La cosa è 
un poco troppo dura ! Ma ho dato parola , non 
mi voglio pentire . Non voglio , che si dica , eh/ 
jo sono volubile . 



SCE- 



4+ LA DOKKA tVLVBlLt 

SCENA XII. 
Tant alone y e la suddetta . 

VétH. V^Oss' e? Cossa voi dir?* Perche t* afta despòg- 1 
già? Gh'astu mal t Vaftu ih letto ? 

Ros. Signor padre, vorrei dirti una cosa ; ma non an- 
date in collera. 

fan. Via mo, gh' è qualche novità? 

Ros. Vi ho detto di non volere il signor Flotindo , e 
in questo sono costantissima» non ini cambio. Vi 
ho poi pregato di darmi il signor Lelio * e voi 
con bontà, dopò qualche fatica , mi avete detto 
di sì. 

ta». E per colisa de aio* Lelio ho licenzia sior Fio- 
rando , e cosi ? 

Ros: £ cosi ci converrà licenziare anche il signor Lelio ì 

fan: Bon ! Per cossa ? 

Ras. Perchè saia meglio, eh' te prenda il signor Ansel- 
mo , 

Pan. £h, che ti è marta. £1 voi to sorella. 

Ros. Il signor Anselmo è un uomo volubile ; sì è cara* 
biato , e vuol me . 

Fan. Mo, se ti ha promesso de sposar e) sior Lelio? 

Ras. Se un uomo si eambia , posso cambiarmi ancor io . 
Se il signor Anselmo manca a mia 1 sorella , pos- 
so anch io mancare al signor Lelia. 

fan. £ ti gh'averessi sto bon stomego de mancarghe do* 
pò la espiession, che ti gli' ha fatto in presenza 
mia ? Dopo , che mi gh' ho dà parola per la se- 
conda volta ? Dopo , che ho licenzia ci sior Dot-: 
tor per causa de Lelio ? Rosaura deventistu mat- 
ta ? Te vustu far metter su i ventoli ? Vustu » 
che to pare deventa el bagolo della città ? Vi* > 



ATTO SEC ON DO. +t 

me maraveggio . Ti ha da esser muggier de Le* 
|io . Sta volta no te riuscirà de» voi tarme ; por 
troppo , per causa toa > me son reso ridicolo s 
m' rio fatto dei nemici , e debotto gh' ho vergo* 
gna per causa toa de lassatme veder in piazza . 
Col sior Anselmo semp in trattato > che el sposa 
Diana . Co sior Florindo ho sciolto tutta . Co 
Lelio sento in parola , e la parola sta volta s- hfc 
da mantegnir. Via, cara Rosaura, te parlo co le 
bone , te prego , no me far delle toc , no me 
far nasar, farne parer un omo, . Sta sera vegnità 
sior Lelio: daghe la man, e nome far desperar* 
Se ti me voi ben , se ti me voi veder quieto , e 
contento , dame , cara Rosaura > dame sta cònso- 
lazion . Te la domando per 1' amor » che te por* 
to , per la memoria della to povera mare , per V 
esser , che t 1 ho da. Sposa el sior Lelio, e reni- 
ino una volta de farse da tuttp el mondo burlar. 

fbs. Signor padre , farò tutto quello , che volete . 

?«*. Ombrava! Siestu benedia; adesso vedo, che ti me 
voi ben, Sposerasru sior Lelio? 

Rùs. Lo sposerò . 

ffin. Via, vate a vestir cor* un poco de sesto. Vegni* 
rà della zente , se farà un poco de allegria , se 
darà la man, no te fa* veder despoggiada. 

Kos. Sì y si , mi vestirò con un poco di garbo . Qimè , 
quest'abito mi fa venir la malinconia . Signor pa- 
dre, vi riverisco. (p*rte. 

f*B. Oh , se gh* arrivo a vederla maridada , no m* ha 
dà parer vero . Da qua a stasera m aspetto qual- 
che altra novità» ma stimo de sior Anselmo, che 
promette a Diana» e pò el vorria st 1 altra . Anca 
elo ci xè un pezzo de matto . Insieme i starare 
ben. (f**** 

SCE- 



4* tA DONKA VOLUBILE 

SCENA XI1L 

-Strada . 
Beatrice, ed u* servirete. 

Me*. XJk chi hai sentito dire questa novità? 

Set. Da Brighella, servitore del signor Pantalone. 

Bes. Dunque Rosaura si sposerà col signor Anselmo ? 

Set. Si , signora , cosi hanno detto . 

Bes\ Fa una cosa . Accompagnami a casa > e poi v* 
subito in traccia del signor Florindo , e digli che 
quanto piò presto può > venga da me . 

S C E r« A XIV. 

Èleenors ed cameriere ,' e detti . 

tle. x\Mica, dove andate? 

Bes. Appunto desiderava vedervi . Avete saputo la bel- 
la novità? 

£/*. Non io di che y* intendiate , poiché delle novità 
ne ho ancor io . 

Bes. Rosaura si mariterà con un mercante forestiere , 
nominato Anselmo . 

Eie, Oh figuratevi ! Non è cosi. 

Bea. Domandatelo al mio servitore . fcon è egli vero ? 

(si servite-re* 

Ser. Si 9 signora $ lo so di certe*. 

Mie. Sì , è . vero . Rosaura era disposta a sposarlo , ma 
poi al solito si è cambiata , e ora vuole il signor 
Lelio. 

Bes. Non può stare , che si sia cambiata da utt mo- 
mento ali* altro. 



ATTO SECONDO. 4* 

EU. Domandatelo al mio cameriere . Dì su la cosa 
com' i . (al cameriere . 

Cam. Sono andato a ritrovar Colombina , che è mia 
parente , ed ella ridendo m' ha raccontato , che la 
signora Rosaura si è lasciata persuader da suo pa- 
dre a prender il signor Lelio. 

Bea, Oh che donna leggiera l che spirito incostante ! 
cara Eleonora, mi dispiace per voi. 

EU. Facciamo una cosa: andiamo a ritrovarla , e go- 
deremo qualche buona scena. 

Bea. Oh , in casa sua non ci vengo . 

EU. Perchè ? 

Bc*. Mi ricordo dello sgarbo , eh' ella mi ha fatto . 

tU. Voi ve ne ricordate, ed ella non se ne ricorderà. 
Andiamo , e v* assicuro , che s'ella è di buon umo- 
re, vi getter! le braccia al collo. 

Btd. Voi mi volete mettere a qualche impegno . 

EU. Che! avete paura di lei ? 

Bea. Andiamo pure. £ tu ricordati d'andare dal signor 
Florindo , e digli, che a casa 1* aspetto, (al ser. 

Sef. Sarà servita « ( Poveri servitori , bisogna far i mei-' 
zani.) / 

X/r. Tu procura vedere il signor Lelio , e digli , che 
mi rallegro con lui. (al camerier . 

Cmrn. SÌ , signora . ( Si rallegra coi denti stretti . ) 

JE/r. Andiamo a' ridere un poco* 

Ite*. Io non so dissimulare . Non potrà ridere . 

EU. £h, che bisogna fingere, chi vuol prendersi gusto v 

Xm~ Felice voi , che lo sapete fare * ( tutti partono „ 



SCE- 



4* LA DONNA SOLUBILE 

SCENA XV, 

Camera di Rasatila, 

fLosaara mezza spogliata y che si fa vestire da Colon* 
bina, e Corallina, foi Brighella. 

Ros. N£ Ucsto andrien noti lo voglio . Va a prender- 
ne un altro. 

Col. Quale volete» eh* io prenda? 

Ros.. Quello a fiori i da sposa anderi meglio . 

C$1. Benissimo, lo vado a pigliare . (parte, poi ritorna. 

Cor. Tenga i manichetti. 

Ros. Non voglio questi] voglio quegli altri . 

*Cor. Quali altri? 

Ros. Quelli di yelo. 

Cor. Signora si. ( parte y pài ritorna, 

Bri. Son qui cella cioccolata . 

Jios. Non la voglio . Voglio il thè . 

Bri. No m* ala ordenà la cioccolata ? 

Ros. Non la voglio. Voglio il thè. (adirata* 

Bri. No la vada in colera. Ghe porterò el thè. 

(parte , e ritema. 

Col. Ecco 1* andrien a fiori. 

Ros. Credi tu, che anelerà bene? 

Col. Anderà benisssimo, 

Ros. Mi pare antico. 

Col. Voi sapete quel , eh 1 egli è j l' avete portato tante 
volte. 

Ros. Mettiamolo dunque . 

Bri. Eccola servida del thè , 

Ros. Benissimo. (a Brig* 

Bri. Lo vorla? 

Ros. 



ATTO SECONDO. 49 

Ut. Aspetta. (s Bri. 

Cd. Signora padrona, vi sono delle risite . 

JU*. E chi sono ? 

Bri. El se giazzà. { mostrina* ilthì. 

Rei. Aspetta. 

dL La signora Beatrice, e la signora Eleonora. 

B»s. Sì>-sì, ho piacere. Darò loro la nuova, ch'io so* 

no sposa. 
C#/. Presto, levatevi quel andrien, e mettetevi questo « 
ito. No, no vi vuol troppo tempo . E* meglio , che 

io tenga questo. 
Ccl. Oh via, facciamo presto. 
JU*. Ti dico, che non lo voglio» 
Col. (Oh che pazienza!) {parte. 

Bri Signora, el se giazza. (come sopra. 

Ros. Brighella , va a dire a quelle signore , che pas- 
sino . Preparate le sedie . (s Corti Un* . 
Bri E el thè? . 
Ras. Non voglio altro. 

Bri. (Uh, sia maledetto i matti.) (gett* vi* il tbè y 

( $ parte . 
C*r. (Se avessi due teste, ne getterei via una.) (par. 

SCENA XVI. 

Rasatura > Eleonora, $ Beatrice. 

Kos. V-/h, compatitemi, mi stava vestendo. 

JEU. Con noi non vi avete a prendere soggezione . 

Bea. Riverisco k signora Rosaura. 

Ras. Serva la mia cara Beatrice. 

R4*. Perdonate 1* incomodo. 

Ras. Oh mi avete fatto il maggior piacere del mondo* 

Bem. ("Oggi la luna è buona. ) (da *t. 

Ras. Avete saputo, che io sono sposa? 

La Donna Volubile . g, zlf - 



H LA L02WA V0LW11E % 

tU. Sì , l'abbiamo saputo. Mene rallegro infilatameli-' 

te. Il vostro sposo non è U signor Lelio? 
Ros. Sì, il signor Lelio. 
£/#. Oh guanto me ne consolo. ( Maledettissima. ) 

Bcs. Orsù , signora Rosàurà , spero > che in avvenire 
sarete sempre àrnica > e non mi guarderete più eoo 
occhio torbido. 
k»i. Perchè mi dite questo? Sapete, che sempre vi ho 
voluto bene, e sempre ve ne vorrò ; sarete sem- 
pre la mia cara amica. 

2fe*. Non potete negare di aver avuto un poco di ge- 
losia per il signor Florindo ; ma ora , che vi spo- 
sate col signor Lelio , e che di Florindo avete 
detto tutto il male del mondo , i lui certamente 
non penserete più . 

Ros. Oh, io... non ci penso. 

JBes. E se io avessi qualche inclinazione per lui , noti 
vi darò dispiacere. 

Ros. Avete dell' inclinazione per lui? 

Bm. Per ora non so niente di positivo; ma dico» che» 
caso mai io facessi con lui amicizia , ciò non mi 
farebbe perder la vostra. 

Kósj Sì, ho capito , che siete un* amica finta . 

Bes. Come ! Amica finta ? Perché ? 

Kos. Per causa vostra, Florindo si è disgustato con mei 

Re*. Perchè per càusa mia ? 

Ros. Non parliamo altro". 

Bea. Parlate , dichiaratevi . 

Eie. Eh cara Beatrice y là signora Rosaura sa tutto, 
non occorre nascondersi . Sa , che voi amate Flo- 
rindo, e che egli è innamorato di voi j ma sic* 
come ella sposerà il signor Lelio , cosi vi lascia 
il vostro Florindo, e sarete due buone amiche . 

Ros. lo non sarò mai amica di chi mi tradisce, e non 

ho 



ATTO SECONDO. st 

ho licenziate le mie pretensioni sopra Florindo , e 
Lelio non l'ho ancora sposato. {parte . 

Bea. Che dite ? (ad Eleonora k 

Eie. Io rido come una pazza. 

Bea. Ma voi avete accresciuto il fuoco. 

Eie. V ho fatto per prendermi spasso . 

Bea. Amica , compatitemi . Voi patiate troppo . 

Eie. E voi siete furba; ma non .quanto- basta. 

Bea. Andiamo , che abbiamo fatto una bella visita . 
Che mai succederà? 

Eie. Da una donna volubile non si sa quel che possa 
succedere. (parte: 

Bea. Rosaurà è* volubile > Eleonora è ciarliera \ ma io 
lascierò.che dicano, lascierò che si sfoghino, 1 e 
sposerò Florindo a dispetto di , tutti . Quando io 
mi metto una cosa in capo, la voglio se àoves^ 
àe cascare il mondo. 



line dell'Atto Secondo. 



AT- 



Tia ~Donn& Vofuòilc . 



jlfom.ScXE. 




ATTO TERZO. 

SCENA PRIMA. 



Camera. 



M 



Re saura soU t 



A die testa e la mia? Che cervello è il mio ? 
Che diranno di me le persone , che mi conosco- 
no? Mi cambio da un' ora all' altra. Quando pen- 
so con serietà al mio carattere , ho rabbia di me 
medesima , e mi vergogno di essere cosi volubile . 
Quando dico una cosa , ha da essere . Quando fac- 
cio una risoluzione , non s* ha da preterire . Quam- 
do do una parola > s'ha da mantenere. Non sari 

ve- 



ATT0TERZ9. $§ 

▼ero per altro > che Beatrice si rida dì me . Flo- 
rindo è il primo * eh' io ho amato > e se torno a 
hu , non fò che correggere la mia volubilità» 
mostrandomi al primo impegno costante. Si, ame- 
rò Florindo ; procurerò riacquistar» , gli 'farò fe- 
dele , e farò , che di me si fòrmi miglior con* 
certo . Ma » come potrò io ricuperare il cuor di 
Florindo? Se gli potessi parlare , spezerei persua- 
derlo. So aver io qualche volta dei momenti fe- 
lici , nei quali mi posso compromettere di una 
vittoria . 



S C 5 N A II. 
Brighili*, 9 la suddetta. 



& 



Bri. Olgnora , gh' è el sior dottor Balanzoni » che la 
vorrò reverir . 

Jt*i. (Quest'è il padre di Florindo... Verrebbe a tem- 
po. ) 

Bri. Comandcla, che el veglia, o ch'el vada ? 

&# ;. Digli , che è padrone . 

Bri. Benissimo. 

Res. No, senti. (A me non è lecito parlar col padre 

dell' amante in tal congiuntura . ) 
Bri. Lo lazzo passar ? 

JL#j. Vorrei ... e non vorrei . 



& 3 SCE- 



j* LA VomA IVLVB1LE 

SCENA III. 
Dottore y e detti. 

Q 

Vot. ^1 può venire? (di dentro. 

Bri. Animo > cossa vorla che ghe diga ? 

Ros. Digli ... non so . 

Bri. La resti servida > che i' e padron . ( Cussi la finirò 

mi.) 
Ros. Chi t* ha detto ? ... 

Bri. La vegna ; la se comodi . ( al Dottore , che viene . 
Ros. Se io non voleva... 
Bri. Se non la sa comandar , che la vada a imparar . 

Vot. Signora Rosaura mi perdoni 1* ardire . 

Ros. Oh , signor Dottore mi favorisce , s accomodi . 

Vot. Giacché non v* è il suo signor padre , mi prende- 
rò la libertà di parlare con lei. 

Ros. Comandi, in che la posso servire? 

Do t. Mi permette , che parli con libertà ? 

Ros. Anzi parli pure senza soggezione veruna. 

Dot. Il signor Pantalone m'ha fatto intendere , che a- 
vrebbe avuto piacere > che fòsse seguito il matri- 
monio tra lei , e Florindo mio figliuolo . 

Ros. (Già sapeva , che doveva venir rossa . ) 

( si copre il viso eolle marni » 

Dot. Perchè si copre gli pcchj ì 

Ros. Oimc , mi veniva ' da stranutire , e non ho potuto . 

Dot. E cosi, come le diceva, intesa ch'ebbi la sua in- 
clinazione , ne parlai subito al signor Pantalone > 
e gli domandai la signora Rosaura sua figliuola . 
Egli con bontà ha dee co di sì , ed abbiamo conclu- 
so il matrimonio $ ma poi dopo , viene da me il 
signor Pantalone ", e mi dice , che sua figliuola si 

è mu.- 



^TTOTERZO. ss 

C mutata di pensiere , e che non vuol più mio fi- 
gliuolo in consorte. Io non posso credere > che la 
(ignora Rosaura abbia una tal òVbolezza di spiri- 
. to di cambiarsi da un momento all' altro , e cosi 
fare scorgere suo padre ; onde son venuto per 
sentire dalla propria sua bocca la verità , sicuris- 
simo , che una figliuola savia , e onesta > conosce- 
rà il suo dovere , e non farà un affronto ad un 
galantuomo , dopo averlo fatto stimolare a do- 
mandarla per isposa. . 

Jto. ( Orsù , "vi vuol coraggio . ) Signor dottore , com- 
patite $e mio padre vi ha fatto credere , che io 
non volessi mantenere la parola .al signor Florin- 
do . E 1 corso un equivoco di un forestiere assai ric- 
co , col quale , si credeva , che io dovessi accasar- 
mi. Io l'ho ceduto a mia sorella per mantenere 
la parola al signor- Fiorindo , e altri che lui non 
prenderò per isposo. 

J>ot. Brava , evviva j sicché posso dir con franchezza & 
mio figliuolo , che stia sicuro , eh' ella sarà sua 
sposa, 

JU/.Sl, diteglielo francamente , e disponetelo ad esser 
mio. Ho paura eh* egli non voglia me. 

Vst. Iter questo non dubito punto, perchè mio figliuo- 
lo ha da fare a modo mio 5 in tanto la riveri- 
sco . ( parte . 

fj$s. Miglior congiuntura di questa non mi poteva ca- 
pitare. Mostrando di compiacere al signor Dotto- 
re, ho fatto il mio interesse . Qualche volta io 
sono una donna politica. ( ftrtt* 



«, 4 



SCE- 



sC IA VGNKA VOLUBILE 

S C E N A IV. 

?*nt*lone> Anselmo > $ Tiritelo cm alcun* rA* é 

P*». A-^Oyc , slor Anselmo ? 

Ans. Torno al mio paese è 

Pus . Cosi presto ? E se no ve mando a pregar * no ve 

dcgnevi gnanca de vegnir da mi . 
Ans % Che mi comanda il signor Pantalone ? 
P*». Gnente altro che dirvc, che avendo inteso la vo* 
stia intenzion de voler per muggier mia £a Dia- 
na» invéce de Rosaura , son pronto a darvela , e 
contentarve . 
Ans. Signor mio, con vostra bona grada, io non vo- 
glio ne l'una, né 1' altra. 
?sn. Mo perchè ? 

Ans. Perchè tutte due con quel cerchione ora si allar- 
gano , ed ora si restringono . 
Pa». Ve dirò , sior Anselmo 5 ve compatisco , se per 
causa de qualche stravaganza , che ave visto > ve 
sé squasi pendo . Ma mi son un omo onorato : 
me cognossè , savè , che no digo busie , e ve pal- 
lerò schietto col cuor in man . Mia fia Rosaura » 
ve accordo che la xè un poco mattarella , e per 
ci vostro paese no la saria al caso , e la ve fari* 
desperar $ ma Diana, ve assicuro, da omo d'onor, 
da mercante onorato , la zé una colombina inno- 
cente, una putta semplice , savia , e modesta da 
far de ella quel che se voi , no gh*é pericolo» 
che la se metta in ambizion •> la se contenta de 
tutto ; onde se la tiolè, ve chiamerò contento, e 
felice . Vede, a mi me compliria de mandar eoa 
vu quell' altra , che la xè la prima 3 ma la sin* 

ce- 



ATTO TERZO. fr 

coirà nò voi, che ve tradissa , e intende* de far 
giustizia alla bontà de Diana , procurandoghe una 
fortuna, che la merita per el so costume , per et 
so bon cuor, per el bel tesoro della so innocenza. 

Jns. Signor Pantalone , voi ine ne dite tante di questa 
vostra figliuola, che quasi, quasi mi persuadete ; 
ma perule si è messa anch' ella intorno quel car- 
retto da far camminate i bambini > 

fm. Xè sta causa le cameriere . Ella no la lo porta 
mai. Scntindo le cameriere > che l'aveva da esser 
sposa, le l'ha restia in cerchio. 

Au % Una sposa non ancora sposata, non ha d'aver bi- 
sogno , che le si allarghino le vesti prima del 
tempo. 

Té*. Diseme, caro vu, cosa xè quella robba? 

Ami. Alarne coserelle , che aveva comprate per rega» 
iarle alla signora Rosaura; ma ella le ha vedute» 
le ha disprezzate > chiamandole grossolane , e vili. 

Tir. V verissimo, non ha fatto altro che disprezzarle. 

Pm*> Vedeu, Diana no l' avelia sprezza quella robba . 

Ami. Se la signora Diana bon le disprezza, son galan- 
tuomo, io gliele dono. i 

t*M> Aspetta, proveremo* Diana. 

2>Mw Signore, (di dtntr: 

SCENA V. 
Dìmms % 9 ditti 4 

V 

Tm. v len qua mo, fia mia. 

Dim. Vengo subito • ( tue ) Eccomi signor padre . 

Tsm. Vania mo ste belle cose , che te voi donar el sior 

Anselmo^ te piasele? 
Dm. Oli belle, oh care ! 

Ams. (Carina, mi piace con quel bel bocchino! Le no* 

sue 



SS t LA DONNA VOLUBIB! 

stre montagnaic avrebbero detto t oh care , con 
tanto di bocca. ) (d* se con caricatura. 

fan. Cossa dista de sto bel panno 2 El xà grassetto, 
ma bon. 

Via. Questo mi terrà caldo. - 

t.an. Vania mo , sto scarlatto ! 

Iti*. Oh bello! Per i giorni di festa. Oh bello! 

Ans. (Oh, che tu sia benedetta ! ) (da «, 

fan. Ste cafoe te piasele? 

Dia. Oh, se fossero tutte mie! 

Ans. (Le piace tutto.) (da se. 

fan. Oc, oe, Tarda sto zogieb: antighetto, ma boti. 

Pi*. Oh bello, oh bello! E* mio; è mio . Lo voglio, 
io , lo voglio io . 

Ans. ( Oh, che adorabile semplicità ! ) ( da se. 

fan. Varda mo st' altra zoggia. (U mùnta Anselmo. 

Pi*. Qual gioja? 

fan. Questa. Sto boccon de w>ggi*. ( parlando di An~ 

( selmo . 

Dà*. -Via, mi burlate. 

fan. .No astu dito, che ti lo toressi per isposo? 

Dia. Si, l'ho detto. (ridendo^ 

fan. Eccolo qua , se ti lo voi ... 

jins. Se mi volete , son vostro . 

Dia. E la gioja? 

Toni La zoggia^ el xè elo. 

Dia. Egli è la gioja ? Oh questa sì , che è da ridere . 
F una gioja tanto grande, che mi fa spavento. 

fan. Orsù , cossa diseu , sior Anselmo ? Ve piasela sta, 
putta? 

Ans. Io ne sono innamoratissimo . 

fan. Se la volc, la xè vostra. 

Dia. Come sua ? Io son vostra ; mi avete forse vendu- 
ta? ( m fMK 

fan. Sìj t'ho venda a sior Anselmo. 

Via. 



ATTO TERZO. $9 

pia. E quanto vi iia dato? 

fan. Sentiu, che innocenza? (ad Ans. 

Ans. Per le nostre montagne e un capo d'opera. 

fan. Andemo a far do righe de scrittura. 

Ans. Andiamo pure , sono con voi . 

Tarn. Diana quella robba xè toa, . (parti. 

Ans. Si, quella roba è vostra, e anche questa gioja. 

(pam. 
Dia. Quella non è gioja da portare al collo . 

(parte con Tiritofolo. 

SCENA VI. 

'Brighella , Colombina , e Corallina . 

Bri. x\Lto, alto fermeve, 

fol. Datemi il mio zecchino. 

Cor. Restituitemi il mio danaro. 

Col. Cos} hurlate le povere donne? 

Cor. Cosi le sassinate? 

Bri, Me maraveggio dei fatti vostri . Son un galante 
fflo, e non -ho bisogno dei vostri danari. Ho fat- 
to per far una prova > per veder se nissuna de vu 
altre do pettegole me voi ben . Mi no voi pia 
servir ; me voi mandar -, ma voi una , che me 
voggia ben . V* ho prova ; v* ho cognossu , sé do, 
bone limosine ; me maltratta , me strapazzè j per 
un zecchin me volè far perder la reputazion ? Non 
occorr* altro . Ande al diavolo tutte do. Perdere sta 
fortuna , perdere un omo della mia sorte , e pianzeré 
la vostra maledetta avarizia , e mi riderò con una 
sposa al fianco » che ve farà morir dall' invidia . 

p#/ # Io l'ho detto... cosi per ischerzo... per altro lo 
zecchino ve 1* ho donato . ( mortificata . 

Cor. Se ne volete degli altri , siete padrone. ( mortificata . 

Bri. 



** LA VOXXA VOLUBIEB 

Bri. Eh, sangue de mi , toli el vostro zetchùi . 

(fi n l* tirérii fuori • 
Col. No , no , tenetelo . 
Cor. Non lo voglio , non lo voglio * 
Bri. Non lo voli? 
Col. Io ve lo dono . 
Cct. Ed io ve l'aveva donato. 
Bri. Basta , per no mortificarve lo tegniró. 
Col. Ma ... dite ... Chi sarà la vostra sposa ? 
Bri. Quella, che me vorrà pia ben. 
Cor. Io vi amo con tutto il cuore . 
Col. Ed io spasimo per voi. 

Bri. Orsù , sta sera se dà la man alla paroncina zove- 
ne , e poi esser anca alla più grande , se la se 
conserterà dell' istesso pensier fin a sta sera . El 
padron farà un poco <f allegria, un pòco de cón- 
yersazion, e se poi dar, che me resolvi anca mi. 
Col. Chi sarà mai la fortunata ? 
Bri. Ho fissa 5 ma noi voggio dir . 
Cor. Via djtelo. 
Bri. No, noi voggio dir . Una de vu altre do ; ma 

no voi dir cniala . 
Col. Ditelo, caro Brighella, levatemi di pena. 
Bri. Orsù, lo dirò, e no lo dirò. La più bella. 
Col. ( Questa fortuna avrebbe a toccare a me.) 
Cor. (On, sarò io senz'altro.) 
Col. (Che cosa ha di bello colei? Niente. ) 
Cor. ( Diavolo 1 Se dicesse, che è più bella Colombina , 

direi, ch'egli è orbo.) 
Col. ( Oh , è mio senz' altro ) . Brighella , son conten- 
tissima . (f*rt* . 
Cor. (Io, io sarà la sposa.) Ora vedo, che mi volete 
bene. (/****• 



S«E- 



ATTQTERZQ. €i 

SCENA VII 

Brighili*, poi ?*»t*lon$. 

Bri. XxNdc là , clie sté ben tutte do . 

ffin. Animo > presto > goveraè quelle camere . Mette 

suso le candele . Parecchie un poco de caffè . 
Bri. Per molta zente? 
?*». Per diesc , o dodese persone . Sta se/a Diana dà 

la man a sior Anselmo 5 bisogna far qualcossa . 
Bri. E la sipra Diana se sposerà prima della sioraRo- 

saura? 
T*n. L'occasion porta cussi. Sior Anselmo ha d'andai 

?ia ; ma poi esser anca, che in tei' istesso tempo 

Rosaura se marida col sior Lelio . Avemo parla 

insieme za un poco ; el gh* aveva della difficolti 

per causa de un poco de zelosia ; ma credo , eh* 

el vegnirà «pia, e se giusterà tutto. 
Bri Un gran cervelletto difficile , che 1' è* quella siora 

Rosaura ; la fa deventar matta la povera servitù . 
?m». Oh , se me la posso destrigar ! Ma via , no per- 

demo tempo, fé* quei, che v* ho dito. 
fri. La servo subito . (p*rt$. 

SCENA VUL 
Ftntsbns , pei Thrinde , 

TdH. l3£ resto solo ! Se me libero da sti intrighi, me 

voi maiidar anca mi. 
Th. Setvitor umilissimo» signor Pantalone. 
T*n. Patron mio riverito . Cossa comandela ? 
Ile. Desidero saper da lei una verità . Mio padre in* 

ha detto aver parlato colla signora Rosaura , e che 

ella 



k% LA DONNA VOLUBILE 

ella non solo è disposta a darmi la mano -, ma 
lo ha pregato a sollecitare le nostre nozze. Desi- 
dero sapere da Vossignoria come vada questa fac- 
cenda . 

Fan. Fio mio , ve posso assicurar , che la cosa xè cut-' 
ta ai contrario . Rosaura ice impegnada co sior 
Lelio . La lo voi a tutti i patti . Per contentarla , 
ho dito de sì . Col sior Lelio s ha srabilio , e a 
momenti l'aspetto per concluder sto matrimonio. 

Fio. Posso dunque dispor di me senza riguardo alla 
parola , che prima era corsa i 

fan. Quella parola no tien . Xè tutto à monte . 

Fio. Signor Pantalone , servitor umilissimo . 

Fan. Compatirne , mi nò ghe n* ho colpa . 

Fio. Oh, non mi preme. Bastami essere in libertà, e 
vi ringrazio d'avermi assicurato . (Dica ciò che 
vuole mio padre , Beatrice sarà mia sposa . (parte, 

SCENA IX. 

Pantalone, poi Rosaura; 

Fan. Hi Pur quanto 1' averia fatto megio a tor Flo- 
xindo , piuttosto che Lelio » ma le donne le la 
voi a so modo , e mi per destrigarmela de casa , 
procuro de contentarla. 

Kos. Ebbene , signor padre , siete rimasti d'accordo col 
signor Florindo ? 

Pan. Sì , in do parole s f avemo destrigà . 

'Kos. E 1 contento? 

Fan. Contentissimo. 

Kos. Quando si faranno le nozze? 

Fan. Che nozze ? 

m Ros. Le nozze mie . 

&an. Anca sta seni) se voli. 

Ìlos m 



ATTO T -z a z o ♦ ** 

Rùs. Io son contenta . Fate venire il signor Florindo i 
e spicciamola.. 

Ta». Cossa gh' intra Florindo? 

Ito. Non ha da esser mio sposo ? 

Tm*. Come ! Florindo ? No astu dito , che ti voi Lelio f 

£#*. Mi, orai non è venuto per me il signor Florindo ì 

fsm. E per questo? 

2to. Aveva pensato meglio.- 

?*». Via matta, via senza giudizio . Ti ha dito de vo- 
ler Lelio, e ti lo sposerà o per amor, o pei for- 
za, e se no ti sposerà Lelio , no ci sposerà più 
nissun a sto mondò . £ se nò ti gh'averà cervel- 
lo, te cazzalo tra dò muri, frasconaia,' impru- 
dente, volubile come el vento. (parta 

SCENA X 

RosMUTMy e Lelio. 

R*s. V*4 Anta , canta , io là voglio à mio modo . HO 
stabilito di. voler Florindo > e non voglio mutar 
pensiero. Mio padre mi dice volubile , ed io so- 
no diventata la più costante donna di questo mondo . 

Lei. Signóra, perchè il signor Pantalone mi ha rappre- 
sentato , che voi avete della bontà per me , Ten- 
go ad assicurarvi, che ho della stima per voi:. 

Mss. Io non mi curo della vostra stima , e voi potete 
far poco capitale della mia bontà . 

Lei. Perche mi rispóndete in tal guisa? 

Res. Perchè sono una donna costante. (patte ; 



iCÈ- 



B 



LA DONNA VOLUBILE 

SCENA XI. 
L$li* s$U. 

Ella, costanza in vero S Gestante nella pazzia ; co* 
stante si potrebbe dire nell* incostanza! Orsù» è 
.finita . Con lei non me ne impaccio mai più . 
Sin' ora sono stato esitante ; ota mi determino pec 
la signora Eleonora , « vado in questo punto a 
risolvere, s'ella non mi ricusa, (#"**• 

SCENA XII. 

Camera di conversazione con illuminatone. 

DÌM*s> CoUmbmSy Cortili**. 

Col. V-/H via, venite qui; lasciatevi mettere il cer- 
chio. 
Dm. Non lo voglio assolatamente. 
Cor. Volete sposarvi in quest'abito? 
Vìa. Jn signor Anselmo mi ha detto di si . 
Qtk Eh, che il signor Anselmo è un pazzo. 
Or. Eh, che il signor Anselmo e uà montanaro. 



SCE- 



ATTO TERZO. 6s 

SCENA XIII. 
Anselmo , e le suddette . 

A*s. VJHE c' è ì Che fitte ? 

Pù». Guardate» signore , mi vogliono mettere il cer- 
chio. 

A*s. Ah , femmine indiavolate ! La signora Diana è 
forse da distillare, che la volete mettere in quel 
tamburlano ? 

Cel. Ma ha da sposarsi come serva? 

Ans. In «pesto ci ho da pensar io, e non voi. 

Cer. Oh, che sposino di buon gusto! 

Ans. Portate via queir imbroglio . I piedi della signo- 
ra Diana non hanno bisogno dell' ombrello per 
ripararsi dal spie, 

SCENA XIV. 

PMntmhne, e detti. 

Tsm. VJe , siori novizari ! Cussi* me piasc star insie- 

me . 
Ans. Per carità fate , che quelle donne portino via quel 

copertogli© da quaglie. 
Tmm. Via, porte via quel felze da barca. 
Ami. Oh bravo ! Questo è un nome , eh' io non lo sa- 
peva. 
CeL Oh volesse il cielo , che quando mi marito , lo 

potessi portar io . ( lev* il cerchie . 

Ans. Ma perché avete accesi tanti lumi ? Avete paura 

eh' io non* ci veda ad ammogliarmi con vostra 

figlia? 
Tem. Faremo un poco de conversazion . 

1+ Dtnns Volutile. K Anu 



04 LA DONNA VOLUBILE, ! 

Ans. A me basta la conversazione fra lei e me. 

Fan. Vegnirà della zente . 

Ans. A che fare ? Per il matrimonio bastano due per? 
sone. 

Fan. Caro sior Anselmo , compatì . In questo me son 
uniforma al costume . Co se da la man , se infi- 
da i parenti, e i amici. Mi, parenti no gbe n 
bo , perche son fora del mio paese > onde -ho invi* 
di qualche siora , amjga delle mie patte „ 

Ans. Ma, colla signora ci sarà il signore? 

Fan. Poi esser ; ma no ghe xè mal . 

Ans. Basta > anderemp in montagna , 

Col. Ecco la signora Beatrice. 

Cor. Vi e anco la signora Eleonora, si congratuleranno 
con voi , che siete la sposa , 

Dia. Oh io mi vergogno . 

Tati. Vedeu? Ecco le signore. 

Ans. Non ve l'ho detto ? C«lle signore vi sono i sw 
gnori. 

■S C E N A JCV. 

Beatrice, Eleonora* f brindo, Lelia, e detti. 

Bea. kJErva di lor signori. (tutti salutano, 

Lio. Riverisco lor signori. 
Bea. Sposina. > mi rallegro con voi , 
Eie. Godo' delle vostre felicità . 
Dia. (Si nasconde dietro la scena. 
Bea. Via > via , non fuggite . 
Eie. Eh» gettate via la vergogna. 
pia. (Seguita a nascondere. 

Ans. (Oh, che bella semplicità!) (da) st, 

fan. Ah, cossa diseu? (ad -A**, 

A»4. 



iiro mìo; 6t 

Am. E* innocefitfcsuna ; ma presto in montagna. 

( « Pantalone ( 

SCENA XVI. 
Rottura , « 4tf/j . 

È»l Olgnori miei j riverisco tutti » ( r*m* U saluta* 
Ho . ) Che vuol dire , signor padre , tutta questa 
bella conversazione ? Sono forse venuti per favo- 
rirmi? Grazie. Ho piacere , che qui vi siano va- 
rie persone unite per far sapere a tutti , che stf 
per io passato sono stata soggetta a qualche cam- 
biamento, ho mutato ora costume , e mi pregio 
della costanza , e perciò siccome il mio primo im- 
pegno fa col signor Florindo , inrendo di mante- 
nerlo, e sono pronta a dargli la mano di sposa. 

Th. Signora , vi ringrazio infinitàrnente della vostra 
cortese bontà . Lodo > che abbiate stabilito di vo- 
ler esser costante. Ciò accrescerà merito y e pre* 
gio alla vostra bellezza. Voi mi onorate coll'esi* 
bizione della vostra mano, ed io vi dico, che la 
mia sposa è la signora Beatrice . 

*#if. Tiò, gh'ho gusto. (a Re*. 

X*s. Come ! Àrnica finta * cosi mi tradite ? 

B**. Io tradirvi ? Vi ha tradita la vostra volubilità ♦ 

B*j. Ma vedo benissimo la scioccheria, ch'io faceva a 
sposare uno , che non Io merita 4 Eccomi sciolta 
dal primo impegno, ed eccomi obbligata al secon- 
do . Se il signor Florindo mi ha messa in liberta , 
potrò Appagare il mio genio , e sposarmi al mio 
caro signor Lelio. 

Iti. Veramente confesso non meritar le vostre grazie : 
mi sorprende 1* improvvisa vostra predilezione j di- 
cendomi caro , è segno , che mi amate , ed io 
R x so- 



tifi LA DONNA VOLUBILE 

sono forzato a dirvi-, che la mia sposa e Ja si* 
gnora Eleonora. 

£**; Tiò , gh* ho gusto . ( m Ras. 

Kos. Cornei Anche voi mi avete tradita ? (dd Elton. 

Eie. Io tradirvi ! Incolpate la vostra volubilità . 

Kos. Voi credete d'avermi tatto un'ingiuria, e pure mi 
avete fatto il maggior piacere del mondo . Per 
causa vostra, non poteva accettare una gran fot-» 
tuna, temendo mi venisse rimproverata la parola, 
che a voi 'dato aveva . Ecco qui il signor Ansel- 
mo : egli mi ha esibito più volte le di lui noz- 
ze : le ho ricusate per causa vostra ; ora le accet- 
to , e vado in questo momento a levarmi il cer- 
chio. 

Ans. Fermate , senza che perdiate altro tempo, ecco 
qui che alla presenza di tutti questi signori , io 
do la mane di sposo alla signora Diana, 

P*». Tiò, gh'ho gusto. (* A#j> 

Ros. Come ! Alla sorella minore ì 

Ans. Ella pare di voi minore , perchè non è imballata , 
come siete voi. 

Re*. Oimé J Vedo tre spose, ed io resto senza spetto? 

Pan. To danno . ( « R*s< 

Cp/. Anzi ne vedrete quattro. 

Cor. Sì, quattro, Brighella deve sposarmi. 

C#t Brighella sposerà me - 



SCE- 



ATTO TERZO. 69 

ÌCÈNA ULTIMA; 
Brighèlla , * detti* 

Èri t3oN qui > chi me domanda ? 

Cét. E 1 veto, Brighella, che toi speserete me* 

Or. F vero, che * me darete la mano? 

Bfi. Ve dirò: ho dito dH Sposar la pia bella ; ma re- 
do che sé tutte do belle a un mòdo ; onde 1 per 
nò far torto a riissuha , no sposerò ne V ung ni 
l'altra. 

C9Ì Brkcone ! Datemi il mio zecchino ; 

Cut. Indegno! Datemi il mio danaro. 

Bri. Slot si , vago a servirla . La* Voi , dhe pòrta el 
caffi ? La servo subito . ( à Pan. , e parte . 

AHs. Id non voglie altro caffe . Signóri' auguro a tutti 
la buona notte : io me ne va'do colla mia sposa , 

Ile. Ed io pure partirò còlla signofa -Beatrice; giacché 
mi ha accordato di sposarla mio padre, assicura- 
to del carattere della signora Rdsaufa*. 

tei. Io parimenti anderò a coneludere colla signora 
Eleonora. 

Jto. Ed io reiterò <Jul coi rossore di essére abbando- 
nata , e schernita ? Ah si me lo merito . Questo 
è il gastigo della Donna Volubile* Vele*, tutto, e 
e non aver niente . Cambiarsi sempre, e non ri- 
sòlvei mai > e finalmente voler esser eostante quan- 
do non v' é pia tempo 4 (parte é 

Tìdè MI* Commedia . 

Noi 



NOI RIFORMATORI 

DELLO STUDIO DI PADOVA. 

J\ Vendo veduto per la Fede di Revisione , ed Appro- 
vazione del P. Fr. Gio: Tommaso Mascheroni In- 
quisì tor Generale del Santo uffizio di VenexJa nel 
Libro intitolato : Le Commedie M Carlo Goldoni oc. 
non vi esser còsa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica, e parimente per Attestato del Segreta- 
rio Nostro , niente contro Principi , e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antonio Zana Stanv» 
pator di VenezJa che possa essere stampato , os- 
servando gli ordini in materia di Stampe , e pre- 
sentando le solite Copie alle pubbliche Librerie di 
Venezia, e di Padova. 

Dat. li io. Aprile 178*. ^ 

( Andre* Queruli Rif> 
( Pietro Barbarico Rif. 
( Francesco Moro s ini 2° Cav. Froc. Ri/. 

Registrato in Libro a Cane x 8 8. al Num. 1 70 j. 

Ùimeffe Graienigo Sofr. 

lo. Aprile 17 16. 

Registrato a Carte 134. nel Libro esistente presso 
gli Illustrissimi ed Eccell Sig. Esecutori contro 
la Bestemmia. 

Giannantonio Maria Costali Ned. 



I PETTEGOLEZZI 

DELLE DONNE. 
COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA 

Rappresentata pei la prima Tolta in Venezia il Ca*- 
norale dell' Anno MDCCLVH. 



I ftttegtiexxi delti Dcnn* . S PER- 



J 

P E R S O N AGGI. 

PANTALONE Mercante . 

Paron TONI padron di Tartina. 

CHECCHINA creduta figliuola di paron TONÌ. 

BEPPO amanttf di CHECCHINA . 

BEATRICE Romana. 

ELEONORA amica Mi BEATRICE. 

LELIO caricato. 

Donna SGUALDA Bigattiera. 

Donna CATE Lavandaja. 

AN20LETTA Sarta. 

OTTAVIO Romano , detto SALAMELA , padre di 
CHECCHINA . 

TOEFOLO mariaajo di paran TONI* 

MUSA Armeno, detto ABAGIGGI . 

MERLINO ragazzo Napoletano . 

ARLECCHINO, servo di LELIO . 

TACCHINO „ 

CAMERIERE d'Osteria. 

TANDURO. ) w . . 
MOCCOLO. , Manoaj. 

SERVITORE di ELEONORA. 

La Scena si rappresenta in Venezia , 

A A* 



Xi TtéepolezzL delle D ernie 




ATTO PRIMO. 

SCENA PRIMA. 

Camera di Chccchina. 

Cbiccbms * stderi Hit mezzi, Sottrici, ed Zlecnor* s. 
snUn vicino * Cbicchin* , D. SgHélds appresso 4 
finnici > i dinne Cmti sfpnsti *d tltctw*. 

V 

Bea. ▼ la sposina, state allegra. 

EU. Questa per voi è una giornata felice. 

Cbt m Oh sfera sì , 110 yorla , che staga allegra? Soa 

norizza.. 
%#. Oe, zcrmana, «juando yienlo sto to bovizzo ? 

S % Cfr. 



4 I MTTEGOLEZZI DELt£ DONNE . 

A Chèi Sior pare ha dito , che adessadesso el vien . 

" Cut. Oc , Checca , to compare t' alo manda la ban- 

*..., ài} (*) 

Che. Gnatica un fior noi m* ha manda. 

Cat. Oh che spilla (b) y che el xè! 

Sgu. T ajj» manìa confetti ? 

Che. jCfaanca un fià de tossego (e) . ^ 

Sgu. phche fffsura (d) : va là, che ti gh* ha un bel 
compare; ^ r ; 

BeaJÌE. per questo/" Perchè .il signor Pantalone non man» 
* da"£ nò^t.ispàjde , non è un galantuomo ? Gran 
' lingue avete voi altre donne . "\ ' 

Sùs. Oh U varda > cara- eia > che la nostra lefigua no 
^ sarà compagna della soa. 
• 35fo. Mi pafe , che dovreste avere un poco di rispetto 
per le persone civili . 

Sp*. Ore, cotsa distu? Àstu scudo? 

C*t. Oh 4 che caldo! Me vien su le fumane de Pasqua 
matta. 

Che. Oc, zermane, voleu aver giudizio? 

Sgu. Quando vienlo sto to novizzo ? Cate , aria . 

Cst. Gnanca in te la mente. 

2m. Donna Sgualda > perchè non andate a vendere i 
vostri abiti vecchj , e le vostre galanterie ? 

Sgu. Ancuo no vendo, la veda, Lustrissima; gh'ho da 
magnar, sala, .siben che no vendo. 

He. E voi oggi non lavate? (* Cute. 

Cat. Oh no la s* indubita , che le so strazze de carni- 
se le sarà lavae. 

EU. Come parlate ? Mi parete una impertinente. 

Cut. Sgualda , Sgualda , se scalda i ferri . 

Eie. 

(a) Fiori per adornarsi una parte del capo , e una par- 
te del sene. (b)' Spilorcio.' ' (e) Tossico. 

(à) Spiantato. 



£/#. Orsa 9 Checca mia, voi mi avete invitata alle voi 
stre nozze , ed io, e per la vicinanza , e perche 
voglio bene a Beppo , che e figlio del mio fatte* 
xe , ci sono venuta ; ma , con questa sorte di gen* 
te, io non voglio addomesticarmi* 

Che. Cara Lustrissima no la vaga via . 

Cat. Oc Sguaida, tirete in là, che no ti la insporchi * 

Sg». Oh che cara matta, che ti xè. (s'allontanano ** 

(pteo. 

3*0. Noi siamo qui per far piacere a Cocchina * e voi 
abbiate creanza. 

Sg». Parlela co mi? 

3on. Si, con voi. 

Sg». Care, la parla co mi, sastu? 

C*t. No ti ghe sa responder? 

Che. Voleu taser? 

Cat m Oe vien el novizzo.. 

Cbt. E ghe xé mio pare , e ghe xè sior compare . 

SCENA il 
Pantalone > paro» Toni, o Beppo: 

Tom. V^lHecca, fia mia, alliegri. Nozze, nozze, al- 

licgti. 
Sg*. Che belle nozze senza confetti ! 
Fatto. Siora comare, me consolo con eia. 
Cb*. Grazie, sior compare. 
Cm*. Sior compare , quando se tale ste nozze ?. 
Tata. Ancuo , stasera . 
Gs*~ Semo molto, sotti (*) . 
fa**. Aspetti, che bagnarema. 

Tom. 
(a) Ristretti noi Urott amonto. 



* i ?xtTZGOìzzzi mia do^ne 

Trtftt Via sior novùzo , vcgnl aranti . Giunca no la 

Tarde la no vizza? 
B*p. Dove voleu, che vaga» Che sé tante donne, che 

le me confonde. 
Ton. Àveu paura de no trovar la novizia ? No podi £d« 

lar. La xè la più zovene, e la pia bella. 
Cm*. Oh la più «avene no. 
Sgu. Oh giunca la più bella, 
ftp. O zovene, o vecchia, o bella, o bratta , se ghe 

fosse un poco de liogo » me senresave arente de 

eia. 
?*n. £1 gh' ha rason . £1 novizio ha da star arente la 
% novizza . Le favorissa , le se retira un pochette 

più in- zo, e le ghe daga un poco de liogo. 
£/#. Io'son pronta; basta» che onesta femmina si ria 

più in là. 
Cat. Oh in verità, che sta femena no se more dalli 

so cariega (*) . 
Bea. Via Checca, sedete voi sulla mia sedia, che don* 

na Sgualda mi darà la sua , e anderà a seder in 

un* altra . 
Sgu. Dove che la voi, che tagami, la poi andar eia. 
Fa». Via, siore, bisogna ceder el liogo a chi lo me* 

rita. 
Sg». Oe ! A chi lo menu ? Ben se no lo merito , no 

lo voggio (b). Zcrmana a rivederse. (s'ali*. 
Che. Dove andeu? 
Sg». No sentiu? Cedo il liogo a chi lo merita . Sior 

compare comanda, e ti ti tasi ; bisogna, che ti 

sappi , come che ri sta. 
Te». Come ! Cossa vorressi dir? 
Sgu Eh m' intendo mi , co digo tona • insmsrima» 

cedo el liogo a chi lo merita , la se comodi . 

Smw 

(*) SeiU. (b) C**M. 

i 



ATTO P * 2 Jf O. 



T 



Senti , sa , Checca , no me invidar mai più . la 
casa toa no gite meteo pia ne pie, né passo. A 
una donna della mia sorte farghe sto boceon de 
affronto ? Se 6 pia conto de una foresta (a) > che 
no zè d'una zetinana! In malora «pianti che sèj 
pace «otto, fia senza cervello , compare spilorza, 
novizzo spianti, Lustrissima de fayetta. (pam. 

Mts. Io credo, che colei sia pazza. 

Cat. Ehcarasiora, la pazza la gh* ha pi è cervello de eia. 

Ile. Come parlate? 

Co*. Colla bocca. 

Eie. Orsa ; stando più qui , si pone a rischio il deco- 
ro . Sposa addio , con queste femmine impertinen- 
ti non ci voglio più stare . (parte . 

Cat. Polentina, polentina. 

Me*. Cos'è «pesta polentina? 

C#f. Caia eia, la me piase, la nomino. Ghe fida ve- 
gnir l'acqua in bocca? 

Bea. Voi mi face venir volontà di trattarvi come me- 
ritate) ma per non far un dispiacere a questa buo- 
na ragazza , mi contento di andarmene > e vi di- 
co , che se non modererete la lingua, ve la hxò 
tagliare. (parte. 

Cat. Oh che spasimi ! Oh che dolori l 

Ti». Saveu cossa, che v'ho da dir , siora? Che in ca- 
sa mia no voi dottorerà , che se se stada invida- 
da, tratte con civiltà, e se no la savè la civiltà, 
andò a far i fatti vostri. 

Cm*. Sì ? Me mandè via? No sé degno xT «verme . Oc 
ve ne pentire. Checca, vago via, sastu? Ma vox, 
che ti te ricordi de Care lavande», (pam. 



SCÉ- 
( a ) TwstUra • 

S 4 



g 1 PETTEGOLEZZI DELLE VOKNE 

SCENA III. 

1 Checca, Biffo, Pantalone , paro» Tomi. 

fan. V/H che bella conversazioni Oh che patenti , 
che gh' ave ! (* Toni . 

Ton. Ch'ho gusto, che le sia andae via . Faremo meggio 
le nostre cose tra de nu altri. Checca, zè qua et 
novizzo, xè qua el compare \ se ti voi 1" anello » 
Beppo te lo darà. Siben, che no ghe xè coma- 
rezzo (a) , n'importa, no mancherà tempo de far 
un poco de tibidoi (b) . 

Che. Per mi co ghe xè Beppo, ghe xè tutto el mondo , 

Bep. £ mi, no desidero altro che la mia Checca. 

fan. Via , tiolc: questo xè 1* anello, metteghelo in deo „ 

{a Beffo. 

Bop. Come se fa? Inseguente . 

Boa. Oh che cono! Ghe voi tanto? Cosi se fe. 

(frova a mettere V anello a Checca .' 

Bop. Via , via, farò mi. No ve onzè (e) le man. 

fan. Seu zeloso? So vostro compare. 

Bef. La diga, sior Pantalon, co el compare ha dà 1* 
anello, l'ha fenio? 

fan. Siben, se volè, avero fenio. 

Ton. Eh via I Seu matto ? No cognossè sior Pantalon ? 
No savè, che omoe ch'el xè ? 

fan. Compare xè 14. ore sonae . Ho desparecchii , ho 
desarmà la barca, e no so più bon da vogar . 

Bep. Oh che caro sior Pantalon ! El me fa da rider «, 
Via, vardè sefazzo pulito, (mette V anello aCbe m 

Che. Me sposelo adesso? 

Ton» 

( a.) Invite di donne . ( b ) Allegria. 

(e) Ungete. 



ATTOtRXMO. * » 

Ton. Siora no, ci ve dà ci segno (a). 

Cfc. Che bisogno ghe xè de segno ? £1 me poi sposar 
alla prima. 

Tea. Bisogna far le cose una alla Tolta . 

Che. Oh co bello, che el xè sto anello I 

fan. Ve piaselo ? 

Che. Me piase V anello > ma me piase più chi me 
l'ha da. 

Jfc». Mi ve l'ho dà. 

Che. Eh digo chi me 1' ha messo in dco . 

Pan. Oh putti me consolo . Vago a far i fatti mii. 
£1 ciel ve benediga, se ve bisogna qualcossa, co- 
mandeme . ( Oh che bella cossa , che xè 1* esser 
zoveni! Mapursiben cheson vecchio, sta fonxion 
la farave anca mi . Fina el segno lo daria , ma 
per de più no me posso impegnar. ) (parti* 

SCENA IV. 

Checca, Beppe, paro* Toni. 

Tom. V IA fieppo, se ave da far qualcossa, andè . 

Bop. Eh non ho da far gnente . 

Té». Se no' gh'avè da far ru , ho da far mi ; andemo. 

Bep. ( Ho inteso i noi voi , che staga qua ) Checca a 
revederse. 

Che. Beppo, voggieme ben. 

Bop. Sto cuor xè roseto. 

Che. Sia benedetto el to cuor . 

Tom. Do novizzi, che se voi ben, la xè una gran bel- 
la cosa. (parto. 

Bop. Cara culia 1 (b). ( parto . 

Che. Caro colu (c)\ Son la donna più contenta , che 

sia 

(a) Qjoaù pegno . (h) Colei, (e) Colai. 



j* 2 nTTEGOttZZl VILLE DONNE 

sia a sto mondo. Quelle care mie zermane le m* 
arerà fatto vcgnir caldo ; ma de eie no ghe ne 
penso . Co Beppo me voi ben ; co Beppo zè mio , 
ghe n indonno a cotte ste pettegole > e no le 
voi praticai. (parto, 

SCENA V. 

Strada. 

Donna Cote eoa cestelli di panni bianchi , 
Merlino con cesta m testa. 



Vu, 



Cat. V IA , andemo a portai sci drappi . Anemo, 
cammina. 

Mtr. Oh chisso lavorare non me peace . 

Cat. Se ti voi magnai in sto paese*, bisogna che ci 
laori . 

Mer. Me peace chiù battere la birba > domannà la le- 
mosena. 

Cut. Ceno ; se ti domanderà la limosina , tutti te caz- 
zerà via > va a laora i te dirà 5 rurbazzo , va a 
laora. 

Mer. Eh io saccio fare lo mestiere mio . Varda : uno 
poco de lemmosena a chisso povero monco . (fa 
il monco ) Facite la carerà a chisso povero strop- 
piato. ( fa lo stroppiato ) La carctà'a lo povero 
cieco . (fa il cieco ) Moveteve a compassione de 
un povero f ravecatore > che caduto da una fra* 
veca non pò chiù lavora . ( cammina col pro- 

( ter ito y e coUe mani . 

Co*. Va là , che ti xc un bel fior de verta ! De che 
paese sestu? 

Mer. Songo no degnissimo lazzarone Napoletano . 

Caf..'( Oh da costù, no me rara» portar altro la cesta. 

El 



jtTTÓFRIMÓ. $t 

11 zè un baronceilo , che me poi robar . ) Tìò 
una gazzetta, e va a far i fiuti toi . 

Un. No me oolite chiù ? 

Cm*. No, ao voi alno . 

Mer. Managgia chi t* ha filiato , che te pazza vegni 
tanti cancari > quanti punti sono in tutta la gian- 
chetia di chisso cesto # Managgia patteto , ma* 
metta , e tutta la generazione toia . 

Cst. Dì quel che ti voi, za mi no l'intendo. 

hit. Bidè , bidè , chi te baie. 

Cst. Cosa? ; 

Un. Che tu puozze jnori de subeto » T hanno chia- 
mato. 

Cst. Chi m'ha chiami) 

Mn. Na fegnora. Lì li, na segnora, 

Cst. Dove? Mi no la redo.... xcla quela? 

( si vòlt*, $ Merli** ruks un* tsmkis. 

Un. Creato de bossoria. 

Cst. Gassa diavolo dista, papaga maledetto * 

Un. Pozz' esseie acisa. 

Cst. Cossa dista ? 

Un. No m' ha caputo? 

Cst. No» non t'ho caputo» 

Un. E se tu no m* haie caputo , 

Sarai figlia di patre cornuto. 
No malanno lo ciel te dia 
Milk cancari a bossorìa. 

(e intanto , » saltimi* fétte. 

Cst. Oh siesta maledetto 1 Mi no 1* intendo ben ; ma 
credo, che ti m' abbia manda • Oe , anca mi lo 
mando col cuor . Me dsspiase de sta cesa > ma 
su* i n zegneto a portarla mi . 



SCE- 



iz I PETTEGOLEZZI DELLE DONNE 

S C E N A VI. 
Donna Sgualda con roba da vendere, # detta. 

Sgu. V-/E, Cate, qui ti xè ? 

Cat. Son qui, che porto i drappi. Cossa dista de quel- 
le Lustrissime ? 

Sgu. Cara ti, tasi, che ti me fa vegair el mio mal. 

Cat. Cosa gh' astu de belo da vender? 

Sgu. Gh*ho una beMa carpetta (*), e una bella vestina . 
Ti che ti pratichi per ste case , varda de farme- 
la dar via. 

Cfit. Perchè no ? Ghe la mostristu a Checca ? 

Sgu. No la xè miga roba da par soo. 

Cat. Oh cosa distu ? No ti vedi in che hoccon de 
aria , che i 1* ha messa ? 

Sgu. Certo, che quel mio zerman xè un pezzo de nuu> 
to a spender tanti bezzi intorno so fia. 

Cat. Credistu , che el spenda elo ? Uh povera matta ! 

Sgu. Mo chi spende ? 

Cat. Oe; sior compare « 

Sgu. Chi ? Sior Pantalon ? 

Cat. Giusto ciò. 

Sgu. Mo se no l'ha compra giunca quattro •confetti . 

Cat. Ben» noi poi miga far tante cose. Co el li spen- 
de da una banda, no li spende dall'altra . 

Sgu. E mio zerman no disc gnente?' 

Cat. Cossa vustp, che el diga? El lassa che i razza. 

Sgu. Lo compatisse j finalmente no la xè so fia. 

Cat. Cosa distu? Checca, no xè so fia? 

Sgu. Oe me prómettistu da donna onorata de no dir 
gnente a nissun? 

Cat. 

(a) Gonnella. 



. ATTOTRIMO. xs 

G*. Oh no gh'c pericolo che parla . 

Sgu. Varda ben ve? No lo dirave a nissun a sto mon- 
do altri» che a ti. 

C*t. A mi ti me lo poi dir 5 ti sa > che donna che 
son. 

Sgm. Checca no xè fia de nostro zerman. 

Cst. Oh cosa che ti me conti! Dime mo : de chi ze- 
la fia? 

Sgu. No so. Donna Menega, bona memoria, muggier , 
de paton Toni l' ha confidi a mia mare > e mia 
mare me l'ha confidi a mi. 

Cmt. Ma dove l'hai abua? 

Sgu. Ycdeu? Paron Toni ta a viazzando co la so tar- 
tara. I dise, che 1* abbia trovi sta putta fora de 
qui . Chi dise , che la sia una mula ; chi dise , 
che la sia un potachietto («) de paron Toni* chi 
dise» che la sia una fufigna (b) de D. Menega * 
tutti dise la soa . 

Cmt. Dunque su cosa la se sa da. tutti. 

Sgu. O no da tutti . No lo sa altro che le mie ami- 
gh©, che pratico tutto el zorno , . e ti sa chi le 
xèy no eh' è pericolo, che le parla . 

CmK Ma gh* ho ben gusto > che ti me V abbi contada 
a mi. 

5/m. Oh vago via . A revederse . Voi andar a veder , 
se Checca vuol comprar sta roba . 

CéU. Varda che no glie sia le Lustrìssime . 

Sg*. Cosa credistu > che gh* abbia paura ? Eh co mi 
bisogna , che le tasa * perche so tutti i so petto- 
Ioni (*).. (forte. 

Cmì. Oh vardè , chi l'avesse mai dito! Checca, no xè 
fia de paron Toni . E mi T ho trattada da zer- 

ma- 
( a ) Imbroglio . ( b ) Ascosogli* , controfondo . 

( e ) Moncomonti . 



*4 1 PETTEGOLEZZI DELLE VOXKZ 

mana. Ben ben» se vegnirà l'occasion , se la gjtf 
averi ardir de stangar la lengoa eoo mi , sarete 
la maniera de mortificarla* 

S C E N A VIL 

Jnxsleita sortir* t * Csu* 

Amx.\jE< siota Cate , cara vii insegneme dorè die 
sta de casa siora Checca vostra zerman*. 

Cst, Vardé fia j andé 20 per cale (*)> passe el ponte, 
▼edere a man* zanca (t) una corte , la xè la ter* 
za porta a man drena ♦ 

Amsu Grazie tanto, 

Cst. Cosa andeu a far da Checca? 

A*x-Gbc pòrto una vestina, die gh!ho latto suso da 
niovo, 

Cu*. Lasse veder mo. 

Amx. Vardè co bella , che la xè . 

Cst. Oro, oro , patrona ? Povera sporca ! Oro ? 

A»z..Ve fé maraveggia? 

Cst. No voleu, che me fisamaraveggia? E qael mat- 
to de mio zerman lassa, che la fazza? 

AmuIa xè so fiaj el ghe voi ben. 

Cst. Siben, so Sai 

Anx.. Come ! Nò la xè so fia ì 

Cst. Oe, me prometcea de raser? 

Amz.Oh mi no porlo. Savé, che putta che $00, 

Cst. Checca no xè fia de mio zerman Toni, 

ufouOh (e) caspia I De chi zela fia? 

Cst. Senti M . ma zitto , vede . 

Awl.O no ve dubiti , 

Cst. 

( a ) Strsds sniutts. ( b ) Sinistra . ( e ) Csfprri. 



ATT0 2RIMÓ.. u 

Cat. La xè una mula . 
AnjuOii cosa, che me conte ! 

Cat. Ve lo confido a vu , che so > che se una puta 
prudente ...» 

SCENA Vili. 

Tacchino, $ ditte « 

Ci/. V/E, quel zovene* me faresti un servizio co i 
mi bezzi? 

Toc. Ve lo farò anca senza bezzi . 

Cat. Me porteressi sta cesta de drappi ? 

Tmc. Volentiera, 

Cat. Presto andemo , perchè ghé xè un Lustrissimo * 
che no se leva dal letto > se no ghe porto la ca- 
misa da muarse. (f**** C0 l ficchino. 

-4**.Donca Checca no xè fia de parco Toni ? La xc 
una.... Sior si e ste cose (a), e fieppo la sposa > d, 
me lassa mi per eia ? £ mi boterò per una ece- 
cettera (b) ? No voi gnanca portarghe sta vesti- 
na i se la la voi , che la la manda a tor , adde- 
rò a portar l'andrò» alla Lusttiasima . Una sar- 
toxa della mia sorte no serve quella sorte de 
zentc. {parto* 



SCE- 

(a) Ter non dir bastarda , che umbra un* parola osce- 

na. 

(b) Ture fot non dir bastarda. 



ti X BETTEGOLEZÉI DILLE DONltE 

SCENA IX. 

Camera di Beatrice . 
Arlecchino) fui Beatrice . 

Ari. \J De casa . Gh* è nissun ? 

£m, Chi sei ? 

Ari. Son el servitor dei me padron . 

Bea. £ il tuo padrone chi e? 

Ari. V è quello , che me manda a riverirla > e dirghe 

se la xé contenta. 
Bea. Di che? 

Ari. Per dirghda in confidenza, no m* arrecordo altro . 
Jm. Sei un servitore di garbo. 
Ari Ma, se contenrela, o no se contentala? 
Bea. Se non so di che , non ti posso rispondere . 
Ari. £1 patron aspetta la risposta. 
Bea. Ma chi è il tuo padrone? 
Ari. No la lo cognosce el me patron ? 
Bea. Se mi dirai chi è , vedrò se lo conosco. 
Ari. Ma lo cognoscela, o no lo cognoscela? 
Bea. Sin* ora non lo conosco. 

Ari. Donca co no la lo cognosce „ servitor umilissimo . 
Bea. Dove vai ? 
Ari. Vado via; co no la io cognosse, a vero falli. Ghe 

baso la man. 
Bea. Ma senti. Il tuo padrone da chi ti ha mandato > 
Ari, £1 m' ha mandi... el m* ha mandi... Chi eia* 

Vusioria ? 
Bea. io sono Beatrice Anselmi . 
Ari. Giusto dalla signora ... Radice di Seleno . 
Bea. £ cosa vuole da me ? 

Ari. 



ATT0VR1M0. t7 

^rl.'El m'ha die , che la reverissa , e che ghe d<*. 

manda se Tè contenta. 
Me*. Ma contenta di che? 
Ari. Oh bella ! Cosa gh* intrio mi in ti interassi del 

me patron? 
Be*. ( Oh povera me ! ) Il vostro padrone chi è ? Chi 

e? Chi e? 
Ari. No (») la aiga, che no soft sordo , Siora si > Ve 

lu, che el me manda, e se noi m* avesse mandi 

lu , mi no la manderia eia . 
9nK Che tu sia maledetto! Non sai rispondere a tao* 

no? ' 

Ari. Oh ve casca, ]a testa. No me savi intender . 
fiem. Va via di qui, pezzo d'asino. 
Ari. Grazie ; a bon rcverirla . 

Be*. Lasciano la porta aperta , ed entrano li bricconi , 
Ari. La diga : eia contenta > o non eia contenta ? 
Be*. Di che ? 

Ari, Che el me padron venga a reverirti? 
Be*. Ah dunque il tuo padrone vuol venire da me? 
Ari. Siora sì, ghe l'ho ditto dsese volte. 
Be*. £ chi è il tuo padrone ? 

Ari Come! No la k) cognosse ? Si regniti A per- 
sona a farse cognosser. 
JBeM. Se verrà, lo vedrò. 
Ari. £1 vegnirà , e el ghe farà veder chi 1' è el sior 

Lelio Ardenti, 
Be*. Ah Lelio Ardenti è il tuo padrone! 
Ari. Eia contenta , o non eia contenta ? 
Be*. Ora ti ho capito . Il signor Lelio ^rdend vuol 

farmi una visita , e manda a vedsi* s* k> sono 

contenta, non è vero? 

Ari. 

(a) Gridare. 

J fettegolexjù ielle Donne. T. 



t* ì TETTZGOLEZZl VELLE DOmE 

tdrl. E tanto ghe voi a capirla? Mo andè là , che li 

una gran zuccona (a) . 
Bea. E tu sei spiritosissimo . 
Ari. ' Lo cognosccla ? 
Bea. Lo conosco. 
Ari. Eia contenta? 
Bea. Sono contenta. 

Ari. Se T è contenta eia , no soft contentò mi a 
3m. Perchè? 

ufr/. Perchè no la me dona gnenta. 
Bea. ( Voglio liberarmi da questo pazzo ) . Tieni , etefr 

un paolo , sei contento ? 
Ari. Siorasì. Eia m'ha contenta mi, el vegnixà elrat 

patron a contentarla eia . (f*rt*. 

SCENA X 

Beatrice sola. 

V_>HE diavolo di servitore ha trovato il signor Le* 
lio?... Ma veramente è degno di lui. Pazzo il 
padrone , e pazzo il servo , e miserabili tutti due • 
£ curiosissimo quel caro Lelio. Fa 1* innamorata 
con tutte , e non ha un soldo. Tutte lo burlano» 
e non se ne accorge. (porr*. 

SCENA XI. 

Anzoletta > e detta. 

Anz. JLiUstrissima , con so bona grazia: 

Bea. Oh Angioletti > ben venuta . Avete accomodato i* 

andriè ? 
^fnjt.Lustrissima si. L'ho slarga un pochette sottri braz>» 

' ti, 
( a ) Ignorante , . 



ATTÓÌÉ1M0. ip 

zi, come che V ha m' ha ditto > e V ho «retto in 

centura un deo per, banda. Se la se lo voi provar , 

son qua a servirla. 
Bea. Non vi è bisogno. Quando avete fetto quello; 

che abbiamo detto, anderà bene. 
Anz. La vederi , che el ghe anderà depento . 

( lo mette sul tavolino . 
Bea. CoSa avete di bello in quel taffettà ? 
Anx.. Una vestina per una putta ; L* aveva tolta per 

portargliela» ma ho savesto certe cose , e no ghe 

là porto altro. 
bea. £ chi é questa putta ? 
A%ju No la la cognoscefà . La xc Checchina fia de pa- 

ron Toni . 
Èea. Oh la conosco. £' ia sposa diBeppò. Perchè di- 
te di non volerle portar la vestina? 
arf»x. Per un certo negoteio... Basta no voi dir gnente; 
Bea. Via; a me lo potete dire. Io non sono una ciar* 

liera. 
<A*x..Sò che la xc una signóra prudente , é a eia ghe 

lo confiderò ? ma per amor del cielo , ohe nissun 

sappia gnente: 
Bea. Via non dubitate. 
Anx.. Ho savesto, che no la xè* fia de paroti Toni» ehd 

la xc una bastarda. 
Bea. Dite dà vero? 
Anz~ Ld io de segurol . 
Bea. £ Beppo lo sa? 
. Anz* Bisogna , che noi lo sappia . Se el Iti saves de $ noi 

feria sto sproposito; 
Bea. Pòvero giovine ! Non saprà niente. 
«€fcc Anzi ..'. £1 me fava 1* amor a mi ... £ per causa 

de culia, el m'ha lassi... se el savesse, chi laxc, 

poderi* esser che el me tornasse a voler ben* 
Zea. Volete, ch'io gliene parli? 

T * Anx* 



le 1 PETTEGOLEZZI DELLE DONNE 

Ani. Oh no, cara Lustrissima; no voi, che femo pet- 
tegolezzi . Caia eia , no la diga gnente a mssun . 

Bea. Io non parlo. 

Ani. Se la me dà licenza, vago a laorar. 

Bea. Andate , accomodatevi come volete . 

Ani. Bondi a Vusustrissima «... (Magari , che fieppo me 
volesse 9 ma Checca me l' ha roba . ) (parte . 

Bea, Costei è una buona ragazza , e ha un buon me- 
stier nelle mani» 

SCENA XII. 

Eleonora y e Beatrice . 



e. Al 



Eie. XjLMica> posso vanire? 

Bea. Mi face piacere . 

Eh. Cosa dite di quelle femmine impertinenti di «rac^ 
*' sta mattina? ' 

Bea. Cosa volete, eh* io dica? Sono insolentissime . 

Eie. Mi dispiace per quella buona ragazza di Checca , 
e per quel buon uomo di suo padre. 

Bea. Ehi ! Non sapete ? Checca non è figlia di padroa 
Toni. 

Eie. No? 

Bea. No certamente. 

Eie. Chi ve 1' ha detto ? 

Bea. Lo so di certo. 

Eie. E di chi è figlia? 

Bea. Lo sa il cielo, . 

Eie. E, fieppo vuol fare un così bel matrimonio? 

Bea. Povero giovine!' è tradito, non sa nulla. 

EU. Io a Beppo ho sempre voluto bene . Suo padre » 
che accudisce agli affari miei di campagna > me 
io ha raccomandato , e non voglio lasciarlo preci- 
pitare , 

Bea. 



atto -Primo. * *± 

Jk*. Volete , eie Io mandiamo a chiamare i 
EU. Sì, mi farete piacere. Armiamolo il povero gio- 
vine . 
&€*. Subico: Ehi, Chccchin© . 

SCENA XIII. 

Cbiccbinóy 9 d$ttt . 

kh*. O Ignora, è qui... 

Bt+. Conosci Beppo? 

Che. Si signora > è mio amico . 

Me*. Trovalo , e digli , che venga qui , che gli Toglia- 
mo parlare. 

Cht. Si, signora . Il signor Lelio Ardenti è qui , che 
vorrebbe riverirla. 

Bt*. Si , sì, venga. ( ridimi* . Ckttckmo fmrt€ . ) L# 
conoscete il signor Lelio» 

BU. Oh se lo conosco 1 E* il ridicolo delle conversa- 
zioni. 

Be*. Fa lo spasimato eoa tutte. 

£/#. E ibiiqc dalla fame. 

SCÈNA XIV. 

Lilio > 9 ditti. 

Z*L 1YJL Inchino a queste gentilissime dame . 

Bem. Oh un tuono più basso . Non siamo dame. 

LmI. Il vostro merito , signore mie , è grande , è gran- 
de il vostro merito. 

BU. Per meritar qualche cosa ; bisognerebbe avere al- 
cuna delie beile qualità , che adornano il signor 
Lelio. 

T 3 Ul. 



*m 1 PETTEGOLEZZI BELLE DONNE 

f,el. Io ho quella sola di essete adoratore della bellcz-r 
za , ammiratore della grazia , e servitor umilissw 
reo di lor signore. 

Bea. Sempre più compito «he mai . 

Lel t Vuol restar servita? 

( il* *$** *l tabacco con una scatola di legno 9 

Bea. Oh quella non è scatola da par vostro . 

£el. Questa? Perdonatemi. £ Orighella, legno Indiano 
condito coli' olio del bene > che tiene fresco , e 
umido il tabacco di Spagna. 

Bea. Tabacco di 'Spagna ? Sentiamo ; oibò 1 Che roba 
è questa? 

Lei. Tabacco all' ultima moda . Favorisca . ( ad Elee* 

( nota . 

Eie. L- molto secco. 

Lei. Credetemi) e perfetto. O caro! (ne fronde. 

Eie. Quanti anni ha questo tabacco? 

Lei. ( Stranuta . ) Obbligatissimo alle loro grazie . 

Bea. La vostra Orighella lo tien poco fresco. 

Lei. (Stranuta.) Non s'incomodino , e tabacco. 

Eie. V buono . Fa . starnutare „ 

£*/. Scarica . Per me , che studio assai , è perfettissi- 
mo . 

Bea. Studia molto Vossignoria. 

Lei. Giorno , e notte . Con permissione . 

( cava uno straccio di mozzichino pulito > ma ro*- 
(to> e si volta a soffiarsi . 

Eie. ( Ah ! Che bei mobili ì) (a Bearne* « 

Bea. ( Povero spiantato!) (ad Eleonerm . 

Lei. Sono stato alla fiera , ed ho provveduto dei bel- 
lissimi fazzoletti. 

Bea. Doveva provvedere anco dei guanti. 

f.el. Eh , vi dirò: Ho tagliate le dita perchè m'inco- 
modavano a scrivere. 

Ben. 



ATTOFRIMO. *j 

Bt*. Ah Vossignoria scrive coi guanti bianchi. 
Lei. Oh sempre > sempre. Mi piace la pulizia. 
Ben. Ma questi non sono bianchi, sono sporchi. 
Lei. Sono un poco gialli per ragione dei manichetta 
Eie. E vero : anche i manichetti gridano : Non mi 

toccate. 
Lei. Sono alla moda. 
JLle. Alla moda i manichetti sporchi? 
Ztl. Si signora. Sappiate, che a Parigi , si tingono di 

giallo ì manichetti di pizzo , acciò compariscano 

sempre nuovi. 
EU. /B una bellissima pulizia. 
Bes. E* una cosa simile a quella delle calze color di 

mosto . 
Eie. Eh il signor Lelio va su tutte le mode, . 
Lei. Eh: ho un poco di buon gusto. 
Bea. £ quel vestito è alla moda? 
Lei Sì signora, Parigi. 
Eie. £ la parucca? 
Lei. Londra. 
Zie. £ le scarpe? 
Lei. Inghilterra. 

Eie. Inghilterra , e Londra non è V istesso ? 
Lei. O no signora. 

Eie. QuaT e la capitale dell' Inghilterra ? 
Lei. London* 
Eie. E Londra dov* è ? 
Lei. Io credo sia nella Spagna . 
Bes. Sì , bravissimo » nella Spagna • Il signor Lelio sa 

tutto . 
Lei. Qualche poco ho studiato . 
J.U. Dove ha fatti li suoi studj ? 
Lei. In Toscana} dove si parla benej 
Zie. Sari cruscante, 

T 4 *''• 



** 7 PETTEGOLEZZI DELLE DOXXE 

Lei. Sì signóra , sono accademie? della Crusca . 
£e*. Ditemi un poco : Con quanti citta si scrive paz- 
zo ì 
Zìi. ( Mi burlano ? j Vi dirò , signora mia . Bisogna 
distinguere il genere mascolino dal femminino * 
Pazzo si scrive con due zitta , e pazza con quat- 
tro . 
EU. (Cosi burlando ci strapazza.) (s Ito*. 

Be*. Caro signor cruscante, io credo, che in testa ab* 
bsate più farina, che crusca. 

Lei. Dirò.... 

Eie. Non solò siete infarinato * ma siete fritto ; 

Lei. Certamente... 

Bed. Siete fritto j ma non avete oliò. 

Lei. Se non ho olio... 

Eie. Non avete ne olio , ni sale . 

tei. Eppure... 

Bed. Non siete carne salata, siete carne secca. 

Lei Ma lasciatemi dire. 

Élé.< Secca, arida, senza umido radicale. 

Lei Poter del mondo ... 

Bed. Secca la persona, e secchissima la scarsella* 

Lei. Ma permettetemi... 

Eie. No ha altro' di buono, che un bel tuppè. 

tei Vorrei parlare ... 

Bed. E cosa dite di quel bel taglio' di viso? 

Lei Per cariti ... 

EU. F una cosa, che fa crepare. 

Lei (Oh maledetto f) Signore mie../ 

BeM. E quel taglio di vita? 

Eie. E quel discorso gentile ì 

Lei Non posso più, 

BeM. Che ariaf . 

EU. Che brio! 

Se* 
« 






a r x o i * / m a. - ±* 

£*«. Che grazia! 

I.U. Che disinvoltura 2 

Lei, II diavolo, che vi porti. (p*rtf; 

jXe. Ah , ah, ah. Se n'è" andato . 

Bea. Impertinente 2 Dirci pazze con quattro zitta ? 

SCENA XV. 

Beppe, * Ì4tte; 

Bep. OON qua > cossà me comandela ? 

JEtr. In poche parole vi spiccio . Vi avviso per vostro 
bene, e pensateci voi . Sappiate , che Checchina 
con è figlia di padron Toni . Ella è una figlia 
sparia , e non è degna di voi . 

Bep. Oimè ! Cosa sentio ? Chi mai gh' ha dito sta 
cosa? 

£/*. Non cercate di più . Valetevi dell* avviso , e non 
vi state a precipitare. Amica, andiamo a rivede- 
re del signor Lelio . 

Bep. Ma cara -eia per carità.... 

Zie. Per ora vi basti cosi : Col tempo saprete tutto ; 
Andiamo. ( parte . 

Bep. Oh poveretto mi ! No so in che inondo che sia. 

Bea. Eh lasciate colei : se^vi vorrete, ammogliare , vi 
troverò id una fanciulla y che merita. (parte* 



SCE- 



U I FOTZG0Z2ZZZ UELLM DONNE 
SCENA XVL 

„ Orerà Cilecca ! V avere da lassar ? Ma seno li 
xè lia de paron Toni , se la xè fia eteceterm , no 
la posso tor . Mio pare no me vorave in casa, 
né mi, né eia. Cessa cionca hoggio da far? No 
so giunca mi . A Checca glie voggio ben , gh* ho 
promesso , gh' ho di 1' anello * ma me preme la 
mia reputazion . No so gnente » ghe penserò , e 
ipialcoisa sarà , (p*M* 



Ime del? Att* Trìm, 



A T- 



UTeéeyelejxt Jttfc Demiz 



AtoH.JrJUC- 




ATTO SECONDO, 

SCENA PRIMA, 

Camera di Checca. 

Cbfcca> $ TpffaU. 

Che 9 \J$, Tpffolo, dove scu? 

Tof. San qua , slora , cossa vorla ? 

Qhe. Caro tu , fcme un servizio ; andé* da Anzoletta 

sartora, e diseghe cossa che la fa, che no la me 

porta la mia vestina. 
JV/. Siora si , anderò . Me consolo siora Checca , che 

la xè novizza . 
Che. Grazie , fio, grazie. 

T*f. 



Zi 1 flTTEGOLEZZI DELLE, $pmi 

Tof. Basta: gh* ha tócca sta fortuna a Beppo. 

ghe. Poverazzo! El xc tanto un bon putto I £1 me voi 

tanto beni 
Tof. E ghe ne giera dei altri, che ghe voleva beh. 
Che. Diseméj mò , <hi ? * • ■ 

Tof. Mi gieià uno de Quelli. ^ 

fcftfc Vu* 

{[ T*f. Siora si , ini iè da purcllo m siimi , cTic servo pa- 
ron Toni > e im tutti! so^ Jiazzù^ mi san stì 
sempre^o t elQ, l e de mi ci 4e 4dapiq.de ni*; un, 
e quotile volta >cJ m'ha dà*, gualche, poco de spe- 
ranza. Basta , gheppi pazienza j 

Che , Oh vedt: bea ? un f»i^" f dt inrtana »^o!è , 
' daga ima so fia 'a j|Lni>riuu' ; 

:T*f Cossa^aàiD t ^^ L VPJL'^ *<rtintf • che da 
momento all' alrrojpJjeeventar pafon* e pò, ei- 
ra siora Cilecca f mi Daniel le bette eW^ NUsun 
sa i scckcì de patoa Toni, altro che mi . Mi so 
come T ha fatto i bezzi: e de vu so quel , che 
no crede, che sappia. 

Che. De mi , cossa saveu ? . 

Tof. Vien Beppo, vago- dalla saitor*. 

Che. Oe , parleremo con comodo 5 voi che me disè 
tutto 

Tof. Sì , si , ve conterò . ( No ghe dirò gnente : 
Squasi più ho scoverto , quel che ho sempre te- 
gnu coverto.) (parte; 

the. Sto putto m'ha messo in t'ima gran curiositi.- 



SCfc- 



ATTO SECONDO, .** 

S C E N A II. 
Biffo, e Checchi**. 

fhe. LJEppo, tantQ sé stài Còssa volevela sior^Eleo- 
nora ? 

Bep. Ahi {sespi**.. 

Che. Còssa gh' aveu, che sospirè ? 

Bep. Dove xè paron Toni ? 

Che. Chi ? Vostro missier (*) ? 

Bep. Noi xè gnancora mio missier. 

Che. Se nel xè , el sarà . 

. Bep. Cara Checca , ho paura de no . 

Che. Oimè ! Cossa diseu ? M* ave dà una feria *1 cuor . 

Bep. Se ci vosero cuor xè ferio , el mio xè debottp, 
morto , 

Che. Mo via , cossa xè sta ? 

Bep. Checca, me voleu veramente ben? 

Che. De diana ! Se ve veggio ben me disè { Nò ghe 
vedo per altri occhj , che per i vostri . 

Bep, Donca se me volc ben , diseme la verità . 

Che. No ve dirave una busia per tutto i* oro del mon- 
do. 

Bep. Diseme Checca; seu veramente fia de paron Toni? 

Che. Cossa diavolo diseu ? Seu matto ? De chi voleu 
che sia fia ? 

Bep. Via > no andè in collera . Respondeme a mi . 

Dove seu nata? 
Che. A Corra so nassua . Sior pare , come che savè , 
l'ha sempre navegà, e delle volte el menava con 
lu mia mare s la giera gravia , e la m' ha &tt» 
a Corni . 

Bep. 
(a ) Sfecero. 



i ja / TtTTEGOtJE^il tfEtLE DONOT? 

Bep. Checca ho paura , che no la sia casi . 

Che. Mo per cessa ? Ve xè sci mésso qualche pulese ià 

testa ? 
Bep. I m'ha dito liberamente , che no s è fia de parati 

Toni. 
Che. Ma di che diséli > che so fià ? 
Bep. Oh Dio ! No gh' ho cuor de dirvelo . 
Che, Disemelo , se me volc ben . 
Bep. I dise ... i disc 1 , dhe no se* legittima . 
Che . Oh porerctta mi ! ( j>i**ge . 

Bep. Via , fia, no no piànzè . Vcgniremo in chiatto 

della verità. 
Che. Caro Bcppo, avereu cuor de lassarne? 
Bep. Oh Dio ! Lassème star .No so* in che mondo" , 

che sia. 
Che. Ma chi v* ha dito de ste cosse ? Vedere , che db 

sarà vero gnente. 
Bep. Alla persona , che me 1" ha dito , bisogna ette 

ghe creda. 
'Che. Caro vu disémé chi Ve l'ha dico. 
Bep. No i no ve lo posso dir . 

Che. Se no' mei dkè; xè segno, che fio me volè Beri. 
Bep. Ve voggio ben; ma nò ve Io posso di/. 
Che. Eh mi so chi ve V averà dito . 
Bep. Via mo chi > 
Che. Nissan a sto mondò . Safè pefttiò de sposatine , 

e no me vorrè più ben , e troverè sto pretesto . 
Bep. No, da putto onoriti. 
Che. Donca diseme chi ve 1* ha dito' . 
Bep. Mi ve) diria 5 ma ho paura > che fii dei pette^ 

golezzi. 
Che. Oh no ve diibkè , Te prometto,- che mi no* parlo « 
Bep. Me prometteu? 
Che 4 Si caro Bcppo , te lo prometto • 
Bep. Me l'ha dito sioxa Leonora, 

Che. 



'■"ATTO 5ECOKTD1 ft 

Che. Mo cossa sala ? Co che motivo lo disela ? 

jip. La lo sa de segato» e la m'ha avisa per mio ben. 

Che. ( Voggio andar subito da siora Leonora, e toì uh 
poco sentir con che fondaihento, che la lo disc.) 

(da se 4 

Bep. Cara Checca , ve toì tanto ben . Ma cossa diria 
i mii de casa j se sposasse una putta, che no gh' 
ha pare? 

Che. Vedere, che no la sarà pò cussi. Aspettarne , che 
régno. 

Èep. Dove andeu? 

Che. Vago, e regno; no ve parti * 

Bef. Oe, vardé boi savc, no fé pettegolezzi. 

Che. Oh no gh' è pericolo • Fazzò un servizio , e vegno 
subito. (Gnanca le caene me tien , che no vaga 
da siora Leonora . ) ( parte. 

Bef. Oh quanto , che sta chiaccola (*) me despiase ! A 
Checca ghe voggio ben j ma me preme là mia rtf- 
putazion. Una niuggier, che xè fia d'un pare , cht 
no xè set pare , no vorria che la me facesse dei 
fioi , che non russe mii noi é (p*rté é 

SCENA III. 

Camera di Eleonora. 
Eleemr* stia. 



B. 



>EL carattere i quello del signor Lelio ! E* ihisfcra* 
bile, e vuol far da grande j è ignorante, e vuol 
£glx da virtuoso; è bratto, e vuol passare per bel- 
lo. Oh quanti ve ne sono tagliati sul suo model- 
lo» 
(z) CisrU. 



I 

i 

99 1 TETTEGOLZZZT DELLE D0&NJ5 

lo . In quasi cotte k conversazioni ri e la perso? 
na ridicola > e noi aloe donne siamo contentis- 
sime, quando abbiamo qoakhedtino da burlare. 

SCENA IV. 

arlecchino y e dett*. 

.e.., ^ I 

servida. Grazie. Servitor umilissimo. 

Eie. Bravo, mi piace. Cosa volete? 

Ari. Gnenté affetto. 

Mie. Perche dunque siete venuto qui? 

Ari. Perche' i me gh' ha mandado. 

EU. E chi vi ha mandato? 

Ari. £1 me patron, 

EU. E il vostro padrone chi è? 

Ari. Oh bella ! Gnanca eia no la cognosse et me pa-. 
dron? 

£/«. Può essere» ch'io lo conosca. 

Ari. Ben , co la lo vederà , la lo cognoscerà . 

EU. Dove F avrò da vedere ? 

Ari. Dove,, che la comanda . 

EU. A me non importa di vederlo. 

ArU Gnanca a mi. 

EU. £ lui, cosa vuole da me? 

Ari. Cosa voleia, che sappia mi? 

EU. Chi è il vostro padrone? 

-4r*. Lo cognossela» o no Io cognossel* ? 

JÌU. Come ha nome ? 

jàrl. J4o noi m'ha miga dito, che ghe diga e4 so no- 
me. 

EU. jCosa vi ha detto ? 

Ari. Che el voi vegnir a reverirla. 

EU. 



ATTO SECONDO. n 

Eie. Ditemi dunque il suo nome. 

Ari. Oh la me perdona ! Mi no digo i fatti del me 

padron. 
J.U. E* qualche bandito ì 
Ari. Bandito! Me maravejo . El sior Lelio Ardenti 1" 

è un galantomo , l' è un pò spiantado , ma no gh* 

è mal. 
Ut. Dunque» il signor Lelio Ardenti è il vosero pa* 

drone? 
Ari. Oh belk ! La lo sa » e la me lo domanda ? 
iXe. E vuol venire da me? 
Ari. No da me, da Vussioria. 
Mie. Benissimo, e quando? 
Ari. Ghel domanderò, e ghe lo saverò dir . 
EU. Basta, digli, che venga pure, eh* è padrone. (Un 

nuovo motivo di ridere.) 
Ari. Me comandela altro ? 
"Eie. Per me non voglio altro. 
Ari. La diga : cognoscela la siora Radice, di Seleno > 
EU. Che diavolo dici ? Io non ti capisco . . 
Ari. Quella signora f emena, vestida da donna. 
EU. Tu sei un pazzo. 
Ari. La sappia per so regola , che la m* ha dona uà 

paolo. 
EU. Per qual ragione? 
Ari. Perché la cognosceva el me padron . 
JE.U. ( Povei* uomo , sarà miserabile come il padrone . ) 

Tieni ; eccoti un paolo . 
Ari. El ciel la mormori , e ghe daga, grazia de viver 

fin che la crepa . (?*?*' J 

JEU. Fra il padrone ed il servo formano una bella pa- 
riglia . A tempo ho mandato a chiamare 1' amica 

Beatrice -, sari ella pure a parte di un secondo 

divertimento . 

1 Pettegole iù delie Dernu . V SCE- 



I 

j 

i4 1 ItTTEGOLEZZl DELLE DONNE 

SCENA V. 

Checehina, ed Eleonora. 



Che. VJOM bona grazia» posso vcgnir ? 

Eie. Oh Chccchina , sktc voi ? Che miracolo > 

Che. Lustrissima , son <juà da eia a pregarla de una 
gran cariti . 

tle. Dite ; che far posso per voi ? 

Che. Vorria > che la se degnasse de dirme , chi 
gh' ha dico a eia , che mi no son fia de paron 
Toni. 

£/*. Chi ha detto a voi * che io lo sappia ? 

Che. Me V ha dito Beppo . 

Eie. ( Che ciarlone ! ) Basta ... Io non so nulla . 

Che. Donca no xc vero , che lo abbia dito ? 

Eie* Sii l'ho detto. 

Che. Ma da chi V ala sentio a dir ? 

Eie. No me ne ricordo. 

Che. Lustrissima , no vorria , che la fussé una fiabet- 
tà (*) inventada, per far che Beppo me abban- 
donasse. 

Eie. Orsù per farvi vedere , che parlo con fondamen- 
to , vi dirò da chi 1* ho saputo * ma' avvenite non 
parlate . 

Che. Oh non là s' indubita, no dirò gnente. 

Eie. hit l'ha detto la signora Beatrice. 

Che. Basta cusl. Grazie a Vustrissima. 

Eie. Dove andate? 

Che. Torno a casa. 

Eie. E* poi vero quello, che si dice di voi ? 

Che. 

( a ) lAvoUtt*. 



À T T^O SECONDO.' }i 

Che. No %i vero gnente , le xè tutte busie , e vcgni- 
remo in chiaro de tutto . A bon reperirla . 

Zie. Avvertite, non fate pettegolezzi. 

Che. O no gh* è pericolo . 

ile. Mi pento quasi d* èssere entrata in questo im- 
broglio i 



SCENA VI. 
Beatrice, e dette . 



(Oh la 



the. ( V_/H la xè giusto qua . ) 'Lustrissima : 

Bea. Checchina vi saluto . 

Che. La diga, cara eia j con che fondamento diselà ; 
che ini non sori fià de paron Toni? 

Zie. (Ah pettegola glie T ha detto.) 

Che. La diga, là diga*, come lo porla dir? 

Bea. A me lo ha detto Angioletti sàrtora. 

Che. Tocco de frasconazza! Anzoletta 1* ha dito? Cu- 
sì se parla de una putta della mia sorttf ? trattis- 
sime .• ( parte t 

SCENA va 

Eleonora , e Beatrice » 

S*a. V^Ara amica, voi avete detto ogni cosa. 

JEU. .Io? Oh non ho parlato. 

BeM. Colei come lo sa ? 

