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Full text of "Una giovinezza del secolo XIX"

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1877 




NEERA 



\-'-" 



UNA GIOVINEZZA 
DEL SECOLO XIX 



Che g^an dono è il Motirel 
£ l'aver Dio in sé. 

(Dalle ItUere di mio Padre 
e mia Madre) 



PREFAZIONE DI BENEDETTO CROCE 





MILANO 

Casa Editrice l. F. Coguati 

1919 



Prefazione 



[ g i ===a==r-^ — ^r:r^<m ' ( O 



// pregio, in cui ho sempre tenuto gli scritti di 
Neera, non ha trovato, a dir vero, generale consenso nel 
nostro mondo letterario, dove a questa scrittrice gentile, 
austera e nobilissima si assegna di solito un posto assai 
inferiore al merito. Di ciò intendo bene la ragione. 

C'è nello scrivere, e in generale nelV esprimere il 
proprio sentire, un momento in cui lo spirito si pone 
come sopra del sentire stesso, e lo ferma e chiude in 
linee sicure e sobrie, quelle che debbono essere e non 
altre, godendo di questa sua potenza e facendo di essa 
godere il lettore e contemplatore. E il momento pro- 
prio dell'arte e della divina poesia, in cui si unifica 
r individuo col tutto, il dramma particolare e transeunte 
col dramma eterno del mondo. 

A questo momento non tutti gli scrittori, e quasi 
non mai le scrittrici, giungono appieno, o, giunti, vi si 
tengono con saldezza; e talvolta quasi si direbbe che 
ciò avvenga per effetto della stessa gagliardia di altre 
loro forze interiori, onde, tutto intenti ad enunciare il 



vili PREFAZIONE 

concetto e il sentimento che urge nel loro animo, e 
guardando al centro e al motivo fondamentale di esso, 
trascorrono sui particolari, si accontentano del press'a 
poco, accettano espressioni generiche e disegnano figure 
convenzionali, ii v^i si rimprovera (mi diceva un gior- 
no Neera) che non scrivo bene, che pel pensiero tra- 
scuro la forma. Da che dipende? Da mancanza di 
studi giovanili ? Come dovrei fare per correggermi ? n . 
^d io le rispondeva: n Non si tratta di tecnica dello 
scrivere, di grammatica e di lessico ; si tratta di atteg- 
giamenti dell' animo w. ^d ora ella stessa, in queste 
memorie autobiografiche (pp. 205-6), con la consueta 
intelligenza e schiettezza, definisce quale fosse Vera- 
mente la manchevolezza che era in lei, e richiama un 
detto di suo padre, il quale, un giorno che ella can- 
tava da sola, la ammonì: n '^u non ti ascolti quando 
canti : prova ad ascoltarti n , n é^i veniva infatti (ella 
soggiunge) di cantare nello stesso modo che scrivevo, 
badando al pensiero e non alla forma. Le romanze 
più sentimentali i duetti più amorosi erano tutto *ciò 
che comprendevo in materia di musica, e quando avevo 
messo tutta la mia passione nella frase : Ah ! forse è 
lui che r anima Sohnga nei tumuhi, mi pareva che 
neanche la ^aiti avrebbe potuto far meglio. C'era poi 
quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sul- 
l'uno o sull'altro dei miei zufoli di stagno, ed allora 
addio musica! ^M^i colavano sul volto vere lacrime t. 
^Njon si potrebbe più esattamente qualificare l'arte che 
direi femminile, nella sua mollezza e nel suo incantò. 
^ìiCa, in compenso, quanta abbondanza di pensieri 



PREFAZIONE IX 



e di affetti nei libri di Neera ! A lei bastava aprire 
le chiuse dell' anima perchè ne prorompesse un onda 
copiosa e calda, che non s* inaridiva mai, non mai 
aveva bisogno di essere artificialmente eccitata, e, meno 
che mai, simulata con espedienti e industrie letterarie. 
Sentiva e meditava come respirava, e scriveva allo stesso 
modo, senza sforzo. Quando considero le lambiccature 
che nel mondo letterario passano per cose squisite; le 
lussurie di sensazioni e d'immagini che si credono prove 
di ricchezza e sono invece d'interiore povertà, di po- 
vertà sostanziale; le lodate raffinatezze e smancerie 
di ultrasensibilità, che sono rozzezze da gente molto 
pettinata e profumata, ma priva di gentile costume e 
ignara di meno superficiali eleganze ; l'ironia di cattiva 
lega e la Jalsa superiorità con le quali si tenta di fin- 
gere r umanità che manca, V umanità che è l'unica 
superiorità dell'uomo ; non so frenare un moto di sde- 
gno nel veder tenuto in poco conto, e spregiate come 
n borghesi n , la solidità della mente, la dirittura del giu- 
dizio, l'accorata e grave osservazione sociale, il rispetto 
alle eterne leggi del reale, la semplicità del vivere e del 
godere e del soffrire, la casta nudità della parola. (S 
mi piace di chiedere e di ottenere la parte mia in quel 
dispregio che onora, e di sentirmi n borghese n nella 
buona compagnia di molti e grandi scrittori borghesi, 
e in quella della mia vecchia e venerata amica Neera. 
^ella quale due tratti erano, che voglio notare 
fra gli altri, perchè sono di quelli che più mi hanno 
legato a lei. Primo V amore per la vita, e non già 
pei diletti e le voluttà che essa talora largisce, ma per 



PREFAZIONE 



la vita nella sua interezza, come vivere e morire, 
gioire e soffrire, amare ed aborrire, sognare e risve- 
gliarsi, per la vita sublime ed umile, ampia e ristretta, 
per la piccola ed immensa vita di ciascuno di noi che, 
così com'è, è fonte inesausta di palpiti, di meditazioni, 
di ricordi, di tenerezze, ut amarezze pur dolci, e che 
l uomo forte ed armonico accoglie e fa oggetto di culto 
come la divinità, la vera e sola divinità, sempre pre- 
sente. E questo il buono e sano, sebbene inconscio e 
non teorizzato, n misticismo n di Neera, che ella cele- 
brava col bramoso profondarsi in se stessa, col trovarsi 
sempre benissimo da sola, non essendosi (come dice) 
mai annoiata in vita sua n se non in compagnia d'al- 
tre persone n. L'altro tratto era la costante tendenza 
ad abolire ogni dualismo di materia e spirito, corpo 
ed anima, senso e ragione; e anche qui non già con 
l'abbassare lo spirito, l'anima e la ragione a materia, 
corpo e senso, ma piuttosto con l'elevare questi a quelli, 
e idealizzarli in quelli, e, in realtà, con la coscienza, 
che era in lei vigorosa, dell'unità reale. Così piena di 
sentimenti e di sogni, Neera non fu n sentimentale n; 
cos'i alta nel discernimento morale, non fu moralista 
rigida e disumana; così pura nei suoi affetti, non fu 
asceta. Le sue difese di quel che altri vorrebbe allonta- 
nare come sensualità, di ciò che si vorrebbe reprimere 
come irruenza di passione e di volontà, di ciò che si 
considera come egoismo dello scienziato e dell'artista, 
e simili, sono quanto coraggiose altrettanto vere; e in 
esse, e in quella sua accettazione della vita intera, la 
scrittrice femminile si dimostra pensatore virile. 



PREFAZIONE XI 



Del resto, anche quel che abbiamo di sopra con- 
cesso ai censori letterati circa la forma del suo scri- 
vere, s'intende concesso solo come osservazione generica* 
e non come giudizio che valga per tutte le parti del 
l'opera sua. Ella ci racconta in questa autobiografia, 
che tardi, messa sa//' avviso da critici ai quali prote- 
sta la sua gratitudine, comprese n quanta forza l'ag- 
giustatezza del periodo e la scelta della parola ag- 
giungano all'idea w, e venne al punto di prendere un 
vero diletto nel vagliare i vocaboli e di sentirsi n quasi 
felice nello scoprirne uno nuovo ti, e nel cercare n la 
frase giusta, la frase unica n . Ma in tutti i suoi vo- 
lumi, anche nei suoi più vecchi, e in quest'ultimo 
scritto sul letto dei suoi tormenti, con la mano sinistra, 
avvinto il braccio destro da atroce male, vi sono pa- 
gine sgorganti di vena, fresche, limpide, musicali, nelle 
quali assai poco è dato desiderare. Io non ne dirò al- 
tro e non ne recherò esempi, perchè i lettori ne incon- 
treranno subito, nel volgere le carte di questa prefa- 
zione e imprendere la lettura del volume. 



Napoli, 2 luglio 1919. 

BENEDETTO CROCE. 



Una giovinezza del secolo XIX 



Prologo 



^ Wfe)^^ 



13 Luglio 19/7. 



E' r alba. La suora di guardia entrando col 
suo passo leggero dischiude le finestre della mia 
camera. Sul rettangolo della finestra, che costeggia 
il letto, si disegna un cantuccio del mio terrazzo e 
nel biancore perlaceo delle prime luci il roseo di- 
schiudersi di un oleandro accende piccoli punti di 
luce più viva. Tutte le mattine io ho questo angc- 
scioso risveglio dell'anima sana e vibrante, che si 
riaffaccia al giornaliero supplizio di trovarsi legata a 
un corpo infermo. Dai sogni della notte sempre 
pieni di immagini leggiadre, di movimento, di vita, 
passo senza transazione, con un semplice dischiu- 
dersi delle palpebre, a questo atroce stato di im- 
mobilità, che dura già da quindici mesi e che sa- 



Una giovinezza del secolo XIX 



rebbe paragonabile a un torpido vegetare di pianta, 
se non fosse aggravato da spasmodiche sofferenze. 

Il terrazzo, che dal mio letto vedo appena d^ 
scorcio, rappresenta il desiderio di molti anni tras- 
formato in una crudele ironia. Molti anni desiderai 
questo asilo di pace al disopra del brulichio della 
città, aperto sotto il cielo, diviso dagli uomini per 
tutti gli arbusti e i fiori che avrei saputo radunarvi, 
prodigando le mie ultime attività al misterioso ger- 
mogliare della terra che suole attirare chi è prossi- 
mo a entrarvi per sempre. Ma non appena in pos- 
sesso di questo modesto desiderio un male, che 
nessuna scienza di medico sa guarire mi inchiodò, 
fra due materassi dai quali guardo il mio terrazzo, 
come Mosè guardava la terra promessa, senza 
potervi entrare. 

Pure nell'alba di questo mattino, simile a tutti 
gli altri da quindici mesi, un improvviso senso di 
dolcezza, quasi tenero alitare di gioie perdute, ecco 
si impossessa improvvisamente di me in una ra- 
pida ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. 
Che è questo profumo che mi viene incontro dagli 
obliati sentieri della mia infanzia, della mia gio- 
vinezza ? Profumo di orti lontani, di piccoli ver- 
zieri sepolti neir ombra di una fìtta vegetazione, 
un po' umidi, dolcemente romantici ? E la mag- 



Una giovinezza del secolo XtX 



giorana colla sua canzone < Siella Diana quante 
foglie ha la vostra maggiorana P * E' il timo ? 
« 'Cimo t'amo; di giorno ti vedo, di notte ti 
bramo? » E' la santoreggia dall'odore acuto, orna- 
mento dei davanzali contadineschi ? E* la selvatica 
menta cara agli amori dei gatti in fondo ai giar- 
dini abbandonati ? 

Oh ! profumi lontani, profumi dei miei giovani 
anni, io vi affidai alla terra colla nostalgica fedeltà 
della mia anima provinciale, e voi mi ritornate in 
quest'alba serena col richiamo misterioso del vil- 
laggio nativo che fa voltare indietro il pellegrino 
giunto alla fine del sentiero. Mi tendo per quanto 
lo consentono le membra indolorite, verso il ter- 
razzo aspirando la brezza che me ne trasporta gli 
aromi, inghiottendola con un gusto di ambrosia. E 
sono felice ! Si, per un istante, guardo in volto 
questa indescrivibile cosa: la felicità. 

Il cielo si colora a poco a poco, gli uccelli 
incominciano a pispigliare, tubano i colombi nell'ab- 
baino sopra il tetto; tra non molto la campanella 
medioevale del palazzo Bagatti-Valsecchi farà sen- 
tire i flebili rintocchi che un tempo chiamavano i 
fraticelli a mattutino. La suora credendomi addor- 
mentata rinchiude delicatamente vetri e imposte. 



Una giovinezza del secolo XIX 



Io continuo al buio il viaggio retrospettivo delle 
mie memorie. 

Non ho mai avuto l'abitudine di tenere un 
giornale. Dando vita ai tanti personaggi della mia 
fantasia non pensavo a scrivere di me per me ; 
molto meno per il pubblico. Tuttavia, qualche volta, 
rievocando la mia giovinezza, la trovavo così di- 
versa da quella delle fanciulle d'oggi, che mi av- 
veniva di riguardarla non più come cosa mia, 
ma come buon soggetto di romanzo psicologico 
cambiando nomi, luoghi, fatti. E però neanche 
questo miscuglio di vero e di falso mi acconten- 
tava, perchè il solo pregio di un libro vissuto, sog- 
giungo, la sua sola ragione di essere, è l'assoluta 
sincerità. In caso contrario, avviene come per i ro- 
manzi storici, che non sono ne rornanzo ne storia. 
E ben vero che noi italiani abbiamo in tal genere 
un capolavoro, ma io non mi chiamo Manzoni e 
i capolavori non sono affar mio. 

Parlavo una volta di questa tentazioie delle 
memorie con Gustavo Botta, e chi lo conosce può 
dire se per ingegno, per coltura, per specialissimo 
senso critico fosse facile trovare un interlocutore 
più idoneo al consiglio. Manifestandogli le mie 
titubanze conclusi con una ragione che mi parve 
la più convincente di tutte: essere cioè la ^mia 



Una giovinezza del secolo XIX 5 

vita così spoglia di avvenimenti di rilievo che non 
avrei saputo da qual parte rifarmi per darle un 
qualsiasi interesse. 

Gustavo Botta rispose: La storia di un'anima 
è sempre interessante e per quanto ella sia mo- 
desta vorrà credersi meno interessante della sua 
Teresa ? 

Lì per lì la ragione mi parve buona. Se Teresa, 
che è la più umile fra le eroine dei miei romanzi, 
ottenne forse il maggiore successo, potevo scendere 
in lizza anch'io con qualche speranza. Ci pensai 
un giorno o due, poi il tempo passò e non ne 
feci nulla. 

E il concorso di diverse circostanze che fa ora 
risorgere la tentazione. In primo luogo l'infermità, 
la quale, privandomi d'ogni forma di vita e spez- 
zando i miei legami col mondo, mi rigetta più che 
mai nella attività interiore, che fu veramente il perno 
di tutta la mia esistenza, parte per temperamento, 
parte in forza delle cose. Che può mai fare una 
disgraziata prigioniera di se stessa, se non rigirarsi 
nel breve spazio della catena che la confìgge al 
letto ? Ma questo lavoro da Sisifo, questo inutile 
rotolare di pensieri nella gora morta del rimpianto, 
non ha nulla di comune col soffio creatore che mi 
investì nell'alba di stamane. Io non sono più oggi 



I 



Una giovinezza del secolo XIX 



quella di ieri, la grazia è discesa sul mio capo. 
Non penso più se devo scrivere per me o per il 
pubblico, non domando consiglio agli amici. Ascolto 
la voce della mia zia Margherita nella canzone 
delle erbe odorose, rivedo il suo sorriso sarcastico 
e la sua nera pupilla simile a un granello di pepe 
sciolto in una lagrima di pietà. Intorno a questa 
singolare figura di donna sorgono tutti ì fantasmi 
del passato; io li sento agitarsi e correre a nuova 
vita nel mio cervello. Il dio ignoto mi investe, 
mi domina, mi prende in servitù d'amore. Obbedisco. 

Che cosa riescirà questo libro nato da un pro- 
fumo non so, non voglio saperlo. 

" Quanti da lieve oggetto escon talora 
dolci pensieri all'anima ! " 

E che sia un profumo, un suono, una combi- 
nazione di colori che importa ? Non sempre si 
può sapere donde un pensiero prende vita, ma 
quando il nucleo misterioso del movimento è for- 
mato resta in pari tempo acquisito il suo diritto 
a vivere. 

Qui il lettore pensa: Poiché Neera ha già 
dichiarato che i suoi ricordi sono privi di rivela- 



Una giovinezza del secolo XIX 7 



zioni importanti, fatti o avventure che possano 
interessare il pubblico non parlerà che di se stessa ; 
dunque un libro egoista e noioso. 

Piego il capo al noioso e confermo l'egoista. 
Ma che vuol dire egoista ? Se si considera che 
ognuno di noi fa, potendo, esattamente quello che 
vuole, cioè quanto gli consentono i suoi mezzi il 
suo temperamento e il suo desiderio, dobbiamo ri- 
conoscere che l'uomo dal portafogli sempre aperto 
alle miserie del prossimo, la signora che occupa 
il suo tempo a scendere e salire le scale del po- 
vero, a soccorrere l'ammalato, sono altruisti nel 
senso che la natura del loro soddisfacimento as- 
sume direttamente la forma del bene che procura 
agli altri ; ma non lo sono più dell'artista, del poeta, 
del pensatore, i quali vuotano la propria anima, 
dando ad altre, che ne mancano, il benefìcio del 
calore, della luce e dove quelli profondono denaro, 
pazienza, operosità, questi nella solitudine della 
meditazione, nella intensità del sentire, nella divina 
sofferenza del pensiero struggono i propri nervi e 
il proprio sangue. Pensiamo che milioni di uomini 
conducono una esistenza al di sopra del bruto solo 
perchè poche centinaia di grandi anime agitano con- 
tinuamente dinanzi a loro la fiaccola dell'ideale. 
Oh ! i santi egoisti ! 



Una gìovÌTìPzza del secolo XIX 



Il volo mi ha portata lontana ; io volevo dire 
appena che non mi sembra conforme al vero la 
taccia di egoismo fatta ad uno scrittore che parla 
in persona prima. A ben riguardare è questa la 
forma d'arte più sincera di tutte quando lo scrit- 
tore è sincero; il resto è maschera, finzione, arti- 
fìcio. Chiunque sieno i personaggi inventati o re- 
suscitati, essi non sono che teste di paglia incari- 
cate di presentare al pubblico le opinioni e i 
sentimenti dell'autore. Ma quando egli ha pianto 
lagrime proprie, quando ha amato e odiato, e 
toccate le altezze serene della fede e sceso gli 
scabri burroni del dubbio, pungendosi ai rovi ed 
alle pietre, oh! non dubitate, il suo cuore è simile 
al cuore di tutti gli uomini, e parlando di se sve- 
glierà , un'eco nel cuore di tutti. 

Dice Anatole France che non si .può essere 
interamente sinceri senza essere un poco noiosi, ma 
non gli manca la speranza che parlando del suo 
Io quelli che lo ascoltano non penseranno che a 
se stessi. Tutti i ricordi, le confessioni, le medi- 
tazioni onestamente soggettive, mentre sono nate 
dal bisogno di esprimere un certo Io, riescono ap- 
punto per l'intensità della propria commozione a 
comunicare cogli altri uomini o, quanto mai, con 
gruppi e categorie sociali più interessanti di una 



Una giovinezza del secolo XIX 



vaga e generica umanità. Così, conclude un altro 
pensatore, i libri autobiografici, colla forza espres- 
siva delle cose individualmente vissute, illuminano 
circoli di vite più ampie, danno la voce a più 
vaste ansie che non sanno parlare. Documentano 
insomma. 

E' vero che Taine chiama l'Io detestabile, ma 
per Gian Paolo Richter Ilo è ciò che la lingua 
può esprimere di più alto e di più comprensivo, 
essendo ogni Io una personalità che significa una 
individualità spirituale. Fra l'affermazione di Taine 
e quella di Richter sta di mezzo un equivoco 
subito spiegato dalla parola spiiituale. E del resto 
il grande istoriografo della Francia non è andato 
a cercare le origini alle memqrie e ai documenti 
più oscuri ? 

E sarò io tanto ingrata da dimenticare l'ar- 
gomento più persuasivo, l'amore de' miei lettori ? 
Tra le soddisfazioni più vive della mia carriera 
letteraria devo pure annoverare la larga onda di 
simpatia che mi venne, non dalla critica ufficiale, 
ma dal mondo ignorato invisibile e lontano delle 
anime che mi amarono attraverso l'anima mia. 

Sapere che qualcuno dei miei libri ha asciu- 
gato delle vere lagrime e qualche altro diede ala 
di fede a coscienze turbate, è tale profonda con- 



lo Una giovinezza del secolo XI X 

tentezza da giustificare l'opera e compensarla al 
di là di ogni speranza. Ricordo con particolare 
commozione la preghiera di una madre, la cui 
unica figlia consunta da mal sottile non trovava 
altro oblio de' suoi dolori che nella corrispondenza 
del mio spirito, e la madre, tro})po povera per 
acquistare i miei volumi, me li chiedeva come si 
chiede il pane. E un giovane, perfettamente sco- 
nosciuto, dopo aver letto Senio in una crisi par- 
ticolare del suo cuore, mi scrisse ringraziandomi del 
bene che gli aveva fatto quella lettura salvandolo 
da un cattivo passo che stava per compiere. 

Ora Senio è un romanzo mediocrissimo, del 
primo periodo della mia produzione, quando l'idea 
e la forma non si erano ancora concretate in so- 
stanza d'arte, e la fanciulla che alleviava il suo male 
nella comunione col mio pensiero non era proba- 
bilmente un genio, ma ho scelto a bella posta 
questi due esempi fra i più umili, perchè da essi 
si avvalora la mia tesi, che molta luce può venire 
alle anime quando un'anima si apre alle sue so- 
relle. 

Ai nostri giorni è poco probabile avvenga ciò 
che si narra di una città della Tracia, la quale 
da corrottissima e abbietta come era tutta quanta 
si converti per un verso di Euripide che cantava 



Una giovinezza del secolo XIX 1 1 



le glorie d'amore ; tuttavia ognuno di noi ricorderà 
i momenti e le ore di vera gioia passate sulle 
pagine dell'autore prediletto, vale a dire colui che 
ha maggiori affinità colla nostra psiche, che meglio 
intende le nostre passioni e i nostri dolori. Vi è 
qualcuno, che leggendo quel mirabile canto d'amore 
che è la Nuìt d'odobre del De Musset, rivive 
talmente se stesso, da sentire cadere sul proprio 
cuore i conforti della Musa al Poeta; ripetere 
quei versi in certi momenti è aver vicino un fra- 
tello, è posare la fronte su un cuore che ci com- 
prende. E vi è chi in alcune pagine delle Confessioni 
di S. Agostino si trova portato in alto dal pro- 
fondo senso di umanità che vi domina, quasi preso 
per mano dal grande santo, che conosceva così 
bene le passioni degli uomini, e guidato da lui verso 
sentieri di perfezione. 

In seguito a simili esempi è arduo ritornare 
al mio modesto Io e tuttavia non mi sento sbi- 
gottita. Penso quante volte i miei buoni lettori 
desiderarono conoscermi, e quante volte mi chie- 
sero dove sono nata e chi mi istruì e come mi 
venne l'idea di scrivere e tante altre cose. Ebbene, 
eccomi sono qui ! Molti, purtroppo, troveranno una 
Netra diversa da quella, che il bel nome classico 
e la loro stessa fantasia, potrebbe aver suscitato; 



Una giovinezza del secolo XIX 



ne di tale disappunto mi vorrò soverchiamente 
dolere, perchè nella mia ansiosa ricerca del vero 
preferisco essere conosciuta come sono, anziché av- 
vantaggiarmi di meriti che non ho. 

Chiarite così le intenzioni di questo libro che 
sarà l'ultimo mio e quasi una specie di com- 
miato, rammento a' miei lettori con malinconica 
rassegnazione che lo scrivo penosamente dal letto, 
servendomi di una matita guidata dalla mano si- 
nistra, avendo la destra inferma, condizione forse 
unica fra tante Memorie che furono scritte. 

Dedico queste pagine d'amore e di dolore a 
tutti coloro che mi hanno amata nella vita o nel- 
l'arte, un'ora, un giorno o sempre; ai miei morti 
diletti; ai vivi che mi amano ancora e che mi 
circondano dalle loro cure, ai lontani che non mi 
sarà più dato di rivedere; a coloro che non vidi 
mai e che mi amarono nei miei scritti, infine a 
coloro che mi ameranno quando non sarò più. 
Lasciatemi quest'ultima illusione, cara fra tutte, di 
credere che nei tempi che verranno, qualche so- 
litario, qualche ingenuo sentimentale, qualche in- 
namorato (se ve ne saranno ancora) trovando sulle 
bancarelle delle fiere uno sciupato volume di Anima 
sola o di 'teresa, deWIndomani o di 'Vecchia casa, 



Una giovinezza del secolo XIX 13 

di Duello d'anime o di Rogo d'amore sarà ten- 
tato di leggere questo autore sconosciuto e, forse, 
lo amerà per la misteriosa corrispondenza delle 
anime che sopravvivono alla distruzione della ma- 
teria e si incontrano nel tempo e nello spazio. 
Lasciate che io ripeta il motto ultimo di Giovanni 
dalle Bande Nere: « jlmatemi quando sarò 
morta ». 



Parte Prima 



a=E . c^ ^^^;^^=aD 5 30 



Viaggi, specialmente negli ultimi vent'anni della 
mia vita, ne feci parecchi tanto in Italia che al* 
Testerò, ma nessuno fu romantico e pittoresco come 
il primo, che compii a mia insaputa sotto il tabarro 
di mio zio Bona, attraverso i muricciuoli di due 
o tre giardini, intanto che le palle dei fucili au- 
striaci fischiavano intorno alla mia culla. 

Erano le famose Cinque Giornate del quaran- 
totto. Mio padre e mia madre abitavano in via 
Monte di Pietà la casa segnata ora col numero 
9 di rimpetto al palazzo della attuale Cassa di 
Risparmio sulla cui area sorgeva allora il palazzo 
del Genio militare, al quale i cittadini avevano 
dato l'assalto, terminato felicemente coll'atto audace 
di Pasquale Sottocorno che diede fuoco alla porta, 
come è noto, 

2 



18 Una giovinezza del secolo XIX 

Molte volte, attraversando la contrada così si- 
gnorilmente tranquilla dove sono nata, mi figuravo le 
lotte sanguinose di cui fu teatro in quei giorni e lo 
spavento di mia madre per quelle fucilate che le 
entravano in camera. Già ad una finestra della 
medesima casa era caduto ferito mortalmente TAn- 
fossi, patriota nizzardo, che armato di un fucile 
aveva tenuto testa alle scariche del palazzo del 
Genio. Fu allora che un fratello di mia madre, 
lo zio Bona, pensò di salvarmi nascondendomi sotto 
il suo tabarro e col piccolo fardello vivo sulle 
braccia scavalcando il muro del giardino, via per 
altri giardini consecutivi, mi portava in salvo dalla 
mia nonna, che abitava in quelle vicinanze. 

Ed ancora molte volte, leggendo le lapidi che 
in via Monte di Pietà ricordano i nomi sacri 
alla patria di Federico Gonfalonieri, di Pellico, 
di Porro Lambertenghi, pensavo che avrebbe po- 
tuto trovar posto anche un ricordo per l' A rifossi 
e per il Sottocorno in quella via e in quel quar- 
tiere, che è tutto un documento prezioso per la 
storia del nostro risorgimento nazionale. Perchè 
senza uscire dal Monte di Pietà troviamo la casa 
dove andò sposa Clara Maffei e nella vicinissima 
via Manzoni quella dove morì e tra l'una e l'altra 
ndla stretta, solitaria, antichissima via Andegarj 



Una giovinezza del secolo XIX 19 

rultima dimora di Carlo Tenca, tutti uomini che 
devono far balzare di tenerezza e d'orgoglio il 
cuore. di noi milanesi, e che possiamo riassumere 
chiudendo la breve elissi di questo quartiere eroico 
fermandoci reverenti dinanzi alla targa che alla 
estremità di esso fìssa per i posteri col nome di 
Giuseppe Verdi una delle glorie più pure d'Italia, 
l'aedo canoro delle aspirazioni di un popolo. 

Sono nata a Milano, ma i miei genitori non 
erano milanesi. Essi appartennero alla grande fiu- 
mana che dalla provincia accorre continuamente 
ad alimentare di sangue nuovo le arterie delle grandi 
città. Si erano incontrati, amati e, dopo qualche 
contrasto da parte della famiglia di mia ma- 
dre che si credeva forse superiore per ampiezza di 
mezzi e parentele distinte, sposati ; ma di quel primo 
soggiorno in via Monte di Pietà non ho altre me- 
morie oltre la fuga attraverso i giardini narratami 
dallo zio Bona molti anni più tardi. Lo zio Bona 
si chiamava Bonaventura, ma essendovi due cu- 
gini dello stesso nome per cui avvenivano malin- 
tesi ed equivoci, mia madre aveva sciolta la que- 
stione affidando a suo fratello la prima parte del 
nome, Bona; a un cugiao la seconda parte, Veiì' 



20 Una giovinezza del secolo XIX 

tura; all'altro cugino il nome intero, Bonaventura. 
E furono contenti tutti e tre. 

Nella piazzetta di S. Giuseppe c'è una casa^ 
che ha la porta nell'angolo, che conta ora tre 
piani, ma che ne aveva allora solamente due; del 
soggiorno a quel secondo piano ho un vago bar- 
lume di ricordanza nel quale non si concreta nes- 
sun fatto. 

La mia vita, la mia infanzia, la mia giovi- 
nezza fino ai vent'anni, si svolse tutta in una casa 
del Corso Vittorio Emanuele, in un appartamento 
affondato oltre due cortili, lungi dai rumori del 
Corso, colle finestre principali aperte sopra una 
sfilata di giardini in fondo ai quali si disegnava 
aerea sull'orizzonte la guglia maggiore del Duomo. 
Nei vent'anni colà trascorsi si decise tutto quanto 
il mio destino. Dall'andito di quella porta, che ora 
si vede tagliato a mezzo da una vetrata, ma che 
in quel tempo si prolungava come un canocchiale 
sullo sfondo verde degli alberi, entrarono i sogni, 
le illusioni, gli inganni dell'età prima e da quella 
porta uscirono le bare dei miei genitori. 

Esiste ancora un dagherotipo dove sono ri- 
tratte tre giovani donne, mia madre e le sue so- 
relle, sedute in fila una accanto all'altra; sopra uno 
sgabello ai loro piedi si vede e non si vede un^ 



Una giovinezza del secolo XIX 21 

piccola forma, che potrebbe essere tanto un bam- 
bino quanto una bambina, insaccata in una lunga 
e larga pellegrina dalla quale esce in alto una testa 
rasata (era allora un'opinione per far crescere i 
capelli) e in basso due scarpette ineleganti colle 
calze a borzacchino. Mi hanno detto che sono io. 
Infatti, ripensandomi a quegli anni, devo con- 
venire che il dagherotipo non può avermi sover- 
chiamente calunniata. A traverso le imperfezioni 
di quest'arte, che precedette di poco la fotografìa, 
quel piccolo volto triste e pensieroso dovette pro- 
prio essere il mio ; persino la positura, che mi in- 
gobbisce contro i ginocchi delle persone che mi 
stanno a tergo, dà l'immagine perfetta della mia 
infanzia curva e depressa. Non ho che a guardare 
le bambine del giorno d'oggi accarezzate, vezzeg- 
giate, infronzolite di trine e di nastri, ridenti e 
spensierate colle loro chiome date agli omeri sotto 
il breve ritegno di un nastro roseo o celeste, 
petulanti e felici, capricciose e felici udendo ri- 
petere dai genitori anzitutto, e poi dagli altri, che 
sono belle, carine, intelligenti, per sentirmi ancora 
nelle ossa il freddo della mia infanzia e, riportan- 
do gli sguardi sul vecchio dagherotipo, provare 
r impressione di affondarli in una gora morta piena 
di ombre. 



22 Una giovinezza del secolo XIX 

Chiesi un giorno (non sono moltissimi anni) 
alla più giovane delle sorelle di mia madre, la 
dolce e sorridente zia Carolina : — Dimmi la verità, 
da piccola ero molto cattiva? — Oh! — rispose 
con un gran gesto d'affetto — eri tanto buona, tanto 
ubbidiente! — E allora perchè la mamma mi sgri- 
dava sempre? — Chinò la testa la mia dolce zia 
sospirando : — Poveretta, devi compatirla, si sentiva 
sempre così male! — E' con un profondo senso 
di sollievo che posso scrivere oggi queste parole 
a spiegazione di un ingenuo sfogo infantile da me 
riprodotto in un tentativo, assai male riuscito, di 
autobiografìa, e che alcuni critici presero alla let- 
tera senza darsi la pena di interpretarne la psico- 
logia. Fu certamente quell'ingenuo sfogo di un 
cuore, che si sente solo, il mio primo passo verso 
la consolazione. Ne ho perfetto ricordo; sento an- 
cora l'impulso irresistibile, mi vedo in punta di 
piedi, colla matita alzata a scrivere sul legno di 
una gelosia « Ho nove anni, sono brutta, la 
mamma mi sgrida sempre ». Era questo il grido 
spontaneo della mia infanzia senza baci, senza 
giuochi, priva di quelle blandizie che nei primi 
albori colorano di rosa ogni oggetto intorno. Pro- 
babilmente sarò stata povera di spirito e di intel- 
ligenza; è certo che non sentii mai vantare da 



Una giovinezza del secolo XIX li 

nessuno la mia intelligenza e nessuno citò mai le 
mie arguzie. All'età in cui le altre bambine sono 
già conscie dei propri meriti ed hanno già mali- 
ziette o grazie di donna, io non ero che un po- 
vero bacherozzolo rinchiuso nel proprio guscio. 
Timida, seria, incapace, ne di fare, ne di com- 
prendere uno scherzo, il giorno stesso, che affidai 
ad una gelosia quel famoso documento del mio 
essere, ero rimasta mortificata e inquieta perchè lo 
zio Cecco, altro fratello di mia madre, prenden- 
domi il ganascino aveva detto : « Ah ! biricchina, 
hai gli occhi tinti di carbone ! » e, mentre prota- 
stavo la mia innocenza, egli rideva, rideva. 

Erano dunque cause interne ed esterne che 
contribuivano a rendere poco lieta la mia infanzia; 
io scontrosa, acerba, non avendo vicina neppure 
una bimba della mia età, portata dal tempera- 
mento e dalle circostanze a ripiegarmi su me stessa ; 
la mamma già delicata, resa sempre più debole 
dalle frequenti gravidanze, ridotta a quello stato 
di nervosismo e di irascibilità, a cui accennava la 
mia buona zia Carolina, e che ben conoscono le 
donne gracili quando hanno assolto il compito di 
conservatrici della specie in misura superiore alle 
loro forze. Ebbi la fortuna in questi ultimi giorn. 



24 Una giovinezza del secolo XIX 

della mia vita di venire in possesso di una volu- 
minosa corrispondenza famigliare, che ha rischia- 
rato molti punti oscuri dei miei ricordi mettendomi 
in presenza di persone morte prima che io na- 
scessi, di altre intese appena a nominare, di altre 
amatissime e perdute. Attingendo a questa fonte 
genuina conobbi mia madre meglio che nei pochi 
anni vissuti insieme. 

Ecco, dapprima, le letterine eleganti su foglietti 
arabescati che dal collegio scriveva alla madre in 
occasione del di lei onomastico; lettere tenere e 
rispettose, dove il pronome in terza persona è ri- 
gorosamente conservato ; poi quelle alle sorelline, 
riboccanti d'affetto ; infine la corrispondenza con 
mio padre durante il lungo periodo del fidanza- 
mento, inutilmente contrastato da invidiosi e da ma- 
ligni (queste lettere sono tra le più pure che mai 
amanti si sieno ricambiate) ; finche dalla ritenutezza 
della fanciulla si giunge alla frase appassionata della 
sposa felice, che nelle brevi assenze di lui trova 
vuoto il mondo. E' durante una di queste assenze, 
che mi vedo ricordata per la prima volta con 
queste parole che non dovevo mai udire dalle 
sue labbra « l'angioletto nostro, la nostra adorata 
bambina ». Ma allora io ero ancora presso la 
nutrice e lei nella pienezza della gioventù. 



Una giovinezza del secolo XIX 25 

Sul cielo grigio e nuvoloso delle mie più an- 
tiche memorie si apre uno sprazzo di luce che 
compendia tutta la felicità della mia infanzia; è 
duopo però che io menzioni prima un'altra delle 
mie grandi infelicità : la scuola. Credo che pochi 
sieno andati a scuola così mal volontieri come an- 
davo io. Ne conobbi due di scuole: in entrambe 
la mia esperienza fu eguale. Regolarmente riuscivo 
antipatica a tutte le maestre; ai professori no, nem- 
meno a quello d'aritmetica, che si accontentava di 
guardarmi con benevola compassione quantunque 
io terminassi i corsi senza sapere la somma, (come 
non la so al presente). Fra le compagne cercavo 
affetto, ma difficile riusciva l'accordo assoluto, perchè 
(in da allora avvertii quell'ostacolo, quella specie 
di malinteso fra me e i miei simili che doveva 
fare di me una solitaria; che se talvolta l'acceso 
desiderio potè indurmi a credere realizzato il sogno, 
troppo sovente seguì il disinganno, a scuola e poi. 

L' insegnamento ai miei tempi era una miseria. 
Per le famiglie della borghesia la scuola privata 
non lasciava altro scampo. Vi si accumulavano 
prima inferiore e prima superiore, seconda infe- 
riore e seconda superiore così fino alla quarta su- 
periore, dalla quale si usciva a educazione finita 
senza conoscere un solo verso di Dante. In 



26 Una giovinezza del secolo XtX 



compenso, quando il professore si trovava a corto 
di argomenti per la sua lezione, ci leggeva una 
poesia di Arnaldo Fusinato. Il difetto principale 
di quelle lezioni era la mancanza assoluta di un 
concetto regolatore. Invece di incominciare dal 
principio e procedere gradualmente con nozioni 
chiare, legate da un nesso logico di continuità, a 
fanciulle igaoranti, quali noi eravamo, ci scaraven- 
tavano addosso una specie di estratto Liebig in- 
digesto e confuso sull'origine delle lingue romanze. 
Un altro giorno erano idee generali sul secolo XV. 
Oh, perchè proprio il secolo XV diviso dagli altri 
secoli e campato in aria come un cervo volante 
attaccato ad un filo? Forse per farci sapere queste 
notizie da dizionario ? « Cristoforo Colombo, nato 
« a Cogoleto sulla riviera di Genova verso la metà 
« del secolo XV, morto a Valladolid nel 1 506. 
« Il solo nome basta alla gloria di un uomo tanto 
« grande, quanto infelice ». 

« Ambrogio Calepino da Bergamo moriva nei 
« primi anni del secolo XVI. A questo dottis- 
« simo filologo siamo debitori di un vocabolario 
« tanto celebrato, onde venne ai dizionari latini il 
« nome di Calepino ». 

Se un ammasso di nomi e di date così arido 
era il meno atto a fissare l'attenzione nostra e ad 



Una giovinezza del secolo XIX 27 



interessarla, non vi riusciva nemmeno il seguente 
fioretto di letteratura accademica che ci dettarono : 

« Il Poliziano nasceva nell'anno 1452 a Mon- 
« tepulciano. D'ingegno profondo, versatile, pron- 
« tissimo, cattivossi giovinetto con alquanti facili 
« versi la stima e l'affetto di Lorenzo il Magni- 
« fico e visse lautamente la breve sua vita nei 
« ceppi dorati della corte Medicea. Fu ad una 
« filosofo e filologo, poeta e prosatore di chiaris- 
« simo nome, ed ebbe così facili le lingue del 
« Lazio e della Grecia, che in esse scriveva colle 
« grazie e le elette forme di Tibullo e di Anacreonte. 

« Colla tragedia lirica dell'Orfeo da lui come 
« fama improvvisata in due giorni pel teatro dei 
« Signori Gonzaga di Mantova, favoriva efficace- 
« mente lo sviluppo della letteratura drammatica 
« in Italia e coli' epico frammento sulla Giostra 
« di Giuliano dei Medici illeggiadriva l'ottava 
« ancor stentata del Boccaccio e sgombrava la via 
« all'Ariosto e al Berni. Moriva quarantenne il 
« giorno stesso in cui Carlo Vili di Francia en- 
« trava in Firenze e lo dissero di carattere invido 
« scostumato ed attaccabrighe ». 

Non riusciva, perchè nessuna di noi sapeva 
nulla di Lorenzo il Magnifico, meno ancora di 
Tibullo e di Anacreonte e ignorava affatto l'en- 



26 Una giovinezza del secolo XIX 



trata di un Carlo Vili in Firenze; e non ce la 
spiegarono nemmeno dopo questo dettato. 

Non so se oggi i maestri si sono persuasi, che 
l'insegnamento a base di nomi propri e di cifre 
è un corpo morto, il quale entra nel cervello del- 
1 adolescente come in una tomba e vi si adagia 
nel sonno eterno. Il tedio, l'ira, l'odio in me su- 
scitati dallo Skcger Rak e dal Kattegat mi durano 
futt'ora mentre, sarebbe stato tanto più interes- 
sante e istruttivo farci conoscere le terre della 
nostra bella Italia e condurci come in un viaggio 
di piacere sulle sponde dei nostri laghi e dei 
nostri mari, prima di ingombrarci la mente con 
nomi ostrogoti. Occorre bandire la pedanteria dal- 
l' istruzione primaria, alleggerirla, renderla fresca e 
parlare al cuore, parlare all'immaginazione, sve- 
gliare la sensibilità sana delle giovani creature che 
devono svilupparsi nella vita e non ammuffire sui 
testi. L educatore che s'accosta alla fremente anima 
del fanciullo sbadigliando gli aridi spunti, che la 
sua indolenza gli fa ripetere d' anno in anno, 
senza che mai vi palpiti l'ala di un pensiero su- 
scitatore, somiglia a colui che applicando a una 
cassa di legno un cartone sforacchiato e girando 
una manovella crede di fare della musica. Quella 
del maestro non è una professione, è una missione ; 



Una giovinezza del secolo XIX 29 



egli è il sacerdote laico dell'umanità che sorge. 
11 destino di molti uomini, come ruscello avvelenato 
alla fonte, si guasta e si corrompe, sui banchi della 
scuola ; molti dotati delle migliori attitudini psr lo 
studio se ne svogliarono in causa della cretineria 
dell' insegnamento scolastico. 

Io a scuola non mi ci potevo vedere; prefe- 
rivo di gran lunga le sgridate di mia madre e il 
desiderio di finirla con quella oppressione degli 
studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi 
questo ammonimento a me stessa: « Ricordati, se 
mai un giorno venissi a rimpiangere la scuola, che 
ne hai tu desiderata ardentemente la liberazione ». 
Ma quel giorno non venne mai. 

Oh! soavissimi autunni lontani, quando chiusi 
tutti i libri e dato un fervido addio alla scuola 
andavo a passare le vacanze dai miei nonni ma- 
terni, a Caravaggio, che nel trasporto della mia 
gioia chiamavo Caro-viaggio. Tutto era letizia per 
me in quella casa benedetta ; le carezze della 
nonna, la soave indulgenza della zia Carolina, lo 
sguardo benevolo del nonno che mi poneva la 
mano sulla testa per assicurarsi che i capelli cre- 
scevano. E li rivedo tutti e tre in certe loro partico- 
lari attitudini. Il nonno, quando al calar del giorno 



30 Una giovinezza del secolo XIX 



tornava dalla campagna e noi se ne stava ad as- 
coltare il rumore del calessino per essere pronti 
a spalancare il portone, vedere la sterzata sapiente 
del vecchio Nicola e l'entrata trionfale del nonno 
fiancheggiato da due enormi canestri di frutta. Egli 
balzava, lindo e lesto, piccolo vecchietto dai ca- 
pelli bianchi, vestito di una giubba scura a bot' 
toni dorati, con un cravattone al collo che par- 
tendo dal mento gli girava sulla nuca e tornava 
sotto il mento ad allacciarsi in un nodino minu- 
scolo: in qualunque giorno e in qualunque ora non 
l'ho mai visto con altro abito. La nonna invece, 
che non usciva mai di casa, aveva un giorno fisso 
per mettersi in gala; era il giorno del mercato. 
La si vedeva allora vestita di seta verde, splen- 
dente ne' suoi ori e nella matronale persona, av- 
viarsi in piazza seguita da un domestico carico di 
sporte e, quando ritornava in possesso di ogni ben 
di Dio, la si sarebbe detta la figura simbolica del- 
l'abbondanza. 

La zia Carolina (oggi si direbbe Carla e pochi 
anni addietro Carlotta, ma allora si diceva Caro- 
lina: nell'intimo nostro poi io l'avevo battezzata 
Tuina) la mia zia Carolina, dunque, io la vedo 
sopratutto nella sua cuffietta da notte semplice 
gcmplice, una bianca striscia di percalle, nja cb§ 



Una giovinezza del secolo XIX 31 

stava tanto bene intorno alla sua faccia rosea ; la 
vedo china sul mio letto ad aspettare il mio ris- 
veglio ; la vedo, meglio ancora, quando seduta d'in- 
nanzi alla pettiniera si toglieva la cuffietta e l'onda 
magnifica della sua chioma corvina scendeva fino 
a terra. Era l'ultima dei sei figli della mia nonna 
e la meno avvenente delle tre sorelle; la palma 
della bellezza spettava a mia madre, ma una se- 
renità dolce ed eguale era, insieme ai capelli, la 
bellezza sua e sempre, ripensando a lei, mi appare 
come l'angelo tutelare della mia infanzia. 

