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Full text of "Storia della grande guerra d'Italia"

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STORIA DELLA GRANDE , 

ISTITUTO EDIT 




GUERRA D'ITALIA 

klALE ITALIANO 









■^--■g^a-^*^*^ 



STORIA DELLA GRANDE 
GUERRA D'ITALIA VOL. XII 




ISIDORO REGGIO 



STORIA DELLA GRANDE GUERRA D'ITALIA 



LA FIAMMATA 



(TRE GIORNI DI PASSIONE) 



VOL. Xll 



LA FIAMMATA 

(TRE GIORNI DI PASSIONE) 



I. Reggio — Siorìm della grande guerra d'Italia — Voi. XII I 



Presented to the 

LIBRARY ofthe 

UNIVERSITY OF TORONTO 

from 

the estate of 

GIORGIO BANDINI 



Mentre le sorti d'Italia si reggevano sul labile equili- 
brio della neutralità, eloquenti manifestazioni dello spi- 
rito pubblico andavano pesando in modo sempre più 
significante dalla parte dell'intervento. 

La verità, ormai assodata, intorno alle responsabilità 
del provocato conflitto; i metodi inumani coi quali la 
Germania e i suoi alleati conducevano la guerra; la rive- 
lazione dei subdoli sistemi tedeschi d'infiltrazione in va- 
ri paesi, non ultimo il nostro; i tentativi audaci del prin- 
cipe di. Biilow^ d'influire sull'opinione pubblica italiana 
con mezzi inconfessabili : tutti questi elementi avevano 
considerevolmente rafforzato la corrente ostile agli Im- 
peri centrali. Ma di fronte a questo sempre più eviden- 
te e più largo sentimento pubblico, nelle segrete fuci- 
ne parlamentari s'andava preparando un movimento 
che mirava a soverchiare la volontà del paese. 

La cospirazione fu svelata; ma nessun mezzo costi- 
tuzionale si presentava per evitare quel colpo di mag- 
gioranza che si stava preparando alla Camera... 

Allora il popolo italiano sentì che la sua ora era suo- 
nata; sentì che nelle sue mani era il destino della patria, 
e delle sue mille e mille voci doveva salire ed era attesa 
l'eco alla Reggia. 

Alla trama organizzata da un gruppo di parlamen- 
tari senza scrupoli, al temerario intrigo tessuto dall'am- 
basciatore tedesco, alla parola d'ordine della codardia 
passata giorno per giorno da certi corifei della ten- 
denza neutralista, agli sprezzanti vituperi lanciati dalla 
stampa degli Imperi centrali contro gli imbelli « suonato- 

— il — 



ri di mandolino », rispose con formidabile esplosione il 
ruggito del popolo italiano. 

Da Milano, i figli e i nipoti degli eroi delle Cinque 
Giornate; da Roma, i discendenti dei difensori del Va- 
scello e dei soldati di Porta San Pancrazio; da Genova, 
ardente ancora dell'indimenticabile evocazione garibal- 
dina; dalle cento città, memori dell'antico servaggio e 
anejanti alla suprema integrazione della patria, una vo- 
ce sola, terribile e magnifica voce di sdegno, d'amore, 
di minaccia, di speranza, si alzò, soverchiando tutti i ru- 
mori della tragica ora ed echeggiò per tutta la penisola, 
imperiosa affermazione d'una incoercibile volontà. 

Nella immensa tragedia che insanguinava il mondo, 
tra le stirpi che aspettavano dalla sorte delle armi la 
consacrazione dei loro destini futuri, un nuovo protago- 
nista apparve : il popolo italiano, per la prima volta, da 
secoli, unito in una sola famiglia, e s'affacciò al limitare 
della nuova storia reclamando il compimento dei suoi 
fati. 

Meschine cospirazioni di corridoio, bassi conati di 
sperduti ambiziosi, mene sotterranee ed aperte ingiurie 
di stranieri, compassionevole propaganda della viltà : 
tvitto scomparve davanti al maestoso incedere del popo- 
lo, forte del proprio diritto, fiero della sua inflessibile 
volontà. 

Il Re, degno del suo popolo, fiero d'intenderne e di 
condividerne il sentimento, diede al voto popolare la 
sanzione che le sue alte prerogative gli consentivano. E 
così l'Italia, uscendo rafforzata da quella trepida ora, po- 
tè avviarsi con passo sicuro per la via dei suoi nuovi de- 
stini. 



LA SAGRA DEI MILLE 

La giornata di Quarto — Il passato e l'avvenire — Il monumento 
d'Eugenio Baroni — La vibrante parola del Re — L'orazione 
DI Gabriele d'Annunzio — « Un comandamento alzato sul ma- 
re » — I MESSAGGI DI MICHELANGELO — La STIRPE LEONINA — L'I- 
TALIA FIAMMEGGIANTE — La PROMESSA REGALE — II SIGNIFICATO 

DEL RITO — L'eroe dell'azione. 

Il cuore della nazione, che nei lunghi mesi della 
neutralità s'era acceso alla visione dei nuovi destini del- 
la patria, precipitava i suoi battiti all'avvicinarsi della 
grande giornata di Quarto, nella quale doveva culmina- 
re l'affermazione dell'incoercibile volontà popolare. 

Il nome fatidico di Quarto doveva rievocare l'inizio 
dell'Italia nuova e constatare la continuità dello spirito 
animatore degli italiani. 

Il Risorgimento — scriveva Videa Nazionale — con- 
tinua, e continuerà ancora per l'opera nostra, per l'ope- 
ra di coloro, i quali, dopo di noi, impugneranno la loro 
bandiera e la agiteranno, combattendo, davanti all'Eu- 
ropa. 

L'Idea del Risorgimento non considerava, non po- 
teva considerare soltanto l'Italia quale era nel giorno 
nel quale Vittorio Emanuele entrò in Roma; non era il 
Risorgimento di una terra, ma il Risorgimento d'una na- 
zione. E la nazione ha un passato e un avvenire, non è 
ferma e immutabile, ma diviene continuamente, eterna- 
mente. 

— 13 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Dal 1870 la nazione italiana ha popolato nuove ter- 
re, ha solcato con le sue navi nuovi mari; una piccola 
città poliglotta è divenuta una grande città italiana; un 
mare che pareva perduto è rimasto ancora italiano per 
le virtù della nostra stirpe; la nazione ha occupato con 
le sue avanguardie nuove più ampie frontiere. 11 Risorgi- 
mento significa l'identificazione della nazione con lo Sta- 
to, l'unione di tutti gli italiani in un solo Stato italiano. 
Perciò il Risorgimento non è terminato e non terminerà 
fino a quando gli italiani, che sempre più si dilatano nel 
mondo, non saranno tutti uniti in un grande Stato ita- 
liano... 

La giornata di Quarto doveva rievocare il passato per 
preparare l'avvenire, con lo stesso pensiero e con la 
stessa fede. 

Tutta la strada da Genova a Quarto, tutte le pendi- 
ci, tutto il mare, erano occupati da una moltitudine im- 
mane; tutta Italia celebrava il rito augurale. Non era una 
cerimonia; era una radunata. 

Presso al fatai scoglio sorgeva il magnifico monu- 
mento, opera suggestiva e soggiogante di Eugenio Ba- 
roni. I morti si levano dalle tombe scoperte : il Duce 
guarda la vittoria oltre l'orizzonte del mare. 

Aristide Sartorio, relatore della Commissione aggiu- 
dicatrice del concorso per il monumento, scriveva : 

« 11 Baroni ha immaginato una piramide di marmo 
tronca alla cima. In alto sorge come fiamma viva un 
grande gruppo scultorio che esalta con precisione l'inizio 
breve della eroica spedizione. Sono le anime magnani- 
me che risurgono, ed esclusa la puerilità degli indumen- 
ti, le attitudini ricordano le silenziose attitudini di Mi- 
chelangelo intensamente vive, e mai meglio che qui, i 
fantasmi verranno a significare la resurrezione dell'ani- 
ma italica. Il duce eretto guarda al di là dell'orizzonte 
alla bellezza del rischio, come contenuto nella temeraria 
e grande speranza, e la vittoria ignota lo corona e le 
ali della Nike allacciano insieme il duce e le risurgenti 
anime eroiche. 

(( Il monumento in faccia alla distesa di quel mare 

— 14 — 



LA FIAMMATA 

che dalla notte del cinque maggio divenne il mare della 
nostra patria, con esposte le fondamenta e la base alle 
procelle, chiuso dalla collina rivestita di cipressi, di pini, 
di lauri, d'ulivi, d'oleandri, parrà l'aedo in pietra della 
riaurta coscienza italica. 

(( E se Eugenio Baroni avesse potuto leggere nei no- 
stri occhi allora che votavamo unanimi per lui, avrebbe 
letto l'augurio che egli compia, interprete della gratitu- 
dine italiana, quell'opera grande, sia per significato mo- 
rale che per nobiltà d'arte, quale il suo bozzetto fa pre- 
sagire ». 

E l'opera grande era stata degnamente compiuta; 
e duecentomila persone l'acclamarono allorché cadde 
il velario. 

Il Re aveva mandato questa alta parola : 

« Se cure di Stato, mutando il desiderio in ramma- 
rico, mi tolgono di partecipare alla cerimonia che si com- 
pie costà, non si allontana però dallo scoglio di Quarto 
il mio pen.siero. 

« A codesta fatale sponda del mare Ligure, che vi- 
de nascere chi primo vaticinò la unione della patria ed 
il duce dei Mille salpare con immortale ardimento verso 
le immortali fortune, mando il mio commosso saluto. E, 
con lo stesso animoso fervore di affetto che guidò il mio 
grande avo, dalla concorde consacrazione delle memo- 
rie traggo la fede del glorioso avvenire d'Italia ». 

Il telegramma reale, di cui diede lettura il sindaco 
di Genova, suscitò immensa impressione e fu salutato 
da grida d'entusiasmo. 

Poi Gabriele d'Annunzio, venuto dalla Francia per 
la solennità della sagra dei Mille, pronunciò la sua ora- 
zione. 

11 poeta disse : 

« Maestà, assente ma presente, del Re d'Italia; 

« Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San 
Giorgio; 

« Liguri delle due riviere e d oltregiogo; 

« Italiani d'ogni generazione e d'ogni confessione, 
nati dell'unica madre, gente nostra, sangue nostro, fra- 
telli; 

^ 15 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« e voi, miracolo mostrato dal non cieco destino, ul- 
timi della sacra schiera sopravviventi in terra, o forse 
riappariti oggi dalla profondità della gloria per testimo- 
niare agli immemori, agli increduli, agli indegni come 
veracemente un giorno respirasse in bocche mortali e 
moltiplicasse la forza delle ossa caduche quell'anima 
stessa che qui gira e solleva il bronzo durevole; 

« voi anche, discendenza carnale della Libertà e di 
Colui che nel bronzo torreggia, imagini vive della sua 
giovinezza indefessa, che perpetuate pel mondo il suo 
amore di terra lontana e la sua ansia di combattere i 
mostri; 

« e tra voi; ecco, le due Ombre astanti, simili ai Ge- 
melli di Sparta, con nel mezzo del petto quel fonte di 
sangue che d'improvviso sparse l'odore della primavera 
italica sopra la melma guerreggiata dell' Argonna; 

(( perchè siete oggi qui convenuti, su questa riva 
oggi a noi misteriosa come quella che inizia un'altra vi- 
ta, la vita di là, la vita dell'oltre? 

(( perchè siamo qui raccolti come per fare espiazio- 
ne, come per celebrare un sacrifizio, come per ottenere 
con la preghiera responso e comandamento? 

'.( Ciascuno di noi lo sa nel suo cuore devoto. Ma 
conviene sia detto, sotto questo cielo; affinchè tutti, dal- 
la maestà del re all'operaio rude, noi ci sentiamo trema- 
re d'amore come un'anima sola. 

« Oggi sta su la patria un giorno di porpora; e que- 
sto è un ritorno per una nova dipartita, o gente d'Italia. 

(( Se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, 
ecco, in verità, nella nostra vigilia questo bronzo co- 
manda. 

(( È un comandamento alzato sul mare. 

« È una mole di volontà severa, al cui sommo s'apro- 
no due ali e una ghirlanda s'incurva. 

« È ingente e potente come il flutto decumano, o 
marinai, come quell'onda che sorge con più impeto do- 
po le nove dalle quali fu preceduta, prima delle nove 
che son per seguirla : onda maggiore, che porta e chiama 
il coraggio. 

« 1 resuscitanti eroi sollevano con uno sforzo tita- 

— 16 — 



LA FIAMMATA 

nico la gravezza della morte perchè il lor creatore in pie- 
di la foggi in immortalità. 

« In piedi è il creatore, fiso a quella bellezza che 
sola visse nelle pupille dei nostri martiri e restò sug- 
gellata sotto le loro palpebre esangui. 

« Egli la guarda, egli la scopre, egli la rialza. Sta 
dinanzi a lui come una massa confusa. Egli la considera 
non altrimenti che Michelangelo il blocco di marmo av- 
verso. 

(( Braccia d'artiere terribili son le sue braccia. Voi 
le vedete. E le sue mani possiedono l'atto come le ma- 
ni del dio stringono la folgore. Non si sa se le gonfi di 
sì grandi vene la possa dell'opera compiuta o di quella 
ch'è da compiere. 

« Dov'è, se non in voi, se non nella unanimità vo- 
stra improvvisa, o Italiani, la balenante bellezza ch'egli 
oggi solleva e pone dinanzi a sé per condurla al rilievo 
sublime? 

« Nessuno più parla basso; che cessano il danno e 
la vergogna; l'ignavia del non veder, del non sentire 
cessano. E i messaggeri aerei ci annunziano che la Notte 
di Michelangelo s'è desta e che l'Aurora di Michelan- 
gelo, pontando nel sasso il piede e il cubito, scuote da 
sé la sua doglia ed ecco già balza in cielo dall'Alpe d'O- 
riente. 

(( Verso quella, verso quella risorgono gli eroi dalle 
loro tombe, delle loro carni lacerate si rifasciano, del- 
l'arme onde perirono si riarmano, della forza che vinse 
si ricingono : per quella che sijbito dai grandi òmeri 
sprigiona le penne della Vittoria. 

(( Delle lor bende fùnebri noi rifaremo il bianco 
delle nostre bandiere. 

« Or, di lungi, l'osso dell'ala non sembra il taglio 
d'una tavola d'altare, sollevata dall'ebbrezza dei mar- 
tiri? E non v'è, dentro, una cavità simile alla fossa del 
sacrificio, pel sangue e per la vampa? 

« Ah, se mai le pietre gridarono nei sogni dei pro- 
feti, ben questo bronzo oggi grida e comanda. 

« Se mai a grandezza d'eroi fu dedicata l'opera di 
metallo. Gonfiatile detta dagli antichi nostri, ciò è com- 

— 17 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

posta di fuoco e di soffio, ben questa è la suprema tut- 
ta fatta di fuoco e di soffio, di fede infiammata e d'a- 
nelito incessante, d'ardor sostenuto e d'ansia creatrice. 

« È calda ancora. Ancor ritiene il furore della for- 
nace. Il nume igneo l'abita. 

« Forse la vedreste rosseggiare, se la luce del gior- 
no non la velasse. 

(( Io credo che stanotte apparirà tutta rovente sul 
fremito del mare, fatta, come questa nova concordia 
nostra, di fusione die non si fredda. 

« E gli altri eroi tornanti pel Tirreno, dai sepolcreti 
di Sicilia ove il grano spiga e già è pieno di frutto, di- 
ranno : 

(( Lode a Dio! Gli Italiani hanno riacceso il fuoco 
su l'ara d'Italia ». 

(( Fuoco d'amore, d'acerrimo amore, d'indomabile 
amore, quale recavano chiuso nel petto i predestinati in 
quella sera di prodigio, su questo lido ove siamo atto- 
niti di udire l'ansito del mare e il palpito dei viventi, 
tanto esso è remoto nella più ardua idealità, come il 
piano di Maratona, come il promontorio di Mìcale, an- 
zi di là da queste imagini venerande, oltre ogni segno : 

« che là erano schiere ordinate, navi munite, impe- 
to disegnato, nemico aperto, ma qui non altro che un'e- 
bra consecrazione all'ignoto, qui non altro che una nu- 
da devozione alla morte, non altro che passione e tra- 
vaglio, offerta e dono, canto di commiato, oblìo del ri- 
torno, e il potere mistico del numero stellare : Mille. 

« Le madri, le sorelle, le spose, le donne dilette ve- 
nivano sul cammino, traevano dalla Porta Pila a Quar- 
to, alla Foce, piangendo, pregando, consolando, spe- 
rando, disperando, con lacrime calde, con voci treman- 
ti, con tènere braccia; 

« e nessuna di quelle creature vive era ai partenti 
viva come quella cui s'offerivano in eterno, come quella 
che abbandonava il suo corpo nottiuno al mare di mag- 
gio, viva con un soffio, con uno sguardo, con un viso 
indicibili, amata d'amore, eletta di dolore; la donna dei 
tempi, la donna dei regni, l'Italia. 

— 18 — 



LA FIAMMATA 

(i I Mille! E in noi la luce è fatta. Il verbo è splen- 
dore. La parola sfolgora. 

« I Mille! Ed ecco, nel mezzo dell'anima nostra, a- 
perta una sorgente di vita perpetua. 

(( Commemoriamo il passato? Ci volgiamo a quello 
che fu? Chi dunque a noi lo fa per sempre immune da 
ogni germe di disfacimento? chi dunque a noi lo tra- 
sforma in ciò che non muta, non perisce e non si cor- 
rompe? 

« Le figure della storia corrono senza tregfua come 
una fiumana insonne, dileguano come le nubi in un cie- 
lo di nembo, s'allontanano come gli aneliti del vento 
nel deserto, disperdendo all'infinito quella parte di noi 
che non può ritornare. 

« Ma questa figura, ecco, sopra la fugace e vorace 
storia, culmina come inespugnabile fiore, nella novità 
perenne del mito. Il nostro Iddio, pur nella lunga mi- 
seria nostra, darci volle una tanta testimonianza del no- 
stro sangue privilegiato! 

(( Anni senza numero gocciano per formare l'invit- 
to diamante nella terra buia. La radice smisurata della 
stirpe travaglia nei secoli dei secoli per convertire l'e- 
vento in cima eternale. 

(( Ma noi miseri, noi tristi, noi smarriti abbiam ve- 
duto sorgere questa cima dal profondo della nostra so- 
stanza, dall'intimo mistero dell'anima nostra. L'Iddio 
nostro, per segno di salvezza, ha creato di noi questo 
mito. 

« Esso è là. Ci sovrasta senza ombra, dhè il merig- 
gio è l'immobile sua ora. 

(( Quale stagliato picco dell'Alpe apuana è tanto vi- 
sibile al Ligure che veleggia nell'alba più chiara? 

« Esso è là. Noi lo sentiamo e lo guardiamo. 

« Chi pensa al tempo? Era il tempo quando le ce- 
rulee cantatrici del Mar Tirreno chiamavano dall'isola 
dei narcissi i navigatori al perdimento? Orfeo alzato su 
la noppa potè vincere la melodia, il re d'Itaca vincolato 
all'albero potè non udirla. Ma come la nave d'Argo e 
la nave d'Ulisse ritornarono cariche d'altri fati e d'eroi 
novelli? 

— 19 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« No. Fu ieri. Grandi testimoni l'attestano. Il duce 
nel bronzo, eccolo, ha la statura e la possa di Teseo. 
Ma voi lo vedeste, santissimi vecchi, voi lo vedeste col 
suo corpo di uomo, con l'umano suo corpo mortale, col 
suo passo di uomo su la terra. Tale egli è nei vostri san- 
ti occhi. 

« Un figliuol suo, una creatura della sua carne, che 
le sue braccia cullarono, tra noi vive, parla, opera, a- 
spetta di ricombattere. E non riarde il suo più rapido 
sangue nella giovinezza de' suoi nepoti, che vivere sen- 
za gloria non sanno, ma ben sanno morire? 

« Uomo egli fu, uomo tra uomini. E voi lo vedeste, 
santissimi vecchi, lo vedeste da presso come la Veroni- 
ca vide il Cristo in passione. Il suo volto vero è impresso 
nella vostra anima come nel sudario il volto del Salva- 
tore. Nessuna ombra l'offusca. 

« Egli sorride. Voi lo vedeste sorridere! Diteci il 
sorriso del suo coraggio. Apritevi il cuore, e mostrateci 
quel miracolo umano. Ciascuno di voi avrebbe voluto 
morire nell'attimo di quel baleno. 

(( Questo luogo egli lo traversò, con le sue piante 
di marinaio lo stampò, bilanciando su la spalla la spa- 
da inguainata. Alzò gli occhi a guardare se Arturo, la 
sua stella, brillasse. Udiste la sua voce fatale, più tardi, 
nel silenzio della bonaccia, su l'acqua piena di cielo. 

(( Taluno di voi lo vide frangere il pane sotto l'olivo 
di Calatafìmi? 

(( Ma quale di voi gli era vicino quando parve dh'ei 
volesse morire sopra uno dei sette cerchi disperati? U- 
diste allora la sua voce d'arcangelo? 

« Disse : « Qui si fa l'Italia o si muore w. 

(( A lui che sta nel futuro (( Qui si rinasce e si fa 
un'Italia più grande » oggi dice la fede d'Italia. 

« O primavera angosciosa, stagione di dubbio e di 
patimento, di speranza e di corruccio! 

« Voi non udivate se non il romore cittadinesco, se 
non il clamore delle dissensioni, delle dispute, delle ris- 
se. Voi tendevate l'orecchio al richiamo dei corruttori. 
Consumavate i giorni senza verità e senza silenzio. 

(( Ma i lontani scorgevano, di sotto alle discordie de- 

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LA FIAMMATA 

gli uomini, la patria profonda, sola con la sua doglia, 
sola col suo travaglio, sola col suo destino. 

« Si struggevano di pietà filiale divinando il suo sfor- 
zo spasimoso, conoscendo quanto ella dovesse patire, 
quanto dovesse affaticarsi per generare il suo futuro. 

« E pensavano in sé : « Come soffri! Come t'affan- 
ni! In quale ambascia tu smanii! T'abbiamo amata nei 
giorni foschi, t'abbiamo portata nel cuore quando tu 
pesavi come una sciagura. Chi di noi dirà quanto più, 
ora, ti amiamo? 

(( Tutta la passione delle nostre vite non vede a sol- 
levare il tuo spasimo, o tu che sempre la piìì bella sei e 
la più paziente. Come dunque ti serviremo? 

« Uomini sicimo, piccoli uomini siamo; e tu sei trop- 
po grande. Ma farti sempre più grande è la tua sorte. 
Per ciò dolora, travaglia, trambascia. Tu avrai i tuoi 
giorni destinati ». 

« E si mostravano i segni. 

« Quando nella selva epica dell'Argonna cadde il 
più bello tra i sei fratelli della stirpe leonina, furono resi 
gli onori funebri al suo giovine corpo che fuor della 
trincea il coraggio aveva fatto numeroso come il numero 
ostile. 

<( Parve ai poeti che i quattro figli d'Aimone discen- 
dessero dalle Ardenne per portar su le spalle la bara 
del cavaliere tirreno. 

« 11 primogenito, che m'ode, quegli dalla gran fron- 
te, s avanzò nel campo quadrato, ove altri uccisi dei 
nostri giacevano in limga ordinanza; si chinò, smosse la 
terra, ne prese un pugno, e disse : 

« Rinnovando un costume di nostra antica gente, 
su questi cari compagni che a Francia la libera hanno 
dato la vita e l'ultimo desiderio all'Italia in tormento, 
spargiamo questa fresca terra perchè il seme s'appigli ». 

(( Allora lo spirito di sacrifizio apparì alla nazione 
commossa. 

(( E venne un altro segno. L'estremo dei martiri di 
Mantova, il solo dei confessori intrepidi sopravvissuto 
alle torture del carnefice. Luigi Pastro, pieno d'anni e 
di solitudine, spirò la sua fede che, attanagliata dalle 

— 21 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

ossa ancor dure, non potè partirsi se non dopo lunga a- 
gonia. 

(( Quando i pietosi lavarono la salma quasi cente- 
naria, scoprirono intorno ai fusoli delle gambe i solchi 
impressi dalle catene. Erano là, indelebili, da sessant'an- 
ni; e parve li rivelasse agli Italiani per la prima volta 
una grazia della morte. 

« Allora lo spirito di sacrifizio riapparì alla nazione 
che si rammemorò di Belfiore. 

« E venne un altro segno. Un'ira occulta percosse 
e ruinò una regione nobile tra le noibili, quella dov'è ra- 
dicata dalle origini la libertà, quella dove il Toro sa- 
bellico lottò contro la Lupa romana, dove gli otto po- 
poli si giurarono fede, si votarono al fato tremendo e 
la lor città forte nomarono Italica. 

(( Quivi la virtù del dolore da tutte le contrade con- 
vocò i fratelli. Il lutto fu fermo come un patto. Lagni 
non s'udirono, lacrime non si videro. I superstiti, esciti 
dalle macerie, offerirono all'opera le braccia contuse. 
Nella polvere lugubre le volontà si moltiplicarono, pri- 
ma fra tutte quella sovrana. L'azione fu unanime e 
pronta. Una spiritale città fraterna semibrò fondata nelle 
rovine, pel concorso di tutti i sangui; e, meglio dhe 
quella del giuro, poteva chiamarsi Italica. 

(( I fuorusciti di Trieste e dell' Istria, gli esuli dell' A-. 
driatico e dell'Alpe di Trento, i più fieri allo sforzo e i 
più candidi, diedero alle capanne costrutte i nomi delle 
terre asservite, come ad aus^urare e ad annunziare il li- 
scatto. Il fratello guardava il fratello, talvolta, per leg- 
gere nel fondo degli occhi la certa risposta alla muta 
dimanda. 

(( Allora lo spirito di sacrifizio entrò nella nazione 
riscossa, precorse la primavera d'Italia. 

« Ed ecco il segno supremo, ecco il comandamento. 

« Questo era, questo è nell'ordine segreto del no- 
stro Iddio. 

(( D'angoscia in angoscia, d'errore in errore, di ti- 
more in timore, di presagio in presagio, di preghiera 
in preghiera, egli ci ha sollevati alla santità di questo 
mattino. 

— 22 — 



LA FIAMMATA 

(( Mentre questo santo bronzo si struggeva nella for- 
nace ruggente e la forma da riempiere si taceva nell'om- 
bra della fossa fusoria, una piìi vasta fornace, una smi- 
surata fornace s'accendeva h di spiritai bellezza gran- 
de ». 

(( E non corbe di metallo bruto v'erano issate in 
sommo; ma, come i manovali gettano a uno a uno nel 
bacino i masselli, gli spiriti più generosi vi gettavano il 
meglio della virtù loro e incitavano i tardi e gli inerti con 
l'esempio. 

(( Or ecco, alla dedicazione e sagra di questo com- 
piuto monumento ci ha chiamati un messaggio d amore. 

« E a questa sagra di popolo datore di martiri, per 
altissimo auspicio, è assente ma presente la maestà di 
Colui che, or è molt'anni, in una notte di lutto commos- 
sa da un fremito di speranze, salutammo re eletto dal 
destino con segni che anch'essi ci parvero santi. 

« A questa sagra tirrena instituita da marinai è pre- 
sente la maestà di Colui che chiamato dalla Morte venne 
dal Mare, che assunto dalla Morte fu re nel Mare. 

« Risalutiamolo col vóto concorde. Fedele è a Lui 
il destino, ed Egli sarà fedele al destino. 

(( Guarda Egli la statua che sta, la statua dhe dura; 
ma intento ode il croscio profondo della fusione magna- 
nima. 

« Accesa è tuttavia 1' immensa chiusa fornace, o 
gente nostra, o fratelli; e che accesa resti vuole il nostro 
Genio, e che il fuoco ansi e che il fuoco fatichi sinché 
tutto il metallo si strugga, sinché la colata sia pronta, 
sinché l'urto del ferro apra il varco al sangue rovente 
della resurrezione. 

« Già da tutte le fenditure, già da tutti i forami, 
biancheggia e rosseggia l'ardore. Già il metallo si co- 
mincia a muovere. 11 fuoco cresce, e non basta. La for- 
za della fiamma più e più cresce, e non basta. Chiede 
d'esser nutrita, tutto chiede, tutto vuole. 

(( Voluto aveva il duce di genti un rogo su la sua 
roccia, che vi si consumasse la sua spoglia d'uomo, che 
vi si facesse cenere il triste ingombro; e non gli fu ac- 
ceso. 

— 23 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« Non catasta d'acacia ne di lentisco ne di mirto, 
ma di maschie anime egli oggi domanda, o Italiani. Non 
altro più vuole. 

(( ìE lo spirito di sacrifizio, che è il suo spirito stes- 
so, che è lo spirito di colui il quale tutto diede e nulla 
ebbe, domani griderà sul tumulto del sacro incendio : 

(( Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi da- 
telo alla fiammeggiante Italia! » 

(( O beati quelli che più hanno, perchè più potran- 
no dare, più potranno ardere. 

(( Beati quelli che hanno vent'anni, una mente ca- 
sta, un corpo temprato, una madre animosa. 

« Beati quelli che, aspettando e confidando, non dis- 
siparono la loro forza ma la custodirono nella discipli- 
na del guerriero. 

« Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per 
essere vergini a questo primo e ultimo amore. 

« Beati quelli che, avendo nel petto un odio radi- 
cato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi 
offeriranno la loro offerta. 

« Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l'even- 
to, accetteranno in silenzio l'alta necessità e non più 
vorranno essere gli ultimi ma i primi. 

(( Beati i giovani che sono affamati e assetati di glo- 
ria perchè saranno saziati. 

« Beati i misericordiosi, perchè avranno da tergere 
un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. 

(( Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vjit- 
torie, perchè vedranno il viso novello di Roma, la fron- 
te ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d'Italia. » 

Come una vampa di fuoco, l'entusiasmo suscitato 
dalla parola del Re e dall'orazione del poeta si propa- 
gò da Genova per tutta Italia, Tutti sentivano che la 
grande giornata di Quarto aveva segnato l'ora decisiva. 

Ohi scrive queste pagine, commentava così in quei 
giorni, l'indiscutibile significato dell'ora storica : 

(( Dalle necessità del momento politico, o comun- 
que dalle opportunità ufficiali che tennero lontani dal- 
l'apoteosi garibaldina di Quarto il capo dello Stato e gli 

— 24 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola I 




LA FIAMMATA 

uomini di governo, nessuna menomazione poteva veni- 
re al magnifico significato nazionale del gran convegno 
di popolo in quest'ora e in quel luogo. 

(( 11 più superix) canto dell'epopea italiana, rievo- 
cato potentemente in tutta la sua gloria, doveva essere 
e fu la più alta, la più intera espressione del sentimento 
che accende oggi l'anima della nazione. 

(( La faticosa via, che lo spirito italiano va percor- 
rendo da lunghi mesi, apparve rischiarata da un im- 
provviso sprazzo di luce. Al di là d'ogni incertezza e 
d'ogni insidia, la mèta si delineò fulgida ed immutabile 
agli occhi di tutti : e la parola del Re, supremo asser- 
tore dei diritti della nazione, consacrò i destini d'Italia 
con una promessa alla quale conferivano impressionan- 
te solennità gli invocati nomi di Mazzini, di Garibaldi, 
di Vittorio Ejnanuele II. 

(( Evocata dal Poeta, accertata dal Re, la gran ge- 
sta it£ilica esce già dalle nebbie dell'avvenire e brilla 
come il faro della nostra nuova storia. L'Italia ritrova se 
stessa, rinasce quale fu tra gli eroici ardimenti e i ma- 
gnanimi sacrifici nelle immortali ore del Risorgimento. 

« Dal fatai scoglio di Quarto, ancora una volta ven- 
ne all'Italia l'infallibile auspicio. L'ora è matura : pre- 
pariamoci tutti ai grandi doveri ch'essa ci impone. » 

11 Corriere della Sera scriveva : 

« Sembra che a Quarto abbia squillato la tromba 
dell'avanguardia e che nella coscienza di ciò che co- 
mincia si siano strette le fila. 

« Gl'italiani si sentono più vicini, pur con vario rit- 
mo di passo, sulla via unica. Tutti i partiti erano rac- 
colti intorno al monumento e intorno al presagio; e le 
parole del poeta presente e le parole del re assente, si 
sono incontrate alla stessa altezza. 

« L'entusiasmo del popolo ha segnato l'ora come 
un ponte ideale fra il passato e l'avvenire, là, dove il 
passato più si avanza nella vita d'Italia e 1' avvenire 
sembra più vicino e più certo al varco necessario. Le 
camicie rosse degli antichi combattenti e l'ardire dei 
giovani impazienti nella stessa cerchia di destino, fra Io 

— 25 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII 2 



LA GRANDE GVERRA D'ITALIA 

scoglio e il mare, parevano annunziare una eredità of- 
ferta e accettata. E su qiiesto fermento di concordi spe- 
ranze, la storia è stata invocata dalla poesia. 

(( Il ritorno di Gabriele d'Annunzio ha avuto il salu- 
to di una gente che risorse e combattè fra i canti, che 
rintracciò nelle pagine dei suoi grandi scrittori, da Vir- 
gilio ad Alessandro Manzoni, il suo viatico di risurre- 
zione; e oggi in una continuità infrangibile, leva ancora 
il suo grido verso il maggior poeta perchè chiede a in- 
terpreti i poeti dell'ansia civile della nazione. Gabriele 
d'Annunzio deve aver avuto, sul plinto del monumento 
fermante la marea umana, il fremito di chi assume un 
ufficio arduo per tutte le forze. La sua orazione, armo- 
niosa e grave, è il principio d'un poema, che vorrà esser 
composto con la più diritta e sgombra italianità del suo 
spirito. L'Italia si offre già al canto, ricca di tutti i con- 
sensi, compatta di tutte le forze che vivono e che rivi- 
vono. Di questa interezza, la parola del re ha segnato 
il largo confine con sobria e ifelice eloquenza, degna del 
bronzo dei Mille. Il re d'Italia che evoca alla celebra- 
zione, come necessario nel culto del passato e specie 
del futuro, Giuseppe Mazzini, « Colui che primo vatici- 
nò l'unità della Patria », è l'italiano che parla agli ita- 
liani sopra ai partiti, sopra alle stesse idee, nell'idea 
unica della Patria, la commossa parola in cui tutti i 
contrasti si fondono. Riteniamo questo appello che dal 
trono riunisce tutte le forze e le ragioni della nostra 
storia e affermiamoci così uniti nella nazione e che sia 
più chiaro al mondo il nostro improrogabile Diritto alla 
unità perfetta, alla unità intera. Sia stata così, quella 
di Quarto, la grande adunata,* nel più alto significato 
simbolico della parola ». 

Il Lavoro di Genova notava : 

« È merito grande del popolo genovese aver mani- 
festato i propri sentimenti con un ardore ed insieme u- 
na compostezza, che rivelarono ancora una volta a chi 
non la conosceva, la sua eletta tempra. Ma il largo in- 
tervento delle rappresentanze di ogni parte d'Italia, la 
partecipazione di molti uomini politici, sopratutto il me- 

— 26 — 



LA FIAMMATA 

raviglioso discorso di Gabriele d'Annunzio accolto con 
tanto fervore di consentimento plaudente — tutto que- 
sto sullo sfondo di un corteo gigantesco, di un entusia- 
smo indicibile che più il giorno andava innanzi e piii si 
accentuava fino a che culminò nella dimostrazione di 
affetto fiducioso alla stirpe leonina di Giuseppe Garibal- 
di — ha caratterizzato la volontà del popolo italiano, e 
nella commemorazione del 5 maggio 1860 e nella cele- 
brazione dell'opera d'arte del Baroni ha visto, sentito 
ed espresso la patria risorgente un'altra volta per il com- 
pimento dei suoi destini e per la partecipazione alla 
guerra in prò della giustizia e della libertà contro gli im- 
peri teutonici. 

(( L'assenza del capo dello Stato e dei suoi ministri 
nulla ha tolto alla festa del sentimento e della volontà 

— perchè è in tutti il convincimento che le tergiversa- 
zioni del mondo ufficiale possono bensì ritardare di 
qualche giorno 1 intervento, ma che questo è segnato 
indeprecabilmente nel libro del Destino. 

« 11 senso di questo fato imminente era negli animi 
e negli accenti di tutti — non pure del popolo e dei gio- 
vani ardenti, ma benanco di chi fu fino ad avantieri 
neutralista. 

« Fata trahunt! Certo l'errore commesso dal Gover- 
no annunziando prima la partecipaizione degli alti po- 
teri dello Stato alla festa e ritirandosi poi all'ultim'ora, 
è stato enorme, imperdonabile. 

u Esso doveva prevedere fin dal principio che l'as- 
sistenza del re e dei ministri ad una tale celebrazione 

— con tale oratore e con tale popolo, il 5 maggio — si- 
gnificava ed importava lo scoppio della guerra il gior- 
no 6. E se questa data fissa non era ritenuta opportuna, 
la partecipazione non si doveva promettere ed annun- 
ziare. 

« Questo l'ovvio giudizio di tutti gli uomini politici 
oggi qui convenuti, unanimi nel ritenere che tale errore 
importa la certa caduta del ministero, a meno che que- 
sto, alla riconvocazione della Camera, non annunzi la 
dichiarazione di guerra. 

(( Ma tutto ciò passa in seconda linea. Ciò che im- 

— 27 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

porta è ohe con questo o con altro ministero, l'Italia sta 
per entrare in campo a fianco della Triplice Intesa, non 
solo per ampliare i propri confini, ma benanco per spez- 
zare l'artiglio teutonico, che tenta affondarsi nelle car- 
ni di tutto il mondo e per mettere fine agli orrori imma- 
ni di una invasione devastatrice. Questo il senso della 
festa di oggi, dichiarato da tutto il popolo : senza equi- 
voci e senza ambagi. 

« Lo scoglio di Quarto non è tale da adagiarvisi su; 
è uno scoglio da cui si parte : da esso è partita l'Italia 
oggi. » 

\JIdea Nazionale, a sua volta, scriveva : 

« Tutta l'Italia è stata con l'anima allo scoglio di 
Quarto. Nel momento fatale le polemiche tacciono, e le 
perplessità finiscono; 1' impulso popolare e 1' impulso 
delle classi dirigenti si uniscono in un solo atto di fede, 
le volontà e le speranze convergono in un solo punto lu- 
minoso : la patria. Questo momento rassomiglia a quel- 
lo, onde uscì vittorioso il nostro Risorgimento nazionale. 
Allora un nucleo di uomini illuminati, consci della mis- 
sione loro affidata in un'epoca di sforzo eroico, sotto- 
misero alla patria ogni partito, ogni idea, ogni egoismo. 

« I repubblicani innalzarono la monarchia, la mo- 
narchia scese nel popolo, e il Re guidò la umazione, con 
l'invincibile soccorso del diritto e della forza, al suo ne- 
cessario compimento. 

« Oggi, è nuovamente la parola del Re che riavvici- 
na gl'italiani di ogni fede e di ogni partito sulla via u- 
nica, evocando (( colui che primo vaticinò l'unità della 
Patria » e (( l'ardimento immortale » del Duce dei Mille 
che dallo scoglio di Quarto, salpò « verso le immortali 
fortune ». 

« Rialziamo, dunque, l'anima alle immortali fortu- 
ne. Questo Regno d'Italia viene dai corpi franchi che 
primi valicarono i confini del Piemonte, da Garibaldi 
che propugnò la casa di Savoja dove nessuno la cono- 
sceva, dal Re che signoreggiò le falangi rivoluzionarie e 
gli eserciti regolari, dal popolo intero che ritrovò se stes- 
so, e risorgendo col senso del proprio essere, riconobbe 
i propri fini nel mondo. Attraverso dissidi, impazienze, 

— 28 — 



LA FIAMMATA 

cautele, che spesso cozzarono tra loro, tutti furono per 
la costituzione attuale. 

fi L'Italia dei morti ammonisce l'Italia dei vivi, che 
bisogna ultimare questa costituzione, integrando la pa- 
tria in tutti i suoi confini e aprendole un varco più largo 
nel mondo. 

« Il Re è intervenuto per riunire queste due Italie, 
nell'ora dell'azione, con la sua voce consapevole delle 
gloriose memorie e delle legittime speranze. E l'intera 
nazione, mentre tutta è in armi, ha raccolto la voce del 
Re con l'anima piena del grido di dolore dei fratelli ir- 
redenti. » 

E il Messaggero commentava il significato ammo- 
nitore della manifestazione con queste parole : 

« Il monito di Quarto è di quelli che nessun gover- 
no può obliare. L'unione tranquilla, cordiale, fraterna 
attorno al bronzo garibaldino giganteggiante sul Mare 
Nostro, l'avvicendarsi nell' infinita serie di bandiere al 
vento i labari di ogni colore e di ogni fede, gli applausi 
entusiastici, unanimi dinanzi al consolato belga, le grida 
ripetute, insistenti di evviva a Trento, a Trieste, a Fiu- 
me, alla Dalmazia italiana, hanno rivelato una prepa- 
razione spirituale che è la migliore garanzia della riu- 
scita di questa nuova e bene auspicata guerra naziona- 
le, che ha da offrirci un'Italia più grande e più fiducio- 
sa nei suoi gloriosi destini ». 

La stampa estera mostrava pure d'intendere l'alto 
significato che assumeva in quel momento la giornata 
di Quarto. I giornali francesi, segnatamente, ne traeva- 
no un sicuro auspicio d'imminenti fatti decisivi; essi vi 
scorgevano un'affermazione indeclinabile della volontà 
nazionale, legata agli ideali che animarono il Risorgi- 
mento. 

« Basta leggere l'orazione di d'Annunzio — scrive- 
va l'ex ministro Pichon — per comprendere che, pro- 
nunziata dinanzi al Sovrano e dinanzi a membri del Go- 
verno, non avrebbe potuto avere altra conclusione che 
una azione immediata dell'Italia. Questa è la vera ragio- 
ne che ha trattenuto i capi responsabili della politica 

— 29 — . 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

italiana dall' assistere alla cerimonia. Bisogna pur lascia- 
re a Biilow ed ai personaggi ted'esclii, austriaci e un- 
gheresi, che hanno finito per scoraggiare la pazienza 
anche dei neutralisti più intransigenti, il tempo di pre- 
parare la propria partenza. Essi possono ben dire di a- 
vere cooperato a modo loro all'unità italiana, poiché 
lasceranno l'Italia unita e concorde nei sentimenti che 
ora le impongono i suoi nuovi doveri. 

« Come ben raccomanda il Re nel suo telegramma, 
nella grandiosa dimostrazione in onore dei gloriosi apo- 
stoli del Risorgimento italiano, mentre gli austriaci e i 
tedeschi lavorano a Roma per creare imbarazzi, men- 
tre la Germania corre in aiuto dell'Austria debole e in- 
certa, mentre la Turchia perfida e impotente attacca al- 
le spalle per istigazione degli austro-tedeschi, l'Italia 
ha dimostrato al mondo unione, concordia, fermezza e 
fiducia incrollabili. » 

Il Temps notava : « La lettura del telegramma in- 
viato dal re al sindaco di Genova, dà la vera spiegazio- 
ne della astensione reale e della impossibilità per il 
governo di assentarsi da Roma nel momento attuale. 

« Questa spiegazione semplicissima sottolinea forse 
la gravità delle circostanze e delle misure decisive, più 
ancora di quel che avrebbe potuto fare la presenza del 
re o di qualche ministro a quella manifestazione, che 
l'entusiasmo popolare e il discorso vibrante di D'An- 
nunzio resero sufficientemente significativa e impres- 
sionante. 