Mi*- Non saprei dirlo . ìò non faccio pettegolezzi i Voi 

l'avrete detto à qualchedun* altro . 
Ita*. Io! Oh non parlo con nessuno. 
£U. Ma lasciamo queste freddure < Or' ora aspetco il 

V * si- 



%S 2 EETTEGOLEZZI DELLE JDOtfNZ 

signor Lelio , e siccome in casa vostra ho godo 
to una bella scena , voglio , che voi ne godiate 
una simile in casa mia . 

Bea. Eccolo . Facciamo le sostenute . 

ZU f Si. Mostriamoci disgustate. Sediamo^ (wdono., 

SCENA Vili, 
Lelio ^ e detfp, 



,. E 



Lei. X-J Permesso , eh' io possa dedicar a loro V timi* 

lissima servitù mia ? 

( Lo salutano colla testa senza fatiate « 
Lei. ( Sono sdegnate . ) Sono a chiedere scusa a lor sU 

gnore, sono partito un poco alterato. 
Eie. Guardate questo ricamo. Vi piace? 

(fa. vedere a Beatrice i suoi manicotti ^ 
Bea. Sì, sono ben fatti. 
Lei. Le supplico. 

Bea. Quanto costano? (ad Eleonora. 

Ele t Poco. Due zecchini. 
Lei. Signore mie... 

Bea. Come potrei fare, per averne un pajo? 
Eie. Parlerò io colla ricamatrice. 
Lei. Deh signora Eleonora... 
Bea. Cosa vi pare di questo tuppè? Sta bene? 
Eie. Sta benissimo. Voleva appunto domandarvi , se era 

il vostro solito, o un altro, f 
Bea. Oh non vedete ì E* nuovo . 
Lei. Per carità una parola. 
Eie. E il mio l'avete veduto! 
Bea. Quello della settimana passata ? 
Eie. No ; quello che ho fatto venir di Milano , 
$;*, Oh nQ, non l'ho veduto, 

Eie. 



Atro s t e ò & d o. a 

tle. Volete vederlo ? 

Lei. Ma , signore mie' , non sono una bestia . 
Bea. Oh si sì . Lo vedrò volentieri . 
Lei. Mi hanno preso per un àsino ? , 
Eie. Sì si, andiamolo a vedere. (si aitane 4 

. Lei. Come ! Mi piantano > 
Eie. Vedrete , che vi piaceri . 
Se*. Prtsto, presto, andiamo. 

SCENA IX 

Lelio téU 4 



► Ignora Beatrice. (Bittriee fa und rivèrtn't*> e par- 
te . ) Signora Eleonora . {fa V ì stesso Eleonora , è 
fatte . J Còsi mi trattano ? Così mi deridono ? 
Ma ... hanno ragione. Io sono una béstia > e non 
me ne sono accòrto altro ^ che orai . Sono tutte 
due innamorate di me . Hanno gelosia una dell* 
altra > ed io sempre' mi presento , che sono uni- 
te . Le troverò separale , e son cèrto , che turrc 
due languiranno per me < Sempre mi è andata co- 
ti * Tutse le dwme mi hanno disprezzato percor- 
sa della maledettissima gelosia « ( parte. 



y 3 SCE - 



f $ i twrrtcottzzi dellz donne 

SCENA X. 

Strada. 

Ckeechm* poi Tegolo . 

- Che, V^HE la vegna quella sporca della sartora : vo{ 
ben che la te desdiga . Adesso vedo come che 
la xè 5 la fava 1' amor con Beppo , Beppo 1* ha 
lassada , e eia per refarse > 1* ha inventi ste belle 

Tof. Oh qua la xè siora Checca t La sartora adess*? 

desso vegnirà a casa. 
Che. Dove xeUf 
Tof. La xè qua in cale , «desse? la vìen , Ghe n ha vcw 

lesto a moverla . No la voleva vegnir . 
Che, Desgraziada (+) . la sa k so coscienza. 
Tof. Eccola qua. 

Che. Ande a casa, che adesso vegno, 
Tof. ( Cosa che me piase sta putta . Mi so tutto , e 

tant* e tanto la sposerò. . ) ( p*rt* . 

.Che. Me vicn un caldo, che no posso puh ma in sua-: 

da voi usar prudenza • »* 



SCI- 
fa) Stellerà*, 



-ATTO SECONDO. ** 
S C £ N A XI. 

^t.V-Mra siora, compatirne» se doso vegnua. avan- 
ti. Gh'ho tanto laorier > die no me posso par- 

f tir » e pò vardè , in' ho punto- 1» deo, e no pos- 
so laorar. 

Cfr. Sarave megio, che T'avessi p«MO la ieagu*» 

Ani.Ot > come parlcu siora? 

Che. Diseme siora pettegola , aveu dito vu, che sai ao 
son fi* de mio pare? 

Amx* Mi no digo busic . Siben 1* ho dico . 

Che. £ come lo podeii dir? 

A ni. Me l'ha dito a mi siora Gate lavande» . 

Che. Siora Catc lavande» ? . 

Ani. Siben > giusto eia . 

Che. Oe , la sta cpià de casa. Adesso lo so subito* 

Ani. Bondi sioria . Mi no voi pettegolezzi . 

Che. Vcgnì qua j dove andeu ? 

«^»x. Mi vago a casa , Se vaie la vestina , mandovela a 
tor. (P*rf. 

Che. Aspettè, senti; eh no m importa delia Tartina. 
Voi parla* co mia zermana Gate. Oe ghe teu in 
casa ? i béHH aiU fort* s 

S C £ K A XII. 

C*te> e detta. 



o E , 



C*t. V-/E, seu vu zermana? 
Ch*. Siben , son mi. 
Qat. Voleu gnente? 

Y 4 <*<• 



49 I~*E3TEG0LEZkl VELIE Z>d»NB 

Che. Siota sì ; voi qualcossa . 

Cat. Cos'è? Seu instizzada? 

Che. Diseme uii poco siora zermana ; cosà seu andada 

a dir, che mi no son fiade rostro zerman Toni? 
Cat. Mi no 1' ho dito . 
Che. Sibcn , che l' ave dito . 
Cat. Via, a chi l'oggio dito? 
Che. A Anzoletta sartora . 
Cat. (Oh che petazza!) Senti Checca ; mi no digo de 

no averlo dito; ma no me l'ho inventa . 
(Ohe . Se no ve 1' avi inventa , sàverc cóme che parie* « 
Cat. Oe ) me T ha dito Sgualda . 
Che. -Sgualda? Adesso mo. Voi sentir da dove zè ve- 

gnua sta chiaccola. 
Cat. Oe mi no voggìo pettegolezzi . ( va in cast. 

Che. Sgualda. {batte, 

SCENA Xllt 

Sgualda > e detta. 

Sgu. V^HI me chiama ? 

Ohe. So* mi , siora , son mi . 

Sg». Cossa gh* è ? Cossa voleu ? 

Che. Sai vu quella cara siora, che va disendo 5 ette 

mi no son fia de vostro zerman ? 
Sgm. Oh chi v' ha dito ste cose ? 
Che. Donna Cate, che vu ghe l'ave pettada (a). 
Sgu. Mi no petto busie , sorella cara ; se l' ho dito , sa* 

rà la verità. 
Che. Come lo podea dir? 
Sgu. V ho dito , perchè chi me V ha dito , lo saveva 

de certo. 

Che. 
( a ) Data ad intendere . , 



'ATTO S E C K V O. +t 

Chi. O Voi saver chi ve l'ha dito, e chi ve l'ha di- 
to a vu , voi che me lo mantegna anca a mi . 

Sgu. A mi me 1* ha dito mia mare . 

Che. Oh voi , che rne lo diga ... Ma se la tè morta , 
che zè do anni. 

Sgm. Seguro che da eia non podé saver gnente. 

Ck*. Ma conche fondamento v'ala ditoste cose; Via, 
diseme , parie * voi saver tutto . 

9g*. Oé, chi gh* ha la rogna , s* la gratta. Mi no 
voggio pettegolezzi, (va in tasa* 

SCENA XIV. 

Chec china sola . 

X Ole suso . Ho fatto , ho fatto , e non ho fattd 
gnente . Adesso tè fora per tutto sua bella chiac» 
cola , e no se sa da dove la sia nassua . Toffolo 
m* ha di un certo motivo . . . Bisogna che elo 
sappia qualcosa . Basta anelerò d casa da mio sior 
pare, ghe conterò sta bella cosa , e elo me dira 
tutto. Oh poveretta mi! E se nói fosse mio pa- 
re ? Questo saria poco mal . Me despiaserta più , 
che* Beppo no avesse a esser mio mài io . Ma per* 
che* me voravelo lassar ? Se fosse una putta sen- 
za pare , noi me poderave sposar ? Per cossa ? Se 
mia mare ha falà , mi no ghe n ho colpa . 

(parti.- 



SCE- 



44 1 YfTTlGOlZZZI DZILE D01QTZ 

S C E N A XV. 
Beatrice , Eleonora, fot Anzolett*, 

fiea. XL povero Lalio e rimasto mortificato . 

fle. Io non ho altro gusto, che farlo disperare. 

fé*. Bisogna dargliene una buona , e <juattro catare . 

-4»z.,Lustrissima, un bel servizio» che la nV ha fattQ 
andar a dir a Checca, che mi gli ho dico , che 
no la xè fi* de paron Toni! (* Beat. 

Be*. Io 1' ho dovuto dire per giustificarmi . 

jtnz. Brava ! £ pò i dirà , che nu altre semo pettego- 
le. Me par, che anca le Lustrissime no le pos- 
sa taser, 

fU. Ma che male vi èf Avete paura di Checca? 

Jbz. Mi no gh* ho paura ; ma son una povera putta , 
che no gh* ha bisogno de pettegolezzi . 

SCENA XVI. 
Cote alla finestra* e dette , 

G*t. Olora Anzoletta» ve ringrazio. Se andada a con* 
tar tutto quel , che V ho dito, de mia sermana 
Checca . 

Anx^Oh no 1* ho dito a altri , che a sta Lustrissima , 

Cst. Via che se una frasca (*) . 

4tot. A uh frasca? 



5CE- 

(a) Imprudente, 



JTTOSXCQlfDO, f | 

SCENA XVII. 

Sguali* slUfintjtr*, * dette,, 

$gu. v^/E, Gite. Va la, che ti zè una gran schit? 
tona (a),. 

Gat, Mi ? Per cossa ? 

Sgu. Ti ha buxk fora catto , ah , de mi* zcrmana, 
Checca? 

Cat. Mi ghe 1' ho confida a Anzoletta , e sm frasco» 
nazra i' ha dito a tutti . 

./*«.L'ho dito solamente alla Lustrissiraa siora Bea- 
trice , t ella «vera sona la tromba. 

J?*ft, Io nou l'ho detto ad altri , che alla signora Eleo- 
nora . 

Zie. Ed ip solamente a Scppo • . ;» , . . 

Sg*. Via pettegole quante che sé. 

Cmt. Mi son una donna , sastu ? E varda tea , 'come 
che ti parli . Qtselle *c pettegole, e no mi . 

jinz. Pettegola a una putta della mia sorta ? 

Se*. Temerarie, ri vorreste addomesticare con noi? 

file. Impertinenti , sfacciate . 

fgm. Sfacciate? Coi 1 (4) sliaci» e sguinci la me fa giù* 
sto da gomitar . 

£*t. Siben, che le gh'ha i sbruffa risi (e) , no le me 
fa miga paura , saie ? 

B§*. Vedete , tutto per causa vostra , ) (ma a èl 

Zie. Voi siete stata la ciarliera. ) * 

Ami. Me maraveggio de eie. Son una putta, che gh* 
ha più prudenza de eie, 

Ss*. 

( a } CsMrlkrm, ( b ) Qpmi, * quindi » 

(C ) *TMWt. 



4* * fETTEGOLEZZl DELLE DOMNg 

Sgtt. Respondeghc , respondeghe, no te lassù far paura; 

Cat. Strazzeghe (a) la scuifia . 

Bea. Andiamo, non é nostro decoro garrire con questa 

donnaccie . Earò loro tagliar la faccia < 
Sgu. Trai va là. 
Cat. Polentina calda « 

SCENA XVI». 

Pantalone* e Tonti che hanno ascoltati, e dette 4 

Pan. V^fOssa gh' e patrone ? Fale bdtuflfk (b) ? 

Ton. Cos'è sto pett^olezzo? 

EU. Per oausa di quella spuria di vostra figlia. 

(forte tèi Servitù* ; 

arsoli. 

Bea. Si, quella illegittinta è caos* di tutto. 

(forte eoi servitóre ; 
Ten. Meggio i 

jinx^SÌA malignazzd (e) le bastarde, (a Toni , e fono # 
Ton. Pulito! 
Cat. Siot zerman, tegnive cara la vostra mulctta. 

{forte m 
Sgu. Oe aerina» , in casa vostra nò gfae vegno pie * 
no vorria , che la me dasse una scakada (d). 

(farro ^ 



SCE- 

(a) Stracciatele . (b) Contésa '. (e) Maledetto. 
(d) Calcio. 



\ 

ATTO $ Z Q O $ D 0. +s 

SCENA XIX. 

Fsron Toni , $ Pantalone . 

2>». lVJLl lesto incanta . 

Jan. Coni' eia. paron Toni? 

Ton. Son fora de mi. 

Pa*. Se parla de vostra fia ? 

Xmi . Sior sì de mia fia . 

Pan. Mo, no la xè vostra fia ì 

Ton. Oh poveretto mi! 

Pan. Via , confideve con mi . 

Tom. Andemo , ve dirò tatto. 

Pan. Son curioso de saver qualcosa. 

Ton. O iemene indiavolaci 

Pan. Mo via, almanco diseme qualcosa. 

Tom. Cosa voleu , che ve diga ? 

Pan. Xela vostra fia, o no xela vostra fia? 

Toh. No la xè mia fia , (f*r** . 

Pan. Oe> dove andeu ? Sforno deventa matto, (parto m 

S C E N A XX. 

Veduta di canale con barche. 

Borse, che arriva y dslla quale farcino Salnmmn , 
Musa > Pandoro , e Moccolo » 



Ai/. jlVmìcì , eccoci finalmente nella nostra cara 
Venezia . Sono vent" anni , eh' io non la vedo, e 
son vent* anni , eh* io la sospiro . Benché in 
essa io non sia nato i ho fatto in essa la mia 
fortuna , e non me la posso staccar dal cuore, 

eia 



4* 2 TETT1C0LEZZI DELLE tìOUWÉ 

t la preferisco alla mia vera patria . Nella dura 
mia schkvitù , due cose mi tormentavano . V una 
era la privazione di questa cara citta s 1* altra la 
perdita di uh' unica mia figliuola . Il cielo , che 
mi ha donata la libèrti , mi ha concesso di rive- 
dere Venezia : chi sa , che non mi Conceda ance* 
ra di ritrovare la figlia l Musa , vieni qui . Sci 
più stato à Venezia? 

idus. Mi stata altra volta , e aver venduta bàgiggia (a) .- 

Sai. Allóra tu eri mercante , ed ora sei servitore . 

Af**.Mi servirà voléntiera mia cara parrugna Salamini . 

Sai Ora non son piùSalamxna. Finsi il nome in Tur- 
chia per facilitarmi il riscattò. Ora sonò Ottavio 
Arenisi mercante romano , che da molti anni 
piantato aveva il suo negozio a Venezia. Figliuo- 
li, chi di voi conosce un certe* paron Toni Fon- 

S° ? ; < 4 .• 

Fand.Lo cbgnosso mi . Ho navega con elò in Levante .- 

Anzi m* arrecordo, che a Corni ghe «ti consegna 

una putella , e una cassetta de bezzi da portar à 

Venezia.' 
Sai. £ cosa ne ha egli fatto ? 
Fand£[ l'ha menada a Venezia. 
Sai. E pòi ? 
Pand£ pò no so altro. Mi me son imbarca su unvas^ 

sello inglese , e no l'ho più visto . 
Sai Nessun di voi altri non saprà dove sta . 
Moc. Lo so io. 

Sai. Sì ? Ho piacere . Dimmi , dove sta . 
Moc. Sta qui poco lontano . 

&»/. Ti darebbe 1' animo di trovarlo ? • 

Moc. 

( a ) frutto secce , che vieni di Levante , delle figure 
a? uh infine . 



ATTO SECONDÒ. 4* 

Moc. Si > signore lo ritroverò . 

5*/. Va dunque a vedere se lo ritrovi, e io ti aspet-* 

tero in questa Osteria. 
Ié0C. Vado subito. (farti ± 

Sai. E voi, se avete a far qualche cosa, andate. 
PsndMi vago a veder te trovo una mia morosa an-i 

tiga . 
Sai. Uscite ora di schiavitù > e avete volontà d' amo-. 

rose? 
témd.Voi refarme del tempo perso. (partii 

Sai. I vizj non si abbandonano mai • Oh voglia il 

cielo , eh' io ritrovi la mia figliuola ! Del da-. 

naro non mi preme > mi preme la mia cara fi* 

gliuoia. 

SCENA XXÌ 
Uguale* 9 è ditti, 



v, 



Sgu. Y Arde! Quelle lustrissime , le credeva de far-* 
me paura ! £ si son nassua de carnevali no gh' ho' 
paura de bratti masi . 

Sai Questa donna è uscita di quella Casa s voglio do- 
mandarle , se conosce paron Toni . 

Sgu. Oe , chi xè sta mustacchiera (*) ì 

Sai. Riverisco quella giovine . 

Sgu. Patron riverito . 

Sai. Ditemi un poco'. 

Sgu. La favorissa de starme alla larga; ghe sento sala?. 

SmI. Io non intendo oltraggiarvi. Ditemi, conoscete voi 
uri certo padron Toni Fongo? 

Sgu. Se lo cognosso ? £1 xè mio ierman. 

Sai 

(t) Vomé > eh* ha lunghi muttacchj 4 



4* 2 FETIZGOLEZZI VILLE DONNE 

Sai. Buono , ho piacele . E egli in Venezia ? 

Sg*. Sior si, ci xè a Venezia. 

Sai. Favorite in grazia. Ha «gli seco una ragazza ? 

Sgu. Sior sì , el gh' ha una putta , che passa per so fu * 
ma no la xè so fia. 

Sai. ( Cielo ti ringrazio , ecco la mia figliuola . } £ si 
sa di chi ella sia figlia? 

Sgu. No se sa gnente . Paron Toni ha dito ^ che la 
giera soa. 

Sai. ( Oh che consolazitn I ) Ditemi è ella bella > spi* 
ritosa , savia > modesta , civile ? 

Sgu. Anca si (a) , che la xè so fia , sior ? 

5*/. Non so nulla... Datemi di lei relazione. 

Sg*. Me despiase , che poche bone infòrmazion ghc pos- 
so dar. 

Sai. Per qual causa? 

Sg*. Mi son una donna schietta , e digo la verità . La 
sappia sior , che la xè promessa a un putto fio 
de un Fattor ; ma ghe pratica per casa un com- 
pare , che dà da dir a tutti , e mi „ la me cre- 
da , me vergogno , che i diga che son so zermana . 

Sai. ( Oh Dio ! Cosa sento ? ) 

Sgu. La xè pò superba quel che sta ben j e in materia 
de lengua, no ghe xèjina pettegola compagna. 

Sai ( Oh figlia peggio ritrovata , che se perduta ti 
avessi . ) 

Sgu. In verità, sior, che se la xè sofia, me despiase; 
ma mi no posso taser , bisogna che ghe diga la 
verità . 

Sai. No, non e. mia figlia. (Non merita esserlo.) 

Sgu. Se , non la xè so fia , vedo che el sa de chi la 
xe. 

Sai. Sì, lo so. E' figlia di costui. (accanta Musa, 

Mus. 

(a) li che ù . 



ATTO S E C O K D O. 4* 

Sgu. No elo quello , che vendeva bagiggi (a) ? 

Mus. Me cognossira? 

Sgu. Sì, te cognossira. 

Sai. ( Misero sventurato Ottavio ! ma colui > che 1* ha 

sì male educata > me ne dovrà render conto . ) 

(parte . 
Mus. Me cognossira ? 
Sgu. Ho dito de si. 
Mus. Se mi cognossira , mi da ti venira , quando boli- 

ra. (parte. 

Sgu. Un, corno , che t' impira. Oh cosa , che ho sa- 

vesto! Checca xè fia de bagiggi? Adessadesso. Oe 

Catc. 

SCENA XXII. 
Cate di casa , e Sgualda . 

Cat. VJOsa gh* è? 

Sgu. No ti sa? 

Cat. Cosa? 

Sgu. Sastu de chi la xè fia Checca ? 

Cat. Via mo de chi? 

Sgu. De quell'Armeno, che vendeva bagiggi. 

Cst. Oh cosa che ti me conti ! Come lo sastu ? 

Sgu. Ho parla adesso mi co so pare. 

Cat. Coli' Armeno? 

Sgu. Si, coli* Armeno. 

Cst. Oh che cosazze (*) ! 

Sgu. 

(z) Verno vestite alla Levantina , che vendeva ohe» 

( b ) Cose grandi . 

1? et tegole ni delle Donne . X 



*# / PE TT EG OLEZZI DttLE BOìiìtt 

tgn. Aspetta, aspetta. 
Cat. Dove vastu? 

Sgu. Vago a tor el zendà, e toì andar a coatar a tuf* 
te le mie amighe sta bell'istoria, (vm m essa. 
G4t. Mo in verità che la xè bella. 

SCENA XXIII. 

Anxelctta % e Cote. 

Cat. V_rE, no site Àmoktca? S % ha scoverto el pare 

de Checchioa. 
utnz.Via. mo, chi zelo? 
Cat. Quel che vende 
Anz.ìh. andé via! 
C#/. Si anca da donna da bea. 

SCENA XXIV. 

Sgualda col tendale , e dette. 

Ant. r\.Veu savesto donna Sgualda de chi la xè fi* 

Checca? 
Sgu. Vare che casi! Mi l'ho savesto avanti de tntte. 
Cat. Aspetteme, che tiogo el ninzioletto (d) , e vegno 

anca mi . ( va in casa , e ritorna . 

uf n «. Lo saveu de sigino ? 
Sg*. Se ho parla mi co so pare. 
jin&.ln verità, che voi che ridemo. 

Cat. 

( a ) Panne lino da testa , di cui usane le pevere don- 
ne in luogo di tendali. 



ATTO SECÓNDO. sé 

attutiti Sòn quà ? andemo. 
AmzlVtffio anca mi co vu altre. 
Sgu. Sì y si, che faremo un poco de baccan* 
Cat. Oh che cara siora Checca! 

* .3. A -bagiggi, a bagiggi, a bagiggi, {partono .Mri- 
( dono unitamente carne soleva fare colmi > che vem» 
J\deva un taf^ffutto, w "il* 

i'k T> v f . ;• • 



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#*# dell'Atti Stctodt. 



AT- 



Lt Tetcgùltzzt i/ellt Danne 



Att* m.ScjLX 




ATTO TER^O. 

SCENA PRIMA. 



Camera di Checca , 



Pantalone, Checca, e Beffo. 

Pan. Y IA , putti , cjuieteve , e stè sora de mi , che 
no ghe xè gnente de mal. ParonToni m'ha con- 
ti tutto . A Corfii ghe xè sta consegna una pa- 
tella de tre anni da un mercante per menarla a 
Venezia. El l'ha tolta, e per viazzo ci s'ha tan- 
to innamora in quelle care raise (#), che noi gh* 

ave- 

(z) Radici, che sono intorno al cuore, metaf. 



ATTO TERZO* • f$ 

aveva cuor de lassarla . In sto mentre i ha abùo 
la niova che so sior pare navigando verso la Mo- 
tta xè sta fatto schiavo; onde paron Toni d' ac- 
cordo co so muggier i s* ha tegnù la putella ; e 
siccome i giera stai qualche anno in Levante , i 
ha dà da intender a Venezia , che la gicra so Sa, 

Chi. Via, sior, me direu più, che sia una bastarda? 

(* BW , 

Bef % Mi no ve dirò gnfrnte; ma no se sa gnancora chi 
sia vostro pare . 

Tsn. Co mi ve assicuro , che la xè fia de un omo ci r 
vii , de un boa mercante > che gh' ha la (ingra- 
zia d' esser schiavò , ma che xè un galantorrv> , 
no ve basta ? Me credeu a mji , che son vostro 
compare ? 

Bept Sior sì , ve credo, e xp tanto el ben, ohe moggio 
a Checca , che tutto me basta , purché possa sal- 
var in qualche modo la mia reputaziot) . 

?**. Via, seguite a volare ben, e lasse andat la ma- 
linconia . 

Éep. Cara U mia cara Checchina « ( sì accosta . 

Che. Via , sior , andé via de qua > che son una ba- 
starda j ( sdegnosa . 

P4». Vedeu ? La xè instizzada . 

Bef. Mo via, no me tormente * Satè» che ve roggio 
btn« 

Che. Se m'avessi voiesto ben , no averessi dito de yo- 
krme lassar . * 

T*n. Sentiti ? La gh' ha rason . . 

Bef. Sia malignarlo chi xè sta causa * 

Pmh. Causa i pettegolezzi. Ma via quel * che xè sta, 
xè sta. Fenimola , e no ghe ne paclemo più . 
Vegnì qua , deme la man . ( a Beffi. 

Bef. Volcntiera sior compare. 

iVw». Anca vu, cornate, de qui. 

X % • Che. 



>4 7 TJETTEO0LÈZZ1 t>ELLM ÌXWOT 

•Ch$. Mi n* , vede . 

Ts». Perche jno no ? 

Ci*. Pcrehi «on una Ma... 

P/w». Zitto li , t*o di** pia ste brutte parole . Deme la 

man . 
CJb*. No ve toì dar gnente . 
fan. Via no ve fé pregar . 
Che. Ve digo de no. 
fan. Senti , se sare nstinada, i diri > che xc la veri- 

ti, che se Mu... 
Cfce. Tolè , tojè la man. 
fan. Oh brava! Pulito. Via cari aovizzetti , toccheve- 

la, e fé pase. 
"Chi. Can , sassin t ( fiegwsm* 4 Beppe • 

Jty. No vita mia. 
Che. Ti me volevi lassar, 
$ep. No viscere mie. 

?**. Via baroni, me fé végnir Patema in bocca, 
$ep. Sior compare , quando feretri io le nozze? 
fan. Paron Toni ha dito da ^ua diese , o dode*e aorni . 
$ep. Oh giusto da qui ditse, o dodese zorni. 
Pan. Ve p*r troppo presto? 
-Che. Me par , che se poderia far doman , ó doman 

P altro . 
*9ep. Oh giusto! Doman , o doman l'altro? 
fan. Ghe voi el so tempo , n e vero ? ( * %*pp* . 

*Èep. No le se poderia far stasera ? 
fa». Oh che baroni! Oh che desgraziai ! Se ghe fosso 

paron Toni, vorria persuaderlo a destrigawe. Or» 

su , mi bisogna , che vaga via . 
<$ep. La se comoda. 
fan. Che me comoda» E va resterò qui? 
Che. No. xelo el mio novizzo ? 
fan. Oh > no lasso el novizzo co la noriseza . Paron 

Toni *q $ti mandi a chiamar da un' foresto , el 
• * ■ m/ ha 



ATTO TERZO.. fp 

m ha lassa mi in tustodia della putta , e no voi u 

basta, Bcppo, vefgnl co mi. 
tef. Fatò quel» che la comanda, sior compare. 
Che. Vardè, che sesti (s) ! £1 me 4o mena via. 
fs». Cara fia, abbiè pazienza. Col saia vostro mario* 

el starà con vu, quanto che volc . 
Che. Che vói i argani a far a che ci sia mio maria * . 
fm. Orsù» stasera se posso, voi che ve des triglie. 
2$f. Oh bravo , sior compare . 
Che. Oh magari (b) , sior compare* 
Bef. Oh benedetto sior compare ! 
Che. Oh caro sidr compare 1 
Fs». Via, andemo, che sto cornparezzo (e) me strup* 

pia . 
Bef. Boodl , vita mia. 
Che. Vien presto , muso beilo . 
Bef. Andemo, sior compare. 
Che. Me raccomando a eia sior compare . 
fef. Benedetto sior compare» 
Che. Caro sior compare. 
JP«». Mai più compare, mai più campare. 

(fsrte ce* Beffò. 
Che. Manco mal che s' ha scevero la verità . Vardè 

quanti pettegolezzi , che aveva fatto quelle -donne \ 
, £ mi poverana squasi pia ho tolto de mezzo* 

$ C £ N A II. 

Pmrm Tcai, è Checca. 

Tem. VjHecchina» allegramente. 

Che. Za so tutto. Sior Pantalea m'ha dito tutto. 

Xml 
(a) Mtnier* di frectekre . (b) U CUI volesse . 
(e) Cemfmreùme. 

X 4 



SO I PETTEGOLEZZI DELLE DONNE 

Toni £1 v' averi dito , che mi no son rostro paifc . 

Che. Sior sì, ci me l'ha dito, 

Ton. E mi mo ve digo , che vostro pare xé vegnù* a 

Venezia . 
Che, Oh gh**ho ben a caro . L' avea visto ? Gh' avea 

parla ? 
Toni. No 1* ho visto , no gh'ho parla . £1 m* ha mandi a 

chiamar j ma ne l' ho più trovi . Un mariner m* 

ha dito, che el ghe xè , e adcssadesso lo trove* 

ri. Son veglia a darve sta niova per vostra con* 

solazion . J 

Che. In verità , che ancuo posso dir de aver una zor- 

nada felice . Prima vedere mio pare , cpo presta 

Beppo me sposerà. 
Ton. No s©i poi esser de si , e poi esser de no. 
Che. Vardè , vede j no zelo el mio aovizzo ? 
Ton. Finché mi giera in liogò de vostro pare » podevà 

far de vu quel che me pareva ben fatto ; adesso» 

che xè vegnù vosero pare da senno , bisognerà* 

che fé quel che el vorri elo. 
Che. £ se noi volesse , che sposasse Beppe? 
Ton. Bisognerò, che lo licenziessi. 
Che. Oh poveretta mi 2 Credendo ch'el possa dirme de 

no? 
Ton. Chi sa! Poi esser , che el ve roggia mandar eoa 

qualche persona de meggio condizion. 
Che. Sior pare..* Senti , saie sempre mio pare. 
Ton. £ mi ve vorrò sempre ben come fia. 
Che. Sior pare se me volc ben, feme un servizio. 
Ton. Cossa vorressi? 
Che. Lasse , che me sposa con Beppo avanti che lo sap* 

pia quell' altro sior pare . 
Tom. Cara fia, no lo voria desgustar. 
Che. Co la sari Atta, noi dira gnente. 
Ton. Ghe penseremo . 

Che. 



4Tro mzo, 47 

Che. Caro papà , se me volè bea . 

Tan. ( La me fa pecca, ) (*) Via farò de tutto per co»- 
solarve . 

Che. Se perdo Beppo > no passa tre scorni , che me ama- 
lo» e che moro dalla passion. (p*rte. 

Ton. Farò de tutto, che no la lo perda. Povera putta, 
ghe vorrò sempre ben. (parti. 

SCENA W. 

Strada 

Zeppe, poi C«/*, 

£ep. lSo vedo l'ora de abbrazzar la mia caraChec- 
china . Causa quelle pettegole , che 1* ho squasi 
persa. 

Or, Abagiggi, abagiggi, 

Xfp. Siora Care , avere savesto, che Checca *o *c una 
bastarda . 

Cmt. Abagiggi , abagiggi. 

Mtp. Cos'è sto bagiggi? Xela matta custia? 

SCENA IV. 

Sgualdéfjpoi AnxsUtt*, e detto . 

%«. A Bagiggi, abagiggi. 

Bop. Siota donna Sgualda > saveu chi sia vostra 2erma* 

na Checca ? 
Sgm. Abagiggi , abagiggi . ( i>* f» csss . 

Bop. Anca questa la gh* ha coi bagiggi . Mi no la so 

intender . 

(a) Mi fm compassioni . 



St I TStTEGÒttZZl t>ELLB ÒONNE 

Anz.. (Velo qua ci siot novizio.) 

Hep. E vu siora Anaoletta saveu «hi sia, Checchina 2 
i Anz.. Oh sior sì, lo so. 

Btp. Via mo , chi xela ? 

Anz.X* xè fia de quel , che vende bagiggi. 

■$ep. Cossa) Fia de quel dei bagiggi ? 

Anz. Oh caro ! Vegniu dalla villa ? £1 sarete meggio 
de mi. , 

$ep. Sior Anzolettà , vu me fé morir . Chi v* ha dito 
sta cosa ? 

Anz. Chi me 1* ha dito ? Xela una cosa sconta (*) ? Lo 
sa mezza Venezia . So pare xè arriva ancuo (b) » 
e doman lo vedere in piana a criaf abagiggi. 

]Up. Questo dorica xè el mercante fbrestier pare de 
Chécca S O poveretto mil Siora Anaoletta ho pau* 
ra> che me burle; 

Anz. Oe , se no me erede a mi , domandi a donna 
Sgualda, e a donna Cate, e pò domande a tatti 
della contrada, che tatti lo sa, e culti rìde. Oh 
che caro sior nevizzo! abagiggi. (parte. 

$eppa Oh Dio! Me sento a morir. Se sta cosa xè ve» 
ra , co** hojò da far h sposarla ? Voi sentir co- 
me che la xè. Oe donna Cate. (bsttt* 

SCENA V. 

C*t$y e dett*. 

Cst. V>tOsa votai, sior? 

B*p. Cara vu, ve prego per carità , disé»e cosa, che 

ave savesto de Checca. 
Cmt % Ho savesto , che la xè fia de Abagiggi . 
B$p. Vardè, che no v'ingannè. 

CéU. 
(a) Occulti* (b) Oggi. 



ATTOTZRZO* s* 

Cst. No fio, no m' inganno. Checca no xè mia xer» 
mana, la xè fia de Abagiggi* e se no me credo' 
a mi, domande a donna Sgualda. Oe Sgyalda, 

SCENA VI. 

Sg**ld*>\ fatti, 

Sgm. VjHI me chiama ? 
C«r. Oe, conceghe mo de Checca. 
Sg*. Che cade? la xè fia de Abagiggi . 
3ff. Son fora de mi . Vardc , che no falè, 
Sgm t Ho parìa mi co so pare . 
Cut. El xc<jua, el xè qui, ci xè a Veneti*, 
$£*. Se vedessi, ohe fegiira! 
C*t. Se vedessi , che bella barba ! 
*Sg». Che bel missier, che gli' avere! 
C*t. Che bon parenti j che fare! 
Sgu. O che bel maridozao (*)l 
Cst. O che novizia civili 

Sgu. Oe, se torre far el mestier de vostro messier , fa* 
rè poca fadiga. Anderè con una cesta a criar ató» 

C*r. Oh che bella fegura che fare! Abagiggì. 

2. Abagiggi, abagiggi. ( $»tta*ù ntlle Itro ette £m 

( dando te. 

#ep. Son coppa. Son morto, no posso più . Mi che se 
diga» che ho sposa la fia de un omo, che no xè 
stima goenre, de un omo, che xè da tutti burla? 
No sarà mai vero . A Checca ghe voggto ben • 
Morirò se la lasso 5 ma lassarla bisognerà . 



SCE. 



(a) Àddtrimamti 



l# 1 PETTEGOLEZZI DELLE D0JWS 

SCENA VII- . 
Checca in zsntUle , e detto . 

Cfo. V>/h Beppo ! Giusto vu ve cercava . 

Bep. Oh poveretto mii 

Che. Sappiè che xè vegnù a Venezia mio pare vero* 

Ity. Eh el so, el so. 

Che. Cos* è , eh* aveu paura > che noi voggia , ohe, ve 
toga ? Gh* aveu paura , che noi se degna ? 

Bep. Come! che noi se degna? Un omo de quella sor- 
te no s'ha da degnar de mi ? M'.aveu in concet- 
to, che sia pazó de vostro pare? 

Che. Mp cosa xelo mio pare ? I m'ha dito , che el xè 
un mercante. 

Bep. Siben un mercante.» che gh' ha un boa negozio m 
V aveu visto ? Lo cognosseu t 

Che. No T ho gnancora. visto. 

Bep. Saveu chi el xè vostro paté ? 

Che. Via mo, chi xelo i 

Bep. Ah pazienza! 

Che. Via , diseme chi ci xè . 

Bep. Povera Checchinal 

Che. Chi xelo? £1 bog^i*? 

Bep. Lì xè quell'omo, che vende i bagiggi. 

Che, Quello... mio pare? 

B*p t Me schioppa el Cuor*, no posso più. 

Che, Caro Beppo» me par impussibile. 

Bep. Pur troppo xè la verità. 

Che. Dorica, cosa sarà de mi? 

B*p. Mio sior pare non vorrà, che ve sposa. 

Che. £ vu me lasserò? 

Bep. £ mi morirò. 

Che. Ah se me volessi ben, no diressi cusi. 

**. 



ATTO TERZO. 4\ 

Jfep. Cara Checca , mio sior pare* xc un omo eivil , *1 
serve da Factor; ma el xè nato ben . Gii* ho dei 
parenti, che xé più de mi ... Oh Diot No so qua- 
la far ... 

Che. Via ksseme, abbandoneme . So mi cosa , che ho 
da far. 

JBep. Cossa gh' aveu intenzion da far ? 

Che. De buctarme in tun pozzo. 

Bep. No , vita mia , non disè cusì „ 

Che. O sposeme, o me nego. 

Bep. Vicn lente. é 

Che. Chi zeli? 

Bep. Oh Dio ! Cosa vedio > 

Che. Cosa aveu visto? 

Bep. Vostro pare. 

Che. Qoalo? 

Bep. Quel dai bagiggi. 

Che. Me vien i suori freddi . 

Bep. Nolo roggio vardar. Checchina anema mia, com- 
parirne... se vederemo. (parte. 

Che. Povera sfbrtunada ! Podevio aspettar de pezzo ì 

SCENA Vili. 
Sfilami»* , Must, Toni , Pantalone, e detta. 

Te». VJHecca allegramente, che xc qua vostro pare. 
Che. (Oh Dioi Mio pare! Son desperada , no lo voi 

veder, no lo voi saludar.) (parte. 

Sol. Come , da me fogge mia figlia ? 
Tarn. No la saverà gneate gnancora, che se sia scover- 

to a Venezia so pare vero. 
Tom, Mi gh'ho dito qualcosa, ma povereta 1' ha visto 

tanta zente, la se vergogna, e la xèondada vifr. 

S*l. 



** i ivrrtoouzzi delle donne 

Sai Signor Pantalone, io so par fama > che voi siete 
un onestissimo galantuomo » e credo alfe vostre 
paiole. Non sarà Vero , quanto mi è stato detto 
di Checchina mia figlia. Ella sarà savia , ed one- 
sta, e avrò motivo di ringraziar paron Toni per 
avermela custodita , e bene educata . 

fan. Paron Toni xè un ornò de sesto (*), che gh'ha 
giudizio , e ha fatto le cose sempre pulito. 

To». Come che diseva sita Ottavio » sta putta gteri 
promessa con un putto de garbo , fio d' uh Fàf 
tqr, civiletto; se no ghe lo demo, la sedespierl. 

Sai, Lo stato , in cui ora mi trovo, non mi consiglia 
a ricusare un tale partito * né io voglio privarti 
mia figlia della buona fortuna di sposare un uomo) 
dabbene. 

Ton. Dei bezzi > eh' ella m' ha dà , gh* ho ancóra cen* 
to ducati, e ghe li dago pei dota * 

Sai. Siete un uomo di garbo . 

Tm. Andemo a casa . Andtmo a trovar sta putta, e 
consolarla. (parti. 

Fan. Poverazza la xc li > che la sgangolisse (*) . 

Sai. L* abbraccierò più contento, potendo io contribuire 
a farla felice con il mio assenso. Musa andiamo. 

(p*rte . 

Fan. Andemo» sior bagiggi caro. 

Mas. Anca tia me cògnossira? 

fan. Te cògnossira segura . Fin' adesso , dorè stata ? 

Mut. Stata sglava . 

Tarn. E adessa servirà? 

Mas. E adessa voler vendi» abagiggia. (forte. 

Fan. £1 gh'ha un musò, che fa spavento. Bisogna che 
Checca sia scampana per panca de quella barba . 

(forte. 
JCE- 

(a) Di x*rb0 . (b) Sfasimi f*t wy/i*. 



* C Jfc N A IX 
Strada 4m *a|c civili* 
Zf£* , #4 Arlnchh»* 

tei 1/ Ortana ingrati! i 

-4r/. Sorte traditola! 

It/. Un uomo del itterico mio dalle femmine wi4«- \ 

fiso? 
Ari. Un ornò della mia sorte morirà dalla (ama ? 
Lei Vi è stessono, che aia più di me grassoso? 
^fW. Gb'é nissuh, che d'appetito scaga mejo de mi? 
Lei Questo volto può essere più ben lattò? 
Ari Sti denti poleli esser pi^ fotti ? 
Lei Questa vita può essere più attillata? , 
Ari. Sta panza poleia esser più roda ? 
Lei. Ah mi sovviene quante donne ho incantate! 
Ari. Ah m'arrécotdo quanti piatti ho acce* i 
Lèi. E ora non san pm quello ? 
Ari. E adess no se magna pia ? 
Lei Ah, Lelio 9 coraggio. 
Ari Arlecchino no te desperai . 
Lei Arlecchino? 
Ari Sior? 

Lei Batti a quella porta « 

«*/•/. Sior sì, subito. (bMU *iTQ#*ris. 

Lei No a quella ; a quell' altra . 
Ari Questa V è l'osteria, dove che se magna. 
Lei E quella è la casa , dove sta la mia adorata Bea- . 

trice. Io ho bisogno, di consolare le mie pupille» 
Ari E. mi ho bisogno di consolar i mii denti . 
Lei Batti, e non perdei tempo. 

Ari 



è4 1 *ÌTT£G6LÉZZI DtlZE DONNE 

'Ari. Farò co si 5 batterò qua , e qua . Qui per vu , e 
qui per mi. ( accenna Uè caea , e V osteria. 

Lei. Fa come vuoi . 
Ari. Oh de casa /bh- dell' osteria* (batte alle due fette . 

SCENA X 

Beatrice alla finestre , # jfettì. 

JB4». JLjCco il graziosissimo signor Lelio. 

Ari. Qui i ha resposo, sotto vu. Qua Tè averto, dren* 
to mi . Vu consoleve i occhj , mi me consolerò el 
naso , perchè né vu , né mi non avemo un quat- 
trin da consolar ci nostro appetito . ( entra neW 

(osteria » 

Lei. M'inchino al vostro bello. 

Bea, Ed io al vostro brutto. 

Lei. Signora, abbiate pietà di me. 

Bea. In verità, che vi compatisco. 

Lei. Si ? Mi compatite ? Mi amate ? 

Bea. Vi compatisco^ ma non vi amo. 

Lei. Se non mi amate, perchè mi compatite? 

Bea. Vi compatisco perchè siete un pazzo. (parte. 

Lei Oh Dio! Che mortai colpo al mio cuore! Io paz- 
zo? Io che nella delicatezza d'amare non cedo ai 
più teneri amoretti della reggia d'Amore? Ma se 
costei mi sprezza, Eleonora sarà più grata , sarà 
più giusta , sarà del merito conoscitrice , e pieto- 
sa. Oh di casa. {batte alt altra casa. 



SCE- 



I 

ATTO TERZO, é$ 

S C E N A XI. 
tUeim* M* finestr*, # detti, 

TU. diete voi signor Lelio? 

lei. Sono io, che sospiro. 

EU. Povero giovane! Sospirare voi per l'amore, o per 
la fame? 

Lei. Sospiro per afta fame «morosa ♦ 

tU. E venite da me per saziarvi ? Poverino! Qui non 
vi è carne per i vostri denti . 

IsL Morirò disperato . % 

ite* Povero. mondo! Yi sari un pazzo di meno. 

Lei. Cosi m* oltraggiate ? Cosi mi. disprezzate? 

tU. Oh signore, anzi per lei ho tutta Ja stima , e la 
venerazione, e che sia la verità prima d v andar* 
mene, le taccio un profondissimo inchino. (p*m. 

lei E mi lascia, e mi fugge» e mi schernisce! Pove- 
ro Lelio, sventurato Lelio , eccomi con due osti» 
bili disgrazie al fianco, sena! amante» e senza de* 
nari. Muojo di rame , .e non ho con che satol- 
larmi \ Ardo d' amore , e non trovo pietà. Che % I 
vita infelice è la mia) Ma viene una donna! Ali * ! 
che quella beiti m'incanta, 

S C E N A XIL 

t 

Ciucchi**, * é*tH, 



& 



Che. OON desperada , . per mi no ghe sé pia reme- 
dio. flefpo*fcJ*$st« Starne akbaoiomz. Tut- 
ti me burlerà sitttti jbc,strapaaz«ri, tutti me di- 
ri la bagiggi. E perderò ci mio caro feppo , «1 
IP$ttegoUx*i delk D*n*t . X mio 



f $ 2 PETTEGOLEZZI DELLE DONNE 

mio ben , le mie viscere , 1* anema mia? Moro, 

no posso pia . 
Lil. Che avete, o bellissima Dea? 
Che. Oìmèì Moto, (eviene im erteci* * Le Ih. 

Lei. Ora sto bene. Ella mi è in braccio svenuta} che 

ho da fere ? 

SCENA XIIL 
SgudUsi e C*t*t che sseeltme, e, iati. 

Lek X Aio cosi , U condurrò in quell' albergo , sino 
eh' dia rinverrà « ( U cernerne nell' esteri* .' 

Sg*é Oe , cosa distu? 
Cfit. Asm visto ì 
€gu. A drettura in brazzo. 
Cst. Oh che cara modestina ! 
Sg*. Ma no sastu ? Sti colli storti fa cosi . 
Osti la gh v ha tutte k bone qualità . 
Sgu. E all' osteria, alla civil. 
Cst. Oh che bella putta! x ! 

S C E N A * XIV. 

Beffe, e dette. 

JReature aveu visto Checca ? 
Sgu. Sior al r ho vista . 

Bef. Poverazza! Dalla desperazion la va via co fa ima 
matta . Dove l' aveu vista ? Dove zela andada i 

• Cat. Eh la.xè poco lontana . 

• Sgu. Eh no ve tcnrsggU no, «he 4» tra ben . 
Bep. Per cariti, diseme, dovè «eia %"- ■ 

: Ce*. Oc # k xè là atf osteria. 

v . Bep. 



ATTOTBRZO. tr 

Bep. Ali* osteria ? A còsa far ? 

Sgu* A dcvcrtirse , . ' 

Bep. Con chi xcla? 

Cat. Con un paregin in parrucca. 

Bep. Ah siora Catc, vu me burle. 

Cat. Oe, Sgualda, ci dise , che Io burlò . 

Sgu. Saveu chi ve burla» Quella desgratiada de Chec- 
ca .* La zè aU* osteria con un foresto • 

Bep. Oimcl Cosa sentio? 

Sgu. E se no crede , andè drento > e vedere: 

Cat. Oc, abbrazzai i giera. No ve digo altro. ' 

( in atte di partire . 

Sgu. Oe, el se l'ha portada drento. (matte dipartire .* 

Cat. Qua in prubrko (a) senza suggizion. 

Sgu. Oe , la gn* ha ci foresto . 

Cat. Povero putto!' Me fé pecca. (parte. 

Sgu. Altro, che bagiggi. La xè ròba da osteria, (parte. 

Bep. Gnancora noi posso creder . Ste pettegole ho le 
merita fede . No , no sari vero . Ma me voggio 
chiarir • Oe , dall'osteria j gh' è nissun ? 

SCENA XV. 

Cameriere , e dette. 

Cav*. V-iOsa comanda ? - 

Bef. Diseme caro vu , cognoften Checchina fia de pa- 
na Toni? 
C***. La cognosso seguto, anzi Té* de su in tona came~ 

ra con un foresrier. 
Bep. In tuna camera con un foresrier 1 Cosa fall ì * 
C*m. Mi no cerco i fatti dei altri . Serritor umilissl» 
roo. {forte. 

Bef. Ah povero Beppoj tradii , sasfùtà/ 

SCEr. 
fa) TMliee. Y % 



€$ t TETTEGOVEZZI DELLE DOXNE 

SCENA XVI 
Arlecchino *lV0St$rt4> $ ditto. 

Ari. \J De ruffe, o de rafie , ho magni fatico»; 
• per ancuo scago ben. 

Eef. Sior Arlecchin» diseme caro va, za che tegnl da 
queir osteria, aveu risto Checc hina ì 

Ari. Oh se T ho vista! 

Bef. Cosa fola all'osteria? 

Ari. V è in tana camera col me padron . 

Eep. Oh Dio! A cosa far? 

Ari. .... (farti. 

$ef. Ma chi l' avesse mai dito > che una putta de quel- 
la sorte avesse da buttar cusl mal! Ma, oh Dio! 
Ho paura , che l'abbia perso ci cernilo > . e che 
per caqsa mia la sia devencada mata* 

SCENA XVIL 

&slsm$n* y Muss> Tcm > tfrtàtm* % $ B*tp. 



\Jr velo qua ! ve cercnemo per t 

Ton. Xè qua el pare de Checca, che rè ciMitenno che 



?*n. \Jk velo qua ! Ve cerchemo per timo / 



£*. - la spose, è ve voi abbrancar 
Vep. Che bel matrimonio > che me vorresti rat far ! 
X**. Perché? 

Eep. Parme sposar la fia de Bagiggi? 
To*. Chi v'ha dito età bestialità? 
M*s. Mi no avita fola . . 
T**. Falè, compare, tali. 
&•/. Signore, io sono il padre di Checchina > e 
un mercante onorato. 

*p. 



A T T O T E R Z Ol 4* 

« 

Bef. Vu tèi Questo xè é pare da Checca? (* ratf; 

Ir**. Siben questo. Uà omo curii, che xè sti in 'gran 
fortune , e che tornerà in poco tempo . 

Bef. Questo xè so pare? (s TMnulone. 

T*m. Siox ù , el sior Ottavio Aretusi, omo de merito» 
e de condizion . 

Bef. Ah poveretto mi ì 

?m. Coesa xè ? Cossa xè sti ? 

Bef. Vu tè pare de Checca? (s Ssl*mìn*. 

Ssi. Si signore, io. 

Bef. Oh poveretto tu! Oh poveretto mi ! 

&»/. Voi mi fate tremare . 

Pi». Bisogna che ghe sia gualche gran no viti. 

7#». Caro Beppe no me regni piti in pena, parie. 

Bef. Saveu dove che xè Checca ? 

Ten. Dove? No la xè a casa.* 

Bef. La xè in quelK osteria . 

Te». In osteria? A cosa far? 

Bef. La xè ton un rbrerto'. 

fin. Cossa diavolo efisèu ì 

Bef. Si, con un foresto abbrazzada , la xè andada in 
quell'osteria. 

SmI. Ah dunque sari vero quel , che* ài Checca mi tuo- 
no raccontato le buone femmine « 

?*n. No poi esser, no poi star. 

Te». Me par impossibile. 

Bef. Son certo , son seguo , la ghe xè , la me tradì* 
sce, «o la merka amor, vago via > e no spest 
de vederne pie. * (fmtor 

fm. Permett, senti , òe mi ghe vago drio, e vu altri 
aadè all'osteria , e chiaróre de sta verità . Oe > 
star compare. Si, el va, che el svola. Sta volta 
a esser compare , rischio de romperme qualche 
gamba. (/*rt* c$rr$nd$. 

Sèi Che dite, paron Toni? 

Y 5 Ta». 



ré 1 FETTEG0LE2ZI DELL* DÒMtt 

Ton. Digo , che se no redo > no credo . Andcmo att*" 
osterìa; andemò a ve<Jcr, , \. 

£*/, Io non ci voglio venire . Non /TOgUo inaÉgiormen- 
te affliggermi colla vista d* una jiglia indegna . 

S C \ N A XVIIL- - 

». . .1 * • 
Cheechin* dall' osteria , seguita Ja Z*lw t f Atti « 

F' '"' ' . . . .• : . 
. . Ermatevi . t ( * Cheechin* . 

Che. Via sior, lasseme star. . . * .^ ,, «■ 

S*/. Ecco ja scellerata. r 

Ton. La xè col foresto. , , - 

Ci*. Sior pare , ajuto . ^ ,-.,/,.- 

T*». Ande via de qua, mi coyoti vostro pare. * 
Che. Agiuteme che son assassinada 
Ton. Sassinada da chi ? 

Che. M'ho trova ali* osteria >-$. non so come, 
Ton. Non savè come? La diga eia patron;» come zelo 

•sto negozio? ì K tZ , 

tei. Vi diro, stava qui passeggiando . ^ co4 pex pren- 
dere il fresco . Venne questa povera ragazza , la 
quale mostrava essere disperata . Con torta, genti- 
lezza le ho chiesto , che cosa aveva . £Ua,,« sve- 
nuta, ed io per assisterla l'ho condotta ncll' oste- 
. • t fia. Ora che; è rinvenga.,, fegge da xpe* e in ve- 
ce di ringraziajjpii, mi Sfatta come 4 a^assi|io. 
iTcn. Adesso intendo. Povera %utta, la xi innocente. 
Sai. Efc io nqp c^cdo a gentf «aspetta . Questa esser 
t ■. potrebbe, una favola. .. : . 



SCE- 



ATTO TE RZ 0.\ : r* 

SCENA XIX. 

Beatrici , /oì ZUenor* , e W*fr*« ■ . 

&. . . 
enòri miei, credete a spanto dice Checchwa* 

poiché io dalla finestra ho veduto ogni '«osa . L" 

io veduta svenire , e l'ho veduta soccorrere da 

quel signore • ' 'ii 

El*. Si certamente ,• signori midi*, la cosa: e\ così coma 

la narra la signora Beatrice. Io dietro la finestra 

fao goduto due belle scent , ima «del signor Lelio , 

e una di Checchina, e mi sono consolata, quando 

l'ho veduta soccantfce. 
Ton. Sentela , sior Ottavio ? Sta putta xè innocente i 

sta putta xè una colomba, ' , 

Ssl. Ma perchè" disperarsi ?. ' :» 

Ton. Dì$è £a mia , perché aveu .dà in sta deaerazioni 
Che. Perchè Bcppo me vuoi lassar. . » 

Tom. Per tossa ve vorlo lassar?' ' 

Ci*. Per cani» de .mio pace, : ' ' 

Tm. Velo qua; vostro- pare* i! j ■•-' 

Che. Oh DioJ Qud dai bagiggi r V «j •> ,1 ' ' 
Al «f . Mi no stara > mi no stara .*'.»:* > 

Sé/. No, cara figlia, vostro padre son icn.'Io sotto Oo» 

tavio Arenisi , quello che a voi ! diede la vita; 

quello che ora teneramente vi stringe. ' > 
Ckti Oisoc! Beppo> do/estu Beppo? Anonimia, dojf 

estu? Oh Dio! Moto dalla consoiaaion. ' \ 

Tarn. Adesso» adesso l'anderò a trovar mi. 
Ssl. Via , rasserenatevi . Mi è noto il vostro amore M • 

son contento, che vi sposiate col vostro caro. - 
Che. Mo dove »b sto-BejSpo'^Mo dove Xelo* 
Ssl. La nostra nascita è assai civile j Ai èssendo io 

stato schiavo per tanti anni, oiasoaó in ristret- 
te for- 



74 i nrrtGoazzi deus do&ot 

ce fortune. La mia consolazione è veder voi, mia 
unica figlia, e vedervi sposa di chi tanto amate . 

Che. Creature, cerche Beppo per carità* 

5*/. Beppo è di voi disgustato. 

Che. Mo per cossa? 

SéU. Perche ha saputo essere voi neli* osteria eoa quel 
. signor forestiere, e non sapeva il perché. 

Che. Oh diavolo maledetto i -Per causa vostra . (siili*. 

tei. Io vi ho folto del bene. 

Che. Siben> xe vero, ci ciclo ve ne renda merito . • 

SCENA XX 

Beffe condótte eìs Fsntslone , Toai> « detti. 

Imk v Elo qui, velo qui. 

Te». El vien, el vien. 

Che. Ah Beppo, anema miai 

Bef. Oh Dio! No posso. più» 

T#». Poverazzo! I 1* aveva messo ta. I gli* aveva etn- 
ei delle cosazze . Adesso el sa tutto , ci se con- 
cena, e el si qui tutto vostro. 

Che. Xestu tutto mio ì 

Bef. Si, tutto. 

Che. Oh caio ! 

Bef. Oh benedetta! 

Mm. Sior Ottavio, fé una cosa: lasse, che i se sposa. 

&*l. Io non mi oppongo. 

Tom. Siben qui su do pie. 

Bém. Anemo da bravi. 

Bef. Oimè„ 

Che. Via, gjhe voi tastò? Dette la man. 

*«». Oh brava! 

Bef. Tiotè la man. 

Gir. 



ATTO T E R Z 0/ ' *j 

Chi. E ci cuor? 

top: Anca el cuor. 

Chi. Tutto? :- 

2ty. Tutto. 

7*/;* Evviva i novxzzi, evviva. 

SCENA ULTIMA; 

SgUsU*, Csti t ditti. 

Sgu. VJOs* è sto strepito ? 

Cut. Cos'i sta allegria? 

lun. No vede? Checchina s'ha fatto no vizza . 

Sgu. Abagiggi. (alla stlitu etrieutur*. 

Cut. Abagiggi. 

Mus. Cosa volira da Abagiggia? 

Sgu, Vare el pare della novizza. 

Cut. Vare el missier de Beppo, 

Tun. Siore no, siore pettegole. El pare de Checca» et 
missier de fieppo el zè *o> fior » «vi mercante ac- 
credito, e de reputazion. 

Sgu. Eh via ! 

Cut. Diseu da seno? 

ty. Si pettegole» si male lengue. Checca xè una put- 
ta civii, e una putta onesta. 

Sgu. In veritae, che gh*ho gusto. 

Cut. Siesta benedetta. Zermana me rallegro. 

Sgu. La sarà alidada all'osteria... curi per divertimento , 

Cst. Siben, per sorar (*) untantin. No miga per mal; 
n*é vero fia? 

Bis. Poverina! per causa vostra è svenuta, e quasi mona: 

EU. Quel signore l'ha assistita per carità, e l'ha con- 
dotta nell'osteria per farla rinvenire. 

Ul. 

fa) Solltvursi. 



f 4 I fJSTTEQCLEZZI &ELLE VONNÉ 

lei. Sì, io, io il protcttor delle donne. 
Sgu. Oh caco Lustrissimo, l'ha facto ben ; gh! tostan- 
te a caro, che mai più. La xè mia zermaitfsala? 
Cat. Poveretta! Ti ghe n'ha passi la co patte ./ Viea 

qua zermana; lassa, che te daga un basa* '• 
Che. Ande ria,* siora, no gh' ho bisogno dei vostri basi. 
Sgu. Via, vi», vieti qua; femo ■pase. 
Che. Ande via» si pettegole . No ve voi praticar. 
Sgu. Cos'è siora? Ghe rnonteia? 
Cat. Vare che spuzza ! 
Sgu. Scmo pettegole, 
Cat. No la voi basi? 
Ton. Voleu fenirU ì 
?s*. $eU gnancosa stufe? 

Cat. Lustrissima siora novizia, tiolè sto canelao (a). 
Che, Frasconazza. 
Sgu, Oh la veda cara eia, la me la conta ben gxanda . 

Totè sto parpagnacco (b). (parte. 

Chi, Malignaste! Pcbotto le me la pianzer. 
Mep. No. vita .mia, % no pknzè • Sioc missier , andemo 

in casa per carità. 
Sai, Si, andiamo. Voi- siete la mia unica figlia . Non 

sono miserabile . Risorgerà la mia casa , e tutto 

farò per voi/ 
Mus, E mi a to nozze donar abagiggia. 
Che. Eh sior Abagiggio caro , nV ave ratto sospirar J* 

mia parte. 
Uhm. Mi non avira colpa, te prego perdonata. 

Ben. 

(ti)- Maniera di scherno > -che ti fa crollando la man* 9 
$ facendo batter f indice , ed. il medie fra di loro» 

( b ) Maniera ingiuriosa $ che si fu appoggiando U punte 
ielle dita sopra il rovescio delV altra mano , fa- 
cendovi poscia battere il polso. 



ATTO TERZO. $s 

$<*. Comparite anche me i se innocentemente vi ho 

• pregiudicato . 
Eie. Ed io parimente vi chiedo scasa. 
Lei Signore mie , seta* pregiudicare al inerito del loro 
sesso, che stimo, e venero infinitamente; ora ho 
imparato un non, so .che di più circa alle donile» 
che mi obbliga a ritirarmi, ci star lontano per 
ruggire 1' incontro dei loro granosissimi pettego- 
fradl 
Bit. ti passo ci tocca sul vivo. 
Eie. tf venuta la sua , e si è volato rifare. 
?*n. Via, destrighemose, e aridemo a casa. 
Bep. Oh quanti pettegolezzi ! ' 

Che. Per causa de quelle pettegole son stada travaggia- 
dà, e squasi in stato de desperazion ', Che le me 
staga lontan * no le voggio più per i pie . Sia 
ringrazia el cielo; adesso sarò ^contenti . Ho tro- 
va el pare, ho torna a recuperarci novizio , vi- 
vero quieta in pase > e la maniera de viver ben 
xè praticar poco, e star lontan dai pettegolezzi ; 
perché da questi per el più nasce la rovina delle 
fameggic. 



line dell* Commedie* . 



NOI 



ti 

NOI RIFORMATORI 

DELLO STUDIO DI PADOVA. 

j£jL Vendo veduto per la Fede di Revisione » ed Apprb* . 
vazione del P. Fr. Giù: Tommaso Msuberemi In- 
quisitori Generale del Santo Offizio di Vtnexim nel 
Libro intitolato: I* Commedio di Cnrlo Goldoni oc. 
non vi esser cosa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica , e parimente per Attestato del Segreta- 
rio Nostro ," niente contro Principi , e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antoni» Zmttn Stam- 
pato! di Veneta* che possa essere stampato , os- 
servando gtf ordini in materia di Stampe , e pre- 
sentando le solite Copie alle jftibbliche Librerie di 
Venezia , e di Padova. 
Dat. li zo. Aprile 178*. 

( Andre* Qtéerini Rif. K 

( Tutto Bnrbnrigo Rif. 

{ frnncesco Morosini a.° Cnv. frac. Rtf 

Registrato in Libro a Carte 188. alNum. 1709. 

Giuseppi Grsdenigo Sogr m . 

20 % Aprilo n%6. 

Registrato a Carte 134. nel Libro esistete presso 
gli Illustrissimi ed EccelL Sig. Esecutori contro 
Ja Bestemmia. 

Gumnnmonio Unti* Cossnli Nod. 



OPERE TEATRALI 

DEL SIG. AVVOCATO 

CARILO GOLDONI 

VENEZIANO: 

CON BAMI ALLUSIVI. 
TOMO V I C E S I M O. 

U S BEVITORE DI DUE FADfcOHI • II IL POETA FANATICO • 
V 1MCOGM1TA . Il LA CAMERIERA BAUIAHTS • 



COMMEDIE- BUFFE 
IN PROSA 

DEL S I G. 

CARLO COLDONI 



TOMO DECIMO. 

■ ■ ài ■ . . ■- 




VENEZIA, 

dalie Stampe di Antonio zatta e figli* 

COlf APPROVAZIONE , E PRIVILEGIO. 

M. D c a X C L 



IL SERVITORE 

DI DUE PADRONI. 
COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA 

Rappresentata per la prima Tòlta in Milano 1* Enate' 
dell'Anno MDCCXLIX. 



A * PER- 



PERSONAGGI. 

PANTALONE de' Bisognosi. 

CLARICE sua figliuola. 

Il DOTTORE Lombardi . 

SILVIO di lui figliuolo, 

BEATRICE* Torinese in abito òV uomo sotto none di 
Federigo Raspolli. 

FLOfcJNDO Arcuisi Torinese di lei amante. 

BRIGHELLA locandiere. 

SMERALDINA cameriera di CLARICE. 

TRUFFALDINO servitore di BEATRICE, poi di FLO- 

RINDO. . ■ - 

Un Cameriere della locanda» che parla. 
Un Servitore di PANTALONE, che parla. 
Due Facchini , che parlano . 
Camerieri d' osteria > che non parlano. 



La Scena si rappresenta in Veneti*. 



A T- 



B Strviier dt ifut Jfaft* 



Attgf.Scl 




ATTO PR IMO* 

SC£NA PRIMA. 

Camera in cas* di Pantalone. 

Tsntslone , il Dottori, Clarice, Silvio, Brighili* t 
Smtrsldinsi un altro servitore di ?*nt*hnt . 

Sii. XLCcovi la mia destra , e eoa questa ri dono 

tutto il mio cuore. (sCUrice, porgendole Umano» 

£*n. Via , no ve vergogni 5 degne la man anca vu/ 

Cosi sari promessi > e presto presto sari maridai. 

I (* Citrico. 
Ci*. Sì, caro Silvio, eccovi la mia destra . Prometto 
di essere vostra sposa . 

A * Sii. 



* IL SERVITORE VI DXIB PADRONI 

- &k; ; feibip- p ioont to ^ esser vostro, (si danno U tnsno . 
Voti Bravissimi , anche questa è fatta. Ora non si tor- 
na più indietro. 
Smi (Oh bella cosa! Propriamente anch' io mene strug- 

!- gp di voglia . ) 
?*j4c "Vu akmsarè testimonj de sta promÌ9sfat^ seguida 
't^Ciajfde mìa/^a, e el sior Silvio, fio degnisi 
'' [siiti!* defcnostro fifte dottor Lombardi. (* torighd- 

2r* jtic< rfl^ior co&paije, e fa. ringrazio de #o onor 

' tj^ ^ X^gwja^nc. {*&&t*yné. 

1 P4*,;Ycdeui i&i soa Iti compare alle vostre ifezze > e 

1 1^ se tet^inonié.alle nozze de mia nV. Non ho * 

^ifoìestp :cl$8amaif tompari , invidar jpaJteoti , percliè-" 

anca sìor Jjottor- ei x^, del mio tempetartiento* 

**** «Sfar. le. cos$e senza strepito , senza, gran* 

^^^.Jjja^rcmo^iasiemeia $è goderemo tra de 

SofT^c nissun ne disturberà. Cossa discu, putti» 

faremio pulito? (a C Urico y e Silvio. 

Sii. .Io non desidero altro , che essere vicino alta mia 

cara sposa. 
Sme. ( Certo , che questa è la migliore vivanda . ) 
Dot. Mio figlio non è amante della vanità. Egli è un 
giovane di buon cuore- . Ama la vostra figliuola, 
e non pensa ad altro. 
?*&. Bisógna dir veramente -, che sto' matrimonio el 
sia sta destina' dal cielo , perche se a Turin no 
moriva sior Federigo Rasponi mio corrispondente, 
savè ', che mia fia ghe V aveva promessa a do , 
e no la podeva toccar al mioj caro sior zenero . 

(verso Silvie. 
•Sit. Certamente io posso dire di essere fortunato. Noo 

so, se dirà cosi la signora Clarice. 
CU. Caro Silvio , mi -fate torto . Sapete pur , se 
•vi amo* per obbedire il signor padre, avrei spo- 
*• saio 




.. A T T - * R I M O. . j 

«sto quel Torinese \ ma il cuore è $éjnpr% stato 
• perfvoi. . - 

Dot. Eppuf è reto * il cielo quando ha decretato una 
cosai la far nascere per vie non. prevedute . Come 
e succeduta la morte di Federigo Raspolli ? 

(a Pantalóne. 

Tan. Poveracce ! V è sci mazza de notte per causa de 
una sorella .... No so gnente . I gh' ha da ima fé* 
ria , e el xè resta sulla botta. 

Mri. Eio successo a Turin sto fatto? • (0 Pantalone. 

Pan. A Turin . 

Bri. Oh povero signor ! Me despiase infinitamente . 

fan. Lo conossevi sior Federigo, Rasperà ì 

(a Brighella. 

BrL Sigaro , che lo conosseva . San stl a Turin tre an- 
ni > e ho conossedo anca so sorella . Una zovene 
de spirito , de corazzo} la se vestiva da omo , 1' 
andava a cavallo , e lu el gicra innamori de sta 
so sorella . Oh ! Chi l'avesse mai dito ! 

&an+ Ma ! Le disgrazie le tè sempre pronte . Orsù no 
parlemo de malinconie . Saveu cossa , che ▼' ho da 
dir, missier Brighella caro ? So che ve diletè de 
labrar ben in cusina . Vorave , che ne fessi un per 
de piatti a vostro gusto . 

Bri. La servirò volcntiera . No fazzo per dir , ma alla 
mia «locanda tutti se contenta. I dis cusl, che ih 
nissun Ipgo i magna, come che se magna da mi. 
La sentirà qualcossa de gusto . 

fa*. Bravo. Robba brodosa vede, che se possa bagnar- 
ghe drento «delle molene de pan . ( si sente pic- 
chiare) Oh! I batte. Varda chi 4, Smeraldina. 

Sme. Subito. (p*rte, poi ritorna. 

Cla. Signor padre , con vostra buona licenza . 

Tom. Aspettè j vegnimo tutti . Sennino chi xè . 

Sene. ( Toma ) Signore » è un servitore' di un forestie- 
re,' 



te 2L SEBPXrOXE X>J DDE TXB&Om 

rche vorrebbe fervi un* imbasciata . A me noli 
volato dir nulla . Dice > che vuol parlar col 
padrone. 
Fan. Diseghe , che el vegna avanti . Sentiremo cossa » 

che el voi,. 
Sme. Lo farò venire. {farti. 

CU. Ma io me ne anderei* signor padre . 
Fan. Dove ? 

CU. Che so io? Nella mia camera. 
Fan. Siora no, siora no ; stè qua . ( Sti novizfci non 
voi gnancora, che i lassemo soli.) 

(pian* al Dottore . 
Dot. (Saviamente, co* prudenza. ) (pione a Fant alane . 

SCENA II. 

Truffaldine, Smeraldina y e dotti* 

Tru. JLÀzz' umilissima reverenza a tutti lor siorK Oli 
che bella compagnia ! Oh che bella coftversazion ! 
Fan. Chi seu , amigo ? Cossa comandeu ? 

(a Truffaldino. 

Tru. Chi eia sta garbata signora? 

( a Vantatone accennando Clarice . 
Fan. La xè mia fia. 
Tru. Me ne ralegher. 

Sme. £ di più e sposa. {a Truffaldine. 

JTru. Me ne consolo. £ eia chi eia? (a SaUraldma^ 
Sme. Sono la sua cameriera , signore. 
Tra. Me ne congratulo. 
Fan. Oh via, sior, a monte le ceremonie . Cossa vo> 

lcu da mi? Chi seu? Chi ve manda? 
Tru. Adasio, adasio ; colle bone . Tre interrogazion in 

tona volta Ve troppo per un rjpver omo* 

Fan. 



AT T Q P K 1 M 0> . tt 

Pam. ( Mi credo , che el sia un sempio costà . ). 

( piano, al Dottore . 

Dot. ( Mi par piuttosto un uomo burlevole . ) 

(piano a Pantalone . 

Tra. V. S. e la sposa ? ( a Smeraldina . 

Sme. Oh ! ( sospirando ) Signor no . 

fan. Voleu dir chi se, o voleu andar a far i (atti vo- 
stri? 

Ttm. Co no la vof altro, che saver chi son, in do pa- 
role me sbrigo. Son servitor del me padron. (a 
Pantalone) £ cusì, tornando al nostro proposito... 

(voltandosi a Sme. 

Pan. Mo chi zelo el vostro patron? 

Tru. L'c un fbrestier, che vontve vegnir a £arghe una 
visita, (a Pantalone) Sul proposito dei sposi di- 
scorreremo, {a Smer. come sopra. 

Pan. Sto fbrestier chi zelo ? Come se calamelo? 

Tra. Qh V e longa . V è el sior Federigo Rasponà Tu- 
rinese, el me padron , che la reverisse, che 1* è 
vegnu a .posta , che l' è da basso > che el manda 
T ambassada , che el vorria passar, che el me as- 
petta colla risposta. Eia contenta? Varia saver al- 
tro? (a Pantalone. Tatti fanno degli atti di am- 
mirazione ) Torneino a nu . ( a Smer. come sopra . 

Pan. Mo vegnì qui, parli co mi . Cossa diavolo di- 
seu ? 

Tru. £ se la voi saver chi son mi, mi son Trufiajdin. 
Battocchio dalle vallade de Bergamo. 

Pan. No m' importa de saver chi sié vu . Voria , che 
me tornessi a dir chi zè sto vostro patron. Ho 
paura de aver strainceso . 

Tru. Povero vecchio ! £1 taxi doro de recchie . £1 me 
padron V è el sior Federigo Rasponi da Turin . 

Pan. Ande via, che tè un pezzo de matto . Sior Fe- 
derigo Rasponi da Turin ci zè morto • 

Tru. 



ti IL SEByjTORM VI DUE TM)ROm 

Trm. Ve morto? 

?**. Vi morto seguro. Pur troppo' per do. 

Trm. ( Diavol ! Che el me padron sia morto ? V do 
pur lassi rivo da bosso l) Disi da boa, die l'è 
morto? 

Pai*. Ve digo assolutamente-, che el xè morto. 

J)9t. Sì , i la verità; è morto * non occorre metterlo 
in dubbio. 

Trm. (Oh povera el me padron ! Ghe sari vegnu un 
accidente . ) Con so bona grazia . ( d lictmxJs . 

fm. No volè altro da mi ? 

Trm. Co Fé morto, no m'occorre altro . (Voi ben an- 
dar a veder, se Tè la verità.) psrre,tpoirit$m*. 

Ism. Cossa credemio > che el sia costu ì Un furbo , a 
un matto? 

Z>*. Non saprei . Pare , che abbia un poco dell' ano , 
e un poco dell* altro . 

Bit. A mi el me par pia tosto un sempliiotto „ L'è 
bergamasco, no crederla, che el fuss'un bafon. 

Smt. Anche l'idea l'ha buona. (Non mi dispiace <jucl 
morettino. ) 

Vm. Ma cossa se insonielò,de sior Federigo 1 

CU. Se fosse vero , ch v ei fosse qui , sarebbe per me 
una nuova troppo cattiva. 

Va». Che spropositi i No aveu vista ancavu le lettere» 

( Clark* . 

Sii. Se anche fosse egli vivo , e fosse qui , sarebbe ve- 
nuto tardi. 

Trm. (Ritoh*) Me maravejo de lor sioti . No se trat~ 

< ta cusl colla povera zente. No se inganna cusl i 
forestieri. No le son azion da galantomeni . £ me 
ne farò render cogito ; 

¥*n. (Vardemose, che el zè matto.) Coss'é sta? Cos- 
sa v'ali fetto ? 

Trm. Àndarmeadir, chesiorFèdcrigh Raspolli l'£ morto* 

Psm. 



Arto primo. i$ 

Pan. E end ? 

Tr». £ curi, Tè qua, vivo, san» spiritoso , e brilan- 
te, che el voi reverirla, se la se contenta. 

Pan. Sior Federigo? 

Trm. Sior Federigo. 

Pan. Rasposi? 

Trm. Rasponi. 

Pan. Da Turin? 

Trm. Da Turin. 

Pan. Fio mio andè all' Ospedal, eie si inatto . 

Trm. Coipo del diavolo! Me fetessi bestemiar come un 
zogador . Mo se V è qui, in casa , in sala , che 
ve vegna ei malanno . 

Pan. Adessadesso ghe rompo el muso. 

V*t. No , signor Pantalone , fate una cosa j ditegli» 
che faccia venire innanzi onesto tale» ch'egli ere* 
de essere' Federigo Rasponi . 

Pan. Via, &lo vegnir avanti sto morto resuscita. 

Ttm\ Che el sia sta morto , t che el sia resuscita poi 
esser, mino gb* ho niente incontrario. Ma ades- 
so V è vivo , e el vederi coi vostri occhj . Vagh 
a dirghe che el regna . E da qui avanti impara 
a trattar coi forestieri , coi omeni della me sor- 
te, coi bergamaschi onorati. (* PantnUn* c*nc*l* 
Ura) Quella giovine, a so tempo se parleremo. 

(s Smer.y *parp*. 

Cla. f Silvio mio, tremo tutta. ) (pian* a Silvi* . 

Sii. (Non dubitate* in qualunque evento sarete mia . ) 

(pian* a Clark** 

J>*t. Ora ci chiariremo della venti. 

Pan. Poi vegnir qualche baronato a danne da intender 

delle fandonie. 
Bri. Mi , come ghe diseva , sior compare 1* fco coso*» 

sudo el sior Federigo} se'el sari lu, ved*remo. 
Mu. ( Eppure quel morettino non ha una fisttfemia da 

bu- 



' *+ IL SERVITORE DI DUE PADRONI 

bugiardo. Voglio veder se mi riesce ...') Coti buo- 
na» grazia xli lor signori. (fan*. 

N SCENA IH. 

Beatrice in abito da uomo , sotto nomo di Federigo, 
o detti. 

Ite*. Olgnor Pantalone, la gentilezza, che io ho am- 
mirato nelle vostre lettere , non corrisponde al trat- 
tamento, che voi mi fate in persona. Vi mando 

^ il servo , vi fò passar l'ambasciata , e voi mi fa- 
te stare all'aria apeita > senza degnarvi di farmi 
entrare > che dopo una mezz' ora ì 

fan. La compatissa ... Ma chi xeia eia» patron? 

Boa. Federigo Raspolli di Torino per. obbedirvi . 

(Tutti fanno atti a* mmmiraxjóno „ 

Sri. (Còssa vedio ? Coss'c sto negozia? Qaesto.no l'è 
Federigo, l'è la siora Beatrice so sorella. Voi oc» 
servar dove tende sto inganno,).. 

fan. Mi resto attonito... Me consolo de vederla san» 
e vivo» quando avevimo avudo delle cattive no- 
ve. (Ma ancora no ghe credo, sa ve.) 

(piano al Dottore „ 

Bea. Lo sdì & detto» che in una rissa .rimasi estinto. 
Grazie al cielo, fui solamente ferito ; e appena 
risanato, intrapresi il viaggio di Venezia, 'già da 
gran tempo con voi concertato. 

fan. No so cossa dir. La so cicra xè da galantomo : 
ma mi gh* ho riscontai certi , e segurì > -che siof 
Federigo sia morto} onòje la vede ben... se noia 
me dà qualche prova in contrario... 

Boa. £' -guittissimo il vostro -dubbio 5 conosco la neces- 
siti di giustificarmi , Eccovi quattro lettele dei 
vostri amici corrispondenti) una delle quali è dei 

SDÌ" 



ATTO PRIMO! , x$ 

miniselo della nostra Banca • Riconoscerete le fir- 
me, e vi accerterete dell'esser mio. (dà quattro 
(Utter$ a Pantalone, il quale le legge da se. 

CU. (Ah Silvio, siamo perduti.) (fimo a Silvie. 

Sii. ( La vita perderò , ma non voi.) (piano a C Urico . 

£40. ( Oimé ! Qui Brighella ? Come diamine qui si ri- 
trova costai ? Egli mi conoscerà certamente ; non 
vorrei, che mi discoprisse.) (avvedendosi di Bri- 
ghili* •) Amico mi par di conoscervi . 

(forte a Brighella. 

Bri. Si signor, no la s* afiecorda a Turin Brighella 
Cavicchio . 

Bea. Ah si, ora vi riconosco. (Si va accostando a Bri- 
ghelU) Bravo galan t uomo , che fate in Venezia? 
tPer amor del cielo non mi scoprite . ) 

(piano * Brighella. 

Bri. (Non gh' è dubbio.) ( piano a Bea.) Fazzo el lo* 
candier , per servirla . ( forte alla medesinm • 

Bea. Oh per 1* appunto r giacché ho il piacer di cono- 
scervi , verrà ad alloggiare alla vostra locanda . 

Bri. La me fari grazia • ( Qualche contrabando si- 
garo.) 

Pam. Ho sentio tatto . Certo , che ste lettere le me ac- 
compagna el sior Federigo Raspolli, e se ella me 
le presenta , bisognerave creder, che la fosse .... 
coinè che dke ste lettere» 

Bea. Se qualche dabbio ancor vi restasse, ecco crai mes- 
set Brighella j egli mi conosce ? egli può assicu- 
rarvi dell'esser mio. 

Bri. Senz'altro, .sior compaie, lo assicuro mi. 

tem. Co là xè cosi, co me l'attesta, oltre le lettere, 
anca mio compare Brighella, caro sior Federigo, 
me ne consolo cottela, e ghe domando scusa, se 
lo dubita *• 

Cla. 



»\f IL SERJ7T0BLE DI DCE PADRONI 

Cla. Signor padre , qutgli i dunque il signor Federigo 
Rasponi? ! n 

Pan. Mo el xè eio la. 

Cla. (Me infelice» ohe sarà di noi?) (pian* a Sil<v. 

Sii (Non dubitate, vi dico ; siete mia, .e vi difende- 
rò.) (fisHé * CU. 

Pan. (Cossa diseu? Dottor xelo vegnd a tempo)) 

.' (piano si Dottor* . 

Dot. Accidit in pondo, tptod mn zonttngu in anno. 

Ben. Signor Pantalone, chi è quella signora? 

• . (accennando Ciacco. 

Pan. La xc Clarice mia fia . 

Bea. Quella a me destinata in isposa ? 

fan» Sipr si , giusto, quella. (Adesso son in un beli" 
intrigo . ) ... 

Bea. Signora, permettetemi, ch'io abbia l'onore di ri- 
verirvi . [a da. 

.Ola. Serra divota. ( sostenuta . 

Bea. Molto freddamente m'accoglie. . (a Pantalone. 

Fan. Cossa vorla far ? La xè timida de natura \ 

Bea. E quel signore è qualche vostroj parente ? . 

(a Pont, accennando Silv. 

Pan*. Sìói'ùi el xè nn mio nevodov* 

Sii. No* signore» non sono suo nipote altrimenti , so- 

. . no lo sposo della signora Clarice:. (a Boatr. 

Dot. (Bravo! Non ti perdete. Dà ia tua ragione» ma 
senza precipitare.) ,/«... . (piano* a Silvi* . 

.Bta. Come ! Voi sposo della. signora-Clarice? Non è 
ella a me destinata ? . < 

Pan. Via, via.- Mi scovexzirò tutto . .Caro fior Fede* 

.-rigo, se credeva, che fesse véra la vc*trft~ttiégrà- 

aia , che fusai esorto, e cosi aveva dà lOBÉi fia a 

sipr Silvio j qua no ghe xè un. mal al rifondo. 

Finalmente sé arriva in tempo. Clarice zi vostra » 

se la 



ATTO PRIMO. i^ x 

se la voli , e mi son qua a mantegniivc la mia 
paiola. Sior Silvie > naso cossi dir ; vede coi vo- 
stri occhj la verità . Savé cossa , che v' ho dito » 
e de mi no ve podc lamentar. * * 

Sii. Ma il signor Federigo non si contenterà di pren- 
dere una sposa > che porse ad altri la mina . 

Be*. Io poi non sono sì delicato . £a< prenderò noìt 
ostante. (Voglio anche prendermi un poco di di- 
vertimento.) •• k 

Dot. (Che buon marito alla moda! Non mi dispiace . ) 

ita*, Spero, che la signora Clarice non ricuserà la mia 
mano. '* l - 

Sii. Orso , signore > tardi siete arrivato. la signora 

Clarice deve esser mia , né sperate > che io ve la 

ceda. Se il signor Pantalone mi farà torto , sa-* 

' prò vendicarmene ; e chi vorrà Ciance , dovrà* 

contenderla con questa spada. (phrte m 

Dot. ( Bravo, corpo di Bacco ! ) ■ •* • 4 

Be*. ( No , no, per questa vk no» voglio morire .) 

Dar. Padrone mio , V. S. è arrivato un po' tardi. La 
signora Clarice 1' ha da sposate mio figlio . La 
Legge parla chiaro . Trior m tempore , potbr m 
Jurt. - (parte. 

Bes. Ma voi, signora sposa, non dite nulla? 

( * CÌMr&e'} 

Ci*. Dico, che ti** venuto per tormentarmi . ( parte . 



Il Servitore di due Ttdreni . B SCE- 



tà, IL SEByjTOHE DI DUE PjiDROttì 

SCENA IV. 

fintatone y Beatrici, e Brighella , poi il servitore 
di Pantalone . 



V^Ome , 



tan. V-40me > pettegola? Cossa distu? ( le voi corref 

( dietro , 

Sea. Perniatevi* signor Pantalone » la compatisco. Non 

conviene prenderla eoa asprezza ♦ Col tempo spe- 

' . xo di potermi meritare la di lei grazia . Intanto 

andremo esaminando i nostri conti , che è uno 

., dei due motivi , per cui , come vi è noto, mi 

son portato a Venezia * 

fan. Tutto xè ali-ordine per et nostro conteggio. Ghe? 
farò veder el conto corrente» i so bezzi xè pare- 
chiai , e faremo el saldo co la vorrà . 

Bea. Verrò con più comodo a riverirvi; per ora se mi 
permettete , andrò con Brighella a spedire alcuni 
piccioli affari, che mi sono stati raccomandati.. 
Egli e, pratico* della città , potrà giovarmi nelle 
mie premure,. . 

Tati. Là se serva , cóme che la voi ; e se fa gh* ha bi- 
sogno de gnente, la comanda. 

Beò. Se mi darete un poco di denaro , mi farete pia- 
cere -, non ho voluto prenderne meco , per non 
discapitare nelle monete. 

Tan. Volentiera: la servirò. Adesso no eh' è el Cassier. 

» Subito , che el vieir ghe manderò i bezzi fina a 

casa . No vaia a star da mio compare Brighella ì 

Bea. Certamente, vado da lui j e poi manderò il mio 
servitore ; egli è fidatissimo , gli si può fidar ogni 
cosa. 

Tan. Benissimo ; la servirò come la comanda , e se la 
voi restar da mi a far penitenza , la xè parona , 

Bea. 



ATTO PRIMO. ijf 

Bea. Per oggi vi ringrazio . Un' alerà volti sarò a iti- 
comodarvi . 

Fan. Donca starò attendendola. 

Ser. Signore è domandato. (a Pantalone. 

Fan. Da chi? 

Ser. Di là ... hon saprei ... ( Vi sono degl' imbrogli . ) 

(piano a Pantalone, 

Pan. Vegnó subito. Con so bona grazia. La scusa, se 
no la compagno . Brighella > vii sé de casa $ ser- 
vilo vu sior Federigo*. 

Bea. Non vi prendete pena per me. 

Pam Bisogna, che vaga. A bon riverirla; Non vorria; 
che nassesse qualche diavòlezzo. ( fatte t 

■ S C E N A V. 

Beatrice , e Brighella . 

Bri. OE poi saver , siora Beatrice ? ... 

Bea: Chetatevi ; per amor del cielo , non mi scoprite . 
11 povero mio fratello è morto , ed è rimasto 
ucciso o dalle mani di Florindo Arenisi , o da al- 
cun altro per di lui cagione; Vi sovverrete ; che 
Florindo mi amava ; e mio fratello non- voleva, 
che io gli corrispondessi. Si attaccarono , non so 
come : Federigo mori , e Florindo per timóre della 
Giustizia se n'é ruggito , senza potermi dare un 
addio . Sa il cielo , se mi dispiace la morte del 
povero mio fratello, e quanto ho pianto per sua 
cagione ; ma oramai non vi è più rimedio ; 
e mi duole là perdita di Florindo . So , che a 
Venezia erasi egli addirizzato ; ed io ho fatto la 
risoluzione di seguitarlo. Cogli abiti, e colle let- 
tere credenziaU di mio fratello , eccomi qui arri* 
B i vata 



XP IL SPRV2T0HE DI DXJE PADRONI 

vara colla speranza di ritrovarvi V amante . Il si- 
gnor Pantalone , in grada di quelle lettere, e in 
grazia molto più della vostra, asserzione, mi ere* 
de già Federigo . Faremo il saldo dei nostri con-» 
ti > riscuoterò del denaro , e potrò soccorrere an~ 
che Florindp , se no avrà di bisogno . Guardate 
dove conduce amore {Secondatemi , caro Brighella, 
aiutatemi ; sarete largamente ricompensato. 

Bri. Tutto va ben , ma no vorave esser causa mi , che 
sior Pantalon , sotto bona, fede ghe pagasse et 
contante , e che po' el restasse boria . 

$a*. Come burlato ? Morto mio fratello > non sono \o; 
l* erede ? 

Bri L* è la verità. Ma perchè no scovrirse? 

$ea. Se mi scopjjo, non faccio nulla. Pantalone princi* 
pierà a volermi far da Tutore ; e tutti mi secche* 
ranno > che non isti bene , che non conviene , e 
che so io? Voglio la mia libertà . Durerà poco, 
ma pazienza. Frattanto qualche cosa sarà. 

fri. Veramente , signora , 1' è sempre stada un spiritai 
bizzarro. La lassa far a mi , la staga. su la mi*" 
fede . La se lassa servir . 

Bea. Andiamo alla vostra locane^. 

$ri. £1 so servitor dov'elp? 

$#«. Ha detto, che mi aspetterà sulla strada. 

Mri. Dove l'ala tolto quel martuflb ? Non. sa gnanca 
parlar . 

Be*. 1/ ho preso per viaggio . Pare sciocco qualche voi* 
ta , ma non lo e ; e circa la fedeltà non me ne 
posso dolere. 

fri. Ah ! la fedeltà 1* è una bella cossa . Andemo , la 
resta servida ; vardè* amor cossa > che el fa fax . 

&a, Questo npn e niente . Amor ne fa far di peggio . 



AttòfAtMÓ. è* 

Èri Én avemo principi! ben . Andando in là, nò H 
sa cossa possa succeder. {f*ftt 4 

$ G E N A VI 

Strada con la locanda di Brighella * 

Truffaldino solo . 

OoM sniffo d' aspettar > che nò posso più . Co sto me 
patron se magna poco , e quel poco el me lo & 
auspicar . Mezzo zorno della città 1' è sòrta > che 
è mezz'ora, e el mezzo zògpo delle mie budelle 
1* i sona, che sarà do ore . Almanco savesse do- 
ve s' ha d 4 andar a alezar . I alter subir , che i 
taira in «Jualche ditta , la prima cossa i va ali* 
osteria. Lu, sior no , el lassa i bafili in barca 
del corrier , el va a far Visite , e noi sé recorda 
del povero servitor. Quand eh 1 i dis, bisogna ser- 
vir i patron con amor. Bisogna dir ai patroni * 
eh* i abbia un poco dd cariti per la servitù ; Qua 
gh* è una locanda ; quasi > quasi anderia 4 veder 
se ghe fass dà déVdrtirf el dente j ma se el patron 
me cerca? So danno, che 1* abbia tin pòco de di- 
screztòn . Voi andai ; ma àdess , dhe ghe penso , 
gh'è un'altra pìccola difficoltà , che nò me l'ar- 
jrecofdàYa J non gh' ho gnanca im quàttrin . Oh 
povere Truftaldin ! Pia tdst , che filr el servitor , 
corpo deldiavol me vói irietter a far... cossa trio? 
Vtt grazia del cielo ini no so far gaente • 



$CE- 



* z il servitore di due padroni 

SCENA VII. 

Ilorindo da viaggio con un facchino col baule 
in spalla, e detto. 



G, 



j MCm \JTHc digo, che no posso più 5 ci pesa , che 

el mazza. 
Tlo. Ecco qui un* insegna d' osteria , o di locanda . Nqa 

puoi far questi quattro passi ? 
Toc. Ajutoj va el baul in terra. 

Ilo. V ho detto , che tu non saresti stato al caso : sei 

troppo debole ; non hai forza . ( regge il baule 

( sulle spalle del facchino . 

Tru. (Se podess vadagnar diese soldi. ) (osservando il 

facchino ) Signor , comandela niente da mi ? La 

poss' io servir? (.* Ilormd* . 

Fio. Caro galantuomo ajutate a portare questo baule 

in quell'albergo» , 

Tru. Subito , la lassa far a mi . La varda come , che 

se fa. Passa via. {Va colla spalla sotto ai baule 9 

lo prende tutto sopra di se , e caccia in terra il 

t (facchino con una spinta . 

Ilo. Bravissimo. . 

Tru. Se noi pesa gnente. (entra nella locanda col baule. 

Ilo. Vedete come si fa? (al facchino. 

Inc. Mi no so far de più . Fazzo el facchin per des- 

grazia; ma son fiol de una persona ci vii. 
Ilo. Che cosa faceva vostro padre ? 
lac. Mio padre ? El scortegava i agnelli per la città . 
Ilo. ( Costui e un pazzo j non occorr* altro . ) 

(vuol andar nella locanda . 
lac. Lust rissimo, la favorrssa . 
Ilo. Che cosa? 
lac. I bezzi della portadura . 

Ih. 



jtTTOFRXMQ. s; 

Fio, Quanto ti ho da dare per dieci passi ? Ecco lì lì 

Corriera. (accenna dentro alla scena. 

Fac. Mi no conto i passi 5 la me paga . ( stende la 

(mano. 
Fio. Eccoti cinque soldi, (gli mette una moneta in mano . 
Fac. La me paga. (tiene la mane stesa, 

fio. Q che pazienza! Eccotene altri cinque. 

(fa cerne so fra. 
Fac. La me paga. 