Anche la nonna mi voleva molto bene, mi vi- 
ziava un po'. E* vero che un nonnulla bastava a 
farmi contenta : un pizzico di semi di popone, (i po- 
poni specialità di Caravaggio trionfavano alla mensa 
dei miei nonni dove se ne tagliavano fin tre o quat- 
tro prima di trovarne uno degno di essere gustato) 
un nastrino dai bei colori, qualche cencetto per 
vestire la bambola ; ma il maggior piacere era 
quello di ammettermi nelle sue stanze private. Non 
ricordo di aver visto in altre famiglie tante guarda- 
robe quante ne aveva la mia nonna. Quelle casette 
di legno tutte chiuse eccitavano la mia curiosità ; 
ce n'era un po' dappertutto; mi tentavano tutta- 
via maggiormente quelle che si trovavano sotto la 
5ua diretta sorveglianza, riunite in uno stanzone 



32 Una giovinezza del secolo XIX 

accanto alla sua camera da letto. Trotterellando 
dietro le sue sottane m'era dato di vedere tal- 
volta, allo schiudersi di una magica porticina, mon- 
tagne di lenzuola frammezzate da sacchetti di spigo, 
che odoravano tanto buono, coltroncini di seta da- 
mascata nelle tinte più vaghe, che mi facevano 
pensare ai divani delle sultane nella reggia di 
Haaron al Rachid ed alle vesti della bella She- 
cherazade che lucevano come il sole e come la 
luna.... 

Davvero, col mio pizzico di semi di popone 
in mano, evocavo i tesori delle Mille ed una notti 
che la zia Carolina mi aveva dato da leggere, e 
dove capivo, ed anche dove non capivo, mi pia- 
cevano immensamente. Altri due stanzini, dei quali 
la nonna teneva sempre le chiavi, servivano il suo 
istinto raccoglitore e conservatore e il medesimo 
Istinto in me trasfuso per consanguineità vi trovò 
il suo primo sviluppo. Ogni forma antica mi atti- 
rava irresistibilmente; io amavo i cassettoni pan- 
ciuti, gli scrigni dagli innumerevoli tiretti, le sedie 
fuori di moda. Perchè le amassi non appare ben 
chiaro in una bambina che ne ignorava affatto il 
pregio, ma io lo so bene il perchè, esso è tutto 
sentimentale. Sono ancora ignorante; non saprei 
distinguere un mobile del seicento da uno del 



Una giooinezza del secolo XIX 33 

settecento, un Brustolon da un Fantoni, un lavoro 
d'autore da un nulla di nulla ; ma io amo tutte 
queste cose che hanno vissuto, dove palpita tanta 
parte di umanità, sola sopravvivenza di tanta gente 
morta. L'uomo colle sue passioni e colle sue illu- 
sioni, colle sue ebbrezze e co' suoi dolori è scom- 
parso, la cosa è qui; essa racchiude parte della 
sua anima, del suo pensiero, della sua volontà ; 
lo strumento ha cessato di lavorare, ma l'opera è 
salda nel tempo ; l'amore che noi le portiamo è 
la segreta rispondenza all'amore che l' ha creata. 
E* certo che il piccolo bacherozzolo trotterellante 
dietro alla nonna non faceva queste riflessioni, ma 
la mente del fanciullo è pari al vetro di una ne- 
gativa, dove il viaggiatore raccoglie le fuggevoli 
impressioni che incontra sulla sua strada e che 
sviluppa più tardi cogli acidi dell'esperienza. 

Negli stanzini della nonna attirava particolar- 
mente la mia attenzione uno di quei cofani rico- 
perti di velluto con leggiadre applicazioni di ferro 
battuto, nei quali le spose di una volta tenevano 
il loro corredo. Dolorose circostanze mi privarono 
per lunghi anni della sua vista ; mi riapparve dopo 
la morte della nonna nell ora triste e volgare della 
divisione delle spoglie, e siccome nessuno lo voleva, 
così tarlato e spelacchiato neppure come cassa da 

3 



34 Una giovinezza del secolo XIX 

imballaggio, me lo portai via come una santa re- 
liquia. I segreti delle mie proave vi stanno al 
sicuro sotto la custodia rispettosa del mio affetto. 

Da quanti anni è incominciata la voga degli 
oggetti antichi, da quando abili speculatori percor- 
rendo le nostre provincie, le vallate profonde dove 
erasi rifugiata la religione delle memorie se ne ven- 
nero alla città col loro prezioso bottino? La data 
la troveranno i freddi compositori di cataloghi. Io 
penso che tolte dal luogo dove vissero le cose hanno 
perduto il loro profumo ; conservano ancora le belle 
forme di ciò che fu la loro vita, ma la voce è 
spenta; appoggiate ai muri della casa straniera, 
sono lapidi in un cimitero. Oh ! come vorrei tro- 
vare una parola energica, che fosse l'opposto di 
snobismo, per esprimere il mio vero sentimento, 
ma non la trovo. Di fronte a questa giostra di 
snobs, rincorrentesi su cavallucci di legno per darsi 
l'aria di cavalieri in sella guardo, con un misto 
di sdegno per loro e di un certo orgoglio per me, 
il cofano della mia nonna che ho amato quando 
tutti lo disprezzavano. 

La casa dei miei nonni, ampia e comoda, colle 
sue sei finestre verso strada e il solito cortile ca- 
ratteristico del tempo, fra il pozzo e la pianta di 
fico, aveva pure sul tetto quei draghi di ferro che 



Una giovinezza del secolo XIX 35 

prima dell'incanalamento delle pioggie le scarica- 
vano sulla via e un grande piacere mio era di stare 
a vedere le colonne d'acqua che uscivano da quelle 
forme fantastiche battendo il lastrico con un ru- 
more di cascata. 

Dolci ore passavo nel salottino accanto allo stu- 
dio del nonno, dove la zia Carolina lavorava inse- 
gnandomi certe canzonette francesi da lei impa- 
rate nel collegio di Madama Garnier. 

Arlequin tient sa boutique 

Sur les marches d'un palais 

il enseigne la musique 

A tous ses petits valets: 

A tnonsieur Poi, à monsieur Li 

A monsieur Chi, à monsieur Nel 

A monsieur Polichinel ! 

Guardavo anche con interesse la vecchia Te- 
resa incantucciata dentro il vano di un uscio, sotto 
il portico, ad agucchiare indefessa intorno ai bu- 
cati trimestrali della famiglia e il piccolo Toni 
sotto il fico a spazzolare energicamente le scarpe 
del nonno e la lunga Francesca (quanto era lon- 
tano il mio viso dal suo) che sciacquava, piatti in 
una vasca di nitido marmo fra quattro pareti fìtte 
di rame di cui ogni oggetto splendeva come un 
sole. Io andavo dall'una all'altra di queste persone 



Una giovinezza del secolo XIX 



portata da un'aura di simpatia che rendeva il mio 
passo leggero come un volo. Nessuno mi sgridava 
mai. Mi sentivo felice. 

E come erano belle le sere d'autunno in casa 
de' miei nonni! Quando il nonno tornava dai 
campi (aveva terre proprie e molte altre in af- 
fitto) si metteva il riso al fuoco e la famiglia vi 
si riuniva tutta intorno, il nonno, la nonna, la zia 
Carolina, la vecchia Teresa, la lunga Francesca» 
il piccolo Toni, ultimo Nicola che era andato a 
mettere a posto il cavallo. Saliva alta la fiamma 
sotto la cappa del camino gettando bagliori rossi 
sulle facce schierate in giro. 

Silenzio. Suona \'Aoe Maria della sera. 

Ai primi rintocchi tutte le fronti si chinano; 
la nonna fa il segno della croce; tutti la imitano 
e la breve preghiera recitata insieme da padroni 
e da domestici si diffonde nell'ampia cucina pa- 
triarcale. 

La sala da pranzo aveva nel mezzo una 
grande tavola massiccia apparecchiata e una più 
piccola da un lato essa pure ricoperta da una 
candida tovaglia, dove la nonna apparecchiava lei 
stessa le porzioni per la servitù, in ragione del- 
l'età e dei bisogni di ciascuno, avanzo questo de- 
gli antichi rapporti coi domestici i quali sentivano 



Uha giovinezza del secolo XIX 37 

del padrone la soggezione e la protezione insieme. 
Dopo pranzo il nonno piegava qualche istante il 
volto pallido e pensoso suW'Eco della ^orsj, 
unico giornale che penetrasse in casa ; la nonna 
allora mi prendeva sui ginocchi, mi baciava, mi 
coccolava, mi diceva la storia del Mostro turchino 
e quella delle Due palombe. 

Alla domenica si giuocava a tarocchi intorno 
alla tavola de' miei nonni. A fare il quarto ve- 
niva generalmente lo zio Germanico, che era il 
dottore del paese e aveva sposato la seconda so- 
rella di mia madre. Se capitava qualcun altro la 
zia Carolina cedeva il suo posto. Io, dopo essermi 
trastullata un poco a osservare le figurine del 
giuoco : La ruota della fortuna, Il pazzo, L ap- 
peso, sgaiattolavo dalla mia sedia giù sul pavi- 
mento a intraprendere carponi il giro della sala 
ignorando di aver avuto un celebre predecessore 
e con intenzioni molto meno filosofiche delle sue. 
Mi piacevano le pareti rivestite fino a metà da 
un alto zoccolo di legno scanalato e verniciato, 
risalendo le quali, fino al soffitto, l'occhio mio fan- 
ciullesco si beava in una pittorica esposizione di 
frutta più grande del vero e di uccelli fantastici ; 
forse l'uccello Roc il di cui uovo miracoloso pen- 
deva dalla volta del palazzo di Aladino ? 



38 Una giovinezza del secolo XlX 

Poi mi fermavo dinanzi al paracamino dove 
era dipinta una montagna con un ciuffetto di fumo 
sulla cima e scritto so 'lo : Etna o Mongibello. 
Dall'Etna o Mongibello passavo alla rivista dei 
ninnoli rinchiusi dietro i vetri di uno di quei mo- 
bili che si chiamano étagéres, con un vocabolo 
francese che non saprei in qual modo sostituire, e 
finalmente prendevo fiato accanto ad un grazioso 
Arlecchino alto come me - ma io ero in ginoc- 
chio - ricamato a punto croce con una masche- 
. rina nera atttaverso i cui fori brillavano gli oc- 
chietti di vetro. Vestito di verde di rosso e di 
giallo, con una stecca nel dorso che lo teneva 
ritto, brandendo la minacciosa spatola di legno, 
egli faceva la guardia all'uscio vegliando quando 
era chiuso e tenendolo aperto quando occorreva, 
contro la forza del vento. 

Sollevandomi dal mio viaggio terra a terra, 
contemplavo il più bell'ornamento di quella sala, 
i ritratti a olio del nonno e della nonna, opera del 
pittore Moriggia che della nostra famiglia era ami- 
cissimo. Giovanni Moriggia, gloria di Caravaggio, 
che fu già culla di altri pittori celebri, ebbe l'o- 
nore di affrescare la cupola del grande Santuario 
coi relativi pennacchi rappresentanti le quattro 
virtù cardinali : Giustizia, Fortezza, Prudenza, Tem- 



Una giovinezza del secolo XIX 39 

paranza. Nel pennacchio della temperanza, che ha 
per soggetto l'incontro del ricco Booz colla dolce 
Ruth, la figura della spigolatrice è stata presa da 
mia madre, che ne aveva veramente nel volto la 
dolce bellezza. Un grande quadro del Moriggia, 
ideato durante il suo esilio di patriota in Sviz- 
zera, è quello del Guglielmo Teli che riconosce 
Alberto d'Austria sotto le spoglie di un frate 
francescano. Io lo vidi durante tutti gli anni che 
andai a Caravaggio appeso nella camera della zia 
Carolina e mi rimase negli occhi fra le impres- 
sioni più vive della mia infanzia. Conobbi anche 
Moriggia negli ultimi anni della sua vita. Era un 
vecchio alto e magro cogli occhi scintillanti. Mi 
colpì una volta che parlava concitatamente con 
una mia zia, questa frase « Lo dicevo sempre a 
Luigi Napoleone, ma egli ci ha traditi ». Chiesi 
poi alla zia chi fosse quel Luigi Napoleone che 
ci aveva traditi e la zia mi fece rimanere di 
sasso rispondendo con tutta semplicità: « E l'impe- 
ratore dei Francesi ». Mazziniano, affigliato alla 
Giovane Italia, Moriggia conosceva tutte le perse- 
cuzioni del governo austriaco, compresa la prigio- 
ne, ed esiliato più di una volta, nell'esilio appunto 
si era incontrato col giovane principe cospiratore 
anch'egli e, come è noto e come provò in seguito 



40 Una giovinezza del secolo XIX 

favorevole al movimento liberale italiano. Oltre 
ai ritratti del nonno e della nonna, Moriggia ri- 
trasse quasi tutti della famiglia, ma quei due mi 
sembrano i più efficaci per finezza di lavoro e 
somiglianza perfetta della quale rimango testimonio 
io sola essendo tutti gli altri morti. A quei due 
ritratti di persone, che tanto sorriso sparsero sulla 
mia infanzia e che il succedersi delle vicende con- 
dusse nella casa di parenti che non li conobbero, 
invio da queste pagine un saluto pieno di com- 
mozione. 

Sola superstite di un piccolo mondo scomparso ! 
Ripensandoci mi sembra di aver vissuto due vite. 
La storia dell'universo è scolpita nella memoria di 
ciascuno; ogni generazione la trasmette ad un 
altra per mezzo di piccole evoluzioni quasi invi- 
sibili. Sono io la stessa di ieri? 

Oh! l'imprudente fanciulla che avendo abu- 
sato dei semi di popone ed anche dei poponi e 
delle belle pesche vermiglie che il nonno portava 
a casa nel suo calessino, doveva rimanere a letto 
un giorno o due invariabilmente tutti gli anni a 
purgare il suo peccato di gola ! Ma anche quei 
giorni nella casa benedetta non mancavano di leti- 
zia. Dormivo in una bella camera, detta la came- 
ra dei forestieri, attigua a quella della mia cara 



Una giovinezza del secolo XIX 41 

zia. e, manco dirlo, fiancheggiata da due grandi 
guardaroba. Non mi sono mai annoiata in vita 
mia se non in compagnia d'altre persone. 

Come si può essere così nemici di se stessi 
da non saper reggere a rimanere da coli ? 

Quando non avevo accanto la zia o la nonna, 
mi divertivo a contare i travicelli e i rosoni del 
soffitto spostandoli a mio talento formando nella 
mia mente altre combinazioni ; oppure l'occhio, 
innamorato sin da allora della bellezza, si sprofon- 
dava con intenso diletto sulle ampie tende che, 
dall'alto delle finestre, scendevano a toccare il suolo 
ed avevano il fondo del colore del cielo cosparso 
di ghirlande di rose. Il momento difficile era 
quello di prendere la medicina. Mio zio Germa- 
nico, il dottore, buon uomo se mai ve ne fu, 
ma di una semplicità ruvida di cardo, invece di 
una graziosa pillola inargentata o di una bevanda 
al sciroppo d'arancio, si ostinava ad infliggermi un 
bottiglione pieno di un intruglio nerastro al quale 
dovevo i soli istanti amari del mio soggiorno a 
Caravaggio. Ma anche su questi vegliava l'affetto 
inesauribile della zia Carolina con dolci ragiona- 
menti, con promesse, con carezze. Un giorno che 
doveva recarsi a Milano mi chiese che cosa mi 
avesse a portare se prendevo docilmente la medi- 



42 vìhézzà del secolo XIX 

cina. Espressi il mio desiderio per un nastrino di 
velluto à le reine rosa e la vedo ancora partire 
col suo cabas in mano, la vedo ritornare traendo 
da esso il vellutino a la reine che mi aveva resa 
felice tutto il giorno nella aspettativa. Il cabas 
della zia Carolina, al pari della sua cuffietta da 
notte, sono ^el mio pensiero indivisibili da lei 
stessa. Non usavano allora le borse di pelle. 
Quando a Milano, rientrando dalla scuola, vedevo 
sopra una sedia una specie di sacca ricamata, che 
presentava da una parte un cagnolino nero acco- 
vacciato sopra uno sgabello rosso e dall'altra su 
un trapunto di perline di vetro due grandi cifre 
C. M. con un contorno di fiori, spiccavo un salto 
per la gran gioia. Era il cabas della zia Carolina ! 
La liberté, ce seul besoin du sage! Non mi 
era noto allora questo verso, ma la verità che 
esso contiene fluttuava inconsciamente nel mio 
istinto di bimba solitaria e nel desiderio occulto 
di uscire di casa sola. Il mio soggiorno a Cara- 
vaggio soddisfaceva anche questo desiderio ; lo 
consentiva l'uso del paese e la vicinanza delle 
mete che mi era permesso di raggiungere. Una 
fra queste era la mia nutrice alla quale volevo 
molto bene. Venivo accolta come una regina ; si 
alzava subito, deponendo fuso e rocca, se stava 



Una giovinezza del secolo XIX 43 

filando ; mi sorrideva, chiamava le sue cognate 
perchè mi venissero a vedermi, per tal modo erano 
in tre a farmi festa, tre paia d'occhi benevoli che 
mi scrutavano da cima a fondo, approvando con 
un luccicore umido nelle pupille che era tutto una 
tenerezza. Poi la mia balia apriva la sua rozza 
credenza, mostrandomi in fondo a una scodella 
alcuni gamberi in salamoia, che aveva serbato a 
bella posta per me; da parte mia, quando l'avevo, 
le davo una mezza muta d'argento, che la faceva 
contenta ed io più di lei. 

Qualche volta, di rado, la nonna mi incari- 
cava di portare un cestello di frutta alle sorelle 
del nonno, due vecchie zitelle che vivevano sole; 
una minutina, magra, svelta, la zia Caterina, si 
incaricava di tutte le loro faccenduole in casa e 
fuori ; l'altra, la zia Lucia, un donnone, corpulenta 
e grassa, passava le giornate in un salottino semi- 
buio, sdraiata sopra un piccolo divano giallo, che 
scompariva sotto la grossa persona. Si diceva che 
da giovane fosse stata molto bella e consapevole 
di questo suo pregio rifiutasse tutti i pretendenti, 
commentando che non si sarebbe mai sposata se 
lo sposo non veniva a prenderla con un tiro a 
quattro. Forse questa frase era una malignità dei 
respinti; comunque il tiro a quattro non giunse 



44 Una giovinezza del secolo XtX 

mai alla sua porta ed ella certo non lo aspettava 
più. La cuccuma del caffè, l'antica cuccuma di 
rame, stava tutto il giorno sul focolare delle due 
vecchie. La zia Caterina magra e svelta la por- 
tava a tutte l'ore alla zia Lucia immobile sul sofà 
e tutte e due sorbendolo pensavano forse che vi 
è ancora qualche dolcezza nel mondo. 

Nel breve tratto di strada, che percorrevo 
per fare le mie visite, c'era una botteguccia dove 
una donna vendeva filo, aghi, bottoni d'osso espo- 
sti confusamente in una vetrina polverosa ed appan- 
nata , con mezza dozzina di fazzoletti intorno 
sempre gli stessi, e due o tre foglietti di carta 
da lettera picchiettati dalle mosche. Fra queste 
povere cose c'era tuttavia un cartoncino che atti- 
rava la mia attenzione per tutti gli spilli che vi 
erano infilati dentro l'uno dietro l'altro come sol- 
datini in parata, colle loro capocchie di vetro 
assortite nei più bei colori, verde, rosso, aranciato, 
viola; ne io badavo che fossero di vetro, perchè 
la mia immaginazione le aveva già poste nella 
gerarchia delle pietre preziose distinguendole in 
smeraldi, in rubini, in topazi, in ametiste: elenco 
di tesori che la lettura delle Mille ed una notte 
mi aveva reso famigliari. 

Questa agilità della fantasia a muoversi nei 



Una giovinezza del secolo XIX 45 

campi dell'irreale doveva procurarmi i momenti 
forse più belli della mia vita. L'uomo che nel 
Margarite maggiore del Pulci, si burla del vicino, 
che , avendo sognato i suoi buoi ne pretendeva il 
possesso e mostrandoglieli riflessi nel fiume gli dice 
ironicamente : « Or va laggiù a pigliarli, son tuoi » 
afferrando la verità immediata del possesso, trascura 
il valore della conquista spirituale. Bisogna lasciare 
al sogno il largo posto che esso occupa nella 
nostra esistenza. Togliendolo all'uomo lo si priva 
di uno degli attributi che lo distingue dalla bestia. 
Coltiviamo il sogno : esso è l' isola incantata dove 
il navigante tra l'una e l'altra tempesta riposa. Il 
solo ammonimento che ci dà la ragione è quello 
di contenerlo entro i limiti di piacere superiore. 
Dagli spilli che io ammiravo non potevo ritrarre 
nessun utile personale, ma il diletto, che provava 
la pupilla posandosi sui variopinti colori, metteva 
in moto le cellule del mio pensiero e tanto me 
ne compiacevo da reputarmi ricca quando riuscivo 
a comperarne una cartina. Mi divertivo allora a 
contarli, a suddividerli col mio criterio fanciullesco 
secondo l'età e la condizione del destinatario, co- 
me faceva la nonna coi piatti del desinare, e poi 
correvo a portarli alla mia balia, alle sue cognate, 
alla vecchia Teresa, alla lunga Francesca. Se 



46 Una giovinezza del secolo XIX 

fossero stati veramente smeraldi e rubini non 
avrei potuto sentirmi più fiera del mio dono. E 
quanto felice! 

Un'altra casa sulla quale si raccolgono i buoni 
ricordi delle mie vacanze a Caravaggio, un pò 
succursale di quella dei nonni, era la casa della 
zia Claudia, moglie al dottore. Meno comoda 
meno ordinata, meno signorile, questa seconda di- 
mora non mi era perciò meno gradita. Alla mia 
fantasia vagabonda una porta un po' sgangherata, 
un sottoportico irto di ciottoli come un sentiero 
di montagna, una catasta di legna in un canto, 
non presentavano nulla di sgradevole; nemmeno 
la fossa delle immondizie aperta a ciel sereno 
stonava troppo, poiché un albero di alloro vi sor- 
geva dapresso ombreggiandola colle sue lucide 
foglie e un bel giorno mi sorpresi a comporre 
questa osservazione « Anche nella vita troppe 
volte l'alloro cresce sulle immondizie ». 

Il cortile della zia Claudia non presentava 
esso pure la costruzione lineare del cortile del 
nonno, ma aveva, impareggiabile vantaggio, una 
spalliera di albicocche dorate, così luminose nel 
sole che tutta la casa ne riceveva una specie di 
sorriso e un tralcio di vite, che saliva ad abbrac- 



Una giovinezza del secolo XIX 47 

dare i pilastri di un loggiato superiore, al quale 
dava libero accesso uno scalone di pietra, ben 
noto ai miei piccoli passi leggeri. Nel mezzo del 
cortile poi molte pianticelle di fiori, senza esclu- 
sione del domestico piezzemolo e della salvia 
aromatica costituivano uno di quei giardinetti pro- 
vinciali che, forse in memoria dei beati tempi, 
ho sempre preferito alle aiuole lisciate e pettinate 
dei giardinieri di professione. C'erano anche in- 
torno al cortile ripostigli e stambugi adattatissimi 
per il giuoco di nascondersi che si faceva insieme 
ai nipoti dello zio Germanico, ospiti quotidiani al 
pari di me. 

Lo zio Germanico era l'uomo di compagine 
più semplice che io abbia mai conosciuto. Flem- 
matico oltre ogni dire, quando aveva compiuto il 
giro de' suoi ammalati, ospedale e comune, e fatto 
il debito sonno del pomeriggio, si metteva a caval- 
cioni di una delle molte sedie che popolavano il 
sottoportico a fumare la sua pipa. Se capitava 
allora un cliente, generalmente un contadino o 
una povera donna, egli ne mutava posizione, ne' 
si toglieva la pipa di bocca; nemmeno voltava 
la testa. « Cosa avete ? — Signor dottore mi duole 
lo stomaco — Che stomaco? dove? — Signor 
dottore ». Balzava fuori allora come un diavo- 



48 Una giovinezza del secolo XIX 

lino da una scatola, la zia Claudia e si poneva 
fra i due « Guardalo dunque, se non lo guardi 
come puoi capire ? E voi, dite su, dove vi duole ? 
Qui ? qui ?... » Usciva un brontolio dalla bocca 
chiusa del dottore e la zia Claudia incalzava 
« Levati la pipa di bocca, come vuoi che capi- 
sca ?» « Gru, gru » e la zia a spiegare « Ha 
detto di mostrare la lingua » Così fino alla fine 
della visita. Era la cosa più buffa che si potesse 
immaginare : la flemma del marito, il fuoco della 
moglie. 

La zia Claudia aveva veramente l'argento 
vivo addosso. Seconda delle tre sorelle, non as- 
somigliava ne a mia madre ne alla zia Caro- 
lina. Faccendiera per temperamento era in piedi 
tutto il giorno ; una sua particolare fobia di puli- 
tezza gliene dava buon giuoco trovando necessario 
di sorvegliare la domestica ad ogni passo, sosti- 
tuendosele anche in certe delicate preparazioni 
del cibo. Era così schifa su questo capitolo del 
mangiare che, invitata a pranzo da un'amica, portò 
con se il proprio pane non stimando il fornaio 
dell'amica sufficentemente pulito. Di ciò se ne rideva 
insieme ; ma a me faceva pena quando, non so 
per quale pio voto, essendosi imposta la mortifi- 
cazione di baciare la terra, dopo aver recitate le 



Una giovinezza del secolo XIX 49 

sue preghiere, cercava affannosamente presso ai 
mobili l'angolo che presumeva più al sicuro delle 
eventuali sporcizie. 

E anche la zia Claudia, quando non fosse 
occupata a rincorrere la servetta, (^occorrevano 
sempre a lei serve giovani da poter far piroet- 
tare) eleggeva a suo domicilio il sottoportico, vi 
riceveva, vi lavorava, ammesso che lavorasse, per- 
chè io in verità non l'ho mai vista seduta tranne 
che nel caso di dover discorrere con qualcuno; 
esso era il centro di riunione come Yhall per le 
case inglesi ; è per questo che tutte le sedie di- 
sponibili vi erano raccolte in democratica fratel- 
lanza colla catasta di legna e nessuno vi faceva 
caso. La vecchia dimora, dimora avita dello zio, era 
sempre stata così. Dovevano, però, i visitatori pre- 
munirsi contro le correnti d'aria, perchè Yhall deWa. 
zia Claudia, posto tra il cortile e la strada colla 
porta sempre aperta, faceva una terribile concor- 
renza alla rosa dei venti. Non che mancassero i 
locali ; la casa era ampia, ampia ma scomoda : 
tutti quegli stambugi, solai, scale e scalette, che 
formavano la delizia di noi ragazzi, erano un inu- 
tile ingombro al disimpegno delle domestiche fac- 
cende; moltiplicavano le lontananze, interrompevano 
le unità, obbligando venti, trenta volte al giorno, 

4 



50 Una giovinezza del secolo XIX 

ad affrontare 1 alpinismo dei sassi sotto il portico 
per recarsi da una camera all'altra che guai ad 
avere calli (ma noi ragazzi non ne avevamo). 
Si spiega come, muovendosi sopra un'area abba- 
stanza vasta, lo zio e la zia non disponessero di un 
salotto conveniente. C'era bensì un salottino dietro 
la cucina, ma così stretto e buio (somigliava a 
quello della zia Lucia) che non invitava a rima- 
nervi. 

Ma dove lascio la sala d'onore? Perchè esi- 
steva veramente una sala d'onore e bella. Solo 
che per accedervi bisognava o attraversare il fa- 
moso acciottolato del portico, una loggetta, il cor- 
tile, (bagnandosi se pioveva) ; oppure la cucina, il 
salottino buio, una ripida scaletta di mattoni, un 
solaio, lo scalone di pietra e la loggetta come 
sopra. Comodo nevvero? Naturalmente era sempre 
chiusa e invece delle visite ospitava accanto ai 
mobili deserti, qualche sacco vuoto, qualche pa- 
niere fuori d'uso, qualche dozzina di pere distese 
a maturare per l'inverno. Un particolare curio- 
sissimo di quella sala era la tapezzeria, rappre- 
sentante a larghe linee un paesaggio inverosimile 
dove un cacciatore puntava il fucile contro un 
uccellaccio sospeso a pochi palmi sopra il suo 
naso ; ma il bello veniva dopo, quando allo ^vol^ 



Una giovinezza del secolo XIX 51 



tare della tappezzeria nell'angolo l'uccello veniva 
a trovarsi dall'altra parte del cacciatore. 

Qui dovrei forse fare punto fermo, cestinando 
un altro particolare che ai miei giovani anni mi scan- 
dalizzava assai. Ma penso che quei giovani anni, 
tanto io quanto i miei lettori, li abbiamo sorpas- 
sati e siamo ora d'opinione che qualsiasi docu- 
mento, anche il più puerile e apparentemente insi- 
gnificante, trova il suo posto negli usi e costumi 
di un secolo e in questa nostra vita dove tutto 
si concatena. Dirò dunque che, mentre il caccia- 
tore se ne stava fisso al suo punto di mira, an- 
che se il punto sfuggiva al tiro, un altro miste- 
rioso individuo soddisfaceva indisturbato sotto un 
albero i suoi più intimi bisogni. Sono scherzi che 
ai nostri giorni, col nostro gusto raffinato, non si 
potrebbero tollerare. Gli avi e bisavi invece ne 
ridevano, con quello spirito semplice e primitivo 
che i nati dopo la rivoluzione francese relegarono 
in fondo alla provincia. La burla che tenne tanto 
posto nelle cronache dei Comuni e delle piccole 
Corti italiane, la burla boccaccesca e rabelasiana. 
cadde a poco a poco dinanzi a una coltura più 
diffusa e ad una maggiore sensibilità di nervi ma 
un lungo strascico, spoglio della crudezza di quei 
pmpi, rimase negli usi del Settecento fino agli 



52 Una giovinezza del secolo XIX 

albori del secolo decimono accontentandosi del 
sottinteso scurrile. 

Ho visto io sotto il Coperto dei Figini espo- 
sto in una di quelle botteguccie, che i vecchi 
come me ricorderanno, un fermacarte rappresen- 
tante col più crudo verismo una porcheria, che a 
trovarla per la strada ci fa scansare rapidamente, 
e qualche anno dopo mi rallegravo del progresso 
civile che aveva fatto scomparire simili perventi- 
menti del gusto. Andai poi a Parigi e là, in pieno 
centro elegante, sull'angolo della via Coumartin, 
in un negozio all'insegna — Au hon rire gau- 
lois — - vidi ancora il medesimo scherzo (chiamia- 
molo così) che a Milano era scomparso da mez- 
zo secolo. 

Per chi ama riflettere sugli atteggiamenti spon- 
tanei del popolo è interessante questo sopravvivere 
di una tendenza, che sembrava sorpassata per 
sempre e sopravvivere nella città che fu detta il 
cervello del mondo. Il bon rire gaulois si vede 
che è rimasto vitalità tenace della razza, proprio 
a Parigi dove si trovano ancora la bettole Aux 
armes de Chartre come ai tempi del Re Sole. 
Di un altro re più moderno, un re di quel secolo 
decimottavo durante il quale la burla poco pulita 
dilagò dovunque, si ha questo aneddotto cb? 



Una giovinezza del secolo XI X 53 

prova la diffusione di un uso al quale non sfug- 
girono fino all' ultimo le più alte classi sociali. 
Beniamino Franklin trionfava nella capitale della 
Francia e le sue idee utilitarie formavano il sog- 
getto di tutte le conversazioni ; la contessa di 
Polignac, grande amica della disgraziata Maria 
Antonietta, se ne mostrava entusiasta al punto che 
Luigi XVI , le roi déhonaire, per prenderla in 
giro le mandò un magnifico vaso da notte, espres- 
samente ordinato alle officine di Sèvres, con suvvi 
impresso il ritratto dell'uomo alla moda e il motto : 
art e utiliié. 

In quella casa bizzarra, tra la zia Claudia 
sempre in moto e lo zio Germanico taciturno, io 
m'aggiravo in piena libertà. Trascorsi i primi anni 
dell' infanzia mi disinteressai dei giuochi rumorosi 
dei miei compagni. Preferivo sedermi sopra un 
rialzo della loggetta, che fiancheggiava il giardino 
e, pur non sdegnando i bei grappoli d'uva pendenti 
sul mio capo con certi chicchi lunghi come boz- 
zoli, mi sorprendevo ad errare collo sguardo sulle 
aiuole scompigliate dal gatto, così senza un pen- 
siero fisso, ma col germogliare di tante sensazioni 
sposate alla bellezza dei fiori che incominciavo a 
conoscere per nome ; la diversa colorazione dei 




54 Una giovinezza del secolo XIX 

gerani, il profumo della vaniglia, lo strano volto 
delle viole del pensiero e una pianticella di fiori 
chiamati le meraviglie che odoravano solamente al 
tramontare del sole, e un'altra che si ingemmava 
di piccole bacche bianche lucenti rotonde come 
perle; e le erbe, le care erbe dai molteplici odori 
che coglievo per mettere nel mio fazzoletto. Non 
conoscevo ancora il delizioso verso della Cantica 
« Sia il tuo amore simile a un mazzetto d'erbe 
odorose appeso alla tua cintura » e non conoscevo 
l'amore. In nulla fui precoce, nemmeno in questo. 
Ebbi però prestissimo sviluppata l'attitudine ali os- 
servazione e una intuizione, che contrastava singo- 
larmente con una ingenuità assoluta, da sembrare 
qualche volta deficienza. Ero anche seria più che 
non comportasse l'età, con una inclinazione a pro- 
blemi che raramente interessano le bimbe di nove 
o dieci anni. Mentre i nipoti dello zio si erano 
divertiti a disegnare omini e cavallucci sulla parete 
dello scalone, io vi scrissi questa quartina letta chi 
sa dove: 

Giovin, che tanto altero 

vai della tua beltade, 

nel fior che presto cade 

contempla il tuo avvenir. 

A chi la dirigevo? A nessuno in particolare: 
al mondo, alla vita, forse a me stessa. 



Una giovinezza jet secolo XIX $$ 

Staccandomi dai miei coetanei mi accadeva 
di rimanere più a lungo in compagnia della zia 
Claudia e delle persone che venivano a visitarla. 
Era difficile che qualcuno passasse dinanzi alla 
porta aperta, alle sedie allineate ed alla vigilanza 
della zia, senza entrare per poco o per molto a 
scambiar le reciproche idee sugli ultimi avveni- 
menti del paese. La zia Claudia mi voleva anche 
lei molto bene, mi chiamava la sua nipote pre- 
diletta e mi parlava come ad una persona grande, 
privilegio lusinghiero per i miei gusti di fanciulla 
assennata. 

Frequentava la casa anche uno dei nipoti 
maggiori (ve n'erano di tutte le età). Questo di cui 
voglio parlare, un giovinetto, sui sedici anni, pal- 
lido, delicato, di temperamento dolcissimo, mi si 
era affezionato in un modo che, data la differenza 
dell'età, appariva singolare. Diceva che quando 
fossi più grande mi avrebbe sposata; lo diceva 
alla zia, lo diceva, a me; la zia abbozzava un 
sorriso, io non rispondevo nulla perchè era come 
se mi avesse detto: Fra qualche anno parleremo 
arabo insieme. Durante una delle ultime vacanze 
che passai a Caravaggio venne fuori una milanese, 
una ragazza che fece subito impressione per la 
disinvoltura piuttosto sguaiata colla quale si acca- 



DO Una giovinezza del secolo XlX 

parrava i giovinetti. Si osservavano i suoi abiti, i 
suoi gesti. Aveva trovato modo di avvicinare i 
nipoti dello zio Germanico e per questa via la 
zia ed io eravamo al corrente dei suoi successi. 
Un giorno il mio promesso sposo mi comparve 
d' innanzi con un anellino di corniola al dito ; sic- 
come non l'avevo mai visto gli chiesi semplice- 
mente da qual parte gli venisse ed egli con pari 
semplicità mi rispose : « Me lo ha dato l' E.... » 
« Come! esclamai, dici che vuoi sposarmi e porti 
l'anello di un'altra. Allora è segno che vuoi bene 
a lei; sposa quella ». Il buon ragazzo si affannò a 
spiegarmi come glielo avesse posto in dito di viva 
forza, ma che era pronto, se questo mi faceva 
dispiacere a levarselo. Aveva già compiuto 1' atto 
ma sembrandogli di non avermi persuasa abba- 
stanza soggiunse: « Vuoi che lo spezzi, che lo 
schiacci sotto ai piedi, per mostrarti qual conto 
faccio dell' E..? ». « Ah? no, dissi sarebbe peccato ». 
Egli ebbe una rapida ispirazione « Lo vuoi tu? 
Prendilo, è tuo ». Tutto giulivo me lo porse e io 
fiera del mio trionfo, non potendo tenerlo su nes- 
suna delle mie dita perchè troppo largo, lo rav- 
volsi nella cuffietta della bambola e lo riposi gelo- 
samente in tasca. 

Graziosa corniola lucida rosata, trasparente di 



Una giovinezza del secelo XIX 57 

quell'anellino! Essa mi rappresenta il primo passo 
che feci fuori dell' infanzia. Il giovinetto morì con- 
sunto prima ch'io diventassi una signorina da ma- 
rito e ancora non posso vedere una corniola senza 
provare una dolce commozione. Ma da quanto 
tempo questa pietra non si vede più ? I giovanis- 
simi non la conoscono neppure. Essa e le sue 
compagne, agate, turchesi, granatine, che le fami- 
glie di quel tempo si trasmettevano di generazione 
in generazione, con quelle legature così originali, 
così veramente belle, dove trionfava la nobile arte 
degli orafi antichi nutriti ancora delle eleganze di 
Benvenuto Cellini, scomparvero colla diffusione del 
brillante. 

Il solitaire di dieci o quindici mila lire, che i 
nuovi arricchiti mettono in mostra sul petto delle 
loro donne come vi appunterebbero un pacchetto 
di banconote se appena appena brillassero un poco, 
risponde meglio alle esigenze del secolo materia- 
lista. Allora, negli strascichi del romanticismo, la 
corniola impiegata sovente per ciondolo assumeva 
le tre forme indivisibili di una croce, un'ancora 
e un cuore: fede, speranza, carità. Ora ai polsi 
e all'orologio si appende il maialetto d'oro. 

La liberazione della scuola, dei compiti da 
fare, delle lezioni da studiare non era il minore 



58 Una giovinezza del secolo XIX 

dei vantaggi delle mie vacanze a Caravaggio. 
Continuavo ad essere nemica acerrima dell'inse- 
gnamento, pur crescendomi il gusto della lettura e 
un particolare piacere di certe parole, di certe 
frasi armoniose che mi davano una ebrezza mu- 
sicale, mentre la musica mi lasciava fredda o, se 
mi commoveva, era solo come accompagnamento 
e complemento delle parole. L' intuizione, così supe- 
riore in me alla coscienza, mi faceva penetrare in 
alcuni stati d'animo, che non avrei diversamente 
compresi. La dolce malinconia, il pathos dei se- 
guenti versi àe\X Edmengarda mi rapiva in una 
contemplazione che la zia Claudia, ammonendomi 
di non cogliere l'uva acerba, non sospettava nep- 
pure, quando io, indugiando silenziosa sullo sca- 
lone di pietra li affidai, in mancanza dei quaderni 
distrutti, alla solita parete che riceveva gli sfoghi 
grafici di noi fanciulli. 

O giovinette, gioia vereconda 
della casa materna, a cui dovrebbe 
vergin campo d'amori esser la terra, 
quand'io vi veggo rotear ne' balli, 
di rose e gigli incoronate il crine, 
quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi 
le memori narrarvi ore del chiostro 
o le speranze del futuro amante, 
non vi sorrido, ma pietà mi stringe 
dolorosa di voi che imprenderete 
la dura via fra poco. 



Una giovinezza del secolo A7A 59 

Improvvisamente, un giorno? una sera? Non 
so: un gran buio circonda quell'ora solenne del 
mio destino. Ero a Milano; la scuola, secondo 
l'orario di quegli anni, mi teneva prigioniera senza 
interruzione dal mattino fino alle quattro; alle 
quattro e mezza si pranzava ; alle otto a letto. 
La mia vita in casa non era che un passaggio 
occupato dai compiti e dalle lezioni. Non so 
altro, non ricordo altro. Mi fanno chiudere i libri 
a un tratto e il papà mi conduce da una fami- 
glia amica che abitava presso a noi e dove e e- 
rano ragazze e ragazzi della mia età; vi passa? 
tutta la notte in un lettino improvvisato e la no- 
vità, la compagnia, i giuochi di quei fanciulli, 
non mi lasciarono agio di pensare alla singolarità 
degli avvenimenti. 

Il giorno appresso una persona, non rammento 
chi fosse, venne a prendermi per ricondurmi non 
dai miei genitori, ma a Caravaggio. Di sorpresa 
in sorpresa! Anche qui la gioia e la presa di 
possesso dei miei beni mi impedirono di appro- 
fondire ciò che si disse per spiegare la mia ve- 
nuta fuori del tempo. Importava assai a me la 
ragione del perchè ! Ero felice e credevo ancora 
che la felicità non dovesse finire mai. Mancava 
però la nonna e alla mia domanda dove fosse 



60 Una giovinezza del secolo XIX 

mi si rispose che era andata alla campagna per 
sorvegliare certe {accende, ma che sarebbe tor- 
nata subito. Pranzammo soli, il nonno, la zia 
Carolina ed io. Il nonno non pronunciò una sola 
parola, la zia Carolina sospirava spesso indugiando 
sui cibi come se le tornassero a gola. Avevo visto 
altre volte a quella tavola i volti rabbuiati per la 
tempesta che rovinava il raccolto e pensai che si 
trattasse di una disgrazia del genere e me ne stetti 
ben zitta e ben tranquilla per non turbare le loro 
preoccupazioni. 

Dopo pranzo venne lo zio Germanico, ma 
non essendo domenica non veniva per la partita a 
tarocchi. La zia Carolina gli corse subito incontro 
nell'andito e poiché tardava a rientrare, il nonno 
la raggiunse e stettero fuori un po' di tempo. 
Poi sentii il nonno che saliva al suo studio e la 
porta di casa sbattere per il dottore che andava 
via. Quando la mia cara zietta tornò in sala, 
aveva gli occhi rossi. Io ero turbata per quell'om- 
bra di mistero che mi circondava, ma non sapevo 
che cosa dire. Ella mi abbracciò strettamente, rac- 
comandandomi di andare a letto subito, che la mat- 
tina seguente sarebbe venuta la balia a prendermi 
per condurmi un po' con lei. 

Come fu l'ora giunse infatti la buona donna a 



Una giovinezza del secolo XIX 61 

prendermi. Ci avviammo verso la chiesa maggiore 
dedicata a S. Fermo intanto che suonava la messa. 
— Entriamo — disse la mia nutrice. Ed entrammo. 
Io non la guardavo, abbandonata oramai al mistero 
che mi trasportava, ma lei doveva essere molto 
commossa chinandosi su di me per dirmi — 
Prega, prega con fervore, la tua mamma è 
morta. — 

Scoppiai in pianto. 



Parte Seconda 




Acquaforte di LUIGI CONCONI 



La profezia racchiusa nell'ultimo dei versi 
de\y EdmenegarJa da me scritti sul muro incomin- 
ciava ad avverarsi. La morte di mia madre volta 
una pagina della mia vita. Chiude un periodo 
della mia umile storia e la figura più augusta di 
tutte doveva restare nel mio cervello immaturo 
come una forma evanescente, una pallida donna, 
della quale non ricordo ne* lo sguardo, ne' la voce. 

Tutti la piansero: era così bella, giovane an- 
cora ! La settima gravidanza l'aveva recisa lasciando 
orfani io e i miei due fratelli. La contemplo ora 
nel ritratto che le fece Moriggia; i lineamenti rego- 
lari e fini, lo sguardo dolce, i capelli neri divisi 
nel mezzo della fronte e ricadenti in folte bande 
piatte a ricoprire tutto l'orecchio; di seta nera il 
vestito con un risvolto di delicato ricamo, una 

5 



66 Una giovinezza del secolo XIX 

camelia in testa, una sciarpa rossa dietro le spalle 
e una manina nuda, degna di una duchessa. 

Era il tredici luglio quando morì e mancando 
ancora un mese e mezzo a terminare la scuola, mio 
padre mi pose in collegio rimanendo lui solo col 
suo dolore nella casa deserta. Mio fratello minore 
si trovava già da alcuni mesi presso le zie paterne 
a Casalmaggiore ; l'altro fu mandato a raggiungerlo. 