« La giornata gloriosa del 5 maggio in cui, cinquan- 
tacinque anni or sono, Giuseppe Garibaldi e i suoi Mil- 
le si imbarcarono per liberare la Sicilia, non può se- 
gnare per la gente italiana indietreggiamento. Il patriot- 
tismo di casa Savoia e la personalità dei ministri esclu- 
dono una simile ipotesi. La verità è assai semplice, e 
basta osservare il corso logico delle cose e constatare 
la lunghezza dei Consigli quotidiani dei ministri, per 
trarre la dimostrazione dell'avvicinarsi di una decisione 
definitiva e la urgenza delle misure che le circostanze 
richiedono. 

(( Quando Garibaldi si imbarcò a Genova per que- 

— 30 — 



LA FIAMMATA 

sta prodigiosa avventura e gettava un pugno di eroi con- 
tro l'esercito dei Borboni, egli non disponeva, per la 
esecuzione del suo progetto, che di un migliaio di uo- 
mini poco armati, e di pochi denari. Non per questo la 
Sicilia e il sud della penisola non furono in breve tempo 
riuniti al regno d'Italia. 

« Oggi le richieste italiane contro la corona degli 
Absburgo si appoggiano sopra un milione e mezzo di 
baionette, e sopra un esercito magnificamente allenato 
ed equipaggiato. Non si tratta più di filibustieri, come si 
diceva a Napoli mezzo secolo fa! e i patrioti dell'epo- 
pea dei Mille dispongono di corpi di armata pronti ad 
entrare in guerra al minimo segnale. 

(( L'entrata in azione di queste truppe non farebbe 
di esse soltanto i liberatori delle Provincie irredente, 
ma i soldati del Diritto, i rivendicatori della causa della 
giustizia e della libertà. » 

11 Journal des Débats scriveva a sua volta : 

(( La nostra calma e la nostra pazienza riposano sul- 
la nostra fede nella forza e sulla fiducia che i popoli an- 
cora neutri, i cui interessi sono in giuoco, saranno fatal- 
mente spinti, malgrado le esitazioni dei governi, verso 
il compimento dei loro destini. In questi paesi tutti gli 
uomini chiaroveggenti, non infeudati al germanesimo, si 
rendono conto che questa primavera segnerà l'ultimo 
termine delle tergiversazioni. Quali che siano gli avve- 
nimenti militari, bisogna decidersi. Se gli avvenimenti 
di guerra saranno favorevoli agli alleati, tutto invita a 
profittarne; se non lo fossero, ci sarebbe urgenza a met- 
tere in linea tutte le forze disponibili per prevenire un 
nuovo ritardo alla soluzione finale. 

« Tutto fa prevedere che ora la Germania vuol as- 
servire in un modo o nell'altro l'Austria tedesca e che 
questa non vi si opporrà. La realizzazione di questa e- 
ventualità costituirebbe il pericolo più minaccioso per 
l'Europa civile, per l'Italia e per la Rumenia in parti- 
colare. 

« Per l'Italia, sarebbe finito il predominio strategico 
sull'Adriatico; quanto alla Rumenia, essa tornerebbe al- 
lo stato di dipendenza in cui si trovava prima della me- 

— 31 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

tà del secolo XIX; essa avrebbe soltanto cambiato pa- 
drone. 

« Malgrado il realismo dei neo-diplomatici dei di- 
versi paesi, si ha diritto di sperare che il popolo d'Italia 
ed il popolo rumeno non aspetteranno l'ora della curée 
per mostrarsi. 

« Essi sanno che il loro avvenire dipende non sol- 
tanto dalla loro parte di spoglie, ma sopratutto dalla 
parte che avranno preso alla vittoria. )) 

E senza sottolineare con commenti troppo precisi il 
valore del telegramma reale al sindaco di Genova, i 
giornali parigini, nessuno eccettuato, stampavano tutti 
il telegramma a grossi caratteri, e vedevano in esso uno 
dei maggiori segni precursori dell'azione italiana. 

(( Malgrado la prudenza che deve imporsi una te- 
sta coronata — osservava il Matin — il telegramma di 
Re Vittorio armonizza perfettamente con le parole di 
Gabriele d'Annunzio. » 

« Il meno che si possa dire delle parole di Re Vit^ 
torio — osservava il Gaulois — è che si elevano singo- 
larmente al di sopra del tono che siamo avvezzi a tro- 
vare nei messaggi dei Sovrani. Perchè il Re d'Italia si 
sia dipartito di proposito deliberato e d'accordo indi- 
spensabilmente col suo Governo dalle banalità proto- 
collari, bisogna veramente che sia imminente l'ora che 
sta per decidere dei destini d'Italia. » 

E come erano unanimi nell' apprezzare la grandio- 
sità della cerimonia, i giornali parigini si trovarono pu- 
re concordi nel rilevare che l'atteggiamento dell'Italia 
non potesse piegarsi alle manovre di Biilow. 

Il Petit Parìsien, ad esempio, metteva in guardia 
l'opinione pubblica francese dal lasciarsi trarre in erro- 
re dal fatto che il Sovrano non si era recato a Quarto. 

«Il Dubblico deve sapere — diceva — che l'atteggia- 
mento dell'Italia rimane invariato verso la Francia. L'I- 
talia rimane fedele a se stessa; in altri termini, l'orienta- 
mento che Salandra e Sonnino hanno metodicamente 
tracciato da sei mesi al paese, non subirà nessuna tra- 
sformazione. 

— 32 — 



LA FIAMMATA 

« Nulla ha fatto pressione sulla volontà dell'Italia, 
ma nulla ormai potrebbe influenzare questa volontà ben 
determinata. Il Governo di Roma si incammina verso 
l'attuazione dell'italianità piena ed intera, col consenso 
entusiastico dell'opinione pubblica. I diplomatici alla 
Consulta trarranno necessariamente lezione dalla gior- 
nata di ieri di Quarto, che conserva il suo significato in- 
tegrale. Non è invano che un popolo, in un momento 
così drammatico, celebra uno degli episodi più gloriosi 
della sua storia. Siamo fiduciosi. Accettiamo con pcizien- 
za e serenità questa ultima e breve fase di attesa. La so- 
lidarietà latina non sarà una formula .vana. » 

E non meno unanimi tributi di onori ottenne Ga- 
briele d'Annunzio, che, come Capus affermava, aveva 
realizzato in un'ora l'ambizione di tanti grandi poeti : 
quella di diventar l'eroe dell'azione... 



Il 

LA MINACCIA SI DELINEA 
Gli omaggi di Genova al poeta — Altre parole incitatrici — Il 

LEONE DEI TRIESTINI — Le FAVILLE DEL SACRO INCENDIO — II LAVO- 
RIO NEUTRALISTA — Una GRANDE ILLUSIONE — II QUADRO DEL MO- 
MENTO — Cominciano le dimostrazioni — Gabriele d'Annunzio 
A Roma — Il saluto di Barzilai — « Odore di tradimento » — 
Il popolo canta l'Inno di Mameli — L'ovazione a Margherita 
di Savoia — Milano si desta — Genova, Venezia, Spezia, Fi- 
renze, Udine, Parma, Torino, Ancona, Bologna... — Tutta 
Italia risponde — L'azione di Giolitti. 

Mentre in tutta Italia echeggiava l'entusiasmo che 
aveva avuto così alti accenti nella festa augurale, a Ge- 
nova nuove note squillavano di continuo. 

Al banchetto, che aveva fatto seguito alla cerimo-nia 
di Quarto, Ga:briele d'Annunzio aveva pronunciato que- 
st'altre parole : 

« Sembra che da stamane noi respiriaimo non so che 
ardore di miracolo dove si avvicendano in una sorta 
di balenio la verità ed il sogno, la vita attuale e la più 
lontcìna favola. 

(( Questi convitati meravigliosi che seggono a questa 
mensa di fede mangiarono colla fame della giovinezza 
di pane ed il cacio a Calatafimi sul colle conquistato ver- 
so sera mentre si levava il vento fresco a piegare le spi- 
glhe non lungi dai loro morti; da Giuseppe Bellemo, da 
Giuseppe Sartorio, carabininieri genovesi caduti non lun- 
gi dal luogo dove il grande alfiere di Camogli giaceva 
supino cogli occhi sbarrati e fissi alla prima stella. 

— 34 — 



LA FIAMMATA 

(( Ora qui vivono riboccanti d'animo, sfolgoranti an- 
cora di battaglie, sono qui e bevono con noi il vino augu- 
rale che ci offre la Genova degli antichi consoli, la Ge- 
nova erede della forza romana, erede del diritto roma- 
no, dell'arte romana di aprire le vie nuove per il vasto 
mondo; bevono con noi, cogli inviati delle città illustri, 
delle città fedeli, questo vino mistico del nostro patto 
nazionale. 

« Essi dormono nei campi di grano laggiù dopo la 
vittoria e sembra che si siano risvegliati in questa alta 
coperta di rugiada; sembra che ridesti, respirino tutti 
il vento della vittoria. Quali mani se non le loro, o no- 
bili ospiti, sono degne di sollevare quel sacro catino, 
quella tazza di salute, che fu celebrata nella canzone 
del sangue? Finche su Atene rimase vivo uno dei com- 
battenti di Maratona gli ateniesi si credettero signori del- 
l'alta loro sorte. All'Italia nuova, dei Mille più di cento 
rimangono e la sorte d'Italia è oggi nel pugno d'Italia : 
secondo il poeta profetico del Duce, i Mille sono per 
moltiplicarsi mille volte; non li udiamo già muovere in 
marcia col medesimo ritmo? 

« L'unità sublime si forma e Roma riprende il suo 
nome occulto : Amor. A Roma, ad Amor io bevo, bevo 
a Genova che ha perpetuata una volontà di ascensione 
non soltanto nei suoi spiriti ma in tutte le sue pietre; be- 
vo alle città sorelle e giurate; bevo alle città martiri del- 
l'altra riva. 

<( Ed a voi, gloriosissimi veterani, che ci ringiovanite 
insegnandoci, su questa mensa, come di p>ensiero anti- 
veggente e di fede confessata si componga la ebrezza 
a calma, la vittoria antica alla nuova Italia! 

(( Viva l'Italia eterna! » 

Ali indomani vi fu a Genova un'altra cerimonia : 
l'omaggio itahco a Gabriele d'Annunzio, consistente nel- 
l'offerta del calco del Leone di San Marco, murato nel 
Palazzo Giustiniani, donato dai triestini ai genovesi in 
segno di fratellanza. 

E il poeta pronunciò il di.scorso seguente : 

(( Brevi parole dirò, tanto è qui l'eloquenza delle me- 

— 35 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

morie, delle cose, dei segni, tanto è grave di destino que- 
sto dono che io ricevo con cuore fremente come se in 
me per grazia di una fedeltà senza falli, a più degn amen- 
te riceverlo entrasse l'ansia di quella che laggiù soffrì la 
fame del corpo, soffrì la fame dell'anima, violata, stra- 
ziata, calcata con ferocia, ogni giorno più maledetta : 
la sentiamo qui in presenza vera : è dentro a noi. Come 
quelli che volevano scolpite e come quelle statue è dirit- 
ta dinanzi a noi con tutte le sue piagihe riaperte, con tut- 
te le sue lividure, con le traccie di tutte le ingiurie, co- 
me il paziente alla colonna. E dietro di lei presenti in 
viso del medesimo sangue si levavano e nove e nove 
martiri giovanetti dei Giustiniani e la loro madre sublime 
intenta a fortificarli nel valore terrestre e nella speranza 
mortale. Ah! Veramente noi coiminciamo a vergognarci 
e intendiamo il rude bisticcio di quell'uomo dei Mille, 
grandissimo animo in piccolo corpo, il quale iersera gri- 
dò nel convito con la sua voce di assalto : meglio che 
prendere la parola vorrei riprendere il fucile, o compa- 
gni! Motto questo garibaldino ben detto, bene udito in 
Genova. Ci piace qui ricordare come dopo la morte di 
Simon Vignoso, ricostituita la nuova maona tra i dodici 
soci, chi rinunziò al loro casato per assumere il nome di 
Giustiniano fosse un Francesco Garibaldo della dura stir- 
pe ligure. 

(( Non questo calco, che io custodirò piamente, ma 
il Leone di pietra murata Genova trarrà dal glorioso mu- 
ro in un altro giorno di sacra marina e lo rimanderà per 
mare a Trieste, restituzione magnifica. Passa la nave in- 
vitta di Caprera che forse sentirà il ruggito ripercosso 
dalla roccia, e naviga all'Adriatico. E il morto figlio di 
Lampa sepolto nelle acque trionfate, e Luciano Doria 
davanti a Pola e Gaspare Spinola davanti a Trieste e 
gli altri terribili nostri che apparivano in epifania d'amo- 
re commisti ai vendicati di Lissa luminosamente. 

((E il Leone di San Marco recato nell'Adriatico da 
navi di Genova significa per gli italiani : questo imare 
profondo ove la carezza di un flutto è il fiore di nostra 
gloria si chiama di nuovo e per sempre (( golfo di Vene- 
zia ». 

— 36 — 



LA FIAMMATA 

Più tardi, nella stessa giornata, la Società » Dante A- 
Hghieri », nello storico Palazzo di San Giorgio, presentò 
a Gabriele d'Annunzio un'artistica targa di bronzo, mo- 
dellata dallo scultore Bassano, a ricordo della iscrizione 
del poeta nell'albo d'oro del sodalizio. 

E il poeta disse : 

(( Genova sembra oggi superare i più cari giorni del- 
la sua spiritualità e della sua magnificenza. Ieri ella die- 
de lo spettacolo di tutto un popolo che potentemente re- 
spirava nel cielo dell'eroismo e della divinazione. Stase- 
ra in un rinnovato palagio della sua saggezza, là, nella 
Sala dei Capitani del popolo, ove i suoi più virtuosi pa- 
dri, alzati o seduti nelle toghe severe, incitano alla ma- 
gnanimità i nepoti, Genova ha voluto celebrare la gloria 
della lingua, il culto della lingua, ciò che in tutti i tem- 
pi fu celebrato come il prezioso tesoro dei popoli, la 
più alta testimonianza della loro nobiltà, l'indice super- 
bo del loro sentimento di libertà. Ed ecco che in que- 
sta sede del Banco di San Giorgio, in questa Sala delle 
Compere un poeta accoglie un poeta. Singolarissimo e- 
vento! Mi accolse il nuovo console. È un fiero solitario 
spirito che dalle torve milizie scorse ritornare un {pelle- 
grino altero e si domandò : Quando ritornerà Garibaldi? 
L'uno e l'altro sono ritornati. Pregihiamoli. Questo è. 
Ciascuno di noi dice : Credo! L'uno spazia nel Quarnero, 
l'altro va a cercare la gloria che gli fu spezzata or sono 
cinquantun anni.... » 

Ancora un giorno e éuicora una festa. Sono gli stu- 
denti genovesi che nella loro Università presentano a 
Gabriele d'Annunzio una targa d'oro. E il poeta infati- 
cabile pronuncia queste parole augurali : 

u Come ringrazierò il rettore magnifico, il collegio 
insigne dei dottori, voi tutti, o giovani, voi figliuoli non 
inermi dell'armato San Giorgio, e voi qui convenuti dal- 
le terre lontane, pellegrini d'amore in veste affocata, si- 
mili a quelli che passavano nell'immaginazione di Dante 
prima dell'esilio; come vi ringraizierò di avermi accolto 
in questa sede severa dei vostri studi e delle vostre pro- 
ve, di avertni ammesso in questo focolare del vostro spi- 

— 37 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

rito, il più profondo fra tutti, dove due dei fratelli vostri 
immortali, l'uno coronato di mirto e di lauro, l'altro di 
cipresso e di quercia, custodiscono la fiamma che qui 
arde ai penati del pensiero italiano? 

(( Quella fusione magnanima che l'altro dì ci parve 
di udire scrosciare là, nella radunata del popolo intor- 
no all'alto simulacro, quella fusione di sangue e di ani- 
me, io la sento in voa meravigliosamente perfetta, o com- 
pagni della più bella delle mie speranze, o voi che per 
tanti anni con sì costante fede io ho annunziati, aspettati, 
invocati, ecco, non invano. Come ho veduto splendere i 
vostri occhi là sul lido e nelle piazze e nelle vie e nei giar- 
dini; la bellezza d'Italia è così forte che mentre nel ri- 
torno la presentivo, mentre la riconoscevo ella sembrava 
mi fendesse il petto, mi percuotesse con una gioia che 
era quasi dolore. 

« I monti, la neve, l'ombra dei monti, i torrenti, i 
fiumi, i boschi rinverditi, i fiori e quel che sulla terra è 
il gioiello unico d'Italia, il lume d'Italia, l'odore d'Italia, 
non comparabile ad altro mai, tutto m'era ebrietà e an- 
sietà di passione. Ma nei vostri occhi, nei vostri visi, 
ma nelle vostre fronti imperlate di sudore, ma nel vo- 
stro soffio che mi avvolgeva, ma nel sorriso di tutti, 
nella vostra freschezza, io ho sentito una primavera 
più potente di quella delle selve, dei colli, dei prati, 
degli orti; ho sentito una rinascita più impetuosa che 
quella di tutte le altre creature. Ieri in quel giardino 
di Andrea Doria, dove era disceso quel muto Leon di 
Trieste, che stava in capo alla strada dei Giustiniemi, voi 
faceste di voi catena intorno a me componendo i balau- 
stri e lungo le siepi annodati per le braccia, vincolati per 
i polsi e per le m^ani, stretti l'uno all'altro, catena e ghir- 
landa, forza e gentilezza, resistenza e grazia, accesi in 
volto, accesi negli occhi, fermi e pieghevoli; voi eravate 
una vita sola. Siete una vita sola, siete una giovinezza 
sola, siete un'altra « Giovane Italia » e un « fuoruscito 
senza patria » rivivente, adolescente come voi, im poco 
più pallido di voi, ma immune della lezione degli anni, 
immune della morte, vi conduce come uno di quei semi- 
dii che guidavano le primavere sacre verso le conquiste 

— 38 — 



LA FIAMMATA 

misteriose. E Goffredo è presente con la sua bella chio- 
ma intonsa, con i suoi begli occhi marini, e ha seco le 
sue armi; egli torna dall' aver lavato il cavallo polveroso 
nel Timavo, come uno dei due Dioscuri lavò il suo quan- 
do il Timavo era fiume latino. Egli ora ben conosce la 
via che passa da Aquileja e va verso San Giusto e più 
oltre : egli ve l'addita e ve la mostra. E Jacopo Ruffini, 
non deterso dal sangue che oggi è luce d'oriente, sarà 
inviolabile alfiere della coorte giovanile. Giovane, or è 
molt'anni, in un'altra adunata di giovani dicevo : « O'h 
se potessi tendere a ciascuno la mano fraterna, leggere 
nei limpidi occhi il proposito certo! » Dicevo : « Oh voi 
siate l'imminente primavera d'Italia! La mia fede, la mia 
costanza, la mia aspettazione mi fanno degno di essere 
l'annunziatore della vostra volontà vittoriosa. » 

(( La vostra volontà vittoriosa è in piedi e armata; 
sta per irrompere. Se vi guardo, se vi considero, l'Italia 
mi sembra una vergine terra come quando apparve ad 
Acate proteso dalla nave fatale; come quando per la pri- 
ma volta su questo mar Tirreno risonò, nelle voci di alle- 
grezza, il divino suo nome. 

(( Stanotte prima dell'alba (e sia alba che nelle sue 
dita di rosa brandisca il giavellotto del Dio nostro ro- 
mano!), stanotte molti di voi partiranno per le terre di 
lungi, per i focolari di lungi. Che divampi nei vostri pet- 
ti, o messaggeri di fede, o pellegrini d'amore, quella 
fiamma stessa che ardeva nei giovanetti notturni al sas- 
so di Quarto! Se è vero, come è vero, come io giuro es- 
ser vero, che gli italiani hanno riscosso il foco sull'ara 
d'Italia, prendendo i tizzi con le vostre mani, soffiate 
sopra essi, teneteli in pugno, recateli lontano e scoteteli, 
squassateli, ovunque voi passiate e ovunque andiate, 
appiccate il foco pugnace, siate gli incendiari intrepidi 
della nostra grande patria! 

(( Stanotte, come si vedevano nelle notti omeriche i 
roghi accesi di monte in monte per l'annunzio di vittoria, 
noi vedremo splendere lunghesso l'Italia le vostre fiac- 
cole correnti, fino a Marsala, fino al mar d'Africa. 

« Partite, apparecchiatevi, ubbidite! », diceva il sa- 
cerdote di Marte ai giovani consacrati. « Voi siete le se- 

— 39 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

menti di un nuovo mondo. » Partite, apparecchiatevi, 
ubbidite, io dico a voi, poiché mi fate degno di consa- 
crarvi. Voi siete le faville impetuose del sacro incendio. 
Appiccate il foco! Fate dhe domani tutti gli animi arda- 
no! Fate che tutte le voci siano un solo clamore : Italia! 
Italia! )) 

Queste ardenti orazioni, propagate in ogni parte 
d'Italia, suscitavano un'impressione ch'è facile immagi- 
nare. Il fremito della volontà nazionale diveniva d'ora in 
ora più visibile : la soluzione non poteva essere che im- 
minente... 

Intanto, però, l'oscuro lavorio del neutralismo conti- 
nuava a Roima tenacemente l'opera sua e s'apprestava 
allo sforzo estremo. Da Villa Malta usciva la parola d'or- 
dine per il supremo tentativo : e gli annbienti politici sen- 
tivano che l'ora decisiva era giunta. 

(( Bisogna eliminare assolutamente — scriveva la Li- 
berto di Parigi — le dicerie di una mediazione indegna 
come quella di una intimazione del principe di Biilow 
al Governo e al Re d'Italia. Pare che l'annunzio del- 
l'arrivo del conte Goluchowski debba essere posto fra 
le voci senza consistenza. Si può fare un torto al principe 
di Biilow e credere che, dove egli è fallito, Goluchow^ski 
sia in grado di riuscire? Senza dubbio l'ex-ministro degli 
esteri è, a differenza dei suoi successori, un uomo paci- 
fico. Sotto il suo Ministero la duplice imonarchia manten- 
ne le sue relazioni cordiali con la Russia, amichevoli con 
l'Italia. Ma questa è storia antica. Anche i giornali neu- 
tralisti si rendono conto che l'Italia è trascinata verso 
l'intervento. » 

Ma le parole del giornale parigino erano il frutto di 
una grande illusione. È vero che Goluchowski non fe- 
ce il viaggio di Roma; ma il neutralismo non aveva di- 
sarmato, anzi s'apprestava a dar battaglia con tutte le 
sue forze. 

Il giorno I 1 maggio, il Messaggero tracciava così il 
quadro della situazione che andava maturando : 

« I neutralisti — scriveva il giornale romano — han- 

— 40 — 



La grande guerra d'Itali 



Voi XII. 



Tavola 11 




LA FIAMMATA 

no sempre sperato nell'aiuto dell'on. Giolitti; ne hanno 
invocato il ritorno e ne hanno sollecitato il trionfo in op- 
posizione al « Ministero della guerra )>, che, presiedu- 
to dall' on. Salandra, Iha tre interventisti decisi e... peri- 
colosi : Sormino, Martini e Orlando. 

« Per verità, il Ministero Salandra non è stato finora 
diviso da opposte correnti : e se la nostra politica estera 
ha mutato indirizzo, dopo la crisi gigantesca scatenata 
su l'Europa dalla megalomania pantedesca, l'on. Sonni- 
no ha avuto il conforto di tutti i suoi colleghi, così come 
a sua volta il Gabinetto Salandra-Sonnino ebl>e, non u- 
na, ma due volte il conforto della fiducia del Parlamento. 

« Chiese ed ebbe il Governo — che parlò alto e net- 
to — la fiducia senza riserve, le « mani libere » per quel- 
le decisioni che gli eventi avessero consigliato. E, all'in- 
fuori dei socialisti, nessuno fiatò, neppure Giolitti. 

« Oggi che dopo lunghe e laboriose fatiche, dopo u- 
na preparazione diligente e formidabile, il Governo è in 
grado di prendere una decisione, sorgono voci di allar- 
me e di protesta e si eprimono giudizi contro la politica 
dell'intervento, senza che si conoscano le ragioni che a 
questa politica hanno piegato la coscienza dei ministri 
responsabili e si accreditano, con leggerezza inqualifica- 
bile, frasi assolutamente ingiuriose per il buon nome del 
nostro Governo, come quella che gli organi austro-tede- 
sdhi e i clienti di casa Biilow ripetono con la più grande 
frequenza : l'on. Sennino vuole la guerra per la guerra. 

« Difatti — essi aggiungono — non c'è nessuna ra- 
gione di far la guerra quando il principe di Bùlowr, se- 
condo la promessa fatta allon. Giolitti, ci ha ottenuto 
« parecchio » dall'Austria senza colpo ferire... » 

Dopo aver svolto le ragioni per le quali non poteva 
convenire all'Italia di legarsi con un nuovo accordo al- 
l'Austria, il giornale concludeva così : 

« Vada il Ministero Salandra diritto e sicuro per la 
sua via. 

(( L'on. Giolitti non è rimasto ben convinto dell'ex- 
posé del presidente del Consiglio? Ciò può essere incre- 
scioso; che tutti avremmo visto con piacere un più per- 
fetto e sincero accordo fra il capo del Governo di ieri e 

— 41 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII 3 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

quello di oggi. Ma l'onorevole Giolitti mosse guerra alla 
Turchia anche in dissenso con molti autorevoli parlamen- 
tari e perfino in dissenso, sia pur larvato, con la Wil- 
helmstrasse e con il Ballplatz, e non ebbe a pentirsene, 
poi che diede all'Italia una grande colonia, e valorizzò la 
saldezza ncizionale e la potenza internazionale. 

(( L'on. Giolitti — che non ha sete di governo come 
i suoi giannÌ2:zeri, né miserabili eimbizioni da coltivare — 
saprà essere buon patriota anche il giorno in cui, suo 
malgrado, l'on. Salandra e l'on, Sonnino avranno rotto 
definitivamente la pesante catena che ci legava ancora 
alla nostra grande, alla nostra vera, alla nostra eterna 
nemica, all'Austria, e alla sua grande protettrice e do- 
minatrice, la Germania. 

« E l'Italia comincerà la sua vita nuova, accanto a- 
gli amici nuovi, e la nuova alleanza sarà ben cementata 
dai sacrifizi ai quali andiaimo meditatamente incontro per 
la compiutezza, la grandezza e la tranquillità avvenire 
della patria. )) 

Gli eventi dovevano rapidamente sfatare l'illusio- 
ne che il Ministero Salandra avesse libera davanti a sé 
la via verso il fine che si era prefisso. Prima di poter af- 
frontare le supreme decisioni, doveva attraversaire la 
prova formidabile dhe la congiura neutralista gli aveva 
preparato... 

La pubblica opinione non ignorava che un oscuro 
lavorio andava compiiendosi nelle sfere diplomatiche e 
parlamentari; ne prevedeva anzi le imminenti ripercus- 
sioni, ma i particolri sfuggivano ancora alla nozione dei 
più. Una tetra inquietudine pesava sul paese : si sentiva 
la tempesta vicina. 

Ma la volontà popolare, ormai risolutamente orien- 
tata in senso interventista, trovava modo tuttavia di ma- 
nifestarsi senza posa, A Milano l'eco della giornata di 
Quarto aveva suscitato grandi dimostrazioni pubbliche; 
altre città ne avevano seguito l'esempio. A Bologna una 
visita di Peppino Garibaldi aveva suscitato manifestazio- 
ni entusiastiche : e gli era stata offerta la bandiera che 
il Comitato per Oberdan, di cui erano stati presidente 

— 42 — 



LA FIAMMATA 

Giosuè Carducci e vice-presidenti Aurelio Saffi e Giusep- 
pe Ceneri, aveva destinato ai volontari portanti il nome 
del martire per la liberazione di Trieste. 

A Roma, una dimostrazione indetta (( contro le male 
arti dei traditori della patria », assunse grandi proporzio- 
ni ed ebbe carattere vivacemente anti austriaco. 

Ma ben altrimenti grandiosa fu la dimostrci2done del- 
l'indomani, per l'arrivo di Gabriele d'Annunzio. Una 
folla, che fu valutata a centocinquantamila persone, on- 
deggiava come un mare nelle piazze e nelle vie attigue 
alla stazione. 

Il saluto al p>oeta fu dato da Salvatore Barzilai, de- 
putato di Roma. 

« Gabriele d'Annunzio, — egli disse, — il fervido 
saluto del popolo di Rom.a. più che al grande poeta ed 
all'artefice meraviglioso della prosa italiana, si volge in 
quest'ora piena di ansie al cittadino che, mentre la po- 
litica del suo paese intesseva madrigali nelle aule della 
Corte di Vienna, gli additava l'insidia perfjetua dell'ama- 
rissimo Adriatico. 

<( E domandava armi, armi, armi, navi, navi, navi, 
perchè solo esse potevano riconquisteure e serbare quello 
che fu il golfo di Venezia alla gloria, alla prosperità, al- 
la sicurezza della patria italiana. 

(( Il saluto va al cittadino che dallo scoglio di Quarto 
— perchè i precursori non ripudiassero gli epigoni — 
propagava le necessità storiche, morali, ideali della nuo- 
va gesta clhe compirà l'unità e l'indipendenza italiana 
fuori dalle tristi transazioni e dai miserandi baratti. » 

All'uscita dalla stazione si forma un corteo di in- 
descrivibile imponenza, sul quale sventolano le bandiere 
nazionali e quelle delle terre irredente, mentre lunghe 
file di fiaccole gettano i loro bagliori su quell'esercito 
cKe sfila. 

Dal balcone dell'albergo ove è disceso, Gabriele 
d'Annunzio, evocato da lunghe ovazioni, pronuncia 
questo discorso : 

'< Romani, Italiani, fratelli di fede e di ansia, amici 
miei nuovi e compagni miei di un tempo! 

« Non a me, non a me questo saluto di ardente gen- 

— 43 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

tilezza, di generoso riconoscimento; non ime che ritor- 
no voi salutate, io lo so, ma lo spirito che mi conduce, 
ma l'amore che mi possiede, ma l'idea che io servo. 

« Il vostro grido mi sorpassa, va più oltre, va più 
alto. Io vi porto il messaggio di Quarto che non è se non 
un messaggio romano alla Roma di Villa Spada e del 
Vciscello. 

« Dalle mura aureliane stasera la luce non s'è par- 
tita, non si parte : il chiarore si indugia a San Pancra- 
zio. 

« Ora è sessantasei anni — contraponiamo stasera 
alla viltà l'eroismo — ora è sessantasei anni in questa 
sera il Duce di uomini riconduceva da Palestrina a Ro- 
ma la sua Legione già predestinata ai miracoli di giu- 
gno; ora è cinquantacinque anni — contrapponiamo sta- 
sera la gloria all'onta — in questa sera stessa, anzi in 
quest'ora stessa, i Mille, in marcia da Marsala a Salemi, 
sostarono e presso i loro fasci d'arme mangiarono il lo- 
ro pane e in silenzio s'addormentarono. Essi avevano 
nel loro cuore le stelle e la parola del Duce che oggi è 
a noi pur viva e imperiosa : (( Se saremo tutti uniti, sa- 
rà facile il nostro assunto. Dunque all'armi! » 

« Ejra il proclama di Marsala che diceva ancora 
con rude minaccia : (( Chi non si arma è un vile o un 
traditore. » 

« Non stamperebbe dell'uno e dell'altro mardhio. 
Egli, il Liberatore, se discendere potesse dal Gianicolo 
alla bassura, non infamerebbe egli così quanti oggi in 
segreto o in palese lavorano a disarmare l'Italia, a sver- 
gognare la Patria, a ricacciarla nella condizione servile, 
a rinchiodarla sulla sua croce, o a lasciarla agonÌ2:zare 
nel suo letto che talvolta ci parve una sepoltura senza 
coperchio ? 

« C'è chi mette cinqucint'anni a morire nel suo let- 
to, c'è chi mette cinquant'anni a compire nel suo let- 
to il suo disfacimento. È possibile che noi lasciamo im- 
porre dagli stranieri di dentro e di fuori, dai nemici do- 
mestici o intrusa, è possibile che noi lasciamo imporre 
questo genere di omorte ad una Nazione che ieri con un 
fremito di potenza sollevò sopra il suo mare il simula- 

— 44 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola III 




LA FIAMMATA 

ero del suo più alto mito, la statua della sua volontà ve- 
ra, che è volontà romana, o cittadini? 

« Da tre giorni non so che odore di tradimento in- 
comincia a soffocarci. 

« No, no, noi non vogliamo, noi non vogliamo esse- 
re un museo, un albergo, ima villeggiatura, un oriz- 
zonte ridipinto col blu di Prussia per le lune di miele in- 
ternazionali, un mercato dilettoso, ove si compra e si 
vende, si baratta e si froda. Il nostro genio ci chiama a 
porre la nostra impronta sulla materia rifusa e confusa 
del nuovo mondo. Ripassa nel nostro cielo quel soffio 
che spira nelle terzine prodigiose in cui Dante rappre- 
senta il volo dell'Aquila Romana, o cittadini, il volo del- 
l'Aquila vostra, 

« Che la forza di Roma rovesci alfine i banchi dei 
barattieri e dei falsari e clhe Roma ritrovi nel Foro l'ar- 
dimento cesariano. 11 dado è tratto, il dado è gettato 
sulla rossa tavola della terra. Il fuoco di Vesta, o Roma- 
ni, ieri io lo vidi ardere nelle grandi acciaierie liguri, 
nelle fucine che veimpeggiano giorno e notte senza tre- 
gua; l'acqua di Giutuma, o romani, io la vidi ieri cola- 
re a temprar piastre, a raffreddar le punte che lavorano 
l'anima dei cannoni. 

(( L'Italia s'arma, e non per la parata burlesca, ma 
per il combattimento severo. Ella ode da troppo tem- 
po il gemito di chi laggiù oggi soffre la fame del corpo, 
soffre la fame dell'anima, lo stupro obbrobrioso, tutti 
gli strazii. 

(( Or è cinquantacinque anni, in questa sera, in que- 
sta ora stessa, i Mille si addormentarono per risvegliarsi 
all'alba, per andare avanti, sempre avanti, non contro 
il destino, ma verso il destino, che per essi con la luce 
faceva una sola bellezza. 

« Che Roma domani si risvegli nel sole della sua ne- 
cessità e getti il grido del suo diritto, il grido della sua 
giustizia, il grido della sua rivendicazione a tutta la ter- 
ra che l'attende, collegata contro la barbarie! 

« Dov'è la Vittoria? », chiedeva il Poeta giovinetto 
che cadde sotto le vostre mura mentre anelava di po- 
ter morire still'Alpe orientale di faccia all'austriaco. O 

— 45 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

giovinezza di Roma, credi in ciò che Egli credette, credi 
sopra tutto e sopra tutti, contro tutto e contro tutti, che 
veramente Iddio creò schiava di Ron>a la Vittoria. 

(( Com'è romano forti cose operare e patire, così è 
romano vincere e vivere nella vita eterna della Patria, 

« Spazzate, dunque, spazzate tutte le lordure, ricac- 
ciate nella cloaca tutte le putredini! 

« Viva, viva Roma, senza onta, viva la grande e pu- 
ra Italia! » 

Ad ogni frase, Gabriele d'Annunzio era costretto 
a fermarsi, a riprendersi; il coro, costituito dalla citta- 
dinanza stesa come un tappeto di teste sotto l'oratore, 
superava le parole di lui, le integrava, quasi le preveni- 
va con una improvvisa sensibilità cento volte sui>eriore 
a quella che potrebbe dimostrare nella sua isolata perso- 
na il più sensibile degli uomini. 

E mareggiavano di sopra a quella umana solleva- 
zione le bandiere, i fazzoletti, i cappelli : pareva che 
passassero continuamente sul popolo di Roma ondate 
di entusiasnìo alternandosi con ondate di furore. 

Finita clhe ebbe il poeta la sua oreizione, placati che 
si furono dopo lungo tempo gli applausi delirémti, qua- 
si terrorizzanti, il popolo non si stancò tuttavia di atten- 
dere e di chiedere; e Gabriele d'Annunzio, che si era ri- 
tratto nelle stanze, fu costretto a tornare più volte verso 
il pubblico che continuava sempre ad acclamarlo. 

E il poeta tornò al balcone, e invitò la cittadinanza 
a cantare l'Inno di Mameli. 

— Cantate — egli disse — a gran voce : Fratelli d'I- 
talia! 

E subito tutto il popolo obbedì. Si udì salire alle 
stelle una voce sola in cinquantamila voci. Il popolo can- 
tava, e il poeta teneva quasi la vasta cadenza dell'Inno 
con un largo gesto della mano. 

Mai si vide scena più bella; mai si udì coro più so- 
lenne. Pareva che ne tremasse la terra. Tutti gli occhi 
erano umidi di commozione. 

L'onda sonora montava sul cielo notturno come se 
una di quelle innumeri tribù degli antichissimi tempi 

— 46 — 



LA FIAMMATA 

fosse tornata, per prodigio, sul mondo, e si fosse av- 
viata ad una battaglia cantando uno dei suoi secolari 
inni di guerra. 

Fu quello il momento della consacrazione della lot- 
ta, del sangue, della vittoria... 

Ma la cittadinanza non era ancora soddisfatta, non 
sapeva staccarsi dal Poeta, avrebbe voluto vivere in u- 
na comunione senza fine con lui, avrebbe voluto man- 
tenerne il contatto, quasi per tema di rompere quell in- 
cantesimo, che rompere infatti non si dovrà finche non 
sarà stata raggiunta la vittoria. 

E Gabriele d'Annunzio tornò un'altra volta al bal- 
cone e mandò un fervido saluto ai Sovrani. 

— Inviate — egli disse — un saluto alla Maestà del- 
la Regina madre, per la sua fiera risposta! 

E il popolo irruppe in un'ovazione entusiastica a 
Margherita di Savoia. Era stato molto parlato in quei 
giorni d'una lettera autografa dell'Imperatore Gugliel- 
mo alla Regina Margherita, relativamente all'atteggia- 
mento dell'Italia; l'augusta signora aveva risposto : « I 
Savoia regnano uno alla volta », 

D'Annunzio seguitò : 

— E siccome non possiamo dubitare che il re d'I- 
talia non salga a cavallo per marciare alla testa del suo 
esercito, dell'esercito d'Italia, gridiamo (( Viva il re! » 

E di nuovo si scatenò una ovazione unanime, frago- 
rosa, interminabile. 

Nella stessa ora, in molte città d'Italia si svolgeva- 
no altre significanti manifestazioni. 

A Milano nel pomeriggio vi furono dimostrazioni, 
con spiccato carattere di protesta contro Giolitti. Per- 
correndo le vie principali della città, l'immensa colon- 
na dei dimostranti, fra gli applausi dei cittadini affac- 
ciati alle finestre, cantava continuamente una canzonet- 
ta improvvisata, col ritornello « morte a Giolitti ». 

Gli studenti del Politecnico telegrafarono all'onor. 
Salandra : 

— « Gli studenti del Politecnico di Milano, nell'ora 
delle supreme decisioni inneggiando ai virili propositi 

— 47 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

nazionali del governo per la attuazione, con la guerra, 
dell'unità completa dell'Italia, deplorano le scellerate 
note congiure parlamentari. » 

Nella serata la dimostrazione riuscì di una grande 
imponenza. 

Un'enorme fiumana di popolo si convocò in piazza 
del Duomo con bandiere. Quindi un comizio, riuscito 
veramente meraviglioso, si è tenuto ai piedi del monu- 
mento a Garibaldi, al largo Cairoli, dove hanno parlato 
moltissimi oratori. 

Alla fine venne votato il seguente ordine del giorno. 

(( I cittadini milanesi, convocati ai piedi del mo- 
numento di Garibaldi al largo Cairoli la sera del 12 
maggio 1915 a manifestare il loro voto a favore della 
guerra contro l'Austria e la Germania, chiedono al go- 
verno responsabile della sicurezza e della dignità na- 
zionale, di voler fronteggiare energicamente e senza in- 
dugi la pericolosa azione proditoria di Giovanni Giolit- 
ti, complice dello straniero e nemico della patria. » 

Le dimostrazioni continuarono fino ad ora inoltra- 
ta. Ovunque si trovavano concerti e bande, vennero suo- 
nati gli inni patriottici fra grandi applausi e vivo entu- 
siasmo. 

A Genova, dopo un'adunanza al Cornitato per la 
libertà dei popoli, si formò un'imponente dimostrazione 
che andò a raccogliersi intorno al monumento a Gari- 
baldi. Gli on. Raimondo e Canepa stigmatizzarono l'o- 
pera di Giolitti, plaudendo al presidente del Consiglio. 
Si diede poi lettura del seguente telegramma da inviare 
all'on. Salandra : 

« Popolo genovese, acclamando grande riunione 
realizzazione idealità nazionali che voi prometteste con- 
seguire, confida respingerete imposizioni che significa- 
no tradimento Patria. Abbiate fiducia nel popolo. » 

Il telegramma fu accolto da grandi acclamazioni e 
la folla in massa si avviò per portarlo al prefetto. 

La colonna, con a capo due bandiere, passando 
sotto il Consolato austriaco, che era guardato da una 
compagnia di soldati, emise grida ostili e fischi; al Con- 
solato di Francia fece una dimostrazione di simpatia. U- 

— 48 -^ 



LA FIAMMATA 

na dimostrazione di simpatia fu fatta anche al Consola- 
to belga. 

Una grande dimostrazione fu improvvisata a Vene- 
zia in piazza San Marco, dove dopo un'importante sfi- 
lata fu fatta suonare la Marcia Reale. Quindi i dimo- 
stranti si riunirono intorno ai piloni degli stendardi; par- 
larono vari oratori, protestando vivamente contro le ma- 
novre giolittiane, e inneggiando all'integrazione della 
patria. 

Una fitta colonna si diresse verso il Consolato tede- 
sco, ma trovò la strada preclusa dalle truppe. 

A Lucca un forte gruppo di dimostranti percorse le 
vie con grida di evviva a Salandra e di abbasso a Gio- 
litti e cantando inni patriottici. La forza sciolse la di- 
mostrazione che, tornata a riunirsi, si diresse in piazza 
Bernardini, dove si tennero discorsi a favore della 
guerra. 

A Spezia un gruppo di studenti delle scuole secon- 
darie, issata una bandiera e al canto degli inni patriot- 
tici, cominciò a sfilare. Subito una gran folla si raccolse 
e così si formò una manifestazione imponente, che per- 
corse tra gli applausi e le grida: «Evviva l'Italia! Ab- 
basso Giolitti! » le principali vie cittadine. Al balcone 
del Palazzo comunale, fu issata la bandiera. 

il sindaco mandò all'on. Salandra il seguente te- 
legramma : 

« Fidente destini d' Italia, amministrazione comu- 
nale Spezia, sicura interprete voti cittadinanza, plaude 
opera altamente neizionale del ministero dalI'E. V. pre- 
sieduto. » 

A Firenze il pubblicista triestino Giulio Caprin ten- 
ne all'Università Popolare una conferenza sul tema «ir- 
redentismo politico e irredentismo morale ». Il vasto sa- 
lone era gremito d'un pubblico composto nella massima 
parte di giovani. 

Dopo che l'oratore, applaudito, «chiuse la sua con- 
ferenza, sorse a parlare l'avv. Marchetti, il quale ebbe 
violente espressioni contro le insidie neutralistiche del- 
l'ultima ora, suscitando entusiasmo nell'uditorio, il qua- 
le votò infine un ordine del giorno di solidarietà coi Mi- 

— 49 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

nistero Salandra-Sonnino. Dopo la conferenza, molti di 
coloro che vi avevano assistito, si recarono in piazza 
Vittorio Emanuele, e ivi furono emesse grida di « ab- 
basso Giolitti » e di « viva la guerra ». 