FU. (Gli dà un calete) Sono annojato, 
fac. Adesso son paga. ^ (farti. 

{ SCENA VIH, 

F brindo fei Truffaldino, 



e. 



fle. VJHE razza di umori si danno ! aspettava pro- 
prio , che io lo maltrattassi. Oh andiamo un pò* 
a vedere che albergo è questo ... 
Tra. Signor» l'è restada servida. 
Fio. Che alloggio è codesto ? 

Tru. L'è una bona locanda , signor . Boni Ietti , bei 
specchj» una cusina bellissima» con un odor , che 
consola, Ho parla col camerier . La sarà serrida 
da Re. 
ria. Voi che mestiere fitte ? 
Tru. El servicor , 
TU. Siete veneziano ? 
Tru. No son venezian , ma son ^ui del Stato , Son 

bergamasco , per servirla . 
Ti*. Adesso avete padrone?* 
Tru. Adesso... veramente non l'ho. 
Jle. Siete senza padrone ì 

B 4 Tru % 



*4 IL SERVITORE T>I t>UÈ fjBHLOm 

Tru. Eccome qua ; la vede > son senza, padroa . ( Qua 
noi gli' è el me padron ; mi no digo busie . ) 

Tlo. Verreste voi a servirmi,? 

Tru. A servirla ? Perche no ? ( Se i patti fusse meggio > 
ine cambiaria de camisa . ) ■ j 

Tlo. Almeno pei ii tempo, ch'io sto in Venezia. 

Tru. Benissimo .- Quanto me vorla dar ? 

Tlo m Quanto pretendete? 

Tru. Ghe dirò : un altro patron , .che aveva , e che 
adesso qua. noi gh'ho pili, el me «dava un felip- 
pò al mese , e le spese . 

tlo. Bene , e tanto vi darò io . 

Tru. Bisogneraye, che h me dasse quakossetta de più. 

Tlo. Che cosa pretendereste di più ? 

Tru. Un soldetto 4/zorno per -el tabacco . 

Tlo. Sì , volentieri j ve lo darò . 

Tru. Co Tè cosi, stago con lu. 

fio. Ma vi vorrebbe un poco d' informazione del 
fatti vostri.. 

Tru. Co no la ypl altro che informazion dei fatti 
mii , la vada a Bergamo , che tutti ghe dirà chi soa * 

Tlo. Non avete nessuno in Venezia, che vi conosca? 

Tru. Son arriva stamattina, signor. 

Ib % Orsù s mi parete un uomo da bene . Vi proverò. 

Tru, La me prpya , e la vederi . 

Tlo. Prima d* ogni altra cosa , mi preme vedere > se al- 
la Posta vi siano lettere per me. Eccovi mezzo 
scudo i andate alla Posta di Torino , domandate > 
se vi sono lettere di Florindo Arenisi -, se ve ne 
sono , prendetele ,- e portatele subito, che vi as- 
petto. 

Tru. Intanto la fazza parecchia! da disnar . 

Tlo. Si, bravo, farò preparare. (E -faceto; non mi 
dispiace. A poco alla volta ne iato la prova. ) 

(entrs nella locund* m 
SCE- 



ATTO PRIMO. mg 

SCENA IX 
Truffaldino , pei Elettrice da «m*#, e Brighila . 

Tm. VJ N soldo al tomo de più, 1' è trenta soldi al 
mese; nò V è gnatica vero , die quell'alter me 
daga un felippo j el me di diese pàoli < Poi es- 
ser, che diese p&uli fetta un felippo, ma mi noi 
so de segurO . £ pò quel sior Torinese noi vedo 
più . V è un matto. L'è un aovenotto , che no 
gji* ha barba, e no gh* ha giudizio. Lassemolo 
andarj andemo alla posta per sto sior... 

(vuol partire , ed incontra Beatrice » 

Bea. Bravissimo . Cosi mi aspetti ? 

Tra. San qui, signor. V'aspetto ancora. 

$#*. £ perchè • vieni a aspettarmi qui , e non nella 
strada dove ti ho detto? £' un accidente, che ti 
abbia ritrovato. 

Tra. Ho spasseggia un pochetto , perchè me passasse 
la fame. 

Bea. Orsù, va in questo momento alla barca del cor- 
riere . Fatti consegnare il mio baule, e portalo 
alla locanda di messer Brighella ... 

Bri. fecola la la mia locanda ; noi poi felaf . 

Bea. Bene dunque, sbrigati, che ti aspetto é 

Tra. Diavolo • In quella locanda ! 

Bea. Tieni, nello stesso tempo inderai alla posta diTo* 
tino, e domanderai se vi sono mie lettere. Anzi 
domanda , se vi sono lettere di Federigo Rasponi , 
e di Beatrice Rasponi . Aveva da venir meco an- 
che mia sorella, e per un incomodo è restata in 
Villa , qualche amica le potrebbe scrivere -, guar- 
da se ci sono lettere, o per lei > o per me. 

Tra. 



*6 IL SERriTORE VI JOTE LADRONI 

Tru. ( Mi no so quala far . Son l' omo più imbrojà de 
sto mondo . ) 

fri. (Come aspettela lettera al so nome vero , e al 
so nome finto , se T è partila, segretamente ? ) 

(piano a Beatrice, 

fea. Ho lasciato ordine , che mi scriva ad un servi- 
tor mio fedele , che amministra le cose della mia 
casa j non so con miai nome «gli mi possa scri- 
vere . Ma andiamo , che con comodo ri narrerò 
ogni cosa.) (piano * BrigholU) Spicciati, va al- 
la posta, e va alla Corriera . Prendi le lettere » 
fa portar il baule nel|a locanda» ti aspetto. 

(entT4 teli* locanda m 

Tru. Si* tu el padron della locanda ? ( a-Brìg. 

fri. Sì ben , son mi . Portcvc ben , e non ve dubitè , 
che ve farò magnar ben. (entra nella locanda „ 

s q E M A 3C 

Truffaldine , poi Silvio. 

Tru. V/H bella! Ghen*c tanti, che cerca un padron , 
e mi ghe n* ho trova do . Come diavol ojo da 
far ? Tutti do no li posso servir . No ? £ perchè 
no? No la saria una bella cossa servirli tutti do, 
e guadagnar do salarj > e magnar el doppio ? La 
«aria bella, se no i se ne accorzesse . E se i se 
ne accorze , cossa perdio ? Gnence . Se uno me 
manda via, resto con mieli' altro. Da galanromo, 
che me voi provar. Se la durasse anca un di so- 
lo , me voi provar . Alla fin averò latto sempre 
una bella cossa. Animo 5 andemo alla Posta per 
tutti do. ( inca mmina n d osi . 

Sii, (Questi e il servo di Federigo Rasponi.) Galan- 
tuomo, (a Trmfc 

Tru. 



ATTOTRfMO. * 7 

Tri*. Signor. 

Sii. Dov* è il vostro padrone ? 

Tru. £1 me padron? Ve la in quella locanda. 

Sii Andate subico dal vostro padrone» ditegli» ch'io 

gli voglio parlare , s* è uomo d* onore venga giù, 

eh' io 1' attendo . 
Tru. Mi caro signor... 

Sii. Andate subito. (convoco alta 

Tru. Ma la sappia, che el me padron... 
Sii. Meno repliche , giuro al cielo . 
Tru. Ma qualo ha da vegnir ? .. 
Sii. Subito > o ti bastono . 

Tru. (No sognente, manderò el primo » che troverò.} 

(entra nella locanda* 

§ C E N A XI. 

Silvio , poi Florindo , e Truffaldino . 

Sii 1 ìO, non sarà mai vero, eh' io soffra vedermi 
innanzi agli occhj un. rivale. $e Federigo scampò 
la vita una volta , non gli succederà sempre la 
stessa sorte . O ha da rinunziare ogni pretensio- 
ne sopra Clarice , o l' avrà da far meco ... Esce 
altra gente dalla locanda . Non vomì essere di- 
sturbato. ( si ritira osila parto opposta* 

Tru. Ecco là quel sior » che butta fogo da tutte le 
bande. (accenna Silvio a Fiorendo. 

Fio. Io non lo conosco. Che cosa vuole da me? • 

(a Truffaldino . 

Tru. Mi no so gnente. Vado a tor le lettere» con so 
bona grazia. (No yoggio impegni.) 

Sii. E Federigo non viene . 

Fio. ( Voglio chiarirmi della verità. ) Signore» siete 
voi che mi avete domandato? (« Sì/. 

Sii. 



A8 IL tEÉrtrÓXÉ D/ 1>VE iudroiw 

SU. Io ? Non ho nemmeno 1* onor di conoscervi ; 

Fio. Eppure quel servitore, che ora di qui è partito J 
mi ha detto , die cori vóce imperiósa , e don rmV 
naccie avete preteso di provocarmi. 

SU. Colui m' intele male; dissi, che parlar volevo al 
di lui padrone. 

Fio. Bene -, io sono il di lui padrone , 

SU. Voi il suo padrone? 

7/0. Senz' altro . Egli sta ài mio servizio . 

SU. Perdonate dunque ; o il vostro servitóre è simile 
ad un altro, che ho Veduto stamane, o egli se** 
ve qualche altra persona. 

FU. Egli sefre me, non Ci pensate ; 

SU. Quand'é cosi, torno a chiedervi scusi. 

'Fio. Non vi è male. Degli equivoci ne nasetti sem- 
pre . 

Sii Siete voi forestiere , signore ? 

Fio. Torinese, a' Vostri comandi. 

Sii. Torinese appunto era quello con cui òWderav* 
sfogarmi. 

TU. Se è mio pattano , può essere* , c*h' io lo cono* 
sta, e s'egli v'ha disgustato, m* impiegherò vo- 
lentieri per le vostre giuste soddisfazioni . 

SU. Conóscete voi un c'erto Federigo Raspo*? 

FU. Ah! L' ho conósciuto pur tròppo. 

SU. Pretende egli per una parola avuta dal padre to* 
gliere a me una sposa * che questi mane mi kx 
giurato la fede. 

Fio* Non dubitate, amico , Federigo Raspolli non pad 
involarvi la sposa. Egli è morto. 

SU. Sì tutti credevano , efr ei fesse mòrto , ma sta* 
mane giunse vivo , e sano in Venezia , per mio 
malanno , per mia disperazióne. 

FU. Signore voi mi fate rimaner di sasso < 

SU. Ma! Ci sono rimasto anca* io, 

TU. 



r 



A T T O ? * I M O. a* 

Tb. Federigo Rasponi vi assiemo» che è morto* 

$iL Federigo Rasponi vi assicuro, cji'è vivo. 

Fio. Badate bene , che v' ingannerete . 

Sii, lì signor Pantalone dei Bisqgnosf , padre della ra- 
gazza, ha fatto tutte le possibili diligenze per 
assicurarsene > ed ha certissime prove , che sia egli 
proprio in persona . 

yfo, ( Dunque non restò ucciso , come tutti credettero 
nella rissa \ ) 

$il. O egli , o io abbiamo da rinunziare agli amori 
di Clarice, o alla vita. 

Fior, (Qui Federigo? Fuggo dalla Giustizia, e mi tro- 
vo a fronte il nemico!) 

Sii. F molto, che voi non 1' abbiate veduto . Dove- 
va alloggiare in codesta locanda. 

Th. Non l'ho, veduto; qui m' hanno detto, che non 
vi era forestiere nessuno. 

Sii. Avrì cambiato pensiere . Signore scusate , se vi 
ho importunato . Se lo vedete , ditegli , che per 
suo meglio abbandoni 1* idea di corali nozze . Sil- 
vio Lombardi è il -mio nome j avrò V onore di 
riverirvi. 

ria. Gradirò sommamente Ja vostra amicizia, (Resto 
pieno di confusione,) 

Sii. Il vostro nome , in grazia , poss' io saperlo? 

F/#, (Non vo* scoprirmi.) Orazio Ardenti per obbe- 
dirvi . 

TSì/, Signor Orazio, sono a'vos^i comandi f (ftrti. 



{ICE- 



ìó H SERVITORE DI DUE PADRONI 

S Ù È N A JCIÌ. 

t brindo soUi 



e 



Òmc può darsi , che una stoccata , cke lo passò 
dal fianco alle reni , non 1' abbia ucciso? Lo vidi 
pure io Stesso disteso al suolo involto nel proprio 
sangue. Intesi dire, che spirato egli era sul col- 
po . Pure potrebbe darsi > che morto non fosse . 
Il ferrò toccato non lo avrà nelle parti vitali . 
Là confusione fa travedére; V esser io ruggito di 
Torino subko dopo il fatto , che a me per V ini- 
micizia nostra venne imputato, non mi ha lascia- 
to luogo a rilevare là verità . Dunque , giacche 
non è mòrto , sarà meglio j eh* io ritorni a To- 
rino , eh' io vada a -consolare la mia diletta Bea- 
trice, che vive forse penando > e piànge per là 
mia lontananza . ' 

- é C E N A Xlìf. 

Truffaldino con un Altro facchino, che porta il baule 
di Beatrice, e detto. 

Truffaldino s* avanza alcuni passi coi facchino ,' poi 

accorgendosi di Florindo , e dubitando esser 

veduto, fa ritirare, i! facchino . 

Tr*. xXNdemó con mi... Oh diavoli L'è qui quest ; 
alter padron. Ritirete camerada , e aspetteme su 
quel canton. (il facchino si ritira* 

Fio. Si, senz'altro. Ritornerò a Torino. 

TrUi Son qui, signor... 

ih. 



ATTO P R IMO. 31 

ilo. Truffaldino, vuoi venir a Torino cori me? 

Tr*. Quando? 

Ilo. Ora; subito. 

Tr*. Senza disnari 

Ilo. No; si pranzerà, e poi ce n' andremo 4 

Tr*. Benissimo; disnando ghe penerò. 

Ilo. Sei stato alia posta ? 

Tth. Signor si. 

Ilo. Hai trovato mie lettere? 

Tr*. Ghe n'ho trova. 

P/*. Dove sono? 

Tr*. Adesso le troverò. ( tir* fuori di tasca tre lette* 
re) (Oh diavolo ! Ho confuso quelle de un pa- 
tron con quelle dell' altro . Come farojo à trovar 
fora le soc? Mi no so lezer.) 

Tià. Animo > dà qui le mie lettere : 

Tr*. Adesso, signor. (Son imbròjado.J Ghe' dirò , si- 
gnor • Ste tre lettere no le vien tutte a V. S. Ho 
trova un, servitor , che me coglione > che semo 
stadi a servir £ Bergamo insieme; gh'hó dit, che 
andava alla posta , e el m'ha prega > che veda 
se gh* era niente per el so padron . Me par che 
ghe ne fosse una > ma no la conosso più y non 
so quala, che la sia, 

Ttài Lascia vedere a me ; prenderò le mie > e V altra 
té la renderò. 

Tré. Toli pur . Me preme de servir 1* amigo . . 

JPfe. (Che vedo? Una lettera diretta a Beatrice Raspo- 
lli ? A Beatrice Rasponi in Venezia ! ) 

Trld. L'avi trovada quella del me eameradà? 

ti*. Chi e questo tuo camerata , che ti hi dato una 
tale' incombenza? 

ÌV*. L'i un servitor.... che gh'ha nome Pasquale 

TU. Chi serve costui? 

Tr*. Mi no lo $0, signor, 

tu. 



92 IL SERVITORE DI DUE TADSOW 

Tlo. Ma se ti ha deci» di cercar le lettere del sii» 
padrone, ti avrà dato il nome. 

Tru. Naturalmente. (L'imbrojo eresse.) 

Tlo. Ebbene, che nome ti ha dato? 

Tru. No rno rarrecordo, 

Ilo. Come... 

Tru. £1 me l'ha scritto su un pezzo de carta. 

Tlo. E dov'è la carta? 

Tru. L'ho lassada alla posta. 

Tlo. ( Io sono in un mare di confusioni . ) 

Tru. (Me vado insegnando alla mejo. ) 

Tlo. Dove sta di casa questo Pasquale? 

Tru. Non lo so in verità. 

Tlo. Come potrai ricapitargli la lettera ? 

Tru. El m'ha dito, che se vedremo in piazza. 

Tlo. ( Io non so che pensare . ) 

Tru. (Se la porto fora netta l'è un miracolo.) Lame 
favorissa quella lettera, che vedere de trovarlo. 

Tlo. No v questa lettera voglio aprirla . 

Tru. Oibò; no la fazza sta cossa. La sa por, che pe- 
na gh* è a avrir le lettere . 

Tlo. Tant'c, questa lettera m'interessa troppo. E 1 di- 
retta a persona , che mi appartiene per qualche 
titolo. Senza scrupolo la posso aprire. {Vapre. 

Tru. (Schiavo siori. El l'ha fitta.) 

Tlo. Illustrissima signora Padrona, (legge. 

tu di lei partimi* da questa città ha dato me* 
ttvo di discorrere a tutto il paese $ e tutti cap* 
scono , eh" ella abbia fatto tale risoluzione por se- 
guitare il signor Tlorinio. Za Corto ha penetrato* 
ch'ella sia fuggita in abito da uomo , o non la- 
scia di far diligenze fer rintracciarla, o farla ar- 
restare . Io non ho spedito la presento da questa 
Tosta di Torino per Venezia a dirittura , per 
non iscoprire il paese, dov'olia mi ha confidato. , 

cho 



ATTOFRIMO 3t 

che pcnsav* portarsi; ma V ho inviata ai un ami- 
co di Genova y perche poi di là la trasmettesse a 
Venezia . Se avrò novità di rimarco , non lascerò 
di comunicargliele collo stesso metodo , e umilmen- 
te mi rassegno. 

Umilissimo , e fedelissimo* servitore 
Tognin della Doira. 

Tr# % *( Che bell'azioni Lezer i fatti dei altri! ) 

Ilo. (Che intesi mai ? Che lessi ? Beatrice partita df 
casa sua? In abito d'uomo? Per venire in traccia 
di me? Ella mi ama davvero. Volesse il cielo, die 
io la ritrovassi in Venezia i) Va> caro Truffaldino, 
usa ogni diligenza per ritrovare Pasquale $ procu- 
ra di ricavare da lui chi sia il suo padrone , se 
uomo, se donna . Rileva dove sia alloggiato, e 
se puoi, conducilo qui da me, che a te, e a lui 
darò una mancia assai generosa. 

Tru. Deme la lettera $ procurerò de trovarlo . 

Fio. Eccola ; mi raccomando a te . Questa cosa mi pre* 
me infinitamente . 

Tru. Ma ghe 1* ho da dar cusl averta? 

Fio. Digli, eh' è stato un equivoco, un accidente. Mori 
mi trovare difficoltà . 

Trtti E a Turin se va più per adesso ? 

Fio. No non %\ si più per ora. Non perder tempo J 
PcffOtia' di ritrovar Pasquale . ( Beatrice in Vene- 
zia, Federigo in Venezia. Se la trova il fratello, 
misera lei ; farò io tutte le diligenze possibili 
* per rinvenirla.) (parte. 



Il Servitori di due Vaironi. G SCE- 



*4 IL SlRTlTOBE VI DUE TuiDRONI 

SCENA XIV. 
Truffaldino solo , poi il facchino con baule . 



H< 



ÌZ>0. ilo gusto da galantomó , che no se vada 
Via . Ho volontà de veder come me riesce sti do 
servizj. Voi provar la me abiliti. Sta lettera, 
che va a st* alter me padron , me despias de 
averghela da portar averta. M'inzegnerò de pie- 
garla . {fa vario piegature cattive . ) Adess mo bi- 
sogneria bollarla. Se save^come far! Ho vist la 
me siora nona, che delle volte la bollava le let- 
tere col pan mastegà. Vojò provar, (tira fuori di 
tasca un pezzetto di pane.) Me despiase consu- 
mar sto tantin de pan 3 mi ghe voi pazienza . 
( mastica un po' di pane per sigillar 14 lettera * 
ma, non volendo, t inghiotte . ) Oh diàvolo! L'è 
andà zò. Bisogna mastegarghene un altro boccon. 
(fa lo stesso, e V inghiòtte . ) No gh'è remedio, 
la natura repugna . Me proverò un* altra volta 4 
(mastica come sopra. Vorrebbe inghiottir il pane , 
ma si trattiene ; e con gran fatica se le Uva dì 
bocca . ) Oh Ve vegnih Bollerò U lettera . ( /* 
sigilla col pane. ) Me par the la sraga btfe Gran 
mi per far le cosse polito! Oh no m' arreccorda- 
va più del fecchin. Camerada vegni avanti , «olì 
su el baul. (verso la Scena. 

Toc. (Col baule in spalla.) Sonquà; dove l'avemioda. 
portar? 

Tru. Portel in quella locanda > che adess vcgno anc* 
mi. 

Toc. E chi pagherà ? 

SCE- 



à 



ATTO PRIMO. SS 

SCENA XV. 
lettrice > che esce dalla Ucanda $ è ditti . 

£#«. Hi Questo il mio bauie ? (a Tru. 

± Tra. Signor si. 

} Bra. Portatelo nella mia camera . ( al facchino , 

^ Toc. Qual eia la so camera? 

Jta*. Domandatelo al cameriere . 
JFac. Semo d* accordo trenti soldi & 
At*. Andate > che tì pagherò. 
Toc. Che la (azza presto . ' 
Bea. Non mi seccate . 

Toc. Adessadesso ghe buto et baul in mezzo alla stri- 
da . { entra nella locanti* , 
Tra. Gran persone gentili, che son sti facchini 1 
Bea. Sei stato alla posta ì 
Tra. Signor si. 

£**. Lettere mie ve ne sono ? 
Tru. Che n era una de vostra sorella* 
Bea. Bene , dòv* è ? 

Tru. Eccola qua . (te dà la lettor* . 

M Questa lettera è stata aperta. 
Tra. Averta? Oh! No poi esser. 
Ai. Aperta, e sigillata orai col pane. 
Tra. Mi fio laveria ^mai come che la russe . 
Bea. No lo sapresti eh ? Briccone , indegno , ehi ha 

aperto questa lettera? Voglio saperlo. 
Tra. Ghe dirò , signor > ghe confesserò la Verità * Se* 
* mo tutti capaci de talar. Alla Posta gh'era una 

lettera mia ; so poco lcacr % e in fallo , in vece 
de averzer la mia* ho averto la soa . Ghe doman- 
do perdo*. 

C 1 Bea. 



B6 IL SERVITORE 2W BUE BjWRONI 

Pea.Sclz cosa fosse così , non vi sarebbe male, 

Tru. V*c cusì da povero fiol. 

&a. V hai letta questa lettera ? Sai , che cosa con* 
tiene ? 

Tru. Niente affatto . L* é un carattere, che no capisso. 

Bea. V ha veduta nessuno ? 

Tru. Oh ! ( maravigliandosi , 

Bea. Bada bene reh! 

Tru. Uh! (come sopra. 

Bea. (Non vorrei» che costui m'ingannasse.) 

(legge piamo. 

Tru. (Anca questa Ve tacconada.) 

Bea. ( Tpgnino è un servitore fedele . Gli ho dell* ob- 
bligazione . ) Orsù io vado per un interesse , poco 
lontano . Tu va nella locanda , apri il baule , eo 
coti le chiavi > e di un poco d* aria alli miei 
vestiti . Quando torno , si pranzerà . ( Il signor 
Pantalone non si vede , ed a me premono queste 
monete.) (parte, 

SCENA XVI- 
Truffaliino y poi fantolino. 

Tru. 1VJ.O Té andada ben, che no la podeva andar 
mejo. Son un omo de garbo 5 me stimo cent© 
scudi de più de quel, che no me stimava. 

fan. Disi, amigo, el vostro patron zelo in casa? 

Tru. Slot no, noi ghc xè. 

Ban. Saveu dove , die el sia? 

Tru. Gnanca. 

Ban. Vienlo a casa a disnarJ 

Tru. Ma> federa ve de si. » 

fan. Tolc, col vien a casa deghe sta, barn , eo sti 

cen- 



ATTO P A i HO. et 

tento ducati . No posso trattcgnirmc > perete gh' 
{io da far. Ve reverisso. - {parte 4 

S G E N A XVII. 

Truffaldino , fot F brindo. 

ì'ru. JLjA diga , la senta. Bon viazzo . No! m' ha 
gnatica dito a qual de' mii padroni glie 1' ho' da 
dar. 
TU. E beile, hai tu ritrovato Pasquale? 
Tru. Sior no, non l'ho trova Pasqual ,- ma ho trova 
uno, che m'ha di una borsa coti Cento ducati/ • 
Tlo. Cento ducati? Per farne che*? 
Tru. Dlsim la Verità, sior patron, aspctteu danari da 

nessuna banda? 
Tlo. Sì , ho presentata una lettera ad un mercante , 
Tru. Donca sti quattrini i sarà vostri . 
fio. Che cosa ha detto chi te li ha dati ? 
Tru. £1 m*ha dit, che li daga al me padron. 
TU. Dunque sono miei stnz altro . Non sonò io il tuo 

padrone? Che dubbio e* e"? 
Tru. (Noi sa gnente de quell'alter padron.) 
' Tlo. £ non sai chi te gli abbia dati ? 
Tru. Mi no so ; me par quel viso averlo visto un' al* 

tra vòlta i ma no me recordo . 
Tlo. Sarà un mercante, a cui sono) raccomandata. 
Tru. £1 sarà hi senz'altro. 
Tlo. Ricordati di Pasquale. 
Tru. Dopo disnar lo troverò . 
TU. Andiamo dunque a sollecitare il pranzo; - 

( entra nella locanda. 
Trm. Andcmo puf. Manco mal , che sta volta non' ho 
fida . La borsa l'ho -dada a chi l'aveva d'avere 

{entra nella locanda. 
, <J 3 SCE- 



9$ IL. SERVITORE VI DUE PADRONI 

SCENA XVIII. 
Camera in casa di Pantalone, 
Pantalon** € Clarice , fot Smeraldina, 

Péuk X Ant' è » sior Federigo ha da esser vostro ma» 
rio. Ho di parola, e no son un bambozzo. 

CU. Siete padrone di me > signor padre > ma questa > 
compatitemi , è una tirannia. 

Pan. Quando sior Federigo v* ha fatto domandar , ve 
l'ho dito; vu non m* ave resposo de non voler- 
lo. Allora dovevi parlar 5 adesso no sé più a 
tempo. 

CU. La soggezione , i| rispetto ini fecero ammuto- 
lire . 

Pan. Fc, che el respetto > e la suggizion lazza l'istes* 
so anca adesso. 

CU. Non posso, signor padre, 

Pan. No, per cossi 1 

CU. Federigo non lo sposerò certamente, 

Fan. Ve despiaselo tanto? 

CU, E' odioso agli occhj miei. 

fan. Anca sì , che mi ve insegno el rnodo de far » 
che el ve piasa? 

CU. Come mai, signore? 

Pan. Desmentegheve sior Silvio, p vedere , che el ve 
piaserà . 

CU. Silvio e troppo fortemente impresso nelT anima 
mia; e voi coli' approvazione vostra lo avete an- 
cora più radicato. 

Pan. (Da una banda la compatisse) , ) Bisogn* far de 
necessità vertù, 

CU. 



ATTO PRIMO. B9 

Cla. Il mio cuore non e capace di uno sforzo sì gran* 
de. 

Pan. Feve animo; bisogna farlo... 

$me. Signor padrone , è qui il signor Federigo , che 
vuol riverirla. 

Pan. Ch'el vegna , che el xè patron. 

Cla. Oline l Che tormento» (piange. 

Sme. Che avete, signora padrona ? Piangete ? In verità 
avete torto. Non avete veduto com* è bellino il 
signor Federigo? Se toccasse a me una tal fortu- 
na, non vorrei piangere , no 5 vorrei ridere eoa 
tanto di bocca, (parte. 

Pan. Via, fia mia, no te far veder a pianzer . 

pia. Ma se mi sento scoppiar il cuore. 

f C £ N A XIX. 
Beatrice da nom*, y • detti . 

Bea. JXlverisco il signor Pantalone. 

fan. Patron reverito. Ala recevesto una borsa con cen* 
to ducati? 

Bea. Io no . 

Tan. Ghe ('ho dada za un poco al so scrvitor. La m'ha 
dito, che ci xè un omo fidi. 

Bea. Si, non vi è periplo. Non l'ho veduto; me li 
darà, quando torno a casa. ( Che ha la signora 
Clarice che piange? ) (piarne a Pantalone . 

fan. (Caro sior Federigo, bisogna compatirla. La no- 
va della so morte xè stada causa de sto mal. 
Col tempo spero, che la se scamhierà.) ' 

(piano a Beatrice. 

tea. (Fate una cosa, signor Pantalone , lasciatemi un 
momento in libertà con lei , per ' ><edere se mi 
riuscisse d'aver un* buona parola.) (come sopra. 
C 4 Pan* 



4d IL stkvrroRE VI IME tAÙKOm 

Ban. Sior sì ; vago , e vcgno . ( Voggio provarle tut- 
te . ) Fia mia , aspetteme * che adesso torno . Tien 
un poco de compagnia al to novizzo . ( Via abbi 
giudizio.) (fumo a CUrict, * f*rtt„ 

SCENA XX* 

Beatrice, 9 Citrici* 

Bea. JL/eH, signora Clarice..:; 

Cla. Scostatevi, e non ardite d'importunarmi; 

Bea. Cosi severa con chi vi è destinato in consòrte? 

Cla. Se sarò strascinata per forza alle vostre nozze* 
avrete da me la, mano, ma non il cuore. 

Bea. Voi siete sdegnata meco , eppure io spero pla- 
carvi. 

Cla. V'abbonirò in eterno. 

Bea. Se mi conosceste, voi non direste cosi. 

Cla. Vi conosco abbastanza per lo sturbatore della mia 
pace. 

Bea. Ma io ho il modo di consolarvi. 

Cla. V ingannate ; altri che Silvio consolare non mi 
potrebbe . 

Bea. Certo, che non posso darvi quella consolazione > 
che dar vi potrebbe il vostro Silvio , ma passo 
contribuire alla vostra felicità. 

Cla. Mi par assai, signore , che parlandovi io in una 
maniera la più aspra dei mondo , Vogliate ancor 
tormentarmi . 

Bea. (Questa povera giovane mi fa pietà; non ho cuo- 
re di vederla penare.) 

CU. ( La passione mi fa diventare ardita , temeraria , 
incivile . ) 

Bea. Signora Clarice, vi ho da confidar un segreto. 

CU. 



r A T T O T H / M o: +1 

CU. Non ri prometto la segretezza . Tralasciate di 
confidarmelo . 

2to». La vostra austerità mi toglie il modo di potarvi 
render, felice. 

CU. Voi non mi potete rendere che sventurata. 

2ta». V* ingannate» e per convincervi vi parlerò schiet- 
tamente . Se voi non volete me , io non saprei 
che fare di voi . Se avete ad altri impegnata la 
destra» anch'io con altri ho impegnato il cuore* 

CU. Ora cominciate a piacermi. 

3t*. Non vel dissi» che aveva io il modo di coito* 
larvi? 

CU Ah» temo» che mi deludiate, 

Jt*. No» signora» non fingo . Pàrlovi col cuore suite 
labbra > e se mi promettete quella segretezza , che 
mi negaste poc' ansi » vi confiderò un arcano » che 
metterà in sicuro la vostra pace . 

CU. Giuro di osservare il più rigoroso silenzio. 

t$4. Io non sono Federigo Rasponi , ma Beatrice di 
lui sorella. 

CU Oh! Che mi dite mai ! voi donna? 

8r*. Si» tale io sonò . Pensate » se aspiravo di cuore 
alle vostre nozze. 

CU. E di vostro fratello che nuova ci date ? 

Bts. Egli mori pur troppo & un colpo di spada. Fa 
creduto autore della di lui mone un amante mio» 
di cui sotto di queste spoglie mi porto in trac- 
cia. Pregovi per tutte le sacre leggi d'amicizia» 

, . ed' amore di non tradirmi . So » che incauta so- 
no io stata» confidandovi un tale arcano» ma l'ho 
fatto per più motivi, primieramente » perché mi 
doleva vedervi afflitta; in secondo luogo» perchè 
mi pare conoscere in voi » che siate una ragazza 
da potersi compromettere di segretezza ; per ul- 
timo» perché il vostro Silvio mi ha minaccia» , 

e non 



4* il &xrTrpBE vi dot mdroot 

e non vorrei, che sollecitato da voi mi ponesse in 

gualche cimento. 
CU. A Silvio mi permettete voi> ch'io lo dica? 
Bea. No; anzi ve lo proibisco assolutamente. 
Cla. Bene, non parlerò. 
Bea. Badate, che mi fido dì voi, 
Cla, Ve lo giuro di nuovo , non parlerò . 
Bea. Ora non mi guarderete più di mal occhio, 
CU. Anzi vi sarò amica 5 e se posso giovarvi , disporr 

nete di me. 
$ea. Anch'io vi «uro eterna la mia amicizia. Datemi 

la vostra mano. 
CU. Eh, non vorrei.*, 

Bea. Avete paura, eh' io non sia donna ? Vi darò evi- 
denti prove della verità, 
CU, Credetemi, ancora mi pare un sogno, 
Bea. Infatti la cosa non è ordinaria. 
CU. E v stravagantissima . 
fèa. Orsù ) io me ne voglio andare . Tocchiamoci la 

mano, in segno dì buona amicizia, e di fedeltà. 
CU. Ecco la mano 1 non ho nessun dubbio , che m* 

inganniate, 

SCENA XXI. 
?«»**/#**, e ditti. 

fan. Dilavi! Me ne rallegro infinitamente . Fi* mia* 
ti t'ha giusti molto presto. (s Clarice. 

tea. Non vel dissi , signor Pantalone , eh* io l'avrei 
placata ì 

Psn. Bravo ! Ave fatto più vu in quatto minuti , che 
no averave fatto mi in quattr* anni . 

Cla. (Ora sono in un laberinto maggiore, ) 

fan. 



A T T O t R I H O, *, 

fan. Donca stabiliremo presto sto matrimoni». 

(a Clarice, 

Cla. Non abbiate tanta fretta , signore, 

?an t Come ! Se se tocca le manine in scondon > e non 
ho d'aver pressa? No» no, no voggio , che me 
sacceda desgrazie. Doman se farà tutto. 

Bea. Sarà necessario, signor Pantalone > ebe prima ac* 
comodiamo le nostre partite» che Tediamo il no- 
stro conteggio, 

fan. Faremo tutto . Queste le xè cosse, che le se fa 
in do ore. Doman daremo 1* anello. 

C/i». Deh, signor padre... 

fan. Siora fia , vago in sto punto a dir le parole a 
sior Silvio, 

CU. Non lo irritate per amor del cielo, 

fan. Coss'è ? Ghe ne vustu do? 

Cla. Non dico questo. Ma... 

fan. Ma, e mo, la xè finia. Schiavo siori, 

(vuol partirei 

Bea. Udite „ t \a Vantatone. 

fan, Se mano ? e muggier T (partendo, 

Cla. Piuttosto... (adontatone. 

fan. Stassera la descorreremo T (psrte . 

SCENA JCXH 
Beatrice , e Clarice, 

CU, jljLH , signora Beatrice , esco da un affanno > 

per entrare in un altro. 
Bea. Abbiate pazienza . Tutto pud succedere , fuor eh* 

io vi sposi. 
Cla. E se Silvio mi crede infedele? 
Bea. Durerà per poco l'inganno. 
Cla. Se gli potessi svelare la verità... 

Bea. 



44 & SERVìIDME DI DUE PADRONI; 

Be*. Io non vi disimpegno dal giuramento, 
Cla. Che devo fare dunque? 
Bìm. Soffrire un . poco . 

CU. Dubito , che* sia troppo penosa una tal soflèrenaf ; 
Bt*. Non dubitate , che dopo i timori , dopo gli ef-* 
Ianni , riescono più graditi gli amorosi contenti. 

CU. Non posso lusingarmi di provar i contenti, finché 
mi vedo circondata da J>eney. Ah pur troppo egli 
è Ycro: in questa vita per lo più o si pena t 6 
si spera , e poche volti si gode. . (fértt. 



Ih* ditt Att$ itimi* 



\ ÀT- 



{ Il Sem far <& Jne Titti* 



AatlTStlV. 




I 



A 

J 



Sii. 
Dot. 
Sii. 
Dot, 

Sii. 



TTO 5KCONDO; 

SCENA PUMA, 

Cortile in casa di Pantalone. 

Silvi*, e il Dettero. 

Olgnor padre vi prego lasciarmi stare. 
Fermati} rispondimi un poco. 
Sono fuori di me. 

Fer qual motivo sei sa venuto nel cortile del .si- 
gnor Pantalone ? 

Pesche voglio o che* egli mi mantenga quella 
paiola, , che mi ha dato , o che mi renda conto 
del gravissimo affronto, 

Vot. 



*.-* 



ÌL SERVITORE DI DUE FjWRQNI 



Dot. Ma questa è una cosa , che non conviene farla 
nella propria casa di Pantalone . Tu sei un paz- 
zo a lasciarti trasportar dalla collera. 
Sii* Chi tratta male con noi 7 non merita alcun ris- 
petto- 
£)$*♦ E* fero, ma non per fjutìtp 
té* S&ató^5{|re a me , c 
ili j può 
ponoscore 
kcT, e aspettami; 
no scene * Asti 





l'signor padre „* 
signor figliuolo > ^{5*^ 

Si, y* obbedirti; 'Me ti* annerò . P. 
peno dallo speziale . Nflrr 



si ha da mecipka- 

io , Liscia un po' > 

K' io lo '^ttrtruni , 

ovcrc . Ritmati in 

di questo eòi 

o il iignor 



esser obbe- 



Uccgii . Vi a*, 
gnor Ruwtfoae 



' persiste > avrà che fare con me 

SCENA IL 
U XktlotL, fot £a*s*Uné . 



Dot. JLOvero figliuolo, 'lo compatisco . Non dorerà 
mai il signor Pantalone lusingarlo a tal segno* 
prima di essere certo della morte del Torinese . 
Vorrei pure vederlo quieto, e non vorrei, the la 
collera me lo facesse precipitare . 

Tsn. (Cossa fa el Dottor in casa mia ?) 

Dot. Oh signor Pantalone, vi riverisco, 

?m. Schiavo 4 sior Dottor . Giusto adesso regnivi * 
cercar de vu, e de vostro fio. 

Dot. Sii Bravo; m'immagino > che dovevate venir la 
traccia di noi, per assicurarci, che la signor* Cla- 
rice sari moglie di Silvio « 



ATTO SECONDO. 



47 



Pan. Anzi vegniva per dirve..; (mesfranek difteriti dì 

(parlare. 

Vet. No , non e' è bisognò di altre giustificazioni . 
Compatisco il caso» in coi risiete trovato. Tut- 
to vi si passa in grazia della buona amicizia . 

fan. Seguro, che-considerando la promessi fetta a sior 
Federigo... (tìtuh-andè cerne Sopra. 

Dtf. E colto air improvviso da lui , npn avete avut* 
tempo à riflettere: e noti avete petoatò air affron- 
to, che sr faceva alla nostra casa* 

Pan. No se poi dir affronto , quando con tm altro con- 
tratto .~ 

t>et. So che cosa volete dire . Pareva a prima vista , 
che la promessa col Torinese fosse indissolubile , 
perché stipulata per via di contratto . Ma quello 
era un contratto seguito fra voi, è lui \ é il no- 
stro è confermato dalla fanciulla. 

fan. Xè vero, ma... 

2>af. £ sapete bene , che in materia di matrjmonj ! 
Consensus , ©• nen ceneubhms facit vimm* 

Pan. Mi no so de latin, ma ve dico... 

Det. E le ragazze non bisogna sacrificarle . 

Pan. Àveu altro da dir? 

"Ùet. Per me ho dettò. 

Fan. Aveu fenioJ 

D*f . Ho finito • 

Pam. Passio parlar? 

De*. Parlate. 

Pan. Sior Dottor caro, con tutta la vostra dottrina ... 

Z>*& Circa alla dote ci aggiusteremo . Poco pia , poco 
meno, non guarderò . 

Toh. Semo da capo. Voleu lassatine parlar? 

l>et. Parlate. 

Pan. Ve digo * eie la vostra dottrina xè bella , e bo- 
riai ma in sto caso no la conclude. 

Dot. 



4 g IL SERVITORE DI DOT TAÙROm^ 

Vot. E voi comporterete , che stgua un tal matrimo- 
nio? 
Ps». Per mi giera impegna, che nome podeva cavar. 
Mia fia xc contenta } che difficoltà possio aver ? 
Vegniva a posta a cercar de vu , o de sior Sil- 
vio , per curve sta cossa . La me despiase assae > 
ma non ghe vedo remedio . 
t)tf* Non mi maraviglio della vostra figliuola . Mi ma- 
raviglio di voi , che trattiate si malamente eoa 
me . Se non eravate sicuro della morte del signor 
Federigo, non avevate a impegnarvi col mio fi- 
gliuoloj e se con lui vi siete impegnato > avete 
* a mantener la parola a costo di tutto. La nuova 
della morta di Federigo giustificava bastantemente , 
anche presso di lui, la vostra nuova risoluzione > 
ne poteva egli rimproverarvi , ne aveva luogo a 
pretendere veruna soddisfazione . Gli sponsali con- 
tratti questa mattina fra la signora Clarice , ed 
.il mio figliuolo corsm testsbus, non potevano c$- 
scie sciolti da una semplice parola data da voi 
ad un altro '. Mi, darebbe 1' animo colle ragioni 
di mio figliuolo render nullo ogni nuovo contrat- 
to, e obbligar vostra figlia a prenderlo, per ma- 
rito ; ma mi vergognerei d* avere in casa mia una 
nuora di così poca riputazione , una figlia di uà 
uomo senza parola, come voi siete. Signor Pan- 
talone , ricordatevi, che l'avete fetta a me ; che 
T avete fatta alla casa Lombardi ; verrà il tempo , 
che forse me la dovrete pagare ; si , verrà il tem- 
jws omnut tewfm htktnt. (/«*#• 



scs- 



ATTO S E C O tt DO. + 9 



SCENA III. 
?M»t »/mm, pei Silvio.;' 

A. 



Pan. XXNdè, die ve mando. No me n' importa uà 
figo, e no gli 1 ho paura de vu. Stimo più l a ca- 
sa Rasponi, de cento case Lombardi . Un fio uni- 
co, e ricco de sta qualità , se stenta a trovalo. 
L'ha da esser cussi. 
$il. (Ha bel dire mio padre. Chi si può tenere si tot. 

ga.) 
Pan. (Adesso, alla seconda de cambio.) (vedendo Stlv' 
Sii Schiavo suo , signore . ( bruscamente l 

Pan. Patron revento. (La ghe ruma.) 
Sii. Ho inteso da mio padre un certo non so che 5 

crediamo poi, che sia la verità? 
Pan. Co ghe l'ha dito so sior padre a sari vero 
Sii. Sorto dunque stabiliti gli sponsali della signora 

Clarice col signor Federigo ? 
Pan. Sior si, stabiiidi, e conclusi. 
Sii Mi maraviglio , che me lo diciate con tanta te- 
menti. Uomo senza parola, senza riputazione. 
Pan. Come parlela, patron? Co un omo vecchio della 

mia sorte la tratta cussi ? 
Sii. Non so chi mi tenga, che non vi passi da pane 

a parte. 
Fsn. No son miga una rana, patron j in casa mia se 

vien a far ste bulae? 
Sii. Venite fuori di questa casa. 
Fs». Memaravcggip de eia, sior. 
SiL Fuori, se siete un uomo d'onore. 
Pmn. Ai omeni della mia sorte se ghe porta respetto. 
SiL Siete un vile , un codardo , un plebeo. 
Pan. Sé un tocco de temerario. 

Il Servitore di due Padnoni . D & 



I tò IL SÉXyiTOBJE DI DUE TADR0N1 , 

èil. Eh > giuro al cielo .... ( mette mano alla spada . 
fan. Agiuto. (putte mano ni pistoiese. 

SCENA IV. 

Beatrice colla spada alla mano, § detti. 

Bea. X-JCcomi, sono io in Toserà difesa. ('« Vnntnt. 
(e rivolta la spada contro Silvio. 
fa*. Sior zenerò , ine raccomando; (a Bostrici* 

Sii. Con te per l'appuntò desideravo dì battermi. 

(a Beatrice. 

Bea. ( Son nell'impegno .) 

^Si/. Rivolgi a me quella spada. (a Bea* 

Fan. fih sior zenero... (timoroso. 

Eoa. Non e la prima volta, che io mi sia cimentato. 

Son qui , non ho timore di voi. 

(presenta la spada a Silvia . 

fan. Ajuto . No gh' è nissun ? (parto correndo verso la 

strada. Beatrice , è Silvio si battono . Silvie cade, 

e lascia la spadn in terra, e Bostrice gli prestata 

la punta al petto . 

SCENA V. 

Clarice , e detti 4 

Cla. V-rlmé! Fermate. (a Beatrice «, 

Bea. Bella Clarice, in grazia Vostra , dono a Silvio la 
vita, e voi in ricompense della mia pietà, ricor- 
datevi del giuramento. (p sorte. 



SCE- 



ATTO S/E C O N D O. si 

SCENA VL 
Silvio, e Clarice. 

CU. Oletè salvo, ò mio caro? 

Sii Ah , perfida ingannatrice ! caro a Silvio ? Caro ad 
un amante schernito» ad uno sposo tradito? 

CU. No, Silvio, non merito i vostri rimproveri . V* 
amo, v* adoro > vi son fedele. 

Sii Ah, menzognera 1 Mi sei fedele eh? Fedeltà chiami 
prometter fede ad uh altro amante ? 

dm. Ciò non feci, né farò inai. Morirò prima d* ab- 
bandonarvi . 

Sii. Sento , che vi ha impegnato con un giuramento * 

CU. Il giuramento non mi obbliga ad isposarlo. 

Sii. Che cosa dunque, giuraste ? 

CU Caro Silvio» compatitemi, non posso dirlo « 

Sii. Per qua! ragione? 

CU. Perché giurai di tacere. 

Sii Segno dunque, che siete colpevole * 

CU. No , sono innocente i 

Sii. Gl'innocenti non tacciono. 

CU. Eppure questa volta rea mi farei parlando * 

Sii. Questo silenzio a chi l'avete giurato? 

CU. A Federigo. 

SU. E con tanto zelo l'osserverete? 

CU. V osserverò per non divenire spergiura . 

&sl. E dite di non amarlo ? Semplice chi -vi crede . Non 
vi credo io già , barbara , ingannatrice ! Togliete* 
vi dagli occhj miei. 

CU* Se non vi amassi , non sauri corsa qui a precipi- 
zio per difendere la vostra vita. 

Sii. Odio anche la vita i sé fy da riconoscerla da un* 
ingrata. 

D t CU. 



S* IL SEBPITOXM m DUE ZjWRQNI 

Cla. Vi amo con tutto il cuore. 

Sii. Vi abbonisco con tutta l'anima. 

CU. Morirò, se non vi placate. 

Sii. Vedrei il vostro sangue più volentieri della infe? 

deità vostra. 
CU. Saprò soddisfarvi. {tòglie la spada di terra. 

Sii. Sì y quella spada potrebbe vendicare i miei torti . 
Cla. Così barbaro colla vostra Clarice? 
Sii. Voi mi avete insegnata la crudeltà. 
CU. Dunque bramate la morte mia? 
Sii. Io non so dire» che cosa brami. 
CU. Vi saprò compiacere, (volta la ptmta al propria 

SCENA VII. 
Smeraldina, e detti. 

Sme. JL Ermatevi, che diamine fate? (leva la spada a v 
Clarice . ) E voi , cane rinegato , l' avreste lascia- 
ta morire? ( a Silvio.) Che cuore avete di tigre, 
di leone , di diavolo ? Guardate li > il bel suggefe 
tino, per cui le donne s' abbiano a sbudellare . 
Oh siete pur buona , signora padrona . Non vi 
vuole più forse ? Chi non vi vuol non vi merita - 
Vada ali* inferno questo sicario , e voi venite me- 
co , che degli uomini non ne mancano , rn im- 
pegno avanti sera t^ovarvene una dozzina. 

( getta la spada in terra , e Silvio U prende . 

CU. ( Piangendo . ) Ingrato i Possibile , che la mia mor- 
te non vi costasse un sospiro ? Si , mi ucciderà il 
dolore} morirò, sarete contento. Però vi sarà no-, 
ta un giorno la mia innocenza , e tardi allora , 
pentito di non avermi creduto, piangerete la mia 
sventura, e la vostra barbara crudeltà, (pur te. 

SCE- 



ATTO S £ C O AT V O:' si 

SCENA Vili. 

^^^ Silvio, 9 Smeraldina. 

ime. **uesta è una cosa, che non so capire. Vecfer 
ima ragazza» che si Tuoi ammazzare > e star li a 
guardarla , come se vedeste rappresentare una sce- 
na di commedia. 

Sii, Pazza che sei! Credi tuj eh' ella si roteate uc- 
cider davvero? 

Sme. Non so altro ioj so, che se non arrivava a tem- 
po , la poverina sarebbe ita . 

Sili Vi voleva ancor tanto prima, che la spada giun- 
gesse al petto . 

6me. Sentite > che bugiardo ? Se stava 11 li per en- 
trare . 

Sii Tutte finzioni di voi altre donne. 

Sme.Sì, se fossimo, come yoi. Dirò come dice il pro- 
verbio. Noi abbiamo le voci» e voialtri avete le 
noci. Le donne hanno la fama di essere infedeli, 
e gli nomini commettono le infedeltà a più non 
posso . Delle donne si parla , e degli uomini non 
si dice nulla. Noi siamo criticate , è a voi aite 
si passa tatto . Sapete perchè ? Perchè le leggi le 
hanno fatte gli uomini ; che se le avessero fatte 
le donne , si sentirebbe tutto il contrario 4 S' io 
comandassi * vorrei che tutti gli uomini infedeli 
portassero un ramo d'albero in mano j e so che 
tutte le città diventerebbero boschi. (p*rte< 



$CE- 



14 IL SEKnTORJE DI DUE PADRQKf 

! 

SCENA IX. 

§itvÌ0 solo. 

%JV , che Clarice è infedele , e col pretesto di qft 
giuramento, affetta di voler celare la verità . El- 
la è una perfida , e ¥ atto di volersi ferire fa 
un' invenzione per ingannarmi > per muovermi a 
compassione <K lei . Ma se il destino mi fece ca- 
dere a fronte del mio rivale , non lascerò mai il 
pensiere di vendicarmi . Morirà quell* indegno > è 
Clarice ingrata vedrà nel di lui sangue il fratto 
de' suoi amori. (/*"*» 

SCENA X 

Sala òjella locanda con due porte in prospetto, 
e due laterali. 

Trufmldmo , poi F brindo . 

Tr*. JLVJLo gran desgrazia elio ¥ è U mia ! De do, 
padroni nessun è vegnudo ancora a dtsnar . L* è 
do ore» che è sona mezzo zorno, e nissun se ve- 
de . I vegairà pò tutti do in una volta, e mi sa- 
rò imbrojado; tutti do no li poderò servir , e se 
scovrirà la facenda . Zitto , zitto , che ghe n è 
qua un . Manco mal . 

Fio. Ebbene , hai ritrovato codesto Pasquale ? 

Tru. No avendo dito, signor , che el cercherò dopo 
che avremo disnà? 

Fio. Io sono impaziente. 

Tth. El doveva vegnir a disnar un poco giù presto. 

«•v 



ATTO SECONDO. s f 

fio» (Non vi e modo, eh' io possa assicurarmi, se <gui 
si trovi Beatrice. ) 

Tru. £1 me dis, andemo a ordinar el pranzo, e J>$.H 
va fora de casa. La robba sarà andada de mal 4 

jlo. Per ora, non ho volontà di mangiare. (Yo' torna- 
re alia posta. Ci voglio andare, da me j qualche 
cosa forse rileverò.) 

Tru. La sappia, signor, che in sto paese bisogna ma- 
gnar, e chi no magna, s'ammala» 

Tlo. Devo uscire per un affar di premura . Se toma 
a pranzo, bene* quando no, mangerò questa se- 
ra. Tu se vuoi, fatti dar da mangiare. 

Tru. Oh non occorr* altro . Co Ve cusl,. che else «o» 
moda, che l'è patron. 

Fio. Questi danari mi pesano $ tieni, mettigli nel mio 

baule . Eccoti Ja chiave , (dì u Truffaldino U 

(borsa dei cento ducuti* U chiuv* + 

Tru. La «ervo, e ghe porto la chiave'. 

Ilo. No, no, me la darai. Non mi vp trattenere . Se 
non torno a pranzo, vieni alla piagai attenderò 
con impazienza , flg tu abbia ritrovato Pasquale 

(furto. 

S G E N A XI, 

Truffaldino, fot $outifa tè» un fi£l*. m muno. 

Tru. JVlAnco mal , che l'ha dito, che ine fazza 
dar da magnar y nifi aneleremo d'accordo. Se noi 
voi magnar lu, che el lassa Star. La mia com- 
pkssion noi' e fatta per dezuiur. Voi metter vU 
sta borsa , e pò $ttj>icp... 

3tu. Ehi, Truflàidino? 

Tru. (Oh diavola \) 

D 4 3t*. 



à'ó it SEkvtrokE di t>uÉ Paùroìu 

Éea. Il signor Pantalone dei Bisognosi ti ha dato una 
borsa con cento ducati? 

tv*: Sior sì , el me 1* ha dada . 

Bea. E perché dunque non me la dai? 

Tru. Mo vienlà a Vusslorià? 

Bea. Se viene a me? Che còsa ti ha detto quando ti 
ha dato la borsa? 

Tru. £1 m' ha dit , che la daga al me patron . 

Bea. Bene , il tuo padrone chi e ? 

Wru. Vussiorià. 

firn. £ perché domandi dunque» se la borsa e mia .' 

Tru. Donca la sarà soa . 

Bes. Dov'è la borsa? 

Tru. Eccola qua . (gli dÀ la ber sa. 

&ea. Sono giusti? 

Xru. Mi no li ho toccadi* signor. 

Bea. ( Li conterò poi . ) 

Tru. ( Aveva fola mi colla bofsà ; ma ho rimedia . 
- Cossa dirà queir altro ? Se nò i glcra soi * noi di- 
rà niente . ) 

Bea. Vi è il padrone della locanda? 

Trm £1 gh* è , signor sì . 

Bea. Digli, che avrò un amico a pranzo con me; che 
presto presto procuri di accrescer la tavola pi» 
che può. 

Tru. Come vorla restar servida ? Quanti piatti coman* 
dela? 

Bea. Il signor Pantalone dei Bisognosi non è uòmo di 
gran soggezione. Digli che faccia cinque , o sei 
piatti^ qualche cosa di buono. 

Tru. Se remettela in mi? 

Bea. Sì y ordina tu, fatti onore. Vado a prender rami- 
co , che é qui poco lontano s e quando torno , fa 
che sia preparato . ( tu atta di partir* . 

Tru. La vederà, come la sarà servida. 

Bea. 



I 



ATTO S E C O JflT D 0< 



S7. 



tifi, tieni questo foglio , mettilo nel baule . Bada bene 
ve , che è una lettera di cambio di quattro mila 
scudi. 

Tru. No la se dubita» la metterò via subito. 

Bta. Fa, che sia tutto pronto. (Povero signor Pantalo* 
ne , ha avuto la gran paura . Ha bisogno di es- 
sere divertito. ) {}**** 



SCENA XIL 
Truffaldino y fi Brighili*. 



Q, 



Trm. ^£uà bisogna veder de farse orior . La prima 
volta» che sto me padron me ordina un disnaf 4 
voi targhe veder se son de bon gusto . Metterò 
via sta carta, e pò ... la .metterò via dopo , no* 
voi perder tempo . Oe de là; gh* e nissun» Chia- 
meme missier Brighella, diseghe, che ghevoi par- 
lar (vitso la san* ) . Non consiste tanto un bel 
disnar in tele piattanze, ma in tei bon ordine ; 
tal più una bella disposizicn , che no vai òsa 
montagna de piatti . 

Bri. Cossa gh'c, sior Tiufraldin ? Cossà comandeu da 
mi? 

TrU. £1 me padron el gh' ha un amigo a disnar con 
lu, el tal, che raddoppia la tavola, ma preste* 
subito. Aveu el bisogno in cusina? 

Bri. Da mi gh' è sempre de tutto . In mezz' ora posso 
metter all' ordine qualsesia disnar . 

Trm Ben donca. Disime cossa che ghe dare . 

Bri. Pei do persone , faremo do portade de quattro 
piatti l'una; anderà ben? 

Trm. L'ha dito cinque , © sie piatti, sie o otto» na 



gh'e 



/ 



st it SEnyrroRE di due p^wrcni 

gk* i mal . Andai ben . Cossi ghe sari in sci 
piatti? 

Bri Nella prima poitada ghe daremo la zuppa > la 
frittura, e lesso» e un fracandò. 

Jru. Tre piatti li cognosso ; el quarto no so costa , 
che el sia. 

Bri Un piatto alla francese , un intingolo , una bona 
vivanda . 

Tru. Benissimo , la prima portada va ben j alla se- 
conda. 

Bri. La seconda ghe daremo l' arrosto , 1* insalata» un 
pezzo de carne pastizzada, e un bodin . 

Tra. Anca qua gh'è un piatto, che no cognosso; coss* 
è sto budellint 

fri. Ho dito un bodia > un piatto all' inglese , una cos- 
sa bona, 

Vm. Ben, son contento; ma come disponeremio le vi- 
vande in tavola? 

Bri. V e una cossa facile , El camerier fora lu . 

?>*. No amigo, me preme Ja scalcaria; tutto consiste 
in saver metter in tola bea . 

Bri. Se metterà per esempio qua la soppa , qua el frit- 
to, qui T alesso, e qui el fracando. (tecenn* 
($$/$* q*slcht distrib**J**e. 

Tm. No , no me piase , e in mezzo no ghe mene 
gnente ? 

Bri. Bisognerave, che festino cinque piatti. 

Ttm. Ben, far cinque piatti. 

Bri. In mezzo ghe metteremo una salsa per el le&y, 

Tr». No, no savè gnente, caro amigo; la salsa nova 
ben in mezzo, in mezzo ghe va la minestra, * 

fri £ da una banda metteremo ci lesso , e da st* alca 
la salsa... 

frm. Oibò, no fanno gnente. Voi altri locandieri **- 

vi 



ATTO S B C & D O. s» 

y\ cusinar , ma no asari metter ia tola . Ve insc-s 
gnerò mi. Fé conto > die questa sìa la tavola. 
( s inginocchia con un ginocchio , e accenna il pa- 
vimento. ) Osserva come se distribuisse sti cinque 
piatti i per esempio: qua in mezzo la minestra * 
(straccia, un pizzo dell* tener* di cambio, e fi- 
gura di mettere per esempio un piatte nel mezzo.) 
Qua da sta parte el lesso, { fa lo stesse , strac- 
ciando un altre pezze di lettera, mettendo il pez- 
zo da un canto . ) Da st' altra parte el fritto . 
(fa lo stesso con un, altro pezzo di lettera > po- 
nendolo *W incontro eUlV nitro , J ' Qui la salsa , e 
qua el piatto, che no cognosso . ( con altri dm 
. pezzi della lettera compisce la figura di cinque 
piatti.) Cossa ve par; Cussi aaderala ben? 

(a Brighella. 

fri Va bea * ma la salsa 1' è troppo lontana dai 
lesso. 

Tru. Adesso, yedecemq tome se poi far a,riwia psfc 
da risin. 

SCENA XIII. 
Beatrice , Tonfale** % e detti. 

Bea. ViHE cosa fai ginocchioni ? (a Truffaldine. 
Tru. Stara qua disegnando la aptkaria . ' ( i al**. 
Me*. Che foglio è quello? 

Tru. (Oh diavolo! U lettera» che el m'ha dà!) 
Bea. Quella è la mia cambiale. 
Tru. La compttissa . La toxncremq a unir ... 
Be*. piccone 1 Così tieni corno delle co» mj* ? 

Di 



so il stByrrosM t>i due fadégki 

Di cose di tanta importanza ? Tu meriterei 

ftti , che io ti bastonassi. Che dite , signor Pan-* 

talone ? Si può vedere una sciocchezza maggior 

di questa? 
Fan. In verità , che là tè dà rider . Saravé mal , se 

no ghe fusse caso de* remediarghe j ma co idi ghe 

ne fazzò un'altra,' la zè gkstada: 
Bea. Tant'era ae la cambiale veniva di lottato £aese. 

Ignorantaccio . 
Tru. Tutto el mài V e veglia > perché Brighella no sa 

metter i piatti ih tola. 
Bri. £1 trova difficoltà in tutto. 
Tri*. Mi son un omo, che sa.« 
Bea. Va via di qua. (è Tttk. 

Tru. Val più él bon ; ordine .;: 
Bea. Va via, ti dico. 
jTr*. In rrìatefia de scalchcrk nd ghé la, cèfo il primo 

marescalco del mondo . (/**** . 

'Bri No lo capisso queir omo > qualche volta P è far** 

bo, e qualche volta l'è alocco. 
Bea. Lo fa lo sciocco , il briccone . Eboène ci darete 

voi da pranzo? (* Brighella ; 

Bri. Se la voi cinque piatti per portadà , gfae voi uri 

poco de tempo . 
fan. Coss' è ne portade ? Co»' i iti cinque piat- 
ti ? Alla bona , alla bona . Quattro risi , un 

per de piatti , e schiavo . Mi no son amo da 

suggizion. 
Bea. Sentire? Regolatevi voi. (a Bri. 

Èri. Benissimo ; ma averia gusto > se qUalcbssa ghe pia* 

sesse -, che la me lo disesse . 
Fan. Se ghe fusse delle polpette per mi , che stagW 

mal de denti, le magneria volentiera. 
B*a. Sentite? Delle polpetta {***%• 

Bri 



ATTO SECONDO. 49 

, Mri. La sarà servida . La se comoda in quella capterà , 

, che adessadesso ghe mando in tola. 

( Bea. Dite a Truf&ldiao , che venga % servire. 

Sri. Ghe lo dirò, signor, (/*"' ? 

! S C p N A XIV, 

filatrice > Tantalene , poi Camerieri > pi 
Truffaldino. . 

Bea. J.L signot Pantalone si contenterà di quel poco 

che daranno. 
Va». Me maraveggio > cara eia , xè anca troppo l' in-» 
comodo , che la se tol j qacl , che averave 
da far mi con elo , ci fit elo con mi ; ma 
la Tede bea , gh ! ho quella patta in casa * 
£n , che no xè fatto tutto , no xè lecito , che 
la staga insieme . Ho accetta le so grazie , per 
devertirme un pochetto ; tremo ancora dalla pau- 
ra . Se no gieri tu fio mio , quel cUgadonao m* 
sbasiva. 

Jtea. Ho piacere d'essere arrivato in tempo. 

( 1 Camerieri partano nella carnet* indicata da Bri- 
ghella tutte f occorrente fer prefatore la tavola > 
con bicchieri , vino , pane ec. 

Tmn. In sta locanda i xè molto lesti . 

Me a. Brighella è un uomo di garbo . In Torino serviva 
un gran cavaliere , e por-ta ancora la sua livrea . 

Fax*. Che zé anca una certa locanda sora canal grando 
in fazza alle fabbriche di Rialto , dove che se 
magna molto ben; son sta diverse volte con cer- 
ti galantomeni , de yiei della bona stampa , e son 
sta cusì ben , che co me 1* arrecordo ancora me 
consolo. Tra le altre cosse me recordo d'un cer- 
co 



Si IL SBWTTOKB DI VVE TADROKt 

io riti de Borgogna , che el dava becco tÉé 
stelle. 

Bea. Non ri è maggior piacere al mondo > oltre quel- 
lo di essere in buona compagnia. 

Bau. O sé la savesse, che compagnia che' xè quella! 
Se la savesse , che cuori tanto fatti ? Che since- 
rità ! Che schiettezza ! Che belle conversazion , che 
s' ha fatto , anca alla Zìiecca • Sici benedetti . 
Sette» o otto galantomeni , che no ghe zé i so 
compagni a sto mondo ; ( / camerieri esceno dalla 
stanza y è tornano verso la cucina . ) 

Eoo. Avete dunque goduto molto con qvesti ? 

fan. L' é che spero de goder ancora. 

Tru. (Col fiotto in marno dèlia ministra, o della xmf* 
fa. ) La resi* serrala ih camera; che porto in 
tola. (* Bostrice. 

Bea. Va innanzi tu; «ietti già la zoppa. 

Tra. £h la resti servida. (fa lo cerimonie i 

fan. £1 zé curioso sto so servitor. Andemo. 

( entra in canuta* 

Boa. Io vorrei meno spirito , e pia attenzione . 

(a Truffaldino , od entra; 

Tru. Guardò 1 , che bei trattamenti ! un piatto alla vol- 
ta ! I spende i so quattrini , e no i gh* ha- nien- 
te de bon gusto . Chi sa gnanca se sta minestra 
la sarà bona da gniente i voi sentir . ( assaggia la 
minestra , prendendone con un cucchiaio ; che ha 
in tasca . ) Mi gh' ho sempre le mie arme in 
scarsella • Eh I no gh* e mal $ la podcrave esser 
pezo. {entra in cornerai 



$C£- 



ATT O S E CO N D O. , 4$ 

SCENA XV. 

Un Camerieri con m» piatto i pai Tr affaldino* 
poi Florindo , pei Bornia , ed altri- 

camerieri . 

Cam. V^/Uanto sta costai a venir a prender le virati*' 
de? 

Trm. ( Dalla camera ) Sem qua , camerada * cèsta me 
dea? 

C**.Ecoo il bollito.' Vado a prender un altro piatto» 

(parte. 

Trm. Éhe el sia castra , o che el sia vedello ? £1 me 
par castri . Sentimelo un pochetm . ( ne asteggia 
M» poco. ) No l'c né castra, né vederlo: Te pe- 
cora bella j e bona; (s'incammina verso la come* 
\ (ra di Beatrice . 

tU. Dove si va? (rincontrai 

Trm. (Oh poveretto rnil) 

Fio. Dove vai con quel piatto? 

Tr». Metteva in tavola, signor* 

Fio. A chi? 

Trm. A Vussioria. 

Fio. Perché metti in tavola , prima ch'io venga a casa i 

Trm. Vho visto a vegnir dalla finestra. (Bisogna tro-* 
varia.) 

TU. £ dal bollico principj a metter in tavola , e non 
dalla zuppa ? 

Trm. Ghe dirò, signor > a Venerò la zuppa la se ma- 
gna in ultima. 

FU. Io costumo divisamente . Voglio la zuppa . Ri" 
porta in cucina gnei piatto . 

Trm. Signor si , la sarà servida. 

FU. £ spicciati, die voglio poi riposare, 

Trm* 



*4 iX SERVITORE DI DUE PADRONI 

Tru. Subito. {mostra di ritornare in cucina. 

Fio. ( Beatrice non la ritroverò mai ? ) ( entra neìX mU 

{tra camera in prospetto. 

{Truffaldino entrato Florindo in camera* corre col piat* 
Uy e lo porta a Beatrice . 

(Il Cameriere torna con una 'vivanda.) £ sempre bi- 
sogna aspettarlo . Truffaldino . ( chiama . 

Tru. (Esce di camera di Beatrice.) Son qui. Presta, 
andò aparecchiar in queir altra camera , che l' e arri- 
vado queir altro forestier , e porte la minestra subito : 

Cam. Subito. (parte. 

Tru. Sta piattanza coss'ela mo ? Bisogna che el sia el 
fracistor. ( assaggia . ) Bona , bona , da galanto- 
mo. (la porta in camera di Beatrice m 

( I Camerieri passano , e portano l' occorrente per prepa- 
rare la tavola in camera di Fior indo. 

Tru. Bravi , Pulito . I è lesti come gatti . ( verso t ca- 
merieri . ) O se me- riussisse da servir a tavola do 
patroni ; mo la saria la gran bella cossa. 

(/ Camerieri escono dalla camera di F forando* € vanno, 
verso la cucina. 

Tru. Presto fioi, la menestra. 

Cam. Pensate alla vostra tavola, e noi penseremo a que* 
sta. (parte. 

Tm. Vorria pensar a tutte do, se podesse. 

( // Cameriere torna colla minestra per Fior indo . 

Tru. De qua a mi , che ghe la porterò mi > andè a 
parecchi» la roba per queir altra camera . < leva 
la minestra di mano al cameriere , o la porta in 
camera di Fior indo. 

Cam.E* curioso costui. Vuol servire di qua , e di lì. 
Io lascio fare: già la mia mancia bisognerà, db* 
me la diano. 
Tru. (Esce di camera df F brindo. 
Bea, Truffaldino. {dalia camera lo chiama. 

Cam. 



atto secondo; 6ì 

Cam. Eh! Servite il vostro padrone, (m Truffaldino. 

Tru. Son qua . ( entra in corner* di Beatrice . 

( Camerieri portano il bollito per Florindo. 

Tru. De qua . ( lo prende , camerieri partono .* 

( Truffaldino esce di camera di Beatrice con i tondi 

(sporchi. 

Fio. Truffaldino . ( dalla camera lo chiama forte . 

Tru. De qua. {vuol prendere ti piatto del bollito dal 
/ ( cameriere . 

Cam. Questo lo porto io. 

Tra. No sentì > che el me chiama mi? 

( gli leva il bollito di mano , e lo porta m Florindo, 

Cam. F bellissima. Vuol far tutto. 

( Camerieri portano un piatto di polpette > lo danno al 
cameriere, e partono. 

Cam. Lo porterei io in camera» ma non voglio aver 
che dire con costui. 

( Truffaldino di camera di Florindo con tondi sporchi . 

Cam. Tenete , signor Faccendiere ; portate queste polpet- 
te al vostro padrone . 

Tru. Polpette ? (prendendo il piatto in mano 

Cam. Sì y le polpette eh' egli ha ordinato . ( parte 

Tru. Oh bella! A chi le hoi da portar? Chi diavol 
de sti patroni le averà ordinade? Se ghei vago a 
domandar in cusina > no vorria metterli in mali- 
zia; se falò» e che no le porta a chi le ha or- 
denade, quell'altro le domanderà , e se scoveiri- 
rà 1* imbrojo . Farò cusl .... Eh gran mi ! Farò 
cusi ; le spartirò in do tondi > le porterò metà 
per un , e cusl chi le averà ordinade , le vederi . 
( prende un altro tondo di quelli , che sono in sa- 
la, e divide le polpette per metà.) Quattro , e 
quattro. Ma ghe n* è una de phì . A chi ghel' ojo 
da dar? No voi, che nissun se n'abbia per mal; 
me la magnerò mi . ( mangia la polpetta .) A* 
Il Servitore di due ladroni. E des- 



*Ì IL SERVITORE DI DUE PADRQXÌ 

desso va ben. Porremo le polpette a questo • 
( mette in terra V altro tondo , o ne porta uno dm 
Beatrice . 

(Ceneriere con un badi* alC Inglese.) Truffaldino. 

(chiama. 

Tru. Son qua < (esce dalla cometa di Beatrice. 

Cam. Portate questo bodino .... 

Tra. Aspetté, che vegnO, (prende t altro fondina 

(di polpette,, e lo porta a Elorindo . 

Cam. Sbagliate ; le polpette v^nno di là . 

Tra. Slot si , lo so , le ho portade de là ; e el me 
patron mandai ste quattro i regalar a sto fore- 
stier. (entra* 

Cam. Si conoscono faxvfyt, sono amici. Potevano de- 
sinar insieme. 

Tru, (Toma in camera di fiorimi*. ) £ cussi, cosa* 
elo sto negozio ? ( *l cameriere * 

Cani, duetto è un bodino all' Inglese « 

Tru. A chi vaio? 

Cam. ÀI vòstro padrone . ( parte .- 

Tru. Che diavolo i sto bodin ? L'odor 1* è prezioso* 
el par polenta. Oh se el fu** polenta, la saria 
pur una bona cossa! Voi sentir . ( tira fuori di 
tasca una forchetta .) No V è polenta , ma el ghe 
someja.- (mangia.) L'è mejo della polenta. 

Bea. Truffaldino , ( dalU cornerà U chiama . 

Tru. Vegno. (risponde colla bocca piena. 

TU. Truffaldino . ( U chiama dalla sua] camera. 

Tru. Soa qua . ( risponde colla bocce piena corno sopra. ) 
Oh che roba preziosa [ un altro boceddein , e ve- 
gno. (**i** * mangiare. 

Boa, (Esco dalla sua camera, vede Truffaldino* eleo 
mangia, gli dà un calcio, gli dice. Vieni * 
servire. (« toma molla sua camera. 

Tru. 



ATTO SECONDO. tf 

Ì>*. ( Mette il botino in terra , ed intra in cometa 

di Beatrici, 
tlo. (Esce dalla sua camera.) Truffaldino . (chiama.) 

Dove diavolo è costui ? 
(Truffaldine esce dalla camera di Beatrice.) Ve qui. 

(vedendo Flefindo. 
Pie. Dóve sei? Dove ti perdi? 
Tra. Era andà a tor dei piatti, signor. 
Eie. Vi è altro da mangiare? 
Tra. Anderò à veder. 
Ile. Spicciati i ti dicti* eie ho bisogno di riposare. 

(toma nella sua camera. 
1ta\ Subito. Camerieri, gh'c alno? (chiama.) Sto 
bodin me lo meno ria per mi . (le nasconde « 
Cam. Eccovi l'arrosto. (ptrta un piatte coìr arroste. 
Tra. Pretto i frutti. (prende t arroste. 

Cam. Gran furie! fobie*. (parte. 

Trm. 1/ arrosto lo porterà a questo, (entra da Fio- 

( fmdo . 
Cam. Ecco le frutta, dove siete? [con u* piatto di fr ut t. 
Tra. Son qua. (dì camera di Iterine}*} 

Cam. Tenete, (gli dà Ut frutte t) Volete altro? 
Trn\ Aspetté . {porta le frutta da Beatrice < 

Cam. Salta di qua, salta di li, è un diavolo «estui « 
Tm. Noe occorr' altro . . Nissun tei' altro , 
Cam. Ho piacere . 
JTru. Parecchio per mi, 

Cam. Suttito* (p*rte . 

Tru: Togo su eì me bodin* avviva 1' ho superada , 

, tutti i è contenti , no i voi alte/, i e stadi ter- 

vidi. Ho serrido * tavola €b padroni, e usi non 

ha tttudo dell' aiti». Ma se ha sefcridtf per do , 

vojo andar * magnar per quatti», (parte. 



(CE* 



jet il sEtrrrotz dj vus P4mow 

SCENA XVI. 

Strada con veduta delia locanda. 

Smeraldina , fot il C*mer i$te dell* bcands . 

Sme. V-/H guardate, che discretezza della mia pa-r 
drona! Mandarmi con un vigiictto ad una Lo- 
canda > una giovine come me ? Servire una donna 
innamorata e una cosa molto cattiva . Fa mille 
stravaganze questa mia padrona» e quel che non 
so capire si è > che è innamorata del signor Sil- 
vio , a segno di sbudellarsi per amor suq , e pur 
manda i viglietti ad un altro. Quando non fos- 
se , che ne volesse uno per la state, e l'altro 
per l'inverno. Basta. ... Io nella locanda non 
entro ceno . Chiamerò j qualcheduno uscirà . O di 
casa» o della locanda. 

C*m. Che cosa volete quella giovine ? 

Sme. (Mi vergogno davvero» davvero.) Ditemi... Un 
certo signor Jederigo Rosponi è alloggiato in <jue-s 
sta locanda ? 

Gwt.Sì, certo. Ha finito di pranzare , che è poco. 

Sme. Avrei da dirgli una cosa . 

Cam. Qualche ambasciata ? Potete passare . 

Smr. Ehi , chi vi credete , eh' io sia ? Sono la came- 
riera dalia sua sposa, 

Qup.Bene, passate. 

§me. Oh non ci vengo io là dentro. 

Gì/». Volete, eh' io lo faccia venire sulla strada ? Non 
mi pare cosa ben fatta; tanto più» ch'egli e in 
compagnia col signor Pantalone dei Bisognosi. 

£m*. Il mio padrone? Peggio. Oh non ci vengo. 



Atto $ é c ò to ti ò. *p 

Cam. Manderò il suo servitóre, se volete • 

Sme. Quel moretto? 

Cam. Per 1" appunto . 

Sme. Sì, mandatelo. 

Cam. (Ho inleso. Il moretto le piace. Si vergogni a 
venir dentro . Non si vergognerà a farsi scorgere 
in meato alla strada.) (entra, 

SCENA XVIL 

Smeraldina, e fm Truffaldino* 

Smi. OE il padróne mi vede* che cosa gli dirò* 
Dirò , che venivo in traccia di lui ; eccola bella 
e acomodata. Oh non mi mancano ripieghi. 

Tru. ( Con un fiàsca A mono , ed un bicchiere > ed un 
tevaglielino .) Chi è che me domanda? 

Sme, Sono io , signore . Mi dispiace avervi incorno^ 
dato. 

Tra. Niente; son qua a riceve* i so comandi. 

Sme. M'immagino, che foce a tavola, pel c|ucl eh* 
io vedo. 

Tru. Era a tavola , ma ghe tornerò 4 

Sme. Davvero me ne* dispiace. 

TfM. £ mi gh'hd gustò . Per dirvela * ho la pania 
piena, e quei bei occhietti i è giusto a proposito 
per ferme digerir < 

Sme. (Egli è pure grazioso i ) 

Tru. Metto zo el fiaschette e son qui da vU* cara. 

Su**. (Mi ha detto eira.) La itiia padrona mandi 
questo viglietto al signor Federigo Rasponi ; io 
nella locanda non voglio entrare, onde ho pen- 
sato di da* a voi quest'incomodo, che siete il 
suo servitore . 

Tru: Valentie» , ghe lo porterò * rh* prima sappié , 

E 3 che 



r# ii szKrrroRE di due tADixom 

che anta mi ▼' ho da far un* irnhassada . 

Sme. Per parte di chi? 

Tru. Per parte de un galantomo . Disimi > conosshi 
vu un certo Trufialdin Batocchi?. 

Smo. Mi pare averlo sentito nominane una volta, ma 
non me ne ricordo. (Avrebbe a esser egli questo . ) 

Tru. L'è un bell'omo; bassotto., tracagnoto, spirito* 
so, che parla ben. Maestro de cerimonie... 

Sme. Io non lo, conosco assolutamente . 

Tru. Epur lu ci ve cognosse, e l'è innamorado de 
vu. 

Sme. Oh! Mi burlate . 

Tru. E se el ptdesse sperar un tantin.'de corrispoa* 
denza, el se daria da cogopsccr. 

Sme. Dirò , signore s se lo vedessi > e mi desse sei ge- 
nio» sarebbe facile, ch'io gli corrispondessi. 

Tru. Vorla , che- ghe lo fiuza veder ? 

Smo. Lo vedrà volentieri. 

Tru. Adesso subito. (entr* noli* lotands. 

Sme. Non e egli dunque. 

Tru. (Bsce 4*11* locanda y fu dille ri v e renz e * Sme-t 
r aldina ^ le pass* vicino \ poi sospira* ed entr* 
nella locanda.., 

Sme. Quest'istoria non la capisco. 

Tru. L'ala visto ì (tornando *} uscir fuori. 

Smo. Chi > 

Tru. Quello , che e innamorado delle so bellezze . 

Sme. Io non ho veduto ahri , clje voi . 

Tru. Ma ! (sospirando. 

Smo. Siete voi forse quello, ci* dice di volermi be- 
at? 

Tru. Son mi. . (sospirando. 

Smo. Perchè non mei' avete detto alla prima? 

Tru. Perchè son un poco vergognosetto* 

§me. (Rwfab» innamorare; i sa*si.) 

Tr*. 



ATTO SECONDO. 71 

Tru. E cusl > eossa me disela ? 
$me. Dico , che . . . 
Tru. Via la diga. 

Sme. Oh anch'io sotto vergognosetta . 
Tru. Se se unissimo insieme» Paressimo el matrimo- 
nio de do persone vergognose. 
Sme. In verità» voi ini date nel genio. 
Tru. Eia putta eia ? 
Sme. Oh non si domanda nemmeno*, 
Tru. Che vuoi dir, no certo. 
Sme. Anzi vuol dir, si certissimo. 
Tru. Anca mi son putto. 
$me. Io mi sarei maritata cinquanta volte, ina non, 

ho mai trovato una persona, che mi dia nel 

genio. 
Tru. Mi possio sperar de urtarghe in tela simpatia? 
Sme. {n verità , bisogna, che io lo dica, voi avete un 

non so che.. . Basta, non dico ahro. 
Tru. Uno, clje la volesse per mujer , come avcriclo 

da far? 
Sme. Io non. ho ni padre» né madre. Bisognerebbe 

dirlo al mio padrone, o alla mia padrona. 
Tru. Benissimo, se ghef dirò, cossa ditali? 
Sme. Diranno , che se sono contenta io . . , 
Tru. E eia cossa dirala? 
Sme. Dirò. . . che se sono contenti essi ... 
Tru. Non òcctìtf altro. Saremo tutti contenti , démé 

la lettera» e co ve porterò la risposta, discorre* 

remo . 
Sme. Ecco la lettera , 

Tru. Savia mo cossa, che la diga sta lettera? 
Sme. Non lo so, e se sapeste che curiosità, che avrei 

di saperlo! 
Tru* No vorria, che la Jhss'una qualche lettera dò 

sdegno, e che nY avess'da far romper el muso. 
E 4 Sme, 



t* IL SERVITORE DI DUE PADRONI 

Éme, Chi sa? D'amore non dovrebbe essere. % 

Tru. Mi no voi impegni . Se no so cossa , che la di- 
ga, mi no ghe la porco. 
Bme. Si potrebbe aprirla ... ma poi a serrarla ti vo- 

fru. Eh lasse far a mi j per serrar le lettere son fat- 
to a posta ; no se cognossesà gnente affatto . 

Sme. Apriamola dunque. 

Tru. Savio lerer vu? 

Sme. Un poco. Ma voi saprete legger bene, 

Tru. Anca mi un pochettin, 

Sme. Sentiamo dunque. 

Tru. Avcrzimola con pulizia, {ne straccia une parte» 

Sme. Oh! Che avete fatto? 

Tru. Niente . Ho el secreto d' accomodarla . Eccola 
qui Tè averta. 

Sme. Via leggetela. 

Tru. Lezila vu «, El carattere delia vostra padrona 1* in- 
tendere mejo de mi. 

Sme. Per dirla io non capisco niente. {osservando la 

lettera. 

Tru. E mi gnanca una parola. {fa lo staso. 

Sme. Che serviva dunque aprirla? 

Tru. Aspetti j ingegnemose; qualcossa capisso. 

{tiene egli U lettera. 

Sme. Anch'io intendo qualche lettera. 

Tru, Provemosc un pò per un. Questo non elo un 
emme>. 

Sme. Oibo; questo è un erre. 

Tru. Dall'erre all' emme gh' è poca differenza. 

Sme. Ri y ri, a, ria. No, no, state cheto, che cre- 
do sia un emme, mi, mi, a, mia. 

Tru. No dirà mia, dirà mio. 

Sme. No, che vi è la codetta. 

Tru. Giusto per questo mio. 

SCE. 



ATTO SECONDO. 79 

■ SCENA XVllI, 

lettrici, • Pantalone dalla locanda, e detti. 



fan. V^Ossa fai qua* (a Smeraldina. 

Sme. Niente, signore, veniva in traccia di voi. (in* 

timor ha . 

Fan. Cossa voleu da mi? (a Smeraldina 4 

Sme. La padrona vi cerca, (come sopra. 

Bea. Che foglio è quello? (a Truffaldino. 

Tra. Niente , l' ì una carta . . * ( intimorito a 

Bea: Lascia vedere. (a Truffaldino . 

Tr*. Signor si. (gli dà il foglio tremando. 

Boa. Come ! Questo è un viglietto, che viene a me. 
Indegno} Sempre si aprono le mie lettere? 

Tru. Mi no so niente , signor... 

Bea. Osservate, signor Pantalone, un viglietto della 
signora Clarice , in cui mi avvisa delle pazze ge- 
losie di Silvio, e questo briccone me l'apre. 

Pan. E ti ti ghe tien terzo? (a Smeraldina «' 

Sme. Io non so niente, signore. 

Bea. Chi l'ha aperto questo viglietto? 

Tru. Mi no. 

"Sme. Nemmen io. 

Pan. Mo chi l'ha porta? 

Sme. Truffaldino lo portava al suo padrone. 

Tru. E Smeraldina l'ha porta a Truffaldina 

Sme. ( Chiaccherone , non ti voglio più bene . J 

Bau. Ti, pettegola desgraziada, ti ha fatto sta beli' 
azion ? Non so chi me teglia , che non te daga 
una man in tei muso. 

Sme. Le mani nel viso non me le ha date nessuno > 
e mi maraviglia di voi. 

fan. 



74 Jt SERPVTORB DI DUE PADÈCNI 

fan. Casi ti me rispondi ? (le vo do vicine , 

$me. Eh non mi pigliate . Àrete degli impedimenti , 

che non potete correre . (ptrte correndo, 

fan Desgraziada , te farò veder se posso correr ; te 

/ chiaperò. (parte correndo dietro o Smeraldina, 

S C E J4 A XIX 

Beatrice , Truffaldino, poi Fior indo alla finestra 
della locanda. 

Tr*. ( «3e savess come fat a- cfev&nhe.) 

fra. (Pòvera Clarice, ella è disperata per la gelosi* 

di Silvio; converrà ch'io mi scopra, e che I4 

consoli.) (osservando il vigUett*. 

7>*. (Par che noi rne veda. Voi provar de andar 

via. ) (pian piano se ne vorrebbe Ondar* , 

Bea. Doye vai? 

Tr^Sonquà. (si firma, 

Bea. Perché 4 hai tpétt* <fftes*a lettera? 
7>". Ve suda Smeraldina, Signor, mi non so gneth 

te. 
Bea. Che Smeraldina? Ta smistato, briccone. Una, * 

una due. Due lettere mi hai aperse in un gior* 

no. fc Vieni <|uì t 
&m. Per cariti, signor. (accostandosi con ponte, 

Bea. Vien ^ui , dico. 

Tru. Per misericordia. (/accoste trema***. 

Bea. (Lev* dal foncé di Trmjf aldino il bottone, é U 

bastono ben bene, tssrndo voltato collo schiena Jftrf 

locanda . 

fto. ( Alla finestra dello locande . ) Cotae 1 Si Bastona 

il mjò servitore? (porte dello finestra. 

Tru. Non più per cariti . 



irro sBcpNDo, 7J 

A\\/ • AV. « x 

; fta. Tieni y briccone. Imparerai aprir le lettere. 

(getta il bastono per ferrs, e f*rt* f 

SCENA XX, 

f Truffaldino y poi Fior in do dalla locanda, 

( :. :Y$ • . - 

Tru; ( Jf^rQpo partita Beatrice) Sangue de mi !. Co$» 

* /po' fcraij Cusl se -tratta coi otfifni della me 

.* sorte 7 Bastonar un flr mio? I servitori co no 
serve, i se manda vi»; no i se bastona. 

•Ffc. Che cosa dici?, ( uscir* dalla, locanda non vedu- 
^/ ( fa 4» Truffaldino* 

Tra, (Òij!) ( avvedendosi, ji Florindo.) No se basto- 
na i scrvitofr^dc i *ltr i in> sta .maniera^ guest* 
Tè un affronto, cn^TK TJeevado* ci aieMpatron. 
( verso la parte per dove e andata Beatrice. 

Fio. Si, è un affronto, che ricevo io, Chi e colui» 
die ti ha bastonato? 

Tra. Mi np lo so, signor; noi fonosso, 

Fio. Perchè ti ha battuto? 

Tra. Perchè... perchè gh'ho spudà su una scarpa. 

Fio. £ ti lasci bastonare cosi? £ non ti muori, e 
non ti difendi nemmeno ? Ed esponi il tuo pa- 
drone ad un affronto» ad* un precipizio? Asino, 
poltronaccio , che sei. (prendo il bastone di ter* 
ra.) Se hai piacere a essere bastonato» li darò 
gusto, ti bastonerò ancora io , (lo k*ston+> r 
(pai onora nella locanda. 

Tra, Adesso posso dir , che son servito* de do pa- 
droni . Ho tira ci salasi© da tutù do. ( entra 

(mlU locanda. 

Fino dcltJltt* Secondi. 

AT- 



// Srr*i/trr Jt due FaT? 



Vito M ScX/TT 




$ Zwt&L#m~ 



ATTO T3E & £ O- 

SCENA PRIMA. 

Sila della locanda con varie porte. 
Truffaldina sofo, fui im camerieri. 

TV*. VJOft una scorladina ho manda via tutto él do- 
lor delle bastònadej ma no magni ben, ho disnà 
ben, e ita sera cenerò mejo, e fin, che' posso vot 
servir do patroni, tanto almanco, che podesse ti- 
rar do salar]. Adess mo coss'ojo da far? £1 pri- 
mo patron V e fora de casa, el segondo dorme; 
poderia giust adesso dai un poco de aria ai abi- 
ti* 



ATTQTEZZQ. 7f 

r ti > tirarli ftjra dei bauli , e vardar se i ha biso» 
gno de niente. Ho giusto le chiavi. Sta sala 
l'è giusto a proposito • Tirerò fora i bauli, e fa- 
rò, pulito. Bisogna che me fazza ajutar. Carne* 
rieri. (chiama. 

Cam. (Fieno in compagnia a" un garzone.) Che volete } 

7>*. Vorria, che me dessi una man a tiw fora cer- 
ti baqli da quelle camere , per dar un poco de a- 
ria ai vestidi. 

C*m. Andate; ajutategli. (al garzone . 

fru. Andemo, che ve darò de bona man una porzion 
de. quel regalo» che m'ha fatto i me patroni. 

(entra in uva camera col garzone. 

Qam. Costui pare sia un buon servitole . £' lesto , pron^ 
to, attentissimo» però qualche difetto anch' egli 
avrà . Ho servito aneh' io , e so come la va . Per 
amore non si h niente. Tutto si fa, o per pe- 
lar U padrone, o per fidarlo. 

Trté. (Dalla suddetta camera col garzoni, portando 
fuori un baule . ) A pian * mettemolo qui ; ( lo 
portano in mezzo alla mia . ) Andemo a tor 
scaltro. Ma femo a jian, che el padron l'è in 
quell'altra stanza, che el dorme. (entra col 

(garzone nella camera di Tlorwdo. 

Cam. Costui o è un grand' uomo de garbo , o è un 
gran furbo: servir due persone in questa maniera 
non ho più veduto. Davvero voglio stare un pò* 
attento } non vorrei , che un giorno , o V altro , 
col pretesto di servir due padroni, tutti due gli 
spogliasse. 

Tru. (Dalla suddetta camera col garzone con V altro 
baule ) E questo mettemolo qua . ( lo posano in po- 
ta distanza da queir altro.) Adesso , se volc an? 
4ar, andè, che no ine occorre altro. - (ni 

(g^TKone. 
Cam. 



7$ IL SERVITORE DI DUE PADRONI 

Cam. Via, andate in cucina. (*/ garzo**, che se né 

va.) Avete bisogno di nulla? (a Truffaldini. 

Tru. Gnente affatto. I fatti mii li razzo da per mi. 

Cam. Oh va , che sci un omone i se la dori ti stimo. 

Tru t Adesso farò le cosse pulito, con quiete t e sen- 
za che nisson me disturba, (tira fuori di tasca 
una chiave.) guai eia mo sta chiave ? guai a- 
vetzela 3e sti do bauli; proverà. (afre un hau- 
ti) L'ho indòvinada subito. Son el primo omo 
del mondo*. £ st' altra averzirà quell'altre, (tir* 
fuori di tasca V ultra chiave 4 e uff e V altre bau- 
li . ) Eccoli averti tutti do j Tiremd fori ogni 
cossa. (leva li abiti da tutti due li bauli, 9 li 
pota sul tavoline , avvertendo* > che in ciatchtdun 
baule vi Sia un àbito di fanne nero, dei libri, e 
delle scritture t i oltre cose a piacere.) Vojo un 
pò veder, se gh'é nienrtf i* te letcasselle. Del- 
le volte i ghe mette dei buszolài, dei confetti. 
(visita le tasche del vestito nere di Beatrice , e 
vi trova un ritratto.) Oh bello! Che" bei ritrat- 
to! Che beli' omo I De ehi sarai sto ritratto» 
L'i un'idea, che me par de edgnosser, e no 
me f arrecordo. fil ghe someja un tantinin all' 
alter me patron* ma no, noi gh'ha *4 sto ahi* 
«o, uè età ©trucca, 

SCEMA IL 

X brindo nella sua tornerà, é detto, 



fiat 1 RuffcJdinó. (thtamonstolà dalla camera. 

Tra, O sia maledetto! U s'ha $vtji. Se ei dtavol 

fa, ohe el vegna fora, e el veda st* alter bauli 

el 



A T T Ó t E R Z O s 70 

ti vorrà saver... Presto, presto lo serrerò» * 
dirò, che non so de chi el sia, (va riponen- 

( de le robe , 

Ilo. Tru&Jdino. (cerne sopra. 

Tw. Là gervo . (rispondi forfè,) Che inetta via la 
roba. Ma! No me record© ben sto abito dove 
che el vada , £ stc carte no xne recordo dove che 
le fusse. 

ito. Vieni , ò vengo a prènderti con un bastone ? 