Casalmaggiore è una piccola città sulla riva 
sinistra del Po, poco distante da Cremona e da 
Mantova su questa riva, da Parma sulla riva op- 
posta. Al tempo dei ducati, come città di confine, 
ebbe vita lucrosa e relativamente brillante. In 
seguito decadde, al pari di tanti altri piccoli centri 
assorbiti dalla continua emigrazione verso i centri 
maggiori. Sui registri dello stato civile la nostra 
famiglia vi appare da non molte generazioni ; lo 
stesso nome del nostro casato non è lombardo 
ne' di alcuna altra provincia dell'alta Italia ; si 
ritrova invece scendendo verso Roma e verso 
l'Abruzzo. Comunque, ramo divelto dal tronco, 
non abbiamo nessun documento che affermi la 
nostra parentela con Taddeo Zuccari, sepolto nel 
Pantheon di Roma accanto alla Tomba di Raf- 
faello Sanzio, ne' con Federico fondatore dell'Ac- 
cademia di S. Luca e di quel suo tugurio sul 



Una giovinezza del secolo XIX 67 

Pincio dichiarato monumento nazionale. Però sap- 
piamo che i due pittori, nati sulla fine del cinque- 
cento a S. Angelo in Vado, avevano cinque altri 
fratelli e sappiamo pure, per averlo scritto lui stesso, 
che Federico vi^se a Parma parecchi mesi. Non 
è dunque improbabile che, o dal medesimo Fede- 
rico, o da qualche fratello chiamato lassù, sia rima- 
sto tra Parma e Casalmaggiore, che ebbero per 
l'addietro continui rapporti, un seme della famiglia. 
Mio padre nacque ne primo ne ultimo di sei 
fratelli, tr^ maschi e tre femmine. Due maschietti 
morirono adolescenti e mori più tardi una delle 
femmine, già preceduta dai genitori. Quando io 
venni al mondo, della famiglia di mio padre non 
rimanevano che due sorelle nubili residenti a 
Casalmaggiore. E, presso di loro, si trovava già 
il mio fratellino Stefano quando nostra madre per- 
dette la vita sopraparto (e la creaturina la seguì). 
L'altro mio fratello Luigi fu mandato a raggiun- 
gerlo subito dopo. Essi erano abituati a passare 
le vacanze con quelle zie paterne, mentre io an- 
davo a Caravaggio dai nonni materni. I miei 
fratelli, poi, stante la lunghezza del viaggio (Casal- 
maggiore era a novanta miglia da Milano e senza 
ferrovia) oltre alle vacanze passavano laggiù mesi 
e mesi. Vi ero stata anch'io per un certo tempo, 



68 Una giovinezza del secolo XIX 

ma una volta sola, e smorta me ne era rimasta 
la rimembranza. Trovo un accenno di questo mio 
soggiorno a Casalmaggiore in una lettera del papà 
alla mamma. Egli era venuto a prendermi eviden- 
temente e le dava per iscritto le prime notizie. 
E fortuna che io abbia trovata questa lettera, nella 
quale rinasce un momento della mia vita che 
avevo quasi dimenticato ; riudire dopo più di mezzo 
secolo la voce di mio padre, se non il suono, il 
sentimento di essa, e vedermi descritta colle sue 
parole, e sapere che cosa egli pensava di me, è 
tale commovente dolcezza che io non so dire. 
« Ho veduto gli studi fatti dalla nostra ragazzina 
e ho dovuto convincermi che ha fatto più progressi 
qui che a Milano. Quanto al morale conserva 
quella sua naturale vivacità, talvolta smoderata, e 
si abbandona facilmente ad atti di subitanea impa- 
zienza, di collera e di pianto, specialmente allorché 
è ripresa o corretta con modi di disprezzo ; 
all' incontro si fa dolce e mansueta ragionandole 
del mal fatto e ammonendola con parole temperate 
e di persuasione. Nell'insieme poi del suo esteriore 
è tutta quella di prima; figura slanciata, agile, di 
movimenti rapidi; è cresciuta in altezza tre dita». 
Un malaugurato strappo nella lettera di mio 
padre l'ha privata della data, ma non v'ha dub- 



Una giovinezza del secolo XlX 69 

bio che dovevo essere allora non oltre i sette 
anni. La collera e il pianto, di cui si fa menzione 
e che io non ricordo, vennero presto sostituite 
da un muto dolore in tutte quelle occasioni di 
rimprovero o di accusa nelle quali intravedevo 
una ingiustizia. Avevo anche abbastanza svilup- 
pato il senso della realtà per adattarmi senza pro- 
teste all'inevitabile; così entrai rassegnata e calma 
nell'internato della mia scuola a terminare l'anno 
scolastico, finche mio padre avesse sistemato l'or- 
dine della famiglia sconvolto per l'improvvisa morte 
della diletta compagna. 11 suo era stato un 
vero matrimonio d'amore e di stima che nes- 
suna nube aveva alterato mai e la possibilità 
di ujia seconda moglie non deve nemmeno aver 
sfiorato il suo pensiero fermo e fedele. Non po- 
teva tuttavia lasciar soli tre figli ancora adole- 
scenti e fra questo grave dilemma miglior con- 
siglio gli parve quello di persuadere le sue 
sorelle a venire in casa nostra per tenerci luogo 
della mamma. 

Era una giornata d'autunno avanzato quando 
rientrai nella casa paterna. Il mio fratellino Ste- 
fano giocava in anticamera col cerchio. Gli chiesi 
dove erano le zie ed egli mi rispose indicandomi 



70 Una giovinezza del secolo XlX 

una camera in fondo all'appartamento. Mi inoltrai 
col cuore che batteva verso il mio nuovo destino, 
cercando di ricordarmi la faccia di quelle zie, 
che trovai (fosse stato ieri non mi sarebbe possi- 
bile averne una visione più precisa) in una stanza 
di disimpegno brutta e disadorna. La zia Mar- 
gherita stava seduta con un rocchetto sulle spalle 
i pochi capelli grigi sciolti sugli omeri, un libro 
di preghiere in mano ; sopra una sedia collocata 
dinanzi a lei c'era una scatola oblunga di legno 
bizzarramente dipinta, nella quale si ammontichia- 
vano spazzole, forcine, un altro libro di preghiere 
(che era quello della zia Nina) e un pezzo di 
candela di sego. In piedi dietro a lei la zia Nina 
la stava pettinando. Al mio apparire la zia Nina 
ristette qualche minuto col pettine in mano, la 
zia Margherita sollevò gli occhi dal libro. Dissero 
una o due parole e ripresero la loro occupazione. 
Involontariamente rividi come in un barbaglio di 
luce lontano il dolce sorriso della zia Carolina 
e l'onda nera de' suoi magnifici capelli. 

Le sorelle di mio padre, pur differendo l una 
dall'altra, avevano in comune un tipo di razza 
forte. Brune e secche le loro mani e le loro 
braccia attraversate da grosse vene a fior di pelle 
ricordavano un po' le radici di un albero. Avendo 



Una giovinezza del secolo XIX 71 



begli occhi e lineamenti regolari, nella loro gio- 
ventù non saranno state brutte; ma una certa 
mancanza di femminilità e di gusto, l'impronta 
della provincia, infine, come era a quei tempi, le 
aveva segnate di vecchiaia precoce: la zia Mar- 
gherita in ispecie, che era la maggiore e la più 
assente dal convegno delle Grazie. Attaccatissime 
al loro fratello, si erano già piegate a molti sacri- 
fici per lui quando, vivente ancora il padre, aveva 
dichiarato la sua vocazione e il proposito di an- 
dare a Roma a studiare architettura. Andare a 
Roma quasi un secolo fa e andarvi da un piccolo 
centro provinciale, da una modesta famiglia bor- 
ghese già aggravata di sei figli, non dovette essere 
certo facile impresa e si indovina il sacrificio delle 
buone sorelle. Ma, non v'ha dubbio, che maggiore 
d'ogni altro fu quello di abbandonare, non più 
giovani, la loro casetta, le loro abitudini, le ami- 
cizie, i dolci ozii, la libertà, per recarsi in una 
città sconosciuta a prendersi la doppia responsa- 
bilità di reggere una famiglia, di allevare tre 
fanciulli. Grande, grande sacrificio. 

Io avevo allora dai dodici ai tredici anni. 
Una delle prime cose che mi disse la zia Mar- 
gherita fu questa: « E tempo di fare giudizio, 
non hai più né otto ne dieci anni >\ La voce e 



72 Una giovinezza del secolo XIX 

e il volto ammonendo così erano di una tale se- 
verità che ne rimasi impressonata. Avevo dunque 
finito di essere una fanciulla ? Non mi sarei data 
tanta pena se avessi potuto prevedere che due 
anni dopo avrebbe ripetuto : « ... non hai più ne' 
dodici ne tredici anni » e ancora sotto i venti 
agitava sul mio capo il rimpianto degli anni pas- 
sati, lo spauracchio dei futuri. Era una donna au- 
stera la zia Margherita ; era anche pochissimo 
donna. Non T ho mai vista una volta guardarsi 
nello specchio ; sdegnava tutto ciò che potesse 
sembrare eleganza e raffinatezza ; dei profumi so- 
leva dire con grande disprezzo che li portavano 
solamente le persone affette da cattivi odori. Nei 
servizi dei piatti a tavola prendeva sempre la 
parte più scadente. Non sdegnava prestarsi ai la- 
vori più pesanti, al contrario si compiaceva di 
aiutare in quelli la persona di servizio ; amava 
cercare i poveri; rappezzando con zelo le vesti 
della nostra domestica diceva: " Avrei dovuto na- 
" scere povera e sposare un povero; quante belle 
" pezze avrei rimesse ". Trovava piacere dove gli 
altri confessavano un fastidio. Colla sua entrata 
in famigliai, di poveri non si ebbe più penuria; 
scomparvero invece le signore eleganti che veni- 
vano a trovare la mia mamma. Non riconoscevo 



Una giovinezza del secolo XIX 73 



più la mia casa ; vedevo tutte persone nuove ; 
udivo nomi di sconosciuti ; molte abitudini erano 
cambiate e cambiato il posto di certi mobili. Con 
una sorpresa, che non saprei ridire a parole, mi 
accorsi che qualche volta, quando la faccia an- 
golosa della zia Margherita era più arcigna del 
solito e il puntino nero delle sue pupille mordeva 
proprio come un granello di pepe, mi interpellava 
col pronome di seconda persona : " Noi... vostro 
" padre ". Non diceva mai papà ed anche per 
lui aveva un tic particolare, lo chiamava a volte: 
il padrone. 

L'amor del prossimo della zia Margherita non 
era precisamente quello predicato da Gesù, dolce 
e mansueto. Mente fervida, temperamento impul- 
sivo, facile allo scatto ed alla violenza, se con una 
mano era sempre tesa a beneficare, coll'altra non 
era meno pronta a sciogliere o, quando mai, a mi- 
nacciare uno schiaffo ; lo si sapeva e si evitava, 
molto più che le sue collere come certi tempo- 
rali di primavera si disperdevano senza tempesta. 
Essendo quasi sempre sproporzionati alla causa, 
quegli scatti mi facevano tuttavia molto male. Cre- 
detti una volta che crollasse la casa, perchè mi 
ero servita di refe invece che di cotone per cu- 
cire un non so che ed io, che udivo fare per la 



74 Una giovinezza del secolo XlX 

prima volta una differenza fra refe e cotone, mi 
sentii ferita in quel sentimento di verità e di giu- 
stizia, che era in me profondo e che doveva farmi 
tanto soffrire anche in seguito. Era il medesimo 
sentimento, osservato da mio padre quando scriveva 
alla mamma, che mi acquietavo nelle mie ire in- 
fantili solo se corretta con amorevolezza ragionan- 
domi del mal fatto. L'amorevolezza, che non è 
possibile negare a una donna la quale negava 
tutto a sé stessa per dare agh altri, la zia Mar- 
gherita l'aveva in fondo al cuore ; ma l'adolescente, 
che io ero ancora, non sapeva discernerla nell'am- 
masso di bruscherie e di violenza che la rendeva 
ingiusta, ponendola nella luce meno favorevole di 
tutte dinanzi alla mia sensibilità, alla mia timi- 
dezza, al mio ardente bisogno d'affetto. Se in certi 
momenti, nei quali la punta acuta delle sue pu- 
pille sembrava ammorbidirsi in un raggio di bene- 
volenza, osavo gettarle le braccia al collo chie- 
dendole un bacio, ella voltava subito la faccia 
dall' altra parte mormorando nel suo dialetto : 
" Sciocchezze, sciocchezze ". 

Dove avrei io trovato un bacio? " Aprile 
" senza fiori, infanzia senza baci " dice una vec- 
chia canzone malinconica. E come dice vero ! Il 
bacio è ai fanciulli ciò che la rugiada è al fiore, 



Una giovinezza del secolo XIX 75 

il pigolio al nido. Non avevo più ne otto ne dieci 
anni, ripetendo la frase della zia, ma il bisogno 
di tenerezza cresceva insieme agli anni e, in senso 
inverso dal bisogno, la mia timidezza mi ricac- 
ciava tutta dentro di me. Amavo molto mio pa- 
dre, ma era serio anche lui come tutta la nostra 
famiglia e di pochissime parole. Il gran lutto, che 
gravava sul suo cuore, lo ravvolgeva in una specie 
di nube attraverso la quale mi appariva come un 
essere superiore, tanto lontano da me, dai miei 
piccoli affanni. Una ritenutezza, una specie di 
pudore, quasi uno scrupolo di coscienza mi impe- 
divano di aprirmi con lui. Mai avrei avuto il co- 
raggio di confessargli il mio disagio in quel passaggio 
dall'una all'altra età, essendo cambiata ogni cosa 
intorno a me, colla sensazione oscura e profonda 
di trovarmi sperduta in una landa deserta, sola. 
La zia Nina non sapeva ne leggere ne scri- 
vere. Feci questa straordinaria scoperta osservan- 
dola quando sua sorella la pettinava. Anche lei 
stava seduta colla misteriosa cassetlina davanti e 
il suo libro di preghiere sui ginocchi, ma le pa- 
gine non le voltava mai. Seria, dura, immobile 
come una statua, un lieve battito delle palpebre 
di minuto in minuto la diceva viva. Minore 
qualche anno della zia Margherita , conservava 



76 Una giovinezza éel secolo XlX 

con lei un aria di famiglia, più che una vera 
somiglianza. Anche moralmente partecipavano en- 
trambe delle mancanze, che un secolo fa distin- 
guevano le zitellone di provincia vissute lontane 
dal mondo ; ma tanto la maggiore sorella era 
schietta, aggressiva, impetuosa, di questa non si 
udiva mai la voce. Parlava poco e piano, cam- 
minava con passo vellutato. Non era nemica dello 
specchio e quando si coricava alla sera, aveva un 
modo tutto suo di accomodare i capelli sotto la 
cuffia che, senza nessun altro artifìcio, le rimane- 
vano ondulati sulle tempie. La zia Margherita era 
intelligente e tanto appassionata per la lettura da 
leggere persino i foglietti dispersi che ravvolgevano 
le droghe o i bottoni. A' suoi tempi Casalmag- 
giore non aveva scuole. Un maestro, dal nome 
melodrammatico di Zefirino, aveva insegnato in 
casa a leggere, scrivere e far dei conti. La zia 
Nina pur partecipando a questi studi limitati non 
aveva imparato nulla. Come però conosceva l'arte 
di aggiustarsi i capelli, era sua anche quella di 
saper tacere quando l'argomento si mostrava al 
di sopra della sua intelligenza. Prendeva allora 
quell'attitudine di statua che la faceva sembrare 
così attenta alla lettura del suo libro di preghiere, 
anche se talora fosse per avventura capovolto. 



Una giovinezza del secolo XIX 77 

Le due sorelle andavano di perfetto accordo. 
Vissute sempre insieme avevano, se non proprio 
gli stessi gusti, le stesse abitudini ; le relazioni di 
una erano le relazioni dell'altra. Le accomunava 
una vita intera di affetti, di impressioni, di ricordi, 
di gioie, di dolori ai quali io ero perfettamente 
estranea ; allusioni a fatti che non conoscevo, ironie 
di cui mi sfuggiva il significato. Quest'arma ter- 
ribile dell' ironia usata contro l'adolescenza esse la 
adoperavano nella loro ignoranza di principii edu- 
cativi; ma è crudele e di una grande ingiustizia, 
presupponendo nella costruzione del fa.iciullo una 
mentalità rotta alle rudi prove dell'esperienza. 
L' ironia è l' albero amaro del bene e del 
male che dà frutti di cenere; scuoterlo sul capo 
innocente di chi muove i primi passi nella vita, 
intorbidare la fonte sacra, quella bella confidenza, 
quell'abbandono cieco del fanciullo alla parola 
dei genitori o di chi ne fa le veci, è quasi un 
delitto. A certe frasi pungenti scambiate fra le 
mie zie con sorrisi di scherno l'anima mia si rag- 
grinziva tutta. Non reagivo, ma cresceva sempre 
più in me l'impressione di vuoto, di freddo, di 
straniero: e come il mio temperamento non mi 
portava alla ribellione, invece di uno sfogo esterno, 
scendevo dentro di me. Quante volte dinanzi alla 



78 Una giovinezza del secolo XIX 

forza collegata delle mie due zie desiderai una 
sorella ! 

Anche i miei fratelli erano in due. Due vi- 
cini di età, uniti dai medesimi studii, distratti nei 
medesimi giuochi, liberi per il loro sesso più di 
quello che io fossi e indipendenti dalle zie. La 
scuola d'altronde ci divideva. Nelle poche ore 
che stavano in casa si ritiravano a studiare nella 
loro camera. Io facevo intanto di malavoglia gli 
ultimi corsi, fisso lo sguardo in quello che sarebbe 
stato l'ultimo giorno di scuola. I miei fratelli erano 
molto più diligenti e riportavano trionfi che io 
ero ben lontana dall'ottenere ; ma avevo la for- 
tuna di scrivere con facilità e a poco a poco mi 
accorsi che da questa facilità me ne derivava an- 
che un piacere, per cui presi l'abitudine di scri- 
vere indipendentemente dai compiti, con meravi- 
glia delle mie compagne, le quali tutte dal più 
al meno abborrivano dal comporre. Pare invece 
che alla mia scuola questo ramo dell'insegnamento 
fosse tenuto in gran conto, perchè si era rinun- 
ciato a farmi imparare l'aritmetica (vista la mia 
incapacità di giungere in fine ad una somma) e 
la calligrafia (verificato che i miei saggi non erano 
ne inglesi, né corsivi, ne rotondi, né gotici) per 



Una giovinezza del secolo XIX 79 

conseguenza esonerata da questi due esami e ad 
onta di ciò non mi venne meno la benevolenza 
dei professori, compreso quello d'aritmetica. Le 
maestre mi continuavano la loro antipatia, ma io 
contavo oramai i giorni che mi avrebbero portata 
alla liberazione. 

C'era l'abitudine nella mia scuola per le al- 
lieve più zelanti che terminavano gli studi, di pre- 
parare in segreto un patetico componimento che 
veniva poi declamato il giorno degli esami con 
accompagnamento di lagrime e di singhiozzi a edi- 
ficazione delle maestre e dei genitori presenti. Lo 
si chiamava \ Jlddio e incominciava generalmente 
così : " Addio, scuola tanto amata dove ebbi i 
" migliori esempi, ecc. Addio maestre che ci foste 
" nel medesimo tempo educatrici e madri, addio 
" compagne, ecc., ecc. ". Per nulla al mondo io 
mi sarei sobbarcata a recitare una simile com- 
media; essa era tanto lontana da me, che nell'ora 
della ricreazione mentre le altre ragazze riunite 
in crocchi discutevano sugli esami del domani e 
qualcuna ripassava febbrilmente le lezioni, io senza 
abbandonare il mio posto, totalmente lontana dalle 
preoccupazioni generali, trassi dalla cartella i miei 
scartafacci privati e mi posi a continuare un rac- 
contino, che avevo dovuto lasciar sospeso nel punto 



80 Una giovinezza del secolo XIX 

culminante di dimostrare il vizio punito e la virtù 
ricompensata. Navigavo in quell'oceano beato della 
concezione spiritual, dando ascolto al canto che 
mi inviavano le sirene dell'immaginazione, quando 
udii pronunciare il mio nome dalla voce ben nota 
della direttrice e questa domanda attraversarmi le 
orecchie come un dardo, che entrando dall'una 
fosse uscito dall'altra sibilando.* Che cosa scrivi? 
La mia timidezza non seppe suggerirmi altro che 
un silenzio assoluto e non so in qual modo la 
faccenda sarebbe andata a finire se, pari ad un 
fluido elettrico, improvvisamente dischiuso un sor- 
risetto di intesa non fosse passato tra le mie com- 
pagne e qualcuna mormorò: E Y Addio, è Y Addio. 
La direttrice comprese e si degnò di sorridere 
anch'essa con sussiego e approvazione, ma la ri- 
sata più schietta fu la mia, quantunque interna e 
mascherata dalla fronte china sulla penna a ter- 
minare le avventure di Osvaldo e Berenice. " Do- 
mani a quest'ora, pensavo, non ci sono più e al- 
lora addio scuola per davvero ". 

Fra le mie condiscepole c'era una trentina, 
emula mia nei successi letterari e questo fatto, 
lungi dal creare fra noi una incresciosa rivalità a 
base di invidia, ci unì in una buona e sincera 
amicizia, continuata anche dopo scuola per molti 



Una giovinezza del secolo XIX 81 



anni in regolare corrispondenza. Poi senza alcun 
motivo, come accade spesso, la corrispondenza 
cessò. Io pensavo molte volte a lei, certo anche 
ella mi avrà pensata ; ma travolte entrambe nel- 
l'onda della vita che ci sospingeva a opposte rive, 
complice un po' di pigrizia, il silenzio si stese fra 
noi come un velo d'ombra. Non })ensavo nean- 
che più alla possibilità di rivederci. Nella mia 
singolare ignoranza il Trentino mi appariva fan- 
tasticamente lontano. La Val di Sole, la Valle 
di Non erano a' miei occhi terre favolose, irra- 
giungibili e, per dire tutta intera la verità, non mi 
avvenne mai di udir pronunciarcela parola Tren- 
tino fino al giorno che mandata a Roncegno per 
salute non scopersi a me stessa la bellezza e le 
sventure di quella terra disgraziata. Ma questo è 
un salto avanti nella mia vita. Lo accenno ora 
perchè completa colle parole di chi fu testimonio 
quel che io ero al tempo della scuola. Ripiglierò in 
seguito le mie memorie al punto dove le ho lasciate. 
Non sono molti anni, dunque, che dovendo re- 
carmi nel Trentino pensai subito alla mia antica 
amica e le scrissi a caso per sapere se vi fosse 
modo di poterci incontrare. Mi rispose subito che 
sarebbe venuta lei stessa a Roncegno. Venne in- 
fatti con una sua leggiadra figliuola e appena ella 





82 Una giovinezza del secolo XIX 



discese dalla vettura dell'albergo ci gettammo nelle 
braccia l'una dell'altra prima ancora di guardarci 
in viso... Il piacere di tale visita si duplicò quando 
poche settimane dopo andai a renderle la visita; 
un viaggio di sei ore durante il quale ebbi campo 
di ammirare la ridente bellezza delle valli tren- 
tine, la severa maestà delle sue montagne. Due 
giorni passai in quel piccolo paese sperduto in 
fondo a una valle, per sei mesi dell'anno sepolto 
sotto le nevi; ma allora era di primavera, la casa 
graziosa e confortevole, l'ospitalità perfetta, il giar- 
dino pieno di fiori con un salice piangente che 
si chinava sovr'essi, forse per consolarli di cre- 
scere in un suolo calpestato dallo straniero. Po- 
che sere prima a Trento, in una famiglia di fer- 
vidi patrioti, circondata dai cuori più ardenti, men- 
tre nel silenzio della via un soldato austriaco pas- 
sava sotto le finestre, avevo letto il capitolo VI 
del Rogo d'amore (ancora inedito) dove Ariele 
esala il suo spasimo e i suoi sogni di irredento ; 
alla mensa dei miei amici, recitai i versi della 
canzone di d'Annunzio sequestrati dalla censura 
e i volti erano pallidi e mute le labbra. Si, io 
ebbi questa gioia di far ascoltare la voce della 
Patria sulla terra ancora schiava, alle anime che 
non speravano più. Prima di partire la mia ^micéi 



Una giovinezza del secolo XIX 83 

mi disse : Sai ? Io scrissi una volta un articolo 
per te. — Davvero ? — esclamai — Quanto mi 
piacerebbe conoscerlo! Gentilissima, l'amica cercò 
fra le sue vecchie carte e mi diede un numero 
del giornale L'Alto Adige, 29-30 marzo 1900 
(dodici anni prima di quel nostro incontro vale 
a dire nel tempo che la nostra relazione era stata 
interrotta). L'articolo intitolato Neera portava un 
lusinghiero giudizio sull'opera mia che non è il 
caso di riferire, ma credo interessante far cono- 
scere un lungo brano, dove sono descritta io stessa 
fanciulla nell'obbiettivo di una spettatrice, la quale 
non poteva supporre allora che io avrei letto un 
giorno l'articolo. 

" ... Nata a Milano, ed ivi sempre domici- 
liata, sentì fino da fanciulla potente l'attrattiva dello 
scrivere, e la foga dell'immaginazione attirarla nelle 
regioni gloriose del campo letterario. Adolescente, 
scriveva raccontini, che nelle ore della ricreazione 
scolastica leggeva alle compagne, in crocchio in- 
torno a lei radunate e pendenti dalle sue labbra. 
Inutile dire quanto fosse benevisa dal professore 
d'italiano, il quale compiacevasi alla lettura dei 
suoi componimenti, che palesavano il non comune 
ingegno e la rara facilità del concetto. Ricordo 
pure come una volta U di lui severità nel frenarla 



84 Una giovinezza del secolo XIX 

gli ardimentosi voli della fantasia, i quali rivelavano 
nella inesperta scolara la nascente scrittrice ardita 
e spigliata, attirasse un velo di lagrime sulle sue pu- 
pille di fuoco ; ma fu una volta sola : il buon profes- 
sore l'amava e si rallegrava al fiorire del bell'inge- 
gno con un represso sorriso di compiacenza ammor- 
zato fra i baffi e barba allorché stava intento alla 
lettura dei di lei componimenti. E tutte allora, 
ella per la prima, comprendevamo la tacita ap- 
provazione del professore, tradita dall'atteggiamento 
del volto, quand'anche la parola suonasse contraria. 
" Verso i tredici anni perdette la madre, non 
aveva sorelle e suo padre la collocò per qualche 
tempo interna nel collegio, del quale come alunna 
esterna frequentava la scuola. Vi fece la sua en- 
trata una sera ad ora tarda; eravamo tutte co- 
ricate quando ella in punta di piedi, titubante 
nelle mosse, seguendo la vecchia governante, pe- 
netrò nei dormitori; al passaggio della bruna fi- 
gura, fatta più oscura dalle nere gramaglie, più 
d'un saluto le pervenne sottovoce all'orecchio a 
sussurarle un'espressione di amicizia affettuosa in 
quella prima ora di separazione dal tetto paterno 

L'avvenimento che scosse maggiormente le sue 
fìbr^ e schiantò il suo cuore portato ad ^mar? 



Una giovinezza del secolo XIX 65 



con tutta la forza degli affetti, fu la morte del- 
l'ottimo suo genitore, che le spirò quasi improv- 
visamente nelle braccia, quando a lei, giovane, 
avvenente, ammirata arrideva in tutto lo splendore 
la primavera della vita. Fu così intenso il dolo- 
roso sentimento della perdita fatta, che promise 
a se stessa di perpetuargli un culto di venerazione 
e d'amore, di trovare nella memoria dell'uomo in- 
tegerrimo esempio, sprone e conforto all'aspra via 
del dolore.... Giurai a me stessa, cosi ella scri- 
veva nell'intimità epistolare, di onorare la sua me- 
moria, di amarlo morto, come non mostrai mai di 
amarlo in vita, di perpetuare riproducendole le 
sue virtù, di farlo rivivere nell' intatta fama, nella 
coscienza pura e intemerata ch'egli mi lasciò, e 
che io voglio trasmettere ai miei figli ". 

Dall'apprezzamento della mia amica, pur vo- 
lendolo accettare intero nel suo ottimismo, mi è 
duopo cancellare almeno la parola — ammirata — . 
Che lei, vivendo così lontana, potesse supporrai 
degli ammiratori e credere, lei esiliata fra i monti, 
che basta essere giovani e un po' intelligenti per- 
chè vivendo in una grande città come Milano 
arrida in tutto il suo splendore la primavera della 
vita, si può anche comprendere. Quando andai a 
trovarla nell'alpestre romitaggio, non mi nascose la 



83 Una guóintzza del xaìo XJX 

tnstezza 6A tao àetbao ia oppoónaoe ai sogni 
S os'esistenza pii ampia, pw licca ài bellezza, 
(orse di ^Jona, Eappreseatata a* suoi occhi dal con- 
tatto di osa grande ctftà. La Toità è che io yi- 
▼ero a Mikuio Bello stesso modo ài tanti canarini 
in gidibia e di tanti cani coDa muserooia. 

Le mie zie «ano eoo noi da podii mesi e 
gravava ancora snOa casa il lotto ài colei cbe ne 
era partita per seaipie, qoaodo od avveoioieoto 
che nrwwio arerà previsto veone a peggÌOTaie la 
nostra coodizioDe m un modo che io alleva ooo 
potevo vaiolare ma le di cui coos^jaenze provai 
ddorosamente in sc^pto« A me direttamente non 
fa conwmirafo odia, ma ndle poche ore che la 
§cacià mi lasciava pastaie in (amig^ notavo un 
silenzio pio profondo, ona preocctqiaziooe generale, 
rotta dag^ scatti della zia Marg|ierita piti vibranti 
dd soGto e qoella soa torribile iroma rivolta am 
aDoflom, che mi trapassavano il cuore, sulle per- 
sone, che dopo mio padre, amavo più di tutte al 
mondo, i nóà casi parenti di Caravaggio. Un 
giorno, per un nonnulla, cofla solita sproporzione 
fra la sua collera e la causa che Taveva prodotta, 
volle umiliarmi prooonciando contro mìo nonno 
una parola ingiuriosa, che nella sua intenzione do- 



Una giovinezza del secolo XtX 87 

veva coinvolgere anche me in un medesimo di- 
sprezzo. Una cosa sola capivo ed era l' ingiustizia 
di un colpo, che feriva nella mia anima vergine 
una ancora confusa, ma già potente aspirazione 
alla rettitudine, alla verità come un'impronta di 
sanità morale trasmessami nel sangue e che era 
tutta la mia forza in quelle dolorose occasioni. 
Forza di resistenza, ma forza passiva, perchè la 
mia invincibile timidezza mi impediva di reagire e 
lo slesso mio carattere meditativo e concentrato, 
che tendeva alle solitarie speculazioni del pensiero 
piuttosto che ai movimenti disordinati della volontà, 
mi allontanava con un vero istinto di antipatia 
da tutto ciò che fosse rivolta. Offesa, tacevo. Il 
dolore della ferita attingeva immediato accheta- 
mento dal sentirmi ingiuriata a torto. Aver ra- 
gione, equivalente a trovarmi nel vero, bastava alla 
mia intima fierezza. Quando le mie zie, che non 
mi hanno mai conosciuta, per ignoranza educativa, 
per ristrettezza provinciale, per abitudine del so- 
spetto, per altre recondite cause, infierivano contro 
di me, io più che ogni aJtra sensazione avevo 
quella della sorpresa e invece di difendermi chie- 
devo mortificata a me stessa : Perchè ? 

La disgrazia della mia fsmiiglia era stata que- 
sta. Mio nonno aveva in affitto un lotto conside- 



Una giovinezza del secolo XìX 



revole di terreni, che nei tempi buoni gli conce- 
devano una larga agiatezza ; ma un seguito di an- 
nate disastrose per i raccolti avendo provocata la 
crisi agraria, mio nonno non seppe provvedervi al- 
meno con accorte diminuzioni alle spese, così che, 
da un giorno all'altro, si trovò a non possedere più 
nulla di fronte a un cumulo di debiti e in questo 
disastro naufragò la dote di mia madre, che era 
stata assegnata in quarantamila lire. Ciò è quanto 
la zia Margherita non poteva perdonare a mio 
nonno e nella sua logica particolare se la pren- 
deva con me, con una fanciulla di tredici anni ! 
Dico la zia Margherita perchè era lei che par- 
lava ; quanto alla zia Nina non usciva dalla sua 
immobilità e dal suo mutismo, tanto che per molto 
tempo non mi riuscì di comprendere che cosa si 
nascondesse dietro quel contegno impassibile di 
bonzo indiano. E certo che entrambe nella ca- 
duta di mio nonno dovettero rintuzzare le antiche 
rivalità e i sarcasmi della zia Margherita trovare 
buon gioco contro le abitudini signorili, che forse 
qualche volta l'avevano involontariamente umiliata 
nella famiglia di mia madre. 

Dai miei ricordi della casa del nonno risulta 
infatti l'impressione di una comoda agiatezza. 
L'avere provvisto ai sei figliuoli, tutti in primarie 



Una giovinezza del secolo XIX 89 

case di educazione, avviati i maschi alla carriera 
giudiziaria e dotate le femmine coll'assegnazione 
di una somma che per i tempi era abbastanza 
vistosa, faceva credere ad una ricchezza molto 
maggiore di quello che realmente fosse e certo 
non fu causa ultima della disgrazia. Nella rimessa 
del nonno c'erano tre carrozze, una delle quali, 
un vero carrozzone da parata, serviva per andare 
a prendere il vescovo di Cremona, quando veniva 
a Caravaggio per la Cresima, nella quale occa- 
sione l'alto ecclesiastico pranzava e dormiva anche 
in casa del nonno. Di altre abitudini ospitali trovo 
cenno in una lettera che la mia mamma ancora 
fanciulla scriveva, non senza una punta di malizia, 
alle sue sorelle in collegio. Scusandosi di un ri- 
tardo nella corrispondenza soggiunge: " Ora che 
" grazie al cielo la filanda è terminata incomincia 
" il passaggio dei militari e voi sapete che la no- 
" stra casa è sempre distinta con un bel numero; 
" di più, avvicinandosi la nostra festa della Ma- 
" donna di settembre il signor Canonico ci favo- 
" risce annualmente avendo anche l'avvertenza di 
" condurre con sé parenti e conoscenti ". 

Mi trovo ora al punto più difficile di queste 
confessioni. Avrei voluto non uscire mai dai dolci 



90 Una giovinezza del secolo XIX 

ricordi della mia infanzia di Caravaggio. Tutto 
era così semplice! Mi parevano tutti così buoni! 
Ma i ricordi stessi si allontanavano da me ed io, 
che ero pure semplice e buona, fui gettata improv- 
visamente dal destino a combattere senz armi e 
senza corazza contro la diffidenza ed il sospetto. 
Per comprendere bene ciò che ho detto, ciò che 
dovrò dire ancora sul cambiamento della mia vita, 
è necessario separare le impressioni della fanciulla 
ignara dagli apprezzamenti che sola l'esperienza 
può dettare con serietà di giudizio. Se dunque 
qualcuno dei mie lettori crede di poter già for- 
marsi una sua opinione sulle persone che gli vo' 
presentando lo prego di sospenderlo, accontentan- 
dosi di seguire le fasi della mia vita nello stesso 
ordine cronologico che si presentarono a me. 

A quattordici anni avendo terminati i corsi 
lasciai la scuola con quella specie di freccia del 
Parto burlesca che fu X Addio non dato. Inco- 
minciò allora la mia esistenza casalinga, metodica 
come una regola di convento ; alzata alle otto, 
rifatta la camera e la sala di ricevimento (dove 
non entrava mai nessuno) preso posto verso le 
dieci al tavolino da lavoro, dal quale non mi mo- 
vevo più sino alle quattro, con una zia da una 
parte e una zia dall'altra; alle quattro preparavo 



Una giovinezza del secolo XIX 9\ 

la tavola, alle quattro e mezzo si pranzava; alla 
sera lavoro di nuovo, generalmente calze, una zia 
da una parte una zia dall'altra, sino all'ora di an- 
dare a letto. Alla domenica c'era la messa e la 
passeggiata: quasi mai uscivo nel corso della set- 
timana e solamente per uno scopo ben determi- 
nato, una compera o una visita a qualche cono- 
scente : ma questo accadeva di rado. Con tale 
nuova sistemazione delle mie giornate me ne venni 
a passare tutto il tempo in compagnia delle zie. 
Neppure la notte ero libera, perchè dal loro ar- 
rivo avevo dovuto abbandonare la mia cameretta 
che mi piaceva tanto, per dormire insieme a loro 
in un vasto stanzone occupato prima dallo studio 
di mio padre. 

La zia Margherita era una grande lavoratrice. 
la zia Nina no. Al lavoro d'ago attendevo an- 
ch' io volontieri; cuciture, rappezzature, ricamo, 
calze; ero attivissima e la zia Margherita non 
mancava di riconoscerlo. Le preparavo qualche 
volta la sorpresa di terminarle un lavoro che le 
dava noia e allora ne* suoi occhi neri e vivaci la 
pupilla si ammorbiva come per improvvisa tene- 
rezza ; nulla mi era più gradito di quel raggio, 
dolce come una luccioletta che trema nella sera 
sulla cima di un ramo. Gli occhi della zia Nina 



92 Una giovinezza del secolo XIX 

erano neri anch'essi, ma opachi e immobili sotto 
il battito regolare delle palpebre, quel battito che 
era tutto suo. Lavorava a cose leggere e brevi, 
attendendo piuttosto a sorvegliare la domestica in 
cucina e trovava modo di uscire tutti i giorni per 
incombenze o spese inerenti alla famiglia. Quando 
non c'era lei intorno al tavolino io mi sentivo sol- 
levata da un gran peso; anche la zia Marghe- 
rita doveva provare qualche cosa di simile, perchè 
la conversazione da languida che era in presenza 
della zia Nina si animava con un sembiante di 
intimità. Tendevo allora avidamente l'orecchio a 
ciò che ella mi andava narrando di storie vecchie, 
di aneddoti famigliari. Ella era una specie di ar- 
chivio conservatore di memorie e di tradizioni ; 
tutto ciò che ebbi a conoscere sulla nostra fa- 
miglia mi venne da lei. Dotata di parola facile, 
colorita, franca, intercalava al suo dire motti e 
citazioni di una origine così oscura, che non sa- 
peva lei stessa d'onde le fossero venuti. Quando, 
per esempio, volendo avvalorare una dimostrazione 
qualunque, noi avremmo detto : " in nome di 
Dio! " lei esclamava: " dalla parte di quel buon 
Giocondo! " e sfido a indovinare a che alludesse. 
Se avessi potuto presentire in quei giorni le pa- 
gine che scrivo oggi, di quante note potrebbero 
arricchirsi i miei ricordi! 



Una giovinezza del secolo XIX 93 



Con l'altra zia l'approccio era impossibile. Non 
mi guardava, non mi parlava; sembrava ignorare 
persino la mia esistenza. In qual modo avrei po- 
tuto affrontarla, con quella mia ingenita timidezza, 
che avrebbe avuto bisogno di un gran fuoco, di 
un gran fuoco d'amore per fondersi e che si tro- 
vava innanzi a una sfìnge di granito? Mi facevo 
piccina piccina, per non urtarla, per diminuirle la 
noia della mia presenza, ma a nulla serviva. Nella 
distribuzione delle domestiche faccende, che nei 
primi giorni si erano assegnate tra loro, era rimasto 
alla zia Nina come la più esperta del genere l'in- 
carico di pettinarmi ; improvvisamente, senza alcuna 
spiegazione, dichiarò di non volerlo più fare e 
passai dal tocco morbido delle sue mani alle ener- 
giche strigliature della zia Margherita finche im- 
parai a pettinarmi da me. Poco tempo dopo, altra 
esclusione. Era lei che, più giovane della sorella, 
più amante del vestirsi e dell'uscire di casa e del 
veder gente, mi accompagnava tutte le domeniche 
alla messa ultima nella chiesa di S. Carlo e con- 
secutiva passeggiata; e anche questo da un giorno 
all'altro cessò, senza ragione, senza spiegazione, 
come la prima volta. Sotto l'apparenza di non 
occuparsi di me, spiava ogni mio gesto, atto o 
parola per trovare pretesto di un rimproverp. Mj 



94 Una giovinezza del secolo XIX 

accusava di colpe assurde, per esempio di averle 
servito il caffè in una tazza sbrecciata, non per 
distrazione come sarà stato benissimo, ma di pro- 
posito per farle dispetto. In tali circostanze io ne- 
gavo appena, perchè sentivo vivamente la dignità 
di me stessa e quanto sarebbe stato inutile com- 
battere contro un nemico ignoto, che aveva per 
se il vantaggio di essere mio superiore, che po- 
teva sgridarmi e castigarmi, che io dovevo rispet- 
tare e ubbidire. 

Ho detto nemico ignoto, perchè in realtà non 
conoscevo la causa che mi rendeva così ostile una 
persona verso la quale sentivo di non avere alcuna 
colpa e strano, ma vero, neppure risentimento. Le 
sue accuse, le sue ingiustizie erano come frecce 
che mi fischiavano intorno senza portare il colpo 
mortale al cuore. Io compresi fin da allora che 
nessuno al mondo ha il potere di offenderci se la 
nostra coscienza non ha nulla da rimproverarci e 
mi sono sempre stupita che vi sia tanta suscetti- 
bilità di vanità offesa, mentre è così valido schermo 
alle piccole ferite dell'amor proprio un alto sen- 
timento di ciò che noi siamo, non di ciò che 
vuol farci parere l' invidia e la malignità altrui. 
Allora a quattordici anni non facevo questi bei 
jféi^ionainenti, perchè il ragionamento nasce dall§ 



Una giovinezza del secolo XIX 95 

riflessione e prima ancora abbiamo la sensazione 
che ci avverte; ma appunto in quei primi tasteg- 
giamenti della coscienza, che cerca la sua strada, 
io mi sentivo sicura, come in una proprietà tutta 
mia, una specie di torre inaccessibile. Tale resi- 
stenza passiva inaspriva forse l'avversione di quella 
donna, ma non potevo far altro. Ho già esternato 
la mia ripugnanza per le attitudini ribelli ; le mor- 
tificazioni, colle quali sperava di umiliarmi, si spun- 
tavano contro la muta remissione, che ella chia- 
mava indifferenza. Oh ! come avrei potuto rima- 
nere indifferente? Io soffrivo sin nel profondo del- 
l'essere di una sofferenza sottile senza lagrime, una 
sofferenza che era piuttosto una mite tristezza e 
questa tristezza si appendeva da se a guisa di 
un velo fra me e il mondo. Suonava la diana 
della vita sulla mia primavera al sole, ma gli stessi 
raggi del sole si impigliavano nelle maglie di quel 
velo. Dicono tutti che la gioventù è un tesoro; 
la mia, quando mai, fu tesoro sepolto. 

Quella cara anima onesta, che fu Edoardo 
Rod a proposito delle tristezze della sua infanzia, 
diceva : " Oh ! ces premières impressìons nous fa- 
fonnent à jamais! Ce soni elles qui donnent le 
ton à touie nctre existence, elles peuvent nous 
renare à jamais incapables de bonheuTf elles cre^i 



96 Una giovinezza del secolo XIX 

seni en nous des vides qui ne se comblent pas ". 
Sopratutto questo: vuoti che non si colmano più. 
Come potremo noi ridere in seguito, se non ab- 
biamo riso nsll'età dell'espansione e della gioia ? 
Se la risata larga, spensierata, trillante e leggera 
qual volo d'allodola, la volubile risata che si ac- 
cende e si spegne senza causa sulle labbra del- 
l' infanzia felice, fu isterilita dal sospetto, contami- 
nata dall'ingiustizia? Se nell'età della fiducia com- 
pleta e del completo abbandono abbiamo dovuto 
dubitare? Se quando i nostri cuori si aprivano 
all'amore con tutte le boccucce , del desiderio, 
come fanno nel nido i piccoli nati, un soffio di 
scetticismo ci raggrinzi nella nostra nudità, nella 
nostra povertà, si che un po' di freddo rimase 
nelle intime bieghe dell'anima nostra? Il fanciullo, 
che non si sente padrone del mondo, non è un 
fanciullo felice e quando pure la vita gli prepari 
altre gioie ed altri sorrisi sempre gli resterà quella 
piega dolorosa dei primi anni mancati, cicatrice 
indelebile di un'anima ferita. 

Tutte le simpatie della zia Nina erano riser- 
bate a mio fratello Stefano. Egli godeva di un'as- 
soluta impunità. Un giorno a proposito di un bic- 
pbiere rotto 9 altro consimile misfatto mi disse : 



Una giovinezza del secolo XIX 97 



" Sai? Ho pensato di confessare alla zia che sono 
stato io, tanto non mi sgrida certo ". Ma nem- 
meno la bontà del mio caro fratellino riusciva a 
difendermi dalle insinuazioni malevoli. Per avere 
smarrito un fazzoletto, che mi era stato regalato 
dalla zia Margherita, non dovetti subire l'accusa 
di averlo distrutto io, di mia mano, per dispregio 
del dono e della donatrice ? Nulla mi faceva 
tanto male quanto la supposizione di simili bas- 
sezze, che non riuscivo nemmeno a comprendere. 
In quali mondi, in quali cuori potevano nascere? 
E perchè supporle in me, nella mia anima così 
sincera, così innamorata dell'alto? Mi pareva che 
tutti dovessero leggermi dentro come attraverso un 
cristallo e perchè queste due zie mi leggevano 
così diversa da ciò che ero? Perchè ? Sempre 
l'assillante perchè! 

Venne finalmente l'ora di una grande rivela- 
zione. Entravo nella mia camera, che era pure la 
camera delle zie, quando un alterno e concitato 
parlare, in cui era mischiato il mio nome, mi ar- 
restò di botto sulla soglia. La voce della zia 
Nina per solito bassa e velata tradiva una grande 
irritazione e quella della zia Margherita si pie- 
gava a straordinari sforzi di dolcezza per calmarla, 
per persuaderla " È inutile, io non la posso sof- 

7 



98 Una giovinezza del secolo XIX 



frire, mi è antipatica, la odio ". Queste parole 
mi fischiarono nell'orecchio come una scudisciata, 
poi non udii altro. Ovvero, si, ella ne pronunciò 
ancora una così orribile che non ressi più e mi 
allontanai soffocando in un lungo singhiozzo un 
gruppo di lagrime troppo amare per sciogliersi in 
pianto. Ecco dunque la risposta ai miei angosciosi 
perchè, alle accuse, ai sospetti, alle ripulse : per- 
che mi odiava. Lo aveva detto lei stessa uscendo 
dal suo mutismo: non era possibile dubitarne. Ora, 
qualunque cosa facessi o dicessi, sapevo che mi 
odiava. Questa persona, che viveva presso a me, 
sangue del sangue di mio padre, chiamata a pro- 
teggermi, a guidarmi, a volermi bene, questa per- 
sona mi odiava. 