A Udine, per l'arrivo del treno da Trieste, si era 
data convegno alla stazione una folla enorme. I triestini 
emigranti furono accolti con grandi « evviva » e al grido 
di « abbasso Giolitti, viva Salandra, abbasso la ca- 
morra! » 

A Padova una folla numerosissima percorse le stra- 
de principali della città inneggiando alla guerra ed im- 
precando a gran voce al tradimento giolittiano. 

La dimostrazione si recò sotto la Prefettura, e ivi 
una deputazione è salita dal Prefetto, al quale demandò 
— e il Prefetto promise — di mandare un telegramma 
al Ministro dell'Interno per informarlo della dimostra- 
zione, eco vibrante e fedele dell'unanime spirito della 
popolazione. 

A Parma, durante una rappresentazione a benefi- 
cio della Croce Rossa, il pubblico improvvisò una impo- 
nente dimostrazione contro le manovre dell'on. Giolitti. 

All'uscita dalla sala, il pubblico si ordinò in corteo 
e percorse le vie della città acclamando alla guerra e 
gridando : Abbasso Giolitti! 

A Torino, dopo urti avvenuti in pubblico tra cortei 
interventisti e socialisti, i rappresentanti dei partiti de- 
mocratico, radicale e riformista, della « Trento e Trie- 
ste », della « Terza Italia », del « Comitato Pro Dalma- 
zia », dell'Associazione Nazionalista, degli istituti uni- 
versitari, degli studenti del Politecnico, mandarono ai 
giornali una protesta contro « le delittuose manovre che, 
da gente preoccupata soltanto di basse ambizioni di 
parte, in un vano tentativo di offuscare il buon nome 
di Torino, da cui un giorno partiva il primo grido del- 
l' indipendenza d' Italia, si vanno tramando in questo 
momento, decisivo 'per i destini della patria, dando e- 
sempio mai visto di miserabile contraddizione con se 
stessi, di servilità all'ex dittatore e allo straniero, di in- 
disciplina politica e di incoscienza morale », 

Al Consiglio Provinciale di Ancona pronunciarono 

— 50 — 



LA FIAMMATA 

patriottiche parole il presidente Umani e il consigliere 
prof. Belardi che. plaudendo alle parole del presidente, 
elevò un inno ai combattenti garibaldini dell'Argonne, 
augurandosi che il nobile esempio rendesse tutti forti a 
dissipare le nebbie dell'intrigo se mai esse si adunassero 
intorno alle sorti d'Italia, così che questa ritrovasse pre- 
sto la via dell'onore e della gloria. Il consigliere comm. 
Bonarelli. associandosi alle parole del consigliere Belar- 
di, chiese che il Consiglio rivolgesse un pensiero ai fra- 
telli irredenti, i quali aspettavano che l'Italia adempisse 
al proprio dovere. 

A Bologna i rappresentanti dei partiti interventisti 
s'adunarono per votare un fiero ordine del giorno con- 
tro (( le illecite ingerenze e le perfide pressioni », prote- 
stando e dichiarando che non tollererebbero deviazioni 
dal cammino che adduceva alla completa unità della pa- 
tria. 

1 giornali della sera, usciti a Roma mentre queste 
dimostrazioni si svolgevano in tutta Italia, avevano lunghi 
commenti sugli umori di Montecitorio. A Camera chiusa 
erano a Roma — cifra enorme e significante — non me- 
no di 320 deputati. 

« Purtroppo — scriveva il Giornale d'Italia — non è 
il contegno dei socialisti ufficiali che credono di giovare 
al loro partito e di aumentare la loro autorità sulle mas- 
se, non è il contegno dei socialisti ufficiali che dobbiamo 
maggiormente deplorare, è quello di altri, i quali vengo- 
no a Montecitorio a versare la piena del loro affanno per 
tema che l'Italia possa intervenire nell guerra a fianco 
della Triplice Intesa e contro l'.Austria. Di questi tali ci 
sono varie categorie 

« La prima e più assoluta è quella che sostiene non 
doversi fare la guerra, solo perchè bisognerebbe farla 
contro la Germania e l'Austria. A questa categoria ap- 
partiene l'on. Cirmeni, per esempio, il quale è tanto be- 
ne informato delle trattative che corrono fra il nostro Go- 
verno e gli Imperi Centrali, da far credere che egli rice- 
va le informazioni — le quali poi egli si affretta a versare 
nell'ampio seno dei suoi colleghi — dalla bocca stessa 

— 51 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

del signor Biilow, appena di ritorno dai suoi colloqui 
con Sennino e col Re. 

« C'è poi la seconda categoria, di quelli che vorreb- 
bero la guerra se non si fosse sicuri, arcisicuri, sicuris- 
simi che prenderemmo le busse. « Ma come? — si dice 
loro; — i nostri ordinamenti militari sono ottimi, la no- 
stra flotta è perfettamente a posto e citata da tutte le na- 
zioni a titolo di onore, i nostri nuovi cannoni Deport 
hanno fatto prove straordinarie, superiori ad ogni pre- 
visione, ecc., ecc. » a Sì, va tutto bene — si risponde, e 
ohi rispondeva così poteva essere un qualsiasi Libertini 
o Valenzani o Bruno di Belmonte — ma è doloroso, è 
triste dover dire che la guerra è un cimento troppo ar- 
duo per l'Italia ». E questi sono o, meglio, si dicono i 
rappresentanti di quel popolo italiano che essi calunnia- 
no. » 

Uldea Nazionale aveva parole vivacissime contro 
il contegno dei deputati neutralisti e diceva fra l'altro : 

« È bene si sappia che la parte giolittiana e neu- 
tralista della Camera è dominata, oltre che da Giolitti, 
da agenti austro-tedeschi, emanazioni dirette di Biilow 
e del Governo di Berlino, primo e più attivo fra tutti 
quell'Erzberger, capo del partito cattolico al Parlamen- 
to germanico, che da varie settimane da Roma organizza 
lo spionaggio e il contrabbando, dirige la stampa ven- 
duta allo straniero e va nei circoli parlamentari politici 
per creare in Italia una situazione interna tale da ren- 
dere impossibile o per lo meno pericolosa la guerra. 

(( Il signor Erzberger ha fatto distribuire a ogni de- 
putato giolittiano, socialista-ufficiale e cattolico l'elenco 
delle « concessioni » austriache, che sono all' incirca quel- 
le da noi pubblicate ieri, desumendole dalla Stampa di 
Torino. Questo elenco era accompagnato da schiarimen- 
ti e delucidazioni sull'importanza di ogni suo comma e 
da una calda esortazione a considerare quale follia a- 
vrebbe commessa l'Italia a fare la guerra quando tanta 
fortuna le era offerta gratuitamente da Vienna. » 

Dopo aver detto di augurarsi un « atto di polizia e- 
nergica e pronta », lo stesso giornale faceva nelle sue di- 

— 52 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola IV 




LA FIAMMATA 

vagazioni sui corridoi di Montecitorio l'ipotesi di un nuo- 
vo Gabinetto, e diceva : 

(( Un Gabinetto Giolitti che succeda a quello Salan- 
dra-Sonnino sarebbe ne più ne meno che una imposi- 
zione tedesca che l'Italia ciecamente subirebbe. Ogni 
rinuncia all'azione, come è stata preparata dai ministri 
Salandra e Sennino, sarebbe una imposizione tedesca 
di cui l'Italia pagherebbe le spese, e il Governo e la Na- 
zione sarebbero direttamente dipendenti da Biilow e da 
Macchio; la nostra politica si farebbe a Palazzo Chigi e 
a Palazzo Caffarelli. » 

E più avanti ancora affermava : 

« Che se oggi i deputati neutralisti non hanno fatto 
quella esibizione di se medesimi che facevano nei giorni 
scorsi, ciò non ha impedita la constatazione che un nuo- 
vo tentativo neutralista sarebbe stato fatto nella giorna- 
ta : non sappiamo con quale probabilità di successo, li- 
na rappresentanza di deputati piemontesi della falange 
giolittiana avrebbe chiesta udienza al ministro della Real 
Casa, conte Mattioli Pasqualini per esprimere a lui — e 
chiedere quindi la sua mediazione presso il Sovrano — 
il proprio sentimento circa la situazione dell'Italia nel 
momento attuale. Su tale fatto si manterrebbe il più as- 
soluto riserbo. I componenti la Commissione, per evitare 
indiscrezioni, si sarebbero dovuti recare al Quirinale 
alla spicciolata, il che è avvenuto nel pomerigjgio. » 

L'ambiente, come si vede, era carico di elettricità, 
alla Camera e nel paese. All'indomani si apprese ch'era 
avvenuto lo scoppio... 



Ili 

LE DIMISSIONI DEL MINISTERO 

L'annunzio ufficiale — Indescrivibile impressione — Il trionfo di 
glolitti e di bijlow — i commenti dei giornali — l'ora più 

DIFFICILE E PIÙ TRISTE — II DOVERE DEL Re — La REQUISITORIA DI 
COLAJANNI — « Non vi sono ATTENUANTI » — La SORTE DEI PROFU- 
GHI — Gli INTERVENTISTI NON DISPERANO — L'URTO TRA PARLA- 
MENTO E Nazione — Il popolo alza la sua voce. 

La notizia esplose come una ibomba : il ministero 
Salandra aveva presentato le dimissioni. 

La Stefani, in data 13 xnaggio 1915, ore 23, pubbli- 
cava il seguente comunicato : 

(( Il Consiglio dei Ministri, considerando che intorno 
alle direttive del Governo nella politica internazionale 
manca il concorde consenso dei partiti costituzionali, 
che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, ha 
deliberato di presentare a S. M. il Re le proprie dimis- 
sioni. 

« S. M. il Re si è riservato di deliberare. 

c( La deliberazione di rassegnare le dimissioni fu a- 
dottata dal Consiglio dei Ministri che il Presidente del 
Consiglio, incontrandosi stamane con i suoi colleghi alla 
firma reale, aveva personalmente convocato per le ore 
15.30; e di essa deliberazione il Presidente del Consiglio 
ha dato comunicazione a S. M. il Re alle ore 19. » 

L'impressione fu indescrivibile. Chi non visse quelle 
ore, e le giornate che le seguirono, non potrà mai imma- 
ginare che cosa fosse l'Italia in quello storico momento. 

— 54 — 



LA FIAMMATA 

Il Giornale d'Italia, con parola studiatamente misu- 
rata, ricostruì la situazione in questi termini : 

« La crisi ministeriale ieri scoppiata deve essere con- 
siderata con molta attenzione dal pubblico nei suoi ele- 
menti costitutivi. 

« Procureremo di fare 1* esposizione più chiara 
possibile della situazione. 

(( Il vero ed unico motivo delle dimissioni del Mini- 
stero è questo : che intorno alla sua politica internazio- 
nale non vi era quella concordia del partito costituzio- 
nale che il Ministero stesso reputava necessaria per fron- 
teggiare la grave situazione. 

« Da quando l'on. Giolitti aveva manifestato il suo 
parere contrario alle direttive del Ministero, la concor- 
dia nel partito costituzionale della Camera era stata com- 
promessa. 

« E d'altra parte la situazione attuale non è di quelle 
che possono essere risolute con un voto di maggioranza, 
poiché in certi momenti supremi la condizione necessa- 
ria per l'azione è la concordia del partito costituzionale, 
cioè della grande maggioranza del Paese. 

(( Questo è il vero ed unico motivo della crisi e il 
Governo adottò questa soluzione scartandone deliberata- 
mente ogni altra, onde non pregiudicare in alcun modo 
la situazione. Tutto ciò che può dirsi in contrario a que- 
sto dato di fatto è falso : è il Governo — e soltanto il 
Governo — che di fronte al fatto nuovo della mancata 
concordia del partito costituzionale si è dimesso. 

« Da che derivò la mancata concordia del partito 
costituzionale? Dall'avere l'on. Giolitti espresso il pro- 
prio dissenso dalla politica del Gabinetto, dando così 
un capo ed una direttiva agli elementi neutralisti della 
Camera e del Paese. 

(( Sull'atto compiuto dall'on. Giolitti, è necessario 
soffermarsi brevemente. 

«Quando l'on. Giolitti venne a Roma, fu messo dal 
Governo completamente a giorno della situazione diplo- 
matica. Nulla, assolutamente nulla — si badi — fu ta- 
ciuto all'on. Giolitti di quanto il Ministero, valendosi 

— 55 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

degli ampi poteri ripetutamente avuti dalla Camera, a- 
veva legittimamente compiuto. 

« L'on. Giolitti ricevette ampia e precisa notizia de- 
gli atti diplomatici compiuti dal Ministero, ma non si tro- 
vò d'accordo con quest'ultimo sulle logiche conseguenze 
che da quegli atti dovevano trarsi. 

« Dal momento che l'on. Giolitti, pur avendo avuta 
conoscenza della situazione precisa, aveva creduto di do- 
ver dare il suo nome e la sua autorità all'agitazione dei 
deputati neutralisti, spezzando la concordia del partito 
costituzionale, il Ministero non poteva non tener conto 
della nuova situazione parlamentare creata dall' on. Gio- 
litti. Il Ministero non poteva fare che una sola cosa : di- 
mettersi. 

(( Il Gabinetto non ha pensato neanche lontanamen- 
te di proporre alla Corona deliberazioni sulle quali la 
concordia del partito costituzionale mancava. D'altra 
parte presentarsi alla Camera per investirla della situa- 
zione sarebbe stato esporre i supremi interessi nazionali 
a pericoli di varia specie. L'unico mezzo di risolvere la 
situazione senza pregiudicarla era quello di dare le di- 
missioni, e il Ministero ciò ha fatto, 

« Che cosa avverrà ora? 

(( Fissiamo — per ir.foTmazioni fuori contestazione 

— questi due punti : anzitutto è assolutamente falso che 
vi fossero dissensi politici fra i membri del Gabinetto, e 
del resto è chiarissimo che se qualcuno dei Ministri a- 
vesse dissentito su così grave argomento, avrebbe salva- 
guardato la propria responsabilità dimettendosi. Sa- 
rebbe poi fare atroce ingiuria all'on. Salandra il sup- 
porre — come qualche giornale incautamente insinua 

— che egli possa presentarsi alla Camera con un Mini- 
stero diverso da quello che ha fin qui presieduto... » 

In un altro articolo lo stesso giornale prendeva le 
difese del Ministero contro un'ingiustificata accusa che 
da varie parti veniva mossa al Gabinetto Salandra. 

« L' annuncio della crisi ministeriale — scriveva il 
Giornale d'Italia — e le formidabili incognite delle sue 
conseguenze, hanno determinato uno stato d animo in 

— 56 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola V 




LA FIAMMATA 

cui non è facile trovare quell'equilibrio e quella tran- 
quilla freddezza che sono indispensabili per giudicare 
serenamente una situazione così diffìcile. 

<( Verrà senza dubbio — e auguriamo che sia pre- 
sto — il momento della ponderata disamina : molte av- 
ventate opinioni — non ne dubitiamo — saranno allo- 
ra modificate, e molte attitudini del Governo, che talu- 
no giudica ora come errori, troveranno la loro giustifi- 
cazione in circostanze di fatto che sono ora ignorate, e 
che non è ancora il tempo di esporre in pubblico. 

(( Tuttavia, anche nell'ansia affannosa di quest'o- 
ra, una considerazione ci è suggerita dagli avvenimenti 
e dai commenti che la accompagnano : e il farla, e il 
raccomandarla ali attenzione dei cittadini, ci pare cosa 
doverosa, non solo verso eminenti uomini che noi a- 
miamo, ma — ancor più — verso la verità. 

(( Uno dei più gravi appunti che si fanno al Mini- 
stero Salandra è quello di aver proceduto nella sua via 
senza far conoscere ad alcuno quali erano, in fatto di 
politica internazionale, le sue precise e definitive inten- 
zioni : in questo mistero, in cui il Gabinetto ha voluto 
rinchiudersi, deve ricercarsi — si dice — la ragione 
principale per cui la sua maggioranza parlamentare — 
o almeno l'uomo che la rappresenta — non ha potuto 
confortarlo di quell'appoggio che soltanto può derivare 
se non da una vera e propria collaborazione, almeno 
da una conscia ed aperta comunione di idee e di pro- 
positi. 

« Ebbene : questo appunto — e il biasimo che caso 
implicitamente contiene — è supremamente ingiusto. 

« E per due ragioni è ingiusto. Prima di tutto non 
bisogna dimenticare che ripetuti voti dati dalla Came- 
ra e dal Senato nei modi più espliciti e solenni avevano 
attribuito al Governo la facoltà di provvedere agli in- 
teressi della Patria, senza segnare — e non sarebbe 
stato né opportuno né possibile di farlo — nessuna li- 
nea prestabilita all'azione del Gabinetto. Ma in secon- 
do luogo — ed é questa la considerazione che non de- 
ve mai esser perduta di vista — quest'azione del Ga- 
binetto era di sua natura tale, che non era possibile di 

— 57 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII 4 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

farne seguire dal pubblico o da chi che sia, ne lo svol- 
gimento ne le direttive, senza comprometterla, fin da 
principio, irrimediabilmente. 

(( Ne siamo noi a dirlo : sono proprio coloro i quali 
hanno l'aria ora di rimproverare al Governo il suo mu- 
tismo, i quali ripetutamente hanno detto e stampato in 
organi autorevolissimi (e certo assai più amici dell'on. 
Giolitti che non dell'onorevole Salandra) che il silenzio 
più scrupolosamente mantenuto intorno all'azione svol- 
ta dal Governo, era doveroso : che erano in giuoco non 
solo convenzioni diplomatiche di estrema delicatezza, 
ma anche preparazioni di carattere militare ugualmen- 
te, se non ancora più delicate. 

(( Così essendo le cose, di che si vuole rimprovera- 
re il Ministero Salandra? Come si poteva pretendere 
che egli non proseguisse sicuro per la sua via, forte del 
voto del Parlamento che affidava alla sua coscienza — 
dopo che alla coscienza del Re — le decisioni supreme?» 

11 Corriere della Sera, che da mesi andava combat- 
tendo in mirabili polemiche contro i tentativi neutrali- 
sti, non cercò di nascondere l'amarezza che provava, 
ne di mitigare il giudizio severo che sentiva di dover in- 
fliggere ai giolittiani. 

« L'on. Giolitti ed i suoi amici — scriveva il gior- 
nale milanese — trionfano. Più ancora trionfa il prin- 
cipe di Biilow. Egli è riuscito a far cadere il Ministero 
che conduceva il Paese alla guerra. Lo ha coadiuvato 
mirabilmente nell'opera il partito parlamentare che fa 
capo all'on. Giolitti. Dopo aver concessa piena libertà 
al Ministero Salandra di risolvere la situazione con la 
pace o con la guerra, questo partito gli ha revocato il 
mandato, perchè non voleva la guerra, ma la neutralità 
a tutti i costi. Ogni concessione dell'Austria doveva es- 
sere accolta, pur di evitare il conflitto armato; noi non 
dovevamo uscire dalla Triplice, ma rimanervi; non due 
vie aveva il Governo da scegliere, ma una sola, quella 
della inazione. Ciò non fu detto esplicitamente alla Ca- 
mera, ma fu intimato giorni sono all'on. Salandra. E 
l'on. Salandra e i suoi colleghi di fronte alla intimazio- 

— 58 — 



LA FIAMMATA 

ne hanno ceduto, non sentendosi la forza di portare al 
Parlamento ima deliberazione di guerra, quando il par- 
tito giolittiano non vuole il conflitto con l'Austria, ma 
la dedizione all'Austria. 

(I Questa crisi getta il paese nella situazione più 
grave che abbia mai attraversato, e mentre provocherà 
da un capo all'altro della penisola un moto di indigna- 
zione infinita contro i suoi autori nefasti, stringerà il 
cuore di quanti credevano e speravano che l'Italia stes- 
se per scrivere la pagina più gloriosa della sua storia. 
Tutti ci eravamo illusi, tutti, di ogni partito, stringendo- 
ci attorno ad un Ministero che comprendeva molti dei 
migliori uomini nostri, che ispirava fiducia per la sua 
onestà, per il suo patriottismo, per la sua competenza. 
Le forze nemiche del nostro progresso in Italia e fuori 
hanno lavorato a demolire il nostro edificio, e sono riu- 
scite. 

(( Che faremo ora? Mentre scriviamo queste rapide 
note, non sappiamo orizzontarci. Sentiamo che un crol- 
lo grave è avvenuto, ma non siamo in grado di valutare 
le conseguenze. Dove andremo? Lo ignoriamo, e abbia- 
mo bisogno di contenerci per cercare di ricostruÌTe, an- 
ziché demolire ancor più. 

(( Conosciamo tutta la colpa dell'on. Giolitti e dei 
suoi; l'abbiamo analizzata e definita, ma non l'abbiamo 
ancora prospettata in tutta la sua integrità. Oggi dob- 
biamo farlo. 

(( Abbiamo già detto che nel momento in cui l'Ita- 
lia stava per prendere una risoluzione suprema, profit- 
tando, abusando di una forza parlamentare che gli è 
derivata dalla longanimità della Corona, la quale ha con- 
sentito che per tre volte consecutive egli presiedesse ai 
comizi elettorali e facesse di un libero Parlamento una 
accolta di uomini di ogni partito devoti a lui prima che 
al paese, l'on. Giolitti ha attraversato i piani della Co- 
rona stessa e del Governo per farli fallire. Abbiamo già 
detto che se, interpellato dal Re. egli aveva il diritto di 
esprimere la sua opinione sulla via che l'Italia doveva 
seguire per salvaguardare i suoi interessi nel conflitto 
europeo, non aveva però diritto di rompere la concor- 

— 59 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

dia nazionale svelando il suo pensiero opposto a quello 
del Ministero, quando questo stava per chiamare il pae- 
se alla guerra. Un tale sabotaggio degli interessi supre- 
mi della patria poteva essere compiuto da un folle rivo- 
luzionario, non da un uomo che si professi devoto al 
suo Re, attaccato al suo paese, del quale ha retto per 
lunghi anni le sorti. Il grido di rivolta che contro que- 
st'uomo prorompe oggi da tutte le folle e i gesti di vio- 
lenza compiuti a Roma contro suoi luogotenenti colpe- 
voli delle stesse macchinazioni, rispecchiano purtroppo 
la coscienza che il paese ha di tanto nefasto errore. Noi 
deprechiamo le violenze, ma deprechiamo ancor più le 
aberrazioni che Je hanno generate, perchè si risolvono 
in una jattura irreparabile per l'Italia. 

« Ma non è tutto qui, perchè noi abbiamo il fon- 
dato sospetto che l'attitudine dell'on. Giolitti sorpassi 
di gran lunga nella gravità delle conseguenze i limiti 
che l'opinione pubblica ha intravisto. A noi pare im- 
possibile che l'on. Giolitti non sia stato messo al cor- 
rente di tutta la situazione, di tutto ciò che il Gabinetto 
dimissionario aveva fatto sin qui e intendeva fare per 
l'avvenire. Se ciò è, come ha osato l'on. Giolitti consi- 
gliare agli italiani di accettare le offerte dell'Austria? 

« Perchè non ha detto egli ai suoi seguaci in quali 
condizioni queste offerte furono fatte? Fino a che non 
venne un atto irreparabile da parte del nostro Governo 
le concessioni furono irrisorie. Che valore morale, che 
serietà possono avere le concessioni susseguenti a quel- 
l'atto, i dettagli del quale furono resi noti nei circoli ro- 
mani, non certo dal Ministero Salandra, ma dai frequen- 
tatori di villa Malta e di palazzo Chigi? Alludiamo alla 
denuncia della Triplice Alleanza da parte dell'Italia nei 
riguardi dell'Austria. Questa denuncia, appena avvenu- 
ta, ha segnato il principio di concessioni rifiutateci per 
mesi interi. Ma, ripetiamo, che valore hanno queste 
concessioni? Sono suscettibili delle più diverse inter- 
pretazioni, tutte disastrose per noi. 

« Si può credere che l'Austria abbia considerata la 
denuncia, non come la formalità che dovevamo corn- 
piere per battere altra strada, non come il preannuncio 

— 60 — 



LA FIAMMATA 

d'un nostro cartello di sfida, ma come il gesto del mal- 
fattore che mette le mani in tasca per afferrare la rivol- 
tella, mentre vi chiede il portafoglio. Vogliamo noi au- 
torizzare questa interpretazione? Non abbiamo che da 
accettare il portafoglio estorto così. Ma badiamo : que- 
sto portafoglio ci sarà dato un po' più avanti sotto il fa- 
nale vicino. Ebbene, l'on. Giolitti ci consiglia di por- 
tarci sotto quel fanale, anche se tutto lasci credere che 
il portafoglio ci fu-^crirà di mano. 

(( Ma forse l'Austria ci stimava di più di quanto sti- 
mino l'Italia i neutralisti a oltranza. Essa non ha frain- 
teso il significato della denuncia, atto onorevole, non 
di brigantaggio. Quelle concessioni, vicino, dicono i so- 
liti frequentatori delle due Ambasciate, alle nostre do- 
mande, possono per noi avere un altro movente : quel- 
lo di metterci in imbarazzo con le Potenze dell'Intesa. 
Austria e Germania credono che noi già siamo d'accor- 
do con l'Intesa, come lasciano capire in tutti i modi, se 
pur non dicono apertamente, i giornali francesi e russi. 
Sapendoci legati, offrono molto più di prima, per fare il 
gioco dei parlamentari neutralisti, e rendono note le of- 
ferte prima ad essi che al Ministero, il fatto è stato nar- 
rato ieri dall'/dea Nazionale, ed è vero : l'on. Giolitti ha 
conosciute le ultime concessioni austriache prima del- 
l'on. Sonnino. 

« Egli le ha giudicate accettabili in massima. Noi 
invece pensiamo che sarebbe un disonore accoglierle, 
che esse insidierebbero il nostro avvenire, se pur non ci 
sarebbero tolte prima di arrivare a goderne. L'ipotesi 
che Austria e Germania, al momento della consegna, 
momento lontano, si rifiutino di dare esecuzione a un 
patto di estorsione o ci muovano guerra per annullarlo, 
non balena alla mente di uomini che pur sanno quali 
furono i rapporti fra l'Austria e l'Italia negli ultimi tren- 
t'anni; ma balena alla nostra mente così come una con- 
quista di quel genere ripugna al nostro senso d'onore. 

(( Senonchè qui non si tratta di noi. Si tratta di va- 
lutare l'azione dell'on. Giolitti. Crede o no egli, che 
l'Italia abbia già stretto impegni con le Potenze dell'in- 
tesa, come certo credono gli imperi centrali? Si è infor- 

— 61 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

mato se l'Italia ha in questo momento libertà d'azione, 
oppure se non ha già concluso accordi per i quali è ob- 
bligata a scendere in campo contro l'Austria? 

(( Si assicura che l'on. Giolitti conosce intera la no- 
stra situazione; ma noi non ci sentiamo di crederlo, per- 
chè se gli fosse risultato che il nostro onore, se nori 
anche la nostra convenienza, ci obbligava a schierarci 
coir Intesa, e ciò malgrado avesse insistito perchè accet- 
tassimo le proposte austriache, noi non avremmo nel 
nostro dizionario una parola abbastanza rovente per de- 
finire la sua condotta. 

« Ma qui cessiamo di rivolgerci all'on. Giolitti per 
rivolgerci al Governo dimissionario e dirgli : Noi abbia- 
mo compreso il vostro imbarazzo. Vi è parso che fosse 
pericoloso portare al Parlamento la deliberazione di una 
guerra, quando gli animi sono divisi e contro la vostra 
opera vuol sollevarsi l'opposizione dei giolittiani, forti 
di numero alla Camera ed al Senato. Voi tentavate una 
impresa solenne con la concordia di tutti; è venuta a 
mancare la concordia e con la concordia uno degli ele- 
menti maggiori di successo. Ma non dovevate conside- 
rare la situazione così. Dovevate considerare invece che 
voi avete compiuto atti giusti, opportuni, ispirati al più 
sano patriottismo, sui quali nessun Governo può più 
ritornare senza disonorarci. Perchè avete esitato in que- 
sto momento, e non avete proceduto nella vostra via, 
irta di pericoli, ma gloriosa, la sola per lo meno in fon- 
do alla quale si scorga la salvezza del Paese? Perchè 
non avete portato alla Camera il fatto compiuto? 

« Non avremo forse risposta a questa domanda; ma 
sappiamo intanto che la vostra deliberazione getta il 
paese nel buio più profondo, nella più dolorosa incer- 
tezza; sappiamo che il nostro destino corre i rischi più 
gravi, che l'Italia, se trionferanno i vostri oppositori, 
scenderà tutti i gradini della più profonda umiliazione, 
del maggiore scoramento e parrà fedifraga a tutta l'Eu- 

« Senonchè noi non osiamo prospettare la enormi- 
tà della situazione in cui un Ministero neutralista gette- 
rebbe l'Italia e invochiamo con tutte le forze del nostro 

— 62 — 



• LA FIAMMATA 

animo, con tutto l'impeto del nostro cuore il vostro ri- 
torno. Null'altro ci pare oggi possibile, a meno che si 
voglia un Ministero giolittiano che segni nel trionfo del- 
la triste formula del «parecchio» la rovina definitiva del- 
la patria nostra. » 

La Gazzetta del Popolo di Torino commentava così : 

(( Questa è per l'Italia l'ora più diffìcile e più triste 
forse da che si è costituita a nazione. Con le dimissioni 
del gabinetto Salandra, vittima di una imboscata o pro- 
nunziéimento parlamentare, organizzato con meditata 
freddezza da un uomo che non tollera di non sentirsi 
dittatore e che a questo scopo ha deliberatamente, in 
lungo periodo di anni, inquinato tutta la vita politica e 
amministrativa della nazione, non cade soltanto un mi- 
nistero, il che sarebbe ben poca cosa, non si apre sol- 
tanto una crisi ministeriale, ma cadono le speranze mag- 
giori che l'Italia aveva riposte in se, nel suo valore mo- 
rale, nobilmente e fortemente presidiate, davanti all'Eu- 
ropa. Si apre una crisi tormentosa, angosciosa di <;o- 
scienze. Le parole più roventi vengono sul labbro per 
la vergogna di veder derisa nel mondo la patria nostra 
a cui ogni schietto italiano si era sentito, dagli ultimi av- 
venimenti, avvinto da una maggiore tenerezza, per cui 
il cimento di gloria affacciavasi, se necessario, come be- 
nedetto. 

(( Per questo ideale che non muore, che non può 
morire, a dispetto dei geni malvagi, vogliamo conser- 
vare tutta la maggior calma che lo sdegno ci consente, 
come la deve conservare il paese per poter ancora, con 
una impressionante fermezza, distogliere il turbine di 
umiliazione che sta per avvolgerlo e in cui molte fedi 
naufragherebbero miseramente e definitivamente. » 

« Umiliazione » intitolava il Secolo il suo articolo 
sulle dimissioni del Gabinetto e scriveva : 

« Questa è un'ora di calamità nazionale. Le dimis- 
sioni del Ministero, per il modo con cui sono state impo- 
ste ed estorte abbassano oltre ogni limite la dignità del 
Paese. 

(i È evidente la vittoria della Germania nella nostra 

— 63 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA^ 

politica interna. Gli artefici ed i complici principali di 
questa sciagurata situazione sono da cercare fra quelli 
che più spesso con le loro menzogne si richiamavano al- 
l'autorità del Governo, predicando il dovere di una sal- 
da concordia civile fra gli italiani. 

(( Non parliamo di vittoria della maggioranza par- 
lamentare! Quella ignobile accozzaglia di uomini senza 
lealtà, che nella Camera, provocata due volte a mani- 
festare i suoi intendimenti, aveva voluto conferire al 
Ministero Salandra un illimitato mandato di fiducia, sa- 
peva benissimo, anche prima che se ne accorgesse la 
diplomazia straniera, che cosa doveva significare nel 
corretto linguaggio ministeriale l'augurato compimento 
dei destini nazionali. Sapeva; mostrava di approvare e 
tuttavia si accingeva copertamente a sconfessare il Go- 
verno proprio nell'ora in cui questa sconfessione pote- 
va implicare la vergogna di un tradimento. » 

E l'articolista concludendo si domanda : « Chi dun- 
que raccoglierà in questa ora di dubbio e di tormento, 
la terribile responsabilità del potere? Come uscire ono- 
ratamente dalla situazione in cui siamo improvvisamen- 
te caduti? 

« O italiani, prima di perdere interamente la fidu- 
cia negli uomini e negli istituti che ci reggono, interro- 
ghiamo la nostra coscienza, la quale ci dice che il fato 
d'Italia, nella nuova civiltà creata dalla guerra d'Euro- 
pa, deve compiersi e si compirà ». 

L'/dea Nazionale, col titolo : « 11 dovere del Re »>, 
scriveva queste righe : 

« L'annunzio delle dimissioni del ministero colpì 
ier notte Roma, colpisce oggi l'Italia come un fulmine. 
Potremmo giudicare quest'atto, non lo facciamo. Non è 
neanche il momento di fare esami e requisitorie sul pas- 
sato del ministero Salandra. Le sue dimissioni non rom- 
pono, non interrompono per noi l'azione. Oggi come 
ieri e come donnani è tempo d'azione, della sola azione 
che è necessaria per la salute della Patria. 

(( Sappiamo ohe uno in cui la vita, la politica na- 
zionale deve continuarsi, c'è, e questi è il Re. In que- 
sto continuatore per diritto e per dovere non possono 

— 64 — 



LA FIAMMATA 

avvenire crisi che spezzino in due la fatale storia d'Ita- 
lia che andava compiendosi in questi giorni; non pos- 
sono avvenire crisi che per una orrenda congiura inter- 
na che si doveva, che si deve schiacciare, annullino l'I- 
talia lasciandone vivo soltanto il disonore di esser ve- 
nuta meno oggi a precisi patti internazionali di guerra, 
conclusi ieri per la guerra europea, liberamente. 

(( Quindi l'annunzio delle dimissioni del ministero 
Salandra non può voler dire per noi che una cosa sola: 
che il Re intenda di riconfermare la sua fiducia negli 
uomini che decisero, che militarmente e diplomatica- 
mente prepararono la guerra all'Austria, che portarono 
l'Italia all'orlo della guerra all'Austria, di pieno con- 
senso con Lui. Riconfermare la sua fiducia in un mi- 
nistero Salandra-Sonnino, rafforzato di quelle persona- 
lità de' vari partiti che hanno voluto e vogliono la guer- 
ra e che accettando la piena e aperta responsabilità di 
questo loro volere hanno sacrificato e sacrificano i lo- 
ro ideali di partito sull'altare della Patria. 

« Questa è la sola ipotesi che noi italiani possiamo 
accettare. Fuori di questa sarebbe il tradimento. » 

II Messaggero, commentando le dimissioni, scri- 
veva : 

u In verità, queste dimissioni sono giunte inattese e 
hanno sollevato un senso di vivo stupore. Ma come?! 
Il Paese risponde con un immenso ululato di proteste 
contro il pronunziamento giolittiano; grida tutta la sua 
rampogna contro i traditori della Patria, che trafficano 
con lo straniero barattando l'onore della Nazione per 
un piatto di lenticchie; mostra di dare man forte al Go- 
verno perchè difenda con ogni mezzo i supremi inte- 
ressi della Patria contro i nemici di dentro e di fuori: 
formula voti perchè il Re intenda la g^ran voce del po- 
polo e ne esaudisca le aspirazioni a costo di ogni ne- 
cessario sacrificio, e l'on. Salandra dà paitita vinta agli 
organizzatori del malefico agguato e si arrende alle in- 
timazioni dello schiaffeggiato manipolo neutralista, si 
arrende alle male arti diplomatiche del principe di Bii- 
low?! 

— 65 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« E perchè mai? Dice il breve comunicato ufficiale, 
che le dimissioni furono provocate dalla « mancata con- 
cordia dei partiti costituzionali intorno all'indirizzo del- 
la politica estera del Governo ». Ma come è possibile 
una tale affermazione se di questa politica si conoscono 
appena gli scopi, non le ragioni che l'hanno determina- 
ta? Si sa, infatti, che il Ministero Salandra — al contra- 
rio di quanto hanno sostenuto i giolittiani, secondo i 
quali le ormai note offerte dell'Austria sono sufficiente 
compenso alla nostra neutralità — riteneva si potessero 
pretendere più ampi compensi e, in caso di rifiuto, si 
dovesse ricorrere alla forza delle armi. Per questa eve- 
nienza erano già conclusi accordi preliminari con la 
1 riplice Intesa : accordi di natura militare per il perio- 
do della guerra, accordi che ci dovevano assicurare la 
pace con larghi benefici nell'Adriatico e nel Mediterra- 
neo orientale, accordi che dovevano sanzionare l'avven- 
to della nostra definitiva unione alle Potenze dell'In- 
tesa. Ora, perchè disperare a priori che, in seguito ad 
una lucida illustrazione dello svolgimento di queste trat- 
tative, la maggioranza della Camera non avrebbe finito 
per seguire nelle sue ben ponderate conclusioni il Ga- 
binetto Salandra-Sonnino, malgrado le predilezioni del- 
l'on. Giolitti per la tesi del «parecchio »? 

« Non raccogliamo tutte le dicerie e non anticipia- 
mo profezie. Questo solo ci preme affermare oggi, alla 
vigilia di una deliberazione reale che, per lo stato acuto 
della crisi internazionale, non può molto tardare : o il 
nuovo Governo del Re si prepara a interpretare fedel- 
mente e coraggiosamente la coscienza della Nazione di- 
chiarando la guerra all'Austria, o il popolo d'Italia di- 
chiarerà la guerra a chi ne tradisce le sacrosante aspi- 
razioni. » 

Nello stesso giornale, due uomini politici pubbli- 
carono le loro impressioni : Colajanni e Barzilai. 

L'on. Colajanni, in un articolo intitolato : « Per la 
dignità politica italiana », diceva : 

(( Se deputati, senatori, ex-ministri ed ex-presidenti 
del Consiglio, che avversano la politica del Ministero 

— 66 — 



LA FIAMMATA 

attuale, si fossero limitati a manifestare il loro dissenso 
tardivamente e in sede non adatta — nei giornali e nei 
comizi — avrebbero commesso un atto condannabile si- 
curamente. Ma essi hanno fatto di peggio : hanno svolto 
la loro azione coordinatamente all'azione dell'ambascia- 
tore straordinario della Germania, nella forma di cospi- 
razione extra-parlamentare, sotto la direttiva e le ispi- 
razioni del principe di Bùlow. cioè di chi rappresenta 
la nazione, colla quale l'Italia potrà trovarsi in guerra, 
colla quale anzi il Governo italiano si trova virtualmen- 
te in guerra. Tutto ciò è inaudito, e sembrerebbe una 
calunnia inverosimile, se non fosse un fatto innegabile 
e non negato. 

« Un giornale di Roma — Videa Nazionale — ha 
pubblicato un vibrato articolo contro il principe di Bii- 
low che, abusando del suo posto, si è fatto centro di 
una cospirazione extra-parlamentare, che ha trattato 
degli accordi e dei compensi, da accordarsi dall'Austria 
all'Italia, perchè continui nella sua neutralità, cogli a- 
spiranti al Governo e coi membri delle cospirazioni che 
distribuiscono di nascosto i cartellini nei quali sono e- 
lencate le concessioni reali o immaginarie che l'Austria 
all'ultima ora farebbe all'Italia per mantenerla neutrale. 
Tutto questo è enorme; e — anche astraendo dalle ac- 
cuse che gli si rivolgono, d'essere organizzatore del 
contrabbando, dello spionaggio e della corruzione gior- 
nalistica — non dovrebbe essere tollerato da uno Stato 
indipendente e forte. Ma, ad ogni modo, all'ambascia- 
tore straordinario della Germania vanno accordate le 
circostanze attenuanti. Egli sostiene come può e sa il 
proprio paese in un grande pericolo. E per questo è sta- 
to mandato in Italia. 

u Ma non vi sono scuse o attenuanti per i senatori 
e per i deputati che vanno quotidianamente a prendere 
ispirazioni da un rappresentante di una nazione colla 
quale oggi o domani l'Italia potrà trovarsi in guerra, e 
che ne accettano le colazioni nello stesso istante in cui 
nelle alte sfere responsabili si sta discutendo della guer- 
ra o della pace. Tutto questo non si « verificato in Italia 
alla vigilia delle guerre del *59 e del '66. non si è veri- 

- 67 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

ficato in Francia durante le discussioni che precedettero 
la guerra del '70-71, quantunque in Francia al tempo 
dell'impero del terzo Bonaparte vi fosse una formida- 
bile opposizione di non costituzionali : di repubblicani, 
di orleanisti, di legittimisti. Ciò che si verifica oggi for- 
se si potè vedere negli staterelli balcanici venti anni or 
sono o in qualche repubblichetta del Sud-America al 
giorno d'oggi, ma indubbiamente tutto ciò è un offesa 
alla dignità nazionale ed anche ai supremi interessi del- 
la patria, per la discordia, l'incertezza e la sfiducia che 
getta negli animi nel momento nel quale più necessarie 
e indispensabili sono le virtii opposte. » 

L'on. Barzilai scriveva : 

(( Dai profughi irredenti sparsi in questi giorni di 
trepida angoscia in tutte le plaghe d'Italia, ci giungono 
telegrammi di speranza, di dedizione, di angoscia infi- 
nita. Vengono da Brescia, da Venezia, da Bologna, da 
iMilano che ne accoglie il maggior numero. 

« Sono cittadini d'ogni classe, che sostennero lag- 
giù per noi la dura battaglia, che tennero alta ed accesa 
)a fiaccola, mentre una fitta nebbia si distendeva d'in- 
torno, che mai chiesero all'Italia di cimentare per, le lo- 
ro, rompendo la pace, le proprie fortune; e, scatenatosi 
il conflitto europeo, videro spezzata la cerchia di ferro 
che li stringeva, aperto il varco alle rinnovate speranze 
di un men triste avvenire. » 

L'on. Barzilai sosteneva che le aspirazioni degli ir- 
redenti non potevano andare deluse. 

« Perchè — diceva — se questo fosse, ai profughi 
che aspettano e sperano, meglio converrebbe rivarcare 
la frontiera, per tornare laggiù a fare dinanzi all'aquila 
dalle due teste onorevole ammenda del peccato di a- 
vere tratto dalle stolte illusioni che l'Italia, oltre che 
un'espressione geografica, fosse anche una forza ideale 
e morale! )) 

La nota che vibrava alta in quell'ora era quella del- 
l'onor nazionale, compromesso dalla vittoria, sia pure 
momentanea, del» corridoio parlamentare alleato agli 
emissari stranieri. 

— 68 — 



LA FIAMMATA 

« Anche in Grecia — scriveva l'on. Pantaleoni — 
l'ambasciata tedesca ha ottenuto la caduta di Venize- 
los. Era facile colà un successo di questo genere. Il Re 
di Grecia è un tedesco, il Re nostro è un soldato d'I- 
talia. Il popolo greco non ha conosciuto la tirannia lu 
striaca. 11 popolo nostro ancora ricorda le sevizie im- 
periali : ricorda Giulay, ricorda Radetzsky. il popolo 
d'Italia sa ciò che ora soffre il Belgfio, perchè uguali tor- 
ture ha subito. 11 popolo greco non si ribellò. 11 popolo 
nostro sa di essere il vero sovrano, e i sovrani sono so- 
vrani in quanto comandano e si fanno ubbidire. 