(coms sopra* 

Tr*. Vengo subito, (forte cerne sopra.) Presto avanti 
che el vegna . Co l' anderà fqra de casa giumrò 
lutto < (mette li robe è cote nei due bauli , e 

(li serra*. 

tUu (Esce dalla sud stanza w veste da camera.) 
Che cosa diavolo fai? (d Truffaldino , 

Tr*. Caro signor , no m' ala dito, che repulissa i 
panni? Eia qui, che fava l'obbligo mio. 

Ti*. £ quell'altro baule di chi e? 

Tr*. No so gnente; el sari d'un, altro 4 forestiera 

Tle. Dammi il vestito nero, 

Tr». La servo, (apre H bastie di Tlorindo, e gli da 
il sue vestite nero ; fiorendo si fa levare la ve- 
ste da causerà) e si pene il vestito } poi mettendo 
le moni m tasca, trevd il ritratte. 

Tle. Che è questo? (maf avvisandosi del ritratte* 

Tr*. (Oh diavolo! Ho falà. In vece de meterlo in 
tei vestido de quel alter l'ho mess in quesco. £1 
• colot m'ha fatto fallar.) 

TU. (Oh cieli! Non m'inganno io già. Quésto è il 
mio ritratto i il mio ritratto, che donai io me" 
'desisto* alla mia cari Beatrice. Dimmi, tu, co- 
me è entrato nelle tasche* del mio vestito questo 
ritratto, che non vi eri? . 

Tr*. (Adam* mo a* *> <ojne covrirla. Me infetterò.) 

fio. 



So IL SERVITORE VI DUI PAÌ)RONI 

Tlo. Animo dico, parla» rispondi. Questo ritratto co* 

me nelle mie tasche? 
T>*. Caro signor patron la compatissa la confidenza, 
che me son tolto. Quel ritract Té robba mia) 
per no perderlo l'aveva nascosto là drento. Per 
amor del ciel> la me compatissa. 
Tlo. Dove hai avuto questo ritratto ? 
Tr*. L'ho erediti dal me patron. 
Tlo. Ereditato? 

Tr». Sior sì , ho servido un patron , 1' e morto , el 
m'ha lassa delle bagatelle, che le ho vendile, e 
nV e resta sto ritrat. 
Tlo. Oimè ! Quanto tempo è , che è morto questo 

tuo padrone? 
Tr*. Sari una settimana. ( Digo quel che me vieti 

alla bocca.) 
Tlo. Come chiamavasi questo tuo padrone? 
Tr». Noi so, signor; el viveva incognito. 
Fio. Incognito ? Quanto tempo lo hai tu servito ? 
Tr*. Poco* diese, o dodese zorni. 
Tlo. Oh cieli! Sempre più tremo, che non sia stata 
Beatrice! Fuggi in abito d'uomo... viveva inco- 
gnita ... (Oh me infelice , se fosse vero ! ) 
Tr*. (Qol crede tutto, ghe ne «conterò delle belle.) 
Tlo. Dimmi, era giovine il tuo padrone ? (con sfanno. 
Tr*. Sior si, zovenc, 
Tlo. Senza barba ? 
Tr*. Senza barba. 

Tlo. (Era ella senz'altro.) (sosfirmuU. 

Tr*. (Bastonade spereria de no ghe n'aver.) 
Tlo. Sai la patria almeno del tuo defonto padrone ? 
Tr*. La patria la saveva, e no me i'arrecordo. 
Tlo. Torinese forse? 
Tr*. Sior si, Turinese.. 

Fio. (Ogni accento di costui e una .«toccata al mio 

cuo- 



ATTO' TERZO. Sr 

9 cuoce . ) Ma dimmi : e egli veramente morto que- 

sto giovine Torinese ? 
5 Tru. Ve morto siguro. 

t jlo. Di qual male è egli morto? 

I Tru. Gh* è vegnù un accidente, e Te anctì . (Cussi 

me destrigo. ) 
Fio. Dove e stato sepolto? 

Tru. (Un altro imbrojo.) No 1* è sta sepolto , signor; 
perché, un alter servitor so patriotto, l'ha ava la 
licenza de metterlo in t'una cassa , e mandarlo 
al so paese. 
Tic. Questo servitore era forse quello , che ti fece sta-' 
( mane ritirar dalla posta quella lettera? 

Tru. Sior si, giusto Pasqual. 

Jlo. (Non vi é più speranza. Beatrice è morta. Mi- 
sera Beatrice I i disagj del viaggio, i tormenti 
del cuore 1* avranno uccisa . Oimè ! non posso 
reggere all'eccesso del mio dolore.) {entra nel- 

(la sua camera 

SCENA III. 

Truffaldino, poi Beatrice, $ Vantatone. 

Tru. VjOss'è st* imbrojo? L'è adolora, el pianze* 
el se despera. No vorrìa mi co sta iavola aver- 
ghe svcjà 1* ippocondria . Mi T ho fatto per schi- 
var el complimento delle bastonade, e per no 
scovrir 1* imbrojo dei do bauli. Quel ritratto gh* 
ha fatto mover i vermi. Bisogna che el io co- 
nossa . Orsù T è mei che torna a portar sti bau- 
li in camera , e che me libera da un' altra sec- 
catura compagna. Ecco qua quell'alter patron » 
// Servitore di due Vaironi . F Sta 



Si IL SERVITORE DI DUE BADRONl 

Sta volta se divide la semai , e se me fa el ben 
scrvido . ( Mtcemnandù U b+stontte . 

Hea. Credetemi, signor Pantalone» che 1* ultima parti- 
ta di spccchj, e cere e duplicata. 

tsu. Poderia esser , che i zoveni avetse tali . Faremo 
passar i conti un'altra volta col Scritturai , incon- 
treremo, e vedremo la verità. 

$**. Ho fatto anch' id uri estratto di diverse partite 
cavate dai nostri libri . Ora lo riscontreremo . 

« Può darsi» che si dilucidi d per voi , o per me . 
Truffaldino? 

Tru. Signor. 

Bes. Hai tu le chiari del mio baule ? 

Tru. Sior si ; eccole qui . 

Jtes. Perche 1* hai portato in sala il mio baule ? 

Tru. Per dar un poco de aria ai vestidi. 

J*#«. Hai fatto? 

Tru. Ho fatto, 

?#*. Apri» e dammi Quell'altro baule di chi è t 

Tru. L'è d'un altro forestier, che è arri vado. 

Bea. Dammi un libro di memorie» che troverai nel 
baule. 

Tru. Sior sì. (£1 ciel me li manda bona.) 

(*pre , e cere * il libri. 

fdn. Poi esser come ghe diga, che i abbia falà . In 
sto caso error non fa pagamento. 

7*4, £ può essere» che cosi rada bene; lo riscontre- 
remo 4 . 

Tru. Elo questo ? ( frtstntd un libre di scritturi 

(m Bestrie* . 

Bts. Sara questo, (té prtmJt tenzu multar osstrvurU , 
4 /• mpre.) No» non è questo.. „ Di chi è que- 
sto libro f 

Tru. (L'ho fatta.) 

*** ( Queste sono due lettere da me scritte a Flo- 
rio- 



ATTO TÈRZO. IJ 

rindo. Oimè ! Queste memorie , questi conci ap* 
parteDgono a lui. Sudo, tremo, non so in che 
mondo mi sia . ) 

tsu. Coesa gh' è , slot Federigo ? Se sentelo niente ? 

B*s. Niente. ( Truffaldino , come nel mio baule cv- 
vi questo libro $ the non è olio?) (pis*o * 

( Truffiti imo / 

Tru. Mi nò saveria.. .< 

Bea. Presto , non ti confondere > dimmi la verità . 

Xr*. Che domando scusa dell' ardir , che ho avudo de 
metter quel libro in tei so bau!. L'è robba mia, 
e per non pèrderlo l'ho messo la. (L'è andada 
ben con quell'altea, poi esser the la vada ben 
anca con questo.) 

£##. Questo libro è tuò> é non lo conosci, è me lo 
dai in vece del mio? 

Tru. (On questo Ve ancora pia fin. ) Ghé dirò: Tè 
Jpoc tempo che V è mio , e cussi subito no lo co-* 
bosso i 

B$*. £ dovè nai avuto tu questo libro? 

Tru. Ho servido un padron a Venezia, cne l'è mor* 
tò , e ho erediti sto libro. 

Bt*. Quanto tempo è? 

Tru. Che sojo mi ? Dies, 6 doctese iomi. 

Beu. Come può darsi , se io ti ho ritrovato à Vero- 
na ? 

Tru. Giust* allora vegnivi via da Venezia pef la mor* 
te del me padron. 

Bt*. (Misera me!) Questo tuo padrone aveva nome 
Florindd ? 

Tru. Slot si , t lorindo . 

Bes. Di famiglia Arenisi ? 

Tru. Giusto Arenisi . 

Bea. Ed è morto sicuramente? 

Tru, Sicurissimamente. 

f % Be*. 



f 4 & SERVITORE VI DITE PADRONI 

Bea. Di che male e egli motto ? Dove è stato sepolto ? 
Tru. V è casca in canal , ci s" ha nega , e noi s' ha pia 

visto . 
fea. Oh me infelice! Morto i Florindo, morto è il 
mio bene , morta e V unica mia speranza . A che 
pra mi serve* questa inutile vita , se morto è 
quello ^ per cui unicamente viveva.' Oh vane lu- 
singhe ! Oh cute gettate al vento I Infelici strar 
^agemini d'amore ! Lascio la patria, abbandono i 
patenti» vesto spoglie virili, mi avventuro ai per 
ikoli, azzardo la vita issessa > tutto fo per Fio- 
rando , e il mio Florindo è morto . Sventurata 
beatrice! £ra poco la perdita del fratelli, se 
non ti si aggiungeva quella ancor dello sposo ? 

% Alla morte di Federigo volle il cielo > che sucr 
•edesse quella ancor di Florindo . Ma se io fili 
la cagione delle morti loro, se io sono la rea> 
perchè contro di me non $ arma il cielo a ven- 
detta? Inutile è il pianto, vane son le querele, 
Florindo è morto. Qimè! Il dolore mi opprime. 
Più non veggo la luce. Idolo mio, caro sposo, 
ti seguirò disperata. (parte smaniosa, ed entra 

(nella sua camera, 

Pan. { Inteso fon ammirazione tutto il discorso , e 1% 
disperazione di Bostrice.} Truffaldino» 

Tru. Sior Tantalon ! 

Pan. Dpnna! 

Tru. Femmena! 

Pan. Oh che caso! 

Tru. Oh che maraveja ! 

Pan. Mi resto confuso . 

Tru. Mi son incanta . 

fan. Ghe lo vago a dir a mia fia. (/**** • 

Tru. No son pili servitor de do padroni, ma de un 
patron , e di una patrona. ( parte ^ 

SCE- 



\ 



A*r f b t t k É 6. » 

SCENA IY; 

Strada colla locanda « 

Vettore y poi PMBttlone dmlU hcsndÀ . 

t)ot. JLil On mi posso dar pace di questo vecchiaccid 
di feditatene. Pili che ci perisò, pia mi salta la 
bile. 

Fsn. Dottor card, ve rcvcHsso. (con allegri* . 

Dot. Mi maraviglio, che abbiate anche tàntd ardire 
di salutarmi . 

funi V ho da dar una nora . Sappia . : . 

Dot. Volete forse dirmi, che aVete fatto le nozze ì 
Non me n'importa un fico. 

Tm. No sé Tero gnente . Lasseirie parlar in Vostri 
malóri. 

Tièt. Parlate j che il candierd Vi mangi. 

Pan. (Adessedesso me Vien Toggia de dottorarlo a ptf- 
gni. ) Mia fia, se Tdlè; là sarà muggier de là* 
stro fio. 

tk>t. Obbiigatissimo , non t' incomodate . Mio figliò 
Aon è di si buono stdmaco. Dateli al signor To- 
rinese 4 

Pm. Cd saVefè chi xè miei Turine**, nd dire cussi . 

Dot. Sia chi esser *i Toglisi. Vòstra figlia é stata té* 
.ditta con lui , C hoc sufficit . 

M». Ma no xè Yerd, c*he el sia... 

Dot. Non Voglio sentir altro. 

Pm*. Se no me ascolterà, sarà pezo per tu. 

Dot. Lo Tedremo per chi sarà peggio ; 

Péué: Mia fia la xè una putta onorata; e quella. .. 

Dot. Il diarolo, che tì porti . 



fi ILSERVTTO'KE VI DUE TAVRONI 

?*n. Che ve strascina. 

Pot. Vecchio senta parolaie senza riputazione > 

" {furto. 

SCENA V, 

f*nt*Une , t fot Silvio . 

fan, diesm maledetto. El xè una bestia veitia da 
omo costà. Gh'oggio mai podesto dir, che quel» 
la xc una donna ? Mo, sior no, noi voi lassa* 
parlar. Ma xc qui quel spimetta. di so fio, 
m'aspetto qualche altra insolenza. 

Sii. (Ecco Pantalone^ Mi sento tentato di cacciargli 
k spada nel petto J 

fan. Sior Silvie* , con so bona grazia , averne da «lar- 
ghe una bona niova, se la se degnasse de las- 
sarme parlar, e che non la russe» come quella 
masena ( * ) da molin de so sior pare. . 

SiL Che avete a dirmi? Parlate. 

«Fa». La sappia, che el matrimonio de mia fia co sior 
Federigo xè andà a monte. 

Sii. E' vero ? Non in ingannate . 

fan. phe digo la verità, e se la xè pia de quell'u- 
mor, mia fia xè pronta a darghe la man. 

SiL Oh cielo! Voi mi ritornate da motte a vita. # 

fan. ("Via, via, noi xè tanto bestia, come so pare.) 

Sii. Ma! Oh cieli! Come potrò stringere al seno co* 
lei, che con un altro sposo ha lungamente porr 
lato > 

fan. Alle curte. Federigo Raspolli xè deva** Beatrice 
so sorella. 

(a) Macina. 



ATTO TERZO'.' $y 

Sii. -Cornei Io non vi capisco. 

fsn. Sé ben duro de legname . Quel che n credeva 

Federigo, s'ha scovcxto pei Beatrice. 
Sii. Vestita da uomo? 
Fan. Vestia da omo. 
Sii. Ora la capisco. 
Fan. Alle tante. 
Sii. Come andò? Raccontatemi. 
Fan. Andemp in casa. Mia £a non $a gnento. Con 

un racconto solo soddisfarò tatti de. 
Sii. Vi seguo > e vi domando umilmente perdono , se 

trasportato dalla passione... 
Fan. A monte» ve compatisse So cossa che xè amor. 

Andemo, 60 mio, vcgnl con mi. (parto. 

$ii Chi più felice è di me) Qual cuore può esser pia 

contento del mio ? X f * r " "» Pantalone . 

5 C E N A. VI. 

Sala della locanda con vario porte , 

Scattiti, e Fior indo escono ambiano dalle Uro camere 
ce* un forre alla mam* h% atto di volersi uccide- 
re , trattenuti quella da Brighella , e questi dal ca- 
meriere della Ucan4+<> 4 s* avaniano* in medp , che 
i dna smonti non ti vedane fra di Uro. 

Eri 1-JA se fermi, (off monde la man* a Beatrice. 
Eoa. Lasciatemi per cariti. (si sforza per liberarsi 

(d* Brighella. 
dm». Questa è una disperazione. (a Florindo trat- 

{ tenendolo. 
Fio. Andate al diavolo» (a ociefUe dal oameriere. 
Eeos Non vi «usciti 4' impedirmi, (si allenta** da 

t 4 *"- 



U ÌL SÌRPlfOlLE t>l Dtffe TjtDBDÌtt 

Brighella . Tutti due s'avanzano, determinati da 
volersi uccidere, e vedendosi , e riconoscendosi , ri- 
mungono istupidirti 
ilo. Che vedo ! 
2?;«. Florindol 
JFlo. Beatrice! 
Bea. Siete in vita? 
Ilo. Voi pure vivete? 
Sem. Oh sorte ! 

P/o. Oh anima mia! (si laiciano cadere i ferri, é 

( si Abbracciate . 
Bri. Tolc su quel sangue > che noi vada de mal. 

(al cameriere scherxjsndo, e parte. 

Cam. { Almeno Voglio avanzare questi coltelli . Non 

glieli do più.) (prende i coltelli di terrai a 

i (parte „ 

SCENA VII. 

'Beatrice , Fior inde , e /ti Brighila . 

JF/rf. \/tJal motivo vi avevi ridotta à tale dispert- 
tione ? 

-Bea. Una falsa novèlla della vostra morte'. 

Tic. Chi fu, che vi fece credere la mia morte?? 

Bea. Il mio servitore. 

JFlo. Ed il mio parimente mi fece credere voi estinta, 
e trasportato da égual dolore volea privarmi di 
vi». 

Bea. Questo libro fu cagion , eh' io gli prestai fe- 
de. 

Ilo. Questo libro era nel mio baule . Come passò nel- 
le vostre numi? Ah si, vi sarà pervenuto, come 
nelle tasche del mio vestirò rittorà il mia ri* 

trac- 



ATTO T E » Z Q m 89 

tfatto; ceco il mio ritratto, ch'io diedi a voi 
in Torino. 

Ito». Quei ribaldi dei nostri servi , sa il cielo, che ca- 
sa avranno fatto . Essi sono stati la causa del no- 
stro dolore > e della nostia disperazione . 

TU; Cento favoje il mio mi ha raccontato di voi . 

Bea* Ed altrettante ne ho io di voi dal servo mio tol- 
lerate . 

TU. E dove sono costoro? 

Te*. Più non si vedono. 

TU. Cerchiamo di loro, e confrontiamo la verità. Chi 
è di là? Non vi è nessuno? (ckitm*. 

Bri. La comandi. 

TU. I nostri servidori dove son eglino? 

Bri. Mi no lo so j signor. I se poi cercar. 

TU. Procurate di ritrovarli, e mandateli qui da noi.- 

Bri. Mi no ghe ne conosso altro che uno; lo dirò ai 
camerieri > lori li cognossera tutti do. Me ralle- 
gro con lori» che i abbia fatt una morte cussi 
dolce , se i se volesse far seppelir, che i vada in 
un altro Jogo, che qua no i sta ben. Servito* dfe 
lor signori. (ftrte, 

i C E N A VUI. 

TUrimU 9 § Buttici. 

TU. * oi piuv siete in questa locanda alloggiata.' 

Bts. Ci sono giunta stamane. 

TU. Ed io stamane ancora . E non ci siamo prima 

veduti . 
Bes. La fortuna ci ha volato un po' tormentare . 
TU. JWtemi.' Federigo vostro fratello è egli morto? 
B$m. Ne dubitate ? Spirò sul colpo . 

TU. 



9* IL SERVITORE VI DDF PADRONI 

ylo, Eppure mi veniva fatto credere , eh' ei finse rivo, 
e in Venezia, 

Btd. guest' è un inganno di chi fin' ora mi ha perso 
per Federigo . Parti da Torino con questi abiti , 
e questo nome , sol per seguire . . . 

Ilo. Lo so , per seguir me , o cara ; una lecceta scrit- 
tavi <2al vostro servicor di Torino, mi assicurò 
di un tal fatto. 

Bis. Come giunse nelle vostre mani t 

Ilo. Un servitore, che credo aia stato il vostro, pre- 
gò il mio» che ne ricercasse alla fotta. La vi* 
di, e trovandola a voi (Gretta; non potei a. 
meno di non aprirla * 

Bes. Giustissima' curiosità di «n amante . 

Ilo. Che dirà mai Torino delia vostra partenza ? 

##*. Se tornerà colà vostra sposa, ogni dòcooo saia 
finito . 

Wl*. Còme posso io lusingarmi di ritornarvi si presto, 
se della morte di vostro fratello sono io carica* 

** ? 

Jfc*. I capitali, eh' io porterò di Yerjetia, vi potran- 
no liberare dal bando. 

Ilo. Ma questi servi ancor non si vedono. 

Bes. Che mai li ha inttottt a darci sì gran dolore? 

Ilo. Per saper tutto non conviene usar con essi il ri- 
gore. Convjem prenderli colle, buone. 

Bes. Mi sforzerò <Ji dissimulare. 

Ito. Eccone uno. (vedttub venir Tmfsldm*, 

Be*. Ha cera di estere il pia briccone, 

fio. Credo , che non diciate 



SCE- 



ATTO TIZZO, ,i 

5 C E N A ,IX 

Tr»f*Ui** ttnittt» ftr ftrxjt i* BrifbtlU, t M 
Cfmtritrt f a fatti, 



V 



Jfa, ▼ leni, vieni, non jiver paura , 

Bes. Non ti vogliamo fare alcun male . 

7>«. (Ehj Me recordo ancora delle bastonale.) 

Bri. Questo l'avemo trovi j se troveremo queir altro t 
lo {arano vegnir» 

fio. Si, e necessario, che ci sieno tutti due in un* 
volta. 

'Bri. (Lo conosseu vu queir altro?) (^m #7 C«- 

[ % meriere . 

C*i«,( Io no.) (* Brighe Hm. 

fri. ( Domanderemo jh cusina, Qualchedunp Jo co» 
gnosserà . ) (al cameriere, parte • 

&m.(Se ci fosse | J* avrei da conoscere ancora io.) 

J7*. Orsù , narraci un poco, come andò la faccenda 
del cambio del ritratto, e del libro, e perché 
tanto tu , che queU* altro briccone vi uniste * (al- 
ci disperare, 

Jtm. (F* gewno eoi dita è tutti due> che stiano thè- 
ti.) Zitto, (a tutti 4tté.) La ravorissa, una pa- 
rola in disparte, (* Flormdo allontanandolo da 
Beatrice . ) ( Adessadesso ghe racconterò tutto . ) 
(s Beatrici) neiVatto the m scesta per parlar* è 
Tlorindo.) (^a sappia, signor (pari* * Fiori»- 
do,) y che mi de ;stt sto negozi no ghe n* ho 
colpa, ma chi è sta colisa l'c sti Pasqual , set- 
vitor de quella signora , ch'èjà. ( accennando tao*- 
fomento Beatrice.) Là V i sta quello, che ha 
confuso la roba, e quel, che andava in tua baul, 
el l'ha mesi in quell'alter, senza che mi me ne 

àc- 



#* il sERvrroxE ni vue tx&rom 

accora. £1 pover omo s'ha raccomandi a mi j 
che lo tegna coverto , acciò «he di so padron noni 
io cazza via , e mi , che son de bon cor , che per 
i amici me fafia sbudellar, ho trovi tutte qiei-» 
le belle iovenzion per veder d'accomodarla. No 
me saria mo mai stimi» che quei ritratt fosse 
voster, e che tant'v'avess da despiaser, che fusi 
se morto quei che l'aveva, ficcove coati l'isto- 
ria, come che l'è, da quell'omo sincero, dà 
quel serritor fedel, che Te son.) 

3*4. (Gran discorso lungo gli fa comi. Son curiosa di 
saperne il mistero . ) 

Ih. (Dunque colui, che ti fece pigliar alla Posta là 
nota lettera, era servitore della signora Beatrice ? ) 

(piane * Truffaldine. 

Tra. (Sior si, el giera Pasqual.) (piano s Ilormde 4 

fU p (Perchè tenermi nascosta una cosa, di cui cori 
tanta premura ti avea ricercato?) (piane « 

(TrmfUdmé à 

frm. (£1 m'aveva pregi, che no lo disessc. ) 

(pimno « FfarM*. 

?tt>. (Chi?) (com* sopra. 

Tru. (Pasqual.) (cèrne sopra. 

Jlo. ( Perchè non obbedire al tuo padrone?) (c9me sfra\ 

Tru. (Per amor de Pasqual.) (cime sopra. 

Ih; (Converrebbe, che io bastonassi Pasquale j e te 
nello stesso tempo . ) ( corno sopra .- 

Tra. ( In quel caso me tocdterave a mi le mie , e an- 
ca quelle de Pasqual . ) 

Btd. E' ancor finito questo fungo esame? 

Ilo. Costui mi va dicendo... 

Tru. (Per amor del cielo, sior padron, no là desco- 
verza Pasqual. Piuttosto la diga che son sti mi , 
la me bastona anoa, se la voi, ma no la me ro- 
vina Pasqua!,) (piano a Fl*rinJ+. 



irro tjexzo; *$ 

jlo, (Sci cosi amoroso per il tuo Pasquale?) 

(piano a Truffaldino. 

JTrn. (Ghe v °ì ben, come s'el fuss me fradcl. Ades* 
voi andar da quella signora» voi dirghe» che son 
sta mi, che ho fall; voi che i me grida, che i 
mp strapazza, ma che se salva Pasqual.) 

(cgmo sopra , e si scosta dà Florindo. 

Tlo. (Costui è di un carattere molto amoroso. ) 

7>". Son qui da eia. ' {accostandosi a Beatrice* 

Boa. (Che lungo discorso hai tenuto col signor Flo- 
rindo?) (piano a Truffaldino m 

Tra. (La sappia, che quel signor ci gh'ha un sejvi- 
$or , che gh' ha nome Pasqua! 5 l ? c ci più gran 
rnamalucco doj mondo s l'è sta lù, che ha iatt 
quei zavai della roba, e perché el pover omo 
l'aveva paura» che el so patron lo cazzasse via». 
hp trov4 mi quella scusa del libro , del patron 
morto, nega, eteetera. £ anca adess à sior Flo- 
rindo gh'ljo ditt, che mi son sta causa de tutr 
to.) (piano sempre a Beatrice. 

tea. (Perché accusarti di una colpa, che asserisci di 
non avere?) (a Truffaldino, corno sopra. 

7>*. (Per 1 amor, che porto a Pasqual.) (corno sopra* 

Tlo m (La cosa va un poco in lungo.) 

Tru. (Cara eia, la prego, no la lo precipita. ) 

(piano a Beatrice . 

%ea. (Chi?) (come. sopra. 

Tra. (Pasqual.) (come sopra. 

Bea. (Pasquale, e voi siete due bricconi.) (corno sopra ^ 

Tra. (Eh sarò mi solo.) 

fio. Non cerchiamo altro, signora Beatrice, i nostri 
servitori non l'hanno fatto a malizia, e meritano 
essere corretti, ma in grazia delle nostre conso- 
lazioni, si può loro perdonare il trascorso. 

Bea. Fvero, ma il vostro servitore... 

Tr». 



»» il sERtrrom vi pub tadronì 

Tth. (Per amar del ciclo, no là Domina Pasqua!. ) 

(pinne * Beatrice, 
Mté, Oria» io andar dorrei dal signor Pantalone dei 
Bisognosi , tì sentireste voi di venir con me ? 

TU. Ci verrei volentieri, mi devo attendere un Ban- 
chiere a casa. Ci verrò pia tardi, se avete pre- 
mura . 

Btd. Si, voglio andarvi subito. Vi aspetterò dal signot 
Pantalone: , di là non parto, se non venite. 

TU. lo non sd dove stia di casa . 

Tru. lo sor mi signor , lo compagnetà mi , 

Bea. Bene, vado in camera a terminar di vestirmi. 

Trm. (La vada, che la servo subito.) (piane d 

(Beatrice. 

te*. Carcf Florindo, pan pene/ cne no provare per 
*•*- (tntrn in corner** 

S C E rf A X 

Tlermde, e Truffaldine . 

£ mie non sono ftatc minori. (dietro 4 

(Beatrice. 

Ir*. La diga, sior patron; nò gh'è Pasqua!, siora 

Beatrice no gh'ha nissun, che l'ajuta a vestir: 

«e contatelo, che vada mi a servirla in vece de 

Pasqua! ? 

TU. Si, vanne pure 5 servila con attenzione , avrò pia-» 

cere. 
Trm. (A invenzion , a* prontezza, * cabale , sfido el 
primo sollicitador de Palazzo. } ( entra nella come- 

( ra di Beatrice * 



SCE. 



ATTO T r K Z 0. *| 

5 C I N À XI 

Fior indo, poi Buttici) 4 Truf aldine . 



G, 



Ilo. VJRandi accidenti accaduti sono in questa gior- 
nata! Pianti, lamenti, disperazioni, e all' ultimo 
consolazione, e allegrezza, passar dal pianto ai 
riso è un dolce salto, ckt h scordare gli afran" 
nij ma quando dal piacere si passa al duolo è 
pia sensibile la mutazione, 

£#*. Eccomi lesta j 

Ih. Quando camUereté voi quelle resti i 

2tos. Noti isto bene vestita cosi? 

Ih. Non vedo l'ora di vedervi colla gonnella» e col 
busto. Là vostra bellezza non ha da essete so* 
• verduameme coperta 4 

tedi Orsù vi aspettò dal signor Pantalone ; tacevi ac- 
compagnare da Ttiifeldiao» 

TU. L'attendo ancora un poco * e sé il Banchiere non 
viene, ritornerà un'altra volta. 

B$à. Mostratemi 1* amor vostro nell* vostra sollecitu- 
dine 4 ( s avvia per partir* ; 

Iru. (Comandelà che resta 1 servir sto signor?) 

(piano m Runici , dc cmH a nd é Ildrind*. 

Bea. (Si, lo accompagnerai dal signor Pantalone. ) 

Tr*. (E da quella strada lo servirò, perchè non gif é 
Pasqua!.) (comi sopra. 

Bit. Servilo, mi farai 'eoa grata, ( lo amo più di 
me stessa. ) (da u f e parti , 



SCI- 



pé IL SERVITORE VI VU£ F^DKONI 

SCENA XIL 

FUrrndéy • TrufuUm* . 

Tru. Ioli, noi se Tede. El patron se Yeste, el va 

fera de casa, e noi se vede . 
¥U. Di chi parli? 
Tru. De Pasqua! . Gjie vojo ben, Ve me amigo, ma 

Yè un poloon. Mi san un servidor che vaio per 

do. 
FU. Vienmi a Testile . Frattanto Veni il Banchie- 
re . 
Tru. Sior padron, sento, che Vussioria ha d* andar in 

casa de sior Pantalon . 
FU. Ebbene, che vorresti tu di»? 
Tru. Vorria pregarlo de una grazia . 
fU. Sì , te lo meriti darrero per i tuoi buoni porta* 

menti. 
Tru. Se e nato qualcossa , la sa , che 1' o sta Pas- 

qual. 
FU. Ma òWi questo maledetto Pasquale} Non si può 

vedere ? 
Tru. El vegnirà sto baron . E cussi , sior patron, vor- 

ria domandarghe sta grazia. 
FU. Che cosa vuoi ? 

Tru. Anca mi, poverin, son innamorado. 
FU. Sei innamorato? 
Tru t Signor si ; e la me morosa 1* è la serra de sior 

Pantalon j e vorria mo , che Vussioria w 
FU. Come e' entro io ? 
Tru. Oh no digo , che la ghe intra j ma essendo mi 

el so servitor, che la disess una parola per mi 

al sior Pantalon. 
FU. Bisogna vedere, se la ragazza ti vuole. 

Tru. 



ATTO TERZO. pi 

Tru. Là ragazza me voi. Basta una parola al siot Pan- 
talon i la piego de sta cariti . 

J/#. Si, la £iròi ma come la manterrai la moglie ? 

Tru. Farò quel» che poderò. Me raccomanderò a Pas- 
qua!. 

Tlo. Raccomandati a un poco più di giudizio. * 

( entra in camera f 

•Tru. Se no fazzo giudizio sta volta > no lo fazzo mai 
più. (entra in camera dietro a Ilor. 

SCENA XIII. 

Camera in casa di Pantalone . , 

Pantalone, il Dottore, Clarice > Silvie , e Smeraldina 

Pan» V la, Clarice, non eisef cussi ustinada. Ti ve- 
di , erte T i pentio sior Silvio , che ei te dpman^ 
da perdon , se l'ha dà in qualche debolezza , el 
l' ha fatto per amor ; anca mi gn* ho perdona i 
strambezzi , ti ghe li ha da perdonar anca ti . 

Sii. Misurate dalla vostra pena la mia , signora Clari- 
ce, e tanto più assicuratevi, che vi amo davve- 
ro, quanto più il timore di perdervi mi aveva 
reso furioso . Il cielo ci vuol felici , non yì ren- 
dete ingrata alle beneficenze del cielo . Coli* im- 
magine della vendetta non funestate il più bel 
giorno di vostra vita . 

Dot. Alle preghiere di mio figliuolo aggiungo le mie % 
• Signora Clarice,. mia cara nuora , compatitelo il 
poverino i i stato lì 1\ per diventai pazzo. 

Sme. Via , signora padrona , che cosa volete fare ? Gli 
uomini, poco più, poco meno, con noi sono tut- 
ti crudeli . Pretendono un* esattissima fedeiti , e 
Il Servitore di due Padroni. G per 



j>* IL SERVITORE Dì DVÈ PADRONI 

~ptt ogni leggiero sospetto ci strapazzano , ci 
maltrattano , ci vorrebbero veder morire . Gii con 
' , ano» p con 1* altro avete da maritarvi; dirò, co- 
- ine si dice agli ammalati , giacche avete da pren- 
der la medicina, prendetela. 

fan. Via , sentistu ? Smeraldina al matrimonio la ghe 
diie medicamento . No far che ci te para tosse- 
go. (Bisogna veder de devcrtirla.) ( pisnc al Dor- 
ifore . 

Dot. Non e né veleno, né medicamento , no . Il ma* 
trimonio è una confezione, un giulebbe , un can- 
dito. 

Sii. Ma cara Clarice mia v> possibile , che un accento 
noqj abbia a uscire dalle vostre labbra ì So che 
merito da voi essere punito, ma per pietà, puni- 
temi colle vostre parole, non con il vostro silen- 
zio . Eccomi ai vostri piedi * movetevi a compas- 
sione di me. (s inginocchia . 

CU. Crudele! (sospirando verse Silvio. 

Tan. (Aveu sento quella sospiradina? fion ségno.) 

(piano al Dottoro. 

Dot. (Incalza l'argomento. ) (piano a Silvio. 

Sme. (Il sospiro è come il lampo: foriero di pioggia.) 

SI. Se credessi , che pretendeste il mio sangue in ven- 
detta della supposta mia crudeltà , ve lo esibisco 
di buon animo. Ma oh Dio! in luogo del sangue 
delle mie vene, prendetevi quello, che mi sgorga 
dagli occhj . (P***& € - 

Pan. (Bravo!) 

CÌa. Crudele! (come sopra, e con maggior tenerezza.) 

Dot. (F cotta.) (piano a Tantalo»*. 

Fan. Animo, leveve sii. (a Silvio, alzandolo. ) Vegnl 
qui . ( al medesimo , prendendolo per la mano . ) 
Vegnl qua anca vu, siora . (prende la mano di 
Clarice. ) Animo, torneve a toccar la man* fi 

pase, 



ATTOTMRZQ. . $ j 

l pase, do pianse fi4> consoleve , feoila , ìo\è\ d 

t # cielo ve benediga. {unisce ternani famkidme # 

Y Dot. Viaj. è fatta, 

r » Sme. Fatu, fetta. 

5/7. Deh signora Clarice , per cariti « (tannati* per 

C/% Ingrato ! ' 

Si/. Cara. 

CU. Inumano! 

Sii. Anima mia. 

CU Cane! 

Sii. Viscere mie. 

CU. Ah ! (sospira. 

Fan. (La va. ) - ■' 

Sii. Perdonatemi per amor del cielo. 

CU. Ah ! Vi ho perdonato . ( sospirando . 

Pan. ( La xè andada . ) 

Ver. Via, Silvio, ti ha perdonato, 

Sme. V ammalato è disposto ; dategli il medicamento . 

. SCENA XIV. 

Brighella % e detti. 

. * -\ 

Bri. V^ON bona grazia, se poi vegour . ( rat**; 
Pan. Vegnì qui mo , sior compare Brighella . Vu sé 

quello , che m' ha dà da intender ste belk firn* 

donic , che m' ha assicura > che sior Federigo gie- 

ra quello ah? 
Bri. Caro signor, chi non s* averne inganni ì I era do 

fradelli , che sr somegiava come un: pòrno spa**. 

tido . Con cruci abiti averia zogà la testa > che el 

giera lù. 
Pan. Basta j la xè passada . Cossa gh* è da niovo ? 

G % Bri. 



t«» IL SEWITORE DI DUE LADRONI 

Èri. La* signore Beatrice 1* è qua , che la li roma te* 
▼erir. • 

Pan. Che la vegna por, che la xè parona. 

Cla. Povera signora Beatrice , mi consolo, che sia in 
buono stato ; - 

Sit. A rete compassione di lei ? 

Cla. Sì) moltissima. 

Si/. £ di me? 

Cla. Ah crudele! 

fan. Sentiu, the parole 'amorose? (al Dottore. 

Dot. Mio figliuolo poi ha maniera . ( a font. 

Tan. Mia fia, poverazza , la xè de km cuor. 

(al Dottore. 

Sme. Eh tutti due sanno rare la loro parte. 

SCENA XV. 
Beatrici 9 e ditti. 



Bea. Olgnori , eccomi qui a chiedervi scusa , a do- 
mandarvi perdono, se per cagione mia aveste dei 
disturbi ... 

Cla. Niente, amica, venite qui. (V abbraccia. 

Sii Ehi! (mostrando dispiacere di queir abbraccio. 

Béa\ Come ! Nemmeno una donna ? ( w» Silvio . 

Sii. ' ( Quegli abiti ancora mi fanno specie. ) 

Fan. Ande là, siora Beatrice , che per esser donna, e 
per esser zovene gh* avi un bel coraggio . 

Dot. Troppo spirito, padrona mia. (* Beat. 

M^a. Amore fa fare delle gran cose . 

Jan. I s'ha trova, ne reto, col so moroso? Me xè sta 
conta. 

Bea. Sì, il cielo mi ha consolata. 

Dot. Bella riputazione! (a Beatrice. 

Bea. 



ATTO TERZO. j*f 

He*. Signore» voi non c'entrate nei fatti miei, 

(si Vittori. 

Sii. Caro signor padre , lasciate , che tutti facciano U 
fatto loro ; non vi prendete di tai fastidj . Ora, 
che sono -contento io, vorrei , che tutto il mondo 
godesse. Vi sono altri raatrimonj da fare? Si fac- 
ciano. 

San. Ehi, signore» vi sarebbe il mio. (* Silvio. 

SU. Con chi? , 

Smo. Col primo, che viene. 

Sii. Trovalo, e son qua io. 

CU. Voi? Per far che? , (* Silvio/ 

Sii. Per un poco di dote , 

CU. Non vi e bisogno di voi. 

Smo. ( Ha paura , che , glielo mangino. G ha ptesq 
pista.) 

SCENA XVI. 

Truffaldino , $ detti . 

Trm. X Azz reverenza a sti signori. 

Bes. Il signor Fiorindo dov'è? * Trm 9 

Trm. Ve <pià> ch^e| Yorriavegnir avanti, se i se con* 
tenta. 

Bes. Vi contentate, signor Pantalone , che passi il si- 
gnor Fiorindo? 

?«». Xelo Tamigo si fatto ? (# £#*» 

Bes. Sì , il mio sposo. • 

fnn. Che el resta servido. 

Bes. Fa, che passi. (« Trm* 

Trm. Zovenotta, ve ieveris$o, (* Smor. fumo. 

$mo. Addio, morettina (fumo * Truf. 

Trm. Parleremo. • (tomo sopra, 

Smo. Di che ? ( tomojofr*. 

G } Trm. 



\oì IL teByfttikE DI T>\J£ TADROXt 

Tru. Se volessi, (fa cenno di dirgli V trullo , come *\> 

(fra. 

ème. 'Perche no? ( come sopra . 

TrU. Parleremo, (come sopra, '}***•* 

Sme. Signora padróna, con licenza di questi signori , 
correi pregarla di una cariti. (* Clar. 

CU. Che cosa vuoi ? ( tirandosi in dispétto per ascoU 

( tarU . 

Sme. ( Anch' io sono una povera giovine , che cerco d£ 
collocarmi: vi e il servitore dèlia signora Beatri- 
ce, che mi vorrebbe ; s ella dicesse una parola 
alla sua padrona , che si contentasse , eh* ei mi 
prendesse , spererei di fare la mia fortuna . ) 

(piane a Clerico. 

tla. (Si, cara Smeraldina , lo farò volentieri \ subite 
che potrò parlare a Beatrice con libertà , lo tarò 
certamente. ) (torna al suo posto. 

fan. Cossa xè sti gran secréti? (* CU. 

CU. Niente signore. Mi diceva una cosa. 

Si7. (Posso saperla io?) (piano a dar. 

CU. (Gran curiosità ! £ poi diranno di noi altre don- 
ne. ) 

SCENA ULtIMA. 

l 'brindo. Truffaldino , e dotti. 

Ilo. OErvitor umilissimo di lor signor i . ( tutti U sa* 
lutano.) E ella il padrone di casa? (* f notai* 

fan. Per servirla. 

TU. Permetta, ch'io abbia l'onore di dedicarle la mia 
servitù y scortato a farlo dalla signora Beatrice, 
di cui siccome di me, note gli saranno le vicen- 
de passate. 

Tom. 



ATTO TÈRZO. xàt 

Fsfh Me consolo de conoscerla > e de reperirla , e me 

convolo de cuor delle so contentezze. 
FU. La signora Beatrice deve esser mia sposa > e se 

voi non isdegnate onorarci , sarete pronubo delle 

nostre nozze. 
T*n. Quel > che s'ha da far , eie el se razza subito. 

Le se %aga la man . 
fU. Son pronto , signora Beatrice. 
Be*. Eccola , signor Florindo . 
Sme. ( Eh non si fanno pregare . ) 
Pan. Faremo pò ei saldo dei nostri contù Le giusta le 

so partie, che pò giusteremo le nostre, 
C/4. Amica, me ne consolo. (* Beat. 

B$*. Ed io di cuore con voi . (6 CU. 

Stf. Signore , mi riconoscete voi ? ( * TUr* 

TU. Si, vi riconosco; siete «quello, che voleva fare un 

ducilo. 
Sii. Anzi r ho fatto per mio malanno . Ecco chi mi 

ha disarmato, e poco meno che ucciso. 

( accennando Beat. 
Jta* Potete dire , chi vi ha donato la vita . ( * SiL 
Sii. Si, è vero. 

CU. In grazia mia però. (* Sii. 

Sii. E' verissimo. 

?«* Tatto ti giusta, tutto tè renio. 
TtUs Manca el meggio, signori. 
JP**, Cossa manca ? 

Trn. Con so bona grazia, una parola. (* TUrimU , 

(tirandolo in disparte. 
Tlo. ( Che cosa vuoi ? } 
Trm. ( S* orrecordel cossa, eh'el m'ha promesso?) 

(piane a Fior indo. 
II*. (Che cosa i Io- noti me ne ricordo. ) 

{fi*** a. Truffaldino. 
Tr*. 



ip 4 n $£xyrroRE di due tADBom 

Tr*. (De domandar a fior Pantalon Smeraldina per ne 
mujer?) (corno sopra. 

Ilo. (SI, ora me ne sovviene . Lo faccio subito . ) 

(come sopra. 

Tr». (Anca mi pover omo, che me metta all*onor 
del mondo.) 

Ilo. Signor Pantalone , benché sia questa È prima vol- 
ta sola, ch'io abbia l'onore di conoscervi, mi fo 
ardito di domandarvi una grazia. 

Fan. La comandi pur . In quel che posso , la ser- 
virò , 

FU. li mio servitore bramerebbe per moglie fa vo- 
stra cameriera $ avreste voi difficolti di accordar- 
gliela? 

$mc. (Oh bella ! Un altro che mi vuole • Chi diavo- 
lo è ? Almeno , che lo conoscessi . ) 

Pan. Per mi son contento. Cossa disela eia patrona? 

(s Smer. 

Srm. Se potessi credere d'Avere a star bene... 

firn. Xcio omo da <jualcos$a sto so servitore 

(a Fiorimi*. 

Fio. Per quel poco tempo , ch'io 1' ho meco, è fidato 
certo, e mi pare di abilità. 

Ci*. Signor Florindo voi mi avete prevenuta in una 
cosa, che dovevo far io. Dovevo io proporre le 
nozze della mia cameriera per il servitore della 
signora Beatrice. Voi l'avete chiesta per il vostro; 
non occorr' altro. 

Ilo. No, no ; quando voi avete questa premura, vi 
ritiro affatto, e vi lascio in pienissima libertà. 

CU. Non sarà mai vero , che voglia io permettere , 
che le mie premure sieno preferite alle vostre . 
£ poi non ho, pe$ dirvcla, ceno impegno . Sto* 
seguite pure nel vostro. 

riè, 



ATTO TERZO. io* 

FU. Voi Io fate per complimento . Signor Pantalone , 
quel che ho detto , sia per non detto . Per il 
mio servitore non vi parlo più, anzi non voglio, 
che la sposi assolutamente . 

Ci*. Se non la sposa il vostro , non 1* ha da sposare 
nemmeno quell'altro . La cosa ha da essere per 
lo meno del pari. 

Tru. ( Oh bella ! Lori fa i complimenti , e mi resto 
senza mujer.) 

Sme. ( Sto a vedere , che di due non ne avrò nessu- 
no.) 

Fan. £h via, che i se giusta; sta povera putta gh' ha 
voggia de mandane , demola o all' uno , o ali* 
altro. 

FU. Al mio no . Non voglio certo far corto alla si- 
gnora Clarice. 

<Cl*. Ne io permetterò mai , che sia fatto al signor 
Florindo . v 

Tru. Sioti , sta facenda 1' aggiusterò mi . Sior Florin- 
do non ala domanda Smeraldina per el so ser- 
vito! ? 

FU. Sì; non l'hai sentito tu stesso ? 

Tru. E eia siora Clarice , non ala destina Smeraldina 
per el servitor de siora Beatrice? 

CU. Dovevo parlarne sicuramente. 

Tru. Ben, co l'è cussi. Smeraldina deme la man. 

Fan. Mo per cossa voleu, che a *i la ve daga la man? 

(* Truf. 

Tru. Perché mi, mi son servitor de sior Florindo, e 
de siora Beatrice . 

FU. Come? 

Bea. Che dici? 

Tru. Un pochetto de flemma. Sior Florindo, chi v'ha 
pregado de domandar Smeraldina al sior Panta- 
lea? 

TU. 



io 6 IL SERVITORE DI DUE TADRONI . 

Tic. Tu mi hai pregato. 

Tru. £ eia siora Clarice , de chi intendevela , che 
l'avesse da esser Smeraldina? 

CU. Di te. 

Tr*. Ergo Smeraldina 1' è mia . 

Tic. Signora Beatrice , il vostro servitore dov' è ? 

Be*. Eccolo qui . Non è Truffaldino ? 

TU. Truffaldino ? Questi è il mio servitore , 

Bea. Il vostro non é Pasquale? 

Fio. Pasquale? Doveva essere il vostro. 

Bea. Come va la faccenda? (verse Truf. 

Tru. (Cm Ux.xJ muti domanda sch$*. 

FU. Ah briccone! 

Bea. Ah galeotto! 

Tlo. Tu hai servito due padroni nel medesimo tempo? 

Tru. Sior si , mi ho fatto sta bravura . Son intra in 
sto impegno senza pensarghe; m' ho volesto pro- 
var . Ho dura poco è vero , ma almanco ho la 
gloria, che nissun m* aveva ancora scoverto, se 
da per mi no me descovriva per 1* amor de quel- 
la ragazza. Ho fatto una gran fadiga , ho ferro 
anca de i mancamenti, ma spero, che per rasoa 
della stravaganza, tutti sta siori me perdonerà. 



Tòte della Commetti*. 



NOI 



107 

NOI RIFORMATORI 

DELLO STUDIO DI PADOVA. 

XX Vendo veduto per la Fede di Revisione , ed Appro- 
vazione del P. Tr. Gio: Tommaso Mascheroni In- 
quisito! Generale del Santo Offìzio di Venezia nel 
Libro intitolato : Le Commedie di Carlo Goldoni te. 
non vi esser cosa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica, e parimente per Attestato del Segreta- 
rio Nostro > niente contro Principi , e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antonio Zana Stam- 
pator di Venezia che possa essere stampato > os- 
servando gli ordini in materia di Stampe , e pre- 
sentando le solite Copie alle pubblichelibrerie di 
Venezia, e di Padova. 
Dat. li io. Aprile 178*. 

( Andrea Querini Rif. 
( Finto Barbarigo Rif. 
( Francesco Morosini j.° Cav. Troc. Rif. 

Registrato in Libro a Carte z88. alNum, 1709» 

Giufffe Gradinigo Segr. 

20. Aprilo 17 %6. 

Registrato a Carte 134. nel Libro esistente presso 
gli Illustrissimi ed EccclL Sig. Esecutori contro 
la Bestemmia. 

Giannantonio Maria Cossali Noi. 



L' INCOGNITA. 

COMMEDIA 

DI TRI ATTI IN PROSA 

Rappresentata pei la. prima volta in Venezia l' Autun- 
no dell'Anno MDCCLVlI. 



£'&Ng»ÌM. H PER- 



PERSONAGGI- 

OTTAVIO , Finanziere . 

BEATRICE sua moglie. 

PANTALONE, mercante Veneziano. 

LELIO 9 bravaccio suo figliuolo. 

ROSAURA incognita, tenuta in casa di 

COLOMBINA. 

FLORINDO cittadino, amante di ROSAURA. 

RODOLFO vecchio. 

ELEONORA Contessa. 

BRIGHELLA, servitore di LELIO. 

ARLECCHINO , servitore di OTTAVIO. 

Uà TENENTE di Granatici. 

Il MASTRO della posta . 

MINGONE servitore di OTTAVIO . 

Il BARGELLO. 

Un Cameriere dell'osteria. 

Un uomo armato. 

U Vetturino. * 

Sei Granatieri , che non partano . 

Uomini armati, che non parlano. 

la Scena ti rappresenta in Avversa , grassa Tetta 
dei Regno di Napoli . 

A T- 



L IncciwiLi 



^iiio I. Jc.^LV. 




ATTO 3PRI M O- 

SCENA PRIMA, 
punpagna, e ti tede V aurata» die va dilatandosi. 



Oh 



^RtsMHT*, a WUr'mdo 



R*s. V-/H Dio! Florindo, dorè mi conducete voi? 

FU. Anditi», e non temete . Un calesse > ed un ca* 
Tallo ci aspettano. Voi salirete in calesse con Co- 
lombina , io a cavallo vi seguirò > e fra un* ora al 
pia saremo in luogo sicuro. 

A#/. Ah l'onor mio ri sia a cuore . 

FU. Questo deve premere a me niente meno * che * 

H a t*i. 



* V INCOGNITA 

voi. Se avete a essere mia consorte, immaginate* 
vi con qual zelo procarerò custodirlo! 

fot. Oh Dio ! Dov' è Colombina ? Non viene ? Avver- 
tite che senza di lei non mi lascio condurre. 

TU. Elia ci segue , e poco può tardare a raggiugner- 
ci. Sapete > che ha ella acconsentito alla nostra 
fuga, e» vi terrà quella custodia medesima , ove 
anderemo , che vi ha tenuta per sei mesi nella 
propria sua casa . Convien superare ogni difficol- 

v ~ tà. E' necessario togliervi dalle insidie di Lelio , 
che vi perseguita r che V insulta, che minaccia 
rapirvi, ed io, sapete voi quante volte sono sta- 
to in perìcolo di perdere per vostra cagione la 
vita. (Ah Se Beatrice s* accorge della mia fuga 
tenterà impedirla. Temo ancor più di Lelio que- 
sta donna importuna . ) - { i» j» . 

Ito. Ma dove anderemo? Ma dove pensatpyoi riamar* 
mi ? 

FU. Deh non perdiamo inutilmente il tempo. Raggiun- 
giamo il calesse, che ad arte ho fatto trattenere 
fuori di questa terra . Colombina ci. avrà preve- 
nuti per via pia corta. Andiamo Rosaura, andia- 
mo . Fidatevi di me , e non temete . 

Bjm. L'amore, che ho per voi» ed il timore di Ldip» 
son due stimoli alla mia fuga . Il cielo, che Te- 
de T onestà delle nostra inw oaio ni , ci sarà scor- 
ta. Oimè, sento gente. 

TU. Andiamo , andiamo » noli ci arreniamo per que- 
sto y ali* alba del giorno i contadini vanno ài la- 
voro . No .vi prendete pena d* incontrar gente. 
( A quest'ora Beatrice non sarà aliata. ) '{dm se. 

Ras. Vedete un uomo , che si è fermato distro quegli 
alberi ? 

&lo. Che importa questo* Seguitiamo la nostra strada. 



AT T O P R I M O. $ 

Ito. Oli Dio! Mette mano alla spada. 

F/#. Cielo, ajutami, égli £' Lelio. 

Ito. Ah che il cuore me lo diceva. 

F/#. Presto nascondetevi . 

Ito. Dove? 

F/#. Il traditore non passerà. ( mtf msno àlU sf*d*. 

SCENA IL 

L$lw e$n Im sfmd* à\U r*sm y 9 detti. 

Lei ANdegni, vi ho coito al varco. 
Ito. Dei, assistetemi . - (ftgg** 

Z$L Non fuggirai» (nmd septirU. 

TU. Chi vuol seguirla, ha da passare per «guasta spada. 
LtL Inciampo lieve per arrestarmi. ( tMttmjUsi e*tr*n* . 

SC E .N A IH. 

Camera in casa dì Ottavio , 

' J 

*■ Qttétvk im wstt im tmnm*. * 

V**HE delizioso soggiorno ' è la campagna ! Che he! 
levarsi la mattina per tempo a godere i fiori nò* 
velli, che spuntano icon il aéie i Che soave pia* 
cere adir il canto derii nugalkra» che si rallegrai 
no nei!' uscire dai toro nidi ! Quanto, volentieri 
spendo la moti dei imiti , giorni m sposta solita 
dine amena! Non darei un giops» di' .villa per un 
4* sfittatone in città., •* . : 



H 3 SCt- 



f t INCOGNITA 

scena m 

RisMur*) ti il mèàttn . 

ito. JljLh signore soccorretemi per pietà. 

Ott. Chi siete voi! ! 

Rts. Sono una povera sventurata ; il mio nome e Ro- 
saura. 

Ott. Panni di avervi un'altra volta Veduta. 

Rós. Io due volte ho veduto voi. 

Ott. Siete dunque di questa terra? » 

Ròs, Sono sei mesi, che vi abito.. 

Ott. Ed io non son , che otto giorni , che ho qui ri- 
pigliato il soggiorno. 

Kos. Deh > signore, per carità difendetemi . Un tradi- 
tore m' insidia . 

Ott. Non temete. In casa mia tari. vi sarà chi ardisca 
insultarvi. Ma chi è il vostro persecutore? 

Ros. Lelio, figlio di queir onorato mercante... 

Ott. Sì y lo conosco , il figlio di Pantalone ; fighe in* 
degno , che degenera adatto dall' onorato carattere 
di suo padie ; ma da voi che pretende ? 

kit. Più volte mi ha .chiesto albori . 

Ott. Qual. sorta d'amori? * - - 

Ite/. Di quelli K che chiedono i discoli pati- suoi . 

òtt. E voi 1* farete stacciato* r 

tbs. Sì signor»* 

Ott. Vi lodo , vi stimo > e ti reputo- per una giovane 
di merito, singolare* 

Ros. Signore, io non pretendo di aver gran meato a 
far quello, che ogni fanciulla onorata è obbligata 
idi fare. 

Off. Felice il mondo, se tutti facessero quello, che so- 
no obbligati a fare . Ma ditemi chi siete voi? 

.%.- Air 



ATTORRIMO. f 

All' aspetto, al brio , al ragionar , che voi late J 
mostra essere di voi indegno queir abito villerec- 
cio, che ora portate. 

Ito. I miei casi non sono di cosi lieve rimarco * che 
possa (arvene brevemente il racconto, né sono in 
grado di favellare pia a lungo , oppressa tuttavia 
dal timore, e dalla pena, che egualmente mi op- 
primono. 

Ott. Qua! timore ? Qual pena ì Voi siete in luogo di 
sicurezza . 

Kos. Ah che la mia pena , il mio timore sono diretti 
a chi amo più di me stessa . 

Ott. Dunque amate? 

Ras. Signore , e chi non ama ? 

Ott. E chi é T oggetto de' vostri amori ? 

k»s. Florindo- , quel giovane cittadino > che abita in 
questa terra. 

Ott. Sì , conosco anche lui. Giovane di buoni , e mo- 
rigerati costumi. Pratica frequentemente nella mia 
. casa. £ qual timore avete per lui? 

R$s. Lelio lo assali colla spada. 

On. Qpando ? Dove ? 

Ros. Dietro al vostro giardino, mentre Florindo istesso 
seco tacitamente mi conduceva. 

Ott. Florindo vi conduceva seco tacitamente ? 

Rot. Lo iacea per sottrarmi... 

Ott. SulT alba del giorno? Seco tacitamente? 

Ras. Sappiate signore... 

Ott. Voi siete quella giovane savia , che sa con tanto- 
rigore difendere la propria onesta? 

R$s. Deh ascoltatemi ... 

Ott. Sareste ione una pazzarella, che fugge da un aman- 
te, per riserbarsi ad un altro? 

li/. Deh ascoltatemi per pietà . 

H 4 Ott. 



t r INCQGtfltA 

9*!» Patiate, e uni isperate da me soccorso» sènza gii* 

stifioariTÙ la yostra condotta . 

Ito. Ah ri , malgrado la confusione in coi sono , par- 

. ", letò mio signore» si parlerò. Giuro esser sincerai 

• se tal non sono, scacciatemi, e se vi pare eh' io 

meriti la vostra piota ,. datemi quel soccorso, che 

, esigono, le nòe sventure. 

Ott. Via, parlate. (U di lei volto non mi fa credere, 

ch'ella abbia il cuore scorretto.) (ds se 9 

S C B N A V. 

Beatrici, ti è suddétti. 

Ìi0. J.VJLI consolo signor consorte » vi divertite di 
buon mattino. Non mi stupisco , se vi annojare 
di giacere nel letto , poiché una si bella cagione 
vi sollecita ad essere vigilante. 

e?*» Sospendete di mal pensare di me, e di questa pò» 
vera sventurata. 

Kos. Signora, io sono povera; ma onorata. 

Bts. Le povere , che oneste sono , non vanno a guest* 
ora a chieder l'elemosina agli ammogliati. 

Bus. Io non sono venuta qui a chiedere un pane . 

£#*. Dunque , che pretendete ì 

Bus. Assistenza, protezione, e pietà. 

ita». Non temete; il *Ì£>oc Ottavio e pieno di cariti 
per le belle giovani , come voi siete • 

0rir. Consorte mia » la fanciulla , che voi vedete , ha 
d* uopo delta mia protezione .' Io non ho cuore 
d'abbandonarla . Ma acciò non crediate sia ime* 
lessata la cura , che di essa mi prendo , a voi la 
consegno. Custoditela voi , « rammentatevi , che 
le persone di garbo, come voi siete» hanno impe* 
goo di soccorrere gì' infelici . 

Bt*. 



: a t r o p a ra a. ; * 

&t4. E -chi è comi? Da noi che richiede? Quii disav- 
ventura la porta a ricorrere a /questa casa** 

Ott* Mei punto» che voi giungeste* ella mi rendeva con* 
to dell' esser suo . Non seppi alno sin osa » se 
non che quel temerario di Lelio V insule* $ .e la 
perseguita . Ciò impegnqmmi a difendete la^dj lai 
onesta .- Mi -riserbai pac -ateo a. prendete maggior 
impegno, dopo la cognizione totale dell'oste* suo, 
Rosaura , il racconto % che a ne eravate disposta 
a rare , fatelo alla mia signora: ella non è meno 
generosa di me $ assicuratevi della sua protezione » 
se sarete in grado di meritarla, consorte amatis- 
sima, a voi raccomando usarle quella pietà» chT 
ella merita» e rimettendo a voi la di lei causa » 
e lasciandola all' arbitrio vostro » conoscere» , eh' 
io sono un marito onesto > un cavaliere onorato , 
«a protettore innocente» (psrtt. 

S C E N A YI. 

B$mrk9 9 é Baiaht*. 

Bt*.{ lVJa.1 pento di aver sinistramente pentito. ) 
Buona giovane» venire qui, 

*#/. Eccomi a* vostri cenni. 

Jfe#. Sappiate» che mio marito è V uomo pia onesto , 
e più prudente di questo mondo. 

Ito. Ho sentito da tutti parlar di lui con rispetto • 

Aa* Egli non è capace di amare altra donna » che la 
propria mogne . . 

ito. Chi ha una sposa amabile , come voi , non- lo po- 
trebbe rate volendo. 

Bm. Palesatemi le vostre disavventure » e asakaratevi » 
che troverete in me tutto 1' amore, tona la pio 
lezione, che abbisognate ai possa» 



siè r INCOGNZT-ji 

Jto/Vbi mi consolate, «ignora , e niente meno Wnr 
poteva dalla vostra pietà . Lelio* m'insidia, Lelio 
mi perseguita. A forza mi vuol far sua . Io tao 
Ilorin.., r 

$e*. (Cornei Ama Florindo*) (ss j*. 

Mas. Egli mi mi vaol sua sposa... 

3**. ( Florindo , impegnato a servirmi , vuole sposare 

. • costei?) (d* se. 

£**. Signora, voi non mi ascoltate. 

Bis. (te egli a me lo tiene celato?) (d*s*. 

Mas. Sospenderò f importunarvi , se vi do noja. 

£#* Dite, dire ; Florindo- vi ama? Vi ra sua sposa ? 

ÌLos. Sì , mia signora, il cielo impietosita di me, mi 
offre questa fortuna . Ma Lelio tenta distmggere 
le mie speranze, tenta rapirmi , ed il mio sposo 
per sottrarmi da un sì -fitto pericola, allestita uà 
calesse m* involava questa mattina agli oechj di 
quel ribaldo. 

Ut*. (Mi sento arder Ai sdegno.) (*U *». 

&9S. Lelio ha scoperta la nostra foga; ci sorprese coir 
armi alla mano. Io salvate mi -sono ; ma di Flo- 
rindo , oh Dio ! sa il cielo , che mai saia sacce- 
dato. 

Ite*. (Fosse morto l'indegno.) (dm j». 

Mas. Venni quia ricovrarmi, senza sapere dove mi por» 
tasse il destino. Eecomi nelle vostre braccia , ec- 
comi ad implorare da voi pietà . 

Bts. (Ecco nelle mie mani una mia nemica.) (sU sé. 

Mas. Giusto è peraltro, prima che ▼ impegnate 'a pro- 
teggermi, che dell' esser mio vi renda, per quan- 
to posso informata. Sappiate dunque, ch'iosooou, 

B$*. Venite meco. Nelle mie camere con pia agio tì 
ascolterò. 

Mas. Vi siegoo ove comandate. 

Be*. Precedetemi» CU à di li* 

SCE- 



ATTO ? R 1 M O. il 

t 

k 



k SCENA VIL 



Strviton , « J# suddétte . 

&e*. X^Ccompagnate questa giovane al mio apparta- 
mento, (si s$rvitor*. 

fi*;, II cielo vi remuneri di tatto il bene , che siete 
disposta a farmi. Vi raccomando la mia via > la 
mia onestai vi raccomando 1* innocente amor mio, 
e sia un primo atto della vostra pietà assicurar- 
mi, che sia vivo, e sia salvo il mio adorato Flo- 
rindo . ( parte al servitori . 

S C £ N A Vili. . 

Mittrist stls. 

V-/fOsa mi raccomandi i che mi eccita a fiero s&gno. 
Cornei Cosà^poco rispetta - Florindo una donna del 
mio carattere , una donna , che lo ammette ali* 
onesto possesso della sua grazia ? Io mi sagrino* 
per sua cagione ad abitare la metà dell' anno, in 
questa piccola terra; preferisco la di .lui servita a 
quella di tanti altri da me negletti, e così ingra- 
tamente il perfido mi corrisponde? Io so, perchè 
più di me non sicura . Perchè non può sperare 
da una moglie onesta queir indegna frutto , che 
cercano gli sciagurati da' foro scorretti amori. £o- 

. . co la ragione , per cui mi. abbandonasti j' perchè 
non sai amare virtuosamente . Tu sei vago di 
compiacere la tua passione . Ma questo tuo pensie- 
rc a ine non lo hai palesato j che se palesato 
l'avessi, ti avrei fatto pentite d* aver -osato pen- 

. : sart temerariamente di me . $ > ti ama» maone-. 

sta- 



s* X* INCOGNITA 

stamente , sono di te gelosa 5 ma senza intacco 
dell* onor mio . Nulla puoi sperate da me ; ma 
nulla voglio, die tu ricerchi da un* altra. Tu amar 
altra donila.? Tu aspirare a sposarla? Giuro al cic- 
lo, non sarà vero. V avrai a fare con me. Scel- 
lerato Flotmdo MM ma» oh Dio! Che sarà di lui? 
Tardar non voglio a rintracciarne la verità . Ah 
se egli muore, se celi è ferito , se ei mi abban*» 
dona., sopra colei, cab il destia» ha condotta nel- 
le naie mani» giuro di are la pia crudele ven- 
detta, (fsrt* 9 

sce'na IX .. 

Strada Comune.' 
Ltlia. f e Brighili*. 

l*K Or, io giuro al cielo , o trovami tu Rosanna , 

q- k tua tita> la pagherà. 
MrL Ma come hojo da far a trovarla? 
IsL Illa non può essere lungi da noi.. Fuori di quo- 
; jtt» ttfria no» può essere andata ♦ Cercala , trova* 
.. t*i *j pensaci tu • 
Mri. No disek , che gh* era uà calesse preparado per 

condurti via? La aatà .andada via . 
L$l. In quel «desse non aarà andada via cenamente . 
IL Vetturino ha da pensare a guarire dai colpi 
del «mio bastato; , ed i cavalli . non camminerai! 
< con ve gambe* 
Sri. L'ha bastoni d Vetturm? 
IaL A % e io stesso raro di te. 
Mri. L'ha *ajà un* game* ai cavalli * 
l*k Una a te ne taglierà, sé non mi trovi JUfanca. 

Sri. 



JiTTOfRIMO. n 

'Bri. Caro sior padron > i cavalli con tee gambe i poi 
caminar ; ma mi con» una sarà difficile . 

Ltl. Non è tempo di facezie . Cerca Rosaura , e in 
qualunque luogo ella sia, assicurati, che la saprò 
involare a dispetto di tutto il mondo. 

Bri. Mi farò tutte le diligenze per Saverio» e subito, 
che so qualche, cosa, l'aviserò. 

Ltl. Non vi è stata cosa da me voluta , che ottenuta 
non f abbia , • 

Bri. La supplico in grazia ; la m' ha dito , che i s' ha 
battudo co sior Conte, cornicia andada a lenir? 

Ltl. £* venuto mio padre, e gli ha salvato la vita. 

Bri. Povero sior Pantakm 1 

Ltl. Ma che non torni ; ma che non torni mio padre 
in un caso simile . Giuro al cielo I Venirsi a es- 
porre in difesa d* un mio nemico , quando ho la 
spada in mano? Mio padre ha poca prudenza. 

SCENA X. 

T**t*lon$y §d è smdMetti. 

Ltl. lJRighella , va , trova mio padre , e digli che 
non faccia piò ima cosa simile, perchè... perche- 
Basta, digli, che non ci torni. 

f/m. Cossa vorla dir patron ? Cossa sari se tornerò ì 
La diga , cossa sarà ? (* Ltlh. ) Ande via de 

Bri Servitor umilissimo. (m étti di furti* . 

Ltl. (EM ci siamo intesi.) - (fhmmBrl 

Bri. { Non occorr* altro . > { » Ltlit . 

P*». Cossa gh' i ? Segreti ? 

Bri. Eh! Mi son galantomo. La sa ehi son . (Sto sior 

Lelio me voi far perder el pan.) (psrtt.* 

?*». Caro el mio caro fio, n%* no, p© no, che ve lo 

digo 



«* M.' IKCVGJST2TA 

digo de cuor» che ratta de viver zé el vostro ? 
Che razza de parlar? Vostro pare, per previdenza 
del ciclo , vien avisa, che ve trave impegni colla 
spada alla man , el corre , povero vecchio , el cor- 
re in soccorso della vostra vita , in difisa della, 
liberta: e ve libera dal pericolo o de testar sulla 
botta', o de morir in una preson > e vu lo rin- 
grazia in sta maniera? Un povero vecchio de ses- 
santa cinqu* anni , che ha sfadigà tutto el tempo 
de vita soa per vu, unicamente per vu, per fer- 
ve ficco, cusl lo tratte ? Anca in tempo che el 
rischia la vita per causa vostra , in vece de rin- 
graziarlo , de benedirlo, lo manazzé? Tocco de 
tlesgrazià, ti me manazzi? Se gho tornerò, ti di* 
si? Se ghe tornerà? No, no ghe tornerò più, no 
tornerò più dove , che ci sarà ti ; ma ti no ti 
tornerà dove, che son mi. Furbazzo! A sto ecces- 
so ti xè arriva ? Orsù t' ho soffrio abbastanza , no 
te voi più sopportar . In casa mia no ghe star 
più a vegnir. Chi manazza el pare , no xè de- 
gno d' averlo. Chi sprezzami pare , che gh' ha dà la 
vita , no merita compassion, no merita, che lo soc- 
corraci cielo, no merita, che lo sostegna là terra, 

Ltl. Dunque non mi volete più in casa? 

Pan. No, desgrazia, n<y te voi. 

Lei. Servitor umilissimo, (ù» mttd di fsrthre m 

Fin. Dove vastu ? 

Lek A provvedermi un alloggio . 

Fmk Cusl co sta bella disinvoltura? 

Ltl. Cosi placidamente, senza alterarmi. Vi par molto 
eh? Che un figlio si senta scacciar dal padre, e 
non dia quattro cospetti un più bello dell'altro. 

2Vit». Ah Lelio ti va in precipizio, e no ti lo sa. 

Lei. Benissimo* se ho d'andare in precipizio, fuori di 
casa vi anderò più presto. 



A T T O * R 1 M 0. xs 

Fm> Ma Tarda, se ti xè una bestia „ Varia se ti ri 
v& omo strambo» un omo senza giudizio. In ve- 
ce 4? procurar de placarme » in vece de pregat- 
ine , 4k sconzurarme , che te teglia in casa , no 
ti ghe unsi, e ti me disi serriror umilissimo? 
Ltl. Ho io ò* inginocchiarmi davanti mb padre , per- 
chè mi dia & mangiare , e da dormire? San vo- 
stro figlio» siate obbligato a farlo. 

Psm. Cusl ti parli a to pare? 

Lei. Jo parlo schietta*. No ho paura , quando dico la 
verità . 

Pm*. Orsù, vame lorna*, e Tederemo se son obbliga a 
mantegmrte . . 

1*1. Oh mi manterrete andfce lontano . 

Tarn. Anca lontan? Come , cara eia? 

L*L Col vostro grano, col vostro Tino . Ma che dico 
col vostro grano, col vostro vino? Col mio, col 
mio. In questi poderi ci ho anch' io la mia par- 
te. Mia madre mi ha partorito in casa , ho da 
vivere anch' io . 

Pm». Ben; Tederemo quel che te tocca per giustizia , 
e ce lo darò. 

Iti: Eh che la giustizia io me la fb da me stesso . 

P**. Da te stesso ? 

Lei Si, da me stesso . Se i contadini non vorranno 
morire bastonati , mi daranno il mio bisogno . 

?*b. Oh poveretto mi ! A sto eccesso ti arrivi ? De sta 
sorte de cosse ti xè capace ? Sassinar to pare ? 
Robarghe - le viscere ? Farlo morir desperà ? Ma 
che troverò remedio. Ricorrerò alla giustizia, te 
farò metter in tuna preson . 

L*L Di ciò me ne rido • 2 birri non si azzarderanno 



Pmn I te mazzera. 

ZM. £ allora toni tarate contenti. 



j4 V INC0.GN2T A 

P*rt. Ah Lelio, te prego per cariti , mua via , eoo 
Lelio per amor del cielo mua vita . 

XW. Orsù, se volete, eh* io muti ria» fatemi voi mu- 
tare stato. 

Tarn. Ma come-? Fatò tutto quello > che poderò . Dime , 
come ojo da far a fatte muar stato ? 

£#/. Datemi moglie. 

P*». Via; perché voi Troveremo un boa pardo» esco 
contento . 

Lek II partito l'ho ritrovato. Rosxura mi piace . Da- 
temi quella, e può essere , che mi vedrete cam- 
biato. 

?*». Ma ti voi sposar una, che no si sa chi la sia ? 

Lei A me non importa saper chi ella sia : mi piace , 
e tanto mi basta. 

V*n. No» caro Lelio, la reputazion no voi, che accoN 
da sto matrimonio» e pò ti sa pur, che Florindo 
ia voi per elo » che ti li sta in cimento d' esser 
mazza per sta putta. 

Ltl. Che cimento ì Ammazzerò Florindo, e quanti pre- 
tenderanno impedirmi » eh' io sposi Rosausa . Se 
incontro colui, lo voglio crivellare colla mia spa- 
da ... Sentite» signore ., se. mi trovate in uh casa 
simile, non vi arrischiate a difenderlo . Quando 
ai accifica la collera, non conosco nessuno . (Jam. 

SCENA XL 



o 



H povero Pantalon 1 Oh povero pare desfertunà ! 
Gh'ho un unico ito* t ci me dà trota da sutu- 
rar . Per causa soa ho reseca ci negozio in Città» 
e me son retirà in campagna » e me contento de 
viver in tura terra » aedo, k occastoa » e le pra- 
tiche 



o 



ATTO PRIMO. 17 

ohe della città no lo fazza precipitar . Ma qua 
fcmo pezo , che mai . L' ozio della campagna 1* ha 
precipita . Noi parla d* altro , che de dar , de 
stroppiar > de mazzar . In sto liogo noi gh' ha sug- 
gizion de nessun . Qua la Giustizia no ghe fa 
paura. Ma ricorrerò al Governator , me butterò 
ai so pie » lo pregherò de trovar la maniera de 
farmelo andar lontan . £1 xc el mio unico fio, 
ghe voi ben più che a mi medesimo 5 ma se no 
penso a correggerlo , se no gh* averò cura de ca- 
stigarlo, sarò mi credesto a parte delle so colpe , 
taro mi quello , che le arerà fomentade , e me 
crederò sempre in debito de tutto quel mal > che 
averò perdona a un fio discolo, a un fio vizioso, 
e baroli . (parte . 

SCENA XII. 

Campagna con prospetto di palazzino. 

TUrindo soU. 

H me infelice l Dov* è la mia adorata Rosanra * 
Ah , che se io non la trovo , mi voglio uccidere 
colle mie mani . Chi sa non 1' abbia raggiunta 
Lelio ? Chi sa eh* ella non sia fra le di lui brac- 
cia ? Oh pensiere , che mi tormenta ! Oh rabbia , 
che mi divora! 



r Incanì** - 1 SC£ - 



tn 1' INCOGNlt A 

SCENA XIÙ. 

kossurs *IU finestra del p*l*zzo . Brighella dietro 
un albero, chi osserva y ed il suddette. 

0.0S. x\h Florindo mio. 

fio. Rosaura , toì qui ? Voi in casa (iella signora Bea* 
trice ? 

boi. Oh Dio! Ci sonò per mia sventura. 

Pie. Cicli- i Che vi è accaduto ? 

'Ros. Non posso dirvi di più . Andate voi dal signo* 
Ottavio, gettatevi ai suoi piedi > procurate ricu- 
perarmi . 

TU. St, lo farò . Ma voi con chi siete? 

Ros. Addio; Beatrice mi chiama, non posso più tratte* 
nermi. (entr*. 

Bri (Ho visto tanto, che basta; vado a avisar ei pa- 
dron.) (p*rt*. 

Ilo. Quai confusione è là mia ? Rosaura in casa di 
Beatrice ? Come ? Per qual ragione > Sospira ? Si 
lagna? Oh Cieli! Che sarà mai ? Oh sì, temo , 
che Beatrice medesima , la quale pretende da me 
non so > se mi dica amore o servitù , abbia sco- 
perto il nuovo affitto mio per Rosaura, e ne ab- 

* bia concepita una specie di gelosia . Se cosi è , 
conviene levar la maschera. Anderò io dal signor 
Ottavio , gli svelerò V arcano , impetrerò la sua 
protezione, ed egli, eh* è uomo giusto , ed one- 
sto, non mi sapra negare la mia Rosaura . Laporta 
di dietro è ancora rinchiusa ; mi converrà rare il giro, 
ed entrar per 1* altra maggiore. Ah pur troppo è vero» 
non si può giungere ad una felicità , senza passare per 
mezzo a mille spasimi , a mille rancori . (pmrtt. 

SCE- 



ATTO PRIMO. 14 

SCENA XIV. 

i 3'àfn là porta del psUtzé , ds cui osco Rosdurd) 

Arlecchino , e due uomini . 

Art. V*4Àra siora mi no so gncntc: comandi chi de- 
ve , obbedisce chi puole. Mi fczao quel, che cò^ 
^ mandi la mia patrona. 

A»*. Ma che ti ha comandato la tua padrona ? . ' 
Ari. L'ha comanda a mi , e ai ihii camerada, che ve 
menano alla posta , che demo sta carta al Mastre 
r de posta, e mi no so altro. L'è uni carta , che 

t pesa» bisogna che denter ghe sia qualche sella dt 

cavallo. 
Ros. Come ? Vuol ella forse mandarmi via <ìi qui sen- 
, za dirmi nulla ? 

Ari. Mi no so altro ; anderno , e no perdemo pia 

tempo. 
Ros. Oh Dio! Dov'è andato Florindo ? Era qui poc'an- 
zi ; per mia sventura è partito . 
Ari. Animo, camerada, andemo. (ulli due uomini,. 
Kos, No , non sarà mai vero , eh* io tenga . 
Ari. Sangue de mi , se no vcgnerl , ve porteremo . 

(afferrandoli* per un braccio, 
Ros. Lasciatemi, o scellerati. 
Ari. Qua no gh' è altro, bisogna vegnir . 

(vogliono condurla via* 



SCE. 



j 4« V INCOGNITA 

I 

! 8 C E N A XV. 

• lelfù con sp*d* *//* m*nn> *é i suddetti, 

JaI. iNdictro canaglia, indietro. ( coli* spsd* wcmIxm 

(gli nomimi. 

4x1 (Salva, salva 5 anderò dal messtr della posta, e 

se no ghe posso portai la donna , ghe poeterò sto 

j biglietto.) (/*»*»*- 

jLos. (Ahi destino crudele!) 
1 J*el. Siete pur giunta nelle rnie roani, (frendendtl* per 

JLps. Lasciatemi pei pietà f 
: Lei. Che lasciarvi? Venite meco, 

! Ras. Ah no, lasciatemi. 

Lei. Prima di lasciar voi , lascierd la vita . 

•Jtos. Qh Dio ! ove mi conducete ? 

Lei In luogo di sicurezza. Andiamo. (U tirsperferxAÌ 

jL9.s. Ahi, ahi. 

£*/. Vieni, vieni ragazza. Dopo avere gridato un poco 
ti placherai. (f*rte wj» £«, 

SCENA XVI, 

Camera di Ottavio , 

Qtttviùy e Tlortndo. 

Qtt. VjAro Fior indo, da quando in qua vi siete voi 
acceso 1 delle bellezze di questa incognita? 

Fio. Son da sei mesi, eh' ella è venuta ad abitar nel- 
la nostra terra. Appena la vidi , il di lei volt© 
mi piacque, ma pia mi piacquero i suoi costumi, 
quando ebbi agio di conversare con esso lei . 



UftbPkiMb. ài 

Ott. MA chi è questa donna ? Si può sapere ? 

WU. Vi dirò. Ella e figlia di padre nobile) ed un gji- 

y io di strane vicende l'ha qui condotta... 

i C E N A XVII. 

t fattrice, ed i suddetti* 

■ Tt 

» &**. XJElla gioja, signor Ottavio , mi avete data ià 

custodia! 
f Ctt. Di chi intendete toi di parlate? 

f Sia. Di quella ònèstissiina giovane , eh' è* tenuta sta* 

mane per il fresco a domandarvi pietà: 

F&. Oh Dio! Signora, parlate voi di Rosatira? 

JBea. Si, di Rosaura* avete voi delle premure per lei ? 

Ott. Non lo sapete? Il nostro Flòrirtdò la tuoi sposare: 

(a Beatrice i 

Bea. Sì ! Evtiva il signof Flofindò . Quando la spose- 
rete? (a T brindo. 

TU. Signora , non mi tormentate . Rósaura è nelle vo* 
stré carriere? 

Tea. Resaurà éjnolto pia lontana, che non credete. 

Tlo>. Olirle! Doi4> 

Ott. Non è ella in custodia vostra? (* Beatrice i 

Tea. La sfaoditellà mi è fuggita di iriado. 

TU. Ella anderà in traccia di me : 

Tèa. No, v'ingannate. Ella 4 andò in traccia di teHa 1 
lo ha ritf ovato * ed è con esso fuggita : 

TU. (Ah costei là nasconde.) (dase. 

Ott. Possibile, die ciò sia verri? 

Ma*. Non lo ponete ih difibìò . Ciò è seguito alla vi- 
sta degli occhj miei . LO vidi dalla finestra dello 
mie camere, e tre dei tomi serri la riderò «iel- 
le braccia di Lelio. 

i 3 Ott. 



,a V INCOGNITA 

Ott. Io resto attonito . Che dite voi di questa strana 
avventura? (* Wlorindo m 

Ilo. Rosaura non può essere fuggita . O è stala ra- 
pita , o è stata scacciata : chiunque sia traditore , 
ine ne farò render conto. (pirte, 

SCENA XVJII. 
Ottavio y e Beatrice. 

$$*. V Edete ? Questo è quel .che si guadagna a ricever 
re in casa delle persone , che non si, conoscono. 

On. Io non mi pento d'aver usati degli atti di pieci 
ad una , eh' io mi lusingava li meritasse . 

fea. Ciò vi serva d'avvertimento. Gente incognita bob 
ne ricevete mai più. 

Qtt. Vi ha ella detto nulla dell* esser suo ? 

Jta*, Sì, cose varie mi ha detto : ma io le credo fa- 
vole. Da una donna, che si è scopffta htigiaida, 
non si può sperare la verità . 

Ott. Di cip paese ha detto di essere ? 

Bea. Non mi ricordo se Sarda , o Siciliana } di uno di 
quttti due regni assolatamente . Anzi , ora che, 
mi sovviene , ella si fa e dell'uno» e dell'altro. 

P$K Nata -non può essere in dt|e paesi. 

Ben. In uno è nani , e nell ! altro allevata . 

Qtt. Ma il natale dove lo ha avuto? 

#**. Se vi dico , che ndh me ne ricordo • ( Foco l' ho 
intesa, e meno mi son curata d' intenderla.) 

(** *- 

Ott. P nobile veramente^ ? 
Bea. A sentir lei , è di sangue re*I« . 
Ott. Ma come dice essere in questo stato ? 
#e*. Tante cose mi ha dette , che troppo vi vorrebbe 
3 rammentarsene . (1 pa&c %gUQ * J* madrf 



ATTO PRIMO. a* 

quasi violata, due fratelli uccisi $ un vecchio l'ha 
raccolta bambina . . . Cose vi dico da formare il 
più bel romanzo del mondo. 

Ott. Ma voi in sostanza non sapete niente. 

Bea, Non so , e non tu' importa sapere . 

Ott. Che stravaganza è mai questa ? Siete donna , e non 
avete avuto curiosità di sapere, ? In verità questa 
volta sono più curioso di voi . In quella giovane 
vi e qualche cosa di stravagante . Orsù manderò 
a chiamare Colombina > eh* è quella , in casa di 
cui e stata alloggiata in questi sei mesi , ed ella 
ci dirà il vero. 

S$m Si, mandatela a chiamare, ne avrò piacere. (Vo* 
sapere come Florindo si è innamorato. ) ( 4* ?f * 

Ott. Oh chi l'avesse mai detto, che quella giovane, 
che mostrava esser si buona , fosse per cadere, in 
simile debolezza ? Signota consorte , ecco che co* 
sa siete voi altre docuic. (l* r '?« 

Bis. Che cosa, siam noi? piente meno degli uomini . 
Soggette siamo noi pure alle umane passioni , e 
queste qualche volta ci trasportano, ci violenta- 
no. Io , che sospirava il momento, di questa lun- 
ga villeggiatura , unicamente per il piacere pU con* 
versar con Floiincjo ,; vengo , e lo trovo accjs© 
d'amore , in atto di dar la mano di sposo, e ho 
da soffrirlo placidamente ? Non hp da scuotermi £ 
Non ho da dolermi ? Eh sarei stupida se lo faces- 
si . Florindo ? un ma] creato , ed io Lo tratto 
com'egli merita , quando deludendo le sue spe- 
ranze , mi vendico coi suo dolpre . Pensai di fargli 
sparir l'amata; ma il caso 1' ha in braccio con- 
dotta del suo rivale . Cip tni giova assai più i 
poiché vengo tà ottenete il mio intento , sen^a 
il pericolo di essere in me scoperta la cagione 
della sua fuga . Chi prende impegno, con un* 
I 4 don- 



M4 ? INCÒGNITA 

donna ci pensi bene, poiché o non gii riesce poi 
ritirarsi, volendo > o se lo fa con violenza, non 
e sicuro dalla femminile vendetta» (f*rt* m 

SCENA XIX. 

Camera d'osteria* 

Lilio, t R$SMurMé 

V 

Iti. * la non piangete . Siete con un galatìttìoìtìO, 

con un uomo > che vi vorrà sempre bene. 
Kos. Sono con uno, che mi vuol morta. 
tei No , cara, vi voglio viva, e non morta/ 
Kos. Ditemi per pietà dove siamo? 
N £*/. Oh sì, in questo vi appagherò. Noi siamo in UH* 

camera dell' osteria della posta. 
Kos. Oh Dio! Una giovine onesta sopra d* un'osteria? 

£ voi signore , fate cosi poco conto dell' onclr 

mio? 
Lol. Cara Rosaurà , ti vttoi pazienza . Siamo in una 

terra . Qui e impossibile ritrovar una casa , che 

vi ricoveri . 
R*t. Che cosa volete far voi di me ? 
Col. Sposarvi. 

Kos. Sposarmi in un luogo cosi indecente! 
XW. Questa è una cosa , che si può far da per tatto, 
Kos. No , signor Lelio , non sarà mai . 
Lol. Giuro al cielo » siete nelle mie mani» 
Kos. Mi sposerete per forza ? 
Lol. Perché no? 

Kos. Un tal matrimonio sarebbe nullo. 
Lei Bene; lasciate, ch'io vi sposi, e poi annullatelo, 

se non vi torna comodo. 
R##. Le vostre parole mostrano di volermi in ogni mo- 
do 



do Infelice; bui io vi replico» che follemente spe* 
tate... 

Lei. Che follemente ? Tu sei una scioccherella ; non 
sei degna dell* amor mio, e se ho pensato sin 4 
ora a farti mia per aflètto , ora lo faccio per puni- 
re la tua baldanza. ( Proverò a spaventarla. ) (ds si* 

Ito. In ogni guisa mi sono orribili le vostre passioni* 
e sono pronta a morire prima di permettere», che 
vi accostiate... 

SmU Quand' è così , morite, se vi da f animo» e con*» 
trastatemi il possesso della vostra bellezza.' 

- ( s *v**zs per *ffetr*rU ; 

Ita Cieli ijuto, pietà, 

Zil. Ora siete nelle mie mani « 

A*;. Oimc! (uuU tvèhHts* 

Idi. Eccola svetrata. Óra, eie devo Are ? Una donna 
svenata è lo stesso come se foste mona. Gbt 
voglio io imperversare coi morti * o eoi mezzi 
Ynorti ? Bisogna pensare a feria rinvenire , se ri 
può. Chiamerò l'oste» e qualche soccorso appre- 
tterà* v (*pn U ptrt** 

SCENA XX 

lUr'md* ##//« spMÀs mlU wm*, * ditti 4 



Ih. JL Raditore» ti do colto. 

tiL Eh giuro al cielo non è pia tempo . Ori la tu4 

vita é nello mie mani. (pétéUputode U spsds 
(d FUrind* con $m* stil* slls mtm§ * 
WU. Saziati nel mio sangue « 
Idi. Con questo stile ti voglio cavar il cuore. Mapfi» 

ma osserva la taa bella» osservala in mio potere, 

svenata par amor mio* 

tu. 



*# JL' INCOGNITA 

Wl*. Oh Dio! Domai la mpftc > petfdo > dammi U 
tnorce . 

SCENA XXI. 

Bargello coi birri* fi * mddetti . 

&mt. xXLto, fernu, 1» Cane. 
£#/. Indietro, q ch'io v'uccido. 

• (i bini arrestane Fiorino* t 
P*r. Questo e presa. Conducetelo. *lla prigione. 

( ai birri f 

Ilo. Infelice Rosaura, ti raccontando 4II4 clemenza del 

ciclo. (P**t* «» $ birri 9 

fai Ciie rat* «pi vpi altri? Perchè di qui non andate) 

( al Bargelli, 
far. Signpr Lelio, lavorile* venite colle buone -, non si 

faccia maltrattare. 

fth Eh temerario ! Casi parli con me ? Vi ucciderà 

filanti siete . ( $ bini U circondane , egli si di, 

{ fende y $ tutti eonfasamento fartene . 

t$s. Oimc • Dove spao ? Non redo Lelio \ la porta q 

aperta* <jual omn« tutelar mi difese ? 

«CENA XXXI 
fi Mastro di festa, Arlecchino, $ Resami * 

M'. (-L-* guest* la donna > <U W parlate?} 

(*d Arlecchino* 
Ari (Sior si, Tè questa.) 
*#jl (Costui è il «tlT9 della sigerà Beatrice. ) . 

( osservando Arlecchini. 
Mas. (Dite alla padrona, che sarà «svita. Ho letto U 

vi* 



JITTOTR1M0. 27 

yiglietto, ho trovato dentro il dentro. Il calore 
è pronto . Ditele , che fra un quarto d' ora la gio» 
vane sarà partita,) (*d Arhcchm* m 

\4rl. ( Benissimo . ) 

fiós. (Che dicono mai fra di loro? Mi trema il cuore . ) 

jirl. Siora incognita reverita, ghe san servi tor. La faz~ 
za bon yiazo , la me voja ben, e ghe baso mi- 
lan. (}*rtf 

Mas. Favorisca» «ignora» resti servita, 

Ros. Dove? 

Mas. Qui non isti bene. 

flos. Ma dove mi volete condurre? 

Mas. In luogo» dove starà meglio. 

His. Deh per pietà ,. tt 

Mas. Meno ciarle ; io non ho tempo da perdere • 

jbs. Andiamo» andiamo 4 morire. 1 

* (f*rtt cpl Mestre di fosti. 



Wki é$lfÀm*fim. 



AT- 



j ncaamte 



^4&o M.Je^Zttl 




ATTO SECONDO 

SCEMA P t I M À. 

Camera di Beatrice* 

SM/firi, fi ArUechìm. 

3Us. V leni qui, che cosa diavolo dici ? 

<4W. Ghe dige cusl , che Rosaura 1* è Jnoatacfa ih ca* 

lesse, e l'è alidada via. 
ti*. Ma come ? Se Lelio V ha involata , e V ha secai 

condotta? 
Ari. Ben , el f ha menala ali* osteria j i è regni i 

ebirri, e i sbirri ha mal -ria 1' osteria. 



ATTO $ E C &N t> o; tp 

f$à. Vectt » che non si può credere ailt tue parole* 

Perche* dici hanno condotto via V osteria? 
'Ari Voglio dir la zence > che era all' osteria . 
3$s. E chi Ti era? 

Ari Gh'era... gb'eia.,. anca el sior IJori&do, 
JBts. Florindo? 
Ari Giusto elo f 

Mts, E l'hanno i birri condotto via? » 

Ari. Gnora si. 
he*. E Rosanra?» 
Ari. L'i raontada in calesse, 
£m. £ Lelio? 
Ari Anca In , 

Bìm. Anche Lelio in calesse? 
Ari. No in calesse, 
£a». Ma dove ? 
ArlVi aiida via. L'ha http scampar i sbirri , el s'ht 

defiso, e ci s' ha salva. 
$es. Ma e Rosanra? 
Ari Oh quante volte , che ve l'ho dito ! L'è pentadi 

in calesse, e l'è* an<]ada via* 
Jb*. Qhi r ha fatta andar via * 
Ari Mi. 
p#*. Tu? Come? 

vfr/. Col biglietto, eh' a* avi di; 
fé*. V hai torse dato al Mastro di posta ì 
Ari Giusto a lu. 

2t*. Ed egli l'ha fetta partire per ordine mio? 
Ari Onora d. 
Xìs. (Ora intendo * Rosaura e partita per 1' ordine i 

che aveva dato. E, Florindo è prigione?) 
Ari JL' i in preson. Mi 1' ho visto a chiappar . 
£#«. (Povero giovane! Farò ogni sforzo per liberarlo.) 

Cqu Rosaura è partito nessuno ? 
Ari Un omo dell' psteria. 



?• r INCOGNITA 

**«. ( Appunto secondò la commissione, che ho data.) 

Sento geme 5 guarda' chi è . 