Venuta in possesso di sì crudele verità sen- 
tivo però che non era tutto il vero. Un'altra do- 
manda urgeva alle porte oramai violate della mia 
ingenua fede : " Perche mi odiava ? ". Ma l' in- 
genuità mia era ancora troppo salda, troppo re- 
sistente, per potermi dare una risposta chiara e 
decisiva. Dovevo vivere tutta la mia vita, la vita 
di osservazione e di esperienza, di teneri sogni e 
di brutali risvegli, che ognuno di noi vive, prima 
di afferrare la verità tutta intera. Comprendere è 
perdonare, si dice, e quante cose, che ci fanno 



Una giovinezza del secolo XIX 99 



soffrire, ci lascerebbero indifferenti a poterle com- 
prendere in tempo. Intanto, quasi a conforto della 
dolorosa scoperta fatta, mi riusciva a poco a poco 
di valutare meglio le intenzioni della zia Marghe- 
rita, la quale mi voleva bene alla sua maniera e 
più me ne avrebbe voluto senza le continue isti- 
gazioni della sorella e i foschi colori sotto cui 
ella mi dipingeva, falsando ogni mia azione, fa- 
cendomi segno alle calunnie le più assurde, le più 
lontane dal mio modo di pensare e di sentire. 
Il sistema adottato dalla zia Nina nella sua cam- 
pagna contro di me era questo : in mia presenza 
musoneria e mutismo agghiacciante; dietro le spalle 
lagnanze, accuse, sfoghi di insopportabilità come 
di un gran peso che la opprimesse. Né deve sem- 
brare troppo singolare la fede prestata da una 
sorella alle parole dell'altra; trovo anzi naturalis- 
simo che quella vivace e impetuosa donna che 
era la zia Margherita, usa da più di mezzo se- 
colo a vivere lo stesso pensiero della zia Nina, 
ad amare e a disprezzare insieme, sempre unite, 
sempre concordi, dovesse scattare sotto il racconto 
delle pretese sofferenze da me inflitte alla sua 
anima gemella e torna a lode di una innata ret- 
titudine il contrasto, che ella doveva provare, posta 
così ad arbitra di un conflitto del quale le 



100 Una giovinezza del secolo XIX 

mancavano da una parte i dati di fatto e sul- 
l'altra pesava una giustificata ripugnanza a dubi- 
tare. Di tale esitazione io coglievo a volo diverse 
prove, prima fra tutte la sua diversità di conte- 
gno ; una specie di inquietudine e di malessere 
in presenza della zia Nina e quando eravamo sole, 
una subita espansività, un largo respiro di catena 
ritolta, specie di oasi nella quale fiorivano i bei 
racconti, le memorie antiche. Anche in queste ore 
buone non mi permetteva, è vero, di farle un bacio, 
ma essendomi sfuggita una volta la storpiatura del 
suo nome ('vezzo mio per tutte le persone che 
amo) sopportò sorridendo che la chiamassi Màr- 
gula e sempre poi nei rari momenti, che dalla 
mia gioventù compressa balzava irresistibile un 
impeto d'affetto e: Màrgula, Margulina! gridavo, 
tentando di abbracciarla, ella, pur respingendomi, 
aveva negli occhi quella luccioletta luminosa che 
era il solo indice della sua commozione. Poco 
mi importava allora se, quasi parlando se stessa, 
tentasse di mitigarne l'effetto con una delle sue 
bizzarre frasi dialettali : " La vola, la vola!... ". 

Arduo mi sarebbe dire se nel lungo corso 
degli anni e precisamente quando, erba novella 
che preme di sotto la terra per venire incontro 



Urta giovinezza éeì secolo XIX 101 

al sole, le quindici primavere pulsano tumultuosa- 
mente nelle vene, la zia Margherita abbia volato 
o no. Certo non le mancavano le ali. Amò una 
volta sola un piccolo possidente dei dintorni di 
Brescia, un uomo di salda tempra antica, onesto 
e leale, che avrebbe fatto con lei un bellissimo 
paio; ma viveva in famiglia con genitori, sorelle, 
fratelli, nuore, nipoti e la prospettiva di dovere 
andare d'accordo con tanta gente le parve cosi 
oscura, che temporeggiando e rimandando, dal mese 
della semina a quello dei raccolti, da Natale a 
Pasqua, trovaronsi entrambi coi capelli grigi e si 
accontentarono di restare buoni amici. Vi fu an- 
che un tempo in cui ebbe la velleità di farsi mo- 
naca; effìmera vocazione che scomparve pur essa 
riflettendo come, dato il suo temperamento vulca- 
nico, non potesse prendere su di se garanzia che 
un bel giorno non le venisse in mente di dar fuoco 
al monastero. 

Per conoscere bene le due zie, che tanta in- 
fluenza ebbero sulla mia vita, è utile sapere in 
qual modo si svolse la loro stessa vita, non es- 
sendo l'esistenza umana il fungo che spunta soli- 
tario e nel posto in cui nasce sta, ma piuttosto 
una densa ramificazione di foresta dove una fronda 
abbraccia l'altra, dove nel mistero della terra le 



102 Una giovinezza del secolo XIX 

radici si incontrano attraverso spazi infiniti e la 
furia del vento trasporta i pollini che vanno a fe- 
condare altre zolle, a far sorgere nuove foreste. 
Sui dubbi che trattennero la zia Margherita dal- 
l'andar sposa in una troppo numerosa famiglia in- 
fluì probabilmente il ricordo della sua. Mio nonno 
viveva con un fratello ; avevano case e fondi pro- 
pri e commerciavano insieme. Mio nonno mise al 
mondo sei figliuoli, suo fratello ventidue. Quando 
tutti erano riuniti a tavola i due padri sedevano 
ai due capi opposti, avendo ognuno a portata di 
mano una lunga e flessuosa verga di salice colla 
quale, attraverso la lunghezza della mensa, toccava 
quelli de' suoi ragazzi che mostravansi più irre- 
quieti intanto che le rispettive madri badavano a 
scodellare. Di colei, che sarebbe stata la mia nonna, 
e che mori ancor giovane dopo il sesto figlio 
(come mia madre), zia Margherita non serbava 
che un ricordo : ella rivedeva curva sul suo letto, 
nelle lontane sere infantili, una dolce e grave figura 
di donna; era molto bianca in volto, coi capelli 
neri e portava un abito di panno bleu; rimboc- 
cati i lettini, la dolce figura sedeva presso l'ultimo 
nato e al pallido lume di una fiammella ad olio 
leggeva nel suo libro di preghiere a fermagli di 
argento finche i bimbi fossero tutti addormentati. 



Una giovinezza c/e/ secolo XlX 103 

Zia Margherita non sapeva altro; non potè dirnìi 
altro. Era appena passata la soave visione in 
quella casa dove l'esistenza dovette essere aspra 
di quotidiane realtà, passata colla tenuità di un 
sogno. 

Di una visita fatta all'avolo suo la zia Mar- 
gherita trovò ancora memoria. Viveva egli in un 
paese poco lontano e vi fu una volta che la maggiore 
delle sue nipotine (la zia Margherita appunto) gli 
fu condotta per rimanere alcuni giorni presso a 
lui ; ma non era trascorsa un'ora, che ell'aveva già 
trovato modo di arrampicarsi sopra una pianta di 
fico, che sorgeva nel cortile, spezzando il più bel 
ramo e stracciando da cima a fondo la vestic- 
ciuola, per andare a finire nella vetrata di una 
finestra che mandò in mille frantumi. " E che cosa 
ti disse il nonno? " — chiesi io alla zia Margherita 
con una certa inquietudine. " Nulla a me. Chiamò 
il domestico e disse a lui col massimo sussiego : 
— Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza 
a casa sua ". 

Mi mancano i dati per precisare quando mio 
nonno si separò dal fratello; il fatto avvenne forse 
in seguito alla crescente fìgliuolanza, forse per gli 
affari che incominciavano ad andar male. Fra le 
disgrazie che la zia Margherita raccontava, c'era 



104 Una giovinezza del secolo XIX 

la perdita di un mulino sul Po verso la riva par- 
migiana, dove tratto tratto tutta la famiglia soleva 
recarsi in barca propria a festeggiare i gnocchi 
della mugnaia e bere il vino bianco. Dovevano 
essere state assai gioconde queste imbarcazioni di 
giovani sul bel fiume dai tramonti dorati, perchè 
vivo ancora palpitava il rimpianto nell'anima della 
zia e quasi rancore contro il fiume bello e infido, 
che nelle sue furie terribili, rosicchiando le rive, 
aveva a poco poco inghiottito terra e mulino. Ma 
prima che in seguito a questa ed altre disgrazie avve- 
nisse la divisione dei due fratelli la vecchia casa pa- 
triarcale ospitava un'altra di quelle figure di antenati, 
che la zia Margherita sapeva evocare in poche pa- 
role con un tocco solo di pittura impressionista o con 
una breve punta d'acquaforte, come l'episodio della 
visita da lei fatta a suo nonno, sì che mentre lei par- 
lava io lo vedevo il vecchio rigido e freddo dinnanzi 
al triplice disastro dell'albero, della vetrata e della 
vestic^iuola ; lo vedevo e lo udivo scandere le pa- 
role della sentenza: " Attacca il cavallo e ricon- 
duci questa ragazza a casa sua ". 

L'altro ritratto di famiglia, dirò così, era la 
madre di mio nonno; carica d'anni la vecchierella 
non usciva più dalla sua camera a secondo piano, 
dove se ne stava seduta quasi sempre accanto al 



Una giovinezza del secolo XIX 105 

fuoco aspettando che i ragazzi venissero a tro- 
varla ; ne erano nati ventotto di ragazzi in quella 
casa e una mezza dozzina di piccoli c'era in ogni 
tempo. Questi entravano coli' impeto di un turbine, 
gareggiando a chi arrivava primo e la bisavola, 
per non far torto a nessuno, si prendeva fra i gi- 
nocchi tutte le loro manine una sopra l'altra ri- 
scaldandole nell'ampio grembiule, quel grembiule 
che scottava sempre e il giuoco, che faceva ridere 
i piccini, dava a lei un risveglio di orgoglio ma- 
terno, quasi un fiorire di rose intorno alle piccole 
rughe del suo volto. A una data dell'anno l'avola 
lasciava il suo cantuccio accanto al camino e, mo- 
strando una certa inquietudine, percorreva la ca- 
mera a passettini corti e ineguali, sorretta dal ba- 
stoncello, piantandosi poi .risolutamente dinanzi 
alla finestra, che si apriva sul cortile interno, come 
a sorprendere il passaggio di qualcuno : quando 
vedeva apparire o l'uno o l'altro de' suoi figli, 
che appunto quelli aspettava, raschiandosi in gola, 
picchiando nei vetri col bastoncello, se persistevano 
a non intendere, li obbligava a salire chiamandoli 
per nome. La vecchierella divisa dal mondo non 
dimenticava che, venendo sposa in quella casa 
aveva portato in dono uno spillatico sul quale i 
suoi figli erano obbligati a passarle una piccola 



106 Una giovinezza del secolo XI X 



rendita e tutti gli anni, alla scadenza, avveniva 
poco su poco giù il seguente dialogo. 

— Che cosa volete mamma? — Ricordarvi 
i vostri obblighi. — Ma voi non avete bisogno 
di denaro. Che cosa vi manca qui? — Non state 
a cercare quello che mi manca, datemi quello che 
mi viene. — Voi mamma (tentavano di volgere 
la cosa in scherzo) spilli non ne portate più. 
— Ciò non vi riguarda, fate il vostro dovere. 
Narrandomi questi particolari la zia Margherita si 
inteneriva e nello stesso tempo era presa da una 
specie di orgoglio di famiglia, raddrizzandosi sulle 
spalle un po' curve, quasi per mostrare a sé stessa 
che nell'occasione saprebbe essere egualmente ferma 
e fiera. 

In seguito a morti e divisioni mio nonno Ste- 
fano rimase solo coi suoi figli, dei quali Marghe- 
rita era la maggiore, poi veniva mio padre, Giulia, 
Nina e credo ultimi i due maschietti morti presto. 
Mio padre si chiamava Fermo; non so quali studi 
avesse fatti ne dove, ne a quale età ottenne di 
poter andare a Roma per seguire i corsi di ar- 
chitettura alla Sapienza. Era ancora giovinetto 
quando, prendendo parte alle mascherate carneva- 
lesche che allora usavansi molto a Cas^maggiore, 
non gli riusciva mai di conservare l'incognito in 



Una giovinezza del secolo XIX 107 

causa della sua alta statura. La scatola arabescata, 
dove le mie zie conservavano gli oggetti sommari 
della loro toeletta, rappresentavano il doloroso in- 
successo che egli ebbe sotto le spoglie di un ele- 
gante figaro che tutte le Rosine della città rico- 
nobbero immediatamente, tanto che l'anno appresso 
volle escogitare un trucco di nuovo genere. Ripu- 
diando i travestimenti di lusso, sotto le umili spo- 
glie di un contadino, coperto il volto di una rozza 
maschera, spingendo una carrettella di mele, uscì 
fuori trionfante in piazza e forse il trionfo lo 
avrebbe accompagnato fino all'ultimo se i suoi 
fratellini correndogli dietro e gridando a squarcia- 
gola : " Fermo dammene una I " non lo avessero 
subito scoperto. Si vede che mio padre non era 
nato per portare maschera. 

Mio nonno Stefano, dunque, essendo rimasto 
solo a governare negozi e figliuoli, pensò di riam- 
mogliarsi e il modo col quale vi si accinse è ab- 
bastanza bizzarro per essere ricordato. C'era nei 
dintorni una donna che viveva sola prestando qualche 
servizio qua e là. Non più giovane, di costumi au- 
steri, senza pretese, gli parve la persona meglio 
adatta al suo scopo, poiché d'amore non era il 
caso di parlarne, e così aspettandola un mattino 
mentre usciva dalla messa la arrestò senz'altro sul 



108 Una giovinezza del secolo XI X 

sagrato e lasciando da parte inutili preamboli le 
disse ' " Teresa, volete venire in casa mia a far 
da madre ai miei figli? " Quella rispose: " Ci 
penserò signor Stefano, le darò la risposta domani ". 
E fu tutto. La donna, che prese il posto della 
soave creatura vestita di panno bleu intenta a leg- 
gere nel suo libro di preghiere a fermagli d'ar- 
gento, era una perfetta massaia, lavoratrice, eco- 
noma, onesta fino allo scrupolo, tutta compresa 
de' suoi doveri, ma era ignorante, rozza, dura di 
modi, dalla virtù arcigna. Cambiando stato élla 
rimase un'ottima serva, ma le mancò totalmente 
la grazia della donna. Suo marito lo chiamava 
sempre " il padrone ". Si comprende come nella 
mia famiglia, che già molto morbida non era, la 
ruvidezza della nuova venuta dovesse influire in 
senso peggiorativo. La zia Margherita col suo ca- 
rattere ardente, colle sue simpatie democratiche, 
ammirava quella ruvidezza, che a lei sembrava 
forza e se, dopo tanti anni trascorsi, le accadeva 
qualche volta di chiamare suo fratello " il padrone " 
era ancora una prova dell'influenza esercitata dalla 
matrigna sul suo spirito così ben preparato a ri- 
ceverla. 



Una giovinezza del secolo XIX 109 

Una febbre di quelle che chiamavano perni- 
ciose condusse mio nonno al sepolcro in pochi 
giorni; la seconda moglie era morta anch'essa e 
morta la figliola che si chiamava Giulia. La 
famiglia così numerosa non esisteva più, si era 
sciolta ; venduta anche la casa, le due superstiti, 
Margherita e Nina, si ritirarono in un'altra casa 
di loro proprietà dove si iniziò quella che fu, per 
una trentina d'anni, la loro rimpianta vita di pace 
assoluta e di semplice libertà. A questo punto i 
miei ricordi tornano ad essere personali. Io la co- 
nosco la via fatta ad arco, larga e deserta come 
quasi tutte le vie di Casalmaggiore, chiazzata qua 
e là da qualche filo d'erba, coi marciapiedi di 
mattonelle rosse ; vedo il gruppo isolato di abita- 
zioni intorno all'albergo della Croce Verde che 
forma in certo qual modo la corda dell'arco, vedo 
le case allineate in giro a semicerchio: la seconda 
a destra venendo dalla piazza era quella delle 
mie zie. La zia Nina, che aveva la passione con- 
templativa dei fiori, era riuscita a trasformare il 
cortile in un vero giardino ; i trecento e più vasi 
che formavano l'aiuola centrale, curati ad uno ad 
uno con tenerezze materne, offrivano un aspetto 
dei più variati ; tutte le gradazioni dei garofani, 
dei gerani, delle verbene e le rose muschiate, e 



1 1 Una giovinezza del secolo XIX 



le ortiche americane dal profumo delicato, e quello 
acuto del geranio d'Africa, e quello misterioso e 
inebbriante del geranio notturno che odora sola- 
mente di notte, e la selva imbalsamata della ce- 
drina, che a Casalmaggiore chiamano erba Luigia 
in memoria della Duchessa di Parma Maria Luigia, 
e tutta la innumerevole famiglia dei fiori che si 
coltivano in provincia, lungo gli anditi soleggiati 
dove all'ombra di una tenda le donne compiono 
i loro bei lavori di pazienza, intanto che il gatto 
sonnecchia sdraiato con pieno abbandono sul lembo 
della loro gonna e poco lungi nel piccolo chiuso 
cocoreggiano le galline. 

Vita di libertà, vita di pace conducevano le 
due sorelle; la dimora era modesta, ma perfetta- 
mente intonata ai loro bisogni; un salottino a pian 
terreno, colle finestre basse verso strada così com- 
piacenti al saluto, al breve colloquio : una cucina, 
sul cui muro esterno rameggiavano le fronde an- 
nose di un susino facendo ondeggiare nel vano 
della finestra come lampadine d'oro sospese i ma- 
gnifici frutti gialli che si arrampicavano fino al 
terrazzo sovrastante. Le camere superiori non erano 
ne così numerose ne così ricche di guardarobe 
come quelle della mia nonna di Caravaggio, poiché 
in casa delle due zitelle ne alloggiavano vescovi. 



Una giovinezza del secolo XIX 



ne banchettavano canonici. Eranvi tuttavia bei 
cassettoni panciuti con riporti di metallo e qual- 
cuna di quelle deliziose placche settecentesche 
dove, innanzi ad uno specchietto che forma il 
fondo si accendeva nelle occasioni solenni una 
candela che, riflettendosi moltiplicata nello specchio, 
doveva rappresentare il lusso di una luminaria. 
Regine nel loro piccolo regno esse avevano, come 
tutti i proprietari di quelle terre ubertose, la festa 
annuale della vendemmia alla quale non manca- 
vano di assistere in mezzo ai loro contadini e la 
soddisfazione di riempire con vino proprio la can- 
tina e di colmare la legnaia di ceppi tagliati dai 
propri alberi. Tutto in misura modesta, ma tutto 
così facile, così sicuro in un seguito armonico di 
tradizioni e di misure che, pur non essendo ricche 
fruivano del principale dono della ricchezza, che 
è l'indipendenza e di quell'altro pur dolce privi- 
legio di potere, qualche volta, aiutare il nostro si- 
mile nella miseria. 

Una specie di solaio coronava la casetta delle 
mie zie o, piuttosto che solaio, due piccole camere 
basse di soffitto che ne facevano le veci. Lassù, 
fra diversi oggetti fuori d'uso, la mia fantasia fu 
colpita da un busto femminile di grandezza na- 
turale, non ricordo se di legno, come quelli che 



112 Una giovinezza del secolo XIX 

usavano un tempo le modiste per allestire le cuffie, 
o di terraglia, quali si trovano forse ancora in certi 
vecchi giardini, ma così ben dipinto, guancie rosee 
ed occhi lucenti, da giustificare l'ammirazione di 
una fanciulla un po' fantastica; quel busto aveva 
anche un nome, si chiamava la signora Tintimillia; 
non le mancavano altro che le gambe e la parola. 
Chi fosse, d'onde venisse, nessuno non ne sapeva 
nulla, ma per me fu oggetto di gran fantasticare, 
molto più che la signora Tintimillia non era sola 
lassù. Dal rettangolo di una cornice bucherellata 
dal tarlo, proprio dirimpetto a lei, sporgeva la testa 
di un frate. Le mie zie dicevano che era il ri- 
tratto di un nostro antenato; quanto al sapere per 
quale intreccio di eventi lui e la signora Tinti- 
millia si trovassero riuniti nell'esilio, la mia curio- 
sità rimase insoddisfatta, ma ai piaceri della fan- 
tasia non occorre la verità, basta il sogno. Io 
almeno me ne accontentai. 

In fondo al semicerchio della via, sull'angolo 
di un viottolo che si perde fra giardini e verzieri, 
c'era la casa dove abitavano i migliori amici delle 
mie zie, una amicizia di tre generazioni, una di 
quelle rare amicizie su cui è dolce riposare il 
cuore. Non dimenticherò l'augusto Collella, altro 
abitante della contrada, oggetto di stupefazione 



Una giovinezza del secolo -XIX 1 1 3 

per me quando lo vedevo alzare dai trucioli la 
sua testa da imperatore romano per rimaneggiare 
la politica del governo, che, secondo lui, andava 
male, ed appoggiandosi sulla pialla come avrebbe 
fatto sopra una clava, giudicare di Cavour, del 
ministero, dei trattati, quasi fossero legno di noce 
o di ciliegio. Trinciava giudizi anche sull'arte 
drammatica. Aveva conosciuto la Ristori: «Già, 
è stata qui colla compagnia de suoi genitori, con- 
tava tre o quattro anni, l'ho presa in braccio 
tante volte, le ho date anche le chisseùU ». In 
seguito a tali confidenze si gonfiava, faceva la 
ruota, convinto di avere stabilito il suo diritto a 
parlare d'arte. Questo curioso personaggio, in ag- 
giunta a' suoi meriti, custodiva tre scorpioni in 
un'ampolla d'olio per medicare ogni genere di 
tagli e di ferite. La moglie di Collella, un bel 
donnone fresco e sorridente che metteva allegria 
solamente a vederla, era una delle persone che 
passando sotto le finestre basse del salottino delle 
mie zie non mancava, da buona vicina, di fer- 
marsi ad augurar loro o il buon dì o la buona 
sera, e avvenne che una sera, per l'appunto pas- 
sando in fretta, soggiungesse : « Non mi indugio 
perchè vedo forestièri in casa ». Le zie che sa- 
pevano di non avere nessuno fecero le meraviglie ; 



1 1 4 Una giovinezza del secolo XIX 

ma l'altra assicurò di aver visto stando sul mar- 
ciapiedi un uomo nella loro camera la quale, pur 
essendo al piano superiore, era molto bassa sulla 
strada e soggiunse spaventata: « Allora è un 
ladro! — Un ladro! — esclamò la zia Marghe- 
rita e, come le avessero detto che era fuggito il 
merlo, salì la scala a due gradini alla volta mor- 
morando: — Vado io a prenderlo per lo sto- 
maco ». Il bellicoso ardore della zia Margherita 
non ebbe tempo di tradursi in atto, perchè il ladro, 
sentendosi scoperto, aveva spiccato un abile salto 
dalla finestra e già (uggiva lontano lasciando di- 
nanzi alla porta il suo berretto. 

L'episodio del ladro fu il solo, io credo, di 
un certo rilievo che rompesse la placida esistenza 
delle due sorelle, quantunque mi sia rimasta l'im- 
pressione che la zia Margherita per suo conto 
l'avrebbe voluta più movimentata. Placida e se- 
rena esistenza, tutta composta di piccoli movimenti 
regolari scelti da loro stesse con un perfetto ac- 
cordo, ostacolati da nessun impegno, da nessuna 
catena; la semina dei fiori in primavera e lo 
scambio di sementi colle amiche procurava loro 
i dolci ozi nel cortile giardinaio sotto i raggi tie- 
pidi del sole d'aprile, radrizzando steli, spiando 
attente il gonfiarsi dei boccioli, sollevando gli occhi 



Una giovinezza del secolo XIX 1 1 5 

al susino di sant'Anna, il quale andava coprendosi 
di gemme in attesa dei bei frutti d'oro, che sa- 
rebbero maturati in luglio sotto la protezione della 
gran Santa. Il non avere in casa ne uomini ne 
ragazzi permetteva loro di conservare quell'ordine 
e quella regolarità dei quali le donne sole hanno 
il privilegio ; ma la loro solitudine non era egoismo, 
perchè il fratello stabilito a Milano era sempre 
presente al loro pensiero e non maturavano nel- 
l'oblio le susine di sant'Anna, che tutti gli anni 
un bel paniere ricolmo viaggiava verso la capitale, 
sì che io, prima ancora di conoscere le zie, conobbi 
le loro susine. E le belle passeggiate lungo il Po 
non le avranno mai rimpiante? La grande inon- 
dazione, per la quale si dovettero demolire tutte 
le case che fiancheggiavano la riva ne cambiò 
totalmente l'aspetto; anche il ponte costrutto per 
la ferrovia tolse vaghezza e maestà al corso delle 
acque; ma al tempo delle mie zie una passeggiata 
sull'argine era quanto di meglio Casalmaggiore 
potesse offrire. In qualunque giorno, a qualsiasi 
ora (chi le poteva trattenere dal momento che 
esse erano libere come l'aria?) « 11 tempo è bello, 
andiamo a fare quattro passi sull'argine? — Ma 
sì, andiamo. — Tolgo dall'armadio l'abito di seta 
cangiante o quello à jardin? — Come vuoi. — 



1 1 6 Una giovinezza del secolo XIX 

No, di' tu. — Il cangiante? Benissimo ». Vesti- 
vano sempre allo stesso modo: due abiti, due 
mantiglie, due cappelli identici annunciavano a 
chi non lo sapesse il pieno accordo delle loro 
volontà. Più ancora che la passeggiata sull'argine 
era cara al loro cuore la passeggiata della Fon- 
tana. Si chiama della Fontana un modesto San- 
tuario che sorge in mezzo ai campi a tre chilo- 
metri circa fuori della città. Le mie zie non erano 
mistiche, ma una dolcezza religiosa si impossessava 
di loro mettendo il piede sul lungo viale deserto 
dove stormivano i pioppi, alti verso il cielo, in 
forma di candelabri e con una gioia di anime 
semplici si stringevano al petto l'offerta alla Ma- 
donna che esse avevano preparata: una tovaglietta 
di altare o un festone di teletta celeste e argento 
per ornare la cappella nel mese di Maria. Co- 
noscevano il prete officiante di quella chiesuola 
ed erano in buoni rapporti colla Perpetua per 
cui, dopo una visita alla cripta dove si conserva 
la fontana miracolosa, entravano nell'orto del cu- 
rato pieno di verde e di frescura colle mente e 
le maggiorane a ciuffi rigogliosi miste alle ortensie 
dalle tinte di madreperla e la Perpetua si piegava 
a cogliere i fiori intanto che si scambiavano ricette 
di botanica e ricette di cucina. Don Michele, il 



Una giovinezza del secolo XIX 1 1 7 

buon prete, non sdegnava di aggiungere i suoi 
consigli. Il tempo scorreva così inavvertito, poiché 
nessuno aveva fretta e che fosse trascorsa un'ora 
o due o tre, il cielo, l'aria, le piante non avevano 
mutato; ne scemava la serenità delle due sorelle, 
che rientravano nella loro casetta colle mani colme 
di fiori, coH'orlo della gonna impregnato dei pro- 
fumi delle erbe. 



Parte Terza 



Temo che T insufficienza della mia penna non 
mi abbia concesso di esprimere, come io la sento, 
la dolcezza della vita di provincia, quando non 
sia intorbidita dal pettegolezzo o resa manchevole 
per speciali aspirazioni dell'intelletto; l'uno e le 
altre non applicabili alle mie zie perchè, se la 
loro condizione apparteneva a quell'aurea medio- 
crità lodata dal saggio, non era tal ventura da 
suscitare l' invidia, cagione principale di discordia ; 
non era nemmeno il caso di pettegolezzi galanti. 
Esse dunque avevano tratto dalla loro vita ogni 
possibile bene e potevano legittimamente pensare 
che avrebbero continuato fino all'ultimo. Il mio 
desiderio di far conoscere quanto fossero libere e 
felici è per far risaltare in tutta la sua grandezza 
il sacrifìcio d'amor fraterno, da esse compiuto, ab- 



122 Una giovinezza del secolo XIX 



bandonando casa, abitudini, relazioni, indipendenza 
assoluta, per venire a rinchiudersi fra i muri di 
una città ignota, dove non conoscevano nessuno, 
dove ogni volto incontrato per via era straniero 
e solo le cure affannose della famiglia riempivano 
i giorni altre volte così lieti del dolce passato. Il 
disastro finanziario del nonno di Caravaggio, che 
aveva inghiottita la dote di mia madre, contribuì 
a rendere più diffìcile il reggimento domestico 
gravato di tre figliuoli, per cui le generose donne, 
che se ne erano assunto il carico, dovettero sen- 
tirne per le prime il disagio e più cocente il rim- 
pianto della perduta pace. 

A consolarle un poco del brusco distacco, 
mio padre promise loro che saremmo andati tutti 
gli anni un paio di mesi a Casalmaggiore. Era 
allora un viaggio di non poca importanza. Si par-^ 
tiva alle dieci di sera colla diligenza Franchetti 
che stazionava in via Monte Napoleone; ricordo 
ancora l'impazienza mia e dei miei fratelli nel- 
1 attesa dell'ultima ora. Seduti tutti intorno alla 
sala da pranzo, al lume oscillante di una candela^ 
colle braccia incrociate sul nostro rispettivo ba- 
gaglio, il tempo ci sembrava eterno. Il silenzio 
era un abitudine della nostra famiglia, che solo il 
mio minore fratellino si permetteva di rompere 



Una giovinezza del secolo XIX 123 

saltellando intorno alla zia Nina; ma in quella 
circostanza speciale arrischiavo anch' io di chiedere 
di tanto in tanto. — Sono suonate le nove? — 
Il gran momento giungeva alfine ed era allora 
come un accavallarsi di onde, urtandosi l'un 1 al- 
tro, a chi faceva più presto, nel puerile timore 
di non arrivare in tempo. L'assicurazione di papà 
che i posti erano già presi e che la diligenza non 
sarebbe partita senza di noi riconduceva la calma. 
L'illuminazione di Milano non era mezzo secolo 
addietro così brillante come oggi e quando si giun- 
geva dinanzi all'agenzia Franchetti la massa nera 
della diligenza ferma ad aspettarci non lasciava 
scorgere altro. Questa diligenza era composta qual- 
che volta di due scompartimenti, ma più spesso 
di tre: il coupé a due posti, il centro a sei e 
la rotonda dietro, alla grazia di Dio. Era tanta 
la fretta di occupare il nostro posto che non si 
badava ad altro; ombre indistinte facevano come 
noi; entravano, prendevano possesso del loro can- 
tuccio e scomparivano nelle tenebre; i cavalli 
scalpitavano, il mozzo di stalla con una lanterna 
in mano dava l'ultima occhiata alle ruote, il po- 
stiglione schioccava la frusta e via! Traballando 
la grossa mole attraversava la città, ma il bello 
veniva dopo, in aperta campagna, quando la d: 



124 Una giovinezza del secolo XIX 

ligenza inoltrava per vie maestre completamente 
buie colla sola guida dei due fanali, che gettavano 
fra le ruote un scialbo raggio giallastro. 

Durava ancora il ricordo degli assalti brigan- 
teschi alla diligenza e la zia (Margherita, che non 
conosceva paura, dilungavasi volontieri a narrare 
le gesta del celebre Strigelli, intorno al quale aleg- 
giava una romantica leggenda di amore infelice 
propria a concigliargli la benevolenza del sesso 
gentile; si diceva anche che egli spingesse la cor- 
tesia fino a munirsi nelle sue aggressioni di acqua 
di Colonia, per soccorrere le signore che si fos- 
sero spaventate. Siccome però non tutti i briganti 
somigliavano a Strigelli e fosche storie correvano 
di non lontani assalti alla diligenza stessa in cui 
eravamo, non potevo impedire alla mia immagina- 
zione di pensarci, e per un gruppo d'alberi, per 
un rialzo improvviso di terreno, trasalire quasi vi 
fosse nascosto un agguato. E lunga una notte in- 
tera trascorsa in un cassone buio insieme a com- 
pagni di viaggio dei quali non si è ancor vista 
la faccia. Si tentava di indovinare qualche cosa 
in un gesto, in una parola; qualcuno buttato in 
un angolo come un fagotto non si muoveva du- 
rante tutto il tragitto; qualche altro russava. C'e- 
rano invariabilmente delle donne che soffrivano 



Una giovinezza del secolo XIX 125 

per dover stare col dorso contro i cavalli : a una 
di queste una volta un soldato offerse una presa 
di tabacco. A tratti regolari la diligenza si fer- 
mava per il cambio; usciva allora da una osteria 
un mozzo mezzo assonnato traendosi dietro i ca- 
valli freschi; due o tre viaggiatori scendevano, gli 
altri stendevano le gambe con un largo respiro di 
sollievo cacciando la testa fuori dello sportello. Si 
scambiavano alcune parole: — Dove siamo arrivati? 
Manca molto? Che ore sono? — Intanto le be- 
stie staccate dalla diligenza passavano a testa 
bassa, col dorso che fumava, avviandosi alla stalla. 
Il cassone nero traballando riprendeva la sua corsa 
nella notte. Quando finalmente l'alba imbiancava 
l'orizzonte si sapeva di essere ancora lontani dalla 
meta, ma uscendo dalle tenebre ci sembrava di 
rivivere. Borghi e paeselli si disegnavano nitidi nel 
chiarore del sole nascente, si riconoscevano i luo- 
ghi, si salutavano con una tenerezza di vecchi 
amici. A mezzogiorno apparivano le torri e le 
cupole di Casalmaggiore ; battevano i cuori, bat- 
tevano i piedi impazienti; il postiglione impettito 
nella sua divisa a mostre rosse e bottoni dorati 
schioccava la frusta ornata di peli di tasso e im- 
boccando la cornetta — le re tè, te re tè, teretè 
— con una svolta più sapiente ancora di quella 



126 Una giovinezza del secolo XIX 

del vecchio Nicola faceva la sua entrata trionfale 
nell'albergo della Croce Verde a due passi da 
casa nostra. 

Uno o due anni, non più, Casalmaggiore fu 
la nostra villeggiatura; ma nella prova del tempo 
gli inconvenienti della lontananza si mostravano 
sempre più gravi ; spesa di viaggio per sei per- 
sone, la casa per una decina di mesi abbando- 
nata, l'impossibilità di sorvegliare quel po' di ter- 
reno che si aveva, queste e forse altre riflessioni 
persuasero mio padre della necessità di vendere 
e tutto fu venduto; i vigneti testimoni di tante 
allegre vendemmie, la casa con tutti i suoi fiori, 
coi panciuti cassettoni a riporti di metallo, colle 
placche civettuole ancora nei loro platonici amori 
fra lo specchietto arrugginito e il candelabro 
spento. Tutto; anche il susino di S. Anna, anche 
le belle incisioni della camera da letto, rappresen- 
tanti le scene pietose della rivoluzione francese e 
quella povera regina che scontò in un modo così 
atroce le leggerezze di una società intera. Il do- 
lore, che deve essere costato alle mie zie la ge- 
nerosa rinuncia, è segno di una magnanimità che, 
vieppiù distanziandosi nel tempo, mi appare in tutta 
la sua grandezza. La zia Nina anche in tale ec- 



Una giovinezza del secolo XIX 127 

cezionale circostanza non uscì da quella sua atti- 
tudine apparentemente passiva che non la metteva 
mai sul primo piano dell'azione, che è in fondo 
l'istintiva prudenza dei deboli; anche la zia Mar- 
gherita, forse per non far pesare su altri il sacri- 
fìcio, tentava di mostrarsi rassegnata, ma io la udii 
nel colmo della notte la sua voce piena di schianto 
urlare colla bocca sotto le coltri : " Non ho più 
nulla ! Non ho più nulla !... " Cara ed eroica 
donna, che cosa erano le sue asprezze, le sue 
collere, i suoi lampi d'ira, se non l'ombra della 
gran luce del suo cuore? 

Più piccolo cuore, senza dubbio, era al con- 
fronto quello della zia Nina, ma se io, sua vittima 
appena adolescente, avessi dovuto giudicarla solo 
dal male che mi fece mi sarei grossolanamente 
ingannata. Io non la giudicai allora, soffersi in 
stupore e in silenzio una avversione che non com- 
prendevo. Ora che la scienza della vita mi ha 
insegnato a leggere nei cuori, compiango ancora 
la fanciulla che, per una fatale deviazione del 
sentimento, nella persona che doveva proteggerla 
ebbe conturbati gli anni primi e sacri della gio- 
vinezza, ma compiango anche colei che il man- 
cato destino aveva trasformata da creatura d'a- 
more in creatura d'odio. La verità che io imparai 



128 Una giovinezza del secolo XIX 

è questa. Ella era nata per l'amore; non l'amore 
fantastico, né 1 amore passionale, i quali esigono 
doti di intelligenza che mancavano a lei, ma l'a- 
more semplice, l'amore per l'amore. Ho pensato 
qualche volta come la sua indole passiva e silen- 
ziosa si sarebbe accomodata alle abitudini della 
donna orientale, alle lunghe soste su un morbido 
divano, seguendo con gli occhi le spire dei pro- 
fumi accesi nei braceri d'argento, immobile, senza 
alcun pensiero tranne quello dell'arrivo del suo 
signore. E però quasi certo che la zia Nina non 
spinse mai la sua immaginazione così lontano e i 
suoi sogni d'avvenire non oltrepassarono il benes- 
sere materiale di una comoda casa e di un buon 
marito. Tale modesta felicità non le fu concessa; 
la sognò sempre, la sognò fino ai limiti della vec- 
chiaia e il sogno aveva un nome. Si era inna- 
morata di un giovane senza professione e senza 
beni di fortuna il quale, lasciandole credere che 
l'avrebbe sposata quando gli si fosse aperta una 
carriera, aveva calcolato bene su quel suo tem- 
peramento remissivo, molle, che non parlava, 
che non faceva strepito. Ma la vana attesa 
di tutta la vita, lavorando inconsapevole dentro 
di lei, accumulava acredine, invidia, spasimo 
di sensi insoddisfatti, di amor proprio ferito 



Una giovinezza del secolo XIX 129 

e un sedimento di veleni si era fatto strada nel 
suo cuore aspettando una occasione per traboc- 
care. L'occasione sono stata io. 

Un semplicismo troppo elementare vorrebbe 
dividere gli uomini in due distinte categorie, i 
buoni e i cattivi; ma non vi è nulla di assoluto 
là dove il movimento è continuo e la trasforma- 
zione legge di natura. La zia Nina era buonis- 
sima, buona con tutti, pronta sempre a rendere 
servizio. Bastava guardarla, quando accarezzava 
il mio minore fratello e si scambiavano tra loro 
a bassa voce paroline e baci, per riconoscere la 
donna nel suo istinto primitivo di amante e di 
madre, l'Eva dal gesto morbido e consenziente, 
dal grembo fecondo. Se ella avesse potuto com- 
piere la sua missione il veleno corruttore non l'a- 
vrebbe neppure intaccata. E' con profonda sod- 
disfazione che posso affermare: ella era buona. 
Durante gli anni del mio martirio i suoi atti, le 
sue parole, i suoi torbidi silenzi cadevano sull'ob- 
biettivo della mia mente non in modo diverso dei 
paesaggi che il viaggiatore accumula sugli obbiet- 
tivi della sua kodak ma che sviluppa più tardi. 
La mia mente, inesperta allora, accoglieva ciò che 
solo gli acidi e i reattivi dell'esperienza mi hanno 
permesso di classificare secondo il loro valore. Il 

9 



130 Una giovinezza del secolo XlX 

mio orecchio udì l'orrenda confessione: — Non 
la posso soffrire, la odio. — Ma è tutta l'anima 
mia maturata dal dolore, che mi fa ricordare lo 
schianto della sua voce nel pronunciare quelle pa- 
role. Era la voce compressa di una grande soffe- 
renza. 

Può a tutta prima non sembrare molto vi- 
sibile il nesso tra la sua vita mancata e l'odio 
per la mia che sorgeva; gli è che questa fan- 
ciulla, sorta improvvisamente al suo fianco, nel mo- 
mento in cui forse stava per dimenticare, le ri- 
metteva davanti tutte le sue aspirazioni, i suoi 
spasimi, i suoi disinganni. Credendo di odiarmi 
si ingannava; odiava confusamente in me la forma 
derisoria del suo destino, la rivale, l'usurpatrice 
giovane, del bene che le era sfuggito. La mia 
presenza le sembrava una sfida, la mia supposta 
felicità un insulto. Se non poteva più toccare i 
miei capelli, se non voleva più uscire, con me al 
suo fianco, era perchè la sua carne martoriata 
provava al mio contatto una ripugnanza che do- 
veva farla soffrire nelle sue fibre più profonde. 
Povera donna! Vorrei ella sapesse ora, che mai 
in nessun momento io le ho voluto male e sono 
così fiera e sono così felice di aver preso il suo 
odio sulle mie braccia portandolo in alto alla luce 



Una giovinezza del secolo XIX 131 



della Aderita che gli ha reso il suo vero nome: 
dolore. 

E in queste lontane impressioni che si deve 
cercare l'origine delle molte pagine da me scritte 
in favore della donna che ha fallita la sua mis- 
sione. Certo il caso della mia zia non è dei più 
comuni, ma come fondamento della tesi è tipico 
e il fatto di averlo potuto esaminare in tutte le 
sue forme e gradazioni prima, di averlo vagliato 
poi attraverso anni ed anni di esperienze, mi dà 
la piena sicurezza del mio asserto. Sarebbe giu- 
dizio grossolano il credere che dal solo atto ma- 
teriale di unirsi ad un uomo dipenda la felicità 
della donna; essa dipende da una logica conca- 
tenazione di cose, ma è pur vero che il desiderio 
del fiore implica la ricerca della semente. Que- 
stioni così delicate vengono purtroppo manomesse 
da persone superficiali e guaste di spirito che non 
sarebbeso degne neppure di avvicinarvisi ; sono 
costoro che gettano una volgare ombra di ridicolo 
su ciò che avvi in natura di più santo, di più 
vicino a Dio. lo dirò ora una cosa che potrà 
scandalizzare qualche coscienza austera ; prego di 
rammentare l'ammonimento di S. Paolo : La let- 
tera uccide e lo spirito vivifica. Dunque dico che 



132 < Una giovinezza del secolo XIX 

piacere è l'istinto più importante che il fattore 
dell'universo ha messo nella donna. Non importa 
se lungo la corruzione dei secoli e dei costumi 
deviò dallo scopo fino a sopprimere lo scopo stesso; 
esso è la voce del Creatore che affida con questo 
mezzo alla donna l'alto dovere di imporre all'uomo 
la continuazione della specie, al quale il suo egoi- 
smo lo sottrarrebbe immancabilmente se non vi 
fosse l'esca di un diletto. La più frivola delle 
donne, che si illude di infiocchettarsi e di civet- 
tare per seguire la propria vanità, ubbidisce senza 
saperlo a questa legge suprema; ma la donna che 
sente nobilmente di se, che è pronta a tutti i do- 
veri del suo sesso, ne esige pure i diritti e vuole 
amare e vuole essere amata, perchè le sue labbra 
non devono chiudersi per sempre senza aver co- 
nosciuto il bacio dell'uomo, ne il suo grembo iste- 
rilirsi prima di avere comunicato i misteri del suo 
essere alle generazioni future. Nessuna vera donna 
sottoscrive a questa rinuncia senza soffrire; tal- 
volta la sofferenza è spasimo e disperazione, tal'al- 
tra è profonda mestizia o rassegnazione malinco- 
nica od anche fierezza di silenzio, o vertigine di 
oblio; ma qualunque sia il velo pudico che cela 
la sofferenza, guardatele bene queste vergini ca- 
nute e, salvo rare eccezioni, sollevando un lembo 



Una giovinezza del secolo XIX 133 

di quel velo, troverete la lagrima, congelata fra 
ruga e ruga. 