« Il popolo nostro sa di avere seco il fior fiore de- 
gli intellettuali, il fior fiore della gioventù di ogni «clas- 
se, sa anche di aver seco l'esercito. Dunque : Avanti 
Savoia! » 

•E il Giornale d'Italia, sollevando a sua volta la que- 
stione dell'onore nazionale, scriveva : 

« In questa incredibile avventura in cui l'Italia si è 
incagliata — temporaneamente, vogliamo credere, per 
il nostro avvenire, per la nostra dignità sopratutto e 
per il nostro onore — chi ha vinto è stato il corridoio. 
Il corridoio è stato vittorioso sulle Camere, è stato vit- 
torioso sul Gabinetto, è stato vittorioso sulla Nazione. 
Chi abbia tramato nell'ombra del corridoio, il paese or- 
mai conosce a sazietà; chi abbia tenuto le fila dell'o- 
scuro, insidioso lavorio, il paese ha intuito. L'Italia sta 
affogando in un pantano parlamentare. Vorremmo dire 
quasi quasi — se lo stragrande amore che nutriéuno per 
lei non ce lo vietasse — che una tal fine se la meritava. 

« L'Italia dei compromessi parlamentari, concepi- 
ta e nutrita dall'on. Giolitti, non poteva che finire così. 
Ma dal corridoio non si poteva ragionevolmente scor- 
gere quello a cui sopratutto si recava una mortale of- 
fesa : vogliamo dire l'onore nazionale. Si può essere 
così sprovvisti di idealità da credere che un baratto pos- 
sa soddisfare le esigenze morali ed ideali di un paese; 
si può pensare — in un campo così complesso come è 
quello politico, tutte le opinioni, anche le più opposte, 
hanno diritto di domicilio — che gli interessi d'Italia 
esigessero questo anzi che quest'altro orientamento; si 

— 69 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

può perfino negare ad una guerra come questa, in cui 
1 Italia si trova nolente frammischiata, un valore mora- 
le... Ma vivaddio! Noi non riusciamo a comprendere 
come non si sia inteso dal corridoio che noi stiamo dan- 
do uno spettacolo degno delle più malfamate repubbli- 
chette americane, e stiamo tradendo la nostra parola, 
cioè il nostro onore, cioè l'onore nazionale. Noi non 
siamo addentro in alcun segreto. Ma la logica più ele- 
mentare ci dice che, alla vigilia di una guerra, noi a- 
vevamo pur dovuto, qualunque fossero la forma ed il 
modo, impegnarci con quel gruppo di belligeranti ac- 
canto a cui ci ponevano i nostri interessi, colitici, et- 
nici, "militari, la nostra storia, la nostra cultura, la no- 
stra sanguinità. Ora questo qualunque impegno — di 
cui certo Fon. Giolitti e i suoi gregari erano a cono- 
scenza positiva, come è lecito desumere — dal tumulto 
parlamentare capitanato da Giolitti e dai suoi amici, 
in onta a Qualsiasi norma di correttezza parlamentare, 
poiché la fiducia era stata votata all'on. Salandra, in 
onta a qualsiasi senso di dignità nazionale — quel qual- 
siasi impegno, dicevamo, è stato violato, disdetto e con 
esso è stato tradito l'onore della nazione. 

(( Al principio della guerra, quando fu proclamata 
la nostra neutralità, ci si accusò di aver mancato alla 
nostra parola di alleati. Potemmo dimostrare facilmen- 
te il contrario, e lo stesso on. Giolitti concorse alla di- 
mostrazione con la sua nota rivelazione. Saremmo cu- 
riosi ora di sapere che cosa ne pensi l'on. Giolitti e i 
suoi amici che hanno messo a repentaglio il nostro o- 
nore, a proposito di una parola la quale, secondo è lo- 
gico desumere, era a loro conoscenza. 

« Questa dell'onore nazionale manomesso e vilipe- 
so dalla fazione parlamentare ci sembra la più trista 
cosa di questo tristissimo momento. » 

I giornali più accesi di parte interventista incitavano 
a non perdere la speranza nel successo della loro causa. 

« Il ricatto giolittiano — scriveva il Popolo d'Italia 
— ha giovato a dimostrare che nel paese le correnti in- 
terventiste sono più vaste e profonde di quanto non si 

— 70 — 



LA FIAMMATA 

credesse. È, bastata la minaccia, il pericolo del « mer- 
cato 1» perchè tutta l'Italia pensante ed operante s'ac- 
cendesse di collera e di indignazione. Ah no! il '66 non 
si ripeterà. Il prodotto dell'unità italiana non sarà il pro- 
dotto di un'elemosina o di un mercato, ma dello sfogo 
di un popolo che scende in armi a rivendicare i suoi di- 
ritti, a tutelare quelli altrui e ad assicurare per lungo 
tempo una pace senza rancori e senza infamia. Viva l'I- 
talia in armi contro i barbari del nord! » 

E Videa Nazionale, a sua volta, scriveva : 

K Oggi, ciò che era fatale, è avvenuto. Nell'ora de- 
cisiva del suo destino, la nuova Italia, la Nazione, ave- 
va scelta la sua strada, la strada dello sforzo, del sacri- 
fìcio, della vita, della grandezza: la guerra. Al cimento 
aveva preparato le armi ed il cuore. La sua volontà sfol- 
gorava come una spada, la sua sete di vita e di avvenire 
le infiammava il sangue per il nuovo meriggio; l'animo, 
proteso verso la speranza ed il dovere, chiedeva di im- 
molarsi e di vincere. Sacro, il nome d'Italia risorgeva 
dalle memorie circonfuso di luce eroica, da troppo tem- 
po spenta. 

Ed ecco, che attraverso il suo balzo si è improvvi- 
samente gittato il Parlamento. L'urto, che era fatale, è 
avvenuto. 

L'urto è mortale. O il Parlamento abbatterà la Na- 
zione, e riprenderà sul santo corpo palpitante di Lei il 
suo mestiere di lenone per prostituirla ancora allo stra- 
niero, o la Nazione rovescerà il Parlamento, spezzerà i 
banchi dei barattieri, purificherà col ferro e col fuoco 
le alcove dei mezzani; ed in faccia al mondo che aspet- 
ta, proclamerà la volontà della sua vita, la moralità del- 
la sua vita, la bellezza augusta della sua vita immor- 
tale. )) 

Tale era la situazione. A salvarla si levò la sola for- 
za, la forza suprema, che avesse il diritto di sovrapporsi 
al Parlamento : il popolo. E il popolo d'Italia, rivelan- 
dosi al mondo ed a se stesso nella piena maturità del 
suo pensiero, nella piena coscienza del suo diritto, alzò 
la sua voce possente, che rispondeva in magnifico ac- 
cordo all'intimo sentimento del suo Re... 



IV 
LA SITUAZIONE SI DELINEA 

Il profilo degli uomini e delle cose — Il pensiero di Salandra — 
Le considerazioni di G. A. Borgese — Il dilemma politico — 
Che cosa offriva l'Austria — Il silenzio del Governo — Ri- 
chieste E concessioni — Portata illusoria delle esibizioni au- 
striache — Giolitti sapeva — L'inverosimile situazione — L'a- 
nima POPOLARE — La successione dei fatti — Le correnti inter- 
ventiste — L'ora del popolo. 

La crisi aveva avuto per risultato immediato di sneb- 
biare la vera situazione agli occhi del pubblico, deli- 
neando il profilo reale degli uomini e delle cose. 

Gli uomini di governo, che spontaneamente si ri- 
tiravano dall'agone, presentavano in quel momento de- 
cisivo quasi un bilancio riassuntivo ed evidente dell'o- 
pera loro; e quest'opera risaltava nel suo insieme e si 
imponeva al giudizio del pubblico. 

« Chi sa la natura del Presidente del Co»isig!"o — 
aveva scritto poco prima G. A. Borgese — (che senza 
dubbio è un uomo dei piij puri e più alti, forse il più 
adatto a reggere in questo momento l'Italia, ma, ap- 
punto perchè puro come un homo novus, relativamente 
inesperto delle tumultuose complicazioni dell'ambiente 
politico romano), può farneticare eh' egli, sentendosi 
gravato da un compito enormemente più grave di quel- 
lo che egli abbia potuto sperare o temere nel momento 
in cui saliva al potere, abbia pensato di governare l'I- 
talia, ch'egli ama, come un gregge che in qualunque 
momento si lasci guidare, in qualunque modo e in qua- 

— 72 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola VI 




Dimostrazione per la guerra a Piazza di Spagna a Roma 



LA FIAMMATA 

lunque senso? è possibile che uomini di questa dirittu- 
ra e di questo entusiasmo considerino come cosa senza 
nessunissima importanza lo stato d' animo che si va 
creando nella nazione, e il suo slancio o la sua fiac- 
chezza? e che questa nazione nata da uno svolgimento 
di idee libere, sia qualche cosa di simile alla Persia del- 
l'antichità o a uno qualsiasi degli Stati dispotici dell'A- 
sia, dove c'era (e anche per l'Asia si esagera dicendo 
così) una sola testa pensante, e tutte le altre si piega- 
vano al giogo? Non è mai avvenuto nella storia euro- 
pea che una grande decisione si sia formata in consi- 
glio di ministri. Il consiglio di ministri formula questa 
decisione, la quale deve essere preparata da tutta quan- 
ta la storia, e da tutto quanto lo svolgimento ideale del- 
la nazione, e chi, senza interessi faziosi e senza vellei- 
tà rivoltose, prepara questo stato d'animo nella nazio- 
ne, prepara uno degli elementi più significativi di cui il 
governo possa aver bisogno. » 

Infatti, quando si pensi alla politica seguita dall'I- 
talia negli ultimi trentadue anni, a questa dubbiosa, 
talvolta quasi tragica adesione a una alleanza che per 
molti rispetti poteva parere e poteva diventare ed è di- 
venuta anche, a un certo momento e per qualche tem- 
po, naturale; quando si pensi poi a una quantità di sen- 
timenti e di aspirazioni concrete che rimanevano insod- 
disfatte da questa alleanza, anche nei suoi migliori mo- 
menti, e che anzi nella sua invincibile realtà trovavano 
troppo spesso una superficie di irritazione e di attrito, 
e poi si pensi alla rapidità della nostra formazione na- 
zionale e alla equivocità dei modi militari con cui que- 
sta formazione fu raggiunta; se si pensi a tutte queste 
cose, davvero non si può più dire che il nostro passato 
politico ci segnasse una via diretta, chiara, evidente, 
dove gli uomini conduttori non avessero altro che a con- 
tinuare a camminare... 

Questo avviene — soggiungeva il Borgese — in Eu- 
ropa, nei paesi che hanno una storia già secolare, e in- 
fatti non viene a nessuno in mente di domandare al 
russo quale sia il suo nemico nazionale, o di doman- 
darlo al tedesco o al francese. Invece è proprio l'Italia 

— 73 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII 5 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

il paese dove si può essere nati nella stessa città, nel- 
lo stesso ambiente, per anni essere vissuti insieme an- 
che in comunione affettuosa, ed avere due animi di- 
versi, ed essere germanofili o francofili! Dunque è l'I- 
talia il paese nel quale la guerra o la pace e l'adesione 
a questo o a quello dei gruppi combattenti non sia de- 
terminata istintivamente dalla continuità degli interes- 
si e dei sentimenti nazionali, dove più che altrove sia 
indispensabile la critica, l'analisi delle circostanze che 
ci devono indirizzare piuttosto verso una strada che ver- 
so l'altra, l'esplorazione insomma della nostra natura 
e del nostro destino... 

In Italia, effettivamente, non si trattava in quell'o- 
ra soltanto di una differenza di opinioni, ma di una ra- 
dicale differenza di passioni. Le ragioni, gli argomenti 
esposti dall'una parte avevano una scarsissima forza 
persuasiva per l'altra parte. Si trattava, oltre tutto, di 
due forme psicologiche e sentimentali quasi esattamen- 
te opposte e distinte. Questa impressione si aveva so- 
pratutto riflettendo all'ardore, alla impazienza quasi i- 
raconda degli intervenzionisti, ogni volta che doveva- 
no esporre le ragioni dell'intervento o, lasciando stare 
l'intervento, di cui non potevano fissare la data e i mo- 
di, della loro ostilità verso gli Imperi Centrali, della 
compartecipazione alla volontà ch'essi non vincessero. 

Quella ostilità era radicata e fondata sopra ragio- 
namenti di tale evidenza, che pareva ad essi indubita- 
bile la mala fede degli avversari. 

« Come possiamo noi desiderare — seguitava il 
Borgese — la vittoria dell'Austria e della Germania? 
Noi abbiamo da un lato una coalizione, dall'altro lato 
una sola nazione (giacche non si può considerare l'al- 
leanza fra Germania, Austria e Turchia alla stessa stre- 
gua in cui si considera quella fra le varie nazionalità 
che stanno loro di fronte). Sono loro di fronte tre Stati 
principali, senza contare gli altri, i quali tre hanno cia- 
scuno una storia autonoma, individualizzata nettamen- 
te, così che non possono in nessun modo confondersi 
l'uno coll'altro : la Russia, la Francia e l'Inghilterra per 
lo meno, questi tre fortissimi individui storici, che for- 

— 74 — 



LA FIAMMATA 

mano una vera e propria alleanza, una vera e propria 
intesa, destinata a sciogliersi quando il comune scopo, 
la vittoria contro il comune nemico, sia stato raggiunto. 

« Invece nell'altra alleanza vediamo l'Austria esse- 
re la longa manus della Germania, e queste due in tan- 
to essere alleate, in quanto si tende a creare una si- 
tuazione di cose per cui la forte e intelligente mino- 
ranza tedesca dell'Austria continui ad avere il domi- 
nio politico sopra gli altri popoli della monarchia da- 
nubiana e nel vicino oriente. Ne certamente la Turchia 
è paese che oggi possa avere qualità autonome; è vas- 
sallo della Germania, e più direttamente ancora sareb- 
be tale dopo la vittoria tedesca. 

« Dunque da un lato abbiamo una coalizione, dal* 
l'altro abbiamo la Germania e i suoi vassalli, e ciò vuol 
dire che, vincendo questo secondo gruppo, vincerebbe 
un solo popolo, il quale potrebbe a buonissima ragione 
aver coscienza di avere vinto tutto il resto del mondo, 
e, anche se fosse animato dalle intenzioni di essere a- 
gnello, dovrebbe essere, per fatalità storiche che non 
perdonano, leone, cioè dovrebbe imporre il suo domi- 
nio, essendo esso più valoroso e più saggio degli altri. 
Contro di esso combatte una coalizione, di almeno tre 
popoli, congiunti dal comune nemico soltanto, ma che, 
una volta vinto il comune nemico, riassumono ciasche- 
duno la sua individualità, garantendo la possibilità del- 
l'indipendenza delle altre nazioni e fra queste princi- 
palmente della nostra. 

(( Cioè, nel caso di una vittoria dell'Intesa, noi pos- 
siamo trattare con gli uni contro gli altri, perchè vi sa- 
ranno sempre in Europa almeno quattro grandi poten- 
ze (nessuno potendo pensare sul serio allo smembra- 
mento e alla distruzione della Germania, che è un po- 
polo di 70 milioni di uomini, molto intelligenti e molto 
operosi, che non si lasciano così facilmente eliminare 
dal mondo, e coi quali non si scherza). Sarebbero dun- 
que quattro con i quali potremmo trattare, — mentre 
nell altra ipotesi avremmo soltanto la Germania vitto- 
riosa nell'Occidente, con tanta forza da ridurre a nul- 
la la potenza militare della Francia e dell'Italia, e non 

— 75 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

avremmo un amico capace di aiutarci, nemmeno la 
Russia lontana, da cui nulla potremmo attenderci quan- 
do fosse disfatta la Francia a occidente e la Germania 
possedesse i passi alpini, e, per la conservazione della 
pace, vietasse a noi e alla Francia, come sarebbe in 
suo potere e perciò in suo diritto, le fortificazioni mi- 
nacciose e gli armamenti sospetti. » 

I fautori della via conciliativa insistevano intanto 
nel mettere in rilievo i vantaggi che si potevano otte- 
nere dall'Austria mediante l'accordo. L'opinione pub- 
blica non era bene al corrente dell'entità delle conces- 
sioni austriache, e molte voci esagerate furono diffuse 
da parte non disinteressata; tuttavia la realtà delle cose 
non tardò ad essere precisata. 

Alla vigilia della crisi, il Corriere della Sera scri- 
veva : 

« Il Governo non ha creduto fino ad oggi di dare 
notizie concrete di ciò che l'Austria ha offerto e l'Ita- 
lia non ha potuto accettare; secondo noi sarebbe stato 
opportuno che il Governo avesse parlato, avesse detto 
almeno quel tanto che occorre per far capire al Paese 
l'enorme turlupinatura che l'Austria e la Germania han- 
no tentato e tentano ai nostri danni. Senza dubbio il 
Governo dirà tutto alla Camera; ma se qualche cosa a- 
vesse già detto al Paese, sarebbe finito lo spettacolo tri- 
stissimo delle informazioni messe in giro dalle Amba- 
sciate di Germania e di Austria nelle forme più ten- 
denziose e artificiose. Quando si potrà fare la cronaca 
esatta dei mesi in cui le trattative si sono svolte, si sa- 
prà con quanto industre abilità i tedeschi e gli austriaci 
hanno lavorato in Italia e con quanta ingenuità parec- 
chi italiani hanno bevuto alla fonte straniera senza ac- 
corgersi del veleno. In parecchi giornali abbiamo letto, 
in forme diverse, un elenco delle offerte che l'Austria 
avrebbe fatto all'Italia. Quanti non hanno creduto che 
le cose fossero così semplici come gli elenchi indicava- 
no! Perchè il Governo non ha creduto utile di ridurre 
le informazioni nei limiti della loro verità? Noi credia- 

— 76 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola VII 




LA FIAMMATA 

mo che sarebbe stato, più che opportuno, necessario 
far sapere al pubblico : 

i( 1. che in quelle informazioni molta parte non è 
vera; 

« il. che le cessioni piccole, povere, insufficienti, 
non sarebbero state fatte all'Italia, se non dopo la fine 
della guerra; 

(( III. che erano subordinate ad una libertà di azio- 
ne dell'Austria assolutamente contraria ai nostri inte- 
ressi; 

« IV. che l'Italia non aveva per esse altra garanzia 
che l'impegno della Germania, legata per la vita e per 
la morte all'Austria, non a noi; 

n V. che accettare queste concessioni non era per 
l'Italia una soddisfazione dei propri più fondamentali 
e vitali interessi; 

« VI. che, accettandole, si sarebbe posto il nostro 
Paese in una soggezione irrimediabile verso la Ger- 
mania e l'Austria, e in una situazione insostenibile di 
fronte all'Inghilterra, alla Francia, alla Russia e al mon- 
do balcanico. 

« La quistione politica italiana deve essere esami- 
nata nel complesso dei suoi rapporti nazionali e inter- 
nazionali, non ischeletrita e vuotata di ogni senso idea- 
le e vitale come nelle formule, che sembrano fatte per 
il baratto delle merci, alle quali abbiamo accennato più 
innanzi. 

e L'Italia si trova a dover affrontare e risolvere un 
problema complesso e formidabile nelle sue difficoltà. 
Il dilemma è : risolverlo nella sua realtà concreta, ov- 
vero rinunciare ad essere, non soltanto una grande Po- 
tenza, ma una Potenza rispettata. »> 

Il Governo persistette, in quel periodo di crisi, a 
non comunicare ufficialmente la portata delle sue do- 
mande e delle concessioni che l'Austria era disposta a 
fare. Si seppe tuttavia che le richieste italiane poteva- 
no essere riassunte così : 

1 . La cessione del Trentino secondo i confini del 
regno italico nel 1811. 

— 77 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

2. Il Friuli orientale, Val Borghetto (oltre Pontebba), 
Plezzo, Tolmino, Gradisca, Gorizia, Monfalcone, Co- 
men fino a Nabresina. 

3. Trieste, Cap>o d'Istria e Pirano costituiranno uno 
Stato indipendente dall'Austria. 

4. Le isole Curzolarì (Lissa, Lesina, Curzola, Lago- 
sta. Cazza. Meleda). 

5. Disinteressamento dall'Albania e riconoscimento 
della sovranità italiana a Vallona. 

L'Austria invece offriva quanto segue : 

1 . La parte del Tirolo abitata da italiani sarà cedu- 
ta all'Italia. 

2. Anche la riva occidentale dell'Isonzo nella mi- 
sura in cui la popolazione è pureimente italiana, e com- 
presa la città di Gradisca, sarà ceduta. 

3. Trieste diventerà città imperiale libera con una 
amministrazione comunale che assicuri il carattere di 
italianità di tale città ed avrà una Università italiana. 

4. La sovranità italiana su Vallona e sulle sfere di 
interesse relative sarà riconosciuta. 

5. L'Austria-Ungheria dichiarerà il suo disinteres- 
se politico circa l'Albania. 

6. Sarà tenuto particolarmente conto degli interessi 
nazionali dei sudditi italiani in Austria-Ungheria. 

7. L' Austria-Ungheria decreterà un' amnistia dei 
colpevoli di reati militari e politici provenienti dai ter- 
ritori ceduti. 

8. Sarà fatta promessa di tener conto in modo be- 
nevolo degli altri desideri dell'Italia su tutte le questio- 
ni che formano oggetto di questa Convenzione. 

9. L'Austria-Ungheria farà dopo la conclusione del- 
l'accordo, una dichiarazione solenne sulla cessione. 

10. Saranno istituite commissioni miste per regola- 
re i particolari della cessione. 

1 1 . Dopo la conclusione dell'accordo i soldati del- 
l'esercito austro-ungarico appartenenti al territorio ce- 
duto non parteciperanno più ai combattimenti. 

12. La Germania presta garanzia per la fedele e 
leale esecuzione dell'accordo. 

Era stabilito infine che la preparazione delle ces- 

— 78 — 



LA FIAMMATA 

sioni territoriali sarebbe affidata a commissioni miste; 
e le cessioni avverrebbero soltanto dopo la ratifica dei 
deliberati di quelle commissioni. 

Va notato che le proposte austriache giunsero al 
Governo italiano dopo che questo, stanco delle tergi- 
versazioni di Vienna, aveva già disdetto il Trattato del- 
la TtìdIìcc Alleanza. 

L'Italia chiedeva il Trentino fino al confine del 
1811, cioè fino alla valle dell'lsarco e alle Alpi della 
Val Venosta. 11 confine chiesto dall'Italia era un con- 
fine strategico, necessario per la sicurezza della nostra 
Patria. L'Austria offerse il confine linguistico, cioè un 
confine diffìcile a determinarsi, geograficamente assur- 
do, strategicamente sfavorevole a noi. L'Austria voleva 
aver ancora in mano le porte di casa nostra. 

Nella Venezia Giulia. l'Italia chiedeva Malborghet- 
to, Plezzo, Tolmino, Gorizia e il territorio carsico fino 
a Comen e Nabresina. Con auesto, l'Italia chiedeva il 
possesso integrale delle Alpi Giulie, con le loro fortez- 
ze costruite dall'Austria ner minacciare l'Italia. Noi a- 
vremmo avuto un formidabile baluardo alpino che ci 
avrebbe difeso contro ogni invasione. 

L'Austria invece, concedendo solo la pianura friu- 
lana fino all'Isonzo, voleva mantenere per se il Carso 
e le Alpi Giulie, con le fortezze di Malborghetto, Raibl, 
Predil, Plezzo. 

L'Austria voleva mantenere in sua mano le basi 
di operazioni per una futura invasione del Veneto. 

L'Italia chiedeva le isole Curzolari (Lissa, Lesina. 
Curzola. Lagosta, Cazza e Meleda). 

Con tale domanda, si voleva dare all'Italia delle 
basi navali di operazione nell'Adriatico, che essa oggi 
non ha assolutamente, perchè le sue coste non hanno 
porti militari. L'Austria rifiutò tale concessione, volen- 
do riserbarsi l'assoluto dominio militare nell'Adriatico. 

L'Italia chiedeva che Trieste, con Capodistria e 
Pirano. formasse uno stato indipendente. L'Austria of- 
friva, invece, l'autonomia di Trieste sotto il suo domi- 
nio. 

Anche Fiume godeva una autonomia uguale a quel- 

— 79 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

la ohe si voleva dare a Trieste, ma bastò un decreto 
del governatore conte Wikenburg per sopprimere tale 
autonomia. Inoltre, anche Trieste stessa, per lo Statu- 
to del 1852, era autonoma, avendo la sua amministra- 
zione comunale funzioni di solito riserbate allo Stato; 
ma, nel 1907, tale autonomia, con una semplice ordi- 
nanza, fu abolita. 

Questi due fatti dimostrano che l'autonomia a Trie- 
ste offerta dall'Austria, era fittizia e effimera. 

La questione delle Commissioni miste, poi, era ta- 
le da rendere illusorio tutto l'accordo. (( La guerra — 
scriveva Videa Nazionale — può durare ancora dei me- 
si, ma il lavoro delle commissioni deve durare neces- 
sariamente degli anni. Determinare il confine linguisti- 
co nell'alto Trentino, dove italiani e tedeschi sono 
commisti strettamente, è un lavoro, che, con l'aiuto di 
un facile ostruzionismo, può durare all'infinito. Intanto 
queste Provincie rimarrebbero sotto l'Austria, fino dopo 
la ratifica di un accordo che forse non potrebbe conclu- 
dersi mai. 

(( Tanto più che un bel giorno l'Austria, dichiaran- 
do Impossibile un componimento nelle commissioni mi- 
ste per la determinazione dei confini, potrebbe risol- 
vere la questione muovendoci guerra. » 

Lo stesso giornale precisava poi questi punti della 
situazione : 

(( 1" Sua Maestà il Re e il suo Governo il 4 di que- 
sto mese hanno denunziato a Vienna il trattato della 
Triplice Alleanza; 

« 2" Sua Maestà il Re e il suo Governo il 25 del me- 
se scorso hanno concluso un patto di guerra con le po- 
tenze della Triplice Intesa, in forza del quale l'Italia 
entro il 25 di questo mese è impegnata a entrare in 
guerra contro l'Austria e la Germania; 

(( 3" Questo patto di guerra assicura all'Italia la li- 
berazione di tutte le terre irredente, il dominio dell'A- 
driatico e vasti compensi in Asia e in Africa; 

« 4° Giolitti, sapendo tutto questo, ha tentato di 
impedire, con l'aiuto del principe di Biilow, che gli ac- 

-, 80 — 



LA FIAMMATA 

cordi presi da Sua Maestà il Re e dal suo Governo con 
le potenze della Triplice Intesa fossero mantenuti, e 
così l'Italia, non solo perdesse tutti i vantaggi che avrà 
con la guerra, ma anche perdesse il suo onore e diven- 
tasse oggetto di ludibrio nel mondo, d 

Queste parole non mancarono di suscitare impres- 
sione, come avevano impressionato quelle altre, scrit- 
te alcuni giorni prima, alla vigilia della crisi, dal Cor- 
riere della Sera. 

« La venuta dell'on. Giolitti a Roma — scriveva al- 
lora il giornale milanese — ha suscitato nei suoi amici 
e nei creduli le più assurde aspettazioni. Qualcuno ha 
creduto persino che l'ex-presidente del Consiglio potes- 
se mutare colla sua parola la situazione internazionale, 
oltre che le direttive e l'azione del Ministero. Qualche 
altro è arrivato persino a dire che l'on. Giolitti ha per- 
suaso in tal modo il Capo dello Stato e il presidente 
del Consiglio, che il Ministero si trova oggi davanti a 
questo dilemma : o dimettersi prima della riapertura 
della Camera, ovvero accettare le idee semplicistiche 
sulla situazione che l'on. Giolitti ha espresso. Tutto 
questo è detto sul serio, ed è anche un po' creduto sul 
serio. 

(( Sembra incredibile! Ma quanti si sono domanda- 
ti se il semplicismo dell'on. Giolitti nel giudicare la si- 
tuazione internazionale risponda davvero alle esigenze 
dell'Italia? L'on. Giolitti ha considerato il problema i- 
taliano in quello che esso ha di più sostanziale e vivo, 
in quello che riguarda le basi dell'esistenza nazionale? 
L'on. Giolitti si è ostinato in una piccola formula, la 
quale riduce la questione ad una specie di mercato ter- 
ritoriale fra l'Italia e l'Austria; ma non vede quali siano 
le necessità della difesa etnica e militare, ne al confine 
terrestre, ne nell'Adriatico; non calcola quali siano le 
conseguenze del piccolo e vano mercato, sia nella vita 
interna del Paese, tia nei rapporti cogli altri popoli e 
Stati. L'on. Giolitti impicciolisce il problema a tal se- 
gno che pare non si tratti più di una nazione, della sua 
esistenza, del suo progresso, del suo onore, bensì sem- 
plicemente di una merce. 

— 81 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« Quando questo momento politico sarà superato — 
speriamo fermamente, con fortuna del nostro Paese — 
si stenterà a credere che una concezione così infantile, 
così priva di spirito politico sia stata, non soltanto pre- 
sa in considerazione, ma valutata come cosa impo- 
nente. » 

Il ragionamento era giusto; eppure il fatto depre- 
cato dal giornale s'era esattamente compiuto : e l'Ita- 
lia si trovava davanti alla situazione che logicamente 
doveva essere ritenuta inverosimile. 

Il Ministero s'era dimesso; la Camera, in maggio- 
ranza giolittiana, sembrava pronta a far trionfare la te- 
si del « parecchio »; il Sovrano, fedele al suo dovere co- 
stituzionale, non pareva disposto ad imporre le sue per- 
sonali propensioni alla rappresentanza della nazione. 
Che restava? Il popolo. E ad esso, anche da parte degli 
elementi conservatori, si volgevano gli sguardi con fi- 
dente aspettazione. 

« L'anima popolare italiana — scriveva il Giornale 
d'Italia — ha vibrato ieri di fede nei destini della Pa- 
tria, di sdegno per le basse manovre parlamentar iste. 
A Roma e in molte altre città la folla ha invaso le vie 
e le piazze per esprimere i suoi sentimenti patriottici 
e per protestare contro l'on. Giolitti. 

« Non l'avere un'opinione, ma l'averla gettata at- 
traverso all'opera nazionale svolta dal Ministero, l'a- 
verla data in ausilio alle manovre straniere, ecco le col- 
pe che il pubblico italiano con irresistibile slancio rim- 
provera all'on. Giolitti. 

« La spontaneità e l'importanza di questo movimen- 
to non può non impressionare. Vi sono nell'anima po- 
polare sentimenti ohe non si possono impunemente fe- 
rire. Ad essa ripugna lo spettacolo di certe faziosità 
parlamentari, di certi connubii fra uomini politici ita- 
liani e rappresentanti ed agenti dello straniero in Italia. 

(( Il popolo è sdegnato perchè in un momento così 
grave, mentre il Governo del Re lottava strenuamente 
per la rivendicazione dei diritti nazionali e si appresta- 

— 82 — 



LA FIAMMATA 

va a disporre l'estrema difesa, si è tentato da uomini 
politici italiani di disarmarlo. 

« La voce del Paese si è fatta poderosamente sen- 
tire : la sollevazione delle coscienze è avvenuta assai 
prima che non si potesse supporre. 

« L'ammonimento non può non oltrepassare la so- 
glia di Montecitorio... » 

Se così scriveva il Giornale d'Italia, si può immagi- 
nare il linguaggio dei giornali di tinta più accesa, che 
da mesi coidavano incitando il popolo all'intervento. 

Il Popolo d'Italia riassumeva la situazione in que- 
sti termini : 

(( Dalla metà d'aprile al maggio, si era venuto for- 
mando uno stato d'animo di fiduciosa attesa negli ele- 
menti interventisti e di passiva rassegnéizione fra quelli 
neutralisti. A poco a poco, sotto la pressione dell'or- 
mai universalmente accettata inevitabilità e necessità 
della guerra, si saldava la compagine morale della na- 
zione e si preparavano i cuori dei cittadini e dei solda- 
ti per il cimento supremo. In ogni città sorgevano i 
« Comitati di preparazione civile » ai quali davano l'a- 
desione i socialisti di molte amministrazioni comunali... 

(( La cerimonia del 5 maggio doveva, appunto, con- 
sacrare all'interno e rivelare al mondo la perfetta con- 
cordia della Nazione nel voler rivendicate le terre che 
i nemici detengono; nel voler tutelato — col suo — il 
diritto delle piccole nazionalità sacrificate o minacciate 
dall'egemonia germanica. Quella del 5 maggio fu l'a- 
dunata che precede l'azione. Se l'assenza del re dimi- 
nuì la portata » ufficiosa » dell'avvenimento, il telegram- 
ma mandato poi. nel quale si accennava chiaramente 
a Mazzini, a Garibaldi, al Grande Avo, fu interpretato 
da tutti gli italiani come l'annuncio solenne di decisioni 
prossime e gravi. Dopo Quarto, nessuno dubitò più del- 
l'imminenza del nostro intervento e quando, due gior- 
ni dopo, si seppe che il Consiglio dei ministri aveva pro- 
rogato la riapertura della Camera, l'Italia ebbe l'impres- 
sione che l'ora delle armi fosse finalmente venuta. Que- 
sto doveva essere il corso logico degli avvenimenti; ma 
Giolitti — che villeggiava a Cavour — scese a Roma. 

— 83 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

A coloro che sollevarono i primi sospetti sugli scopi di 
questo viaggio, fu risposto dalla Tribuna che Giolitti si 
recava a Frascati dalla consorte inferma. Miserie! Ora è 
nota la cronaca di questi giorni. » 

Il giornale seguitava inveendo contro i deputati as- 
serviti a Biilow, che minacciavano di ridurre l'Italia al 
livello della Grecia, e contro Giolitti che li gettava co- 
me altrettanti bastoni tra le ruote del carro ministeria- 
le. E soggiungeva : 

<( Quali che possano essere le conseguenze parla- 
mentari delle ultime gesta giolittiane, il crimine di cui 
si è macchiato Giolitti rimane ed è questo : egli ha di- 
sorientato il paese, mentre veniva orientandosi; egli ha 
diviso il Paese mentre stava unificandosi; egli ha getta- 
to i semi della discordia civile che divamperà fatale e 
tremenda domani. 

« Da qualche tempo, scomparse le divisioni di par- 
te, non c'erano rimasti che degli (( italiani »; adesso so- 
no di fronte ancora una volta neutralisti e interventisti. 
Col suo gesto, Giovanni Giolitti ha sabotato la prepa- 
razione spirituale del Paese alla guerra; se domani il 
Paese non reggerà alle prove supreme, il responsabile 
della disfatta sarà stato l'uomo che — valendosi della 
sua posizione, del suo passato, del suo seguito -. — ha 
provocato la confusione, lo scoraggiamento, la divi- 
sione nel momento difficile in cui tutta la Nazione stava 
per crearsi un'anima sola, un braccio solo. Il colpo che 
Giolitti ha tirato al Ministero, si riflette sulla Nazione. 
Egli ha danneggiato un'opera faticosa alla quale si e- 
rano accinti uomini di mentalità diverse e di fedi anti- 
tetiche, ma che avevano trovato un denominatore co- 
mune : l'azione bellica per la liberazione degli italiani 
soggetti all'Austria e per la salvezza delle nazioni mi- 
nacciate dall'orda barbarica... 

« Ma — accertata la colpa estrema, il vero e pro- 
prio tradimento di Giolitti — non si può a meno di ri- 
levare l'ingenuità, per non dire l'insufficienza degli on. 
Sonnino e Salandra. Costoro non dovevano illudersi su- 
gli umori e le tendenze di una Camera come l'attuale. 
I voti generici di fiducia avevano un valore relativo poi-' 

— 84 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola Vili 




LA FIAMMATA 

che seguivano generiche e dichiarazioni ». L'on. Salan- 
dra ha commesso il grave errore di appagarsi dei voti 
di una maggioranza pletorica, eterogenea, nella quale 
gli elementi giolittiani erano largamente rappresentati. 

(( Gli on. Salandra e Sonnino dovevano invece af- 
frontare la situazione in pieno, dopo la famosa let- 
tera del (1 parecchio » al caro Peano, lettera che non 
permetteva più di dubitare sul k neutralismo » ostinato, 
insidioso, usuraio, mercantile del suo autore; gli on. 
Sonnino e Salandra dovevano « sabotare » il giolitti- 
smo. Non era possibile sabotarlo alla Camera? Resta- 
va il paese sovrano. La Camera era giolittiana, cioè 
neutralista? E allora bisognava cooperare alla formazio- 
ne di vaste e profonde correnti interventiste nel Paese. 
Quando quest'opera fosse stata compiuta, o Giolitti 
non osava tentare le sue ultime scellerate manovre, o 
avrebbe cozzato contro il muro dell'ostilità universale.» 

Ebbene, con o senza merito del Ministero, queste 
vaste e profonde correnti interventiste s'erano formate 
nel paese. Forse nemmeno i più ardenti interventisti si 
rendevano ancora conto della travolgente vigoria di 
quelle correnti, che i prossimi giorni dovevano rive- 
lare... 

L'ora del popolo era suonata : e il popolo fu pari 
al suo compito. L'unica soluzione possibile, corrispon- 
dente alla dignità nazionale ed agli alti interessi della 
nostra politica, era nelle sue mani. Ed esso trovò l'ener- 
gia d'imporla a tutti, di farla trionfare d'ogni perples- 
sità e d'ogni congiura. Fu la crisi di coscienza della na- 
zione : e i destini d'Italia furono salvi. 



IV 
IL POPOLO SCENDE IN PIAZZA 

Si scatena la tempesta — Al Costanti di Roma — Il discorso del- 
l'on. Podrecca — D'Annunzio accusa Giolitti d'alto tradi- 
mento — La patria in pericolo — Una cosa nuova in Italia — 
L'azione degli studenti — Gli avvocati fanno sospendere le 
udienze — L'ordine del giorno dei giornalisti — Le grandiose 
dimostrazioni di Milano — Cortei imponenti a Genova e a Na- 
poli — Tutta Italia si muove — L'appello degli irredenti — 
La parola di Ruggero Fauro — Fede nel Re! 

Se le prime vaghe notizie del complotto contro il 
ministero avevano già suscitato una vivace reazione in 
molte città, il colpo di scena della crisi determinata dal- 
l'agguato neutralista, scatenò la tempesta. Il popolo 
scese in piazza e proclamò con formidabile voce la sua 
volontà sovrana; in tutta Italia fu un'esplosione di ter- 
ribile sdegno e d'incoercibile energia popolare. 

A Roma, dopo le prime dimostrazioni uer le vie, vi 
fu una manifestazione di imponente grandiosità al tea- 
tro Costanzi. Il pubblico affollato chiese a gran voce la 
marcia reale, gli inni di Mameli e di Garibaldi, che fu- 
rono eseguiti fra applausi deliranti. 

Poi prese a parlare l'on. Podrecca. 

« In questo momento — egli disse — ci troviamo di 
fronte ad un grande bivio, non soltanto politico, ma an- 
che sentimentale. 

« Politico, perchè si tratta di scegliere fra la Ger- 
mania e la Francia, fra il vecchio feudalismo medioe- 
vale ed il paese della rivoluzione. Politico, perchè si 

— 86 — 



LA FIAMMATA 

deve sapere se l'Italia ha da rimanere isolata nel mondo 
— perchè io non ho mai sentito dire da nessun inter- 
prete del pensiero giolittiano (voci: Alla jorca!), quali 
possano essere le garanzie che la Germania e l'Austria 
offrono all'Italia, quando pur essa dovesse consentire al 
mercato abbietto. 

(( Quali garanzie? Noi dovremmo augurare — guar- 
date contradizione terribile del fato — dovremmo augu- 
rare e favorire la vittoria dell'Austria e della Germania 
perchè se senza di noi vincerà la triplice intesa, noi sa- 
remo giustamente l'obietto del suo disprezzo! 

(( Ma se senza di noi dovessero vincere l'Austria e 
la Germania, allora esse, vittoriose, verranno a Roma 
per darci una lezione. 

« Nel giorno di una vittoria austro-germanica, inva- 
no domanderemmo aiuto alla vecchia Inghilterra, che o- 
spitava i nostri concittadini esuli dalla Patria, fra cui 
il grande Mazzini! Né avremo aiuto dalla Francia e dal 
Belgio. Essi diranno : Neil' ora del pericolo, quando vi 
chiamavamo in difesa della nostra libertà latina, voi ita- 
liani ci avete abbandonato : e restate ora schiacciati sot- 
to il tallone tedesco! 

(( Questo, o cittadini, sarà il nostro destino, quale 
lo vuole il giolittismo bancario, il giolittismo austria- 
cante! 

« È necessario dunque che il popolo di Italia insor- 
ga in furore contro questa mostruosa coalizione! 

« Per una ragione sentimentale : perchè noi idola- 
triamo, sì, le nostre terre dell'Adriatico irredento; le i- 
dolatriamo; ma sentiamo che al di sopra del problema 
nazionale vi sono dei problemi più larghi di razza, di ci- 
viltà; e rammento la parola commossa di un giovane 
triestino che oggi in piazza Borghese diceva a noi italia- 
ni : O italiani, noi vi sacrifichiamo sull'ara il nostro mar- 
tirio di 40 anni, ma salvate l'onore d'Italia! 

« Questo olocausto di sé sull'altare delle grandi i- 
dealità è una cosa tutta latina; non è una cosa germa- 
nica. 

« Invano voi — diceva ieri Leonida Bissolati — in- 
vano voi cerchereste per tutto il mondo ossa tedesche: 

— 87 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

voi troverete quelle degli italiani, degli inglesi, dei fran- 
cesi, degli americani, che ihanno dato la vita per la li- 
bertà dei popoli! Ossa di tedeschi non se ne trovano. » 

(( È dunque al di sopra anche dei più legittimi e san- 
ti interessi di nazione ohe noi difendiamo un altro con- 
cetto : quello della vecchia civiltà latina! Si è detto a 
Bùlow : regalaci qualche pezzetto .di terra e noi faremo 
la pace con te! 

(( No! Venti secoli di civiltà, di gloria romana non 
si vendono ai mercanti! » 

L'oratore chiuse il suo discorso con un'apostrofe 
ispirata, invocando la necessità della guerra per i fra- 
telli irredenti, per la difesa della civilità, per la lotta con- 
tro la barbarie, per la pietà per i poveri bimbi mutilati 
del Belgio, per le innocenti vittime del Lusitanìa, per il 
bene d'Italia! 

Mentre gli applausi della folla salutano le parole 
dell'on. Podrecca, si vede comparire in teatro Gabriele 
d'Annunzio. Una grande ovazione lo accoglie e lo invita 
a salire sul palcoscenico, ove egli pronuncia il seguente 
discorso : 

« Noi siamo qui adunati per giudicare un delitto di 
alto tradimento e per denunziare al disprezzo del mon- 
do e alla vendetta dei buoni cittadini il colpevole, i col- 
pevoli. 

(( Queste che dico non sono grosse parole, ma so- 
no la netta determinazione di un fatto avverato. 

(( Il governo d'Italia, quello che iersera rassegnò il 
suo ufficio nelle mani del Re, aveva abolito il 4 di mag- 
gio, alla vigilia della sagra di Quarto, il trattato della 
Triplice Alleanza. Lo aveva dichiarato, nei riguardi del- 
l'Austria, decaduto e nullo. Della formula stessa io pos- 
so affermare l'esattezza. Ripeto : decaduto e nullo. 

« 11 governo d'Italia, quello che iersera rassegnò il 
suo ufficio nelle mani del Re, aveva in conseguenza pre- 
so accordi precisi con un altro gruppo di nazioni, im- 
pegni gravi, definitivi, rafforzati da uno scambio di pia- 
ni strategici, da un disegno di azione militare combinata. 