Ari. La Servo. (f#ftt y p$i ritorna* 

Bis. Ancorché sdegnata sia conflorindo, non ho cap- 
re di softklo iti caiceré . Or eh* è partita Rosau- 
ra, e che sarà fra poco da mia sorella in NapcN 
li fatta passar nel ritiro, Florindo si scorderà di 
* colei , e mi chiederà scusa deli' indegna aziona 
commessa . 

Art. Sala chi è ? 

Bes. £ bene chi è*? 

Ari La posta. 

Bt*. Come la posti ? V«oi forse dire il Mastro delti 
posta ? 

A fi. Giusto lU. 

Bis. ( Verrà a rendermi conto della sua attenuone in 
sftrrirftii . ) t>igfi > che passi... ma no, fermati . 
( Vien mie maritò, non vo', che mi teda parlar 
con cosmi .) Bigli , che parta » e corni versò la 
aera» 

Ari Gnora si. Vanne , ftnfct, digli, cinti. Sia male- 
detto i matti. (psne. 

SCENA IL 

Beatrici , Ottavi* * # dhmUsd. 

• 

Ott. Olgnora Beatrice , ecco Colombina , ella d darà 

contezza détta" fella incognita» 
Bis. Quel MU } lo potevate risparmiare , 
Cd. (Già queste signore elle sole vogliono essef bel* 

le.) 
Bis. Diteci , quella donna , Rosatutf * vojtra con* 

giunta? . j .j * 

p al. 



ATTO SECONDO. ** 

i 

Col. (Quella donna? Gran supetbiaccia ! ) Nfc tigno** * 
non è niente di mio. t . .* i 

Ita». Come ha latto Fiorine* a innamorami il lèi ? 

Ctt. Consorte mia» questa interrogazione non ha nienttf 
che fare con Quello , the feoi vegliami» sapere. 
Garbata giovane, venite qui. 

O/. (Oh il signor KnaaiietetHUta un po' meglio.) Che 
mi comanda ? 

Ctt. Ditemi ; questi Rosami chi iì ' x 

C$1. Vi dirò.' sei mesi sonò giunse in questa terra vA 
uomo civile , di età avanzata , nominata Ridolfo , 
il quale mi ha conosciuta in Napoli , quando an- 
dava alfe fiere colla mia povera madre , ed è sta' 
to anch* egli parecchie volte a villeggiate da noi . 
Venne , come diceva , un giorno a ritrovarmi , t 
aveva secòRosaura. Mi piego di tenerla per qua!» 
che tempo in mia compagnia , promettendo paga* 
per essa le spese » e in fatti mi diede subito die- 
ci ducati . À vedere dieci ducati in una volta > 
Saltai come un damo; ma a quest'ora per dirla $ 
me ne ha mangiati pie di trenta . Fero non im- 
porta, le voglio bene. (E prego i! cielo di ritro* 
varia . ) ( si asciuga gli occhj . 

tea. £ tforincb come si è introdotto? 

Ott. Aspettate (a Beat.). Dite, Colombina carissima > 
quello» che ve l'ha consegnata , vi ha detto chi 
ella fosse? 

Cài. Mi ha dettò essere una giovane assai civile, che 
per salvare la di lei vita era Forcato tenerla oc- 
culta in un luogo lontano dalla cittì , e che da 
11 a pochi mesi saitbbe venuto a prenderla , o per 
ricondurla in Napoli , t> per nasconderla in qual- 
che luogo ancor più remoto di questa terra. 

Ott. £ non sapete niente di pia? 

«*/. Ho detto tutto qudio , eh* io so . 

Jha. 



** £ 1&C0QXITA 

*$*. Ora posto chiederle di Florindo? (ad Ottsvi*; 

Ott. Abbiate sofferenza . Gran premura avete di questo 
Jiorindo! Dalla giovane avete xnai ricavato nien- 
te,? (* Colombina. 

C*U Niente afirto. Ella laqqalche cosa, manou vuol 
parlare. 

Ott. Ha detto di esser nobile ? 

CoL Si, questo l'ha detto. 

Ott. Ha detto nulla di che paese ella sia? 

Cri. Per quel , che si sente , pare non sappia nemmea' 
ella dove sia nata precisamente. 

Ott. E* mai uscita a dire , essere stata in pericolo per 
qualche amoretto? 

Cri. Mi ha giurato più volte non essere stata mai in* 
namorata . 

tea. Poverina! E appena ha veduto Florindo, subito si 
è accesa d'amore. 

Coi Oh son passati più di tre mesi» ch'ella non io 
voleva nemmen salutare. 

$ea. Poi come ha principiato ? 

Col. Dai un giorno, dai V altro ; la seguitava per tot* 
toj veniva a passar le notti sotto la sua finestra* 
La povera giovane, vedendo 1* amore, e la fe- 
deltà di queir amàbil giovanetto, non ha potuto 
resistere. 

Jfe*. Come ha fatto egli a venire in casa? CU avete 
fatto toì la mezzana? 

Cri. Signora, mi perdoni... 

Ott. Cara signora Beatrice, questa è una cantilena 
stucchevole. Voi badate a ricercare quello, che 
a noi non deve fremere, né poco, ne molto. 

?**. Certo; a me non preme >' ne dimandava per sem- 
plice curiosità. (Non mancherà tempo di ricer- 
car costei per minuto.) Se avete altre interroga* 
jioni da farle, fatele pure, ch'io mi ritiro; par* 

mi 



ATTO SECONDO. 9) 

mi però, che il soggetto di cui si tratta, non 
meriti unta cara . ( Vadasi a liberare > se sia pos- 
sibile il carcerato , e sia la mia pietà un mag« 
giore stimolo alla di lui gratitudin© . ) ( ftrte „ 

SCENA III. 

Ottavio , o Colimbi** . . « 

Ott. V-^He avete voi» che piangete? 

Col. Parlando di Rosaura non posso trattenere le la* 
crime . 

Ott. Per qual ragione? 

Coi Mi è sparita, non so dire dov'ella sia. 

Ott. A voi non è noto ciò che Tè accaduto con 
Lelio? 

Col. Oimèi Non so nulla. Lelio la perseguitava. 

Ott. Sì, la perseguitara? Ella è una paxatrella \ ella è 
(uggita con Lelio. 

Col. Ah signore, non è possibile. La piti onesta gù* % 
vane non praticai di Rosaura « 

Ott. Ma se è fuggita con Lelio. 

Cél. Perdonatemi: Non lo posso credere. Rosmini è 
onesta, e se il vero non dico, mi fulmini il 
cielo. .' x 

Ott. Dunque jLcJio l'avrà rapiu. 
Col. Se cost .fosse, impetrerei per essa la vostra pro- 
tezione . 
Ott m Un* altra volta m' impegnai stamane a proteggerla. 
CqL Deh non 1' abbandonate • 

Ott. La farò rintracciare. Se £a possibile la troverò, 
e se Lelio 1* avrà temeraxiamente insultata , me ne 
renderà stretto conto. 
Col. Che siate benedetto! Il cielo vi feliciti per mil- 
le anni. 
t Incogniti, K SCE- 



i4 t ikCOCNlfÀ 

S C É N A IV. 
Jìdmgène, è detta. 

.. <J-. . v ;..... . 

Min. Olgnorc, questo righetto viene a lei. 

(il* #7 vigtiettO, pMTH. 

Ott. Leggiamo. 

Qol. (PoTcra Rosaura! Nelle mani di Lelio?) (da so. 

Ott. Chi scrive è Rosaura. (* Colombi**. 

€*l. Dot è? Dove si ritrova? Povera sventurata l 

Ott. Udite. Signore, sono in carcere , e no ringr*zJo $ 
Numi, i quali mi hanno preservato -d* un* rveu- 
tur* msggìoré. Ricorro * voi, che siete Fornico , 
ih* fess* in questa terr* soccorrerò un 'mfelic*. 
Sperei chi mi userete gli *tti della vostra pietà, o 
non abbandonerete alia disperazione l* vorstr* se*. 
va Rosaura. Sentite? (a CoUmb. 

Col. Deh non tardate a soccorrere la sventurata . 
*étt. Si , vada tosto à indagar dal Governatore la cm> 
sa della sua carcerazione. Farò tutto per ren^ 
derle assistenza, e soccorso} quando ella di ciò 

*- ' aia degna, e tale sia veramente, quale voi tot Vm~ 

- vetc amorosadtate dipinta . ' (pnrte . 

€JéL Povera la mia Rosaura! ma pia povera me , se 
Corna il vecchio Ridolfo, e non la trova pà' me- 
co! il povero mio marito' è alla campagna, e 
non sa* nulla di ciò. Oh voglia il cielo 5 , che va- 
da tane? «he Rosaura torni a* casa, come e» 
prima* ma lo credo difficile. (r^**** 



SCE- 



ATTO 5 E C JTD O. 1* 

SCENA V. 

Camera nell* Osteria. 

tleonèré, Rùblfry Csmtrmre dtW OsnriA .- 

Cam. J\ Est ino qui serviti. Questa ' è la camera tiiì* 

glioré dell'osteria. 
JT/#. Cena Golonibina, la conoscete voi? (ài cit- 

( mritn . 
C#«. Si signora, la conosco. 
£/-. E'elk qui in Anversa? 
Càrnei è senz'altro. , 
Mie. Ridolfo, facciamola a ndi venire? 
Mid. Anderò io a ricercar Colombina » Già ho pratica 

della terra. 
EU. Si andate, e conducete coti voi Rosaura. 
Mid. Sari tutta lieta nel rivederci . ' > * 
Mi*. Sari pia lieta quando saprà k nuore felici, che 

le rechiamo. 
Màd % Anto di volontà d'abbracciarla. (fsm'} 

». i .» *- 

S C - £ .' N A VL ' 

• Eleencr* sol*. 

JL Orerà Rosaura, etla^ stata fin' ora un giuoco del* 
la fortuna; ma spero, che questa instabile deità , 
fissato il chiodo alla ruota , stanca sarà di perse* 
guirare una srenturata innocente. Io sarò l'arai* 
do felice dei suoi contenti. Per la brama di esse* 
re la prima a mirar col labbro ridente l'afflitta 
gioranc, ho bene impiegato questo piccolo viag- 
K a gio, 



a* V IxeOCKITA 

gio, il quale» tutto che non eccedi le dieci mi* 
glia > comodo certamente non mi è riuscito . 
[siede) Stanca sono, e la stanchezza al ripose* 
ni* invita. Se non torna Ridolfo, sola addormen- 
tarmi non deggio. Ma il sonno sempre più mi 
violenta Oh. Dio! Un momento solo di quiete, 

(s Addormente ^ 

SCENA VII, 

£*/*«, h suddette > poi il Cameriere f 

Uh iNon v* è V Oste ? Non vi con camerieri! 
Non vi è nessuno , che sappi» rendermi conto . . . 
Come! Rosaura ancora svenuta? Che vedo? Que^ 
. : sta non è Rosaura j ma -.se non è Rosaura, non 
è cosa da gettar via. Sola ali* osteria della po- 
sta x chi mai .può essere? Oh buono! Sari un'av- 
venturiera, ed io mi lasticrò. fuggir dallo mani 
una si beli' avventura? Sarei ben pazzo, sé lo fa- 
cessi . 

C#fl& Signore, che fa ella qui? Nelle camere dei fore- 
stieri non s'entra con questa libertà. (* Lelte. 

1*1 Briccone l Casi patii con Jtae l (li & sa* 

(sMsfi. 

Zie. Oimè ! (si svegli* t 

Cam. A me uno schiaffo? 

Lei. Sì, a te, e per giunta un. carico di bastonate. 

(le baste**. 

Cam. Ahi, ahi y ajuto. (font. 

Zie. Misera me! In qual luogo son io venata? 

Lei Prendi e impaca. (chimi* la pert*. 

Eie. Signore , chi siete voi 3 

J,cl. Un galantuomo. 



ATTO SECONDO. tf 

tìe. ftà me che volete? 

Lei. Niente signora , non ti sgomentate « 

Zie. Che fate in questa camera? 



' Lei. Ci sono venuto a caso 



Zie. Perchè chiusa avete la porta? 

X«/. Per non essere disturbato 4 

Zie. Ma che (retendete? 

lei Niente altro, che esibirti là dia serviti ; 

Zie. Sapete voi chi son io? 

Lei. No ho l'onor di conoscervi. 

Zie. Entrate in camera d'una donna, che non concK 

scete ? 
Lei. Un uomo d'onore può entrar dà per tutto. 
Zie. Gli uomini d'onore non perdono il rispetto alle 

dame . 
Lei. Siete dama ? Compatitemi . ( si c*v* il cappello . ) 

Con tutto il rispettò. (? inchina; 

Zìi. Contentatevi di uscir di qui. 
Lei. Òomel Per essere una dama mi discacciate? Cre- 
dete voi eh' io sia qualche Uòmo «di villa ? 
Zie. Qualunque vói siate , aYetc commessa Uh' azione 

indegna. 
Lei. Perchè un'azione indegna? 
Zie. Entrar in camera d'una dònni, che dorme? Chiù-» 

der là pòrta? Ghd pretendete vói di fare còlla 

porta chiusa? 
Lei. Se la porta chiusa vi offènde, ecco che per ut» 

bidirvi io l'apro. (sfre U porto. 

JEle. (Tornasse ^almeno Ridolfo.) 
Lei. Ora sarete contenta; 

Zie. Saro contenta se voi uscirete dà «fue&à stanza . 
ZW. Sonò un uomo d'onore* e-Vdf m'offendete si mi 

scacciate. : r /• 

EU. Restatevi dunque, ed io partirò. (<vd per partire. 
L*l. Nd signota, non partirete. J (T oneste. 

K 3 EU. 



B » r INCOGNITA 

Eie. Mi userete voi un 1 impertinenza ? 
Lei. Vi pregherò di soffrirai. 
Zie. Ditemi, che volete? 
Lei. Placatevi , e parlerò . 
Eie. Parlate; vi ascolterò 50 lp meritate . 
tei. Signora, qui nqn sono venuto per voi; ma poi» 
che la sorte ha offerto ai miei lumi il vostro bel 
volto, sarci stato indegno di un bene, se non mi 
fossi trattenuto a mirarlo. 
He. Cl*i s,iete vqi? 
tei. San uno, che si darà a conoscere, se voi avrete 

la bontà di manifestarvi. 
tle. Ne io vi dirò il mip nome, se voi a me non 

isvelate il vostro. 
lei. Dunque seguiteremo a discorrere senza esserci co- 
nosciuti. 
JLle. Spero, che di qui partirete. 
Lei. Per ora sarà difficile t 
Zie. Vi farò pentire della vostra insolenza. 
Lei. Ora conosco , che siete una gran signora • Pria» 

cipiate a parlare con dei termini gravi, • 
Zie. In questa terra son conosciuta. 
Lei. Io non vi conosco. 
£/#. Mi darò a conoscere al signor Ottavio del Ba» 

gno, ed egli mi farà rendere soddisfazione. 
Lei. Ottavio del Bagno? Lo conoscete voi) 
%U. Io non l'ho mai veduto» ma so esser egli infbr* 

mato della mia casa . 
Lei. Signora, eccolo ai vostri piedi. 
Zie. Voi Ottavio ? Il capo dei Finanzieri ? 
Lei. Si, il vostro servo. 
• fle. Perdonatemi , se vi ho aspramente trattato , e con- 
cedetemi ch'io vi dica, che in villa non siete 
queir uomo prudente , che vi reputa la città . 
lei. Vi dirò, U liberty della villa concede qua!-. 

fbc 



ATTO SECONDO. 99 

che cosa di più. Signora, vi domando perdona; 

£/#. Non vi credeva capace di una simile debolezza * 

JaI. Scasatemi» ve ne prego, e onoratemi di far, che 
io conosca la dama» con cai favello. 

£/#. JLleonpra son'io dei Conti di Castel Rosso. 

JaI. Oh nobilissima dama ! Servitore io sono della vo- 
stra famiglia» ch'io reputo per una delle più co- 
spicue di questo Regno. (Sia maledetto, se s* 
nemmen, che vi sia.) 

E/#. (Non mi altero di vantaggio, poiché d'Ottavio 
ne posso aver di bisogno.) 

lei Ma Contessa mia, per qual motivo siete venuta 
in Avversa? Ditemi, siete sola? 

Mi*. Ecco la persona, che mi ha accompagnata. 

Lei Chi è quel vecchio? 

£/*. E' un cavaliere Siciliano , povero, ma onorato. 

S G E N 4 Vili 
jtfWW/t, $ ditti. 

Mid. VJHi.2 questo signore ? (Ad tUwm*. 

£J#. Egli è il signor Ottavio del Bagno. 

ftid. Oh signore, vi riverisco. Il cielo mi offre oppor- 
tunamente l'occasione di conoscervi in tempo , 
che della vostra assistenza ho estrema necessita. 

J>/. (Che diavolo sarà mai?) Eccomi pronto a seri 
virvi. Comandatemi . 

Rid. Contessa, la vostra infelice Rasava è carcerata. 

J.U. Oimè, che sento! 

lA. Dov'è carcetata Rosaural 

Rt/ In queste carceri, del Governatore . 

£/#. Per qual cagione? 

Lei. Io, io la libererò. (La fortuna ai offre Foce** 
sione di farla mia.) 

K 4 *4 



4* r l&COGÌtlTji 

tid. Io ho saputo la cosa confusamente;. . Mi dicono, 
che un certo Lelio... Vi è nessun» che ci senta? 

(osservMnde U f*rtm„ 

Lei. No, no , non vi è nessuno: parlate . 

Rid. Un certo Lelio bravane, impertinente,..:; 

(si gM*rdfi informe per psetrMi 

Lei. (Ah vecchio disgraziato!) 

Rid. Un figlio di un mereadante, che inquieta il pae- 
se » che solleva il popolo , che rive di prepoten- 
za... (guarà* cerne Ufrà. 

Lei. (Or ora lo bastono.) 

Rid. Costui ha tentato rapir Rottura • Gli ,è sortito di 
farlo . Fu sorpreso con essa in questa istessa oste* 
ria, e la povera giovane è carcerata. 

"Eie. E di quel temerario, che cosa avvenne? 

Lei. (Maledetta!) 

Rid. Non lo so. I birri lo volean prendere , e dicono 
si difendesse; spero , che l' areranno ucciso. 

Lei. (Or ora non posso più trattenermi.) (freme. 

Rid. Signore, vedo, che voi fremete all'udire simili 
iniquità. Per amor del cielo assisteteci, liberate 
quella pòvera sventurata , e se Lelio' non fosse 
estinto, e se queir indegno fosse tuttavia in Av- 
versa, procurate, che sia fatto arrestare, che aia 
punito, ed abbia quella pena, che menta un as- 
1 cassino; 

LeL Ma voi parlare assai male . 

Rìd. Poco dico a quel, ch'egli metita. Perfido, scel- 
lerato! 

Lei. Ah vecchio indegno! Sai tu con chi parli? 

Rid. Oimè! 

Lei. Io son quel Lelio, che tu maltratti, e te non fos- 
si canuto , ti balzerei ai piedi la testa . 

Sie. Come! Non siete voi il Finanziere? 

Lei. Sono il diavolo, che vi porti . Cosi si paria di me ? 

Eie. 



'ATTO SECONDO. +* 

Zie. £ voi tosi trattate coi forestieri ? 

Lei. Giuro al cielo, non so chi mi tenga... 

Rid. Via, ammazzatemi. Io non mi difendo. 

Lei. Vecchio, temerario insolente. (U getta in ter* 

{r*, e fartt* 

Xid. Oimé. 

Zie. Oh Dio! Akatevi* 

JtiA E' partito? 

Ile. Sì, è partito, 

Mid. Andiamo dal Governatore, (parte 4 

Mie. Quanti accidenti! Quante disgrazie! Oh cielo! 
Itore anderà a finire 1* inviluppo di tali , e tanttf 
avventato? (parte. 

SCEMA IX. 

Camera di Ottavio. 

Ottavi*, Rottura, poi Mingerne* 

OH. XjiCcovi in libertà. A me il Governatore noti 
ha ritardata la grazia , affilatasi al carattere mio , 
che non sa proteggere che con giustizia . Or sie- 
te di bei nuova nella mia casa, ma di qui non 
ti esce , se prima non mi rendete sincero conto ^ 
di roi medesima. c 

fot. Signore, non ho mai ricusato di dire tutto quel- 
lo, ch'io so rf 

Ott. Chi é di li? 

Min. Comandi . 

Ott. Dite alla padrona , die Venga qitì . 

Mm. Signore ella non è in casa, è uscita collo sterzo, 
e credo sia andata dal Governatore. (parte* 

Ott. Sari andata anch'essa a piegare per voi. Orsa 
sediamo, e parlatemi con lit*rti. 

A». 



4» r INCQG&ITj! 

Xm. (Oh Dio! Che mai S*ri di Fioiindp?) (siede. 

Ott m Rasserenatevi. Che mai yi tende cosi turbata.? 

Kos. Compatitemi per pietà... 

O*. Ditemi liberamente , vi ascolterò eoa amore , e vi 
assistete con impegno. 

X#*. Quanto so , ve lo dir*} prontamente . Mio padre 
nacque nobile Siciliano j aveva orna bella moglie , e 
questa fu per lui la pù} rata|e aggrazia. Un ca- 
valiere se ne invaghì . Tentò vincere il di lei 
cuore, ma sempre m vano. Acciecato da pazzo 
amore , provò insultar a; si difese la casta don- 
na; passò Tempio alla violenza; ella eoa un* 
itile lo minacciò» ed egli con un pugnale l'ucci- 
se. Mio padre per vendicar la morte della con-r 
sorte, non potendo farlo colla strage dell'ucciso- 
le , fece trafiggere una figliuola , e il cavaliere 
nemico, benché lontano, fece privar di vita due 
rniei innocenti fratelli. Ecco disfatta l'ima e l'air 
tra. famiglia; ecco fuggiti, ed esiliati li due ne* 
mici, confiscati li loro beni, ed io sola rimasta 
viva, forse, perchè in poter della balia, non cb- 
{>e agio d'avermi i\ distruttore del nostro sangue. 
Jl buon Ridolfo, amico del povero mio genito-: 
xe , mosso a pietà delle mie sventure» non ebbe 
cuore di abbandonarmi in quella tenera età. Mi 
accolse amorosamente , e seco a Napoli mi coqt 
dune, e qua! sua figlia mi nutrirmi educò. Ec- 
cp. quanto mi fu narrato dei casi miei , non dal 
prudente vecchio Ridolfo, il quale mi ha negato 
sempre darmi di me contezza ; ma la Contessa E- 
(eonora di . Castel Rosso , eh' e T unica persona, a 
cui note sono le rnie vicende , non ha potuto di 
quando in quando negarmi qualche piccola sod- 
disfazione. Ciò» che a voi "ho narrato in una voU 
ta> l'ho appreso a, poco a poco nel giro di varj 



ATTO SECONDO. +3 

j , anni > e avendomi la Contessa le cose senza oidi- 

i> ne, e senza pensiero narrate» eik non crede, eh' io 

le abbia sì ben ritenute, ed unite", onde sia in 

grado . di formarne un racconto . Se più sapessi , pia 

vi direi « Amo tanto la sincerità , che la preferi- 

g seq ad ogni riguardo ^ e considerando esser voi un 

t . -uomo sajrgio, ed .onesto, s«n certa di meritarmi 

t la vostra protezione, depositando nel vostro cfco- 

I re un arcano , che ho fin' ora con unta gelosia 

j custodito . 

I Qtt. Ma voi! non sapete il nome di vostro padre? 

Jjto. Credetemi signore, io non so né il nome di mio 
padre, né quello della mia vera patria, e se he) 
da dire il vero, dubito non essere nemmeno il mio 
vero nome quello.., con cui mi sento chiamare. 
Qtt. Per qual motivo siete stata condotta in questa no- 
stra terra t 
fias. Mi ci ha cqndotto il mio benefattore, sei mesi 

sono. 
Ott. Lo so» ma per qual causa? 
%ps. Un improvviso pensiere la fé risolverò a qui con- 
durmi» Pace va > ch'io gli fossi cagione d'alto ti- 
more. Pretese nascondermi in questa terra; mi 
consegnò a Colombina > promise che venuto sa- 
rebbe dopo qualche tempo a vedermi . Ma sqn 
passati sei mesi > e invano 1* attendo , e temo o 
ch'ei sia morto, q qualche sventurato tenga da 
me lontano. 
qtt. E voi in luogo d' attendere i] suo ritomo , e senza 
avere di lui novella, volevate fuggir con Florindo ? 
fbs. Le insidie di Lelio mi obbligavano a farlo. Flo- 
rindo aveva promesso condurmi poche miglia da 
qui lontano, in luogo onesto e sicuro. 
Or/, fu sempre imprudente la vostra risoluzione. 
$4;. Attender dovea , cip Lelio venisse colla violenza 

a ìfìr 



*4 V INCOGNITA 

a insultarmi? Due mi volevano* uno colla forzai 
1* aleso coli* «mote ; signore a ehi doveva aderire 
di questi due ? 

Ott. Brava , biava 5 ri difendete assai bene. 

Min. Signore , manda il Governatore a riverirla , e dir* 
le> che due forestieri dimandano di Rosaura -, on- 
de se si contenta riceverli , li ha mandati da lei . 

Ott. Vengano pure . Chi sono ? 

Min. Sono uomo , e donna . V uomo è un vecchio , 
che si chiama Ridolfo. 

Kos. Oh Dio » Ecco il mio benefattore > il mio amo^ 
rosissimo padre . ( si alzana 4 

Ott. Fate, che passino. (Mingine farti.) E la dorma 
chi sarà mai ? (* Rosaura. 

Jtos. Non lo saprei immaginare •• 

SCENA % 
Ridolfo y EUènùra, ed i suddetti. 

C 

"Ras. V-fHe vedo? La mia Contessa. Eleonora ? 

"Eie. Gara Rosaura ; lasciate , che al mio seto-vi stringa < 

Rid. Cara figlia.,, signore, Vi demandò perdono. 

(od Ottavi*. 

Ott. Seguite i vostri teneri affètti. 

Bjs. Quanto mi avete fatto* penare ! 

Rid. Ah ingrata! Quanto mi volevate far piangere. ... 
Signore vi domando perdono . ( ad Ottavio . 

"EU. Compatiteci. Egli ama questa fanciulla» come fi- 
glia, ed io l'amo come sorèlla. {ad Ottavia .- 

Ott. Sorto a parte dei vostri contenti. 

Rid. Lasciate eh 1 io vi abbracci , eh' io mi donsoli . . . / 
Signóre, perdonatemi, siete voi il signor Ottavio ? 

Ott. Quello appunto son'io. 

Rid. (Rosaura, è veramente egli il signor Ottavio del 
Bosco?) (a Resamra* 

R*s. 



ATTO S X C O tf D Q. ì-9 

\ Jfo/. (Sì, è desso.) 

i Mid. (Mi ricordo ancora di quello, che mi ha stnu 

mazzato per terra.) 

fle. Signore, abbiamo necessiti dell' ajato vostro. In 
i me vedete la vostra serva Eleonora dei Conti di 

i Monte Rosso, (*d Otttvio. 

ì Ott. Nobilissima dama, qua! fortunato incontro fa, 

che da voi onorata sia la mia casa? 
i fle. L'affetto, che io ho per questa buona fanciulla, 

mi obbliga a venire in persona a darle la più fe- 
i .lice nuova del mondo. 

Ott. Perdonatemi , se non conoscendovi . , , Presto ... da 
i sedere. Chi è di là ? 

Min, Signore . 

Ott, Da sedere. 

Min. Ho un' ambasciata da farle . 

Ott. Presto. Compatite « (*d Eltènot*. 

Mi». Il signor Lelio dei Bisognosi vorrebbe passare . 

Ott. . Lelio? 

Rid. Oime! Il mio persecutore. 

Eie. Costui è un indegno, che m'insultò. 

&id. £ questo fianco si ricorda di lui. 

Ott. Che cosa vuole? (« Minge»*. 

Min. Io non lo so . Vuol passare . ~~ 

Ott. Digli, eh* io non lo posso ricevere , ma che a suo 
tempo lo tratterò come merita. 

Min. (Se gli dico cosi, è capace di rompermi tutti i 
denti di bocca.) (ftrte. 

Ott. Scellerato! A tanto s'avanza? 

EU. Egli mi ha fatto tremate. 

Mas. Ed io sono stata per sua cagione nei maggiori 
affermi del mondo. 

Ott. Come! Vuoi venire a forza? {ttscrvMnd* U fortéti 

Jts4 Con vostra permissione . (t**** • 

Ott. Ritiratevi. (« &/««*•, ed Elttncr*. 

fin. Cielo aiutami. it**** • 

EU. 



*T V INCOGNITA 

EU. Non ho veduto un temerario maggior di queste. (£*rtw. 
Ott. In casa mia? (s Leti* > eh* tntrs. 

SCENA XL 

£#/. JL Erdonatemi . . . 

Off. Che pretendete da me ? 

£#/. Riverirvi , e supplicarvi di non segarmi una grazia. 

Qtt. Vi ho pur fatto dire, che ora non vi poteva ri' 
cevere. 

Lei. Ed io , che ho necessità di parlarvi , non ho pò* 
tato far a meno di darti il presente incomodo. 

0$t. Con i galantuomini non si pibcedc cori. 

Z*L Finalmente non panni avervi farta una grande ia* 
giuria. Son uomo onesto ancor io, e un Finanzie- 
re non perde della sua nobiltà ad ascoltarmi. 

(cm qemlche Mltertxjc*. 

Off. Via» che pretendete ? 

Lei. In pochi accenti procurerò di sbrigarvi . Io amo 
Rottura, e la desidero per mia sposa. Flcindo 
l'ama» e la desidera al pad di me» ma di no 
tal rivale mi rido» e mi dà i* animo di aver Ro» 
saura > s' ella fosse nel Castello d' Armida . Spiacenti 
per altro avere inteso» che voi difendiate la cau- 
sa dei mio rivale» e per la stima» che ho di 
voi » vengo a pregarvi lasciarmi in liberti di po- 
ter disputare la sposa, senza, mettermi in neces- 
siti di perdere il rispetto a chi tentasse di prò* 
teggere un mio nemico. 

Ott. Voi credete con le vostre parole di mettermi io 
soggezione, ed io vi dico» che ai pari vostri non 
rendo ragione della mia volontà. 



ATTO SECONDO. «f 

tei Signor Ottavio, io to parlato fin' ora eoo tutto 

' il rispetto; 
Ott. Orsù» favorite andarvene da questa casa. 
Lei. Non me n* andrò , se prima voi non mi dite . . . 
Ott. Basta cosi. Ho dei servitori» die vi sapranno con* 

durre. 
Lei. I vostri servi nòti òri spaventeranno pia degli 

sbirri» che ho fatto precipitar da una scala. 
Otti (Costui arriva all'eccesso. £'capaoe di tutte icf 

• iniquità . ) 
Lei. (Principia a temete.) 
f Ott. Ma finalmente, che pretendete da m*> 

Lei. Colle buone» signor Ottavio» colle buone. No*. 

. votici, che proteggesti Fiorando. 
Ott. Io per lui non ho ancora parlato; per lui non hé> 

fatto passo veruno. 
Lei. Se non l'avete fatto voi, l'ha fatto 1» vostra si-» 

gnora. 
Ott. La signora Beatrice? 

Lei. Ella appunto, e so dL certo, ed ho relazione si' 
cura; che ella sia poco' fa passata dalle camere 
del Governatore alla carcere di Florindo. 
Off. (Mia moglie alla carcere di Florindo?) (da se. 
Lei. Abbiamo un Governatore troppo condiscendente, 
che si lascia condurre , che & a modo di tutti , 
e voi, sia detto a gloria vostsa, esigete più sti- 
ma del Governatore medesimo, onde faccio con 
voi quel passo , che con lui non mi degnerei .di far 
certamente . Signor Ottavio , vi supplico , fate conto 
della mia amicizia» non mi ponete in cimento. a 
Ott. (Beatrice in carcere? Per liberar Florindo vi era 
bisogno d'andar in carcere?) (da se.- 

Lei. Signore, che cosa mi rispondete? 
Ott. Ci penserò. 
Lei Pensateci* attenderò le vostre risoluzioni. 

Ott. 



4# r INCOGNITA 

Ott. Andate, ve Io farò sapere. 

Lei. Oh di qui non parco senza la positiva risposta, 

Ott. Parlerà con mia moglie j non so qual impegno 

possa ella aver preso. 
Lei. La signora Beatrice verrà a casa, ed io 1' atten- 
derò. 
Ott. Io devo uscire di casa mia. 
Lei. Servitevi. Frattanto, se mi date licenza, passerò 
un atto di convenienza col padre , o sia tutore , 
o sia benefattore di Rosaura , che so essere in 
casa vostra. 
Off. Si, è quello, che voi avete insultato. 
Lei. L'ho fatto non conoscendolo. 
Ott. £ vi è la dama , che avete egualmente offeso . 
Lei. Le tornerò a chiedere scusa. 
Ott. £ vi son io, che stanco di più soffrirvi , vi dico, 

che ve ne andiate. 
Lei. Signor Ottavio, andiamo colle buone. 
Ott. Giuro al ciclo: Vi credereste di farmi una sovetw 

chieda? 
Lei. Non vi assicuro della mia collera . 
Ott. Temerario! Chi e di là? 

L$l. Chi entrerà in questa porta, passerà per la punta 
di questa spada . (pone mane *IU spMéU* 

SCENA XII. 
F/$Ht Alone, ed i suddette. 

Tan. 1VJ.I passerò per sta porta, e no gh'averò pan* 
ra della to spada. 

Lei. Ah , vi ho detto, che non vi arrischiate a venire. 

fan. Cossa voressistu dir tocco de desgrazia? (si Imm- 
ci* aIU <vits di Lelie, e gli lev* Usfsd*.) Sib- 
ben, che son vecchio, gh'ho ancora forza per de- 

sar- 



ATTO SECONDO. +t 

tarmarle > gh' ho ancora coraggio per casti garte . 
Sta spada ti meri te ressi , che te la cazzasse in tei 
cuor; ma per quanto un fio sia perfido, e scelle- 
rato , el pare no ha da esser ne giudice , ne car- 
nefice del proprio sangue. Mi te sparagno la vi- 
ta ; ma voggia il ciclo, che no la sia desrinada 
a esser spettacolo ai occhj dei malviventi , e ros- 
sor , e tormento , e morte al povero Pantalon . 
Spada infame, spada indegna» che non ti xè sta* 
da mai impugnala per azion onoriate . ma sola- 
mente per prepotenze , per iniquità : si , te voi sca- 
vezzar , ( rompe U spada di Lelio . ) Cusì podesio 
romper i brazzi a quel desgrazià, che te portava 
in centura . Sior Ottavio la me perdona . Son fora 
de mi . Sto fio me orba , el me fa dar in furor . 
La compatissa un povero pare , che dopo aver 
sparso tanti suori , xè in necessiti de sparzer al- 
trettante lagreme per un fio desgrazià . Furbazzo , 
ti sari contento. Varda el to povero pare pi?.nzer 
co fa un putello. No me posso pia contegni rj la 
passion m* ha tolto la man , e prego el cielo , che 
me toga presto la vita. 

ZcL ( Finalmente e mio padre , e m' intenerisce . ) 

Ott. Via , signor Pantalone , acquietatevi . Se vostro fi- 
glio degenera dai vostri onesti costumi , il mondo 
vi fa giustizia , e si sa , che siete un uomo d 1 onore. 

Tan. Ah sior Ottavio, l'amor del pare xè grando, e 
quanto xè più grando l'amor, tanto pili eresse el 
tormento de vedersc cusì mal corrisposto. 

Ott. Vergognatevi, giovane scapestrato, indegno di un 
si buon padre. (* Lelio. 

Lei. Voi m' insultate , perchè non ho la mia spada , 
ma giuro al cielo , non mi crediate già disarmato. 

(ad Ottavio. 

Tan. Come ! Ancora arme ti gh'ha ? Ancora arme . J VLen 
' L'In:cgnita. L qui 



1* V INCOGNITA 

qua desgrazià > se ti gh'ha arme, tilde fora . (Sior 
ÒttaTÌo no la vaga via. ) 

tei. Per caliti lasciatemi stare. (* FémtmUsst t 

Fm*. Mi no te lasso pia star . Cd ti gii* ha arme, fora 
arme. 

Lei. Io non ho niente. 

F+». No te credo, no me 'fido. Toccò de cassia , fo- 
ra arme. (Sior Ottavio la staga qua.) 

Lei. Vi dico, che non ho armi. 

Fan. Sì , che ti gh'ha delle arme. Lassa veder . 

(s'swemts m LelUy t ernie. 

Ltl m Lasciatemi stare . 

Fsn. Son qui, son ai to pie, mi nò me levo, e ti 
no ti scampi, se no ti me da le arme, che ti 
gh'ha in scarsella. (Sior Ottavio.) 

tei. (Non mi sono ritrovato più in un caso simile.) 

Fon. Via, asm resolto? Vustu, che me batta colla boc- 
ca per terra? No sperar , che me leva* no spe- 
rar, che te lassa. 

Lei. ( Non posso più ; mi libererò dalla seccatura , e 
non mi mancheranno altre armi .) Eccovi le mie 
pistole, eccovi il mio stile, che volete di più? 
Eccomi disarmato. Fate ora venire i birri, fate- 
mi prendere , fittemi legare. Avrà il padre la glo- 
ria di aver sacrificato II suo figlio. 

Fm». Gh'astu altre arme? (gli ruetc* per U tasche. 

Lei E voi signor Ottavio, ricordatevi, che mi avete 
offeso, e che sempre non sarò disarmato. 

Fon. (Oh che bestia! Oh che bestia!) 

Qtt. Ancora minacce! Ancora insulti! Chi è di la? 
('vengono slami servi. ) Scacciate a forza* quel te- 
merario. 

Fm». Fermeve; no, sior Ottavio, no la se prevaia dell" 
autorità, che gh'ha ci pare sora del fio, per far 
le so proprie vendette» Mi l'ho desarmà , mi 

glT ho 



, ATTO SECONDO, st 

gli 1 ho levi ogni difesa; ma non l'ho fatto coli 
animo de abbandonarlo a chi lo voi ingiuriar . £1 
ti mio. fio , T ho desarinà > acciò che no 1* of- 
fenda nissun , ini se hissun voi offenderlo ciò , 
son jjui , lo defendo ini ; £1 xè mio fio , el tè un 
scellerato > ma el xè mio fio. Vorria, che el fu*» 
se castiga , ma vorrià fwderlo castigar mi ; Me de- 
spiase , che 1* abbia offéso una persona de merito » 
de autorità . Mi ghé domando perdon per do s ma 
no permetterò , che el se descazza co fa un biron , 
él merita esser punio > mi un galantòmo offeso no 
s' ha da far giustizia colle so man. Vorla, che el 
vaga vii ? La gh* ha fason . Animo , vegnl con mi » 
si vegnl con mi, e consideré, che mi son vostro 
pare per natura» vostro nemigo per giustizia» e* 
vostro difensor per atto de cariti . (parti * 

Lil. Sono stordito . ( t* rU * 

SCENA XIII. 

Ottsvit, fi Minpn*. 

bri. \c Uest* uomo mi ha fatto rimanere fuor di mej 
stesso. Andate < (i servi fatte**.) Un padre di 
questa sorta è capace di operar pia di tutti i ga- 
stighi , che dar si possano a un figlio di mal co-» 
stumc; Di questo fatto è necessari* ne sia infor- 
mato il Governatore. Chi è di là? 

Mi», Comandi . 

Ott. Allestitevi, ch ; io voglio uscire . F ritornata la pa- 
droni? 

Min. Si signore» e* ritornata con il signor Flotindo. 

Off. Florindo era seco? 

Min. Era nel carrozzino con lei . 

&tt< Non occorr' altro. (Mingcm psrt4.) là premuri, 

La che 



sx V INCOGNITA 

che ha mia moglie per questo giovane , par eh' eo 
ceda i limici della pura amicizia . Non vo* però tutto 
ad un tratto determinarmi a credere ciò , che mi 
potrebbe suggerire la gelosia . Sarò cauto , e me 
ne saprò assicurare . V uomo non deve né tutto 
credere , né tutto temere . La troppa fede ingan- 
na, il timore soverchio fa travedere. (p*rt$ . 

SCENA XIV. 

Ridolfo» e Rossur*. 

Rid. V_JrsÙ , venite qui Rosaura , e frattanto che la 
Contessa Eleonora va a far i suoi complimenti al- 
la padrona di casa , discortiamola fra voi , e me . 
Ancora non vi ho potuto dir nulla. Il padre di 
Lelio ci ha tenuti obbligati a quella portiera, e 
in verità non ho potuto trattenermi di piangere, 
vedendo il di lui coraggio , e la di lui tenerez- 
za. 

Kos. Quanto è buono il padre , altrettanto è scellerato 
il figliuolo . 

Rid. Basta , pensiamo a noi . Sediamo un poco . Io son 
vecchio , e non posso star lungamente in piedi . 
( siedono . ) Figlia e giunto il tempo , in cui vi e 
lecito di sapere il nome di vostro padre, quello 
della vostra patria, e il .vostro medesimo, men- 
tre voi non vi chiamate Rosaura. 

Ros. Qual è dunque il mio vero nome? * 

Rid. Teodora. 

Ras. E quel di mio padre? 

Rid. Ernesto . 

R*s. Ed il cognome ? 

Rid. Dei Conti dell'Isola*. 

Re*. Sono io Contessa? 



ATTO S E C O IT D O t $$ 

kìd. Si , Io siete . 

Ros. In qual paese ebbi il natale ? 

Rid. In Cagliari» capitale della Sardegna < 

Ros. Dunque non in Sicilia. 

Rid. No, ve lo assicuro. 

Ros. Perché mi diceste più Volte esser io Siciliana 1 

Rid. Per maggiormente occultare a toì stessa una ve* 
riti , che vi poteva costar la vita . 

Ros. Oh Dio! Da chi mai mi Veniva questa insidia- 
ta? 

Rìd. Da un fiero inimicò del vostro sangue. 

Ros. Da quello forse , che uccise la mia sventurata 
madre, e due innocenti fratelli? 

Rid. Come ciò vi e palese? 

Ras. Lo seppi' confusamente dalla Contessa Eleonora . 

Rid. (Oh donne! Non vi si può confidare un arca- 
no. ) la Contessa Eleonora ha quasi tradito una 
sua cugina. 

Ros. E chi é mai questa ? 
x Rid. Voi lo siete . Poiché da due fratelli aveste la vi- 
ta. 

Rot. Ma perchè dite, eh' ella quasi mi abbia triduo ? 

Rid. Perché ora m'Avveda da qual fonte uscita sia 
quella vode , che sparsa si era per Napoli del 
vostro vivere , e siccome il Conte Ruggiero avea 
giurato di volere spargere tutto il sangue della 
vostra famiglia , tremava sempre? per il timdr del- 
la vdstra vita, terntfndd, c*he andhc d' Olanda * 
ove erasi refugiato il Conte , potesse egli ordina- 
re la vostra mdrte, come ha fatto quella dei due 
bambini. Sentii porre in dubbio, che foste viva, 
e mi fu detto , che V inimico vostro era in Na- 
poli > onde non tardai a togliervi dalla città, e 
in questa terra condurvi , per deludere sempre più 
le diligente del temuto avversario. 

L 3 Ros. 



54 V INCOGNITA 

Ras. Ed ora «piai felici novelle mi avete voi a recare I 

Rid. Sì, figlia, felicissime» e da voi inaspettate. Vo- 
stro padre non menò» che il suo nemico furono 
esiliati dalla Sardegna . Il primo ricorrossi in 
Napoli , il secondo in Olanda . . . 

Rcs. Mio padre in Napoli ? Ma ora dove si trova ? 

fLid. Lo saprete opportunamente. Ciascheduno di loro 
dopo il gito dj Venti anni col mezzo dei buoni 
amici» supplicò la clemenza del Re del perdono, 
e uscì il favorevol rescritto , che pacificati li due 
nemici » potessero ritornare alle case loro . {1 Con- 
te Ruggiero» che fu il primo ad averne notizie» 
si portò in Napoli» e cercò subito di rostro pa- 
dre» ov' egli non ardiva darsi a conoscere; ma fi- 
nalmente assiemato del motivo, per cui veniva 
ricercato, si scopri a persone» delle quali potea 
meglio fidarsi. L'affare è maneggiato assai bene» 
si pacificherà col nemico» e anderà fra poco a 
godere i proprj beni, la patria, gli antichi ami* 
ci, e pia di tutto goder! di voi sua unica, e 
cara figlia , senza sospetti , e senza riserve , e mor- 
rà contento, se prima potrà vedervi nello stato 
comodo» in cui siete nata. 

Ras. Mio padre è in Napoli» ed io non l'ho mai co- 
nosciuto ? 

Rid. Un esule della Sardegna non potea in Napoli ma- 
nifestarsi senza timore. 

Ras. £d ora perchè non viene a scoprirsi alla sua uni- 
ca figlia? 

Rid. La pace non è ancor fra i due nemici conclusa. 

Ros. E che si aspetta a concluderla/ 

Rid. Che voi ne prestiate l'assenso. 

Ros. Io? Si teme forse» che del mio sangue possa io 
volere vendetta? 

Rìd. No, udite. I mediatori di questa pace hanno sta- 
bi- 



ATTO SECONDO. si 

bilico , che per una vicendevole sicurezza d'esser- 
si ogni odio estinto , voi abbiate a sposarvi al 
figlio unico del Conte Ruggiero. 

Hos. (Oimé! Che sento?) 

Rid, In fatti > se queste due famiglie si uniscono, fot* 
meranao col tempo nei vostri figli la casa più 
potente della Sardegna. Né voi odiate lo «poso» 
né lo sposo è in grado di aver odio verso di voi . 
Quello dei genitori si sarà estinto cogli anni, e 
il desiderio di terminar i giorni felici nelle case 
loro paterne i li rara desiderare la concordia, e la 
pace, 

Res. (Ecco per me una nuova sventura!) 

JLid. Ma voi molto poco lieta accogliete una nuova co- 
si felice. Che avete? In luogo di mostrare il riso 
sul labbro» vi cadono delle lagrime dalle pupille ? 

**. Oh Dio ì 

Rìd, Deh parlate ! Non mi tenete sospeso . Ditemi , 
siete voi accesa di qualche fiamma amorosa? 

Rcs. Ah negarlo non posso, 

Kid. Amereste voi forse il perfido di Lelio > 

Jta#. Guardimi il cielo . Amo un giovane civile, o- 
norato > e di costumi illibati . Un giovane cittadino, 
che per tre mesi ha pianto per me , senza che io 
mi sentissi intenerire dalle sue làgrime. Ma oh 
Dio! Le persecuzioni di Lelio, il non aver noti- 
zia di voi, la servitù dell'amante, lo stato mi- 
serabile, in cui mi ritrovava» nino mi ha stimo- 
lato a non ricusare un partito, che giudicai mi 
venisse offerto dal cielo . 

ftd. Si, è vero; tutto ciò giustifica bastantemente la 
vostra condotta; ma non basta a sottrarvi dal 
matrimonio, eh* io vi propongo. Si tratta di da- 
re la vita ad un padre . • • 

£*/. Dovrei dunque iagrifitanni: alle ?n«e di wb, 

L 4 che 



ìé V iXCOGtìlTA 

che non conosco, di uno che probabilmente avrà 
ereditato dai padre 1* odio , eh* ebbe col nostro 
sangue, e il disonesto amore, che provò per la 
mia genitrice ? ^ 

&id. Tutto ciò deve obliarsi , e sarà certamente obliai 
co . Son* anni , che si lavora per questa pace . El- 
la è conclusa, se voi volete. 

Iios. Chi mi può chiedere il sagrifaio del cuore ? 

Rid. Un padre , che vi diede la vita . 

Ros. Questo padre, ch'or vuole, eh' io mi perda per 
lui , che cosa ha fatto per me ? Vent* anni ha sof- 
ferto starmi vicino , e non lasciarsi vedere ? Mi ha 
abbandonata al destino, e se voi non mi aveste 
pietosamente soccorsa , morta sarei di fame . Ven- 
ga da me mio padre , gli parlerò con rispetto ; 

. . ma gli dirò , che quella figlia, a cui egli non 
ha pensato per tanti anni , ora non è in ìsrato dì 
sacrificarsi per lui . 

Rid. Sì, figlia > eccolo quei padre , a cui destini di par- 
lare così. Eccolo; io son quello. Dì, che per ven- 
ti anni a te non ho pensato , che ti ho lasciata 
morir di fame, ch'io sono un barbaro genitore , 
e che non merito da una figlia il sagrifizio del 
cuore . 

Ros. Oimci- Voi mio padre ? 

Rid. Sì s io sono il misero Conte Ernesto . Ah se* non 
fosse stato l' amore , che a te mi teneva legato , 
sarei passato a vivere in liberti in un Regno lonta- 
no. Per te ho penato» per te ho sofferto, per 
te sono invecchiato prima del tempo, ed ora son 
pronto, per non negarti la compiacenza di un 
folle amore , andar io stesso a offrire il mio san* 
gue in vece della tua mano . (V#/x*„ 

Ros. Deh fermatevi per pieti t 

Rid. Ah male spesi sudori! Ah lagrime sparse in vano! 

JUf. 



A T t $ E C O tf T> O. sr 

Rós. Uditemi . Io non mi credea di parlar con mio 
padre. 

Rid. Ma di tuo padre parlavi. 

Rós. Ne mi credea aver un padre Canto amoroso per 
me . 

Rid. Dillo, poteva amarti di più? 

Ros. No , certamente . 

Rid. E tu mi pagherai di si trista mercede ? 

Rós. No , padre , disponete di me . 

Rid. Sei tu risoluta di dar la mano 1 quello > che io ti 
offro? 

Rcs. ( Oh Dio ! ) Si flrò tutto per compiacervi . 

Rid. Ma tu peni a dirlo. 

Rós. Peno, moro, il confesso. Amo Florindo, egli è 
vero; ma la pena, ch'io provo; ma 1* amore,- 
eh* io nutro dia maggior merito alla mia ubbi-» 
dienza , e vi sia per questo più cara di tostra fi- 
glia la rassegnazione. 

Rid. Figlia, mia cara figlia, deh lascia, che al seno" 
ti stringa. 

Rós. ( Ma , oh cicli ! Possibile , * eh* io non abbia mal 
da sentir un piacere, senza che amareggiato nù 
venga da una più crudele sventura!) 

Rid. Andiamo dunque . Non perdiamo inutilmente if 
tempo prezioso. 

Rós. Partirò senza rivedere la mia amorosissima Colom- 
bina ? 

Rid. Sì, la vedrai. La faremo venir con noi. 

Jt«j. Oh Dio partirò.. . 

Hid. Via, dillo? partirò senza -vedere Florindo. 

Kos. Sì , partirò senza vedere Florindo . 



-* $CE- 



j* V INCOGNITA 

SCENA XV. 
Jlor'mdo , e ietti. 

fU. VJOmc? Voi partirete senza vedermi? 

fLos. Oimc ! Qjial vista ? Caro Fiorando . . . 

Rid. (Ora è mcn facile il condurla meco.) 

Jlp. Signore» perché volete involarmi la mia Rottura } 
Mia 1' no fatta con il mio amore» mia col sa- 
grifizio della mia vita, e non vi sarà sulla terra 
chi possa contrastarmi il possesso del di lei cuo- 
re. 

2ti<tf, Si , vi sari , 

FU. E chi fia quest'ardito? 

Rid. Io , che distaccandola dal vostro fianco . . . 

Fio. M vecchio insensato.... 

(métte man* sul!* sféuU, 

FLos. Fermatevi, egli £ mio padre , 

Fio. Vostro padre r 

ftd. Sì , giacché 1* incauta ra' ha discoperto , sì , son 
suo padre . Avete voi ritrovato chi vi potrà con- 
trastare il possesso del di lei cuore ? 

fio. Ah, perchè piuttosto non ho io ritrovato un pa- 
dre amoroso > che mi accordi il possesso della sua 
cara figliuola? 

Ftid. perchè con altri ho disposto della sua mano. 

Fio. Oh Dio! Voi mi uccidete. £ voi Jlosaura soffri- 
rete d'abbandonarmi? 

Ros. Ah quanto terminerei volentieri col mio morirei! 
contrasto di due si tenari affetti. 



5CE- 



ATTO $ Z C O $ T> O x sp 

SCENA XVIr 

Bostrice, ed i suddetti , 

. Jtea. V-/Là , clie si fa in queste stanze ? 
fLid. Signora ci siamo fon licenza elei padrone di ca* 

sa. 
Bea. £4 io > che soi| la padrona, yi prego andarvene 

in altro luogo. 
jlid. Son costretto ubbidirvi. Figlia» frodiamo. Signora, 

dov'è la Contessa Eleonora? 
Bea. La troverete nella Galleria > che yi aspetta. Di là 

dovete passare. 
Rid. Andiamo» figliuola. 

Fio. Dei| concedetemi» ch'io vi siegua. (* Ridolfo. 
Bea. Giovane malnato» cosi pagate chi vi ha liberato 

di carcere? 
Fio. Che pretendete da me ? 
Ros. Florindo » addio . 

Bea. Uditemi. (a Florindo, 

Ilo. Eh! (sprezzando Beatrice.) Cara Rosauza . . . 

5 C E N A XVII. 

lelio con gente armata, e detti. 



/ 



Lei x\ Lontanatevi quanti siete. (firma Rosanra. 
FU. Ah scellerato! 

Lei. Uccidetelo se si muove. Rosaura è in mio po- 
tere » e tu non isperare più di vederla . 

(a Florindo. 
Ros. Padre» Florindo, raccomandatemi al cielo. 

(viene condotta via da Lelio , e da nomini , dm 

dei 



4fé L'INCOGNITA 

dei quali stanno con Farmi al peno di Ti or in do „ 
Bea. Son contentissima. Perdono a Lelio l'insulto fit- 
to alla mia casa per veder fremere quell'ingrato. 

{forte. 

Rid. Oh vecchia età ! Tu m* impedisci il seguirla . Numi 

del ciclo, vi raccomando la sua innocenza, (pmttt. 

( Gli uomini lasciano F brindo , e fmrtin* . 

JFlo. Perfidi scellerati , or mi lasciate ? Or > che non 

mi riuscir! d'arrivarla? Ma farò ogni sforzo pe* 

liberarla. Si, a goccia a goccia spargerò il mio 

sangue, prima di abbandonare Rosaura. Perfido* 

^e ho! Misero sventurato amor mio ! 



tino dell'Atto Sesondo. 



A T- 



JUlnq&mki . 



^ftò^m.Sc.z. 




A TT O TEH2 0. 

SCENA PRIMA. 

N#tte con luna. Bosco con capanna. 

Colombina sol*. 



o 



H poTcra la mia Rosaura! Le tue disavventure 
vanno sempre di male in peggio! Tante me ne 
hanno raccontate, tante ne ho io vedute, che 
mi fanno stordire . Io non credo , che in un gior- 
no si sieno mai combinati tanti accidenti per af- 
fliggere una povera donna. All'alba del giorno 
s'avvia attendendomi in compagnia dell'amante. 

Lo 



«i % r INCOGNITA 

Lo trova il rivale , si battono» ed ella fogge. Si 
ricovera in casa di un Finanziere, e la moglie 
la discaccia; torna a incontrarsi con Lelio, la 
rapisce * e la conduce sulT osteria. Egli li tenta» 
ella si difende * alla fine cade svenata , e libera- 
ta dalle mani di un assassino, passi in quelle di 
un altro, che la costringe a salire in un calesse, 
è partire senza sapere per qual parte del mondo» 
Gran cose! Incontri l'amante! fra li sbirraglia 
. balza dal calesse , e vieti condotta prigióne . Di 
là la libera Ottavio, trova il padre, ed una cu* 
gina , e nel mentre si credè felice , le propongono 
un matrimonio, che ì± rende miseri, e sconsola* 
t ià . Risolve seguire il padre * l' amante giunge , 
- piangono, si tormentano, e id questo mentre ec- 
^ co Lelio, che la rapisce la terza volta. Olì Dio! 
" Dove l'avrà egli condotta? Secondo quel che mi 
; hanno dettò i villani; si avviarono gli scellerati, 
alla volta di questo bòsco . Può darsi > che non 
fidandosi Lelio di altro ricovero , qui destini ce- 
larla sino all' alba novella . Almeno gli riscontras- 
si . Panni di sentir gente . Cresce il calpestio * 
Oimè! Sonò in truppa. Sento piangere ; sento gri- 
dare, principia i tremarmi il cuore . Là curiosi- 
tà cede il luogo al timore. Oh Dio! Eccoli; Mi 
celerò entro questi capanna. 

{intra rulla càfàmmd « 



Set 



JÌTO TERZO. 6*- 

SCENA II. 
L*li* firmato, Rottura t è varj armati-. 



C. ■ 9 , 
__ . Uscodite i passi i e alcuno di voi s'aggiri 

d'incoino al bosco, per essere di qualche sorpre- 
' sa opportunamente avvisati. (tr$ trmsti partono. 

1 Hot. Oh Dei! Che cosa sarà di ine? 

JLfi. Via» cara, non piangete. Accomodate V anima 
vostro ad incontrar quel destino , che vi viene 
dalla sorte esibito* . Io nori intendo oltraggiar 1' o- 
nor vòstro: vi bramo mia sposa, e tal vi prego 
di essere. 

itti. Quai luoghi indegni, è fatali sciegliesté voi per 
le no22£? Prima un pubblico albergo, ed ora un 
bosco? 

tei. Se foste stata meco menò severa i vi avrei data 
la mano in casa di Colombina; ma poiché voi 
mi Costringete a rapire ciò, che tante vòlte vi 
ho chiesto in dono, noti è poca sofferenza la 
mia 5 che io pure continui a pregarvi . 

Ibi. Che pretendereste di fare? 

Lei. Potrei dir voglio. 

Hot. Potreste uccidermi , e niente più . 

L$l. Vi sono degli alberi , e delle corde . 

Mn. Vi sono i Dei > che proteggono Y innocenza. 

ZeL iene, o disponetevi ad esser mia, o vediamo se 
vi sari chi possa trarvi dalle mie mani . 

Kos. Credete voi cosi poco nella provvidenza del eie-» 
lo? 

LtU Ora non ascoltò, che le Voci dell'amor mio. 

Ri?/., Amor perfido» amore scellerato. 

Lei. Se più l'irritate, lo tfambierò in fiero sdegnò. 

&»4 



4+ L'INCOGNITA 

Hos. Oh quanto temo meno il vostro sdegno del rostro 
amore 1 

Lei. Ne faremo la prora. Venite meco. 

Ros. Dei assistetemi . 

Un Arm. Signore . ( venendo dalla scena frettoloso . 

■Lei. Che cosa c'è» N 

Un Arm. Presto . Siamo sorpresi . La sbirraglia e po- 
co lontana . 

Lei. Amici, o salvarci, o morire. Se cadiamo in ma- 
no dei birri , la nostra morte sari ignominiosa . 
Seguitemi , e non temete . Altre volte ho fatto fug- 
gire questa canaglia. 

Ros. £cco , ecco il soccorso del cielo . 

Lei. Giubili indegna, lusingandoti di fuggire? Giuro al 
ciclo ! Non ti riuscirà questa volta , entra in quel- 
la capanna. 

tos. Oh Dioi 

Lei. Cacciatela a fona. (* due armati. 

Ros. Misera me! {entra nella capanna, 

Lei. (Chiude.) Voi restate alla custodia di questa don- 
na, e se tenta fuggire, uccidetela. Saprò rimune- 
rare la vostra fede . Eccovi intanto due zecchini 
per ciascheduno. Ecco in questa borsa la maggior 
parte dell'oro, che aveva mio padre... Sentite U 
calpestio. Prendiamo i posti, e attendiamoli al 
varco, (parte cogli armati , restando due alla c«- 
stodia di Re saura, i quali sì ritirano dietro alla 
capanna . 



SCI- 



Ola 



ATTO TERZO. ** 

SCENA III. 
Arlecchino con lanterna access, 

maledetto sto servir zente matta. Se poi dar de 
sta me padrona > che la voi per forza , che vada 
a st* ora a trovar Florindo ? E toll per causa soa 
son andà squasi in presoti . 1/ è che semo umici 
coi sbirri, da resto i me cuccava senz'alter. Sai* 
rà mej , che fazza quel, che m'ha dir ci barisel- 
lo, e chiappa sci quattro paoli, e. se la patrona 
voi aspettar, che l'aspetta . Za non ho da far al- 
ter, che zirar qui intorno, e se vietk zente avvi- 
sarlo. Oh sto mestier el me pias più del servir. 
Quattro paoli, vadagnadi senza fadiga ? Mo 1' é 
la pia bella cossa del mondo . ( In questo punto 
(-si sentono delle schioppettate. Oh poveretto, mi l 
Coss' è sto negozio ? Oimc , presto , dove me 
nascondio ? Anderò in sta capanna . ( i due ar- 
mati escono collo schioppo, e fanno il chi va 
là.) Ajuto, son morto. Salva, salva. 

(fugge via. 

SCENA IV. 

Lelio con armati. 

LtL J-JCcoci liberati, ed illesi; il lume della luna 
ci ha favr : .to , Quei vili parte son morti , e par- 
te sono fuggiti. Vi siete portati da valorosi, te-. 
nete , eccovi il premio, che meritate, {dà dena- 
ri a tutti . ) Amici, entrata nella capanna > pren- 
dete la donna > guidatela a me viva>.o morta, e. 
L'incognita. M ' * se- 



té L'INCOGNITA 

seguitemi . Io vi precedo , per iscoprirc se «jual- 
che nuovo tradimento ci fosse. 

(parte con alcuni armati. 

SCENA V. 

CoUmhms coniato* fuori dalla capanna a fon* 
dai duo uomini armati. 

Col. Scellerati, che volete da me ? lo non som» 
quella , che ricercate . Ajuto , povera me ! La mia 
pudicizia. (vitti condotta via. 



N 



SCENA VI. 

Arlecchino solo* 

O me par » che ghe sia pia nissun . Posso arri- 
schiarmi de végnir fera de sti alberi . Se savesse 
me dove trovar el Barisello, vorria andarghe a 
dir, che ho sentido della zente, e delle schiop- 
pettade. Mi crederia> che i quattro paoli el me 
li dasse. Quando ghe digo quel/ che ho sentido» 
ho fatto el mio debito. 

SCENA VII. 

Rosaura dalla capanna , od il suddetto . 

***. V-Ih Dio! Dove sono* 
Ari. Zitto, che gh'è dell'altra zente. 
Rot. Sapessi almeno dove ricovrarmi . ^ 
Ari. Una donna! 

Ras. 



ATTO TERZO. 47 

Kos. Oiraè . Ecco un altro assassino . 

Ari. Come parlela signora? Son un galantomo. 

Kos. Mi par di conoscerlo. Dice... siete voi il serro 
del signor Ottavio? 

Ari. Oh diavolo! Siora Rosaura, ben tornada, cossa 
(alla? Ala fatto bon viazo? 

Kos. Deh assistetemi per cariti. 

Ari. Cos'è sta? Ala mal? 

Ras. Conducetemi dal vostro padrone. 

Ari. Ma non posso ; ho un poco da far . 

Ras. Vi prego per carità. 

Ari. £1 Batiseìlo m'aspetta. 

Ros. Tenete questo piccolo anello, e fatemi un tal 
piacere . 

Ari. ( Sto anello el valerà pia de quattro paoli . ) Ba- 
sta per farghe servizio, andemo. 

Ras. ( Oh Dio! £ la povera Colombina? Dove sari sta- 
ta condotta? Che l'abbiano in vece mia strasci- 
nata?) Ditemi, avete voi veduta un'altra donna 
per questo bosco? 

Ari. Mi non ho sentido altro che delle schiopetade, 
e andemo via, avanti che i replica ei punto. 

Ras. Si, andiamo. (Mi sta sul cuore la mia povera 
Colombina.) (p*r** con Arlecchino. 

SCENA Vili. 

Camera di Ottavio con lumi. 

Ott invìo , o Beatrice . 

Ott. V>/rsu, preparatevi partire per Napoli, e in Av- 
versa non pensate villeggiare mai più. 

Bea. Perché una si repentina risoluzione? Avete voi 
soggezione di Lelio? A momenti si aspetta da 
M a Na- 



4$ L x INCOGNITA 

Napoli un rinforzo di birri» con una compagnia 
di soldati per arrestarlo, e quando alla Giustizia 
non riesca di averlo» a voi non manca il modo 
di farlo uccidere, e vendicarvi. 

Qtt. GÌ' insulti» che ho ricevuti \da Lelio» non ande- 
ranno impuniti , ma questo non è il pensiere , 
che più mi occupa» e che mi fa risolvere Tab- 
bandonamento di questa terra» 

Jfe*. Dunque » che mai vi agita? 

Ott. Voi » e la vostra imprudenza . 

£«*. Io? Come? 

Ott. Avete fatto bastantemente parlar di voi . Le vo- 
stre premure per Florindo sono troppo avanzate. 
Ne dubitai alla prima» ora certo ne sono. Me lo 
assicurano i ministri del Governatore» me lo ac- 
* certa la servitù» e Florindo istesso» tutto che 

colorir procuri con aria di pietà la vostra pas- 
sione» non sa negarmi di essere da voi con te- 
nerezza distinto. Una moglie onorata non deve 
nutrir pensieri» li quali a poco a poco scordar le 
facciano il suo decoro. Io non penso già» che la 
vostra passione ecceda i limiti dell'onesti; che se 
ciò mi credessi» un veleno» uno stile sarebbero i 
vendicatori dell' onor mio . Ma poiché tutte le pas- 
sioni si rendono col tempo pericolose, riparerò 
opportunamente ai disordini del vostro cuore. 
All'alba del giorno salirete nel carrozzino; andre- 
te a Napoli, non vedrete più questa terra» e se 
non cambierete costume» più non vedrete la luce 
del sole. (/""• 



5CE- 



ATTO TERZO. 6* 

SCENA IX. 
Beatrice sola. 

V 

JLj Svelata la mia parzialità per Florindo, nota è ad 
Ottavio, e domani principierò a disperare di più 
vederlo. Che mi suggerisce la mia passione? La 
via di mezzo è perduta. Siamo agli estremi > o 
perdere il cuore, o arrischiare il decoro. Ah pur 
troppo ora m'avvedo, che lusingava rne stessa» 
allorché mi crcdea, che la parzialità pei Floris* 
do non fosse amore . Gelosia non si dà senza a- 
more , e chi • vuol far prova se ami o no il 
proprio cuore, esamini s* egli è geloso. Si, parti- 
rò , mi scorderò di Florindo $ ma non soffrirò 

- . mai la ria memoria della sua ingratitudine. Nel 
giorno, ch'io lo traggo di carcere, pianger sugli 
occhj miei per una donna da me aborrita? Perfi- 
do ! Ti odio quanto ti amai , e se dall' onor mio 
mi vien vietato l'amarti, non mi sarà impedito 
4i farti tatto quel peggio , che mai potrò . 

SCENA X. 

Arlecchino y e detta . 

^rl. talora padrona . 

Bea. Ebbene, hai ritrovato florindo? 

*Arl. No l'ho trova in nisson logo, Gh'ho da parlar. 

2ta*. Che vuoi tu dirmi? 

*Arl. Ve tornada. 

*** Chi? 

*Arl. Rosaura. 

Mia. Dov'è tornata? - 

M 3 Ari 



7ù V INCOGNITA 

Ari. L'i qui in sala, che la domanda el patron . 

Bes. Rosaura è qui? Come foggi nuovamente da Le- 
lio? Lelio dove si trova? 

Ari. Giusto adess vegnindo in qua l'ho risto a scu- 
ro , e l'ho cognossiì, che l' arriva ala porta del* 
la so casa. 

Be*. Ed egli non ha veduto te? 

Ari. No l'ha visto ne mi, ne Rosaura, che eza con 
mi. 

Bes. Ma come Rosaura è teco? 

Ari. L'ho trovada per la strada. 

£t*. Io ti ho mandato a ricercare Florindo; 1' hai for- 
se ritrovata verso la di lui casa? 

Ari. Siora sa, verso la di lui casa. 

Ite*. Voleva ella ricoverarsi coli ? 

Ari. Giusto colà. 

Bt*t. (£' giunta a tempo nelle mie mani.) Dunque 
Lelio e in casa. 

Ari. L' ho visto mi . 

Best. L'hai veduto solo? 

siri. L'era solo. In lontan gh'era dell'altra acente; ma 
no credo, che i fosse con hi. 

Beat. Fa, che entri Rosaura... Tu non partire dall'an- 
ticamera, che avrò bisogno di te. 

Ari. Non occorr' altro . (Se sfadiga assai, e se magna 
poco. Se no m'inzegnasse fora via, pover omo 
mi.) {&**** 

Beat. Costei mi somministra un' occasione opportuna 
per vendicarmi di Horindo. 



SCI- 



A TT O T E B Z O. 7 t 

$ C . E N A XI. 

Ros.(\Jlmèl In luogo dei mariti» trovo la moglie 1) 

(d* st. 
B$*. Accostatevi) Rasaura mia, e non .temete. Final- 
mente ho scoperto , die siete una saggia , ed one- 
sta glorine , ho risaputo Tesser vosaa* ho pietà 
delie vostre disavventure, e sono disposta a far 
tatto per rendervi consolata» n, 

B*s. Signora , il cielo rimuneri la vostra. pietà. Ma dir 
temi, se il ciel vi salvi, dov'4 otte padre? . i 
Bes. Vostro padre non i moka di qui lontana, e se 
bramate vederlo, vi firn, scorare dov'agii pre- 
sentemente si trova. 
Bus. Non mi potete fare grazia maggior di questa* 
£e*. Come avete fatto a liberarvi dalle mani di Le- 
lio? 
Bos. Oh Db! Non lo so. Guidorami al -bosco, mi 
xhhise in una capanna. Colà per prodigio vi ri» 
trovai Colombina, ella mi fu levar a, rimasi so- 
la, trovai il vostro servo... Signora, sono agita- 
ta a segno, che non so nemmeno s io viva. 
Bes. Povera sventurata i Ditemi» avete piti veduto Ile? 

rindo > 
Bes. Ah non mi parlate di hi. 
Bes. Lo vedreste voi volentieri ì 
Jta. Oh Dia! Non mi tormentate. 
Be*. (Cosi potessi levarti il cuoce.) 
Bos. Per pietà mandatemi dal mio genitQrev i 
8em> Fiatando sari poi vostro sposo/ 
Bes. Sari di me tutto quello, che è scritta lassa nei 
cielo . ...... 

M 4 Bes. 



*U L 9 itiCÒGklTA 

Bea. (No, non sarà scritto, che tu sia sposa. di fai.) 
Via rasserenatevi , se non potete esser lieta colia 
vista del vostro amante, lo sarete con quella del 
vostro genitóre. Ehi Arlecchino. 

<:: S- e E U A XII. 

- ì Affochino <> 4 U suddetti. 

■ Q 

Ari LJlgiibra. -'.-... 

Bea. Condurrai questa giovine a quella casa, ove rio» 
vasi il di lei padre. 

Ari. Ma dov'ala sta casa? -•' 

Bea. Scioéco 4ión lo sai ? 

Art. No me 1 V arricordo , ' 

Bea. Nel venir ;•- che hctm a questa volta, non vede- 
sti tu entrare un uomo solo in una casa ? 

Ari. E* vero . - • 

Bea. Bene, Sola devi condur Rosaura. 

Ari. Là donca sta so pader? 

Bea. Si, la sta suo padre. 

Ari. (Bisognai che la sia Sola de Pantalea , e sorella 
de Lelia,.) Siora sì, la condurrò là. 

B»s. Oh Dio.' Che non errasse il vostro servo. 

Bea. Non può errare. Avverti non isbagliar: la casa. 

Ari. Non eia dove sta quel vecchio? 

Bea. SÌ per l'appunto. 

Ari. Quel vecchio fbresrier? 

Bea. Sì quel vecchio è suo padre . 

Ari. (Oh bella! L'è fiola de Pantaloni) Àndemo, «ft- 
demo, che ve menerò da vostro pader. 

Res. Lo conóscete voi? 

Ari. Oh se lo cognosso. Chi diavol averia dito» che 
quel fosse- vostro pader? 

Bjs. Né* io certamente l'avrei creduto. 

Ari 



ATTO TERZO. % ? 

Ari. Via , via andcmo. 

Bta. (Senti. M'intendesti. Alla casa di Lelio.) 

(fiano ad ArUubin*. 

Ari. (Si, ho inteso. In casa da so pader.) 

( a Beatricr. 

Bea. (E fa, che passi nelle mani di Lelio.) 

Ari. (Si, de so iradello.) 

Bea. (Che dici?) 

Ari. (Ho inteso tutto. ) Son a servirla. (* Resaura. 

R#* (Il cuore mi presagisce qualche nuora sventura.) 

Bea. Via, andate. (a Rottura. 

Ros. Ah signora , non mi tradite . 

Sem. Mi maraviglio- di voi . Cosi parlate a ima donna, 
che vi soccorre ? 

Ros. Perdonate ; andiamo . ( ad Arlecchini . 

Ari San qua . Sta notte razzo, el menador . 

(farti co» Rosaura. 

Bem. Se Arlecchino non mi tradisce per ignoranza , Ro- 
saura torna in mano di Lelio » e Fiorando rima- 
ne un' altra volta delùso. Pia di lui non mi cu- 
ro. Domani panico per non più rivederlo s ma 
partirò contenta, se partirò vendicata, < (parto. 

SCENA XIIL 

Camera terrena in casa di Pantalone. 

Lilio, ed sì» armate. 

Lei. IVA Io padre sarà ito al riposo; i servi non si 
sentono. Introduci nella mia camera la donna» 
che levasti dalia capanna, {armato parto. ) Ro- 
saura sari mia a suo dispetto. Qai siamo in un 
appartamento terreno, dove difficilmente posso es- 
sere scopertoi abitazione, eh* io sceka mi sono 

M 5 per 



T+ L'INCOGNITA 

1 
pet essere in maggior libertà. Strilli, pure Ro- * 
sauri > non saranno intese le di lei .voci. j 

SCENA XIV. 

CoUwbìn** ed U sudante. 

Lei. VJHe volete voi qui? (* Cehmtbms 

Coi Voi, che volete. da ino» che mi avet^ fatto con- 
durre? x (« Liti*. 

Lei. Io vi ho (atto condurre) 

Col. Si, voi} da me non ci sarei venuta» se avessi 
creduto di guadagnare un milione. 

Lei. Dov'è Rosaura? 

Col. Voi lo saprete meglio di me. 

Lei. £hi. Dove siete ì [chism*. 

Art». Signore . 

Lei. Dov'è Rosaura? 

Arm. Chi è questa Rosaura ? 

Lei. Quella, che vi ho ordinato togliere dalla capan- 
na» e jcondur meco. 

Arm. Eccola, qui. 

Lei Questa? . 

Col. Sì signore, io era nella capanna con Rosaura, e 
quei bricconi mi hanno preso in vece di lei. 

Lei. Oh stelle! Che cosa sento? Ma voi» che faceva- 
te là dentro? 

Col. Mi era rimpiattata per la paura. 

Lei. B perchè tacere? « 

Col. Ho gridato ; ma coloro non si sono mossi a pietà . 

Lei. Voi perchè prender questa» e lasciar quell'almi? 

(air Armste. 

Arm. Questa è quella , che si è presentata alla poeta 
della capanna. 

Cel 



ATTO T M R Z O. 7S 

Col. ( La mia curiositi mi ha facto essere più vicina 
alla poeta . ) {da se . 

Lei. Son disperato * Son fuor di me • Non so chi mi 
tenga, che non mi sfoghi la mia collera contro 
di te. (« Colombina . 

Col. Non ci mancherebbe altro, che vi sfogaste con- 
tro di me. 

Lei. E tu maledetto, tu me la pagherai . (alt armato. 

Arm. Io non a ho colpa . ( parte . 

Cel. Signore» lasciatemi andare « 

Lèi. No ; giacché ci sei , ci devi restale . 

Col. Che cosa volete fare di me? 

Lei. Lo vedrai , lo vedrai . 

Col. (Oh marito mio, ci sono.) (da se. 

A rm. Signore , state allegro. (tornando. 

Lei. Perchè? 

Arm.lL' qui da voi quella Rosaura, che cercate. 

Lei. Còme? Chi la conduce? 

Arm. Arlecchino servitore del signor Ottavio. 

Lei. Che favola é questa? Io non l'intendo, 

Arm. Volete, ch'ella passi? 

ì^el. Si, venga. 

Arm. Manco male, sari contento. (parto. 

Lei. Andate via. (a Colombina. 

Col. Lasciatemi vedete la mia Rosaura . 

Lei. Andate via. 

Col. Vi prego. ,. 

Lei. Andate , o ri caccio dalla finestra. 

Col. Ajuto. 

S C S N A XV. 

Rosaura, od i suddetti. 

Kos. jL/Ov' é Colombina? 

Col. 



76 V INCOGNITA 

Col. Mi ciccia via. 

Ros. Dov'è mio padre? 

Col. Qui vostro padre. Altro che padre. Osservate. 

(le móstra Lelio. 
Kos. Oimé! Son tradita. (vuol* partire 

Lei. Fermatevi, e voi partite. ( * Colombi** * 

Col. Vado , vado . 
Lei. Subito . 
Col. Sì y vado . (Oh se mi riascisse avvisar il signor 

Pantalone. Se potessi mandar gente a soccorrerla! 

Ma questi cani non lasceranno passar nessuno.) 

{forte . 

SCENA XVI. 

Lelio y Rottura , ed armati % 

F 

Lei. -^Ccovi per la quarta volta nelle mie mani. 

Ros. Ah mi ha tradita Beatrice! 

Lei. Chi ? Le. consorte di Ottavio ì | 

Ros. Si, ella. Col pretesto di farmi trovare ir padre, 
mi ha crudelmente sagrificato . 

Lei. Quando vedrò la signora Beatrice» la ringrazi**» 
di una tal finezza. ( Ma Cafambina uscita andrà a 
spargere, che è qui meco Rosaura. Eia. (si acro* 
stano gli armati .) Io chiudo la porta» voi restate 
in quell'altra stanza, e sia chi esser si voglia» 
nessuno entri. Mio padre sari al riposo; ma ce 
mai venisse » avvisatemi . Al nuovo giorno anele- 
remo in luogo sicuro .- In questa notte non abbia* 
mo a perdere il frutto delle nostre fatiche . An- 
date» e ninno passi, e se alcuno si introducesse, 
ammazzatelo, (armati partono > e Lelio chimi* la 

(fere*. 
Rqs % 



A T T T'JE * Z O. f7 

Kos. C Ahi , che il dolore mi opprime . Cielo assistimi , 
che io non torni a svenire.) 

lei. Orsù, Rosaura, è tempo, che pensiate a rassere- 
narvi, considerando, che di qui non si esce, senza 
esser mia ; siate saggia , e la necessità v' insegni 
ad accordarmi la vostra mano , se non volete , 
ch'io mi prevalga dell' occasion favorevole per ob- 
bligarvi. 

J(#*. Signore, le tante volte, che replicate mi avete si- 
mili ingiuriose voci , mi hanno insegnato a meno 
temerle. Vi dirò francamente, che in vano mi 
chiedete la destra, e che pria di concedervi una 
minima parte di questo cuore , spargerò tutto il 
sangue delle mie vene. 

Lei. Ih giuro al cielo ... questo sangue, che sparger vor 
lote .'. . ( si sente rumore alla porta laterale . ) Oh 
diavolo 2 Chi mai sarà, che entrar tenti per que- 
sta porta segreta? Ah altri, che mio padre non 
non può saperla . Ma giuro al cielo non entrerà . 
(va a difender In porta, e si sente , che la but- 
tnno gin.) (Mio padre viene ad arrischiare la 
vita.) Amici soccorretemi, {vuol aprir U porta. 

SCENA XVII. 

Pantalone, $ ditto. 

fantalono butta già Is porta segreta, ed entra con 
lume, $ pistoiese . 



F, 



Tan. Jl Ermete desgrazià . 

Lei. ( Ah maledetta porta ! Come diavolo l' ha egli 

gettata a basso sì facilmente») 
fan. Tocco de furbazzo! Tho trova sul fatto. Xè un 

pezzo che so, che ti te diletti de menar donne 

in 



ys V INCOGNITA 

in sta camera. Cassa fasta de quella povera pat- 
ta? 

Lei. Ma chi diavolo ha detto a voi» che io «a qui? 

P«»« Colombina me l'ha dito. Si, Colombina m'ha, 
trova a toia , che magnava la mia, panada . 

Lek Oxaà> signor padre» io non cono quel perfido, 
che voi pensate . Questa giovine io la desidero in 
moglie. Fino che ella era un'incognita, voi po- 
tevate negarmela con ragione; ma ora, che si e 
scoperta essere la figlia del Conre Ernesto deli' I* 
sola > spero, che mi procurerete una si buona for- 
tuna. 

Fa*. Cossa discia siora, lo votla mìo fio* (*Jt#j**r«. 

Ros. No certamente, e prima morirò, che sposarlo . 

Pan. Sentisti!? (* Lelw m 

Xel. Via > piegatela , ditele delle buone parole . 

SCENA XVIIL 

Ridai fi, ed è suddétti . 

.Rid. V/lmèS Figlia > Sci tu quii Sei tui salva? 
Ros. Ah padre, assistetemi per pietà. 
Psn. Non ve dubiti gnente ,.son <pk mi; e vostra fia 
la defendo mi. (* Ridelfe, 

Lei. Che pretendete voi qui? (* Ridolfe . 

Rid. Pretendo la mia unica figlia. 
Lei Chi vi ha detto, che ella era in mia casa? 
Rid. Lo seppi da Colombina . 
Lei. ( Ah lo dissi 1 Colei ha rotto ogni mio disegno . ) 



SCE- 



ATTOT2RZO. i> 

SCENA XIX. 
Ottavio > ed i suddétti. 

Ott. JL/Ovc non e chi riceva le ambasciate, si pas~ 
sa per necessità. Signor Pantalone di voi veniva 
in traccia . Trovai la prima porta chiusa , e di- 
fesa, e Colombina mi facilitò per altra parte 
l' accesso . 

Lei (Diavolo portati Colombina. Ci mancava costui. ) 

ìan. Cassa me comanda el sior Ottavio! 

Ott. Un uffiziale di Sua Maestà desidera eoa voi par- 
lare . Egli e mio amico , ed io l'ho accompagna- 
to alla vostra casa. 

Lei Non introducete uffiziali. (* Tsntnlene. 

Ott. Eccolo. Passate, signor Tenente, passate. 

SCENA XX, 
Un Tenerne, con sei granatieri. 

Ott. \fc Uesti e il signor Pantalone dei Bisognai , 

(ni Tenente. 

lei (Se verrà per arrestarmi, l'ucciderò.) ( da se. 

Ten. Signore, la vostra casa è circondata da sessanta, 
soldati, e quaranta birri in distanza aspettano il 
vostro figliuolo. (s fémtnlene. 

Lei Io? Giuro al cielo ... 

J>». Fermate. Ecco sei granatieri, li quali hanno oc* 
dine di ammazzarvi, se resistete. 

Lei Olà, dove siete? . (vuol chiamare i suoi armati. 

Pan. Fermete, cossa fastu? 

%ei Dove siete? Dico. 

Ta*. 



$o V 1XCQQN1TA 

Pan. Vustu far una guerra m casa? 

Lei. ( Ah , che i codardi mi hanno abbandonato . Spa- 
ventati dal numero dei soldati mi hanno lasciato 
solo . Misero ! Che farò ì ( éU se. 

Ten. Arrendetevi per vostro meglio. (* Lelio . 

Lei. Sì , le armi onorate dei soldati fanno cniell! im- 
pressione nelT animo mio , che non han filtro quel- 
le dei birri. Io , che ho rovesciata la sbirraglia 
giù per una scala > io che 1' ho disfatta in un 
- bosco , cedo ^ e mi arrendo a un piccolo numero 
di soldati, assicurandovi, che ho coraggio per sa- 
per morire colla spada alla mano. 

Tea. Cedete la spada. 

Lei. Eccola. ( Maledetto destino .) ( da la sua spada 
( al Tenente , ed x egli ad altra per sema . 

Pan. Sior otfizial , per carità cossa sarà del mio po- 
vero fio? 

Ten» Siccome i suoi delitti non sono che di super- 
chierie, non credo, che il suo gastigo eccederà la 
prigionia di un Castello. 

Pan. Vcdeu ? Questo xè quello , che se guadagna a far 
el bravo, a far V impertinente . No so cossa dir. 
Ti xè mio fio, e me despiase vederte in sto mi- 
serabile stato; ma co penso, che stando intno 
castello, e provando i rigori della Giustizia, ti 
poi far giudizio, schivar mazori pericoli, e casti- 
ghi più grandi, ringrazio el cielo j accetto sto 
dolor per una previdenza del cielo, e morirò più 
contento, se te lassò in un iiogo, che poi essere 
un zorno la to salute. (a Lelie*. 

Lei. Per quel, che sento, voi non impiegherete un pas- 
so per liberarmi. (a Pantalone. 

Pan. Ghe penserò. (Cagadonao ti m* ha filtro paura 
tanca a mi. } (da se % 

Tsn. Per questa notte, <jui resterete in .arresto con 



JÌT T O TER Z O. Mi t 

sentinella di vista . Ehi prendete i poèti . ( / sol- 

( dati con bajonett* in canna occupino le ducente . 

Ria. Signor Pantalone , con vostra licenza , prendo mia 
figlia > e meco me la conduco . / 

Tan. Per mi , comodeve pur . 

Lei. (Che smania non poterlo impedire!) (da so m 

Rtd. Figlia andiamo. 

Ros. Eccomi ad ubbidirvi . {pongo. 

Rid. Oh Dio! Quando avrai finito di piangere? 

Ros. Quando avrò finito di vivere. 

Rid. Perchè non ringraziare il cielo di averti preserva- 
ta da tante, e tante sventure? 

Ros. Ah una me ne riserba, che avvelena tutte le mie 
contentezze . 

H'td. T intendo . Tu peni per le nozze , che io ti pro- 
pongo . Odimi ; io t* amo , e pria di vederti do- 
lente , sacrifico anco la mia vita alla tua passione. 

Ros. No, padre, andiamo pure; troppo avete per me 
sofferto , troppo a voi devo . Sarei un* ingrata , se 
ricusassi di compiacervi . 

SCENA XXI. 

Ilorindoy e detti. 

Ti*. JL/Eh prima, che da me v'involiate, permette- 
temi, cara Rosaura, che due parole vi dica; me 
lo conceda il padre , me 1* accordi il padrone di 
questa casa. Rosaura, io vi ho amata, vi amo, 
e vi amerò sempre . Compatisco la necessiti > che 
vi stacca dall'amor mio, voi sarete d'altrui; ma 
io sarò sempre vostro . Voi vi sposerete fra pò- 
co, io morirò quanto prima. 

Rfis. Oh Dio i Non posso ne rispondere , ne mirarlo . 

(piange. 
Lei. 



9i V INCOGNITA 

Lei. (Manco male; se non l'ho io, non l'abbia nem- 
meno il mio riYale. 

Rid. Rosaura, andiamo , Compatite . ( m Vlorinio . 

Ten. Signore , chi sono questi , che piangono ? 

(s Pantalone. 

fan. Do poveri innamorai, che se lassa. Questo xè un 
certo Florindo Ardenti , e quella la Contessa 
dell'Isola, quondam Rosaora. 

Ten. Dov* è suo padre ? Dot' è il Conte Ernesto ? 

Rid. ( Oimè ! Son conosciuto . ) Eccomi ai rostri cenni . 

Ten. Con l'occasione, che io venni ad eseguire in que- 
sta terra gli ordini regj , mi fu data una com- 
missione per voi . Gli amici vostri , che trattato 
hanno il vostro accomodamento col Conte Rug- 
giero, vi fanno sapere, che il di lui figliuolo, il 
miale doveva sposar vostra figlia, ha confessato 
essere segretamente ammogliato in Olanda, con 
sensibile dispiacere del suo genitore . Egli per al- 
tro si è appagato della vostra disposizione ad un 
tal matrimonio , ed ha senz' altre riserve sotto- 
scritti i capitoli della pace , li quali a voi offe- 
risco per ordine dei mediatori , acciò vi consolia- 
te, e siate più lieto nel ritornare a Napoli colla 
vostra figliuola. 

Rid. Siano ringraziati i numi. 

Ras. Caro padre, io sarò dunque libera dal vostro im- 
pegno. 

TU. Signore , quello, che doveva sposar vostra figlia , 

è ammogliato in Olanda? 
•Rid. Ah giovani innamorati, v'intendo. Figlia, l'amor 
mio vi dia quest'ultima prova della sua tenerez- 
> za . Non fia, che il contento di conoscere il pa- 
dre vi costi la perdita dell' amante . Abbracciate- 
vi con giubilo, con letizia, e dalle braccia di vo- 
stro padre passate a quelle del caro sposo . ( fi «v- 

( viri* 



AT T O T E R Z O. *; 

( vicina a Florindo , che la prende por mano . 

Lai. Ah questo è troppo! Toglietemi dinanzi agli oc- 
chj l'oggetto della mia disperazione, o osate di 
questa stanza > o fatemi passare in un* altra . 

( al Tenente. 

Ten. Qui siete in arresto. (* Lelio, 

Rid. Fra poco usciremo. Ora non mi getterete più in 
terra . ( * Lelio . 

fan. ( No so cossa dir. Lo compatisso . Sto veder ma- 
gnar, aver fame, e zuoar, credo che la sia una 
gran pena.) 

SCENA XXII. 

Colombina, % detti* 

Col. Jt Osso venire ? 

Mjos. Si, cara Colombina, venite ad abbracciare la vo- 
stra Rosaura, anzi la vostra Contessa Teodora. 

Tlo. Si,, la mia sposa. 

Col. Evviva, mi consolo di cuore. 

Lei. Tu disgraziata hai sollevato tutti contro di me . 

(a Colombina. 

Col. St> sono andata io per la terra a battere di por- 
ca in porta per chiamar gente in soccorso di 
quella povera assassinata. La Contessa Eleonora 
attende con impiazienza di vedervi. Andiamola 
a consolare . ( a Rosaura . 

SCENAULTIMA. 

Mingono, e detti. 

Min. Olgnore, la padrona è qui collo sterzo > e marn 
da a vedere, che novità ci sono. 

Off. 



* 4 t INCOGNITA; 

Ott. Ditegli , che in «pesto momento , Fiorando ha cia- 
to la mano di sposo alla Contessa Teodora. 

(Mmgene vis.) Signori miei, invito tutti a ter- 
minar la notte in casa mia. 

T*n. Che i vaga pur; mi resterò per sta notte a far 
compagnia a mio fio , za che sa el cielo , «pian- 
do lo vederò mai più . 

Lei. Caro padre, vi domando perdono. 

Jìw». Adesso ti me domandi perdon? Va por dove el 
ciel te destina ; raeggio fin no podeva far un bui- 
Io della to sorte . ( Mingone torna . 

Min. Signore , la padrona se ne torna a casa» e sicco- 
me spunta l'alba del giorno, a momenti partirà 
per Napoli , se V. S. si contenta. 

Ott. Dille , che si trattenga , che non si lasci vincere 
dall'impazienza, che avrò io il contento di ac- 
compagnarla nel viaggio. (Mingane vi*.) (Co- 
nosco il motivo della sua intelleranza. ) Orsù an- 
diamo, clu l'ora si fa assai tarda. Sposi,* siete 
alfin consolati : Conte , voi sarete felice . Povero 
signor Pantalone , voi mi fate pietà > e voi , si- 
gnor Lelio, imputate a voi stesso il vostro .desti- 
no. Gran casi, grandi accidenti accaduti sono in 
un giorno, e in, una notte! Nell'ore dell'ozio di 
tali avvenimenti vo' formarne un romanzo , dal 
quale un giorno potrà cavarsi una qualche buona 
. commedia. 



Fine dell* Commedi* . 



IL POETA FANATICO 

COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA 



Rappresentata per la prima volta in Venezia il Cai* 
novale dell* Anno MDCCLXX, 



ASott» fmuttm. N PER» 



PERSONAGG I. 

OTTAVIO , Poeta Fanatico . 
ROSAURA sua figliuola del primo letto . 
BEATRICE seconda moglie d' OTTAVIO. 
LELIO, amico d' OTTAVIO. 
FLORINDO, amante di ROSAURA. 
ELEONORA vedova. > 
TONINO» giovine Veneziano. 
CORALLINA sua moglie . 
ARLECCHINO , fratello di CORALLINA. - 
BRIGHELLA , servitore d* OTTAVIO . 
MESSER MENICO Veneziano. 
Servi d 1 OTTAVIO. 



AT- 




Gtfi.tfe 7 Va/t Tu.-. 



ATTO PR IMO. 

StENA PRIMA, 

Camera d'Ottavio. 

Ottavio mi tavolino , Eleonora, Vlormdo> Rosaxra 
e Lelio y tutti a soditi . 



Ott. Olgnori miei , la nostra nuova accademia si va 
a gran passi avanzando, e spero sarà ella fra po- 
co annoverata fra le primarie d* Europa , e darà 
motivo d'Invidia, e d'emulazione alle pia rino* 
mate . Voi mi avete onorato del tìtolo di princi- 
pe dell' accademia , ed io non mancherò con tut- 
to il possibile zelo di contribuire all'avanzamenti 
N .i di 




4 IL FOLTA FANATICO 

di essa. Signor Fiorindo ecco la vostra patente. 