Alle eccezioni apparteneva forse la zia Mar- 
gherita. Temperamento virile, abbiamo visto con 
quanta risolutezza si era opposta al matrimonio 
con un uomo che pure amava, evidentemente 
perchè in lei era scarso l'istinto del sesso e il 
bisogno sentimentale. Mente agile ed arguta, pro- 
cliva alla critica, all'ironia, al sarcasmo (diceva 
di leggere volentieri il Fanfulla — il Fanfulla 
delle prime battaglie — perchè era sarcastico) 
tutta scatti e violenza, come avrebbero potuto 
trovar posto in lei i divini abbandoni dell'amore? 
Non riesco nemmeno a immaginare un tenero 
bambino sulle braccia della zia Margherita senza 
tremare per la sua sicurezza. I fautori estremi del 
femminismo, che vorrebbero emancipare la donna 
dalla casa, dal marito e dai figli spingendola sulla 
via delle conquiste maschili col sofìstico pretesto 
che non tutte possono avere una casa, un marito 
e dei figli, dimenticano che la felicità non si trova 
che nel pieno esercizio delle proprie attitudini. 
Le iniezioni di mascolinità, che essi vogliono fare 
alla donna, se potranno offrire qualche frutto spo- 
radico alle poche eccezioni che sono in grado di 
profittarne, ben maggior danno recherebbero alla 



134 Una giovinezza del secolo XIX 

donna e alla società portando il turbamento in 
migliaia e milioni di animuccie le quali si persua- 
dono facilmente di innalzarsi meglio a sgonnellare 
negli Uffici pubblici, anziché raccogliersi vigili e 
silenziose sopra una culla. Madamigella della Ra- 
mée, nota per diversi racconti pubblicati sotto il 
pseudonimo di Ouida, chiese un giorno a un gio- 
vinotto, che le si protestava ardente ammiratore, 
se la ammirava come scrittrice o come donna. 
— Oh! come scrittrice! — disse lui convinto di 
farle la più gradita delle lodi. — Quanto avrei 
preferito — esclamò lei — essere ammirata come 
donna! — Sono perfettamente del parere di madami- 
gella della Ramée. E per mio conto soggiungo che se, 
nella ipotesi di un rinnovamento di vita, mi si pro- 
mettesse la maggior gloria letteraria in cambio 
dell'amore, rinuncerei subito, essendo donna, al 
lauro di Dante, ma non a un sospiro di Beatrice. 
Incominciando a scrivere questi ricordi della 
mia giovinezza ero molto preoccupata dalla ne- 
cessità di dire quanto le mie zie fraterne l'ab- 
biano resa triste e quanto al confronto dei nonni 
e delle zie materne, tutti così buoni con me. Ma 
accanto a questa necessità di fatto si ergeva pure 
dalla mia coscienza il dovere imprescindibile di 
difenderle contro i fatti stessi; esempio singolare 



Una giovinezza del secolo XIX |35 



di una verità non da tutti riconosciuta, quelle mie 
zie, che per cuore e per amore di famiglia non 
erano inferiori a nessuno, riuscirono a rendermi 
infelice perchè, se il male fosse un esclusivo pro- 
dotto di coloro che deliberatamente lo vogliono 
fare, assai meno ve ne sarebbe al mondo, ed 
infinito invece è il male che si fa senza saperlo, 
senza volerlo. Se ognuno di noi si esaminasse a 
fondo troverebbe una quantità di circostanze che 
lo indussero a fare questo male involontario, molte 
volte credendo di far bene. Nel caso delle mie 
zie, la poca conoscenza della vita e la nessuna 
attitudine educatrice non le rendeva adatte cer- 
tamente al diffìcile impegno che era loro caduto 
sulle spalle, quando, già vecchie, avevano da tempo 
inquadrata la loro esistenza in forme e modi che 
non si potevano spezzare impunemente. Lasciate 
nella loro casetta, con le loro abitudini, le loro 
amicizie e la santa libertà di due esseri che vanno 
perfettamente d'accordo, nessun lievito avrebbe 
fermentato nei cuori che non indietreggiarono da- 
vanti al sacrificio. Le forze non furono pari allo 
slancio, ma il naufrago, che è stato salvato dal 
maggior pericolo, farà colpa al salvatore di avergli 
lasciato qualche unghiata sulla pelle? 

Io ^ro una fanciulla un po' diversa dalle altre. 



136 Una giovinezza del secolo XIX 

bisogna dirlo; diversa nelle qualità, diversa nei di- 
fetti. A parte le ragioni di antipatia che poteva 
avere per me la zia Nina, mancavami affatto 
quella festevole leggerezza della gioventù che si 
fa perdonare tutto. Quando penso che io non 
ridevo mai, che anche nei divertimenti la serietà 
non mi abbandonava; seria e timida e tutta ri- 
volta dentro di me a cercare la ragione di ogni 
cosa, devo convenire di essere stata una adole- 
scente, priva delle seduzioni naturali di quell'età. 
Non ero ne graziosa, ne spiritosa, ne amabile; in 
una parola non da\>o ciò che normalmente si po- 
teva pretendere da me. Se la mia estrema sen- 
sibilità avesse avuto pascolo di carezze e di buone 
parole come hanno quasi tutte le fanciulle, anche 
la grande timidezza che mi paralizzava si sarebbe 
sciolta; ma tra l'ironia della zia Margherita e 
l'odio della zia Nina, senza altri parenti vicini» 
senza sorelle, senza amiche, conducendo una vita 
rinchiusa, in un ambiente contrario a tutte le mie 
aspirazioni non ancora sviluppate, ma latenti in 
tutto il mio essere, che mai potevo fare se non 
rinchiudermi in me stessa, asilo sempre pronto" ad 
accogliermi? Questa mia solitudine spirituale, que- 
sta astrazione da fatti e detti e persone che non 
mi interessavano venne chiamata a volte aristo- 



Una giovinezza del secolo XIX 137 

crazia, a volte egoismo. E singolare la deviazione 
di significato che queste due parole assumono 
nelle menti incolte. Io non so perchè si debba 
chiamare egoista la persona che vive delle pro- 
prie risorse e non quella che povera d'animo e 
di intelletto va mendicando con graziette e sorrisi 
l'alimento che non trova in se. Questo santo, sa- 
cro, divino egoismo è l'economia di forze che il 
poeta, il pensatore, il veggente tengono in serbo 
per l'opera loro, ben più proficua agli uomini che 
non la vana dispersione di sorrisi e di grazie fatta 
da coloro che hanno la testa vuota e il cuore 
freddo. Non discuto qui dell'ingegno; molti sono 
i chiamati che non potranno sedere fra gli eletti; 
ma è certo che quando una vocazione si presenta 
imperiosa allo spirito, il dovere è di staccarsi dalla 
strada maestra nella quale si cammina in drappelli, 
per inoltrare, sia pure povero e nudo e solo, sul 
sentiero dove la voce misteriosa chiama. Io non 
sapevo ancora che cosa avrei fatto e dove volevo 
andare, ma un contrasto inesplicabile fra me e gli 
altri si accentuava ogni giorno più profondo; mi 
sentivo isolata, separata, con una sensazione di 
imbarazzo e di fuori posto che doveva rendermi 
abbastanza goffa. Era questo che chiamavano la 
mia aristocrazia? 



138 Una giovinezza del secolo XIX 

Un rettangolo di carta lungo sette centimetri che 
bacio e ribacio con accorata tenerezza è il biglietto 
da visita di mio padre: Arch. Fermo Zuccari. Egli 
era anche consigliere e assessore comunale e socio 
onorario della Accademia di Brera. Nella sempli- 
cità di questo biglietto, in cui nemmeno la sua 
professione era scritta per intero, ritrovo tutta la 
sua semplice e modesta vita; eppure è con un 
sentimento di ammirazione che mi fa tremare la 
mano che mi accingo a parlare di lui, a condurre 
la sua nobile personalità sulla scena di piccoli 
avvenimenti e di piccole persone fra le quali sono 
cresciuta. Nell'articolo di quella mia amica trentina 
che io venni a conoscere qualche anno dopo che fu 
stampato, ritrovo con gioia le parole che a pro- 
posito di mio padre scrivevo in una lettera pri- 
vata; esse sono là a testimoniare della sincerità 
della mia ammirazione. Tuttavia in quegli anni 
di nebbia per il mio intelletto e di sovrumana 
tristezza, ricevevo di lui, come ricevevo dalle mie 
zie, il solo obbiettivo fotografico. Esse mi facevano 
soffrire, lui no. Dolce, malinconico, distinto in ogni 
suo gesto, sobrio di parole, io lo veneravo, ma 
lo sentivo lontano. Sulla mia timidezza agiva an- 
che la sua superiorità. Ne avevo un grande ri- 
spetto, alimentato dall'opinione e dal rispetto che 



Una giovinezza del secolo XIX 139 

ne avevano tutti quelli che lo avvicinavano; ma 
l'ottuso bacherozzolo, che io ero sempre, non lo 
conosceva ancora. Furono tutti gli uomini incon- 
trati lungo i sentieri della vita che mi rivelarono 
veramente chi fosse mio padre, il suo valore mo- 
rale, la purezza de' suoi sentimenti, la tempra 
adamantina della sua coscienza. Non è che man- 
chino uomini di incorrotta moralità, sentimenti 
puri e coscienze oneste; quello che non ho tro- 
vato più dopo mio padre (o in numero di sola 
eccezione) è l'uomo intero, l'armonia assoluta fra 
ingegno e costumi, in una parola Yesemplare. Io 
vidi, e ancora il cuore ne soffre, talenti insigni 
guasti dalla vanità, dall'invidia o dalla sete del- 
l'oro o dalla tabe del vizio ; vidi in anime gentili 
incredibili leggerezze; in promettenti intelligenze 
assenza di ideali; e sempre e dovunque nei cu- 
ratori delle vergini anime infantili, padri e maestri, 
l'insufficenza di ogni criterio educativo soffocato 
nella volgarità, nel materialismo, nel non saper 
dominare le proprie passioni. 

Mio padre era un silenzioso, ma nelle poche 
parole che profferiva non perdeva mai di vista i 
figliuoli che udivano, per cui posso dire che la 
nostra educazione morale, mia e dei miei fratelli, 
venne fatta non a mezzo di prediche, ma con 



140 Una giovinezza del secolo XIX 

pochi assiomi saldamente imperniati suU'esempio. 
E appunto questo esempio, non mai in difetto, 
che lo solleva al di sopra della folla e tanto alto 
nel mio cuore. Le vere qualità di un uomo me- 
glio che in pubblico si giudicano fra le pareti do- 
mestiche. Quanti appaiono educati in società che 
in famiglia si abbandonano ai loro istinti volgari! 
Le conosciamo tutti, io credo, le famiglie dana- 
rose che, fra le eleganti suppellettili dei loro ap- 
partamenti, si abbandonano a discorsi da trivio e 
dinanzi ai figliuoli, che hanno già la loro fortuna 
assicurata, non sanno parlar d'altro che del modo 
di accumulare ricchezze e tengono in gran conto 
A. perchè ha molti soldi e disprezzano B. che 
è povero. Ah! vivaddio, noi non eravamo ricchi, 
ma di denari non si parlava mai e quelle celie 
di cattivo gusto e quei bassi intercalari di gente 
che porta addosso un patrimonio in brillanti non 
varcarono mai la soglia di casa nostra. E questo 
non solo per la innata signorilità di mio padre; 
anche le sue sorelle erano provinciali, erano igno- 
ranti, ma volgari no; neppure la zia Margherita 
nei suoi impeti di collera; e non lo erano i miei 
fratelli, eredi delle migliori qualità del nostro ge- 
nitore. 

Potrebbe per avventura chiedere qualcuno de' 



Una giovinezza del secolo XIX 141 

mici lettori come mai un uomo simile non avesse 
influito meglio sulla felicità dei miei giovani anni. 
Qui si dimostra l'alta missione della donna in fa- 
miglia, che solo i miopi di intelletto credono esau- 
rita nello sferruzzare calze e quindi inutile agli 
evoluti tempi moderni, mentre essa è di tale ed 
elevata importanza che il migliore degli uomini, 
ove ella fosse da meno al compito, non potrebbe 
surrogarla. Ne fanno fede nella cronaca giudiziaria 
di tutti i giorni il fatto delle matrigne che sevi- 
ziano i figliastri senza che il padre se ne accorga 
o sia in grado di porvi rimedio, mentre assai ra- 
ramente o quasi mai ciò avviene per colpa dei 
patrigni. Egli è che i figliuoli e specialmente le 
ragazze stanno colla madre, non col padre; nella 
casa la vera padrona è la donna. La donna saggia 
— dice la Bibbia — edifica la propria casa, la 
stolta la distrugge. E dell'uomo non si parla. Solo 
il matrimonio ideale, che fonde due anime in una, 
può dare il risultato di una volontà unica. Chi 
può dire che cosa sarebbe stato di me se mia 
madre non fosse morta? Nella condizione dolorosa 
in cui tutti noi fummo posti per tale perdita, 
mancava l'elemento primo della felicità, che è 
l'intesa perfetta. Ognuno di noi faceva sofl^rire gli 
altri senza volerlo, ed a sua volta soffriva, ma le 



142 Una giovinezza del secolo XIX 

zie erano due, i miei fratelli due; mio padre ed 
io soli alle due estremità della vita. 

Non mi sarei accinta a questo esame retro- 
spettivo delle cause che, più o meno, influirono 
sullo sviluppo della mia mentalità, se non vi avessi 
scorto una situazione psicologica meritevole di 
studio, non per quanto riflette la mia piccola per- 
sona, ma per gli anelli che la congiungono a pro- 
blemi di generale interesse. E' questa anche una 
delle ragioni che mi distolsero dal farne soggetto 
di un romanzo a fine di non alterarne la rigorosa 
verità. L'intima unione di marito e moglie non 
})oteva esistere fra mio padre e le sue sorelle, è 
evideilte. Egli rimaneva durante il giorno nel suo 
studio, abbastanza lontano dafle altre stanze, per 
non sapere nulla di quanto vi accadeva. Se ve- 
niva tratto tratto a farci una visitina, ci trovava 
intente alle nostre occupazioni; se anche un mo- 
mento prima vi fosse stato un diverbio, al suo 
apparire tutti tacevano. Per parte mia non so che 
cosa avrei sofferto piuttosto che portare a lui le 
mie recriminazioni; e questo, non solo per la sog- 
gezione che ne avevo, ma anche e più per un 
sentimento di dignità superiore ai miei anni e per 
quell'istintivo abborrimento delle azioni volgari che 
mi valse tante accuse di aristocrazia. Sotto questo 



Una giovinezza del secolo XIX 143 



aspetto anche mio padre era aristocratico e lo at- 
testano i suoi modi educativi. Avendo io una 
volta negato, era la verità, di avere commesso 
non so più che fallo, stavo per dargliene la prova 
quando egli mi arrestò di botto dicendomi : " La 
tua parola mi basta, non aggiungere altro ". Ah! 
che largo respiro ! Perchè non ho avuto allora il 
coraggio di gettargli le braccia al collo? Che de- 
licatezza di tocco! Quale profondo intuito delle 
anime ! 

Un ritratto a olio di mio padre, che nel no- 
stro salotto faceva di riscontro a quello della 
mamma dipinto da Moriggia, lo rappresenta nel 
costume da atelier dei giovani allievi delle scuole 
artistiche romane: blusa sciolta, largo risvolto della 
camicia, berretto di velluto nero detto alla Raf- 
faella. Sotto l'ombra che tale berretto getta sulla 
fronte, gli occhi di mio padre appaiono bellissimi, 
pieni di fuoco e di pensiero e bello il volto im- 
prontato a grande nobiltà. Gli ultimi dolori della 
sua vita però avevano spento il fuoco delle pu- 
pille; egli è rimasto nella mia memoria come il 
superstite di se stesso, malinconico, abbattuto, 
vinto. Il silenzio, velo pudico della sua tristezza, 
doveva certo popolarsi per lui delle tante imma- 



144 Una giovinezza del secolo XIX 

gini del passato. Quando veniva ad appoggiare 
la persona stanca sul divanuccio della nostra sala 
da pranzo, sembrava che una nuvola lo sottraesse 
alla indiscrezione degli altrui sguardi. Che cosa 
pensava allora? Che cosa vedeva nella folla dei 
ricordi? E' abitudine dei giovani il non occuparsi 
della gioventù dei propri genitori; così come li 
vediamo ci pare che siano sempre stati. Brevi 
frasi, vaghe allusioni, mi guidarono più tardi a 
comprendere quanto deve essere stata interessante 
la gioventù di mio padre. Egli non ne fece mai 
il minimo accenno, non parlava mai di se; ma 
là, su quel piccolo divano, nella penombra della 
stanza poco illuminata, somigliava alla statua del 
dolore china sull'urna delle illusioni perdute. Troppo 
tardi io andai cercando nella vecchia Roma le 
traccie del giovane studente, soffermandomi con 
intensa commozione nei luoghi dove immaginavo 
egli avesse maggiormente fermato l'attimo fuggitivo 
della felicità. E una volta, prima che si vendesse 
la casa di Casalmaggiore, da certe vecchie carte 
discese dal solaio dove regnava la signora Tinti- 
millia, sfuggì un piccolo brano sul quale riconobbi 
subito la calligrafìa minuta e regolare di mio pa- 
dre; era evidentemente l'ultimo foglio rimasto di 
un diario che egli teneva quando studiava disegno 




1913 



Una giovinezza del secolo XIX 145 

a Roma e vi lessi : " L'oste vedendo i neri nostri 
barbigi e i nostri cappellacci ci prese per briganti ". 
Sul foglietto la frase spezzata non aveva seguito 
e invano lo cercai altrove. La perdita di quel 
diario, scritto da lui nella antica Roma papale, 
la narrazione di quella gita fatta coi compagni 
nella vasta e maestosa campagna del Lazio dove 
era ancora possibile incontrare dei briganti, forse 
la relazione di un idillio in alte sfere, romanti- 
camente troncato dal potere di un cardinale zio, 
(che questo ci fosse stato sapevo dalla solita ar- 
chivista della famiglia) furono in tutti questi anni 
ed oggi più che mai oggetto per me di grande 
rammarico. E così dolce ritessere su documenti 
autentici la vita di coloro che abbiamo amato! 
Non è quasi un vivere ancora insieme? E vivrei 
colla mia anima d'oggi tanto vicino alla sua che 
non lo fosse nei giorni della ignara giovinezza. 

Eravamo due tristezze vicine, ma egli era la 
tristezza del tramonto, io quella dell'alba e tuttoché 
vicini i nostri dolori ci dividevano. Ho pensato 
tante volte, quando mi guardava in silenzio, ed 
alla mestizia della sua pupilla saliva un'ansia in- 
quieta, che egli pure sentisse vagamente il males- 
sere della mia posizione di fronte alle zie ; ma poiché 
nessun fatto positivo lo confermava ed egli aveva 

10 



146 Una giovinezza del secolo XIX 



ben a ragione piena fiducia nelle sue sorelle, la 
mestizia rimaneva fluttuante nel cerchio grigio della 
fatalità che era piombata su tutti noi colla morte 
della mamma. Una sera eravamo rimasti soli nel 
tinello ed era quell'ora della mezza stagione in 
cui il giorno muore e non è ancor scesa la notte. 
Mi trovavo seduta, non so come, in un angolo 
del piccolo divano; papà venne a sedermi vicino 
ed a me, che nel turbamento di aver preso il 
suo posto stavo per alzarmi, appoggiò dolcemente la 
fronte sulla spalla. Io non so che cosa avvenne 
nel mio cuore rinchiuso e dolorante cinto da una 
corazza di spine. Trasalii smarrita nella mia nul- 
lità. Erano così straordinari quel gesto e quelle 
parole che tremai tutta, presa da umiliazione per 
la mia spalla tanto magra, con la paura e la ver- 
gogna di pungerlo, di fargli male, si che mi ri- 
trassi lentamente nell'angolo del divano, rattenendo 
il fiato. Egli allora disse : — Non ami il tuo papà ? 
— Oh! — feci — e non mi fu possibile ag- 
giungere altro, e non compresi che anch'egli, po- 
vero d'amore come me, era venuto al buio a cer- 
care la mia carezza!... Vi è cosa più triste di 
questo dramma di due anime? Sorvegliata, spiata, 
oggetto continuo di un mal volere che svisava ogni 
mio atto e incapace di reazione, le qualità di 




Una giovinezza del secolo XIX 147 

slancio e di ardore, che erano in me, giacevano 
soffocate al punto di non sapere io stessa decre- 
tarmi qual fosse il mio valore. Andavo avanti ad 
occhi chiusi, barcollante, impacciata, timorosa sem- 
pre dell'ironia che mi feriva con veri colpi di 
pugnale e in tale contrasto l'affetto per mio padre 
si rattrappiva in una forma di tenerezza che por- 
tava l'abito del mio dolore. Povero vecchio, lo 
vedevo aggirarsi con passo di fantasma in quelle 
stanze dove era solo, accanto a me, sola. E me 
ne veniva uno struggimento, una malinconia piena 
di rimorsi impotenti. Come il riso era straniero 
alle mie labbra, anche il pianto non era facile in 
me. Pure una volta che avevo il cuore gonfio di 
tutti questi sentimenti in lotta, fermando lo sguardo 
su di lui che più accasciato del solito giaceva sul 
divano, rigido e pallidissimo, fui presa da tanto 
affanno che fuggii in camera, dove la zia Mar- 
gherita, venuta a raggiungermi, mi trovò immersa 
in una crisi di lagrime. Alle sue domande risposi 
schiettamente che piangevo pensando al giorno in 
cui papà sarebbe morto. Uno scricchiolio di mo- 
bili mossi nel salotto attiguo e l'ombra di papà 
fra uscio e uscio mi fecero capire che anch'egli 
mi aveva seguita. 

Lagrime invece di baci?... Ahimè! se scrivessi 



148 Una giovinezza del secolo XIX 

il mio panegirico dovrei mostrare la fanciulla in- 
telligente e amorosa, la forte Antigone che sor- 
regge il padre cadente, ma scrivo pagine di as- 
soluta sincerità e per disgrazia non ero nulla di 
tutto ciò, allora. Poche persone rimasero lunga- 
mente acerbe quanto me. Avrei l'aria di mancare 
a questa dichiarazione di sincerità, se volessi sot- 
trarmi al merito di una certa intelligenza e di una 
forza nelle battaglie posteriori della mia vita; ma 
allora, ripeto, ero una povera creatura embrionale. 
Le sciocchezze, che feci e che dissi nel lunghis- 
simo tempo della mia formazione, sono incredibili. 
Quel po' di strada, che mi sono fatta nel mondo, 
me la sono scavata da me graffiandomi ai rovi e 
lacerandomi ai sassi. Tutte le mie facoltà, anche 
quello del sentimento, si temprarono nel dolore. 
E' solo dolorando che ho potuto amare mio pa- 
dre quando era con me; è ancora con un dolo- 
roso rimpianto che penso a lui, che vi ho sempre 
pensato dal dì che lo perdetti. Una o due volte 
all'anno andavamo insieme a far visita a qualche 
signora che era stata amica della mamma. Erano 
brevi oasi di piacere, anche dalle quali non sa- 
pevo trarre tutti i vantaggi che avrei potuto nel 
libero abbandono di me stessa, poiché il mio spi- 
rito non era mai libero dalla ossessione delle zie. 



Una giovinezza del secolo XIX 149 

Un po' di colpa era mia? Me lo domando al- 
meno. Perchè non ho saputo uscire dalle strettoie 
nelle quali avevano inceppato ogni mio movimento 
paralizzandomi al punto che non osavo abbrac- 
ciare mio padre? Perchè non sono stata superiore 
agli avvenimenti? Mi sa male credere che tutto 
il male mi sia venuto dagli altri. Conosco una 
quantità di fanciulle che poste nel mio caso ne 
sarebbero uscite con una risata. Io invece non 
avevo nessuna delle grazie dell'età ; mancavo anche 
di quella elasticità di spirito che sa capovolgere 
una situazione. Ero tutta di un pezzo. Troppo 
seria, prendevo tutto sul serio. Anche in età inol- 
trata, anche adesso, il primo che capita può farmi 
credere qualunque cosa. Una di quelle amiche di 
mia madre che vedevo a rari intervalli, mi trat- 
tenne un giorno a pranzo. Abitava nella casa di 
Luciano Manara in via S. Andrea e dopo pranzo 
un fratello di Luciano, Achille Manara, venne a 
far visita alla signora. Io stavo a un tavolino ap- 
partato sfogliando un libro quando udii la signora 
che parlava di me accennando alla morte prema- 
tura della mia mamma. Manara mi guardò un 
momento e abbassando la voce disse: " Elle a 
les yeux assassins ". Evidentemente la sua inten- 
zione era di non farsi intendere da me, ma io 



150 Una giovinezza del secolo XIX 

che non ero sorda e che sapevo il mio francese 
rimasi grandemente conturbata. Rammentando che 
alcuni anni^ prima uno zio mi aveva detto che i 
miei occhi erano tinti di carbone, non dubitai più 
di essere una creatura assai disgraziata. Ad onta 
di questo stato di mortificazione perpetua non 
posso dire che mi sentissi infelice; di che natura 
fosse la forza che mi sosteneva lo ignoravo affatto, 
ma è certo che non conobbi mai quegli accascia- 
menti, sotto i quali confessano di essersi abbattuti 
tanti uomini di ingegno e uomini di cuore. 

Giovanni Segantini, che ebbe una infanzia tri- 
stissima, mi diceva di avere provato questa stessa 
sensazione. Io non conoscevo il poema di Dante, 
che nessun professore non mi ha mai spiegato e 
che ero troppo ignorante per comprendere da me, 
ma essendomi venuti sott'occhio due versi mi 
piacquero tanto che li scrissi sopra un mio qua- 
derno e sempre rileggendoli poi mi sentivo invasa 
da una gran forza e da una sicurezza come se 
qualcuno mi portasse. I versi sono questi: 

« Sta come torre fermo che non crolla 
•« giammai la cima per soffiar di venti ». 

E mi compiacevo tutta a notare che Fermo era 
il nome di mio padre. 



Una giovinezza del secolo XIX 151 

Non parmi esagerata l'applicazione a mio padre 
dei versi danteschi. Egli era veramente la torre 
incrollabile, la torre d'avorio significazione di ogni 
altezza. Tutti i parenti lo riconoscevano; alla sua 
morte si disse che anche gli avversari rendevano 
giustizia alla nobiltà della sua vita, alla saldezza 
de' suoi principi. Tale saldezza appunto lo ren- 
deva intransigente, poco atto a seguire le vie co- 
muni che conducono alla fortuna. Gli ultimi anni 
gli furono forse amareggiati anche dalla ingiustizia 
della sorte la quale preferisce gli intriganti osse- 
quiosi e pieghevoli, all'uomo onesto che non di- 
scende a patti servili. Il maggior lavoro di mio 
padre fu il disegno, scelto fra molti concorrenti, 
e la messa in opera della grande chiesa abaziale 
di Casalmaggiore dedicata a S. Stefano titolare 
della città. Eretto sull'area di una antichissima 
chiesa distrutta, ampliato per la generosa cessione 
di località limitrofe, il nuovo tempio si presenta 
isolato e imponente su tredici gradini di elevazione ; 
un pronao ad archi introduce all'interno che ha 
forma di croce greca, decorato per ogni lato da 
un ordine di colonne corinzie. Somiglia un poco, 
fatte le debite proporzioni, alla chiesa di S, Ales- 
sandro in Milano; non ha, per esempio, di questa 
numerosi e ricchi affreschi, quantunque ne fosse 



152 Una giovinezza ael secolo XIX 

{atto invito ai giovani pittori concittadini allievi 
del Diotti. In complesso manca a questo tempio 
troppo giovane la suggestione delle preghiere sa- 
lite per anni e per secoli al trono di Dio insieme 
agli aromi dell'incenso ed ai singhiozzi ed alle 
lagrime sparse ai piedi dell'altare, o soffocate nel- 
l'ombra dei confessionali, che tanto fascino di mi- 
stero danno a certe vecchie chiese. Ma invecchie- 
ranno le pietre, i marmi, gli argenti; il tempo 
stenderà il suo mantello bruno sulla rosea nudità 
delle pareti; nuovi peccati e nuove lagrime de- 
porrà l'uomo bisognoso di fede e altre generazioni 
cogli stessi amori, cogli stessi dolori, verranno qui 
a cercare il fascino del mistero. Un curioso epi- 
sodio sconosciuto e che mi piace di conservare a 
giustificazione del coro e dell'abside giudicati da 
qualcuno troppo ristretti in confronto alla mole del 
tempio, è che sul disegno di mio padre le pro- 
porzioni erano più ampie, appunto per conservare 
l'armonia dell'insieme, e che dovette cedere con 
grande malavoglia alle pretese di Monsignore Abate, 
al quale faceva comodo lo spazio per transitare i 
carri che al tempo della vendemmia portavano le 
tinozze cariche d'uva nelle sue cantine. Per tal 
modo la ragione superiore del tempio la vinse sulla 
ragione meschina dell'uva di Monsignore ed i cit- 



Una giovinezza del secelo XIX 153 

ladini, che avevano ceduto con slancio i propri 
stabili pur che il monumento religioso usufruisse 
della maggiore ampiezza, dovettero accontentarsi 
di sapere che le vendemmie prelatizie non sareb- 
bero disturbate. 

In Milano, oltre a lavori secondari per diverse 
case, mio padre eresse il teatro Fossati, ben di- 
verso però dall'attuale che venne ampliato e mo- 
dificato in seguito. Era un teatrino popolare, senza 
pretese architettoniche, con una vivace decorazione 
floreale ricorrente lungo i palchi e una abbondanza 
di tappi di gazose che andavano alle stelle. Fu 
inaugurato, mi pare, dalla compagnia Moro-Lin 
con Jlngelo, tiranno di Padova. Il teatro era gre- 
mito fino al soffitto. Grandi piene vi fece anche 
il Preda, l'ultimo dei Meneghini, e vi recitarono il 
Bellotti Bon, la Marini, la Celestina Paladini esor- 
diente nelle parti di ingenua. Anche Tommaso 
Salvini fece una comparsa nei Masnadieri. Quella 
sera noi eravamo in un palco di proscenio e pro- 
prio lì venne a fermarsi il Salvini con una faccia 
truce e minacciosa. Come non bastasse, gli viene 
in mente di chiedermi a un palmo di distanza: 
" Ha paura lei di un colpo di pistola? " Mi af- 
frettai ad accennare di no col capo, perchè di 
voce non ne avevo neppure un filo; ma che grossa 



154 Una giovinezza del secolo XIX 

bugia avevo detta! Le fortunate vicende del cin- 
quantanove, che liberarono Milano dalla domina- 
zione austriaca, portarono sul palcoscenico del 
Fossati le rappresentazioni patriottiche e il diret- 
tore dell'orchestrina, un tipico vecchietto, che tra 
un atto e l'altro teneva a bada il pubblico col- 
l'inno di Garibaldi era ben preparato a sentirselo 
chiedere tre, quattro, cinque volte. Appena taceva, 
dalla platea e dalle gallerie era un grido solo: 
L'Innoo! L'Innooo! Pareva il finimondo. Il vec- 
chietto sorrideva e, dimenando il capo da destra 
a sinistra con un'aria di contentezza come se gli 
applausi fossero per lui, alzava la bacchetta del 
comando. Avendo narrato più su l'episodio di 
Monsignore a proposito della chiesa di S. Ste- 
fano non voglio tacere quest'altro relativo al teatro 
Fossati. Chiunque passa da corso Garibaldi può 
osservare sul portone del suddetto teatro una statua 
rappresentante l'eroe di Caprera sul punto di sfo- 
derare una scimitarra sollevata in alto con gesto 
bellicoso; orbene, quel Garibaldi, comperato a 
prezzo d'occasione, teneva originariamente una 
spada; ma al momento di metterlo in opera i 
proprietari si accorsero che la spada non entrava 
nella nicchia del frontone. Che fare? Non era 
possibile privare un soldato della spada lascian- 



Una giovinezza del secolo XIX 155 

dolo colla mano vuota ad acchiappare mosche 
nell'aria. Si tenne consiglio di famiglia e il più 
furbo propose di cambiare l'arma a lama diritta 
colla scimitarra, la cui lama curva segue a puntino 
la cornice della nicchia. Ed ecco in qual modo 
Garibaldi divenne turco. 

Pochi de' miei lettori ricorderanno il Circo 
Ciniselli eretto al posto dove ora vediamo il teatro 
dal Verme; esso ebbe un'esistenza breve ma bril- 
lantissima. Destinato ad un uso di pochi anni, 
pferchè l'area era già accaparrata dal teatro at- 
tuale, il Circo Ciniselli presentava nel suo genere 
una semplicità elegante che piacque subito ; tutto 
in legno, fresco, leggero, coi palchi scoperti che 
pieni di belle signore somigliavano a canestri di 
fiori, fiancheggiati da un corridoio che permetteva 
agli eleganti di vedere e di essere veduti, fu tro- 
vato nuovo, geniale. Gli spettacoli equestri erano 
allora in gran voga; i signori dell'aristocrazia vi 
andavano ad esaminare da vicino il cavallo rega- 
lato dal Re, e un poco, io penso, la figlia e la 
nuora di Ciniselli, bellissime entrambe — la figlia, 
amazzone impeccabile di puro stile inglese; la 
nuora, audace volteggiatrice sul destriero in corsa. 
Eseguivano poi col concorso di tutta la compagnia 
quadriglie e caccie presentate con molto lusso di 



156 Una giovinezza del secolo XIX 



vestiari. Il gusto per questi spettacoli mi sembra 
assolutamente tramontato, ne io me ne dolgo certo, 
che non sono mai riuscita a farmeli piacere,, specie 
quando veniva il turno dei pagliacci e, peggio an- 
cora, quello dei ginnasti che sopra una corda tesa 
o sopra un trapezio arrischiavano ogni sera la vita. 
C'era un'altra compagnia rivale di questa, la Guil- 
laume, che ebbe due celebrità: il moro Muller, 
il quale cavalcava a bisdosso senza sella e senza 
redini, sicuro come se fosse nella più comoda 
delle poltrone e miss Ella, da molti supposta un 
uomo per la forza straordinaria de' suoi garretti ; 
saltava senza interruzione trecento cerchi sfondan- 
done la carta a corsa del cavallo e poi dal me- 
desimo cavallo balzava sovra un palco eretto al- 
l'altezza della prima loggia. Una specialità di miss 
Ella era il breve abito di velo semplicissimo in- 
variabilmente bianco e la sorella, che non la lasciava 
mai standosene in mezzo al circo con una lunga 
frusta in mano a dirigere il passo del corridore, 
ufficio riservato abitualmente agli uomini. In com- 
plesso la compagnia Ciniselli era più elegante e 
giustificava le preferenze dell'alta società. Negli 
ultimi anni cambiarono gli spettacoli e il piccolo 
teatro decadde, ma a' suoi tempi buoni fu durante 
l'estate un ritrovo scelto. Opera anche questo di 



Una gìoìfinezza del secolo XIX 157 

mio padre, vi si andava qualche volta ed era per 
me come uno spiraglio aperto sul mondo. Le si- 
gnore dell'aristocrazia, gli uomini politici, i gior- 
nalisti, vi si davano convegno. Naturalmente non 
conoscevo nessuno, ma una volta che mio padre 
mi mostrò Leone Fortis in colloquio con Paolo 
Ferrari apersi tanto d'occhi a rimirarli. Due scrit- 
tori.^! Nemmeno il Re mi avrebbe fatto battere 
il cuore a quel modo. 

L'idea di pubblicare non mi era venuta an- 
cora, non pensavo affatto a divenire scrittrice, ma 
i libri e coloro che li scrivevano esercitavano sulla 
mia mente un fascino singolare. Un opuscolo che 
trovai nella libreria di mio padre con questa de- 
dica: Al carissimo amico Fermo Zuccari, Tullio 
Dandolo, mi sorprese come se avessi scoperto un 
titolo di nobiltà nella mia famiglia; e in casa della 
signora Cirilla Cambiasi, una delle superstiti e mi- 
che della mamma, mi accadde di vedere il ma- 
noscritto di una poesia che Giovanni Prati aveva 
scritta per lei ; ricordo i due primi versi : " Dal 
molle serto delle tue chiome — Sull'arpa, o bella, 
gettami un fior " e me ne venne tanta esaltazione 
per cui quella signora mi pareva un essere straor- 
dinario. Ispiratrice di un poeta ! Vi poteva essere 



158 Una giovinezza del secolo XIX 

fortuna maggiore? Noto anche una sera in cui 
mi avvenne di parlare con un vecchio avvocato 
e la conversazione, innalzandosi dal campo ristretto 
dei fatti quotidiani al volo delle idee, mi lasciò 
in un tale stato di orgasmo che per molte ore 
non potei prender sonno. Conobbi più tardi altre 
estasi, ma posso dire che la commossa impressione 
di quella sera non ne rimase offuscata; prima an- 
cora che all'amore il mio cuore si aperse a questo 
bisogno di intellettualità, che contribuì per molta 
parte all'isolamento in cui dovevo trovarmi per tutta 
la vita. Nella modestia delle aspirazioni che già 
parte della mia naturale timidezza si faceva sempre 
più ritrosa per la mancanza di incoraggiamenti e 
dalla ironia e dallo scherno spesso, nei migliori 
dei casi da un silenzio indifferente, non mi sono 
mai creduta un solo istante superiore agli altri ; * 
ma che fossi diversa tutto me lo diceva, ad ogni 
passo, ad ogni parola. E perchè ero diversa mi 
trovavo sola. E perchè essendo sola mi nutrivo 
di me stessa, non cadevo nel languore che a ta- 
luni fa ricercare evidentemente un sostegno nella 
compagnia altrui. Questo fatto di bastare a me 
stessa era la forza che mi impediva di essere in- 
felice fino in fondo. In fondo del mio pensiero, 
in fondo della mia coscienza, una flora misteriosa 



Una giovinezza del secolo XIX 159 

ed occulta, come quella che si forma negli abissi 
del mare, dava fosforescenze di luce e incanti di 
forme all'anima rinchiusa. Non odiavo, non mi 
vendicavo, non facevo ne volevo male ad alcuno; 
mancando intorno a me l'ossigeno di vita vivevo 
altrove, nell'ideale, nel sogno che erano per me 
la sola verità, la sola felicità, qualche cosa di in- 
divisibile dalla mia carne e dal mio sangue. 

Il nostro appartamento era ampio e per buona 
metà aperto sulla vista di tre o quattro giardini 
soleggiati; lo studio di mio padre si trovava da 
questa parte e la camera da letto anche; ma la 
mia giornata si svolgeva tutta intera nella sala da 
pranzo che era la più brutta, angusta, con una 
sola finestra a tramontana, col parato dei muri di 
un colore fosco che aiutava a renderla tetra e 
malinconica : essa fu per me il carcere di quelli 
che chiamano i più begli anni della vita. Seduta 
fin dal mattino, agucchiavo senza posa, tenendo 
qualche volta un libro sui ginocchi, nascosto die- 
il cuscinetto che, a quei tempi ignoti alla mac- 
china da cucire, serviva per appuntare orli e so- 
pragitti. Oh! le giornate d'inverno trascorse in 
quel salottino dalla tappezzeria cupa, davanti al 
tavolinetto dove ammucchiavo i miei cuciti, i ram- 
mendi che non finivano mai.... Quanta neve ho 



160 Una giovinezza del secolo XIX 

visto cadere, un'ora, due ore, tante ore di seguito, 
da quella sedia dove avevo sempre freddo. La 
stufa era accesa, portavo due paia di guanti, i 
piedi ravvolti in una sciarpa di lana, ma avevo 
freddo, sempre freddo, incommensurabilmente fred- 
do. E l'anima ardente volava !... Aveva ragione 
la zia Margherita. 

Quando qualcuno vuol sapere gli studi prepa- 
ratori che feci per scrivere la trentina di volumi 
da me pubblicati, rispondo: calze e camicie, ca- 
micie e calze. Questa vita sedentaria e rinchiusa 
non favoriva certo il mio sviluppo fisico; lo peg- 
giorava la mia repulsione per qualsiasi esercizio 
dei muscoli, fosse pure scopare una stanza o sal- 
tare una sbarra; anche la passeggiata domenicale, 
la sola in tutta la settimana, mi riusciva di peso; 
se si aggiunge che parlavo pochissimo, è presto 
concluso che la mia esistenza si riassumeva nel 
pensiero e nessun igienista ha mai detto che sia 
questo la cura di una fanciulla sul crescere. Certe 
ore del giorno e dell'anno le ricordo anche oggi 
con un brivido. In febbraio, passato S. Antonio, 
nel qual tempo al dire delle mie zie, il giorno si 
allunga di un'ora, non si accendeva la lucerna a 
pranzo e dopo pranzo non la si accendeva ancora 
perchè, dicevano le zie, non era necessario vederci. 



Una giovinezza del secolo XIX 161 

Era l'ora in cui mio padre stava più a lungo sul 
divano, immerso in quel suo riposo melanconico 
che nessuno di noi osava disturbare. Pareva che 
dormisse; e non dormiva, perchè tra il chiaro e lo 
scuro i suoi sguardi cadevano su di me; io li 
vedevo bene ed erano sguardi inquieti e soavi 
dove la tenerezza si mesceva a qualche cosa di 
accorato, come un dubbio. Le zie, sedute luna 
di fianco all'altra, ritte contro il muro a guisa di 
due marmoree cariatidi, recitavano mentalmente le 
loro orazioni. La luce moriva a poco a poco, 
fuggendo prima dagli angoli, lambendo gli ottoni 
della stufa, le cornici dei quadri, le bullette del 
divano, fermandosi un istante tra le pieghe bianche 
delle tendine, alle quali dava una flessuosità vaga 
di fantasmi, finche le tenebre cadevano improvvi- 
samente sul nostro silenzio. Non si scorgeva più 
nulla, ne mobili, ne persone, ma al posto delle 
zie si accendeva un piccolo punto luminoso, come 
un occhio di fuoco. Era il sigaro della zia Nina 
che passava poi alla zia Margherita. Ora la brutta 
moda delle donne che fumano è purtroppo entrata 
nei nostri costumi; non così allora, si che questa 
abitudine delle mie zie, faceva parte della loro 
originalità, ed era esente da qualsiasi civetteria, 
molto più che non si trattava di eleganti sigarette, 

II 



162 Una giovinezza del secolo XIX 

ma di veri virginia, aspri e forti. Esse però non 
fumavano in pubblico; è una attenuante. 

Dolce è il crepuscolo della sera ai vaneggia- 
menti delle anime felici; ma io, nonché felice, non 
ero nemmeno libera. Per la soggezione che mi 
dominava sempre non avrei ardito di accendere 
un lume e rimanevo così, àpata, nella tristezza 
snervante delle tenebre, immobile anch'io e silen- 
ziosa. S'avrebbero potuto udire i nostri quattro 
respiri. Mi domando ora che cosa sarebbe avve- 
nuto, se non fossi stata supinamente ligia a quella 
specie di regola conventuale che strozzava in germe 
ogni mia volontà e sono convinta che non sarebbe 
avvenuto nulla, come non avvenne nulla ai miei 
fratelli che, più o meno, facevano quello che vo- 
levano. Ma io avevo già preso l'abitudine di ri- 
piegarmi su me stessa, avversa per istinto alla lotta, 
che mi avrebbe sottratto tempo ed energia. Da 
quando abitai la mia anima come si abita una 
fortezza, e ciò avvenne prestissimo, il piano della 
mia resistenza si tracciava da se e non mi ac- 
corgevo che uscendo da una prigione entravo in 
un'altra, tagliando i ponti che dovevano congiun- 
germi alla vita. 

Altre ore ricordo. D'estate, nei tramonti afosi 
di luglio e di agosto, spalancavo le finestre verso 



Una giovinezza del secolo XIX 163 

i giardini e là, accoccolata accanto ai feni del 
balconcino, lasciavo errare lo sguardo sulle sale 
aperte di un appartamento signorile, dove uno 
sciame di fanciulle ridenti scherzavano con al- 
cuni giovani amici sotto gli occhi carezzevoli 
delle madri, con quella sicurezza di gesti e di 
parole, colla libertà di movimenti e la fede in se 
e la gioia di vivere, quale hanno solamente le fan- 
ciulle che si sentono amate. In altre stanze vedevo 
persone che si adornavano per il passeggio, donne 
davanti allo specchio, uomini che leggevano il gior- 
nale sdraiati nelle poltroncine, fumando. Poco a 
poco le abitazioni si facevano deserte, la frescura 
della sera attirava fuori, al largo, ai concerti delle 
piazze; la vita notturna si sovrapponeva alla vita 
giornaliera. Alle finestre apparivano e sparivano 
lumi, vagolavano ombre incerte, ondeggiavano ven- 
tagli, fluttuavano gonne. La brezza faceva don- 
dolare nappe di coltroncini, veli di culla e nella 
penombra luccicava la sponda nitida di un letto, 
la maiolica fiorata di un lavabo; dolci intimità di 
alcova che si abbandonavano alle tenebre nascenti 
diffondendo nell'aria un profumo sottile di voluttà- 
Oltre i tetti, tra le sagome dei fumaioli, altri ba- 
gliori di lucerne invisibili, note di cembalo, trilli 
di canzoni, un nome, un grido, allargavano la cer- 



164 Una giovinezza del secolo XIX 



chia del brulichio umano, tutto quel mondo di 
passioni che si agitava intorno a me, così vicino, 
così lontano!... 

Tra me e i miei fratelli non vi fu mai il 
menomo screzio. Ma essi vivevano la loro libera 
esistenza di maschi ; non erano obbligati come me 
a stare giorno e notte sotto la sorveglianza delle 
zie. Avevano in comune gli studi, i giuochi, le 
tendenze. Appena usciti dall'adolescenza si trasfe- 
rivano all'università ; quando venivano a casa erano 
accolti in festa. Nostro padre si occupava di loro 
con grandissima cura e sempre con quel suo si- 
stema di pedagogia elevata, che mirava a svilup- 
pare i più nobili sentimenti, innalzando la dignità 
della coscienza a mezzo della fiducia, anziché de- 
primerla con sospetti ingiuriosi o ferirla con gros- 
solani castighi. Ed anche verso di loro covava 
quell'ansia inquieta, quella preoccupazione dell'av- 
venire che tanta ombra spargeva sul malinconico 
tramonto della sua vita. Presentiva forse di do- 
verci lasciare prima che si compisse il giro dei 
nostri destini. Per questo i suoi sguardi erano 
sempre carichi della tristezza del suo cuore; e 
non ebbe, povero padre, la soddisfazione così 
meritata, di vedere in qual modo i miei fratelli 



Una giovinezza del secolo XIX 165 

continuarono la tradizione della nostra famiglia 
mostrandosi degni del suo esempio. 