« Questo è vero, questo è inoppugnabile. Di que- 
sto io ebbi comunicazione certa, prima di lasciare la 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola IX 









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LA FIAMMATA 

Francia, dove ufficiali del nostro stato maggiore e della 
nostra marina erano giunti e operavano. 

(( Dunque, da una parte trattato abolito, dall'altra 
accordo definito. Rivendicato l'onore del paese da una 
parte, vincolato l'onore del paese dall'altra. La « fusio- 
ne magnanima », la quale fu augurata a Quarto, era 
per compiersi. I dissidii si pacificavano. La necessità i- 
deale aveva ragione d'ogni miseria politica. L'esercito 
era volenteroso e fidente. Esempi di virtù civica comin- 
ciavano già a splendere sul tumulto sedato. Il buon fer- 
mento faceva già levare la massa inerte. 

u Ed ecco lo sforzo doloroso di mesi e mesi inter- 
rotto da un'aggressione improvvisa e ignobile. Voi tutti 
conoscete le cause e i procedimenti. Questa aggressio- 
ne è inspirata, instigata, aiutata dallo straniero. È fatta 
da un uomo di governo italiano, da membri del Parla- 
mento italiano, in commercio con lo straniero, in servi- 
zio dello straniero, per avvilire, per asservire, per diso- 
norare l'Italia a vantaggio dello straniero. 

« Questo è palese, questo è inoppugnabile. 

« Il capo dei malfattori, la cui anima non è se non 
una gelida menzogna, articolata di pieghevoli astuzi'^. 
in quella guisa che il tristo sacco del polpo è munito di 
abili tentacoli, il conduttore della bassa impresa cono- 
sceva l'abolizione del primo trattato, conosceva la defi- 
nizione del nuovo, luna e l'altra compiute col consenso 
del Re. 

(( Egli dunque tradisce il Re, tradisce la Patria; con- 
tro il Re, contro la Patria, serve lo straniero. Egli è col- 
pevole di tradimento, non per un modo di dire ingiurio- 
so, non per eccesso di frase polemica, ma in realtà, ma 
in verità, secondo la figura nota di esso delitto. 

i« Questo noi dobbiamo dimostrare al paese, questo 
dobbiamo stampare nella coscienza della .Nazione. 

(( La Patria è in pericolo, la Patria è in punto di 
perdimento. Per salvarla da una ruina e da una igno- 
minia irreparabili, ciascuno di noi ha il dovere di dare 
tutto se stesso e d'armarsi di tutte le armi. 

(( Un ministero formato dal signor Bulow sembra 
non avere l'approvazione del Re d'Italia. Nla i grassi e 

— 89 — 

1. Reggio — Sloria della grande guerra d'Italia — Voi. XII 6 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

magri domestici del signor Biilow non si rassegneranno. 
Finche non sieno murati nelle lor basse cucine e can- 
tine, essi cercheranno di intossicare la vita italiana, di 
contaminare fra noi ogni cosa bella e potente. 

« Per ciò, ripeto, ogni buon cittadino è soldato con- 
tro il nemico interno, senza tregua, senza quartiere. Se 
anche il sangue corra, sarà sangue benedetto, come 
quello versato nella trincea. 

« Sarà il Parlamento d'Italia riaperto il 20 di mag- 
gio? Il 20 di maggio è l'anniversario della portentosa 
marcia garibaldina sul Parco. 

« Celebriamolo precludendo l'ingresso agli sguatteri 
di Villa Malta e ricacciandoli verso il lor dolciastro pa- 
drone. 

« Nel Parlamento italiano gli uomini liberi, senza 
laide mescolanze, proclameranno la libertà e l'integra- 
zione della Patria. » 

La parola del poeta suscita entusiastiche dimostra- 
zioni, che si ripetono quando l'avv. Romualdi declama 
alcune poesie di Gabriele d'Annunzio, al quale rivolge 
un saluto, che chiude con questa calda perorazione : 

(( Poeta, tu hai trovato in Italia una cosa nuova : 
hai trovato una giovinezza che ha ritrovato se stessa, 
una giovinezza che si risolleva in un fervore di sacrifi- 
cio, in un proposito di devozione, verso questa terra 
che adora, perchè, o Poeta, noi l'abbiamo rivista in o- 
gni sua parte nella sua infinita bellezza. 

(( lE chiunque abbia risentito 1' eco delle campane 
della Gancia, a Palermo, chiunque abbia visto dall'al- 
tura di S. Martino a Napoh l'infinito golfo, e risentito 
l'urlo di Masaniello; chiunque sia salito sul campanile 
di S. Marco, che fu torre elevata contro l'invasione de- 
g'ii ungheri; chiunque dalle guglie del duomo di Milano 
abbia visto biancheggiare l'alpe e risentito l'eco delle 
Cinque Giornate; chiunque abbia visto dal viale di Mi- 
chelangelo Firenze, e rivisto tornare l'ombra di Ferruc- 
cio, o poeta, colui si è abbandonato ad un sogno di a- 
more e di morte per la sua terra! 

« O poeta; noi abbiamo levato il nostro grido sel- 
vaggio e tu non ti sei ritratto. Poeta, che tal grido giun- 

— 90 — 



LA FIAMMATA 

ga fino a colui che tu chiamasti dal mare. Poeta, tu non 
ti ritrarrai, se per vendetta noi dovremo disselciare le 
strade della città che tu hai cantato. Poeta, se per la 
gesta della nostra vendetta si invermiglino le piazze e 
le strade, tu non ti ritrarre, perchè ogni gèsto italiano 
fu accompagnato dal canto di un aedo. 

« Noi non siamo e non saremo i soldati tedeschi, 
che portano nello zaino un volume del loro poeta e ne 
interrompono la lettura per violare una femmina o per 
torturare un bambino; noi porteremo la tua poesia nel 
cuore : e nella giberna non porteremo che cartuccia. » 

Duemila studenti, adunati alla Sapienza, fecero a 
Roma un'imponente affermazione d italianità. Furono 
pronunciate parole d' aspra condanna contro le mene 
giolittiane e l'adunanza accolse con entusiastiche ova- 
zioni questo messaggio di Gabriele d'Annunzio : 

« A sollevare il vostro coraggio, ad armare la vostra 
volontà, sarà tra voi stamani il puro spirito di quel vo- 
stro compagno che « l'Angelo della Forca sempiterna » 
spense di morte infame, nei più crudi tempi di quel ser- 
vaggio ignominioso dai traditori della patria rappresen- 
tato oggi come la sola salute nostra! Non vi apparisca e- 
gli come livido fantasma, sì bene come fiamma inespu- 
gnabile. 

" Oggi è l'anniversario della più bella battaglia ga- 
ribaldina, è l'anniversario di Calatafimi, d'una fra le 
più fulgide geste italiane. Di essa il Duce soleva dire : 
(( Se nel punto del trapasso voi mi vedrete sorridere, o 
amici, pensate che il ricordo di Calatafimi mi risale dal 
cuore con l'ultimo palpito. » 

« A quest'ora i Mille occupavano l'altura detta del 
Pianto Romano, avendo puntato i cannoni su la via 
consolare, Garibaldi mandò uno di voi. uno studente 
ventenne dell'Ateneo pisano, verso l'alfiere per dirgli : 
(( Che salga sul poggio più alto, con la bandiera, e che 
la dia tutta al vento! » 

« Anche oggi, con la medesima voce magnetica, 
non dà egli ai più animosi di voi il medesimo comando? 

« Ma perchè egli risorridesse, bisognerebbe cele- 

— 91 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

brare questo anniversario con la cacciata del barattiere 
che vuol vendere l'Italia, e del mezzano che la vuole 
comperare. Bisognerebbe oggi purificare delle due infe- 
zioni il cielo di Roma. 

« Come debbono esser tristi i giovani soldati d'Ita- 
lia! Invece di marciare e di cavalcare su la via di Vien- 
na, sono umiliati nell'onta di difendere i covi dei tradi- 
tori sbigottiti. 

« Oggi è l'anniversario della battaglia sublime. Io 
non vi dirò se non quel che già dissi ai vostri compagni 
di Genova : (( Appiccate il fuoco! Siate gli incendiarii 
intrepidi della grande Patria! » 

E al pari degli studenti, altre categorie si schiera- 
rono tosto a Roma contro la congiura neutralista. Così 
gli avvocati vollero che si sospendessero tutte le udien- 
ze e votarono quest'ordine de! giorno : 

(( Gli avvocati e procuratori di Roma constatano che 
la Patria è minacciata per la offesa arrecata al diritto 
pubblico immortale italiano da intromissioni delittuose 
di un manipolo di mestieranti, aiutati dallo straniero, 
e invocando la solidarietà di tutte le Curie italiane, de- 
cidono che, ove i poteri costituiti si rendessero compli- 
ci di azione così funesta e vergognosa, di impedire con 
ogni mezzo che la giustizia sia amministrata in nome di 
quei poteri ». 

Il movimento andava crescendo a Roma. Migliaia 
di negozi si chiudevano, esponendo cartelli con la scrit- 
ta : Per lutto nazionale. Dimostrazioni imponenti solca- 
vano la città; vivacissimi incidenti sorsero quando la 
folla incontrò deputati giolittiani e neutralisti, che furo- 
no fischiati e malmenati. Un migliaio di persone tentò 
anche d'invadere la Camera... 

Nella sede dell'Associazione della Stampa italiana 
si riunirono i giornalisti di tutti i partiti propugnanti l'in- 
tervento dell'Italia nella guerra. Dopo breve discussio- 
ne fu approvato all'unanimità il seguente ordine del 
giorno : 

(( I presenti, rivendicando ai loro giornali la respon- 
sabilità e l'onore di aver sostenuto fin dal primo mo- 

— 92 — 



LA FIAMMATA 

mento la necessaria partecipazione dell'Italia alla guer- 
ra per risolvere il problema nazionale italiano e garan- 
tire la sicurezza del territorio e l'indipendenza politica 
del Paese: 

« riaffermando il dovere che ha l'Italia di coopera- 
re a un nuovo assetto europeo più conforme ai princi- 
pii di giustizia e di civiltà; 

(( considerando che gli impegni diplomatici e mili- 
tari assunti dal Governo con la Triplice Intesa, quando 
la impossibilità di accordi dignitosi con gli Imperi Cen- 
trali ci obbligava alla denunzia dell'alleanza con l'Au- 
stria, non possono essere violati senza una slealtà che, 
disonorando il Paese, lo esporrebbe ai pericoli più gravi; 

(( protestano contro il fatto che uomini politici ita- 
liani, pur essendo a conoscenza di quegli impegni e di 
quella denunzia, abbiano in quest'ora suprema discusso 
e trattato coi diplomatici stranieri dei più gelosi interes- 
si del Paese, con la deliberata intenzione di attraversa- 
re l'azione del Governo responsabile; 

{( e affermano la necessità che il presente indirizzo 
della politica estera resti, per la salvezza del Paese, im- 
mutato ». 

Mentre il popolo di Roma faceva udire la sua voce 
solenne, affluivano dalie altre città alla capitale notizie 
di non minori dimostrazioni. 

A Milano gli studenti del Politecnico iniziarono le 
manifestazioni facendo esporre la bandiera abbrunata 
sul loro istituto. In un baleno le bandiere a lutto si mol- 
tiplicarono, diffondendosi per tutta la città. Gli altri isti- 
tuti d insegnamento seguirono l'esempio che aveva da- 
to il Politecnico e sospesero le lezioni. Tutta la studen- 
tesca formò un gran corteo, che andò rapidamente in- 
grossando e finì per trarsi dietro una folla immensa. 

Nel pomeriggio la dimostrazione si ripetè : ed in 
Piazza del Duomo fu tenuto un gran comizio. Sulla più 
alta guglia della cattedrale fu issata una bandiera tri- 
colore, tra gli applausi della folla. Poi un grande tor- 
rente umano si riversò per le vie della città al suono de- 
gli inni patriottici e con le bandiere al vento. 

— 93 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Alla sede della « Trento e Trieste » la folla sosta. 
Al balcone s'affaccia l'on. Battisti, deputato di Trento, 
e dice : 

« Attendiamo con ansia, con spasimo, notizie da 
Roma : non sappiamo, perciò, ancora se l'Italia sarà 
vile o se saprà liberarsi dai suoi nemici e farsi più gran- 
de, se sarà la terra di Garibaldi, dove i morti sono ri- 
sorti e dove il popolo non deve porre fine alle dimo- 
strazioni finche non sarà dichiarata guerra alla Germa- 
nia e all'Austria. Garibaldi disse, un giorno, a Nino Bi- 
xio : Qui si fa l'Italia o si muore : ora, diciamo noi. ve- 
dremo se l'Italia si farà più grande o andrà verso la mor- 
te. Rimanete nelle piazze, nelle vie, non ritornate alle 
vostre case finche vi è un ex-ministro che trama ai dan- 
ni dell'Italia. E un solo grido si ripercuota dovunque, 
dalle Alpi alla Sicilia : Fuori i barbari! Perchè i barbari 
non sono solo quelli che stanno oltr'Alpe, ma coloro che 
vergognosamente congiurano contro la Patria. » 

La folla, quindi, si rimette in colonna compatta, 
per recarsi alla sede del comando del Corpo d'armata. 

Il pubblico inneggia all'esercito e riprende il suo 
cammino. 

I dimostranti piegano poi in corso Vittorio Ema- 
nuele, dove, da un balcone, Sante Garibaldi arringa i 
dimostranti, dicendo fra gli applausi : « Se il Governo 
non farà la guerra contro l'Austria, la mia famiglia 
scenderà col popolo sulle barricate! )) 

Alla sera la dimostrazione riprende più ardente, 
raccogliendosi in Piazza del Duomo sotto una selva di 
bandiere. Dietro alle bandiere spuntano i cartelloni con 
scritte e con caricature. Dalle finestre, tutte imbandie- 
rate, i cittadini applaudono, gettano fiori, agitano ban- 
diere. I dimostranti oortano pure bandierine ali occhiel- 
lo, e quasi tutti hanno sul cappello cartellini con la 
scritta : (( Abbasso Giolitti! » 

II corteo fa il giro della piazza tra grida di « Ab- 
basso Giolitti! Evviva la guerra! )) 

La piazza è tutta gremita di una folla vibrante. 

Vengono pronunciati vari discorsi. 

Parla per primo l'on. Eugenio Chiesa, il quale e- 

_94 — 



LA FIAMMATA 

sordisce : — Questa folla vuole la guerra; si ribellerà 
ad una pace ignominiosa. Lasciamo i rettili strisciare 
nel fango; noi vogliamo la luce, la libertà; l'avvenire è 
nostro... 

Segue Mussolini, che con grande violenza di lin- 
guaggio incita il popolo a mantenersi vigile. 

Poi la fiumana di dimostranti, veramente imponen- 
te per numero, passa lungo il corso acclamando. Ad u- 
na finestra viene scorto Sante Garibaldi che è fatto se- 
gno ad un grande applauso. Egli, appena si è stabilito 
il silenzio, fa cenno di parlare. Si compiace delle im- 
ponenti manifestazioni di Milano, che ha dimostrato in 
questi giorni come non sia scemato 1 antico spirito pa- 
triottico. 

Una entusiastica ovazione saluta alla fine 1 oratore, 
che si ritrae, mentre il corteo procede tra rinnovate gri- 
da di « Evviva Salandra! Abbasso i traditori! ». 

È simpaticamente notata la presenza di vari gruppi 
di soldati, i quali si mostrano tra i più infervorati nel- 
r inneggiare alla guerra. La folla li acclama e la dimo- 
strazione si protrae fino a tarda ora di notte... 

Partiti, gruppi, sodalizi, personalità milanesi parte- 
ciparono fin dal primo istante al grande movimento con 
scritti, manifesti, telegrammi, ordini del giorno. Tutta 
la vita della metropoli lombarda gravitava intorno al 
grande, al solo problema, che accendeva tutti gli animi 
e suscitava fremiti nuovi nella popolazione. 

A Genova il grande corteo di protesta cominciò a 
formarsi per opera degli studenti. Man mano che il cor- 
teo procedeva, dalle case e dai palazzi si esponevano 
le bandiere. .Al Consolato del Belgio si fece una dimo- 
strazione calorosissima, così come al Consolato di Fran- 
cia, dove si affacciò un giovane garibaldino, reduce di 
Francia, il quale annunziò che il personale del Conso- 
lato era lieto di gridare <( Viva l'Italia! ». A questo gri- 
do la folla rispKJse con grandi evviva alla Francia. 

Dopo alcuni discorsi presso il monumento a Gari- 
baldi, la dimostrazione si sciolse. Ma alla sera oltre 
ventimila persone erano adunate ancora attorno al mo- 

— 95 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

numento dell'Eroe. Parlarono l'on. Canepa, l'on. Rai- 
mondo ed altri oratori, tutti inneggiando alla guerra, e 
inveendo contro i traditori della patria. 

A Napoli le dimostrazioni cominciarono con un 
grande comizio all'Università nuova, col concorso del 
corpo accademico. Parlò l'on. Labriola, invocando il 
ritorno al potere di Salandra. 

Dopo il comizio, una folla imponente, che sempre 
aumentava, si recò al oalazzo comunale, ove fece espor- 
re la bandiera. Seguirono altri discorsi, accompagnati 
da ovazioni al ministero dimissionario e da grida di : 
(( abbasso Giolitti, viva la guerra! ». 

E le stesse notizie, sin dal primo giorno dopo avve- 
nuta la crisi, arrivavano da tutte le città : dovunque im- 
ponenti masse di popolo inneggiavano al ministero Sa- 
landra, alla guerra redentrice, e protestavano violen- 
temente contro Giolitti e i suoi compagni. 

I comitati dell'emigrazione trentina e adriatica a 
Roma pubblicarono un appello agli italiani in cui fra 
altro era detto : 

(( Stimano alcuni dover la Nazione accontentarsi di 
una parte del Trentino, di una rettifica del confine o- 
rientale, di alcuni isolotti dalrnatici e dell'autonomia di 
Trieste. 

« Abbiamo dato per cinquantanni alla Patria quan- 
ti sacrifici essa ci ha chiesto nel tormento silenzioso e 
incessante della nostra lunga attesa; nulla perciò po- 
tremmo oggi pensare o chiedere contro gli interessi na- 
zionali. VivemiTio dell'amore e dell'onore d'Italia; sce- 
vri siamo perciò di ogni egoismo regionale. 

« Vi dicono i trentini : Abbiamo sino ad oggi com- 
battuto, non soltanto per una libertà provinciale, ma 
per segnare della nostra volontà nazionale il limite del- 
le Alpi che serrano l'Italia. 

« Vi dicono i friulani : Non alla pianura, non al 
fiume guadabile, ma alle Alpi in giro alla nostra terra 
guardammo per conoscere i confini della Patria. 

« Vi dicono i triestini oggi, nell'ora desiderata, co- 
me dissero senza tregua nel passato : Libertà chiedia- 

— 96 — 



LA FIAMMATA 

mo, non autonomia, che sarebbe I ultimo tradimento 
delle nostre aspirazioni nazionali unitarie. 

(( Vi dicono gli istriani : La continuità del dominio 
straniero sull'Istria significherebbe la morte nazionale 
d'una provincia d'Italia. 

(( Vi dicono i fiumani ed i dalmati : .Non per noi, 
non per i nostri figli lottammo nella cerchia oppressiva 
della difesa nazionale, sibbene per serbare intatto il 
giusto fondamento della rivendicazione italiana. 

« E concordi, con una sola anima fraterna, vi di- 
cono : Non si tratta più di strappare al governo austria- 
co benefici per gli italiani d'oggi, si tratta invece di de- 
cidere se vi debbano essere ancora o non più italiani 
{■oggetti all'Austria. » 

Il pensiero dei fratelli irredenti toccava in quell'o- 
ra più profondamente il cuore del popolo. Gli irredenti, 
a loro volta, si sentivano giunti alla tragica ora decisiva; 
ed anche in quell'ora trovarono accenti nobilissimi d'i- 
talianità e di fede nel loro legittimo sovrano. 

Ruggero Fauro fu di quei sentimenti nobilissimo in- 
terprete. 

« Lo sappiamo — scriveva il giovane triestino che 
doveva più tardi offrire il suo sangue generoso alla pa- 
tria. La sventura degli irredenti è niente davanti alla 
sventura dell'Italia intera. Non vogliamo diminuire noi 
stessi cariando di noi in questa ora dell'Italia. 

« La querula tutela dei propri sentimenti, dei pro- 
1 ideali e dei propri interessi, che con tanto ardore, 
con tanta sapienza, con tanta tenacia hanno fatto in 
questa crisi coloro i quali avevano da difendere oro 
male acquistato e mantenere rancori turpemente conce- 
piti, non la riprenderemo noi, che abbiamo le nostre 
famiglie in balìa della brutalità austriaca, le nostre città 
riconsacrate per sempre alla servitù straniera, le nostre 
terre perdute definitivamente per noi, per la nostra 
Patria, per la nostra razza. 

« Oggi come sempre, ci perdiamo fra gli Italiani. 
Non abbiamo chiesto mai nulla. Quando i nostri padri, 
quando noi lottavamo, disprezzati e misconosciuti, per 

— 97 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

mantenere italiane le nostre terre; quando fra l'indiffe- 
renza e l'abbiezione dell'Italia, con animo fidente e su- 
perbo, affermavamo i diritti e la forza della nostra raz- 
za contro il duplice assalto straniero, noi non sentivamo 
di sostenere una italianità locale o regionale : sentiva- 
mo di combattere per l'Italia e per l'avvenire degli I- 
taliani; e continuavamo con lieto orgoglio la nostra lu- 
gubre battaglia per mantenere alla Nazione, che ci i- 
gnorava, i s-:oi confini, i suoi porti e il suo mare. 

« E quando giunse finalmente l'ora della speranza, 
la creduta vigilia della guerra liberatrice, noi, che a- 
vremmo potuto facilmente cingerci della corona del 
martirio e acquistarci davanti ai presenti e ai posteri la 
gloria di antesignani; noi che ci sentivamo tranquilla- 
mente l'animo di farlo, perchè la lunga sventura e la 
lunga guerra se ci ha insegnato ad essere sempre fred- 
di e sereni, ci ha insegnato anche che l'onore vale più 
della vita e la Patria è più vasta del nulla, noi non lo fa- 
cemmo. 

(( Non lo facem.mo perchè il bene d'Italia voleva 
l'attesa e la pazienza e la disciplina, perchè il giorno 
nel quale avemmo promessa solenne della guerra, ci 
sentimmo legati dall'obbligo dell'obbedienza. E quelli 
che oggi ci abbandonano lo sanno. 

« Ora, poiché la speranza ci ha perduti e la promes- 
sa ci ha legati mani e piedi, tutto è perduto, anche l'o- 
nore : l'onore degli Italiani e l'onore nostro. 

« Oh fratelH di Trento, fidi e fieri compagni della 
lunga travagliosa attesa, noi non vi invidiamo la libertà 
che forse avrete domani. La vostra sventura non è mi- 
nore della nostra. Siete anche voi Italiani, e il disonore 
della Patria pesa ugualmente su tutti i suoi figli. 

« Un'ultima speranza ancora ci resta : il Re. Il Re 
nostro, che abbiamo riconosciuto, venerato e servito, 
quando nelle vie della nostra città sventolavano le in- 
segne dell'Imperatore straniero; il Re che i nostri padri 
con le loro donne andarono a salutare ed invocare, sa- 
pendo che al ritorno li avrebbe aspettati il carcere au- 
striaco. 

(( Noi possiamo guardare in faccia il Re e parlargli 

— 98 — . 



LA FIAMMATA 

con serena coscienza : noi abbiamo fatto il nostro do- 
vere fino all'ultimo; abbiamo servito Lui, la sua Casa 
e la Patria fino in fondo, sacrificando tutto, anche il no- 
stro onore. Noi, poveri uomini senza Patria, abbiamo 
visto nelle tenebre del servaggio congiunto indissolu- 
bilmente il passato glorioso della Nazione con l'avveni- 
re; e di questa linea eterna abbiamo fatto la nostra stra- 
da : Egli, il Re. non può deviare. 

« Ora o non più : chi cade nel baratro si sfracella e 
non può, oltre, levarsi in piedi. La via dell'Italia è una 
sola : la via della sua storia più recente, della sua tra- 
dizione più luminosa : la via della redenzione naziona- 
le. Ma domani non ci sarà più nulla da redimere, per- 
chè coloro che sostenevano l'italianità delle terre irre- 
dente sono tutti qui, e dovranno rimanerci, lasciando li- 
bero il campo agli invasori stranieri. 

(( Vittorio Emanuele II nel 1849 davanti a Radetzky 
dichiarò di voler gettar nel rischio di una lotta dispera- 
ta, per la redenzione d'Italia, la corona e la vita. E di- 
ventò Re d'Italia. La storia della Nazione, la storia di 
Casa Savoia è una sola. O si afferma o si rinnega. Noi 
abbiamo fede nel Re d'Italia. » 

Le offerte dell'Austria avrebbero assicurato la li- 
berazione ai trentini; ma essi fieramente affermarono in 
quell'ora la solidarietà con gli altri irredenti : e il Circo- 
lo Trentino di Roma votò un ordine del giorno, in cui 
chiedeva « che la Nazione, conscia dei suoi diritti e del- 
la sua forza, non diserti il posto che la Storia le ha as- 
segnato; respinga ignobili baratti; non si macchi di una 
grande viltà. » 

E in nome degli irredenti adriatici ancora si levava 
la voce di Ruggero Fauro e diceva : 

(( Siamo profondamente grati ai Trentini. Essi po- 
trebbero avere la libertà da tanti anni agognata; po- 
trebbero salvare la loro terra dall'oppressione tedesca, 
dall'assalto tedesco, che sì fieramente li ha minacciati e 
schiacciati. 

(( Essi, deposto il lungo affanno della schiavitù, li- 
berati dal dovere della lotta per la difesa dei confini 

— 99 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

d'Italia, potrebbero adagiarsi nel comodo torpore del- 
la comune vita italiana. Non lo fanno. 1 barattieri di 
Montecitorio, usi a comprare e vendere l'Italia all'in- 
grosso e al minuto, possono credere e dire nelle loro 
congreghe, che la solidarietà nazionale è una opinione 
discutibile. 

« Ma chi ha temprato l'animo e formata la coscien- 
za nella lotta contro lo straniero; chi ha conosciuto i Te- 
deschi non attraverso i milioni di Biilow, ma attraverso 
le prepotenze e le sopraffazioni che essi, per innato o- 
dio di razza, impiegano contro tutto ciò che è italiano; 
chi è abituato non a tradire la Patria, ma a servirla te- 
nacemente e fedelmente, non può contentarsi di una 
piccola rivendicazione della propria provincia, lascian- 
do altri fratelli e altri commilitoni della impari batta- 
glia, sotto la stessa oppressione straniera, nelle mani 
dell'eterno nemico. 

«I Trentini oggi stendono la mano a noi Italiani del- 
l'Adriatico con infinita angoscia : rifiutano per noi ciò 
che da mezzo secolo avevano invocato e sperato, con- 
sacrando le loro aspirazioni e la loro fede col sangue 
dei loro martiri, dei loro soldati del Risorgimento. Po- 
chi forse potranno capire la nobiltà del loro rifiuto. Si 
comprende facilmente il sacrifizio delle ambizioni, del 
danaro, del sangue. Ma il sacrifizio della indipendenza 
e della liberazione lo può capire, nella sua grandezza, 
solo chi ha fatto della liberazione e dell'indipendenza 
la suprema meta della vita e di ogni attimo della vita. 

(( Noi lo comprendiamo, e gettiamo la parola dei 
Trentini in faccia ai traditori che l'Italia indipendente 
e grande vogliono vendere ignobilmente al primo stra- 
niero che paga. 

« Ma la stessa afFermazione di solidarietà verso gli 
altri irredenti avrebbe da solo un valore puramente sen- 
timentale. Noi rileviamo qualche cosa di più grande e 
di più importante : l'appello alla dignità nazionale. 

« Dignità nazionale, per la quale i Trentini rifiuta- 
no la loro liberazione che senza guerra sarebbe con- 
giunta al disonore dell'Italia; perchè nessuna provincia, 
anche la più preziosa, vale l'onore di una Nazione; per- 

— 100 — 



LA FIAMMATA 

che nessun acquisto territoriale, per quanto importan- 
te, potrà mai cancellare il tradimento di uno Stato ver- 
so i suoi alleati ed amici. 

(( Noi Triestini ripetiamo l'atto di fede dei nostri 
fratelli di Trento : Anche se l'Austria offrisse Trieste, 
sarebbe delitto accettarla a prezzo del disonore. Noi 
rifiuteremmo di accettare una libertà disonorata, rifiu- 
teremmo di far parte di una Nazione di traditori, rifiu- 
teremmo di rientrare in una città che sarebbe diventa- 
ta il simbolo della vergogna nazionale. 

(( Questo non lo diciamo alla banda dei venduti al- 
lo straniero. Essi non capiscono niente e non capiran- 
no niente mai. 

« Ma c'è un uomo in Italia che deve sentire e tu- 
telare a qualunque costo l'onore della Nazione : il Re. 

« A Lui ci rivolgiamo noi tutti : Trentini, Triestini, 
Istriani, Dalmati. Da Lui, non da Bùlow o da Giolitti, 
vogliamo la nostra liberazione : la liberazione con le 
armi, la liberazione con 1 onore, la liberazione con la 
gloria. Le nostre città devono essere nomi di vittorie, 
non nomi di fatti disonoranti. Noi conservandole prima 
italiane, poi rifiutando una italianità macchiata di vi- 
gliaccheria, abbiamo fatto il dovere nostro. Adesso suo- 
na la sua ora. Viva il Re liberatore! »» 



VI 

LA RIDDA DEI COMMENTI 

I GIORNALI NEUTRALISTI — Un PRETESO COLPO DI StATO — GlOLITTI NO 
LENTE PIÙ CHE VOLENTE — Un INVITO ALLA CALMA — La STAMPA 

estera — i primi commenti parigini — persistente fiducia nel- 
l'intervento italiano — Penosa sorpresa a Londra — Tra il R^. 
E BuLow — La soddisfazione della Germania — Riserve del- 
la STAMPA berlinese — GLI « EFFETTI MELODRAMMATICI » DELLA 
POLITICA ITALIANA — Un OMAGGIO AL GENERALE ASINARI DI BeR- 
NEZZO — I TELEGRAMMI DEGLI IRREDENTI AL Re. 

Mentre la stampa interventista continuava nel mo- 
do più vivace la sua propaganda ed il popolo rinnova- 
va le sue imponenti dimostrazioni, i giornali neutralisti 
commentavano dal loro punto di vista la crisi ministe- 
riale. 

La Stampa — in un articolo intitolato « La soluzio- 
ne )) — diceva che i fautori della guerra per la guerra, 
assai più forti di audacia che di numero, facendo offesa 
alla rettitudine politica degli on. Salandra e Sonnino, 
speravano che questi uomini si sarebbero prestati in 
queste condizioni tragiche d'Italia a fare un colpo di 
Stato : a mettere, cioè, tra oggi e il giorno della convo- 
cazione della Camera, il fatto compiuto della dichiara- 
zione di guerra all'Austria. 

(( Ma noi avevamo — proseguiva la Stampa — de- 
gli on. Salandra e Sonnino un concetto assai più ele- 
vato di quello che non dimostrassero di avere alcuni 
loro amici e i gridatori della guerra ad ogni costo, della 

— 102 — 



LA FIAMMATA 

guerra non utile, anzi pericolosa. Il paese sano che la- 
vora, che è pronto a tutti i sacrifici quando l'onore suo 
veramente lo richieda, si è manifestato con chiari segni 
contrario ad una politica di avventure. Il paese non era 
con i guerrafondai. Questo hanno sentito gli uomini che 
avevano in quest'ora la grave responsabilità del potere. 
Essi — piuttosto che venir meno ad un supremo dovere 
— hanno fatto nobile sacrificio della loro persona a- 
vanti alla patria. » 

(( In nome di chi gli on. Saìandra e Sonnino avreb- 
bero condotto il paese alla guerra sicura? .Non della Ca- 
mera dei Deputati, non del Senato, non degli uomini 
politici che non sono al Governo — compresi tutti gli 
ex-Ministri di tutti i Ministeri che si sono succeduti in 
Italia da 20 anni a questa parte. Due o tre o quattro 
giornali potevano imporre la loro volontà al Parlamen- 
to e alla Neizione? Noi avremmo voluto che in quest'o- 
ra tragica gli on. Saìandra e Sonnino si fossero convinti 
che questi non sono i tempi da Cavour, cioè i tempi 
dei successi immortali, ma piuttosto i tempi da Alfonso 
Lamarmora, cioè tempi da sacrifici eroici e umili, ma 
non meno profittevoli alla patria. Avremmo voluto che 
gli on. Saìandra e Sonnino — prima del 20 — avessero 
rinunciato al loro sogno che in questo momento può 
essere sogno pericoloso per l'avvenire del paese, per 
appagarsi di una pagina di storia più modesta e che 
sull'altare della patria avessero fatto il sacrificio dolo- 
roso, ma utile, dei loro più intimi ideali, della loro più 
luminosa aspirazione. A noi pareva che non fosse mai 
tardi per far ciò, tanto più che nessun atto decisivo a- 
veva pregiudicato la situazione. Il Ministero era sempre 
arbitro della pace e della guerra. Sarebbe stata questa 
la soluzione ideale; ma poiché questa non fu l'idea de- 
gli on. Saìandra e Sonnino, noi reputiamo che, con le 
date dimissioni, il Ministero abbia reso un vero servizio 
al paese, poiché mentre era loro diritto — e lo aveva- 
mo riconosciuto ampiamente — di fare appello alla Ca- 
mera, sarebbe stato sommamente doloroso di iniziare 
nelle condizioni attuali una discussione di politica este- 
ra, della quale non si potevano prevedere le conse- 
guenze, 

— 103 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

(( Aspettiamo : infinitamente lieti che con le dimis- 
sioni del Ministero sia allontanata dall'Italia la sciagura 
della guerra a cui il Ministero ci conduceva, fatalmente 
e — ci si permetta una sola parola aspra in questo mo- 
mento — inconsciamente. Tuttavia, noi che combattia- 
mo il semplicismo dei nostri colleghi non vogliamo in- 
gannare i nostri lettori dicendo che — con le dimissioni 
del Ministero — evitata la guerra, la situazione dell'Ita- 
lia possa essere scevra da pericoli. La guerra era il peg- 
gior male che potesse in questo moipento toccare all'I- 
talia; ma noi siamo troppo consapevoli della terribile o- 
ra che passa per non comprendere che non tutti i peri- 
coli sono evitati. Basta per ora ohe sia evitato il mag- 
giore. Toccherà agli uomini che succederanno al Gabi- 
netto Salandra-Sonnino fare in modo che tutti i pericoli 
che mano mano ci si presenteranno, siano con cura evi- 
tati come per forza logica delle cose si è evitato il male 
peggiore. » 

La Stampa concludeva : « È successo proprio quel- 
lo che noi avevamo previsto. Nell'ora in cui a Roma non 
vi era più persona che potesse non ritenere imminente 
la guerra, la logica delle cose ha preso l'uomo che se 
ne stava in disparte, quell'uomo politico che pareva che 
fino a ieri dovesse essere mancato al nostro program- 
ma, ha preso quell'uomo politico e lo ha spinto nolen- 
te, assai più che volente, a rappresentare quello che in 
questa ora suprema è, secondo la nostra coscienza, il 
supremo interesse d'Italia. » 

Un altro giornale amico dell'on. Giolitti, la Tribu- 
na, ritenne giunto il momento d'un invito alla calma, 
alla moderazione : e lo espresse con queste parole : 

(( L'Italia si trova oggi di fronte ad una crisi gra- 
vissima, forse la più grave dalla sua costituzione nazio- 
nale in poi, tanto nei rapporti del contrasto degli spi- 
riti all'interno, quanto delle difficoltà internazionali. 

« Ora, in questo momento in cui tutte le passioni, 
dalle più nobili alle peggiori, si scatenano nell'animo o- 
scuro della folla; in cui il cozzo delle opinioni diventa 
pugnace e violento anche in molti spiriti a cui l'educa- 

— 104 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. Xll. 



Tavola X 




LA FIAMMATA 

zione, l'abitudine della riflessione, la considerazione 
delle opinioni altrui avevano sempre dato il senso del- 
la moderazione, avevano sempre imposta l'abnegazio- 
ne e il sacrificio delle opinioni proprie sull'altare degli 
interessi comuni; noi facciamo un caldo, sincero appel- 
lo perchè tutti vogliano fare sopra sé stessi uno sforzo 
moderatore, per trattenere quei primi, violenti impulsi 
del sentimento e del carattere, avanti che il processo 
moderatore e chiarificatore della riflessione e la mag- 
giore e più precisa conoscenza dei fatti abbia dato il 
modo di giudicare con serenità ed equanimità sulle vie 
da seguire. Non è nel calore arroventato della passione 
e in mezzo alla incertezza delle informazioni malsicu- 
re e contraddittorie che si può giudicare e decidere in 
qualunque caso; sopratutto poi quando i giudizi e le 
decisioni non involvono nostri semplici e piccoli inte- 
ressi personali, ma la salute, la dignità, l'avvenire della 
Patria... 

(( E in questo nome sacrosanto, in cui oggi si ap- 
puntano e si giustificano, pure nelle maggiori e più con- 
traddittorie diversità di giudizio, i pensieri e i sentimenti 
di tutti, tanto di quelli in cui prevale il senso della mo- 
derazione e della prudenza, senza discendere a medio- 
crità e viltà, che di quelli in cui prevalga l'ardenza del- 
l'entusiasmo senza traboccare ad esaltazione di delirio; 
è in questo nome sacrosanto che noi facciamo questo 
nostro appello, perchè sia evitata qualunque violenza 
e precipitazione e sopraffazione, il cui ultimo, rovinoso, 
irremediabile effetto sarebbe di distruggere qualunque 
speranza di unità e di concordia, e di abbandonare il 
paese in uno stato di completa disorganizzazione mo- 
rale di fronte ai gravissimi problemi del momento. 

« Sappiamo, non ci dissimuliamo affatto la difficol- 
tà di fare ascoltare questo nostro appello, di raggiunge- 
re questo proposito quando le opinioni ed i sentimenti 
appaiono così irrimediabilmente divisi e contrastanti. 
Ma è appunto in questi casi, quando appare impossibi- 
le di raggfiungere l'unità e la concordia nelle opinioni^ 
che s'impone a tutti il dovere di cercarla in qualche co- 
sa che sia fuori di noi e al di sopra di noi: nel con- 

— 105 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII 7 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

cetto superiore della Patria e della Nazione, che non 
può essere sottomesso assolutamente e rigidamente a 
nessuna opinione individuale; ohe non può essere co- 
lorito di nessuna opinione individuale esclusiva. La 
grandezza, la forza di una nazione, — diciamolo so- 
pratutto a quelli che di questa grandezza e di questa 
forza fanno e proclamano il loro ideale supremo, — 
non può non essere basata sulla capacità, sulla volonte- 
rosità religiosa di ogni cittadino di sacrificare ad essa 
qualche cosa delle proprie opinioni, delle proprie pre- 
ferenze, delle proprie passioni; e mancare, e volere 
sottrarsi pervicacemente a questo supremo dovere, e- 
quivale ad infliggere alla patria un colpo dannoso, e 
che può riuscire anche rovinoso irrimediabilmente, 

« Noi abbiamo sempre espresso pacatamente, mi- 
suratamente il pensiero nostro sui gravi problemi a cui 
ci troviamo di fronte, senza disconoscere, senza preten- 
dere di sopraffare il pensiero altrui; e per questo ci sen- 
tiamo tanto più autorizzati, nella nostra coscienza, a di- 
rigere quest'appello a tutti i cittadini, anche ed anzi a 
quelli le cui opinioni si allontanavano dalle nostre. Ad 
ognuno noi domandiamo, non una rinuncia, ma un no- 
bile sacrifizio : di moderare, raffrenare tutto quanto vi 
sia di violento, di eccessivo nelle loro opinioni, nei lo- 
ro sentimenti, perchè sia resa possibile una valutazione 
riflessiva della situazione, e non sia compromessa e tu- 
multuariamente travolta quella unità morale del paese, 
che per la sua grandezza, la sua sicurezza, il suo avve- 
nire, deve permanere anche nelle differenze e nei con- 
trasti più vivi delle opinioni. » 

Anche la stampa estera prese viva parte, coi suoi 
commenti, alla grave ora che l'Italia attraversava. 

I primi affrettati giudizi dei giornali francesi erano 
ispirati alla fiducia che la crisi si potesse risolvere in 
senso favorevole all'intervento. Erano commenti desti- 
nati ad attenuare l'impressione prodotta dalla crisi stes- 
sa, impressione tanto più viva quanto più ottimistiche 
erano state le notizie giunte dall'Italia nelle ultime set- 
timane. 

— 106 — 



LA FIAMMATA 

Era naturalissimo infatti che a Parigi trovassero eco 
le informazioni che lasciavano sperare prossimo l'in- 
tervento italiano. 

In un articolo editoriale il Temps spiegava come. la 
congiura dei giolittiani fosse riuscita ad abbattere il mi- 
nistero Salandra che aveva lavorato, credendosi forte 
del loro appoggio : 

(( All'indomani delle feste di Genova e del gran- 
dioso ricevimento che Roma ha fatto a d'Annunzio, il 
grande poeta nazionale che era stato nelle sue magni- 
fiche arringhe interprete del sentimento di tutto il po- 
polo, la scomparsa del Ministero investito della fiducia 
del paese e del Re — diceva il giornale — colpisce co- 
me una mazzata i patrioti atterriti, dal nord al sud della 
penisola. L'Italia non vuole mercanteggiare col nemico 
ereditario la sua neutralità, in cambio di qualche ipote- 
tica concessione, che non libererebbe che una parte del- 
le province irredente dal giogo austro-ungarico. Un e- 
sercito di 800.000 uomini è pronto a marciare al primo 
segnale. L'Italia rifiuta ancora di credere che il sogno 
di gloria e di grandezza che riscaldava tutti i cuori, il 
sogno di cui intravvedeva già la realizzazione, sia sfu- 
mato come sotto il colpo di bacchetta di una fata ma- 
lefica. Dalla confusione che accascia tutti gli animi, e- 
mana già la convinzione che tutto ciò non è finito, che 
qualche cosa al di sopra di tutta questa oscura combi- 
nazione sopravvive : la fermezza del Re e l'ideale della 
patria. 

« Si attende con ansietà a Roma e altrove lo svi- 
luppo della crisi che deve dare alla sorpresa di ieri il 
suo intero significato. Il Re, che si è riservato la sua de- 
cisione, accetterà le dimissioni del Ministero Salandra? 
E quale sarà in questo caso la costituzione del nuovo 
Gabinetto? Quale parte vi avrà Giolitti? Che divente- 
ranno le decisioni prese dall'Italia? Sono altrettante do- 
mande alle quali manca fino ad ora risposta. Questa 
non tarderà ad essere fornita. Dipende da Vittorio E- 
manuele. che si trova di fronte ad una delle più gravi 
decisioni che un Re d'Italia sia stato nell'obbligo di 
prendere. Infatti si tratta dell'avvenire del Regno d'I- 

— 107 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

talia. Re Vittorio Emanuele deve prendere un partito e 
scegliere tra la superstite politica elettorale e la volontà 
unanime del Paese. Salandra e i suoi colleghi lasciano 
il potere perchè dicono che non si sentono appoggiati 
dall'unanimità dei partiti. 