Fio. Accetto l'onore, che voi mi fate ammettendomi 
alla vostra accademia. Procarerò di contribuire 
all'avanzamento di essa, ma però con quella mo- 
derazione, che non abbia a rendere pregiudizio ai 
miei interessi domestici. 

Ott. Quando mai la poesia pilo essere di pregiudizio? 

F/v6gni volta, che per attendere ad essa « ruba il 
tempo domto alla carica» al ministero f^aff ccr 

-•♦ N mìa della casa, alia educazione dei figliuoli r 

Ott.jLo trovo sempre bene imptegr^J' ore ,|i3 
SfL no a coìBpTCr colle \£©e:^&e dire pi 

Lèi. Anch io Iprseggiò assai volacpen , t qpu 

* mi chiaA, lancerei tiftto 

piti Signor Iflio j voi siete \m 

f ' " donatemi! siete un poco-^tl 

&r/r III o^i, chi noi critic* > non reti piacere. 

Fio. Criticare , ma óoh satirizzare . 

Lei. La critica , e la satira sono sorelle . 

Fio. Sì, ma una e legittima, e l'altra è bastatila. 

Lei. I legittimi, e i bastardi si confondono facilmente. 

FU. Orsù, non voglio stuzzicarvi. Riflettete, che i 
satirici la finiscono male . 

Ftjos. Signor padre, avete voi iastàtuita un'accademia 
di lettere, o di pazzie? 

Ott. Figlia mia, nelle accademie vi è per lo pio un 
poco dell' uno , e un poco dell' altro ."" 

Fio. ( A me basta vi sia Rosaura : se arrivo a conse- 
guirla, anco dalla poesia ricaverò il mio profittò.) 

Qtt. Signor Fiorindo» favorite di leggere la vostra par 
tpnte, fi dite, se vi pare beo concepita. 

flé\ Vi servo subito. {*fr* > * !*&*- 

Noi Alesato C/txintOy frimctf* 4*i Novelli* ditto il 
Sollecito . 

£#/. Voi dunque siete Alcanto Girini©? (sdOtunm. 

Ott. 



A'T T f R I M Q. f 

Ott. Sì signore, per l'appunto. 

Lei. Ed io , che nome: arrò? 

Ott. Lo saprete a suo tempo. 

Ile. Dorreste mettali nome MaTtaswr. (ad Ottavio. 

Lei. E a voi converrebbe il nome di . . . 

Ott. Il nome ognuno l'avrà. Signor Florkufo tifate a-» 

vanti. . ' 

J/o. Co//* presente patente mostra abbiamo dichiarate 
accademico dei Novelli il saggio, erudite y prudente 
giovine il signor fiorendo Amasi. Troppa, bontà. 
Mot. Giustizia ai merto . 

Fio. Dichiarandolo accademico nostro dei Novelli, e uno 
dei fondatori delV accademia nostra* mi quale >. 
toccato in sorte il nome di Breviane Bilie , deno- 
minato il Patetico. Ammettendolo a tutti quegli 
onori , e prerogative , delle quali e stata J acca* 
demia nostra insignita. 
Ott. Che ne dite? Va bene? 
Fio. In quanto a me , va benissimo . 
Ott. Signor Lelio , ecco la vostra . 
Lei. Che nome mi ave» dato ? 
Ott. Quello , che a sorte dalL* urna è nseito ; 
Lei. Vediamo. Ovano Fatuo. 
Eie. Bello , bello ! Ovaua vien dagli ori , e Fazzm 

dalla pazzia . 
Lei. Non vedo l' ora di sentire il vostro . 
Ott. Ecco, signora , Eleonora la vostra» pacante, 
JEle. Ora leggerò il nome, che vai è toccato. CinxÀa 

Sirena . 
Lei. Bello, bello.' Cinzia è la Imn, che vuoi dke Iu* 
natica, Sirena, cioè lusinghieri, ed ingannatrice» 
JEle. Ma questo poi . . . 
I*lo. Signor Lelio, siete (troppo mordace . 
Lèi. Quando mi viene la palla al balzo , oom la per* 
dono a nessuno. 

N i Fio, 



4 IL TOETA FANATICO 

TU. Voi criticate tutti . 

Lei. Facciano gli altri eoa me ristesse» e saremo del 

pari. 
Off. Figliuola , ecco anche a voi la vostra patente . 

&*s. Ed io, che bel nome aVrò? 

Ott. Leggetelo, e lo saprete. 

Mot. Lo leggerò. Fidslms Ombrasi*. 

JU. Bellissimo nome. Fidslm* vuol dire alma fedele. 

Ott. Signori miei, oggi dopo pranzo faremo princì- 
pio alle nostre radunanze» e da questo giorno j 
avrà origine l'epoca della nostra accademia. ! 

yio. Signor Ottavio , vi levo l' incomodo . Un affine 
di premura mi chiama altrove . i 

Ott. Addio» mio caro.Breviano Bilio. 

TU. Alcanto Carinio » vi riverisco. Fidalma» addio. 

Rts. Addio il mio caro patetico. 

TU. (Quest'accademia vuol cssm a proposito per 
1' amor mio . In grazia della poesia potrò tratta- 
re liberamente colla signora Rosaura » e stabilire 
con essa un matrimonio in versi.) (fsrt§s 

Lei. Amico > a, rivederci . 

Ott. A rivederci» amatissimo Ovano Pazzio. 

Imi Oggi ammireremo il vostro ottimo gusto. (E go- 
deremo alle spalle di un generoso poeta. ) (f*rt*. 

EU. Anch'io vi riverisco» signor Ottavio. 

Ott. Tra noi non ci abbiamo a chiamare coi soliti 
nostri nomi > ma con quelli dell' accademia . 

EU. Benissimo. Addio» Alcanto Carinio. 

Ott. Vi saluto» Cinzia Sirena. 

El$. Fidalma, addio. 

jRm. Addio la mia cara Cinzia. 

Ule. (Bellissime caricature i Ecco la ragione» per cui si 
.. suol dire» che i poeti son pazzi.) (>"**« 

SCE- 



ATT0FR1UO. * 

SCENA IL 

OttOVtO , MtSMMTS . 

Ros. (3lgnor padre , anch' io mi ritirerò in compa- 
gnia delle Muse per rivedese un sonetto» che ho. 
< fatto jeci. 

Qtt. Qual è T argomento di questo vostro sonetto ? 

Sa/. Eccolo qui : Sue vuol palesare il proprio amore *\ 
Filino . 

Ott. Come! Un sonetto amoróso 1 Mi maraviglio di 
voi, che non abbiate rossore a dirlo. Una figlia 
onesta non deve parlar d' amore . 

Ros. Lo stile amoroso mi sembra il pia facile, e il 
pia soave. 

Ott. Lo stile amoroso non è per voi . Le fanciulle non 
devono discorrere di questa pericolosa -materia. 

Ras. Ma caro signor padre», mi avete pur. voi consi- 
gliata a studiare il Petrarca» e me 1' avete dato 
voi stesso colle vostre mani. I sonetti del Pe- 
. esarca sono tutti amorosi , ed io mi sono inva- 
ghita di quel bellissimo stile. 

Ott. Eh se tu arrivassi a formare un sonetto sullo sti- 
le del Petrarca , felice te ! 

Ros. Io certamente mi studio , per quanto posso » imitarlo,. 

Ott. Sentiamo un poco se lo sai imitare. v 

Ras. Eccovi il mio sonetto . Nko vuol pedestre il pro- 
prio smore a Fileno. » 

Ott. Leggetelo, e poi stracciatelo. 

Ros. Sonetto. . . 

Se il tardo incerto, favellar degli etebi 
Al e hot duro non passa y e mi penetra > 
Se per. umide stille ei non si spetta* 
E amon in van tempri suo dardo y a schicchi. t 
N 4 Ott. 



* A TOETA FANATICO 

Ott. Oh bello! Oh che versi! Oh figlia mia, cornea* 
vece fatto ì Possibile , che questi vetsi siano vostri ? 
Ras. Ve io giuro , che sono miei . 
Ott. Oh che bella cosai 

£ amore in van tempri suo dardo, e scocchi. 

Oh cara ! Andiamo avanti . 

Mét. StrsU , $ka i* som na* c*p* 9 esc*- e trabocchi. 

Ott. Fa una cosa; tornami a leggere tutto il sonetti» 

intero. Lo voglio sentire senza interramptmento . 

B#/. Fatò come volete. Io non ho altro gusto» che 

leggere i miei sonetti. 
Ott. Questo è il frutto delle fatiche di noi poeti . Leg- 
gere le nostre composizioni , e sentirci dir bravi. 
Ras. Eccovi un'altra volta il sonetto. 

Se il tardo incerto favellar degli occhi 
Al cuor duro non passa , e noi penetra ; 
Se per umide stille ei non si spetta» 
£ amore in van tempri suo dardo , e scocchi . 
Strale , che in sen non cape , esca , e trabocchi 
Dalle timide labbra» e sia faretra, 
Che di lui passi 1* aspro sen di pietra , 
E la piaga s' interni, e il suo cuce aocchi. 
Timor, vergogna, o verginal rossore» 
Fia, che m'arresti fra le labbra i detti» 
£ la fiamma nel sen respinga, e chiuda? 
Ah non fia ver, che lo permetta amore» 
Amore i casti, ed onorati affetti 
A trista legge non condanna , e cruda . 
Ott. Figlia mia , tu hai composto un sonetto » che va- 
le un tesoro . 
Ras. Mi dispiace, che converti lacerarlo . 
Ott. Come! Perchè lacerarlo ? 
Ros. Perchè è un sonetto amoroso . 
Ott. Va sonetto di questa sorta si può comportare . 
Ras. Ho da farlo sentire t 

Ott. 



ATTO PRIMO. p 

Ott. Certamente. Questo ti può far grande onore. 

Kos. Vorrei darlo al signor Floriado^ 

Ott. Stupirà quando lo vedrà . 

Ros. £ se egli mi risponde ? 

Ott. Non gli basterà 1' animo di fare un sonetto simile. 

M$t. Lo vedremo. 

Off. Sì, lo vedremo. 

Beh Lo vado a ricopiare . 

Ott. Copialo, che tu sia benedetta. 

Jt#/. Mi date licenza, che se 1' estro mi eccita» com- 
ponga dei sonetti amorosi ì 

Ott. Se nanne» a essere di questo stile , non te li so 
vietare . 

Kos. Ma la signora madre , che io veneta per tale > 
benché matrigna, mi sgrida sempre, e non vor- 
rebbe eh* io coltivassi la poesia. 

Qn. Beatrice è una sciocca. Mi pento moltissimo di 
essermi eoa essa rimaritato . V ho fatto per la 
dote; per altro una donna ignorante non era 
degna di me* 

fr*. Quando sente parlare di poesia ride >• e burla , 
come se la poesia fesse una cosa ridicola. 

Ott. Igaocantaccia . 

Ras. Pretende , che io tralasci lo studio delle Muse per 
lavorare, e cucire. 

Ott. Quando potete, fatelo. 

ita £ se T estro mi chiama a scrivere ? 

Ott. Lasciare tutto, e scrivete. 

JUs. ( Non vi è pericolo , che mia matrigna mi veda pia 
dare un punto. Avrò sempre resero poetico per 
liberarmi dal tedio del lavorare . ) (parte . 



SCE- 



«» IL POETA ¥ APATICO 

SCENA IIL 
Ottavio sci*. 

Ott. XYJ-Ia figlia ha co m po st o un sonetto, che mila 
arrossile. Come ha ella facile l' imitarion del Pe- 
trarca l Io ho sempre seguito lo stile eroico, e non 
so» se mi riuscisse di fare un sonetto amoroso sol- 
Io stil del Petrarca. Voglio provarmi. guai saia 
l'argomento? Eccolo. Un amante invita la sua 
bella donna a cantare . Principiamo. 

SoUOttO. 

Al dolce suo» dalP armoniosa lira . . « Armoniosa qua- 
drisillabo non va bene. Bisogna tarlo di cinque 
sillabe. Al dolce suo» £ armoniosa lir* . Armonio- 
sat , ora va bene . Vìen Nice a seior la chiara «tate* 
si canto. Sovra i garruli Cigni avrai tu il van~ 
to . . . Garruli Cigni , Cigni garruli , non so se va- 
da bene . Vedrò se il Petrarca l' ha usato . Il quar- 
to verso deve finire in ira . Sospira , delira , tura* 
Nessuna di queste rime mi piace. Mira , ammira, 
rimira... Ne anche queste. Vediamo un poco nel 
rimario dello Stigliala. Gran bel comodino per i 
poeti è questo rimario! E' vero, che qualche vol- 
ta si accomoda» e si stiracchia il sentimento alla 
rima, ma si risparmia la fatica, e si fa pia pre- 
sto il sonetto . ( Pronao il rimario , o leggo . ) A- 
spira , dira , gira , adira . Sovra i garruli cigni 
avrai tu il vanto . Vanto per cui l' tstesto Apol 
i adira. Questa prima quartina, mi sembra, assai 
Petrarchesca. Alla seconda quartina. Un'altra ri- 
ma in ira . Questo mio cor , che per te sol delira . 
Un'altra rima in auto. Te invita o bella... Te 
invita o bella. .. 

SCEr 



ATTO1KIM0. I« 

S C E N A IV. 

Beatrice, ed Ottavio\ 

f Bea. k3lgnor consorte carissimo. 

ì Ott. Zitto. Te invita * beli*. 

, B#*. Sia maledetta la poesia. « 

! ' O/f . Zitto . ( Bisogna , eh* io ricorra al rimario . ) ( leggi» 

Me*. Questa casa e tutta in disordine per causa della 
poesia. Il padrone poeta, i serritori poeti, la fi- 
glia poetessa , nessuno fa il suo dovere , e tocca, 
a me sola a pensare a tutto. Questa mattina per 
quel che vedo, non si pranzerà. Brighella ha fat- 
to la spesa, e poi subito si è ritirato in camera. 
a comporre, e invece di far fuoco, portar acqua, 
e legna , si perde a far dei versacci . Ma voi sie- 
te causa di tutto . Voi date loro fomento colle 
vostre pazzie. 

Ott. (L'ho trovata .) , ( scrive. 

Be*. Che! Mi lasciate parlare come una pazza, e non 
mi date risposta? 

Ott. Zitto. 

Bea. Cosi non può durar certamente. 

Ott. Zitto ; ho perso la rima , non me ne ricordo più • 
Te invita , * beli* . . . 

Be*. Rispondetemi a questo , che vi dico , e poi me ne • 
vado. 

Ott. Te invita, § beli*, a respirar alquanto. 

Be*. Ma io non sono finalmente la vostra serva. 

Ott. Ma voi mi volete far dar al diavolo. Non vede- 
te , che son qui tutto intento a comporre un so- 
netto , e voi mi fate perdere le rime ? 

B*a. Voi fate il sonetto, e questa mattina non si pranzerà.. 

Ott. Deb non sdegnar. . . Perchè non si pranzerà? 

Bea. 



IX IL TOSTA -FANATICO ' 

Bea. Brighella compone. 

Ott. Chiamacelo, Deh non sdegnar & sfatti meco accanto. 

Bea. L'ho chiamato» e non vuol venire. 

Ott. Dove sta? 

Bea. In quella camera . 

Ott. Ora lo chiamerò io. 

Bea. Via chiamatelo . 

Ott. Zitto. (Una rima in ita. ) 

Bea. Chiamatelo r e* poi finiate il sonetto. 

Ott, Sì , osa io chiamo, (s ali* j* poi torna ni tornimi.} 

Ch'io piota metto. .. 
Ben. E cosi ? 

Ott. Ch* io piota metto ... / 

Bea* Siete insopportabile. 
Ott. £ non dispetto , od ira. Il diavola, che vi porti. 

Brighella > ehi Brighella, dove sei? 

SCENA V. 

Brighella di dentro, e dotti. 

Bri. iJIgnor. 

Ott. Che cosa fai là dentro? 
Bri. Fenisso un'ottava. 
Ott. Via , finiscila, poi vieni qui . 
Bea. E intanto, che finirà l'ottava, chi anderà acom- 
** prare il pane? 

Ott. Oh che seccatura I Brighella, vieni qui. 
Bri. (Fuori.) So* qui. 
Ott. Hai finita 1* ottava ì % 

Bri Signor si. 

Ott. No. piacere. Senti , che cosa dice te padrona . 
Bea. Con questa maledetta poesia, mi volete fer disperare . 
Bti. La prego, la me comande,, fero tutto, ma no la 
maiedissa la poesia» 

Ott. 



ATTO PRIMO. 13 

Ott. Che io pietà mirti, o non difetta ed ir* . 
, Bri. Un gran bei reno. 
Bea. Animo, va a prendere il pane. 
Bri. Lustrissima si. Sior patan, l'ala fatto eia sto 

bel verso ì 
Ott. Sì, io. Scoti queste due quartine fatte ora in 

questo momento . 
Bea Lasciatelo andate, die è tardi. (ad Ottavio. 
Bri. Per carità, la me li lassa sentir. (s Beatr. 

Ott. Senti» e stupisci. Al iole* suo» d armoniosa lira. 
Bri. Oh bello ! 

Ott. Vien Nice a scior la Mota voce ai conte. 
Bri. Oh caro! 

Ott. Sovra i garruli cigni avrai tu il vanto . 
Bri. Garruli cigni . Oh benedetto ! 
Ott. Vanto fcr cui io stesso Apoi s adira. 
Bri. Oh che robba 1 Vanto per cui lo stosso Apol s'adira. 
Boa. £ cosi» è finito? 
Ott. Senti quest'altra quartina. 
Bea. Il mezzo giorno è sonato. 
Ott. Questo mio cor, gèo per to eoi delio* . 
Bri. D*/t>*. Urne daga i beigi, e vago subito, (a Bea. 
fra. Tieni, questo e un paolo. 
Ott. To invita , o beila, o> respirane alquanto . 
Bri. Alquanto. 

Bea. Compra sei pani , e il test» 'fiotti. 
Ott. Deh non sdegnar di starti muco accanto . 
Bea. Tu non mi abbadi . ( a Brig. 

Bri. Signora. 4. 
fé** Che cosa ti ho detto ? 
Ott. Cb % io pietà morto, e non dispetto, ed ira. 
Bri. Oh vita mia ! 
Bea. £ cosi? 

Bri. Cb % io pietà morto, e non dispetto, ed ira. 
Bea. Va a comprare il pane , che ti caschi . la testa . 

Ott. • 



*t+ IL POÈTA FANATICO 

Ott. Vanne, che la mia sposa ornai s'adira. 

Bri. Cb* io fiots morto , e non dispetto, od trs . (fsrtr . 

SCENA VL 

Qttsvw, 4 Bostnco* 

Ott. \Jh bravo ! Oh bravo ! Che beli' estro ha. co- 
sali! Se avesse studiato, sarebbe un portento. 

Bos. Avrei bisogno di discorrervi d'un' altra cosa. 

Ott. Per carità lasciatemi finire questo sonetto. 

Boa. Ascoltatemi, e poi non vi do pili disturbo. 

Ott. Via, parlate. 

Bos. Mi ascoltarne? 

Ott. Vi ascolterò . (vs scrivendo. 

Bos. Voi avete una figlia del primo vostro matrimo- 
nio. Ella è gtande , ella è nubile , ella é vistosa. 
Per causa della poesia in questa casa pratica di 
molta gente . Vengono dei giovinotti > tranano con 
essa familiarmente. Marito mio carissimo, non 
vorrei, che le Muse avessero a far le mezzane a 
questa ragazza , onde tì consiglio a pensarvi. 
Procurate di maritarla, ponetela in sicuro, tro- 
vatele un buon partito» liberatevi da questo di* 
sturbo, e da questo pericolo, che vi troverete 
assai più contento, e io vivere più quieta. Che 
ne dite ? Vi pare» ch'io parli giustamente? Appio* 
vate il mio consiglio? 

Ott. Altornsndo lo voci m doUo suono ... 

Bos. Pazzo» pazzissimo, mille tolte pax». (f***** 



SCE- 



ATTO PRIMO. xs 

S C E N A é VII. 

Ottavi* sole. 

-Ott. dia ringraziato il cielo a che se riè andata. 
Alter/tondo le voci in dolce suono, 
Meo, belVldel mio , Fauni, $ Silvani 
Noi faremo balzar da fonti, e solve. 
Concedi, o Nice, a chi t'adorai il dono, 
E nostra fama ai lidi più lontani, 
Monderà stupefatti uomini, o belve, 
Oh buono ! Oh bello ! Con tutto lo stordimento di Bea- 
trice* hd fatto due Terzetti spaventosi . Bisogna 
nascer cosi. Poeta nascuntur. Presto voglio far 
sentire questo gran sonetto a mia figlia . Gran 
donna! gran poetessa! Bisogna dire, che quando 
l'ho io generata, concorressero alla grand* opera 
le nore Muse» ed Apollo istesso. Si, vado a co* 
municare al parto delle mie viscere , il parto no» 
vello della mia mente. 

£ nostra fama ai lidi più lontani 
Renderà stupefatti uomini, e belve. 
< (recitando parte* 

SCENA via 
Camera di locanda* 
Tonino, e Corallina . 

Ten. V la, cosa gh*è\> Coss'è sta malinconia? Se 
ancoo le cosse va mal, un mitro zdtno le anderà ben. 

Cor. Dite benissimo, se oggi non si mangia , forse forse 
si mangerà domani , e se non domani, può esse- 
re 



%6 IL FOETA FANATICO 

re un altro giorno . Questo locandiere non ci vuol 
dare un pane a credenza. 
Ton. Cara muggier , gh ave rason , ma ve prego no me 
mortifichè d'avaatazo, A verno fenio i bezzi, a- 
verno fenio la roba-, no me xè resta altro , che 
un poco de spine» per cercar ci remedio alle no- 
stre disgrazie . Se me avitt, se me oprimè , scino 
persi affatto, podemo andarse a far seppellir, 
perche moriremo da fame. 
Cor. Per oggi non morirono di fame, poiché ho man- 
dato ^lecchino mio fratello a vendere un fazzo- 
letto di seca, che era l'unico mobile, che mi era 
restato. . 
Ton. Povetawai Dixeme» cara, seu penda d'arerme 

tolto per marta? 
Cor. Compatitemi, queste non sono inotrrogazkxù di 
lare a* una moglie , quando non vi è da mangiare . 
Tom. Poi' esser , che colla poesia se femo strada a qual- 
che fortuna* Mi savi, che per componer in ber- 
nesco, e per impeovisar, a Venezia giera in qual- 
che concetto. Vu sé anca più brava demi, com- 
pone de boa g*xo, compone all'improriso, e col 
vostro stil particoJar v ave sempre fatto onor, 
onde tra m a mi , possibile , che no scovexzimo 
qualche raggio de bona fortuna? 
Cor. Eh caro /tarilo, al giorno d'oggi la povera poe- 
sia non si considera un fico. 
Ton. Eppur mi me son ionameti in vu per causa del- 
la poesia. 
Cor. Mi dispiace aycm data una dote così cattiva. 
Ton. La dote, che m' ave dà, la xè poca, ma la me 

piace .' 
Cer. Sì, vi piace., è tota per voi. Ma «eco mio fra* 
fello. 

SC&- 



9 



AT T O P R 1 Ki O. ti 



SCENA IX, 



k Arlecchino^ e ditti. 



& 



4 ^r/. O Ignori virtuosi, li riverisco, 
Cor. E cosi? 

-rfr/. Come stali d'appetito? 

Ton. Sé qua sempre colle vosrte barzéletft, 

Cor. E cosi del fazzoletto, come è andata? 

Ari. Ve andà. 

Cor. L'avete esitato? 

Ari. L'ho esita, 

Cor. Come? 

Ari. Ve dirò , Son andà in piazza , e per fatmé pas- 
sar la fame , son andà a veder Purichinella. Un 
galant' omo , che nV ha visto el fazzoletto in scar- 
sella, el s'faa imaginà, che lo volesse esitar > e 
per liberarme dalla ftdiga de contrattar , ci me 
1' ha tolto, e el me l' ha porta via. 

Ton, J v* ha roba ci fazzoletto ? 

Ari. Credo, che tolto e roba, voia dir fistcsso. 

Cor. E nii dite, che l'avete esitato? 

Ari. In sta maniera 1* ho esita seguro . 

Cor. Povera me ! come mangeremo? 

Ton. Ancuo , come disnaremio ? 

Ari. Quest T i qitej, ck rad considerand anca mi . 

Cor. Uomo da poco. 

Ton. Senza cervello, 

Cor. Scimunito, 

Ton. Alocco. 

Ari. Se el gridar fa passai 1* frm** jcéinenzerò a gri- 
dar anca mi. 

Cor. Come abbiamo da fare? 

Ton. Come se podernio inafeena£ ? 

Il Poeta fanatico. O Ton. 



tt CL FOETA fanatico.: 

'Ari. Gncnte . Per mi gn* è un ravano , e un pezzo die 
pan avanza jersera. . Vu altri eoa un sonetto per 
omo disnè da prencipi. 
Cor. Eh fratel car0J 

La povera cicala , 
Che d'aria .solamente si nutrisce * 
Canta, crepa, e finisce. 
E' un cantar poco grato» 
Il compor versi, e non aver mangiato. 
Ton. Brava. Cusì mepiase. Passarsela con disinvoltura j 
Ari. Per ancuo ste ben. Co sto madregal in corpo no 

ave bisogno d* altro. 
Cor. Possibile, che non si trovi un cane, che ci ajutz? 
Se io fossi uomo , certamente mi vorrei inge-» 
gnare. 
Ari. Anzi essendo donna podè inzogaarve più lacxi- 

mente . 
Cor. Una donna onorata non può girare per la citti. 
Ari. Gncntcj senza che v % incommodc , podè far ci feto 

vostro anca in casa . 
Ton. Sior jcugnà caro , no so che razza de descotsff 
sia el vostro . So che se nato omo ordenario , e 
se no russe sta la verta , e el spirito de vasta 
sorella , no me saria degni de imparentarme con 
vu . Ste massime , ste proposizion le xè indegne 
de mia muggier, e de mi. Semo do poveri sfor- 
tunai, ma semo àp /ponsotit onorate. Se la fortu- 
na ne vorà agiutar , accettaremo la previdenza òsi 
cielo , se no , pazienza; moriremo de fame più 
tosto , che far male azion , e imparè una volta , 
imparè: 

Che più d'ogni fortuna 

L'onor s'ha da stimar; 

E che chi per magnar vive da sporco, 

Merita de morir scani <jual porco . 

C*r„ 



'JCt T P & 1 U 0. tfi 

Ccr. Signor si , è verissima . 
Chi per saziar la gola , 
La sua ripurazion manda in rovina ,• 
Merita d'esser posto alla berlina. 
Ari. Sior si , 1* è vero . 

Un bel morir tutta la vita onora * 
Ma un bel magnar salva la vita ancora . 
Tàk. Va ne pensé altro , die? a magnar. 
Ari. Orsù vegnl qua , e senti se son un ornò de gar- 
bo 5 e lodeme, e insoazeme. 
fc#r. Che cosa avete fitto di buono? 
Ton. Saria un miracolo , che gtat n'avessi fato una de 

ben. 
Art. Andand per la cittì , ho trova un mio patriota > 
che se chiama Brighella Gambon . S' avemo co- 
gnossu , e per dirvela in confidenza , el m' hi. 
meni 4 far colazìon. 
Ton. £1 v' ha meni a merenda ? 
Cor. Avete mangiato? 

Ari. Ptrvereti ! Ghe vieh l' acqui in bocca . Sto Brighete 
la serve un patron 9 che 1' e perso , morto , e 
spanto per la poesia . Ale curte : ho parla de vu 
altri do , ho dito , che fé versi , co magne , co 
dormi, e ed tè al Iktt } el m' ha promesso, ehi 
adessadesso ci lo condurrà qui. 
C§k Come ! Ghdf persona è ? Prima di riceverlo mi vo- 
glio infermare. 
Art. Oh, che difficolti I L'è un galant'omo, e poi' es- 
se* , che per un per de sonetti el ve daga da 
disnar . 
Ton. Qui bisógni butirse in mar, cercar onoratamente 

de far fortuna. 
Cor. Sento battere. 

Ari. Vago a vedet. Eh se no russe mi, che v* agiutas- 
s* , porcreti vu. Li virtà V è bella, e bona , ma 
O % qual- 



*« IL POETA TANATJCO 

qualche volta una bona lengua vai pia de una bona 
testa» e un omo virtuoso» che no abbia coraggio, 
l' e gioito come un diamante gcezo ; onde come 
dise il poeta: 

Zoggia, che no se netta , è sempre immonda ; 
Testa» che no se squadra» è sempre tonda. 

(psrto> fai ritormm. 

Cor. Eppure anche mio fratello ha dell' està». 

Ton. Vostro pare no gieteio poeta ì 

Cor. E come ! 

Ton. Questa xè la fortuna dei fioi dei poeti ; se no i 
eredita altro, i eredita rostro della poesia. 

Ari. Oc, Tè qua famigo. 

Cor. Chi? 

Ari. El Poeta. 

Ton. Come se chiamilo? 

Ari. Domandeghelo a lu , che el ve lo diri ; 

Cor. Che persona è? 

Ari. Persona prima, numero singobr . (p**t. 

Cor. Non vorrei che mio fratello mi mettesse ha qual- 
che impegna. 

Tom. Si con vostro mano, colia gh' avea pausa ? 

Cor. Mio marito non è solo, 

Ton. E chi ghe xc" con vostri* marie ? 

Cor. A dirlo mi vergogne. 

Vi è quel brutto compagno del bisogno. 



SCE- 



ÀTTOTkIMO. 2t 

S C E N A X. 

Ottavio > Brighili* , $ àtttil 



R, 



i)tt. f\ Inerisco lot signori. 

'Cor. Serva umilissima. 

Ton. Patron mio riverito. 

Ott. Perdonino, se mi fono preso l'ardire di venirli à 
incomodare . 

Ton. Anzi là n' hi fatto grazia . 

Ott. Mi hi detto il mio servitore, che lor signori so* 
nò due celebri, e valorosi poeti. 

Bri. Un mi* patrioto ni* ha inferma del so merito. 

Cor. Poeti siamo, ma non celebri, né valorosi. 

Ton. Semò do poeti ali* snoda del nostro secolo j che 
vuol dir sfortunai , e pieni de disgrazie . 

Ott. Ah pur troppo la poesia non è oggi in quel 
pregio , in cui esser dovrebbe ; spero per alt», 
che non passerà motto ; che risorgerà il regno 
delle Muse, e non «oderà stasa premio chi avrà 
il merito di una cosi bella virtù. 

Tom. Disela da seno? Oh magari 1 

Bri. Scmo drio a perfezionar un'accademia. 

Cor. Anche voi vi dilettate f 

Ott. Sì , è mio servito» . Ha dello spirito, ha dell' 
est» ; lo tengo al mìo servirio per questo . 
Quando trovò poeti , vorrei poterli beneficar 
tatù » vorrei poterli assistere , soccorrere , esal- 
tare. 

Ton. ( Qmo aè giusto el nòstro bisogno . ) 

Ott. Sappiate, eh' io sono principe , e fondatore di un* 
accadami*, * r\ 

O 5 Bri. 



*» . IL T01XA FANATICO 

'Bri. E anca mi, debolmente, sono membro della me* 

desima. 
Ton. Anca vu accademico ? ( * Brighili* . 

Bri. Gh'ho al. titolo de Bidello, ma fazzo anca mi quaU 

coseta . 
Ott. V accademia chiamasi dei Novelli , e se vo- 
lete esserci anche voi ascritti, procurerò di ag» 

gregarvi . 
Cor. Sarebbe per noi troppo onore. 
Qtt, Come vi chiamate? (* Cw. 

Cor. Io ho nome Corallina. 
Ton. E mi Tonin per servirla . 

Qtt. Di che paese siete? (* Tom 9 

Ton. Mi son Venezian . 
Cor. Ed ip sono nata a Bergamo, ma sono stata alle-* 

vata fuori. 
Ott. E molto tempo che siete 10 questa città ì 

(« Tonato. 
Ton. Sarà tre zorni , 

Ott. Siete marito, e moglie? (* CorsL 

Con. Sì signore , e abbiamo i nostri attestati . 
0/f.*Ma per che causa vi ritrovate qui? (* Tom. 

Ton. Ghe dirò : la sappia , che mio pare .»... 
Ott. Ditemi , in che stile componete voi ? ( a Tom; 

Ton. Per el più in bernesco, e in lengua veneziana, e 

mi dileto de improvisar . 
Ott. Bravo! De bei sali $i sentono nel vostro idioma 1 

Gran bella cosa è 1* improvvisare . Sicché vostro 

padre..» Seguitate. 
T*p. Mio pare xc un mercante ricco Venezian , ci guai 

avendo dei negozj in Toscana... 
Ott. E voi signora , in che stile componete ? 

(m CéFslUnm^ 
&r. Un poco in uno stile , un poco nel! 1 altro , 
: . an- 



ATTO PRIMO. 2j 

anch' io qualche volta dico dei versi all' improv* 
viso» 

Ott. Bravissima. £ cosi? (n Tonino. 

Ton. E cusì , el m* ha manda in Toscana , e capitan- 
do a Fiorenza , ho ava occasion de veder , e de 
praticar .... 

Ott. Io compongo volentieri nello stile eroico. 

( * Corni Un*. 

Bri. £ mi in stil macheronico . 

Cor. Ogni stile è belo , e buono , quando si tratta fé? 
' licemente . 

Ton. Cornandola , che seguita la nostra isroriela ? 

(ad Ottavio. 

Ott. Voglio farvi sentire uno dei miei sonetti eroici. 

Ton. Lo sentirò volentiera . ( Ma col stomego vodo gh" 
averò poco gusto . ) 

Ott. Compatirete. 

Cor. Anzi ammireremo. Ma favorisca, sediamo. 

Ott. Come volete . ( siedono.) Notate la difficoltà del* 
le rime , la novità del pensiere , la forza /eia 
condotta. ' 

Ton, Tutte cose maravigliose . 

Ott. Compatirete. Soft* ì fulmini. •< - 

Sonotto. 

De' terribili tuoni al fiero strepito 
L'orrida cupa valle ornai rimbomba 5 
Ogni avello si spezza, ed ogni tomba, 
£ precipita il monte alto decrepito. 

Orsi, lupi, leoni han dato un crepito, 
Qual scordata, stridente, arida tromba. 
Sembra la terra ornai miai catacomba. 
Io tremo , e fuggo , e mi nascondo > e strepito. 
. ^ O 4 Pre- 



i^ IL POETA TAltJfKÒ 

Precipita dal ciel fuoco a biaaeflè, 

S* ode di zolfo , e di bitume il tuffo , 
£ alle quercie si dan tagli, e sberleffo. 
Scntomi pei tenore ahwure il ciuffo. 

Chi avyicn , che i bronzi, éi ferrei tuoni sbefie, 
Tremi del gran Tonante al fier rabbuffo . 
Coi. Bravo. 
Ton. Bravissimo. 
Or*. Compatirete*. 
C*r. Oh che rime difficili! 
Ton. Ghe zè parole che le par canonie « 
Ott. Compatirete, . 
Te», Se la comanda, ghe dirò brevemente la catastro* 

fé dei mii accidenti . 
tot. Catastrofe ! Bella parola, da mettere tn un verso 

eroico. Si là scntircV volentieri. 
Bri, Anca mi , se ei padron se contenta y ghe reciterà 

una piccoli coaqpo$iiión . 
Ott, Sì, fa sentire qualche cosi del tuo. 
$ri. 1 com'patir^. 
Cor. Ammireremo. 
Ton. Sentiremo il vostro spirito.* 
Bri. I compatirà . Diro un' ottava armigera sa lo* sài 

dell'Ariosto. 
Ton. Un' ottava armigera? Atavo .< 
Bri. I compatirà „ 

£ mentre il cavaliet sdisti* in sella, 

Vede il nemico, che l'affronta « fronte» 

Ed egli mette mano alla rotella > 

E fiero il guarda, come Rodomonte. 

U nemica si ferina, e a lai favella 

Con queste , che dirò parole pronte : 

Scendi di sella» o cavalier errante, 

Ch'io ti voglio tagliare; 1* corazza, e il turbante. 

Tom. 



A T T ? R I M O. */. 

Ton. Bravissimo. (Tre pie de più.) : 

Cor. Evviva. 

Bri. I compatirà. 

Ott. Oh via , signoti miei > favoriscano dirmi, per qua- 
le avventura si trovano nella npstra città . 

Ton. Spero, che se la saverà le nostre peripezie, la se 
moverà a compassion de nu . 

Òtt. Peripezie, mi piace; ma è prosaico. 

Cor. Siamo due poveri sventurati. v 

Ott. Ma non si potrebbe sentire qualche cosà poe- 
tica del signor Tonino > e della signora Coral- 
lina ? 

ÌTon. Se faremo cusì > eia no saverà 1' esser mio , e 
mi no poderò sperar gnentt da eia. 

Ott, Ditemi in grazia . Non sapete improvvisare ? 

Ton. Qualche volta improvviso. 

Ott. Ebbene, fate cosi. Narratemi la vostra istoria im- 
provvisando in versi. 

jTori. Se poi benissimo. 

Ott. Via dunque, fate che nel medesimo tempo Senta 
le vostre virtù, le vostre peripezie. 

Bri. Oh magari f Sentirò anca mi volentiera. 

Ton. Cosa dbseu mugier? 

Cor. Dite voi là vostra parte, che io dirò la mia. 

Ott. Animo da bravi. 

Ton. Per narrative no gh' e meggio dell' ottava rima • 

Ott. Benissimo. Spiegatevi in otteavia rima. 

Bri. L'ottava l'è el mio forte anca die mi • 

Ton. La compatirà. 

Ott. Ammireremo. 

Cor. Perdonerà.- 

Ott. Mi meraviglio . ' 

Ton. In lingua veneziana. 

Ott. Benissimo, 

ton. 



** IL POETA FANATICO 

Tw. La compatirà, 
Ott. Non mi fate penare. 

Tq». Mio pare, che in Venezia è un bon mercante, 
A Fiorenza me manda a negoziar: 
Vedo de Corallina el bel sembiante» 
£ me sento alia prima innamorar. 
Benché ordenaria, e priva de contante 
M* ha sa vesto el so spirito obligar. 
Mio pare negoziar m'ha comanda, 
£ mi per obbedir, m' ho maridà. 
Ott. Bravissime. 

Cor. In Bergamo son nata, e da piccina 
Sono stata in Firenze trasportata, 
Ove imparai la lingua fiorentina 
Senza la gorga > che dal volgo è usata. 
Mia zia , che mi condusse, è contadina, 
£ all' orticel mi aveva destinata . 
Erbe, e fior coltivai, ma sopra tutto 
Pensai raccor del matrimonio il fratto. 
"Bri. Evviva. 
Ton % Torno a Venezia colla mia no vizza, 

El pare se ne accorse , e el me descazza » 
E tanto foco contra mi 1" impizza, 
Che farme veder me vergogno in piazza . 
Tutto in un tempo me vien su la stizza ; 
Chiappo su, e vegno via co sta gramazza, 
Finché ho abuo bezzi, semo andai pulito, 
Ma adesso me tormenta 1* appetito. 
Ott. Oh bene! 

Cpr. E finché vive del mio sposo il padre, 
A Venezia tornar noi non vogliamo. 
Fortuna , che per anco io non son madre % 
Onde in poca famiglia- ancora siamo. 
Pericolo non v* e > che genti ladre • 

Ci 



ATTO PRIMO. if 

Ci rubino i bauli, che portiamo * 
Mentre noi non abbiam, come sapete, 
Altro baul, che quello, che vedete. 

( mostra un piccolo baule , ch % e nella ttanza t 
JBr/. Oh cara! 
Ton. Semo do. poverazzi sfortunai , 

£ s* avemo cazzi in la fantasia 
Per esser sempre poveri spiantai, 
De voler coltivar la poesia. 
Ma , grazie al cielo , semo capitai 
Dove regna la vera cortesia . 
Spero poder sfogar la doppia brama 
De saziar la mia fame, e la mia fama, 
Ott. Oh che bella cosa! 
Cor. Signor , l' istoria nostra avete intesa . 
Movetevi di grazia a compassione -, 
Noi persone non siam di molta spesa, 
£ alla tavola avremo discrezione. 
Due giorni son, che abbiam la gola tesa, 
Senza mai mandar già né anche un boccone, 
F tanto tempo , che non ho mangiato , 
Non posso più parlar, mi manca il flato. 
Bri Povere ta! La me fa compassion. 
Qtt. Ho inteso tutto > se posso , voglio anch' io rispon- 
dervi con un'ottava all'improvviso. Io veramente 
non sono solito a improvvisare , ma m* ingegne- 
rò . ( Se avessi il rimario addosso ! ) Basta , mi 
proverò. Compatirete. 

Ho inteso, ho inteso i vostri casi strani, 
Vi compatisco, e ho di voi compassione. 
Verste a casa mia... Venite a casa mia... 
V** 'te a casa mia dunque domani. 
v Vote** -&? „ che veniste oggi , ma per causa della 
f.Ai* *<"M-.* domani. 



2$ IL FOtTA FANATICO 

C*r. Signore , mi perdoni» il verso potrebbe dire: 

Venite a casa mia oggi > e dimani. 
Ott. E* vero , ma parrebbe , che non ri volessi 

più. 
T#». Con un altro verso se comoda . 

Finche volete voi, vi fo padrone; 
Òtt à Bellissimo. Torniamo da capo. 

Ho inceso > ho incesò i vostri casi strani ,- 
Vi compatisco, e ho di voi compassione . 
Venire a casa mia, oggi e domani 
Finché volete voi vi io padrone. 
Una rima in *m 9 ed uni in «w. 
Vivano i fiorentini, e i veneziani, 
Vivan le Muse, e Apollo.. . 
Vivan le Muse, e Apollo...' 
Bri. Mio padrone.;; 
Ott. Sì. Vivan le Muse, e Apollo mio padrone. 

Venire , che a cenar meco v'aspetto... * 
Ton. Io vengo costo, e le sue grazie accetto. 
Ott. Evviva , bravissimo . Sera altri complimenti ve- 
nite in casa mia ; Brighella vi condurrà • 
Vi farò vedere i capitoli dell' accademia ; vi 
darò la vostra patente . Oggi si reciterà , e 
voi vi farete onore . Bravi , evviva ,' mi con* 
solate . Voglio , che facciamo de' mìlìnn; di 
versi . 
innalzar il suo nome ognun procura/ 
£ di noi stupirà... maire natura. (f étrtt ' 

tot. (Oh che vaga, e gentil caricatura!) 
Sri. Andemo , e no perdono tempo. 
Cor. t mio {rateilo? 

Bri. So che Arlechin V è vostro ftadeio . L* è mio pi* 
tiioto . L' e anca In un poco poeta ; f iatxedarò 
anca elo , e el magnerà . 

Ve- 



ATTO PRIMO. 29 

■ v v f \ . :.'• . . . . » 

Venite amici, io vi conduco dove 

Risplende il so} ...di mezzo di , quando non piove . 

Ton. Quando ghe sia' da laorai pi J. piatti, 

Andemo a secondar sti cafri matti . ( fkrte ? 

• C?r r Scrivasi fra le cose rare, e strane, 
■X? %. .Ch* oggi la poesia ci ha dato.jjl pane. 

« . ••". • <• ■ r ' 

6 /*♦ 



v 



f 












AT- 



|j IL VOETA FANATICO 

ftos. Da Filcn , che nel petto il mio cuor tiene , 
Se pietà sperar posso, e non rigore, 
Fortunato penar , dolce dolore , 
Sola, e vera cagion d*ogni mio bene l 

II*. Nice che dei mio cor V impero tiene, 

Suol usar meco, e non temer rigore. 
Nascer può dal suo sdegno il mio dolore ? 
Vien 4alla sua pietade ogni mio bene . 

Jbs. Sappia dunque Filen ch'io peno, ed amo, 
Che il frutto degno dell'onesto affetto 
Di mia fede in mercè, sospiro , e bramo . 

Ih. Se tu mi ami, idei mio, sappi ch'io t'amo* 
E a misura del tuo gentil affetto, 
Darti prova del mio sospiro e bramo . 

JLts. Or che l'arcano mio m* usci dai petto. 

Amor pietoso in mio soccorso io chiamò, 
E da Fileno il mio conforto aspetto. 

Ile. Più frenar non poss • io }* »«* nel petto , 
Nice sola sospiro, è Nice chiamo, 
E la sua destra , ed il suo cuore aspetto . 

Ros. Più frenare non puoi l'amor nel petto? 

Ilo. Nice sola sospiro , e Nicé chiamo, 

E la sua destra , ed il suo cuore aspetto . 

Ito*. Ah se creder potessi , che la vostra risposta fosse 
dettata dal cuore , felice me ! 

Tic. Da dove ebbe origine il vostro sonetto? 

Kos. Da una vera passióne . 

Ilo. E il mio da un affetto aincero . 

Ros. Credete voi , ch'io abbia inteso parlar di Nice? 

Ilo. Sotto il ftpm* di Nice, scorgo quel di Ros aura. 

Rjs. E Fileno chi è ? 

Ilo. Florindo, che a Rottura risponde. 

Ros. Ah signor Ftorindo voi avete rilevato dal mio so- 
netto quello, che altrimenti non avrei avuto corag- 
gio di dirvi . 

FU. 



ATTO SECONDO. ;? 

Ik. Spesse volte le Muse hanno fatto finezze simili . 

R$s. Che eflètto potrà produrre questa mia poetica con- 
fessione ? 

Fio, Le nozze, se vi degnate approvarle. 

Rts. Dunque dalla poesia deriverà il maggiore de* miei 
contenti „ ( 

SCENA II. 

Beatrice > e detti . 

Bea. x\.Osajira > che fate qui in questa camera ? £ voi , 
signor Florindo, dove avete imparate le conve- 
nienze? ' 
Fio. Signora , non è questa la prima volta > eh' io sia 
venuto in casa vostra. 

, Kos. Mio padre mi ha detto, che gli faccia vedere un 
certo sonetto. 
Bea. Vostro padre e un pazzo. Egli ha meno giudizio 
di un ragazzo di dieci anni', ed io, che per mia 
disgrazia sono sua moglie, non voglio perdere di 
vista il decoro vostro., e di questa casa. 
Fio. Signora Beatrice, io ho tutta la venerazione per 
la vostra casa, e tutto il rispetto per la signora 
Rosaura. 
Bes. Ebbene > dunque cosa pretendete da questa ragazza ? 

Fio. Se non temessi una negativa , vi spiegherei il mio 
desiderio . 

jBeM. Io sono una donna ragionevole , se parlerete vi 
risponderò. 

jF/o- Vedo , che mi capite , senza eh' io parli . Sospiro 
le nozze della signora Rosaura. 

*Be*. E voi, signorina, che cosa dite? 

FLcs. Mi raccomando alla vostra bontà. 

!*€*. Sì > ora vi raccomandate a me . 

Il fotta fanatico. P SCE- 



Ì4 & 20ETA FANATICO 

SCENA III. 

Ottavio > e ietti . 

Ott. XjCco qui, sempre gente in questa, camera . Dò- 

' ve scrivo, non voglio nessuno. 
Bea. Io ci sono venata > perché il mie dovere mi ci 

ha portata. 
Ott. Favorite andar *aeBe vostre camere . 
Jlo. Signor Ottavio, perdonatemi. 
Ott. Vi riverisco, Breviario Bilio. 
Bea. Posso parlavi di un affare, che preme? 
Ott. Signora no. Ho da correggere la prefazione per 

l'accademia di questa sera. 
Bea. Signora Rosaura, andiamo. 
Ros. Anch'io avrei d* terminare una composizione* per 

questa sera. 
Ott. Terminatela , e voi lasciatela stare . 
Bea. Sì, face tane. Resterà qui col signor Fior indo. 
Ott. Breviario Bilio è nostro accademico. 
Bt*. E io.*, 

Ott. E voi andate à badare alla rocca. 
Bea. Mi preme 1* onore di questa casa. 
Ott. Se vi premesse l' onore di questa casa , non sareste 

un* ignorantaccia , inimica della poesia. 
Bea. Più tosto , che avere la malattia dei Tersi , vorrei 

essere zoppa, e guercia. 
Ott. Gente cui ti fa motte innanxi sera, (dette al ts~ 

( T»li**. 

Bea. ìi bell'onore» che acquisterà la vostra figlinola! 
Ott. Gente cui si fa nette inmanzi seta . 
Bea. Uomo senza cervello. 
Ott. Gente cui si fa notte... 
Bea. Voi mi volete far crepare. 

Ott. 



aTtù szc ai* ÙiO t a 

Or.*. Innanzi sora. ... * 

Be4 t II diàvolo > che .vi ìpoiti , ..*.-' (furti* 

S G E/. H* ÀT> IV. 

Ottavio > RnmhM) à ìlorindo. 

tot. VJFfnte cai si A ngue innanzi %etoL* i 
Gente Cui si fa notte innanzi sera . 
Figliuoli* miei , lasciatemi in quiete . Ho d* correg- 
gere k prelazione» 11 prìncipi? ; «onerai dispiace * 
Q igmroptitsim* tofUafaria &4 n **i : «** (°&f° l* 
poètica àovrumon*. i#rf# * in*ÌM*io ipusim* scaricate ... 
ita. Signor padre, vjdó «och'id a terminate 1*. mia 

composizione. ... 

Qtt. Sì. tor d*r priviti* allo nostro MUédtmiffa oserei^ 

tastoni* \ - - , • ■• 

rio Aock'io vi leverà 4' wcomod*. :-.i , 
Qtt. Sì . Mogio* iM>h* <*r impmto 4fhtw*&" c + **»•* ». 
Kos. Il «gnor Florindk>*piiò.YCHkir J&etp? 
Qtt. Sì . Pmrti* doèt istituì* nostro facci4- mi m 
fio. Mi permettete > eh* io vada ad assv&ejc. | a signora 

Rosaorai . , ■ •: 

Qtt. Sì. e obi titoU nostro , t dolVmoojkm* pastorali 4 . ; 
Mas. Vada. 

Qtt. Sì. Sappi** d m qm .jx 
fio. Ed io T accompagno i - 
O/f. Sì. Sappiasi d**qus... 
jElo, Andiamo a terminare le nostre composizioni. 

(a testura. 
Ras. E se viene la signara matrigna? 
Tlo. Due onesti amanti non si prendono soggezione. 
Andiamo la mia cara Nice. 

tifico sola sospiro > o tosco chiamo , 

JE la sua distra } od il suo con aspetto, 

. P x tot* 



. . IL 30ETA TANATICO 

Kos. Amor pietoso in mio soccorso io chiamo > 

JE da Fileno il mio conforto aspetto, (parto*** 

\S C E K A V. 

Ottavio toh. 

Ascolta , s* alza, un poco , e poi siede . 



VJHe brava ragazza e costei ! Ella è l' unica mia 
consolazione; non la mariterei per tutto l'oro del 
mondo. La voglio in casa con me, me la taglio 
goder io là 'mia virtuosa -iigiiuola . Ma qui con- 
viene terminare la prefazione. Quanto mi dà fas- 
tidio dover * compare in posa! Se avessi da scri- 
vere in versi mi sarebbe più facile , e in caso di 
bisogno, mi a juterei col rimario. Orsù, sono nell* 
impegno , coj&vien ch'i» faccia di tatto per riuscir 
con onore . 'Poco manca alla sera . Vediamo che ora 
è. (metto fuori V orologio \) Oh diavolo! Mi sono 
^cordato di caricarlo* non* va , è giù la corda, 
e non so , che ora sia. £hi ( chioma . ) Brighel- 
la . Brighella* anderà a vedere che ora è , e mi 
accomoderà l'orologio. Io non voglio perder tem- 
po. Ehi Brighella ; starà componendo , vi vuol pa- 
zienza , verrà . Andiamo avanti . Fosche so tutto 
lo snodi , ed accademiche denommaxàotà... 



SCI- 



A TT OStCOKBO. if 

SCENA VI> 
brighella , ed il suddétto « • 

tiri. Olor padron... 

Ott. La novella istituzione nostra ..< 

Mri. Gti è 4jua un zovenc spiritoso dilettate . anca lu de 
poesia , fradelo de siora Corallina , che rorria re- 
verirla . Eia contenta , che el passa ? 

Or/. Jft» ;*»«* ponderazione , * mistero :.w ~ . 

Bri. Eia contenta , che el passa ? 

Or/. Si . Afo» ;*»£* fonder azione , # mistero . 

Bri. Adesso el razzo regnir . Poverazzo, che el magfta 
anca ciò. {parte i 

Ott. La novelU pianta a? Alloro Abbiamo noi per impresa... 
Brighella , tieni <juest' orologio > e accomodalo sul- 
le ore di piazza. Brighella è andato ria. Qualche 
nuovo estro lo avrà richiamato . Or ora ho fini- 
to . fosche siccome le tenerelU pianto crescano eol£ 
nndnr dèi tempo, o delia loto ombra ingombrano 
i larghi piani. 

Oh bel poetico sentimento prosaico! 
£ della loro ombrn ingombrano i larghi piani • 
■> * 

S C E N A VII, 
Arlecchino ) ed tt$vio . 

Ari. JD Azzo umilissima reverenza ; 

Ott. Tieni. ( senta guardarlo gli da P orolofio, treden* 

dolo Brighella, 

Noi così parimenti anni novelle piante ... 
Ari. A mi) 

P 3 Ott. 



?S. IL TOETA FANATICO 

Ott. Si, Non vedi, che va male ? Noi così parimenti.^ 

Ari. Cosa gbc tfoio da fkr? 

Ott. Va via , lasciami finir questa prefazione ." 

Ari. Ve un omo gettetosò + «L ih* ha dona un relogio 
alla prima . Pazienza l' anderò ; a vender » 

{vuol partite. 

Ott, Andremo i teneri* ramueettU ... -Chi e colui „ che 
: pacete da. questa camera* {vedendo Ariec.), Ehi 
galant* uomo , 

ufr/. Signor, : : 

ott. Che cosa, volete? Che cosa fate in questa camera? 

Ari. Eh. gnente > Yago subito , 

Ott. Che cos * «pesco } 

sàrk V.c T effetto delle so grazie . 

0*A Come? 11 mio orologio? Ah ladro disgrazia*» j Tq 
mi hai .tubato T orologio . . . 

Ari. Se kancl'ha dà eia. colle so man. 

-Ott. Eh > chi « di ià ? Pre*cò , voglio mandar a chia- 
mar gli sbirri. 

Ari. Me rnaravejo , sior > sou uà galant' omo ». 

Ott. Sei uh disgraziato., *m4adco, un asiaksino. Ti sei 
introdotto in casa mia per rubare» é ti sci pre- 
valso dcHia mia distrazione per rapirmi l'orologio 
dimane.. 

Ari. Ghe digo, che son un amo onorato. 

Ott. Le Muse , ihe noti abbandonalo i .suoi divori > mi 
hanno avvertito in tempo per iscoprirti. 

Ari. Sia maledetto qoando son vegnù qui, 

Ott. Ti voglio far frustare , ti voglio far andar in ga- 
lera. 
Rapace, rapitore 7 -f&pfr\ fyigli'acco^ k 

Ari. Son memo d onor corpo 4 ^U bieco * 

Ott. (Come! E 1 un poeta?) 

Mi avete /voi rubato inerirtelo} 

Ari Mi son un galani om , non un marioli , 

Ott, 



ATTO SECONDO. j> 

. (E' poeta, e poetai) Caro amico, vi domanda 
•- r_ - perdono. Ditemi, siete voi servo d'Apollo? 
r /. Canto ancor io colla chitarra al collo* 

- "— ^. Oh caro! Yi domando un' aleni' volta perdono, te 
»- - ero astratto , io ero dall' estro invaio . Ditemi , 

- ~ come è anelata la cosa dell' orologio ? 

/. Me f avi dà colle vostre man. 
■*&.. ~t. Sì , è vero. Ho creduto di darlo a Brighella j- corn- 
ai za patitemi , e in cpest' abbraccio rfcevct* un pegno 
dell'amor mìo. 
rk (Sta volta, se no savevo far versi, stavo fresco . ) 
za-^-tt. Ditemi, caro, chi siete? Come vi chiama** > 

ri. Mi me chiamo Arlecchin , e san fradelo de Co- 
rallina. 
32 tt. Fratello della signora Corallina? 
^~irl. P cr servirla. 

•tt. Di quella brava improvvisatrice? 
^^K Giusto de quela. » 

^ jJtt. Oh siate benedetto 2 Lasciate eh' io vi dia un ba- 
cio, e che vi giuri perpetua amicizia , « poetica 
t m ~, fratellanza. 
\ m Arl. La sappia, sior , che le cose le va mal . 

Ott* Sapete anche voi improvvisare ? 
22 Ari. Qualche volta. 
Ott. Bravo. 
<rr _ -^r/. L'è tre zorni, che sé magna pochette . 

Ott. Questa sera si fan io casa mia una beìk. accade- 
"Z+ mia. 

*,! Ari. Me ne rallegro . E la me creda » signor , che ho 
: £ una fame terribik.' - 

Ott. Sentirete , sentirete , the roba. 
Ari. Se mai la $c contentaste .... 
Ott. Io compongo nello stile eroko . 
Ari. De farne fuakhe cosa... 
Otti E\rraa figlia compone nello «il Petrarchesco. 
-. P 4 <*rl. 



4« IL TOETA FAKATICO 

Ari. La favorissa de ascoltarme ima parola sola ; 

Ott. Dite pure, v'ascolto. 

Ari. Ho fame. 

Òtt. Sì, caro, sì mangerete. Venite qui , voglio farti 
sentir un sonetto . 

Ari. Lo sentirò più vólentiera , dòpo che arerò magni . 

Ott. Voglio > che mi diciate la vostra opinione. Ma 
ecco quel diavolo di mia moglie . Non posso se- 
guitare il sonetto, non posso terminare ia prela- 
zione . Prenderò i miei fogli , -e mi anderò a 'ser- 
rare nella camera di Brighella. (fawtt m 

Ari. Ah signor poeta ; ( autn> *i OttM-v» . 

S C E tf A Vili 
Beatrice , ed Arlecchino* 

Bea. VXAlant'uomo, chi siete yoì? 

Ari. Un poeta per serrala. 

Bea. Siete anche voi un scroccone simile al signor To- 
nino, e alla signora Corallina? 

Ari. Giusto; son fradelio della signora Corallina. 

Bea. E siete anche voi venuto a scroccare con essi ? 

Ari. Procurerò anca mi de tarme onor. 

Bea. Fareste meglio andar a lavorare. 

Ari. Per dirghela, no ghe n'ho troppa volontà . 

Bea. Signo» si , col pretesto d'esser poeta , si fa vita 
oziosa, e da vagabondo. 

Ari Chi eia in grazia? 

Bea. Sono la padrona di questa casa. 

Ari. M'imagino, che la sari poetessa anca eia. 

Bea. Sono il diavolo, che vi porti . Andate fuori di 
qui . 

Ari. Cornei Cusi se scazza i galantomeni ? 

Bea. Andatene ,• altrimenti vi farò cacciare per fora. 

Ari 



'ATTO SECONDO. *» 

Ari. La donna biava , e accona 

Scaccia , chighe voi tor, e col chi porca, (p*r. 

SCENA IX. 

. Coralli** , o Beatrici . 

<for. O Ignora, perchè scacciate voi mìo fratello? 
Bea. Perché la mia casa > non ha da essere il ricetto 

dei vagabondi. 
Cor m Signora mia permettetemi , ch'io ri dica un apo- 
logo. 
Bea. Che cos'è quest'apologo? 
Cor. Vuol dire un favoletta . 
Bea. Io non mi curo delle vostre scioccherie • 
Cor. Sentitela, e non vi dispiacerà. 

Cadde una pecorella dentro un pozzo, 
£ facea per uscir qualche schiamazzo > 
Id un lupo, che aveva pieno il gozzo 
La derideva, e ne iacea strapazzo. . I 

Giunse il pastore , e uccise il lupo sozzo > 
£ la pecora trasse fuor del guazzo : 
S* io la pecora son , che si strapazza , ' T 

Rammentatevi il lupo, o gente pazza . 
Bea. Còme 1 Che tementi è questa ? 'Dare a me di' 
pazza? > 

Cor. Signora v* ingannate , io non parlo di voi . » 

Bea. Dunque di chi parlate? 

Cor. Parla la favola di chi ride del male altrui , di 
chi si beffe delle altrui miserie , di chi non por- 
gerebbe la mano a un misero , che si affoga per 
trarlo fuori dal suo pericolo . 
Bea. Io non ho sentimenti si barbari . Piace a me pu- 
re la cariti , ma mi piace farla a chi la merita . 
Cor. Sapete voi distinguere chi fxà meriti la cariti?' > 

Bea. 



+2, IL fOETA FANATICO 

Xe*. M' insegnereste ancor questo ? La cariti la merita» 
no i poveri , che vanno questuando , quei che 
sono imperfetti, quei che domandano pietà col- 
le • loro lagrime , eolle loro strida . 
Cor. Permettetemi, eh* io vi reciti un'altra favola. 
Bea, Mi direte qualche altra impertinenza ? 
Cor. Non vi è pericolo. 

Vi son quattro animali in ima grotta > * 

i Ciascun de* quali il nuovo cibo aspetta. 

Entra il custode, e tre di loro in Bottai 
Gli vanno incontro per mangiare in fretta» 
Il coniglio non esce* e non borbotta, 
£ quel che dagli il suo padrone accetta . 
£ il padron porge al buon coniglio il frutto , 
Perchè gli altri uova* k> san per tutto . 
2to. Vuol dire la vostra favola per quel ; che inten- 
do, che la carili va fatta a chi non la sa do* 
mandare . 
Cor. Per V appunto „ 
Be*. Quand' i «osi > i poeti certamente da me non 

T avranno ♦ 
Cor. E perchè? 
??*. Perchè essi domandano più sfacciatamente degli 

altri, onde li dispreizo tatti egualmente. 
G&r. Un* altra favola , e vado via . 
$e*. Oh sono annojata! 
Cor. Di animali poteim era uoa truppa , 

Che mangiava di semola la pappa > 
Di moscato fu lor data una feuppa 
Entro le madreperle fatte a cappa . 
Ciascuno si ritira, e si raggruppa, 
£ dal moscato 9 e dalle perle scappa; 
Onde queste parole sono uscite: 
Ai. porci non si dan le margarite. (/«>** * 
£** Temeraria, indegna! Questo ancor dovrò sofiiie? 

Giù- 



/ 

ATTO S E C O N D O. +3 

Giuro al cielo , se non mi vendico, non son chi 
sono . 

S. C E N A "X 
Tonino , $ Bestricg , 

7"wl JL A trema reverita , con chi la gh' ala ? 

£**, Con quella temeraria di vostra moglie, 

Tvtk Desgraxiàda! Costa gh'aia fatto? 

Bea. Mi ha perduto il rispetto . 

jTw». Batorìeelial La pago dirne come eia stada. L* 
castigherò ." ( Bisogna imbonirla > chi voi magnar 
in'pase. ) 

£e*. Fa la dottoressa, dice gli apologhi , dice le fa- 
vole , e offende , e tocca sul vivo . In casa mia ? 

Ton. Me par impossibile, che Corallina sia scada ca* 
pace de un'insolenza de. sta sorte, perchè so con 
quanta stima , e con quanto respetto la' parla de 
eia . No la fa , che loèaxsf della so bontà , e 
della so cortesia . ( Voggio veder «e me basta 
1* animo de farmela araiga , acciò che no k me 
rebalta . ) 

jffttL Questa non e la maniera di vivere a spalle «titilli 
a forza d'impertinenze. 

Ton. Mi ghe assicuro» ctte.sparzcria tato -el. sangue, 
che gh' ho in te le vene , perchè mia ii w ggm non 
gh' avesse di sto desgusto. 
Pem. Vi dispiaceri, perché temete , ch'io vi faccia usci- 
re di questa casa» 
Ton. La me perdona, no la tne cogoossc . Mi son un 
omo, che vive per tutto, e se no la. me vede vo- 
lontiera , hi sto momento sùtt pronto andar via . 
Me despiase unicamente esser sta causa elei so di- 
sturbo, perchè, la me permeca , che ghc lo diga 

de 



** IL TOETA FANATICO 

de cuor; eia xè una persona > che stimo infinita-» 
mente , e ghe zuro , che in tutto quel mondo, 
che ho pratica , non ho trova una persona pie 
giusta» più amabile , più discreta de eia. 

Be*. Signor poeta , mi burlate voi ì 

Ton. No son capace de torme sta libertà . Eia la xè 
una signora , che obbliga a prima vista , che liga 
i cuoci delle persóne , e che imprime in tei me- 
desimo tempo , amor , reverenza , e respetto . 

Be*. Signor Tonino non istate cosi in disagio . Acco- 
modatevi , sedete . 

Tùn. Per obbedirla , aceterò le so grazie . ( Eh questa 
co le dorme . la xè una scuola , che no fala mai .) 

(prende le sedie. 

Bea. ( Povero giovane l le sue disgrazie mi muovono a 
compassione . ) 

Ton. La se comoda prima eia* 

3m y (£ i tutto civiltà; bisogna sia una persona bea na- 

•ta.) . 

Ton. Chi dirave mai > che una signora come eia , sa* 
vesse cusl ben governar una casa > e gh' avesse 
massime casi giuste , cusì economiche , cusi esem- 
plari ? 

Be*. Certo se non ibss'io, povero mio marito! Questi 
casa anderebbe in rovina. 

Ton. Ma ! * V i sta ben fortuna el sior Ottavio a trovar 
una muggier cornicila. Una certa simpatia sento, 
che me obliga, e me trasporta a consacrarghe co* 
la mazor onestà, e. modestia tutto el mio cuor. 

Bea. Ah signor Tonino, voi siete poeta. 

Ton. Cossi vorla dir per questo > 

Bes. Siete avvezzo a fingere. 

Ton. Un tempo i poeti fingeva , quando i se serviva 
delle favole per spiegar i proprj pensieri , e quan- 
do cole iperboli , e coi traslati i vestiva de finti 

co- 



"ATTO SECONDO. 41 

■ colori le paiole » e i concetti . Adesso la poesia 

è deventada piana > e sincera. , e che sia la veri- 
tà, la senta un sonetin, che ho fatto in lode de 
1 eia. 

Be*. In lode mia ? 
T«». In lode soa. 
He*. Cosi presto? 

Ten. L' averlo fatto presto , giustifica , che 1* hp fattoi 
| de cuor . ( No la sa , che so improvvisar . ) 

t Sm. Io veramente non amo la poesia. 

Ton. Se no la voi , che ghe lo diga, pazienza, 
Be*. E* un sonetto in mia lode ? 
1 Ton. Senz'altro. 

Bea. Via, perché l'avete fatto voi , lo sentirò volen* 
rieri. 
1 Ton. (Sentirse lodar piase a tati, e specialmente ale do- 
oc .) La senta, e la compatissa. 

Sometto m 

Morbido , a folto crin fra il biondo, e il nero , (*) 
Spaziosa fronte , e bianco viso > e pieno > 
Occhio celeste or torbido, or sereno; 
Angusto labbro, rigoroso» austero. 

Tenera , e breve man , degna d' impero , 
Candido, bipartito, amabil seno, 
D'ogni proporzion corpo ripieno 
Aria sprezzante , e portamento altero , 

Questa è di voi visibile bellezza, 

Ma di gloria maggior degna vi rende 
La velata beltà» che più si apprezza. 

Spir- 
(a ) Questo M inette* et* il ritratto dell* Attrice , che 
facevs U f*rte di Pittrice , l* signor* Ctterm* 
L*ndi. 



+6 IL fOETA IANATICO 

• Spirto» che tutto Tede, e tutto intende» 
Atte , che tutto, beami > e tutto sprezza , 
Cuoce , che manda* fiamme » e non *' accende* * 

Èea. Caro signor Tonino, voi mi mortificate. 

Ton. Ho ditto anca poco a queio * che dir doreria* 
Oh se a sto sonetto ghe podesse metter la eoa * 
la sentirave qualcossa de più. 

Jb*. Io non lo merito certamente. 

Ton. Ma possibile, che la sia tanto nemiga de la poe. 
sia? 

Jtea. In. Tenta, che óra la poesia mi etimi ncia a pia-» 
cere, 

Ton. £la contenta, che ghe daga cpialché lizion? 

3§a. Sì, mi farete piacere. 

Ton. Benché el so sic* consorte ghe né sa pia de mi* 
el ghe poderà insegnar megio. 

Ita*. Oibo , non ha maniera , non; ha comunicativa. 
Imparerò più facilmente da voi. 

T$a. Dirala più mal dei poeti? 

Bea. No certamente. 

Ton. Ghe vorla ben? 

£**. 1 poeti della vostra sorte meritano tutta la pro- 
pensione . 

Ton. Ghe piace el mio stil? 

Jfc*. Voi componete con una grazia, che innamora. 

SCENA XI. 

Ottavio eh* osstrv*, # detti. 

Ott. (1YJ.IA moglie accanto al poeta Venezia»»? J 
Ton. Come ala fato a inamorarsi cosi presto? 
Ott. ( Innamorarsi ì) (4* se . 

B4*. Effetto del vostro merito. 

Ott. Signori, li riverisco. (sforati* 

Ton m 



atto $ S C O tf D O é 4f^ 

Ton. Servitor'obligatissimo . 

Ott. Come si avertono, padroni miei ? 

Ton. Sotk qua, che me dago l'onor de insinuar el gu- 
stò de la poesia beli' animo de la siora Beatrice . 

Ott. Eh voi non me k> darete aòSimendere . Beatrice 
è nemica delia virtù . 

ita*. Credetemi > marito mip 5 che or* principiò a pren- 
derci gusto , 

Ott Dite davvero? 

Ton. Me impegno in pochi tomi de farla poetessa. 

Ott. Oh là fortuna il facesse ! 

Bea. Se volete > che impari qualche còsa, non mi distur- 
bate 4 

Ott. No, non vi disturbo*, Vado via. Caro poeta mio, 
insegnatele i versi , le rime . Fate voi , mi racco- 
mando a voi , vi sarò eternamente obbligato . Bea- 
trice non griderà più contro le accademie, Contro 
le Muse. Che siate benedette! (Caro poeta! Il 
cielo me l'ha mandato.) (farti. 

Bea. Avete sentito ? Mio marito a voi mi raccomanda. 

Ton. E mi farò el mio dover ♦ 

Bea*. M'insegnerete? 

Ton. Ghe insegnerò . 

Bea. Ma quando principiente ? 

Ton. Quando che la voK 

Bea. Sono impaciente d' apprendere le vostre lezioni. 

Ton. Vorla , che adesso ghe scomenza a dar una li- 
zionzina ? 

Bea. Mi farete piacere. 

Ten. La senta sti versi ; i se chiama endecasillabi , cioè 
de undese pie . I xè otto versi , che forma un' ot- 
tava rimi . El primo se rima col terzo , e Coi 
quinto . El secondo coi quarto e col sesto , e i do 
ultimi da so posta. La ascolta sta ottava , la la 
impara, e per adesso ghe basta cusl. 

«&e 



«* IL TCZTA IANAT1C0 

Xè un dono de natura la bellezza, 
Che se perde col tempo , e t ne vi. 
Xè un don della fortuna la ricchezza, 
Che poderia scambiarse in povertà. 
Quel che se stima più, che più se apprezza 
Xè la fede , el bon cuor , la carità . 
Questa *è la lezion, che mi ghe dagoj 
La impara sta ottavexta, e me ne vago. 

/ (fawtm. 

Bea. Questo giovine mi ha incantato. 

SCENA XII. 

Brighella da Bidèllo > e Beatrice. 

Bri. Pignora padrona, me rallegro, che la sia deven- 

tada amiga della poesia . 
Bea, (Ha parole, ha versi, ha concetti, che farebbero 

innamorare i sassi.) 
Bri. Comandela, che ghe recita una ottavetta? 
Bea. Eh non voglio sentire le tue freddure. 
BrL Asie* mi me inzegno . Son anca, mi un pochetia 

poeta. 
Bea. Va al diavolo tu , e la tua poesia . 
Bri Ma el patron m' ha dito , che anca eia la sco- 

menza a diletcarse de sta bela virtù. 
Bea. Tu, e il tuo padrone siete due pazzi. (parte. 
Bri. Bon ! Elo questo el gusto , che 1' ha chiappa alla 

poesia ? Ah pur troppo 1' è vero 2 Le donne son 

volubili , 

Come del cielo instabili le nubili. (t Mrti * 



£€£- 



ATTO SECONDO. +9 

S C 'E N A XIII. 

Sala illuminata . 

Ottavio vestito pomposamente , e seguito da tutti i per- 
sonaggi . Siedono . Ottavio s* alza , e dopo aver 
fatto riverenza , legge 9 e recita come segue. 



o 



Ignorantissima temeraria gente , ascoltatori mie! 
gentilissimi > o ignorantissima temeraria gente» 
che contro la poetica sovrumana virtù ingiu- 
rie pessime scaricate» eccoci a dispetto vostro al- 
la fin fine uniti , ragunati , e raccolti , per dar 
principio alle nostre accademiche esercitazioni . 
Ragion vuole , che io , poiché del principesco onore 
insignito mi trovo , parola dell* istituto nostro al- 
trui faccia > e del titolo nostro , e dell' accademi- 
ca Pastorale» primitiva , novella impresa nostra» 
tutti e ciascheduno di quei , che mi ascoltano 
cautamente avvertisca . Non senza ponderazione , 
e mistero la novella pianta d* alloro abbiamo noi 
per impresa scelta , eletta , e destinata , poiché , 
siccome le tenere! le piante crescono coli* andar del 
tempo , e della loro ombra ingombrano i larghi 
piani , noi cosi parimente , quali novelle piante > 
dall'acqua d'Ippocrene innaffiate, andremo itene-' 
ri ramuscelli in forti e robusti .rami cangiando . 
Crepate dunque invidiosi , si crepate- ( Accademici 
gentilissimi) meco esclamate voi pure ) si crepate 
d' invidia invidiosissimi , che noi invidiate , poi- 
ché il serenissimo , biondo , canoro Apollo trasfor- 
merà questa nostra sontuosa» e bene illuminata sa- 
la nel monte celebrato Parnaso , e le virtuose don* 
Il Poeta Fanatico. Q ne 



#» It POÈTA TANATÌCÓ 

ne accademiche nostre in Mese trasformate saran- 
no , e noi saremo in satiri convertiti* e il som- 
mo Giove scaricherà sopra noi i fulmini della 
sua clemenza > e la provida madre terra ci aprirà i 
il seno benefico , per seppellirci tutti in un abis- 
so) di gloria . Ho dettò . ( siede ) Fidalma Ombro- 
sia a voi . ( m R*s. \ 

kès. Dirò una breve canzone lirica. 

Ott. ( Sarà Petrarchesca . ) 

Ito. Amore, involto ne* tuoi lacci ho il cuore, ; 

Ne che si sciolga , e lo sprigioni io chiedo , 
Poiché in van spargerei le voci ai venti. 
Chiedo sol tanto, che l'aspro rigore, 
Onde assalire , e circondar mi vedo , 
Per te in parte si tempri , e si rallenti , 
Chiedo dei miei tormenti 
Scemato il tristo, e grave 
Peso, che oppressa nYave; 
Chiedo, che tua pietà mi porga aita 
Prima, che manchi in sul finir mia vita* 
Aspra è la piaga, che nel seno impressa 
Fu dallo strai , che non ferisce in vano , 
E di colpo leggicr pago non resta , 

< Ma dello strai la fèrrea patita istessa 
Del mio leggiadro feritore in mano 
Alla piaga letal balsamo appresta . 
Quella , che pria funesta 
Parve cagifta di pianto', 
Ora è' il mio firn bel vanto. 
Perdona amor , se il pentimento è tardo , 
Amo, e stringo i tuoi lacci, e bacio il dardo. 
Porre vogl'io delle bilance a un lato 
L v aspre pene soffèrte , e i crudi affarmi , 
£ dall'altro un piacer solo amoroso, 
£ vedrò questo di recente nato 

Pie- 



ATTO SECONDO. si 

fremer sna lance , e dei passaci danni 

Vincere il duro grave peso annoso. 

Amor orgoglioso 

Pia in suo Toler non sembra \ 

t)i lui più non rammemora 

L'alma, che lièta fassi, il ciudel modd * 

E lieta piango, e de* miei pianti io godo. 

Qtt. Bravissima. Evviva Fidalma Ombrosi* . Ah che nei 
dite eh? Avete sentito mia figlia ? Avete sentito 
il Petrarca.» Oh figlia miai Che tu sia benedetta. 

JRw. Compatiranno . 

Ott. Sì, sì, compatiranno. Una canzone di questa sor-* 
ta compatiranno . 

EU. ( Avete sentita la Petrarchesca selvatica ? ) (m LeL 

tei. ( Credono , che per fare ima canzóne , o un sonet-» 
to Petrarchesco basti imitarlo rozzamente nei ver- 
si , e ndn pensano alla condotta , air unità , alla 
forza , e precisamente alla bellezza degli epiteti * 
e degli aggiunti.) 

Ott. Cinzia Sirena a voi. 

Mie. In difesa d'amore accusato ingiustamente di per* 
fido , e di crudele . 

Sonetto . 

Perfido amor» Chi è che d'amor favella 
Con si poco rispetto * e ingrato tanto, 
Del vero amor, no, non conosce il vanto 
Chi lui tiranno» e menzognero appella. 

Dolci amabili son le sue quadrelli, 

D'allegrezza cagione , e non di pianto) 
Ed è virtù dell' amoroso incanto, 
Ch'ogni cosa all'amante orna, ed abbella. 

Non è* amor, che comanda il serbar fede 
All'empio, ingrato, sconoscente cuore, 
Che non cura l'affetto, o non k> crede! 

& x Chi 



,a IL tBZTA T APATICO 

Chi ha dall'idolo suo sdegno, e rigore. 

Cambi, e cerchi in altrui miglior mercede, 
£ troverà sempre pietoso amore . 

{tutti applaudiscono. 
Ut. Compatiranno. 
Qtt. Eh può passare, può passare: non è Petrarchesco, 

ma può passare . Avete sentito mia figlia ? 
Fio. ( Che dite del sonetto della signora Eleonora ? ) 

(* A#* 
Ros. (Non è suo: glie l'ha fatto un giovine studente, 

che lo ha confidato a Brighella. ) 
Tic. (Non e cosa fuor di uso . Quasi tutte queste si* 
gnorc, che passano per poetesse, si fanno fare le 
composizioni dagli altri . ) 
1*1. Parlo a voi, Musa veraci, 

Che cantare il ver solete ♦ 
Non sperate aver seguaci, 
Che derise in oggi siete . 
Più non v' e chi dietro a voi 
Perder voglia i giorni suoi. 
Non entrate , e meschinelie , 
. Nello studio d' un legale , 
Che alle vostre rime belle 
La bugia colà prevale. 
E si studia onninnamente 
Atrrappar qualche cliente , 
Non andate , o poverette , " 

Da quel medico stupendo, 
Dove a caso le ricette 
Di sua mano ei sta scrivendo. - 
Dar la vita è vostra sorte, 
Egli studia a dar la morte, 
lungi -, lungi , Muse amate , . 
Dalla casa del mercante . 
. Egli studia accuniuiare 

Gior- 



ATTO S E C # D O. s$ 

Giorno , e notte il suo contante 3 » 

£ col peso, e la misura 

D'ingannare altrui procura, 
lungi pur dal giuocatore, 

Che di voi disprezza l'arte 5 

Egli sparge il suo sudore 

Sullo studio delie carte, 

£ procura il suo guadagno 

Sulla strage del compagno* 
Dalle donne brutte, e belle 

Voi sarete discacciate , 

Che nel liscio della pelle 

Spendon mezze le giornate . 

Stanno a letto assai di giorno 

£ la notte vanno attorno . 
Una volta gli amoretti 

Favoriva ancor la Musa; 

Con canzoni, e con sonetti 

Far l'amor pia non si usa.» 

Or la gente è persuasa, 

Che fia meglio entrar in casa* 
Le gran menti non si degnano 

Oggi più di poesia; 

Studian cose, tose insegnano 

Dà oscurar la fantasia, 

£ chi sale troppo in alto 

Fa talvolta un brutto salto. 
Non sperate ritrovare 

Dai poeti alcun ristorò : 

Non pon darvi da mangiare , 

Non ne han nemmcn per loro) 

Per la fame i poverelli 

Son di voi fatti ribelli. 
Ma se niuno vi vuol seco, 

Se ciascun vi manda via* 

. a, 3 mu- 



$+ H VOET4 FANJTiCO 

Muse si venite meco, 

Io vi prendo in compagnia r 

Ter il inondo andrem girando 

Gii altrui vizj criticando. 
£ chi il memo dispreiza 

Pei poeti» i deUc muse 

Gente al pule >soio avvezza, 

Che dal se*' vistude escluse» 

Proverà se meglio 'fia 

Rispettar la poesia ♦ 
Poesia» virtù celeste > 

Che in gran pregio un tempo fki> 

Che da c*rte nuove teste 

Non si stima in oggi Jrfè. 

Perchè d' altro sono «marni 

I viziosi, e gl'ignoranti. 

{t$tt ti fiffUndiscw t 
Ott. Perche d* *ltn «*# *m*»ti 
J viziosi , § %t ign*r*»ti. 
Tirchi & sltr* sqv& mm*nt\ 
I vixùsi, f gV igntrsnti. 
Ovano Pazzio tenete. (gli dm u» back. 

Breviario Bilio a voi. 
Fio. Fileno chiede consiglio ad amore > come abbia ad 
assicurarsi dell' affetto della sua Nice . 

Sonetto . 

Dimmi, pietoso amor, che far pois' io 
Per meritar di Nice mia 1* alletto? 
Vuoi tu, ch'io m'apra di mia mano il petto, 
£ che in dono ai mio bene offra il cuor mio? 

Vuoi, che asperso di pianto aeesbo, e rio 
A lei mi mostri in doloroso aspetto? 
Vuoi, ch'io peni senz'ombra di diletto, 
Vupi tu, ch'io taccia, e in «cu nutra il desio? 

Vuoi 



AT-TQ -SECONDO. Si 

Vuoi eh' io 1* attenda rispettoso > limile , 
O eh' io segua da lunge i passi suoi ì 
Vuoi, ch'io sia nell'anuria ardito» o vile* 
Tutto amore farò quel che più vuoi, 
Per T acquisto di lei vaga, e gentile. 
Deh consigliami tu, che far io puoi. 

! , , (tutti MfpUudttcono . 

Ott. Magronia Prudenziana , ora tocca a voi. (s Cor. 

Cir. Signore, io non ho premurato .niente n 

Ott. Dite qualche cosa all' improvviso » 

Cor. Favorite darmi voi 1* argomento . 

Ott. Venite qui > rispondete a questo sonetto . ,A un 
sonetto mio , a n*. sonetto mio , estemporanea- 
mente, in lode del glorioso , erudito femmineo 
sesso. Compatirete. , 

Sonetto . 

Spezzate ornai le stridule conocchie, 
Donne, e venite al fante d* Aganippe , 
Le canore v'attendono sirocchie, 
£ vi faranno ornai tante Menippe. 

£ voi restate in mezzo alle ranocchie, 
Genti , che avete le - pupille lippe , 
£ Apollo mandi un nerbo, che vi crocchie, 
£ v* acciacchi ben bene e spalle , e trippe . 

La gloria di Parnaso a voi s'approccia, 
Vedo le donne uscir fuori del vulgo , 
£ mi sento stillare a goccia, a goccia. 

La fama delie femmine divulgo, 
£ tutto fuori della mortai (xiccia , 
Delle femmine in mezzo anch'io rifulgo. 
Cor. Ringraziamento delle donne . 

Sonetto colle medesime maledettissime rime . 
Ott. Io scrivo sempre con queste rime difficili . 

8, 4' Cor. 



ts • ìl Poèta panatica 

Cor. Le donne avvezze sono alle conocchie, 
Ne soglion bere 1* acqua <T Aganippe . 
Non sanno alle compagne , o alle sirocchiel y 
Di Menippo parlare , o di Menippe . 
Giovani cafttan come le ranocchie, 

E quando per l'età diventan lippe 
• Forz* e che ogn' un le sprezzi , ogn* un le crocchie, 

Poiché buone non son, che da far trippe. 
La lode vostra al vero non s'approccia, 
Ed io , che tiata sono in mezzo al vulgo* , 
Sudo per il rossor pia d'uria góccia. 
Ma poiché in grazia vostra mi divulgo, 
Vestita anch'io della novella buccia 
Fra cotante pazzie , pazza rifulgo . 

Off. Oh bello i Oh brava! Evviva. Oh cne tool ! Ofc 
che roba! a Roma a Roma, al Campidoglio, al 
Campidoglio . Meritate essere incoronata , e se 
nessuno lo vorrà fare , v' incoronerò io , ▼' incoro» 
nero io. 

"Eie . ( Gran miracoli , die si fanno' per quattro spropo- 
siti di una pettegola.) (a Lei». 

Lei. (Può essere , che quei sonetto lo abbia veduto pri- 
ma d' adesso . ) 

Ott. Ora tocca a voi , Adriatico Pantalonico . 

Ton. Comandela , che la serva de quattro spropositi 
all' improviso ? 

Ott. Via sì, dite qualche cosa di bello. 

Ton. Le favorissa de darme l'argomento. 

Ilo. Ve lo darò io. Dite se nelle donne sia pia stima- 
bile la bellezza, o la grazia. 

Ton. Amor , che delle donne ti te vai (a) 
Per mettere in caena i nostri cuori, 
Dirame se della donna^piu preval 

I bei 

(a} Cantando snll aria degV improvviiattri . 



r AT T $ t C Ò K fi 0. ?* 

I bei graziosi vezzi , o i bei colori . 
La femmena , che a nu fa ben > e mal , 
Ora dandone gusti , ora dolori 
Per venzer sempre> trionfar segura, 
La doperà a so tempo arte, e natura , 
Amor , ti che ti poi andar la drento 
In tei cuor della donna a bisegar, 
Che ti sa V arte , el modo > e el fondamento 
, Come possa la donna innamorar . 
Te prego in grazia dame sto contenta, 
Fa, che el vero a capir possa arrivar , 
£ sappia dir co un poco de dolcezza, 
Se più possa la grazia , o la bellezza „ 
Supplico chi m'ascolta aver pazienza, 
E voler quel che digo perdonar, 
Perchè prevedo, che la mia sentenza 
Ugual diletto a tutti no poi dar. 
Amor m' inipira , e spero a sufficienza 
De grazia, e de beltà poder parlar, 
A una delle do sospetta el vanto, 
£ mi dirò la mia opinion col canto, 
Il ciel benigno , e prorido 

Vedendo , che più fragile 

Dell'uomo era la femmina, 

Per renderla più amabile, 

Per farla compatibile 

Le die bellezza, e grazia „ 



Quel che bellezza chiamasi 
Tal' ora* è un viso candido j 
Tal' ora bruno, o pallido \ 
Due luci belle diconsi , 
Tal' or perchè negrissìme , 
O pur di color vario ; 
Tal* or perché alarissime, 



le die ce. 



Tal' 



f f IL T0ET4 FANATICO 

Tal* or perche patetiche, 
E belle son se piacciono. 



E bdlt ec. 



Chi vuol la donna piccioli, 

Chi grande la desidera. 

Pel grasso chi dilettasi , 

E chi la vupl raagrissimai 

Chi vuol , che sappia ridere , 

Chi vttol, che sappia piangere r < 

E belle chiaman gli uomini 

Sol quelle, che a lor piacciono. 

Sol quelle ce. 
Bellezza è dunque varia, 

E npn ha certo merito, 

E non può i cori accendere, 

Se a lei non somministrasi 

Valor ck wi medesima. 

Ma non cosi la grazia, 
La <jual da tutti amputasi 
E d'essa ognun dilettasi, 
E ogn*un, che ad essa accostasi, 
Si sente nel cuor ardere. 



Valor ec 



la grazia, ch'i indelebile 
In una brava femmina , 
In vecchia età conservasi i 
Ma una sgarbata giovine , 
Ancorché sia bellissima, 
Quando un pochino invecchia 
Si rende altrui ridicola. 

Più vale assai }q spirito 
D una bellezza stolida: 
Le donne assai piò possono 



Si sente ec 



Si rende ec. 



Col 



ATTO SEC O X p 0. S0 

Coi vezzo, che cot minio: 
Bellezza va prestissimo. 
La grazia è più durabile , 
Quest* è la mia sentenza , 

guest* e c& 
(Graziose femmine 
Se qui m* ascoltano > 
Il mio gradiscano 
Sincero cuor . 
£ le bellissime 

Deh mi perdonino , 
Che mimicissimo 
Non son di lor . 
Molto esse possono 
Col volto amabile, 
Coli' adorabile 
Loro beltà. 
Ma deik grazia- 

E* il pregio massimo, 
Che ancor conservasi 
Neil* altra età. 
Però confessovi , 

Che a me pur piacciono 
Vermiglie, o candide 
Le donne ogn'or. 
Che mi ferirono, 
E mi feriscono, 
Ed esser dubito 
Ferito ancor. 
Amor ti, ti ha deciso, che vai più 
La grazia femminil della beltà, 
Ma parlemose schietto fra de nu; 
L'una, e l'altra xé forte in verità. 
Se spirito gh* avesse, e più virtù 
Diria de tutte do l'attività. 

Fc- 



49 11 20MTA FANATICO; 

Fenisso perché v'ho secca abbastanza, 
Se ho dico mal > domando perdonanza * 
Qtt. Evviva, evviva , 

Se ho detto mal> domando perdonanza , 
Xisuoni questa stanza. 
Viva la poesia , 
Sonatori, sonate sinfonia. 

(Sì sutn* sinfonia, * tmtti pan***. 



line dilC Atto Setntéhé 



ÀT* 



21 Toeta Tanaùco . 



-dito m. Se. IT. 




ATTO TERZO 

SCENA PRIMA. 



Camera con lumi . 
Brighili* solo. 

lH pazienza! Per esser un povero senritor, non ha 
podesto far cognosser la mia abilica . No i m* ha 
Tolsudo dar permission, che recita anca mi in ac- 
cademia la mia composizion . Pazienza . £1 me pa- 
tron se saria anca contenti, e quei siori accade- 
mici ignoranti , e superbi , no i s'ha degna . Ma» 

e so mi perchè no i ha vplesto , che recica ; per- 
ché i ha avudo paura , che le mie composizion 

but- 



6% IL POETA TAXATlCO fe, 

v< butta' In terra le soe e in fatti y sc> nvttfi 
sti pezzi de ottave > i se podeva andar a nascon- 
der tutti . De sta sorte de roba no i ghc n fa 
mai fatto, e no/.i ghe ne sa far . Rime balza* 
ne! Rime balzane! Ah che bella c&a ! Riiii bai- 
teme. Laverò", che me le sìfc^btte !*atf| ma 
nissun Hgjnente»* e le poi bcwMmo passa pò 

*£: mie, j\ " jfc/. 

i V Cassio la gMp dell* rane antiche, ,*ì 

• * .ulor che Ì «pi andivang, in e irretta y7 



4 



— — * a 

uvlo r "n vÈnderan le vesskhe 4 

( TVL,fs. dell vqgtiti a uJta civetta, . .g 

| Una trugfralcfe grà vide gàmiche * 

'Stava inrshfc, locando Alm basetta e # j 

B hnalmempPtti^carnparttl di vetro "** 

ÀJ un gobbo gentil laico éì dietro « 



S C 'E N A . il 
Bettriee, » J*tt# * 



Bri. V><Ara siora padrona , per carità la senta ste ot- 
tave balzane . . 

Bes. Va dal signor Tonino , portagli la cioccolata pei 
lui, e per la sua consorte. 

Bri La cioccolata ? 

Mi*. 'Sì? la cioccolata, con i suoi biscottini. 

Bri, Come alla fatto mai a cambiasse a favor de sto 
forestiei ì La lo trattava da scrocco , da imposto:, 
4a vagabondo, e con tanto amor la ghc parecchia 
la cioccolata ? 

Bt*. Ho conosciuto, che è un giovane virtuoso, ono- 
rato , e dabbene » e per questo lo vo' trattar come 
merita, 

Sri. 



j t ? b Z e * 2 n. i+p 

Bri. Donca podemio sperar, che eia no da sia più tan- 
to aemiga della poesia ? 

Bea. Ho principiato a pigliarvi un poco di gusto . 

Bri. Da vero? 

Bea. Così è certamente. 

Bri. Quando l'è cusì, la me fazia una grazia. La sen- 
ta sto par de ottave balzane . 

Bea. Non voglio sentir niente. 

Bri. La ghe ne senta almanco una. 

Bea. Sbrigati. 

Bri. Una sola per carità. * • 

Bea. ( Qh. the seccatori , che sono questi poeti . ) 

Bri. Montò a cavai d'una montagna un*occa 

Sfidando ai pugni un orso barbaresco * 
£ un albero sera* occhj , e senza bocci 
La furlana ballò con un- Todesco * 
Un gatto s'innamora d'una -rocca ; 
Una cicala si mangiò uh paii fresco; 
Un becco s v affatica notte , e giorno ; 
£ un certo astuto gli regala un corno*. 

(farti . 