La parola aristocrazia è troppo di sovente 
usata in senso contrario al suo vero significato; 
mi si permetta di ricondurla alle sue vere origini 
fissando il motto che ne riassume tutto lo spirito: 
Mobilia obbliga. Che cosa vuol dire in fondo 
aristocratico, se non uomo superiore, uomo mi- 
gliore? E far suo l'obbligo degli avi per conser- 
varsi superiori, per diventare migliori, non è rac- 
cogliere un ideale di bellezza e diffonderlo nel 
mondo? Solamente un cervello ben meschino può 
credere che il prestigio dell'aristocrazia consista 
in un titolo sonoro o in uno stemma variopinto, 
mentre questi non sono che segni esterni privi 
di valore e di significato, ove manchi il principio 
conservatore dei caratteri di una razza. Tutte le 
supremazie che, abbiamo visto decadere, religiose, 
politiche o aristocratiche che fossero, decaddero 
per abuso di potere non per difetto del principio. 
Al principio di ognuna di esse sta una verità im- 
mortale che solo passando attraverso le mani im- 
pure degli uomini, degenera in colpa. Il bel ca- 
valiere che moveva incontro alla morte, professando 
fedeltà a Dio, alla sua donna, al suo re, creava 



166 Una giovinezza del secolo XIX 



un codice dei doveri dell'uomo del quale possono 
alla lunga cambiare i nomi, non l'essenza vitale. 
La borghesia, raccogliendo il potere sfuggito alla 
classe aristocratica, fece suo l'obbligo e, se volle 
vincere, dovette ripristinare in tutto il loro vigore 
le virtù dell'avversario, traversando fiumi di sangue, 
perchè il dovere, la famiglia, la Patria, tornassero 
a splendere fra le idealità umane. Ed è giusto ri- 
conoscere i meriti della borghesia in un tempo in 
cui il senso di questa parola è stato svisato e 
corrotto per farne arma sleale di combattimento. 
Ognuno di noi che abbia la fortuna di una tra- 
dizione risalga il corso degli anni e saluti con ri- 
spetto, con riconoscenza, la memoria dei precur- 
sori che primi scrissero sullo stemma simbolico 
della loro famiglia la parola == dovere = che 
nel probo esercizio delle loro cariche, custodirono 
religiosamente quel tesoro di fede che donò all'I- 
talia gli uomini del suo risorgimento. La tradizione, 
questa specie di sanità morale che imprime un 
passato dolcemente radioso alle generazioni uscite 
dal suo grembo, non è un sentimento fittizio ideato 
per il vantaggio di una casta; noi la vediamo con- 
tinuata in certe famiglie di montanari, di semplici 
contadini vissuti lungi dai centri corruttori ; tradi- 
zione rudimentale di ricordi, di abitudini, di pen- 



Una giovinezza del secolo XIX 167 

sieri successivamente sovrapposti, pari agli strati di 
terreni preistorici insaldati nella roccia. E' fra que- 
ste persone modeste e fiere che noi troveremo 
l'attitudine severa e religiosa del patriarca, il gesto 
umile e pur dignitoso, rivestito di intima nobiltà, 
che certe vecchie donne conservano ancora come 
riflesso di una antica corona. 

Se io cerco sul dizionario il significato della 
parola aristocrazia, trovo: " forma di politico reg- 
gimento nella quale il potere è in mano dei no- 
bili ". E sarà benissimo detto. Io però penso ad 
un'altra missione dell'aristocrazia, quella, che avendo 
creato il motto nobiltà obbliga, creò in pari tempo 
una tradizione conservatrice di bellezza. CoU'af- 
fievolirsi della tradizione molte forme di bellezza 
scompaiono; ne serve il dire che altre nascono. 
Noi siamo attaccati da secoli alla bellezza degli 
astri e dei fiori e se scomparissero, non credo che 
gli aeroplani e le macchine agrarie ci compense- 
rebbero; l'uomo assetato di bellezza rimpiange- 
rebbe pur sempre le stelle e le rose. 

Vi è inoltre un genere di bellezza, che non si im- 
provvisa, nata da millenni di civiltà, che nessuna sco- 
perta per quanto intelligente può sostituire. I ritratti 
del patriziato antico sono una guida interessante per 
studiare i segni delle razze che si sono conservate 



168 Una gìoo'mezza del secolo XIX 

pure; quelle donne dal collo lungo e sottile, dalla 
fronte liscia, dalle mani perfette, hanno nell'espres- 
sione del volto e nella dignità del portamento, nel 
fine sorriso e nello sguardo dominatore, un non so 
che di sovrano, che si impone anche ad un esame 
superficiale. E come si comprende che esse sole 
possano adornarsi di quelle trine, di quegli abiti 
sontuosi, di quei broccati, di quegli ermellini sui 
quali poggiano i gioielli fantasiosi degli orafi del 
cinquecento! Par di vedere lo stuolo delle ancelle 
intente al complicato edificio di quelle chiome di- 
vise a ricci, a onde, a treccioline, con giri di perle, 
con svolazzo di nastri e di nodi da richiedere pa- 
recchie ore di lavoro. Perfino le bimbe di cinque 
anni in abito scollato e guardinfante rivelano la 
principessa educata per tempo al contegno nobile, 
al gesto e al riserbo delle corti. Produzione arti- 
ficiale, lungamente elaborata attraverso filtri di raf- 
finatezza e di gusto, questo tipo della gran dama 
agì da fulcro elevatore e ispiratore in tempi lon- 
tani ma non dimenticati. Anche oggi subiamo il 
fascino di queste creature d'eccezione, che ci guar- 
dano dalle vecchie cornici colle loro pupille esta- 
tiche e sentiamo la malinconia di una bellezza che 
muore, che forse è già morta. 

Infatti torna inutile cercarla questa bellezza 



Una giovinezza del secolo XIX 169 

nelle generazioni sorte ieri, portate in alto dai 
rapidi guadagni, sotto le quali piegarono vinte le 
antiche famiglie, ma che non riusciranno neppure 
coll'aiuto del tempo a formare la misteriosa catena 
della tradizione, poiché non esiste più il sentimento 
di essa. Il progresso per sua natura distruttore, ha 
bisogno di abbattere per edificare; la sua marcia 
trionfale procede fra mucchi di rottami. L'altera 
principessa che si faceva dipingere dal Van-Dyk 
o da Leonardo era conscia di affidare la propria 
bellezza ai secoli futuri in un esemplare unico; la 
milionaria d'oggi non sdegna di posare, magari in 
veste da camera, davanti all'obbiettivo fotografico 
che la riprodurrà in dozzine di copie per la sod- 
disfazione delle sue cameriere. Ho qui un giornale 
quotidiano, uno dei più diffusi, dove è riprodotto 
il gruppo fotografico più recente della famiglia 
imperiale germanica ; e mi domando se mai, invece 
di una fotografìa autentica e legalizzata, non sa- 
rebbe questa una caricatura immaginata dal più 
feroce nemico degli Hoenzollern; tanto la volgare 
espressione dei personaggi armonizza colla sciat- 
teria della posa. Sono sei i campioni, tre principi 
e tre principesse, che si presentano di fronte in- 
filati tutti e sei a braccetto l'uno dell'altro, quasi 
per sorreggersi a vicenda, come operai che ritor- 



170 Una giovinezza del secolo XIX 

nano alticci dalla fiera; gli uomini insaccati in certi 
panni che sembrano lo spoglio del basso personale 
di una compagnia equestre ; le donne spettinate, 
senza busto... Oh! ritratto di Beatrice d'Este così 
severamente agghindata in una rete di perle; gemme 
sfolgoranti e trine meravigliose di Maria de' Me- 
dici ; pettinatura da dea che sorreggi le chiome 
fluenti di Lucrezia Tornabuoni, che figura faranno 
accanto a voi nelle pinacoteche dell avvenire le 
sembianze ultra democratiche di questi ultimi rap- 
presentanti dell'imperialismo ad oltranza? 

Una delle buone qualità antiche era anche il 
giusto senso del risparmio praticato serenamente 
come un dovere, non solo, ma anche con quel- 
l'amore della tradizione che ci affezionava alle 
argenterie di famiglia, ai mobili, ai ritratti come 
a un tenero e sacro ricordo. " La spada di mio 
padre, la croce di mia madre " è una frase che 
ora fa sorridere ; ma si ha torto, poiché essa con- 
teneva un principio di felicità e di sicurezza che 
le famiglie moderne non conoscono. Nata alla metà 
di un secolo, che divise nettamente due società e 
cresciuta in un ambiente di provincia, il quale ar- 
retrava il progresso di venti o trent'anni almeno, 
sono certo un ben raro testimonio sopravissuto al 



Una giovinezza del secolo XIX 171 

morire di usi e costumi che, se avevano dei di- 
fetti, nutrivano pure forti virtù. La mia famiglia, 
composta di sei persone con un reddito modesto 
e il solo lavoro di un uomo declinante, viveva su 
un piede di economia, sto per dire, naturale, in 
cui non vi era nessuna privazione, perchè i nostri 
desideri oltrepassavano difficilmente la possibilità 
di soddisfarli. Inoltre mancava in casa mia, parmi 
averlo detto, quell'assillo della ricchezza, quel con- 
tinuo parlar di denaro, giudicare una persona su 
quanto denaro possiede, scegliere moglie e carriera 
in base al maggior denaro che rappresentano e col 
denaro pesare la considerazione e riporre nel de- 
naro la somma del bene, cose tutte che, a mio 
giudizio, oltre la volgarità insopportabile per uno 
spirito delicato, conducono all'invidia al malcon- 
tento, al pessimismo, veleno dell'anima. Per il fatto 
di avere minori bisogni non v'ha dubbio che si 
era allora più felici o, per lo meno, era maggiore 
il numero dei felici, potendolo estendere anche a 
coloro che non avevano grandi fortune; ne si giu- 
dicava minore il piacere di slare insieme bevendo 
un bicchiere di vino bianco o un siroppo di lam- 
poni perchè non si usavano tovagliette di pizzo e 
rinforzo di marrons gla^és. L'esempio della sem- 
plicità veniva dall'alto e da tutti i paesi. Lady 



172 Una giovinezza del secolo XIX 

Giorgiana Fullerton, nota filantropa e una delle 
più grandi dame dall'aristocrazia inglese, lasciò 
scritto che lei e i suoi fratelli non avevano mai 
a colazione più di una tazza di latte con pane 
raffermo ; pane raffermo era pure il sistema gene- 
rale delle nostre famiglie e dei nostri collegi ; in 
molte case poi, alle persone di servizio veniva 
misurata anche la quantità, sì che per dimostrare 
l'agiatezza di una casa, dicevano che il pane vi 
era libero. In alcune città della Francia famiglie 
milionarie offrivano ai visitatori serali un piatto di 
mele delle loro campagne; e a Venezia, dalla con- 
tessa Albrizzi, che riceveva le più alte personalità 
d'Europa, il trattamento usuale era una guantiera 
di ciambelle fatte in casa. Il conte Alessandro 
Verri da Roma esortava il fratello, rimasto a 
Milano, a non risparmiare passi affinchè il sarto 
gli restituisse le pezze avanzate da un certo dra- 
ghetto consegnatogli per fare un vestito e sog- 
giunge ad avvalorare la raccomandazione : " Così 
vuole la buona economia delle nostre entrate ". 

Voglio dire qualche cosa di più. L'economia 
praticata per tradizione e con piacere era un ele- 
mento di forza e di serenità. Io l' ho conosciuto 
largamente il piacere di ridurre a nuovo una 
vecchia gonna e di ammucchiare nel cassettone 



Una giovinezza del secolo XIX 173 

tante e tante paia di calze fatte da me punto 
per punto. C'è in questi umili lavori un orgoglio 
di creazione, di lotta superata, di tempo bene 
speso, che è per se stesso un premio e un inci- 
tamento. Gusto ancora, dopo tanto tempo trascorso 
e tante vicende, la soddisfazione di avere composto 
e cucito io stessa gli abiti di mio figlio fino ai 
dieci anni e compiango (non disprezzo forse anche 
un poco?) le giovani madri di mezzi limitati che 
non sanno preparare neppure il camicino per il 
pargolo che deve nascere. Non si dica che questo 
è un argomento di nessun conto. Non è vero! 
La donna, che arpa i lavori femminili e li applica 
all'economia della famiglia, trova in casa tanto da 
occuparsi che non sente il bisogno di fondare 
comitati e associazioni per ingannare la noia e 
illudersi di fare qualche cosa. E anche questa 
tradizione di lavoro rimonta alle classi aristocra- 
tiche. Ai ricevimenti della duchessa di Chartres 
le dame, imitando la duchessa, portavano con se 
un lavoro ; Maria Luisa, seconda moglie di Na- 
poleone I, quando era ancora fanciulla si sferruz- 
zava allegramente da se una maglia di lana per 
star calda, e c'è un ritratto poco noto della mar- 
chesa di Pompadour che la rappresenta mentre 
sta ricamando ccn un telaio sui ginocchi. 



174 Una giovinezza del secolo XIX 

Non ci sarebbe che da regolare la vita un po' 
troppo rinchiusa delle donna di una volta, col frene- 
tico sgonnellare fuori di casa delle modernissime, per 
trovarsi, nella giusta via di mezzo ; ma purtroppo 
indietro non si torna. La vecchia borghesia saggia, 
econonoma, dalle abitudini semplici ha disertato i 
provinciali palazzi aviti, le pingui fattorie dove la 
vita era comoda e dolce; attratta dal miraggio 
delle grandi città, ruppe il contatto immediato 
colla terra, i rapporti giornalieri coi contadini e, 
giunta nei grandi centri dell'industria, si trovò in 
mezzo alla nuova borghesia dei rifatti privi di 
tradizione, di esempi, di memorie, frettolosi di di- 
struggere fino il ricordo del loro passato, avidi di 
lusso e di gioia, intenti solo ad arricchire. I figli 
delle grandi rivoluzioni, coloro che avevano con- 
servato intatto il patrimonio di secoli, si trovarono 
improvvisamente accerchiati e per forza delle cose 
travolti nel turbine della democrazia distruggitrice 
di tutto ciò che fu. Alcune famiglie resistono an- 
cora, ma non sarà per molto tempo. Le donne 
si mostrano particolarmente accanite alla distruzione 
dei domestici lari, perchè non so chiamare in al- 
tro modo quella specie di orrore per la casa che 
le spinge nel cuore dell'inverno a prendere il treno 
per l'una o per l'altra città, per un paese, per 



Una giovinezza del secolo XIX 175 

un monte, per un lago, o anche per un ghiacciaio, 
pur di non passare in casa propria, anzi per an- 
nientarla, la dolce e pensosa poesia del Natale. 
Anche le nozze, questa festa intima fra tutte, è 
ora di moda esibirla alla triviale curiosità dei ser- 
vitori d'albergo 

A nuova conferma della mia teoria sul valore 
della tradizione, abbiamo un detto popolare che ne 
mette in rilievo la grande importanza per l'indi- 
viduo e la Società, ed è quello di colui che ad 
una cattiva azione risponde : " Il figlio di mio 
padre non farà mai ciò ". Posso citare per con- 
troprova il fatto di una di quelle disgraziate orfane 
di parenti vivi, abbandonata alla carità cittadina, 
una esposta. Io la esortavo a crearsi indipendente 
col suo lavoro per mantenersi onesta ; ella mi a- 
scoltò un poco, e poi disse crollando il capo con 
un cinismo quasi ingenuo, tanto era sentito: " E' 
inutile sa, noi siamo figli della colpa, come ha 
fatto nostra madre faremo anche noi ". Questi 
problemi educativi e sociali mi hanno sempre in- 
teressata moltissimo, ed essi e altri, a cui diedi la 
mia attenzione, più che sui libri mi piacque stu- 
diarli alla viva fonte dell'umanità. Se poi trovavo 
in un libro gli argomenti in appoggio alle mie os- 



176 Una giovinezza del secolo XIX 

servazioni, amavo quel libro come un amico, e 
tanto più lo amavo in quanto non avevo material- 
mente né amici ne amiche ; ovvero qualche amica 
potevo contarla, ma tutte fuori di Milano, e anche 
le poche volte che ci riusciva di stare insieme, i 
nostri cuori erano vicini, i nostri pensieri no. Esse 
pensavano come tutti, ma io non so come chia- 
mare quel tarlo che lavorava nel mio cervello as- 
sorbendo ogni mia attività, rendendomi sempre più 
incapace di contatto cogli altri, fuggendo ciò che 
gli altri ricercavano. 

Chi non ama le passeggiate campestri in 
lieta compagnia ? Io non le potevo soffrire ; sia 
per la passeggiata che mi riusciva di fatica, sia 
per la compagnia, allo spirito della quale non 
sapevo unire il mio. Vagheggiavo allora di tro- 
varmi con una persona di mia fantasia, triste 
e selvaggia come me, al pari di me sola e an- 
darcene insieme sul sentiero più appartato e dirci 
tutto quello che non avevamo mai detto a nes- 
suno, e ridere e piangere e cogliere fiori e rin- 
graziare Dio di essere nati.... ma quella persona 
non rho trovata mai. Mi condussero invece un 
giorno a visitare un' officina di non so che cosa, 
e non lo so perchè appena posto piede sulla so- 
glia di un camerone dove stavano allineate mac- 



Una giovinezza del secolo XIX \77 

chine e uomini e donne tra un assordante rumore 
di manubri e di pulegge, presa da una repulsione 
istintiva come se avessi visto un mostro, mi ag- 
grappai disperatamente ad una ringhiera che dava 
verso il verde dei prati, scongiurando che mi la- 
sciassero a quel posto. Ero allora poco più che 
adolescente, ma la mia particolare sensibilità, an- 
ticipando r intuizione, mi dava nel quadro che a- 
vevo dinanzi agli occhi la sensazione materiale 
dell'idea per la quale dovevo più tardi combattere 
non poche battaglie. Null'altro che una sensazione, 
ma, come sempre, una sensazione che mi appar- 
tava dagli altri; che non andò tuttavia perduta se 
a tanti anni di distanza la ritrovo intatta alla 
base delle mie idee sulla santità della tradizione 
famigliare violentemente minata dal crescere delle 
officine, progresso forse necessario ma pauroso, 
che strappa la donna dalla casa e distrugge bru- 
talmente le care intimità del focolare. 

La disgressione mi è riuscita più lunga che 
non volessi e sopratutto che il lettore desiderasse; 
ma è pur necessario che tenti di spiegare, e non 
sono sicura di riuscirvi, il lavoro caotico della 
mia mente, non secondato e non guidato da chi 
mi stava intorno ; nessuno dei quali poteva imma- 

12 



178 Una giovinezza del secolo XIX 

ginare neanche lontanamente le aspirazioni che 
giacevano soffocate in me, che non conoscevo io 
stessa. 

Uscita dalla scuola- poco meno che igno- 
rante, la volontà di studiare non mi venne nep- 
pure dopo. Tanto il pensiero mi attirava colle sue 
divine libertà, altrettanto detestavo la meccanica 
dell'insegnamento freddo, pedante, ammalato di 
miopia cronica, vecchio corpo disfatto che deve 
la sua resistenza all'appoggio che gli danno tutte 
le mediocrità. Leggevo con passione, ma pur che 
fossero libri divertenti e romanzi e poesie d'amore. 
Mio padre si allarmava qualche volta di questa 
mia passione, esortandomi a scegliere bene e di 
abbandonare i romanzi, ma non ebbe il gesto as- 
soluto di indicarmi lui i libri che dovevo leggere, 
forse in omaggio al suo grande rispetto della li- 
bertà individuale od anche perchè sapeva che il 
miglior mezzo per ottenere buoni risultati da fi- 
gliuoli moralmente sani è quello di mostrare fiducia 
in essi. Libri cattivi in verità non ne leggevo, ma 
inutili quasi tutti e nocivi in rapporto a quelli che 
dovevo poi scrivere io stessa perchè, presi a ca- 
saccio, mi traviarono nella lingua, nello stile, in 
tutto ciò che dovrebbe formare il buon scrittore. 
Ma di ciò allora non mi curavo affatto, paga di 



Una giovinezza del secolo XIX 179 

poter dare attraverso alle pagine di quei volumi 
uno sguardo nel mondo che non conoscevo. 

Desideravo anche molto di avvicinarlo questo 
mondo pieno di belle cose a me ignote, desideravo 
specialmente con ardore soffocato di poter andare ad 
una festicciuola da ballo. Amavo il ballo con 
passione, ma dove battere il capo se non avevamo 
relazioni ? E andare con chi ? Non certo colle 
vecchie zie di provincia che non avevano mai 
visto un ballo. Il mio buon padre si sacrificò ac- 
cettando l'offerta di un conoscente che ci avrebbe 
presentati in una famiglia ; ma sorse subito una grossa 
questione. — Che vestito metterai? — mi chiese 
papà con una certa inquietudine. Io che temevo 
di perdere l'occasione, che non avevo alcuna idea 
di abiti da sera, mi affrettai ad assicurarlo che 
non mi mancava nulla. E i guanti ? — soggiunse 
mio padre. — Ho anche i guanti. Allora, felice, 
combinai la mia toeletta colla zia Margherita. 

Premetto che manco di buon gusto naturale. Se 
sono riuscita, molto tardi, a vestirmi press'a poco 
convenientemente, mi ci vollero grandi sforzi; né 
le mie zie attempate non avrebbero potuto in ca- 
pitolo moda aiutarmi di consigli. Incominciai dunque 
a stringere i miei lunghi e folti capelli in due 
trecce fitte fitte che me li ridussero a metà; in- 



I80 Una giovinezza Jet secolo XIX 



dossai poi un abito di mussolina bianco e celeste, 
accollato come il soggiolo di una monaca, che 
era stato della mia mamma e che lasciai tale e 
quale benché non avessimo la stessa corporatura; 
ma a me, poiché era stato della mia mamma, 
sembrava una meraviglia. Per la stessa ragione mi 
piantai in testa una camelia bianca che aveva 
servito alla mamma nel ritratto che le fece Mo- 
riggia e che riposava da anni in una scatola di 
cartone fiancheggiata di carta velina. Infine pescai 
alla stessa fonte un paio di guanti nuovissimi, mai 
messi, che portavano a farlo apposta il mio nu- 
mero e che erano di un bel color giallo zampa 
d oca. La zia Margherita mi ammirò e strinse un 
pò più le mie trecce, così, diceva, non c'era pe- 
ricolo che si sciogliessero danzando. Volevo farmi 
vedere da papà, ma la solita vergogna mi trat- 
tenne e mi ravvolsi subito nel mantello. Appena 
entrata nelFappartamento di quella famiglia, che 
non conoscevamo, ci passò davanti, attraverso gli 
usci aperti, in uno sfolgorio di lumi, una eterea 
apparizione vestita di bianco colle bionde anella 
incipriate sparse sull'omero nudo. — Oh ! oh ! ^ — 
fece mio padre al quale avevano assicurato che 
si trattava di quattro salti alla buona. Io non dissi 
nulla, ma inoltrandomi nelle sale osservai che nes- 



Una giovinezza del secolo XIX 181 

suna delle signore presenti era pettinata come me, 
nessuna aveva fiori in testa e tutte portavano 
guanti candidissimi. Verificata così la mia zotica 
figura, senza impressionarmene troppo, andai tran- 
quillamente a sedermi nell' angolo meno in vista 
aspettando gli eventi. Dico subito che essi non 
furono all'altezza di quelli che leggevo nei ro- 
manzi, ma ballai tutta notte, quantunque non co- 
noscessi alcuno, e per una ragazza coeì mal ve- 
stita ce n'era d'avanzo. 

Le occasioni di trovarmi in società continua- 
vano ad essere molto rare, e dicendo società abuso 
un poco dell'elasticità del vocabolo. Dovunque 
però il malinteso fra me e il mio prossimo mi 
isolava. La titubanza, che irrigidiva i mie movi- 
menti, toglieva ad essi la grazia della gioventù; 
non ero più una bimba e non ero ancora una 
giovane donna; l'abitudine quotidiana dei colloqui 
con me stessa mi rendeva inetta alla conversazione; 
mancavo poi in modo assoluto dello spirito di so- 
cietà, della risposta pronta, del motto che fa ri- 
dere, di quello che provoca e che istiga. Il ter- 
ribile dono dell'osservazione non mi permetteva di 
restare indifferente; vedevo bene con quali poveri 
mezzi le reginette mondane ottenevano i loro trionfi ; 



182 Una giovinezza del secolo XIX 



e mentre esse avranno disprezzata in me l' insulsa 
creatura che non sapeva ne vestirsi, ne muoversi, 
ne parlare, io, dal mio posto isolato, studiavo sul 
vero il loro piccolo cuore. Era questo il solo pia- 
cere che ricavassi quando mi trovavo in compa- 
gnia : piacere acre, ma non privo di moderato or- 
goglio sotto la modestia del mio aspetto. Non 
affrettiamoci a denigrare l'orgoglio, sentimento di 
natura elevata pur che sia circoscritto entro i li- 
miti di una giusta conoscenza di noi stessi. Non 
si può ammettere che la modestia, doverosa verso 
il prossimo e più ancora verso l'ideale, debba 
giungere al punto di una completa ignoranza 
quando si tratta di riconoscere le nostre forze. Se 
non fosse così, chi si metterebbe a capo delle grandi 
imprese che rivoluzionarono il mondo? Ed anche 
non bisogna confondere il nobile orgoglio di colui 
che tende a una meta superiore colla vanità dello 
sciocco e colla superbia del farabutto. Tacceremo 
l'aquila di orgoglio perchè fende i più alti cieli, 
mentre il passerotto si limita a svolazzare sui tetti? 
Chi salta un fosso ha sentito prima la forza di 
poterlo saltare. 

Tutti questi paragoni, da prendersi colle de- 
bite distanze, li trovo ora per spiegare il me- 
glio che mi sia possibile quella singolare resi" 



Una giovinezza del secolo XIX 183 

stenza, quella specie di corazza che mi permet- 
teva di rimanere impassibile e ferma, quantunque 
non indifferente, nella mia solitudine e perchè certi 
stati di accasciamento, di avvilimento, di prostra- 
zione morale io non li ho provati mai. Ho pen- 
sato tante volte in qual modo mi si potrebbe av- 
vilire ed ho concluso che nessuno lo potrà perchè 
non mi sono mai avvilita io stessa. Posso ingan- 
narmi, ma credo che difetti e qualità procedano 
in gruppi e chi ha una qualità ha pure la qua- 
lità sorella e lo stesso dicasi dei difetti. La mia 
unilateralità, chiamata qualche volta egoismo, faceva 
il paio colla mia pretesa aristocrazia, un senti- 
mento tutto ideale che meglio delle parole spie- 
gano le perle della mia nonna. La mia nonna 
materna aveva tre collane di perle delle quali, 
per disgrazie della mia famiglia , non una sola 
giunse fino a me. Ebbene, io non mi fregerei a 
nessun patto di uno stemma comperato, ma le tre 
collane di perle della mia nonna me le sono sen- 
tite tutta la vita intorno al collo. 

Non ho ancora finito di enumerare le doti 
negative delle quali ero provvista per brillare in 
società. Erano tante e tante, che probabilmente 
ne dimenticherò qualcuna, e qualcuna anche può 



184 Una giovinezza del secolo XIX 

essermi sfuggita, se è vero quel che affermano i 
saggi sulla difficoltà di conoscere se stessi. Mi 
felicito intanto di aver scelto per queste memorie 
il sistema di una semplice e veritiera esposizione 
dei fatti, per tal modo il lettore perspicace potrà 
fare da giudice nel caso che io mi dipinga troppo 
in bello, chiamando complici gli altri della mia 
manchevolezza, quando forse la causa va ricercata 
solamente in me. Comunque noto che ero di una 
straordinaria distrazione la quale, congiunta a una 
smania di verità assolutamente puerile, mi faceva 
apparire a volte leggerina, a volte impertinente, a 
volte, e più spesso, sciocca. E certo che una 
condizione indispensabile al vivere sociale è 
quella piccola, ma importante, qualità che si chia- 
ma tatto; io ne avevo quanto un negro della 
Zululandia. 

Peccato che mio padre, dal quale vivevo 
troppo separata, non fosse testimonio dei miei sfar- 
falloni che li avrebbe, così fine com'era, immedia- 
tamente repressi, come una volta fece con un 
semplice corruscar delle ciglia. E un'altra bella, 
quatunque indiretta, lezione di tatto, mi diede a 
proposito di un vecchio signore suo cliente che 
veniva per affari in casa nostra. Non avendomi 
veduta da molto tempo mi disse un giorno che 



Una giovinezza del secolo XIX 185 

mi trovava ingrassata ; e siccome dall'accento e 
dall'espressione del suo viso traspariva l'intenzione 
di avermi fatto un complimento, appena si fu al- 
lontanato papà ebbe a notare che si era espresso 
male; perchè non poteva sapere se quella osser- 
vazione potesse piacermi e che ad ogni modo non 
era delicata. — Doveva allora tacere? — chiesi 
io. — Non è questo — rispose mio padre — 
ma se proprio voleva fare un complimento doveva 
limitarsi a dire: La trovo bene. — Egli posse- 
deva in sommo grado quest'arte delle sfumature, 
delle critiche sottili e profonde; ma io compresi 
subito che l'appunto non era stato fatto per cri- 
ticare l'amico, bensì per insegnare a me. Era d'al- 
tronde il suo sistema educativo ; poche parole 
quando si presentava l'occasione, ma tali che non 
si dimenticavano. Un'altra volta la lezione fu più 
diretta. Qualcuno, non ricordo più chi, ebbe a 
dire che ero simpatica, e quella specie di elogio, 
a me che non ne ricevevo mai, fece una così lieta 
impressione da indurmi ingenuamente a riferirglielo, 
persuasa, per il bene che mi voleva, di far pia- 
cere anche a lui. Sorrise il mio buon padre alla 
innocente fanciullaggine, e volendo nello stesso 
tempo frenare il possibile sorgere di una vanità 
intempestiva: " Quando — ammonì dolcemente — 



186 Una giovinezza del secolo XIX 

non si può dire ad una donna che è bella, la si 
conforta chiamandola simpatica ". 

Quale scuola di perfezione avrei avuto, se mi 
fosse stato possibile di vivere sempre insieme a 
mio padre! Tutto invece concorreva a dividerci; 
il sistema della famiglia, le sue e le mie occupa- 
zioni, i suoi e i miei dolori non consentirono mai 
l'intimità dell'abbandono. Forse, è un dubbio che 
mi venne qualche volta, che sta ora mutandosi in 
certezza, sentiva anche lui l'ostacolo che, alla li- 
bera espansione dei nostri sentimenti, poneva la 
presenza delle due sorelle. Forse era anch'egli un 
timido come me e sarebbe bastato che uno di 
noi due non lo fosse, per rompere la barriera, per 
cadere nelle braccia l'uno dell'altro. Se quella sera 
in cui venne, tacito e lieve, adj appoggiare la sua 
fronte sulla mia spalla avesse detto: — Sono in- 
felice! — ■ Se lo avessi detto io a lui?... 

Ma le due donne esuli dalla dolce casa, esse che 
avevano abbandonato tutto per lui, per noi, che ci 
davano il loro rustico, ma sincero cuore, la loro 
opera maldestra, ma così generosa, così disinteres- 
sata, non potevano venire anch'esse colle loro mani 
vuote dei beni che ci avevano sacrificati, coi loro 
occhi che solo alla notte conoscevano il pianto a 



Una giovinezza del secelo XIX 187 

ripetere: Anche noi siamo infelici? Situazione ve- 
ramente crudele questa di persone tutte buone che 
senza volerlo, senza saperlo, si facevano recipro- 
camente soffrire. E ancora le mie zie, avendo il 
vantaggio di sorreggersi a vicenda e di rievocare 
in due un medesimo passato, sfuggivano al peri- 
colo dell'isolamento che anche mio padre poteva 
nella sua professione e nella libertà de suoi atti 
per qualche ora almeno evitare. 

Io diventavo invece sempre più distratta, estranea 
a quanto mi circondava, estranea alla vita. Delle mie 
balordaggini segnerò qui un esempio che potrà diffì- 
cilmente trovare un riscontro altrove. Una delle 
ultime volte che andammo a passare le vacanze 
a Casalmaggiore, fui invitata a festeggiare Santa 
Teresa da una cara vecchietta amica delle mie 
zie, che abitava quasi tutto l'anno un suo podere 
in vicinanza del Santuario della Fontana. Buon 
pranzo, semplicità antica, visita al giardino colmo 
di frutta nonché di fiori, e da ultimo, poiché la 
compagnia era in maggioranza composta di nipoti, 
tutti giovani, si ballò sull'aia al suono di un or- 
ganetto e al blando lume di una lanterna sospesa 
a un palo. C'era anche un dilettante di chitarra 
che variava il trattenimento con alcune romanze 
sentimentali. La padrona di casa ebbe un succes- 



Una giovinezza del secolo XIX 



sone ballando una danza de' suoi tempi detta 
la furlana, avendo per accompagnarla il più at- 
tempato de' suoi domestici, che solo tra i presenti, 
ne ricordava i passi arcaici. A mezzanotte pren- 
demmo tutti la via del ritorno, un po' sbandati 
sulle prime, indi mettendoci in fila a due a due. 
Per parte mia fui lieta nel riconoscere nel com- 
pagno che mi si pose al fianco, quello fra i dan- 
zatori che mi aveva maggiormente interessata. La 
notte era serena, piena di stelle; dagli alberi del 
viale, dove ci eravamo inoltrati, gli arabeschi d'ar- 
gento della luna disegnavano sulla terra asciutta 
un tappeto fantastico. In simile cornice la mia im- 
maginazione quindicenne stava fabbricando un ro- 
manzo in azione, quando alla luce improvvisa di 
una radura tra i rami, mi accorsi di un grosso 
involto che il mio cavaliere teneva sotto il brac- 
cio. — E che diamine ha lì? — Che ho? la 
mia chitarra. — Un'altra chitarra?! — Non un'al- 
tra, la mia. — Ma allora lei non è X. ! — Cer- 
tamente, sono Y. E tutto ciò che le dissi fin'ora 
lo credette di X.?!... — Io penso ora le risposte 
che avrei potuto dare, spiritose, gentili, ingegnose, 
vaghe, sfuggenti per mettere un rimedio alla mia ba- 
lordaggine e le trovo. In quel momento però, fedele 
alla mia smania di verità e al mio puerile semplici- 



Una giovinezza Jet secolo XI X 189 

smo, fui tanto sciocca da non saper rispondere nulla. 
Nessuno, fuor che le stelle e la luna di quella 
notte, seppe questo incredibile caso di distrazione, 
che rivelo oggi a' miei lettori, perdendo forse un 
poco nel concetto che essi potevano avere della 
mia intelligenza, ma rendendoli sicuri almeno della 
mia sincerità. Avevo parlato più di un'ora con una 
persona senza accorgermi che era un'altra! 



Parte Quarta 



Ricompare la zia Carolina, la mia cara 1 uina. 
Poco tempo dopo il crollo de' suoi affari il mio 
povero nonno era morto e la casa fu venduta per 
conto dei creditori ; allora la zia Carolina insieme 
alla nonna andarono ad abitare presso lo zio Cecco. 
Lo zio Cecco, al pari de' suoi fratelli, era la bontà 
e la dolcezza personificate; copriva in quel tempo 
la carica di vice pretore a Caprino Bergamasco 
e scriveva segretamente alcune commedie non mai 
rappresentate. Suo fratello Bona, cne percorreva 
pur esso la carriera giudiziaria, occupava i suoi 
ozi nel compilare un dizionario dei vocaboli a 
radice greca. Miti e semplici anime di galantuo- 
mini dalla vita intemerata, anche voi, o buoni zii, 
contribuiste a creare in me il rispetto della tra- 
dizione, Lo zio Bona andava a messa, lo zio 

13 



194 Una giovinezza del secolo XIX 

Cecco era abbonato al Libero pensiero ; avevano 
in proposito vivaci discussioni che naturalmente 
lasciavano ognuno nel proprio punto di vista e 
amici come prima. Io non dispero di rivederli 
lungo la valle di Giosafat, l'uno accanto all'altro, 
nella tribuna dei giusti. La nonna aveva pure un 
fratello consigliere alla Corte d'Appello di Mi- 
lano, ma quello io non l'ho conosciuto ; vidi ap- 
pena il ritratto che gli fece il solito ritrattista della 
famiglia, Giovanni Moriggia, serio e imponente nei 
larghi risvolti della pelliccia di martora. Dove sarà 
andato a finire quel ritratto ? Guarda esso forse 
dalla bottega di un antiquario gl'inconsapevoli pro- 
nipoti che passano ? 

Le due care donne, che in seguito alla per- 
dita della bella casa di Caravaggio si erano riti- 
rate nel piccolo paesello delle prealpi bergamasche, 
non tardarono a trovarvisi bene e ad invitarmi 
a passare un mese con loro. Fu un'oasi benedetta. 
E ben vero che, non essendo io più una bambina, la 
nonna non poteva prendermi come una volta sui 
ginocchi, ne io stessa compiere carponi attraverso 
le sedie del salotto quel viaggio le cui stazioni 
erano 1' Etna o Mongibello e 1' arlecchino ferma- 
usci cogli occhietti di vetro ; l' arlecchino anzi 
non c'era più. Ma la zia Carolina era sempre 



Una giovinezza del secolo XIX 195 

così dolce, così sorridente, e allora più che mai, 
portando nel cuore la gioia del suo fidanzamento 
con un nobile piemontese, ufficiale nell'esercito li- 
beratore. Oasi di pace Caprino, che lasciò nella 
mia mente un ricordo indelebile! Fu a Caprino 
che vidi per la prima volta le montagne, e fu là 
che incontrai la più cara, la più fedele delle a- 
miche. Io vi godevo inoltre un poco di quella li- 
ertà, che fu in ogni tempo uno de' miei bisogni 
più ardenti, così male soddisfatto in casa mia, dove 
non ero libera neppure alla notte. In fondo alla 
vallicella che sottostà al paese, scorre un torrente 
detto la Sonna, nelle cui acque la servetta della 
nonna andava a sciacquare i panni. Quando ella 
infilava il braccio nel paniere della biancheria e 
la zia Carolina mi diceva: — Vuoi andare anche 
tu ? — esultavo. Si capisce che insieme a quella 
ragazza era come se fossi sola. Correvo, cantavo 
(falso), recitavo versi, coglievo erbette sconosciute; 
una fronda, un sasso, un movimento delle acque, 
il salto di una cavalletta, l'iridescenza di una far- 
falla, l'andare religioso delle formiche in fila, si- 
lenziose monachine brune, mi riempivano di sen- 
sazioni nuove. Non ero mai stata come allora in 
diretto contatto colla natura; ad ogni passo facevo 
qualche scoperta; e la gioia di sentirmi libera in 



196 Una giovinezza del secolo XIX 

mezzo all'aria, libera sotto il cielo, conferiva alle 
rnie membra una leggerezza alata che mi portava 
in alto; sollevavo le braccia come per un volo e 
gridavo forte : — Dio ! Dio ! — per udire il 
suono della mia voce, per fissarlo nell'eco della 
valle. Tempo di primavera e quindici anni.... 1 
sentieri laggiù erano sempre deserti, ma già l'amo- 
roso fantasma dei sogni giovanili batteva alla porta 
suggellata del mio cuore ; esso mi seguiva ancora 
senza volto e senza nome, col misterioso potere 
del profumo che annuncia la vicinanza del fiore. 
Non amavo; eppure pensieri d'amore mi attraver- 
savano la mente e mi turbava in modo dolcissimo 
il sapere che a poca distanza dalla Sonna scor- 
reva parallelo un altro torrente chiamato Sonno e 
che entrambi dopo quella corserella « in vicinanza 
coraggiosa e monda » si riunivano sotto l'arco di 
un ponte, altare e talamo, per uscire dall' altra 
parte, fusi in un torrente solo. — Come tutto ciò 
è bello, nevvero ? — chiedevo alla zia Carolina • 
e la zia Carolina con una sua intima letizia ri- 
spondeva di sì. E passato mezzo secolo e tanti 
dolori insieme e tanti disinganni ; ma se chiudo 
gli occhi rivedo Caprino in un raggio di sole. 

A Caprino ebbi anche la rivelazione di fiori 
che non conoscevo. I primi fiori che ricordo li 



Una giovinezza del secolo XIX 197 



avevo visti nel giardinetto della zia Claudia a Ca- 
ravaggio; una raccolta più ampia e più varia la 
trovai a Casalmaggiore colla sua salvia cocinia, 
le ortiche d'America, le quali non pungono affatto 
e vestono graziosamente di rosa e di giallino, poi 
il geranio d'Africa, il geranio notturno, le fucsie, 
i nasturzi dorati, la madrevite che sostiene sulle 
esili braccia pensili cuori e quanti, quanti altri! 
Appena entrata nel cortile dello zio Cecco a Ca- 
prino fui investita dalla chioma fluente di una se- 
renella che per le vie degli occhi e dell'odorato 
prese intero possesso di me. Ah ! forse l'albero è 
disseccato, l'albero mortale del cortile, non quello 
che verdeggia in me ad ogni primavera, e che 
depongo oggi, fior di memoria, tra queste pagine. 
E le peonie fastose che se avessero profumo con- 
tenderebbero il primato alla rosa ! E quelle anfore 
carnose di inebbriante aroma che sono i piccoli 
fiori dell'olea fragrans! E i gelsomini, stelle della 
siepe! E le tuberose, labbra d'amanti congiunte 
in un bacio! Ora la moda dei fiori è entrata in 
tutte le case, imperversa fin sulle tavole delle più 
modeste trattorie; sono fiori stereotipati a seconda 
della convenienza di chi li vende, resi volgari dal- 
l'abuso e dal carattere commerciale, privi d'odore, 
profanati dal filo di ferro che squarcia i loro te- 



198 Una giovinezza del secolo XIX 

neri seni; così quando parlo di fiori intendo sempre 
i fiori coltivati in provincia da mani delicate e amo- 
rose, che ne conservano intatto la freschezza e il 
profumo. Povera è quella donna che non sa tro- 
vare nei fiori una delle più delicate gioie di questa 
vita. 

Si allaccia pure a Caprino l'impressione più 
complessa che mi rimane del nostro nazionale ri- 
scatto. A Milano ero andata una volta, da piccina, col 
papà e colla mamma, in una famiglia di nostra cono- 
scenza, che aveva le finestre sul Corso dedicato 
allora a Francesco Giuseppe, ma chiamato da tutti 
solamente Corso, per vedere l'entrata dell'impera- 
tore e dell'imperatrice, e con mia grande delusione 
le finestre erano ermeticamente chiuse, le tendine 
rigorosamente abbassate, sì che al momento buono, 
rizzandomi in punta di piedi, mi fu dato di scor- 
gere appena la cappottina bianca dell'imperatrice 
e il suo abito di seta nera rameggiato di verde. 
Intorno alla carrozza imperiale, deserto! Era poi 
venuto il giorno dell'allegrezza, quando si rise per- 
fino in casa mia, e mio fratello Luigi si diede a 
preparare coccarde per tutti. Ma fu a Caprino 
tutto imbandierato per la festa dello Statuto, con 
ghirlande di sempreverdi erette ad arco di trionfo 
sulla contrada principale, con musica, con fuochi, 



Una giovinezza del secolo XIX 199 

con luminarie, coli' intero paese rovesciato fuori, che 
sentii per la prima volta palpitare, in mezzo al po- 
polo entusiasmato, l'anima della patria. 

Da Caprino lo zio Cecco fu trasferito a Ber- 
gamo. Altra rivelazione di bellezza e di quel re- 
spiro antico, respiro delle cose che vissero prima 
di noi, verso le quali l'anima mia volava fin da 
quando i miei sguardi indagavano curiosi e sog- 
giogati le forme fuori moda del baule della nonna. 
Si intende che la mia ammirazione per Bergamo 
fin dalla stazione sorvola la gaia leggiadria del 
borgo per salire ratta al fastigio della città me- 
dioevale, così fieramente rizzata a vedetta delle 
Alpi. Amo le sue porte, le sue chiese, i suoi 
palazzi e le viuzze sassose in mezzo al verde 
delle mura dove battè un giorno la zampa ferrata 
il destriero del Colleoni. Amo gli orticelli sospesi 
tra casa e casa, come panieri di fresche verdure, 
che si allietano in primavera di cento e cento rose. 
Lo zio Cecco andò ad abitare proprio nel centro 
della vecchia città, in via Porta dipinta, caro nome 
arcaico che mi faceva andare in estasi e fu quella 
una delle mie ultime oasi felici. Da quel punto la 
mia dolce Tuina spiccò il volo per seguire il ma- 
rito nelle diverse destinazioni della sua carriera 



200 Una giovinezza del secolo XlX 



militare e da allora il vederci e, più, lo stare as- 
sieme divenne un piacere raro 

Io intanto continuavo a scrivere nei pochi mo- 
menti in cui mi era concesso di occuparmi a modo 
mio; vale a dire quell'oretta dopo pranzo durante la 
quale le zie o fumavano o dicevano le orazioni. Dopo 
le zie prendevano in mano la calza e la prendevo 
anch'io, perchè mai mi sarebbe venuto in mente 
di fare diverso da ciò che esse mi indicavano. 
L'obbedienza era talmente radicata in me, che se 
fossi rimasta zitellona in casa, avrei continuato a 
obbedire lino ai quaranta e ai cinquant'anni, in- 
soddisfatta, rodendo il mio freno, ma incapace di 
pensare nemmeno un atto di ribellione. Dando la 
parte più vitale di me alla fantasia, che per essa 
viveva in un suo meraviglioso mondo e per tutto ciò 
che era materia e zavorra accettando l'adattamento, 
mi ero fatta dell'abitudine un guanciale di riposo, 
che sotto certi aspetti, era quasi un piacere. Dirò 
una cosa straordinaria, dalla quale risulterà meglio 
quel complesso di serietà ordinata e di grottesco 
candore che fecero della mia giovinezza un or- 
ganismo a parte, diverso da tutte le altre giovi- 
nezze. Sappiano le mie lettrici che allorquando mi 
feci sposa, nella valigetta destinata a raccogliere 
sommariamente gli oggetti indispensabili a uri breve 



Una giovinezza del secolo XIX 201 

viaggio di nozze, collocai fra t]upsti il mio lavoro 
di calza. 