<( Ma, all'infuori e al di sopra di questi partiti, ri- 
masugli del passato, vi è l'Italia una e ardente, che dal 
nord al sud manifesta la sua volontà e la sua aspirazio- 
ne, c'è la dinastia che non ha mai mancato all'appello 
del Paese, e che sarà arbitra in questo dibattito, tra co- 
loro che vogliono vivere ed essere grandi e coloro che 
si ostinano a mercanteggiare benefici illusori. 

« In fondo la situazione non è mutata, e tra l'intrigo 
superficiale e il sentimento profondo di tutto un popolo 
non è l'intrigo che avrà l'ultima parola. Mai lo straniero 
ha fatto la legge in Italia; essa rimane oggi quella che 
era ieri, ardente e unita come sempre. » 

Il Journal des Débats doveva avere esposto anche 
le ipotesi più pessimistiche perchè una metà del suo ar- 
ticolo fu soppressa dalla censura. Osservava in ogni 
modo che Salandra era insospettabilmente sostenuto 
dai migliori elementi della nazione e portato da un mo- 
vimento quale non s'era veduto in Italia da varie gene- 
razioni. 

Il Matin faceva osservare che la crisi avrebbe po- 
tuto condurre alla costituzione di un grande Ministero 
nazionale il quale avrebbe più sicuramente e autorevol- 
mente potuto prendere la decisione dell'intervento. Esso 
però ammoniva il pubblico a non cullarsi in illusioni fuo- 
ri di posto. 

(( Quella di un Ministero nazionale — diceva — è 
l'ipotesi più verosimile nel momento in cui non si può 
giudicare l'avvenimento se non in base alla semplice no- 
tizia ufficiale. D'altronde noi dobbiamo commentare 
queste notizie con il riserbo che si impone quando si 
tratta di cose altrui. Inoltre è opportuno dire che se la 
volontà degli altri può rendere più sollecita la vittoria, 
questa in fine dei conti dipende dalla fermezza della 
volontà nostra, e proprio in questo momento i rumori 
della politica sono coperti dalla gran voce del cannone 
di Arras. » 

— 108 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. Xll. 



Tavola XI 




LA FIAMMATA 

Successivamente i giornali francesi assunsero una 
intonazione assolutamente uniforme : tutti andarono a 
gara nel sostenere che in qualunque caso, e con qual- 
siasi governo, la corrente interventista avrebbe trionfato 
in Italia. 

Herbette nell'Eciio de Paris esaminava le possibili 
conseguenze delle dimissioni. Vista l'impossibilità di con- 
siderare il problema pubblicamente sotto tutti i suoi a- 
spetti. egli osservava che le ragioni che avevano fatto 
considerare all'Italia la possibilità di una guerra contro 
l'Austria e contro la Germania sussistevano ancora e si 
sarebbero imposte sempre più imperiosamente a qua- 
lunque Gabinetto italiano. 

<( Queste ragioni — proseguiva — sono due : le con- 
cessioni da ottenere e le garanzie che possono consoli- 
dare queste concessioni stesse. Ora si tratta di sapere 
se un Ministero, deciso a seguire una politica diversa 
da quella di Salandra. abbia probabilità maggiori o mi- 
nori di quest'ultimo di ottenere concessioni e garanzie. 
Concessioni certamente no, perchè l'Austria cede sol- 
tanto per paura; e, tanto meno il Governo che assumerà 
il potere minaccerà la guerra, e tanto più l'Austria sarà 
restia a fare qualsiasi concessione. 

(( La questione delle garanzie, poi, è molto più im- 
portante e semplice al tempo stesso. Una guerra come 
questa non può finire se non in due modi : o con una 
vittoria schiacciante di uno dei due avversari, o con l'e- 
saurimento di ambedue. Supponiamo che la vittoria ar- 
rida agli austro-tedeschi. Che valore avrebbero allora 
le garanzie che all'Italia ha dato la Germania? Niente : 
meno di uno scartafaccio. 

« Se entrambi gli avversari saranno esauriti dalla 
snierra, ciascuno riprenderà a poco a poco le proprie 
forze; e. avendo il desiderio di non usarle più contro 
gli stessi avversari, perchè la lotta sarebbe rimasta ste- 
rile, dove potrebbe l'Italia trovare ima garanzia contro 
gli austro-tedeschi, che la odierebbero e non avrebbero 
imparato a temerla? 

(c Supponiamo infine, come è certezza nostra, che 
la guerra finisca con la vittoria della Triplice Intesa : 

— 109 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

allora, quanto dolorosa e difficile sarà la posizione del 
Governo italiano che abbia cercato garanzie in campo 
diverso da quello in cui si era abilmente impegnato il 
Gabinetto Salandra! 

(( Basta evocare queste semplici supposizioni, per 
comprendere che dei ministri italiani, decisi a romperla 
con la politica di Salandra, avrebbero assai minore pro- 
babilità di lui di ottenere non solo concessioni più este- 
se, ma garanzie più efficaci. 

(( In tali condizioni — conclude Herbette — le di- 
missioni di Salandra diminuiscono le ragioni che l'Italia 
ha di fare la guerra? Evidentemente no, se si considera 
il problema con un po' di chiaroveggenza e di accor- 
tezza... » 

La notizia delle dimissioni provocò a Londra viva 
impressione e penosa sorpresa. La ricomparsa di Gio- 
litti a Roma nel momento più critico, quando doveva 
suonare l'ora della decisione, aveva fatto sorgere in In- 
ghilterra vive preoccupazioni in vista di possibili com- 
plicazioni. Ma pochi credevano che i neutralisti avreb- 
bero tentato di imporsi alla massa del paese e di avver- 
sare la pubblica opinione, esercitando una brutale pres- 
sione di maggioranza parlamentare numerica sul Gabi- 
netto, violando una promessa data due volte... 
Il corrispondente del Times da Roma diceva : 

« In due occasioni il Parlamento aveva accordato 
al Governo un voto di fiducia : l'ultima volta prima di 
prendere le vacanze. Chiedendo il voto, Salandra spie- 
gò che doveva significare mano libera. Gli unici mal- 
contenti furono i socialisti ufficiali. Giolitti ed i suoi se- 
guaci accordarono il loro appoggio incondizionato. 

« Nelle scorse settimane, settimane di grande an- 
sietà, l'animo del paese aveva gradualmente finito col 
convincersi della ineluttabilità della guerra, vedendo 
nella guerra contro l'Austria e contro la Germania l'u- 
nica via diritta. Il mutamento nei sentimenti degli ita- 
liani è stato notevole negli ultimi tre mesi, e nel mo- 
mento critico di questi giorni appariva evidente che le 
giuste richieste dell'Italia non potevano essere soddi- 

— 110 — 



LA FIAMMATA 

sfatte da un accordo con l'Austria. Ma proprio quando 
il sentimento del paese volgeva risolutamente verso la 
guerra, un forte gruppo del partito giolittiano ha inizia- 
to un'agitazione a favore della pace al prezzo che l'Au- 
ptria era disp>osta ad offrire. » 

Il corrispondente concludeva esprimendo l'incredu- 
lità che Giolitti potesse cessare dall' appoggiare il go- 
verno come aveva promesso; ma l'incredibile è avve- 
nuto. 

Il Times affermava poi. anche sull'autorità del suo 
corrispondente da Roma, che. quando il principe di 
Biilow era stato ricevuto dal Re. gli aveva esposto i 
vantaggi derivanti dalle ultime concessioni austriache. 
Il Re allora chiese quali garanzie l'Italia avrebbe avute 
che queste concessioni sarebbero state reali e perma- 
nenti. Biilow rispose : <( La parola della Germania ». E 
il Re a sua volta osservò che era troppo tardi perchè 
una simile garanzia potesse essere accettata... 

La Pali Mail Gazette commentava brevemente le 
dimissioni dicendo : 

<( È una sorpresa, ma è necessario ricordare che Sa- 
landra non dispone della maggioranza al Parlamento i- 
taliano ed è perciò probabile che le sue dimissioni non 
significhino tutto quello che può sembrare. La decisione 
finale è ancora da venire. L'intervento dell'Italia nella 
lotta è una faccenda che spetta all'Italia soltanto di de- 
cidere; incombe a noi di vincere senza pensare ad altri 
aiuti. » 

UEvening Standard riconosceva che la situazione 
in Italia era complicata, poiché il Gabinetto dimissiona- 
rio non aveva, nominalmente, che una minoranza di vo- 
ti in Parlamento: ma in realtà — soggiungeva il giorna- 
le — non vi è dubbio che alle elezioni generali vince- 
rebbe in tutto il paese, pacche la massa della nazione 
è dietro di esso. 

« I grandi centri come Roma, Genova e Milano — 
diceva poi — hanno dimostrato una aperta ostilità ver- 
so Giolitti ed il suo piccolo gruppo di neutralisti. Que- 
sti fatti sono noti a tutti ed è assai dubbio che la mag- 
gioranza (( sulla carta » del Parlamento possa influire 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

sulla linea di condotta seguita dall'Italia. È più proba- 
bile che il Gabinetto che si è dimesso abbia fatto ricor- 
so a questo metodo di appello al paese per un voto di 
fiducia extra-parlamentare. Il Parlamento si riunirà il 20 
e le cose potranno procedere costituzionalmente, ma è 
quasi impossibile pensare ad una lunga discussione sul- 
la guerra o sulla pace. Se il Re rimetterà al suo posto il 
Gabinetto, interpreterà le speranze dei suoi sudditi. )> 

La Westminster Gazette diceva che la situazione 
dell'Italia era chiaramente definita dall' atto del go- 
verno. 

« Il paese — continuava — non può restare senza 
Governo e il Ministero deve essere formato da coloro 
che si opponevano alla politica del Gabinetto Salandra: 
ma può anche darsi che quest'ultimo possa ritornare al 
potere col mandato di esplicare la sua politica con l'ap- 
ooggio dei suoi avversari. In sostanza ciò significa che 
la questione sarà decisa dalla pubblica opinione, e, per 
i bisogni immediati, dai criteri del Re. I belligeranti fa- 
ranno bene a non dare consigli. 

« Gli italiani hanno dinanzi a loro tutta la materia 
sufficiente per una decisione opportuna e potranno va- 
lutare la decisione del Governo di Salandra e giudicare 
la possibilità di ottenere la soddisfazione delle loro a- 
spirazioni nazionali senza partecipare alla guerra. Essi 
saranno in grado di giudicare le disposizioni della Ger- 
mania e il valore delle promesse il cui conriDÌmento è 
rinviato alla fine della guerra, e di giudicare altre grandi 
questioni che devono essere risolte per loro e per il 
mondo intero nella guerra attuale. 

« Noi abbiamo fede che tutte queste questioni pos- 
sano essere affidate con fiducia nelle mani del Re e del 
popolo d'Italia. » 

Intorno all'impressione suscitata in Germania dalla 
crisi italiana, telegrafavano da Berlino al Messaggero : 

(( Nei giornali la soddisfazione profonda per la orisi 
italiana provocata dall'onorevole Giolitti, si legge sola- 
mente fra le righe; nelle redazioni si pensa che la bur- 

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LA FIAMMATA 

rasca non è ancora passata e che un atte£?giamento un 
po' riservato della stampa è ancora consigliabile. 

« Nei circoli politici invece il ritegno è minore. L'o- 
pera di Bùlow a cui senza mistero tutti attribuiscono la 
riuscita della crisi italiana, viene lodata nel modo più 
ampio. Secondo il punto di vista tedesco si tratta ora 
di stabilire quale influenza potrà esercitare la piazza e 
si dimostra di sperare che il nuovo ministero non si la- 
sci impressionare dalle grida degli interventisti. » 

Ma i giornali effettivamente riconoscevano il perma- 
nere di una situazione grave e mostravano di continua- 
re a temere per l'avvenire. 

Così la popolare Morgen Post ammoniva di non ab- 
bandonarsi a un soverchio ottimismo : 

« La politica italiana — essa diceva — ama gli ef- 
fetti melodrammatici : da un momento all'altro può av- 
venire ciò che sembrava evitato. » 

L'ufficiosa Kòlnische Zeitung scriveva : 

« Le dimissioni dimostrano che Salandra, il quale 
voleva condurre l'Italia fra le braccia dell'Intesa e alla 
guerra contro l'Austria, ha urtato contro ostacoli così 
forti da indurlo a rimettere la decisione nelle mani del 
Re. La matassa in cui si era irretita la politica italiana 
può ora venire sbrogliata e la Nazione può riacquistare 
completa libertà d'azione. Ma una decisione non è an- 
cora presa e conviene attendere quale soluzione darà 
alla crisi il Re. » 

L^na corrispondenza berlinese alle Hamburger Nach- 
rìchten diceva : 

« La motivazione delle dimissioni è forse ancora più 
importante e significante delle dimissioni stesse, poiché 
contiene la confessione che la politica di Sonnino non 
può contare sulla maggioranza del Parlamento. Ciò si 
riferisce non soltanto ai rapporti tra Austria e Italia, ma 
al generale orientamento della politica estera italiana, 
cioè alle linee direttive di cui parla il comunicato uffi- 
ciale. » 

Il giornale concludeva dicendo di credere che una 
situazione chiara e una decisione definitiva si .sarebbero 
avute soltanto all'apertura della Camera. 

— 113 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Scriveva la Post : « Il ritiro dell'on. Sonnino signi- 
fica per il momento un aggiornamento delle decisioni 
supreme che presumibilmente non saranno prese pri- 
ma dell'apertura della Camera. La situazione è assai 
confusa ed è difficile prevedere l'atteggiamento ohe as- 
sumerà Giolitti. )) 

La Taegliche Rundschau, intitolando il suo artico- 
lo sulla crisi italiana « La vittoria di Giolitti », scriveva 
che era sorprendente la perfetta identicità del corso de- 
gli avvenirnenti d'Italia e di Grecia : Salandra e Veni- 
zelos. Giolitti e Gunaris, Vittorio Emanuele e re Costan- 
tino {?!). 

« Quando in Grecia Venizelos abbandonò il potere, 
sembrò dovesse prodursi una catastrofe, la quale invece 
non avvenne. Altrettanto, forse, accadrà in Italia. Il ré 
d'Italia deve, per altro, pensare che la folla che osrgi 
grida : Viva la guerra! grida contemporaneamente : 
Abbasso il re! )>. 

Il Lokal Anzeìger diceva: «Qualunque sia la de- 
cisione che sarà presa, il Re si è dimostrato un vero 
sovrano costituzionale, che ha reso un grande servigio 
non solo al suo Paese, ma anche a tutto il Parlamenta- 
rismo. 

« Il popolo italiano, per mezzo dei suoi legittimi 
rappresentanti alla Camera e al Senato, si assume la re- 
sponsabilità di quello che sarà per accadere, e noi at- 
tendiamo con tranquillità e con fermezza questa deci- 
sione. Pensiamo però che una guerra per la propria e- 
sistenza ha probabilità di successo soltanto nel caso in 
cui i cittadini, senza divisioni di partiti, siano uniti in 
un solo entusiasmo. » 

Il Tageblatt scriveva : « La minoranza guerraiola è 
stata in Italia inconsiderata e senza scrupoli nella scel- 
ta dei mezzi di azione, come del resto da per tutto u- 
sano i partiti della guerra. Anche dopo il ritiro di Son- 
nino, questa minoranza continua ad avere una grande 
forza, perchè i più grandi giornali italiani sono per l'in- 
tervento ed il loro motto è di non indietreggiare perciò 
dinanzi a nessun mezzo. Ad ogni momento possono veri- 
ficarsi nuovi avvenimenti ed incidenti... » 

- 114 -r- 



LA FIAMMATA 

Tra gli innumerevoli episodi di quei giorni, più d'u- 
no ebbe a protagonisti gli irredenti. 

Gli emigrati che s'erano raccolti in Ancona per 
sfuggire alle rappresaglie austriache, inviarono un gran- 
de bouquet di rose bianche legate con nastro tricolore 
al generale Asinari di Bernezzo. il quale si trovava in 
quella città. 

L' omaggio era accompagnato dalla seguente de- 
dica : 

« A S. E. il generale Asinari di Bernezzo che, me- 
more delle eroiche gesta compiute con gagliarda sem- 
plicità e baldanza sugli aspri e contesi campi di Custo- 
za, salda e giovanile fede nei destini d'Italia, ferma la 
mano sull'elsa della fiammeggiante spada, quella fede 
nutrita ed alimentata nel magnanimo cuore attraverso 
gli anni e gli eventi riaffermò al cospetto delle raccolte 
milizie additando sull'Aloe dove Dante s'è fermo, e sul 
golfo che il Leone di Venezia ed il verso del giovane 
poeta hanno immortalato, i confini della patria e la 
meta da compiere : in questi giorni di ricordi, di speran- 
ze, di fremiti, i figli di Fiume e di Dalmazia che atten^ 
dono fidenti, offrono reverenti devoti omaggi propi- 
zianti auspicio. » 

E un gruppo di profughi irredenti indirizzò al Re il 
seguente telegramma : 

« Sulle tristi competizioni di uomini di fazione er- 
gesi, per fortuna d'Italia, la nobile ed augusta figura 
di un principe di Savoia che la saldezza dell'unità ita- 
liana sa italianamente scorgere nell'integrazione della 
patria e nella gagliarda, leale affermazione della virtù 
civile e militare del nostro popolo. I profughi dalmati e 
fiumani porgono a V. M. riconoscente omaggio augu- 
rale. » 

E da Milano un'imponente assemblea di molte cen- 
tinaia di emigrati adriatici e trentini inviava a Vittorio 
Emanuele un telegramma in cui esprimevano la fede 
sicura ch'egli avrebbe tracciato con la spada vittoriosa 
i confini d'Italia ove la natura li aveva segnati... 



VII 
LO SVOLGIMENTO DELLA CRISI 

L'evento era impreveduto — Le ipotesi dei deputati — Tre previ- 
sioni — La soluzione Marcora — Una terribile formula di fu- 
sione — Il Presidente della Camera declina l'incarico — L'of- 
ferta all'on. Carcano — Un altro rifiuto del mandato — La 

CHIAMATA DELL'oN. BoSELLI — La CRISI SI COMPLICA — « NoN SI 
PUÒ TORNARE INDIETRO» — La TRIPLICE DISDETTA? — VoCI DI IM- 
PEGNI CON l'Intesa — Polemiche importanti — Parole oscure 

— Il Consiglio della Corona — Le ultime lusinghe tedesche 

— Il popolo italiano all'opera. 

Intanto la crisi stava compiendo il suo rituale svol- 
gimento, tra l'ardente interesse del pubblico. 

Alla crisi podhi avevano creduto. (( I deputati — 
notava la Tribuna — si erano poco a poco persuasi che 
il 20 il gabinetto si sarebbe presentato completo alla 
Camera, e, aiutato dal « Libro Verde » di imminente 
pubblicazione, avrebbe esposto la sua azione e, poiché 
non si trattava ancora di azione definitiva, chiesto un 
voto per concluderla. A chi osservava che il Gabinetto 
aveva già dimostrato una tendenza, e doveva presen- 
tarsi col fatto compiuto per non scontrarsi con la ten- 
denza opposta sopra il terreno malsicuro delle decisio- 
ni da prendere in futuro, si replicava che la presenza 
dell'on. Giolitti a Roma aveva ormai abbondantemente 
dimostrato che una grande frazione del partito costitu- 
zionale, come un grande partito sovversivo, erano av- 
versi alla tendenza ministeriale, per cui il Ministero non 
poteva onestamente pregiudicar nulla, prima di un nuo- 

— 116 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola XII 




LA FIAMMATA 

vo voto dato dalla Camera in perfetta coscienza della 
rotta che seguiva la nave del Gabinetto. 

(( Di crisi, quasi, non si parlava più. Non s'era par- 
lato d'altro, nei primi giorni; sebbene la cronaca aves- 
se evitato di raccogliere queste ipotesi che non contri- 
buivano alla concordia degli spiriti, invocata da tutte le 
parti. Si diceva : il gabinetto Salandra esisteva parla- 
mentarmente in quanto l'on. Giolitti lo sosteneva con il 
suo gruppo. L'on. Salandra non può illudersi che — do- 
po quanto è avvenuto — l'on. Giolitti voti in suo favo- 
re. Non che l'on. Giolitti dissenta fondamentalmente da 
lui; dissente dal metodo ch'egli segue. Egli ha detto che 
prima di fare la guerra, tutte le vie della pace devono 
essere esperite : ha il senso che il Governo non proce- 
de nelle trattative con lo stesso spirito. Non ha più fi- 
ducia in lui, infine. Salandra lo sa, ed è inconcepibile 
che rimanga. 

(( Ma a queste argomentazioni si replicava che era 
troppo tardi per discutere sul metodo. 11 metodo è qual- 
che cosa di aderente agli uomini, e quando si era data 
la fiducia al Gabinetto, e per esso all'on. Sonnino, si 
sapeva benissimo che il Ministro degli Esteri non era 
un modello di souplesse. Si sapeva benissimo, inoltre, 
dove andava il gabinetto. Da quando l'on. Salandra a- 
veva parlato di aspirazioni nazionali, non c'era da farsi 
illusioni sulla eventuale necessità di ricorrere alle armi 
per soddisfarle, il gabinetto Salandra è in questa linea 
— la sua prima — e deve tirar diritto. In materia così 
alta si può astrarre anche dal Parlamento. È anzi, que- 
sta della guerra e della pace, materia sottratta al Par- 
lamento. 

« Ad ogni modo — concludeva la Tribuna — que- 
ste discussioni accennavano ora a cessare, ed era en- 
trata nella Camera la persuasione che il Gabinetto non 
si sarebbe dimesso se non dopo un voto. La notizia del- 
le dimissioni è arrivata dunque a Montecitorio come u- 
na bomba, e vi ha destato la più grande sorpresa, e, 
aggiungiamo, la maggiore preoccupazione. » 

Le previsioni che si facevano erano tre : il reinca- 
rico a Salandra, l'incarico a Giolitti, la formazione di 

— 117 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

un Ministero di conciliazione, probabilmente presiedu- 
to dall'on. Marcora. 

Il Corriere d'Italia scriveva : 

(( La ipotesi c'he l'incarico sia nuovamente dato a 
Salandra è andata accreditandosi sempre di più. È vero 
che l'on. Martini — a quanto ci si riferisce — avrebbe 
detto all'on. Tasca di non nutrire molte speranze per 
una ricostituzione del Gabinetto Salandra, ma le voci 
che alludono a questo rimpasto del Gabinetto sono sem- 
pre più insistenti e diffuse. Si dice che il Re, ridando 
l'incarico all'on. Salandra, chiederebbe al paese e alla 
Camera quella concordia che fino ad ora è mancata, e 
di cui vi è tanto bisogno. » 

11 Messaggero, dopo aver affermato che l'on. Sa- 
landra aveva indicato al Re 1' on. Giolitti, soggiun- 
geva : 

« Secondo i più autorevoli giolittiani, l'ex-Presiden- 
te del Consiglio avrebbe ripetutamente dichiarato ai 
suoi amici che egli non intende assumere in quest'ora 
le redini del Governo. Egli ha mandato a picco Salan- 
dra e Sonnino : e gli basta. 

(( L'on. Giolitti — soggiungeva il Messaggero — non 
sarebbe, però, alieno dall'entrare, non come presiden- 
te del Consiglio, in un Gabinetto di concentrazione o di 
conciliazione; e però si insiste molto sul nome dell'on. 
Marcora, vecchio garibaldino e non sospetto di simpa- 
tie per l'Austria. 

« Ma Giolitti imporrebbe al nuovo Gabinetto il neu- 
tralismo assoluto e la politica del « parecchio »? O si 
indurrebbe ad una dichiarazione di guerra, visto e con- 
siderato che quanto offre l'Austria è veramente irris-j- 
rio e ohe sarebbe una infamia imperdonabile abbando- 
nare al più crudele destino Trieste, l'Istria e la Dalma- 
zia? » 

Alla Camera si riferivano le previsioni e i giudizi di 
alcuni deputati. 

L'on. Arlotta, ex-ministro delle Finanze nell'ultimo 
Gabinetto Giolitti, aveva dichiarato : « Dacché l'Italia 
si è costituita in unità, questo era il primo Ministero ve- 
ramente nazionale. Troppo esso rispondeva alla gran- 

— 118 — 



LA FIAMMATA 

de anima dellltalia perchè potesse restare. Le basse fa- 
zioni parlamentari lo hanno minato, mentre svolgeva 
un'opera sommamente salutare per la patria. Auguria- 
moci che il Re ed il paese sappiano ricostituirlo. » 

L'on. Fraccacreta aveva detto : «È una sopraffazio- 
ne delle basse sfere ministeriali contro un Governo o- 
nesto, coraggioso, che guidava fermamente l'Italia ver- 
so i suoi destini, tutto ponderando, nulla sacrificando 
invano ». 

L'on. Agnelli si era espresso così : « Reputo che la 
crisi possa essere risolta parlamentarmente, cioè con un 
rimpasto del Gabinetto per mezzo degli elementi de- 
mocratici ». 

L'on. Tasca di Cutò aveva detto : « Dicono che an- 
drà Giolitti e che farà la guerra. Non ci credete! ». 

L'on. Ciriani aveva dichiarato : « È una rovina! Li- 
mitano tutto ad un fatterello ministeriale. Invece si trat- 
ta di un increscioso problema, di una immediata scelta 
della via da seguire. Deploro l'opera svolta contro il Gp- 
verno costringendolo alle dimissioni, ma mi auguro la 
ricostituzione del Gabinetto su basi più o meno simili». 

L'on. Meda prevedeva il ritorno di Salandra. 

Per un momento parve dovesse prevalere la solu- 
zione Marcora. E poi che si accennava al carattere con- 
ciliativo che avrebbe presentato quella soluzione, il 
Giornale d'Italia osservava : 

« Non si capisce bene di quale conciliazione si vo- 
glia parlare; forse di quella che dovrebbe verificarsi nel- 
l'animo dell'antico patriotta, che dovrebbe trovare una 
terribile formula di fusione tra il suo supposto interven- 
tismo e la sua neutralità giolittiana. 

(( I maligni affermano che il Presidente della Came- 
ra finirebbe col mettere in pace la sua coscienza in un 
assettamento neutralista, in omaggio all'antica devozio- 
ne che lo lega all'on. Giolitti... » 

La Tribuna, raccogliendo la voce che l'on. Marco- 
ra avesse avuto l'incarico di formare il nuovo ministe- 
ro, soggiungeva : 

(( L'on. Marcora si è messo all'opera ed ha confe- 

— 119 — 



LA GRANDE GUERRA IX ITALIA 

rito, nel suo studio dell'ufficio di Presidenza, con l'on. 
Salandra. È poi uscito da Montecitorio e, secondo in- 
formazioni che l'ora non ci permette di controllare, si 
è recato dall'on. Giolitti a via Cavour, prima di andare 
dal Re a Villa Savoia per riferirgli sui suoi primi ten- 
tativi. Se anche l'on. Marcora non ha veduto stasera 
l'on. Giolitti, lo vedrà senza dubbio domani. 

(( L'idea di un Ministero presieduto dall'on. Marco- 
ra, è la prima che si sia presentata a quanti hanno un 
po' di pratica dell'ambiente parlamentare in questo mo- 
mento. Ed è l'idea che è venuta logicamente anche al 
Re; essa prova, si diceva stasera alla Camera, ohe il Re 
ha il senso della situazione. Infatti, sentiti i presidenti 
delle due Camere e l'on. Giolitti, il Sovrano ha senza 
altro insistito presso 1' on. Marcora perchè accettasse 
l'incarico. 

(( Non è esatto però parlare di incarico, stasera : 
l'on. Marcora si è riserbato di rispondere domani al 
Re. È, possibile, anzi, che, dopo aver conferito con l'o- 
norevole Giolitti, l'on. Marcora dia la sua risposta sta- 
sera stessa. 

« Prevederne il tono è naturalmente impossibile. Ci 
limitiamo di conseguenza a raccogliere voci di Monteci- 
torio, scelte fra le più autorevoli. 

(( Si diceva da taluni, che l'on. Marcora non farà 
che un grande Ministero. Se non gli riescirà di riunire 
le più alte personalità della Camera, gli on. Giolitti, 
Salandra e Luzzatti, per esempio, declinerà l'incarico. 
Soltanto un Ministero di questo genere, secondo coloro 
che così opinavano, potrebbe superare le difficoltà del 
momento all'interno ed all'estero. 

« Ma questi stessi non si nascondono che, dopo l'a- 
spra lotta di tendenze accentuata dalle polemiche di 
stampa, sarebbe difficilissimo di riunire in uno stesso 
Gabinetto, per esempio, gli onorevoli Giolitti e Salan- 
dra. 

(( Secondo altri invece, l'on. Marcora, fatto un pri- 
mo tentativo per arrivare al grande Ministero, si accon- 
tenterebbe di riunire un Ministero di transizione, « un 
Ministero di sosta », composto, per quanto è possibile, 

— 120 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola XIII 




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LA FIAMMATA 

di uomini autorevoli, e di qualche alta competenza tec- 
nica. 

(( jNon è però chi non si nasconda la difficoltà per 
questo Ministero, che dovrebbe essere accuratamente 
colorito in neutro, di apprezzare e di risolvere rapida- 
mente una situazione che era giunta all'acme, e che da 
molti si ritiene già precipitata in un senso determinato. 
Si soggiungeva oggi alla Camera che l'onorevole Marco- 
ra potrebbe trovare delle esitazioni in molti uomini, at- 
tesa la gravità del momento. Ma si replicava pronta- 
mente a questo dubbio che appunto per la gravità del 
momento non vi possono essere esitazioni in uomini che 
abbiano il senso della loro responsabilità verso la Pa- 
tria, e che di conseguenza l'onorevole Marcora non a- 
vrebbe avuto che da compilare una lista di nomi, anti- 
cipatamente certo di ottenere da tutti — o da quasi tut- 
ti — dei consensi. » 

Tutto ciò avveniva il 14 maggio: all'indomani la 
combinazione Marcora era sfumata. Facendo la crona- 
ca del giorno 15, il Corriere della Sera scriveva: 

(( Alle I I si è saputo a Roma che l'on, Marcora a- 
veva dichiarato al Re di essersi deciso a non accettare 
l'incarico di comporre il Gabinetto. La notizia è stata 
comunicata ai giornalisti da deputati notoriamente a- 
mici personali dell'on. Marcora, ed è stata poi autore- 
volmente confermata. Bisogna anche dire che essa era 
generalmente preveduta. Quanto al colloquio dell'on. 
Carcano col Re, crediamo di poter dire che anche al- 
1 onor. Carcano è stato offerto dal Sovrano l'incarico 
ufficioso della composizione del Gabinetto. 

« Non è possibile naturalmente sapere quali argo- 
menti sieno stati esposti dagli interpellati al Re; ma si 
può con sicurezza affermare che l'on. Carcano ha per 
suo conto — rifiutando l'incarico — consigliato al So- 
vrano di non accettare le dimissioni del Gabinetto, ha 
consigliato cioè di confermare il Ministero Salandra tal 
quale. » 

Ma un successivo telegramma da Roma annunzia- 
va poi allo stesso giornale : 

— 121 — 

I. Reggio — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XH 8 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« Si credeva stasera che il Re avesse già dato o 
desse domattina all'on. Salandra l'incarico di ricompor- 
re il Ministero, ciò che significherebbe la riconferma 
del Ministero attuale. Invece pare che il Re, per fare 
un ultimo tentativo di conciliazione, voglia anche offi- 
ciare Fon. Boselli, che fu chiamato a Roma, dove arri- 
verà domattina alle 9.25. 

« Nei circoli che la conobbero stasera tardi, la no- 
tizia ha prodotto sorpresa, perchè inaspettata. È con- 
vinzione generale ohe Fon. Boselli, se l'incarico gli sa- 
rà dato, lo declinerà come hanno fatto gli on. Marcora 
e Carcano. L'illustre uomo, molto avanti negli anni, 
non può certo presumere di superare difficoltà, insor- 
montabili per lui come per qualsiasi altro parlamentare, 
inerenti alla situazione, la quale impone il ritorno del 
Ministero dimissionario richiesto dalla voce solenne del 
Paese. 

« Poiché la crisi non può protrarsi senza conseguen- 
ze dannose per gli eventi che stanno per maturare, è 
da augurare che domani essa sia risolta nel senso desi- 
derato. » 

Intanto la crisi, all' infuori della questione delle per- 
sone, si complicava per questione di cose. Si veniva 
delineando un fatto nuovo, ed era questo : che l'Italia 
avesse già denunciato la Triplice Alleanza e concluso 
accordi con le. Potenze dell'Intesa. 

L'ori. Torre, confermando queste voci, scriveva : 
« Non si può tornare indietro. Non vi è nessuno 
Stato al mondo che possa mancare ai suoi impegni sen- 
za calpestare il proprio onore e senza esporsi al disprez- 
zo universale. Chi concepisce un Ministero che strapoi 
i patti razionalmente e legittimamente conclusi dal suo 
predecessore, concepisce uno Stato e una Nazione qua- 
le l'Italia non può e non deve essere. Anche i piccoli 
Stati che sono nell'ultimo gradino della civiltà e della 
considerazione internazionale, devono conservare un 
certo pudore. Non l'Italia è da mettere in queste condi- 
zioni. L'Italia ha una storia superba, che non dev'esse- 
re umiliata : ha una coscienza che non deve essere an- 

_ 122 — 



LA FIAMMATA 

nullata. Chi non ha il senso di tutto ciò non può essere 
un uomo politico e tanto meno può aspirare a gover- 
nare la Nazione in un momento solenne come questo. » 

E la Tribuna rispondeva : 

(( Se l'Italia si fosse veramente impegnata in forma 
decisiva, fino al punto anzi di dar luogo a un principio 
di applicazione o di esecuzione, non vi sarebbe ne uo- 
mo politico né uomo d'onore che — tanto per considera- 
zioni pratiche e positive, quanto per quelle della digni- 
tà nazionale — non ritenesse e non dovesse ritenere 
che gli impegni presi devono essere mantenuti e seguiti. 
Ognuno avrebbe diritto di scindere la responsabilità 
propria da quella di coloro che questi impegni avreb- 
bero presi, perchè ognuno ha, non solo il diritto, ma 
anche il dovere, di pensare con la propria intelligenza 
e secondo la propria coscienza. Ma, compiuto questo at- 
to e fissata per ognuno la responsabilità che gli compe- 
te, a ogni uomo politico — anzi a ogni cittadino — non 
resterebbe più che il dovere — che è anche un glorioso 
diritto — di aiutare con tutte le sue energie il Governo 
nell'azione in cui si è impegnato. Questo è per noi ca- 
tegorico e non ammette discussione. » 

Detto questo, la Tribuna si domandava però se 
questi impegni precisi e decisivi, a cui un Paese non 
potrebbe più mancare, esistessero realmente. E prose- 
guiva : 

« La loro proclamazione, fatta dagli interventisti 
appassionati, non potrebbe rappresentare una esagera- 
zione, fatta pure nella più intera buona fede? Non po- 
trebbe trattarsi solamente di scambi di note, di riassun- 
ti di conversazioni, o, sia pure, di convenzioni esplici- 
tamente condizionate e tali da non entrare in vigore se 
non per il compimento di speciali condizioni o per un 
particolare atto di volontà dell'Italia? Che se così fosse, 
le Potenze che — negoziando con noi in base ad even- 
tualità ed ipotesi — avessero accettate queste condizio- 
ni che lasciano a noi libera la scelta di trasformare o no 
in impegni efficienti gli impegni condizionali, nessuna 
lagnanza potrebbero muoverci se l'Italia usasse in qua- 
lunque modo il diritto di libera scelta ad essa lasciato. 

— 123 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Ed è da notare che le voci affermanti l'irreparabilità dei 
nostri impegni, sono venute sopra tutto dall'estero. E 
noi contro queste affermazioni, pure senza assumerci la 
responsabilità di una smentita assoluta, sentiamo però 
il dovere di opporre altre informazioni. Noi non possia- 
mo ancora credere che gli impegni assoluti e vincolan- 
ti la parola e l'onore dell'Italia, a cui nessuno potrebbe 
mai venir meno, esistano, perchè a noi consta che- l'on. 
Salandra è sempre stato fino all'ultimo momento fer- 
mamente deciso su questo punto : di non prender, cioè, 
nessuna decisione impegnativa e definitiva, senza prima 
aver ottenuto largo consenso dal Parlamento. 

« Dobbiamo ritenere che le cose siano a questo 
punto e in questi termini, perchè non possiamo nem- 
meno immaginare che dodici insigni uomini politici • — 
che della politica hanno lunga esperienza e sono anche 
dei perfetti gentiluomini — dopo aver preso degli im- 
pegni decisivi, invece di presentarsi al Parlamento con 
la responsabilità dell'atto compiuto, si fossero ritirati, 
emanando allo stesso tempo una dichiarazione in per- 
fetto contrasto coll'esistenza di atti impegnanti già la 
Nazione. Perchè, chi può mai nemmeno pensare che il 
Governo avesse proclamata la mancanza di consenso 
dei partiti costituzionali su delle semplici direttive, men- 
tre esistevano già atti impegnativi, ben decisi, ai quali 
non si poteva venir meno? Ad ogni modo, l'eliminazio- 
ne di qualunque equivoco appare oggi il primissimo do- 
vere che si impone ai poteri costituzionali e ai nostri uo- 
mini politici per rendere la tranquillità alla coscienza 
della Nazione, la quale, non meno che de' suoi interes- 
si, è gelosa del suo onore, e vuole che esso sia mante- 
nuto intatto e possa essere sempre difeso a faccia a- 
perta. » 

Il Corriere della Sera rincalzava : 

(( Siamo lieti che la Tribuna riconosca che, se ci so- 
no impegni positivi con le Potenze dell'Intesa per il no- 
stro intervento nel conflitto, non si possa indietreggiare 
in alcun modo. 

« La Tribuna però si chiede se esistono accordi o 

— 124 — 



LA FIAMMATA 

convenzioni precise e decisive impegnanti la parola e 
l'onore della Nazione, o solamente atti meno impegna- 
tivi oppure condizionati. 

(( La Tribuna con ciò vuol alludere alle voci, messe 
in giro da molti, che gli accordi dellltalia con la Tripli- 
ce Intesa scadrebbero automaticamente se l'Italia non 
entrasse in campo nel giorno convenuto. In altre paro- 
le, il nostro sarebbe una specie di contratto di opzione; 
le Potenze dell'Intesa avrebbero fatto il comodo nostro, 
lasciandoci liberi di intervenire o meno al loro fianco. 
Ebbene, dobbiamo dichiarare che queste voci non han- 
no alcun fondamento : che gli accordi sono assoluta- 
mente positivi; che ad essi non possiamo sottrarci. 

(( Perchè poi la Tribuna vuol dire che le notizie di 
questi accordi vengono soltanto dall'estero? — Non cer- 
to vengono soltanto dall'estero le notizie che diamo noi, 
non sono venute dall'estero quelle che ha avuto l'on. 
Giolitti dall'on. Carcano e probabilmente dallo stesso 
Capo del governo. Del resto, venissero anche dall'este- 
ro, si tratta di sapere se esse sono o non sono vere. Noi 
affermiamo che sono vere. 

« È, assurdo obiettare, come fa la Tribuna, che l'on. 
Salandra è stato fino all'ultimo momento fermamente 
deciso a non prendere nessuna deliberazione impegna- 
tiva e definitiva senza prima aver ottenuto il largo con- 
senso del Parlamento. Non sappiamo, per quanto ci con- 
sta, che l'on. Salandra abbia mai assunto un simile im- 
pegno. Il Ministero ha avuto dal Parlamento il più am- 
pio mandato, e l'ha assolto come meglio ha creduto. 
Quando mai, del resto, convenzioni diplomatiche che 
obbligano un Paese a entrare in guerra si presentano, 
prima di essere concluse, alla discussione di un Parla- 
mento? 

« Se il governo ha assunto gli impegni che ha assun- 
to, lo ha fatto certamente perchè ha creduto che il su- 
premo interesse dell'Italia lo esigesse senza perdita di 
tempo, senza ulteriori indugi. Quella parte della Camera 
che voleva la pace ad ogni costo, se esigeva dal Mini- 
stero Salandra una soluzione conforme ai suoi desideri, 
avrebbe dovuto fissare al Ministero stesso dei limiti ed 

. - 125 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

un programma. L'on. Salandra non avrebbe certo ac- 
cettato questi vincoli e si sarebbe dimesso allora. Ma 
quando egli ha avuto il più ampio mandato, gli è stato 
accordato altresì di sceglier quella soluzione che meglio, 
a suo parere, rispondesse agli interessi d'Italia. 

« In un punto solo la Tribuna ha in apparenza ra- 
gione. lEssa afferma che il Ministero che aveva contratto 
impegni solenni, non poteva dimettersi e doveva pre- 
sentarsi al Parlamento, assumendo la responsabilità de- 
gli atti coimpiuti e insistendo perchè essi avessero la san- 
zione delle due Camere. 

« In realtà questo avrebbe dovuto avvenire e noi sia- 
mo di coloro i quali pensano che il Parlamento, cono- 
sciuti tutti i termini della situazione, non si sarebbe so- 
gnato di seguire altra via da quella impostaci insieme 
dal nostro interesse e dal nostro onore. Ma se il gover- 
no ha esitato e ha temuto che il consenso del Parlamen- 
to gli mancasse nel momento più solenne della nostra 
vita, può essere scusato, poiché s'è trovato dinanzi a 
una situazione veramente unica negli annali dei popoli 
civili e liberi. Ricordiamo che l'on. Giolitti, capo d'una 
forte falange parlamentare, all'ultima ora ha assunto un 
contegno in aperto contrasto con gli usi costituzionali e 
con la probità politica. Informato, infatti, che il governo 
del Re non aveva altra via d'uscita se non quella di e- 
seguire gli impegni contratti con la Triplice Intesa, ha 
continuato ad affermare la necessità per noi di inten- 
derci con l'Austria e di accettare i compensi che essa ci 
offriva ponendo in questo modo il governo e la Nazione 
nella situazione più terribile che si possa immaginare. 
Non avremmo, cioè, evitato l'odio e ci saremmo attirati 
a scadenza più o meno breve, le rappresaglie più peri- 
colose dei vecchi alleati, mentre ci saremmo attirati il 
disprezzo — esponendoci anche ad eventuali offese — 
della Triplice Intesa. Si poteva mai immaginare che ri- 
spondesse all'interesse dell'Italia una soluzione simile? 
Nessun neutralista devoto all'onore del nostro paese po- 
trebbe affermarlo. » 

Ma la Tribuna non si arrendeva; e pubblicò queste 
parole di colore oscuro : 

^ 126 — , 



LA FIAMMATA 

« La reale condizione delle cose non potrà a meno 
d'esser sottoposta, anche nelle consultazioni di Sua Mae- 
stà, al giudizio di uomini di grande autorità, di provata 
fede patriottica e di alto senso d'onore. Questi uomini 
vedranno e giudicheranno, e se l'impegno assoluto, im- 
prescindibile esiste, il loro giudizio non potrà essere che 
uno, per gli interessi e per la dignità della Patria. » 
E il Corriere della Sera rimbeccava : 

« Che cosa sono queste consultazioni delle quali par- 
la la Tribuna} Crede essa ancora che la questione sia a- 
perta e che vi sia una speranza di ritorno al pensiero 
dell'on. Giolitti? Ma lo dica ben chiaro! È il tramontato 
Consiglio della Corona che si desidera far risorgere per 
sostituirne i desiderata a quelli dei ministri responsa- 
bili? Non è più il tempo per simili manovre, che arrivano 
in grande ritardo e che non possono trovare alcuna giu- 
stificazione, né nello Statuto del Regino, ne in un biso- 
gno dell'opinione pubblica, la quale con un moto impo- 
nente ha grià fatto giustizia dei tentativi giolittiani. » 

A Berlino, ciechi lino all'ultimo, non intendevano 
nulla di quanto avveniva in Italia : e ritenevano giunta 
l'ora di lanciar nuove lusinghe. 