SCENA Ut 

Beatrice sola. 

tSsoIutàniente questi poeti io non li posso tollera- 
re. Non vi è stato altri che il signor Tonino, 
che colla dolcezza dei suoi bei versi mi abbia da- 
to piacere. Egli merita tutto , e non mi dispia- 
cerà , che resri ospite in casa nostra . Ghe uomo 
civile ! Che giovine prudente , e sinctvo ! 



SCE- 



é+ IL FOETA FANATICO 

SCENA IV. 

Ottavio , e detta . . 

Ott. UOy è il signor Tonino ? 

Bea. Nella sua camera. 

Ott. Grand' uomo è quello i Gran bella mente ! Gran 
prontezza! Grande spirito, gran poeta! 

Bea. Certamente egli e un giovine, che merita assai. 

Ott. Merita tutto. Avvertite bene, non melo disgustare. 

Bea. Io gli farò tutte le finezze possibili. 

Ott. L' vero, che vuole insegnare anche & voi la poe- 
sia? 

Bea. V verissimo . 

Ott. E voi l'imparerete? 

Bea. Spero di sì . 

Ott. Bravissima, stateli appresso , e non dubitate. Ma 
voglio che dia qualche lezione anche amia figlia. 

Bea. Oh non ista bene, che un giovine faccia il mae- 
stro ad una ragazza. 

Ott. E* un giovine tutto dedito alla virtù. 

Bea. L'occasione fa l'uomo ladro. 

Ott. Sì ì E con voi questo ladro non potrebbe rubar 
qualche cosa? 

Bea. Io sono una moglie onorata. 

Ott. E Rosaura e una figlia da bene . 

Bea. Io vi consiglierei di dar marito a questa vostra 
figliuola . 

Ott. Oh pensate 2 La mia figliuola ì La mia Petrarches- 
sa! La voglio con mei la voglio con me. 

Bea. Vi sarebbe per lei un ottimo partito . 

Ott. No y no , non voglio , che me la rovinino ; non 

voglio, che perda il gusto della poesia. 
Bea. Anche maritata potrebbe comporre. 

Ott. 



ATTO TERZO. €$ 

Ott. Oibo! L'amor del marito.» le gelosie» i figliuoli, 
i parenti , son tutte cose che traviano la mcnt;e , 
e fanno perder l'amore alle Muse. 

Bea. Guardate, che ella non vi precipiti. 

Ott. Non mi seccate. . . 

Bea. Maritatela. 

Ott. Non mi seccate. 

Bea. Ve ne pentirete. 

Ott. Genti) cui si fa nott$ innanzi sera. 

Ben. Questa canzone non la posso soffiare. 

Ott. Ho piacer di saperlo i, quando vorrò farla atrfax 
via > princìpierò a dire : 

Gtnu , cut si fa notte innanzi sera . 

SCENA V. 

Brighella eolla cioccolata > ed Ottavio . 

Ott. V^HE cos'è quella? 

Bri. La cioccolata. 

Ott. Chi te T ha ordinata ? 
. Bri La patrona . 

Qtt. Mia moglie ì 

Bri. Signor si. 

Ott. Come ! Cosi mi consuma la cioccolata ? Cosi ne 
tien conto? 

Bri. Me pareva anca mi, che la fusse buttada via. 

Ott. E a chi la devi portare? 

Bri. Al signor Tonin , e alla so sohsorte. 

Ott. Oh si, si, ai poeti, si. Portala, portala. 

Bri. E non l'è buttada via? 

Ott. Anzi è impiegata benissimo . Ai poeti ? Tutto. 
Presto , porta la cioccolata , e dì loro , che desi- 
li fotta Fanatico. R de- 



66 . IL META TAHUTtCO 

dero rivederli , che anderè a ritrovarli , se ai 
permettano. 

Bri. Porto la cioccolata ai do poeti, 

Ma i torna pia tosto do caletti. (f*u. 

Ott. Che asino! Rimare zstetti con fotti . Poeti si sai' 
ve con un t solo , e zaletti con due . Ma quanti 
vi cadono in qucst* errore 2 Io non ci cadere cer- 
tamente , poiché non faccio rima scróa F ajnro 
del mio rimari». Benedetto Seigtiani i Ti sodo pe- 
re obbligato. Oh quanti avranno a te quest'ob- 
bligazione ! Quanti poeti cercano le rime sol ri- 
mario, e misurano i versi sulle ctìtai 

SCENA VI. 

Lelio, ed Ottavio . 

Lei. JEV Iveriscd il signor Ottavio . 

Ott. Addio Ovano Pazzio . Io mi chiamo Alcanto & 

rinio. 
Lei. II mio carissimo signor Alcanto, la nostra *& 

demia principia male . 
Ott. Perche dite questo ? 
Lei. . Perche si ammettono genti forestiere , senza sf* 

re chi siano , e in vece di formare un 1 accadane 

di persone dotte e civili, faremo un'unione* 

vagabondi, e d'impostori. 
Ott. Come ! La virtù merita in chi si sia essere ràp*' 

tata . U signor Tonino è una persona civile > e 

poi è un eccellente poeta. 
Lei. Un eccellente poeta? Mi meraviglio di voi» * 

per tale credere lo vogliate. 
Ott. Non avete sentito , con che bravura ht ifl?^ 

vitato? 



jiTtbTikbOt tt 

Lei. Io stimò infinitamente gli improvvisatori ,' ma fVft 
questi vi sono delle imposture ass%i . 

Ott. Sia comunque volete voi , vi saranno degT improf* 
visatori cattivi , ma il signor Tonino certamente 
è uno dei buoni. 

Lei Se è tale, conviene meglio speririltfntarlo, . Antica- 
mente dai Greci, é dai Latini per provare i poe* 
ti si accostumavano li Certami , nei quali conv 
battè principalmente coi versi Omero con Esiodo -, 
Pindaro con Corinna , e Nèrtfné istesso cantò nei 
eertami, e vinse varie corone. 

Ott . Omero con Esiodo ? Pindaro con Corintia ? Nerone 
istesso ? E Voi sapete tutte queste cose ? 

Lei. V arte poetica l' ho imparata con fondamento . 

Ott. Peccato , che siate cosi satirico . Ditemi dunque > 
che cosa intendete di dire coli' istoria dei certami? 

LeU Io dico, die la competenza, e il confrontò, fanno 
conoscere i veri , e i falsi poeti . Che però conos- 
co io un improvvisatore Veneziano, vero, t rea- 
le , che non ha studio , che noti ha fondo di scien- 
za , ma canta egregiamente all' improvviso , seni* 
cabale , e senza imposture . Se volete , che lo met- 
tiamo al cimento con questo signor Tonino, sco- 
priremo la verità. 

Ott. Sì : bravissimo, facciamolo prestamente. Ritrovate 
questo onorato galantuomo , conducetelo qui da 
me, e, facciamo questo certmme. Vedere, se tnt 
ricorda del termine certame* 

Lei. Se potrà venire , verri . 

On, Manderò subito ad avvisare gli accademici nostri, 
perche siano presenti al certame . Ora vaio dal 
signor Tonino. 

Lil. Non gli dite nulla , non gli dite campo , che si 
prepari . 

Ott % Bravo . Mi avete illuminato . Àndèrò a ritrovare 

R i mia 



** IL TOttA FANATICO 

mia figlia, a vedere se ha fatto qualche capitolo 
Petrarchesco . 
* Lei. Benissimo... 

. Qtt. Ah! Che dite di mia figlia ? Quello è un porten- 
to . Andatene a ritrovare un' altra . Non e* è , noo 
de stata, e non ci sarà. Che Petrarca ! Che Ario» 
. sto ! Che Tasso ! Ma dite la verità , non è una 
cosa , che fa stordire ? Non fa dar la testa nelle 
muraglie ? Fidalma Ombrosia , Fildama Ombrosi* . 
Fidalma a te m inchino $ 
Fidalma onor del sesso femminino, (psrt*. 
Lei, £ x pazzo per questa sua figlia , Io me lo godo 
infinitamente. 

SCENA VII. 

Brighella dalla camera di Tonino , e Lelia . 

^Bri. OErvitor umilissimo, signor Lelio mio patron. 
Lei. Oh Brighella» Che si fa? 
Bri. Eh ! Se va facondo qualche cosa cusl bel bello. 
Lei. Bravo, fatevi onore: 
Bri. Comandela sentir un'otaveta balzana? 
Lei. No, no, non v'incomodate. Ho premura, e me 

ne devo andare. 
Bri. Un' otaveta sola. 
Lei. Ma se è tardi. 
Bri. Un* otaveta per carità . 

Lei. Via spicciatevi. (Gran difetto é questo di noi al- 
tri poeti!) 
Bri. Era di notte, e non ci si vedea. 

Perchè Mar fisa aveva spento il lume. 
Un rospo colla spada , e la livrea 
Faceva un minuetto in mezzo al fiume. 

V al- 



I 



ATTÓTEkZÓ. $9 

V altro giorno è da me vertuto Enea, 
£ mi ha portato un orinai di piume. 
Cleopatra ha scorticato Marcantonio, 
Le femmine son peggio del demonio. 
Lei. V avete fatta voi questa ottava ? 
Bri. Certissimo, 1' ho fatta mi . 
Lei. Compatitemi, io non lo efedo. 
Bri. No la lo crede ? No son farsi anca mi poeta ? 
Lei. Sì, ma siete solito a fare qualche verso stroppiato « 
Bri. La s'inganna» per scandef i versi no gh' è un pai 

mio . £ all' improviso , all' iraproviso . 
Lei. Si? Bra/o. Ditemi qualche cosa all' iinprov ri» 4 
Bri. La servo subito. 

Per obbedire a vostra signoria , 

Faccio due versi, e poi rhe ne vado via. 

( pdrté t 
Lei. Oh che somaro ! Ha fatto un verso di dodici pie* 
di . Si vede , che V ottava non è stia . Oh quanti 
si fanno merito colla roba d' altri , e sono forzati 
ripetere tante volte gli autori quel versi di Vir- 
gilio . 

Sia vos non vobis mellificati* jifes, 
Sk voi non vobis fertìs *r*tra bovts t 

SCÈNA Vili. 

Cor Min* > e Lelio. 

Lei. JEjCco qui la signóra Incognita. 
Cor. Serva umilissima, mio signore . 
Lei. La riverisco. Dovei si va, padrona mia? 
Cor. A dare il buon giorno alla padrona di casa. 
Lei. Trattenetevi "ancora un poco . ( Costei non mi dis- 
piace. ) 
Cor. Avete qualche cosa da dirmi ? 

R 3 Lei. 



M «. tOVTA FANATICO 

tei \\ 4iro un* cosa, ch'io so, e a voi non i nota. 
Cor. La sentirà volentieri . 
lei Voi for$« non sapete 

Che v apprezzo, vi stimo, è mi piacete. 
Or. Rispondo immaat,ÌH«nte ,* 

Che di saperlo non m' importa niente . 
lei. Voi mi disprezzate ì Sappiate, che posso anch' io 

contribuire alla vostra fortuna . 
Cor. La conoscete voi la fortuna ? 
l*L La fortuna, e quel bene , che tutti cercano , che 

tutti sospirano. 
Cor. Shi che non U conoscete! 

La fortuna e come un eorno y 
Ch* ora tolta ama , o U. 
frego il ùel vi salti attorno* 
E V aggiusti come va . 
Che v interni i suoi /avari , 
E eh* più non esca fuori , 
l*k Qb^UgatUsimo alle vostre grazie. Ditemi: il siane? 

Tonino è veramente vostro marito ? 
Cor. Chi d' altrui pensa male , 

II cor pajesa al pesamento eguale. 
Uh Certamente sarete voi altri una coppia d' eroi. 
Un uomo , ed una donna , che vanno per il inon- 
do a far mercanzia di versi, e di rime, che s'in- 
troducono nelle case a scroccare, saranno qualche 
cosa di buona. 
Cor. Qualche cosa di buono i' sarei stata , 

Se il vostro genio avessi secondato ; 
Ma poiché $on per voi troppo onorata, 
Meco tosto d* umor siete cangiato . 
Questa pur troppo è la dottrina usata) 
Si disprezza virtù te, e il vizio è amato; 
Ma siatemi severo, o pur cortese, 
Io vi manderò sempre a quel paese, (fa**. 

UL 



ATTO TERZO. tk 

tei. O che remmnia impertinente! Ma è* cosi; le don* 
ne quando sanno qualche cosa, , pretendono cac- 
ciarsi gli uomini sotto i piedi . Se studiassero , 
poveri noi 1 Ma falò io calar la superbia a questi 
impostori . 

V asino travestito da leone 

Alfio si scopre, e l'albagia depone. (f*rte m 

S C E N A IX 

Camera . 
Tlmrmdà » * R*s*m* . 

JUs. jfjLVete sentito , . come chiaramente la signora 
Beatrice ha parlato? Mio padre non vuole ch'io 
mi mariti . 

Tb. E pure mi comprometto > che il signor Ottavio 
non dirà sempre cqsì. 

Rós. F un uomo , che si fissa molassimo nelle cose 
sue > e non è facile di farli mutar risoluzione . 

Tlo. Egli si è fissato principalmente nella poesia ., e 
questa lo farà smuovere da ogni altra minor fis- 
sazione . 

Kos. Appunto per la poesia non vuole, eh! io mi stac- 
chi da lui. a J 

Tlo. E voi minacciatela ÒU non voler più comporre . 
Fate la lezione , dà' io vi ho insegnata > e non 
dubitate . 

Hos. Eccolo, eh* egli viene» 

Tic. Vi vuol coraggio. 

Kos. £ ho da fingere? 

Tlo. Siete donna, siete poetessa, e avete d*lk difficol* 
tà a fingere ? Poverina ! Credo , che appott» fin* 
ghiaie » quando mi dite di non saper fingete. 

R 4 SCEr 



fi tt POtTA TAtiATltìO - 

S G E N A X. 
Ottavio) e detti. 

Òtt. JL Igliuola mia , cosa si fa di bello ? Avete toni* 
posto, qualche canzone * qualche sonétto' ? 

Ito. Signor no; non ho composto niente . 

Ott. Per amot del cielo non perdete il vostro tempo 
cosi inutilmente . Il mondo aspetta da voi gran 
cose . 

Kos. Il mondo avrà finito d'aspettarle da me. 

Ott. Come! Oh cielo! Che cosa mài dite? 

Ros. Un sogno , o sia visione di questa notte mi ha 

* empita di spavento , e non posso certamente coli* 
porre.- 

Ott. Eh via, che sono i sogni della notte 
Immagini dei di guaste , e corrotte . 
Animo, animo, a scrivere, a comporre. 

Kos. Non comporrò mai più certamente. 

Ott. Mai più ? 

Kos. Mai più. 

Ott. Rosaura io mi vado a gettare ih un pozzo. 

Fbs. Finalmente , che gran male sarà s' io tralascio <L 
comporre ? 

Ott. Che male sarà ? La morte di tuo padre , la tori- 
na di questa città, il pregiudizio di tutta Italia. 
( Signor Florindo per amor del cielo, ditemi voi, 
se sapete, perchè Rosaura non vuol più scrivere , 
non vuol più comporre?) 

Ilo. Sentite . Signora Rosaura , con vostra buona li- 
cenza .... 

Ros. Già non fate nulla. Non vogfio comporre mai pio. 

Ott. Oh povero me! 

Fio. ( £ diceva , che non sapeva fingere . ) Sentite si- 
" gnor 



ATTO T JT* £ 0. >} 

gnor Ottavio . Io ho penetrato il cuore' della si- 
gnora Rosaura . Ella e una figliuola savia , ed 
onesta » ha sentito rimproverarsi dalla matrigna > 
e da altri ancora che una giovine da marito fa 
cattiva figura a trattare familiarmente coi giovani 
poeti, a scrivere composizioni amorose > a perde- 
re il tempo colla poesia , e che nessuno farà con* 
to di lei , e niuno la vorrà per moglie a causa 
di questa sua poesia . Onde la povera signora si 
e fissata su ciò, e non vuol più comporre. 

Ott. Che lasci dire , che lasci cianciare . Ella non ha 
bisogno di marito . Starà con me , starà con me . 

Tlo. Voi non vivcrete sempre.- Se morite voi , la po- 
vera giovine resterà screditata . 

Ott. Credete voi , eh* io voglia morir domani ? 

Tlo. I! cielo Vi conservi, -ma siamo mortali. 

Ras. Mai più» mai più. 

Ott. No cara, non dir cosi. 

Tlo. Sentite r io arai vi consiglierei maritarla , e allo- 
ra non avrà più difficoltà di comporre. 

Ott. E se il marito fosse nemico della poesia? 

Tlo. Si può trovare un marito poeta. 

Ott. Oh cielo ! Basta ... Con un poeta > forse forse in* 
dune mi lascietci . 

Tlo. Ed ella allora sarebbe contenta , e comporrebbe 
Mirissimamente . 

Ro$. Comporre? Mai più. 

Ott. Eh aspetta , aspetta con questo mai più . Ma chi 
sarà mai questo fortunato poeta» a cui toccherà irt 
sorte una virtuosa di questo grido? 

Tlo. Non saprei * bisognerà ricercarlo. 

Ott. Caro il mio caro fircviano Bilio , voi potreste es- 
sere questo sposo felice . 

Fio. Oh io non merito quest'onore! 

O/f, Dovendola maritare, a voi la darei più volentie- 
ri > 



T4 IL fOETA FANATICO 

ri, poiché maggiormente la vostra Musa «aita, a 



i 



quella di Rosaura, farebbero stupire il mondo. 

Ih. Certamente potrei chiamarmi fortunatissimo . 

Kos. Voi discorrete , ed io vi dico mai pia . 

Ott. Mai più, mai più, ed io vi dico sempre, sempre. 

Kos. A una figlia nubile non conviene . 

Ott. Converrà dunque a una maritata. 

Kos. Ma se sono .~ fanciulla . 

Ott. Ma se sarete maritata. 

Kos. Io ì 

Ott. Signora si . . 

Kos. Con chi ? 

Ott. Con Breviario Bilie . 

Kos. Mi burlate? 

Ott. Breviario, ditelo voi. 

Fio. Così è signora. Jtosaura ; se vi ugnate , Io sari 

vostro sposo. 
Jto. Ah! {respiri. 

Ott. Mai più, mai più? 

Kos. Sempre , sempre . -, 

Ott. £ senza lo sposo mai pia? --- - 

Kos. Per cagione dell' onestà . 

Oh. .Via dunque, andate subito a compor qualche cosa, 

Kos. Oh finché non sono sposata, mai più. 

Ott. Quand'é così, non perdiamo tempo . Venite coi 
me , diciamolo anche a mia moglie, e su due pie- 
di sposatevi , e non mi fate più sentire <jud 
jiiai più. 

tot. Oh quando sarò sposata, sempre , sempre. 

Ott. Vieni in nome d'Apollo, 
Vieni in grazia d'amore 
A porti al colio una catena , e al core . (p***. 

Kos. Dolce catena , che mi giova , e piace s 

Per cui spero goder riposo, e pace. ip***'* 

Ih. £ diceva, che non sapeva fingere . Ma questo è 

ref- 



ATTOTZRZO. tf 

t T cflèrto dclU gentilissima poesia . Sue padre me 

i la concede colla speranza, ch'ella abbia a scrive- 

t re sempre, sempre ; ma quando 1* avrò condotta 

a casa mia, farò, che nuovamente ella dica» mai 
i più. (pMrte. 

SCENA XI. 

Sala dell' accademia. 
Tonine > *d EUon+r* . 

Ton. V^Oesa vuol dir ? Un' altra accademia ! S* ha da 

far la lizion do volte al aorno? 
Ile. Sono stata anch'io poco fa invitata con un* am* 
I basciata dal signor Ottavio > ma non so a qual 

fine. 
ì Ton. Sarà per goder qualche frutto della virtù della 

gentilissima siora Eleonora. 
$U. Voi mi mortificate, signor Tonino > sarà più. to* 

sto per ammirar nuovamente la prontezza del vo- 
stro spirito. 
Ton. Le mie leggerezze no le merita incomodar soge* 

ti de tanta stima • 
TU. Avete dunque deciso, che la grafia sia proferibile 

alla bellezza? 
Ton. Sta de ci si od per altro no l'ha gnente da far con 

eia. 
?/*. No certamente , perchè io noa sono né graziosa , 

né bella, 
Ton. Anzi perchè" la grazia , e la tiellezza le se trova 

in eia unide perfettamente. 
TU. Voi mi mortificate . 
Té». ( La fa bochin . La gode anca eia seotirse lodar , 

Tute W done le xè compagno . ) 



ts ìl porr A FANATICO 

E/*.' Voi 'per altro vi siete protestato , che una doto* 
bella vi piace . 

Ton. Cospetto del diavolo! A chi nò piascravela? 

£lt> Ma guai' e la bellezza, che a voi piace più dclk 
altre ? 

Ton. Ghe dirò : quando m* avesse da innamorar me 
piaserave una donna de statura ordenaria, ma pia 
tosto magretta , perche el troppo grasso me sto* 
mega . Averia gusto , che la fusse bruneta , per- 
chè dise il proverbio: El bruno elbel non toglie, 
anzi accresce le voglie ; voria , che la gh" avesse 
do bei rossi vivi sui viso , la fronte alta , e spa- 
ziosa , la bocca ridente coi denti bianchi , e seri 
tutto do bei occhj negri , piccioli , e furbi. Una 
bela vita', un bel portamento , un vestir nobik* 
e de bon guato, che la parlasse presto , e pulito, 
e che sora tutto la fosse bona, sincera, e affabi- 
le, e de bon cuor (a). 

Mie. E* difficile trovar unite tutte queste prercxrativc. 

Ton. E pur la me Wrneta, che el diga , le*se xxon 
in eia epilogade perfettamente. 

Mie. Voi mi mortificate. 

Te*. ( La va in bruo de lasagne . ) 

Mie. Voi siete un poeta grazioso. 

Ton: Soli tutto ai so comandi. 

SCENA XII. 

Beatrice, e detti. 

Bt*. CJIgnor Tonino, mi rallegro della bella conver- 
sazione, che su godendo. 

Té». 

(a) Questo era il ritratto di quella, che faceva U far* 
te di Eleonora: la signora Vittori* laiche. 



ATTO TERZO. jt 

1 T*J». Adesso la sarà veramente perfezionada . 
Bea. Eh io non sono poetessa ; non ho da mettermi in 

confronto delle virtuose . 
1 JE/f. (Oh maledetta invidia.) 
T#». La poesia no xè necessaria per far el merito de 

una persona. 
Zie. Signora Beatrice , io sono qui venuta, per un' arar 

basciata del signor Ottavio . 
Bea. Sì , si , fra voi altri poeti , e poetesse ve l' ior 

tendete, bene. 
Zie. Con vostro marito io non ho che fare . Quando 

avessi a. scherzare poeticamente , lo vorrei fare 

con qualche cosa di meglio . 
Zea. Sì , sì fatelo qui col signor Tonino . 
Ile. Egli è in casa vostra, tocca a voi. 
Tan. (Oh care, co le godo.) 
Bea. Io non sono poetessa. 
Zie. La poesia non è necessaria per fare il merito d'una 

persona • 
Bea. Questa proposizione e verissima . 
Zie. Io non la contradico. 
Bea. Che ne dite signor Tonino? 
Zie. Non l' accordate anche voi ? 
Tan. Tutto quel > che le comanda eie, patrone. 

SCENA XIII. 

Ottavio, RosMursy Thrind*, e ditti. 

v 

Qtt. -"^Vviva gli sposi. Adriatico Pantalonicoj Cineia 
Sirena , ecco uniti , stretti , e conjugati nell* amo- 
roso laccio matrimoniale Fidalma Ombrosia , e Bre^ 
viano fiilio. Destate le vostre Muse .dal neghitto- 
so silenzio, e cantate epitalamici versi alle glo- 
rie d* un così degno connubio , 

Zie. 



yf IL TOtTA TAtoufTlCO 

Eli. Mi rallegro infinitamente con voi 5 o &l<cissiaj 
spost . Venete sparga il vostro letto di rose , i 
amore sia sempre invidioso dei vostri cuori. 

Ott. Oh bellissima prosa, sullo stile del Sana «aro . 

fio. Vi ringrazio di vero cuore. 

Ros. Io pure mi protesto tenuta... 

Ott. ( Ringraziatela in versi . Ditele quei due? Tersi s 
fatti .) (piano m RotMMr*. 

M*s. Quel nume , che d'amor fa» ch'i m'accenda. 
A voi , Cinzia , per me le grazie renda . 

Ott. Ab > the ne dite, eh? Avete sentito mia Ggll*! 
Si può far di più? Compone anco all'improvviso, 

SCENA XIV, 

Coralli»* , e detti. 

Ott. Pignora Corallina, avete saputo il maritaggio di 

mia figliuola? 
Cor. Coppia gentil» che il faretrato amore 
Unì soavemente in dolce nodo. 
Della pace , che prova il vostro cuore 
Veracemente mi consolo, e godo. 
Il ciel vi difenda da ogni affanno, 
£ vi doni un bambino in capo all'anno. 
Oti. Bravissima . 
Kos. Vi sono molto tenuta. 

Ott. (Rispondeteli in versi .) (a Rùtaxrs fumé. 

Kos. (All'improvviso non so comporre.) 
Ott. ( Diavolo i Non vorrei , che rimaneste in vergo- 
gna.) ( s Jbs**r* fu**. 
Ras. Sì, cara signora Corallina, vi sono tenuta... 
Ott. Il matrimonio ha fatto fuggire dalla fantasia £ 
mia figlia le Muse , che sono vergini , e vergogno- 
se . Risponderà io per lei. Ore, odo, tomo. 

Ma- 



ATT0TER2 0. ìp 

\ Magronia , voi ci fate troppo onore , 

Voi eccedere in troppo alto modo , 
{ Poiché Imeneo col maritai calore 

, La mia figlia... toccò... siccome il sodo 

Della prole risponde al primo anno , 
. Donna fia sempre donna , e non è danna « 
Cùr. Bravo, bravo. Me ne rallegro. 
{ Ott. Compatirete. 

S C E N A XV. 
Irto, e detti. 

tot. Signor Ottavio è qui l'amico. 

Ott. Per il certame ? 

Lei Pei l' appunto. 

Ott. Bravissimo . Signor Tonino , sapete voi ceda siano 
i certami ? 

Ton. Certame voi dir combattimento. 

Ott. Siete sfidato a singoiar certame. 

Ton. Da chi? 

Ott. Da un estemporaneo Vate. 

Ton. Venga chi vuol venir meco a cimento ; 
Kob temo no, se fossero anche cento. 

Ctt. Fatelo entrare. ( Lelio fn cenno , che passi.) Se- 
diamo, (tutti siedono. 

SCENA XVI. 

Metter Menico col chitnrrmo , # detti. 



Men. J\ Sri signori farro reverenza, 
E li prego volerme perdonar, 
Se alla prima con tanta imj ertinenza 

Co 



$0 IL TOLTA FANATICO 

Co sto mio chiama vegno a cantar. 
Protesto esser vegnù per ubbidienza 
Per perder certo, e no per vadagnar. 
Tutta la gloria, e la vittoria cedo 
Al poeta mazor, che in fazza vedo . 

Toth Compare mio per quel che sento, e vedo. 
Vu se come soli mi boa Veneziaa. 
Onde de provocarme ve concedo. 
Cantemo se volé sin a doman. 
Che voggic rebaltarme mi no credo, 
Perche saresti un tristo paesan; 
Ma mi ve renderò pan per fugazza, 
Se vedere, che sic de trista razza. 

Men. Mi poeta no son de quella razza, 
Ch'altro gusto no gh'ha che criticar. 
Lasso, che tutti diga , e tutti fazza, 
£ procuro dai altri d' imparar .• 
Vorria saver da vu , come che lazza 
Una donna pili cuoci a innamorar . 
£ brameria, che me disessi ancora , 
Se la donna anca eia s'innamora. 

Tcn. La donna qualche volta s'innamora, 
Perchè fatta la xè de carne , ed osso : 
Ma quando con più d'un la se era fora, 
Credcrghe certamente più no posso. 
Parerà, che la pianza , e efie la mora,. 
Ma mi sta malignazza la cognosso; 
So, che quando la finze un doppio affetto, 
No la gh'ha per nissun amor in petto. 

Men. Poi darse , che le gh* abbia amor in petto , 
Per uno , e che le hnza con quell' altro . 
Poi* esser che le ama un solo oggetto, 
Eie finza con do coli' occhio scaltro . 
Ma stabilir no voggio per precetto , 
Che la donna uadissa e l'uno, e V altro. 



A T T T E K Z O.. Si 

Le donne , che in speranza molti cien , 
Le porta sempre el pili diletto in sen . 

Ton. La donna» che fedel gh'ha el cuor in sen» 
No se butta con questo , e pò con quello , 
Perchè la sa, che farlo no convicn, 
£ al so moroso no la dà martello. 
Ma quella» che a nissun za no voi ben» 
No se schiva con tutti a far zimbello. 
Onde chi fa l'amor con più de un» 
Compare mio non amerà nissun. 

Min. Compare dixè ben » no gh' è nissun» 
Che possa contradir quel che dixè. 
De provocarve esser vorria a dezun, 
Perchè vu più de mi ghe ne savè. 
Pur in sta radunanza gh'è qualcun» 
Che creder fa, che un impostor vu sié. 
Ma mi» che son poeta, e Venezian, 
Digo, che chi lo dùce xè un baban. 

Lei. Chi lo dice son io, e sostegno , che quello è un 
impostore , e voi un ignorante . Non voglio più 
soffrire simili impertinenze . Con questa sorte di 
gente non mi degno di stare in società. Vada al 
diavolo 1' accademia , straccio la patente , e non 
mi vedrete mai più. (parte. 

On. Ah sacrilego profanatore delle vergini Muse ! Ma 
non importa. Vada al diavolo quel satirico pesti- 
lenziale . Faremo senza di lui . 

Men. Missier Alcamo, no ve desperè, 

Se Ovano Pazzio alfin v'ha abbandona, 

Che dei Ovani ghe ne troverò, 

£ dei pazzi poeti in quantità. 

Esser poeta bona cosà xè, 

Che onor, decoro alle persone dà . • 

Ma in chi la sol' usar senza misura 

La poesia de venta cargadura . 4 

ti Focts Ytmttico. S Ton. 



%X IL POETA FANATICO 

Ton. E più sorte gbe xè de catgadura 
Rispetta al gusto della poesia. 
Gh' è quelli , che ogni piccola freddont 
I corte a recitarla in compagnia. 
Gh* è chi crede coi versi far fegura , 
£ se mette per questo in albasia . 
E gh'é de quei, che invece de panetti» 
I se la passa via con dei sonetti . . 

t>tt. Bravo, evviva. 

Fio. Bravo, evviva. Ma io non voglio essere certamen- 
te nel numero dei fanatici . Signor suocero caio 
con vostra buona grazia , conduco a casa mia 
moglie. Ella qualche volta comporta per piacere, 
ma per l'accademia» di noi non fate più capitale. 

Ott. Come ! Siete voi diventato pazzo ? 

Fio. Pazzo sarei , se per cagiori dei versi > e delle ri- 
me abbandonar volessi gì' interessi della mia fa- 
miglia . 

Ott. Bene abbacateci vói, e non impedite, che mia fc» 
glia faccia onore a se, alla mia casa , alia citò 
tutta. 

fio Rosaura è cossi mia ; voglio * che alla casa mia 
faccia onore , e questo succederà se ella apprende- 
rà le regole d' una buon* economia. Signor suoce- 
ro, vi riverisca. Eccovi le vostre patenti. 

Ott. Ah traditore ! £ voi Rosaura * avete cuore d' ab* 
bandonarmi ? 

Kos. Verrò a vedervi. 

Ott. Comporrete voi ì 

Kos. Per l'accademia mai più. 

Ott. M'avete detto sempre, sempre* 

Ros. Ed or vi dico mai pia. 

Fio. Signor suocero.... 

Ott. Andate via. 

Ros. Signor padre... 

Off. 



ATTO TERZO. sj 

Ott. Ingratissima figlia! 

Fio. Venite nella vostra camera» che vi aspetto. («ito. 
Più della poesia fia dolce cosa 
L'ore liete passar fra sposo , e sposi. (parte. 

Ott. Che tu sia maledetto. 

R*s. Del mai, del sempre il senso questo fa, 

D* amarlo sempre , e non compor mai più . ( fmr. 

Ott. Oh cara l che Tersi f E dorrò perderla ? £ non la 
sentirò più comporre ? Moglie mia toi resterete 
vedova . 

£**. Il cielo lo faccia presto. 

Men. In fatti no ghe zi piacer al mondo 

Mazor de quel d' un matrimonio in pase . 
L' omo colla muggier vive giocondo > 
Quando la cara compagnia ghe piale. 
Ma pò el deventa tristo» e furibondo 
Se el trova una de quelle , che no tase . 
Ghe ne xé tante , che gh* ha un vizio bratto , 
Che le voi contradir e sa ver tutto. 

Jon, Anca mi lodo ceno sor? tutto , 
£1 benedetto, e caro matrimonio» 
Ma presto ogni contento vien destrutto, 
Quando de gelosia gh' intra el demonio. 
O che feisogna, chd il mario sia mutro , 
O che el ghe trova più d'un testimonio; 
£ quando, che cosi noi poi placarla, 
Bisogna che el se sforza a bastonarla. 

Ott. Cari amici, e eonfpastoti , voi mi consolate dèlia 
perdita dolorosa, che ho fatto . Staremo qui fra 
di noi . Cincia Sirena non ci abbandwicrà . 

Zie. Perdonatemi . Fino che vi era. fra gli accademici 
vostra figlia > io pure poteva starci . Ora una don- 
na sola non: isti bene; onde me ne vado anccr io,, 
e non mi vedrete mai pie; prendete la vdìtra pa- 
tente. 

S x Ott. 



t* IL POETA TAXATIC0 

Vtt. Vi e mia moglie. 

jfot. Io noti sono poetessa. 

"Eie. Sentite? Ella non è poetessa > ma il signor Tana» 

la fari diventare . 

Presto si riempirà d* un nuovo estro 

Sotto l'abilità d'un tal maestro. (feriti 

Men. No ve stupì se la zè andada via. 

Che questa delle donne zè V usanza y 

Muar sistema nella fantasia, 

£ poderse vantar dell'incostanza. 

Diseghe se la va: bandì sioria, 

Che delle donne ghe ne zè abbondanza. 

No ghe ne manca no de sre mattone» 

Ma pocchettine ghe ne zè de bone. 
Ton. Saveu perchè ghe n'è poche de bone? 

Perchè i omeni i xè pezzo de eie: 

L'omo ghe dona el titolo de parone, 

£ superbe el le fa col dirghe belle . 

Elle, che no le xè gnente minchione , 

Le ne vorave scortegar la pelle; 

Tutte le ne maltratta a più no posso, 

E i pii cazzar nu se lassemo addosso. 

SCENA ULTIMA. 
Arlecchino, e detti. 

p 

Atl. JL Atroni cari con so portazion, 
Reverisco el mio caro sior cugnà. 
Un caro portalettere minchion 
De carta certa lettera el m' ha dà . 
Mi che omo fedel, e presto son 
L'ho tolta, ve la porto, eccola quii 
Ve la dago, arenila, e pò lezela, 
E per far fazoleti adoperela. (d*un*ktt$rm*Tm 

Men. 



A T T O T £ K Z Ql ** 

à&en. Me consolo con vu compare caro, 

Che savc poetar all' improviso * (ad Ari. 

\Arl. Ogni mattina a poetar imparo , 
E se volc, ve poeterò sul viso. 

Jden t Prego el cicl, che ve soffoga, el cataro 
Avanti , che me de sto beli* avviso. 

uirl. Caro poeta mio scusa domando, 

\ ve mando ben ben > e ve straniando, (parte. 

Ton. Muggier carissima, su lettera ne porta un moti- 
vo de dolor, e un altro de alegrezza . Xc morta 
ci mio povero pare , e la natura no poi de man- 
co de no resentirse; ma me consola , che addere- 
mo a Venezia T e saremo patroni de tutta 1* eredi- 
tà > e vu , poverazza , avere fenio de penar . 

Otr. Cornei Anche voi mi piantate ? Anche voi ve ne 
andate? 

Ton. Andémo al nostro paese * ringraziando el nostro- 
carissimo sior Ottavio de averne benignamente ac~ 
colti, soccorsi, e compatii. 
Ott. Povero me ! Povera la mia accademia I Eccola in 
un giorno fatta , e disfatta . Ecco dove vanno a 
finire tutte la attenzioni , e le diligenze di chi 
procura instimi te simili radunanze . Finiscono in 
disunioni, dispiaceri, e per lo più in derisioni. 
Beé. Questo succede quando il capo non ha cervello , 
e lo fa senza regola , e senza fondamento . Ab- 
bandonate una volta questo pazzo spirito di poe- 
sia. 
Ott. Andate al diavolo quanti siete. 

Gente , cui si fa notte innanzi sera, 
Gente , cui si fa notte innanzi sera , 
Gente , cui si fa notte innanzi sera , (P* m « 

Me». Gente cui si fa notte innanzi sera , 
Segondo lu, vuol dir gente ignorante. 
Perchè la so accademia e andada ia tera, 

El 



tS tt VOtl A FANATICO. 

El deventa furente , e delirante . 
il dirà i so sonetti alla massera 
Per sfogar el so estro stravagante , 
Ma anca mi chiappo suso> e vago ria, 
£ no voi seguitar la poesia . (f*ttt. 

Ttn. Xé impossibil che el lassa la poesia» 
Impossibile xé, che el cambia usata*. 
Quando un omo gh'ha Impressa una pazzia. 
Che el varissa ghe xè pòca speranza . 
Signori la commedia tè fenìai 
Domando ai nostri erróri perdonanti, 
£e la ve piase, e la volc dóraan, 
pisene bravi, e pò sbàttè le mari. 



llhe 441U CMMedi*. 



NOI 



ir 

NOI RIFORMATORI 

DELLO STUDIO DI PADOVA. 

xx Vendo veduto per la Fede di Revisione , ed Appro- 
vazione del P. Tr. Gio: Tommaso Mascheroni In- 
quisitor Generale del Santo Offizio di Venezia nel 
Libro intitolato : te Commedie di Carlo Goldoni ec. 
non vi esser cosa alcuna contro la Santa Fede 
Cattolica, e parimente per Attestato del Segreta- 
rio Nastro * niente contro Principi , e Buoni Co- 
stumi , concediamo Licenza ad Antonio Zana Stani* 
pator di Venezia che possa essere stampato , os- 
servando gli ordini in materia di Stampe > e pre- 
sentando le solite Copie alle pubbliche Librerie di 
Venezia, e di Padova. 
Dat< li io. Aprile 17$*. 

( Andrea Querini Ri/. 

( Fietro Barbarigo Rif. . 

( Francesco Morosini *.° Cav. Froc. Ri/. 

Registrato in Libro a Cane 188. alNum. 170*. 

Giuseppe Gradente Segr. 

i*. Aprile t7%6. 



Registrato a Carte 134. nel Libro esistente presso 
gli Illustrissimi ed Ecceli Sig. Esecutori contro 
Bestemmia, 

Giannantonio Maria Costali Koa\ 



t 



^ 



LA CAMERIERA 

BRI L LAN TE. 

COMMEDIA 

DI TRE ATTI IN PROSA. 

la presente Commedia di carattere fu recitata h prima 
volta in Venezia il Caraorale dell' anno MDCCL1V. 



14 Ctmrìtt* Brillsntt . *T PER- 



* 

PERSONAGGI. 

PANTALONE de* Bisognosi mercante in Villa. 

FLAMMINIA ) 

) figliuole di Pantalone • 
CLARICE ) 

OTTAVIO . 

FLORINDQ. 

ARGENTINA cameriera delle figliuole di Pantaleo?, 

BRIGHELLA L servitore di Pantalone. 

TRACCAGNINO , servitore di Ottavio. 



La scena- si rappresenta nella Terra di Mestre siano 
sul margine, della terra ferma Veneta» sette migià 
distante dalla Città di Venezia, in un Casino £ 
Pantalone. 



A T- 



Z*jz Cam eriera Brillante . 

; 



j6toI.Se.IV". 




ATTO FRI M O. 

SCENA PRIMA. 



0. 



flammmia, $ Clami. 



CU. \5Uesta è una vita da diventar etiche io : poco 
tempo. 

Ila. Io per me ci sto volentierissima in villa • 

Cla. Ed io non mi posso vedere. 

fi*. ìn quanto a voi state mal volentieri per tutto . 
A Venezia non vedevate l'ora di venire in cam- 
pagna : ora che ci siete , vorreste andarvene do»' 
pò tre giorni. 

Cla, Ci starei volentieri, se ci fesse un poco di con- 
versazione. . Ék ...♦ 



"4 ' : % '^tA CAMERIERA BRILLANTE 

Ti*. E pure anche per questa parte non vi potete do- 
lere , cara . sorella : 
Ci*. Che? Forse per esservi poco lontano il casino del 

signor Florindo ? 
Ti*. Non è poca* io renna aver Tfeante vicino . 
Ci*. Oh da imo a ni enee vi faccjòpoca diflèrenza. 
Ti*. Io poi sona piti diserba 3 \,yol , Così vi fos- 
se il signor .Ottavio , chi! mrxhiarnerei contenti*- 
{:' -.sima. - 

Ci*. Oh sì ^ Et ci fosse, anifc*io«te avrei piacere, fcx 
L. . ridere un poco, -», 

.. F^.nPer- ridere ? Vi fa ridere Asn|hQr Ottavio ? / * 
**&. Non; «le te , che Ài f& e jjj, ridere un uomo ?zaa- 
r -*-■': glorioso, che racconta sempre grandezze, dm dpo 
|- parla die di se stesso/ 'che crede non ci sia li- 

tro di «inailo a fjut»t{> «florido, che lui ***■*"■"♦ 
. Ti*. Si, è vero, pecca un pochino eli vanagloria, usa 
finalmente ha il suo merito. La sua ostentazione 
e fondata su qualche cosa di vero. Se non e ric- 
reo , e nato nobile almeno, non è da mettersi in 
paragone col vostro signor Florindo . 
CI*. Perchè? Sé Florindo non è, nato nobile, in lui li 

ricchezza supplisce al difetto delia nobiltà. 
Ti*. E* un un uomo di cattivissimo gusto ; di tutte le 
cose gli piace il peggio j è un umore stravagan- 
te" TtissimoJ ■) ■>. • :* 
Ci*. Gli piace di tutto il peggio eh? 
Ti*. Cosi dicono* io non patio , perchè paja. a me so- 
' lamente . 
Ci*. oDuncrae sie -ha della parzialità per me, sanai per- 
-rr xhc di. tolto igli piace ri peggio. 

Tùò Non. dicoK pct .questo ■ 

Ci*. Sì , si , e' intendiamo . Lo so , che vi credete voi 
•r.z sola .di un: alto medita. Ini questo: somigliate as- 
saissimo al signor fetavio. 



ATTO PRIMO** % j 

f .*l*. Lasciatemi parjare, se rolcte incendere quel, che 
io penso. 
Ci*. Che cara signota sorella! Ha scelto me per il 

peggio. 
TU. Ecco qui . 'Tutto prendete in mala parte . 
- CU. Mi pare un poco d' impertinenza la vostra . 
TU. Signora sorella , Vossignoria si avanza un p*'* 

troppo. 
CU. Se è vero. Sempre mi seccate. Anderete via una 

volta di questa casa. 
TU. Cosi vi andassi domami 
CU. E io questa sera. 
I TU. 'Non mi avete mai potuto vedere . 
| CU. Volete farmi la dottoressa» la maestra, la stipe- 
: riora . 

TU. Sono la maggiore) ma non per questo potete dia 

re'... 
CU. Ah di grazia , signora maggiore > aspetti , che le 
baderò la mano. * 

TU. Siete pure sofistica. 
CU. Siete prosontuosa. » 

JF/*. A me ? 
Ci*. Sì a voi , 

SCENA IL 

Argenùn* , e dette . 

Arg. XLccoIe qui . Tarroccano . Due sorelle sole , gio* 
vani , ricche , gafBate 7 non si possono fra di loto 
vedere , 

II*. Che ne dia ;• Argentina ? Sèmpre cosi. 

CU, Tu come c'entri a venir a fere la -correttrice ? Sta 
da quella, che sei. La cameriera non si ha da 
prendere tanta libertà cc4fc sue padrone . 

T ) A* 



* LÀ CAMERIERA BRILLASTE 

Arg. Perdoni , signora» perdoni. Non credo d'averli 
offesa . 

EU. Lisciala stare» Argentina. Conosci il suo stan- 
gante temperamento . 

Arg. Peccato in Tenti > eh* ella sia cosi stravagante ! 

CU. Temeraria! Io stravagante? 

Arg. Compatisca ; è una parola questa» ch v io non so, 
che cosa voglia dire. L'ho replicata, perchè Fin 
detta la signora Flamminia , Parlo anch'io cornei 
pappagalli . 

CU. F peccato» ch'io sia stravagante? 

Arg. Se mi sapessi spiegare » vorrei pur tarmi intende- 
re . £* peccato » che una signora cosi bella , cosi 
graziosa... Se dico degli spropositi » mi corregga. 

CU. Tu parli in una maniera» che non si capisce. 

Arg.LSxtto della mia ignoranza. Ma io vorrei vedere, 
che le mie padrone si amassero» si rispettassero, 
Vivessero un poco in pace. 

TU. Questo è quello» che vorrei anch' io. 

CU. F impossibile» impossibilissimo. 

Arg. Ma perchè mai ? 

CU. Perchè sono una stravagante» non e vero? 

Arg. Tutto quello» ch'ella comanda. 

CU. Io comando, che tu stia zitta, e che mi porri 
rispetto . . 

Arg. La non comanda altro? Faccia conto, ch'io 1* ab- 
bia bella, e servita; signora Flamminia, ho da 
darle una buona nuora. 

EU. Che nuova? 

Arg. F arrivato il signor Ottavio . 

CU. Il signor Ottavio è venuto? 

Arg. Perdoni , io non l'ho detto a lei, 

EU. L'ha veduto mio padre?, 

Arg. Non ancora . 

CU. Che cosa è venutola fare il signor Ottavio? 



ATT0 1B.IM0. '7 

^Lrg. V ho veduto dalla finestra-, mi ha chiamata m 
istrada... (* TlammimM. 

CU. A me non si risponde ? ( ad Argentina*. 

.Arg. Oh, signora» so il mio dovere. Quando mi co- 
mandano di star zitta, non patio. (a Clarice .) 
Son discesa per sentire, che voleva da me . 

(* lUmm'mia. 

da. (Costei mi vuol far venire la mosÀ al naso.) 

- (da se. 
TU. E cosi, Argentina mia, che cosa ti ha cktto ? 
Arg. Senta. Con sua licenza. (a Clarice, tirando Flam- 

( minia da forte. 
CU. Come! non posso sentire io? 
Arg. Oh signora no . 
CU. Perchè? 
f Arg . Perchè ha dette certe cose , che a lei non posso- 
no dar piacere. Se glie le dicessi, mancherei al 
rispetto. So il mio dovere . (a Clarice. ) E così» 
signora mia ... ( * Tlammiwiéu 

CU. Parla, voglio sapere, che cosa ha detto di me. 
Arg. Ma se mi ha comandato di tacere . 
CU. Ora voglio, che palli. 
Arg. Taci j parla; voglio, non voglio: t poi non yoi- 

rà, che le si dica, che è stravagante. 
CU. Sei una temeraria . 

Arg. Tutto quello, che comanda la mia padrona. (* 
Clarice.) E cosi, come le diceva. ( a fUmmmia. 
Jla. (Mi fa quasi venir da ridere. ) (da se. 

CU. (Maledetta; non la posa> soffrire .) (?* se • 

Arg. (Senta. Il signor Ottavio vuol fare un* visita al 
signor padrone. Spero, mi disse, ch f un uomo del- 
la mia sorte sarà bene accolto dal signor Panta- 
lone . . . ) ( t**" * rlammsnia . 
CU. Vuoi tu, ch'io senta, o vuoi, che ti dica quel- 
lo che, meriti? (** *&"*"** 
T 4 - Ar * 



g LA CAMERIERA BRILLANTE 

Afg. Io gli ho risposto... {come sopra, no» bada** 

(do * Clmrkt 

CU. Che impertinenza è la tua? (ad ^Argontma 

TU. Via; contentala quella signora. Di force, eh'» 
non ci pensa . 

Arg. Ma poi se parlerò forte , mi dirà che stia zitta. 

CU. Tu devi ubbidire , fraschetta . 

Arg. Ubbidirò*. Disse il signor Ottavio ; Terrei a Jkrr 
una visita alla signora Flamminia» ma non posso 
soffrire queir umore stravagante della signora Ca- 
rice. 

CU. A me questo? Io stravagante T 

Arg. L'ha detto il signor Ottavio. 

CU. Mi sento fremere. 

Arg. E ha detto di più 

CU. Sta zitta , 

Arg. Ha detto , che siete . . . 

CU. Non più temeraria. 

Arg. Ecco qui , parla ; non più j sta zitta . 

CU. Se mio padre non ti caccia di questa casa, ni- 
scerà qualche precipizio. 

Arg . Certamente si seccherà . . . 

CU. Che cosa? 

Arg Al canale della laguna. 

CU. Non ti posso soffrire. Vado ora da mio padre a 
dirgli liberamente, die non ti voglio» 

Arg. Pazienza . 

CU. Si, ti manderà via. 

Arg. E cosi > tornando al nostro proposito ... (a FUm- 

(mima. 

CU. Indegna! 

Arg. Sappia, che il signor Ottavio... (* Flammimk. 
.CU. Non mi abbadi ? 
~Arg. Mi comandi.. . (m dance. 

CU. Sci una temeraria. 

Arg. 



ATTOTRIMO. * 

i iArg, Me l'ha detto tre volte. 

CU. ( Se più 1* ascolto, se più mi iterino , la bile mi 
i * fa crepare assolutamente.) (d* se , e parte . 

SCENA ni. 

TUmmini* y ed Argentina. 

E- 
Una gran testacela quella mia sorella * 
i Arg. Niente» signora, lasciate fare a me» che m'im- 
pegno di metterla alla disperazione. 

TU. Per conto mio non intendo però , che si disprez- 
zi > e s insulti , né tu devi farlo . Ella pure è la 
tua padrona, e le devi portar rispetto. E* mia 
sorella; e quantunque non abbia ella stima di 
me , io la voglio avere di lei . 

Arg. Saviamente parlate , signora . Lodo infinitamente 
Ja vostra amabile docilità . Io non intendo di 
mancare a quel rispetto, che devo alla, signora 
] Clarice ; ma qualche volta faccio per risvegliarla . 

Già lo sapete com'è, un giorno mi vuole indo- 
rare , un altro giorno mi vorrebbe veder in cene- 
re, le mi regolo secondo di che umore la tro- 
vo. 

J/a Bada bene, che ora essendo di cattivo umore, e 
stuzzicata da te un po' troppo , non vada da mio 
padre , e non lo metta su malamente . 

A rg ,, A far che ? 

TU. A mandarti via . 

Arg. Oh signora*, per cosi poco il padrone non mi li- 
cenzia . 

TU. Lo so , che ti vuol bene ; ma potrebbe darsi . . . 

Arg. Cara signora Flamminia, non siete pia innamora- 
ta del signor Ottavio ? 

TU. Si, lo sono. Perchè mi dici tu .questo? 

Arg. 



iù LA CAMERIERA BRILLANTE 

Arg. Perchè badate a discorrete di me, e non vi ca- 
late di parlare di lai. 

JF/«. Park di te, cara Argentina, perchè ti amo, e 
non vorrei perderti. 

Arg. Non dubitate» non me n'anderò. Il padrone non 
mi lascerebbe andare per cento mila ducati; e se 
la signora Clarice sarà in collera con me •> dav- 
vero, sapete cosa farò? 

TU. Che cosa farai» 

Arg. Cospetto di bacco ! sapete > che cosa farò ? Andoò 
a ritrovarla nella sua camera; le dirò tante belle 
cose, tante buffonerie, la baderò, la pregherò, 
le ballerò dinanzi, la farò ridere, e non sarà al- 
tro. 

TU. Sì veramente qualche volta tu sei brillante. Fa- 
resti ridere i sassi. 

Arg. Ora non e tempo di ridere . Parliamo un poso 
sul serio . 

2U. Che cosa ti ha detto il signor Ottavio? 

Arg. Il signor Ottavio mi ha detto , che con una gon- 
dola a quattro remi è venuto in cinque minuti 
da Venezia a Mestre, e per veder voi ha lascia- 
to la convenazione della duchessa , della mar- 
chesa, della principessa. (caricando, e dipingerne* 
(V Ampollosità di QtTAvh. 

TU. Tu lo sbeifi il signor Ottavio . 

Arg. Oh non signora . L' imito cosi un pochino per ve» 
der, se so fare. , 

TU. Se tu avessi per me quel!' amore , e quella pre- 
mura, di cui ti vanti, parleresti con più stimi 
d* una persona , eh 1 io amo . 

Arg. Se non vi volessi bene, non avrei fatto quello, 
che ho fatto. 

TU. Di che parli? Non ti capisco. 

Arg. Ho persuaso il padrone a riceverlo in una visita 

di 



A T T O * R I M O. it 

di complimento» e forse a tenerlo a piatto con 
ini, e per conseguenza con voi. 

TU. Oh si dar reto. Non hai fatto poco. Mio padre 
nomo sofistico non può vedere nessuno. Come 
l'hai persuaso , Argentina? 

JLrg. Non sapete, che quando io voglio, meno gli uo- 
mini per il naso? Il signor Pantalone principal- 
mente per me farebbe moneta falsa. 

FU. Si, è veroj anzi, per dirtela, mi è stato detto 
da pia di uno, che ti voleva sposare. 

Arg. Non signora, non conviene a una cameriera spo- 
sare un uomo civile, che ha ancora due figlie in 
casa. 

TU. Brava, Argentina, ti lodo, hai delle buone mas- 
sime. 

Jirg. Ecco il padrone . 

FU. Ti raccomando volermi bene. 

Arg. Il mio bene vi può fax poco bene. 

TU. Ajutami coli' amico. 

Arg. Oh quello vi farà del bene. 

TU. Tu mi fai ridere. (parti. 

SCENA IV. 

Argenti**, fot Vantalo™ . * 

T" 

Arg. XJ Amore per quel, ch'io sento, i una cosa , 
che fa ridere, e che fa piangere. Io però fin ora 
non ho mai pianto, e spero, che per questa ra- 
gione non piangerò. Io faccio all'amore, come 
si fa quando ascoltasi una * commedia . Fin che mi 
<U piacere, l'ascolto* quando principia ad anno- 
jarmi, mi metto in maschera, e vado via. 

Tan. Argentina. 

Arg. Signore. 

Pan. 



j* LA CAMERIERA BRILLANTE 

ita».- No se ve vede mai. 

Arg. Se aveste ventanni di meno, mi vedreste £ 
pia. 

Pan. Eh za se fosse più zovene, ve darave in rei ge- 
nio. 

Arg. Non dico per questo , dico 9 perche noa avreste 
bisogno d'occhiali. 

Pan. Coss'è sti occhiali? Ghe vedo pia de vu, pa- 
trona. 

Arg. £* vero si > vedete assai pia di me . Perchè se io 
rido , mi vedete i denti . Se voi ridete , io non ir 
li vedo, 

Pan. Voleu zogar, che ve dago una sleppa? 

Arg. Volete giuocare , eh* io me la lascio dare ? 

Pan. Se un' insolente . 

Arg. Ma sono la vostra cara Argentina • 

Pan. Barona! sempre ti me strapazzi. 

Arg. Ve ne avete a male, perchè qualche volta vi dico» 
che siete vecchio? 

Pan. Siora sì , me n* ho per mal . 

Arg. Quando è così , bisogna rompere tutti gli spcc- 
chj di casa. 

Pan. Cossa songio? un cadavero? un mostro? 

Arg. Non signore ; siete il più bel vecchietto di que- 
sto mondo. 

Pan. E dai co sto vecchio ; ti xc una temeraria » 

Arg. Ma sono la vostra cara Argentina . 

Pan. Galiotazza! te bastonerò. 

Arg. Agazzino, 

Pan. A mi aguzin? 

Arg. Se volete bastonare una galeotta * 

Pan. No ti parli, che no ti dighi un sproposito. 

Arg. Tacerò dunque. 

Pan. Sì y tasi , che ti farà ben . 

Arg. YoIcysì dirvi una cosa, ma Don la dico più. 

Pan. 



ATTO PRIMO, z? 

Pan. Cossa me volevistu dir ? 

Arg. Oh non Te la dico più. 

Pan. La sarà qualche impertinenza al solito, 

Arg. Anzi era una cosa bella, bella, la più bella di 

questo mondo. 
Pan. Via, dimela. 
Arg. Oh non parlo più . 
Pan. No me far andar in collera. 
Arg. Non la dico certo . £' una cosa, che ti darebbe 

gusto, ma non la dico. 
Pan. Se no ti me la disi , no te tardo mai più » 
Arg. Ve la dirò, e non re la dire. 
Pan. In che maniera? 
Arg. Colla bocca no certo. 
Pan. Ma come donca? 
Arg. Ve la dirò colle mani . 

Pan. Colle man? Via mo. (s'accetta ad Argenti*». 
Arg. Signor no , alla larga . 
Pan. Ma come colle man alla larga? 
Arg. Non sapete vói parlar colle mani? 
Pan. Sì ben; me l'arecordo co giera putello. 
Arg. Osservate . (*/«* le due dir* indice, § m$dh. 
Pan. V. 
Arg. Alx* il dite mignolo. 

Pan. I. vi.. 

Arg. Alza nuovamente due dita indice > # medie. 

Pan. V. 

Arg. Ter ma un cerchiò colle due dita pollice, ed indice. 

Pan. O. ve... 

Arg.Toua celi 1 indice , ed il pollice f estremiti delV o- 
recebia. 

Pan. G. 

Arg. Alza il dite indice . 

Pan. L. 

Arg . Alt,* il dite mignolo* ■ 

Tarn. 



T+ LA CAMERIERA BRTLLAXIZ 

Fan. I. 

Arg. Toma a far il cerchio col pollice , e coir indice m 

Fan. O voglio. Vi voglio. Cossa roleu? 

Arg..Fiega il olito medio inarcato accostandole mllm me- 
tà delV indice . 

Pan. B. 

Arg. Accosta F indice air occhio. 

Fan. E. he... 

Arg. Stacca dalle alito dita V indice > o il madia, a gli 
stende colle fante air ingiù . 

Fan. N. principia a rallegrarsi. 

Arg. Torna a toccar sotto rocchio col? indice. 

Fan. E ne bene. Me voleu ben, caca» 

Arg. Colla mano dritta si tocca il petto,. 

Fan. P... 

Arg. Fa il cerchio colt indice , ed il pollice . 

Fant. O pò . . . 

Arg. Fa un semicircolo colle due dita suddetto , 

Fan. C... principia a rattristarsi. 

Arg. Fa il cerchio rotondo come sopra . 

Fan. O co , poco . Melanconico . 

Arg. Alza le due dita indice, o medio. 

Fan. V. Melanconico. * 

Arg. Fa il cerchio come sopra. 

Fan. O. 

Arg. Alza il dito mignolo , 

Fan. I. voi. 

Arg. Forma mezzo cerchio col pollice, e t'indice, e 
l'accosta alla bocca, coit che le punte dei mez» 
za cerchio toccana $ laterali della labbra. 

Fan. A. 

Arg. Stacca tre dita dalle altre , pollice, indico, a me- 
dio, e le rivolta collo punto in già. 

Fan. M. 

Arg. Accosta Vindice attecchì** 

Pam. 



A T t o r R I li O. t%. 

fan. E me, voi a me... 

Arg. Abbassa lo duo punte deW indice, o del medie. 

fan. N. 

Arg. Alza il dito mignolo* 

fan. I. 

Arg. Accosta r indice ali occhi* . 

fan* E. 

Arg. Torna ad abbassar le due fumé del? indice, e del 

medio . 
fan. N. 
Arg. Attraversa V indico della mano ritta a quello deU 

la mano sinistra, 
fan. T. 

Arg. Torna ad accostar F indice ali* occhio. 
f*n. £ te, niente. Mi gnentc ? Aspettò . (fa diverse fi» 
gure collo dita per esprimersi, ma non esprimo 
niente di bone.) Mi... a vu... Tanto... che... 
mai... più... Ye lo dico colle man» colla hoc* 
ca, col cuor, e colle viseexonazze. 
Arg. Mi date licenza, ch'io parli? 
fan. Sì £asl&*. 
Arg. Non vi credo. 
Fan. Giera aleggio, che ti tasessi. 
Arg. Sé mi volete bene, m'avete da far un piacer 

se. 
fan. <$ssa vustu? 

Arg. Ho veduto passeggiar nel cortile il signor Otta* 
vio; l'avete da ricevere, e gli avete da far buo- 
na ciera. 
fan. Te 1* ho dito delle altre volte , mi no voi secca- 
ture : vegno in campagna per goder la mia liber- 
ta > no voi visite, no voi complimenti, no voi 



Arg. Mi avete pur promesso di riceverlo. 
fan. Ho dito de si, perchè cole to smorfie ti m'ha 

far- 



16 LA CAMERItRA BRILLASTE 

fatto dir de si per fona. Ma te digo, che no 
roggio Austin. 

Arg. Siete pur sofistico . 

Pan. O sofistico, o altro , la foggio cosi. 

Arg. Sicxe peggio 4' un satiro. 

Pan. Son chi son, e non me stè a s ec car. 

Arg. Piò che andate iti li, pia direniate rabbioso • 

Pan. Vustu taser frascoaazza? 

Arg. Siete insoffribile . 

Pan. A mi, desgraziada? 

Arg. Ma son la vostra cara Argentina. (ridonda am 

{grmzia. 

Pan. (Siestu maledetta.' co son per andar in collera, k 
me fa 20.) (da se. 

Arg. Ma sono la vostra car* Argentina. 

Pan. Sì, baronassa,, si -te voggio ben*. . ma ti gh*hi 
una lengua... 

Arg. E mi farete questo piacere . (cm thzx*. 

Pan. De cossa? 

Arg. Di ricevere il signor Ottavio, (carnè safra. 

Pan. Ma cossa t* importa a ti ?.. . 

Arg. Sì , io riceverà il mio caro papà . (gli fa dà vexxi. 

Pan. Papà ti me disi? 

Arg. Il papà vuol bene alla tatta. 

Pan. Si; te voggio ben. 

Arg. E lo riceverà . 

Pan. Mo per cossa?... 

Arg. Lo riceverà il nonno, lo riceverà, 

Pan. Anca nono? 

Arg. Il bel nonnino ! 

Pan. Vustu fenirla co sto dinne nono? 

Arg. lì nonnino bello, il papà bello, il padrone bel- 
lo , che mi vuol tanto bene . Eccolo , eccolo . 
Venga, signor Ottavio. Signor si per la sua Ar- 
gentina io riceverà. Oh guardate chi dice, che 



A T T O ? R I M 0. ir* 

■ non mi vuol bene ? Signor si, mi vuol tanto be- 
ne» e per amor mio lo riceverà. Caro papà! lo 
riceverà. (farte. 

SCENA V. 

tant alene , pei Ottavio . 

?*». VJHi poi responder, responda. La m'incanta, 
la me incocalisse ; e no so cossa dir . Mi soa 
de natura più tosto caldo, più tosto furioso; e 
custia la me reduse co fa un agnelo . Velo là » 
eli' el vien el sior Ottavio .La gh' ha dito , che 
el vegna, e el vien. Mi so che premura, che 
gh* ha custia per sto sior Ottavio > perché Flam- 
minia ghe xè kuiamorada, e chi sa, che Àrzcn- 
tina no gh* abbia gusto , che inarida le mie put- 
te, sperando pò dopo, che mi la voggia spo- 
sar. No la la pensarave miga mal. Questo xè 
giusto quel, che penso anca mi. Xé vero, chela 
me dise, che son vecchio, che la me disc papà, 
che la me dise nono , ma vedo , che la me voi 
ben . . 

Ott. Servitor divenissimo, signor Pantalone. 

Jan. La reverisso, patron... 

Ott. ( Fa qualcb* *tto £ ammiracene sul saluto tri-» 

(viale di Pantalone. 

fan. Ala qualcosa da comandatine ? 

Ott. Non signore. Son qui per fare una certa compra 
di beni, e vado divertendomi osservandola vilìa. 

fan. La voi comprar de beni? Dove compreia ? Chi 
ghe xc> che voggia vender? Anca mi, per dir- 
gliela, aspiro a far qualche acquisto, ma cho 
* sappia mi, nissun vende. 

La Cameriera Brillante. V Ott. 



tè LA CAMERIERA BRILLANTE 

Ott. Contenutevi, che mi è sotto fafto il progetto, 
A chi ha danari contami ttélló scrigno, non stan- 
ca il modo di fare acquisti , 
Tsn. In grazia, sé la domanda xi lecita, xclo un ac- 
quisto grosso? 
Ott. Eli una piccola bagattella * Per cento mila ducati. 
Pan. Aseo ! una piccala bagattella ? ( L* ha sbari un ca- 
non da sessanta. ) (4m se. 
Ott. Ma non mi piace la terra. 
Pdm No la ghe piade ? E sì ite in ancud Mestre ir 
deyenti un Vtrstgìiit in piccolo. Là scorfani 
dal canal de Maìghera, k zica tutto el paese, 
e pò la scorra ci Teraggió fin a Treviso. La 
stenterà trovar in aissun logd de Itali», e Jbs 
de Italia una villeggiatura cusì tenga, cosi ani* 
ta, cosi popolada coma Questa. Ghe xè casali, 
che i par gallerie, ghe le palazzi da città, di 
sovrani. Se & cònverstòiAn stupende; feste dx 
ballò magnifiche ; tole spafentose, tutti i mo- 
menti sé rade a correr k posta, sedie, e trozze, 
cavali, lacchè * flusso, tttftusso da tutte le ore. 
Mi m'ho retiri fra ter* lotta* dai strepiti, per- 
chè me piase la mia libertà .- Pet altro sento i 
dir, che a Mestre se fa' cosazze, che se spende 
àssaé, che se gode assae, e che sé fa spiccir d 
bon gusto, la magnificengd * € la polizia de rutti j 
i ordeni delle persone, che h onof alla nazioo, ' 
alk patria, e anca all'Italia medesima. 
Ott. Eh! vai più il mio fefldè , che non Val tmtt 

Mestre, è tutto il Terraglio insieme * 
Pan. La gh'ha un feudo l no l'ha migi mai sareste . 
Ott. Ne ho più di uno. M* son cose, ch'io non Je 

dico* Non faccio ostentazione delle cose mie. 
T*n. La gh' averi anca el titolò. ' 
Ott. Ho titoli, ho feudi , ho tutto entello, che si poi 
I are- 



avete. Ma non parliamo di qaestn. ioa ^ui., có- 
me diceva, pe* tm affare* e no. team a «edere 

la vostra villa* 
Jhw». La Tederà tm tugnria > ani tortone* ; un tiogtW 

to da poter*. omo. Mi no gb* ho tedi, mi no 

gh* ho grandezze • 
Ott. Ciascuno deve uHUemafe i di avete le to& 1 mi- 
sura del gradò. Io non lodo fuetti^ che fanno 

dell' ostentazione . 
P*n. Se vede, ch'eli xé im signof pien de rnodestia; 

no ghe piase de far grandezze. 
Off. No certamente. Alla mia tavola ci può venire 

ogni giorno chi vuole, ma non invito nessuno. 
Pam* Anca mi soli eusL Ala mia tela no invido nis- 

sun. 
ótt. fate benissimo: éagii amici si va senza essere 

invitati . 
Pjuh Se va dove se ini seguri de trovar una bona t** 

la; ma da mi se sta mal. 
Ott. In villa non si firmo trattamenti. Ogni cosà -ser* 1 

ve. 
Pm». In vila* come ghe diseva, chi poi, fa pulito* 

ina mi no posso, e no fazzo gnent», 
Ott. Qui fra eerra ogni cosa serve. 
fl*n. Ma anca fra terra se magna ♦ ' 
Ott. Voi non mangiate ì 
F**. Poco. 
Ott. fate benissimo. Il troppo cioo^fegindica 1* to— 

Iute . 
£wf. Mi, e la mia fcmegia seno avettai cusì. Ma 

chi xé uso a tole grande., no se poi Comodar. 
Ott. Io pet solito mangio pochissimo . 
fr». Mo m k fa una toh, che poi vegnirghe ehi 

voi. 
Ott é Lo tàccio per ghVaJiri} lo faccio perché mi pia- 

V % ce 



IP. LA CAMERIERA BRILLANTE 

ce spendere; perchè mi .piace trattate» ma io so- 
no regoktissjiao, una zuppa» un pollastro, dae 
fette di fegato» un pò d'arrosto mi serve. 

Isti Qua da mi mo vedela» se magna fasioi, carne 

_ de manzo» polena. 

Ott. Benissimo ; vero pasto da campagna . Mi piace 
infinitamente» e la compagnia è il miglior con- 
dimento del mondo. ' 

Fsn. E quel» che me piase a mi, xè magnar solo 
senza suggizion de nissun . 

Ott. Oh sì, la soggezione è la peggior cosa del 
1 .: mondo. Io dove vado» non ne do, e non ne 
prendo . 

P*»^Mi mo, soa cusi de sto carivo temperamento, 
che me togo suggizion de tutti. 

Ott, Bisogna distinguere. Di me per esempio non n 
avreste da prendere soggezione. 

tsa. Oh la se figura! d'un feudatario no k voi» che 
me togi suggizion? 

Ott. Lasciamo andare queste freddure. Io vi son buon 
amico . 

JPa». Ili sior feudatario el voria piantar el bordon m 
casa miaj »* no femo gnente.) (i* se. 

Ott. Frattanto , che arrivano i miei lacchè , ed i miei 
cavalli del tiro a sei» resterò qui con voi, semi 
permettete . 

?*n. Li aspettela da, lontan? 

Ott. Da Tre viso »gli aspetto. 

Fan. Mo no vienla da Venezia ? 

Qtt. Si y è vero . Ma ho mandato ad accompagnare a. 
Treviso colla mia carrozza» e col mio equipag- 
gio un Milord mio amico. 

fy». Ma no gh'ho miga logo, sala, ne per carezza > 
ne per cavali. 

Qtt* Subito che sono arrivati , io parto . 

fé». 



AT t P K 1 M 0. * gì 

i -Pan. Quando crede la, che i possa arrivar? 
i Ott. Spererei, che potessero arrivar domani, 
t ?*n. Doraan? La voria star qua sta notw? No gh'hfc 
i letti, patron. .. 

Ott. Non crediate ,.. 
i Van, Mo ghe digo, che no gh*ho letti, 
i Ott. Non importa di ietti. La notte si giuoca, si §t* 

in conversazione. Per una notte non si patisce, 
r Pan. In casa mia a vintiquattr' ore se serra le porte.' 
"Ott. Signore , per quel che sento, voi non mi volete 
i in casa vostra. 

Fan. Cara eia ghe sarà tanti a Mestre, che gh' averi 

ambiziòn de recever in casa un soggetto della so 

I qualità . Mi son un povcr* omo . No gh' ho da 

trattarla, come la merita, 
i Ott. A me piace in campagna la libertà, la confiden- 
za , non mi curo di queste grandezze . Quando 
, voglio stare con magnificenza , vado nei mici 

palazzi, nelle mie ville. Mi diverto co* miei giaf* 
dini, colle mie fontane, colle mie oaecie riserva- 
te > non mi fanno specie queste freddure , che tòt 
, mi vantate ; amo piuttosto quosta vostra sempli- 

cità. Qualche volta mi trattengo assaissimo vo* 
lentieri con i mici pastori, con i miei villani. 
Pan. M'ala tolto per un pastor, per un villan? 
'Ott. Ah no amico, di vai fo quella stima, che me- 
ritate . 
P4M». Vorla", xhi ghe la diga In bon ienguazo, da boti 
Vcnezian? La comparissa; ma qua non ghe xè 
logo per eia. / 

Ott. Signor Pantalone, voi non mi conoscere. 
P«». Mi zente della so sfera no ghe ner cognossa, t 

no ghe ne voi cognosser. 
Ott. Io sono uno, che vi stima, e eh* vi ama, 
JP«9. Grazie infinite, patron. 

Y 3 Ott. 



*& ZA CAHZKZEIIA 3K21LAXT% 

Ott t E che eia la verità... Argentina v'ha detto mi- 
la? 

?0*, la in àa «Uro» che da se volerà incomadax dt 
vegnirme a onorar. 

Ott. E non v'ha detto niente di pia? 

Pan. No la nVfca dito alt». 

Ot*. Bene ; ho -da furiarvi di qualche casa , che git- 
ine. 

P*a. La parla. Sea .^aà per sentir. 

Qt*. No* <aao amico, non mi prendete cast su dar 
piedi. Parleremo con un poco di posatezza . 0*. 
jpo peanzo» patata sera... 

?«», Sior feudatari©, m'ala capio, o so me Voda ca- 
pir? 

Ow. Circa a che? 

.?*», Circa* che iti casa mia no veggio «Umu 

0w. Ho capito; vi riverisco. 

Ts*. Servitor umilissirao. 

Otf. Uà affronto aimil* non mi è stato iati» da chi 
che sia. 

fan. Mi «o intendo <k feqjhe «l&oot». ibi casa ma 
4a me 'oompatissa^ ao voi suggìzk» . 

Ott. Ma se io oc* ve ne darò. 

Pan. Ma se no maggio nissua. 

Ott. Ditemi aimeao il perché. 

2s*. Porche rao anca, oo la voi» x±e ghcl diga, gh* 
ho do putte da m aridar. . . 

Ott. A proposi» delle figlie da maritale ho da ya;- 
larvi , 

Pan. La parla. 

Ott. Ma non adesso» 

fan. Quando donta? 

Ott. Oggi, stassera, 
- Pan. Dove xela aloradaf 

Ott. In nessun luogo , 

fan, 



-jtTTO PRIMO. a; 

Fan. Oc brighella. Po ve sen? 

SCENA w. 

i 

fiṛhfJM, $ imi, 

Bri. J-JA comandi. 

r*». Insegneghe a sco signor, dove *è l'oneria. 

Off. Ma io, signore... * 

P*». La xc bpna osteria, la ve4*rà, «ke 1* sari bea 

traccada. 
Ott. Dunque toì. . . 
JPjui. Sior feudatario, ghe son servitor. /ia /tei sto- 

Wgo.) (jfo *,# f«*«. 

SCENA VII. 
Ottava > e Brighella. 

Ott. ( /lH! non mette conto di riscaldarsi per .que- 
sto. Quando si vuol bene} ti soffre*) (date. 

Bri. Se la comanda, la resti servida. 

Ott. Dove? 

Bri. Ali* osteria > «ignox.. 

Ott. Giudichi tu , che i miei paci radano alfe oste- 
rie? 

Bri. No se aos* 4ir, ,aigoor; so, xhe «Uè osterie 
ghe van i primi signori, i primi cavalieri de 
rango. 

Ott. Sì, alle locande, agli alberghi, noa*£ tuxVureria 
da campagna . 

Bri. E pur la me creda, che i tratta bm con «civiltà , 
«e con gnil&ia. 

Ott. Eh noa sapranno Jar niente di >bu<too. / / 

Bri. .Basta spender., i :£a de orco. 

V 4 Off. 



U ZA CÀME&IÉRA brillante 

Ott. Spender quanto? Una doppia al giorni? 

Bri. Oh assae manco. /-• 

Ott. Io non spendo meno. 

Bri. Per quanti, signor? 

Ott. Per me solo* Alla servitù do danari. 

Bri. Veramente per una doppia al zorno, don so, 
se i gn* averi tanto . 

Ott. Vi sari almend un poco di sabatico . 

Bri. Ho paura de no. 

Ott. Sapranno fere salse, torte, pasticci. 

Bri. Oh de sta roba in campagna ? 

Ott. Queste sono cose , che ci vogliono ptfr un ^alinT 

nomò. & 

.Bri. Ghe son tanti gaiantomini, che fan senza ste cosse. 

Ott. Il vostro padrone come si tratta ? 

Bri. Alla casalina s ma no gh'é mal. La so mancstra, 
per consueto, de risi, o de pasta fina 

Oh. Sì. 

Bri. La so carne de manzo con un bon canoa 

Ott. Buono. ir ^ m " 

Xri. Un rosto de vèdeio, o de osefcrti. 

Ott. Ottimamente. 

Bri. Un piatto de mezo, che voi dir o un stuffidin, 
©quattro polpette, e cosse simili, d so formao- 
- ' « gio, 1 so frutti. ° 

Ott. Una cosa, che va benissimo. Dite ai vostro pa- 
dronesche assolutamente voglio essere a pranza 
con lui. r 

Bri. Ma no gh'é torte, no gh'é pastizzi, no A* è 
-salvadego. % & 

Ott. Non importa. In un altro genere questo tratta- 

mento mi piace* 
Bri Eia è avezza a spender una doppia al zorno. 
Ott. La doppia , che dovrei spendere air osteria , la rew- 

lero a voi . Fatemi «stare a pranzo col vostro padrone. 
- Bri 



~ a ir o * n i u o: : ■ ss 

Bri. la me voi donar una doppia ? ' T - 

Ott. Sì , ve la prometto . 

Bri. No sarà per el desinar) sarà per qual cos'altro^ 
Ott. Per che vorreste dire, che fosse? 
Bri. Son omo de mondo , lustrissirao . 
i Ott. Bravo} con questi uomini mi piace' assaissimo Aver 
* che fare . Se inai il signor Pantalone vi licenzias- 
se, fate capitale di me. f 
$ri. Ghe n'hala bisogno de servitori? 
Ott. Non ne no bisogno ; ne ho quattordici ; ma quart» ... 
do mi capita un uomo di garbo, lo prendo per 
; sopranumerario. 

-Bri. E cossa dala de salario, se è lecito? 
I Ott. Tutto quel , che vogliono . Due doppie per il sa- 
lario j sei zecchini per la panatica. Livrea , pic- 
( colo vestiario, gli spogli del mio guardaroba 

Mancie ogni mese, ricognizioni quando servo A 
bene, e gli avanzi della mia tavola, che qualche 
giorno costa cento zecchini. 
Bri. (Oimeij troppa roba.) {da so, 

Ott. Giacché dunque avete capitò, operate per me. 
Mi preme restare, non per Intavola, che non 
serve nemmeno per i miei servitori , ma per qual- 
che altro fine; già mi capite. Portatevi bene eoa 
me, ch'io tratterò bene da mio pari con voi v ~ 
Bri. No la se dubita 5 la lassa farà mi. 
Ott. Mi tratterrò in questi contorni , dove peàso di 
comprare due mila campi. Intanto osserverò do* 
ve si può piantare un palazzo. 
Bri. (Una bagatela.) Lustrassimo, se la me pagasse 

da bever 1* acquavitai 
Ott, Sì volentieri, (tira fuori la borsa, e verta li de- 
■ nari nella palma della mano, mostrarteli con af~ 

I fett azione.) Ecco qui la borsa delle piccole mo~ 

I nete, prendetevi quel che vi piace , 

Bri 



-. jl* LA, £A*fEm*A QUANTE 

Bri, La borsa delle . piccole monete? Gfce son -dei ee* 
chini. 

p*r, Ii^c fùccak mortete > «trituri, 

Bri. ( Squasi , sepatftì tona mi ^ . . ) ( dm te. 

Ott. Animo. 

jBri, Se togo un zecchili?... 

jp**,. £h via 4 *icte con timi do? Tenete., cosi alla sor- 
te . (£/# dà un* mn*t*> mtstrmndo di nam guf- 
itele 

j&wL I «e fa iolii> saia? 

£#. Amico, ci siano imesi. 

Bri. Sta moneda . . . 

Ott. F vostra. -Qp&> jrheAa&Ctja la soste* *»» ben At- 
to . Pattatevi tene» e metteremo mano alla ose» 

... grande, 

£ri Aia *ta volta i . . 

ifrA Se veoisscrQ qm i miei camerieri, i aùei lac- 
chè* i j«iei o>ochieri , dite loto, che cqqo poco 
lontano, (/*"*• 

* C E N A VIA. 

BrigMU, fri TtfKttffN**. 

Bri, iVJLo son pt*r sfortuna! £1 tol a sane itili 
moneda , e vien su do srfdi. Ma ho pa*ra> ok 
ci ghe veda i#$*e colla eoa dell' occhio i ei «a 
far un focoso 4c dxceto. Basta, se posso, toi ri- 
schiar de vadagnar sta doppia. Np gh* e altro, 
che &ze*ti«a , che aia capace de <ar far el no- 
chio a so modo; e per <rii poi essqr> che la lo 
. fazza. So» ohe piuttosto la me voi bea. due 
costà , che w lo cognesm ? 

Tr*. O de casa , se yol vegnir ? 

Bri. Vegnì avanti* gabtnt'oi^Pj chi dumnrtcn* 

Tra. 



Trw. TJh'tal sior Ottavio l'averessi. visto.? 

Bri. L*c aridi via giusto adesso j ci poi esser poco 

lontan. 
Tra. Rcstclo qua a dìsoar? 
Bri. Poi esser de si, e poi esser de no. 
Trs. Mi so, che ci sperava de si. 
* # Jft. JPffl enei anca desi. Chi seu vu^amigof 
i Tra. Mi floa ci so servitor. 

K $ri, In che grado f De camerier, de staffier, fle lac- 
chè» de cogo, de caso&ziert Ohe fbgura< ibi eoa 
Uè 
Tra. Tutro fad , ohe Tolé . 
> .Bri. Come? Tatto quei, chevojo? Che inemnbeaza xè 
i k vostra? 

Tra. De tutto quel, che volè. 
Bri. Mi no ve capisso . 
i Tra, Son camerier, staffier, cogo, lacchè, tutto, *fosa 
} de CMchier, fa&è .ed patron no gh' Jia carozaa. 

Ari Costa diavol diseo4 3*4 gii' ha altri servirai -, 

che vu ? * 
Tra. Mo noi ghe ji* ha «Itti du. 
Sri. Se el dise, ch'ei ghe n'ha quattordwe , e pò i 

sppranumerar^ . 
Tra. Sior si, ci dtse ien, perchè mi lazzo far quat- 
, tordesé servitori . 

, fri. Mi resto de sasso. Cossa "vedalo de salano? 
Tra. Otto lire ai mese . 
Bri, Otto lire* Altro, che do doppie! 'E per le 

spese? 
Tra. Do caraftae de vin , quatti* soidi de pan , e sic 

«aldi per el companadogo . 
Bri. Pulito . La. livrea ? 
Tua. £copla qua* tacconada , come la «vede. Bandiera 

vDoohta , onor de capitani* . 
fri. Noi feda è spoggi del gcardaiohoa? 

Tra, 



-*f LA VAXER&ZA BRILLANTE 

Tra. Oh tutto quel* eh* e in tei guardaroba, i * è cotb 
- .mio. 

Bri. Ghe sarà della bela roba. 

Tra. V è pien dall' alto al basso ♦ 

Bri. Pien de coesa? 

Tra. De tele de ragno. 

Bri. Lo volerà dir, che parlevi con qualche mister io. 
L* è donca un pover omo el vostro patron . 

-Traslto V è pover* orno, come i poveri ornerà ; rna m 
> Fcgnanca ricco, come i ricchi» £1 xè cusì, e 
così; ma noi voria comparir casi. Tra. la testa , 
e la scarsela el gh'averà cento mille, e duseotb 
cecchini all'anno d'intrada. Taggiemo el imms- 
ro a mezzo: dusento in scarsela , e cento mile a 
testa . 

Bri. Bravo da galant'omo. De che paese seti, arnigo? 

JCta. Bergamasco. 

Bri, Son bergamasco anca mi. Sento paesani. 

?ra. Ho gusto d'ave» tteova un paesan. Se ve basto* 
l'anemo de trovarme un patron. 

Bri. No stè ben con quél , che se ì 

Tra. Se mei de fame* 

Bri. Con dusento zecchini d'intrada un omo solo d 
poderia anca viver da galant'omo. 

Tra. Si, se non li buttasse ria in grandezze. Ogni 
anno el voi do abiti novi . £' vero , eh* el venie 
i vecchj, ma gnanca per la mica. £1 voi pale» 
in tutti i teatri, per dir per le botteghe: A# 
falco fer tutto: el s'inzegna pò a vender la 
chiave; ma ti ghe rimette del soo. El rana rt 
zorni della settimana» e pò el spenderà sie zec- 
chini a dar da disnar. £1 tot barca al traghetta, 
e el ghe mette la livrea al barcarioi per dar di 
intender» che Ve barca soa, e s\el spende sic, 
el dis> che l'ha speso trenta» e quando noi ghe 

n'ha. 



ATTO PRIMO. \9 

n'ha più» oo i sie soldi» che ci m'ha da dai a 
mi, ci magna eio, e mi se voi viver» bisogna 
che m'inzegna a far ei facchin. 

Bri. Scago fresco cionca mi , che el m' ha promesso una. 
doppia . 

Trs. Per cossa ve l'halo promessa? 

Bri. Ve dirò» semo paesani» se poi parlar. Credo > 
che el sia innamora in una delle mie padrone. 

Trs. Co Tè cusl, el ve la darà. Co se tratta de don- 
ne» Tè gentroso» e con tutte el fa l' is tesso. 
Basta dir» che mi» co ghe voi cavar qualcossa» 
me meno una carpetta» e una scuffia, e ghe ca- 
vo qualche Urania. 

Bri. Co l'è cusl cionca, bisogna procurar de servirlo. 

Tra. Staralo qui a desinar? 

Bri. Poi esser de si» ve digo. Ve preme anca a vu, 
che el glie suga? 

Trs. Caro paesan» ho una rame» che no ghe vedo. 

Fri. Àndemo» vegnl con mi» che ve darò da magnar.' 
Ma sarè avezzo a cosse delicate. £1 vostro pa- 
tron no magna altro» che ragù» che pastini. 

Trs. Sì » 1* è. vero ; anca jeri avemo magna un pastiz- 
zo de (urina zala. (psm m 

Bri. Za a sto mondo no gh'c altro, che boria» bai- 
Ioni da vento» grandezze de bocca» e povertà de 
scarsella. (f*rti , 

S C E N A IX. 

Ilmntby § CUric$. 

TU. IN questo io sono d'accordo col signor Panta- 
lone. -Mi piace la villa» come villa, e non farà 
mai città della villa. 

CU. 



Ola. Ma stare in viik soli scafa praticate nesso**, è 
un valere insstvatithira . 

TU. La solitudine è nmt Mk caia. 

GU, ti discorrete qualche voka solleva, 

£/*. Io non parlerei taai con nessuno # 

Ci*. Ne meno con mt^ 

fi*. Con voi qualche volta « 

C/i». Chi ama davvero, vonebfae sempre? essere vicino 
alla persona andata . 

JP/a, Basterebbe questo, perchè notici amassi più. 

C/a Illa in che cosa passate voi il vostro tempo? 

TU, Oh non mancano cose da pacate it temp*. La 
villa ne somministra bastanteanmee < 

C/a. Vi dilettai* di fiori r 

TU. Oibò. I fiori non mi piacciono. Som* cose di 
dona». Gli aita dfcòiw, che odorati di buono; 1 
me pare, che puzzino. Son botti pec tal poco, e 
poi impauriscono. Oibò. 

CU. Vi diletterete delia caccia. 

TU. Né meno. Che cosa mi tonno fatto i poveri «c- 
celli, che abbia io e? ammalarti per divertimen- 
to? Per mangiai no» ad piacciono . Il lóro an- 
co m* annoj a: io gli lascio stare dove che sono. 

CU. V impiegherete dunque netti coltura delli terre- 
ni. 

TI* Queste sono cose, che le lascio fare ai villani. 

CU. Ma che cosa fate ? Sempre leggere * sempre stu- 
diare? 

TU. Leggere, studiare? Noci son si pazzo. Se non trat- 
to coi vivi, molto meo» voglio conversare coi 
morti. Per vivere non ho necessità di studiare . 
Farlo per passatempo non mi comoda. Io sta ho 
altri libri in ctpa aiay che il luàariov 

tf/rt. Fatemi la naezxa di ditrai, che cosa rate; come 
impiegate quelle ore, che non vi vedo, 

TU. 



A T T 2 R 1 Jlrf O. ' n 

I J£Ìó. Io le impiego benissimo. Vado s letto coi sofer 
e col soli mi faro. 14'alao, * fo ana-girata per 
i miei poderi, V*do incorno i fosse , porta meco 
del pane, e d» et adagiar» ai fanocckjf <• Mi pia- 
ce andar in un prato « cercar il trifoglio da quat- 
tro foglie. Mi ferino nelfe stella dei bovi, per- 
che mi piace assaissimo queir odore . ili dfcvecto 
f in vedere i villani * lavorar i tempi., e pota* 1* 

tkl. Sfarò per esempio tre òr* * pronao <k»t mio 
{ gastaldo, e ho piacere quandi lo vedd ubbriaco. 

r II giorno giuoco artle pallottole di me solo? è 

| quando vengo qui, s'intende, che p** amor vo- 

stro faccio uno sforzo grandissimo contro* i( mio 
natura^ . Eccovi raccontalo ii nfio sntfem* di vi- 
vere. Non do fastidio à nessuno* non riti cifro di 
( nessuno, * non rrf importa, cito nessuno si curi 

} né anche di me. 

O/*. Bella vita, bell'use, elle fate del Vostro tempo! 

Se sarò vostra moglie , seguiterete cosi ? 
Tb. Io credo di si . 
CU. Nel vedervi soltanto, non mi credeva, che foste 

cosi selvatico . 
TU. Ora che lo sapete, regolatevi. 
CU. Perchè volete dunque ammogliarvi» 
Tlo. Perché non ho nessuno ; ho bisogno i* una mo- 
glie , che mi assista , e che mi governi . 
CU. Durerete fatica a ritrovarla. 
Tlo. Durerò fatica? Se non vi e altra abbondanza, che 

di donne. 
CU. Troverete qualche villana. * 
Tlo. Oh io poi non faccio gran differenza da una don* 

na a un'altra donna v 
CU. Volete, che ve la dica, che avete dell'asino? 
Tlo. Ho per altro una cosa buona, 
cu. E che tea, ? 

TU. 



f± LA CAMERIERA BRILLANTE 

TU. Che non me ne ho a male di niente ; anzi quan- 
do mi sento criticate ne godo, e rido veramen- 
te di cuore . £ vi dirò la ragione . Tutti al mon- 
do hanno qualche pazzia: la mia è differente da 
quella di tutti gli altri; e siccome io condanno 
le altre > ho piacere che dagli aJtri sia condan- 
nata la mia. 

C/*. £h gii , siete di buon gusto in tutto. Hanno ra- 
• gione, quando mi dicono, che siete un nomo 
stravagantissimo . 

Ih. Si, hanno ragione» raccordo ancor io . 

C/a Siete veramente un villanaccio. 

Ih. Benissimo, e cosi? 

Cls. Senza rispetto, senza civiltà, senza creanza. 

Ih. Vedete? Ora mi date gusto. 

Qls. E pretendereste , eh' io fossi vostra moglie ? Anna- 
te al diavolo. 

Ih» Se non sarete voi, sarà un* altra. 

Ci*. Tanghero, somaraccio . (firtt. 

Ih. Sì, tutto quel , che volete . 



SCENA 
Arg€Min*> e detti. 



s, 



Arg. O Ignori miei, che cos'è questo strepito? Que- 
sto e un far all'amore all'usanza dei gatti. 

Ci*. Già vi mancava la dottoressa , che venisse un poco 
a seccarmi . 

Arg. Basta» ch'io non secchi il signor Florindo. 

Ci*. Come sarebbe a dire? 

Arg. Perchè se ha d' ammogliarsi non è dovere , che si 
secchi . 

Ci*. Tu non parli, se non dici delle impertinenze . 

Af t- 



ATTO PRIMO. 33 

Arg. Che cosa dice il signor Florindo? Questo matri- 
monio quando si fa ? 

Ilo. Per quel che sento, non si farà più. 

Arg. No? Perchè mai? II signor Pantalone lo deside- 
ra , e s* ha da fare . 

CU. Il signor Florindo vuol per moglie una contadi- 
na. 

Ilo. Io non dico di volere una contadina j ma una don- 
na, che faccia rutto quello, che piace a me. 

Arg. Questa è una cosa giusta. La moglie s*ha da u- 
niformare al marito. 

Ci*. Sì , quando il marito non è d* una stravaganza , e 
di un gusto depravato, come il signor Florindo. 

Arg. Per esempio, signor Florindo, come vorrebbe ella, 
che si contenesse la di lei sposa? 

Ilo. AHa buona. Senza ricci, seroa tuppè» senza pol- 
vere sul capo. 

Arg. Così spettinata, arruffata. 

Ilo. Come si leva dal letto. 

Arg. Benissimo ; con innocenza , senza artificj . La si- 
gnora Clarice starà benissimo. 

CU. Pare a te, scioccarella , ch'io volessi andare così? 

Arg. Perdoni, signora (* CUrico) . Favorisca, come 
vorrebbe, che andasse vestita? (* Florindo. 

Ilo. Positiva , senza cerchio , senza trine > né argen- 
to, né oro, né seta. 

Arg. Vestita di mezza lana . 

Ilo. Per l' appunto . 

Arg. In verità la signora Clarice con questa semplicità 
parrebbe una stella. 