Un articolo di Matilde Serao per la morte di 
Vittoria Aganoor, incomincia con queste parole 
rievocatrici della propria felice gioventù: " O ino- 
bliabili, o inobliati giorni di nostra gioventù in cui 
fremeva ed ardeva, nella nostra anima nuova, non 
una immensa speranza, ma un' immensa certezza ! 
O primavera della nostra età, in cui nulla ancora 
sapevamo esprimere, ma tutto sapevamo compren- 
dere ; o primavera del nostro spirito, in cui pote- 
vamo soddisfare la nostra gaia fame intellettuale 
e placare la nostra sete inestinguibile intellettuale, 
al nutrimento più saporoso e alle sorgenti più cri- 
stalline! Sapete, allora, come vivevamo in Napoli? 
In continuo contatto spirituale con Francesco de 
Sanctis e con Ruggero Bonghi, di cui ogni pen- 
siero e ogni parola erano nostro soave e forte 
pascolo ; in continuo contatto con giovani già fer- 
vidi di talento e di dottrina come Giorgio Arcoleo, 
come Giustino Fortunato; in quotidiano contatto 
con pubblicisti come Rocco de Zerbi e Martino 
Cafìero. Conferenze, discorsi, articoli, volumi, gior- 
nali, in tutto ciò palpitava di una vita indicibile 
l'anima nostra, estatica, attraversata da violenti 



202 Una giovinezza del secolo XIX 

gioie, abbattute da profonde malinconie, ma ca- 
pace di tutte le esaltazioni, ma risorgente dai suoi 
accasciamenti, come in una costante resurrezione ". 
Non potrei trovare un'antitesi più stridente con 
quella che fu la gioventù mia. Quanta gioia in 
quell'anima librata a spirituale commercio cogli 
ingegni più eletti che placavano a sua sete di 
intellettualità, cui ogni parola, ogni pensiero eran 
forte e soave pascolo! Come si comprende il pal- 
pito indicibile di quella vita in cui fremeva ed 
ardeva, non una immensa speranza, ma una im- 
mènsa certezza! Trascrivendo queste parole rab- 
brividisco ancora. Sento ancora il freddo invinci- 
bile delle mie giornate d'inverno trascorse nel gri- 
giore del malinconico salottino a cucire, a cucire, 
a cucire, coi ginocchi ravvolti in uno scialle, sulle 
mani due paia di guanti; e i vesperi desolati del 
luglio e dell'agosto, quando abbrancata ai ferri 
della finestra, nell'abbandono della rassegnazione, 
scrutavo sulle finestre lontane il ritmo di altre 
vite, poi che alla mia mancava anche la più 
lieve speranza. Io non so che sarebbe avvenuto 
di me se la mia intelligenza si fosse sviluppata 
in circostanze di serra calda, di coltivazione in- 
tensa, di luminosa fioritura, di omogeneità infine e 
di felicità. Non lo so. Forse sarebbe stato me- 



Una giovinezza del secolo XIX 203 

glio, forse peggio. Al pari dell'albero l'uomo nasce 
con una struttura propria, direi un temperamento, 
a cui il terreno più o meno favorevole, concede 
il più o il meno sviluppo. Anima ardente, ma 
pensosa e incline alla meditazione, una esistenza 
di gioia avrebbe probabilmente isterilita la mia 
attitudine al raccoglimento ; obbligata invece a 
cercare in me stessa quella ragione di vivere che 
è il diritto di ogni creatura, obbligata a reggermi 
da sola, a parlare con me sola, ad alimentarmi 
da me, feci come uno che esiliato su un palmo 
di terra, non potendo espandersi in ampiezza, 
scava in profondità. Questo confronto me ne sug- 
gerisce un altro ; somigliavo anche per molti versi 
al palombaro che, lasciandosi dietro lo splendore 
del sole e il tumulto della vita, scende silenzioso 
con una maschera sul volto verso ignorati abissi. 
La mia maschera era tutto quello che si ve- 
deva di me, e giudico mi coprisse molto bene 
perchè nessuno, nel breve cerchio delle nostre re- 
lazioni, sospettò neppure lontanamente, che io po- 
tessi divenire una scrittrice; anzi, molti anni dopo, 
allorché si conobbe il mio nome, io lessi su al- 
cuni volti una sorpresa non scevra di incredulità. 
Veramente non lo sapevo neppure io, non ci pen- 
savo. Il grande romanziere Balzac, a cui la gloria 



204 Una giovinezza del secolo XIX 



arrivò tardi, scriveva a sua sorella; " Laura, Laura, 
i miei due soli e immensi desideri, essere celebre 
ed essere amato, saranno essi mai soddisfatti ? " 
Io non ero tanto impaziente. E giusto dire che 
ero anche più giovane. Ad ogni modo scrivevo 
per mio sfogo, per mio piacere, per non so che 
cosa, non certo in vista della celebrità. Mi ritrovo 
meglio nelle Confessioni di S. Agostino a propo- 
sito de' suoi anni giovanili: " Quello ch'io volevo, 
quello che io bramavo era d'amare e d'essere 
amato ". Il bisogno di scrivere era bensì nato in 
me prima del bisogno di amare, ma quando fui 
giunta a quella stagione che fa cantare l'usignolo 
nella selva, le parole dell'ardente vescovo africano 
mi apparvero come il vero specchio dell'anima 
mia. Ero anche affascinata dallo stile di S. Ago- 
stino, così caldo, così appassionato, così moderno 
appena che si allontani dalla disputa coi Manichei 
per aggirarsi intorno ai delicati problemi della psi- 
che. E per il loro calore, per la loro passione, 
mi entusiasmai successivamente di Foscolo, di By- 
ron, di tutti coloro che avevano fortemente amato 
e scritto d'amore. Se i libri e la penna mi con- 
fortavano nel tedio monotono della mia esistenza, 
non è tuttavia su di essi che fissavo lo sguardo 
per l'avvenire. Scrivevo non pensando a scrivere; 



Una giovinezza del secolo XIX 205 



all'amore invece pensavo sempre, senza struggi- 
mento e senz'ansia, vestendo qua e là coi colori 
della mia immaginazione qualche fantasma stenta- 
teli©, che non valeva più dello zufolo di Franklin 
pagato per argento e che era di stagno. Ma chi 
non ha nei propri ricordi uno zufolo di stagno 
creduto argento? 

Dei classici trovati nella libreria di mio padre 
non ne lessi neppure uno; li giudicavo noiosi e 
freddi. Data la mia ignoranza la questione della 
forma non esisteva per me. Era, per disgrazia, an- 
che il tempo in cui gli autori dei libri più in voga 
non si mostravano reverenti alla purezza della lin- 
gua; mi mancavano gli esempi nella vita come mi 
era mancato l'ammaestramento nella scuola. Molto 
tardi e per opera di alcuni pochi critici, che non 
finirò mai di ringraziare, incominciai a preoccu- 
parmi della forma. Non studiai ancora, perchè la 
sola parola studio mi accapponava la pelle, ma 
mi guardai intorno, osservai, cercando di formarmi 
un gusto più fine, più esigente; compresi a poco 
a poco quanto l'aggiustatezza del periodo e la 
scelta^delle parole aggiungano forza all'idea e sono 
arrivata al punto di prendere un vero diletto a 
vagliare^i vocaboli e sentirmi quasi felice quando 
ne scopro uno nuovo. Che se talvolta l'antica pi- 



206 Una giovinezza del secolo XIX 

grizia mi arresta sopra una frase fatta, tentando 
persuadermi dell'impossibilità di uscirne in altro 
modo, allora dò a me stessa questa strigliatina : 
"Manzoni, D 'Annunzio, tutti coloro che sanno scri- 
vere la troverebbero la frase giusta, la frase unica ; 
dunque e è, e se c'è, bisogna cercarla! ". Lenti pro- 
gressi i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia 
una parola, un leggerissimo colpo di sprone per 
andare avanti. 

Mio padre, udendomi una volta cantare 
nel corridoio interno del nostro appartamento, 
ammonì con quella sua dolce voce che anche 
nel rimprovero faceva sentire la carezza : " Tu 
non ti ascolti quando canti; prova ad ascol- 
tarti ". Non si poteva dirmi più garbatamente che 
stonavo. Mi veniva infatti di cantare nello stesso 
modo che scrivevo, badando al pensiero e non 
alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti 
più amorosi erano tutto ciò che io comprendevo 
in materia di musica, e quando avevo messo tutta 
la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che 
l'anima — Solinga nei tumulti mi pareva che 
neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C'era 
poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi 
sull'uno o sull'altro de' miei zufoli di stagno e allora 
addio musici' Mi co'avano sul volto vere lagrime. 



Una giovinezza del secolo XIX 207 

Io sono anche disposta a sorridere ora su queste 
fanciullaggini della verde età, nella quale siamo, chi 
più, chi meno, un po' tutti cavalieri dell'ideale e 
corriamo colla lancia in resta ad espugnare mulini 
a vento. Sorridiamo pure dei lunghi sospiri e delle 
veglie e dei primi fiori dell'anima dedicati a per- 
sone che si conoscevano appena ; uno sguardo ri- 
cambiato, una mano che s' indugia alla stretta, 
tanto bastava, e meno ancora, a immobilizzare il 
nostro cuore per mesi, per anni. 11 mio fratellino 
minore, quando smise i calzoncini corti, si prese 
di una grande simpatia per una fanciulletta che 
vedeva qualche volta all'uscire di chiesa, alla quale 
non solo non aveva mai parlato, ma che paven- 
tava di accostare. " 11 mio unico desiderio — mi 
disse un giorno in grande confidenza — è di 
possedere un fazzolettino, un bel fazzolettino rica- 
mato, toccare con quello il lembo della sua veste 
e conservarlo per sempre ", Sorridiamo, ma dolce- 
mente, con riguardosa tenerezza, per non disper- 
dere la nuvola lieve che ravvolge il bel sogno. 
Quanto sarebbe brutta la vita se l'uomo affaccia- 
to.«ii appena dovesse incontrare l' esperienza già 
fatta, con tutti i suoi compromessi, il male già 
pronto con tutte le sue armi, la laidezza matura 
con tutti i suoi orrori! Oh, sia benedetta l'illusione 



208 Una giovinezza del secolo XIX 



che ci lascia credere, che ci permette di amare ! 
Dove troveremmo la deliziosa freschezza di quel- 
l'istante in cui, mentre ogni cosa intorno a noi è 
tranquilla e noi stessi ci sentiamo tranquilli, un 
campanello che scatta, un uscio che si apre, ci 
dà la sensazione improvvisa di avere al posto del 
cuore un uccello che batte le ali ? E se la ca- 
mera nella quale ci troviamo è buia, tosto si 
riempie di raggi, e se la percuote il sole noi vi 
vediamo danzare miriadi di stelle ? Che importa 
se tutto ciò non ha la matematica certezza del- 
l'abbaco ? Il solo vero è dentro di noi. Quale af- 
ferrabile bellezza sarà più bella del nostro sogno? 
Ricordo l'impressione disgustosa che mi diede 
una bimba di quattro anni ; era il giorno di Na- 
tale e, trovandola che giocava con diversi baloc- 
chi degni di ammirazione, uscii ingenuamente a 
domandare : " Sono i doni del Bambino, nev- 
vero ?" — " Che sciocchezze ! — rispose — Io 
non credo a queste grullerie; li ha comperati 
papa ". Conosco una quantità di persone, oh Dio, 
quante ! che in simile circostanza avrebbero riso ; 
io invece trasalii con quel senso di angoscia che 
ci prende quando si spezza improvvisamente una 
cosa fragile e bella, goccia di cristallo o candore 
d'innocenza. Ricordo per antitesi un caldo meriggia 



Una giovinezza del secolo XIX 209 

d'estate, ed io in una traballante carrozzella ac- 
cecata dal sole e dalla polvere della strada mae- 
stra. Avevo quattro volte quattro anni, buona 
vista e nessuna tara nel cervello, tuttavia un filo 
d'oro, volteggiando nell'aria, mi turbò improvvisa- 
mente. Una ninfa, una dea, forse, avevano nell'alba 
di quel giorno sciolte in quel posto le auree chiome 
ed un capello, conteso dagli zefiri, ondeggiava an- 
cora da un albero all'altro, dall' uno all'altro ce- 
spuglio. Tutta presa dalla visione gentile, mi esal- 
tavo poetando, senza più sentire la molestia del 
polverone e del caldo. Non pensai neanche per 
un attimo alla possibilità che un filo, strappato alla 
frusta del vetturino e indorato dal sole, avesse po- 
tuto creare il mirifico inganno. 

Un libro che ebbe una grande influenza sul 
mio pensiero fu il Viaggio sentimentale di Lo- 
renzo Sterne. Non avevo mai letto nulla di si- 
mile ; mi parve quasi di trovarmi improvvisamente 
dinanzi a uno specchio che riflettesse una parte 
ignota di me. Come mai quel pastore evangelico 
conosceva così bene una piega riposta dell'anima 
mia celata a me stessa ? Erano tutti i miei pa- 
renti quel viaggiatore, quel frate, quella dama della 
désobligencc ; avrei voluto non staccarmene mai ; 
proseguire insieme ad essi il giro della terra ; e 



210 Una giovinezza del secolo XIX 

non compresi allora la psicologia ironica e pro- 
fonda che spezza nel punto culminante quel libro 
unico al mondo. Ma già la verga magica della 
rivelazione aveva percosso la roccia chiusa ; più 
tardi, molto tardi al solito, quando da vent' anni 
non leggevo più il %)iaggio sentimentale, lo ritrovai 
in certe attitùdini del mio spirito, in certi modi 
di contemplare la vita : ciò senza mancare di fede 
alla mia appassionata ammirazione per Foscolo e 
per Byron, e leggendo pure con interesse la Bibbia, 
il dizionario delle Favole mitologiche e i versi di 
Guadagnoli. Eccomi assai lontana dai classici e 
priva di orientamento, in mezzo a letture disparate. 
Continuavo a scrivere, perchè erano questi i mo- 
menti più belli della mia giornata, una valvola 
per mezzo della quale sfogavo pensieri, desideri, 
rimpianti; ed era anche una base di conversazione 
perchè tenevo circolo tutte le sere coi personaggi 
delle mie novelle, de' miei romanzi e vivevo in- 
sieme ad essi come se fossero persone reali. I pia- 
ceri della fantasia hanno sui piaceri del senso 
questo grande vantaggio di non trovare ostacoli 
alla libera espansione ; la fantasia non conosce li- 
miti né leggi ; il suo dominio oltrepassa lo spazio, 
stringe in un solo amplesso il passato e l'avvenire, 
forza i cancelli del regno della Morte. Un risve- 



Una giovinezza del secolo XIX 21 1 

glio crudele era quando, in certe sere di feste 
solenni, le mie zie si mettevano in mente di giuo- 
care a tombola ; supplizio indescrivibile per me 
che detestavo ogni sorta di giuochi e che vedevo 
portarmi via i pochi istanti preziosi della mia li- 
bertà per allineare fagioli in un rettangolo di car- 
tone. Ma poteva l'estrattore gridare tutti i novanta 
numeri del giuoco, ed altri ancora, che i numeri 
della mia cartella restavano sempre vuoti, suscitando 
l'indignazione della zia Nina, la quale non man- 
cava di chiamarmi egoista, mentre io, incorreggi- 
bile ragionatrice, andavo almanaccando perchè il 
mio desiderio di scrivere, che non chiedeva sacri- 
fici ad alcuno, fosse egoismo, e non lo fosse l'im- 
posizione fatta a me di sacrificare il mio unico 
svago per unirmi a giuocatori che non avevano 
alcun bisogno dell'opera mia. 

Avevo, ed ho ancora, l'abitudine di disinte- 
ressarmi de' miei scritti appena vi abbia posta la 
parola fine; la sola differenza sta nel fatto che 
ora li pubblico e allora li distruggevo. Non es- 
sendo per temperamento collettrice, tutta quella 
carta scritta mi dava noia. Sono d'altronde con- 
vmta di non aver disperso nessun capolavoro ; 
vorrei anche poter distruggere, e sarebbe meglio 



212 Una giovinezza del secolo XIX 

buona parte delle mie prime pubblicazioni, ma 
spero che il tempo lo avrà già fatto. Al modo 
col quale mi sono formata, studiando a vanvera, 
leggendo a sorte, priva di consigli e di direttiva, 
dovevo necessariamente procedere a tentoni, a 
urti, a sbalzi, a cantonate, arrivando tardi a quella 
meta dove altri giungono di primo acchito. E' 
bensì vero che alcuni critici troppo indulgenti cre- 
dettero di scorgere una buona promessa in quei 
primi lavori abboracciati, superficiali, intinti nella 
pece delle cattive letture, e il pubblico, sorpreso 
forse di trovare nelle mie novelle la nota di un 
umorismo assolutamente raro nelle donne che scri- 
vono, se ne divertì senza badare alla scorrettezza 
della forma e mi accolse con grande simpatia ; ma 
io ebbi la fortuna di non inebbriarmi alle prime 
lodi. Riconosco in ciò una vera fortuna che au- 
guro e raccomando vivamente a tutti i principianti. 
Non la quantità della lode soddisfa un solido cri- 
terio, - ma la qualità. Senza fissare propriamente 
una meta, c'era latente in me il desiderio della 
qualità ; sentivo di meritarmi una stima superiore 
a quella di semplice novellatrice, e se tanta sicu- 
rezza bastava per sorreggermi nella prova, devo 
confessare che solamente in seguito alla pubblica- 
zione di Teresa si incominciò a prendermi sul 



Una giovinezza del secolo XIX 213 



serio; Ero già maritata e mamma quando scrissi 
quel romanzo, raccogliendo elementi psicologici che 
giacevano da molto tempo nel mio pensiero ; da 
molto tempo conoscevo la vita di provincia e il 
mio spirito di osservazione si era lungamente in- 
dugiato sul problema della donna che rimane 
nubile. 

Tante fanciulle posarono inconsapevoli per la 
mia Teresa, ed una che si chiamava veramente 
Teresa mi bastò vederla una volta sola. Pallida 
e mesta, seduta in disparte dalle sue sorelle, che 
giovani ed allegre scherzavano tra loro, cuciva una 
camicia per il fidanzato lontano, fidanzato già da 
dieci anni, il quale non veniva mai, ed al quale 
ella pensava sempre. Queste due antitesi, l' indif- 
ferenza di lui, la costanza di lei : ecco il romanzo 
sorto in un attimo intero e vitale. Gli altri perso- 
naggi, l'ambiente, 1' intreccio, si formarono da se ; 
ma il rapido sbocciare di esso, fu come il fiore 
del pesco che sforza in un mattino d' aprile la 
corteccia del ramo nudo, coronando nell' improv- 
viso sbocciare dei petali il paziente lavoro delle 
linfe. Non altrimenti la patetica storia della donna 
a cui manca l'amore germinava da lunghi anni 
nel segreto delle mie sofferenze, nelle ingiustizie 
di cui ero stata vittima, nella persecuzione che 



214 Una giovinezza del secolo XIX 



aveva attossicato fin dalle sorgenti la mia ingenua 
giovinezza. Era il dramma di tante anime femmi- 
nili che si era ripercosso attraverso la deviazione 
di un' anima sulla speciale sensibilità dell' anima 
mia ; e che avessi colpito nel segno me lo dissero 
innumerevoli lettere di ignote, e la loro commo- 
zione e le loro lagrime e il melanconico e pur 
dolce conforto di sentirsi comprese. 

Non mi dilungherò a parlare dei libri che io 
scrissi, rammentando opportunamente il consiglio 
di Jacopo Todi : Dove e chiara la lettera non 
fare oscura glosa. Inoltre preparando queste (Me- 
morie la mia intenzione era solamente quella di 
far conoscere le circostanze un po' eccezionali in 
cui si svolsero i primi anni della mia vita, quegli 
anni che sono per lo sviluppo dell' uomo ciò che 
il sole e la rugiada sono per la pianta. Poche 
volte nella storia si avvertirono cambiamenti così 
radicali come dalla metà del secolo scorso ai no- 
stri giorni, e se considero ciò che erano di arre- 
trato, fin da allora, gli usi e le abitudini delle zie 
venute dalla provincia a dirigere la mia educazione, 
posso credere di non essermi ingannata troppo a 
giudicare che un parallelo sarebbe interessante a 
farsi fra quel che ero io e quel che sono le fan- 
ciulle moderne. Ma non è di ciò che devo occu- 



Una giovinezza del secolo XIX 215 

parmi, giunta oramai alla fine de' miei ricordi , 
oltre i quali la mia personalità scompare entrando 
in una vita nuova, con un altro nome, in un altra 
famiglia. Questa seconda vita non ho il diritto di 
rivelarla al pubblico ; essa d'altronde aggiungerebbe 
ben poco alla veridica esposizione, che già feci, 
del come si andò raffinando fra elementi contrari 
quella sensibilità che non esito porre alla base del 
mio ingegno, qualunque esso sia. E' certo che, meno 
sensibile, non avrei avvertito le offese fatte alla 
mia coscienza e ai miei sentimenti, non mi sarei 
rinchiusa in me a meditare, forse non avrei scritto 
o avrei scritto in modo diverso. Ora è proprio 
a questo modo che tengo più che ai maggiori elogi. 
Non so quanti punti mi darà in definitiva la cri- 
tica ; ma so che i miei lettori mi amano, so che 
ho fatto del bene a molti cuori titubanti, a molte 
anime in pena, ed è una cosi grande dolcezza 
quando la penso ! Dovrei forse giustificare qual- 
cuno de' mie primi lavori impulsivi, superficiali» 
sciatti nella forma e acerbi nel pensiero, ma dopo 
di avere qui descritta la lunga Via Crucis, che 
dovetti percorrere senza aiuto di Cirenei ne pietà 
di Marie, che cosa potrei aggiungere che non sia 
oscura glosa di chiara lettera ? La mia opera parla 
per me; disuguale, come forse nessun'altra, è nelle 



216 Una giovinezza del secolo XlX 

sue stesse imperfezioni la prova migliore dello 
sforzo continuo verso un'ideale più alto, e in questo 
sforzo sta la mia giustificazione, ©e claritate in 
clariiatem è la gloria dei grandi; sia il dovere 
dei piccoli: A ienehris in lucem. 

Io fo ora come uno che, avendo colto tutti i 
fiori della propria aiuola, fruga ancora le zolle co- 
gli occhi e colle dita per vedere se ne sia rima- 
sto indietro qualcuno. Eccomi alla fine della mia 
vita di fanciulla, Neera non è ancor nata, quan- 
tunque il bellissimo nome scorto in un libro sco- 
lastico delle Odi di Orazio mi avesse già colpita 
in modo straordinario e cosi tenace che allor- 
quando, più tardi, volli scegliere uno pseudonimo 
non tentai neppufe di cercarne un altro; per il 
momento solo l'armonico congiungimento delle sil- 
labe mi attrasse, stiingendomi nel fascino di una 
nota musicale, ben lungi dal sospettare che una 
nota personalità fosse già sorta in me. Gli anni 
erano passati senza portare nessun cambiamento 
nella mia esistenza. Mi vedo sempre nel melan- 
conico salottino dalla tappezzeria cupa, china sul 
lavoro, le membra intorpidite, tesa la mente nel 
vacuo e penoso sforzo dell'aspettativa che logora 
l'ingegno e rammollisce la fibra; etisia morale di 



Una giovinezza del secolo XIX 217 

tutte le giovinezze rinchiuse. E mi vedo alla sera 
a leggere a voce alta il giornale che in quei primi 
anni di libertà stava prendendo un grande sviluppo. 
Dapprima fu il Pungolo; naturalmente gli articoli 
di politica non mi interessavano, ma fioriva allora 
una volta alla settimana l' appendice letteraria e 
questa me la sorbivo con compunzione. Vi si par- 
lava di Iginio Tarchetti, di Barrili, di De Amicis. 
Scriveva un certo Giulio Pinchetti, giovane di pro- 
mettente ingegno che morì suicida e io piansi come se 
lo avessi conosciuto. Uscì in quei giorni Una capi- 
nera di Giovanni Verga. Chi era Giovanni Verga? 
Uno nuovo, un siciliano, non si sapeva altro. Ebbi 
occasione di leggere il piccolo volume e ne provai 
una intima schietta gioia. Ecco, dissi fra me, uno che 
si farà strada! Ed era contenta del piacere che 
mi immaginavo avrebbe avuto lui. Gli è che sen- 
tivo un alito di vita venirmi incontro, quella che 
doveva essere la mia vera vita. Perchè invece 
erano tutti cosi lontani coloro che avrebbero cal- 
mata la sete ardente dell'anima mia ? Leone Fortis 
teneva lancia in resta nelle cronache mondane. 
Indimenticabile quella che scrisse a proposito di 
una magnifica festa da ballo in costume offerta alla 
cittadinanza milanese dal PrefcUo conte Pasolini. 
C'era la Quadriglia delle carte da giuoco colle 



218 Una giooìnezza del secolo XIX 



dame nei quattro diversi costumi di regina di 
cuori, regina di quadri, regina di fiori, regina di 
picche, e i quattro re in costumi analoghi. C'era 
una Notte impressionante di brividi e di mistero ; 
un Fuoco da far desiderar il supplizio di Savo- 
narola ecc. ecc. Il colmo del successo fu l'entrata 
nella gran sala del ballo di due elegantissime slitte 
russe nelle quali stavano adagiate, in nivee vesti e 
pelliccie d'ermellino, due delle più belle signore 
della nostra aristocrazia. Il mattino appresso, rime- 
stando sul fuoco il latte della mia colazione, ri- 
pensavo a tutti quegli splendori sembrandomi che 
il mondo fosse più bello quando le vecchie fa- 
tine regalavano alle piccole Cenerentole la noc- 
ciuola coir abito di stelle per assistere alla festa 
del Principe. Tutto quel fermento di vita, che 
aveva portato seco la liberazione del giogo au- 
striaco, pulsava intorno a me. Era il risveglio di 
una città che, oppressa da secoli, si riscuote con 
un prepotente bisogno di gioia, e i rapporti della 
vita cittadina, allora più intimi e più ristretti, me 
ne lasciavano giungere l' eco tentatrice. Erano le 
feste, erano i corsi sul bastione di porta orientale 
animati dalla presenza dell'aristocrazia che vi con- 
correva con bellissimi equipaggi ; i ricchi borghesi 
facevano altrettanto, e chi non poteva andare in 



Una giovinezza del secolo XIX 21 

carrozza, seguiva egualmente a piedi il giro del 
Corso. La ristrettezza relativa della città e il buon 
accordo delle classi, non ancora corrose dal veleno 
dell'odio, metteva il piacere alla portata di tutti e 
facilitava le relazioni. 

Non dico questo per me, immobilizzata nel 
mio angolo d'ombra e nella mia parte di spetta- 
trice, specola modesta dalla quale mi fu dato se- 
guire il sorgere e F ingrandire di una figura fem- 
minile, che la fortuna del nostro paese ha chia- 
mato alla missione storica di prima regina d'Italia. 
Nessun titolo più glorioso cinse nei secoli una 
fronte di donna, nessuna donna accorse all'appello 
del destino, che le conferiva l'altissimo compito, con 
mani più colme di grazie. Ella apparve, nell' ora 
che l'Italia per opera de' suoi uomini migliori as- 
surgeva alla dignità di nazione, figlia del nostro 
sangue, fiore della nostra stirpe, Margherita di 
Savoia, l'unica, la predestinata. Quando entrò di- 
ciassettenne in Milano, sposa da pochi giorni, sem- 
brava una bambina. Seduta per la prima volta al 
posto d' onore nella carrozza, coi lunghi capelli 
biondi fluenti sull'abito di mussolina rosa, terminando 
di calzare sulla mano il piccolo guanto, sorrideva 
al pubblico con amabile candore. Piacque subito 



220 Una giovinezza del secolo XIX 

quantunque per l'età immatura non si potesse chia- 
mare bella, piacque e si attese ; ne l'attesa fu de- 
lusione. Di volta in volta che veniva a Milano, e 
veniva spesso, il pubblico si mostrava sempre più 
conquistato ; la gentilezza, il tatto, l' intelligenza 
colla quale rappresentava la sua parte di futura 
regina erano davvero sorprendenti. La maternità le 
portò anche il dono della bellezza, una bellezza 
tutta sua che sfuggiva all'analisi, bellezza di luce 
e di colori come una fiamma accesa improvvisa- 
mente dietro la trasparenza di una immagine. Mi 
indugio a proposito in questa descrizione sperando 
di lasciare un ritratto veritiero di Margherita di 
Savoia che la fotografìa si è affaticata a riprodurre 
in centinaia di pose invano, sempre invano ; che i 
pittori in possesso della tavolozza credettero di 
rendere accumulando l'oro e la madreperla, le più 
tenere rose e 1' azzurro più delicato senza avere 
maggior fortuna. Solo un poeta ci diede di lei la 
nota giusta. Carducci, Già nei primi versi del- 
l'Ode, in quella magnifica invocazione così travol- 
gente di entusiasmo : 

Onde venisti ? quali a noi secoli — 
Si mite e bella — ti tramandarono ? 

sentiamo di trovarci dinanzi a una donna non co- 



Una giovinezza del secolo XIX 221 

mune. Quali a noi secoli ti tramandarono? Che 
lunga schiera di eroi, di guerrieri, di re, compo- 
sero la psiche di costei che ha lo sguardo d'a- 
quila e di colomba? Tale era veramente lo sguardo 
di Margherita quando nella prima floridezza dei 
vent'anni passava in mezzo alla folla dominandola, 
Ella aveva un modo speciale di guardare e di 
salutare in pubblico, per cui ognuno restava con- 
vinto di avere avuto individualmente quel saluto 
e quello sguardo. La sua presenza dava la gioia, 
e di questa gioia era prodiga uscendo tutti i giorni 
per le vie più frequentate, esercitando colla sua 
fine intelligenza, colla sua femminilità sempre vi- 
gile, l'arte difficilissima di farsi amare dal popolo. 
Aveva a tal uopo delle trovate geniali. Comparve 
una volta al corso estivo sui bastioni portando, in- 
vece del cappello, un velo nero alla lombarda, ca- 
pricciosamente rialzato, coi cinque grossi spilloni 
d'argento delle contadine brianzole. Fu un ardi- 
mento e fu un successo. Ella era d'altronde una 
di quelle rare donne a cui tutto sta bene; le tinte 
più arrischiate impallidivano al confronto della sua 
carnagione di una freschezza meravigliosa. Ma mi 
accorgo di accumulare anch'io parole su })arole e 
non riesco a far comprendere che cosa sia stata 
per l'Italia nuova questa regina fanciulla, come 



222 Una giovinezza ael secolo XIX 



senza eccezionalità di mente, senza bellezza asso- 
luta, senza^ambizione di dominio, per la sua sola 
grazia, per la luce della sua anima, traesse a se 
tutti ij^'cuori. Opera profonda di politica compresa 
con geniale intuizione del momento, vero trionfo 
di femminilità regale accanto ai trionfi del re guer- 
riero. L' Italia non deve dimenticare quanto con- 
tribuì Margherita di Savoia a rendere cordiali i 
legami fra reggia e popolo. Dopo il delitto di 
Monza non venne quasi più a Milano. La in- 
contrai poco tempo appresso in una via solitaria 
della Roma moderna. Nella carrozza abbrunata 
che avanzava lentamente, una forma indistinta si 
intravedeva appena sotto il fittissimo velo di lutto; 
celato il dolce sguardo tra d'aquila e di colomba ; 
assente il sorriso che aveva dominato le folle; er- 
meticamente chiuso il bel volto sul mistero della 
sua luce. Pure attraverso un movimento quasi im- 
percettibile del velo riconobbi la linea elegante 
del suo saluto, quel chinare del capo così grazioso, 
come non vidi in altra donna mai. L'ultima visione 
che me ne era rimasta portava la data inaugu- 
rante la prima Esposizione di belle Arti in Ve- 
nezia, dove Ella apparve nella maturità della sua 
avvenenza, circonfusa ancora dal duplice fascino 
femminile e regale che la faceva sovrana per di- 



Una giovinezza del secolo XIX 223 

ritto di natura e, a ritrovarla in quella via de- 
serta della Roma moderna tanto mutata d'animo 
e d'aspetto, mi si strinse il cuore. Lesse Ella forse 
il rispettoso compianto nel breve inchino della sco- 
nosciuta, poi che con tanta grazia rispose; e se mai 
questa pagina dovesse per singolare fortuna cadere 
sotto gli occhi della Augusta Donna, voglia Ella 
accogliere con pari grazia l'omaggio di una sud- 
dita, che non brigò mai l'onore di esserle presen- 
tata, ma che ammirò sempre in Margherita di Sa- 
voia l'ideale realizzato della prima regina d'Italia. 

Tra le molte esperienze che mancarono alla 
mia giovinezza, devo tener conto anche delle ma- 
lattie. Io non avevo ancor visto un ammalato, 
quando mio padre si lagnò di un malessere per 
il quale fu chiamato il medico. Bassotto, tarchiato, 
rosso in viso, cogli occhi che sprizzavano salute, 
questo giudizioso seguace di Esculapio (che seppe 
vivere quasi novantanni) formava un contrasto 
perfetto col mio povero padre, sempre triste e ma- 
linconico, alto, sottile e pallido come un cero. Il 
dottore tuttavia non tenne conto di questi sintomi 
e non ordmò medicine. Disse appena : " Su, su, 
non si lasci abbattere, non è il caso, lei è sanis- 
simo, stia allegro, mangi dei buoni risotti e non 



224 Una giocinezza del secolo XIX 



pensi agli anni. Ne abbiamo sessanta? Ebbene 
siamo uomini, uomini capisce? non vecchi! " Se 
ne andò lasciandoci nel cuore una sicurezza che 
ci rese tutti ciechi; così all'indomani mentre egli 
si lagnava ancora di essere stanco e le sue so- 
relle gli ripetevano le parole del dottore, io, chi- 
nandomi per baciarlo, sentii che diventava freddo. 
Al contatto delle mie labbra mormorò una sola 
parola : " Mi raccomando " e mi guardò ; ma la 
pupilla era già spenta, il suo sguardo veniva dal- 
l'ai di là. 

Che dolore fu quello, non di parole ne di so- 
verchie lagrime! Ma, come vuole il mio tempera- 
mento, discesi più profondamente in me, scavai 
nell'anima mia il sepolcro per quel padre adorato 
e da allora, non più divisa da ostacoli, . soli noi 
due, vivemmo sempre insieme. Già fin dalla 
prima notte che me lo portarono via andai nella 
sua camera; le finestre erano aperte e vi entrava 
la luna. Subito fui presa da una grande dolcezza 
come se egli fosse ancora presente e mi dicesse 
" Vedi.^ non ti abbandono ". Perchè non sarebbe 
vero? Io intanto lo sentivo vicino a me e mi pa- 
reva che mi guardasse. Il raggio della luna si era 
adagiato sul letto fluido e molle a guisa di fan- 




B:;"on'.i;vo di LINA ARPZSANI 



Una giovinezza del secolo XIX 225 

tasma. Mi avvicinai, tesi le braccia... " Oh ! se egli 
potesse vedermi davvero, vedere una volta almeno 
quanto lo amo ! " La vita ci aveva divisi, la morte 
ci univa in uno sposalizio d'anime. Nessuno ci 
avrebbe disgiunto mai più. Da quella notte il mio 
dolore divenne la mia forza. Incominciai allora 
veramente a vivere con mio padre, a interrogarlo 
e in ogni circostanza difficile a pensare in qua! 
modo si sarebbe comportato lui stesso. Tenendolo 
così sempre presente mi sembrava di prolungare 
il suo soggiorno sulla terra e, poiché era entrato 
a far parte della mia vita interiore, non avevo 
quasi bisogno di parlargli : lo sentivo respirare nel 
respiro della mia coscienza. Pochi giorni prima di 
morire mi aveva detto che gli piacevo con un 
certo nastro rosso intorno al collo, ed io per far- 
gli piacere lo misi ancora un giorno. La zia Nina 
dichiarò che ero senza cuore. 

Se lasciando la sua forma terrena, lo spirito 
di mio padre non fosse rimasto così tenacemente 
avvinto al mio proprio spirito, se non mi fossi sentita 
io stessa la continuatrice, la mia solitudine non 
avrebbe avuto conforti. Nutrivo per il maggiore 
de' miei fratelli, Luigi, una ammirazione appassio- 
nata che poteva sfogarsi solamente nelle lettere di 
famiglia essendo lui quasi sempre assente, prima 

15 



226 Una giovinezza del secolo XIX 

per r Università alla quale si iscrisse giovanissimo, 
poi per la campagna garibaldina, poi per la scuola 
alla Veneria di Torino, uscendone ufficiale d'ar- 
tiglieria e dando nello stesso tempo gli esami al 
Valentino per la laurea di ingegnere. Egli aveva 
ricevuto dalla natura tutti i doni del corpo e 
della mente, per cui un alto problema di mate- 
matica gli riusciva altrettanto facile quanto un 
esercizio di equitazione, di nautica o di ballo. Di 
esame in esame, passò allo Stato Maggiore, alla 
direzione della scuola di guerra, alle Ambasciate; 
mai una volta gli venne assegnata in sede la sua 
città nativa, e per quanto il nostro reciproco af- 
fetto non ne subisse menomazione di sorta, la vita 
ci tenne lontani non solo, ma divisi da tutto un 
ordine di fatti e di idee ; lui brillante ufficiale della 
nuova Italia a contatto colle lusinghiere realtà de' 
suoi vent'anni, io meschina Cenerentola nutrita di 
magre fantasie. L altro fratello era più giovane di 
noi, e il candore, la semplicità dell'animo suo me 
lo facevano considerare un eterno fanciullo. Aveva 
delle manie innocenti: per un po' di tempo si pose 
a fabbricare scatole e scatolini ; in seguito furono 
libri e libriccini, detronizzati da una raccolta mul- 
ticolore di bastoncini di ceralacca. Studiava an- 
ch' egli matematiche e basta l'evocazione di questa 



ima niooinezza del secolo XlX 111 

parola per comprendere la differenza intellettuale 
che esisteva tra me e i miei fratelli; erano oriz- 
zonti inesplorati di idee, campi di osservazione sui 
quali non potevamo incontrarci. Io restavo sempre 
prigioniera della esuberante mia attività interna. 
Essi discutevano del calcolo integrale e differen- 
ziale, mentre a me cantavano nelle orecchie i versi 
di Byron e per contrapposto gridavo al vento: " No, 
no, Ossian non mi piace ! E noioso ". 

Gli ultimi avvenimenti della mia famiglia pa- 
terna corrono al loro fine. La povera zia Nina 
morì di vaiolo nero in due o tre giorni e Stefano, 
poiché io ero già accasata, rimase solo colla zia 
Margherita; l'anziana e il più giovane rampollo. 
Stefano si era appena laureato ingegnere e dal 
Politecnico stesso gli fu proposta la direzione di 
un grande stabilimento industriale a Rivarolo Li- 
gure. Mi ero immaginata qualche volta il mio 
ingenuo fratellino curato di villaggio o medico con- 
dotto ad ascoltare con paziente benevolenza i pec- 
catucci de' suoi parrocchiani, od apparire sulla 
soglia dei miseri casolari apportatore di sollievo 
a chi soffre, od anche, poiché egli era di spiriti 
gai e festevoli ed incline alla onesta allegria, se- 
duto sotto una pergola brindare alla festa della 



228 Una giovinezza del secolo XIX 

vendemmia. Tutto questo sì. Ma il bamboccione 
che scherzava sui ginocchi della zia Nina, il ti- 
mido giovinetto che sognava di toccare con una 
pezzuola aerea il bianco lembo di un abito ver- 
ginale, il neo ingegnere che non aveva mai pas- 
sato una sera fuori di casa, lanciato così di punto 
in bianco nel bailamme di una officina genovese, 
capeggiando trecento operai di modi risoluti e d'o- 
stica favella, era una cosa che non mi persuadeva. 
Egli invece partì tranquillo e sereno come per una 
partita di pesca, portando seco la nostra cara vec- 
chietta, o vecchiorla, secondo il mio vizio invete- 
rato di storpiare i nomi delle persone care. 

I fatti, con mio felice scorno, diedero ragione 
a Stefano. 

Accolto sulle prime con un po' di diffidenza, quel 
foresto mingherlino dalla gentilezza di fanciulla, la 
sua franca condotta, la lealtà del suo procedere, 
gli conquistarono a poco a poco fabbrica e paese; 
i vecchi lo approvavano, lo stimavano i giovani, 
e le matrone con figlie da marito non gli lesina- 
vano i loro complimenti. C'era però sempre la 
massa imponente di trecento operai da tenere in 
freno. Mio fratello si era fatto amare anche da 
loro sul principio di una giustizia al pari per tutti ; 
ma della giustizia, al pari di tante altre belle cose, 



Una giovinezza del secolo XIX 229 



si possono fare almeno due versioni: una che serve 
per chi ha ragione e l'aUra per chi ha torto. Av- 
venne per ciò che un bracciante, ribelle a qual- 
siasi persuasione di dovere, si fosse creato centro 
di un tale focolaio di discordia e di cattivo esempio 
da decidere mio fratello a licenziarlo. Il fatto in 
se stesso non usciva dalle regole di una giusta 
disciplina, ma pare che l'operaio stesse meditando 
quella tale versione della giustizia a modo suo. 
perchè qualcuno avvertì mio fratello di stare in 
guardia, avendo colui giurato la sua vendetta. 
" Dite a colui — rispose l'anima blanda del mio 
Stefano — che vado tutte le sere a trovare la 
mia fidanzata a *** e che ritorno a buio fìtto per 
un dedalo di viuzze tortuose dove non penetra 
raggio neppure nelle notti di luna, e che non 
porto armi ". 

Il 18 febbraio 1831 fui svegliata da un te- 
legramma di Stefano che mi annunciava essere la 
nostra zia Margherita agli estremi. La sapevo da 
qualche tempo indisposta, ma ero ben lungi dal- 
l' immaginare la gravità del male. Senza por tempo 
in mezzo corsi a prendere il primo treno per Ge- 
nova. Era forse la peggiore giornata di quell'in- 
verno; freddo intenso e neve a tutto scendere; 



2?0 Una giovinezza del secolo XIX 

tuttavia l'impressione più violenta del maltempo 
l'ebbi quando, lasciandosi dietro la pianura lom- 
barda, il treno entrò sbuffando fra le due pareti 
di roccia che formano la vallata della Scrivia. 

Avevo avuto fino allora l'abitudine di fare qjel 
viaggio nella stagione dei bagni, per cui uscendo 
dalla estiva fornace milanese tendevo ansiosa la 
gola riarsa al primo apparire della Scrivia, bal- 
zante di sasso in sasso, con una gaia promessa di 
frescura, e mi trovai invece in un deserto di neve, 
così triste e melanconico e desolatamente freddo, 
da agghiacciarmi quel po' di calore che mi re- 
stava ancora nel sangue. Oh! come può la con- 
dizione del tempo cambiare siffattamente la fisio- 
nomia di un paesaggio? Dove erano più nei vil- 
laggi liguri le piccole case dipinte di rosa colle 
foglie di basilico messe ad asciugare sul tetto e 
le ghirlande di pomodoro appese ai balconi? La 
neve copriva, sfondava, inabissava tutto; e insieme 
alla neve un vento òì burrasca schiantava gli al- 
beri ululando. 

Il peggio fu quando, discssa alla stazione 
di San Pier d'Arena, il controllore mi strappò 
di mano il biglietto spingendomi fuori con grande 
premura di serrare le vetrate, ed io, per prima 
cosa, mi trovai a non vederci più, perchè una 



Una giovinezza del secolo XIX 231 

folata di vento mi aveva rovesciato il cap- 
pello sugli occhi ; ne fu breve impresa districare 
il cappello dalla veletta avendo le mani occupate 
da una valigia, un ombrello, uno scialle, e il vento 
che soffiando proprio verso di me, mi cacciava 
negli occhi turbini di nevischio e mi sbatteva le 
sottane co itro le gambe, impedendomi di fare un 
passo. " Un facchino! almeno un facchino per por- 
tarmi la valigia! " Cacciavo questo grido di di- 
sperazione tra i ghiacciuoli del mio fiato, ma non 
c'era intorno anima viva. Le poche persone giunte 
insieme a me, si erano squagliate in un battibaleno; 
attraverso le vetrate chiuse della stazione non scor- 
gevo altro che usci chiusi. Da quella parte non 
c'era speranza di aiuto. Mi ingegnai allora a di- 
scendere sola la scarpata che conduce al paese, 
trascinandomi dietro il mio bagaglio, aguzzando 
gli occhi verso lo stradale per il quale doveva 
passare il modesto tram che conduce a Rivarolo. 
Ma non si vedeva che neve. San Pier d'Arena 
era trasformato; case, botteghe e finestre tutte sbar- 
rate ne avevano trasformato l'aspetto; e la solitu- 
dine e il profondo silenzio di quei luoghi così pieni 
di vita e la necessità di combattere ad ogni passo 
col vento che mi spingeva indietro incominciavano 
a confondere la mia abilità topografica, che non 



232 Una giovinezza del secolo XIX 

è mai stata forte, finche vidi un sacco che sci- 
volava lungo il muro, e sotto il sacco due gambe 
d'uomo. " Per carità, mi dica dove posso trovare 
il tram di Rivarolo! " implorai con tanto impeto 
che per miracolo non caddi nella neve io, la va- 
ligia, lo scialle e l'ombrello. Il sacco non si fermò, 
non si volse neppure dalla mia parte, solo una 
voce sgarbata rispose : "Eh ! sì, vada a pigliare 
il tram oggi ! " Scomparso rapidamente l'uomo dal 
sacco, non si scorgeva alla lettera più nessuno, ne 
un cane, né un gatto, nulla. L'effetto che mi fece 
allora la misera vetrina di un mercantuccio, priva 
di imposte, col vetro sconquassato, dalle cui fes- 
sure il vento penetrava furioso facendo roteare e 
ballonzolare tre cuffiette da bimbo appese ad una 
funicella! Ma che nascono ancora bimbi in questa 
fine del mondo?! 