La Vossische Zeitung diceva che l'Austria poteva 
fare concessioni soltanto ad una Italia amica e alleata. 
Non per debolezza, non per indebolirsi, ma per conso- 
lidare l'alleanza e la propria posizione, l'Austria avreb- 
be voluto rimuovere le questioni che, malgrado l'allean- 
za, hanno gravato sui suoi rapporti con l'Italia. 

« Pro o contro la Triplice » : questa è la vera que- 
stione — diceva il giornale — che vien risolta scegliendo 
fra la neutralità e la guerra. La aplendid isolation non 
può mantenersi a kmgo, ne durante la guerra, ne dopo. 
La politica del sacro egoismo non dovrebbe spingere 
l'Italia a fianco dell'Intesa. Che questa non possa vincer 
senza l'aiuto dell'Italia viene ormai ammesso anche da- 
gli interventisti italiani. Essi sperano che l'intervento 
dell'Italia possa mutare le sorti e si comprende che tali 
speranze eccitino la fantasia, ma un esame obiettivo 
della situazione taglia loro le ali. D'altra parte vi è la 

— 127 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

certezza che, restando neutrale, si resta amico del più 
forte. Una vittoria delle Potenze centrali e della Turchia 
significa la fine della supremazia economica dell'Inghil- 
terra e della Francia. 

(( Non vogliamo influenzare giudizii e non possiamo 
pensare col cervello degli italiani: non ci resta che at- 
tendere. Quale sia il nostro desiderio non occorre dire; 
sarebbe, del resto, fatica sprecata voler convincere que- 
gl'italiani che ardono dal desiderio di muoverci guerra. 
Noi, per amore dell'Italia, desideriamo vivere in pace e 
in amicizia con lei. » 

Il Vorwdrts in un articolo intitolato (( La grande I- 
talia » diceva che l'irredentismo aveva sempre impedito 
che la Triplice Alleanza fosse popolare in Italia e era 
stato sempre alimentato dall'ardente desiderio di avere 
una frontiera sicura. 

(( Il Trentino — osservava il giornale socialista — 
si avanza come un bastione nella pianura lombardo- 
veneta e come nei tempi passati i tedeschi sono entrati 
in Italia da questo lato, anche oggi le truppe austriache 
potrebbero farlo senza che si potesse opporre loro forte 
resistenza. Inoltre la costa italiana dell'Adriatico non ha 
alcun porto di guerra naturale e offre occasione a sbar- 
chi di truppe nelle migliori condizioni. Anche Biserta, 
la fortezza marittima tunisina, è fatale per l'Italia poiché 
chiude con Malta inglese il passaggio dal Mediterraneo 
dell'est nel Mediterraneo dell'ovest. Come già disse Ar- 
turo Labriola, l'Italia è una meravigliosa unità etnica e 
nazionale, ma disgraziatamente le mancano frontiere 
militari. Biserta, Malta, Cattaro e Pola circondano l'I- 
talia che si trova per così dire bloccata. L'irredentismo 
esige Trieste e il Trentino per l'Italia ed è oggi ancora 
una forte tendenza politica, ma in questi ultimi anni si 
è formato un nazionalismo italiano. 

« L'Italia è uno dei paesi più popolati d'Europa e 
l'emigrazione è enorme; ogni anno settecentomila iteulia- 
ni cercano all'estero il pane che la loro patria non può 
dare e si può calcolare che più di cinque milioni di ita- 
liani si trovino all'estero. Ora il nazionalismo italiano 
vuol conservare questi milioni di emigranti alla patria. 

— 128 — 



LA FIAMMATA 

Anche in Germania lemigrazione è fortemente diminui- 
ta e lo sviluppo industriale ha servito sempre più a ri- 
chiamare in patria gli operai, talché la Germania, da pae- 
se di emigrazione, è divenuta ora un paese di immi- 
grazione. La guerra gloriosa di Tripoli è stata il trionfo 
del nazionalismo, ma l'Italia guadagnò dalla guerra con 
la Turchia più che essa non volesse guadagnare in prin- 
cipio : ha avuto delle importanti isole nell'Egeo, il cui 
possesso è divenuto definitivo, e ha rafforzata la pro- 
pria posizione nel Mediterraneo. Recentemente, poi, 
ha occupato Valona, e anche questa occupazione è de- 
finitiva ed ha grande significato. L'Italia ha preso piede 
nei Balcani e ha guadagnato il controllo del Mare Adria- 
tico. Ma i suoi sogni vanno più lontano : l'Italia vuole 
l'alleanza balcanica, ma con l'Italia come prima poten- 
za, e vede nell'Asia Minore la colonia da lungo tempo 
desiderata, perchè la Libia non può contentare gli ita- 
liani. Il vecchio irredentism.o può essere contento delle 
offerte austriache, il nuovo nazionalismo no. i> 

Vane astuzie e inani lusinghe! L'Italia aveva altro 
da fare che prestar l'orecchio alle voci, oltre a tutto as- 
sai poco abili, che venivano da Berlino. 11 popolo ita- 
liano sentiva che in quei giorni si decideva il suo de- 
stino : e se lo foggiava con le proprie mani 



vili 

INCOERCIBILE VOLONTÀ POPOLARE 
Ora gravissima — I morti di Lissa — L'epigramma di Torino — 1 

PARLAMENTARI DI VENEZIA — Gli INTERVENTISTI DI BRESCIA — La 
DELEGAZIONE MILANESE A ROMA — II CoMUNE E L'UnIVERSITÀ DI 

Genova — Formidabili dimostrazioni — Milano città condot- 
tiera — ,1 discorsi in piazza — Il plebiscito dei funzionari a 
Roma — La volontà nazionale. 

II popolo sentiva il dovere di agire : e agiva in tutta 
Italia. La coscienza nazionale parlava alto e forte; la 
nazione insorgeva contro il mercato che si voleva im- 
porle. 

« I fautori della guerra — scriveva il Corriere della 
Sera — intendono e dicono che l'ora è gravissima, che 
la nazione si presenta a un arduo cimento, che noi a- 
vremo bisogno di tutta la nostra forza e di tutta la no- 
stra fede; ma intendono e dicono anche questo : — Se 
non provvediamo ora alle sorti della patria, quando 
provvederemo? E per essere degni di coloro che si pie- 
gano sotto la loro prudenza come gl'incappati dell'In- 
ferno dantesco, dobbiamo ammettere unica possibilità 
della nostra nazione inetta e sfibrata la guerra agevo- 
lissima e sicurissima, cioè la guerra assurda? E per il 
bene immediato d'una generazione, anzi per il bene ma- 
teriale di alcuni mesi, dobbiamo tradire le generazioni 
e gli anni venturi, cioè la patria immortale, rifiutando 
qualsiasi sacrificio per l'incolumità dell'Italia di doma- 
ni, per la conquista di quella pace salda e sicura alla 

— 130 -^ 



LA FIAMMATA 

quale voglieuno giungere attraverso la guerra e non è 
possibile giungere se non attraverso la guerra? 

(( Se così fosse, meglio sarebbe guardar in faccia 
la nostra miseria e nominarla col suo nome : meglio sa- 
rebbe, rinunciando a voler avere un posto nell'Europa 
viva ed attiva, impetrare dai forti il permesso elemen- 
tare di starsene tranquilli, e rinunciare a un esercito per 
il quale i troppo cauti di oggi avrebbero speso troppe 
frasi di celebrazione e incitato a spendere troppi mi- 
lioni, 

« Ciò che non si considera abbastanza dai neutra- 
listi ad ogni costo, dai neutralisti delle transazioni ma- 
terialmente irrisorie e moralmente disastrose, è l'effetto 
deleterio che il trionfo dell' (( opinione» giolittiana pro- 
durrebbe nello spirito e quindi nella compagine stessa 
delle nostre forze di terra e di mare. L'esercito pronto 
all'azione, la marina pronta a navigare verso là dove ri- 
sorgono — dubitosi forse di essere morti invano — i 
morti di Lissa, sarebbero rimandati alle caserme ed ai 
sicuri ancoraggi per una conclusione di totale sfiducia, 
dopo nove mesi d'intensa preparazione. Esercito da po- 
lizia, marina da parata; questo dovrebbe bastare al- 
l'esercito, alla marina e alla nazione. 

(( Ma a questa catastrofe pacifica, che sarebbe la 
più irreparabile di tutte, la coscienza dell'Italia non gio- 
littiana si ribella. » 

E questa coscienza che insorgeva trovava i più ef- 
ficaci modi di manifestarsi, 

A Torino gli studenti degli Istituti superiori tennero 
un'adunanza, votando un ordine del giorno col quale 
si deliberava di perseverare nell'energica azione di pro- 
testa; che gli studenti soggetti all'obbligo militare chie- 
dessero immediatamente la chiamata sotto le armi e 
che gli esenti si iscrivessero in massa come volontari. 
Fu fatta circolare la lista d'adesione, e alla sera i fir- 
matari erano duemila. 

Era stata indetta a Torino dalle varie associazioni po- 
litiche una nuova dimostrazione di protesta. L'invito di- 
ceva ; Ad affermare lo sdegno della cittadinanza to- 

— 131 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

rinese contro le losche manovre giolittiane che disono- 
rano il Piemonte e l'Italia, invitiamo ad intervenire nu- 
merosi e compatti alla manifestazione di protesta che 
avrà luogo in piazza Castello )). Ma l'autorità politica a- 
veva chiuso qualche ora prima, con forti cordoni di 
truppa e di cavalleria, tutti gli sbocchi della piazza, co- 
sicché la riunione non potè aver luogo. 

Ma gli studenti, che avevano invece potuto radunarsi 
liberamente nel cortile dell'Università, uscirono in cor- 
teo compattissimo, cui si unirono per via moltissimi cit- 
tadini, così che la dimostrazione assunse subito una ve- 
ra imponenza. Nel corteo venivano portati grandi car- 
telli con scritte di questo genere : « Chi non ama la Pa- 
tria, è degno del bastone tedesco », « Abbasso i preto- 
riani di Giolitti », ecc. 

Veniva distribuito durante la dimostrazione il se- 
guente epigramma, stampato su cartoncini listati a nero. 

« Per dar vita alla lor patria — i trecento di Leoni- 
da — tutti caddero trafìtti. — Per dar morte alla lor pa- 
tria — tutti vivi s'arrabattano — i trecento di Giolitti ». 

A Venezia i senatori e deputati dimoranti in quella 
città si recarono dal Prefetto, al quale l'on. Fradeletto 
rivolse queste parole : 

« Gli on. miei colleghi, senatori e deputati, mi han- 
no incaricato di manifestare a lei, rappresentante del 
Governo, il comune pensiero. Nella nostra città sono 
avvenute dimostrazioni solenni, le quali rispecchiano il 
sentimento della parte maggiore e più illuminata della 
popolazione. I dimostranti non obbedirono ad alcun 
preconcetto politico, ad alcuna avversione personale. 
Essi vollero esprimere la loro profonda devozione alla 
Patria e insieme la loro angoscia, il loro sdegno, al pen- 
siero che l'avvenire del Paese possa essere compro- 
messo e distrutto da una politica di rinunzia. Se questa 
triste politica dovesse sciaguratamente prevalere, le con- 
seguenze inevitabili sarebbero due : sfacelo all'interno, 
disonore all'estero. Noi desideriamo pertanto sorregge- 
gere, confortare il Governo nella politica coraggiosa- 
mente italiana che esso ha finora seguito. Noi daremo 
fervido appoggio all'on. Salandra o a chiunque sia in- 

— 132 — 



LA FIAMMATA 

caricato dalla saviezza di S. M. il Re di comporre il 
Gabinetto, purché perseveri nell opera redentrice che 
è invocata dai nostri cuori e reclamata imperiosamente 
dall interesse nazionale. La preghiamo, signor prefet- 
to, di voler trasmettere al Governo questi sentimenti 
che si compendiano nel voto più ardente per la dignità 
e per la fortuna d'Italia ». 

Per incarico dei partiti interventisti bresciani il se- 
natore Bettoni mandava il seguente telegramma al Re' : 

« Perdoni V. M. se mi permetto rivolgerle un vi- 
vissimo augurio in quest'ora di trepidazione per il Pae- 
se. Possa la M. V. raccogliere il consenso degli animi, 
nel patriottico intento di far intervenire la nostra azio- 
ne per debellare coloro che spregiando la lealtà dei trat- 
tati devastarono il Belgio, commettendo massacri ed in- 
finite barbarie. Tale azione valga a liberare i nostri fra- 
telli dall'insopportabile giogo straniero e a dare alla 
Patria nuova fortuna. Questi voti, fervida espressione di 
cuore bresciano, partono da questa terra prodiga di tan- 
ti martiri, che nel dare il loro sangue per l'Italia la so- 
gnarono tutta redenta, forte e sprezzante d'ogni viltà. » 

I partiti interventisti milanesi mandarono a Roma 
una delegazione perchè si facesse interprete dei senti- 
menti della cittadinanza, espressi in eloquenti e gran- 
diose dimostrazioni. 

L'on. Gasparotto, che faceva parte di quella com- 
missione, diceva a proposito dell'azione da essa com- 
piuta : 

(< Siamo venuti a Roma per portare l'impressione 
viva e immediata di quella parte cospicua della cittadi- 
nanza che ha manifestato in questi giorni il suo pensie- 
ro con l'imponenza di dimostrazioni ordinatissime. Ho 
trovato alla stazione di Milano, prima di partire per 
Roma, l'on. Bonicelli che veniva a Roma per fare al- 
trettanto per la sua Brescia, che è tutta concorde in un 
solo sentimento. Abbiamo voluto fare arrivare diretta- 
mente il nostro pensiero al Capo dello Stato, senza 
l'ombra di cortigianeria, passando sopra a tutte le for- 
mule costituzionali, e abbiamo parlato con semplice 
franchezza. 

— 133 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« Altrettanto abbiamo fatto col Capo del Governo. 
Torneremo certamente al Ministero Salandra. Comun- 
que, questo mi piace constatare : che un non lieto epi- 
sodio parlamentare è valso a riunire a Milano in un sol 
fascio tutti coloro che credono ancora nella patria. )> 

La Giunta comunale di Genova pubblicò il seguen- 
te manifesto : 

« Cittadini! In questo solenne momento il mondo 
guarda all'Italia. Bandiamo ogni civile discordia, mo- 
striamoci rispettosi di quei sacri beni che sono la vita 
umana e la libertà di opinione. Attesti l'Italia, nella 
calma fiera e composta, di fronte allo straniero, che è 
legittima erede dell' antica Roma, degna depositaria 
della civiltà latina; ed attesti a un tempo la propria in- 
coercibile volontà che non siano ulteriormente disco- 
nosciute le sue giuste rivendicazioni, che siano soddi- 
sfatte le sue sante idealità. 

« Stringiamoci compatti e fi_denti intorno al Re, per 
quell'affetto che tutti ci lega alla Patria comune, pron- 
ti per essa ad ogni sacrificio. 

« Da questa città che diede i natali a Giuseppe Maz- 
zini, da queste spiaggie che videro salpare la schiera 
leggendaria dei Mille, sorga l'esempio della concordia, 
della disciplina, della obbedienza a quanto saranno 
per decidere i supremi Poteri dello Stato. 

« Siano tali virtù civili auspicio delle nuove fortu- 
ne italiche. 

« Viva l'Italia, viva il Re! » 

E il corpo accademico dell'Università genovese vo- 
tò ad unanimità il seguente ordine del giorno : 

(( Corpo Accademico Ateneo Genovese, riunito se- 
duta plenaria per adempiere a quello che reputa suo 
stretto dovere manifestare suo pensiero attuali gravi 
contingenze politiche; convinto che la direttiva fin qui 
tenuta da chi seppe preparare il paese alla prova supre- 
ma sia la sola che rende possibile all' Italia il pieno 
conseguimento dei suoi fini e la completa soddisfazio- 
ne delle sue aspirazioni di libertà, nazionalità e difesa 
del diritto; deplora energicamente le insidie interne che 

— 134 — 



LA FIAMMATA 

hanno portato tanta grave perturbazione della vita po- 
litica italiana, e auspica con tutta l'anima che la Nazio- 
ne, con piena fiducia in se stessa, riprenda il cammino 
verso i suoi alti destini, sotto la guida degli stessi integri 
uomini che vollero e seppero tutelare nel presente mo- 
mento l'onore e gli interessi d'Italia ». 

A Napoli una numerosa solenne assemblea di av- 
vocati accorsi al manifesto d'invito del prof. Giuseppe 
Semmola, presidente della sezione napoletana fra av- 
vocati e procuratori, votò il seguente ordine del giorno : 

« 11 foro napoletano, precursore e assertore di li- 
bertà in tempi di barbarie e oscurantismo, che ha dato 
in ogni tempo alla Patria ribelli e martiri, oratori fla- 
gellanti ogni forma di dispotismo e patrioti sfidanti il 
patibolo, oggi, col più fervido entusiasmo, con più in- 
vitta fede rievoca e riafferma le sue gloriose tradizioni, 
augura con sicuri auspici, con costante maturità di vi- 
rili propositi, le rivendicazioni nazionali, sempre vive 
nel cuore di tutti gli italiani, inneggia alla immancabi- 
le vittoria della civilità e del diritto e confida che, per 
concordia di popolo, per volontà del re, per unanime 
voto del Parlamento, con slancio formidabile dell'eser- 
cito e dell'armata, si compiano finalmente il vaticinio 
di Dante e i destini d'Italia. » 

Da Milano fu lanciato il seguente appello : 
« I rappresentanti dei partiti liberale, radicale, so- 
cialista-riformista, repubblicano, rivoluzionario-interven- 
tista, e delle associazioni irredenti, radunati in Milano 
a convegno : 

« protestano con viva indignazione per la turpe ma- 
novra di deputati e senatori che tende a rinsaldare la 
servitù dell' Italia verso la Triplice Alleanza, verso la 
nazione simbolo di barbara sopraffazione : insorgono 
contro l'abbiezione di quegli italiani che assecondano 
l'opera di corruzione e di inframmettenza dello stranie- 
ro; ricordano che gli interessi del paese sono superiori 
alle istituzioni e decidono che ogni mezzo sarà da a- 
dottarsi per impedire che la patria apparisca vile. » 

— 135 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Ed a Roma i rappresentanti della direzione centra- 
le dei partiti radicale, repubblicano, socialista riformi- 
sta, nazionalista, nonché i delegati dei gruppi sindaca- 
lista, socialista indipendente ed anarchico, votarono ad 
unanimità il seguente ordine del giorno : 

« I rappresentanti di tutti i partiti interventisti ro- 
mani e dei profughi irredenti; 

« riconfermando il proposito di ispirarsi ad una a- 
zione concorde in difesa dei supremi interessi della na- 
zione; 

« plaudono alF energico contegno tenuto dal Gover- 
no responsabile di fronte alle insidiose trattative con gli 
ambasciatori austro-tedeschi aiutati da una fazione di 
politicanti che sacrificano a miserabili tornaconti di clien- 
tele la stessa ragione di esistenza del proprio paese; 

« additano al risentimento di tutti gli italiani l'uomo 
che tali clientele impersona e protegge, responsabile ieri 
della disorganizzazione dell'esercito nazionale, colpe- 
vole oggi di illecite inframmettenze e di perfide pres- 
sioni sui poteri responsabili; 

« dichiarano Giovanni Giolitti complice dello stra- 
niero e nemico della patria; 

(( e, fidenti che il governo ed il popolo sapranno 
con ogni mezzo tutelare l'onore ed assicurare la fortu- 
na d'Italia : 

« invitano i cittadini di Roma a riconsacrare la pas- 
sione dei padri con la nuova guerra liberatrice e reden- 
trice dei figli )). 

Il Partito socialista riformista pubblicò inoltre il se- 
guente manifesto : 

« Lavoratori! 

« Il più grande tradimento contro la Nazione, il più 
grande delitto contro l'umanità sta per compiersi. 

« La vittoria del giolittismo, preparata dall'amba- 
sciatore dei massacratori del Belgio e affogatori di inno- 
centi, ottenuta mercè l'appoggio di quel partito che, u- 
surpando il nome del socialismo si arroga il diritto di 
parlare in vostro nome, non rappresenta più la neutra- 

— 136 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XII. 



Tavola XIV 




LA FIAMMATA 

lità primitiva che lasciava libera l'Italia del suo atteggia- 
mento futuro, indipendente verso ogni parte, padrona 
di manifestare almeno i sentimenti che sgorgavano dal 
suo cuore! 

(( No. La neutralità contrattata significa la triplice 
alleanza ribadita oggi. l'Italia ridiventata la vivandiera 
delle orde austro-tedesche, la serva dei barbari. Doma- 
ni, fatalmente, significa l'Italia trascinata alla guerra 
contro la Francia, il Belgio e la Serbia. 

« Socialisti! Imprecare alle stragi, biasimare le vio- 
lazioni di diritto perpetrate cinicamente, senza adottare 
misure coercitive e punitive, è vile! Accettare dal de- 
linquente parte della preda è farsi suo complice male- 
detto dalle vittime e disprezzato dal carnefice. 

« Non può essere questo l'ideale del partito che al 
suo sorgere si adornò di tutte le abnegazioni, di tutte le 
generosità e che sulle vie del sacrifìcio lasciò brandelli 
di carne ma trovò il cuore del popolo. 

« Italiani! Accetterete voi di tornare sotto la prote- 
zione dello straniero che nella sua anima di barbaro, 
crudele ma coraggioso, non ha per l'Italia un pensiero 
che non sia una sanguinosa ingiuria? 

<( Italiani, lavoratori, cittadini! Voi non potete per- 
mettere questo scempio dell'onore e di ogni nostra for- 
tuna avvenire di nazione e di classe. 

« Occupate le piazze, manifestate la vostra collera. 

<( La sciagurata banda di servi dello straniero non 
deve prevalere. 

(( In piedi tutti gli uomini. E ricacciate i banditi nel- 
le loro tane, i vermi nel loro fango. » 

E mille e mille altre manifestazioni di enti pubblici, 
di sodalizi, di gruppi, di personalità, si seguivano d'ora 
in ora e formavano un coro imponente, invocante che 
l'Italia seguisse la via dei suoi destini sotto la guida de- 
gli uomini che erano stati costretti a dimettersi... 

Intanto le dimostrazioni continuavano formidabil- 
mente grandiose e impressionanti. Milano ancora una 
volta si affermava condottiera delle città italiane: a Mi- 

— 137 — 
I. Reggio — Slorìa della grande guerra d'Italia — Voi. XII 9 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

lano, infatti, ranima popolare trovò i più vibranti ac- 
centi, gli scatti più risoluti ed efficaci. 

Ancora una volta la Piazza del Duomo era gremi- 
ta dalla folla, che assiepava pure i corsi adiacenti. 

Alle colonne dei portici erano affisse vignette cru- 
deli e artistiche, comiche e paurose, eloquenti e com- 
mosse : Francesco Giuseppe impiccato, il Kaiser in cer- 
ca di un manicomio criminale; Oberdan che sorge di 
fronte al suo impiccatore; Salandra che riesce a sgomi- 
nare i deputati austriacanti, ecc. ecc. 

Ad un certo punto la folla riconosce Fon. Innocen- 
zo Cappa e, insistentemente, lo invita a parlare. 

L'on. Cappa dice : 

« L'ora che ieri era di tristezza e sembrava poter in- 
frangere le ribelli energie contro la viltà è oggi ora di 
dubbio! Secondo le ultime notizie il ministero sarebbe 
presieduto da un ex mazziniano, ex garibaldino, il qua- 
le si presterebbe così alla cospirazione giolittiana. Noi 
non possiamo convincerci che un vecchio, il quale ha 
un passato glorioso, si metta alla testa di un complotto 
ignominioso per impedire che in quest'ora il popolo 
spazzi via il traditore della patria. 

« Ma noi siamo prima di tutto italiani e invochiamo 
dai giovani, dal popolo, dalla folla umile, anonima, ge- 
nerosa, che racchiude veramente l'anima del paese, uno 
di quei gesti di rivolta ohe nei momenti solenni sanno 
portare in alto la dignità e l'onore di un paese {applau- 
si caldissimi). Si sappia che ai confini si son messi i sol- 
dati per tentare un ricatto ignobile : abbiamo già visto 
piangere qualche ufficiale e vediamo ogni giorno i sol- 
dati fremere : ma non bisogna sciogliersi; non bisogna 
disperdere le nostre energie. » 

L'oratore conclude così : 

« Facciamo che quest'ora non sia breve ora d'amo- 
re, d'odio, di ambascia. Oggi il popolo è nelle piazze 
per salvare la bandiera [grandi acclamazioni). Il Parla- 
mento non è più che una menzogna. Non sangue italia- 
no si sparga nelle nostre contrade; ma sangue straniero 
ai confini d'Italia! )> 

Poi è la volta di Filippo Corridoni, il giovane orga- 

— 138 — 



LA FIAMMATA 

nizzatore degli operai, che poi doveva dare nobilmente 
la sua vita alla frontiera. 

(( Io debbo dare — egli dice — agli amici tutti del- 
la comune causa un consiglio, un suggerimento. Biso- 
gna evitare fatti tragici che potrebbero impressionare 
l'autorità e darle il pretesto di attuare le severe dispo- 
sizioni della circolare Salandra che si concretano nello 
stato d'assedio. Di ciò sarebbero felici i nostri nemici, 
i traditori della patria, perchè verrebbe tolta a noi la 
possibilità di continuare nelle nostre manifestazioni; 
verrebbe imbavagliata la libertà di piazza che ci siamo 
conquistata. Bisogna dunque evitare le provocazioni, 
i contatti coi « soldati del Consolato d'Austria », che so- 
no gli stessi che hanno ucciso il povero Gadda. Noi 
piangiamo questa giovane esistenza spezzata, ma dob- 
biamo invitarvi a non andare oggi ai funerali, appunto 
per evitare i contatti coi neutralisti; verrà giorno che 
anche noi andremo in mesto pellegrinaggio a portare 
fiori alla vittima della violenza e della viltà dei nostri 
avversari. Il nostro compito oggi è di mantenere e assi- 
curare l'ordine; continuiamo ad occupare la piazza, an- 
zi non allontaniamoci da questa, anche contro l'even- 
tualità df un Gabinetto Marcerà, che sarebbe un Gabi- 
netto giolittiano verniciato dalla camicia rossa. Il no- 
stro monito sia questo : O guerra all'Austria e alla Ger- 
mania, o rivoluzione... » 

Anche l'on. De Ambri, il deputato sindacalista di 
Parma, porta la sua parola alla folla. 

« Cittadini Milanesi! — egli esclama — ho accon- 
sentito a parlare in questa imponente radunata di po- 
polo per ripetere a voi la promessa che ho già fatto ai 
lavoratori di Parma. 

« Dal giorno che essi mi trassero dall'esilio per ri- 
prendere il mio posto di battaglia nel campo della or- 
ganizzazione, avevo garantito più che agli elettori a 
me stesso, di tenermi ben lontano da quella fucina di 
tutte le corruzioni che è il Parlamento italiano; ma og- 
di. di fronte alla nuova situazione, sento il dovere di re- 
cedere dal mio proposito. Andrò dunque in Parlamen- 
to — non per svolgere una qualsiasi attività parlamen- 

— 139 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

tare — ma per colpire col bistury deiropposizioiie più 
violenta il giolittismo che tenta rovinare l'Italia. 

« Io non so cosa gli eventi matureranno, ma se la 
monarchia dovesse piegarsi alle insidie delle cricdhe 
parlamentari che complottano con i nemici del paese, 
ebbene, insieme alla nazione dovrebbero insorgere con 
i mezzi più risoluti anche i deputati non venduti al prin- 
cipe di Biilow. Vi garantisco che se alla Camera trove- 
rò una ventina di uonìini animati dalle mie stesse in- 
tenzioni, il ministero Giolitti non vivrà neanche per vm 
giorno. 

« Quando poi avremo liquidato questo episodio di- 
sgustoso della vita politica e la guerra — alla quale do- 
vremo tutti partecipare, obbligati o no al servizio mili- 
tare — ci condurrà alle frontiere, di un altro pericolo 
ci dobbiamo preoccupare : quello costituito dalla pro- 
paganda del panico che svolgeranno i preti ed i socia- 
listi. L'opera di sorveglianza e di polizia è affidata alla 
vostra coscienza e alla vostra energia; pensate che nei 
momenti tragici della storia, ogni senso di pietà deter- 
mina la disfatta. » 

E al pari di Milano, le altre città aumentavano ad 
ogni ora l'intensità delle loro manifestazioni. A Roma 
vi fu un significante episodio : il plebiscito dei funzio- 
nari, che scesero per le vie a far gran dimostrazioni 
per la guerra. 

(( Gli impiegati del Ministero d'Agricoltura — scri- 
veva Videa Nazionale — si sono riversati in via XX Set- 
tembre per acclamare alla guerra e all'onorevole Salan- 
dra, diretto al Ministero delle Finanze. 

« Qui alle prime grida di evviva, gl'impiegati delle 
finanze hanno lasciato gli uffici e si sono uniti alla di- 
mostrazione che, per via Quintino Sella, si è recata al 
Palazzo delle Ferrovie. 

(( Da Porta Pia, il corteo, ingrossato da tutti gl'im- 
piegati dei vari dicasteri, torna in via Quintino Sella, 
airunanime grido di vioa la guerra!, ove l'ex consiglie- 
re Vercelloni ha arringato la folla, partecipando le ul- 
time notizie relative alla crisi ministeriale. 

— 140 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XIÌ. 



favola XV 




LA FIAMMATA 

(( I trentamila dimostranti, poi, si sono diretti in via 
delle Finanze e hanno acclamato a lungo ed entusiasti- 
camente sotto l'abitazione dell'on. Salandra, donde per 
via Sallustiana si sono quindi diretti al centro. 

(I Sotto gli uffici del Messaggero il collega Diotallevi 
con voce vibrata ha messo in evidenza il profondo e 
nobilissimo significato del fatto che uomini d'ordine e 
alla diretta dipendenza dello Stato, sieno discesi in 
massa per le vie, fondendosi con la libera cittadinanza, 
e abbiano affermato la suprema necessità di liberare 
con qualunque mezzo la patria dai suoi perfidi nemici 
interni e di combattere senza indugi contro i nemici e- 
sterni ed ha invitato i dimostranti a gn'i<iare : viva la 
guerra! 

« La folla ha risposto freneticamente e si è avviata 
verso il tunnel, cantando gli inni patriottici. 

« In via Nazionale la dimostrazione ha assunto un 
aspetto meraviglioso : la circolazione dei trams e delle 
vetture è stata arrestata; tutte le finestre e tutti i bal- 
coni si sono imbandierati e tra un'interminabile piog- 
gia di fiori si è elevato immenso, solenne, travolgente, 
i! ruggito della guerra : cinquantamila voci hanno into- 
nato l'inno di Mameli, in un delirio di entusiasmo e in 
una febbre di vendetta. 

« Ogni ufficiale che si è incontrato, ogni soldatino, 
è stato acclamato e il grido di Vioa l'esercito! è echeg- 
giato cento e cento volte, fragorosamente. 

« In piazza dell'Esedra l'immenso corteo ha incon- 
trato l'on. Orlando e lo ha salutato con lunghe e ripe- 
tute grida di : Viva Orlando! Viva la guerra! Morte ai 
traditori! 

<( Dinanzi al Grand Hotel, ove alloggia l'ambascia- 
tore di Russia, barone De Giers, i dimostranti hanno 
brevemente applaudito, e subito sulla loggia centrale è 
stata issata la bandiera nazionale. 

« Da via XX Settembre, ove sono stati mandati in 
frantumi i vetri della pensione Quisisana. la folla è 
giunta davanti all'ambasciata inglese, che ha subito e- 
spostA la sua bandiera. 

— 141 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

« Mentre duravano le acclamazioni, circondato da 
tutto il personale è apparso al balcone Sir Rennell Rodd. 

« Lo spettacolo che ha offerto in questo momento 
1 immensa, impressionante fiumana di popolo, non si 
può descrivere : sessantamila cappelli si agitavano e 
un grido impressionante ripeteva : Viva Vlnghilterra! 
Abbasso la Germania! Viva la guerra! 

« L'ambasciatore ha ringraziato ripetutamente com- 
mosso, poi si è tolta dall'occhiello una rosa, rossa più 
del fuoco, e l'ha lanciata alla folla, provocando un al- 
tro formidabile grido di : Viva l'Inghilterra! Viva la 
guerra! » 

In tutta Italia il popolo mostrava così la sua incrol- 
labile volontà. Era una protesta nazionale, nel più lato 
senso della parola. Uno solo — poteva giustamente scri- 
vere Videa Nazionale — è stato il grido, l'ansia della 
nazione : riavere a capo il suo Re. 

La fiducia in se così potentemente affermata, la fi- 
ducia nella nazione così realmente conquistata, aveva 
accresciuto nella nazione la fede certa e incrollabile nel 
proprio Re. 

La volontà nazionale aveva trovato la più convin- 
cente espressione : che nelle dimostrazioni si vedevano 
operai e professori universitari, ufficiali e commercian- 
ti, tutte le categorie erano rappresentate in quegli im- 
peti concordi, che interpretavano con formidabile elo- 
quenza questo concetto : non sarà permesso a nessuno, 
in nessun modo, di impedire al Re di mettersi a capo 
della sua nazione per compiere l'impresa inevitabile. 



IX 

IL MINISTERO SALANDRA RICONFERMATO 

L'ON. BOSELLI RIFIUTA L'iNCARICO — SaLANDRA DAL Re — La NOTIZIA 
DELLE DIMISSIONI RESPINTE — Le DIMOSTRAZIONI DI GIUBILO — La 
RINASCITA DI ROMA — UnICA SOLUZIONE — « II DESTINO DOVRÀ ES- 
SERCI PROPIZIO » — L'ostacolo abbattuto — L'Italia a Monte- 
citorio — La prima vittoria — L'atto di liberazione — L'ora 

DELLE baionette — La STAMPA DI PaRIG! — NETTA VISIONE DEGLI 

avvenimenti — Il tributo d'ammirazione al Re — Dalla piaz- 
za ALLA Reggia. 

La crisi ministeriale precipitava intanto verso la so- 
luzione : ogni indugio era impossibile. 

La mattina del 16 maggio arrivò a Roma l'on. Bo- 
selli, chiamato dal Re : e si recò tosto dal sovrano. 

Il colloquio col Re durò circa un'ora; e si è chiuso 
col rifiuto da parte dell'on. Boselli dell'offerta per la 
formazione del nuovo Gabinetto. Egli, ringraziando vi- 
vamente il Re. disse di non poter accettare l'incarico. 
« non ritenendo utile al Paese un Ministero diverso da 
quello Salandra ». 

Chiuse così le consultazioni, e le pratiche, era evi- 
dente che l'on. Salandra sarebbe stato chiamato anco- 
ra dal Re, e questa volta per la definizione della crisi. 
Infatti l'on. Salandra si recò a Villa Ada dove fu imme- 
diatamente ricevuto. Il colloquio fra il Sovrano e il presi- 
dente del Consiglio durò mezz'ora. 

Subito dopo si sparse per Roma la notizia che il Re 
aveva respinto le dimissioni del Gabinetto. Era quello 

— 143 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

che si era previsto dai più, che si era desiderato, che 
si era indicato come la soluzione logica e diritta. 

Intanto da palazzo Braschi veniva in via privata 
confermata la notizia della conferma pura e semplice 
del Gabinetto. Essa giunse a Montecitorio pochi minuti 
dopo le 15, comunicata per telefono dall'Agenzia Ste- 
fani. Con lo stesso mezzo pervenne al Senato e ai gior- 
nali. 

A Montecitorio erano in quel momento venti o 
trenta deputati. L'on. Pais, vecchio garibaldino, letto il 
comunicato Stefani, esclamò : 

(( E^ ora pensiamo ad una sola cosa : alla grandez- 
za ed alla vittoria della Patria. Tutti concordi dobbiamo 
essere in questo momento : se no, guai! » 

Quando la notizia si diffuse nelle città d'Italia, fu 
accolta dovunque con imponenti dimostrazioni di giu- 
bilo. A Roma diede luogo a manifestazioni grandiose, 
quali ben di rado s'erano vedute. 

(( Roma la grande, la immensa, la immortale — 
scriveva Domenico Oliva — sorse tutta, come un uo- 
mo solo, in un solo impeto, innalzando la grande, la 
immensa, la immortale anima sua, verso il cielo, verso 
le memorie, verso il destino, verso il futuro. Sorsero, 
proruppero dal suo seno materno centinaia di migliaia 
di cittadini, sorsero i vecchi, sorsero i giovani, le don- 
ne, i fanciulli, inondarono le vie gloriose, gridarono u- 
nìti, e così saldamente, come non s'erano veduti mai, 
non s'erano sentiti mai, il loro volere, la loro fede, più 
che la speranza, la certezza della guerra e della vitto- 
ria, gridarono con gioia virile, il volere, la fede, la spe- 
ranza, la certezza imposero, definitivamente chiudendo 
il travagliato, il lungo, l'ansioso, il doloroso, l'amaro 
periodo dell'apparecchio materiale e spirituale, inau- 
gurando ormai quello dell'azione solenne, vendicatri- 
ce, terribile, volta alla libertà e alla grandezza della 
Patria italiana, alla sconfìtta dei nostri nemici eterni. 

« Roma ritorna, Roma è tornata : i suoi figli l'han- 
no recata in trionfo, formidabile, augusta, come quan- 
do signoreggiava le genti e dettava al mondo le sue leg- 

— 144 — 



LA FIAMMATA 

gi di giustizia : il poeta che veniva da lungi e la Madre 
di tutti noi, fortissima e santa, si sono incontrati nel 
faticoso cammino : egli s'è chinato a lei, reverente per 
pietà filiale, tremando d'amore e di letizia umana : el- 
la lo ha benedetto. 

« 11 popolo dell'Urbe in cui si confondevano tutti 
gl'italiani, come nel giorno irrevocabile in cui Roma dis- 
se cittadini romani quanti vivevano dalle Alpi conqui- 
state ai tre mari da cui emerge divina la nostra terra fa- 
tale, tutti gl'italiani, coloro che sono di già liberi, e 
quelli che scampando alla odiosa tirannide barbarica, 
sono qui convenuti per chiederci il soccorso fraterno, 
il pofxjlo dell'Urbe con sentimento di grandezza latina, 
di orgoglio latino, accolse Gabriele d'Annunzio accla- 
mandolo poeta e assertore della guerra santissima, sol- 
lecitatore e interprete dell'anima nazionale in questo 
istante solenne in cui l'anima nazionale rompe ceppi, 
indugi, esitazioni, e si manifesta qual'è, degna del Dio 
che volle plasmarla primogenita, che la dannò per se- 
coli al martirio e all'espiazione perchè l'ora del suo ri- 
sorgere fosse redimita da luce più fulgida e fosse il più 
fulgido ricominciamento della storia degli uomini. » 

Dopo aver espresso un aspro giudizio su Giolitti e 
i giolittiani, l'on. Oliva concludeva : 

« A Roma madre risponde ogni città, ogni terra 
della Patria : Trento, Trieste, Fola, Fiume, Zara, ascol- 
tano e si apprestano a spezzare le catene : ne faranno 
ferro per colpire i nemici. Dio è con noi. è con Roma, 
è con l'Italia : troppo i teutoni l'hanno bestemmiato : 
alla gente latina spetta un'altra volta il compito di sal- 
vare il mondo e di vendicarlo in libertà. 

(I \ iva, in eterno, l'Italia! » 

« il Re — scriveva il Giornale d'Italia — ha richia- 
mato al potere l'on. Salandra ed i suoi collaboratori : 
questa era la soluzione unica, necessaria della crisi. 

(( La Corona, considerando che il Gabinetto si era 
dimesso essendo venuta meno la concordia nel partito 
costituzionale della Camera, ha correttamente agito ten- 
tando di sanare tale diffìcile situazione, mediante una 

— 145 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

nuova composizione ministeriale dhe, pur tenendo fer- 
me le basi della politica internazionale ormai saldamen- 
te poste dal governo presieduto dall'on. Salandra ed ac- 
cettate entusiasticamente dal Paese, facilitasse il rista- 
bilimento della concordia parlamentare. Il Sovrano ha 
così dimostrato di volere conciliare l'esercizio delle sue 
alte prerogative e la schietta volontà popolare con i di- 
ritti del Parlamento. Nessuno può dunque dubitare del- 
la correttezza della Corona, che mediante il suo logico 
procedimento nello svolgimento della crisi, ha consta- 
tato come nessun nuovo Ministero potesse formarsi e 
come fosse assolutamente indispensabile richiamare al 
Governo gli stessi uomini che avevano guidato il Paese 
durante la lunga vigilia di preparazione militare e di- 
plomatica della Nazione, e che avevano legittimamente 
segnata la via sulla quale l'Italia dovrà risolutamente in- 
camminarsi. 

« La crisi ha avuto due inestimabili benefici : anzi- 
tutto dare occasione alla Nazione di esprimere la sua 
irresistibile ed energica volontà patriottica, e poi dimo- 
strare che il Gabinetto dell'on. Salandra formava tutta 
una cosa con la coscienza nazionale ed era — come è 
tuttora — lo strumento indispensabile per la tutela del- 
l'onore e degli interessi supremi dell'Italia. 

« Il Paese ha avuto alcuni giorni di passione, ma 
dalle sue angoscie è balzata invincibile la volontà po- 
polare che sonnecchiava. Il grido di rivolta di tutte le 
Dopolazioni contro le deviazioni parlamentariste le qua- 
li tentavano di far uscire l'Italia dal cammino segnato 
dall'onore e dagli interessi nazionali, ha imposto l'in- 
chinarsi delle fazioni di fronte alla maestà della Patria. 

« Benefica fu adunque la crisi, felice fu il mezzo 
col quale la Corona la risolse, sacrosanta fu l'esplosio- 
ne della collera popolare contro i faziosi. La concordia 
parlamentare si è automaticamente ristabilita sotto la 
pressione di forze superiori, di fronte alle quali anche 
i più riottosi hanno dovuto piegare. 

« La Camera oggi si trova di fronte a due ordini di 
fatti incontrovertibili : il primo è quello degli atti diplo- 
matici che il Ministero Salandra, valendosi legittima- 

— 146 — 



LA FIAMMATA 

mente degli ampi poteri conferitigli dalla quasi unani- 
mità del Parlamento, ha doverosamente compiuto; il se- 
condo è quello della commovente fusione di sentimenti 
e di propositi fra il Re, il popolo e il Governo. Non ri- 
mane adunque alla rappresentanza nazionale che asso- 
ciarsi schiettamente alla volontà dell'Italia, seppellire 
energicamente qualsiasi tentativo partigiano e dare e- 
sempio di disciplina, di concordia e di patriottismo. E 
così certamente avverrà quando il Gabinetto Salandra 
si presenterà alla Camera. 

(( Già vi sono sintomi eloquenti di ravvedimento da 
parte di coloro stessi che più incompostamente si erano 
agitati nei giorni scorsi: anch'essi ormai riconoscono, 
come si imponga la pacificazione degli animi. Un po' 
tardi, ma ancora in tempo. Vi sono del resto malattie 
che forse è meglio che scoppino con violenza e produ- 
cano una forte reazione nell'organismo, piuttosto che 
lo insidiino con una corrosione lenta e progressiva del- 
le sue energie. Tale è stata la crisi dolorosa che ha at- 
traversato l'Italia in questi ultimi giorni, crisi che ha ri- 
svegliato come per incanto le magnifiche idealità del 
popolo italiano, ha fugato ogni dubbio ed ogni incer- 
tezza, ha investito direttamente la Nazione dei massimi 
problemi connessi con la sua esistenza. 