CU. Tu ti burli di me , sfacciatella ? 

Arg. Compatisca (* dorico). Circa alla conversazio- 
ne, signore? (4 Ilorindo . 

Ilo. La conversazione l'ha da far con me, e al più 
al più coi miei contadini. 
La Camtriera Brillanto, X Arg. 



3+ LA CAMERIERA BRILLANTE 

Ar^ Al più al più qualche merendina sotto d* un al* 
bero. 

irlo. Mi contentò. 

Arg. Ballare qualche furlana al suono di un cembalo. 

Fio. Via , qualche volta . 

Arg . La signóra Clarice . . . 

CU. La signora Clarice è stanca di soffrirti. £ voi, 
se non irete altra miglior convenienza, non fate 
conto di me. (« TUrindo. 

fio. Pazienza, se non arri Voi ; ne troverò un'altra. 

CU. No, non la ritroverete. 

Arg. Eh si signora, h troverà. 

Fio. Là troverò . 

CU. Ci giuoco la testa , che non là ritrovi . 

Arg. Giiiochiàmo uno scudo ? che la ritroverà . 

CU. Chi vuoi ni, che lo prenda? 

Arg. Lo prenderò io , signora . 

Fio. Eccola, Thò trovati. 

CU. Non potete sperar altro, che una vii serva. 

Fio. Per me vi dkò, che tutte le donne son donne, 

Arg. Sente , signora ? Tutte siamo donne . 

CU. Non vi é differenzi dalli padrona alli serva ? 

Ari. 1° sto a <I ue l ' cn€ <&£ *1 signor Florindo . 

CU. E tu, indegna, lo prenderesti? 

Arg. Lo prenderei per liberar lei dal pericolo 4 d'andar 
vestiti di lana. 

CU. Sei uni temeraria. Il tuo ardire s'avanza a trop- 
po . Metterti in confronto di una mia pari ? No , 
non ld sposerai. Mio padre hi avuta per me la 
parola dà lui. Odio le sue stravaganze, ma non 
soffrirò, che mi faccia un affronto. Tu sei una 
pettegola . Florindo é un pazzo . Ma giuro al eie* 
lo, io son chi sono. {}***** 

FU. Ridi, Argentina, che Vi da ridare. Ehi; hai m 
detto da vero? 



Arg. 
Mio. 



A T T O P K r*i*<K^ ; li 

forche* ne? 

Sai elove sto di casa; Se vieni da me , in du ^p j 
role ti sbrigo. {/K 

Non Io prende tei, se mi facesse, padron a di rjEp 
il suo.^Ma ho fiheere a far djmjrate la si; 
Cibile;:. Mila il $>uò veder nx, ed i^ 5 non 
io sutlìir lei. iQjtfjuestà' parte aMamo d'accora 
Mi | e all' irfccjprd la sggitott&km minia , 
^T£ preiné*pvi 
Età r intere! 
tutti, buri 
foglio * e fi 
tene. 
\ t *f 




^m- 




me medesima' 

mio , Io F 
quando positi , 
«par cjalta rab- 



WS 



V *'.*'*■? 



fiw di It Atte trimé* 



A> 



2 a Cgmmknè Brmnic . 



Alt* MJc 




ATTO SECONDO- 
SCENA PRIMA. 

Cortile in casa di Pantalone. 
Tl&minini&> ed Ottavio. 

FU. ±\ Q, signor Ottavio , non insistete , se mia pt* 

drc non ve lo dice. 
0:t, Vosrro padre non mi conosce, 
JF/#. Non e per questo, ch'egli non acconsenta, àt 

voi restiate . Ma voi sarete bene infermato w* 

suo difficile temperamento. 
Ott. Credetemi, che a me è riuscito di render doefi 

degli uomini molto più austeri di lui. Le a* 

parole hanno saputo far dei prodigj. 

TIm. 



ATTO SECONDO. if 

Ila. Quésti prodigj con mio padre non gli avete farci 
sioora . 

Ott. Perchè non mi seno posto nell* impegno di farli . 
Per alerò ... vi dirò solo questa . Un marito il 
più geloso del mondo, persuaso dalle mie parole» 
mi ha lasciato libero il campo > e ha disarmato 
tutte le trincero , che custodivano la di lui mo- 
glie . 

Tla. Bravo» signor Ottavio , vi dilettate di servir da- 
ma. 

Qtt. L* ho fatto per UH semplice impegno . Per altro 
ne ho lasciato sospirar pia di trenta , senza eh* io 
mi degnassi di rimirarle nemmeno. 

¥U. Questa me la volete dare ad intendere. 

Qtt. No certamente. Io non fo per vantarmi. Sono 
uno, che delle avventure non ne fo caso, e del 
mio merito non parlo mai. 

TU. Per altro questo vostro merito lo conoscete. 

Ott. Io? Sono anzi il maggior nemico di me medesi- 
mo. Ho di me uria bassissima stima; mi consi- 
dero l'uomo più immeritevole della tetra. Ma... 
non saprei ... a forza di esaltarmi , le persone 
mi mettono in qualche orgasmo . Chi loda la 
mia avvenenza , chi la mia umiltà» chi il mo- 
do mio di procedere. Chi parla dei miei natali, 
chi dei miei fondi , chi della mia condotta ; m* eni, 
piooo T orecchie di lodi . In verità credetemi .... 
sono mortificato. 

TU. ( Come si colorano i proprj difetti ! Lo conosco , 
e pure lo amo . ) (da se. 

Qtt. Sconnetto, che se un'altra volta parlo al signor 
Pantalone, l'incanto. 

Ils. Lo voglia il cielo... Eccolo in verità. Lasciate, 
che io me ne vada. 

Ott. No, fermatevi , ho giacere : che siate pr e \. 

X 3 scn- 



9 t LA CAMERIERA BRILLANTE 

sente alla conquista ? eh* io son per fare del di Ini 
animo, 

S C S N A II, 

fMttfédow , $ ditti, 

fan, V^lOssa feu qui, siora? (* Tl+mmz*i*> 

ria. Niente, signore... 

Pan. Ande via, andè in casa. 

Ott. Trattenetevi, signora. Signor Pantalone, yòi ave 

te una figliuola, che vi fa onore. 
Pan. Grazie, patron} andè yia de qua. (*Pl+mmmùk 
Ott. Prima, eh'cUa parta, pennetteterni che ri eoo* 

soli , 
Pan. Coss'ala da dirmc per mia consokxion? 
Qtt. Che fra quante dame, fra quante principesse ho 

trattato, non ho veduto J4 donna pia ammirabile 

di vostra figlia. 
Pili». (£1 me par un matto sto sior. ) (da se. 

Qtt, (Vedete? Principia ad arrendersi. Ottavio non 

falla mai.) (piane a Flawmnìa, 

Pan. Oh* ala altro da (Urme, patron ? 
Ott. Sì, signor/?, ho altre due p tre cose, che vi 

empiranno di giubilo. 
fan. La me le dirà un' altra volta. 
Qtt. Signor no., voglio dirvele adesso. 
Fan.. (Oh poveretto mi{ el xè matto senz/ait/o.) 

(éU se. 
Ott. Ascoltate. (m Pont alene. 

Pan. La diga. (Voi veder de cavarne coli? bone : ci 

me fa paura.) (d+ », 

Ott. La vostra figliuola è adorabile. 
Pan. GWè altro? 
Qtt. Si, signorje. Merita una gran fortuna* 

fMlK 



jiTTO SECONDO. i 9 

' Pan. Ala fenio? 

Ott. Signor no . Sarebbe un peccato , eh* ella si vedes- 
se malamente sagrificata. 
Pan. E pò? 

Ott. £ poi io mi esibisco di diventarle marito. 
Pan. Ala fenio ? 
Ott. Ho finito, 
r Pan. (Non ho miga visto el più bello.) (da se. 

Ott. (E 1 vinto. Non vi e rimedio.) (pimi* a Plam. 
Pan. Xela contenta, che parla anca mi? 
ì Ott. Si, parlate. 

Pan. Ghe respondo. Che gh'ho gusto, che mia u> sia 
i adorabile . 

i Ott. Bene. 

Pan. Che me consolo , che la merita una gran fortuna. 
Ott. Innanzi . 
; Pan. Che la me fa un onor a domandarmela pet mug- 
l g^r. 

Ott. E poi. 

Pan. E pò , che no ghe la voggio dar . 
Ott. Eh ride il signor Pantalone* rìde, scherza, si di- 
verte . In campagna vi vuol brio , vi vogliono le- 
pidezze. Bravo galantuomo. Bravo vecchietto al- 
legro . Mi piacete assaissimo . Quando sarò vostro 
genero , fra yoi e me saremo il divertimento di 
tutto Mestre. f 

Pan. La farà eia da buffbn , e no mi . 
Ott. Bravissimo , «eco un aìiro frizzo grillante. La si- 
gnora Flamminia . . . 
Pan. La signora Flanuwua, che ,h vaga via de qua 
subito. (FUfujnwsa Vuel partir*. 

Ott. Eh no, signore... 
Pan. Eh si, pauso. Anemo digo.i aacjc in casa. 

(a Flamminia. 
Pia. (Parte senza dir niente. 

X 4 SCE- 



49 LA CAMERIERA EMULANTE 

SCENA III. 
Ottavio, e Pantalone. 

Ott. IVAa signora mia., (vuol seguitar TU mm ernia . 

pan. Con grazia, patron. {lo tira indietro. 

Ott. A me? 

Pan. A va, sior, e se se inaiò, andeve a far iigar. 

Ott. 11 rispetto, che ho per un suocero, mi fa tace- 
re. 

Pan. Mi no so ne de socero, ni de socera. Ande a 
socerar in t* un altro liogo. 

Ott. Signor Pantalone, voi non mi conoscete. 

Pan t Come sarave a dir? 

Ott. Ecco qui , chi potrà dirvi , chi sono . Ecco Argen- 
tina , domandatelo a lei . 

SCENA IV. 

Argentina , e detti. 

Atg. l->Ccomi , eccomi . Chi mi vuole ? 

Pan. Mi no ve chiamo. 

Ott. Venite, cara Argentina, dite voi il signor Paa- 

talone chi sono. 
Pan. No gh' è sto bisogno . . . 
Ott. Egli non ha per me quella stima > che ha osto 

il mondo, che mi conosce. 
Arg. Ah , signor padrone , sappiate . . . 
Pan. No voi saver gnente. 
Arg. No, ascoltatemi. 
Pan. Ve digo, che no ghe ne voi saver... 
Arg. Ed io voglio, che mi ascoltiate. 
Pan. Ma se... 

Arg m 



'ATTO SECONDO. +i 

% Arg. Ma se , ma se . . . ascoltatemi ... ( irata , 

fan. Via, via» siora, no me magne , che v'ascolterò. 

(La xc una vipera, ma ghe voi ben.) (da so, 

Ott. ( Costei ha del penetrante. ) (da se . 

A rg. Sappiate , che il signor Ottavio è un cavaliere di 
una famiglia antichissima del regno di Napoli 
discendente da quattro re. 

Ott. No, no, non sono tanti. 

Arg. Sì, è vero, non sono quattro te . Sono tre te, 
falla danari . 

Fan. Vardè* pò, che i sarà tre fanti. 

Arg. Egli e ricchissimo signore j avrà d* entrata all' an- 
no cento mila zecchini. 

Fan. Bù ! ( imita cella bocca uno sparo ) . Varda la 
bomba. 

Ott. No cento mila zecchini ; non tanto. 

Arg. Quanto ? Cinquantamila ì 

Ott. Non arrivano. 

Arg. Trenta ? 

Ott. In circa . 

Fan. No, cara fia, cali mi pochette. 

Ott. Il signor Pantalone lo sa meglio di voi . I mer> 
canti sono informati delle famiglie, che hanno 
rendite grosse . ( ad* Argentina . 

Fan. Tutto quel, che la voi. Aveu renio? Hoggio da 
sentir altro? {ad Argentina» 

Arg. Sì signore. Avete da sapere, che il signor Otta-* 
vio è virtuosissimo. 

Fan. Via, me ne consolo. 

Ott. Non dico per dire , ma son conosciuto , e se non 
fosse per vantarmi vi direi, che pochi arriveran- 
no a saper quello > che so io ; ma non voglio far * 
ostentazione . . . 

Arg. Bravissimo. Sentite con che modestia egli paria 

di 



+z ZA CAMERIERA BRIBLANTZ 

di se medesimo. Un'altra co» voglio dire al si- 
gnor Pantalone. 

Jan. Soft sniffo j no voi sentir altro. 

Arg. Avete da sentire anche questa . 

f*n. Via, sentimo anca questa. ( Distia la gh* ha d 
soravento, la me fo bx tutto quel, che la voi.; 

{dm st. 

Arg. Signor padrone , il signor Ottavio sta inane è k 
disposizione di onorare la di lei tavola , e Vossi- 
gnoria si contenterà di accettarlo. 

fan. (Oh questo pò no.) {d* «r. 

Ott. Che cosa dice, signor Pantalone? 

Pan. pigo cusì ... 

Arg. Già non vi C bisogno nemmeno di domandargliele 
queste cose . pice di sì a dirittura . 

V*n. Ve digo cusì ... 

Arg. Non importa al signor Ottavio, »e voi non gli 
fate un trattamento magnifico. 

Itt. lo sa il signor Pantalone. Io sono concento di 
tutto. 

fan. Ma no son miga contento mi . . , 

Arg. Eh si ; va benissimo . 

fan. Lasseme parlar in tanta vostra malora. 

Arg. Che cosa volere dire? ('•» *Umr*zx*. 

Jan. Che no io voggio. 

Arg. ito lo veggio ? A me no lo voggio ì 

JWb. Siora sii chi wè ei parca de sta casa? 

Arg. Sì, il padrone siete voi . Io non posso obbligar- 
vi a far una cosa, che non volete, ma nem- 
meno voi .potete obbligar me a far quello, ebe 
non mi piace di fare. 

fs». Siora si , el patron aUa serva el ghe poi coman- 
dar. 

Arg. Comandate aMa vostra serva . Io da questo m#» 

men- 



4TTOSZCONVO, 4 $ 

mento intendo di non essere pi«ì al vostro servi- 
zio ♦ 
2V*». Come? 

strg. Tant*e\ Sapete chi son io , 
¥*n. Chi seu , siora ? 
1 Arg. Sono la cameriera di questo signor cavaliere , 
' ?*n. Coesa? 

Arg. Signore , mi prende ella al suo servizio? (m4 0*. 
1 ( rsvic , 

: Ott. Si volentieri. Le ho le mie cinque donne . Vi pren- 
do per sopranumeraria. 
1 Arg. Farò io la mezza dozzina . 
fan. Me maraveggio, patron, che la vegna in casa dei 
galantoqueni a sollevar la servitù. 
1 Q't. Io non sono capace di una minima azione, che 
non sia dell' ultima delicatezza, Non e vero, ch'io 
abbia sedotta la vostra serva, non sono ?ui venu- 
i to per lei . 

fm». O per lei, o per altri... 
[ Arg. Orsù la riverisco. {uostmtUfi d* f*nt*Un* 9 

T*n. Gossa gb* è ? 

Arg . Serva sua . ( cmi s*pr* , 

?«*. Dove andeu ? 

Arg. Tu ver Gerusalcm, io verso Egitto, 
i P*». Ti vuoi andar via? 

Arg. Gii uomini! che non mantengono la parola, non 
gli stimo, non li calcolo, e non li voglio servi* 
re ; mi avete promesso riceverlo > ed ora mi vote* 
I te mancare, 

i ?*». Mi non ho dito . . . 
i Arg Signor Ottavio, sono con lei, 

J>4». Ferracce , desgraziada . 
i Arg. Che volete da me ? 

?*n. No voi , che ti vaghi via. 
Ar(. Volete, ch'io resti a pranzo? 
t • fsn. 



44 tA CAMERIERA BRILLANTE 

Pan. Sì, resta a disnar. 

Arg. E il signor Ottavio ? 

Pan. E ci sior Ottavio . . . 

Arg. Per la vostra cara Argentina . li sigbor Ottavio 
resterà ancora lui. Non è egli vero? 

fan. No digo gnente. 

Arg. Non mi basta . Avete da dire di sì , che testi . 

Pan. Via, digo de si. 

Arg. Che resti . 

Pan. Che el resta . 

Arg. Avete sentito ? ( mal Ottmvit. 

Ott. Sono molto tenuto alle finezze del signor Pantalo- 
ne ; egli é pieno di gentilezza . ( sostenne». 

Pan. (Se el gh* ha riputazion, noi ghe sta. ) ( da se. 

Ott. Finalmente un uomo della sua sorte non potei 
trattare diversamente . Rimango con un obbligo 
eterno alle sue esibizioni . ( sostenute in atte 

(di farti**. 

Pan. ( El va.) (da u. 

Ott. Ed io, che desiderò fargli conoscer* qua! capita- 
le io faccia delle sue grazie, conoscendo anche il 
suo temperamento, che non vuol soggezione, ra- 
do a cavarmi la spada , ed a mettermi in libertà . 

(forre. 

SCENA V. 

Puntatone , ed Argentina . 

Pan. JL/Ore vaia, patron? (gli vati andar dUtn. 
Arg. Fermatevi , signor padrone . 
Pan. Cossa gh'c? 

Arg . Vi ho da parlare fra roi , e me . 
Pan. Aspetta , che vaga . . . 

Arg, Ma voi sempre Volete fate ali* incontrario di qirf- 

lo, 



V 



'ATTO SECONDO. 4$ 

Io che dico io. Vedo, che non mi volete più 
x «^ bene. 
Tari. Se non te volessi ben , desgraziada . 
ut rg . Se mi volesre bene , vi premerebbe di sentire quel- 
lo , che vi ho da dire a quatta occhj . 
Pan. Se me preme ! ma no voria , che quel sior .... 

colle mie pute . . . 
Arg. Vi preme delle putte , e non vi preme di me j e 

pure di me dovreste avere qualche premura. 
Pan. Si, cara Arzentina, te voggio ben. Parla, dime 

quel, che ti me volevi dir. 
Arg. Sappiate , signor padrone ... ( sospirando . 

Pan. Ti sospiri ? Cossa voi dir ? 
Arg % Voi non me lo crederete. 
Pan. Sì , te crederò , parla . 

SCENA VI. 

Clarice , e detti. 

CU. Olgnor padre. 

Pan. Cossa me vegniu a seccar? Cossa voleu? 

Cia. F vero , che il signor Ottavio resta a pranzo con 
noi? 

Arg. Si signora , è la verità . 

CU. \o non parlo teco . 

Arg. Ed io rispondo meco. 

Cla. (Temeraria/) Dunque é vero, ch'egli resta con 
noi? {a Pantalone. 

Pan. Siora si, xè vero. 

CU. Bene ; quando è vero questo , sarà anche vero > 
che vi resterà il signor Florindo. 

Pan. Per che rason mo? 

Già. Perché io non devo essere da meno di mia sorel- 
la. 

Pan. 



+6 LA CAMERIERA BRILLANTE 

Pan. Cossà gh' intra vostri sorella * 

Cla. V* entra , perchè il signor Ottavio è testato per 
lei. 

Fan. No so gnenté. Che el vaga via. 

Arg . Che vada via ? Dopò averlo invitato > ette *t *»• 
ga via} 

Pan. Mi no 1* ho invidi . 

Arg. Chi glie 1" ha detto , cte resti ? 

Fan. Ghe l'ho dito mi; ma sa ve come* 

Arg. Dopo avergli detto, che* resti, che et %>*g* vèti 
Che cosa dite la signora Clarice» 

Cta. Io non dico , che vada via , Dico bene , che vi 
ha da restare* il signor Florindd. 

Arg. Oh in questo pòi k signora Clarice ha ragione» 

Fan. La gh'ha rasòn ì 

Arg. Sicuramente ha ragione. 

Fan. Vardè* per li vilk , se ghe ic altri * che voggii 
vegni* da mi* 

Arg. Si signore * vi è tgualciut altro. 

Fan. Chi , cara Vii? 

Arg. Il servitore del signor Ottavio. 

Fan. Anca ci servitor ha da magnar da mi ? Mo per- 
chè ? Mo per cossa ? Chi ld orden* , chi b 
disc? 

Arg. Argentini. 

Cla. Ecco chi comandai Argentini. 

Arg. Signora sì ; questa volta faccip io . Non coman- 
do, mi persuado 5 convinco, e faccio io > e che 
sia la verità, il signor padrone riceverà a pran- 
zo con lui inche il signor Flctrindo, e non può 
fare a meno di farlo. Eccone la ragione, goti* 
cheduno diri , se dà da pranzo al signor Otta* 
vio, che lo fa per gualche iecondd fine; cosi in- 
vitando inche l'altro, si dirà, che & al ttara~ 
mento agli amiti « Oltre di ciò il signor f brin- 
do» 



ATTO ^CO^DO. *r 

do, sebbene è uomo selvatico, in questi occasio- 
ne se ne avrebbe a male, se non fosse invitato. 
1 II signor padrone con un poco di minestra di 

più soddisfo, a tutte le convenienze , a tutti gì* im- 
pegni ; salva il decord , la politica , l' interesse . 
t Soddisfa le figliuole* e si fa un onore immorta- 

le . Ah ? Che ne dite ? ( * Pantalone . 

tmk Veramente sta Volta me par* che abbiè dito ben 4 
Siora si; sarè contenta, Siot florindo vegnirà a 
disnar con nu . ( * Clarice s 

I dd. Ora non voglio» che ci venga più, 

Tao. No? Per cossa? 
i da. Perchè l' ha detto quelli pettegola Ì Argentina , 

(parte é 
. ^Arg.lA io voglio, che venga il signof Fiorando. 
Pm. Mo perché ? 

-Arg* Perchè non lo vuole quella pettegola di vostri fi- 
glia. . (parte m 
Tsn. Tolè suso. Do matte*, una pia bella dell' altra « 
£ intanto Arzentina no m' ha dito quel * che la 
me voleva dir. L'ha tratto cfuel sospiro! Moro 
de voggia de saver per cossa, che la sospirava. 
Gran baróna, che xc culia, per farme far tutto a 
so modo; ma co se voi ben, se fa tutto. Gh'ho 
speranza 5 che anca eia un di la farà a modo mio. 
Dirò co dise i zogadori del lotto. Cento per el 
lotto , e una bona per mi « {farti* 



5CE- 



4 f 14 CAMZKIZ11A BRnzAim 

SCENA VII. 
Camera in casa di Pantalone. 
Ottavio y e Brighella. 

Bri. IVI E rallegro, che la resti a pranzo con m : 
lustrissimo . 

Ott. Voi altri non sapete dir altro, che illustrissimo. 

Bri. ( L" è pien de umiltà . Noi voi titoli . ) Gite <L- 
rò , signor , se procura de usar quei atti de ir- 
spetto, che ne convien. 

Ott. Se verrete a stare con me , imparerete . 

Bri. Signor si . Farò quel , che fa i altri . 

Ott. (Sentendosi dire signor sì, fs dei contércimcwè 

(di etisfUcm. 

Bri. Comandeia qualche cossa, signor? 

Ott. Niente, niente. £' venuto alcuno dei mici set* 
vitori ? 

Bri. Signor si , uno . 

Ott. Qual è ? Il cameriere , lo stalliere , il lacche ? 

Bri. Tutto quel , che la voi . 

Ott. Come quel, che voglio? 

Bri. Eh niente, vedela, Ve quel, che se chiama Tra- 
cagnin . 

Ott. Si sì , il buffone . Colui qualche Tolta mi & ri- 
dere. Sta mane fra le altre lo chiamai. Tracci- 
gnino, eccellenza? Portami la cioccolata. Co» 
la vuole vostra eccellenza , calda , o fredda ? 

Bri. Ah, lu nio, per esser el buffòn, el ghe djs ec- 
cellenza . 

Ott. Io m' arrabbiai stamane , che non aveva voglà 
di scioccherie , e lo voleva caricare di bastonate. 
Mi sono venuti intorno , mi si soao buttati a p*- 

di 



ATTO 5 £ C N D 0\ ** 

di i miei camerieri , i miei segretarj , i miei conv 
putisci. Eccellenza, si fermi. Eccellenza, gli per- 
doni. Eccellenza, lo compatisca. Basta» gli no 
perdonato. 
Bri. (Adesso capisso . Altro che ormiti! fumo tanto» 
che fa paura.) Cara eccellenza, ghe domando u« 
milmente perdon , se avesse manca al . mio do- 
▼er . . . no saveva . . . 
Ott. Che avete? Perchè mi domandate scusa? Forse 
per non avermi dato dell' eccellenza? Che impor- 
tano a me queste freddure? Io non faccio pom- 
pa di questi, titoli , non li curo, non me ^im- 
porta. Sono vaniti, ostentazioni. Parlate, parlate 
con libertà. 

Bri. Me ne rallegro, tomo a dir, che vostra eccellere 
za scia a pranzo, da. sior Pantalon . , 

Ott. Eh! non ho potuto dirgli di no. 

Bri. Mi per altro la sappia , che ho ratto pulito coti 
Argentina , e eia per fanne servizio a mi , 1* ha 
persuaso el patron. No so, se vostra eccellenza 
me capissa. 

Ott. Basta. Il signor Pantalone mi ha invitato. Non 
ci voleva restare. Ma sono tanto disgraziato, che 
avrebbero detto , A 9 io non ci voglio restar per 
superbia . 

Bri. Donca la xè nestada per far servizio a sior Pan- 
talon . 

Ott. Poteva far meno per il padre di una persona, 
ch'io amo? 

Bri. E mi non averò nissun merito d' averla fervida > 

Ott. Vi son grato. Se vi occorre, comandate. 

Bri. Me dala licenza, che ghe diga una barze letta , 
eccellenza ? 

Ott.. Si, dice, divertitemi w 

Lri. La devert£rò donca. Me recordo ( la perdoni ) , 
. L* C*mericr* Brillante. Y che 



Sb LA CAMERIERA XÈJLLAttTt 

che 1* ha avudo ia botiti de dir, che «e la resta- 
va qaà a cbsnar, ia voleva impiegar iuta cera 
doppia» 

t)tt. Pagar il pranzo al. signor Pantalone ? Sarebbe e»' 
azione indegnrwina. 

fir/i No «Bgo. i^gar ci donar ai patron . Ma V Ita di- 
to. . .; me jpar.. . » che l'averi* dada al setràor... 
la perdoni, vedcla, eccellenza. 

©tt. Noa me ne riand» . / 

Brìi Oh m* lo àttùrè» ad; fiè -end da so servitor. 

Off. .Sarà cosi. (San nelTùapcgno . La doppia non si 
si può risparmiare (dm ie, tnwndm pan U 

(frrxj. 

Bri. (Chi è minchion, stagà a casa.) (é+ u. 

Qtt. Voi Sangue avete desiderato, ch'io restassi com- 
mensale del vostro padrone . ( tirantU fmmi U 

Ohi. . EbccUataà si. 

Off. Ecl io ia xieooipensa della tostra aettaakxte, per- 
che non m dica, ch'io non abbia ricompensar© 
con generosità qualunque servigio , per piccolo 
ch'egli «ia. Ecco qui. («mmt« Io éUffU. 

r > i 

S C E N il VAI. 

Tr*cz*gnm* 3 a detti. 

?+*. *35bc -patìroà, 
Ott. Che e* è? 
(Tr* ftissuxi grandi. 
Ott. Doy«? ., 

Jtw. In «a casa/ 
Uri. Coss' è sta ? ♦ 

Tra. I grida tra ci padre e le &le , -e ho «arrido a dir 
ci sipr ib^tadòn : Dojki alia mia tola ao voi nissun . 

Ott. 



i 



ì 



ATTO SECONDO. 7ì 

Ott. Nessuno? (ripon* la doppi* nella borsài 

Tra. Nissun. » 

Bri. Eh bisogna veder..; 

Ott. Sentiamo che otta c'è. (in òtto di partire t 

Bti. Eccellenza. 

Off. Ci rivedremo, (pan** 

$ e è n a ix 

Brighella , $ ttaceÀ&*ÌA4> 

Èri. J-jCccllenzà. 

Tra. Con chi parlotti ? 

Bri. Col td patron , cn* di me doleva dar una 
doppia , e sul più bello ti e arriva ti , ti 
gh ha parli su la man, e k doppia I* candid* 
in fumo . 

Tra. El gh'ha rasòo, le noi fhà ià 1* <fcppk. 

Bri. Per cassai 

Tra. Ti lo burli . 

Bri. Lo burlo? Còme? 

Tra. Ti ghe di dell' eccellenza . 

Bri. Mo ghe vak , o ho ghe vaia ? 

Tra. Mi non ho mai provi. 

**t. Da mi d T ha rotata. 

Tra. E ti ti ghe l'ha dada. 

Bri. Pfcr {itti , d* 1* m* €tìstiU 



V £ , SCE- 



j* LA CAMERIERA BRILLANTE 

SCENA X. 
Argentina ,^ * k détti . 

jhrg. xjLnìdio, Brighella j presto, andate a oretta; 

in tavola. 
Bri. F vero, che gh'é dei sasuri? 
.***£. £' accomodata ogni cosa . . 
Bri. Disnelo qui el sipr Ottavio ? 
-rfr£. Si; resta egli, ed il signor Florindo. 
Bri. Vado subito. (Finche la memoria l'è fresca, k> 

perdemo de vista la doppia.) (/"*• 

SCENA XI. 
Argentina, * Trace agnino. 

Tra. £jL resta qua dorica el me padron . 

Arg. Sì , ve 1' h« detto . Ci resta . 

Tra. Donca resterò anca mi. 

Arg. Ma! Ho paura, che voi non c'entriate neli* ag- 
giustamento . 

Tra. Chi l'ha fatto sto aggiustamento? 

Arg. V ho fatto io . 

Tra. Co l'ave fatto vu, zonzeghe un capitolo per e! 
servitor . 

Arg. Il vosero padrone, vi darà danari, perché andiate 
a mangiare dove volete. 

Tra. El me padron adess , che T è in conversazion , do! 
$ arecorda gnanca , che mi sia a sto mondo . 

Arg. Bene : andate all' osteria , spendete , e fatevi rim- 
borsare . 

Tra. Da chi? 

Arg. Dal vostro padrone . 

Tra. 



ì 



ATTO S È C XV 0* s* 

Tra. Noi me di un soldo chi lo picca . £1 spender! 
dei ze chini per farse creder un signor grando: 
ina per el povero servitor noi gb'ha gnente de 
carità . 

A rg. Poverino ! Vi compatisco . Ecco qui quel , che An- 
no tanti e tanti di questi signori, che hanno 
pia fumo , che arrosto . Spendono tutto in gran* 
dezze. Abiti, trattamenti, divertimenti, e la ser- 
vitù patisce , e non capiscono questa ragione , che 
k lingua dei servitori imbratta , e lorda tutto 
quel lustro, che per altra parte si fanno. Che 
importa il dire: da me si di la cioccolata a chi 
viene ; e i servitori cantano , non vi è farina . 
Che serve il regalale per vaniti, per fasto quan* 
do i servitori si lamentano, che non corte il sa- 
lario? Credono, che un bell'abito faccia onore, é 
dalla servitù si pubblica, che si sti male di 
biancheria. Chi ha giudizio, fa quel che puoi 
ma prima /a quel che deve. Meno boria fuori 
di casa, ma più sostanza in casa, perchè non 
s* abbia a dire di loro quello , che si suol dire al 
pavone :" l 

Belle penne, bel capo, e bratto piede: 

ho nasconde talor, ma poi si vede. (p*rt$ m 

S C E N A XIL 

TrtceMgnmoy fot Fiorirvi*. 



E, 



Tra. J-JVivaj adesso, che ho assicura el disna/, Starr© 
ben . Me confido , che in cusinà gh* è el ne pae- 
san. Ma chi sai se in cusina arri veri gnente de 
quel della tola . Gh' é el me patron , che el ma- 
gna per quatro. 

Y 3 Ih. 



f 4 14 CAMfttlEfLA BRILLASTI 

TU. Guq seccatura ha da essere oggi per me ! Sm 
a tavola un ora con soggezione! Ma non ci sto. 
Dicano qwt) , efce vogliono* io non ci fto _ 

Tri». Chi elo sto siot-, che noi cognosso f 

Wi0„ Amico, siete voi di casa» 

7m. Pei adew© «on in caia , 

FU. Fatemi «in piacere, due a questi signori, eh* com- 
patiscano, ch'io a tavola non ci voglio vepire. 

Tr*. Elo anca V«ssioria dei invidadi ; 

JFfo. Sì, ancor io j ma a tavola con soggezione , eoa 
: compagnia , con dotine io non ci posso state. 

Ito». Hala facoltà de sostituir nis*un al $q posto;? 

Wh. Cht vorreste dire ? 

Tra. Scia p*des$e fatine la grwa, ch« jni wdassc 
par eia . 

Wh. Cai siete voi? 

Tr*. San ri servi»* del sjor Ottavio. 

TU. Figuratevi, $C quei superbi, se quella delirano* 
di donar u vorranno » naj* fi degnane dì gena 
te**.. 

Tr^ Vutsioria «e degaewrela ? . 

Fio. Io si; mangio sempre con i miei contadini. 

Tra. Se ppderave fot una coss*. 

fb é Che cosa? 

Tra. La se lazza mandar da magnar in easina > che 
mi averò.J'onor de servirU de compagnia. 

Fio. Se lo volessero , perchè no ? 

Tra. Son servito* , ma SQ* gaJwomp , sala . 

Fio. Sì, tutti gli uomini sono compagni. Io amo tut- 
ti, ma non posso soffrire la soggezione.» 

?r+. Mi j&p, v^dfla, no flqn omo de suggizion. 
I* se torta tutta la }ìbc«à, che la voi. 

fio. Val pia U sua liberei, che non yagtiono tutti i 
tesori dei mondo. 

Tra. Slot si. Magnar fin, che s'fea fynm , Stravaoi 

sul- 



ATTO UCOWOO. ss 

1 sulla tola. Desbottonar se, desligarte 1* caJxc, ct> 

1 varse le scarpe . 

1 Xi#. Sii questo è quelj che mi piato. 

Tr*. Bravo. Saremo ben insieme. Oh e*»! 

P/*. Bevete bene voi ? 

3>*. Mi si» co posso, ci ma piase. 
t P&. Beveremo. 
1 Tri». Fin che la voi. 

FU. £ quando non si pu& pi4, si dtiratc. 
» Xr#. £ se se indormenza a tola . 
I Fio. Quello è il gusfiQ. 
I Xr*. Bravo amigoa . 

Fio. Bravo camerata. 
I 

3 C 5 N. A XIIL 

Argtnti»*, t detti. 

jirg. v^He fa il signor Fior indo , «he non viene a 

tavola ? 
Mio. Non vengo certo. 
Ari. Ma perchè , signore \ 
Tr*. L'è impegni, vedela. 
jirg. Con chi ? 
Tr*. Con mi , padrona . 
jirg. Eh via . . . 

Fio. Sì , cara Argentina . Mi faranno piifc piacete , sa 
mi manderanno qualcjhff coga db mangiare eoa 
, questo galannmgw , 

Xml La s'aiecordU» cta *m© tffc do. l* $hm*4à. 
I -^'I- Signor Fior indo , sentite una parti*» cèc aassuno 
senta .. 
fU Dite» dite . 

■Arg. No, jwU' oceccjyp» aJp aessunp saau. 
Ji«. Via. due . ( $* *um* aW *•«/;*<#. 

Y * s.r S . 



' ?lt LA CAMERIERA ÈRlLLANTt 

Awg. Siete un bel porco . (/**** 

Tr*. Mi non ho sencido. 

Jlo. Non me n'ho a male di piente io. Da Argentai 

na ricevo tutto. | 

Arg. Via , dico , andate a tavola . 
Fio. Ma non sarebbe meglio , che veniste voi da me 

con questo galantuomo . . . 
Arg. Siete aspettato dal signor Pantalone . 
Fio. Avete por detto , che ci sareste venuta* 
Arg. Se non andate, vi rriaadd. 
Fio. Davvero. Ci ho del genio con vdi. 
Tr*. Anca mi gh'ho della simpatia co sta zoveae. 
Arg. Se avete genio per me , andate subito dal sógn* 

Pantalone» andate, vi dico, non me lo fate dire 

un'altra volta, che mi farete montar in bestia. 
rio. Vado, vado; per amor vostro ci vado, fo pia 

stima di voi, che di quante cuffie ci sono. 

Or*. 
* 

SCENA XIV. 

Argentina y e Tr*cc*gnim 

Tr*. MJJ Mi pdssio vegnir a disnar ? 

Arg. Perchè no ì Ve ne sarà ancora per voi . 

Tr*. Andemo donca. 

Arg. Aspettate. 

Tr*. Gh'é qualche difficolti? 

Arg. Non vi è difficoltà; ma vorrei una cosa da voi. 

Tr*. Comande * farò tutto . Per magnar non so cessa 

che nò faria. 
Arg. Voi avete dello spirito , mi pare . 
Tr*. Qualche volta son spiritoso . Specialmente quatti» 

ho ben magna, e ben beva son spiritosissimo. 
Arg. Vorrei fare una burla alla tavola dei padroni per 

di- 



utT-TO SECONDO. jt 

- ' divertirli ; una di quelle burle , che si sogliono 
fere in campagna, con qualche bizzarria , con qual- 
che travestimento. Siete buono voi di secondar- 
mi ? Di far qualche figura graziosa ì 

jTV*. Se me insegnerà , farò. 

-rfrg. Bene dunque , andiamo , che v' insegnerò . 

Trs. Ma prima magnar , per metterme in corpo del 
spirito , del coraggio , della disinvoltura . 

jivg . Sì , sì mangeremo . Venite con me . ( Vo* diver- 
tir là conversazione , ma col mio secondo fine pe- 
rò.) (ds S€ 9 $ pam. 

ZTr*. Ponza mia, parechiete de far festa, (farti. 

SCENA XV. 
Sala con tavola apparecchiata. 
Pantalone } Tlammhia , Clarice, ed Ottavio. 

Pan. J\ Nimd , patroni , a tok . 

Ott. Perdoni , tócca alle signore donne . 

Cla. Se non viene il signor Fiorindo , non vengo a 
tavola ne meno io. 

fan. Ti <*he voi un gran ben à sto sior Fiorindo . ■' '- 

Cla. Non dico di volergli Mie bene, né male . Ma in 
questa parte non ho da essere di meno di mi* 
sorella . 

Ila. Che pretensione ridicola! Starete 1 male, sorella 
cara col signor Fiorindo. In questo proposito è 
un uomo tutto all' incontrario di quello, che Me- 
te voi. 

Cla. Non me ne importa . Ha da venire a tavola . 

fan. £1 vegniri. Intanto sentemose nu . Via, slot Ot- 
tavio , come fqresticr (a principia eia . 

Ott. 



f$ LA CAMERIERA BRILLANTE . 

OtK II signot Pantajpne mi vuol fare quel trattamen- 
to > die mi hanno fatto cinque dame la sctriim- 
aa passata. Hanno, voluto, eh' io sedessi per il 
primo . Non lo voleva fare assolutamente j ed es- 
se badavano a dire: la vostra nobiltà, il tosto 
merito , il vostre grado, ,. Jtosta io non 1* ho fa* 

' co per questo, Vìpo fatto, per ubbidire. (siedi. 

Clsr. Sentite la bella caricatura. (* f l m mmm ù. 

Jlék Veni il vostro gentilissimo signor Florindo a £m 
il maestro di cerimonie . ( 4 CUriet . 

JP#». Via, putta, sentevc. (sùde. 

fU. fccomi. (vu»l s*4tr* press* suo pmért. 

OtK No , madamigella * favorite , venite presso (fi 
me. (* Fiammate. 

?*n. Eh n'importa. Questo xè il solito posto. 

Ott. Bene, v«jgd io dunque jwssa di voi. (vm s st- 

(dere presso FUmmìnis. 

**». 5iac Ottavio, , , t» vpnU,.. 

Ott, A tutte le grandiose tavole dove io sono stato, 
mi hanno sempre collocato ricino alla padrona 
di casa . La marcila di Coratella , la dachessa 
di Possidaria, la baronessa della, • Caligine , la 
principessa di £oa,t Torrida tutte bantu» Y*uit»> 
che stessi loro vicino. 

f*n. Qua no ghe xì nò- la principessa del Calig», ni 
la principessa cfcl F«n*o> se va alla bona. 

Q*t. Questo è ^uel, «temi piace; alla buona. Son 
uno, che non ha ambizione. 

Pia. £ va sjtira, ve senteu? (# CUw* 

CU, Oh via»; ecco .il signor Florindo. Giacche egli 
viene , vexxQ a tavola ancor io. (siedi. 

¥*n. ( Mi no so , se la fazza per amor , o per pasti- 
glio . Le 4<tiine ìw le se Capisse » ora le xè da 
tp vi, ora le xc da latte.) {d*s*< 

SCE- 



ATTO f M C N V 0. ff 

SCENA XYI, 

l 

7 brinda, e fatti. 

Fb< 4^H* figurarsi se io voglio «edere in mezzo t 
cjuclle caricature ; ( osjtrvande la tavola si fer* 
i (ma indietro, 

1 Y*n. La resta scrvida, sior Plorindo, 
1 JRi#. Vi prego dispensarmi. 
' ?>#*. Come ! no la ne voi favorir ? 
Fio. Non ho volontà di mangiare . 
1 £>**. Se no la poi magnar, pazienza; upto più vale- 
f rà el nostro. La se senta per compagnia, 

t Tip. Non son pazzo io a venirmi « secciie , 
1 Pan. A seccarve ! Come parie» sior ? 

TU. ( Passéggi* fischiando . 
I Fan. (Oh che tangaro! ) (da se ^ 

Ci*. (Sento, che mi si volt^ lo stomaco. } ( da se . 
1 JFh. Che dite della bella grazia del signor flprindo ? 

(piana ad Ottavia* 

Ott. Non gli siabhada. Mangiamo noi . (dà della &h 

{nestra a Tlam minia, * se ne prende per se a 

(mingiti 
Tom. Sior Plorindo» me nwaveggio dei fatti vostri. 
. Fina che ve pive V economia , la liberti , el riti- 
ro , ve lodo: le zé cosse > che le me piase anca 
1 a mi ; ma ste inciviltà, compatirne *ior,. no it 

*c cosse da par vostro , no le xc cosse da g%- 
, laotomp . 
Cla. $ano cose , che non le farebbe un villano > un 

facchino» uno di quelli, che guidano i porci. 
Ih, pfon lo sapete, il jnio, n^titf ale t Io non. pqp^ 

Aoffrire la soggezione . 
Qtt. Yeniu, fignot f brindo. I^on ^Wc toggtziojp 

di 



ói LA CAMERIERA BRlL^AHTE 

di me , son chi sono , egli è vero ; aia finalmerv- 
te siamo in campagna . 

TU. Oh se credete , che mi prenda soggezione dì voi , 
y' ingannate . Tanto stinto la vostra parrucca . 
quanto il mio cappello di paglia . Son qui . Scdia- 
mò , mangiamo . Che minestra e e ? Pasta non nn 
piace. Io non mangio altro > che riso. 

TU. Se no ve piase la pasta... {alter*?. 

TU. Zitto. 

Ci a. Se mangiate il riso... (alterata. 

TU. Zitto . Mangerò la pasta . ( si f tende della minestre . 

SCENA XVII. 
Brighella, e detti. 

Sri. Q (Porta il lesso, e leva la ministra. 

i3 Ignori , gh* è qua una dama , che desidera vr> 
gnir avanti. (Vòggio far muso duro per no sco- 
verzer la burla, ) 

Ott. Una dama ? ( s'alza . 

Fan. Chi eia sta dama? Cossa torla? 

Ott. Domanda forse di me? (a Brighella. 

Bri. La domanda giusto de eia. (ad Ottavio. 

Ott. Una dama, che domanda di me? (pavoneggia** 
dosi.) Una dama domanda di me, signor Panta- 
lone . 

TU. La vaga a veder cossa che la voi. 

Ott. Dóvi volete eh' io vada ? Per riceverla in casa vo- 
stra non vi è luogo miglior di questo. Vi con- 
tentate signore, ch'io la riceva qui? (a Fl amu m i 

(ma e Clarice. 

fio* Ver me son contentissima. (Ho curiosità di ve- 
derla.) (da se. 

Cla. lo 'non mi prendo soggezione di chi che sia. 

Ctt. 



ATTO S E € O N D C. et 

€>tu Fatela passare . ( m brighella . 

JBri. Subito. ( Arzentina ne farà rider con quel matto 
de Traccagnin . ) {dm se, # fmrt * . 

Yak. In casa mia son paron mi. 

Ort. Sì, siete padrone; ma siete un galantuomo, un • 
uomo civile. Le dame vi onorano. Vedete? per 
causa mia vengono ad onorarvi le dame. Dove 
son* io si qualifica anche; una villa, una capanna, 
un tugurio . Alzatevi signore mie . ( m Ila/tornirti* 

(e Citrici . 

Clm. Perché s'abbiamo d'alzare? Siamo a tavola: tenga 
chi vuole. 

Ort. Non signora , a me non s' insegnano le regole 
della cavalleria. Ehi chi è di là ? 

S C E N A XVIIL 

Brighella, $ detti. 

Bri. JLiA vien , la vien . 
Ott. Presto. Levate di qui questa tavola. 
Vmn. Coss* è sto levate ? Coss' è se' insolenza ? 
Ott. Mangeremo dopo, signor Pantalone. Levate, le- 
vate . ( i servitori levano la tavola sollecitati dm 
{ Ottavio . Tutti restano m sedere fuori che lui . 
Bri. Son qua. Levemo. 

Fan. La me par un' impertinenza . ( s mlzji v 

Tlo. Questa la godo da galantuomo, {resta a sedere . 

Ott. Ecco la dama . E* venuta per me . Incontriamola . 

{fa alzare Ylamminia t Clarice. 



SCE- 



6é IA CAMERIÈRA BÈlLLANTÈ 

SCENA XI*. 

Argentin* ve iuta nobilnknt* tta cdmpdgtt*, t déffi\f§i 
Tràtctgrihto vestito à* cMvtliere ton atrit»turm. 



Arg. A Eimettono, cne le riverisca la Cortesia dell'O- 
rizzonte 1 

tà». Oe, ÀrzentifU. (s* slz*. 

fi*. La butta é graziosa. 

C/4. Queste sono le dame , ede onorano il sigttor Ot- 
tavio / 

Ott. Dov'è la Contessa* delF Orizzonte ì 

Arg. Eccola al vostro cospetto . Cavaliere , sono io, 
che vi riferisce . 

Ott. Bravissima. Se non è dania , merita di esserlo. 
Hi dello spirito, della vivacità > del brio. 

jp*j*. Cossa feu co sti abiti? Senno da camera!? 

Arg. Che vorreste voi * che si dicesse pel mooJo , se 
un cavaliere di <Jtfesta merito puntasse un giorno 
senza una darmi ? 

0TÌr. Dice benissimo . Questa è fa prima volta . 
Non sarebbe mal riatto spacciar per ht villa» 
die abbiamo a pranzo coti noi la Contessa delTO- 
rizttmte , 

fjtn. No basta, eie gh'avemo con ntx e( sior Marcnr- 
se dell* Tramontana > 

Arg. Spiacemi , signori miei , che per mia cagione ab- 
biano tralasciato il pranzo. 

fon. Se volè favorir anca vu, siora Contessa de gtwo 
babao? 

Th. Andiamo in cucina, signora Contessa, che stare- 
mo con piti liberti. 

Arg. Io non sono <jpi per pranzare . Ma 4rendtf tejici- 

19 



ATTO SECONDO. 6f> 

to dire, che le figlie del signor Cantala*» devo* 
no maritarsi «oli q*tsti due {alalie*!.. . 

J/è. No sbagliate. Una con un cavaliere» e un* con 
un taàgaro. 

Tan. Coss è sta novità ? Mi no rnarido le Aie putte né 
con t angari, né con cavalieri... 

*4f£. Basta 5 facciamo il conto , the ciò sii v*to\ 

P*/i. Ma se no xè vero. 

Arg. Nòti sarà vei» ; «uà quando inai la «gn«*a Ilam- 
minia dovesse sposare un cavaliere di quwta sor- 
re... 

Pari. Ve digo, che no tè ver#. . 

^4*g. Ed io accordo , che non sia Vero » Ma dato* che 
ciò fosse -, «Uà deve essere istrutta di quelle cose, 
che non sono a sua cognizione . Cavaliere . ( chiama. 

Tra. Madama. (*sc$ TraceM+mn* Cestite d+ cavature 

(co* caricatura^ 

On. Bravissimo] il mio bufone ci tiktì ridere > Argen- 
tina e una ragazza di spirito. 

Fa». Vedemo donca sta comediola . StftQmo cassa , che 
i sa inventar. 

-Arg, Conte , questa sera vado alla* conversacene . 

(a Tra&OgnÌM* 

Tra. Non vi è bisogno che me lo dite, (frvmuncì* m*~ 

{U ti memi». 

Arg. Berle . À casa verrò tardi . 

Tra. Chi prima arriva, ceni, e Vada a letto. 

Arg. Ci troveremo sulle morbide piume . 

Tra. Poi essere , ch'io non vi disturbi nemmeno, 

Arg. Ho bisogno di denaro. 

Tra. Il factoy ve ne darà. 

Arg. £ se non ne ha , ne ritrovi . 

Tra. £ se poi non ne avesse . . . 

Arg. Se ne ritrova per voi, ne ha da ritrovare per me. 

Tra, Sì, madama, avete ragione. 

- Àg* 



6+ ZA CAMZfJXfUi BRILLANTE 

Arg+Tkmvù abbiamola pranzo due cavalieri « 

Tri». Ed io vado a pranzo fuori di casa. 

A*g. Dove t •' . 

Tra. Oh bella! Vi domando io chi venga a. praaa 

: r.jcon voi? 

Arg. Avete ragione. Ho Allato il cerimoniale. Ho fci- 

sogno di un abito. „ . 
Tra. Servitevi dal mercante. 
Arg. Quell'insolente non vuol dar altro, se non i fi 

.. g»to. 
Tra. Briccone , piantatelo , e andate da un altro „ 
Arg. Lo farò . Vi vogliono due cavalli . 
Tra. Gli compreremo. 
Arg. Dice il fattore > che no» vi è fieno. 
Tra. Si può vendere una carrozza . 
Arg. Si tenderà. A rivederci. (tm *tt+ aU paràrt. 

Tra. Dove andate ? 
Arg. Non lo so nemmen io . 
Tra. Chi vi serve ? 
Arg. Non si domanda. 
Tra. Avete ragione. 
Arg. Voi restate ? 
Tra. Parto anch' id . 
Arg. Per dove ? 

Tra. Non dico i fatti miei alla mdglie . 
Arg. Né io ai marito . 
Tra. Siamo del pari, 
Arg. Addio , Conte . 
Tra. Schiavo, Contessa. 
Arg. Chi è di là ? 



sa- 



" \ 



ATTO SZCOXDO. 6< 

S C E N A. XX. 
Un Villino vestito da cavaliere , $ ietti . 

Vii. IVI Adama. 

^Arg. Favorite. (gli chiede il braccia. 

, Vii. Eccomi . ( la serve di braccio: 

jtlrg. Andiamo. (parte col villano. 

; Tra. Cavalicr salvatico , servite bene nostra moglie do- 
mestica . . (parte. 

fan. Bravi , pulito . Cossa disele , patrone ? Ghe piase 
sta bella usanza ? 

Tla. Non mi piace per dire il vero. Se io fossi nel 
caso , farci di meno di molte cose > e ander,ei vo- 
lentieri con mio marito. 

Ott. Signora > voi vi fareste ridicola in poco tempo. 

Cla. Io all'incontro... 

Fan. Vu all'incontro, se una mattatela, che facilmen- 
te ve uniformercssi al sistema de Argentina . Ma 
eia vedeu ? no Y ha miga fatto sta scena , perchè 
tolc sta cattiva lezion . La xè una putta de gar- 
bo , e no la xè capace de pensar cusì . 

jlo. E se voi , signora Clarice , pensaste di far tutto 
quello, che ha detto fin adesso Argentina, tro-' 
vate vi un altro sposo*. Ve lo dico in faccia di vo- 
stro padre; voi non fate per me. 
fan. Sior Horindo in questo el gh* ha rason . . . 



La Cameriera Brillante. Z 9ÙL- 



té LA CAMERIERA BRILLANTE, 



Èri. bl 



SCENA XXI. 
Brighella > e detti. 



) Ignori* un'altra imbassada . 
Fan. Qualche altra dama? 
Bri Signor no. Una contadina. 
Ott. Dove ci siamo noi , non vengono contadine . 
FU. Oh benedette le contadine 2 Fatela renile , «igncr 

Pantalone . 
Pan. Sentimo coesa, che la voi. (m Brighelli 

Bri. Subito la faaso vegnir . (Goderemo sta scarnai 

scena.) (da sa , * fsru. 

fot. Colla gente rustica non ci so trattare . 

SCENA XXU. 

Argentina vestita da contadina > r dette . Pai 
Trasognine in abito da villane . 



v, 



Arg. JL Attorti, bondi sidri*. 

?*n. Cossa fastu mattazza? 

Arg. I m* ha dito , che sé da nozze . San regnila a 

consolarme. 
Pan. Oh che cara Arzentina! 
Arg. Mi no son Arzentina. Son Momoletta da diri- 

gnago, fia de missier Stropolo da Musestre, i 

donna Rosega da Mogian. 
FU. Oh quanto spicca una donna in queir abito ! 
Ott. Se prima sembravi un s*le; ora tu mi sembri' 

una larva. (ad Argentine. 

Arg. Caro sior larva, e 1* arve. Mi no parlo con va. 

Son qua per sior Florindo; roggio parlar concio. 

FU. 



Atto s r e o k v o. ót 

Tic Sentite? E* venuta per me. Le contadine vengoito 

per me , e le stimo assai più delle vostre madame . 
Pan. Custia xc un gran spiritano j la parla venezian 

come se la fosse nata a Venezia. Xè assae petf 

una forestiera. 
*4rg.Yc voleu maridar? (4 Fiorine*. 

Fio. Può essere, che mi mariti* 
jArg. Co sta putta ne vero ? [acetnn* Citrici ♦ 

> Fio. Non so, potrebbe darsi* 
1 Ci*. Credo di sì per altro . 
^Irg. Ben donca , se ve volé maridar , putti cari , impa* 

re come che se fa co se xè maridai . Oe mario# 
1 dove seu? 

1 Tra. ( Vestito de villano . ) 5on qua fu mia . 
Arg. Mario , stassera vegnì a casa a bon ora . 
Tra. Sì ben Yolentiera . 
sArg. Se divertiremo vu e mi . 
Tra. Zogheremo alt* ceca . 
Arg. Doman anderemo insieme ài marca . 
Tra. Sempre insieme . Mario e muggier sempre insie* 

me. 
Arg. Compreremo una carpetta per mi , e da far una 

velada per vu. 
Tra. E coi bezzi alla man la gh' averemo più a boa 

merci . 
Arg. I bezzi non li spendemo tutti . Tegnimose el no* 

stro bisogno. 
Tra. Dise ben. Faremo pochetto, ma faremo coi no* 

stri bezzi . 
Arg. No voggio debiti . 

Tra. Che nissun ne vegna a batter alla porca. 
Arg. Alla nostra tola nissun ha da vegnirne a magnar 

le coste. 
Tra. Gnanca mi non adderò a scroccar da nissun . 
Arg. Se vorremo ben,. 

2 a Tra. 



S% LA CÌMER2ERA BRILLANTE 

Tra. Goderemo la nostra pase. 

Arg. Mi lavorerò. 

Tra. £ mi ve farò compagnia. 

Arg. E nissun mormorerà. 

Tra. £ nissun dira mal de mi. 

Arg. Vago in cusina a parechiar da disnar . 

Tra. £ mi magnerò colla mia Momoleta. 

Arg. Vago , mario . Voggiemc ben . 

Tra. Sì , cara , ve ne vorò . 

Atg. Oe. (chiasma. 

SCENA XXIIL 

Un villano ni suoi abiti, e detti m 

Vii. UOn qua. Vorla , che la serva? 

Arg. Via de qua, sior martuffo. Mi no me serve aJ- 
tri, che mio mario. Ande a trar dell'acqua; 
porte delle legne ; tende a quei animali , che ai 
no tendo ad altri, che a mio mario. (?*>*'. 

Tra. Sior sì , vu tende alle vostre bestie , che mi ten- 
derò alla mia . (parte , ed anche il ifillam. 

Tlo. Oh cara, oh benedetta! oh fosse almeno la veli- 
ti! 

Fan. V* ala dà gusto , patrone ? 

Jla. Mi pare, che abbia parlato bene. 

Cla. £ i me pare , che abbia parlato malissimo . 

Qtt. Qtiai'c quella donna, che si volesse a una tal 
legge sagri ficare ? 

Wle. Peggio sacrificio è penare per far quello , che oca 
si può fare. 



ÒV^A.' 



Ji T T O SECONDO. 69 



SCENA XXIV. 

argentina colla vette , e la barretta da Pantalone , e 
detti . 



F t 



jirg* JL Ermeve , siori , e no tarocché , che tutti gh'a- 
ve rason. Sior Ottavio va troppo in alto, sior 
Florindo el va troppo basso ; e chi vuol le mie 
putte , voi che ei vaga per la strada de mezzo . 
Momola voi , che el mario sia un orso : la Con- 
tessa dell* Orizzonte la voria, che el fusse una 
piegora ; e mi digo, che el mario l'ha da far 
co fa i manzi , che sempre i laora compagni , e 
no i va soli , se no quando i li porta alla bec- 
carla . Flamminia xé troppo umile ; Clarice xè 
troppo altiera . Sior Ottavio gh* ha troppo fumo , 
sior Florindo gh' ha del rosto > ma el lo lassa bra- 
sar . Saveu chi gh* ha giudizio ? Chi gh* ha pruden- 
za ? Pantalon dei Bisognosi . Noi xè omo ». che ghe 
piasa grandezze» ma no ghe piase gnanca l'inci- 
viltae . Noi xè un armelin , come sior Ottavio , 
ma noi xè gnanca una piegora monzua , come sior 
Florindo . E saveu chi xè una putta de sesto , che 
me piase assae? Arzentina. Anca ella poverazza 
no la xé né altiera co £1 un basilisco , né gnocca 
co fa una talpa : la gh' ha anca eia un non so 
che de mezzo , che me piase anca a mi . Sangue 
de diana ! Si ben , che so vecchio la voi sposar '• 
Putte destrigheve vu altre , che me voi destrigar 
anca mi: e fé presto» perchè non posso più star 
in stroppa. 

El matrimonio è quello , che consola 
Zoveni, vecchj, e quei de meza età. 
El zovene s* infama a una parolai 

Z 3 I/o- 



7» LA CAMERIERA BRILLANTW . 

L'omo fatto vuol esser carezzi j 
Ma più de tutti el povero vecchietto 
Giubila , se qualcun ghe scalda el letto. (f*rm t 
T*n. la m'ha incocauo. 
Ott. Io son rimasto sorpreso, quando ha sostenuto i 

bene il carattere della dama. ( 

Fio, Mi ha innamorato, quando faceva la. 

(fm*. 
Fi*. Signor padre» avete inteso quello» che ha igm 
Argentina? Se vi preme , eh' io liberi la casa, <• 
sponcte di me . (p**- 

Ci*. Ricordatevi , che s* avvicina V inverno , se vi 4* 
spiace il letto diacciato, potete riscaldare il nifi, 
ed il vostro nel medesimo tempo. (f***- 

f*n. Argentina noi saria un cattivo scaldaletto; mi 
no vorria , che in vece 4c scaldarme , la me to- 
sasse . No so gnente > ghe penserò ancora un po- 
co. Dirò co dise el Lunario: 

Quel che xè scritto ìa cicl succede in tera. 

Amor xè orbo , e no xè maraveggia , 

Se 'un paron xè celpio da una masseia, (fért** 



Fine delF Att§ S§cond§. 



AT- 



%a Lattieri fra 'brilant* 



jÌHo tt.J\ V. 




ATTO TERZO 

SCENA PRIMA. 
* Arguitimi , e Brighili*. 

Arg. Or, senz' altro. Li ho persuasi tutti . 

Bri. Me pax impassibile, che anca sior Florindo se 
reduga a recitar una parte in commedia. 

Arg. Con lui , per dirla , ho fatto pia fatica di quel- 
lo abbia fatto cogli altri . Ma pure 1* ho fatto 
già. Lo sapete, che quando io voglio > faccio far 
la gente a mio modo. 

Bri. Donca s tasserà se farà sta commedia. 

Arg. Questa sera la proveremo. Pei un'altra volta si 
farà con invito. 

2 4 Bri. 



yz LA CAMERIERA tRlLLAXTE I 

Èr$. Clic commedia eia? Studiada, o ali* improvviso * 
ÌArgtL* una piccola commediola studiata. Ho dato la, 
; parte a tutti ; ed è tanto breve , che in tre |* 
j# quattr' Ore, che la studino con un poco d'ajqp 
tifi suggeritore, spero saranno in grado di potedU 
I j prò v are v S^ 

| ì4 t Aiki el padron ha da recitar? * 

j, <!rg. Si anche lui. » .. ' • V* 

I | Ande 1^, che ve stimo un mondo f Chf parte Èt- 
ra lo el padroifc? . .. 
j i parte da> Secchio . * » \ 
[J}rì, In yenezian ? **" *; •** 
I Wrg. !v> in toscano. 
K$ri m ".Oh questa la voi esser da rider. 
£ Arg.. la pero, che la commedia tutta voglia "essere ri- 
, tìfcola. ....*»- 
.p.i-fcj» fatta ì 
! ho fatta la fio da una persona, che non vuol 
essere nominata. 
Bri Che titolo gh 1 ala? 
Arg . E' intitolata gli spropositi . 
Bri. La poi cs$et bona . Gh'jì dei caratteri ? 
Arg. Anzi è tutta caratteri . 

Bri. Eli mo distribujdi' ben, segondo l'abilità, e el 
temperamento delle persone , che li deve rappre- 
sentar ? 
Arg. Oibò ; ho studiato , che tutti facciano, un caratteri 

re al loro temperamento contrario . 
Bri. Compatirne: la commedia in sta maniera Iz riu- 
scirà mal. 
Arg. Anzi sarà più riddala . Le cose perche diano di- 
vertimento o hanno da essere buone buone , o cat- 
tive cattive . 
Qri. Mo co le xc cattive le dura poco. 
Arg. A me basta , che si faccia una volta sola. 



I ATTO TERZO. ^ ?f 

^ Bfi. Per cossa v* è regna ci capriccio de far sta com^ 
a media ? 

re Arg. Per divertimento. Sono cose» che in campagna s\ 
r fanno; ma forse non sarà fuor di proposito il 

farla per un'altra ragione. Vedete, vedete il pa- 
k drone, che stadia. 

Bri. Eh Arzentina, l'è un pezzo» che me n'accorzo, 
b che sto nostro padron lo fé far a modo vostro, 

i Arg. Se mi riesce di farlo far» a modo mio in tutto , 
non tori male per voi. 
Bri. Basta . F canti anni , che son in sta casa. . 
Arg. Sì , caro Brighella , non dubitate . 
Bri, £1 patron vien qui. Vado via. 
Arg. Ricordatevi , che avete da suggerire . 
Bri. Volentieri , farò quel , che poderò . 
Arg. Andate, e preparate i lumi} e tutto quel , che 

v'ho detto. 
Bri. Subito. (Bisogna regnarsela amiga custia, perchè 
se la divensasse mai padrona. . . chi sa, che no 
la vada mejo per mi ? ) ( dm se> t p*rt* . 

S C E N A II. 
Argentiti* , pòi P*nt*lone . 

Arg. -IL padrone è un uomo, che facilmente si di 
alla, malinconia . Bisogna tenerlo divertito , e co!-. 
le barzellette può essere , che mi riesca di fargli 
fare di quelle cose, che pensandovi sopra con se-*, 
rieti forse forse non le farebbe. 

Tsn. Àrzentina , no faremo gnente . ( r#» un fogli* ò* 

(mano. 

Arg. Perchè signore ? 

B*n. Perchè mi ste parole toscane le «e fa rabbia, e 
no le posso imparar. 

Arg. 



?4 LA CAMERIERA BRILLANTE 

Arg. Fate torto a voi stesso , signore , a parlar eoa . 
Le vostre figliuole parlano pure toscano. 

fan\ Eie le xè stae arlevae da mio fradelo a Livorno, 
e per «pelo le toscaneggia. Ma mi ve torno a 
dir sei slinci , e f quinci no i posso dir. 

Arg. Io, che sono nata toscana, sentite pare > che «pal- 
elle volta mi addatto a parlar veneziano. 

fan. Va sé vu* mi son mi; e no gbe ne roggio sa* 
ver. 

Arg. Vorrei veder anche questa . 

fan. No gh'è altro. Tdtó la vostra parte. 

Arg. Si, ho sempre detto, che -per me non movereste 
un passo, non aprireste né meno la bocca. Beno, 
saprò ancor io regolarmi . 

fan. In sta sorte de tosse . . . 

Arg. E poi dirà , che mi vuol bene . 

Fan. Lo vedere se ve voggio ben. 

Arg. Se mi volete bene, avete da far quella parte* 

fan, Mo se no posso. 

Arg. \à io- -vaglio , che la facciate , 

fan. Volè? 

Arg. Sì , lo voglio. 

fan. Stimo assae sto dir voglio. 

Arg. Lo voglio , e posso dite lo voglio . 

fan. Con che fondamento, patrona, diseu sto vo- 
glio? 

Arg. Sapete chi sono io? (*kkra. 

fan. Chi seu, siora* 

Arg. Sono... la vostri cara Argentina. 

fan. E per questo?... ^ 

Arg. E per questo. Il mio caro padrone , il papi mìo 
caro mi fari questo piacere ; farà quella bella par- 
ticina. Reciterà nella commedia, e daxa questo 
piacere alla sua cara Argentina* 

fan. So, desgraziada, che ti me poi. Si, che (arò 

tur- 



A T T O T £ K Z '. rs 

tatto quel > che ti voi » Sì > baronzell* parificò to- 
scano, arabo , turco , e in tutti i linguaggi de sto 
mondo; te dirò sempre» cip te voggio ben. 

SCENA III. 
«Argenti**^ p$i Ottavi*. 

Arg.KJH era sicura, che la faceva. Per ine fareb- 
be altro. £ avanti! domani spero, che farà tutto. 

ùtt. Tenete la vostra parte, (fon un fogli* in mani* 

Arg. Perché signore ? 

Qtt. Questa non è parte , che mi si convenga . Ho re- 
citato più voltt in compagnia di principi , e prin- 
cipesse : ho fatto sempre le parti da eroe \ non 
posso addattarmi ad una parte di un uomo vile. 
Tenetela j non fa per me. 

Arg. Caro signor Ottavio , ella non ha sentito tutta la 
commedia. Non può giudicare della sua parte. 

Ott. Intendo benissimo. So quel che dico, e vi di- 
co , che non la voglio fare . 

Mg. Signor Ottavio, brama ella per moglie la signora 
Flamminia ? 

Ott, Sì , amore mi ha avvilito a tal segno. Per amo- 
re pospongo alla figliuola di una mercante il fio- 
re della nobiltà. 

Arg. Se vuole la signora Flamminia , ha da far quella* 
parte . 

Ott. Ma perché questo? 

Atg . Tant* è : T ha da fare . 

Ott. La natura repugna. 

Atg. L' umiltà è la vinti più bella degli animi grandi. 
Con questa ha da guadagnarsi la sposa , e s* ha 
da dire» che il signor Ottavio ha condisceso a 

co- 



*}4 LA CAMERIERA BRILLANTE 

coprire sotto il sunto dell'umiltà la granila 
dei suoi pensieri. 
Ott. La, farò. Sì, per questa, ragione > Argentina, mk, 
la farò . ( fMrtt. 

s e f N A IV. 

Argonth** poi Fior ìndi. 

Arg. x\Nche questo è persuasb di farla. 

Fio. Come diamine volete, ch'io faccia una parte £ 
damerino ? 

Arg. In commedia si può far tutto. 

Ilo. Non vi riuscirò, e non Ja voglio fare. 

Arg. Vossignoria non sa niente . Pare a lei , che la par- 
te sia di un cicisbeo, di un damerino, di un af- 
fettato. Ma non è vero. Vedrà , sentendo la co- 
sa unita» che tutte queste cose le pone anzi ia 
ridicolo . 

Fio. Se la cosa fosse cosi . . . .♦ 

Arg. E* così senz' altro. Si fidi di me. 

Fio. Avvertite bene. 

Arg. Stia sulla mia parola. 

Fio. Ma vi sono cose , *che mi fanno venir la rabbia 
dicendole . 

Arg. AH* ultimo poi avrà piacere . 

Fio. Mi proverò. 

Arg. Andiamoci a preparare. 

Fio. Io non l'ho potuta imparare. 

Arg. lì suggeritore I" aj uteri. 

Fio. Madama . . . v* adoro . . . permettetemi , che io vi 
serva .... Sono cose , che mi fanno venire il vo- 
mito, (forte. 

jArg. La commedia e distribuita così bene, che non 

può 



ATTOTIRZO. rf 

può essere meglio. Veder rappresentare caratteri 
da persone , che non li sanno sostenere , è una 
cosa da crepar da ridere . Se s introducesse questo 
buon gusto, tutti i commedianti riuscirebbero a* 
perfezione . (parte . 

SCENA V. 

Brighella, e Tpaccagnhw vestito Ida 
Captano Coviello. 



Bri. V>lOssa fastu vestido co sto abito da Cuviel- 

lo> 
Tra. Lassarne ire , foss* aciso , che songo lo Capitano 
f spaviento . 

Bri. Anca ti ti reciti in te la commedia? 
i Tra. Noti sa? Ho da far el prologo della commedia. 

l Bri. Eh via , matto , che no ti le bon da far da Cu- 

vicllo. 
Tra. Zitto , che i è in quella camera , che i me ascol- 
ta. Tiò sta carta, e suggerisci pulito. Se fazzo 
ben , vadagno un piatto de maccaroni . 
Bri. Farò quel , che ti vuol . Arzentina m' ha dito , che 
suggerissa, suggerirò; ma no ti gh'ha ne figura, 
ne disposizion da Cavici Io . 
Tra. Eh caro ti, che ancuo no se varda ste cosse. 

Suggerissi, e lassarne . far a mi. 
Bri. Suggerirò . Manco mal eh? semo in- campagna . 
Ma se de sti spropositi ghe n'ho visto anca in 
citta. (si rivira per suggerire. 

Tra, Nobele udienza song» qua benino . 

Songo benuto , nobile udienza . 
Nobele udienza songo qua benuto . 
Bri. L'are dito tre volte. 

Tra. 



79 L4 CAMERIÈRA BRILLANTE 

Tra. Mi son de quei, che replica senza «he £ ste- 
ca le man. 
Bri. Aademo aranti sior Cuviello selvadego. 
Tra. Chissà commedia , ch$ mo mo faremo , 

£' una commedia > che ha principi* , e jfa, 

Pere hi s'auza la tenda , « /»oi j* r«/* . 

Bedcftte due dinne innamorate, 

Che si vonno incerar... 
Bri. No incerar , incerar , che vuol dir > maridar- 
se. Vedeu? Cono s'intende, se dise dei spropo- 
siti . 
Tra. E pur qualchedun riderà a Sentir a dir incerar. 
Bri. Via, riremo de lungo. 
Tra. Gii innamorati 

Hanno $1 schittolo . * . 
'Bri. No schittolo , schitto , che vuol dir solo . 
Tra. Hanno schino allo Onore favellato - y 

Ma chisso marevolo dello pàtre 
, Ho le Me mxsrs. Venga lo cancmrO. 

M* hanno frusciato a me* Song* chi sanfp. 

Songo lo Capotano Cacafuoco , 

Chissà figura mia grande , e torruMle ; 

Chissà spasa , che taglia come et» fnlmcnt 

Tutto lo munno farà andar in cenere. 

Canno lo patre non vorrà . 4 . etecetera . 
Bri. Cossa gh' intra mo sto etecetera ? 
Tra. Chisso della commedia e l" argomento . 

•Aggio finito , me ne vado via , 

M schiaffo no saluto a Bostoria. (furto. 



SO* 



jìTTOTIRZO. r? 

SCENA VI. 
brighili* y fri argentina , -# FlammimU. 

Sri. v/h che marmici vardi $6 quella l'è figure 

da fax una parte da spaiamomi? 
<Arg. Favorisca , signpr* , venga a principiar la sua sce- 
na. Brighella, tenete l' originate, e suggerite. 

(gli dà un libri 4 

Bri. Da cossa fola su signora? 

Arg. Da pretendente, e fastidiosa. 

Bri. No 1' è el so carattere * no la Sua ben . 

F/*. Lo diceva ancor io , 

Arg. Suggerite , che andcrl bene « 

Bri. Benissimo,. $tfggeri{ò. si ritira. 

Arg. A lei , signora ; dia principio . 

Ila. Vorrei maritarmi * ma non trovo nessun , che si* 
degno di me . Un quadro , od uno specchio solle- 
vano $ miei pensieri ed «»* ulte*** sproporziona* 
ta. Veggo in una tela delineati i miei magnani- 
mi progenitori. Riverbera in un cristallo la mia 
bellezza. . , Cara Argentina, queste cose le dico 
mal volentieri. 

Arg. Zitto. Ecco il signor Ottavio. Non interrompete 
la scena. Suggerite. (a Brighella. 

SCENA VII 

Ottavio, o detti. 



Ott. O Ignora , se potessi aspirare alP onoro deità vo- 
stra grazia ... 

FU 



9* LA CAMERIERA BOLLASTE 

Tla. Se feste nobile veramente, avreste il merito £ 
piacermi. 

Ott. Porreste in dubbio la mia nobiltà? 

Arg. Signore, la patte non dice cotti. 

Ott. Come dice? 

Arg. Sentite il suggeritore . 

Ott. E' vero , che la mia nobiltà e miserabile Sai* 

tiamola questa risposta. 

jtr&Lk scena si ha ck far tofta. Ricordatevi quei, 
che vi ho detto. Da capo. 

Ott. E' vero , che la mia nobiltà e miserabile . ( freme . ) 
Ma la tenerezza dell* amor mio compensa neolti*. 
Simo la bassezza dei miei natali... Questi speo- 
positi non li posso dire . 

Tla..Se conoscete voi stesso, umiliatevi dunque y e do- 
mandatemi per pietà, eh* io mi degni di aggradi- 
re V affette vostro. Compatitemi ,. . 

Arg. Avanti, avanci. 

Ott. Il prezioso dono della vostra grazia mi può ren- 
der felice. Conosco di non meritarlo ... ( fremendo. > 

£ siccome sono stato in amor sfortunatissimo 

Eh che cento donne mi conca dietro « 

Arg. Ma terminate di dire . 

Ott. Cosi non sarà poca gloria per me, che vi degnia- 
te di soffrire la mia ignoranza. . . Non voglio 
dir* altro. 

Arg. Almeno terminate il periodo . 

Bri. E la mia caricatura . . . ( suggerendo . 

Ott. Che cosa e questa caricatura > In me non vi è ce 
caricatura, ne viltà, ne ignoranza. Soo chi so- 
no, e non voglio recitar akro. (parte. 



SC£- 



A T T O T E R Z OS 9* 

SCENA Vili. 
atrgentina, Flamaunia, i Brighili* , poi Clarice . 

FU< iNon te 1* ho detto? (ad ArgehtinA . 

*Arg. Non importa. Andiamo alla scena seconda. Don- 
na Aspasia 4 Jjoì donna Lavinia. 
Ti*. Chi è questa donna Lavinia? 
<Arg. Dite quel) che vi tocca dire . Suggerite . (* Bri* 

(ghella. 
Ti*. Se tutti gli mommi mi si prostrassero a piedi , an- 
cor* non sarebbe kmtontenumti . esaltati il mio mi* 
rito . Che roba ! 
C/*. Confessi anch' il r the il 'vostri merito e singola* 
re, vengo cogli mitri a tributarvi gli essente} . 

(parla verso il popola* 
Arg. Signora, queste parole le dovete dire a lei. 
Ola. A mia sorella? 
Arg.la parte dice cosi. 
Cla. Sari il sentimento ironico « • 
Arg. Prendetelo come volete ; .? ■ > 

Ola. La sorte vi ha colmato di grazie . Siete una per- 
sona adorabile. (lo dice con ironie. 
Fio. Gradisco 1' espressioni sincere dei vostro labbro. 
Cla. Sarei fortunata, se potessi servite una persona di 
si alto merito. . (con troni* 4 
Via. Se avrete per me del rispetto, and per voi del- 
la compiacenza . 
CU. Prego il cielo vi feliciti ctfn uno sposo, (come 

(soffra 4 
• v Ila. id io prego il cielo vi riduca in grado di mró* 
tarlo . 
Cla. In quanto a questo poi lo merito più di voi. 
la Cameriera Brillante. A a Arg. 



tt 14. CAMERIERA MJtlAm* 

Arg. Questo nella patte non c'entra. 

CU Se non e' corta, ce lo metto io. 

IU. Terminerò io la mia scena. Voi non avete de- 
rogative per ferri amare. Siete umile per sogge- 
zione, e il vostro animo altiero vi renderà sco- 
pre mai sprezzar* e derisa. (Questo l'ho det» 
4i gusto. (fi***. 

SCENA IX. 

Argenti** y BrifhelUt CUrice , pei r/jrfefc, 

CU. uL/Ioo cosi la sua panel 

Arg. Sì signora j dice cosi . 

CU. Chi e l'auto» di questa commedia? 

Arg, Non lo so né meno io, signora. 

CU, Se lo conoscessi, gli vorrei insegnare a scrivere m 

poco meglio» 
Arg. Tocca a lei. Signor Flosindo. (versi U set**. 
fio. Eccomi ani . Madama , ecco un adornine detti 

vostra bellezza, (recit* con isgtrko , e tMtumtwrn. 
CU. Voi mi adulate. So di non. esser U oertementt . 

(si scuoff frm se nudetime. 
fio. Permettetemi, che jn segno di venerava*** , e è 

risfotto t/ì baci umilmente U mimo . ( Hi veng* 

no i dolori colici.) (d+ u. 

QU. Io non merito queste { grazie . Nm la veglio «0* 

Ustamente . (gli di U marno. 

Arg. Oh bella! La parte dice , che non volete, e pei 

gli date la mano . 
Ci*. La parte e una scioccheria. 
?fa Disponete di me. Comandatemi. Sofisti few m 

*{** fono}, ogni tormento, e U morto cara». 

(neh firn m. 
CU. 



A T T Ù T È Jt 2 V ; . ti 

# 
dà, tó dite voi da doworoì 

iFlo. Si vi amo ; ma non mi lascerei nemmeno fun- 
gere un dico. 
<Arg. Eh signori , la parte non dice cosi . 
ÌFl*. Questi sono quei disedrsetti, che fanno i còmici 
sotto voc£. - • 

*lrg m Tiriamo innanzi la scena . 

CU. Se voi aspirate a volermi , vi giuro , che mi sot- 
tometterò a qualunque legge per compiacervi . FucR 
xi che a quella di vivere da villana . 
ilo. Ab madama , i vòstri begli oubj ..i il brio che 
spira dalle vostre ciglia ...Il vezto dillo mostre 
purpuree labbra . . . oimc l mi sento languir* ...mi 
tonto arderò. . é Uh ! che diavolo di roba e* que- 
sta? {fa emù igorbo à Clarice. 
Cla. Siete pa2zo? 
Arg, Tirate innanii . 

Cla. Voi siete adorabile. Siete il pia gentile amante di 

Questa terra. Il pili dolce» il pia amàbile... il 

più asino, che ai&ia veduto. 

Ho. Dice Cosi la parte ? {ed Argentina. 

Arg.Noa signore. £' una codetta, che vi ha messo 

del suo: concludiamo là scena. 
tlo. Sì concludiamola. Mia cafa.. . 
C/4. Mio bene . , , 

Ilo. Voi siete del mio cuor dònne > è sovrana. 
Cla. Siote di questo som V unico amoro . 
TU. Ma to' far all'amate alla villana. 
Cla. Ma vi piando straniando > e v' ho nei cuore , 

{Clark*, e Fior indo partono* 



A a a SCE- 



&a LA CAMERIERA BRILLANTE 

SCENA X 

Argenti** , e Brighell*, 

Arg. NcUesta chiusa vale un tesoro. 

Bri. Vedeu > Questo succede quando le parti non son bene 
addattate alle persone» che le deve rappresentar. 

ufig.Si; ma questo non succederebbe, se i rappresen- 
tanti fossero camici , e fossero in un teatro , do- 
• ve sogliono dir tutto ciò, chfe viene loro asse* 
gnato . 

Bri. Anca i comici in teatro, se no i dìs a. sorte li 
50 intenzion , i la dis a pian , e se la parte no 
ghe gradisse , sotto vose i se sfoga. 

Arg. Ecco il padrone . Ora viene la nostra scena : sng* 
geritela bene , perchè questa mi preme assai. 

Èri. Za la finirà come ha Snido le altre . ( si ririr*. 

SCENA XI. 
T*»t*li*e , * ietti . 

A*g. v Enga signor Anselmo, che mi preme parlar 

con lei. 
?*n. „ Son qui, la mia cara gioja. Parlate pure con 

„ libertà. . (pronunzi* m*U il fu**** 

Arg. „ Veramente* considerando, eh* io sono una porc- 

„ ra serv^y. i 

I*n\ „ Non abbiate soggezione per questo . Se il ciclo 

„ vi ha fatto nascere serva, avete cera civile, e 

,. mi piacete più di una cittadina di quelle, che 

„ cercano i, cicisbei cincinnati. Oh che fadiga! 
Arg. „ Facendomi coraggio la di lei bontà... dirò... 

7 , affidata alla sua gentilezza . .. 



ATTO TERZO. t$ 

T*n. Via. 

-Arg» Pregandola sempre di perdonarmi. * 
Tmn. Animo. 

utrg. „ Sicura » eh' ella possa avere dell* amore per me ... 
T*t. Mo via destrighevc 
*Arg. Questo destrighevc non e* entra. 
T*n. Mo , se me fé star zoso el fia . 
Arg % „ Dirò dunque, che la mia servitù.. • 
Fan. 'Avanti. 

Arg. Principia ad essere amore « 

J?An. „ A mi. Siccome il cielo mi concede la grada... 
„ no , no digo ben , la grazia > di potere ricom- 
„ pensare l'amorevole servitù di una fanciulla ci- 
„ yìIc cinosura di questo ciglio. Cosi io son di- 
„ sposto, e prò... prò... proclive ad offerirvi la 
„ destta : non curando le ciarle degli sfaccendati , 
» ne la cecità dei cianciatori... ci ci ciò ci ci 
„ ciò ci ci ciò... Son vostro se yoIc , caro ben 
» mio. 
Arg. Oh! questo non vi è nella parte . 
JPétn. Eh.' se nói ghe xè, ghe lo metteremo» 
Arg. Tiriamo innanzi la scena. 
fan. Fazzo una fadiga da can. „ 
Arg. „ Voi dunque, signor Anselmo , non avreste diffi- 
colti veruna a sposarmi ? 
**». No, cara ha, già vo 1' ho detta. 
Arg. ,. Ma prima di sposarmi , dovreste collocare le 

„ vostre figlie. 
?«». „ E' vero. Approvo il consiglio di collocare le 
„ figlie, perchè vi e il periglio di scompigliare 
„ la mia famiglia. Mo che diavolo de parole in" 
„ il gio in il già che me fa mastegar la lengua. 
Arg Questa è una cosa, cha si potrebbe rare sul fare 

to. 
f*n. „ Facciamola, se pare a voi, che si p*s$a face 

A a 3 „ scn- 




io, LA CAMERIERA BRlìXJKTt 

„ senza mettere le persone 
„ diavolo voi dir orgttmo? 
■drg. „ Attendete un momento , che ora 
Vatk „ Dorè andate bella ftntiuUa ? 
^t' » Non mi dite bella, perchè mi fitte arrossile. 
Fan. Sì, sé bella, é le le mie rais*. 
Ar^ E questo non, vi è ntlk parte . 
P*». Ghe lo metto mi. 

Arg. » Ora torno signor Anselmo . ( Bella cosa , che « 

matrimonio da scena si Convertisse in no mairi- 

• moni© da catterà! ) {d* **, * fsrt*. 

SCENA XIL 

tantahm, $ Brighili*. 

ìàn. V^Ustia la *4 molto furba, t'ha fatto su sce- 
na. col so perche. Ma la l'ha mo fatta con tao* 
ta bona grazia, che la m'ha copi. 

Bri. Sto soliloquio lo vorla dir? (* FMMtslm*. 

Fan. Perche nò? provemose.. Tegnlme drio, se ùJo. 

Bri. (Anca, questo l'è un bel divertimento. Ma vedo 
dorè ha da finir la scena per Arzetitkia. ) 

(ds sé, e si ritirai 

T*n. „ Cupido, se tu mi hai fittto una ferita nelcuo» 
„ re, tu puoi essére la* medicina della mia cica* 
„ trice: è veto, che l'è una serva, ma dke il 
A , poetai 

Ogni diwguagliaitea amor uguaglia. 
le son vecchio... e non troverei .,. 

Bri Vecchio impotente . . . suggerente . 

P*». Quella parola no là roggio dir. 

Bri. La parte la dis cusl. 

Fan. E mi no la voggio dir. 

Bri. £1 poeta se lamenterà. 



II poeta rial sa i fatti miei; e da qua un anno* 
el vederà, che l'ha dito mal. 

SCENA ULTIMA. 

atrgentina , Vlamminia , Citrici , Ottavie , Tkriado , 

^rf.VT Raiie infinitissime a lor signori, se in gra*. 
2ia mia si contentano di terminare la commedio* 
là: se sono disposti a dire l'ultima scena , può 
essere, che questa dia loro maggior piacere. E' 
benissimo concertata . Si assicurino , che so quel $ 
ch'io dico. 
Off. Atti di viltà non ne fb pia certamente. 

fio. Né* io di caricatura . 

tU. Caro signor Florindo, compatitemi, se nel termi- 
nare la scena vi ho trattato con poco garbo. 

th. Già lo sapete j io non me ne ho a male di nien- 
te. 

CU. Questa fra i rostri difetti è una buonissima qua- 
lità. 

fan. (Senti come i parla franco toscano, e mi fazzo 
una ftdiga del diarolo . ) ( da se . 

Arg. Caro Brighella , fateci il piacere di suggerire . 

Èri. Son qua} a sto poco de resto. (ti ritira. 

Atg. „ Caro signor Anselmo , se veramente mi volete 4 
„ bene, non avrete difficoltà a svelare in pubbli- 
» co l'affètto vostro. 

Pan. „ SI figlia , lo dico ?lti presenza di queste da- 
„ me*. Dice dame? (versi Brighella. 

Atg. Sì , signore , dice còsi . 

?**. Za la xè una commedi*. £ alla presenza di que- 
sti cavalieri. Ah? (ad Argentina. 

Atg. La commedia dice cosi , 

Ott. 



**. ZA CAMERIERA BRUIATE 

&t. E fuori della commedia rispetto a me si doridi* 

be dire cosi. . % 

Arg. „ Finiamola signor Anselmo per canta... 
Fan „ E alla presenza di tutto il mondo dico , che a 
, questa fanciulla, alia quale ho consacrato il mio 
„ cuore, voglio porgere in olocausti» la ma 
„ mano. 
On. „ In olocausto vorrete dire . 

Mrg. „ Ed io, benché nata una serva, non ho «ritta* 
„ ricusare la mia fortuna. Accetto il generoso 
„ dono del mio padrone, ed anche io gli porgo 
„ la mano. 
Ci*. Piano, signorina. 

Arg. Questo piano non vi e nella parte sua . 
Ci». Ma non vorrei, che bel beilo,.. 
Fi». A voi, che importa? Terminiamo la scena. A 

chi tocca parlare? 
Arg. Tocca a lei per l'appunto. {» TUmmou». 

Fi». „ Cavaliere, poiché conosco, che le nobili vostre 
„ mire sono uniformi all' altezza dei miei pensie- 
.., ri, credo, che il cielo ci abbia fatti nascere 
» l'uno per 1* altro, e però fatemi il dono della 
„ vostra mono , che in ricompensa vi esibisco* la 
imia. (»dO«m~. 

Ott. Eccola, mia principessa, mio nume. 
Ci». Adagio, signori miei . 
Mrg. Anche questo adagio ve V ha messo , che 
CU. Questa scena non mi piace punto. 
Arg. La finisca, signora, tocca a lei a parlare. 

Ci» Sentiamo come conclude . Giovine prudente, e 
saggio... A chi lo dico? {** Argemtm». 

>Arg. Al signor Florindo. m 

Ci». „ Giovine prudente, e saggio, accordo ancor », 
„ che r affettazione sia ridicola in ogni grado ; 

» ma 



non vie. 



ATTO TERZO. $* 

„ ma se voi foste disposto a moderare il vosero 
„ tostarne, trovereste in ine una sposa condiscen- 
. „ dente. 
yU. Tocca a me ? ( ad Argentina k 

jirg. Si i* a lei . 

fio. „ La cosa si può dividere metà per uno. Discen- 

„ dete voi un gradino dalle vostre pretensioni» 

„ mi alzerò io un poco sopra le mie, ed avvi* 

' „ cinandosi le nostre massime, si potrebbero uni- 

1 „ re le nostre mani . 

I eia. „ Sono pronta a porgervi la mia destra . . . 

fan. Adasio, pian , patroni . Adesso mo tocca a mi a 

dirlo . 
Arg, Questo adagio , questo piano non vi è nemmeno 
nella vostia pane. Lasciatemi terminar la com- 
media, che tocca a me. Signor Anselmo , voi mi 
avete data la mano* son vostra sposa; ad esem- 
I pio vostro hanno fatto lo stesso quelle due da* 

i me coi loro amanti. Ecco la commedia è finita » 

i Voi non siete più Anselmo, óra siete il signor 

Pantalone. Un matrimonio , che fatto avete con 
me per finzione , vi vergognereste di farlo con ve- 
diti ì Se mi avete sposata in toscano , mi discac- 
ciate voi in veneziano? 
fan. No , fia , anzi con tanto de cuor in tei mio len* 
guazo ve digp, che ve voggio ben, e che ve da* 
i go la man , e el cuor no in olocaustico , ne in 

fontanella , ma un cuor tanto fatto , schietto , sin- 
cero , e tutto quanto per vu. 
Arg. Buono. Dunque fra voi e me siamo pesati dal 
• falso al veio senza alcuna difficoltà. Perchè dun- 

i que non succeder! lo stesso di quattro aman- 

ti, che come noi hanno 1 figurato nella cornine- 
, dia» 

fan. Mo perchè lori... 



00 LA CAMlKtEKA *RtLtAkTt 

Arg. Tini* è : la commedia e finita . Abbiamo ad 
tutti eguali) ò tre matrimoni , o aescano. . 

Pan. O tre, o nissun? Cossa diseu patti? 

FU. V ultima scena dèlia commedia mi ha permaso. 

CU. Ed a me sono piaciute le ultime paróle dei si- 
gnor Fiorindò. 

fh. Che volete, ch'io dica? Maritatali voglio aicao- 
mente , e voglio vivere a modo mio ; tutto ocel- 
lo, ch'io posso fare si f è soffrir qualche cosa di 
una consone, che non è nata villana. 

Off. Ed io trovando in vostm figlia i sentimenti d" fi- 
na eroina, la preferisco a cento dame , che m 
sospirano . 

Jfrg. £d io son cena , che il signor Pantalone confer- 
merà le noize del signor Anselmo, perche la ser- 
va del signor Anselmo e la cari Argentina del 
signor Pantalone. 

?4». Si» tutto quel, che ti vói, farò tatto. 2a che 
anca vu altri sé contenti sposeve col nome dei 
cielo, e ringraziò Argentina, che a forzai de he* 
zeletttf, de bone grazie, col so spirito, t col so 
brio la s' ha contenta eia, la v'ha u u memi vi 
altri, e poi esser* che la me fazia contesto a* 
ca mi. 

Qtt. Veramente Argentina e una cameriera brillante. 

Arx>& signori, io non mi picco di essere ile tanto 
virtuosa, né tanto fiera, ma un poco di spina* 
l'ho ancor io per regolarmi nelk occasioni. Ho 
sposato un vecchio, e son certa, che alcuni di- 
ranno, che ho fatto bene, alcuni diranno , de 
ho fatto male . Chi dirà, pòvera giovine ! con un 
vecchio? £' sacrificata. È chi dirà bravissima* 
Un vecchio? la tratterà da regina. Alcuni dn 
tanno: non le mancherà il suo bisogno i ak 
altri: poverina! digiunerà. Qualche ragazza 



^TTO TIUO, $t 

condannerà, e qualchedun' altra avrà di me invi* 
dia* e tante e {ante, ci*e hanno sppsati <]eigic*i 
vingtti cattivi» si augurerebbero adesso un tee* 
duetto da bene. 

Il ben dei matrimonio dura tanto > 
Qjianto dijra fra i sposi ancore e pace. 
Collo spirito» e il brio fu sol mio vanto ' 
Quel die giova ottener, npn quel che piace » 
Che vagliono assai piq di un parigino 
] denari, i vestii il p*n$, il vjnp, 



^p 9^mW ^Y* * 9^W wPliWP^ ^^^W ^ 



NOI