Intirizzita, abbattuta dalla cattiva piega degli 
avvenimenti, pensando che ogni minuto di ritardo 
poteva essere fatale per lo scopo del mio viaggio, 
mi trovai dinanzi a una porticina vetrata che una 
tendina rossa indicava essere una osteria. Non era 
il caso di starci a discutere sopra; picchiai riso- 
lutamente. Una donna grassa e lenta venne ad 
aprirmi, guardandomi con indifferenza, ma alla mia 
domanda dove avrei potuto trovare il tram di Ri- 



Una gio\>inezza del secolo XIX 233 

varolo, disse subito che non c'era nemmeno da 
pensarci, con quel tempo, un tempo mai visto! 
Replicai se fosse possibile trovare una carrozza. 
" Ma chi vuol mai che metta fuori una carrozza 
con quest'ira di Dio?" soggiunse l'ostessa, e con- 
cluse suggerendomi di dormire la notte a S. Pier 
d'Arena, che l'indomani si sarebbe provveduto. 
Ma la mia insistenza a voler partire dovette es- 
sere stata ben tenace, perchè mezz'ora dopo sa- 
livo in un trabiccolo che giaceva abbandonato nel 
cortile, uno di quegli antichi omnibus chiamati in 
paese scimmie, non so perchè; una vera carcassa 
spelacchiata che aveva perduto l'imbottitura, sulla 
quale dal soffitto sforacchiato nevicava come in 
piazza e vi nevicava certo da parecchie ore es- 
sendosi già formato una specie di rivoletto che 
dovetti saltare alla meno peggio per prender posto 
sullo stretto sedile dove rimasi appollaiata: ras- 
segnata oramai alla mia sorte apersi l'ombrello. 
" Cara zia Margherita, in quale stato l'avrei tro- 
vata?" Questo era il pensiero dominante, il pensiero 
unico, mentre lo strano veicolo a trabalzi e a 
scossoni mi portava attraverso un deserto di neve 
verso la tristissima meta. Ma prima ancora di giun- 
gervi dovetti abbandonare la mia arca, per il fatto 
della sua mole antiquata, che non le permetteva di 



234 Una giovinezza del secolo XIX 

passare negli stretti vicoli che precedevano la casa 
di mio fratello, nella quale potei finalmente entrare 
solo dopo di avere sfangato un mezzo metro di 
neve per praticarmi un passaggio. 

Cyrano tutti e due i miei fratelli, e dall'espres- 
sione dei loro visi, compresi che tutto era finito. Mi 
confermarono che era morta nella notte e prima di 
entrare in altri particolari, vedaiJo che gocciolavo 
da ogni parte, mi trassero dinanzi al caminetto acceso 
e lì stettimo noi tre, soli superstiti della nostra famiglia, 
a ragionare di tante piccole cose lontane che in quel 
posto e in quell'ora acquistavai^o una trasparenza 
di rivelazione. A un tratto Luigi mi disse : " Vuoi 
vederla?" "Certamente" risposi, ma le forze con 
erano con pari prontezza sicure e il cuore mi pal- 
pitava di pietà. Tuttavia volli rimanere sola colla 
mia cara morta. 

Volli che ella mi vedesse in quell'attimo 
di suprema verità. Giaceva bianca e morbida 
nella cassa aperta. Un leggero gonfiore intorno 
alle guancie le aveva raddolcito i contorni, ri- 
schiarata la carnagione. Il suo volto asciutto, tor- 
mentato dall'ardore, si era composto nella divinità 
della morte. Nessuna traccia più delle sue collere 
violente, ne de' suoi sarcasmi. O mia Màrgula 
cara, Dio, che non ti aveva concesso le ali del- 



Una giovinezza del secolo XIX 235 

l'angelo, ia premio delle tue virtù ti aveva dato 
la spaJa del gjerriero, e qjella branJendo com- 
battesti le tue battag'ie per il bene. Cone riposi 
ora tranquilla, Màrgula, Màrgulina mia ! Le par- 
lavo a VOC3 alta, non so se colla speranza che 
avesse da intendermi, o per il semplice bisogno di 
intrattenermi ancora una volta con Tei, sotto la pro- 
tezione dal mistero di cui • sentivo l'augusta pre- 
senza; né mi accorsi del tempo che fuggiva, ne 
mi fu bieve l'indugio. La voce sommessa dei miei 
fratelli dalla saletta mi chiamò ripetutamente. Al- 
lora mi chinai per l'ultimo addio sul feretro che 
tra poco avrebbe risuonato dei colpi, sinistri del 
martello: Addio per sempre! Una lagrima cadde 
da* miei occhi su un ramicello di camelie regala- 
tomi poc'anzi dalla moglie del dottore e che mi 
era rimasto fra le dita. Con movimento istintivo 
posai fiore e lagrima sul petto della cara estinta, 
mormorando: " Lo sai, ora, che ti voglio bene?... " 

Uno dopa l'altro tutti i miei vecchi sparivano 
così, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. La zia 
Ciroli.ii 31 era abbattila sull' inginocchiatoio, un 
mattino, mentre recitava le orazioni, chiudendo 
ssnza milattia la serena vecchiaia trascorsa nella 
pace degli affetti domestici, nella casa avita eretta 



236 Una giovinezza del secolo XIX 

sulle rocce del castello che aveva appartenuto alla 
famiglia di suo marito, serbando fino all'ultimo il 
suo dolce e composto sorriso, la sua tenera affe- 
zione per me, tanto ricambiata, ricordata sempre. 
Ultima rimaneva la zia Claudia, trascinando 
quella sopravvivenza a sé stessa che è la forma 
più malinconica dell' invecchiare. Il corpo che si 
trasfigura perdendo le linee e i colori, il brio di 
vita che si ottenebra a poco a poco, anticipando 
nella mente il buio dell'ai di là, accompagnano la 
dipartita dell'essere caro di uno sconforto, quasi 
una umiliazione che nessuno se non l'ha provata 
può intendere. Oh ! bello trasvolare, come la zia 
Carolina, dall' uno all' altro mondo prima che la 
malattia ci afferri, che la decadenza ci scomponga, 
trasvolare, puri d'anima e di corpo, in una eleva- 
zione dello spirito a Dio ! Già da qualche anno 
la povera zia Claudia era entrata in quella tra- 
sformazione di tutta la persona che fa dire con 
una frase popolare, ma efficacissima : " Non è più 
lei ! " E intorno a lei, nell'isolamento pieno di tri- 
stezza e di rimpianti in cui viveva, ogni cosa era 
cambiata, logora, sfasciata, morta innanzi ancora 
che lei morisse. Un peggioramento improvviso, del 
quale non fui avvertita, pose fine alle^sue sofferenze» 



Una giovinezza del secolo XIX 237 

Nel treno, che mi conduceva a Caravaggio il 
giorno del funerale, pensai che vedevo questo 
paese per l'ultima volta, e nel mettere piede sul- 
r ampio viale del Santuario, mi sentii battere il 
cuore. Tutta la mia vita risorgeva da quell'oasi, 
dove avevo passato i più bei giorni della mia 
infanzia e dove sapevo di dover trovare solo una 
nuda bara. A passi lenti, con una esitazione sacra 
per tutte le memorie che si ridestavano in me, 
mi avviai verso il paese, fermando gli occhi su 
ognuna di quelle fronde, su ognuno di quei mu- 
ricciuoli o di quelle panchine tra albero e albero 
come per fissarne il disegno nella mia mente. En- 
trai nella piccola chiesa di San Bernardino, al- 
quanto profana nel suo barocco voluttuoso e nelle 
pieghe delle cortine che abbracciano gli altari con 
morbidezza di alcova, ma tanto cara alla mia vi- 
sione fanciullesca per i bei colori dell'ornamenta- 
zione e per quell'aria vecchiotta che in ogni tempo 
mi tenne sotto il suo fascino. Dinanzi all' arco a 
tre porte che mette al paese, colla statua della 
Madonna campeggiante nel mezzo, fiancheggiata 
da due angeli che imboccano la tromba, una at- 
trazione magnetica mi fece volgere gli sguardi sullo 



238 Una giovinezza del secolo XIX 



squallido fabbricato, a destra entrando, così squal- 
lido e repulsivo, ma che si illuminava a' miei 
occhi di ridenti e splendenti immagini perchè, ap- 
pena voltato r angolo, sapevo di trovare quella 
reggia di tutti i sogni, che era la casa dei miei 
nonni. " Dopo, dopo — dissi per calmare la mia 
impazienza — anzitutto il dovere " ; e voltai a si- 
nistra dove per viuzze secondarie delle quali im- 
provvisavo il ricordo passo a passo, giunsi a quella 
che era stata la dimora della zia Claudia. 

Nelle rare ed affrettate visite, che le facevo du- 
rante gli ultimi anni, per non perdere un solo i- 
stante della di lei compagnia, non uscivo nemmeno 
dal salottino angusto in cui si spegneva la sua at- 
tività, che era stata così grande, così prodiga di 
se stessa. Questa volta invece, sapendo di non 
tornare più, volli compiere un giro pietoso nelle 
stanze deserte, sotto il portico, attraverso il giar- 
dino, un giorno . così lieto di fiori, di frutta e di 
fanciulli. Ad ogni passo era una desolazione ; del 
giardino non restava più nulla ; alberi e fiori di- 
velti, appena qualche erbaccia, pestata dai gatti, 
macchiava qua e là il terreno di chiazze gialla- 
stre fra le quali razzolavano tre o quattro galline, 
sollevando mucchielti di terriccio. Filosofo e pri- 
gioniero, solo l'alloro rimaneva appoggiato al muro. 



Una gio\>inezza del secolo XIX 23y 

curve le rams sulla fossa dell' immondezzaio. Mi 
sovvenni allora che egli mi aveva ispirato una 
delle mie prime riflessioni sui rapporti fra la na- 
tura e l'uomo. Dovunque girassi lo sguardo i ri- 
cordi sorgevano. Riconobbi la seJia sulla quale la 
zia Claudia faceva sedare le povere donne che 
venivano a farsi strappare un dente o a pre :dere 
consiglio dal dottore; non serviva mai par nessun 
altro e giaceva ancora sotto il portico, quantunque 
il dottore fosse morto da molti anni ; giaceva ru- 
dero abbandonato in mezzo alle altre rovine, ai 
muri che si scrostavano, ai parati stinti, ai mobili 
appannati, agli spacchi opachi ; vecchiaia e di- 
struzione di tutte le cose intorno a una povera 
vecchia, che si era sentita morire ogni giorno un 
poco, insieme alla sua casa che moriva. Salii, da 
ultimo, la breve rarnpa dello scalone, dove volava 
un tempo il mio* piede leggero per andare a bec- 
cuzzare i chicchi oblunghi d'uva galletta, che dal 
giardino saliva a vestire il terrazzo di grappoli 
biondi, dei quali rimaneva, unico ricordo, un ma- 
cabro intreccio di ceppi arsicci e contorli. Posava 
sovr'essi in quel momento una cocciniglia rossa che 
mi parve l'anima sopravissuta della mia prima gio- 
ventù. E sulla parete dello scalone — oh! sor- 
presa dolcissima — ecco intatti i versi de\Y Ed- 



240 Una giovinezza del secolo XlX 

menegarda quali io ve li scrissi : 

« O giovinette, gioia vereconda.... ». 

Ed ora r ultimo pellegrinaggio, il più tenero, 
il più doloroso. Da molti anni non attraversavo 
il paese, dall' infanzia forse. Affacciandomi alla 
piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose 
intorno si interponeva uno spazio confuso, come 
se il tempo trascorso vi avesse sospesi veli di 
nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qual- 
che indizio di tale stato d'animo dovette trapelare 
dalla mia persona, perchè dalla soglia delle bot- 
teguccie, dinanzi ai canestri delle ortolane, alcuni 
curiosi stavano a guardare questa incogaita con una 
certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va 
a Caravaggio, ci va per il Santuario e non per ve- 
dere il paese. Avevo una gran voglia di gridare: 
" Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo 
paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". 
Fantasticava: " se incontrassi la mia nutrice? o i 
suol figli ? o la mercantina che mi vendeva gli 
spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti sono 
morti!... ". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad 
un ammasso di calce mostruosamente tormentata 
e sforacchiata che mi diede l'esatta impressione di 
un pugno negli occhi. Oh ! Dio, cos'è questo ? 



Una giovinezza del secolo XIX 241 

Una casa in stil novo, in stile liberty? E ciò a 
Caravaggio ! 

Una nnalinconia sottile si innpossessò del mio 
spirito ; mi sentii straniera, atomo disperso di una 
generazione lontana. Il senso della morte non mi 
era mai apparso così generale e profondo negli 
uommi, nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. 
Ma quando la vidi, essa, l'arca santa dei miei 
anni migliori, la casa benedetta dei miei nonni, 
non ebbi più alcun pensiero, ne di morte, ne di 
vita. Dovetti appoggiarmi alla casa di contro, per- 
chè mi si piegavano i ginocchi, e di là guardai 
attraverso le palpebre umide, le sei finestre della 
bella facciata semplice e la finestretta dell'ammez- 
zato dove la zia Carolina mi insegnava : 

« Arlequin tient sa boutique ». 

Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Gio- 
vanni dove mio padre e mia madre si erano spo- 
sati, e una grande tenerezza mi (disfaceva il cuore. 
A passi guardinghi, come se stessi per commettere 
un delitto, traversai la strada e mi avvicinai alla 
porta. Era chiusa. Trattenendo il respiro mi posi 
in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo 
in tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sul 

16 



242 Una giovinezza del secolo XIX 



quale le mie pupille si fissavano ipnotizzate era il 
saliscendi che la mano piccoletta aveva premuto 
tante volte.... La mia commozione è al colmo, non 
posso resistere, il desiderio è più forte di me. 
Appoggio un dito e la porta si apre scampanel- 
lando. Che momento ! 

Al suono improvviso accorse una servetta chie- 
dendomi chi cercavo. Non avendo alcun piano 
prestabilito, dissi a caso il primo nome che mi 
passò per la mente, intanto che i miei occhi fru- 
gavano ansiosi l'andito, delusa di trovarlo non più 
quale era rimasto nella mia memoria, ma scialbo, 
triste e muto, imbiancato da cima a fondo come 
un sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata 
d'un tempo che sembrava trattenere sulle pareti il 
palpito della vita. Avrei voluto andare avanti, 
penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, 
splendente di terse stoviglie, vedere se qualche 
vestigio rimanesse ancora dei tempi felici ; chiudere 
gli occhi e trovare al buio la bella sala colle pa- 
radisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul sof- 
fitto, l'angoluccio dova la vecchia Teresa prepa- 
rava il corredo della mia bambola, la camera ridente 
dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre 
a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i 
primi raggi del mattino ; ma la servetta teneva 



Una giovinezza del secolo XIX 243 

aperta la porta con un tacito invito. Per guadagnar 
tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa ; 
mi disse che vi abitava il direttore dell'ospedale, 
e questo fu l'ultimo colpo della realtà che disperse 
i dolci fantasmi del passato. Un istante ancora, un 
ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l'im- 
possibile miracolo, poi uno scroscio di pianto ricac- 
ciato in gola e la fuga. 



Epilogo 



^ 



Eccomi alla fine di queste memorie scritte fra 
gli spasimi della carne e i tormenti dello spirito, 
costretta a tutta le rinuncie, inchiodata sulla mia 
croce, mentre intorno a me imperversa l'orribile 
guerra facendomi sentire crudelmente l'umiliazione 
della mia impotenza. Incominciate senza sapere 
neppure se il male che mi distrugge avrebbe con- 
sentito di condurle a termine, compie oramai l'an- 
no da quando vergai le prime parole in una 
chiara alba di luglio ; ed oggi, come allora, da' 
breve angolo del mio terrazzo, che mi è consen- 
tito vedere, il caprifoglio spande le sua fragranza, 
la glicine che non ha più fiore agita sullo sfondo 
del cielo le rame vaporose, maggiorana e menta 
esalano la canzone silvestre dei giardini primitivi. 

Quando, acerba fanciulla, in certi mattini 
d inverno indugiavo sola presso il focolare seri- 



248 Una giooinezza del secolo XIX 



vendo con un fuscello un nome nella cenere, la 
vita mi stava davanti ed i miei sguardi vi si 
figgevano ansiosi, ma tutto era buio e mistero. 
Ora che mi sta alle spalle la contemplo nella sua 
interezza e mi chiedo se la vita, questa vita che 
edificai io stessa colle mie passioni e colle mie 
illusioni, mi ha dato tutto quello che io cercavo. 
Pensando alla infinità dei beni che mi furono 
negati, agli ingiusti apprezzamenti, all'infanzia com- 
pressa che mi lasciò per sempre l' incertezza, 
r impaccio, la timidità sofferente di coloro che 
portarono a lungo una catena al piede, dovrei 
concludere che la vita mi fu matrigna e tiranna. 
Eppure trassi da essa le maggiori gioie che 
io abbia mai desiderate : amare e pensare e avere 
nelle mie mani un istrumento per esprimere tutto 
ciò. Poiché non mi prese mai desiderio di lusso 
e di ricchezze, e l'ambizione e la vanità mi furono 
del tutto ignote; abitai l'anima mia, come i califfi 
delle novelle orientali abitavano i loro palazzi, 
lungi dai rumori della folla, chiusi tra giardini 
meravigliosi dove saliva il canto delle fontane in 
zampilli d'argento e la sabbia dei viali era co- 
sparsa di pietre preziose. O meglio, sì, meglio 
ancora, uno di quei conventi sospesi tra cielo e 
mare, sovra un picco inaccessibile, laggiù nell'Asia 



Una giovinezza del secolo XIX 249 

profonda, cinti dal misterioso silenzio delle so- 
litudini. 

Dovrei lagnarmi della vita se, ad onta dei 
limiti ristretti tracciatimi dal destino, ebbi tutto il 
possibile di ciò che mi piacque? Non ho io cono- 
sciuto gli slanci dell'anima verso la bellezza infi- 
nita e le divine estasi del pensiero, accostandomi 
riverente alla comunione dei grandi ? Quale rove- 
scio di fortuna, fra quelli che da un giorno all'al- 
tro distruggono la felicità di una famiglia, potrebbe 
togliermi la inenarrabile dolcezza delle ore tra- 
scorse nell'estasi di un sogno ? Ed anche oggi, 
che tutto è finito, che i miei giorni si chiudono 
nel dolore e nello spasimo, ti benedico mille volte* 
o vita, poi che tu mi donasti i due grandi beni 
spirituali di poter pensare e di saper amare. Nata 
idealista muoio nella fede ideale. Tutte le colpe 
del mondo non riescono a provare che la virtù 
non esiste ; il solo desiderio che fioi abbiamo di 
essa è un segno della sua presenza fra gli uomini. 

Vedere solamente il male è una manchevo- 
lezza di chi guarda, non un errore della natura. 
Noi possiamo essere tanto sfortunati da non in- 
contrare, nel corso della nostra esistenza, un solo 
campione che ci faccia credere nel bene ; ma come 
avremmo noi coscienza di questo bene se nori Ig 



250 Una giovinezza del secolo XIX 



sentissimo nei più profondi abissi del nostro io? 
Dobbiamo credere più agli altri che a noi stessi? 
Sarebbe come disconoscere il più alto suggello 
della divinità posto sulla nostra fronte. Sono con- 
vinta che la forza, dalla quale trassi il modo di 
resistere alle scoraggianti esperienze della mia gio- 
vinezza, fosse appunto questa attitudine sicura della 
mia coscienza, la stessa per la quale ad onta 
della mia triste infanzia non mi sono mai sentita 
interamente infelice. Citare in proposito un verso 
di Dante può sembrare soverchia presunzione ma, 
è pur vero che l'uomo, pari alla « fronda che 
flette la cima » non resiste contro i disinganni se 
non opponendo la propria virtù. 

Siate interni, dice l'Apostolo; queste due pa- 
role dischiudono un mondo. I beni esterni ven- 
gono e vanno ; solo ciò che noi abbiamo nel- 
l'anima rimane. Rimane immortale quando il ge- 
nio di Marco Aurelio, di Leonardo o di Dante 
ne imprima la vasta orma nei secoli ; ma filtra 
pure modestamente di generazione in generazione, 
sorretto dalle piccole virtù quotidiane, che formano 
la dignità della famiglia e una non spregevole 
forza delle nazioni. 

Più avanzavo negli anni e più sentivo svj- 



Una giovinezza del secolo XIX 251 

lupparsi in me la pensosa anima di mio pa- 
dre. A mezzo secolo dalla sua morte io lo 
interrogo ancora e più che mai mi rammarico di 
non aver prese maggiori notizie su di lui da quel 
vivente archivio della famiglia che era stata la zia 
Margherita. Ebbi, però, recentemente la fortuna di 
trovare un grosso volume di lettere dove figurano 
quasi tutti i miei parenti e la gioia della scoperta 
fu tale che dura tutt'ora, mettendomi nella comu- 
nione così intima della corrispondenza epistolare, 
non solo con quelli fra essi che conobbi ed amai, 
ma anche con altri morti prima che io nascessi. 

Che fascino sottile hanno le lettere dei morti? 
Si pensa al momento in cui le scrissero, lo si 
rivive insieme, si dice : " Mai più immaginava che 
io dovessi leggerla ! " Ci prende uno scrupolo, un 
tremore riverente di fedele in presenza di una 
reliquia. Come si aprono adagio per timore di 
sciuparle ! E si fanno delle scoperte, troviamo 
delle sorprese ; ' un nome, una data, un accenno 
che ci rischiarano su tante cose passate; sorrisi 
e lagrime di vita vissuta, cuori dei nòstri vecchi 
che si aprono a noi dai loro sepolcri. 

Lettere intorno al 1 830 - 40 della mia mamma 
in collegio alla mamma sua ed alle sorelline; fo- 
glietti rosei od azzurri e nelle grandi circostanze 



252 Una giovinezza del secolo XIX 



incorniciati di arabeschi d'oro; frasette scolastiche 
riboccanti di gentilezza e di tenerezza, pari al 
grazioso cinguettare di uccelletti da un albero 
all'altro. Di un interesse più serio, e per me quasi 
sacro, è la corrispondenza dei miei genitori prima 
del matrimonio. La loro unione ostacolata da gente 
invidiosa e maligna che tentava con basse calun- 
nie di staccare i fidanzati è il motivo dominante 
di queste lettere, nelle quali l'amore sincero, appas- 
sionato e impaziente di mio padre non si dis- 
giunge mai da una grande elevatezza di senti 
mento e 4i rispetto, a cui fa fanciulla risponde 
con dolce ritegno, colla riservatezza del pudore 
femminile e di un affetto al quale non osa abban- 
idonarsi, finche non fosse caduta ogni vergognosa 
nsinuazione e dileguati i sospetti che rendevano 
esitante il padre a dare il consenso per le nozze. 
E' in questa corrispondenza che rintracciai la 
frase di mio padre posta per epigrafe alle pre- 
senti memorie : «: Che gran dono è // sentire ! E 
aver Dio in noi». Si può trovare una definizione 
più bella, più vera, più profonda ? Essa spiega e 
completa il motto dell'Apostolo citato più sopra. 
Io, quando la lessi la prima volta, n2 ebbi un 
barbaglio coma di rivelazione. Ca.iabbi n^:o p:^ 
dre e mi riconobbi in lui, 



Una giovinezza del secolo XIX 253 



A tutti coloro che lodano il mio talento ri- 
spondo sempre con perfetta buona fede, che ciò 
che essi chiamano talento non è altro che una 
sensibilità superiore alla quota comune. Ognuno 
crede di averla questa sensibilità e invero una 
sensibilità l'hanno, ma non questa. Rammento che 
da bambina salii un giorno sul palco altissimo 
che serviva al pittore Moriggia per affrescare la 
volta del Santuario di Caravaggio : (forse il mede- 
simo dove mia madre prestò la sua de- 
licata bellezza a impersonare la dolce figura di 
Ruth, ma più probabilmente in quello dove cam- 
peggia matronale Giuditta reggendo con una ma- 
no la testa di Oloferne) La zia Carolina, che era 
con me, osservò come alcune parti delle figure le 
sembrassero esagerate e Moriggia; a spiegarle che 
per ottenere un effetto di naturalezza sullo spet- 
tatore che le avrebbe osservate dal basso della 
chiesa era necessario tener calcolo della distanza 
e dipingerle più grandi del vero. Manco dire che, 
se io parlavo poco, ascoltavo però molto e quelle 
parole di Moriggia, confermate da osservazioni 
mie particolari, non mi uscirono più dalla mente; 
rni sembra di poter spiegare colla medesima 
legge delle distanze la differenza che passa tra 
la sensibilità dell' artista nell' atto della conce- 



254 Una giovinezza del secolo XIX 



zione e quella del pubblico che la comprende e 
la gusta. Perchè una statua, un quadro, una par- 
titura di musica, un libro, giungano a dare il fre- 
mito della vita a quelle fredde cose che sono la 
creta, la tela, una cassa di violino o un foglio di 
carta è evidente che l'artista deve aver sentito 
in un modo sovrumano. L'affermazione magnifica 
di mio padre « E aver Dio in noi » riconosce 
in Dio la sola forza creatrice. Dio, il mistero; 
Dio, la vita. L* ingegno poi è altra cosa ; è quella 
che unita al profondo sentire crea l'opera d'ec- 
cezione, il capolavoro. Fuori dal campo dell'arte 
vi è pure la sensibilità dello scienziato, quella acu- 
tezza intuitiva che fa scoprire a Newton e a 
Galileo in due fatti di ordine comune due forze 
nuove della natura. 

Ma per tornare alla sensibilità psichica e 
nervosa, sulla . quale si è imperniata tutta la mia 
esistenza e che impresse il mio carattere all'opera 
mia, rammenterò brevemente in qual modo si mani- 
festasse fin dai più teneri anni nella sensazione di 
isolamento, che mi faceva cosi spesso straniera in 
mezzo alla gente, nell'urto quotidiano di asprezze 
di stonature, di offese alla bellezza ed alla verità, 
che gli altri non avvertivano neppure. Per esempio 
io non posso soffrire le bestie, di nessun genere; 



Una giovinezza del secolo XIX 255 



ne* grosse ne piccole, intelligenti o meno. Ho 
pensato qualche volta che se fossi obbligata, pena 
la vita, a tenere in casa una bestiolina metterei 
un pesce in un boccale di vetro sul mobile più 
alto del mio appartamento. Questo per dimostrare 
la mia avversione al genere. Tuttavia mi è acca- 
duto infinite volte di rinunciare a sedermi in un 
posto che mi faceva comodo, perchè vi si era 
già insediato un gatto o un cane che la mia sola 
sensibilità mi impediva di smuovere, non il mio 
amore; e vedevo invece, chi dell'amore per le 
bestie si faceva vanto, cacciamelo allegramente 
con una pedata. Comprendo la delicatezza di 
Maometto che tagliò la manica della propria 
zimarra, anziché disturbare il suo gatto prediletto 
che vi si era addormentato sopra ; ma si trattava 
del gatto prediletto e il fondatore dell' Islamismo 
aveva senza dubbio molte zimarre. Io fui prossima 
a svenire una volta che, scolara disattenta, sforbi- 
ciavo nell'aria con un bel paio di cesoie nuove 
e una imprudente libellula, entrata dal giardino 
per la finestra aperta, guizzò fra le due lame 
così repentinamente che, prima ancora di vederla, 
sentii nelle mie dita il crac del corpicciolo tagliato 
in mezzo. Positivamente venni meno ; e ricordo 
che essendo in piedi dovetti appoggiarmi al muro 
per non cadere. Ricordo anche che le mie compagne 



256 Una giovinezza del secolo XlX 



ridevano. E sempre, quando narrai questo episodio 
della mia infanzia, trovai persone che ne risero. 
Sono questi malintesi, in apparenza puerili, ma 
turbatori delle coscienze profonde, che alimentano 
lo sdegno muto dei solitari. Io compresi a poco 
a poco il silenzio rassegnato di mio padre, la 
sua nobile malinconia che non pesava mai sugli 
altri, il suo ritiro nelle arche del passato dove 
egli trovava ancora imbalsamati tra gli aromi della 
memoria i cari fantasmi della sua giovinezza, che 
dovette essere ardente e misteriosa. Con quale 
desiderio di sprofondarmi in lui, nella sua vita, 
sperai di trovare il seguito del diario incominciato a 
Roma ! Ma, come egli non parlava mai degli anni 
trascorsi, così non si curò nemmeno di conservarne 
le traccie. Solo rimane questo fascio di lettere 
che io vado sfogliando e interrogando con ansia 
amorosa, tutte interessanti, sebbene in diverso modo. 
Sono letterine brevi, ma appassionate e piene di 
nostalgia, che la. mamma, sciolta dal suo ritegno 
di fanciulla severamente educata, scrive a papà 
dopo il matrimonio e durante le assenze di lui 
(per sorvegliare la fabbrica della grande Abbaz- 
ziale di Casalmaggiore). Sono ancora le lettere 
delle sorelle, della mamma, specie la Carolina, 
zeppe di incarichi per la città. Risorge in questa 



Una giovinezza del secolo XIX 257 

corrispondenza di giovani donne la Milano ristretta 
di quei tempi 



E qui sospese ; interrotta nel mesto conforto 
di riandare gli anni della giovir^ezza sul finire 
della vita, o da un più acuto spasimo del male 
che le annientava ogni energia, o dal sollevarsi 
della portiera {ricamata da lei con tralci fioriti) 
di contro al letto ove giaceva, per l'entrar di 
qualcuno, forse io stessa. Avrà allora deposta la 
matita, riuniti i fogli del manoscritto nella car- 
tella rossa colla sola mano sinistra, e voleva fare 
da se. Avrà pensato di riprendere in un altro 
momento buono in cui fc sse stata sola ; ma non 
venne più ! Io l'avrò incitata a proseguire, deso- 
lata di turbare quel risveglio dei pensieri di gio- 
vinezza, poiché la sua voce era prossima a tacere 
per sempre. Ella Voleva rivedere, riordinare poi 
questi cari ricordi che sbocciavano fra i suoi tor- 
merìti, quali fiori pietosi fra le spine dell' ultimo 
sentiero; ma non potè nemmeno rileggerli. 

Diceva allorché era interrotta: " Riprenderò " 
diceva pure: " 5e farò in tempo a finire " e altre 

17 



258 Una giovinezza éeì secolo XlX 

volte: " Non potrò terminare le mie Memorie ". 
Rimasero infatti a questo punto quattro o cinque 
giorni prima che morisse; lasciò nel mistero, che 
le era caro, altre pagine. A quel filo troncato 
mi avvinco per seguire il suo pensiero non detto 
in una eternità di affetti e chiamo i cuori che 
Ella ha amato, che l'hanno amata, quelli che 
si sentono compresi nella sua appassionata dedica, 
a salire in una elevazione ardente di sentimento 
e d'amore a Lei ! 

Maria. 



APPENDICE 



Una bibliografia completa degli «crilti di Neera è - ti può dire - 
impossibile a (arsi. La compianta Scrittrice collaborò ad un numero 
grandissimo di giornali e periodici e non si curò affatto di tenerne 
una raccolta o quanto meno un indice. Nella sua libreria mancano 
perfino parecchi dei primi volumi ; ed alcuni, come Un romanzo, 
Vecchie Catene, si debbono considerare come perduti, non essendo 
possibile trovarli neppure alla Biblioteca Nazionale di Brera, dove 
da molto tempo non si catalogano più i romanzi (e romanzi sono 
slati ritenuti, di Neera,// libro di mio figlio. Battaglie per un' Idea, 
Le idie d'una </onna !). Ci limitiamo quindi, olire a dare l'elenco dei 
volumi pubblicati dalla morta Scrittrice, e ad indicare sommariamtnte 
in quali periodici figurano bozietti, pjjjie, articolijjdi arte, dijcrilica, 
di polemica, d'attualità, ecc. 



La prima novella firmala Neera comparve sul giornale // Pungolo, 
di Milano, d retto da L. l'ortis, nel 1876. D'allora scrisse nel Fa/i- 
fu li, nel Btnaglicre. nel Coirtele dei mattino, nel Corriere di Napcli, 
nel Fanf lilla dilla 'Domenica, nella Siena Illustrata, nella Cronaca 
d'Arte, nella l^ita Intima (anche con altri pseudonimi : Vanessa Afa- 
ianta. ecc J, ne\ R^ sveglio ^J icativo, neW'Idea Liberale (anche con altri 
pseudonimi: Alto, ecc.) nell' £mponum, neW Jlrte Illus.'rata, nel 
Marzocco, nella R -oue bleve, nel loutnal dei Debats, nella XJ»7o 
Internazionale, nel Giorno, nel Cerri re delta Sera, neW Illustrazione 
Italiana, nella Leliura, nella Qazielta dd Popolo, neVi'Jllto Adige, 
ecc. ec(i. td in vari numeri unici. Contribuì con ylihdola mattutina 
e La p>ima lettera d'amore, al Voi N i-l'azzurro, racconti di ici signori 
— a beneficio degli orfani di Roberto Sacchetti (Milano, Treves, 1881). 

Romanzi e novelle; 

1. Un romanzo, Milano, Brigola, 1876. 

2. Addio!, ivi, 1877. 

Undicesima Edizione. Milano, Baldini e Castoldi, 1904. 

3. Pecchie catene, ivi, 1878. 

4. Novelle gaie, ivi, 1879. 

5. Un nido, romanzo, ivi, 1880. 

6. Iride, nuove novelle, Milano, Ottino, 1881. 
Nuova Edizione, Milano, Baldini- Castoldi, 1903. 



264 Jlppendìce 

7. // castigo, romanzo, ivi, 1881. 

Nuova Edizione. Torino, Roux, 1891. 

8. La freccia del Parto, racconto, ivi, 1883. 

Nuova edizione : La freccia del Parlo ed altre novfelle, Milano, 
Baldini, Castoldi. 1901. 

9. La^egal(iina,ìomanzo, Milano, Dumolard, 1884. 

Fu già pubblicata nella Nuooa jìnlologia, giugno-luglio, 18tì3. 

10. // manVo i/eZ/'om/ca, romanzo. Milano, Galli, 1885. 

Nuova Edizione nel 1891. 

11. Teresa, romanzo, ivi, 1886. 

Ottava edizione illustrata da G. Menlessi, L. Conconi, G. Buffa, eie, 
Milano, Chiesa e Guindani, 1898. 

12. Lydia, romanzo, ivi, 1887. 

Pubbl. nella Nuova jìnlologia dall'aprile al luglio, 1887. 
Seconda edizione, Roma, Voghera, 1898. 

13. L'indomani, romanzo, Milano, Galli, 1890. 

Fu già edito nella Nuova Antologia dal febbraio al maggio 1890., 
Nuova Edizione F.lli Treves 1909 (illustrazioni di U. Valeri). 

14. Senio, romanzo, ivi, 1892. 

Nella Nuooa Jlntologia settembre-novembre 1891. . 

15. Nel sogno, ivi, 1893. 

Con un disegno di Giovanni Segantini. 

Doveva recare per epigrafe queste parole di S. Agostino, omesse 
per isbaglio, e che valgono a chiarire il concetto dell'A.; « Meliu 
enim iudicavit de malis bene facere quana mala nulla esse permitlefe. » 
Pubbl. prima nella Perseveranza 1892 col titolo: Sulle vette. 

16. Voci della notte, novelle, Napoli, Pieno, 1893. 

17. Anima sola, Milano, Chiesa e Guindani, 1894. 

Nella Nuova ^/Intologia maggio-giugno, 1894. 
Ristampa, Baldini e Castoldi, 1919. 



. Appendice 265 

IH. L'Amuleto, romanzo, Milano, Cogliali, 1897. 
KitlampH, ivi, 1912. 

19. Fotografie matrimoniali, Catania, Giannotta, 1898. 

f^uhbl. prima nel Pungolo della domenica, 1885. 

20. La vecchia casa, romanzo, Milano, Baldini-Ca- 
stoldi, 1900. 

Nuova Edizione, F.ili Treve», 1909 

21. La villa incantata, Livorno, Belforte, 1901. 

Pubbl. prima nella Ridala J' Italia, ottobre 1900. 

22. Una passione, romanzo, Milano-Palermo-Napoli, 
Sandron, 1903. 

Nella Nuova Antologia, 190/. 
Nuova Edizione, F.ili Treves, 1910. 

23. Conchiglie, Roma-Voghera, 1905 (nella Piccola 
collezione Margherita). 

24. // romanzo della fortuna, 1905. Milano, Lil). Ed. 
Lombarda, 1906. 

Nella Nuova ,/1nt')logia 1905. 

Nuova Ediz. Casa Ed. L. F. Cogliati, 1909. 

25. Crevalcore, romanzo, Milano, Treves, 1906. 

26. T^uello d'anime, romanzo, ivi, 1911. 

27. La sottana del diaOolo, novelle, ivi, 1912. 

28. Rogo d'amore, romanzo, ivi, 1914. 

29. Crepuscoli di libertà, romanzo, ivi, 1917. 

Pubbl. prima nella Lettura, 1916. 

30. Novelle (?) Firenze, Salani. Tredici novelle non 
ancora pubblicate in volume. 

Studii morali : 

31. // libro di mio figlio, Milano, Galli, 1891 

Nuova Edizione, Milano, CogH«ti, 1909. 



266 Appendice 

32. L'amor platonico, Napoli, Pieno, 1897. 

Pubbl. prima nell' Idea Liberale, 1 896. 

33. Battaglie per un'idea, Milano, Baldini-Castoldi, 
1898. 

Serie di articoli pubblicati già ntW Idea Liberale, 

34. Un idealista, (Alberto Sorniani) Milano, Galli e 
Raimondi, 1898. 

35. // secolo galante, Firenze, Barbera, 1900, 

Introduzione ad uno studio sopra alcune donne francesi del secolo 
decimottavo. M.Ua Aissè — M.lla Lesp nasse — La march. Du Def- 
fant — La sig.ra Geoffrin — La s?g.ra D'Epinay e la contessa d'Hou- 
detot — La contessa di Genlis 

Nuova Edizione: Milano, A. De Mohr, 1909. 

36. Le idee di una donna, Milano, Libreria editrice 
nazionale, 1903. 

37. La coscienza del fanciullo, Roma, ^uooa Jln- 
tologia, 1908. 

38. Profili, impressioni e ricordi. Milano, Cogliati,1919. 
Eldizione postuma. - ' 

Autobiografia : 

39. Autobiografia, Torino-Roma, Roux, 1891. 

Precede la 2* ediz. del Castigo pp. 5-60 ed è in forma di let- 
tera a L. Capuana, recante la data di Milano, marzo 1891. 

40. Una giovinezza del secolo XIX, Milano, Co- 
gliati, 1919. 

Edizione pastunaa con prefazione di Benedetto Croce. Queste me- 
morie furono troncate dalla morte il . 1 9 luglio 1918. 

Varia : 

41. // Canzoniere ddl.i ^onna; {\\\iitrazìom di Aldo 
Mazza. Milano, Cogliati, 1903. 



Jlppendice 267 

42. Poesie. Milano, Cogliatl, 1919. Ediz. Postuma- 

43. (in collaboraz. con P. Mantegazza) : Dizionario 
d'igiene per le famiglie, Milano, Brigoia, 1881. 

44. Maura, commedia rappresentata al Teatro Man" 
zoni in Milano, 1886. Compagnia Torelli. 

Principali traduzioni : 

1 . Im traum (con altre novelle), trad. HELENE KATZ, 
Erfurt, Ed. Moor, 1897. 

2. 'teresa, trad.HELENE KaTZ, Lieipzig, Ed. Philipp 
Reclam. 

3. 'TThérèse, trad. HUDRY MeNOS, Paris, Ed. Ha- 
chette, 1899. 

4. Tereza, trad. MARIA KaLASOVA, Praga, 1890. 

5. 'TTeresa, trad. D. E. EPKEMA, Amsterdam. Ed. 
M. Olivier, 1889. 

6. L\)dia,* trad. Hanna Van Brielen, ivi 1889. 

7. Een Eenzam e {Anima sola) trad. C. W. W. Van 
EnscHEDE; Amesfoort, P. Dz Veen, 1908. 

8. Einsame Seele, trad. LOTHAR SCHMIDT, Berlin, 
Schuster e Loeffler, 1896. 

9. Osamela T)use (Anima sola) trad. MaRIA Ka- 
LASOVA, Praga, J. Ottz, 1898. 

10. 'C/ie soul of an jJrtisl, trad. E. L. MURISON ; 
introd. L. D. VENTURA; S. Francisco, Paul 
Elder and C, 1905. 

1 1 . Addio, und andere Novellen, Stuttgart, Deutsche 
Verlags, Anstalt, 1 894, 

12. Farcàl ! trad. E. af D., Stockolm, Loostron e 
Komps, 1887. 



268 Jlppendice 

13. WaarweU tiad. E. EPKEMA, Amsterdam, M 
M. Olivier, 1888, 

14. Hnizdècko (Un Nido) trad. FraNT. NoVOTNY, 
Praga, los. R. Vilimek 

1 5. ©er Palher's Pfeil , Messina, Buchdruckerei, 
Extra Moenia, 1894. 

16. tHfizitri (Indomani) e Tela Severina, trad. M. 
KaLASOVA, Praga, F. Simacek, 1895. 

1 7, tNjach der Hochzeit. Stuttgart, Deutsche 'Verlags, 
Anstalt, 1893. 

1 8. Etne Leidenschaft, Wien , tNieue Freie Presse, 1 902 . 

19. El amuleto, trad. y prologo ÀNGEL GUERRA, 
Madrid, Officina Paseo del Prado, 1902. 

20. Crevalcore, trad. VaCLAVA JiRINY, Praga, F. 
Simaceck, 1 908. 

2 1 . Das Schweigende haus, trad. ELISE SCHWELLER, 
Leipzig, Philipp Reclam. 

22. Das Galante Fahrhundert, trad. Dr. VoN BeR- 
THOF, Dresden, Cari Reikner, 1903. 

23. Les idées d'une femme sur le fémìnisme, ìxàà. H. 
DOUESNEL, preface de Th. JoRAN, Paris, V. 
Jiard et F. Briére, 1908. 

24. T>as buch meines sohnes, trad. CaTHARINA BrEN- 
NING, Dresden, Karl Reikner, 1897. 

25. // libro di mio figlio in serbo da J. V. POPO- 
VlC.Saraievo, 1901. 

Scritti critici intorno a Neera : 

1 . Neera et son oeuvre littéraire : scritto firmato Di- 
dymus. che precede (pp. VII XXVIIl) la trad, 
ted.: DesParther's "Pfeil, Messina 1891. 



, Ippendicé 2ò<1 

'2. Guido Menasci, Ulcera, nella Usuava JlntoL. 
del 16 settembre 1901. 

3. Sulle U^Covelle gaie e Un nido, L. CAPUANA, 
Sludi dì leti, contemp., 2* serie, pp. 145-157. 

4. Su Senio, Capuana, Qli ismi contemporanei, 
pp. 1 13-129; ed. E. A. BUTli, ^è odi ne amori, 
Milano, Dumolard, 1893, pp. 120-7. 

5. Intorno a Nel sogno, art. di Severus (A. Sorniani) 
nella Idea Liberale, del 1893. 

6. Ernest TiSSOT, La romandère italienne ^eera, 
nella T^evue hleue, del 16 gennaio 1897; dello 
stesso, nella Bibl. universelle, dicembre 1897 e 
gennaio 1 898. 

7. Ivan SiRAUNIK, nella Tievue hleue del 1902. 

8. Su La vecchia ca.sa, A. ORVIETO, nel Marzocco 
del 1899. 

9. A proposito delle Battaglie per un'idea, E. TlS" 
SOT, La croisade antiféministe de M.me (N^era, 
nel Journal des Dèbats, del 28 agosto 1899. 

10. Su Le idee di una donna, G. ReNSI, neW Ay>anti! 

del 6 luglio 1904. 
1 1 . Benedetto Croce, U^eera in Letteratura della 

U^uova Italia, cap. XLVII. 

12. ThÈODORE JoRAN, Les idées d'une femme 
(Neera) sur le feminismes ne\yUniversité Catholique 
(Lyon, 15 Marzo 1908). 

13. In generale sull'opera di N., G. SPENCER KeN- 
NARD, 'Romanzi e romanzieri cit. Il, 99-130; 
Marzocco del 28 luhlio 1919. 



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