« I tradizionalisti saranno forse scandalizzati da 
questo vivace intervento del popolo nella crisi nazio- 
nale aperta dalle dimissioni del Gabinetto Salandra, ma 
noi pensiamo invece che la storia registrerà con parole 
auree questo santo scoppio dell'ira popolare, determi- 
nato dai più puri sentimenti; la fede nella parola giura- 
ta, la difesa dell'onore e dell'avvenire della Patria, lo 
sdegno contro gli intrighi interni e le manovre dello 
straniero. 

« Ma ora che la Corona, il popolo, il Governo han- 
no fatto il loro dovere, e il Parlamento si accinge a far- 
lo, è necessario che la calma ritorni nel Paese, che i 
cittadini, passato il pericolo interno, si accingano a com- 
piere con serenità, con fede, con abnegazione tutto il 
loro dovere. 

« Il momento è gravissimo : urge quindi raccoglie- 

- 147 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

re tutte le nostre migliori energie, lasciare da banda o- 
gni dissensione, ogni passione di parte, lasciar da parte 
— se non dimenticare — gli errori e le colpe degli scon- 
sigliati, purché tutti facciano il loro dovere. A suo tem- 
po la storia giudicherà. Vi furono taluni cui mancò nel 
momento decisivo la fede, che smarrirono la visione ra- 
diosa della Patria e si lasciarono dominare da passioni 
partigiane. Lasciamoli alle prese con le loro coscienze. 
Oggi è in giuoco l'esistenza dell'Italia e siamo sicuri 
che tutti i cittadini faranno ciò ohe la salute della Pa- 
tria impone. Abbiamo sentito vibrare in questi giorni 
la vera anima italiana, inspirata di purezza e di patriot- 
tismo : questa stessa anima si riaffermerà nei supremi 
cimenti e nella faticosa opera che ci attendono. 

(( Restiamo vigili e pronti in attesa degh avvenimen- 
ti. La vigilia è ormai al suo termine, sta per succederle 
l'azione che con tutte le forze dell'animo nostro augu- 
riamo felice per la Patria e per la gloriosa razza italia- 
na, che raggiungerà certamente la gloria che compete 
al suo genio immortale. 

« Il diritto storico dell'Italia risorta sta per ripren- 
dere, dopo una lunga parentesi di raccoglimento, il suo 
cammino. 

(( La nostra è volontà di liberazione e di giustizia. 
Abbiamo dalla nostra parte il diritto, la fede, le armi 
e la salda anima popolare. 

« Il Destino dovrà esserci propizio ». 

Il Corriere della Sera intitolava il suo commento : 
(( L'ostacolo abbattuto ». E scriveva : 

« La crisi che ha tenuto il Paese per qualche gior- 
no in uno stato d'indimenticabile angoscia è stata risol- 
ta come si doveva risolvere. Là dove l'ostacolo aveva 
arrestato il Governo, la volontà della [stazione è so- 
praggiunta, ha rovesciato l'ostacolo, è passata. Non son 
rimasti indietro che rottami di riputazioni e fili infranti 
e contorti d'intrighi. E la volontà nazionale ha ripreso 
seco il suo Governo, quello che aveva consacrato con 
un diritto fondamentale di libertà e di giustizia, e il Re 
si ritrova alla testa, il Re di quella Casa di Savoia che- 

— 148 — 



La grande guerra d'Italia — Voi. XH. Tavola XVI 




Grandiosa manijeMtazione interventista a Genova 



LA FIAMMATA 

da tanti anni, nei più grandi avvenimenti della nostra 
storia, è solita essere alla testa degli italiani. E.gli ha u- 
dito scoppiare uno di quei gridi a cui i Savoia non 
sanno essere sordi, siano gridi di dolore o di sdegno; 
e, consigliera imperitura, più forte d'ogni sopraggiunto 
consiglio, si è levata nel cuore stesso del Sovrano la tra- 
dizione familiare ancora vibrante delle memorie del no- 
stro Risorgimento. 

« 11 dovere costituzionale, rigidamente inteso, lo a- 
veva costretto a tollerare una campagna che era stata 
preparata con astuzia sottile e svolta nel momento in 
apparenza più opportuno. Le avvisaglie si erano pro- 
nunciate in uno zelo senza freno di luogotenenti del- 
l'esercito neutralista: l'artiglieria tonava dai giornali, le 
mine insidiavano a Montecitorio il passo e la vita del 
Ministero Salandra; poi dal Piemonte giunse, a dar la 
suprema battaglia, l'Hindenburg del neutralismo, l'o- 
norevole Giolitti. Giunse quando si pensava che il ne- 
mico fosse più depresso : le armi degli Imperi centrali 
avevano il sopravvento sui russi in Galizia, e l'Austria, 
sospinta dalle insi.stenze germaniche, ampliava le sue 
offerte. E queste sopra tutto costituivano i preziosi ri- 
fornimenti di cui il generale in capo aveva bisogno per 
prendere d'assalto e radere al suolo una fortezza costi- 
tuita da quasi dieci mesi di fatiche, d'ansie, di sforzi, 
di attività intensa e senza tregua. 

'( Giunto sul campo, l'on. Giolitti sapeva che il Re 
avrebbe domandato il suo parere. Contava sul colloquio 
e, pel colloquio, su se stesso, cioè sulla fama che anco- 
ra lo rappresentava arbitro della vita parlamentare ita- 
liana. Poteva il Sovrano non interrogarlo? Intanto, il 
primo luogotenente, l'on. Bertolini, preparava il collo- 
quio tra Giolitti e Salandra. 

(( E apparvero subito i segni della brutta impresa 
meditata. L'arbitro del Parlamento discorse col Presi- 
dente del Consiglio di offerte austriache che questi non 
aveva ricevute. Nella sicurezza della vittoria, si era 
commesso un primo errore tattico. Si era scoperto lo 
stato di subordinazione, di secondarietà, in cui il Go- 
verno italiano era tenuto dai diplomatici stranieri che 

— 149 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

pattuivano direttamente col più forte. All'errore si ten- 
tò di rimediare e il Governo, poche ore dopo, riceveva 
a sua volta le comunicazioni che erano già state fatte 
al Dittatore. Nello stesso tempo i giornali e gli uomini 
politici giolittiani divulgavano la sostanza dei consigli 
dati dal loro capo al Re e al Ministero responsabile; 
e non si salvava neanche quel tanto di riservatezza che 
in tali occasioni, anche se non fosse stato un imperioso 
dovere di patriottismo, sarebbe stato ad ogni modo un 
dovere elementare di correttezza politica. Le notizie si 
gonfiavano già degl'imminenti inni di vittoria. Un de- 
putato clericale gridava in Montecitorio che « le azioni 
del neutralismo erano salite alle stelle ». Ma fra tanto 
gaudioso ciarlare, fra così abbondevole loquacità di 
soddisifatti, si taceva un particolare d'importanza capi- 
tale : la denunzia della Triplice Alleanza e la conclu- 
sione degli accordi con la Triplice Intesa — un parti- 
colare di cui l'on. Giolitti era stato informato, ma che 
egli manteneva segreto, perchè nulla mancasse, alla tra- 
ma della congiura. E intanto, come primo bollettino 
della vittoria, i giornali giolittiani annunziavano che tre- 
cento carte da visita di deputati erano giunte al Gran- 
de Quartier Generale di via Cavour, senza contare gli 
omaggi di Enrico Ferri. Un incettatore di questi con- 
sensi s'era messo in giro a raccattarne, e l'onorevole fa- 
tica non dovè essere molto ardua, se si pensa al nume- 
ro non trascurabile di deputati sempre pronti ad accor- 
rere alla chiamata di chi ancora una volta è creduto il 
pili forte. Ma il più forte è ora dalla parte opposta... 

« Il più forte, definitivamente. La campagna giolit- 
tiana è stata una commedia nella rappresentazione del- 
la quale non s'era tenuto alcun conto del pubblico, che 
era tutta l'Italia; e tutta l'Italia, presente, ha fatto chiu- 
dere il sipario a precipizio. Ancora l'aria è piena di si- 
.biH. 

« Neanche per un istante l'autore ha avuto l'idea di 
presentarsi alla ribalta con l'incarico di formare il nuo- 
vo Ministero. Forse il Re non gli ha rivolto la proposta; 
forse, facendogliela, ha sentito nel frettoloso rifiuto 
completarsi il suo giudizio sull'uomo che è parso per 

— 150 — 



LA FIAMMATA 

tanti anni a moltissimi avere la perfetta tempra del do- 
minatore. 

« Oggi, la barricata di questa indegna sollevazione 
è in frantumi. Il Governo, ritornato al potere trionfal- 
mente, per incarico del Re e per plebiscito della nazio- 
ne, ha libera davanti a se la via. Non parrebbe credi- 
bile che gli sconfitti potessero meditare e preparare al- 
cuna riscossa; ma incredibile era, pochi giorni or sono, 
ciò che fu per un momento la realtà disastrosa. Vigila- 
re bisogna, poiché non è detto che nuovi agguati non 
si preparino. Il Governo deve sentir oggi accresciuta la 
sua responsabilità, perchè il Paese, esaltandolo sopra le 
congiure e le insidie, lo ha solennemente improntato 
della propria forza e del proprio volere. 

« Non v'è oggi per esso, non vi può essere, che una 
sola preoccupazione : quella dei supremi interessi na- 
zionali. Se questi interessi esigono che si tronchino in- 
dugi dannosi alla causa che si sta per dibattere epica- 
mente, li tronchi. Il Re ha diritti consacrati dallo Statu- 
to. Il Parlamento farà poi il suo dovere, perchè tutto 
già gli è noto e perchè Montecitorio avrà per tribuna 
l'Italia. » 

Il Messaggero pubblicava questo commento : 
« Ieri il popolo di Roma, il popolo d'Italia ha ripor- 
tato la prima vittoria, una vittoria completa e clamoro- 
sa, una vittoria morale, di cui la nostra patria aveva in- 
dispensabile bisogno prima di ingaggiare la guerra del- 
le armi. Ieri è stata riportata la vittoria contro i nemici 
interni, contro quelli palesi e quelli anco più temibili, 
perchè dissimulanti la loro viltà personale, i loro inte- 
ressi personali, siano materiali o siano politici, la loro 
mentalità sconquassata, ovvero, per subdole abitudini, 
per innate tendenze maligne, volta sempre a contrasta- 
re le più diritte, le più nobili tendenze ed aspirazioni. 
Ieri è stata purificata definitivamente l'atmosfera della 
vita italiana : e tutti dobbiamo volere con incrollabile 
fermezza che questo stato di purgamento e di rinnova- 
zione continui immutabile durante la guerra e dopo la 
guerra, in modo che non si abbia più mai da dire che la 

— 151 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

nazione italiana e il parlamento italiano siano per pa- 
triottismo, disinteresse, lealtà politica, purezza morale, 
inferiori a qualunque altro paese, a qualunque altro par- 
lamento. 

« Il tempo degli uomini e delle cose sordide è fini- 
to. Abbiamo fatto giustizia di tutto e di tutti : siamo tutti 
uniti oggi in un pensiero e in una volontà, in un amore 
e in una decisione : siamo tutti stretti, oggi veramente, 
intorno ad una bandiera, alla nostra sacra bandiera, co- 
me i figli venuti da ogni parte si possono ritrovare e 
stringere intorno alla madre comune. Questa unione, 
questa fusione, questa unanimità è e sarà la nostra gran- 
de invincibile forza, la nostra forza morale e nazionale, 
che potrà realmente elevarci nel primissimo rango delle 
nazioni potenti e civili. E questa forza è il frutto inesti- 
mabile della battaglia che ieri abbiamo vinto : quella 
contro i nemici interni. 

«E adesso raccogliamoci. nella preparazione e nel- 
l'attesa, tutti portandovi il nostro vario contributo, per 
la vittoria di domani, contro lo straniero : la vittoria che 
non potrà mancarci, perchè essa è il premio ambito e 
meritato dai popoli organizzati, risoluti, forti. 

« Ma se grande, quasi smisurato ci parve lo sforzo 
che dovemmo compiere nei giorni scorsi per isgominare 
e disperdere i pochi, audaci traditori del proprio paese, 
ben più grande, immane dovrà essere l'altro sforzo che 
ora ci apprestiamo a compiere. 

(( Ognuno dei trentacinque e più milioni di figli che 
ha l'Italia pensi ora che tutte le attività e tutte le inten- 
zioni, tutte le opere come tutte le parole dovranno con- 
vergere a farci riportare il trionfo nell'aspra ed ardua 
lotta che ci prepariamo a combattere; pensi ognuno che 
qualunque dispersione, qualunque inattività, qualunque 
perplessità, pusillanimità od indolenza equivarrebbe in 
questa ora suprema ad un mostruoso delitto. 

(( Tutti egualmente operai del grande edifizio che ci 
prepariamo a costruire, dobbiamo avere disciplina, ener- 
gia, abnegazione e fede ad un livello comune ed inal- 
terabile. 

« Questo è il nostro nuovo dovere davanti alla gran- 

— 152 — 



LA FIAMMATA 

de ed aspra impresa che ci prepariamo a condurre vit- 
toriosamente a termine con ogni necessario sacrifizio. 

(( Che tutti i buoni cittadini se ne rammentino! 

« Da oggi in poi non deve essere più necessaria l'e- 
sistenza e l'invocauione di una legge sancita : tutti de- 
vono avere una legge spontanea e viva nel proprio cuo- 
re, come fiamma sopra un altare : la legge del dover» 
in ogni circostanza, in ogni ora, per qualunque cosa e 
sempre. 

« E tutto il nostro paese deve convertirsi in un do- 
cile e bene ordinato esercito che cooperi nelle più varie 
guise a raggiungere quel successo al quale ci siamo vo- 
tati, come ad una fervente religione, per la vita e per la 
morte. 

« Viva l'Italia! » 

L'/c/ea Nazionale così scriveva : 

(( Roma e l'Italia vivono da ieri sera una grande ora 
di rinascita. La notizia, ormai ufficiale, della avvenuta 
riconferma del Ministero Salandra le ha liberate dall'in- 
cubo atroce del tradimento e del disonore in cui da due 
giorni spasimavano e ardevano. Sventato l'agguato par- 
lamentare, dissipata l'ansia torbida, ricacciati i ruffiani 
nella cloaca originaria, purificata la fede nel Re, terso 
l'animo, risorta la speranza,' Roma e l'Italia guardano 
con più giovanile, più animosa, più incrollabile volontà 
al cimento prossimo, alla grandezza futura. 

(I Le tremende giornate trascorse, come accade in 
queste sacre rinascenze della vittoria, appariscono già 
quasi in lontananza, crisi violenta e benefica in cui l'I- 
talia ha riconquistata, di fronte a se stessa ed al mondo, 
la sfolgorante coscienza della sua esistenza nazionale. 
Esse hanno testimoniato agli italiani ed agli stranieri che 
l'Italia non patisce trattamenti balcanici, che l'Italia 
esiste come nazione, e cioè come coscienza nazionale, 
come volontà nazionale, come moralità nazionale, e per 
conseguenza come destino nazionale, e che né intrighi 
esterni, né tradimenti interni possono farla deviare dal 
cammino della sua storia. La vittoria dell'animo prelude 
a quella delle armi. 

— 153 — 

I. ReicciO — Storia della grande guerra d'Italia — Voi. XII IO 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

(( Stamane, invece della riconferma del Ministero 
Salandra, del Ministero della grande guerra, l'Italia ave- 
va appreso al suo destarsi l'incarico dato a Paolo Bo- 
selli. Un nuovo dubbio ha per un momento dolorosa- 
mente sfiorata la ferita ancora cruenta, un nuovo gelo 
ha stretti gli animi, un nuovo fremito d'ira li ha sollevati. 
È stato però un momento solo. Nel lucido pathos della 
sua risoluta volontà l'Italia ha subito compreso che il 
nuovo episodio non poteva avere che un valore pura- 
mente formale, quello di far convergere anche la chiara 
designazione dei parlamentari più autorevoli sulla unica 
soluzione che la nazione aveva già imperiosamente in- 
dicata. 

« L'on. Boselli, infatti, ha subito declinato l'incarico, 
e consigliata al Re la riconferma del Ministero Salandra. 
Non poteva essere altrimenti. Non v'era altra imagina- 
bile soluzione. A nessuno era più dato di esitare tra la 
guerra e il mercato, tra la grandezza e la rovina, tra l'o- 
nore e il disonore nazionale. Un ministero giolittiano o 
neutralista, cioè un ministero di traditori, era semplice- 
mente un assurdo : al Re repugnava, e la nazione lo a- 
vrebbe spazzato via immediatamente, anche col sangue. 
Un ministero di conciliazione era egualmente impossibi- 
le, perchè non vi può esser ]uogo a conciliazione tra il sì 
ed il no, tra la vita e la morte, tra il patriottismo ed il 
tradimento, tra la digfnità e l'ignominia. Non era possi- 
bile che un ministero deliberato alla guerra; e questo 
non poteva essere che quello che la guerra ha preparata, 
quello in cui la nazione ha fede, il Ministero Salandra. 
Oltre gli indugi formalistici, il nuovo Ministero Salandra 
è dunque certo. È finalmente una realtà. 

« Il Re lo vuole, il paese lo vuole, la Camera lo vor- 
rà. Sì, anche la Camera giolittiana lo vorrà. Lo vorrà, 
o per lo meno lo acclamerà ostensibilmente, per quelle 
stesse ragioni per cui lo avrebbe avversato ieri. Per viltà 
si era fatta serva di Giolitti onnipotente, per viltà volterà 
le spalle a Giolitti smascherato e caduto. Così comanda 
l'istinto originario e la moralità intrinseca del Parlamen- 
to. Ad ogni modo, così comanda la nazione. E saprà 
farsi obbedire. 

— 154 — 



LA FIAMMATA 

« L'atto di liberazione e di volontà purificatrice è 
dunque compiuto. E significa guerra. Il Re ha veramen- 
te salvata l'Italia. Ora Egli le addita la via fatale del ci- 
mento e della gloria. 

« Salutiamo la guerra redentrice. Inchiniamoci al 
Re italiano e sabaudo. Viva il Re! » 

Vittoria! Con questa parola il Popolo d'Italia sinte- 
tizzava il risultato della crisi. E soggiungeva : 

(( La terribile settimana di passione dell'Italia si è 
chiusa ieri con la vittoria del Popolo. I nostri cuori che 
si erano irrigiditi nello spasimo della delusione e dell'e- 
sasperazione, riprendono il loro ritmo gagliardo; le nu- 
vole basse della mefitica palude parlamentare sono dile- 
guate dinanzi al ciclone che prorompeva dalle piazze. 
Non si ha più notizia del cav. Giolitti. È forse fuggito 
ancora una volta a Berlino? Anche il giolittismo versa 
in condizioni disperate. È latitante. I suoi partigiani sci- 
volano via o tacciono. Per quanto cinici, la lezione ha 
giovato loro. Hanno capito. Ipnotizzati dal Parlamento, 
questi fedeli del Senusso di Cavour racchiudevano il 
mondo e l'Italia nei confini di Montecitorio, anzi dei cor- 
ridoi di Montecitorio. 

« L'irruzione dei cittadini romani nei sacri recinti 
della Camera è un segno dei tempi. Si deve al puro caso, 
se oggi Montecitorio non è un mucchio di macerie nere. 
Ma si deve al popolo italiano, se oggi l'Italia non è al 
livello della Grecia e della Turchia. Forse, senza la gran- 
diosa, magnifica insurrezione delle moltitudini, sarebbe 
giunta in porto la giolittiana navicella del « parecchio » 
pilotata da Biilow, con le ciurme dei socialisti sudeku- 
mizzanti; ma il popolo l'ha silurata, e la navicella carica 
di tutte le immondizie italiche è precipitata in fondo 
al mare delle assurdità. Ora si respira. L'orizzonte è 
sgombro e sulla linea estrema vi fiammeggia la volontà 
dell'Italia. Volontà di guerra. L'ha dichiarata il popolo 
al disopra della madra parlamentare. Il re ha inteso. La 
guerra c'è. La dichiarazione ufficiale di guerra consa- 
crerà uno stato di fatto. 11 popolo italiano si « sente » 
già in guerra contro gli austro-tedeschi. È compreso del- 

— 155 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

la solennità del momento. In questa settimana si è purifi- 
cato. Molte scorie sono cadute. Sul corpo della Nazione 
si erano annidati parassiti di specie diverse : giolittiani, 
clericali, socialisti, ma la Nazione — con una scossa — 
si è liberata del suo carico molesto e insidioso. Sotto 
la maschera neutrale è balzata innanzi l'anima guerriera. 

« Le masse operaie hanno anch'esse capito che l'in- 
tervento è ormai una necessità e più che una necessità, 
un dovere. Restano soli, a macerarsi nella loro clamoro- 
sa e documentata impotenza, i socialisti ufficiali. 

(( Eppure, la denuncia della Triplice Alleanza è un 
avvenimento che dovrebbe scuoterli e rallegrarli. Ma or- 
mai essi sono legati — niani e piedi — in un vincolo di 
solidarietà abbominevole cogli assassini di Germania e 
d'Austria : sono quindi stranieri all'Italia e al proletaria- 
to italiano. Dopo trentatre anni, l'Italia riconquista la 
sua autonomia. Un'alleanza che non fu mai e non pote- 
va essere popolare, è stata denunciata. L'Italia si volge 
ad occidente ed entra nella Triplice Intesa. Ci siamo li- 
berati dalla pesante tutela tedesca, dalla ripugnante com- 
pagnia degli austriaci. Torniamo noi stessi. Anche qui, 
la sana e diritta diplomazia del popolo ha vinto. Com- 
batteremo a fianco dei francesi, dei belgi, dei serbi, de- 
gli inglesi, dei russi : salderemo col nostro intervento il 
cerchio di ferro e di fuoco attorno agli imperi responsa- 
bili della conflagrazione europea; abbrevieremo la dura- 
ta della guerra; vinceremo. 

« Vinceremo perchè il popolo vuole vincere questa 
« sua » guerra. L'entusiasmo di questi giorni è un ottimo 
auspicio, è una garanzia di vittoria. L'Italia ritrova oggi 
se stessa nella sua calma fiduciosa e vigilante. Pronta 
all'evento grandioso di domani. Ci siamo riscattati al- 
l'interno. Ci riscatteremo fra poco oltre i confini! Ab- 
biamo sgominati i nemici di dentro, sbaraglieremo quel- 
li di fuori. 

« Baionette italiane, al vostro acciaio è affidato col 
destino d'Italia, quello dei popoli d'Europa! » 

Dopo le tre giornate indescrivibili che l'Italia aveva 

— 156 — 



LA FIAMMATA 

vissuto, nessun dubbio era più possibile : la nazione era 
per la guerra, risolutamente, definitivamente... 

(( Il dubbio intorno alla interpretazione della volontà 
del Paese — notava Videa Nazionale — non può pivi es- 
sere manifestato in buona fede; ora è voluto ed alimen- 
tato coscientemente, in perfetta mala jede, per demora- 
lizzare ed intimidire, per intiepidire ed indebolire l'Ita- 
lia, mentre sta per scendere in campo. Non è più diret- 
to ad evitare la guerra, ma a provocare la sconfitta. 

<( Perciò chi dice ancora che il Paese non vuole la 
guerra, è un traditore, che sa di tradire, che Vuol tradire 
e va trattato come tale. » 

La protesta popolare era stata, infatti, immediata, 
unanime, solenne. Mai nella sua storia il popolo d'Italia 
aveva parlato con voce più eloquente. Non era stata 
una dimostrazione : era stata un'insurrezione. 

Il popolo aveva parlato in tutti i suoi ordini : la piaz- 
za e la curia, l'università e la burocrazia : aveva parlato 
nella stampa, nelle vie, nei teatri. Ininterrottamente, in 
tutti i suoi strati, dovunque, non aveva fatto che espri- 
mere la sua volontà decisa per la guerra. 

La stampa estera si rese completamente ragione del- 
la portata di ciò ch'era accaduto in Italia. A Parigi, se- 
gnatamente, i commenti furono molto espliciti. 

« I neutralisti italiani — scriveva il Temps — hanno 
avuto uno scacco definitivo e la nazione intera, che era 
stata infiammata dall'eloquenza di Gabriele d'Annun- 
zio, sente che l'ora dell'azione è prossima. Il Re ha san- 
zionato il sentimento della nazione, che attingerà nuova 
forza in questa approvazione reale. Vittorio Emanuele, 
rinnovando al ministero l'espressione della sua fiducia, 
ha sentenziato in favore dell'intervento e il Gabinetto 
esce da questa crisi meglio armato per l'esecuzione del 
suo programma sanzionato brillantemente dal sovrano 
e dal paese. II sovrano ha provato che non aveva mai 
cessato di essere in accordo perfetto con Salandra e Son- 
nino e ha mantenuto le tradizioni che hanno creato tra 
l'Italia e la sua dinastia un'unione che gli avvenimenti 
stanno per consacrare ancora una volta. II principe di 

— 157 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

Biilow, che aveva già fatto ostentatamente i preparativi 
di partenza come per accentuare il significato delle pro- 
poste che stava per fare, ha perduto la partita. L'Italia è 
troppo conscia dei suoi interessi, troppo preoccupata del 
suo avvenire e troppo gelosa della sua gloria, per lasciar- 
si distogliere dalla strada che le tracciano il dovere e 
l'appello dei fratelli oppressi. » 

Sotto il titolo (( Addio Triplice! », Vlntranstgeant scri- 
veva : 

« La crisi parlamentare italiana dell'altro giorno non 
è più ora che un cattivo sogno. Il popolo ha fatto giusti- 
zia; esso ha fatto udire la sua voce e Giolitti, che aveva 
scatenato l'intrigo, non ha avuto il coraggio di condurlo 
fino alla fine; egli ha dovuto rendersi conto che non si 
può governare contro l'opinione pubblica, sopratutto in 
quest'ora grave ». 

La Liberi é scriveva : 
(( La crisi ha avuto l'effetto maggiore di illuminare un 
gran numero di partigiani della neutralità ad ogni co- 
sto, i quali, messi ora al corrente della posizione risul- 
tante per l'Italia dalla sua evoluzione diplomatica, si ren- 
dono conto e convengono della necessità dell'interveni 
to ». 

L'Eolio de Paris commentava così : 

« Il Ministero Salandra rimane al potere aumentato, 
centuplicato nella sua autorità, da questa breve crisi che 
gli ha permesso di ricevere con la seconda investitura 
reale l'investitura più importante, quella di tutta la Na- 
zione. La stampa francese si è accuratamente astenuta 
di esprimere durante la crisi alcuna opinione sui proble- 
mi interni che si pongono in Italia. Qui in Francia si è 
sempre stati persuasi che la politica italiana era garantita 
dalla coscienza stessa che i nostri vicini hanno dei loro 
interessi nazionali. Noi ci felicitiamo quindi tanto più li- 
beramente di vedere che la condotta immutabile di que- 
sta politica si manifesta ancora una volta con la con- 
ferma al potere degli uomini che l'hanno concepita e 
attuata. La storia riserva un grande posto al Re che por- 
ta il nome glorioso di Vittorio Emanuele ». 

(( Il neutralismo è definitivamente vinto, — osser- 

— 158 — 



LA FIAMMATA 

vava il Petit Parisien, — e questa volta si può dire che il 
principe di Biilow è definitivamente battuto senza spe- 
ranza di rivincita, poiché bisogna ben credere che nes- 
sun incidente potrà più turbare il corso degli avvenimen- 
ti. Al Gabinetto Salandra la nazione italiana deve un 
immenso tributo di gratitudine, poiché esso aveva com- 
piuto la prima parte del suo duro compito, aveva pre- 
parato un esercito potentissimo, bene equipaggiato, 
provvisto di materiale e di munizioni, e aveva preso tut- 
te le misure che una guerra lunga e dura richiede. Sol- 
tanto, prima di aprire questa nuova fase dell'azione, vo- 
leva dare la prova del suo vigore, della sua autorità ed 
ha avuto ora col nuovo mandato reale la sanzione so- 
lenne del popolo italiano ». 

(( La cospirazione di Biilow — osservava il Journal 
— é fallita completamente e Giolitti è definitivamente 
battuto. L'orientazione dell'Italia è affermata solenne- 
mente dalla volontà della Nazione, il che impone la più 
grande fiducia nelle decisioni future di un'Assemblea il- 
luminata sui veri sentimenti del Paese e immunizzata 
contro le manovre sotterranee dei giolittiani e degli au- 
stro-tedeschi. E forse non avremo a lamentare la tem- 
pesta dei giorni scorsi che ha epurato l'atmosfera di tut- 
ti i miasmi che la inquinavano ». 

Anche il Re d'Italia aveva da parte dei giornali pa- 
rigini il giusto tributo di ammirazione. 

11 Matin rilevava che mentre Giolitti voleva fare con 
la sua p>olitica un ricatto all'Austria e alla Germania, 
Vittorio Emanuele III aveva avuto una ben altra idea 
della dignità e della previdenza che un gran popolo de- 
ve avere per norma : aveva voluto insomma che la de- 
nuncia della Triplice fosse una sfida e non un ricatto. 
La manovra di Giolitti — concludeva il giornale — è 
stata una dimostrazione per assurdo della impossibilità 
per l'Italia di seguire qualsiasi altra politica all'infuori di 
quella di Salandra. 

Anche la stampa inglese salutò con manifestazione 
di gioia la riconferma del ministero Salandra. Interes- 

— 159 — 



LA GRANDE GUERRA D'ITALIA 

sante fu la ricostruzione degli episodi della crisi,, fatta 
nel Daily Telegraph dal dottor Dillon. 

Egli affermò che la soluzione della crisi non era mai 
stata dubbia per coloro che conoscevano l'intrigo di 
Biilow, perchè era certo che, appena quest'intrigo fos- 
se stato noto, tutto il popolo, come un sol uomo, si sa- 
rebbe sollevato contro i cospiratori. 

(( Raramente nella storia — scriveva il dottor Dil- 
lon — un'intera nazione ha così violentemente separa- 
to se stessa da un uomo politico che ne era virtualmen- 
te il dittatore, come il popolo italiano si è separato da 
Giolitti. Gli italiani in questi momenti imbarazzantissi- 
mi, si sono comportati in modo mirabile, e ciò che è 
successo fa ormai chiaro e indubitabile che sono decisi 
a qualunque costo di contribuire a mantenere la paro- 
la data ed a rigettare sdegnosamente la dottrina del 
pezzo di carta. » 

11 dottor Dillon ebbe un'intervista con un personag- 
gio di cui egli non disse il nome, ma di cui affermò che 
(( nessuno in Italia conosceva meglio il corso delle con- 
versazioni tra Roma e Vienna. » 

Il suo eminente interlocutore gli aveva dichiarato 
quanto segue : 

« — Il Gabinetto diede le dimissioni non perchè vi 
fosse disaccordo fra i ministri e il Monarca, come molti 
giornali e molte persone hanno affermato senza fon- 
damento. Non vi era alcuna divergenza fra i ministri, 
che agivano in nome del Re e del Paese, ed il Sovrano, 
che era continuamente informato dell'andamento dei 
negoziati. Dal principio alla fine vi fu una perfetta ar- 
monia tra il Capo dello Stato e i suoi consiglieri respon- 
sabili : nessuna nota falsa turbò quell'armonìa. Questa 
era la condizione indispensabile al compimento della 
delicata missione imposta al Gabinetto, e fu raggiunta; 
ma non era l'unica condizione. 

(( Per obbligo fatto dalla Costituzione, il Gabinetto 
ha anche il dovere di intendersi col Parlamento; ma 
questo dovere, con tutto quanto esso implica, non cau- 
sò neppure la ìpiù piccola inquietudine ai ministri, con- 
sci, non solo di avere lavorato infaticatamente e con le 

— 160 — 



LA FIAMMATA 

loro migliori forze a favore degli interessi e della di- 
gnità della Nazione, ma anche di possedere la prova 
documentata, voluminosa e conclusiva abbastanza, per 
convincere tutti gli animi suscettibili di aprirsi dinanzi 
ai fatti. 

(( E fu anche evidente che la maggioranza parla- 
mentare, non importa quali fossero le sue convinzioni 
circa la politica interna, era anche pronta a giudicare 
e a decidere il problema internazionale nei suoi reali 
aspetti, senza preoccuparsi di considerazioni esteriori 
completamente insignificanti. 

(( L'entrata in scena di Giolitti e la parte che egli 
rappresentò costituirono, pertanto, un trattamento cru- 
dele verso il Gabinetto e crearono una situazione che, 
essendo non solo antigovernativa, ma anche anticosti- 
tuzionale, non poteva essere accettata dai ministri, la 
cui autorità ad agire per il paese poggia precisamente 
sulla base costituzionale. La responsabilità che Giolitti 
si assunse era quindi enorme, perchè in quel momento 
egli possedeva la prova completa, che un accordo col- 
r Austria era contrario agli interessi dell'Italia e incom- 
patibile con l'onore della nazione. » 

« — Forse — notò il dottor Dillon — Giolitti fu 
male informato, e non conosceva l'esistenza degli im- 
pegni che impedivano ulteriori negoziati. 

(( — No — rispose l'intervistato — Giolitti conosce- 
va i dati precisi quando assunse l'atteggiamento di op- 
posizione ^] Gabinetto e i fatti erano i seguenti : le con- 
versazioni dell'Italia con la Germania e con l'Austria 
datano non, come il pubblico suppone, dall'arrivo di 
Biilow a Roma, ma quasi dallo scoppio della guerra 
europea. Per conseguenza vi era stato tempo abbon- 
dante per gli Imperi centrali per farci sapere quali com- 
pensi erano disposti a darci. Ma l'Austria non era di- 
sposta a fare alcuna concessione, e persisteva in que- 
sto diniego, non modificandolo in modo notevole se 
non agli estremi, ed anche quando alla fine si decise a 
fare il grande sforzo, i termini dell'offerta erano non 
solo inadeguati, ma derisori. L'impressione prodotta da 
questa ostinazione, fu profonda sul Gabinetto italiaiìo. 

- 161 - 



LA GRANDE GUERRA D'ITAUA 

Dopo aver aspettato a lungo e pazientemente invano i 
segni di una più ragionevole disposizione a trattare, i 
ministri cominciarono ad esaminare l'eventualità di u- 
na guerra contro l'Austria, e si posero con energia ed 
attività a condurre i preparativi militari e navali. Que- 
sti provvedimenti furono presi apertamente senza mi- 
stero. 

« Allora i Governi dei due Imperi avrebbero dovu- 
to esaminare tutte le considerazioni in favore di un ac- 
cordo che appianasse tutte le divergenze con l'Italia; 
ma la nostra preparazione militare e navale non ebbe 
questo effetto. L'Austria mostrò di non prenderla sul 
serio, di ritenerla un « bluff », e continuò a persistere 
nel rifiuto di far qualsiasi offerta accettabile od anche 
concessioni che potessero costituire la base per frutti- 
feri negoziati. 

« Poi anche le nostre difese nazionali furono quasi 
complete. II tempo passava. Questa alternativa conti- 
nuò sino alla fine d'aprile. Al Governo italiano pareva 
ormai che fosse venuto il momento più opportuno per 
portare le conversazioni diplomatiche al loro termine 
in un senso o in un altro. E Sonnino fece premura per- 
chè il Gabinetto di Vienna si decidesse ad esporre nei 
termini più larghi a cui poteva giungere, che cosa era 
pronto ad offrire. Questa era l'ultima domanda posta 
da Sonnino con la precisione dovuta e impostata sopra 
le domande più moderate che fosse possibile per sod- 
disfare le aspirazioni del Paese. 

« Ma l'Austria fu inesorabile. La sua ultima paro- 
la fu di irremovibile rifiuto. Allora soltanto si venne al- 
la denuncia della Triplice Alleanza. 

« Fu solo dopo che questi due nuovi elementi e co- 
sì importanti entrarono nel problema, cioè il definitivo 
>-ifiuto dell'Austria dì venire a concessioni accettabili e 
la nostra denuncia dell'alleanza, che il Gabinetto portò 
avanti le trattative con le Potenze dell'Intesa per pre- 
munirsi contro un eventuale isolamento dell'Italia. 

« È falso, dunque, che l'Italia abbia trattato coi 
due gruppi di Potenze contemporaneamente. Finché il 
Ministero Salandra trattava con l'Austria, si mantenne 

_ 162 — 



LA FIAMMATA 

perfettamente libero e in condizioni, quindi, di potersi 
accordare con essa qualora questo accordo avesse, po- 
tuto soddisfare i giusti reclami dell'Italia e la dignità 
nazionale. 

« Biilow e Macchio hanno organizzato la loro av- 
ventura diplomatica in un modo inqualificabile. Giolitti 
era al corrente di tutto, quanto i ministri : del corso 
delle negoziazioni, degli ostacoli posti dall'Austria, e 
della impossibilità di venire ad un accordo. Con l'inco- 
raggiare gli agenti di Biilow e dei nemici del suo paese, 
dichiarando deliberatamente che un accomodamento 
amichevole con l'Austria e la Germania era ancora pos- 
sibile, egli ha assunta dinanzi all'Italia e dinanzi al 
mondo intero una responsabilità formidabile. » 

L'informatore del dottor Dillon concluse lodando 
il contegno altamente costituzionale e patriottico del 
Re... 

Così il gran gesto liberatore era stato compiuto dal 
popolo italiano, per sua ispirazione, con la sua volontà, 
con la sua forza. Ogni categoria d'italiani, levandosi per 
proclamare di voler la euerra, si era purificata di qual- 
che scoria utilitarista e si era affermata come parte di un 
Dopolo redento. La manifestazione della volontà popo- 
lare non consentiva più interpretazioni equivoche. Era 
stata una protesta storica. 

Quando il popolo sente profondamente qualche co- 
sa, non ha bisogno d'intermediari per manifestare la sua 
volontà : e il popolo italiano aveva trovato la larga vìa 
diretta tra la piazza e la Reggia. 



Fine dfj. Voi.ume Dodicesimo 



INDICE 



Introduzione Pag. 1 1 

I — La Sagra dei Mille » 13 

La giornata di Quarto — // passato e l'avvenire — // 
monumento d'Eugenio Baroni — La vibrante parola 

del Re — L'orazione di Gabriele d'Annunzio — « l/n 
comandamento alzato sul mare» -- / messaggi di Mi- 
chelangelo — La stirpe leonina — L'Italia fiammeggian- 
te — La promessa regale — // significato del rito — 
L'eroe dell'azione. 

II — La minaccia si delinea > 34 

Gli omaggi di Genova al poeta — Altre parole incita- 

trici — // leone dei triestini — Le faville del sacro in- 
cendio — // lavorio neutralista — Una grande illusio- 
ne — // quadro del momento — Cominciano le dimo- 
strazioni — Gabriele d'Annunzio a Roma — // salu- 
to di Barzilai — « Odore di tradimento » — // popolo 
canta l'Inno di Mameli — L'ovazione a Margherita di 
Savoia — Milano si desta — Genova, Venezia, Spezia, 
Firenze, Udine, Parma, Torino, Ancona, Bologna... — 
Tutta Italia risponde — L'azione di Giolitti. 

Ili — Le dimissioni del Ministero » 34 

L' annunzio ufficiale — Indescrivibile impressione — 
// trionfo di Giolitti e di Biilow — / commenti dei gior- 
nali — L* ora più difficile e più triste — // dovere del 
Re — La requisitoria di Colajanni — e Non vi sono at- 
tenuanti » — La sorte dei profughi — Gli interventiati 
non disperano — L'arto tra Parlamento e Nazione — 
// popolo alza la sua voce. 

— 165 — 



INDICE 

IV — La situazione si delinea Pag. 72 

// profilo degli uomini e delle cose — // pensiero di Sa- 
landra — Le considerazioni di G. A. Borgese — // di- 
lemma politico — Che cosa offriva l'Austria — // silen- 
zio del Governo — Richieste e concessioni — Portata 
illusoria delle esibizioni austriache — Giolitti sapeva 

— L'inverosimile situazione — L'anima popolare — La 
successione dai jatti — Le correnti interventiste — L'o- 
ra del popolo. 

V — Il popolo scende in piazza » 86 

Si scatena la tempesta — Al Costanzi di Roma — // 
discorso dell' on. Podrecca — D'Annunzio accusa Gio- 
litti d'alto tradimento — La patria in pericolo — Una 
cosa nuova in Italia — L'azione degli studenti — Gli 
avvocati janno sospendere le udienze — L'ordine del 
giorno dei giornalisti — Le grandiose dimostrazioni di 
Milano — Cortei imponenti a Genova e a Napoli — 
Tutta Italia si muove — L'appello degli irredenti — La 
parola dì Ruggero Fauro — Fede nel Re! 

VI — La ridda dei commenti » 102 

/ giornali neutralisti — Un preteso colpo di Stato — 
Giolitti nolente più che volente — Un invito alla calma 

— La stampa estera — / primi commenti parigini — 
Persistente fiducia nell'intervento italiano — Penosa sor- 
presa a Londra — Tra il Re e Biilow — La soddisfazio- 
ne della Germania — Riserve della stampa berlinese 

— Gli « effetti melodrammatici » della politica italiana 

— Un omaggio al generale Asinari di Bernezzo — / te- 
legrammi degli irredenti al Re. 

VII — Lo svolgimento della crisi » 1 lo 

L' evento era impreveduto — Le ipotesi dei deputati — 
Tre previsioni — La soluzione Marcora — Una terribi- 
le formula di fusione — - // Presidente della Camera de- 
clina l'incarico — L'offerta all'on. Carcano — Un altro 
rifiuto del mandato — La chiamata dell' on. Boselli — 
La crisi si complica — « Non si può tornare indietro » 

— La Triplice disdetta? — Voci di impegni con l'In- 
tesa — Polemiche importanti — Parole oscure — // 
Consiglio della Corona — Le ultime lusinghe tedesche 

— // popolo italiano all'opera. 

— 166 — 



INDICE 

vili — Incoercibile volontà popolare Pag. 130 

Ora gravissima — / morti di Lissa — L'epigramma di 
Torino — / parlamentari di Venezia — Gli interven- 
tisti di Brescia — La delegazione milanese a Roma — 
// Comune e l'Università di Genova — Formidabili di- 
mostrazioni — Milano città condottiera — / discorsi in 
piazza — // plebiscito dei funzionari a Roma — La 
volontà nazionale. 

IX — Il Ministero Salandra riconfermato » 143 

L'on. Boselli rifiuta l'incarico — Salandra dal Re — 
La notizia delle dimissioni respinte — Le dimostrazio- 
ni di giubilo — La rinascita di Roma — Unica soluzio- 
ne — « // destino dovrà esserci propizio » — L'ostacolo 
abbattuto — L'Italia a Montecitorio — La prima vitto- 
ria — L'atto di liberazione — L'ora delle baionette — 
La slampa di Parigi — Netta visione degli avvenimenti 
— // tributo d' ammirazione al Re — Dalla piazza alla 
Reggia. 



A MILANO, 
NELLE OFFICINE DELL' 757/71770 EDITORIALE ITALIANO 
compose e stampò questo volume la maestranza: Pietro Betieni, 

Angelo Biffi, Serafino Nicolini, Giuseppe Riva; curarono la 

rilegatura : Francesco e Gino Radice. 





STORIA DELLA GRANDE, 

ISTITUTO EDIT( 




J GUERRA D'ITALIA 

<lAr. E ITALIANO